Azione 51 del 15 dicembre 2025

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edizione

MONDO MIGROS

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SOCIETÀ Pagina 3

Un oftalmologo spiega l’importanza di riconoscere per tempo la maculopatia

In Svizzera prendono piede iniziative di mobilità con veicoli elettrici senza conducente

ATTUALITÀ Pagina 13

L’era dei giochi con l’IA

CULTURA Pagina 21

Al Kunstmuseum di Basilea una mostra dedicata ai fantasmi, in senso figurato ma non solo

Prora: l’utopia balneare del Terzo Reich oggi si veste di bianco al di là delle ombre di cemento

TEMPO LIBERO Pagina 35

Non siamo zavorra

Per Trump gli europei sono zavorra: peso morto, fastidio. E il fatto che la Svizzera non appartenga all’Ue non la mette al riparo da questa visione deprimente del Vecchio Continente. Lo confermano la National Security Strategy dell’Amministrazione Usa (cfr. Lucio Caracciolo a pag. 18) e qualche successiva esternazione di Trump. Il documento (ne parla anche Aldo Cazzullo a pag. 19) ci schiaffeggia dalla prima all’ultima riga. A volte a ragione. Non si può negare il declino economico dell’Europa che aveva il 25% del PIL mondiale nel 1990 ed è scesa al 14%. Né la crisi demografica: nel 2023 le nascite sono calate del 5,4% rispetto al 2022 e il tasso di fertilità è sceso a 1,38 figli per donna. Così come è reale, ahinoi, l’eccessiva dipendenza strategica dagli Stati Uniti per questioni di sicurezza. Altre volte le accuse sono rancorosamente ideologiche. Per Washington, la crisi demografica sarebbe causata dalla perdita delle identità na-

zionali e dalle porte spalancate agli immigrati (ma l’Ue da anni indurisce le misure di accoglienza!). L’Europa, dicono, potrebbe essere «irriconoscibile entro vent’anni». Dimenticando che negli Usa gli immigrati nati all’estero sono il 15,4%, mentre in Europa il 14%. E che fino a ieri il melting pot era considerato un fattore di successo, non una sciagura. Con buona pace degli immigrati somali, definiti «spazzatura» in una recente riunione di gabinetto alla Casa Bianca (bonjour finesse!). Trump sostiene che l’Ue e altri organismi transnazionali stiano «minando la libertà politica e la sovranità», con pratiche di censura e repressione dell’opposizione. Curioso, detto da un signore che intenta cause miliardarie contro i media che lo contestano, azzoppa gli aiuti alle accademie inclusive e definisce i giudici federali «pazzi della sinistra radicale». Il documento è irritante, ma non va demonizzato: alcune critiche sono fon-

date e quelle farlocche servono a riattivare l’orgoglio per quello che siamo, come Europa e come Svizzera. Perché l’Europa resta fra le prime tre economie mondiali, leader in settori chiave come green tech, farmaceutica, cultura e diritti. Ha inventato il welfare e guida la transizione ecologica. Con tutti i suoi limiti, nel buio dei diritti che ci circonda, continua a essere un faro di democrazia e di libertà. Come la Svizzera, che in più è un modello di innovazione, intelligenza diplomatica e convivenza pacifica tra culture diverse. Merce invidiabile, di questi tempi. Certo, nel frattempo – come scriveva il «Corriere del Ticino» – dobbiamo cercare di «trovare un modus vivendi con i forti»: cioè l’Ue (avversata da destra) e gli Usa (avversati da sinistra). Siamo il pesce piccolo che cerca di non farsi mangiare dall’Europa, che a sua volta cerca di non farsi mangiare dall’America. Oltre metà del commercio estero elvetico dipende dall’Ue

e settori chiave come farmaceutica, orologeria e metalli preziosi rappresentano più del 70% dell’export verso gli Usa. Insomma, ci stringono in una morsa, ma non possiamo (o non vogliamo) uscirne. È il destino dei piccoli. E dei nostri politici, snobbati dai potenti, che prestano più volentieri retta ai manager, come è avvenuto a Washington nel summit di Trump con un gruppo di imprenditori elvetici che forse –ma è indelicato dirlo ad alta voce – ha spianato la strada all’attuale accordo sui dazi. Sarà difficile che i prossimi patti doganali con Washington e i Bilaterali III con Bruxelles non si rivelino trattati di più o meno velata sottomissione. Ingoieremo amaro, ma non perderemo la consapevolezza che la vera zavorra del mondo non siamo noi, bensì chi disprezza i valori del bene comune che custodiamo e, ne siamo certi, molti prestissimo invocheranno come il pane per uscire da questo insensato «tutti contro tutti» planetario.

Sara Rossi Guidicelli Pagina 7
Freepik
Carlo Silini

Salva il cibo, aiuta le persone

Info Migros ◆ La Migros dona a organizzazioni di pubblica utilità gli alimenti che non può più vendere; visita a un centro di distribuzione «Tavolino magico»

Lunedì mattina, ore 8.30. Dieci tavoli vuoti sono disposti a U in una stanza al piano superiore del centro comunitario di Zurigo Oerlikon. Cinque volontari sono a disposizione, come ogni lunedì quando l’organizzazione «Tavolino magico» distribuisce cibo. Si tratta di alimenti che sono vicini al termine minimo di conservazione o l’hanno già superato e quindi non possono più essere venduti, pur essendo di qualità perfetta. Anche Migros dona questi alimenti. L’anno scorso, la Migros ha donato oltre 2000 tonnellate a «Tavolino magico» e «Schweizer Tafel».

Poco dopo arriva la Direzione generale della Federazione delle cooperative Migros, che oggi affiancherà il

team in loco. «La Migros ha l’obbligo di occuparsi anche delle persone con risorse finanziarie limitate», afferma il presidente di Migros Mario Irminger, contento che grazie a «Tavolino magico» e ad altre organizzazioni, il cibo venga passato ad altri invece di essere buttato via. Ma questo è possibile solo perché qui molte persone svolgono attività di volontariato. Il presidente della Direzione generale FCM e i suoi colleghi hanno quindi deciso di dare una mano per una mattinata. Un furgone per le consegne di «Tavolino magico» arriva davanti all’ingresso. Oltre alla merce della Migros, contiene anche pane e dolci delle panetterie vicine e alimenti di altri rivenditori. In poco tempo, la squadra porta

L’importanza della rete

il cibo al primo piano, dove i prodotti iniziano ad accumularsi sui tavoli. Il reparto con frutta e verdura fresca è il più abbondante. Ci sono anche pane e yogurt. La selezione di bevande, pasta e farina, invece, è piuttosto scarsa. Alex Stähli, direttore dell’organizzazione no-profit «Tavolino magico», afferma come trovare il giusto equilibrio possa talvolta diventare una sfida. Ma sottolinea: «Noi salviamo il cibo. Non è nostro compito assicurare i servizi di base alle persone che vivono in povertà». L’organizzazione, finanziata da donazioni, collabora con servizi sociali specializzati. Questi emettono carte acquisti contingentate per le persone colpite dalla povertà, che consentono loro di accedere ai centri di distribuzione. Con questa carta, ricevono cibo una volta alla settimana al prezzo simbolico di un franco.

Quello che avanza va in un frigorifero pubblico

Ore 10, apertura delle porte. Entra la prima cliente, una giovane donna con la figlia piccola. Una fascia oraria esatta viene assegnata a sorte la settimana precedente. La donna passa da un tavolo all’altro. Gli aiutanti distribuiscono il cibo. Mario Irminger è in piedi vicino alla frutta. A seconda delle dimensioni della famiglia – come riportato sulla carta acquisti – distribuisce più mele o mandarini.

La situazione è calma e organizzata. Patricia Keller, la responsabile del team, coordina l’ingresso scaglionato, fermandosi a chiacchierare qua e là.

Percento culturale ◆ Sono 45 i progetti sostenuti provenienti da tutte le regioni del Paese

Con il bando «Rein ins Netz» (Entra in rete), il Percento culturale Migros ha sostenuto complessivamente 45 progetti provenienti da tutte le regioni del Paese per un importo totale di CHF 362’205.

La suddivisione regionale si compone nel seguente modo: un progetto nazionale (2%), 25 progetti dalla Svizzera tedesca (55%), 16 progetti dalla Romandia (36%) e 3 progetti dal Ticino (7%) per un totale di 45 progetti sostenuti. Fino all’8 dicembre i progetti si potevano trovare sulla pagina del bando «Entra in rete» sull’Hub di Engagement (https://engagement. migros.ch/de/kulturprozent/soziales/ reininsnetz)

Attualmente si possono consultare tre esempi di progetti; ne è stato scelto uno per ogni regione linguistica affinché ci si possa fare un’idea della natura degli stessi. Nella fattispecie è stato scelto un luogo di incontro accessibile a tutti che favorisce lo scambio e l’apprendimento condiviso di temi di na-

tura digitale, un un workshop in movimento e uno sportello che si occupa delle sfide digitali degli over 65 a rischio povertà.

Il progetto «Maus und Mokka», organizzato da Aida (Bildung + Begegnung) di San Gallo. consiste in un luogo d’incontro aperto in cui donne con un passato migratorio ricevono sostegno in materia di digitalizzazione. Le donne interessate gestiscono i contenuti in base alle loro esigenze ricevendo un’assistenza personalizzata. Obiettivo principale è il rafforzamento dell’indipendenza digitale con conseguente aumento delle opportunità lavorative. Il progetto è stato sostenuto perché la necessità di questo servizio è stata espressa dalle stesse persone interessate, inoltre le ex partecipanti fungono da mentori (peer-to-peer).

Il Progetto «Touch’Connect» organizzato da Association Atic di Neuchâtel è rivolto a tutta la Svizzera occidentale e prevede un tour di workshop mobili, pratici e con un approccio sen-

Dal 2019 è impegnata qui ogni settimana. Una cliente le dice che ha una visita medica il lunedì mattina successivo. Keller si offre di preparare una borsa per lei e di lasciarla al piano inferiore del centro comunitario. Passano circa 60 persone. Dopo un’ora, quando tutti hanno finito, c’è un secondo turno. Chi lo desidera, può scegliere di nuovo tra gli alimenti rimasti. Ci sono ancora bevande, pane, patate e banane. Poi non resta quasi più niente. Keller mette ciò che rimane in un frigorifero esterno di Madame Frigo. È pubblico e può essere riempito anche da privati. Tutti possono servirsi gratuitamente. Keller sa che alcune persone aspettano letteralmente che «Tavolino magico» metta lì il cibo rimasto.

Nel frattempo, l’ultimo cliente lascia il centro comunitario con un trolley per la spesa pieno fino all’orlo e un sorriso sul volto.

Migros dona 2000 tonnellate di cibo

Migros evita, per quanto possibile, lo spreco alimentare attraverso un’attenta pianificazione e riduzioni sui prodotti prossimi alla scadenza. Se alla fine della giornata qualche prodotto rimane invenduto, dona cibo commestibile a organizzazioni come Tavolino magico (www.tischlein.ch/it/) o Schweizer Tafel (schweizertafel.ch/ de/). L’anno scorso Migros ha donato oltre 2000 tonnellate di cibo.

Un Natale…Generoso

Info Migros ◆ In occasione delle feste una serie di imperdibili appuntamenti in montagna

sibile in diversi cantoni della Svizzera occidentale. Scopo del progetto è il rafforzamento delle competenze digitali basilari di persone in situazioni precarie al fine di impedirne l’isolamento sociale. L’approccio proattivo permette di raggiungere anche chi non cercherebbe spontaneamente un’offerta (case di riposo, centri sociali e appartamenti protetti). Il progetto è stato sostenuto per il suo approccio proattivo (l’offerta viene portata alle persone interessate) e per la presenza dell’elemento peer-to-peer (alcune delle persone interessate sono diventate a loro volta aiutanti volontarie).

Il Progetto «Sportello digitale» organizzato da ATTE in Ticino prevede un’offerta di consulenza sotto forma di punto di riferimento per persone anziane. Lo sportello vuole anche essere un luogo di incontro gestito da volontari in forma di «mediatori volontari» (spesso peer-to-peer). L’offerta (accessibile a tutti) si rivolge principalmente a persone over 65 colpite da povertà o isolamento, ed è gratuita. Il progetto è stato sostenuto per l’elemento peer-to-peer e perché le persone interessate vengono coinvolte nella valutazione del progetto, che intende colmare in modo diretto e pratico il divario digitale nelle persone anziane.

Aspettando Babbo Natale… e il Nuovo Anno

Il Monte Generoso sarà aperto in modo continuativo durante il periodo natalizio fino al 6 gennaio 2026 per consentire a tutti i visitatori di vivere appieno l’atmosfera magica delle feste. Al Grotto Bellavista, nella suggestiva cornice panoramica del Monte Generoso, nei giorni che precedono il Natale saranno organizzate serate speciali dedicate a piatti della tradizione come raclette e chinoise. L’attesa culminerà con il Pranzo di Natale del 25 dicembre per uno scambio di auguri intimo ed emozionante tra amici e parenti.

L’ultima serata del 2025 avrà inizio a Capolago, dove gli ospiti potranno prendere il treno a cremagliera. Al Buffet Bellavista, il calore del camino, piatti tradizionali e l’animazione musicale di un DJ accompagneranno i festeggiamenti alla mezzanotte.

L’inverno diventa davvero speciale

grazie all’offerta del Buffet Bellavista, dove i prodotti freschi e locali vengono valorizzati con maestria e creatività, adattandosi a ogni tipo di evento. Dai sapori del Brunch Momò, ideale per momenti di convivialità in famiglia come il 6 gennaio.

Amici del Generoso tutto l’anno

L’Abbonamento Amici del Generoso è la soluzione ideale per vivere appieno la bellezza del Monte Generoso durante tutto l’anno. Con un’unica tessera, si può accedere illimitatamente alla ferrovia e godere dei panorami mozzafiato, la natura incontaminata in ogni stagione.

Informazioni www.montegeneroso.ch

L’anno scorso la Migros ha donato 2000 tonnellate di cibo. La Direzione generale della Federazione delle cooperative Migros oggi supporta il team in loco. (Daniel Winkler)
Il capo di Migros Mario Irminger (a destra). (Daniel Winkler)

SOCIETÀ

L’IA nascosta nei giocattoli

L’Intelligenza Artificiale è sempre più presente nella nostra vita quotidiana: non ne sono risparmiati nemmeno i giocattoli

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Storie di ripartenza

Il progetto Ciceroni per Urban Art offre alle donne migranti l’opportunità di raccontare sé stesse e Chiasso attraverso l’arte

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Boschi, una storia di consapevolezza

A colloquio con l’ingegnere Marco Comedera per un bilancio dopo quarant’anni di ricerca sui boschi a Sud delle Alpi

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Riconoscere per tempo la maculopatia

Salute ◆ Una testimonianza e l’oftalmologo ricordano l’importanza di non ignorare i primi segnali dopo i 50 anni

«…un bel giorno ho iniziato a notare una macchia scura al centro della vista e guardando, ad esempio, le linee su un foglio, queste mi sembravano ondulate. Pensavo fosse stanchezza, ma l’oculista mi ha diagnosticato una maculopatia senile. All’inizio ero spaventato perché temevo di perdere la vista. Ora faccio iniezioni intravitreali regolari e controlli frequenti. La vista è stabile e ho imparato che, se scoperta presto, la malattia si può gestire bene. Non bisogna ignorare i primi segnali!», è la testimonianza di Carlo (nome noto alla redazione) che ha 68 anni.

La cosiddetta degenerazione maculare legata all’età (DMLE), nota anche come maculopatia senile, è una malattia che colpisce la macula che è la zona centrale della retina, responsabile della visione nitida e dei dettagli. I sintomi che si percepiscono vanno dalla visione centrale offuscata, alla distorsione delle linee rette o comparsa di una macchia scura al centro del campo visivo. Dal punto di vista epidemiologico, la DMLE colpisce soprattutto le persone sopra i 50 anni. Secondo Pro Senectute, Dynoptic e Retina Suisse «la DMLE inizia a comparire dopo i 50 anni e la sua frequenza aumenta con l’età: tra i 55 e 59 anni circa una persona su 30 è affetta, mentre oltre gli 85 anni la proporzione sale a circa una su 5». Anche nel Canton Ticino la situazione sembra simile a quella nazionale, sebbene manchino dati aggiornati specifici. A livello mondiale, gli studi internazionali concordano sul fatto che la DMLE rappresenta una delle principali cause di grave perdita visiva nelle persone anziane, e ciò ribadisce l’importanza di sottoporsi a controlli regolari dopo i 50 anni.

Ne abbiamo parlato con il dottor Leandro Oliverio, specialista in Oftalmologia e vice direttore della Clinica Swiss Visio a Bellinzona, il quale conferma innanzitutto l’incidenza della malattia per rapporto all’aumento della speranza di vita: «Certamente, l’aumento dei casi di degenerazione maculare è strettamente legato all’invecchiamento della popolazione. Oggi viviamo sempre più a lungo e gli studi confermano che il rischio cresce con l’età: tra le persone di novant’anni, fino al 70% può sviluppare questa patologia». Il medico spiega che la maculopatia è una patologia subdola perché spesso i sintomi compaiono quando è già in uno stadio avanzato: «Ne esistono due forme principali: la secca, che evolve lentamente a causa dell’atrofia dei fotorecettori retinici, e quella umida, che progredisce più rapidamente per la formazione di nuovi vasi anomali che perdono liquido, alterando la funzione visiva». In entrambi i casi «la visione centrale viene compro-

messa, mentre quella periferica resta in genere conservata, per cui la persona non diventa completamente cieca ma può avere gravi difficoltà nel riconoscere volti, oggetti o leggere». Il dottor Oliverio sottolinea quindi l’importanza dei controlli oculistici regolari: «Visite regolari dallo specialista oftalmologo con l’esecuzione del fondo oculare consentono di individuare precocemente la malattia».

Compare dopo i 50 anni e la sua frequenza aumenta con l’età: tra i 55 e 59 anni circa una persona su 30 è affetta, e oltre gli 85 anni circa una su 5

A questo proposito, lo specialista ricorda i suggerimenti dell’associazione americana di oftalmologia che consigliano visite ogni due anni dopo i 65 anni, e ogni uno-tre anni fra i 55 e i 65, sottolineando però che «una diagnosi tempestiva permette di rallentare la progressione della degenerazione maculare». Per il nostro interlocutore appare quindi evidente che dopo i 65 anni sarebbe opportuno intensificare le visite di controllo per chi ha famigliarità (fattore di rischio): «Diciamo che bisognerebbe stringere l’intervallo indicato proprio a cau-

sa della famigliarità o altri fattori di rischio presenti». La prevenzione è quindi un aspetto fondamentale, strettamente legato al fatto che, una volta diagnosticata, la progressione della malattia può essere rallentata, soprattutto perché esistono diversi fattori di rischio modificabili su cui è possibile intervenire: «Adottare uno stile di vita sano può contribuire a ridurre la probabilità di sviluppare o di far progredire la degenerazione maculare: non fumare, proteggere gli occhi dai raggi ultravioletti e seguire un’alimentazione equilibrata, ricca di verdure a foglia verde, frutta e pesce azzurro, sono comportamenti protettivi per la retina». L’oftalmologo aggiunge che una dieta di tipo mediterraneo, insieme all’assunzione di integratori a base di vitamine e antiossidanti specifici per il supporto al metabolismo retinico, «si è altresì dimostrata utile nel rallentare l’evoluzione della malattia», confermando così quanto la prevenzione sia strettamente legata alle scelte quotidiane.

