Azione 5 del 26 gennaio 2026

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Ora le azioni vanno da giovedì a mercoledì

Nuovo periodo per le azioni e per il settimanale Migros

Dal 5 febbraio le nostre azioni inizieranno il giovedì e dureranno fino al mercoledì successivo.

Il settimanale Migros viene ora pubblicato il mercoledì anziché il lunedì, insieme a tutte le azioni della Settimana Migros.

Ci adeguiamo alle vostre abitudini di acquisto

Molti clienti fanno acquisti nel fine settimana. Oltre ai prezzi bassi permanenti, il nuovo periodo delle azioni garantisce una spesa sensibilmente più conveniente.

Ora le azioni vanno da giovedì a mercoledì

Vantaggi più lunghi durante la settimana di transizione

Le azioni di questa settimana dureranno due giorni in più: dal 27 gennaio al 4 febbraio.

Più info su migros.ch/periodo-delle-azioni

SOCIETÀ Pagina 5

Le neuroscienze indagano il nostro «cervello sociale» per capire dove nasce l’altruismo

Il caso Minneapolis e le azioni dell’Ice acuiscono il conflitto interno negli Stati Uniti

ATTUALITÀ Pagina 17

CULTURA Pagina 19

Il mondo dopo il Forum di Davos

Migros Ticino ha ricevuto il certificato 2025 per la raccolta delle plastiche

MONDO MIGROS Pagina 4

Una mostra a Gallarate evidenzia l’influsso avuto dal russo Kandinsky nella nascita dell’arte astratta

È nella schiacciata che il basket unisce forza e spettacolo che allo Slam Dunk Contest si fanno gara

TEMPO LIBERO Pagina 31

Un cambiamento pensato per voi

Care e cari clienti,

A partire da febbraio 2026, Migros Ticino introdurrà alcune novità riguardanti le azioni settimanali e l’uscita del nostro giornale «Azione», che rimarrà una pubblicazione di alta qualità in veste di unico settimanale d’approfondimento e cultura della Svizzera italiana. Questi cambiamenti, che verranno introdotti contemporaneamente in tutte le regioni della Svizzera, sono stati pensati per migliorare la vostra esperienza di acquisto e la disponibilità delle azioni settimanali nei supermercati Migros e per rispondere ancora meglio alle vostre esigenze.

Le azioni settimanali cambiano giorno Dal 5 febbraio 2026, le azioni settimanali non inizieranno più il martedì, bensì il giovedì, e dureranno fino al mercoledì successivo. Questa scelta nasce dall’analisi delle abitudini di consumo: molti di voi concentrano gli acquisti verso il fine settimana. Con il nuovo calendario, possiamo garantire una migliore disponibilità dei prodotti in promozione nei giorni di maggiore affluenza.

Inoltre, questo cambiamento ci consente di migliorare il servizio e ottimizzare la logistica, mantenendo i prezzi imbattibili del weekend, molto apprezzati da voi, più attivi dal giovedì alla domenica.

«Azione»: una nuova uscita settimanale «Azione», oltre ai suoi articoli di qualità, veicola anche le attività promozionali di Migros. In linea con il nuovo calendario delle promozioni, anche il nostro settimanale «Azione» cambierà giorno di uscita. A partire da febbraio 2026, sarà disponibile ogni mercoledì, anziché il lunedì. Questo spostamento garantisce una comunicazione più chiara e sincronizzata con le nuove azioni settimanali.

«Azione» continuerà a offrirvi approfondimenti, informazioni sul Mondo Migros e contenuti attuali ed interessanti, oltre a utili consigli sui prodotti e complete indicazioni sulle offerte. La pubblicazione al mercoledì vi permetterà di pianificare i vostri acquisti con maggiore comodità, avendo a disposizione tutte le informazio-

ni necessarie all’inizio della nuova settimana promozionale.

Un cambiamento per migliorare il servizio Queste modifiche rappresentano un passo avanti nella nostra strategia di miglioramento continuo. Migros Ticino è impegnata a offrirvi qualità e convenienza, e il nuovo calendario delle azioni ci consente di mantenere questa promessa, garantendo una maggiore disponibilità dei prodotti nei giorni di punta e rendendo gli acquisti più pratici e piacevoli. Siamo consapevoli che ogni cambiamento richiede un periodo di adattamento, ma siamo certi che presto ne apprezzerete i vantaggi. Il vostro riscontro sarà prezioso per continuare a migliorare e crescere insieme. Grazie per la vostra fiducia Vi ringraziamo per la fiducia che ci dimostrate ogni giorno. È grazie a voi che possiamo innovare e migliorare i nostri servizi. Vi aspettiamo nei nostri punti vendita e sulle pagine di «Azione», da febbraio ogni mercoledì.

Da febbraio «Azione» uscirà il mercoledì

Cari lettori, da febbraio «Azione» non verrà più consegnato il lunedì, ma il mercoledì. Il cambiamento del giorno di uscita permetterà di rispondere meglio alle abitudini dei clienti, che fanno la spesa soprattutto verso il fine settimana e troveranno sul nostro giornale promozioni che dureranno da giovedì a mercoledì, sempre per una settimana. L’edizione del 26 gennaio sarà l’ultima in uscita di lunedì. Quella successiva arriverà mercoledì 4 febbraio e da lì in avanti «Azione» arriverà sempre di mercoledì. Questo cambiamento non comporterà modifiche ai contenuti del settimanale di Migros Ticino.

Roberto Porta, Cristina Marconi, Lucio Caracciolo e Romina Borla Pagine 13, 14 e 15
Keystone
Mattia Keller, Direttore Migros Ticino

Per il Ticino con Migros

Info Migros ◆ Gazmend Sejdiu, classe 1986, ha iniziato in Migros come ausiliario estivo a Biasca: oggi, vent’anni più tardi, è gerente della filiale

Abbiamo incontrato Gazmend Sejdiu, oggi gerente della filiale Migros di Biasca. Quello che doveva essere un lavoretto estivo per garantirsi un poco di autonomia economica, si è trasformato per Gazmend in un percorso professionale che lo ha portato a fare esperienza in numerose filiali, per infine approdare come gerente a Biasca, là dove tutto era cominciato, e dove ancora, oltre ai genitori ci sono amici e altre persone da (ri)scoprire.

Gazmend, puoi dire di avere fatto un bel percorso all’interno di Migros Ticino. Ci vuoi raccontare dove sei cresciuto, dove hai iniziato e cosa hai fatto?

Di origini kosovare, sono cresciuto in Val di Blenio, a Malvaglia, dove ho fatto le elementari. Come tutti i ragazzi della valle, ho imparato e parlavo anche io il dialetto! Ho poi fatto le medie ad Acquarossa e la scuola di economia e commercio di Bellinzona. Per arrotondare un po’ mentre le frequentavo, mi sono proposto come aiutante alla filiale Migros di Biasca, all’epoca gestita da Karl Haefeli. Al termine della commercio, non sapendo ancora cosa fare, ho optato per un anno sabbatico alla Migros, sempre in qualità di aiutante. Poiché avevo cominciato a guadagnare e mi ci ero abituato, era per me difficile ritornare a fare lo studente, e quando ho avuto la possibilità di essere assunto – sempre a Biasca – come operatore di cassa, ho accettato. Ho iniziato il 15 ottobre del 2005.

Avevo uno stipendio «di base», ma era comunque meglio di ciò che avrei speso frequentando l’università. È lì che è cominciata la mia carriera professionale, perché nel frattempo, pur essendo operatore di cassa, ho cominciato a interessarmi al funzionamento dei sistemi, alla gestione della merce e del negozio, e al mondo Migros in genere. A qualche anno di distanza, dopo la ristrutturazione della filiale di Biasca, sono diventato responsabile food. Mi occupavo di

Raccogliere plastica e risparmiare

tutto ciò che ruota intorno al food, dalla gestione degli ordini all’esposizione della merce.

A quel punto è subentrato un nuovo cambiamento… Sì, perché nell’ottobre del 2013 mi hanno proposto di andare a Sant’Antonino sotto Pino Parisi (oggi in

Sostenibilità ◆ Consegnato a Migros Ticino dalla F.lli Puricelli il certificato ambientale 2025 per il riciclo delle plastiche

A volte i risultati superano le aspettative. Come quelli raggiunti da Migros Ticino grazie al progetto legato al sacco per la raccolta e lo smaltimento di plastiche miste e tetrapak, avviato all’inizio del 2024, esattamente due anni or sono. Il nuovo sistema di raccolta della plastica è stato reso possibile grazie alla proficua collaborazione instaurata dalla Cooperativa regionale Migros Ticino con oltre una ventina di Comuni e Città ticinesi.

Ne abbiamo parlato con Silvio Vassalli, responsabile a Migros Ticino di sicurezza sul lavoro, antincendio, energia e sostenibilità. «Se nel 2024 il sacco Migros per la raccolta delle plastiche miste e del tetrapak ha contribuito a raccogliere (in 21 filiali) 9.1 tonnellate di materiali, che corrispondono a circa 32’974 kg di gas a effetto serra e a circa 7’498 litri di petrolio, nel 2025 (con un aumento delle filiali coinvolte, oggi 23) sono state 25.6 le tonnellate raccolte, per un risparmio di 93’440 kg di gas a effetto serra e circa 21’760 litri di petrolio. Il riciclaggio dei materiali è affidato alla ditta Fratelli Puricelli SA, che

riesce a recuperare circa il 78% del materiale consegnato dalla Cooperativa». Un impegno, quello di Migros Ticino per l’ambiente, che non si vede unicamente nel progetto di riciclo delle plastiche... «No, siamo attivi anche in altri ambiti, poiché nostri obiettivi sono il risparmio, l’efficienza energetica e l’eliminazione del carbon fossile.

pensione) come Responsabile team amministrazione e casse. Vi sono rimasto per un anno, poi – sempre in ottobre! – ho accettato di trasferirmi a Lugano Centro, sotto Giorgio Micaroni, come Responsabile team non food. Finita la ristrutturazione di Lugano Centro, sono diventato sostituto gerente. Nell’ottobre del 2020 mi hanno proposto la gerenza di Boffalora, a Chiasso.

Hai dovuto seguire una formazione particolare?

Ho fatto una formazione interna «on the job» e poi ho seguito la formazione di specialista del commercio al dettaglio alla SIC, Società impiegati di commercio. Ho finito la formazione nel 2019. A Chiasso sono stato dal 2020 al 2023, poi fino a marzo 2024 a Radio Besso. Ho poi gestito per un anno e mezzo la filiale di Arbedo-Castione e ora, da ottobre – di nuovo ottobre (ride) – dopo vent’anni sono ritornato alla filiale di Biasca! E una nuova ristrutturazione è alle porte.

Dunque, hai iniziato qui e non sei più andato via… Mi sembra di aver iniziato ieri a lavorare, eppure sono passati vent’anni. Mi piacciono le mie giornate, che sono sempre dinamiche e diverse tra di loro. È bello potere vedere tanta gente, gestire il negozio, imparo sempre qualcosa di nuovo. Un tempo mi piaceva potere formare personalmente gli apprendisti, cosa che ora fa il sostituto gerente… anche se in realtà ci metto spesso becco anche io (ride)… Rispetto a quando ho iniziato, gli apprendisti sono aumentati, e questa è una cosa ottima. Gli apprendisti ci danno un aiuto enorme ma anche soddisfazioni: durante il primo anno

di formazione ci vuole grande impegno da parte nostra, il secondo anno va già molto meglio, e il terzo anno si vede il frutto degli sforzi di tutti!

Visto che hai lavorato da sud a nord, che differenze hai notato fra la clientela di Migros in Ticino?

Nord e sud in qualche modo si assomigliano, c’è una dimensione più piccola che offre la possibilità di conoscere bene la clientela. Ad esempio, a Boffalora molti clienti passavano tutti i giorni, e questo mi permetteva di scambiare due parole e di conoscere le loro abitudini. Nelle città come Lugano, dove c’è molta più gente, non è così facile instaurare un rapporto con la clientela. Ora che sono ritornato a Biasca dopo vent’anni, ogni giorno incontro vecchi amici e persone che non vedevo da anni, e questo è molto bello.

Nel tuo tempo libero cosa ti piace fare?

Ho sempre avuto una grande passione per la tecnologia e mi piace sperimentare, capirne il funzionamento e, perché no?, riparare apparecchi difettosi. Quando il tempo me lo permette, non fanno mai male le uscite con gli amici per distrarsi dalla quotidianità. Il mio passatempo principale ora sono i miei figli: ho due bambini piccoli, per cui non mi resta molto tempo per altri hobby!

E il tuo futuro lo vedi dunque in Migros?

Io sono molto legato a Migros. Ho vissuto come mio ogni negozio in cui ho lavorato, per cui ho sempre sentito il dovere di fare il possibile affinché le cose andassero bene e tutto fosse perfetto.

Il voto digitale in tre passi

Info Migros ◆ Registratevi all’e-voting entro il 28 febbraio in vista della votazione generale 2026

Stiamo da anni eliminando man mano tutti gli impianti di energia fossile (di nostra proprietà ne rimangono due, di cui uno verrà eliminato nel corso di quest’anno, al che ne rimarrà solo uno di piccola taglia), collaboriamo con partner come Biaggini SA per i sistemi di riscaldamento e refrigerazione e abbiamo creato un grande impianto fotovoltaico nella filiale di Bellinzona Nord – in un edificio costruito da Migros Ticino che produce più energia di quanta ne consumi. Rimanendo sul tema del fotovoltaico, il 1° gennaio 2025 abbiamo acquistato l’impianto fotovoltaico presso il nostro stabile di Losone, inaugurato il nuovo impianto fotovoltaico nel nuovo centro Migros di Locarno e stiamo stipulando diversi contratti per l’acquisto di energia fotovoltaica, incentivando i proprietari a investire in questa fonte di energia pulita».

L’invito alla clientela Migros è dunque di continuare ad avvalersi del prezioso sistema di riciclaggio, in fondo basta un gesto che, se moltiplicato, può dare risultati importanti.

1. Attivare l’e-voting

Accedere al proprio account Migros e selezionare nel menu la cooperativa di cui si è soci, quindi cliccare sul pulsante «attivare voto elettronico». La registrazione è conclusa!

2. Votare

A maggio, prima della votazione generale, i soci che si sono iscritti all’e-voting riceveranno un’e-mail con tutte le informazioni sul voto online.

3. Gustare

Come ringraziamento, dopo il voto online si attiva sull’account un buono digitale per una tavoletta di cioccolato da ritirare in una filiale Migros.

Importante

Per potere partecipare bisogna essere soci di una cooperativa e avere un account Migros. Ecco come si fa:

Gazmend Sejdiu è ritornato a Biasca dopo vent’anni.

Giovani migranti in Ticino

Storie di ragazzi in fuga dalla guerra e dai soprusi, tra lingue nuove da imparare, esperienze terribili e respingimenti difficili da capire

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La storia che parla di noi

Il libro Il Ticino nella Storia di Rosario Talarico e Gianni Tavarini propone un’utile sintesi del nostro passato

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La scienza della gentilezza

Alla guida in sicurezza

Quella dei maestri conducenti è una professione in evoluzione tra complessità della circolazione e innovazione tecnologica dei nuovi veicoli

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Dove nasce l’altruismo ◆ Le neuroscienze rivelano come il «cervello sociale» ci renda naturalmente inclini all’empatia e al dono

Viviamo in una società occidentale individualista, ma pratichiamo comunque gesti quotidiani di altruismo, dalla cortesia al volontariato. Lo conferma uno studio dello psicologo sociale Stefan Pfattheicher. Fare del bene agli altri significa anche fare del bene a sé stessi, come mostrano diverse ricerche. Martin L. Hoffman, nel 1978, descrive l’altruismo come un comportamento che «favorisce gli altri senza considerare il proprio interesse», legandolo ai meccanismi empatici sviluppati fin dall’infanzia. Anche Nancy Eisenberg e Paul Miller evidenziano che tali gesti avvengono senza aspettarsi ricompense. Altri studiosi, come il sociologo russo Andrey V. Bykov, considerano l’altruismo una norma morale che spinge a mettere in secondo piano i vantaggi individuali per sostenere la collettività. Le ricerche internazionali mostrano però che le modalità dell’altruismo riflettono la cultura di appartenenza: negli Stati asiatici la generosità si estende a estranei anche lontani, mentre in Occidente si concentra sui legami più stretti. Differenze tra nazioni rivelano come storia, norme e fiducia modellino il nostro modo di aiutare: la maggiore propensione italiana al dono rispetto alla Danimarca, la pro-socialità dei Paesi nordici o la sfiducia ereditata in molte aree post-sovietiche. In Svizzera emerge una cultura sorprendentemente collettivista, basata su norme implicite e una forte pressione al conformismo: silenzio, sobrietà e armonia diventano codici sociali che regolano le interazioni e influenzano anche l’espressione dell’altruismo.

La nostra capacità di cooperare non è solo un fatto culturale o morale, ma è iscritta, è intrinseca alla nostra biologia

Le neuroscienze confermano questo quadro, mostrando come il cervello sociale si plasmi in risposta alle norme e ai valori del contesto in cui cresce. Ne parliamo con la neuroscienziata Rosalba Morese, esperta in psicologia e neuroscienze sociale dell’USI, alla quale abbiamo chiesto di spiegarci perché aiutiamo gli altri e per quale motivo a volte, quasi senza pensarci, siamo spinti a fare un gesto gentile, sostenere una causa, donare tempo o denaro. «La nostra capacità di cooperare non è solo un fatto culturale o morale, ma è iscritta e intrinseca alla nostra biologia, ai nostri circuiti cerebrali. Il nostro cervello, infatti, non si è evoluto solo per percepire il mondo o risolvere problemi, ma anche, e forse soprattutto, per vivere insieme agli altri». È il cosiddetto «cervello sociale», e la

nostra interlocutrice ha approfondito questo tema in un editoriale con la collega Sara Palermo dell’Università di Torino, dove lo definisce come «un insieme di reti e funzioni che ci permettono di elaborare emozioni, intuire intenzioni e desideri, e comprendere punti di vista diversi dal nostro». Spiega che senza questi meccanismi non esisterebbero amicizie, reti sociali, comunità, né tantomeno altruismo o filantropia. «La teoria della mente, l’empatia e la cognizione sociale sono i tre pilastri di questo sistema», sottolinea Morese che ricorda come, grazie ad essi, riusciamo non solo a capire che un’altra persona sta soffrendo, ma anche a sentirci spinti ad aiutarla. L’altruismo nasce proprio da questo: «Dalla capacità di rappresentare la mente delle altre persone, sentire le loro emozioni e provare un senso di responsabilità verso il loro benessere».

La decisione di donare non è un processo singolo: «È una serie di passaggi che coinvolgono diverse parti specializzate del nostro cervello sociale, dal reclutamento delle aree dell’empatia che consentono di simulare e risuonare le emozioni e situazioni, passando alla comprensione ed elaborazione di aspetti quali credibilità, affidabilità e conseguenze della nostra donazione, per finalizzarsi con l’integrazione di tutte le informazioni a disposizione e

poter poi decidere se donare o meno». In questo quadro, la filantropia è la forma più organizzata di altruismo: «Una versione strutturata e stabile di quel movimento interiore che ci porta a prenderci cura degli altri». Prospettiva neuroscientifica che ha un ruolo ancora più centrale se guardiamo all’adolescenza, fase della vita in cui il cervello sociale è in piena trasformazione: «Gli adolescenti sono particolarmente sensibili alle dinamiche del gruppo, alle emozioni e al giudizio dei pari. Non è solo una dimensione psicologica: è il risultato di un processo neurofisiologico che costruisce le basi neurali sottostanti alla capacità di leggere gli stati mentali altrui e di agire in modo prosociale». A questo proposito, Morese aggiunge: «Mette in luce come il donare sia un processo profondamente radicato nella neurobiologia del nostro cervello sociale, regolato da specifiche aree cerebrali; capire questi meccanismi significa comprendere meglio come nasce la disponibilità ad aiutare».

Oggi sappiamo che donare è un comportamento che migliora il benessere sia di chi riceve che di chi dona, «perché recluta i circuiti cerebrali dell’appartenenza al gruppo creando gratificazione e piacere: l’altruismo attiva circuiti di ricompensa anche quando il donatore rimane anonimo;

l’empatia è necessaria ma non sufficiente. Per contro, sappiamo che la componente della fiducia che percepiamo può modulare il comportamento altruistico». Ma la forza del cervello sociale non si limita alle relazioni personali: «Essa riguarda anche le organizzazioni e i sistemi economici. Ad esempio, analizzato attraverso la lente delle neuroscienze il concetto di capitalismo consapevole suggerisce che le aziende che incorporano empatia, responsabilità e valori etici funzionano meglio non solo a livello sociale, ma anche produttivo. La nostra natura cooperativa, evolutivamente vantaggiosa, può quindi essere un motore per imprese più umane, dove il profitto convive con lo scopo e l’impatto sociale». Non sorprende che molte ricerche mostrino come i comportamenti altruistici aumentino il benessere sia delle persone sia delle organizzazioni.

L’altruismo, però, non si manifesta allo stesso modo in tutte le culture: gli studi interculturali distinguono tra società individualiste, più orientate al sé, e società collettiviste, in cui la cooperazione è un valore centrale. In questo confronto, la neuroscienziata evidenzia due «forme» di altruismo: «Una più impura, spinta anche dal desiderio di sentirsi bene, e una più pura, focalizzata sul beneficio al-

trui». Differenze che modellano il modo di donare e influenzano la relazione tra altruismo e felicità: «Nelle culture collettiviste, per esempio, aiutare è parte dell’identità sociale». Ciò conferma che, anche nelle imprese, cultura e legami sociali hanno un ruolo decisivo: «Il rapporto tra filantropia aziendale e performance finanziaria, molto studiato, dipende non solo da strategie economiche ma anche dalle caratteristiche psicologiche dei dirigenti». Un fattore rilevante è l’attaccamento al luogo d’origine: «Chi conserva un forte legame con la propria comunità tende a sostenere iniziative benefiche locali, rafforzando la legittimità sociale dell’azienda». E questo è un chiaro esempio di come anche le scelte economiche affondino le radici nella nostra natura relazionale.

In sintesi, conclude Morese: «Il cervello sociale è il terreno comune che collega empatia, altruismo e filantropia: comportamenti che non sono eccezioni alla regola, ma una parte fondamentale di ciò che significa essere umani». Allora, comprenderne le basi neuroscientifiche ci aiuta non solo a spiegare perché doniamo, ma anche a immaginare società e organizzazioni più consapevoli, cooperative e orientate al benessere individuale e collettivo.

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Donare è un processo profondamente radicato nella neurobiologia del nostro cervello sociale (Freepik.com)

Tradizione culinaria carnevalesca

Attualità ◆ Risotto e luganighe: un grande classico del carnevale facile da riproporre anche a casa. Alla Migros trovi tutti gli ingredienti necessari, incluse le luganighe della Salumi del Pin

Gli amanti delle specialità carnascialesche non rinuncerebbero mai ad un piatto di risotto e luganighe, una ricetta semplice ma ricca di sapore della nostra tradizione culinaria che viene proposta in molti carnevali della Svizzera italiana. Per ricreare anche a casa la giusta atmosfera di festa, perché non preparare il goloso piatto con i genuini ingredienti della tua Migros? Tra questi, naturalmente le luganighe ticinesi del Mendrisiotto, che questa settimana trovi in offerta speciale.

