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NOTIZIE DAI RIFUGI

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DOLOMITI AL CINEMA

DOLOMITI AL CINEMA

Corriere delle Alpi | 1 marzo 2022

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Dalle spedizioni alla vita in rifugio: l’alpinista umano che divenne leggenda

TRENTO Nella terza puntata della serie dedicata a Bruno Detassis, insieme alla guida alpina Omar Oprandi, ricostruiremo quei tratti che lo hanno reso un uomo straordinario non solo nell’alpinismo e nello sci, ma anche nella capacità di ispirare un modo diverso di vivere la montagna. Un nuovo capitolo della sua esistenza iniziò nell’immediato dopoguerra, quando tornò in Brenta dopo due anni di prigionia.«Fisicamente e mentalmente un’esperienza di questo tipo richiede tempo per essere superata, e anche Bruno tornò indebolito, ma non vuol dire che smise di arrampicare o aprire vie». L’ardore giovanile fece spazio a una consapevolezza adulta «che tra l’altro in lui era sempre stata presente. Diceva spesso che scalare non doveva mettere a repentaglio la vita e che, dove non sarebbe riuscito a passare, sarebbe tornato indietro, lasciando la montagna a chi sarebbe venuto dopo. Anche se Bruno ha sempre finito le sue vie». La sua seconda stagione alpinistica è ben rappresentata dal ruolo di capo spedizione nel tentativo trentino al Cerro Torre, del 195758. Alla partenza, Detassis si impegnò a nome del gruppo da lui guidato a fare tut quel che podem , mettendo in chiaro come il valore della vita sarebbe stato al di sopra delle possibili conquiste e rovesciando così la retorica nazionalistica degli eroismi a ogni costo, tanto in voga in quel periodo. «In quella spedizione, dove c’era un giovane leone come Cesare Maestri, tenne fede alla propria parola

impedendo ai ragazzi di attaccare il Torre, ritenuta una montagna impossibile». Il rapporto con il ragno delle Dolomiti si cementò negli anni. «Bruno era già da tempo il gestore del Brentei e quando passavi di lì per andare a scalare, in un certo senso “dovevi” passare a salutarlo. E così Maestri crebbe sotto lo sguardo di Detassis. Ma tutta la storia di Cesare è nel solco di Bruno: nati entrambi a Trento, trasferitisi in Brenta, talenti cristallini ma con una grande umanità e affezionati alla vita. Cesare vedeva in Bruno un punto di riferimento, ammirava la sua capacità di intuire le vie, la logica della sua arrampicata. Detassis riconosceva il valore di Maestri e lo scatto in avanti della generazione che rappresentava, un’epoca nella quale si cercava la linea più diretta possibile alla vetta». Entrambi riuscirono a invecchiare e un altro incrocio importante della loro vita avviene nel 1976, quando aprirono insieme la via delle tre generazioni sulla parete sud della punta occidentale di Campiglio. «Insieme a loro c’erano anche due boci : Ezio Alimonta e Claudio, figlio di Bruno, oltre al fratello Catullo. È una via molto bella, ideata da Detassis. Dal rifugio si vede tutta, anche se risulta un po’ schiacciata, ma al tempo aveva il grande pregio di andare a toccare una zona ancora inesplorata del Brenta. Fu l’ultima via aperta da Bruno, un ideale passaggio di consegne alle generazioni successive». Tra gli alpinisti che hanno raccolto l’eredità di Bruno nei decenni successivi, Ermanno Salvaterra ricopre un ruolo speciale. L’uomo del Torre è stato sempre molto attivo anche in Brenta. «Ha aperto grandi vie tanto sul Crozzon che sul Campanil Basso. Come Detassis e Maestri aveva una maestria incredibile, un totale controllo della propria potenza. Ermanno è stato un grande imitatore di entrambi i suoi predecessori, evolvendosi verso un alpinismo alla ricerca della velocità di esecuzione, tratto tipico degli anni in cui si è espresso al massimo livello. La via delle guide al Crozzon di Brenta percorsa in meno di due ore rimane ancora oggi impressionante». Gli anni ‘80 segnano il boom dei record, anche Oprandi è stato protagonista di quel periodo con il primato di percorrenza del sentiero delle Bocchette «e Bruno voleva sapere tutto, quanto tempo ci avevi messo, guai se non lo rendevi partecipe. Il rifugio era diventato la sua casa, tanto che anche negli ultimi anni ci si faceva portare in teleferica, pur di stare lassù. Era fedele al motto per cui sopra i duemila metri le differenze sociali scompaiono. Per lui stare al rifugio era un modo per non dovere selezionare gli incontri, ma lasciare che fosse la montagna a fargli arrivare le persone più gradite». Nel secondo dopoguerra, Detassis era sì rifugista «ma con l’animo irrequieto dell’alpinista “prestato” al ruolo. Sua moglie Nella era il vero gestore, donna capace e di carattere. Lui non si tirava indietro, ma fu solo molto avanti con l’età che si convertì in pieno al mestiere, e comunque non smise mai davvero di fare la guida. Se c’era qualcuno da accompagnare nei dintorni era sempre pronto, e nel frattempo era diventato un santone. C’era gente che saliva da Campiglio solo per salutarlo, farsi una foto o due chiacchiere». Detassis aveva una profonda umanità che si trasmetteva nel desiderio di vivere la montagna in relazione agli altri. «Fu tra i fautori del soccorso alpino in Campiglio e portò di persona i cavi del telefono fino al Brentei ogni anno, fino all’avvento della radio. Collegava il proprio albergo al rifugio. Era un modo per curare i propri interessi, ma anche per permettere ai soccorsi di essere allertati celermente». Non si può nemmeno dimenticare il grande contributo dato alla realizzazione del sentiero delle Bocchette. «Fu un’opera all’avanguardia, realizzata per fare vivere agli escursionisti le bellezze delle Dolomiti di Brenta, dove prima potevano arrivare solo gli alpinisti». Detassis ancora oggi è una leggenda, anche perché, da grande uomo, aveva gli occhi puntati in alto sulle sue montagne e una mano sempre tesa in basso, per aiutare tutti a salire.