Quindi, per la diagnosi della degenerazione maculare legata all’età, oltre alla visita oculistica con dilatazione della pupilla, si utilizzano esami strumentali specifici. «Il principale è l’OCT, una tomografia a coerenza ottica che, in modo non invasivo,

permette di ottenere immagini tridimensionali della retina e di individuare anche le alterazioni più precoci, distinguendo tra forma secca e umida. In alcuni casi si esegue anche la fluorangiografia, un esame più invasivo che prevede l’iniezione di un colorante endovenoso per visualizzare i vasi sanguigni retinici». Per quest’ultimo, Oliverio rassicura sul fatto che è considerato sicuro e di routine, con un rischio minimo di complicanze. Oltre alla correzione dei fattori di rischio modificabili («in particolare il fumo di sigaretta, che aumenta in modo significativo il rischio e l’aggressività della malattia») le opzioni terapeutiche dipendono dalla forma della degenerazione maculare: «Nella forma secca, il trattamento punta soprattutto a rallentarne la progressione attraverso integratori specifici a base di vitamine e antiossidanti, la cui efficacia è supportata da solidi studi scientifici. In ogni caso, recentemente (per la forma secca, ma già da molti anni per quella umida) sono state introdotte anche terapie intravitreali, ossia iniezioni eseguite direttamente all’interno dell’occhio, con lo stesso obiettivo di contenere l’evoluzione della malattia». Sulle iniezioni intraoculari il medico rassicura tuttavia i pazienti, spiegando che «nonostante possano suscitare timore, queste inie-

zioni sono procedure rapide, poco invasive e generalmente indolori, spesso percepite come meno fastidiose di un semplice prelievo di sangue». La prognosi della degenerazione maculare legata all’età varia in base alla forma e alla tempestività con cui viene diagnosticata e trattata: «Nella forma secca, l’evoluzione è generalmente lenta e può consentire di mantenere una buona visione centrale per anni, anche se la perdita visiva, una volta instaurata, non è recuperabile. Nella forma umida, invece, il decorso può essere più rapido, ma le iniezioni intravitreali, se effettuate tempestivamente, permettono in molti casi di stabilizzare la vista e talvolta di ottenere un parziale recupero visivo». Il medico sottolinea la diagnosi precoce e ricorda che il monitoraggio costante sono fondamentali in entrambe le forme, «perché l’efficacia dei trattamenti dipende in larga misura dalla rapidità dell’intervento». Infine, le prospettive future sono promettenti: «La ricerca sta sviluppando terapie geniche in grado di migliorare la funzione retinica e rallentare l’evoluzione della malattia con un numero ridotto di iniezioni». A dimostrazione che oggi l’oculistica è uno dei campi più avanzati nella sperimentazione genetica, «grazie anche alla possibilità di osservare direttamente l’occhio».

Dopo i 50 anni è altamente consigliabile una visita oculistica. Riconosciuta in tempo utile, la maculopatia può essere gestita con efficacia. (freepik)
Maria Grazia Buletti

Un piatto intramontabile per i menu festivi

Attualità ◆ Grazie alla sua succosità e tenerezza, il roastbeef è sempre molto gettonato dai buongustai, tanto più che non richiede troppo tempo ed è relativamente facile da preparare

Tra i tagli più indicati per la preparazione di buon roastbeef, l’entrecôte di manzo è quello che dà i risultati migliori, in virtù della sua fine marezzatura ben distribuita che garantisce un aroma e una succosità incomparabili. Tuttavia, si possono anche utilizzare altri tagli, come lo scamone o il filetto, che risultano più magri ma richiedono maggiore attenzione in cottura per evitare che si asciughino troppo. L’entrecôte è ottenuta dalla parte centrale della lombata del bovino.

La carne di manzo di qualità IP-SUISSE proviene esclusivamente da aziende svizzere che allevano i propri animali seguendo rigorosi standard legati al benessere animale e alla sostenibilità ambientale. I bovini dispongono di spazi adeguati, con la possibilità di regolari uscite all’aperto, mentre la loro alimentazione è naturale. Le aziende IP-SUISSE, inoltre, devono rispettare ulteriori criteri in materia di protezione del clima e promozione della biodiversità.

Per ottenere un ottimo roastbeef, è bene togliere la carne dal frigorifero almeno un’ora prima di cucinarla, affinché sia a temperatura ambiente. In questo modo la cottura risulterà più uniforme. In linea di massima, per un piatto principale, si calcolano ca. 200250 grammi di carne a persona. Per ottenere un roastbeef più morbido e tenero, si consiglia una cottura a bassa temperatura. Massaggiare il pezzo intero di carne con un po’ di olio, sale o fleur de sel, pepe e, a piacimento, qualche erba aromatica come rosmarino, timo o salvia. Rosolare la carne in una padella a fuoco vivo per qual-

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che minuto fintanto che si forma una bella crosticina in superficie. Trasferire in una teglia e infornare nel forno preriscaldato a 80°C per 2-3 ore, fino a quando la temperatura interna corrisponde al massimo a 55°C (al sangue). Verificare la temperatura con l’utilizzo di un termometro da carne. Avvolgere la carne nella carta alu e lasciar riposare nel forno spento per una trentina di minuti. Tagliare a fette non troppo sottili e servire per esempio con una salsina Café de Paris o del burro alle erbe e patatine arrosto.

A proposito, i nostri specialisti dei banchi macelleria sono a tua disposizione per consigliarti in modo mirato su cosa portare in tavola nelle festività. Ti aiutano a scegliere il taglio di carne ideale per ogni ricetta, ti forniscono dettagli sui tempi di cottura e modalità di preparazione per risultati ricchi di sapore, o ti propongono idee sugli abbinamenti più azzeccati.

Attualità ◆ Il formaggio dedicato al campione ticinese Noè Ponti in versione festiva conquista i palati con il suo gusto autentico Una specialità perfetta per festeggiare le tre medaglie d’oro recentemente conquistate in vasca corta agli Europei!

Lanciato sul mercato lo scorso mese di febbraio, il formaggio di Noè Ponti ha riscosso un grande successo presso la clientela, grazie alla sua genuinità e al legame con il nostro territorio. Prodotto con perizia dal Caseificio del Gottardo di Airolo utilizzando esclusivamente latte ticinese, questa specialità si caratterizza per la sua consistenza morbida ed elastica, il colore bianco crema e il sapore dolce e delicato, tipico dei formaggi a pasta molle. Il suo affinamento è di circa due-tre settimane, ma acquisisce un gusto ancora più ru-

stico e particolare se lasciato ulteriormente maturare in una buona cantina. È un prodotto che arricchisce e completa in modo perfetto ogni piatto di formaggi misti della nostra tradizione, può essere servito come dessert per deliziare i commensali con una scelta raffinata e versatile, oppure è ottimo da solo semplicemente accompagnato da un’insalata di stagione e del pane casereccio. Per celebrare in modo originale il periodo natalizio, in collaborazione con il pluricampione di nuoto ticinese abbiamo creato un’edizione

limitata che lo raffigura con tanto di cappello da Babbo Natale. Insomma, un prodotto esclusivo pensato per trasformare il Natale in un momento indimenticabile.

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Per quel tocco di raffinatezza in più

Attualità ◆ I prodotti al tartufo sono particolarmente apprezzati, a maggior ragione durante il periodo natalizio Alla Migros sono disponibili alcune specialità che arricchiscono la tavola di gusto e stile

Situata nella regione storica delle Langhe, in Piemonte, l’azienda Ori di Langa propone ai consumatori delle eccellenze culinarie a base di tartufo estivo che esaltano al meglio la ricchezza aromatica di questo nobile prodotto della terra. L’aperitivo con quel tocco di finezza in più è servito grazie alle patatine aromatizzate al tartufo, spesse e croccanti al punto giusto per momenti di puro piacere. I tagliolini all’uovo con tartufo rappresentano un primo piatto ricercato, che non necessita di ulteriori condimenti per apprezzarne tutta la sua delicatezza. Voglia di condimenti speciali per aggiungere carattere ai tuoi piatti? In questo caso la crema con parmigiano e tartufo e la salsa tartufata sono la scelta azzeccata. Entrambe si possono gustare sia calde che fredde, per esempio su crostini di pane, canapé o verdure; ma sono una vera chicca utilizzate per condire paste, gnocchi, risotti, omelettes, carni e pesce. Infine, gli estimatori di risotti non si lascerebbero certo sfuggire l’occasione di assaporare il risotto con tartufo con riso carnaroli, un prodotto delicato e cremoso che promette un sapore irresistibile.

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L’irruzione dell’IA dentro i giocattoli

Tempi moderni ◆ Il mercato dei giochi dotati di intelligenza artificiale è in ascesa vertiginosa: un’informatica, una sociologa e uno psicologo ne spiegano il potenziale e i rischi

Sono a forma di peluche, di bambola, di robot e si rivolgono a bambini di ogni età; interagiscono, parlano e ascoltano; possono essere programmati in modo personalizzato (per esempio per insegnare le buone maniere, raccontare storie, aiutare nei compiti). Ne abbiamo parlato con Monica Landoni, professoressa titolare alla facoltà di Scienze informatiche dell’Usi, esperta proprio nel campo delle interazioni bambina/o-macchina. «L’IA è sempre più presente in tutto ciò che facciamo. Ci aspettiamo che realizzi i nostri sogni: avere un maggiordomo, un’esperta con tutte le risposte, qualcuno con cui condividere le sfide quotidiane». E anche un compagno di giochi per i nostri figli. «Certo, noi genitori in un mondo ideale avremmo tempo e passione per il gioco, la lettura, lo studio con i nostri figli, le loro domande. Nella realtà, dobbiamo lavorare per vivere e nel tempo che ci resta a volte non c’è né la forza né la voglia di dedicarsi a quelle mansioni. Leggere una storia può durare cinque minuti, ma quello che conta davvero è fermarsi e innescare un dialogo. Questo l’industria del giocattolo lo sa benissimo e quindi è naturale che presto saremo invasi da giocattoli che promettono compagnia di qualità, educazione personalizzata, assistenza scolastica… senza schermi. Ci sono grandi potenzialità, ma resta un punto fondamentale da non dimenticare: questi giochi e robot devono essere conformi alle norme che proteggono i minori, non devono cioè raccogliere dati, non possono avere una telecamera né registrare le conversazioni. Qualche anno fa, era stata messa sul mercato una Barbie che filmava e inviava i files alla sua casa di produzione: ne è nato uno scandalo ed è stata ritirata. Esistono regolamenti su come gestire dati personali e proteggerli; alcune compagnie chiariscono come vengano raccolti i dati e che sia sempre prevista la presenza di un genitore mentre i figli interagiscono con il giocattolo. Spesso però queste avvertenze non sono sufficientemente bene enunciate e si rischia di perdere il controllo di dati sensibili presenti in conversazioni private».

Queste macchine intendono ridurre gli schermi nella vita dei nostri figli e sviluppano le loro competenze digitali

Entro la fine dell’anno arriverà nei reparti giocattolo un’altra Barbie, che sarà in grado di imparare le preferenze personali del bambino/a, conversare, riconoscere le espressioni di gioia, tristezza o rabbia e sarà sempre connessa a internet. Alcuni giochi di nuova generazione si combineranno poi con le app di realtà aumentata, trascendendo il concetto di giocattolo fisico, per creare esperienze sempre più simili a quelle sensoriali.

Giovanna Mascheroni insegna Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi all’Università Cattolica di Milano. Ci spiega che queste macchine sono pubblicizzate come «il modo per ridurre gli schermi nella vita dei nostri figli, ma allo stesso tempo per svilupparne le competenze digitali fin dalla più tenera età, in modo da facilitare loro la carriera futura e

il

I

permettono di metabolizzare

Se però il peluche sa già tutto, che fine fa la creatività del bimbo nel gioco? (freepik)

questo piace ai neoliberisti», inoltre, la parola d’ordine è: personalizzare, perché ormai il nostro mondo fa sempre più fatica ad adattarsi a standard uguali per tutti, che siano i programmi tv, gli esercizi di ginnastica e persino l’orsacchiotto.

Tuttavia, queste novità sollevano alcune questioni importanti, fa notare la sociologa. Prima di tutto, come già detto, la privacy: raccogliere dati, come la voce e le parole di un bambino mentre gioca, è una manna per chi si occupa di prodotti per l’infanzia, però è illegale. Sarebbe da bandire anche la pubblicità occulta: nel 2015, la bambola Cayla era stata denunciata in vari Paesi, perché consigliava solo film di Walt Disney e una marca in particolare di cereali. I costruttori di Cayla si erano scusati dicendo che quelli erano «i prodotti di solito preferiti dai bambini».

«Il rischio di manipolazione non è nemmeno dietro l’angolo», commenta Giovanna Mascheroni, «è dritto in faccia a noi». I bambini non hanno le competenze critiche di un adulto, è importante proteggerli da chi desidera operare su di loro un potere di persuasione. «Potremmo obiettare che si diceva già la stessa cosa della televisione, ma qui parliamo di manipolazione che arriva da un oggetto che ha forma umana e a cui nostro figlio si è affezionato», continua l’esperta. I bambini sono portati ad attribuire caratteristiche umane a oggetti inanimati, lo fanno sempre, con qualsiasi cosa diamo loro in mano. Possono far parlare una foglia, far camminare un cucchiaio, cantare insieme allo spazzolino da denti… «ma qui non è più la fantasia che anima un peluche: c’è sempre meno confine tra immaginazione e realtà…». In altre parole, li stiamo confondendo.

Questi giocattoli, inoltre, se usati in sostituzione alle interazioni con persone vere, possono rafforzare l’egoismo innato dell’essere umano: di una macchina non mi devo preoccupare come di una persona, perché non si fa male, non si ferisce né dentro né fuori, non si sente mai esclusa, delusa, non ha né bisogni né sensibi-

lità. Oltre al fatto che non ti contraddice e tu con lei non hai bisogno di argomentare o sostenere il tuo punto di vista. Come ha scritto recentemente su «Repubblica» un’altra sociologa della Cattolica, Chiara Giaccardi: «Siamo in due cornici: il tecnocapitalismo che ci vuole prendere più dati possibile e il contesto sociologico individualista, che ci porta a stare sempre più soli, non avere relazioni che ci possano turbare o mettere in questione. È la sovranità dell’io del nostro tempo».

Quindi, mettono in guardia sia Monica Landoni sia Giovanna Mascheroni, se il bambino comincia a preferire il giocattolo «animato» e perde le competenze sociali con i suoi pari, allora bisogna tempestivamente privilegiare altri contesti di socializzazione. In una sua ricerca, d’altronde, Landoni e la sua équipe avevano messo a confronto un pupazzo e un adulto che leggevano storie a piccolissimi ascoltatori. Il risultato era che «i bambini preferiscono sempre e comunque un essere umano, possibilmente la mamma o il papà».

Secondo Giovanna Mascheroni «conta meno la quantità di tempo che si passa davanti allo schermo, che la qualità. Cinque minuti di telefonino o di Ai-Toy possono essere più dannosi di un film al giorno: se il genitore usa queste tecnologie per tranquillizzare il figlio o la figlia, per addormentarlo/a o perché in un luogo pubblico è difficile stare in silenzio, si sta togliendo a quei bambini la capacità di calmarsi da soli, mentre questa è una competenza fondamentale da acquisire».

Dopo aver parlato con un’informatica e una sociologa, la parola va allo psicologo. Mattia Antonini, docente alla Supsi e coordinatore del Servizio medico psicologico, ci ricorda che cosa è il gioco: «Il gioco è il terreno privilegiato in cui si elaborano contenuti affettivi che a quell’età non si possono esprimere in altri modi; nel gioco i bambini vivono psichicamente ciò di cui hanno bisogno in quel momento; giocare è fondere temporaneamente la realtà con la propria immaginazio-

possibilità diverse da quelle pensate a livello commerciale…».

I peluche, le macchinine o altri giochi di fantasia, permettono di metabolizzare tanti aspetti diversi dell’infanzia: il bisogno di accudimento, la voglia di indipendenza, la crescita, la gelosia ecc. Se però la bambola sa tutto, se è già animata da un’intelligenza esterna e non è il bambino/a a darle vita, c’è una perversione, un inganno, spiega Antonini. E c’è tutta una serie di sviluppi importanti che vengono meno. «Se un bambino non è capace di giocare, o non gli si dà lo spazio per poter giocare liberamente, sia da solo sia in gruppo, non sviluppa quella creatività che è preziosa anche per dare forma a relazioni affettive, per coltivare un’interiorità nella vita adulta. Chi non gioca rischia di rimanere aggrappato unicamente al concreto, alla realtà esterna. Può vivere lo stesso in modo soddisfacente, ma è come se dentro di sé avesse un mondo meno ampio e meno ricco».

ne. Bisogna dunque che i giocattoli siano malleabili, sensibili, che possano trasformarsi a piacimento per accogliere tutti i contenuti che il bambino vuole dare loro in quel momento. I lego, la plastilina, le bambole adempiono facilmente a questa funzione, mentre un chatbot travestito da pupazzo non lo so. Forse se si scaricano le batterie o se si rompe sì, può dare

I giochi, insomma, devono lasciare spazio alla totale regia del bambino, devono essere stimolanti più che eccitanti, devono fare leva sulla possibilità di diventare tutti i personaggi del gioco e non devono usare meccanismi sotto corticali per catturare all’infinito la nostra attenzione, altrimenti il bambino non può più essere definito libero.

Mattia Antonini conclude citando Marion Milner (scrittrice e psicoanalista nata nel 1900): «Il gioco è il momento in cui il poeta originario che è in noi crea il mondo». Altrimenti, non stiamo parlando di giochi.

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In Ticino si respira pace ma si lotta per rinascere

Chiasso ◆ Il progetto Ciceroni per Urban Art offre alle donne migranti l’opportunità di raccontare sé stesse e la città attraverso l’arte

Cielo grigio. Piove. Chiasso appare immobile, intorpidita. Le strade sono vuote. Saliamo le scale di un edificio consumato dal tempo, al primo piano. Apriamo la porta di un’aula: la luce ci investe all’improvviso. Incrociamo sguardi intensi di tante donne, le partecipanti a un corso di italiano organizzato dal Comune e (alcune di loro) al progetto Ciceroni per Urban Art Chiasso. Sono aperte, pronte a condividere storie difficili, segnate da perdite e fatica. Raccontano però anche la loro forza e la convinzione che, per ritrovare la felicità, spesso basta poco. La docente chiede: «Se poteste essere un personaggio di fantasia, chi vorreste essere?». Una voce si alza: «Cenerentola, con i piedi piccoli. Non come i miei: la scarpetta di cristallo non mi sarebbe mai entrata, io non trovo mai scarpe decenti…». Sorride Yuliia, 38 anni. Grande energia, allegra e malinconica insieme. Ha lasciato Kharkiv, città martoriata dalla guerra, sei mesi dopo l’invasione russa. «Il 24 febbraio 2022 è un giorno che ha cambiato tutto, e non smette di fare male». In Ucraina, con il figlio di quattro anni, dormiva in cantina – «il posto più sicuro della casa» – mentre il cibo scarseggiava e la paura cresceva. «Non potevo accettare che il mio bambino vivesse quel disastro. Così siamo saliti su un bus…». In Ticino è stata accolta da una famiglia di Meride che le ha dato tanto: vestiti, sostegno, le prime lezioni di italiano. «Non ci conoscevano, eppure ci hanno aperto la porta e il cuore, senza esitazione», ricorda. Oggi vive a Chiasso con la nipote sedicenne, arrivata nell’estate 2024. I suoi parenti sono rimasti in Ucraina: «Non se la sono sentita di abbandonare ciò che avevano costruito in una vita». Un tempo economista e contabile, ora Yuliia sonda possibilità, cerca di costruirsi un futuro. Ma la strada è in salita: «Senza mezzi economici non si vive davvero, si sopravvive». Eppure, in mezzo alle difficoltà, la speranza resiste.

Arriva dall’Ucraina anche Valeria, di Odessa. Porta con sé un’eleganza d’altri tempi e una voce che, se vacilla

Viale dei ciliegi di

Vernante Pallotti-Giada Carboni

Chi ti ha detto che Babbo Natale non esiste?

Il Battello a Vapore (Da 9 anni)

Attenzione: recensione riservata agli adulti. Perché contiene una pessima ipotesi su Babbo Natale. Cioè, che (forse) non esista. Eppure, questo libro è scritto da Babbo Natale, anzi è proprio il suo diario, a cui il povero vecchio confida una cosa brutta che gli è successa, visto che non sa con chi parlarne e non vorrebbe rovinare l’atmosfera festosa a nessuno. La faccio breve: Babbo Natale ha ricevuto, tra le migliaia di letterine, un messaggio che dice così: «Per-niente-caro Babbo Natale, mio cugino mi ha detto la verità su di te (e ho controllato su internet) … tu non esisti». Babbo Natale a questo punto s’impegna a dimostrare la sua esistenza alla piccola autrice della letterina, la fa accompagnare dagli elfi («rapire» dirà lei seccata) fino al suo villaggio segreto, e in questa atmosfera onirica comincia un dialogo brillante e serrato tra i due, che incarnano ri-

nel parlare, diventa limpida nel canto. Intona per noi La Traviata, sorride. Ci abbraccia. Prima della guerra è rimasta vedova. Lavorava come agente immobiliare, accudiva la suocera malata e partecipava alla vita di più cori. «Non mi immaginavo lontano», racconta. «Senza amici, senza famiglia». Poi una bomba ha raso al suolo la chiesa di fronte a casa sua. Angoscia, poi la fuga. È arrivata in Ticino, dove già viveva suo padre. Le figlie hanno preso strade diverse: la maggiore è soldatessa in Israele, la minore è rimasta a Leopoli. Valeria ha conosciuto centri asilanti e appartamenti provvisori, trovando nella musica, nell’arte in generale, consolazione e un modo per imparare la lingua, sentirsi accolta. Oggi vive a Balerna tra «persone gentili», continua a cantare e si illumina quando ci parla dei suoi piccoli viaggi: Lugano, Monza, Porto Ceresio, Muggio. La bellezza nelle piccole cose.

