Il dottor Ivan Tami spiega come affrontare l’artrosi alla mano con un approccio multidisciplinare
Viaggio in un passato in cui la Svizzera mostrava ambizioni nucleari anche in ambito militare
ATTUALITÀ Pagina 15
Alla Galleria d’Arte Moderna di Milano in mostra le opere più belle di Pellizza da Volpedo
CULTURA Pagina 23
L’epopea dei contrabbandieri
Il vinile riunisce memoria sensoriale e piacere ludico, conquistando pure i ragazzi di oggi
TEMPO LIBERO Pagina 39
La beata ignoranza dei social
Carlo Silini
In che modo i media tradizionali e i social media peggiorano le possibilità di dialogo su temi spinosi come il conflitto a Gaza? Bella domanda, penso, leggendola nella lista preparata dal comitato degli studenti del liceo di Locarno per la Giornata per la Palestina, organizzata qualche settimana fa. Bella e paradossale, perché l’ultima cosa che si dovrebbe pensare dei giornali è che, invece di spiegare in parole semplici le situazioni ingarbugliate del pianeta, «peggiorino le possibilità di dialogo».
Al netto delle litigate fra opinionisti in diretta TV durante i talk show, il buon giornalismo resta l’ultima barriera contro la disinformazione. È proprio su questo punto che va tracciata una netta linea di separazione tra media tradizionali e social media.
Nei media tradizionali, infatti, dovrebbero valere i tre pilastri della buona informazione: ricerca della verità, indipendenza di giudizio e rispetto delle persone.
Si può discutere su quanto questi principi vengano effettivamente rispettati dai professionisti dell’informazione negli scenari di guerra (e non solo), ma se un giornalista li disattende scientemente, tradisce la propria coscienza professionale. Al di là delle linee editoriali, lo scopo ultimo dell’informazione, inscritto nel suo DNA, resta quello di avvicinarsi il più possibile ai fatti reali, senza essere influenzata da posizioni ideologiche o da lobby, e rispettando la dignità delle persone di cui si riferisce. Se parliamo di media tradizionali, questo è il minimo che dovremmo aspettarci: che i fatti vengano verificati il più e il meglio possibile, che le fonti siano sempre citate in modo chiaro e che la descrizione degli avvenimenti sia nitidamente separata dalle opinioni (attraverso le quali si manifesta la linea della testata).
I social media, invece, sono ruffiani e piacioni: vogliono divertire chi li usa, lusingarlo, intrat-
tenerlo e, soprattutto, raccogliere dati sui suoi desideri per proporgli a colpo sicuro qualcosa da comprare.
Se i media tradizionali veicolano la realtà, i social media vendono desideri. Sul piano dell’informazione, la quantità di click conta molto più dell’esattezza dei contenuti. Gli algoritmi dei social non si preoccupano minimamente di verificare la solidità delle notizie. Il loro unico scopo è creare una «Filter Bubble», una bolla di filtraggio che ti mostra solo ciò che ti piace. È come vivere in un mondo dove tutti ti danno ragione, anche se sostieni che Elvis sia vivo e stia gestendo un bar in Val Calanca.
Le conseguenze, dal punto di vista informativo, sono deleterie: i social media creano dipendenza psicologica, che si concretizza nel continuo scrolling di Facebook, Instagram o TikTok. In secondo luogo, favoriscono la polarizzazione delle opinioni e la mancanza di contraddittorio. E infine, ci immergono in una echo chamber, una
camera dell’eco, che ingigantisce le opinioni simili alle nostre, finendo col convincerci che la maggioranza delle persone la pensi esattamente come noi – anche se crediamo che le fogne di New York pullulino di coccodrilli e la top model che ci ha chiesto inaspettatamente l’amicizia online straveda per noi.
Scrivo queste righe mentre si susseguono notizie desolanti per il mondo dell’informazione svizzera, come l’annuncio del taglio di 900 posti nella SSR e delle centinaia di licenziamenti nei principali gruppi editoriali (TX Group, CH Media, Ringier). Senza contare l’imminente chiusura dell’edizione cartacea di «20 Minuti». La pubblicità è trasmigrata verso le piattaforme digitali (Google e Meta), prosciugando le casse dei giornali e delle TV. E così, grazie alla scelta deliberata di una beata ignoranza «social», i coccodrilli continueranno a proliferare sotto l’asfalto di New York e gli umani passeranno sempre più tempo chattando col profilo fake di modelle supersexy.
Carlo Silini Pagina 12
Apertura straordinaria natalizia .
Lunedì 8 dicembre tutti i punti vendita Migros
e VOI Migros Partner s aranno aperti dalle ore 10:00 fino alle 18:00
Centro Grancia chiusura ore 19:00
Il bio dovrebbe essere accessibile a tutti
Info Migros ◆ Il Ceo di Migros Mario Irminger a colloquio con il presidente di Bio Suisse Urs Brändli
Katja De Santi Fischer
Mario Irminger, al momento la Migros sta facendo notizia soprattutto per i prezzi bassi e le marche proprie. Quanto sono importanti i prodotti Bio sugli scaffali di Migros?
Mario Irminger: Sono molto importanti. Migros offre prodotti bio di alta qualità da molti anni, anche nel segmento dei prezzi bassi. Abbiamo introdotto la Gemma Bio Suisse nel 2022, sebbene gli standard fossero già stati soddisfatti prima. Attraverso questo label rendiamo ancora più visibile il nostro impegno per le materie prime svizzere e la loro lavorazione secondo le linee guida di Bio Suisse.
Urs Brändli, cosa salta all’occhio del presidente di Bio Suisse quando va a fare la spesa alla Migros?
Urs Brändli: Molte persone mi hanno detto che non trovano più così buoni i prodotti bio alla Migros. A mio avviso Migros dovrebbe stare attenta a non perdere i propri clienti bio più fedeli.
Migros offre complessivamente ben 4000 articoli bio: al fine di favorirli, in futuro saranno resi ancora più riconoscibili visivamente
Migros vende meno prodotti bio rispetto a un tempo?
Irminger: Al contrario. Il nostro settore bio negli ultimi anni è cresciuto del 7,5 percento. Offriamo complessivamente 4000 articoli, che possono variare a seconda della stagione e della filiale. Circa 600 prodotti sono attualmente rappresentati dalla Gemma.
L’offerta di prodotti bio alla Migros verrà estesa ulteriormente?
Irminger: La Migros continuerà a puntare sui prodotti bio. Crediamo che la nostra offerta sia calibrata sui bisogni delle clienti e dei clienti. In futuro desideriamo rendere l’offerta più riconoscibile visivamente. Ma restiamo aperti e innovativi – i prodotti più convincenti troveranno sempre un posto da noi.
Bio Suisse e Migros
Dal 2022 Migros lavora intensamente con Bio Suisse – uno dei label biologici più severi al mondo. Dal 1981 la Gemma Bio Suisse si batte per un allevamento adeguato alle specie, per la rinuncia ai pesticidi chimici di sintesi e per un consumo sostenibile. Attualmente, Migros offre circa 4000 articoli biologici, di cui circa 600 hanno ricevuto il riconoscimento della Gemma. Urs Brändli è presidente di Bio Suisse dal 2011 e rappresenta circa 7500 aziende agricole.
Brändli: Non posso che dirmi d’accordo: un’offerta più riconoscibile è certamente d’aiuto per i prodotti, poiché essi possono essere visti e trovati più facilmente.
Al momento 20 prodotti bio della Migros sono anche prodotti a prezzo basso. Il bio può dunque essere anche conveniente?
Irminger: Sì. Il prezzo basso significa che un prodotto Migros di uguale valore alla Migros viene offerto allo stesso prezzo della concorrenza. Vogliamo che la gente possa permettersi il bio indipendentemente dal proprio budget.
E chi ne paga il prezzo?
Gli agricoltori?
Irminger: No, i prezzi più bassi non vanno a scapito dell’agricoltura e dei produttori. Finanziamo le riduzioni di prezzo attraverso l’aumento dell’efficienza interna o migliori trattative sui prezzi con i fornitori di marche internazionali.
Come è stata accolta la strategia dei prezzi bassi dagli agricoltori bio?
Brändli: All’inizio non bene, ma confidiamo nel fatto che Migros sia di parola e non faccia pesare la pressione dei prezzi sulle famiglie contadine. In generale faccio fatica con la riduzione dei prezzi dei generi alimentari. In questo modo perdono anche di valore, e il lavoro che vi sta dietro non viene più riconosciuto. Inoltre spesso vengono sprecati. Tutto ciò non è in linea con un approccio sostenibile.
La percentuale di prodotti di carne bio non è molto alta. Manca la do-
manda o la produzione arranca?
Irminger: La carne bovina mostra una tendenza stabile e positiva, il pollame ha un grande potenziale, la carne di maiale invece è piuttosto ferma. È decisivo coordinare la pianificazione dei volumi in stretta collaborazione con gli agricoltori.
Brändli: Per quanto riguarda la carne, è chiaro che i consumatori che acquistano prodotti bio tendono a consumare meno carne. Per la carne bovina, sono già in corso progetti con Migros e Micarna. Ma c’è ancora molto potenziale che abbiamo intenzione di sfruttare insieme.
Lei parla di potenziale di crescita per il pollame. Ci sono progetti per aumentare l’offerta di pollame bio?
Irminger: Sì, perché la domanda di pollame è in aumento. Circa l’85 percento del nostro pollame proviene già oggi dalla Svizzera. Al momento stiamo valutando come realizzare
una produzione di pollame ancora più sostenibile. In altre parole: tempi di allevamento più lunghi, allevamenti meno intensivi e maggiore libertà di movimento per gli animali. L’obiettivo è garantire che il pollo resti disponibile per la clientela, che gli agricoltori vengano retribuiti equamente e che la produzione sia ecologicamente responsabile.
Brändli: Per noi è decisivo che gli agricoltori possano pianificare a lungo termine. Il pollo bio è più costoso perché gli animali vivono il doppio del tempo e sono sottoposti a minore selezione. Se aumenta la domanda, Migros può dare il segnale che serve più pollo bio. Il pollo bio è sempre prodotto su contratto per la vendita al dettaglio – non a scapito degli allevamenti biologici, peraltro.
Con Alnatura Migros offre una linea biologica interamente prodotta all’estero e molto più convenien-
te di Bio Suisse. Quale è la strategia sottostante?
Irminger: Nel caso di prodotti freschi come verdure, uova, latte o pane puntiamo chiaramente su Bio Suisse. Alnatura è forte per i prodotti elaborati – si tratta di due label che si completano a vicenda.
Signor Brändli, cosa dovrei comprare come consumatrice? verdura bio dall’estero o verdura coltivata in modo convenzionale nella regione? Brändli: Verdura bio regionale, naturalmente. Se questa non fosse disponibile, perché forse fuori stagione, sarebbe meglio rinunciarvi del tutto. Ma la maggior parte delle persone non vuole questo, e in un Paese che importa il 50% degli alimenti, non si può fare a meno dei prodotti importati, anche nel settore bio. Tuttavia la cosa principale non è sempre la provenienza dei prodotti, ma il modo in cui sono stati coltivati. Raccomando sempre di fare prevalere il buon senso. Irminger: Il nostro label «Aus der Region. Für die Region» (nella Svizzera italiana «Nostrani del Ticino») è molto apprezzato dalle consumatrici e dai consumatori, le distanze brevi e la vicinanza sono importanti. Ci sono diversi prodotti freschi sia regionali sia biologici.
Qual è il prodotto bio che acquista più spesso?
Irminger: Latte e uova bio, e in questo non sono solo. Latte e uova fanno parte da anni dei prodotti bio più venduti alla Migros.
E il suo, signor Brändli? Senza dubbio lo joghurt bio alle ciliegie.
Urs Brändli (a sinistra), presidente di Bio Suisse, a colloquio con Mario Irminger, Ceo di Migros; sotto, i due nell’azienda agricola di Brändli a Goldingen (SG). (Nik Hunger)
Azioni in Festa da MIGROS!
SOCIETÀ
La perimenopausa e le donne
Un periodo della vita femminile indagato non solo dalla scienza ma anche da giornaliste e scrittrici
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Il contrabbando nella società
Intervista allo storico Adriano Bazzocco autore del libro Spalloni e Bricolle
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Ospitalità e gastronomia
Il settore del turismo in Ticino cambia e si adatta ai tempi, ma la formazione rimane centrale
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Artrosi alla mano: ecco cosa fare
Salute ◆ Un approccio multidisciplinare evita interventi non necessari e migliora la qualità della vita
Istantanee sui trasporti
Il Ticino e i risultati della perizia Weidmann sul futuro sviluppo delle infrastutture
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Maria, 67 anni, racconta: «Il dolore al pollice era diventato insopportabile: non riuscivo più ad aprire una bottiglia o a scrivere senza sentire fitte forti. Dopo vari tentativi con tutore e fisioterapia, sono stata operata e, dopo un po’ di riabilitazione, ho recuperato bene: il dolore è sparito, la mano è tornata utile come prima e la mia qualità di vita è migliorata». Ma non tutti i problemi di questo tipo necessitano un intervento chirurgico, e recarsi dallo specialista di chirurgia della mano non significa necessariamente passare subito al bisturi. «La visita dello specialista in chirurgia della mano serve innanzitutto a valutare accuratamente il problema, proporre per cominciare strategie conservative (fisio – ed ergoterapia, tutori, farmaci o modifiche delle attività quotidiane) e pianificare un percorso personalizzato», esordisce il dottor Ivan Tami, specialista in Chirurgia ortopedica e traumatologia, e in Chirurgia della mano. Fondatore del Centro manoegomito (centro di formazione per la chirurgia della mano) all’Ars Medica di Gravesano e Presidente della Società svizzera della sua specialità, spiega: «La chirurgia diventa una delle opzioni, solo se necessaria, nell’ambito di una presa a carico completa».
In questo percorso, il medico di famiglia rimane il coordinatore centrale del paziente, monitora l’evoluzione generale e lo indirizza alle figure specialistiche più adeguate. Il chirurgo della mano, invece, è determinante per garantire una gestione multidisciplinare efficace e personalizzata, integrando competenze altamente specifiche con il supporto di fisioterapisti, ergoterapisti e altri professionisti quando necessario. Al dottor Tami abbiamo chiesto dell’approccio multidisciplinare e personalizzato per chi presenta problematiche di artrosi alle mani, patologia spesso molto invalidante come la testimonianza di Maria ha evidenziato: «Dopo i cinquant’anni è tra le condizioni più diffuse e comuni; può interessare varie articolazioni, in particolare quelle delle dita (le interfalangee) e la base del pollice (rizoartrosi). Ginocchia, colonna e articolazioni delle anche sono le sedi più note; mani, polsi e gomiti possono pure esserne coinvolti». L’avanzare dell’età è un fattore che ne aumenta il rischio, sebbene non sia l’unico: «Esiste una forte componente ereditaria (spesso basta osservare le mani di un genitore per accorgersi della predisposizione) e contano molto anche i lavori manuali ripetitivi, i microtraumi, le fratture pregresse e alcuni squilibri ormonali, soprattutto nelle donne dopo la menopausa». È per questo, spiega, «che
un bambino non svilupperà mai artrosi, mentre un adulto o un anziano può andare incontro a un lento processo di “usura” articolare simile ai capelli che imbiancano o alla pelle che si rilassa».
Il ricorso alla chirurgia viene proposto solo quando quando dolore, rigidità, gonfiore o perdita di forza rendono difficili i gesti quotidiani
Quindi, non sempre l’artrosi è una malattia in senso stretto, ma è piuttosto parte naturale dell’invecchiamento. Il dolore rimane centrale: «Molte persone presentano segni di artrosi senza avvertire alcun fastidio, altre invece iniziano a notare mani gonfie, rigidità mattutina, difficoltà nei movimenti fini o una progressiva deformazione delle dita». È in questi casi che nasce il sospetto della malattia e si chiede aiuto allo specialista: «Non per l’artrosi “in teoria”, ma per i suoi sintomi che iniziano a incidere sulla vita quotidiana». Contrariamente al luogo comune, prima di ricorrere al bisturi è prioritario il trattamento conservativo: «Si inizia con antinfiammatori in compresse o creme, fisioterapia ed ergoterapia per mantenere mobili le articolazioni e rinfor-
zare la muscolatura, oltre all’uso di tutori che proteggono la mano nelle attività più sollecitanti». Un capitolo importante riguarda le infiltrazioni, soprattutto di cortisone: «È un farmaco spesso temuto, ma se usato correttamente e senza abusi, è sicuro ed estremamente efficace nel ridurre dolore e infiammazione. Altre opzioni, come acido ialuronico o PRP, restano valutabili caso per caso, anche perché non sempre coperte dall’assicurazione». Quindi, il ricorso alla chirurgia viene proposto solo quando i sintomi diventano limitanti e le terapie conservative non bastano più, «quando dolore, rigidità, gonfiore o perdita di forza rendono difficili i gesti quotidiani, senza sottovalutare il fatto che le deformazioni delle dita (visibili come il volto) creano talvolta disagio anche nelle relazioni». Il dolore resta il criterio decisivo: «Un’articolazione molto deformata ma indolore non è una buona candidata alla chirurgia che, infatti, mira soprattutto a togliere il male, mantenendo la funzionalità presente, senza purtroppo però poter recuperare al 100% ciò che è ormai perso». Due le grandi categorie degli interventi per l’artrosi della mano: artrodesi (blocco dell’articolazione per eliminare il dolore) e protesi, che sostituisce l’articolazione con un impianto metallico mantenendo una
certa mobilità. Tami sottolinea che non tutte le articolazioni possono essere bloccate senza compromettere la funzione, e che la protesi non rappresenta sempre la soluzione migliore: «La scelta dipende da sede, funzione e grado di usura». Prendiamo ad esempio il pollice: «La sua articolazione più distale, quando dolorosa, può essere bloccata senza compromettere la funzionalità. Lo stesso vale per l’articolazione tra falange prossimale e metacarpo, che per natura deve essere stabile. Diverso è il caso della rizoartrosi: qui il pollice compie i movimenti che gli permettono di orientarsi nella mano, quindi la mobilità va preservata e la scelta più indicata è spesso una protesi». Lo stesso principio vale per le dita: «L’articolazione più vicina alla punta può essere bloccata, mentre quelle più prossimali, essenziali per la mobilità fine, sono trattate in modo conservativo o con tecniche che mantengono almeno parte del movimento». Dopo l’intervento si auspica una netta riduzione del dolore, «spesso fino alla sua scomparsa, così da recuperare le attività quotidiane senza limitazioni». La funzionalità viene preservata il più possibile: «Il risultato ideale è un equilibrio tra minore dolore e mobilità sufficiente per una buona qualità di vita».
Come regola generale di riabili-
tazione post-operatoria Tami indica un percorso di tre mesi: «Nelle prime due settimane si controllano dolore, gonfiore e infiammazione; nelle quattro successive si lavora con l’ergoterapista per recuperare il movimento senza sovraccarichi; a sei settimane si inizia il rinforzo. Dopo tre mesi, in genere, si torna alle attività abituali, spesso meglio di prima. I tempi però variano secondo intervento, paziente e impegno nella riabilitazione, guidata dal terapista che funge da vero “coach” del recupero». Anche in questo campo così specialistico le innovazioni più interessanti oggi non puntano solo a sostituire, bensì a rigenerare i tessuti danneggiati: cartilagine, osso, legamenti e muscoli: «L’idea è preservare l’articolazione, non riempirla di metallo. Stili di vita sani, movimento regolare, alimentazione equilibrata e buon tono muscolare sono già una prima forma di terapia rigenerativa». Allo stesso tempo, la chirurgia ha fatto passi enormi: «Protesi sempre più affidabili, interventi meno invasivi e recuperi rapidissimi permettono di tornare a una vita attiva senza dolore». La collaborazione tra paziente, medico curante e specialista resta decisiva: «Perché oggi, davanti all’artrosi della mano, esistono molte soluzioni concrete per mantenere qualità di vita e funzionalità».
Maria Grazia Buletti
Incontra il folletto Finn e San Nicolao
Attualità ◆ Magici momenti per grandi e piccini alla tua Migros: vivi la gioia del Natale con due presenze festose
Il folletto Finn della Migros sarà ospite dei nostri tre centri commerciali per incontrare grandi e piccoli appassionati del mitico personaggio della Migros, tra le ore 10.00-13.00 e 14.00-18.00 (Locarno 4 dicembre, S. Antonino 5 dicembre, Agno 6 dicembre). Approfitta di questa occasione unica per scattare indimenticabili foto e condividere momenti magici insieme a lui.
Il folletto Finn della Migros rappresenta ormai una delle più belle tradizioni natalizie, che negli anni ha conquistato il cuore di tantissime persone non solo in Svizzera ma anche all’estero. Apparso per la prima volta nello spot natalizio del 2017, quest’anno Finn giunge alla sua quinta edizione
con un’altra storia emozionante che ruota attorno alla famiglia e colpisce nel profondo, seguendo il nostro amato folletto nelle varie fasi della vita, dall’infanzia fino all’età adulta. Oltre allo spot in programmazione in tv e online, i fan di Finn possono seguire le sue avventure e dei suoi amici folletti anche in rete (vedi codice QR sotto). Nella casa di Finn ti aspettano tante coinvolgenti attività da svolgere con amici e familiari, come giochi interattivi, audio storie e tanti suggerimenti per realizzare bellissimi lavoretti manuali da regalare ai propri cari. Non manca nemmeno un grande concorso, che mette in palio fantastici premi.
Preparare i biscotti in tutta semplicità
Attualità ◆ Con le paste pronte per biscotti della Migros il successo è assicurato
Anche il tradizionale e simpatico personaggio dalla barba lunga e folta tanto amato dai bambini arriva alla Migros, pronto a regalare un dolce omaggio a tutti i piccoli visitatori (fino a esaurimento
scorte), sottoforma del classico sacchetto riempito con noci, caramelle e cioccolatini. San Nicolao sarà ospite di tutte le filiali Migros, sabato 6 dicembre 2025, a partire dalle ore 15.30.
Grazie di cuore a tutti!
Attualità ◆ Migros Ticino desidera ringraziare la clientela e i volontari per la straordinaria raccolta di 18.5 tonnellate di prodotti durante la giornata della colletta alimentare del 15 novembre scorso
I biscotti di Natale preparati in casa sono da sempre una tradizione che unisce famigliari e amici, regalando momenti di gioia e condivisione che resteranno nei ricordi. Chi ha poco tempo o voglia, o semplicemente non è molto avvezzo alla cucina, alla Migros trova un’ampia gamma di paste pronte fresche per biscotti, gustose e di qualità, che necessitano solo di essere spianate, modellate a piacimento secondo la propria fantasia e infine cotte in forno. Con una quindicina di prodotti, il ventaglio di varietà disponibili è ampio e variegato, includendo per esempio paste per milanesini, brunsli, panpepato, stelline alla cannella, discoletti, mandorle, salted caramel, stelline alla cannella e cioccolato; senza scordare alcune alternative vegane e senza glutine/lattosio. Che le Feste siano dolci come i biscotti appena sfornati!
stati ben
di
dotti a lunga conservazione raccolti in favore di Tavolino
in occasione della giornata della colletta alimentare, evento svoltosi lo scorso 15 novembre presso 11 filiali di Migros Ticino. Un risultato straordinario che è stato reso possibile grazie alla grande generosità della clientela e alla partecipazione di
Un salmone prelibato
Attualità ◆ Il salmone selvatico affumicato Sockeye è un prodotto di elevata qualità che arricchisce di gusto e raffinatezza i tuoi piatti. Approfitta questa settimana dell’offerta speciale su questa specialità affumicata
Azione 33%
Il salmone selvatico Sockeye è considerato una vera prelibatezza da tutti i buongustai. È una specie che vive principalmente nell’Oceano Pacifico nord-orientale, nelle acque fredde che costeggiano l’Alaska (Stati Uniti) e la Columbia Britannica (Canada). Rispetto al salmone d’allevamento, quello selvatico risulta meno grasso, ha una carne soda dal sapore più deciso e possiede un colore rosso intenso. Il Sockeye si nutre principalmente di krill e altri piccoli crostacei. È ricco di sostanze benefiche per il nostro organismo, come proteine e omega-3.
