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Azione 52 del 22 dicembre 2025

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Anno LXXXVIII 22 dicembre 2025

Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura

edizione

52

MONDO MIGROS

Pagine 3 / 10 – 11 ●

SOCIETÀ

ATTUALITÀ

CULTURA

TEMPO LIBERO

Christian, Ludovico, Alessandra: storie di chi esce dal carcere e ricomincia a vivere in libertà

Il progressivo declino della democrazia, la perdita di fiducia e le speranze per il nuovo anno

Il suggestivo Museo Rietberg di Zurigo propone una lettura della Mongolia lontana dai cliché

Ad Agnone, con argilla e bronzo, la fonderia Marinelli trasforma il metallo in campane uniche

Pagina 13

Pagina 15

Pagina 19

Pagine 30-31

◆

Madonna con Bambino, Santa Caterina e Sant’Agostino, di maestro anonimo, Bottega di Antonio Vivarini (1418-1484), Bartolomeo e Alvise, olio su tavola, 1480 ca., proveniente da una collezione privata conservata in Canton Ticino. (L’Opera è esposta ora nell’atrio del m.a.x. museo di Chiasso e potrà essere ammirata gratuitamente fino al 6 gennaio 2026)

L’editore e la redazione di Azione augurano

Buon Natale alle lettrici e ai lettori, alle socie e ai soci della Cooperativa Migros Ticino


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azione – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

«Non perdiamo il virus Migros»

100 anni Migros ◆ A colloquio con Ulrico K. Hochstrasser, figlio di Charles Henri Hochstrasser - braccio destro di Gottlieb Duttweiler - che nel 1933 fondò la Cooperativa Migros in Ticino Simona Sala

L’anno del centenario Migros (l’azienda fu fondata nell’agosto del 2025) volge ormai al termine, dopo dodici mesi di festeggiamenti, momenti amarcord e promozioni speciali. Numerosi lettrici e lettori hanno scritto spontaneamente alla redazione per condividere i propri ricordi e le proprie fotografie legati a Migros, la cui storia è stata celebrata anche con due numeri dedicati di «Azione». Per concludere in bellezza questo anno speciale, non potevamo non parlare di Charles H. Hochstrasser, che non era solo uno dei più stretti e fidati collaboratori di Gottlieb Duttweiler, ma che – coinvolgendo il Canton Ticino nell’avventura Migros – testò il concetto di cooperativa proprio in Ticino, salvò il Monte Generoso dallo smantellamento, incontrò un ministro turco per fondare Migros Turchia, e fu presidente dell’amministrazione della Federazione cooperative Migros (FCM) fino alla sua morte, nel 1973. Il testimone della direzione di Migros Ticino venne poi affidato al figlio Ulrico Karl, in carica dal 1970 al 2002, direttore carismatico che ancora in molti ricordano, e con cui abbiamo parlato soprattutto della figura e del ruolo del padre.

«Il grande valore aggiunto di Migros è rappresentato dall’etica e dalla cultura dell’azienda; occorre ritrovare il virus Migros» Ulrico K. Hochstrasser, suo padre Charles è stato il braccio destro di Duttweiler, come nacque questo sodalizio? La famiglia Hochstrasser era attiva nel commercio internazionale di prodotti come caffè, noccioline ecc. con la ditta J. J. Hochstrasser und Co. AG, quindi in contatto con Turchia e Spagna. Duttweiler&Pfister (la ditta inizialmente si chiamava così) avevano un’attività simile. Quando subentrò il difficile periodo di crisi dell’inizio degli anni Venti, Gottlieb Duttweiler partì alla volta del Brasile per tentare la fortuna nelle piantagioni di caffè, mentre mio padre dovette liquidare l’azienda paterna. Al ritorno dal Brasile, nell’agosto del 1925, Dutti fondò la Società Anonima Migros a Zurigo, e due anni dopo fu raggiunto da mio padre, che trascorse un periodo a Zurigo e a Basilea. A Duttweiler venne dunque l’idea della cooperativa e, per metterla in pratica, nel 1933 inviò mio padre in Ticino. Inizialmente sarebbe dovuto restare per tre mesi, ma finì per stabilirsi in Ticino definitivamente, creando la Società cooperativa Migros. Il successo del modello cooperativo in Ticino spinse poi Duttweiler a estenderlo a tutte le sue attività nel resto della Svizzera. Perché fu scelto proprio il Ticino come laboratorio di questa trasformazione? Presumo perché in Ticino Migros non era ancora presente. Ricordo che i primi tempi furono duri: ogni tanto mio padre rientrava scortato dalla polizia, gli tagliarono le gomme dell’auto. Non era il benvenuto per tutti, e all’inizio fu difficile fare accettare la Migros. L’abbassamen-

Charles Henri Hochstrasser in un’immagine scattata nel 1942 negli uffici di Molino Nuovo. (Schiefer)

to dei prezzi di Migros raggiungeva il 40%, e ciò andava a impattare in modo importante sugli alti margini di guadagno dei commercianti singoli. Nella storia professionale di suo padre c’è anche la vicenda della Ferrovia del Monte Generoso… All’epoca giravano voci secondo cui la ferrovia del Monte Generoso, allora di proprietà italiana, viste le necessità del periodo bellico, sarebbe stata smantellata per ricavare acciaio dai binari. Quando mio padre lo seppe avvisò Duttweiler, ritenendo che fosse importante salvarla. Dutti lo appoggiò, e così mio padre poté acquistare la Ferrovia Monte Generoso per conto di Migros. La creazione della Cooperativa Migros Ticino da parte di suo padre ha fatto dunque da modello per tutte le altre. Sì, anche se va detto che un direttore d’orchestra da solo non fa un concerto: mio padre ha avuto dei collaboraUlrico K. Hochstrasser ha diretto Migros Ticino dal 1970 al 2002. (CdT/ Fotogonnella)

tori importanti. L’evoluzione in Ticino ha dimostrato come quella della cooperativa fosse una via percorribile, e così nel 1941 tutte le Migros (che allora erano società anonime) furono trasformate in cooperative. Duttweiler da proprietario si «declassò», diventando primo collaboratore della Migros con capitale a scopo sociale. Ricordiamo che la Federazione delle cooperative Migros (FCM) appartiene alle dieci Cooperative, le quali a loro volta appartengono ai soci: una struttura «alla rovescia» nata dal desiderio di Duttweiler di creare vicinanza con il popolo. Duttweiler ha regalato la propria azienda a collaboratori e consumatori, così come Park im Grüene a Rüschlikon, un tempo sua abitazione. Come coniugava il fiuto per gli affari alla grande generosità? Era un uomo generosissimo, ma esigente con sé e con tutti gli altri. Al suo fianco c’era sempre la moglie Adele, donna di buonsenso e a sua volta generosa. Duttweiler è

riuscito a combinare il feeling per il commercio alla generosità in un mix vincente. Ci sono mai state delle divergenze di visione tra suo padre e Duttweiler? Sì. Ricordo ad esempio che a un certo punto Duttweiler, che aveva lottato per prezzi netti e chiari, volle reintrodurre i bollettini per i ribassi. Mio padre era contrario, poiché voleva continuare sulla linea scelta da Migros. Duttweiler era ormai un semplice membro di consiglio e quando si andò ai voti, si ritrovò in minoranza e dovette rinunciare alla sua idea. Cosa ha imparato da suo padre? Quando lavoravo con mio padre, era un capo molto severo (in particolare con me), e allo stesso tempo anche il mio migliore amico: una combinazione meravigliosa. Da mio padre ho imparato il valore del contatto umano con le collaboratrici e i collaboratori. Quali sono stati i maggiori successi conseguiti da suo padre? Il fatto che la Migros come cooperativa si sia affermata ed esista tutt’oggi, è un successo, ma, lo ripeto, non dipende mai da una persona sola. Oggi Migros è in un periodo di grandi sfide e di nuove scelte che non tutti capiscono. C’è addirittura chi sostiene che «Duttweiler si rivolterebbe nella tomba». Cosa ne pensa? Io non ho la facoltà di vedere chi si rivolta nella tomba! Scherzi a parte, oggi non possiamo più avere una Migros con sei articoli, ci sono delle evoluzioni cui non ci si può sottrarre. Forse quello che a mio avviso oggi emerge meno è la filosofia Mi-

gros, che io amo chiamare il «virus Migros». Percepisco oggi la tendenza di avere una Migros quasi capitalistica. Ritengo invece che il grande valore aggiunto di Migros sia rappresentato dall’etica e dalla cultura dell’azienda, e non mi riferisco solamente al Percento culturale. Lei ha parlato della cultura Migros, ma in che misura è importante preservare anche l’aspetto prettamente culturale? Io personalmente credo nel valore della cultura. Duttweiler ha voluto il Percento culturale perché a suo avviso il commercio senza cultura non aveva valore. Naturalmente, i tempi sono cambiati, e questa evoluzione ha richiesto un adeguamento, ma non bisogna buttare il bambino con l’acqua sporca, e ricordiamoci che il Percento culturale è ancorato negli statuti. Anche il settimanale «Azione» fu creato sotto suo padre. «Azione», primo giornale edito da Migros, nacque nel 1938 per diversi motivi, non da ultimo perché all’epoca Migros distribuiva del lavoro a domicilio, e dunque rappresentava un mezzo di comunicazione importante. In seguito, fu trasformato in giornale della cooperativa. Il fatto di essere stato direttore di Migros Ticino e quindi anche di «Azione», negli anni mi ha permesso di collaborare con personalità come Vinicio Salati, Luciana Caglio, Ovidio Biffi e Peter Schiesser. Credo che la crisi attuale dei giornali aumenti ancora di più l’importanza e la responsabilità di «Azione», che deve farsi forte della propria autonomia. Ma attenzione, non per il gusto dell’autonomia, bensì per la sua caratteristica di approfondimento oltre che di organo di comunicazione di Migros Ticino.


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SPECIALE NATALE

Un mucchio di bugie sotto l’albero?

Il solito dilemma ◆ È giusto far credere ai più piccoli che i regali vengono portati da Gesù Bambino o da Babbo Natale? Un dibattito che si accende ogni anno senza ottenere mai una risposta definitiva Carlo Silini

Questione di fiducia Anche l’autorevole «Le Monde» ha interpellato, nelle scorse settimane, educatori, filosofi e psicologi per trovare il bandolo di questa matassa etica delle menzogne rifilate ai minori nel periodo attorno al 25 dicembre. Gli psicologi anglosassoni Christopher Boyle e Kathy McKay, che hanno studiato a fondo la questione, ritengono – spiega il quotidiano transalpino – che «mentire ai bambini, anche a proposito di qualcosa di divertente e futile, può diminuire la fiducia nei confronti dei genitori ed esporli a una profonda delusione quando scopriranno finalmente che la magia non è reale». Ma, a quanto pare, la maggior parte degli studiosi non condivide il loro parere. Sempre su «Le Monde», lo psicopedagogista canadese Serge Larivée sostiene che mentire ai bambini sul Natale «è cosa molto buona per il loro sviluppo (…) è una tappa, un primo passaggio verso l’età adulta». Inoltre, «sono pochissimi i bimbi che si irritano con i loro genitori quando scoprono come stanno davvero le co-

un’invisibile rete di cavi che illuminava il tutto, lunga decine di metri. Ogni anno trovavi qualcosa di nuovo: lo zampognaro o l’ometto delle castagne appena arrivato, un pozzo in mattonelle d’argilla larghe un centimetro, una collinetta di polistirolo sprayata di verde-marrone. Ogni mercoledì radunava un gruppo selezionato di amici e parenti, quasi una setta segreta, che lo aiutava a perfezionare la macchina complessa del suo spettacolare presepe. «Alcune statuine le ho comprate da un collezionista del Luganese, uno che ha pezzi antichi di ogni tipo», mi raccontava con orgoglio. E sì, ammetteva qualche scelta discutibile, come le casette valdostane in mezzo al brullo paesaggio palestinese, ma per lui andava bene così.

Il cervello nel crimine, il cuore nel Natale

Freepik.com

Come ogni anno, sotto le feste, riaffiora lo scomodo quesito sulla legittimità di mentire sistematicamente ai bambini riguardo al mondo magico del Natale. Sul fatto, cioè, che i regali non li porta un anziano grasso e barbuto vestito di rosso che si infila nel camino partendo dalla Lapponia su una slitta trainata dalle renne; né un dolce neonato venuto al mondo al freddo e al gelo oltre duemila anni fa a Betlemme; né una signora dal naso adunco che ha scelto come mezzo di locomozione una scopa che sfreccia nei cieli stellati e lascia dolcetti dentro le calze. Si può mentire ai bambini su queste cose, quando spendiamo gran parte della nostra fatica educativa per insegnare loro che mentire è sbagliato? E come giustifica queste bugie il cristianesimo, religione di riferimento delle narrazioni natalizie? Non è un paradosso che a veicolarle sia proprio un credo che, nel decalogo, enuncia la necessità morale assoluta di «non pronunciare falsa testimonianza» (ottavo comandamento)? Non mi risultano pronunciamenti ufficiali della Chiesa cattolica in merito: credo non ce ne siano. Ma conosco abbastanza il contesto – essendoci cresciuto dentro – per ritenere che i racconti razionalmente infondati riguardo il Natale non vengano percepiti come bugie, bensì come fiabe tollerate e persino incoraggiate nell’ambito di un percorso di crescita che parte da un mondo incantato a misura di bambino, fatto di bellezza e semplicità, e che negli anni conduce a una consapevolezza matura del senso profondo dell’evento. Un senso che Papa Francesco sintetizzava più o meno così: «Il Natale è un momento per educare i bambini alla generosità e alla condivisione, valori cristiani fondamentali. È importante che i genitori trasmettano il significato spirituale del Natale, evitando che la festa si riduca a un evento puramente commerciale o consumistico». Un significato che resta vero al di là dell’iconografia zuccherata, degli angioletti che svolazzano in cielo e del divino infante che porta – anzi, non porta – doni ai bambini buoni.

se». Mentre il filosofo Tom Whyman afferma che «senza il mito di Babbo Natale, cosa sarebbe il Natale per un bambino? Una semplice data arbitraria in cui sarebbe autorizzato a giocare con dei regali che i genitori gli avrebbero forse comprati. Che interesse ci sarebbe?». Inoltre, «se vogliamo crescere cittadini dotati di una sana diffidenza verso coloro che detengono il potere, il mito di Babbo Natale è uno dei meccanismi attraverso i quali questo obiettivo può essere raggiunto».

A fin di bene? Tesi interessante e un po’ problematica. Se ben capisco, significa più o meno che ogni tanto le persone in cui i bimbi ripongono maggiore fiducia devono mentire loro se vogliono farli crescere con il necessario senso critico e spirito libero nei confronti dell’autorità, affinché un giorno non dicano: «Sì, ho commesso un’atrocità, ma in fondo ho solo ubbidito ai miei capi». Che siano queste le famose «bugie a fin di bene»? In realtà, al di là delle disquisizioni religiose, filosofiche o didattiche, da sempre i bambini sembrano convivere senza troppi traumi con la situazione. E anche quelli convinti dell’esistenza di Babbo Natale o del fatto che a por-

tare i regali sia Gesù Bambino, prima o poi si imbattono in un compagno più scafato che dice loro, senza troppi complimenti, che quella cosa non è vera, che è solo un’invenzione degli adulti. E così, forse, pongono fine all’età dell’innocenza. Con delusione, forse, o con qualche inconfessabile timore materiale. Una collega mi spiega, per esempio, che quando suo figlio ha scoperto la verità, dapprima ne ha preso atto, poi ha fatto finta di crederci ancora per paura che, rivelando ai genitori la sua scoperta, non avrebbe più ricevuto i regali. Altro che crescita spirituale. Probabilmente non verremo mai a capo della scelta giusta e definitiva da fare sulle innocenti o colpevoli bugie di Natale. Ma questa è una diatriba che sul piano prettamente personale mi fa pensare al Gheghe, un amico che incarna, a modo suo, la magia del Natale. Perciò, esco dal registro analitico e vi racconto la sua storia.

La storia del Gheghe Anni fa, sempre sotto le feste, gli avevo già dedicato qualche riga per spiegare la sua singolarissima natura. Provo a riassumere il personaggio: il Gheghe è uno di quelli che il mestieraccio ce l’hanno nel sangue. Croni-

sta di razza, nelle varie testate in cui ha scritto (oggi è in pensione) era l’indiscusso punto di riferimento per la cronaca nera e giudiziaria. Nella sua vita balzava di continuo da una scena del crimine all’altra, da un tragico incidente stradale a un sequestro, fino a un attentato terroristico. Teneva sempre in tasca una microscopica agenda nera e consunta dall’uso, piena di numeri da chiamare (avvocati, poliziotti, informatori), pronta per ogni emergenza. Ricordo la luce della lampadina sulla scrivania che illuminava le lunghe serate in redazione, in attesa delle bozze degli articoli che si portava a casa a notte fonda. Perché parlo del Gheghe? Per un altro lato della sua personalità, che si scopriva scendendo le scale della casa dove ha abitato fino a poco tempo fa (oggi ha traslocato e non ho ancora visto quella nuova). In fondo agli scalini, giunti in cantina, c’era un presepe gigantesco che non conosceva stagioni: non lo smontava mai, nemmeno quando fuori si soffocava per l’afa e il termometro segnava 35 gradi. Era un cantiere perennemente aperto, frutto di anni di lavoro e indefessa passione, il suo Duomo di Milano in continua costruzione. Pastori di gesso, pecorelle di legno, capanne e ponti intrecciati a mano, uno sfondo dipinto da un artista locale e

Mentre gli altri ad agosto si rilassavano al mare, lui partiva per la Baviera, destinazione Oberammergau, il paese degli intagliatori di legno. Ne tornava con nuove statuine e decorazioni, alimentando la sua collezione. Così, la sua casa era piena di oggetti che rimandavano al Natale: armadi con ripiani di cristallo affollati di statuine, bocce artistiche, antichi calendari dell’Avvento, animazioni col carillon e pattinatrici, presepi in miniatura sparsi ovunque. «I miei familiari dicono che esagero, ma per me è tutto in equilibrio». Vive così da sempre, il Gheghe: il cervello nel crimine e il cuore nel Natale. L’altro giorno gli ho telefonato per gli auguri di rito e per sentire come stava. «Bene, ometto» (mi ha sempre chiamato «ometto», e lo fa anche ora che sono cresciutello), «ma la scorsa settimana mi è successa una cosa pazzesca». «Che cosa, Gheghe?» «Devi sapere che da un mese chiedo al mio nipotino di sette anni se ha scritto la letterina a Gesù Bambino per chiedere i regali di Natale». «E allora?» «Allora, mia figlia (sua madre, ndr) mi ha spiegato che a scuola i maestri gli hanno raccontato, con le dovute maniere, che Babbo Natale non esiste e che, per quanto riguarda la versione tradizionale e religiosa della faccenda, non è Gesù Bambino a portare i regali, ma i genitori o qualcuno che gli vuole bene. Poi è tornato a casa e ha raccontato tutto ai genitori». «Capisco, uno shock!» «Non so, ma non era questo che volevo dirti». «Che cosa volevi dirmi, Gheghe?» «Volevo dirti che alla fine il bambino, molto agitato, ha sgranato gli occhi e ha chiesto ai suoi genitori: “Ma il nonno lo sa?”». Qui sono scoppiato a ridere. «E loro cosa gli hanno risposto?», ho rilanciato. «No, il nonno non lo sa. Mi raccomando, non farglielo scoprire». Sono certo che il Gheghe non farà nessuna fatica a «far finta» che il Natale sia il mondo incantato in cui si rifugia come in una calda tana, dopo gli indefessi turni da cronista di nera. Anche gli adulti hanno bisogno della loro splendida favola dorata. Grazie ai bambini, almeno una volta all’anno, gli è concesso di viverla.


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SPECIALE NATALE

Un’insolita vigilia di Natale

Il racconto ◆ La sera del 24 dicembre tre poveri cristi soli, al freddo e al buio, si ritrovano casualmente al caldo nella casa di Maria Silvia Bello Molteni

Sono passate le 19.00: le finestre delle case sono accese. Sulla strada cantonale una colonna d’auto avanza lenta davanti alle vetrine illuminate ad intermittenza da insegne e ghirlande fluorescenti. Sam corre in tuta da ginnastica sul marciapiedi. Con le sue lunghe leve si muove a passi pesanti e il respiro a mantice: a settant’anni, incapace di rinunciare alla sua corsetta serale, l’ex giocatore di pallacanestro di due metri fa i conti con le sue ginocchia e con il fiato corto. I lavori in corso lo obbligano ad una deviazione: diminuendo l’andatura prosegue a destra per poi infilarsi in un vicolo, parallelo alla cantonale. Dei lumicini su un muretto attirano la sua attenzione. Rallenta fino quasi a fermarsi perchè una vertigine sconosciuta gli avvolge la nuca, costringendolo ad appoggiarsi con la schiena ad un cancello e a scivolare lentamente a terra. La sua vista è offuscata, ma quelle piccole candele impediscono al buio di avere la meglio. In seguito solletico… umido sulla guancia. Si riprende.

Ancora adesso che è adulta, Maria ripete da sola il rito dell’accensione delle candeline esterne, nella serata della vigilia di Natale – Pepe! Vieni qui… Ma guarda che bello! Quella fila indiana di lucine non si può non vedere dal vicolo. Gianni sorride, dimentico per un attimo del gatto, affidatogli dal figlio durante la sua vacanza ai Caraibi, uscito furtivamente di casa. Anche Maria sorride. Si guardano. – Un po’ di magia pure per noi adulti. È Natale in fondo… Vieni Pepe! Pochi metri più avanti, in un lato del vicolo, il gatto sta leccando il viso di un uomo di colore, seduto sull’asfalto. Maria lo guarda. D’istinto scatta verso l’uomo a terra, con poche domande e gesti decisi verifica la situazione e calma Sam, tornato vigile, sotto lo sguardo sorpreso di Gianni che, prendendo Pepe tra le sue braccia, la incalza: – Cos’ha? Lei è un medico? Un’infermiera? – Infermiera. – È grave? – No. È solo un po’ disidratato – poi, rivolta a Sam che la guarda serio – Riesce ad alzarsi? Entriamo in casa un momento. È proprio qui, al pianterreno.

Marco Abbondio

Quei sette cerini accesi, sul muro basso del vialetto d’entrata a una ventina di centimetri uno dall’altro, disegnano la pista d’atterraggio per la slitta di Babbo Natale o per la discesa dalle stelle di Gesù Bambino. I volteggi nella spiegazione in merito alla consegna volante dei pacchi nel quartiere bernese di Bethlehem, dove viveva da bambina, erano diversi ogni anno, ma sempre divertenti, quindi, ancora adesso che è adulta, Maria ripete da sola il rito dell’accensione delle candeline esterne, nella serata della vigilia di Natale. Fissando quei lumicini davanti alla porta d’entrata della sua abitazione ticinese, accarezza il pensiero bambino che, nell’infinito firmamento dell’inspiegabile dove sono ora, i suoi genitori partecipino divertiti alla distribuzione dei regali ai piccoli della terra.

Gianni posa il gatto a terra, si abbassa e con lei solleva l’uomo. – Non c’è 12 qui! Io letto tante volte: numeri fino 10. Per parlare con Vincenzo, Kamran tiene il telefono tra la spalla e l’orecchio. Con le due mani regge un cestone, l’ultima consegna a domicilio della vigilia che spera gli frutti una buona mancia. – Ma la via è giusta? Sei in Via Stretta? Il lampione illumina il cartello sul muro con il nome della via. – Sì … Vi… colo stretto… ah… Vicolo è via? Uguale? Vincenzo non fa in tempo a rispondere che Kamran sospira: – E no! Diverso! Maestra d’italiano dice sempre a me… leggi fino in fondo… guarda desinenza… maschile e femminile… parola diversa… Ma dov’è Via Stretta? Io non ho trovato con mio telefono. – Ci penso io. – la voce di Vincenzo è rassicurante – Vai a casa adesso, è tardi. – E questo? Dove porto? – Tienilo tu. È un regalo. Buon Natale! Kamran guarda felice cosa c’è sotto la pellicola trasparente: riso, marmellata, paté di olive, tre salametti di cervo, sciroppo di sambuco, una scatola di tè alle erbe delle Alpi, caffè macinato, una bottiglia di vino frizzante, un panettone e due piccole forme di formaggio. Ce n’è per cena e anche di più! Camminando nel vicolo, vede una fila di candele e tre figure che si muo-

vono ingobbite. Il ragazzo si avvicina e posa il cestone accanto al vialetto illuminato. – Aiuto io… signore è alto. Dove porto? – Di qua. Maria indica l’entrata di casa sua in fondo al vialetto e, svelta, precede i tre uomini aprendo loro la porta. Sam, gigante nero, ingiallito dalla luce timida delle candele, avanza lentamente appoggiandosi con le sue lunghe braccia sulle spalle di Gianni e di Kamran. Pepe rimane fermo annusando curioso il contenuto del cestone. Arrivati in casa, Sam si lascia cadere sul divano del salotto di Maria, davanti al camino acceso. Mentre la donna versa dell’acqua in un bicchiere, Gianni si gira cercando Pepe. – Prendo io gatto. C’è anche cestone fuori. Con le gambe più veloci delle parole, Kamran esce dall’appartamento per rientrare subito dopo con il cestone fra le mani e il gatto al seguito. – Ecco qui…caldo…– fissa il camino mentre appoggia il cestone sul tavolo. Pepe si muove tranquillo sul tappeto davanti al fuoco. Sam si guarda intorno, non conosce l’ambiente e nemmeno le persone. – Si è sentito male nel vicolo. Siamo in casa della signora… è infermiera. – Gianni guarda Maria e poi, indicando Kamran – Il ragazzo ci ha aiutato. Il «grrrazie a tutti» di Sam con quella voce nasale e la rrr americana trascinata, accende un ricordo nella mente di Gianni che traduce immediato in parole.

