I piani di Migros raccontati dal CEO Mario Irminger
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Crans-Montana si può definire un trauma collettivo: le analisi e le riflessioni di due psichiatri
SOCIETÀ Pagina 7
ATTUALITÀ Pagina 11
La tragedia in Vallese e le diverse modalità con cui Svizzera e Italia lo hanno raccontato
A Firenze Palazzo Medici Riccardi rende omaggio al pittore teosofo svizzero Carl Adolf Schlatter
CULTURA Pagina 17
Quella fame di Groenlandia
Figure antiche per orientarsi nel presente attraverso un approccio filosofico alla lettura del quotidiano
TEMPO LIBERO Pagina 29
Giulia Pompili Pagina 14
Voci che si spengono nei corridoi dei templi
Strano che negli ultimi scossoni geopolitici mondiali nessuno tiri in ballo l’Onnipotente. No, qualcuno lo fa: il regime iraniano che bolla i manifestanti in strada come «nemici di Dio». Del resto, ci stiamo abituando al fatto che il suo nome viene nominato troppo spesso invano proprio dai più improbabili seguaci della pace divina. Uno dei paradossi dei principali conflitti contemporanei, infatti, è che molti di essi sono alimentati da motivazioni religiose. Eppure, nella Bibbia il Salmo 34 recita: «Cerca la pace e perseguila»; nel Corano, la sura 5,32 ricorda: «Chi salva una vita è come se avesse salvato tutta l’umanità»; e il Vangelo di Matteo (5,9) esorta: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Non mancano – inoltre –leader spirituali riconosciuti, come Papa Leone, Ahmad al-Tayyeb, Grande Imam di Al-Azhar, e gli ottanta rabbini ortodossi che hanno firmato un appello denunciando, tra l’altro, la crisi uma-
nitaria a Gaza e le violenze dei coloni. Ma queste voci sembrano spegnersi come echi lontani nei corridoi delle basiliche, delle moschee e delle sinagoghe, senza alcun influsso sui «religiosissimi» decisori dei conflitti.
Com’è possibile che una parte significativa degli attuali seguaci dell’Ebraismo, dell’Islam e del Cristianesimo, in scenari come il Medio Oriente o l’Ucraina, ignori – anzi avversi deliberatamente – il fondamento pacifico, se non pacifista, della propria fede? Che si genufletta al proprio Dio della pace e pensi che sia spiritualmente sostenibile sparare sui propri concittadini o bombardare un Paese sovrano?
C’è da stupirsi, poi, se molti finiscano col pensare che le religioni sono tra i principali propellenti dell’ingiustizia e delle guerre nel mondo? No, anche se l’argomento è troppo semplicistico per giustificare una tesi tanto drastica. Prima di tutto, non è dimostrabile: bisognerebbe eliminarle per saperlo. In secondo luogo, le guerre non spa-
riscono come per magia in contesti laici, anti o a-religiosi. Le dispute territoriali, etniche, economiche o ideologiche bastano e avanzano per riprodurre orrori analoghi. La Prima e la Seconda guerra mondiale non furono mosse da motivazioni religiose, eppure, anche senza un Dio da invocare, che micidiali mattanze! Personalmente, sono giunto alla conclusione che la sacralizzazione della violenza in contesti religiosi sia frutto di interpretazioni politiche e di interessi vari che non hanno nulla a che fare col senso profondo dei testi sacri. Il fatto, però, che il disprezzo della vita e il feroce ricorso alle armi vengano promossi nei templi di un Dio misericordioso rappresenta una contraddizione eclatante, oltre che un acuto problema di credibilità per le religioni. Eppure, ogni tradizione religiosa possiede gli antidoti al veleno dell’odio. Nei testi fondanti, ma anche nei personaggi che, partendo dagli stessi insegnamenti di fede dei loro correli-
gionari guerrafondai, sono giunti a teorizzare il «disarmo» delle parole stesse. Perché pace e guerra cominciano sempre dalle parole che si dicono, si urlano o si sussurrano, oppure che non si ha il coraggio di pronunciare. Anche i silenzi uccidono.
In ogni tradizione religiosa ci sono maestri che hanno lasciato in eredità al mondo, anche a quello laico, un patrimonio inestimabile di umanità. Penso al grande filosofo ebreo Martin Buber, tra i primi a proporre una convivenza binazionale tra ebrei e arabi in Palestina; a Francesco d’Assisi, che dialogò con il sultano durante le Crociate e propagò, scalzo e inerme, un messaggio di fraternità universale e di armonia con la natura che ancora ci commuove. E alla «Via del Cuore» promossa dall’immenso poeta e leader del Sufismo islamico Rumi, che scrisse: «Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì».
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Carlo Silini
«Migros appartiene al popolo, non alla direzione»
Info Migros ◆ Abbassare i prezzi, lanciare innovazioni, rafforzare la società: Il CEO di Migros Mario Irminger spiega in un’intervista quali sono i piani dell’azienda per il suo secondo secolo
Katja Fischer De Santi
Signor Irminger, buon anno in ritardo! Come ha iniziato il 2026? Ho trascorso qualche giorno in montagna con la mia famiglia nell’anno vecchio, siamo tornati a casa la sera di Capodanno, abbiamo ripensato all’anno insieme e siamo andati a letto prima di mezzanotte.
Nel 2025 abbiamo festeggiato i 100 anni di Migros. L’anno dell’anniversario è stato emozionante. Cosa porterete con voi? Sicuramente lo spirito. La grande festa dei dipendenti a settembre sul terreno della Festa federale di lotta e dei giochi alpestri a Glarona è stato il momento che più mi ha impressionato nei miei 15 anni nel Gruppo Migros. Vedere tutte le persone del Gruppo Migros che danno il meglio di sé ogni giorno e festeggiare con loro è stato impressionante. Sono molto fiducioso che porteremo questo vigore nel secondo secolo.
Il Gruppo Migros inizia il suo secondo secolo di vita con una nuova visione. Essa porta il grande titolo «Una Svizzera degna di essere vissuta da tutti». Perché è questa la missione di Migros? Con quasi 100’000 dipendenti, è il più grande datore di lavoro della Svizzera. Praticamente tutti gli abitanti di questo Paese sono legati a noi in qualche modo. Anche il fondatore di Migros, Gottlieb Duttweiler, voleva il successo economico, ma sempre in modo tale che potesse giovare alle persone nella loro vita quotidiana. La visione si basa su questo: le prestazioni di alto livello e l’impegno sociale sono ugualmente importanti. Le due cose vanno di pari passo.
Che cosa significa in termini concreti?
La visione si basa su tre principi guida. Primo: Migros vuole essere la prima scelta nella vita di tutti i giorni e stabilire degli standard in termini di servizi. In secondo luogo, il nostro impegno sociale, che ammonta già a circa 140 milioni di franchi all’anno, rimane centrale. In terzo luogo, vogliamo restituire il nostro successo economico alla comunità Migros, ossia ai nostri clienti, ai soci delle cooperative e ai collaboratori. Perché Migros appartiene alle persone, non ai dirigenti.
Un obiettivo ambizioso, soprattutto nella dura guerra dei prezzi con i discount. Migros riuscirà a tenere il passo?
Deve. E può farlo. Il nostro punto di riferimento più importante è sempre: cosa è meglio per i nostri clienti? Per questo abbiamo ridotto i prezzi di oltre 1000 prodotti di uso quotidiano
A proposito di Mario Irminger
Mario Irminger (60) è presidente della Direzione generale della Federazione delle Cooperative Migros dal maggio 2023. In precedenza è stato per 12 anni CEO di Denner AG, anch’essa parte del Gruppo Migros. È cresciuto a Zurigo e ha iniziato la sua carriera con un apprendistato commerciale.
a livello di sconto. Allo stesso tempo, offriamo una gamma completa di prodotti, tra cui molti prodotti IP-Suisse e biologici. Soprattutto in tempi di affitti elevati, premi di assicurazione sanitaria e costo della vita, abbiamo bisogno di offerte per tutte le tasche.
Il Gruppo Migros è attualmente impegnato in dure trattative sui prezzi, che in alcuni casi hanno portato a scaffali vuoti. Migros vuole e ha bisogno di prodotti di marca?
Sì, ma solo a prezzi equi. Negoziamo duramente con le grandi aziende. Spesso i loro azionisti ottengono rendimenti del 15-20%. Alla Migros, come cooperativa di consumatori, è meno del 2%. Come ho appena detto, abbiamo ridotto i prezzi di oltre 1000 articoli. Questo fa risparmiare ai nostri clienti 500 milioni di franchi all’anno. Migros compensa questa perdita di reddito diventando più efficiente e rinegoziando i prezzi con i grandi produttori di marca. Per noi è importante che queste trattative non colpiscano i piccoli fornitori svizzeri o il settore agricolo.
Nella visione si legge anche che Migros vuole restituire parte del suo successo economico. Non è forse a questo che serve il Percento culturale Migros?
Oggi facciamo già moltissimo, questo è indiscutibile. Ma in futuro sarà ancora più gratificante essere soci o clienti di una cooperativa. Nel corso di quest’anno definiremo esattamente le caratteristiche di questo sistema. Ci sono diversi modelli possibili, come la Mobiliare, che offre premi scontati. Una cosa è chiara: tutto rimarrà nel sistema. Non abbiamo mai avuto una ricca famiglia di proprietari, né azionisti con diritto al di-
videndo, né bonus manageriali nel Gruppo Migros nel suo complesso.
E la co-partecipazione?
Desideriamo rafforzarla attraverso un maggiore coinvolgimento su questioni rilevanti, con offerte culturali, con la vicinanza. Oggi i soci della cooperativa sono 2,3 milioni. È una comunità enorme. Vogliamo sfruttare questa forza.
La visione sembra buona sulla carta. Ma cosa sta accadendo in realtà? Stiamo implementando! Abbassando i prezzi, costruendo 140 nuovi negozi, modernizzandone 350, investendo nel digitale. Digitec Galaxus è in forte crescita, Medbase sta ampliando l’offerta di base degli studi medici e dentistici. Ad esempio, il Gruppo Migros sta garantendo la presenza di medici di base nelle zone rurali. La visione si
applica all’intero Gruppo, non solo al supermercato arancione. Prodotti sostenibili, concetti di negozio innovativi e iniziative sociali fanno parte della realizzazione, in modo che la visione non sia solo bella sulla carta.
In cosa consiste il nuovo concetto di negozio?
È la nostra risposta alle mutate esigenze dei clienti. Per esempio, ora i clienti possono trovare l’insalata per il pranzo o il tè freddo a pochi passi dalla cassa, senza deviazioni. Possono pianificare il loro percorso all’interno del negozio con maggiore libertà, rendendo la spesa più veloce e più piacevole. Parecchie filiali sono già state ristrutturate o riaperte secondo il nuovo concetto e sono state accolte molto bene dai clienti.
Guardiamo le cifre: le vendite
Dati di vendita Migros 2025
31,9 miliardi di franchi
è il fatturato complessivo del Gruppo Migros. Il 2025 è stato un anno di transizione, caratterizzato dalla cessione di società in perdita o non più in linea con la strategia. Le vendite includono per l’ultima volta le quote di queste società cedute. Al netto di queste quote, il fatturato ammonta a 29,4 miliardi di franchi. Migros ha quindi registrato una crescita dell’1,1% nelle altre attività.
23,2 miliardi di franchi
è stato il fatturato del Commercio al dettaglio di generi alimentari. Questo segmento d’attività comprende il commercio al dettaglio cooperativo, inclusi Migros Online, Migros Industria, Denner, Migrolino e Migrol.
Escludendo i carburanti, il fatturato è aumentato dello 0,4%.
3,5
miliardi di franchi
è stata la vendita al dettaglio di prodotti non alimentari. Questo settore comprende la vendita di prodotti non alimentari, come articoli per la casa, elettronica, abbigliamento, prodotti per il tempo libero e molto altro. Rispetto all’anno precedente, le vendite sono aumentate del 13,6%, grazie al continuo successo di Digitec Galaxus.
1,7
miliardi di franchi
sono stati generati dai servizi sanitari di Migros, con un aumento del 4,5%. Il fattore trainante è stata la forte performance del Gruppo Medbase.
sono diminuite, la redditività è aumentata. Cosa significa questo per i Migros?
Il 2025 è stato un anno di riorganizzazione. Abbiamo ceduto attività in perdita o che non erano più strategiche. Il fatturato, escluse le azioni delle società cedute, è stato di 29,4 miliardi, pari a una crescita dell’1,1% rispetto all’anno precedente. Alla luce dei grandi cambiamenti, possiamo ritenerci soddisfatti.
Digitec Galaxus, il più grande magazzino online della Svizzera, è in piena espansione. Presto compreremo tutto online? C’è un chiaro cambiamento nel settore non alimentare, Digitec Galaxus è una storia di successo e questo continuerà. Con il cibo è diverso: le persone amano andare in negozio, lasciarsi ispirare da frutta e verdura fresca e godersi il profumo del pane fresco. In futuro, i negozi online e i negozi tradizionali continueranno a completarsi perfettamente.
Cosa augura a Migros per il suo 101esimo anno?
Una nuova partenza, così da poter dire alla fine dell’anno che abbiamo fatto un grande passo avanti in termini di servizi di alto livello, cioè alta qualità a prezzi equi, impegno sociale e comunità Migros. Allora saremo sulla buona strada per il secondo secolo. Quali sono i suoi propositi per il nuovo anno? Più tempo alla scrivania o in montagna?
Un mix di entrambe le cose. Vorrei portarmi appresso lo slancio dell’anno dei festeggiamenti, ma allo stesso tempo non voglio perdere l’equilibrio tra vita privata e lavoro. E per me ciò significa trascorrere abbastanza tempo con la famiglia. Naturalmente, se possibile, in montagna.
Mario Irminger, presidente della Direzione generale della Federazione delle Cooperative Migros.
SOCIETÀ
Crans-Montana, quando il trauma è collettivo Una tragedia che ha sconvolto non solo una regione ma la società intera: le riflessioni degli psichiatri e psicoterapeuti Rémy Barbe e Michele Mattia
Il progetto Italiando compie dieci anni Il programma si rivolge a giovani dai 13 ai 20 anni della Svizzera tedesca e francese che vogliono venire in Ticino per approfondire la conoscenza dell’italiano
Architettura? Ridiamoci sopra!
Mostre ◆ Al Teatro dell’Architettura di Mendrisio l’arte del costruire è messa sotto l’impietosa lente della satira
Disciplina tra le più nobili, l’architettura è sempre stata raccontata con atteggiamento celebrativo: miriadi di articoli, saggi, libri e mostre l’hanno incensata nel corso dei secoli rimarcandone il modo «sapiente, rigoroso e magnifico» (secondo le efficaci parole di Le Corbusier) di fondere erudizione umanistica e competenza scientifica per dar vita a spazi che definiscono la nostra identità e la nostra cultura. Cosa accadrebbe, però, se la narrazione dell’arte del costruire si discostasse per un momento dai resoconti ufficiali, spesso a uso e consumo di specialisti, per avvicinarsi invece a quelli alternativi, resi affilati e pungenti dall’ironia?
Una risposta ci viene data dalla rassegna ospitata al primo piano del Teatro dell’Architettura di Mendrisio, basata proprio sull’idea originale e un po’ sovversiva di osservare la scienza del progettare e dell’edificare da una prospettiva diversa, delineandone una sorta di contro-storia che trova nelle immagini umoristiche le sue fonti principali.
L’esposizione «Archisatire» fa riflettere sull’impatto dell’architettura sulla vita quotidiana e sulla sua complessità sospesa tra slanci ideali e limiti concreti
La satira come forma di conoscenza, dunque, capace di spazzare via in un batter d’occhio la retorica innalzata nel tempo attorno al settore dell’architettura, nonché di smontare con altrettanta leggiadra irriverenza la figura dell’architetto. Colui che per Leon Battista Alberti sapeva «con certa, e maravigliosa ragione, e regola, sì con la mente, e con lo animo divisare», ma che per le vignette di ogni epoca era invece spesso un soggetto poco raccomandabile, da denigrare senza mezzi termini.
In questo racconto anticonvenzionale delle trasformazioni architettoniche e urbane degli ultimi secoli attraverso caricature, cartoons, illustrazioni, fotomontaggi, film e altre forme d’espressione, si guarda così alla solennità della tecnica costruttiva con la levità dell’allegria e con il mordente del sarcasmo.
Sfruttando l’indubbia potenza della satira, genere che da sempre ha avuto un ruolo sociale e culturale fondamentale per comprendere e giudicare le dinamiche della società, la mostra mendrisiense ci porta a riflettere sul reale impatto dell’architettura sulla vita quotidiana, documentando la vulnerabilità e la complessità di una disciplina da sempre sospesa tra slanci ideali e limiti concreti.
I materiali radunati nella rassegna dal curatore Gabriele Neri, che da circa vent’anni colleziona meticolosamente immagini parodistiche legate alla sua sfera professionale, intessono una narrazione inusuale, toccando tematiche e sollevando quesiti spesso evitati dalla storiografia tradizionale. Rivolti a un pubblico ampio e per questo caratterizzati da uno stile incisivo e di grande effetto, questi docu-
menti si muovono tra citazioni colte e riferimenti popolari, tra raffinate allusioni e battute triviali. In una gustosa commistione di registri alti e bassi, essi danno vita a una critica architettonica peculiare, tanto immediata e fugace quanto acuta e attendibile, sicuramente da affiancare a tutta la produzione ufficiale sull’argomento.
Il percorso espositivo, ricco di opere originali e riproduzioni, si articola in quattro sezioni, la prima delle quali non poteva risparmiare la figura dell’architetto, subito sbeffeggiato dalla frase di Flaubert che campeggia a inizio mostra: «Architetti: tutti imbecilli. Nelle case, dimenticano sempre la scala». Sono tante, dal Ri-
nascimento ai giorni nostri, le rappresentazioni caricaturali di questo professionista: satire che, allontanandosi dai cliché che lo dipingono come un eroe capace di plasmare il mondo, ne mettono invece in dubbio abilità e onestà. Ecco allora John Nash, tra i più affermati progettisti e urbanisti britannici dell’Ottocento, trafitto dalla guglia di una sua chiesa londinese considerata da molti un vero e proprio orrore, o Walter Gropius, pioniere dell’architettura moderna, ritratto a dorso di un cammello mentre vestito da pontefice e con le mani piene di denaro sfila in un quartiere razionalista già prossimo al degrado.
Non mancano poi caricature e vignette sfrontate che restituiscono le reazioni della società alle imponenti metamorfosi urbane (i grands travaux parigini del Barone Haussmann, ad esempio, o gli sventramenti dei centri storici italiani in epoca fascista), così come alla costruzione di edifici fin troppo particolari quali il Crystal Palace di Londra, percepito come un mostro di cristallo, o la Looshaus di Vienna, che aveva sconvolto i più per la sua nudità architettonica.
La divertente panoramica sullo humour suscitato dai nuovi modelli abitativi presenta, tra i tanti materiali esposti, la maquette di Villa Arpel, parodia della dimora moderna del film Mon Oncle di Jacques Tati, i disegni che il celebre fumettista Jean-Marc Reiser ha dedicato agli edifici di Mario Botta, i modellini 3D delle invivibili case milanesissime firmate Alvar Altissimo e un esilarante spezzone del film Il ragazzo di campagna, con un Renato Pozzetto estremamente soddisfatto del microscopico appartamento preso in affitto nel capoluogo lombardo.
