Anno LXXXVIII 12 gennaio 2026
Cooperativa Migros Ticino
G.A.A. 6592 Sant’Antonino
Settimanale di informazione e cultura
edizione
03 MONDO MIGROS
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SOCIETÀ
ATTUALITÀ
CULTURA
TEMPO LIBERO
Quattro informazioni che i nostri figli dovrebbero avere ben chiare sull’IA che già usano
Le sfide che attendono Guy Parmelin nel suo secondo anno presidenziale, iniziato nel cordoglio
Oltre l’immagine: l’HangarBicocca di Milano ospita le fotografie della statunitense Nan Goldin
Per il Santo Niño di Kalibo, il rito cattolico si trasforma in sincretismo globale, con le maschere piumate
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Keystone
S’ingigantisce la protesta iraniana
Francesca Marino
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La spirale del risentimento Carlo Silini
Vuoi vedere che Trump ha una missione divina: mostrarci senza ipocrisie come funziona il mondo e chi lo dirige? I soldi e non gli ideali, la forza e non la gentilezza? Non è forse vero, per esempio, che per trent’anni gli Stati Uniti hanno esercitato un imperialismo mascherato nel resto delle Americhe? L’arresto di Maduro rappresenta davvero un cambio di registro rispetto a quello di Noriega a Panama nel 1989 o all’appoggio al colpo di stato in Cile nel 1973? Trump non fa altro che togliere la maschera e mostrare il volto inquietante del potere a stelle e strisce. È la personificazione cafona del concetto greco di alètheia, che significa «ciò che va svelato». Un indigesto maestro di verità, portatore di una conoscenza superiore, ancorché sgradevole e spietata. Se le cose stanno così, il suo avvento allo Studio Ovale rappresenta per tutti i non americani un potente richiamo alla realtà, un risveglio dal torpore delle pie illusioni.
Ma di divino, in questa missione disvelatrice, non vediamo nulla. Trump non sconquassa il pianeta per amore di verità, ma per un cocktail tossico di interessi nazionali e personali, non tutti legittimi, e bizzose peculiarità caratteriali al limite del caso psichiatrico. Fateci caso: è più forte di lui. Ogni volta che apre bocca, non si accontenta di magnificare i propri presunti successi. Sente l’insopprimibile necessità di umiliare l’avversario, chiunque esso sia. Lo fa sempre, anche se sul piano dell’immagine avrebbe tutto da guadagnare mostrandosi al di sopra della fame di vendetta, che lo fa apparire inutilmente meschino, come probabilmente è. Per esempio, il suo nemico preferito – che si parli di Ucraina, dazi o Venezuela – il suo Satana personale, ergo il bersaglio di una furibonda rabbia retroattiva, è Joe Biden. Perché infierire su un vecchio ormai inerme e malato (gli è stato diagnosticato un cancro aggressivo alla pro-
stata con metastasi ossee)? Semplice: perché Biden l’ha sconfitto alle presidenziali del 2020 e Trump non ha potuto rifarsi su di lui nel 2024, ma sulla sua sostituta dell’ultima ora, Kamala Harris. Insomma, Biden è l’unico che sia riuscito a sconfiggerlo e su cui non sia riuscito a vendicarsi. Sarà per questo che Trump continua a infierire su di lui? Non lo escluderei. Dovremmo quindi considerare la nascita del nuovo disordine mondiale come un macroscopico effetto del suo narcisismo ferito, insediato al potere nell’edificio presidenziale di Washington o nella villa personale di Mar-a-Lago? Sarà la storia, o la psichiatria, o la storia della psichiatria a rispondere a questa domanda, un giorno. Ma non sarebbe la prima volta che un Impero viene guidato da un uomo troppo pieno di sé per pensare e agire al di fuori delle proprie pulsioni personali.
Trump, però, ha successo perché incarna sentimenti che sono anche collettivi. Lo studioso Francis Fukuyama sostiene che non sono la logica e l’equilibrio a governare il mondo. Nel suo saggio Identità. La domanda di dignità e la politica del risentimento, individua nella ricerca di riconoscimento – più che nella lotta per la ricchezza o il potere – la forza motrice della politica contemporanea. La «pancia» dell’America ha votato per Trump perché si sentiva marginalizzata dalle politiche democratiche. La Russia di Putin vuole l’Ucraina per riaffermare il proprio ruolo di superpotenza decaduta. Ma quante persone oggi umiliate vorranno vendicarsi, domani, per le politiche di Trump, Putin, Netanyahu e molti altri? Sul piano personale, collettivo e quindi politico, tenere a bada le sirene del risentimento e del disprezzo dell’avversario è l’unico modo per non alimentare in eterno una spirale autodistruttiva di negazione e di violenza.
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azione – Cooperativa Migros Ticino
MONDO MIGROS
Sulle piste in famiglia a soli 99 franchi Sponsoring ◆ Ritornano i Migros Ski Days: appuntamento ad Airolo il primo marzo 2026
personale della gara. Così, la giornata sarà davvero indimenticabile.
18 eventi in 13 località
Grazie all’iniziativa Migros Ski Day le famiglie possono combinare divertimento e sport sulle piste per un’intera giornata a soli CHF 99. Il prezzo include praticamente tutto, dallo skipass al pranzo fino al souvenir. Skipass per le piste da sci, pranzo, una Rivella durante la pausa: per una famiglia una giornata sulle piste può diventare costosa, ma c’è un’alternativa. Il Migros Ski Day offre alle famiglie un’indimenticabile giornata sugli sci a un prezzo vantaggioso. Per soli CHF 99, i membri di Famigros o Swiss-Ski possono sciare per un’intera giornata senza limiti nei comprensori sciistici più adatti alle famiglie della Svizzera e partecipare a una divertente gara a squadre. Per tutte le altre famiglie la giornata sugli sci, gara amatoriale compresa, costa solo CHF 120. Il viaggio non solo è comodo, ma anche economico: le famiglie che partecipano al Migros Ski Day beneficiano di uno sconto dell’80% sui biglietti dei mezzi pubblici. Ciò consente ai partecipanti di raggiungere la località sciisti-
Concorso «Azione» mette in palio tre pass gratuiti giornalieri che permetteranno a una intera famiglia di partecipare a uno degli appuntamenti in cartellone (v. box). Per partecipare al concorso, inviate una mail a giochi@ azione.ch (oggetto: «ski-day 2026») indicando i vostri dati entro domenica 18 gennaio 2026, ore 23.59. Buona fortuna!
Fino a fine marzo 2026 si terranno in tutta la Svizzera 18 eventi. È possibile selezionare 13 fra le dieci località svizzere più adatte alle famiglie. Dal Col des Mosses, nel Canton Vaud, a Wildhaus nella Svizzera orientale e Arosa Lenzerheide nei Grigioni, scegliete la vostra giornata di sci ideale con la famiglia.
Divertimento nel Village
Momenti di imperdibile divertimento sulla neve per le famiglie – ad Airolo domenica 1. marzo 2026.
ca in modo ecologico ed economico. Migros Ski Day è uno Unified Event e offre anche alle famiglie con membri affetti da disabilità la possibilità di parteciparvi. Swiss-Ski e le organizzazioni partner PluSport e Swiss Inclusive Sport possono sostenere le famiglie. L’Associazione svizzera dei paraplegici sarà inoltre presente a Sörenberg e potrà aiutare le famiglie i cui membri praticano il monoski-bob o il dualski-bob.
Tanti extra a poco prezzo La quota d’iscrizione non comprende solo gli skipass giornalieri per tutti i membri della famiglia, ma anche un pranzo rigenerante che garantirà l’energia necessaria per divertirsi sulle piste anche nel pomeriggio. Tutti potranno scoprire il comprensorio sciistico grazie a una gara di orientamento con gli sci (SKI-OL) e riceveranno un regalo ricordo e una Rivella, oltre a partecipare a uno slalom gigante amatoriale, cui ogni fa-
miglia potrà prendere parte come squadra. Affinché anche gli amici e i parenti rimasti a casa possano godersi l’evento, al termine della giornata ogni famiglia riceverà un video
La giornata sulla neve non si svolge però solo sulle piste o sugli impianti di risalita, ma anche nello sponsor Village, dove lo sponsor principale Migros, l’organizzatore Swiss-Ski, il co-sponsor Rivella e l’Event Supplier Viande Suisse proporranno un imperdibile programma di animazione, tanto divertimento e fantastici premi immediati.
GLI APPUNTAMENTI migros-ski-day.ch
Gennaio • sa/do 17-18 Pizol (SG) • sa/do 24-25 Sörenberg (LU) • sa 31 Meiringen-Hasliberg (BE) Febbraio • do 1. Meiringen-Hasliberg (BE) sa/do 7-8 Hoch-Ybrig (SZ) do 15 Col des Mosses (VD) • do 22 Klewenalp (NW) Marzo • domenica 1 Airolo • do 8 Stoos (SZ) • do 15 Lenk (BE)
• do 22 Obersaxen (GR) • do 29 Arosa Lenzerheide (GR) Condizioni di partecipazione Possono partecipare da 3 e 5 persone per famiglia, sugli sci o sullo snowboard. Requisito: almeno un bambino nato dal 2011 in poi e al massimo due adulti. Per famiglia e stagione è possibile partecipare a un massimo di 2 eventi, con la condizione che ogni famiglia possa iscriversi a un solo evento durante il primo mese della finestra di iscrizione. Iscrizioni e info migros-ski-day.ch
Bambini, tutti sulla neve!
Sponsoring ◆ Non perdetevi il Gran Prix Migros sabato 28 febbraio ad Airolo Il Grand Prix Migros è la più grande gara di sci per bambini al mondo. Tra gennaio e marzo, si terranno 11 gare di qualificazione in tutta la Svizzera, oltre alla grande finale a Crans-Montana. In totale, parteciperanno circa 6500 bambini e ragazzi di età compresa tra i 4 e i 16 anni. Con il motto «Molto più di una semplice gara di sci», il villaggio propone diverse attività per i bambini. Numerose stelle dello sci, come Marco Odermatt, Loïc Meillard e Lara Gut-Behrami sono tra gli ex partecipanti di questa manifestazione. La serie è resa possibile soprattutto grazie ai più di 20 anni di sostegno da parte di Migros, che sarà ancora una volta lo sponsor principale. La nuova stagione del Grand Prix Migros ha preso il via il 10 gennaio 2026 a Wildhaus, per poi proseguire con altre dieci gare di qualificazione entro la fine di marzo in diverse località sciistiche svizzere. L’appuntamento ticinese sarà ad Airolo sabato 28 febbraio. Come ogni anno, il momento culminante della stagione sarà la grande finale, durante la quale
del Migros Ski Day (v. articolo sopra). Questo permetterà di vivere un giorno all’insegna della competizione e l’altro del divertimento in famiglia sulle piste.
Grand Prix Migros/Nordic
i bambini e i ragazzi più veloci delle gare di qualificazione si sfideranno in due giorni di competizione. Quest’inverno, la grande finale del Grand Prix Migros si terrà dal 26 al 29 marzo a Crans-Montana.
Video ricordo personalizzato Per ogni partecipante verrà realizzato un video individuale che catturerà la sua discesa con immagini mozzafiato. Questi video personalizzati, resi possibili e finanziati da Migros e Sunrise, saranno disponibili gratuitamente poco dopo l’evento, offrendo ai parte-
cipanti un ricordo speciale e duraturo di questa esperienza unica.
Doppio divertimento sulla neve Durante cinque fine settimana, bambini e ragazzi avranno l’opportunità non solo di partecipare alla più grande gara di sci al mondo, ma anche di trascorrere una giornata indimenticabile sulla neve insieme alla propria famiglia. Nei weekend doppi organizzati a Wildhaus, Klewenalp, Airolo, Stoos e Lenk sarà possibile combinare la gara di sci per bambini e adolescenti con la giornata sugli sci in famiglia
La magia del Grand Prix Migros non si percepisce più solo nello sci alpino. Dopo il successo della prima edizione, i partecipanti avranno anche nella prossima stagione l’opportunità di vivere da vicino lo spirito unico del Grand Prix Migros. A Wildhaus, Schönried, Les Diablerets e durante la grande finale a Crans-Montana potranno mettersi alla prova nel fondo e nel biathlon – un’esperienza entusiasmante per gli appassionati di sport e le famiglie. Informazioni Calendario delle manifestazioni Grand Prix Migros 2026: gp-migros.ch
Addio, caro Jules Kyburz
In memoriam ◆ Kyburz, un costante impegno per la Migros Jules Kyburz si è spento all’età di 93 anni. Con la sua scomparsa, Migros perde una delle sue personalità più influenti e l’ultimo rappresentante della generazione che ha caratterizzato il periodo successivo alla morte di Gottlieb Duttweiler, avvenuta nel 1962. Kyburz ha raggiunto un traguardo oggi quasi impossibile: ha scalato la vetta partendo dai gradini più bassi dedicando quasi tutta la sua vita professionale alla stessa azienda. Quasi, perché Kyburz, originario dell’Argovia, lascia la Svizzera a soli 17 anni per trasferirsi a Londra, dove lavora come cameriere. Quando il controllo immigrazione lo scopre, si imbarca su una nave mercantile. All’inizio degli anni ’50 torna in Svizzera e inizia a seguire il percorso del fondatore di Migros Gottlieb Duttweiler. Kyburz rimane affascinato dalla sua personalità e dalle sue idee sul capitale sociale. Fa domanda alla Cooperativa Migros Zurigo e gli viene offerto l’unico posto vacante come magazziniere nella filiale di Wetzikon. Il salario è di 340 franchi al mese. Dopo un anno prende in mano la prima filiale di Basilea e nel 1958 diventa gerente del supermercato di Zugo, con una responsabilità speciale: una volta al mese, Gottlieb Duttweiler e sua moglie Adele si recano in questa filiale per bere il caffè e spartirsi una fetta di Zuger Kirschtorte. Duttweiler gli chiede sempre informazioni sull’andamento degli affari e lui ha sempre buone notizie. Nel 1961 Kyburz passa alla Cooperativa Migros San Gallo, dove viene poi promosso a responsabile vendite. Durante il suo mandato viene inaugurato il Pizolpark di Mels (SG), prima filiale MMM. Da quel momento l’ascesa è costante: a 38 anni diventa direttore della Cooperativa Migros Berna e a 52 presidente generale della FCM, in altri termini, capo della Migros. Terminato l’incarico nel 1991, viene eletto presidente dell’Amministrazione e poi presidente della Fondazione Gottlieb e Adele Duttweiler. Nel 2012 va in pensione, ma continua a impegnarsi per Migros, cui si interessa fino alla fine, senza il timore di criticarne l’attuale ristrutturazione. Era comunque fiducioso che la Migros sarebbe riuscita a superare le sfide attuali. A nome di tutta la comunità Migros, esprimiamo alla sua famiglia e ai suoi cari le nostre più sentite condoglianze. Addio, caro Jules Kyburz. Ursula Nold, presidente dell’Amministrazione della Federazione delle cooperative Migros. Mario Irminger, presidente della Direzione generale della Federazione delle cooperative Migros.
Jules Kyburz (Christian Schnur)
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SOCIETÀ ●
Un test che aiuta la diagnosi precoce In Ticino lo screening gratuito per le persone con più di 50 anni è fondamentale per la prevenzione del tumore colon-rettale
Internet non è un posto per femmine Il nuovo libro di Silvia Semenzin indaga la tecnologia dal punto di vista del genere e riflette sulla violenza contro le donne nel web
Capriasca: nuova vita a Pian di Sotto Grazie all’azione dei volontari di Capriasca Ambiente è stato rivitalizzato il biotopo dove gli anfibi si riproducono
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Cosa devono sapere i nostri figli sull’IA
Il caffè dei genitori ◆ Alcuni studi confermano che delegare all’Intelligenza artificiale il lavoro mentale può indebolire la capacità di ragionare in modo autonomo, eppure ChatGPT è già parte della vita dei ragazzi Simona Ravizza
Mia figlia diciassettenne, Clotilde, usa l’Intelligenza artificiale per studiare. E, con ogni probabilità, lo fanno anche i vostri figli: ormai otto ragazzi su dieci la usano per i compiti. Già nel gennaio 2025, Michael Gerlich, studioso dell’impatto dell’IA sulla società alla Swiss Business School di Zurigo, metteva in guardia: delegare all’IA il lavoro mentale riduce lo sforzo cerebrale ma rischia di indebolire la capacità di ragionare in modo autonomo. Detto con le sue parole: «La nostra ricerca dimostra una significativa correlazione negativa tra l’uso frequente di strumenti di Intelligenza artificiale e le capacità di pensiero critico, mediata dal fenomeno dello scarico cognitivo. I partecipanti più giovani, che hanno mostrato una maggiore dipendenza dagli strumenti di Intelligenza artificiale, hanno ottenuto punteggi inferiori nel pensiero critico rispetto alle loro controparti più anziane». I nostri figli devono dunque imparare a muoversi in questo nuovo mondo digitale. E questo bisogno oggi lo sentono sulla propria pelle. Il 15 ottobre 2025 l’Oxford University Press, la più grande casa editrice universitaria al mondo, ha fotografato proprio questa urgenza. Il sondaggio, condotto su 2000 studenti tra i 13 e i 18 anni nel Regno Unito, mostra che solo il 47% si sente capace di distinguere le notizie vere dalle false. Il 60% teme che l’IA favorisca il copia-incolla e il 48% chiede aiuto agli adulti per capire di cosa fidarsi. Per Il caffè dei genitori è il segnale che in famiglia va aperto un confronto serio. Per questo ho avviato un’inchiesta per Dataroom, la redazione del «Corriere della Sera» dove lavoro. Il punto di partenza per me è chiaro: ChatGPT è già parte della vita dei nostri figli. La domanda non è più se usarlo, ma come. L’obiettivo, che condivido con voi, è capire i punti di forza e di debolezza dell’IA per aiutarli a farne un uso davvero consapevole. Il ragionamento è semplice. Così come è illusorio pensare di proibire ai figli di vedere TikTok, ma è fondamentale che conoscano come funziona una echo chamber – il meccanismo con cui l’algoritmo propone contenuti simili a quelli già apprezzati, rinforzando convinzioni e chiudendoli in una bolla – allo stesso modo serve capire i meccanismi di funzionamento dell’IA. L’inizio dell’inchiesta si rivela complesso: una marea di opinioni, spesso contrastanti, mentre ciò che cerco io sono informazioni certe e pratiche. E indicazioni così, per un lettore comune, restano sorprendentemente difficili da trovare. A conferma di questo arriva uno studio del 3 giugno 2025 dell’Orga-
I giovani utilizzano l’IA per studiare o fare i compiti, è importante che conoscano i limiti dei chatbot. (Freepik.com)
nizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), che analizza 38 Paesi: «A seconda della fonte, l’Intelligenza artificiale è destinata a salvare il mondo o a distruggerlo – scrive l’Ocse –. In un panorama dominato da clamore e paura, informazioni chiare, affidabili e sfumate sulle reali capacità dell’IA rimangono sorprendentemente assenti». Per orientarmi decido allora di rivolgermi a Immanence, società che valuta gli impatti dell’IA in modo etico, e chiedo aiuto per mettere in fila i principali studi del 2025. L’analisi che segue si basa sui dati di Ocse, NewsGuard, Unesco e Mit di Boston. A mio parere, le informazioni che i nostri figli devono avere ben chiare in testa – e che sono supportate da evidenze scientifiche – sono quattro.
1. Le informazioni fornite possono essere false Se un tempo i chatbot si basavano solo sui dati con cui erano stati addestrati, oggi cercano risposte in tempo reale anche nel web. Questo permette di rispondere quasi sempre, mentre prima ammettevano di non sapere una risposta in un caso su tre. Il risultato è che, in un solo anno (agosto 2025 su agosto 2024), i 10 principali modelli di IA hanno fornito notizie false nel 35% dei casi, contro il
18% precedente. ChatGPT, in particolare, ha dato risposte inaffidabili o inventate quattro volte su dieci. Occorre sapere che l’IA ha le allucinazioni: frasi formalmente perfette, ma con contenuti sbagliati o del tutto inventati.
2. I testi proposti non sono frutto di ragionamento né di creatività Per come è addestrata, ossia su modelli statistici che analizzano enormi quantità di dati e restituiscono le connessioni più frequenti, l’IA è abile nel riprodurre ciò che ha appreso, ma non ne comprende il significato. È come uno studente che ha letto molto, ma confonde i concetti quando deve affrontare un ragionamento analitico. Allo stesso modo, non è in grado di creare qualcosa di realmente nuovo: si comporta come un artigiano capace che combina tecniche esistenti, senza però innovare.
3. Le risposte sono spesso compiacenti Gli utenti tendono a dare «pollice su» alle risposte che li soddisfano, anche quando sono false. Di conseguenza l’IA tende a offrire ciò che la persona vuole sentirsi dire, anche se non del tutto corretto.
4. I giudizi scontano stereotipi, soprattutto quelli di genere In un esperimento, un insegnante chiede all’IA di valutare l’attitudine alla matematica di due studenti identici per caratteristiche: «Consegna i compiti in tempo, ottiene voti tra B e A+, non fallisce mai, non alza la mano in classe». Per l’allievo maschio la risposta è che è «uno studente di matematica capace con il potenziale per eccellere ulteriormente»; per l’allieva femmina, invece, riconosce «solo il potenziale per un’ulteriore crescita, a patto che le vengano date opportunità di costruire fiducia e partecipare attivamente». Per Il caffè dei genitori, però, l’essenziale non è che i nostri figli sappiano usare bene l’IA per non fare errori grossolani o figuracce a scuola e un domani sul posto di lavoro. Pensate che persino degli avvocati italiani hanno riportato negli atti difensivi come «precedenti» sentenze inesistenti create dall’IA, con gravi conseguenze professionali! La vera questione è soprattutto che solo chi è in grado di pensare con la propria testa e ragionare autonomamente può essere davvero libero in un mondo che tende sempre più a omologare. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT) dimostra che chi usa ChatGpt per elaborare dei testi è portato banalmente a riu-
tilizzare i risultati trovati online – rimanendo quindi concentrato sul copiare e incollare contenuti, con una connettività cerebrale ridotta fra il 34% e il 55% – piuttosto che incorporare i propri pensieri originali e modificarli con le proprie prospettive e le proprie esperienze. E poi non si ricorda più quasi nulla di quello che ha scritto. Nel 2005 in un discorso alla classe dei laureati del Kenyon College lo scrittore statunitense David Foster Wallace dice: «Una formazione umanistica non consiste tanto nel fornirti conoscenze quanto nell’“insegnarti a pensare”. (…) Uno degli aspetti di ciò che dovrebbe realmente significare insegnarmi a pensare? Avere un minimo di consapevolezza critica di me stesso e delle mie certezze. Perché un’enorme percentuale delle cose di cui tendo ad essere automaticamente certo è, a quanto pare, totalmente sbagliata e illusoria. L’ho imparato a mie spese, come prevedo che farete anche voi laureati». Ecco, a parere de Il caffè dei genitori, quello che prima di tutto i nostri figli devono imparare quando utilizzano l’IA per studiare è che le informazioni e i ragionamenti dell’Intelligenza artificiali che considerano automaticamente certi sono, a quanto pare, troppo spesso totalmente sbagliati e illusori. Conoscere i limiti dei chatbot aiuta a usare di più e meglio il proprio cervello.
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MONDO MIGROS
Il tuo Veganuary alla Migros
Attualità ◆ Per molti il mese di gennaio è sinonimo di vegano. Per soddisfare le esigenze di coloro che seguono un’alimentazione a base vegetale o semplicemente desiderano ridurre il consumo di prodotti di origine animale, Migros offre un assortimento di ben mille articoli vegani. In questa pagina, vi proponiamo alcune idee e suggerimenti
La pasticceria artigianale di Migros Ticino è rinomata per le sue creazioni di elevata qualità, realizzate con competenza e ingredienti selezionati dagli abili pasticceri del laboratorio di S. Antonino. Dalle torte classiche a quelle personalizzate, dai dessert monoporzione ai dolci tipici della tradizione ticinese… ogni specialità è pensata per regalare indimenticabili momenti di dolcezza. Durante il mese di gennaio, per la gioia dei vegani, sono state realizzate tre delizie a base vegetale: il cannoncino al cioccolato e albicocca, la tarteletta alla crema chantilly e fragola e la tarteletta con crema chantilly e ciliegia. Li trovi nei Take Away e Ristoranti Migros, nonché presso i banchi pasticceria.
Tra le gustose alternative alla carne firmate Cornatur vi sono molte opzioni vegane per chi cerca un’alimentazione bilanciata e sostenibile. La marca Cornatur esiste dal lontano 1997 e permette di diversificare il proprio menu grazie a una scelta di oltre trenta prodotti di facile preparazione, come burger, nuggets, macinate, cotolette, cordon bleu, affettati e salsicce.
Perfettamente adatto ad una dieta vegana variegata, il tofu dei Nostrani del Ticino è realizzato in modo sostenibile dalla Tigusto SA di Cugnasco-Gerra, un laboratorio artigianale specializzato nella trasformazione di prodotti vegetali. Il processo di lavorazione è simile a quello del formaggio tradizionale: attraverso un processo lungo e delicato dai semi di soia si ottiene il latte di soia, da cui, grazie ad un coagulante naturale, si forma la cagliata. La soia utilizzata è coltivata in modo biologico sul Piano di Magadino, a pochi chilometri dal laboratorio in modo da ridurre l’impatto ambientale e ottimizzare i processi produttivi, sostenendo così attivamente l’agricoltura locale.
Il marchio V-Love della Migros sta per alimentazione a base vegetale, variata ed equilibrata: 100% gusto e 0% compromessi. Grazie a ricette raffinate e ingredienti di prima scelta la varietà quotidiana è garantita. La gamma include un’ampia scelta di prodotti in tutti i settori, dalle alternative alla carne a quelle ai formaggi e latticini, dagli yogurt vegetali ai gelati vegani, fino ai piatti pronti a base di verdure e proteine vegetali.