L’essenziale: stare insieme

N., 41 anni, viene invece dalla Turchia. «La mia famiglia era in pericolo. Mio marito ed io siamo rimasti lontani per cinque anni, mentre nostro figlio cresceva nell’incertezza». Finché è arrivata la decisione di fuggire: prima in Grecia poi in Svizzera (lui), il centro rifugiati, fino al ricongiungimento famigliare. «Una volta arrivata in Ticino ho sentito la libertà, dopo anni di paura», dice N. La coppia ha perso tutto: radici, amici, lavoro (lei era una ricercatrice, lui un impiegato). Ma ha ritrovato l’essenziale: stare insieme. Oggi il marito studia informatica, lei prova a reinventarsi, il figlio frequenta la prima media. La loro vita è una sfida quotidiana, affrontata con una determinazione che non viene mai meno.

Mentre Holga, del Mozambico, ha vissuto otto anni a Lisbona prima di arrivare in Ticino. Sposata con un italiano, madre di una bambina di dieci anni, afferma: «Qui ho trovato la pace e la sicurezza che non conoscevo». Laureata in giurispruden-

Letizia Bolzani

spettivamente il punto di vista logico-razionale-scientifico e il punto di vista mitico-trascendente-spirituale. La bambina, con il suo accanimento scientifico, ci dà dentro: «Renne di 180 chili che volano leggiadre come uccellini? […] Gli elfi… vuoi farmi credere che questi esserini producono due miliardi di giocattoli in un anno? E con che soldi paghi gli stipendi? […] La circonferenza della tua pancia è troppo grande per passare nei comignoli, che sono pure quadrati! […] La mia compagna di danza non riceve un bel niente, perché nella

za, dopo un master in Portogallo ha lavorato nell’aiuto umanitario, ma in Svizzera ha dovuto ripartire da zero: imparare l’italiano, formarsi come assistente domiciliare. Ora ha iniziato uno stage in una casa anziani, decisa a costruirsi passo dopo passo una nuova vita.

Queste quattro donne coraggiose hanno, come detto, aderito al progetto Ciceroni per Urban Art Chiasso, ideato e coordinato da Stefania Fink, mediatrice culturale indipendente e storica dell’arte, con il sostegno di Chiasso culture in movimento (ufficio che dal 2001 lavora sui temi legati all’integrazione degli stranieri, ci spiega la responsabile Lucia Cecca-

sua religione non si festeggia il Natale…». La chiave di lettura di questo libro è forse proprio qui: il pensiero scientifico è un’ottima cosa, ci mancherebbe, ma non sempre ciò che dà senso alla nostra esistenza è riducibile alla nuda logica della scienza. Abbiamo bisogno anche di un linguaggio simbolico, oltre che di un linguaggio logico. Ed è un linguaggio simbolico quello di cui sono intessute le poesie, le storie, le fiabe, i miti. E anche la magia del Natale. È un linguaggio magico-simbolico quello che spesso ci riscalda il cuore. Un libro perfetto per i ragazzini a cui questa magia si sta incrinando, e anche per tutti noi adulti disincantati.

Jennifer Coulmann

Un piccolo grande dono

Gribaudo (Da 4 anni)

Deliziosa questa storia in cui il topolino fa un regalo all’orso, ma il pacchetto è così piccolo che le zampone dell’orso non riescono ad aprirlo, è difficile anche solo sciogliere il nastro, è un dono confezionato con così

Art Chiasso, un festival di street art organizzato dal Comune di Chiasso dal 2023, che porta murales e installazioni nello spazio urbano. Le visite offriranno uno sguardo plurale e partecipato sullo spazio pubblico, valorizzando l’esperienza personale delle partecipanti e la dimensione di incontro interculturale».

to). Un’iniziativa che ha vinto il primo «Bando partecipazione culturale», programma cantonale interdipartimentale nato per ampliare l’accesso alla cultura e favorire il coinvolgimento delle persone con esperienza di migrazione, creando occasioni di partecipazione e scambio.

«Ciceroni per Urban Art Chiasso –spiegano Fink e Ceccato – si propone di coinvolgere un gruppo di donne migranti in un percorso di conoscenza del territorio, in particolare delle opere di arte urbana presenti a Chiasso. Dalla primavera 2026, terminata la formazione, le partecipanti condurranno visite guidate rivolte alla cittadinanza ai siti del percorso di Urban

L’iniziativa si pone in continuità con esperienze analoghe realizzate in passato dall’Ufficio integrazione del Comune, contribuendo a rilanciare pratiche di mediazione culturale e di coinvolgimento attivo della popolazione che negli ultimi anni – per questioni finanziarie – non era stato possibile proseguire. Tra le opere principali che presenteranno – continua Fink – spiccano Borders del collettivo Truly Design, con il volo di cicogne, i murales di Mona Caron e Sir Taki. Opere che raccontano Chiasso e, insieme, storie di migrazione e resilienza: le cicogne che attraversano confini, la pianta di Mona Caron che cresce lungo i binari e si diffonde ovunque, l’arte di Sir Taki che trasforma quartieri segnati dalla violenza. «Le donne che partecipano hanno voglia di raccontarsi», osserva dal canto suo Ceccato. «Spesso vivono isolate. Molte hanno figli, titoli di studio difficili da riconoscere; faticano a conciliare lavoro e famiglia. Mancano loro patente, reti di sostegno, amici. A questo si aggiungono il peso di quello che si sono lasciate alle spalle, traumi e problemi di salute. Sono donne intelligenti che desiderano riscattarsi e questa è un’occasione». «Con Ciceroni per Urban Art possiamo condividere le nostre storie», osserva N. Valeria ricorda Odessa, «piena di murales fatti col cuore», e sottolinea come il progetto sia potente, capace di evocare bellezza e immagini che infondono benessere. Per Holga l’arte urbana è «un messaggio rivolto a tutti/e, non solo alle élite», e diventa un modo per occupare la mente. Yuliia conclude: «Riporta l’attenzione al presente: spesso camminiamo per strada distratti dal telefono, eppure i muri raccontano storie che meritano di essere ascoltate».

tanta cura che l’orso non vorrebbe rovinarlo. La storia è deliziosa per molti dettagli: già la precisazione iniziale armonizza bene le due prospettive di cui dicevamo prima, scienza e fiaba: «di solito l’orso è già in letargo a Natale e non hanno mai fatto nulla di speciale», ma quest’anno i due amici hanno deciso di fare una piccola deroga, giusto il tempo di scambiarsi i doni e cenare insieme, e poi l’orso potrà tornare a dormire. Tuttavia, mentre l’orso fa un regalo più easy al topolino, un cestino di noci, il topolino invece ce la mette tutta per incartare e infiocchettare bene il suo dono. E qui c’è un secondo dettaglio tenero, cioè che l’orso procrastina l’apertura del pacchetto perché vuole godersi il momento a casa, accanto al camino, con tè caldo e biscotti, accanto all’albero addobbato. Ma, appunto, non riesce ad aprirlo, le sue zampe sono troppo grosse e maldestre. Senonché – e qui il terzo dettaglio, quasi commovente – bussa alla porta il topino, ansioso di vedere se il suo dono sia piaciuto. L’orso allora non apre, è imbarazzato: «Se scopre il regalo ancora incartato penserà che io non sia interessato». Povero orso! E povero topino, che ci rimane malissimo: «Forse non gli è piaciuta la mia sorpresa?». La storia continua, costruita con delicata perizia, facendo intervenire altri animali, interpellati dall’orso perché lo possano aiutare, mentre il topino, dentro casa, «è molto abbattuto.» Il finale non sarà scontato, e chiuderà in modo perfettamente circolare questa bella storia natalizia piena di calore, scritta e illustrata dall’autrice tedesca Jennifer Coulmann, che viene per la prima volta tradotta in italiano.

Da sinistra: Francesca Colo Colombo (responsabile della promozione e del marketing del Comune), Yuliia, Valeria, Stefania Fink e Holga. Sullo sfondo il murale di Andrea Ravo Mattoni, reinterpretazione della Nascita di Venere di Botticelli.

ANCORA UN PACCO DI COSE DA FARE?

La storia della nostra consapevolezza forestale

Ambiente ◆ Quarant’anni di ricerca sui boschi a Sud delle Alpi – tra abete rosso e castagno – con l’ingegner Marco Conedera

Reduce da una benefica immersione nei riposanti colori del bosco autunnale mi sono posta la solita domanda, che si rincorre di passeggiata in passeggiata, di stagione in stagione: ma noi siamo consapevoli del valore del patrimonio forestale che ci circonda?

Invece di lasciarla lì a mezz’aria come sempre, questa volta la domanda l’ho lanciata in rete. È così che ho scoperto che l’Istituto federale di ricerca per la Foresta, la Neve e il Paesaggio (WSL) la domanda sulla percezione del «patrimonio bosco» da parte della popolazione svizzera se la pone da quasi trent’anni. E oggi siamo ormai alla terza edizione di questo monitoraggio socioculturale sulla consapevolezza delle molteplici funzioni della foresta: dalla protezione dai pericoli naturali alla produzione di ossigeno, da habitat vegetale e animale a fonte di benessere per gli umani (il dato della percezione del bosco come rifugio per fuggitivi dallo stress quotidiano è in costante crescita!).

La prima edizione della ricerca a tutto tondo sull’ormai riconosciuta importanza dell’organismo-bosco data del 1997. Venne quindi realizzata all’indomani della conclusione del Programma Sanasilva, lanciato dalla Confederazione all’inizio degli anni Ottanta in seguito all’allarme Waldsterben (morte delle foreste). Un programma nazionale fortemente mediatizzato, che accese i riflettori sulla salute del nostro patrimonio verde.

Anni fa, il direttore dell’Istituto per Ricerche Forestali, impressionato dalla moria delle piante attorno a una centrale di carbone, ebbe un arresto cardiaco in Cecoslovacchia

Sanasilva è stato il tema di uno dei miei primi articoli di politica nazionale da giovane giornalista e contemporaneamente è stato il primo incarico da ricercatore del neo-diplomato ingegnere forestale ETH Marco Conedera. Con l’ingegnere (oggi neo-pensionato) ci ritroviamo a sfogliare i rapporti sul deperimento delle foreste a Cadenazzo, nella sede che il gruppo di ricerca Ecosistemi Insubrici del WSL Sud delle Alpi condivide con Agroscope nella campagna del Piano di Magadino sopravvissuta all’espansione dei capannoni della logistica.

L’opuscolo sul Programma Sanasilva, pubblicato nel 1985 dall’Ufficio federale delle Foreste e della Protezione del Paesaggio unitamente all’allora Istituto Federale per le Ricerche Forestali (IFRF, oggi WSL) evidenziava l’urgenza di approfondire le conoscenze sui danni dell’inquinamento atmosferico sulla salute di boschi (oltre a quelli sugli umani…). «Verso la fine degli anni 70 – si legge nell’introduzione dell’opuscolo – esponenti del Servizio forestale cominciavano a segnalare dei danni al bosco inabituali e inspiegabili. Quando infine nel 1983 i sintomi della malattia come descritti in Germania si manifestarono anche sull’insieme del bosco svizzero, ed in particolare sull’abete rosso, era evidente la necessità di prendere delle contromisure. Sanasilva è uno di questi provvedimenti».

Conedera, traduttore dell’opuscolo e tra i primi incaricati di raccogliere dati a sud delle Alpi, ricorda la morte improvvisa del direttore dell’IFRF quando si recò in visita di studio

nell’allora Cecoslovacchia: «Si trovava nei boschi attorno a una centrale a carbone e fu talmente impressionato dalla moria delle foreste circostanti che ebbe una crisi cardiaca!».

Il colpo al cuore del direttore fu l’ultimo di una serie di episodi (anche a livello politico) che scatenarono alla fine dell’estate 1983 l’«allarme Waldsterben».

Dotato di ingenti mezzi finanziari, il Programma Sanasilva ha prodotto due cicli quadriennali di ricerche confluite in rapporti, inventari, documenti e conferenze, orientando scientificamente anche la politica, intervenuta con provvedimenti incisivi sulle emissioni inquinanti del traffico stradale e degli impianti di riscaldamento. Esauritosi nel 1992 per lasciare spazio a nuove prospettive di ricerca, Sanasilva ha contribuito fortemente a sviluppare l’attenzione per la salute e la cura del bosco e ha lasciato una preziosa eredità alla Svizzera italiana: la Sottostazione a Sud delle Alpi del WSL.

La storia della Sottostazione, infatti, è indissolubilmente legata a Sanasilva e alla carriera dell’ingegner Conedera, che ce la racconta riordinando le ultime carte degli ultimi incarichi da archiviare prima di lasciare definitivamente la sua «creatura» al suo successore: il dottor Boris Pezzati. «L’allarme sul deperimento delle foreste degli anni Ottanta – spiega Conedera – proveniva dalla Germania e riguardava principalmente le conifere e l’abete rosso in particolare, componente importante dei boschi a nord delle Alpi. I rilievi effettuati a sud delle Alpi nell’ambito del primo Inventario forestale nazionale (che si svolgeva in contemporanea con il primo rilievo Sanasilva sullo stato di salute dei boschi) misero in evidenza (se ancora ce n’era bisogno) le peculiarità dei nostri boschi, che peraltro si erano già evidenziate negli anni precedenti con la diffusione del cancro del castagno. Le differenze storiche, culturali e climatiche, insomma, imponevano ricerche specifiche. Approfittando della presenza di una “antenna Sanasilva Sud”, le autorità federali decisero quindi di assecondare le ripetute richieste di aprire una Sottostazione del WSL nella Svizzera italiana (e parallelamente una in Romandia).

A me venne quindi affidato l’incarico di elaborare un progetto per orientare la ricerca e la divulgazione scientifica miratamente alle caratteristiche del nostro territorio».

La Sottostazione a Sud delle Alpi dell’Istituto di ricerca per la Foresta la Neve e il Paesaggio (che per oltre un secolo aveva accentrato la sua attività a Birmensdorf) venne creata nel 1991 a Bellinzona, ospite della Sezione forestale dell’allora Dipartimento dell’Ambiente, con cui si era già consolidata la collaborazione. Alla nuova «filiale Sud» venne attribuito un organico di sette persone: oltre a Conedera, ne facevano parte l’ingegnere forestale Fulvio Giudici per la ricerca e la divulgazione scientifica e una squadra di forestali e selvicoltori (fra cui due apprendisti) per la cura della piantagione sperimentale di Copera, creata sopra a Sant’Antonino negli anni Sessanta, in seguito all’allarme per i danni del cancro del castagno. «Già allora, infatti – ricorda l’ingegnere – l’impianto per il rimboschimento di Copera vantava una notorietà a livello europeo per lo studio di specie alternative al nostro castagno, che si temeva dovesse soccombe-

Le

neonata

si orientarono strategicamente sui temi di cui a sud delle Alpi già si poteva vantare una notevole esperienza grazie alle attività del Servizio forestale cantonale: il castagno, appunto, e gli incendi boschivi. Poi, di decennio in decennio, le ricerche si sono allargate all’evoluzione del paesaggio e ad emergenze quali l’arrivo di specie esotiche invasive e di nuovi parassiti e malattie, che hanno via via messo sotto pressione il bosco, evidenziando la delicatezza del suo equilibrio nel quadro della molteplice importanza delle sue funzioni» Dal proliferare delle nuove specie alle conseguenze delle annate di

L’ingegnere forestale Marco Conedera. (Milena Keller)

siccità, in oltre 30 anni di attività di ricerca, il Gruppo ecosistemi insubrici del WSL ha quindi dovuto rispondere tempestivamente al susseguirsi delle nuove sfide, ma ha anche potuto consolidare il suo tradizionale e riconosciuto ruolo di «centro di competenza» sul castagno e sugli incendi boschivi.

«L’inventario dei castagni monumentali del Ticino e del Moesano, cui si è dedicato il mio collega Patrik Krebs già a partire dal 1999 – sottolinea Conedera – racconta una storia socioculturale del nostro territorio, che parte sì da rilievi botanici sul terreno, ma spazia poi nei campi dell’etnostoria, della frutticoltura di

sussistenza e dell’alimentazione della civiltà contadina sudalpina» È una fotografia a futura memoria di oltre 300 esemplari di dimensioni straordinarie, il più antico dei quali precede addirittura la scoperta dell’America! Oggi, a 20 anni di distanza, quasi il 15 per cento di questi patriarchi sono già scomparsi. Sono il simbolo secolare del ciclo vitale dell’organismo bosco, che, come tutti gli organismi, ha anche bisogno di rinnovarsi. «E la vorace selvaggina non è una condizione favorevole. Alle nostre latitudini sono soprattutto i cervi a compromettere lo sviluppo delle giovani piantine di molte specie fondamentali per poter far fronte ai cambiamenti climatici. Per proteggere la crescita delle nuove piantine attualmente non esistono alternative alle costose recinzioni: bisognerà studiare nuove soluzioni. Ma questa è la sfida di cui si occuperanno i miei successori» – conclude il neo-pensionato ingegnere. «Una sfida che necessariamente si dovrà affrontare con un gioco di squadra fra tutti gli attori coinvolti. Un’azione multidisciplinare – aggiunge – che si muove in perfetta sintonia con l’evoluzione della formazione degli ingegneri forestali al Politecnico di Zurigo, dove la denominazione della materia è passata in 40 anni da “Economia forestale” a “Scienza forestale” fino all’attuale “Scienze dell’ambiente e della natura”».

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Borsa 2026, tra rischi e opportunità

Sacha Marienberg, responsabile Investment Office della Banca Migros, prova a delineare le prospettive dei mercati

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Il futuro dei fuochi d’artificio

Il punto della situazione tra divieti per tutelare persone, animali, ambiente e sentita difesa di business e tradizioni

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Una rete di taxi-robot in arrivo

Trump e l’ordine del caos

La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Usa ha lo scopo produrre un mondo di pace basato sulla forza della superpotenza americana

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Svizzera ◆ Nel Furttal prende forma un progetto di trasporto pubblico con veicoli elettrici senza conducente: ecco le implicazioni

Furttal è una regione situata tra il Canton Zurigo e il Canton Argovia, un nome che al sud delle Alpi non è di certo di grande richiamo. Eppure anche noi svizzero-italiani dovremmo cominciare ad annotarcelo, questo perché in quella vallata a pochi chilometri da Zurigo si sta scrivendo una pagina potenzialmente rilevante per la mobilità sostenibile nel nostro Paese, capace di influenzare in futuro il nostro modo di spostarci a bordo di un veicolo. Infatti lassù ha preso da poco il via il primo progetto in territorio svizzero di guida automatizzata senza conducente. Da qualche tempo, e lungo un tracciato di ben 110 chilometri, circolano alcuni veicoli elettrici muniti di telecamere, sensori e altri aggeggi di ultima generazione capaci di guidare l’auto senza l’intervento di un essere umano e, si spera, anche senza danni collaterali. Per ragioni di sicurezza, in questa fase iniziale del progetto, a bordo c’è comunque uno specialista di questo progetto avveniristico.

L’iniziativa è gestita da una società no-profit che si chiama «Swiss Transit Lab» ed è finanziata da Cantoni e FFS

Un’iniziativa gestita da una società no-profit che si chiama «Swiss Transit Lab», la stessa che dalla primavera dell’anno prossimo gestirà una centrale di controllo, situata sul territorio, chiamata a vigilare sugli spostamenti di questi veicoli affinché si svolgano senza intoppi, anche quando non vi sarà più nessun controllo umano all’interno del veicolo. Una guida senza conducente a tutti gli effetti, finanziata dai Cantoni in questione e dalle Ferrovie federali svizzere, per un totale di quasi sette milioni di franchi. Zurigo e Argovia mirano a diminuire le auto private in circolazione, mentre l’interesse delle FFS è dovuto al fatto che con le auto-robot della Furttal si vuole facilitare il tragitto dal proprio domicilio verso la stazione ferroviaria più vicina, per poi proseguire il viaggio in treno o anche in bus verso destinazioni più lontane. In altri termini, il progetto si è dato l’obiettivo di realizzare una rete di taxi-robot, da riservare con un colpo di clic, con i quali muoversi anche verso città come Zurigo, Winterthur o Aarau, lasciando la propria auto tranquillamente parcheggiata in garage. Taxi-robot che a dipendenza delle corse potranno avere a bordo più di un passeggero, in questo senso «Swiss Transit Lab» si è data anche un altro obiettivo: riuscire presto a passare dall’auto al minibus-robot. Va detto che negli ultimi anni in Svizzera ci sono già state diverse iniziati-

ve simili, la prima, e forse la più nota di tutte, aveva portato la guida senza conducente a Sion, città in cui due piccole navette di Autopostale hanno fatto per anni la spola tra il centro-città e la stazione delle FFS, senza pilota a bordo, lungo una tratta di un chilometro e mezzo e ad una velocità massima di 6 chilometri all’ora. Era il primo progetto al mondo di questo tipo, iniziato nel 2016 e terminato nel 2021, anche a causa della pandemia da Coronavirus.