– Ma sei tu: «Il re della lunetta»! Quarant’anni fa ti ho visto giocare a Milano e poi anche qui in Ticino. Eri fortissimo. Bastano queste poche frasi perché i ricordi di un tempo di gloria si accomodino su quel divano con sorrisi e pacche sulle spalle tra i due uomini. Maria invita Kamran a scaldarsi davanti al fuoco e con lui ascolta i discorsi degli altri due. – E già…. Basket, famiglia, pubblico… Adesso è finito… sono solo. – Non sei l’unico. – Gianni scrolla la testa pensando al figlio lontano. Kamran sorride con i suoi occhi stretti d’Hazara: – No! Siamo quattro persone… poi c’è casa, fuoco e – indicando il cestone – anche tanto mangiare. Fortuna davvero! Agganciando Maria con uno sguardo d’intesa, in pochi minuti dispone con lei sul tavolino vicino al divano il salame di cervo a fette, tartine di paté d’olive, pane e formaggio, pezzetti di panettone e una brocca di sciroppo al sambuco. Pepe accetta sornione una scatoletta di tonno. Presentazioni reciproche, sorrisi, un tè caldo alle erbe, poi parole, racconti morsicati in italiano, inglese e persiano, scaldati da nuovi pezzi di legno nel camino, allietano un’insolita vigilia. – Senza bollicine non è Natale. Maria inizia il turno in ospedale fra un paio d’ore, ma ha voglia di festa e fa stappare a Sam, che ha ripreso forza e colore, il vino frizzante del cestone. Gianni fa un brindisi e poi, guardando il piccolo presepe di legno

vicino al camino, si accorge che la statuina di Gesù è caduta dalla mangiatoia. La raccoglie e la rimette al suo posto. – Oh! Povero Cristo e, fatemelo dire – sorridendo guarda Kamran e Sam – …anche noi prima eravamo tre poveri cristi: soli, al freddo e al buio, alla vigilia di Natale. Invece ora siamo qui, al caldo, a casa di Maria… – E poveri no… – lo interrompe Kamran – Siamo insieme. Questo è Natale, giusto?

Maria accompagna i tre ospiti sul vialetto fuori casa. Dopo i saluti e la promessa di rivedersi, li guarda allontanarsi Sono passate le 21.00: i bicchieri sono nel lavandino, le carte nel cestino e le briciole sul davanzale. Maria accompagna i tre ospiti sul vialetto fuori casa. Dopo i saluti e la promessa di rivedersi, li guarda allontanarsi nel vicolo. Tre uomini in cammino: uno alto, riccio e scuro di pelle che si muove molleggiato, l’altro bassotto, con pochi capelli e il passo anatroccolo, tiene un gatto sotto braccio. Il terzo è giovane, con gli occhi e il pensiero d’oriente, un po’ garzone e un po’ filosofo. Insieme avanzano in questa notte di Natale con i loro tre mantelli d’ombra disegnati sull’asfalto. Guardano seri le stelle nel cielo lontano: forse hanno un compito speciale… Prima di rientrare in casa, Maria spegne le candeline nel vialetto: il suo regalo è già stato consegnato.


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Sotto l’albero un tempo di valore pieno di cose belle Le collaboratrici e i collaboratori di «Azione» sono attivi negli ambiti più disparati: a chi è «semplicemente» giornalista, si alternano critici, insegnanti, operatori culturali, studiosi. A loro abbiamo chiesto di indicarci un titolo – di libro, di film, di quadro o di podcast – da proporre al nostro pubblico per i giorni delle Feste. Natale e Capodanno, infatti, oltre a essere occasioni di incontro, di festa e di momenti conviviali, si prestano anche all’ozio e all’indugio, a un tempo che per sua natura scorre un po’ più lento, e proprio per questo può essere riempito di cose belle e preziose, come lo sono, appunto, tutte le forme d’arte. Certi che ognuna e ognuno riuscirà a trovare qualcosa, vi offriamo una serie di proposte.

Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni I nostri consigli arrivano dall’America: la biografia I Remember di Joe Brainard, dove nelle piccole abitudini si ritrova un intero Paese, e la ballata Just Breathe, nella versione country cantata da Willie Nelson con il figlio Lukas, dolce augurio per l’anno che verrà.

Stefano Vassere La mia strenna libraria sono due: una è James Joyce. Una vita, di Edna O’Brien (Torino, Einaudi, 2025), l’altra è Proust, romanzo familiare di Laure Murat (Palermo, Sellerio, 2025). Perché? Perché sono libri incantevoli. Ogni pagina tante meraviglie.

Giulio Mozzi Breve storia eretica della Musica Classica, di Alessandro Baricco (Feltrinelli). Un libretto agile, facile, divertente, istruttivo, bene informato. Se amate la musica classica vi conforterà, se la amate poco magari vi innamorerà.

Leonardo Marchetti In La costruzione del potere. Perché l’architettura fascista non esiste (Marsilio, 2025) Gianni Biondillo non rivoluziona gli studi sull’architettura del ventennio fascista, ma offre un racconto agile e godibile, ricco di biografie vive e dettagli urbani, che rende accessibile una stagione complessa dell’architettura italiana.

Anno LXXXVIII 22 dicembre 2025

Alessia Brughera Tra i più raffinati artisti del Rinascimento, il pittore urbinate Federico Barocci dipinge intorno al 1567 la splendida Madonna di San Simone con il suo stile colmo di grazia e di dolcezza. La monumentale pala è esposta nella Sala Alessi di Palazzo Marino a Milano durante il periodo natalizio, a evocare la tenerezza umana attraverso una spiritualità che nasce dalle emozioni.

Blanche Greco Fumetti a Natale: Le avventure di Tin Tin (dagli 8 anni in su). Cresta di capelli rossi, testa tonda, girocollo celeste, pantaloni alla zuava: è Tin Tin, ragazzo e reporter, protagonista dei fumetti curioso e ottimista. Creato da Hergé, vive avventure in paesi lontani con il cane Milou e una sfilza di buffi amici.

Guido Mariani Libri per chi ama la musica: La Musica di Stephen King di Giuseppe Cucinotta (Tsunami), lo scrittore ama il rock come il rock ama il re dell’horror. Pink Floyd. Pigs Might Fly di Mark Blake (Castello) la tormentata biografia di una band che ha fatto la storia.

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Nicola Falcinella Assurdità e alienazione nella campagna ungherese al collasso di una società. È il romanzo Satantango di Laszlo Krasznahorkai (recente premio Nobel) del 1985, appena ripubblicato da Bompiani. Nel 1994 Béla Tarr ne trasse un film mitico di 7 ore, un’esperienza unica di visione, oggi in dvd e blu-ray in varie edizioni e lingue.

Mara Travella Baba di Mohamed Maalel (Accento edizioni, 2023), snodandosi tra l’Italia e la Tunisia, racconta di una famiglia e dello stratificarsi di condizioni di marginalizzazione. È una sorta di lunga lettera al padre, come tante se ne sono scritte in letteratura. L’autore ha una voce matura, potente. Un bell’esordio, che svuota e riempie insieme.

Marco Horat Una visita alla mostra del Laténium di Hauterive intitolata: L’isola di sabbia. Racconta come un gruppo di schiavi abbandonati nel Settecento su un isolotto dell’Oceano indiano sia riuscito a sopravvivere fino all’arrivo dei soccorsi 15 anni dopo! Un inno alla resilienza… e all’archeologia che l’ha fatta scoprire! Una riflessione sul colonialismo di ieri e di oggi.

Elisabeth Sassi Per molti il Natale è tempo di famiglia; qualora i soliti intrecci domestici non bastassero, potreste affidarvi a Tutti i nostri segreti di Fatma Aydemir, un romanzo che esplora fragilità e legami con sorprendente finezza.

Bruno Gambarotta Alla cena di Natale porterò con me il libro Che dice la pioggerellina di marzo? Le poesie nei libri di scuola degli anni 50. La sua lettura sortirà l’effetto descritto da Piero Manni, ideatore ed editore del libro, che rievoca una cena dove gli ospiti «si divertivano da matti a recitare le poesie mandate a memoria».

Enrico Parola Un americano a Parigi, un Capodanno viennese al LAC. Per il Concerto di San Silvestro il texano Robert Trevino guida la OSI tra i valzer e le polche degli Strauss e la Gaîté parisienne di Offenbach. Omaggio alla Svizzera col Guglielmo Tell di Rossini.

Alessandro Zanoli Una canzone per Natale? Provate Where in the World, dall’album III del chitarrista ticinese Roberto Pianca. La trovate nel sito robertopianca.bandcamp.com, dove è scaricabile. È la traccia finale, piena di pathos e intensità. Ma ascoltate tutto l’album: merita.


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SPECIALE NATALE

Giovanni Medolago Gite fuori porta! Dapprima a Milano (Palazzo Reale, dü pass dal Dôm) per la grande expo dedicata a Man Ray, artista/ provocatore che ha segnato l’Arte del Novecento. Poi ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia, per godere delle meraviglie che Margaret Bourke White ci ha offerto attraverso il suo obiettivo.

Aldo Grasso Consiglio di leggere Atlante della luce e dell’ombra di Sylvain Tesson, una raccolta di racconti ambientate tra la Siberia e l’Himalaya, tra l’india e il Tibet. Al di là delle vicende affascinati, in ogni pagina si coglie una grazia di scrittura emozionante. Consiglio di vedere la serie Task, crime drama in sette episodi ambientato nella periferia operaia di Philadelphia, la rappresentazione fisica della decadenza morale. La singolarità di Task è che tutto ruota attorno alle idee di colpa e redenzione.

Laura Marzi Le città di pianura di Francesco Sossai è uno di quei film che diventano un caso: tutti ne parlano e lo fanno a ragion veduta. È un racconto sulla crisi produttiva nel Nord Italia, sull’amicizia e sulle sbronze, a partire da un’unica parola chiave: libertà.

Olmo Cerri La sindrome di Baj è il podcast con cui Daniele Vaschi racconta la sua ossessiva passione per Enrico Baj, maestro della neoavanguardia nato cent’anni fa. Per me è stata l’occasione di riscoprire un artista geniale e provocatorio.

Gianluigi Bellei Nel gorgo della vita, fra le angosce dell’esistenza e il riscatto della gioia, leggere, o rileggere, Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche può risultare un’operazione salvifica perché, nella contrapposizione fra Apollo e Dioniso, fra bene e male, ritroviamo l’eterno ritorno.

Viviana Viri Dal 18 dicembre nelle sale, Father, Mother, Sister, Brother di Jim Jarmusch (Leone d’Oro 2025) è un film che naviga tra l’assurdo e il poetico, un ritratto frammentato di personaggi che, pur essendo legati da fili invisibili, sembrano essere intrappolati nelle loro solitudini e nelle stranezze della vita quotidiana. La colonna sonora, come sempre nel suo cinema, rimane ben oltre i titoli di coda.

Max Borg In streaming: Stranger Things (stagione 5). Dopo dieci anni, giunge al termine una delle serie di punta di Netflix, un evento talmente atteso che negli USA sarà possibile vedere l’episodio finale (in streaming, il primo gennaio) anche al cinema, con la nostalgia anni Ottanta in primo piano. Al cinema: Avatar – Fuoco e cenere. L’epica saga immaginata da James Cameron torna con il terzo capitolo, capace ancora una volta di giustificare l’uso del 3D al cinema. Dopo la terra e l’acqua, a questo giro l’elemento centrale è il fuoco, con la guerra aperta tra gruppi di Na’vi. Al cinema: Frontaliers Sabotage. Roberto Bussenghi e Loris J. Bernasconi, nemici-amici per la pelle, sono di nuovo insieme sul grande schermo dopo il Frontaliers Disaster del 2017. Torna anche Alberto Meroni alla regia, per un sequel che esce dai confini ticinesi e coinvolge tutta la Svizzera.

Giovanni Ferrari Lux di Rosalía è uno dei dischi dell’anno. Con Lux, la cantautrice spagnola abbandona il mix di pop latino e flamenco e abbraccia il mondo orchestrale, con brani interpretati in 13 lingue differenti (compreso l’italiano). A ispirarla sante e mistiche di più culture e religioni. Il Concerto per Violoncello e Orchestra MM22 di Giovanni Allevi è composto da dieci brani che parlano di dolore e speranza. Sono la trasposizione in musica del percorso del compositore e pianista dal momento della diagnosi di mieloma multiplo fino al suo ritorno dal vivo. Brani che ha composto durante la sua degenza oncologica.

Manuel Rossello Stendhal, Il Rosso e il Nero, Rizzoli 2025. Molti hanno imitato il suo stile à la diable, ma nessuno ha mai più raggiunto la leggerezza e la felicità della sua scrittura. Leggerlo da innamorati può dare un appagamento insopportabile.

Nicola Mazzi Con Io la conoscevo bene Stefania Sandrelli, giovane e bella, vuole farsi strada nello spettacolo. Dal 1965 (data d’uscita del film) al 2025 non è cambiato nulla. Stesso marciume umano dietro le paillettes. Il regista (Antonio Pietrangeli) è tra i più sottovalutati d’Italia. Il film è un capolavoro.

Daniele Bernardi «Ho scritto questo libro per te» scrive alla figlia, nella sua premessa a Israele, Palestina. La verità su un conflitto (Einaudi, 2025), Alain Gresh, direttore del quotidiano online «Orient XXI». Relativamente breve ma denso, il volume, riedito e aggiornato, è una buona bussola per orientarsi riguardo a ciò che sta accadendo in Medio Oriente.

Marinella Polli Il periodo natalizio ci invita a riflettere su bontà e carità, ma anche su egoismo e miserie di ogni tempo. Canto di Natale di Dickens, un classico della letteratura, ci aiuta a cambiare prospettiva e a scoprire il vero senso della vita. Rileggiamolo.

Enrico Martino American Geography, Contrasto Editore. Matt Black, membro della famosa agenzia Magnum Photos, racconta in 97 splendide fotografie in B/N, 6 anni e 150mila km attraverso le comunità disagiate degli USA. Senza miserabilismi ma pieno di empatia.

Pietro Montorfani La tecnologia dell’IA, prima ancora che una grande scoperta scientifica, è un enorme business e motivo di tensioni e concorrenza tra diverse parti del mondo. Consiglio la lettura di Geopolitica dell’intelligenza artificiale di Alessandro Aresu (Feltrinelli, 2024) per farsi un’idea di cosa bolle in pentola, senza dimenticare il ruolo giocato da Lugano in questo vasto scenario.

Giovanni Gavazzeni Luciano Pavarotti è sempre rimasto l’umile ragazzo venuto da Modena. La voce che sprigionava il sole e attirava folle oceaniche nei parchi e stadi del mondo intero nacque nel 1955 al Festival di Llangollen (Galles). Ci tornò 40 anni dopo, all’apice della forma, per onorare il luogo dove divenne il Numero Uno: The Lost Concert, Decca 2 Lp (o 2 super-audio CD).


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SOCIETÀ ●

Le abitudini alimentari dei giovani Sono stati da poco pubblicati i risultati dello studio menuCH-Kids su cosa mangiano i ragazzi tra i 6 e i 17 anni

Verso la libertà Abbiamo incontrato alcune persone che grazie al progetto Obiettivo Desistenza stanno ricostruendo la propria vita fuori dal carcere

La Stanza del dialogo Silvia Vegetti Finzi ci parla del desiderio che nasce dalla mancanza e si nutre dell’attesa e di quanto sia importante spiegarlo ai bambini

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Senza tasti la vita si complica

Unitas ◆ Corinne Bianchi è da poco la responsabile della difesa degli interessi delle persone cieche e ipovedenti della Svizzera italiana e spiega come i campi d’azione legati all’inclusione siano molteplici Stefania Hubmann

Vivere il più possibile in autonomia è l’obiettivo delle persone cieche e ipovedenti, ma ciò rappresenta pure una sfida quotidiana. Se molto dipende dalla capacità del singolo, altrettanto essenziale è che le misure volte a favorire l’accessibilità nei vari ambiti della vita siano rispettate e adeguate. L’associazione ciechi e ipovedenti della Svizzera italiana Unitas può contare dall’anno scorso sull’apporto mirato di una nuova figura professionale. Corinne Bianchi è infatti la responsabile della difesa degli interessi di queste persone per il Ticino e il Grigioni italiano. Il suo percorso personale e l’esperienza maturata in diverse attività legate a questa disabilità l’hanno condotta a ricoprire il nuovo ruolo per conto della Federazione svizzera dei ciechi (FSC), di cui Unitas è la sezione per la Svizzera italiana, in modo da garantire sul territorio regionale un lavoro complementare a quello svolto a livello nazionale dal team «Difesa degli interessi e sensibilizzazione». Nel primo anno di attività l’impegno si è concentrato sulla mobilità, tema strettamente legato all’utilizzo del bastone bianco. Il bastone bianco dà il nome anche alla Giornata internazionale che richiama l’attenzione sull’importanza dell’autonomia, dell’accessibilità e dei diritti delle persone toccate dalla perdita della vista. Corinne Bianchi è stata presentata da Unitas nella sua nuova funzione proprio in occasione di questa ricorrenza lo scorso 15 ottobre. «I campi d’azione legati all’inclusione delle persone cieche e ipovedenti sono molteplici», spiega la nuova rappresentante della FSC. «Spaziano dalla mobilità alla formazione scolastica e professionale, dalla politica sociale all’accesso alla cultura, allo sport e al tempo libero, senza dimenticare la sensibilizzazione. Il bastone bianco è infatti nel contempo simbolo di indipendenza, poiché ausilio per muoversi in autonomia, ma pure di una disabilità visiva che deve indurre negli altri rispetto e comprensione. L’impegno sui due fronti, un’accessibilità facilitata e l’attenzione da parte degli altri componenti della società, è indispensabile per migliorare l’inclusione delle persone con questa disabilità». Nel nostro Paese esse sono quasi 400mila (270mila ipovedenti, 50mila ciechi e 57mila sordociechi). Per la Svizzera italiana non vi è un dato preciso. Di recente Unitas ha incaricato la SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana) di realizzare il primo studio esaustivo sui profili, i bisogni attuali e le esigenze future delle oltre 1400 persone cieche e ipovedenti del Ticino e del Grigioni italiano. I risultati saranno presentati l’anno pros-

Corinne Bianchi è stata presentata da Unitas nella sua nuova funzione lo scorso 15 ottobre, in occasione della Giornata internazionale del bastone bianco. (unitas.ch)

simo in occasione degli ottant’anni dell’associazione. Corinne Bianchi ha sperimentato di persona gli ostacoli di un simile percorso senza mai rinunciare a condurre una vita ricca. Nata nel 1977 nel Mendrisiotto, è cresciuta frequentando le scuole pubbliche e sfruttando al meglio i supporti tecnologici per sopperire al deficit visivo dovuto a un glaucoma congenito. La laurea in storia, giornalismo e sociologia della comunicazione all’Università di Friborgo, la maternità, l’insegnamento della lingua braille così come la pratica musicale e l’impegno associativo e politico testimoniano l’intensità del suo vissuto. Oggi difende gli interessi delle persone cieche e ipovedenti, evidenziando come queste ultime siano maggiormente fraintese nella quotidianità. «La persona ipovedente vive tra il vedere e il non vedere, per cui magari la si può notare mentre legge il giornale seduta e poi si alza utilizzando il bastone bianco per muoversi. Situazioni di questo genere possono creare incomprensione ed esclusione». Le difficoltà incontrate da coloro la cui capacità visiva è nulla o forte-

mente compromessa, se segnalate ai responsabili della difesa dei loro interessi come Corinne Bianchi, permettono di risolvere mancanze e difetti a beneficio di tutti gli utenti con questa disabilità. È il caso in particolare della mobilità, tema sul quale si è concentrata l’attenzione durante il 2024 con un focus sull’accessibilità dei trasporti pubblici, delle stazioni e delle fermate degli autobus. Corinne Bianchi: «Uno dei miei compiti è di sorvegliare attraverso i sopralluoghi nelle stazioni che tutti i criteri legati all’accessibilità vengano rispettati e adeguati, segnalando le mancanze agli uffici preposti. La collaborazione con le FFS è molto buona e nel limite del possibile i problemi vengono risolti in breve tempo. A volte si tratta di piccoli interventi che per le persone cieche e ipovedenti si traducono però in una grande differenza in quanto ad accessibilità e sicurezza. Linee guida tattili al suolo nelle stazioni, quadrati tattili alle fermate degli autobus, annunci vocali sui mezzi pubblici, scritte in braille o a caratteri ingranditi negli edifici sono alcuni esempi di facilitazioni per coloro che non ci vedono». L’impie-

go professionale di Corinne Bianchi a metà tempo non permette di controllare a tappeto l’intero territorio, anche se ha già visitato numerose stazioni, per cui la collaborazione degli utenti ciechi e ipovedenti è determinante per svolgere al meglio il suo compito. Aggiunge al riguardo: «Ho numerosi contatti che mi permettono di dar seguito con celerità a segnalazioni di mancanze o difficoltà. Questo grazie anche all’azione svolta prima della mia nomina dal collaboratore di Unitas Massimo Rodesino, ora responsabile del servizio consulenza. Bisogna infatti ricordare che, se la figura professionale di responsabile della difesa degli interessi per la Svizzera italiana è recente, l’attività e i contatti erano già stati promossi negli anni passati. Su questa base ho potuto costruire il mio lavoro attuale che spazia in molti campi. Anche solo la mobilità è un settore vasto, per cui testare il funzionamento di un nuovo semaforo è ad esempio un compito che va ad affiancarsi all’impegno nel controllo delle stazioni ferroviarie». In Ticino la maggior parte delle stazioni, in particolare quelle dei centri urbani, sono

oggi a norma. Una dozzina invece devono ancora essere uniformate. A creare nuove difficoltà alle persone cieche e ipovedenti è a volte anche l’evoluzione tecnologica. Se da un lato i supporti digitali hanno abbattuto diverse barriere, dall’altro novità quali la funzione touch creano non poche difficoltà, come rileva Corinne Bianchi. «Distributori di biglietti, ascensori o ancora gli elettrodomestici sono sempre più privi di tasti in rilievo, rendendo complicato il loro utilizzo. Per questo motivo insistiamo sulla possibilità di ricorre a sintesi vocali, che si rivelano un grande aiuto soprattutto per le persone disabili anziane, meno a loro agio con la tecnologia. Tutto il settore dell’audio riveste grande importanza e a questo scopo lo scorso mese di luglio sono stata a Berna presso la SSR per un incontro sulle audiodescrizioni in italiano». I temi generali che interessano l’insieme del Paese, quali possono essere le etichette dei prodotti e le nuove banconote, sono invece di competenza del team centrale della FSC «Difesa degli interessi e sensibilizzazione» che lavora a livello nazionale. Composto da cinque persone, risponde pure alle preoccupazioni quotidiane delle persone cieche e ipovedenti in tutti gli ambiti della vita, ma ogni membro si occupa di un settore specifico. Le sedici sezioni regionali dispongono invece di tredici figure di riferimento regionali (come Corinne Bianchi) che si occupano di tutte le tematiche attraverso un contatto diretto con il territorio. Per quanto riguarda la sensibilizzazione, l’accento è posto anche sulla formazione. La responsabile della difesa degli interessi delle persone cieche e ipovedenti ha infatti fra i suoi compiti la collaborazione con scuole specializzate, in particolare per il personale sanitario, quello alberghiero o ancora le guide turistiche e gli autisti dei mezzi pubblici. Sono figure che, se ben preparate, possono fornire un aiuto mirato alle persone con un deficit visivo importante. In presenza di chi si muove con il bastone bianco tutti possono favorire l’accessibilità e l’inclusione con comportamenti adeguati: salutando, creando spazio, lasciando libere le linee guida, chiedendo se serve un aiuto. «È una questione di attenzione al prossimo», conclude la nostra interlocutrice che cura gli interessi specifici delle persone con una disabilità visiva considerando però anche il ruolo che gioca il contesto sociale nel quale vivono. L’obiettivo è sempre quello di trovare soluzioni attraverso il dialogo. Informazioni www.unitas.ch www.sbv-fsa.ch


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MONDO MIGROS

Irresistibili dolcezze della regione

Attualità ◆ I prodotti natalizi firmati Dolce Monaco rendono i momenti conviviali ancora più invitanti Li trovi in vendita alla tua Migros

Sotto l’albero un tempo di valore pieno di cose belle

Panettone artigianale

Manuela Dolce Cavalieri Monaco e Donatella 500Mulvoni g Fr. 21.50 I nostri consigli arrivano dall’America: la biografia I Remember di Joe Brainard, dove nelle piccole abitudini si ritrova un intero Paese, e la ballata Just Breathe, nella versione country cantata da Willie Nelson con il figlio Lukas, dolce augurio per l’anno che verrà.

Alessia Brughera Tra i più raffinati artisti del Rinascimento, il pittore urbinate Federico Barocci dipinge intorno al 1567 la splendida Madonna di San Simone con il suo stile colmo di grazia e di dolcezza. La monumentale pala è esposta nella Sala Alessi di Palazzo Marino a Milano durante il periodo natalizio, a evocare la tenerezza umana attraverso una spiritualità che nasce dalle emozioni.

Nicola Falcinella Assurdità e alienazione nella campagna ungherese al collasso di una società. È il romanzo Satantango di Laszlo Krasznahorkai (recente premio Nobel) del 1985, appena ripubblicato da Bompiani. Nel 1994 Béla Tarr ne trasse un film mitico di 7 ore, un’esperienza unica di visione, oggi in dvd e blu-ray in varie edizioni e lingue.

Mara Travella Baba di Mohamed Maalel (Accento edizioni, 2023), snodandosi tra l’Italia e la Tunisia, racconta di una famiglia e dello stratificarsi di condizioni di marginalizzazione. È una sorta di lunga lettera al padre, come tante se ne sono scritte in letteratura. L’autore ha una voce matura, potente. Un bell’esordio, che svuota e riempie insieme.