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Un test che può salvare la vita
Salute ◆ In Ticino lo screening gratuito è fondamentale nella prevenzione del tumore colon-retto Maria Grazia Buletti
«Quando ho ricevuto l’invito per lo screening, quasi lo buttavo via: mi sentivo bene e non avevo sintomi. Ho fatto comunque il test, risultato positivo. La colonscopia ha trovato due polipi (uno precanceroso), rimossi subito e senza dolore. Oggi so che quel gesto mi ha probabilmente evitato un tumore. Fatelo, può salvarvi la vita». Sono le parole di Marco, 58 anni. Ogni anno in Svizzera si registrano circa 4300 nuove diagnosi di carcinoma colon-rettale. Una semplice analisi delle feci o una colonscopia può fare la differenza. In Ticino, il programma cantonale di screening gratuito (avviato nel 2023) coinvolge circa 100’000 residenti tra i 50 e i 69 anni, permettendo di individuare e rimuovere lesioni precancerose e ridurre il rischio di tumore. Ne parliamo con il dottor Piercarlo Saletti, responsabile dei tumori colorettali alla Clinica Moncucco di Lugano, tra le strutture certificate dalla DKG (Società Tedesca per il Cancro). Questa qualifica garantisce cure oncologiche secondo standard internazionali, con protocolli basati su evidenze scientifiche, diagnosi accurate e trattamenti multidisciplinari.
Ogni anno in Svizzera si registrano circa 4300 nuove diagnosi di carcinoma colon-rettale. L’incidenza di questo tumore tipico dopo i cinquant’anni oggi è in aumento anche in persone più giovani Il dottor Saletti spiega che, negli ultimi anni, l’incidenza del tumore del colon-retto è in aumento, tendenza che sembra destinata a proseguire: «Tradizionalmente considerato un tumore tipico dopo i cinquant’anni, oggi si osserva sempre più spesso anche in persone più giovani, un fenomeno già evidente in altri Paesi e ormai riconoscibile anche alle nostre latitudini». Molteplici le cause: «Alla base c’è il fatto che ogni tumore è, in ultima analisi, una malattia genetica che può colpire chiunque. A questo si aggiungono fattori di rischio legati allo stile di vita, che rappresentano importanti concause». Il medico cita in particolare il fumo, il consumo eccessivo di alcol, l’obesità, la sedentarietà e un’alimentazione ricca di carni rosse e soprattutto carni processate, come insaccati e salumi. «Anche una dieta povera di fibre contribuisce ad aumentare il rischio. Per questo, pur mantenendo l’attenzione sullo screening dai 50 anni, è fondamentale riconoscere i segnali d’allarme anche nelle fasce più giovani e promuovere abitudini che riducano il rischio di sviluppare la malattia». I sintomi da non sottovalutare sono «soprattutto i cambiamenti dell’alvo, come l’alternanza tra feci più dure e più morbide, e la presenza di sangue nelle feci, che va sempre considerata sospetta fino a prova contraria. Nei tumori del retto
I misteri della Valle Malvaglia Libri ◆ L’inedito punto di vista delle storie di Mauro Veziano Barbara Manzoni
Il medico di famiglia ha un ruolo fondamentale perché conosce il paziente, ne comprende la storia e può informarlo con autorevolezza sulla prevenzione e lo screening. (Freepik.com)
possono comparire anche dolori locali, sebbene meno frequenti, mentre i dolori addominali, la perdita di appetito o di peso sono segnali più tardivi, spesso indicativi di una malattia già avanzata». Secondo il medico, lo stile di vita può incidere in modo significativo sulla prevenzione del tumore del colon-retto: «L’attività fisica regolare, il mantenimento di un peso adeguato e l’astensione da tabacco e alcol sono interventi concreti ed efficaci». Anche l’alimentazione conta: «È utile ridurre i cibi processati e ricchi di grassi o carni rosse, privilegiando invece fibre, frutta e verdura. Esistono poi fattori ambientali e di stile di vita più difficili da controllare, come l’esposizione a microplastiche o l’eccesso di bevande zuccherate confezionate, che riguardano soprattutto i più giovani. È quindi fondamentale un’educazione capillare alla popolazione». Pur non potendo eliminare ogni rischio, adottare abitudini sane può comunque ridurli in modo rilevante. Saletti sottolinea che prevenzione primaria e secondaria sono strettamente complementari: «Da un lato è possibile agire sugli stili di vita, dall’altro lo screening resta decisivo». Ricorda che la maggior parte dei tumori del colon-retto nasce da alterazioni della mucosa che, nel corso di anni, evolvono in polipi e, in genere, da questi si sviluppano poi tumori: «Un processo che, nella grande maggioranza dei casi, richiede fino a dieci anni, offrendo quindi un ampio margine per intervenire, ma solo se le persone aderiscono ai programmi di screening». La colonscopia «permette di osservare direttamente l’intestino e ri-
muovere immediatamente eventuali polipi, interrompendo la progressione verso il tumore». Il test FIT ricerca tracce microscopiche di sangue nelle feci: «Pur non identificando direttamente i polipi, ha dimostrato un’elevata efficacia nel ridurre il rischio di ammalarsi e di morire per questa malattia». Tuttavia, convincere la popolazione a partecipare regolarmente allo screening resta una sfida: «Servono tempo, informazione e un cambiamento culturale, poiché spesso le persone si sentono invulnerabili o temono che un esame possa rivelare qualcosa di serio». Per questo, conclude il medico, «programmi cantonali come quello in corso nel nostro cantone sono fondamentali: rendono lo screening accessibile a tutti dai cinquant’anni in poi e permettono una reale prevenzione del tumore del colon-retto». Insomma: «Lo screening salva la vita: scoprire un tumore in fase precoce significa avere altissime possibilità di guarigione e affrontare cure molto meno pesanti. Evitare i controlli, invece, espone al rischio di diagnosi tardive che richiedono terapie complesse e incidono sulla qualità di vita, talvolta anche con conseguenze permanenti come una stomia (un’apertura artificiale creata chirurgicamente tra un organo interno e la superficie del corpo). Aderire allo screening è quindi un gesto semplice che protegge il futuro». Centrale il ruolo del medico di famiglia: «Conosce davvero il paziente, ne comprende la storia e può guidarlo con autorevolezza verso la prevenzione e lo screening. Recuperare questo rapporto di fiducia è essenziale, perché un consiglio personalizzato e di-
Redazione Carlo Silini (redattore responsabile) Simona Sala Barbara Manzoni Manuela Mazzi Romina Borla Ivan Leoni
Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI)
retto aumenta l’adesione agli esami e permette di intercettare la malattia prima che sia troppo tardi». Per completare il quadro sullo screening del colon-retto e sul valore della diagnosi precoce, abbiamo chiesto un approfondimento anche a un chirurgo specializzato nelle patologie del colon-retto: «Accanto al ruolo fondamentale di gastroenterologi e oncologi, il chirurgo interviene nei casi in cui polipi o lesioni scoperte durante lo screening non possono essere rimossi endoscopicamente, o quando la diagnosi precoce permette interventi sempre più mirati e mini-invasivi». Il dottor Olivier Gié, specialista in chirurgia viscerale alla Clinica Luganese di Moncucco, ci permette di fare il punto su quando entra in gioco la chirurgia e su come lo screening stia cambiando l’approccio terapeutico: «Lo screening con test FIT non individua i polipi, ma segnala la presenza di sangue occulto, indicando la necessità di una colonscopia». Con le tecniche attuali, circa l’80% dei polipi può essere rimosso endoscopicamente: «La chirurgia serve in particolar modo quando la lesione è nel retto, dove lo spazio è ridotto, o quando la lesione mostra caratteristiche di malignità, perché vanno asportati anche i linfonodi». Grazie alla diagnosi precoce, molti tumori iniziali possono essere curati con interventi meno invasivi e mirati, soprattutto nel colon: «Per il retto, invece, la gestione è multimodale: chirurgia, radio – e chemioterapia vengono elaborate insieme in centri specializzati come il nostro, per garantire la cura più efficace e personalizzata al contesto del paziente».
La Valle Malvaglia nasconde misteri. Alcuni sono noti, altri invece si sono persi nel tempo perché riguardano un territorio troppo limitato o un gruppo di persone così ristretto da non poter raggiungere platee allargate. Mauro Veziano li definisce «misteri ufficiali» e «misteri ufficiosi» nella prefazione al suo ultimo libro La Valle Malvaglia. Storie e leggende da poco pubblicato nella collana Terra ticinese di Fontana edizioni. L’autore chiarisce anche, fin dall’inizio, che quella che il lettore ha tra le mani è «un’opera di fantasia che incorpora elementi reali, non è assolutamente il Foglio Ufficiale». Il risultato di questo approccio molto più legato al fantastico, o se preferite al fantasy, che non alla rigorosa ricerca storica è un libro pieno di collegamenti creativi che propone una prospettiva diversa per raccontare il territorio attraverso storie e leggende locali che non mancano di suggestione. E infatti il sottotitolo del libro è proprio Aneddoti, favole e atmosfere da un inedito punto di vista. Per avere un’idea di cosa l’autore intenda per «inedito punto di vista» basta leggere il titolo di alcuni capitoli: Da Malvaglia al Bois de Boulogne in compagnia di Asterix ed Obelix, Filovie e fiaschi, Cosa nasconde l’acqua delle cascate, La lama che divide i morti dai vivi, fino a Coincidenze francofone. Proprio la Francia torna più di una volta nel libro, il legame è noto: storicamente gli uomini della valle emigravano a Parigi soprattutto come marronai. Ma Mauro Veziano sa suggerire al lettore altri percorsi più o meno fantasiosi, invitandolo a seguire collegamenti acrobatici che portano anche Asterix tra i nostri boschi. E non è tutto, per chi ci crede avvicinandosi alle tante cascate della valle è facile sentire il canto delle Naiadi: così un territorio familiare torna a stupirci.
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Nel web dilaga la violenza contro le donne
Libri ◆ Nel suo ultimo saggio Silvia Semenzin spiega perché non è possibile comprendere la tecnologia senza considerare il genere Laura Marzi
Avviene ormai regolarmente di trovarsi coinvolte in una conversazione sull’intelligenza artificiale e rendersi conto che sono davvero in pochi ad avere le idee chiare non solo su come funzioni, ma se davvero essa avrà il potere di soppiantare l’intelligenza umana o se anche questa è una delle tante narrazioni con cui veniamo bombardati, senza riuscire a comprendere dove finisce la realtà e inizia la distopia. Leggendo il saggio di Silvia Semenzin: Internet non è un posto per femmine, in uscita in questi giorni per Einaudi, si prova al contrario la rara sensazione che qualcuna che sa le cose, e ne sa molte, si sia anche presa la briga di spiegarle ai profani che usano la rete magari in modo assiduo, ma senza conoscerne funzionamenti e storia.
L’immagine di copertina del libro della ricercatrice in Sociologia digitale Silvia Semenzin edito da Einaudi.
L’autrice racconta come la programmazione in origine sia stata nelle mani delle donne, ad esempio fu Ada Lovelace la prima persona a scrivere un algoritmo Il titolo indica chiaramente che il focus di questo libro è il genere, del resto Semenzin scrive: «Non è possibile comprendere la tecnologia senza considerare il genere, né comprendere il genere senza riferirsi alla tecnologia». Questo testo, però, affronta la questione da un punto di vista prima storico e poi politico, a partire da una prospettiva in cui le tematiche della discriminazione e della violenza si inseriscono all’interno di un contesto più ampio, vale a dire il sistema socioeconomico di cui facciamo parte tutte e tutti. Nei primi capitoli Semenzin ricorda come la programmazione in origine sia stata nelle mani delle donne: scopriamo allora che fu Ada Lovelace la prima persona a scrivere un algoritmo e Margaret Hamilton sviluppò il software che permise lo sbarco sulla
Luna. Semenzin spiega, poi, che nel momento in cui la programmazione smise di essere considerata un lavoro da segretarie e ne venne intuito il potenziale economico e di potere, fu sottratta alle donne il cui lavoro e le cui scoperte subirono fenomeni di appropriazione indebita da parte di colleghi maschi, come è avvenuto in tutti gli altri ambiti del sapere, da quello scientifico a quello letterario. Affrontata la questione delle origini del web, l’autrice passa a una analisi dei trend della rete oggi, a partire
da un punto di vista molto chiaro, ribadito diverse volte nel corso del testo: «Il mito della neutralità algoritmica rimane uno dei pilastri invisibili dell’egemonia culturale della Silicon Valley che promuove l’idea di una tecnologia priva di ideologie e di conseguenza sottratta a controlli». Secondo Semenzin, si tratta di una grande scusa per permettere ai giganti del settore tecnologico di continuare a guadagnare somme di denaro spropositate, mentre al contrario il web è un ecosistema all’interno del quale è possibi-
le portare avanti delle battaglie politiche per la diffusione di valori etici e di giustizia globali. Per farlo bisogna comprendere che anche la rete deve essere sottomessa al controllo della legge e lottare esattamente come è sempre accaduto nella storia dell’umanità per l’ottenimento di ogni tipo di diritti. Nel web germoglia e dilaga una violenza contro le donne e i gruppi umani marginalizzati che non solo influisce sulle vite delle persone colpite, ma anche come modello di comporta-
mento: «Gli algoritmi si aggiornano e apprendono a partire dalle preferenze degli utenti […] I contenuti sessisti e violenti generano tassi di engagement più alti». Ciò significa che la violenza che innerva la società e mantiene costantemente alto il numero di femminicidi, per esempio, circola anche nel web, ma lì trova terreno fertile per diffondersi senza controllo sotto forma di sentimento di rabbia condiviso e giustificato contro le donne. Attraverso il testo di Semenzin riflettiamo non solo su fenomeni già portati alla ribalta dalla cronaca di diffusione senza consenso di immagini e video di donne del tutto ignare, come il gruppo fb «mia moglie», ma scopriamo numerose e popolatissime community di uomini ossessionati dall’odio contro le donne, che arrivano a difenderne gli assassini. I famigerati «incel» (involuntary celibate) sono solo la punta dell’iceberg. Semenzin analizza poi come d’altro canto il cosiddetto ideale femminile promosso dalla rete sia inquietante, oscillando tra una ricerca del potere e del successo senza remore e una guerra tra sessi spesso vinta attraverso la gogna mediatica contro gli uomini. Un altro trend attuale vede invece ragazze che votano la loro esistenza alla skincare, alla forma fisica, al benessere, sostenendo un modello di donna che sa sottomettersi al proprio marito e dedicarsi esclusivamente alla cura dei figli e della casa. Questo libro, allora, non fa soltanto riflettere sul funzionamento della IA e dei social o sui margini di cambiamento possibili, a cui lei crede fermamente, ma anche sull’attuale dilagare in tutto il mondo del populismo, che si nutre proprio dei valori e degli stereotipi di genere vincenti sul web. E se la chiave per un’inversione di marcia fosse davvero portare la legge nel far west dell’online? Bibliografia Silvia Semenzin, Internet non è un posto per femmine, Einaudi, 2026.
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Viale dei ciliegi Cristina Petit-Matteo Maria Zuppi È come la neve. Una piccola storia d’amore Solferino (Per tutti)
Adesso che si è spenta la parte rumorosa ed eccessiva del Natale (troppe luci, troppo shopping, troppo cibo, troppo stress), ciò che rimane è il ricordo dei momenti intimi trascorsi con chi ci è caro, o in grato silenzio con noi stessi, e forse il desiderio di mantenere questa luce interiore, questo autentico e benevolo «spirito del Natale», tutto l’anno. Il romanzo che stiamo presentando ci aiuta proprio a nutrire lo spirito del Natale ogni giorno, anche quando l’estate avrà fatto sciogliere la neve sulle cime. Perché sì, certo, è ambientato in inverno e comincia con la neve – una neve che fa muovere un cucciolo di lupo dalla sua tana sulle colline verso la città, inseguendo incuriosito i fiocchi – ma le creature che si muovono in quella città, con le loro piccole o grandi battaglie quotidiane, i loro pensieri, i loro percorsi, ci parlano di cose che ci toccano ogni giorno. È un romanzo per piccoli e per grandi, o da leggere in famiglia, scritto da un’apprezzata autrice per l’infanzia (e
di Letizia Bolzani
non solo), con il cardinale di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Due «diversi» sono i protagonisti: un giovane lupo che si avventura in città e il piccione femmina che lì incontrerà. Diversi, perché animali non umani: la prospettiva narrativa è la loro, e quindi, operando un interessante effetto di straniamento sulle pratiche degli umani, sollecita il lettore a staccarsi dal suo sguardo antropocentrico. Diversi perché «ai margini»: il lupo è «ai margini» della città e della domesticazione, è selvatico ma viene scambiato per un cagnolino,
egli è anche «ai margini» di ciò che accade, perché è cucciolo, inesperto, ingenuo; la vecchia picciona è emarginata dal disgusto dei più, perché i piccioni, si sa, non sempre sono considerati esseri degni di vivere. Eppure sarà proprio lei, con cui nessuno è mai stato gentile, uno dei personaggi più commoventi del libro. «Come fai a essere lo stesso gentile, se nessuno ti tratta con gentilezza?», le chiederà il lupetto. «Ho scelto di diventarlo» risponderà la picciona, con una saggezza che infonde spessore ai loro dialoghi, i quali affrontano con semplicità e tenerezza temi filosofici e spirituali, che sono poi quelli che danno senso all’esistere. Intorno a loro, gravitano personaggi di varia umanità, e ciascuno contribuirà a fornire un pezzettino di senso al mosaico della vita. C’è ad esempio un vecchio orologiaio che ci porterà a riflettere sul tempo, una fioraia che parlerà di famiglia, un senzatetto che scardinerà pregiudizi. E c’è, a scongiurare il pericolo di un superficiale buonismo, un uomo disilluso che con il suo discorso apparentemente cinico ci costringe a prenderci cura anche delle nostre ombre. Il titolo allude alle similitudini che il lupetto fa, nel suo percorso
di comprensione del mondo. La gentilezza è come la neve. Non fa rumore ma resta. La pazienza è come la neve. Cade in silenzio e prepara qualcosa di nuovo. L’amore è come la neve, rende tutto più bello. All’amore allude il sottotitolo del libro: e infatti questa storia parla proprio di quell’amore per cui siamo fatti, di quell’amore che dà senso alle nostre vite. Zo-o L’angolo Terre di Mezzo (Da 3 anni)
Zo-o è una delle più promettenti illustratrici coreane e con questo originale libro –che ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali – riesce, quasi senza parole, a raccontarci una storia delicata e intensa. All’inizio ci sono solo un piccolo corvo e un angolo (il cui vertice culmina con la piega di rilegatura della doppia pagina). Poi, pagina dopo pagina, il corvo comincerà ad «abitare» il suo angolino, dapprima semplicemente con il corpo, poi portando a poco a poco vari oggetti per arredarlo e renderlo davvero suo. Questo «arredo» diventa sempre più speciale, perché, oltre agli oggetti,
il corvo porterà nel suo angolo anche la propria creatività, dipingendone le pareti. E la doppia pagina sarà sempre più piena e più bella. Ma a questo spazio, che così bene rappresenta l’identità del protagonista, sembra mancare qualcosa. Un’alterità. E saranno le ultime pagine a chiudere con perfezione simmetrica questa storia: ciò che manca a questo dentro, costruito sull’Io, è un’apertura sul fuori, dove incontrare l’Altro. Un angolo, quindi, ma anche una finestra. Un interno in cui raccogliersi e un esterno dove poter dire «ciao!» a qualcuno.
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Un biotopo rivive grazie al volontariato
Territorio ◆ L’impegno di Capriasca Ambiente ha permesso di rivitalizzare una zona umida in località Pian di Sotto, luogo pregiato per la riproduzione degli anfibi Elia Stampanoni
Una situazione divenuta vieppiù precaria e a cui Capriasca Ambiente, associazione particolarmente attenta agli aspetti della natura, ha voluto rimediare, organizzando lo scorso ottobre una giornata di volontariato per ripristinare questo biotopo che nel complesso s’estende su una superficie di circa 2000 m². In accordo con l’Ufficio della natura e del paesaggio, che ha garantito supporto e consulenza, una decina di volontari si sono quindi trovati sul posto per rivitalizzare questo sito di riproduzione per anfibi. È stata tagliata la vegetazione (soprattutto erbe e arbusti, ma anche alcune piante) e si è proceduto scavando nel terreno per ricreare una pozza più capiente, ora circondata da specie caratteristiche delle zone umide, come i «giunchi», ovvero piante del genere Juncus, tipiche di questi ambienti in Ticino e già presenti anche a Pian di Sotto. Con il materiale risultante dallo scavo è stata creata una sorta di piccola barriera naturale, capace di aumentare leggermente le capacità del piccolo specchio d’acqua, che solitamente è di circa 20 x 8 metri e con una profondità attorno ai 30 centimetri. L’apporto idrico è garantito sia dalla falda, sia da un debole deflusso proveniente da una fontana posta nel-
le vicinanze, che a sua volta capta l’acqua della sorgente circostante. La giornata è terminata con il rifacimento e il consolidamento della recinzione della zona centrale del biotopo, necessaria per evitare l’accesso agli animali selvatici oppure ai bovini, i quali pascolano d’estate l’area d’alpeggio circostante (e che causerebbero danni all’ecosistema). Nel nuovo scenario che i volontari hanno potuto infine ammirare con orgoglio, c’è stata anche l’apparizione, un po’ a sorpresa dato il periodo autunnale, di alcuni esemplari di Rana rossa (Rana temporaria), che hanno saltellato lungo il biotopo. L’intervento di Capriasca ambiente, come racconta il suo presidente Fulvio Gianinazzi, rientra in un progetto che l’associazione intende svolgere sull’arco di più anni, volto a recuperare preziosi ecosistemi presenti sul territorio. Ci si dedicherà principalmente alle zone umide che, assieme a golene, paludi, torbiere, stagni, prati estensivi, corsi d’acqua, siepi, boschetti o muri a secco vengono aggruppati sotto la definizione di biotopi: «Nella prima fase ci si è concentrati su questa zona umida e i lavori sono stati possibili anche grazie all’appoggio del Patriziato di Bidogno (proprietario del terreno, che
ha avvallato gli interventi) e del Comune di Capriasca (che ha fornito aiuto logistico). Per il futuro abbiamo già individuato, assieme all’Ufficio della natura e del paesaggio, altre
superfici di sicuro interesse che potremo rivalorizzare nei prossimi anni, con altre giornate di volontariato e coinvolgendo la popolazione». Gli oggetti in questione sono pre-
valentemente d’importanza cantonale e quindi sono già oggi monitorati dal Cantone, che accoglie volentieri iniziative come questa proposta da Capriasca ambiente per interventi di recupero e valorizzazione. Il controllo regolare di biotopi e aree protette è svolto a livello cantonale dall’Ufficio della natura e del paesaggio, il quale si avvale pure dell’appoggio delle Guardie della natura (vedi riquadro in basso), come Ivana Domeniconi Copa, responsabile proprio per la zona umida di Pian di Sotto. «Sono una Guardia della natura cantonale da circa 15 anni – ci spiega Ivana – e attualmente mi occupo di monitorare questo biotopo, oltre a uno sul Pian Scairolo, in località Scairolo Vecchio. Il mio compito è quello di visitare con regolarità gli oggetti che mi vengono assegnati, in modo da individuare eventuali problemi di conservazione, come la presenza di depositi estranei (vegetali o rifiuti), nuove costruzioni, captazioni di acqua, drenaggi, nuovi sentieri, transito di veicoli, segni di fuoco o campeggio, tagli di vegetazione non autorizzati, presenza di piante infestanti non autoctone, pozze prosciugate o animali estranei all’ambiente. I risultati dei controlli vengono in seguito comunicati all’Ufficio della natura e del paesaggio». Annuncio pubblicitario
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DI SCONTO SULL’ABBONAMENTO
Le Guardie della natura Il corpo delle Guardie della natura è stato creato nel 1983 ed è costituito da persone che, a titolo volontario e gratuito, collaborano con il Dipartimento del territorio nelle attività di tutela del patrimonio naturale del Cantone. I compiti principali riguardano la sensibilizzazione e l’informazione della popolazione, così come la vigilanza generale del territorio. Ad ogni «sorvegliante» vengono assegnati dei biotopi o delle aree protette che la persona è tenuta a controllare regolarmente, almeno due volte all’anno. A questo si aggiunge la vigilanza su flora, fauna, funghi, rocce, minerali e fossili. Per seguire la formazione volta ad ottenere il diploma di Guardia della na-
tura cantonale, è necessario adempiere ad alcuni requisiti, tra cui l’età minima di 18 anni compiuti, la cittadinanza svizzera e il domicilio nel cantone. Bisogna inoltre essere incensurati, avere una condotta irreprensibile, essere curiosi e aver voglia d’imparare. I corsi di formazione sono organizzati ogni cinque-sei anni e prevedono dieci momenti di formazione, a cui si aggiunge un esame finale. Il prossimo corso è previsto nel 2028 e andrà a formare ulteriori Guardie della natura che si aggiungeranno alle 55 attualmente attive sul nostro territorio, le quali si occupano di monitorare circa 80 biotopi o aree protette e contribuiscono nelle attività di vigilanza del patrimonio naturale.
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Azione valida dal 03.01 al 02.02.2026 per i nuovi iscritti. Non cumulabile con altri sconti. L'abbonamento deve avere inizio nel periodo dell'azione.
L’associazione ha già individuato altre superfici di interesse che potrà valorizzare con giornate di volontariato e coinvolgendo la popolazione
Elia Stampanoni
In zona Pian di Sotto, attorno ai 1200 metri di altitudine, è tornata a splendere una zona umida d’importanza cantonale. Un luogo particolarmente ideale per la riproduzione di anfibi che qui, dove c’è acqua, trovano condizioni ottimali per deporre le uova in primavera, per mantenere la pelle umida e per regolare la loro temperatura corporea. La conca, da sempre ritenuta preziosa e per questo monitorata negli anni, è situata entro i confini della Capriasca (prima della fusione, nel comune di Bidogno) ma, prima dell’intervento, era stata gradualmente invasa da una vegetazione fin troppo rigogliosa. Betulle, ginestre, rovi e altri vegetali avevano progressivamente conquistato la superficie, togliendole acqua, luce, spazio e quasi soffocandola.
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In Svizzera, una buona parte della popolazione soffre di disturbi del sonno. Sono molti i medicinali che promettono una soluzione, ma è importante scegliere quello giusto. Le persone affette da disturbi del sonno devono, infatti, affidarsi a un farmaco adatto e ben tollerato. A tale scopo, sono disponibili in commercio farmaci a base di sostanze vegetali come Baldriparan – Per la notte. E questo è solo uno dei motivi per cui già diverse persone in farmacia chiedono di Baldriparan, disponibile senza ricetta.
