Radiocorriere Tv n 04 Anno 95

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CUORI

La terza stagione della serie dedicata alle imprese di un gruppo di medici pionieri della cardiochirurgia. Con Pilar Fogliati, Matteo Martari, Fausto Maria Sciarappa, da domenica 1° febbraio in prima serata su Rai 1

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PILAR FOGLIATI

Tra scienza e immaginazione, il racconto di donne e uomini che osano sognare. L’attrice racconta la nuova stagione di “Cuori”

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GIACOMO GIORGIO

L’attore interpreta un giovane medico coinvolto nel salvataggio di centinaia di famiglie grazie all’invenzione del “Morbo K” 18

XXI SECOLO

Quando il presente diventa futuro. Francesco Giorgino torna da lunedì 2 febbraio in seconda serata su Rai 1

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MORBO K

Serie in due puntate su una vicenda realmente accaduta durante l’occupazione nazista a Roma nel 1943. Martedì 27 e mercoledì 28 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, in prima serata su Rai 1

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VINCENZO FERRERA

In “Morbo K” su Rai 1 veste i panni del professor Matteo Prati. L’attore si racconta al RadiocorriereTv

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DIRETTORE RESPONSABILE

FABRIZIO CASINELLI

Redazione - Rai

Viale Giuseppe Mazzini 14 00195 ROMA Tel. 0633178213

GIULIA VECCHIO

Peperoncino, sorrisi e ironia. L’attrice è al timone della seconda stagione di “Hot Ones Italia” su RaiPlay

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Il programma presenta lo speciale “Verità per Giulio Regeni” di Daniele Ongaro. Venerdì 30 gennaio, ore 21.20 Rai 3 28

La Rai si racconta in digitale

Dal 29 gennaio nelle sale il nuovo film di Gabriele Muccino con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini

Intervista al curatore di “Battiato Svelato” (Rai Libri), il volume che propone un viaggio nell’universo del cantautore siciliano

DONNE IN PRIMA LINEA

Quel che si cela dietro una storia letteraria

Giusy Valenti, Dirigente Ufficio Prevenzione generale e soccorso pubblico, racconta la sua esperienza con la Polizia di Stato

MUSICA

Faith, nascita di un classico senza tempo. Ristampa dell’album di George Michael

L'arte, la musica, la storia, la danza, il teatro, i libri, la bellezza raccontati dai canali Rai

Tutto il meglio della musica nazionale e internazionale nelle classifiche di AirPlay

Una selezione dei film in programma sulle reti Rai

I CUORI TORNANO A BATTERE

Torna la serie dedicata alle imprese di un gruppo di medici pionieri della cardiochirurgia. Con Pilar Fogliati e Matteo Martari, da domenica 1° febbraio in prima serata su Rai 1

Torino, primi anni ‘70. Al reparto di cardiochirurgia delle Molinette si combatte una battaglia che non ha precedenti: quella per spostare il limite tra la vita e la morte. Cuori racconta l’ambizione e il coraggio di un gruppo di medici che hanno reso possibile l’impossibile, immaginando il futuro della medicina quando ancora non esistevano strumenti, protocolli o certezze. Ispirata a fatti reali – dal brevetto di uno dei primi cuori artificiali al mondo alla corsa per il trapianto cardiaco – la serie intreccia scienza e sentimenti, mostrando come le più grandi rivoluzioni nascano sempre da un atto di immaginazione. In questa terza stagione Delia Brunello e Alberto Ferraris insieme ai loro colleghi si misurano con intuizioni che all’epoca sembravano avveniristiche: il contropulsatore, il defibrillatore portatile, un Holter costruito a mano, i primi tentativi di utilizzo dell’angioplastica. Laddove la tecnologia non basta, subentrano il genio, l’audacia e la follia di immaginare nuove strade. Ma l’arrivo di un nuovo primario rischia di stravolgere equilibri fragili, imponendo prudenza dove la squadra è abituata a osare. Cuori è anche un grande racconto di sentimenti. Delia e Alberto ne sanno qualcosa, divisi tra amore e scelte etiche dolorose; come anche Fausto e Virginia, eternamente in bilico tra desiderio e destino. Tutti i personaggi

saranno alle prese con il batticuore. Perché a volte è più facile guarire una malattia che un cuore spezzato. Nelle nuove puntate si racconta anche l’Italia che cambia: negli anni ’70 arrivano femminismo, divorzio, nuove dinamiche familiari e persino un carismatico sensitivo che mette in discussione la fede cieca nella scienza. In corsia e fuori, Cuori racconta la rivoluzione di un’epoca in cui ogni giorno era una prima volta.

NELLA NUOVA STAGIONE…

Delia e Alberto sono finalmente marito e moglie, pronti a confrontarsi con un nuovo desiderio: un figlio. Ma alle Molinette non esistono giorni tranquilli. Se, da una parte, Delia viene sconvolta dall’incontro con Gregorio Fois, un sensitivo dai poteri misteriosi che scuote per la prima volta le sue certezze e insinua in lei un’inquietudine; dall’altra, Alberto mostra un turbamento quando una giovane cantante di talento viene ricoverata d’urgenza dopo un tentato suicidio. Chi è quella ragazza misteriosa? Virginia Corvara non è più la ragazzina capricciosa di un tempo: ora è una donna che sta imparando a credere nelle proprie capacità. Ma forse deve imparare ancora a fare ordine nel proprio cuore: è vero che ha fatto la sua scelta tra l’affidabile Fausto Alfieri e il tormentato medico tedesco Helmut Becker, ma non è detto che sia quella giusta. Ferruccio e Serenella hanno coronato il loro sogno d’amore adottando la piccola Anna. Ma la vita familiare impegna tanto quanto quella lavorativa. La coppia dovrà, quindi, trovare al più presto un’armonia, soprattutto perché per Serenella si presenta un’occasio-

ne professionale che la porterà ad affrontare tante responsabilità, pregiudizi e una rivale tutt’altro che accomodante. Il reparto si popola di nuovi personaggi: il primario Luciano La Rosa, che arriva e stravolge gli equilibri del reparto ma, dietro un’apparente rigidità burocratica, nasconde la ferita di un figlio, Bruno, intrappolato nel polmone d’acciaio; la determinata Roberta, pneumologa d’esperienza, che lotta per salvare Bruno e farsi rispettare in un ambiente dominato dagli uomini; l’infermiera Elena, fragile e insicura, pronta a crescere sotto la guida di Serenella. Tra nuovi amori, vecchi fantasmi e la continua sfida della scienza al destino, la terza stagione di Cuori racconta un ospedale che non smette di battere al ritmo delle vite che lo attraversano nell’Italia che va incontro al futuro.

IL REGISTA RICCARDO DONNA RACCONTA

«Arrivati alla terza stagione di Cuori, facciamo un salto in avanti nel tempo. Dagli anni Sessanta, ci ritroviamo nel 1974: sei anni in cui molte cose sono cambiate. Anche all’ospedale delle Molinette, i Settanta hanno portato un’atmosfera nuova, che si respira fin dalle prime inquadrature. Nuovi colori, nuove divise, nuovi ambienti e cure. Cateteri e pacemaker sono ormai all’ordine del giorno e le nostre sale operatorie lavorano a pieno regime. Eppure, il trapianto di cuore, in Italia come nel resto del mondo, resta ancora sperimentale: non garantisce una lunga sopravvivenza a causa del rigetto. I farmaci, per ora, non sono in grado di contrastarne gli effetti. Del resto, il nostro racconto ha sempre dovuto fare i conti con la vita e con la morte. E anche questa stagione non farà eccezione. La presenza di un noto sensitivo tra i pazienti dell’ospedale porterà atmosfere misteriose, un nuovo colore per la nostra storia. Un segreto aleggia sulla vita dei protagonisti, un segreto che potrebbe cambiare ogni cosa. Forse una canzone d’amore nasconde la chiave per scoprirlo. Ma in Cuori ragione e sentimento non vanno mai nella stessa direzione, e i batticuori non mancheranno. Però, vi do alcune buone notizie. La dottoressa Delia Brunello e il dottor Alberto Ferraris si sono finalmente sposati. Il gruppo delle infermiere si è in gran parte rinnovato e, con nuove divise e i loro sorrisi, rende il reparto più allegro e — perché no — persino un po’ sexy. C’è anche un nuovo

primario — ma non siamo certi che sia davvero una buona notizia. E, soprattutto, Virginia Corvara ha finalmente scelto il suo amore. Sarà davvero una buona notizia? Lo scopriremo presto.»