A seconda della disponibilità, Migros propone nel suo assortimento il salmone Sockeye affumicato, surgelato e fresco.
Salmone affumicato selvatico Sockeye M-Classic, MSC Pesca, Pacifico nord-orientale, 280 g Fr. 8.40 invece di 12.60 Solo il 5 e 6 dicembre 2025
Date le sue caratteristiche uniche, il Sockeye si presta bene per molteplici preparazioni, come grigliato, al forno o in padella. Tuttavia, è particolarmente apprezzato affumicato, in quanto si sposa perfettamente con i processi di affumicatura, che ne esaltano il gusto. L’affumicatura può essere effettuata a freddo, la più diffusa, o a caldo, utilizzando diverse varietà di legno, come quercia, ciliegio, acero e ontano. Per valorizzare al meglio il suo sapore intenso e la consistenza unica, il Sockeye affumicato andrebbe consumato così com’è al naturale, senza aggiungere troppi condimenti, per esempio sotto forma di carpaccio o tartare, accompagnandolo semplicemente con qualche fetta di pane integrale.
Migros offre un’ampia scelta di pesce selvatico certificato MSC (Marine Stewardship Council). Questo riconosciuto marchio internazionale contrassegna tutti quei prodotti ittici provenienti da una pesca sostenibile, che garantisce la conservazione delle risorse, la protezione dell’ambiente e una cattura responsabile.
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Un periodo di ricchezza emozionale
Al femminile ◆ Il termine perimenopausa indica la fase che precede la menopausa, a raccontarcelo non c’è solo la scienza ma anche giornaliste e scrittrici tra scompensi ormonali e nuove opportunità
Stefania Prandi
La parola «perimenopausa» è entrata a pieno regime nel dibattito internazionale. Ricercatrici, giornaliste, scrittrici, attrici, influencer statunitensi e anglosassoni stanno contribuendo alla recente diffusione di questo termine, usato per la prima volta negli anni Sessanta, secondo l’Oxford English Dictionary, ma rimasto a lungo nell’ombra. Mentre con «menopausa» si intende la fase di cessazione delle mestruazioni spontanee per dodici mesi consecutivi (in media tra i quarantanove e i cinquantadue anni, con ampie possibilità di variazione), con «perimenopausa» ci si riferisce al periodo precedente. Prima di oltrepassare del tutto la soglia della fine dell’età riproduttiva, le donne devono affrontare le conseguenze delle fluttuazioni ormonali che non solo durano diversi anni, ma possono avere forti ripercussioni sul fisico e sulla mente. La giornalista Rachelle Bergstein ha scritto su «The Washington Post» che «alle donne è stata a lungo raccontata (anche se in modo vago e inadeguato) la menopausa, ma non il viaggio turbolento per arrivarci. Nessuno le ha preparate a questo shock». L’attrice e autrice Samantha Bee, che ha dedicato al tema un programma, sostiene che la perimenopausa «è come la pubertà, ma al contrario» ed è molto dura perché, a differenza di quando si era giovani, si
hanno responsabilità, figli, un lavoro e mutui da pagare. I dati di Google Trends mostrano che le ricerche del vocabolo «perimenopausa» sono iniziate ad aumentare alla fine del 2022 e sono tornate a crescere all’inizio del 2024, senza alcun segno di rallentamento. Sui social network è tutto un fiorire di pubblicità e indicazioni su come affrontare al meglio gli anni di passaggio. Se da un lato vengono suggerite soluzioni (anche mediche) che agiscono sui sintomi, da un altro si sta creando una nuova consapevolezza. Certe donne si chiedono, ad esempio, se l’irritabilità dovuta alle variazioni ormonali, e la conseguente improvvisa perdita di pazienza, non possano forse portare a un nuovo modo di essere. Diventare meno docili e accondiscendenti è davvero così negativo? La perimenopausa può forse essere vista come un avvertimento, che solleva un interrogativo: una prima fase della vita sta terminando. Come voglio vivere il resto dei miei giorni?
Cerca di rispondere a questa domanda la protagonista di quello che è stato definito da «The Guardian» «il primo grande romanzo sulla perimenopausa», il bestseller A quattro zampe, scritto da Miranda July (Feltrinelli, 2024). Tra le pagine, la storia di una donna di 45 anni che si ritrova sull’orlo del precipizio ormonale e, dopo ave-
re intrapreso un viaggio che la mette di fronte ai compromessi accettati nel corso degli anni per il bene degli altri, decide di abbandonare le comode sponde della vita domestica e seguire il proprio istinto. Il risultato è una rivoluzione esistenziale. Il libro è un vero e proprio caso editoriale grazie a un passaparola spontaneo che dura da oltre un anno. La rivista «Time» ha inserito l’autrice, Miranda July, tra le cento persone più influenti del 2025. Negli ultimi anni, ricorda la «BBC», sono stati pubblicati altri testi che hanno indagato quest’età della vita, tra cui Sandwich di Catherine Newman, Amazing Grace Adams di Fran Littlewood e Broken Light di Joanne Harris. Eppure nessuna è stata capace di catturare lo Zeitgeist come July.
La scrittrice Angela Garbes, in un articolo su «The Guardian», ha elencato tutti gli inconvenienti della perimenopausa che sta vivendo da alcuni anni e ha sottolineato che nel dibattito culturale bisognerebbe includere anche la ricchezza emozionale, la confidenza e la crescita individuale che derivano da questo periodo. Parlando di se stessa ha ammesso: «Forse non riconosco del tutto la donna che vedo quando mi guardo allo specchio, ma ne resto incuriosita. La seguirò. Penso che mi porterà in un posto interessante».
Considerare i vantaggi della situa-
zione favorisce uno stato di benessere, secondo un articolo pubblicato lo scorso mese sulla rivista «Nature». Le quattro autrici provengono da diversi ambiti del mondo scientifico, dalla psichiatria all’epidemiologia, e spiegano che smettendo di considerare la menopausa in modo sfavorevole – diversi studi indicano che per molte donne è una fase di crescita psicologica –si può influenzare anche l’esperienza della transizione, cioè la perimenopausa. Si è visto che c’è un peggiora-
mento dei sintomi psico-fisici quando si ha un approccio disfattista. Chi riesce a mantenere più ottimismo e stabilità emotiva, attraverso la regolazione delle emozioni, l’autocompassione e l’autostima, raggiunge «una maggiore soddisfazione di vita e benessere durante la mezza età». Le ricerche citate da «Nature» indicano che le credenze e i valori socioculturali possono influenzare l’atteggiamento nei confronti dell’invecchiamento e quindi, a sua volta, l’esperienza della perimenopausa. In Paesi come Vietnam, Iran, Thailandia e Sri Lanka, con culture collettiviste in cui perdere la giovinezza ha un significato positivo, le donne vedono la fine del periodo fertile come una parte naturale della loro vita che non ne sminuisce il valore. In un articolo su «Psychology Today» la psicologa Karin Arndt ribadisce la necessità di una prospettiva costruttiva. «Se hai quarantasei anni e ti sei appena svegliata alle quattro del mattino, fradicia per la sudorazione notturna, considera che dentro di te sta accadendo qualcosa di unico. Cerca sostegno per alleviare i sintomi fisici, ma poi lasciati guidare dall’idea che questi cambiamenti stanno cercando di “svegliarti” non soltanto nel sonno, ma in senso lato. Come consigliava Rumi, il poeta mistico sufi del XIII secolo: “Non tornare a dormire”».
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Il libro è un caso editoriale e l’autrice
è stata inserita dal «Time» tra le cento persone più influenti del 2025.
Decorazioni di Natale
Questo tavolo aspetta ospiti creativi armati di
Decorazioni natalizie in un batter d’occhio
Se non hai talento per le decorazioni, non disperare.
Con gli strumenti adatti e le idee giuste, ogni salotto può diventare splendidamente festoso in un battibaleno.
Testo: Dinah Leuenberger
Srotolare la carta da pacchi
Metti in disordine il tavolo: con questa decorazione, ciò non è solo tollerato, ma espressamente incoraggiato! Stendi la carta da pacchi e decorala a piacere con pennarelli, acquerelli o washi tape. Qui vengono create piccole opere d’arte, c’è spazio per il menu o per i segnaposti – e i bambini sono entusiasti di partecipare!
Un fiocco intelligente
Già l’anno scorso i fiocchi avevano fatto la loro comparsa: nelle vetrine dei negozi, sugli alberi di Natale, sulle sedie, sulle porte o sulle candele. E sono venuti per restare. L’effetto è semplice da creare: basta legare dei fiocchi di nastro di raso intorno ai candelabri. L’idea geniale: disponi nastri di colori diversi, ogni ospite natalizio lega un nastro intorno al proprio bicchiere e così lo riconosce immediatamente.
La ghirlanda arancione si presta perfettamente a questo scopo. Illumina gli angoli bui della casa o inizia a brillare con la luce del sole alla finestra. Inoltre, emana un delicato profumo natalizio. Taglia a fette le arance e lasciale essiccare in forno a circa 80° C per 2-3 ore. Legale con ago e spago per formare una ghirlanda.
pennarelli.
CONSIGLI
Decorazioni di Natale
Piccolo ramo, grande effetto
Non hai voglia o spazio per un intero albero di Natale? Nessun problema! Basta un bel ramo, vero o finto. Avvolgilo intorno alla cornice di una porta, a uno specchio o a un corrimano sulle scale e decoralo con un filo di luci e con le palline più belle. Suggerimento aggiuntivo: puoi anche scattarti dei bellissimi selfie natalizi allo specchio!
La ghirlanda riciclata
Non gettare i rotoli di carta igienica, ma tienili da parte per riutilizzarli: appiattisci i rotoli e tagliali ad anelli larghi circa 0,5-1 cm. Con l’aiuto della colla, avvolgili su una cordina o un filo di ferro sottile per creare una ghirlanda. Decora con perline di plastica o altri materiali a piacere. Chi vuole può colorare i rotoli in anticipo o spruzzare la ghirlanda finita con della vernice. E dopo il Natale? Si ricicla tutto!
Decorazione da tavola commestibile
Dopo il pranzo di Natale, nessuno ha voglia di mangiare un sontuoso dessert. Perché non utilizzare i frutti esotici come decorazioni per la tavola, raggruppati attorno a candelabri o in ciotole? Basta solo ancora mettere a disposizione un piatto e un coltello. Così è praticamente già tutto in ordine. Sono adatti tutti i frutti esotici e gli agrumi come arance, frutti della passione, ananas, mango, physalis o litchi.
A tutta forma
Le formine per biscotti hanno in realtà una vita un po’ triste: di solito vengono utilizzate una sola volta all’anno.
Ma sono davvero molto carine da vedere! Quindi legaci intorno dei nastri colorati o un bel filo da imballaggio e appendile come una ghirlanda. In questo modo si crea un bellissimo gioco di luci nella finestra.
Cosa ti serve
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Contrabbando: un filo invisibile tra Svizzera e Italia
Intervista ◆ Parla Adriano Bazzocco, autore del libro Spalloni e Bricolle che verrà presentato a Mendrisio il 6 dicembre prossimo
Carlo Silini
Il confine tra Italia e Svizzera non è mai stato solo una linea sulla carta. Per decenni è stato un varco di speranze, rischi e identità. Adriano Bazzocco, storico e autore del libro
Spalloni e Bricolle. Storia sociale del contrabbando al confine tra Italia e Svizzera 1861-1939, ci accompagna in un viaggio tra sentieri impervi, osterie rumorose e storie dimenticate. Uno studio, il suo, durato vent’anni e per il quale è stato, tra l’altro, insignito del Premio Migros Ticino 2021 per le ricerche di storia sul territorio della Svizzera italiana.
Adriano Bazzocco, il suo libro si apre con una frase forte: «Nelle regioni di confine il contrabbando costituì in ogni tempo un’attività in grado di mobilitare ampie fasce di una popolazione disposta, senza troppe remore, a porsi al di fuori della legge».
Esatto. Il contrabbando non è stato solo un’attività illecita: è stato un fenomeno sociale. Fare la storia del contrabbando significa fare la storia delle società di confine. Mi interessava capire come un reato potesse compenetrarsi nella vita civile senza destare riprovazione morale. In queste terre, il contrabbando era percepito come un mezzo per sopravvivere, ma anche come un gesto di autonomia verso lo Stato centrale e perfino di riscatto, di eroismo.
Lei è uno specialista della Seconda guerra mondiale. Come è arrivato a occuparsi di un arco temporale che parte dall’Unità d’Italia?
Quasi per caso. Volevo scrivere una tesi sul contrabbando durante la guerra, ma per introdurre il tema ho iniziato a cercare cosa accadesse prima. Mi sono imbattuto in fonti affascinanti e ho deciso di allargare lo sguardo: dall’Unità d’Italia fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale. È stato un percorso lungo, ma necessario per capire le radici di questo fenomeno.
I testimoni diretti del contrabban-
do fino al 1939 sono morti. Senza fonti orali come ha costruito la sua ricerca?
Ho scelto di non usare fonti vive per due motivi: caratteriale e metodologico. Personalmente sono piuttosto schivo e, dal punto di vista del metodo, le testimonianze sul contrabbando sono spesso avvolte da folklore e cariche di eroismo. Volevo arrivare al nucleo storico, non alla leggenda.
Qual è stata la scoperta più sorprendente?
Forse che il contrabbando non era solo economia: era politica. Per le comunità italiane di confine, rappresentava anche una forma di dissenso verso lo Stato centrale. Non si trattava solo di portare a casa il pane, ma di riaffermare l’identità locale contro un potere percepito come insensibile ai problemi del territorio e presente solo per drenare tasse e rubare uomini per l’esercito.
Nel libro emerge una differenza di atteggiamento tra Italia e Svizzera. Perché?
In Italia il contrabbando era visto come un reato grave, da reprimere. In Svizzera, invece, era tollerato, persino favorito. Perché? Perché rappre-
sentava uno sbocco commerciale importante. Venendo a tempi che non includo nel mio studio, negli anni ’70 del secolo scorso, ad esempio, il mancato rimborso dell’imposta sui tabacchi contrabbandati verso l’Italia finanziava la rendita di un pensionato su venti in Svizzera! E poi c’era tutta la filiera del contrabbando: produttori, grossisti, negozianti, ristoratori. Tutti ci guadagnavano alla fine. E molto.
Quali erano le merci più contrabbandate tra Ottocento e 1939?
Una sorprendente stabilità: tabacco, caffè e zucchero. Sempre loro. Il tabacco è stato il re incontrastato. Il caffè, nel dopoguerra, ha avuto un ruolo enorme: in Val Poschiavo c’erano una dozzina di torrefazioni attive per alimentare il contrabbando verso l’Italia. Poi, a seconda delle epoche, si aggiungevano altri beni, ma il cuore era quello.
Ci racconta una storia emblematica?
Fra le tante citerei la storia di Clemente Malacrida, il «Duca della montagna», un personaggio della Val d’Intelvi attivo negli anni Trenta del 900. Capo di una banda di oltre cento spalloni, reclutati in modo quasi
Cartolina d’epoca con personaggi in posa che illustra un inseguimento di contrabbandieri sul confine italiano.
pubblico: «Chi vuole fare il contrabbandiere venga al paese». Partivano dal lago di Como e arrivavano fino ad Arogno, come una compagnia militare. Il Duca finì in carcere e morì durante un’evasione misteriosa, alimentando il proprio mito. Queste storie mostrano quanto il contrabbando fosse intrecciato con la vita sociale.
Vita dura, quella dei contrabbandieri. Durissima. Camminate notturne su sentieri impervi, carichi pesanti, il rischio di cadere nei burroni o di morire assiderati. Molti sono rimasti sepolti da valanghe o sono morti di freddo. E poi il pericolo delle guardie di finanza: se ti prendevano, le conseguenze erano pesanti. Era un mestiere faticoso e pericoloso, ma per chi veniva dalla vita contadina, abituato alle fatiche alpine, era quasi naturale. Ci voleva prestanza fisica e del resto il termine «spallone» la dice lunga sulle caratteristiche di chi lo faceva: doveva avere spalle larghe e forti.
Perché ha scelto di pubblicare con i Quaderni di Dodis e non con un editore tradizionale?
Per garantire la massima diffusione.
Con un editore commerciale, il libro muore quando il mercato si esaurisce. Con Dodis, invece, resta vivo: si può acquistare online a prezzo di costo, scaricare gratis in PDF, e-book, persino sul telefono. E resta legato a un centro di ricerca autorevole, che gli dà visibilità scientifica e lo rende utile anche per i giovani studiosi. Dodis ha pure messo online diverse fonti documentarie sulle mie ricerche.
Progetti futuri?
Ho già 150 pagine su un tema che mi appassiona: la censura durante la Seconda guerra mondiale e la costruzione della memoria in Svizzera. Voglio spostare l’attenzione da «cosa ha fatto la Svizzera durante la guerra» a «cosa ha fatto subito dopo», tra rimozioni e mistificazioni. E poi, forse, tornerò al contrabbando del dopoguerra, vedremo.
In una frase, perché leggere il suo libro?
Per capire che il contrabbando non è solo cronaca nera: è storia sociale, è identità, è il racconto di comunità che hanno vissuto sul filo della legge per sopravvivere e per affermare se stesse.
Da sapere Adriano Bazzocco, Spalloni e Bricolle. Storia sociale del contrabbando al confine tra Italia e Svizzera 1861-1939, edizioni Quaderni di Dodis, Berna 2025. Il volume può essere acquistato online o scaricato gratuitamente in vari formati dal sito: www.dodis.ch/de/q25 Il libro sarà presentato al pubblico sabato 6 dicembre alle 17.00, alla Filanda di Mendrisio. Relatori: Sacha Zala, Direttore di Dodis, prof. all’Università di Berna e presidente della Società svizzera di storia; Verio Pini, Presidente di Coscienza svizzera; Adriano Bazzocco, giurilinguista presso la Cancelleria federale svizzera, storico e ricercatore indipendente. Seguirà aperitivo.
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Turismo tra ospitalità, gastronomia e formazione
Il Ticino che cambia ◆ Da anni assistiamo al passaggio dall’albergheria di stampo famigliare a quella delle grandi catene
Matilde Casasopra
È uno dei più importanti settori produttivi della Svizzera. Basti pensare che comprende 34’000 aziende e dà lavoro a 270’000 persone. La sua incidenza sul PIL (prodotto interno lordo) nazionale è del 10%, mentre in Ticino è del 9,6%. Quattro le principali associazioni professionali che rappresentano coloro che vi operano: HotellerieSuisse, Gastro Suisse, SwissCateringAssociation e Hotel&Gastro Union. Sì, il settore del quale ci stiamo occupando è proprio quello del turismo inteso, soprattutto, come accoglienza e ristorazione. Il motivo è, al tempo stesso, semplice e complesso. Semplice perché anche il turismo si trova confrontato con cambiamenti epocali; complesso perché, in un mondo nel quale tutto sembra ormai destinato a fare i conti con l’Intelligenza artificiale, il tema dei sapori e del rapporto umano – essenziale in quest’ambito – non permette di imboccare facili scorciatoie. Così, a 40 anni da quel «Ticino terra d’artisti», proposto apparentemente in opposizione, ma praticamente a complemento del «Ticino Sonnenstube, grottino e boccalino», ecco che il Ticino turistico si trova ad affrontare un altro importante cambiamento: il passaggio dall’albergheria di stampo famigliare a quella che fa capo alle grandi catene alberghiere. Un’ultima conferma in tal senso giunge dalla notizia che a Lugano, a fine 2027, anche l’hotel Delfino, di Federico Haas, chiuderà i battenti (vedi riquadrato). A cosa è dovuta questa tendenza? Il Ticino è pronto ad affrontare questo cambio di passo, ma, soprattutto, cosa cambierà – se cambierà qualcosa – sul fronte della formazione professionale?
È Sonja Frey, presidente di HotellerieSuisse-sezione Ticino, a rispondere alla nostra prima domanda. «Vede – ci dice colei che da gennaio 2026, assumerà la direzione di Villa Ascona, uno dei quasi 400 alberghi del Cantone –, il passaggio dall’albergheria di stampo famigliare a quella delle catene internazionali è ascrivibile a più
Sara B. Elfgren
La stella di Natale, illustrazioni di Johan Egerkrans Lupoguido (Da 8 anni)
Dell’autrice svedese Sara B. Elfgren avevamo già apprezzato il romanzo Il banchetto del secolo, che ci portava in un contesto fiabesco non esente da oscurità, in cui la lotta contro il male assumeva contorni di grande intensità emotiva, pur mantenendo una leggerezza arguta. Sempre dall’editore Lupoguido esce ora La stella di Natale, e la cifra stilistica dell’autrice si conferma ben salda nel suo saper fondere leggerezza e profondità, e nel saper intessere un’avventura appassionante dentro i connotati del fantasy fiabesco, con il viaggio dei giovani eroi, le prove, il coraggio di affrontare il male e di affermare con forza l’importanza dell’amore. Ossia l’importanza di avere un cuore: ma per avere cuore ci vuole appunto (ce lo dice l’etimo stesso) coraggio, perché avere un cuore significa anche soffrire, sentire il dolore altrui, provare rimorso e compassione. Aveva rinunciato al proprio cuore lo stregone Corvius Craxus, personaggio molto dark – «mi chiamano Principe della mezzanotte» – che non solo incarna
ragioni. Tra le principali il fatto che i figli non intendono proseguire sulla strada dei genitori e la mancata disponibilità delle banche a concedere prestiti ai privati che intendono intervenire sulle loro strutture alberghiere per adeguarle alle esigenze attuali del mercato». Situazione abbastanza complicata… «Sì e no visto che sono ancora molte le strutture che puntano sulla familiarità dell’accoglienza facendo capo a collaboratori appositamente formati. Inoltre il Ticino turistico, oggi, è in grado di offrire molto non solo in materia di natura e ristorazione, ma anche in eventi e sedi culturali. Va però detto chiaramente che solo se dietro alla struttura alberghiera c’è un capitale sufficiente per garantire la manutenzione e il rinnovo degli stabili tutto ciò si può realizzare. Senza poi dimenticare l’importanza di personale adeguatamente formato».
Eccoci dunque arrivati ad affrontare la questione della formazione professionale. Il rapporto di fine ottobre di HotellerieSuisse, fondato sui dati del sondaggio relativo all’andamento della stagione estiva 2025, mette in evidenza, oltre alla soddisfazione degli intervistati (51% piuttosto soddisfatto, 35% molto soddisfatto) anche la preoccupazione e l’importanza del personale. «Una combinazione di carenza di personale e prenotazioni a breve termine rende enormemente difficile per le aziende attuare una pianificazione lungimirante del personale», spiega il presidente centrale Martin von Moos, precisando che altri fattori penalizzanti sono il conflitto commerciale internazionale con gli Stati Uniti, l’aumento dei prezzi dell’energia, la situazione geopolitica e l’inflazione persistente. A ciò va ad aggiungersi il problema della formazione degli apprendisti. Non tutte le strutture (alberghiere e della ristorazione) sono in grado di «formare apprendiste e apprendisti, spesso – e riportiamo dal rapporto di HotellerieSuisse – a causa della mancanza di risorse umane o delle dimensioni trop-
po piccole delle aziende». E, si badi bene, von Moos si sta riferendo al primo step della formazione professionale, quello duale che, tanto per intenderci, in Ticino è garantito dal Polo dell’alimentazione e dei servizi della Svizzera italiana di Lugano-Trevano e dalle aziende formatrici.