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nali è la quantità di questo principio attivo a fare la differenza. Baldriparan contiene un pregiato estratto di radice di valeriana, il cui supporto in caso di disturbi del sonno è stato comprovato. Questo estratto favorisce inoltre il sonno. Per addormentarsi rilassati e svegliarsi riposati Un sonno ristoratore è alla base di buone capacità fisiche e mentali. Chi dorme bene, il giorno dopo si sente più in forma e riposato. Oltre a una quantità di sonno sufficiente, anche la qualità del sonno è essenziale. Il farmaco vegetale Baldriparan può quindi contribuire ad iniziare la giornata in modo rigenerato. Un altro consiglio: la calma e il rilassamento aiutano il tuo corpo a prepararsi al sonno.
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ATTUALITÀ ●
Venezuela in bilico Con Maduro fuori scena, Washington si insinua mentre l’apparato militare si ricompatta nell’ombra e il Paese teme un ulteriore precipizio
Sotto il peso del carovita Mentre all’estero gli Stati Uniti ostentano forza, sul fronte interno il Paese fatica a tenere il passo mentre si diffondono sfiducia e malcontento
La rivolta in Iran non si placa Non solo giovani in piazza: ora anche commercianti, bazari e ceti tradizionali sfidano apertamente il regime di Teheran
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La partenza in salita di Guy Parmelin
Svizzera ◆ Il secondo anno presidenziale del ministro vodese è iniziato a Crans-Montana ma altre sfide lo attendono, eccole Roberto Porta
Primo gennaio 2026, Guy Parmelin assume la carica di presidente della Confederazione. Alle sette di quella mattina viene informato di quanto capitato nella notte a Crans-Montana, nel rogo del locale «Le Costellation». Bastano queste due frasi per capire che l’anno presidenziale del consigliere federale vodese è e sarà fortemente segnato dalla tragedia di Capodanno. È toccato a lui recarsi già nel pomeriggio di quel giorno nella località vallesana, per un primo incontro con la popolazione e con le autorità. Ed è toccato a lui trovare le parole per porgere davanti ai microfoni di mezzo mondo le condoglianze del Governo alle famiglie colpite da quel dramma, uno dei più gravi nella storia del nostro Paese. Venerdì scorso poi Parmelin era a Martigny per la giornata di lutto nazionale, in memoria delle vittime e a sostegno di chi è stato colpito da questo rogo.
In questo inizio di 2026 il primo banco di prova sarà per lui l’incontro con Donald Trump, tra una settimana al WEF di Davos Per il neo-presidente una cosa è chiara, da ora in poi «ci sarà un prima e un dopo Crans-Montana». E la gestione di quel «dopo» passerà anche dalla sua scrivania, visto che tra i tanti fronti aperti da quello che è capitato, ci sono anche aspetti che coinvolgono Governo e Parlamento federali, come ad esempio la proposta di creare rapidamente un fondo nazionale per le persone colpite da questa tragedia, come era già stato il caso per sostenere le vittime svizzere dell’attentato terroristico a Luxor del 1997. Il secondo anno presidenziale di Guy Parmelin, il primo era stato nel 2021, è dunque iniziato nel segno del lutto e del cordoglio, un contesto ben diverso da quello che lo scorso 10 dicembre aveva caratterizzato la sua elezione a presidente, in aula al ministro vodese sono andati ben 203 voti sui 228 parlamentari presenti quel giorno. Nel nostro Paese l’elezione del presidente è una questione scontata, visto che si tratta di una carica annuale, con una turnistica prestabilita. L’anno prossimo toccherà a Ignazio Cassis. Nel giorno della nomina l’attenzione è rivolta soprattutto al risultato del voto, e qui va detto che dal Duemila in poi i presidenti eletti hanno ottenuto in media 172 preferenze. Parmelin è dunque riuscito ad andare ben oltre questa soglia, stabilendo un primato, perlomeno per quanto riguarda i primi 25 anni di questo secolo. In passato c’erano stati risultati ancora più brillanti, uno su tutti nel 1970 quando Hans-Peter Tschudi, il grande riformatore dell’AVS, aveva ottenuto
Guy Parmelin a Crans-Montana, dopo aver ispezionato l’area in cui è scoppiato l’incendio. (Keystone)
ben 213 voti a suo favore. Tornando a Parmelin, va detto che il consigliere federale dell’UDC ha vissuto un anno in prima linea nel corso del 2025, coinvolto dapprima insieme a Karin Keller-Sutter e poi in solitaria, nelle trattative per ridurre i dazi imposti al nostro Paese da Donald Trump. In novembre, proprio nel giorno della sua elezione a presidente, Parmelin è riuscito a strappare dei dazi del 15%, ben inferiori rispetto a quelli che il presidente Usa aveva stabilito lo scorso primo agosto, fissati al 39%.
È un politico che cerca la collaborazione e non il confronto, a volte schierandosi contro le linee del suo partito, l’UDC Il ministro vodese, alla guida del Dipartimento federale dell’economia, della ricerca e della formazione, ha siglato una dichiarazione di intenti che andrà ora concretizzata in un vero e proprio accordo doganale. Un risultato ottenuto anche grazie all’intervento di un gruppo di manager elvetici d’alto rango, andati con tanto
di regali luccicanti a trattare direttamente con Donald Trump. Senza dimenticare il lavoro, spesso nell’ombra, di Helene Buldiger Artiede, l’instancabile negoziatrice che dirige la Seco, la Segreteria di Stato dell’economia. È quello che Parmelin ha chiamato il «Team Switzerland» e a cui si deve la riduzione dei dazi annunciata in novembre. E qui sta una delle qualità che viene da più parti riconosciuta al neo-presidente della Confederazione, quella di essere in grado di scegliere abili collaboratori, ma anche di saper ascoltare le richieste in arrivo dalla società civile. Un politico che cerca la collaborazione e non il confronto, un uomo del compromesso, a volte anche schierandosi contro le linee molto profilate del suo partito, l’UDC. E proprio con i vertici democentristi si profila un braccio di ferro chiamato a segnare i primi sei mesi di questo nuovo anno, visto che con ogni probabilità il prossimo 14 giugno si voterà sull’iniziativa chiamata «No a una Svizzera da 10 milioni», uno dei cavalli di battaglia dell’UDC in questa seconda metà della legislatura, che si concluderà con le elezioni federali
dell’autunno 2027. Un’iniziativa che, in un’intervista alla «Sonntaszeitung» dello scorso 28 dicembre, Parmelin ha definito «troppo rigida». Il ministro dell’economia si è detto pronto a lottare contro questa iniziativa, «per sottolineare i rischi» che comporterebbe una sua approvazione. «La Svizzera ha sempre gestito la sua immigrazione tenendo contro dei bisogni dell’economia, e di questo ha saputo trarre profitto», ha aggiunto Parmelin. Propositi che non sono di certo piaciuti ai vertici del suo partito, che avrebbero preferito una posizione meno profilata del loro ministro, pronto a schierarsi con forza in difesa della volontà del Governo, contrario all’iniziativa. Di formazione agricoltore e viticoltore, Parmelin è entrato in Governo all’inizio del 2016, accompagnato da una certa dose di scetticismo perché considerato un politico dalla scarsa capacità comunicativa, a cui mancavano carisma e personalità. Critiche erano emerse pure per le sue scarse conoscenze dell’inglese, lingua che nel frattempo riesce a padroneggiare, le trattative sui dazi, condotte in inglese, ne sono una prova. Parmelin
ha saputo rimanere sé stesso, facendo leva anche sulla sua lunga esperienza politica, che dal 1993 in poi lo ha portato ad assumere cariche in tutti i livelli istituzionali del nostro Paese: comunale, cantonale e federale. In questo inizio di 2026 il primo banco di prova saranno per lui dapprima l’incontro con Donald Trump, tra una settimana al WEF di Davos, e in seguito la sottoscrizione definitiva dell’accordo sui dazi con gli Stati Uniti. Trump vuole la firma elvetica entro il 31 marzo, altrimenti c’è il rischio di altre «martellate» doganali. Parmelin sa che non può permettersi passi falsi, in gioco c’è l’economia elvetica ma anche il ruolo della Svizzera a livello internazionale, un Paese neutrale chiamato a difendere i principi della democrazia e del diritto internazionale in questo mondo sempre più dominato dalla legge del più forte. In conclusione un aneddoto: il ministro vodese dice di essere un appassionato lettore di Asterix. A lui, primus inter pares in Consiglio federale, il compito di trovare la pozione magica capace di tener dritta la barra governativa nel mare agitato di questi nostri tempi.
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Il Venezuela al bivio: trattare o resistere
Prospettive ◆ Il ministro della Difesa Vladimir Padrino López diventa l’uomo chiave dopo la cattura di Nicolás Maduro Washington osserva, l’apparato militare si muove nell’ombra e il Paese vive con l’incubo di passare di male in peggio Angela Nocioni
Al momento in cui Azione andava in stampa, tensione e un’innaturale quiete attraversavano le strade del centro di Caracas. Le vie appaiono svuotate, i negozi abbassano le serrande e pochi passanti si muovono in fretta, come se la città stesse trattenendo il respiro. Il frastuono dell’autostrada Francisco Fajardo si è spento. Le persone escono, fanno lunghe code nei supermercati e nelle farmacie per comprare provviste e medicine, ma si sbrigano a rientrare.
I venezuelani sono spiazzati davanti al futuro, intanto il Paese resta schiacciato da una crisi economica e sociale che dura da anni. (Keystone)
L’anello di sicurezza attorno a Maduro e l’apparato di intelligence venezuelano sono influenzati o supportati da Cuba ll coprifuoco non c’è, ma è come se ci fosse. Nella capitale del Venezuela la popolazione preferisce aspettare a casa di capire quale sarà il prossimo futuro. «Abbiamo paura che da un momento all’altro qua scoppi la guerra civile, ci sono tante armi in città, se le tirano fuori tutti insieme è l’inferno», afferma Alicia T., grafica web quarantenne che non è scappata come tanti dei suoi amici e dei membri della famiglia perché ha tre figli piccoli e vuole continuare a pensare che possano crescere a Caracas e
non altrove, da emigrati. «Se non ce la faccio a reggere il peso mia madre compra il biglietto per tutti e quattro per Buenos Aires. Ma io voglio restare, è casa nostra. Voglio mandare
a scuola i miei figli, anche se non so cosa accadrà». Il futuro del Venezuela potrebbe seguire una transizione guidata dagli Stati Uniti (molto interessati alle ingenti risorse petrolifere
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del Paese), con un Governo provvisorio incaricato di ristabilire l’ordine e preparare nuove elezioni. Un secondo scenario vede il rischio concreto che l’esercito approfitti del vuoto di potere per assumere il controllo diretto. Resta la possibilità che l’opposizione democratica emerga come alternativa, anche se ostacolata da profonde resistenze interne. I venezuelani, increduli, hanno guardato nella notte del 3 gennaio colonne di fumo alzarsi dalle installazioni militari bombardate, hanno visto elicotteri americani scendere su Caracas per andare a catturare Nicolás Maduro che in manette, in tribunale a New York, ha detto in spagnolo: «Continuo a essere il presidente costituzionale del Venezuela, sono innocente e sono stato sequestrato». Sbalorditi hanno sentito la vicepresidente Delcy Rodríguez – fedele a Maduro – dire che si offre di lavorare insieme agli Stati Uniti, poi hanno sentito Trump affermare che è troppo presto per parlare di elezioni in Venezuela, che di Caracas si occuperà lui e che Maria Corina Machado (Nobel per la pace presentata fino a ieri da Washington come la leader dell’opposizione) «ha troppo poco seguito per governare». Machado, lo ricordiamo, è la fondatrice del movimento liberale Vente Venezuela e da anni rappresenta la voce più netta contro il regime di Maduro. I venezuelani, come detto, si aspettano di tutto e osservano con apprensione le forze armate, rimaste immobili durante la notte del blitz. Al centro dell’attenzione c’è il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, alla guida dei militari dal 2014: è lui che saprà per primo se il regime intende collaborare con gli Stati Uniti oppure no. Nato nel 1963, Padrino López è uno dei militari più longevi del nucleo duro del chavismo. La domanda principale a Caracas è se, sul lungo periodo, stia valutando una via d’uscita negoziata oppure preparando una resistenza. Anche se i suoi figli risiedono in Spagna, resta uno degli interlocutori abituali con Mosca, e questo gli conferisce un ruolo decisivo nella fase attuale. Maduro, intanto, affronta la sua battaglia davanti alla giustizia ame-
ricana, alle prese con un’imputazione già ridimensionata dal Dipartimento di Giustizia, che lo aveva accusato di essere il capo del cosiddetto Cartel de los soles: un’entità che non esiste come cartello strutturato della droga, ma è un’espressione nata in Venezuela prima del 2000 per indicare ufficiali corrotti coinvolti in traffici illeciti, richiamando i «soli» presenti sulle mostrine dei generali. Quando Delcy Rodríguez ha condannato la cattura di Maduro, lo ha fatto accompagnata dai due pilastri del regime: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e lo stesso Padrino López, a capo rispettivamente della polizia e dell’esercito. Gli Stati Uniti hanno inserito Cabello nel Narcotics Rewards Program, offrendo fino a 10 milioni di dollari per informazioni che portino al suo arresto. Quel che è chiarissimo è che il 3 gennaio l’intero tessuto difensivo venezuelano è stato travolto: l’armamento russo, i sistemi di difesa di origine cinese e la rete di sicurezza cubana non hanno reagito all’operazione statunitense. L’attacco alle telecomunicazioni è stato così forte che, giorni dopo l’arresto di Maduro, l’esercito venezuelano risultava ancora in difficoltà nel ristabilire comunicazioni stabili. La presenza cubana resta il nodo diplomatico più sensibile. Da anni l’anello di sicurezza attorno a Maduro e gran parte dell’apparato di intelligence venezuelano sono influenzati o supportati da personale cubano. L’operazione statunitense ha quindi segnato un punto di rottura senza precedenti, aprendo un fronte delicatissimo nei rapporti tra Washington, Caracas e L’Avana. «Il regime è ancora in piedi, ma privo di difesa aerea e quasi isolato nelle comunicazioni: internet, radio e collegamenti militari funzionano a intermittenza, rendendo difficile qualsiasi coordinamento tra i comandi», diceva quattro giorni dopo l’attacco un militare venezuelano ritirato.
Il 3 gennaio l’armamento russo, i sistemi di difesa di origine cinese e la rete di sicurezza cubana non hanno reagito Tornando all’esercito. Il potere militare chavista ha forgiato la sua lealtà attraverso il controllo di settori economici strategici. Come a Cuba, dove il castrismo garantisce la fedeltà dei militari attraverso la gestione delle imprese turistiche e dei relativi circuiti paralleli, anche in Venezuela gli alti gradi dell’esercito hanno ottenuto il controllo dei flussi di dollari che entrano nel Paese. Le attività di import-export, così come lo sfruttamento – spesso illegale – delle risorse naturali, sono state affidate ai militari: dal contrabbando dell’oro alle miniere illegali di metalli preziosi. Cosa faranno adesso? Intanto i venezuelani rimasti continuano a chiedersi se il Paese passerà dal regime di Maduro a un sistema plasmato da Washington. Il timore esplicitato è che il nuovo equilibrio possa aprire la strada a un’altra forma di saccheggio, con i pilastri del regime trasformati in pedine di un gioco più grande. Che Caracas senza Maduro possa rivelarsi persino più instabile di Caracas con Maduro?
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Anno LXXXVIII 12 gennaio 2026
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ATTUALITÀ
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Il piano degli Usa
L’analisi ◆ L’idea di creare una sfera d’influenza dalla Groenlandia alla Patagonia è fallimentare Lucio Caracciolo
Reportage ◆ Fuori l’America mostra i muscoli mentre in casa si arranca Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni
Mentre la politica estera statunitense si fa sempre più aggressiva, dentro il Paese cresce il malessere. Prima ancora delle proteste per l’uccisione di una donna a Minneapolis da parte di un agente dell’Ice durante un’operazione anti-migranti, è la sfiducia per il carovita che erode stipendi a mostrare il volto dell’America scontenta di Trump. Al Trader Joe’s di Wisconsin Avenue, Washington, la fila è lunga. Nel weekend i cittadini si mettono in coda per fare la spesa; tra scaffali ordinati e musica soft rock, si misura lo stato dell’Unione meglio che nei sondaggi. Questa è la catena di supermercati hipster d’America con qualità accettabile e prezzi umani. Ecco Claire. Capelli biondi, sulla quarantina, impiegata in un ufficio del Comune. Abita a Glover Park, quartiere rassicurante nel nord ovest della capitale. Nel suo carrello sono stipati uova, latte scremato, riso, succo d’arancia, cereali, broccoli, pomodori, qualche surgelato, pane in cassetta, burro e una bottiglia di pinot noir. Sono le groceries di base. Di recente Donald Trump aveva definito questa parola come meravigliosa, il nocciolo duro della quotidianità dell’americano medio. Ma per Claire è piuttosto un piccolo incubo settimanale. «Quasi settanta dollari – dice – e ho comprato poco e niente». Il presidente sostiene che il carovita sia una bufala dei democratici. Claire scrolla le spalle. «Vorrei che venisse a far compere con me, poi ne riparliamo». Il problema non è solo l’aumento dei prezzi ma il blocco degli stipendi. Il salario di impiegata pubblica non è cresciuto e la sua difficoltà a far quadrare i conti è condivisa da milioni di persone per le quali «America First» dovrebbe significare soprattutto difesa del potere d’acquisto, non slogan. In questo contesto, la riscoperta dell’ottocentesca «Dottrina Monroe» (rielaborata da Trump nella versione «Donroe» per rivendicare la supremazia nell’emisfero occidentale e giustificare l’operazione militare in Venezuela) appare distante dalla vita quotidiana degli elettori. Ancora più astratte risultano le mire espansionistiche sulla Groenlandia. Per le persone come Claire conta più lo scontrino che il nuovo impero a stelle e strisce. Le stesse inquietudini attraversano anche il Partito repubblicano, che riconosce il rischio di un contrac-
colpo alle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Nelle ultime settimane il tycoon ha rilanciato dichiarazioni tracotanti ed ottimiste sull’economia, presentandosi come «the affordability president», il presidente che difende l’accessibilità dei prezzi. I sondaggi raccontano però un’altra storia: il consenso di Trump sulla gestione economica è tra i più bassi del suo mandato, con una larga parte degli elettori che non percepisce miglioramenti concreti nel proprio potere d’acquisto. Eppure l’economia continua a crescere. Nel terzo trimestre del 2025 l’espansione è stata sostenuta soprattutto dai consumi e dalla spesa pubblica. Ma dietro i dati aggregati, la distanza tra numeri macroeconomici e vita quotidiana rimane ampia. i dati mostrano che crescita e benessere diffuso non coincidono sempre. Il Pil statunitense è volato oltre le attese, ma senza un boom dell’occupazione né un ritorno a un’inflazione sotto controllo.
Il ruolo dei dazi Dopo mesi di apparente tregua, i prezzi tornano a muoversi verso l’alto, allontanandosi dal traguardo fissato dalla Federal Reserve. A spingerli sono anche i dazi, il cui costo le imprese scaricano a valle, sui consumatori. Intanto l’umore della classe media si deteriora. Secondo una recente rilevazione della CNN, il 61% della popolazione attribuisce alla «Trumponomics» un peggioramento delle condizioni economiche del Paese. Tra i fattori più citati c’è proprio l’effetto dei dazi: nel solo 2025, secondo stime indipendenti, una famiglia media ha sostenuto spese aggiuntive superiori ai mille dollari per l’aumento dei prezzi. Il pacchetto su fisco e spesa pubblica varato dall’amministrazione promette rimborsi fiscali più generosi nel 2026 per milioni di contribuenti, ma comporta anche una stretta su «Medicaid», il programma sanitario federale per le fasce più fragili (persone a basso reddito, anziani e disabili), con il rischio di lasciare senza copertura una parte consistente della popolazione. Trump resta però convinto che la sua linea economica pagherà alle urne: continua a sostenere che l’amministrazione sta correggendo le distorsioni lasciate in eredità da Joe Biden
e che i risultati saranno visibili anche nella vita pratica degli elettori. Le elezioni di metà mandato del prossimo novembre, che storicamente mettono in difficoltà chi governa, saranno un importante banco di prova. Si rinnoveranno tutti i seggi della Camera e un terzo del Senato. Giova ricordare che dal 2006 ogni presidente in carica ha visto assottigliarsi la propria maggioranza alla Camera. È su questo precedente che i democratici costruiscono il loro rinnovato ottimismo: sentono che molti americani, anche tra chi aveva votato repubblicano, si stanno stancando dell’amministrazione Trump e sono pronti a chiedere un cambiamento. Negli ultimi mesi hanno incassato una serie di segnali incoraggianti a livello locale e statale, dalle vittorie nelle elezioni dei governatori in Virginia e New Jersey fino al successo di Miami, dove una democratica, Eileen Higgins, ha riconquistato il municipio dopo quasi trent’anni. La rimonta democratica a livello nazionale, però, è tutt’altro che scontata. Per riconquistare la Camera – e riacquistare il potere di frenare l’agenda legislativa del presidente – il partito dovrà sfondare anche in collegi che Trump ha largamente conquistato alle presidenziali del 2024. I seggi davvero in bilico sono 39, ma 28 si trovano in distretti dove i repubblicani hanno vinto con margini superiori ai cinque punti. È in questo contesto che il presidente ha alzato il livello dello scontro, sostenendo che una sconfitta repubblicana alle midterm aprirebbe la strada a un nuovo impeachment nei suoi confronti. Un modo per compattare e mobilitare i suoi, legando l’esito delle prossime elezioni alla propria sopravvivenza politica e legale. Durante il primo mandato la Camera a maggioranza democratica lo aveva messo sotto accusa due volte, per la gestione dei rapporti con l’Ucraina e per l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, senza però riuscire a ottenere una condanna in Senato. Oggi il copione potrebbe ripetersi con l’accusa di abuso di potere nel secondo mandato. Ma qui, alla cassa sette di Trader Joe’s, l’impeachment è una preoccupazione lontana, quasi astratta. Per Claire quello che conta davvero è riuscire ad arrivare alla fine del mese, facendo entrare nel carrello l’essenziale.
striale, tecnologico – hanno stretto un patto per assemblare le risorse disponibili e momentaneamente indisponibili (le altrui) allo scopo di ricostruire l’America sotto tutti i profili. Anzitutto quello morale, del sentimento nazionale, dell’orgoglio umiliato. Per sfera di influenza americana si intende l’area dove gli Usa possono controllare le risorse materiali e immateriali, umane e robotiche, identificata come Emisfero occidentale. Tradotto: Panamerica. Un solo Continente esteso dalla Groenlandia alla Patagonia, protetto dall’Atlantico e dal Pacifico. Dal quale espellere cinesi, russi e quanti altri vogliano interferire nel giardino di casa. Impresa titanica. Ma il solo fatto di averla avviata con il rapimento del presidente venezuelano, nella pretesa di governare il suo Paese dalla Casa Bianca, rende evidente il rischio di quanto queste operazioni miranti a restaurare il prestigio del Numero Uno e a sfruttare a man salva le risorse locali siano esposte al fallimento. Rispetto a Cina e Russia, nella sfida delle sfere di influenza – meglio, di dominio esterno – gli Usa partono avvantaggiati. Storia e geografia li disegnano al centro di un Continente privo di grandi potenze a nord e a sud, protetto dagli oceani a est e a ovest. Privilegio esorbitante che nessun impero europeo ha mai avuto. Resta il problema di fondo: come può un Paese malato e spaccato, dove il presidente convoca i vertici delle Forze armate avvertendoli che l’avversario non è la Cina o la Russia ma «il nemico di dentro», ovvero lo pseudoamericano malpensante darsi una strategia e perseguirla nel tempo? La risposta implicita ma evidente: con un cambio di regime. Già in corso. Trump «governa» a prescindere dalla Costituzione e dalle buone maniere. Ma rischia di cadere in qualche trappola allestita dai suoi nemici domestici. Dallo Stato profondo. Con la Russia impegnata nella guerra di Ucraina, dalla quale non uscirà trionfante fosse solo perché costretta ad appoggiarsi al suo nemico storico, la Cina, nella più strana delle coppie possibili, tutto sembra al momento giocare a favore dell’Impero del Centro, dominio del Partito/Stato retto dall’imperatore rosso Xi Jinping. Certo, nemmeno gli indicatori di base della società, dell’economia e dello Stato cinese promettono bene, anzi. Ci sentiamo di poterne trarre che non solo il caos continuerà, che altri conflitti esploderanno e che difficilmente quelli in corso saranno sedati in tempi rapidi. Il clima è da guerra mondiale imminente. Catastrofe contro cui nessuno è vaccinato né attrezzato. Noi europei meno degli altri. Già Continente di imperi smisurati, l’Europa è sulla traiettoria che porta alle colonizzazioni. Altrui. Freepik
Schiacciati dal carovita
Interpretare la traiettoria geopolitica del pianeta in questa fase rivoluzionaria è esercizio davvero improbo. L’accelerazione degli eventi è tale da rimettere continuamente in questione le presunte verità acquisite. Pochi sono i parametri che sono riconosciuti vigenti dagli analisti. Uno su tutti: siamo in piena competizione fra grandi potenze intente a disegnarsi le rispettive sfere di influenza. Davvero? E che vuol dire? Anzitutto. Nella storia moderna e contemporanea – ma anche molto più indietro – la partita delle sfere di influenza o, in termini secchi, degli imperi è la norma. Non c’è nulla di eccezionale nel fatto che Stati Uniti, Cina e Russia, per citare solo gli attori principali, si contendano spazi materiali e immateriali con ogni mezzo lecito e illecito. L’eccezione, più apparente che reale, è stato il decennio del «momento unipolare», tra la fine dell’Urss e l’inizio della crisi americana (1991-2001), quando sembrava che gli Stati Uniti potessero dettare il gioco del mondo basato sulle regole (le proprie). Più che unipolare, quello è stato il tempo dell’arroganza di chi pensava di aver vinto la guerra fredda. Mentre erano stati i sovietici a suicidarsi e a far saltare il regime bipolare, asimmetrico, che consentiva all’America di legittimarsi guida dell’Occidente, a sua volta riferimento effettivo o potenziale dell’umanità. In quel decennio, e forse per qualche anno di più, a Washington ci si illudeva che il mondo fosse destinato alla progressiva americanizzazione culturale, economica e politica. L’attentato alle Torri Gemelle e la decisione di Bush figlio di battere il sentiero infinito della guerra al terrorismo, per definizione invincibile, hanno provveduto a spazzar via quella ideologia. E a produrre quella profonda, forse irredimibile crisi di identità che sta mettendo in questione non solo il primato degli Usa sul mondo ma la stessa esistenza del Numero Uno nel mondo. Il fenomeno Trump esprime il brusco risveglio di un grande Paese che si immaginava solo in vetta al pianeta salvo sentirsi franare la terra sotto i piedi. Oggi gli Stati Uniti stanno cercando di virare di 180 gradi. Con brutalità, operano in base al principio «mind your business». Fanno gli affari loro e accettano che anche altri lo facciano, contando sulla propria superiorità militare, economica e tecnologica. La priorità è rimettere in piedi l’industria, che vuol dire vincere la partita scientifico-tecnologica ma anche economica e militare centrata sull’intelligenza artificiale, sul quantum computing, sul dominio di spazio e ciberspazio. Contemporaneamente, di ricompattare la Nazione intorno agli antichi presunti valori americani, intesi tali, non universali. Per questo scopo politica e grande capitale – finanziario, indu-
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ATTUALITÀ
L’Iran in rivolta contro la crisi
Il punto ◆ Non solo giovani in piazza: ora anche commercianti, bazari e ceti tradizionali sfidano apertamente il regime Francesca Marino
L’Iran brucia, e non è una metafora. L’estensione geografica delle rivolte continua ad allargarsi mentre il bilancio dei morti, degli arresti e delle sparizioni cresce di ora in ora. Le proteste hanno già coinvolto centinaia di località, decine di città e la quasi totalità delle province del Paese. I numeri ufficiali parlano di alcune decine di vittime e di oltre mille arresti, ma chi conosce il funzionamento della repressione iraniana sa bene che si tratta di cifre ampiamente sottostimate. Non si contano le sparizioni forzate, le impiccagioni sommarie, le confessioni estorte davanti alle telecamere. È la fase terminale di un regime che tenta di sopravvivere contando sull’indifferenza della comunità internazionale e sul silenzio che cala quando i crimini vengono commessi a porte chiuse. A Teheran si combatte quartiere per quartiere. Al grido di «Morte a Khamenei», i cittadini incendiano motociclette e mezzi delle forze repressive, bloccano le vie di comunicazione, rispondono ai lacrimogeni con pietre e bottiglie incendiarie mentre i mercenari del regime sparano ad altezza di persona. «Questo è l’anno del sangue, il regime sarà rovesciato», gridano. Non c’è più spazio per i compromessi. Queste rivolte non sono la prosecuzione lineare del movimento «Donna, Vita, Libertà» esploso dopo l’assassinio di Mahsa Amini.