I NUOVI PERSONAGGI

Luciano La Rosa (Fausto Maria Sciarappa)

Autoritario e ligio alle regole, il nuovo primario si presenta come un uomo tutto d’un pezzo, freddo e razionale. Quello che nessuno sa è che, in realtà, vive ogni giorno della sua vita con un grade peso nel cuore: si sente responsabile della condizione del figlio per una scelta sbagliata, che ha portato alla disgregazione della sua famiglia e alla fine della sua carriera come chirurgo. Ha talento nel far funzionare i reparti, motivo per il quale apporta numerosi cambiamenti alle Molinette, suscitando spesso il malcontento tra medici e infermiere.

Gregorio Fois (Giulio Scarpati)

Fois è un famoso sensitivo che Delia conosce alla festa prematrimoniale di Virginia. Per una strana coincidenza verrà ricoverato il giorno dopo all’ospedale. Il tempo alle Molinette gli permetterà di entrare sempre più in confidenza con Delia e Alberto. Fois darà numerosi consigli alla coppia e, nonostante la loro diffidenza verso le sue previsioni, diventerà una persona fidata per i due medici.

Roberta Gallo (Giorgia Salari)

Roberta è la pneumologa che si occupa delle cure del figlio del primario in collaborazione con Fausto, con il quale ha un rapporto turbolento. La sua esperienza personale l’ha profondamente segnata. Dopo un grande abbandono, per Roberta non è facile riuscire ad aprirsi e fidarsi di nuovo e come molti all’interno dell’ospedale ha un segreto da proteggere. Nonostante questo, con il tempo, lavorando a stretto contatto con Fausto, svilupperà una stima nei suoi confronti che sembra sbocciare verso un affetto sincero.

Irma Monteu (Carolina Sala)

Dal grande talento musicale ma con un carattere ingestibile, si presenta inizialmente come una cantante fallita che non vede l’ora di porre fine alla sua vita. Dopo il suo ricovero all’ospedale risulterà chiaro che Alberto la conosce, ma evita accuratamente di incontrarla. Tra loro c’è un legame profondo e inspiegabile. La sua presenza getterà presto nel caos la vita di Alberto e Delia.

PILAR FOGLIATI

QUALCOSA DI SCRITTO…

Tra scienza e immaginazione, il racconto di donne e uomini che osano sognare. L’attrice racconta la nuova stagione di “Cuori”, tra sfide professionali, rivoluzioni culturali e storie d’amore predestinate

C"uori" racconta di medici che hanno immaginato il futuro quando ancora non esistevano né strumenti né certezze. Cosa l’ha colpita di più di questo racconto di coraggio e visione?

Negli anni Sessanta c’era una voglia di immaginare qualcosa di grande, anche solo generare il desiderio di andare sulla luna, fa comprendere quale fosse lo spirito del tempo. Tutto sembrava possibile e l’Italia era un hub di ricerca importante a livello mondiale Raccontare questa equipe medica alle prese con grandi scoperte scientifiche, nuove sfide, ricerche mediche all’avanguardia, è sempre affascinante. Come quello dell’insegnante, anche quello del medico credo sia un mestiere necessario, e mi ha colpito molto la capacità di questi professionisti di unire scienza ed emozioni. Comunicare ai parenti come sta un paziente richieda molta empatia, non solo competenza.

Come attrice, ma anche come persona, si sente più vicina alla razionalità della scienza o alla follia dell’immaginazione?

Bella domanda! Direi la seconda, è un augurio che faccio prima di tutto a me stessa. Se siamo vivi in terra, vale la pena vivere un po ’ così, condizionati dalla follia dell’immaginazione

Quindi anche nel lavoro si concede la libertà di osare? È qualcosa a cui do un gran valore e su cui sto lavorando. Imparare a osare, a essere più coraggiosi, mi sembrano dei buoni propositi per l’anno. Siamo ancora a gennaio, ancora si può (ride)!

In questa nuova stagione arriva un nuovo primario che sposterà gli equilibri alle Molinette. Come si pone Delia nei confronti di questo nuovo assetto?

Delia ha fatto molta fatica ad affermarsi in un ambiente maschile, poco incline ad accettare a una donna di potere. Quando

il nuovo primario si rende conto che all’interno dell’ospedale ha una voce autorevole, che tutti l’ascoltano, si chiede, stupito, chi sia questa Delia Brunello. Con Luciano La Rosa (il nuovo primario interpretato da Fausto Maria Sciarappa) deve ricominciare daccapo, lui le taglia inizialmente i fondi della ricerca, ma lei non molla e, alla fine, lo aiuterà nella cura di una malattia rara che ha colpito suo figlio, conquistandosi rispetto e fiducia con competenza e diagnosi azzeccate. Delia non cerca uno spazio femminile dentro un ambiente maschile, ma uno spazio professionale basato sulla qualità del suo lavoro, senza distinzioni di genere. Il suo è un ragionamento molto rigoroso, in linea con la sua personalità.

E riguardo alla rivoluzione culturale degli anni ‘70, come la attraversa il personaggio?

Ogni stagione ha un grande evento storico, in questa stagione si parte dal 1974, l’anno del diritto al divorzio. Delia è una donna moderna, si specializzata negli Stati Uniti; torna in un Paese un po’ più indietro, ma ha una visione chiara del futuro. Affronta tutto con determinazione, dall’ostacolo di pazienti che non vogliono essere visitati da una dottoressa, fino alla conciliazione tra lavoro e maternità.

Quello che ancora accade… Incredibile! Io immagino la dottoressa Brunello che accende la tv e vede dei servizi sulle lotte femministe, sulla fatica di essere donna, e poi penso a me stessa guardare un telegiornale e sentire, oggi, più o meno le stesse cose.

Secondo lei Delia potrebbe aver mai pensato di tornare negli Stati Uniti?

Probabilmente no. Delia è nata con la missione della medicina e, anche se l’Italia va male, il suo romanticismo e patriottismo la farebbero restare. È triste quando i nostri cervelli migliori fuggono all’estero. Esistono grandi competenze e genialità, ma manca un vero sostegno da parte dello Stato, che probabilmente non crede fino in fondo al valore della ricerca, dell’innovazione, del progresso.

Delia e Alberto, sempre divisi tra amore e responsabilità. Se-

condo lei, è più difficile rinunciare a un sogno o a una persona? Il sogno senza qualcuno con cui condividerlo non ha lo stesso senso Rinunciare a una persona che dà senso ai tuoi sogni è più doloroso, credo. Alla fine, come dicevano i Greci, siamo tutti animali egoisti, pensiamo esclusivamente alla nostra costruzione personale.

In questa stagione entra anche un sensitivo che fa vacillare la fede cieca nella scienza di Delia… Sì, è un paziente ispirato a Gustavo Rol, che riuscirà a diventare amico della Brunello, pur essendo due personalità opposte. Lui le mostra un punto di vista diverso sulle cose umane, quelle del cuore, che non possono essere dimostrate.

