Anno LXXXVIII 29 dicembre 2025
Cooperativa Migros Ticino
G.A.A. 6592 Sant’Antonino
Settimanale di informazione e cultura
edizione
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MONDO MIGROS
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SOCIETÀ
ATTUALITÀ
CULTURA
TEMPO LIBERO
In Svizzera aumenta l’interesse dei giovani per la formazione in Relazioni internazionali
Le sfide che hanno segnato la Svizzera nel 2025, tra demografia, dazi e lotta alla violenza di genere
Al MASI una mostra dedicata alla comunità di artisti giunta a Carona alla fine degli anni Sessanta
Il ricercatore italiano Marco Buttu racconta la sua quotidianità nella stazione di ricerca al Polo Sud
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In volo verso il 2026
Manuela Mazzi
Sergio Luban
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I giovani e l’anno nuovo Barbara Manzoni
In Svizzera e in particolare a Ginevra gli studi in Relazioni internazionali stanno vivendo un momento di rinnovato interesse, ce lo racconta Valentina Grignoli in un articolo che potete leggere a pagina 5. La direttrice del Global Studies Institute di Ginevra, Céline Carrère, conferma un aumento del 20% di iscrizioni quest’anno. Questo dato, come altri, illustra come le nuove generazioni, i giovani di oggi, siano molto interessati a ciò che accade nel mondo attorno a loro, dimostrando così una consapevolezza che non sempre siamo disposti a riconoscergli. Nell’articolo di cui sopra lo conferma anche una giovane studentessa: «ciò che avviene ai quattro angoli del mondo mi preoccupa. A volte leggere le notizie genera ansia. Studiare quel che succede mi permette di capire i fenomeni, le opinioni diverse, le soluzioni possibili. Non credo che mi rassicuri del tutto, ma almeno ho uno strumento».
Ma non è solo ciò che accade nel mondo lontano da noi a preoccupare i ragazzi, le giovani generazioni sono, infatti, in grado di riconoscere l’importanza di possedere gli strumenti necessari per capire chi ci sta di fronte nel quotidiano e non esitano a impegnarsi in progetti di aiuto come quello di prossimità ai cittadini descritto nell’articolo di Alessandra Ostini Sutto a pagina 6. In questo caso sono gli studenti dell’Università della Svizzera italiana a mettere le proprie competenze al servizio degli altri, esperienza che, a loro dire li ha aiutati a curare una comunicazione efficace e a sapere ascoltare, permettendo loro così anche di trarre vantaggio dai contatti intergenerazionali. Quelle appena citate sono solo due declinazioni dell’essere giovani, e non hanno la pretesa di raccontare la complessità e le sfaccettature di un’intera generazione, allo stesso tempo, però, ci aprono uno spiraglio sulle tendenze e le atti-
tudini di una parte di società alla quale troppo spesso si fatica a dare voce. Ad oggi lontani da posti chiave e in misura ancora maggiore dalle stanze del potere, i rappresentanti di una generazione che si affaccia al mondo adulto e professionale, ci colgono forse un po’ impreparati. D’altronde, ascoltare i giovani e raccontarli non è lavoro di tutti i giorni né per la maggior parte dei giornalisti, alle prese con un’attualità con la quale si fatica a stare al passo, né per una società in profonda trasformazione, forse ancora incapace di essere coesa al punto da dare la stessa autorevolezza a ognuna delle voci che la compongono. Questi, però, sono giorni in cui, chi più, chi meno, siamo tutti chiamati a fare un bilancio dell’anno che sta per finire e, se non un pronostico, almeno qualche pensiero riguardo a quello che sta per iniziare. Ci è sembrato il momento giusto per parlare di chi l’anno nuovo lo affronta
con la forza, con i desideri e con quel pizzico di incoscienza della giovinezza. Ed è dunque alle giovani e ai giovani che va il nostro particolare augurio di buon anno nuovo, nella speranza che il 2026 li spinga ancor più a coltivare le loro aspirazioni e a impegnarsi per i loro obiettivi. Cosa augurare invece alle generazioni che li hanno preceduti, boomer in testa? Ai miei coetanei (e a me stessa) in vista dell’anno nuovo mi permetto di suggerire un buon proposito (l’abitudine di farne all’inizio di gennaio non mi ha mai abbandonata): in questo 2026 prendiamoci il tempo per davvero osservare, conoscere e capire i giovani, cerchiamo di ascoltarli, astenendoci per una volta dall’imporre il nostro pensiero o punto di vista, evitando di giudicare troppo frettolosamente le loro prospettive, impegnandoci a non elargire troppi consigli poco richiesti, e, last but not least, imparando, di tanto in tanto, a farci da parte.
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MONDO MIGROS
Quando il sogno del campeggio diventa realtà
Sponsoring ◆ Da febbraio Migros distribuirà tre milioni di franchi alle associazioni e ai progetti legati ai campi: registratevi subito Nina Huber, Pierre Wuthrich
In tenda o in una casa colonica, in inverno o in estate: ogni anno in Svizzera vengono organizzati decine di migliaia di campeggi e migliaia di responsabili lavorano come volontari per far sì che i bambini tornino a casa dopo aver vissuto esperienze indimenticabili. Ciononostante, alcuni desideri piccoli o grandi rimangono insoddisfatti. Ed è proprio qui che interviene la raccolta promozionale della Migros «Support my Camp». Dopo aver sostenuto associazioni sportive e culturali negli anni precedenti, questa volta l’obiettivo è realizzare i desideri riguardanti i campeggi per bambini e ragazzi. A partire dal 5 febbraio, per ogni acquisto di 20 franchi verrà consegnato un buono-associazione che potrà essere assegnato. Le associazioni possono registrare i desideri relativi ai campeggi da subito. Abbiamo parlato con tre respon-
sabili di campeggi e abbiamo chiesto loro quali sono i loro ricordi preferiti.
La fondue di mezzanotte Daniel Guignard, 34 anni, insegnante di matematica di Ursins (VD), corresponsabile del campeggio estivo della Société Cantonale des Musiques Vaudoises ricorda la fondue di mezzanotte tra giovani musicisti: «Ogni anno organizziamo un campo di due settimane a Sainte-Croix nel Canton Vaud a cui partecipano fino a 150 giovani musicisti. Fanno sei ore di prove al giorno per tenere, al termine, un grande concerto. È incredibile vedere i progressi che fanno. Io stesso partecipavo al campo estivo e trovavo entusiasmante ritrovarmi con altri musicisti di livello superiore al mio. Sono nate anche grandi amicizie. Oggi partecipo come responsabile del campo perché voglio che gli
Nuova raccolta promozionale: «Support my Camp» Partecipate anche voi alla nuova campagna Migros! Registrazione: la vostra associazione ha bisogno di nuove tende o attrezzature sportive per il prossimo campeggio? Oppure volete organizzare un’escursione indimenticabile? Iscrivete subito la vostra associazione su migros.ch/camp/it e registrate il vostro desiderio. Condizioni: il campeggio deve essere destinato a bambini o ragazzi. Deve avere una durata di almeno tre giorni, con o senza pernottamento. Il
focus dell’associazione deve essere in Svizzera. Raccolta: dal 5 febbraio al 22 aprile, i clienti Migros ricevono un buono-associazione per ogni 20 franchi di spesa e possono destinarlo a un campeggio selezionato. Più buoni vengono assegnati, più soldi riceverà la vostra associazione preferita. Ora è possibile raccogliere i buoni anche tramite l’app Migros.
Maggiori informazioni migros.ch/camp/it
aspiranti musicisti traggano beneficio da questa esperienza. Durante le settimane in cui si tiene il campo, lavoro 18 ore al giorno. Insieme agli altri due coordinatori mi occupo di un team di circa 30 persone, tra cui 15 insegnanti di musica. I ragazzi sono motivati e l’atmosfera è incredibile. Non devo neanche controllarli troppo, tranne quando qualcuno vuole organizzare una cena a base di fondue nel cuore della notte».
Momenti intorno a un fuoco: il campeggio è un’esperienza indimenticabile.
Al campo scout nonostante la disabilità Nicole Zgraggen, 27 anni, insegnante di musica di Schattdorf (UR), che gestisce i campi del SOC di Uri, racconta: «Pioveva a dirotto, ma nessuno cercava un riparo. La banda del campo suonava sul palco e tutti i bambini e i responsabili del campo scout cantonale di Uri cantavano a squarciagola. Una melodia che arrivava dritta al cuore. In momenti come questi, sono orgogliosa di essere responsabile dei campi “Scout ad Ogni Costo (SOC)”. Ho iniziato nel 2021 provenendo da un altro settore. Dei miei amici avevano urgentemente bisogno di aiuto per una gita di un giorno. Da allora ho iniziato a lavorare come responsabile e poi come responsabile del settore. Al SOC partecipano bambini e ragazzi con disabilità fisiche o mentali. Il campeggio deve quindi essere privo di barriere e facilmente accessibile. Queste strutture sono solitamente più costose. Senza l’aiuto di amici e sponsor non potremmo permetterci di organizzare questi campi. Ma negli scout ci si aiuta a vicenda. Per il campo estivo menzionato prima siamo riusciti a prendere in prestito tutte le tende dal SOC di Untervaldo.
Nel team di gestione eravamo tutte donne. Una volta, quando la pila dei panni da lavare era particolarmente grande, un responsabile del campo di un altro settore è venuto spontaneamente ad aiutarci. Lavare le cose non è mai stato così divertente come quella volta».
Ragazze che ballano Sandra Bohle, 38 anni, sviluppatrice in ambito meccanico di Dachsen (ZH), gestisce il campo dell’associazione di danza «Rocket Girls Dance Formation»: «Ancora oggi ricordo chiaramente la stanza del primo campo giovanile a cui ho partecipato, anche se è stato 30 anni fa. È stata un’esperienza incredibile. Oggi lavoro ogni estate come responsabile di un campo di danza per la “Rocket Girls Dance Formation” della Svizzera orientale. Prenotiamo i nostri
campi di formazione di quattro giorni per la danza rock’n’roll con 120 persone con due anni di anticipo. Non è facile trovare un campo così grande che abbia due palestre nelle vicinanze. Le bambine di sette anni ballano quattro ore al giorno, quelle più grandi, a partire dai quattordici anni, danzano fino a otto ore al giorno. A volte continuiamo ad allenarci anche dopo cena. L’aiuto esterno che riceviamo, ad esempio dai genitori che cucinano per noi, è indispensabile. Nei campeggi, i bambini crescono insieme, anche in gruppi con partecipanti di età diverse. Le ragazze più giovani ammirano quelle più grandi. Un’esperienza mi è rimasta impressa: i bambini stavano giocando a nascondino. Anche mia figlia, che all’epoca aveva quattro anni, partecipava al gioco. Si era nascosta sotto il letto, ma fortunatamente le altre ragazze l’hanno trovata subito: si era addormentata».
Biogas, preziosa fonte di energia
Sostenibilità ◆ Migros sostiene le aziende agricole che, oltre a latte e carne, producono anche energia verde Nina Huber
Che cos’è il biogas? Il biogas è una fonte di energia rinnovabile e può essere utilizzato per generare elettricità, calore, combustibile e carburante per motori. Viene prodotto attraverso la fermentazione di biomasse come letame, letame liquido, residui di colture e scarti domestici e industriali di frutta e verdura. Quali sono i vantaggi del biogas agricolo? Il biogas fuoriesce nell’atmosfera durante lo stoccaggio e lo spandimento dei liquami. Calcolato su un periodo di cento anni, l’effetto serra del gas metano è 27 volte più forte di quello della CO₂. Tuttavia, se il liquame viene immediatamen-
te immesso in un apposito impianto, il biogas non viene rilasciato nell’atmosfera ma produce energia. Il liquame che rimane dopo la fermentazione funge da efficace fertilizzante. In che modo Migros sostiene gli impianti di biogas agricolo? Migros sostiene la riduzione dei gas serra nella propria catena di approvvigionamento. Grazie agli impianti di biogas, si riducono i gas serra che altrimenti verrebbero rilasciati durante lo stoccaggio di letame e liquami. Migros remunera queste riduzioni e le può conteggiare nel suo bilancio della CO2. La realizzazione tecnica degli impianti di biogas come progetti di protezione del clima è
affidata alla Cooperativa Ökostrom Schweiz con la Fondazione Myclimate come partner di cooperazione. I fondi così generati tornano ai gestori e contribuiscono in modo significativo all’efficienza economica dei sistemi. I prodotti delle fattorie finiscono a loro volta sugli scaffali della Migros. Come viene utilizzato il biogas? Un esempio: l’impianto di biogas della fattoria Riethof di Eschlikon (TG) è alimentato da quattro aziende agricole e da un caseificio con ingrasso di suini. Il calore generato dalla produzione di elettricità non viene utilizzato solo per mantenere il liquame nel fermentatore alla giusta temperatura necessaria per il proces-
L’impianto di biogas della fattoria Riethof di Eschlikon (TG) è alimentato da cinque aziende agricole. (Nik Hunger)
so biologico, ma anche per riscaldare quattro case, un caseificio, un pollaio e un porcile. In estate, l’impianto serve per essiccare il fieno. «Il biogas
mi fornisce un reddito aggiuntivo al latte bio», afferma l’agricoltore biologico Michael Müller della fattoria Riethof.
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SOCIETÀ ●
I giovani sognano di cambiare il mondo In Svizzera e in particolare a Ginevra è in continuo aumento l’interesse per le facoltà di Scienze politiche e Relazioni internazionali
Aiuto digitale, l’impegno degli studenti A Lugano Punto digitale inRete fornisce un’assistenza individuale per l’uso delle tecnologie coinvolgendo gli studenti dell’USI
Un bel sorriso aumenta l’autostima Dall’ortodonzia alla psicologia: la dottoressa Paola Merlo ci spiega come una corretta cura dei denti porti molti benefici
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Due mamme, due figli, una famiglia
Il caffè dei genitori ◆ In Svizzera fra i nuclei famigliari con figli al di sotto dei 25 anni 1300 sono composti da coppie omosessuali Simona Ravizza
«E io ho due mamme!». In questa risposta spontanea e innocente – data da uno dei suoi gemelli di tre anni a un compagno d’asilo orgoglioso della forza fisica del proprio papà – sta la sfida e insieme la soddisfazione di Martina Pennisi, 42 anni: «Normalità!». La normalità con cui ha vissuto fin dall’inizio il desiderio di diventare madre pur essendo omosessuale. In un post su Instagram per la Festa della Mamma scriveva: «Auguri a tutte le mamme, soprattutto a quelle che sanno già di esserlo ma devono ancora diventarlo». La normalità del percorso affrontato per coronare il sogno, pur passando per la fecondazione eterologa in vitro: dal 1° luglio 2022, con l’introduzione del «matrimonio per tutti», anche in Svizzera le coppie lesbiche sposate possono accedere alla donazione di sperma. La normalità dei sabati mattina al parco con il sole e quella con cui i bambini trasformano anche una giornata di pioggia in felicità. E, soprattutto, la normalità con cui Pietro e Giulia possono dire orgogliosamente ai compagni dell’asilo di avere due mamme. Giornalista del «Corriere della Sera», collega preziosa e amica sincera, milanese sorridente e milanista accanita: la sua storia si inserisce in un panorama sociale in continua evoluzione, come mostrano i numeri anche in Svizzera. Su 4 milioni di nuclei familiari, quelli con figli sotto i 25 anni sono circa uno su tre. I figli vivono con 815mila genitori sposati, 155mila madri sole, 125mila genitori conviventi, 33mila padri soli e, in circa 1300 casi, con coppie omosessuali. Inoltre, il 13% dei genitori con almeno un figlio sotto i 18 anni non sta più insieme all’altro genitore, spesso ricostituendo una famiglia, le cosiddette «famiglie patchwork». Insomma, la famiglia è una, ma le sue declinazioni sono molteplici. Se il filo conduttore del racconto di Martina è la rivendicazione della normalità, c’è un momento preciso in cui questa consapevolezza prende forma. Qual è la scintilla che la fa scattare? Il 7 settembre 2004, Italia 1 trasmette The O.C., serie cult per un’intera generazione. Tra le ville di Newport Beach in California e le vicende dei suoi ricchi adolescenti, spicca la storia d’amore tra due ragazze, Marissa e Alex: una delle prime rappresentazioni di una relazione omosessuale in un prodotto di prima serata di enorme successo. Quella stessa sera, a rafforzare il messaggio, va in onda il film L’altra metà dell’amore, con la relazione tormentata tra due compagne di collegio. Riflette Martina: «Sono convinta che la generazione Millennial (i nati tra il 1980 e il 1996, ndr) abbia potuto trovare il coraggio di vivere apertamente la propria omosessualità e realizzare con libertà un pro-
Dal 1° luglio 2022, con l’introduzione del «matrimonio per tutti», anche in Svizzera le coppie lesbiche sposate possono accedere alla donazione di sperma. (Freepik.com)
getto di famiglia anche grazie a serie tv e film. All’inizio persino a me faceva strano vedere due donne o due uomini che si baciavano. Quando poi l’ho visto in tv in prima serata sono impazzita di felicità. Non c’era più bisogno di essere senza dirlo».
Pietro e Giulia possono dire orgogliosamente ai compagni dell’asilo di avere due mamme: una normalità che mamma Martina vive con soddisfazione Normalità, però, non vuol dire che tutto sia semplice. La decisione di intraprendere la strada della fecondazione assistita in vitro è un percorso a ostacoli, che si scontra con la disponibilità economica, il peso delle cure ormonali e le diverse legislazioni nazionali. Lo spiega bene Martina, raccontando una delle prime e più profonde domande che le famiglie nascenti come la sua e della sua compagna (non può usare il termine moglie perché in Italia le coppie dello stesso sesso possono solo unirsi civilmente) devono porsi: se procedere o meno in un Paese che permette al figlio, a 18 anni, di conoscere l’identità del donatore. Una scelta non da poco. In Svizzera, la legge è chiara: chi è nato da do-
nazione di sperma dopo il 1° gennaio 2001 può presentare una domanda all’Ufficio federale dello stato civile (UFSC). Al compimento dei 18 anni, riceverà informazioni sull’identità e sulle caratteristiche fisiche del donatore, potendo accedere a dati ancora più dettagliati, come quelli medici, in presenza di un interesse degno di nota. Decisioni come queste richiedono un affiatamento e una determinazione che, sebbene necessari a ogni coppia, qui assumono un peso specifico. E gli interrogativi non finiscono: di chi sarà l’ovulo? Chi porterà in grembo il bambino? Sono questioni uniche per una coppia di due donne, che uniscono l’aspetto biologico, emotivo e personale in un modo che una coppia eterosessuale non deve affrontare. Ma la domanda che più assilla ogni genitore è: come spiegarlo poi ai figli? «A partire dai 2 anni – sottolinea Martina – c’è il momento cruciale in cui spiegare ai bambini che le famiglie sono di molteplici tipi: con una mamma e un papà, sposati o no, con una mamma sola, un papà solo, due mamme, due papà, o con genitori che si sono risposati». Una frase che non basta dire una volta, ma va ripetuta finché entra nella testa e nel cuore dei bambini. È una realtà che i numeri, come abbiamo visto, già fotografano. Ma tradurre quelle statistiche nella vita di tutti i giorni,
sulla propria pelle, è un’altra storia. Quando in questa rubrica nel maggio 2023 abbiamo parlato di «famiglie patchwork», abbiamo ammesso che c’è un problema: è mai possibile che non esistano termini per definire i nuovi rapporti familiari senza dare una connotazione negativa? Quando per esempio, ci presentiamo a qualcuno, non trovate assurdo che non esistano termini per definire il marito della mamma o la moglie del papà o i figli dell’una e dell’altro che stanno crescendo come fratelli? E qui, paradossalmente, emerge un vantaggio inaspettato: «In questo caso le coppie omosessuali sono avvantaggiate – dice Martina con gli occhi che le brillano – perché il termine per definire due partner che hanno dei figli insieme c’è ed è bellissimo: genitori!». Genitori. Una parola universale per definire le famiglie con figli e che dal settembre 2024 ci ha portato a cambiare, proprio per essere inclusivi anche con il linguaggio, il nome della rubrica che un tempo era Il caffè delle mamme. Genitori che sono mamme e papà, due mamme, due papà, e genitori acquisiti che, pur non essendo di sangue, lo sono con il cuore, senza togliere nulla a quelli biologici. Insomma, famiglia è dove c’è amore. Un amore che si moltiplica e non va mai in sottrazione.
«Mio papà – confessa Martina, che non ha portato avanti la gravidanza – dopo le prime ecografie mi ha chiesto: “Quindi io posso dire che sto diventando nonno?”». In quella domanda c’è tutta la tenerezza e l’incertezza di una generazione, ma anche la dimostrazione che le barriere e i dubbi teorici si sciolgono di fronte alla realtà gioiosa di un nipote in arrivo. In famiglia, ma fuori? La preoccupazione che prima o poi Pietro e Giulia incontrino il bambino che rimarca la loro diversità? «Certamente. Come chi porta gli occhiali può trovare chi lo prende in giro!». La vera normalità, in fondo, non è l’assenza di problemi, ma la consapevolezza che le proprie sfide sono le stesse di tutti gli altri. «Confermo, è tutto qui – posta Martina per i suoi 42 anni –. Nel 4, nel 2 (+2), nella luce, nel mare e nel continuare a farsi domande, anche, e soprattutto, quando si crede di avere trovato la risposta». Il rammarico di Martina è che non ci siano ancora fiabe alla Peppa Pig per raccontare queste realtà. C’è Famiglie dell’illustratrice e autrice Georgette che rimarca: «Una famiglia è come un nido, come una tana dove sentirsi protetti e amati». Non ci sono fiabe, ma c’è la vita. L’esserci dentro. In attesa che la cultura si adegui, la vita va avanti.
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MONDO MIGROS
Capodanno all’insegna del gusto
Attualità ◆ Per molti non è immaginabile un cenone di San Silvestro o un pranzo di Capodanno senza le specialità più popolari; ve ne presentiamo alcune disponibili nell’assortimento dei maggiori supermercati Migros
Sirio Aimi / Frame&Motion
La nostra carne per fondue è così buona che ogni boccone regala gustosi momenti di gioia e convivialità. Dalla chinoise di manzo (bistecca, scamone o magatello) a quella di fesa di vitello, passando per la chinoise di lonza di maiale fino alla bourguignonne di scamone di manzo, ogni pietanza viene tagliata sul momento dai nostri esperti macellai, per una freschezza e qualità garantita. Puoi ordinare la tua carne fresca per fondue, grigliata da tavola o fondue di pesce direttamente al banco delle filiali Migros con macelleria, oppure anche online collegandoti al nostro banco carne digitale tramite il codice QR sottostante.