Se il destino è quello di ritrovarsi canzonati da caricature impertinenti, tanto vale per gli architetti diventare essi stessi vignettisti. Questo è il tema dell’ultima sezione. Le Corbusier ha ritagliato illustrazioni umoristiche dai giornali per poi riprodurle nei suoi libri, Gustav Peichl ha realizzato disegni caustici con lo pseudonimo di Ironimus mentre Alessandro Mendini ha prodotto satire pungenti influenzato dalla grafica sfrontata di Saul Steinberg. Per loro, come per molti altri architetti, è stato un modo per esprimere le proprie idee e, soprattutto, per guardare la propria professione con quello spensierato distacco che solo l’ironia può permettere. Dove e quando ARCHISATIRE. Una controstoria dell’architettura.
Teatro dell’Architettura, Mendrisio. Fino al 29 marzo 2026.
Orari: giovedì e venerdì 14-18; sabato e domenica 10-18. Informazioni: info.tam@usi.ch
Attualità ◆ Con le verdure fresche nostrane la pietanza si arricchisce dei sapori e dei colori del nostro territorio
Il minestrone è un piatto straordinario che riscalda corpo e anima. Come suggerisce il nome, il termine sta per «grossa minestra», che evoca una pietanza ricca e completa di ingredienti. Si possono usare le verdure che più ci piacciono, anche se tradizionalmen-
te per molti non dovrebbero mancare carote, sedano, cipolle, cavoli, porri, spinaci, piselli e fagioli. È utile anche prevedere degli ingredienti addensanti, come patate e legumi, in modo da ottenere un piatto dalla consistenza più cremosa. Per insaporire il minestrone, si possono aggiungere aromi quali prezzemolo, rosmarino,
Questo pane regionale, prodotto a S. Antonino da Fresh Food & Beverage Group (ex Jowa) con cereali coltivati nel nostro cantone, è ormai diventato un grande classico dei Nostrani del Ticino. Basti pensare che è stato introdotto nell’assortimento Migros quasi venticinque anni fa. È un pane piuttosto rustico in ragione delle farine di cui è composto, poco raffinate, nella fattispecie di frumento bigia, di segale e di malto d’orzo. Possiede una crosta
timo, alloro, basilico e aglio. Il minestrone avanzato è ottimo anche se gustato il giorno dopo, anzi per molti è ancora più buono, poiché gli ingredienti hanno tempo di amalgamarsi perfettamente. Infine, soprattutto durante la stagione meno fredda, il minestrone è una bontà anche freddo. In questo caso si consiglia di assaporarlo a temperatura ambiente, non appena tolto dal frigorifero.
Il minestrone dei Nostrani del Ticino è prodotto da Quarta Gamma Ticino SA di Lavertezzo, azienda specializzata nella trasformazione di prodotti ortofrutticoli pronti per il consumo. Le verdure coltivate in modo sostenibile provengono da alcuni fidati orticoltori del Piano di Magadino e vengono lavorate entro poche ore dalla raccolta per limitare la perdita di sostanze nutritive. Una volta selezionati e controllati dagli esperti dell’azienda, gli ortaggi sono mondati, lavati, asciugati e confezionati in vaschette salva-freschezza seguendo scrupolose norme igienico sanitarie oggetto di regolari controlli di qualità. La lavorazione prosegue con un controllo di sicurezza tramite metal detector e un ultimo controllo visivo da parte di un operatore specializzato. Sceglien-
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nostrano Ticino, confezionato, al kg Fr.
do questi prodotti, potete essere certi di acquistare delle verdure eccellenti, preparate e confezionate con cura, pronte solo per essere provate.
Con le verdure nostrane per minestrone è un gioco da ragazzi portare in tavola un piatto gustoso in poco tempo e senza troppe difficoltà. La miscela è composta dai classici ingredienti della tradizione – verze, carote, porri, sedano e fagioli borlotti – che possono essere ulteriormente arricchiti con piccoli accorgimenti secondo i propri gusti ed esigenze. Come ottenere un piatto genuino? Sciacquate brevemente le verdure del minestrone nostrano sotto l’acqua corrente e metterle da parte. In una pentola capiente scaldate un filo d’olio extravergine d’oliva e, se gradito, fate roso-
lare leggermente uno spicchio d’aglio, della cipolla insieme a rosmarino o timo. Aggiungete le verdure e lasciate insaporire per 2–3 minuti a fuoco medio, mescolando delicatamente. Versate del brodo caldo fino a coprire abbondantemente le verdure. Portate a ebollizione, abbassate la fiamma e lasciate cuocere per circa 30-35 minuti, finché le verdure saranno morbide e il brodo ben saporito. Regolate di sale e pepe a fine cottura. Spegnete il fuoco e lasciate riposare il minestrone per qualche minuto prima di servire. Completate il piatto con un filo d’olio e una spolverata di formaggio grattugiato e prezzemolo. Accompagnate con del pane tostato. Chi gradisce può gustare il minestrone con della pasta o del riso, quest’ultimi ingredienti vanno aggiunti una quindicina di minuti prima della fine della cottura. Buon appetito!
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scura e croccante, mentre la sua mollica conquista il palato con le sue note aromatiche decise e tostate.
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Attualità ◆ Il delizioso Vacherin Mont d’Or è una bontà stagionale da gustare sia fredda sia calda Lo trovi attualmente in promozione speciale alla tua Migros nella versione classica e biologica
Riconosciuto con la certificazione AOP/DOP (Denominazione di Origine Protetta), il Vacherin Mont d’Or è un formaggio romando a pasta molle, cremoso, grasso, con crosta lavata, caratterizzato dalla tipica fascia di legno di abete che avvolge il prodotto, conferendogli non solo un caratteristico aroma, ma anche un aspetto raffinato e invitante, perfetto per essere portato in tavola così com’è. Simbolo del Giura vodese, è prodotto nel periodo da settembre a marzo con latte vaccino termizzato. Si presume che la specialità sia nata nel XVIII secolo nella Vallée de Joux. La sua crosta lavata è commestibile, ma eventualmente può essere leggermente raschiata se non si gradiscono i sapori troppo forti. Al suo interno nasconde una pasta cremosa, con un gusto delicato, naturalmente dolce e con sentori boschivi. Il Mont d’Or si apprezza come formaggio da dessert al termine di un pasto, è delizioso accompagnato da patate bollite o spalmato su pane contadino, ma è particolarmente amato anche consumato caldo come se fosse una fondue di formaggio, passandolo per una decina di minuti nel forno caldo.
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Quando il trauma è collettivo
Salute ◆ Come proteggere se stessi e i figli senza cadere nell’iper-controllo dopo una tragedia che scuote la sicurezza della società intera. Le riflessioni degli psichiatri e psicoterapeuti Rémy Barbe e Michele Mattia
Maria Grazia Buletti
«Nei giorni successivi al dramma che la notte di Capodanno ha colpito Crans-Montana mi sono accorto di non riuscire a staccarmi dalle notizie. Continuavo a controllare il telefono, come se capire di più potesse proteggermi. In realtà ero sempre più teso, dormivo male e provavo un senso di colpa all’idea di tornare alla normalità. Mi sentivo anche profondamente disorientato: sui social, nei telegiornali e nei talk show circolavano prese di posizione continue, spesso aggressive, giudicanti o fuorvianti. Cercavo risposte, ma finivo per sentirmi ancora più confuso e sopraffatto. Confrontarmi con altre persone mi ha aiutato a capire che ciò che stavo vivendo era condiviso e legittimo. Ho iniziato a limitare l’esposizione alle notizie e a ritagliarmi piccoli spazi di calma. Questo non ha cancellato quanto accaduto, ma mi ha permesso di respirare di nuovo».
«Il dramma di CransMontana ha sconvolto una regione e ben oltre. L’evento non esiste solo “là”: si insinua nei nostri salotti, nei pasti, nelle insonnie»
L’incendio improvviso in un locale affollato la notte di Capodanno a Crans-Montana ha trasformato i festeggiamenti in una tragedia con giovani vittime e feriti, sconvolgendo la comunità e l’opinione pubblica svizzera ed europea. «Ci sono notti che lasciano un segno. E poi c’è ciò che viene dopo: il mattino, il telefono che vibra, le notifiche, i video che circolano, le voci, le immagini ripetute all’infinito. Il dramma di Crans-Montana ha sconvolto una regione e, ben oltre, molte persone che non erano lì. In momenti come questi, l’evento non esiste solo “là”: si insinua nei nostri salotti, nei pasti, nelle insonnie», sono le prime considerazioni del professore Rémy Barbe, psichiatra e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’HUG di Ginevra. Dopo un dramma collettivo rimane un forte impatto emotivo che coinvolge non solo i presenti, ma anche chi ne viene a contatto attraverso racconti e immagini. Ansia, inquietudine, insonnia o difficoltà di concentrazione sono reazioni comuni e normali: secondo l’American Psychological Association non indicano debolezza, ma il tentativo di mente e corpo di adattarsi alla perdita di sicurezza, spesso attraverso iper-allerta, pensieri ricorrenti, stanchezza emotiva o irritabilità.
Che cos’è il trauma collettivo
Il trauma collettivo non è dunque solo una somma di traumi individuali:
è una ferita psichica e sociale causata da eventi che colpiscono un’intera comunità alterando il senso di sicurezza, appartenenza e normalità delle persone coinvolte, come spiega il dottor Michele Mattia, psichiatra e psicoterapeuta: «Un evento catastrofico improvviso e inaspettato altera profondamente la struttura e il tessuto sociale di un luogo, facendo venir meno la sicurezza di base. Questo genera una disgregazione collettiva e una crisi di significato nelle persone direttamente coinvolte e in quelle che, pur indirettamente, sono legate al contesto sociale colpito. Nel caso avvenuto in Svizzera, tutti ne siamo coinvolti perché quei ragazzi fanno comunque parte della nostra realtà e della “famiglia” svizzera. Lo stesso vale per l’Italia, dove venti giovani sono stati colpiti, con morti e feriti gravi. Si tratta quindi di eventi che accadono all’improvviso, in modo imprevedibile e catastrofico, causando un danno che supera qualsiasi aspettativa o immaginazione». A suo avviso ciò che è successo a Crans-Montana è ancora più specifico, perché è successo in una nazione apparentemente sicura: «Ciò che emerge è un aumento della rabbia, perché un evento del genere ci si aspetta che avvenga altrove, non in Svizzera. Questo amplifica il trauma collettivo e un profondo senso di insicurezza. Diventa quindi fondamentale ricorrere a rituali di coesione sociale: c’è un bisogno forte di ritrovarsi, come sta accadendo a Crans-Montana, di condividere
e testimoniare attraverso la parola». E il modo in cui se ne parla risulta essere decisivo: «Informare in modo adeguato è una cosa, spettacolarizzare il dramma per ottenere audience è un’altra, perché quest’ultima rischia di aumentare ulteriormente il trauma collettivo».
L’importanza di un’igiene dell’informazione
«La sfida oggi non è soltanto affrontare il dolore», fa eco il professor Barbe, sottolineando che si tratta di «imparare a proteggere la propria attenzione in un mondo in cui l’informazione arriva senza sosta e in cui, talvolta, la sovraesposizione ferisce quasi quanto l’evento stesso». Allora: «Si raccomanda esplicitamente di limitare l’esposizione a televisione e social dopo un dramma, perché l’“overexposure ” può aumentare la sofferenza». Quando un evento di tale portata colpisce tutti, bisogna quindi imparare ad affrontarne l’impatto emotivo. Le linee guida internazionali sul trauma indicano che «dare un nome a ciò che proviamo è già una forma di cura»; dal canto suo, il professor Barbe suggerisce come nei momenti in cui un trauma collettivo scuote profondamente una comunità, prima ancora di cercare spiegazioni è fondamentale prendersi cura di sé in modo concreto, a partire dal sistema nervoso: «Dopo uno shock è naturale cercare informazioni, ma un’esposizione eccessi-
Prevenire e curare il tumore colorettale
Serata informativa per ripercorrere l’evoluzione e presentare le ultime frontiere della cura e della prevenzione del tumore colorettale.
Conferenza Concerto pianistico con Roberto Plano e Paola del Negro
va a notizie frammentate ed emotivamente cariche può mantenere il corpo in uno stato di allerta, causando insonnia, irritabilità e comportamenti compulsivi. Perciò, è importante rallentare, tornare a gesti quotidiani che aiutano a ritrovare equilibrio e praticare un’“igiene dell’informazione”, limitandosi a poche fonti affidabili, in momenti definiti, evitando immagini scioccanti e condivisioni impulsive». Il legame con gli altri è un forte antidoto all’isolamento: «Piccoli gesti, rituali condivisi o una presenza discreta aiutano ad affrontare l’impatto emotivo. Anche un sostegno spirituale o simbolico può offrire sollievo, senza cercare forzatamente un significato a quanto accaduto».
Genitori in iper-allerta
«Da quel giorno non riesco a smettere di pensare ai miei figli. Ogni suono o notizia mi fa temere che possa succedere qualcosa a loro. Dormo poco e mi sento sempre in tensione, come se ora dovessi proteggerli da tutto». È una testimonianza, volto concreto di queste dinamiche: un’iper-allerta che riflette la frattura del senso di sicurezza e si concentra proprio su ciò che si ha di più caro, rischiando però di limitare la libertà dei propri figli. Secondo il dottor Mattia, questo è un punto centrale: «Dopo uno shock è facile cadere nella trappola dell’iper-controllo, perché aumentarlo diventa una reazione emotiva per
ritrovare un’illusione di sicurezza. Ma quanto accaduto a Crans-Montana è successo in un contesto che appariva totalmente sicuro, durante una serata di festa, senza che i ragazzi si fossero messi volontariamente a rischio». Perciò è importante andare oltre la prima reazione emotiva e passare a una riflessione più cognitiva: «Stravolgere la vita dei figli con un’eccessiva iperprotezione rischia di creare un trauma indotto dal genitore stesso, e genera insicurezza e “desecurizzazione” nel ragazzo. Pur riducendo l’ansia del genitore, l’iperprotezione può avere effetti negativi sul figlio e provocare reazioni oppositive e conflitti familiari». Allora, è fondamentale che il genitore impari a distinguere la propria ansia dai reali bisogni del figlio: «I genitori che hanno permesso ai ragazzi di partecipare a quell’evento li avevano mandati in un luogo ritenuto sicuro: non si tratta di una mancanza genitoriale, ma di fattori imprevedibili che stanno emergendo ora». Secondo lo specialista, la reazione di «chiudere tutto» e controllare ogni aspetto della vita dei figli può forse funzionare per pochi giorni, ma nel medio periodo diventa controproducente, aumentando l’insicurezza dei ragazzi: «Ciò che davvero aiuta è mantenere una comunicazione aperta e una relazione basata sulla fiducia, che consente di prevenire i rischi prevedibili. Quanto accaduto a Crans-Montana, però, non era prevedibile né per i figli né per i genitori, e nessuno avrebbe potuto immaginarlo prima».
27 gennaio 2026, 18:00 LAC Lugano
Ingresso libero
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Un momento della cerimonia di venerdì 9 gennaio 2026 presso il centro espositivo e congressuale di Martigny. (Keystone)
Io imparo l’italiano. E mi diverto
Italianità – 1 ◆ A colloquio con Joël Rossetti, responsabile del progetto Italiando, che quest’anno giunge alla decima edizione
Simona Sala
Italian for Beginners (Italiano per principianti, ndr) recitava il titolo di una simpatica commedia di Lone Scherfig del 2002, e potrebbe calzare a pennello anche per l’offerta di Italiando, programma di apprendimento intensivo della lingua di Dante rivolto a svizzero tedeschi e svizzero francesi. Quest’anno Italiando compie dieci anni (nato nel 2016, si è fermato solo nel 2020 a causa dell’emergenza Covid): ne abbiamo parlato con l’organizzatore Joël Rossetti, impiegato all’Ufficio cantonale dello sport del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport e nella direzione della Fondazione Lingue e sport.
Joël Rossetti, come funziona Italiando?
Italiando significa una settimana di immersione totale nella Svizzera italiana. Il programma è rivolto ai giovani tra i 13 e i 20 anni della Svizzera tedesca e francese che vogliono approfondire le proprie competenze della lingua italiana. Sono previste quattro mattinate di lezione per un totale 16 unità didattiche, cui si aggiungono numerose attività sportive e di scoperta del territorio della Svizzera italiana. In altre parole, tutti i pomeriggi e l’intera giornata del mercoledì sono dedicati a gite e attività di varia natura, comprese quelle serali con i monitori. I giovani sono ospitati nel Centro Gioventù e sport di Bellinzona. Per la creazione del format Italiando abbiamo preso spunto da Lingue e sport, che è un modello ticinese nato nel 1980.
Può farci qualche esempio di attività proposta?
Quest’autunno, sfruttando il tempo mite, è stata proposta la barca a vela, poi, oltre alle escursioni, vi è la possibilità di fare tiro con l’arco, arrampicata, maxitramp e molto altro.
Da chi è promosso Italiando?
Dal Dipartimento dell’educazione della cultura e dello sport, grazie al sostegno del Percento culturale Migros e della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.
Come sono ripartiti germanofoni e francofoni?
A livello di statistiche rispecchiamo la popolazione, nel 2025 abbiamo avuto il 62% di partecipanti germanofoni e il 38% francofoni.
In numeri?
Nella prima edizione del 2016 siamo partiti con 179 partecipanti, suddivisi in quattro settimane di campus estivo e due autunnale (sfruttando le vacanze di romandi e svizzero tedeschi). I campi vanno dalla domenica sera al sabato mattina. In queste prime nove edizioni abbiamo avuto un totale di 1768 giovani provenienti da tutta la Svizzera.
Come vengono assegnati alle classi ragazze e ragazzi?
Sono suddivisi secondo il loro livello linguistico. Non sempre gli svizzeri francesi e tedeschi sono separati: dipende dai numeri.
Per amore di italian(d)o
I docenti sono ticinesi?
Sì, sono tutte e tutti docenti di italiano L2, quindi in possesso della qualifica per insegnare l’italiano come lingua secondaria. È un team molto bello, che per lo più si ritrova di anno in anno.
Si cerca quindi di valorizzare l’italianità. Esatto, dal 2019 il progetto è sostenuto anche dall’Ufficio federale della cultura tramite un bando di concorso al quale ci candidiamo ogni anno. Per noi è fondamentale poiché ci permette di offrire una settimana tutto incluso (vitto, alloggio, lezioni e attività) a 350 CHF.
Italianità – 2 ◆ Il programma di studio Italiando ha visto la luce anche grazie all’impegno dei… Frontaliers
Chi, nel 2026, alle nostre latitudini non conosce una delle più formidabili coppie del mondo dello spettacolo? Dopo Tom&Jerry, Ollio&Stanlio e Cochi&Renato (tanto per citarne un paio e in modo del tutto arbitrario), da alcuni anni fanno parte del nostro immaginario anche Bernasconi&Bussenghi, indiscussi protagonisti della fortunata serie ticinese dei Frontaliers. E se da una parte abbiamo la guardia di confine svizzera Bernasconi con tutta la sua flemmatica pedanteria, dall’altra abbiamo il frontaliere scattante e sul pezzo, disposto a sorbirsi infinite code giornaliere per raggiungere l’eldorado di un posto di lavoro in terra elvetica.
