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Azione 2 del 5 gennaio 2026

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Anno LXXXVIII 5 gennaio 2026

Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura

edizione

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MONDO MIGROS

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SOCIETÀ

ATTUALITÀ

CULTURA

TEMPO LIBERO

Le codirettrici della premiata associazione Il Tragitto raccontano la via dell’integrazione

Viaggio dentro Ignalina, la centrale nucleare lituana sorella di Chernobyl, che sta chiudendo

Il sassofonista Filippo Valli, una delle sorprese più solide del nuovo jazz ticinese, si racconta

Flavio Stroppini, nell’estremo bianco della Groenlandia, ha trasformato il vuoto in scrittura

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Freepik

Quanto ci fa bene meditare

Antonio Caperna

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La tragedia e l’ottimismo retroattivo Carlo Silini

C'è un po' di bene nel male. Partiamo da qui, visto che il 2026 è iniziato non male ma malissimo, con l'incendio di Crans-Montana. Nella tragedia vallesana sono emersi dettagli che non attenuano il dolore, ma seminano un po’ di bellezza nel silenzio della sofferenza. Come l'aiuto improvvisato di quei ragazzi che cercavano di praticare massaggi cardiaci ai feriti fuori dal locale e la solidarietà degli altri cantoni e nazioni per l'assistenza ai feriti. Impossibile trovare ora parole minimamente consolatorie per le persone toccate dai fatti in modo diretto o indiretto, ma in un qualche modo la speranza va coltivata anche in momenti come questo, in cui si ha l’impressione di vivere tempi senza grazia. Perciò, con l'inizio del nuovo anno, proponiamo un arduo esercizio di ottimismo retroattivo: l'elenco degli eventi più belli dei 12 mesi trascorsi. Febbraio – Guidata dal «Papa mancato» Matteo Zuppi, parte la missione della «diplomazia umanitaria» per negoziare e ottenere il ritorno

in Ucraina di numerosi bambini trasferiti/rapiti in Russia dalle forze d’occupazione. Marzo – Manca poco alla morte di Papa Francesco e il pontefice argentino ci regala frasi imperdibili: «Sentite tutta l’importanza delle parole. Non sono mai soltanto parole: sono fatti che costruiscono gli ambienti umani. Possono collegare o dividere, servire la verità o servirsene. Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra». Aprile – La premier danese, Mette Frederiksen, offre una lezione di civica a Trump, che vorrebbe inglobare la Groenlandia agli Usa: «Non si tratta solo della Groenlandia o della Danimarca - ha detto a bordo di una nave ma dell’ordine mondiale che abbiamo costruito insieme attraverso l’Atlantico per generazioni. Non si può annettere un altro Paese, nemmeno con una motivazione legata alla sicurezza». Maggio – Anche col sostegno di Migros, la Val Bavona viene nominata «Paesaggio dell’an-

no 2025» dalla Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio per l'impegno nella conservazione del territorio e per la resilienza. È passato solo un anno dalla terribile alluvione, ma subito si lavora per la rinascita della valle. Giugno –Il libro di Anna Foa Il suicidio di Israele vince la prima edizione del Premio Strega Saggistica nel 2025. Non vi spiego il perché, lo capirete leggendolo. Luglio – Il mondo scopre in Svizzera la qualità del calcio femminile: stadi pieni, atmosfera vibrante e un record storico di affluenza costringono e convincono sui divani milioni di maschi atavicamente scettici sulle capacità tecniche delle calciatrici. Agosto e settembre – Salpa verso Gaza da vari porti europei e nordafricani la Global Sumud Flotilla. Si può discutere sulla sua efficacia e tempistica, ma ha dimostrato ai Governi - troppo pavidi per contestare la sproporzionata risposta di Israele agli attacchi di Hamas –

che non basta condannare gli eccidi a parole (e a volte neppure quello), bisogna agire. Ottobre – Cent'anni fa il Patto firmato a Locarno da 7 Paesi europei unì l’Europa, senza riuscire a scongiurare la Seconda Guerra mondiale. Ma creò uno «spirito» d’armonia che oggi latita. E ci ricorda la specialità svizzera della diplomazia. Ottobre /2 – Trump sforna un piano in 20 punti per la pace a Gaza. È scalcinato, ha solo ridotto le violenze, ma per ora è il meglio che abbiamo per evitare la conta sistematica dei bambini morti per bombe o per fame. Non merita il Nobel per la pace, ma rende meno tragicomico il Fifa Peace Prize attribuitogli dal presidente della Fifa Infantino. Dicembre – Un tabaccaio 44enne di origini siriane blocca uno dei terroristi dell’attacco antisemita di Bondi Beach in Australia. Un musulmano che salva gli ebrei: ecco l’eroe indiscusso dell’anno.


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Anno LXXXVIII Anno LXXXVIII 5 gennaio 5 gennaio 2026 2026

azione – Cooperativa Migros azione Ticino – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

Dentro una centrale nucleare che Mantenere la calma dentro la picktower

Info Migros ◆ Senza la gigantesca centrale logistica di Digitec Galaxus a Wohlen AG sotto l’albero avreste trovato meno pacchi ◆ Un viaggio in Lituania per scoprire Ignalina: l’impianto progettato sul modello di Chernobyl che, come richiesto dall’Ue, Michael Reportage West Clara Valenzani, testo e fotografie

Nella parte automatizzata del centro i pacchi si muovono a una velocità impressionante. Senza collaboratori come Siyagona Fernando, addetti ad assemblare i prodotti per i clienti, la logistica collasserebbe. Per raggiungere i prodotti ordinati la picker («raccoglitrice», ndr) Siyagona utilizza un apparecchietto chiamato Zebra.

Nella parte automatizzata i pacchi si muovono a velocità impressionante. (Jorma Müller)

La parte automatizzata del magazzino centrale è un altro pianeta: qui a dominare non sono le persone, ma le macchine Un contapassi? Siyagona Fernando di sicuro non ne ha bisogno. Ogni giorno sul posto di lavoro percorre circa sedici chilometri. La 33enne è assunta come picker nel magazzino centrale di Digitec Galaxus, un gigantesco complesso di edifici situato a Wohlen (AG). Da fuori, in questa giornata nebbiosa, gli edifici sembrano quasi deserti. Eppure, dietro le facciate dipinte di giallo, vi è grande fermento. In qualità di maggiore rivenditore online della Svizzera, Digitec Galaxus spedisce migliaia di pacchi al giorno.

Un labirinto di scaffali In tutto ciò le collaboratrici come Siyagona Fernando hanno un’importanza cruciale: le picker e i picker lavorano nella cosiddetta picktower, un edificio a tre piani con corridoio lunghi cento metri. A passi veloci percorrono il labirinto di scaffali, lasciandosi guidare dall’apparecchietto chiamato Zebra. In questo modo trovano i prodotti ordinati a colpo sicuro, li scansionano, li depositano nel carrello e li portano a uno dei nastri trasportatori che conducono all’area imballaggio. Ogni picker si occupa circa di 80 ordinazioni all’ora. Un’attività piuttosto stressante, epIl grosso pulsante the infamous pure mentre lavorarosso, Siyagona Fernanred sembra button con la scritta do la calma fatta«premere persona.solo in caso non Al suo Chi di haemergenza», l’opportunità di c’è. accompaposto, nella controllo, è stata gnarla in unsala girodinella pick tower ha installata una manopola, come sul modo di rendersi conto dell’incredifornovarietà a microonde. SoloDigitec-Galache invece di bile dell’offerta far scaldare piattidi pronti, quella rotelxus. Nel carrello Siyagona finiscola serviva a disattivare un reattore nucleare. E ad evitare che una centrale al confine tra Lituania e Bielorussia esplodesse replicando Chernobyl e contaminando un’area di 200 mila km quadrati, grande quasi quanto la Gran Bretagna. Questa è la storia di Ignalina: un sito nucleare dormiente, silenziato dopo l’onda di paura generata dal suo gemello ucraino. Un racconto che inizia 40 anni fa e che ancora non è terminato, perché Ignalina, smantellata pezzo dopo pezzo, finirà di spegnersi nel 2038.

no capsule per cafè, drink energetici, acqua di colonia, calendari dell’avvento, castelli dei Playmobil, bastoncini d’incenso o ghirlande di luci. Se il lavoro viene svolto con tanta sicurezza e tranquillità, è anche grazie all’organizzazione di Dominic Halbeis, 30 anni, capo dei picker. alberi rosseilelavoro bianche In un dalle centrocortecce di logistica de-e attraversa pianure solitarie. odore ve essere equilibrato: «Nei Un giorni di balsamico vagone. punta nonaleggia ci devenel essere più Talvolta frenesia le porte si aprono far salireHalbeis. passegdegli altri giorni»,per sottolinea geri vento, fondamentale inesistenti, in attesa È perdiquesto che visotsia to le pensiline; dentro tutto è ovattasempre un numero sufficiente di adto, i pochi suoni cadono leggeri detti alla logistica. Per questo nelcome mela neve sotto le luci al neon. Dopo un paio di ore di viaggio la locomotiva si Senza ferma. Scendo. «Ignalina è a dieci micollaboratrici nuti di macchina», mi aveva avvertita come Siyagona Fernando Milda, l’addetta stampa della centrale. la logistica collasserebbe. (Jorma Müller)

Il turismo dei luoghi sinistri Poco dopo, ecco infatti il profilo di un camino a tre ciminiere, preannuncia-

se di dicembre sono in servizio oltre duecento picker al giorno, suddivisi in due turni. Nel mese di gennaio sono in media cento. Nella parte automatizzata del magazzino centrale, sembra di essere su un altro pianeta: qui a dominare non sono le persone, ma le macchine. to da un di grosso Braccia robotmonumento depositanodilestammerpo ordinate sovietico.in Formalità, polizia, metal ci mini automobili eletdetector: dentro la nutriche, chesono sfrecciano viacentrale autonomacleare con Milda, che mi farà da guimente su appositi binari. Macchine da. Attraverso duemisurano spogliatoi: si tiene per l’imballaggio le dimensolo l’intimo e si indossano calsioni dei prodotti, tagliano nuovi il cartone doppi pantaloni, ezini, realizzano pacchi sudoppia misura.casacca, scarpe, caschetto, tutto bianco. Il colore è un residuo dei tempi passati, per individuare le polveri radioattive più facilmente. In tasca mi viene messo un contatore geiger: «Durante il tour – spiega Milda – si viene sottoposti alla stessa quantità di radiazioni che si riceverebbe durante un’ora di volo». Non sono la prima a effettuare una visita. Il cosiddetto dark tourism, il turismo dei luoghi sinistri, ha coinvolto

Perché esistono questi due mondi in contrasto? «Alla parte automatizzata vengono assegnati i prodotti resistenti che vendiamo in grandi quantità», spiega Halbeis. «Ad esempio ne fanno parte la biancheria, le calze e le cuffiette». Dei prodotti più delicati come le bibite, oggetti di vetro o anche questo «Quisi hanno giramateriale per lasito. pulizia occupano le to numerose della serie HBO persone nella scene picktower. Chernobyl perunlaproblema somiglianza tra le Se insorge e ad esemdue strutture. Ignalina diventata fa-è pio un corridoio del èmagazzino mosa: prima della pandemia, per ineltubloccato, le squadre che lavorano ristitorre c’erapossono una listaconsultarsi di attesa fino a sei la velocemesi». Per la stesura questo repormente e trovare una di soluzione insietage è stato concesso un ingresso in via eccezionale, poiché è in corso una Digitec Galaxus nuova fase dello smantellamento ha in catalogoe gli esterni non possonooltre accedere. Ma la 10 milioni di prodotti; la centrale, che sta venendo smembrata centrale ha una dal 2009, ha avuto un passato gloriosuperficie di so, ed era stata pensata per un avveni90’000 metri re brillante. quadrati. (Jorma Müller) «La sua costruzione – prosegue Milda mentre scendiamo le scale – inizia nel 1972, quando la Lituania

me, ad esempio stabilendo un nuovo percorso. I picker si rendono anche conto degli imballaggi danneggiati e delle perdite di liquidi dai prodotti. «È vero che un impianto del tutto automatizzato lavorerebbe più velocemente dei picker», afferma Halbeis. «Tuttavia, se una macchina si guasta, può subire arresto completo a caufaceva parteundell’URSS. Dal 1983 al sa di una reazione a catena». 2004 venne attivata l’Unità 1, contenente il primo reattore, dal 1987 (un anno dopo la tragedia di Chernobyl) Come torre di controllo al 2009nella l’Unità 2 (secondo reattore), la costruzione della 3 e della 4 furoNella sala diI controllo no sospese. reattori diè evidente Ignalina cosome si presti particolare no di tipo RBMK, gli attenzione stessi usati alin la parte automatizzata del magazzino. Ucraina. Si decise di lanciare la seconDodici tengono un da unitàpersone perché erano statid’occhio spesi molti totale di cinquanta schermi. Lo scesoldi, ma dopo Chernobyl la chiusura nario ricorda quello di per unal’ingresso torre di divenne un prerequisito controllo aeroportuale. «Dobbiamo del Paese nell’Ue, avvenuto nel 2004. reagire subitolasesituazione una macchina per A mio parere era sicura, imballaggi un problema il rierano stati ha effettuati molti con controlfornimento di cartone», spiega Halil li. Non abbiamo mai avuto incidenti Aydin, oggi è di responsabile della gravi, néche evidenze malattie causate sala controllo. «A quel punto avvidalladiradioattività». siamo i tecnici affinché possano intervenire al più presto». Si sono fatte quasi le 14. Il turno di Siyagona Fernando, che ha cominciato alle cinque di mattina, sta per finire. Presto potrà togliersi il giubbotto riflettente e riporre nell’armadietto gli stivali con la punta in acciaio. A casa l’aspettano il marito e la figlia di quattro anni.

Posta elettronica info@azione.ch

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino tel +41 91 850 81 11

La creazione di Visaginas Nevica forte. Quando arrivo alla stazione di Visaginas, nel nord est della Lituania, sono l’unica straniera, l’entusiasmo per la visita alla centrale quasi si smorza tra gli alluci che lamentano azione il gelo. Peredito giungere in questo Settimanale da Migros Ticino avamFondato nel 1938 (Visaginas è stata coposto brutalista struita ex novo negli anni Settanta del Abbonamenti e cambio indirizzi Novecento per ospitare i lavoratori deltel +41 91 850 82 31 la centrale nucleare di Ignalina, come lu–ve 9.00–11.00 / 14.00–16.00 molte «città nucleari» sovietiche, seregistro.soci@migrosticino.ch gue una logica funzionale, geometrica, pianificata), dove il russo è ancora la lingua dominante, bisogna prendere un treno che da Vilnius si addentra tra

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Redazione Carlo Silini (redattore responsabile) Simona Sala Barbara Manzoni Manuela Mazzi Romina Borla Ivan Leoni

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Telefono tel + 41 91 922 77 40 fax + 41 91 923 18 89 Indirizzo postale Redazione Azione CP 1055 CH-6901 Lugano

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SOCIETÀ ●

Integrazione Un progetto calibrato sulle donne che arrivano da Paesi lontani permette loro di aumentare il proprio potere sulla realtà svizzera in cui vivono

Personaggi Amare e sentirsi in gioiosa armonia con tutto il creato, ecco la cifra poetica di un personaggio scomparso ottocento anni fa: San Francesco D’Assisi

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Serviranno studi controllati su pazienti con dolore cronico, disturbi dell’umore o patologie immunomediate, e ricerche che «spacchettino» il protocollo per capire il contributo specifico di meditazione, rielaborazione cognitiva e placebo aperto, nonché la durata nel tempo di questi cambiamenti biologici. (freepik)

Tutti i benefici della meditazione intensiva

Benessere ◆ In breve tempo, cambiamenti misurabili in neuroplasticità, metabolismo, sistema immunitario e dolore Le novità della scienza sulle pratiche mente-corpo Antonio Caperna

Bastano sette giorni di ritiro intensivo, con meditazione guidata e pratiche di guarigione, per lasciare un’impronta riconoscibile sul cervello e sulla biologia del sangue. Un gruppo di ricercatori dell’Università della California di San Diego ha osservato che un programma residenziale di una settimana attiva vie fisiologiche naturali legate a neuroplasticità, metabolismo energetico, risposta immunitaria e modulazione del dolore, offrendo una base biologica a benefici da tempo riportati sul piano soggettivo.

Bastano sette giorni di ritiro intensivo, con meditazione, per lasciare un’impronta sul cervello e nel sangue Nel lavoro, pubblicato sulla rivista «Communications Biology», 20 adulti sani hanno partecipato a un ritiro condotto dal neuroscienziato Joe Dispenza: lezioni quotidiane, circa 33

ore di meditazione e pratiche di guarigione di gruppo, strutturate secondo il modello di «placebo aperto», in cui i partecipanti sanno che le procedure non contengono principi attivi ma possono comunque attivare risorse interne attraverso aspettative, connessione sociale e ritualità condivisa. Prima e dopo il ritiro sono stati eseguiti esami del sangue e risonanze magnetiche funzionali (fMRI), in grado di misurare l’attività cerebrale in tempo reale. Dalle immagini fMRI è emersa una riduzione dell’attività nelle aree associate al «chiacchiericcio mentale» e un aumento della sincronizzazione tra regioni cerebrali distanti, segno di una rete più integrata ed efficiente, con meno rumore di fondo e maggiore coerenza funzionale. In laboratorio, il plasma prelevato dopo il ritiro ha indotto nei neuroni coltivati una crescita di prolungamenti più lunga e una rete di connessioni più fitta, un indicatore indiretto di neuroplasticità potenziata. Anche il metabolismo cellulare

è cambiato: le cellule esposte al plasma post-ritiro hanno mostrato un aumento del metabolismo glicolitico, cioè una maggiore capacità di «bruciare zuccheri», suggerendo uno stato energetico più flessibile e adattabile. «Osservare sia i cambiamenti del sistema nervoso centrale nelle scansioni cerebrali sia i cambiamenti sistemici nella chimica del sangue sottolinea che queste pratiche mente-corpo agiscono su una scala che coinvolge l’intero organismo – sottolinea Hemal H. Patel, professore di anestesiologia presso la Facoltà di Medicina dell’UC San Diego e autore principale dello studio – Ci sono gli stessi schemi di connettività neurale che tipicamente richiedono la psilocibina, cioè una sostanza che causa effetti allucinogeni e che si trova naturalmente in alcuni funghi, ma che ora sono ottenuti solo attraverso la pratica della meditazione». Sul fronte del dolore, i ricercatori hanno registrato un incremento degli oppioidi endogeni, i principali analgesici naturali dell’organismo,

compatibile con l’attivazione di circuiti intrinseci di sollievo. Parallelamente, il sistema immunitario ha mostrato un profilo più complesso di una semplice accensione o spegnimento: sono aumentati sia segnali pro-infiammatori sia anti-infiammatori, quadro interpretato come un rimodellamento adattativo della risposta immunitaria. Le analisi di biologia molecolare hanno documentato modifiche nei piccoli RNA regolatori e nei pattern di espressione genica, in particolare lungo vie collegate alla funzione cerebrale e al dialogo tra sistema nervoso, immunitario ed endocrino. A questa «firma biologica» si è affiancato il vissuto soggettivo: i partecipanti hanno compilato il questionario MEQ-30 (Mystical Experience Questionnaire), che valuta la componente «mistica» dell’esperienza meditativa (senso di unità, trascendenza, alterazione profonda della coscienza). I punteggi medi sono passati da 2,37 a 3,02 dopo il ritiro intensivo e i valori più alti si associavano a una maggiore integra-

zione tra aree cerebrali, in modo simile a quanto già osservato con alcune sostanze psichedeliche. «È un passo entusiasmante verso la comprensione di come l’esperienza cosciente e la salute fisica siano interconnesse e di come potremmo sfruttare questa connessione per promuovere il benessere in modi nuovi», aggiunge il dr. Alex Jinich-Diaman dell’UC San Diego. Secondo gli autori, questi risultati offrono un quadro coerente di come interventi mente-corpo non farmacologici possano sostenere salute mentale, regolazione emotiva, resilienza allo stress e gestione del dolore cronico, pur sottolineando che si tratta di uno studio preliminare condotto su adulti sani. Serviranno studi controllati su pazienti con dolore cronico, disturbi dell’umore o patologie immuno-mediate, e ricerche che «spacchettino» il protocollo per capire il contributo specifico di meditazione, rielaborazione cognitiva e placebo aperto, nonché la durata nel tempo di questi cambiamenti biologici.


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Gusto e leggerezza nel piatto

Attualità ◆ Come iniziare il nuovo anno con qualcosa di equilibrato, leggero e saporito? Per esempio, con un appetitoso carpaccio di bresaola

Il carpaccio di bresaola: un intramontabile piatto gustoso e leggero.

Azione 33% Dopo i pasti più sostanziosi delle festività di fine anno, per molti è tempo di tornare a mangiare più leggero, scegliendo piatti bilanciati e nutrienti, facili da preparare ma che non appesantiscano troppo lo stomaco. Un alimento che sicuramente soddisfa queste aspettative è la bresaola di manzo, un salume originario del Norditalia, in particolare della Valtellina – dove si fregia del marchio Igp (Indicazione Geografica Protetta) – anche se la sua produzione si è successivamente diffusa anche in altre regioni settentrionali italiane, come il Piemonte.

La bresaola Casa Walser proviene proprio da qui, precisamente dal territorio situato alle pendici del Monte Rosa, dove viene prodotta con cura e perizia da un salumificio attivo da quattro generazioni nella produzione di salumi di elevata qualità, la Nino Galli. Per la sua produzione viene utilizzato uno dei tagli posteriori più pregiati del manzo, la punta d’anca, molto apprezzata per la sua tenerezza e il ridotto contenuto di grassi. Dopo un’attenta selezione in cui viene rimosso il grasso in eccesso, la carne viene sottoposta alla salatura manuale con l’utilizzo di una delicata miscela

di spezie e aromi, in modo da distribuire uniformemente tutti gli ingredienti. I tagli così aromatizzati vengono quindi lasciati riposare per una quindicina di giorni, per permettere alle spezie di penetrare bene all’interno della carne. Trascorso questo periodo, la bresaola viene asciugata, per poi essere sottoposta alla lenta stagionatura in appositi locali a temperatura e umidità controllate, processo che dura almeno dieci settimane.