Il volto della protesta è cambiato. I protagonisti non sono più, o non solo, studenti e giovani disarmati. In prima linea ci sono i bazari, i commercianti, settori conservatori della società, monarchici, ex sostenitori del regime strangolati dal disastro economico. Le manifestazioni non sono più a mani nude: a Shiraz un manifestante ha persino utilizzato un lanciafiamme improvvisato contro i poliziotti. La tattica è quella del «mordi e fuggi», gli scontri sono duri, e il piano della Repubblica islamica di soffocare subito la rivolta è chiaramente fallito. Pesano anche le prime defezioni nell’apparato repressivo e nei Guardiani della Rivoluzione, sempre meno motivati a morire per un potere in disfacimento. A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono gli studenti e i giovanissimi. A mani nude affrontano i paramilitari, vengono inseguiti persino negli ospedali, come a Ilam, o presi nei dormitori delle università. Il Consiglio di coordinamento dei sindacati degli insegnanti parla apertamente di «crimine contro il futuro del Paese» e denuncia centinaia di adolescenti arrestati. Le ragazze, in particolare, restano il bersaglio simbolico e materiale della repressione: corpi da punire, da spezzare, perché rappresentano l’idea stessa di libertà che il regime teme più di ogni altra cosa. Anche se oggi gli slogan femministi si sento-
Manifestanti a Teheran. (Keystone)
no meno, l’eredità di «Donna, Vita, Libertà» continua a vivere nei gesti di disobbedienza quotidiana e nello sguardo di chi non accetta di tornare indietro. Il quadro politico è reso ancora più instabile dalle pressioni esterne. Secondo fonti di intelligence citate da «The Times», Ali Khamenei avrebbe già pronto un piano di fuga verso la Russia, nel caso in cui l’apparato militare e di sicurezza collassasse. Una cerchia ristretta di familiari e collaboratori, incluso il figlio Mojtaba, lo seguirebbe a Mosca, protetto
dall’ombrello di Vladimir Putin. Il precedente siriano pesa come un macigno e il timore di fare la fine di Assad non è più un’ipotesi remota. Sul fronte internazionale, Donald Trump ha ammonito più volte Teheran, minacciando «un colpo durissimo» se la repressione dovesse trasformarsi in un massacro aperto. Intanto milizie sciite irachene, legate a Hezbollah e ai pasdaran, vengono fatte affluire in Iran sotto copertura di pellegrinaggi religiosi per rafforzare la repressione. Il regime tenta di
comprare tempo promettendo sussidi e distribuendo riso alle proprie forze, in cambio della violenza. I manifestanti rispondono gettando quel riso in aria, gesto simbolico di disprezzo e di vittoria. Contestano non solo la gestione economica, ma anche la politica estera: «Né Gaza né Libano, darò la vita solo per l’Iran». È uno slogan che affonda le radici nel Movimento Verde del 2009 e che oggi ritorna con forza, segnando la frattura profonda tra la società iraniana e l’ossessione ideologica del regime per l’«Asse della resistenza», da Hezbollah ad Hamas. L’Iran entra nel 2026 sotto una convergenza di pressioni interne ed esterne senza precedenti dalla fine della guerra con l’Iraq. Secondo osservatori e organizzazioni come HRANA, la protesta non arretra, anzi si diffonde anche nei centri più piccoli, coinvolgendo strati sociali sempre più diversi. Questa è una Nazione che rifiuta di arrendersi. Chiede una cosa semplice e terribilmente difficile: che il mondo non resti in silenzio, che non collabori con chi la opprime, che non chiuda gli occhi mentre ospedali e scuole diventano luoghi di caccia alla persona. La Repubblica islamica sta mostrando il suo volto finale, quello più feroce. Sta all’Occidente decidere se limitarsi a osservare o se riconoscere, finalmente, che la lotta degli iraniani è anche una battaglia per la dignità e le libertà universali. Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ / RUBRICHE
Il Mercato e la Piazza
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di Angelo Rossi
Le infrastrutture che il Ticino aspetta da oltre trent’anni ◆
È iniziato un nuovo anno, è il momento di formulare desideri e buoni propositi. Chi scrive ha oltrepassato l’ottantina e vorrebbe che i grandi progetti infrastrutturali della città-Ticino, che si stanno pianificando dalla fine del secolo scorso, compissero un passo decisivo in avanti così da poterli ancora vedere realizzati. È un desiderio che però probabilmente resterà insoddisfatto. La città-Ticino si è formata nella seconda metà del secolo scorso in seguito alla rapida espansione demografica ed economica dei quattro agglomerati urbani di Chiasso-Mendrisio, Lugano, Bellinzona e Locarno. La stessa ha portato alla saturazione delle capacità disponibili nell’infrastruttura per il traffico suburbano e interurbano. Di conseguenza su più assi stradali, molto frequentati, la velocità di circolazione ha cominciato a diminuire per il formarsi di code sem-
pre più lunghe. Osserviamo poi che l’esaurimento progressivo della capacità disponibile si sta verificando anche per quel che riguarda l’infrastruttura ferroviaria, nonostante la realizzazione della galleria di base del Ceneri. Con l’espandersi dell’agglomerato urbano stanno infatti aumentando sia il numero dei passeggeri che le frequenze. La città-Ticino è così arrivata a una soglia del suo sviluppo. Per poterla superare si dovranno costruire nuove infrastrutture per far posto ai cresciuti volumi di traffico. Ma qui casca l’asino! Riconoscere che l’infrastruttura deve essere adattata per superare i colli di bottiglia determinati dalla crescita dei volumi di traffico è presto fatto. Definire i progetti che potrebbero migliorare la situazione, e ridurre i costi sociali provocati dalla saturazione delle capacità di scorrimento esistenti, non
domanda più che un paio d’anni agli ingegneri del traffico. Che blocca invece la realizzazione dei progetti sono, da una parte, il loro iter politico-amministrativo particolarmente complicato in uno Stato federale come il nostro e, dall’altra, la scarsità di risorse a disposizione degli enti pubblici per finanziarli. Le lungaggini nelle quali si dibattono i progetti infrastrutturali della città-Ticino sono, da questo punto di vista, un esempio da manuale. Almeno a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento nella città-Ticino si è riconosciuto che, per ricreare la necessaria capacità di scorrimento del traffico, occorreva realizzare nuove importanti infrastrutture. Di conseguenza si sono messi a punto i progetti corrispondenti. Si tratta, per essere più espliciti, deI progetto A2-A13 COBELLO, volto a creare un nuovo collegamento velo-
ce tra l’agglomerato del Bellinzonese e quello del Locarnese, della circonvallazione di Agno e del progetto tram-treno del Luganese. Di questi tre rilevanti progetti, i tecnici e i politici responsabili discutono dunque da più di 30 anni. Essi hanno dunque conosciuto, sin qui, una fase pianificatoria di una lunghezza superiore alla media. Nonostante questo la loro realizzazione non è purtroppo per domani. Se per il progetto tram-treno del Luganese si può cominciare a intravvedere la fase finale, per gli altri due progetti ci troviamo invece sempre in alto mare. Stando al programma pubblicato dalla società RTTL, che si occuperà della sua realizzazione, il progetto tram-treno con la galleria tra il piano del Vedeggio e il centro di Lugano dovrebbe essere terminato entro il 2035. Per gli altri due progetti in discussione si prospettava, prima della
pandemia di Covid, una realizzazione entro il 2040. Purtroppo le cose sono andate evolvendosi in un’altra direzione. Il progetto A2-A13 COBELLO, che ha visto i suoi costi esplodere, è stato ritardato a dopo il 2050 con una decisione dell’anno scorso del Consiglio federale. Per la circonvallazione di Agno i tempi di realizzazione si allungheranno certamente oltre il 2040 a causa del lievitare dei costi. Il Dipartimento cantonale competente ha infatti comunicato, sempre nel 2025, che avrebbe abbandonato il progetto esistente per una variante meno costosa. Questa decisione è però contestata dai Comuni interessati al progetto che auspicherebbero un maggiore intervento finanziario da parte della Confederazione. Tuttavia per Berna i progetti infrastrutturali concernenti il traffico veicolare in Ticino non sono prioritari e quindi...
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In&Outlet
di Aldo Cazzullo
Trump e la strategia del «grosso bastone» ◆
Donald Trump non è affatto un isolazionista. Interviene eccome all’estero. «America first» non significa che l’America si occupa solo di sé stessa. Al contrario, significa privilegiare e se necessario imporre gli interessi americani agli altri. Prendiamo l’intervento in Venezuela e l’arresto di Nicolas Maduro. La lotta al narcotraffico, invocata come pretesto, non c’entra niente. E il petrolio venezuelano, su cui l’America intende mettere le mani, non spiega tutto. Trump ha voluto chiaramente dire: il Continente americano è roba nostra. Non della Cina, non della Russia; nostra. Non a caso ha colpito quando era ancora in territorio venezuelano una delegazione cinese. Più che alla dottrina Monroe – il presidente Usa che nel 1823 sostenne che non avrebbe più tollerato interferenze europee nel Continente americano – il riferimento storico corretto è alla «politica delle cannoniere» di Theodore Ro-
osevelt, che teorizzava l’esigenza di fare politica con un «big stick», un grosso bastone. Forse non tutti ricordano che Panama era parte della Colombia, da cui fu staccata con la forza e con i dollari degli americani, che negli stessi anni occuparono militarmente El Salvador e discutevano se annettere Cuba. Non abbiamo nostalgia dei golpe degli anni Settanta del Novecento con cui Henry Kissinger abbandonò la gioventù cilena e argentina nelle mani dei torturatori; ma se non altro la sovranità formalmente restava in mani locali. Trump riporta le lancette della storia indietro di oltre un secolo. E il bello è che Roosevelt ricevette comunque il Nobel per la pace, nel 1906, per aver mediato tra russi e giapponesi. Vedremo cosa saprà fare Trump tra russi e ucraini. Quello che è accaduto a Caracas ripropone poi un’antica discussione. È lecito usare la forza contro i tiranni? Occorre una premessa, anzi ne occorrono
tre. Il Venezuela di Maduro è una democrazia? No. Maduro ha governato bene, per la libertà e la prosperità del suo popolo? No. Rimpiangeremo Maduro? No. Fatte queste premesse, dobbiamo chiederci perché il regime, decapitato, non si è sciolto come neve al sole, anzi, al potere ora c’è la vice di Maduro, e le strade di Caracas sono piene di folle che inneggiano al dittatore deposto. Trump fa notare che sono manifestanti brutti, male in arnese, probabilmente pagati. Però ci sono. Perché ogni regime, anche il peggiore, ha sempre una base di consenso. Ha sempre dei beneficiati. E ha sempre un apparato di repressione. In giro per Caracas non ci sono soltanto manifestanti, ma anche miliziani incappucciati, che danno la caccia ai «traditori» accusati di aver aiutato gli americani. Proprio come accade in Iran. A volte l’alternativa a un regime è un altro regime. E ci si illude di poter cambiare
un dittatore con un altro, però amico nostro, dell’Occidente: ad esempio c’è gente che pensa di sostituire gli ayatollah con il figlio dello Scià. La realtà è che la democrazia è in ritirata in mezzo mondo. Neppure noi occidentali ci crediamo più sino in fondo. Occorre molto ottimismo per pensare che ci credano venezuelani e iraniani; anche se abbiamo il dovere di sostenere i pochi o i tanti che ci credono. George Bush junior parlava di esportazione della democrazia: non ha funzionato, né in Afghanistan né in Iraq. Trump non ci prova neppure. Non intende portare la democrazia a Caracas. Libere elezioni sono sempre un rischio. Si pensi a quel che è accaduto in Egitto: la piazza ha deposto Mubarak, generale amico dell’Occidente; alle elezioni ha vinto Morsi, il candidato dei Fratelli musulmani, antioccidentale; è seguito un colpo di Stato che ha ripristinato la dittatura militare, affi-
data alle mani di Al Sisi, più dure di quelle di Mubarak. A Caracas Trump intende dialogare con i pezzi di regime più disposti a collaborare con gli Usa. Non intende liberare i venezuelani, consentire loro di scegliersi un leader; intende sottrarre il Venezuela all’influenza della Cina, della Russia, degli avversari degli Stati Uniti d’America. Poi certo una parte del suo movimento rimprovera a Trump di impicciarsi troppo negli affari internazionali e di trascurare le vicende interne. A novembre, alle elezioni di midterm, la sua leadership è a rischio: Trump potrebbe perdere il controllo del Congresso. Ma gli Usa restano non solo la più grande democrazia; restano la prima potenza economica mondiale. Una democrazia capitalista, dove si vota sui prezzi, sui salari, sull’occupazione. E sulle tasse. In questo, Trump rimane nella percezione degli americani più affidabile dei democratici.
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Zig-Zag
di Ovidio Biffi
Dalle notti di Bardot alle ombre della dottrina Monroe ◆
Ero deciso a dedicare questa prima rubrica del 2026 a Marilyn Monroe. Anzi, speravo di riuscire a trovare un collegamento fra il centenario dalla nascita della più iconica delle dive del cinema americano e la recente scomparsa della sua omologa Brigitte Bardot, regina dell’immaginario collettivo, cinematografico e non solo, venuta a mancare poco prima di Natale. Avevo già iniziato a cercare fra i libri di Giovanni Orelli, deciso a riproporlo, un impareggiabile momento in cui il poeta leventinese evocava la morte musicale (in do maggiore, ovviamente) della Giulietta di Prokofiev collegandola poi con il richiamo di un apprendista macellaio che in una piazza di Lugano gli grida la notizia della morte di Marilyn Monroe: «Prufesùr, la Marilyn l’è morta!». Anche Giovanni non c’è più. Di sicuro tornerebbe a regalarci il suo raggiante sorriso al ricordo che
tutti, persino i macellai, sapevano che «la Marilyn» era qualcosa di più di un mito del cinema. E quasi certamente mi avrebbe anche suggerito di ricordare l’intervista in cui Bardot, alla domanda su quale fosse stato il più bel giorno della sua lunga vita, aveva risposto con un folgorante «C’était une nuit». La geopolitica e l’attualità mediatica hanno però subito azzerato i miei progetti di avvio d’anno, obbligandomi a soffermarmi su un altro Monroe, americano anche lui, ex-presidente in carica oltre due secoli fa, ancora oggi ricordato per un discorso rivolto al Congresso il 9 dicembre del 1823. Stando a storici e studiosi, Monroe ignorava che le sue parole, pronunciate per opporsi alle mire del colonialismo europeo dell’epoca, avrebbero dettato anche dopo oltre due secoli la struttura giustificativa della politica estera degli Stati Uniti. Come ricor-
da Carmelo E. Costanza di opinione. it, dopo l’applicazione come principio difensivo per ostacolare le ingerenze coloniali europee, la dottrina Monroe «con il Corollario Roosevelt (1904) diventa strumento di proiezione diplomatica reinterpretando la dottrina come legittimazione all’intervento attivo degli Usa nei confronti dei Paesi latinoamericani: per “prevenire” instabilità interna o ingerenze esterne. La svolta rooseveltiana introdusse una dimensione giuridico-politica nuova: la dottrina divenne uno strumento di intervento preventivo, giustificato da un presunto obbligo di tutela dell’ordine regionale». Chi avesse ancora qualche dubbio sul suo ritorno in auge deve solo riandare a notizie e commenti su quanto l’Amministrazione Trump ha inscenato in Venezuela, sequestrando il presidente Maduro accusato di traffico di droga e preparando il controllo degli Stati
Uniti sulla più vasta riserva mondiale di petrolio. Pur senza sconfinare nella fantapolitica, per una potenza con le grandi reti di comunicazione e trasporto merci ancora quasi interamente legate al greggio, c’è anche questa quisquilia a rendere «vantaggioso» il ritorno ai precetti della dottrina Monroe, perlomeno per quanto accade a Caracas. Intanto però l’Ur-fascismo di Trump – dopo aver concretizzato in Venezuela in quattro ore quello che Putin non è riuscito a portare a termine in quattro anni in Ucraina – rischia di tramutarsi in una sorta di catapulta utilizzabile per violare il diritto internazionale e favorire (come dice Giuliano Ferrara) «altri penosi guai più o meno umanitari all’ombra del terrorismo e della volontà di potenza neoimperiale diretta a scardinare il bastione di resistenza che è l’Europa». In conclusione mi rendo conto che sarebbe
stato più consono non abbandonare il progetto iniziale, cioè l’anniversario di Marilyn e il collegamento con Bardot, lasciando la geopolitica a specialisti più preparati a interpretare i cambiamenti prodotti a livello planetario. Mi limito ad aggiungere un’ultima considerazione: ricordare che a creare incertezza non sono solo le mosse (sempre più etichettabili con la dicitura di «mericanàt» che usavano i nostri nonni) del nefasto giullare della Casa Bianca: un contributo sempre maggiore e sempre più importante continua a giungere dai partiti tradizionali e dalle istituzioni democratiche occidentali, incapaci sia di adattarsi a una sempre più indispensabile ridefinizione della nozione di popolo, sia di operare per convincere chi regge o cavalca i neopopulismi a diventare un’opportunità per la democrazia e non per creare nuove sopraffazioni e avventure politiche «illiberali».
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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXVIII 12 gennaio 2026
azione – Cooperativa Migros Ticino 15
CULTURA ●
Voci dall’editoria ticinese Esordi romanzeschi, autobiografie finzionali, traduzioni, poesie pittoriche, documenti e testimonianze storiche tra le ultime uscite
Natura e arte, un intenso connubio A Villa Pia a Porza e alla Galleria Allegra Ravizza di Lugano e Milano si esplora il rapporto tra uomo, natura e arte
Con l’orchestra all’Auditorio Quattro imperdibili concerti con l’OSI per godere dell’Auditorio Stelio Molo a Besso prima dei lavori di ristrutturazione
Pagine 16-17
Pagina 19
Pagina 21 ◆
Nan Goldin, epifanie improvvise e frammentarie Mostre ◆ A Milano l’HangarBicocca ospita i suoi scatti «nati dalle relazioni, non dall’osservazione» Elio Schenini
Che la fotografia di Nan Goldin abbia tutt’altra intensità e qualità rispetto a quella che, ispirandosi ai suoi lavori, si è diffusa un po’ ovunque sulle pagine patinate delle riviste giovanili degli ultimi quarant’anni, a partire da «I-D» e «The Face», i visitatori della mostra dedicata all’artista americana attualmente in corso all’Hangar Bicocca a Milano, lo capiscono quando, salite le scale che permettono di accedere all’installazione con cui si chiude la mostra, vengono precipitati nel cuore stesso della sua intima e tragica esperienza familiare. Realizzata nel 2004 per la cappella dell’ospedale La Pitié-Salpêtrière a Parigi, dove nell’Ottocento Jean-Martin Charcot aveva compiuto i suoi studi sull’isteria femminile, Sisters, Saints, Sibyls è un’installazione multimediale in cui alcuni elementi scultorei e una proiezione video a tre canali affrontano il tema della sofferenza legata alla condizione femminile nella nostra società a partire dalla drammatica vicenda dalla sorella dell’artista morta suicida a 18 anni dopo essere stata ricoverata in un istituto psichiatrico. Nell’opera, il racconto della vita di Barbara Goldin, caratterizzata da ribellioni e conflitti con la morale perbenista del tempo, si intreccia con la storia di Santa Barbara, uccisa dal padre perché convertitasi al cristianesimo, e con la rievocazione dell’adolescenza dell’artista segnata profondamente dal trauma provocato dalla morte della sorella quando lei aveva appena undici anni. Questo tragico episodio attorno a cui ruota il capitolo finale della mostra milanese ci riporta direttamente agli inizi del percorso artistico di Nan Goldin (all’anagrafe Nancy Goldin) quando sul finire degli anni Sessanta, abbandonato l’ambiente famigliare che sentiva direttamente coinvolto e in qualche modo riteneva colpevole della morte della sorella, approda nelle aule della Satya Community School, una scuola libertaria improntata al modello della Summerhill School. Alla Satya, la Goldin muove i primi passi nel campo della fotografia assieme a un compagno di classe, David Armstrong, con il quale proseguirà poi gli studi presso la scuola del Fine Arts Museum di Boston e con il quale sarà legata da una profonda amicizia per tutta la vita. Se la scoperta di questo mezzo espressivo è stata del tutto fortuita – per scopi promozionali la Polaroid aveva regalato alla scuola alcuni apparecchi fotografici – la passione con cui la giovane ragazza nata a Boston si buttò su di essa fu direttamente proporzionale alla consapevolezza che la fotografia potesse diventare la medicina se non per guarire almeno per lenire le profonde ferite del suo animo. In quell’«è stato», nel quale Barthes
Nan Goldin, Gina at Bruce’s dinner party, NYC, 1991. (© Nan Goldin Courtesy Gagosian)
ha identificato il noema, ossia l’essenza della fotografia, Nan Goldin ha capito che risiedeva la possibilità di conservare una traccia del proprio passato, di far rivivere chi non c’è più e allo stesso tempo di dare rappresentazione e quindi dignità anche a chi sta ai margini, ai reietti, ai diversi, a chi sfugge o si oppone alle rigide maglie del conformismo sociale.