Autentiche ghiottonerie per gli amanti degli insaccati, il cotechino e lo zampone sono dei classici per Capodanno. La gamma Migros annovera i cotechini dei salumifici Sciaroni di Monte Carasso e Salumi del Pin di Mendrisio, così come lo zampone dei Nostrani del Ticino, anch’esso a firma Salumi del Pin e realizzato interamente con carni selezionate di maiali allevati in Ticino. Disponibile anche il cotechino di vitello, meno grasso rispetto a quello suino, e il succoso stinco di maiale già arrosto Beretta, pronto in pochi minuti riscaldato in forno.
Azione 36% Cotechino prodotto in Ticino per 100 g in self service Fr. 1.30 invece di 2.05 Solo dal 30.12 al 31.12.2025
Spesso gustate durante le occasioni speciali, le ostriche sono apprezzate per il loro sapore unico e delicato. Quest’anno i principali supermercati Migros consigliano di assaggiare le ostriche della varietà Marennes Oléron, gustose e carnose, e quelle di elevata qualità Geay, che si distinguono per la loro polpa profumata dal sapore delicatamente iodato. Entrambe provengono da allevamenti certificati situati sulla costa atlantica francese. Il modo migliore per apprezzare le ostriche è naturalmente quello di consumarle crude, servite su uno strato di ghiaccio accompagnate da limone e una salsina a base di aceto e scalogno tritato.
Perché non concedersi qualcosa di esclusivo durante le festività? Le nostre macellerie ti propongono alcuni tagli di carne particolari, per aggiungere un tocco di raffinatezza alla tua tavola. L’entrecôte Irish beef proviene da manzi irlandesi allevati all’aperto e si caratterizza per la sua delicatezza e tenerezza. La carne viene lasciata frollare 3 settimane all’osso. Il sapore dolce e distintivo del filetto di bisonte è un’esperienza tutta da assaporare, mentre chi cerca una delle carni più esclusive al mondo, nota per la sua intensa marezzatura, troverà nell’entrecôte di wagyu il modo di deliziarsi pienamente. Le nostre irresistibili creazioni gastronomiche per l’antipasto risaltano i momenti di festa. Tra le opzioni disponibili come vol-au-vent misti, cubetti di pesce, stampini ai crostacei, paté di fegato, paterino al Gin Bisbino… spicca la finissima mezza aragosta in bellavista pronta al consumo, decorata in modo invitante con maionese, gelatina e un tocco di verdurine.
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SOCIETÀ
Giovani che vogliono capire il mondo e sognano di cambiarlo
Il doloroso cammino di Ruun
Formazione ◆ In tutta la Svizzera e in particolare a Ginevra, le facoltà di Scienze politiche e Relazioni internazionali registrano un aumento di interesse
Libri ◆ Il racconto di un viaggio dalla Somalia al Ticino
Valentina Grignoli
Barbara Manzoni
«Certo non è bello quando guardo il mio castello in aria, e penso che un castello sulla Terra così bello non ci sta», così canta Brunori Sas ne Il costume da Torero. E così, forse, immagino, pensano i ragazzi, che nella testa hanno castelli meravigliosi, difficili poi da riprodurre o riconoscere nella realtà attuale. In un’epoca segnata da incertezze politiche, guerre, crisi climatiche e disuguaglianze sociali, si potrebbe pensare che i giovani, delusi, si allontanino dalla politica, senza più credere in un futuro migliore. Che evadano tra le nuvole o si nascondano nel gregge. E invece, i numeri, e non le stelle, dicono il contrario. Al Global Studies Institute di Ginevra, per esempio, quest’anno le domande d’iscrizione sono aumentate del 20%. Secondo la direttrice, Céline Carrère, è un segnale che parla chiaro e racconta rinnovata attenzione e impegno. Questo non è un fenomeno isolato: in tutta la Svizzera le facoltà di scienze politiche e relazioni internazionali registrano un aumento di interesse. Li avevamo osservati e appoggiati per le battaglie per il clima qualche anno fa, oggi queste ragazze e questi ragazzi sono cresciuti, studiano, a volte scegliendo percorsi in virtù di un cambiamento globale, e non solo per la propria carriera. Cosa li spinge a optare per un bachelor o un master in relazioni internazionali, per esempio? Paura per il futuro? Ansia per il pianeta? Voglia di riscatto? O semplicemente un desiderio concreto di agire? Per capirlo, ho parlato con la Direttrice del Global Studies Institute Céline Carrère, anche professoressa in Economia internazionale, e con due studenti di Master di un altro istituto ginevrino importante, Lou De Muynck e Luca Micheli.
Aveva 8 anni quando suo padre di notte la abbandonò, lontana dalla sua casa di Belet Uen, in un grande piazzale con tanti altri bambini insieme ai quali fu caricata su un autobus-carcassa che la portò dalla Somalia, dove era nata, al Kenya. Inizia così lo straziante e incredibile viaggio di Ruun Cali che la porterà, ancora giovanissima e per puro caso, fino a Ginevra e da lì in Ticino, dove ora lavora come cuoca in un raffinato ristorante della Leventina. Ora questo viaggio è raccontato dalla stessa Ruun Cali in un libro edito da iet e intitolato Portata dal vento. Il mio cammino da Mogadiscio ad Airolo. La testimonianza di questa giovane donna non lascia indifferenti, a tratti è molto toccante soprattutto nella prima parte del libro dove descrive le sue peregrinazioni in Africa e in Arabia Saudita, mentre nella seconda parte ci fa entrare nel «sistema-asilo» del nostro Paese. Il racconto è sincero e a volte quasi troppo asciutto, così che al lettore resta la voglia di scoprire altri particolari, altri risvolti di una vicenda che, a chi è nato nella parte fortunata del globo, sembra al limite dell’inverosimile. Come si sopravvive a vicende così dure? Come si riesce ad andare avanti con la fiducia nel domani? E addirittura aiutando altre persone che continuano a vivere nell’incertezza della Somalia? A queste domande Ruun Cali risponde con le sue parole semplici eppure forti, piene di umanità e anche di un certo humour che a sprazzi traspare. Ritorna spesso nelle pagine di Portata dal vento la fede, sostenuta dalla lettura del Corano, e la gratitudine verso alcune persone incontrate lungo il cammino. «Se sono qui – scrive nei suoi ringraziamenti Ruun Cali – è anche perché durante la mia lunga peripezia ho incontrato persone meravigliose. Si sono prese cura di me, guarendomi dalle malattie e dagli incidenti subiti o aiutandomi con le loro parole di conforto a ritrovare la forza mentale e fisica per tenere duro e continuare ad andare avanti». Il libro è una storia di vita e di sopravvivenza, certo, ma soprattutto una storia di gesti di solidarietà umana di tante persone che anche in Ticino hanno affiancato la giovane donna durante gli anni di apprendimento della lingua, di lavoro, di apprendistato e ora di aiuto umanitario. Un libro necessario per capire un po’ meglio chi da noi arriva portato dal vento.
«L’anno scorso cambiavo il mio piano di insegnamento ogni settimana, per adeguarmi all’attualità: me lo chiedevano gli studenti la sera prima» I ragazzi non fuggono dal mondo attuale «L’anno scorso cambiavo il mio piano di insegnamento ogni settimana, per adeguarmi all’attualità: nuovi orientamenti economici, decisioni politiche, conflitti in Medio Oriente e in Europa. Me lo chiedevano gli studenti la sera prima», racconta Carrère. «Quando poi un giornalista mi ha chiesto questa estate se ci fosse una diminuzione degli iscritti a causa del nuovo ordine mondiale e del disincanto verso la politica, sono stata costretta a rispondergli che tutt’altro, le domande erano in continua crescita!». Secondo la direttrice, il successo della formazione risiede soprattutto nel contesto, ma non solo: «Studiare Relazioni internazionali a Ginevra ha certo un valore. Ma va detto che si tratta anche di una formazione davvero interdisciplinare». E mi cita, per esempio, il successo del nuovo Bachelor che associa scienze computazionali (intelligenza artificiale, sistemi complessi, basi
Palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra. (Wikimedia)
di dati) con le relazioni internazionali. Del resto leggo che il Global Studies Institute, fondato nel 2013, ha da sempre privilegiato l’interdisciplinarità, per comprendere le sfide del mondo contemporaneo nella loro globalità. «C’è veramente la voglia di capire la situazione, c’è l’entusiasmo. A volte questo deriva dall’inquietudine, dalla paura, dall’ansia. “Perché si prendono certe decisioni? Come siamo arrivati a questo punto?” si chiedono i ragazzi». In sostanza, per Carrère, i giovani non fuggono il mondo attuale ma ci entrano, cercano strumenti per comprendere, e poi intervenire.
Lou «Mi chiamo Lou De Muynck e sono belga. Ho vissuto in Senegal, Ecuador, Israele-Palestina, Belgio e Paesi Bassi, prima di trasferirmi a Ginevra per questo Master». Lou ha fatto il Bachelor all’Universiteit Groningen in Relazioni e Diritto Internazionali, e da settembre 2025 ha iniziato il suo percorso in Droit Humains et Humanitarisme nella filiera del programma interdisciplinare MINT de l’Institut de Hautes Études et du Développement de Genève, il Graduate Institute. «L’ho scelto proprio per la sua interdisciplinarietà, e perché è a Ginevra, un ambiente internazionale e francofono». Due parole su questo Istituto, che è stato fondato nel 1927, all’epoca della Società delle Nazioni, come prima istituzione accademica interamente dedicata allo studio delle relazioni internazionali. La sua missione, in uno spirito di cooperazione e solidarietà, è promuovere l’analisi critica delle questioni internazionali e dello sviluppo attraverso l’insegnamento, la ricerca, la formazione continua e gli eventi pubblici. Quando ha cominciato a studiare, Lou non sapeva ancora cosa avrebbe fatto: «Ero indecisa fra storia, scenografia museale e relazioni internazionali. Dopo quattro anni a Gerusalemme e i miei studi a Groningen ho deciso che volevo specializzarmi in
campo umanitario. Il mio obiettivo è lavorare in questo settore, a Ginevra, a Bruxelles o sul campo. So che oggi l’umanitario non sta benissimo, mancano fondi, posti di lavoro, persino stages, ma credo che il mondo avrà sempre bisogno di operatori umanitari». Poi riflette: «Ciò che avviene ai quattro angoli del mondo mi preoccupa. A volte leggere le notizie genera ansia. Studiare quel che succede mi permette di capire i fenomeni, le opinioni diverse, le soluzioni possibili. Non credo che mi rassicuri del tutto, ma almeno ho uno strumento». Quanto all’ambiente studentesco: «Al Graduate Institute gli studenti sono molto attivi sui temi attuali. Ci sono manifestazioni contro ciò che succede a Gaza, per esempio, e in classe non esitiamo a parlare di conflitti, politica, ambiente». Alla domanda se le generazioni precedenti abbiano commesso errori, risponde: «Sì. Però non credo siano le persone che sbagliano, ma i dirigenti che non hanno fatto abbastanza. Io credo che la nostra generazione sia più consapevole, più informata». E quando le chiedo dove si vede tra qualche anno: «Dopo il Master, spero di trovare un lavoro che mi piaccia, dove possa contribuire anche io all’avanzamento del mondo».
Luca «Ho fatto due anni di medicina a Friborgo, durante il Covid, e ho capito che quello studio non faceva per me». Mi racconta Luca Micheli, ticinese, che come Lou oggi frequenta il Master del Graduate Institute. «Ho deciso di far coincidere lo studio universitario con i miei interessi: l’attivismo politico». Per questo Luca ha iniziato un Bachelor in Relazioni Internazionali a Ginevra: «Un campo ampio, non così specifico come legge o medicina, anche se poi mi sono specializzato comunque in diritto!». Poi il Master nell’internazionale, candidandosi al Graduate Institute. «È una scuola bella, interessante, apre diverse prospettive. Ma mi accorgo anche che è molto
selettiva, competitiva. C’è una socialità molto internazionale, improntata sul networking, e la cerchia è ristretta». Fuori dall’università Luca è attivo da tempo «in diversi ambiti di autogestione. Iniziando come monitore di colonia (l’Arcagajarda dei Giullari di Gulliver), una vera scuola per me. Poi l’attivismo per il clima, la resistenza contro l’abbattimento dell’Ex Macello di Lugano, e adesso la questione degli spazi indipendenti. Con alcuni amici abbiamo aperto e gestiamo un nuovo spazio culturale indipendente (il FuoriLuga), è a questo che lavoro al di là degli studi». Aggiunge: «Sono cresciuto e cambiato rispetto a qualche anno fa, anche nel mio idealismo, che si è fatto forse più concreto». E dopo? «Forse sarò un giornalista, sperando che esista ancora la carta stampata! Ma è il mio sogno. Ci sono anche altre possibilità molto interessanti, non per forza legate al mondo diplomatico. Mi piacerebbe sfruttare questi anni di formazione per fare missioni all’estero, viaggiare, lavorare altrove per poi tornare. Quello che temo un po’ è l’ambiente performativo, molto competitivo, caratteristica delle grandi istituzioni internazionali. Sarei più felice di riuscire a fare qualcosa di pratico, concreto, in cui posso mettere tutto me stesso». Un mondo da cambiare? «Non so se spetti proprio a noi cambiare il mondo, credo che siamo una generazione demograficamente minore. Ma sì, la nostra generazione sarà coinvolta in trasformazioni molto grandi, climatiche, economiche. E io non so se lo vorrò fare da dentro una grande istituzione». Parla con i piedi per terra, Luca, che non sogna soltanto di «salvare il mondo», ma anche di rimanere dentro una comunità, un contesto attivo. Parafrasando Céline Carrère, la formazione è una cosa, poi toccherà agli studenti agire. E tornando a Brunori Sas: «Non sarò mai abbastanza cinico, da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di com’è. Ma non sarò neanche tanto stupido, da credere che il mondo possa crescere, se non parto da me».
Il ritratto di Ruun Cali in copertina è di Mauro Dotta.
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Anno LXXXVIII Anno LXXXVIII 29 dicembre 29 dicembre 2025 2025
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SOCIETÀ
La strada che unì imperi oggi ridi L’aiuto digitale diventa un’occasione di incontro
Socialità ◆ A Lugano il progetto Punto digitale inRete fornisce un’assistenza individuale gratuita su temi legati all’uso delle nuove tecnologie coinvolgendo gli studentiladel Bachelor Comunicazione dell’USImerci, idee e imperi, oggi al centro della più vasta iniziativa La Via della Seta ◆ Ripercorriamo rotta che perdimillenni ha fatto circolare
Acquistare il biglietto del treno o di L’Airbus A330 della compagnia Chiuno spettacolo, pagare il parcheggio, na Easternun è pronto a decollare dall’aprenotare appuntamento, effettuaeroporto di Milano circa re un pagamento conMalpensa, QR e via dicen750 sono annisempre dopo ildi viaggio di Marco do, più i servizi di uso Polo alla scoperta deldigitali Paese del quotidiano ad essere e a dravolgone. L’aereo èdisponibili carico di turisti cinesi te addirittura unicamente che tornano in patria.un Persi in mezzo online. Sicuramente elemento di a questi viaggiatori una praticità e comoditàorientali, per moltisolo ma non quindicina occidentali sono imper chi ha di poca dimestichezza con barcati percellulare l’Imperoeditablet. Mezzo. vocomputer, PerIlloro, lo tra latendenza capitale lombarda la città di questa può anzie costituire Xi’an, provincia dello per Shaanxi, un veronella e proprio ostacolo, supedurailundici rare quale ore. possono – quando dispoNel– rivolgersi 1271 Marco Polo impiegò nibili a familiari e conoquattroma anni per raggiungere Ci-è scenti; questo, ovviamente, lanon na, doveilsicaso unìealnon padre Niccolò e allo sempre è, probabilmente, zio Matteo,laesoluzione. tornò a Venezia solo donemmeno po 24 anni di assenza. In Cina, dove «Vedere i cittadini servì l’imperatore Kublaiacquisire Khan come emissario, funzionario ispettore, visicurezza nell’usoe degli sitò Xi’an, chedigitali definì la nobile città di strumenti è stato Quengianfu nella sua opera Il milione gratificante e ha dato un o Libro delle meraviglie. Vi menziona i valore al lavoro» numerosiconcreto gelsi che crescono nei dintorni della città e sui quali vengono Per ovviare a questa situazione Citallevati i bachi da seta. Il librola citatà Lugano datoè stato vita, nel 2022,e to,di scritto nel ha 1298, copiato atradotto Punto in digitale, evolutoe quest’anno molte lingue ha ispirato in Punto digitale inRete, progetto futuri esploratori, tra cuiunCristoforo che mira a fornire un dopo. supporto indiviColombo, due secoli duale e gratuito su temi legati all’uso Le digitale carovane cinesi del ai cittadini interessati, nato dalla collaborazione della Divisiotrasportavano la seta verso ne socialità e di Lugano Living l’Occidente, fino a Roma,Lab con l’Università della Svizzera itadove era molto liana (USI). apprezzata dalle La peculiarità del élite progetto consiste nel coinvolgimento di studenI due efratelli Polo avevano stabilito tesse studenti iscritti al Bachelor centri commerciali dell’USI, a Costantinopoli in Comunicazione i quali, e inqualità Crimea e avevanodigitali avviato–relain di assistenti con zioni con l’Imperodel mongolo. Durante il coordinamento personale della il lorodi primo viaggio in Oriente, KuCittà Lugano – aiutano gli utenti Khan piccole – nipotepratiche di Gengis Khan ablai sbrigare e superae fondatore della dinastia Yuani gior– afre le difficoltà digitali di tutti fidòmaturando loro una lettera per stesso il Papa. Torni, al tempo crediti nati in Europa, i Poloinconsegnarono formativi e mettendo pratica comil messaggio al nuovo pontefice, petenze di comunicazione cheGreacgorio X, eletto dopopercorso la mortedidistudi. Clequisiscono nel loro mentequesto IV. L’imperatore l’inCon progetto, la chiedeva Città concrevio dicosì 100idotti e missionari cristiani tizza suoi obiettivi di digitalizper istruire il suo popolo e rafforzare i rapporti con l’Occidente. Non si trattava quindi di un messaggio di pace in senso moderno, ma di una richiesta diplomatica e religiosa.
Viale dei ciliegi
Gaya Wisniewski
Natale casa Anja La seta aper le di élite
(traduzione di Chiara Carminati)
Marameo (Da anni)le prime caroMolto prima di4loro, vane cariche di seta avevano lasciato È come fossimo noi, Xi’an piùse di 2000 invitati anni fa,anche attraverasando casa idi Anjae(Chnourka deserti le montagnenell’origidell’Asia nale, che perinil Europa pubblicoquesto italofono forper portare tessuto se suonava simbolo un po’ ostico), sfogliando misterioso, di distinzione per queste pagine che l’artista belgadaGaya i Romani. E sebbene i bachi seta Wisniewski ancora una volta, fossero stati dedica importati in Europa già dopo primailstoria, intitolata semnel VIlasecolo, commercio dei tessuplicemente Anja, all’atmosfera invernale. Qui, in aggiunta, c’è anche l’atmosfera natalizia. Aprendo il libro, apriamo, in un certo senso, anche la porta della casa di Anja, al limitare della foresta. Anja è una bimba che trascorrerà il Natale nella sua casa, con i suoi amici animali, ma noi lettori entriamo in medias res, i personaggi sono già lì, non ci vengono presentati, non ne sappiamo nulla di più – Anja che bimba è? Abita da sola? – né lo sapremo mai, e il bello è proprio questo, tutto viene raccontato come fosse la cosa più naturale del mondo, ed è così, perché varcare la soglia della casa di Anja è come varcare la soglia del mondo magico dell’infanzia. Queste ambientazioni ricordano un
zazione, l’impegno per lo sviluppo delle competenze digitali di base fra la popolazione e l’attenzione al coinvolgimento delle realtà universitarie del territorio, come indicato nelle linee strategiche Lugano Duemilatrenta del Municipio. «Il Punto digitale, nato nell’anno scolastico 22/23, è oggi un servizio consolidato e in crescita; se il primo anno gli appuntamenti sono stati circa 180, nei due anni successivi siamo passati a 270, cifra che sarà ora sicuramente superata grazie all’ampliamento dell’orario di apertura. Anche il numero degli studenti coinvolti è cresciuto: dai 15 del primo anno, siamo passati ai 20 dei due anni seguenti e ai quasi 30 attuali. Con il tempo, pure le richieste trattate si sono ampliate: dalla gestione dello smartphone alla sicurezza online, fino alle procedure amministrative largamente digitalizzate», spiega Monica Aliprandi, coordinatrice progetti per il lavoro e la formazione della Città di Lugano, che continua: «in tutto ciò, un ruolo centrale è svolto dagli studenti dell’USI, che creano un ambiente intergenerazionale di crescita reciproca: mentre i nativi digitali si esercitano nella comunicazione efficace acquisendo crediti formativi, gli adulti e gli anziani scoprono la tecnologia». A tal proposito, uno degli studenti che durante questo semestre ha frequentato il corso «Assistenza digitale per la Città di Lugano», Georgy Kati cinesialcontinuò oltre milleinanni. ravaev, 3° anno per di Bachelor CoQuella cheafferma dal XIX sarà municazione, di secolo aver deciso conosciuta come la Via della Setaperè di partecipare al progetto proprio menzionata per le laproprie prima competenvolta nelle poter esaminare cronache cinesi intorno al IIai secolo ze nel campo dell’assistenza cliena.C., durante la«non dinastia Han,solo quanti, e aggiunge: si tratta di do le carovane trasportavanodel la saper conoscerecinesi il funzionamento seta verso l’Occidente, fino asfruttaRoma, sistema informatico, bisogna dove era le molto apprezzata dalle élite. re anche proprie conoscenze linguiL’etnologo André Leroi stiche, culturali e saper essereGourhan pazienti però questo grande asse econsiderava gentili». Pazienza e gentilezza che come uno spazio di scam–eurasiatico sempre secondo il venticinquenne – bi molto risalentegliaddisono trattipiù cheantico, accomunano sturittura al Paleolitico, lungo ildiquale denti-volontari che decidono metuomini e donne hanno circolato e si sono mescolati per millenni. La strada più lunga e affascinante del mondo aveva due sbocchi in Europa, entrambi nella penisola italiana: Genova e Venezia. Nel Medioevo po’diceva quelleche di Anne Brouillard, tra l’alsi la seta, merce preziosa, tro anche lei belga, con il suoa Pikkeli provenisse dalla Cina grazie un miMimù, un bambino vive da solo sterioso percorso che che attraversava dein una casa nel bosco, e Killiok, serti sconosciuti, le montagne del una Pacreatura animale che sembra un camir, le steppe dell’Asia Centrale, la ne, anche in questo in inverno, Persia e la Siria, primacaso di raggiungere con boschi iinnevati interni domefinalmente porti deleMediterraneo. stici pieni di calore. Come la Brouillard, anche la Wisniewski nasce come Vie terrestri e marittime illustratrice, e nonostante abbia scritto anche i testi, sono le immagini a dirci In realtà, la Via della Setae non una le cose essenziali. «Anja i suoiera amici erano rientrati a casa il giorno prima. L’avevano trovata congelata, come se si fosse intorpidita per il freddo. Tomek aveva acceso subito un bel fuoco nella stufa del salotto. Emil e Zak si
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Didier Ruef, Ostini Alessandra testo eSutto fotografie
tere le proprie competenze al servizio di chi ne ha bisogno nell’ambito di questo progetto. «Nonostante la mia esperienza sia stata breve, ritengo l’atmosfera amichevole e accogliente creata dagli operatori un fattore fondamentale per la comunicazione. Tutti gli utenti sono stati contenti», aggiunge lo studente. Utenti che – sempre secondo l’impressione avuta dall’universitario – si rivolgono al servizio Punto digitale inRete quasi più per un bisogno di ascolto, che per un reale bisogno patico: «il focus era più sulla comunicazione e l’ascolto e non sulsola strada, madei unproblemi», insieme di afferma vie terla risoluzione restri e marittime. Fu il geografo teal riguardo. desco Ferdinand Richthofen L’aspetto umanovon ha avuto una net-a coniare nel XIX secolo nome «Via ta rilevanza anche per ilun’altra studella Seta» per indicare questa redentessa volontaria: «A livello umano te che ha permessomiscambi culturali, questa esperienza ha dato moltismateriali spirituali senza precedenti. simo: ho eavuto l’opportunità di rapL’espressione Via della interessanti, Seta descriportarmi con persone ve quindi un insieme di vie commercon esperienze di vita ricche e diciali che hanno collegato l’Asia, ildiMeverse, che mi hanno permesso vedio Oriente e l’Europa oltre 1500 dere la tecnologia – e ilper mondo – da anni, dal II nuove», secolo a.C. al XIV secoprospettive afferma la ventilo d.C. All’apice dell’impero mongoduenne Asia Castiglioni, anche lei al lo anno nel XIII e XIV secolo, la Via della 3° di Bachelor in ComunicazioSeta costituiva addirittura un insieme ● geopolitico. A partire dal XIV secolo, la crescente insicurezza spinse i commercianti a utilizzare la via marittima dell’Oceano Indiano, aprendo altre rotte denominate Vie delle Spezie oerano Vie dei Profumi. declino della Via dedicati alleIlcamere: bisognadella Setafuori coincise quindi con l’ascesa va tirare trapunte calde…». Che degli imperi europei duran-e Tomek sia unmarittimi alce, Emil un uccello te il XV e il XVIsono secolo, nonché con laa Zak un orsetto, le illustrazioni chiusura alcuneinvece, frontiere dopo cadircelo; lediparole pur nonlaesiduta di Costantinopoli 1453. che gue, non lo esplicitano,nel e lasciano Il legeografo Christian siano immaginifrancese a darci il senso delGrataloup, specialista in geostoria la storia, il contesto, il modo intimo die professore emerito all’Università Paris abitare l’ambiente. Anja e i suoi amici Cité, descrive la Via della Seta come animali (ce ne saranno anche molti aluno le cuialfunzioni tri) sispazio preparano Natale, eandavano le immaben il semplice scambio di ilmergini oltre di interni ci fanno sentire calore del fuoco e le fragranze dei cibi, mentre le immagini di esterni ci portano l’aria frizzante e il profumo dei pini. La storia è tutta qui, ma è come se partecipassimo anche noi all’allestimento della casa, alle uscite nella neve, alla preparazione delle varie stanze, e soprattutto ai preparativi del Natale. Ma che senso ha il Natale, si chiedono i due ricci, che non l’hanno ancora mai vissuto. «Il piacere di stare insieme e di condividere ciò che si ha», sussurra uno degli animali. Il significato di questa storia è forse tutto qui, nel saper condividere e prima ancora nel saper aprire la porta per accogliere al caldo chi arriva dal gelo, «sfidando la bufera», per il piacere di stare insieme.