Il «settore dell’ospitalità e della gastronomia» (secondo la nuova ac-
cezione che si sta facendo largo in quest’ambito) non si limita però, nella formazione del personale, all’apprendistato. A Bellinzona Jacopo Soldini è direttore della SSSAT (Scuola superiore specializzata alberghiera e del turismo) alla quale si accede solo dopo l’apprendistato o con un attestato di maturità. Quasi duecento gli iscritti suddivisi tra due tipi di triennio for-
Un anno fa ha rilevato un locale storico in Collina d’Oro (fu inaugurato nel 1912). Vicepresidente di HotellerieSuisse - sezione Ticino, Federico Haas è però, soprattutto, colui che, all’Hotel Delfino, ha creato un porto sicuro per viaggiatori di ogni tipo. Cinquanta camere, fermata dei mezzi pubblici a pochi passi, vista su lago e San Salvatore, piscina, garage, cucina del territorio, quest’albergo è noto non solo nel mondo del turismo, ma anche in quello della formazione, una vera e propria missione per Haas. «Anche quest’anno – precisa lo stesso Haas – abbiamo una decina di apprendisti in formazione in quattro mestieri alberghieri. Questo, però, sarà uno degli ultimi anni». Perché?, gli chiediamo. «Perché in famiglia non ci sarà una successione e quindi, probabilmente a fine 2027, l’Hotel Delfino, così com’è oggi, scomparirà per cedere il passo a un’importante realizzazione alberghiera. Grazie a un promotore ticinese siamo riusciti ad acquisire due terreni confinanti e, nel prossimo futuro, dovrebbe aprire i battenti un nuovo albergo di 140 camere la cui gestione verrà affidata a una prestigiosa catena alberghiera». Ci può già dire quale? «Non ancora. Posso però dirle che, per il momento, sono quattro quelle interessate».
mativo: uno rivolto ad albergatori/ ristoratori, uno agli specialisti del turismo. In entrambi i casi tra il primo e il terzo anno in sede è previsto un anno di stage in un luogo in cui si parli una lingua diversa dalla propria lingua materna. Jacopo Soldini le grandi catene alberghiere le conosce perché ci ha lavorato, a lui chiediamo dunque se cambierà qualcosa nella formazione professionale con una presenza sempre maggiore di queste entità anche in Ticino. «Non penso – risponde – Noi cercheremo comunque di adattarci, come sempre, ai mutamenti del settore. Certo, collaborare con l’albergatore proprietario è, anche per noi come scuola, più facile, ma a livello organizzativo quel che cambia è poco. Il motivo, glielo posso assicurare, è semplice: le grandi catene alberghiere sono molto attente alla crescita interna del proprio personale. A chi entra con una buona base teorica, come avviene nel caso dei nostri diplomati, la grande catena è in grado di offrire una varietà di esperienze nelle proprie sedi dislocate in varie parti del mondo. È proprio da questo binomio – teoria+esperienza – che si crea il buon albergatore». Niente di nuovo sotto il sole dunque? «Esatto, soprattutto per quel che concerne l’accoglienza. L’ospite, ieri come oggi (e anche domani), va sempre accolto con empatia e rispetto. L’accento continua ad essere posto sulla personalizzazione del servizio e le posso assicurare che anche le grandi catene alberghiere sono molto attente a questo aspetto. Inoltre in questi anni post-Covid, tutti gli albergatori hanno capito l’importanza di una formazione di qualità. Una dimostrazione di quanto le sto dicendo viene proprio dal Contratto collettivo dove le associazioni professionali che rappresentano sia i datori di lavoro sia i dipendenti hanno unito le forze per garantire un salario adeguato anche agli studenti in formazione alla SSSAT durante il praticantato. Ne sono certo: ospitalità e gastronomia di qualità, in Ticino sono e resteranno la carta vincente».
l’antagonista dei tre fratellini protagonisti, ma assume anche delle connotazioni più complesse, poiché la rinuncia al proprio cuore, fatta in gioventù, per poter esercitare le arti magiche più nere, gli fa sentire un freddo che lo tormenta. Ed è proprio nella dicotomia caldo-freddo, luce-ombra, che si gioca gran parte del senso di questo romanzo: rinunciare al proprio cuore può rendere potenti ma il gelo interiore che ne consegue può distruggere ogni potere. E togliere ogni senso alla vita. Per questo lo stregone cercherà di carpire il calore da chi lo custodisce nel proprio cuore, togliendogli quindi forza vitale, come farà con il quarto fratellino, il neonato Olof, sempre più debole nella
sua culla, e come farà impossessandosi di una stella del cielo. La stella di Natale, si intitola questo romanzo, che è diviso in 24 capitoli, ed è quindi un ottimo libro-calendario d’Avvento, ma se è indubbio che lo spirito natalizio che lo illumina lo rende particolarmente adatto a questo periodo festivo, è altrettanto vero che si tratta di una storia leggibile in ogni stagione, proprio per i suoi tratti di universalità. Non è certo un tema nuovo, infatti, quello della lotta tra luce e ombra, tra forza vitale e gelo interiore, ma la declinazione che ne fa l’autrice, con la sua grande padronanza dei temi fiabeschi, e la costruzione di un personaggio di cattivo tormentato e passibile di – altrettanto tormentata – redenzione, rende il romanzo bello e toccante.
Anne Brouillard
Pikkeli Mimù Babalibri (Da 4 anni)
Ci sono vari ingredienti dell’universo immaginativo di Anne Brouillard, pluripremiata autrice belga, in questo albo che mette in scena tre dei suoi personaggi più tipici: Pikkeli Mimù (un bambino che sembra un folletto e che vive da solo in una casa nel bo-
sco), la sua amica Veronica, e Killiok, una creatura animale che sembra un cane ma che assomiglia a uno di quei Mumin della saga dell’autrice finlandese Tove Jansson. In effetti anche in Brouillard si sente il grande Nord, lei è nata a Louvain da padre belga ma da madre svedese, e la Svezia è un Paese (e ancor più un paesaggio) che connota molto le sue suggestive atmosfere. Qui siamo in inverno, con boschi innevati e interni domestici pieni di calore: gli interni della Brouillard sono sempre così, cucine in cui sembra di sentire il profumo della torta nel forno, tavole apparecchiate nel tenero «disordine» vissuto di oggetti poggiati qua e là, e soprattutto grandi finestre da cui si vede l’esterno, quel paesaggio naturale che infonde pace ma che chiama anche all’avventura. Killiok è chiamato all’avventura: deve inoltrarsi nella foresta per andare da Pikkeli Mimù a fargli gli auguri di compleanno, ma l’attraversamento della fitta vegetazione non sarà senza inquietudine, perché la luce del giorno dura poco, il freddo è tanto, e non si è mai sicuri di essere sulla strada giusta. I lettori saranno tuttavia rassicurati nello scorgere in lontananza, tra gli alberi, la figuretta di Veronica che avanza sugli sci verso la casa di Pikkeli Mimù, e sarà proprio seguendo quella scia che Killiok troverà la strada. I tre amici trascorreranno un momento intimo e festoso insieme, un bellissimo compleanno, poi Veronica e Killiok saluteranno il loro amico e s’incammineranno verso le loro case, in un finale poetico come il resto di questa storia, sospesa tra buio e luce, dove «si vede l’infinito e si sentono le stelle cantare» e dove c’è tutto il mistero di un’infanzia di soglia, tra l’umano e il non umano, tra il reale e l’Altrove, un’infanzia di creature che vivono in casette nel bosco, che sentono la compagnia degli alberi e della natura tutta, che sanno apprezzare ogni piccolo momento di condivisione.
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Viale dei ciliegi
di Letizia Bolzani
Un nuovo progetto al posto dell’Hotel Delfino
In Ticino sorride la strada e piange la ferrovia
Istantanee sui trasporti ◆ Cosa dice la perizia del Politecnico federale sullo sviluppo delle infrastrutture di trasporto
Riccardo De Gottardi
Lo scorso 9 ottobre il professor Ulrich Weidmann della Scuola politecnica federale di Zurigo ha presentato i risultati della perizia sullo sviluppo futuro delle infrastrutture di trasporto. L’incarico, conferito dal Dipartimento federale competente, verteva sulle priorità degli investimenti previsti per il periodo 2025-2045 dai programmi di sviluppo delle strade nazionali, delle ferrovie e del traffico negli agglomerati.
Presentata la perizia, Consiglio federale e Parlamento sono ora chiamati a prendere le decisioni definitive
Il rigetto nella votazione popolare del novembre 2024 del potenziamento delle strade nazionali ha evidenziato una forte resistenza all’estensione della rete. Nel contempo è stato annunciato un significativo incremento dei costi per la realizzazione della «tappa 2035» del programma di sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria, che, già decisa nel 2019, ha successivamente incontrato numerosi problemi realizzativi.
Con questa perizia il Consigliere federale Albert Rösti ha inteso definire il quadro di riferimento tecnico per rispondere a queste opposizioni e difficoltà. Consiglio federale e Par-
lamento sono ora chiamati a prendere le decisioni definitive. Dal giugno 2026 si svolgerà la consueta procedura di consultazione e per il febbraio del 2027 è stato preannunciato un messaggio all’intenzione del Parlamento. Al Politecnico federale sono stati sottoposti i progetti non ancora entrati nella fase formale di approvazione dei piani. Ne sono così stati esaminati circa 500 per un volume di investimenti pari a 112.7 miliardi di franchi: 40 oggetti per un importo di 39.1 miliardi interessano le strade nazionali, 135 toccano la ferrovia per un totale di 62.2 miliardi di franchi e 51 sono annunciati nei programmi di agglomerato per complessivi 11.4 miliardi. I limiti di spesa, stabiliti dal Consiglio federale, sono di 9 miliardi per le strade nazionali, 14 o 24 miliardi per la ferrovia – secondo due varianti che il Parlamento dovrà scegliere – e 7.5 miliardi per i progetti degli agglomerati. Da queste cifre appare evidente quanto distanti siano le aspettative dalle risorse disponibili.
Per il Ticino che cosa risulta dalla perizia? Esulta la strada e piange la ferrovia. Sono infatti confermati il collegamento autostradale verso Locarno e il potenziamento tra Lugano e Maroggia/Melano. Il primo gode di un sostegno ampio e trasversale; sul secondo i pareri e le attese sono divergenti. L’intervento come è stato finora messo sulla carta appare doloro-
so, in particolare per il Mendrisiotto. Si fatica a condividere una proposta che alla promessa di una non garantita migliore e duratura gestione del traffico (già parzialmente smentita da preannunciati maggiori carichi sulla rete locale) non unisce l’opportunità per un effettivo risanamento paesaggistico e territoriale, che sarebbe l’unico risultato certo. Nel campo ferroviario la perizia menziona unicamente un marciapiede supplementare alla stazione di Locarno. Il sistema ferroviario regionale e transfrontaliero ticinese, in piena crescita, è così condannato all’immo-
bilismo per venti anni? Stando agli studi svolti dal Cantone i problemi si pongono già all’orizzonte 2035. Gli interventi acquisiti in base a decisioni precedenti (in particolare il completamento del terzo binario tra Giubiasco e Bellinzona) non sarebbero infatti più sufficienti per colmare le lacune di servizio dell’orario di riferimento per il 2035, di recente rimaneggiato per tener conto di cambiamenti sul piano nazionale. Occorrerebbe dunque disporre del raddoppio completo della linea per Locarno e provvedere ad adeguamenti nelle stazioni di Bellinzona, Lugano e Mendrisio. Si riu-
scirà a recuperare i «pezzi» mancanti? Sulla direttrice nord-sud la perizia non si esprime. AlpTransit scivola dunque in orizzonti del tutto incerti. Il Consigliere federale Rösti, recentemente ospite della Camera di commercio ticinese, ha parlato di un «progetto complesso e costoso». Come dargli torto? L’investimento si aggira attorno ai 20-25 miliardi di franchi, di cui una decina in Ticino. Non solo. La capacità per il traffico merci è ampiamente sottoutilizzata e il traffico viaggiatori a lunga distanza, di competenza delle FFS, non ha avanzato richieste di ampliamenti. Sul fronte internazionale gli interessi e le priorità sembrano altrove. Il periodico appello a salvifici finanziamenti privati o inverosimili contributi dell’UE cadono regolarmente nel vuoto. Bisognerebbe cambiare prospettiva. Un programma di servizi regionali e transfrontalieri per il Ticino del 2050 che propugnasse la realizzazione di collegamenti ogni 15 minuti sulla rete interna e insubrica e collegamenti internazionali ogni mezz’ora con Milano e con Zurigo/Lucerna-Basilea sarebbe una buona base. Occorre dunque partire dai bisogni per poi desumere le infrastrutture necessarie e attuarle a tappe compatibilmente con le risorse disponibili e senza pregiudicare una futura completazione di AlpTransit, che al momento appare fuori scala.
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Nella perizia è confermato il potenziamento autostradale tra Lugano e Maroggia/ Melano. (USTRA)
ATTUALITÀ
«Società piegata alla finanza»
L’economista Sergio Rossi, futuro ospite di un ciclo di conferenze al Liceo di Lugano 2, torna su questioni che plasmano l’intera comunità
Pagina 17
Kiev: la nuova linea di difesa dell’Europa Il piano di pace americano, la risposta degli alleati, l’ombra russa sulla difesa e sulla libertà dell’intero Continente
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Criminalità tra i palestinesi in Israele Le cause dell’ascesa della mafia e della violenza all’interno della comunità palestinese israeliana, frammentata e abbandonata a sé stessa
Pagina 19
Quando la Svizzera mirava alla bomba atomica
Storia ◆ Per quasi quarant’anni il nostro Paese ha espresso ambizioni nucleari non solo in ambito civile ma anche militare
«Ci fu un tempo in cui…», a volte le favole iniziano proprio così. Questa non è però una favola bensì un pezzo di storia svizzera, finito ormai nelle retrovie della nostra memoria nazionale. Un capitolo che ci parla di quando la Svizzera aveva ambizioni nucleari, non solo in ambito civile ma anche militare. All’indomani della Seconda guerra mondiale, in Governo e tra i vertici dell’esercito, si immaginava di fare del nostro Paese una potenza atomica, con tanto di bombe da accatastare in qualche arsenale segreto delle nostre forze armate. Una visione che però non verrà mai concretizzata, anche se il Consiglio federale deciderà di accantonare queste ambizioni soltanto negli anni Ottanta del secolo scorso. In altri termini, nel nostro Paese per quasi quarant’anni c’è stato chi voleva far leva sull’arma atomica per garantire sicurezza, e anche la dovuta neutralità, alla Svizzera di allora. Un periodo storico che val la pena di rispolverare; per farlo torniamo alle prime fasi di questa favola nucleare avvolta nella bandiera rossocrociata.
Il Paese non disponeva allora delle capacità tecniche, scientifiche ed economiche per potersi permettere un’arma di quella portata
Il primo capitolo ci porta in Giappone ed è direttamente legato al bombardamento statunitense di Hiroshima e Nagasaki. Ordigni atomici che provocano la morte immediata di quasi 250mila persone, con un corollario di distruzioni e contaminazioni ad ampio raggio. Immagini che creano sgomento e orrore in tutto il mondo. Ma c’è anche chi, già in quel 1945, rimane in qualche modo affascinato da tanta potenza, seppur distruttrice. Quelle bombe segnano una svolta, nasce un mondo dominato dalla forza dell’atomo, un mondo in cui anche la Svizzera deve in qualche modo riuscire a ritagliarsi un proprio spazio, per ricavarne potere e forza militare. Non per nulla il capo del Dipartimento federale di allora, il liberale Karl Kobel, non perde tempo e già qualche mese dopo il bombardamento sul Giappone decide di creare un gruppo di lavoro chiamato «Commissione di studio per l’energia atomica». Lo scopo ufficiale è quello di immaginare per il nostro Paese un futuro nucleare in ambito civile. C’è però anche un’altra faccia di questa medaglia, quella che mira all’arma atomica. Una faccia talmente nascosta che anche i finanziamenti destinati a questa commissione sfuggiranno al controllo del Parlamento. Nel suo Storia della Svizzera nel
ventesimo secolo, Jakob Tanner cita alcuni documenti di quel periodo, interni all’esercito, in cui si legge tra l’altro: «Dobbiamo dotare le nostre montagne con le armi più moderne e letali, così da scoraggiare i nostri nemici. Si tratta in fondo di una formula moderna della battaglia di Morgarten». Pur di giustificare il ricorso all’atomica tra i graduati dell’esercito c’è anche chi scomoda persino uno degli episodi fondatori del nostro Paese: la battaglia in cui i nostri antenati, armati di sole alabarde, sconfissero gli austriaci nel 1315. A presiedere la «Commissione di studio per l’energia atomica» il Governo nomina Paul Scherrer, professore di fisica al Politecnico di Zurigo e vero luminare in materia, a tal punto che ancora oggi uno dei maggiori istituti svizzeri che si occupa di ricerca di questo ambito porta il suo nome. Scherrer e altri scienziati mettono però in guardia Governo e esercito. Ai loro occhi, fare della Svizzera una potenza atomica è una utopia, un progetto solo teorico. Il Paese non disponeva allora delle capacità tecniche, scientifiche e anche economiche per potersi permettere
un’arma di quella portata. Il Governo però decide di restare sulle sue posizioni, e nel 1958 il consigliere federale Paul Chaudet, capo del Dipartimento militare, annuncia pubblicamente che «all’esercito devono essere garantite le migliori armi possibili, e tra queste anche la bomba atomica». Un proposito che crea stupore, pure al di fuori del confini nazionali, e che mobilita anche l’opposizione.
In piena Guerra fredda emerge un diffuso timore nei confronti dell’URSS, che raggiunge il suo apice nel 1956, quando l’esercito di Mosca invade l’Ungheria
Nasce il «Movimento svizzero contro le armi atomiche», in cui confluiscono i partiti di sinistra, circoli pacifisti e anche gruppi religiosi. Un fronte che lancerà anche due iniziative popolari per frenare le ambizioni del Consiglio federale, che verranno però bocciate. Un risultato che permette al Governo, e anche all’esercito, di continuare a nutrire i propri progetti atomi-
ci. Ma da dove arriva questa visione? Quale è l’impulso che spinge i vertici del nostro Paese a perseverare lungo questa via? In piena Guerra fredda emerge un diffuso timore nei confronti dell’Unione sovietica, che raggiunge il suo apice nel 1956, quando l’esercito di Mosca invade l’Ungheria per mettere fine alla rivoluzione che era scoppiata in quel Paese. Nel suo libro sulla storia svizzera, Jakob Tanner scrive: «L’esperienza ungherese permette di dare una forte giustificazione ai piani di armamento nucleare del nostro Paese».
In quegli anni queste ambizioni atomiche si intrecciano anche con quello che passerà alla storia come lo «scandalo dei Mirage», gli aerei da combattimento francesi di cui Berna mirava a dotarsi. Nel 1961 il Parlamento approva un credito di quasi 900 milioni di franchi per l’acquisto di cento di questi caccia militari. «Tuttavia, presto emerge che il costo totale dell’acquisizione supera di gran lunga il budget previsto, a causa delle modifiche necessarie per adeguare gli aerei alle nuove tecnologie elettroniche e per permettere il trasporto
di armi nucleari», come scrive lo storico ticinese Maurizio Binaghi, nel suo volume «La Svizzera è un Paese neutrale e felice». Un superamento di spesa che porta alle dimissioni di alcuni alti graduati dell’esercito, mentre il consigliere federale Paul Chaudet si vede costretto a rinunciare a un nuovo mandato in Governo. Nel frattempo, nel 1968, Stati Uniti, Unione sovietica e Gran Bretagna firmano il trattato di non proliferazione nucleare, per mettere fine o perlomeno rallentare la corsa all’arma atomica. Un anno dopo anche la Svizzera firmerà quell’accordo, pur ratificandolo definitivamente soltanto nel 1977. Ma si dovrà aspettare fino al 1988 per chiudere del tutto il «periodo atomico» del nostro Paese. In quell’anno il Consigliere federale Arnold Koller decide di porre fine ai lavori di un piccolo gruppo di lavoro che ancora si occupava del tema. In ogni caso va detto in conclusione che il nucleare militare ha comunque lasciato una traccia di sé, nelle decine di migliaia di rifugi anti-atomici che ancora oggi troviamo nelle nostre cantine.
La-Chaux-de-Fonds, 1970: pacifisti contro la parata militare. (Keystone)
Roberto Porta
«Il bene comune sacrificato alla finanza»
L’economista ◆ Con Sergio Rossi parliamo anche di criptovalute e della Banca dei regolamenti internazionali con sede a Basilea
Romina Borla
Il disordine economico imperante, i «manuali sbagliati» seguiti dalle banche nazionali e le lezioni da trarre dalla crisi del Credit Suisse. Di questo avevamo parlato su «Azione» del 17 novembre scorso con Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friburgo che sarà ospite di un ciclo di conferenze al Liceo di Lugano 2 (vedi www. lilu2.ch). Torniamo ad interrogarlo oggi, su altre questioni che plasmano non solo i mercati ma la società intera.
La digitalizzazione monetaria potrebbe avere degli impatti positivi nell’insieme del sistema economico
Qual è, professore, il rischio di affidare troppo potere alla finanza a scapito dello Stato?
La finanza di mercato è orientata a massimizzare i profitti delle istituzioni finanziarie a breve termine, a discapito del bene comune. Si ignora così l’interesse generale in molti obiettivi socio economici come piena occupazione, stabilità finanziaria, equa distribuzione di reddito e ricchezza, contrasto ai cambiamenti climatici e correzione degli squilibri dei conti pubblici generati dalla finanziarizzazione dell’economia, causa anche dell’aumento degli interessi che lo Stato deve versare alle banche sul debito accumulato in questo modo. Anche la gestione manageriale dei conti pubblici è improntata a soddisfare la finanza di mercato prima dell’interesse generale e questo si ripercuote negativamente sugli investimenti statali, danneggiando soprattutto le generazioni future, ossia i giovani, tanto nel mercato del lavoro quanto riguardo alle conseguenze sociali e climatiche assolutamente dannose per loro. Il pensiero dominante ha privatizzato lo Stato – oltre a mercificare la salute e le persone
La gestione manageriale dei conti pubblici – afferma Rossi – è improntata a soddisfare la finanza di mercato prima dell’interesse generale. (Freepik)
che lavorano – per un mero tornaconto personale dei gruppi di potere politico-finanziari.
Può spiegare il «paradosso della ricchezza» in parole semplici?
Si tratta di un paradosso evidenziato da John Maynard Keynes negli anni Trenta del secolo scorso, durante la Grande depressione. Se lo Stato incentiva fiscalmente i suoi contribuenti a risparmiare maggiormente, ciascuno di essi avrà in fin dei conti minori risparmi, perché tale incentivo rallenta l’attività nell’insieme dell’economia, che così produrrà minor reddito nazionale. Ci sarà dunque un aumento della disoccupazione e perciò un calo del potere di acquisto della popolazione, i cui risparmi diminuiranno a danno di tutta la collettività. Questo paradosso può anche scaturire da una scelta delle economie domestiche che, di fronte alle grandi incertezze del fu-
turo, riducono le loro spese per accantonare maggiori risparmi da usare in caso di necessità. Se tutti fanno così, però, le aziende avranno un crollo notevole della loro cifra d’affari e ridurranno perciò gli stipendi o l’occupazione, generando un calo del reddito nazionale, dunque anche dei risparmi nell’insieme dell’economia. Ciò che vale per un singolo soggetto economico, in realtà, non sempre vale per il sistema economico nel suo insieme. Ci sono delle leggi di ordine macroeconomico che la microeconomia ignora a scapito dell’intero sistema economico.