Le luganighe ticinesi sono prodotte dalla Salumi del Pin, salumificio a conduzione familiare ubicato nel cuore di Mendrisio e attivo da trent’anni nella lavorazione di salumi e insaccati, seguendo processi tradizionali e innovativi. La qualità dei suoi prodotti si basa sulla scelta di carni svizzere attentamente selezionate, una trasformazione nel rispetto di ricette antiche e una cura artigianale per garantire sapori autentici e ricercati. Le carni suine vengono lavorate subito dopo l’arrivo in azienda da macellai specializzati. Dopo il sezionamento e la selezione dei diversi tagli, la carne viene macinata e aromatizzata con una miscela segreta di spezie e del vino rosso. L’impasto così ottenuto viene lasciato riposare per qualche tempo in modo che tutti gli ingredienti si amalgamino e maturino perfettamente. Si passa successivamente alla fase di insacco in budello naturale, alla legatura e all’asciugatura finale.

Le luganighe del Pin si preparano facilmente, prestando tuttavia attenzione ad alcuni piccoli accorgimen-

ti. Le salsicce vanno immerse nell’acqua quando quest’ultima è in leggera ebollizione, in modo che possano cuocere in maniera uniforme e non si rompano. Continuare la cottura a fuoco basso. Non bucare mai le luganighe, per evitare di disperdere i preziosi succhi aromatici. La cottura è di ca. 30-40 minuti. Servire con risotto allo zafferano o patate e verdure bollite, mostarda e salsa verde.

Una festa in dolcezza

Attualità ◆ Non c’è niente di più buono delle specialità dolci di carnevale per celebrare la colorata ricorrenza Ne trovi ora un’ampia scelta alla tua Migros

Oltre alle luganighe con il risotto (vedi articolo sopra), durante il periodo di carnevale è d’obbligo gustare anche alcuni tipici dolcetti, che rendono la festa ancora più golosa. Come non cominciare con le mitiche frittelle ondulate della Migros, una specialità nata addirittura nel lontano 1935. Pensate che, durante il periodo tra la metà di dicembre e il Morgenstraich, il carnevale di Basilea, l’industria Migros produce qualcosa come 900’000 frittelle al giorno, per un totale di oltre 20 milioni di pezzi a stagione. Realizzate con un impasto a base di semplici ingredienti come farina di frumento, uova, sale, kirsch, yogurt e cosparse di zucchero a velo, vengono fritte in olio di girasole. Tra le altre specialità tipiche dell’assortimento, possiamo citare anche le bugie, le chiacchiere, i pettegolezzi di colombina, le frittelle di carnevale al cacao, le riccioline, le lattughelle ai grani antichi e i classici tortelli ripieni di crema chantilly. Infine, per le persone sensibili al glutine, è disponibile anche una variante di chiacchiere priva di glutine.

Bugie zuccherate
g Fr. 3.60
Frittelle di carnevale al cacao
Fr. 3.40
Tortelli
CdT/Gabriele Putzu

Raclette in famiglia?

Attualità ◆ Con la variante nostrana del noto formaggio svizzero ti assicuri un prodotto gustoso come quello originale

Azione 15%

Raclette Gottardo confezione da 300 g

Questo piatto conviviale, conosciuto in Vallese da oltre 400 anni, ritempra corpo e mente durante la stagione più fredda, anche se oggi molti la gustano tutto l’anno, perfino sulla griglia d’estate. Alla Migros la selezione di formaggi da raclette è una delle più ricche in Svizzera. Di essa fa parte anche una variante tutta ticinese, la raclette Gottardo, o «Raclètt du Gutard» come è conosciuta nel dialetto di Airolo. Prodotto dal Caseificio del Gottardo a partire da latte vaccino di montagna, questo ottimo formaggio a pasta semidura possiede un sapore leggermente piccante. Il suo tenore di grasso e il grado di maturazione di almeno cinque mesi fanno sì che si sciolga in modo omogeneo e diventi cremoso al punto giusto. La qualità costante di questo formaggio delle nostre montagne è particolarmente apprezzata dagli amanti della raclette. Insomma, un’aromatica alternativa della nostra regione, da servire con patate bollite, cetriolini, cipolline… per una vera festa per il palato!

Viviilmomento

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Uno su mille ce la fa (anche in Ticino)

Incontri ◆ Storie di giovani in fuga dalla guerra e dai soprusi, tra lingue nuove da imparare, esperienze terribili e respingimenti difficili da capire

Victoria ha 25 anni. Li ha compiuti il 1. gennaio scorso. Victoria è di Homs (Siria). È da lì che è partita, per il Ticino, cinque anni fa. Nove anni prima, il giorno di Natale del 2011, conobbe la guerra. «Fu in quel giorno che tutto quello che era stato il nostro mondo cominciò a crollare. La nostra casa – racconta – era nel mirino sia dei soldati sia dei ribelli. Era in posizione strategica ed essendo una delle più alte permetteva di tener d’occhio la situazione della città vecchia. In pochi giorni ad Homs arrivarono molti stranieri: alcuni appoggiavano l’esercito, altri i ribelli. Intanto molti nostri concittadini cominciavano a fuggire. Il 9 gennaio del 2012, mio padre decise che ce ne saremmo andati anche noi. Saremmo andati in campagna». Lei e i suoi familiari avrebbero dovuto star lontani da casa solo pochi giorni. Tornarono ad Homs dopo più di quattro anni. Della città che avevano lasciato restava solo il ricordo, ma tutti insieme decisero di ricominciare riprendendo in mano le loro vite.

Victoria, dal Ticino all’Olanda

Grazie a una serie di coincidenze fortunate, quattro anni dopo Victoria poté arrivare in Ticino, e grazie all’impegno dell’associazione Amici dell’Accademia di architettura iscriversi e frequentare la facoltà di Architettura di Mendrisio. Qui, a giugno 2025, ha conseguito il master, ma… senza un posto di lavoro il permesso B che le garantiva di poter soggiornare in Svizzera, sarebbe scaduto il 20 dicembre. Gli ultimi mesi, per Victoria, sono stati una corsa contro il tempo. Obiettivo: raggiungere Khudhur in Olanda, l’uomo che è diventato suo marito e che, come lei, ha conosciuto la guerra da bambino, ma… in Iraq. Viaggi a Parigi, a Berna, corsi intensivi di olandese, tutto per ottenere quel visto di Paese terzo – la Svizzera – e quel via libera – del Consolato olandese – che avrebbe consentito alla siriana Victoria di vivere a Sneek, città della Frisia. Victoria ce l’ha fatta. Il 25 dicembre 2025 ha festeggiato il primo Natale nella sua nuova famiglia. Papà e mamma, invece, sono rimasti ad Homs. Hanno il passaporto, ma… è un «passaporto debole» o, come segnala Wikipedia, è un passaporto «classificato tra i meno potenti, che limita fortemente la libertà di viaggio». Proprio per questo, il 24 aprile a Sneek, quando Victoria e Khudhur si sposeranno in chiesa, loro – papà e mamma – non ci saranno. Non ci sarà neppure suo fratello che, per lavoro, si è trasferito a Dubai.

Yldiz, Zelal e Yekta

Yldiz (il suo nome significa Stella), ha 18 anni ed è curda. Tre anni fa, con i genitori e tre fratelli, è giunta in Ticino da un villaggio della Turchia non

lontano dal confine iracheno dov’era nata e cresciuta, ma dove la famiglia non avrebbe più potuto condurre una vita normale. Il papà aveva, infatti, rifiutato di prestare servizio nell’esercito turco e per lui, dopo il licenziamento dal posto di lavoro, il futuro parlava solo di reclusione. Così, venduta la casa per pagare il viaggio, tutta la famiglia era partita per la Svizzera. La domanda d’asilo, presentata regolarmente, è stata respinta lo scorso mese di novembre. Pure respinto il ricorso interposto da SOS Ticino. Yldiz e i suoi familiari verranno perciò espulsi e rimandati in Turchia, considerato «Paese sicuro» (ma – e lo si legge chiaramente nel sito del DFAE – solo per i turisti «relativamente sicuro nelle grandi città come Istanbul e nelle aree turistiche classiche»). Yldiz, al secondo anno di pre-tirocinio, con la negazione dell’asilo ha dovuto sospendere l’apprendistato che non ha più il diritto di seguire. «Sono stanca. Molto stanca – confessa Yldiz a chi le sta accanto all’ospedale dov’è stata ricoverata dopo aver tentato un gesto estremo – . Non c’è un posto per me nel mondo».

E pare che di posto non ce ne sia nemmeno per Zelal e Yekta (21 e 20 anni) e per i loro familiari – papà, mamma e fratellino – anch’essi curdi, richiedenti l’asilo in Ticino dove risiedono – e si sono integrati – da quattro anni. La loro storia ha avuto ampia eco sui media grazie al fatto che, oltre all’appoggio dei compagni di scuola di Zelal – allieva del CSIA (Centro scolastico per le Industrie artistiche) – e di Yekta – apprendista elettricista – , hanno potuto contare su un atto parlamentare sottoscritto da 23 deputati che hanno chiesto al Consiglio di Stato che sorella e fratello potessero almeno concludere il percorso scolastico. Ma… il Consiglio di Stato ha detto no e perciò la conclusione è la medesima. Espulsione verso la Turchia dove, ad attendere il padre, c’è la prigione.

Francine Rosenbaum invita ad interrogarsi

E ci sono tante altre storie simili che si potrebbero raccontare. Una, quella di Israr, ragazzino afghano giunto in Svizzera dopo aver viaggiato,

da solo, dal Pakistan fino alla Serbia, l’ha raccontata Francine Rosenbaum, specializzata in terapia etnoclinica e famigliare, nel libro Mon nom signifie «le secret» (La Route de la Soie – Éditions). C’è, in questo libro, una frase chiave: «Niente e nessuno esiste se prima non ha avuto un nome». Riconoscere l’altro: un passo imprescindibile per una società davvero accogliente. A Francine Rosenbaum, che collabora da anni con Mendrisiotto Regione Aperta e, per motivi diversi, è entrata in contatto con tutti i protagonisti delle tre storie alle quali abbiamo accennato, abbiamo chiesto se pensa sia possibile e opportuno mutare le procedure in vigore. Sorride: «Certo. Basterebbe cambiare le leggi. Per farlo è però necessario conoscere non solo le procedure, ma anche le conseguenze che le stesse provocano non solo sulle famiglie rifiutate e cacciate, ma anche su tutte le persone che avevano stretto rapporti e legami con loro. Penso, in particolare, ai compagni di scuola, ai docenti e ai vicini di casa. Occorre interrogarsi in modo chiaro e onesto sul “quanto” e sul “se” queste procedure rispecchia-

no il nostro modo di sentire e di essere. Poi sarebbe interessante anche sapere quali sono i vantaggi che trae il Ticino dal negare scuola e formazione a questi ragazzi, costringendo i loro genitori, in attesa dell’espulsione, all’inattività con un’umiliante elemosina. Occorre interrogarsi su quale sia il reale beneficio che queste espulsioni hanno per il nostro Paese. Rispetto agli anni Sessanta, anni nei quali lavoravo a Neuchâtel, trovo che la Svizzera abbia compiuto importanti passi indietro. Tutti noi abbiamo fatto retromarcia. È anche per questo che penso che rispondere a questi interrogativi sia un passo indispensabile per coltivare comprensione piuttosto che allontanamento e per mettere in discussione una politica che ostacola la possibilità di coltivare legami e rispettare le persone che cercano di mettere in salvo le proprie vite».

L’esperienza di Tesfit

alla Biblioteca cantonale

Tra coloro che hanno cercato di mettere in salvo la propria vita c’è anche Tesfit Angosom. Oggi ha 25 anni, ma in Ticino ci arrivò, minorenne non accompagnato proveniente dall’Eritrea dopo un viaggio di 7 anni, nel 2015. Fu Viviana Viri, a raccontare la sua storia sul «Corriere del Ticino» (Il lungo viaggio di Tesfai, un bimbo tra i migranti, 22.09.2015). Che fine ha fatto? Grazie alla responsabile della Biblioteca cantonale di Lugano, Barbara Robbiani, scopriamo che Tesfai è Tesfit. Lui ha svolto l’apprendistato in biblioteca e ora, dopo aver conseguito il diploma di addetto alla logistica CFP, è alla ricerca di un’occupazione. «La nostra Biblioteca – spiega Robbiani – è un ambiente inclusivo e accogliente, che valorizza la diversità e promuove l’integrazione e la conoscenza reciproca. Dal 2019, grazie alla collaborazione con organi, istituzioni e associazioni, il nostro Istituto ha ampliato l’offerta di stages orientativi e di apprendistati anche a giovani rifugiati. Le sfide comprendono barriere linguistiche e culturali, traumi e esperienze difficili, che sono spesso pesanti fardelli per questi giovani. È importante essere pazienti, flessibili e supportivi: a livello pratico abbiamo lavorato tanto ad esempio sul miglioramento della lingua italiana e sulla conoscenza del territorio. Spesso per questi giovani siamo diventati un punto di riferimento, non solo per le questioni scolastiche e lavorative. Vi è poi da rilevare che si è da subito creato un bell’ambiente di scambio e ascolto anche con gli altri nostri apprendisti. Il risultato? L’ amicizia reciproca, l’integrazione e la conclusione con particolare successo dei rispettivi percorsi formativi che le persone hanno portato a termine con risultati eccellenti. Un’esperienza che intendiamo ripetere».

Victoria arrivata dalla Siria a Mendrisio per studiare architettura ha dovuto affrontare il difficile iter per ottenere il via libera del Consolato olandese per raggiugere e sposare Khudhur, ora vivono in Frisia.

I continui movimenti di una storia che parla di noi

Storia ◆ Rosario Talarico e Gianni Tavarini propongono un’utile sintesi del nostro passato e dei temi che l’hanno dominato

Se comparata al vasto mondo, la Svizzera italiana è un posto abbastanza piccolo, attraverso il quale però è passata tanta gente. Un angolino minuscolo del pianeta Terra sul quale le grandi leggi della storia, le dinamiche politiche e culturali, le tensioni economiche e quelle sociali, persino i fenomeni meteorologici, hanno inciso profondamente, sempre in relazione con chi stava al di fuori dei nostri ristretti confini: la Svizzera transalpina, la «vicina» Italia, l’Europa. Citofonare Napoleone, se qualcuno avesse ancora dubbi in proposito. La globalizzazione non è infatti un’invenzione del XX secolo e chi studia la storia, anche quella locale e localissima, lo sa. Non c’è forse insegnamento più prezioso di questo, mi dico, rigirandomi tra le mani il bel volume che Rosario Talarico e Gianni Tavarini – non senza prendersi qualche rischio – hanno deciso di dedicare al passato del Canton Ticino. Il titolo, con quella preposizione articolata e quella «S» maiuscola che campeggiano significativamente sulla copertina (Il Ticino nella Storia), è dei più azzeccati.

Nel volume gli autori riescono a concentrare cinquecento anni di storia arrivando fino ai fatti dei nostri giorni

Lo sforzo di sintesi, che ha l’ambizione di concentrare in poche pagine mezzo migliaio di anni di storia, è forse il maggiore merito di questo libro, assieme ai ricchi apparati iconografici e statistici e al fatto che la narrazione non si interrompe come per magia a 40 o 50 anni da noi, come si fa spesso, abbandonando il lettore in un punto imprecisato del secondo Novecento, ma arriva quasi a sfiorarci: ci sono la nascita dell’USI (1996), lo sciopero delle Officine di Bellinzona (2008), la chiusura forzata del centro autogestito all’ex Macello (2021). Una storia insomma che parla di noi, mettendo in relazione fenomeni an-

Viale dei ciliegi

Jesper Lundqvist-Fideli Sundqvist Può succedere ancora?

Uovonero (Da 10 anni)

In copertina, piccole sagome nere di esseri umani, i bambini distinguibili perché più piccoli, gli uomini e le donne dal fatto che, stilizzati, vediamo gonne o pantaloni, o un ventre rigonfio, di una delle sagome, che evidentemente ha un’altra creatura dentro di sé. Ma nessuna di loro ha i capelli, nessuna, di primo acchito, è percepita come individuo, come persona, come sacralità unica di vita. Tutte uguali, si stagliano, nere, queste figurette su un fondo dai toni rosso scuro. E il titolo, Può succedere ancora?, mette a capo il punto interrogativo, così da lasciare ambiguità sulla modalità della frase: interrogativa, o affermativa? Le cose orribili possono succedere ancora, non possiamo escluderlo, e pertanto è importante ricordarle e comprendere il processo che ha permesso che accadessero, per evitare che succedano ancora. Esce in occasione della Giornata della Memoria questo libro dello scrittore svedese Jesper Lundqvist, che afferma: «Volevo scrivere

che molto lontani con la quotidianità dei nostri giorni tormentati. Posso immaginare che, soprattutto in ambito scolastico, una simile pubblicazione possa rivelarsi preziosa. Ma poiché mi sono messo in mente di scrivere una recensione e non soltanto un elogio, mi permetterò alcune considerazioni. Una nuova storia del Ticino non può fare a meno, infatti, di suscitare un po’ di dibattito (mi meraviglierei del contrario).

Il volume, intanto, è suddiviso in due parti: la prima, in sei capitoli, si snoda lungo un arco che va dall’inizio del XVI secolo all’altro ieri. Un’impostazione quindi strettamente cronologica, intervallata soltanto da alcune schede dedicate al sogno di una capitale cantonale sul Monte Ceneri, alla presenza di volontari ticinesi nella guerra civile spagnola (1936-39), al Piano Wahlen, ai sindacati o alla Scuola Magistrale di Locarno.

La seconda parte è invece concepita per grandi temi, con affondi interessanti – e molto ben condotti – su demografia, stato sociale, sanità, trasporti, scuola, questione femminile e ruolo dei media. Ne esce l’affresco composito di un Ticino in movimento, sottoposto a lente ma continue trasformazioni (alcune buone, altre meno) e fratello di tante alte realtà del mondo occidentale, con in più la peculiarità di essere il Sonderfall italofono, e perciò minoritario, del più grande Sonderfall elvetico. Gli autori non nascondono la loro formazione politica e culturale attenta soprattutto ai fenomeni sociali, mettendo a frutto alcune loro ricerche assieme alla bibliografia più aggiornata sui vari argomenti, dalla ben nota storia del Ticino curata da Raffaello Ceschi, a studi tematici firmati da Nelly Valsangiacomo, Pompeo Macaluso, Oscar Mazzoleni, Danilo Baratti, Marco Marcacci, Orazio Martinetti, Luigi Lorenzetti, Elio Venturelli (per citarne soltanto alcuni).

Se confrontata alla seconda, decisamente originale e approfondita, la prima parte del libro (quella cronolo-

gica) mi pare sì utile, ma non altrettanto rigorosa né innovativa. Spinti dal desiderio di arrivare presto a parlare di noi, del nostro tempo, del Novecento che ha posto le basi del Ticino di oggi, gli autori trascorrono velocemente sull’epoca dei baliaggi e sul

un libro che parlasse della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto in maniera riflessiva e che collegasse ciò che successe allora con ciò che succede adesso». Ed è tale collegamento a valorizzare il volume, tra le numerose proposte su questi temi che immancabilmente ogni anno escono a gennaio. Lundqvist cita le guerre contemporanee, anche in Paesi molto vicini a noi, cita i negazionismi, i rigurgiti nazisti o razzisti, i regimi non democratici. E soprattutto, in questo saggio che racconta la Seconda

Guerra Mondiale e l’Olocausto con un linguaggio immediato, il quale tuttavia non rinuncia mai a uno sguardo rigorosamente storico (anche grazie alla supervisione di Lena Berggren, docente universitaria di Storia), l’autore inserisce in modo ricorrente delle domande cruciali. Da quelle più legate alla sfera personale, ad esempio: «Ti sei mai sentito trattato ingiustamente? Cos’hai provato?», o «Tu a quali gruppi appartieni? Magari è una famiglia, una classe, una compagnia di amici. Chi sono “gli altri”?»; a domande che sollecitano una riflessione più articolata, come: «Perché Hitler divenne più popolare quando le cose andarono male per il popolo? Perché è più semplice credere a soluzioni facili quando si passa un momento difficile? Perché a volte le persone non vogliono capire?». Il tu allocutivo coinvolge direttamente la giovane lettrice o il giovane lettore, rendendo questo libro, che pure tratta temi drammatici e complessi, adatto anche per una lettura personale, sebbene una lettura condivisa in classe, e mediata da un insegnante, ne sarebbe forse la fruizione ottimale. Interessanti anche le illu-

XIX secolo, non senza incertezze su alcune datazioni (ad esempio sugli albori della presenza cappuccina), riproponendo qualche stanco stereotipo per puntare l’attenzione su temi oramai usurati: dal vuoto politico e istituzionale alla caccia alle streghe, dall’arretratezza culturale al mito (un po’ acritico) delle rivoluzioni liberali di metà Ottocento. Ho insomma l’impressione che, specie per l’epoca più antica, non sia stata messa veramente a frutto tutta la bibliografia disponibile: penso almeno allo studio di Marco Schnyder sulle élite dei borghi di Lugano e Mendrisio durante l’Ancien Régime, o a quello di Francesca Chiesi sugli scambi economici e culturali tra Valle Maggia e Germania attraverso le esperienze della famiglia Pedrazzini (due Premi Migros, tra l’altro, pubblicati da Casagrande nel 2011 e nel 2019).

Più in generale, la pubblicazione di un’opera così meritoria avrebbe potuto rappresentare un’occasione per fare il punto su tutta la storiografia recen-

te dedicata alla Svizzera italiana, che nel libro si trova solo parzialmente e sparpagliata qui e là, non però riassunta in un adeguato elenco. Il lettore che voglia approfondire è così costretto a una piccola caccia al tesoro, a volte frustrata dal non riuscire a trovare le fonti primarie. La questione non è di lana caprina se penso alla principale destinazione del libro, cioè la scuola: poter andare a colpo sicuro, senza troppi intermediari, al documento antico e all’archivio nel quale questo si conserva, mi pare oggi tanto più importante, perché il mondo digitale ci illude che tutto sia sempre sullo stesso piano, immediatamente disponibile e, in fondo, indifferente. Tolto questo piccolo inciampo metodologico, il libro è di quelli che dovrebbero stare sugli scaffali – per chi ancora li usa – di ogni casa della Svizzera italiana.

Bibliografia

Rosario Talarico, Gianni Tavarini, Il Ticino nella Storia Armando Dadò, Locarno 2025

strazioni della giovane artista Fideli Sundqvist, con le sagome ritagliate, «come se fosse stato tolto qualcosa».