Ci sono già state iniziative simili, la prima, e forse la più nota di tutte, aveva portato la guida senza conducente a Sion

Quanto sta ora avvenendo nella Furttal è in qualche modo frutto anche di quell’esperienza, con una differenza sostanziale: il nuovo progetto sta prendendo forma all’interno di un territorio ben più ampio rispetto

al centro storico della capitale vallesana. Il cambio di marcia – è il caso di dirlo – è stato reso possibile anche grazie ad una modifica legislativa, voluta e approvata dal Consiglio federale che lo scorso mese di marzo ha messo in vigore una nuova disposizione della Legge federale sulla circolazione stradale, relativa proprio ai veicoli a guida autonoma. Nei nuovi articoli di legge si indica, tra l’altro, che spetta al Cantone in questione autorizzare questo tipo di auto e definire anche il perimetro dei loro tragitti. Il federalismo gioca un ruolo anche quando si tratta di volanti automatizzati. Supportato da una tecnologia «made in China», il progetto della Furttal mira a inserire questi taxi-robot nella mobilità quotidiana di questa regione. A questo scopo verranno create sul territorio ben 460 fermate da cui poter salire e scendere da questi taxi-robot di ultima generazione. Ma le novità in questo ambito non si limitano alla Furtall.

Autopostale Svizzera ha annun-

ciato un progetto simile nei cantoni di San Gallo, Turgovia e Appenzello. A partire dal 2027 in questa regione della Svizzera orientale circoleranno 25 veicoli con guida senza conducente. Un servizio porta-a-porta che, anche in questo caso, farà affidamento ad una tecnologia digitale sviluppata in Cina. Il tema si sta facendo sentire anche nel Canton Lucerna, dove il Parlamento, nonostante il parere contrario del Governo, ha deciso di dare il via ad uno studio di fattibilità in questo ambito, con l’obiettivo di mettere in circolazione una serie di taxi automatizzati, complementari al trasporto pubblico, e questo in tutte le regioni del cantone, dalla capitale alle zone più discoste e montagnose. Pure nel Canton Zugo si sta immaginando qualcosa di simile, con data di partenza della prima auto senza conducente fissata al 2028. In altri termini c’è parecchio dinamismo in questo settore, con una serie di iniziative che stanno prendendo forma e che vengono coordinate dall’Ustra, l’Ufficio fe-

derale delle strade. E qui si apre uno dei capitoli più delicati di tutta questa rivoluzione della mobilità, quello della sicurezza. A questo proposito l’Ustra scrive sul suo sito dedicato alla guida automatizzata che «la sicurezza stradale è la leva più importante. La maggior parte degli incidenti è causata da errori umani dovuti ad esempio a distrazioni, stanchezza o comportamento errato alla guida». In questo senso questi nuovi sistemi «possono contribuire in modo significativo a ridurre il numero di sinistri». Ma c’è anche un altro aspetto da tenere in considerazione, questi progetti potranno avere un futuro solo se riusciranno nel concreto a diminuire il numero complessivo delle auto in circolazione. Altrimenti rischiano solo di intasare ancora più le strade delle nostre città. Da questo punto di vista dovranno dunque cambiare anche le abitudini di noi cittadini, pronti a salire al volo sul primo taxi-robot che ci passerà davanti a casa. Sempre che andrà davvero così.

Un’auto elettrica, che in futuro sarà impiegata come veicolo a guida autonoma nel trasporto pubblico del Furttal, circola con un conducente a bordo. (Keystone)
Roberto Porta
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Come sarà l’anno borsistico 2026?

La consulenza della Banca Migros ◆ La bolla dell’IA scoppierà? Il prezzo dell’oro crescerà ancora? E quali azioni svizzere sono interessanti? Sacha Marienberg, responsabile Investment Office della Banca Migros, azzarda una previsione

Sacha Marienberg, molte banche e analisti finanziari prevedono un anno borsistico positivo nel 2026. È fiducioso anche lei?

Assolutamente sì. Le condizioni sono favorevoli.

A che cosa si riferisce?

Agli Stati Uniti innanzitutto, la locomotiva dell’economia globale. Le imprese americane, in particolare, hanno realizzato notevoli utili quest’anno. Questo andamento dovrebbe proseguire nel 2026. Un altro fattore trainante è rappresentato dai previsti tagli dei tassi d’interesse da parte della banca centrale statunitense. Questi favoriscono gli investimenti e danno una spinta ai mercati azionari.

La politica dei dazi di Donald Trump non ha alcun impatto?

La politica e l’economia hanno accettato che i dazi nel commercio con gli Stati Uniti rimarranno in vigore (le tariffe doganali USA sulle importazioni svizzere sono state ridotte dal 39% al 15%, con effetto retroattivo dal 14 novembre 2025; in cambio la Svizzera ha concesso aperture su alcuni prodotti americani). Almeno ora le condizioni generali sono chiare. Non credo che i dazi avranno un impatto significativo sull’economia.

Quali sono i fattori politici determinanti?

Anche in questo caso lo sguardo si rivolge innanzitutto agli Stati Uniti: con la riduzione della burocrazia e i tagli fiscali, il governo Trump sgrava le imprese e stimola i consumi. In Europa si investono miliardi nelle infrastrutture pubbliche, soprattutto in Germania. Questo stimolerà l’economia.

Come potrebbero gli investitori svizzeri beneficiare di un eventuale rally borsistico?

Un forte aumento dei corsi non dovrebbe costituire un incentivo a investire nei mercati finanziari. Si rischiano decisioni affrettate. È più importante investire in borsa. Negli Stati Uniti, il 55% delle famiglie possiede azioni. In Svizzera solo il 17,6%. Questo significa che solo una minoranza ha beneficiato degli utili di corso degli ultimi anni.

Quali fattori destabilizzanti si prevedono nel 2026, dal punto di vista geopolitico ed economico?

A nostro avviso, il principale fattore perturbante è la progressiva formazione di un blocco tra gli Stati Uniti da un lato e la Cina dall’altro. L’Europa deve riposizionarsi nella lotta per le materie prime, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e l’influenza geopolitica.

Nel 2025 il prezzo dell’oro ha raggiunto nuovi livelli record. È un trend che continuerà?

Le principali responsabili dell’au-

mento sono le banche centrali. Acquistano oro su larga scala come valuta di riserva, in risposta al blocco dei valori patrimoniali russi nell’ambito delle sanzioni occidentali. Paesi come la Cina o l’India vogliono così mantenere la propria capacità d’azione. La domanda di oro rimane elevata, anche tra i piccoli investitori.

Quindi bisognerebbe acquistare ancora oro?

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Sì, ma solo come integrazione al portafoglio d’investimento. Consigliamo ai nostri clienti una quota d’oro compresa tra il 3% e il 5% per diversificare il portafoglio.

Il tasso di riferimento della Banca nazionale svizzera (BNS) è attualmente dello 0%. C’è il rischio di tassi d’interesse negativi?

Per il momento, il tasso di riferimento dovrebbe rimanere a zero. Il presidente della BNS, Martin Schlegel, ha dichiarato più volte che, pur non escludendo il ripristino dei tassi d’interesse negativi in caso di emergenza, ritiene che gli ostacoli a tale misura siano elevati.

Si moltiplicano gli avvertimenti su una bolla speculativa nell’ambito dell’IA e sul calo dei corsi tecnologici. Quanto è grande il rischio?

La valutazione delle aziende nel settore dell’intelligenza artificiale è effettivamente elevata, ma al momento non si può parlare di una bolla speculativa.

Eppure, la rapida crescita dell’infrastruttura dell’IA e le valutazioni elevate risvegliano ricordi cupi del-

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la crisi delle dot-com del 2001… Il paragone non regge. Quando è scoppiata la bolla delle dot-com, tra le aziende coinvolte c’erano anche quelle che non avevano mai guadagnato un franco. Le odierne aziende di IA, invece, sono altamente redditizie, come dimostra l’esempio di Nvidia. Le previsioni suggeriscono che realizzeranno profitti elevati anche nel 2026. Ma la redditività degli ingenti investimenti nell’IA deve ancora essere dimostrata.

Nel 2025 l’aggressiva politica doganale degli Stati Uniti ha suscitato inquietudine sui mercati dei capitali. Nel 2026 tornerà la calma? Trump rimane imprevedibile. Dopo tutto, per il momento sembra essere stata scongiurata una guerra commerciale globale. Resta il fatto che gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico, tranne che nei confronti della Cina. Il mercato americano è semplicemente troppo importante per le imprese.

L’ultimo accordo doganale prevede che le imprese svizzere investano 200 miliardi di dollari negli Stati Uniti, in particolare l’industria far-

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maceutica. Quali rischi intravede?

Per Roche e Novartis il mercato statunitense è di gran lunga il più importante e il più redditizio. Grazie agli investimenti potranno difendere le loro quote di mercato negli USA, ma a scapito di posti di lavoro ben retribuiti in Svizzera.

Nel 2026 quali settori potrebbero diventare interessanti in borsa? Vedo un grande potenziale di sviluppo per i titoli svizzeri, anche se le esportazioni risentono della forza del franco. Le imprese svizzere attive nel settore edile dovrebbero beneficiare dei grandi progetti infrastrutturali in Europa. Inoltre, il nostro Paese vanta numerosi leader mondiali in mercati di nicchia con un’attività di servizi ad alto margine.

Infine: quale sarà il futuro delle criptovalute come il bitcoin?

Di recente, il bitcoin ha perso quasi il 30% di valore dal suo massimo record. Simili fluttuazioni sono prevedibili anche in futuro. La domanda di bitcoin è una combinazione di perdita di fiducia nel sistema monetario tradizionale e pura speculazione.

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Pietro Bernaschina

Un paio di settimane ancora e il mondo festeggerà l’arrivo di un nuovo anno. Un nuovo inizio che sarà come sempre carico di speranze e da celebrare con i tradizionali e maestosi spettacoli pirotecnici. Fuso orario dopo fuso orario. Esplosioni variopinte che spezzeranno il buio della notte e a molti faranno correre il cuore per l’emozione. Non a tutti, però. Alle persone più sensibili e soprattutto agli animali, il cuore batterà all’impazzata per la paura. Per questo – due anni fa – oltre centotrentasettemila cittadini hanno sottoscritto l’iniziativa «Sì alla limitazione dei fuochi d’artificio». Il testo chiede il divieto di tutti i fuochi rumorosi (esclusi dunque bengala e vulcani), mentre continuerebbero ad essere garantiti i grandi spettacoli pubblici. Il testo è sostenuto da diverse associazione e fondazioni per la protezione e il benessere degli animali, ma anche dalla Lega svizzera contro il rumore. Per il Consiglio federale l’iniziativa è però da respingere senza nessuna proposta alternativa, perché Cantoni e Comuni possono già intervenire in quest’ambito. Ed effettivamente nei Grigioni, solo per fare due esempi, i fuochi sono vietati sia a Davos che a St.Moritz.

Eppure il 70% degli intervistati di un sondaggio dell’istituto GFS è a favore della richiesta di proteggere la popolazione, gli animali e la natura dagli effetti negativi dei fuochi

d’artificio. Effetti che non sono solo i botti che spaventano persone e animali. Animali, sia da compagnia sia da reddito, che si danno alla fuga o si feriscono (a volte anche mortalmente) o che nella notte di Capodanno per mettersi al riparo consumano energie essenziali o vengono svegliati dal loro letargo. I fuochi d’artificio generano anche centinaia di tonnellate di rifiuti l’anno e polveri fini pari al 2-3% delle emissioni della Svizzera. A tutto questo bisogna poi aggiungere i costi per danni materiali (infortuni e incendi) che, stando a uno studio citato dal Ticino nella sua presa di posizione sul tema, ammontano a oltre tre milioni e mezzo l’anno. Tutto questo ha convinto la maggioranza della Commissione parlamentare competente (Commissione della scienza, dell’educazione e della cultura del Consiglio nazionale) della necessità di intervenire, di offrire una base legale uniforme a livello nazionale.

Ne è scaturito un progetto di legge (controprogetto indiretto) che ha cominciato il suo percorso parlamentare durante la sessione invernale in corso alle Camere federali. Il testo prevede prima di tutto il divieto di quei fuochi d’artificio che fanno solo rumore senza giochi luminosi. Stando ai dati forniti dai commercianti, questi rappresentano all’incirca il 10% della loro cifra d’affari. Troppo poco per rispondere alle istanze di chi ha sottoscritto

l’iniziativa, ha ritenuto la Commissione che ha infatti proceduto a ulteriori restrizioni. Ma se sul divieto dei petardi c’era consenso ampio, sulle altre misure ci si è spaccati.

Prima di continuare dobbiamo sapere che i fuochi d’artificio sono suddivisi in quattro categorie: da F1 (poco rischiosi e rumorosi, possono essere usati anche all’interno) a F4 (riservati ai professionisti). Ora il progetto in discussione in Parlamento prevede due opzioni: quella della maggioranza vuole che la vendita dei fuochi di categoria F3 (grandi razzi e batterie a colpi multipli) sia riservata a chi ha seguito un corso e ottenuto un’autorizzazione.

Una minoranza vorrebbe estendere questo obbligo anche ai fuochi inseriti nella categoria F2, fuochi per definizione con un rischio e una rumorosità ridotti. Oggi per ottenere questo tipo di autorizzazione bisogna seguire un corso, superare un esame e spendere fra i 500 e i 600 franchi. È dunque facilmente immaginabile che sarebbero pochi i cittadini talmente appassionati da investire tempo e denaro per godersi in famiglia uno spettacolo pirotecnico al Primo agosto o a Capodanno. Si può dunque prevedere che il numero di fuochi d’artificio sparati, e con loro gli effetti negativi correlati, diminuirebbero di molto.

Commercianti, produttori e importatori sono sconcertati. Affermano che già i fuochi della categoria F3 sono essenziali alla loro sopravvivenza e che se poi si imponesse la versione della minoranza, in fumo andrebbe addirittura l’80% delle loro vendite. Senza contare gli impiegati dei negozi specializzati, a rischio ci sono oltre duecento posti di lavoro. Quelli generati dagli importatori e dai quattro produttori attivi in Svizzera. Uno di loro, nella sua presa di posizione, scrive: «Devo dirvi che preferirei che l’iniziativa sui fuochi d’artificio venisse adottata. Perché in tal caso sarebbero vietati solo i fuochi rumorosi mentre le batterie senza scoppio (categoria F3), che stanno arrivando ora sul mercato, sarebbero ancora consentite». Per il settore si tratta dunque di una battaglia per la sopravvivenza. Proteggere le persone sensibili, gli animali e l’ambiente oppure i posti di lavoro e le tradizioni? Questa è la difficile scelta. Una prima risposta è arrivata in questi giorni. Il Consiglio nazionale si è espresso con un stretta maggioranza a favore del divieto dei petardi, mentre non ne ha voluto sapere di nuove autorizzazioni. Vedremo cosa decideranno i consiglieri agli Stati. Certo è che anche il 2026 sarà accolto con una rumorosa e colorata festa. Per la gioia di alcuni e gli attacchi di panico di altri. In futuro, si vedrà.

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L’ordine del caos secondo Trump

L’analisi ◆ La nuova, azzardata strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha lo scopo produrre un mondo di pace basato sulla forza della superpotenza americana. Che ruolo dovrebbero giocare Russia, Cina ed Unione europea

La svolta geopolitica proposta dall’amministrazione Trump equivale al tentativo di virare di 180 gradi una colossale portaerei in uno stretto braccio di mare. Se funzionerà, passerà alla storia come modello di rivoluzione strategica per i decenni o secoli a venire. Se non funzionerà, il già rapido declino della Nazione a stelle e strisce ne sarà accelerato, fino a metterne a rischio l’esistenza.

Americani contro americani: la frattura democratici contro repubblicani segna un conflitto culturale che supera la politica

Il recente documento che illustra la nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, nella versione pubblica come in quella secretata (per quanto ne è filtrato), disegna un obiettivo e esplicita i mezzi per raggiungerlo. Lo scopo della manovra è produrre un mondo di pace basato sulla forza della superpotenza americana, capace con i suoi partner di indurre le altre grandi potenze ad adattarsi a un equilibrio della potenza basato sulla spartizione del pianeta in sfere di influenza. Quella americana sarà l’Emisfero occidentale, alias Pa-

namerica. Questo nuovo mondo sarà sancito dal battesimo di un G5: Stati Uniti, Cina, Russia, India e Giappone (in ordine di potenza). Molto più realistico dell’ormai inerte G7: il Canada secondo Trump deve essere an-

nesso agli Usa (più realisticamente, connesso), Germania, Francia, Regno Unito e Italia fatti accomodare in seconda o terza fila.

Il tutto a partire da una diagnosi allarmistica sullo stato degli Stati

Uniti: grave arretratezza dell’industria manifatturiera, rischio di insostenibilità del formidabile debito federale, ormai oltre i 38 mila miliardi di dollari, con relativo indebolimento del dollaro, al punto che si considera di rinunciare all’«esorbitante privilegio» (Valéry Giscard d’Estaing) della moneta di riserva mondiale nel quadro di un riassetto degli equilibri fra le divise più importanti, a cominciare dallo yuan renmimbi destinato prima o poi a internazionalizzarsi. Ancor più preoccupante la crisi delle legature sociali e morali, con fenditure nel corpo della Nazione al punto che molti americani non riconoscono più in altri americani dei connazionali: la faglia rosso/blu – repubblicani contro democratici – è culturale più che politica. Inoltre, la difesa del carattere bianco/anglogermanico/ cristiano dell’americano «vero» implica stop all’immigrazione, certo non a costo zero – in termini economici (ad esempio, riduzione della mano d’opera disponibile, specie della bassa forza) e culturali (chiusura in sé stessa della «vera» America).

L’ambizione del Trump Deal ricorda, quanto ad ambizioni, il New Deal rooseveltiano. Solo che Roosevelt si ritagliò un quindicennio per realizzarlo, mentre l’attuale presidente avrà al massimo altri tre anni, a meno di non reinterpretare la costituzione per conquistare un terzo, improbabile, mandato. Anzi, già le prossime elezioni di mezzo termine, fra meno di un anno, potrebbero sancirne la riduzione ad anatra molto zoppa. Considerando enormità dell’ambizione, condizione della Nazione e tempo a disposizione, onesti scommettitori potrebbero oggi tendere a investire sul fallimento della manovra.

Ricordiamo come si articola la nuova strategia, di cui in Europa si è data un’interpretazione spesso apocalittica. Il perno del ragionamento è «pace attraverso la forza». A cominciare da un accomodamento con la Cina che eviti una guerra nell’Indo-Pacifico che oggi gli Stati Uniti non sarebbero in grado di vincere. Questo significa concedere a Pechino una sua sfera d’influenza, vedremo quanto limitata: certo a Taiwan vengono i brividi pensando al rischio di essere lasciati da Washington nel-

le mani di Xi Jinping. E ai giapponesi diviene sempre più chiaro che se vogliono impedire la «riunificazione» della Cina devono prepararsi alla guerra, ma che se la provocassero difficilmente potrebbero contare sul sostegno americano.

A Taiwan vengono i brividi pensando al rischio di essere lasciati da Washington nelle mani di Xi Jinping e i giapponesi si preparano alla guerra

Segue la Russia. Trump vuole chiudere subito la carneficina ucraina e stringere un patto di non aggressione (di fatto, non di diritto) con Putin. Di qui la promessa di non allargare la Nato, anzi di diluirla se non proprio abolirla. Dividendo così Mosca da Pechino, dopo averla spinta nelle sue braccia con il colpo di Stato del 2014 a Kiev, cui il Cremlino pensava di rispondere con il contro-colpo di Stato del 2022. Russia e America potranno stabilire rapporti di cooperazione in campo energetico e condividere la gestione della rotta dell’Artico, di cui si prevede la fruizione effettiva entro un ventennio.

Quanto all’Europa. Nato e Unione europea, due facce della stessa medaglia, ovvero dell’impero europeo dell’America costruito subito dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale, sono obsolete. Il principio delle relazioni transatlantiche sarà l’accento sul bilaterale. Washington selezionerà i Paesi affidabili – tra i quali si citano oggi Polonia, Ungheria, Italia e Austria – in attesa che anche in Francia, Germania e Regno Unito prevalgano partiti e movimenti vicini al trumpismo. Obiettivo: una Internazionale dei nazionalismi, fondata sul motto: «Ognuno difende i propri interessi e non si intromette negli altrui» – naturalmente interpretabile a partire dai rapporti di forza. Questa visione del mondo si basa su allineamenti non su alleanze. Ci si può intendere con avversari e competitori su singoli dossier, pronti ad accordarsi con i loro avversari e competitori su altri temi. Questo è l’ordine del caos secondo Trump. Vedremo presto quanto caotico possa diventare questo ordine.