Come valuta l’impatto delle criptovalute e della digitalizzazione monetaria sul sistema economico?
Le criptovalute, generalmente, sono un attivo finanziario di carattere speculativo e non sono necessarie per sostenere l’attività economica orientata al territorio nazionale, visto an-
che il loro notevole utilizzo per svolgere delle transazioni illecite o per evitare tasse e imposte. Se una persona ha poco potere di acquisto, non è comperando monete digitali che potrà aumentare la propria disponibilità finanziaria, tranne nel caso poco verosimile che i prezzi di queste criptovalute continuino ad aumentare a lungo termine. La digitalizzazione monetaria però potrebbe avere degli impatti positivi nell’insieme del sistema economico, se le banche centrali emettessero delle monete digitali per tutti i portatori di interesse in questo sistema, in sostituzione delle banconote cartacee. In tal caso le banche potrebbero perdere una parte consistente dei risparmi della loro clientela, trasformati in moneta digitale presso la banca centrale, e ciò le indurrebbe a orientare maggiormente le loro strategie verso il territorio, concedendo più crediti alle piccole e medie imprese, capaci
Sostituire il vecchio riscaldamento
così di generare occupazione e reddito a beneficio della collettività, anche grazie a una minore instabilità finanziaria.
Non tutti sanno che a Basilea ha sede la Banca dei regolamenti internazionali (BRI), un’organizzazione internazionale che funge da «banca delle banche centrali». Qual è il suo ruolo reale nel sistema finanziario globale? In che modo la BRI influenza le politiche monetarie delle banche centrali nazionali?
Quali sono le zone d’ombra e i rischi legati a questo «potere discreto» che ha scelto, appunto, la Svizzera come «casa»?
La Banca dei regolamenti internazionali fu istituita nel 1930 con l’obiettivo di isolare i flussi di capitale internazionali dalle rivalità e dalle guerre tra gli Stati, come pure dalle fluttuazioni delle scelte politiche nazionali e dell’opinione pubblica. La BRI organizza degli incontri in cui i banchieri centrali discutono apertamente del coordinamento delle politiche monetarie, delle riforme normative, della vigilanza bancaria, dei meccanismi di compensazione e delle innovazioni finanziarie nel mondo globalizzato. La sua forza strutturante è importante per orientare i flussi di capitale internazionali e rappresenta in maniera evidente l’intricata interazione tra le configurazioni finanziarie territoriali e lo sviluppo geografico disomogeneo nel mondo contemporaneo. I banchieri centrali che si riuniscono alla BRI operano sulla scacchiera geo-economica mondiale – all’ombra delle discussioni e delle scelte politiche – al di fuori della sfera di competenza degli Stati. Gli inconvenienti e i rischi di questo potere discreto sono legati all’assenza di responsabilità democratica delle scelte dei banchieri centrali, che possono operare a vantaggio di pochi ma potenti gruppi di interesse a discapito del bene comune, sfruttando la neutralità della Svizzera per nascondere questi interessi privati.
La consulenza della Banca Migros ◆ I vantaggi dei moderni impianti che sfruttano le energie rinnovabili e come cambia la legge
L’installazione di un moderno impianto di riscaldamento con energie rinnovabili offre diversi vantaggi, spiega l’esperto della Banca Migros Marcel Müller: in primo luogo consente di ridurre notevolmente i costi di riscaldamento. Rispetto a molti vecchi impianti di riscaldamento a gasolio o a gas, i nuovi sistemi di riscaldamento richiedono molta meno energia, come ad esempio le pompe di calore: utilizzano fino all’80% del calore proveniente dall’ambiente circostante, riducendo i costi di riscaldamento fino al 50% rispetto a un impianto di riscaldamento a gasolio.
In secondo luogo un nuovo impianto di riscaldamento contribuisce a preservare il valore dell’immobile, quindi è vantaggioso nel caso in cui quest’ultimo venga venduto in futuro. E, in terzo luogo, contribuisce alla tu-
non emette CO₂. I proprietari di immobili con un
impianto di riscaldamento a gasolio o a gas dovrebbero tenere sott’occhio le disposizioni di legge: a partire dal 2030 saranno ammessi solo sistemi di riscaldamento da fonti rinnovabili e a partire dal 2050 non si potranno più utilizzare combustibili fossili. Gli impianti di riscaldamento a gasolio e a gas esistenti potranno continuare a funzionare per tutta la loro durata di vita, ma, in caso di guasto, a partire dal 2030 dovranno essere sostituiti con un sistema rinnovabile come una pompa di calore. Attenzione ai riscaldamenti elettrici: questi sistemi consumano molta corrente e sono già vietati in alcuni cantoni. La Confederazione, i cantoni e i comuni sostengono la sostituzione degli impianti e altre misure di risanamento energetico, come ad esempio l’isolamento esterno delle pareti o la modernizzazione delle finestre, le
quali aiutano a ridurre i costi e ad ammortizzare più rapidamente l’investimento. I risanamenti energetici sono vantaggiosi anche dal punto di vista fiscale. Nei prossimi anni, tuttavia, le possibilità di deduzione saranno limitate in seguito all’abolizione del valore locativo decisa nell’ambito di una votazione popolare a fine settembre.
Se finora i proprietari immobiliari potevano dedurre i lavori di risanamento e di manutenzione dal reddito imponibile, questo vantaggio viene ora meno, almeno in parte.
L’effettiva abolizione avverrà tuttavia non prima del 2028. Chi vuole ancora beneficiare della vecchia regolamentazione sulla deduzione per l’imposta federale diretta dovrebbe quindi portare avanti o eventualmente anticipare le manutenzioni o i risanamenti energetici previsti prima che entri in vigore il cambio di sistema.
Poiché si prevede un aumento della domanda nel settore edilizio, è consigliabile pianificare tempestivamente i lavori.
Importante: le spese per le misure di risparmio energetico potrebbero continuare a essere deducibili fiscalmente a livello cantonale e comunale, ma ciò viene deciso individualmente dai singoli cantoni e comuni.
Risanamento energetico: La consulenza della Banca Migros aiuta a trovare il finanziamento giusto:
di un servizio finanziario ai sensi della LSerFi.
tela del clima. Una pompa di calore, ad esempio,
Marcel Müller, consulente alla clientela della Banca Migros ed esperto in ipoteche.
Kiev come frontiera della sicurezza europea
L’analisi ◆ Il piano di pace americano, la risposta degli alleati, l’ombra russa sulla difesa e sulla libertà dell’intero Continente Anna Zafesova
Probabilmente non è mai successo, nella storia della diplomazia della Guerra fredda, che un media americano pubblicasse le intercettazioni di telefonate nelle quali un emissario della Casa Bianca cospirasse con un funzionario del Cremlino per convincere il suo principale di un piano di pace scritto dai suoi avversari. Quello che per alcuni giorni era sembrato lo sprint finale verso la firma della tanto attesa tregua in Ucraina, da firmare nel giorno del Ringraziamento, sta assumendo sempre più contorni imbarazzanti per la diplomazia di Donald Trump. Anche il terzo tentativo del presidente repubblicano di fare pressioni sull’Ucraina per costringerla a cedere alle richieste russe – dopo gli insulti a Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale, a febbraio, e il vertice improvvisato con Vladimir Putin in Alaska, ad agosto – fatica ad approdare al risultato. Inciampando sempre sullo stesso scoglio: il diritto internazionale non contempla la cessione di territori occupati militarmente all’invasore, e un Paese sovrano non può farsi imporre la rinuncia alle alleanze internazionali che sceglie, né alla sua capacità di difendersi.
Il terzo tentativo della Casa Bianca di Trump di ottenere una «pace-lampo» in Ucraina ha però messo in luce una spaccatura profonda all’interno della stessa amministrazione americana. Le intercettazioni delle telefonate
tra Steve Witkoff e il consigliere diplomatico del Cremlino Yuri Ushakov, pubblicate da Bloomberg, rivelano infatti un’intesa che va ben oltre un feeling tra colleghi seppure avversari: l’americano ha di fatto chiesto al russo di aiutarlo a promuovere la sua proposta negoziale, proprio mentre Zelensky stava per incontrare Trump per concordare nuovi aiuti all’Ucraina e nuove sanzioni contro la Russia. Una proposta – diventata nota nei media come «I 28 punti», anche se in realtà il numero e il contenuto delle varie bozze sono variati diverse volte – che sarebbe stata scritta in realtà da Kirill Dmitriev, il capo del Fondo sovrano russo cui Putin ha affidato il negoziato con Witkoff. Diversi osservatori hanno notato che perfino le formule linguistiche di molti dei punti della prima versione sembravano essere stati tradotti in inglese dal russo, oltre a contenere sempre le solite richieste del Cremlino: cessione del Donbass (anche nella parte non occupata) alla Russia, riduzione dell’esercito ucraino con rinuncia ad armi a lunga gittata, impegno a non entrare nella Nato e proclamazione del russo come lingua di Stato, insieme al ritorno in Ucraina del patriarcato di Mosca. In altre parole, una capitolazione.
Che il testo della proposta originaria era stato ricevuto da Mosca l’aveva confermato perfino Marco Rubio, il segretario di Stato Usa che si confi-
gura sempre di più come il leader della fazione opposta della Casa Bianca, che al contrario di Witkoff e del vicepresidente JD Vance condivide i timori dell’Europa rispetto alla minaccia russa. E l’Europa infatti è tornata a sostenere Kiev, come nelle due circostanze precedenti, con una «coalizione dei volenterosi» cui stavolta si è aggiunto anche il Giappone, nel chiedere all’America di non stringere un accordo con Putin sopra la testa dell’Ucraina. L’ennesima conferma della volatilità delle posizioni di Washington ha però impresso una accelerazione del negoziato sull’utilizzo degli asset russi congelati in Europa per finanziare la resistenza e la ricostruzione dell’Ucraina: una
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questione estremamente delicata, senza risolvere la quale però i 27 già l’anno prossimo si troverebbero a dover trovare nuovi fondi per aiutare Kiev.
Un’assistenza che Bruxelles ormai non considera beneficenza, ma investimento nella propria difesa: mentre la Polonia ha inviato 10 mila soldati a presidiare le proprie infrastrutture, dopo gli attentati esplosivi alla ferrovia che la collega con l’Ucraina, l’intelligence tedesca e britannica hanno denunciato il pericolo di un attacco russo a un Paese dell’Ue – presumibilmente gli Stati Baltici – già tra 3-4 anni. Il commissario alla Difesa Andris Kubilius ha espresso l’auspicio che l’esercito ucraino possa diventare la pri-
ma linea della difesa europea a est, in una visione che non tratta più il conflitto come un contenzioso locale tra due Paesi post-sovietici, ma come una minaccia strategica alla sicurezza e alla libertà dell’intero Continente. Il problema è che l’Ue non possiede – almeno per ora – abbastanza mezzi e armi per poter fare a meno della protezione americana. Il dilemma è stato riassunto molto bene dal leader ucraino, che in un suo discorso alla Nazione ha parlato della scelta tra «la dignità e la perdita di un alleato strategico». Questo è il motivo per il quale Zelensky, d’intesa con gli alleati europei, è entrato in un negoziato difficile con la Casa Bianca, riuscendo a produrre una bozza di accordo molto meno penalizzante per l’Ucraina. E di conseguenza molto meno gradita alla Russia. Che ha risposto con dichiarazioni minacciose di diplomatici e portavoci del Cremlino, e soprattutto con nuovi bombardamenti devastanti, che solo nelle ultime settimane hanno fatto decine di morti civili e minacciano di lasciare le città ucraine al buio e al freddo anche questo inverno. Putin ritiene infatti di non avere bisogno della diplomazia e di possedere il potenziale per andare avanti all’infinito, anche se gli indicatori economici russi dicono il contrario, e le nuove sanzioni americane stanno già avendo un impatto pesante sulle esportazioni di petrolio e gas russi in Asia.
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Da sinistra: Steve Witkoff e il segretario di Stato americano Marco Rubio a Ginevra. il 23 novembre, per incontrare la delegazione ucraina. (Keystone)
Emergenza criminalità araba
Tel Aviv ◆ L’ascesa di mafia e violenza nella comunità palestinese israeliana
Sarah Parenzo
A poche settimane dall’entrata in vigore della fragile tregua imposta da Trump, la situazione in Palestina è più precaria che mai. A Gaza, dove la prima pioggia ha messo a dura prova le condizioni degli sfollati, il cessate il fuoco viene costantemente violato dalle Forze di difesa israeliane, che allo stesso tempo continuano a bloccare gran parte della Striscia, mentre in Cisgiordania imperversa la violenza da parte dei coloni, che rimangono impuniti. In Israele la società ebraica israeliana è sempre più divisa da scandali giudiziari e dalla questione delle commissioni di inchiesta sul 7 ottobre, mentre in quella palestinese la criminalità organizzata continua a mietere vittime seminando terrore. Come se non bastasse, per scongiurare la sconfitta in vista delle possibili elezioni del 2026, Netanyahu sembra intenzionato a riaprire nuovi fronti di guerra, in particolare a nord con il Libano.
Oltre una settimana fa, intanto, in un giardino comunale di Giaffa, si è tenuta una protesta congiunta, arabo-ebraica di solidarietà con il popolo palestinese e contro la criminalità, una delle piaghe più drammatiche che affliggono dall’interno la minoranza dello Stato israeliano. L’iniziativa è stata lanciata dalle sedi locali del partito di sinistra Hadash che nel comunicato accusano le istituzioni di indifferenza verso gli omicidi dilaganti contro la popolazione araba. Secondo la lista mista, tale atteggiamento è da iscriversi nell’ambito del generale disprezzo del Governo israeliano per il valore della vita umana che ne contraddistingue sia le politiche a Gaza e in Cisgiordania, che l’atteggiamento nei confronti degli oppositori sistematicamente minacciati e attaccati verbalmente e fisicamente.
Frammentazione spinta
In un recente contributo Mohammed Abu-Nimer, esperto di risoluzione dei conflitti presso la School of International Service dell’American University a Washington DC, ha esplorato l’ascesa della criminalità organizzata e della violenza all’interno della comunità palestinese israeliana. Secondo Abu-Nimer i principali fattori responsabili dell’aumento dell’attività criminale nel corso degli ultimi due decenni sarebbero la frammentazione interna della comunità, insieme alle
politiche israeliane che hanno esacerbato tali divisioni. A partire dalla fondazione di Israele nel 1948, i Governi sionisti hanno infatti varato numerose politiche volte a limitare le espressioni nazionali, religiose o culturali da parte dei palestinesi che sono riusciti a rimanere nella loro terra. La frammentazione della comunità palestinese è stata perseguita tramite un sistema amministrativo militare che, tra il 1948 e il 1966, ne ha limitato la mobilità e proibito qualsiasi espressione di identità nazionale o simpatia e solidarietà con i restanti segmenti del popolo palestinese in Cisgiordania, Gaza e nella diaspora. A seguire è stata adottata una serie di politiche di cooptazione e segmentazione per garantire il controllo sulla nuova generazione nata sotto il controllo israeliano. La narrazione del Governo israeliano ha diviso i palestinesi in categorie, utilizzandole come strumento di sicurezza per garantire la lealtà politica. Le agenzie governative e i servizi di sicurezza israeliani sfruttano il sistema tradizionale dei clan per penetrare nella comunità, proibire la protesta politica contro lo Stato, incoraggiare processi di israelizzazione e ottenere il controllo sulla terra e sulle proprietà dei rifugiati palestinesi e delle comunità di sfollati interni. Lo stesso vale per il settarismo religioso che vede la fidelizzazione dei leader delle sottocomunità palestinesi divise in musulmani, cristiani, drusi e beduini. Altri fattori che contribuiscono alla polarizzazione e alla frammentazione interna sono la gratificazione degli aderenti ai partiti politici sionisti e l’arruolamento delle comunità druse e beduine nell’esercito, a scapito di comunisti e altri nazionalisti radicali. Tali divisioni hanno indebolito la società palestinese fornendo un terreno fertile per la circolazione di armi e la penetrazione della criminalità organizzata, la cui violenza cresce in modo esponenziale dalla Seconda Intifada palestinese. Il tasso di azioni criminali e la loro gravità sono aumentati significativamente dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza, ma soprattutto sotto il Ministro Ben Gvir, compiaciutosi pubblicamente del fatto che i palestinesi si uccidono tra loro.
Nonostante le esortazioni, il Governo israeliano ha intrapreso pochissime misure concrete per contrastare le organizzazioni criminali palestinesi, per non parlare del fatto che migliaia di collaborazionisti, trasferiti in
Donne arabe israeliane in un parco sulla spiaggia di Giaffa. (Keystone)
Israele tramite programmi di protezione, sono diventati attori di spicco della criminalità organizzata mantenendo legami istituzionali con le forze di sicurezza israeliane.
Interessi e abbandono
Secondo l’avvocata Rawia Handklo, già responsabile del Quartier Generale di Emergenza per la Lotta alla Criminalità e alla Violenza del Comitato Nazionale delle Autorità Arabe, le vite degli arabi sono uno strumento nelle mani di un regime che non esita a sfruttarne il sangue per scopi politici, promettendo sicurezza in cambio della sottomissione civile. «Finché rimarremo indeboliti, confusi, soggetti al caos, sarà facile continuare a controllarci. Come può una società così spaventata, paralizzata e sanguinante, che lotta per la propria vita, riuscire a rialzare la testa e pensare alle elezioni?», ha affermato Handklo in un contributo per «Haaretz». Secondo il quotidiano israeliano, il 70% degli omicidi nel settore arabo è concentrato in due distretti: la costa e il nord che soffrono sia di una carenza di agenti che di stazioni di polizia. Dal canto suo la polizia accusa la società palestinese di manomettere sistematicamente le scene del crimine e la procura di alleggerire troppo le pene impedendo ogni deterrenza.
Oggi le attività criminali organizzate e i conflitti interni tra famiglie e clan costituiscono la principale preoccupazione dei palestinesi di cittadinanza israeliana che vivono in uno stato di insicurezza molto maggiore rispetto a quello dei corrispettivi ebrei, subendo quotidianamente sparatorie per strada e reati contro la proprietà. Secondo le statistiche pubblicate a novembre 2025, le vittime palestinesi dall’inizio dell’anno sarebbero 150, 128 uccise a colpi di arma da fuoco, 74 delle vittime in età dai 30 anni in giù. A farne le spese sono anche i minori, con 3 morti nel 2025, ma soprattutto le donne, con 14 vittime nel 2025. Il Rapporto del Parlamento Israeliano per la giornata della lotta alla violenza contro le donne ha rivelato dati inquietanti secondo cui le donne arabe, che costituiscono solo il 21% della popolazione femminile del Paese, vantano una percentuale del 53% dei femminicidi dell’ultimo decennio. In Israele i femminicidi sono aumentati del 48% solo nell’ultimo anno.
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Il Mercato e la Piazza
Dazi americani: dalla padella alla brace?
La dichiarazione d’intenti, firmata il 14 novembre dalla Svizzera con gli Stati Uniti, che prevede una riduzione del livello dei dazi dal 39 al 15% è stata inizialmente accolta in Svizzera con una gran respiro di sollievo. Non bisogna essere né degli economisti, né dei manager del settore industriale per capire che le esportazioni del nostro Paese verso gli Stati Uniti sono molto importanti per la nostra economia e che un livello dei dazi al 39% rischiava di mettere in crisi più di un settore. Soprattutto perché ai Paesi dell’Ue che sono i diretti concorrenti dei nostri esportatori, il presidente Trump aveva concesso un livello di dazi del 15%. Ora, se la dichiarazione d’intenti sarà tradotta in fatti concreti, le aziende esportatrici svizzere ritroveranno la loro capacità concorrenziale nei confronti delle aziende dell’Unione europea sul grande mercato americano. Una settimana più
Affari Esteri
tardi, nel momento in cui scrivevamo questo articolo, il tono delle reazioni sembrava però essere cambiato di molto.