Jacqueline van Maarsen

La tua migliore amica Anne San Paolo (Da 10 anni)

È uscito qualche anno fa, ma merita assolutamente una segnalazione questo libro dell’autrice olandese Jacqueline van Maarsen, la quale fu, negli anni giovanili, la migliore amica di Anne Frank. Anne la conosciamo

ovviamente attraverso il suo diario, quindi in prospettiva soggettiva, mentre questo mémoire ce ne parla in terza persona, con la voce della ragazza che la conobbe ad Amsterdam al Liceo Ebraico nel 1941 e che con lei trascorse momenti indimenticabili, fino a quando Anne scomparve all’improvviso, insieme alla sua famiglia. Jacqueline pensò che fosse riuscita a scappare in Svizzera e fu solo alla fine della guerra, quando rivide il signor Frank, il papà di Anne, unico superstite della famiglia, che comprese la tragica realtà, ma dovettero passare ancora molti decenni prima che riuscisse a raccontare questa storia. La tua migliore amica Anne è proprio come si firmò Anne Frank nella lettera d’addio a Jacqueline. Jacqueline, nata come Anne nel 1929, è morta lo scorso anno (era ebrea solo per parte di padre e poté salvarsi dalle persecuzioni), dopo averci lasciato questa intensa testimonianza, in cui Anne fa la sua prima apparizione in modo folgorante, in bicicletta, pedalando verso casa dal Liceo Ebraico: «Una ragazzina magra con i capelli neri e lucidi e il viso a punta mi si avvicina in bicicletta con il fiatone. “Vai anche tu in quella direzione?”».

Rocco Torricelli, Massacro dei Patrioti Luganesi nell’orribile giornata del 29 aprile 1799. (Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano, Collezione Città di Lugano)
di Letizia Bolzani

GUSTO

Cucina asiatica

Questo riso scotta

Ciò che è avanzato ieri, viene riutilizzato alla grande oggi. Con verdure e salsa di soia, il riso del giorno precedente diventa fried rice. Bacchette pronte? Pronti, via!

Riso fritto con kimchi e gamberetti

Gamberetti, kimchi, funghi, pak choi e cipollotti sono gli ingredienti di questo riso fritto alla coreana.

Semplice e veloce da preparare, piacerà a tutti.

Riso fritto alla cantonese

Piatto principale per 4 persone

4 cucchiai di salsa di soia

1 cucchiaio di zucchero

100 g di carote

2 cipollotti

4 uova

½ cucchiaino di sale

4 cucchiai d’olio d’arachidi

500 g di riso al gelsomino cotto (vedi consiglio)

130 g di prosciutto tagliato a dadini

80 g di piselli surgelati, scongelati prima della cottura pepe bianco

1. Mescolare la salsa di soia e lo zucchero in una piccola ciotola. Tagliare le carote a cubetti. Affettare il verde dei cipollotti ad anelli, mettendone da parte un po’ per la guarnizione. Tagliare la parte bianca in quattro e poi a fette sottili. Sbattere le uova in una ciotola con il sale.

2. Scaldare l’olio in un wok o in una padella. Friggere il composto di uova a fuoco vivo. Tagliuzzare con una paletta. Aggiungere il riso e soffriggere per circa 2 minuti. Mescolare bene il riso e le uova ed eliminare eventuali grumi. Aggiungere prima le carote, poi la cipolla bianca, il prosciutto a dadini e i piselli. Continuare a soffriggere a fuoco vivo per circa 4 minuti. Condire con il pepe.

3. Versare la salsa e soffriggere per altri 2-3 minuti. Alla fine aggiungere il verde dei cipollotti messi da parte. Insaporire con il pepe e guarnire con il verde dei cipollotti rimasto.

Ricetta
Qui puoi scaricare l’app Migusto

Mangiare come un professionista con le bacchette

Indispensabili in Asia orientale, da noi impugnarle in modo adeguato è una sfida: tenere correttamente le bacchette è un’arte. Che tipi esistono, come usarle efficacemente e per cosa non vanno bene

Come si tengono correttamente le bacchette?

«La cosa più importante quando si mangia con le bacchette è che una rimanga stabile e l’altra si possa muovere», spiega Nageeb Fayzian, chef di cucina del ristorante di sushi Negishi alla stazione centrale di Zurigo. La bacchetta fissa deve essere posizionata nella piccola rientranza sul dorso della mano tra il pollice e l’indice, lungo il pollice. La bacchetta mobile, invece, va bloccata tra l’indice e il medio. Per i bambini e per chi è alle prime armi con le bacchette, esiste un piccolo aiutante: un inserto in gomma che viene fissato alla fine delle bacchette e che ne facilita l’utilizzo.

Quali bacchette usare?

Esistono bacchette in metallo, legno, bambù e plastica. «Tradizionalmente, le bacchette di metallo e di legno si usano solo per cucinare, mentre quelle di bambù servono per mangiare», spiega Fayzian. In Giappone, presso gli stand dei take-away o dei fast food si trovano solitamente delle bacchette di plastica. In Europa, tuttavia, molti ristoranti non si attengono a queste regole tradizionali.

Cosa non bisogna fare con le bacchette?

In molti Paesi asiatici è considerato inaccettabile infilare le bacchette verticalmente nel cibo. Anche indicare le persone con le bacchette non va fatto. Inoltre, le bacchette monouso non devono essere utilizzate una seconda volta. «In Giappone ognu-

no ha le proprie bacchette: se sei un cliente abituale di un ristorante, ricevi sempre le stesse», spiega Fayzian. Incrociare le bacchette alla fine del pasto è una peculiarità europea; nei Paesi asiatici non si fa.

Qual è la differenza tra bacchette quadrate e rotonde?

Le bacchette quadrate sono tradizionalmente utilizzate per il sushi, mentre quelle rotonde per i piatti caldi. «Oggi, però, molte persone usano le bacchette anche al contrario», dice lo chef.

Dove vanno appoggiate le bacchette?

Se hai finito di mangiare o vuoi fare una pausa durante il pasto, appoggia le bacchette sul piccolo supporto di legno o di pietra che si trova accanto al piatto. «Tutti i migliori ristoranti lo mettono a disposizione», dice Fayzian. Se non è disponibile, puoi anche disporre le bacchette in diagonale sul piatto.

Devo strofinare le bacchette tra loro?

Le bacchette di alta qualità non hanno bisogno di essere strofinate tra loro. Le bacchette di bambù più economiche, prima dell’uso, sono incollate nella loro parte posteriore e vanno quindi separate. «Bisogna poi strofinare la parte posteriore in modo che nessuna scheggia entri nelle dita», spiega Nageeb Fayzian.

Testo: Barbara Scherer

Fried Rice

Il riso fritto all’uovo o fried rice con verdure come carote, cavolo cinese, pak choi e piselli è amato anche alle nostre latitudini.

Ricetta

Riso fritto con funghi

Piccolo pasto per 4 persone

4 cipollotti

150 g di funghi, per esempio gli shiitake o i cardoncelli

4 cucchiai d’olio di colza

400 g di riso al gelsomino cotto

2 uova

1 cucchiaino di curry delicato

Sale, pepe

Salsa di soia per aromatizzare

1. Affettare finemente i cipollotti e metterne un po’ da parte. Tagliare i funghi a pezzetti.

2. Scaldare l’olio in un wok o in una padella. Aggiungere il riso e soffriggere per circa 3 minuti.

3. Aggiungere i cipollotti e i funghi. Soffriggere per circa 2 minuti.

4. Sbattere le uova in una ciotola. Versare sul riso e mescolare. Continuare a soffriggere per circa 2 minuti. Condire con curry, sale, pepe e salsa di soia. Accompagnare con un’insalata verde.

«Il riso deve

apparire ben sgranato»

Kim Tran è cresciuta con la cucina cinese. Social media manager presso la Migros, Kim Tran trova che il riso fritto sia un piatto che colpisce per la sua semplicità

Che tipologia di riso serve per il fried rice? Riso al gelsomino o riso giapponese per sushi. Sicuramente non il riso basmati. L’ideale è che il riso sia quello del giorno precedente, ben asciutto e sgranato. Se è troppo umido, diventa una fanghiglia.

Quali verdure sono adatte?

Carote, cipollotti, aglio e piselli. Il cavolo cinese e il pak choi vengono invece usati soprattutto nei piatti stir fry.

Come avviene la cottura?

Preparare tutto prima: sbattere l’uovo, salarlo, quindi friggerlo in 1 o 2 cucchiai di olio di arachidi o di colza in un wok e rimuoverlo. Successivamente, soffriggere il riso, quindi aggiungere le verdure tagliate finemente e la carne. Aggiungere prima le carote e i cubetti di prosciutto o i pezzi di pollo cotto, quindi i piselli e i cipollotti. Mescolare il tutto, aggiungere nuovamente l’uovo. Infine, versare la salsa di soia sul bordo molto caldo del wok per infondere al riso i sapori della tostatura. Insaporire con pepe bianco.

Non c’è zenzero?

È buffo, in Occidente spesso si pensa che lo zenzero sia sempre aggiunto ai piatti asiatici. Ma no, niente zenzero con il riso fritto.

Nessun altro condimento oltre alla salsa di soia?

Aggiungiamo un po’ di zucchero, ma non altre spezie. In Thailandia si aggiunge spesso salsa di pesce o succo di lime. Tuttavia, più si aggiungono aromi, più diventa difficile ottenere un gusto ben bilanciato. Il riso fritto deve rimanere un piatto semplice.

La sicurezza stradale resta la priorità

Alla guida ◆ Maestri conducenti: una professione in evoluzione che si confronta con la crescente complessità della circolazione e l’innovazione tecnologica dei nuovi veicoli

Porre l’accento sulla consapevolezza di cosa significa mettersi alla guida, sulla concentrazione, sul senso di responsabilità individuale, sul valore dell’esperienza, sulla conoscenza del proprio veicolo e della circolazione con le sue regole e i suoi rischi. La lista non è esaustiva, ma raggruppa le principali attitudini indispensabili al fine di massimizzare la sicurezza stradale per tutti i suoi utenti e al centro del lavoro quotidiano dei maestri conducenti. Questa professione ha conosciuto una marcata evoluzione in sintonia con la crescente complessità della circolazione e l’innovazione tecnologica che caratterizza i nuovi veicoli. Pure la legislazione in materia ha subito negli anni cambiamenti significativi, mentre a livello del singolo il pensiero che una volta conseguita la licenza di condurre si è a posto per tutta la vita non è così raro. Quali sono oggi le sfide dell’attività dei maestri conducenti? Come si confrontano con questioni quali la guida in età avanzata e le conseguenze dell’abbassamento del limite di età per la guida delle moto?

Per rispondere a questi interrogativi ci siamo rivolti ad Adam Ferrari, presidente della sezione Ticino dell’associazione svizzera maestri conducenti (ASMC-TI), e al membro di comitato Claudio Vanzetta.

Quest’ultimo è maestro conducente con pertanto un’esperienza diretta nella formazione degli allievi conducenti e nella valutazione delle capacità di guida di persone che hanno raggiunto la terza e la quarta età. Partiamo proprio da queste fasce d’età, la cui presenza nella circolazione stradale è in aumento in parallelo all’invecchiamento della popolazione.

Anziani alla guida, sfide e soluzioni

Lo scorso dicembre a sfide e soluzioni per garantire la sicurezza alla guida delle persone anziane è stato dedicato il Mobility-Forum organizzato nel canton Berna da L-drive, l’associazione nazionale mantello dei ma-

estri conducenti. «Si tratta di un tema complesso – premette Vanzetta – perché molto sentito dalla popolazione. È comprensibile che nessuno desideri perdere la libertà di movimento assicurata dal veicolo privato, per cui il messaggio di un aggiornamento delle conoscenze delle regole stradali o di lezioni pratiche con un istruttore per imparare dai propri errori passa con grande difficoltà». L’età della prima visita medica obbligatoria per valutare l’idoneità alla guida è stata portata nel 2019 da 70 a 75 anni, ma – rilevano i nostri interlocutori –non si può generalizzare perché i fattori da tenere in considerazione sono molteplici e la valutazione riguarda la singola persona. Sono in ogni caso appurati i cambiamenti fisici legati al naturale processo di invecchiamento che interessano mobilità, visione, udito, concentrazione, reattività. Precisa Claudio Vanzetta: «Per le persone anziane non entra in gioco solo l’avanzare dell’età. Bisogna tener conto di altri due fattori importanti come i cambiamenti che interessano i veicoli (sistemi di guida assistita e automatizzati) e quelli legati alla circolazione: traffico più intenso, presenza di diverse tipologie di utenti, crescenti fretta e stress dei conducenti. Non vanno inoltre dimenticati aspetti quali le modifiche a livello segnaletico e l’utilizzo delle rotonde. Per quanto riguarda i veicoli, anche il cambio automatico, in generale percepito come un facilitatore, può rivelarsi causa di incidenti, perché è sufficiente sbagliare pedale per accelerare invece di frenare».

Unire le forze e promuovere la prevenzione

L-drive, come detto, è l’associazione di riferimento a livello nazionale con sede a Berna (www.l-drive.ch).

Oltre a difendere gli interessi della categoria professionale, a promuovere la formazione e la sensibilizzazione, rappresenta uno dei principali partner delle autorità in materia di circolazione stradale. Partecipa infatti alle consultazioni su questioni relative alla mobilità e al codice della strada. Adam Ferrari, di professione avvocato, è membro del comitato centrale. Riguardo all’attività dell’organizzazione precisa: «Fra i compiti di L-drive figurano la gestione di un fondo per la formazione professionale e l’impegno negli esami di maestro conducente. Le sezioni sono 19 tra cui quella ticinese, costituita nel 2005. Dal 2025 nella ASMC-TI sono confluiti i membri di una delle altre associazioni di categoria attive nel nostro cantone. Ora, con una quarantina di affiliati, l’ASMC-TI è la maggiore associazione maestri conducenti del Ticino. L’obiettivo di questa operazione è stato quello di unire le forze per poter lavorare in maniera più efficace a favore dei professionisti del settore e soprattutto delle azioni volte a migliorare la sicurezza stradale che resta al primo posto nelle nostre priorità». L’associazione fa parte della Commissione Strade sicure del Dipartimento delle istituzioni. «Questo ente raggruppa numerosi partner – spiega Adam Ferrari – impegnati da oltre vent’anni nell’omonimo programma di promozione per la sicurezza stradale. Fra le diverse iniziative segnalo la promozione, in

collaborazione con altri organismi, di campagne di prevenzione indirizzate alla popolazione. L’ultima, intitolata “Mi distraggo? No grazie!”, è stata lanciata lo scorso mese di novembre attraverso più canali. La distrazione continua infatti a rappresentare una delle principali cause degli incidenti che sulle strade ticinesi nel 2024 sono stati 3901».

Claudio Vanzetta in qualità di maestro conducente è confrontato sovente con questo problema. «In particolare i giovani, sempre connessi, faticano a non controllare lo smartphone quando ricevono notifiche o messaggi anche se stanno guidando. Quando si accende il motore bisognerebbe invece rivolgere la propria attenzione unicamente alla strada allenando uno sguardo globale per riuscire a vedere più cose insieme e prevedere possibili situazioni che richiedono una pronta reazione». Gli intervistati insistono sull’importanza dell’esperienza che matura dopo qualche anno di guida, sulla consapevolezza dei propri comportamenti così come sulla conoscenza, la padronanza e la cura del proprio veicolo. L’utilizzo dei sistemi di guida assistita e automatizzati, ad esempio, sarà integrato a partire dall’anno prossimo nel corso di teoria della circolazione che sarà reso obbligatorio per l’iscrizione all’esame teorico. L’attenzione viene inoltre richiamata sui nuovi sistemi di sicurezza di cui sono dotati i veicoli, nel senso che «non vanno intesi quale possibilità di assumersi un rischio maggiore».

I giovani e la percezione del pericolo

Sui rischi e quindi sulla percezione dei pericoli i maestri conducenti si soffermano in particolare con i giovani. L’abbassamento dell’età minima per guidare una motocicletta da 125 ccm da 18 a 16 anni, entrato in vigore nel 2021, coincide con un aumento degli incidenti in questa fascia di età. I dati dell’Ufficio Prevenzione Infortuni (UPI) relativi al 2024 (Status 2025) indicano in Svizzera 703 feriti nella fascia d’età 15-17 e 414 in quella 18-19. Sempre dai dati di UPI si apprende che ferite gravi e decessi annui fra i motociclisti adolescenti dal 2021 sono aumentati rispetto agli ultimi anni prima della modifica. Ancora Claudio Vanzetta: «La nostra associazione condivide le prese di posizione su questo limite volte a riportarlo a 18 anni. Con le moto uno dei problemi principali è la combinazione della scarsa esperienza di guida e relativa capacità di padroneggiare il veicolo con l’elevata potenza del medesimo. Gli adolescenti hanno una maggiore propensione al rischio, si sentono sicuri di se stessi e tendono a sopravvalutare le proprie capacità. Dal nostro punto di vista è anche una questione di educazione in relazione ad esempio all’abbigliamento. La moto richiede vestiti adeguati e un uso corretto del casco, altrimenti anche un incidente banale può diventare molto grave. Nei corsi di teoria della circolazione e di formazione pratica è necessario insistere sulle conseguenze di un’eccessiva velocità in determinate situazioni (come le curve) e sullo spazio di frenata, perché è nel concreto che si può capire quali sono i rischi che si prendono».

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ATTUALITÀ

La potentissima premier danese

Un ritratto della pragmatica Mette Frederiksen, dalla sua linea dura in materia di immigrazione ai contrasti con Donald Trump sulla Groenlandia

La Svizzera può fare a meno degli Stati Uniti?

L’economista e professore Sergio Rossi illustra le carte che può giocare la Confederazione per ridurre la sua dipendenza e rilanciare l’economia nazionale

A Davos la rottura dell’ordine costituito

Prospettive ◆ Donald Trump dichiara la fine del sistema internazionale forgiato da regole comuni mentre Berna rimane a guardare

«Questa è la diplomazia», «Non commentiamo i discorsi degli altri». Parole pronunciate dal presidente della Confederazione Guy Parmelin, interpellato mercoledì scorso, dopo avere incontrato per quindici minuti Donald Trump al Forum economico di Davos. Frasi accondiscendenti, destinate a far discutere ben oltre i giorni dell’appuntamento annuale in terra grigionese. In gioco c’erano – e ci sono ancora – il ruolo della Svizzera in un contesto geopolitico in tumultuosa evoluzione e pure il rispetto dovuto al nostro Paese, anche se a prendere la parola, con toni decisamente sprezzanti, è stato proprio lui, Donald Trump. Ma andiamo con ordine. Il vertice di Davos, d’alta quota e d’alto lignaggio, ha saputo quest’anno superare sé stesso, per lo scoppiettante susseguirsi di conferenze e incontri, in un climax ascendente culminato mercoledì scorso nel lungo discorso di Trump al mondo intero. Una sorta di vangelo laico secondo «The Donald» che ha scosso le fondamenta dell’ordine mondiale e fatto definitivamente capire, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, che siamo davvero arrivati al capolinea degli equilibri geopolitici scaturiti dalla caduta del Muro di Berlino. Il mondo è ormai giunto ai titoli di coda di quella che il primo ministro canadese Mark Carney, anche lui intervenuto a Davos, ha chiamato una «confortevole illusione, basata su un ordine internazionale forgiato da regole comuni». Per il premier di Ottawa non è il momento di rimpiangere il passato, occorre guardare avanti e immaginare nuove forme di collaborazione tra Stati. «Non siamo in una transizione, ma dentro una rottura dell’ordine costituito», ha affermato ancora Carney.

La Svizzera è riuscita strappare dei dazi al 15% ma deve ora negoziare con gli Stati Uniti un accordo doganale vero e proprio

Il problema sta nel fatto che nessuno oggi ha un’idea vincente su come comporre questa frattura. E così la parola, e gli ordini, spettano al più forte. Nel suo discorso a Davos l’inquilino della Casa Bianca se l’è presa un po’ con tutti, con l’Unione europea, con la Nato, con Emmanuel Macron, con la Groenlandia, «un pezzo di ghiaccio di cui gli Stati Uniti hanno assolutamente bisogno», con le politiche energetiche «verdi». Anche la Svizzera è finita nel suo mirino, e con essa la presidente della Confederazione dell’anno scorso. Agli occhi di Trump, Karin Keller-Sutter si è resa colpevole di aver voluto difendere il nostro Paese dai dazi commercia-

li Usa. In mondovisione il presidente americano ha parlato vagamente di una donna, «molto aggressiva», «una premier», l’ha imitata con una vocina femminile e ha concluso dicendo che tutto questo lo aveva irritato, «mi ha dato sui nervi», a tal punto che stava per imporre dei dazi al 70%. Ma poi il presidente ci ha pensato su un attimo e si è detto che non voleva rovinare la nostra economia perché in fondo «la Svizzera senza gli Usa non sarebbe la Svizzera». Un’offesa a tutti gli effetti nei confronti del nostro Paese e della stessa KKS, già sbeffeggiata l’anno scorso.

Chi si aspettava una reazione perlomeno ferma da parte del Consiglio federale si è dovuto presto rassegnare davanti al più classico pragmatismo elvetico. Il presidente della Confederazione Guy Parmelin, interrogato sull’accaduto dopo aver incontrato Trump, si è limitato a dire che da parte svizzera non è stata fatta nessuna puntualizzazione al presidente degli Stati Uniti. Si è incassato il colpo

in un composto silenzio perché, così Parmelin, «questa è la diplomazia». In un secondo tempo Trump ha definito la nostra ministra delle finanze «una tipa forte» e così lo stesso Parmelin se n’è uscito con un elogio: «Davos non sarebbe Davos senza il presidente degli Stati Uniti». Questa volta non c’erano imprenditori svizzeri d’alto rango e neppure Rolex o lingotti, ma a Trump è stato di fatto permesso di fare gli onori e soprattutto i disonori di casa, senza che dal Governo federale ci fosse una reazione perlomeno franca nei suoi confronti.

Il motivo principale è presto detto: dal novembre scorso la Svizzera è riuscita strappare dei dazi al 15% ma deve ora negoziare con gli Stati Uniti un accordo doganale vero e proprio. E poi c’è anche tutta la questione dei prezzi dei farmaci, con Trump intenzionato a chiedere, o a imporre, degli sconti in favore del mercato a stelle e strisce. Un contesto in cui oltre alla portata dei dazi verrà data molta attenzione alle possibili concessioni che

il nostro Paese sarà chiamato ad accettare. Per il Consiglio federale non è il momento di risposte franche e schiette, c’è il rischio che Trump torni a far uso dei dazi, uno strumento che lui stesso ha definito «splendido».