Trump vuole chiudere la carneficina ucraina e stringere un patto di non aggressione con Putin. Qui lo vediamo con Zelensky, Macron e Starmer. (Keystone)

Il Mercato e la Piazza

Verso un nuovo boom nell’edilizia

La recente decisione dell’elettorato svizzero di depennare il valore locativo dalle dichiarazioni di imposta dei proprietari di case e appartamenti determinerà nel corso dei prossimi due anni, con grande probabilità, un boom nei lavori di risanamento e ammodernamento del parco di abitazioni esistente.

Non si sa ancora con precisione quando questo mutamento nella tassazione dei proprietari immobiliari entrerà in vigore. Al momento attuale si dice che non sarà prima del 2028. Almeno per i prossimi due anni i proprietari in questione potranno quindi continuare a dedurre dalle loro dichiarazioni fiscali le spese per il risanamento e l’ammodernamento delle loro proprietà.

Nel decidere di realizzare i lavori in questione i proprietari immobiliari saranno facilitati dal fatto che i tassi ipotecari, nel prossimo futuro, non

In&Outlet

Europa

dovrebbero muoversi. È addirittura possibile che, se la mezza recessione indotta dalle misure protezionistiche dell’amministrazione americana dovesse prolungarsi oltre la fine del 2025, i tassi di interesse – compresi quelli delle ipoteche – potrebbero segnare una tendenza al ribasso. Le prospettive a medio termine per l’edilizia svizzera e quella del nostro Cantone sono dunque ottime. Se non che a oscurare un poco l’orizzonte, almeno a livello nazionale e nel lungo termine, c’è l’incognita di un possibile boom delle vendite di case e appartamenti in condominio, dovuto al progressivo invecchiamento della coorte delle persone nate tra il 1960 e il 1970, un periodo che in Ticino è stato caratterizzato da un numero molto elevato di nascite.

Questo gruppo di individui comincia ora a passare al beneficio della pensione. È risaputo che con il progre-

forte soltanto

Ho letto il documento strategico che sintetizza la dottrina Trump. Il preambolo sembra scritto da un matto, o per un matto: vi si sostiene che un anno fa il mondo e gli Stati Uniti erano sull’orlo del baratro, e Donald Trump ha salvato entrambi, il pianeta e l’America. Poi però le cose si fanno serie. Delle ventinove pagine del documento, due e mezza sono dedicate all’Europa. Alcune cose sono giuste. Il vecchio Continente fa sempre meno figli, non ha più fiducia in sé stesso e nel futuro, investe poco in innovazione, AI, energie rinnovabili, insomma nell’avvenire. Sono le cose che dice anche Mario Draghi. Però Trump, o chi per lui, propone una cura contraria a quella necessaria. Non ci vuole meno Europa, come dice il presidente Usa, ma più Europa. L’Europa non esisterà mai fino a quando sarà una sovrastruttura, composta dal faticoso concerto di ventisette Stati. L’Europa deve diventare una struttura a sé. Non ha senso, ad

Zig-Zag

dire dell’età dei proprietari di case e appartamenti, aumenta anche la probabilità che gli stessi vendano le loro proprietà. Nei prossimi 15 anni aumenterà dunque in modo significativo la popolazione invecchiata di proprietari suscettibile di vendere le loro proprietà immobiliari. Il che potrebbe frenare notevolmente l’aumento di valore di queste proprietà. Una simulazione, eseguita di recente, ha mostrato che l’invecchiamento della popolazione di proprietari potrebbe far aumentare l’offerta sul mercato delle case unifamiliari del 7% nel 2035 e del 14% cinque anni più tardi. Più contenuto è invece l’effetto dell’invecchiamento dei proprietari sul mercato degli appartamenti in condominio e questo tra l’altro perché, non di rado, coloro che vendono la propria casa in periferia di agglomerato si comperano un appartamento in condominio più vicino al centro

se davvero unita

esempio, avere ventisette ambasciate in Paesi anche minori, più il rappresentante diplomatico dell’Ue; avrebbe senso avere una sola ambasciata, quella dell’Unione europea. Lo stesso vale per il seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. E ovviamente per l’esercito comune europeo, ora che sull’America di Trump non si può più contare. Ma fino a quando i singoli capi di governo dovranno rispondere solo alla propria opinione pubblica, l’Europa sarà sempre una faticosa e contraddittoria sintesi di interessi divergenti. L’unica soluzione è un presidente eletto direttamente dal popolo, che risponda a tutti i cittadini d’Europa, oltre ovviamente al Parlamento europeo. Resta da capire: Giorgia Meloni e i suoi sodali, da Abascal a Marine Le Pen, da Orban a Kaczynski, vogliono davvero un’Europa così? O si illudono che ogni singolo Stato europeo possa negoziare alla pari con gli Usa e con la Russia? Hanno notato che Putin ha rinsalda-

to i legami con Modi e Xi Jinping, e che l’Occidente non è mai stato debole come oggi? Qual è la risposta, unirsi o assecondare l’obiettivo trumpiano di dividere l’Europa? Quanto a Trump, la sua principale preoccupazione è l’economia. Ma forse il presidente sottovaluta la cultura. Intesa come radice, e la radice culturale degli Stati Uniti è l’Europa. O, meglio, l’impero romano, che per primo unificò l’Europa. I padri costituenti americani – Hamilton, Jay, Madison – firmavano i loro articoli con il nome di Publius: un omaggio a Publio Valerio Publicola, uno dei primi consoli della Repubblica. Intendevano presentarsi come coloro che avevano abbattuto i tiranni e fondato la Repubblica all’insegna della libertà. La nuova Nazione doveva unire, proprio come Roma, un insieme di Stati, ognuno con la sua autonomia. E, in prospettiva, integrare cittadini venuti da Paesi diversi. Da qui il motto, in latino: «E pluribus unum», da molti

Calendari e speranze per l’anno nuovo

Tra i miei impegni di fine anno figura anche la quasi rituale visita a uno dei più piccoli negozi che ancora esistono e resistono in centro a Lugano. Sempre bello andare dall’Ambrosini. Non proprio per quel che vende – all’insegna ci sono armi e strumenti per i cacciatori, canne, lenze e ami per i pescatori – ma per altri due motivi. Innanzitutto perché conserva un’atmosfera ormai impagabile, oltre che introvabile.

Poi perché, al di là di quel che riguarda le arti venatorie o gli hobby sportivi, ci trovate – riposti in incredibili, bellissimi, usatissimi e vecchissimi contenitori e ripostigli di legno, addossati quasi a fare da «boiserie» alle pareti – oggetti e strumenti (oggi definiti «gadget») non proprio necessari, ma di cui è difficile fare a meno: dai tronchesimi per le unghie, a coltelli,

forbici e pile, spaziando sino al «tutto per» che risolve lacune e problemi di cucina, giardino, cantina, natanti, montagna, hobbismo, pic-nic ecc. Fascino e richiami di questo negozio, collegati anche a passioni ereditate dai nonni, aiutano a programmare una visita, attratti dall’omaggio che il negozio offre a clienti ed estimatori: un calendario che reputo unico, stretto e lungo, numeri e festività in evidenza, inserimenti «laici» discreti (aperture della caccia, della pesca alla trota o dei laghetti, abbinate agli inizi delle scuole e delle vacanze scolastiche) oltre alle efemeridi basilari. Niente di eccezionale quindi, ma una grafica vicina al minimalismo (modelli quasi simili sono privi o troppo pieni di qualcosa), senza suggestioni legate all’arte fotografica o a revival storici. Ogni anno, il giorno di San

dell’agglomerato stesso. Gli esperti che hanno eseguito questi calcoli concludono che, pur essendo significativo l’effetto dell’invecchiamento della popolazione di proprietari immobiliari, esso non sarà tale da far tracollare i valori dei mercati immobiliari. Intanto, per il prossimo anno, come si è ricordato qui sopra, le previsioni per l’edilizia, a livello nazionale, sono molto positive anche se l’eccedenza migratoria internazionale, continuando una tendenza negativa che si manifesta da diversi anni, dovrebbe, nel 2026, essere del 10% inferiore a quella di quest’anno.

La Banca cantonale di Zurigo, che è uno dei maggiori istituti ipotecari del nostro Paese, prevede che nel 2026 si costruiranno in Svizzera 47’000 abitazioni, vale a dire 7000 di più rispetto al 2025. Si tratta di un aumento consistente, pari al 17,5%, che rappresenta un segnale significativo della vivacità

del settore. Sul mercato immobiliare elvetico, e in particolare su quello delle maggiori regioni urbane, nonostante la riduzione del saldo migratorio internazionale, esiste apparentemente una domanda di abitazioni insoddisfatta. Non sorprende quindi che sia i prezzi delle proprietà, sia gli affitti, continueranno ad aumentare. Il tasso di aumento dei prezzi delle proprietà immobiliari, su scala nazionale, sarà nel 2026 pari al 4,5%, uguale dunque all’aumento registrato quest’anno. Gli affitti, invece, aumenteranno dell’1,5%, vale a dire meno rispetto al 2025 (2%). Per il Ticino le previsioni sono più difficili. La tendenza all’aumento degli investimenti nell’edilizia, in atto dal 2021, dovrebbe continuare. È addirittura possibile che, nel 2026, gli investimenti nell’edilizia ticinese superino il miliardo e 600 milioni, ritrovando così il livello di prima dell’epidemia di Covid.

Stati uno solo. Gli americani sono un popolo irrequieto, ottimista, insofferente: assomigliano agli antichi romani. Roma è il modello per la toponomastica. Anche il Parlamento viene costruito su un colle, come il Campidoglio, e in segno propiziatorio viene chiamato Capitol Hill. Là si riuniranno la Camera dei rappresentanti e la Camera alta, che si chiamerà Senato. I lavori cominciano nel 1793 sotto la supervisione di Thomas Jefferson, che già ha fatto costruire il Campidoglio della Virginia, a Richmond, sul modello della Maison Carrée, il tempio romano di Nîmes, in Francia. Per Capitol Hill il punto di riferimento è il Pantheon, dal colonnato alla rotonda centrale alla cupola, decorata con l’affresco dell’Apoteosi di George Washington che indossa la veste viola dei generali romani vittoriosi. Ai suoi lati, la dea della Vittoria e quella della Libertà, con berretto frigio e fascio: simbolo di autorità a Roma, segno di unità e democrazia in

America. Come le verghe legate insieme, così gli Stati si rafforzano sotto un governo federale. La Casa Bianca, la Corte Suprema e il Jefferson Memorial sono edifici in stile romano. La statua di Benjamin Franklin scolpita da Francesco Lazzarini indossa una veste latina e ha in mano una pergamena; mentre George Washington si fa raffigurare da un altro scultore italiano, Giuseppe Ceracchi, come un imperatore. Nel 1777 proprio Washington aveva rifiutato le offerte di pace del generale inglese John Burgoyne, proclamando: «Gli eserciti uniti d’America combattono per la più nobile delle cause, la libertà. Gli stessi principi ispirarono le armi di Roma nei giorni della sua gloria; e la stessa conquista fu la ricompensa del valore dei romani». Insomma, non si vede come l’America di Trump possa fare a meno dell’Europa. E non solo per fare affari. Poi certo anche l’Europa deve ritrovare slancio verso il futuro, coraggio, fiducia.

Silvestro, calendario vecchio a sinistra e a destra quello nuovo, mi vede pronto per la trascrizione dei nomi di chi deve essere chiamato per un augurio o delle ricorrenze a cui non si potrà sfuggire: è il rito della personalizzazione. Immagino che starete già ridendo, sapendo che oggi ci sono mirabolanti calendari digitali di computer e smartphone con applicazioni infallibili nel darti avviso delle scadenze, dagli appuntamenti di lavoro ai compleanni, dagli anniversari imperdibili sino ai suggerimenti fuori di testa (ad esempio il mio computer, da sempre e senza un motivo, mi avvisa quando a Zurigo c’è lo Knabenschiessen!).

Ne ho visto uno sul cellulare di un amico che, quando preannuncia un anniversario o un evento, propone anche link per testi appropriati, li-

ste di regali, indirizzi per acquisti di fiori in zona ecc. È l’intelligenza artificiale, bellezza! Quella che con la scusa di aiutarti ti inchioda per bene, così non potrai più salvarti con un umano «Scusami ma l’avevo dimenticato». Quella che garantisce gelida infallibilità, poi però non è capace di orientarti senza la severità (e, spesso, anche la banalità) decisionale imposta da algoritmi e miracoli digitali. Al contrario, dodici fogli uniti e appesi riescono ancora a offrire non solo richiami sempre in vista, ma anche stimoli che consentono l’avvio di programmi e preparativi, alimentando così il senso psicologico della condivisione, degli auguri, dei regali. In altre parole, appeso a una parete, ben visibile tutto l’anno, il calendario ci parla. Non indica solo il presente, che giorno è oggi, che san-

to si festeggiava una volta, che compleanni o quali ricorrenze importanti ci sono. Parla anche del futuro, perché non ci ricorda soltanto l’anno che sta finendo ma aiuta anche a ravvivare in noi la speranza per quello nuovo. Proprio come nel Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggero. Verso la conclusione Leopardi prima fa parlare il viandante: «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice». Poi lascia al venditore di almanacchi la battuta conclusiva: «Speriamo». Io lo ricopio e lo rilancio come augurio per i lettori: speriamo che l’anno nuovo porti «quella vita che è una cosa bella» e cancelli tutto il meno buono del passato.

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CULTURA

Tutta l’arte di Man Ray

A Milano Palazzo Reale dedica un’imperdibile mostra a Man Ray, artista che è riuscito a permeare l’immaginario del Novecento

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Uno Schiaccianoci… fresco

Al LAC di Lugano va in scena il celebre balletto di Ciajkovskij: a colloquio con Mauro Bigonzetti, che ne ha curato la regia

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Italo Calvino e la sua eredità

A quarant’anni dalla sua morte, resta invariato il valore fondativo per la letteratura delle Lezioni americane di Italo Calvino

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Fantasma, quo vadis?

Mostre ◆ Il Kunstmuseum di Basilea propone una ricognizione culturale nei meandri di un universo impalpabile

Elio Schenini

Partendo da un’ampia ricognizione che intreccia storia dell’arte ed esoterismo, i curatori della mostra Ghosts (fantasmi) al Kunstmuseum di Basilea hanno evocato nelle sale del museo un corposo numero di presenze fantasmatiche con l’obiettivo di indagare la valenza metaforica di una figura che oggi non sembra più esercitare lo stesso fascino che ha esercitato in passato sulla cultura occidentale. A fronte di una documentazione ragguardevole dal punto di vista iconografico, la mostra fatica però a coinvolgere lo spettatore sul piano emozionale: nessun brivido di terrore lungo la schiena, nessun trasalimento come quello che potrebbe generare l’improvviso sbattere di un tavolino durante una seduta spiritica. E così, uscendo dalla prestigiosa istituzione museale basilese, ci si trova a riflettere sul fatto che quella del fantasma, in fondo, è una figura che ci è ormai sostanzialmente estranea.

Se nel tempo accelerato e schiacciato sul presente in cui viviamo non c’è spazio per il passato, figuriamoci se ce ne può essere per un passato che non intende passare e che vorrebbe tornare continuamente a visitarci. Così, mentre i venti di guerra soffiano sferzanti e minacciosi, le impalpabili ed eteree figure degli spettri sembrano essere state completamente spazzate via dall’immaginario collettivo, costretto, dal canto suo, a fare i conti con le montagne di cadaveri che dagli schermi di televisori, computer e telefonini tracimano quotidianamente

nel nostro orizzonte visivo. Del resto, un secolo di esasperata e incessante evoluzione scientifica e tecnologica ha espulso sempre di più dalle nostre vite il regno del soprannaturale, e così, anche i fantasmi, con i loro lenzuoli bianchi ormai demodé rispetto ai piumoni imbottiti, sembrano aver fatto definitivamente il loro tempo.

Fra gli obiettivi della mostra vi è quello di indagare la valenza metaforica di una figura che sembra avere perso il proprio fascino

Eppure, c’è stato un momento, tra i primi dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, in cui fantasmi, spettri, spiriti ed ectoplasmi erano ovunque. Spintisi oltre i territori tradizionali del folclore e delle leggende popolari, i fantasmi, agli albori del Romanticismo, hanno iniziato a colonizzare sempre più massicciamente i territori dell’arte e della letteratura, inoltrandosi fin dentro i confini del mondo scientifico. Di tutto questo la mostra rende conto in maniera ampia e documentata a partire dai dipinti di William Blake e Johann Heinrich Füssli, i cui fantasmi di origine letteraria sono ispirati ai drammi seicenteschi di William Shakespeare, così come le litografie di Eugène Delacroix di alcuni decenni dopo. Ma già dalla metà del Settecento, quindi in piena temperie illuminista, con Il castello di

Otranto di Horace Walpole, la moda del romanzo gotico aveva reso popolari atmosfere ben più cupe e spettrali che segneranno profondamente il gusto dei decenni successivi.

Non è però solo in ambito letterario e pittorico che si aggiravano i fantasmi ottocenteschi. Intorno alla metà dell’Ottocento fu infatti l’allora nascente linguaggio fotografico, che permetteva di fissare su un supporto l’immaterialità evanescente dei fenomeni luminosi, a offrire a medium, spiritisti e scienziati dell’occulto lo strumento perfetto per cercare di dare finalmente visibilità al mondo del soprannaturale.

La credenza che la fotografia, in quanto impronta temporale di un evento, potesse dare un certificato di autenticità a tutto ciò che raffigurava, così come la convinzione che il procedimento fotografico permettesse di cogliere cose che l’occhio umano non era in grado di percepire, la resero il «medium» ideale dello spiritismo, l’unico in grado di mettere in collegamento il mondo dei vivi con quello dei morti, come testimonia con dovizia di esempi, spesso straordinari, il percorso espositivo. Quasi come una sorta di reazione al dilagante positivismo scientifico, le fotografie di fantasmi di autori quali Frederick Hudson, F. M. Parkes, John Beattie, Édouard

Isidore Bugue, testimoniano l’emergere in quegli anni di un bisogno di soprannaturale, le cui manifestazioni, tuttavia, sottoposte alla prova dallo sperimentalismo scientifico, finiro-

no quasi sempre per rivelarsi trucchi, mistificazioni e imbrogli. Ma non è stata solo la scienza a combattere i fantasmi, a stanarli dal buio in cui si celavano e a rivelarne l’inconsistenza. Tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, a contrapporsi alle false rappresentazioni e agli inganni delle narrazioni ideologiche dominanti sono stati i tre grandi esponenti del pensiero critico, quelli che Paul Ricouer ha definito i «maestri del sospetto»: Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud. Strappando il lenzuolo che ricopriva le presenze spettrali che popolavano l’immaginario collettivo, questi tre autori hanno rivelato le forze nascoste, ma per nulla soprannaturali che plasmano la realtà, ovvero l’inconscio, la volontà di potenza e i conflitti di classe.

Da questo momento di spazio per i fantasmi veri e propri ce n’è stato sempre meno, mentre nei decenni successivi le creature soprannaturali sono state progressivamente sostituite da quelle extraterrestri. Nell’arte moderna e contemporanea i fantasmi hanno invece continuato a sopravvivere come figure metaforiche, anche se ormai depotenziate, della paura, dell’ignoto e del rimosso, oppure come citazioni più o meno ironiche o divertite legate all’iconografia tradizionale.

Sono questi i fantasmi che popolano soprattutto la seconda parte della mostra nella quale, a parte qualche eccezione (Max Ernst, Rene

Magritte, Marcel Duchamp, Meret Oppenheim, Sigmar Polke e Mike Kelley) troviamo soprattutto opere realizzate negli ultimi trent’anni. Tra queste, due si impongono sulle altre. La prima è costituita dal maestoso fantasma di Katarina Fritsche sospeso sopra una pozza di sangue a dare corpo a una delle tante vittime di violenza del nostro tempo. Un fantasma che, come tutti i fantasmi, potrà placarsi e liberarci della sua inquietante presenza solo quando otterrà finalmente giustizia. La seconda, quella che è stata scelta come immagine simbolo della mostra, è il Fantasmino di Tony Oursler. Anche in questo caso l’artista gioca con l’iconografia tradizionale proponendoci una scultura di una minuscola creatura nascosta sotto un telo bianco bucato in prossimità degli occhi. Lo sguardo umano triste e melanconico di questo essere misterioso non è altro che un’immagine video riprodotta su uno schermo celato sotto il telo. Chi lo sa, forse potrebbe essere molto simile a questo il fantasma dell’umanità? Quello che, in un futuro forse non più così improbabile, popolerà i sogni delle macchine.