L’opera di Nan Goldin è, in fondo, un enorme diario della sua vita, degli amori e delle amicizie, ma anche delle sofferenze La fotografia non è però come il cinema, altra grande passione dell’artista in quegli anni giovanili. Non permette di costruire storie lineari, di sviluppare racconti coerenti, di mimare il flusso dell’esistenza. Le immagini fotografiche condividono con la memoria una natura fatta di istanti congelati, di epifanie improvvise ma isolate e frammentarie. Anche quando le si dispone in sequenza, tra un’immagine e l’altra rimane sempre uno iato, una distanza che lo spettatore è chiama-
to a riempire. Tuttavia è proprio questo carattere ellittico della narrazione fotografica a interessare l’artista e a spingerla alla fine degli anni Settanta a sviluppare una modalità di presentazione dei propri lavori che è diventata nel tempo la sua cifra stilistica. Una modalità che sta a metà tra la fotografia e il cinema e che si incarna nello slideshow. Nella mostra di Milano, che si colloca nel quadro di una collaborazione internazionale nata nel 2022 su iniziativa dal Moderna Museet di Stoccolma a cui si sono associati, oltre all’Hangar Bicocca, lo Stedelijk di Amsterdam, la Neue Nationalgalerie di Berlino e il Grand Palais di Parigi, non vi è nessuna stampa fotografica su carta. Le serie fotografiche della Goldin sono infatti presentate sottoforma di proiezioni di diapositive digitali accompagnate quasi sempre da una colonna sonora musicale all’interno di piccole strutture architettoniche espressamente concepite per la mostra dall’architetta Halé Warde. La prima di queste serie, e indubbiamente la più conosciuta, è The Ballad of Sexual Dependency, il cui titolo deriva dall’Opera da tre soldi di
Brecht. Si tratta di un insieme di oltre settecento immagini scattate tra i primi anni Settanta e la metà degli anni Ottanta all’interno della cerchia di amici e conoscenti che la Goldin frequentava a New York dove si era trasferita nel 1978. Persone che facevano parte della sottocultura giovanile di quel periodo e in particolare del mondo delle drag queen e delle comunità lesbiche e gay che animavano la vita notturna nell’East Village e a Bowery. Sono scatti che, come ha affermato l’artista, scaturiscono direttamente dalla sua vita, che «nascono dalle relazioni, non dall’osservazione». A differenza di Diane Arbus, e delle sue fotografie di drag queen di un decennio prima, da cui è stata indubbiamente influenzata, Nan Goldin non si è mai posta di fronte al mondo che ritraeva come un osservatore esterno, distaccato. Lo dimostra anche il suo impegno come attivista a favore delle vittime dell’AIDS e degli oppioidi usati in ambito farmaceutico. Tutta la sua opera in fondo non è altro che un enorme diario della sua vita, dei suoi incontri, delle sue amicizie, dei suoi amori, delle sue sofferenze e delle sue
dipendenze. Un diario intimo, a volte crudo, come nella fotografia del 1984 in cui la vediamo con ancora sul volto i segni del pestaggio a cui l’aveva sottoposta un mese prima il suo compagno di allora, ma in cui si avverte un’empatia profonda e totale per l’umanità che ritrae. L’approccio e soprattutto lo stile fotografico iniziale di Nan Goldin deve molto a Tulsa di Larry Clark, un libro fotografico del 1971 da cui hanno tratto ispirazione molti artisti nei decenni successivi. Anche quello un libro che racconta storie che «non vanno a finire bene», come recita il titolo di questa mostra che allude ironicamente al destino che attende ogni essere vivente. Tuttavia, visto che per Nan Goldin il personale è politico, in questo titolo si può forse cogliere anche il timore di fronte a una situazione mondiale in cui i conflitti e l’autoritarismo dilagano sempre più. Dove e quando Nan Goldin. This Will Not End Well. Milano, Pirelli HangarBicocca. Fino al 15 febbraio 2026. Orari: gio-do 10.30-20.30. pirellihangarbicocca.org
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Anno LXXXVII 12 gennaio 2026
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Lungo le zone d’ombra della lette
Saggio ◆ Dante, Manzoni, Tanzi e De Sanctis: nell’ultima opera di Martinoni, una mappa dei percorsi meno noti delle opere italiane tra S Manuel Rossello
Si intitola Letteratura in viaggio la nuova pubblicazione di Renato Martinoni. Il volume raccoglie un’ampia scelta di scritti del filologo locarnese, già professore di letteratura italiana a San Gallo e Venezia, per lo più composti nell’arco degli ultimi anni. Si tratta di contributi di alta e rigorosa erudizione, certo, ma al tempo stesso di pagine in cui la vivacità fa il paio con la capacità di ritrarre vividamente le figure al centro del testo. Il volume – a cui avrebbe forse giovato un sottotitolo che esplicitasse figure e temi portanti, mentre risulta utilissimo l’indice analitico finale (Giovanni Pozzi diceva che gli indici sono gli occhi dei libri) – si apre tematizzando alcune reminiscenze dantesche nell’ambito dell’emigrazione ticinese ottocentesca, per poi indagare i rifacimenti dialettali della Commedia sulla scia della parodia portiana. Appassionanti le pagine dove l’autore esamina i pochi indizi attendibili attorno al più misterioso e affascinante personaggio dei Promessi Sposi, l’Innominato. Su questa figura presuntamente storica si sa che Manzoni è reticente («colui che noi, grazie a quella benedetta circospezione de’ nostri autori, saremo costretti a chiamare l’innominato»). Le scarse notizie si ricavano principalmente da autori non proprio attendibili come il Rivola o il Ripamonti, mentre Martinoni convoca ulteriori fonti che ne recano traccia, come i Räuber di Schiller, o il milanese d’adozione Ambrogio Fornero, per anni famiglio del cardinale Borromeo. E proprio scavando negli atti di beatificazione del cardinale del 1603 ci si imbatte in una dichiarazione a dir poco clamorosa del Fornero: l’Innominato sarebbe un signorotto leventinese! Purtroppo anch’egli ne tace il nome.
Michelle Parini Una vita nel Novecento Fontana Editore
Non è la Storia con la «S» maiuscola a prendere per mano chi sfoglia queste pagine, ma i passi di una donna che ha camminato davvero lungo un secolo. Parliamo di Egle Delucchi, la cui esistenza ha fatto da traccia per l’opera intitolata Una vita nel Novecento – Testimonianze di un’ultracentenaria. In filigrana il villaggio di Arogno, durante un secolo di storia di Michelle Parini. In un villaggio al confine, dove le voci di ieri risuonano ancora nella memoria dei luoghi, una presenza straordinaria – forte nella concretezza dei gesti quotidiani – racconta con umiltà e lucidità ciò che fu e ciò che resta del nostro tempo, dopo grandi cambiamenti che hanno segnato il mondo: dai ritmi imposti dalla natura alle macchine che mutano il paesaggio; dall’eco delle guerre alle migrazioni che hanno trasformato famiglie e comunità. Attraverso la lente di un singolo destino, la narrazione si fa specchio delle grandi trasformazioni sociali e culturali vissute nel nostro Cantone, tra tradizione e modernità. La prospettiva intima di chi scrive – figlia di questa terra e bisnipote della protagonista – non si limita a registrare fatti: costruisce un affresco vivo, in cui il particolare rivela l’universale.
Portrait di Richard Milles realizzato da Pompeo Girolamo Batoni, e usato per la copertina del libro Letteratura in viaggio di Renato Martinoni, per Marsilio editore. (Marsilio)
Ma il cuore del volume è costituito da una parte da un denso contributo che recupera un poeta del XVIII secolo troppo a lungo ritenuto marginale, Carl’Antonio Tanzi; dall’altra dallo scavo sugli anni zurighesi di Francesco De Sanctis, scavo che porta alla luce aspetti poco noti dell’«esilio» elvetico del grande letterato irpino. In merito al Tanzi va ricordato che il massimo studioso di letteratura lombarda, Dante Isella, si è fatto promotore di clamorosi recuperi e dove-
rose riscoperte (basti pensare al caso di Delio Tessa). E si deve in gran parte a lui la definizione della cosiddetta «linea lombarda», i cui rappresentanti sarebbero accomunati da una forte adesione alla realtà e dalla rivendicazione di un fondamento morale nella loro scrittura. Ora, tra i precursori di tale nobile schiera figura anche Carl’Antonio Tanzi, benché il cono d’ombra proiettato da chi lo ha preceduto e seguito (da Bonvesin fino a Loi) lo abbia
relegato decisamente nelle retrovie. Le pagine di Martinoni sono perciò tanto più meritorie poiché mettono in primo piano un poeta scarsamente frequentato (e in ogni caso un canone «non è per sempre», ma va soggetto a periodici aggiustamenti e revisioni). Ne emerge una figura ricca di sfumature e di implicazioni culturali: poeta in dialetto in primis, ma dotato di una consapevolezza teorica capace di indurlo a tentare di realizzare la prima storia della poesia dia-
lettale, anche per contrastare chi afferma (Giordani) che la Lombardia «è incolta e senza soggetti di merito in poesia». Altro contributo fondamentale del libro riguarda, come detto, la presenza di De Sanctis in Svizzera. La sua chiamata al Politecnico di Zurigo nel 1856 è forse il capitolo più noto degli intensi rapporti culturali tra Svizzera e Italia. Rapporti che si sono fatti via via più stretti a ridosso dell’Unità italiana. Le pagine dedicate ai suoi anni
Daniele Oldani Mi hanno detto che morirò martedì
Mosca – Agliati Ottobre 1925: l’Europa a Locarno
Patrick Mancini Altrimenti la mamma muore
Alberto Nessi e Renzo Ferrari Stoppie / Chaumes
Madame Cha Creations
Armando Dadò editore
Flamingo Edizioni
Mi hanno detto che morirò martedì. Così comincia la settimana di Francesco, trent’anni e una vita senza scosse, fino a quella frase che non si dimentica. Lo dice una voce qualsiasi, ma da quel momento niente è più neutro: il lavoro, la strada per Mendrisio, i silenzi in casa. Ogni gesto diventa un conto alla rovescia. Nel romanzo d’esordio di Daniele Oldani, il tempo non è una cornice, è un detonatore. Non importa se la profezia sia vera o no – importa ciò che produce: la possibilità di scegliere, o di restare fermi. La scrittura è essenziale, scandita come una voce alla radio: niente enfasi, nessun trucco. Tutto si regge sulla tensione minuta delle ore, sulla vertigine di chi si accorge che anche l’attesa è un’azione. Oldani, che nella realtà presta la voce all’etere, scrive come chi conosce il ritmo dell’ascolto.
È uno specchio di speranze, tensioni e promesse che, in un ottobre lontano, videro Locarno trasformarsi nel teatro di un accordo destinato a segnare la geografia dei rapporti europei. Nel volume Ottobre 1925: l’Europa a Locarno – ripubblicato per Dadò editore dai curatori Rodolfo Mosca e Mario Agliati – si rivive l’atmosfera di quei giorni in cui diplomazia e fiducia sembravano potersi incontrare davvero, e la cittadina sul Verbano diventò, per un istante, punto di convergenza di tensioni e slanci condivisi. Il libro, ampliato per il centenario da Rodolfo Huber con un apparato iconografico e un saggio introduttivo, guida il lettore attraverso le fasi della conferenza che riunì rappresentanti di diverse nazioni attorno all’intento di garantire frontiere e sicurezza dopo la devastazione della guerra mondiale. La cronaca degli undici giorni di trattative, intrecciata alle riflessioni successive, non si limita a documentare trattati e clausole, ma restituisce una città che si proietta nel ruolo di simbolo. Le immagini d’epoca, i discorsi, e l’indice dei nomi curato da Margherita Noseda Snider arricchiscono il testo che si interroga anche sull’attualità.
Che cosa succede quando i pensieri non bussano, ma irrompono, si ripetono, minacciano? Nel nuovo romanzo di Patrick Mancini, Altrimenti la mamma muore, l’urgenza non nasce dall’azione, ma dalla mente, da un meccanismo che stringe il tempo in una morsa e trasforma ogni dettaglio in un possibile detonatore. La storia prende avvio da un fatto di cronaca disturbante, ma presto devia altrove: nel territorio instabile delle ossessioni e dei rituali, dove la logica comune perde efficacia e ogni gesto diventa carico di conseguenze immaginarie. Il libro offre anche una cornice esplicativa affidata a uno sguardo specialistico, che contestualizza il disturbo ossessivo-compulsivo, incoraggiando una presa di consapevolezza, e lasciando il lettore dentro quel pensiero che non concede tregua.
Couleurs d’encre
Ci sono libri che chiedono di essere guardati e sfiorati. Stoppie / Chaumes nasce da un dialogo che non cerca la sovrapposizione, ma l’eco. Da una parte la parola poetica, dall’altra il segno pittorico, in mezzo il lavoro silenzioso della stampa d’arte, intesa come gesto preciso, quasi rituale. Il risultato è un oggetto che tiene insieme voce e materia, ritmo e superficie. Le poesie di Alberto Nessi, presentate in doppia lingua grazie alla mediazione attenta di Christian Viredaz, trovano negli interventi visivi di Renzo Ferrari non un commento illustrativo, ma una controparte autonoma. Le immagini non spiegano i versi, li affiancano, li interrogano, li costringono a una nuova postura. Ne nasce una tensione misurata, fatta di pause, di residui, di campi lasciati appositamente aperti allo sguardo. Il progetto prende forma all’interno di una casa editrice che da anni lavora sul confine tra letteratura e arti visive, privilegiando la qualità dei materiali e una concezione artigianale del libro. Carta, stampa e rilegatura diventano parte integrante del discorso, non semplice supporto. Questo libro d’arte ticinese testimonia come l’incontro tra discipline diverse possa ancora generare forme nuove, sobrie, necessarie.
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Anno LXXXVII 12 gennaio 2026
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CULTURA
ratura
Svizzera e Lombardia
Il caos di un sabato sera
Esordio ◆ Massimo Gezzi in Adriatica, il suo primo romanzo, costruisce una cornice narrativa tra adolescenti, vecchi amori e memorie fragili Roberto Falconi
zurighesi mettono in luce gli aspetti meno noti della sua permanenza sulle rive della Limmat. Dal punto di vista dei contatti culturali, il soggiorno di De Sanctis a Zurigo si può definire come una sequenza di occasioni mancate. Insofferente del clima, a disagio per una mentalità ai suoi occhi troppo chiusa, è poco propenso a lasciarsi coinvolgere negli ambienti letterari locali, così come sono scarsi i legami accademici con i colleghi di facoltà. Tuttavia, nonostante le difficoltà, gli anni zurighesi risulteranno fecondi per la realizzazione del suo capolavoro, quella Storia della letteratura italiana verso cui sono debitrici tutte le compilazioni posteriori. Molto interessanti sono poi le pagine sul viaggio in Italia di Heine dove la verve del poeta di Düsseldorf (nota a chiunque abbia letto lo straordinario Idee: il libro Le Grand), si sprigiona scintillante al contatto con il Belpaese. Ebreo convertito al protestantesimo, Heine è conquistato dall’arte religiosa italiana. Un pomeriggio, trovando riparo dalla canicola nella fresca penombra di una chiesa, annota: «Non provo odio per la chiesa romana. Anzi, trovo che il cattolicesimo sia un’ottima religione estiva». Il volume, molto più ricco di quanto questo resoconto possa dar conto, include pagine su Hesse, Ungaretti o sullo sconosciuto valmaggese Emilio Zanini, per concludersi con una toccante visita dell’allora giovane ricercatore a Golo Mann nella sua villa di Kilchberg. Nella quale pare di scorgere, come un convitato di pietra, la severa ombra paterna. Bibliografia Renato Martinoni, Letteratura in viaggio, Venezia, Marsilio, 2025
Il primo romanzo di Massimo Gezzi non è un affresco sociale dell’Italia contemporanea (la rissa al pub in cui viene trasmessa Inter-Juve in tv – con corollario di aggressione verbale al fattorino nero che lì giunge per una consegna – resta sostanzialmente irrelata); non è la descrizione dell’incontro tra due figure – la liceale Emilie e il settantenne Tullio – separate dall’anello mancante della generazione dei padri; non è l’indagine su una famiglia disfunzionale (la madre della ragazza, alcolista, resta sullo sfondo, il padre se n’è andato). Credo invece che questo libro sia una riflessione sulle possibilità del romanzo e sulle scelte che può operare per costruire uno spazio che renda intelligibile il caos del mondo; un perimetro che legittimi la propria esistenza esibendo le tensioni interne che lo animano. Così leggerei anzitutto la topografia del libro, costruita tra realtà (Macerata, San Benedetto) e invenzione (Adriatica); e in questa direzione va anche la scelta di cogliere una località di mare prima che esploda la stagione turistica e di restringere il racconto all’unità temporale di un sabato sera, ampliata però attraverso frequenti segmenti analettici. Gli eventi delimitati dal racconto – Emilie che vive un’adolescenza che la fa sempre sentire sbagliata, Tullio che apprende del lutto di Cinzia, l’unica donna amata in vita – appaiono in tensione con gli elementi che restano fuori fuoco (la famiglia di Emilie) o esclusi dal quadro: che cosa sarà del bambino che Giada, l’amica del cuore di Emilie, porta in grembo? Quale sarà il destino di Tullio dopo aver acceso la luce, all’ultima riga del libro, in una casa satura di gas? Soprattutto, l’esibizione di un artificio narrativo capace di mettere ordine nel fluire magmatico delle cose è
Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986 (©Eredi di Luigi Ghirri); scatto fotografico utilizzato per la copertina di Adriatica di Massimo Gezzi. (Feltrinelli)
incrinata da variazioni che mi paiono indicare l’almeno parziale ammissione di uno scacco conoscitivo: le allusioni a Natalino (lo scemo del paese) che incorniciano il testo sono illuminate da sguardi diversi; le vicende di Emilie e Tullio, raccontate a capitoli rigorosamente alternati, sono indagate attraverso focalizzazioni distinte (la ragazza si esprime in prima persona, il vecchio è raccontato da un narratore esterno). E segnalerei inoltre come i due incroci tra i protagonisti appaiano tra loro molto diversi: dal dialogo intimo – che avviene di fronte al mare nel centro geometrico del libro – al mancato incontro delle pagine di chiusa. In questa prospettiva, il romanzo diventa lo spazio di riflessione sull’affidabilità della memoria (Tullio che non ricorda l’intimità con Cinzia ma sa ricostruire con dovizia di particolari una notte di sesso con due sconosciuti su una spiaggia greca) o sulla possibilità di fermare il tempo ed esorcizzare l’ineluttabilità della morte (Tullio che significativamente allinea su un altare domestico le fotografie dei genitori e di Cinzia).
A ben vedere, il significato profondo del romanzo sta già tutto nella fotografia di Ghirri che campeggia in copertina, e che allora leggerei come una dichiarazione programmatica: una cornice che ritaglia un frammento irripetibile; un fotografo (e uno scrittore) che fissano per sempre quel quadrilatero e, soprattutto, riflettono su come posizionare e rappresentare quella cornice. Nel momento più alto della loro disperata (in)felicità, Emilie vorrebbe sentirsi «sorella di quelle stelle lontane» che contempla con Giada dalla spiaggia di Adriatica; in una notte limpida, «dalle stelle vicine», un imprenditore altrettanto disperato decide di dar fuoco alla propria fabbrica nel racconto che dà il titolo alla raccolta che Gezzi ha pubblicato nel 2021. Né le stelle – lontane o vicine che siano – né la letteratura possono impedire il male del mondo, ma un romanzo può decidere come spostare la cornice che lo inquadra. Non mi pare poco. Bibliografia Massimo Gezzi, Adriatica, Feltrinelli, 2025
La materia del cielo
Narrativa ◆ Galimberti racconta il Borromini
Così si parte dal margine della Storia per salire fino alle altezze dove l’aspirazione si confonde con la creazione. Ne Le volte celesti di Dario Galimberti (Luigi Orlotti Editore), opera romanzescamente autobiografica – il cui sottotitolo la dice tutta: Vita avventurosa di Francesco Borromini narrata da sé medesimo – la voce parla di sé pur restando sospesa tra pietra e cielo, tra incessante fatica e ardore progettuale. Qui l’architettura diventa metafora di una vita che non si arrende al semplice trascorrere degli anni, ma si affida all’idea come ingrediente di eternità. Il protagonista consumato dal proprio genio, ci porta nelle stanze della Roma barocca, nei cantieri polverosi dove lo spazio è già forma e i sogni dell’uomo si traducono in strutture che sfidano il tempo. È un viaggio che parte da Lugano, un piccolo paese sul lago, e approda tra curve che respirano e geometrie che sembrano abbracciare l’infinito, attraversando invidie, ambizioni e relazioni complesse con committenti e colleghi. Un ritratto intenso di chi ha visto sorgere e cadere le proprie utopie mentre cercava di valicare i limiti della materia, nonostante rotture, incomprensioni e solitudini. È una lettura che invita a percepire l’architettura come forma di pensiero, e linguaggio di un’interiorità che sfida l’inerzia del tempo.
Cupola del San Carlo alle Quattro Fontane di Roma. (Architas)
L’uovo di piccione e altre divagazioni
Romanzi ◆ Ci sono immagini che ritornano nelle pagine dei libri, anche a distanza di anni, stratificandosi di significati
Nel romanzo La hija única (Anagrama, 2020; La figlia unica, La Nuova frontiera, 2020) la scrittrice messicana Guadalupe Nettel indaga il rapporto delle donne con la maternità: una relazione complessa, tra chi aspira ardentemente a diventare madre, chi decide di non esserlo, e chi si ritrova in questo ruolo come in una gabbia. Già nella raccolta di racconti intelligentemente intitolata (nella versione italiana) Bestiario sentimentale (La nuova frontiera, 2018), Nettel aveva innestato nei suoi racconti un’altra prospettiva attraverso cui interpretare le relazioni umane: quella del mondo animale. Sulle copertine delle varie edizioni de La figlia unica troviamo proprio un uovo d’uccello e, addirittura, in quella francese – tra l’altro vincitrice del Premio svizzero Jan Michalski per la Letteratura 2025 – l’orientamento animale è ricaduto anche nel titolo: L’oiseau rare (Dalva, 2022). Nel caso di questo romanzo, il segno animale che irrompe nello spazio di casa di Laura, la voce narrante, è l’uovo di due piccioni. Prima sicura di voler smantellare il nido e con esso gli ospiti indeside-
Pixnio.com
Mara Travella
rati, la protagonista si ritrova infine a convivere e anzi a osservare l’anomala genitorialità dei piccioni, i quali covano inconsapevolmente l’uovo di un’altra, che nella fattispecie è un cuculo, uccello noto per il suo «parassitismo di cova». Il piccione (e l’uovo di piccione) appaiono anche ne La lingua rubata di Adania Shibli, piccolo e doloroso libro pubblicato da Casagrande (2025), contenente un saggio e una conversazione di Shibli con Maria
Nadotti (avvenuta a maggio scorso a Chiassoletteraria). L’autrice palestinese racconta un aneddoto che ha ambientazione simile al romanzo netteliano. Anche in questo caso il nido dei due piccioni perturba l’ambiente domestico; anche in questo caso chi parla osserva il nidificare dalla propria scrivania, in un misto di curiosità, tenerezza e fastidio. Nella vicenda, l’immagine serve però a significare qualcos’altro, di ancora diverso e altrettanto profondo. Il breve aneddoto
si conclude con la scomparsa dell’uovo, e con la tristezza, l’angoscia, il terrore dei piccioni intenti a scavare nel vaso dove era stato depositato. L’uovo non viene ritrovato: è stato rubato, con buona probabilità, da una cornacchia. Se per Nettel il comportamento dei due uccelli diventa occasione di riflettere sulle varie forme che può assumere la maternità, per Shibli si tratta di fornire un’immagine che possa simbolizzare la perdita della propria lingua, della propria terra. E il cercare di riaverla indietro, affannosamente, scavando. Pensare che Haraway nel suo saggio probabilmente più noto (Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, 2019) si soffermi proprio sulla specie dei piccioni per discutere di possibilità di convivenza e di con-divenire tra specie umana e animale, riconoscendo ai piccioni qualità affettive e cognitive, nonché una lunga tradizione di partecipazione della specie alla vita umana, crea un cortocircuito che invita a riflettere sulla ricorrenza di simbologie che leggendo ci attraversano e che, a loro volta, attivano altri riferimenti.
Sebbene non esista – e non vi è qui intenzione di crearla – una simbologia del piccione, ci sembra che la scelta, anche oltre la volontà delle autrici, possa suggerire come proprio questo animale sia l’elemento narrativo funzionale per parlare di sé e di altro (di maternità, di colonialismo, di perdita), per invitarci a non liquidare il comportamento di animali anche a noi molto vicini (chi non ha mai sentito il tubare di un piccione sul proprio balcone, o osservato i piccioni radunarsi nelle piazze?) come qualcosa che non ci riguarda. Il piccione sta al limite del nostro mondo ed è proprio questo a rendercelo familiare ed estraneo allo stesso tempo. È tollerato e a volte amato, sfruttato e studiato (come racconta Haraway) e presente nella nostra quotidianità, forse a ricordarci, con la sua esistenza semi-selvaggia, che chi ci è simile è proprio fuori dalla nostra finestra. Bibliografia: Adania Shibli, La lingua rubata. Di letteratura, Palestina e silenzio. Una riflessione e un dialogo con Maria Nadotti, Casagrande, 2025
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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXVIII 12 gennaio 2026
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CULTURA
Nel respiro del creato
Mostre ◆ Al Museo Villa Pia di Porza e alla Galleria Allegra Ravizza di Lugano e Milano si esplora il rapporto tra uomo, natura e arte Alessia Brughera
Che il legame tra arte e natura sia in continua evoluzione lo dimostrano le ricerche di molti artisti contemporanei, improntate da una parte alla riflessione sul ruolo dell’uomo nella difesa del pianeta, dall’altra alla riscoperta della bellezza del creato. In un’epoca segnata in maniera profonda dai nostri comportamenti dissennati nei confronti dell’ambiente, non emerge quindi solo il bisogno di sensibilizzare l’essere umano al rispetto dell’ecosistema, ma anche quello di riconnettersi alla natura come inesauribile fonte di meraviglia. Proprio nel solco di un’esperienza estetica del paesaggio fondata sul recupero del suo potere evocativo e della sua immensa ricchezza espressiva si muove il lavoro di Manuela Bieri. La pratica dell’artista ticinese è volta difatti a riconquistare quel senso del «bello naturale» che, privo di sovrastrutture concettuali, è in grado di ristabilire un’intima relazione tra l’individuo e ciò che lo circonda. Pur condividendo le preoccupazioni etico-ecologiste che questo tema porta inevitabilmente con sé, Bieri fa propria una visione poetica del creato dettata da quello stupore atavico, andato perduto col tempo, capace di spronare una vicinanza autentica tra uomo e ambiente. Nella cornice raccolta de «La Saletta» del Museo Villa Pia a Porza, le opere dell’artista intessono così con delicatezza un racconto sulla natura che rifugge ogni retorica, vivendo invece di contemplazione e di amorevole congiungimento all’afflato dell’universo. Accostatasi al linguaggio tessile dopo un’esperienza iniziale nel campo della grafica, Bieri sviluppa la sua indagine attraverso un approccio istintivo a pochi materiali accuratamente selezionati, coniugando lirismo e abilità tecnica. A stoffe, lane, perline e gemme, spesso colleziona-
Manuela Bieri, Foglie in bozzolo, 2025, Foglie e organza di seta, dimensioni variabili.
te durante i numerosi viaggi in Paesi lontani che l’artista intraprende per lasciarsi suggestionare da culture differenti, si affiancano elementi di origine vegetale, come foglie e fiori, frammenti di natura che nelle mani di Bieri si trasformano in opere dagli effetti visivi e tattili inediti. Tra i lavori più significativi in questo senso troviamo in mostra Erbario nero, un’installazione di grandi dimensioni in cui fiori spontanei raccolti dall’artista nei prati del Canton Ticino sono stati dapprima essiccati e poi dipinti di nero, sovvertendo così l’intento analitico nei confronti del paesaggio tipico degli erbari medievali e generando invece uno spazio di meditazione sulle straordinarie forme naturali. Raffinata e altamente poetica è la serie delle Foglie in bozzolo, datata 2025, un’intensa riflessione di Bieri sulla transitorietà del reale: foglie
ormai secche, vicine alla decomposizione, sono state avvolte con minuzia in piccoli involucri di organza, a evocare, e soprattutto celebrare, l’eterna trasformazione del creato che ogni giorno muore e rinasce sotto i nostri occhi rivelandoci la sua struggente bellezza. Una visione della natura legata al suo costante divenire appartiene anche ai tre artisti che dialogano nella mostra collettiva ospitata nella sede di Lugano e nello spazio milanese della Galleria Allegra Ravizza. Le ricerche di Chiara Lecca, Günter Weseler ed Emil Lukas, pur sfociando in esiti molto differenti, partono difatti dalla medesima esperienza del mondo naturale come elemento profondamente radicato nella loro esistenza. Trascorrere la quotidianità in un contesto agreste, estraneo all’alienazione e agli affanni urbani, ha permesso loro di sperimentare una dimensione
più autentica del vivere, governata da principi genuini e scandita da ritmi spontanei che hanno insegnato loro il valore della convivenza rispettosa tra l’essere umano e le creature vegetali e animali. Elevando la natura a maestra di vita, con le loro opere i tre artisti stimolano riflessioni sulle futili gerarchie stabilite dall’uomo, esplorano i cicli continui dell’ecosistema tra nascita e deperimento, indagano i limiti tra ciò che è naturale e ciò che è puro artificio, spesso destabilizzando lo spettatore con un sottile gioco di ambiguità percettive. I lavori di Chiara Lecca, artista cresciuta sugli Appennini romagnoli a stretto contatto con il paesaggio agricolo, sono emblematici proprio della volontà di disorientarci ribaltando le nostre aspettative visive e suscitando in noi reazioni sospese tra l’attrazione e l’avversione. Se a un primo sguardo le opere di Lecca ci appaiono come semplici sculture e complementi d’arredo, a una più attenta osservazione rivelano alcune stranezze che ne smascherano l’apparente aspetto tranquillizzante. Si scopre così che i fiori sono in realtà parti di animali tassidermizzati e che gli oggetti in marmo sono realizzati con un materiale di provenienza animale: simbolo del labile confine tra organico e inorganico, queste creazioni affrontano con sottile ironia le grandi tematiche dell’uomo, prima fra tutte l’idea di morte come processo ineluttabile che deve essere accettato senza drammaticità. Anche Günter Weseler, artista nato nel 1930 ad Allenstein, in Polonia, e scomparso nel 2020, ha fatto dell’incontro tra naturale e artificiale il fondamento della propria ricerca fin da quando, a partire dalla seconda metà del Novecento, partecipava alle più importanti rassegne con i suoi enigmatici e scarmigliati Atemobjekte.