ne, la quale identifica a grandi linee il target degli utenti del progetto in persone nate prima dell’arrivo delle nuove tecnologie, quindi indicativamente prima degli anni ’60: «Persone che non sono cresciute con gli strumenti digitali né hanno ricevuto una formazione specifica in questo ambito, per le quali è quindi comprensibile che l’utilizzo di tali strumenti risulti più complesso. Tuttavia, se noi giovani siamo più pratici con le tecnologie, il loro bagaglio culturale e personale è talmente ricco che spesso sono loro a riuscire a insegnare qualcosa a noi», ci. «Seta, tè,laporcellana, commenta giovane. carta, spezie, zucchero, polvere daqualcuno, sparo…» E l’ideaavorio, di poter aiutare viaggiavano dall’Asia verso l’Europa, da cui allo stesso tempo poter impamentre nella direzione opposta tranrare qualcosa era, tra l’altro, proprio sitavano «oro, argento, pietre preziouno dei motivi per cui la studentessa se, vetro, acciaio, metalli ha decisolana, di prendere parte a lavoraqueste ti…». A di questo commercio materiale sessioni assistenza digitale: «Più in si affiancavano immateriagenerale ho sceltoscambi di partecipare perli. «La della Seta trasportò idee, ché gli Via obiettivi proposti mi ispiracredenze, vano molto:religioni ascoltare– lecristianesimo, richieste dei ebraismo, islam, buddismo; favorì un cittadini, analizzarle ed elaborare meticciatoconcrete culturale,daartistico e sciensoluzioni proporre loro. tifico, la diplomazia; fu terreno fertiL’esperienza si è rivelata interessante, le perelamolto diffusione di malattie utile formativa. Mi hacome perla peste nera e per innovazioni tecnologiche come bussola, stampa e carta moneta», osserva Grataloup. Fu, in questo senso, il luogo della prima globalizzazione degli scambi. «L’attuale globalizzazione, al di là delle grandi Andy Shepherd-Sarah Warburton scoperte, non è che la continuazione di neve e ladiconsegna di e Ilildrago prolungamento queste rotte», Natale lo studioso, che vede in esse sostiene 5 anni) tra Europa e ilGribaudo primo asse(Da connettivo Asia, poi esteso alle Americhe, all’AAndye all’Australia. Shepherd è un’autrice britanfrica nica dotata di grande sense of humour e brillante capacità di scrittura, come Modernità testimonia la cinese sua serie best seller di romanzi sui draghi, tradotta in 23 linOggiillecuimerci continuano gue, primocinesi volume è Il ragaz-a viaggiare verso il’Occidente, ma, cozo che coltivava draghi. L’io narrante della serie è Tomas, che un bel giorno nell’orto del nonno scopre una pianta che fa strani frutti. Tomas ne coglie uno e se lo porta in camera, e dopo un po’ dal frutto uscirà un cucciolo
messo di confrontarmi con situazioni reali diverse tra loro, che richiedeIl lago salato vano attenzione, capacità dinella problem di Chaka solving e adattamento. È statodel stimoprovincia Qinghai. Sotto, lante dover trovare soluzioni pratiche da sinistra: in tempi brevi e spiegare i passaggi in il Parco del modo semplice e comprensibile. popolo nella Inoltre, vedere i cittadini acquisire città di Xiningsicu(Qinghai) con un rezza nell’uso degli strumenti digitali gruppo di è stato davvero gratificante e donne ha dato che danza e la un valore concreto alstatua lavorogigante svolto». Il progetto, inoltre, si è ampliato a dell’imperatore han Wudiin corso partire dall’anno scolastico (Gansu). Nella di estendendo il servizio ai cittadini pagina a lato: altri 9 Comuni nella Tianshui, regione. Il Punto digitale è così diventato Puntodidigitaprovincia Gansu. le inRete, la nuova dimensione intercomunale del progetto è resa possibile grazie al coordinamento dell’Ente regionale per lo sviluppo del Luganese (ERSL). Il servizio, inizialmente rivolto esclusivamente ai cittadini di Lugano, coinvolge ora anche quelli dei Comuni di Capriasca, Collina d’Oro, Lamone, Magliaso, Mezzovico-Vira, Morcote, Paradiso, Sorengo e Torricella-Taverne. «Nei suoi primi anni di attività, il Punto digitale si è affermato come un progetto capace di rispondere a un bisogno reale, creando uno spazio di ascolto e fiducia in cui gli utenti possono esprimere difficoltà senza timore di giudizio e gli studenti mettersi alla prova in un’esperienza concreta. L’impatto sociale è evidente: molti cittadini hanno acquisito maggiore autonomia nell’uso delle tecnologie e me dimostrano i passeggeri delcomnotornano per approfondire nuove stro aereo, anche Monica le persone, segno petenze – afferma Aliprandi della nuova ricchezza di – il bilancio dei primidell’Impero anni è quindi Mezzo, ora conta 1,4 miliardi di positivo:che abbiamo costruito un serviabitanti. Testimone di questi svilupzio di prossimità inclusivo e orientato pi, l’aeroporto Xi’an hal’importansubito, dalal futuro, che di conferma la costruzionea nel 1991, numerosi za sua di continuare investire nella forlavori di ampliamento modernizzamazione digitale comee strumento di zione. Oggi serve una città diattiva». dodici integrazione e partecipazione milioni di abitanti e accoglie oltre 45 Informazioni milioni di passeggeri all’anno. La sua www.lugano.ch/puntodigitale sala arrivi è imponente per la superPerTutto appuntamenti: 058 866 74 10 ficie. è smisuratamente grande puntodigitale@lugano.ch e pensato per facilitare il transito di moltitudini di passeggeri. All’immigrazione, breve scambio verbale con il doganiere. Quest’ultimo timbra il nostro passaporto per una di Letizia Bolzani durata di trenta giorni. Nessun visto né pagamento richiesto. Il passapordi drago! Gestirlo sarà facile, anto, il nostro volto,non le nostre impronche perché, tutto dopo quel ne arrite digitali, vienedrago, scannerizzaveranno molti altri, ma la famiglia di to. Ora siamo formalmente integrati Tommi resta unita fa fronte tutnell’immensa bancaedati digitalea delto, senza perdere il sorriso. AncheTutnoi la Repubblica Popolare Cinese. lettori sorridiamo parecchio ti i nostri spostamenti sarannoleggenseguiti do questi libri, di e non smettiamo di da una miriade telecamere instalfarlo ora, con questa nuova uscitanegli che late nelle strade, nelle stazioni, però illustrato ed è rivolta hotelèe un suialbo mezzi di trasporto. In ognia lettori piùlepiccoli. sono momento autoritàProtagonisti cinesi conoscono sempre Tomas e lapopolazione sua famiglialocale (una i movimenti della di quelle famiglie che «stanno unite e dei turisti nel Paese. e incollate come le crostate appiccicose della nonna») e naturalmente il Unaesagitato strana sensazione loro stuolo di draghi. Qui però il tema è il Natale e protagoniMentre barattodrago e la moneta metalsta è unilpiccolo che invece di lica erano gli strumenti di scambio ai soffiare fuoco sputa fiocchi di neve. tempiladelle carovane, oggi ladraghetCina ha Bella neve, ma con questo abbandonato la moneta fisica, bancoto ce n’è fin troppa! E non sarà facinote e monete, di duei regali granle andare in giroaafavore consegnare di applicazioni di pagamento mobile, con la carriola del nonno. Ma se inveWeChat Pay e Alipay, ce della carriola usasseroonnipresenti. un bel carro Tutti usano ilEproprio smartphone pera di ghiaccio? se invece di spingerlo pagaresigli acquisti,aiutare i pasti,dalle l’albergo piedi, facessero ali deio un taxi, Quel o percarro prenotare un biglietto draghi? di ghiaccio pieno deldoni trenoche scansionando codice QR di sfreccia nelun cielo assomitramite l’applicazione glia molto alla slitta di Didi. BabboCinesi Natale,e e si adattano. eturisti forsesia adeguano Babbo Natale potrebbe vesensazione di nireChe unastrana bella idea per darequella un po’di non avere con sé e di dipenriposo allepiù suesoldi renne…
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L’importanza del sorriso va oltre l’estetica
Salute ◆ Dall’ortodonzia alla psicologia: la dottoressa Paola Merlo ci spiega come curare i denti migliori autostima, benessere e relazioni quotidiane Maria Grazia Buletti
Il 3 ottobre si è celebrata la Giornata Mondiale del Sorriso, nata per ricordarci quanto un semplice gesto possa migliorare la nostra vita e quella degli altri. Non è solo cortesia: il sorriso ha effetti reali sul benessere, migliora l’umore, riduce lo stress e rafforza le relazioni sociali. Allora, la cura dei denti e dell’allineamento del sorriso non è solo estetica: ortodonzia e benessere mentale si incontrano proprio qui, dove estetica, fiducia in sé e salute si intrecciano. Il legame tra ortodonzia e psicologia mostra che dietro ogni sorriso armonioso c’è l’unione di salute orale ed equilibrio emotivo, mentre l’ortodonzia non migliora solo l’estetica: correggere malocclusioni o allineare i denti può ridurre dolori, migliorare la masticazione e rafforzare la fiducia in sé stessi.
Per scoprire più da vicino come ortodonzia e psicologia del sorriso si intrecciano nella vita di tutti i giorni, abbiamo incontrato Paola Merlo (medico dentista SSO-Ticino), che si occupa in maniera esclusiva di Ortodonzia dell’adolescente del bambino e dell’adulto, nonché di disordini dell’articolazione temporo-mandibolare e pedodonzia. La specialista spiegherà come prendersi cura del sorriso possa davvero migliorare il benessere e la fiducia in sé stessi. E c’è di più: il sorriso della Monna Lisa, considerato il più enigmatico della storia dell’arte, potrebbe non essere così autentico e affascinante come si è sempre creduto. E, in fondo, non mostra nemmeno i denti. Per cominciare, definiamo il concetto di ortodonzia: «Spesso si pensa all’ortodonzia solo come al modo per “avere denti dritti”, in realtà, un corretto allineamento porta benefici molto più profondi: una buona occlusione migliora la masticazione, favorisce una respirazione più corretta, sostiene la postura, protegge le gengive e aiuta a mantenere i denti sani più a lungo». Quindi, estetica e funzione sono strettamente legate: «Un sorriso armonioso corrisponde quasi sempre a una bocca che lavora bene. Allo stesso tempo, il desiderio di migliorare l’estetica è di per sé valido: se il trattamento è eseguito con competenza e il paziente collabora, il risultato estetico va di pari passo con un equilibrio funzionale che accompagna tutta la vita». La dottoressa invita a non tralasciare l’impatto psicologico: «Un sor-
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Un corretto allineamento dei denti porta molti benefici: migliora la masticazione, favorisce una respirazione corretta, sostiene la postura, protegge le gengive e aiuta a mantenere i denti sani più a lungo
riso problematico può limitare l’autostima e portare a nascondere i denti nelle foto e nelle relazioni sociali; allora, in un mondo in cui sorridere è parte fondamentale della comunicazione, avere un sorriso di cui ci si sente orgogliosi fa davvero la differenza nel benessere quotidiano». Curarsi della propria bocca, dei denti e del sorriso passa innanzitutto da una buona prevenzione, concetto ancora poco valorizzato in ortodonzia, soprattutto rispetto alla prevenzione dentale ormai ben consolidata tra pediatri e famiglie. «Se alimentazione corretta e igiene orale sono concetti chiari ai genitori, è meno diffusa la consapevolezza di una vera igiene ortodontica. Alcune buone pratiche stanno entrando nel linguaggio comune, come limitare succhietto e succhiamento del dito nei più piccoli, mentre è ancora poco nota l’importanza di una corretta respirazione per lo sviluppo armonioso del sorriso». Durante le visite del medico dentista di famiglia, i parametri ortodontici possono essere constatati già tra i 5 e i 6 anni, cosicché le abitudini dannose possono essere intercettate precocemente: «In questo senso, i servizi di prevenzione scolastica come quelli attivi in Ticino rappresentano un modello avanzato di tutela della salute orale dei bambini». La nostra interlocutrice osserva che, dopo un trattamento ortodontico, nella pratica clinica emerge spes-
so un cambiamento sorprendente nei pazienti: «Le fotografie iniziali e finali (soprattutto quelle del viso) mostrano non solo denti più armonici, ma uno sguardo diverso: occhi più aperti, sicuri, luminosi. È come se, insieme al sorriso, si trasformasse anche l’espressione». Questo piccolo «prima e dopo» racconta molto dell’aumento di autostima e del piacere di sentirsi finalmente a proprio agio con la propria immagine. Oggi sono sempre di più gli adulti che si rivolgono all’ortodontista e, rispetto ai ragazzi, vivono il trattamento con maggiore motivazione e consapevolezza: «Se negli adolescenti l’ortodonzia è quasi un passaggio “atteso”, negli adulti è una scelta personale: sono loro a voler cambiare il proprio sorriso e a impegnarsi nel percorso, anche economicamente. Per questo, l’aderenza terapeutica è spesso più alta e i risultati vengono accolti con entusiasmo, anche con tecniche che richiedono costanza, come gli allineatori che trovano nel paziente adulto il candidato ideale». A questo proposito, la specialista sottolinea come le nuove tecnologie hanno cambiato il modo di vivere l’ortodonzia, ma i veri fattori decisivi restano l’aderenza del paziente e la personalizzazione del piano di cura: «Gli allineatori funzionano solo se indossati correttamente; perciò, negli adolescenti spesso danno risultati inferiori perché mancano di costanza. La maggiore motivazione
degli adulti li rende ideali per gli allineatori, che si adattano facilmente a percorsi personalizzati grazie alla diagnostica digitale».
Dopo un trattamento ortodontico non cambia solo il sorriso, ma anche lo sguardo del paziente è diverso Torniamo al fascino del sorriso che scopriamo essere meno soggettivo di quanto si pensi: «Esistono parametri estetici chiari, dalla forma e proporzione dei denti alle cosiddette “relazioni auree”, che guidano l’allineamento e l’armonia del sorriso. Perciò, è difficile attribuire solo alla personalità la bellezza di un sorriso: l’estetica ha basi oggettive e valutabili, proprio come accade per l’equilibrio del volto e del profilo». Tuttavia, il fascino non coincide sempre con la perfezione: «Una forte personalità, la capacità empatica o la sicurezza possono rendere piacevole e attraente anche un sorriso non perfettamente conforme ai canoni». È un distinguo tra estetica oggettiva («quella che giudichiamo in una foto») e fascino («che nasce invece dall’incontro, dalla sensazione, dal modo di essere»): «Già nell’arte greca ritroviamo gli stessi principi che oggi orientano ortodontisti e chirurghi plastici: la ricerca senza tempo dell’armonia»… mentre su quel sorriso dipinto da Leonardo: «Si
sente dire che la Monna Lisa non mostrerebbe i denti perché li aveva “marci”, ma è un’idea del tutto infondata. I denti frontali, anche nei pazienti più trascurati, raramente si cariano». Inoltre, nel Quattro-Cinquecento la carie era molto meno diffusa di oggi: «Mancavano i fattori ambientali che la favoriscono. Poi, la modella era giovanissima, quindi difficilmente avrebbe avuto denti gravemente compromessi». Scopriamo che la verità è che nei ritratti antichi nessuno sorride mostrando i denti e Leonardo, pur conoscendo perfettamente l’anatomia, non li disegnava mai: «Esistono sue Madonne che accennano un sorriso, ma senza denti visibili. Nell’arte, l’esposizione dei denti era associata solo a rabbia, dolore o violenza (come nella Medusa o in alcune opere di Caravaggio e Rubens). Solo Caravaggio, con Amor omnia vincit, rappresenta un sorriso “a denti scoperti”. Per questo, bisogna riconoscergli il genio di essere stato l’unico, in quegli anni, capace di raffigurare un sorriso di autentica felicità mostrando i denti. D’altronde, il sorriso come segno di gioia è, in realtà, una conquista molto moderna». Abbiamo capito che il sorriso è una «conquista millenaria»: «Averlo curato non è solo estetica, ma libertà di esprimere gioia, sicurezza e benessere. Prendersene cura significa valorizzarsi ogni giorno, senza lasciare che nulla ostacoli la propria espressione più autentica». Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ ●
La Cina in movimento Un viaggio lungo l’antica Via della Seta, oggi tornata al centro delle ambizioni globali della Cina: una storia che unisce passato e geopolitica contemporanea
A passo lento nella storia Le «guide» dello storico François Walter propongono itinerari sostenibili per riscoprire la Svizzera attraverso i suoi luoghi più emblematici
Pagine 10-11
Pagina 13 ◆
Le sfide che hanno segnato la Svizzera nel 2025
Prospettive ◆ Dalla questione demografica ai dazi, passando per le risorse da destinare alla lotta contro la violenza sulle donne Roberto Porta
A, Abitanti Quante persone devono abitare in Svizzera? Sarà questo uno dei grandi temi politici dell’anno che sta per nascere, visto che con ogni probabilità in giugno si voterà sull’iniziativa chiamata «No a una Svizzera da 10 milioni». Una proposta a firma UDC che vuole fissare questa soglia massima di abitanti e che potrebbe anche portare in futuro a disdire l’accordo sulla libera circolazione delle persone siglato con l’Unione europea. Un tema politicamente esplosivo, anche perché il nostro Paese in questo periodo sta discutendo del nuovo accordo voluto per stabilizzare le relazioni con l’Ue, altro tema che segnerà la vita politica elvetica nel corso del 2026.
B, Blatten Lo scorso 28 maggio un’enorme frana di rocce e ghiaccio si è abbattuta sul piccolo villaggio di Blatten, distruggendolo quasi completamente. Le autorità vallesane avevano ordinato l’evacuazione di questa località della Lötschental (VS), una misura che ha permesso di salvare parecchie vite umane, tranne quella di un agricoltore del luogo che si trovava ancora nella regione al momento della frana. Blatten va ad aggiungersi a Brienz e a Bondo, tre casi molto recenti che ci parlano di quanto le nostre Alpi stiano diventando sempre più fragili.