L’aromatica bresaola Casa Walser si può gustare nei modi più disparati, sia fredda che calda. Un grande classico

è ovviamente costituito dal carpaccio di bresaola, dove le fette vengono condite con rucola fresca, scaglie di parmigiano, un filo d’olio extravergine d’oliva, una spruzzata di limone, pepe macinato fresco e una manciata di pinoli per un tocco croccante. Altre opzioni interessanti possono essere un’insalata invernale con bresaola, fettine di arance e sedano rapa, insalata croccante a striscioline, il tutto condito con una salsina a base di succo di arance e condimento bianco, oppure degli involtini di bresaola farciti con formaggio fresco. La bresaola si accosta bene anche a piatti caldi, come un risotto, delle patatine al forno o una polenta.

Bresaola Casa Walser Italia, 2 x 100 g Fr. 8.55 invece di 12.80 Dal 6.1 al 12.1.2026

Il panino del mese

Attualità ◆ Disponibile solo durante il mese di gennaio, la baguette del boschetto è una tentazione a cui è difficile rinunciare Corri a provarla e non te ne pentirai!

Il Take Away Migros è da sempre il posto giusto a cui rivolgersi per coloro che cercano qualcosa di buono, fresco e preparato con cura, con un ottimo rapporto qualità-prezzo, sia da asporto che da consumare sul posto. Dalla colazione con l’angolo caffè, gipfel, brioche alle pietanze salate per il pranzo come panini, insalate e pizze fino alle specialità di pasticceria a servizio per la tua pausa sfiziosa quotidiana, ognuno troverà quello che meglio si adatta ai propri gusti e alle proprie esigenze. Tra le nuove proposte introdotte recentemente nei Take Away Migros, citiamo i panini del mese in edizione

limitata che, grazie alle ricche farciture accuratamente selezionate, hanno riscosso un ottimo apprezzamento da parte della clientela. A partire da oggi, fino al 31 gennaio 2026, nel tuo Take Away ti aspetta la baguette del boschetto, un irresistibile panino croccante farcito con ingredienti freschi come fette di chorizo, il tipico salume aromatico della cucina spagnola a base di carne di maiale, paprika e spezie; funghi sott’olio, insalata croccante e un tocco finale di maionese. Un’idea perfetta per la tua pausa pranzo golosa o uno spuntino veloce all’insegna della qualità.

Baguette del Boschetto Fr. 9.20 Nei Take Away Migros fino al 31.1.2026


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Più potere alle donne arrivate da lontano

Ticino ◆ Le codirettrici della premiata associazione Il Tragitto Fabia Manni e Cecilia Testa raccontano la via dell’integrazione Stefania Hubmann

Rafforzare il potere delle donne che giungono in Svizzera da Paesi lontani di agire sulla propria vita, lavorare in rete con enti pubblici e privati per favorire la loro integrazione, aprirsi sempre più al territorio affinché Il Tragitto prosegua nella realtà sociale ticinese. Il Tragitto è sia il percorso delle singole persone, sia il nome dell’associazione che da anni offre a Lugano e Locarno uno spazio di accoglienza, ascolto, socializzazione, formazione e consulenza coinvolgendo donne, uomini e bambini. L’attività ha conosciuto un forte sviluppo rispondendo a un altrettanto marcato bisogno. L’intenso lavoro è stato di recente ricompensato a livello nazionale con il primo premio nella categoria «Empowerment di donne e ragazze» del programma «ici. insieme qui.» per la coesione nazionale e una migliore convivenza in Svizzera, con la collaborazione anche di Impegno Migros. Gestita sulla base dei medesimi principi di condivisione, l’associazione coglie l’occasione per presentare la sua attività e la nuova sede del Locarnese attraverso l’esperienza delle codirettrici Fabia Manni e Cecilia Testa, incontrate nella sede di Lugano.

Con l’apprendimento e l’incontro con l’altro le donne giunte in Ticino rafforzano le loro conoscenze È un lunedì mattina tranquillo negli spazi di cui dispone Il Tragitto in una palazzina nel quartiere di Besso, spazi che dal pianterreno (con giardino) sono stati estesi a quello superiore proprio per rispondere meglio alla crescente frequentazione. Un piccolo gruppo di donne partecipa in un’aula a un corso di italiano, mentre per alcuni bambini seguiti da personale specializzato è l’ora dello spuntino. L’accoglienza è a tutto tondo, in modo che, accanto ad attività ricreative che accomunano madri e figli, le prime possano anche staccarsi brevemente dalla prole e seguire come in questo caso una formazione. «In altri momenti della settimana le presenze sono molto più numerose», spiegano Fabia Manni e Cecilia Testa. «Gli spazi che offriamo sono vissuti come una casa, dove ci si ritrova in famiglia, si condividono esperienze e da dove si esce arricchiti e sereni». Al di là della gratitudine di chi compie un viaggio di crescita e integrazione con Il Tragitto, sono sempre necessarie nuove risorse finanziarie per garantire un’offerta strutturata in aree di intervento complementari e interdipendenti. Il premio nazionale «ici. insieme qui.», dotato di 8000 franchi, rappresenta pertanto un contributo importante anche perché offre alle responsabili la possibilità di essere più creative e reattive nelle risposte ai bisogni rispetto ai finanziamenti di singoli programmi, senza dimenticare la soddisfazione per un’iniziativa che si è distinta fra circa 200 progetti. Assegnati per la prima volta a Zurigo lo scorso mese di novembre, gli ici-Awards costituiscono un’iniziativa di «ici. insieme qui.», programma della Fondazione per la promozione delle lingue e della formazione (Stiftung für Sprach – und Bildungsförderung SSUB) che fornisce fondi e consulenza professionale a progetti locali e regionali che fanno incontrare persone di culture diverse, favorendo la loro partecipazione alla vita quotidiana in

Il Tragitto è un crocevia di donne, bambini, culture. (www.iltragitto.ch)

Svizzera. Il programma collabora con diversi enti pubblici legati all’integrazione, fra i quali la Commissione federale della migrazione, ed è sostenuto anche da Impegno Migros. I premi hanno interessato sedici progetti in otto categorie. La parola empowerment, che qualifica il premio ricevuto da Il Tragitto, ben riflette lo spirito dell’associazione, come rilevano le due codirettrici le quali condividono il ruolo con una terza collega, Beatrice Marchesi. Spiegano ad Azione: «Attraverso l’apprendimento e l’incontro con l’altro le donne che giungono in Ticino rafforzano le loro competenze e conoscenze e ne acquisiscono di nuove. Ciò le porta ad avere maggiore fiducia in se stesse e a poter partecipare alla vita sociale della comunità di accoglienza. Alle spalle hanno percorsi migratori diversificati che includono la fuga da Paesi in guerra ma pure il ricongiungimento familiare. La nostra attività è ancora poco conosciuta dal pubblico siccome lavoriamo in via principale nelle nostre sedi pur prevedendo con regolarità uscite accompagnate a eventi organizzati sul territorio. Nel Luganese abbiamo ad esempio instaurato una collaborazio-

ne con la Cascina di Sorengo (casa aperta alla popolazione quale luogo d’incontro e di socializzazione) che ci offre l’opportunità di aprirci ad altro. I nostri punti d’incontro sono situati nei centri cittadini e sono accessibili con i mezzi di trasporto pubblico per facilitare la partecipazione, libera e spontanea».

Anche la genitorialità è un tema trasversale e si sviluppa in un progetto rivolto soprattutto all’esterno Per Il Tragitto, che nasce nel 2010 già con il focus sull’integrazione e la prima infanzia diventando associazione sette anni dopo, il 2025 segna una tappa importante grazie alla nuova sede locarnese. Lo scorso 9 dicembre è stata infatti inaugurata l’attività a Villa Ginia a Minusio. L’edificio dispone di tre piani con molteplici locali e di uno spazio esterno. Per le nostre interlocutrici si tratta di un nuovo punto di partenza. «A Lugano abbiamo potuto osservare cosa significa passare da una piccola sede (a Cassarate) a spazi più confortevoli e idonei. Que-

Il Tragitto è considerato come «un luogo che sa essere accogliente, dinamico, solidale» o ancora «un luogo comunicativo, attento e affidabile». (www.iltragitto.ch)

sti permettono di svolgere meglio le attività, di accogliere più persone e di intensificare le collaborazioni. A Locarno la sede è stata aperta nel 2020, anno caratterizzato dalla pandemia con tutte le restrizioni del caso, ma con esigenze molto presenti alle quali ci era stato chiesto di rispondere. Anche a Locarno si è registrata una forte crescita delle presenze, per cui la nuova sede ci aiuterà a migliorare l’accoglienza. Siamo grate ai proprietari della Villa, sensibili al tema dell’integrazione e disponibili nei confronti delle nostre esigenze». La nuova sede offre quindi l’opportunità di estendere le collaborazioni grazie appunto alla disponibilità di spazi, opportunità che la direzione intende vagliare con cura per capire in quale direzione sviluppare il proprio lavoro e secondo quali priorità. Nato promuovendo attività di gruppo, Il Tragitto ha inserito negli anni la consulenza sociale individuale avendone constatato l’esigenza, mentre la genitorialità da parte sua è diventata un tema trasversale alle altre aree di intervento, sviluppando anche un progetto rivolto soprattutto all’esterno come GenitorInsieme per affrontare uniti, con il sostegno di specialisti, le sfide della crescita dei figli. Questo lavoro viene svolto, come menzionato, da una direzione formata da tre professioniste in ambito sociale e dell’animazione socio-culturale. L’équipe nel suo insieme conta una ventina di collaboratrici impiegate a tempo parziale per complessive cinque unità lavorative e circa una ventina di volontarie. Alcune lavorano in entrambe le sedi e le componenti della direzione sono pure loro attive sul campo, scambiandosi inoltre le responsabilità dei diversi settori. Un approccio, come affermano loro stesse, caratterizzato da una certa complessità compensata però da altrettanta ricchezza scaturita da un continuo confronto. La soddisfazione delle collaboratrici è racchiusa nelle loro parole riportate nell’ultimo rapporto an-

nuale. Il Tragitto è considerato come «un luogo che sa essere accogliente, dinamico, solidale» o ancora «un luogo comunicativo, attento e affidabile». La ricchezza della multietnicità, del contatto con nuove culture, dell’incontro fra i vari ambiti di azione, come pure «la fiducia e la condivisione che si costruiscono sia con le partecipanti sia all’interno dell’équipe» sono prove di un impegno stimolante e condiviso. Cosa rappresenta invece Il Tragitto per le partecipanti? «Torno a casa più ricca di prima», «Qui si vive come se fosse una famiglia, una grande famiglia, sia con le donne che con chi lavora qui!», «Arriviamo da tutto il mondo e ognuno insegna qualcosa, anche se piccola piccola!». Sono alcuni estratti delle testimonianze che si possono leggere nel rapporto annuale di due anni fa. Ci sono sentimenti, emozioni, soddisfazioni. Come quando si completa un corso (di italiano, inglese o cucito) o si cucina un piatto della propria tradizione per la festa dell’associazione. Quest’ultimo aspetto è ora ulteriormente valorizzato attraverso la pagina Instagram @ il_tragitto_in_cucina. Sfruttare ogni mezzo e ogni occasione per valorizzare le competenze delle partecipanti rappresenta per Il Tragitto un filo conduttore nel percorso che ogni persona compie in massima libertà e seguendo il proprio ritmo. Chi frequenta le sedi da più tempo viene integrato nella gestione e nell’accoglienza, facilitando l’inserimento delle nuove arrivate. Il Tragitto è un crocevia di donne, bambini, culture. L’obiettivo è rendere le prime autonome e serene nella realtà sociale del Paese di accoglienza. Grazie al recente premio per questo impegno Il Tragitto è valorizzato come ente nel suo insieme al di là dei singoli progetti che sviluppa. Informazioni www.iltragitto.ch www.ici-gemeinsam-hier.ch/it


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SOCIETÀ

Convenienza cercasi

La demo car Filante ha stabilito un nuovo primato di efficienza sulla pista UTAC in Marocco percorrendo 1008 km in meno di 10 ore con una singola carica. (Mario Alberto Cucchi)

Automotive ◆ Dopo lo stop dell’Ue ai motori termici cosa succederà? Mario Alberto Cucchi

«Salta lo stop ai motori termici del 2035». «L’Europa cambia rotta: auto termiche oltre il 2035». «Green deal, ufficiale: salta lo stop alle auto termiche». «Auto, Bruxelles sconfessa il Green Deal». Questi alcuni tra i titoli apparsi sulle principali testate a metà dicembre. Leggendoli sembra che sia stato deciso un salto nel passato. Altro che «ritorno al futuro». Tutto vero? Fino a un certo punto.

Una piccola retromarcia In realtà, la Commissione europea ha fatto sì una marcia indietro, ma relativamente piccola. Non si tratta di cambiamenti radicali ma della conferma di una riduzione al 90% dell’obiettivo di taglio delle emissioni di CO² finora fissato nel 100% all’interno dei regolamenti comunitari. Una notizia attesa e auspicata da molti, dato che era ormai evidente che l’obiettivo di eliminare totalmente le auto termiche dai saloni entro il 2035 era troppo ambizioso visto che il mercato, gli automobilisti, non stavano rispondendo in modo adeguato. I dati di vendita dell’elettrico confermano che la scelta finale del consumatore evidenziava un mercato non ancora pronto alla transizione tecnologica. Cosa accadrà? In pratica troveranno ancora spazio nelle concessionarie modelli non completamente elettrici

o alimentati a idrogeno. Si tratta solo di un 10% delle auto le cui emissioni dovranno essere compensate dai Costruttori automobilistici con l’impiego di acciaio a basse emissioni o mediante l’utilizzo di carburanti sostenibili, come è-fuel e bio fuel avanzati. Bruxelles propone inoltre ulteriori flessibilità per conformarsi al target di taglio emissioni sul triennio dal 2030 al 2032, estendendo la flessibilità concessa già quest’anno tra il 2025 e il 2027 per scongiurare il pagamento delle multe. Un cavallo di Troia? Forse. Se oggi si parla dell’apertura a un 10% per le auto alimentate in modo tradizionale (benzina e gasolio) questo fa capire che l’Europa può tornare sui suoi passi, cambiando ancora le percentuali, se necessario nei prossimi anni. Un male per il settore? Forse. L’incertezza normativa frena il mercato e pone il consumatore in una situazione di imbarazzo. Si sa: l’acquisto dell’auto è il più importante economicamente parlando dopo quello della casa. E se già la velocità dell’aggiornamento tecnologico e l’obsolescenza programmata poneva in difficoltà i consumatori che rischiavano di trovarsi con un’auto già vecchia dopo pochi anni, questa incertezza non farà altro che provocare un invecchiamento del parco circolante con automobilisti che aspettano alla finestra di capire che cosa accadrà prima di entrare nelle con-

cessionarie per acquista l’auto nuova. Intanto il 2025 dell’Automotive si è chiuso sotto il segno della trasformazione tecnologica e di un progressivo spostamento del baricentro verso l’oriente. La cinese BYD sfiora il milione di auto esportate, mentre Changan ottiene la prima licenza per la guida autonoma di livello 3 dopo test su 5 milioni di chilometri. In Europa il mercato cresce moderatamente (+2,1%) con i veicoli elettrici al 16,9% della quota totale e brand cinesi che raddoppiano la loro presenza. Negli Usa, nonostante un anno da record (16,3 milioni di vendite) le prospettive sono incerte a causa dell’inflazione e del crollo delle vendite dei veicoli elettrici (-46%) seguito al taglio degli incentivi. Ebbene sì, gli incentivi sono quelli che evidentemente sostengono il mercato dell’elettrico. Per convincere il consumatore a cambiare auto bisogna fargli fare un «affare». Non soltanto in acquisto ma anche nell’utilizzo. Se è vero che la manutenzione delle auto elettriche costa molto meno di quelle termiche è anche vero che il costo dell’elettricità va calmierato. L’automobilista deve avere una netta convenienza economica ad utilizzare gli «Electric Vehicle». Così non è. Troppo spesso l’elettricità alle colonnine di ricarica è eccessivamente cara. Intanto Mercedes-Benz ha chiuso negli Stati Uniti il capitolo Diesel

Gate con un accordo da 150 milioni di dollari. Gli automobilisti coinvolti nella classe action riceveranno 2000$ a testa oltre un’estensione di garanzia e un aggiornamento software gratuito sulle loro auto.

Il record di Renault Ma lo stop dell’Unione europea non si riflette nell’immediato della produzione, nell’avanzamento tecnologico, nel miglioramento delle performance frutto di anni di investimenti orientati verso le zero emissioni. Ecco allora che Renault chiude il 2025 abbattendo un muro storico per l’auto elettrica. La demo car Filante ha stabilito un nuovo primato di efficienza sulla pista UTAC in Marocco percorrendo 1008 km in meno di 10 ore con una singola carica. Un test che ha simulato condizioni reali con una velocità media di 102 km/h registrando un consumo record di 7,8 kWh per 100 km. Al traguardo la vettura conservava l’11% di energia residua, sufficiente per copri-

re altri 120 km. Un risultato ottenuto utilizzando una batteria di serie da 87 kWh. La stessa della Renault Scénic E – tech. Un’auto di serie. Non come la Filante che è un prototipo.Il segreto dell’autonomia risiede quindi nell’ottimizzazione aerodinamica e non solo nella capacità di accumulatori. Filante è un prototipo che pesa solo 1000 kg grazie all’uso di fibra di carbonio e componenti e stampa 3D. Un’auto che però per forme e dimensioni non potrà mai entrare in produzione. Questo è l’esame di realtà necessario. Non titoli sensazionalisti che lascino ipotizzare un ritorno al passato o che lascino intendere di essere arrivati a prestazioni in termini di autonomia che sono in realtà riservate a prototipi utilizzati in pista da piloti professionisti. Il mercato richiede che vengono comunicate autonomie e prestazioni reali. La trasparenza non è più un’opzione ma una necessità. Sopravviveranno i costruttori capaci di dire la verità, adattarsi ai mercati e scegliere dove investire. Gli altri resteranno fermi al bivio. Annuncio pubblicitario

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SOCIETÀ / RUBRICHE

Le parole dei figli

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di Simona Ravizza

Bonding Time

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«Oggi pomeriggio torno a casa più tardi perché dopo scuola faccio bonding time con Edo!», mi comunica la mia 17enne Clotilde prima di uscire. Per un attimo il mio cervello corre al bondage, la pratica sessuale che consiste nel legare il partner. Ma no: l’assonanza inganna, il significato dev’essere un altro. Quale, però? Scopro così una nuova Parola dei figli che mi porta dritta al cuore di uno dei valori più importanti per la Gen Z: l’amicizia. La traduzione letterale dall’inglese di bonding time è «tempo di legame». Nella vita quotidiana degli adolescenti indica il tempo dedicato a stringere un legame. Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, nel saggio Amici, compagni, complici, ci aveva già messo sull’avviso: «L’amicizia con i coetanei è diventato il rapporto più significativo degli adolescenti attuali. Questa non è più l’età caratterizzata dalla rivolta

nei confronti del padre e dalla separazione dalla madre, ma la fase della vita in cui vengono allacciati profondi legami col gruppo di pari età. L’amico e il piccolo gruppo di amici hanno acquisito un potere incredibilmente superiore a quello che governava tali relazioni nelle generazioni precedenti». Ma capire esattamente che cos’è il bonding time ci fa fare un passo in più: ci aiuta a comprendere che cosa significhi davvero amicizia per i nostri figli. Il bonding time è l’attività che permette di conoscersi meglio e di rafforzare un legame per non avere solo rapporti superficiali. Andare a vedere un film e poi discuterne insieme per capire i rispettivi punti di vista. Decidere di studiare insieme per un compito difficile per condividere dubbi, ansie e piccole frustrazioni scolastiche. Organizzare un pomeriggio in una caffetteria quando

uno dei due ha un problema di cuore per mostrare presenza e disponibilità emotiva. Conoscere meglio una persona è il primo passo per instaurare un rapporto di fiducia. E la fiducia per i Gen Z è l’elemento chiave di una vera amicizia. Attenzione: il bonding time non può essere una side quest. Come abbiamo visto ne Le parole dei figli di novembre, la side quest è una missione secondaria, un fuori programma inaspettato che porta una sorpresa nella giornata, lontano dagli obiettivi principali. Il bonding time è esattamente il contrario: per essere tale dev’essere pianificato, scelto deliberatamente. È la missione principale (main quest). Non un caso, ma una scelta: dedicare tempo per stringere consapevolmente un legame. È esattamente quello che la volpe spiega al Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry.