Marco Horat Una visita alla mostra del Laténium di Hauterive intitolata: L’isola di sabbia. Racconta come un gruppo di schiavi abbandonati nel Settecento su un isolotto dell’Oceano indiano sia riuscito a sopravvivere fino all’arrivo dei soccorsi 15 anni dopo! Un inno alla resilienza… e all’archeologia che l’ha fatta scoprire! Una riflessione sul colonialismo di ieri e di oggi.

Elisabeth Sassi Per molti il Natale è tempo di famiglia; qualora i soliti intrecci domestici non bastassero, potreste affidarvi a Tutti i nostri segreti di Fatma Aydemir, un romanzo che esplora fragilità e legami con sorprendente finezza.

Panettone al pistacchio Dolce Monaco 500 g Fr. 26.50

Stefano Vassere La mia strenna libraria sono due: una è James Joyce. Una vita, di Edna O’Brien (Torino, Einaudi, 2025), l’altra è Proust, romanzo familiare di Laure Murat (Palermo, Sellerio, 2025). Perché? Perché sono libri incantevoli. Ogni pagina tante meraviglie. Panettone al gianduia Dolce Monaco 500 g Fr. 19.95

Blanche Greco Fumetti a Natale: Le avventure di Tin Tin (dagli 8 anni in su). Cresta di capelli rossi, testa tonda, girocollo celeste, pantaloni alla zuava: è Tin Tin, ragazzo e reporter, protagonista dei fumetti curioso e ottimista. Creato da Hergé, vive avventure in paesi lontani con il cane Milou e una sfilza di buffi amici.

Flavia Leuenberger

«Genuinità degli ingredienti utilizzati e una lavorazione artigianale nel rispetto della tradizione sono i punti cardine della nostra produzione, che mira a offrire ai consumatori delle specialità di elevata qualità realizzate con passione e massima cura per i dettagli», afferma il mastro pasticcere Marzio Monaco, titolare della panetteria-pasticceria Dolce Monaco, laboratorio fondato 25 anni fa a Losone e diventato negli anni un punto di riferimento per chi cerca prodotti regionali autentici e garantiti. Convinta dell’eccellenza dei prodotti Dolce Monaco, Migros Ticino propone nel suo assorLe collaboratrici e i dolci col-del latimento natalizio ben tre laboratori di «Azione» boratorio Locarnese. «Sono tutti prosonoche attivi neglilunghi am- tempi di dotti richiedono lavorazione e molta artigianalità per biti più disparati: a chi un risultato impeccabile. Basti pensaè «semplicemente» re che la lievitazione dell’impasto con giornalista, si alternalievito madre dura almeno due giorni. no critici, Inoltre, grazieinsegnanti, all’utilizzo di burro tioperatori cinese d’alpe,culturali, l’aroma e la stufragranza si diosi. A loro abbiamo sottoliarricchiscono ulteriormente», nea MarziodiMonaco. chiesto indicarci un Il suo panettone titolo – di libro,tradizionale di film, è un prodotto che non può mancare sulla di quadro o di podcast tavola delle feste, ma chi cerca qual– da al nocosa di proporre particolare sarà felice di assagstro pubblico per i giorgiare le altre due specialità, il panetni delle Feste.diNatale tone con farcitura crema gianduia, il cioccolato infatti, alla nocciola piee tipico Capodanno, montese e il panettone al pistacchio, oltre a essere occasioun’autentica golosità aromatizzata ni di incontro, di festa con crema al pistacchio e ricoperto di e diglassa momenti conviviauna arricchita anch’essa di pili, si prestano anche stacchio e mandorle. all’ozio e all’indugio, a conInfine, segnaliamo che, su ogni fezione di panettoni un tempo che perDolce sua Monaco, è presente uno un sticker natura scorre po’con un codice QR dell’associazione benefica più lento, e proprio per «Emily’s Future is Now» tramite il questo essere quale, chi può volesse, può fareri-una donaempito di cose belle e zione a favore della ricerca sulla mapreziose, come lo sono, lattia genetica rara Distrofia Muscolare da Deficit di Merosina. appunto, tutte le forme

d’arte. Certi che ognuna e ognuno riuscirà a trovare qualcosa, vi offriamo una serie di proposte. ◆ Sono stati consegnati negli scorsi giorni dopo il concorso per l’inaugurazione Attualità

I premi del nuovo Supermercato Migros Bioggio del nuovo punto vendita di Migros Ticino «Sono davvero incredula, pensavo fosse uno scherzo e invece è tutto vero! Sono felicissima d’aver vinto questo premio e ringrazio di cuore Migros Ticino!». Le parole sono quelle di Ruth Maurer di Agno, fortunata vincitrice del primo premio del concorso indetto per l’inaugurazione di Migros Bioggio, la quale si è aggiudicata una carta regalo Migros del valore di 1000.-. Oltre al premio principale, sono state sorteggiate altre due carte regalo, che sono andate a Claire-Marie Ambrosini di Lodrino (500.-) e Brunella Campana di Vezia (100.-). Ricordiamo che il nuovo supermercato Migros ha aperto i battenti lo scorso 20 novembre in via Lugano 1 a Bioggio. Questo negozio di oltre 600 metri quadrati è stato realizzato secondo il nuovo concetto «Papillon», che vuole offrire alla clientela una migliore esperienza d’acquisto. L’assortimento ben calibrato è stato pensato per soddisfare sia le esigenze della spesa completa quotidiana, sia quelle dei lavoratori della zona e dei clienti in transito. La gestione del punto vendita è affidata a Giorgio Cassinelli, coadiuvato da 15 motivati collaboratori.

Giulio Mozzi Breve storia eretica della Musica Classica, di Alessandro Baricco (Feltrinelli). Un libretto agile, facile, divertente, istruttivo, bene informato. Se amate la musica classica vi conforterà, se la amate poco magari vi innamorerà.

Leonardo Marchetti In La costruzione del potere. Perché l’architettura fascista non esiste (Marsilio, 2025) Gianni Biondillo non rivoluziona gli studi sull’architettura del ventennio fascista, ma offre un racconto agile e godibile, ricco di biografie vive e dettagli urbani, che rende accessibile una stagione complessa dell’architettura italiana.

Guido Mariani Libri per chi ama la musica: La Musica di Stephen King di Giuseppe Cucinotta (Tsunami), lo scrittore ama il rock come il rock ama il re dell’horror. Pink Floyd. Pigs Might Fly di Mark Blake (Castello) la tormentata biografia di una band che ha fatto la storia.

Bruno Gambarotta Alla cena di Natale porterò con me il libro Che dice la pioggerellina di marzo? Le poesie nei libri di scuola degli anni 50. La sua lettura sortirà l’effetto descritto da Piero Manni, ideatore ed editore del libro, che rievoca una cena dove gli ospiti «si divertivano da matti a recitare le poesie mandate a memoria».

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MONDO MIGROS

Un primo piatto tutto nostrano

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Grande classico della festività di fine anno, la pasta ripiena è un piatto intramontabile che impreziosisce ogni banchetto conviviale. Più grandi rispetto ai classici tortellini, i cappellacci dei Nostrani del Ticino sono una pasta all’uovo ripiena con una sfiziosa farcitura di ricotta e spinaci che trasformano ogni menù in un momento culinario che valorizza appieno il nostro territorio, grazie a una lavorazione che si basa sull’esperienza pluriennale e sull’artigianalità del Pastificio familiare di Lella di Sementina. Tutti gli ingredienti utilizzati provengono dalla nostra regione: il grano duro della

sfoglia è dei Terreni alla Maggia; gli spinaci vengono coltivati in modo sostenibile sul Piano di Magadino; la ricotta è prodotta in Leventina mentre le uova provengono da un allevamento all’aperto ticinese. Insomma, un prodotto davvero genuino che celebra le feste conquistando anche i palati più esigenti. I pastai Di Lella consigliano di gustare i cappellacci con dei semplici condimenti che non sovrastino la delicatezza della pasta, come per esempio burro e salvia, una crema al formaggio, un olio aromatizzato al peperoncino o una salsina ai funghi freschi, aglio e prezzemolo. Annuncio pubblicitario

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SOCIETÀ

Cosa mangiano i giovani

Il più brutto piace

Guido Grilli

Maria Grazia Buletti

Come si alimentano i giovani? Sul piatto della bilancia ci sono aspetti positivi, ma non mancano serie criticità: circa il 13% dei bambini e adolescenti in Svizzera è in sovrappeso o obeso e il 10% presenta valori ematici associati a un aumentato rischio di diabete. È questo il verdetto dello studio menuCH-Kids appena pubblicato dall’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria che dopo due anni di indagini eseguite tra il 2023 e il 2024 nelle principali regioni, Ticino incluso, ha portato alla luce per la prima volta dati specifici sul delicato target 6-17 anni. «Il dato è preoccupante, ma non allarmante» – evidenzia da noi interpellato Giacomo Simonetti, primario di pediatria dell’EOC e responsabile dell’Istituto pediatrico della Svizzera italiana, che ha preso parte allo studio in qualità di referente scientifico. «Lo studio mostra anche che la maggior parte dei bambini e degli adolescenti assume una quantità sufficiente di energia. Per la maggior parte di essi la colazione fa parte della vita quotidiana e i pasti vengono consumati insieme a un adulto. Inoltre, i valori dei fattori di rischio per le malattie croniche sono complessivamente più bassi rispetto agli altri Paesi». Simonetti mette in evidenza ambiti in cui esistono potenziali di miglioramento: «I giovani mangiano relativamente poca frutta e verdura, mentre si cibano tanto, troppo di carne e proteine. A merenda mangiano soprattutto snack e bevande zuccherate. Quanto all’attività fisica, in diversi gruppi di età è insufficiente». Come verranno utilizzati ora questi dati in termini di prevenzione? «Sia a livello dei singoli Cantoni – per cui tuttavia siamo ancora in attesa dei risultati – sia della Confederazione, lo studio è importante perché ci fornisce dei dati che ci consentiranno di intervenire su una prevenzione mirata. Conosciute queste tendenze alimentari, come quella dell’eccessivo consumo di carne, si potrà lavorare con interventi di pediatri sul territorio, in ospedale e con vere e proprie campagne». Il pediatra sottolinea altri risultati dello studio alla voce proteine. «Il rapporto rivela che l’85% dei partecipanti al sondaggio mangia carne non lavorata (bistecche, petto di pollo, eccetera) più di una volta alla settimana, mentre il 9% ne consuma quotidianamente. Inoltre, per quanto riguarda la carne lavorata (gli insaccati) è consumata di frequente: settimanalmente dal 67% e giornalmente dal 4%. I ragazzi adolescenti ne consumano di più, mentre le ragazze con minore frequenza». Anche per gli zuccheri si accendono delle spie. «Il cioccolato è lo spuntino più consumato: dal 75% almeno una volta alla settimana, dal 12% ogni giorno. Un aspetto in cui è utile compiere una prevenzione mirata riguarda le bevande dolci: lo studio rivela

I giovani svizzeri consumano troppi zuccheri e relativamente poca frutta e verdura. (Freepik.com)

che quasi la metà dei bambini ne fa uso settimanalmente, in particolare i maschi più grandi (oltre il 70% settimanalmente) e il 3% del totale dichiara di berle ogni giorno. Le bevande energetiche vengono scelte soprattutto dai maschi più grandi». Insomma, zuccheri (anche il sale in Svizzera è consumato in eccesso, come altre indagini hanno messo in evidenza nel passato), merendine e carne vanno certamente monitorati. Tra i responsabili scientifici dello studio abbiamo interpellato anche Suzanne Suggs della Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI, che è stata coinvolta dall’inizio alla fine del protocollo, contribuendo allo sviluppo del rapporto di sintesi e focalizzandosi in particolare sugli aspetti comportamentali dell’alimentazione: cosa mangiano i giovani, perché e in quali circostanze. Come vanno interpretati questi risultati dal punto di vista della salute pubblica e quali segnali emergono dal suo osservatorio? «La percentuale di bambini e adolescenti in sovrappeso e obesi è preoccupante. La Svizzera è un Paese ad alto reddito con un buon sistema educativo, accesso a cibi sani e possibilità di svolgere attività fisica e sport: la combinazione di questi fattori dovrebbe porci in una posizione migliore. Essere in sovrappeso o obesi è ovviamente difficile per i giovani in termini di stigma e di movimento, ma aumenta anche il rischio di problemi futuri, come dolori articolari, diabete e malattie cardiache. La situazione è dunque preoccupante sia a livello individuale sia a livello di sistema sanitario. La World Obesity Federation nel 2023 ha previsto che l’obesità infantile potrebbe “più che raddoppiare entro il 2035 (rispetto ai livelli del 2020)” e che “l’impatto economico globale del sovrappeso e dell’obesità raggiungerà i 4,32 trilioni di dollari all’anno entro il 2035 se le misure di prevenzione e trattamento non miglioreranno”. Si tratta in gran parte di costi prevenibili». In che modo il Canton Ticino e i servizi preposti saranno informati concretamente sui risultati dell’in-

dagine e come si prevede di coinvolgerli attivamente nella messa a punto e nell’implementazione di azioni di prevenzione mirate? Suzanne Suggs: «Abbiamo appena reso disponibili i primi risultati riassuntivi, quindi al momento non ci aspettiamo ancora molte azioni concrete. È necessario comprendere meglio la situazione in Ticino e, una volta ottenute queste informazioni, le autorità locali potranno utilizzarle per decidere le misure da intraprendere. Saremo disponibili per supportare l’interpretazione dei dati e lo scambio di idee. Inoltre, il dottor Giacomo Simonetti e il suo team presso l’Istituto Pediatrico della Svizzera italiana a Bellinzona, con il quale abbiamo una stretta collaborazione, hanno un accesso diretto a bambini e genitori per piani di prevenzione e di cura, oltre alla possibilità di condividere le informazioni all’interno del sistema sanitario. Sono molto fiduciosa che il Ticino, le scuole e i Comuni utilizzeranno questi risultati in modo efficace per la popolazione». Quali interventi di prevenzione saranno ritenuti prioritari per migliorare le abitudini alimentari di bambini e adolescenti? «In base a quanto sappiamo finora, zucchero e dolci rappresentano una priorità fondamentale su cui concentrarsi. I giovani ne consumano quantità eccessive. Come per tutti i cibi poco sani, la moderazione è essenziale e quindi dobbiamo ridurre la quantità di zuccheri consumati. Tuttavia, concentrerei la maggior parte degli sforzi sull’aumento del consumo di alimenti sani piuttosto che solo su ciò che deve essere ridotto. Nel tempo, sappiamo che quando si mangiano più alimenti sani, il corpo inizia a preferirli e si tende a consumare meno quelli non salutari. La modalità concreta con cui raggiungere questo obiettivo è ancora in fase di definizione, ma le ricerche condotte con il mio team all’USI e uno studio attualmente in corso finanziato dal Fondo nazionale svizzero ci forniranno presto indicazioni utili. Va inoltre evidenziato che sui dati emersi dallo studio menuCH-Kids verranno effettuate ulteriori analisi».

Redazione Carlo Silini (redattore responsabile) Simona Sala Barbara Manzoni Manuela Mazzi Romina Borla Ivan Leoni

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI)

Mondoanimale ◆ Al blobfish un premio che rivaluta anche le specie esteticamente «particolari»

Quando pensiamo a un pesce, la nostra mente corre a creature dai colori vivaci e forme eleganti: il pesce pagliaccio, con le sue strisce arancioni, o il pesce mandarino, con i suoi riflessi psichedelici. Ci piacciono i pesci belli, simmetrici, levigati, decorativi. Ma quando la natura ci mostra un animale fuori dagli schemi, come un pesce molle e dall’aria triste, tendiamo a giudicarlo brutto e a ignorarlo. È ciò che è accaduto al blobfish, a lungo noto come il «pesce più brutto del mondo», che nel 2025 ha avuto la sua rivincita in Nuova Zelanda, venendo eletto Pesce dell’anno. Una vittoria che la dice lunga su come noi giudichiamo gli animali, e su come, a volte, proprio la bruttezza possa diventare un’alleata inaspettata della conservazione. Sta di fatto che, secondo le neuroscienze, la percezione estetica umana è influenzata dall’illusione della bellezza e modellata da simmetria, colori vivaci e armonia: tutte caratteristiche che il nostro cervello associa a salute, familiarità e attrattiva. E questo è l’atteggiamento che abbiamo anche con gli animali. Così, tra le profondità marine e gli acquari domestici, tendiamo a preferire pesci che rispecchiano quest’idea di bello. Al contrario, pesci come l’anglerfish (con i suoi denti aguzzi e la luce sulla fronte) o il wolffish atlantico (con le sue potenti mascelle) ci appaiono come piccoli mostri. Eppure, la natura ha fatto sì che questi tratti siano adattamenti perfetti al loro ambiente, e l’orrore, in fondo, è solo negli occhi di chi guarda. Tornando al pesce neozelandese dell’anno, il blobfish (Psychrolutes marcidus) vive al largo di Australia e Tasmania, tra i 600 e i 1200 metri di profondità: un mondo inaccessibile, dove la pressione è fino a 120 volte quella della superficie. In quell’ambiente estremo, il suo corpo molle, privo di muscolatura sviluppata e senza vescica natatoria (una sacca piena di gas che permette ai pesci di controllare la profondità a cui galleggiano) rappresenta un miracolo evolutivo. È quindi da sopra il fondale che esso attende il passaggio delle prede e, in questo modo adattativo, non ha bisogno di nuotare né di inseguire. Tuttavia, quando risale

Animalia.bio

La ricerca ◆ Sono stati da poco pubblicati i risultati dello studio menuCH-Kids sulle abitudini alimentari dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni

in superficie durante ricerche scientifiche o per la pesca a strascico, il blobfish mostra tutta la sua bruttezza perché il corpo, privo di una solida struttura ossea, si deforma per la brusca decompressione. Il risultato è un aspetto molle e cadente, dai tratti quasi umani, che negli ultimi anni ha ispirato meme e contenuti virali in rete. Per questo, nel 2013 fu eletto «animale più brutto del mondo» dall’Ugly Animal Preservation Society, un’iniziativa nata per attirare attenzione sulle specie dimenticate perché poco fotogeniche. Quella stessa fotografia, però, nel 2025 ha finito col renderlo famoso restituendogli una sorta di rivincita dovuta proprio alla sua stranezza. È successo in Nuova Zelanda, dove la Mountains to Sea Conservation Trust ha lanciato il concorso Fish of the Year per far conoscere le specie marine locali, e su oltre 5500 voti, ha vinto a sorpresa proprio lui, con più di 1200 preferenze. Un successo inaspettato, certo, ma non casuale, perché dietro quella scelta apparentemente ironica si cela un messaggio più profondo: ogni specie merita attenzione, anche (e forse soprattutto) quelle che non rispecchiano i nostri standard estetici. Per quanto informe, il blobfish è diventato il volto di un’intera categoria di animali minacciati, invisibili ai più perché privi di fascino. Chiederci perché l’aspetto di un pesce ci importa tanto è scomodo ma necessario: proteggiamo tigri, panda o delfini, ma ignoriamo specie meno fotogeniche. È un dato di fatto che l’attrattiva estetica visiva influenza non solo il nostro interesse, ma anche le politiche di conservazione, i finanziamenti, le priorità scientifiche. Eppure, creature come il blobfish o l’orange roughy (altra specie vulnerabile degli abissi) sono essenziali per gli ecosistemi profondi, oggi minacciati da attività come la pesca a strascico. Ironia della sorte, proprio l’immagine «brutta» del blobfish ha acceso i riflettori su queste problematiche. In fondo, ha ottenuto qualcosa che la bellezza riesce raramente a fare: farci riflettere. Infatti, il caso del blobfish mostra che sensibilizzare il pubblico può passare anche da vie inattese; allora, bruttezza e conservazione si intrecciano in un’alleanza tanto sorprendente quanto possibile. Questa attenzione può tradursi in azioni concrete come educazione ambientale, ricerca e regolamentazione della pesca. Infine, il blobfish ci ricorda che la bellezza naturale non segue i canoni umani: ogni organismo è frutto di evoluzione e adattamenti. Giudicarlo solo dall’aspetto significa perdere la sua vera storia. Se un giorno il pesce più brutto può diventare il pesce dell’anno, forse possiamo imparare anche noi a guardare il mondo con occhi meno giudicanti, più curiosi e decisamente più aperti.

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SOCIETÀ

Ritorno alla libertà, passo dopo passo

Incontri ◆ Storie di chi esce dal carcere e ricomincia la vita fuori anche con l’aiuto del progetto Obiettivo Desistenza

Entro con un po’ di timore. Non so cosa mi aspetti, che persone ci sono, come saranno, come mi accoglieranno. Non so che tipo di atmosfera: tristezza, imbarazzo, rabbia? Entro nella sede del progetto Obiettivo Desistenza perché sono invitata lì a pranzo. Voglio conoscere persone che stanno compiendo un passaggio, da dentro a fuori il carcere, da un mandato penale a una vita sociale in libertà. La tensione sparisce appena varco la soglia. Mi pare di entrare in una casa. C’è una signora che potrebbe essere mia mamma, intenta a tagliare gnocchi mentre ride e si tocca la faccia lasciandovi un po’ di farina. C’è un uomo accanto a lei che identifico subito come educatore: il sorriso calmo e intenso, l’attenzione per tutti quelli che gli stanno intorno. Qualcuno sta preparando l’insalata, altri mettono tavola, vassoi di gnocchi passano da una stanza all’altra in attesa di essere tuffati nell’acqua. Si parla concitatamente, come nelle famiglie. Qualcuno è in balcone a fumare, poi rientra. Mi siedo accanto a una ragazza elegante, con gli occhiali, che mi fa pensare alla maestra di violino di mia figlia; parliamo di blues, dell’importanza di fare esercizio fisico e d’amore: lei si è appena innamorata di un ragazzo come lei ospite dello Stampino, ma in quella struttura semi-aperta non ci si possono dare né baci né carezze, quindi è frustrante. Un paio di utenti si mostrano diffidenti: farai fotografie? Cosa scriverai? Tutto quello che diciamo finirà sul giornale? Ma poi piano piano anche loro si rilassano. Mi raccontano che la gente ti guarda con occhi timorosi o affascinati quando dici che sei stato in carcere, e non si sa cosa sia più offensivo. E invece, quello che cercano, mi dicono, è più che altro di essere guardati come persone.

«Ora per me anche pagare la bolletta del telefono è una cosa bellissima: mi ricorda che sto rientrando nel sistema, che ho di nuovo delle responsabilità» Gli gnocchi sono squisiti; nessuno rifiuta il bis. A tavola si parla di chi sta allo Stampino e delle sue regole, ma anche di altro, gastronomia, ricordi vari, progetti. Con il caffè mangiamo la torta dell’educatore sorridente, il quale poi alla fine capisco che fa parte come utente del programma Obiettivo Desistenza. La «mamma» invece è una volontaria. Che strano: non c’è nessuno qui dentro che mi pare diverso da me, dai miei parenti, dai miei amici, dalla gente che frequento. O forse non è strano. Forse è veramente qualcosa che può succedere a chiunque di noi, in una fase della vita. Come avere un momento di profonda tristezza, come un attimo di estrema fragilità: anche uno scivolone fuori dalla legge, il rialzarsi, il riprendere a camminare, sono tutte possibilità. Sento che con questo pranzo ho abbattuto un confine immaginario, tra un noi e un loro, che non esiste.

Christian Ci incontriamo a Lugano, vicino alla casa di una anziana signora a cui porta la spesa. Sembra rilassato e si-

Pixabay

Sara Rossi Guidicelli

curo di sé. Da poco è uscito di prigione, dove ha passato dieci anni, adesso è sulla trentina. Christian (nome di fantasia), dice che è stato arrabbiato per quattro anni, poi è iniziato il suo grande cambiamento. Prima di tutto ha riflettuto, molto; e poi ha trovato la fede. «Con la preghiera è iniziata la pace», mi racconta. «Ma sono serviti anche i corsi di comunicazione non violenta, di gestione delle emozioni, di empatia. Prima ero un disastro in queste cose e l’ho combinata grossissima. Ora mi sento un’altra persona: gli anni ti trasformano. Sette alla Stampa e tre allo Stampino. Ne avevo presi 15, poi però mi hanno diminuito la pena. Il primo congedo l’ho avuto dopo sei anni. Sono andato a casa dai miei genitori. Mi sono venute le vertigini: tanta gente, troppa confusione, troppe emozioni, sono andato in ansia. Poi però quando sono ritornato in cella per quasi un mese rivivevo i dettagli di quelle poche ore, continuamente, e non aspettavo altro». Ci vuole tempo per riabituarti alla gente, al rumore, all’altezza. I suoi abitano in un palazzo: in carcere non ti affacci mai da un quinto piano. Perdi anche l’abitudine di camminare su un sentiero, o sulla sabbia: il terreno è sempre liscio. Fare il bagno. Parlare con una donna. Decidere dove andare. Dentro hai sette ore di visita al mese, per il resto ti occupi in modo proficuo, se vuoi: corsi di inglese, di informatica, laboratori, palestra, possibilità di seguire un apprendistato. Allo Stampino sei in un regime misto: hai le chiavi della tua cella e questa ha la porta del bagno, che puoi chiudere. Allo Stampino si è mescolati uomini e donne; ti restituiscono il cellulare, c’è internet, puoi cercare lavoro, esci già con una squadra che ha delle mansioni di pubblica utilità. «Sei un po’ più libero, anche se sempre sorvegliato», mi spiega. «Adesso vivo lì ancora per qualche mese, poi torno a casa; un lavoro per fortuna ce l’ho adesso. Ora per me anche pagare

la bolletta del telefono è una cosa bellissima: mi ricorda che sto rientrando nel sistema, che ho di nuovo delle responsabilità». Christian in questo momento chiede solo che la gente abbia voglia di conoscerlo veramente e di non fermarsi a ciò che ha fatto. Secondo lui i datori di lavoro dovrebbero dare più chances a chi esce dal carcere: «Dentro impari la disciplina, orari, lavoro, regole. Ti entrano dentro». Ma non è facile trovare chi assume chi ha avuto pendenze giudiziarie, quindi per fortuna ci sono i programmi occupazionali, così da costruire un curriculum e ricominciare a farti una rete. «Ora mi piace il giorno e mi godo la vita», mi dice Christian quando gli chiedo in che cosa si sente cambiato. «Prima ero notturno, non mi interessava niente altro. Ero aggressivo e non mi godevo nulla. Il vero clic l’ho fatto dopo quattro anni, quando ho commesso una stupidata in carcere e il direttore mi ha detto: ’Per questa volta non ti trasferisco, ti lascio un’altra possibilità’. Quella fiducia è in assoluto la cosa che più mi ha portato alla guarigione».

