Coltivare olivi, produrre olio, generare bontà e bellezza
di Luigi Caricato
La parola “bellezza” il più delle volte non viene intesa in tutta la sua potenza espressiva. Spesso viene fraintesa ed equivocata. Il limite, ma anche la straordinaria efficacia di questa parola, sta nel fatto di avere a che fare con un concetto astratto, diventando di conseguenza difficile definire, circoscrivere e incasellare ciò che è bello da ciò che non lo è. In quest’ordine di idee, tutto diventa opinabile. Eppure, quando è nata l’idea del contest “Forme dell’olio”, valutando ciò che era oggettivamente presente sul mercato, lo scenario che si presentava alla vista non era tra i più esaltanti. Non si coltivava per nulla la bellezza delle forme.
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Il contenitore serviva espressamente per contenere un contenuto. Tutto si concentrava sull’olio, sulla materia prima alimentare destinata a entrare nelle cucine domestiche e professionali, per poi apparire sulle tavole di chi l’olio lo avrebbe consumato. Ci si concentrava sul contenuto - che non sempre, peraltro, era un contenuto di alto profilo qualitativo. Si trascuravano invece i contenitori, come pure le stesse etichette. Poco importava investire in bellezza. Anche la stessa funzionalità dei contenitori non era presa nella giusta considerazione. Sì, perché le chiusure non erano un tempo così performanti come lo sono oggi. Adesso si versa l’olio in maniera impeccabile, senza che questo scivoli lungo la bottiglia. Lo stesso vale per le etichette: mentre in passato erano inguardabili, adesso è possibile disporre della migliore qualità della carta, perfino adesiva, utilizzando nel medesimo tempo carte bianche resistenti alle macchie, studiate appositamente per gestire al meglio l’invasività degli oli, impedendo di fatto, e con efficacia, la permeazione del grasso. Il contest “Forme dell’olio” è partito con il presupposto di stimolare le aziende produttrici e confezionatrici di olio extra vergine di oliva a investire in bellezza e funzionalità, anche perché i due aspetti sono tra loro coincidenti: non può esserci bellezza senza una corretta fruibilità del prodotto. Se ci pensiamo, osservando i contenitori dell’olio presenti nei musei, in passato l’olio era sempre stato espressione di pura bellezza. Lo è stato sempre, sin dall’antichità. Poi, come sempre accade, c’è stato un lungo periodo di inabissamento e occultamento della bellezza, come se questa non fosse importante. Solo da qualche anno a questa parte - e lo dimostrano molto chiaramente le tredici edizioni del contest “Forme dell’olio” - si è compreso quanto sia fondamentale e necessario rimodulare il modo di concepire la veste esterna degli oli. Nulla può essere lasciato al caso, ci vuole una ben precisa strategia e progettualità. Il design aiuta in questo percorso, ma occorre individuare le figure giuste, professionalmente competenti per intraprendere un percorso virtuoso. Nella mente di chi vuol fare impresa occorre osservare questa precisa sequela: coltivare olivi, produrre olio, generare bontà e bellezza. Tutto ciò non deve rimanere lettera morta ma è opportuno gestire al meglio e in maniera creativa, con una visione ben chiara, andando oltre le consuetudini, abbandonando vecchi e desueti schemi, impegnandosi anche a far percepire nettamente tutta la bellezza anche a chi
l’olio deve comprarlo e utilizzarlo. Attraverso questo processo di riconsiderazione del packaging e del design applicato agli oli, deve imporsi una nuova logica, fino ad arrivare a concepire l’olio non più soltanto quale bene di consumo quotidiano, come è giusto che sia, ma anche quale alimento da portare in dono alle persone care, valorizzando sia l’ambito della regalistica, che non si limiti però alle sole festività comandate, ma che si estenda a tutto l’anno, sia l’ambito, forse più insidioso e complesso, che sconfina nel lusso e nell’esclusività. Non si tradisce, con il design, l’elemento della naturalità dell’olio, il valore della sua bontà intrinseca, o la connotazione salutistica e di wellness, ma, anzi, si esalta tutto ciò, anche perché un alimento che viene definito “funzionale” e, da taluni, perfino dichiarato “nutraceutico”, deve necessariamente essere presentato in modo confacente al suo valore.