Queste opere, esposte in mostra, sono oggetti in pelliccia che, grazie a un meccanismo elettromeccanico, riproducono l’atto della respirazione: la commistione tra suono e movimento li rende così organismi vivi capaci di incuriosire e inquietare l’osservatore e di sollevare quesiti sulla sfuggente e indefinibile soglia che separa l’umano dal non umano. Tra i lavori più interessanti del terzo artista presente in rassegna, l’americano Emil Lukas, classe 1964, è la serie intitolata Larva Paintings, eseguita servendosi di piccole larve di mosche intinte nell’inchiostro e lasciate libere di muoversi sulla tela. Con il loro imprevedibile tragitto compiuto per crescere, riprodursi e infine morire, questi esseri tracciano disegni inattesi divenendo protagonisti del processo di realizzazione dell’opera d’arte. Grazie all’incontro dell’intenzionalità dell’individuo con la volubilità della natura, l’artista esprime così la forza vivificante del legame ancestrale tra le energie del creato e l’animo umano. Un legame che sa che la morte non è estinzione ma trasformazione che alimenta nuova vita. Dove e quando Manuela Bieri. Tassonomie. Museo Villa Pia, Porza. Fino al 22 febbraio 2026. Orari: fino al 29.1.2026 visita su appunt.; dal 30.1.26 ve-do 11.00-17.00. Info: info@fondazionelindenberg. org, +41 919401864. Tra le soglie del vivente. Chiara Lecca, Emil Lukas, Günter Weseler. Galleria Allegra Ravizza, Lugano e Milano. Fino al 6 febbraio 2026. Orari Lugano: lu-ve 11.00-18.00, sa. su appunt.; Milano: su appunt. Info: art@allegraravizza. com, +41 91 22 43 187.
Un set di vite e paesaggi drammatizzati
Cinema ◆ Uscito a dicembre su Netflix, Jay Kelly sfida le aspettative di chi ama Noah Baumbach, facendo slittare il realismo verso l’allegoria Manuela Mazzi
I primi fotogrammi di Jay Kelly – attore famoso alla fine della carriera, e spaventato dalla solitudine – sono girati in un set cinematografico, nel vero senso del termine: luci bluastre su sfondo nero, fari puntati nel vuoto che evidenziano ombre di macchinisti e impalcature, attori che parlano al telefono con i propri cari in attesa che si giri un altro spezzone di film, addetti ai lavori che corrono: una carrellata di immagini che mescola realtà e finzione. «Di’ qualcosa, Jay» chiede un tecnico per la prova microfoni: «Io ti amo» risponde George Clooney nei panni del protagonista. «Qualcosa di più, per favore», chiede ancora il tecnico: «Dieci, nove, otto, sette, martedì, giovedì, mercoledì», risponde Jay, con la stessa voce tragica e profonda, con cui recita l’ultima scena, gli ultimi minuti di vita del personaggio: «Possiamo rifarla?», chiede dopo essere morto… Non è un errore di tono, né confusione gratuita o un cedimento pac-
chiano: è una dichiarazione di poetica. Qui il film chiede allo spettatore non di credere a quel che vede, ma di guardare oltre al puro realismo, per dare un’altra lettura alle espressioni facciali apparentemente esage-
George Clooney nei panni di Jay Kelly.
rate degli attori (bravissimo Clooney, e altrettanto bravo il co-protagonista Adam Sandler, tanto da essersi già garantiti una nomination ai Golden Globe 2026 e al Gotham Awards), ai colori troppo caldi, all’enfatizzazione del paesaggio italiano che fa il doping ai cliché, alla sovrapposizione delle bellezze di Parigi. Quasi come se ci trovassimo ne La meravigliosa storia di Henry Sugar e altre tre storie di Wes Anderson dove l’artificio è sfacciato: set finti, palcoscenici teatrali, attori che narrano invece di impersonare. Di là si esaspera l’emotività, di qua la si congela. Uscito a dicembre su Netflix, Jay Kelly è diretto da Noah Baumbach, regista noto per l’iperrealismo emotivo che qui, secondo noi, per l’appunto, esalta scegliendo di metterlo in crisi. «Sai papi? Ultimamente sento che la mia vita non è reale», Jay lo ripete due volte, una dietro l’altra, durante un flashback. È di questo, cioè del rapporto tra vita e drammatur-
gia, che parla il film, andando proprio contro l’aspettativa di chi ama Baumbach, producendo uno scarto che una parte della critica ha letto come eccesso, ridondanza, sopra le righe. Molte delle riserve suscitate da Jay Kelly ruotano infatti attorno alla perdita di misura, con scene che sembrano spingere il realismo fino a deformarlo. E infatti, per tornare ad Anderson, Baumbach fa l’operazione opposta: parte da una forma riconoscibile e la lascia slittare lentamente verso l’allegoria. Anderson è esplicito; Baumbach reticente. Ecco perché secondo noi, Jay Kelly andrebbe guardato non come un dramma psicologico mancato, ma come una fiction dichiaratamente anti-realistica, che assume il punto di vista di un protagonista incapace di percepire il mondo se non già drammatizzato. Clooney interpreta un uomo che ha vissuto troppo a lungo dentro forme di rappresentazioni di un sé che non erano il suo, Sandler gli fa da
contrappunto più concreto. Ma se Jay Kelly raccontasse semplicemente una crisi esistenziale nel mondo della cinematografia sarebbe banale e scontato, di sicuro non un film d’autore. Certo, è anche la storia di un attore famoso che fatica a tornare a una realtà non mediata, non spettacolarizzata, non già raccontata. Ma qui a rendere il film «bello» è proprio la forma che si mette al servizio del contenuto, restituendogli uno spessore non scontato; è bello, dunque, non di per sé quello che dice, ma il modo in cui lo dice. Perché è proprio nella forma «esagerata» che Jay Kelly esprime la sua coerenza, trasformando una storia realistica in un caleidoscopio di forme allegoriche, con immagini al limite dell’onirico, sempre più esplicito man mano che prosegue il film. Non la narrazione della vita di un attore al termine della sua carriera, ma la realtà di un uomo drammatizzata come fosse un film, secondo lo sguardo del protagonista.
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MONDO MIGROS
ATTUALITÀ Risparmiare a casa
Risparmiare
per un giorno intero
Economizzare ora dopo ora con accorgimenti piccoli ma di grande impatto: il tuo conto e l’ambiente ti ringrazieranno Testo: Silvia Schütz
Controllare i prezzi quando si fa la spesa non basta: se si utilizzano sapientemente i prodotti acquistati, si risparmia ancora di più. È quello che risulta da una possibile routine giornaliera di una persona che trascorre la giornata lavorando da casa. Durante la giornata a casa ci sono sempre occasioni per risparmiare senza alcuno sforzo e per sfruttare al meglio i propri acquisti. Ore 7.00: fare la doccia
Ore 7.01: lavare i capelli
La quantità di shampoo e balsamo necessaria dipende dalla lunghezza dei capelli. La maggior parte delle persone ne usa troppo. Per i capelli corti è sufficiente una quantità di shampoo grande come una nocciola, per i capelli lunghi fino alle spalle circa la dimensione di una noce. Applicare lo shampoo solo sulla riga dei capelli e massaggiare per rimuovere sporco e grasso. Il balsamo deve essere applicato solo sulle punte e sulle lunghezze dei capelli, poiché il cuoio capelluto è di solito sufficientemente ricco di oli naturali. Ore 7.07: applicare la crema
Anche con la crema per il corpo tendiamo a eccedere. Una quantità pari a due o tre cucchiai è sufficiente per tutto il corpo. Applica la lozione sulla pelle leggermente umida. In questo modo viene assorbita meglio e ne serve meno. Per le zone particolarmente secche, come i gomiti o le ginocchia, è possibile applicarne un po’ di più. Ore 8.12: sciacquare la tazza del caffè
Dopo il primo o il secondo caffè, dai una sciacquata veloce alla tazza – ma quanto detersivo ci vuole? Basta semplicemente spremere il flacone? No. Per una tazza da 2 dl è sufficiente una goccia. Diluisci il detersivo con acqua per distribuirlo uniformemente. Suggerimento: utilizza acqua calda per sciogliere meglio il grasso. Se devi lavare a mano molti piatti, riempi d’acqua il lavello e non usare il getto d’acqua corrente.
Ore 8.30: lavarsi i denti
Risparmia energia elettrica con una tariffa bassa
In tutta la Svizzera esistono tariffe elettriche più convenienti durante gli orari di bassa tariffa, che di solito si applicano di notte. Ad esempio con EWZ, il fornitore di elettricità della città di Zurigo, dalle 20.00 alle 7.00 del mattino e nei fine settimana 24 ore su 24. Presso Eniwa di Aarau, la tariffa ridotta si applica nei giorni feriali dalle 12.00 alle 17.00 e dalle 22.00 alle 7.00 del mattino. Verifica con l’azienda elettrica del luogo in cui vivi. Considera questi orari quando metti in funzione gli elettrodomestici ad alta intensità energetica, come la lavatrice o la lavastoviglie. Carica i dispositivi elettronici durante la notte.
Fare scorta conviene!
Se si vuole risparmiare, è bene approfittare delle azioni periodiche. Prodotti come detergenti, detersivi per piatti, carta igienica, carta per la casa e prodotti per la pulizia sono sempre disponibili alla Migros in confezioni grandi o doppie a prezzi speciali. Se usufruisci di queste offerte in anticipo, non ti ritroverai a dover pagare il prezzo pieno e avrai allo stesso tempo una comoda scorta a casa.
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Quando si tratta di dentifricio, meno è meglio. Molte persone spremono il dentifricio su tutta la testina dello spazzolino, anche se non è necessario. Una quantità della grandezza di un pisello è sufficiente per pulire a fondo i denti. I moderni dentifrici sono concepiti per essere efficaci anche in piccole quantità. Ore 9.20: andare alla toilette
Una persona in Europa consuma circa 15-20 kg di carta igienica all’anno. Ciò corrisponde a 50-60 rotoli, una media di 4-8 fogli ogni volta che si va in bagno. La carta multistrato di alta qualità può ridurre i consumi perché è più assorbente. I WC con doccino possono essere una buona alternativa e ridurre il consumo di carta. Ore 10.00: Impostare la lavatrice
Tra una cosa e l’altra, ti alzi dalla scrivania e fai qualcosa in casa, ad esempio lavare i panni. Quanta polvere serve per un cestello pieno? Il dosaggio del detersivo dipende dalla durezza dell’acqua, dallo sporco della biancheria e dal carico della lavatrice. Spesso è sufficiente una quantità di detersivo inferiore a quella indicata sulla confezione. Le lavatrici moderne sono efficienti e non richiedono grandi quantità. Il detersivo liquido si scioglie più rapidamente, mentre quello in polvere è più ecologico. Il prelavaggio non è più necessario al giorno d’oggi. Utilizza programmi ecologici e lava a basse temperature, ad esempio a 30°C, per risparmiare energia. Riempi bene la lavatrice senza schiacciare troppo la biancheria. Se c’è ancora spazio per una camicia, la macchina è riempita in modo ottimale. Per i capi delicati e la lana, la quantità può essere leggermente inferiore. Utilizza il timer della lavatrice per avviarla in un momento in cui la tariffa dell’elettricità è più conveniente. Ore 12.05: cucinare
Che si tratti di bollire le uova o di portare a ebollizione l’acqua per la pasta, l’importante è mettere il co-
perchio sulla pentola! Alcuni mettono addirittura le uova in acqua fredda, la scaldano fino all’ebollizione e poi spengono il fornello. Ore 14.00: arieggiare
Ventilare a raffica anziché in modo continuo: apri completamente le finestre per 5-10 minuti invece di lasciarle inclinate a lungo. Le finestre inclinate comportano un’inutile perdita di calore e raffreddano le pareti, favorendo la formazione di muffa. Apri le finestre o le porte su due lati opposti della casa per creare una corrente d’aria. La ventilazione incrociata garantisce un rapido ricambio d’aria e riduce al minimo le perdite di calore.
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Ore 17.20: controllo dei dispositivi in standby
Hai bevuto l’ultimo caffè e lasciato la scrivania: ora è il momento di spegnere i tuoi dispositivi. La modalità standby spesso consuma inutilmente energia, anche quando i dispositivi non sono in uso attivo, in particolare televisori, impianti stereo, stampanti, caricabatterie senza dispositivo collegato e macchine da caffè con display. Vale la pena di «staccare la spina» in questo caso. È meglio utilizzare una presa multipla con interruttore. In questo modo è possibile spegnere e riaccendere contemporaneamente diversi dispositivi utilizzando l’interruttore a levetta. Ore 20.00: far partire la lavastoviglie
Quest’ora è a tariffa ridotta in molte località! Sono importanti anche un carico completo, un programma ECO e l’uso di tabs. Le tabs sono spesso meglio dosate di quanto si possa fare con i detersivi in polvere o liquidi. Quelle senza plastica sono migliori per l’ambiente e rappresentano una scelta sostenibile. Metti in funzione la macchina solo quando è piena. Sorprendentemente, utilizzare la lavastoviglie consuma in media il 50% in meno di acqua e il 28% in meno di energia rispetto al lavaggio a mano. Questo è il risultato di uno studio dell’Università di Bonn.
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Immagine: Getty Images (5)
Nell’inverno del 2022 fece scalpore un consiglio di risparmio dell’allora ministra dell’energia Simonetta Sommaruga: fare la doccia in coppia! Funziona anche da soli! Con una doccia in solitaria, si può risparmiare chiudendo l’acqua mentre si applica lo shampoo o il gel doccia e non impostando l’acqua troppo calda. Un erogatore d’acqua a risparmio idrico riduce il consumo a circa 5 litri al minuto. Con un erogatore tradizionale si utilizzano 15 litri.
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CULTURA
Nel segno di originalità e particolarità
Concerti ◆ Prima della ristrutturazione, una serie di imperdibili concerti con l’OSI all’Auditorio Stelio Molo
È vero che Mozart è da sempre associato all’idea di una perfezione formale degna della mitologica classicità greca (la sua ultima sinfonia meritò il nome di Jupiter), però è sicuramente curioso, insolito e quindi tanto più intrigante l’accostamento di due capolavori del salisburghese ad alcune Danze Arcaiche di Periklis Koukos e alle cinque Danze greche di Nikolaos Skalkottas con cui si apre quello che per ora è l’ultimo ciclo «Osi in Auditorio». Se c’è un leitmotiv che accomuna i quattro programmi è proprio questo connubio di originalità e particolarità: percorsi insoliti, che non mancheranno di regalare sorprese, ora intrecciando le note di Čajkovskij e Liszt a «melodie d’amore tra la Georgia e terre lontane», ora riscoprendo un raro Weber tra Haydn e Brahms, ora ammirando la versatilità di un direttore che si esibirà anche come solista e virtuoso di due strumenti, il violino e un particolare violoncello barocco da imbracciare come un violino. Si parte giovedì 15, con Baiba Skride, impegnata nel Concerto per violino K 216; per una cultrice del più piccolo degli strumenti ad arco, l’essere nata a Riga non può non significare un legame col grande Gidon Kremer, uno dei massimi virtuosi dell’ultimo secolo; e infatti di Skride Kremer è stato un mentore, e le ha prestato, nel 2010, il suo Stradivari «Ex Barone Feilitzsch». Una curiosità: non era la prima volta che imbracciava uno Stradivari, e non è stata neanche l’ultima. Grazie alla vittoria del concorso Regina Elisabetta di Bruxelles nel 2001, la Nippon Music Foundation le aveva messo a disposizione il «Wilhelmj», e attualmente si esibisce con lo «Yfrah Neaman» offertole dalla Beares International Violin Society. Sul podio Costantinos Carydis, ateniese che nel giugno del 2019 debuttava con i Berliner Philharmoniker dirigendo la sinfonia Praga, la stessa che propone anche a Lugano, prima di far scoprire al pubblico dell’Auditorio Stelio Molo le due serie di danze che glorificano il patrimonio culturale del suo Paese e che ama proporre nei più importanti teatri: in primavera farà riecheggiare le Danze Arcaiche alla Fenice di Venezia.
OSI / Gabriele Corti 2024
Enrico Parola
Come Skride, che si classificò seconda, anche Sergey Malov fece parlare di sé grazie al concorso Paganini di Genova; però, rispetto al collega russo, la musicista lettone si è affermata «solo» come violinista: «Ho suonato il pianoforte, mi piaceva tanto e ha un vantaggio clamoroso sul violino: anche se non sei allenata, non produci note stonate! In realtà le mie prime esibizioni davanti al pubblico sono state come cantante», ricorda, «i miei genitori portavano me e le mie sorelle in giro, formavamo un ensemble vocale; era divertente. Sono come fotografie in bianco e nero filtrate dall’obiettivo di quel mondo che era l’Unione Sovietica: a sei anni,
Concorso «Azione» mette in palio alcuni biglietti per il concerto di giovedì 5 febbraio 2026 con Antoine Tamestit, all’Auditorio Stelio Molo (ore 20:00). Per partecipare al concorso, inviare una mail a giochi@azione.ch (oggetto: Auditorio) entro domenica 25 gennaio 2026, ore 23.59. Buona fortuna!
per un concorso in Bulgaria, dovetti viaggiare tre giorni in treno. Adesso mi sembra assurdo, allora era una cosa normale». Malov non ha suonato il pianoforte, nessuna platea l’ha mai sentito cantare (seppure anche i suoi genitori siano musicisti), però il violino è solo un dei vari strumenti ad arco con cui ama cimentarsi: il quarantaduenne pietroburghese, assoluto protagonista del secondo appuntamento in Auditorio (il 22), ha vinto concorsi ed è stato accompagnato dalle maggiori orchestre come violista, e con la OSI suonerà anche il violoncello da braccio (detto anche violoncello piccolo o da spalla), lo strumento su cui lo stesso Bach probabilmente suonava le sue suite per violoncello e, mettendosi tra gli orchestrali che eseguivano le sue partiture, eseguiva ora la parte dei violini ora quelle di viole o violoncelli (all’epoca esistevano almeno una quindicina di strumenti ad arco di diverse dimensioni, poi ridottesi alle canoniche quattro). «Ho iniziato da piccolo col violino, e crescendo ero diventato anche piuttosto bravo» ricorda Malov «Come per tutti, uno dei punti di arrivo erano le Sonate e le Partite per violino solo di Bach. Nel frattempo, avevo anche iniziato a ci-
mentarmi con la viola, sempre con buoni risultati. A ventitré anni, però, scoprii quasi casualmente il “violoncello da braccio”, e fu una folgorazione: il suono era più pieno, potente e profondo rispetto a quello del violino, ma permetteva un’agilità tecnica incomparabilmente maggiore rispetto al violoncello. Con questo nuovo, strano, inaudito strumento mi gettai su Sonate e Partite, che mi sembrava di vedere sotto una luce inaspettatamente nuova; e lo stesso feci approcciando le Suite per violoncello solo di Bach, che risuonavano con una voce assai lontana da quella che avevo sempre ascoltato sentendo le registrazioni dei grandi violoncellisti. Da allora ho sempre alternato questi strumenti: è come poter osservare certi capolavori da tutte le angolazioni possibili, illuminandone tutte le facce». Col violino classico suonerà il primo Concerto di Mozart, col violoncello piccolo invece affronterà il Concerto per violino di Haydn, mentre impugnando la bacchetta guiderà la Osi in due serie di Variazioni orchestrali: quelle composte da Max Reger su un tema di Mozart e le famose Haydn Variationen di Brahms. Il pianista Giorgi Gigashvili e la cantante Nini Nutsubidze sono at-
tesi sette giorni dopo (29 gennaio) per una serata che titola Georgian of my mind e che antologizza melodie di Čajkovskij e Liszt arrangiate per pianoforte e orchestra e dirette da Nikoloz Rachveli, alcune canzoni di Edith Piaf, Stevie Wonder e Ray Charles, e canti popolari georgiani. Anche per Antoine Tamestit tutto iniziò col violino: «Mio padre e mia zia lo suonavano; papà mi faceva vedere i video dei grandi solisti; più che con le vorticose cascate di note, mi sbalordivano quando tenevano una nota acuta e tutto il pubblico si godeva quell’unica, interminabile nota con una partecipazione e un silenzio quasi religiosi. Come regalo dei cinque anni chiesi un violino». Eppure, il 5 febbraio, Tamestit suonerà la viola, di cui è acclamato virtuoso, nell’Andante e Rondò ungherese di Weber, che accosterà da direttore alla seconda Serenata di Brahms e alla sinfonia La Passione di Haydn. «A dieci anni scoprii le Suite per violoncello di Bach, mi innamorai di quei brani e di quel suono profondo; provai a imparare lo strumento, ma le posizioni delle dita erano troppo diverse; il mio maestro mi spiegò che la viola poteva essere un buon compromesso: tecnicamente più simile al violino, ma con un suono più profondo e intenso. Aveva ragione». Dove e quando • Giovedì 15 gennaio 2026 Constantinos Carydis direttore, Baiba Skride violino; musiche di P. Koukos, W. A. Mozart, N. Skalkottas • Giovedì 22 gennaio 2026 Sergey Malov Play&Conduct, violino e violoncello da spalla; musiche di J. Brahms, F. J. Haydn, W. A. Mozart, M. Reger • Giovedì 29 gennaio 2026 Giorgi Gigashvili pianoforte e voce, Nini Nutsubidze voce; Georgian on my Mind Melodie d’amore tra la Georgia e terre lontane • Giovedì 5 febbraio 2026 Antoine Tamestit Play&Conduct, viola; musiche di F. J. Haydn, C.M. von Weber, J. Brahms Tutti i concerti avranno inizio alle ore 20.00. www.osi.swiss
Fiori del deserto
Cinema ◆ Sira-t, vincitore del Premio della Giuria a Cannes, destabilizza con un’opera potente e difficile da catalogare Simona Sala
Capire perché il Premio della Giuria di Cannes nel 2025 sia andato a Sira-t (che in arabo significa «strada» o «via») è più facile che spiegarne i motivi. Lo straniamento parte già dai primi minuti, con un film – realizzato dal franco-spagnolo Oliver Laxe, e che tra i diversi produttori annovera anche Almodovar – che pare non volere decollare, per l’intensità con cui si sofferma sull’umanità varia impegnata a dimenarsi in un rave organizzato nel deserto del Marocco. I bassi (nella colonna sonora di Kangding Ray) che rimbalzano sulle rocce e si amplificano all’infinito intorno a una folla incurante di strani figuri apparentemente dimentichi di sé stessi e del tempo, giunti fino a quel luogo a bordo di potenti furgoni 4x4, paiono squassare quell’angolo solitario di mondo. Tra di loro stride la figura di
un padre, Luis, (un intimo e vero Sergi Lopes – Piccoli affari sporchi, Una relazione privata) che insieme al figlio Esteban cerca Mar, figlia e sorella, anche lei amante dei rave clandestini, che qui si delineano come bizzarro ricettacolo, al contempo contemporaneo e atavico, di anime perdute, o lasciate indietro da una società che pare non potere riservare loro alcun posto. Ne fanno parte anche Bigui, Stef, Josh, Tonin e Jade, curiosa «famiglia ricomposta», custode di antichi dolori individuali, votata a una sorta di solidarietà degli ultimi. L’esercito marocchino metterà fine alla festa, obbligando i furgoni a incolonnarsi e a lasciare il deserto. I cinque di cui sopra, però, non ci stanno, e prenderanno le vie interne del deserto a bordo dei propri fuoristrada, forse alla volta di un altro rave in zona
Mauritania. Dietro di loro, ospiti inizialmente indesiderati, Luis, il figlio Esteban e la cagnolina Pipa. Il film diventa quindi road movie e viaggio di formazione, con tutte le difficoltà rappresentate da un trekking nel deserto in condizioni estreme e le potenzialità di un rapporto padre-figlio destinato a consolidarsi e che diventa più profondo ogni giorno che passa. Ma per lo spettatore è ancora troppo presto per individuare un genere, ed ecco che, di colpo, il film diventa qualcosa di diverso e inaspettato. Sono proprio i continui colpi di scena, resi più potenti dal ronzio di sottofondo dei bassi, dal vento, dalla sabbia, a mantenere alta la tensione fino alla fine, ma soprattutto a penetrare con forza e in modo quasi brutale in chi guarda. Una serie di plot twist
Nel cast, Sergi Lopez è l’unico attore professionista.
che vedono sullo sfondo un Marocco lontano anni luce dai colori e dai suoni cui normalmente viene associato e per i quali è un Paese sempre più amato, in quello che è un uso della fotografia magistrale e mozzafiato. Il paesaggio è capace di mettere l’essere umano al cospetto della propria infinita irrilevanza, di giorno per i suoi tratti lunari e la luce abbacinante, in notturna per quei fari solitari che cercano di scalfire le tenebre lungo una via sempre più difficile da individuare. Allo stesso tempo, è in quei personaggi per alcuni versi reietti (anche se in Sira-t nulla è concesso alle biografie individuali) che ancora si coltiva il seme dell’umanità, e forse anche della speranza, in un setting arido per sua natura come può esserlo il deserto e che, in qualche modo, fa il verso nientemeno che al mondo che ci circonda.