Ludovico Anche lui è allo Stampino, anche lui finisce di scontare la pena (di cinque anni) tra pochi mesi. Avrebbe potuto trasferirsi molto prima nel regime di semi-libertà, ma ha voluto finire l’apprendistato che stava seguendo alla Stampa. Ha dunque un mestiere, una famiglia, il gruppo di Obiettivo Desistenza, con cui ha fatto amicizia. Però è comunque difficile: finanziariamente, quando esci e ti ritrovi fuori, sei a terra. È difficile trovare un lavoro, una casa in affitto, hai voglia di fare tante cose ma non ti puoi permettere quasi niente. «Ho l’impressione che la gente mi fissi; ho paura che pensino che mi approfitti della fiducia. Conosco per-

sone che si rifiutano di uscire, anche quando possono, perché hanno paura di commettere di nuovo reati oppure perché temono il giudizio della gente. Io avevo troppa voglia di mettere i piedi in acqua. Quella sensazione… sai, dalla finestra della Stampa si vede un fiumiciattolo: quanto ho sognato di entrarci a piedi nudi!». Però in carcere Ludovico ha imparato a fare gruppo, prima era troppo timido. «Io non mi perdonerò mai quello che ho fatto. Ho fatto soffrire persone e anche la mia famiglia e non tutti i miei cari ora si fidano di me. Ho seguito un percorso di psicoterapia, in cui mi hanno chiesto di scrivere lettere alle mie vittime, mai spedite, però dicevo loro di non tenersi mai dentro il dolore. È dura convivere con la propria colpa. Però mi hanno aiutato a capire perché lo facevo. Per odio verso me stesso. Io mi odiavo, non avevo autostima, ora ho imparato a volermi un po’ di bene. E la psicologa mi ha aiutato a riconoscere i campanelli d’allarme, se dovessi sentirmi di nuovo depresso, subito dovrei chiedere sostegno a un professionista. Mi ha aiutato anche la ginnastica: se sono in forma mi piaccio di più e questo aiuta anche tutto il resto. La prima cosa che ho fatto uscendo è stato prendere un abbonamento in palestra». Gli chiedo cosa vorrebbe dire ancora: «Che la persona non è il suo reato. Tutti sbagliamo. Ci si può redimere. Non chiudeteci la porta in faccia».

Alessandra Lei è l’animatrice e la coordinatrice del programma Obiettivo Desistenza, un progetto nato alcuni anni fa in tutti i cantoni latini della Svizzera, ma a cui ora anche la parte tedesca si sta interessando. Il suo ruolo è quello di organizzare attività più volte al mese per permettere a chi ha vissuto l’esperienza del carcere di riattivare le proprie risorse, tornare a essere grup-

po, riallacciare contatti con il territorio, prendersi impegni, partecipare. «Il momento in cui si riparte nella vita è delicato, soprattutto per chi non ha una rete di sostegno. Se hai una famiglia, una casa che ti accoglie, sei più forte, ma ci sono persone che si ritrovano completamente isolate. Qualcuno una volta mi ha detto: “Ho una figlia, lei è la mia ragione di vita: se non l’avessi non so cosa farei”». Il gruppo Obiettivo Desistenza va al cinema, al lago, al museo, nel bosco, ascolta musica, parla, mangia insieme. Per sentirci umani dobbiamo stringere legami. Per questo è fondamentale avere un posto dove gli altri ti accettano per quello che sei. «Qui si possono fare le prove per il ritorno alla società, a volte tutta la libertà di colpo è troppo. C’è chi viene solo qualche settimana, chi resta con noi mesi. Alcuni fanno amicizia e poi si vedono anche fuori; io porto conoscenti miei, ci sono volontari che si uniscono a noi. Ci viene solo chi vuole, è su base volontaria». Alessandra Felicioni mi racconta che li vede piano piano ricostruirsi. Hanno perso tutto, libertà, reputazione, lavoro, relazioni, speranza. «Vedo davvero che hanno voglia di farcela. Qui in questo gruppo si sostengono l’un l’altra, rispettano le regole». E alla fine, si fa una cerimonia di fine mandato.

La cerimonia Ludovico ha finito. Cioè: non è più sotto il controllo dell’ufficio dell’assistenza riabilitativa. In altre parole: non ha più nessuna pendenza con la legge. È libero. Ha trovato una morosa, due settimane fa l’ha portata a Gardaland e si sono divertiti. Ha anche il suo appartamento adesso, e mi dice che la cosa più bella è poter appendere i vestiti. Era stato in un foyer e lì non c’erano armadi, così teneva tutte le sue cose in un sacco. Adesso ha il comodino e tutta la casa bene in ordine; può cucinare e mangiare quando vuole. Cerca lavoro. Anche a Christian mancano ormai poche settimane. Il giudice gli ha dato il permesso di andare a stare dai suoi genitori. Ora che il percorso giudiziario è terminato, gli si organizzerà una cerimonia istituzionale, a entrambi, in cui le autorità, gli operatori sociali e loro stessi faranno piccoli discorsi e celebreranno questo passaggio importante. Serve a far sentire la persona accompagnata, degna di fiducia, incoraggiata; ci sono motivazioni umane ma anche molto pratiche, perché il rischio di recidiva, è provato, è molto più alto in chi non si sente riaccolto dalla società. Durante la cerimonia, la rappresentante dell’Autorità di esecuzione delle sanzioni si complimenterà con Ludovico e con Christian per aver finito, per aver riallacciato dei legami e per gli sforzi compiuti. Consegnerà loro un attestato di fine mandato, che testimonia la fine del loro confronto con la giustizia; gli augureranno di poter proseguire nel loro progetto di vita, che garantisca soddisfazioni a loro stessi e a chi sta loro vicino. Il documento sarà firmato dall’Ufficio dell’assistenza riabilitativa ed è una prova di stima nei confronti di qualcuno che, la stima, l’aveva persa da tutti e da tutto, ma in primo luogo da se stesso. Quell’attestato sarà un altro tassello per il loro nuovo futuro.


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SOCIETÀ / RUBRICHE

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L’altropologo

di Cesare Poppi

Il Falcone Maltese ◆

Il Falcone Maltese non è solo quel laborioso (per non dir pasticciato) noir firmato nel 1929 da Dashiell Hammett dal quale fu tratto il film di successo. Il rapace originale volava infatti alto da ben prima dei Fratelli Lumiere, simbolo di uno dei passaggi più epici (e problematici) del secolare incontro-scontro Oriente/Occidente. Il 22 dicembre del 1522 finiva l’assedio che l’esercito di Solimano il Magnifico aveva iniziato il 26 giugno per farla finita con la presenza a Rodi dei Cavalieri Ospitalieri. Perduta nel 1291 la fortezza di Acri, ultimo ridotto cristiano in Terra Santa, a favore dei Mamelucchi, gli Ospitalieri avevano conquistato Rodi. Fortificata l’isola con bastioni d’ultima ingegneria, determinati alla rivincita e favoriti dalla posizione in vista della costa ottomana, gli Ospitalieri si riciclarono da cavalieri a marinai: la loro flotta, coadiuvata da corsari cristiani (o così definiti da entrambe le parti dello schiera-

mento) scorrazzava in lungo e in largo sulla costa meridionale dell’attuale Turchia: una spina nel fianco che, ad un certo punto, Solimano il Magnifico decise fosse ora di estirpare. Già a maggio di quell’anno a Rodi si era venuti a sapere, grazie al network di spie sulla terraferma, che il Sultano stava ammassando un esercito di 100’000 uomini e trenta galee: intendeva andare all’assalto del Regno di Ungheria risalendo il Danubio, oppure – il perfido! – era solo un diversivo per poi invece far rotta su Rodi? Questo per settimane l’argomento di discussione alla tavola di Philippe de Villiers, Gran Maestro dell’Ordine. La diplomazia era al lavoro fra bluff e controbluff e giochi doppi e tripli. Rassicurato il 3 giugno il nuovo governatore del quartiere veneziano di Istanbul Andrea Gritti che comunque si fosse evoluta la situazione i possedimenti veneziani non sarebbero stati toccati, lo stesso giorno il Kapudan Pascià (Grandam-

miraglio) Kortoglu Muslihiddin Reis gli fece sapere che sarebbe presto salpato con la flotta alla volta di Rodi. In quelle stesse ore sulla costa di fronte a Rodi, per una serie di rocamboleschi rapimenti e controrapimenti di spie – soffiate e torture degne quelle sì di un giallo moderno – Ottomani e Ospitalieri vennero a conoscenza delle rispettive intenzioni. Seguirono mosse e contromosse: scappati i buoi dalla stalla (o il gatto fuori dal sacco – decidano i fedeli lettori dell’Altropologo) gli Ottomani seguitarono a blandire i Veneziani che sarebbe comunque stato business as usual… Nel frattempo ad Istanbul e a Rodi ci si adoperava gli uni a mobilitare i corsari turchi ad unirsi all’impresa, gli altri ad implorare aiuto ai «cristiani» (leggi veneziani) naviganti in zona. Fatto sta che il 26 giugno da Fethiye e Marmaris salparono 150 navi ottomane. Truppe da sbarco iniziarono scorribande nella campagna di Rodi, tenendosi però

fuori portata dell’artiglieria dei difensori. Da Rodi furono sparati una decina di colpi di artiglieria pesante, ma le navi turche restarono fuori tiro. Rodi era difesa da una cinta di mura lunga 3,5 km, raddoppiata o triplicata nei punti strategici. Potenti torri guardavano i camminamenti sulle mura. Fossati rinforzati, bastioni e spalti si affacciavano su un’area desertificata per quattro chilometri tutt’attorno la città per impedire rifugio agli assalitori. Donne e schiavi al lavoro. Un carico di 2000 botti di polvere da sparo sequestrati ad una malaugurata nave veneziana fattasi trovare in porto. In difesa per De Villiers: 15’000 fanti, 700 cavalieri, 500 arcieri e 3300 pezzi d’artiglieria – compresi gli archibugi. Poche galee, alcune fuste e brigantini, peraltro poco utili. All’attacco per Solimano il Magnifico: 100’000 fanti, centinaia di pezzi d’artiglieria, fra 110 e 150 galee leggere, 40 galee pesanti e circa 200 unità di naviglio leggero.

Seguirono mesi di assalti e contrassalti, brecce rintuzzate degli assalitori e sortite con variabile fortuna dei difensori. Perdite ingenti e soprattutto frustrazione da parte degli Ottomani fecero sì che Solimano, presente in persona, decidesse a un certo punto di far scorticare e (solo) poi decapitare suo cognato, inetto comandante. Poi, al prezzo di 50’000 morti di contro ai 2000 dei difensori, 28 galee leggere e 2 pesanti – più un numero imprecisato di naviglio minore, gli Ottomani finirono per vincere. Una vittoria di Pirro: capitolata Rodi dopo furiosi negoziati, il primo gennaio 1523 gli Ospitalieri sopravvissuti si imbarcarono su 50 navi assieme a 4000 civili esuli. Fu solo l’inizio: Ospitalieri e Ottomani si sarebbero rivisti (si fa per dire) a Malta (1565), dove gli Ospitalieri furono trasferiti al prezzo di un Falcone Maltese, tributo annuo al Vicerè di Sicilia. Poi – dulcis in fundo – a Lepanto (1571). Una storia infinita?

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La stanza del dialogo

di Silvia Vegetti Finzi

Ai bambini insegniamo a desiderare ◆

Gentile professoressa, leggo da anni la Stanza del dialogo e, tempo fa, le ho anche scritto ricevendo una risposta convincente. Come si sarebbe detto prima del Movimento delle donne, sono un’attempata zitella senza figli, un ramo secco. In realtà, come zia, ho avuto una intensa vita affettiva. Sto ora occupandomi della seconda generazione di nipoti, cinque maschietti che vanno dai tre ai sette anni: cinque monelli allegri e affettuosi, ognuno con il suo carattere. Tre vivono in Svizzera, due in Italia. Ma, grazie alla nonna, che spesso li riunisce a casa sua, ricevono una educazione molto simile, che può rappresentare un parametro del modo migliore di crescere i bambini. Al di là delle situazioni particolari, mi sembra che i bambini dei nostri giorni crescano troppo in fretta: sono intelligenti, curiosi, competenti ma tante volte a scapito della fantasia e, avendo tutto,

sono spesso annoiati. Lei che ne pensa? / Zia Teresa Cara Teresa, innanzitutto complimenti per la sua capacità di osservare la società e porsi delle domande. Troppe volte gli anziani credono di sapere tutto senza accorgersi che i cambiamenti sono così rapidi da rendere obsolete le loro esperienze. Viviamo in una società contraddistinta dalla impazienza, dalla fretta. I tempi degli adulti prevalgono su quelli dei bambini, che sarebbero molto più lenti. Quanti piccini vorrebbero dormicchiare nel loro lettino e gustare la colazione con calma invece di vestirsi e uscire di casa in fretta e furia? Conosco una bambina di tre anni che ogni sabato alle 9 viene portata dalla Baby sitter a seguire un corso di nuoto in piscina. Il

Alimentazione

che vuol dire alzarla alle sette quando d’inverno è ancora buio. Viviamo nella società della fretta dove la parola «attesa», come osservava il filosofo Bauman, suona come una parolaccia. Tutto deve essere fatto al più presto, anzi subito. Come narro nel mio ultimo libro, L’ospite più atteso, l’incapacità di aspettare, di darsi tempo condiziona il legame madre-figlio sin dalla gravidanza e si protrae per tutta l’infanzia. Chi invita i più piccoli a scrivere una letterina a Babbo Natale? Sanno già che avranno tutto, anche quello che non hanno mai desiderato. Sui bambini, sempre meno numerosi e preziosi si concentra l’attenzione di otto o più parenti, tutti con il regalo più bello e, sperano, più gradito. Una ricerca statistica di qualche anno fa constatava che in media i bambini a Natale chiedono quattro regali, sempre

in media ne ricevono dodici, otto di troppo. Le intenzioni degli adulti sono ottime, i comportamenti generosi, ma nascondono il rischio che, di fronte al «troppo», i bambini divengano apatici, senza desideri. Il desiderio nasce infatti dalla mancanza, si esprime nella domanda, si nutre dell’attesa. È però difficile impedire doni che esprimono attenzione, cura, amore, che rinsaldano le relazioni familiari. Quello che potremmo fare è lasciare che i festeggiati aprano i pacchi che s’accumulano sotto l’albero. La sorpresa sarà motivo di gioia, invitiamoli poi a scegliere quali, di tanti giocattoli, possono donare ai coetanei che, contrariamente a loro, hanno poco o niente. La solidarietà è un valore che, se condiviso, migliora la stima di sé e la relazioni e con gli altri. Tuttavia non è un impul-

so spontaneo. Nell’infanzia prevale piuttosto la logica dell’Io e del Mio. Basta osservare i bambini che giocano insieme per constare quanto siano egoisti e possessivi, come si contendano giocattoli che potrebbero condividere. Spetta all’educazione introdurre il Noi, un soggetto collettivo che svolge una fondamentale funzione sociale: nelle bambine modera l’invidia, nei maschi la competitività. Infine, cara zia, grazie di stimolare riflessioni che mettono al centro i bambini e invitano ad ascoltarli. Informazioni Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)

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di Laura Botticelli

Latte e latticini, scetticismo da sfatare ◆

Buongiorno signora Botticelli, ho sentito dire che i latticini abbassano il metabolismo e quindi fanno ingrassare oltre al fatto che causano alcune malattie come il cancro e infarti. È vero? La ringrazio. / Diego Egregio signor Diego, con tutte le informazioni che ci giungono ogni giorno dai social o altro è bene essere prudenti e chiedere un parere a un esperto. Purtroppo va di moda prendere di mira determinati gruppi alimentari e negli ultimi anni è nata una sorta di scetticismo riguardante il settore del latte e dei latticini. Partendo dal presupposto che l’attuale piramide alimentare svizzera, aggiornata nel 2024, consiglia ancora da due a tre porzioni al giorno di latticini – per garantire che l’organismo sia ben rifornito di proteine, calcio, iodio, vitamina B2 e vitamina B12 – direi, senza avere dubbi al riguardo,

che così male non facciano, ma le risponderò riferendole di una meta-analisi di 95 studi scientifici che si basa su una revisione completa della letteratura medica pubblicata tra il 2014 e il 2024; in poche parole, è uno studio riassuntivo che ha analizzato in modo sistematico e completo le evidenze esistenti su questo argomento specifico su 10 anni. Per quel che concerne l’abbassamento del metabolismo, non se ne parla da nessuna parte, e da nessuna parte si correla il consumo di latte all’aumento ponderale. È vero che il latte ha un’elevata densità nutrizionale e che chi ne beve molto assume anche grassi, proteine e calorie, il che può portare a un aumento di peso, ma questo solo se si sforano le raccomandazioni nutrizionali. Ad esempio, per enfatizzare ma per rendere chiara la situazione, per chi beve latte come se fosse acqua è abbastanza inevitabile

che si vada verso un aumento di peso. Se bere latte e mangiare latticini è stato ritenuto la causa di gravi malattie croniche, tra cui il cancro, questo è dovuto dalla presenza degli ormoni e, in particolare, i fattori di crescita come l’IGF-1, che sono identici negli esseri umani e nei bovini. Per anni, sono stati studiati vari tipi di cancro per determinare se fossero collegati al latte e ai latticini, e i numerosi risultati riconoscono in realtà che il consumo regolare di latte e latticini riduce il rischio di cancro del colon-retto e non aumenta il rischio di cancro al seno. Per quanto riguarda i problemi cardiaci, si sa che il latte contiene grassi, e il grasso del latte è costituito per circa due terzi da acidi grassi saturi. Questi sono stati a lungo considerati fattori di rischio per il cuore e i vasi sanguigni, in particolare per l’arteriosclerosi e la coronaropatia, dove i grandi vasi sanguigni intorno al cuo-

re si restringono, portando potenzialmente a un infarto. Tuttavia, gli esperti hanno cambiato opinione sui grassi del latte: le attuali conoscenze scientifiche suggeriscono che non vi sia alcun legame tra i grassi del latte e gli infarti o la coronaropatia. Questo vale anche per gli acidi grassi saturi presenti perché il grasso del latte o dei latticini è incapsulato in una speciale «matrice» e la sua composizione varia a seconda del prodotto. Si tratta di una «matrice» complessa dove gli acidi grassi saturi sono associati a componenti come i fosfolipidi, che possono abbassare il colesterolo LDL (quello «cattivo»), e a minerali come il calcio, che potrebbero contrastare gli effetti dei grassi saturi. La composizione di questa matrice, e quindi la sua composizione nutrizionale, varia a seconda del prodotto lattiero-caseario. Inoltre, la fermentazione del latte in yogurt o formaggio produce ele-

menti proteici più piccoli (peptidi) e acidi grassi a catena corta. Esistono prove che queste sostanze abbassano la pressione sanguigna e migliorano la sensibilità all’insulina, riducendo così anche il rischio di malattie cardiache. Il grasso del latte contiene anche acidi grassi specifici che possono avere proprietà antinfiammatorie e le malattie cardiovascolari, così come l’obesità grave o il diabete di tipo 2, sono causate da processi infiammatori. Per concludere, quindi, le consiglio di attenersi alle porzioni e alla frequenza di consumo consigliate dalla piramide alimentare e di godersi tranquillamente i suoi latticini. Informazioni Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)


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ATTUALITÀ ●

Auroville: un’utopia minacciata La «città ideale» concepita secondo i principi del filosofo Aurobindo si trova oggi sotto pressione a causa delle politiche accentratrici promosse dal Governo indiano

L’Agenzia spaziale europea compie 50 anni L’ESA festeggia l’importante traguardo in un contesto che non favorisce più la collaborazione e si avvicina la fine dell’esperienza della Stazione spaziale internazionale

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Democrazia fragile, futuro incerto

Il punto ◆ Dal Cile agli Usa, passando per l’Europa: aumentano sfiducia e restrizioni alla libertà individuale. Speranze per il 2026 Alfredo Venturi

Ci si augura sempre che l’anno nuovo riceva dal precedente un’eredità positiva, ma non è certo il caso del Capodanno che si prospetta. Infatti il 2026 dovrà gestire un lascito che definire calamitoso si avvicina appena alla realtà. L’eredità è pesantissima: guerre combattute o latenti, mancati accordi di tregua, crisi economica globale, faticosa ricerca di quell’oggetto misterioso che è il nuovo ordine mondiale, un odio strisciante che guasta i rapporti fra gli Stati, fra le coalizioni, fra le alleanze, fra le persone. Tutti i problemi che il 2025 non ha saputo risolvere sono ancora in attesa di definizione, determinando conseguenze preoccupanti. Al centro della scena il restringimento degli spazi di libertà individuale che si registra in numerosi Paesi e che viene interpretato come rimedio per uscire dall’emergenza.

È un fenomeno apparentemente inarrestabile, parte di quella crisi della democrazia di cui ormai da anni politologi e costituzionalisti, uomini di legge e di economia, stanno cercando il bandolo. Si potrebbe definire l’autodifesa dell’ordine esistente, perché come diceva il conte di Cavour in una sua amara confidenza vecchia di quasi due secoli «a governare con lo stato d’assedio son buoni tutti». Tutto cominciò con la disaffezione politica, i cittadini-elettori stanchi di registrare le mancate promesse delle amministrazioni pubbliche cominciarono a considerare inutile l’esercizio del voto. In questo modo facendo venir meno la rappresentatività delle classi politiche. Inoltre i votanti superstiti manifestarono presto la tendenza a cercare rifugio e protezione nelle forze ultraconservatrici e nazionaliste. Tipico il caso del Cile, un Paese sconvolto dal peso dei troppi migranti clandestini e della criminalità galoppante, dove José Antonio Kast, addirittura un seguace del sanguinario ex-dittatore Augusto Pinochet al quale esplicitamente si ispira, è stato eletto presidente con una maggioranza schiacciante. Ha promesso una politica basata sulla chiusura delle frontiere, l’espulsione dei clandestini, una lotta senza quartiere contro la criminalità. Quanto alla disaffezione elettorale, colpisce soprattutto in Europa, in particolare nell’Unione europea, aprendo angosciosi interrogativi. Se la gente non va a votare, o lo fa soltanto un terzo dei potenziali elettori, è evidente che i rapporti di forze ne usciranno pesantemente alterati.

Freepik

José Antonio Kast, seguace dell’ex-dittatore cileno Pinochet, è stato eletto presidente con una maggioranza schiacciante

Che razza di Parlamento scalderà gli scranni di Strasburgo? Che razza di visione potrà applicare al suo lavoro politico? Non sorprende di certo che sia i singoli Stati dell’Unione, sia l’Unione stessa, siano direttamente investiti dalla democrazia in crisi.

Il politologo britannico Colin Crouch ha varato un neologismo che la dice lunga sul tema: postdemocrazia La sfiducia popolare negli organi elettivi diventa così il problema numero uno, e la tentazione dei Governi di usare le maniere forti si fa sempre più incalzante. Si moltiplica in tanti Paesi, indipendentemente dalla collocazione politica e ideologica, l’adozione di misure limitative della libertà del singolo, non proprio lo stato d’assedio di cui parlava Cavour, almeno finché dura questa specie di pace, ma qualcosa che sembra pro-

cedere nella stessa direzione. E così risuona una volta ancora l’eco della massima ironica e sferzante di Winston Churchill, che precedette di pochi decenni gli sviluppi che oggi le cronache rendono così attuali: «La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre già sperimentate». Mentre la democrazia cerca come può di sopravvivere alle emergenze, e si fa strada la corrispondente tentazione di venirne a capo mettendo da parte le garanzie democratiche e rendendo asfissiante il controllo sui cittadini, i controversi ritocchi al meccanismo del potere si trascinano stancamente nel quasi totale disinteresse delle opinioni pubbliche. Il politologo britannico Colin Crouch ha varato un neologismo che la dice lunga sul tema: postdemocrazia. È il sistema in cui a muovere le leve politiche non sono più i Parlamenti, i partiti, le coalizioni, i rapporti fra gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione, ma le lobbies, in par-

ticolare i potentissimi gruppi di pressione delle grandi multinazionali, oltre alla maggior parte dei mass-media e dei supporti tecnologici, che se ne fanno interpreti. La crisi della democrazia e l’avvento della postdemocrazia si presentano agli occhi degli analisti non soltanto come conseguenza ma anche come causa del malessere politico. Lo schema è abbastanza semplice; i Governi nel panico si sentono accerchiati dalle forze del dissenso che li accusano di deriva autoritaria e tentano di reagire con una durezza che considerano imposta dalle circostanze, per esempio limitando o smantellando lo stato sociale per ricavarne risorse finanziarie. Immediatamente il mondo dell’alta finanza si precipita a occupare ogni spazio vacante per assicurarsi sempre più potere. Il fenomeno si registra con particolare evidenza negli Stati Uniti dove il presidente Donald Trump evita di affrontarlo e anzi secondo l’opposizione democratica e coloro che lo contestano all’inter-

no della sua stessa parte politica, non esita a incoraggiarlo. Al punto che c’è chi teme il sorgere di un autoritarismo americano. Insomma in questo 2026 che si avvicina il mondo dovrà affrontare tutti i problemi che il 2025 ha lasciato irrisolti e che il troppo tempo trascorso ha vistosamente aggravato. Auguriamoci che almeno si risolva il capitolo essenziale della tregua e della pace nel conflitto ucraino. E che incoraggiata da un simile sviluppo un’opinione pubblica internazionale finalmente motivata si liberi della sua apatia, della carica di odio che ci opprime, delle incomprensioni e dei luoghi comuni, e sappia reagire riscoprendo la politica e facendola propria. Utopia? Può darsi, ma non si vedono alternative, e in questi casi perfino l’utopia può diventare una strada percorribile. Basta non farsi troppe illusioni: il cammino sarà tutt’altro che agevole, eppure non si tratta soltanto di salvare la democrazia. Si tratta, né più né meno, di salvare il mondo.