C’è un interrogativo che condivide con Delia?

Forse se esistono amori predestinati, quanto sia scritto in amore. Credere nel destino quando si ha a che fare con i sentimenti mi piace molto, una sorta di “serendipity” Va oltre il romanticismo, è bello abbandonarsi all’idea che ci sia qualcosa di scritto per noi, perché è una coccola per la mente piena di ansie. È molto tematico per Delia e Alberto, due che provano da una vita a stare insieme, tutto è contro di loro, eppure resistono. Perché è scritto (ride)

D’altra parta per la serie potremmo dire “Cuori e batticuori”… Sarebbe un titolo perfetto! Pensa che inizialmente la serie si sarebbe dovuta chiamare “Cuori coraggiosi”

Cosa le fa battere il cuore, al di là dell’amore?

Mia sorella piccola che a diciott’anni mi chiede consigli. È un momento concreto che mi rende felice.

Che cosa rimane in lei delle donne della sua vita?

Mia madre è un esempio di resilienza: ha avuto tre figli a 23 anni, quando aveva appena iniziato la sua carriera da giornalista. Quando siamo cresciuti, a quarant’anni ha ricominciato tutto, si è laureata in Bioetica con 110 e lode, lavorando con grande determinazione

Come si trova a lavorare tra televisione, cinema e teatro?

Mi piace moltissimo essere un volto televisivo, lavorare in Rai, avere una parte “nazional popolare”, perché, come Delia, anche io ho uno spirito romantico, amo lavorare nel mio Paese. Nel cinema ho avuto la fortuna di incontrare Giovanni Veronesi, con cui ho scritto la mia opera prima, che mi ha reso veramente felice Il cinema italiano ha delle difficoltà economiche e di riconoscimento, ma il genio e il talento non mancano. Bisogna solo crederci e valorizzarlo, pensando che anche questo sia un settore industriale fondamentale, capace di produrre valore Bisogna prendersene cura.

E come si prende cura di se stessa?

Sono molto disciplinata e rigorosa, questo è il modo in cui mi prendo cura della mia professione e di me stessa. È un modo per rispettare me stessa, il lavoro e le persone con cui condivido un pezzo di vita

A quali progetti si sta dedicando ora?

Ho appena iniziato a girare una serie per la Rai, tratta dal libro di Alessia Gazzola, “Una piccola formalità”. Nel cast ci sono anche Lorenzo Richelmi, Alessio Boni, Stefano Rossi Giordani 

In libreria

MINISERIE

Una vicenda realmente accaduta durante l’occupazione nazista a Roma nel 1943, il coraggio di un gruppo di medici del Fatebenefratelli che, ideando una malattia fittizia e altamente contagiosa, impedirono la deportazione di molti ebrei romani. Martedì 27 e mercoledì 28 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, in prima serata su Rai 1

Roma, Settembre 1943. Kappler, capo delle SS di stanza nella città, lancia una minaccia terribile alla comunità ebraica: cinquanta chili d’oro in cambio della loro salvezza. Un ricatto mostruoso, che molti sospettano essere un inganno. Tra questi c’è il professor Prati, direttore dell’ospedale Fatebenefratelli, che comprende subito le vere intenzioni del colonnello tedesco. Con astuzia, riesce a trasferire alcune famiglie ebree in un reparto speciale, proteggendole così da un destino atroce. Per mantenere i nazisti lontani dall’Isola Tiberina, Prati escogita un piano audace: inventa un virus letale, il “Morbo K”, altamente contagioso, facendo credere che sia in rapida diffusione. Chiunque mostri sintomi deve essere isolato, e così lo stratagemma tiene gli ebrei al sicuro e i nazisti a distanza. Tra le famiglie protette dal direttore c’è quella di Silvia Calò, giovane donna dal talento artistico straordinario. Silvia si innamora quasi subito di Pietro Prestifilippo, giovane assistente di Prati, sentimento corrisposto nonostante il suo fidanzamento imposto dalla famiglia. La morsa sui romani del ghetto si stringe sempre di più, e la vita di Pietro e Silvia oscil-

la pericolosamente tra amore e Resistenza, mentre Prati e gli ebrei ricoverati nel reparto K devono trovare una via di fuga. È il 16 ottobre 1943: i cinquanta chili d’oro sono già nelle mani dei nazisti, ma Kappler ordina comunque il rastrellamento del ghetto, tradendo la parola data. I soldati tedeschi caricano 1.259 persone sui treni diretti ai lager, tra cui la famiglia Calò. Il destino di Silvia, Pietro e del professor Prati si consumerà nelle ultime drammatiche ore, prima che quel treno lasci Roma.

PERSONAGGI

Pietro Prestifilippo (Giacomo Giorgio)

Giovane studente di medicina prossimo alla laurea che lavora nell’equipe del Professor Prati. Sveglio e testardo, all’inizio della storia sembra più interessato alle ragazze che al proprio lavoro, ma ben presto sposa la causa del suo mentore. Fidanzato con una donna che non ama, si innamorerà di Silvia, mettendo a repentaglio la sua vita pur di salvare lei e la sua famiglia dai nazisti. Questo lo porterà a scontrarsi con sua madre, la quale, dopo la morte del marito in Cirenaica, riversa su di lui la paura di perdere l’unico familiare rimasto.

Professor Matteo Prati (Vincenzo Ferrera)

Primario dell’ospedale Fatebenefratelli, è un medico esperto e dal forte senso morale. Quando lo spettro delle deportazioni naziste si fa più concreto, è lui a inventarsi una malattia, il “Morbo di K”, per salvare quanti più ebrei possibili. Fiancheggiatore dei partigiani, Prati finisce così nel mirino del temibile ufficiale della Gestapo Kappler e mette in pericolo sé stesso e la sua

famiglia. La moglie, all’ottavo mese di gravidanza, vorrebbe rifugiarsi con lui e gli altri due figli in Vaticano, ma Prati farà tutto il possibile per i suoi ideali.

Silvia Calò (Dharma Mangia Woods)

Giovanissima ragazza ebrea cresciuta nel ghetto da una famiglia di commercianti e con un grande talento artistico ereditato dal nonno restauratore. Silvia sogna di frequentare l’Accademia, ma il suo futuro purtroppo è già stato deciso: dovrà sposare un ragazzo ebreo. Ribelle e determinata, Silvia coltiva comunque le sue passioni e dipinge splendidi ritratti che abbozza su dei foglietti di fortuna.

Col. Kappler (Christoph Hulsen)

Ufficiale tedesco figura di riferimento della Gestapo e delle SS quando i nazisti occupano Roma. Freddo esecutore del disegno perverso del Führer, Kappler è crudele e senza scrupoli e, ricevuto l’ordine di deportare gli ebrei di Roma nei campi di concentramento, si mette all’opera con brutale efficienza. Grazie ai collaborazionisti sospetta che il Professor Prati stia aiutando gli ebrei e per questo tiene sotto osservazione lui e la sua famiglia.

IL REGISTA, FRANCESCO PATIERNO RACCONTA

«Fin dall’inizio Il primo obiettivo del regista è stato quello di unire i reparti di fotografia, costumi e scenografia in un lavoro maniacale e simbiotico che potesse restituire sullo schermo una compattezza visiva poco comune nel panorama delle serie period. Da subito, e sempre in accordo con i vari reparti, è stata scelta una tavola cromatica, rispettata in ogni minimo dettaglio, che ha permesso alla messa in scena di questa storia, così coinvolgente, di essere sempre credibile. Con le stesse premesse c’era la volontà di non creare mai distanza con lo spettatore che a volte si rischia di generare con le serie in costume. Più in dettaglio l’idea è stata quella di costruire un grande classico moderno con movimenti di macchina eleganti, chiari, lineari, ma nello stesso tempo non didascalici, che lasciassero la possibilità allo spettatore di immaginare, a volte, cosa avvenisse fuori campo. Nelle scene più concitate non si è negato un uso consapevole della macchina a mano che non è stato mai virtuosistico ma SEMPRE al servizio della storia. Anche la scelta del cast è stata lunga, elaborata e meticolosa. Dando per scontato che la missione era quella di trovare i migliori attori possibili, per ogni ruolo, anche il più piccolo, si è cercato un volto e un carattere lontano da un immaginario comune e banale. Stesso discorso vale per le location e per l’atmosfera di base che si voleva creare: un senso costante di paura, oppressione, un senso di pericolo sempre immanente tipico degli anni della guerra e dell’occupazione, rischiarato a tratti dall’irriducibile voglia di sopravvivere dell’animo umano.»