«Non posso giocare con te — disse la volpe. — Non sono addomesticata». «Che significa “addomesticare”?». « Significa una cosa che è stata purtroppo dimenticata, – rispose la volpe – significa “Creare dei legami…”». «Creare dei legami?». «Certamente – disse la volpe. – Per me tu non sei che un ragazzino, uguale a centomila altri ragazzini. Non ho bisogno di te. E neppure tu non hai bisogno di me. Per te non sono che una volpe qualsiasi, uguale a centomila altre. Ma, se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo. Io sarò per te unica al mondo…». «Che si deve fare? », domandò il piccolo principe. «Bisogna essere molto pazienti», rispose la volpe. In quel «tempo di legame» con cui i Gen Z scandiscono i loro rapporti c’è la poesia della pazienza. E c’è anche

una lezione per noi genitori. Nelle nostre vite sempre di corsa ci siamo aggrappati al quality time, ripetendoci: «Non conta la quantità, ma la qualità del tempo che si trascorre con i figli». Un modo per auto-assolverci, per sopravvivere alla frenetica quotidianità senza troppi sensi di colpa. Ma i nostri figli, che nella loro prospettiva lavorativa desiderano già un miglior bilanciamento tra carriera e vita privata, con il bonding time ci mostrano qualcosa di diverso: che conta anche la quantità. Il tempo dedicato alle relazioni non può essere solo ritagliato, ma va moltiplicato. Il quality time va in sottrazione: si prende al meglio quel poco che resta. Il bonding time va in moltiplicazione: si crea tempo per ciò che conta. È l’insegnamento finale del Piccolo principe: non è la sua rosa a essere unica, ma «il tempo che hai perduto per lei» ad averla resa così importante.

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Terre Rare

di Alessandro Zanoli

Sospetti digitali ◆

Prima o poi doveva capitare. E in futuro capiterà sempre più spesso. Quindi per chi di professione deve produrre testi occorrerà abituarsi. E magari correre ai ripari. In breve: ci è successo di scrivere un articolo, o, meglio, un’intervista a un esperto di questioni informatiche. Come succede normalmente nel caso di redazioni importanti, abbiamo inviato all’interlocutore la trascrizione da rivedere, per evitare eventuali errori. A breve giro di posta ci vediamo recapitare una replica molto critica che ci accusa di aver prodotto il testo con l’Intelligenza Artificiale e quindi di aver lavorato con troppa colpevole superficialità. Potete immaginare la nostra sorpresa e anche la preoccupazione. Nonostante ci capiti ormai (quasi nostro malgrado) di occuparci spesso di questo argomento, l’uso dell’IA è

per noi un campo di indagine, e anzi prevalentemente una ricerca delle sue défaillances, che ci piace segnalare ai nostri lettori. In nessun caso accetteremmo mai di proporre come nostro qualcosa di elaborato in modo «sintetico». Ma come difendersi da una simile accusa? E poi cosa significa? Che il testo non è valido perché scritto troppo bene o troppo male? Dopo l’iniziale momento di sgomento abbiamo però ricordato un articolo letto la scorsa estate. Dall’Università di Zurigo si era alzata un’accorata protesta di alcuni studenti della Facoltà di Diritto, i quali si erano visti invalidare i propri lavori di licenza. I loro docenti avevano sottoposto i testi a specifici programmi di rilevazione (manco a dirlo pilotati dall’IA) e i laureandi erano stati accusati di plagio. Gli studenti però assicuravano

Approdi e derive

di non aver chiesto nessun «aiutino» particolare alle piattaforme IA, ma di essere ricorsi semplicemente a varie, inevitabili citazioni da testi specifici, così come è lecito fare in ogni ricerca accademica. La protesta dei giovani era particolarmente preoccupata, e la condividiamo. Dopo aver lavorato duramente per costruire un testo di grande complessità, sentirlo squalificare con tanta leggerezza è davvero umiliante. E d’altro canto occorre anche mettersi nei panni dei docenti. Il rischio della frode è talmente alto, che nell’ateneo zurighese si è deciso ad esempio di reintrodurre prove orali rivolte a chi sostiene esami di dottorato, per verificare le reali competenze e conoscenze dei candidati. I quali ormai troppo spesso ricorrono all’uso dei prodotti IA, integrandoli nel loro processo di ricerca.

Per concludere il racconto della nostra (realmente traumatica) esperienza, diventata immediatamente spunto per un articolo, abbiamo chiesto al nostro interlocutore se, per giungere alla sua conclusione, avesse sottoposto l’elaborato a qualche specifico programma di test. La sua risposta è stata se possibile ancora più spiazzante. Il sospetto non era nato sulla base di una valutazione automatizzata, ma semplicemente dalla presenza di vari errori di trascrizione in alcuni nomi propri, e dal tono eccessivamente colloquiale del testo. Ora, nell’articolo volevamo veramente conservare la vivacità del discorso «parlato», per conferirgli e conservargli, se possibile, una parvenza di realismo: questo antidoto di stile, che voleva evitare un approccio troppo intellettualistico all’argomento,

era dunque risultato sospetto. E, allo stesso tempo, gli errori di trascrizione erano dovuti non all’Intelligenza Artificiale ma alla Stupidità Naturale del sottoscritto, molto propenso di suo all’equivoco. Chiarito il quadro e la necessità di una più precisa revisione del testo (e del resto proprio per quello l’avevamo sottoposto al nostro interlocutore) rimane in chi scrive la divertente conclusione finale: se temevamo che l’accusa di frode fosse dovuta a una troppo meccanica precisione dell’elaborato, in realtà il sospetto era generato dai suoi punti deboli. Quanto a dire che chi conosce l’IA sa dove andarla a scovare. Nei suoi difetti. Il che è anche abbastanza paradossale. Quelli, siamo bravissimi a metterceli anche noi. Da soli e senza l’aiuto di nessun sotterfugio digitale.

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di Lina Bertola

Atmosfere francescane per il nuovo anno ◆

Tra le ricorrenze destinate a segnare l’anno appena iniziato ce n’è una di particolare rilievo culturale e spirituale il cui significato, per i nostri tempi non proprio luminosi, è già stato anticipato nel corso degli ultimi mesi da alcune valide pubblicazioni. Stiamo parlando di San Francesco, il poverello di Assisi, uno dei santi più venerati dalla cristianità di cui si commemorano gli 800 anni dalla morte, avvenuta il 3 ottobre 1226. Come accade sempre più in quest’epoca di iperinformazione, attorno alla figura di Francesco, al suo significato storico e religioso, avremo modo di leggere molto, forse anche troppo. A prescindere da tutte le commemorazioni più o meno celebrative che verosimilmente seguiranno nei prossimi mesi, ho pensato più discretamente di lasciarmi accompagnare dentro la vita di Francesco, anche dentro le sue ombre e i silenzi pieni di verità, dalle parole di uno splendido affresco poetico. Provo dunque a incamminarmi con

sguardo accogliente tra parole leggere che ci raggiungono come un invito ad abitare poeticamente il mondo del santo e a metterci in contatto con le pieghe più delicate, con i risvolti più segreti e a volte inauditi del nostro vivere. «Il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì». Con questa frase biblica, contenuta nel libro di Tobia, inizia l’intenso racconto di Christian Bobin, Francesco e l’infinitamente piccolo, un romanzo breve, appassionato e ispirato, pubblicato per la prima volta nel 1992 e molte volte ristampato in diverse lingue. Al termine di questo racconto poetico si capirà perché quel cane scodinzolante e gioioso è proprio San Francesco. Grazie alle delicate parole di Bobin, nella vita di Francesco si riverbera la vita di ognuno di noi. La pienezza della vita, nelle sue fragilità, nei suoi passaggi tormentati, ma anche nelle molteplici manifestazioni di amore e in quelle sempre possibili di una gioia silenziosa che sappia prenderci

per mano, se lo vogliamo, nonostante tutto. È la vita che racconta sé stessa, sempre in attesa tra luci e ombre e sempre in cammino tra terra e cielo. San Francesco prende per mano il nostro stare al mondo dentro l’infinitamente piccolo dei nostri giorni e dei nostri gesti: quell’infinitamente piccolo che può rivelarsi segno prezioso di un altrove, invisibile ma sempre possibile. Fotogrammi, soste, passaggi. Nascere, amare, sentirsi in gioiosa intimità con tutto il creato. Così la sua infanzia, di cui si sa poco, diventa scaturigine di pensieri bellissimi sul nascere, sull’essere madri, sull’amore materno, e non solo. La donna, custode dell’attenzione alla vita, custode della cura come gesto d’amore universale, è un motivo ricorrente nella poetica di Christian Bobin. Il «ti amo» sulle labbra di una mamma è parola che precede ogni frammento di realtà. «Ti amavo. Ti amo. Ti amerò. Non

basta la carne per nascere. Occorre anche questa parola». E aggiunge: «Essa viene da lontano, viene dall’azzurro lontano dei cieli (…) non serve credere in Dio per essere vivificati dal suo soffio. Questa parola impregna ogni pagina della Bibbia ma impregna pure le foglie degli alberi, il pelo degli animali e ogni granello di polvere che vola nell’aria.» Francesco sembra proprio nascere da questo «ti amo» che attraversa ogni cosa e vivifica tutte le eternità. Mamma Pica è bella, il padre, Pietro di Bernardone, l’ha conosciuta in Provenza durante i suoi commerci di stoffe pregiate. Lei è un simbolo: è la sorgente di un pensiero rivolto a tutte le madri per quella loro bellezza che è la vita stessa nel suo «più terreno luccichio d’aurora». È la bellezza aurorale che colora la vita perché viene dall’amore. In questa amorevole rappresentazione del suo venire al mondo, il piccolo Francesco richiama quel divenire co-

smico in cui il materno è pura accoglienza, sorgente di amore e insieme principio di fioritura di ogni cosa. Un messaggio intenso che allude ad una pienezza forse perduta ma sempre in attesa di essere ritrovata. Forse la santità è anche, semplicemente in questo. Le madri reggono l’eterno, scrive Bobin, «la futura santità del piccolo Francesco d’Assisi, ancora imbrattato di latte e di lacrime dovrà la sua grandezza a questa imitazione del tesoro materno, estendendo alle bestie, agli alberi, a tutti gli esseri viventi quanto le madri hanno da sempre inventato per il bene di un neonato». L’amore materno è scaturigine anche della nostra comune appartenenza alla natura: «Laudato sì mì Signore per sora nostra madre terra…» Bello rileggere alcuni frammenti della vita di San Francesco in questo orizzonte di senso: in un’atmosfera aurorale in cui il buio incontra la luce e ci lascia sospesi tra terra e cielo.


Slava’s Snowshow © Veronique Vial

Anno nuovo, emozioni senza tempo. Scopri i primi, imperdibili appuntamenti del 2026. 13/14.01

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Amadeus Peter Shaffer Ferdinando Bruni Francesco Frongia

Ledisi sings Nina Metropole Orkest Jules Buckley

Slava’s Snowshow Slava Polunin

Ballet du Grand Théâtre de Genève Mirage

Mariza Regina del Fado

La leggenda di Antonio Salieri che avvelena per invidia il giovane genio Mozart rivive nella versione registica del Teatro dell’Elfo: Amadeus esalta la forza drammaturgica dell’opera di Peter Shaffer trasformandola in un capriccio sontuoso e allucinato.

Ledisi, la straordinaria voce di New Orleans, omaggia l’icona del jazz Nina Simone in un concerto che unisce la sua potenza vocale agli arrangiamenti sofisticati della Metropole Orkest, la più grande orchestra al mondo specializzata in musica jazz.

LAC Lugano Arte e Cultura

A grande richiesta torna il poetico, universale e senza tempo Slava’s Snowshow, spettacolo che, tra il vento gelido delle steppe russe e magiche tempeste di neve, continua a incantare milioni di spettatori di ogni età e provenienza.

Il Ballet du Grand Théâtre de Genève torna al LAC con la nuova creazione visionaria del coreografo franco-belga Damien Jalet e dall’artista visivo giapponese Kohei Nawa: Mirage è un viaggio sensoriale che trae ispirazione dai fenomeni ottici del miraggio.

Incluso in LAC+

Tra le interpreti più iconiche e innovative del fado, Mariza è protagonista di un concerto in cui reinventa questa musica tradizionale portoghese, pur mantenendone l’anima profonda, con brani che spaziano dalle mornas di Capo Verde ai classici del rhythm and blues.

Prevendita e calendario completo www.laclugano.ch


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ATTUALITÀ ●

Nessuna tregua in Ucraina Dal faccia a faccia tra Zelensky e Trump, alle strategie di Russia ed Europa: un conflitto che continua a infuriare in un contesto internazionale sempre più complesso

Dentro Ignalina che si spegne piano piano Viaggio nella centrale nucleare lituana, progettata su modello di Chernobyl, che sta chiudendo i battenti come richiesto dall’Unione europea

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Pagine 12-13 ◆

Fra le città, impressiona la densità di popolazione nelle megalopoli che segnano soprattutto il paesaggio asiatico. Nell’immagine: Tokyo. (Freepik)

Dove il mondo cresce più in fretta

L’analisi ◆ L’esplosione urbana e la spinta demografica in Asia e Africa – soprattutto nelle aree instabili – ridisegnano il futuro Lucio Caracciolo

Sommersi dal rumore della cronaca perdiamo il senso dei cambiamenti strutturali che incidono sul nostro stile di vita. Iniziamo quindi il nuovo anno con il proposito di concentrarci su ciò che sta sullo sfondo degli eventi epocali in corso e contribuisce a determinarli. Tra questi fattori, la tendenza alla crescita delle aree urbane rispetto alle campagne nel contesto dell’asimmetrico aumento della popolazione planetaria, raddoppiata in cinquant’anni: dai 4,1 miliardi del 1975 agli attuali 8,2. In crescendo continuo. Con Africa epicentro del fenomeno e Asia continente più abitato.

In Svizzera la tipologia urbana prevalente è quella delle towns: dei quasi nove milioni di abitanti censiti, il 44,6% vive nei centri minori L’umanità diventa ogni giorno più cittadina. Lo dettaglia il rapporto delle Nazioni Unite «World Urbanization Prospects 2025». Vale la pena studiarne i dati. Con un caveat: le statistiche vanno sempre prese con le molle. Specialmente in questo caso,

considerando la diversità delle fonti e dei criteri utilizzati, inerenti ai caratteri degli Stati e dei popoli di riferimento, che implicano qualche grado di approssimazione se non di manipolazione. Anche perché un riflesso immediato della concentrazione di umani in spazi urbani, quindi ristretti, è la difficoltà di identificarli o solo contarli. Lo scrivente ne ebbe diretta conferma qualche anno fa da un ministro egiziano, il quale appreso della mia professione, esclamò: «Lei si occupa di geopolitica? Per caso avrebbe una buona mappa del Cairo?». La verità sta spesso nelle battute. Il rapporto dell’Onu distingue tre gradi di urbanizzazione, in continuità fra loro: città (city), con una popolazione di almeno 50 mila abitanti e una densità di popolazione di almeno 1500 persone per kmq; centro minore (town), da almeno 5 mila abitanti, con densità di almeno 300 persone per kmq; area rurale (rural area), inferiore per numero e densità di anime. Il trend globale indica come la crescita demografica si concentri sempre più nelle città e nei centri minori, meno nelle campagne. Se nel 1950 solo il 20% degli umani viveva in città, oggi è il 45%. I residenti nei centri

minori sono leggermente calati, dal 40% al 36%. Quanto alle aree rurali, ad abitarle resta il 19% dell’umanità. Le proiezioni informano che di qui al 2050 la tendenza si accentuerà. La crescita della popolazione mondiale si concentrerà per i due terzi nelle città, seguite dai centri minori. Si calcola che gli abitanti delle campagne toccheranno il picco nel 2040, per avviarsi verso una curva di graduale declino. Fra le città, impressiona la densità di popolazione nelle megalopoli che segnano soprattutto il paesaggio asiatico, mentre in Europa resistono i centri minori e le aree rurali. In Svizzera la tipologia urbana prevalente è quella delle towns: dei quasi nove milioni di abitanti censiti, il 44,6% vive nei centri minori, contro il 32,5% concentrato nelle città e il 22,9% in campagna. La tendenza pare stabile nei prossimi 25 anni. Fra i maggiori Paesi europei, il più rurale è la Francia (37,5%). L’Italia (23,1%) e la Germania (26,6%) mantengono una quota di campagnoli superiore alla media mondiale. Di speciale rilievo è lo sviluppo delle megalopoli. Tra le prime dieci, nove sono in Asia, con la sola ec-

cezione del Cairo. La più popolosa è l’indonesiana Giacarta (42 milioni), seguita da Dacca (Bangladesh) con quasi 37 milioni, destinata però a diventare il numero uno nel 2050, e da Tokyo (Giappone) con 33 milioni. La pakistana Karachi entrerà nella top ten nel 2030 e sarà quinta in classifica nel 2050. Inoltre, India e Cina da sole sommano 1,2 miliardi degli abitanti in città su scala mondiale, oltre i quattro decimi del totale. La concentrazione del super-urbanesimo riguarderà nei prossimi anni soprattutto sette Paesi: India, Nigeria, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Bangladesh ed Etiopia. Ecco un caso da manuale di mutamento qualitativo determinato dalla crescita quantitativa. Lo stile di vita – o di sopravvivenza – nelle megalopoli e nelle grandi città in genere ha ben poco a che vedere con quello di chi non si muove dai centri minori o dalle campagne. Fra l’altro, la stessa durata media della vita cresce sensibilmente in città, così come la fruibilità di servizi d’ogni genere. Allo stesso tempo, nelle megalopoli le esistenze tendono a individualizzarsi causa crisi delle famiglie e delle comunità.

Lo slittamento verso l’Asia del baricentro demografico e urbano del pianeta trova alimento nell’urbanizzazione asimmetrica, a scapito dell’Occidente e dell’Europa in particolare. Tutto questo ha evidenti conseguenze geopolitiche. La più rilevante è la montante instabilità, confermata al grado massimo dal proliferare di guerre – se ne contano una sessantina, quasi tutte concentrate fra Africa e Asia – e a quello più diffuso ma meno indagato (o indagabile) dalla conflittualità sociale e politica radicata nelle metropoli. Più persone che sgomitano in spazi stretti e informali significano minore possibilità di controllo e gestione dell’ordine pubblico. Per questo alcuni regimi – ad esempio l’egiziano – puntano su nuove città di fondazione dove concentrare Governo e forze di sicurezza, lontano dalle pressioni popolari. Insomma «Caoslandia», come «Limes» definisce le aree in gran parte africane e asiatiche dove divampano i conflitti, declinano le istituzioni e si manifestano i più gravi disastri ambientali, tende ogni giorno di più a distinguersi dalla nostra fortunata (e fortunosa) «Ordolandia». Ma guai a illuderci di poter vivere di rendita.


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MONDO MIGROS

LIFESTYLE Gatti

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Ha bisogno di una fontanella? I gatti devono sempre avere accesso all’acqua. Ma non è necessaria per forza una fontanella. «Poiché le fontanelle d’acqua incoraggiano i gatti a bere, noi le consigliamo», spiega Liesegang. Va bene anche mettere l’acqua in una piccola ciotola, purché venga cambiata una volta al giorno. Più frequentemente se dovesse essere molto sporca. Le fontanelle che funzionano continuamente e non sono sporche possono essere mantenute in funzione anche per cinque giorni, dopodiché l’acqua deve essere cambiata.

Quante volte al giorno hanno bisogno di mangiare? «I gatti dovrebbero essere in grado di consumare circa 10-12 pasti nell’arco di 24 ore», afferma Annette Liesegang, docente di nutrizione veterinaria e dietetica presso la Facoltà Vetsuisse dell’Università di Zurigo. Nella vita di tutti i giorni, tuttavia, di solito è impossibile dare da mangiare al gatto così spesso, quindi quattro pasti al giorno sono sufficienti. Se un gatto ha accesso costante al cibo, può mangiare quando ne sente il bisogno.

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Sono meglio gli alimenti umidi o quelli secchi? Secondo Liesegang è meglio dare al proprio gatto entrambi: «In linea di massima, consigliamo varietà, quindi di alternare cibo umido al mattino, cibo secco nel corso della giornata e di nuovo cibo umido fresco alla sera». Il cibo secco deve essere disponibile per il gatto durante la notte. Il vantaggio degli alimenti umidi è che in questo modo i gatti consumano automaticamente più acqua. «Inoltre, gli alimenti umidi contengono solitamente più proteine e grassi in rapporto agli altri nutrienti rispetto al cibo secco», spiega Liesegang.

3 Immagine: Getty Images

Bisogna dare al gatto degli snack? In linea di massima, i gatti non hanno bisogno di snack, se non durante l’addestramento. «In quel caso sono adatte crocchette ricche di proteine o piccoli pezzi di carne essiccata», dice Liesegang. Tuttavia, le leccornie sono come un pasto, il che significa che se ne somministri molte al tuo gatto, dovrai ridurre la quantità degli altri alimenti.

Testo: Barbara Scherer

Come alimentare correttamente

Azione Per la tua tigre da salotto

il gatto

È meglio dargli solo alimenti umidi o sono meglio quelli secchi? Ci sono molti miti e credenze che riguardano l’alimentazione dei felini. Un’esperta fa chiarezza

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Il gatto deve mangiare solo carne pura? Un elevato contenuto di carne negli alimenti è importante perché i gatti sono carnivori per natura. Perciò hanno bisogno di molte proteine. Ma la carne da sola non è sufficiente. «La carne contiene una quantità troppo esigua di minerali, come il calcio, e di vitamine per coprire il fabbisogno giornaliero di un gatto», afferma Liesegang.

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Il gatto può avere sempre accesso al cibo? Sì, e se non dovesse essere possibile, si può utilizzare un distributore automatico. Mio Natural Taste · cibo secco per gatti · tacchino 1 kg Fr. 6.90 Azione 33% su tutto l’assortimento di alimenti e snack per gatti Mio, a partire da 2 pezzi, dal 6.1 al 12.1.2026


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ATTUALITÀ

Sotto la superficie dello Stato Il punto ◆ Dal caso della Makhteret Yehudit alle tensioni dell’Israele di oggi: radicalizzazione e fragilità istituzionali di una realtà sempre in bilico Sarah Parenzo

rviante. Inoltre, secondo le indiscrezioni di allora, tra i finanziatori della clandestinità vi sarebbero stati alcuni gruppi cristiani evangelici statunitensi che avrebbero trasferito ai suoi leader milioni di dollari, come avviene ancora oggi rispetto alle colonie ebraiche in Cisgiordania. Alla fine tuttavia, come riportano i giuristi Mordechai Kremnitzer e Yoram Rabin nel loro Il processo della Makhteret Yehudit (1990), pressioni sociali e tensioni politiche contribuirono a ridurre le pene portando alla scarcerazione entro la fine degli anni 90 della maggior parte dei condannati. La rappresentante della Procura dello Stato, Dorit Beinisch, presentò allora ricorso alla Corte Suprema contro la leggerezza delle pene inflitte a 5 dei condannati, ma il ricorso fu respinto nell’aprile 1986. Come se non bastasse, alcuni degli imputati ricoprono posizioni di consulenza o ruoli pubblici nell’attuale Governo a dimostrazione di come la società israeliana sia in grado di reintegrare individui ai margini della legalità, soprattutto nel contesto religioso-nazionalista (Tamar Hermann e Daniel Monterescu, Società e religione in Israele: integrazione dei margini, 2010).