Dove e quando

Geister. Dem Uebernatürlichen auf der Spur. Basilea, Kunstmuseum (St. Alban-Graben 8); orari: ma-do 10.00-18.00; me 10.00-20.00; lu chiuso. Fino all’8 marzo 2026. kunstmuseumbasel.ch

London Stereoscopic and Photographic Company, The Haunted Lane, 1875 ca., alluminio su cartone. (Denis Pellerin © Denis Pellerin)

L’uomo-raggio

che

illuminò il mondo

Fotografia ◆ A Milano una grande mostra celebra i numerosi talenti artistici di Man Ray, fotografo eccelso,

Giovanni Medolago

Fenomeno universale, quest’uomo di tutto il mondo. È nato a Philadelphia nell’agosto 1890, registrato all’anagrafe come Emmanuel Radnitzky. Cresciuto a Brooklyn, educato a New York, emancipatosi a Ridgefield nel New Jersey, ricollocato a Parigi per ascendere al paradiso surrealista/dadaista.

Suo padre Melach era originario di Kiev, allora sede di un’importante comunità ebraica. Il babbo conobbe la sua futura moglie Manya dapprima solo attraverso una fotografia (artis omen?) e poi biblicamente quando la ragazza sbarcò negli Usa. Ci fu tra loro un mordi e fuggi durato più di un anno, varî abbandoni seguiti da riconciliazioni: «J’ai failli ne pas naître » («Ho quasi rischiato di non nascere»), ricorderà poi in un racconto omonimo. Cresce in un ambiente tipicamente ebraico e non si inserirà mai nella tradizione americana, che anzi gli fu estranea perché volle presto scoprire altri orizzonti.

È stato un poliedrico artista irregolare del Novecento, instancabile nel reinventarsi, trasformò ogni incontro in un’estetica

Tutto gli è permesso. Passa con la più naturale disinvoltura da una creazione all’altra. L’anelito della libertà si accompagna al suo bisogno di ironia, anzi di vero e proprio humor. Ci ricorda che un sorriso e meglio ancora una risata ci liberano dal rispetto delle abitudini, dalla pedanteria della scienza, dal fanatismo riguardo ai grandi personaggi.

Fotografo? Certo, ma non solo: nella piccola galleria di quel pioniere e maestro che fu Alfred Stieglitz (Photo Secession, NY City) ha modo di apprezzare pure le opere di Brancusi, Braque, Picasso e altri astri nascenti europei. Si è servito della fotografia come di molti altri mezzi espressivi: matita, gouache, pittura a olio, scultura.

Passato alla storia come uno dei più grandi fotografi del secolo scorso, Man Ray è stato anche uno straordinario pittore, scultore e regista cinematografico d’avanguardia ( Anémic Cinéma con Marcel Duchamp; Ballet mécanique con Fernand Léger), la cui poetica è caratterizzata fin dagli esordi dall’ironia, dalla sensualità e dalla volontà di sperimentare e creare nuove estetiche.

È nel 1915 che conosce Marcel Duchamp, un anarchico prestato all’arte che si diverte anch’egli a capovolgere le convenzioni, ha uno spiccato sense of humor e non disdegna certo lo scandalo dissacratorio (il vespasiano quale Oggetto d’Arte).

Nasce un’amicizia destinata a durare in aeternum. La vita è l’arte dell’incontro, ci ricorda il poeta-sambista brasileiro Vinícius de Moraes: quegli altri orizzonti sognati da tardo adolescente si concretano – paradossalmente – proprio quando rifiuta un’allettante borsa di studio per la facoltà d’architettura e sceglie di frequentare il centro d’arte intitolato al martire anarchico Francisco Ferrer (18591909), pedagogista fucilato per le sue idee libertarie. Lì si tenevano corsi di letteratura, filosofia e studio artistico del nudo.

Duchamp gli propone una Gioconda con baffi e pizzetto. A Ray sembra un invito a raggiungerlo a Parigi, ma c’è la Prima guerra mondiale; sicché sbarca sulla Senna nel 1921 e risponderà solo decenni dopo: un Leonardo dal sigaro in bocca e con il rosso della brace a ricordarci il punctum caro a Roland Barthes (La camera chiara).

A Parigi incontra Casimir Joseph Adrienne Fidelin, in arte Ady Fidelin ma per tutti Kiki, regina di Montparnasse. Lei non ha manco 20 anni, lui 46 e si guadagna da vivere lavorando per varie riviste statunitensi. In particolare, è tra i fotografi più importanti dell’«Harper’s Bazaar». Nonostante l’editore William Randolph Hearst (Quarto potere, capolavoro di Orson Welles: do

you remember?) vietasse le fotografie di soggetti di colore nelle sue pubblicazioni – pratica usuale all’epoca – la caporedattrice Carmel Snow amava sfidare Hearst sulla questione razziale. Fu dunque in questo contesto che un suo ritratto di Adrienne Fidelin – oltretutto seminuda! – venne pubblicato nel numero del settembre 1937.

Ciò la rese la prima modella nera ad apparire in una rivista di moda statunitense. Sulla sua schiena ignuda, bona pesa (ndr. dal napoletano, «buona bellezza»), Ray dipinse poi le celebri chiavi di violino, Violon d’ingres, didascalia-omaggio al pittore neoclassico – nonché virtuoso violinista – Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867).

La sua passione per l’eterno femminino e la sua voglia di sperimentare si concretano nella figura di Lee Miller, modella per caso: fu investita dall’auto del boss di Condé Nast, gruppo editoriale che già all’epoca aveva in scuderia «Vanity Fair»

d’essere presto apprezzata dai circoli dada/surrealisti, in particolare da Max Ernst e Marchel Duchamp, di cui diventa musa ispiratrice. Ma è con Ray che Meret intreccia la sua relazione sentimental-erotica più importante. Durerà poco più d’un lustro, quando la ragazza si rende conto che deve uscire dal bozzolo e dall’ombra di Man, rifiutando il semplice ruolo di modella e rivendicando il proprio status di artista. Ci riesce usando una delle armi del suo anfitrione, la provocazione: col suo servizio da caffè Déjeuner en fourrure (le tazzine ricoperte di pelliccia) entra immediatamente al MOMA di New York.

e «Vogue». Anni dopo, Lee divenne fotoreporter e le sue immagini da Auschwitz furono tra le prime che rivelarono al mondo l’orrore dei lager. Incontrata a bordo Senna nel 1929, leggenda vuole che Ray e Lee scoprirono insieme quella che poi divenne celebre come «solarizzazione»: mentre lui lavora allo sviluppo di un rullino, lei entra nella camera oscura accendendo la luce. Fin dai suoi esordi manifesta un vivo interesse per i volti e i ritratti. Davanti alla sua tavolozza quand’è ancora pittore, poi di fronte al suo obiettivo quando diventa fotografo, sfilano nomi forse non ancora illustri, ma destinati a lasciare un segno nell’arte del Novecento: Braque, Matisse, André Breton, Schönberg e Stravinskij. Quel appel!, esclamano i francesi.

Altro incontro parigino molto importante è quello con Meret Oppenheim, nel 1932; lei ha solo 19 anni. Il suo talento, la sua spregiudicatezza e le sue grazie le permettono

Mi scuseranno i miei venticinque lettori se per presentare l’esposizione attualmente in corso a Palazzo Reale di Milano – dü pass dal Dôm – dedicata a Man Ray sono ricorso alla mia memoria, all’archivio cartaceo e ai cataloghi che accompagnavano le mostre visitate anni or sono al Museo d’Arte di Lugano (curate da Marco Fanciolli), alla Fondazione Mazzotta di Foro Bonaparte di Milano e qualche giorno fa a Palazzo Reale.

Va tuttavia segnalato che nella retrospettiva milanese, accanto ai ritratti e ai nudi di Kiki e di Meret Oppenheim – sempre apprezzabili epperò visti più volte – si possono ammirare numerose sculture che Man Ray realizzò con tecniche e materiali diversi. Si resta impressionati dalla mole di lavoro proposta durante una carriera polistrutturata, provocatoria e durata oltre mezzo secolo. Rimane altresì l’idea che Man Ray, tra gli inevitabili alti e bassi, in vita sua si sia divertito assai!

Dove e quando

Man Ray, Forme di luce. Milano, Palazzo Reale. Orari: ma-do 10.00-19.30; gio 10.00-22.30; lunedì chiuso. La biglietteria chiude un’ora prima. Fino all’11 gennaio 2026. Info: www.manraymilano.it

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Man Ray, Larmes, 1932. (© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2025 foto: Telimage, Paris)

Semplicemente buono

Il peso (e il valore) dei silenzi nell’intimità della

famiglia

Cinema ◆ Il Leone d’oro Father Mother Sister Brother esplora le relazioni affettive e i piccoli segreti di casa con il tocco asciutto di Jarmusch

Jim Jarmusch è uno dei registi americani più amati degli ultimi decenni. Portabandiera fin dai primi anni Ottanta di un cinema indipendente che non era ancora diventato canone e moda, con titoli ormai di culto come Permanent Vacation o Più strano del Paradiso, ha alle spalle una carriera lunga, segnata dalla vicinanza alle avanguardie e al mondo musicale (importante la sua collaborazione con Neil Young). Sotto il segno dell’eclettismo, ha saputo passare dal western all’horror, anche se la commedia surreale e malinconica resta il suo tratto distintivo.

Con un po’ di humor amaro, tre storie famigliari in cui silenzi, segreti e affetti lievitano tra Nord America, Irlanda e Parigi

Nel mese di settembre, Jarmusch è risultato vincitore un po’ inatteso del Leone d’oro dell’82esima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, tra le polemiche di chi avrebbe voluto attribuire il premio maggiore al duro palestinese La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, destinatario invece del Leone d’argento.

Father Mother Sister Brother – che arriva nelle nostre sale come film di Natale a partire da giovedì 18 dicembre – è una commedia drammatica familiare, come può ben essere intuito dal titolo che riunisce tutti gli elementi di una famiglia tipo, mettendo in fila quelli dei tre episodi in cui è diviso, rispettivamente Father, poi Mother e insieme Sister Brother. Storie distinte, ambientate la prima nella provincia del nord-est degli Usa, la seconda in Irlanda e l’ultima a Parigi. All’inizio, Jeff ed Emily (Adam Driver e Mayim Bialik), fratello e sorella quarantenni, viaggiano in auto per recarsi a trovare il padre Jeff (interpretato da Tom Waits) che vive

isolato in una casa tra i boschi. L’anziano sembra tirare avanti in modo precario in un edificio malmesso, tanto che il figlio lo aiuta anche economicamente, ma forse l’uomo nasconde qualcosa.

Nella seconda storia, due sorelle raggiungono la madre nell’appartamento di Dublino per il loro appuntamento annuale, soltanto poche ore da trascorrere insieme davanti a un tè e qualche dolce: dopo tanto tempo lontane si intuisce che anche loro hanno dei segreti, soprattutto la minore Lilith (Vicky Krieps), la quale, pur essendo senza un quattrino, si sente costretta a fingere un tenore di vita che non ha. La maggiore, Tim, è interpretata da una quasi irriconoscibile Cate Blanchett, mentre la madre è affidata a un’impenetrabile Charlotte Rampling, sempre bravissima nello stare sul filo tra la freddezza e l’affetto, tra il sapere e il fare finta di nulla.

Infine, sorella e fratello, i gemelli afroamericani Skye e Billy (Indya Moore e Luka Sabbat) si trovano a Parigi dopo la morte dei genitori, avvenuta in un incomprensibile incidente aereo sulle Azzorre. Insieme vanno a visitare il vecchio appartamento di famiglia ormai svuotato e nel garage stipato di tutti gli oggetti, su cui dovranno decidere se disfarsene o conservarli.

Gli episodi sono all’insegna del minimalismo (in misura diversa fa ripensare a Patterson, sempre con Adam Driver), scritti e diretti in maniera asciutta e senza fronzoli. Il tema centrale è la famiglia nei suoi tanti aspetti, che Jarmusch ha saputo esplorare in diversi lavori precedenti (basti pensare a Broken Flowers del 2005), qui soprattutto affrontando questioni del passato rimaste irrisolte, in bilico tra la cattiveria e un tentativo di comprensione, anche se prevale un sincero volersi bene al di là dei limiti. Forse è questo calore, che si nasconde come un piccolo resto di brace sotto la ce-

Addobbi naturali

Balletto ◆ Debutta al LAC il nuovo Schiaccianoci nella versione di Mauro Bigonzetti

Enrico Parola

Viene rappresentato sempre nelle festività natalizie, ma non dite a Mauro Bigonzetti che Lo schiaccianoci di Ciajkovskij è «il balletto del Natale». Il grande coreografo italiano (ha diretto il Corpo di Ballo della Scala, le sue creazioni, che comprendono esperimenti come Caravaggio e Dante, sono danzate in tutto il mondo) firma lo spettacolo che debutta al LAC prima di approdare in Italia; ad accompagnare la MM Contemporary Dance Company sarà l’Orchestra della Svizzera Italiana diretta da Philippe Béran.

Da dove nasce questo Schiaccianoci? È un’idea del LAC. Quando me l’hanno proposta era molto titubante: assieme al Lago dei cigni e a Giselle è «il balletto» per antonomasia, come dire Traviata nell’opera: è una sfida, bisogna confrontarsi con una tradizione immensa per quantità e qualità; pensare a qualcosa di nuovo non solo era ambizioso, è stato anche difficilissimo: l’ho visto da bambino e poi da adulto, da spettatore e guidando il corpo di ballo, l’ho danzato in vari ruoli, compreso il Principe, ne ho studiato tantissime versioni. Ogni nota mi evocava scene, immagini, movimenti, gesti. Non li ho scacciati, piuttosto sono stati il sostrato su cui è sbocciata e maturata la mia visione.

A cosa ha pensato?

nere di una messa in scena geometrica e precisa, a distinguere il film da tante opere nichiliste, o quantomeno troppo disincantate, che affollano il panorama odierno. Jarmusch non è nuovo a trattare questi sentimenti, parla di incomunicabilità e affetti, segreti e piccole bugie, distanze e oggetti da conservare e tenere cari.

Le storie distinte sono legate in filigrana dal tocco del regista, tra battute che si ripetono, oggetti (i libri, le auto, gli orologi, le fotografie) che ritornano e il tormentone del brindisi senza alcol, bensì con acqua, tè o caffè.

Il cineasta si conferma a suo agio con la struttura episodica, come era pure Coffee and Cigarettes, l’unico suo precedentemente presentato a Venezia, nel 2003 fuori concorso, mentre quasi tutti i suoi lavori sono passati dal Festival di Cannes. Una pellicola natalizia un po’ sui generis, nella quale si ride e, soprattutto, si sorride un filo amaramente; una commedia che magari non sarà un grande film, ma è un bel tassello di una poetica personale e preziosa; un lavoro meno scontato di quanto possa sembrare.

Rispetto al suo solito, il rocker Jarmusch inserisce nella vicenda poche canzoni, ma belle e molto azzeccate (Spooky nelle due versioni di Annika Henderson e di Dusty Springfield e These Days ancora di Annika Henderson), come se volesse abbassare i toni e lasciar parlare i silenzi e i rumori di un film più raccolto e intimo. Un Leone che non alza la voce, ma ruggisce con le sue emozioni distillate.

Dove e quando:

Da giovedì 18 dicembre, Father Mother Sister Brother

è programmato in Ticino al Cinema Lux di Massagno, al Cinema

Rialto di Locarno, al Cinema Multisala Teatro di Mendrisio, al Cinema Forum di Bellinzona e al Cinema Teatro Blenio.

to aspetta: il Grand Duo, quando lo Schiaccianoci si trasforma in Principe. La tradizione ne ha sempre fatto un momento di alta spettacolarità tecnica, una serie di movimenti e gesti belli, ma stereotipati, tipici del gusto ottocentesco; anche le versioni più moderne e audaci mantengono invariato questo momento. Però questa serie di movimenti non riesce a esprimere i veri, profondi sentimenti dei due personaggi: più che due umani, talvolta sembrano due burattini. Invece da una parte c’è lo Schiaccianoci che scopre per la prima volta dei sentimenti e ne è travolto; dall’altra c’è Clara che da bambina diventa donna e scopre l’amore, non quello infantile, ma quello di una ragazza che è cresciuta e ha una consapevolezza e una sensibilità nuove.

Ha eliminato i soldatini. E i topi? Non mi piacciono neppure quelli, e infatti li ho sostituiti con delle figure un po’ particolari: sono esseri umani, ma indossano strani pellicciotti che non c’entrano nulla con gli altri costumi in scena, e portano dei vistosi occhialoni a goccia; tra questi e i pellicciotti un po’ ricordano i topi, ma è una suggestione che coglie chi conosce la storia.

Alla fiaba originale di Hoffmann, con tutte le zone di mistero e di subconscio che ogni sua storia ha. Siccome si ambienta alla Vigilia di Natale è stata spesso ridotta a una storiella natalizia, una vicenda che scintilla tra festoni e confetti. Ciò ha portato a interpretazioni edulcorate e stereotipate, che tradiscono le intenzioni dell’autore. Le faccio due esempi. All’inizio siamo in casa, c’è l’albero addobbato; ma quando, verso la fine, si sbucherà in un bosco che omaggia le Alpi svizzere, ci saranno ancora gli abeti, ma senza festoni e addobbi, totalmente naturali: qui a dettare l’atmosfera non è il Natale, ma la natura, e infatti addobberà a suo modo gli alberi, con fitte nevicate.

Il secondo esempio?

Fritz, il fratello della protagonista Clara, è sempre stato un personaggio marginale, mentre Hoffmann gli dà grande rilievo; così ho fatto anch’io, qui è un protagonista. E la scelta è ancor più significativa pensando che in scena ci sono 22 ballerini, di contro ai canonici quaranta-cinquanta; ho eliminato alcuni personaggi come i genitori, ho tolto i soldatini, che pur essendo nell’originale proprio non mi piacevano, ma Fritz non solo è rimasto, ma ha un ruolo importante.

Dobbiamo aspettarci novità anche con Chiara e lo Schiaccianoci?

Sì, e nel momento topico di tutto il balletto, quello che ogni appassiona-

Altri cambiamenti? Non di rado si tagliano anche alcune parti della musica di Ciaikovskij, o se ne modifica l’ordine. No, qui abbiamo voluto rimanere totalmente fedeli alla partitura originale, non manca neppure una nota, e non aggiungiamo nessun effetto sonoro o rumore che certe produzioni introducono. La storia è esattamente quella di Hoffmann-Ciaikovskij, non inventiamo nulla, anzi, cerchiamo di riportarla alla sua essenza più vera. Sarà quindi uno Schiaccianoci più realista, più verista, anche più duro? Dipende dal livello a cui lo si guarda. Più duro sì, nel senso che non ci saranno quelle espressioni artefatte e manierate tipiche della tradizione, ma un’espressione più immediata e convincente delle emozioni che i personaggi vivono, e in questo dunque è anche più verista. Però realista nel senso stretto non direi, perché il tono fiabesco, quasi disneyano rimane. I balli tipici del secondo atto – le danze cinese e araba, il trepak russo e così via – mantengono il loro carattere esotico, sono cartoline dal mondo ritratte anche da precise scelte scenografiche, che Carlo Cerri ha realizzato in 3D oltre che materialmente; ad esempio, la neve scenderà davvero sul palco e al contempo creerà illusionistiche slavine tra i boschi svizzeri.

Dove e quando Lo schiaccianoci, Lugano, LAC. Ve 19 e sa 20 dicembre ore 20.00; do 21 dicembre ore 17.00. www.lac.ch

Un momento de Lo schiaccianoci (© LAC Lugano Arte e Cultura; foto Luca Del Pia)
Un fotogramma del film Father Mother Sister Brother. (Jarmusch’s Stills / Mubi)

L’insostenibile leggerezza di Calvino

Letteratura – 1 ◆ Quarant’anni or sono, nello stesso anno della sua morte, il 1985, l’autore di Polomar e altri fortunati romanzi prepara le sue famose Lezioni americane, un testo fondativo per molti autori

Nel 1985 Italo Calvino è invitato a presentare, presso l’università di Harvard, le cosiddette Six Memos for the Next Millennium, sei lezioni «magistrali» poi confluite in italiano con il titolo Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio

Un incarico che lo assorbe completamente, al punto da dedicarvi la quasi totalità del proprio tempo. Non solo perché in questi sei interventi intuisce probabilmente il proprio «testamento» di critico e teorico della letteratura – oltreché naturalmente di narratore – ma perché l’invito dell’università di Harvard è dei più prestigiosi: prima di lui avevano tenuto lezioni affini, tra gli altri, personalità come Eliot, Stravinsky, Borges e Paz. Un onore e un onere, dunque, che non intende vanificare.