IL CORAGGIO DELLA SCELTA

Nella serie ispirata a una storia vera, ambientata durante il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, l’attore interpreta un giovane medico coinvolto nel salvataggio di centinaia di famiglie grazie all’invenzione del “Morbo K”.

Un racconto di memoria, responsabilità e scelte estreme che riafferma il valore del servizio pubblico. «Raccontare questa storia oggi significa assumersi una responsabilità: tenere viva la memoria e ricordare che scegliere il bene è sempre possibile»

Ci presenta il suo personaggio?

Nella serie interpreto il dottor Pietro Prestifilippo, un giovane medico che entra a far parte dell’équipe del professor Prati, interpretato da Vincenzo Ferrera. La storia che raccontiamo prende spunto da fatti realmente accaduti e ripercorre la vicenda umana e professionale di due medici del Fatebenefratelli di Roma che, durante il rastrellamento del ghetto ebraico del 1943, riuscirono a salvare centinaia di famiglie ebree grazie a un inganno geniale: l’invenzione di una malattia altamente contagiosa e letale, il cosiddetto “Morbo K”.

Raccontare storie come questa rientra pienamente nella missione del servizio pubblico: farlo oggi ha un valore fondamentale per tenere viva la memoria collettiva. Cosa rappresenta per lei tornare indietro nel tempo e rivivere quei fatti?

È una delle caratteristiche più profonde del mestiere dell’attore: attraversare epoche lontane o dare voce a chi ci ha preceduto. Un po’ come accade a teatro, quando si riportano in scena testi del passato, classici

o meno. In questo caso, oltre a essere un gioco meraviglioso, il lavoro assume un significato ancora più forte: raccontare una storia vera, trasmettere emozioni e farsi carico di una responsabilità sociale importante.

Al di là della tematica, quale atmosfera avete voluto ricreare sul set?

Il set ci ha aiutato enormemente, perché abbiamo girato nei luoghi reali. Le scene ambientate sull’Isola Tiberina sono state girate proprio al Fatebenefratelli originale, così come l’ingresso dell’ospedale che si vede nella serie è il vero cortile dove entrarono i nazisti guidati da Kappler. L’entrata attuale dell’ospedale, infatti, è stata spostata solo successivamente. Essere fisicamente nei luoghi in cui la storia si è svolta ha reso tutto più autentico e ci ha permesso di restituire al pubblico una verità palpabile. Un altro elemento fondamentale è stato il grande affiatamento tra i membri del cast: molti di noi si conoscevano già e con alcuni esiste un legame di amicizia profondo, come con Vincenzo Ferrera o Francesco Patierno. Questo clima di fiducia ci ha permesso di lavorare con serenità, divertendoci anche, ma sempre alla ricerca di qualcosa di vero.

I medici protagonisti di questa vicenda ebbero il coraggio di prendere posizione, rischiando la propria vita. Che valore ha per lei questo gesto?

Per me questo ruolo è stato uno dei più complessi dal punto di vista interpretativo. Ho dedicato moltissimo tempo allo studio del personaggio, concentrandomi soprattutto sulla straordinaria capacità di questi uomini di scegliere ciò che è giusto, anche a costo della propria vita. Oggi non è affatto scontato: spesso l’egoismo prende il sopravvento. Proprio per questo credo che l’amore sia l’unica forza davvero capace di smuovere le persone, quella che ti fa “lanciare il cuore oltre la staccionata” e compiere scelte che vanno oltre te stesso. 

DIVERSO DA ME

«Mio padre mi voleva medico, ma ho scelto di fare l’attore. A quasi 53 anni mi godo l’affetto del pubblico e un ruolo da protagonista». L’attore siciliano, che in “Morbo K” su Rai 1 veste i panni del professor Matteo Prati, si racconta al RadiocorriereTv: «Ho avuto la fortuna di incontrare ruoli bellissimi»

Come è stato il suo incontro con questa storia vera?

Sono rimasto stupito, quella che portiamo sullo schermo è una storia realmente accaduta che non conoscevo e che in pochi conoscono. Nessun libro di storia ne ha mai parlato. Insieme allo stupore, ho provato grande gioia perché si tratta di un fatto assolutamente incredibile. Quando guardiamo i film sull’Olocausto sappiamo che il finale, purtroppo, sarà tragico. Quello raccontato da “Morbo K” è un unicum, in cui i protagonisti riescono a salvare un centinaio di vite.

Lei interpreta il professor Prati, un medico coraggioso e dal grande cuore…

La storia ci porta ai giorni, drammatici, del rastrellamento del Ghetto di Roma nel 1943. Gli ebrei si trovano a scappare alla deportazione cercando rifugio anche al Fatebenefratelli, ospedale sull’Isola Tiberina a poca distanza dalle loro case. Lì trovano un gruppo di medici che, guidati dal mio personaggio, il professor Matteo Prati, pur di difenderli decide di inventare una malattia, una sorta di covid ante litteram, chiamato morbo k.È un nome di fantasia, forse una provocazione ai gerarchi nazisti di stanza a Roma, generale Herbert Kappler in primis. I fatti, come la nostra storia, ben raccontano il grande coraggio di medici che anche in un momento tragico riescono a prendere in giro i tedeschi. Con l’aiuto dei loro assistenti, convincono gli ebrei a fingersi malati, affetti da gravi problemi gastrointestinali e respiratori. Nel timore di rimanere contagiati, i nazisti non si avvicinarono al Fatebenefratelli.

Cosa prova di fronte ai medici protagonisti della vicenda?

Li guardo con grande umiltà e rispetto. Raramente nascono persone che possono diventare dei santi e degli eroi. Quegli uomini hanno messo a rischio la propria vita pur di salvarne

altre, per fare del bene al prossimo. Mi sono chiesto come avrei reagito al loro posto e credo che non avrei avuto il loro stesso coraggio.

Quale tassello rappresenta questo progetto nella sua carriera?

La possibilità e la responsabilità di interpretare un ruolo da protagonista: spero di avere dimostrato di poterlo fare. Beppe di “Mare fuori” è senza alcun dubbio un personaggio tremendamente importante per me, mi ha cambiato la vita, ma è un personaggio corale all’interno di un contesto in cui ci sono più persone che hanno la responsabilità della narrazione.

L’educatore Beppe o il professor Prati sono personaggi che trasudano umanità. Cosa deve avere un ruolo perché lei decida di farlo suo?

Sarei veramente poco obiettivo se le dicessi che mi offrono migliaia di sceneggiature e di ruoli, e che io decido in maniera oculata a quale prendere parte. Posso però dire di avere avuto, sino a ora, la fortuna di incontrare personaggi bellissimi. Penso anche alla serie “Per Elisa – Il Caso Claps”. Quello di papà Antonio è stato un ruolo estremamente silenzioso, lui aveva poche battute, ma ho capito che anche in quel silenzio avrei potuto dire la mia. Paradossalmente, è uno dei personaggi che più fanno rumore all’interno di quella storia. Penso anche al maestro Crescenzi in “Belcanto”. Sono un musicista e mi divertiva essere, sulla scena, un professore cattivo. Ho avuto la fortuna di vestire pelli molto diverse tra loro, cambiare è un privilegio. Mi diverte moltissimo anche il fatto di poter essere diverso da me.