D, Dazi Questa è stato senza dubbio il tema dell’anno. Dal «Liberation Day», proclamato da Donald Trump lo scorso 2 aprile, il nostro Paese è entrato in una fase di forti turbolenze politiche e commerciali, dovute alle bizze umorali, e tariffali, del presidente USA ma anche a una strategia diplomatica elvetica che è andata più volte in affanno. E questo fino a una missione speciale organizzata da alcuni manager svizzeri che ha permesso al nostro Paese di rilanciare le trattative, con tanto di doni luccicanti portati nello Studio Ovale. Dopo aver fissato i dazi al 39%, Trump si è così detto d’accordo di scendere al 15%. A livello politico andrà ora sottoscritto un accordo commerciale. E bisognerà farlo di corsa, perché Trump lo vuole sulla sua scrivania entro il 31 marzo. Una cosa è certa: i dazi saranno un tema centrale anche nel corso del 2026, anche perché su questo accordo occorrerà poi coinvolgere il Parlamento e semmai anche il popolo.
La frana di Blatten del 28 maggio 2025 ci parla di quanto le nostre Alpi stiano diventando sempre più fragili. (Keystone)
F, F/35 L’acquisto di questi caccia militari «made in Usa» si è trasformato in questo 2025 in un rompicapo politico-finanziario. Il problema sta nel prezzo, che la Svizzera ha sempre considerato fisso ma che i fornitori ritengono invece variabile, in particolare perché c’è da tener conto dell’inflazione. All’inizio dell’estate la Svizzera si è così di colpo resa conto che per l’acquisto di 36 F/35 avrebbe dovuto sborsare oltre un miliardo in più rispetto al prezzo pattuito, pari a 6 miliardi di franchi. Un bel guaio. Alla fine dell’anno il neo-ministro della difesa Martin Pfister, eletto nel marzo scorso al posto di Viola Amherd, ha presentato la sua ricetta per far quadrare i conti: le nostre forze aeree si accontenteranno di acquistare un numero inferiore di caccia, in modo da rispettare il tetto di spesa di 6 miliardi di franchi. Il numero di velivoli esatto non è ancora stato definito, emerge però che l’ipotesi più plausibile sia quella di 30 nuovi caccia da combattimento.
G, Gaza Il ruolo della Svizzera in relazione ai due anni di guerra israeliana a Gaza ha suscitato parecchio malumore nel nostro Paese. Ci sono state proteste di
piazza ma anche prese di posizione ufficiali, una pure da parte del Governo del Canton Ticino, per esortare il Dipartimento federale degli affari esteri, e il capo della diplomazia Ignazio Cassis, ad assumere un profilo più deciso di condanna delle operazioni militari israeliane. Un dipartimento che ha tra le altre cose pubblicato alcuni comunicati stampa sul tema, esprimendo «una profonda apprensione per l’intollerabile sofferenza della popolazione civile colpita» e chiedendo «un accesso umanitario illimitato e un’immediata delle ostilità». Nessuna condanna forte e chiara però per i due anni di bombardamenti sulla Striscia. Il nostro Paese sul finire di quest’anno ha accolto una ventina di bambini palestinesi, per cure mediche urgenti.
L, Landsgemeinde 2.0 Nel corso della sessione invernale delle Camere federali è forse nato un nuovo modo di fare politica. L’oggetto del contendere era di un solo milioni di franchi, da aggiungere ai 2,5 destinati alla lotta contro la violenza sulle donne. Un primo voto negativo giunto dal Consiglio nazionale ha spinto alcune deputate del partito socialista a lanciare una campagna online, con tanto di appelli via social e con una petizione che in pochi giorni ha raccolto quasi 500mila
firme. Una sorta di Landsgemeinde via social media, che si è fatta sentire sul Parlamento e che ha portato a un secondo voto, questa volta a sostegno di quel milione in più per combattere la violenza di genere. Un esempio che forse porterà a dar forma a un nuovo modo di fare politica, in contatto costante con la popolazione. Benvenuti nel mondo della democrazia digitalizzata.
M, Moutier Non sarà un Capodanno come gli altri in questa cittadina del Giura Bernese. Eh sì, dal primo gennaio del 2026 i suoi oltre settemila abitanti cambieranno Cantone, e passeranno al Canton Giura. Un cambio di bandiera preceduto da ben due votazioni popolari, la prima nel 2017, annullata per irregolarità, la seconda nel 2021. Da notare che per portare a termine questo passaggio i cantoni di Berna e Giura hanno sottoscritto ben 32 accordi esecutivi settoriali, siglati dopo estenuanti trattative. Si chiude così quella che per decenni è stata chiamata la «Question jurasienne».
O, Osce Dal primo gennaio del 2026 la Svizzera torna ad assumere la presiden-
za dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Sarà Ignazio Cassis a rappresentare per la terza volta il nostro Paese alla guida dell’Osce. Prima di lui era toccato nel 1995 a Flavio Cotti e nel 2014 a Didier Burkhalter. Entrambi avevano dovuto confrontarsi con scenari di guerra, in Bosnia il primo, in Ucraina il secondo. Ora tocca di nuovo alla Svizzera, in un contesto di guerra che in Ucraina si è fatto ben più ampio rispetto a quello del 2014. E con un’Osce che molti considerano di fatto «clinicamente morta» ma che rimane la più grande organizzazione di sicurezza al mondo con i suoi 57 Stati membri, Russia compresa. E che proprio per questo rappresenta ancora una piattaforma di dialogo. Alla diplomazia elvetica saper giocare ora anche questa carta.
U, UBS È un braccio di ferro continuo tra la più grande banca svizzera e la ministra delle finanze Karin Keller-Sutter, tra richieste di accrescere i fondi propri – qualcosa come 25 miliardi di franchi supplementari – e le minacce più o meno velate, da parte della banca, di lasciare il nostro Paese. Un tema che terrà ancora a lungo la Svizzera con il fiato sospeso.
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La strada che unì imperi oggi ridis
La Via della Seta ◆ Ripercorriamo la rotta che per millenni ha fatto circolare merci, idee e imperi, oggi al centro della più vasta iniziativa la
Didier Ruef, testo e fotografie
L’Airbus A330 della compagnia China Eastern è pronto a decollare dall’aeroporto di Milano Malpensa, circa 750 anni dopo il viaggio di Marco Polo alla scoperta del Paese del dragone. L’aereo è carico di turisti cinesi che tornano in patria. Persi in mezzo a questi viaggiatori orientali, solo una quindicina di occidentali sono imbarcati per l’Impero di Mezzo. Il volo tra la capitale lombarda e la città di Xi’an, nella provincia dello Shaanxi, dura undici ore. Nel 1271 Marco Polo impiegò quattro anni per raggiungere la Cina, dove si unì al padre Niccolò e allo zio Matteo, e tornò a Venezia solo dopo 24 anni di assenza. In Cina, dove servì l’imperatore Kublai Khan come emissario, funzionario e ispettore, visitò Xi’an, che definì la nobile città di Quengianfu nella sua opera Il milione o Libro delle meraviglie. Vi menziona i numerosi gelsi che crescono nei dintorni della città e sui quali vengono allevati i bachi da seta. Il libro citato, scritto nel 1298, è stato copiato e tradotto in molte lingue e ha ispirato futuri esploratori, tra cui Cristoforo Colombo, due secoli dopo.
Il lago salato di Chaka nella provincia del Qinghai. Sotto, da sinistra: il Parco del popolo nella città di Xining (Qinghai) con un gruppo di donne che danza e la statua gigante dell’imperatore han Wudi (Gansu). Nella pagina a lato: Tianshui, provincia di Gansu.
Le carovane cinesi trasportavano la seta verso l’Occidente, fino a Roma, dove era molto apprezzata dalle élite I due fratelli Polo avevano stabilito centri commerciali a Costantinopoli e in Crimea e avevano avviato relazioni con l’Impero mongolo. Durante il loro primo viaggio in Oriente, Kublai Khan – nipote di Gengis Khan e fondatore della dinastia Yuan – affidò loro una lettera per il Papa. Tornati in Europa, i Polo consegnarono il messaggio al nuovo pontefice, Gregorio X, eletto dopo la morte di Clemente IV. L’imperatore chiedeva l’invio di 100 dotti e missionari cristiani per istruire il suo popolo e rafforzare i rapporti con l’Occidente. Non si trattava quindi di un messaggio di pace in senso moderno, ma di una richiesta diplomatica e religiosa.
La seta per le élite Molto prima di loro, le prime carovane cariche di seta avevano lasciato Xi’an più di 2000 anni fa, attraversando i deserti e le montagne dell’Asia per portare in Europa questo tessuto misterioso, simbolo di distinzione per i Romani. E sebbene i bachi da seta fossero stati importati in Europa già nel VI secolo, il commercio dei tessu-
ti cinesi continuò per oltre mille anni. Quella che dal XIX secolo sarà conosciuta come la Via della Seta è menzionata per la prima volta nelle cronache cinesi intorno al II secolo a.C., durante la dinastia Han, quando le carovane cinesi trasportavano la seta verso l’Occidente, fino a Roma, dove era molto apprezzata dalle élite. L’etnologo André Leroi Gourhan considerava però questo grande asse eurasiatico come uno spazio di scambi molto più antico, risalente addirittura al Paleolitico, lungo il quale uomini e donne hanno circolato e si sono mescolati per millenni. La strada più lunga e affascinante del mondo aveva due sbocchi in Europa, entrambi nella penisola italiana: Genova e Venezia. Nel Medioevo si diceva che la seta, merce preziosa, provenisse dalla Cina grazie a un misterioso percorso che attraversava deserti sconosciuti, le montagne del Pamir, le steppe dell’Asia Centrale, la Persia e la Siria, prima di raggiungere finalmente i porti del Mediterraneo.
Vie terrestri e marittime In realtà, la Via della Seta non era una
sola strada, ma un insieme di vie terrestri e marittime. Fu il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen a coniare nel XIX secolo il nome «Via della Seta» per indicare questa rete che ha permesso scambi culturali, materiali e spirituali senza precedenti. L’espressione Via della Seta descrive quindi un insieme di vie commerciali che hanno collegato l’Asia, il Medio Oriente e l’Europa per oltre 1500 anni, dal II secolo a.C. al XIV secolo d.C. All’apice dell’impero mongolo nel XIII e XIV secolo, la Via della Seta costituiva addirittura un insieme geopolitico. A partire dal XIV secolo, la crescente insicurezza spinse i commercianti a utilizzare la via marittima dell’Oceano Indiano, aprendo altre rotte denominate Vie delle Spezie o Vie dei Profumi. Il declino della Via della Seta coincise quindi con l’ascesa degli imperi marittimi europei durante il XV e il XVI secolo, nonché con la chiusura di alcune frontiere dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453. Il geografo francese Christian Grataloup, specialista in geostoria e professore emerito all’Università Paris Cité, descrive la Via della Seta come uno spazio le cui funzioni andavano ben oltre il semplice scambio di mer-
ci. «Seta, tè, porcellana, carta, spezie, zucchero, avorio, polvere da sparo…» viaggiavano dall’Asia verso l’Europa, mentre nella direzione opposta transitavano «oro, argento, pietre preziose, vetro, lana, acciaio, metalli lavorati…». A questo commercio materiale si affiancavano scambi immateriali. «La Via della Seta trasportò idee, credenze, religioni – cristianesimo, ebraismo, islam, buddismo; favorì un meticciato culturale, artistico e scientifico, la diplomazia; fu terreno fertile per la diffusione di malattie come la peste nera e per innovazioni tecnologiche come bussola, stampa e carta moneta», osserva Grataloup. Fu, in questo senso, il luogo della prima globalizzazione degli scambi. «L’attuale globalizzazione, al di là delle grandi scoperte, non è che la continuazione e il prolungamento di queste rotte», sostiene lo studioso, che vede in esse il primo asse connettivo tra Europa e Asia, poi esteso alle Americhe, all’Africa e all’Australia.
Modernità cinese Oggi le merci cinesi continuano a viaggiare verso l’Occidente, ma, co-
me dimostrano i passeggeri del nostro aereo, anche le persone, segno della nuova ricchezza dell’Impero di Mezzo, che ora conta 1,4 miliardi di abitanti. Testimone di questi sviluppi, l’aeroporto di Xi’an ha subito, dalla sua costruzione nel 1991, numerosi lavori di ampliamento e modernizzazione. Oggi serve una città di dodici milioni di abitanti e accoglie oltre 45 milioni di passeggeri all’anno. La sua sala arrivi è imponente per la superficie. Tutto è smisuratamente grande e pensato per facilitare il transito di moltitudini di passeggeri. All’immigrazione, breve scambio verbale con il doganiere. Quest’ultimo timbra il nostro passaporto per una durata di trenta giorni. Nessun visto né pagamento richiesto. Il passaporto, il nostro volto, le nostre impronte digitali, tutto viene scannerizzato. Ora siamo formalmente integrati nell’immensa banca dati digitale della Repubblica Popolare Cinese. Tutti i nostri spostamenti saranno seguiti da una miriade di telecamere installate nelle strade, nelle stazioni, negli hotel e sui mezzi di trasporto. In ogni momento le autorità cinesi conoscono i movimenti della popolazione locale e dei turisti nel Paese.
Una strana sensazione Mentre il baratto e la moneta metallica erano gli strumenti di scambio ai tempi delle carovane, oggi la Cina ha abbandonato la moneta fisica, banconote e monete, a favore di due grandi applicazioni di pagamento mobile, WeChat Pay e Alipay, onnipresenti. Tutti usano il proprio smartphone per pagare gli acquisti, i pasti, l’albergo o un taxi, o per prenotare un biglietto del treno scansionando un codice QR tramite l’applicazione Didi. Cinesi e turisti si adeguano e si adattano. Che strana sensazione quella di non avere più soldi con sé e di dipen-
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ATTUALITÀ
segna gli equilibri del mondo
anciata da Pechino: la Belt and Road Initiative, il progetto con cui la Cina punta a ridisegnare rotte commerciali e rapporti di potere
dere al 100% dal proprio smartphone per poter vivere la quotidianità. Una cosa è certa: bisogna assolutamente evitare di rimanere senza batteria, è una condizione di sopravvivenza.
L’esercito di terracotta Seguendo le tracce della Via della Seta, procediamo lungo il percorso che le carovane percorrevano attraverso le province di Gansu, Shaanxi e Qinghai. Xi’an, l’antica capitale delle dinastie Qin, Han e Tang, è famosa in particolare per il mausoleo dell’imperatore Qin, colui che fece realizzare un esercito di terracotta composto da 6000 guerrieri e cavalli a grandezza naturale, che condividevano la sua tomba fino alla sua scoperta nel 1974, motivo per cui Marco Polo non la vide. Nel loro viaggio verso ovest, carovane, soldati e pellegrini passavano per Tianshui, la porta occidentale di Xi’an, in direzione delle oasi della Via della Seta. A 45 chilometri di distanza, le grotte di Maijishan sono uno dei quattro grandi complessi di grotte buddiste della Cina. Arriviamo a Langzhou, sulle rive del Fiume Giallo. La città è circondata da montagne e costituisce un passaggio naturale tra l’altopiano
tibetano e il bacino del fiume. Langzhou era una delle porte d’accesso al corridoio di Hexi, uno dei tratti più famosi della Via della Seta. Xining, capitale della provincia di Qinghai, è un crocevia tra la Cina
centrale, il Tibet, lo Xinjiang e l’Asia centrale. Serviva come postazione militare e commerciale, ma anche come punto di scambio tra cinesi Han, tibetani, mongoli e popoli musulmani delle steppe. Situato su un ramo
settentrionale della Via della Seta, il lago salato di Chaka era la riserva di sale delle carovane e degli abitanti della regione. Come si può parlare della Via della Seta senza menzionare le Nuove Vie
della Seta? Questo programma strategico cinese, avviato nel 2013, mira a rafforzare i legami economici con il resto del mondo attraverso investimenti in infrastrutture come porti, strade, ferrovie e aeroporti. Soprannominato il «progetto del secolo» da Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista cinese, questo vasto piano punta a creare una nuova generazione di comptoirs transnazionali. Dal punto di vista marittimo, la rete comprende anche le regioni africane affacciate sull’Oceano Indiano. Ma questa geopolitica del XXI secolo segna anche il ritorno degli scambi terrestri lungo una nuova Via della Seta, forse meno equilibrata rispetto a quella storica. La minore «equità» deriva dal fatto che la Belt and Road Initiative è un progetto fortemente asimmetrico: la Cina è il principale investitore, finanziatore e costruttore, mentre molti Paesi partner dipendono dai suoi capitali, dalle sue imprese e dalle sue tecnologie. Questo crea rapporti economici sbilanciati, rischi di indebitamento e una crescente influenza politica cinese nelle regioni coinvolte. A differenza delle rotte antiche, dove gli scambi erano più diffusi e policentrici, la nuova Via della Seta tende a concentrare potere e decisioni in un unico polo. Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ / RUBRICHE
Il Mercato e la Piazza
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di Angelo Rossi
Dentro un mondo che credevamo di conoscere ◆
Il mondo conosciuto è l’azienda familiare. Tutti noi abbiamo a che fare quotidianamente con aziende familiari: dalla macelleria alla farmacia, dal ristorante, in cui prendiamo l’aperitivo, all’albergo, in cui trascorriamo un fine settimana sulla neve. Poi ci sono le piccole e medie aziende industriali, controllate, da decenni, da famiglie, di qui o d’altrove, e quelle che vendono servizi non alle persone ma alle aziende. E via di questo passo. L’economia del nostro Cantone non è fatta solo da aziende familiari, è vero. Ma è altrettanto vero che queste aziende costituiscono la sua spina dorsale e buona parte del suo scheletro. Nonostante che esse giochino un ruolo importante sia nella produzione di valore aggiunto, sia nella creazione di posti di lavoro, si può dire che in larga parte il loro sia un mondo sconosciuto. Lo è certamente anche in termini di statistiche. I censimenti e le inchie-
ste sulle aziende che vengono fatti dagli uffici di statistica pubblici non si occupano, in generale, della cosiddetta «governance» cioè del modo in cui, e da chi, l’azienda viene gestita. Ma cominciamo la nostra esplorazione partendo dalle cifre pesanti che Carmine Garzia, professore alla Supsi, e Mattia Bedolla, suo collaboratore scientifico, hanno rivelato nel loro interessante rapporto sulle aziende familiari del Canton Ticino appena pubblicato da Fontana e Dadò. Le imprese familiari ticinesi sono decine di migliaia (pare che ce ne sia una ogni due famiglie e mezzo, alla faccia di chi sostiene che i ticinesi non sono imprenditori). Un campione relativamente piccolo delle stesse, si tratta di circa 8500 aziende, studiato da Garzia e Bedolla, fornisce lavoro a 83’000 persone e ha avuto, nel 2023, un fatturato aggregato di circa 19 miliardi di franchi (ossia più di 200 mila fran-
Affari Esteri
chi per posto di lavoro) e investimenti per 13,5 miliardi. Come dire che, senza l’attività delle aziende familiari, non si muoverebbe nessun ingranaggio dell’economia ticinese. Quante siano veramente le aziende famigliari ticinesi è invece impossibile da determinare. Nella selezione del campione da esaminare i due autori citati sono partiti addirittura da un universo di 67’595 aziende che, a ragione veduta, deve comprendere anche numerose aziende «bucalettere», ossia senza alcuna attività. Delle aziende del campione, divise in due gruppi, le società anonime e le società a garanzia limitata, Garzia e Bedolla hanno poi esaminato, nel primo dei tre capitoli del loro rapporto, l’età, il numero approssimativo di generazioni della stessa famiglia che si sono succedute alla loro testa, la dimensione, il tipo di attività e il tipo di azionista (persona fisica o persona giuri-
dica). La «governance» delle aziende famigliari ticinesi, ossia gli aspetti gestionali delle stesse vengono poi esposti nel secondo capitolo del rapporto, partendo dai risultati emersi da un’inchiesta su un gruppo di purtroppo solo 90 aziende. Sono numerosi e diversi gli aspetti quantificabili della «governance» ritenuti nell’analisi. Si apprende così che quasi la metà delle aziende dell’inchiesta (in prevalenza più anziane della media dell’universo di riferimento) esportano parte della loro produzione fuori dalla Svizzera. Se dall’insieme delle aziende dell’inchiesta togliamo quelle dei rami costruzioni e commercio al dettaglio che di regola non esportano, troviamo che la quota delle aziende esportatrici sale al 60%, vale a dire a una percentuale che non deve essere lontana dalla quota effettiva di aziende esportatrici dell’economia ticinese. I loro mercati di esportazione sono vi-
cini ai confini nazionali. Nel terzo e ultimo capitolo del rapporto gli autori hanno poi raccolto i risultati di un’analisi comparativa. Suddividendo il campione di aziende in tre gruppi, a seconda del numero di generazioni famigliari che sono state coinvolte nella gestione, hanno potuto costatare che con il crescere dell’età e della dimensione dell’azienda si allenta la relazione con la famiglia fondatrice. Ovviamente età e dimensione dell’azienda sono correlate. È anche vero che quando l’azienda esportatrice supera una certa dimensione comincia a essere interessante per le concorrenti. Chi scrive parlava, a suo tempo, della trappola dei 250 posti di lavoro. Questo perché raramente l’azienda industriale ticinese riusciva a mantenersi indipendente quando superava questa dimensione: normalmente veniva assorbita da una concorrente di fuori Cantone.
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di Paola Peduzzi
Dalla Germania agli Usa: il nuovo asse della destra dura ◆
Alternative für Deutschland (AfD) è il partito dell’estrema destra tedesca che fu fondato nel 2013 per ragioni puramente economiche: era contro l’euro, e contro «gli spendaccioni» del sud europeo, nel momento in cui scoppiava la crisi greca che avrebbe portato l’Ue per la prima volta di fronte alla possibilità concreta della fuoriuscita di un suo Stato membro. L’AfD nasce quindi come un partito di rigore dei conti euroscettico ma poi il 2015 non ha portato solo il dramma della Grexit, bensì anche l’arrivo di centinaia di migliaia di immigrati, accolti dall’allora cancelliera conservatrice Angela Merkel in nome di una solidarietà umanitaria che oggi – a destra, almeno – non esiste più. Da lì in poi l’AfD abbandona la questione euro e abbraccia la retorica anti-immigrazione, con connotazioni xenofobe e razziste, fino ad attrarre anche i rimasugli del mondo nazista.