A Davos, la settimana scorsa, c’era anche il ministro degli esteri Ignazio Cassis, pure lui ha incontrato il presidente americano. Interpellato dalla stampa ha affermato, ma solo il giorno dopo il colloquio con Trump, che è «inaccettabile venir trattati in questo modo. Non è toccato solo alla Svizzera, ma questa non è una consolazione». Sull’incontro-scontro con Trump si sono espressi anche diversi parlamentari, c’è chi si limita a dire che più di quel tanto non si può fare e chi invece lamenta una mancanza di coraggio da parte del Consiglio federale, anche nel richiamare il presidente Usa al rispetto del diritto internazionale nei vari contesti in cui si muove. Basti pensare al Venezuela, alla Groenlandia, al centro ora di un negoziato con la Nato e con la

Danimarca, o ancora alla drammatica situazione in Ucraina e nella striscia di Gaza. Contesti di crisi che hanno portato Trump a dar vita, con una cerimonia ufficiale che si è svolta proprio a Davos, a un cosiddetto Board of peace, un Consiglio per la pace, una sorta di alternativa trumpiana alle Nazioni Unite. Un’entità di fatto privata a cui anche la Svizzera è stata invitata a prendere parte. E qui per il nostro Paese e per la sua neutralità si apre un altro immenso dilemma: aderire o meno a questo organismo? Per il momento risposta non c’è, ma stando a quanto riportato dalla «NZZ» c’è una certezza: «You are lost in transition». È quanto hanno fatto notare diversi leader del Sud del mondo allo stesso Cassis: «Siete persi nella transizione». O per dirla con lo stesso ministro ticinese: «Dobbiamo accettare che molto di ciò che succede non è chiaro». Con una consolazione: non siamo gli unici a dover trovare nuovi equilibri nel nuovo mondo di «The Donald».

Il Consiglio per la pace è una sorta di alternativa trumpiana alle Nazioni Unite, Berna vi aderirà? (Keystone)
Roberto Porta
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Mette Frederiksen: la forza pragmatica del Nord

Potentissime ◆ Un ritratto della premier danese, dalla sua linea dura sull’immigrazione ai contrasti con Trump sulla Groenlandia

Mette Frederiksen (nella foto) non deve il suo successo politico – perdurante, ancora robusto – all’essere una che non alza i toni. Anzi: la premier danese, alle prese con le brame trumpiane sulla Groenlandia, ha dovuto forzare la sua natura per non infiammare una situazione già incandescente con una superpotenza, laddove lei guida una Nazione da 6 milioni di abitanti appena, e per mandare avanti leader più forti di lei, da Emmanuel Macron a Keir Starmer, a fare la voce grossa. Le parole più nette le aveva dette a inizio gennaio, «se gli Stati Uniti scelgono di attaccare militarmente un altro Paese Nato, finisce tutto, inclusa la Nato e quindi la sicurezza creata dalla fine della Seconda guerra mondiale», poi ha prevalso il pragmatismo, suo marchio di fabbrica.

Sarà solo il tempo a dire se il primo sospiro di sollievo tirato a Davos – niente intervento, soluzione concordata con la Nato su tutto tranne la sovranità dell’isolona artica – avrà una durata nel volatile universo trumpiano e di tutti è proprio Frederiksen a doversi preoccupare di più: i danesi la vogliono ferma sul dossier, pagherebbe caro qualunque cedimento sul territorio autonomo della Groenlandia a favore dell’alleato storico americano, il cui voltafaccia ha portato a un corto circuito cognitivo nel Paese. Copenaghen, da sempre europeista più

che tiepida, ha invece dimostrato una lealtà storica assoluta verso Washington, e il Paese ancora piange i suoi caduti in Afghanistan: 43, in proporzione tantissimi.

La socialdemocratica Frederiksen è abituata alle crisi, anzi di solito le enfatizza. Appena eletta nel 2019 a 41 anni, se l’è vista subito con il Covid, su cui è stata tra i primi a imporre un lockdown, salvo poi far sterminare in maniera piuttosto arbitraria 17 milioni di visioni per paura di una possibile mutazione del coronavirus. Poi è arrivata la crisi energetica, seguita dall’invasione dell’Ucraina, su cui è sempre stata molto chiara: la minaccia russa è reale, le spese in difesa vanno aumentate e l’Ue deve emanciparsi dagli Stati Uniti, arrivando all’indipendenza militare nel 2030. Il fatto che da un anno a questa parte sia alle prese con un rischio di guerra non solo immaginario con gli Stati Uniti dà una certa gravitas alla sua posizione, espressa durante il semestre di presidenza Ue con il plauso della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Per Frederiksen, con Putin che parla di pace di giorno e bombarda di notte, esiste un rischio concreto che dopo Kiev ci sia un nuovo obiettivo.

La comunicazione della leader è dura, diretta, scarna, pare che nel linguaggio comune sia ormai entrato quel «lev med det», una sorta di «adeguatevi» con cui risponde alle richie-

ste di chiarimento sulle sue politiche. Seconda personalità politica più influente d’Europa (2026) secondo «Politico» – il primo è Donald Trump – è molto seguita fuori dai confini danesi perché è una delle poche leader di sinistra ancora in piedi, anche se, o forse proprio perché, sull’immigrazione ha una linea talmente rigida che non sfigurerebbe in un programma di destra: stretta sugli arrivi e sulle richieste di asilo, da processare in Paesi terzi e non in Danimarca, enfasi sull’integrazione e la coesione, rimpatri anche verso Paesi come la Siria.

Un modello «detenere e deportare» che ha ispirato sia l’Italia, dove Giorgia Meloni la chiama «la mia amica Mette», che il Regno Unito, ma che in patria non piace sempre, anzi. Alle ultime elezioni di novembre il suo partito ha perso per la prima volta in 123 anni il controllo di Copenaghen a favore del Partito socialista del popolo, decisamente più a sinistra, e degli eco-socialisti. La sua opposizione è tutta lì, tra chi non si accontenta delle sue posizioni sullo stato sociale per considerarla una vera socialdemocratica. Accuse alle quali risponde

dicendo che sono le fasce più deboli che pagano il prezzo più alto per l’immigrazione, e che il suo compito è tutelarle.

Però la sua formula funziona, è influente. Se i leader europei cambiano, lei resta, e la sua coalizione centrista è meno friabile di quella di altre capitali. Il Regno di Danimarca è abituato ad essere guidato da donne, prima di Frederiksen c’è stata Helle Thorning-Schmidt, «che ha reso le cose molto più facili per me», e per lungo tempo sul trono c’è stata la regina Margrethe II, con l’aura di normalità e di vicinanza alla gente che il Paese si aspetta dai propri potenti e che la premier incarna. Lei viene da una famiglia di lavoratori, non borghese, dello Jutland, con un padre sindacalista che l’ha iniziata alla politica, sua passione fin dall’infanzia. Ha vissuto un anno in Kenya, è stata eletta a 24 anni quando aveva già un figlio, si è laureata in studi africani, il suo secondo marito è un regista noto, Bo Tengberg, ha comprato un rudere in campagna da ristrutturare, ovviamente ama le serie tv danesi con tutto il soft power che hanno regalato al Paese, soprattutto quando si tratta di premier donne come la Birgitte Nyborg di «Borgen». Che in un episodio che sembrava un po’ campato in aria, doveva vedersela con una crisi della Groenlandia molto simile a quella vera, concreta, attuale.

Keystone

Come affrancarsi dagli Usa?

Sergio Rossi ◆ Ecco le leve svizzere per ridurre la dipendenza economica

In tempi così incerti, segnati da conflitti geopolitici e da guerre combattute a suon di dazi e ritorsioni commerciali, vale la pena spingersi oltre con l’immaginazione. La Svizzera può fare a meno degli Stati Uniti? Può permettersi di ridurre la propria esposizione verso il suo principale partner economico senza mettere a rischio la crescita? Lo chiediamo a Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo.

«La Svizzera non può fare a meno degli Usa – afferma – perché si tratta di un importante mercato di sbocco per i prodotti elvetici (farmaci, metalli preziosi, orologi, strumenti di precisione e macchinari avanzati) e perché il dollaro statunitense è la moneta più importante sul piano globale, soprattutto per le transazioni nei mercati finanziari». Oltretutto gli Stati Uniti rappresentano anche la principale destinazione degli investimenti diretti elvetici. Gran parte di questi flussi passa attraverso le grandi multinazionali svizzere – come Nestlé, Novartis e Roche – che negli Usa aprono filiali, stabilimenti produttivi, centri di ricerca e attività commerciali, attratte da un mercato ampio, dinamico e strategico. «Tuttavia, a lungo termine, la Svizzera potrebbe ridurre le proprie esportazioni verso gli Stati Uniti, e i suoi investimenti in quel Paese, se le sue aziende esportatrici riorientassero le vendite verso mercati più vicini, vale a dire nel Continente europeo, oppure verso altri mercati, in particolare quelli delle economie emergenti o in via di sviluppo – anzitutto i Paesi asiatici e, più in generale, quelli del Sud globale».

Resta da valutare anche la possibilità di una delocalizzazione di una parte della produzione di queste imprese nei Paesi meno colpiti dai dazi doganali annunciati da Trump, aggiunge Rossi, con tutte le conseguenze negative che ciò comporta per la crescita economica e l’occupazione in Svizzera. «Le scelte di politica economica della Confederazione e dei Cantoni in cui queste aziende hanno sede possono influenzarne le decisioni future. Strumenti come incentivi fiscali, agevolazioni mirate o forme di sostegno finanziario potrebbero infatti incoraggiare le imprese a rafforzare o rilanciare le proprie attività in patria. Serve però un cambio di paradigma da parte delle autorità politiche: occorre riconoscere che il settore pubblico, nel suo complesso, svolge un ruolo decisivo nel garantire stabilità e sostenere la crescita economica». Quali alternative strategiche avrebbe la Svizzera se decidesse di diversificare i partner economici? La dipendenza può essere ridotta in due modi complementari tra essi, sostiene l’intervistato. Da un lato Confederazione e Cantoni dovrebbero rafforzare la spesa pubblica per sostenere e rilanciare l’attività economica sul territorio. Ciò significa, tra le altre cose, aumentare il potere d’acquisto della popolazione e introdurre incentivi fiscali per le imprese che assumono lavoratori residenti, garantendo salari sufficientemente elevati da assicurare un tenore di vita dignitoso senza ricorrere agli aiuti sociali. «Dall’altro lato, la Confederazione dovrebbe adottare una politica industriale capace di incentivare le imprese a sviluppare attività economiche favorevoli all’ambiente – dalle energie rinnovabili all’efficienza energetica, dalla mobilità pulita all’economia circolare e

alle tecnologie verdi. Un percorso che richiede anche il coinvolgimento degli attori finanziari presenti sul territorio, poiché questi settori generano occupazione e producono ricadute positive per l’insieme dei portatori d’interesse nell’economia svizzera. La politica monetaria della Banca nazionale svizzera (Bns) deve sostenere questa transizione ecologica con un cambio di paradigma delle proprie scelte, abbandonando il principio della “neutralità” dei suoi interventi nei mercati finanziari, per adottare un approccio e delle scelte di politica monetaria in grado di rafforzare e accelerare la transizione verde».

Oggigiorno, infatti, nelle sue operazioni sui mercati finanziari, la Bns non sceglie quali settori o imprese favorire o penalizzare, sottolinea Rossi. In pratica, quando investe le sue riserve o acquista titoli, si limita a seguire la struttura del mercato. In un contesto di crisi climatica, la Bns dovrebbe invece smettere di essere neutrale ed evitare investimenti in settori molto inquinanti, favorire imprese e attività compatibili con gli obiettivi climatici, integrare dei criteri ambientali nelle sue attività finanziarie. «Ciò consentirebbe alla Svizzera di diversificare i propri partner economici in funzione della loro sostenibilità ambientale, con un riscontro positivo anche sul piano reputazionale».

La Banca nazionale dovrebbe smettere di essere neutrale ed evitare investimenti in settori molto inquinanti

La Svizzera è una piccola economia aperta, continua l’esperto: una parte notevole del proprio Prodotto interno lordo dipende dalle esportazioni di beni e servizi (l’Ue in questo senso gioca un ruolo fondamentale). «Visto che sempre più imprese cercano di dislocare all’estero una parte della produzione dei loro beni, bisogna sviluppare l’economia dei servizi, facendo ulteriori accordi bilaterali con Paesi come la Cina e il Regno Unito, sia nel settore finanziario sia nel campo delle nuove tecnologie – in particolare quelle legate agli algoritmi: AI, machine learning, algoritmi predittivi, robotica intelligente e sistemi di raccomandazione basati sui dati. A questo riguardo, tuttavia, ci sono diversi problemi di non facile soluzione. La Cina è un Paese lontano e con delle barriere linguistiche non facilmente superabili, inoltre ha un regime politico-economico molto diverso da quello dei Paesi occidentali verso i quali le aziende svizzere hanno l’abitudine di esportare i loro prodotti.

Nella testa di Trump

Stati Uniti ◆ Cosa guida le azioni del presidente Lucio Caracciolo

Il Regno Unito si presenta invece come un partner commerciale e finanziario interessante, grazie alla rilevanza della sua piazza finanziaria e a un rapporto con gli Stati Uniti oggi più solido rispetto a quello dell’Unione europea. Resta da sapere che cosa potrà offrire la Svizzera per indurre gli attori economici britannici a investire maggiormente nel nostro Paese con un orizzonte temporale di medio-lungo termine». La recente discussione sui dazi statunitensi verso la Svizzera rivela una fragilità strutturale della politica e dell’economia elvetica, aggiunge Rossi. «Sul piano politico, Berna non è stata capace di tessere delle relazioni stabili e affidabili con i principali partner commerciali, facendo affidamento sulla forza del franco nei mercati finanziari per attrarre dei capitali stranieri – in verità più per motivi speculativi che per ragioni legate alla produzione di beni e servizi. La crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008 e la crisi della zona euro scoppiata nel 2009 hanno messo in evidenza questi problemi, che però non hanno indotto le autorità politiche svizzere a ragionare e implementare una strategia di resilienza e ripartenza dell’economia nazionale basata su un approccio molto più autoctono, ossia in grado di sviluppare le attività economiche sul territorio indipendentemente da ciò che accade nel resto del mondo – che si tratti di una guerra commerciale, di tensioni di carattere geopolitico, o altri sconvolgimenti di ordine strutturale».

Sul piano economico – dice il professore – molte aziende, a cominciare dai grandi gruppi sul piano transnazionale, hanno continuato imperterrite a operare delle scelte strategiche basate sulla finanziarizzazione dell’economia globale (ovvero puntare su attività finanziarie quali acquisto di azioni, fusioni, speculazioni, buyback, ottimizzazioni fiscali), dando così la priorità agli obiettivi di breve termine anziché a quelli di crescita e sviluppo organico. «Questo è dovuto all’assunzione di dirigenti che antepongono la massimizzazione dei risultati finanziari a corto termine agli investimenti strategici di lungo termine (per innovazione, lavoro, competenze, qualità dei prodotti ecc.), indispensabili per evitare di fragilizzare l’azienda di fronte alle sfide colossali cui è confrontato il mondo economico». La finanziarizzazione indebolisce anche la sostenibilità ambientale, perché spinge le aziende a rinunciare agli investimenti verdi e di lungo periodo. Il risultato è un’economia più fragile, meno produttiva e meno preparata alla transizione ecologica. «È tempo di cambiare rotta».

Donald Trump è personalità peculiare. Ma sarebbe errato classificarlo caso patologico che per capricci astrali si è trovato due volte eletto alla presidenza degli Usa, nel 2016 e nel 2024, con in mezzo un fallito colpo di Stato. C’è coerenza nel suo disegno. Tratto che tende a sfuggire a chi si concentra sulle sue discutibili maniere e sul linguaggio volgare. Proviamo a tracciare il suo profilo a partire dal contesto di cui è espressione e nel quale agisce con la palese intenzione di lasciare un segno destinato a durare nei secoli. Trump esprime al massimo grado la privatizzazione dello Stato americano, meglio noto come «Governo federale». Termine che per i cittadini a stelle e strisce indica qualcosa da cui tenersi il più lontano possibile. Gli Usa sono un Paese fondato sulla libertà individuale, sulla way of life che garantisce la massima distanza possibile fra istituzioni e individui. Sono la potenza meno politicizzata della storia e vorrebbero restarlo. Sicché alla fine della Guerra fredda, causata dal suicidio dell’Urss non da una vittoriosa offensiva americana, il cittadino medio considerava aprirsi la stagione del dividendo della pace. Nulla di tutto questo. Dal settembre 2001 all’agosto 2021 – fuga dall’Afghanistan – Washington ha gestito guerre prive di senso strategico ma molto costose, non ultimo sotto il profilo del morale nazionale. Fallimentare l’ambiziosa missione progressista, tipica dei democratici, per cui occorreva americanizzare il mondo, a cominciare dalla Cina. Semmai si è mondializzata l’America. Nel doppio senso di aprirsi a milioni di immigrati non tutti assimilabili e di dislocare le produzioni industriali altrove, salvo importare enormi quantità di merci. Deindustrializzazione, impoverimento delle classi medie e crescente tensione sociale sono il lascito dei liberal. Trump ha ereditato il disastro e si è intestato il precetto di rifare grande l’America. Come?

Anzitutto cambiando strategia. Niente più globalizzazione né guerre in giro per il pianeta. Come dettato dalla recente strategia per la sicurezza nazionale, l’egemonia globale dell’impero americano – battezzata «ordine fondato sulle regole», s’intende le proprie – non è possibile né desiderabile. La priorità è reindustrializzare l’economia, anche per ridurre l’enorme debito federale, correggere il deficit commerciale, riportare a casa posti di lavoro e rendere più omogenea dunque più coesa la popolazione. Obiettivi che Trump sta perseguendo con spigliata indifferenza per le regole e per la stessa Costituzione, giusto il principio che conta solo la sua «moralità». Sul piano geopolitico si è aperta una nuova epoca. I principali riferimenti sono economici. Si tratta di portare a casa le

risorse tecnologiche e umane necessarie a ricucire il tessuto industriale del Paese, anche per impedire che a impossessarsene sia il rivale cinese. L’avventuroso rapimento di Maduro aveva, fra l’altro, questo senso. Così come il pressing sulla Danimarca per mettere le mani sul «bel pezzo di ghiaccio» chiamato Groenlandia. Dove Trump si gioca gli equilibri strategici nell’Artico. Sottotesto: i ghiacci groenlandesi sono ideali per collocarvi decine di data center, necessari per sviluppare l’AI. Nella logica del deal conta l’imprevedibilità. Postura da pokerista che incontra i suoi limiti. Dopo aver promesso di prendersi l’isola danese se necessario con la forza, Trump ha dovuto smentirsi perché la reazione dei mercati rischiava di produrre un maremoto globale. E qui occorre introdurre un’altra decisiva caratteristica del trumpismo: l’alleanza di convenienza reciproca fra il presidente e gli ipermiliardari del Big Tech, Musk in testa. Fondamentale il patto per convogliare risorse private e statali sullo sviluppo dell’AI. Perché la misura dei rapporti con la Cina non è data da Taiwan ma da chi dominerà questa nuova vetta tecnologica. In tale mania del deal è esclusa la guerra alla Cina o alla Russia. L’America, fra l’altro, non avrebbe le risorse per sostenerla. Ma una volta esclusa l’egemonia globale, non resta che la spartizione del pianeta in sfere di influenza, come da antica prassi. Ciascuno a partire dal proprio spazio, che Trump identifica con il «suo» Continente, la Panamerica ovvero Emisfero occidentale. Senza perciò perdere di vista il resto del pianeta, ma evitando di sovraesporre la Nazione in così profonda crisi.

Non ultimo fattore, l’interesse privato. Trump sta arricchendosi nei campi più diversi, dall’energia alle criptovalute, dai minerali al settore immobiliare. Intorno a lui un impero di famiglia, gestito attraverso il figlio Donald jr., il genero Jared Kushner e l’amico Steve Witkoff. Quando costoro parlano con Putin o altri leader, cinesi compresi, si concentrano sugli aspetti affaristici, assai più che sulle questioni geopolitico-strategiche. La rendita da speculazioni da criptovalute nell’ultimo anno si aggira sul miliardo e mezzo di dollari. Il valore della Trump Organization, suo brand di famiglia, è stimato intorno ai 7 miliardi, almeno nella parte visibile. Non è la prima volta che un presidente degli Usa usa la sua carica per affari privati (ultimo caso Biden), mai però di queste dimensioni e in modo così palese. La storia dirà se questo picco sarà l’eccezione o invece la nuova normalità al vertice di una Nazione dove la separazione fra pubblico e privato pare superata. In nome della «moralità» del presidente.

Il Regno Unito appare un interessante partner commerciale e finanziario. (Freepik)

Il Mercato e la Piazza

Economia 2026: domina ancora l’incertezza

Il 9 dicembre 2025 la Seco – la Segreteria di Stato dell’economia – ha annunciato che gli Usa hanno ridotto i dazi sulle esportazioni svizzere dal 39 al 15%, con effetto retroattivo al 14 novembre dello stesso anno. E dal Wef non sono giunti segnali che andassero in una direzione diversa. Gli esportatori elvetici respirano, sperando che questa situazione si mantenga anche in futuro. Questo stato di cose, più favorevole all’economia del nostro Paese, ha già avuto ripercussioni sulle previsioni macroeconomiche per il 2026. Il Kof, l’istituto per le ricerche economiche del Politecnico di Zurigo, e la Seco si aspettano infatti, per il 2026, una crescita del Prodotto interno lordo pari all’1,1%. È vero che questo valore è decisamente inferiore alla crescita dell’1,3-1,4% che si pensa sia stata realizzata nel 2025, ma è anche vero che lo stesso è superiore al tasso di crescita dello 0,9% delle

Affari Esteri

previsioni fatte durante il periodo in cui i dazi americani erano ancora fissati al 39%.

Per quel che riguarda l’evoluzione delle componenti della domanda globale, il Kof anticipa tassi di crescita dell’ordine dell’1,1% per gli investimenti in macchine ed equipaggiamenti e dell’1,6% per gli investimenti nelle costruzioni. Si tratta di tassi di crescita modesti. Per quel che riguarda la spesa pubblica, sia i preventivi cantonali sia quello della Confederazione indicano che il 2026, nonostante la manna che pioverà dall’utile distribuito dalla Bns, sarà ancora un anno di risparmi e di deficit. Anche i consumi privati non cresceranno di molto. Da inchieste recenti risulta che un terzo dei consumatori residenti stia pianificando di spendere meno. Le riduzioni dovrebbero sentirsi soprattutto nei settori del non-food, dei viaggi e della gastro-

nomia. Sullo sviluppo delle esportazioni pesa invece una grande incertezza determinata in primo luogo dai dazi imposti dal Governo americano, anche se ridotti. Un secondo fattore d’incertezza, che pesa sul futuro delle nostre esportazioni, è la cattiva congiuntura nella quale si trova l’economia tedesca. Infine a frenare la crescita delle esportazioni c’è, come sempre, il franco forte che riduce la competitività delle nostre aziende sui mercati internazionali.