Cosa c’è nell’attore che lei è oggi del ragazzo che tanti anni fa, a Palermo frequentava la scuola del Teatro Biondo… La voglia, la vocazione, la scelta di questo mestiere, perché ero convinto di saperlo fare e di poterlo fare. Una “vittoria” anche sui miei genitori che non credevano che questa potesse essere la strada giusta. Mio padre era un medico e voleva che seguissi la sua. Porto con me l’orgoglio di avercela fatta con le mie forze, con i miei sacrifici. Ho trent’anni di teatro alle spalle, sono diventato medio-popolare quando ne avevo quarantotto.

Com’è cambiato, negli anni, il suo essere attore?

Sono quello di sempre, a essere cambiata è la mia consapevolezza. So di essere un bravo attore, ma sono soprattutto orgo-

glioso del modo con cui ho fatto questo percorso, della purezza con cui ho affrontato il mestiere.

C’è un complimento del pubblico che le fa particolarmente piacere?

Quando mi dicono che i miei occhi esprimono verità, che sono credibile nei ruoli che interpreto. Accade spesso con il personaggio di Beppe, un educatore. Pensi che in passato mi chiamavano nei dibattiti nelle carceri per parlare proprio di quella importante professione e che molte persone erano convinte che lo facessi per mestiere. Ma il mio mestiere è quello dell’at-tore (sorride).

Teatro, tv, cinema, che spettatore è?

Il teatro preferisco farlo sul palco. Sono invece uno spettatore assiduo di serie televisive. Amo il crime, i documentari crime, in questo caso sono molto esterofilo.

Chi è Vincenzo Ferrara fuori dal set?

Una persona normalissima (sorride), umile e simpatica, nonostante oggi, a quasi 53 anni, cominci ad appropriarmi un po ’ di quella presunzione che avrei dovuto avere già prima. Non amo gli attori che si prendono sul serio, che credono che questo mestiere sia incredibilmente trascendentale, quando invece è un mestiere come un altro. Insomma, vivo il mio lavoro come un lavoro.

Cosa la rende felice?

Sapere che mio figlio è in salute e che non starò, non sarò, mai solo.

Cosa dice suo figlio del papà attore?

Penso sia orgoglioso I ragazzi non dicono mai niente, anche per timidezza, ma la scuola intera sa che suo padre è Beppe di “Mare fuori” (sorride). Detto questo l’unica cosa positiva è che non vuole fare l’attore: probabilmente farà il medico come il nonno Insomma, tutto torna. 

QUANDO IL PRESENTE DIVENTA FUTURO

Francesco Giorgino torna con “XXI Secolo” da lunedì 2 febbraio in seconda serata su Rai 1

Dal prossimo 2 febbraio torna “XXI Secolo, quando il presente diventa futuro”, il programma ideato e condotto da Francesco Giorgino, in onda in seconda serata il lunedì su Rai 1. Molte le novità di questa terza edizione, a partire dalla presenza in studio del pubblico formato per intero da rappresentanti della generazione Z. Verrà istituito, inoltre, un data center e un social media center per l’elaborazione in tempo reale dei dati utili alla rappresentazione dei temi che verranno scelti per le diverse puntate. Ogni puntata si aprirà con un breve editoriale di Giorgino su vicende che meritano una riflessione sistematica e articolata. A seguire, il faccia a faccia del conduttore con un personaggio di spicco del mondo della politica, dell’economia, degli esteri, della cronaca, della società. L’attualità sarà protagonista anche nella seconda parte con ospiti in studio coinvolti in modalità talk, servizi degli inviati di “XXI Secolo” e analisi statistiche. Nella terza e ultima parte ci sarà un’intervista ad un esponente di primo piano del mondo della musica, del cinema, del teatro, della cultura per raccontare storie di successo. “XXI Secolo” ha l’obiettivo di raccontare il presente, ma con uno sguardo rivolto al futuro 

PEPERONCINO, SORRISI E IRONIA

Al timone della seconda stagione di “Hot Ones

Italia” su RaiPlay, l’attrice si racconta al RadiocorriereTv: «Sono curiosa, fare domande è parte del mio modo di essere. Gli ospiti? Cerco di condividere le energie e di trasmettere loro accoglienza»

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di condurre “Hot Ones Italia”?

La proposta mi ha molto gasata da subito… parlo già in maniera giovanile vedendo che andiamo su RaiPlay (sorride). Il programma in America è seguitissimo, e poi il mio predecessore in Italia è Alessandro Cattelan, un conduttore che stimo tantissimo e che ha coltivato bene il terreno. Fare delle interviste con grossi ospiti per me è una novità, il mio riferimento è Francesca Fagnani con il suo “Belve”. Mi chiedo, riuscirò ad essere così piccante?

Come si pone di fronte a un ospite pronto ad assaporare alette e domande?

In ascolto, cerco di coglierne l’energia. Sono un’attrice e non voglio assolutamente snaturarmi, sostituirmi a chi conduce da giornalista o a chi fa conduzione pura. A prescindere dalla piccantezza delle domande e delle alette, se l’ospite che ho di fronte è a disagio o ha paura, cerco di trasmettergli accoglienza.

E se si accorge che in qualche modo il suo interlocutore “svicola” per non rispondere?

Ne ho avuto uno che era molto bravo, bravo a fare show, ed è stato il suo forte (sorride). In questi casi la cosa importante è tenere il punto su ogni domanda.

Quanto ha deciso di affondare il coltello nel privato dei suoi ospiti?

Il nostro non è un programma di gossip, e proprio per questo cerco sempre di capire quanta disponibilità ci sia dall’altra parte. Ci sono delle cose private che possono anche fare male, deve sempre essere l’intervistato a decidere cosa condividere con il pubblico della propria vita.

Le capita di pensarsi nei panni dell’intervistato, alle prese con risposte da dare e alette da assaggiare?

Quando prepariamo le interviste mi chiedo sempre come risponderei se fossi al posto degli ospiti. Sono una grande curiosona e fare domande è parte del mio modo di essere. Mi succede anche con gli amici a casa, spesso, dopo qualche minuto, mi chiedono: “ma è partito il quiz”? (sorride). Lo faccio sempre con simpatia e ironia.

A Giulia piace più intervistare o rispondere a un’intervista?

Mi piace molto aprirmi, parlare, sviscerare i sentimenti, ma credo che sia nel ruolo dell’intervistata, che in quello dell’intervistatrice, l’elemento centrale sia l’ascolto. Da intervistata apprezzo che chi sta dall’altra parte sia in reale sintonia con me e segua per davvero quello che sto dicendo.

Peperoncino americano o italiano? Cosa c’è di diverso nelle due versioni del programma?

Le direi peperoncino italiano, ma solo per una questione di gusto. Nella vita non sono una grande fan delle salse, prediligo i sapori caserecci. Per quanto riguarda il programma, credo che quello americano sia molto più strong, i loro ospiti, nonostante l’intervistatore sia abbastanza sulle sue, hanno il senso della performance e

reagiscono al piccante in maniera molto esasperata… “oh.. wow… amazing…” (sorride), cosa che in Italia accade più raramente. Aspetto molto positivo della nostra edizione è invece che gli italiani parlano tanto e hanno qualcosa da dire anche quando assaggiano l’aletta più piccante… Non li ferma proprio niente.

Quanto peperoncino c’è nella sua vita?