La sottile ironia mai offensiva (e soprattutto bipartisan) che contraddistingue gli sketch dei Frontaliers è riuscita a fare il miracolo, tanto che i due personaggi sono amati sia di là sia di qua del confine. Frontaliers – in questi giorni nella sale della Svizzera italiana con il film Sabotage – però è anche molto di più, e negli anni i suoi protagonisti (Paolo Guglielmoni e Flavio Sala) si sono impegnati per cause molto serie, tra cui quella della difesa dell’italianità, emblematica e fondamentale per una Willensnation come quella in cui viviamo.
Ne abbiamo parlato con Paolo Guglielmoni, in arte (anche) guardia di confine Loris J. Bernasconi.
Paolo Guglielmoni, con Frontaliers vi siete spesi molto per la causa della lingua italiana. Dove nasce questa iniziativa?
Una decina di anni or sono eravamo in un periodo di grandi trasformazioni della scuola svizzera, che tendeva a promuovere sempre di più l’inglese, con l’italiano che rischiava di finire in secondo piano. Anche nell’Amministrazione federale c’erano sempre meno impiegati italofoni. Insomma, l’italiano era in pericolo. Nel 2014 i tre partner istituzionali DECS, RSI e Percento culturale Migros Ticino hanno dunque lanciato il progetto di tutela della lingua italiana Italiano lingua di frontiera, partendo dall’idea che ognuno valorizzasse la lingua attraverso la propria sfera di influenza e la propria rete di conoscenze: la RSI l’ha fatto attraverso i
Loris J. Bernasconi (Paolo Bernasconi) e Roberto Bussenghi (Flavio Sala) sorreggono Dante, padre della lingua italiana. (L. Daulte - RSI)
programmi radiotelevisivi, il DECS con conferenze in tutta la Svizzera, il Percento culturale Migros Ticino con i suoi eventi sul territorio. Una piattaforma di contenuti a cui sono stati aggiunti, in cima alla torta, i Frontaliers A Natale 2014, nelle filiali Migros Ticino e nelle cancellerie comunali del Grigioni italiano, è stato messo in vendita il DVD Frontaliers: qui si parla itaGliano: 8 sketch che parlavano a vario titolo e in modo divertente della nostra lingua. Il DVD ha venduto più di 30’000 copie, e, dal principio, l’idea era di usare il ricavato per favorire la lingua italiana: così è nata l’idea di Italiando
In Ticino avete fatto molto per l’italiano: non sarebbe stato più utile portare la nostra lingua Oltre Gottardo?
Sedici ore alla settimana di italiano bastano?
Per una rinfrescata, sì, ma il nostro obiettivo è anche quello di incuriosire i partecipanti, nella speranza che, una volta tornati a casa, scelgano l’italiano come lingua facoltativa. L’italiano non viene parlato solamente nelle lezioni mattutine, ma anche durante tutto il resto della giornata e di sera, grazie al team di monitori che pernotta in loco ed è disponibile 24/24 h. Questo è importante anche per la presenza di numerosi minorenni.
C’è chi ritorna da un anno all’altro? Sì, abbiamo ottimi riscontri. Chi si presenta più volte, alla seconda o terza partecipazione può già toccare con mano i propri progressi.
Esiste un corrispettivo in Svizzera tedesca e francese di questo progetto? È un progetto che ci piacerebbe implementare… Sicuramente sarebbe bello se esistesse qualcosa di simile anche per gli italofoni, vista l’importanza delle lingue nazionali. Con la Fondazione Lingue e Sport vengono già proposti dei corsi con lezioni di lingue e altre materie al mattino e attività sportive al pomeriggio, il tutto per il momento però si svolge solo in Ticino. In futuro non è da escludere che l’offerta venga ampliata anche oltralpe.
Per informazioni e iscrizioni www.italiando.ch
Lo facciamo organizzando con il DECS i corsi Italiando in Ticino. Mi spiego: i soldi del dvd Frontaliers: qui si parla itaGliano sono stati spesi per dare un motivo a ragazze e ragazzi svizzero tedeschi o francesi dai 13 ai 20 anni di «scendere» da noi. L’idea è farli venire qui per imparare una base di italiano, certo, ma anche per conoscerci meglio, capirci meglio, e, una volta tornati a casa, parlare di noi. Rientrati nei loro cantoni, saranno «antenne» della nostra terza Svizzera con i loro genitori e le loro famiglie allargate. Quando siamo partiti, per prima cosa era necessario riuscire a finire sulla mappa con il progetto Italiando: abbiamo quindi dovuto fare una campagna di comunicazione per fare conoscere questa possibilità di soggiorno in Ticino. Ciò è stato possibile grazie alla delegata alle lingue nazionali del DECS Brigitte Jörimann, che ha fatto un lavoro di rete nelle scuole d’oltre San Gottardo, e poi grazie a SRF e RTS, che hanno promosso il progetto nei loro spazi informativi. Infine, ci hanno aiutato due testimonial come Massimo Lorenzi, volto noto in Romandia, e Christa Rigozzi. Anche la questione economica era importante, perché il corso doveva essere accessibile. Il nostro slogan era «Paghi la metà, ti diverti il doppio»: metà quota era a carico del-
la famiglia, l’altra del fondo che abbiamo creato.
Un bell’esempio di federalismo. Il premio per i nostri sforzi di diffusione del progetto è il fatto che Italiando quest’anno compie dieci anni. Grazie al ricavato dei tre dvd Frontaliers realizzati, nel 2010 abbiamo contribuito con 110’000 CHF all’acquisto di un’ambulanza per le urgenze pediatriche, nel 2011 abbiamo versato 300’000 CHF nell’ambito del sostegno alle persone indigenti nella Svizzera italiana, mentre nel 2014 abbiamo appunto potuto creare con 300’000 CHF un fondo per la lingua italiana, finanziando i primi tre anni di Italiando.
Vuoi aggiungere qualcosa sull’importanza dell’italianità per la Svizzera?
Trascorrendo del tempo con i ragazzi che partecipano a Italiando, mi sono reso conto che quando si dà l’occasione alle persone di andare in una parte del Paese che non si conosce ancora, nasce inevitabilmente una curiosità naturale, tipicamente svizzera. Questa curiosità naturale e molto umana l’ho vista negli occhi delle ragazze e dei ragazzi che vengono da noi a imparare l’italiano e a conoscere la Svizzera italiana. È importante offrire occasioni come questa per scoprire regioni nuove del proprio Paese.
Grazie a Italiando si promuove l’italianità, ci si diverte, si conosce un nuovo angolo di Svizzera, il tutto a vantaggio della coesione nazionale.
L’altropologo
Alieni alienati
Qualche giorno fa un amico di Bolzano, entusiasta ecofotonaturalista, mi ha inviato una bella foto di Psittacula Kremeri – al secolo Parrocchetto dal Collare, grazioso e verdissimo pappagallo notevole per il becco rosso vivo e un verso che più sgraziato di così solo il pavone. Scrutando la foto, l’A ltropologo, al quale mai sfuggono i dettagli, ha subito pensato ad un «fotofake»: lo sfondo della foto era costituito da rami coperti di neve. Indagata la fonte è subito risultato come non si trattasse di fotomontaggio. Da qualche anno anche nella capitale del Tirolo Meridionale si è insediata una colonia del simpatico caciarone, che oggi sembra perfettamente adattato anche ai rigori invernali dolomitici, laddove la sua sgargiante livrea spicca spavalda sulla neve.
Il primo incontro coi parrocchetti risale a molti, molti anni fa. Atterrato a Nuova Delhi per un convegno,
stravolto da un volo terrificante in ritardo a causa dei monsoni cercavo di riprendermi dal jet-lag nella sauna di un letto in una stanza senza condizionatore… Poi, di colpo, uno stormo di psittacidi dal collare atterra sul terrazzo e attacca una cacofonia che neanche i diabolici Rumorofoni di Luigi Russolo, l’artista futurista milanese che li inventò nel 1913, avrebbe potuto surclassare… Un incubo. Il volatile alieno sta diventando un flagello a Roma. Stormi di decine e centinaia nidificano ovunque trovino una crepa, un buco, una nicchia, una cavità… fanno concorrenza ai picchi e altre specie di uccelli cavitari (sic!) e sono tanti da riuscire ormai a far danno alle colture cerealicole. Le loro deiezioni poi fanno concorrenza a quelle micidiali degli storni – tremende quelle colorate dalle bacche di sambuco che stagionalmente stravolgono il look dei candidi marmi capitolini…
La stanza del dialogo
Gentile Silvia, quello di cui vorrei parlarti non è un tema nuovo ma purtroppo per me costituisce un tormento che si rinnova ogni anno e proprio durante quella che dovrebbe essere una occasione familiare di concordia e felicità: il Pranzo di Natale. In quell’occasione si ritrovano a casa mia le due figlie e le loro famiglie. Da quando mio marito non c’è più i conflitti tra le due sorelle, prima latenti, sono scoppiati in modo così evidente da turbare l’atmosfera di festa. Delle due la primogenita, che chiamerò Dora, ha un carattere estroverso, deciso e competitivo. La seconda, che chiamerò Evelina, ha invece una personalità apparentemente mite e sottomessa ma, in realtà, permalosa e insofferente. Sin da piccole non sono mai andate d’accordo tanto che la minore, nascosta sotto la tavola, morsicava i polpacci della più grande. Ora sono entrambe sposate e le differenze sociali esasperano la loro inimicizia. Dora ha sposato un uomo ricco ma senza cultura e senza sensibilità:
per lui contano soltanto i motori, i viaggi esotici e i consumi. Evelina, invece, ha seguito la tradizione di famiglia: io e mio marito siamo due insegnanti. Ed Evelina è, come noi, una persona colta e raffinata. La prima a provocare è sempre Dora: «Abbiamo appena comprato un nuovo Suv», «abbiamo già prenotate un viaggio alle Maldive…» e così via. L’altra non ha niente da contrapporle perché cultura e intelligenza non hanno prezzo. Che cosa devo fare per ristabilire la pace? / Clara Cara Clara, di fronte a un conflitto familiare che si ripresenta con la puntualità di un rito – e il Pranzo di Natale lo è a tutti gli effetti – la prima cosa da fare non è cercare una soluzione immediata, ma fermarsi a comprendere le ragioni profonde di ciascuno. I conflitti che esplodono nei momenti di festa raramente nascono lì: il Natale, come tutte le ricorrenze cariche di significato, funziona piuttosto da amplificatore di tensio-
Alimentazione
Ma i paradossi etologici del cambiamento climatico non riguardano solo i volatili – che peraltro impararono a migrare per dribblare gli estremi termici già temporibus illis… L’altro giorno una delle vedette dall’Altropologo posta un video dove si vedono quadrupedi, cornuti e non – maschi, femmine e piccoli – sfilare in una teoria senza fine in fila indiana. Dieci? Cinquanta? Cento?… Il video era registrato da lontano e non di qualità HD. Sulle prime dunque sembrava la migrazione di un gregge di renne da qualche parte nelle terre samoiede di Babbo Natale – e fin qui tutto normale. Poi scrutinio attento e indagini mirate a seguire: il défilé è avvenuto sulla battigia del Lido di Volano, uno dei più frequentati centri balneari in provincia Ferrara, riserva naturale adiacente al Parco del Delta del Po. I quadrupedi in questione sono daini (Dama Dama), famiglia dei cervidi. Presenti in Europa fino all’ultima
di Cesare Poppi
glaciazione, si ritirarono poi verso climi più miti in Africa del Nord e Medio Oriente. Attorno al 1000 a.c. i Fenici li reimportarono in Sardegna perché erano animali sacrificali. I Romani li importarono poi nella penisola italiana e di lì in tutta Europa come animale venatorio. Attualmente, all’interno del Delta del Po, cresce il Bosco della Mesola. Sono 835 ettari della foresta primiziale padana che un tempo ricopriva l’intera pianura. Rappresentano ciò che resta del grande Bosco Eliceo, riserva di caccia degli Este di Ferrara. Qualche anno fa ci si accorse che la crescente popolazione degli alieni daini stava seriamente minacciando la riproduzione naturale del bosco in competizione con l’autoctono nobile cervo. I bandi dell’Amministrazione Regionale per l’abbattimento dei capi in eccedenza sono stati largamente ignorati dai cacciatori timorosi di rappresaglie da parte di animalisti ed ecologisti. Il
risultato è stato una migrazione fai da te da parte di giovani e coraggiosi capibranco: esondati dalla Mesola hanno colonizzato la Pineta del litorale adriatico e adesso sono presenti in buon numero fino a Sant’Apollinare in Classe, in Comune di Ravenna. Fin qui tutti bene, si dirà. Il problema è che, mentre il Bosco della Mesola è circondato dalle acque del Delta del Po, la pineta ravennate non lo è. Col risultato che, coi daini in libera uscita, in pineta sono arrivati anche i lupi. E fra i pescatori delle Valli di Comacchio – vecchi lupi di quasi mare – c’è già chi dice che quando la prossima estate i lupi quadrupedi si presenteranno fra i bagnanti in spiaggia ci sarà da ridere e da ridire… Alienati dai climi tropicali e subtropicali d’origine, pappagalli e daini si trovano a fronteggiare nevi dolomitiche, nebbie e galaverne padane – e ora anche i lupi. Come faranno? Adattarsi: nel Bel Paese arrangiarsi è un’arte.
ni antiche, mai davvero risolte. Le rivalità tra fratelli e sorelle sono spesso radicate nell’infanzia e, come tu stessa ricordi, la relazione tra Dora ed Evelina è stata segnata fin da subito da una competizione aspra, fisica e simbolica. Crescendo, le modalità cambiano, ma la dinamica resta. Oggi non ci sono più i morsi sotto il tavolo, bensì frasi allusive, ostentazioni, silenzi carichi di giudizio. È importante riconoscere che entrambe, seppur in modi opposti, continuano a contendersi il tuo sguardo, la tua approvazione, il tuo amore. Come tutti i figli, anche Dora ed Evelina desiderano sentirsi viste, riconosciute e, in qualche modo, preferite. Tu stessa, forse senza volerlo, lasci trasparire una maggiore affinità con Evelina: ne condividi i valori, il percorso, la sensibilità culturale. Questo è umano e comprensibile, ma non è senza conseguenze. Dora, che ha scelto una strada diversa, può vivere questa distanza come una forma di disistima,
Il tè Matcha tra moda e benessere
Buongiorno Laura, sto vedendo sui social che il tè Matcha spopola tra i vip americani, lo bevono molte attrici perché dicono che fa bene alla salute essendo ricco di antiossidanti e sembra essere più ecosostenibile rispetto al caffè. Ma è vero? Vale la pena sostituire il caffè con questo tè? Ti ringrazio e saluto. / Elisa
Buongiorno Elisa, ti ringrazio per la domanda su questo trend. Il tè Matcha è una forma in polvere di tè verde giapponese (Camellia sinensis). Essere fornito in polvere significa che la foglia viene consumata completamente, mentre negli altri tipi di tè, che sono in forma di foglia sciolta, si consuma l’estrazione delle foglie inzuppate. È diverso anche il modo di coltivare il tè verde giapponese: i cespugli sono coperti con tappetini di bambù per om-
breggiare le foglie dalla luce diretta del sole per la maggior parte del periodo di crescita. Successivamente, vengono selezionate solo le foglie di tè giovane di alta qualità e immediatamente cotte al vapore per impedirne l’ossidazione. Quindi i loro steli, le vene e le impurità vengono rimosse. Questo processo consente alla pianta di produrre quantità più elevate di aminoacidi e composti bioattivi come la clorofilla e la teanina, conferendo al tè Matcha il suo caratteristico colore verde vibrante e il gusto non amaro. Le foglie vengono poi macinate con un mulino ceramico per produrre una polvere fine, che viene sbattuta con acqua a una temperatura relativamente bassa (70-80 °C) per fare una bevanda cremosa. I nutrienti nel tè Matcha sono ingredienti insolubili al 60-70% come vitamine liposolubili, fibre alimentari insolubili,
clorofille e proteine. Mentre gli ingredienti solubili costituiscono il 3040% che include polifenoli, vitamine idrosolubili, caffeina, fibre alimentari solubili in acqua, aminoacidi, saponina e minerali. Dati i loro processi unici di coltura e raccolta, le concentrazioni di composti bioattivi sono effettivamente più elevate rispetto ad altri tipi di tè verde e al caffè. Per quel che concerne i benefici alla salute, una meta-analisi pubblicata sull’«European Journal of Nutrition» ha scoperto che gli antiossidanti chiamati catechine presenti nel tè verde aiutano ad abbassare la pressione sanguigna e i livelli di colesterolo LDL («cattivo»). Anche la rutina, un bioflavonoide presente nel matcha, contribuisce a questi effetti. I polifenoli hanno effetti antinfiammatori. L’amminoacido L-teanina, presente nel Matcha, è stato associato a una
se non di rifiuto. L’ostentazione della ricchezza, dei viaggi, degli oggetti costosi può allora diventare un linguaggio compensatorio: «Guardami», «valgo anch’io», «sono riuscita nella vita». Il paradosso è che questo comportamento, invece di colmare la distanza, la accentua. Evelina, che fonda la propria identità su altri criteri, non può né vuole competere su quel piano e reagisce chiudendosi, irrigidendosi, coltivando un risentimento silenzioso . In questo gioco di specchi, entrambe restano imprigionate in ruoli che si sono costruite a vicenda e che tu, forse inconsapevolmente, continui a rafforzare. Dal momento che l’ago della bilancia sei tu, il tuo ruolo è decisivo. Non si tratta di «dare ragione» all’una o all’altra, ma di sottrarre senso alla competizione. Puoi farlo innanzitutto modificando il tuo sguardo: provando a vedere Dora non solo come la figlia che ha tradito il tuo ideale culturale, ma come una donna che ha cercato, a
modo suo, sicurezza, appartenenza e riconoscimento. Anche un viaggio alle Maldive, se ascoltato senza pregiudizio, può diventare racconto, esperienza, occasione di apertura, e non soltanto esibizione di vanità. Allo stesso tempo, puoi aiutare Evelina a non identificarsi esclusivamente nel ruolo della «figlia simile alla madre», perché alla fine preclude la libertà personale. Accettare che le tue figlie siano diverse ma egualmente amate è il primo passo perché possano smettere di contendersi un amore che, come dimostra la tua sofferenza, non è mai stato messo in discussione.
Informazioni
Inviate le vostre domande o riflessioni
a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)
migliore concentrazione e prontezza di riflessi. Per quel che concerne l’essere ecosostenibile sembrerebbe di sì, perché le piante possono vivere molti anni, richiedono meno acqua del caffè e si usa tutta la foglia nella produzione. Il pericolo della maggiore richiesta a livello globale, però, è che possa spingere a un aumento marcato della produzione, che può comportare pressione sulle terre agricole, potenzialmente deforestazione o conversione di terreni, uso di pesticidi e fertilizzanti ecc. Detto ciò, per rispondere alla tua domanda se vale la pena sostituire il caffè col tè Matcha , ti posso rispondere che il Matcha contiene caffeina, ma (spesso) meno di una tazza di caffè. Questo significa che può offrire uno stimolo, ma, a quanto pare, non ti dà una «botta di energia» iniziale come il caffè; sembra invece
avere più un rilascio costante e lungo di energia durante il giorno. Quindi, se fatichi a svegliarti, il tè non ti dà la sveglia immediata come il caffè. È anche vero però che non si sperimentano neppure gli effetti «collaterali» da caffè come il crollo della caffeina, il nervosismo, la tachicardia, il bruciore di stomaco/reflusso. Il tè Matcha non è, dunque, una «bacchetta magica», non ci sono garanzie di effetti miracolosi, e la qualità della polvere, la quantità consumata e lo stile di vita generale (dieta, sonno, attività fisica) comunque hanno anche loro un impatto.