Se dall’economia, e in particolare dalle organizzazioni del settore industriale, continuano ad arrivare commenti positivi – con la notevole eccezione di Nick Hayek, il patron della Swatch – dai partiti sta giungendo invece più di un monito. A molti dei nostri politici non è piaciuto il modo con cui si è arrivati alla firma della dichiarazione d’intenti. C’è addirittura chi parla di un ricatto da parte del Governo statunitense al quale Berna non avrebbe in nessun caso dovuto cedere. Non si può negare che, per raggiungere i loro scopi, gli americani abbiano fatto pressione sui rappresentanti della Confederazione elvetica mettendoli davanti a una soluzione senza alternative praticabili: «O mangi questa minestra o salti dalla fine-
stra». Ma proprio per questa ragione non si può, nella valutazione dei risultati raggiunti, dimenticare il costo economico di un possibile salto dalla finestra. Si parla di rilevanti cali della cifra d’affari e di licenziamenti nell’industria di esportazione. Le statistiche ci avvertono che 7 settimane di applicazione dei dazi al 39% sono bastati per far registrare al nostro Pil una contrazione dello 0,5%. Sembra poi che molte aziende stavano già esaminando la possibilità di spostare, in parte o totalmente, la loro attività negli Stati Uniti. Dai politici vengono ancora proteste per le condizioni inserite nella dichiarazione d’intenti, in particolare per l’obbligo che la Svizzera si è assunta di importare prodotti che non corrispondono ai nostri standard di consumo. Infine resta aperta la questione dei 200 miliardi di investimenti che le aziende svizzere dovrebbero investire nell’e-
conomia americana nei prossimi tre anni. Per il momento questa promessa non ha suscitato molti dibattiti. Come se 200 miliardi fossero noccioline. Non sarà invece facile soddisfare questa condizione. È vero che ci sono già rami di produzione, come le raffinerie dell’oro, che sono pronti a spostare parte della loro produzione negli Stati Uniti o, comunque, ad effettuare rilevanti investimenti in quell’economia. È pure vero che la fetta maggiore degli investimenti, reclamati da Trump e compagni, dovrebbe venire dall’industria farmaceutica che non è mai a corto di mezzi. Ci si può comunque chiedere se le aziende svizzere esportatrici sapranno assicurare investimenti negli Stati Uniti dell’ordine dei 70 miliardi annuali per i prossimi tre anni. C’è da credere di sì, altrimenti il nostro ministro dell’economia non avrebbe firmato la dichiarazione di intenti. Tuttavia è possibile
La Germania di Merz tra alleanza atlantica e sfida russa
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha assunto la leadership europea della difesa dell’Ucraina, nel momento in cui l’America ha fatto piombare sulla testa di tutti un piano di pace scritto assieme ai russi. Merz è sempre stato all’erta: è un atlantista di ferro, ma dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha ripetuto che l’Europa deve imparare a muoversi ed esistere senza gli Usa, e per indorare la pillola di un distacco doloroso ha aggiunto che è un’occasione, questa, per gli europei, perché l’autonomia si conquista così, prendendo le misure al nuovo mondo. Il cancelliere però ha anche saputo costruire un rapporto con Trump: quando durante l’estate il Pentagono ha unilateralmente (cioè senza consultarsi con la Casa Bianca) sospeso la fornitura di armi all’Ucraina, Merz ha telefonato al presidente americano e gli ha detto che era pronto a comprare un po’ di armi, come prevede il
nuovo piano tra gli alleati della Nato. E anche di questi tempi, dopo che gli americani hanno illustrato agli ucraini il piano concepito assieme ai russi – un piano irricevibile – Merz è stato il primo a telefonare a Trump e a dirgli che era necessario un incontro tra alleati. È stato molto diplomatico, ma anche fermo sul punto cruciale: «L’Ucraina non è una preda – ha ripetuto davanti al Bundestag – ma uno Stato sovrano con i suoi interessi e i suoi valori» e la Russia non può essere ricompensata per la guerra che ha scatenato. La sua posizione è semplice: le pressioni vanno fatte su Vladimir Putin, l’aggressore che in qualsiasi momento può smettere di bombardare e quindi mettere fine alla guerra, non su Volodymyr Zelensky, l’aggredito che non può smettere di difendersi, altrimenti il suo Paese non esisterà più. È anche una posizione condivisa in Europa, ma Merz è uno dei pochi a riuscire
Prezzolini e l’anima dei ticinesi
Giuseppe Prezzolini fa parte della categoria degli intellettuali longevi che hanno lasciato in eredità una montagna di carta: libri, saggi, interviste, rubriche giornalistiche, diari, carteggi. Spentosi centenario a Lugano nel 1982, ha disposto che i suoi scritti venissero depositati nella Biblioteca cantonale. E lì sono rimasti, debitamente custoditi e classificati, a disposizione degli studiosi. Prezzolini ha attraversato una buona parte del Novecento da primattore del mondo delle lettere, come ricorda la mostra curata da Simone Bionda e Karin Stefanski negli spazi espositivi della Biblioteca (visitabile fino al 6 dicembre). Parallelamente Garzanti ha fatto uscire la biografia firmata da Emilio Gentile, un volume che non poteva non rispecchiare nella mole l’operosità del biografato: oltre 1200 pagine sotto il titolo L’avventura di un uomo moderno. Da tempo Gentile aveva in animo di occuparsi di Prezzolini,
come figura-chiave dell’Italia giolittiana e del successivo ventennio fascista: un «anarchico conservatore» che non amava i metodi del regime ma ammirava Mussolini. E già questo sdoppiamento appare curioso e intrigante, riflesso di una vita ricca e movimentata, in ogni caso fuori del comune, dipanatasi tra Firenze, New York e negli ultimi anni a Lugano, in via Motta 36, dove ha composto, ormai mezzo cieco, un Ritratto di me stesso che Gentile riproduce nella forma originale, senza intervenire sull’ortografia. Prezzolini è stata una personalità importante per la definizione della fisionomia cultural-linguistica e spirituale della Svizzera italiana. Le provocazioni che dal 1912 in poi rivolse ai ticinesi dalle colonne della sua rivista, «La Voce», innescarono un dibattito su quale fosse la vera «anima» del Cantone che ebbe vasta e perdurante eco. Scrisse il 18 luglio: «Il malesse-
ad articolarla anche davanti a Trump senza essere – almeno per ora – percepito come un ingrato ostile. Il cancelliere ha anche avviato una mobilitazione militare che prevede investimenti militari e anche l’introduzione della leva obbligatoria: i servizi segreti tedeschi sono convinti – e lo dicono apertamente – che la minaccia Russia oltre l’Ucraina sia imminente, e che sia necessario rafforzare il fianco est dell’Europa e della Nato. Quel che in buona parte dell’Ue viene preso come allarmismo, in Germania è diventata strategia: dopo tutte le bombe e le dichiarazioni di Putin sarebbe miope farsi trovare impreparati. Visto che l’obiettivo russo è chiaro: oltre alla conquista dell’Ucraina, il Cremlino vuole spezzare la relazione transatlantica e sfilacciare l’unità europea. È per questa ragione che il piano presentato dagli americani è molto pericoloso, perché va nella direzione
degli obiettivi putiniani. Non è un caso che a perorare il piano sia stato, tra gli altri, il vicepresidente J. D. Vance, che è il più anti-ucraino dell’Amministrazione Trump (è lui che ha introdotto nelle discussioni con il presidente il fatto che l’Ucraina sia ingrata nei confronti dell’America) e che è anche il più anti-europeo. Lo ha dimostrato più volte, come nei messaggi che scrisse nella chat sul bombardamento in Yemen – che poi diventarono pubblici perché era stato aggiunto accidentalmente al gruppo anche il direttore del magazine «Atlantic» – in cui diceva che la cosa che lo scocciava di più era proprio dare una mano agli europei, i più penalizzati dal fatto che il Mar Rosso fosse diventato pericoloso a causa degli attacchi degli houthi yemeniti. Vance è esplicito nella sua retorica anti-europea, in particolare lo è con la Germania. A Monaco, a febbraio, qualche giorno
mantenere qualche riserva. Infatti, se per gli investimenti annuali nell’economia degli Stati Uniti i 70 miliardi di cui sopra sono noccioline, per l’economia svizzera si tratta di una cifra fuori dall’ordinario.
Per dare un metro di giudizio ai nostri lettori, ricordiamo che nel 2024 (l’ultimo anno per il quale sono reperibili dei dati) nell’economia svizzera sono stati investiti circa 220 miliardi (compresi gli investimenti nell’industria delle costruzioni). Comparata con questa cifra, la richiesta del Governo americano agli imprenditori svizzeri di investire 200 miliardi in tre anni nella sua economia è certamente esosa. La stessa non sarà realizzabile senza un sensibile spostamento di filiere di produzione e di posti di lavoro verso gli Stati Uniti.
Per molte aziende esportatrici del nostro Paese sarà come cadere dalla padella alla brace.
prima delle elezioni tedesche vinte da Merz, il vicepresidente, in un discorso, ha sostenuto che gli europei e il loro illiberalismo sono più pericolosi di Putin. Ha poi voluto incontrare i leader dell’AfD, il partito di estrema destra anti-europeo, anti-Nato e filorusso che tenta la spallata ai partiti democratici tedeschi e che ha creato un filo diretto con i trumpiani. E sì che Merz è conservatore, quindi della stessa area politica di Vance e Trump, ma essendo liberale non è un conservatore «giusto» per loro. Per fortuna è stato abbastanza abile da non cadere nella trappola tesa da Vance, e anzi è riuscito a raddrizzare i suoi rapporti con l’America. Ma per difendere l’Ucraina e l’Europa ci vuole una rapidità che i tedeschi non hanno, un po’ perché il Governo di grossa coalizione è impantanato, un po’ perché ancora si muovono come se il mondo non si fosse capovolto.
re del Ticino è il malessere del compagno spregiato, abbandonato, calpestato. Ultimo in casa, Cenerentola della Svizzera, meno ricco e forte dei tedeschi, meno ricco e meno colto dei francesi, soffre di una serie continua di impercettibili disdegni e punture da parte dei confederati. […] Non ha un’anima propria, perché non ha una coltura propria. Soffre proprio nella testa. Non si è sviluppato del tutto. Ha la vita economica, ha la vita sociale, ha la vita politica: gli manca la vita intellettuale. Non è un’anima completa. Non è rispettato, perché gli sentono che manca di anima». Parole forti, pronunciate da un letterato che in quel giro d’anni si era dato come compito di sondare gli umori di quelle province italiane di confine che ancora «gemevano» sotto il giogo austriaco, ovvero il Trentino e la Venezia Giulia. In tale contesto risultava naturale interrogarsi su quale fosse lo stato d’animo del
Ticino e delle valli italofone grigionesi, quali fossero i loro veri sentimenti patriottici e la saldezza del loro senso di appartenenza alla Confederazione. La questione fu subito ripresa da Francesco Chiesa, lo scrittore che già nel 1908 aveva redatto un «manifesto» a difesa dell’italianità, nel quadro di una possibile costituzione di una sezione svizzera della società Dante Alighieri. Fu così deciso, in accordo con Prezzolini, di dedicare all’argomento un numero speciale della «Voce», che uscì l’8 dicembre del 1913, con contributi, oltre che di Chiesa, dello storico Emilio Bontà (caratteristiche del Cantone ed emigrazione), del narratore e critico Augusto Ugo Tarabori (condizione culturale) e del pastore protestante di origine romanda Edouard Platzhoff (Grigioni italiani).
La discussione si inscriveva in un contesto che, agli occhi del piccolo mondo intellettuale ticinese, si era andato
degradando per effetto di un insieme di fattori, interni ed esterni: la sordità di Berna nei confronti delle rivendicazioni delle minoranze, la crescente penetrazione di «elementi alloglotti» (tedescofoni) nel tessuto urbano dei principali centri lacuali, l’alterazione dei caratteri genuini, linguistici e religiosi, della compagine latina. L’Italia era naturalmente interessata al disagio del Cantone, nella speranza – presto rivelatasi illusoria – che un giorno potesse «emanciparsi» dai vecchi signori confederati per ricongiungersi alla «gran madre» italica. Ritornare oggi su quelle pagine vuol dire riprendere il filo di un discorso che in fondo non si è mai interrotto, nemmeno durante il fascismo e la chiusura delle frontiere: una sollecitazione che ci riporta a riflettere sulla nostra identità di svizzeri italiani, in un continuo confronto e scambio con i nostri vicini del nord e del sud.
di Angelo Rossi
di Paola Peduzzi
di Orazio Martinetti
TUTTO per i sacchetti di San Nicolao
CULTURA
La linea della palma
Nella nuova serie della RSI, mistero artistico e memoria familiare, dal Sud Italia al Ticino
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Le molte vite di Monica
In scena a Locarno e a Chiasso La sera della prima, spettacolo ideato e interpretato da Monica Guerritore
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Il ritorno a Lugano di Pinter
L’opera secondo Popolizio inscena la metamorfosi dei ruoli e l’oscenità nascosta sotto il finto decoro
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Pellizza da Volpedo, empatia e luce
Mostre ◆ Un’esposizione a Milano omaggia il grande artista morto nemmeno quarantenne
Elio Schenini
Diciamolo subito, il titolo scelto dalle curatrici non brilla certo per originalità, ma grazie alla sua declinazione plurale, se non altro, ha il merito di dichiarare fin da subito che la mostra Pellizza da Volpedo. I capolavori, presentata negli spazi della Galleria d’Arte Moderna di Milano, intende ampliare lo sguardo del pubblico su di un artista la cui breve ma intensa carriera ha finito per essere ridotta a un’unica opera: quel Quarto Stato che nell’immaginario collettivo è assurto a icona assoluta delle rivendicazioni sociali d’inizio Novecento.
Da maggio, tornato ad avere stabile dimora proprio alla Galleria d’Arte Moderna dopo il quindicennio trascorso al Museo del Novecento in piazza Duomo, questo capolavoro, già solo per le dimensioni, finisce inevitabilmente per imporsi sulle altre opere e per attrarre gran parte dell’attenzione del pubblico, tuttavia Paola Zatti e Aurora Scotti sono riuscite a raccogliere attorno al Quarto Stato il meglio della produzione dell’artista Giuseppe Pellizza, così da offrirci una visione più completa dell’artista nato a Volpedo nel 1868 e morto suicida nel 1907, non ancora quarantenne, un mese dopo la morte della moglie.
La capacità empatica e una certa intonazione sentimentale sono fra i tratti caratteristici dell’artista
Una produzione, quella di Pellizza da Volpedo, che si concentra nel breve arco di un ventennio e le cui prime prove risalgono alla metà degli anni Ottanta, quando terminati gli studi a Brera, decide di approfondire la propria formazione con soggiorni a Roma, a Firenze, dove per alcuni mesi è allievo di Giovanni Fattori, e a Bergamo, dove all’Accademia Carrara segue gli insegnamenti di Cesare Tallone.
Tra i dipinti più significativi di questo periodo – in cui l’artista si muove nel solco del verismo e del naturalismo lombardi – Ricordo di un dolore, ispirato dalla tragica morte della sorella minore avvenuta nel 1889 mentre Pellizza era a Parigi per l’Esposizione universale. Al centro del quadro una figura femminile accasciata su una sedia con in mano dei fogli (probabilmente delle lettere), la cui lettura ha risvegliato nella sua memoria il dolore per la perdita di una persona cara. Un dolore annichilente che l’artista ha saputo rendere magistralmente attraverso lo sguardo della protagonista perso nel vuoto di una Desolazione senza conforto, un po’ come nella scultura realizzata da Vincenzo Vela per il
Una lunga danza macabra Al Kunstmuseum di Basilea, Manuel e i suoi eredi nella scia del Rinascimento tedesco
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monumento funebre dei genitori dei fratelli Giacomo e Filippo Ciani che i luganesi conoscono bene. Questa capacità empatica e questa forte intonazione sentimentale rimarranno uno dei tratti più caratteristici e riconoscibili di tutta l’opera dell’artista, anche dopo la svolta divisionista, ma saranno anche uno dei motivi che porteranno a molti giudizi negativi sulla sua opera, soprattutto da parte dei futuristi. Come ricorda Francesco Guzzetti nel suo saggio in catalogo, ai commenti poco lusinghieri, quando non addirittura sprezzanti, di Soffici, Boccioni o Carrà, fa però da contraltare l’evidente conoscenza della sua opera, dalla quale molti di loro trassero, spesso senza dichiararlo, spunti e ispirazioni. È il caso di Boccioni il cui debito nei confronti del Divisionismo non può certo essere ricondotto solo all’ammirato Previati.
Soprattutto negli anni che precedono la morte, i paesaggi di Pellizza, in particolare quelli dipinti nel parco di Villa Borghese, in cui la vibrazione luministica dei colori divisi in filamenti allungati e l’uso sapiente del controluce trascinano lo sguardo nel vortice di un dinamismo cosmico, costituiscono un evidente preceden-
te della boccioniana pittura degli stati d’animo. La precoce attenzione al tema del movimento da parte di Pellizza è del resto attestata anche dal prefuturista Automobile al Passo del Penice del 1904.
Presente alla prima Triennale di Brera del 1891 – evento fondativo dell’arte moderna in Italia dove viene consacrato il movimento Divisionista e si affermano le tematiche sociali –l’anno seguente Pellizza aderisce con entusiasmo alla tecnica della pittura a piccoli punti o tratti di colori puri che permetteva di ottenere una luminosità vibrante, perfetta per chi come lui amava dipingere en plein air
Pellizza privilegiava la fratellanza fra gli individui e la solidarietà sociale rispetto a rivoluzione e lotta di classe
Dopo un breve periodo di approfondimenti teorici e di sperimentazioni pittoriche in cui inizia a utilizzare i nuovi colori industriali in tubetto, Pellizza diventa così uno dei principali rappresentanti di questa corrente assieme a Segantini, Previati, Morbelli, Longoni e Nomellini.
Come dimostra emblematicamente l’Autoritratto, in cui si ritrae vestito in abito elegante di fronte alla propria biblioteca e non, come era tradizione, tenendo in mano gli attrezzi del mestiere, a ribadire una visione per cui l’arte non può ridursi a pura maestria tecnica ma deve operare in stretta correlazione con l’elaborazione del pensiero in ambito filosofico e letterario, il Divisionismo di Pellizza mantiene un saldo e positivistico ancoraggio alla realtà visiva, ma nello stesso tempo cerca continuamente di rintracciare dentro questa realtà la dimensione ideale del simbolo. Ne è un esempio straordinario Il sole del 1904, in cui l’artista dipinge dal vero l’istante del sorgere del sole nella campagna intorno a Volpedo, offrendoci però allo stesso tempo con questo controluce abbacinante un’immagine mirabile e piena di speranza del «sol dell’avvenire», metafora di origine marxiana del progresso sociale che in Italia ebbe grande fortuna grazie a Giuseppe Garibaldi. Pellizza, che al tema del lavoro e delle condizioni delle classi più umili ha dedicato molte opere, è stato un fervido assertore di un socialismo umanitario che privilegiava la fratellanza tra gli individui e la solidarietà
sociale rispetto alla rivoluzione e alla lotta di classe. Asciugando l’eccesso sentimentale che in alcune opere finisce per calcargli la mano, nel corso del lungo processo di elaborazione che dalla prima variante, intitolata Ambasciatori della fame, passando per Fiumana, giunge fino alla compiuta realizzazione del Quarto Stato, Pellizza firma nel 1901 il suo capolavoro, che è in primo luogo uno straordinario brano di pittura divisionista intriso di riferimenti all’arte del passato. Nell’incedere lento ma fermo e risoluto di quel gruppo di operai che avanza verso lo spettatore, Pellizza è riuscito però più che in ogni suo altro dipinto a creare un’immagine in cui realtà e simbolo si uniscono così strettamente da risultare inscindibili. Un’immagine che in breve tempo si è imposta come un’icona della modernità perché è riuscita a dare forma visibile a un fantasma che si aggirava per l’Europa.
Dove e quando
Pellizza da Volpedo (1868-1907). I capolavori. Milano, Galleria d’Arte Moderna (Via Palestro 16). Fino al 25 gennaio 2026. Orari: ma-do 10.00-17.30; lu chiuso; chiuso 25.12 e 1.1; www.gam-milano.com
Il morticino o Fiore reciso, Pellizza da Volpedo, 1906, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay.
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Tra Sicilia, Milano e Lugano
TV ◆ Il furto del Caravaggio nella nuova serie RSI di Fulvio Bernasconi
Nicola Mazzi
Una tela di Caravaggio rubata, l’ombra della malavita e una famiglia attraversata da segreti che affondano nel passato: sono questi gli elementi che fanno da base a La linea della palma, la nuova serie proposta da RSI e che ci accompagnerà lungo il mese di dicembre. Fin dai primi minuti appare evidente come il progetto ambisca a mescolare registri diversi – thriller, dramma e poliziesco – riuscendo a far convivere questi mondi con naturalezza grazie a due capisaldi: l’interpretazione intensa e calibrata della protagonista Gaia Messerklinger e la regia limpida e solida di Fulvio Bernasconi, sempre attento alla coerenza narrativa.
La storia si ispira liberamente a un episodio realmente accaduto: il furto della Natività di Caravaggio dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo, avvenuto nel 1969. Un evento che, nel corso degli anni, ha generato investigazioni, supposizioni, testimonianze incomplete e un alone di mistero mai dissipato. Ne ha parlato sulle pagine di «Azione», anche Andrea Galli, nel reportage Caravaggio e il principe di mafia uscito il 21 aprile di quest’anno. È proprio da questo spunto che nasce la serie: decenni dopo, Anna –una giornalista che porta sulle spalle un passato complesso e irrisolto –scopre che suo padre potrebbe essere stato coinvolto in qualche modo nella sparizione del quadro. L’indagine diventa così un viaggio personale, una ricerca di verità che riguarda tanto l’opera scomparsa quanto la storia stessa della sua famiglia.
Prodotta da Hugofilm Features e coprodotta da RSI e ARTE, La linea della palma si muove tra Sicilia, Milano e Ticino. È proprio in Ticino che la troupe ha trascorso la maggior parte del tempo: 55 giorni sui 66 totali di riprese. Una serie, dunque, molto ticinese che emerge con evidenza nei primi due episodi. Il luganese in particolare non è semplice cornice, ma parte integrante della narrazione. Il titolo della serie richiama inoltre una celebre affermazione di Leonardo Sciascia – riportata nella citazione iniziale – secondo cui la mafia tende a spostarsi verso nord, proprio come le palme. Un’immagine interessante che trova un’eco sottile nell’intera costruzione drammaturgica.
Il cast funziona complessivamente bene, ma è la protagonista a imporsi con decisione. Gaia Messerklinger
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offre un’interpretazione misurata, priva di eccessi, sempre attenta alla coerenza emotiva del personaggio. Ogni scena sembra costruita con precisione: sguardi, gesti, silenzi raccontano il tormento di una donna divisa tra il desiderio di verità e la paura di ciò che potrebbe scoprire. Il suo sguardo malinconico, a tratti cupo, riesce a coinvolgere direttamente lo spettatore e, come si suol dire, a bucare letteralmente lo schermo.
Non tutti gli interpreti raggiungono lo stesso livello, e alcuni risultano meno convincenti, ma nel complesso l’equilibrio è abbastanza buono. Una menzione particolare merita Bebo Storti; qui abbandona la cifra comica (il famoso Conte Uguccione di Mai dire Gol ) che lo ha reso popolare per dare vita a un personaggio ambiguo e misterioso, capace di restare impresso.
La regia di Bernasconi è uno degli aspetti più riusciti. Reduce dall’esperienza di Quartiers des Banques, il regista dimostra di aver maturato uno sguardo attento alla gestione delle tensioni narrative. I cliffhanger (finali sospesi per creare tensione) sono presenti ma mai abusati: la suspense nasce piuttosto dalla struttura generale degli episodi, dalla loro capacità di alternare momenti intensi e pause riflessive, scene madri e passaggi preparatori. L’equilibrio tra la trama famigliare e quella legata al furto del Caravaggio è curato, così come l’uso della colonna sonora, che intreccia brani italiani e partiture strumentali capaci di accompagnare le emozioni senza sovrastarle.
Va però segnalato che alcuni momenti risultano un po’ rallentati e che, soprattutto nel secondo episodio, compaiono alcune scelte didasca-
liche che appesantiscono il racconto e smorzano la tensione.
Altro aspetto da evidenziare nei primi due episodi è l’uso delle ambientazioni. Le location luganesi – tra lago, centro città, spazi più raccolti o periferici – donano alla serie un realismo spontaneo e coerente con il tono narrativo. Gli interni sono spesso luoghi di confronto o rivelazione: gli uffici, il solaio dove Anna scopre una parte del passato del padre, il punto franco dove intuisce che qualcuno è arrivato prima di lei. L’illuminazione notturna, basata su sfumature di blu, grigio e nero interrotte da luci al neon o da tonalità più calde, conferisce alla serie un’atmosfera moderna e inquieta, da noir contemporaneo.
In conclusione, La linea della palma si presenta come una serie ambiziosa e ben realizzata, capace di fondere generi diversi e di proporre una narrazione che mantiene una sua coerenza interna pur nella complessità degli elementi messi in gioco. Alcuni rallentamenti e qualche ingenuità narrativa, sono ben compensati dalla qualità della regia, dalla forza della protagonista e dall’interessante intreccio tra mistero artistico e vicenda familiare. Se la serie riuscirà a mantenere questo livello anche nei restanti episodi, potrà lasciare il segno nel panorama della fiction elvetica e magari anche europea.
Dove e quando
La linea della palma, per la regia di Fulvio Bernasconi, coproduzione Hugofilm Features, RSI e ARTE, 2025. Sei puntate raggruppate in tre serate su RSI LA1 dal 1. dicembre, in prima serata (recuperabili anche su Play RSI).
90 anni di ironia
Cinema ◆ Woody Allen e la fragilità come stile Giovanni Medolago
Stewart Königsberg festeggia oggi novant’anni tondi tondi. È infatti nato e cresciuto nel rione di Flatbush – quartiere di Brooklyn – il primo dei trentun giorni dicembrini del 1935. Stewart divenne Woody Allen alla fine degli Anni Cinquanta. Essere espulso da diverse scuole per il suo modo d’imitare i prof fu il suo colpo di fortuna. Rosso di capelli, occhiali neri dalla montatura pesante, con un fisico così esile che non poteva trasmettere grande virilità e per di più ebreo, fu il bersaglio ideale dei bulli ai quali rispondeva con battute fulminanti che gli risparmiarono qualche manrovescio, ma che soprattutto attirarono l’attenzione di lungimiranti talent scout quando finirono su un giornaletto scolastico.
Gli Stati Uniti sono cambiati quasi repentinamente: sull’onda lunga dell’entusiasmo della vittoria contro i nazi, Elvis e il rock‘n’roll scuotono il Paese, gli addetti al terziario superano quelli ancora dediti all’agricoltura, le università registrano un boom senza precedenti di iscrizioni e quella del Secondo Dopoguerra è la prima generazione che, dal milavottcent cifola, gode di un’adolescenza senza guerre, ha qualche soldo in tasca e parecchio tempo libero per godere della liberazione sessuale.