Le conseguenze del colpo di freno alla crescita del Pil si faranno sentire soprattutto sul mercato del lavoro. In Svizzera la disoccupazione, secondo i criteri della Seco, dovrebbe risalire al 3-3,1%. In Ticino questo tasso è già stato raggiunto nel novembre del 2025. È quindi probabile che il tasso ticinese di disoccupazione Seco per il 2026 salga ancora di qualche decimo. Nel panorama delle previsioni nazio-

L’Ice americana sembra la Gestapo

Dai primi di gennaio il Governo americano ha dispiegato almeno duemila agenti dell’Ice in Minnesota. L’Ice è l’agenzia federale che si occupa di immigrazione e in questo anno di Amministrazione Trump è diventato il perno della caccia agli «alieni» – come i trumpiani chiamano gli illegali – con poteri, fondi e regole di ingaggio molto superiori rispetto al mandato originario. L’obiettivo annunciato degli agenti dell’Ice era quello di rispondere all’inchiesta per frode che sta sconquassando lo Stato a guida democratica, ma la «missione» di queste persone con praticamente la licenza di uccidere si è del tutto deformata. Minneapolis è l’epicentro di quella che molti definiscono, con tono esasperato e solo in parte esagerato, una guerra civile. La miccia è stata l’uccisione, da parte di Jonathan Ross, agente dell’Ice, di Renee Good, una madre di 37 anni, con tre colpi di

pistola a distanza ravvicinata. La dinamica dell’omicidio è chiara, anche se l’Amministrazione continua a dire che si è trattato di legittima difesa: Good era sulla sua auto su una strada in cui dovevano passare i camioncini dell’Ice e li bloccava perché, come moltissimi altri cittadini, stava pacificamente tentando di rallentare i blitz indiscriminati degli agenti. Due di loro si sono avvicinati all’auto, le hanno urlato di scendere tentando di aprire la portiera, lei girava il volante dalla parte opposta rispetto agli agenti, per andarsene, quando Ross è arrivato davanti, con la pistola in mano, è scivolato sul ghiaccio – cosa che ha fatto sembrare che fosse stato urtato dall’auto – e poi è arrivato al finestrino e ha sparato tre colpi, uccidendo Good e commentando: «Fucking bitch». L’Amministrazione lo ha difeso dicendo che la donna stava «usando l’auto come un’arma», ma

Il presente come storia

lei se ne stava andando (lo mostra un video), quasi a passo d’uomo, perché la fama di questi agenti è nota ed è presumibile immaginare che temesse di essere arrestata anche lei, come succede a tutti quelli che si mettono di traverso alle azioni dell’Ice. In ogni caso, il Governo ha garantito finora l’impunità a Ross. Questo omicidio brutale ha segnato un inevitabile punto di svolta a Minneapolis e non solo. Anche i cittadini che sostengono l’espulsione degli immigrati illegali, anche quelli che hanno votato per Trump, anche quelli che hanno denunciato la mala gestione del Partito democratico protestano da settimane chiedendo una cosa: via l’Ice dalle nostre strade. Più loro manifestano, però, più gli agenti si incattiviscono e continuano a esserci incidenti e umiliazioni, come quella subita da un signore che è stato prelevato a casa sua in magliet-

Alpi, tra ricchezza e resistenza ostinata

Che l’incontro avvenga tra amici, parenti o semplici conoscenti non importa: il discorso cade sempre lì, sui temi che angustiano le nostre giornate: l’Ucraina, Gaza, il Venezuela, le mire imperialistiche delle grandi potenze. E poi il rogo di Crans-Montana, una tragedia che pensavamo mai potesse verificarsi nella nostra super-ordinata Svizzera, fatta di controlli capillari e di ispezioni condotte da zelanti funzionari. Ci siamo sempre detti che «nel nostro Paese»… Eppure è accaduto, l’idillio che si rovescia in inferno, la neve che diventa sangue. E subito la memoria è corsa ad altre pagine nere, alle sciagure di Mattmark (1965) e di Robiei (1966): disgrazie in cui perirono decine di operai, soprattutto immigrati, intenti a costruire dighe e scavare cunicoli per incanalare le acque destinate a produrre energia idroelettrica, una delle poche ricchezze di cui i Cantoni di montagna dispongono.

Le Alpi sono cambiate, e cambiano tuttora, ma non tutte allo stesso modo e con gli stessi ritmi. C’è la mezzaluna bianca e ricca, come nei tempi remoti nel Medio Oriente c’era la mezzaluna fertile, con epicentro i fiumi Tigri ed Eufrate: sono i comprensori che si estendono dall’Engadina al Vallese di Zermatt e Verbier, passando per Davos, Gstaad, Andermatt ed altre località frequentate dal jet set internazionale. Ma c’è anche una montagna povera, marginale e perciò ignorata dagli operatori turistici, che fatica a sostenersi, e che deperirebbe se non fosse sorretta da denari pubblici. Sappiamo quanto sia accesa, ogni anno, la discussione nel nostro Gran Consiglio intorno agli impianti di risalita presenti nel Cantone. Osservare con occhio critico le grandi e rinomate stazioni invernali vuol dire riflettere sul modello di sviluppo che i Comuni montani hanno finito

nali ci sono solo due aspetti davvero positivi. Il primo riguarda il tasso di interesse guida che non dovrebbe muoversi dall’attuale 0%. Il secondo aspetto positivo riguarda il rincaro. Il tasso di aumento dei prezzi per il 2026 non dovrebbe superare lo 0,3-0,4%. Di conseguenza è possibile che il potere d’acquisto delle famiglie l’anno prossimo conosca un leggero aumento. Ricordiamo tuttavia che le aspettative dei consumatori sono al pessimismo e che quindi non è detto che il possibile leggero aumento del potere di acquisto si traduca in un aumento dei consumi privati. Se dalle previsioni di istituzioni pubbliche o parapubbliche come la Seco e il Kof passiamo a quelle di un istituto privato come il BAK Economics, l’orizzonte si oscura. Gli economisti di Basilea, pur fondando le loro previsioni su considerazioni analoghe a quelle del Kof e della Seco, si atten-

dono infatti, per il 2026, una crescita del Pil solamente dello 0,9% più, in riga con le previsioni modeste che vengono avanzate per le economie dei Paesi confinanti con la Svizzera. In grandi linee le previsioni per l’economia elvetica valgono anche per quella del Canton Ticino. Come indicano i dati del terzo trimestre del 2025, anche in Ticino si è verificato un rallentamento della crescita e un aumento della disoccupazione in seguito alla riduzione delle esportazioni in particolare quelle verso l’Italia. Per il 2026, però, l’economia ticinese sembrerebbe essere in grado, a differenza della maggior parte delle altre economie cantonali, di giocare due atout : il turismo e l’edilizia. In questi due rami, sempre importanti per l’economia del Cantone, la buona congiuntura del 2025 dovrebbe continuare anche nel 2026. Se il bel tempo sarà dei nostri!

ta e mutande e portato via: un errore, uno dei tanti dell’Ice. Gli agenti hanno obiettivi di migliaia di arresti quotidiani che sono stati fissati dal Governo –in particolare dal consigliere di Trump, Stephen Miller – e per raggiungerli fanno di tutto: entrano nelle case, nelle scuole, nei parchi giochi, nelle cucine dei ristoranti, nei retrobottega, persino negli ospedali e arrestano anche sulla base di semplici sospetti. I metodi sono brutali perché sono state reclutate persone che non sono state adeguatamente formate. Persino una star conservatrice come Joe Rogan, conduttore del podcast più seguito dal mondo trumpiano, una voce popolarissima e allineata con il Governo, ha detto: l’Ice sembra la Gestapo. Ma l’Amministrazione Trump tira dritto. Il presidente, celebrando il suo primo anno alla Casa Bianca, ha mostrato le foto dei «criminali» che sono

stati arrestati in Minnesota e ha chiesto: volete vivere vicino a tipi così? Ha continuato questa sovrapposizione tra immigrato e criminale, mentre la sua ministra per la Sicurezza nazionale, Kristi Noem – quella che aveva ucciso il proprio cane perché non ubbidiva, che si è fatta un video di fronte al carcere degli orrori in El Salvador, che ha difeso l’agente Ross – ha detto che l’Ice sta facendo un ottimo lavoro, il lavoro che i politici democratici del Minnesota non fanno, perché non sanno proteggere i loro cittadini, e li lasciano in balìa di assassini, pedofili, trafficanti –gli «alieni». Nulla, nemmeno l’evidenza, la ferma. Anzi, Trump ha evocato ancora una volta l’Insurrection Act, una legge dell’Ottocento che permette di mandare l’esercito per strada; al Pentagono è stata allertata una brigata; e l’Ice è stato dispiegato anche in Maine, non pago, impunito.

per adottare. Un modello imperniato da un lato sulla montagna intesa come parco divertimenti, luoghi punteggiati di tralicci, carrucole e cavi; e dall’altro su una strategia edilizia fatta di macro-condomini, che in Vallese chiamano «jumbo-chalet», costruzioni in cui lo stile tradizionale rurale s’intreccia con il cemento armato profuso senza risparmio. L’afflusso di capitali, abbondante fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, specialmente dall’Italia che aveva abbracciato politiche di centro-sinistra, ha però drogato il mercato immobiliare, espellendo i residenti che pian piano hanno dovuto fare le valigie, scacciati da prezzi inavvicinabili. La folta presenza di cittadini italiani si spiega anche come conseguenza di queste dinamiche. Solo ora qualche Comune cerca di correre ai ripari, promuovendo alloggi accessibili al ceto medio. Poi ci sono i grandi eventi, i campio-

nati del mondo, le Olimpiadi. Tutte occasioni per celebrare il gigantismo. In rete circolano foto aeree che ritraggono gli immediati dintorni di Cortina devastati dalle escavatrici e dalle motoseghe. «Lo scempio», hanno titolato alcuni giornali. Nessuno sa dire cosa resterà nel territorio alla fine dei giochi e che ne sarà delle opere avviate e non terminate. D’altronde i manufatti rimasti incompiuti e la ferraglia arrugginita abbandonata lungo i declivi in molte aree alpine parlano da sé, eredità spettrale di progetti scriteriati ed ecologicamente insostenibili. Purtroppo, vista dalla prospettiva delle metropoli congestionate e soffocate dallo smog, la montagna è ancora considerata come un pozzo petrolifero da sfruttare senza scrupoli. Il paesaggio alpino è tuttora visto attraverso l’occhio dello speculatore, del costruttore, del promotore immobiliare. Sembra inconcepibile che si possa apprezzare la quiete, il silenzio,

la natura senza farsi tentare dalle sirene della mercificazione. Anche espressioni magiche come «sviluppo sostenibile» si stanno rivelando incapaci di frenare la corsa verso progetti bislacchi, insediamenti fuori scala, architetture megalomani. Non c’è intervento che non sia posto sotto il concetto di sostenibilità ambientale, spesso solo per dare una parvenza di nobiltà ad intendimenti non proprio trasparenti. Servirebbero invece modestia, umiltà, rispetto e una mentalità guidata non da approcci estrattivi (la montagna come fonte di profitto per investitori esterni) ma da comportamenti virtuosi, e oseremmo dire contemplativi. In queste settimane è stata affacciata l’idea di organizzare in Svizzera i giochi olimpici invernali del 2038. I promotori del progetto promettono un’Olimpiade «diffusa» su tutto il territorio nazionale. Speriamo che non resti un semplice auspicio.

di Orazio Martinetti
di Paola Peduzzi
di Angelo Rossi
Limited Edition). Non cumulabile con altre azioni o riduzioni. La riduzione è valida solo per le nuove ordinazioni. Fino a esaurimento dello stock.

CULTURA

L’ultima estate di un ragazzo di valle

Erik Bernasconi a Soletta presenta Becaarìa, l’adolescenza nel Ticino rurale degli anni Settanta in un’intensa storia di formazione

Pagina 21

Dal vaudeville al capolavoro

Il giovane Keaton, tra palcoscenico e fatica fisica, in una graphic novel che racconta come diventò uno dei cineasti più innovativi

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Le riflessioni di Ian Bostridge

Il cantante lirico non è solo un tenore di grande levatura, ma anche uno storico riconosciuto: i suoi testi raccolti in un libro

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Kandinsky e l’onda lunga del linguaggio dell’anima

Mostre ◆ La mostra al MA*GA di Gallarate mette in luce la centralità del pensiero del maestro russo nella nascita dell’arte astratta e nella sua evoluzione

Il percorso di Wassily Kandinsky inizia tra la fine dell’Ottocento e gli albori del Novecento, un momento di transizione profonda per la cultura europea. Sono decenni in cui l’arte, facendosi interprete del bisogno imperante di riscatto dal materialismo, incomincia a perdere l’aura di solennità che l’ha caratterizzata per secoli e si appresta a diventare l’elemento fondamentale di un più autentico approccio spirituale all’esistenza.

Per l’artista russo essa si fa così portatrice di una nuova consapevolezza, quella dell’interiorità come principio strutturante del cosmo. Con la sua rivoluzionaria pittura astratta, Kandinsky elabora un linguaggio universale in cui l’occhio viene educato a percepire le trame invisibili della realtà, cogliendone l’essenza vibrante. Compito dell’arte non figurativa è dunque per lui quello di esprimere uno stadio primario di conoscenza svincolato dal lessico ormai codificato della rappresentazione.

Fin da quando, nel 1911, fonda con Franz Marc il gruppo Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro) a Monaco di Baviera, Kandinsky approfondisce la valenza spirituale ed empatica dell’astrazione, radicalmente convinto che il suo fine ultimo sia quello di parlare all’anima per mezzo della forma e del colore. E difatti le sue forme basilari non hanno una mera funzione compositiva, ma sono archetipi, strutture dell’essere, e i suoi colori non riproducono nulla di esistente, ma sono diretta emanazione di una dimensione intima.

Attraverso le sue opere e i suoi scritti, l’artista apre un varco verso una nuova comprensione del reale, cercando con rigore e intensità poetica un vero e proprio alfabeto visivo dell’interiorità, eco di un ordine nascosto che deve essere svelato. È un sovvertimento del concetto di arte destinato a lasciare un segno indelebile.

Risultano così più che mai profetiche le parole che Kandinsky stesso riporta nel suo libro Punto, linea, superficie del 1926: l’arte supera i limiti in cui la sua epoca vorrebbe costringerla e annuncia il contenuto del futuro. La sua parabola, difatti, non soltanto ha indicato la strada dell’Astrattismo negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, ma ha anche stimolato molte riflessioni sul tema durante il secondo dopoguerra, periodo in cui a livello internazionale si sviluppa un sentire artistico che, calato nella difficile realtà postbellica, prende avvio proprio dalla lezione del maestro russo di vivere la creazione come un processo esistenziale.

L’enorme portata delle ricerche pittoriche di Kandinsky è indagata nella mostra allestita al Museo MA*GA

di Gallarate, rassegna curata da Elisabetta Barisoni ed Emma Zanella che ripercorre, grazie a una nutrita selezione di opere (circa centotrenta), la nascita dell’Astrattismo e la sua evoluzione italiana ed europea, partendo dalle avanguardie storiche per arrivare alle correnti degli anni Cinquanta, ancora segnate da vivaci sperimentazioni artistiche.

Il percorso dell’esposizione introduce subito il visitatore nel clima culturale internazionale degli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, periodo in cui Kandinsky insegna al Bauhaus di Weimar approfondendo la sua esplorazione della pittura attraverso lo studio degli elementi fondamentali della composizione e dell’espressività dei colori.

Il suo approccio all’arte si intreccia in questo momento con il pensiero di figure quali Paul Klee, anch’egli docente al Bauhaus. A testimonianza dello stretto dialogo tra i due, la rassegna espone alcuni emblematici dipinti di Kandinsky, come Zig zag bianchi del 1922, tela dalle tinte evocative e dalle geometrie dinamiche, accanto a diversi lavori del maestro svizzero eseguiti tra il 1913 e il 1938. Si evince così come la visione sistematica e spirituale di Kandinsky, volta a definire le leggi assolute dell’arte astratta, e quella lirica di Klee, improntata alla libertà inventiva del segno, siano accomunate

dalla medesima concezione della pittura come scrittura dell’anima e costruzione musicale dello spazio. Da un’altra opera significativa di Kandinsky, Tre triangoli, realizzata a Parigi nel 1938, emerge poi la sua vicinanza a personalità quali Joan Miró e Jean Arp, quest’ultimo conosciuto già nel 1912 ed entrato a far parte con lui nel 1931 del movimento Abstraction-Création. I lavori di Miró e Arp, a cui si aggiungono anche quelli di Alexander Calder e Antoni Tàpies, rivelano la loro affinità a quelli di Kandinsky nell’idea di un’arte capace di mutare la forma in energia palpitante e attestano come l’astrazione, plasmata e declinata in modalità espressive diverse, ora più oniriche, ora più surreali, abbia preso corpo come codice universale all’interno di un orizzonte molto vasto.

Nel prosieguo della mostra gallaratese viene esplorato il rapporto tra Kandinsky e gli artisti italiani, una relazione intensa e feconda ma allo stesso tempo complessa e contraddittoria che ha il suo incipit nella rassegna dedicata al pittore russo allestita nel 1934 presso la Galleria Il Milione a Milano. Questo evento espositivo è fondamentale per l’affermazione dell’Astrattismo in Italia negli anni Trenta poiché proprio attorno a esso si raccoglie una generazione di artisti che trova nella libertà formale e spiri-

tuale di Kandinsky una nuova via per affrancarsi dalla tradizione figurativa.

In questo clima prendono vita infatti le esperienze di alcuni autori che tra Milano e Como si accostano al linguaggio astratto rielaborandolo in maniera personale. Si passa dalla linea lariana di pittori quali Mario Radice e Manlio Rho, contraddistinta da un rigore geometrico e da un pragmatismo più marcati, alle ricerche di maestri quali Lucio Fontana, Fausto Melotti e Osvaldo Licini, destinate, di lì a poco, a sollecitare importanti riflessioni sullo spazio.

Le opere radunate nella rassegna, che, oltre ai nomi già citati, coinvolgono anche artisti come Atanasio Soldati, Luigi Veronesi, Enrico Prampolini, Carla Badiali, Bruno Munari, Aldo Galli, Carla Prina, Gillo Dorfles e Virginio Ghiringhelli, documentano la ricchezza sperimentale delle indagini di coloro che in Italia, in quegli anni, decidono audacemente di andare controcorrente rispetto alle tendenze dominanti del ritorno all’ordine, guardando l’Astrattismo, così come il Costruttivismo, il Neoplasticismo e il Bauhaus, con estremo interesse, ma anche con occhio critico e autonomia di metodo.

Il pensiero di Kandinsky risulta centrale nella scena artistica italiana anche nel secondo dopoguerra. A testimoniarlo sono le mostre Arte astrat-

ta e concreta, organizzata nel 1947 a Palazzo Reale a Milano, e Arte Astratta in Italia, tenutasi nel 1948 a Roma, nonché gruppi come Forma 1 e Movimento Arte Concreta, che aggregano le vicende di diversi artisti nel segno di una rinnovata concezione della pittura come forza vitale.

Ecco allora che tra materia densa, luce vibrante e colore esplosivo, i lavori esposti a Gallarate degli italiani Carla Accardi, Piero Dorazio, Renato Birolli, Giuseppe Santomaso, Ennio Morlotti, Giuseppe Capogrossi, Emilio Vedova, Achille Perilli e Antonio Sanfilippo incarnano gli sviluppi più significativi della sintesi formale e della carica espressiva di matrice kandinskiana. Accanto a loro, le opere di Ben Nicholson, Karel Appel, Mark Tobey e Roberto Sebastián Matta, in chiusura di mostra, approntano uno scenario internazionale che, nel ritorno a un impulso primordiale e nella sperimentazione del gesto, raccoglie l’eredità del maestro russo per indirizzarla verso una nuova dimensione della creazione.

Dove e quando Kandinsky e l’Italia. Museo MA*GA, Gallarate. Fino al 12 aprile 2026. Orari: da martedì a venerdì 10-19; sabato e domenica 11-19. Informazioni: www.museomaga.it

Wassily Kandinsky, Zig zag bianchi, 1922 olio su tela, cm 92 x 125. (Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’arte Moderna)
Alessia Brughera

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durante il grigiore

Un’estate del 1977 in una valle del Ticino

61esime Giornate di Soletta ◆ In Becaarìa l’adolescenza viene raccontata attraverso un villaggio rurale che è insieme scoperta e temporali emotivi, come lo è ogni buona storia di formazione

Come indicato nei titoli di coda, Becaarìa, il nuovo film di Erik Bernasconi, è dedicato alle persone colpite dall’alluvione che ha devastato la Vallemaggia nell’estate del 2024. Non si tratta di un omaggio formale o casuale: proprio in quella notte fatidica, tra il 29 e il 30 giugno, la troupe si trovava in valle, pronta a girare il primo ciak di un film che sarebbe poi stato rimandato di alcune settimane. Un aneddoto produttivo che vale la pena evocare, perché aiuta a comprendere più a fondo il terzo lungometraggio di finzione del regista bellinzonese – dopo Sinestesia (2010) e Fuori mira (2013).

Dedicato alle vittime valmaggesi dell’alluvione del 2024, Becaarìa è ambientato nel Ticino rurale degli anni Settanta e segue l’estate decisiva di un sedicenne

È utile partire da qui non solo per il legame diretto con il territorio, ma anche perché Becaarìa parla di un momento di passaggio e di trasformazione: quello dall’adolescenza all’età adulta. Uno scombussolamento interiore ed esistenziale che, per intensità e portata emotiva, può essere messo in relazione con lo sconvolgimento esteriore e collettivo subìto dalla Vallemaggia in quella notte drammatica. Anche questo film è infatti ambientato in estate – quella del 1977 – e in una valle del nostro Cantone, rafforzando un dialogo profondo tra racconto individuale e dramma collettivo.

Presentato in anteprima internazionale alle 61esime Giornate cinematografiche di Soletta (in corso dal 21 al 28 gennaio e in concorso per il Prix du Public), Becaarìa è ispirato all’omonimo romanzo di Giorgio Genetelli, pubblicato da Gabriele Capelli Editore. Il protagonista è Mario, un ragazzo di 16 anni che, dopo una bocciatura scolastica, viene «spedito» dal padre presso amici di famiglia in montagna,

dove trascorrerà l’estate aiutandoli nei lavori agricoli. Un cambiamento radicale di luogo, ritmo e abitudini che lo costringerà a confrontarsi con nuove responsabilità, ma anche con i primi turbamenti sentimentali e sessuali, e con incontri destinati a segnare in modo decisivo il suo futuro. Il lavoro di Bernasconi è solido e ben costruito, e si appoggia in larga misura sull’interpretazione del protagonista, Francesco Tozzi, convincente nel dare corpo a un adolescente che, nel giro di un’estate, vede la propria vita cambiare per sempre. Impacciato e timido, ma al tempo stesso sognatore e sensibile, Mario è un personaggio tridimensionale, complesso, e il giovane attore riesce a restituirne con naturalezza tutte le sfumature. Le sue «prime volte» – non solo il sesso, ma anche l’ubriacatura, la fatica del lavoro nei campi e l’incontro con una musica diversa come il punk – diventano tappe formative fondamentali verso una maggiore consapevolezza di sé.

Altrettanto centrali sono le relazioni che Mario intreccia lungo il suo percorso: il rapporto difficile e poco comunicativo con il padre; l’incontro con il dottore del paese, interpretato da Alessio Boni, figura decisiva per il suo avvenire; ma anche il legame con Prisca e con i suoi genitori contadini, che incarnano un mondo diverso, più concreto e radicato nel territorio. Il personaggio di Mario conosce uno sviluppo particolarmente riuscito nel corso del film: da una prima parte in cui si esprime quasi esclusivamente per monosillabi, a una fase finale in cui – grazie anche al sostegno del dottore – trova finalmente le parole, sia cantando sia verbalizzando i propri desideri e le proprie inquietudini, nel confronto con il padre e con Prisca.