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ATTUALITÀ

Auroville, un sogno di armonia che dà fastidio

India ◆ La «città ideale» concepita secondo i principi spirituali del filosofo bengalese Aurobindo si trova oggi sotto pressione a causa delle politiche accentratrici promosse dal Governo di Narendra Modi Guido Mariani

Un’utopia in crisi, un sogno sotto attacco. Nel sud-est indiano, situata nel cuore di un paesaggio tropicale del Tamil Nadu e a pochi chilometri dall’ex enclave coloniale francese di Pondicherry, sorge la comunità di Auroville. Di fatto considerata fuori dal sistema federale indiano, è una Fondazione regolata dal 1988 da uno statuto speciale che ne riconosce la natura unica ed è controllata da organi di governo autonomi. La storia di Auroville inizia negli anni Sessanta del Novecento, quando gli eredi spirituali del filosofo bengalese Aurobindo Ghose decisero di fondare una città che ne rispecchiasse le idee. Aurobindo, braccato dal Governo colonialista inglese per le sue battaglie indipendentiste, si era rifugiato negli anni Dieci proprio a Pondicherry dove all’epoca batteva ancora il tricolore francese. Qui abbandonò la lotta politica per scegliere lo studio e la contemplazione, divenne «Sri», il santo, Aurobindo e teorizzò uno stile di vita che avrebbe portato benessere all’intera umanità: lo yoga integrale. Non è una semplice disciplina meditativa, ma un sistema di conoscenze che vede in ogni essere umano un canale per la manifestazione del divino. La visione di Aurobindo, morto nel 1950, fu messa in pratica in particolare dalla sua principale discepola spirituale, Mirra Alfassa, la Mère, «la Madre», una francese che aveva vissuto la vita bohemienne di Parigi, ma nel 1920 si era trasferita definitivamente a Pondicherry, ricercando una Parigi esotica e trovando invece in Aurobindo la guida spirituale di cui era sempre stata alla ricerca.

La visione di Aurobindo, morto nel 1950, fu messa in pratica in particolare dalla sua principale discepola spirituale, di origini francesi, Mirra Alfassa La prima comunità di Auroville si costituì alla fine degli anni Sessanta con l’arrivo dei primi pellegrini, chiamati i pionieri. Erano gli anni in cui l’India ispirava visioni di rinascite spirituali e raccoglieva chi era in fuga, un po’ per moda un po’ per noia, dalla modernità e dal consumismo occidentale. Per quasi sessant’anni il sogno di Auroville è sopravvissuto alle temperie politiche indiane e alle mode orientalistiche e orientaleggianti. Oggi è ancora una comunità che accoglie più di tremila persone provenienti da tutto il mondo (gli indiani sono meno della metà) e che ha come regola di vita il rispet-

La cupola dorata di Auroville, il Matrimandir, il cuore spirituale della città, concepito come luogo di meditazione e simbolo dell’unità umana. In basso: Il Visitor center, un complesso che accoglie i visitatori, fornisce informazioni e mette a disposizione spazi espositivi, negozi e ristoranti. (Wikipedia/Freepik)

to dell’essere umano. Qualcosa sta però cambiando. La «città dell’Aurora» è stata spesso vista non come un’utopia realizzata, ma come uno spazio postcoloniale creato per accomodare i sogni di stranieri che cercavano e cercano un’idea dell’India che non appartiene agli indiani. Oggi al visitatore Auroville può apparire, più che una comunità spirituale, come una moderna «gated community», ispirata sì a valori di armonia e condivisione, ma in cui una maggioranza di occidentali chiaramente benestanti vive una vita da borghesi in un territorio circostante che manifesta ancora tutte le enormi contraddizioni del Subcontinente. «Auroville non appartiene a nessuno. Appartiene all’umanità», è uno dei motti fondativi di questo esperimento ed è anche una risposta alle critiche. Tuttavia il clima politico in India è sempre meno favorevole a visioni universalistiche ed ecumeniche. Il Governo del premier Narendra Modi è guidato da un’ideologia fortemen-

te legata a un nazionalismo religioso che vede l’India come una Nazione la cui identità si basa (e si deve basare) sulla religione induista. Non è quindi un caso che il Governo indiano stia cercando di rendere anche il progetto di Auroville più conforme alle proprie linee ideologiche. La comunità ideale ha visto negli ultimi anni una massiccia presenza di nuovi cantieri. Il progetto urbanistico originario del villaggio utopico, ideato da La Mère ed elaborato dall’architetto francese Roger Anger, prevedeva una struttura a forma di galassia capace di ospitare fino a 50’000 abitanti. Di quel progetto rimane il cuore, il suggestivo Matrimandir, una struttura sferica che è un luogo di meditazione ed è il simbolo della comunità. Auroville negli ultimi decenni non ha voluto perseguire però gli obiettivi di sviluppo, scegliendo di rimanere una comunità ristretta, anche per obbedire a problematiche ambientali e di gestione di risorse. Ma le nuo-

ve opere prevedono l’abbattimento di aree verdi, la costruzione di strade e infrastrutture, con il fine, secondo alcuni, di snaturare e diluire lo spirito comunitario, consentendo sempre più la penetrazione dei principi ideologici del partito di Governo.

È una comunità che accoglie tanti occidentali benestanti; il territorio circostante manifesta tutte le contraddizioni del Subcontinente Al centro di ogni polemica c’è Jayanti Ravi, originaria del Gujarat (lo stato di Modi) che nel 2021 è stata nominata dal Governo indiano a capo della Fondazione Auroville. L’amministrazione da lei guidata ha spinto per una trasformazione rapida e radicale, introducendo anche programmi e iniziative culturali di chiara ispirazione nazionalista-religiosa. Le voci criti-

che sono state messe in guardia: alcuni cittadini di Auroville non indiani si sono visti annullare il visto che consente a loro di vivere nella comunità. Il caso più clamoroso è quello di Frederick Schulze-Buxloh un tedesco di 86 anni, uno dei «pionieri», a cui è stato sospeso il permesso di residenza per la sua opposizione ai cambiamenti in atto. «Si tratta solo di casi isolati – ha replicato Jayanti Ravi – il 99,92% dei visti degli stranieri è stato rinnovato». Ma la partita che si gioca è in realtà più ampia della piccola comunità di Auroville. Il Tamil Nadu è uno stato di 72 milioni di abitanti che non ha mai amato il centralismo del Governo di Delhi. La popolazione, di lingua tamil, è legata a una propria antica religiosità e non gradisce le influenze dei politici accentratori di lingua hindi. Nell’assemblea legislativa statale il partito di Modi è in minoranza e al Governo c’è un’ampia coalizione che unisce partiti laici, progressisti e comunisti, tutti uniti dall’ostilità nei confronti del premier indiano. Il Chief Minister dello stato si chiama M.K. Stalin, un nome che i genitori gli diedero alla nascita perché in quei giorni moriva il leader sovietico, è un personaggio, come il suo omonimo, innamorato del culto della personalità e le sue immagini sono onnipresenti in tutto il Tamil Nadu. Ha riconosciuto che Auroville oggi è sotto l’attacco dell’ideologia del partito al governo a Delhi, e, ha aggiunto: «Verrà comunque realizzato il sogno di Aurobindo e della Madre». Ma anche in questo caso non si sa se sia in agguato un altro tentativo di controllo politico, ideologico o religioso. Quella che è nata per essere la celebrazione dell’armonia in un universo di divisioni, è diventata la pedina di un grande gioco politico.


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ATTUALITÀ

Europa nello spazio: 50 anni di sfide e alleanze Prospettive ◆ L’ESA festeggia questo importante traguardo in un contesto che non favorisce più la collaborazione mentre si avvicina la fine dell’esperienza della Stazione spaziale internazionale: quali sono le priorità? Loris Fedele

La situazione geopolitica che stiamo vivendo e l’intricato mosaico di situazioni, blocchi e divieti che costellano i rapporti tra la Russia e L’Europa, con gli Stati Uniti alla finestra, stanno condizionando anche il programma spaziale. È vero che collaborazioni internazionali stabilite da tempo procedono, seppur con qualche intralcio, ma sembra che si sia perso molto di quello slancio ideale che aveva caratterizzato gli ultimi decenni. Nel campo dell’astronautica una presenza importante, del cui operato si parla sempre meno, è quella della Stazione spaziale internazionale (ISS) che nel 2025 ha raggiunto i 25 anni di attività. La NASA (cioè gli americani), ROSCOSMOS (i russi), L’ESA (gli europei), JAXA (i giapponesi), CSA (i canadesi) per tutti questi anni hanno vissuto e lavorato insieme sulla ISS, dandosi dei turni, facendo così avanzare le conoscenze scientifiche con esperimenti che non sono possibili sulla Terra, per via della maggiore gravità. Alla fine di novembre hanno raggiunto la Stazione i tre astronauti della 74esima spedizione, che durerà 8 mesi. Purtroppo sembrano diminuire gli investimenti, i russi si ritireranno e l’ISS entro il 2030 verrà dismessa.

La NASA pone le proprie risorse, ridotte per decreto dal presidente Trump, soprattutto nelle missioni nello spazio più lontano «La Stazione è stata un banco di prova critico», ha voluto sottolineare con enfasi la NASA in un recente comunicato, «per comprendere e superare le sfide del volo spaziale di lunga durata, oltre che per espandere le opportunità commerciali in orbita terrestre bassa». Per quest’ultima voce sono ormai in prima fila le aziende fornitrici di servizi, largamente impiegate in prima persona negli USA al posto delle figure statali. La NASA pone le proprie risorse – ridotte per decreto dal presidente Donald Trump – soprattutto sulle missioni nello spazio più lontano: sul ritorno alla Luna, previsto con il programma Artemis, e preludio all’ancor più impegnativo volo umano su Marte. Da parte sua l’Europa spaziale (ESA) ha sempre dato il suo contributo a questi programmi: nel caso della Luna – per esempio – anche con un suo nuovo programma denominato Argonaut, che sosterrà Artemis. Tuttavia cerca sempre di affermare il suo ruolo e la sua autonomia operativa. Ne è la prova il programma Galileo, che l’ESA vanta come il sistema di navigazione satellitare più preciso al mondo. Per far capire cosa sia, spesso viene chiamato il GPS europeo, perché svolge la stessa funzione, con il vantaggio rispetto al «gemello» americano di essere del tutto civile e non militare. Anche per l’ESA l’anno 2025 ha segnato una tappa importante: corrisponde infatti ai suoi 50 anni di vita. Era il 30 maggio 1975 quando si è firmata la Convenzione che ha portato alla creazione dell’Agenzia spaziale europea, della quale – fin dall’inizio – fa parte anche la Svizzera. Si annunciava così il ruolo fondamentale dell’ESA nella promozione dell’eccellenza tecnologica e scientifica europea, ruolo che dopo 50 an-

Le missioni più innovative dell’ESA: la sonda spaziale LISA e NewAthena, un potentissimo osservatorio a raggi X per esplorare l’universo. Nella foto, il direttore Generale dell'ESA, Josef Aschbacher, in carica dal 1° marzo 2021. (Keystone)

ni di realizzazioni di successo le viene sicuramente riconosciuto, così come la capacità di aver prodotto un meccanismo istituzionale di cooperazione inter-governativa che continua a funzionare bene. Una cooperazione tra gli Stati che, giova ricordarlo, per statuto deve essere svolta a fini esclusivamente pacifici. Nella riunione interministeriale dell’ESA tenutasi a Brema, in Germania, il 26 e 27 novembre scorso, a riprova della coesione tra i Governi, i 23 Stati membri hanno votato e approvato il montante record di 22,1 miliardi di euro per sostenere i principali programmi scientifici, tecnologici e di esplorazione. C’è stato anche l’incremento sostanziale del budget per le applicazioni spaziali in materia di osservazione della Terra, della navigazione e delle telecomunicazioni. È questa una terna di componenti fondamentali dell’iniziativa «per la resilienza spaziale europea». Per controllare la Terra e la navigazione marittima, con prodotti sempre più performanti, continua la fortunata serie dei satelliti Sentinel, sviluppati, costruiti e lanciati dall’ESA nell’ambito del programma della UE Copernicus. Il 4 novembre 2025 è stato messo in orbita Sentinel-1D che opererà con Sentinel-1C lanciato un anno prima: entrambi sorvegliano i ghiacci del mare artico, che vengono cartografati, seguono gli iceberg e sorvegliano tutto l’ambiente marino.

L’ESA ha voluto darsi i mezzi per essere un leader nella ricerca spaziale, aumentando il proprio budget annuale del 3,5%, con voto all’unanimità Registrano gli inquinamenti e le maree nere, la pesca illegale, la sicurezza marittima e le rotte delle navi. Sono anche utilizzati per misurare le deformazioni del suolo in caso di terremoti o di eruzioni vulcaniche. Controllano la situazione delle foreste e i disboscamenti, i suoli coltivati e le acque dolci. Nel caso di catastrofi naturali e di crisi, sono i primi a dare l’allarme e a

seguire l’evoluzione dei fenomeni. I due satelliti sono il rimpiazzo del Sentinel-1, felicemente in orbita e operativo da ben 11 anni. Il direttore generale

dell’ESA Josef Aschbacher ha sottolineato che in un contesto geopolitico difficile tutti gli Stati membri e la Commissione europea hanno rinnova-

to la fiducia nella loro Agenzia spaziale. L’ultima sessione del Consiglio a livello ministeriale è la prima tappa per la messa in opera della Strategia 2040, che fissa le ambizioni e definisce gli obiettivi a lungo termine per le attività dell’ESA: attività che comprendono anche le applicazioni sulla Terra di tutto quanto promosso e trovato nello spazio. Per l’immediato futuro l’ESA ha voluto darsi i mezzi per essere un leader nella ricerca spaziale. Per questo ha aumentato il proprio budget annuale del 3,5%, con voto unanime dei membri. Ciò consentirà di finanziare anche le missioni scientifiche più innovative, come per esempio LISA e NewAthena. LISA è una sonda spaziale di un progetto in corso, inserito all’interno di un programma decennale che cura la visione cosmica: si studiano le onde gravitazionali, le stelle binarie, i buchi neri supermassicci (con masse di milioni o miliardi di volte quella del Sole). Come potete intuire ci sono di mezzo la relatività di Einstein e le sue visioni. NewAthena sarà invece un potentissimo osservatorio a raggi X, fatto per esplorare l’universo. Si spera di poterlo lanciare nel 2037 con il più grande razzo europeo, l’Ariane 6, nella sua versione con 4 razzi ausiliari a combustibile solido. L’ottimismo è d’obbligo. Annuncio pubblicitario

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CULTURA ●

Il ritorno della Madame di Flaubert Al Foce una messinscena che parte dalla disillusione quotidiana per trasformare la casa e le abitudini nel vero spazio del conflitto

Audrey Hepburn oltre il mito Una graphic novel approvata dalla famiglia rilegge la vita straordinaria dell’attrice con uno sguardo sobrio, disincantato e profondamente umano

Specchi del ritorno Nell’antologia di poesie scelte (1967-2024) L’isola nelle selve, Umberto Piersanti tiene insieme memoria privata, paesaggio e dolore

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Lkhagvadorj Enkhbat (*1987), Supermarket, 2014.

Mongolia, non solo Gengis Khan Mostre ◆ Il Museo Rietberg di Zurigo offre un’immagine lontana dagli stereotipi del Paese incastonato tra Cina e Russia Elda Pianezzi

La mostra in corso al suggestivo Museo Rietberg di Zurigo (e dedicata al paese di Genghis Khan), suddivisa secondo un chiaro schema geografico-temporale, accanto a immagini familiari che parlano di steppe smisurate, cavalli al pascolo o orde di guerrieri, mira a confrontare i visitatori anche con aspetti politici, sociali e storici meno conosciuti e di grande complessità. Per esempio quello riguardante l’ubicazione del Paese, difficile da definire con precisione, visto che la Mongolia è sia uno stato sovrano (fondato nel 1924) sia una regione autonoma della Cina.

Al fine di riuscire a raccontare al meglio un Paese sfaccettato come la Mongolia, i curatori hanno deciso di partire dalle sue città, la prima delle quali è Ulaanbaatar, fondata nel XVII secolo Come testimoniano i tanti pregevoli oggetti esposti, l’ambiguità geografica è accompagnata da una storiografia altrettanto ambigua che, nel corso di due millenni, ha vi-

sto sorgere e sparire grandi imperi. Per raccontare un Paese tanto sfaccettato i curatori non sono quindi partiti dai suoi mitici (e stereotipati) spazi vuoti in bilico tra pascoli e orizzonti infiniti, ma dalle sue città, la prima delle quali – la moderna Ulaanbaatar fondata nel XVII secolo come monastero buddista – è presentata nell’area centrale dell’esposizione, quella che accoglie i visitatori con una iurta «aperta» che lascia visibile la struttura portante. Da Ulaanbaatar, o UB, come la chiamano affettuosamente i suoi abitanti, si compie un viaggio a ritroso nel tempo, passando attraverso i tre grandi insediamenti urbani eretti tra il II e il XIV secolo, evidenze della precoce urbanizzazione della regione e della coesistenza sul territorio di popolazioni di origini molto diverse. In questo modo si scopre che nel Medioevo le metropoli mongole hanno giocato un ruolo di importanza primaria per lo sviluppo culturale ed economico dell’Europa e dell’Asia, facilitando commerci e scambi. La presenza di città, antiche e moderne, non ha comunque mai escluso la coesistenza del tradizionale stile di vita nomade, che ancora oggi costi-

tuisce il nucleo dell’identità mongola. Non a caso fino al 1855 UB cambiò ventotto volte collocazione, finché non si decise di stabilirla definitivamente nella valle del fiume Tuul. Oggigiorno è una città fatta di estremi: non solo è la capitale più fredda al mondo, ma anche la più inquinata; mentre nella steppa in media la concentrazione abitativa è di una persona per km quadrato, nel centro di UB sulla stessa superficie vivono ben 7850 persone. Dal centro dell’esposizione i visitatori possono recarsi in uno dei tre spazi tematici adiacenti. Passando sotto un portale rosso si accede alla storia di Longcheng, la città mongola più antica mai documentata, detta «dei draghi», opera dell’impero Xiongnu, esistito fino al primo secolo d.C.. Gli Xiongnu, i cui spettacolari reperti ritrovati in tombe riccamente arredate provano l’esistenza di relazioni commerciali estese a tutta l’Eurasia, diedero inizio a tradizioni che divennero poi determinanti per i successivi sviluppi in Mongolia, come l’importanza eccezionale del cavallo, l’uso in battaglia del potente arco composito e l’organizzazione delle truppe secondo il sistema decimale. Attraversando un portale verde ci si immerge

nell’impero Uiguro dell’VIII secolo e nella sua capitale Karabalgasun, estesa su un’immensa area di 40 km2. La sua nobiltà aveva stretti legami con la cultura cinese e allo stesso tempo intratteneva intensi contatti commerciali con l’Asia occidentale.

La mostra zurighese propone anche una serie di opere di artisti contemporanei che offrono uno sguardo sulla vita nel Paese fra urbanità e valori nomadi tradizionali Al suo apice, l’impero uiguro controllava il commercio lungo le vie della seta settentrionali e importava merci di lusso di ogni tipo, con contatti fino in Persia e a Bisanzio. Attraverso un passaggio blu si entra infine nel mondo di Genghis Khan e dei suoi successori, fondatori dell’impero terrestre più grande della storia che, nel suo periodo di massima espansione, andava dalla Corea fino all’Ungheria e dalla Siberia fino al Vietnam e all’India settentrionale. Karakorum, la sua leggendaria capitale, eretta nel 1235 e distrutta dai cinesi

nel 1388, fungeva da centro amministrativo, commerciale e artigianale con una popolazione che proveniva da ogni dove ed era composta da funzionari uiguri, artigiani cinesi, persiani e persino europei, nonché da mercanti originari di tutta l’Eurasia, ognuno di loro libero di parlare la propria lingua e di praticare il proprio culto religioso. Sparse per tutte le sale della mostra a fare da fil rouge tra le varie epoche sono presenti opere d’arte realizzate da artisti contemporanei che offrono uno sguardo sulla vita in Mongolia fra urbanità e valori nomadi tradizionali. Come il quadro iperrealistico di Lkhagvadorj Enkhbat che, con empatia, raffigura le difficoltà dei senzatetto di Ulaanbaatar. Prospettive inedite come questa, insieme a tutti gli altri oggetti e testimonianze in mostra, rivelano un Paese che vale la pena conoscere più da vicino. Dove e quando Mongolei. Eine Reise durch die Zeit, Zurigo, Museo Rietberg (Gablerstr. 15). Orari: ma-do 10.00-17.00; me 10.00-20.00; lu chiuso. Fino al 22 febbraio 2026. www.rietberg.ch


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Una Bovary in minigonna e stivaletti

Buon Natale

Teatro ◆ L’irriducibile desiderio torna nella rilettura della Madame flaubertiana con la regia di Cordella

Film ◆ Davanti alla Tv avvolti nella coperta

Laura Di Corcia

Manuela Mazzi

In scena regna il bianco, inizialmente. Un bianco che però non va confuso con la purezza e anzi ha la precipua funzione di annacquare tutti i sapori, i colori e le sfumature della vita sognata – quella che si legge nei libri e si vede nei film, quella promessa sempre disattesa o attesa solo parzialmente e provvisoriamente; il bianco sporco, giallognolo, addirittura nauseante, che prima ancora che l’attrice e l’attore si muovano e agiscano dipinge la pochezza del più vieto orizzonte borghese e normalizzato. Colpiscono anche i colori e le scelte scenografiche nell’intenso, sfumato, ricco di dettagli Bovary di Stefano Cordella, che firma la regia di una rilettura del classico flaubertiano scritto con intelligenza da Elena Petrocchi – in scena lo scorso giovedì sera al Foce la nostrana Anahì Traversi insieme a Pietro De Pascalis, nei panni rispettivamente di una moderna Emma in minigonna bianca e stivaletti rossi e di uno scontato Charles, il medico di provincia che non può rispondere al desiderio cangiante e pretenzioso della moglie. La traiettoria del personaggio è intimamente connessa a quella della protagonista del romanzo di Flaubert, un’eroina del desiderio con una capacità centripeta dipinta perfettamente anche da Vargas Llosa, che nel suo interessante saggio Flaubert e l’orgia perpetua spende queste parole, ancora calzanti: «Come Don Chisciotte o Amleto, (madame Bovary) riassume nella sua tormentata personalità e nella sua mediocre vicenda un certo atteggiamento vitale permanente da cui sono scaturiti tutte le imprese e i cataclismi dell’uomo: la capacità di generare illusioni e il folle desiderio di realizzarle».

Anahì Traversi e Pietro De Pascalis in scena al Lac con Madame Bovary di Gustave Flaubert per la regia di Cordella, e sulla sceneggiatura di Patacchini. (Luca Del Pia – Lac)

Il desiderio è in effetti al centro dello spettacolo, che però parte girando la carta e scoprendone il volto opposto: la sua disillusione. Goffi appaiono i tentativi di Charles di vivere una vita felice agli occhi di Emma, che ironizza sui puntelli su cui lui stesso si issa per rassicurare il suo piccolo e limitato universo: la pizzata con gli amici («Perché pizzata? – si chiede Emma – è una cena»), le barzellette un po’ trite raccontate a tavola, le serate a suon di film e pigiama, la voglia di casa: tutto contribuisce a creare quella che Adorno definisce «intimità alienante», alla lunga rea di spegnere la passione. Nello spettacolo questo orizzonte

domestico rassicurante e al contempo soffocante è segnalato dalle luci che si abbassano, che racchiudono e ammorbidiscono (chi scrive crede di essersi innamorata del teatro per il giuoco di luci e ombre). Al centro della scena c’è lei, Emma, che pesta i piedi per terra, che non si accontenta di nessun surrogato e che continua testardamente a credere che vita e desiderio non possano non coincidere. Interpretata da una multisfaccettata Anahì Traversi, che in questo spettacolo mostra di aver raggiunto una maturità interpretativa altissima e che si fonde totalmente con il personaggio, la donna attraversa le fasi che la portano dalla noia (moraviana) per

la vita riservatele e dall’insoddisfazione per non riuscire nella scrittura al tradimento e quindi alla depressione per essere stata lasciata dall’amante e alla morte, segnalata dal cambio d’abito, il vestito nero. È la filosofia del tutto o niente cui però la protagonista non sa e non può sottrarsi. E se Charles le grida alla fine che sa di essere mediocre ai suoi occhi ma pensa in realtà di essere solo un uomo normale, Emma non rivelerà mai il segreto del suo profondo istinto di vita che si trasforma in male di vivere. Diciamolo noi, con Lars von Trier: «Forse l’unica differenza fra me e gli altri, è che io ho sempre preteso di più dal tramonto».