Tantissimo, infatti ho costantemente la gastrite…. sono la persona meno indicata a fare questo programma (sorride). A dire il vero la mia gastrite non deriva dal cibo piccante, ma dal tanto peperoncino che devo combattere ogni giorno.

Che cosa significa per lei lavorare nel Servizio Pubblico?

Vengo da una famiglia che ha sempre tenuto acceso la televisione su Rai 1 (sorride). Insieme a mia mamma, da bambina, guardavo “Carramba che sorpresa” di Raffaella Carrà e i programmi dei grandi della tv che sono passati dalla Rai. I miei primi lavori li ho fatti qui, e anche oggi, lavorare in un’azienda che mi ha insegnato tanto, è gratificante.

Tv o piattaforme, da spettatrice cosa preferisce?

Sono più una da tv perché sulle piattaforme rischio di perdermi. Amo la televisione anche per la compagnia che fa, certo, facendo questo mestiere e sapendo come si fanno i programmi, la guardo con senso critico.

Un programma che non può perdere?

“I Simpson”, li seguo sempre all’ora di pranzo quando mi metto a tavola. Mi divertono le loro contraddizioni, le loro storie, il senso di libertà.

Giulia e le imitazioni, cosa deve avere un personaggio perché lei decida “di farlo suo”?

Deve avere tridimensionalità, devo poterlo immaginare ovunque, come va a fare la spesa, cosa fa a casa, e poi deve avere una forma di grottesco, qualcosa per cui non si rende conto di essere veramente molto buffo.

Perché non perdere una puntata di “Hot Ones Italia”?

Perché tutti gli ospiti si sono veramente aperti e il piccante li ha fatti entrare in uno stato parallelo di libertà e di scioglimento. Ci saranno dichiarazioni molto belle.

UN GIORNO IN PRETURA

Il programma di Roberta Petrelluzzi, Tommi Liberti e Antonella Nafra presenta lo speciale “Verità per Giulio Regeni” di Daniele Ongaro. Venerdì 30 gennaio, ore 21.20 Rai 3

Sono passati dieci anni dal rapimento e dall’uccisione di Giulio Regeni. Il giovane ricercatore dell’Università di Cambridge fu rapito al Cairo il 25 gennaio del 2016. Una settimana dopo ne venne ritrovato il corpo con evidenti segni di tortura in un fosso di periferia della capitale egiziana. Lungo e tutto in salita il percorso che ha portato al processo che si sta celebrando nella Corte d’Assise di Roma. Totale la mancanza di collaborazione del governo egiziano, che si è nascosto dietro a depistaggi e ragion di Stato. Ma la determinazione, la caparbietà della famiglia e la partecipazione civile sono riuscite a far incriminare quattro ufficiali dei servizi segreti, il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Helmi Usham e il maggiore Magdi Ibrahim Sharif. Imputati ancora irraggiungibili. Ma oggi la Procura di Roma è convinta di avere le prove per farli condannare.

FERRARI

Modena, anni Cinquanta, un uomo guida una fabbrica come fosse una corsa a tempo, mentre il lutto per il figlio appena perso gli pesa addosso come un motore che batte in testa. La vita privata si spezza tra una moglie inflessibile e una relazione segreta, due mondi che chiedono verità mentre tutto intorno accelera. L’ossessione per la velocità diventa una scelta morale, perché ogni gara pretende sacrifici che non restano mai confinati alla pista. I piloti sono spinti oltre il limite, il rischio è parte del progetto, e il successo ha sempre un prezzo umano. Con la regia chirurgica di Michael Mann, Adam Driver e Penélope Cruz danno corpo a una storia in cui la Mille Miglia diventa il punto di non ritorno.

Basta

DONNA DETECTIVE

Lisa Milani è un ispettore capo specializzato in psicologia criminale, una donna che affronta le indagini con esperienza e sensibilità, interpretata da Lucrezia Lante della Rovere, mentre cerca di tenere insieme lavoro e vita privata. Ogni caso mette alla prova il suo equilibrio, perché il ruolo pubblico di detective entra spesso in conflitto con quello di moglie e madre. Accanto a lei si muove un gruppo di personaggi che danno profondità al racconto, con Kaspar Capparoni, Sara Santostasi, Luca Ward, Toni Garrani e Flavio Montrucchio. La serie mostra come il confine tra professione e affetti sia sottile e continuamente attraversato. Le indagini diventano così anche un percorso umano, fatto di scelte difficili e responsabilità quotidiane. Due stagioni che costruiscono un ritratto femminile forte e credibile, dove la giustizia convive con la fragilità.

Basta un Play!

SPAZIO 1999

Serie di fantascienza diventata culto, coprodotta dalla Rai e dalla britannica ITC, torna con le due stagioni complete in alta definizione grazie al lavoro di cura di Rai Teche. La base lunare Alpha viene scaraventata fuori dall’orbita terrestre e inizia un viaggio alla deriva nello spazio, trasformando ogni episodio in una sfida di sopravvivenza, scoperta e confronto con l’ignoto. Al centro del racconto ci sono comando, scienza e relazioni umane messe alla prova dall’isolamento cosmico, con Martin Landau, Barbara Bain, Nick Tate, Zienia Merton e Barry Morse a dare volto e spessore ai personaggi. La visione segue l’ordine di messa in onda britannico ed è disponibile anche in lingua originale, restituendo intatto il fascino visionario di una serie che ha immaginato il futuro con largo anticipo.”.

MYSTERY LANE -INDAGINE

SOTTO LA NEVE

Un incantesimo improvviso spezza l’atmosfera delle feste e trasforma una vacanza reale in un caso da risolvere contro il tempo. Un mago misterioso scompare lasciando dietro di sé una Regina pietrificata e una scia di domande che portano lontano, verso il Nord più estremo. I detective Clever, Bro e McFlare si mettono in viaggio tra paesaggi innevati, intuizioni brillanti e colpi di scena, dove ogni fermata nasconde un indizio. Il racconto procede come un giallo leggero e avventuroso, giocando con il ritmo del mistero e il fascino del viaggio. La neve diventa scenario e complice, mentre l’indagine si muove tra ironia, suspense e voglia di scoperta.

AL CINEMA

le cose non dette

Dal 29 gennaio nelle sale il nuovo film di Gabriele Muccino con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini

Carlo ed Elisa, coppia affermata e brillante, vivono a Roma tra successi, abitudini e un amore che, forse, non è più quello di una volta. Lui è un professore universitario e scrittore in crisi creativa, lei una giornalista brillante e stimata anche all’estero. In cerca di nuovi stimoli, partono per il Marocco insieme ai loro amici di sempre, Anna e Paolo, e alla loro figlia adolescente, Vittoria. Tra dinamiche irrisolte, segreti e sguardi che confondono i confini e mettono in discussione certezze acquisite, il gruppo si trova a fare i conti con ciò che nessuno avrebbe mai voluto affrontare. E poi arriva Blu, giovane studentessa di filosofia di Carlo, misteriosa presenza che accende interrogativi e tensioni. In un paesaggio lontano, caldo e immobile, i rapporti si tendono, si rivelano, si trasforma-

no. Perché a volte basta una crepa minuscola per far crollare tutto ciò che sembrava stabile. E perché forse non conosciamo mai davvero chi ci sta accanto. Il film è diretto da Gabriele Muccino ed è tratto dal romanzo “Siracusa” di Delia Ephron, autrice della sceneggiatura insieme allo stesso Muccino. Accanto ai protagonisti Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini, completano il cast Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo. Il direttore della fotografia è Fabio Zamarion, il montaggio è di Claudio di Mauro. La scenografia è curata da Massimiliano Sturiale e i costumi da Angelica Russo. La colonna sonora è composta, prodotta e diretta da Paolo Buonvino; la canzone originale “le cose non dette” vanta la firma di Mahmood, uno degli artisti più influenti della scena contemporanea. “Le cose non dette” è prodotto da Lotus Production, una società Leone Film Group, con Rai Cinema in associazione con Asa Nisi Masa. Il film uscirà nei cinema il 29 gennaio distribuito da 01 Distribution.