La natura assume in Becaarìa un ruolo narrativo tutt’altro che secondario. Il temporale improvviso che sorprende Mario e Prisca in cima al monte, costringendoli a rifugiarsi in una cascina, così come il fieno da tagliare o la nuotata liberatoria nel fiu-

me, sono elementi che contribuiscono indirettamente alla formazione del protagonista, spingendolo a crescere e a misurarsi con i propri limiti e desideri.

61esime Giornate di Soletta

Oltre al film di Bernasconi, in prima mondiale a Soletta, anche altri film diretti da registi ticinesi: Memorie di un medico di montagna di Domenico Lucchini, prodotto da Ventura Film con RSI e Mother Yamuna di Vito Robbiani, nonché la versione restaurata di Downtown 81 di Edo Bertoglio, proposta nella retrospettiva Downtown New York Fra le prime svizzere dirette o prodotte da ticinesi o girate in parte nel nostro cantone ci sono poi Il fantasma che è in me, documentario di Michael Beltrami; Nessuno vi farà del male di Dino Hodic in competizione per il premio Visioni, ed Elisa del regista italiano Leonardo Di Costanzo, girato anche nel Mendrisiotto, così come, lasciando le prime visioni, il documentario La leggerezza sommersa

Il valore delle crepe familiari

Anche la scenografia e la ricostruzione d’epoca aiutano a immergerci nel Ticino degli anni Settanta: i jeans a zampa d’elefante, le magliette attillate e colorate, i motorini, le folte capi-

di Fulvio Mariani; Più grande del cielo di Valerio Jalongo; Mein Freund Barry di Markus Welter girato in parte in Ticino e il cortometraggio Disco D(e) ad di Lilly Di Rosa nella competizione Talente. Tra gli altri film legati al nostro territorio che sono già stati trasmessi nei mesi scorsi segnaliamo Girls & Gods di Arash T. Riahi e Verena Soltiz (Panorama Documentari); I figli di Icaro di Daniel Kemény (Panorama Documentari); Il canto del respiro di Simona Canonica (Panorama Documentari); Melodie di Anka Schmid (Panorama Documentari); What if we were happy? di Julie-Yara Atz (Panorama Cortometraggi); Mary Anning di Marcel Barelli (Jeune Public); Cherubs di Anna Pieri Zuercher e Pietro Zuercher (Cortometraggi).

gliature sono gli elementi più evidenti di un lavoro attento e accurato. Il tutto è accompagnato dalle musiche che dominavano le hit parade dell’epoca, da Orzowei a Questo piccolo grande amore, affiancate da brani strumentali di Zeno Gabaglio e da altri artisti nostrani come Leo Pusterla. Tutti questi aspetti contribuiscono a fare di Becaarìa un film dal forte impianto realistico. Peccato che questa sensazione, così ben costruita sul piano visivo e narrativo, venga in parte indebolita dalla questione linguistica. Gli accenti poco ticinesi e alcuni dialoghi meno naturali lasciano filtrare contaminazioni che risultano meno aderenti alla realtà delle nostre valli. Ed è un vero peccato, perché l’intenzione di fondo – suggerita fin da subito anche dal titolo – è chiaramente quella di cercare un forte legame col territorio, magari con il dialetto. In proposito, lo stesso regista ci ha spiegato che questo è stato un tema sul quale si è chinato ma che per questioni di tempo e budget non ha potuto approfondire, preferendo perciò puntare sulla lingua italiana. Volendo individuare un’ulteriore, seppur marginale, criticità, la si può forse rintracciare in una durata leggermente eccessiva. Il film avrebbe probabilmente guadagnato in compattezza sacrificando una trama secondaria – come quella legata alla cameriera –che apporta poco allo sviluppo della storia principale. Si tratta tuttavia di piccole note stonate che non compromettono la riuscita complessiva dell’opera. Becaarìa (che presto uscirà anche nelle nostre sale cinematografiche) resta un film sensibile e riuscito, capace di restituire con delicatezza un’epoca, un territorio rurale e, soprattutto, il ritratto di un ragazzo alle prese con le proprie insicurezze e i propri sogni in uno dei momenti più decisivi della vita. Un racconto di formazione intimo e radicato, che conferma la maturità dello sguardo di Erik Bernasconi.

Cinema ◆ Con Sentimental Value Joachim Trier firma un film che dopo aver conquistato Cannes e gli EFA guarda ora agli Oscar

Nicola Falcinella

È stato il film europeo del 2025, vincitore del Gran Prix al Festival di Cannes e, nelle ultime settimane, del Golden Globe all’attore Stellan Skarsgård e di sei premi EFA, gli Oscar europei, compresi tutti i principali. Ora Sentimental Value del norvegese Joachim Trier corre almeno verso una nomination agli Oscar veri mentre esce in contemporanea nelle sale svizzere e italiane. Una toccante commedia drammatica sulla famiglia che conferma il regista de La persona peggiore del mondo e la sua attrice Renate Reinsve, già diretta in Oslo, 31 agosto e premiata come migliore interprete a Cannes nel 2021.

Scritto, come i precedenti, da Trier con il sodale Eskil Vogt, il film conferma il momento felice della Norvegia dopo l’Orso d’oro di Berlino con Dreams (Sex Love) di Dag Johan Haugerud.

Il cuore di Sentimental Value è in una casa di Oslo costruita dal trisavolo

della protagonista e a questa si riferisce il «valore sentimentale» del titolo. All’inizio del film la protagonista Nora (non a caso si chiama come la protagonista di Casa di bambola del drammaturgo Henrik Ibsen) ricorda di aver scritto un tema ai tempi della scuola dedicato a quell’abitazione, immedesimandosi in essa e sentendosi vuota e silenziosa o invasa dai rumori, soprattutto quando i genitori litigavano. Dalla loro separazione sono dipese tante scelte e tante ferite, esemplificate da una marcata crepa nel muro dovuta all’assestamento della costruzione sul terreno instabile. Il passato si riapre alla morte della madre, psicoterapeuta, e la ricomparsa improvvisa del padre regista Gustav Borg (altro cognome non casuale, è quello del professore de Il posto delle fragole di Ingmar Bergman) dopo tanti anni d’assenza. Nora, attrice teatrale, è turbata dalla sua comparsa, ancor più della sorella minore Agnes cui è molto le-

gata. Il padre, oltre che ancora proprietario dell’edificio, propone alla figlia il ruolo di protagonista nel film che ha scritto e ispirato alle vicende di sua madre, arrestata e torturata per la sua attività anti-nazista e poi suicida quando il figlio era piccolo. Retaggi familiari e non detti si combinano, grazie a una sapiente scrittura e una messa in scena ispirata, al cinema e all’arte, mostrando come

Stellan Skarsgard e Elle Fanning in un frame tratto da Sentimental Value. (Frenetic.ch)

la ricostruzione e la reinvenzione possano aiutare a capire il passato. Al rifiuto di Nora, Gustav affiderà il ruolo alla star americana Rachel, che permetterà di trovare facilmente finanziatori ma farà emergere le contraddizioni nel progetto del regista. Questi voleva recuperare il rapporto con la figlia, che ha sempre apprezzato senza dimostrarglielo, dirigendola in una pellicola molto personale, un po’ co-

me anni prima aveva fatto con Agnes bambina che aveva interpretato il suo lungometraggio più importante. Gustav considera quei momenti tra i più belli della loro vita, ma viene più volte rimproverato dalle figlie: «Però nel resto del tempo con c’eri» gli ripetono, rimarcandone le assenze. Meno eccentrico del film precedente, Sentimental Value è toccante e coinvolgente, persino a tratti lacerante per quanto non privo di spunti divertenti, esplora la famiglia e il rapporto tra le generazioni (pure il nipotino gioca un ruolo rilevante) trovando una chiave propria, anche se gli insegnamenti di Bergman (e Woody Allen) sono visibili. Il regista si affida alle grandi interpretazioni di Renate Reinsve, Stellan Skarsgard, Elle Fanning e alla novità Inga Ibsdotter Lilleaas. Nel lavoro di scavo tra storia e memoria contribuisce la casa, come in Here di Robert Zemeckis, altro bellissimo film dell’ultimo anno.

Un’immagine tratta dall’ultimo film di Erik Bernasconi, Becaarìa. (Cinedokke)

07.02

OrchestradelMaggio MusicaleFiorentino ZubinMehta

Traipiùgrandidirettoridelnostrotempo,ZubinMehtadirige l’OrchestradelMaggioMusicale Fiorentinoinunprogramma dedicatoaMozartealsuotestamentosinfonico:letresinfonie compostenel1788,cherappresentanounodeiverticiassoluti delgenereclassico.

10.02

DavideVanDeSfroos &Folkestra2026

DavideVanDeSfroostornaal LACconilsuonuovotour,affiancatodaunapiccolaorchestrache, insiemeaisuoistoricimusicisti, donanuovavestealleballate, airaccontiealleemozionidelsuo repertorio.

14/15.02

Fantozzi.Unatragedia PaoloVillaggio DavideLivermore GianniFantoni

DavideLivermoreportainscena lostraordinariouniversodistorie epersonaggiscaturitodallapenna diPaoloVillaggio,conGianni Fantonineipannidelcelebre ragioniere.UnFantozzidioggi, tragicamentesfortunatomasempreprontoadarebattaglia,tra grottescoeumanità.

18/19.02

TheEmployees OlgaRavn ŁukaszTwarkowski

Adattandol’omonimaepopea fantascientificaedistopicafirmatadaOlgaRavn,l’acclamatoregistapolaccoŁukaszTwarkowski indagalasottilefrontiera traumanoenonumano,trareale evirtuale,dandovitaaun’esperienzateatraleintensa,visiva esonora.

21.02

IBarocchisti

CorodellaRSI DiegoFasolis

IlMaestroDiegoFasolisdirige IBarocchistieilCorodellaRSI portandosulpalcodelLAC unodeicapolavoridiJoseph Haydn:l’oratorio Lacreazione delmondo,nellaversioneitaliana acuradiGiuseppeCarpani. Un’opportunitàimperdibileper ascoltareunodeigrandipilastri dellamusicaoccidentale.

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L’insostenibile tristezza del comico

Graphic novel biografiche ◆ La vicenda agrodolce dell’immortale Buster Keaton rivive in un romanzo a fumetti di grande spessore

Nella storia della cultura popolare esistono da sempre, per motivi perlopiù imperscrutabili, alcune «gerarchie» e graduatorie alle quali il grande pubblico sembra abituato a uniformarsi al punto da farne veri e propri luoghi comuni, universalmente rispettati da tutti. Tra essi, uno dei casi che più hanno sempre irritato chi scrive è quello che vede un genio assoluto come il comico americano Buster Keaton (1895-1966) sistematicamente ignorato davanti a nomi più celebri e blasonati, su tutti Charlie Chaplin. Eppure, sottovalutare l’apporto di Keaton al cinema significa dimenticare l’importanza dei cosiddetti «anni formativi» della settima arte – quel magico periodo a cavallo tra gli anni Dieci e Trenta, a cui dobbiamo più di qualche opera seminale.

Prima del cinema, la comicità negli spettacoli di vaudeville prevedeva il maltrattamento del comico come meccanismo scenico

Una lacuna che oggi appare in parte colmata dalla recente pubblicazione di Buster, corposa graphic novel tutta italiana firmata da Andrea Fontana ai testi e Ilaria Palleschi ai disegni e data alle stampe dalla Tunué, una delle molte realtà editoriali dedite all’arte del fumetto emerse in anni recenti nella vicina penisola. Il punto di vista che gli autori prediligono in quest’opera vede infatti Keaton rappresentato come una sorta di eroe tragico, terribilmente segnato dalle esperienze vissute e impegnato a trovare un modo per continuare, nonostante tutto, a vivere; una parabola esistenziale che lo vide intraprendere la carriera artistica fin da bambino, quando, ad appena tre anni, accompagnava i genitori nei loro spettacoli di vaudeville attraverso l’America, imparando come sopportare senza danni lo stress fisico di un certo tipo di comicità, la quale tendeva a suscitare la risata tramite il «maltrattamento» del malcapi-

tato di turno – in questo caso il giovanissimo Buster. Tuttavia, una «gavetta» tanto dura avrebbe anche insegnato a Keaton come esprimere tutte le sfumature di una forma di comicità ben più raffinata, che in seguito gli permise di diventare uno dei più geniali cineasti del genere, dirigendo e interpretando capolavori assoluti quali The General, Sherlock Jr. e The Cameraman Dietro la macchina da presa, Keaton avrebbe così mostrato una profonda intelligenza artistica, nonché una conoscenza dei ritmi narrativi e cinematografici a dir poco all’avanguardia, proponendo film irresistibili e moderni, che lo vedevano di volta in volta nei panni dell’ingenuo e sognatore outsider di turno, protagonista di avventure allo stesso tempo buffe e toccanti, nelle quali si trovava a misurarsi con un mondo che non poteva capirlo. Non solo: il marchio di fabbrica di Buster sarebbe diventato la sua espressione triste e riflessiva, caratterizzata da quell’apparente incapacità a sorridere che gli valse il soprannome di «Stoneface Keaton», rendendolo inconfondibile. Così, sebbene in quegli stessi anni Chaplin stesse cambiando per sempre il cinema, a modo suo Buster stava inventando un suo genere personale e ugualmente rivoluzionario, inseguendo una visione – un sogno, in effetti – destinato a spezzarsi con l’avvento del cinema sonoro: un cataclisma dal quale Keaton non riuscì mai a riprendersi, soprattutto a causa della perdita della propria indipendenza creativa a opera della MGM, casa di produzione alla cui fortuna aveva contribuito e che lo avrebbe licenziato nel 1933.

Proprio sul contrasto lacerante tra i fasti di una vita artistica caratterizzata da successo e genialità e la terribile caduta che ne seguì si focalizza l’intensa graphic novel di Fontana e Palleschi: nell’arco di ben 150 tavole, il lettore si ritrova così calato nella vita di un uomo d’immenso talento, caratterizzato da una semplicità e bontà disarmanti e, forse proprio per

questo, destinato a ritrovarsi vittima dello star system. Il declino della propria carriera artistica avrebbe infatti portato con sé, per Buster, la discesa nell’alcolismo (dipendenza all’epoca considerata alla stregua di una malattia mentale, al punto da valergli il ricovero in un ospedale psichiatrico), il divorzio dalla moglie e la separazione dai due figli, fino ad arrivare alla perdita totale di qualsiasi status sociale e finanziario.

Eppure, proseguendo nella lettura di questo volume, diviene chiaro co-

me Buster rappresenti, in realtà, il racconto di una rinascita: benché sarebbe stato lecito aspettarsi che la vicenda di Keaton rappresentasse soltanto l’ennesimo esempio di come una figura di spessore possa essere «masticata e sputata» dal tritacarne hollywoodiano, nella loro graphic novel Fontana e Palleschi ci mostrano invece un uomo in grado di risorgere dalle proprie ceneri anche nel momento più buio, proprio come uno dei protagonisti dei suoi film. Ecco quindi che, nella seconda parte della sua vita, un Ke-

aton più amaro e riflessivo riuscirà a reinventarsi pressoché da zero, partecipando in età matura a nuove avventure quali la televisione, il cinema d’avanguardia e di serie B e perfino il circo, anche grazie all’amore leale e sincero della seconda moglie Eleanor. L’impatto emotivo di questa toccante vicenda è tale da riuscire perfino a trascendere quello che potrebbe definirsi come l’unico, vero limite dell’opera – ovvero, il fatto che il codice espressivo prescelto non sembri del tutto in sintonia con il carattere della vicenda, la cui componente fortemente drammatica e introspettiva avrebbe forse richiesto uno stile di disegno più ibrido, dalle contaminazioni realistiche. Avendo gli autori scelto di concentrarsi invece su un tratto semplice e «fumettoso», un elemento fondamentale quale il viso altamente espressivo di Buster risulta a tratti troppo stilizzato per essere davvero credibile, il che diluisce in parte il potere evocativo della narrazione. Tuttavia, passato il primo momento di perplessità e una volta abituatisi allo stile a tratti quasi naif della Palleschi, il lettore riesce a immergersi completamente in questa struggente narrazione grafica, stabilendo subito un legame affettivo con un personaggio di fatto indimenticabile.

Perché forse, il vero obiettivo di questo tributo sentito quanto toccante a chi, in realtà, desiderava essere ricordato semplicemente come un buon intrattenitore, è quello di dimostrarci come, una volta tanto, una figura dall’animo gentile (e, per molti versi, totalmente indifesa) come «Stoneface Keaton» non sia necessariamente destinata a sparire tra le pieghe del tempo, ma possa, perfino all’ultimo momento, ricercare – e trovare – un meritato riscatto e rifugio dalla crudeltà del mondo, nonché un rinnovato senso di sé e del proprio ruolo.

Bibliografia

Andrea Fontana (testi), Ilaria Palleschi (disegni), Buster, Tunué, 2025

Pura bontà italiana

Senza olio di palma

Mulino

La mappa musicale di Ian Bostridge

Pubblicazioni ◆ Le conferenze del tenore e studioso britannico all’Università di Chicago ora riunite in un libro

Giovanni Gavazzeni

Cosa fa un tenore quando non può cantare a causa della pandemia? Se ha alle sue spalle una laurea e l’esperienza di docente in storia come Ian Bostridge può riflettere sulla sua professione e tenere conferenze all’Università di Chicago, ora raccolte nel libro Io, canto (Song and Self )

Bostridge parla della musica che ha eseguito scavando sotto la superficie; si pone «domande che in concerto non si fanno; (…) che aiutino il passato a informare il presente e il presente a informare il passato, che possano arricchire oltre che indagare la performance», che rivelino complessità più che dare risposte.

Bostridge all’opinione che vorrebbe che la musica esistesse solo leggendo la partitura, oppone l’esperienza riconosciuta dalla musicologia: «La musica è performance e testo scritto. L’adozione della personalità, il fondersi del pezzo e dell’esecutore spesso possono allontanarci parecchio da ciò che intendeva il compositore. Al tempo stesso una delle sensazioni più potenti come esecutori è che in quelle che sembrano le performance migliori, le più profonde – per il cantante e presumibilmente per il pubblico – la canzone canta il cantante (corsivo nostro)».

Il primo capitolo (Identità sfumate) mostra come l’identità di genere sia un tema ricorrente, a partire dalle origini dell’opera, analizzando il

Combattimento di Tancredi e Clorinda di Monteverdi, scritto nel carnevale 1634 per una festa in casa Mocenigo a Venezia: la lotta narrata dal Tasso fra un cavaliere cristiano, Tancredi, e uno musulmano, il quale, dopo essere stato ferito a morte, si rivela essere la donna amata, Clorinda.

«La qualità erotica del combattimento è stratificata, ingarbugliata, sconcertante. (…) Clorinda lotta quasi per possedere Tancredi che a sua volta partecipa al combattimento contro un finto uomo – viene punita perché rappresenta «un’eccezione autorizzata che conferma gli usi e i costumi della società veneziana», dove le donne erano sistematicamente escluse dalla politica. Bostridge lo ha cantato facendo tutte le parti, quella del Testo-narrante, quelle di Tancredi e Clorinda, verificando «come siano coinvolgenti per il pubblico e gli esecutori la fluidità di genere e i doppi sensi erotici del testo.» E come questo tema informi una delle raccolte più famose del Lied romantico, Frauenliebe und Leben, poesie di Adalbert von Chamisso, musica di Robert Schumann: due uomini che narrano l’innamoramento, il matrimonio, la maternità e la vedovanza di una donna. Un ciclo che difficilmente si fa cantare a un uomo, sotto al quale si legge il complesso rapporto fra Robert e sua moglie Clara, la donna che volle fortissimamente come moglie

Le «Donne» in primo piano

Eventi ◆ Paolo Giordano ha inaugurato a Muralto la stagione letteraria di FestivaLLibro che avrà luogo dal 5 all’8 marzo

Redazione

Chi vuole farsi sentire non sempre trova spazio, e così è stato a lungo per le donne nella scrittura e nella vita pubblica. Si dice che solo dal XIX secolo abbiano cominciato a far circolare più liberamente le loro parole, anche se restano spesso meno presenti degli uomini.

Il FestivaLLibro ha scelto tuttavia Paolo Giordano, autore noto per l’esordio con La solitudine dei numeri primi da Premio Strega, come sorta di «madrino» del festival, avendogli affidato il compito di aprire ufficialmente – lo scorso 24 gennaio – la settima edizione della rassegna letteraria,

e madre dei suoi tanti figli, che per lui smise di comporre e che allo stesso tempo ammirava come inarrivabile pianista-concertista, finendo quasi per identificarsi in lei.

Il secondo capitolo (Storie nascoste), analizza come Maurice Ravel nelle Canzoni malgasce, incorniciate fra due poesie che puntano su preziose immagini estetizzanti ed esotiche, lanci un grido fortissimo contro il colonialismo: «Diffidate dei bianchi, abitanti della riva (…) invece di convivenza eressero fortificazioni, infine parlarono di obbedienza e schiavitù. Piuttosto la morte!» Nella storia del Madagascar, della sua plurisecolare resistenza al colonialismo, e della sua finale resa ai francesi, Bostridge intreccia

la vita dell’autore di quelle poesie in prosa, Évariste Parny (1753-1814). Nato sull’isola della Réunion, figlio di francesi che prosperavano sulla schiavitù, tentò di liberarsi di quell’eredità che lo ripugnava dando voce ai malgasci liberi quasi come un «ventriloquo». Quando Ravel nel 1925 fece sentire la sua versione, ci furono reazioni indignate di alcuni spettatori che presero il testo come una critica alla guerra che in quegli anni la Francia conduceva in Marocco.

Anche negli ambienti della sinistra moderata, alla quale guardava il riservato compositore, la «guerra del Rif» era sostenuta come difesa dalla barbarie e dal fanatismo islamico.

«Non è difficile capire perché quella

canzone di Ravel, il suo linguaggio musicale dissonante, violento, laconico, fosse una bomba (…)» lanciata senza preavvisi, perché lo stile di Ravel era mettere in dubbio le ortodossie dell’ordine politico e sociale con astuta sottigliezza. Per Bostridge rimane sempre aperta la domanda: «Chi dovrebbe parlare a nome degli oppressi, di allora e di adesso, di chi è stato ridotto al silenzio?»

La terza parte (Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine), sottopone alcune delle «meditazioni musicali più profonde che abbiamo, inquietanti e consolanti al tempo stesso» di Benjamin Britten, legate al tema della sua lotta contro «l’orrore e l’inevitabilità della morte». La Sinfonia da Requiem, il War Requiem e soprattutto i Sonetti sacri di John Donne, scritti dopo la devastante esperienza di suonare davanti ai sopravvissuti nel campo di sterminio di Bergen-Belsen. Canti imbevuti «di peccato e di morte, che gli esecutori devono trasmettere al pubblico», così come il complesso senso di colpa e di rabbia del compositore, obiettore di coscienza e pacifista, che ha visto «l’orrenda distruttività della guerra moderna».