Entrando in un oliveto, percorrendo a piedi tutti gli olivi, osservandoli in tutta la loro magnificenza, ci si rende subito conto che abbiamo a che fare con una magistrale opera dell’uomo di indiscutibile fascino, soprattutto quando gli alberi sono ben coltivati e curati come fossero giardino. La bellezza architettonica degli oliveti deve necessariamente rimandare per coerenza alla bellezza del prodotto finale che è l’olio. Occorre impegnarsi a generare bellezza. Bontà e bellezza dovranno sempre andare di pari passo. Non può esserci olio buono senza che questo sia rappresentato in una bella forma. La cura dell’aspetto esteriore del contenitore, il suo abbigliaggio, devono esprimere bellezza. È sufficiente visitare uno dei tanti musei dell’olivo e dell’olio sparsi nei vari paesi in cui si produce l’olio per rendersi conto del forte legame esistente tra olio e bellezza. Se non c’è stata finora l’occasione per farlo, è bene visitarne almeno alcuni dei tanti musei tematici. Ci si renderà conto del forte legame, ben saldo, tra olio e bellezza. Basti pensare agli epichysis, giusto per citare un solo esempio emblematico tra i tanti possibili. Questi contenitori in ceramica accoglievano oli profumati da toeletta, utilizzati al tempo della Magna Grecia – IV-II sec. a.C. – pensati per rendere evidente la stretta connessione tra olio e bellezza. Il concetto stesso di bellezza andrebbe però inteso in un senso più ampio rispetto a quello cui siamo abituati per pura pigrizia mentale. Il concetto di bellezza comprende infatti in sé anche il nostro star bene, tant’è che ogni aspetto esteriore riconducibile al design può a sua volta rappresentare e raccontare il nostro stato psico-fisico di piena salute - ma non di una generica salute in quanto assenza di malattie, piuttosto di una salute in grado di portare a un miglioramento della nostra stessa vita, fino al raggiungimento di uno stato di benessere pieno e globale. Sono concetti forse nuovi per alcuni, ma è così: la società cambia, mutano anche le aspettative di vita, orientate verso uno stato di benessere che è insieme fisico, mentale e sociale. L’olio, in questa nuova visione, entra da protagonista, non solo per il suo intrinseco valore alimentare e nutrizionale, ma anche per la bellezza che è appunto in grado di esprimere e deliziarci. Coltiviamo dunque la bellezza, sempre. Questo dovrebbe essere un monito per tutti. Perché l’olio, sì, è bellezza autentica, ma è anche necessario saper educare a cogliere e apprezzare tutta questa bellezza.
Custodi di grandi Extravergini
Ridurre non è una scelta estetica fine a sé stessa. È una strategia di comunicazione. Significa guidare il consumatore, non sovraccaricarlo. Significa accompagnarlo verso una percezione chiara: quest’olio ha un’identità precisa, sa cosa vuole essere, sa a chi parlare
Il valore della semplicità nel design oleario
di Adele Bonaro
Esperta di marketing e neuroscienze applicate
Nel mondo dell’olio extra vergine d’oliva, il design è spesso vittima di un equivoco: più informazioni uguale più valore. Etichette affollate, colori urlati, simboli, claim, medaglie, certificazioni sovrapposte, come se il consumatore avesse bisogno di essere convinto a forza. Eppure, il cervello umano funziona all’opposto. Davanti a un eccesso di stimoli, si difende. Si chiude. Non sceglie. Nel marketing dell’olio, il rumore visivo non rassicura: confonde. La semplicità, invece, crea spazio. E lo spazio è percepito come valore.
Il cervello ama ciò che respira
Le neuroscienze lo dimostrano chiaramente: il cervello preferisce ciò che è leggibile, ordinato, coerente. Questo principio si chiama fluency cognitiva: più un’informazione è facile da processare, più viene percepita come affidabile, autentica, di qualità. Un design pulito non comunica povertà di contenuto, ma sicurezza. È come dire: non ho bisogno di spiegarti tutto, perché so chi sono.
Nel caso dell’olio, la semplicità visiva diventa una dichiarazione di identità. Un olio che non grida, ma parla con calma. Che non rincorre l’attenzione, ma la merita.