Ciò che non è mai cambiato è l’inclinazione geopolitica dell’AfD: zero atlantismo (e fuori dalla Nato) e molto filorussismo, anche perché è un partito radicato in particolare nella Germania dell’est, che progressivamente ha iniziato a considerare l’unione con l’ovest come rancore e che è il trampolino di lancio per l’avventura nazionale dell’AfD, (pari nei sondaggi con il partito del cancelliere Friedrich Merz). È per questo che il coleader dell’AfD, Tino Chrupalla, va ripetendo, dopo quattro anni di aggressione russa all’Ucraina e con i servizi segreti tedeschi (e di tutta Europa) che danno per certo e imminente un attacco russo anche ai Paesi dell’Ue: «Putin a me non ha fatto nulla». È per questo che i deputati dell’AfD vanno spesso in Russia; è per questo che il partito è accusato di aver presumibilmente accettato denaro russo (e cinese). Nel marzo 2026 si vota nel Baden-Württ-
Il presente come storia
emberg e nella Renania-Palatinato: l’AfD deve cercare di colmare il distacco di 8-10 punti percentuali dalla Cdu di Merz, ma in ogni caso, secondo alcuni studi, la quota massima di voti che può sperare di ottenere è del 30% e il sistema tedesco di fatto impedisce Governi monopartitici. Quindi l’AfD deve abbattere il cordone sanitario tracciato dagli altri partiti che non vogliono collaborare con l’estrema destra e l’unico modo che ha è di approfondire le divisioni dentro gli altri partiti e poi insinuarsi come alternativa per gli elettori scocciati. Ed è qui che entrano in gioco i trumpiani e in particolare i Maga, gli unici americani che scalfiscono l’anti-atlantismo radicato nel partito. Alice Weidel, coleader dell’AfD, era felicissima a febbraio quando il vicepresidente degli Usa J. D. Vance – dopo il suo celebre discorso contro gli europei illiberali che censurano l’estre-
ma destra – l’ha incontrata a Monaco, e quando l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, allora ancora coinvolto attivamente nell’Amministrazione Trump che ha aiutato a portare alla Casa Bianca, ha fatto campagna per lei nelle elezioni tedesche di quel mese. Da allora un flusso costante di rappresentanti dell’AfD e influencer dell’estrema destra come la 25enne Naomi Seibt, che ha chiesto asilo politico negli Stati Uniti per le minacce che riceve in Germania, hanno fatto il pellegrinaggio in America, costruendo un nuovo asse transatlantico dell’estrema destra. Il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump, che indica i «partiti patriottici europei» come gli alleati dell’America e dichiara l’obiettivo di «coltivare la resistenza» contro il declino illiberale dei Paesi europei, è stato accolto come un segnale. All’inizio di questo mese una
delegazione di circa venti deputati dell’AfD è andata a Washington e New York per cementare i contatti con i Maga: il portavoce per la politica estera del partito, Markus Frohnmaier, che è anche il candidato dell’AfD nelle elezioni del Baden-Württemberg, ha ricevuto un premio dal Young Republican Club, con tanto di slogan collettivo «AfD über alles», di inequivocabile ispirazione nazista. L’AfD vuole essere il pivot europeo della strategia anti-europea del trumpismo, sgomita per prendersi tutte le attenzioni e così battere la concorrenza di altri partiti, come i lepenisti francesi e il brexitaro nazionalista Nigel Farage, perché l’investitura trumpiana può essere molto rilevante dal punto di vista elettorale, soprattutto ora che la minaccia russa impone scelte strutturali a tutta l’Europa. Al Cremlino, intanto, tra un piano di guerra e l’altro, brindano.
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di Orazio Martinetti
Camminare nella storia
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Il periodo delle festività invita alla meditazione (e a stilare personali bilanci) ma anche a compilare una lista di buoni propositi, tanto nobili quanto disattesi con il passar dei mesi. Qui si vorrebbe affacciare un’alternativa meno ansiogena: una mini-programmazione per quando entreremo nella bella stagione. La proposta arriva da un’iniziativa della casa editrice neocastellana Livreo Alphil, la quale, nei mesi scorsi, ha pubblicato tre guide sotto il titolo Au fil de l’histoire suisse in cui l’autore, lo storico François Walter, elenca una serie di percorsi da compiere in alcuni luoghi emblematici nella Svizzera. Una trentina di itinerari rigorosamente eco-sostenibili in quasi tutti i Cantoni confederati, da Versoix (Ginevra) alla Val Monastero, da Arlesheim (Basilea Campagna) a Bellinzona, passando per il massiccio centrale. Ogni tomo prende in considerazione una regione, i
cui orizzonti rispondono ai gusti e alle scelte dell’autore, e non coincidono con le suddivisioni amministrative interne. Quindi un volume per la Svizzera occidentale, uno per quella centrale e settentrionale, una per la parte orientale e per le Alpi. Il professor François Walter è un intellettuale molto noto in Romandia, a lungo docente di storia moderna e contemporanea all’università di Ginevra, autore di lavori che spaziano dall’urbanizzazione (La Suisse urbaine 1750-1950) allo studio dei sistemi ambientali e delle catastrofi, e compilatore infine di una Histoire de la Suisse in cinque piccoli tomi, poi riuniti in un unico volume, ai quali ha aggiunto, in collaborazione con il grafico Marco Zanoli, un atlante storico: strumento molto utile per la didattica, data la ben nota complessità e frammentarietà dell’evoluzione storica della Confederazione.
L’autore, spiega nella premessa, si è fatto guidare dall’intento di rendere visibili le tracce del passato, in un’epoca in cui un insieme di forze livellatrici, dalle vie di comunicazione all’espansione edilizia, ha via via spianato e sotterrato sotto cumuli di terra e detriti le vestigia delle civiltà precedenti. Solo la camminata pedestre, suggerisce Walter, solo l’incedere lento e riflessivo conserva il potere di decifrare il territorio nascosto, i diversi strati che i secoli hanno via via sovrapposto gli uni sugli altri. Come già ci insegnavano gli antichi peripatetici, passeggiare è apprendere, perché il moto schiarisce le idee, scaccia brutti pensieri, favorisce intuizioni, elimina oscurità. E il primo nome che viene alla mente, per i romandi, è quello di Jean-Jacques Rousseau, che fece del cammino e del vagabondaggio trasognato una fonte d’ispirazione, come
si evince dalle sue Le fantasticherie del passeggiatore solitario (opera del 177678) sull’isola di San Pietro (penisola del lago di Bienne): «Non mi hanno lasciato trascorrere che due mesi in quest’isola, ma ci avrei trascorso due anni, due secoli, e tutta l’eternità senza mai annoiarmi un istante». D’altronde percorrere in lungo e in largo il Paese in cui si era venuti al mondo era, per gli illuministi, una missione che comprendeva la minuta osservazione del contesto da esplorare e repertoriare, sia delle sue caratteristiche fisico-naturali, sia degli usi e costumi delle singole comunità, allo scopo di fortificare l’amore per la patria comune. Walter riserva un capitolo anche al Ticino: una tappa sudalpina che a noi sembrerà poco originale (i castelli di Bellinzona), ma che tale non apparirà a molti nostri cugini francofoni, con i quali non condividiamo i confi-
ni linguistici. Nella guida figura anche il San Gottardo, ma osservato dal versante nord, dalla valle della Reuss, con relativa escursione dalla stazione di Andermatt alla chiesetta di Wassen, con soste al Ponte del Diavolo e al monumento Suvarov. Non è comunque questo che il nostro storico intende sottolineare, ovvero il viaggio nel già noto e risaputo. È l’ignoto, o l’ignorato, che si suggerisce di perlustrare, ciò che rimane ai bordi, fuori dai circuiti turistici abituali. Vuol essere anche un invito a ridare senso alle gite scolastiche nei luoghi che hanno visto nascere la vecchia Confederazione: la cosiddetta «culla» collocata nel poliedro territoriale che ruota intorno a Lucerna: Grütli, Flüeli-Ranft, Morgarten, Sempach. Ritornare in questi luoghi vuol dire camminare letteralmente nella «storia patria», scarponi ai piedi e zaino in spalla.
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Anno LXXXVIII 29 dicembre 2025
azione – Cooperativa Migros Ticino 15
CULTURA ●
Il Miserere della Castrillo Nel suo lavoro più recente la regista propone il manifesto di una poetica legata alla sofferenza
Poliedrico Satie A cent’anni dalla scomparsa del compositore di Gymnopédies Ornella Volta ne sonda il mistero
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Smashing Pumpkins e poi? Nel 1995 usciva l’album Mellon Collie and the Infinite Sadness, apice creativo della band
L’incredibile volo Nel suo libro dedicato all’avifauna Sergio Luban ci regala una serie di immagini impressionanti
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David Weiss a Casa Aprile
Mostre ◆ A Lugano il MASI ripercorre la storia della comunità di artisti giunta a Carona alla fine degli anni Sessanta sull’onda del pensiero libero e della creatività condivisa Alessia Brughera
Quello di Carona è un villaggio intriso di memorie che ne raccontano la storia attraverso l’intreccio delle vite di coloro che vi hanno abitato. Nel silenzio dei suoi boschi, dei suoi vicoli e delle sue piccole piazze, questo paese sospeso tra le pendici del Monte San Salvatore e il Lago di Lugano ha difatti accolto fin dall’inizio del Novecento generazioni di esiliati, artisti e intellettuali in cerca di libertà, tranquillità e ispirazione. Che vi fossero arrivati per raggiungere un approdo salvifico durante i periodi di grandi sconvolgimenti politici o per avvicinarsi a una dimensione esistenziale più appartata, tutti i personaggi che hanno sostato a Carona non hanno trovato solo un luogo accogliente immerso nella natura, ma un vero e proprio rifugio dello spirito dove coltivare sé stessi lontano dalle convenzioni sociali e dalla frenesia della città. Il piccolo borgo ticinese, dunque, oltre che un riparo temporaneo per pensatori ostracizzati (basti citare Bertolt Brecht, che qui arriva nel 1933) è stato un ambiente animato dalla condivisione di idee e di ideali, di progetti e di prospettive di vita. Cuori pulsanti di questo vivace contesto culturale sono state alcune dimore private del villaggio, non semplici abitazioni, bensì contenitori viventi di presenze stratificate e di esperienze interconnesse, spazi aperti alla relazione e a un’inedita concezione del pensare e del fare. Una di queste è stata Casa Pantrovà, fatta costruire dagli scrittori tedeschi Lisa Tetzner e Kurt Kläber: adagiata su un pendio soleggiato, la residenza della coppia in fuga dal regime nazista si è distinta come un luogo di silenziosa resilienza e di creatività. Altro punto di riferimento del paese è stata Casa Costanza, acquistata nel 1917 da Theo Wenger, nonno materno di Meret Oppenheim, e descritta da Hermann Hesse, assiduo frequentatore della dimora, nel libro L’ultima estate di Klingsor con il nome di Papageienhaus, per via del pappagallo disegnato sulla facciata. Emblema di quel grande laboratorio d’inventiva che è stata Carona, può essere considerata a buon diritto Casa Aprile, edificio comprato da Meret Oppenheim insieme al fratello Burkhard Wenger e affidato poi al nipote Christoph, che per ristrutturarlo ha coinvolto amici e artisti in cambio di ospitalità. Casa Aprile è diventata, a partire dalla fine degli anni Sessanta, un’officina dell’inaspettato, uno spazio plasmato dalle relazioni che hanno preso forma al suo interno. Qui l’arte non veniva ostentata, semplicemente accadeva. Era il frutto di una pratica collaborativa che trovava la sua ra-
Urs Lüthi & David Weiss, Lazy Days, 1974-2018 Stampa inkjet su carta (Courtesy Galerie Oskar Weiss, The Estate of David Weiss and Courtesy Urs Lüthi).
gion d’essere nel desiderio condiviso di estraniarsi dal resto del mondo e di rallentare i ritmi per ripensare il gesto artistico al di fuori dei meccanismi della produttività. Mosso dal bisogno di evasione dalla civiltà, è proprio qui che David Weiss, figura centrale del panorama artistico elvetico del secondo Novecento, approda nel 1968 grazie alla sua amicizia con Christoph Wenger. Il soggiorno a Carona è per l’artista zurighese, poco più che ventenne, un’occasione per lavorare a stretto contatto con un’esuberante comunità di colleghi che, similmente a lui, concepiscono l’esperienza in questo luogo come atto creativo e ricerca esistenziale insieme. Per Weiss, che conosce bene il palpitare della vita urbana grazie ai suoi numerosi viaggi, l’arrivo a Casa Aprile ha il sapore di una pausa per riconnettersi alla natura e per sperimentare l’arte come gesto quotidiano e visione collegiale. Attorno a lui si raccolgono figure di rilievo quali Esther Altorfer, Anton Bruhin, Maria Gregor, Matthyas Jenny, Urs Lüthi, Penelope Margaret Macworth-Praed, Iwan Schumacher, Peter Schweri e Willy Spiller, accomunate dal rifiuto della distinzione tra «arti alte» e «arti basse» a favore di un’idea di espressione creativa scevra da qualunque sovrastruttura. L’intensità e il fervore di questa comunità anticonvenzionale, che ha trovato a Carona un terreno fertile per
vivere l’arte all’insegna dell’emancipazione, sono ben restituite nella mostra allestita al Museo d’arte della Svizzera italiana a Lugano. La rassegna ripercorre per la prima volta la storia di Weiss e compagni, mettendo in evidenza le peculiarità di questo luogo collettivo in costante trasformazione. Il materiale radunato è composto da disegni, taccuini, fotografie, libri, lettere e registrazioni sonore degli artisti ospiti della dimora, a ricostruire quel piccolo ma denso universo governato dall’ironia e dalla forza dell’unione. Dopo un’introduzione storica sul contesto culturale di Carona e un affondo sulla figura di Meret Oppenheim quale anello di congiunzione tra il villaggio e il gruppo di artisti che vi si è insediato, la mostra si concentra sulle sperimentazioni di David Weiss per ampliare poi lo sguardo sul lavoro dell’intera cerchia riunitasi attorno a Casa Aprile. Ciò che emerge dalle opere di Weiss esposte in rassegna è come negli anni trascorsi a Carona, nella decade che va dal 1968 al 1978, l’artista abbia posto le basi di tutta la sua produzione successiva, anticipando lo spirito dissacrante e la narrazione frammentaria che avrebbero caratterizzato la sua attività in coppia con Peter Fischli. Proprio nel piccolo borgo ticinese, infatti, Weiss ha sviluppato una pratica artistica fondata su un approccio ironico e poetico che fa dell’imprevedibilità e dell’u-
morismo surreale i suoi punti di forza. Per Weiss, così come per gran parte dei membri dell’entourage di Casa Aprile, in questo periodo il disegno è diventato il medium per eccellenza. Vuoi perché era più in sintonia con il loro modo di concepire l’arte come qualcosa di immediato, intimo, autentico e democratico; vuoi perché, per ragioni pratiche, era la via più facilmente percorribile, visto che gli ambienti condivisi dell’abitazione non permettevano certo agli artisti di lavorare come in un atelier. Nei disegni di Weiss, figure in perenne trasformazione e sagome fluide che dissolvono i loro confini le une nelle altre generano narrazioni visive senza un inizio e senza una fine. Costruito spesso attraverso l’uso di sequenze che ricordano gli script cinematografici, il linguaggio dell’artista prende forma con l’inchiostro nero e blu su taccuini, quaderni e semplici fogli di carta, creando immagini governate dalla metamorfosi e pervase da una grande energia. Esemplificativi, in mostra, sono i disegni per il celebre libro d’artista up and down town, noto anche come «Regenbüchlein» (Libretto della pioggia): uno scorrere ininterrotto di scene disegnante con un segno vibrante in cui lo scroscio continuo dell’acqua si fa metafora della nostra vana ricerca della felicità. Anche nelle opere degli altri ospiti di Casa Aprile si mescolano gioco e serietà, suggestioni urbane e idilli naturali, enfasi collettiva e meditazioni
personali. In rassegna ci sono le fotografie di Urs Lüthi, capaci di raccontare con maestria la quotidianità nel borgo ticinese. Con lui Weiss ha dato vita nel 1974 al progetto Lazy Days, serie di fermi immagine il cui tema è l’ozio, il dichiarato «far niente» come opposizione alle regole della società. Ci sono poi gli scatti intimi e sospesi di Willy Spiller che immortalano la bellezza del paesaggio di Carona e una registrazione dei suoni del paese realizzata da Anton Bruhin, artista zurighese che con Weiss spartisce umorismo e attitudine visionaria. I disegni di Peter Schweri, di Penelope Margaret Mackworth-Praed e di Maria Gregor, così come le fotografie di Iwan Schumacher (suo è l’evocativo ritratto di Weiss che richiama il Viandante sul mare di nebbia di Friedrich), le vivaci opere di Esther Altorfer e alcuni numeri della rivista «Nachtmaschine» (Macchina notturna) di Matthyas Jenny restituiscono appieno il clima di grande complicità di quella minuscola porzione di Svizzera che per molti è stata un santuario di ispirazione e di libertà. Dove e quando David Weiss. Il sogno di Casa Aprile. Carona 1968-1978. Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano – sede LAC. Fino al 1° febbraio 2026. Orari: ma-me-ve 11-18; gio 11-20; sa-do e festivi 10-18. www.masilugano.ch
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MONDO MIGROS
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Focaccia all’alsaziana con salmone affumicato Spalma della panna acidula sulla pasta della focaccia all’alsaziana, guarnisci con salmone e cipolle e inforna il tutto: è deliziosa e richiede solo 30 minuti.
Quando l’appetito continua
Dopo il conto alla rovescia, scatta un certo languorino. I nostri spuntini coronano il Capodanno. Testo: Claudia Schmidt
Tradizioni culinarie di Capodanno
Germania In Germania i berliner, conosciuti anche come krapfen o pancake, fanno parte dell’ultima serata dell’anno. Queste sfere di pasta ripiene sono disponibili in molti gusti e, se lo si desidera, possono essere farcite anche con la senape, lasciando deluso chi si aspetta un ripieno dolce. Questa tradizione un po’ meschina va avanti da generazioni.
Giappone I noodles di soba vengono serviti a Capodanno in Giappone. Questi spaghetti di grano saraceno, lunghi e sottili, simboleggiano una lunga vita.
Spagna Per ognuno dei dodici rintocchi della mezzanotte si mangia un acino d’uva. Chi riesce a mangiarli tutti e dodici, può sperare in mesi positivi nel nuovo anno, da gennaio a dicembre.
Italia Poiché la loro forma ricorda vagamente quella delle monete, le lenticchie simboleggiano la ricchezza, ed è per questo che in Italia sono presenti nel menu di Capodanno. Il piatto tipico è il cotechino con lenticchie. Si dice che più lenticchie si mangiano, più soldi arriveranno nel nuovo anno.
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CULTURA
Una devastazione travestita da normalità
Teatro ◆ Miserere, più recente fatica di Cristina Castrillo, è il manifesto di una poetica legata alla sofferenza
Il teatro di Cristina Castrillo è un insieme di immagini, un coacervo di pensieri intrisi di memoria, una traccia di figure e emozioni accuratamente ricostruite attraverso storia e ricordi. La sua regia e la creazione dei suoi spettacoli con la compagnia del Teatro delle Radici sono il frutto di un lungo processo di elaborazioni, scontri e incontri di personalità, di gioie e dolori che solo la poesia riesce a condensare nelle parole. È una poetica che non riguarda solamente i suoi spettacoli, ma che esce dai confini del palcoscenico per irrompere nella scrittura e comunicare attraverso immagini. O meglio, attraverso quelle che lei stessa definisce «figure», che altro non sono che i suoi attori che trasmettono al pubblico pensieri conservati nella memoria più intima e rielaborati per ottenere un crocevia narrativo. È questa la cifra di una drammaturgia che accompagna la Castrillo da sempre. Un denso rito di passaggio, un percorso teatrale intenso e faticoso accompagnato da straordinari incontri e fantastiche esperienze umane e professionali che hanno posto le basi per quella fuga dalla dittatura argentina che l’ha portata a scegliere Lugano come residenza artistica e di vita e dove nel 1980 ha fondato il Teatro delle Radici. Miserere, ultima fatica della regista, è un esemplare manifesto di una poetica strettamente legata alla sofferenza e che va a comporre un trittico con altri due precedenti lavori, Transumanze e Fessure, dedicati alla condizione umana. Dopo aver debuttato al Foce con successo a inizio dicembre, Miserere torna in scena nella sala storica luganese del Teatro delle Radici di Viale Cassarate.