Gazzettino | 9 marzo 2022

p. 6, edizione Belluno

Rifugi, beffa fondi di confine «Aiuti ai privati, non al Cai»

I rifugi a controllo dei flussi di turismo. Sono le prenotazioni in alta quota a dare l'indicazione di chi verrà a visitare il territorio e il Cai di Feltre sottolinea questo modello di raccolta dati per sensibilizzare una stretta collaborazione turistica fra queste strutture e gli operatori di fondo valle. «In attesa dell'assegnazione della gestione del Rifugio Dal Piaz sulle Vette Feltrine - spiega il presidente del Cai feltrino, Angelo Ennio De Simoi - stiamo seguendo le prenotazioni proprio su questo rifugio. Siamo quasi a cento e ne arrivano ogni giorno. Sono solo due le richieste che arrivano dall'Italia le altre giungono da Australia, Corea, Canada, Stati Uniti, Spagna, Norvegia e Germania». Questo da un'indicazione precisa secondo il presidente: «Chi vuole fare l'Alta via 2 delle Dolomiti prima prenota i rifugi e poi sceglie dove dormire a Feltre o Bressanone, questo però lo chiede a noi. Un gruppo di canadesi, che percorrerà l'Alta via al contrario, ci ha chiesto informazioni su dove andare a dormire prima di iniziare l'avventura sulle Dolomiti. I rifugi catturano queste informazioni e diventano la punta dell'iceberg di una potenziale promozione del territorio». Il Cai di Feltre è comunque sempre al lavoro e lunedì il direttivo si è incontrato per discutere sulla nuova gestione del Dal Piaz e sugli investimenti da destinare alla struttura.

LA GESTIONE

Si è chiusa poco tempo fa la possibilità di partecipare alla gestione del rifugio dopo la scelta di Mirco Gorza di non continuare l'attività ai 1993 metri di quota. «Sono state 10 le domande di partecipazione - commenta De Simoi - e sono state analizzate lunedì. Entro giovedì (domani) faremo una prima scrematura e nel fine settimana fisseremo degli incontri online con chi abbiamo scelto nella prima verifica. Ridurremo il numero a due o tre e questi li incontreremo nell'ultima decina di marzo per poi arrivare a una scelta definitiva a fine mese. Questo per avere un nome con ampio vantaggio sull'inizio della stagione». I partecipanti giungono da Feltre, dal Bellunese, ma anche dal Nord Italia e tutti vantano esperienza nella gestione piuttosto che in ambito di ristorazione.

INVESTIMENTI

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