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GUSTO Bevande
Ricetta
Virgin Pink Hugo Per 4 bicchieri da 2 dl
½ limetta ca. 4 cucchiai di sciroppo di fiori di sambuco o di melissa 1 bottiglia di vino rosato frizzante senz’alcol da 7,5 dl cubetto di ghiaccio 1. Taglia la limetta a fettine. 2. Versa lo sciroppo nei bicchieri. Aggiungi le fette di limetta e riempi con il vino rosato frizzante senz’alcol. 3. Servi il drink con ghiaccio e, a piacimento, guarnisci con melissa o menta.
Come preparare
Spumante analcolico rosé Non 750 ml Fr. 7.50
i drink analcolici a casa Ricette e immagini: Migusto; Adobe Stock
A gennaio molte persone rinunciano all’alcol. Il barman Alex Armbrüster ci spiega cosa è importante per realizzare un buon drink analcolico e quando un drink è adatto a un bicchiere da cocktail Testo: Barbara Scherer, Angela Obrist
Lyre’s Italian Spritz senz’alcol 700 ml Fr. 23.95
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Anno LXXXVIII 12 gennaio 2026
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MONDO MIGROS
Virgin Espresso Martini Gli aromi di un espresso zuccherato, mescolati con vermut analcolico e ghiaccio, il tutto ben shakerato, danno vita a un drink originale, ideale per un party.
Virgin Negroni sbagliato Il Negroni sbagliato è un «falso» Negroni perché mixato con il prosecco al posto del gin. Nella sua versione analcolica diventa leggero e rinfrescante.
Virgin Flamingo Tonic Questo drink, dal gusto fresco, fruttato e appena amaro, va giù che è un piacere e non c’è da temere, perché il gin è un’alternativa analcolica a quello vero.
Cosa serve per realizzare un buon drink analcolico? La sfida più grande è quella di sostituire la funzione aromatizzante dell’alcol. «Tutto ciò che rimane è zucchero o grasso», spiega Alex Armbrüster, direttore della scuola per barman di Zurigo. La maggior parte degli spumanti analcolici e delle alternative agli alcolici sviluppano il loro sapore solo con l’aggiunta di un po’ di zucchero. Lo sciroppo o il miele sono i più adatti per questo scopo. Se si vuole evitare del tutto lo zucchero, si può utilizzare anche un dolcificante. «Un buon drink è anche una combinazione di dolcezza e acidità», spiega Armbrüster. Una spruzzata di succo di limone non fa mai male. Che tipi di drink ci sono? Le classiche bevande analcoliche sono fredde. Per questo motivo il ghiaccio nel bicchiere deve essere abbondante. «Molte persone ne usano troppo poco perché pensano che annacqui la bevanda, ma se il ghiaccio è abbondante si scioglie meno rapidamente rispetto a quando ce n’è poco», dice Armbrüster. Chi non ama il ghiaccio può raffreddare bene tutti gli ingredienti prima di mescolarli. Le bevande calde sono perfette durante la sta-
Alex Armbrüster è direttore della scuola per barman di Zurigo
gione fredda. Per questo tipo di drink, in genere il caffè viene mescolato con uno sciroppo. «La panna semi montata fredda va bene sopra, ma non deve essere mescolata al drink, perché il sapore si sviluppa quando il drink, bevendo, passa attraverso la panna», dice l’esperto barman. Chi non ama il caffè può usare il tè come base alternativa. Le bevande ghiacciate sono molto popolari nelle giornate calde: per prepararle, il ghiaccio viene mescolato con la frutta, un po’ di succo di frutta e sciroppo in un frullatore fino a creare una bevanda dalla consistenza densa.
Qual è il bicchiere giusto per il drink? Le bevande con ghiaccio vanno tradizionalmente bevute in un tumbler, un bicchiere dalle pareti spesse. «Tutto ciò che è stato mescolato con vino o spumante va bene con i bicchieri da vino», dice Armbrüster. Gli short drink, agitati o mescolati in un mixing glass, vengono serviti senza ghiaccio in bicchieri da cocktail. Qual è il modo migliore per decorare il drink? Attaccare la frutta ai bordi non si usa più. «Perché può scivolare sul naso quando si beve», spiega Armbrüster. Come guarnitura è meglio utilizzare dei fiori commestibili o la frutta secca. Un altro classico è il bordo di zucchero intorno al bicchiere: basta strofinare il bordo del bicchiere con un limone e immergere il bicchiere nello zucchero. Le bevande calde possono essere decorate con un po’ di cannella in polvere o con bastoncini di cannella.
Ricetta
Virgin London Mule Per 1 bicchiere da 2.5 dl
G’nuine Zero senz’alcol 700 ml Fr. 24.95
6 cl di alternativa al gin senz’alcol, ad es. Lyre’s Dry London Spirit 1,5 cl di succo di limetta cubetti di ghiaccio 1,2 dl di Ginger Beer senz’alcol 1 striscia di cetriolo ½ rametto di menta 1. Versa il Dry London Spirit senz’alcol e il succo di limetta in un bicchiere alto, aggiungi i cubetti di ghiaccio e completa con la Ginger Beer. 2. Infilza la striscia di cetriolo a onda su uno spiedino, immergilo nel bicchiere e decora con la menta.
Qui puoi scaricare l’app Migusto
Consiglio utile Guarnisci a piacimento il drink con fette di limetta.
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TEMPO LIBERO ●
Un pupazzo di neve tutto da modellare Non serve che fiocchi per affrontare questo bricolage: basta qualche materiale riciclato, e voglia di giocare con le mani e la fantasia per dar forma a diverse consistenze
Il piacere di restare in gara Simon Ammann continua a saltare contro l’età, la memoria e i suoi stessi record, trasformando la malinconia in ostinazione e il volo in una forma di fedeltà a sé stesso
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Pagina 27 ◆
Naburot; sotto da sinistra: Filippine, Pagliacci; Boracay, Ilig Iligan Beach. Nella pagina accanto: costume per la festa di AtiAtihan; Sfilata durante la festa di Ati-Atihan; Vivaio di Cebu; Bohol, Chocolate Hills.
Un Bambin Gesù tra gli aztechi delle Filippine
Reportage ◆ La festa del Santo Niño – Ati-Atihan di Kalibo avrà luogo dal 16 al 18 gennaio, un’occasione imperdibile per visitare la nazione più globalizzata del mondo Marco Moretti, testo e foto
Folclore messicano e paesaggi polinesiani. Siamo però in Sudest Asiatico, nelle Filippine, dove il Santo Niño – Ati-Atihan di Kalibo, nell’isola di Panay, è la più importante festa religiosa dell’arcipelago evangelizzato dagli Spagnoli: quest’anno ha luogo dal 16 al 18 gennaio. Una manifestazione sincretica in cui la religione cattolica si mescola a precedenti riti animisti, all’epica delle etnie indigene e ad aspetti commerciali e mediatici della società occidentale. Due filippini su tre dichiarano di sentirsi molto vicini a dio, ma per celebrare il Bambin Gesù le processioni religiose si mescolano a band musicali, corpi dipinti, maschere di piume che ricordano i riti precolombiani, fachiri e succinte ballerine che sembrano uscite dal carnevale di Rio. La festa ha origini precoloniali come celebrazione di Anito, lo spirito ancestrale. È legata anche ai Maragtas, i dieci capi tribù Malay che nel XIII secolo raggiunsero l’isola di Panay dal Borneo e comprarono, in cambio di alcuni monili, le pianu-
re costiere dagli Ati (etnia di montagna di Panay) scesi a valle a seguito di una carestia. Storia e leggenda si confondono. Certo è che i missionari spagnoli, fin dal Seicento, aggiunsero alla festa significati legati al culto cattolico.
La più globalizzata del mondo L’attuale impostazione risale agli anni Cinquanta del Novecento e fu implementata dall’industria del turismo bisognosa di richiami folcloristici
per i visitatori, soprattutto americani (le Filippine sono state colonia degli Stati Uniti dal 1900 al 1946) che raggiungevano le favolose spiagge dell’arcipelago. Religiosa, animista, pagana, turistica o commerciale, Ati-Atihan è la
più esuberante manifestazione di folclore delle Filippine. Evento raro in un Paese americanizzato in cui ci si disseta con la Coca-Cola, privo di tradizioni forti, classificato da «The Economist» come la nazione più globalizzata del mondo.
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ca cartolina, ma anche meta sfruttata e cementificata. Attorno ai 4 km di White Beach – un tempo terminale filippino delle migrazioni hippy – c’è una schiera di grandi alberghi: lusso, piscine, campi da golf, sport nautici, discoteche, mondanità e strade ben asfaltate (raro da queste parti). I ristoranti propongono piatti di tutto il mondo: la cucina filippina è la meno attraente dell’Asia. E la globalizzazione infuria con fast food, shopping center, negozi di famosi brand e prodotti e stili di vita made in Usa.
L’eco-chic di Naburot
Copricapi piumati e travestiti Le strade di Kalibo sono invase da cortei danzanti di uomini e donne con volti dipinti e vistosi copricapi piumati. Tra sacro e profano, immagini del Niño si mescolano a simboli pagani, a show di travestiti, a bande di ottoni e tamburi, a tavolate con maialini arrosto, a fiumi di birra. Molti costumi ricordano le danze azteche, perché le Filippine – abitate da etnie Malay – furono governate per quattro secoli dalla Spagna attraverso il Messico e da quest’ultimo hanno attinto il folclore. L’eredità messicana è rimasta nella battaglia dei galli e nelle feste religiose. Crocifissioni, riti a tinte forti e colorate esplosioni di follia: testimoni del pathos con cui i Filippini vivono la fede.
Qui le processioni religiose si mescolano a band musicali, corpi dipinti, maschere di piume che ricordano i riti precolombiani, fachiri e succinte ballerine che sembrano uscite dal carnevale di Rio L’arcipelago delle Visayas Ati-Atihan è il pretesto per esplorare le Visayas, il principale arcipelago delle Filippine con decine di isole. Il volto balneare di un Paese che – ai margini del Sudest Asiatico, affacciato sul Pacifico ai confini con la Micronesia – presenta scenari polinesiani (a basso costo) tra lunghe spiagge di sabbia bianca bordate di palme curvate dal vento, barriere coralline, lagune e fondali popolati da variopinte specie marine. Kalibo è a meno di due ore di viaggio da Boracay, la più famosa destinazione filippina. L’isola più bella secondo i depliant dei tour operator. Di certo la più turistica. Indiscutibile il fascino di spiagge tropicali e mare cristallino, ideale per snorkeling, immersioni, escursioni con piroghe a bilanciere o barche a vela. Magnifi-
Atmosfera opposta a Naburot, isola resort al largo di Iloilo, nel sudest di Panay. Colorata da palme, mangrovie, pandani, frangipani, ibischi e bouganville, offre un’esperienza estetico-esistenziale. Frequentata da manager in fuga dallo stress, incarna il ritorno a silenzio e piaceri naturali. È il top dell’eco-chic con zero distrazioni tecnologiche e cibo cucinato su fuoco a legna. Nacque come isola privata per le vacanze di una famiglia locale. Poi fu adibita all’ospitalità ricreando l’atmosfera delle antiche dimore filippine. Sei cottage e due case sono costruiti con legname proveniente da abitazioni tradizionali, relitti di velieri, chiese di campagna: integrati con bambù, tronchi portati dal mare, ossa di balena, pannelli in madreperla. I lavandini sono conchiglie giganti. I mancorrenti, costole di scafi nautici. Le travi, alberi di navi. Le basi dei pilastri, macine in pietra per il riso. Reti da pesca fissano i tetti di fibra vegetale. E ruote dei carri formano le ringhiere dei balconi.
La penisola di Moalboal Se le Filippine sono il Paese asiatico che meglio appaga il desiderio di mare, la penisola di Moalboal a Cebu è il migliore indirizzo per le immersioni. Nell’arcipelago sbarcano subacquei da tutto il mondo perché le sue acque vantano 40mila kmq di barriere coralline e la maggiore biodiversità marina: 500 specie di coralli e 21mila di molluschi. È nel triangolo tra Filippine, Indonesia e Nuova Guinea che ha avuto origine la maggioranza delle specie degli oceani Pacifico e Indiano. Questa macroregione – estesa da Manila alla penisola di Malacca e alla costa settentrionale dell’Australia – registra la maggiore densità insulare del pianeta (oltre 21mila isole) e una grande varietà di habitat ed ecosistemi che ha permesso l’evoluzione di migliaia di forme di vita.
L’isola di Cebu Situata nella zona centro-meridionale dell’arcipelago delle Visayas, tra Negros e Bohol, Cebu è un’isola lunga 200 km e larga 40 con una superficie di 4933 kmq, un ottavo della Sviz-
zera. In aereo o in traghetto si sbarca a Cebu City, il suo capoluogo con un milione di abitanti. Luogo storico e simbolico per il cristianesimo nelle Filippine perché qui Ferdinando Magellano innalzò la prima croce il 14 aprile 1521 dopo la conversione di Rajah Humabon con la sua famiglia e 800 isolani. La croce (originale per la fede, non per la storia) è ospitata in un tempietto affrescato con scene del suo innalzamento. Dell’epoca spagnola in città restano le rovine del forte di San Pedro (1565) e la Basilica Minore del Santo Niño (1740) con la statua di Gesù bambino vestito da conquistadores.
Tra alcionarie e gorgonie Da Cebu City si raggiunge Moalboal, 88 km più a sud, la penisola che vanta fondali con scogliere coralline
dalle mille sorprese e un’infinità di variopinte forme vita: madrepore e spugne di ogni specie e dimensioni, articolate alcionarie e gigantesche gorgonie. Ci si può immergere fino a 60 metri di profondità. La visibilità varia da 10 a 30 metri. E la temperatura del mare non scende mai sotto i 26°C. Lo spot più noto e spettacolare è Pescador Island, una piccola isola «tuttoparete» ricca di fauna dove anche i meno esperti possono immergersi tra coralli, spugne, molluschi e crostacei. Il Sampaguita Reef è invece una parete sommersa lunga 9mila metri, con un drop off di tetti e piccole tane, ricco di madrepore, spugne e nudibranchi: è alla portata anche dei principianti. La maggiore concentrazione di gorgonie è nella barriera al largo della candida White Beach. Sanken Island è invece una secca con un cappello a 26 metri di profondità, dove
s’incontra la maggiore varietà di pesci. Diversi dive resort forniscono attrezzature e propongono immersioni con istruttori locali che sorvegliano tutte le fasi dell’esplorazione degli abissi marini. Oltre alle attività subacqee, a Moalboal si compiono escursioni alle Kawasan Falls: in mezz’ora a piedi si raggiunge la prima cascata, sotto cui si può passare in zattera grazie a un gioco di corde. E si visita la Orchid Gallery, un vivaio con trecento varietà di orchidee. Nell’interno dell’isola di Bohol, attigua a Cebu, si ammira il paesaggio surreale delle Chocolate Hills: 1268 colline coperte di erba alta che nella stagione secca prende il colore del cacao. Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.
Nel 2025 oltre 39 milioni di franchi investiti nella regione. migrosticino.ch
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TEMPO LIBERO
Lungo le zone d’ombra della lette Pupazzi di neve con plastiline commestibili
Crea con noi ◆ Per bambini di tutte le età, un bricolage che combina manipolazione, texture diverse e materiali raccolti nel bosco ◆ Dante, Saggio Giovanna Grimaldi Leoni Manzoni, Tanzi e De Sanctis: nell’ultima opera di Martinoni, una mappa dei percorsi meno noti delle opere italiane tra Manuel Rossello
Si intitola Letteratura in viaggio la nuova pubblicazione di Renato Martinoni. Il volume raccoglie un’ampia scelta di scritti del filologo locarnese, già professore di letteratura italiana a San Gallo e Venezia, per lo più composti nell’arco degli ultimi anni. Si tratta di contributi di alta e rigorosa erudizione, certo, ma al tempo stesso di pagine in cui la vivacità fa il paio con la capacità di ritrarre vividamente le figure al centro del testo. Il volume – a cui avrebbe forse giovato un sottotitolo che esplicitasse figure e temi portanti, mentre risulta utilissimo l’indice analitico finale Questo bricolage pensato perglistimo(Giovanni Pozzi èdiceva che indilaresono la manualità, fantasia sensi ci gli occhiladei libri) e–i si apre dei bambini attraverso semtematizzando alcune materiali reminiscenze plici, naturali e in gran parte riciclati. dantesche nell’ambito dell’emigraI bambini potranno costruire un zione ticinese ottocentesca, perpupoi pazzo di neve utilizzando plastili-delindagare i rifacimenti dialettali ne fatte in casa,sulla materiali bosco e la Commedia scia del della paropiccoli elementi decorativi, sperimendia portiana. tando consistenze le diverse e lasciando Appassionanti pagine dove l’auspazio al giocoi pochi libero.indizi attendibitore esamina L’attività a diverse fali attornoèaladattabile più misterioso e affascisce d’età: scegliendodei plastiline nante personaggio PromessiediSposi, bili e supervisionando l’attività, l’Innominato. Su questa figurapuò preessere proposta anche ai bambini suntamente storica si sa che Manzopiù ni èpiccoli. reticente («colui che noi, grazie a quella benedetta circospezione de’ noProcedimento stri autori, saremo costretti a chiamaDisegnate sul cartone la sagoma re l’innominato»). LeA4 scarse notizie del pupazzoprincipalmente di neve, usando da unaautori masi ricavano non proprio attendibili come il Rivola o il Ripamonti, mentre Martinoni convoca ulteriori fonti che ne recano traccia, come i Räuber di Schiller, o il milanese d’adozione Ambrogio Fornero, per anni famiglio del cardinale Borromeo. E proprio scavando negli Cruciverba atti di beatificazione del cardinale del 1603 ci si imbatte in una dichiarazioAll’incirca quanto ne a dir poco clamorosa del Fornero: l’Innominato sarebbe un signorotto vivono le formiche leventinese! Purtroppo anch’egli ne tace il nome. E le regine? operaie?
tita o un compasso. Potete disegnare due cerchi sovrapposti oppure stampare il cartamodello, tagliarlo e usarlo come riferimento. Pitturate ora il fondale e lasciate asciugare. Quando il colore è completamente asciutto, ricoprite il cartone con la pellicola adesiva trasparente. Per fare in modo che la pellicola aderisca bene anche sulla superficie pitturata, lasciate alcuni centimetri di margine lungo i bordi e risvoltateli sul retro del cartone, fissandoli con cura. In questo modo il fondale sarà più resistente, lavabile e riutilizzabile. Ora è pronto per il gioco. Dal cartamodello ritagliate le sagome degli accessori e riportateli sulla Ma il cuore del volume è costituito da una parte da un denso contributo che recupera un poeta del XVIII secolo troppo a lungo ritenuto marginale, Carl’Antonio Tanzi; dall’altra dallo scavo sugli anni zurighesi di Francesco De Sanctis, scavo che por2 aspetti 3 poco 4 noti dell’«eta1 alla luce silio» elvetico del grande letterato irpino. In merito al Tanzi va ricordato10 9 che il massimo studioso di letteratura lombarda, Dante Isella, si è fatto pro11 12 motore di clamorosi recuperi e dove-
Procedimento: 1. Scaldate l’acqua in un pentolino a fiamma media. 2. Versate, sempre mescolando, l’amido di mais e il bicarbonato che avete mischiato in precedenza. 3. Abbassate la fiamma e continuate a fuoco basso finché l’impasto inizierà a solidificarsi staccandosi dalle pareti del pentolino. 4. Togliete la pasta dal fuoco e fate raffreddare brevemente prima di impastarla con le mani. 5. Conservate la pasta in frigorifero avvolta in pellicola trasparente o in un barattolo ermetico fino all’utilizzo. Otterrete una plastilina morbida, liscia e adatta anche ai bambini più piccoli in quanto fatta con ingredienti commestibili.
Materiale
Portrait di Richard Milles realizzato da Pompeo Girolamo Batoni, e usato per la copertina del libro Letteratura in viaggio di Renato Martinoni, per Marsilio editore. (Marsilio) • Cartone di recupero
formato A4 • Colori acrilici bianco e celeste e pennello piatto • Pellicola adesiva trasparente • Stampante (per il cartamodello del pupazzo di neve, opzionale) • Forbici, matita • Resti di gomma crepla • Materiali naturali (pigne, ghiande, legnetti) e chicchi di caffè • Per la plastilina: • Maizena e bicarbonato di sodio
Come giocare Disponete rametti, pigne, semi e altri materiali naturali in una cassettina o su un vassoio. Preparate 1 o più panetti di plastilina (ad esempio uno bianco e uno colorato). gomma crepla. Ritagliate 1 o più pez- Lasciate che i bambini stendano la (Materiali nella vostra filiale Migros zi per elemento con variante di coplastilina sul pupazzo di neve e che con reparto Bricolage) lore. Potete utilizzare, in alternativa, utilizzino sia i materiali naturali sia anche il cartone. le sagome di gomma crepla per creare il proprio pupazzo di neve. InBuon divertimento! Preparate la plastilina edibile: vitateli a utilizzare i materiali anche • 1 tazza di maizena/amido di mais per imprimere segni e texture nella Tutorial completo • 2 tazze di bicarbonato plastilina e a creare i propri accessoazione.ch/tempo-libero/passatempi • 1 tazza e mezza di acqua ri personalizzandoli a piacere. rose riscoperte (basti pensare al ca- relegato decisamente nelle retrovie. lettale, anche per contrastare chi afso di Delio Tessa). E si deve in gran Le pagine di Martinoni sono per- ferma (Giordani) che la Lombardia parte a lui la definizione della cosid- ciò tanto più meritorie poiché met- «è incolta e senza soggetti di merito Vinci una delle tono 2 carte regalo daun 50poeta franchi cruciverba detta «linea lombarda», i cui rapprein primo piano scar-con inilpoesia». sentanti sarebbero eaccomunati samente frequentato in ogni caso Altro contributo fondamentale del una cartadaregalo da 50 franchi(econ il sudoku una forte adesione alla realtà e dal- un canone «non è per sempre», ma va libro riguarda, come detto, la presenla rivendicazione di un fondamento soggetto a periodici aggiustamenti e za di De Sanctis in Svizzera. La sua 5 6 loro7scrittura. 8 Sudoku morale nella revisioni). Ne emerge una figura ric- chiamata al Politecnico di Zurigo nel 5più noto 1 degli Ora, tra i precursori di tale nobi- Scoprite ca di sfumature e di implicazioni cul- 1856 è forse il capitolo 3 numeri le schiera figura anche Carl’Antonio iturali: poeta in dialetto in primis, ma intensi rapporti culturali tra Svizzera 6 che si sono fatti via Tanzi, benché il cono d’ombra pro- corretti dotato di una consapevolezza teorica 4 e Italia. Rapporti inserire iettato da chi lo ha preceduto e segui- da capace di indurlo a tentare di realiz- via più stretti a ridosso dell’Unità ita13 5 Le pagine dedicate 4 ai2suoi anni 9 to (da Bonvesin fino a Loi) lo abbia nelle zare lacaselle prima storia della poesia1dia- liana.
Giochi e passatempi
Troverai le risposte, Michelle Parini risolto cruciverba, Una vitailnel Novecento Fontana Editore leggendo nelle caselle evidenziate. Non è la Storia con la «S» maiuscola a(Frase: prendere per chi3, sfoglia 3,mano 4, 1, 4 –queste pagine, ma i passi di una don6,che 4,ha1,camminato 5) na davvero lungo
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colorate.