Informazioni
Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)
di Laura Botticelli
di Silvia Vegetti Finzi
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Crans-Montana: due Paesi, due narrazioni
Media ◆ Come Italia e Svizzera hanno raccontato il caso tra invadenza giornalistica, rispetto della privacy e generalizzazioni
Crans-Montana e l’informazione: una relazione che, al di là dei risvolti giudiziari, ci interroga come cittadini, come destinatari di un flusso incessante di notizie che scandisce le nostre giornate dall’alba al tramonto, e anche durante le ore notturne (per gli insonni). Non c’è sosta, non c’è interruzione. L’informazione non dorme mai, proprio come il denaro («money never sleeps»). Il flusso tuttavia non è regolare, conosce picchi e accelerazioni improvvise. Accade in caso di conflitti bellici imprevisti, catastrofi, disgrazie. È in questi momenti che l’indifferenza per un mondo che comunque va male lascia il posto all’attenzione, al bisogno di sapere e di capire.
Un’offerta ricca
Il caso di Crans-Montana è per certi versi paradigmatico: è una tragedia destinata a diventare un caso di studio per i giornalisti, e anche materia di ricerca per le Facoltà universitarie. Per la sua gravità e per le sue implicazioni sovranazionali, ha mobilitato risorse umane e materiali inusuali per le nostre latitudini. Ma ha pure evidenziato l’esistenza di scuole diverse per approccio, linguaggio, uso delle immagini, frutto di culture giornalistiche maturate in sistemi mediatici non omogenei: stampa, media elettronici, canali sociali.
La Svizzera italiana è notoriamente un poggiolo aperto sull’Italia. Non c’è ostacolo o frontiera che possa arginare o selezionare i segnali radiotelevisivi che ci giungono dalla penisola, prodotti dalla Rai (emittente pubblica) o da Mediaset (azienda privata). È un’offerta che ci arricchisce e che, generalmente, apprezziamo. Abbiamo a disposizione un numero cospicuo di canali e programmi, e quindi abbiamo la possibilità di raffrontare la qualità delle notizie diffuse sia dalla nostra Rsi sia dalle reti italiane.
Due filosofie opposte
Questa ricchezza informativa non è però priva di ombre. Nel caso concreto, non si può dire che talune reti italiane, in primo luogo Rai 2 e Rete 4, abbiano dato prova di professionalità e di sobrietà: troppe le sbavature e le imprecisioni, unite alla curiosità morbosa per gli aspetti più raccapriccianti. Qui noi, come telespettatori, abbiamo potuto misurare la distanza tra le due deontologie, quella italiana e quella elvetica. Da questo lato della frontiera il riserbo, la prudenza, la discrezione, il segreto elevato a principio ordinatore universale; dall’altro lato servizi realizzati senza impiegare filtri per nomi e volti. Due
filosofie quasi opposte di concepire l’informazione. Il codice deontologico elvetico è senz’altro più rispettoso della sfera privata. La tutela della persona è pressoché totale, fatta eccezione per le figure che ricoprono cariche pubbliche (per esempio i politici) o che sono note al grande pubblico (attori, sportivi ecc.). Solo in questo caso è possibile rendere note le generalità. Altrimenti silenzio. Silenzio anche per i condannati in via definitiva, per i pedofili, per i truffatori dal colletto bianco. Perciò i cronisti sono costretti, per non divulgare i nomi, a ricorrere a laboriose perifrasi o a limitarsi all’età: un ventenne, un settantenne… con risultati spesso grotteschi. Sono appropriate queste regole o sono troppo restrittive? La questione circola da tempo tra i giornalisti. Allentarle non è facile, perché spesso svelare un nome (come nel caso di un pedofilo) vuol dire arrivare all’identità delle vittime, che vanno tutelate. Le norme intendono pure scongiurare la tentazione di istruire un processo a mezzo stampa o di allestire una gogna pubblica, come avveniva nel Medioevo. Il legislatore ha pure con-
templato un diritto all’oblio, una volta scontata la pena.
Il Consiglio svizzero della stampa ha condannato i metodi adottati da alcuni canali televisivi italiani nel raccontare la tragedia di Crans-Montana. Metodi che invece hanno incuriosito e attratto molti telespettatori italofoni, e dunque anche ticinesi, che sulle reti dei nostri vicini sono andati a cercare proprio quelle indiscrezioni che la Rsi tendeva a celare per le ragioni sopraddette. Lo stesso si può dire per i social, che sono diventati un’enorme cassa di risonanza in piena libertà (o licenza) dove ciascuno ha potuto raccontare e illustrare la propria verità, senza verifica alcuna.
Tutti colpevoli
L’altro aspetto che qui si vorrebbe brevemente affrontare è quello della generalizzazione: nel caso specifico, l’accusa rivolta non a questo o quell’esercente, non a questo o quell’amministratore, ma a tutti gli svizzeri, o a tutti i vallesani. Una colpa dunque collettiva, come se un’intera comunità fosse in qualche modo corre-
sponsabile della sciagura. Ragionare per macro-categorie è una tentazione ricorrente, che risale all’Ottocento con la creazione degli Stati nazionali e parallelamente con la diffusione della stampa. È in questo contesto, nel moto di un crescente ed aggressivo nazionalismo, che nella coscienza popolare si sono fatti largo pregiudizi e stereotipi: i tedeschi arroganti, i francesi boriosi, gli italiani cialtroni. La propaganda bellica ne farà un uso spregiudicato per tutto il Novecento. E gli svizzeri? Opportunisti dietro lo scudo della loro neutralità, pedagoghi con il dito puntato, ripulitori di denaro sporco… Non sorprende dunque che nelle cronache di questi giorni sia ricomparso questo vecchio repertorio, innescando tra l’altro una girandola di ripicche: «e voi allora?». Sorprende invece che alcuni celebri giornalisti abbiano rinunciato all’esercizio critico per farsi portavoce dei più banali luoghi comuni. Pensiamo in particolare a Beppe Severgnini (sentito su La7), che dovrebbe conoscere bene la Svizzera, la sua diversità, la sua multiforme composizione demografica, la sua varietà linguistica e culturale. Ma al festival della con-
danna in contumacia hanno partecipato in molti, con sortite anche offensive, del tutto gratuite (l’ex senatore Tommaso Cerno, ora direttore del «Giornale», Paolo Del Debbio, conduttore di Rete 4).
L’istinto e la ragione
Un antidoto a tutto questo ci sarebbe, ma non riesce a far breccia nell’attuale brusio informativo: è quello che invita all’auto-analisi e all’introspezione, senza rovesciare primariamente sull’altro le proprie insoddisfazioni o tare storiche.
Pensiamo a Leopardi, con le sue riflessioni «sopra i costumi degli italiani», a Giuseppe Prezzolini, ad Ennio Flaiano, a Giorgio Bocca. O pensiamo ai nostri Max Frisch e Peter Bichsel (indimenticabile l’operetta La Svizzera dello svizzero). Abbandonarsi alle reazioni istintive è più facile che affidarsi al ragionamento fondato sulle distinzioni e sull’accertamento delle responsabilità, sia di individui singoli, sia di istituzioni pubbliche, comunali e cantonali. Senza sconti e senza insabbiamenti.
Il consigliere federale Beat Jans parla con i media dopo aver reso omaggio alle vittime dell’incendio a Crans-Montana, il 3 gennaio scorso. (Keystone)
Orazio Martinetti
Iran, Israele e la politica del male minore
Medio Oriente ◆ Tutti sfruttano la crisi per ridefinire equilibri, rafforzare alleanze e ampliare la loro influenza
Sarah Parenzo
La scossa di magnitudo 4.2 che ha svegliato il Paese giovedì scorso non ha trovato impreparati gli israeliani il cui livello di allerta era già estremamente elevato in attesa di una nuova possibile rappresaglia iraniana. Le dichiarazioni di Trump sugli «aiuti in arrivo» per i manifestanti iraniani, insieme agli avvisi ai cittadini stranieri di lasciare il Paese, nonché ai cambiamenti di rotta delle compagnie aeree, suggeriscono infatti un’escalation possibile e nell’ultima settimana la miscela di guerra prolungata, instabilità regionale e iper-esposizione mediatica ha portato l’opinione pubblica israeliana a un nuovo picco di tensione. Le narrazioni dominanti parlano infatti di un Iran sull’orlo del collasso, di un intervento americano «dietro l’angolo» e di una rappresaglia iraniana inevitabile contro Israele ma, se dichiarazioni allarmistiche, analisi televisive ossessive e il trauma collettivo seguito al 7 ottobre hanno contribuito gradualmente ad alimentare il panico collettivo, dalle valutazioni degli analisti emerge un quadro più cauto.
L’inaffidabile e capriccioso Donald Trump potrebbe scegliere di agire per ragioni di immagine o di politica interna
Sebbene con l’inaffidabile e capriccioso Trump tutto potrebbe cambiare in un attimo, nelle giornate di martedì e mercoledì nello Stato ebraico non si registravano ancora segnali concreti di un attacco iraniano imminente, non era chiaro se gli Usa fossero davvero pronti a un’azione militare significativa né se le proteste in Iran fossero in grado di rovesciare il regime. Sempre negli stessi giorni, fonti della sicurezza hanno escluso il coinvolgimento diretto di Israele nella pianificazione di un’eventuale operazione militare statunitense contro l’Iran. È
possibile che Netanyahu sia informato di tempi e modalità, ma l’assunto operativo era che Washington avrebbe avvisato solo poco prima di un’azione. Anche per quanto riguarda l’intensità dell’attacco, molti in Israele dubitano che avrebbe un impatto reale oltre il valore simbolico.
Trump potrebbe scegliere di agire per ragioni di immagine o politica interna: mantenere una promessa, mostrarsi forte, distinguersi dalla prudenza dei predecessori o semplicemente esercitare pressione in vista del raggiungimento di un accordo. L’esperienza insegna che neppure massicce campagne di bombardamento hanno scalfito il controllo del regime iraniano, capace di mantenere il potere anche sotto attacchi diretti e, senza una presenza militare estesa e continuativa nella regione, difficilmente gli Stati Uniti potrebbero alterare gli equilibri interni iraniani. Anche l’ipotesi di un attacco iraniano contro Israele è considerata improbabile senza una provocazione diretta. Teheran non avrebbe alcun interesse ad aprire un nuovo fronte e le minacce contro Tel Aviv servirebbero soprattutto come deterrenza verso Washington per alzare il costo percepito di un’azione americana. Tuttavia in una regione instabile come il Medio Oriente, considerando anche la scarsità di informazioni dovute al blackout dell’internet iraniano e alla sanguinosa repressione dei manifestanti da parte del regime, le valutazioni possono cambiare rapidamente e Israele ha rafforzato in modo significativo le proprie difese avviando misure preventive su larga scala sul piano civile, militare e dell’intelligence.
La stessa opportunità di un intervento militare, americano o israeliano, mentre le proteste sono in corso, è di per sé argomento controverso. Anche senza risalire alla memoria storica del colpo di Stato del 1953, che
bero invaso piazze e università a favore di Gaza mossi dall’elemento coloniale assente nel caso iraniano. Va da sè che, a differenza delle manifestazioni israeliane israeliane degli ultimi anni, spesso caratterizzate da leadership organizzate, rivendicazioni mirate e dinamiche interne alla cultura politica democratica israeliana incentrate sulla governance e sulle istituzioni, le proteste iraniane rappresentano un fenomeno di grande importanza simbolica, etica e politica che, insieme a singoli diritti economici o civili, rivendica un cambiamento politico radicale profondo dove valori come dignità, autonomia personale e verità stanno diventando principi mobilitanti.
pesa ancora profondamente sull’immaginario collettivo, la diffidenza del popolo iraniano verso ogni promessa di «liberazione» dall’esterno è emersa anche nel corso dei 12 giorni di bombardamenti da parte di Israele e Usa nel giugno scorso. Una nuova ingerenza militare rischierebbe secondo molti di rafforzare il regime consentendogli di presentare il dissenso interno come un complotto straniero, o, nella migliore delle ipotesi, di sostituirlo con uno più «addomesticabile» che non per forza garantirebbe stabilità e benessere alla popolazione locale. Se così fosse, a guadagnare dall’operazione sarebbero sostanzialmente gli attori esterni, tra cui Trump e Netanyahu, il quale ultimo collezionerebbe mandate e consensi preziosi in vista delle elezioni previste alla fine di quest’anno. Non a caso Israele cerca di dissuadere gli Stati Uniti dal tentare la carta diplomatica sfruttando la debolezza e l’isolamento del regime iraniano umiliato, delegittimato e costretto a confrontar-
si con una catastrofe ambientale e un collasso economico senza precedenti. Per comprendere l’ipocrisia israeliana è sufficiente dare uno sguardo ai principali canali d’informazione, la cui copertura mediatica delle proteste iraniane ricompatta come sempre l’opinione pubblica ebraico sionista la quale, di fronte al nemico esterno per antonomasia, si spoglia di ogni connotazione politica. A destra gli israeliani esultano per le manifestazioni contro Khamenei, mentre minimizzano, delegittimano o demonizzano quelle contro il Governo Netanyahu.
A sinistra la narrazione bellica permanente diventa uno strumento politico che distoglie l’attenzione dalla crisi democratica interna rafforzando la logica dell’emergenza che annulla le divisioni. In questi giorni anche siti di informazione israeliani di centro sinistra criticano l’indifferenza delle piazza del mondo nei confronti della repressione e dei morti alle proteste iraniane, alludendo al silenzio dei movimenti pro palestinesi che avreb-
L’ossessione per l’Iran maschera dunque anche all’interno le sempre più profonde fratture e contraddizioni della società israeliana. Benché le infrastrutture civili colpite nel corso della guerra, come l’ospedale Soroka e l’Istituto Weizmann, attendano invano di essere risanate, lo Stato di diritto venga progressivamente eroso dalla riforma giudiziaria, l’esercito supporti i crimini dei coloni ebrei contro i palestinesi in Cisgiordania e quel che resta della democrazia e del potere giudiziario venga progressivamente smantellato, l’attenzione della società ebraica resta ostinatamente rivolta altrove, intrappolata in una politica della paura che produce molto rumore, ma pochissime certezze. L’ impegno collettivo iraniano è ben diverso dalle proteste israeliane del sionismo liberale ancora militarizzato e quasi impermeabile al tema dell’occupazione infatti, come ha commentato amaramente Yasmin Levy sul quotidiano «Haaretz», mentre in Iran «si combattono con forza gli ayatollah sciiti, qui (in Israele) si ospitano nei talk show gli ayatollah del sionismo religioso e di Otzma Yehudit (partito dell’estrema destra religiosa, razzista e ultranazionalista».
La consulenza della Banca Migros ◆ L’inizio dell’anno è il momento ideale per verificare le proprie finanze e definire un’intelligente strategia di risparmio e d’investimento, ecco cosa occorre fare
1. Stilare un budget
Un budget mensile è la base di una buona pianificazione finanziaria. Si tratta di un elenco di tutte le entrate e uscite: quanto denaro arriva sul conto alla fine del mese con lo stipendio, la pensione o altre entrate? A quanto ammontano i costi fissi come affitto, assicurazioni, cassa malati, abbonamento per i trasporti pubblici, elettricità e generi alimentari? Quali altre spese ci sono? Con la scheda del budget della Banca Migros o le app dedicate è possibile stilare un budget in pochi passaggi. Il budget indica quanto denaro rimane da risparmiare, investire e le spese superflue. In questo modo è possibile individuare il potenziale di risparmio e raggiungere meglio obiettivi quali gli acquisti di una certa entità o la previdenza per la vecchiaia. Importante: per stare tranquilli si consiglia di mantenere sul conto di risparmio una riserva di denaro pari
2. Risparmiare all’inizio del mese
A lungo termine si dovrebbe utilizzare circa il 20% del reddito netto mensile disponibile per il risparmio e gli investimenti, ma anche gli importi di modesta entità costituiscono una buona base per accumulare patrimonio. Per evitare di spendere denaro in cose inutili, si dovrebbe investire un importo fisso separatamente all’inizio del mese, ad esempio tramite un piano di risparmio in fondi presso una banca. In tal caso, un importo fisso viene detratto dal conto e investito nel fondo.
Il vantaggio è che i fondi raggruppano le azioni di diverse società, obbligazioni o altri investimenti. A seconda del fondo, i dividendi e gli interessi attivi sul denaro investito vengono subito reinvestiti creando un rendimento sul rendimento (effetto dell’interesse composto). Chi investe regolarmente acquista titoli
sia a prezzi elevati che a prezzi bassi, ottenendo un prezzo d’acquisto medio che compensa le fluttuazioni del mercato.
3. Togliere il superfluo Molti pagano per abbonamenti, adesioni ad associazioni o servizi che utilizzano raramente. Occorre quindi verificare i contratti in corso: mi servono davvero tutti i servizi di streaming in abbonamento? Il mio abbonamento del cellulare è troppo caro? Sono forse sovrassicurato/a?
Chi disdice servizi non necessari o cambia operatore di telefonia mobile può risparmiare parecchio denaro nel corso dell’anno.
4. Acquistare con intelligenza
Chi confronta i prezzi, presta attenzione alle promozioni e pianifica le riserve in modo intelligente risparmia senza rinunciare. I marchi propri offrono di frequente la
stessa qualità dei prodotti di marca conosciuti, ma sono spesso molto più economici. A tal proposito, la Migros ha ridotto a livello di discount in tutto il Paese i prezzi di oltre 1000 prodotti di uso quotidiano particolarmente apprezzati.
Risparmiare con la Banca Migros
Con un conto di risparmio della Banca Migros i risparmi sono al sicuro e disponibili in modo flessibile:
Barbara Russo, consulente alla clientela presso la Banca Migros.
Una donna cammina nei pressi di un autobus bruciato a Teheran. Nel Paese non funziona Internet e le proteste continuano a crescere. (Keystone)
La partita artica tra realtà e propaganda
Il punto ◆ Dichiarazioni, strategie e ambizioni: Trump, Putin e Xi Jinping si confrontano su una delle aree più delicate del pianeta
Giulia Pompili
Non è soltanto una nuova Guerra fredda, ma una guerra fredda letterale, combattuta sul ghiaccio artico. Le minacce di una possibile annessione della Groenlandia da parte del presidente americano Donald Trump da mesi non sono più confinate alla sua retorica personale. La scorsa settimana sono state rilanciate in forma ufficiale anche dai suoi emissari, il vicepresidente J. D. Vance e il segretario di stato Marco Rubio, che mercoledì a Washington hanno incontrato i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia, Lars Løkke Rasmussen e Vivian Motzfeldt. Durante il colloquio, la Groenlandia – che fa parte ufficialmente del Regno di Danimarca – è stata esplicitamente indicata come un tassello strategico concreto della competizione globale nell’Artico.