Nel 1985 lo scrittore accettò la sfida di spiegare come la letteratura sarebbe sopravvissuta al nuovo millennio

Ne risulta uno di quei testi che, come si suol dire, «hanno fatto scuola». È verosimile anzi che qualunque scrittore del dopoguerra, dai suoi ai nostri contemporanei, in un modo o nell’altro si sia trovato a farvi i conti. Per quale ragione? Essenzialmente perché, si voglia o non si voglia riconoscersi nelle sue posizioni, ci si senta o non ci si senta «calviniani», i princìpi che egli delinea vanno presi in considerazione – ripetiamo, riconoscendovisi o distanziandovisi – in qualsiasi genere di azione letteraria si decida di intraprendere, in particolare nella scrittura di romanzi.

D’altra parte basta scorrere i sei titoli scelti da Calvino per le sue lezioni per comprendere a quali «imperativi»

egli ci esorti: nella loro essenzialità, ci riportano al dovere, per qualsiasi scrittore, di liberare la prosa dalla cosiddetta «fuffa» e di centrare con la parola, con il discorso narrativo, appunto l’essenza di quanto si intende raccontare. Tali titoli (l’ultimo mai completato) sono: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e Consistenza. Impossibile passarli in rassegna tutti. Ma è già particolarmente indicativo ciò che Calvino ci invita a considerare quando parla di Leggerezza

Partiamo dall’esordio della sua lectio: «Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-pesantezza, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire». L’attacco, velatamente ironico, è già un annuncio: non si intende parlare ex cathedra ma suggerire un approccio a una tematica cruciale, il rapporto tra pesantezza e leggerezza nella riuscita di un testo.

Calvino confessa, con modestia, che la sua è infine una dichiarazione di poetica. Tant’è che fin dalle prime righe «personalizza» il proprio discorso e parla in prima persona: «Dopo quarant’anni che scrivo fiction, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva del mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso».

Chiunque si misuri con la scrittura di romanzi (ma il discorso è in parte applicabile anche alla poesia) sa quanta rilevanza questa osservazione può avere. E Calvino non tarda a farci entrare nel suo «laboratorio» citando, tra i primi, Kundera e L’insostenibile leggerezza dell’essere: «Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quel-

lo che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo da quello del vivere». In questo accenno è quella che potremmo chiamare la «scienza» o «arte» del romanzo: svelare l’infinitamente pesante, l’insostenibile appunto, attraverso l’infinitamente leggero, la grande prosa che sorregge gli universi: «Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime; come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi…».

Attingendo a un vasto corpus letterario, che va dagli antichi ai moderni, Calvino giunge poi alle prime definizioni cruciali: «Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, o meglio un pulviscolo sottile, o meglio ancora come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni».

Dunque nessuna corsia preferenziale, nessuna «verità» assoluta o senza distinguo: anche la pesantezza (in tutti i sensi del termine) ha la sua ragion d’essere. Ma mai la pesantezza come superflua aggettivazione o inutile sovrapporsi di strati che potreb-

bero essere tranquillamente diradati o semplificati: «La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: “Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume ”». Bisogna quindi, sostiene Calvino, rendere «con leggerezza» anche la pesantezza, in modo che: «I significati vengano convogliati su un tessuto verbale come senza peso, fino ad assumere la stessa rarefatta consistenza». E citando Leopardi e la sua «luna» conclude: «La luna, appena si affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo […] Il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare».

Queste sei (o cinque) Lezioni americane di Calvino, a partire da quella sulla Leggerezza, sono allora in primo luogo una «scuola creativa» che non pretende di «insegnare» a scrivere, bensì molto più incisivamente – e compassatamente – di imparare a leggere, cioè a individuare, nelle opere dei grandi autori (lui compreso) ove sia annidato il segreto, il miracolo, il sortilegio che consente alla parola di muoversi al di qua, dentro e al di là del mondo per esprimerlo nella forma giusta per penetrare dentro di noi e farcelo riconoscere meglio e più profondamente – a questo, in fondo, serve la letteratura – di quanto accadesse prima. Ma, appunto, perché questo «prodigio» si verifichi è necessario fare i conti, con più o meno devozione «calviniana», con termini quali Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e Consistenza. Un passaggio, probabilmente, imprescindibile per chiunque si misuri oggi con la letteratura.

Una notte del ’74 che non resta mai la stessa

Letteratura – 2 ◆ Romanzo-saggio in parte biografico, La pazza di casa di Rosa Montero invita a riflettere sulla scrittura

Laura Marzi

La pazza di casa di Rosa Montero, edito da Ponte alle Grazie con una postfazione di Mario Vargas Llosa, riprende la definizione che la santa Teresa D’Avila dà della fantasia, che sarebbe, secondo la mistica vissuta nel sedicesimo secolo, appunto, la pazza di casa. Rosa Montero, scrittrice e giornalista spagnola di chiara fama, decide di usare questa espressione come titolo per un testo che nel suo Paese è un best seller, in cui racconta attraverso aneddoti della sua vita personale e di quella di scrittrici e scrittori di ogni tempo perché alcune persone non possano fare a meno della letteratura.

In un’epoca come questa in cui da una parte la pubblicazione di libri è sempre in espansione e dall’altra la lettura risulta essere un’attività che fatica a tenere il passo, questo testo rappresenta una vera e propria oasi nel deserto. L’autrice mette infatti in chiaro come di fronte a uno di quei giochi che vengono definiti da pistola alla tempia, in cui bisogna, cioè, decidere fra due opzioni, nel caso specifico se non scrivere mai più una riga o non leggere mai più

una riga, per la maggior parte degli autori non può esserci dubbio: senza leggere, non si vive. Montero ha poi ben chiaro quali siano le ragioni per cui si scrive e le caratteristiche fondanti che deve avere un buon romanzo: «La critica o un’onesta analisi dei rapporti di potere fa parte del nostro mestiere, così come costruire dei buoni mobili fa parte del mestiere del falegname».

La pazza di casa, però, non propone solo riflessioni relative alla vita e ai demoni degli scrittori e delle scrittrici, come li definisce Montero, che perseguitano coloro che non possono fare altro che raccontare delle storie per trovare un senso all’esistenza e provare a fuggire dalla morte. Nel romanzo torna in diverse varianti, per esempio, un episodio della sua vita privata: l’incontro con M., un attore hollywoodiano che Montero ha conosciuto nell’estate del 1974, a ventitré anni quindi, e con cui ha trascorso una notte d’amore o di follia, a seconda della versione proposta. Non scopriremo mai che cosa sia successo veramente, considerato che alla fine del suo libro, Montero decide di

porre una citazione da Roland Barthes: «Ogni biografia è fittizia e ogni fiction è autobiografica». Quello che emerge attraverso questo gioco di ripetere la stessa storia in diversi punti e con esiti diversi, però, è chiaro: la

passione amorosa, insieme alla follia, è un ingrediente fondamentale per scrivere narrativa. È decisiva anche la libertà, secondo Montero, intesa come capacità di non essere preda dell’ambizione let-

teraria né dell’ossessione di trasformare il proprio testo in un prodotto di mercato. Del resto, secondo lei, chi è un buono scrittore, resterà tale, nonostante tutti gli sforzi che proverà a fare per costruire a tavolino un libro commerciale e chi invece non sa scrivere non lo imparerà mai davvero.

Insieme a una serie di aneddoti su Tolstoj, Rimbaud e altri autori di fama mondiale, ciò che rende interessante questo libro è anche la praticità con cui Montero racconta il mestiere della scrittura, sintesi complessa e talvolta estremamente dolorosa tra l’astrazione del pensiero e la materialità delle parole, fatte di lettere e suoni, di realtà: «Finché sono soltanto idee e progetti, i tuoi libri sono assolutamente meravigliosi, i libri migliori che siano mai stati scritti». È solo dopo, però, quando diventano reali e qualcuno decide di pubblicarli, che inizia la letteratura.

Bibliografia: Rosa Montero, La pazza di casa, Ponte alle Grazie, 2025 (riedizione), pp. 253.

Italo Calvino nella foto usata da Garzanti per la copertina del saggio Lezioni americane, edito nel 1988. (Garzanti)
Immagine della copertina dell’edizione Ponte alle Grazie.

Buone Feste

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GUSTO

Menù di Natale

Formentino con melagrana

Antipasto Ingredienti per 4 persone

6 cucchiai di chicchi di melagrana arancia bionda

4 cucchiai d’olio d’oliva

3 cucchiai di Condimento bianco

1 cucchiaino di senape

sulla tavola di Natale

Il Natale dovrebbe essere colorato: dalle conversazioni, agli abiti, alle decorazioni fino, naturalmente, al cibo. Con questo menu è possibile

Testo: Dinah Leuenberger

Capesante su letto di porri con vinaigrette alla pancetta

Un antipasto a base di molluschi per la cena di Natale o di Capodanno: le capesante rosolate si gustano con porri e vinaigrette alla pancetta.

di formentino

Grattugia finemente la scorza d’arancia. Taglia la base e la parte superiore dell’arancia. Elimina la scorza dell’arancia con un coltello. Estrai con cautela i filetti d’arancia dalle pellicine degli spicchi, raccogliendo il succo. Spremi gli avanzi del frutto per ricavare altro succo. Tieni da parte i filetti.

Per la salsa, mescola l’olio con il Condimento bianco, la senape e la scorza d’arancia grattugiata. Incorpora il succo d’arancia. Condisci

Accomoda il formentino nei piatti con i chicchi di melagrana e i filetti d’arancia. Irrora con la salsa

Se usi una melagrana fresca intera, incidi in tondo la buccia della melagrana senza tagliare il frutto a metà. Riempi d’acqua una scodella e spacca in due la melagrana nell’acqua. Libera i chicchi dalle pellicine che si staccheranno facilmente. Elimina le pellicine salite a galla e getta l’acqua. Copri i chicchi e conservali in frigo.

Filetto di manzo in pasta sfoglia

Il filetto di manzo in crosta ripieno di funghi, porri, carote, carne secca, impasto di vitello e prosciutto cotto è un piatto festivo per tutta la famiglia

Tutto per una festa rilassante

Con questi consigli, il pranzo di Natale sarà una festa anche per i padroni di casa

Prima della festa

Qualche giorno prima dell’invito dovresti aver già definito il menu. Importante: conosci le abitudini alimentari dei tuoi ospiti: chi mangia vegetariano, chi è intollerante al glutine, chi non beve alcolici? Dovresti inoltre aver già provato a cucinare i piatti più difficili.

Pianificare è tutto

Scrivi il menu e su questa base fai la lista della spesa. Se hai tempo a sufficienza, pianifica gli acquisti in modo che siano il più possibile efficienti ed economici. Se non hai un’auto, ad esempio, dovrai probabilmente fare acquisti in più tappe o farti consegnare i prodotti pesanti dallo shop online. Importante: i tagli di carne speciali probabilmente dovranno essere ordinati in anticipo. Puoi farlo in tutta semplicità al banco della carne della Migros oppure online.

online,

Che si tratti di fondue chinoise, bourguignonne, fondue di pesce o un vassoio di carne per la prossima grigliata da tavola: al banco online della Migros puoi scegliere quello che ti serve per le tue festività. Poi devi solo selezionare la filiale e la data di ritiro desiderata. Infine, non ti resta che andare a ritirare il tuo ordine. Ordinare non potrebbe essere più pratico.

Cospargete con un po’ di scorza e foglioline di menta.

Dove riporre i cibi

Fai spazio in modo che anche gli acquisti più voluminosi trovino il loro posto. Non tutto deve essere messo in frigorifero e in cucina. Le verdure possono essere conservate anche in cantina o in un altro locale fresco e buio. Anche le bevande non devono (ancora) essere messe in frigorifero. Se è troppo pieno anche il giorno della festa, un secchio con acqua, ghiaccio e sale ti aiuterà. In questo modo le bevande si raffreddano subito.

Cosa puoi delegare

In base alla flessibilità personale, è possibile anche affidare agli ospiti la preparazione di intere portate. Altrimenti: chiedi agli ospiti di pensare

alle bevande e nomina una persona responsabile di servirle. Altri compiti che possono essere facilmente delegati: scegliere la musica, mostrare l’appartamento, scattare foto. E per l’amor del cielo, delega il lavaggio dei piatti, o almeno rimandalo al giorno successivo. Ad esempio, si può decidere che l’ultima fetta di torta spetti alla persona che lava i piatti. Così sono tutti felici.

5

Inizia il countdown

Imposta un conto alla rovescia. Annota tutte le fasi di lavoro su un foglio giornaliero e su un calendario. Inizia a cucinare quello che si può preparare in anticipo. Per il grande giorno si dovrebbe lasciare solo lo stretto necessario. Si può anche apparecchiare la sera prima, ad esempio, come fanno i ristoranti.

6

Tempo di riserva

Il giorno X: organizzati per avere un po’ di tempo in più. Anche se hai pianificato tutto alla perfezione, qualcosa può sempre andare storto. Pertanto, prevedi del tempo extra sufficiente a gestire gli imprevisti.

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Tempo per te

Il giorno X: fai qualcosa di rilassante per un’ora. Per un’ora non si cucina, non si pulisce e non si organizza. Questo tempo appartiene ai padroni di casa per fare un pisolino energetico, una doccia, ascoltare una puntata del podcast preferito o uscire per una passeggiata.

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Un centrotavola che cresce a cerchi

Il bello del Natale può essere costruire insieme un mandala domestico lavorando passo dopo passo unendo elementi naturali per ottenere un disegno pulito

Riprendono forza i pacchetti all-inclusive

Dopo anni dominati dall’autonomia digitale, nuovi dati mostrano come le proposte strutturate riconquistino non solo il pubblico giovane

Vacanze nel resort di Hitler a Prora

Reportage ◆ Storia e memoria di un colosso architettonico nazista mai completato che si è oggi trasformato in un complesso di appartamenti di lusso sul Mar Baltico

Sabrina Faller, testo e foto

Se approdate nella più grande isola della Germania, l’isola di Rügen nel Mar Baltico, fra le molte bellezze naturali e luoghi d’interesse storico, non potrà sfuggirvi, situata tra la ridente stazione balneare di Binz e il porto di Sassnitz, una località dal nome latino, Prora, custode di una storia che pochi oggi conoscono.

È qui che, tra il 1936 e il 1939, Adolf Hitler realizzò almeno in parte il più imponente e monumentale resort mai concepito da mente umana per accogliere i lavoratori tedeschi in vacanza per due settimane all’anno, sotto stretto controllo delle autorità preposte. Facciamo un passo indietro.

Divenuto cancelliere nel gennaio 1933, pochi mesi più tardi Hitler scioglie e vieta tutte le organizzazioni sindacali, destinate a confluire obbligatoriamente nel DAF (Deutsche Arbeitsfront), ente parastatale della Germania nazista. Ma come «risarcire» 14 milioni di lavoratori privati dei loro diritti, primo fra tutti quello di sciopero, divenuto reato passibile di pena capitale? Con la «Forza attraverso la Gioia»! Si chiamava proprio così, «Kraft durch Freude » (KdF), l’organizzazione ricreativa interna al DAF che dal 1933 gestiva il tempo libero dei lavoratori tedeschi, fornendo attività ricreative di vario genere (gi-

te, teatro, sport, concerti, vacanze) a basso costo. Tra i massimi progetti messi in campo, la costruzione di un complesso di edifici lungo 4,5 km, con appartamenti in grado di ospitare fino a 20mila persone, dotato di un ampio salone per le feste, uffici direttivi, piscina coperta, cinema, caffetteria, molo per attracco navi. Avrebbero dovuto essere cinque i centri balneari disseminati sulle coste tedesche per vacanze di massa, ma soltanto Prora fu almeno in parte realizzata, in seguito al concorso vinto dall’architetto Clemens Klotz, che con il suo progetto si aggiudicò il Grand Prix d’Architecture all’Expo di Parigi nel 1937.

Si trattò di un progetto di risonanza internazionale, volto a diffondere nel mondo un’immagine positiva del Terzo Reich, e a infondere fiducia nei lavoratori tedeschi vessati dai bassi salari. I lavori erano già cominciati fin dal 1936, inizialmente con la costruzione di una strada parallela alla bella spiaggia di fine sabbia bianca e una stazione ferroviaria, proseguendo poi con il getto delle fondamenta, ma nel ’39 lo scoppio della guerra li interruppe e tutte le risorse furono destinate a scopo bellico.

Gli otto blocchi contenenti gli appartamenti per i vacanzieri erano comunque già edificati e si estendevano

lunga la costa come il più importante esempio di architettura razionalista della Germania hitleriana. Che farne? Il Führer avrebbe voluto riconvertirli in ospedale militare, ma non fu possibile farlo su vasta scala, perciò ebbero vari usi durante la Seconda guerra mondiale: accolsero prigionieri polacchi costretti a lavori forzati, furono sede di addestramento militare per ragazzi e ragazze e divennero un rifugio per gli abitanti di Amburgo durante i bombardamenti britannici. In sostanza non ci fu mai un giorno in cui Prora venisse utilizzata per la sua prima destinazione, né vi soggiornò mai come villeggiante un lavoratore della Germania nazista.

Nel 1945 l’esercito sovietico se ne impossessò, ne demolì una parte e si portò via tutto ciò che era utile come risarcimento di guerra. Per una decina d’anni il «colosso di Prora» fu utilizzato come base militare, poi, recuperato nella DDR, divenne sede di vacanza per gli ufficiali dell’esercito della Germania Est, e dal 1964 al 1990 fu usato per ospitare gli obiettori di coscienza, costringendoli a pesantissimi lavori di ricostruzione. A loro è dedicata un’esposizione all’interno del Dokumentationszentrum Prora, museo realizzato nell’unico blocco ancora oggi di proprietà dello Stato e da visitare assolutamente se ci si trova da quelle par-

ti, non solo perché contiene una vasta e accurata documentazione sulla realizzazione del colosso, sull’isola stessa, sull’ideologia nazista, sull’antisemitismo locale e sui principali aspetti della vita e della società tedesca in epoca hitleriana, ma anche perché, essendo realizzato in forma assai semplice e spartana, utilizzando le strutture preesistenti senza modificarle, ha conservato quasi intatti i locali che ospitano la mostra permanente, le numerose mostre temporanee, la caffetteria e perfino le severe toilette.

All’esterno, ad accogliere i visitatori è l’invito che suona ironico sopra l’entrata del museo: «Macht Urlaub» («Prendetevi una vacanza»), e certo di fronte allo scenario desolato che quelle vecchie mura esprimono, le vacanze appariranno sotto una luce sinistra, ovvero le vacanze che quelle mura avrebbero dovuto accogliere.

Prora fu anche luogo di addestramento per la polizia segreta della DDR, la famigerata Stasi, e per formazioni militari e paramilitari, tra cui l’OLP di Arafat. Tuttavia il colosso, privo di un progetto di risanamento, cominciò a declinare fin dagli anni Cinquanta. La riunificazione delle due Germanie portò il Governo federale a chiedersi cosa fare dello storico monumento e infine si decise di venderlo a privati.

È cominciata così, dai primi anni Duemila, la «rinascita» di Prora, a opera di diversi imprenditori, sotto il segno di una ristrutturazione intesa a farne un pregiato resort turistico senza alterarne le caratteristiche originali, ma trasformando in bianco abbagliante il marrone del cemento armato che caratterizzava l’enorme complesso all’epoca di Hitler, e aggiungendo balconi ai singoli appartamenti con vista mare. Impressionante è il contrasto tra vecchia e nuova Prora, ben evidenziato nei pressi del museo, dove il blocco originario triste e scuro confina e contrasta con quello candido dei rinnovati edifici (vedi foto). Sono sorti alberghi di lusso con piscine, ristoranti, caffè, ma soprattutto costosi appartamenti di vacanza, il tutto all’insegna del comfort e della tranquillità, in contrapposizione con la vicina e popolare spiaggia per famiglie di Binz. A Prora la spiaggia è silenziosa e poco affollata anche d’agosto, con qualche rara Strandkorb (sedia da spiaggia), i viali pubblici d’accesso non troppo curati, il molo semidistrutto e abbandonato ancora carico di memoria.

Informazioni

Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.