Bibliografia

Ian Bostridge, Io, canto. Traduzione di Valeria Gorla, Milano, Il Saggiatore, pp. 182, € 18, 2025

che quest’anno ha per tema proprio le «Donne». Gli incontri avranno luogo dal 5 all’8 marzo – sottolineando così, inevitabilmente, la Festa delle donne – tra il Palacongressi di Muralto e altri luoghi e residenze vicine, con presentazioni, interviste, laboratori, e la fiera dell’editoria ticinese. Ci si aspetta dunque un cartellone che – pur non essendo ancora pubblico – darà voce, di certo, anche ad autrici femminili, lasciando aperta la scena a sorprese ancora da scoprire, pure se il tema dovesse voler solo suggerire un filo rosso e non costruire una gabbia rigida. Il festival sembra muoversi infatti tra più generi: narrativa, saggi, racconti autobiografici, romanzi in versi. Per gli organizzatori è sempre stato molto importante che gli appuntamenti del FestivaLLibro creino spazi di dialogo dove le storie, i libri e chi li porta possano trovare un clima amichevole in cui farsi conoscere. Nessuna rigidità, più un invito ad ascoltare e lasciarsi sorprendere.

E forse è proprio in questa oscillazione tra parola concessa e parola attesa che FestivaLLibro quest’anno troverà il suo tono più vero: leggero, attento, ironico quanto basta, tra storie da raccontare e orecchie pronte ad ascoltarle.

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Amianto: ecco cosa deve sapere chi ama il fai da

Spesso non ci si pensa, ma l’amianto è un problema che può riguardare tutti. Conoscendone i rischi, le appassionate e gli appassionati del fai da te tutelano la propria salute e quella altrui.

Tante persone in Svizzera amano il fai da te, ma ne sottovalutano i possibili pericoli. Uno di questi è sicuramente l’amianto. La maggior parte sa infatti che tale sostanza è pericolosa, ma in pochi la considerano un problema che li possa riguardare.

L’amianto è stato vietato in Svizzera nel 1990. Tuttavia potrebbe essere presente, o lo è effettivamente, in tutti gli edifici costruiti prima di questa data. Per poter valutare il rischio, occorre quindi conoscere prima di tutto l’anno di costruzione dell’edificio.

Chi non lo conosce può informarsi su: forum-amianto.ch/sapere/edificio

Se si sospetta la presenza di amianto, occorre verificarne la presenza prima di iniziare i lavori. Importante: la rimozione di materiali contenenti amianto deve essere affidata a personale specializzato.

Insieme contro l’amianto: hub informativo

L’iniziativa «Insieme contro l’amianto» riporta le informazioni più importanti sull’amianto. Alla seguente pagina è possibile scoprire come pianificare ed eseguire in pochi passi una ristrutturazione efficace senza correre rischi.

GUSTOSE CHIPS

PREZZO PROMOZIONALE

Solo se si conosce dove è presente l’amianto, è possibile adottare le misure necessarie.

Quiz

Quanto bene conosci la linea Blévita o la marca M-Budget?

La Migros ha avviato la produzione di articoli propri già tre anni dopo la fondazione dell’azienda. Una soluzione che continua a dare i propri frutti. Come sono le tue conoscenze sulla produzione propria Migros?

Testo: Barbara Scherer

1. Qual è stato il primo prodotto che la Migros ha realizzato in proprio?

● Latte

● Sidro dolce

● Detersivo per il bucato

2. Da quanto tempo è disponibile l’energy drink M-Budget?

● 1993

● 1996

● 1999

3. Come si chiama la linea di fazzoletti della Migros?

● Misoft

● Softis

● Linsoft

4. Di che gusto è il gelato con la scimmia sopra?

● Fragola

● Cioccolato

● Moca

5. Quale Paese ha ispirato la Migros a creare il mitico Ice Tea?

● Francia

● Danimarca

● USA

i piatti Handy vengono venduti ogni anno? ● 10 milioni ● 4 milioni ● 590’000

11. Quanta pasta «Hörnli» produce la Migros ogni anno?

● 2690 tonnellate

● 4886 tonnellate

● 7547 tonnellate

12. Come si chiama la bevanda al mate della Migros?

13. Quanto costa il ketchup Migros?

14. Dove vengono prodotte le chips Migros?

Buchs AG

Ecublens VD

Bischofszell TG

15. Da quando esiste la linea Blévita?

Che cos’è il MigroMax?

Lo sapevi? Un’aspirapolvere! Qui trovi altre informazioni

1. Qual è stato il primo prodotto che la Migros ha realizzato in proprio? Sidro dolce

Nel 1928 la Migros inaugura il trend: acquista la Alkoholfreie Weine AG di Meilen e avvia la produzione in proprio; il primo prodotto è il sidro dolce.

2. Da quanto tempo è disponibile l’energy drink M-Budget? 1996

L’energy drink M-Budget è uno dei prodotti più venduti e apprezzati della Migros.

3. Come si chiama la linea di fazzoletti della Migros?

Linsoft

Il marchio Linsoft Migros comprende salviette umidificate e fazzoletti cosmetici; esiste dal 1951.

4. Di che gusto è il gelato con la scimmia sopra?

Fragola

Nell’estate del 1975, la Migros lancia il gelato su stecco; il grafico zurighese Hans Uster in quell’anno disegna le ormai leggendarie confezioni: una foca per la vaniglia, una scimmia per la fragola, un orso per il cioccolato e un koala per la moca.

5. Quale Paese ha ispirato la Migros a creare il mitico Ice Tea?

USA

Durante un viaggio negli Stati Uniti, il

responsabile dello sviluppo Migros rimane affascinato dal fatto che ovunque sia presente il tè con ghiaccio e da lì si ispira per la creazione del Cult Ice Tea.

6. Qual è stata la prima marca Migros in assoluto?

Ohä

Il nome del detersivo sta per Ohne Hänkel, «senza manico»; nel 1931 entra a far parte dell’assortimento di prodotti Migros come risposta al costoso detersivo Persil.

7. Che cos’è il MigroMax?

Un aspirapolvere

La Migros è entrata nel settore degli elettrodomestici nell’estate del 1950; l’articolo di maggior successo è stato l’aspirapolvere MigroMax.

8. In che anno la Migros ha acquistato la Chocolat Frey? 1950

Dal 1931, la Migros vende cioccolato di produzione propria tramite la Jowa; tuttavia, non riuscendo più a soddisfare l’elevata domanda, Gottlieb Duttweiler acquista la Chocolat Frey nel 1950.

9. Quanto costa il primo yogurt Migros?

25 centesimi

La Migros inizia a produrre yogurt nel 1931 e abbassa il prezzo commerciale standard da 45 a 25 centesimi per vasetto.

10. Quanti detersivi per i piatti Handy vengono venduti ogni anno?

4 milioni

La Migros lancia il detersivo liquido Handy nel 1958; ogni anno vengono venduti circa 4 milioni di esemplari.

11. Quanta pasta «Hörnli» produce la Migros ogni anno? 4886 tonnellate

Nel 1951, la Migros acquista l’azienda vallesana Saverma per produrre pasta e spaghetti secondo la ricetta napoletana; nel 1964 lo stabilimento si trasferisce a Buchs, che tuttora produce per conto della Migros.

12. Come si chiama la bevanda al mate della Migros?

Lamate

Dal 2025 Migros vende il mate di propria produzione a 1 franco a lattina.

13. Quanto costa il ketchup Migros? Fr. 1.55

500 ml di Tomato Ketchup Classic costano fr. 1.55; in confronto: 500 ml di Heinz Ketchup costano fr. 3.30.

14. Dove vengono prodotte le chips Migros? Bischofszell TG

Le patatine sono prodotte dal Fresh Food & Beverage Group di Bischofszell; la maggior parte delle patate per questi prodotti proviene dalla Svizzera.

15. Da quando esiste la linea Blévita?

1969

La prima varietà integrale esiste dal 1969; con il tempo si sono aggiunte le numerose varianti dolci e salate.

TEMPO LIBERO

Mindfulness grazie a carta, colla e cuori

Un piccolo progetto artistico in cui frasi, collage e gesti creativi diventano un invito a fermarsi e a celebrare il proprio valore, non solo quindi per San Valentino

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Gli Stati Uniti meta turistica instabile

Dopo anni di record, arrivi e spese da parte dei turisti internazionali calano in modo sorprendente a causa di Trump, delle sue provocazioni e delle tensioni geopolitiche

Un gesto che supera la gravità

Tra il ludico e il dilettevole ◆ Dal basket alla pallavolo, dalla competizione all’arte del movimento, la schiacciata è il simbolo dello spettacolo sportivo per forza, creatività e stile

In alcuni gesti atletici, la fisicità si fa linguaggio e lo spettacolo prende forma. La schiacciata è uno di questi: un movimento che può sorprendere ed emozionare. Non serve attendere un momento clou della partita per sentirne l’impatto; basta il gesto, sospeso tra forza e controllo, per catturare lo sguardo degli spettatori facendo loro trattenere il fiato. È in questo equilibrio fragile tra rischio e perfezione che si misura la magia di un’azione destinata a restare impressa, pronta a trasformare un istante qualsiasi in qualcosa di memorabile.

Per esaltare quell’istante memorabile, nulla come lo Slam Dunk Contest dell’NBA riesce a trasformare questo gesto in spettacolo. Dal 15 al 17 febbraio a Los Angeles, i migliori giocatori dell’NBA (la lega professionistica di basket americano) si riuniranno per quello che da anni è ormai considerato un appuntamento imperdibile: l’All-Star Weekend. È un evento che si svolge annualmente con una partita e una serie di esibizioni collaterali all’insegna dello spettacolo e della passione per la palla a spicchi.

L’attesa nuova edizione, però, è contrassegnata da un’importante novità. Quest’anno, infatti, non ci si limiterà ad ammirare, come succede abitualmente, il confronto fra i migliori giocatori della Eastern Conference e i migliori della Western Conference. Questi due team dovranno vedersela, nell’ambito di un torneo triangolare, con il World Team, una compagine formata dai migliori giocatori stranieri che militano nell’NBA: gente come Luka Doncic, Nikola Jokić, Giannis Antetokounmpo, Shai Gilgeous-Alexander e Victor Wembanyama, per intenderci. E anche quest’anno, per l’appunto, non mancherà, a margine della partita, la mitica gara delle schiacciate, uno dei momenti più spettacolari dell’AllStar Weekend.

La schiacciata esiste, oltre che nel basket, in molti altri sport come il tennis, il ping pong, o la pallavolo. Nella pallavolo viene proposta con regolarità nelle azioni delle squadre che attaccano e che, idealmente, vi ricorrono per finalizzare un’azione vincente. Nel tennis, è spesso il risultato di un colpo poco incisivo dell’avversario messo in difficoltà da una situazione di gioco. Come quando, dopo un servizio fulmineo, il giocatore trova giusto il tempo di mettere la racchetta sulla traiettoria della pallina e, rispondendo maldestramente al servizio, concede all’avversario l’invidiabile condizione di chiudere agevolmente il punto.

Forse però nel basket la schiacciata è qualcosa di più di una possibilità che scaturisce da una situazio-

ne di gioco. Nel migliore dei casi, può diventare un gesto sportivo elegante, il cui fascino è tale da giustificare una gara dedicata. Nello Slam Dunk Contest, infatti, i partecipanti fondono creatività, atletismo e potenza per impressionare la giuria formata da ex giocatori, chiamati a premiare le schiacciate più spettacolari.

Dal 15 al 17 febbraio a Los Angeles, i migliori giocatori della NBA si sfideranno all’All-Star Weekend a colpi di acrobazie aeree

Negli anni, questa competizione ha visto giocatori come Julius Erving, Dominique Wilkins, Michael Jordan, Kobe Bryant, Vince Carter, e il vincitore delle ultime tre edizioni Mac McClung sfidare la gravità ed elettrizzare il pubblico con acrobazie aeree. I più navigati ricorderanno la seconda metà degli anni Ottanta, quando Wilkins e Jordan si contendevano lo scettro della specialità. Il culmine di quel duello, entrato di diritto nella storia dell’NBA, fu la gara delle schiacciate del 1988.

Ad Atlanta andò in scena una sfida ad altissima tensione. Mentre Jordan incantava il pubblico con stile, flessibilità e coordinazione,

Wilkins rispondeva colpo su colpo con schiacciate atletiche e potenti. Poi, a decidere la contesa fu il celebre stacco dalla linea del tiro libero con cui Jordan realizzò quella fenomenale schiacciata che è rimasta impressa nell’immaginario collettivo. Di quel balzo è rimasto una sorta di fotogramma eterno congelato nel simbolo Air Jordan, noto come Jumpman, che raffigura Michael Jordan sospeso in aria proprio durante quella celebre esibizione: un distillato di stile, elevazione e dominio sulla gravità che ha superato i confini cestistici per imporsi come marchio globale dello streetwear

Accanto al mini torneo, non mancherà la consueta gara del tiro da tre punti. Nel basket, il tiro da tre punti è una specialità in cui eccellono soprattutto alcuni giocatori (uno su tutti Stephen Curry, guardia dei Golden State Warriors, che ha segnato 402 triple in una singola stagione nel 2015-2016) particolarmente abili nel tiro da lontano: vale tre punti, infatti, un tiro che viene rilasciato fuori dal perimetro delimitato da un arco specifico (che può variare dai 6,75 ai 7,25 metri a seconda delle leghe).

Nella gara del tiro da tre punti, i migliori specialisti avranno a disposizione 70 secondi e 25 palloni per infilare il maggior numero di tiri: un eserci-

zio che premia la precisione, la rapidità e la fluidità di esecuzione. Anche in questo caso, gli appassionati di lunga data ricorderanno la facilità derisoria con cui Larry Bird, iconico giocatore dei Boston Celtics, infilava tiri da ogni posizione. Partecipò alla gara per tre anni consecutivi, vincendo tutte e tre le edizioni stabilendo il record di vittorie consecutive nella specialità.

Se la schiacciata e il tiro da tre punti verranno esaltati in una gara dedicata durante l’All-Star Weekend, un altro movimento che nel basket può facilmente galvanizzare il pubblico, e che sarà sicuramente protagonista delle partite che si giocheranno a Los Angeles, è il passaggio vincente o più comunemente assist. Se la schiacciata e il tiro da tre punti rappresentano l’affermazione dell’individualità, la forza del singolo, l’assist per definizione consacra l’impegno del giocatore al servizio della squadra. E se, in fatto di spettacolarità, l’assist può competere con il tiro da tre punti, se non addirittura con la schiacciata, lo dobbiamo a Earvin «Magic» Johnson, giocatore simbolo dei Los Angeles Lakers degli anni Ottanta. In quegli anni sul campo da gioco della NBA capitava sovente di vedere Magic scorrazzare a velocità supersoniche da una parte all’altra del

campo, guardare da una parte (quasi a indicare la direzione del passaggio) per poi, tanto rapidamente quanto inaspettatamente, mandare la palla dall’altra. Quando Magic eseguiva il no look pass, era un po’ come se lì, in mezzo al campo, si palesasse un buco nero in cui sprofondava il pallone lasciando tutti con il fiato sospeso, senza che nessuno avesse idea di cosa stesse succedendo. Poi, questione di decimi di secondo, la palla magicamente ricompariva nelle mani di un compagno pronto a finalizzare l’azione. Quel modo di giocare di Magic e compagni, che fu così caratteristico dei Lakers di quegli anni, venne soprannominato showtime per l’alto tasso di spettacolarità che sprigionava. Al di là delle competizioni e dei contesti in cui si manifestano, la schiacciata, il tiro da tre punti o un passaggio fulmineo restano gesti che sorprendono e affascinano. Sono attimi in cui la fisicità incontra la creatività, in cui l’atletismo come abbiamo detto diventa espressione di stile e precisione, capaci di trasformare un’azione ordinaria in qualcosa di memorabile. E se anche chi guarda non è un appassionato sugli spalti, può comunque riconoscere in quei movimenti la bellezza pura dello sport, la capacità di un gesto di restare impresso, sospeso tra potenza e grazia.

La schiacciata non è solo un gesto atletico di grande forza, ma anche uno slancio estetico. (Pixabay.com)
Sebastiano Caroni
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Cuori e parole da ritagliare per prendersi cura di sé

Crea con noi ◆ Un quadretto decorativo che trasforma gesti lenti e creativi in un momento di mindfulness

Questo progetto nasce dall’ispirazione dei cuori sacri, simboli antichi di amore profondo, protezione e devozione, reinterpretati per mettere al centro l’amor proprio.

La realizzazione di questo quadretto diventa un momento di mindfulness, un tempo da dedicare a sé stessi, fatto di gesti lenti e creativi, in cui scegliere e comporre una frase per noi significativa, capace di accompagnarci e sostenerci nel quotidiano. Un quadretto decorativo pensato per San Valentino, ma perfetto in ogni momento in cui si desidera ricordare a sé stessi il proprio valore.

Procedimento

Dal cartone ricavate un rettango-

lo in formato A4 che servirà come base del quadretto e delle strisce larghe circa 2 cm per realizzare la cornice.

Sempre dal cartone, ritagliate una sagoma a forma di cuore. Rivestitela con carta alluminio, modellandola con le mani per conferire al cuore una forma bombata e tridimensionale.

Fissate il tutto rivestendo la superficie con nastro di carta adesivo, che servirà anche come base per la cartapesta. Strappate le pagine del libro in striscioline irregolari utilizzando un righello. Preparate una miscela di colla vinilica diluita con acqua (circa 50% colla e 50% acqua).

Giochi e passatempi

Cruciverba

Tra amiche: «Sai

Marta, questa mattina ho constatato che il caffè sveglia di più…»

Scoprirai il resto della frase a cruciverba ultimato leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 6, 2, 2, 7, 7)

ORIZZONTALI

1. Passa sotto i ponti

5. Un’imposta

9. Il cantante Rosalino Cellamare

10. La madre dei latini

12. Coda di cavallo

13 L e iniziali della cantante Nannini

14. Di controllo e di lancio

15. La lingua dei Trovieri

16. Capi d’abbigliamento tahitiani

17. Con... a Montecarlo

18. Uno sport

19. Unte

21. Proteggono gli occhi

23. Re dei venti

24. Bagna Firenze

25. Serie di fenomeni periodici

28. Pronome dimostrativo

29. Vi si può arenare la nave

30. Il giorno più breve

31. Due vocali

32. Offese... da cani

33. Un liquore

34. Protetto da Igea

35. Si è fatto largo nella vita...

VERTICALI

1. Mitologico gigante

2. Preposizione

3. Due in un ... quinto

4. Si dice di individui privi di personalità

5. Cavità superiore del cuore

6. Preposizione

7. Le iniziali del Renis cantante

8. Lo stil novo di Dante

Applicate le strisce sul cuore sovrapponendole, aiutandovi con un pennello piatto, fino a ricoprire tutta la superficie. Lasciate asciugare completamente. Nel frattempo, ritagliate singole lettere da giornali e riviste. Incollatele su un cartoncino per formare le parole desiderate. Una volta asciutte, ritagliate le singole parole.

Dipingete ora il cuore con velature leggere di acquerello. Lasciate intravedere il testo delle pagine sottostanti. Decoratelo a piacere aggiungendo dettagli in cartone, passamanerie, strass e tutto ciò che la fantasia vi suggerisce. Rivestite la base del quadretto e i profili che formeranno la cornice con un cartoncino decorato, fissate tutto con la colla. Posizionate il cuore e le scritte sulla vostra base e quando sarete soddisfatti della composizione incollatela saldamente.

Lasciate che questo momento creativo sia un dono per voi.

Materiale

• Cartone spesso (tipo cartone da imballaggio)

• Forbici e taglierino

• Righello

• Carta alluminio

• Nastro di carta adesivo

• Pagine di libro (meglio se con testo fitto)

• Giornali, riviste da cui ritagliare le lettere

• Colla vinilica, colla a caldo

• Pennello piatto

• Colori ad acquerello

• Cartoncini decorati per il rivestimento dello sfondo

• Petali, piume, strass, passamanerie

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

11. Erano sacre alle Vestali

12. Ameno,

Un insetto

Lo sono molti visi

Si stringe per... stendere

Non si deve calpestare

La capitale è Damasco

Produce ghiande 21. Ottimo sui maccheroni

Soluzione della settimana precedente CURIOSITÀ IN MUSICA – Giuseppe

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.

ilare
Vinci

Contro stereotipi e pregiudizi sul peso

«Devi solo avere più forza di volontà.»
«Forse dovresti semplicemente mangiare meno.»
«Non è così difficile perdere un po’ di peso.»

Le parole possono guarire o ferire. Le persone in condizioni di sovrappeso o obesità si scontrano spesso con i pregiudizi degli altri: vengono etichettate come «pigre», «senza disciplina» o «deboli di volontà». È sbagliato e anche offensivo. L’obesità è complessa e non basta «mangiare meno e fare più movimento». È ora di mettere in discussione gli stereotipi e creare un’accettazione reale.

Stigmatizzazione: quando i pregiudizi offuscano la vista

La stigmatizzazione è il rifiuto sociale delle persone che si discostano dalla norma. Pregiudizi e stereotipi su obesità e sovrappeso sono radicati nella nostra cultura e influenzano il nostro modo di pensare, spesso inconsciamente.

La stigmatizzazione in cifre

Il 75 % delle persone colpite non si sente accettato. Soprattutto le persone con un IMC > 40 riferiscono una discriminazione diretta (38 %).

I quattro tipi di stigmatizzazione

La stigmatizzazione si manifesta in diverse forme:

1. Stigmatizzazione pubblica

I pregiudizi e gli stereotipi nei media influenzano l’opinione pubblica. Le persone colpite sono svantaggiate nella ricerca di un lavoro e di una casa.

2. Stigmatizzazione interpersonale Esperienze frequenti sono mobbing, rifiuto nel contesto sociale o isolamento, anche nel settore sanitario.

3. Discriminazione strutturale

Le strutture sociali accentuano gli svantaggi, ad esempio attraverso scarse prospettive professionali o l’esclusione in associazioni.

4. Auto-stigmatizzazione

Molte persone colpite si fanno carico delle attribuzioni negative degli altri, il che porta a una scarsa autostima, all’isolamento sociale e a un circolo vizioso di stress e fame emotiva.

Anche tu stigmatizzi, senza accorgertene?

Spesso ci imbattiamo inconsapevolmente in affermazioni stigmatizzanti sul peso. Ma le parole hanno un potere: possono infondere forza o fare male.

Scopri quali affermazioni contengono pregiudizi e come comunicare in modo più sensibile.

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E i turisti boicottano l’America

Il turismo internazionale è molto volatile. Al primo segno di incertezza, subito abbandona una destinazione; dopotutto le alternative non mancano mai e si può sempre rimandare a tempi migliori. Un caso particolarmente interessante è quello degli Stati Uniti nell’era Trump. Negli ultimi anni gli Usa hanno riscosso grande interesse, che siano i grattacieli di Manhattan, le montagne del Vermont, la vita notturna di Las Vegas, le spiagge delle Hawaii, i grandi parchi o Disneyland. Nel 2024 hanno accolto oltre 70 milioni di visitatori dall’estero (1 su 20 su scala globale), per una spesa complessiva intorno ai 180 miliardi di dollari, contribuendo ai 15 milioni di posti di lavoro creati dal turismo (U.S. Travel Association).