Nel Paese cresce la povertà, il caro vita, l’inefficienza del sistema sanitario e tanti professionisti se ne vanno L’identificazione di parte dell’opinione pubblica con la vicenda della cellula clandestina ebraica e le sue conseguenze offrono dunque una lente preziosa proprio per comprendere i dilemmi d’Israele oggi, partendo dalla radicalizzazione politica e religiosa quale fenomeno intrecciato al contesto sociale, fino ai limiti e all’ambiguità dell’apparato giudiziario. Dopo la «tregua» mediata dagli Usa e il ritorno degli ostaggi, il Paese attraversa una fase di transizione segnata da instabilità e forti tensioni interne, destinate ad inasprirsi in vista delle possibili elezioni previste per la fine del 2026. L’istituzione di adeguate commissioni d’inchiesta sui fallimenti della guerra è osteggiata da Netanyahu che persiste nel mantenere aperti molteplici fronti di conflitto con diversi Paesi della regione. Tale percezione di precarietà all’interno del Paese trova conferma

nella crescita della povertà, nel caro vita, nell’inefficienza cronica del sistema sanitario, i cui servizi pubblici di salute mentale non riescono a far fronte alla domanda, e nell’espatrio di professionisti, provenienti soprattutto dai settori scientifici e dell’high tech. Nel corso della visita del premier israeliano della settimana scorsa, il presidente americano ha ribadito la richiesta di grazia al presidente Herzog rispetto al processo di corruzione a carico di Netanyahu appoggiandone anche la linea dura contro l’Iran qualora la minaccia nucleare si ripresenti concretamente. Così facendo, Trump ha ulteriormente spiazzato gli israeliani che contavano sulla sua mediazione per stabilizzare la sicurezza e procedere alla fase due della tregua che prevedeva il disarmo di Hamas e la ricostruzione di Gaza. Tutto questo si riflette naturalmente anche nella politica interna israeliana che resta polarizzata. L’ambiguità delle componenti ebraiche dell’opposizione nei confronti dei partiti arabi, le tensioni con gli ultraortodossi per l’esonero dalla leva obbligatoria e l’avanzamento della riforma giudiziaria – che include l’introduzione della pena di morte a carico dei presunti terroristi e la nomina di figure controverse, come l’attivista dell’estrema destra nazionalista Zvi Succot, a capo della Commissione parlamentare per l’istruzione – accentuano le divisioni culturali e politiche. Ripiegata su se stessa e perennemente concentrata su scandali interni, fratture politiche e culturali, la società ebraica israeliana si sottrae così al dialogo con le accuse esterne per tutto ciò che concerne le politiche di occupazione e pulizia etnica, scegliendo di respingere acriticamente ogni forma di boicottaggio. La tensione sociale si manifesta anche in episodi quotidiani di razzismo e discriminazione nei confronti di autisti, netturbini e lavoratori palestinesi, aggressioni queste ultime che raccontano quanto la percezione di sicurezza, la giustizia e l’uguaglianza siano questioni ancora irrisolte. In questo intreccio di passato e presente, The Jewish Underground non è solo un documentario storico, bensì uno strumento di analisi per comprendere quanto i confini tra legalità, consenso sociale e valori morali nello stato ebraico siano fragili e soggetti a pericolose contrattazioni su base etnico-religiosa.

Una tregua lontana Ucraina ◆ L’incontro tra Zelensky e Trump, la posizione della Russia e dell’Europa Anna Zafesova

Tre anni fa, alla fine del 2022, gli ucraini – a cominciare da Volodymyr Zelensky, nel suo messaggio di fine anno – si auguravano la vittoria. Alla vigilia del 2026, in toni molto meno ottimisti, hanno espresso un auspicio di pace. Che la pace sia cosa diversa dalla vittoria – intesa come una cacciata dell’invasore russo, con la liberazione di tutti i territori occupati dal nemico – è una realizzazione condivisa dopo quattro anni di guerra su larga scala. Che una tregua sia cosa diversa dalla pace è qualcosa che insieme agli ucraini hanno compreso nel corso di questo anno anche gli europei, come dimostrano i programmi di riarmo, dell’Ue e dei suoi singoli membri, e i preparativi a respingere un nuovo attacco russo inseriti ormai nei piani strategici di quasi tutti i ministeri e comandi militari a ovest di Kiev. Che anche una tregua provvisoria, che duri anni o perfino mesi, sia ancora lontana, lo si è capito negli ultimi giorni del 2025, quando il vertice tra Zelensky e Donald Trump in Florida (vedi foto) ha rinviato ulteriormente l’approvazione di un accordo «pronto al 95%», e già respinto da Vladimir Putin, deciso a «raggiungere i suoi obiettivi con strumenti bellici» e quindi non molto interessato a una trattativa.

Il presidente Usa e il Cremlino L’anno politico per l’Ucraina è iniziato il 28 febbraio scorso, con Zelensky cacciato dallo Studio Ovale da Trump e JD Vance, e con la svolta della Casa Bianca repubblicana rispetto alle sue alleanze transatlantiche pluridecennali. I mesi successivi sono stati segnati da manovre di alto pilotaggio politico, il cui obiettivo principale – come è diventato chiaro nella conferenza stampa a Mar-a-Lago, durante la quale il presidente ucraino alzava le sopracciglia mentre il padrone di casa raccontava che «Putin vuole la pace e il successo dell’Ucraina» – si è piano piano spostato dalle necessità di fronteggiare l’aggressione di Mosca alla priorità di non fare infuriare Washington. Il presidente Usa si è proposto come mediatore ma di fatto, sia nelle opinioni che ha espresso, sia nella scelta di riservare pressioni soprattutto a Kiev, su molti dossier si è sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda del Cremlino. Che intanto continua a insistere per riscrivere il diritto internazionale, esigendo non solo l’annessione di fatto dei territori ucraini occupati, ma anche il loro riconoscimento giuridico, qualcosa che né l’Ucraina, né l’Europa potranno accettare. La rottura con gli Usa ha saldato un’alleanza tra Kiev, Bruxelles, Lon-

dra, Roma, Berlino e Parigi, impegnate insieme a impedire una spartizione dell’Ucraina secondo i disegni di Putin: un risultato che promette di ridisegnare la mappa del potere globale negli scontri del futuro. Nell’immediato però il fattore tempo diventa cruciale. L’alleanza dei «volenterosi» non è ancora in grado di essere indipendente dalla potenza militare e di intelligence degli Usa, specie in un momento in cui la propaganda putiniana sceglie come suo bersaglio preferito proprio l’Europa. L’Ucraina dipende troppo dagli aiuti occidentali, soprattutto dall’Ue, che non è riuscita ad accordarsi sull’utilizzo degli asset russi che ha congelato, per salvare Kiev da una crisi finanziaria devastante. La mancanza di militari comincia a farsi sentire pesantemente nelle prime linee, insieme alla carenza di missili e batterie della difesa antiaerea che permettono di proteggere le città ucraine dall’escalation degli attacchi russi: quasi 100 mila droni sono stati scagliati da Mosca contro l’Ucraina, e il numero delle vittime civili è in perenne aumento dal maggio 2025. E gli attacchi mirati sulle infrastrutture, che lasciano i civili al freddo e al buio per giorni, sono finalizzati a piegare gli ucraini, e scoraggiare gli aiuti e gli investimenti in un Paese perennemente sotto attacco. Il tempo però non è clemente nemmeno con Putin. Le sanzioni contro gli acquirenti del petrolio russo hanno fatto precipitare le entrate del Cremlino, e i giganti energetici russi hanno chiuso l’anno con perdite a due cifre. Nel novembre scorso l’economia russa è entrata in stallo, mentre l’industria, l’edilizia e il commercio mostravano un segno meno. I compensi ai soldati volontari sono stati visibilmente ridotti, e se si somma questa circostanza alle perdite subite dall’esercito negli ultimi mesi di avanzata nel Donbass, diventa evidente che presto il dittatore russo dovrà scegliere se fermarsi oppure procedere con una mobilitazione forzata, incrinando il consenso al suo regime. Inoltre, nella campagna elettorale del Mid-Term, Trump potrebbe diventare meno clemente, per accontentare il suo elettorato repubblicano in maggioranza ostile alla Russia. Quindi, così come per Zelensky è vitale arrivare fino alla primavera, per liberarsi per almeno sei mesi del ricatto dei bombardamenti alle centrali elettriche e termiche, e provare a rilanciare una controffensiva, così per Putin è cruciale spingersi il più avanti possibile, prima che la sua macchina bellica cominci a inghiottire la sua economia. Solo allora le prospettive di un accordo, di tregua se non di pace, potrebbero prendere forma.

Keystone

L’organizzazione terroristica di coloni israeliani di destra pianificava di colpire la Cupola della roccia di Gerusalemme, luogo santo musulmano per eccellenza. (Wikipedia)

Il documentario The Jewish Underground (Shai Gal, 2017), di recente trasmesso dalla piattaforma israeliana Yes, ha riportato alla luce la storia della Makhteret Yehudit, una cellula clandestina ebraica attiva tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta del Novecento. Si tratta di una sorta di thriller politico-investigativo che, attraverso interviste e ricostruzioni fattuali e processuali, racconta la storia di come i membri della più grande organizzazione terroristica di coloni israeliani di destra abbiano finito per diventare una potenza dominante all’interno dell’attuale Governo israeliano. Mosse tanto dall’ideologia religiosa, quanto dalla percezione di minaccia e da un senso di inefficacia dello Stato, le azioni attribuite alla cellula includono un attentato contro tre sindaci palestinesi nel giugno 1980 e un attacco del luglio 1983 allo Islamic College di Hebron, in cui tre studenti furono uccisi e 30 feriti. Per lo studioso Menachem Klein (Settlements and Power, 1995) eventi come il massacro all’accademia talmudica di Hebron nel maggio 1980, in cui 6 studenti ebrei furono uccisi e 16 feriti, rafforzarono la convinzione tra alcune comunità religiose nazionaliste che fosse moralmente giustificato agire in autonomia, in assenza di protezione statale. Le indagini dei servizi di sicurezza israeliani richiesero mesi per identificare i responsabili che pianificavano tra le altre cose di colpire la Cupola della roccia di Gerusalemme, luogo santo musulmano per eccellenza. Il processo, tenutosi nel 1984, portò alla condanna di 15 membri su 29, con tre condanne all’ergastolo. Tra i simpatizzanti e sostenitori dei detenuti si annovera il rabbino di origini algerine Yehuda Leon Ashkenazi («Manitou») che considerava la statualità promossa dai leader sionisti religiosi come ipocrita rispetto alle scelte delle istituzioni da lui definite diasporiche e umilianti. L’atteggiamento sovrano di conquista e dominio sulla Terra d’Israele senza esitazioni né ritirate auspicato da «Manitou» trovò invece una forte opposizione nel rabbino di origini austriache Zvi Tau e dai rabbini di quelle che in seguito furono chiamate le «Yeshivot HaKav», i quali sostennero che l’uso degli scritti del rabbino Abraham Isaac Kook – che aveva lavorato per fondare il concetto di statualità in Israele – per minarla dall’interno fosse falso e fuo-

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Dentro una centrale nucleare che

Reportage ◆ Un viaggio in Lituania per scoprire Ignalina: l’impianto progettato sul modello di Chernobyl che, come richiesto dall’Ue, s Clara Valenzani, testo e fotografie

Il grosso pulsante rosso, the infamous red button con la scritta «premere solo in caso di emergenza», non c’è. Al suo posto, nella sala di controllo, è stata installata una manopola, come sul forno a microonde. Solo che invece di far scaldare piatti pronti, quella rotella serviva a disattivare un reattore nucleare. E ad evitare che una centrale al confine tra Lituania e Bielorussia esplodesse replicando Chernobyl e contaminando un’area di 200 mila km quadrati, grande quasi quanto la Gran Bretagna. Questa è la storia di Ignalina: un sito nucleare dormiente, silenziato dopo l’onda di paura generata dal suo gemello ucraino. Un racconto che inizia 40 anni fa e che ancora non è terminato, perché Ignalina, smantellata pezzo dopo pezzo, finirà di spegnersi nel 2038.

La creazione di Visaginas Nevica forte. Quando arrivo alla stazione di Visaginas, nel nord est della Lituania, sono l’unica straniera, l’entusiasmo per la visita alla centrale quasi si smorza tra gli alluci che lamentano il gelo. Per giungere in questo avamposto brutalista (Visaginas è stata costruita ex novo negli anni Settanta del Novecento per ospitare i lavoratori della centrale nucleare di Ignalina, come molte «città nucleari» sovietiche, segue una logica funzionale, geometrica, pianificata), dove il russo è ancora la lingua dominante, bisogna prendere un treno che da Vilnius si addentra tra

alberi dalle cortecce rosse e bianche e attraversa pianure solitarie. Un odore balsamico aleggia nel vagone. Talvolta le porte si aprono per far salire passeggeri di vento, inesistenti, in attesa sotto le pensiline; dentro tutto è ovattato, i pochi suoni cadono leggeri come la neve sotto le luci al neon. Dopo un paio di ore di viaggio la locomotiva si ferma. Scendo. «Ignalina è a dieci minuti di macchina», mi aveva avvertita Milda, l’addetta stampa della centrale.

Il turismo dei luoghi sinistri Poco dopo, ecco infatti il profilo di un camino a tre ciminiere, preannuncia-

to da un grosso monumento di stampo sovietico. Formalità, polizia, metal detector: sono dentro la centrale nucleare con Milda, che mi farà da guida. Attraverso due spogliatoi: si tiene solo l’intimo e si indossano nuovi calzini, doppi pantaloni, doppia casacca, scarpe, caschetto, tutto bianco. Il colore è un residuo dei tempi passati, per individuare le polveri radioattive più facilmente. In tasca mi viene messo un contatore geiger: «Durante il tour – spiega Milda – si viene sottoposti alla stessa quantità di radiazioni che si riceverebbe durante un’ora di volo». Non sono la prima a effettuare una visita. Il cosiddetto dark tourism, il turismo dei luoghi sinistri, ha coinvolto

anche questo sito. «Qui hanno girato numerose scene della serie HBO Chernobyl per la somiglianza tra le due strutture. Ignalina è diventata famosa: prima della pandemia, per i turisti c’era una lista di attesa fino a sei mesi». Per la stesura di questo reportage è stato concesso un ingresso in via eccezionale, poiché è in corso una nuova fase dello smantellamento e gli esterni non possono accedere. Ma la centrale, che sta venendo smembrata dal 2009, ha avuto un passato glorioso, ed era stata pensata per un avvenire brillante. «La sua costruzione – prosegue Milda mentre scendiamo le scale – inizia nel 1972, quando la Lituania

faceva parte dell’URSS. Dal 1983 al 2004 venne attivata l’Unità 1, contenente il primo reattore, dal 1987 (un anno dopo la tragedia di Chernobyl) al 2009 l’Unità 2 (secondo reattore), la costruzione della 3 e della 4 furono sospese. I reattori di Ignalina sono di tipo RBMK, gli stessi usati in Ucraina. Si decise di lanciare la seconda unità perché erano stati spesi molti soldi, ma dopo Chernobyl la chiusura divenne un prerequisito per l’ingresso del Paese nell’Ue, avvenuto nel 2004. A mio parere la situazione era sicura, erano stati effettuati molti controlli. Non abbiamo mai avuto incidenti gravi, né evidenze di malattie causate dalla radioattività».


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ATTUALITÀ

si sta lentamente spegnendo

sta chiudendo i battenti. Un luogo sospeso nel tempo, testimone di un passato intrecciato con le vicende dell’ex Unione Sovietica

convogliato nelle turbine di 40 metri, faceva girare le eliche e illuminava la Lituania. Potrà succedere di nuovo, in futuro? Non c’è una risposta univoca: all’ultimo referendum sul nucleare, avvenuto nel 2012 dopo Fukushima, i cittadini votarono no, ma forse nel 2050 si proporrà un’altra strategia e si riaprirà il dibattito.

Corridoio asettico

Il costo stimato dello smantellamento fino al 2038 è di 3 miliardi e mezzo, di cui l’86% verrà coperto dall’Ue Obiettivo militare? Il racconto di Milda accompagna i nostri passi, stiamo andando al livello +27, attraversando corridoi lunghi, stretti, senza finestre. Anche se saliamo, sembra di essere sottoterra. Giungiamo al reattore della seconda unità: in un hangar c’è un largo cilindro contenente 235 cubi, differenziati per funzione a seconda dei colori, e

Quell’odore sovietico

1661 tubi, al cui interno veniva messo il carburante, cioè barre composte da uranio 235 e altri additivi. Ognuna forniva una quantità di energia equivalente a 400 litri di petrolio, in grado di soddisfare l’88% del fabbisogno elettrico del Paese. «I reattori RBMK hanno una protezione esterna meno efficace, il che li rende più vulnerabili, ma anche più facili da riempire: ogni cella può essere aperta separatamente, senza spegnere l’intera struttura come nei modelli VVER». Vista la vicinanza a una zona di influenza russa, chiedo se Ignalina possa costituire oggi un obiettivo militare, ma Milda risponde tranquilla: «Il peggio sarebbe potuto succedere quando era ancora in funzione». Abbandoniamo il reattore per entrare nella stanza di controllo. È come essere all’interno di un’astronave: computer, pulsanti, diagrammi. Ci lavoravano quattro persone al giorno, copertura 24 ore su 24, concesso assentarsi per 15 minuti al massimo, c’è persino una panca da palestra in un angolo. Tutto era studiato per garantire l’efficienza, venivano richiesti nove anni di studio e aggiornamenti costanti, i manuali riempiono un ar-

madio a sei ante. Anche da visitatrice, il pensiero di dover gestire tutto porta un senso di ansia. Infine arriviamo in uno spazio che potrebbe contenere tre aerei: la sala

delle turbine. Gli operai sono impegnati, bisogna indossare la mascherina per proteggersi dalle polveri. È qui che l’energia terminava il suo percorso: il vapore nato nel reattore veniva

La visita è giunta al termine. Mi appoggio a uno scanner per controllare le radiazioni: sono pulita. Riemergo al freddo dell’esterno. L’esperienza è stata alienante. Le luci, i pannelli metallici che rumoreggiano sotto le suole bianche e spesse, i corridoi stretti alternati alle stanze ciclopiche, e quell’odore indescrivibile, un misto di chiuso, gas, fabbrica. «Soviet smell», odore sovietico, aveva scherzato Milda. E poi quella sensazione: a tre ore di distanza sembra tutto più razionale, meno fascinoso. Quando riprendo il treno per Vilnius nevica di nuovo. Ancora fiocchi grossi, ma leggeri, che si muovono in orizzontale con il vento, depositandosi sulla banchina dell’unico binario di Visaginas, disposti ad accompagnarmi nel viaggio di rientro. Annuncio pubblicitario

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Uno sguardo a Zaporijia, tra passato e presente L’eredità nucleare dell’URSS continua a pesare sull’Europa molto più di quanto si voglia ammettere. Il caso più evidente è Zaporijia, la più grande centrale nucleare del Continente, oggi trasformata in una pedina di guerra: occupata militarmente, circondata da trincee, costretta a funzionare in condizioni che nessun impianto atomico dovrebbe mai conoscere. Le immagini dei reattori spenti, dei tecnici sotto pressione e dei continui blackout ricordano quanto fragile sia l’infrastruttura sovietica quando viene trascinata dentro un conflitto contemporaneo. Zaporijia è diventata il simbolo di un rischio che non è mai davvero scomparso: quello di un nucleare progettato per un’altra epoca, ora esposto a minacce che nessun manuale aveva previsto. Sul versante opposto, lontano dal

fronte, c’è Ignalina, in Lituania: un impianto gemello di Chernobyl che non è più una minaccia attiva, ma un’eredità da smontare con pazienza chirurgica. La sua chiusura, imposta dall’Unione europea per ragioni di sicurezza, mostra l’altra faccia del passato sovietico: non il pericolo immediato, ma il lavoro lento, costoso e complesso necessario per disinnescare ciò che l’URSS ha lasciato in eredità ai suoi ex territori. Zaporijia e Ignalina raccontano due estremi della stessa storia: da un lato un impianto che rischia ogni giorno di diventare un incidente geopolitico, dall’altro un gigante spento che richiede decenni per essere smontato. In mezzo, un Continente che continua a fare i conti con un nucleare che non ha mai davvero smesso di pulsare. / Red.

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Nel mentre abbiamo attraversato un corridoio asettico. Le vetrate danno sull’esterno, si vedono i binari utilizzati per far arrivare il carburante dalla Russia, più economico. Quello stesso carburante è già stato tolto dal secondo reattore, ora sono in atto i lavori sul primo. Una volta svuotati, i rifiuti vengono immagazzinati in barili alti quattro metri e larghi due, con pareti di cemento spesse 20 cm. «All’interno – dice Milda – le reazioni continuano. È come un fuoco sotto la brace. Poggiando una mano sul fusto si percepirebbero 40°, quando dentro ce ne sarebbero forse 100». È in corso anche la costruzione di un deep repository, una camera a 500 o 700 metri di profondità che ospiterà le scorie più pericolose entro il 2067, così da demolire gli edifici in cui siamo. Un piano il cui costo stimato fino al 2038 è di 3 miliardi e mezzo, da riaggiustare di fase in fase, di cui l’86% verrà coperto dall’Unione europea. Lo smantellamento di una centrale nucleare non è banale: se quando era in funzione necessitava di 5000 dipendenti, oggi a Ignalina ne lavorano 1600 tra ingegneri, operai e impiegati, tutti occupati a svuotare, tagliare, spostare, schedare. La centrale fu una benedizione per i 20 mila abitanti di Visaginas, città che oggi si regge invece su mobilifici e industrie di dispositivi medici.