Non si ride più con la suocera arcigna e grassa, la comicità di Jimmy Durante e/o Gianni e Pinotto ha fatto il suo tempo. Ecco allora irrompere – nei club newyorkesi – quel piccoletto nevrotico che spiazza tutti con battute tipo: «Da piccolo desideravo tanto un cane. Però i miei erano così poveri che mi regalarono una formica». Incassato un formidabile applauso, lo stand up comic insiste: «Quando venni rapito, i miei
genitori si misero subito all’opera. Pubblicarono sui giornali questo annuncio: affittasi camera singola con angolo cottura». La sua passione per la filosofia gli suggerisce altresì battute tipo: «Nella Critica della ragion pura di Kant trovai il titolo del mio primo bestseller: Ragioni del torto marcio». O ancora: «Fui espulso dalla facoltà di filosofia quando mi sorpresero a sbirciare nell’animo del mio compagno di banco». Sbarca a Hollywood nel 1965 come sceneggiatore (e un cameo) di Ciao, Pussycat. Cast stellare dove figurano Peter Sellers e Romy Schneider, Peter O’Toole, Capucine e Ursula Andress. Tuttavia, agli occhi di Woody, il risultato è così deludente da suggerirgli di passare alla regia: «Avevo qualche perplessità, sapete – confesserà col suo tipico intercalare – quando leggevo che Michelangelo Antonioni studiava ogni singola inquadratura per due ore, minimo… minimo, mi chiedevo se quella del regista fosse davvero la mia strada. Io mi limitavo a sistemare la cinepresa più o meno dove capitava e a battere il ciak».
Compie dapprima un apprendistato con Herbert Ross, il quale lo dirige in Provaci ancora, Sam (irresistibile omaggio a Humphrey Bogart). Sul set conosce Diane Keaton, destinata a diventare sua compagna di vita nonché musa ispiratrice. È lei l’Annie Hall del film omonimo col quale Woody si aggiudica ben quattro Oscar nel 1977, evento sorprendente poiché i giurati dell’Academy sono tradizionalmente poco propensi a premiare le commedie. Però non va a Los Angeles a ritirare le statuette: quella sera è impegnato a suonare (male: l’abbiamo sentito anni dopo a Lugano) il clarinetto in un club newyorkese.
Procede con l’incredibile ritmo di un film all’anno per almeno un paio di decenni, regalandoci perle come Amore e guerra, Un’altra donna o Misterioso omicidio a Manhattan. Lui dice che così facendo non si lascia(va) scappare i suoi fidatissimi collaboratori: in primis lo scenografo/costumista Santo Loquasto e la montatrice Susan Morse. Quanto ai direttori della fotografia, ecco Sven Nykvist (già collaboratore di Ingmar Bergman), Carletto Di Palma (Michelangelo Antonioni) o Gordon Willis, cui si deve il b&n di Manhattan, miracolosamente adagiato sulla Rapsodia in blu di George Gershwin. Buon compleanno, Zelig d’un Woody!
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Woody Allen a casa sua, New York City, aprile 1978. (Collezione fotografica di Bernard Gotfryd, Biblioteca del Congresso)
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Teatro dopo teatro, donna dopo donna
In scena ◆ Nel suo nuovo spettacolo Monica Guerritore ripercorre la propria lunga parabola artistica Simona Sala
Per un mostro sacro non deve essere facile raccontare la propria vita di mostro sacro mantenendo saldo il rapporto di equilibrio tra vita privata e palcoscenico, tra mura di casa e luci della ribalta. È ciò che cerca di fare Monica Guerritore attraverso il suo spettacolo La sera della prima (monologo scritto e diretto da Monica Guerritore, produzione di LuminaMGR), nel tentativo – con un’aneddotica per sua natura anche divertente, ma narrata con verve altalenante – di restituire il lato umano a una parabola professionale lunga mezzo secolo, unica e meritevole di riconoscimento.
Una carriera lunga cinquant’anni, che ha visto delle cadute, ma anche la forza di un’attrice che ha sempre saputo rialzarsi
Un percorso artistico, quello dell’attrice romana, che l’ha vista in panni multipli, da musa di Giorgio Strehler (che, dopo averla intravvista durante un provino, mosse mari e monti per ritrovare il volto che tanto gli ricordava Ingrid Bergman) a Manon, nei primi sceneggiati RAI a colori degli anni Settanta, passando per quell’intenso ruolo di moglie e collega di Gabriele Lavia durato sedici anni; Monica Guerritore è stata anche Emma
Bovary, l’Anja del Giardino dei ciliegi, oltre che la protagonista di film sensuali tra gli anni Ottanta e Novanta, della serie tv Inganno, dove viene sedotta da un giovane Giacomo Gianniotti (scalando le classifiche di Netflix) e da ultimo, ma non per importanza, interprete dell’indimenticabile Anna, dedicato a un’altra immensa attrice italiana.
La scena si apre con una Guerritore anni 70, zeppe, pantaloni a zampa multicolor e una fascia a tenere i capelli, per rappresentare i colori del mondo all’epoca del suo debutto. Sullo sfondo, luci psichedeliche. La narrazione stenta a partire per quei battibecchi – da copione – tra lei, sul palco, e un regista che interloquisce dapprima dal buio per poi esplodere in un balletto, quasi in un goffo tentativo di prendersi la scena. Invano.
Non sia mai, infatti, Monica Guerritore è regina indiscussa del proprio mondo, dal quale – oltre a brillanti interpretazioni estemporanee, che ne restituiscono la grande caratura, mettendone in risalto la bellezza, la profondità della voce e una viscerale aderenza ai personaggi, come confermano la recitazione del Canto Primo della Divina Commedia, o le parole di Emma Bovary – fa emergere qua e là piccoli episodi di vita quotidiana: dai tradimenti del marito Gabriele Lavia (scoperti per caso grazie al di lui cellulare), all’u-
briacatura con il liquore Strega prima di andare in scena, alla propria malattia di tumore – da non nascondersi perché può creare un legame con le spettatrici – e quella di Alzheimer della madre. Una Giovanna d’Arco della vita e del palcoscenico, combattiva e capace di restare a testa alta anche di fronte alle avversità, come
dimostra la pesante armatura che a un certo punto la Guerritore indossa, simbolo delle cadute che inevitabilmente contrappuntano la vita di ognuno di noi plasmandoci e trasformandoci in ciò che siamo. Al termine del suo percorso esistenziale c’è un traguardo grande (ma, conoscendo l’attrice, destinato
a diventare una semplice tappa anch’esso), rappresentato dalla realizzazione di quell’Anna che ha il sapore del progetto di una vita intera. Come dice la Guerritore stessa, «teatro dopo teatro, pubblico dopo pubblico, donna dopo donna», eccola approdare a un film su La donna, in altre parole, una delle massime esponenti della recitazione italiana del Novecento, vincitrice di un Premio Oscar nel 1956 per il suo ruolo di Serafina Delle Rose in La rosa tatuata di Daniel Mann: Anna Magnani, chiamata affettuosamente anche Nannarella. Di Anna, film che verrà «portato in tutto il mondo», Monica Guerritore non ha solo curato la regia, ma ne è stata anche l’interprete principale. Per chi però, in sala a Locarno e a Chiasso, al termine de La sera della prima scorre davanti agli occhi per la seconda volta il trailer di Anna, con la Guerritore che compiaciuta presenta sé stessa in versione cinematografica, l’intero spettacolo da qualche parte assume un lieve sapore di marketing. Unstoppable, inarrestabile, è il titolo della canzone di Sia che a un certo punto accompagna il monologo della Guerritore irrompendo a pieno volume. Che, tradotto nella realtà del palcoscenico, suona un poco come parlare di sé stesse per promuovere sé stesse attraverso sé stesse. Detto in inglese, più semplicemente, Me myself & I.
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Monica Guerritore è nata a Roma nel 1958.
Buon rinfresco!
fate scorta per Natale
Semplicemente buono
Nel ventre spurio della famiglia pinteriana
Teatro ◆ Al LAC, una commedia feroce che riscrive gli equilibri del classico Ritorno a casa grazie alla regia di Massimo Popolizio
Laura Di Corcia
Chi non ha memoria corta si ricorderà che Ritorno a casa del Premio Nobel Harold Pinter aveva già calcato le scene luganesi, una decina di anni fa, prima ancora che esistesse il LAC, al Palazzo dei Congressi, quindi, con la regia affilata di un fuoriclasse come Peter Stein.
Claustrofobico, scritto sapientemente dalla penna del Premio Nobel con una partitura ricca di velocizzazioni, brusche frenate, pause, rallentamenti, di nuovo velocizzazioni, e per il tramite di una lingua spuria, non esente da volgarità, il testo si sostanzia nel ritorno a casa, come recita il titolo, di uno dei tre fratelli che compongono una famiglia tutta al maschile, misogina e gretta: lui, quello che è andato in America, il professore di filosofia all’Università, e altri due meno raffinati, uomini del popolo, per l’appunto, di cui uno boxeur e l’altro operaio. Completano il quadro volgare ai limiti dello squallido lo zio e il padre, di professione macellaio, che nella messa in scena vista la scorsa settimana al LAC è interpretato da un eccezionale e in smagliante forma Massimo Popolizio, il quale firma anche la regia.
Rispetto al testo messo in scena da Stein, dove il centro di gravità dello spettacolo era costituito dalla portata immorale della famiglia, e il tono risultava quindi più greve e meditativo, qui il pedale spinge dritto e con una certa convinzione in direzione del grottesco. Squallido e claustrofobico è l’ambiente, un interno casa che vorrebbe essere borghese e ci prova attraverso dettagli come cornici e ornamenti, ma nel complesso risulta solo kitsch e fuori luogo, dominato dal colore rosso che ricorda la professione del padre, la sua violenza, oltre a creare un’atmosfera molto hopperiana. E squallidi sono i personaggi, che, al di là delle pruderie iniziali e del dipinto per tinte sacre della madre, mostrano presto e senza troppi freni la caduta verso la volgarità unita alla visione
della donna nei termini della «santa o puttana», tipici della cultura misogina più vieta. Il ritorno a casa di chi è partito e si è staccato dalla povertà dell’ambiente di origine risulta un vero e proprio incubo, ed è in questa discrepanza che si nota quale sia una delle chiavi di lettura del testo pinteriano, ricchissimo di stratificazioni e denso come tutti i suoi, un’interpretazione suggerita con decisione da Popolizio: il confronto fra classi sociali diverse, e quindi l’immagine non stereotipata e addolcita di ambienti in cui non gira la cultura, in cui il dialogo e la riflessione non sono contemplati, contesti ripiegati su dinamiche perverse e machiste. «Questa è la famiglia», ci diceva Stein, «Questo è un certo tipo di famiglia», ci suggerisce il regista romano, che percorre a grandi falcate il palco, cappellaccio calato sulla testa, nel ruolo del padre e capo, autorità indiscussa di un nucleo sfranto, forse persosi proprio allo sparire della figura materna e femminile, della quale però non sappiamo nulla, anche per-
affidabilità.
Si ride, si ride molto per l’intera durata dello spettacolo, anche se la risata è, manco a dirlo, amara. Se inizialmente la compagna del figlio reagisce con timidezza all’ambiente machista, presto – in modo forse troppo repentino, in questa rappresentazione – si adegua ai dettami e va a letto con i due fratelli, di fronte allo sbigottimento e all’impotenza del marito e padre dei suoi figli, che è costretto a fare i bagagli e a tornare solo in America.
Se nella messa in scena di Stein – e nel testo dello stesso Pinter – il dito è puntato contro il pubblico, costituito da una borghesia che tiene alle apparenze ma sotto sotto è composta da detriti e marciume, qui si torna a casa meno angustiati. Le famiglie infelici sono altre, si crede, a torto o a ragione. Una lettura diversa e forse comunque valida, quella di Popolizio, che ha approfittato dei sessant’anni dall’uscita del testo per rispolverare
un classico che continua a parlare e che può essere oggetto di interpretazioni diverse. Il difetto principale di questo spettacolo va ricercato nel repentino cambio di guardia della donna, che senza grandi sfumature e scavi psicologici decide immotivatamente di lasciare la tranquillità della sua posizione per mettersi a capo di un progetto business-oriented legato alla prostituzione con i tre sordidi parenti del marito. La scelta è irragionevole nel testo e lo è ancora di più nella traduzione scenica che abbiamo visto a Lugano. Il motivo, poi, della donna bionda e mozzafiato che infine fa la lap dance si sarebbe potuto evitare, e ottenere (forse) maggiore efficacia. Ruth, personaggio chiave del dramma, andava probabilmente indagata un po’ di più, i suoi nodi andavano sviscerati meglio. In fondo, il personaggio più enigmatico è proprio lei: perché non approfondire quale sia l’attrazione di una donna normale, non troppo bella, per il torbido? Il pubblico ne sarebbe uscito maggiormente arricchito.
Bestialità
Netflix ◆ Satira affettiva, nella serie Animal
Manuela Mazzi
Quando Antón, burbero veterinario galiziano, lascia le sue vacche per vendere croccantini di lusso, vien fuori che forse il concetto di bestialità non è quello che immaginavamo: Animal (su Netflix dal 3 ottobre con una prima stagione di 9 episodi) sembra essere più uno specchio delle nostre ipocrisie affettive che una semplice commedia. Barba sfatta e rude, Antón fa la spola tra fattori senza soldi che lo pagano con latte e uova riducendolo sul lastrico. Gli corre in aiuto la nipote Uxía offrendogli un posto nella sua boutique di animali. Antón finisce così dal letame delle stalle agli sfogatori per cani. Ed è qui che il reale si scontra con la frivolezza degli animali travestiti da bambini e con le spese veterinarie che trasformano il lifestyle. Una modernità addomesticata che investe le bestie di psicologie inesistenti, in pieno contrasto con l’approccio di Antón che, invece, non le idealizza, le osserva. Mangiano, soffrono, guariscono, a volte muoiono. La sua empatia è quella concreta dell’esperienza. I problemi, semmai, li ha nelle relazioni umane: con la compagna, l’affetto è muto, impastato di goffaggine e tenerezza. Quindi, come trovare i giusti equilibri? È coraggiosa, questa serie. Coraggiosa e sfacciata. E molto divertente. Ma fa anche riflettere mettendo in crisi l’antropomorfismo affettivo. Eppure, nonostante la feroce critica sociale intrinseca, Animal ha conquistato rapidamente le classifiche di Netflix in Spagna e in America Latina, portando con sé l’annuncio di una seconda stagione. E noi l’aspettiamo.
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ché le parole beatificanti del marito e dei figli non possono vantare a ragion veduta nessuna
Un’immagine tratta dalla messa in scena al LAC della commedia Ritorno a
Locandina della serie TV Animal (Netflix)
La morte e la fanciulla di Niklaus Manuel
Tesori nascosti ◆ 10 ◆ Un frammento perturbante del Rinascimento nordico custodito al Kunstmuseum di Basilea
Gianluigi Bellei
Il fiume Reno scorre per 1250 chilometri partendo dalle Alpi Svizzere e morendo nell’Atlantico. Romain Rolland lo descrive come «una colata di luce», una delle maggiori vie di comunicazione e fonte di ricchezza e di cultura. Victor Hugo lo definisce «un fiume nobile, feudale, repubblicano e imperiale». La pittura tedesca, grazie anche al Reno, subisce l’influsso di quella olandese poi di quella borgognona e infine di quella italiana. Con il Rinascimento, infatti, l’Italia raggiunge tre vette: la prospettiva, la conoscenza dell’anatomia e quella delle forme architettoniche. Albrecht Dürer guarda proprio a Sud quando incide Adamo ed Eva nel 1504. Ma anche se le forme e le proporzioni sembrano perfette, Dürer è ancora lontano dalla bellezza dell’arte classica. E in questo si mantiene intrinsecamente nordico.
Giovane amico e allievo di Dürer è Hans Baldung Grien (1484-1545).
Gianpiero Bottinelli, editore anarchico
Nel caso foste interessati all’editoria indipendente, quella che non riceve sovvenzioni da nessuno, in Ticino dovreste dare un’occhiata alle Edizioni La Baronata. Fondata nel 1978 ha pubblicato tra gli altri Luigi Bertoni di Gianpiero Bottinelli coeditore libertario. Bottinelli è deceduto venerdì 21 novembre. Nato a Lugano l’8 novembre 1946, ha studiato alla Scuola superiore di studi sociali e pedagogici di Losanna e poi ha lavorato come assistente sociale per il Canton Ticino. È stato il principale realizzatore del Cantiere biografico degli anarchici in Svizzera e cofondatore del Circolo Carlo Vanza di Bellinzona. E così, come al Nord i pittori più anarchici danzavano con la morte, un editore ticinese, che ci ha appena lasciato, ha ballato con l’anarchia.
Grien (che vuol dire verde) ha una predilezione, appunto, per il colore verde; dipinge dal 1512, parallelamente al Polittico di Issenheim realizzato da Matthias Grünewald, il capolavoro della cattedrale di Friburgo. Per farlo si trasferisce in questa città per quattro anni. Terminato il Polittico, l’artista è uno dei primi a subire il richiamo di Lutero. I suoi temi prediletti sono a questo punto le streghe con corollario di scheletri, fra superstizione e grottesco.
Verso il 1509-1510 Hans Baldung Grien dipinge Le tre età e la morte, oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Un piccolo lavoro nel quale si vede una giovane seminuda con uno specchio in mano, dietro di lei uno scheletro e in basso un bambino. Le interpretazioni sono molte: il fanciullo poteva essere un cupido e la vecchia-scheletro un’allegoria del vizio; un’altra potrebbe essere la degradazione naturale della carne: lo scheletro ha in mano una clessidra. Ma forse la più appropriata è che si tratti di un «gioco complesso della coscienza e dell’incoscienza della morte». In ogni caso, scrive Jean Wirth, è «un’allegoria della morte prematura». Isidoro di Siviglia nel suo Etymologiarum sostiene che ci siano tre tipi di morte: acerba, prematura e naturale. La predilezione per il macabro è tipica nella cultura tedesca. Alla fine del Gotico internazionale, il Rinascimento italiano, attraverso le proporzioni del corpo, diventa perfezione, armonia e bontà. Nei paesi tedeschi il Rinascimento arriva dopo e il macabro medievale non passa mai di moda. La rappresentazione della morte permane, almeno nella cultura popolare. Ma i morti non possono rimanere uguali in ogni luogo e di conseguenza si muovono, attirano l’attenzione; l’incertezza del tempo. Scrive sempre Wirth: «In quanto investigazione sui segreti della vita e della morte, il macabro interroga e minaccia la fede, ma soprattutto, sviluppandosi distrugge le illusioni che l’hanno fatto nascere».
Il Kunstmuseum di Basilea custodisce parecchie opere di Baldung fra le quali La morte e la donna dove la prima bacia in bocca la ragazza. «Tu dormirai dolcemente nelle mie braccia», scrive Matthias Claudius nel suo Asmus. Allegoria della vanità e morte prematura. Il Kunstmuseum di Basilea possiede anche diverse opere di Niklaus Manuel (Berna, 1484-1530) che trattano il tema della morte e la fanciulla
e una piccola particolare penna colorata. Nella sua pittura arte e politica si mescolano. Firma i lavori col monogramma NMD dove la D significa o Degen (spada) o Deutsch. Dato che con la pittura non riesce a sopravvivere, diventa mercenario in Italia. Dal 1522 abbandona la pittura; una rinuncia radicale, forse unica in Europa. Nel 1523 viene eletto Balivo di Erlach. Nel 1528 è nominato alfiere della corporazione dei conciatori e
nel 1529 presiede alla confisca degli apparati liturgici nei conventi. Fra il 1515 e il 1519 esegue una danza macabra sulle mura del cimitero del convento dei domenicani di Berna. L’opera viene distrutta nel 1660 per allargare una strada adiacente. Tuttavia, fortunatamente, Albrecht Kauw nel 1649 ne fa una riproduzione prima che venga perduta per sempre. Hellmut Rosenfeld nel suo Der mittelalterliche Totentanz paragona l’opera a una mascherata carnevalesca come le pièces satiriche delle quali Manuel è regista ufficiale. Dopo la Riforma – Manuel è un seguace di Ulrich Zwingli – queste mascherate diventano Totenfresser (beccamorti). In uno dei diversi pannelli uno scheletro salta sulla sedia gestatoria del Papa e gli strappa la tiara. «Venite, Santo padre, uomo degno, dovete cominciare a danzare con me. Le indulgenze non vi sono di alcun aiuto, né la doppia croce, né la tripla corona».
Il suo dipinto in miniatura La morte e la ragazza del 1517 ritrae una figura in avanzato stato di decomposizione che inginocchiata solleva la gonna della ragazza e vi inserisce la testa. Per contro la ragazza dai lunghi capelli biondi e ricci alza le mani in segno di orrore e contemporaneamente mostra un viso tra lo spavento e il sorriso. Piacere e morte; qui la vanitas scompare per far posto a un triplo gioco perverso, come forse non ce ne sono altri. Dipinto cinque secoli or sono è ancor oggi una vera rivoluzione. Guardatelo ascoltando il quartetto d’archi di Franz Schubert composto verso il 1817 intitolato appunto La morte e la fanciulla tratto dai versi omonimi scritti da Matthias Claudius.
Dove
La morte e la ragazza di Niklaus Manuel, 1517 circa. Penna marrone lumeggiata di bianco, cm 10,7 x 8. Al Kunstmuseum di Basilea. Sito: kunstmuseumbasel.ch
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Niklaus Manuel, La morte e la fanciulla (circa 1517). (Kunstmuseum Basel)
Folletto Finn
In questa ricetta, il folletto Finn degli spot natalizi Migros si trasforma in un dolce ometto di pasta.
GUSTO
Ometti di pasta
Deliziosi omini
Voglia di omini di pasta realizzati con amore? Con le nostre ricette e i nostri consigli, i tuoi omini di pasta risulteranno perfetti. Il nostro pezzo forte: l’omino di pasta a forma di Finn.
Testo: Claudia Schmidt
Non impastare più prima di dare la forma Lavora a fondo l’impasto prima della lievitazione per creare bolle d’aria sottili e uniformi. Tuttavia, una volta che è lievitato, non impastare più, ma inizia subito a modellarlo. In questo modo eviterai che gli omini di pasta si gonfino di nuovo troppo durante la cottura e coprano i dettagli.
Scarti di pasta per i dettagli
Tieni da parte, coprendoli, i piccoli scarti di pasta rimasti. Sono perfetti per realizzare cappellini, treccine o sciarpine. Questi elementi mantengono meglio la posizione desiderata se vengono fissati all’omino di pasta con un po’ d’acqua.
Spennella con l’uovo
Sbatti l’uovo e spennella l’omino prima di decorarlo con la granella di zucchero e l’uvetta. Questo assicura una splendida doratura e brillantezza. Inoltre, lo zucchero e la frutta secca non cadono.
Lo trovi alla Migros
Omino di pasta con Branche Fr. 2.95
Ometto di pasta alla vaniglia e sultanina
Per brunch o per piccoli golosoni: l’ometto di pasta con zucchero vanigliato e uva passa è un tipo dolcissimo. Granella di zucchero per un look impeccabile.
Ricetta
Ometto di pasta con pancetta e rosmarino
Pasticceria salata per 4 pezzi
400 g di farina di spelta originale
400 g di farina integrale
2 cucchiaini di sale
2 cucchiai di rosmarino, tritato
60 g di dadini di pancetta affumicata
2 cucchiai d’olio di colza
20 g di lievito
4 dl d’acqua
nocciole e rosmarino per guarnire
1. Mescolate tutti gli ingredienti fino all’olio di colza compreso. Sciogliete il lievito nell’acqua e aggiungete alla farina. Impastate il tutto fino a ottenere una massa liscia e omogenea. Coprite e lasciate lievitare per ca. 40 minuti.