Silvia Fanoni
Giorgio Thoeni
Il «Miserere», l’antico salmo penitenziale, supplica per ottenere il perdono invocando la misericordia divina, nella visione concettuale di Cristina incontra idealmente i versi di Wislawa Szymbroska, Nobel per la letteratura (1996): «una poesia che, con ironia e sagacia, svela frammenti di realtà umana». Ed è quella che Cristina Castrillo ha scelto per punteggiare il suo spettacolo, frammenti di una poesia che illumina, fa riflettere e emozionare. Come leggendo fra le righe di Sotto una piccola stella, dove la richiesta del perdono è per ogni cosa e per tutti noi: «Perdonatemi, guerre lontane, se
porto fiori a casa. / Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito. /(…) Perdonatemi, speranza braccata se a volte rido. / Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua. / Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque. / Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna». La spinta di questo Miserere del Teatro delle Radici è una risposta a una devastazione travestita da normalità, quella che ci viene raccontata ogni giorno e che urla per la disperazione, per quel profondo e contagioso disagio che nasce da una sensazione molto forte. «Io ho vissuto tutte queste morti, tutte queste impunità in
una maniera feroce - racconta Cristina - ma anche nei miei attori tutto ciò era molto presente. Miserere è nato da quella sensazione. E la parola “miserere” è apparsa quasi subito. Una parola che mi emoziona perché è antica e che non è legata solo al concetto religioso. Esisteva anche prima come concetto di misericordia, del chiedere scusa, del chiedere perdono. È la possibilità di vedere questo disagio di cui anche noi siamo in qualche modo responsabili». Ma se il concetto di Miserere racchiude il senso di una richiesta di perdono, la struttura dello spettacolo è tutt’altro che un segnale remissivo. In realtà si manifesta con un intrec-
cio che non è il racconto di una storia cronologica, ma è una sequenza di immagini con un inizio e una fine, con una coerenza che accompagna lo spettatore lungo un viaggio fatto di segni poetici. Simboli e soprattutto «figure», «nitide in ciò che dicono e in ciò che fanno», che il teatro della Castrillo non identifica con dei «personaggi» ma che costruisce con elementi di memoria, con istantanee di vita e di ricordi raccontati con una metrica precisa, poeticamente accurata, alternati a riferimenti con altri spettacoli e dove l’uso del video non è un riempitivo, ma assume un ruolo incisivo grazie a un montaggio efficace che fa da contraltare ai segni, alle parole, alle figure che si sviluppano sulla scena. È un «teatro povero» frutto di una lunga e complessa ricerca collettiva dove la zampata decisiva è nello stile compositivo, nell’efficacia dei frammenti. Il tutto assume una forma compiuta grazie a quel filo rosso ereditato da esperienze maturate in precedenza, tracce di un percorso seguito e sviluppato negli ultimi anni con un meccanismo creativo dalla matrice collettiva con gli attori del Teatro delle Radici, una famiglia solida e di riferimento da anni. Con Giovanna Banfi Sabbadini, Bruna Gusberti, Ornella Maspoli, Massimo Palo, Carlo Verre e Irene Zucchinelli. Il video è curato da Felix Bachmann Quadros. Dove e quando Le repliche di Miserere saranno in scena al Teatro delle Radici sabato 10 gennaio (19.00), domenica 11 (18.00), sabato 17 (19.00) e domenica 18 (18.00). www.teatrodelleradici.net
Le mani sporche dei bravi ragazzi
Podcast ◆ Da un anno disponibile online, Borghesia violenta è un podcast che si interroga sulle origini di alcune personalità di spicco degli Anni di piombo Daniele Bernardi
Cosa accomuna Valerio Fioravanti, fondatore dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) ritenuto uno dei responsabili della strage di Bologna, Marco Donat-Cattin, membro di rilievo di Prima Linea, Alessandro Alibrandi (altro membro dei NAR) e gli studenti di Avanguardia Operaia responsabili dell’omicidio di Sergio Ramelli? Per Nicola Ventura e David Barra, autori del podcast Borghesia violenta. I bravi ragazzi del terrorismo italiano (Emons Record, 2024), il minimo comune denominatore è l’origine, appunto, borghese, il lignaggio, l’essere, per così dire, di «buona famiglia». Proponendo questa decisa prospettiva, Ventura e Barra scelgono di narrare quattro vicende della stagione degli Anni di piombo attraverso diciassette puntate di una trentina di minuti l’una (fatta eccezione per l’ultima, quasi di un’ora). Il risultato, impeccabile dal punto di vista formale e della scrittura, è un podcast che si ascolta con stupore e interesse, venendo a conoscenza di fatti e di dettagli – alcuni noti, altri meno – che delineano il fosco panorama in cui operarono alcuni dei protagonisti di quello che venne definito «lo spontaneismo armato». L’operazione nasce inizialmen-
La copertina del podcast di Nicola Ventura e David Barra.
te sulla carta: Borghesia violenta è stato dapprima un libro, pubblicato da GOG Edizioni nel 2021. Solo in seguito gli autori hanno deciso che quelle pagine, realizzate attraverso l’ascolto e lo studio di una ricca messe di materiali d’archivio, reclamavano un’altra veste (in fondo, anche più consona): è infatti dalla voce stessa dei coinvolti che l’ascoltatore, seppure guidato dall’accurato narrato di Rocco Tedeschi, apprende punti di vista e consi-
derazioni su scelte di vita e atti che segnano un prima e un dopo. Ecco allora la freddezza di Fioravanti, notoriamente salito alla ribalta come volto infantile della televisione italiana per strumentale volontà paterna e, in seguito, divenuto un giovanissimo estremista di destra in compagnia del fratello Cristiano. Dalle sue parole appare quanto, alla radice, l’azione dei NAR fosse priva di un autentico progetto politico; si trattava, piuttosto, di
una mera spinta a distruggere in nome del gruppo, dell’appartenenza al clan: «non eravamo fascisti, però ci piaceva fare i fascisti perché la gente odiava i fascisti», dichiarerà a processo. Sul fronte opposto troviamo poi Marco Donat-Cattin, figlio del ministro Carlo Donat-Cattin, vicesegretario della Democrazia Cristiana. Studente sbandato, padre a diciassette anni e militante in Lotta Continua, dal ’76 è fra i dirigenti di Prima Linea. Nel suo percorso, asseriscono gli autori, è come se fosse sempre specularmente in guerra col padre, il quale di lui dirà: «lo avrei scaraventato dalla finestra». Viene poi il turno di Alì Babà, come era soprannominato Alessandro Alibrandi – figlio del giudice istruttore Antonio Alibrandi – compagno di liceo di Fioravanti e di altri neofascisti che, in seguito ai fatti di sangue a cui prese parte, riparò in Libano fra le milizie della destra cristiana alleata di Israele. Infine, sono i membri del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia che tolsero la vita al diciannovenne Ramelli ad essere chiamati in causa: bravi studenti di medicina alle soglie della carriera che attesero il giorno in cui la
giustizia andò a bussare alle loro porte per esprimere una pubblica crisi di coscienza. Ciò detto, quella che appare in Borghesia violenta sembra essere una generazione di figli in degenerata rivolta rispetto a dei padri – diciamolo – a loro volta degeneri, che con le proprie posizioni incarnavano l’irrisolta violenza di un’epoca precedente. Va pure aggiunto però che se, per vari aspetti, quella di Ventura e Barra è un’operazione degna di interesse e anche inedita, per altri vi è pure un rischio: un ascolto non meditato del podcast – o il solo ascolto, senza approfondimenti – può spingere il fruitore a mettere, in modo superficiale, gruppi armati di estrema destra e di estrema sinistra su un identico piano (senza contare che non tutti i militanti di allora erano «figli di papà»). Non va dimenticato invece che, per quanto le mani siano sporche da una parte come dall’altra, le visioni del mondo di chi aderì a determinati movimenti erano diametralmente opposte e che esiste sempre, nel giudizio storico, una sostanziale differenza di prospettive fra la scelta, comunque drasticamente sbagliata, della lotta armata e quella del puro terrorismo.
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CULTURA
Erik Satie, un’analisi globale
Musica ◆ A cent’anni dalla morte del compositore e pianista francese un imperdibile libro della studiosa Ornella Volta Giovanni Gavazzeni
Il centenario della morte del compositore francese Erik Satie (1866-1925) è coronato dalla pubblicazione di un volume, Erik Satie en notes et mots, frutto postumo del lavoro di una studiosa fuori del comune, Ornella Volta. Triestina vissuta a Parigi, dove giunse negli anni Cinquanta affascinata dal movimento culturale surrealista, e conobbe e intervistò personalità della statura di Le Corbusier, Man Ray, Breton, Calder, Aragon, divenne studiosa senza pari dei testi e delle lettere (e curatrice di tante mostre) che hanno illuminato la vita del misterioso compositore di Honfleur. Un incontro, quello fra Satie e la studiosa italiana che avvenne «quasi per caso», come ricorda nella postfazione l’amico direttore d’orchestra italiano Marcello Panni. Dovendo ripartire da Parigi per l’Italia, Panni incaricò l’amica di cercare scritti, lettere, ritagli di giornali e riviste per uno spettacolo della Biennale di Venezia che il pianista Antonio Ballista era in procinto di realizzare con la collaborazione dell’attore anticonformista e funambolo della parola Paolo Poli. Quella ricerca fu decisiva: gli scritti, i disegni, la musica iconoclasta di Satie stregarono Ornella, «perché rappresentavano un mondo che l’aveva sempre attirata e in una sola persona ritrovava il dadaista, il polemista, il creatore di una musica delicata alla ricerca della stoicità», come ricorda il figlio Matteo
nella Postfazione. E la ricerca di «Esoterik Satie», sintetizza Panni nella testimonianza-postfazione, trasformò per tanti compositori e artisti ammiratori di Satie nel corso di mezzo secolo la Signora Volta in «Madame Satie». Satie divenne per cinquant’anni il centro d’attrazione e di ricerca di ogni testimonianza e documento possibile, e questo volume costituisce «una ricapitolazione di tutto un sapere lungamente acquisito», come scrive nell’introduzione Gilbert Delor. La Volta circonda le parole del compositore, in ordine cronologico, a una analisi globale e interdisciplinare in cui testi, titoli e sottotitoli, disegni, copertine e grafismi bizzarri si uniscono in un gioco di approfondimenti e rimandi che si leggono insieme ai commenti esplicativi. E si dimostra che dietro le famose freddure e battute c’era uno scrittore. Poteva essere autore di manifesti violenti e provocatori, usciti dal clima anarchico della bohème di Montmartre dove viveva suonando il pianoforte, oppure l’autore che dava indicazioni d’attitudine mentale e percezioni corporali ai pianisti (ingiunzioni intriganti come «Aprite la testa», «Obbedire», «Un po’ caldo», «Come un usignolo con il mal di denti»); oppure lo spargitore di miti e maschere che sfogava la frustrazione dell’isolamento ufficiale, sempre cercando nuove strade. Vie che spingono l’ascoltatore a
Ritratto di Erik Satie di Henri Manuel, 1920 ca. (Wikipedia)
uscire dalla passività, a sognare e a interrogarsi. Il comune denominatore è una concentrazione minimalista del suono che andava di pari passo all’invenzione di un umorismo musicale metaforico che assume le forme più diverse, provocatorio, caustico, agrodolce, nichilista. Secondo uno
dei suoi massimi biografi-interpreti, Jean-Pierre Armengaud, l’umorismo è per Satie «fonte perenne di rinnovamento creativo e rappresenta anche una morale di resistenza personale che dissimula l’angoscia della solitudine e della marginalizzazione». L’indagine della Volta approfondi-
sce i significati dei titoli che a suo tempo fecero scalpore, come i Tre pezzi in forma di pera per pianoforte a quattro mani. Lo scrittore Jean Cocteau li spiegò come risposta all’abuso di titoli preziosi da parte degli impressionisti e di Debussy; nel libro vengono riportati a un periodo in cui Satie ancora non aveva litigato con il celebre collega. Un tempo in cui entrambi paragonavano i custodi dell’accademismo alle pere: «il vocabolario Littré descriveva la trottola come un oggetto a forma di pera, e potrebbe essere che il compositore abbia voluto avvisare i guardiani delle convenzioni accademiche e attirare l’attenzione sul fatto che la musica dei Tre pezzi gira incessantemente su sé stessa… come una trottola». Oggi l’uomo che viveva nella povertà di una stanza della periferia parigina, l’artista che voleva essere sempre libero e sognava di migliorare la società, il creatore della musica d’arredamento e istantaneista, il precursore compreso da un esiguo manipolo di fedeli, è l’autore di un motivo che dopo il Boléro di Ravel è il brano francese più suonato nel mondo: «Si tratta della melodia, lenta e dolorosa, leggermente ondeggiante, della sua opera feticcio, la prima Gymnopédies». Bibliografia Ornella Volta, Erik Satie en notes et en mots, Dijon, Les presses du réel, 2025, pp.631, €35 Annuncio pubblicitario
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CULTURA
Tornano in scena gli Smashing Pumpkins
Musica ◆ Dalla Chicago degli anni Novanta all’eredità della Generazione X, la parabola della band a trent’anni dall’uscita di Mellon Collie and the Infinite Sadness Sebastiano Caroni
«Time is never time at all / You can never ever leave / Without leaving a piece of youth» («Il tempo non è mai tempo / Non puoi mai andartene / Senza lasciare un pezzo di giovinezza»). Queste sono le parole iniziali di Tonight Tonight, il brano con cui si apre il doppio album degli Smashing Pumpkins Mellon Collie and the Infinite Sadness, pubblicato nel novembre del 1995, esattamente 30 anni or sono. Album che rappresenta, probabilmente, l’apice creativo della carriera della band, nonché uno degli esempi più interessanti di quella costellazione molto varia a sfaccettata della musica alternativa Anni Novanta. Per celebrare il trentesimo anniversario, lo scorso novembre Mellon Collie and the Infinite Sadness è stato portato in scena dalla Chicago Philarmonic Orchesta che ne ha proposto una versione operistica.
Mellon Collie and the Infinite Sadness è un album che continua a parlare alla cosiddetta Generazione X Chicago non è solo la città in cui si formano gli Smashing Pumpkins, è anche, come evoca ancora il testo di Tonight Tonight, la città dove nasce Billy Corgan, indiscusso e iconico leader della band: «And the embers never fade / In your city by the lake / The place where you were born» («E le braci non si spengono mai / Nella tua città sul lago / Il luogo dove sei nato»). La vena poetica e malinconica che permea queste parole rinvia a temi come la nostalgia adolescenziale, il dolore interiore, la frustrazione, l’amore e le relazioni, che il gruppo esplora soprattutto nei primi album. Se gli Samshing Pumpkins hanno fatto la storia della musica alter-
nativa di quegli anni, il loro esordio fu tutt’altro che scontato. Quando la band registra il primo disco, nell’area di Chicago dominano le sonorità ruvide dei Ministry e il punk minimalista di band associate all’etichetta indipendente Touch and go Records. Rispetto a questi modelli, gli Smashing Pumpkins si distinguono per i lunghi assoli di chitarre, per l’alternanza di brani rock e di composizioni più melodiche, e per le atmosfere vagamente psichedeliche che avvolgono la loro musica. Con queste premesse nel 1991 esce Gish, il loro primo album: inizialmente accolto in modo positivo da critica e pubblico, dopo qualche mese viene però messo in ombra dall’arrivo di Nevermind dei Nirvana, un album che provoca una vera e propria rivoluzione nel mondo della musica rock. Ma è solo questione di tempo: il definitivo salto di qualità arriva nel 1993 con Siamese Dream, disco complesso e stratificato, segnato dalle tensioni interne e dal perfezionismo di Billy Corgan. Le chitarre diventano più dense, le melodie più sofisticate e, grazie ad alcuni singoli di peso come Cherub Rock, Today o Disarm, gli Smashing Pumpkins raggiungono un successo commerciale che li fa conoscere in tutto il mondo. Il 1995 è, come detto, l’anno di Mellon Collie and the Infinite Sadness, il doppio album che, miscelando rabbia, malinconia e desiderio, consacra definitivamente gli Smashing Pumpkins nell’olimpo del rock degli anni Novanta. Dopo questo album gli Smashing Pumpkins vivono una fase turbolenta della loro carriera, segnata soprattutto da tensioni interne, problemi personali e continui cambi di formazione. Nel 1998 l’album Adore segna una svolta elettronica e introspettiva che però divide pubblico e critica. Con il successivo Machina / The Machines of God, il gruppo cerca un ritorno al-
Gli Smashing Pumpkins in concerto. (Sven Mandel – Wiki)
le sonorità delle origini ma il progetto, che prevede l’uscita di un secondo album, rimane incompleto e porta all’annuncio, nel 2000, dello scioglimento del gruppo. Billy Corgan rilancerà gli Smashing Pumpkins nel 2007 inaugurando, con risultati alterni, una nuova fase creativa più personale. Intanto, negli anni si succedono album, tour e continui cambi di lineup, fino al recente ritorno di fiamma fra il 2018 e il 2019 che, con il rientro del chitarrista James Iha e del batterista Jimmy Chamberlin rilancia, simbolicamente, la formazione originaria, da cui però è assente la bassista D’arcy Wretzky. Cosa rimane oggi, al di là dell’operazione celebrativa realizzata dalla Chicago Philarmonic Orchesta che festeggia i trent’anni di Mellon Collie and the Infinite Sadness, del grande periodo di creatività musicale degli Smashing Pumpkins dei primi album? Pensando a un certo tipo di musica di quegli anni, e a gruppi come i
Radiohead, gli Oasis, o al movimento grunge (Pearl Jam, Alice in Chains, Soundgarden, Stone Temple Pilots, eccetera), non si può esimersi dal notare come le voci dei vocalist di quelle band abbiano contribuito in maniera importante a creare sound e stile che venivano, di volta in volta, definiti come alternativi. E la voce di Billy Corgan era sicuramente fra le più originali: vellutata e sussurrata quando accompagnava le ballate più iconiche del gruppo, aspra e tagliente quando interpretava le canzoni più rock. Una voce inconfondibile: riascoltarla oggi è un po’ come ritrovare un fossile sonoro da cui sprigionano la ricchezza e le contraddizioni di un’epoca e di una generazione. Gli anni Novanta coincidono, infatti, con la piena consapevolezza della Generazione X (i nati fra il 1965 e il 1980), che in quel periodo comincia a far parlare di sé attraverso i mezzi espressivi del cinema, della letteratu-
ra e anche della musica. Alcuni commentatori accentuano il disimpegno e lo stile di vita iperconsumistico di una generazione votata all’edonismo, all’apatia e all’individualismo. Per altri, la Generazione X è decisamente intraprendente, creativa e innovativa, e incide in maniera profonda sulla trasformazione delle abitudini mentali, della società e della cultura. Con decine di milioni di dischi venduti a livello mondiale, gli Smashing Pumpkins hanno avuto un ruolo centrale nel definire il sound di quegli anni, profilandosi come una delle band più influenti della loro generazione. A rafforzarne il prestigio del pubblico contribuisce anche il riconoscimento della critica: Siamese Dream e Mellon Collie and the Infinite Sadness figurano infatti nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi stilata da «Rolling Stone», conferendo al gruppo una posizione di primo piano nella storia del rock.
La calligrafia dal passo lieve
Letteratura ◆ Nei Microgrammi di Robert Walser la scrittura procede per diramazioni, ambiguità e scelte lasciate al lettore Manuel Rossello
Sono rari gli scrittori nei quali, leggendoli, si riconoscono quasi all’istante una voce inconfondibile e un’intonazione originale. A questi pochi eletti appartiene di diritto Robert Walser. Ma il candore, tratto distintivo che viene unanimemente attribuito allo scrittore di Bienne, è in lui caratteristica immune da ogni maniera o infingimento. A tale qualità si assomma in ogni suo testo una rabdomantica ed esasperata sensibilità per la natura, per il paesaggio (in particolare quello invernale) e persino per gli oggetti più umili che gli capitava di incrociare nelle sue quotidiane e solitarie passeggiate. Una scrittura ricca di divagazioni e diramazioni, dove ciò che apparentemente è secondario viene portato in primo piano e il cui fascino sta proprio nella sua irriducibile inafferrabilità. Scrittore, saggista, poeta (la sua unica raccolta di versi pubblicata in vita è stata tradotta in italiano da Antonio Rossi per Casagrande), Walser ha consumato la propria esistenza tra lavori precari, traslochi e un lunghissimo ricovero in una clinica psichia-
trica, dove infine ha trovato la morte nel 1956 – quasi un segno del destino – durante una passeggiata nei dintorni innevati della casa di cura. Tra le due guerre mondiali ha vissuto la sua stagione più feconda, poiché oltre alle prose in volume è riuscito a pubblicare molti pezzi (che definire giornalistici sarebbe semplicistico) in varie testate sia svizzere sia tedesche, e in misura considerevole pure in due quotidiani praghesi in lingua tedesca a cui collaboravano firme prestigiose tra le quali Franz Kafka, Robert Musil, Stefan Zweig, Roman Jakobson, Alfred Polgar, Max Brod, Joseph Roth e Sandor Marai. Accanto allo splendore della sua prosa, dopo la sua morte è emerso un rompicapo filologico e grafologico che sembrava irresolubile: 526 tra frammenti e testi compiuti, vergati a matita con grafia lillipuziana (da cui il termine microgrammi) e a lungo ritenuti indecifrabili. Ad aumentare la precarietà di questi reperti è il fatto che i supporti sono quanto di più effimero ci sia: ricevute di pagamento, margini di giornali, fascette di libri, pezzi di moduli,
Immagine della copertina dell’edizione francese del libro L’écriture miniature, Chêne-Bourg, Éditions Zoe.
pagine di calendario. È insomma solo grazie alla perizia e al lunghissimo lavoro di un team di specialisti che tra il 1985 e il 2000 sono usciti per Suhrkamp sei volumi di trascrizioni, ora proposti antologicamente da Adelphi.
In questi microgrammi c’è di tutto: satire, articoli di viaggio, recensioni, epistole, parodie, versi, dramoletti e scene teatrali, mentre i testi sono immersi in un’aria ora fiabesca, ora grottesca o fantastica. Alcuni sem-
brerebbero addirittura accostabili all’écriture automatique dei surrealisti. L’edizione italiana è concepita in modo da poter confrontare le trascrizioni con le riproduzioni fotografiche in scala originale degli autografi. E bisogna ammettere che il fascino che ne promana è considerevole. Non mancano tuttavia i passi in cui l’acume filologico degli studiosi, nonostante il mastodontico e sfiancante lavoro di decifrazione, deve arrendersi di fronte all’impenetrabilità; altri in cui permane incertezza tra letture alternative: una novella sarà di genere «alimentare» (nahrhafter) o «realistico» (wahrhafter)? E in un altro brano si dovrà intendere «rifulgi» (strahlst) o «punisti» (straftest)? Ognuna delle interpretazioni risulta plausibile e suggestiva. È come se Walser lasciasse a noi la scelta di imboccare l’uno o l’altro sentiero, entrambi meritevoli di una bella passeggiata. Bibliografia Robert Walser, Microgrammi, Adelphi 2025.