Il silenzio come atto di coraggio
Semplificare è difficile. Togliere è più complesso che aggiungere. L’estetica del silenzio richiede una scelta precisa: sapere cosa è essenziale e cosa no. Nel design oleario, questo significa decidere quali elementi raccontano davvero l’olio e quali sono solo riempitivi rassicuranti per chi produce, ma inutili per chi guarda.
Il silenzio visivo è un atto di coraggio perché espone. Se tolgo tutto il superfluo, resta l’identità. E non tutte le aziende sono pronte a mostrarsi così, senza filtri, senza sovrastrutture.
Minimalismo non è freddezza
C’è un altro grande fraintendimento: semplicità non significa distanza emotiva. Al contrario. Un design essenziale permette all’emozione di emergere. Una bottiglia pulita, una palette ridotta, una tipografia pensata con cura lasciano spazio all’immaginazione del consumatore. È lì che nasce la relazione. Nel digitale questo è ancora più vero. Su uno schermo affollato di stimoli, l’occhio si ferma su ciò che riposa. Il minimalismo diventa una carezza visiva, un invito a fermarsi, a leggere, a fidarsi.
Il lusso dell’olio che non deve dimostrare
Nel neuromarketing esiste un principio chiave: ciò che appare raro, sobrio, misurato viene automaticamente associato a un valore più alto. È il motivo per cui i brand premium parlano poco e dicono solo l’essenziale. L’olio che sceglie la semplicità comunica una forma di lusso contemporaneo: non ostentato, non urlato, ma consapevole.
Questo approccio è particolarmente potente per l’olio extra vergine di oliva, un prodotto quotidiano che può diventare straordinario proprio grazie al modo in cui viene raccontato. Ridurre non è una scelta estetica fine a sé stessa. È una strategia di comunicazione. Significa guidare il consumatore, non sovraccaricarlo. Significa accompagnarlo verso una percezione chiara: questo olio ha un’identità precisa, sa cosa vuole essere, sa a chi parlare.
Nel contesto online, dove non si può assaggiare, la chiarezza diventa un valore competitivo. Un design semplice aiuta il cervello a decidere più velocemente e con maggiore serenità.
Lasciare spazio all’olio L’estetica del silenzio non toglie voce all’olio, gliela restituisce. In un mercato che urla, scegliere la semplicità è un modo per distinguersi. È dire al consumatore: puoi fidarti, non ho bisogno di sovraccaricarti di parole, immagini o promesse.
A volte, il design migliore è quello che fa un passo indietro. Perché quando il rumore si spegne, l’olio può finalmente parlare.
Adele Bonaro, L’olio che parla ai sensi. Come il neuromarketing crea valore nel mercato digitale, Olio Officina, Milano, 2026; pagine 112, euro 16
Un tempo bastava dire “Quest’olio è buono”. Oggi non è più sufficiente, si vive in un’epoca in cui la qualità è data per scontata. Ciò che fa la differenza è come questa viene comunicata, con quali parole e a chi. La rivoluzione digitale ha trasformato radicalmente il modo in cui si scoprono, si scelgono e si ricordano i prodotti. Così, anche l’olio extra vergine di oliva, pur simbolo permanente e universale di radici e culture mediterranee, entra di fatto nella nuova dimensione del valore percepito. Non si tratta di cancellare o sostituire la tradizione, ma di tradurla in un linguaggio differente, capace di emozionare attraverso lo schermo di un dispositivo elettronico. Comunicare bene l’olio significa raccontarne l’identità, l’etica, l’appartenenza, l’esperienza sensoriale. L’autrice, Adele Bonaro, esperta di marketing, comunicazione e neuroscienze applicate, ci aiuta a entrare nei nuovi moduli espressivi in voga nella società contemporanea, portandoci a utilizzare volta per volta il linguaggio più adatto alle varie circostanze, senza con ciò snaturare la propria storia personale, la natura del prodotto, il valore della marca, le vicende umane connesse e la memoria collettiva.
Il packaging design. Storia ed evoluzione di uno strumento per il settore olio
di Cintya Concari e Roberto Marcatti H2O Milano / Associazione No Profit
È necessaria un’informazione corretta del prodotto, da leggersi sulla “pelle” della merce immessa sul mercato.