2. Lavorate brevemente la massa su poca farina di spelta. Dividete l’impasto in 4 porzioni uguali. Con 1/5 di ogni porzione, formate una pallina (la testa), con il resto formate un rotolo lungo. Accomodate i rotoli di pasta in una teglia foderata con carta da forno e formate gli ometti: appiattite leggermente i rotoli, praticate due incisioni, una per le braccia, una per le gambe. Usate le nocciole per fare gli occhi. Decorate a piacere.
3. Fate lievitare in forno per ca. 30 minuti. Scaldate il forno statico a 220 °C e cuocete gli ometti di pasta per ca. 30 minuti. Fate raffreddare su una griglia.
Ometti di pasta con mandorle
Simpatici compagni di colazioni e merende, gli ometti di pasta assumono le forme più fantasiose e si ornano di uvetta, mandorle e granella di zucchero.
Da dove vieni, omino?
In Svizzera, la data del 6 dicembre è indissolubilmente legata all’omino di pasta. Dove ha avuto origine l’omino di pasta e quanto era grande quello più lungo realizzato fino ad oggi.
1 Origine dell’omino di pasta
I primi riferimenti scritti sull’omino di pasta risalgono al Medioevo. All’epoca, tuttavia, si trattava per lo più di omini realizzati con una pasta di pane più consistente. L’omino di pasta, come lo conosciamo oggi, è nato nel 19esimo sec. In origine, gli omini di pasta venivano preparati tra Natale e San Sebastiano (20 gennaio). Solo nel 20esimo sec. si è affermato lo stretto legame con il 6 dicembre, come dolce di San Nicolao.
2 Da «Grättimaa» a «pupazzo»
In dialetto bernese «gritte» significa divaricare le gambe. «Bänz» è la forma abbreviata di Benedikt, un nome un
tempo molto diffuso e spesso utilizzato per indicare tutte le persone di sesso maschile. Quindi, in pratica, un «Grittibänz» è un uomo (nel nostro caso un omino) a gambe larghe. In Svizzera, l’omino di pasta ha nomi diversi a seconda della regione: Grättimaa, Elggermaa, Hanselmaa, Brötige Maa o Bonhomme de Saint Nicolas. In Ticino si parla di pupazzo di San Nicolao.
3 Gli omini di pasta in altri Paesi
In Germania, gli omini di pasta sono noti soprattutto come Weckmänner o Stutenkerle. Questi ultimi non devono il loro nome alle femmine di cavallo (sebbene «Stutenkerl» in tedesco significhi letteralmente giumenta), ma a
«Stuten», un termine usato nelle zone più settentrionali della Germania per indicare un pane all’uva sultanina realizzato con pasta lievitata. In Lussemburgo ci sono i Boxemännchen, mentre nelle zone olandesi confinanti con la Germania si chiamano Buikman. In Alsazia sono invece diffusi Manele e Manela.
4 Il più lungo
Nel 2021, a Glarona, è stato prodotto un omino di pasta lungo tre metri, utilizzando 21 chilogrammi di farina. Il primato è però di uno Stutenkerl tedesco lungo più del doppio: con un peso di ben mezza tonnellata e una lunghezza di quasi sette metri.
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Un regalo che tocca il cuore
Regala ai tuoi cari un ricordo unico pieno di momenti speciali vissuti insieme.
Invece di lettere, oggi la maggior parte delle persone scrive e-mail, SMS o messaggi WhatsApp. Tuttavia, gli studi dimostrano che scrivere a mano invece di digitare ha effetti positivi. Gli auguri di Natale scritti a mano valgono cinque volte tanto!
1Elaborare le informazioni
Chi scrive a mano di solito riesce a elaborare meglio le informazioni. «Se si prendono appunti a mano, si deve creare una sorta di riassunto già mentre li si scrive ed esprimere i contenuti con parole proprie; si inizia così a riflettere da subito sull’argomento e ciò fa sì che le informazioni rimangano impresse nella memoria», spiega la grafologa Iris Meier. Digitare è di solito molto più veloce che scrivere a penna. Ciò induce a registrare più informazioni senza riflettere su esse.
2Pensare in modo più interconnesso
I bambini imparano meglio l’alfabeto se devono scrivere le lettere a mano, come hanno dimostrato diversi studi. «La scrittura stimola e agevola il processo di apprendimento, il piacere di imparare e il pensiero reticolare. Se i bambini si limitano a digitare una dopo l’altra singole lettere, è molto più difficile riconoscere le parole che esse formano», spiega Meier.
CONSIGLI
Biglietti natalizi
Questo Natale, c’è qualcosa di scritto a mano
Per dare un tocco personale al bigliettino di Natale, molti prendono carta e penna e si mettono a scrivere. E ne vale la pena.
5
Nota personale
La grafia è un modo per esprimere la propria personalità: «Le persone che scrivono a mano, riconoscono sé stesse», afferma la grafologa Susanne Dorendorff. Per questo è importante che le persone amino la propria scrittura e la percepiscano come leggibile. Molte persone adulte si rivolgono a Dorendorff per migliorare la propria tecnica di scrittura. «La scrittura manuale è lo strumento più preciso dell’espressione di sé. Molti clienti maschi non vogliono più scrivere come dodicenni, ma vogliono firme e grafie carismatiche e personali».
Testo: Barbara Scherer
3
Promuovere la motricità fine
Raccogliere oggetti, allacciare i lacci delle scarpe, lavarsi i denti: tutte queste attività richiedono l’uso della motricità fine. Per compierle dobbiamo essere in grado di muovere i gruppi muscolari indipendentemente l’uno dall’altro. La scrittura a mano stimola ed esercita queste capacità nelle mani e nelle dita.
4
Scrivere correttamente I programmi di ortografia su PC e telefoni cellulari semplificano la vita quotidiana di molte persone. Ma di conseguenza e di pari passo le competenze ortografiche stanno diminuendo. «Se scriviamo le parole a mano, la sequenza corretta delle lettere si fissa nella nostra memoria ed è così che impariamo l’ortografia», spiega Iris Meier.
Per un biglietto di Natale personalizzato:
Biglietti di Natale classici 10 pezzi Fr. 3.95
Set di penne glitterate 8 colori Fr. 6.95
14.12
Hayato Sumino aka Cateen
Pianista e compositore giapponese capace di fondere repertorio classico, jazz, contemporaneo e improvvisazione, Hayato Sumino aka Cateen arriva al LAC con un programma che spazia da Chopin e Bach a Gulda e Kapustin, offrendone una lettura unica e personale.
19–21.12
Lo schiaccianoci
Mauro Bigonzetti MM Contemporary Dance Company Orchestra della Svizzera italiana
Per la nuova produzione del LAC, Mauro Bigonzetti rilegge l’eterna fiaba de Lo schiaccianoci sulla partitura di Čajkovskij, eseguita dall’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Philippe Béran con il Coro Clairière. A dare corpo al racconto coreografico, la MM Contemporary Dance Company.
• Produzione LAC
23.12
Spirit of New Orleans Gospel Choir
Torna il concerto gospel di Natale con lo Spirit of New Orleans Gospel Choir, formazione che riunisce alcuni dei migliori musicisti delle chiese battiste della Louisiana. Un’esplosione di energia, emozione e spiritualità che porta sul palco l’autentica tradizione del gospel afroamericano.
31.12
Concerto di San Silvestro Orchestra della Svizzera italiana Robert Treviño
Torna il tradizionale Concerto di San Silvestro con l’Orchestra della Svizzera italiana, diretta da Robert Treviño, tra i più interessanti direttori americani della nuova generazione: una serata straordinaria per salutare l’anno che si chiude e accogliere con gioia e speranza quello nuovo.
09–11.01
Titizé
A Venetian Dream Compagnia Finzi Pasca
Dopo il successo della scorsa stagione, torna Titizé – A Venetian Dream della Compagnia Finzi Pasca, spettacolo che, fedele al linguaggio dei sogni, restituisce immagini evanescenti, allusioni e miraggi, conducendo il pubblico in un universo rarefatto e surreale.
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TEMPO LIBERO
Tutta la dolcezza del Natale in un vasetto
Un micro laboratorio creativo che unisce biscotti fatti in casa, materiali semplici e personaggi festosi, e trasforma un barattolo di vetro in un dono curato nei dettagli
La deriva inquieta delle attrazioni estreme
Tra le trasformazioni più controverse del viaggio contemporaneo, riemerge l’interesse per i luoghi segnati da violenze e tragedie come Sarajevo
La puntina riprende il suo posto
Tra il ludico e il dilettevole ◆ Dai primi riti domestici ai richiami del cinema, il vinile ritrova spazio nelle nostre abitudini grazie al fascino tattile dell’analogico e alle sue atmosfere narrative
In un’epoca non poi così lontana, quando i file mp3, le piattaforme come MySpace, Spotify e Youtube non esistevano, per ascoltare musica si inseriva un cd o una musicassetta nello stereo o, in alternativa, si metteva un vinile sul giradischi. Allora estrarre un disco dalla sua custodia e appoggiarlo sul giradischi era un gesto carico di contenuto simbolico, da eseguire con dedizione e che esigeva disponibilità all’ascolto. Se si era seduti su una poltrona o sdraiati su un letto, ci si rilassava, e se si chiudevano gli occhi la coscienza diventava un flusso sonoro in movimento. Il tempo rallentava, si condensava in un territorio di confine, oltre il quale ci si abbandonava all’immaginazione e all’onirico.
Estrarre un disco, accendere una candela, posizionare la puntina, in Quasi famosi, fa realizzare persino i propri sogni
Oggi la maggior parte dei giovani ascolta la musica direttamente dal cellulare. Forse per questo anche quella ritualità che, solo un paio di decenni fa, caratterizzava ancora la fruizione della musica, si sta piano piano smarrendo. Purtuttavia, c’è chi afferma che il giradischi e i vinili stiano tornando prepotentemente di moda. Il valore collezionistico dei dischi, la bellezza estetica dell’oggetto, le sue componenti tattili e la qualità dell’analogico contribuiscono ad alimentare una sana nostalgia che sembra aver conquistato anche la generazione Z. Direttamente e indirettamente, anche il cinema e la letteratura contribuiscono a mantenere in vita, attraverso la memoria visiva ed eidetica, il fascino dell’esperienza musicale che ha preceduto l’avvento del digitale. In alcuni film, per dire, la presenza del giradischi, del jukebox, ma anche dello stereo e del walkman, conferisce a questi oggetti una inconfondibile aura di iconicità.
C’è, per esempio, una scena del film Quasi famosi diretto da Cameron Crowe che mette al centro la magia della musica e l’iconicità del giradischi. Siamo nel 1973 e William, ragazzo che frequenta le scuole medie superiori, scrivendo articoli per giornali underground di San Diego si addentra gradualmente nel mondo del giornalismo musicale. La sua passione è legata indissolubilmente a una borsa di pelle che contiene una piccola collezione di dischi in vinile che la sorella maggiore gli ha lasciato in eredità prima di trasferirsi a San Francisco. Quando William riceve quel regalo è bambino, ma intuisce che quei dischi, che custodisce gelo-
samente sotto il letto, hanno il sapore della ribellione.
Poco dopo aver ricevuto in eredità quella borsa di pelle, William vi estrae l’album Tommy degli Who e, quando apre la custodia per sfilare il disco, scopre che la sorella gli ha lasciato un messaggio su un foglietto: «Ascolta Tommy con una candela accesa e vedrai davanti a te il tuo futuro». Allora mette il disco sul giradischi, appoggia con cura la puntina e, mentre il disco gira in primissimo piano, stregato dal suono ipnotico della chitarra, accende una candela. Bastano quei piccoli gesti per venire risucchiati in un altro mondo. La telecamera, a questo punto, indugia sull’atmosfera suggestiva creata dalla musica e poi sfuma, mantenendo le note in sottofondo, e con un flashforward ci trasporta nel futuro. Ora vediamo William, anni dopo, alle scuole superiori che, durante una lezione, riempie il suo quaderno di nomi di rockband. Il ragazzo ha in testa solo una cosa, diventare un giornalista musicale. Il salto temporale, che la telecamera realizza puntualmente davanti agli occhi dello spettatore, ci fa capire che la promessa annunciata dal messaggio lasciato dalla sorella si sta veramente compiendo. Quel biglietto era una formula magica. Un secondo esempio che illustra la
nostra riflessione è la scena finale di Flashdance di Adrian Lyne, nella quale la protagonista Alex Owens (Jennifer Beals) si presenta a un’audizione per entrare in una prestigiosa accademica di danza. Come in Quasi famosi, un primo piano ci mostra Alex che estrae un vinile dalla sua borsa e lo appoggia sul giradischi. La musica parte e la ragazza, sulle note dell’iconico brano What a feeling, esegue l’intera sequenza di danza che ha preparato di fronte a una giuria che, inizialmente, si mostra un po’ ingessata al cospetto di uno stile di danza che strizza l’occhio alle tendenze contemporanee.
Se in Flashdance un disco scioglie una giuria rigida, il grammofono di Dieci piccoli indiani incrina la quiete e accende il panico
Poi però, nel giro di pochi attimi, i ritmi indiavolati del ballo e della musica disarmano completamente lo scetticismo della giuria. I giurati si ritrovano così ad accompagnare il ballo muovendo in maniera un po’ rapsodica, come degli adolescenti impacciati, mani e braccia a ritmo di musica. Come in Quasi famosi, è un po’ come se la musica avesse liberato un incantesimo destando da un lungo torpore i
giurati che, simbolicamente ringiovaniti, accolgono con piacere Alex nella loro prestigiosa accademia.
Nella letteratura, la portata iconica del giradischi è, in certi casi, meno dirompente, forse perché lasciata maggiormente all’immaginazione del lettore. In altri casi, però, una narrazione ben congegnata, come quella che caratterizza il romanzo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, può fare la differenza. Lo dimostra, in particolare, una delle scene presenti nei capitoli iniziali. Si tratta del momento in cui i protagonisti, giunti sull’isola che fa da sfondo alla vicenda, si ritrovano nell’ampio salotto dove, in un’atmosfera di buon umore generale, cominciano a conoscersi l’uno l’altro. Intanto Rogers, il servizievole maggiordomo, adempiendo alla richiesta del fantasmatico signor Owen si avvicina al grammofono per mettere un disco. Senonché, quando posiziona il disco e aziona il grammofono, non è la melodia vellutata de Il lago dei cigni composta da Tchaikovsky – come lascerebbe intendere la scritta sul disco – a diffondersi nel salotto, ma una voce misteriosa che, come un fulmine, squarcia l’atmosfera accusando gli ospiti di aver commesso degli omicidi. L’effetto è immediato, l’atmosfera si raggela all’istante, lasciando tutti sconvolti. Poi, passata
l’iniziale incredulità, nascono discussioni accese e, nello sconcerto generale, ognuno espone la propria versione dei fatti dichiarandosi innocente. Se il grammofono azionato da Rogers in Dieci piccoli indiani diffonde il panico fra gli ospiti riuniti sull’isola c’è, in un altro romanzo importante, un altro giradischi che porta una ventata di speranza in un mondo saturo di angoscia esistenziale. Nel finale de La nausea di Jean-Paul Sartre, Antoine Roquentin ascolta un disco di musica jazz che qualcuno ha messo sul giradischi. La natura volatile delle note che pervadono l’atmosfera del loro mood lo rende consapevole che, al di là del carattere effimero dell’esistenza e indipendentemente dalla sua soggettività, la melodia che percepisce ha una sua permanenza nel tempo. Questa scoperta porta il protagonista alla decisione di scrivere un libro per dare un senso compiuto alla propria libertà.
Quando si parla di esperienza immersiva si pensa quasi sempre alla realtà virtuale e all’immagine. Gli esempi qui sviluppati aiutano a capire che anche l’ascolto ha una sua componente immersiva, senza la quale sarebbe difficile, per dire, anche solo evocare il trasporto con cui la musica ci fa vivere più intensamente e, in certi casi, trasforma completamente la realtà.
William mentre sta per far partire il giradischi in una delle scene iniziali del film Quasi famosi. (Columbia Tristar)
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Da qui Vasco da Gama salpò per l’India
Reportage ◆ Ilha de Moçambique, dichiarata nel 1991 patrimonio dell’umanità dall’Unesco, è meta storica e monumentale
Marco Moretti, testo e foto
A 500 anni dalla sua morte, Vasco da Gama guarda ancora verso l’India, sorveglia l’oceano che per primo solcò con le caravelle, immortalato nel bronzo a Ilha de Moçambique, antica capitale coloniale e principale base africana per i navigatori portoghesi sulla rotta per l’Oriente.
Il Mozambico con 2500 chilometri di coste ha le spiagge più belle, estese e incontaminate dell’Africa. L’aereo che porta dalla capitale Maputo alla settentrionale Pemba sorvola il suo litorale tra arenili spopolati, baobab e villaggi di capanne. Non si vede nessuna struttura turistica perché – causa conflitti e sottosviluppo – il Paese è la Cenerentola nel Continente: solo l’isola di sabbia Bazaruto e l’arcipelago delle Quirimba sono diventati richiami balneari.
Ilha de Moçambique, dichiarata nel 1991 patrimonio dell’umanità dall’Unesco, è l’unica meta storica e monumentale: tappa irrinunciabile per chi visita il Mozambico. Da Pemba, 450 chilometri più a nord, la si raggiunge viaggiando tra i villaggi delle province di Cabo Delgado e di Nampula: tra capanne di fango, baobab, bizzarre formazioni rocciose, fiumi popolati di lavandaie con abiti sgargianti e abbaglianti saline.
Ilha si allunga tra i promontori che disegnano una baia. È collegata alla terra ferma da un ponte di 3400 metri costruito nel 1967.
È un’isola di meno di due kmq – la si gira a piedi – che ha dato il nome a un Paese di 801mila kmq, venti volte la Svizzera (41.290 km²). Fu Vasco da Gama a chiamarla Moçambique storpiando Musa Al Big, il nome del mercante omanita che gestiva i commerci sull’isola quando, il 2 marzo 1498, vi sbarcò per la prima volta e la rivendicò al Portogallo. Dal X secolo gli arabi navigatori di Muscat – mercanti in Africa orientale con basi a Lamu, Mombasa, Zanzibar, Pemba, Comore e Nosy Be – avevano aperto una stazione di scambio sull’isola, abitata da pescatori Bantù.
La decadenza di Ilha iniziò nel 1898 quando i portoghesi spostarono la capitale della colonia a Lourenço Marques, l’attuale Maputo, per sfruttare la scoperta delle miniere d’oro in Transvaal, nel confinante Sudafrica.
Il ponte parte dalle saline e sfocia nel quartiere africano di Ilha, formato da capanne abitate da pescatori. Ma in pochi minuti si ha un miraggio d’Europa, nella Cidade de Pedra dove i palazzi che furono dei nobili si mescolano a chiese, edifici pubblici, al cancello del porto e al grande Hospital de Moçambique. Perché Ilha è un luogo della saudade, nostalgi-
ca e monumentale testimonianza dell’epoca delle scoperte geografiche lusitane, una piccola Salvador de Bahia sull’oceano Indiano: qui – come a Lisbona e a Goa – si coglie il fascino struggente di quello che fu un grande impero.
Vasco da Gama la raggiunse una seconda volta nel 1503, ma fu solo nel 1507 che i portoghesi vi costruirono un insediamento permanente: stazione commerciale e base navale con rotte regolari per Goa, Ceylon, Malacca, Timor, Macao e Nagasaki. È della seconda metà del Cinquecento la Fortaleza de São Sebastião, la cittadella che domina il nord dell’isola: la più antica dell’Africa subsahariana. Ancor più datata è la vicina Capela de Nossa Senhora de Baluarte (1522) in stile manuelino, il gotico fiorito inventato a Lisbona da re Manuel I per celebrare le scoperte geografiche: è il più antico edificio europeo nell’emisfero sud. Poche centinaia di metri e si è nella Cidade de Pedra, il cuore monumentale di Ilha con il Palácio e la Capela de São Paulo, la residenza del governatore del 1610 trasformata in museo. Restaurata con i fondi Unesco, attraverso le molte sale con mobili di foggia indo-lusitana e oggetti indiani, cinesi e arabi, oltre che europei, illustra la vita di agi della nobiltà portoghese dell’epoca.
La cappella fu decorata nel Seicento da artisti goani e cinesi. Un piccolo museo marittimo narra il
rapporto di Ilha con la navigazione.
La statua di Vasco da Gama domina il giardino davanti al Palácio. A pochi isolati s’incontra il monumento a Luís Vaz de Camões, autore di I lusiadi, il poema epico che glorificò Vasco da Gama e le scoperte portoghesi. Dietro il Palácio si trova la Igreja da Misericordia con oggetti di culto, dipinti e sculture nel museo di arte sacra. Nel sud dell’isola, sul promontorio che disegna la baia affac-
sull’oceano c’è l’Igreja de Santo António: quello di Padova, che nacque a Lisbona ed è anche uno dei suoi patroni.
La chiesa è di fronte al quartiere africano, dove i pescatori prendono il mare sui dhow (le barche arabe a vela triangolare) o cuciono le reti in spiaggia all’ombra delle moschee, perché – a differenza del resto del Mozambico, a maggioranza cristiana o animista – la popolazione
di Ilha è soprattutto musulmana. I Bantù qui si sono mescolati con portoghesi, omaniti, persiani, pakistani, indiani e cinesi: c’è anche un tempio indù. È la sfaccettatura di un Paese creolo, frutto della politica di Afonso de Albuquerque, il creatore dell’impero commerciale portoghese che nel Cinquecento incoraggiò i matrimoni misti per saldare i vincoli con i popoli sottomessi. I figli nati da queste unioni diventavano portoghesi al di
là del colore della pelle: un lungimirante stratagemma che permise alle poche centinaia di marinai sbarcati di controllare, nell’arco di un paio di generazioni, immensi territori. Ecco perché a Ilha, a fianco di un Paese bantù ce n’è uno creolo: ragazzi con pelle nera e occhi verdi a mandorla. E non si avverte astio razziale: un’eccezione in questa parte di Africa che rende più facile e piacevole il viaggio. Insieme alla melodiosa lingua lusitana, idioma nazionale – nel Paese in cui si parlano vari dialetti e il swahili – con ritmi più musicali che a Lisbona. Atmosfera gradevole anche per i sorrisi con cui si è accolti, nonostante la vita qui sia dura, come raccontano i padri Comboniani che gestiscono la locale missione.
Molte donne hanno il viso imbiancato dal musiro: la pasta ricavata da una radice grattata e mescolata all’acqua, protegge la pelle dal sole, la liscia e la idrata. Usato solo dalle nubili, serve anche a distinguere le ragazze in cerca di marito da quelle sposate.
Informazioni
Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.
ciata
Ilha de Moçambique, Cidade de Pedra, sotto, statua di Vasco da Gama e donna con musiro; in basso, pescherecci e una casa africana.
Tutto l’incanto del Natale in un vasetto
Crea con noi ◆ Un progetto semplice e coinvolgente restituisce al gesto del regalo una cura artigianale fatta di stoffe, colori e biscotti profumati
Giovanna Grimaldi Leoni
Natale è il momento perfetto per creare con le proprie mani piccoli regali pieni di affetto per le persone care. Questo progetto è pensato per i bambini che desiderano realizzare un pensierino speciale per familiari e amici, divertendosi con fantasia e materiali semplici. Si parte da un vasetto di vetro riciclato, che verrà riempito con deliziosi biscotti fatti in casa – oppure, per chi preferisce un’alternativa più rapida, con le pratiche paste pronte disponibili nella propria filiale Migros.