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CULTURA
L’invisibile pentagramma del volo
Editoria ◆ Il racconto fotografico di Sergio Luban, che esplora il movimento, la luce e la composizione attraverso l’avifauna di diverse regioni del mondo Manuela Mazzi
È un libro da ascoltare con gli occhi. Da poco in libreria, Di penne, piume e schizzi nel vento, edito da Salvioni, è la terza raccolta fotografica del grigionese Sergio Luban, che questa volta ha direzionato il proprio obiettivo sull’avifauna della terra, senza badare alle frontiere. Il suono non lo si sente con le orecchie, ma lo si percepisce: un battito d’ali che fende l’aria, il fruscio delle piume sospese nel vento, il ritmo sincopato di stormi che si muovono come un’onda invisibile. La composizione del suo racconto visivo è infatti piena di ritmo, pause e crescendo emotivo che danno forma a una sorta di spartito musicale per immagini, dove gli uccelli non sono solo soggetti, ma note che si posano su un pentagramma per lo più invisibile, anche se non sempre. A suggerire questa lettura è lo stesso autore, medico e appassionato di fotografia, già in mostra alla Triennale di Milano e già pubblicato su diverse riviste internazionali, tra le quali il «National Geographic»: «I fili delle ultime tre immagini – si legge nelle sue note al libro – delineano un pentagramma musicale su cui le rondini, sospese tra caos e armonia nella frenesia della migrazione, tracciano le note di una melodia. Ecco dunque emergere una melodia visiva che si sviluppa tra immagini e pause. Le pause, sia in ambito musicale che fotografico (serie), rivestono un ruolo fondamentale: definiscono il ritmo, la dinamica, la composizione». Ed è così che la copertina del libro Di penne, piume e schizzi nel vento – dove un mignattaio della Camargue è in volo sul filo dell’acqua nella quale si specchia – suona dunque come un accordo sospeso, un’onda sonora che non si risolve subito, lasciando spazio alla contemplazione, quasi un preludio che prepara all’ingresso nella melodia visiva del libro. C’è un senso di attesa, come il respiro che anticipa il primo movimento orchestrale. Come ogni melodia, anche questa ha bisogno di una chiave per essere interpretata. A fornircela è la prefazione di Fortunato Gatto che è accosta-
Cinciallegra, Val Calanca; sotto: Gufo delle nevi, Québec, Canada; in basso da sinistra a destra (come compaiono nella doppia pagina): Ulula, Québec, Canada; Allocco della Lapponia, Québec, Canada; in copertina, Gufo delle nevi del Québec, Canada. (Sergio Luban)
ta all’immagine di una piccola voliera posata su un davanzale: «La gabbia – scrive – come uno schema, la passione come chiave, per scardinare quella
porticina e liberare la creatività»; si fa presto a parlar di metafora che qui introduce l’idea di un suono che sta per nascere. È però la prima immagine
concreta della pagina successiva che sembra introdurre il lettore al pentagramma con la volata di un nugolo di uccelli. Si tratta di uno stormo ripreso
in Danimarca, che pare formare una chiave di sol ammorbidita dai volatili che si sollevano come in un glissando, una scia sonora che parte bassa e sale rapidamente verso l’alto. Mentre la roccia, sulla pagina accanto, solida, è immobile come una battuta in pausa. È il silenzio prima che la melodia prenda slancio, il tempo di raccogliere il fiato prima di cantare. Al pari di una buona composizione musicale, anche la narrazione visiva di Luban non è però lineare. Alterna momenti di leggerezza e di tensione, di accelerazione e di quiete. Le doppie pagine funzionano come accordi visivi: nelle pagine 10 e 11, per esempio, la Sterna codalunga (Islanda) vibra, freme e subito dopo si tuffa nel fiordo lasciando la scena agli schizzi, come a dar forma a un cambio di tempo musicale, un salto ritmico. Il libro raccoglie di fatto coppie di immagini che dialogano tra loro, come se i margini delle due pagine costituissero le cosiddette stanghette di misura, a delimitare i gruppi di note. Anche nelle pagine 36 e 37 c’è una variazione melodica: un’ulula troneggia sulla cima innevata di un abete del Canada in Québec, mentre lì di fianco si alza in volo un cupo Allocco della Lapponia, come una nota bassa e lunga. O il contrappunto invertito delle pagine 40-41. Poi ci sono accostamenti più drastici, che giocano sul contrasto tra luce e materia: nelle pagine 44 e 45, la cornacchia nera (Minusio) e il suo simile di Magadino, contro il bianco indefinito delle nubi sembrano due note opposte, una dissonanza visiva che crea un senso di inquietudine. Quello che ha fatto Sergio Luban con questo libro non è dunque semplicemente una raccolta di immagini spettacolari, non ha dato forma a uno schedario di volatili (alcuni sono persino indefinibili, per dire), ha semmai costruito un’esperienza percettiva che va oltre la vista. Di penne, piume e schizzi nel vento, come detto, è o può essere un’opera da ascoltare, accettando l’invito a trovare il ritmo nascosto tra le fotografie, a seguire il suono del vento tra le ali, a vedere la luce come una tonalità musicale. È uno spartito che chiede di essere letto con attenzione, perché ogni fotografia è una nota e ogni pausa è parte della melodia. Il bello è proprio questo: ogni lettore può «ascoltare» questa opera in modo diverso, proprio come accade con la musica: alcuni sentiranno talvolta un coro sussurrato di fiati, laddove altri percepiranno invece un’eco lunga e dilatata, come il suono lontano di un orizzonte aperto. Bibliografia Sergio Luban, Di penne, piume e schizzi nel vento, Salvioni editore, 2025 (nelle librerie principali della Svizzera Italiana).
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GUSTO Cucina
Fr. 2.85 a persona
Ricetta
Bistecca di maiale su cuscus Piatto principale Per 4 persone 175 g di cuscus 200 g di piselli surgelati, leggermente scongelati 2,5 dl di brodo di verdura 2 cucchiai d’aceto di vino bianco 2 cucchiai d’olio d’oliva 250 g di pomodori cherry 80 g d’insalata mista ½ cucchiaino di sale pepe ½ mazzetto di prezzemolo 2 cucchiai d’olio per rosolare 400 g di bistecca di collo di maiale marinata 1. Mescola il cuscus con i piselli in una scodella. Porta a bollore il brodo, versalo sul cuscus e mescola. Lascia riposare per ca. 5 minuti, poi smuovi con una forchetta. 2. Condisci con l’aceto e l’olio, poi mescola. Taglia in quattro i pomodori e uniscili. Aggiungi l’insalata e mescola il tutto. Condisci con il sale e il pepe.
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3. Trita il prezzemolo. Scalda l’olio in una padella. Rosola le bistecche di maiale da entrambi i lati per ca. 3 minuti a fuoco forte. Riduci il calore e lascia riposare le bistecche nella padella per altri 1-2 minuti. Tagliale a strisce e accomodale sull’insalata di cuscus. Cospargi con il prezzemolo.
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Pilaf Il riso pilaf con carne macinata di manzo, porri, carote e piselli è un piatto semplice e veloce. Per questa ricetta «one pot» serve una sola pentola.
Ricetta
Bastoncini di pesce su patate e spinaci Piatto principale Per 4 persone
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1 kg di patate farinose sale 400 g di spinaci in foglia surgelati, scongelati 2 dl di panna semigrassa 100 g di salsa tartara pepe 450 g di bastoncini di pesce 1. Pela le patate, tagliale in quattro e lessale in acqua salata per ca. 20 minuti. Scola le patate e schiacciale grossolanamente.
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Risolatte alla svedese con arance
2. Scalda il forno ventilato a 200 °C. Distribuisci le patate in uno stampo per gratin. Strizza un poco gli spinaci e distribuiscili tra le patate.
Il risolatte è un piatto tradizionale svedese che si prepara la sera della Vigilia. In questa variante si presenta con un colorato topping alle arance.
3. Mescola la panna con la metà della salsa tartara. Condisci con sale e pepe, poi versa su patate e spinaci. 4. Accomoda i bastoncini di pesce sulla salsa. Cuoci al centro del forno per ca. 20 minuti. Servi con la salsa tartara avanzata. Arance semisanguigne Tarocco Migros Fresca rete da 2 kg Fr. 3.50 invece di 5.25
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Spaghetti al tonno Gli spaghetti di questa ricetta si preparano con il tonno in scatola. Un piatto facile e veloce, molto aromatico.
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Il turismo che verrà Alcune considerazioni sugli sviluppi e le novità del turismo, ambito in costante crescita ed evoluzione con importanti ripercussioni locali e globali
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Lontana dal mondo e nel gelo: l’Antartide di Buttu Adrenalina ◆ La quotidianità del ricercatore italiano Marco Buttu alla stazione di Concordia al Polo Sud Marco Invernizzi
«Adrenalina? Certo che ne ho provata. Durante, ma anche prima e dopo ognuna delle tre spedizioni. A fiotti, e con sentimenti ogni volta diversi fra loro». Basta questo incipit di Marco Buttu, protagonista dell’incontro odierno, per avere un posto di diritto nella rubrica Adrenalina. Benché non pratichi il classico sport estremo. Marco Buttu è «semplicemente» un ingegnere elettronico, poi specializzatosi nella ricerca e nella manutenzione dei telescopi. Perché allora parlare di lui? Più che il «cosa» il 47enne sardo (di Gavoi) faccia, a rendere adrenalinica la sua storia, sono il «come» e soprattutto il «dove» lo fa. Iniziamo allora da quest’ultimo punto: al Polo Sud, noto anche come Antartide. Più precisamente sulla stazione di ricerca Concordia, dove la temperatura media annuale è di -54° e durante l’inverno artico oscilla tra i -70° e i -80°, «ma quella percepita, complice il vento, è ancora più bassa di una buona decina di gradi, mentre nelle giornate più “calde” dell’anno il termometro sale fino -35°/-30°», tiene a precisare il diretto interessato. «Sono una persona normalissima, che ha però avuto la fortuna di vivere un’esperienza al di fuori dalla realtà quotidiana». A cominciare dal suo «ufficio» estivo: un angusto corridoio scavato nella neve, a 15 metri di profondità, a -54°.
A Concordia la temperatura media annuale è di -54°, durante l’inverno oscilla tra i -70° e i -80° e l’aria, oltre a essere secca, è rarefatta; la mancanza di inquinamento luminoso permette un’osservazione astronomica straordinaria Il nostro interlocutore torna poi sui momenti adrenalinici che gli hanno dato queste sue prime tre volte in Antartide: «Di adrenalina ne ho provata fin dal primo momento: già quando sono stato selezionato per la mia prima missione, ho sentito esplodere dentro di me mille emozioni. E lo stesso è successo quando mi hanno chiamato la seconda e la terza volta: anche se sai che laggiù, quando sarai al Polo Sud, ti ritroverai a fare le stesse cose della prima volta, non puoi non provare un’emozione particolare; questa è e rimane un’esperienza adrenalinica dall’inizio alla fine. Quando, la prima volta, mi sono imbarcato sul volo che dall’Italia mi portava fino in Nuova Zelanda, prima tappa del mio viaggio in Antartide, avevo le vene che pulsavano… Un altro momento forte è stato quando il Basler, un piccolo velivolo che fa la spola dalla costa dell’Antartide a Concordia, ha lasciato la base italo-francese: a quel
Marco Buttu alla stazione di ricerca Concordia in Antartide – foto dal suo profilo Instagram. (Marco Buttu – Programma Nazionale di Ricerche in Antartide – PNRA – Institut polaire français Paul-Emile Victor)
punto inizia il tempo dell’isolamento più assoluto, per nove mesi. O, ancora, quando al termine di quel periodo, ho sentito in lontananza il rombo del motore dello stesso velivolo che tornava a Concordia. Indelebile e carico di emozioni, infine, è pure stato il momento di lasciare la base dopo tutto quel tempo». Partiamo… dall’inizio: cosa ha portato Marco Buttu, impiegato all’Istituto Nazionale di Astrofisica, in
Antartide? O, meglio, come ci è arrivato? «Per puro caso, quasi. Un giorno, ho sentito due colleghi che parlavano di questo progetto in Antartide e del fatto che cercassero persone. Così, spinto dalla curiosità, ho deciso di candidarmi, pur non conoscendo tutti i dettagli. Al punto che ero convinto che l’incarico fosse per un paio di mesi… Qualche giorno dopo ho ricevuto una mail che mi informava che stavano valutando il mio pro-
filo. È a quel punto che sono andato a rileggere di fino i dettagli della missione, scoprendo che si parlava di una spedizione di… un anno e due mesi!». Così, nell’autunno del 2017 inizia la prima delle tre avventure di Marco Buttu al Polo Sud. Di cosa si occupano le tredici persone che sull’arco dell’anno popolano stabilmente Concordia? «Essenzialmente di ricerca. Sono molteplici i campi in cui ci muoviamo: dalla gla-
ciologia alla sismologia. Ma anche per conto dell’Agenzia spaziale europea, perché le condizioni di vita e dunque di resistenza del corpo umano in Antartide sono simili a quelle degli ambienti extraterrestri. I nostri vicini più prossimi, i tredici specialisti della base antartica russa Vostok, sono a 560 km». Tutt’attorno c’è un deserto. Non di dune di sabbia, ma del bianco candore della neve ghiacciata, mentre sotto i nostri piedi c’è uno strato di ghiaccio di circa 3000 metri. E, ovviamente, c’è tanto silenzio». Ma anche un gioco di luci e ombre, con una notte che dura cento giorni, durante i quali il sole semplicemente non sorge. «Complice il freddo, poi, l’aria è estremamente rarefatta, cosa che di notte si traduce in apnea del sonno almeno una volta al minuto». Ed è un’aria anche particolarmente secca, cosa che complica ulteriormente la missione: «Il tasso di umidità relativa oscilla tra il 10 e il 13%. Durante la mia prima spedizione, mi sono fatto un taglietto al pollice destro, una bazzecola, che normalmente si sarebbe cicatrizzata in qualche giorno. A Concordia, tuttavia, ci ha impiegato tre mesi! In quelle condizioni, se dimentichi tipo un’arancia fresca su un tavolo, puoi star certo che l’indomani la ritroverai rinsecchita. Ma non c’è inquinamento luminoso, cosa che permette un’osservazione astronomica ideale, specie negli oltre tre mesi senza sole. Durante il mio secondo inverno a Concordia, ad esempio, abbiamo confermato l’esistenza di un pianeta che non poteva essere scorto da altre parti del mondo». Come si vive a «bordo» di Concordia? «La base è fondamentalmente composta da due padiglioni. C’è quello riservato a tutte le nostre attività, sia di lavoro, sia ricreative, e poi c’è la “torre del silenzio” dove, proprio perché i cicli circadiani vengono stravolti, possiamo riposarci e dove è appunto vietato ogni rumore. Abbiamo alcune regole di convivenza, poche ma essenziali. I pasti, ad esempio, vengono consumati sempre in comune: ognuno ha compiti e ruoli vitali per la riuscita della missione, per cui, trovandoci, ci sinceriamo che tutto sia sotto controllo». Come si trascorre il tempo libero a Concordia? «Mi piace scrivere, non a caso da questa esperienza ho ricavato il libro Marte Bianco – Un anno ai confini della vita (Lswr, 2019), a cui quest’anno si è aggiunto il secondo “capitolo”. O pratico yoga: mi aiuta, perché mi permette di rifocalizzare la mia persona. A volte, specie se si deve convivere con altre persone in uno spazio così limitato e per un anno intero, volenti o nolenti, è necessario “ricalibrarsi”».
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Quest’anno la befana arriva sui pattini Crea con noi ◆ Un’idea originale per l’Epifania: realizzate una calza personalizzata e divertente Giovanna Grimaldi Leoni
Se amate il riciclo creativo e l’atmosfera dei film natalizi in cui tutti pattinano sul ghiaccio, questo progetto fa per voi! Partendo dai semplici sacchetti di carta kraft della spesa, potrete realizzare delle calze della Befana a forma di pattino da ghiaccio, perfette da appendere al camino o da regalare come packaging alternativo. Sono scenografiche, economiche, personalizzabili ed ecologiche. Procedimento Stampate il cartamodello dei patti-
sionalità oppure fiocchi di neve o mini motivi natalizi. Tenendo unite le due sagome fate i buchi con la pinza o la foratrice per far passare le stringhe. Aggiungete le stringhe e tagliate l’eccedenza. Potete rifinire l’estremità avvolgendola con dello scotch adesivo. Dal feltro grigio ritagliate la sagoma della lama e incollatela sulla parte interna del pattino, cioè tra le due sagome di carta. A questo punto sovrapponete le due sagome, facendo combaciare i bordi, e incollatele lungo tutto il perimetro, lasciando libera la parte superiore per poter inserire dolcetti o piccoli regali. Personalizzate il bordo superiore con del feltro rosso e una striscia di cartone ondulato, quindi aggiungete i dettagli natalizi che preferite. Infine ricavate un manico dai cordoncini delle borse di carta e fissatelo all’interno del bordo superiore della calza. Vi servirà per appenderla.
ni da ghiaccio. Ritagliatelo accuratamente, sarà la base per le vostre sagome. Aprite i sacchetti di carta kraft, tagliate il fondo e appiattiteli bene. Appoggiate il modello sulla carta e tracciatelo con una matita. Ritagliate due sagome identiche per ciascuna calza. Se le taglierete insieme sarà più facile essere precisi, altrimenti potrete rifilarle una volta incollate tra loro. Con un pennarello acrilico bianco, tracciate i dettagli. Potete disegnare cuciture decorative, occhielli dei pattini, curve e linee per dare tridimen-
Idee in più: Aggiungete una tag con il nome della persona a cui è destinata. Create una ghirlanda appendendo più pattini insieme. Magari in formato più piccolo stampando il cartamodello al 50%. Perfette anche per gli adulti possono essere riempite con bustine di tè, biscotti fatti in casa,
Giochi e passatempi Cruciverba La redazione augura ai nostri lettori che il nuovo anno possa donarvi... Troverete il resto della frase leggendo, a cruciverba risolto, le lettere evidenziate. (Frase: 6, 7, 2, 9, 3, 5)
Materiale
• Sacchetti di carta kraft (per esempio quelli della vostra spesa Migros) • Forbici • Colla a caldo o colla vinilica • Pennarello acrilico bianco • Feltro grigio e rosso • Cartone ondulato bianco (facoltativo) • Stringhe per scarpe o nastro bianco • Pinza per buchi o foratrice • Stampante per cartamodello (I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)
frutta secca o cioccolatini. Buona Epifania! Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
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Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.
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Soluzione della settimana precedente LETTERA A BABBO NATALE Caro Babbo Natale, solo per quest’anno… Resto della frase «…TI OFFENDI SE SCRIVO ALLA MADONNA DI LOURDES?»
ORIZZONTALI 1. Piante perenni 5. Fondò l’impero persiano 9. Parte dell’intestino 10. La Bibbia islamica 11. Molto religiosi 12. La regina che amò Enea 13. Le iniziali dello scrittore Camilleri 14. Tasso Ufficiale di Sconto 15. Mitico re dal capello d’oro 17. Lustro, onore 18. Direzione Investigativa Antimafia
19. Intrigo, manovra subdola 21. Articolo spagnolo 22. Lo è Ciccio di Walt Disney 23. Passa... in cucina 24. Un figlio di Giacobbe 25. Accessorio per cani VERTICALI 1. F ederazione Italiana Pallavolo 2. Gira nell’acqua e nell’aria 3. Pronome personale 4. Due di cuori 5. Codice in breve 6. L’arma del sarcastico
7. Regina di Giordania 8. Pronome plurale inglese 10. «Al di qua» in latino 12. La chiesa principale 14. Scrisse «Gerusalemme liberata» (Iniz.) 16. Bordare 18. Contiene informazioni genetiche 20. A volte precede il... fatto! 21. For... per sempre a Londra 23. L’America... che si adopera 24. Le iniziali di Lincoln
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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.
Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXVIII 29 dicembre 2025
azione – Cooperativa Migros Ticino
TEMPO LIBERO / RUBRICHE
Viaggiatori d’Occidente
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di Claudio Visentin
Trends
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Da oltre vent’anni, in questi giorni, ho ripetuto regolarmente questo esercizio: guardare indietro all’anno appena trascorso, in attesa di spingere lo sguardo verso i mesi che verranno. E ogni volta il turismo mi ha sorpreso per la sua diversità, per la sua vitalità, per l’inesauribile capacità di trasformarsi. Diciamo subito che la fotografia è inevitabilmente mossa, da quando il turismo è esploso in una varietà quasi infinita di scelte e comportamenti. E così può capitare che le due tendenze più importanti dell’anno passato siano in contraddizione tra loro. Da un lato infatti sempre più viaggiatori partono da soli, per necessità ma spesso anche per scelta, per poter decidere liberamente ogni aspetto del proprio viaggio e stabilire più facilmente contatti con i locali; dall’altro però crescono anche i viaggi di gruppo all inclusive, organizzati in ogni dettaglio, come reazione al-
le incertezze della vita internazionale e alla riduzione dei contatti personali in una nuova socialità dominata dai social. Questa duplicità si ritrova anche nella sfera del digitale, che nel 2025 ha dominato il racconto del turismo: viaggi progettati con l’intelligenza artificiale, robot negli alberghi, rilevatori biometrici d’identità negli aeroporti, la grande novità dei primi traduttori automatici efficienti ed economici. Ma è stato anche l’anno di una ritrovata fiducia nel buon vecchio agente di viaggio in carne e ossa, al quale rivolgersi magari proprio per scegliere assieme un viaggio di Digital Detox, ovvero una volontaria e temporanea disconnessione dai dispositivi digitali per ritrovare un rapporto più equilibrato con il tempo, l’attenzione e le relazioni. In questo quadro in continuo cambiamento non tutto è luce. Per esempio il
Cammino per Milano
turismo sta perdendo la sfida del cambiamento climatico. Secondo alcune stime, i nostri viaggi contribuiscono sino a un decimo delle emissioni globali, ma sul piano pratico si fa ancora poco. Anzi, i problemi diventano nuovi prodotti. E così le estati troppo calde nel Mediterraneo hanno creato la nuova moda delle destinazioni nordiche (coolcation). Si visitano i ghiacciai nella consapevolezza che presto potremmo non vederli più (last chance tourism/before they disappear), senza riflettere sulla circostanza che proprio questi viaggi accelerano la loro fine. E ancora, dopo una promettente ripresa dei trasporti su rotaia, il sostegno pubblico è diminuito: per esempio il Nightjet che collega Parigi a Berlino verrà sospeso alla fine di quest’anno a causa della revoca dei sussidi francesi. Nel frattempo però si continuano a concedere condizioni di estremo e ingiustificato favore alle compagnie
aeree, soprattutto low cost (una tra tutte, il carburante non è tassato). Non a caso nel 2025 solo in Europa il traffico aereo è cresciuto di circa +3-4%, superando i livelli di prima della pandemia. Eppure sappiamo che scegliere il treno invece dell’aereo può ridurre l’impronta di CO₂ sino all’80–95%, specie sulle tratte brevi e medie. Di overtourism si è parlato anche troppo lungo tutta l’estate e dunque possiamo accennarvi soltanto. Ma nel frattempo abbiamo imparato a distinguerlo dal tradizionale turismo di massa: l’overtourism infatti è una sorta di febbre che si impossessa di alcune località (le città d’arte italiane, Amsterdam, Copenaghen, Lisbona) affollando all’inverosimile pochi spazi di forte impatto mediatico. Dal momento che è legato alle logiche profonde del nostro modo di viaggiare, le occasioni per riparlarne non mancheranno.
In queste ultime righe dell’anno preferisco invece dedicarmi ai miei prediletti cani (sono volontario in un canile). Nell’ultimo anno la loro conquista di spazio e visibilità in ambito turistico è stata davvero impressionante, tanto che Airbnb registra un aumento del 92% nei viaggi con animali domestici. Man mano che gli animali diventano membri a pieno titolo della famiglia, la tolleranza nei loro confronti si è trasformata in accoglienza. Si è moltiplicato il numero di hotel e alloggi pet-friendly con servizi dedicati (aree verdi, pet-kit, dog-sitting ecc.). Una svolta epocale è rappresentata dalla recente possibilità di volare in cabina insieme al proprietario. Qualche commentatore l’ha sottolineato negativamente, come un segno di declino della nostra società; a me non spiace cominciare i viaggi del nuovo anno con qualche allegro latrato in più.