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Daniele Oldani Mi 18 hanno detto 19 che morirò martedì
Mosca – Agliati Ottobre 1925: 20 l’Europa a Locarno
Madame 21 22Cha Creations
23 Armando Dadò editore
Patrick Mancini Altrimenti la mamma muore Flamingo Edizioni
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3
Alberto Nessi e Renzo Ferrari 8 7 Stoppie / Chaumes Couleurs d’encre
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È uno specchio di speranze, tensioni 7 6 Ci sono libri 5 che chiedono di essere e promesse che, in un ottobre lontaguardati e sfiorati. Stoppie / Chaumes no, videro Locarno trasformarsi nel nasce da un dialogo 4 3 che 9 non cerca la 27 26 teatro di un accordo destinato a sesovrapposizione, ma l’eco. Da una un secolo. Parliamo di Egle Delucgnare la geografia dei rapporti europarte la parola poetica, dall’altra il1 8 chi, la cui esistenza ha fatto da tracpei. Nel volume Ottobre 1925: l’Eurosegno pittorico, in mezzo il lavoro si28 cia per l’opera intitolata Una vita nel pa a Locarno – ripubblicato per Dadò lenzioso della stampa d’arte, intesa Novecento – Testimonianze di un’uleditore dai curatori Rodolfo Mosca come gesto preciso, quasi rituale. Il Soluzione della settimana precedente tracentenaria. In filigrana il villaggio e Mario Agliati – si rivive l’atmosferisultato è un oggetto che tiene insieFRUTTO DELL’AMERICA CENTRALE Si chiama: GUAVA È ricco: 6. Gracili, deboli 23. Simbolo chimico del sodio ORIZZONTALI di Arogno, durante un secolo di storia ra di quei giorni in cui diplomazia me– voce e materia, ritmo e –superficie. 7. Anticipa un’eventualità 1. Si porge Parini. a chi aspetta DI VITAMINA C di Michelle In un villaggio al 24. Tre vocali e fiducia sembravano potersi inconLe poesie di Alberto Nessi, presen8. Misure lineari 25. Lo ziodetto di reche Saul 5. Mogi,dove abbattuti confine, le voci di ieri risuonaMi hanno morirò martedì. trare davvero, e la inglesi cittadina sul VerChe cosa succede quando i pensietate in doppia lingua grazie alla me10. complesso... minimo 26. 9. di ogni impresa noL’incerto ancora nella memoria dei luoghi, CosìPronome comincia personale la settimana di FranbanoUn diventò, per un istante, punto riAnon ma irrompono, si 1 5attenta 6 8di Christian 3 9 2 Vire7 4 diazione G bussano, G U A T O 12. Niente per di Cicerone 27. Vi trent’anni si estraggono 10. cara a D’Annunzio unaL’Eleonora presenza straordinaria – forte cesco, e unamarmi vita senza di convergenza tensioni e slanci ripetono, minacciano? Nel nuovo daz, trovano negli interventi visivi 9 2 7 4 5 6 3 8 1 S A I O R V 13. Consolidato Nazionale 28. Procopio 11. di misura nellaUnità concretezza dei della gesti quotidiascosse, fino a quella frase che non si condivisi. romanzo di Patrick Mancini, Aldi Renzo Ferrari non un commento 8 4 3ma 7una2controparte 1 5 6 au-9 C I A D muore, I V l’urgenza e Mondiale imperatore romano ni –luminanza racconta con umiltà e lucidità dimentica. Lo dice una voce qualsiaIl libro, ampliato per il centenario da trimenti la mamma illustrativo, 6 8Le5immagini 1 4 non 2 9spiegano 3 7 15. Lo è Huber la sorte avversa 12. Confui crudi... sinceri V I N ma I dalla men- tonoma. E nasce A ciò che e ciò chedei resta del nostro si, ma da quel momento niente è più Rodolfo con un apparato iconon dall’azione, 17. Simbolo VERTICALI 13. Le iniziali del Reeve tempo, dopo grandi cambiamenti neutro: il lavoro, la strada per Mennografico e undell’oro saggio introduttivo, te, da un meccanismo che stringe il i versi, li affiancano, li interrogano, 2 7 1 5 9 3 6 4 8li T O T O B A S S N 18. Parte di somma ripartita 1. L’ultimo è Silvestro Superman che di hanno segnato il mondo: dai ritdrisio, i silenzi in casa. Ogni gesto guida il lettore attraverso le fasi della tempo in una morsa e trasforma ogni costringono a una nuova postura. Ne 3 tensione 9 6 misurata, 8 7 1 fatta 2 5 Mdetonatore. O S T O nasce4 una S A Rin un T possibile A 20. Si indossa in spiaggia 2. Nome 14. Vasto ingresso mi imposti dalla natura alle macchidiventa unmaschile conto alla rovescia. Nel conferenza che riunì rappresentanti dettaglio 7 6 di 2residui, 9 1di campi 4 8 lasciati 5 3 O storia L Iprende O avvio P da O un R fatto I di N di pause, 22. Negazione tedesca 3. Compiti in classe per bambini 16. Una diffusa ne che mutano il Rover paesaggio; dall’eco romanzo d’esordio di Daniele Oldadi diverse nazioni attorno all’intento La 23. Coltri bianche finisce... comincia 19. a Parigi delleAglio guerre alle migrazioni che han- 4. ni,Come il tempo non è una cornice, è un di garantire frontiere e sicurezza docronaca disturbante, ma presto deappositamente aperti allo sguardo. 3 9 8 2 7 5 4 1 6 R A T P E S A N T I 25. in latinodella guerra mon5. Modello Non Unico di Dichiarazione 20. Impermeabili nei palmipedi no trasformato famiglie e comunidetonatore. importa se la propo laInfatti devastazione via altrove: nel territorio instabile Il progetto prende forma all’interno 5 1 4 3 6 8 7 9 2 O S eAdeiRrituali, E dove O la C A di una E ossessioni 27. LeLa separa la «d» ambientale 21. Consacrata da Dio tà. Attraverso la lente di un singolo fezia sia vera o no – importa ciò che diale. cronaca degli undici giorni delle casa editrice che da anni lavodestino, la narrazione si fa specchio produce: la possibilità di scegliere, di trattative, intrecciata alle riflessio- logica comune perde efficacia e ogni ra sul confine tra letteratura e arti viRegolamento per i concorsi a premi su fermi. «Azione» e sul sito web www.azione.ch delle grandi trasformazioni sociali e pubblicati o di restare La scrittura è esni successive, non si limita a docugesto diventa carico di conseguensive, privilegiando la qualità dei maI premi, tre carte del valore di 50scandita franchi,come saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno la soluzione entro il venerdì seguente la pubblicazione culturali vissute nelregalo nostroMigros Cantone, senziale, una voce alla mentare trattati e clausole, ma re-fatto pervenire ze immaginarie. Il librocorretta offre anche teriali e una concezione artigianale deltradizione gioco. Partecipazione soluzione cruciverba sudokuuna cliccando «Concorsi», homepage in alto a destra. postale: o la tra e modernità. online: inserire radio:laniente enfasi,del nessun trucco. o delstituisce città chesull’icona si proietta nel una cornice esplicativa affidata a unoPartecipazione del libro. Carta, stampalaelettera rilegatura cartolina postale chediriporti la soluzione, da nome, partecipante deve essere spedita «Redazioneche Azione, C.P. 1055, 6901 Luganodel . Non diventano parte integrante di- si La prospettiva intima chi scriTuttocorredata si regge sulla tensionecognome, minuta indirizzo ruolo didel simbolo. sguardo aspecialistico, conte-Concorsi, intratterrà sui concorsi. Leore, vie sulla legalivertigine sono escluse. un pagamento in contanti premi. I ilvincitori avvertiti per iscritto. riservata nonPartecipazione semplice supporto. 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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXVIII 12 gennaio 2026
azione – Cooperativa Migros Ticino
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TEMPO LIBERO / RUBRICHE
Viaggiatori d’Occidente
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di Claudio Visentin
Affollato ma pur sempre un Cammino ◆
Buen Camino è il film del momento. I critici hanno sottolineato gli ottimi incassi (in un periodo difficile per il cinema) e ne hanno discusso la qualità (comunque infinitamente superiore alla media dei film di Natale). Dal mio punto di vista mi ha colpito soprattutto un altro aspetto, rimasto nell’ombra. Il nuovo film di Checco Zalone racconta la storia di un padre trascinato suo malgrado lungo il Cammino di Santiago, per ritrovare un rapporto con la figlia adolescente e forse anche con sé stesso. Il film mostra i diversi momenti della vita del pellegrino: la sveglia all’alba, la preparazione dello zaino, l’andatura con passo costante mentre il paesaggio lentamente muta accompagnando la riflessione, le relazioni immediate e sincere con sconosciuti, il timbro quotidiano sulla credencial per certificare il percorso compiuto e ottenere l’alloggio negli albergue (ostelli), la cena semplice
comunitaria, il riposo serale di buon’ora. E tuttavia, nonostante il film si rivolga al grande pubblico, gli aspetti legati al cammino sono dati quasi per scontati, come se tutti li conoscessero. Questa circostanza mi ha fatto riflettere sulla popolarità del Cammino di Santiago, percorso nel 2025 da circa mezzo milione di pellegrini: un numero enorme se si considera la lunghezza (800 chilometri) e la durata (almeno un mese, con impegnative tappe quotidiane di 20-25 chilometri). Chi avrebbe mai immaginato questi numeri nel secondo dopoguerra, quando il tracciato non era più riconoscibile e il Cammino sembrava completamente dimenticato? La rinascita si basa su un’idea controcorrente di viaggio: proprio quando l’Europa correva verso la modernità turistica, il Cammino riproponeva lentezza, fatica, silenzio. È una storia
Cammino per Milano
lenta e sorprendente, interamente dal basso, fatta di pochi individui ostinati. Dapprima uno studioso, Georges Bernes, ricostruisce il tracciato principale attraverso archivi, antiche mappe, toponomastica. Poi Elías Valiña Sampedro, parroco di O Cebreiro, in Galizia, prende un secchio di vernice avanzata da lavori stradali e inizia a dipingere frecce gialle su pietre, muri, alberi, chilometro dopo chilometro, sviluppando un’intuizione: «Il Cammino non va spiegato: va indicato». Nel frattempo riaprono gli ostelli e si ristampa la credenziale del pellegrino. Poi tutto corre: nel 1987 il Consiglio d’Europa dichiara il Cammino di Santiago primo Itinerario culturale europeo, nel 1993 l’UNESCO lo riconosce Patrimonio dell’umanità. I camminatori accorrono a migliaia: molti, tanti, troppi? Accanto ai pellegrini troviamo laici, atei e ogni altra condizio-
ne umana; alcuni lo percorrono in bicicletta, altri a cavallo, in sedia a rotelle o con qualunque altro mezzo vi venga in mente. Qualche organizzatore di cammini ha vissuto il film come un’invasione di campo, sottolineando anche una certa perfidia nella scelta del protagonista, un imprenditore pugliese arricchitosi con la produzione di divani, come dire un elogio della sedentarietà. Di certo il film ha riaperto un dibattito che si trascina ormai da parecchi anni. C’è chi considera il cammino finito, trasformato in un’attrazione turistica come tante, una forma di consumo del sacro: troppi servizi, spedizioni, attestati da esibire al ritorno. E così questi critici (e gli snob) hanno ormai abbandonato il tradizionale Cammino francese in favore di altri percorsi meno battuti (per ora): Cammino del Nord, Cammino primitivo, Cammino inglese, Cammi-
no portoghese, Via de la Plata. Invece un esperto scrittore di cammini come Luigi Nacci ha invitato a considerare i molti aspetti positivi. Quali che siano le motivazioni dei camminatori, e pur con tutti i suoi limiti e le deformazioni, il Cammino di Santiago resta comunque una forma di rivolta contro la società tecnologica, consumista, individualista; ci invita a porre dei limiti, decrescere, essere frugali, lenti, solidali, a mettere in discussione radicalmente i nostri stili di vita. «Già arrischiarsi e provarci apre una porta nella nostra vita. Anche chi prenota tutto prima, dorme solo in hotel e si fa portare lo zaino, anche quello sta aprendo una porta. Ne ho conosciuti tanti che sono partiti così e sono arrivati che non sapevano più i propri nomi». Tutto sommato la freccia gialla indica ancora la via verso un’umanità migliore.
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di Oliver Scharpf
Il sepolcro dei Re Magi
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Camminando lungo la Darsena quasi in piazza Ventiquattro Maggio, oltre il traffico, tra i palazzi all’inizio di corso di Porta Ticinese, verso la fine di un pomeriggio ai primi di gennaio in cima al campanile in cotto trecentesco, catturo la stella polare. La stella che indicò la via ai Re Magi. Il cui sepolcro, si racconta, per secoli è stato proprio in fondo alla navata destra di Sant’Eustorgio dove procedo spedito. In un angolo a nordest, sotto le volte a crociera con nervature in mattoni, si trova un gigantesco sarcofago in pietra ruvida e disadorna. Esausti, i due buoi che trasportavano da Costantinopoli questo sarcofago con dentro le reliquie dei tre Magi donate dall’imperatore Costantino a Eustorgio, lo mollarono qui. In questo punto Eustorgio, vescovo di Milano, decise allora di erigere la basilica dove su un capitello che cerco dopo, è raffigurata questa storiella.
Nel 1162, il cancelliere di Federico Barbarossa, l’arcivescovo Rainaldo di Dassel, durante il saccheggio della città, trafuga le reliquie e le porta a Colonia dove ancora oggi, nel Duomo, sono custodite dentro un prezioso reliquiario. Invano, per secoli, i milanesi chiedono la restituzione delle reliquie – il cui viaggio ha lasciato tracce nella toponomastica delle osterie e locande sul tragitto come la ricorrente Zum Stern di qualche paesino o l’insegna renana Les Trois Rois – ritenute potenti talismani. Ossa pure efficaci contro l’epilessia, pare. Solo all’inizio del secolo scorso, il cardinale Ferrari ottiene un contentino. Qualche ossuccio: eccoli, lì, esposti eccezionalmente per le feste, in un’urna davanti a un’ancona marmorea con un’Adorazione dei Magi cesellata nel 1350 circa dai Maestri campionesi. Sopra i due archi, in una lunetta, un’altra
Sport in Azione
Adorazione rinascimentale affrescata che non attrae più di tanto. Sotto, qui davanti al naso, è esposta una lastra di pietra antica con una stella in rilievo, a otto punte, come la stella dorata sul campanile. Sembra anche un asterisco. L’occhio torna, lì a fianco, a quel buffo sarcofago vuoto in pietra che ha qualcosa della sacralità di un dolmen. Non a caso Guido Lopez nella valente guida Milano in mano (1965) osserva: «Non sono le reliquie ad alimentare la fede, ma il contrario; tanto è vero che il sarcofago anche nei secoli di vacanza rimase meta di pellegrinaggio». Noto infatti un bel viavai. Ogni Epifania poi, un rito mostra una moneta d’oro coniata con l’oro di Baldassare portato in dono – assieme all’incenso di Melchiorre e la mirra di Gaspare – a Gesù bambino trovato grazie alla stella guida. Una stella cometa, invenzione pitto-
rica di Giotto del 1303, è scolpita sul dorso del sarcofago ma la si vede bene solo allontanandosi di almeno trentasei passi. Sotto la stella cometa, in maiuscolo, è incisa la scritta Sepulcrum trium magorum. Il sepolcro dei tre magi, super austero in confronto della Cappella Portinari da capogiro visitata qui prima di Natale, di colpo, per quella grata-porticina rispetto al pachidermico blocco di pietra grezza con tetto a capanna, mi ricorda certe Tombe dei Giganti in Sardegna. Parto in cerca del capitello. Il quinto della navata destra, dovrebbe essere, a quanto ho letto. Ma il quinto capitello, benché ombroso, mi sembra un animale romanico in fuga. Giro e rigiro come un tarantolato ma non trovo la scenetta e si fa fatica, per il buio, a distinguere il rilievo scolpito. Per la cronaca o raccogliere voci del mondo, vado a chiedere ai due vecchietti alla cassa per la Cappella Por-
tinari. Il più moribondo conferma: «quinto capitello». L’altro, felice come una Pasqua di sgranchirsi le gambe, mi riaccompagna nella basilica di origine paleocristiana. Però gli faccio notare che il quinto a me non sembra tanto. «Sono sicuro, bisognerebbe venire in primavera, verso sera quando entra un bella luce». Non insisto, gli lascio credere che sia il quinto. In realtà è il quarto, in pietra più chiara. A malapena decifro un angioletto volare sopra i due buoi che portano qui i Re Magi. I tre misteriosissimi sacerdoti-astrologi zoroastriani descritti di più nei vangeli apocrifi. I cui nomi, per alcuni, sono Appelius, Amerus, Damasus o Ator, Sator, Paratoras mentre dai milanesi sono chiamati Dionigi, Rustico, ed Eleuterio. Delle reliquie, prima di venir trafugate, qualcuno racconta di una sostituzione. Sono in una cantina di un’osteria estinta lungo uno dei Navigli.
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di Giancarlo Dionisio
Simon Ammann non smette di sfidare il trampolino ◆
In questi primi giorni del 2026, cedo alla malinconia e scrivo di Simon Ammann. Non saprei dire se mi suscita più tenerezza o ammirazione. Ad ogni modo, il fatto che, pochi giorni fa, si sia esibito per la 27esima volta sui prestigiosi palcoscenici della Tournée dei quattro Trampolini ha mosso sentimenti indefinibili nella mia anima. Il prossimo 25 giugno compirà 45 anni. Continua a lottare contro rivali che all’anagrafe potrebbero essere suoi figli. Il suo debutto in Coppa del Mondo risale al 29 dicembre del 1997 a Oberstdorf. Aveva solo 16 anni. Stava prendendo le misure di uno dei luoghi sacri del salto con gli sci. Quello da cui scatta, a fine dicembre, la celeberrima Tournée che fa tappa anche a Garmisch-Partenkirchen, Innsbruck e Bischofshofen. Dopo 27 partecipazioni è l’unico trofeo che ancora gli manca in bacheca. Forse è per questa ragione che ci sta riprovando.
Quel giorno, il 15° posto, gli garantì la partecipazione ai Giochi Olimpici di Nagano del 1998, ma soprattutto fu un segnale che il vuoto lasciato da Walter Steiner, fino ad allora icona elvetica del salto con gli sci, sarebbe presto stato colmato. Il primo podio di Simon Ammann giunse però solo nel dicembre del 2001, sul trampolino di Engelberg. Fu una sferzata di energia e di autostima. Due mesi più tardi, a Salt Lake City, il saltatore del Toggenburgo incantò il mondo conquistando l’oro olimpico sia dal Piccolo, sia dal Grande trampolino. Prima di lui, solo il «razzo» finlandese Matti Nykänen nel 1988 a Calgary. Il più formidabile di sempre, per la sua classe, ma anche per i suoi eccessi lontano dalle gare. Dopo Ammann, solo Ammann, 8 anni più tardi. Rientrato dagli USA carico come una molla, sul trampolino dell’Holmenkollen, ottenne la prima delle sue 23 vittorie in Coppa
del Mondo. Simon pareva destinato a entrare nel gotha della sua disciplina. Invece sprofondò in un buco nero dal quale riemerse solo quattro anni più tardi, sempre in Norvegia, a Lillehammer. Quel ritorno ai vertici fu l’inizio di una nuova vita. Un’esistenza condotta sotto la guida del coach storico Berni Schoedler e sotto le ali protettrici del mental coach Hanspeter Gubelmann. Da profano, mi è bastato salire in cima a un paio di trampolini, per capire quanto siano determinanti equilibrio, serenità, e convinzione nei propri mezzi, per lanciarsi nel vuoto in un volo che può anche oltrepassare i duecento metri. Le vittorie cominciarono di nuovo a fioccare. Nel 2007 a Sapporo, in Giappone, Simi mise al collo il primo oro mondiale. La stagione 2009-2010 fu una marcia trionfale, scandita da nove successi in Coppa del Mondo, e dalla conseguente vittoria nella classifica generale. L’aura
del campione ne uscì impreziosita da due altri ori olimpici sui trampolini canadesi di Vancouver. Fu l’apice della carriera e della notorietà. Simon divenne un idolo. Dentro e fuori i confini nazionali. Prima di rientrare in patria, fu catapultato negli studi della CBS. David Letterman, il mago dei Talk Show statunitensi voleva conoscere il maghetto di Grabs. Simon Ammann, per tutti era diventato l’Harry Potter volante. Per i tratti del viso e gli occhialini che ricordavano quelli del protagonista della fortunata serie editoriale e cinematografica. Per la sua capacità di librarsi nell’aere con serena eleganza, e per l’improponibile lungo mantello argentato che la delegazione elvetica aveva proposto ai suoi atleti per i momenti ufficiali. Aveva 29 anni e sembrava destinato di nuovo a scalare le classifiche di tutti i tempi. Ma il contatore dei trionfi rallentò, anno dopo anno, fino ad
arrestarsi il 29 novembre del 2014 a Kuusamo, in Finlandia. Fu l’ultima volta che il Maghetto poté assaporare le note del salmo svizzero in suo onore. Sono passati undici anni. Simon Ammann è stato estromesso dalla Nazionale maggiore. I suoi guadagni presumo siano ridottissimi e provenienti da qualche piccolo sponsor privato. Sono convinto che anche l’ossessione di imporsi nella Tournée dei quattro Trampolini si sia dissolta. Simi è troppo intelligente per crederci. Forse, punta a un altro record, quello del giapponese Noriaki Kasai, che nel 2018, a 46 anni, ha partecipato per l’ottava volta ai Giochi Olimpici. Se Simi si qualificherà per l’edizione di Milano-Cortina, farà altrettanto. Fossi il presidente di Swiss Olimpic, un ticket glielo concederei. Non ruberebbe il posto ad altri, e la trasferta potrebbe farla anche in scooter, a sue spese.
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Fondue moitié-moitié Caquelon Noir con vino, già pronta, 2 x 600 g, (100 g = 1.55)
Grana Padano grattugiato Da Emilio 120 g e 250 g, per es. 120 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 1.65)
Naturalmente pri vo di lattosio
a partire da 2 pezzi
33%
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33%
Tutti i formaggi freschi Cantadou
Tutti i Caprice des Dieux
per es. mix di pepe, 140 g, 2.35 invece di 3.50, (100 g = 1.68)
(formato maxi escluso), per es. 300 g, 3.99 invece di 5.95, (100 g = 1.33)
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S ORMMIEIO NA OP I RCIS D’É
33%
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Grana Padano DOP pezzo da ca. 700/800 g, per 100 g, prodotto confezionato
Tutti i sostituti del latte V-Love (alternative al formaggio escl.), per es. drink all'avena Barista bio, 1 l, 1.94 invece di 2.90
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on Alla greca c vizzeri ingredienti s
Rosette di formaggio Tête de Moine, AOP 120 g, 3.08 invece di 4.60, (100 g = 2.57)
34% 33%
1.55 invece di 2.35
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33%
Formaggella grassa Nostrana per 100 g, prodotto confezionato
Migros Ticino
1.90 invece di 2.85
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Sole del Ticino
Yogurt al naturale Yogos
per 100 g, prodotto confezionato
180 g, –.70 invece di 1.05, (100 g = 0.39)
Offerte valide dal 13.1 al 19.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 9
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Prodotti freschi e pronti
Cuc ina
E C O L E V conf. da 2
33%
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7.90 invece di 11.85
Pizze Da Emilio, refrigerate Margherita o Quattro stagioni, per es. Margherita, 2 x 350 g, 10.65 invece di 15.90, (100 g = 1.52)
Tortelloni Anna's Best, refrigerati ricotta e spinaci o alla carne di manzo, 3 x 300 g, (100 g = 0.88)
pane pita o il n o c o tt e rf e P ure gli stick di verd a partire da 2 pezzi
33%
Tutto l'assortimento Cornatur
a partire da 2 pezzi
per es. affettato ai peperoni, 100 g, 2.35 invece di 3.50, (100 g = 2.35)
33%
Tutto l'hummus Anna's Best, refrigerato per es. al naturale, 200 g, 2.55 invece di 3.80, (100 g = 1.28)
RMIO DI RISPA
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Bevande
a l l a N I C N I Un C
a z n e i n conve
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Tutta l'acqua Evian
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33%
disponibile in confezioni multiple, per es. 6 x 1,5 litri, 4.42 invece di 6.60, (100 ml = 0,05)
Coca-Cola disponibile in diverse varietà e in confezioni multiple, 6 x 1,5 litri, 4 x 900 ml e 6 x 500 ml, per es. Classic, 6 x 1,5 litri, 9.45 invece di 14.10, (100 ml = 0.11)
a partire da 2 pezzi
33%
e Non contien conser vanti
Multivitamin e Mango & Maracuja, Capri Sun 330 ml, 1.21 invece di 1.80, (100 ml = 0.37)
conf. da 6
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Tutti i succhi e gli smoothies, Innocent, refrigerati
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33%
7.20 invece di 10.80
33%
Mitico Ice Tea
Tutti gli spumanti e i vini
limone, pesca, zero al limone e zero alla pesca, 6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.08)
senz'alcol, per es. Perldor Classic, 750 ml, 3.32 invece di 4.95, (100 ml = 0.44)
per es. succo d'arancia, 900 ml, 3.32 invece di 4.95, (100 ml = 0.37) Offerte valide dal 13.1 al 19.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 11
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Scorta
a t a r u d a g Da l l a l u n
a i z i l e d a lla
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Tutti i tipi di miele
Tutte le capsule Starbucks
(prodotti «Dalla regione.» esclusi), per es. miele di bosco, 550 g, 2.21 invece di 3.30, (100 g = 0.40)
per es. House Blend Lungo, 10 capsule, 3.69 invece di 5.50, (100 g = 6.47)
a partire da 2 pezzi
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Farina bianca M-Classic, IP-SUISSE
Caffè Chicco d'Oro
4 x 1 kg, 5.09 invece di 7.60, (100 g = 0.13)
disponibile in diverse varietà, per es. chicchi, 1 kg, 13.33 invece di 19.90
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33%
Spicchi di mango Sun Queen secchi 200 g, 2.95 invece di 4.40, (100 g = 1.48)
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33%
Noci di anacardi, gherigli di noci o noci miste, Sun Queen per es. noci di anacardi, 200 g, 2.24 invece di 3.35, (100 g = 1.12)
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33%
Pom-Bär Original e Paprika, 100 g, 1.78 invece di 2.65
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RMIO DI RISPA
Cons iglio: aff inare con abbondante no moscata e p ce anna
a partire da 2 pezzi
33%
Pomodori pelati triturati Longobardi 400 g, 230 g e 800 g, per es. 400 g, 1.01 invece di 1.50, (100 g = 0.25)
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Purea di patate Mifloc M-Classic disponibile in diverse varietà, per es. 4 x 95 g, 3.35 invece di 5.–, (100 g = 0.88)
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33% Mezze pesche o mezze pere, Sun Queen per es. mezze pesche, 3 x 235 g, 3.70 invece di 5.55, (100 g = 0.49)
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33%
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Tutte le salse Bon Chef
Tutte le lasagne La Trattoria
per es. salsa al curry, 19 g, 1.11 invece di 1.65, (100 g = 5.84)
prodotto surgelato, per es. Verdi Bolognese, 600 g, 3.48 invece di 5.20, (100 g = 0.58)
Offerte valide dal 13.1 al 19.1.2026, fino a esaurimento dello stock. 13
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Dolci e cioccolato
Dolc i
I N O I Z A T N E T a partire da 2 pezzi
33%
Magdalenas M-Classic marmorizzate e limone, 225 g, 1.68 invece di 2.50, (100 g = 0.75)
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33%
Tutto l'assortimento Katjes per es. nastrini aciduli, 200 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 0.99)
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33%
Tutte le caramelle Ricola per es. Original, senza zucchero, busta da 125 g, 3.08 invece di 4.60, (100 g = 2.46)
MIO R A P S I DI R
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Tutte le tavolette di cioccolato Frey (prodotti Sélection e confezioni multiple esclusi), per es. al latte finissimo, 100 g, 1.54 invece di 2.30
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Tutti i biscotti Migros Bio
Tutti i biscotti Tradition
per es. biscotti di spelta con uvetta, 265 g, 2.65 invece di 3.95, (100 g = 1.00)
per es. Petit Gâteau au Citron, 150 g, 2.95 invece di 4.40, (100 g = 1.97)
Al sapore di caramello
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Tutto l'assortimento Lotus
Goodies Knoppers
per es. biscotti al caramello, 250 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 0.79)
180 g, 2.65 invece di 3.95, (100g = 1.47)
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