Per Trump «gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale» e per risorse naturali
Sia Nuuk sia Copenaghen si oppongono a una «annessione» americana, e Rasmussen ha annunciato nuovi dialoghi per «esplorare se esistono possibilità di venire incontro alle preoccupazioni del presidente». Nel frattempo, l’Unione europea e la Nato stanno valutando come rafforzare
Una piattaforma petrolifera al largo della costa della Groenlandia. (Keystone)
la propria presenza militare in Groenlandia, mentre i primi contingenti dell’operazione Arctic Endurance – specialisti di alta montagna provenienti da diversi Paesi europei – sono già arrivati a Nuuk.
Per Trump «gli Stati Uniti hanno
bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale» e, secondo il presidente, dovrebbe essere addirittura la Nato a «guidare il processo» di integrazione come 51° Stato americano. Un passaggio che Trump considera «vitale» anche per il Golden Dome, il sistema di difesa missilistica in costruzione. Del resto la sfacciataggine delle dichiarazioni di Trump – che non ha mai escluso, in questo processo, l’uso della forza – inizia a intimorire gli alleati europei. Secondo diversi analisti militari, l’attuale Casa Bianca considera davvero l’isola più grande del mondo parte del proprio spazio strategico: una propaggine degli Stati Uniti che si estende fino all’Artico, una regione ancora poco sfruttata ma ritenuta estremamente ricca. La Groenlandia è abitata da circa 56 mila persone, concentrate in maggioranza nella capitale Nuuk e poi distribuite in centri come Ilulissat e Sisimiut, poco oltre il Circolo polare artico. Il confine tra provocazione e convinzione nella presidenza Trump non è mai chiaro, ma la sua insistenza sulla Groenlandia ha riportato l’estremo nord del pianeta tra le priorità delle cancellerie europee. La questione della sicurezza nazionale, in realtà, era già sul tavolo da tempo. Nel marzo 2024 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, era volata per la prima volta a Nuuk, dove aveva inaugurato un ufficio Ue definito «la presenza concreta dell’Europa in Groenlandia e nella più ampia regione artica», e aveva firmato due accordi di cooperazione per un valore complessivo di quasi 94 milioni di euro, nell’ambito del Global Gateway, la strategia di investimento dell’Unione europea nel mondo. I media parlarono allora di una «offensiva Ue» in Groenlandia, pensata per contenere il corteggiamento, già in corso da anni, da parte di Mosca e soprattutto di Pechino nei confronti dell’isola.
Nell’agosto del 2025 la Cina ha schierato simultaneamente cinque navi rompighiaccio e da ricerca nell’Artico
sportivamente
Ma per capire cosa intenda Trump quando parla di una minaccia russo-cinese nell’area – quando sostiene che attorno alla Groenlandia «ci sono cacciatorpediniere russe, cacciatorpediniere cinesi e, ancora più grandi, sottomarini russi ovunque», affermazioni forti e non confermate – bisogna tornare all’agosto 2025, quando in un messaggio piuttosto esplicito la
Cina ha schierato simultaneamente cinque navi rompighiaccio e da ricerca nell’Artico, in una missione senza precedenti.
La flottiglia, guidata dalla Xue Long 2, ha attraversato lo stretto di Bering tra il 5 e il 7 agosto, operando tra il Mare dei Ciukci e quello di Beaufort, a ridosso dell’Alaska. Accanto alla nave ammiraglia c’erano piattaforme specializzate in veicoli subacquei autonomi, esplorazione dei fondali e immersioni profonde, in grado di raccogliere dati sensibili su cavi, risorse e conformazione del fondo marino. Formalmente si trattava di missioni scientifiche, ma la natura delle navi, i soggetti che le gestiscono e la loro presenza coordinata in un’area contesa hanno reso la Casa Bianca sospettosa. Poco dopo la Guardia costiera americana ha fatto sapere di monitorare da vicino le unità cinesi attraverso l’operazione Frontier Sentinel e con il dispiegamento di un aereo da pattugliamento HC-130J dalla base di Kodiak e del rompighiaccio Healy. Ed è proprio sulle rompighiaccio che si gioca una parte centrale della partita, perché sono i mezzi decisivi per controllare le rotte di navigazione e l’accesso alle risorse.
Sul piano della capacità strategica artica la Russia resta in testa, con oltre 40 rompighiaccio, alcuni a propulsione nucleare
La flotta americana è ridotta al minimo: c’è la Polar Star, varata nel 1976 e ancora in servizio nonostante l’età, e la Healy, entrata in servizio nel 1999, che lo scorso anno ha subìto gravi danni a causa di un incendio. Più di recente è stata affiancata dalla Storis, una unità leggera. Il confronto con la Cina è impietoso: Pechino, che si è definito un Paese «quasi-Artico» nel 2016, dispone oggi di cinque rompighiaccio, una flotta in rapida espansione con capacità scientifiche e dual use. Sul piano della capacità strategica artica, però, la Russia resta nettamente in testa, con oltre 40 rompighiaccio, di cui almeno sei a propulsione nucleare. Uno squilibrio evidente già sotto l’amministrazione Biden, che aveva promosso l’ICE Pact, l’accordo fra Stati Uniti, Finlandia e Canada firmato due anni fa per la produzione congiunta di rompighiaccio. Ma spiega anche perché l’Artico sia diventato sempre più un teatro sensibile della competizione tra grandi potenze e perché Trump insista continuamente sul tema della sicurezza nazionale. Trump resta però anche un uomo d’affari, e dietro le sue rivendicazioni sulla Groenlandia c’è altro. C’è il mito di una regione ricca di terre rare e di petrolio, su cui la comunità scientifica non è unanime, e ci sono soprattutto le rotte commerciali. A ottobre scorso Pechino ha inaugurato ufficialmente la China-Europe Arctic Container Express Route, quando la portacontainer Istanbul Bridge, partita da Ningbo il 23 settembre, è arrivata nel porto britannico di Felixstowe in circa venti giorni, aprendo un terzo corridoio commerciale tra Cina ed Europa. Una rotta che consente un collegamento diretto Cina-Europa in circa 18 giorni: oltre tre settimane in meno rispetto al passaggio dal Canale di Suez e circa una settimana più rapido del trasporto ferroviario euroasiatico.
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«Sbattuto in cella, ecco il mio Venezuela»
La storia ◆ L’ex reporter ticinese Filippo Rossi ricorda l’ottobre 2017 quando ha visto da vicino la brutalità del regime di Caracas
Romina Borla
Mentre in Venezuela si aprono le celle e decine di detenuti tornano in libertà (leggi articolo in basso), riaffiora la storia di un ticinese che, qualche anno fa, di quelle prigioni ha avuto solo un assaggio, ma gli è bastato per scoprire quanto fosse amaro. Stiamo parlando di Filippo Rossi, per lunghi anni reporter in aree instabili del mondo e runner estremo (ovvero chi partecipa a corse infinite in condizioni climatiche al limite, quali deserti e giungle tropicali). Lo abbiamo incontrato a Lugano, dove vive un’esistenza più tranquilla, giocata sul valore degli affetti e un lavoro che non lo costringe a prenotare un volo ogni volta che scatta un’emergenza. Da qui torna con la memoria all’ottobre del 2017 quando, insieme al collega italiano Roberto di Matteo, è partito alla volta di Caracas, un viaggio con un epilogo imprevisto che li ha lasciati con il fiato corto.
Non c’era niente: alimenti, farmaci e servizi essenziali. La criminalità imperversava. La gente stava male e lo esprimeva
«L’intenzione – ci dice – era quella di raccontare, senza filtri, cosa stava succedendo in una Nazione alla deriva, devastata dalla crisi: iperinflazione esplosa, Pil crollato, prezzi del petrolio dimezzati. Non c’era niente: alimenti, farmaci e servizi essenziali. La criminalità imperversava. La gente stava male e lo esprimeva in piazza». Ma le proteste di massa sono state represse con estrema violenza, mentre l’Assemblea Costituente voluta da Maduro aveva aperto una frattura istituzionale profonda. «Si trattava di una tipica dittatura». Era l’anno in cui le crisi economica, sociale e politica si saldavano in un’unica emergenza nazionale, alimentando un esodo di massa dal Venezuela.
«La prima settimana – continua il nostro interlocutore – l’avremmo passata col giornalista Jesús Medina di “DolarToday”, un portale web di opposizione noto principalmente per il monitoraggio del tasso di cambio del dollaro nel mercato nero in Venezuela. La seconda l’avremmo trascorsa invece con un “fixer” (aiuto locale) filogovernativo che ci avrebbe portato a vedere il volto chavista e madurista del Paese. Ne abbiamo raccolte di storie in pochi giorni! Al Parque central di Caracas, ad esempio, abbiamo intervistato il capo dei Tupamaros, un collettivo armato allineato al Governo noto per il controllo del territorio nei quartieri popolari della città. Ci siamo pure spinti nella Cota 905, il quartiere più pericoloso della capitale: le strade erano presidiate da gruppi dall’aria dura, sguardi che ti pesano addosso, e armi in vista come fossero parte dell’arredo urbano. Ma è andata bene».
I problemi sono esplosi quando Rossi e di Matteo – con l’aiuto di Medina che aveva i contatti giusti – han-
no tentato di introdursi nella prigione più stramba e violenta del Venezuela: Tocorón nello Stato di Aragua. «Volevamo occuparci di quel carcere perché era un caso interessante. Si trattava di una struttura di fatto gestita da una banda criminale guidata da Niño Guerrero, con detenuti liberi di muoversi e infrastrutture costruite da loro stessi: piscine e jacuzzi, una discoteca, un casinò, ristoranti, negozi, perfino un mini-zoo. All’interno circolavano prostitute, droga e armi à gogo». Un penitenziario trasformato in una cittadella criminale fuori controllo, insomma. Il via libera «sia dall’inter-
no della struttura, sia dalle autorità penitenziarie» è arrivato il 5 ottobre 2017. Il giorno dopo i tre giornalisti si sono presentati davanti al cancello di Tocorón. Ma le cose sono precipitate: l’incontro «teso» con il direttore della struttura accompagnato dal viceministro delle carceri venezuelane Vilmer Apostol e dal capitano della guardia bolivariana, poi le manette. L’accusa? Avere introdotto attrezzature audiovisive senza autorizzazione. «Ma – per Rossi – si trattava di una trappola. Ci hanno accusato di voler infangare il Venezuela. Diosdado Cabello, allora potentissimo vice-
presidente del partito di Governo venezuelano (PSUV), ha twittato che avremmo dovuto essere fucilati». In ogni caso la notizia, grazie alla denuncia del sindacato dei giornalisti venezuelano, rimbalza subito sui media di tutto il mondo. Grazie all’intervento del Ministero degli esteri italiano e del Dipartimento federale degli affari esteri, i tre – dopo due notti passate in carcere – vengono rilasciati. Al rientro di Rossi in Svizzera esplodono le polemiche: il giornalista accusa l’ambasciata elvetica di scarsa assistenza e Marco Chiesa presenta un’interrogazione parlamentare.
Ma lasciamo da parte quelle vicende per passare a ciò che Rossi ha visto in carcere laggiù: «Ci hanno portati al Tocoróncito, un edificio che sorge su una collinetta proprio davanti a Tocorón. Gli agenti sono stati rispettosi». Una telefonata a testa e poi in cella. «È stato terribile: spazi di pochi metri in cui erano stipate 12-13 persone in attesa di giudizio, con gente che dormiva ovunque, per terra. A noi, perché stranieri e giornalisti, hanno concesso un privilegio raro: una cella per tre persone. In un angolo c’era un muretto con un buco per i bisogni, coperto da una bottiglia di plastica per attenuare gli odori; accanto un tubo usato come rubinetto, con un secchiello sotto. Un materasso lurido su chi abbiamo dormito in tre. Muri scrostati, ruggine dappertutto, di notte c’erano i ratti. Ci davano delle pitas in pasta di mais con dentro un po’ di pollo, qualità pessima ma almeno abbiamo mangiato. «La cosa più brutta: non sapere se e quando quell’incubo sarebbe finito». Mentre cresceva l’ansia, dalle celle circostanti, quando non passavano le guardie, arrivavano bigliettini: «Detenuti e detenute che ci raccontavano la loro storia. Molti di loro erano stati accusati di rubare materiale strategico di Stato, come il rame. Qualcuno diceva che era stato fregato: gli avevano messo il metallo addosso…. Ogni tanto arrivavano bottiglie d’acqua ma anche commenti volgari e inquietanti». I tre reporter, alla fine, se la sono cavata: come detto dopo 48 ore sono stati giudicati e rimessi in libertà. Degli altri, invece, resta il dubbio: se abbiano avuto la stessa fortuna.
Liberazioni e dialogo con l’Occidente: un vero cambio di rotta?
Il Venezuela cerca di inaugurare un nuovo corso, almeno nelle intenzioni dichiarate dal Governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez, tentando anche di riallacciare i rapporti con l’Unione europea e liberando prigionieri politici. È un cambiamento di tono dopo anni di tensioni con Bruxelles e isolamento diplomatico. Questa apertura risponde all’esigenza di recuperare una legittimità internazionale, soprattutto dopo la cattura di Nicolás Maduro (al potere dal 2013) da parte degli Stati Uniti. La sopravvivenza politica di Rodríguez dipende infatti dalla capacità di stabilire un dialogo con l’Occidente: senza un’intesa con Usa e Unione europea, dicono gli analisti, il Venezuela rischia di precipitare ulteriormente in una crisi economica già devastante, di rimanere isolato sulla scena mondiale e di vedere indebolito il proprio controllo politico interno.
Secondo quanto riportato da «Le Monde» settimana scorsa, Caracas ha espresso la volontà di aprire una «nuova agenda di lavoro» con l’Ue, dopo una riunione definita «franca e cordiale» tra diplomatici delle due realtà.
Redazione Carlo Silini (redattore responsabile)
Simona Sala
Barbara Manzoni
Manuela Mazzi
Romina Borla Ivan Leoni
Intanto Rodríguez, alla guida del Venezuela dal 5 gennaio, ha già firmato accordi petroliferi con gli Stati Uniti e, come detto, autorizzato la liberazione di prigionieri politici (esperti sottolineano che si tratta però di rilasci a singhiozzo, spesso compensati da nuovi arresti). Ora punta a riaprire canali con l’Europa, che non riconosce la rielezione di Maduro nel 2024 (contestata per brogli e mancanza di trasparenza), mantiene in vigore sanzioni contro il suo Governo e in passato ha sostenuto l’oppositrice María Corina Machado (ricevuta giovedì, giorno in cui andavamo in stampa, dal presidente statunitense Donald Trump, a Washington). Il riavvicinamento con l’Ue – osserva il quotidiano francese – arriva poco dopo l’avvio di un processo parallelo di normalizzazione diplomatica con gli Stati Uniti, segnato da visite ufficiali, negoziati e colloqui sulla possibile riapertura delle ambasciate.
Tornando alle scarcerazioni di detenuti sia venezuelani sia stranieri, il Governo le ha presentate come un passo verso la «pace» e la «riconciliazione nazionale», ma il contesto resta
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estremamente complesso. Il Paese arriva a questo momento dopo anni di repressione, arresti arbitrari, sparizioni forzate e violazioni sistematiche dei diritti umani, documentati da Ong locali e organizzazioni internazionali.
In particolare Amnesty International, nel suo Rapporto 2024–2025, afferma che nelle carceri del Paese «ci sono ancora 1000 persone private della loro libertà per motivi politici» e che le proteste successive alle elezioni del luglio 2024 sono state represse «con uso eccessivo della forza e possibili esecuzioni extragiudiziali». L’organizzazione segnala inoltre migliaia di arresti arbitrari, sparizioni forzate, casi di tortura e condizioni di detenzione in costante deterioramento.
Dal canto suo Human Rights Watch, nel World Report 2025 dedicato al Venezuela, conferma che le autorità hanno risposto alle proteste post elettorali del 2024 con «violenza sproporzionata», arresti arbitrari di oppositori, difensori dei diritti umani e giornalisti. Ha inoltre sottolineato come la crisi economica e sociale – che investe oltre 20 milioni di cittadini/e, lasciando la maggioranza del Paese
in condizioni di povertà e con servizi ormai al collasso – si intrecci con la repressione politica, aggravando le condizioni di vita dei carcerati e della popolazione in generale. Infine i rapporti della Missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite descrivono un modello strutturato di violazioni dei diritti umani in Venezuela: tortura sistematica, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali diffuse, sparizioni forzate e una repressione coordinata da forze di sicurezza e gruppi armati filogovernativi. L’organismo citato evidenzia che le responsabilità risalgono ai livelli più alti dello Stato e che persiste un quadro di impunità strutturale.
Nel complesso, dunque, i rapporti internazionali delineano un Paese in cui la detenzione arbitraria e la violenza istituzionale non sono eccezioni, ma strumenti deliberati di Governo. Le elezioni del 2024 non hanno fatto che accentuare un sistema già fondato sulla forza bruta e sull’intimidazione, rendendo ancora più urgente la necessità di interventi a tutela dei diritti umani e per il ripristino delle garanzie democratiche.
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Immagine diffusa l’8 ottobre 2017 che mostra due membri della Guardia nazionale bolivariana accanto ai giornalisti Jesús Medina, Roberto di Matteo e Filippo Rossi, arrestati a Tocorón. (Keystone)
di ASIA
CULTURA
Tutta la malinconia del fado
La cantante di fado portoghese Mariza – che si esibirà al LAC il primo febbraio – racconta la propria genesi artistica e le emozioni legate a un genere musicale unico
Pagina 19
Il ritorno alla fantascienza, senza prezzo
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Nell’arte la luce dello spirito
Mostre ◆ Prima esposizione delle opere di Carlo Adolfo Schlatter (1873-1958) pittore e teosofo svizzero che visse dipinse e morì a Firenze
Il mio primo incontro con l’arte di Carlo Adolfo Schlatter risale a qualche anno fa, quando ebbi l’occasione di visitare la casa museo a lui intitolata a Firenze, in Viale dei Mille 14, lontano dal centro, in una zona che all’epoca in cui il pittore vi abitò era ancora aperta campagna. Non si può non rimanere colpiti da quel villino discreto e appartato in cui tutto parla di lui, dentro e fuori, a cominciare dai due draghi in ferro battuto che se ne stanno sul tetto a guardia della casa, poi con l’autoritratto che ti accoglie nell’ingresso e persino con oggetti di vita quotidiana realizzati da lui stesso, fino alle grandi tele dipinte che adornano il salone.
Mentre mi aggiravo tra le opere in compagnia della pronipote dell’artista, Alessandra, mi domandavo com’era possibile che Schlatter fosse rimasto per decenni un perfetto sconosciuto o quasi, e la risposta fu presto data: l’artista era anche teosofo, praticava una disciplina spirituale rigorosa, non voleva far commercio delle sue opere e non dipingeva per vendere, ma per una necessità dello spirito.