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di Oliver Scharpf
La cappella Portinari
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Già solo per il cotto sulla facciata neoromanica di questa antichissima basilica nota per l’ex sepolcro dei Re Magi e una Madonna con le corna, accarezzato dall’ultimo sole verso la metà dicembre, varrebbe quasi la pena farci un salto. A quest’ora, quando Sant’Eustorgio è baciata dalla luce di una giusta malinconia che proietta ombre cinesi arboree. Per lo spettacolo vero però, andiamo diretti nella cappella Portinari. Desiderata da Pigello Portinari (1421-1468), direttore fiorentino del Banco Mediceo a Milano, è dedicata a San Pietro Martire: ucciso a colpi di falcastro in testa in un bosco a Barlassina. Le cui gesta, in quattro scene, sono raccontate dagli affreschi di Vincenzo Foppa (1427-1515). «Spavaldo, compiuto, magistrale discorso pittorico quello del Foppa nella chiesa di Sant’Eustorgio di Milano: certamente il più commosso e prestigioso di tutto il Ri-
nascimento lombardo»: non per niente Sergio Samek Ludovici – Vincenzo Foppa alla Cappella Portinari (1965) – si sbilancia così. Eppure il primo sguardo, quando entro in questo tiburio esadecagonale dal sapore brunelleschiano, è sempre rapito su in alto. Dalla cupola ombrelliforme color arcobaleno a scandole-trompe-l’oeil. La luce piove scenografica da otto loculi, lucernario in cima, due bifore sotto, fra gli affreschi dipinti tra 1462-1468. Gli occhi poi, dalla cupola-arcobaleno che risolleva lo spirito, si posano, poco sotto, sullo stordente girotondo angelico. Angeli in altorilievo di terracotta dipinta, danzano intorno, uniti da campane che mi sembrano dei piccioli giganti di querce. Scendendo, incontro un’insolita Annunciazione dipinta nell’arcone introduttivo all’altare. L’angelo pacato con mano alzata è da una parte, Maria, delicatissima, con mano sul cuo-
Sport in Azione
re, dall’altra. Intervallo spaziale che è arcobaleno interiore. Altre ali d’angelo in tinta con la cupola, profeti nei pennacchi che andrebbero analizzati meglio, fregi-frutta, balaustrate ingannaocchio, dettagli degli affreschi che calamitano l’occhio e soprattutto, in mezzo, troneggia la strepitosa arca marmorea trecentesca. Marmo di Carrara, cesellato maniacalmente – con sculture, scenette, simboli – da Giovanni di Balduccio da Pisa (12901365) per contenere i resti del santo. Mi devo sedere, per affrontare tutto quanto, su una delle sei sedie nere di plastica in contrasto con tanta bellezza. Non male il pavimento lynchiano non dell’epoca, sotto il quale riposa Pigello Portinari, la cui lapide è nascosta dalla collocazione ottocentesca e attuale dell’arca. Messo all’angolo da troppo stupore, mi rituffo nel ciclo foppesco che Roberto Longhi definì nei suoi Quesiti caravaggeschi
(1929), per via del paesaggio di sfondo al martirio, «come una passeggiata in Lombardia». Sembra di essere in quel bosco, con prospettive fiamminghe-toscane di colline azzurrine. Mi rialzo per studiare il santo a terra: con manto malva dai riflessi argentei, scrive, con l’indice, usando il sangue che cola dalla testa spaccata, sul suolo, la parola credo. Di fronte è raffigurato il miracolo della nube. Fuori Sant’Eustorgio d’estate, da un pulpito con ai piedi la folla dalle tinte malva-turchine, in attesa, San Pietro da Verona invoca una nube che arriva cupa. Passeggio alla storia accanto, inscenata tra bordo bifora e sottarco, dove si vede una delle curiosità maggiori: la Madonna con le corna. I Catari, con l’aiuto di un negromante, evocano una falsa Madonna diabolica che appare sopra l’altare. San Pietro la esorcizza con un’ostia, tra volti stupefatti,
un albero sotto l’arco, colonne, capitelli, volte. Qui Foppa mostra tutta la sua speciale gamma di grigi elogiata da Mauro Natale di cui seguivo le lezioni a Ginevra, secoli fa. Il pavimento è a scacchi bianchi e neri, ecco da dove è tratto questo dove mi aggiro, costretto ad accantonare il raccontino della quarta scena per almeno accennare al volto mozzafiato in marmo, bifronte, della Prudenza. Virtù-statua tra le otto dell’arca dove ci sono le reliquie di San Pietro Martire. Si racconta che non ci stava tutto, allora gli staccano la testa. L’arcivescovo la conserva in casa ma viene afflitto da emicrania, riporta la testa e gli passa. Conservata in un’urna d’argento, dietro quella porta, ha fatto nascere l’usanza di «pestà el côo in Sant’Ustorg» come rimedio al mal di testa. Non c’è santo, a me niente mi toglie dalla testa che lassù sono squame di un drago-arcobaleno.
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di Giancarlo Dionisio
A caccia di show: l’ennesima battaglia dei sessi ◆
Nel 1924, dopo aver partecipato a due edizioni del Giro di Lombardia insieme ai colleghi di sesso maschile, Alfonsina Strada inoltrò la sua iscrizione al Giro d’Italia. Fu accettata poiché gli organizzatori, non avendo potuto soddisfare le richieste finanziarie di alcuni grandi campioni come Costante Girardengo e Ottavio Bottecchia, pensarono che una presenza femminile potesse attirare maggiore attenzione sulla corsa. Una pensata di marketing moderno, anche se nel comitato molti osteggiarono la commistione di sessi, temendo che il Giro fosse recepito dal pubblico come una pagliacciata. Il tema del confronto uomo-donna nello sport, da allora, è stato costellato da storie più o meno serie, più o meno credibili. Le discipline sportive in cui uomini e donne si sfidano alla pari sono una rarità. Ci sono quelle equestri – pensiamo alle medaglie olimpiche del-
la bernese Christine Stückelberger e della nostra Heidi Robbiani. Negli sport motoristici non ci sono preclusioni, tuttavia la presenza femminile è rara quasi come quella di una balena nel Ceresio. Per chiarezza, annuncio l’esclusione di tutto quanto è relativo alla questione transgender, che ci porterebbe ad affrontare il tema da un’angolatura più complessa sia dal punto di vista giuridico sia da quello etico. Mi soffermo quindi su alcuni tentativi di spettacolarizzazione della Battaglia dei sessi, il più importante dei quali andò in scena il 20 settembre del 1973 allo Houston Astrodome, in Texas, alla presenza di oltre 30mila spettatori, con milioni di curiosi davanti alla tv. La sfida era stata lanciata da Bobby Riggs, ex tennista, già laureato a Wimbledon. Soprannominato «lo spaccone», Riggs aveva dichiarato la chiara superiorità del tennis maschile.
Sosteneva che da ex giocatore in età avanzata, avrebbe sconfitto qualsiasi donna. Voleva a tutti i costi lo scontro con Billie Jean King, già vincitrice di dieci Grandi Slam, impegnata nella lotta per la parità dei diritti fra uomini e donne. La fuoriclasse statunitense aveva rifiutato dicendo: «Qui c’è un vecchio sfigato che perde capelli, ondeggia come un’anatra e ci vede poco. Non abbiamo niente da guadagnarci». La sfida di Riggs fu accettata da Margaret Court. L’australiana, allora numero 1 del Ranking mondiale, fu spazzolata via in 57 minuti con il punteggio di 6-2/6-1. King, presente in tribuna, colse il valore simbolico di quella sfida e decise di mettersi in gioco. Si preparò in modo maniacale, contrariamente alla collega, che aveva preso il confronto come una semplice formalità. Riggs ne uscì con le ossa rotte e il morale all’inferno. Billie Jean non gli concesse neppure un set. Con
un chiaro 6-4/6-3/6-3 spense l’allegra arroganza dell’anziano collega. King, divenne un’icona dei diritti delle donne e in seguito anche della comunità LGBTQ+. Riuscì, fra le altre cose, a fare in modo che il montepremi dei vari tornei fosse identico fra uomini e donne. La battaglia dei sessi torna ciclicamente in prima pagina. Ci ha provato, invano, Lindsey Vonn, alla quale la FIS ha negato la soddisfazione di sfidare i suoi colleghi di sesso maschile. Ci ha provato, ed è storia di ieri sera – quindi, mentre scrivo, non conosco l’esito dell’incontro – la tennista bielorussa Aryna Sabalenka. Numero 1 al mondo, è scesa in campo contro il trentenne australiano Nick Kyrgios, un tennista considerato uno spaccone come Riggs, atleta dotato di buoni numeri, ma poco propenso a uno stile di vita che lo avrebbe potuto proiettare in alto. La supersfida è stata lanciata
con roboanti proclami dai due contendenti, che per altro sono amici. «Lo prenderò a calci nel sedere», ha dichiarato lei. Dal canto suo, Kyrgios ha spento gli ardori della rivale cercando di promuovere una nuova immagine di sé. «Sono consapevole di non essere mai stato un modello, ma sono cresciuto e sono diventato più maturo». Le WTA Finals di Riad, perse in finale da Sabalenka contro la kazaka Rybakina e le ATP Finals di Torino, conquistate da Sinner, sono alle spalle. Gli Australian Open, scatteranno il 12 gennaio. Come dire che il tennis si ritrova in una sorta di interregno mediatico da riempire. Senza essere irriverente, sento di poter affermare che la sfida di ieri non ha nulla a che vedere con le lotte di Billie Jane King. È piuttosto uno show in cui Sabalenka aveva poco da guadagnare. Per Kyrgios un’opportunità per tornare in prima pagina.
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Fettine di pollo impanate Migros Brasile, per 100 g, in self-service
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Migros Ticino 6
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Stagionatura di divers i mes i
Prosciutto saporito cotto secondo una ricetta tradiziona le
a partire da 2 pezzi
33%
Prosciutto crudo Serrano M-Classic Spagna, per 100 g, 1.44 invece di 2.15, in self-service conf. da 2
34% 33%
Pronto da in fornare, in confezion e adatta alla cottura
33%
1.30 invece di 1.95
Polpettone Migros prodotto da cuocere al forno, Svizzera, per 100 g, in self-service
–.85 invece di 1.30
3.80 invece di 5.70
Fleischkäse affettato finemente IP-SUISSE per 100 g, in self-service
33% 5.–
invece di 7.50
33%
33%
Australia/Nuova Zelanda, per 100 g, in self-service
Migros Ticino
6.60 invece di 9.90
invece di 9.90
Prosciutto contadino Tradition Svizzera, 2 x 150 g, (100 g = 2.20)
33%
Fesa di vitello Svizzera, per 100 g, in self-service
4.30 invece di 6.45
Prosciutto crudo dalla noce Svizzera, per 100 g, in self-service
conf. da 2
33%
Filetti di agnello
6.60
33% Salametti Rapelli Svizzera, 4 pezzi, 280 g, in self-service, (100 g = 1.18)
7.70
Luganighetta 2 x 250 g, (100 g = 1.70)
invece di 11.50
Offerte valide dal 30.12.2025 al 5.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 7
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Formaggi e latticini
i l a n r e v n i e t p e r l e s e ra
a i n g a p in com
Co se b u one
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Raclette al naturale Raccard, IP-SUISSE
Fondue Swiss Style moitié-moitié
in blocco maxi o a fette in conf. da 2, per es. in blocco, per 100 g, 1.50 invece di 2.25, prodotto confezionato
800 g, 7.71 invece di 11.50, (100 g = 0.96)
Dal delizioso aroma delicato e piccante
?
LO SAPEVI
Secondo un documento risalente al 1574, la raclette è stata probabilmente inventata nel Vallese – la parola significa «raschiata». Nel 1969, Mifroma ha fondato la marca Raccard, che da allora è sinonimo di tradizione svizzera e buona qualità. L’assortimento è vario e viene regolarmente integrato con deliziosi formaggi in Limited Edition.
34% 33% 1.15
invece di 1.75
33% Appenzeller dolce e aromatico per 100 g, prodotto confezionato
33% 2.–
invece di 3.–
1.75
invece di 2.65
Le Gruyère dolce Migros Bio, AOP per 100 g, prodotto confezionato
33%
Canaria Caseificio per 100 g, prodotto confezionato
3.45
Asiago pressato, DOP 250 g, (100 g = 1.38)
invece di 5.15
Migros Ticino 8
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RMIO A P S I R I D
Tanta cremo s ità per una schiuma perfetta
a partire da 2 pezzi
33%
2.50 invece di 3.75
33%
Gorgonzola e mascarpone 200 g, (100 g = 1.25)
Con solo tre
Migros Coffee disponibile in diverse varietà, per es. Macchiato, 270 ml, –.54 invece di –.80, (100 ml = 0.20)
ingredienti
a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 pezzi
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Yogurt Pur Emmi
Yogurt nature Migros Bio
Bevanda all'avena Oatly Barista
disponibile in diverse varietà, 150 g, –.74 invece di 1.10, (100 g = 0.49)
(Aha! e yogurt alla greca esclusi), 500 g, 180 g e 1 kg, per es. 500 g, –.87 invece di 1.30, (100 g = 0.17)
prodotto vegano, 1 litro, 2.28 invece di 3.40
Migros Ticino
Offerte valide dal 30.12.2025 al 5.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 9
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Prodotti freschi e pronti
, o t n o r p , e Attenzion
! h m mm a partire da 2 pezzi
33%
Tutti gli spaetzli e gli gnocchi freschi Migros Bio, refrigerati per es. spätzli all’uovo, 300 g, 1.88 invece di 2.80, (100 g = 0.63)
a partire da 2 pezzi
Cotte nel forn a legna
o
33%
Pizze dal forno a legna Anna's Best, refrigerate per es. Prosciutto & mascarpone, 420 g, 4.66 invece di 6.95, (100 g = 1.11)
33%
7.55 invece di 11.32
Planted. al naturale e con marinatura, 400 g, in self-service, (100 g = 1.89)
RMIO DI RISPA
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Pane e prodotti da forno
e t n e m a t l a i t a c c e p i l o c c Pi
i c a c i f f e Ora in confezione invernale
a partire da 2 pezzi
33%
Tutti i cake Generoso 380 g, 140 g e ai lamponi, per es. 380 g, 3.48 invece di 5.20, prodotto confezionato, (100 g = 0.92)
a partire da 2 pezzi
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Torta di noci dei Grigioni Migros Bio e Petit Bonheur
Biscotti prussiani Petit Bonheur 360 g, 1.98 invece di 2.95, prodotto confezionato, (100 g = 0.55)
per es. Migros Bio, 300 g, 6.– invece di 8.95, prodotto confezionato, (100 g = 2.00)
a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 pezzi
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Toast American Favorites XL, IP-SUISSE
Tutti i cornetti in vendita al pezzo
Tutti i donut in vendita sfusi
730 g, 2.28 invece di 3.40, (100 g = 0.31)
per es. cornetto al burro Migros Bio, 45 g, –.67 invece di 1.–, (100 g = 1.49)
per es. al cacao, 68 g, –.74 invece di 1.10, (100 g = 1.09)
Offerte valide dal 30.12.2025 al 5.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 11
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Scorta
na g e s n i ’ l l a 6 z i a r e i l 202
a z n e i n e v n o del la c
i n i r e p o t t Tu
a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 pezzi
33%
Tutti i tipi di olio e aceto, Migros Bio
Tutto l'assortimento Knorr
(articoli Alnatura esclusi), per es. olio d'oliva greco, 500 ml, 7.34 invece di 10.95, (100 ml = 1.47)
per es. brodo di verdure, barattolo da 228 g, 5.90 invece di 8.80, (100 g = 2.59)
a partire da 2 pezzi a partire da 2 pezzi
33%
Tutte le patate fritte e le wedges, M-Classic e Denny's
33%
Tutte le salse Salsa all'Italiana per es. Napoli, 250 g, 1.04 invece di 1.55, (100 ml = 0.42)
prodotto surgelato, per es. patate fritte al forno M-Classic, 1,5 kg, 5.03 invece di 7.50, (100 g = 0.34)
a partire da 2 pezzi
33%
Abbiname nto p e r fe t t o c on la fondue d i c a rn e a partire da 2 pezzi
33%
Tonno M-Classic, MSC
Chips Zweifel
in olio o in salamoia, per es. tonno rosa in acqua salata, 155 g, 1.31 invece di 1.95, (100 g = 0.85)
alla paprica o al naturale, 90 g, 1.68 invece di 2.50, (100 g = 1.87)
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a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 pezzi
33%
Tutte le noci e la frutta secca, Migros Bio (prodotti Alnatura e Demeter esclusi), per es. noci di anacardi, Fairtrade, 150 g, 2.38 invece di 3.55, (100 g = 1.59)
Tutti i tipi di caffè istantaneo Nescafé per es. Gold De Luxe, in vasetto, 100 g, 6.– invece di 8.95
Bevanda ista ntan a ba se di erb ea e alpine svizze re
nto on e a partire da 2 pezzi
33%
Tutti i tipi di caffè Caruso, in chicchi e macinato per es. Crema Oro in chicchi, 500 g, 6.37 invece di 9.50, (100 g = 1.27)
a partire da 2 pezzi
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Tutte le confetture Migros Bio
Tisane Ricola
(articoli Alnatura esclusi), per es. confettura extra di fragole, 350 g, 2.65 invece di 3.95, (100 g = 0.76)
alle erbe aromatiche o alla melissa limoncella, 200 g, 2.61 invece di 3.90, (100 g = 1.31)
Offerte valide dal 30.12.2025 al 5.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 13
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Dolci e cioccolato
a l l e d a n g e s All ’in
a z z e t n a c c o r c RMIO DI RISPA
a partire da 2 pezzi
33%
Tutti i biscotti in rotolo M-Classic per es. biscotti Rädli, 210 g, 1.47 invece di 2.20, (100 g = 0.70)
conf. da 6
33% Tavolette di cioccolato Frey Giandor, Noisettes o latte finissimo, 6 x 100 g, per es. Giandor, 9.95 invece di 15.–, (100 g = 1.66)
ucedine e Alleviano ra la mal di go
a partire da 2 pezzi
33%
Schiumini al cioccolato, biscottini al cocco e zampe d'orso, M-Classic per es. schiumini al cioccolato, 175 g, 2.35 invece di 3.50, (100 g = 1.34)
a partire da 2 pezzi
33%
Pastiglie per la gola 220 g e 110 g, per es. ribes nero, sacchetto da 220 g, 3.89 invece di 5.80, (100 g = 1.77)
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Bevande
l i r e p à t e i r Un po’ di va
y r a u n D r y Ja
Toniche di p rima qualità con estratti vegetali
a partire da 2 pezzi
33%
Red Bull in lattina singola
a partire da 2 pezzi
disponibile in diverse varietà, 250 ml e 335 ml, per es. Energy Drink, 250 ml, 1.01 invece di 1.50, (100 ml = 0.40)
33%
Tutto l'assortimento Fever-Tree in confezioni multiple e bottiglie singole, per es. Premium Indian Tonic Water, 4 x 200 ml, 3.35 invece di 5.–, (100 ml = 0.42)
a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 confezioni
33%
Tutto l'assortimento Valais
Coca-Cola e Fanta
in confezioni multiple e in bottiglie singole, (bottiglie di vetro escluse), per es. acqua minerale naturale, 6 x 750 ml, 4.29 invece di 6.40, (100 ml = 0.10)
disponibili in diverse varietà e in confezioni multiple, per es. Coca-Cola Classic, 6 x 1,5 litri, 9.45 invece di 14.10, (100 ml = 0.11)
Offerte valide dal 30.12.2025 al 5.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 15
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Bellezza e cura del corpo
! a t n o c a z z e l bel
Anc he la
conf. da 3
33% 7.–
invece di 10.50
33%
Prodotti per la doccia Nivea o Nivea Men per es. Creme Soft, 3 x 250 ml, (100 ml = 0.93)
Salviettine cosmetiche e fazzoletti, Kleenex, FSC® in confezioni multiple o speciali, per es. balsam, 48 x 9 pezzi, 8.30 invece di 12.40
33% conf. da 4
33%
Fazzoletti Tempo, FSC® in confezioni multiple o speciali, per es. Classic, 42 x 10 pezzi, 8.15 invece di 12.18
Fazzoletti di carta Linsoft, FSC® in confezioni multiple, per es. box, 4 x 100 pezzi, 6.25 invece di 9.40
a partire da 2 pezzi
33%
Tutto l'assortimento Tena (confezioni multiple escluse), per es. Discreet Ultra Mini, 20 pezzi, 3.89 invece di 5.80
a partire da 2 pezzi
33%
Tutti i deodoranti Nivea per es. roll-on Dry Comfort, 50 ml, 2.51 invece di 3.75, (100 ml = 5.02)
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RMIO DI RISPA
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LO SAPEVI
Il label Candida Eco offre alternative sostenibili ai prodotti per l’igiene orale convenzionali. I manici degli spazzolini interdentali sono realizzati in carta certificata FSC® e le pastiglie per la pulizia dei denti non richiedono acqua né conservanti: una vera alternativa ai tubetti di dentifricio.
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Tutto l'assortimento Candida (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. dentifricio Multicare 7 in 1, 75 ml, 2.65 invece di 3.95, (100 ml = 3.53)
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e t a l i f f a i n e r o a i i z m r a A p s i r no Casalinghi
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Smacchiatore per capi colorati
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Tutti i coltelli da cucina e le forbici, Kitchen & Co.
Additivi per il bucato Total in confezioni multiple o speciali, per es. Oxi Booster Color, 1,5 kg, 13.95 invece di 20.93, (1 kg = 9.30)
per es. coltello da cucina con affilatura ondulata piccolo, il pezzo, 1.98 invece di 2.95
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5.20 invece di 7.80
Spugne sintetiche Clean Soft e Strong, 4 x 3 pezzi
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Tutto l'assortimento Potz per es. decalcificante, 1 litro, 3.89 invece di 5.80, (100 ml = 0.39)
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a n u t r o f a n o u B nuovo anno Fiori e giardino
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Un dolce per un po regalino ’ di f in più nel ortuna 2026
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Minirose disponibili in diversi colori, mazzo da 14, il mazzo, 3.22 invece di 4.80
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Quadrifoglio in vaso di terracotta
Phalaenopsis, 2 steli
Ø 6 cm, il vaso, 2.65 invece di 3.95
disponibile in diversi colori, Ø 12 cm, il vaso, 6.67 invece di 9.95, (1 pz. = 6.67)
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Mazzo premium il bouquet
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Solo da questo giovedì a domenica
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Kiwi Gold Extra Italia, –.94 invece di 1.40, offerta valida dall'1.1 al 4.1.2026
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Filetti di salmone selvatico M-Classic, MSC pesca, Pacifico nordorientale, 2 pezzi, 300 g, in self-service, (100 g = 2.98), offerta valida dall'1.1 al 4.1.2026
Tutte le capsule Nescafé Dolce Gusto, 30 pezzi offerta valida dall'1.1 al 4.1.2026
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