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CULTURA ●

Salieri e il prodigio che lo ha distrutto Ferdinando Bruni firma e interpreta Amadeus al Lac leggendo Mozart, in quanto genio musicale, attraverso la lezione di Peter Shaffer

Il poema che non ha parole Fabio Visintin sfida la tradizione epica e mette in scena l’Odissea attraverso il linguaggio esclusivo delle vignette

Il ritorno di Griffi con un romanzo fiume Il libro introvabile sulle ferrovie messicane, da oggetto della caccia narrativa, diventa in Digressione un protagonista onnipresente

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Un giovane e la sua grande avventura jazz Personaggi ◆ Intervista a Filippo Valli, sassofonista ticinese 25enne, chiamato a rappresentare il Ticino nel festival nazionale Suisse Diagonales Jazz Alessandro Zanoli

Ha poco più di 25 anni, ma possiede un suono e una personalità di esecutore di forte maturità ed eloquenza. Sarà perché suona il sassofono da quando ha sette anni: una passione radicata nell’infanzia, che oggi sembra dare ottimi frutti. Con il suo quartetto è stato scelto per rappresentare il Ticino al festival nazionale «Suisse Diagonales Jazz»: si è assicurato così sette date nei principali jazz club della Svizzera interna. Filippo Valli è senza dubbio una delle più interessanti sorprese che la scena jazz del nostro cantone ci offre attualmente. Tra i giovani jazzisti ticinesi è peraltro uno di quelli che ha un percorso formativo piuttosto particolare. Dopo aver frequentato la SMUM di Lugano, per conseguire il suo Bachelor è partito per Milano e ha seguito i corsi della Civica Scuola Jazz, un istituto con un’impostazione legata alla tradizione jazzistica «classica». Per conseguire il suo Master, invece, si è iscritto alla Jazz Hochschule di Lucerna, una delle accademie più aperte, sperimentali, presenti in Svizzera.

La sua maturità musicale nasce dalla tradizione jazzistica italiana e dalla apertura sperimentale della Jazz Hochschule di Lucerna Abbiamo incontrato Filippo Valli di recente, in occasione di un suo concerto tenuto a Jazz in Bess di Lugano, dove si è esibito appunto con il suo quartetto in una sorta di test preparatorio alla futura mini-tournée svizzera. Gli abbiamo chiesto di parlarci della particolare preparazione di strumentista. «Sì, è vero», ci ha confermato, «si tratta di due impostazioni musicali abbastanza diverse: la prima è legata a un modo di considerare il jazz molto italiana, potremmo dire centrata cioè sullo stile dei grandi jazzisti del passato. A Lucerna invece l’insegnamento è molto aperto alle influenze di ogni stile. Questo modo di vedere la musica mi ha allargato gli orizzonti. Ho avuto un’esperienza molto positiva nell’insegnamento di Heiri Känzig, contrabbassista tra i migliori ma anche insegnante veramente speciale». Il cursus della scuola lucernese contempla in particolare un esame finale in cui il giovane musicista deve mettere in cantiere e realizzare un proprio primo «vero» album. In questo modo è nato dunque il suo disco d’esordio, Parts of Life. «L’ho registrato con alcuni compagni di corso, che sono attualmente membri del mio quartetto. È stata l’occasione in particolare per proporre alcune mie

composizioni. Mi piace molto comporre, anche se negli ultimi tempi non ho avuto modo di farlo spesso. Ho diversi progetti in corso e seguire tutto è un po’ complicato». Oltre la sua attività di solista, in effetti, Valli sta frequentando la Zürcher Hochschule der Künste, in cui si diplomerà in Pedagogia. E, tanto per segnalare altre sue molte occasioni di ingaggio, lo abbiamo potuto ascoltare di recente in Ticino nell’esibizione della «Lugano Jazz Orchestra» e poi, ancora prima, nei ranghi della «Nuova Orchestra Radiosa», un ensemble radunato nel 2024 dalla RSI per celebrare la storica formazione musicale del nostro cantone. «Sono state due esperienze molto simili, e anche legate direttamente tra loro, in fondo. A me comunque piace molto suonare in ambito orchestrale e mi è già capitato varie volte. A Milano, durante la scuola, ho potuto suonare con la Big Band di Enrico Intra e con quella di Paolo Tomelleri; e poi anche qui in Svizzera sono stato chiamato a far parte di varie formazioni». Va sottolineato che l’esperienza musicale italiana di Filippo Valli è stata sicuramente favorita dai consigli di Gabriele Comeglio, sassofonista di esperienza e docente della SMUM di Lugano. «Gabriele è stato il mio primo insegnante ed è stato lui a consigliarmi di iniziare gli studi a Milano. È un musicista eccellente e soprattutto un ottimo arrangiatore e bandleader. Non a caso gli è stato chiesto di collaborare anche con la Lugano Jazz Orchestra. Gli devo molto dal punto di vista musicale, in particolare per la sua capacità didattica». Il giovane Filippo Valli fa parte di una nuova generazione di jazzisti che guarda alla storia di questa musica con un occhio molto moderno. I punti di riferimento per lui sono quelli dei grandi esecutori recenti. «Certo, sassofonisti come Charlie Parker sono fondamentali e del resto lo stesso Comeglio, quando ero suo allievo, me lo ha fatto studiare a fondo. Ma per il resto la musica che ascolto e che mi ispira è quella degli artisti più recenti, come Immanuel Wilkins». L’attitudine di Filippo e dei suoi numerosi giovani colleghi è infatti quella di fare riferimento alla schiera di strumentisti che sono cresciuti nel «dopo Miles Davis». Potremmo dire che si sono formati alla scuola dell’esperienze di formidabili solisti come Joshua Redman, Avishai Cohen e Roy Hargrove. «Hargrove è per noi una grande ispirazione. Le sue composizioni si radicano sempre nella tradizione, ma poi prendono il volo verso sviluppi inaspettati. Sono veramente innovative e geniali». Dopo la prova iniziale e il debutto

Filippo Valli con il suo sassofono. Gli altri componenti del quartetto sono Yves-Yann Lavaly, Emilio Giovanoli e Alessandro Alarcon, insieme saranno in tournée dal 24 gennaio al 19 febbraio; per il calendario delle date seguire il link: diagonales.ch/ bands/filippo-valli-quartet

discografico Filippo Valli sta iniziando dunque la carriera vera e propria del jazzista, che non è certo la professione più semplice, e sarà naturalmente affiancata dal suo impegno come insegnante. Gli chiediamo se non stia pensando alla possibilità di realizzare un nuovo disco: «Per ora no. Bisogna dire che oggi i musicisti si orientano ormai in prevalenza verso le piattaforme online per pubblicare

la loro musica e l’idea di registrare dei CD sembra quasi un po’ inutile. Conosco grandi interpreti che nelle loro ultime pubblicazioni hanno una quantità enorme di dischi invenduti. Io stesso utilizzo la formula proposta dal sito Bandcamp, da cui si possono scaricare brani singoli oppure l’intero album, ma soltanto in formato digitale». Rimandando dunque a quella piat-

taforma chiunque volesse ascoltare e scaricare la musica di Filippo Valli (filippovalli.bandcamp.com) speriamo di poter ascoltare presto alcune delle nuove composizioni che sta mettendo in cantiere e in cui mostra una vena di autore molto originale. «Sto componendo, nonostante tutto, e con il quartetto stiamo preparando un nuovo repertorio, che speriamo di far ascoltare presto dal vivo al nostro pubblico».


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Spaghetti High Protein: dove il fitness incontra il gusto Le proteine rafforzano i muscoli e forniscono energia. La pasta High Protein Garofalo di Napoli è sinonimo di tradizione e nutrizione moderna. L’Export Manager Francesco Gallo ci spiega cosa la rende speciale.

Perché le proteine sono così importanti nella dieta? Le proteine, insieme ai carboidrati e ai grassi, sono essenziali per la crescita, il mantenimento e la riparazione della massa muscolare. Sono particolarmente importanti per gli atleti, poiché il metabolismo proteico aumenta durante l’attività fisica e anche il fabbisogno giornaliero cresce. Quali sono le principali fonti di proteine? Le fonti migliori sono il pollo, la carne magra, il pesce, l’albume e il latte magro. Negli ultimi anni, anche la pasta ha iniziato a contribuire all’apporto proteico.

Come reagisce Pasta Garofalo a questa esigenza? High Protein è una pasta prodotta al 100% con grano che offre il 38% di proteine e il 50% di fibre in più rispetto alla pasta integrale, senza compromettere il gusto o la stabilità di cottura. Il segreto sta nell’Altograno®, uno sfarinato ottenuto da germe di grano disoleato, ricco di minerali come magnesio, potassio, fosforo e zinco. Quali sono i benefici di un alto contenuto di proteine? L’alto tenore di proteine favorisce la crescita muscolare, riduce la stanchezza e l’affaticamento grazie al ferro e al magnesio e favorisce il metabolismo energetico grazie al fosforo. L’ideale per gli atleti e per chiunque cerchi una dieta equilibrata! Inoltre, ha un basso indice glicemico.

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Il patto mancato di Salieri secondo Shaffer

Intervista ◆ Ferdinando Bruni porta Amadeus al LAC raccontando Mozart tramite l’invidia evidenziata anche dal film di Forman Enrico Parola

In principio fu Schaffer, ma per Ferdinando Bruni, come per la stragrande maggioranza di tutti noi, è stato Milos Forman. Il grande attore e regista italiano porta al LAC di Lugano (13 e 14 gennaio) Amadeus, titolo del drammaturgo Peter Schaffer, assurto a popolarità planetaria grazie al film che Forman ne trasse: vinse otto premi Oscar, grazie anche alle superlative interpretazioni di Murray Abraham e Tom Hulce come Salieri e Mozart; film che verrà proposto gratuitamente al cinema Iride il 10, nell’ambito di Visioni parallele. Bruni firma la regia con Francesco Frongia, e interpreta Salieri, mentre il genio salisburghese sarà impersonato da Daniele Fedeli. Come si avvicinò ad Amadeus? Come quasi tutti, grazie al film di Forman. Ero a Roma, stavo facendo il Sogno di una notte di mezza estate, e andai a vederlo con alcuni amici e colleghi; c’erano Gabriele Salvatores, Elio De Capitani e altri. Fu una folgorazione: per il contenuto e per come era girato; varie trovate registiche ci hanno ispirato nei nostri lavori. Ad esempio? Ne faccio uno legato a una scena apparentemente secondaria. Mozart va ad assistere a una versione comica del suo Don Giovanni nel teatro popolare di Emanuel Schikaneder, che sarà poi il librettista del Flauto magico, e a un certo punto c’è un’irruzione di animali e personaggi da una scenografia fatta di carta; De Capitani l’ha usata in un suo Sogno shakespeariano. E per il contenuto? Cambiò l’immagine di Mozart: non

più l’essere perfetto, miracoloso, la statuina angelica tutta candore e arte, ma un uomo con difetti, vezzi, tic, atteggiamenti eccentrici come le sue risatine demenziali. Erano gli anni in cui venivano diffuse anche le sue lettere, ad esempio alla sorella Nannerl, con cui disquisisce sull’uso del deretano, o alla fidanza Costanze, cui riserva l’appellativo «topina cacchina»; il film metteva prepotentemente in primo piano questo lato. Arriviamo a Peter Schaffer. Ci sarei voluto arrivare verso il 2000, ma non erano scaduti ancora i diritti d’autore. Ovviamente mi gettai subito sulla pièce teatrale, che era stata scritta da lui sei anni prima del film, nel 1978. A sua volta sviluppa il microdramma di Puškin Mozart e Salieri, archetipo della leggenda dell’assassinio perpetrato dal musicista italiano ai danni del salisburghese. Quanto è importante il testo di Puškin? Lo è perché è del 1830, quarant’anni dopo la morte di Mozart, quindi sembra raccogliere voci vicine, ma si sa che furono illazioni, neppure in Schaffer viene creduto dal pubblico cui lo racconta per legare il suo nome a quello di Amadeus. Tra i due c’era un rapporto cordiale, di stima; Salieri aiutò molti musicisti, anche Beethoven. Quasi tutto ciò che il grande pubblico ha visto nel film è dovuto a Schaffer. Parliamone. Il punto centrale è l’invidia e l’odio di Salieri. Aveva fatto un patto con Dio: castità, abnegazione e dedizione al lavoro, che sarebbe stato in gloria di Lui, in cambio del successo e del rico-

noscimento degli uomini. È diventato compositore della corte imperiale, è stimato, pensa che Dio l’abbia esaudito, ma poi arriva lui, Amadeus; e Salieri capisce che la musica che esce da quel figuro per tanti aspetti squallido è migliore della sua. Allora giura vendetta contro Dio; vendetta che si può consumare solo con l’eliminazione fisica di Mozart, visto che la sua musica non può essere cancellata. Mozart addirittura squallido? Salieri è a un ricevimento alla corte dell’imperatore; sta mangiucchiando dei dolcetti, appartato; un ragazzo fa irruzione inseguendo una fanciulla e lì, pensando di essere solo con lei, senza nessuno che guardi, cerca di sfogare i suoi istinti, abbondando con un lessico volgare e coprofilo. Salieri, nascosto dietro un tavolo, lo guarda sprezzante, ma a un certo punto si sente una musica angelica, e quell’essere abietto si blocca di colpo, cambia espressione: stanno suonando la sua musica. È Mozart! Come viene raccontato il genio? È interessante notare che viene raccontato innanzitutto da Salieri. La musica che blocca Mozart in quella stanza è la Gran Partita K 361, e Salieri ne descrive il miracoloso Adagio: all’inizio sembra un nulla, una «fisarmonica sfiatata» (nel film diventa «il dischiudersi di un vecchio cofano»), su cui si leva sublime il canto dell’oboe. È di una bellezza mai udita prima. Poi ascolta altri suoi brani, di occasione, come Serenate e Cassazioni, e non gli fanno una grande impressione; quasi se ne consola, pensa che quella Gran Partita sia stata un’eccezione, un eccezionale quanto unico colpo di genio

Da sinistra: Daniele Fedeli interpreta Mozart, mentre Ferdinando Bruni veste i panni di Antonio Salieri nella produzione di Amadeus al LAC di Lugano il 13 e il14 gennaio. (LAC / © Laila Pozzo)

in mezzo a tanta normalità. Però poi Costanze, la moglie di Wolfgang, viene a sottoporgli degli spartiti del marito perché gli conceda l’incarico di insegnare alla figlia dell’imperatore: pentagrammi immacolati, senza correzioni, e non sono le belle copie, ma le prime e uniche redazioni di opere tutte straordinarie. È lì che Salieri ne capisce l’inarrivabile grandezza. Tutto il testo di Shaffer è percorso da osservazioni simili: quando parla della divina bellezza del «Contessa perdono» nel finale delle Nozze di Figaro, o quando Mozart improvvisa delle variazioni su una marcetta scritta da Salieri, trascendendo la banalità di quel motivetto e arrivando fino a inventare l’aria «Non più andrai farfallone amoroso» che poi avrebbe cantato Cherubino sempre nelle Nozze. Qual è l’atteggiamento di Mozart verso Salieri? Dopo che ha terminato di improvvisare queste variazioni, gli chiede se

ne voglia fare una anche lui; non per canzonarlo o sfidarlo, ma è come se cercasse un’intesa tra musicisti; è insofferente ai paludamenti sociali, aveva atteggiamenti al limite del disadattato sociale, ma verso la musica era serissimo, oltre che geniale. Nel film c’è tanta musica, in teatro? Anche. Adoro quella delle Nozze e la Musica funebre massonica, che risuona alla fine. Però negli stacchi tra le scene faremo sentire quella di Salieri: che è comunque bellissima, prodotto di un grande compositore. Dove e quando Amadeus, il film, sarà proposto gratuitamente al Cinema Iride di Lugano il 10 gennaio, alle 10.00, nell’ambito di Visioni parallele. Amadeus, lo spettacolo, Peter Shaffer / Ferdinando Bruni / Francesco Frongia, andrà in scena il 13 e il 14 gennaio al LAC di Lugano, nella Sala Teatro, alle 20.00.

Un 2025 da festival per il cinema svizzero

Bilancio di fine anno ◆ Tra documentari e nuove visioni, la produzione elvetica trova spazio e riconoscimento oltreconfine

Ci si interroga a volte su quanto sia forte il cinema svizzero nel contesto internazionale, anche per una questione di co-produzioni che possono portare gli altri Paesi a oscurare il contributo elvetico, come accaduto ad esempio nel 2021 quando Olga – ambientato e girato nella parte francofona del canton Giura – è stato scelto per rappresentare la Confederazione agli Oscar venendo tuttavia definito un progetto transalpino dalla rivista «Le Film Français» per via della nazionalità del regista Elie Grappe (nato a Lione ma da più di dieci anni residente a Montreux, prima per gli studi e poi per lavoro). In realtà, soprattutto nell’ambito dei festival internazionali, sia generalisti sia specializzati in determinate forme espressive (nel nostro caso, pensiamo soprattutto al documentario), il 2025 è stato un anno discretamente propizio, e questo già dal mese di gennaio quando Hanami, l’esordio di Denise Fernandes (ticinese d’adozione che ha realizzato un film sul suo natio Capo Verde), è stato insignito del prestigioso Ingmar Bergman Award che un’apposita giuria del festival di Göteborg, in Svezia, assegna al vincitore del concorso riservato alle opere prime. Il vero successo, però, è arrivato con la Berlinale, l’evento che a feb-

Immagine IA

Max Borg

braio ha lanciato il viaggio globale di Petra Volpe e del suo L’ultimo turno (Heldin), che con atmosfere da thriller affronta l’argomento tristemente attuale degli ospedali sempre più a corto di personale infermieristico. Campione d’incassi da noi con oltre 200mila presenze, ne ha accumulate altre 670mila all’estero (Germania, Francia, Italia, Austria, Regno Unito, Irlanda, Norvegia, Svezia, Belgio, Croazia, Paesi Bassi e Taiwan) stando ai dati pubblicati da SWISS Films, l’agenzia che promuove le produzioni elvetiche fuori dai confini nazionali. E questo senza dimenticare che il film è anche stato scelto per rappresentare la Svizzera nella corsa all’Oscar nella ca-

tegoria internazionale, incrementando ulteriormente il profilo di una regista talentuosa che ha già il prossimo lungometraggio dietro l’angolo: Frank & Louis, il suo primo lavoro in inglese, esordirà a brevissimo al Sundance, la più importante manifestazione mondiale dedicata al cinema indipendente. Sempre da Berlino è partito Lionel Baier con il suo Il nascondiglio (La cache), ritratto di una famiglia ebrea a Parigi nel 1968. Apprezzato soprattutto in Francia (dove ha attirato l’attenzione anche per il fatto di essere l’ultimo progetto a cui ha partecipato il noto caratterista Michel Blanc, scomparso poco prima dell’uscita), il film ha introdotto quello che per certi ver-

si è stato il fil rouge che lega molti dei film elvetici selezionati nei grandi festival internazionali: servirsi del passato per ragionare sul presente. L’abbiamo visto soprattutto in ambito documentaristico, con due titoli di rilievo che sono stati presentati a DOK Leipzig: Elephants & Squirrels di Gregor Brändli, in prima mondiale al festival tedesco, indaga il passato colonialista della Svizzera attraverso la vicenda di una vasta collezione di oggetti custoditi in un museo a Basilea, la cui direzione deve poi trattare – con notevole lucidità circa le problematicità etiche dell’origine della collezione – con le comunità indigene dello Sri Lanka che vorrebbero riavere indietro quei pezzi fondamentali della loro storia e cultura; e Sediments (Sedimente) di Laura Coppens, excursus su cosa significasse vivere in Germania per gran parte del Novecento tramite la preziosa testimonianza del nonno della regista, il quale si racconta senza censure, dal periodo nazista fino alla post-riunificazione, nella speranza che la macchina da presa preservi tutto prima che la memoria cominci a vacillare. Ma c’è anche chi guarda al futuro, come Damien Hauser che alla Mostra di Venezia, nella sezione Giornate degli Autori, ha portato Memory of Princess Mumbi, film dove fantascien-

za e cinefilia si intersecano per meditare sull’uso odierno dell’intelligenza artificiale, strumento di cui lo stesso Hauser si è servito per gli effetti speciali, soprattutto per motivi di budget. Chi invece non la userà mai è Marcel Barelli, animatore ticinese da anni residente a Ginevra, che ha persino pubblicato una lettera aperta dove si esprime in maniera contraria sull’applicazione cinematografica della nuova tecnologia. Un pensiero a suo modo coerente con il suo primo lungometraggio, Mary Anning, rielaborazione romanzata dell’infanzia della celebre paleontologa inglese e uno dei grandi eventi della scorsa edizione del festival di Annecy, appuntamento imprescindibile per i cultori dell’animazione. Una bambina che va alla ricerca di fossili, resti di un’epoca ormai lontana, che è quello che alcuni potrebbero pensare dei disegni fatti a mano, tecnica di cui Barelli è un fiero e capacissimo esponente in un mercato sempre più digitale. Un film che, unitamente agli altri che abbiamo menzionato, mostra le diverse sfaccettature, davanti e/o dietro la macchina da presa, di una realtà non particolarmente allegra, ma proprio per questo capace di ispirare storie sullo schermo che possono aiutare a riflettere sul da farsi, partendo dal particolare per diventare tematica globale.