Carlo Adolfo Schlatter nasce a Roma nel 1873 da un padre impiegato come Console Generale svizzero in Vaticano
Oggi la sua città gli dedica la prima mostra nella prestigiosa sede di Palazzo Medici Riccardi, a due passi dal Duomo. Un primo significativo assaggio, di una trentina di opere (su 350 tra casa e magazzino) tra pittura e grafica, per imparare a conoscere questo artista silenzioso e tenace. Carlo Adolfo nasce nel 1873 a Roma dove il padre era Console Generale svizzero in Vaticano, ma nel 1877, a seguito di una serie di drammatiche vicende legate all’unità d’Italia che travolsero il patrimonio degli Schlatter, la famiglia si trasferisce a Firenze dove il giovane viene avviato a studi commerciali. Affascinato dall’ambiente artistico cittadino, tra macchiaioli, simbolismo e decadentismo, e dotato di grande sensibilità artistica, Carlo Adolfo rimane fortemente influenzato dalla personalità del suo connazionale Arnold Böcklin, anche lui residente a Firenze, e che insegnava alla Scuola del nudo. Fra Otto e Novecento Schlatter partecipa con dipinti suoi alle esposizioni in occasione della Festa dell’Arte e dei Fiori, nonché delle Società di Belle Arti di Torino, Firenze e Brera. Dopo le contrastate nozze con Emma Moni, figlia di un generale dell’esercito italiano, nel 1899 può costruire con l’eredità liquidata dalla propria
famiglia, il villino di Viale dei Mille, che diviene la sua casa atelier, il suo rifugio immerso nel verde. Per sostentare la famiglia, svolge lavori di tipo artigianale su committenza, da vetrate a disegni per il ferro battuto a copie d’arte per gli antiquari, per potersi dedicare senza vincoli all’attività creativa sua prediletta. È comunque una vita molto semplice, la sua, confortata da una moglie che lo sostiene incondizionatamente nel suo lavoro d’artista. Tra i suoi soggetti preferiti, in questa fase postromantica intrisa di
«macchia», paesaggi campestri e marini, e ne troviamo diversi in mostra. Trascorrendo i periodi estivi lungo la costa toscana, tra Livorno e Portovenere, ama dipingere en plein air con l’amico Fernand Riblet. Nel 1923 la morte di Emma lo porta verso una spiritualità sempre più intensa e vissuta, che si manifesta nell’attività grafica e di stesura di testi teosofici, talvolta interamente realizzati da lui in quanto manoscritti autografi e illustrati e perciò esemplari unici, o raccolti in volumi a stampa.
Muore a Firenze il 18 aprile 1958, lasciando un testamento spirituale in cui esprime il desiderio che le sue opere di pittura restino alla famiglia. È sepolto in uno dei cimiteri storici di Firenze, il cimitero «agli Allori», accanto alla moglie, a pochi metri dalla tomba monumentale del maestro Arnold Böcklin, che chiaramente gli ispirò uno dei dipinti esposti a palazzo Medici Riccardi, L’isola dell’amore, risposta luminosa e gioiosa alla più celebre Isola dei morti Ma entriamo nelle stanze del pa-
lazzo al pianterreno che ospitano la mostra. Ci accoglie l’autoritratto dell’artista accanto al ritratto della moglie, dipinta in un tondo di sapore rinascimentale come «nuova Eva». Una sezione intitolata «Paesaggi» propone alcune fra le prime opere del giovane Schlatter, tra naturalismo di stampo macchiaiolo e visione spirituale. Due grandi tele del 1917, Fantasma muto e La tomba degli eroi, indicano altri orizzonti simbolici carichi di una luce calda e potente. La mostra ricostruisce anche un angolo dell’atelier di viale dei Mille, sulla base di una fotografia storica che ritrae Schlatter appunto nel suo studio: ecco la sedia, il cavalletto, il tavolo, la lampada e altri oggetti di mano dell’artista. Un dipinto dal soggetto ricorrente, Il cimitero di Portovenere spicca per la delicata bellezza paesaggistica soffusa di lirismo. Su due pareti fianco a fianco sono accostati L’isola dell’amore e Gli adoratori della luna in un tripudio di azzurri e verde, dove l’acqua è specchio del sentimento delle anime che vi si riflettono. Una sezione è dedicata a «Manoscritti e libri a stampa», appartenenti al tardo periodo della sua attività. Qui l’adesione alla teosofia si manifesta negli eleganti volumi manoscritti e illustrati, dove pittura e scrittura si fondono in maniera inscindibile e armoniosa. Sono esposte anche matrici di stampa in legno, metallo e linoleum utilizzate per gli originali. La mostra si chiude con una videoinstallazione, un film in bianco e nero con l’attore Amerigo Fontani nei panni di Schlatter intento a scrivere il proprio testamento spirituale nel 1951, sette anni prima della morte. L’amore per i suoi cari, la devozione per l’arte in quanto veicolo di spiritualità, la richiesta di preservare la sua opera lontana dai commerci, il monito a non dare troppa importanza alla vita materiale risuonano in queste parole ricavate dal suo scritto.
E per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Carlo Adolfo Schlatter, in concomitanza con la mostra fiorentina, all’Archivio Contemporaneo Bonsanti, in via Maggio 42, troverà esposta una selezione di documenti (foto, schizzi e il testamento originario) provenienti dal Fondo Schlatter, donato nel 2015 dagli eredi dell’artista al Gabinetto scientifico-letterario G. P. Vieusseux.
Dove e quando Carlo Adolfo Schlatter. Artista dello spirito. Firenze, Palazzo Medici Riccardi. Orari: 9.00-19.00; mercoledì chiuso. Fino al 22 febbraio 2026. www.palazzomediciriccardi.it
Sabrina Faller
Autoritratto di Carlo Adolfo Schlatter a 30 anni, olio su tela.
Pagina 21
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Fado, con il cuore aperto
Concerti ◆ A colloquio con la cantante di fado Mariza, che si esibirà al LAC di Lugano il primo febbraio
Simona Sala
«O fado nasceu um dia, / Quando o vento mal bulia / E o céu o mar prolongava, / Na amurada dum veleiro, / No peito dum marinheiro, / Que, estando triste, cantava, Que, estando triste, cantava. / Ai, que lindeza tamanha, / Meu chão, meu monte, meu vale, / De folhas, flores, frutas de oiro, / Vê se vês terras de Espanha» «Il fado nacque un giorno, / Quando il vento soffiava leggero / E il cielo si prolungava nel mare, / Sulla murata di una barca a vela, / Nel petto di un marinaio, /Che, essendo triste, cantava, / Che, essendo triste, cantava. / Ah, che bellezza così grande, / La mia terra, la mia montagna, la mia valle, / Di foglie, fiori, frutti d’oro, / Guarda se vedi le terre di Spagna», cantava con una voce impregnata di nostalgia Amália Rodrigues in Fado Português (scritto da José Régio), diventando emblema e maestra indiscussa di un genere nato nell’Ottocento a Lisbona.
Lo struggimento e le note dolci del fado non sono però andati perduti con la scomparsa della Rodrigues, e di ciò è un esempio fulgido Marisa dos Reis Nunes, in arte Mariza, cantante nata in Mozambico nel 1973 e cresciuta a Lisbona, che questo genere non ha saputo solo tramandarlo, ma che, facendolo, l’ha anche rivestito di una patina di novità, attualizzandolo. Per farsene un’idea, basta ascoltare il lavoro A nossa voz, che vede, nella fusione con altri generi, anche l’apparizione di strumenti come gli archi e la batteria, oltre alla canonica chitarra classica.
Il 1. febbraio Mariza sarà ospite al LAC in una giornata dedicata al Portogallo, perché, come ha spiegato il direttore generale del centro culturale Andrea Amarante nell’intervista pubblicata nello scorso mese di ottobre («Azione» no. 44), è giusto coin-
Concorso
«Azione» mette in palio due biglietti per il concerto di Mariza che andrà in scena al LAC di Lugano domenica 1. febbraio 2026 alle ore 20.00. Per partecipare al concorso mandate una mail con i vostri dati a giochi@azione.ch (oggetto: Mariza) entro domenica 25 gennaio, ore 23.59. Buona fortuna!
volgere la comunità portoghese, che nel nostro cantone conta oltre diecimila persone. Durante il pomeriggio pomeriggio si esibirà dunque nella hall del LAC il Rancho Folclórico «Os Amigos de Locarno», composto da emigrati portoghesi locali di prima e seconda generazione, in un appuntamento con danze tradizionali aperte al pubblico. Alle 20, per concludere in bellezza, l’imperdibile concerto di un’artista sicuramente arrivata, con cui abbiamo parlato per farci raccontare la sua visione del fado e il suo approccio alla musica.
Mariza, perché ancora oggi si dovrebbe ascoltare il fado?
Cosa rende tanto unico questo genere musicale?
Il fado non ha nulla a che fare né con la moda né con i trend. Ma con la verità. In un mondo come il nostro, che si muove in fretta e spesso cerca di evitare il silenzio, il fado ci chiede di fermarci, di ascoltare, e di sentire. Il fado parla di desiderio, amore, perdita, gioia e fato, tutti elementi che non smetteranno mai di essere rilevanti. Forse quello che contraddistingue il fado da molti generi è la sua onestà cruda. Il fado non cerca di intrattenere nessuno; il fado cerca di toccarti. E questo, per me, sarà sempre fondamentale.
«Ogni concerto rappresenta un momento condiviso e non ripetibile, e anche Lugano avrà una propria storia»
Lei è nata in Mozambico e cresciuta in Portogallo. Questa doppia identità influenza in qualche modo il suo fare musica? Nel suo fare fado entrano consapevolmente anche altri generi musicali?
Il fatto di essere nata in Mozambico mi ha dato sin dai primi anni di vita il senso del ritmo, l’apertura e la diversità culturale. Il Portogallo, invece, mi ha dato delle radici. Io non vedo questi due mondi come mondi separati, entrambi vivono dentro di me. Mi porto appresso i ritmi africani, la musica brasiliana, il jazz, il flamenco e le influenze classiche… ma il fado è la mia casa. Ogni cosa che assorbo passa attraverso il fado ed esce trasformata, pur non perdendo la propria anima.
A che età ha cominciato a interessarsi al fado? Ci sono ancora «maestri» disposti a passare alle prossime generazioni la propria esperienza? E quanto è grande l’interesse per il fado oggi?
Il fado è entrato nella mia vita in modo naturale, attraverso la famiglia, attraverso le strade e l’ascolto. Non l’ho scelto su un piano intellettuale, è lui che ha scelto me su un piano emotivo. Ci sono ancora grandi maestri, e
non si tratta solo di cantanti, ma anche di musicisti, poeti e compositori, persone che mantengono la memoria e la disciplina. Il fado è ancora vivo, ed è in evoluzione. Le generazioni più giovani sono curiose, rispettose e coraggiose. Non hanno paura di onorare la tradizione mentre, al contempo, cercano la propria voce.
Amália Rodrigues è una figura di riferimento inevitabile. È difficile essere in qualche modo sempre paragonata a lei? Come è influenzata dalla sua eredità musicale?
Amália non è un paragone, ma rappresenta le fondamenta. Ha aperto il mondo del fado per tutti quelli che sono venuti dopo di lei. Provo gratitudine, ma non pressione. La sua eredità mi ricorda le mie responsabilità: cantare con verità, coraggio e dignità. A livello artistico ci ha insegnato che
la tradizione può sopravvivere solo se è viva, e non congelata nel tempo.
Perché la lingua portoghese è tanto importante per il fado? Perché non funziona con le altre lingue?
Il portoghese ha una musicalità unica. Nei suoi suoni trasporta la saudade. Il modo in cui si aprono le vocali, la morbidezza e la malinconia delle consonanti, ogni cosa concorre a creare emozione. Il fado può essere forse tradotto, ma non traghettato del tutto. La lingua è parte della musica, come se fosse uno strumento a sé stante.
Cosa deve aspettarsi il pubblico dal suo concerto di Lugano?
Dovrebbe aspettarsi emozione, intimità, silenzio e intensità. Ogni concerto rappresenta un momento condiviso, non ripetibile. Non canto al pubblico, ma canto con il pubblico.
Lugano avrà una sua propria storia.
Da dove consiglia di iniziare a coloro che vogliono prepararsi al suo concerto?
Consiglio di venire al concerto con il cuore aperto. La musica si prenderà cura di tutto il resto. Chi ne ha voglia, può ripercorrere il mio viaggio artistico dal fado tradizionale ai lavori più recenti ma, soprattutto, invito chiunque a venire al concerto con una grande disposizione all’ascolto, senza alcun desiderio di analisi del mio lavoro. Sono contenta di scambi come questo, poiché credo che la musica viva anche attraverso il dialogo, e le interviste fanno parte di questa forma di scambio.
Dove e quando
Mariza. Regina del fado. Lugano, LAC. 1. febbraio 2026, ore 20.00. www.laclugano.ch
alleAccanto terme Leukerbaddi
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La cantante Mariza, all’anagrafe Marisa dos Reis Nunes.
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Più fantascienza per tutti
Film ◆ Che cos’è Symmes, la space opera di produzione elvetica che prossimamente sarà disponibile gratis per il pubblico?
Max Borg
L’ecosistema di distribuzione delle opere cinematografiche si fa sempre più variegato, e non senza legittimi dubbi sul suo futuro (come con il recente annuncio della prossima acquisizione della Warner Bros da parte di Netflix, con inevitabile punto interrogativo sulle uscite previste per la sala). E tra le variazioni sul tema arriva, come un fulmine a ciel sereno, un oggetto curioso quale Symmes, un film di fantascienza di produzione ticinese.
Presentato in anteprima il 18 gennaio alla sede di Acer Europe a Bioggio, dove si sono svolte in parte le riprese, il lungometraggio del cineasta luganese Sebastiano B. Brocchi sarà poi inviato ai selezionatori di alcuni festival di settore, e infine, in data ancora da determinare, sarà messo a disposizione del pubblico in maniera totalmente gratuita, tramite piattaforme video come YouTube.
In Symmes le architetture reali del Ticino non sono semplice sfondo, ma il dispositivo visivo con cui immaginare il futuro
Una scelta curiosa per un progetto che, al netto del budget dichiaratamente ridotto (anzi, «inesistente», per citare il comunicato ufficiale), si presenta come una space opera , espressione che richiama titoli come Guerre stellari o, più recentemente, Guardiani della Galassia. Due mondi che però non vanno accostati a quello immaginato da Brocchi, il cui approccio, ci ha spiegato, è più vicino a quello di Stanley Kubrick (2001: Odissea nello spazio) o Fritz Lang (Metropolis, che guarda caso era ambientato nell’allora futuristico… 2026). Aggiunge il regista, chiarendo ulteriormente il posizionamento del film nel panorama fantascientifico odierno, che «Riguardo all’approccio filosofico, non dico sia del tutto
Nodi morali
Cinema ◆ Sorrentino affida a un magistrale
Toni Servillo il dilemma della grazia
Nicola Mazzi
Paolo Sorrentino ama i contrasti, e La Grazia, arrivato in questi giorni nelle nostre sale, non fa eccezione. Anzi, ne fa uno dei principi strutturali. È un film che si muove tra opposti solo apparentemente inconciliabili e che, allo stesso tempo, torna a ricordarci quanto l’essere umano sia attraversato da dilemmi morali, dubbi e responsabilità. A incarnarli è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica italiana, interpretato da un magistrale Toni Servillo, premiato con la Coppa Volpi all’ultima Mostra di Venezia.
assente dalla cinematografia recente, ma diciamo che in genere negli ultimi decenni per far “reggere” il sottotesto filosofico di fronte al pubblico sembra necessario affiancarlo a un’altrettanto spinta componente action, penso alla trilogia di Matrix, alla serie Westworld… Un tempo – penso in particolare ai decenni precedenti ai Novanta – era più facile imbattersi in fantascienza filosofica che accettava di prendersi i suoi tempi per esplorare concetti anche non necessariamente mainstream».
E per quanto riguarda la scelta della distribuzione gratuita, alquanto inusuale per questo tipo di film? «La vedo come il naturale e più appropriato coronamento di un progetto mosso, fin dagli inizi, dal desiderio di “sfidare” in qualche modo tutta una concezione consumistica della società, delle risorse, eccetera, mettendo qui il messaggio umano e artistico davanti al tornaconto economico. Ho avuto la fortuna di la-
vorare con un cast e altre figure professionali che, a loro volta, hanno scelto di impegnarsi in questa produzione senza pensare a un ritorno finanziario, e mi sembrava giusto “onorare” questo spirito fino all’ultima tappa, cioè la distribuzione finale. A fronte di un’industria cinematografica che macina costi e ricavi titanici, ho provato a fare qualcosa di controcorrente».
E questo lo si vede già dalle prime immagini, con un uso sapiente di vere location ticinesi, come il Palazzo Mantegazza a Paradiso o il crematorio «Francesco Rusca» a Chiasso, per simulare ambienti futuristici suggestivi e/o inquietanti. E tenendo conto delle difficoltà produttive (l’interruzione dovuta alla pandemia ha portato anche a delle modifiche nel cast), ha effettivamente senso che un lungometraggio così libero, guidato dallo scontro tra essere e avere, sia libero anche nel suo arrivare al pubblico, quando sarà giunto il momento.
Vedovo e cattolico, De Santis ha una figlia, Dorotea, giurista come lui e sua più stretta collaboratrice. Al termine del mandato, il Presidente si trova ad affrontare gli ultimi, delicatissimi compiti istituzionali: decidere su due richieste di grazia, autentici nodi morali, che si intrecciano in modo sempre più complesso con il dibattito su un nuovo disegno di legge sull’eutanasia e con la sua stessa vita privata. È una trama che affonda le radici in un contesto profondamente italiano, ma che apre interrogativi etici di portata universale.
Questa è la cornice entro cui il regista napoletano costruisce il suo
puzzle cinematografico, fatto di dissonanze, deviazioni e improvvise stravaganze. I dubbi del Presidente ci vengono restituiti attraverso una messa in scena che alterna momenti onirici – spesso sottolineati dall’uso del rallenty – a improvvise incursioni nel comico, sostenute da una colonna sonora usata come contrappunto volutamente straniante. La vicenda si svolge perlopiù in uno spazio istituzionale rigidissimo, il più solenne del Paese, scandito da protocolli e rituali immutabili. Eppure, ad accompagnare questi gesti, troviamo una musica moderna e dissonante: i suoni elettronici di KI/KI, il rap di Guè Pequeno, il pianoforte di Ryūichi Sakamoto, fino a rumori provenienti dalla natura.
I contrasti emergono anche a livello visivo. Come nella sequenza in cui De Santis osserva, su un grande schermo, un astronauta che fluttua all’interno di una capsula spaziale, collocato sotto un quadro classico e austero. O ancora nella camminata del Presidente tra le strade di Roma nel giorno del suo commiato: un percorso tra la gente comune, accompagnato persino dalla presenza di un robot. Ma i contrasti più profondi sono quelli relazionali: tra padre e figlia, tra vecchi amici, o nel confronto con figure eccentriche come il Papa «nero» dai capelli rasta. Ogni elemento concorre a mettere in scena l’impossibilità di trovare risposte definitive ai grandi temi etici che da sempre attraversano il cinema di Sorrentino. Al centro, però, resta soprattutto l’uomo dietro la carica. L’essere umano che indossa i panni del Presidente e tenta di risolvere questioni altissime, mentre è percepito come «cemento armato» per la sua incrollabile integrità morale. Eppure, a un certo punto, anche lui si lascia sfuggire una parolaccia. È in quello scarto, in quello squarcio di imperfezione, che forse si nasconde la vera grazia: nella fragile umanità che riaffiora sotto il potere.