Il packaging design, ovvero l’arte del creare imballaggi e confezioni per i prodotti presenti sul mercato, è un’attività che abbraccia una molteplicità di competenze. Da un aspetto grafico-pubblicitario a quello di una vera e propria tecnica di progettazione, per garantire che il prodotto contenuto nell’imballaggio sia conservato nella maniera più corretta. Il packaging design è un settore del design che richiede uno studio approfondito e specializzato, con figure professionali competenti e con responsabilità diverse. La storia del packaging design coincide con il bisogno dell’uomo di conservare il cibo. Dalla preistoria arrivano tracce di primi esempi di contenitori, come zucche, conchiglie, tronchi e viscere di animali, mentre già nel 2000 a.C. pare si utilizzassero pozzi riempiti di ghiaccio per conservare le carni. Giare in terracotta, bisacce e anfore per l’olio e il vino, urne e ampolle per unguenti, ceste di paglia per la frutta, tante forme diverse e rudimentali ma efficaci come contenitori del passato. Intorno al 100 a.C. in Cina fu creata la carta e cinquecento anni dopo le pentole cominciarono ad essere realizzate in metallo. È della metà del 1400 d.C. l’invenzione della stampa a caratteri mobili. E da qui nasce la vera rivoluzione industriale, con la produzione di etichette realizzate in stampa su carta. Bisognerà però attendere l’Ottocento per realizzare un packaging così come lo conosciamo oggi. Viene infatti costruita la prima macchina per la produzione industriale del vetro e si producono il primo materiale plastico artificiale e il primo cartone ondulato. La meccanizzazione su larga scala, che consente la produzione di quantità sempre più elevate di singoli articoli, presto prende il posto dei lavori manuali. Nel 1869 viene realizzata la cellulosa, l’alluminio nel 1885 e al 1902 si data la prima macchina per la produzione di bottiglie in vetro. Nel 1915 nascono i fogli di alluminio per tubetti e la carta stagnola, tutti materiali che hanno rivoluzionato e segnato il packaging design degli anni successivi fino ai giorni nostri. Da questo momento in poi l’obiettivo non è più solo quello di conservare i prodotti, proteggerli e fare in modo che non si deteriorino in breve tempo, ma soprattutto differenziarli in un mercato in cui vige la competizione, oltre a rispondere alle esigenze di una clientela che ha sempre meno tempo da dedicare alla casa e alla famiglia.
Oggi più che mai è necessario mettere in atto una comunicazione semplice, dettagliata, senza rimandi filosofici e/o psicoanalitici, in modo che i consumatori siano sicuri che il packaging design sia uno strumento in più per garantire professionalità e competenza da parte delle aziende produttrici e dei loro prodotti.
Quanto sopra per spiegare l’evoluzione di un settore che ora più che mai rappresenta un plus obbligatorio per un’impresa piccola, media o grande. Un elemento, quello del packaging, che chi produce deve necessariamente usare nella propria comunicazione per evidenziare i propri prodotti e differenziarsi dagli altri competitor, creando appositamente uno storytelling da riportare sugli imballi che raccontano la storia stessa del prodotto e dell’azienda. In questo nuovo appuntamento con Olio Officina Festival, in qualità di membri della Giuria del contest “Forme dell’Olio”, abbiamo potuto constatare il cambiamento del ruolo del packaging design anche in questo settore. Nel passato un certo tipo di imballo era dedicato esclusivamente ai beni di lusso e alla loro clientela specifica. Oggi questa esigenza si è allargata anche ai beni di consumo di massa, a cominciare dal vino e dall’acqua fino a estendersi successivamente a tutto il settore agro-alimentare. A tale proposito riteniamo indispensabile che le aziende produttrici diano un’informazione corretta del prodotto, da leggersi sulla “pelle” della merce immessa sul mercato. Oggi più che mai è necessario mettere in atto una comunicazione semplice, dettagliata, senza rimandi filosofici e/o psicoanalitici, in modo che i consumatori siano sicuri che il packaging design sia uno strumento in più per garantire professionalità e competenza da parte delle aziende produttrici e dei loro prodotti.