Una volta riempito, il vasetto si trasforma in uno dei tre simpatici personaggi natalizi: la renna, il pupazzo di neve o l’orsetto, pronti a portare un tocco di allegria e dolcezza sotto l’albero.
Procedimento
Prendete la palla di polistirolo e con un taglierino dividetela in due parti. Ricoprite ora la semisfera con pezzetti di carta da cucina utilizzando della colla vinilica diluita in poca acqua. Spennellate bene e infine lasciate asciugate.
Giochi e passatempi
Cruciverba
L’aorta, la nostra più grande arteria, è capace di trasportare nel nostro corpo circa… Termina la frase risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate.
(Frase: 7, 5, 2, 6, 2, 6)
Pitturate la superficie con il colore giusto: marrone per la renna e l’orsetto e bianco per il pupazzo di neve. Quando la pittura è asciutta, potete passare alla decorazione del tappo. Dalla gomma crepla o dal feltro ritagliate, seguendo il cartamodello, le varie parti che servono: le corna e le orecchie per la renna, il cappello per il pupazzo di neve, oppure le orecchie, il muso e il nasino per l’orsetto. Incollate tutti i pezzi al loro posto utilizzando la colla a caldo.
Con un pennarello nero disegnate gli occhi e la bocca, aggiungete un po’ di colore sulle guance e qualche tocco di bianco per dare luce al viso. Se volete, potete completare la decorazione con fiocchi, pompon o brillantini per rendere i vostri personaggi ancora più speciali. Riempite i vasetti con i biscotti. Ritagliate, se possibile con una forbice a zig-zag, un quadrato di stoffa o di pannolenci un po’ più grande del tappo, appoggiatelo sopra e legatelo intorno con un filo di spago rosso e bianco. Questo passaggio sarà più semplice se prima di legare la stoffa con un filo utilizzerete un elastico che la terrà ferma. Sopra il tappo decorato, incollate la testa del vostro personaggio. Buon divertimento!
• 1 sfera di polistirolo da 7 cm (tagliata a metà)
• Colla vinilica
• Carta da cucina
• Acquarelli, acrilico bianco, pennelli
• Resti di gomma crepla o feltro colorato (marrone, arancione, bianco, nero)
• Forbici/taglierino
• Spago o cordoncino natalizio (rosso e bianco)
• Stoffa o feltro per coprire il tappo e per i dettagli dei personaggi
• Pennarello indelebile nero e pennarelli acrilici bianco e rosso
• Stampante per cartamodello
(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)
ORIZZONTALI
1. In questo luogo, poetico ...
5. Benvolute
10. Cola nella leccarda
11. Bevanda deliziosa
12. All-In-One
13. Lievi soffi
14. Le iniziali della Cuccarini
15. Infecondi
16. Le iniziali dell’attrice Autieri
17. Nome femminile
18. È buono in Germania
19. Due di spade
20. Le valicò Annibale
21. Aggettivo possessivo
22. Periodi di due lustri
25. Fuori in inglese
26. Acronimo di una funzione dello smartphone
VERTICALI
1. Si citano con i tali
2. Il senso di certe vie
3. Andato alla latina
4. La... precedono a tavola
5. Nome femminile
6. Personaggi leggendari
7. Dei della mitologia germanica
Soluzione della settimana precedente TRA CONIUGI – «Caro non puoi arrabbiarti sempre con tutti, a volte dovresti chiudere un occhio!» Risposta risultante: «CERTO, MA SOLO PER PRENDERE LA MIRA!»
9. Del tutto inesatti
11. Regione storica dell’antica Grecia
13. Un Pomodoro scultore
15. Le iniziali dell’attrice Angiolini
16. Sdraiato a pancia in su
18. Cavità articolare di un osso che accoglie la testa di un altro
20. Luoghi dove si trebbia 21. Dispari nel micete 23. Simbolo chimico
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.
8. Pronome personale
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
Viaggiatori d’Occidente
Sarajevo e le ombre rimaste dopo l’assedio
Sarajevo è una città speciale. Per cominciare sorge sul confine tra Oriente e Occidente, tra mondo ottomano e asburgico, dove le diverse fedi si incontrano: cattolici, ortodossi, musulmani, ebrei. A Sarajevo la grande storia si mescola con la vita quotidiana: qualche anno fa passeggiavo sulla riva del fiume Miljacka, vicino al Ponte Latino, quando scoprii che proprio in quella via, chiamata Obala Kulina bana, Gavrilo Princip sparò all’arciduca Francesco Ferdinando: fu la scintilla che fece scoppiare l’incendio della Prima guerra mondiale, con i suoi milioni di morti. E poi l’assedio più lungo della storia europea del Novecento (1992-1996), dopo che la Bosnia Erzegovina proclamò la sua indipendenza dalla Jugoslavia. In quegli anni i civili vivevano sotto la costante minaccia dei cecchini serbo-bosniaci, appostati sulle alture che circondano da ogni lato la cit-
tà. La via principale, Meša Selimović Boulevard, divenne tristemente nota come «Via dei cecchini» (Sniper Alley). I luoghi più comuni – strade, fermate dei mezzi pubblici, negozi, fontane – si trasformarono in aree ad altissimo rischio, spesso segnalate da cartelli. Per gli abitanti ogni spostamento quotidiano – andare a prendere l’acqua, fare la spesa, raggiungere il posto di lavoro – implicava un rischio mortale; da qui un senso di terrore e una sorveglianza costante. Ricordo il senso di claustrofobia che provai attraversando il tunnel segreto costruito sotto la pista dell’aeroporto, un’arteria vitale per rifornire la città e per lungo tempo l’unico collegamento tra gli assediati e il territorio controllato dall’esercito bosniaco. Gli abitanti di Sarajevo tentarono di adattarsi restando il più possibile in casa o nei rifugi sotterranei, ma anche così diecimila civili furono uccisi in que-
Cammino per Milano
Il martirio di San Vitale
Novembre è il mese più crudo: i boschi si spogliano, crollo delle temperature, manco di luce. È necessario un dipinto, non per forza un capolavoro, per rifugiare lo sguardo. Ci vuole un bel martirio concitato. Da giorni sono folgorato dal più grande pittore di cui, forse, non avete mai sentito parlare e un suo martirio in gran formato è conservato dal 1811 alla pinacoteca di Brera. Un anno dopo appena, dunque, dall’apertura delle sue prime sale dove entro – un minuto neanche dopo aver lanciato uno sguardo all’affaccio della sala teresiana della Braidense raccontata un anno fa – verso le cinque meno un quarto di un pomeriggio di novembre inoltrato.
Il martirio di San Vitale, dipinto tra il 1580 e il 1583 da Federico Barocci (1533 ca-1612), straordinario pittore urbinate non conosciutissimo come dovrebbe, si trova nella sala XXVII. Memorizzato il tragitto zigzagante
in quattro movimenti, a partire dalle sale napoleoniche ricavate da una ex chiesa demolita e bombardate nel 1943 per essere ricomposte poi da Portaluppi, di cui il garbo eccentrico di due case abbiamo già assaporato in due gite, mi precipito lì. Leggero –per via delle suole vulcanizzate nell’Isère con una speciale innovazione risalente al 1945 e grazie a una gomma naturale di alta qualità proveniente da Parà che dà il nome a queste scarpe prese da un paio di ore – volo tra le sale senza farmi distrarre troppo (è una parola) dagli altri quadri. Non facile, però, passar via, dai due capolavori della sala prima senza ammirarli almeno un po’. Ma di sicuro ci sarà occasione di fermarci più a lungo a guardare lo Sposalizio della Vergine di Raffaello o il Piero della Francesca con quell’uovo di struzzo appeso che illumina ogni giornata. Con questo preludio-assaggio di bel-
Sport in Azione
Il pareggio ottenuto in Giamaica, ha fatto qualificare Curaçao per la Coppa del Mondo di calcio, che si terrà la prossima estate tra Messico, Stati Uniti e Canada. Curaçao è un minuscolo Paese costitutivo del Regno dei Paesi Bassi, che fino al 2010 faceva parte delle Antille Olandesi. È uno staterello che non se la passa male, grazie a petrolio e turismo balneare. I suoi 185mila abitanti hanno ereditato la cultura calcistica degli ex occupanti olandesi, grandi maestri. La loro maglia Nazionale è blu, ma i suoi membri sono quasi tutti «orange», a partire dal CT Dick Advocaat. Ho visto qualche scampolo di gioco sul web. Non male, tuttavia contro avversari di medio e basso cabotaggio. Sono curioso di vederli all’opera al Mondiale, al cospetto di argentini, brasiliani, inglesi, tedeschi, spagnoli, francesi, svizzeri e olandesi. Sono convinto che riusciranno a raccogliere le simpatie di
gli anni, più di duecento direttamente dal tiro dei cecchini, tra loro sessanta bambini.
Ora recenti inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno fatto emergere un’ipotesi agghiacciante, già anticipata nel documentario Sarajevo Safari del 2022: durante l’assedio diversi stranieri avrebbero pagato somme elevate (anche centomila euro) in cambio della possibilità di sparare sui civili da posizioni sicure. In attesa di conferme definitive, molti dettagli restano da chiarire, a cominciare dalla provenienza di queste persone: quasi certamente l’Italia, probabilmente anche Russia, Canada e Stati Uniti. Si trattava evidentemente di persone agiate e sembra che a spingerli non fossero tanto motivazioni politiche o religiose, quanto piuttosto la passione per le armi di precisione. Anche per questo, nel raccontare la vicenda, è stato spesso utilizzato il termine safari.
Diversi giornali hanno parlato invece di «turismo della morte» o di Dark Tourism. Viene spontaneo, ma non credo sia la scelta giusta. Il termine Dark Tourism fu coniato una ventina d’anni fa, per indicare «il viaggio verso luoghi associati alla morte e ai disastri» (Philip Stone). Questa forma così particolare di turismo ha rivelato un lato nascosto della natura umana: la curiosità e l’attrazione verso le scene di tragedie, battaglie, massacri o crimini efferati. La lista delle possibili destinazioni è già imponente: Auschwitz-Birkenau in Polonia, i campi di battaglia della Prima guerra mondiale a Verdun o Ypres, le vie di Londra dove colpiva Jack lo Squartatore e così via.
Gli studi in questo campo hanno profondamente rinnovato la stessa definizione di turismo, prima associata solo al piacere e al divertimento (Leisure). E tuttavia il Dark Tourism cam-
mina su ghiaccio sottile; ogni nuova iniziativa porta con sé discussioni, polemiche, controversie. Anche Sarajevo naturalmente è una possibile meta da questo punto di vista, ripercorrendo i luoghi del famoso assedio. Ma nel Dark Tourism non c’è mai approvazione o celebrazione del male, quanto piuttosto un invito a indirizzare la nostra naturale fascinazione nei confronti della malvagità e del macabro verso la riflessione, la comprensione, il ricordo delle vittime. I cecchini volontari di Sarajevo dunque non sono dei turisti, sono semplicemente dei sadici. Nel mio lavoro di storico ho incontrato spesso queste figure, perché ogni epoca ha offerto loro ampi spazi d’azione. Erano i persecutori delle «streghe», i torturatori, i boia, gli entusiasti carnefici nei campi di concentramento nazisti, le polizie segrete delle dittature: la parte peggiore dell’umanità.
lezza estrema negli occhi, passo nella sala successiva. Dove l’incanto dei colori, distribuiti brumosi lungo la tela tumultuosa di quasi quattro metri di altezza con pennellate pre-impressioniste, ravviva l’atroce morte di San Vitale seppellito vivo. Lo sfondo verde sottobosco a calce di questa sala, aiuta la vista del visitatore dal 2016, merito dell’ex direttore anglo-canadese Bradburne che ha portato una ventata di stile nell’allestimento e recuperato, tra l’altro, molti marmi di Portaluppi. Un battiscopa in marmo nero screziato, credo carnico come all’entrata di Villa Necchi perché me lo ricorda molto, corre intorno a tutta la sala ventisette impreziosendola senza sfarzo.
Avvelenato a Roma nel 1565 per la troppa bravura pare, ma sopravvissuto e ritornato a Urbino a dipingere con lentezza decennale, Barocci vela tutto l’affollatissimo dipinto com-
missionatogli dai monaci cassinesi per l’altare della basilica di San Vitale a Ravenna, con la sua caratteristica vaghezza. «Vago e devoto» è il ritratto lampo di Giovan Pietro Bellori in Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni (1672) che si ritrova nel sottotitolo di una monografia su Barocci del 2008 di Stuart Lingo: Allure and devotion. Un martirio dal pallore lunare mi accarezza lo sguardo e conforta lo spirito, attraverso innanzitutto la sintesi sottrattiva. Un rosso carminio molto annacquato si trova in quattro punti nevralgici attorno al santo capitombolato: il mantello di un soldato, il braccio di una specie di sultano, un drappo di un giovane con cappello di paglia e badile, il vestito spiegazzato tipo Madonna di una donna che allatta un bimbo e mette una mano protettiva sulla spalla di un’altra sua bambina. Il blu è posto speculare lì di fronte, nel mantello indaco per ter-
ra, tra un badile e un cane. Mentre il giallino maionese è centrale nel gilet di una figura che prende la scena: tiene una pietra pronta per essere gettata contro il santo che è il motivo di pericolo che si spande per tutto il dipinto pervaso da una coreografia protobarocca. L’inscenamento teatrale s’innesca attraverso i parergon o cose piccole di cui Barocci è maestro: sono gli elementi marginali alla scena principale, dal sapore di curiosità da natura morta fiamminga, a coinvolgere lo spettatore. È il cane da caccia in un angolo, a portata di sguardo se si pensa alla collocazione originaria, che osserva una lucertola, a portare dentro il dipinto. O la bambina che guarda il martirio, la mano appoggiata accanto a una ghiandaia, vicino a delle ciliegie che datano il martirio di San Vitale a fine aprile, a spingerci dentro la feroce vaghezza.
molti appassionati. Piccolo, in fondo, è un concetto che va sempre molto forte. Immagino però che la loro presenza all’evento più mediatizzato del globo, susciterà anche l’invidia di molte nobili decadute che assisteranno alla rassegna dal divano. Penso alle ex grandi dell’est europeo, alla Danimarca e alla Grecia, entrambe sul tetto d’Europa in tempi non così lontani, alla Serbia di Dusan Vlahovic. Magari anche l’Italia, vincitrice di quattro trofei, dovrà passare dagli spareggi, col rischio di mancare all’appello per la terza volta consecutiva.
Queste riflessioni mi conducono ai Mondiali di sci alpino. Quante volte abbiamo percepito l’indignazione di chi non si capacitava per l’esclusione del quinto discesista svizzero o austriaco, magari ex campione olimpico o mondiale, per fare spazio allo sciatore africano di turno che affrontava il pendio a spazzaneve?
La qualifica di Curaçao è figlia del nuovo schema adottato dalla FIFA (Fédération Internationale de Football Association) che ha voluto portare all’atto conclusivo un numero più elevato di squadre. Si è passati dalle 13 squadre degli esordi, nel 1930 in Uruguay, alle 16 dell’edizione successiva, nel 1934 in Italia. Nel 1982 in Spagna si disputarono il titolo 24 nazionali. Nel 1998, in Francia, il numero lievitò a 32. Il prossimo anno addirittura a 48. A beneficiare dell’aumento saranno soprattutto le nazioni asiatiche e africane. Mi chiedo se non valga la pena di mettere in scena, sull’arco del quadriennio, una lunga fase a eliminazione diretta, a partire dai 356esimi di finale, su su fino alla Partitissima che mette in palio il titolo mondiale. È una provocazione, non temete. Ma il caso di Curaçao mi fa riflettere sulle strategie della FIFA. Mi pare in netta controtendenza
rispetto al mondo dell’economia e della finanza che, dalla globalizzazione dei mercati in poi, in perfetto stile neoliberista, sta concentrando la ricchezza in un numero sempre più esiguo di magnati. Nel calcio, invece, si punterebbe sulla ridistribuzione delle opportunità, della gloria, e della visibilità mediatica. Indubbiamente, per Paesi come Curaçao, come l’Iran, alle prese con una delle siccità più devastanti della sua storia, per il mezzo milioni di abitanti dell’isola di Capo Verde, o per la Giordania, con la sua costante instabilità, la Coppa del Mondo potrebbe essere un’importante vetrina. Lo potrebbe essere quantomeno per qualche loro giocatore. Ma per il Paese? Un mese di serenità, passione, folle e pacifico delirio. Poi, il ritorno alla realtà renderebbe quest’ultima ancora più dura e insostenibile. Confesso, sono diviso. Non so se ap-
plaudire questo slancio di democraticità della FIFA, come avevo fatto poche settimane fa per la vittoria del piccolo e umile Mjällby nel campionato svedese. D’altro canto, la storia di Curaçao mi scatena il desiderio, velleitario, di scavare alla ricerca di recondite motivazioni che, molto probabilmente, affondano le radici nella proverbiale avidità di denaro dei grandi organismi sportivi internazionali. Ma non ne capisco né il disegno né i meccanismi. Una tardiva adesione allo spirito e alla carta olimpica?
La passerella negli stadi del Mondiale non cambierà di una virgola le sorti del calcio in questi Paesi, che beneficiano delle maglie larghe della FIFA. Potrebbe per contro avere delle ripercussioni negative su umori e investimenti in alcune grandi nazioni della storia. Che sia questo, il vero disegno dei padroni del calcio? Voglia di ridimensionare il vertice allargando la base?
di Claudio Visentin
di Oliver Scharpf
di Giancarlo Dionisio
8.40
FESTEGGIA!
19.95
invece di 39.92
Carne di manzo per fondue chinoise Finest, IP-SUISSE prodotto surgelato, in conf. speciale, 600 g, (100 g = 3.33) 50%
8.40
invece di 12.–Ali di pollo Optigal al naturale e speziate, Svizzera, al kg, in self-service 30%
2.90 invece di 4.15
Clementine Spagna, rete da 2 kg, (1 kg = 1.45) 30%
Raclette al naturale Raccard, IP-SUISSE in blocco extra o a fette, in confezioni speciali, per es. in blocco extra, per 100 g, 1.35 invece di 2.25 40%
3.–
invece di 5.90
Black Angus Migros Uruguay, 2 pezzi, per 100 g, in self-service 49%
Bistecche di scamone di manzo
3.55
invece di 5.95
Miscela natalizia Migros con o senza creste di gallo all'anice, 500 g, (100 g = 0.71) 40%
Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti.
Croccante FRESCHEZZA con tantissime vitamine
3.65
invece di 5.25
2.95
invece di 3.95
Delicatezza e tanto sapore
Filetto di petto d'anatra Francia, per 100 g, in self-service 25%
Arance bionde Migros Bio Spagna/Italia, rete da 1,5 kg, (1 kg = 2.43) 30%
Ideale con
–.50 DI RIDUZIONE
3.20
invece di 3.70
Insalata del re Anna's Best 150 g, (100 g = 2.13)
20%
Datteri
Israele, vaschetta da 300 g, 3.32 invece di 4.15, (100 g = 1.11)
3.95
invece di 5.–
Perù/Argentina/Sudafrica, 250 g, confezionati, (100 g = 1.58) 21%
Mirtilli, Migros Bio
6.70
invece di 7.90 Coste Italia, al kg, imballate 15%
3.75
2.50
Pomodori a grappolo Migros Bio Spagna/Italia, vaschetta da 600 g, (100 g = 0.42) 21%
invece di 3.20
Lattuga baby Spagna, vaschetta con 6 pezzi, 375 g, (100 g = 0.52) 22%
1.95 invece di 2.50
3.95
Cavolfiore Migros Bio Spagna/Italia, al kg 33%
invece di 5.95
Formentino, Migros Bio Ticino, 125 g, confezionato, (100 g = 3.00) 24% Per patate lesse e insalata di patate
invece di 4.95
4.40
invece di 5.80
Patate resistenti alla cottura Migros Bio Svizzera, sacchetto da 2 kg, (1 kg = 2.20) 24%
Migros Ticino
a partire da 2 pezzi
Fan della carne:attenzione!
Appena pescato e subito nel piatto
20%
Tutti i prodotti a base di salmone affumicato Migros Bio per es. al naturale, d'allevamento, Norvegia/Irlanda, 100 g, 6.36 invece di 7.95, in self-service
41%
L’ideale per le «moules et frites», ricetta su migusto.ch
Filetti di pangasio Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.73) 44%
13.95
invece di 23.80
Trancio di salmone M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 400 g, in self-service, (100 g = 3.49)
6.35 invece di 7.50
Filetti di merluzzo M-Classic, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 375 g, in self-service, (100 g = 1.69) 15%
Filetto di tonno pinna gialla Migros pesca, Pacifico occidentale, per 100 g, in self-service 30% 10.95 invece di 19.80
3.45
invece di 4.95
GRANDE
3.05 invece di 4.10
Pane di spelta 500 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.61) 25%
Con aromatica spelta e una leggera nota di lievito madre di segale 6.–
PICCOLO prezzo
5.70
g, prodotto confezionato, (100 g = 1.00)
Discoletti, nidi alle nocciole e biscotti al cocco, Petit Bonheur per es. discoletti, 207 g, 2.08 invece di 3.10, prodotto confezionato, (100 g = 1.00) a partire da 3 pezzi 33%
2.30
g, prodotto confezionato, (100 g = 1.92) Tutti i tipi di pasta per biscotti per es. Pasta per milanesini al burro Anna's Best, blocco, 500 g, 3.68 invece di 4.60, (100 g = 0.74) a partire da 2 pezzi 20%
Dalla fattoria DIRETTAMENTE nel piatto
2.40
Caseificio Canaria per 100 g, prodotto confezionato 20%
invece di 3.–
1.45
invece di 1.85
6.80
Büscion di capra 200 g, (100 g = 3.40) 20%
invece di 8.50
circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 21%
Le Gruyère dolce AOP
–.10 DI RIDUZIONE
1.–
invece di 1.10
In una pratica confezione per microonde e forno
conf. da 2 20%
7.90
invece di 9.90
Fondue L'Original Gerber Mini 2 x 200 g, (100 g = 1.98)
Tutti gli iogurt Nostrani per es. alla castagna, 180 g, (100 g = 0.56)
conf. da 3 20%
6.–
invece di 7.50
Mozzarella Galbani palline o mini, in confezioni multiple, per es. palline, 3 x 150 g, (100 g = 1.33)
Ticino
a partire da 2 pezzi 30%
Tutti i prodotti vegani sostitutivi del latte per es. Alpro This is not M*lk 1.8%, 1 litro, 2.45 invece di 3.50
conf. da 3 20%
4.30 invece di 5.40 Mezza panna UHT Valflora, IP-SUISSE 2 x 500 ml, (100 ml = 0.43)
Tutti gli smoothie e i succhi, Innocent, refrigerati per es. succo d'arancia, 900 ml, 3.96 invece di 4.95, (100 ml = 0.44) a partire da 2 pezzi 20%
250 ml, 500 ml o High Protein, per es. drink Ovomaltine, 3 x 250 ml, invece di 6.30, (100 ml = 0.67)
da 4 30% 2.–invece di 2.40 Quark alla frutta M-Classic lampone, fragola o albicocca, 4 x 125 g, (100 g = 0.40) conf. da 4 16%
Pizze Anna's Best, refrigerate Margherita o Prosciutto, per es. Margherita, 4 x 390 g, 13.– invece di 18.80, (100 g = 0.83)
conf. da 2 20%
3.50 Fol Epi Classic a fette 150 g, (100 g = 2.33)
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