Un ritaglio dalla locandina del film Symmes di Sebastiano B. Brocchi.
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Toni Servillo è il Presidente della Repubblica De Santis ne La Grazia di Sorrentino. (Pathé Films AG)
Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli già ridotti. Offerte valide dal 20.1. al 4.2.2026, fino a esaurimento dello stock.
Che fine ha fatto la mia testa d’artista? La storia inizia con una domanda: «Ti andrebbe di diventare un pezzo di un’opera d’arte, sia pure contemporanea?». La proposta mi arriva da Margherita Oggero, amica e scrittrice. Come faccio a dire: no, grazie, preferisco di no. Quando mai mi ricapiterà un’altra occasione così? «Di cosa parliamo? Di un ritratto?». «No, è una scultura; non un monumento ma un work in progress». Beh, allora… Margherita era sicura che avrei detto di sì. «Abbiamo appuntamento domani alle 4 del pomeriggio, nell’officina dello scultore, in via Andorno 22. Lì prenderanno le impronte delle nostre teste per ricavarne un busto. Devi rispettare due prescrizioni: venire struccato e portarti dietro un asciugamano. A domani...». Faccio appena in tempo a chiederle il nome dell’artista: Luigi Mainolfi, un protagonista dell’arte contemporanea. Dimenticavo: siamo all’inizio dell’anno 2011 – esattamen-
Voti d’aria
Se
te 15 anni or sono – e la città di Torino si prepara a celebrare il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ho poche ore a disposizione per recarmi alla Gam, la galleria d’arte moderna, per documentarmi su Luigi Mainolfi: il suo nome mi era noto ma non le sue opere. Una giovane amica, archivista alla Gam, mi fa leggere una monografia di Riccardo Passoni e diversi cataloghi di mostre. I dati essenziali: Luigi Mainolfi è nato nel 1948 a Rotondi in provincia di Avellino e vive a Torino dal 1973. All’inizio le sue sono sperimentazioni forti, come calchi del suo corpo in gesso o cera che vengono poi lasciati degradare in acqua oppure calpestati dal tempo. Magari adesso vorrà fare un passo avanti, passare al corpo degli altri. Immagino i visitatori di una sua mostra sostare pensosi davanti a un bacile pieno d’acqua dove il mio busto si va lentamente disfacendo. Un dato mi piace: usa materiali poveri e naturali: terracotta,
questa è fiducia
«Fiducia» è la parola dell’anno 2025 secondo l’Istituto Treccani. L’anno prima, 2024, la parola era «rispetto». Parole-auspicio più che fotografie dell’esistente. Le voci adatte a rendere il clima attuale sarebbero piuttosto i loro contrari: non «rispetto» ma «disprezzo», non «fiducia» ma «sfiducia», «diffidenza», «sospetto». E semmai, «paura». In un blog sempre ricco di proposte, Minima et Moralia (da seguire, 5+), Stefano Magi ci parla dell’«insostenibile leggerezza della fiducia» nell’amore, nell’amicizia, in famiglia, nel lavoro, nelle istituzioni: «Ti affidi a un tribunale, a un ospedale, a una scuola, a un’amministrazione pubblica perché ti aspetti regole stabili, risposte non arbitrarie, diritti uguali». Nulla di più difficile da ottenere, specie pensando che delle regole e dei diritti sarebbe responsabile la politica. Ma la politica ha rinunciato
a conquistare la fiducia degli elettori, e in compenso punta tutto sulla credulità, sul fideismo, sulla fede cieca e aprioristica. La paura genera fideismo (1) e l’insostenibile pesantezza del fideismo genera mostri, basta guardarsi intorno per rendersene conto. «Paura» rischia di essere la parola guida dell’anno appena (infelicemente) cominciato. Girano brutti ceffi da far spavento e non sono criminali comuni da quartieri malfamati, sono i grandi capi che governano il mondo: quelli che un tempo erano gli aghi della bilancia planetaria, quelli che calibravano le sillabe e le virgole fino alla noia, quelli che nel dubbio sposavano la cautela, la prudenza, il silenzio, persino l’ipocrisia. Oggi quegli stessi presidenti sono fondamentalisti della parola, sempre sulla scena, ultrà della televisione e dei social, parlano a vanve-
A video spento
Stiamo diventando più stupidi?
Mai come nell’ultimo secolo l’umanità ha disposto di mezzi tecnici e tecnologici per realizzare i propri fini e «addomesticare» la natura. Se, però, guardiamo i risultati ottenuti, ecco che ci accorgiamo che i mezzi creati hanno di fatto preso il sopravvento diventando essi stessi un fine, e producendo esiti contrari a quelli desiderati. Tanto che le maggiori fonti di paura e di incertezza sono oggi conseguenza delle nostre innovazioni tecniche e non, come un tempo, di una natura matrigna e selvaggia. La domanda è: i social rimbecilliscono? Molti se lo chiedevano già per la televisione, però qui ci troviamo di fronte a una sorta di salto di specie. «Il mondo è più stupido, e ce ne siamo accorti tutti», ha scritto Lane Brown sul «New York Magazine», in una cover story molto ironica, ma dal retrogusto amaro. In copertina c’è una figura stilizzata, testa aper-
gesso, pietra lavica. L’osservazione di un critico m’inquieta: «per Mainolfi la superficie diventa “pelle” su cui incide storie, segni, memoria». Lo studio di Mainolfi è un ampio loft con un soppalco. Posati qua e là sul pavimento tre o quattro esemplari dei suoi «animali fantastici». Li avevo già visti riprodotti, ma dal vivo, nella loro levigata, sinuosa e inquietante presenza, sono un’altra cosa. Lascio la precedenza a Margherita, non per cavalleria ma per viltà, voglio scoprire cosa sta per succedermi. Lei viene fatta sedere su un’ampia poltrona, avvolta fino al collo dall’asciugamano portato da casa, come si fa dal parrucchiere. Poi Jo Mainolfi, figlia e assistente di Luigi, dopo averle spalmato il viso con una crema, le applica degli strati di una rete impregnata di gesso dopo averli immersi nell’acqua. Pian piano tutta la superficie del viso viene ricoperta, lasciando le narici libere per respirare. Margherita non strilla: o l’operazio-
ne è indolore oppure lei è un fachiro, mi auguro la prima. In effetti, quando sarà il mio turno, scoprirò che è persino piacevole. Pochi minuti per far asciugare il gesso e la maschera viene via senza problemi. Le nostre teste saranno in argilla rossa di Castellamonte, cotte nel forno. La pelle del viso e della testa non sarà bella liscia, ma, come spiegherà in seguito il cartellino dell’opera, «le superfici sono modulate dal segno di piccoli stampi: ognuno di questi evoca l’impronta di porte e finestre». Nel mio caso corrisponde al vero: da ragazzo, al fondo di una ripida discesa percorsa a folle velocità mi sono saltati, uno dopo l’altro i freni della bicicletta e sono andato a stamparmi la faccia contro una fitta rete di recinzione.
Andremo ad arricchire la grande opera Torino che guarda il mare, esposta in cima allo scalone di Filippo Juvarra a Palazzo Madama. Su un ampio ripiano sono disposte in file ordina-
te 210 teste di torinesi, rivolte idealmente verso il Mediterraneo. Che poi sarebbe la Riviera Ligure devastata dalla speculazione edilizia. Preferirei guardare verso il Baltico, ma non oso esprimere il mio desiderio all’artista. È già un grande onore entrare a far parte di un’eletta schiera. Tra gli altri guardano con me il mare l’allora sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e il filosofo Gianni Vattimo. Spiega un critico: «Ogni ritratto corrisponde a un contatto diretto dell’artista con il suo modello, una sorta di “ritratto d’ingresso”». Sono andato più volte a rivedermi. Sono trascorsi 15 anni. Vorrei ritrovare l’opera. Neanche Chat GPT ha saputo dirmi dove si trova attualmente, ma solo che è stata esposta nel 2022 a Cuneo e nel 2024 a Tarquinia. «Ma solo alcune teste». Ne deduco che sia stata smembrata, occupava un grande spazio. Qualcuno per caso è in grado di dirmi dove posso trovare la mia, di testa?
ra, urlano, minacciano a muso duro o si sganasciano a seconda dell’umore di giornata, pensano una porcata e la realizzano un minuto dopo. «Il 2026 sul pianeta Terra è cominciato così: un triste governo familista e repressivo, quasi certamente illegittimo e insediato grazie a brogli elettorali, è stato deposto in modo certamente illegittimo da una potenza straniera». Incipit dell’Amaca del 4 gennaio, la rubrica della «Repubblica» firmata da Michele Serra (5½). Niente di più schietto e pauroso. C’è chi ha scritto che Trump ci sta costringendo a stare con Maduro, il peggior dittatore sudamericano. Direi piuttosto che la brutalità di Trump ci sta costringendo ad apprezzare l’ipocrisia dei suoi predecessori. Un gran libro (6-) appena uscito è quello di Gennaro Carillo, storico della filosofia, che riscopre la Tempe-
ranza (Il Mulino) come virtù «inattuale e rivoluzionaria». Se diventasse la parola dell’anno appena cominciato, ci sarebbe da festeggiare (con temperanza). Nel famoso affresco della Cappella degli Scrovegni di Padova, la Temperanza è raffigurata da Giotto come una giovane donna dall’aria assorta e serena, le labbra, atteggiate a un lieve sorriso, stringono un morso da cui si dipartono due piccole briglie, simboleggiando così l’esigenza di tenere a freno l’uso perverso della lingua. Considerata in anni lontani (quelli della contestazione) niente più e niente meno che un vizio piccolo-borghese, oggi, in un mondo in cui tutti danno fuori di matto, un po’ di moderazione, nel parlare e nel comportarsi, sarebbe un sollievo. La temperanza, scrive Carillo, è stata talvolta, nei secoli passati, una via verso la felicità ma ormai ci bastereb-
be accoglierla come un freno salvifico alle pulsioni distruttive imperanti. Non è un caso se Thomas Mann nel 1937 fondò una rivista il cui titolo era «Mass und Wert» (Misura e valore). Dove scriveva, nella presentazione, che di fronte all’apparato scenico magniloquente e dozzinale del fascismo e del nazismo, la temperanza era tutt’altro che mediocrità. L’altra mattina ho sentito parlare, nella trasmissione quotidiana di RadioRai3 «Tutta la città ne parla» (5½), di «autoaffermazione disinibita» come di una malattia del nostro tempo. Non ricordo chi fosse il titolare di quella formula, ma gli assegno comunque un voto altissimo con lode, perché mi sembra fotografare al meglio una condizione psichica diffusa: il bullismo predatorio esibito senza ritegno. Se qualcuno ha fiducia, alzi la mano (col pericolo che qualcuno gliela tagli).
ta e completamente vuota. In rosso, enorme, la scritta «The Stupiding of the American Mind», citazione parodica del saggio The Closing of the American Mind di Allan Bloom. L’articolo si intitola A Theory of Dumb (Una teoria della stupidità) e lascia poco spazio all’immaginazione. Forse non stiamo diventando solo più superficiali, più distratti, più irritabili. Forse stiamo proprio diventando più stupidi –il perimetro di analisi in questo caso sono gli Stati Uniti, ma il discorso si può ampliare almeno all’Occidente e a tutti i Paesi sviluppati. I cultori della tecnologia rispondono che è solo un’impressione e cercano di spiegare il cambiamento in atto attraverso quattro punti: 1. Contenuti velocissimi e superficiali: molte piattaforme premiano video brevi e post poco complessi. I contenuti rapidi riducono la capacità di concentrazione e abituano il cervello a pretende-
re stimoli immediati. 2. Sovraccarico informativo: il flusso continuo di informazioni riduce il tempo per riflettere o verificare: questo può portare a opinioni più impulsive o superficiali. 3. Bias di conferma: gli algoritmi mostrano contenuti simili a ciò che già piace o in cui si crede limitando la capacità critica. 4. Dipendenza dall’approvazione sociale: like e commenti possono condizionare degradando i contenuti a quelli più semplici o estremi per catturare attenzione. Insomma, saremmo fortemente condizionati: forse molto superficiali ma non ancora istupiditi. Ma la storia riserva sempre delle sorprese: eravamo convinti che la nostra crescita cognitiva fosse inarrestabile, anche e soprattutto grazie alle nuove tecnologie, e invece pare che le cose non stiano così. Dall’inizio del XXI secolo i social media hanno avuto un impatto enorme sul nostro modo di vivere e
sulla nostra routine. Essi ci permettono di interagire con moltissime persone in un lasso di tempo brevissimo e possono fornire una mastodontica quantità di informazioni, ma tutto ciò è davvero così necessario?
Jonathan Haidt nel suo ultimo libro
La Generazione Ansiosa. Come i Social hanno rovinato i nostri figli (Rizzoli), sostiene che social media e smartphone stanno «riconfigurando» (rewiring) il cervello dei giovani in modo dannoso. Secondo Haidt, l’uso intensivo delle tecnologie digitali è responsabile di una crescente crisi di salute mentale tra i giovani, contribuendo a problemi come deprivazione del sonno, frammentazione dell’attenzione, dipendenza, solitudine e perfezionismo. Studi di metanalisi, cioè studi che aggregano moltissimi altri studi precedenti per estrarre correlazioni significative, segnalano come all’aumentare dell’utilizzo passivo dei so-
cial network diminuisca il benessere soggettivo della persona. Altri studi di neuroimaging mostrano come i social media alterino la materia grigia (dove si concentrano i nuclei neuronali), in particolare quella delle aree delle emozioni, della presa di decisioni e dell’autocontrollo. Le piattaforme social utilizzerebbero algoritmi progettati per incoraggiare un uso prolungato, creando comportamenti di dipendenza simili al gioco d’azzardo. Per difenderci potremmo sostenere che la tecnica è sempre stata un’ossessione, citando L’apprendista stregone di Johann Wolfgang Goethe (Walt Disney ne ha fatto un episodio di Fantasia) o Martin Heidegger (ha scritto libri importanti per il timore che il mondo si trasformasse in un completo dominio della tecnica), ma adesso ci troviamo davvero di fronte a qualcosa che sta silenziosamente mutando il nostro cervello.
di Bruno Gambarotta
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GUIDA
Salute
1
Lavarsi le mani
Molti virus del raffreddore si trasmettono attraverso oggetti contaminati: se ci si trova spesso in spazi ristretti con molte persone, come sui mezzi di trasporto pubblici, è utile lavarsi di frequente le mani.
2
Curare i contatti sociali
Lo dimostrano diversi studi: curare regolarmente i contatti sociali ha un effetto positivo sulla salute mentale e quindi sulle difese immunitarie. Perché non andare in palestra o mangiare un boccone insieme? O fare una lunga telefonata dal divano di casa?
3
Ridurre al minimo lo stress
Il pensiero positivo ha generalmente un effetto benefico. Fatti del bene il più possibile e assicurati di riposare e rilassarti.
4
Dormire bene
Una buona dormita è un toccasana. Non si tratta però soltanto di dormire a lungo: la qualità del sonno è molto più importante. Questo aspetto può essere migliorato facendo sufficiente esercizio fisico, seguendo una dieta equilibrata e prendendosi piccole pause durante la giornata.
Vuoi rafforzare il sistema immunitario? Ecco come fare
Il sistema immunitario ci protegge giorno e notte.
Ma in inverno è messo alla prova. Ecco come difenderci
Testo: Silvia Schütz
5
Seguire un’alimentazione sana
Scegliere una dieta equilibrata. Le raccomandazioni attuali del Governo federale e della Società svizzera di nutrizione e promozione della salute sono le seguenti: nel piatto, due quinti dovrebbero essere costituiti da verdura e frutta, due quinti da carboidrati come patate, riso o pasta, e un quinto da proteine, cioè prodotti come carne, pesce, uova, latticini e legumi.
6
Perché i virus non abbiano alcuna possibilità, la migliore protezione è un sistema immunitario forte.
Assumere vitamine
Gli alimenti che contengono molte vitamine (agrumi, peperoni) o zinco possono sostenere il sistema immunitario. Per contribuire al normale funzionamento del sistema immunitario è possibile anche assumere integratori vitaminici. Essi non vanno però considerati dei sostitutivi di un’alimentazione sana ed equilibrata.
7
Bere a sufficienza
I virus si depositano nelle mucose. Se le mucose sono secche, i microbi possono annidarsi più facilmente. È dunque essenziale mantenerle ben idratate, bevendo a sufficienza.
8 Aria fresca
Una passeggiata o un’escursione invernale fanno bene per due motivi: idratano le mucose e migliorano l’umore, entrambi fattori positivi per il sistema immunitario.
9
Vestirsi in modo caldo L’ipotermia dell’organismo può facilitare l’infezione da parte di un agente patogeno: il flusso sanguigno verso la superficie del corpo diminuisce e le cellule di difesa delle membrane mucose sono meno numerose. Pertanto vestirsi caldi all’aperto è una buona regola.
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Nuova linea del fronte per Battlefield 6
Mappe distruttibili, battaglie 32 contro 32, classi flessibili e un battle royale gratuito sorprendentemente originale rilanciano la serie come alternativa credibile a Call of Duty
Maschere per il presente
Editoria ◆ Guido Bosticco legge le attività umane del nostro tempo in Figure del possibile, dall’arte del comando al racconto ridotto a intrattenimento
Claudio Visentin
L’antico e raffinato teatro zen giapponese Nō, prediletto dai samurai, è costruito sull’essenzialità: nessuna scenografia, gli attori indossano delle maschere scolpite in legno per nascondere ogni espressione del volto. I loro movimenti sono lenti e controllati, fortemente simbolici. A questi modelli pensavo leggendo l’ultimo libro del nostro collaboratore Guido Bosticco, Figure del possibile (Solferino editore).
Bosticco è solito raccontare i suoi viaggi per «Azione», ma nella vita è filosofo e comunicatore. In Figure del possibile allinea davanti a noi diversi tipi umani: il viandante, il condottiero, l’artigiano, lo straniero, il narratore. Sono maschere appunto, simboli, archetipi, modelli… Proprio per la loro purezza e astrazione, sono tutti e nessuno, raccontano ognuno di noi in qualche misura senza riferirsi a un individuo particolare.
L’autore riflette sulle diverse incarnazioni di queste figure nella prediletta filosofia, aprendo tuttavia anche alla storia, all’arte, alla letteratura, alla musica e a diversi altri punti di vista. Comincia il libro con il viandante,
l’uomo che attraversa il mondo sforzandosi di interpretarlo, ma al tempo stesso lasciandosi sorprendere dalla sua varietà e complessità. E tuttavia, anche se l’autore spiega che «questo capitolo ha dato origine a tutto il libro. L’idea, la possibilità e il modo», la sua densità filosofica lo rende particolarmente astratto, al pari di quello dedicato allo straniero.