Dall’alto in basso: LE FERRE, Mono. Biancolilla SOC. AGR. LA MERIDIANA DI CRISTINA DALLAGO, Stelisa Garda Dop COLLE BAGNOLI DI ANGELA VOLPE, Colle Bagnoli. Monocultivar Itrana SILPIA, Monmulan, Coupage Arbosana + Verdial
La sfida dell’identità visiva tra cultura del progetto e mercato
Lo sforzo futuro deve risiedere nel riconsiderare il significato della
“visual imagination”: l’impaginazione deve farsi portavoce di un sentimento identitario, capace di dare espressione anche alla bottiglia più semplice
Food designer, Studio Maio - Arma di Taggia
Siamo giunti alla tredicesima edizione del contest Forme dell’Olio, un’occasione privilegiata per fare il punto sul mondo dell’olio, come pure degli aceti, attraverso i segni che lo identificano: contenitori, etichette, confezioni e innovazione di prodotto. In questo contesto, è fondamentale ricordare il ruolo di Olio Officina che, con questa iniziativa, ha saputo imprimere una spinta decisiva per sensibilizzare i produttori a considerare la totalità della “vestizione” ben oltre il valore intrinseco del contenuto. Negli anni abbiamo assistito a una forte crescita del comparto visual, espressa attraverso una scala di valori che varia certamente a seconda del mercato di riferimento e della forza produttiva degli imprenditori. Se da un lato la solidità economica aiuta a spingersi verso progettualità ardite, dall’altro va riconosciuto lo sforzo delle piccole e medie aziende che, proprio grazie a questa iniziativa, hanno iniziato a rivolgere una maggiore attenzione alla comunicazione del prodotto. Il salto di qualità più evidente è avvenuto circa tre o quattro anni fa, quando una rilevante proposta di novità e idee ci avedi Mauro Olivieri*
Forme dell’Olio 2026
OLEIFICIO CERICOLA, Peranzana. Denocciolato
va fatto sperare in un effetto traino per l’intero settore; tuttavia, ad oggi constatiamo un leggero mantenimento dei valori espressi, lasciando solo a iniziative sparse la volontà di rivedere e proporre concetti davvero nuovi. Lo sforzo futuro deve dunque risiedere nel riconsiderare il significato della “visual imagination”: l’impaginazione deve farsi portavoce di un sentimento identitario, capace di dare espressione anche alla bottiglia più semplice. Se è vero che un imballo da regalo o una confezione speciale possono restituire facilmente valore attraverso forme, colori e narrazione, è altrettanto importante volgere un occhio più attento alle proposte “da scaffale”, ricercando un’identità di prodotto che sia realmente avvincente. Bottiglia, etichetta, tappo e capsula restano gli elementi primari che giocano un ruolo fondamentale nell’indirizzare il consumatore: è lì che si forma la vendita ed è lì che si aggancia l’acquirente. Si tratta di una sorta di attrazione che non deve puntare sulla spettacolarizzazione per colpire, ma deve semplicemente raccontare un’identità attraverso una fisionomia e un linguaggio volti alla chiarezza, alla proporzione e alla conoscenza della cultura del progetto visivo. Purtroppo, ancora troppo spesso il tema è affrontato in autonomia, senza consultare professionisti esperti; talvolta si rileva una scarsa
Bottiglia, etichetta, tappo e capsula restano gli elementi primari che giocano un ruolo fondamentale nell’indirizzare il consumatore: è lì che si forma la vendita ed è lì che si aggancia l’acquirente.
centralità del progetto anche quando la proposta è frutto di grafici e designer. La scelta di campo è invece fondamentale: occorre affidarsi a chi sa governare la completezza dei segni e possiede la competenza per offrire un corretto principio grafico alla totalità dell’opera.
Sussiste ancora un certo disordine visivo - un’etichetta corretta abbinata a una bottiglia poco coerente o a un tappo fuori luogo - che genera scarsa chiarezza nel progetto finale e non giova alla presenza sullo scaffale. Nonostante ciò, rileviamo un impegno concreto da parte delle aziende nell’esprimere un pensiero che le rappresenti e, in questa edizione 2026, una maggiore candidatura di prodotti. Auspichiamo dunque una continua adesione al concorso per le prossime edizioni, consapevoli che il grande lavoro espresso da Luigi Caricato, dalla giuria e dallo staff di Olio Officina stia portando il mondo dell’olio e dell’aceto a costruirsi una sempre più legittima dignità e identità.
A sinistra, ANTICO FRANTOIO DI PERNA, Condimenti al Limone, Basilico, Tartufo bianco, Porcino.