OSI, 90 anni e non sentirli

Pubblicazioni ◆ Lorenzo Sganzini ci accompagna dietro le quinte dell’Orchestra della Svizzera italiana Enrico Parola

Quello che Lorenzo Sganzini ha scritto per i novant’anni dell’Orchestra della Svizzera Italiana non è un libro da musicista; perché lui non lo è, anche se nei suoi vari incarichi – direttore di Rete Due e progetto LAC tra i tanti – ha avuto spesso a che fare con l’Osi: per anni è stato membro del Consiglio di Fondazione (che nel 1991 ha sostituito la Radiotelevisione come ente cui l’orchestra faceva capo). Ma proprio questo rende prezioso il libro: non è la canonica cronistoria, non si sviluppa attraverso concerti memorabili, elenchi di direttori e solisti. Ci sono, ma letteralmente capitano come momenti di un viaggio che lo scrittore inizia in punta di piedi e continua sempre più disinvolto: è il racconto di ciò che oggi l’Osi è, la scoperta del dietro le quinte di un’orchestra. Rintocca l’umanità varia e talvolta sorprendente delle tessere di questo mosaico sonoro: gli strumentisti, che Sganzini segue nelle prove, nelle tournée, perfino nelle audizioni per scegliere un nuovo membro; captando confessioni e segreti inconfessabili («questo non lo scrivi» si è sentito ripetere più volte), aneddoti e riflessioni. Un libro utile per i tanti appassionati non musicisti che volessero conoscere più a fondo la vita di un’orchestra, ma anche per gli esperti, perché

pagina dopo pagina si entra nella carne viva non di un ensemble generico, ma di un mondo preciso e unico, quello dell’Osi. L’autore confessa di aver scelto le prove da seguire in base ai propri gusti: quella con Juraj Valcuha non perché gli interessasse il direttore, ma per sentire l’Eroica di Beethoven. Annota che, prima di iniziare, chi ha l’archetto lo batte sul leggio, gli altri applaudono: è il saluto al nuovo sostituto dei contrabbassi; e poi parte Happy Birthday, che si rivela essere «il motivetto più eseguito da tutte le orchestre del mondo»: e quando si è tra i 40 e i 100 i musicisti, è dif-

ficile che ci sia una settimana senza compleanni. Sganzini scopre anche come i musicisti chiedano a un direttore che sappia riconoscere le note sbagliate e che sia chiaro nel gesto, mentre le parole, soprattutto se tante, stonano: infatti Valcuha entra e dopo un laconico «Buonasera, facciamo il primo movimento» attacca. «Il paravento» che dà il titolo all’11esimo capitolo è quello dietro cui suonano i candidati al posto in orchestra, qui di seconda tromba, vinto da Simon Pellaux; l’autore scopre come la pratica sia volta a far sì che il giudizio – cui partecipa in due fasi tutta l’orcheImmagine di copertina del libro dedicato ai 90 anni dell’Osi.

stra – sia solo e squisitamente musicale, influenzato da nient’altro. Da qui Sganzini parte per toccare il tema delle donne in orchestra (17 su 41 al momento del libro): la violinista Barbara Ciannamea gli racconta che trent’anni prima la prova del mercoledì era alla sera, per permettere alle madri di accudire i figli. Un video del 1975 – concerto diretto da Celibidache – mostra tre violiniste, e un filmato senza audio del 1938 ne mostrava già due, all’epoca qualcosa di clamoroso; dopo una lunga ricerca, una si scopre essere Livia Salati, madre del violoncellista Rocco Filippini. Non mancano i grandi momenti: la Nona di Beethoven che inaugura il LAC, le direzioni di Mascagni, Stravinskij e di un Richard Strauss che Otmar Nussio descrive con «un fare tra l’assente e l’annoiato» mentre dirige, ma con l’orgoglio che sia stata proprio l’Osi la dedicataria, nel 1947, dell’ultimo brano composto dall’ottantatreenne maestro. Un regalo per quei dodici anni che adesso sono diventati novanta; come si suol dire, «novant’anni suonati». Bibliografia Lorenzo Sganzini, Il respiro dell’orchestra. Un anno tra prove, concerti e tournée. Coedizione OSI-Casagrande, Bellinzona, 2025

Basta un lumino acceso, una traccia di cannella nell’aria, ed ecco rifarsi viva la voglia dei mitici film natalizi in stile Hallmark, scontatissimi e proprio per questo perfetti per le feste. La trama è un meccanismo rodato: lei vive nel frastuono urbano, schiacciata da scadenze e notifiche, quando, disillusa e scontrosa, è costretta a partire per un luogo remoto: la casa d’infanzia in campagna, un villaggio montano che sembra un presepe, o un paese fuori dal tempo, Scozia, Canada, Irlanda, ma anche l’America più isolata e dunque, vien da sé, più autentica. A pochi minuti dall’arrivo, l’inevitabile collisione con lui: burbero solo in apparenza, allergico all’ansia metropolitana, ostinatamente affezionato alla sua routine. Si sopportano a fatica, si punzecchiano, si fraintendono, fino a scoprirsi alleati senza volerlo, complici l’aria gelida e le luci tremolanti. Capita così che, mentre cercano di non rompersi una gamba sulla pista di ghiaccio, o condividono un’ora di tregua davanti a un falò dove si sciolgono marshmallow in bilico su bastoncini troppo corti, scocca l’amore, di solito a causa di una cioccolata calda con la panna, di cui resta un fiocco bianco sul naso di uno dei due. Lo schema è eterno: qui, arriva l’incidente narrativo. Nell’equilibrio appena conquistato si infila un segreto pericoloso. Basta poco: una decisione omessa, un incarico da svolgere nascosto per pudore, un gesto frainteso: uno dei due fugge, l’altro ci resta male. Ma sappiamo già che l’errore si trasformerà in un pegno d’amore, con tanto di bacio sotto il vischio, e la neve che fa il suo rispettando l’ingaggio della produzione. Anche quest’anno le piattaforme hanno sfornato decine di titoli nuovi alla maniera del divertente Come in un film di Natale, che si fa il verso da solo. Eppure accendere la tele per vederne uno è come accendere l’albero e avviare il vinile con le melodie più conosciute. Lo ammettiamo: anche noi quasi non riusciamo a resistere al fascino di queste traiettorie emotive di cui la matrice originaria risale addirittura al 1945, con Il sergente e la signora (nella foto), di anno in anno rilucidata a nuovo. In fondo, i classici natalizi hanno costruito una grammatica che continua a funzionare perché parla di seconde possibilità e di cuori che, almeno una volta l’anno, si concedono il lusso di fidarsi, riuscendo nell’incredibile impresa di rimetterci un po’ in pace con il mondo. Forse per la comunità che si muove all’unisono per accendere le luminarie del borgo. Forse per i colori rituali – il rosso che scalda, il verde che promette l’eternità. O per quei piccoli gesti di solidarietà che in queste pellicole sbocciano con naturalezza, come fosse l’unica stagione in cui l’umanità riesce a respirare. O forse solo perché ci piace sapere che, almeno sullo schermo, ogni tanto tutto finisce bene. E mentre fuori il gelo graffia le finestre, un finale lieto ha ancora la forza di rassicurarci più di una coperta. Ecco perché vi auguriamo di potervi concedere il lusso di guardare almeno un film di Natale in questi giorni.


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CULTURA

La responsabilità di essere icone

Graphic novel biografiche ◆ L’autobiografia a fumetti ufficiale di Audrey Hepburn svela quale sia davvero stato il suo ruolo più «vero» e sentito al di là delle mille luci di Hollywood Benedicta Froelich

All’interno dell’olimpo hollywoodiano degli ultimi settant’anni, si può dire che ben poche attrici siano state amate dal pubblico quanto Audrey Hepburn – di certo, non in molte sono riuscite ad assurgere allo status di vere e proprie icone di stile, la cui sola immagine è sufficiente a rievocare in un attimo il sapore di un’intera epoca: basti pensare al celeberrimo, e immediatamente riconoscibile, close-up (ndr: primo piano) della diva tratto dal film Colazione da Tiffany, con tanto di inconfondibili occhiali da sole e bocchino della sigaretta tra le labbra. Proprio per questo, non c’è dubbio che una personalità di tale calibro, la cui cifra estetica è inequivocabile – al punto da essere stampata nella memoria del grande pubblico, nonché nel bagaglio mediatico del XX secolo – costituisca il soggetto ideale per un’opera basata sulla resa grafica e l’impatto visivo; soprattutto quando si considera come la vita della Hepburn possa, di primo acchito, apparire alla stregua di una vera e propria favola moderna. Come negare, infatti, l’appeal popolare offerto dalla struggente vicenda di una ragazzina denutrita e infelice, la quale, dopo un’infanzia trascorsa nell’Europa dilaniata dalla guerra, riesce a sfuggire a un destino da ballerina fallita per divenire una delle più grandi star del cinema internazionale?

Il bianco e nero essenziale, le linee pulite e schematiche, sorprendono perché in evidente contrasto con il glamour hollywoodiano Non sorprende quindi che già diversi libri illustrati siano stati dedicati alla diva: solo negli ultimi anni, si possono contare due volumi, rispettivamente a opera di Michele Botton (2023) e di Jean-Luc Cornette e Agnese Innocente (2024). Tuttavia, questo nuovo Audrey Hepburn si distingue dalle precedenti pubblicazioni per il fatto di essere l’unica approvata dalla famiglia Hepburn – nello specifico, dai due figli, il che ne fa la prima biografia grafica «ufficiale» dell’attrice; un’opera apparsa in anteprima mondiale nel 2023 nella sua versione in lingua francese, e poi tradotta e pubblicata nel maggio 2024 dalla ReNoir Comics, casa editrice ormai confermatasi come leader nel campo dell’editoria a fumetti italiana, specialmente per quanto riguarda le graphic novel. Il volume, i cui disegni sono firmati dal «veterano» dei fumetti biografici Christopher Longé su testi della cineasta indipendente Eileen Hofer, si presenta così come una sorta di cronaca della vita di Audrey, dalla turbolenta infanzia trascorsa tra Inghilterra e Olanda – segnata, oltre che dalla guerra, dall’abbandono da parte del padre – ai primi, timidi passi nel mondo dello spettacolo, presto seguiti dal travolgente riscontro popolare del suo primo ruolo di successo sul palcoscenico di Broadway nel leggendario musical Gigi. In tutto ciò, il vero punto d’interesse è rappresentato dallo sguardo impiegato dagli autori nei confronti di una vicenda pericolosamente a cavallo tra la disperazione degli anni giovanili e le esaltanti gratificazioni della maturità: un punto di vista

ne dell’anima stesse proprio in quanto il poeta Rabindranath Tagore definiva come «servizio» – l’atto di mettersi a disposizione del prossimo per alleviarne le sofferenze.

Uno stile grafico asciutto che si adatta tuttavia benissimo alla complessità di quella che è stata una vita straordinaria

molto personale, che si espleta in una scelta grafica piuttosto anomala, caratterizzata da una semplicità a tratti quasi eccessiva. Infatti, se da un lato la linea chiara in rigoroso bianco e nero netto permette di immergersi con immediata efficacia nella realtà spesso poco edificante delle difficili esperienze vissute da Audrey nella prima giovinezza, una volta entrati nel vivo del racconto uno stile di disegno tanto formale e vagamente schematico sembra, per certi versi, in antitesi con quella che è da sempre l’immagine pubblica della Hepburn – e con il contesto dei magici anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, caratterizzati dalla spensieratezza e fiducia nel futuro tipiche della cinematografia di allora. Una manciata di anni che l’avrebbe vista passare con disinvoltura da un successo all’altro: dal celeberrimo Vacanze Romane a Sabrina, fino al già citato Colazione da Tiffany. Allo stesso tempo, tuttavia, la volontà sembra proprio quella di sottolineare come le sofferenze del passato avessero conferito ad Audrey una visione disincantata e anche malinconica della vita, tale da far sì che le mille luci di Hollywood non avessero del tutto presa su di lei; così, sebbene il codice espressivo appaia a tratti incapace di valorizzare davvero l’espressività e indole della Hepburn, la storia personale della diva – e, soprattutto, l’efficacia con cui essa è trasmessa al lettore attraverso i testi di Eileen Hofer – riescono nell’impresa di ottenere l’assoluto coinvolgimento del lettore e garantire il potere evocativo della messa in scena. Inoltre, la vera forza di questo volume sta nella scelta di puntare i riflettori su un dettaglio spesso sottovalutato dal grande pubblico – il fatto che, una volta lasciatasi alle spalle la giovinezza e il desiderio di rivestire il ruolo di stella del cinema, Audrey avrebbe trovato un nuovo senso di sé e un rinnovato scopo per la propria vita in qualcosa di diametralmente opposto al mondo egocentrico e scintillante della scena hollywoodiana: il suo ruolo di ambasciatrice dell’UNICEF, impegnata a visitare ogni luogo in cui le speranze di sopravvivenza dei bambini apparissero terribilmente basse.

Ecco quindi come, a riflettori spenti – nel momento in cui a contare era solo il confronto con il silenzioso dolore di un «altro» con il quale in molti avrebbero faticato a relazionarsi – la Hepburn ritrovò il contatto con la

parte più autentica e viva di sé: forse con la bambina infelice di un tempo, la stessa che aveva a lungo ricercato il riscatto attraverso la recitazione e il successo per poi, infine, scoprire come la vera, più profonda realizzazio-

Proprio in questo, in effetti, risiede la vera forza espressiva di Una biografia a fumetti: quella che permette all’opera di sopperire alle occasionali rigidità del disegno per mostrare davvero, in modo onesto e commovente, il senso di gratificazione provato da Audrey nel trovarsi infine interprete del ruolo che, più di ogni altro, la rappresentava e definiva – non solo come star, ma in quanto essere umano. Non è un caso che suo figlio Luca Dotti abbia definito questa graphic novel come «senz’altro uno degli omaggi più toccanti mai riservati a mia madre»; il che ci ricorda come, spesso, nell’economia di una vita, i momenti di maggior grandezza personale non siano da ricercarsi nei trionfi pubblici, quanto piuttosto nella capacità di dare un senso più profondo all’esistenza e alle sue reali priorità. Annuncio pubblicitario

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CULTURA

Il viandante, il figlio, la famiglia

Poesia ◆ L’isola nelle selve di Umberto Piersanti è un’antologia che in un’altalena visionaria attraversa tempi, affetti e perdita Guido Monti

Con L’isola tra le selve, Poesie scelte 1967-2024, libro uscito quest’anno da Marcos y Marcos, (bandella di Fabio Pusterla, prefazione e cura di Massimo Raffaeli), Umberto Piersanti ci restituisce il tempo intimo del sé che però continuamente si apre a quello storico delle comunità; sembrano quasi le due dimensioni essere in posizione speculare. Specchi che si osservano di sottecchi, si riflettono. Anche se, certo, il tempo della storia, quello con la «s» maiuscola, della Seconda guerra mondiale, è talvolta nei suoi atroci accadimenti, sfumato o come in appoggio all’altro, meditativo, errabondo, solitario, fatto al massimo di due persone, il poeta e la donna, sempre amata, pienamente, senza risparmio. Egualmente il momento della rivoluzione sessantottina, giocata tra l’università e le piazze urbinati, di cui egli certo si sentiva parte, nell’imminenza della lotta per le libertà, sembra un’eco lontana quando il verso si apre allo spazio vegetativo faunistico del crinale delle Cesane: «[…] / Estraneo all’anno / di gente rovesciata nelle piazze / dei giovani serrati / coi drappi rossi negli edifici / fermo nell’Appennino remoto / immemore del tempo / sciolto dalla catena […]». Lì il tempo fugge dal suo cerchio e chiama il camminatore a farne parte; basta che egli ben ascolti il muoversi della natura, con le sue feste sottese, i colori, gli umori, ed ecco manifestarsi quella dimensione altra del mito, inteso anche come visione dell’origine sempre ritornante e quindi come sempre nuova. Eccola, sembra materializzarsi nella casa sotto «il fosso», in quel giro di voci famigliari, addirittura nella nonna Fenisa ma anche nelle prime esperienze pudiche degli sguardi sulle forme nude. È questo un libro in cui il poeta si fa viandante; la viandanza quasi come forma di sapienza, che dura per Umberto Piersanti da più di 60 anni e che alimenta la

A illustrare la copertina dell’antologia L’isola nelle selve di Piersanti è un’opera di Luca Mengoni. (Marcos y Marcos)

vera giovinezza: camminare, osservare, ricordare e quindi immaginare. Questo il cerchio dei sensi memorabile, che sembra possedere il poeta e che restituisce a ogni lettore, l’affresco mai concluso di una stagione, un territorio, che è anche non dimentichiamolo, quello dei Montefeltro, tra i più rilevanti dell’Italia rinascimentale: «Già dalle cinque / era scuro / a novembre / nel cortile / che dava / sulle tenebre dell’orto // senza luci / si stendeva / la città di pietra / di volte di mattoni / nella notte / ed era sufficiente / bisbigliare / perché nel buio / uscissero gli spiriti […]». Il racconto iniziale dell’esplosione amorosa, in verità continua a persistere in tutto il libro, si fa solo col passar del tempo, più rappreso, sempre però mantenendo quella parola, mi verrebbe da dire, che sa sempre di grande sospiro. Tutto questo allora è il tempo differente citato più volte nel libro,

è una dimensione parallela a quella della quotidianità ma non meno viva, con i suoi fantasmi, le ombre, che corrono tra gli occhi del poeta e i sentieri dell’oggi, anche se il territorio è così cambiato, sembra una cicatrice cementizia che solca le mitologie millenarie. E Nel tempo che precede, titolo dato tra l’altro a una delle raccolte più rilevanti di Piersanti e presente in antologia con alcune poesie, vi è anche in qualche modo il tempo differente. Due tempi in continua transizione, che ancora girano attorno a questo nuovo, irriconoscibile: «[…] ma cessa la tempesta a poco, a poco / e voi ombre svanite / agli occhi mesti, / torna la gente nuova, forestiera / forestiere le case / dentro la terra». Di certo il pensiero del poeta, in questa mirabile antologica, non può non toccare un altro grande punto di riflessione che è quello prodotto dalla nascita del figlio

Jacopo, affetto sin dai primi anni di vita, da una grave forma di autismo. Ecco allora che davvero i tempi differenti si moltiplicano, entra in gioco anche la dimensione altra del figlio, che alimenta ma anche corrode la sensibilità del poeta e le pagine sembrano non lasciare spazio che a questa sorte, voluta da un dio terribile o dal caso forse. Ma Piersanti non cede alla dissoluzione, neanche in questo suo nero presente. Sembrano quasi i versi dolorosi su Jacopo, ricoprirsi di una flebile aureola e alimentare qualcosa che rende degno l’uomo, pur nella tenebra in cui gli è dato vivere. Ecco dunque, una parola sofferente che sa emettere brillii dentro un’immobile crudezza: «[…] figlio che giri solo / nella giostra, / quegli altri la rifiutano / così antica e lenta / ma il padre t’aspetta, / sgomento ed appartato / dietro il tronco, / che il tuo sorriso mite / t’accompagni / nel cerchio della gio-

stra, / nella zattera dove stai / senza compagni». La statura di Piersanti è in questo: tenere, dopo il vacillamento, ancora alto il cammino verso la ricerca e quindi la bellezza. La vita, ci pare sussurri, è sempre degna d’esser riconosciuta per quel che è: un attimo, un miracolo, dentro quest’attimo. E nelle Poesie Nuove, ecco tornare tutta quella dimensione carissima: le donne, riguardate ancora ma come stilizzate in una luce gentilissima, quasi stilnovistica, la guerra dell’inizio vista con l’occhio stupefatto del bambino, il primo commovente sentimento d’amicizia, quel camminare emozionato con la sorella più grande, il sostare col padre in una taverna e la disperazione poi, alimentata dalla sua scomparsa: «[…] il primo vero dolore / che ci colpiva, / colpiva la famiglia, / la famiglia di cinque / così perfetta, / sapevo che il tempo / tutto dissolve e muta, / ma la vivevo eterna / e così era / […]». Tutta questa altalena visionaria di uno spazio remoto, è come se fosse ripassata nelle ultime pagine, proprio con gli occhi dei tempi nuovi. Sì proprio da qui, il poeta pare allungare, attraverso una vista ultramondana, il suo sguardo su quell’alto crinale dell’origine e cucire le Cesane, lo Sprovinglo, folletto maligno del luogo, il Fontanino, Villa Gloria, il Carpegna, il monte Ardizio, la Conserva, lo Spineto, la gola del Furlo, Tavoleto, con i volti tra gli altri, dei suoi amati Madìo dagli occhi azzurri e la Fenisa. I due sono lì, sprofondati in quel fosso, con la casa rudere che a sprazzi tra le frasche fa capolino. Sembrano salutarlo ancora da quel territorio arcano dell’inizio e dell’amore: «[…] Itaca è là / così vera / e presente, / fatta di terra / e acque e foglie, / un’isola nel mezzo / di fitte selve, / forse impossibili / da solcare». Bibliografia Umberto Piersanti, L’isola tra le selve, Marcos y Marcos, 2025

La letteratura secondo me

Saggi narrativi ◆ In Su, Dario Voltolini, raccoglie pensieri sparsi a proposito di autori, della nostalgia o dell’immaginazione e di tanto altro, come riflessioni sulla scrittura Stefano Vassere

quest’anno. Su sta per «a proposito di», ma è formulazione meno formale, più discreta e gentile. Ora, tenuto conto che ci sono solo testi elogiativi o quasi e che non c’è spazio per riserve o, peggio, stroncature, si può pensare che il senso della lettura di questo libro stia nel capire che cosa è piaciuto a un autore che altrove scrive ottime cose. Tutti i capitoli sono intitolati a un

Su, Su Umberto Eco, Su Voltaire, Su Antonio Moresco, Su questo e Su quello, ma anche Su editing e scrittura, Sulla nostalgia, Sull’immaginazione, Su Pinocchio, e, in capo a tutto, Su su, cioè «Su questo libro». L’accesso avviene per vie laterali e forse non lineari: si comincia dai Su di autori che si crede di conoscere bene, magari ci si ferma sui Su metaletterari, quelli dediManuela Mazzi

Si può azzardare che la descrizione del mercato e della macelleria (non in senso traslato, proprio la macellazione) che occupa sei o sette pagine iniziali di Invernale sia una delle cose meglio scritte dell’intero 2024 letterario, non perché si abbia il controllo sull’intera produzione ma piuttosto perché si pensa che sia difficile scrivere meglio di così? E similmente si può dire che il romanzo stesso è un capolavoro di questo scorcio di secolo, anche se la formulazione in questi termini suona tanto definitiva? Un romanzo pieno di conforto narrativo e di storie sorprendenti, come quella della festa dei nomadi sulla spiaggia, una scena, «comunque sia, di celebrazione e ringraziamento». Dario Voltolini è uno che scrive così. Il suo ultimo libro, Su, è una serie di saggi narrativi, interviste, interventi, scritti volanti già usciti qua e là ora pubblicati in vertiginosa sede unica; il testo più antico è del 1985 e quello più giovane, dedicato a Pinocchio, di

cati alla scrittura e al ragionamento. Poi si piomba Su passi pieni di incanto, dove non si sa più se ci si trova di fronte a un testo saggistico o se si è già trasportati in un’altra e più estetizzante meraviglia: all’inizio di Su sé leggiamo di una immagine voltoliniana ricorrente, che forse finirà in un romanzo: «un lastricato di pietre larghe, piuttosto ampio, che viene sommerso dalle onde del mare», un mare che «aumenta e aumentando ribolle, la schiuma cresce e invade tutto». Una schiuma violenta, tutt’altro che soffice, «bolle, turbini, spostamenti, porosità». Appare l’immagine della cattedrale di Trani, talmente protesa verso il mare da risultare come una specie di nave al varo, anche lei parte dell’immagine al pari del lastricato e della schiuma. O ancora in Su scrittura e politica, apprendiamo che la scrittura è come il miele, cibo speciale e benefico, perché prodotto dal passaggio attraverso un altro corpo, come la scrittura è

il risultato di un materiale filtrato attraverso un altro organismo, «che trasforma e che produce». Conoscendoci lettori entusiasti di Dario Voltolini, ci vediamo precipitati sopra a titoli più di ragionamento attorno all’attività scrittoria. Come Su editing e scrittura: che cosa è e che cosa non è editing consapevole e affidabile. Tra gli altri, «quando una persona consiglia lo scrittore di non scrivere racconti bensì romanzi e quindi consiglia di fondere insieme tutti i racconti fin lì scritti in un romanzo, non si chiama editing». E così non si chiama editing dare consigli sulla necessità di cambiare stile, su quella di dare maggiore forza ai personaggi femminili, aggiungere o togliere personaggi, cambiare l’inizio, cambiare il tempo dei verbi, cambiare il luogo dell’azione. Cambiare tutto. Bibliografia Dario Voltolini, Su, Milano, La nave di Teseo, 2025.


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Settimanale di informazione e cultura

Anno LXXXVIII 22 dicembre 2025

azione – Cooperativa Migros Ticino

GUSTO Menù festivo

Attenzione, pronti immergere!