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Un’Odissea (quasi) senza parole

Fumetti ◆ Fabio Visintin reinventa il poema di Omero attraverso il solo sguardo, grazie a similitudini visive e ritmo Elisa Rossello

Dell’Odissea esistono infiniti adattamenti, dunque leggerla anche in un fumetto non costituisce una novità. Ma può essere una novità leggerla in un fumetto senza leggerla. Un controsenso solo apparente: Fabio Visintin con la sua Odissea narrata allo sguardo si prefigge come obbiettivo proprio di raccontare le avventure di Odisseo senza l’uso della parola. Una scelta ardita per un eroe che fa ampio uso della parola, che sia per ingannare o ammaliare. Ancora di più per il protagonista di un poema epico: il termine deriva da «epos», che in greco antico significa parola, racconto, canto. La trasmissione orale di complesse opere fatte di parole, per celebrare gesta notevoli, era un fondamento per i poemi come quelli omerici. Fondamento dunque rimosso in questo fumetto, per affrontare l’impresa in modo nuovo e ingegnoso. Inizialmente nato nel 2016 come progetto per la piattaforma Spaceman Project, che pubblica fumetti tramite campagne di raccolte fondi, questo volume è stato riproposto dopo otto anni da Gallucci Editore. Prima di commentare il contenuto dell’opera, è doverosa una critica a una specifica aggiunta di questa nuova edizione. Se la prima pubblicazione del fumetto era appunto completamente muta, ora invece, in cima o ai piedi di molte pagine, sono comparsi dei versi solitari in italiano, provenienti da una traduzione dell’Odissea. Si tratta di una

Un’illustrazione tratta dal fumetto di Visintin, Odissea narrata allo sguardo. (Gallucci Editore)

scelta ingiustificata, inutile e perfino deleteria. Aggiungere del testo a un’opera dichiaratamente pensata per farne a meno (come si può ancora leggere nella descrizione del progetto su spacemanproject.com), contraddice le intenzioni e il titolo rimasto inalterato: Odissea narrata allo sguardo. Né si sentiva il bisogno di questi versi, o mozziconi di versi, per farne didascalie con termini poetici e strutture inusuali, che poco spiegano riguardo a disegni d’altra parte già perfettamente comprensibili, forti dell’abilità del fumettista e della notorietà delle vicende raffigurate. L’aggiunta del testo cambia anche l’esperienza di lettura: invece di soffermarsi su ogni vignetta per decifrarla e immergersi nel ritmo del racconto pianificato con cura, gli occhi per abitudine corrono alla ricerca del prossimo

testo, riservando al disegno solo uno sguardo distratto e già pilotato nell’interpretazione verso gli elementi evidenziati per iscritto, non più libero di indagare i tratti a piacere. Questa aggiunta denota forse una visione falsata del fumetto in assolo, come se non si riponesse fiducia nelle sue capacità narrative, o non se ne riconoscesse l’autorevolezza culturale, e si incaricasse il testo di rimediare a queste immaginate carenze. Di buono in queste didascalie inopportune ci sono solo la loro posizione a margine delle pagine e le lettere sottili che le compongono: ciò permette di ignorarle più facilmente una volta determinata la loro inadeguatezza. L’opera a fumetti dunque non è compromessa, e con questo accorgimento può essere apprezzata appieno nonostante l’ostacolo.

Come detto, il fumetto non traspone l’intera Odissea, ma gli episodi più famosi: principalmente i viaggi fantastici e la vendetta contro i Proci, che nel poema originale occupano solo una manciata di canti. L’ordine degli eventi è lo stesso del poema omerico: si comincia con Odisseo che si congeda dalla ninfa Calipso per naufragare presso i Feaci, ai quali narra le proprie avventure prima di ripartire per Itaca e riconquistare il trono. Il racconto dunque non è lineare già nella sua versione «originale» (quella tramandata fino a noi), ma Fabio Visintin aggiunge anche delle metafore visive di sua invenzione che approfondiscono la psicologia di Odisseo tramite oggetti o esperienze che hanno segnato la sua identità, per esempio il letto condiviso con Penelope o l’arco con cui riconquisterà il proprio regno.

L’alternarsi di passato e presente, o di scene contemporanee in diversi luoghi, è gestito in modo chiaro. L’espediente più usato è la similitudine visiva, cioè l’accostamento di due immagini somiglianti ma provenienti da scene diverse e contigue, per mantenere un legame durante il passaggio senza interrompere il flusso del racconto. Per esempio, al turbinio dei venti fuggiti dall’otre di Odisseo, segue un ricciolo di Nausicaa che lo ascolta rapita. Le vignette scandiscono il ritmo del racconto con griglie sempre diverse, a volte anche fondendosi in un solo disegno su tutta la pagina, a seconda della necessità: in alcuni casi lasciano immaginare orrori indicibili in ellissi eloquenti, in altri si soffermano su gesti o visi pensosi, in altri ancora si susseguono in raffiche di furia divina. I colori contribuiscono a trasmettere quiete o crudezza, variando dal forte chiaroscuro drammatico ai colori pastello piatti e sereni. Nei momenti più intensi, in cui tutto collabora, è quasi possibile udire una colonna sonora incalzante scaturire dalle vignette, o forse da quel magico spazio bianco tra di esse. Anche senza parole e senza onomatopee, un buon fumetto canta come un aedo. Bibliografia Fabio Visintin, Odissea narrata allo sguardo, Gallucci Editore, Roma, 2024. Annuncio pubblicitario

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Dentro il fiume della scrittura

Letteratura ◆ Einaudi pubblica Digressione, il nuovo, caleidoscopico romanzo di Gian Marco Griffi Pietro Montorfani

Sarà per deformazione professionale, sarà per una sana curiosità egocentrica, ma da qualche tempo vado sempre più spesso in cerca, nella narrativa passata e recente, di tracce della presenza letteraria della Svizzera italiana. Qualcosa, sorprendentemente, si trova, segno che non siamo poi così isolati alle pedici dell’impero. È un modo come un altro per testare la tenuta di alcuni stereotipi, sui quali magari si potrebbe anche pensare di lavorare (dico come società e come cultura).

Con Digressione Griffi estremizza la propria poetica nella convinzione che il centro si trovi solo ai margini Prendiamo Gian Marco Griffi e i suoi due titoli maggiori, Ferrovie del Messico (Laurana editore, Collana Fremen, Milano) e Digressione (Einaudi, Stile Libero, Torino) usciti tra il 2022 e il 2025 ma ambienta-

ti in epoche diverse, tra il Ventennio fascista e il futuro prossimo. Senza tema di bruciare possibili sorprese – Griffi infatti non è spoilerabile, anche perché è sempre un passo avanti a qualsiasi lettore, e la trama in lui conta solo fino a un certo punto – nel primo libro il Canton Ticino entra per l’unghia del piede, a Locarno, nell’ultimissima pagina, a ricordo dell’accoglienza offerta negli anni Quaranta ai rifugiati italiani. Nel secondo invece, in un capitolo di ambientazione più recente alla Pier Vittorio Tondelli, il protagonista sconfina per andare in un bordello di Bellinzona. Qualche domanda, forse, sarebbe il caso di porsela, sui cinquant’anni che sono trascorsi nel mezzo, e su come ci vedono dall’altro lato del confine. E ci va bene che Griffi, da grande scrittore qual è, usa i guanti di velluto dell’ironia e dell’attenuazione, non è mai politico né polemico nemmeno quando mette alla berlina il persistere della cultura (?) fascista nell’Italia del dopoguerra, immaginando scenari distopici in cui il duce sia stato esiliato non a Sant’Elena, ma a Pantelleria, dove trascorre le giornate ad allevare asini. La comparsa di questo narratore sulla scena letteraria italofona ha rappresentato, negli ultimi anni, una sorta di supernova, qualcosa di molto simile a un «finalmente» lasciato andare come uno sfogo da tutti quelli che da tempo aspettavano una nuova voce in un panorama un po’ statico, se non asfittico. Gian Marco Griffi, c’è poco da fare, è un elogio vivente della letteratura, del gusto e del piacere di scrivere storie che vanno per la loro strada, più o meno incuranti del parere del lettore. Il suo stile, mimetico e funambolesco, è un atto di forza, deferente nei confronti dell’u-

L’asinello, illustrazione di Juan Bernabeu, è l’immagine di copertina di Digressione (Einaudi, Stile libero) di Gian Marco Griffi, che nel 2022 si era fatto notare con Ferrovie del Messico (Laurana editore), di cui l’illustrazione per la copertina (immagine sotto) è di Silvia Perosino.

niverso mentale in cui vive lo scrittore, ma molto saldo nel prendere per mano il lettore e portarlo dove vuole lui, senza quasi chiedere il permesso. Se Ferrovie del Messico, pubblicato da Laurana Editore in oltre 60mila copie, era il romanzo storico e picaresco di un cavaliere solitario (Cesco Magetti) e di una bibliotecaria-Dulcinea (Tilde Giordano) alla ricerca di un libro introvabile (la Historia poetica y pintoresca de los ferrocarriles en México), Digressione è invece l’onnipresenza di quello stesso libro, il suo attraversare epoche e continenti portandosi dietro l’intera storia del Novecento assieme a quella, privata, di Arturo Saragat. Che è il protagonista per modo di dire, perché il protagonista vero (la Historia poetica) non è altro che un enzima, un lievito buttato nell’impasto della vita di tut-

ti i giorni per farla lievitare meglio e connetterla a quella di tutti gli altri. Il passaggio di Griffi all’editore Einaudi, tutt’uno con la piccola squadra di editor che aveva favorito il sorprendente successo del primo titolo (Greta Bertella e Giulio Mozzi), coincide infatti con un’estremizzazione della sua scrittura: gli è stata data carta bianca, e lui l’ha riempita di righe fittissime fino ai margini più estremi, digressione dopo digressione, storia dopo storia, convinto che la vita vera possa cogliersi soltanto nei meandri che più si allontanano dal centro delle questioni, per poi inevitabilmente ritornarvi (perché, appunto, ne sono il «centro»). È una sorta di filosofia, prima ancora che uno stile o una postura letteraria. Messi uno di fianco all’altro, Ferrovie del Messico e Digressione stanno

in una relazione di dipendenza e di vicendevole negazione come l’Orlando furioso sta all’Innamorato, e l’Adone di Marino sta al Furioso. Sono, cioè, l’uno la postmodernizzazione dell’altro, la sua iperbolica elevazione alla seconda. Prova ne è che la storia delle Ferrovie, pur articolata e contorta, potrebbe stare tutta nell’universo immaginifico di Digressione, ma non il contrario, perché nell’ultimo romanzo-fiume ogni traccia, ogni pista narrativa ha la medesima dignità delle vicende avventurose di Cesco e Tilde, di Lito e Mec e di tutte le persone che hanno incrociato la loro strada con quella del libro misterioso che tutti cercano e tutti, prima o poi, abbandonano da qualche parte. Da bibliotecario e bibliofilo, ammettiamo pure compulsivo, non posso che ringraziare Gian Marco Griffi per averci ricordato la centralità dell’oggetto-libro nelle nostre vite, ora che sembra venire meno per la concorrenza di testi ospitati in altre forme sui più diversi supporti. Che la vita sia una continua, sorprendente digressione e che, a una svolta improvvisa di quella strada tortuosa che mette in fila i destini di tutte le persone di ogni tempo e paese, possano darsi accensioni commoventi di umanità e pensiero, è la maggiore eredità che ci lascia con questa sua seconda opera. Poi certo, l’ho maledetto mille volte per le sue caleidoscopiche giravolte, ho saltato pagine, ho preso appunti, ho provato a stargli dietro – a volte senza riuscirci. Ma se scriverà un terzo libro, a questo punto esteso almeno quanto un universo galattico, sarò il primo dei suoi 25(mila) lettori. Poco ma sicuro. Bibliografia Gian Marco Griffi, Digressione, Stile libero, Einaudi, 2025

Otto difficili scalini a Lipsia

Narrativa ◆ Nell’ultimo romanzo di Martina Hefter una coppia vive sospesa fra paralisi, danza e dipendenza dagli altri Stefano Vastano

Il primo tatuaggio, sull’avambraccio, è una scritta: «Euphoria», in lettere fluttuanti. Quando fa la spesa al supermercato, a volte Juno stupisce la gente alle casse con quelle quattro farfalle che ruotano intorno a «Euphoria». Lei è un’artista di una certa età, e sta allestendo il suo nuovo spettacolo di danza – per ora, tre serate in programma con la band di Tristan & Phoebus – a Lipsia, dove vive in un appartamento al primo piano con Jupiter, suo marito da tempo costretto a letto da una paralisi alle gambe.

Jupiter, paralizzato, resta a galla grazie alla letteratura, mentre Juno trova l’energia nella danza, nel teatro e online con un nigeriano Solo otto scalini separano il primo piano dalla strada, ma la vita di Juno, Jupiter e la sua sedia a rotelle è un dramma. Per andare dal medico o per partecipare a un concorso letterario Jupiter e Juno dipendono dalla bontà altrui. Nonostante la malattia divorante, Jupiter ha la letteratura per tenersi a galla. Ma Juno, oltre al teatro e alla danza, dove prende l’energia per tirare avanti?

Ecco, Martina Hefter ha scritto un romanzo – Buongiorno, come stai?, da poco pubblicato da Feltrinelli Gramma nella traduzione di Monica Pesetti – sulla vita più o meno disperata di due cinquantenni che, nonostante tutte le avversità e guai (anche finanziari) riescono a costruirsi piccole zattere per navigare nel quotidiano. Il filo di speranza a cui – specie di notte, dato che soffre d’insonnia – Juno si appende sono le chat con Benu, un ragazzo che si trova all’altro capo del mondo, in Nigeria. Il titolo del romanzo è l’incipit dei loro messaggini, frasette innocenti come lucciole che Juno e Benu si scambiamo nelle loro schermate online. Nel romanzo – con cui ha spuntato l’anno scorso prestigiosi premi in Germania (Deutscher Buchpreis e Deutscher Literaturpreis), la Hefter, poetessa e attrice come la sua protagonista, ricostruisce flash dell’infanzia di Juno. Cresciuta senza padre, sin da piccola lei era diversa: vagava da sola per le montagne; se li tagliava da sola i capelli, come i suoi jeans da punk. Da sempre, insomma, Juno è la tipa guardata strana dalle altre, ma anche la più tosta di tutte, decisa a

Immagine di copertina del libro Buongiorno, come stai? di Martina Hefter. (Feltrinelli Gramma)

seguire a testa bassa la sua strada. Una delle sue passioni è infatti l’astronomia, le stelle e le loro costellazioni, gli spazi dell’Universo in cui noi umani siamo minuscoli puntini (gonfi di narcisismo). Non è un caso se Melancholia, il film di Lars von Trier sulla collisione di un pianeta contro la Terra, è un film che spes-

so ritorna nelle pagine del romanzo e nella vita di Juno. Nel frattempo, dai primi messaggini, il rapporto digitale con Benu è alle videochiamate. E per un momento la vita (davvero disperata) del ragazzo in Nigeria si mescola a quella di Juno, e Jupiter. Certo, lei è più che consapevole che anche Benu con

i suoi dolciastri messaggi è uno dei «Love scammer» che affollano la galassia digitale. Ragazzi con profili di uomini maturi che provano a truffare i cuori solitari, fingendo amore e seri propositi. Una come Juno ovviamente non ci casca: lei, sin da bambina, «è di pietra»; e oltre agli esercizi altrettanto duri di danza ha la sua performance teatrale che, a quanto pare, va bene. Dopo le prime tre serate in un teatrino a Lipsia, arrivano anche le esibizioni a Monaco. Nel frattempo è giugno, e in qualche modo la vita di Juno e Jupiter, fra una collisione e l’altra, continua a girare. Fra l’altro Juno ha appena deciso di farsi altri tatuaggi portafortuna: un intreccio di rose e raggi stellari sulla spalla. E, sul polpaccio, una ballerina con abito a palloncino… Un romanzo duro, dal gusto dolce-amaro, a tratti divertente e in ogni caso coinvolgente, quello che Hefter ha composto sulla vita, analoga e digitale, di Juno Isabella Flock. Bibliografia Martina Hefter, tradotta da Monica Pesetti, Buongiorno, come stai?, Feltrinelli Gramma, 2025, pp. 224


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ATTUALITÀ Budget domestico

Risparmiare nella vita di tutti i giorni

Una coppia di anziani, un appartamento condiviso, una donna single e una famiglia ci svelano diversi trucchi per risparmiare, strategie per fare la spesa e raccontano dei loro pasti condivisi

«Nella nostra cucina per fortuna c’è molto spazio»

Le quattro studentesse Lucy Dürsteler (22), Viola Gund, (22), Noemi Kohler (21) Lina Moyses (22) condividono da 6 mesi un appartamento a Basilea. Ognuna ha il suo trucco per risparmiare – dal pane del giorno prima all’azione dei Branches

Come è iniziata la vita nell’appartamento condiviso?

Viola: Abbiamo potuto acquistare i mobili dei precedenti inquilini e ognuna di noi ha contribuito con qualcosa, come stoviglie o un tavolo. Lucy: Abbiamo comprato grandi confezioni di pasta, riso e carta igienica come scorta di base. Fortunatamente abbiamo molto spazio nel ripostiglio.

Come organizzate la spesa quotidiana?

Lucy: Abbiamo una lista della spesa sul frigorifero e ci alterniamo per andare al supermercato. Prendiamo nota di ciò che compriamo per tutte nell’app Splitwise e poi facciamo i conti. Fate mai la spesa online?

Lina: No, ci mettiamo poco a fa-

re la spesa, abbiamo molte opzioni qui nel quartiere, tra cui una grande Migros. Ci sono discussioni sui prodotti che acquistate?

Noemi: Discussioni non direi proprio. Ma in alcuni casi facciamo la spesa in modo diverso. Per me è importante acquistare frutta e verdura biologica. Lucy: Se le verdure bio costano molto di più, scelgo quelle più economiche.

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Dove non scendete a compromessi?

Lucy: Con la carne. Cuciniamo pasti vegetariani in condivisione, due ragazze sono vegane. Se voglio mangiare carne, me la faccio cucinare dai miei genitori.

Acquisti xxl: Lucy Dürsteler, Noemi Kohler, Viola Gund e Lina Moyses (da sinistra).

33 percento di sconto

Quali trucchi di risparmio utilizzate?

Lucy: Noemi, tu spesso fai la spesa poco prima dell’orario di chiusura. Noemi: Esatto, poi faccio attenzione ai prodotti a prezzo ridotto. E quando il formaggio è in offerta, lo prendo al volo. Viola: Spesso vado in un negozio che vende il pane del giorno prima a un prezzo più conveniente, e per il pranzo ci portiamo tutte gli avanzi da casa. Lina: Non ci informiamo sulle promozioni in anticipo, ma quando vedo le barrette al cioccolato in azione, ad esempio, la prendo al volo perché so che ci piace come dessert. E usiamo tutte lo stesso conto Cumulus.

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Anno LXXXVIII 5 gennaio 2026

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azione – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

In giro per gli acquisti: Rebekka Stirnemann e Simon Kaufmann con i loro due bimbi.

Prima degli acquisti Gabriela Graf pianifica quattro-cinque piatti.

«Il più possibile, per quanto necessario»

Rebekka Stirnemann (44) e Simon Kaufmann (45) vogliono insegnare ai loro figli Milo(9) e Mika (7) a non spendere soldi facendo acquisti impulsivi Le finanze sono un argomento importante per Rebekka Stirnemann e Simon Kaufmann da quando sono diventati genitori. «Non facciamo un budget, ma facciamo la spesa in modo consapevole», dice lo scienziato ambientale. «Cerchiamo di controllare gli impulsi. Sempre.» Questo significa che i genitori dei due ragazzi valutano sempre se hanno davvero

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«Nessun acquisto senza la mia lista della spesa» Claudette (79) e Pieder Saluz (75) hanno diversi trucchi per non sforare il loro budget da pensionati – ad esempio preparando una lista della spesa e approfittando delle offerte per fare scorte

bisogno di qualcosa. Proprio di recente la famiglia ha dovuto fare un bel repulisti prima di trasferirsi in un complesso residenziale alla periferia di Aarau. «Non mi piace accumulare le cose», dice Rebekka Stirnemann. Nella vita di tutti i giorni, una lista della spesa condivisa sul cellulare aiuta ad acquistare lo stretto necessario. La tecnica di laboratorio chimico, che lavora anche come freelance nel campo della pedagogia del movimento, ama dirigersi verso le ceste di frutta e verdura scontata del supermercato Migros del centro città. A volte è proprio tra i prodotti in promozione che trova ciò che le serve. Di solito compra poche confezioni famiglia: preferisce fare la spesa ogni giorno piuttosto che dover gestire la dispensa, dice. La coppia ottiene il massimo risparmio non acquistando più del necessario. I due cercano di trasmettere questa idea anche ai loro figli. Se i loro bambini di sette e nove anni desiderano davvero un set Lego, allora devono contribuire risparmiando la loro paghetta o aspettare il compleanno o il Natale. Per Rebekka Stirnemann e Simon Kaufmann, un consumo consapevole significa anche cucinare spesso cibi vegetariani. Per la coppia, vivere in modo sostenibile significa anche utilizzare le cose il più a lungo possibile, acquistare oggetti di seconda mano e provvedere personalmente alla manutenzione e alla riparazione dei propri beni, che si tratti di una mountain bike o di una giacca. Da anni la famiglia va in vacanza con il proprio van, che funge da alloggio mobile per tutti e quattro.