A destra: (in alto) ALESSANDRO DI MAURO, Thelema Biologico box degustazione; (in basso) SIOPÉ, Fruttato. Agro di Monopoli
Da sinistra a destra: Luigi Caricato, Mauro Olivieri, Roberto Marcatti
Da sinistra a destra: Cintya Concari, Manuelita Maggio, Ludovico Pasini, Marisa Fumagalli
Da sinistra a destra: Ilaria Santomanco, Antonio Mele, Antonello Maietta
FRENZ CUTTICA architetto e industrial designer, ceramista
DANIELA FERRANDO copywriter, editor, assaggiatrice d’olio Alessandria - Milano
TERRAMANIARTE di PAOLO D’ANIELLO ceramista Terlizzi (BA)
TONI TRAGLIA GRAPHIC DESIGN graphic designer Canonica D’Adda (BG)
CARMELO MASTROENI designer Imperia
BENEGIAMO ceramista Cutrofiano (LE)
Giuria — Premi
Presidente della giuria
Mauro Olivieri food designer
Giurati
Luigi Caricato direttore Olio Officina
Cintya Concari curatrice di mostre, esperta di design sociale e sostenibile
Marisa Fumagalli giornalista Corriere della Sera
Antonello Maietta past president sommelier Ais
Roberto Marcatti designer e architetto
Manuelita Maggio comunicazione e marketing
Antonio Mele creative director
Ludovico Pasini formatore e coach
Ilaria Santomanco scrittrice e sommelier
Designer
— dell’anno
Vincitore assoluto
BENEGIAMO ceramista
Cutrofiano (LE)
Finalisti
CARMELO MASTROENI designer Imperia
FRENZ CUTTICA
architetto e industrial designer, ceramista
DANIELA FERRANDO
copywriter, editor, assaggiatrice d’olio Alessandria - Milano
TERRAMANIARTE di PAOLO D’ANIELLO ceramista
Terlizzi (BA)
TONI TRAGLIA GRAPHIC DESIGN graphic designer Canonica D’Adda (BG)
La giuria, i vincitori e i protagonisti dell’edizione 2026
Forme dell’olio Forme dell’aceto Forme Design — Designer dell’anno
ROBERTO TESORIERE
Mesoraca (KR), Italy
La Signora. Olio di Famiglia
TENUTA CHIARAMONTE
Ragusa, Italy
Il Primizio. Biologico. Igp Sicilia
TERRA D’ORO
Trinitapoli (BT), Italy
Dono Dorato
LA OSERA
Cazorla (Jaén), Spain
La Osera Ecológico Variedad Picual
BUONDIOLI
Carpino (FG), Italy
Buondioli Century Limited edition
AZ. AGR. CONTI GIGLI CERVI
Perugia, Italy
Gin’O
LE FERRE
Castellaneta (TA), Italy
Mono. Biancolilla
LA GOCCIA D’ORO
Menfi (AG), Italy
Feudotto. Monovarietale Cerasuola
ALBERTA IANNICELLI
Ceraso (SA), Italy
Progresso & Avanzamento. Biologico
TURRI FRATELLI
Cavaion Veronese (VR), Italy
Onde
TURRI FRATELLI
Cavaion Veronese (VR), Italy Onde
AZ. AGR. LOLIVO DI SABRINA DE TONI
Varese, Italy
Miracolo. Igp Sicilia
TENUTA FANTON
Chieti, Italy
245. Curate ascoltate custodite
ALESSANDRO DI MAURO
San Severo (FG), Italy
Thelema Biologico box degustazione
COSTA D’ORO
Spoleto (PG), Italy
Mezzodì. Lu Sule. Monocultivar Coratina Mezzodì. Lu Mare. Monocutivar Peranzana
Mezzodì. Lu Jentu. Monocultivar Ogliarola
SOCIETÀ AGRICOLA VERNÈRA
Buccheri (SR), Italy
Le Pietre di Vernèra. Omaggio alle Contrade
OLIVERIO
San Giovanni in Fiore (CS), Italy Jannia
CARBONA SOC. AGRICOLA
Castelvetrano (TP), Italy
AL VECCHIO FRANTOIO F.LLI BARTOLOMEI Montecchio (TR), Italy