La fondue chinoise è semplicemente un must a Natale. Con brodi originali e salse raffinate, il classico acquista nuova energia. Testo: Dinah Leuenberger

Ricetta

Fondue chinoise con dumpling Piatto principale Ingredienti per 4 persone 2 cipollotti 200 g di ramolaccio 2 grandi carote 200 g di champignon 400 g di pak choi o cavolo cinese 100 g di spinaci baby 400 g di dumpling, ad es. dim sum misti Brodo 8 shiitake secchi 20 g di zenzero 1 cucchiaio d’olio 2 anici stellati ca. 1,2 l di brodo di verdura 2 cucchiai di salsa di soia 2 cucchiai di miso

ASC Dim Sum Shrimps & Verdure Anna’s Best 340 g Fr. 9.95

Per la tavola maionese alla sriracha Sweet Chili Sauce (salsa dolce al peperoncino) Preparare il brodo 1. Per il brodo, metti i funghi secchi ad ammollo coprendoli del tutto con acqua calda. Affetta lo zenzero. 2. Scalda l’olio in una padella. Rosola brevemente lo zenzero e l’anice stellato. Unisci i funghi e l’acqua d’ammollo, passandola attraverso un colino a maglie fini. Aggiungi il brodo e porta a bollore il tutto. Lascia sobbollire per 5 minuti. Condisci con la salsa di soia e il miso.Tieni in caldo fino al momento di servire. Preparare gli ingredienti 3. Taglia i cipollotti ad anelli, il ramolaccio a fette, le carote a strisce, gli champignon e il pak choi a bocconi. Accomoda su vassoi tutti gli ingredienti preparati, compresi gli spinaci e i dumpling. Portare in tavola 4. Versa il brodo nel pentolino per fondue. Accomoda il pentolino sul fornello in tavola e mantienilo ben caldo. 5. Infila i dumpling sugli spiedini o accomodali nei setacci per fondue chinoise. Scaldali per bene nel brodo per ca. 4 minuti. Lessa verdure e funghi a porzioni nel brodo, usando i setacci per fondue. Accompagna con le salse.

Ricette e immagini: Migusto

Fondue chinoise Surf and Turf In questa ricetta, la fondue chinoise si prepara con un brodo dal sapore esotico e si gusta con pesce, carne e verdure. Chinese Style Rice Vermicelli di riso Tiger Kitchen 250 g Fr. 2.50

Gamberetti Black Tiger Migros ASC 180 g Fr. 5.95


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MONDO MIGROS

Ricetta

Hot pot cinese Piatto principale Ingredienti per 4 persone 400 g di carne di manzo al pezzo, ad es. filetto o entrecôte 100 g di vermicelli cinesi 1 mazzetto di cipollotti 2 grandi carote 200 g di funghi misti, ad es. champignon, shiitake, cardoncelli 400 g di pak choi o cavolo cinese 300 g di tofu 200 g di gamberi Brodo 5 shiitake secchi 20 g di zenzero 2 grandi spicchi d’aglio 1 cucchiaio d’olio per rosolare 2 anici stellati 1 bastoncino di cannella 1,2 l di brodo di pollo 4 cucchiai di salsa di soia 1 cucchiaio di zucchero greggio 2 cucchiai d’aceto di riso ½ cucchiaino di salsa al peperoncino, ad es. di Tenz a piacimento Per la tavola salsa hoisin salsa sriracha (piccante) Sweet Chili Sauce (salsa dolce al peperoncino) 1. Metti la carne di manzo in congelatore per ca. 1 ora per farla consolidare un po’. Preparare il brodo 2. Per il brodo, metti i funghi secchi ad ammollo coprendoli del tutto con acqua calda. Affetta lo zenzero e l’aglio.

Pak-Choi 1 pezzo Fr. 1.90 Qui puoi scaricare l’app Migusto

Anche loro vogliono finire nel brodo

Gli ingredienti principali rimangono, ma nuovi contorni e alternative alla carne rendono l’esperienza della fondue chinoise ancora più speciale

1

Dumpling Dim sum misti, momos o dumpling funzionano perfettamente come contorno alla carne – oppure la sostituiscono completamente a seconda della confezione. Si trovano già pronti nelle varianti vegetariane, di carne o miste. Infilzare i dumpling singolarmente sulla forchetta e cuocerli per 4 minuti.

2

Vermicelli di riso Al posto di riso o pasta come contorno, si possono servire dei vermicelli di riso. Non è necessario prepararli in anticipo, si possono immergere direttamente nel brodo. Utilizzare i piccoli colini da fondue invece delle forchette e cuocere le porzioni di vermicelli per circa 8-10 minuti.

3

Pak-Choi Questo cavolo cinese non solo aggiunge colore al brodo, ma si abbina anche bene alla carne. Tagliare le foglie grandi prima di metterle nel brodo e, dopo alcuni minuti, estrarle con la forchetta o il colino. Preferite un’alternativa verde? Anche gli spinaci baby vanno bene.

4

Gamberetti Anche gamberetti, filetti di salmone o capesante amano il brodo saporito. Si possono servire come fondue di pesce puro oppure combinati con la carne in una variante Surf & Turf. Cuocere i frutti di mare per pochi minuti nel brodo utilizzando il colino da fondue.

3. Scalda l’olio in una padella. Rosola brevemente lo zenzero, l’aglio, l’anice stellato e la cannella. Unisci i funghi e l’acqua d’ammollo, passandola attraverso un colino a maglie fini. Aggiungi il brodo e porta a bollore il tutto. Lascia sobbollire per 5 minuti. Condisci con la salsa di soia, lo zucchero e l’aceto di riso. A piacimento, aggiungi la salsa al peperoncino. Tieni in caldo fino al momento di servire. Preparare gli ingredienti per la fondue 4. Lascia riposare i vermicelli cinesi per 5 minuti in acqua bollente, poi passali sotto l’acqua fredda e lasciali sgocciolare. 5. Taglia i cipollotti a fette, le carote a strisce, i funghi e il pak choi a bocconi. Affetta il tofu. Accomoda tutti gli ingredienti preparati su vassoi, piatti o in ciotoline. 6. Taglia la carne a fettine sottili. Distribuisci la carne e i gamberi su vassoi o piatti separati. Portare in tavola 7. Versa il brodo nel pentolino per fondue. Accomoda il pentolino sul fornello in mezzo alla tavola e mantienilo ben caldo. 8. Infila la carne sugli spiedini e lessala per ca. 1 minuto nel brodo. Infila i gamberi sugli spiedini e cuocili a fondo nel brodo. Lessa le verdure, i funghi e i vermicelli cinesi a porzioni nei setacci per fondue chinoise. Accompagna con diverse salse come la salsa hoisin, la salsa sriracha o la salsa Sweet Chili.


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Anno LXXXVIIIAnno 22 dicembre LXXXVIII 22 2025 dicembre 2025

azione – Cooperativa Migros azione Ticino – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

GUSTO GUSTO Menù festivo Caffè

Attenzione, pronti

Ricetta

immergere!

Fondue chinoise con dumpling Piatto principale Ingredienti per 4 persone

La fondue chinoise è semplicemente un must a Natale. Con brodi originali e salse raffinate, Tiramisù di Natale Il raffinato aroma il di cannella delle acquista nuova energia. classico

2 cipollotti

Chili 200 g di ramolaccio grandi carotecarne, può essere Il chili,2 con o senza 200 g di champignon raffinato con un pezzo di cioccolato 400 g di pak choi o cavolo cinese fondente consiglio che molti 100–gun di spinaci baby 400 gInoltre di dumpling, es. dim sum conoscono. il caffèadpuò misti completare alla perfezione il sapore del piatto. Un espresso al gusto di Brodo cioccolato fondente combina entrambi 8 shiitake secchi i sapori.20Due o tre cucchiai sono g di zenzero 1 cucchiaio d’olio il chili. sufficienti per insaporire

nuove capsule di caffè Cinnamon è perfetto per un tiramisù natalizio. Testo: Dinah Leuenberger Anche le torte, i brownies al caffè e le mousse al caffè avranno un tocco particolarmente natalizio con l’aroma di vaniglia o cannella. Se si glassano le chiocciole alla cannella, il caffè alla cannella conferisce all’impasto un sapore più intenso.

2 anici stellati ca. 1,2 l di brodo di verdura 2 cucchiai di salsa di soia 2 cucchiai di miso

Madeleine al caffè la tavola e allaPer vaniglia

ASC Dim Sum Affogato aromatizzato Shrimps & Verdure Anna’s Best alla vaniglia in Distribuisci il gelato 340 g Fr. 9.95 una coppa, lascia un incavo al centro e

maionese alla sriracha

Con laSweet loro pasta e il Chili marmorizzata Sauce (salsa dolce al peperoncino) gusto di caffè, cacao e vaniglia, queste madeleine sono dei dolcetti prelibati Preparare il brodo a cui resistere è difficilissimo. 1. Per il brodo, metti i funghi secchi

versaci un espresso caldo con aroma di cioccolato fondente. Il classico dessert italiano, il cosiddetto affogato, è pronto. Per una variante più semplice, metti una pallina da gelato in una tazza o in un bicchiere resistente al calore e aggiungi l’espresso.

ad ammollo coprendoli del tutto con acqua calda. Affetta lo zenzero.

Scalda in una padella. RoQui2.vai allal’olio ricetta:

sola brevemente lo zenzero e l’anice stellato. Unisci i funghi e l’acqua d’ammollo, passandola attraverso un colino a maglie fini. Aggiungi il brodo e porta a bollore il tutto. Lascia sobbollire per 5 minuti. Condisci con la salsa di soia e il miso.Tieni in caldo fino al momento di servire.

Sciroppo versatile Fai sobbollire parti uguali di caffè e zucchero, per esempio 100 g di caffè bollito con 100 g di zucchero, finché lo zucchero non si è sciolto e lo sciroppo non si è un po’ addensato, comunque almeno per cinque minuti. Lo sciroppo di caffè può essere utilizzato per preparare rapidamente un latte macchiato aromatizzato o qualsiasi altra bevanda a base di caffè.

Marinate raffinate Le carni scure come il manzo si armonizzano molto bene con il gusto terroso del caffè e con aromi come la vaniglia e la cannella. Il caffè aromatizzato viene aggiunto alla marinata a cucchiaiate. Per evitare che abbia un sapore troppo forte di caffè, inizia con un cucchiaio Fondue e aumenta la quantità secondo le necessità. chinoise Surf

Preparare gli ingredienti 3. Taglia i cipollotti ad anelli, il ramolaccio a fette, le carote a strisce, gli champignon e il pak choi a bocconi. Accomoda Testo: Claudia Schmidt su vassoi tutti gli ingredienti preparati, compresi gli spinaci e i dumpling.

Caffè con un

tocco di classe Da poco sono disponibili capsule al gusto di cannella, cioccolato fondente e vaniglia. Non servono solo a rendere più prelibata la calda bevanda, ma anche dolci e piatti salati.

Portare in tavola 4. Versa il brodo nel pentolino per fondue. Accomoda il pentolino sul fornello in tavola e mantienilo ben caldo.

50%

5. Infila i dumpling sugli spiedini o Novità accomodali neiscaffale setacci per fonsullo due chinoise. Scaldali per bene nel brodo per ca. 4 minuti. Lessa verdure e funghi a porzioni nel brodo, usando i setacci per fondue. Accompagna con le salse.

Immagine: Matthieu Spohn

Ricette e immagini: Migusto

and Turf

In questa ricetta, la fondue chinoise si prepara con un brodo dal sapore esotico e si gusta con pesce, carne e verdure.

Caffé Royal Cinnamon 10 capsule, 50 g Fr. 4.95

Azione aGamberetti partire da 2Black pezzi: Chinese Style Rice Vermicelli Tiger 50% su tutte le capsule Café di riso Tiger Kitchen Migros ASCRoyal dal 23 al 29 dicembre 2025 250 g Fr. 2.50 180 g Fr. 5.95


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CULTURA / RUBRICHE

In fin della fiera

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di Bruno Gambarotta

La Posta del Cuore

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Le lettrici mi scrivono per chiedere la mia consulenza sui loro problemi sentimentali, apprezzando la mia vasta esperienza in quel campo. «Caro Bruno, non ci conosciamo ma mi permetto di darti del tu, perché piaci tanto alla mia mamma che dice sempre che le ricordi suo nonno che quando lei era bambina morì ancora giovane per aver fatto un’indigestione di bollito misto. Io questo nonno non mai l’ho mai conosciuto ma ho visto una sua foto e trovo che non vi somigliate per niente; lui era un bell’uomo. «Caro Bruno, ti ho detto prima che non ci conosciamo, ma non è esatto. Io sono quella cameriera che una volta ha trovato sul ripiano – del lavandino della toilette del ristorante dove lavoro – una dentiera ed è corsa in sala a chiedere alla tavolata di giornalisti che cenavano con l’assessore al Risparmio: “Chi di voi ha perso la dentiera?” E tu, prima ti sei toccato in bocca e poi hai risposto: “Io”. Ma non puoi ricordarte-

ne, chissà quante volte ti capita di dimenticare la dentiera in bagno. «Lascia che ti spieghi il motivo per cui ti chiedo consiglio. Come avrai capito, sono sposata da oltre dieci anni. Ho conosciuto Alfredo al ristorante; era a cena con una combriccola di colleghi. Fin dagli antipasti ho notato che mi guardava con quell’occhio libidinoso che non promette niente di buono. Alla lunga ho iniziato ad avere paura che i suoi colleghi se ne accorgessero e incominciassero a prenderlo in giro tirandomi in ballo. Insomma non vedevo l’ora che quella cena terminasse; così per affrettare le cose mi sono messa a servire il caffè prima ancora che l’avessero ordinato. Giravo attorno al tavolo con la caffettiera ed era tanta l’agitazione che quando sono arrivata all’altezza della sedia di Alfredo sono inciampata e gli ho rovesciato il caffè bollente nella schiena. Non ha neanche gridato tanto rispetto all’ustione che gli ho procurato. Io ero sicura che

avrei perso il posto ma lui mi ha subito perdonata. In cambio del perdono mi ha chiesto di uscire una sera con lui e io non ho potuto dirgli di no. «Così ci siamo sposati e non posso dire che si sia trattato di un matrimonio infelice. Fin dal primo anno, a ogni anniversario del nostro matrimonio, Alfredo invita gli amici e pretende che, al termine della cena, io ripeta la scena del caffè versato nella sua schiena. Lui dice gli porta bene e per l’occasione indossa una camicia ridotta agli ultimi termini. Io preparo due caffettiere, una bollente per gli ospiti e l’altra appena tiepida da versare nel collo a mio marito. Io ogni volta lo prego di smettere con quella stupida cerimonia. Ma lui niente. Sembra quasi che me lo sentissi quello che stava per succedere. «Per i primi nove anniversari è andato tutto secondo copione; al decimo, che ricorreva la scorsa settimana, non ti vado a scambiare le due caffettiere? Adesso sono qui che ti scrivo dal Cen-

tro Grandi Ustionati, mentre mio marito riposa. Gli hanno trapiantato un lembo di pelle di maiale e assicurano che non rimarranno segni visibili. A parte le setole, naturalmente. «Alfredo mi ha perdonata e credo che non mi chiederà più di ripetere il giochino della caffettiera. E allora? Mi chiederai tu. Ebbene mio marito è in una stanza a due letti e il suo vicino, che non riceve mai visite, ha incominciato quasi subito a guardarmi con quell’occhio acquoso che aveva Alfredo dieci anni fa. Mi sono subito sentita turbata anche se da fuori non si vedeva. Così quando mi ha chiesto se per favore gli allungavo il piatto con la minestrina bella calda mi sono emozionata e gliel’ho rovesciata addosso. Tutta, tanto che poi hanno dovuto cambiarlo da capo a piedi. Ti dirò: la minestrina non aveva ancora finito di colare che io ero già innamorata persa di lui e lui di me. Anche se per un po’ ha continuato a urlare per il dolore.

«Adesso, mentre Alfredo dorme a pancia in giù, ci scambiamo dei bigliettini con promesse di eterno amore. Lui si chiama Carlo Sebastiano e vorrebbe che io lasciassi Alfredo e fuggissi con lui. Io sarei anche tentata di farlo ma ho paura che lui, a ogni anniversario della nostra fuga, mi chieda di rovesciargli addosso la sua minestrina calda (o meglio tiepida). Tu cosa mi consigli? Potrei, senza offenderlo, chiedergli di sottoscrivere un impegno solenne a non pretendere mai in futuro da me quello stupido rito della minestrina? Tua Ornella». «Cara Ornella, non so cosa consigliarti, nelle mie innumerevoli storie sentimentali non ho mai avuto la disgrazia di amoreggiare con una cameriera maldestra. Inoltre, dovrei conoscere i gusti a tavola del tuo Carlo Sebastiano. Ci sono ottime ricette di piatti da servire freddi. Una curiosità: in quale istituto alberghiero ti sei diplomata? Tuo Bruno»

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Voti d’aria

di Paolo Di Stefano

Io e Dio (e pochi altri) ◆

Si ritorna a condannare l’«ombelichismo» della letteratura italiana. Marco Archetti (5+) sul «Foglio» ne ha scritto di recente, accusando l’abitudine a scrivere ossessivamente di sé stessi, «paturnia tardissimonovecentesca e attuale nervatura onnipresente e onnipotente». Archetti ritiene che il grande scrittore debba provare repulsione per un’attività più legata all’intestino crasso che alla letteratura: intrattenersi intorno al proprio ombelico. Autobiografismo indecente, volgare, autoepicizzante? D’accordo, ma bisogna intendersi, e fermarsi a riflettere. Di cosa hanno scritto i grandi autori che tutti amiamo, se non di sé stessi? Svevo, Céline, Gadda che pure definiva l’«io» il più lurido dei pronomi? E Kafka? E persino Proust non ha continuato a girare intorno al suo ombelico? E Flaubert? E Dostoevskij? Archetti cita Fra-

telli d’Italia di Alberto Arbasino come «cilindrata letteraria pura» (in questi mesi Arbasino va moltissimo, appena si può lo si cita: 5+). Ma, diciamolo, nessun romanzo è più autoriferito di Fratelli d’Italia. Che pure non è né «volgare» né «indecente». Per non parlare della poesia. Dovremmo giudicare volgari e indecenti Leopardi e Montale per avere viaggiato sempre, ossessivamente, dolorosamente, intorno a sé stessi? Non ci vuole molto a capire che tutta la letteratura è autobiografia, sia essa narrativa o poesia. I lamenti sull’autobiografismo lagnoso sono spesso insopportabilmente lagnosi. Insomma, è davvero un metro di misura la quantità di io per giudicare uno scrittore? Giorgio Orelli diceva, forse citando qualcun altro, che una poesia è buona quando è buona. Stop. In letteratura quel che conta è il come molto

A video spento

più del che cosa: o meglio, ciò che conta è il rapporto tra l’uno e l’altro. Il che ci fa capire perché, pur essendo tutte scritture autobiografiche, Se questo è un uomo è altra cosa rispetto a Io sono mio fratello di Giorgio Panariello; I miei luoghi oscuri di James Ellroy è altra cosa rispetto a Un capitano di Francesco Totti; Diario d’inverno di Paul Auster è altra cosa rispetto a Vincente o perdente di Ornella Vanoni (6+ alla cantante, molto meno alla scrittrice). Tutto ovvio? Mai abbastanza. Distinguere, distinguere, distinguere nella marea indistinta che ci sommerge. Se sto a distinguere tra Primo Levi e Francesco Totti, oggi rischio di passare per un idiota o per un pedante, ma affronto volentieri il pericolo. Idem se sto a distinguere tra Gadda e Cristina Cassar Scalia (con tutto il rispetto, 4½). E l’«ombelichismo» dei giornalisti do-

ve lo mettiamo? «+++Scoperto giornalista che ammette di non avere conosciuto Ornella Vanoni+++», ha scritto spiritosamente il giornalista Alessandro Gnocchi (5+++) su Facebook nei giorni della morte della cantante. In effetti, muore Nicola Pietrangeli, muore Tom Stoppard, muoiono le gemelle Kessler, muore Giorgio Forattini, muore Diane Keaton, muore Giorgio Armani, muore Remo Girone… e non ce n’è uno che non guardi al proprio ombelico: «Io e Nic…», «Io e Tom…», «Io e Alice…», «Io e Ellen…», «Io, Alice e Ellen…», «Io e Giorgio…», «Io e Diane…», «Io e Giò…», «Io e Remo…», «Io, Romolo e Remo…». E chi non ha conosciuto Michela Murgia? E Andrea Camilleri? E Stefano Benni? «Io e Michela…», «Io e Andrea…», «Io e Sté…». Morisse Dio, chissà quanti ricorderebbero quel giorno in

cui l’hanno conosciuto, quella mattina in cui l’hanno intervistato, quel mezzogiorno di fuoco in cui hanno pranzato con Lui, quella sera a cena con Dio, in cui c’erano anche Ornella, Ellen, Alice, Giò, Nic, Romolo e Remo. E l’ultima chiacchierata al telefono con Dio? Anche quella non mancherebbe, così allegra e malinconica, così affettuosa e premonitrice. Titolo del servizio: «Io e Dio», o meglio ancora: «Dio e Dio». Altro che banale «ombelichismo» da narratori. Super-ombelichismo da Inviato Super Speciale. Quello che sottoscriverebbe la famosa battuta del protagonista di Stardust Memories di Woody Allen (6-) quando viene accusato di essere un narcisista: «Io non sono narcisista, se dovessi identificarmi con un personaggio della mitologia greca non sarebbe Narciso». «E chi?». «Giove». Appunto.

●

di Aldo Grasso

Soffiatore di foglie ◆

Come invidio la città di Zurigo, non solo per la sua bellezza, ma perché ha preso una decisione che sogno da anni! Chiedo scusa per la digressione personale ma ci sono tre cose al mondo che non tollero (tre è un numero al ribasso): il motocross, il cui fastidio pare abbia spinto al suicidio lo scrittore Guido Morselli, le moto d’acqua e i soffiatori di foglie. In una votazione cantonale, gli abitanti di Zurigo, dio li benedica, hanno detto basta al rumore dei soffiatori di foglie e con una chiara maggioranza, del 61,7%, hanno deciso di vietare i modelli a benzina in città. Anche per quelli a batteria entrerà in vigore una limitazione: potranno essere utilizzati solo tra ottobre e dicembre; negli altri mesi dell’anno saranno autorizzati solo in casi straordinari, ad esempio per pulire le strade dopo la Street Parade. Il soffiatore, la cui efficienza non è pari al fastidio che procura, ha da tempo sostituito il silenzioso e gentile rastrel-

lo. Forse i più giovani non sanno nemmeno cosa sia un rastrello, cosa siano i rabbi (i denti del medesimo), quale sia la sua funzione e perciò ignorano che con il rastrello si viveva in santa pace. L’invenzione del soffiatore è datata 1970, anche se incerta è l’origine di fabbricazione. Sta di fatto che un bel giorno il soffiatore è apparso sulla scena e si sa solo che, a metà degli anni 70, la cittadina costiera californiana di Carmel è stata la prima a vietarne l’uso. Oggi gli strumenti da giardino a benzina sono vietati in tutta la California e centinaia di Comuni in tutto il Paese hanno bandito proprio i soffiatori che sono assordanti e inquinano. I governi del Texas e della Georgia, che sono invece in mano ai Repubblicani, hanno approvato leggi che vietano alle amministrazioni locali di emanare ordinanze che vietino l’uso dei soffiatori a motore tradizionali e quelli a motore elettrico. Insomma, il soffiatore è di destra o di sinistra?

Il dibattito ha coinvolto anche personaggi dello spettacolo. Secondo «il Post», «L’attrice Cate Blanchett è probabilmente la più agguerrita e tenace oppositrice dei soffiatori di foglie. “Devono essere eliminati dalla faccia della Terra”, ha detto di recente al conduttore del programma online SubwayTakes, che intervista ospiti famosi nella metropolitana di New York. Ma è una battaglia che Blanchett combatte da molti anni, da prima che diventasse argomento di una “guerra culturale” negli Stati Uniti. Li considera “una metafora di ciò che non va in noi come specie”, perché servono a “soffiare via la roba da un lato all’altro del nostro prato, mentre il vento la riporta indietro”». La meraviglia di un prato coperto di foglie è un’immagine poetica e autunnale che evoca colori caldi e un tappeto naturale, simbolo di rinascita ciclica dove le foglie cadute (processo di corismo o defogliazione) preparano il ter-

reno per nuova vita, richiamando temi come la caducità della vita (come nell’Iliade di Omero) e la bellezza effimera della natura. Conviene dunque spostare il problema dall’ordine del fastidio a quello più propriamente naturale ed estetico. I colori (giallo, rosso, marrone) e il fruscio delle foglie calpestate creano un’atmosfera unica, ma indicano la fine di un ciclo vegetativo. La caduta delle foglie è un meccanismo di difesa della pianta per conservare energia e acqua, un gesto di «abbandono» necessario per sopravvivere e rigenerarsi in primavera. Le foglie decomposte arricchiscono il terreno, nutrendo le piante e creando un ambiente fertile per i nuovi germogli primaverili, un ciclo di morte e rinascita. Infine, la foglia caduta ricorda la fragilità e la bellezza delle generazioni umane, che passano ma lasciano spazio a nuove, come le foglie sugli alberi. Un bel giorno si è deciso che «le feuilla-

ge», con i suoi colori meravigliosi, dovesse sparire dal nostro orizzonte culturale per essere sostituito dal giardino pulito, asettico, come se le foglie fossero segno di sporcizia. Qui nasce un profondo problema epistemologico: ogni innovazione tecnica apre nuovi campi del «vedere», del «sentire», del «rappresentare». Il soffiatore ha fatto in modo che cambiasse la nostra visione della foglia, non più come ornamento naturale ma come «sporcatura» di un prato, persino di una strada. E così, la tecnologia non solo condiziona il gusto estetico, lo trasforma attivamente, ridefinendo cosa consideriamo bello, possibile, originale, o interessante. Si potrebbe dire che una concezione minimalista sia in parte figlia della tecnologia digitale (interfacce pulite, materiali industriali, eccetera). Vado a rileggermi Il podere di Federico Tozzi, uscito postumo nel 1921, dove si parla ancora di rastrelli.