Come ex insegnante di economia domestica Claudette Saluz si occupa lei della spesa: «Mi affido al mio istinto e rimando gli acquisti quando mi accorgo che sto per superare il limite delle mie spese mensili. Vado a fare la spesa due volte a settimana e cerco di non spendere più di 200-300 franchi». Evita le spese inutili grazie a una lista della spesa: «Segno poco a poco tutto ciò che manca. Inoltre, evidenzio nella brochure delle offerte Migros tutti i prodotti interessanti. A volte scrivo in anticipo un piano dei pasti. In questo modo posso evitare di comprare cose inutili. Attacco la lista al manico del carrello quando faccio la spesa». Preferenza per i prodotti regionali

Pieder e Claudette Saluz con la loro lista della spesa.

Claudette e Pieder Saluz vivono in una piccola casa a schiera a Pully, nel Canton Vaud. La coppia non fa un vero e proprio budget, ma vive comunque entro i propri mezzi: «Senza eccessi, con auto di seconda mano e senza spese inutili». Pieder Saluz è stato disoccupato per dieci anni prima di raggiungere l’età pensionabile: «Dopo oltre 25 anni nel settore dei media, sono stato licenziato. Improvvisamente ero il classico signore anziano e troppo qualificato... A 60 anni ho trovato un nuovo lavoro, ma con una lacuna previdenziale nel secondo pilastro e una pensione AVS per coppie ridotta del 25%».

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La coppia presta attenzione ai prodotti della regione. Frutta, verdura e carne non devono percorrere lunghe distanze. «Mangiamo anche più pollame rispetto alla carne rossa. Per un filetto di manzo o un’entrecôte approfittiamo delle offerte». Poiché Claudette Saluz beve 1,5 litri di acqua al giorno, sceglie l’acqua minerale Migros: «È eccellente e tre volte più economica della Contrex». La coppia spreca poco e separa i rifiuti: «E compattiamo», afferma lui. «Usiamo le confezioni vuote di succhi di frutta della Migros per raccogliere i piccoli rifiuti. Così usiamo solo un sacco della spazzatura da 17 litri a settimana.» Non vanno quasi mai al ristorante e non fanno più vacanze all’estero, a meno che non vengano invitati da amici. «Nel giro di dieci anni siamo passati dalla classe media superiore a quella inferiore, ma non possiamo lamentarci. Facciamo attenzione alle spese senza rinunciare a troppe cose», sostiene la coppia, che ama utilizzare i punti Cumulus: «In questo modo possiamo comprare piante per il giardino».

«Strategie quotidiane per il portafoglio e l’anima»

Gabriela Graf vive da sola e non può quindi acquistare le maxi confezioni risparmio o approfittare di abbonamenti partner. Tuttavia, l’autrice ha trovato il modo di fare acquisti intelligenti e di seguire una dieta varia Vivere da soli è uno stile di vita costoso, perché tutto è a carico di una sola persona e i costi quotidiani sono spesso più elevati: niente abbonamenti partner, niente sconti per le famiglie, bensì confezioni piccole e costose. Le offerte speciali e i formati XXL sono allettanti, ma non hanno sempre senso per una sola persona. Cinque sacchetti di pasta fresca si rovinano più velocemente di quanto io riesca a mangiarli. Ciò che compro sempre in azione, invece, sono i Blévita e le capsule Delizio. Con un po' di pianificazione, è comunque possibile fare acquisti intelligenti ed evitare gli sprechi. Un piano settimanale approssimativo e un po' di creatività mi aiutano a comprare solo la quantità di prodotti freschi che effettivamente mangio e a integrare le offerte speciali. Pianifico 4-5 piatti e combino gli ingredienti in modo da consumare tutto. Le patate lesse che mi avanzano finiscono in un'insalata di patate o nel rösti. Se un piatto può essere congelato, ne cucino diverse porzioni in una volta sola. In questo modo ho sempre qualcosa di sano a portata di mano. La varietà nasce da piccole variazioni: il giorno dopo, la pasta al pomodoro si reinventa aggiungendo del pesto o i funghi, e attribuisco grande importanza a un cibo ben presentato e colorato. Dopo una lunga giornata, a volte non ho la forza di cucinare, così do un'occhiata a «Too Good To Go» e prendo un pacchetto a sorpresa per la cena. L'app contro lo spreco di cibo è un'ottima idea - di recente ci ho trovato il sushi! - e per di più sostenibile. A volte acquisto prodotti per la casa a lunga durata in confezioni XXL e li conservo in cantina. Poiché il mio spazio è limitato, organizzo le scorte in base alla data di scadenza e prendo nota di ciò che deve essere acqui-

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stato al più presto. In questo modo evito di fare acquisti sbagliati, approfitto delle offerte speciali (ad esempio, il detersivo) e non accumulo cose inutilmente. La mia lista è una semplice nota sull'anta interna dell'armadietto della cucina, ma ci sono anche applicazioni sofisticate che combinano il controllo delle scorte, le liste della spesa e persino la preparazione dei pasti: vorrei provarle al più presto. Vivere da soli significa anche mangiare da soli. In America ho imparato il meraviglioso termine «potluck». In una cena «potluck», ogni ospite porta qualcosa per il buffet. Di tanto in tanto invito qualche amico e gli chiedo di portare tutto quello che trova nel frigorifero. I pasti imperfetti sono di solito i migliori, e il cibo condiviso (avanzato) e la buona conversazione fanno bene al portafoglio e all'anima in egual misura. E chissà, magari proprio durante uno di questi pasti si finisce per incontrare la persona giusta con cui condividere una confezione famiglia XXL.


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CULTURA / RUBRICHE

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Battibecchi

di Giulio Mozzi

La questione degli agnolotti ◆

Sono in una libreria, davanti allo scaffale dei romanzi in classifica. Ne prendo uno, leggo due pagine, lo rimetto giù, ne prendo un altro, leggo due pagine, lo rimetto giù. Ne prendo un altro. «Mi scusi. Avete Il mio amore non ti salverà di Pina Salteri?», dice una voce femminile alle mie spalle. Mi volto. Vedo una signora elegante, a occhio sui cinquanta. «Mi dispiace, signora», dico. «Io non lavoro qui. Sono un cliente, come lei». «Mi scusi», dice la signora, «pensavo che stesse mettendo a posto i libri». «No, no», dico, «sto solo cercando degli esempi di scrittura pretenziosa». «Pretenziosa?», dice la signora. «Sì», dico. «E lei», dice la signora, «crede di essere capace di riconoscere una scrittura pretenziosa così, giusto sfogliando un libro?». «Lei quanto ci mette», dico, «a decidere se un uomo è un bell’uomo?».

La signora sorride. «Pochi istanti, è vero». Ferma il sorriso. «Comunque lei non lo è». «Lo so, non si preoccupi», dico. «Non sono in cerca di complimenti». «E a cosa le servono», dice la signora, «degli esempi di scrittura pretenziosa?». «Li faccio vedere ai miei allievi», dico. «Per vaccinarli». «Vaccinarli?», dice la signora. «Sì», dico. «Una volta che si è imparato a riconoscere la scrittura pretenziosa, si può anche imparare a non scrivere pretenziosamente». La signora riflette. «Dunque, se capisco bene», dice, «lei insegna a scrivere?». «Sì», dico. «Ah», dice la signora. «Ha delle perplessità sulle scuole di scrittura?», dico. «Ne ho frequentate troppe», dice la signora. «E non mi sono servite a niente».

«Che cosa chiede, lei», dico, «a una scuola di scrittura?». «Oh bella», dice la signora. «Di insegnarmi a scrivere». «Ma di insegnarle a scrivere come?», dico. «Be’», dice la signora, «di insegnarmi a scrivere come voglio io». «Ma se lei sa già come vuole scrivere», dico, «che bisogno ha di frequentare una scuola?». «Le piacciono gli agnolotti?», dice la signora. «Sì», dico. «E saprebbe dirmi dove li fanno buoni?», dice la signora. «Ma certo», dico. «Proprio qui vicino, se vuole –». «Non la sto invitando a pranzo», dice la signora. «Lei sa come devono essere gli agnolotti per andarle a genio. Ma da sé, li sa fare?». «Ha vinto», dico. «E in tutte le scuole che ho frequentato», dice la signora, «volevano che

scrivessi in un certo modo o in un cert’altro, ma mai come volevo io». «Dunque lei scrive», dico. «Sono una scrittrice», dico. «E mi dica», dico, «signora Salteri –». La signora fa un passo indietro. «Come fa a sapere il mio nome?», dice. «Lei è Pina Salteri, no?», dico. «Guardi che chiamo la polizia», dice la signora. «Ma me lo ha detto lei, il suo nome», dico. «Prima mi ha scambiato per un commesso e mi ha chiesto se in questa libreria c’è il libro Il mio amore non ti salverà, di Pina Salteri». «E come ha fatto a capire che Pina Salteri sono io?», dice Pina Salteri. «Ne ho visti», dico, «di scrittori che vanno per le librerie a chiedere del loro libro. Di solito non c’è, e allora fanno una piazzata: “Non è possibile!…”, “Non sapete fare il vostro mestiere!…”, “Pina Salteri è una grande scrittrice e voi la ignorate!…”». «Lei è crudele», dice Pina Salteri.

«No», dico. «So come va il mondo». «E lei», dice Pina Salteri, «lei scrive? Lei ha pubblicato un libro?». «Diversi», dico. «E non è mai andato per librerie a controllare?», dice Pina Salteri. «No», dico. «Quello è il lavoro dell’editore, della rete vendita. Non il mio». Pina Salteri si asciuga gli occhi. «La invidio», dice. «Lei evidentemente ha alle spalle un editore che fa il suo mestiere, che la promuove… Io, invece…». «Me lo faccia vedere», dico. «Cosa?», dice Pina Salteri. «Ne ha una copia in borsa, no?», dico. Pina Salteri apre la borsa, tira fuori un libro con una copertina orribile. Me lo porge. Comincio a leggere, lì, davanti a lei. Be’, la scrittura era proprio buona. Frasi fatte bene, non un aggettivo o un avverbio di troppo, un bel ritmo. E anche gli agnolotti erano spettacolari.

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Pop Cult

di Benedicta Froelich

Intelligenza artificiale e truffe commerciali ◆

Negli ultimi mesi, i social network di tutto il mondo sono stati letteralmente invasi da accattivanti quanto ossessivi annunci pubblicitari dall’appeal a dir poco irresistibile – proprio come, del resto, può definirsi qualsiasi cosa abbia anche solo lontanamente a che fare con i cuccioli; perfino se, come in questo caso, si tratta di cosiddetti AI puppies, ovvero cagnolini robotici controllati dall’intelligenza artificiale. Apparentemente, le réclame in questione mostrano cuccioli (in questo caso, barboncini nani) talmente realistici da apparire in tutto e per tutto reali, come dimostrato dal fatto che non vi è nulla di meccanico nei loro movimenti, del tutto fluidi e naturali. Ben lungi dall’essere un semplice giocattolo, questo prodotto costituirebbe infatti l’ultima frontiera della tecnologia applicata all’intrattenimento, certo ben più attraente

e coinvolgente del costoso cane robot Aibo promosso dalla Sony alcuni anni fa: un vero e proprio «surrogato canino», riservato a chi non ha la possibilità di accogliere in casa un quadrupede in carne e ossa, e prodotto in svariate versioni e marche (tra le più comuni Wiggy Dog, Wuffy e Nico), tutte accomunate tra loro da pubblicità e inserzioni web pressoché identiche. Tuttavia, a uno sguardo più attento appare presto evidente come in questi video promozionali dal realismo quasi miracoloso qualcosa non quadri: infatti, mentre la voce narrante descrive le mille attrattive di un giocattolo interattivo talmente fedele al vero da ingannare perfino i vicini di casa, l’adorabile cagnolino che vediamo sgambettare qua e là e interagire con i «padroni» presenta caratteristiche – ad esempio, la consistenza e il colore di pelliccia e occhi – fin trop-

po reali. Talmente reali, in effetti, da condurre alla conclusione che, in un’epoca contraddistinta da filmati e fotografie contraffatti tramite l’uso costante dell’IA, le prodezze del cucciolo robotico non siano altro che spezzoni di video fake, appositamente generati allo scopo di ammaliare il pubblico. Una sensazione purtroppo confermata dalle recensioni a dir poco scoraggianti di innumerevoli youtuber e influencer, le cui indagini hanno portato a risultati sconvolgenti: infatti, ordinando uno qualsiasi dei misteriosi cuccioli robotici, ciò che si riceve per posta (di solito direttamente dalla Cina) è quanto di più lontano dalle immagini pubblicitarie. Indipendentemente dalla loro provenienza, i tanto magnificati AI puppies si rivelano essere nient’altro che goffe riproduzioni dei ben noti giocattoli da pochi soldi acquistabili

fin dagli anni Ottanta sulle bancarelle delle fiere: pupazzetti quantomeno arcaici che, una volta premuto l’interruttore d’avvio, camminano e latrano all’infinito, senza alcuna interazione con il proprietario (e, naturalmente, nessuna somiglianza a un cane reale). Del resto, a un’indagine più approfondita, le varie, misteriose aziende produttrici dei cuccioli IA risultano essere vere e proprie «ditte fantasma», dagli indirizzi palesemente falsi e generici, proprio come inesistenti sono le migliaia di apparenti recensioni positive da parte di compratori soddisfatti. Diventa così evidente come ciò che in molti temevano si sia ormai ampiamente verificato: ovvero, di quanto l’uso ormai pervasivo dell’intelligenza artificiale nella creazione di immagini e video sia divenuto un mezzo ideale per truffe di ogni tipo,

in cui il prodotto destinato al pubblico finisce per tramutarsi in qualcosa di intangibile e quasi etereo – un’entità passibile di costante mutazione, la cui natura sfuggente si presta a inganni di ogni tipo, perlopiù diretti ai consumatori meno smaliziati. In breve, dal momento che quanto è visibile agli occhi non è più sufficiente a esprimere un giudizio affidabile, ecco che l’unico modo per evitare il cosiddetto scamming è quello di non credere alla veridicità di nulla che non si possa toccare con mano. Il che dimostra come, nella patinata società odierna, troppo spesso basata sulle apparenze anziché sulla sostanza, risulti più che mai valido e attuale un assioma vecchio quanto il mondo: se un qualsiasi «oggetto del desiderio» appare troppo bello per essere vero, probabilmente è perché esso non è, in effetti, reale.

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Xenia

di Melania Mazzucco

Raissa, l’amata del pittore ◆

Marguerite Yourcenar la incontra alla fine del 1951. Cerca immagini di Antinoo per l’imminente riedizione illustrata delle Memorie di Adriano. L’archeologa cui chiede consiglio, e con la quale resta poi in corrispondenza – vedova di Guido, anima della rinascita di Ostia antica – è per tutti «la Signora Calza». Ma la massima esperta di ritrattistica funeraria romana è una straniera. Si chiamava Raissa Samujlovna Gurevič, ed era nata a Odessa nel 1894, minore di cinque figli in una facoltosa famiglia dell’alta borghesia ebraica. Osservante e tradizionalista la madre, laico e cosmopolita il padre, mercante di legname e proprietario di vaste tenute in Polonia e Finlandia, allora nell’Impero russo. Era cresciuta in quella poco distante da Brest-Litovsk, già del principe Sobieski (casa adorna di affreschi, par-

co, chalet, cavalli, servitori, medico privato, istitutrici personali – prima una tedesca, poi una francese), finché nel 1914 il padre trasferì l’attività a Pietroburgo, e la iscrisse «in una scuola terribile, molto snob». Ma già conosceva l’Italia: a cinque anni il padre italofilo l’aveva portata a Roma, dove rimase incantata dalle fontane (e dalle naiadi nude). Inoltre trascorreva l’inverno a Sanremo e a Nervi: era spesso malata e le giovava il clima più mite. Il padre voleva però che diventasse ballerina e lei aveva frequentato la scuola di teatro di Mejerchol’d. Lì conobbe il suo allievo, il regista Georgij Krol’, e lo sposò. La famiglia Gurevič, antizarista, salutò con favore la Rivoluzione liberale di febbraio; la Rivoluzione d’ottobre li sorprese nella tenuta di Tervus, sul lago Ladoga: vi rimasero, perché le altre pro-

prietà furono confiscate. Raissa raccontò di aver raggiunto Arkhangelsk passando con la slitta il lago ghiacciato, e poi Mosca (dove lavorava Krol’), viaggiando in terza classe, sul treno gremito di soldati reclutati per la guerra civile. Dopo la morte della madre, nel 1920, i Gurevič emigrarono e si dispersero. Raissa e il marito si diressero a Roma. All’hotel Flora, raccomandato quale «personalità interessante» da una lettera del pittore Mikhail Larionov, Krol’ conobbe Olga Resnevic, moglie del dottor Signorelli e animatrice di un vivace circolo artistico e culturale (faremo la sua conoscenza). Tuttavia Roma non offriva prospettive di lavoro, e nel 1921 la coppia emigrò a Berlino. Lui trovò impiego in varie case cinematografiche; lei danzava: si faceva chiamare Raissa Lork. Nel 1923 l’instabilità politica e l’in-

flazione delirante li spinsero a tornare in Italia – prima in costiera amalfitana, poi a Roma, dove Olga li aiutò a inserirsi. Nel teatro degli Undici, creato da Pirandello a Palazzo Odescalchi, i fratelli Alberto Savinio e Giorgio De Chirico allestivano l’Histoire du Soldat di Stravinskij. Raissa entrò nella compagnia come prima ballerina. De Chirico, esponente di punta dell’avanguardia europea, non era ancora il Pictor Optimus: la critica gli era acerba, i suoi quadri non si vendevano e viveva ancora con la madre. Fu un colpo di fulmine, per entrambi. Il 14 maggio del 1925 Raissa fu la protagonista ne La morte di Niobe, tragedia mimica in un atto di Savinio, con coreografia di Krol’, costumi e scenografie di De Chirico (torbide, notturne e livide, secondo un recensore). L’unica rappresentazione (cui

seguiva una replica di La gaia morte di Nikolaj Evreinov: lei vi interpretava la Morte) fu turbolenta. Raissa Lork si fece notare per la «veemenza». Ma il pubblico disorientato schiamazzava, e gli applausi non sedarono la gazzarra. Benché lei e De Chirico fossero ancora «amici platonicissimi», la straniera dalla bocca a cuore e dagli occhi azzurri lievemente strabici era diventata la sua «domina slava et judea». Il suo angelo, la sua divina, pura e ardente amica, che gli aveva purificato il cuore. Era pronto a darle il suo lavoro, il suo amore eterno, il suo sangue. Raissa lasciò il marito. Krol’ rimpatriò in Unione Sovietica, dove lavorò nel cinema fino alla misteriosa morte, sul mar Nero: «la barca tornò senza di lui». Madame Lork, invece, raggiunse De Chirico a Parigi. L’Italia sembrava essere stata solo una parentesi. (Segue...)


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MONDO MIGROS

LIFESTYLE Pulizia

Il sapone

nel mutare dei tempi Per molto tempo il sapone è stato utilizzato solo per gli indumenti e come rimedio terapeutico. Finché poi non ha trovato il suo posto come prodotto per l’igiene Testo: Barbara Scherer

1150 a.C.

PELLE SANA

L’antico testo egizio del Papiro Ebers descrive l’uso del sapone per trattare le patologie cutanee.

1925

200 d.C.

1688

Il medico greco Galeno fa riferimento al sapone per l’igiene personale.

Il Re Sole Luigi XIV emette una legge sulla purezza del sapone, che dà origine al famoso «Savon de Marseille».

IGIENE PERSONALE

2800 a.C.

SAPONE MIGROS

LEGGE DI PUREZZA

La Migros vende il sapone di Marsiglia come uno dei suoi primi prodotti.

LA FORMULA

Le prime formule di sapone vengono create in Mesopotamia.

600 d.C.

1791

Nel mondo arabo viene prodotto il sapone solido.

Il chimico Nicolas Leblang inventa la soda artificiale per i saponi.

SCOPERTA

1933

AZIENDA DI PRODUZIONE

Gottlieb Duttweiler fonda l’affiliata Gifa SA a Basilea per la produzione di sapone.

Lo usiamo per lavare tutto: noi stessi, i piatti, i vestiti, l’auto e persino il cane. Il sapone è un alleato quotidiano indispensabile. Da migliaia di anni le persone si affidano alla sua schiuma. La più antica testimonianza del sapone è una tavoletta di argilla del 2800 a.C. proveniente dalla Mesopotamia, nell’odierno Iraq. Riporta la ricetta di una miscela di ceneri di legno e olio animale. Probabilmente le persone usavano questo primo sapone per scopi medicinali. Lo indica il Papiro Ebers, un antico testo egizio risalente al 1150 a.C., che descrive la combinazione di oli animali e vegetali con sali alcalini per ottenere un materiale simile al sapone per il trattamento delle patologie cutanee. In Europa, all’epoca solo i Galli usavano una miscela di grasso animale e cenere, che applicavano sui capelli e che conferiva alla capigliatura un colore rossastro, come riporta l’enciclopedia romana Naturalis historia del II secolo. Una delle prime menzioni dell’uso del sapone per l’igiene personale proviene dal medico greco Galeno nel 130-200 d.C.. Il sapone solido a base di olio d’oliva, calce e soda caustica fu creato definitivamente nel VII secolo nel mondo arabo. Si è diffuso in Europa nell’Alto Medioevo. Il sapone rimase comunque un bene di lusso, poiché la sua

1950

SAPONE LUX

La Migros importa il sapone Lux dagli Stati Uniti e lo vende a due terzi del prezzo al dettaglio abituale.

produzione era complessa e costosa. Quando la peste si diffuse nel XIV secolo, si sospettò che l’agente patogeno fosse nell’acqua, pertanto l’igiene personale e il sapone furono improvvisamente disapprovati. Fu il Re Sole francese Luigi XIV a far rifiorire la produzione di sapone: alla fine del XVII secolo emanò una legge sulla purezza. Questa prevedeva che un sapone di alta qualità dovesse contenere almeno il 72% di olio d’oliva puro, rendendo il «Savon de Marseille» un sapone molto ricercato in tutta Europa.