È
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Mandala d’inverno

Crea con noi ◆ Idee e materiali per decorazioni natalizie come un bel centrotavola con pigne e sughero

Con questo tutorial vediamo come realizzare un centrotavola per il periodo natalizio con materiali naturali come tappi di sughero, pigne, ghiande e, al centro, un porta-lumino. La struttura circolare richiama quella del mandala, simbolo di equilibrio ed energia positiva. Proprio come nella creazione di un mandala, il lavoro procede aggiungendo un «giro» alla volta, disponendo gli elementi naturali in cerchi concentrici che si sviluppano verso l’esterno. Ogni nuovo anello arricchisce l’insieme mantenendone la geometria e l’armonia. Assemblare il centrotavola diventa così non solo un’attività creativa, ma anche un modo per dedicarsi un momento di calma e concentrazione, trasformando il gesto ripetitivo della composizione in un piccolo rituale di benessere e relax.

Procedimento

Sistemate il sottopentola in sughero più piccolo sopra quello grande, in modo da creare una base rialzata per il portacandela. A questo punto iniziate a disporre i tappi di sughero in piedi, uno accanto all’altro, formando un cerchio uniforme attorno al disco di sughero più piccolo. Fissateli alla base con la colla a caldo per ottenere un primo anello stabile e ben compatto. Procedete con il secondo anello. Posizionate al centro il porta-lumino. Nello spazio che si crea tra il porta-lumino e il primo anello di tappi in sughero, formate un nuovo giro disponendo piccole pigne una accanto all’altra, così da ottenere un anello regolare e ben definito. Ora, proprio come in un mandala, arricchite la composizione. L’effetto mandala nasce dalla ripetizione rego-

Giochi e passatempi

Cruciverba

La lingua dei segni, sviluppata negli anni

50, come viene anche chiamata?

Troverai la risposta leggendo nelle caselle evidenziate.

(Frase: 7, 1, 7)

lare degli elementi, quindi cercate una disposizione armonica, ma lasciate spazio alla creatività. Io ho scelto di aggiungere altri tappi in sughero a cadenza regolare (1 ogni 3 tappi del giro precedente) e di arricchire la composizione fissando sopra i tappi alcuni cupolini delle ghiande. Per aggiungere un tocco di colore o per coordinare il centrotavola con altri elementi decorativi della casa o della

tavola, potete dipingere alcune ghiande e fissarle ai loro cupolini con un punto di colla a caldo. Il risultato sarà un dettaglio vivace.

Un ultimo giro può essere realizzato utilizzando altre pigne, questa volta posizionate con la punta rivolta verso l’esterno per dare movimento e un effetto più «aperto» alla composizione.

Per ottenere un bordo armonioso, inserite ogni pigna nello spazio che si crea tra un tappo di sughero e l’altro dell’anello precedente. La base della pigna va appoggiata contro il sughero, mentre la parte appuntita sporge verso l’esterno, creando un motivo regolare e ben scandito tutt’attorno al centrotavola.

In questo modo le pigne esterne fanno da cornice naturale e donano volume, arricchendo l’effetto mandala e completando l’ultimo giro della decorazione.

Ora preparate la base: appoggiate il piatto bianco sul tavolo e disponetevi sopra alcuni rami di pino, che faranno da cornice naturale alla composizione. Posizionate quindi il vostro centrotavola sopra i rami, lasciando che sporgano leggermente per creare un effetto morbido e armonioso.

Materiale

• 1 piatto bianco (base d’appoggio)

• 2 tondi di sughero/sottopentola da 20 e 13cm (ma vanno bene anche altre misure)

• Tappi di sughero

• Pigne di varie dimensioni

• Ghiande, bacche, nocciole o altri piccoli elementi naturali

• Porta lumino in vetro + candela lumino

• Colla a caldo

• Pittura acrilica rossa e pennello

• Vernice spray trasparente (opzionale, per proteggere)

• Rami di pino

• Piatto piano grande

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

Se volete aggiungere un tocco luminoso e festoso, potete completare il tutto con una piccola collana di lucine a batteria, da avvolgere delicatamente attorno alla decorazione o da far passare tra i rami di pino. Buon Natale! Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

ORIZZONTALI

1. In giallo, quella di famosi telefilm

7. Numero singolare

8. Cantava «Furia cavallo del West»

9. Pronome personale

10. Motivo fondamentale e ricorrente di un’opera

11. Monte delle Prealpi venete

12. Ricevono baci e schiaffi

15. Sigla dei farmaci antinfiammatori

16. Il nome se ... sai anagrammi

17. Declivio

19. Pollaio senza polli

20. Piccola fermata

21. Con... «tare» vale... trasformare

23. Induce i piedi a staccarsi dal suolo

24. Un’etichetta su Facebook

25. Quando comincia... è finita

26. Centro archeologico romano

VERTICALI

1 Antica lotta giapponese

2. Termine di diminutivo maschile plurale

3. Nel golf e nel pattinaggio

4. Non inclusi nell’elenco

5. Il metallo dei paioli

6. Cani da caccia e da guardia

10. Attenua la luce

11. Parte della Commedia dantesca

12. Pietra ornamentale

13. Ardito, temerario

14. Si ripetono in settimana

15. Si svolge in allegria

17. Prefisso indicante molteplicità

18. Celebre moschea di Gerusalemme

20. L’ultimo Silvestro

22. Il nome di Foscolo

23. Le iniziali

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

della settimana precedente

I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.

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Viaggiatori d’Occidente

La seconda vita dei viaggi organizzati

I viaggi e il turismo sono in continua evoluzione, tanto che a volte penso che proprio il cambiamento sia l’unica costante. Ogni generazione reinventa da capo quell’antica passione di andare per il mondo. Mete e stili di viaggio vengono riscoperti ciclicamente: i viaggi organizzati per esempio. Negli euforici anni Ottanta del secolo scorso il villaggio turistico attira perché incarna una nuova idea di libertà e leggerezza: poche formalità, pochissima cultura, tanta socialità e poi sole, sport, flirt, balli. In quegli anni la formula «tutto compreso» conquista la nuova classe media europea, che vuole viaggiare senza pensieri. Con l’arrivo del nostro millennio la moda però cambia, quel che piaceva non piace più, il nuovo sembra improvvisamente vecchio. Soprattutto i giovani preferiscono l’organizzazione indipendente dei viaggi, favorita anche dallo sviluppo delle risorse online. E poi, in tempi a noi più vici-

ni, tutto si trasforma ancora e i viaggi organizzati sembrano tornare al centro della scena, anche per i giovani. Infatti, secondo una ricerca di Expedia, nell’ultimo anno oltre il 40% dei viaggiatori della Generazione Z (nati dopo il 1997) ha rivalutato l’opzione all-inclusive, con un forte aumento (+60%) delle ricerche per i resort di questo tipo. La nostalgia è solo un aspetto. Molti hanno scoperto per esperienza diretta che organizzare un viaggio da soli richiede tempo, energie e conoscenze. Certo, può essere divertente, a volte, ma in altri momenti anche banalmente faticoso: bisogna navigare decine di siti, verificare se le promozioni sono davvero convenienti, controllare l’affidabilità delle recensioni, combinare voli, hotel, attività ed escursioni. Alla fine, nonostante tutto questo lavoro, il risparmio è spesso minimo rispetto ai prezzi dei Tour Operator. Inoltre i viaggi a lungo raggio possono costare migliaia di eu-

Cammino per Milano

ro e restare comunque esposti a infiniti imprevisti; quindi il prezzo fisso permette di controllare meglio il budget. E così si finisce per riscoprire l’agente di viaggio di fiducia, una figura che qualche anno fa pareva destinata all’estinzione e gode invece di buona salute. Naturalmente il ritorno al passato non è mai integrale; formule già sperimentate devono essere adattate a nuove motivazioni. E quindi il viaggio organizzato contemporaneo vorrebbe offrire esperienze «autentiche», immersioni nella natura, workshop e occasioni d’incontro con la popolazione locale; anche la gastronomia riceve cure particolari rispetto al buon vecchio buffet, abbondante ma di modesta qualità. In sintesi: più flessibilità e cura dei dettagli. I social danno un contributo, in forme originali. Le piattaforme, governate dagli algoritmi, tendono a polarizzare e radicalizzare la nostra percezio-

ne della realtà. E poiché per una parte crescente del pubblico hanno sostituito più tradizionali fonti di informazione, a cominciare dai giornali, il mondo ci appare più instabile, pericoloso, inaffidabile, tra epidemie, guerre, crisi economiche e scontri di civiltà. Ne consegue quel bisogno di sicurezza lontano da casa che gli operatori sono ben lieti di promettere. Da quando poi le relazioni personali si sviluppano soprattutto attraverso i social, il viaggio di gruppo è diventato anche un’occasione per conoscersi di persona; sarebbe l’obiettivo del 50% dei turisti che scelgono queste proposte, secondo un tour operator specializzato. Naturalmente in tale prospettiva i gruppi sono organizzati con maggiore attenzione: numeri ridotti (una quindicina di partecipanti o poco più), limiti d’età (per esempio under 30, o dai 30 ai 50), un coordinatore (distinto dalla guida) per creare e mantenere lo spirito giusto.

Dan Flavin a Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa

Bisogna andarci quando va via la luce. L’ideale è una di quelle giornate sempre più brevi di dicembre verso il solstizio d’inverno, dopo le cinque circa. L’arco siriaco in cotto, altissimo, del portico d’entrata tipo pronao, appena sceso dal tram tre, cattura lo sguardo e mi ricorda molto quello del palazzo della Triennale. I cui archi sulla parte verso il parco Sempione, abbiamo intravisto in occasione dei Bagni misteriosi di De Chirico non tantissimo tempo fa. È Giovanni Muzio (1893-1982) – architetto incontrato anche per via del tennis club Bonacossa e capiterà di certo ancora sul nostro cammino per l’incredibile Cà Brüta o cos’altro – l’autore di questa severa chiesa neoromanica all’angolo di via Montegani con via Neera. Tra le cui colonne-parallelepipedi in granito che sorreggono il frontone triangolare in cotto con quattro nicchie, di cui due scherzose, dove è

iscritto l’arco, passo svelto salendo a due a due gli otto scaloni. Spingo la seconda porta di legno laterale sinistra di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa: un’altra chiesa, tutta in cotto, risalente al XII che dà il nome al quartiere popolare dove anni fa in una rissa al parchetto un bangladese quarantaquattrenne è stato ucciso a colpi di martello e catena. E le luci di Dan Flavin (19331996) tamponano subito il manco di luce fuori. Un blu acqueo avvolge la volta a botte della navata, il transetto in fondo è rosa fenicotteri, l’abside giallo oro. È l’ultima opera dell’artista newyorkese, le cui stanze di luce a Villa Panza a Biumo superiore, sopra Varese, ho cercato di raccontarvi secoli fa su queste stesse pagine come pure, anni dopo, il cortile del Kunstmuseum di Basilea impreziosito dai suoi neon nevralgici e i loro riflessi. Completata sul letto di morte a Long

Sport in Azione

Tra potenti ci si intende

A volte capita che la sindrome da pagina bianca si tramuti in uno «tsunami» di idee. Per questo numero della rubrica «Sport in Azione», ho pensato alle vicende di Lara Gut, colpita ancora una volta dal destino. Alla sua immagine si è sovrapposta quella di Jason Solari, il primo tiratore ticinese a laurearsi Miglior sportivo del Cantone. Mi sono anche detto «abbi pazienza, ci saranno di certo le medaglie di Noè Ponti da celebrare» (e infatti). Nel frattempo, alla Gottardo Arena, andava in scena la lotta intestina tra la Gioventù Biancoblù e la dirigenza dell’Ambrì-Piotta, con le tribune apparentemente schierate dalla parte di quest’ultima. Insomma, tra local e global, c’era da ubriacarsi. Poi, sugli schermi del pianeta, è apparso lui, Gianni Infantino, avvocato vallesano nato 55 anni fa a Briga da padre di origini calabresi e madre bresciana. Il 26 febbraio del 2016, Infantino ha eredi-

tato l’impero FIFA che dal 1998 era dominato dal suo conterraneo Joseph Blatter con piglio da padre-padrone. Dopo gli scandali di corruzione, farciti di dubbi, accuse, bugie, mezze verità e processi, si pensava con ottimismo al nuovo corso. Infantino è stato abile nel condurre la sua campagna-simpatia. Ha favorito l’utilizzo della tecnologia a supporto della classe arbitrale (VAR). Ha fornito impulsi al calcio femminile. Ha ampliato il raggio d’azione del calcio, creando il Campionato Mondiale per Club e allargando da 32 a 48 il numero delle partecipanti alla fase finale della Coppa del Mondo, favorendo una più ampia ridistribuzione delle risorse. La buona volontà non è mancata, nonostante talvolta abbia rischiato di essere un’arma a doppio taglio poiché, lo si sa, il troppo storpia. Tuttavia, venerdì 5 dicembre, attorno alle nostre 19, in un solo minuto, a mio modo di vedere, Gianni Infantino ha

Island, a differenza di tutti i lavori in precedenza dove i neon sono in bellavista, qui la sorgente di luce è celata. Luci-testamento. Mi siedo, rimanendo in fondo, lo sguardo prospettico. I tre colori blu-rosa-giallo scandiscono, incontrando le linee-guida di questa chiesa del 1932, le tre parti liturgiche: navata, transetto, abside. Risalta così l’arco dell’abside che ricalca la curva alta della navata a volta, ritrovando l’arco annunciato fuori. Per un attimo, entrando, prima, l’ariosità mi ha ricordato quella molto più estrema di Moser nell’Antoniuskirche (1927) a Basilea ispirata dalla Notre-Dame de Consolation (1922) a Raincy di Perret. Però, dopo un po’, l’architettura sparisce per far posto agli spazi spalmati di luce calma.

Uno con il bomber dei Los Angeles Lakers s’inginocchia a pregare, una vecchietta è rifugiata nel rosa del

transetto aspettando la messa delle sei. Siamo solo noi tre, qui, ora. Nessuna epifania né estasi. «Si lasciano osservare quietamente» scrive lo storico d’arte Carlo Bertelli – tra le pagine di Cattedrali d’Arte: Dan Flavin per Santa Maria in Chiesa Rossa (1997) a cura di Germano Celant con testi tra l’altro di Mario Perniola e Gianni Vattimo – a proposito delle luci di Flavin. Molto calmanti, soprattutto in questo periodo di folla natalizia opprimente e lucine atroci. Opera postuma, realizzata nel novembre 1996 anche grazie alla Fondazione Prada, in origine nasce da una lettera di don Giulio Greco (1938-2015) – colpito dai suoi neon a Villa Panza – a Dan Flavin che titubante, perché un po’ critico verso la chiesa (figlio di un irlandese cattolico bigotto che gli aveva imposto sei anni in un seminario), accetta. Il verde e l’ultravioletto, trovati nel catalogo ragionato a cu-

Anche il cambiamento climatico ha aperto nuove prospettive. La vacanza «tutto compreso», affermano alcuni esperti, potrebbe essere il modello del futuro. Già di suo il viaggio di gruppo è tendenzialmente più sostenibile; inoltre concentrare i turisti in pochi luoghi potrebbe ridurre la pressione sulla popolazione locale, poiché molte destinazioni non dispongono delle infrastrutture necessarie per accogliere tutti coloro che vogliono visitarle. E se in passato i pacchetti turistici all-inclusive sono stati giustamente considerati il modo meno sostenibile di viaggiare, in futuro potrebbero però essere organizzati in modo nuovo: adottare modelli architettonici locali, gestire in modo più efficiente acqua, energia e rifiuti, utilizzare fornitori di cibo e servizi del territorio.

Lunga vita ai viaggi organizzati, dunque; in attesa che il pendolo inverta nuovamente la sua oscillazione.

ra di Michael Gowan e Tiffany Bell, Dan Flavin: The complete lights, 19611996 (2004), non li vedo. Mi alzo e percorro la navata lungo l’asse centrale, tra le panche, ma si distinguono solo tubi al neon blu, ambo i lati, per ventotto metri. Ultravioletto e verde sono a faccia in su, invisibili se non nella mescolanza: amplificano il raggio d’azione e la forza del blu e assumendo quella tonalità acquosa. Entro nel rosa del transetto, nascosto negli angoli, in due sezioni orizzontali che corrono per quasi dieci metri. Stessa lunghezza del tragitto, agli entrambi lati verticali dell’abside, per il giallo oro bizantino. Ma qui dietro le quinte della rappresentazione, l’aura magica è disgregata. Torno nel punto prospettico di prima dove navata, transetto, abside si distaccano per colore, unendosi in questa sacralità al neon spoglia, dimessa, muta, senza gloria, piena di pietà.

inferto un duro colpo alla sua credibilità e a quella dell’Impero che dirige. Dalla prestigiosa sala del Kennedy Center di Washington, in mondovisione, dopo aver posto in secondo piano i presidenti dei due Paesi che affiancano gli Stati Uniti nell’organizzazione del Mondiale, Claudia Sheinbaum per il Messico e Mark Carney per il Canada, il numero Uno del calcio ha consegnato al numero Uno della Casa Bianca il premio FIFA per la pace. Motivazione: il presidente degli Stati Uniti ha compiuto azioni eccezionali e straordinarie per la pace e ha promosso unità e armonia a livello globale. Le reazioni, nei media tradizionali, e soprattutto nei social e secondo la «vox populi», sono state di stupore e di indignazione. Si tratta di un premio nato dal nulla, improvvisamente, per volontà dello stesso Infantino, per rendere omaggio all’amico Donald Trump. Credo però che la loro amicizia avrebbe po-

tuto tranquillamente essere celebrata durante una cena intima, impreziosita dalle migliori sfiziosità della terra e bagnata dai più prestigiosi nettari. Gianni Infantino, leader di una potenza che, tranne l’esercito, non ha nulla da invidiare agli USA, alla Cina e alla Russia, non aveva alcun bisogno di esternarla con un gesto così plateale e soprattutto così discutibile. È risaputo che durante il primo mandato di Trump, gli Stati Uniti hanno lanciato operazioni belliche contro obiettivi sensibili. Nello Yemen, nel 2017, durante un raid anti Al Qaeda furono uccisi dei civili. In Siria, lo stesso anno, furono lanciati 59 missili Tomahawk contro la base aerea di Skhirat. Nel 2018, con il supporto di Francia e Regno Unito, la furia statunitense colpì alcuni siti del governo siriano. A tutto ciò vanno aggiunti gli innumerevoli bombardamenti contro Siria e Iraq nel tentativo di scardinare la resistenza dello Stato

Islamico (ISIS). Non entro nel merito della valutazione politica di questi atti. Non mi compete. Ma come uomo di sport mi sento di poter dire che, in un’epoca in cui si viaggia a nervi scoperti, l’attribuzione di un premio per la pace a Donald Trump, suona come una provocazione bruciante. Alla sua rielezione, il tycoon newyorkese ha dichiarato che in pochi giorni avrebbe posto fine a sette delle guerre in atto sul pianeta. La faccenda è complessa e controversa e, dal punto di vista dello sportivo, preferisco lasciare ai lettori la valutazione delle sue iniziative.

Ma più volte, in questa rubrica, abbiamo ribadito l’ineluttabilità della commistione tra sport, politica ed economia. Ci sono già troppe ragioni che la impongono. Inventarsene un’altra, assolutamente non necessaria, non farà del bene né al calcio, né allo sport in genere.

di Giancarlo Dionisio
di Oliver Scharpf

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Basta un po’ di creatività, qualche accessorio ed ecco che il regalo di Natale fai da te è già pronto. Decora la confezione con dei colori, con del nastro washi oppure incollando della stoffa, delle pietre decorative o delle conchiglie. Farai di certo un figurone.

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Salviettine cosmetiche Linsoft per es. in scatola, FSC®, 3 x 150 pezzi, 5.50 invece di 6.90

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Tutti i tovaglioli, le tovagliette e le tovaglie di carta, Kitchen & Co., FSC® (articoli Hit esclusi), per es. tovaglioli bianchi con stelle, 40 x 40 cm, 20 pezzi, 4.87 invece di 6.95

Anche i set da 2 in azione

Carta igienica o salviettine umide, Soft in confezioni multiple o speciali, per es. Deluxe Sensitive, FSC®, 24 rotoli, 16.65 invece di 23.80 30%

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Tutto l'assortimento di prodotti per la cura dei bebè e di detergenti, Milette (confezioni multiple escluse), per es. shampoo, 300 ml, 2.36 invece di 2.95, (100 ml = 0.79) a partire da 2 pezzi 20%

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Tutti gli ammorbidenti Exelia per es. Florence, in conf. di ricarica, 1,5 litri, 3.57 invece di 5.95, (1 l = 2.38) a partire da 2 pezzi 40% Tutto l'assortimento Hygo WC per es. detergente gel Extreme, 750 ml, 3.47 invece di 4.95, (100 ml = 0.46) a partire da 2

Detersivi Ariel in confezioni speciali, per es. Universal+, 3,6 litri, 25.90 invece di 51.80, (1 l = 7.19) 50%

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