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TEMPO LIBERO ●

Un divertente albero di Natale E se invece di decorarne uno vero, ne preparassimo uno da gustare? Basta tagliare di traverso un pandoro, farcirlo con succo e crema all’arancia e ricomporlo a strati

Beyond reinventa il ritmo della saga Metroid Samus riceve poteri psichici che ridefiniscono l’intero sistema di gioco, permettendole di piegare oggetti distanti, rallentare proiettili e risolvere enigmi

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Pagina 35 ◆

Un’officina del bronzo che resiste al tempo

Itinerario ◆ Agnone custodisce una tradizione millenaria grazie alla fonderia Marinelli dove le campane continuano a nascere con gli stessi gesti tramandati da generazioni Luigi Baldelli, testo e foto

A Natale il suono delle campane torna a farsi riconoscere: annuncia le messe della vigilia, scandisce le celebrazioni del 25 dicembre, accompagna processioni e riscalda la memoria. In molte chiese italiane e non solo, risuonano le opere della Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone, una delle realtà artigianali più antiche ancora attive. Qui la tradizione continua a fornire campane che, una volta installate sui campanili, attraversano gli anni facendosi sentire anche in lontananza. Agnone è un paese a 800 metri d’altezza sull’Appennino Sannita nell’alto Molise. Da lassù domina la valle con il fiume Verrino, boschi e campi agricoli. Eppure questo posto abbastanza sperduto è testimone e custode di un’arte antica, di un lavoro artigianale che si tramanda di generazione in generazione: per l’appunto, la costruzione delle campane. Qui ad Agnone si trova una fonderia che ha più di mille anni di storia alle spalle, tanto che può fregiarsi del

titolo di Azienda artigiana a carattere familiare più antica del mondo, proprio per questo insignita da Papa Pio XI del titolo di Pontificia Fonderia nel 1924. Il fatto che ancora oggi sia a carattere familiare ci viene confermato

da Pasquale Marinelli, 54 anni, che insieme al fratello Armando portano avanti la storia della dinastia. Ma già i figli d’entrambi, le nuove generazioni, sono al lavoro per apprendere tutti i segreti della costruzione di una campana. «Vedi – dice Pasqua-

le, un omone alto dal viso buono, un pizzetto alla D’Artagnan, occhi neri come come gli ossidi metallici e una voce profonda – fare una campana è un processo lungo, ci vogliono dai tre ai sei mesi, perché facciamo gli stessi passi dei nostri avi. Da allora solo

il forno per fondere l’ottone è cambiato. Non è più a legna ma a metano». Si ferma un attimo, si accarezza il pizzetto e poi aggiunge: «Ma questo cambiamento lo abbiamo fatto solo 25 anni fa». La stessa fonderia, un antico gran-


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de fienile in pietra, emana un alone di storia e di passione. La luce filtra dai due grandi portoni di legno e illumina le campane appese. Gli operai si muovono come ombre. Un odore di cera riempie l’aria. «Usiamo la cera per fare le iscrizioni e i fregi artistici» mi dice da dietro le spalle Antonio Delli Quadri, 85 anni e per più di 50 operaio nella fonderia, maestro campanaro e oggi memoria storica dell’azienda oltre che guida del Museo della Campana, che si trova accanto alla fonderia. «Adesso ti spiego come si costruisce una campana, vieni, ti faccio vedere», continua con voce pacata Antonio, gli occhi vispi, i capelli bianchi come neve e un dolce sorriso che lo accompagna sempre. Così, davanti a una decina di campane in argilla dalla cui sommità esce del fumo e le fa sembrare tanti piccoli vulcani, inizia la lezione di Antonio: «Intanto ti faccio una premessa – mi dice – la costruzione di una campana è un lavoro lungo e complesso, un rito arcaico e qui alla Fonderia Marinelli è rimasto invariato per secoli».

spazzolano e lucidano l’ottone, «perché anche queste piccole sono fatte artigianalmente» mi informa un operaio mentre segue attentamente il lavoro di Amedeo, 17 anni, la nuova generazione dei Marinelli. Figlio di Pasquale è entrato in fonderia all’età di 12 anni, «ma già da piccolo, a tre o quattro anni giocava qui dentro e respirava la polvere e il fumo della fonderia» mi dice mentre è piegato sul bancone a ripulire una piccola campana.

Qui, ogni campana nasce da un rito millenario, dove cera, argilla e bronzo si fondono con la preghiera

A Natale il rintocco delle campane non è solo un segnale di festa, ma un filo che lega generazioni, accompagna la preghiera e riscalda la memoria Si sposta un po’ di lato e poi continua: «Prima si costruisce il modello della futura campana che è fatto dall’anima e cioè una forma fatta di mattoni ricoperti d’argilla che rappresenta l’interno della campana. Poi sopra l’anima si costruisce la falsa campana, con vari strati d’argilla dove si applicano le iscrizioni e le immagini in cera. Infine sopra la falsa campana si costruisce il mantello, composto da altri strati di argilla di diversa consistenza». Si ferma un attimo, prende fiato. Dalla sua voce si percepisce, ancora oggi che è in pensione, la grande passione per le campane. «Dal buco lasciato in alto nel modello si butta all’interno della brace e si cuoce con la tecnica della cera persa, ed è per questo che senti questo odore nell’aria. Il calore scioglie la cera lasciando impresse le immagini sul mantello d’argilla. Quindi si solleva il mantello, si rompe la falsa campana e si ricolloca il mantello sull’anima. Poi il tutto viene interrato nel fosso di colata, dove il bronzo fuso viene versato nelle forme e va a riempire lo spazio tra anima e mantello. Quando tutto si sarà raffreddato, tiriamo fuori la campana, togliamo l’anima, rompiamo il mantello ed ecco la vera e propria campana. Ed ognuna è diversa dall’altra per dimensioni e suono». Un processo davvero lungo, fatto di gesti che si ripetono, gli stessi che faceva il padre e prima ancora di lui, il nonno e gli avi dei Marinelli, perché la costruzione di una campana prevede la combinazione di cinque elementi fondamentali: lo studio del suono e l’arte delle decorazioni, oltre a matematica, fisica e geometria per le dimensioni. «Una cosa importante – interviene Pasquale Marinelli – avviene poi il giorno della fusione: l’intero procedimento è accompagnato da un prete e si prega tutti insieme per invocare la Madonna affinché protegga la nascita di questa creatura di bronzo». A prima vista può sembrare quasi un rito pagano, ma non è così, mi spiega Pasquale: «Per noi, vedere una campana ultimata ancora oggi è una forte emozione. È un lavoro ma anche un dono che facciamo alla comunità. E per questo vogliamo

che sia accompagnato dalla protezione della Madonna». Le campane hanno sempre avuto un ruolo importante nella società e nella vita delle persone. E se nei tempi antichi venivano usate oltre che per funzioni religiose anche per comunicare, mandare segnali di aiuto, per avvertire di imminenti pericoli o come richiamo per la popolazione, ancora oggi il suono delle campane scandisce momenti importanti della vita dell’uomo. Con suoni diversi le

sentiamo quando qualcuno nasce o quando muore, quando ci si sposa o il giorno della festa del patrono. Cerimonie religiose, feste, celebrazioni o eventi tristi sono sempre accompagnati dal loro suono. E da secoli, con i loro rintocchi, scandiscono il tempo dell’uomo. Le campane della pontificia fonderia hanno raggiunto i quattro angoli del mondo. Non c’è continente dove non sia presente una campana partita da Agnone. Così come in di-

versi campanili della penisola, dalla Sicilia al Piemonte. Ma forse una delle più importanti è stata quella donata al Vaticano per il Giubileo dell’anno 2000: una campana di cinque tonnellate e sei metri di diametro, che annunciava il terzo millennio dell’era cristiana. Dall’altro lato, giù in fondo all’ex fienile, altri operai sono intenti alla lucidatura delle campane, grandi o piccole che siano. Piegati su banconi di legno, con movimenti meticolosi

In un’altra area della fonderia invece c’è il laboratorio delle incisioni. Vari calchi con immagini sacre sono appesi al muro. Immagini e fregi dove verrà colata la cera e che andranno ad abbellire le campane. Sulla parete di fronte, forse lo stampo più importante: il simbolo del Vaticano che permette alla fonderia di fregiarsi del titolo di Pontificia. E sotto questo simbolo, seduto su uno sgabello di legno, davanti a un tavolo pieno di cera e bassorilievi, Pasquale mi racconta le sue emozioni e le sue paure: «Non abbiamo mai pensato di industrializzare il nostro lavoro, farlo diventare una sorta di catena di montaggio per produrre più campane e anche più velocemente. Qui abbiamo voluto mantenere la tradizione e i tempi dei nostri avi e sentire ogni volta l’emozione che sale dentro quando una campana è finita e poi guardarla ogni volta come un bambino con gli occhi spalancati davanti a un incantesimo». Alza la testa e fa girare lo sguardo tutt’intorno, Pasquale, mentre la voce si fa più bassa, quasi incrinata dalla commozione. Si tocca i braccialetti sul polso e poi continua: «Noi abbiamo un compito importante, dobbiamo difendere l’originalità e la memoria. Siamo i guardiani del sapere e della tradizione». Rimaniamo in silenzio fino a quando dalla fonderia arriva un concerto di campane. È Antonio, che battendo un martello su campane di varie dimensioni e con note diverse, allieta i visitatori alla fine del percorso al museo con le note dell’inno d’Italia. Ed è qui che si adattano perfettamente le parole dell’autore Francesco Jovine, scritte su un foglio appeso alla parete dietro Pasquale e tratte dal romanzo Le terre del sacramento: «Agnone si è radicato della sua solitudine portando il suono delle campane in tutto il mondo. Ancora oggi è una magia». Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.


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Ricetta della settimana - Albero natalizio di Pandoro ●

Ingredienti

Preparazione

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Dessert Ingredienti per 8 persone

1. Ricavate alcune zeste (parte colorata della buccia) dalla scorza dell’arancia, immergetele in poca acqua e tenetele da parte. Grattugiate finemente la scorza restante e spremete l’arancia. 2. Montate la panna con il consolidante per panna. 3. Mescolate la ricotta con la scorza d’arancia grattugiata, lo zucchero vanigliato e lo zucchero a velo, in modo da ottenere una crema omogenea. 4. Incorporate con cautela la panna e mettete in frigo per almeno 30 minuti. 5. Per un albero più bello, tagliate la parte inferiore tonda del Pandoro e utilizzatela per un altro scopo (vedi suggerimento sottostante). Tagliate di traverso il Pandoro rimasto, in modo da ottenere 5 fette. 6. Adagiate la prima fetta più grande su un piatto da portata. Bagnatela con poco succo d’arancia e spalmate circa 1/5 della crema sulla fetta. Adagiate la seconda fetta ruotandola di poco, in modo da ottenere l’abete e procedete come per la prima fetta, finché l’albero è completato. Distribuite la crema avanzata sulla punta dell’albero. 7. Decorate l’albero di Pandoro con le zeste, i pistacchi e i chicchi di melagrana. Spolverate a piacimento con un po’ di zucchero a velo. E servite.

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Consigli utili Potete preparare la crema con 3-4 ore di anticipo e poi comporre l’albero 1 ora prima di gustarlo. Conservatelo in frigo e guarnitelo solo poco prima di portarlo in tavola. Tagliate a pezzetti la parte inferiore del Pandoro che non utilizzate e tostateli in forno. Serviteli con il caffè o con il gelato, oppure utilizzateli per una delle gustose ricette al panettone su migusto.ch. Preparazione: circa 25 minuti; refrigerazione: circa 30 minuti. Per porzione: circa 14 g di proteine, 36 g di grassi, 64 g di carboidrati, 640 kcal Annuncio pubblicitario

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TEMPO LIBERO

Metroid ritorna e cambia le regole del suo mondo Videogiochi ◆ In Beyond, il nuovo gioco di Nintendo, Samus torna più potente che mai grazie a nuove abilità psichiche per esplorare e manipolare le ostilità Davide Canavesi

Metroid è una serie che da anni appassiona i fan di Nintendo. Una saga che ha attraversato diversi cambiamenti negli anni e che è pronta a rinnovarsi ancora una volta su Switch 1 e 2 con Beyond, un’avventura in prima persona stile sparatutto. Ben diciotto anni sono passati dall’ultimo capitolo principale delle avventure di Samus Aran, un’eternità nel mondo dei videogiochi. Dire che il gioco fosse molto atteso è decisamente minimizzare le cose. In Beyond seguiremo allora le avventure di Samus alle prese con antiche civiltà morenti sul pianeta Viewros, un mondo dalle atmosfere gotico-fantascientifiche. E con una nuova missione, da semplice cacciatrice a prescelta che deve farsi carico del destino di una intera specie. Quello che colpisce subito è l’atmosfera che si respira nel gioco, visto attraverso il casco della protagonista: le già citate atmosfere sono rese più vive dall’interazione dell’ambiente col giocatore, in particolare dettagli come vapore e pioggia sul visore rendono le atmosfere più vivide. E non dimentichiamo nemmeno la colonna sonora che riesce a creare un’esperienza coinvolgente, accentuando il senso di mistero costante e l’impressione di trovarsi immersi in un mondo alieno e ostile. Metroid Prime 4: Beyond è un’avventura epica. La protagonista, Sa-

mus, si ritrova in una misteriosa e colossale torre chiamata Chrono Tower Lamorn. E non è più solo dotata delle sue abilità classiche, ma riceve in dono dei poteri psichici che le permetteranno di manipolare a distanza oggetti per risolvere enigmi e, bene inteso, combattere i nemici. Nonostante il gioco sia impostato su un’esplorazione più lineare rispetto al passato, l’introduzione di un unico e grande labirinto formato da diverse zone connesse rende la scoperta

delle diverse zone decisamente intrigante. L’unica nota un po’ stonata è la zona centrale, la Sol Valley, che potremo visitare a bordo di una motocicletta. Purtroppo, questa zona è un po’ vuota di contenuti e diventa ben presto una semplice tappa obbligata in quello che è, altrimenti, un viaggio emozionante. E non servono a molto i combattimenti in sella per vivacizzare l’introduzione di una componente open world che non si adatta per nulla bene a questo gioco.

Giochi e passatempi

ORIZZONTALI 1. Ghiandola alla base del collo 6. Una lettera dell’alfabeto 10. Si raggiungono in volo 11. «Vi può cadere» l’asino 12. Numero in breve 14. Un articolo 15. Isola greca 16. Cinquecento quattro per Giulio Cesare 18. Un figlio di Zeus 21. U n profeta minore nella Bibbia 23. Prodi 24. Le iniziali della Littizzetto 25. Viene in camera dopo me 26. Così viene chiamato l’attore Damon 28. Se si nutre può accecare 30. Ascoltare in inglese 32. Né in latino 33. Induce i piedi a staccarsi dal suolo 34. Le iniziali dell’attore Solfrizzi 36. Antico prefisso nobiliare 37. Un utensile tra gli attrezzi 38. Lupo a Parigi 40. Frotte di gente armata 41. Rinchiuse il Minotauro in un labirinto

Beyond non è il solito sparatutto in cui dobbiamo solo eliminare una fila interminabile di nemici. I poteri psichici, la grande novità di questo capitolo, saranno indispensabili per risolvere enigmi e per rallentare il tempo attorno a noi, in modo da attivare meccanismi nascosti. Ci sono poi anche novità per quanto riguarda la Morfosfera, che ora può essere usata per risolvere enigmi più complessi assieme alle bombe psichiche. Per quanto riguarda il combatti-

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

Cruciverba Caro Babbo Natale, solo per quest’anno… Trova il resto della frase leggendo, a cruciverba ultimato, le lettere evidenziate. (Frase: 2, 7, 2, 6, 4, 7, 2, 7)

mento vero e proprio Samus ora, oltre alle armi, ha a disposizione dei raggi elementali, fuoco, tuono e ghiaccio che le permettono di congelare o mandare in corto circuito gli avversari. Tecnicamente il gioco è assai grazioso sulla nuova portatile di Nintendo, sebbene forse sia un po’ limitato graficamente dal fatto che il titolo è anche disponibile su Switch 1. Su Switch 2, il gioco gira in alta definizione e una buona fluidità sia su TV sia in modalità portatile, mentre sacrifica la risoluzione sulla più vecchia console Nintendo. Non rivaleggia certo con giochi usciti sui computer più potenti ma è comunque una bellezza da vedere. E, come sui computer, è possibile usare il mouse per giocare. O meglio, è possibile usare i controller staccabili di Switch 2 per usarli in modalità mouse, migliorando sensibilmente la precisione dei controlli. Anche se, va detto, a lungo andare l’ergonomia di questo tipo di controlli lascia un po’ a desiderare. Metroid Prime 4: Beyond saprà intrattenervi per circa quattordici ore ed è senza dubbio valsa la pensa di aspettare tanto tempo per tornare in compagnia di Samus. Le varie zone esplorabili sono ben diverse le une dalle altre, la colonna sonora è epica e le novità nel gameplay ne fanno un’avventura interessante da scoprire.

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Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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Soluzione della settimana precedente VERTICALI 1. M itico re di Sparta 2. Simbolo chimico del radon 3. La lingua dei Trovieri 4. Frullano nella testa 5. Giorno 6. Si sconta... lontano 7. Operare 8. Dispari in fummo 9. Lette senza consonanti 11. S i usa per richiamare l’attenzione su qualcosa 13. Dà armonia ai versi 15. Misurano le clienti 17. Lo... precedono in volo

19. Né acuto, né ottuso 20. L’epoca geologica in cui ci troviamo 22. Esili, magre 24. Canzone popolare tedesca 27. Permette alti salti 29. Le consonanti in dono 30. Terra inglese 31. Gas per insegne 33. Baronetto inglese 35. Aggettivo possessivo 37. Poco, ma non del tutto 38. Pronome personale 39. Le iniziali del regista Sorrentino

UTILISSIMA INVENZIONE – La lingua dei segni, viene anche chiamata… Risposta risultante: ... SIGNUNO O GESTUNO

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


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HIT di maiale 21.90 Filetto in crosta Migros

Svizzera, 800 g, in self-service, (100 g = 2.74)

Migros Ticino

3.60 invece di 4.55

Cosce di pollo Optigal al naturale o speziate, Svizzera, al kg, in self-service

46% Arrosto collo di vitello Svizzera, per 100 g, in self-service

10.95 Cosce di pollo M-Classic invece di 20.28

prodotto surgelato, in conf. speciale, 2,5 kg, (100 g = 0.44)

Offerte valide dal 23.12 al 29.12.2025, fino a esaurimento dello stock. 5

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17.12.2025 14:38:32


O N O U B l i o t t Tu d e l l at te Formaggi e latticini

21%

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Le Gruyère Höhlengold AOP per 100 g, prodotto confezionato

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circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato

Grana Padano DOP pezzo da ca. 700/800 g, per 100 g, prodotto confezionato

20%

20%

1.70

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Emmentaler dolce

Suggerimento: prova anche con pere, pepe roni & co. per un gu sto div erso

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1.90

1.20

Tilsiter surchoix

Tutte le fondue Caquelon Noir

circa 300 g, per 100 g, prodotto confezionato

per es. Moitié-Moitié, Le Gruyère AOP e Vacherin Fribourgeois AOP, 400 g, 7.64 invece di 9.55, (100 g = 1.91)

Migros Ticino 6

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20%

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Tutti i formaggi freschi Cantadou (confezioni multiple escluse), per es. mix di pepe, 140 g, 2.80 invece di 3.50, (100 g = 2.00)

conf. da 2

20%

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2.05 invece di 2.45

Gottardo Caseificio per 100 g, prodotto confezionato

5.60 invece di 7.–

Panna intera UHT Valflora, IP-SUISSE 2 x 500 ml, (100 ml = 0.56)

1.85

Latte Drink pastorizzato Migros Bio 1 litro

a partire da 2 pezzi

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Tutti i tipi di crème fraîche (prodotti beleaf esclusi), per es. Valflora al naturale, 200 g, 1.58 invece di 2.25, (100 g = 0.79)

invece di 8.95

250 g, (100 g = 1.58)

a partire da 4 pezzi

15%

7.60

Il Burro

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Raclette Gottardo

Tutti gli yogurt Excellence

a fette, 300 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.53)

150 g, –.84 invece di 1.05, (100 g = 0.56)

Migros Ticino

–.60

Quark alla fragola M-Classic 125 g, (100 g = 0.48)

Offerte valide dal 23.12 al 29.12.2025, fino a esaurimento dello stock. 7

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San Silvestro

,

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a t s e f e d n a r G

30%

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8.95 invece di 13.50

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d'allevamento, Norvegia, 300 g, in self-service, (100 g = 2.98)

20%

7.95 invece di 9.94

Carne secca dei Grigioni Migros Bio, IGP Svizzera, 100 g, in self-service

conf. da 2

14%

invece di 6.53

pesca, Pacifico nordorientale, 280 g, in self-service, (100 g = 3.14)

Salmone affumicato dell'Atlantico Migros, ASC

Idea le con

5.60

Salmone selvatico Sockeye M-Classic, MSC

20%

Panini per aperitivo precotti M-Classic in conf. speciale, 360 g, (100 g = 1.56)

5.60 invece di 7.–

conf. da 2

Formaggio fresco Cantadou aglio ed erbe aromatiche, rafano o mix di pepe, 2 x 140 g, (100 g = 2.00)

20%

7.35 invece di 9.20

Rosette di formaggio Tête de Moine, AOP 2 x 120 g, (100 g = 3.06)

8

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CONSIGLIO DAL BANCO

25%

Salatini da aperitivo Party

Chips Zweifel

Crackers, Pizza Crackers o Sticks, in confezioni speciali, per es. Pizza Crackers, 450 g, 7.40 invece di 9.30, (100 g = 1.64)

175 g e 280 g, per es. paprica, 280 g, 4.46 invece di 5.95, (100 g = 1.59)

conf. da 10

a partire da 2 pezzi

23%

6.35 invece di 8.25

20%

Sanbittèr San Pellegrino

Tutte le olive Migros Bio e M-Classic

10 x 100 ml, (100 ml = 0.64)

non refrigerate, per es. olive spagnole Hojiblanca snocciolate Migros Bio, 150 g, 2.56 invece di 3.20, (100 g = 1.71)

a partire da 2 pezzi

30%

HIT 8.90

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Preordina la tua festosa fondue chinoise comodamente online. Il tuo vassoio di carne sarà pronto per essere ritirato nella tua filiale preferita alla data concordata.

Mini Springrolls Vegi Asia-Snacks 20 pezzi, 500 g, (100 g = 1.78)

Ghirlanda Home Limited Edition, 2,6 m, oro/argento, il pezzo

Tutto l'assortimento Happy Hour prodotti surgelati, per es. cornetti al prosciutto M-Classic, 12 pezzi, 504 g, 4.76 invece di 6.80, (100 g = 0.94)

6.95

Lumini a forma di quadrifoglio Home Limited Edition, 6 pezzi

da tavola Maxi 14.95 Bomba Happy New Year Home il pezzo

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Tutti i tipi di pasta M-Classic

fiori funghi & ricotta, gnocchi al basilico o spätzli all'uovo, in conf. multiple, per es. fiori, 3 x 250 g, 11.75 invece di 14.85, (100 g = 1.57)

per es. reginette, 500 g, 1.52 invece di 1.90, (100 g = 0.30)

20%

20%

33%

Ripieno per vol-au-vent M-Classic disponibile in diversi formati e varietà, per es. ripieno per vol-au-vent, 500 g, 3.84 invece di 4.80, (100 g = 0.77)

5.90 invece di 8.85

Sugo di pomodoro Agnesi al basilico o alla napoletana, 3 x 400 g, (100 g = 0.49)

Ketchup Heinz Tomato oppure Tomato light, 2 x 500 ml, per es. Tomato, 5.25 invece di 6.60, (100 ml = 0.53)

conf. da 3

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16.50 Mini pizze Piccolinis Buitoni invece di 22.–

conf. da 2

conf. da 3

a partire da 2 pezzi

prodotto surgelato, in conf. speciale, al prosciutto o alla mozzarella, 40 pezzi, 1,2 kg, (100 g = 1.38)

Funghi misti o funghi prataioli, M-Classic per es. funghi misti, 3 x 200 g, 9.80 invece di 12.30, (100 g = 1.63)

10

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Adatto alla

c o t t u ra a r

ro s to

a partire da 2 pezzi

20%

Tutte le salse per arrosto per es. Knorr, in tubetto, 150 g, 3.36 invece di 4.20, (100 g = 2.24)

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Oli di colza M-Classic e IP-SUISSE per es. olio di colza Holl M-Classic, 1 litro, 3.– invece di 5.–

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Tutti i tipi di caffè, in chicchi e macinato

6 x 140 g o 3 x 340 g, per es. 6 x 140 g, 6.– invece di 7.70, (100 g = 0.71)

(Starbucks escluso), per es. Boncampo Classico, 500 g, 5.20 invece di 6.50, (100 g = 1.04)

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Tutti i tè e le tisane bio Pukka

in conf. speciale, 1 kg

per es. infuso alle erbe Night Time, 20 bustine, 4.62 invece di 6.60, (100 g = 23.10)

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Succo d'arancia M-Classic 10 x 1 litro, (100 ml = 0.14)

Evian 6 x 1,5 litri, 4.42 invece di 6.60, (100 ml = 0.05)

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Snack e aperitivi

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Piccole tavo le cioccolato in tte di cartate s ingolarmen te

in conf. speciale, per es. mandorle, 500 g, 5.90 invece di 7.38, (100 g = 1.17)

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Cioccolatini Napolitains Selection Frey assortiti, in conf. speciale, 1 kg

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Biscotti Lotus caramello, biscotto doppio vaniglia o cioccolato, per es. biscotti al caramello, 2 x 250 g, 4.70 invece di 5.90, (100 g = 0.94)

Offerte valide dal 23.12 al 29.12.2025, fino a esaurimento dello stock. 13

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a partire da 2 pezzi

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Tutto l'assortimento per la conservazione Kitchen & Co. (vasi per conserve e bottiglie esclusi), per es. barattolo in vetro rotondo con coperchio in bambù, 1,3 l, il pezzo, 4.87 invece di 6.95

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Tutta la calzetteria da donna e da uomo Raccoglitori per corrispondenza Paper & Co.

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Fleur D'Amandier o Aloe Vera, 2 x 400 ml, 8.90 invece di 11.90, (100 ml = 1.11)

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Azione 52 del 22 dicembre 2025 by Azione, Settimanale di Migros Ticino - Issuu