In Europa il sapone si diffuse come prodotto di massa solo nel 19° secolo Produzione su larga scala Il chimico francese Nicolas Leblanc gettò le basi per la produzione di massa del sapone. Nel 1791 sviluppò un processo per la produ-

1980

NOVITÀ

Il sapone liquido fa il suo ingresso sul mercato.

zione sintetica di soda, un sale di sodio essenziale per la produzione di sapone. Tuttavia, la produzione di massa del sapone si diffuse solo nel XIX secolo, quando il microbiologo Louis Pasteur riuscì a dimostrare che i microrganismi possono causare malattie e che una buona igiene personale aiuta a prevenirle. Il sapone è stato anche uno dei primi sei prodotti venduti dal fondatore della Migros Gottlieb Duttweiler nel 1925. Solo cinque anni dopo, la Migros iniziò a produrre un proprio sapone per rendersi indipendente dai fornitori. Proprio per la produzione di saponi e detersivi, Gottlieb Duttweiler fondò nel 1933 a Basilea l’affiliata Gifa AG. Il sapone di Marsiglia convenzionale è stato gradualmente sostituito in tutto il mondo da una soluzione sintetica di sapone inventata da alcuni scienziati tedeschi dopo la Prima Guerra Mondiale. Nel 1928, l’azienda britannica Lever Brothers lanciò il sapone Lux, che fu poi pubblicizzato da varie star e personaggi di Hollywood. Nel 1950 Gottlieb Duttweiler portò questo sapone in Svizzera direttamente dagli Stati Uniti e lo vendette come «il sapone delle star del cinema» al prezzo di 50 centesimi, ovvero due terzi dell’abituale prezzo di vendita al pubblico. Il sapone liquido in uso oggi è arrivato sul mercato nel 1980.

1989

DISPENSER

Viene inventato il primo dispenser automatico di sapone.

Il profumo del sapone di Marsiglia è diffuso ancora oggi:

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SAPONE SOLIDO


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azione – Cooperativa Migros Ticino 25

TEMPO LIBERO ●

Un falso Negroni per brindare tutti i giorni Basta mixarlo con un aperitivo analcolico al posto del gin per trasformare questo cocktail tradizionale in una bibita leggera e rinfrescante

Nel dilettantismo, la bellezza della vita Osmosis sfida i giocatori a trovare connessioni senza parole, trasformando immagini e intuizioni in un piccolo surrogato atto di telepatia condivisa

Pagina 26

Pagina 27 ◆

Flavio Stroppini in Groenlandia, durante il suo ultimo lungo viaggio alla ricerca della cosiddetta ispirazione per superare la pagina bianca.

Ubriacarsi di bianco in Groenlandia

Letteratura di viaggio ◆ Tra impostura e verità, l’ultimo libro di Flavio Stroppini è il diario di un’avventura estrema alla ricerca di sé e della creatività perduta Carlo Silini

Metti che sei uno scrittore, un umano, insomma, retto dall’imperativo categorico di cercare storie per poi raccontarle, metterle in scena, farne pagine o musica o spettacolo. Metti che a un certo punto, in una sorta di incantesimo alla rovescia, perdi la verve e capisci che stai precipitando «negli abissi di una crisi creativa». Se le cose stanno così, potresti soffrire della stessa sindrome denunciata da Flavio Stroppini, lo stesso malessere che ha spinto l’autore ticinese a camminare centinaia di chilometri tra febbraio e marzo 2023 «poco sopra il sessantottesimo parallelo nord, nella Groenladia occidentale», terra di ghiacci, foche, orsi polari, inuit e – perfino lì – smodati appetiti trumpiani. Di questa siderale ricerca di sé parla l’ultimo libro di Stroppini, Una passeggiata artica (Edicilo editore), affascinante diario di un viaggio nel nulla per ritrovare l’oro della scrittura, scaturita nel volumetto in questio-

ne e in molto altro, in verità: in sequenza, uno spettacolo teatrale, un audiodocumentario, un podcast e un reportage. Ma, parafrasando l’autore, «per-

ché partire per un mese su una nave lunga 21,6 metri, bloccata dal ghiaccio in una baia della Groenlandia occidentale, a due passi dal Polo Nord, a ore a piedi dal primo centro abitato? Perché vivere con degli sconosciuti in pochi metri quadri affrontando un deserto gelido che raggiunge i – 30 gradi? Perché vivere nella notte polare con poche ore di luce al giorno?». Cerco la risposta balzando da un capitoletto all’altro del libro, con le belle illustrazioni di Bianca Di Prima, e mi diverto, da qui al calduccio, ad assistere alle raccomandazioni del capitano della nave incagliata fra i ghiacci, Phil: «Dovrai essere vigile per proteggerti dal congelamento […] la tua dieta abituale non è adatta al clima polare […] la temperatura nelle cabine durante il sonno sarà piuttosto bassa, tra 0 e 5 gradi». Piuttosto bassa, bell’eufemismo. Leggo delle sue passeggiate dove «tutto scompare. La musica, anche il mondo. Sono ubriaco di bianco. Tut-

to è bianco. Fatico a capire dove sia il sotto e dove il sopra. Qua lo chiamano whiteout, l’allucinazione bianca. Aspetto che passi». E me lo vedo davanti. Il Flavio, con il ghiaccio incastonato nella barba, i muscoli doloranti, la fatica di avanzare nella neve polverosa, lo sforzo di sopravvivere che gli cancella ogni altro pensiero, mentre sopra la sua testa esplodono improvvise aurore boreali. Poesia sopra un corpo con pochissime tacche d’energia residua. E a un certo punto, dalla fatica, dalle domande e dal nulla sottozero in cui si è cacciato, ecco il miracolo: «Ho iniziato a scrivere. Tutta la mia prima “grande gigantesca” crisi d’autore qua è lontana. Appena arrivato il bianco mi è sembrato un gigantesco foglio pieno di storie. Ho iniziato i miei percorsi. Camminare in questo territorio per raccontarlo». Che sia il cammino sulla banchisa in solitaria, quindi, la chiave della ritrovata creatività? Oppure la fu-

ga in un mondo totalmente altro e abbastanza ostile da non permettergli voli pindarici e autoflagellazioni mentali? Giù la maschera, Flavio. E rivela l’impostore! (anche queste sono parole sue). Eppure, no. Non c’è vera impostura nel suo testo. Nei suoi smarrimenti iniziali e nel ritrovarsi in un qualche misterioso modo alla fine del viaggio, l’autore sembra sincero con sé stesso e quindi anche con i suoi lettori: «L’illusione di essere altrove. Un altrove dove riuscire a vedere con chiarezza le cose, dove avere la giusta distanza per leggere i movimenti della tua vita. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentito totalmente presente, nel momento. E subito dopo mi vergognavo per essere uno che scappa». Bibliografia Flavio Stroppini, Una passeggiata artica, Ediciclo Editore, 2025.


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2. Mettete qualche cubetto di ghiaccio nel bicchiere. 4. Per il tocco decorativo, prelevate una lunga scorza d’arancia, arrotolala a spirale e mettetela nel bicchiere. Preparazione: circa 5 minuti Per bicchiere: circa 1 g di proteine, 0 g di grassi, 23 g di carboidrati, 100 kcal

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Settimanale di informazione e cultura

Anno LXXXVIII 5 gennaio 2026

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azione – Cooperativa Migros Ticino

TEMPO LIBERO

Piccola lezione di telepatia per dilettanti

Colpo critico ◆ Anche il gioco, come suggeriva Bichsel per la letteratura, può insegnare a pensare insieme e a godere dell’errore Andrea Fazioli

Scrivere è un lavoro per dilettanti. L’autore svizzero Peter Bichsel diceva che «siamo diventati un popolo di specialisti». Ognuno coltiva il proprio orticello, «uno è specialista di computer, un altro della telecamera, il terzo di quest’altro, il quarto di quest’altro, e il quinto è un uomo d’affari eccezionale e compra tutto quanto. […] Solo una cosa non riesce a noi tutti: vivere, vivere semplicemente; non ci riesce, perché non è una cosa da specialisti». Bichsel ne parlò in una conversazione televisiva con Guido Ferrari, ora pubblicata in coda al volume di racconti La poiana (Casagrande, 2024). In effetti, a chi gli chiedesse come fosse diventato uno scrittore, Bichsel rispondeva: «Ho avuto la fortuna di essere un cattivo calciatore». Le storie della raccolta affrontano, da prospettive diverse e con grande arguzia, il tema della narrazione; in un certo senso, dimostrano la tesi sviluppata nell’intervista: «La vita è una cosa da dilettanti, la vita è dilettantesca, e solo i dilettanti sono capaci di goderla, come per esempio i bambini, gli ingenui. E scrivere è una cosa da dilettanti. La mia specialità, in qualità di scrittore, è il dilettantismo». La dimensione del dilettantismo è quella del gioco. E la letteratura, come tutte le arti, in origine si sviluppa proprio in forma ludica. Nel racconto Viaggiare in treno Bichsel mette

in scena un tizio di nome Müller, il quale per difendersi dal mondo (e dalle storie) finisce per assomigliare a un bambino che giochi a fare l’adulto: «E Müller comincia a difendersi, lavora immerso nelle sue carte, cerca di risolvere il problema della noia con importanza, ostentando importanza». Non è ciò che facciamo tutti, ogni tanto? La letteratura ha invece il ruolo di «sentimentalizzare», per dirla ancora con Bichsel, cioè di aiutarci a entrare nella mente degli altri.

Bichsel mostra che la vita e la scrittura sono mestieri da dilettanti, come a dire che solo chi affronta il mondo con ingenuità sa davvero goderne Anche il gioco, nella sua forma primaria, infantile, ha questa funzione. E pure il gioco da tavolo, in tutte le sue sfaccettature, ha la capacità di creare connessioni. Ne è un ottimo esempio una creazione di Agnès Largeaud intitolata Osmosis (Jeux Opla, 2025, con le belle illustrazioni di Charlotte Lacroix). È un cooperativo: i partecipanti (da 2 a 8) collaborano nel creare associazioni mentali fra immagini o parole. Lo scopo è quello di compiere le medesime scelte a partire da una comunicazione limitata: è consentito descrivere la tipologia dei nes-

si, ma senza entrare nei dettagli. E nascono dialoghi del genere: «Fra queste immagini ne scorgo tre che potrebbero andare insieme…»; «Io ne vedo solo due, legate in maniera narrativa.»; «No, sono due coppie: la prima ha un nesso tematico, la seconda di causa-effetto». È una via di mezzo fra una piccola lezione di psicanalisi e una sessione di telepatia; il tutto in un’atmosfera rilassata, fra risate e colpi di scena. Osmosis è ispirato alle teorie della psicanalista russa Sabina Nikolaevna Špil’rejn (1885-1942), una delle prime donne a esercitare questa professione. Fu paziente di Jung, poi sua collaboratrice. Più tardi conobbe Freud e divenne membro della Società Psicoanalitica. La psicanalisi venne tuttavia proibita in Russia dal regime staliniano e Špil’rejn lavorò come medico scolastico; venne infine uccisa dai nazisti nel 1942. Dalle teorie di Špil’rejn proviene nel gioco la necessità di comunicare senza usare parole dirette, il fatto di creare un pensiero collettivo, il senso dell’ambiguità e la spinta a espandere la propria visione del mondo. Del resto, come spiega l’autrice di Osmosis, la stessa Špil’rejn scrisse che «il gioco è una forma di scoperta di sé stessi». Naturalmente lo scopo è il divertimento e la scoperta avviene in maniera naturale, in partite che durano una ventina di minuti. Per rilassarsi dopo una sfida a Osmosis, consiglio un altro gioco coo-

Giochi e passatempi Cruciverba Come si chiama questo frutto tropicale? E di cosa è ricco? Troverai le risposte, risolto il cruciverba e leggendo nelle caselle evidenziate. (Frase: 5 – 2, 8, 1)

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Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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Sudoku

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perativo che sembra molto diverso, ma che ha le stessa leggerezza, lo stesso incanto. Si chiama Kites, creato da Kevin Hamano e pubblicato da Floodgate Games nel 2022. I partecipanti, da 2 a 6, devono mantenere degli aquiloni sospesi nel cielo, senza che nessuno precipiti. Per fare questo selezionano una serie di carte nei pochi secondi concessi da alcune clessidre colorate di varia lunghezza. Il gioco è in tempo reale. La sabbia delle clessidre simboleggia la forza di gravità, mentre l’inge-

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gno e la coordinazione dei giocatori si alleano per rendere possibile il miracolo: la levità, la bellezza, la telepatia di pensare insieme, seduti intorno a un tavolo. Come Osmosis, pure Kites sarebbe piaciuto a Peter Bichsel. Anche perché giocando si sbaglia, e molto, ma sempre in un contesto ironico, nella consapevolezza che la vittoria, così come la nostra biografia, «non viene decisa dalle nostre capacità, ma dalle nostre incapacità» (Peter Bichsel, La poiana).

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

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L’immagine di copertina del gioco da tavolo Kites.

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Soluzione della settimana precedente ORIZZONTALI 1. Lo tende il nemico 7. Indumento per religiosi 8. Le iniziali del cantautore Vecchioni 9. Ad est della Francia… 10. 504 romani 11. Rendono vietato il vitto 12. Si abbinano alle pietanze 13. Famoso attore napoletano 14. Stretto che separa la Tasmania dall’Australia 18. Autrice… di capi 20. Si trasformerà in 12 orizzontale

21. Galleggia sull’acqua 22. Orifizi della pelle 23. Topo francese 24. Difficili da digerire 26. Rischiare 27. È stupida ma ha fegato… VERTICALI 1. Funziona a porte chiuse 2. Allegra, lieta 3. Avverbio di tempo 4. Due vocali 5. Si dice di Dio 6. Assolutamente prevedibili 10. Due nel bicchiere

12. Si decide valutando 13. Sminuzzato 14. Un vento 15. Un calciatore… impulsivo 16. Le iniziali della conduttrice Toffanin 17. Nome femminile 19. Tornante nel calcio 20. Portò il popolo d’Israele fuori dall’Egitto 22. A volte si trova davanti a Giove… 24. Simbolo del protoattinio 25. Le iniziali dell’attore Cruise

IL NOSTRO AUGURIO: La redazione augura ai nostri lettori che il nuovo anno possa donarvi… Resto della frase: … FELICI RICORDI DA CUSTODIRE NEL CUORE

F I P A V

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


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Tutti i pasti da bere This is food Yfood per es. Choco, 500 ml, 3.32 invece di 4.95, (100 ml = 0.66)

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Drink alle mandorle Alpro senza zucchero 1 litro, 2.61 invece di 3.90

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Migros Ticino

Offerte valide dal 6.1 al 12.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 9

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23.12.2025 15:05:39


E C L O D Team o rustico? Pane e prodotti da forno

Dis ponibile anche la ricetta senza glutine

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LO SAPEVI

a partire da 2 pezzi

Le prime chiacchiere di Carnevale vengono prodotte a dicembre e la fine della produzione coincide con il «Morgestraich» di Basilea. La Migros ne produce quasi 900’000 al giorno, 600’000 grandi e 270’000 piccole. Ogni stagione ne vengono prodotte ben 20 milioni, pari a 600 tonnellate.

33%

Tutte le trecce precotte per es. treccia al burro M-Classic, IP-SUISSE, 550 g, 2.35 invece di 3.50, (100 g = 0.43)

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Baguette cotta nel forno di pietra 260 g, 1.34 invece di 2.–, prodotto confezionato, (100 g = 0.52)

a partire da 2 confezioni

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Frittelle di carnevale grandi Petit Bonheur

Tutte le coppette ai vermicelles

(chiacchiere escluse), 6 pezzi, 216 g, 2.21 invece di 3.30, prodotto confezionato, (100 g = 1.02)

per es. 95 g, 1.68 invece di 2.50, (100 g = 1.77)

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in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.86)

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Bevande

l i r e p E D N BEVA

y r a u n a Dry J

a partire da 2 pezzi

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Tutte le birre analcoliche per es. Non, 330 ml, –.80 invece di 1.20, (100 ml = 0.24)

Dalle Alpi vallesane

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Orangina e Oasis

Acqua minerale Aproz

in confezioni multiple, per es. Orangina Original, 6 x 500 ml, 5.83 invece di 8.70, (100 ml = 0.19)

disponibile in diverse varietà, 6 x 1,5 litri e 6 x 1 litro, per es. frizzante, 6 x 1,5 litri, 4.29 invece di 6.40, (100 ml = 0.05) Offerte valide dal 6.1 al 12.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 11

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Scorta

a l r e p i l o c i Pr ez i o s i a r t

A S N E DISP a partire da 2 pezzi

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Tutte le zuppe Bon Chef per es. vellutata ai funghi porcini, 75 g, 1.14 invece di 1.70, (100 g = 1.52) a partire da 2 pezzi

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Tutto il caffè Boncampo in chicchi e macinato, per es. Classico in chicchi, 1 kg, 8.68 invece di 12.95

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Tutte le confetture Fruits Suisses e Satin, Belle Journée

Zucchero fino cristallizzato Cristal M-Classic, IP-SUISSE

per es. Fruits Suisses ai frutti di bosco IP-SUISSE, 350 g, 3.25 invece di 4.85, (100 g = 0.93)

4 x 1 kg, 4.82 invece di 7.20, (100 g = 0.12)

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Bevanda al cacao Nesquik 1 kg, 6.67 invece di 9.95

RMIO DI RISPA

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23.12.2025 15:06:09


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Tutte le Farm Chips

Snacketti Zweifel

per es. rosmarino, 150 g, 2.21 invece di 3.30, (100g = 1.47)

Paprika Shells e Paprika Claws, Dancer Cream e Bacon Strips flavour, per es. Paprika Shells, 75 g, 1.31 invece di 1.95, (100 g = 1.75)

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Tutti i ravioli M-Classic per es. ravioli alla napoletana con ripieno di carne, 430 g, 1.61 invece di 2.40, (100 g = 0.37)

conf. da 4

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Piselli e carote oppure piselli, fini o purea di mele, M-Classic per es. piselli e carote, fini, 4 x 260 g, 4.50 invece di 6.80, (100 g = 0.43)

Tutto l'assortimento Ponti e Giacobazzi per es. aceto balsamico di Modena Ponti, 500 ml, 3.22 invece di 4.80, (100 ml = 0.64)

Da coltiva zion sostenibili i

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Tutte le barrette singole sport e lifestyle

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(prodotti Alnatura, Farmer e Ovo esclusi), per es. Chiefs Protein Bar Crispy Cookie, 55 g, 2.18 invece di 3.25, (100 g = 3.96)

Tutte le capsule Café Royal incl. CoffeeB per es. lungo, 10 capsule, 3.02 invece di 4.50, (100 g = 5.70)

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Sofficini M-Classic prodotto surgelato, disponibili in diverse varietà, per es. sofficini al formaggio, 8 pezzi, 480 g, 3.55 invece di 5.30, (100 g = 0.74)

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Tutte le gallette di riso e di mais (prodotti Alnatura esclusi), per es. gallette di mais Lilibiggs, 4 x 32,5 g, 1.14 invece di 1.70, (100 g = 0.88)

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Dolci e cioccolato

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Cialde finissime M-Classic

Tutti i Petit Beurre M-Classic e V-Love

Kägi des Alpes

Classico, Noir o Black & White, per es. Classico, 3 x 190 g, 7.90 invece di 11.85, (100 g = 1.39)

per es. cioccolato al latte, 150 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 1.32)

Milk o Dark, in conf. speciale, per es. Milk, 180 g, 6.10 invece di 9.12, (100 g = 3.39)

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Bebè e bambini

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33% Tutto l'assortimento di giocattoli invernali per es. Carrera Speed Arena Disney Pixar Cars, il pezzo, 40.17 invece di 59.95

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Tutto l'assortimento di stoviglie e bavaglini, Milette per es. piatto per bambini con orso, il pezzo, 2.65 invece di 3.95

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Bellezza e cura del corpo

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L'aria calda disidrata la pelle e provoca la screpolatura delle labbra, che non hanno quasi ghiandole sebacee. L'applicazione regolare di un balsamo le protegge dagli agenti esterni e le nutre delicatamente. All'aperto utilizzare stick con un’elevata protezione UV.

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Tutto l'assortimento Grether's per es. pastiglie al ribes nero senza zucchero, in confezione di ricarica, 110 g, 5.09 invece di 7.60, (100 g = 4.63)

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Tutto l'assortimento Labello per es. The Original, 2 pezzi, 2.65 invece di 3.95

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Tutto l'assortimento di cosmesi decorativa L’Oréal Paris (confezioni multiple escluse), per es. mascara Volume Million Lashes Panorama, nero, il pezzo, 16.72 invece di 24.95

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Tutto l'assortimento di prodotti in ovatta Beauty & Co. (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. dischetti d'ovatta, 80 pezzi, 1.31 invece di 1.95

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Prodotti per la cura del viso e del corpo Nivea e Nivea Men incl. Baby (prodotti Sun, confezioni da viaggio, set regalo e conf. multiple escluse), per es. siero antimacchie Luminous 630, 30 ml, 22.08 invece di 32.95, (10 ml = 7.36)

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Tutto l'assortimento Good Mood (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. sapone per le mani alla vaniglia e lavanda, 250 ml, 2.65 invece di 3.95, (100 ml = 1.06) Offerte valide dal 6.1 al 12.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 17

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Tutto l'assortimento Handymatic Classic (sale rigeneratore escluso), per es. Classic All in 1, 50 pastiglie, 9.72 invece di 14.50

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Bratwurst dell'Olma di San Gallo IGP Svizzera, 2 pezzi, 320 g, 2.41 invece di 3.60, in self-service, (100 g = 0.75), offerta valida dall'8.1 all'11.1.2026

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