ORIGINAL RAIPLAY

Un racconto sonoro che riapre una delle vicende più sorprendenti del Novecento italiano. Quando tre sculture cambiarono la storia di Modigliani

Adistanza di 41 anni da quella che è passata alla storia come la burla del secolo, arriva su RaiPlay Sound il nuovo podcast original “Le teste di Modì. Una favola vera”, disponibile dal 24 gennaio. Il progetto è ideato e scritto da Luca Franco, realizzato con Federica Mura, con la direzione artistica di Andrea Borgnino, il sound design di Roberta Ginocchio, l’editing di Arianna Biagi e la produzione affidata a Giulia Giannuli. Un racconto che torna a Livorno, nell’estate del 1984, quando dal Fosso Reale riemersero tre misteriose sculture a forma di testa, proprio davanti a quello che era stato l’atelier di Amedeo Modigliani nel 1909. Il ritrovamento avvenne

nell’anno del centenario della nascita di Modigliani e scosse il mondo dell’arte, accendendo entusiasmi, dibattiti e prese di posizione autorevoli. Ma ciò che seguì dimostrò come la linea che separa autenticità e finzione, verità e desiderio di credere, non sia mai davvero netta. “Le teste di Modì.Una favola vera” è un podcast che ricostruisce quella vicenda incredibile come una favola vera, intrecciando memoria, analisi critica e testimonianze dirette. Un’indagine sonora che mette in discussione l’autorità, il sistema dell’arte e il bisogno umano di riconoscere il genio, anche quando forse non c’è. Al racconto partecipano Margherita Corrado, archeologa; Francesco Mangiapane, ricercatore in Semiotica all’Università di Palermo; Graziano Graziani, conduttore di Fahrenheit (Radio Tre); Vincenzo Sparagna, direttore di Frigidaire; Mario Cardinali, direttore de Il Vernacoliere; Alessandra Falca, Stefania Politi e Niki Mazziotta, testimoni del tempo; Tomaso Montanari, storico dell’arte, e Paolo Virzì, regista.

In libreria

Nell’universo di Franco Battiato

“Battiato svelato” racconto un artista che ha attraversato musica, filosofia e sperimentazione senza mai fermarsi a una sola definizione. Edito da Rai Libri, il volume mette insieme ricordi, visioni ed episodi di musicisti, intellettuali e amici che hanno condiviso con il maestro siciliano pezzi di strada: da Vincenzo Zitello e Gianfranco D’Adda, da Simone Cristicchi a Vittorio

Sgarbi, Marco Travaglio, Michele Lobaccaro, Pietrangelo Buttafuoco, Syusy Blady e altri ancora

Qual è stata la domanda che si è posto prima di curare un libro su Franco Battiato?

La prima cosa che mi sono chiesto è stata se servisse davvero un altro libro su Battiato. Ci sono già biografie, saggi, interviste, materiali televisivi e online. Io non avevo autorizzazioni per una biografia ufficiale e non volevo farne un’altra. Allora mi sono chiesto che tipo di libro potesse avere davvero senso. La risposta è arrivata pensando a tutte le persone che con lui avevano lavorato, studiato, vissuto esperienze: musicisti, collaboratori, amici. Ho pensato che forse, invece di raccontarlo “da fuori”, fosse più interessante lasciare che fossero loro a raccontarlo, senza mediazioni, senza filtri.

C’è stato un confine che ha scelto consapevolmente di non attraversare in questo libro?

Non ho voluto imporre una mia interpretazione. Ho lasciato liberi tutti gli intervenuti di parlare attraverso il cuore. Senza forzarli in una direzione, senza guidarli. Ed è stato sorprendente scoprire che, pur arrivando da mondi diversi, tutti restituivano più o meno la stessa immagine: quella di una persona profondamente generosa, curiosa, attenta

alla vita, all’esistenza, agli altri. Questo mi ha molto colpito, perché da tante voci emergeva un’unica figura.

Qual è il tratto umano che l’ha sorpresa di più raccogliendo queste testimonianze?

Mi ha colpito la molteplicità delle sue vite. Battiato non era solo un autore o un cantante: era poeta, musicista, sperimentatore, cineasta. Nel libro emergono anche aspetti meno noti: per esempio il fatto che disegnasse, che fosse stato illustratore, che cantasse in dialetto salentino, che avesse attraversato linguaggi e territori culturali molto diversi. Tutto questo compone un universo creativo molto più ampio di quello che normalmente si conosce.

Ed era anche un grande sperimentatore…

All’inizio degli anni Settanta portò in Italia strumenti elettronici come il sintetizzatore VCS3, prima ancora di artisti come Brian Eno. Le sue ricerche sonore, i collage musicali, le strutture sperimentali lo collocano pienamente dentro l’avanguardia. Ma la cosa più interessante è che ha sperimentato non solo i generi, ma se stesso. Per decenni ha messo in discussione la propria identità artistica, cercando continuamente la bellezza in forme nuove. Ed è questo, forse, il vero significato della parola “maestro”.

Qual è l’aspetto meno noto che nel libro può sorprendere il lettore?

Ci sono moltissimi racconti personali, viaggi, episodi umani e ironici. Emergono lati molto quotidiani, a volte teneri, a volte spiazzanti. C’è anche un ricco apparato iconografico che mostra un Battiato diverso, più intimo, più domestico, lontano dall’immagine pubblica. È un’occasione, per chi lo conosce già, di scoprirlo di nuovo. E per chi non lo conosce, di avvicinarsi a un uomo prima ancora che a un’icona.

È stato spesso percepito come misterioso, criptico. Secondo lei

lo era davvero?

Aveva un grande progetto: proteggere la propria anima. Usava linguaggi complessi, simboli, riferimenti filosofici e spirituali non per confondere, ma per custodire la sua intimità. Portava temi profondi e talvolta “occulti” dentro la canzone popolare. E così facendo ha alzato enormemente il livello della cultura musicale italiana.

Dopo aver lavorato a questo libro, sente di conoscere meglio Battiato o di percepirne ancora di più l’insondabilità?

Entrambe le cose. Più lo racconti, più ti avvicini, ma resta sempre qualcosa che non si lascia afferrare. E forse è giusto così. Questo libro mostra alcuni aspetti che lui avrebbe forse voluto tenere nascosti, ma sempre con rispetto.

Cosa cambia quando un artista smette di appartenere solo a una biografia e inizia ad appartenere a una comunità?

Ritengo che oggi, più che mai, l’esempio e l’opera di Franco Battiato sono da considerare come un bene culturale italiano, da custodire, difendere e promuovere con amore, verità e giustizia, e credo che questo bene appartenga definitivamente al mondo ed essendo quindi di tutti non è esclusiva di nessuno.

Se questo volume dovesse essere letto da chi scopre oggi Battiato per la prima volta, cosa spera resti al lettore dopo l’ultima pagina?

Il senso del sacro, della profondità. La percezione che Battiato non è stato solo un artista, ma una presenza che ha avuto un impatto reale sulla vita delle persone.

STORIE

SAMUELE FABBRIZZI:

SCRIVO PER NON PERDERE LA TESTA

«A

lle elementari buttavo giù storielle riguardanti, per lo più, ninja e samurai, ma è stato dopo il liceo che la scrittura mi ha scelto. Una delusione amorosa mi ha convinto ad approfondire la mia passione. Posso affermare che il mio primo romanzo, nel 2009, è nato dal dolore. Da quel momento non ho più mollato la penna. Adesso scrivo per non diventare come William Foster di Un giorno di ordinaria follia. O quantomeno ci provo.»