Più utile al lettore è invece il capitolo dedicato al condottiero; dove impariamo per esempio che nella nostra società non è più la figura carismatica e volitiva a intravedere chiaramente la direzione da percorrere e si pone alla testa del suo popolo. Anzi, nel nuovo millennio questo tipo umano sembra produrre figure tragiche e grottesche: Trump, Putin, Kim Jong-un. Al di fuori della politica, soprattutto nelle grandi imprese, sono cresciuti invece nuovi modelli di condottieri, capaci di suscitare idee ed energie anche restando un passo indietro (intelligenza collettiva), abili nel condividere il comando (leadership diffusa), nel connettere persone e pensieri diversi. Altrettanto importante è il capitolo
sull’artigiano. Se l’industria ha strappato l’umanità alla sua secolare povertà (un aspetto rivoluzionario che il libro non sottolinea forse abbastanza), è altrettanto vero che qualcosa si è perduto nel passaggio alla produzione in fabbrica. Infatti l’artigiano mantiene il controllo della materia che utilizza, e accentra in sé le conoscenze manuali e artistiche, in larga parte ereditate dalla tradizione, utilizzate per dare forma al prodotto. In questo modo l’oggetto finale è un’estensione della personalità del creatore, mentre l’industria – Marx insegna – rende l’operaio estraneo al lavoro. Nel trasformare il mondo, l’artigiano comprende e realizza il suo destino: «È un riportare l’agire umano all’unità di gesto e pensiero, di corpo e spirito, in completa sintonia con la materia, con la storia, con l’oggetto, con la comunità, con l’universo intero».
Se il Guido Bosticco filosofo è fortemente critico verso l’industria (e la finanza), il comunicatore è quasi angosciato per la situazione presente. Qualche anno fa ha pubblicato Come i social hanno ucciso la comunicazione
(Guerini editore) e da allora non sembra aver cambiato opinione, a giudicare dal capitolo conclusivo di quest’ultimo libro dedicato alla figura del narratore.
In fondo, la caratteristica principale della nostra specie è la capacità di tramandare alle generazioni successive l’esperienza di quelle precedenti, così che non si debba sempre ripartire da capo e riscoprire, per esempio, il fuoco o la ruota. E non si tratta solo di conoscenze tecniche, ma anche spirituali e identitarie. «La narrazione è il fondamento sociale e nasce, in prima istanza, per rispondere alla domanda del perché esistiamo e siamo qui, noi e non altri, non altrove». Questo passaggio di conoscenze è avvenuto dapprima in forma orale poi con la scrittura. E in tutte le società passate, sin dai tempi più antichi, la figura dei narratori era quasi sacrale, fossero aedi, rapsodi, bardi, scaldi, menestrelli, trovatori, griot (l’elenco potrebbe continuare a lungo, con infinite varianti di una stessa funzione). Oggi le diverse forme della narrazione – scrittori, giornalisti, cantau-
tori, rapper, influencer – sono spesso relegate all’intrattenimento. E il racconto, piuttosto che dare senso alla realtà, sembra volersi sostituire a essa, tra storytelling e influencer. In particolare sui social media – spiega Bosticco – ogni gerarchia è dissolta e tutti sono narratori (o pensano di esserlo). Un’apparenza di democrazia che cela una sostanziale anarchia, una realtà informe dove semplificazioni e stereotipi prendono il posto della complessità, mentre l’abbondanza fluviale di racconti toglie loro ogni forza, costringendo i narratori a contendersi l’attenzione di una platea inquieta e distratta, sempre attratta da nuove sollecitazioni.
Si potrebbe continuare ma questi esempi forse bastano a inquadrare un libro singolare, apparentemente eccentrico, che tuttavia offre molti spunti utili per una riflessione sulla società contemporanea, sulla fatica e il privilegio di abitare questo nostro mondo.
Bibliografia
Guido Bosticco, Figure del possibile, Solferino editore, 2025
Il sottotitolo del libro Figure del possibile recita: Viandante, condottiero, artigiano, straniero, narratore. Quel che siamo o potremmo essere. (Foto IA)
Pagina 31
Pagina 30
Crema di burrata con insalata di pompelmo
●
Ingredienti
Antipasto
Ingredienti per 4 persone
• 40 g di pistacchi sgusciati non salati
• 2 pompelmi
• 1 cicorino rosso da circa 250 g
• 6 c d’olio d’oliva
• 3 c di Condimento bianco sale pepe
• 2 burrate da 125 g
• 2 rametti d’erbe aromatiche, ad esempio basilico
Preparazione
1. Tostate i pistacchi senza olio in una padella antiaderente, lasciateli raffreddare e poi tritateli.
2 Pelate i pompelmi con un coltello affilato e tagliateli a fette.
3. Tagliate a fette il cicorino.
4. Mescolate l’olio e il Condimento bianco, poi condite con sale e pepe.
5 Riducete finemente in purea le burrate con il frullatore a immersione. Distribuite la crema nei piatti. Conditela con poco sale e pepe.
6 Adagiate il cicorino e i pompelmi sulla crema. Irrorate con la salsa. Cospargete con i pistacchi.
7. Guarnite con alcune foglie delle erbe aromatiche.
Preparazione: circa 30 minuti.
Per persona: circa 8 g di proteine, 34 g di grassi, 8 g di carboidrati, 380 kcal
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Il Battlefield alza il tiro!
Videogiochi ◆ Mappe distruttibili, classi ripensate e uno shooting finalmente maturo rilanciano la saga diretta concorrente di Call of Duty, facendole vincere la sfida
Kevin Smeraldi
Sono trascorsi quattro anni dall’ultimo capitolo della saga firmato da Digital Illusions Creative Entertainment (DICE) e pubblicato da Electronic Arts. Stavolta, per il diciottesimo episodio della serie, un’intrigante collaborazione tra DICE, Ripple Effect Studios, Criterion Games e Motive Studio dà vita al nuovo Battlefield 6 La domanda che ci siamo posti è: saranno riusciti a realizzare il tanto atteso Call of Duty killer?
Ci sono bastate pochissime ore di gioco per renderci conto dell’importanza del titolo che avevamo tra le mani. Con il passare del tempo siamo diventati sempre più assuefatti dallo shooting, accumulando numerose sessioni ben oltre quelle strettamente necessarie per redigere queste nostre righe.
In termini di offerta, Battlefield 6 propone le ormai consolidate modalità del franchise quali «Conquista», «Breakthrough» e «Rush». Questa scelta è stata probabilmente dettata dalla volontà di mantenere solida la forte community sviluppatasi nel corso degli anni.
Un’altra caratteristica che contraddistingue questo titolo dalla concorrenza, presente ovviamente anche qui, riguarda le classi: sarà infatti possibile personalizzare il proprio personaggio non solo con le armi preferite, ma an-
che in base allo stile di gioco adottato. Le quattro classi permettono di avere caratteristiche univoche una volta scesi in battaglia. La prima è l’«Assalto»: specializzato nell’utilizzo di fucili d’assalto (AR), possiede una mobilità maggiore e un iniettore di adrenalina che lo rende più resistente ai danni esplosivi. Poi c’è «Geniere»: specializzato nell’utilizzo di mitragliette (SMG), è abile nel riparare o distruggere i mezzi di trasporto mediante l’uso di lanciarazzi. Quindi troviamo «Supporto»: specializzato nell’utilizzo di mitragliatrici leggere (LMG), dispone di casse di rifornimento e della capacità di rianimare i propri compagni attraverso un defibrillatore. E infine, il «Ricognitore»: specializzato nei fucili di precisione, dispone di un drone per perlustrare la zona e di un sensore di prossimità che individua i nemici a breve distanza.
Queste classi possono essere cambiate più volte durante ogni singola partita; quindi, oltre a creare una profondità strategica, danno un tocco di originalità riducendo la monotonia e mantenendo il gameplay sempre su ritmi altissimi.
Per ultimo, ma non meno importante, le mappe mastodontiche e i mezzi di trasporto tornano a farla da padroni. Se su Call of Duty siamo abituati ai classici «Deathmatch» a squa-
Giochi e passatempi
Cruciverba
Forse non tutti sanno che Giuseppe
Verdi a diciotto
anni fu…termina la frase leggendo le lettere nelle caselle evidenziate.
(Frase: 8, 2, 13, 2, 6)
dre da sei contro sei, su Battlefield 6 scendiamo in guerra con scontri 32 contro 32 su larga scala, dove per spostarsi si potranno utilizzare jeep, carri armati, elicotteri, caccia bombardieri e chi più ne ha più ne metta. Parlando del gameplay, Battlefield 6 offre un’esperienza che non ha nulla da invidiare al suo rivale storico Call of Duty. Se in passato il feeling delle armi era ciò che distingueva negativamente questo titolo rispetto alla concorrenza, per noi tale divario ora non esiste più, anzi, ci troviamo di fronte a una valida alternativa per chi desidera giocare qualcosa di nuovo.
Noi ci siamo divertiti veramente tanto giocando a Battlefield 6, sia in single player sia con gli amici in multiplayer, godendoci un gioco di guerra originale che non sia il solito. E come se non bastasse, a poche settimane dal lancio ufficiale è uscito REDSEC, ovvero il battle royale gratuito accessibile anche a chi non possiede il gioco base; per rendere l’idea, è l’alternativa a Warzone su Call of Duty
Ed è proprio quest’ultima modalità che ci ha conquistati: REDSEC è una vera ventata d’aria fresca nel mondo dei battle royale. Se come noi eravate abituati a Warzone, qui giocherete
qualcosa di assolutamente nuovo grazie a numerosi cambiamenti che rendono l’esperienza unica. Preferiamo non andare oltre con le spiegazioni così da evitare qualsiasi spoiler, lasciandovi godere l’effetto «wow» della sua originalità non appena ci metterete mano.
L’unica vera nota negativa, che non riguarda solo REDSEC ma che qui si fa sentire di più, è il livellamento delle armi, pressoché impossibile da portare al massimo: dopo circa 130 ore di gioco non possediamo ancora una sola arma interamente livellata.
Dal punto di vista tecnico, il gioco è comunque assurdo, nell’accezione più positiva del termine: ogni veicolo, edificio o infrastruttura è distruttibile, cambiando in tempo reale la mappa di gioco. Per non parlare dei suoni realistici che ti proiettano davvero in guerra. È una delle esperienze più immersive degli ultimi anni per un FPS; molte volte abbiamo pensato di essere in un film di Michael Bay!
Battlefield 6 è un titolo che ci ha stupiti, e da fan della serie di Call of Duty non avremmo mai pensato di dedicargli tutte queste ore. Il gioco è indicato a chi ama gli sparatutto, i giochi di guerra e i battle royale, ma ne consigliamo l’acquisto anche a chi vuole provare un’esperienza nuova e divertente. Voto 9/10
ORIZZONTALI
1. Il pallino preso di mira...
7. La piantagrane dell’Olimpo
8. Signore trasteverino
9. Un articolo
10. Pasticcio di carne
11. La voce del raffreddato
12. Misure per guantoni da box
15. Parte del corpo
17. Produce prodotti vari...
18. Lustro, onore
19. Satellite di Giove
20. Compose famose opere liriche
21. Pronome personale
22. La colpisce una stecca
23. Codice in breve
24. Vivono nei mari antartici
25. Presente per le feste
VERTICALI
1 Palla inglese
2. Il gigante figlio di Poseidone
3. Se è apostrofato esiste...
4. Padre di Esaù e Giacobbe
5. Pubblici ufficiali
6. Le figlie di Zeus
Ci si ferma a quelli di blocco
11. Pattuglia militare
12. Grasso, pingue
13. Vezzo settecentesco 14. Simbolo chimico del cromo
15. Attacca il dente
16. Secco, asciutto
18. Sette in una famosa danza 20. Uomo in latino
21. Il mio francese...
22. Le iniziali del cantante
Due di cuori
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch
della settimana precedente
I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.
10.
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una
2.45 invece di 3.50
Pomodorini datterini Migros Bio Spagna/Italia, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.49) 30%
Raclette al naturale Raccard, IP-SUISSE in blocco extra o a fette, in confezioni speciali, per es. in blocco extra, per 100 g, 1.35 invece di 2.25 40%
Branches Frey
Milk, Dark o White, in conf. speciale, 30 x 27 g, per es. Milk, 9.15 invece di 15.30, (100 g = 1.13) 40%
4.80 invece di 6.90
Filetto di manzo Black Angus Migros Uruguay, per 100 g, in self-service 30%
conf. da 5 32%
6.60 invece di 9.75
Wienerli M-Classic Svizzera, 5 x 4 pezzi, 5 x 200 g, (100 g = 0.66)
Pasta M-Classic disponibili in diverse varietà, in conf. speciali, 750 g o 1125 g, per es. pipe, 750 g, 1.30 invece di 2.63, (100 g = 0.17) 50%
Frutta mega SUCCOSA
Funghi pregiati Migros Bio per es. cardoncelli, Svizzera, vaschetta da 150 g, 3.56 invece di 4.45, (100 g = 2.37) 20%
36%
9.95
invece di 15.65
Filetto dorsale di merluzzo M-Classic, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 360 g, in self-service, (100 g = 2.76)
3.20
invece di 4.85
–.50 DI RIDUZIONE
3.20
23%
Pesce fresco Anna's Best in vaschetta per la cottura al forno
filetto di salmone al limone e coriandolo ASC, filetto di merluzzo con pistacchi MSC e filetto di salmone selvatico con aneto MSC, per es. filetto di salmone ASC, d'allevamento, Norvegia, 400 g, 9.95 invece di 12.95, in self-service, (100 g = 2.49)
10.40
invece di 16.–
Spinaci bio Italia, 300 g, confezionati, (100 g = 1.07) 34% 11.95
Insalata del re Anna's Best 150 g, (100 g = 2.13)
invece di 3.70
Filetti di salmone Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 500 g, (100 g = 2.08) 35%
4.95 Cozze Royal Vin Blanc e Provençale, d'allevamento, Spagna, 500 g, in self-service, (100 g = 0.99)
Filetto dorsale di salmone selvatico affumicato Sélection, MSC pesca, Pacifico nordorientale, 120 g, in self-service, (100 g = 9.96)
4.40
Gamberi argentini Sélection pesca, Atlantico sudoccidentale, crudi, per 100 g, in self-service 20x CUMULUS
Formaggi e latticini
Da mescolare e far SCIOGLIERE
Tutti i formaggi Höhlengold per es. per raclette, stagionato 6 mesi, 300 g, 6.96 invece di 8.70, prodotto confezionato, (100 g = 2.32) 20%
Delizioso con pane o patate lesse
1.70 invece di 2.–
circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 15%
Vacherin Fribourgeois dolce AOP
Tutte le fondue Caquelon Noir per es. Moitié-Moitié, Le Gruyère AOP e Vacherin Fribourgeois AOP, 400 g, 7.64 invece di 9.55, (100 g = 1.91) 20%
Vacherin Mont-d'Or AOP
400 g, 600 g e Migros Bio, per es. 400 g, per 100 g, 2.25 invece di 2.70 16%
Fol Epi a fette Classic o Légère, in conf. speciale, per es. Classic, 462 g, 8.50 invece di 10.78, (100 g = 1.84) 21%
2.15 invece di 2.55
Formaggella della Valle di Blenio per 100 g, prodotto confezionato 15%
2.05 invece di 2.45
Gottardo Caseificio per 100 g, prodotto confezionato 16%
6.90
Büscion di capra 200 g, (100 g = 3.45)
2.60
Scarola lavata Italia, il pezzo, prodotto confezionato 25%
invece di 3.50
6.95
invece di 8.35
Filetti di salmone con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 380 g, in self-service, (100 g = 1.83) 16%
5.25
Riso Basmati Mister Rice Bio, Fairtrade 1 kg
20% su tutto l’assortimento Tiger Kitchen a partire da 2 pezzi
Per IL GUSTO…
Mini tortine disponibili in diverse varietà, per es. tortina di Linz Petit Bonheur, 4 x 75 g, 4.20 invece di 5.60, (100 g = 1.40)
Ricetta per i vol-au-vent ai funghi e alle castagne su migusto.ch
3.85
conf. da 2 20%
5.60
invece di 7.–
Fagottini di spelta alle pere Migros Bio 2 x 225 g, (100 g = 1.24)
3.95
Sfogliatine M-Classic
2 x 4 pezzi, 2 x 132 g, (100 g = 1.46)
Cornetti al burro precotti M-Classic, IP-SUISSE 5 pezzi, 200 g, 2.36 invece di 2.95, prodotto confezionato, (100 g = 1.18)
Gugelhopf al limone o marmorizzato
500 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.79)
6.10
invece di 7.95
Torta Foresta Nera Ø 16 cm, 500 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.22) 23%
Particolarmente croccante
3.15
invece di 3.95
400 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.79) 20%
Pane croccante dal forno a legna Migros Bio
IL PIACERE
Fai la scorta diTESORI
partire da 2 pezzi 3.–DI RIDUZIONE
Tutte le capsule Delizio, 48 pezzi per es. lungo crema, 16.80 invece di 19.80, (100 g = 5.83)
conf. da 5 20%
Kimchi, Spicy Ramen o Veggie Soup, Nongshim per es. Kimchi, 5 x 120 g, 7.60 invece di 9.50, (100 g = 1.27)
Tutto l'assortimento Sempio, Kelly Loves e Yondu per es. torta di riso Sempio Tteokbokki, 160 g, 3.04 invece di 3.80, (100 g = 1.90) 20%
conf. da 3 33%
Caffè La Semeuse in chicchi o macinato, 3 x 500 g, per es. macinato, 28.– invece di 41.85, (100 g = 1.87)
a partire da 2 pezzi 20%
Oli d'oliva Don Pablo
base di olive spagnole
1 litro e 500 ml, per es. 1 litro, 7.96 invece di 9.95, (100 ml = 0.80) 20%
a partire da 2 pezzi 20%
Tutto l'assortimento Tiger Kitchen per es. olio di sesamo Asian Style, 190 ml, 3.04 invece di 3.80, (100 ml = 1.60)
Tutte le noci e le noci miste Sun Queen Apéro, salate e tostate per es. noci di anacardi, 170 g, 2.64 invece di 3.30, (100 g = 1.55)
a
Tutte le miscele per dolci e i dessert in polvere, Homemade (Cup Lovers esclusi), per es. miscela per brownies, 490 g, 4.96 invece di 6.20, (100 g = 1.01)
25%
Pizze Toscana o Margherita, M-Classic prodotti surgelati, in conf. speciali, per es. Toscana, 3 pezzi, 1080 g, 8.85 invece di 11.85, (100 g = 0.82)
M-Classic prodotto surgelato, in conf. speciale, 24 pezzi, 1008 g, (100 g = 0.87) 30%
al prosciutto Happy
Snack e aperitivi
Chips Zweifel disponibili in diverse varietà, 175 g e 280 g, per es. Paprika, 280 g, 4.95 invece di 5.95, (100 g = 1.77) a partire da 2 pezzi 1.–DI RIDUZIONE
Tutti gli smoothie True Fruits per es. Yellow, 250 ml, 2.80 invece di 3.50, (100 ml = 1.12)
Assortimento completo Focus Water per es. Active Ananas-Mango, 6 x 500 ml, 9.45 invece di 12.60, (100 ml = 0.32) a partire da 2 pezzi 25% PREZZO BASSO
1.– Migros Lamate 330 ml, (100 ml = 0.30)
1.– Flips M-Classic 200 g, (100 g = 0.50)
Le marche del cuore a PREZZI CONVENIENTI
a partire da 2 pezzi 30%
Tutti i tipi di caffè istantaneo Nescafé per es. Gold De Luxe, vasetto da 100 g, 6.27 invece di 8.95
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