Invece nel 2025, dopo l’elezione di Trump, diverse fonti hanno segnalato un calo degli arrivi e delle entrate. Secondo stime del World Travel & Tou-

rism Council (WTTC), nel 2025 gli Stati Uniti avrebbero perso 4,5 milioni di arrivi internazionali rispetto all’anno prima e 12,5 miliardi di dollari di spesa: 11 milioni di camere d’albergo sono rimaste invendute. In un periodo di crescita esplosiva del turismo mondiale, di fatto gli Stati Uniti sono l’unico Paese al mondo in calo: tra gli altri New York -5% e Las Vegas -7%; ma la ritirata più netta è arrivata dal Canada – tradizionale cliente di mete balneari come l’assolata Key West in Florida – con -26% da quando Trump suggerì per la prima volta di fare del vicino a nord il 51° Stato dell’Unione.

Geoff Freeman, presidente e amministratore delegato di U.S. Travel Association, ha archiviato il 2025 «tra gli anni più deludenti che abbiamo affrontato». Oltretutto i viaggiatori americani all’estero, molto numerosi, spendono più di chi visita il loro Paese, causando un deficit della bilancia turistica di 70

Cammino per

Milano

Quando ci vuole ci vuole, un capolavoro. Se poi c’è la possibilità di un Caravaggio, ci vado a nozze. Anzi, dopotutto, con il morale un po’ a terra da giorni, un lunedì grigio e pungente verso la fine di gennaio, un Caravaggio è necessario. Due Caravaggio a Milano: da ottantasei anni a Brera, a pochi passi dal Barocci lunare e vago guardato a fondo nello scorso novembre, si trova la Cena in Emmaus (1606). E la straordinaria natura morta giovanile è all’Ambrosiana da quattro secoli: pinacoteca contenente nel nome il santo patrono della città dove entro alle due di pomeriggio spingendo, tipo chiesa, due porte a vetri in legno desuete e dignitose. In cima agli scaloni in pietra di questa pinacoteca fondata nel 1618 dal cardinale manzoniano dei cruciverba (otto lettere) a complemento della biblioteca omonima nello stesso palazzo, la prima sorpresa.

Una palma di rame – un tempo fontana posta nel peristilio come simbolo di sapienza e rigenerazione e poi posteggiata giù nella cripta – da sette anni sorprende il visitatore all’inizio della sua passeggiata nel più antico museo di Milano. È la palma di Federico Borromeo (1564-1631): fondatore del luogo, bibliofilo, collezionista d’arte che potrebbe essere entrato in possesso a Roma, sul finire del cinquecento, di quel quadro laggiù. Incipit-bomba, illuminato da un faretto puntato nell’ombra della prima sala e una parete solo per lei: la Canestra di frutta (1597 ca). Agguantabile con l’occhio dunque già sulla soglia. Trentanove passi sul parquet senza tanti indugi né troppe tentazioni di alcuni Luini delicati e l’Adorazione dei Magi di Tiziano, mi portano davanti alla canestra di vimini famosa per la bacatura della mela, le foglie avvizzite, lo sporgersi sul bordo

Sport in Azione

miliardi di dollari (nel 2019 si registrò invece un attivo di 51 miliardi). Entro il 2030 la Cina, la grande rivale, potrebbe superare gli Stati Uniti come principale mercato turistico mondiale. Anche perché, tra i numerosi enti azzoppati con radicali tagli del budget, c’è Brand USA, l’organizzazione di marketing che promuove il turismo internazionale verso gli Stati Uniti. Del resto il nuovo presidente e la sua amministrazione hanno diffuso malcontento a piene mani: hanno imposto pesanti dazi a storici alleati, minacciato ripetutamente di annettere il Canada e la Groenlandia, trattenuto turisti alla frontiera per lunghi controlli ai visti, proposto di esaminare i profili social dei turisti stranieri prima di consentire loro l’ingresso. Ecco perché un tacito boicottaggio dei viaggi verso gli Stati Uniti è già in corso. Poco meno della metà dei turisti (sondaggio Skift) lo scorso anno ha dichiarato di essere

che qui con questa cornice pomposa si perde un po’. Indispensabili gli ultimi quattro cinque passi, per assaporare in pieno la grazia feroce delle foglie di pesco bucherellate, la bacatura della mela mai vista una così bella, in parte rossa fiammata e una parte giallognola dove potete osservare una seconda bacatura, più lieve. Dovete osare mettervi davanti a questo quadro di trentun centimetri per quarantasette dipinto da Michelangelo Merisi noto come il Caravaggio (1571-1610) tanto amato. Nessuna timidezza per cogliere la meraviglia della macchiettatura della pera, gli acini d’uva di una naturalezza disarmante e quella foglia appassita di pampino, con quel ramo a sbalzo, come nell’ikebana. Anche lo spazio ampio vuoto dello sfondo color interno di meringa che mostra la screpolatura del colore a olio, mi sembra molto giapponese. Ascetica e audace la scelta del

Lo sport ha un potere taumaturgico?

Mancano dieci giorni all’accensione della fiaccola olimpica nello stadio di San Siro. Sul palcoscenico abitualmente calcato da Inter e Milan, i discorsi ufficiali si alterneranno con le esibizioni delle star internazionali. Ci sarà la consueta sfilata delle delegazioni. Grandi emozioni. Entusiasmo straripante. Fino a poche settimane fa interrogativi e aspettative sarebbero state rivolte al passaggio di chi rappresenta Paesi in situazioni di guerra. Dopo quanto è accaduto nella notte di San Silvestro a Crans Montana, mi chiedo come verrà accolta la folta rappresentativa svizzera. Verrà fischiata?

Sarà accompagnata da striscioni e cori in sintonia con le tonnellate di livore anti elvetico prodotte nei giorni susseguenti la tragedia dai media tradizionali, e amplificate a dismisura dai social media?

Lo sport, fra cento difetti, e mille contraddizioni, ha pure il pregio di stemperare le tensioni. Soprattutto

quando si palesa sotto le insegne di Olimpia, acquisisce dei poteri quasi magici che gli consentono di bloccare guerre e massacri, là dove i governi non sanno più come muoversi. Sulle nevi di Kranjska Gora, in Slovenia, Camille Rast, nuova stella dello sci elvetico, ha messo tutti d’accordo quando, dopo aver tagliato il traguardo da vincitrice, ha accarezzato il nastro nero posto sul braccio del cuore, in segno di rispetto e di solidarietà nei confronti delle vittime del rogo e dei loro cari. Sarà così anche sull’asse Milano-Cortina? Non riesco a farmi un’idea. I sentimenti sono ancora vivi, roventi. Bruciano. Provocano un dolore inimmaginabile. Il dramma vallesano ha riaperto ferite profonde. Posso solo esprimere un auspicio. Marco Odermatt, Camille Rast e tutti gli altri giovani che gareggeranno sotto le insegne della Svizzera non hanno responsabilità. Sono dei ragazzi e del-

le ragazze che il caso avrebbe potuto portare a festeggiare l’arrivo del nuovo anno nelle cavità del Constellation. Una pura e semplice questione di sliding doors, come spesso accade in occasione di tragedie come quella di cui stiamo scrivendo. Ma questi giovani sono anche l’emblema della vita che prosegue. Che deve guardare avanti. Una frase coraggiosa pronunciata da alcuni famigliari delle vittime. Un messaggio ribadito giorni fa da un ex giovane romando che ha lottato per vivere un’esistenza normale, dopo che un incidente sul lavoro aveva ustionato gravemente il 95% del suo corpo. Lo sport – l’ho constatato più volte durante la mia carriera professionale – sa lenire le ferite. Sa ricucire gli strappi. Assisteremo ad abbracci caldi, energetici, sentiti, tra rappresentanti di Paesi che negli ultimi anni sono stati devastati da invasioni e guerre. Piccolezze. Forse. Ma con una carica emotiva e una capaci-

meno propenso a visitare gli Stati Uniti a causa di Trump. Inoltre la politica di Trump influenza anche il turismo verso altre destinazioni. Nei primi giorni del 2026 il governo statunitense ha condotto attacchi aerei a Caracas e ha catturato il presidente Nicolás Maduro; ha riaperto pressanti colloqui per acquisire la Groenlandia; ha sfidato Cuba, Iran, Colombia e Messico. E ovviamente i turisti si tengono alla larga da tutti questi presenti o possibili teatri di guerra. Per esempio a Cuba c’è stato un impatto negativo sul turismo quando Trump ha descritto il Paese caraibico come «pronto a crollare» dopo la cattura di Maduro. Entrano in gioco anche meccanismi tecnici. Quando ci sono tensioni internazionali, i ministeri degli affari esteri sconsigliano un certo viaggio; da quel momento vengono meno le coperture assicurative e quindi la stessa possibilità di programmare un viaggio organizzato. Solo in casi eccezionali, per esempio la Groenlandia, una volta passata la crisi il Paese potrebbe beneficiare della pubblicità involontaria e del supporto internazionale alla sua causa.

soggetto: è la cestina comune di frutta dell’affittacamere, che contrasto con lo sfarzo dei fiori di Brueghel qui nella stessa collezione. Lascio il posto a una con un cappotto color verde Lotto che attua pure lei la tattica a stretto contatto con il quadro-faro (dagli anni cinquanta via) di tutta l’Ambrosiana. Nella sala a fianco becco la rana fuori misura del Bramantino. La recente illuminazione decennale a led, calibrata per far emergere al meglio i colori, funziona forse su tutti i quadri tranne il Caravaggio. Il fuoriclasse dalla vita burrascosa da cui torno presto, dovrebbe splendere della sua luce e ombra di cui è maestro assoluto. Già qui in questa vita silenziosa, a fatica per via della luce invasiva, si ammira l’adombrarsi della canestra. Posta in bilico, come quella molto simile nella Cena in Emmaus di Londra. «Un vero e proprio trompe-l’oeil» osserva Roberto Lon-

Per tutte queste ragioni, il 2026 sarà un anno decisivo. Per cominciare si celebra il 250° anniversario della dichiarazione d’indipendenza del 1776, con eventi lungo tutto l’anno sino al culmine a Filadelfia il 4 luglio, là dove tutto cominciò quando le tredici colonie si separarono dalla Gran Bretagna. Sempre nel 2026 ricorrono i cent’anni dell’iconica Route 66, il simbolo del viaggio americano on the road. Infine gli Stati Uniti ospiteranno i Mondiali di calcio 2026 (FIFA World Cup), insieme a Canada e Messico, ma con ben 78 partite negli Usa rispetto alle 13 assegnate al Messico e altrettante al Canada. Sempre che qualcuno non buchi il pallone.

ghi nel suo Caravaggio (1952) di cui rimane forse il massimo esperto e a cui si deve, proprio qui a Milano a palazzo Reale con la mostra del 1951 assieme ai caravaggeschi, la sua riscoperta. «Simulando di appoggiare il cestino, ad altezza d’occhio, sulla cornice di un mobile, e dipingendo il fondo in un secondo tempo così da accompagnare ad inganno il muro retrostante» scrive Longhi. Il quale altrove, per la canestra del Bacco degli Uffizi, trova la superba definizione di «un umile dramma biologico». Caducità della vita, tempo che fugge, l’eternità di quei due fichi, l’enigma di una mela cotogna o meno, per pagine ancora si potrebbe continuare a studiare questo Caravaggio che non è uno di quelli che lascia a bocca aperta come quelli a Roma e Napoli dove sono andato quasi apposta negli ultimi anni, però sputaci sopra. Il capolavoro perfetto per i giorni tristi.

tà evocativa straordinarie. La tregua olimpica verrà rispettata. Anche nei confronti della Svizzera. Crans Montana, i coniugi Moretti, il Constellation, la tristezza per chi non c’è più, il dolore di chi rimane, non scompariranno. Riaffioreranno con tutta la loro tragica intensità dopo che il 22 febbraio, nell’Arena di Verona calerà il sipario sui Giochi, in attesa delle Paraolimpiadi. A mio modo di vedere, ad essere maggiormente minacciata è un’altra manifestazione: i Campionati del Mondo di sci alpino che, calendario alla mano, dovrebbero scattare proprio a Crans-Montana il 1° febbraio del 2027. Potrebbe essere un’edizione sontuosa, nel segno del ricordo della messe di trionfi ottenuti dallo sci elvetico nel 1987 proprio sulle stesse nevi vallesane, e della consapevolezza della forza quasi erculea della nostra squadra. Potrebbe o avrebbe potuto? È un dubbio che da giorni mi frulla

nella mente. Se si svolgessero in qualsiasi altra stazione invernale svizzera non avrei esitazioni. Ma Crans Montana è e sarà a lungo, (per sempre?) una località profondamente ferita. Il lavoro degli organizzatori sarà condizionato dal ricordo delle 40 vittime. C’è un altro aspetto che mi lascia dubbioso. Crans-Montana che prezzo dovrà pagare? Sto parlando di denaro, non di espiazione. Le rimarranno, oltre alla motivazione, le risorse per portare a compimento il progetto? Mi auguro di sì, proprio in virtù del fatto che la storia ci deve insegnare a meditare sul passato, ad affrontare con rigore ogni situazione critica, ma anche a guardare al futuro con energia, coraggio e determinazione. Fra un anno ne sapremo di più. Mi sento tuttavia di affermare, come più volte è stato sottolineato negli scorsi giorni, che non si potrà far finta di niente. Ci saranno un prima e un dopo Constellation.

di Giancarlo Dionisio
di Oliver Scharpf

27. 1 – 4. 2. 2026

3.95

5.50 invece di 7.90 Clementine extra Orri Spagna, rete da 2 kg, (1 kg = 2.75) 30%

Bistecche di scamone di manzo Black Angus Migros Uruguay, 2 pezzi, per 100 g, in self-service 33%

3.95 invece di 5.90

Nuggets Don Pollo surgelati, impanati o in pastella, in confezione speciale, 1,5 kg, per es. impanati, 15.95 invece di 27.–, (100 g = 1.06) 40%

9.75

invece di 19.50 Palline di cioccolato Frey in conf. speciale, Sélection, Lait Extra e Giandor, 750 g, (100 g = 1.30) 50%

1.25

invece di 2.25

4 pezzi, per 100 g, in self-service 44%

Bistecche di collo di maiale marinate IP-SUISSE

5.50 invece di 7.90

Clementine extra Orri Spagna, rete da 2 kg, (1 kg = 2.75) 30%

Batteria di padelle Pro Kitchen & Co. per es. padella a bordo basso, Ø 24 cm, il pezzo, 29.97 invece di 49.95 40%

Tempo di raccolto!

2.–

Cavolfiore

Spagna/Italie, al kg, prodotto confezionato

2.80

Arance bionde

Spagna, rete da 2 kg, (1 kg = 1.40)

20%

29%

5.30 invece di 7.50

Zucca a cubetti Ticino, confezionate, al kg, (100 g = 0.53)

Carote Migros Bio e Demeter per es. Migros Bio, Svizzera, in sacchetto da 1 kg, 2.40 invece di 3.–

30%

Piselli dell'orto o verdura mista svizzera, Farmer's Best, IP-SUISSE prodotto surgelato, in conf. speciale, 1 kg, per es. piselli dell'orto, 3.90 invece di 5.59, (100 g = 0.39)

3.95

Formentino in conf. speciale, 180 g, (100 g = 2.19)

Migros Ticino

3.90

invece di 5.20

Mele Pink Lady Svizzera, al kg

Kiwi verdi Extra Italia, il pezzo, –.86 invece di 1.10

Arance sanguigne e semisanguigne Migros Bio per es. arance semisanguigne Tarocco, Italia, rete da 1,5 kg, 3.75 invece di 5.40, (1 kg = 2.50)

9.95

invece di 16.90

Filetti di salmone senza pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 380 g, in self-service, (100 g = 2.62) 41%

Filetti di limanda, filetti di pollack e filetti di pangasio in pastella, Anna's Best per es. filetti di limanda, pesca selvatica, Pacifico nordorientale e nord-occidentale, MSC, 200 g, 3.96 invece di 4.95, in self-service, (100 g = 1.98) 20%

15.95 invece di 22.43

Gamberetti crudi e sgusciati Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 750 g, (100 g = 2.13) 28%

Offerte valide dal 27.1 al 4.2.2026, fino a esaurimento dello stock.
Migros Ticino

BONTÀpezzo dopo pezzo

Migros Ticino

Tutti da mordere

3.95 invece di 5.20

Prosciutto cotto affumicato Migros Bio Svizzera, 120 g, in self-service, (100 g = 3.29) 24%

Tutti i tipi di pane Hercules per es. mini bio cotto su pietra, 400 g, 2.55 invece di 3.80, prodotto confezionato, (100 g = 0.64) 33%

Pomodori Peretti Spagna, al kg 21%

2.95 invece di 3.75

2.60

invece di 3.30

(chiacchiere escluse), 6 pezzi, 216 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.20) 21%

Frittelle di carnevale grandi Petit Bonheur

2.70

invece di 3.40

4 pezzi, 220 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.23) 20%

Bastoncini alle nocciole Petit Bonheur

3.60

invece di 4.50

Treccia russa Petit Bonheur 330 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.09) 20%

Berliner con ripieno di crema in conf. speciale, 4 pezzi, 400 g, (100 g = 1.25) 28%

5.–

invece di 7.–

conf. da 4 30%

Pizze Anna's Best, refrigerate Prosciutto o Margherita, per es. Prosciutto, 4 x 400 g, 14.95 invece di 21.60, (100 g = 0.93)

conf. da 3

33%

Pasta Migros Bio, refrigerata fiori ricotta e spinaci o agnolotti all'arrabbiata, per es. fiori, 3 x 250 g, 9.90 invece di 14.85, (100 g = 1.32)

Tutte le zuppe refrigerate Migros Bio per es. zuppa di pomodoro, 500 ml, 3.68 invece di 4.60, (100 ml = 0.74) 20%

20x CUMULUS NOVITÀ

5.95

Beyond Hack Original 250 g, (100 g = 2.38)

Come lo preferisci? Dolce o aromatico?

2.45

Formaggio a pasta dura M-Classic dolce e piccante, per es. piccante, per 100 g, 1.30 invece di 1.85, prodotto confezionato

2.80

Più GIAPPONE per favore

20%

Tutti i sushi refrigerati e tutte le specialità giapponesi refrigerate (articoli fatti in casa esclusi), per es. Sushi Hiroto, 225 g, 3.96 invece di 4.95, (100 g = 1.76)

20%

Assortimento Saitaku e Kikkoman per es. salsa di soia Kikkoman, vegana, 500 ml, 4.– invece di 5.–, (100 ml = 0.80)

9.95

Gli immancabili

a partire da 2 pezzi –.60 DI RIDUZIONE

Tutto l'assortimento Blévita (confezioni singole escluse), per es. Gruyère AOP, 6 x 38 g, 3.35 invece di 3.95, (100 g = 1.47)

a partire da 2 pezzi

–.30 DI RIDUZIONE

Tutti i salatini da aperitivo Party per es. cracker alla pizza, 150 g, 2.80 invece di 3.10, (100 g = 1.87)

22%

Chips Zweifel

alla paprica, al naturale, Poulet im Chörbli e Wave Inferno, in confezione grande XXL, per es. alla paprica, 380 g, 6.30 invece di 8.08, (100 g = 1.66)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutte le farine bio da 1 kg per es. farina per treccia, 3.04 invece di 3.80

22%

Fichi secchi Migros Bio in buste e vaschette, 400 g, per es. in busta, 5.85 invece di 7.50, (100 g = 1.46)

16 g di proteine per barretta

20x CUMULUS NOVITÀ

3.25

55 g, (100 g = 1.79)

Barretta proteica Soft Bar Choco Caramel Chiefs

Viva l’AMORE

Il pieno di ENERGIA, grazie

Tutte le bevande da aperitivo Apéritiv disponibili in diverse varietà, per es. Tonic Water, 6 x 500 ml, 5.25 invece di 7.50, (100 ml = 0.18)

conf. da 6 30%

Birre analcoliche disponibili in diverse varietà e in confezioni multiple, per es. Lager Non, 6 x 330 ml, 4.87 invece di 6.95, (100 ml = 0.25)

invece di 14.95

Classic o Zero, 12 x 330 ml, (100 ml = 0.20)

di 12.60

La Rivella nasce nel 1952 grazie a Robert Barth, che ha creato una bevanda a base di siero di latte. Il nome è composto da «Riva San Vitale» e «rivelazione».

Dopo un’iniziale resistenza da parte delle associazioni delle acque minerali, la Rivella è diventata una bevanda di culto grazie a campagne pubblicitarie mirate.

rossa, blu o gialla, 6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.11)

conf. da 6

Per più idratazione e pulizia

conf. da 4 40%

Salviettine cosmetiche e fazzoletti, Linsoft, FSC® in confezioni multiple o speciali, per es. salviettine cosmetiche in scatola quadrata, 4 x 90 pezzi, 5.50 invece di 9.20

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento Zoé per es. crema notte rassodante Q10 Revital, 50 ml, 11.60 invece di 14.50, (10 ml = 2.32)

conf. da 4

5.50

Salviettine cosmetiche Linsoft, FSC® 4 x 150 pezzi

conf. da 2 25%

Creme per le mani I am, Atrix o Nivea per es. balsamo per mani e unghie I am, 2 x 100 ml, 4.40 invece di 5.90, (100 ml = 2.20)

20x CUMULUS

Dona sollievo al mal di gola e al prurito alla gola

5.95 Spray per gola e faringe alla salvia Sanactiv 30 ml, (10 ml = 1.98)

Chiudiamo con tanta convenienza

Detersivo per bucato in gel, in polvere o Power Bars, Persil in confezioni speciali, per es. Gel Universal, 3,6 litri, 24.50 invece di 49.60, (1 l = 6.81) 50%

23.30

invece di 44.81

Detersivo per bucato Discs Persil Universal o Color, in conf. speciale, 60 pezzi 48%

conf. da 5 HIT

5.95 Panni in microfibra per il bagno Clean 35 x 35 cm

Carta igienica o salviettine umide, Tempo in confezioni multiple o speciali, per es. Deluxe FSC®, 24 rotoli, 17.50 invece di 29.20 40%

da 3 33%

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Sacchetti multiuso N° 13 o carta da forno N° 31, Kitchen & Co. per es. sacchetti multiuso N° 13, 2 x 100 pezzi, 2.95 invece di 3.70 conf. da 2 20%

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di 9.95 Phalaenopsis, 2 steli disponibile in diversi colori, Ø 12 cm, il vaso

Phalaenopsis a fiore singolo in coprivaso disponibile in diversi colori, Ø 9 cm, il

a partire da 2 pezzi

30%

Avocado Migros Bio Spagna/Marocco, il pezzo, 1.37 invece di 1.95, offerta valida dal 29.1 all'1.2.2026

30%

8.80

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Acqua minerale Aproz disponibile in diverse varietà e in confezioni multiple, 6 x 500 ml, 6 x 1 litro e 6 x 1,5 litri, offerta valida dal 29.1 all'1.2.2026

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