Se lo cercate sui social, troverete poco. Introverso, riservato, animalista e antispecista, Samuele Fabbrizzi nasce a Pontedera e, narrativamente, coltiva un genere molto particolare. «Scrivo libri hardcore horror e splatterpunk, descrivo la violenza nel dettaglio e abuso di black humor, ma non troverete mai alcuna scena di crudeltà sugli animali. Sono appassionato di cinema e merchandising horror. In pratica sono cresciuto coi film, che sono una imitazione della realtà. Ciò significa che potrei essere il facsimile di una persona reale. Forse Samuele Fabbrizzi neppure esiste, quindi non prendetemi troppo sul serio. Scrivo per non perdere la testa. Il mio è un bisogno, un appiglio alla sanità mentale. Adoro inorridire, confondere e scioccare i lettori. Lo spavento non è fondamentale, è sopravvalutato, l’orrore del mondo è irraggiungibile. A volte capita che le persone interrompano la lettura di una mia opera perché nauseate, infastidite o addirittura violate: io lo prendo come un complimento. Le ringrazio. Voglio che le mie produzioni penetrino nel cervello dei lettori come un cacciavite. Un cacciavite con l’impugnatura a forma di unicorno. Ve l’ho detto di non prendermi troppo sul serio.»

Come nasce la tua passione per il lato oscuro del raccontare? «Sono un cinefilo incallito, appassionato soprattutto di cinema horror. All’inizio scrivevo thriller, ma mancava qualcosa. Erano intimi, certo, molto american style, ma non ero soddisfatto. C’era sempre un qualcosa che non riuscivo a sputare del tutto. Mi sono approcciato alla letteratura horror attraverso i concorsi. I risultati positivi mi hanno spinto a proseguire e, dopo avere trionfato al Masters of horror indetto dalla Universal Picture, ho deciso di dedicarmi

esclusivamente a questo genere. Scrivo libri/film che mi piacerebbe vedere ed essendo appassionato di slasher, disturbing drama, torture-porn e rape&revenge, va da sé che le mie opere ne condividano determinate caratteristiche. L’eccesso è fondamentale, ma la violenza non è mai fine a se stessa. I miei romanzi sono per i curiosi e i voyeur. A parer mio il genere horror è il più completo. Può spaventare, inorridire, divertire e rattristare. Dedicarmi a questo tipo di letteratura mi permette di unire bisogno, passione e cultura.»

Artista tatuatore e narratore, tra queste due espressioni di te, quale ti rispecchia di più?

«Non mi definisco un artista, complice la sindrome dell’impostore. Penso che spetti agli altri definirmi o meno come tale. Sono grato per il lavoro che faccio. Tatuare mi dà da vivere, anche se lo stipendio è sempre una incognita. Mi piace quando il cliente esce dallo studio soddisfatto, però il tatuaggio resta un lavoro. La scrittura è la mia vera passione. Potrei riassumere il pensiero con una domanda: “Preferireste essere Michelangelo o Dio?”»

RED ROOMS – Delirio splatterpunk è la tua ultima uscita. «Sì, è uno slasher/splatterpunk incentrato su social network e conflitto generazionale. Come dicevo prima, è il classico film che attenderei con trepidazione. Una lettera d’amore al cinema horror. All’interno troverete omaggi, citazioni ed easter egg che gli appassionati del genere adoreranno. Non mancano scene di violenza, sesso esplicito, cattivoni mascherati, black humor e fiumi di sangue. Vomiterete e riderete al contempo. In questo libro ho deciso di focalizzarmi sulla fame di popolarità delle nuove generazioni. Cosa sono disposti a fare i giovani pur di diventare virali? Consapevole che i tempi sono cambiati e che ormai è sempre più difficile concentrarsi, ho optato per un ritmo narrativo veloce, frizzante, così da creare continui stimoli nel lettore. I capitoli sono brevi, reel da scrollare, non esistono momenti morti. Quello spetta solo ai personaggi. Se amate slasher e B-Movie quest’opera fa decisamente al caso vostro. Buoni incubi.»

FAITH, NASCITA DI UN CLASSICO SENZA TEMPO

Ristampa dell’album di George Michael che è stato capace di cambiare le regole del pop, tenendo insieme successo globale, identità artistica e una visione che oggi appare ancora sorprendentemente attuale

Il 20 febbraio 2026 torna in vinile “Faith”, l’album con cui George Michael si presentò al mondo come solista nel 1987, rompendo ogni aspettativa e riscrivendo il perimetro della musica pop. A più di dieci anni dall’ultima ristampa, questo ritorno non è un’operazione nostalgia, ma un atto di riconnessione con un’opera che ha segnato un prima e un dopo. Un disco pensato, scritto, prodotto ed eseguito quasi interamente da un artista che, a soli ventiquattro anni, scelse di mettersi completamente a nudo. “Faith” non fu solo un successo clamoroso, ma una dichiarazione di indipendenza creativa. In quelle tracce convivono soul, R&B, rock e una scrittura intima che rifiutava le maschere dell’industria. Brani come “Father Figure” e “One More Try” mostrarono una sensibilità rara per l’epoca, mentre la title track, con il suo riff immediatamente riconoscibile e un’im-

magine diventata iconica, contribuì a definire l’estetica della fine degli anni Ottanta. Il risultato fu un album che vendette oltre 25 milioni di copie, conquistò il primo posto in più di dieci Paesi e portò Michael a vincere un Grammy come Album dell’Anno, superando in vendite persino giganti come Michael Jackson, Madonna e Prince. La nuova riedizione celebra tutto questo con diverse edizioni in vinile, comprese versioni limitate e un picture disc disponibile in esclusiva nello store ufficiale. Ma c’è un elemento in più che rende questo progetto interessante oggi: l’attenzione all’impatto ambientale. La produzione utilizza biovinile derivato da fonti rinnovabili, packaging certificato FSC e inchiostri vegetali, con un processo industriale che riduce emissioni e sprechi e sostiene progetti concreti di riforestazione in Germania. Un modo coerente per rileggere un’opera che, già all’epoca, aveva scelto di andare controcorrente. Riascoltare “Faith” oggi significa accorgersi che non è invecchiato. Non perché suoni “moderno”, ma perché è rimasto autentico. È il disco di un artista che ha avuto il coraggio di essere se stesso prima che fosse conveniente farlo. Ed è forse per questo che continua a parlare alle nuove generazioni: perché la vera arte, quando è tale, non segue il tempo. Lo attraversa.

UNA MISSIONE DI VITA

Giusy Valenti, Dirigente Ufficio Prevenzione generale e soccorso pubblico, racconta la sua esperienza con la Polizia di Stato

Una scelta solida e irreversibile quella di entrare in Polizia, maturata da Giusy Valenti sin da quando era bambina. Il suo portamento è perfetto, sorriso affabile, uno dei tanti esempi di donne della Polizia di Stato che nel tempo hanno portato un “quid” inimitabile e irrinunciabile. Le donne hanno un approccio psicologico diverso anche nei confronti dei cittadini, insieme alla capacità di gestire con dolcezza anche le situazioni più complicate. Il suo ruolo attuale, delicato ed operativo, è quello di seguire i futuri poliziotti nella loro formazione, per garantire un’adeguata preparazione. Una buona educazione si fonda sull’esempio e sull’imitazione di qualcuno che sa dare di più: è questo il compito instancabile e costante delle donne e degli uomini della Polizia di Stato, che determina risultati importanti perseguiti quotidianamente nel segno dell’Esserci Sempre.

Perché ha deciso di indossare la divisa della Polizia di Stato?

Sono cresciuta con il valore della giustizia e con un forte senso delle Istituzioni, trasmessimi da mio padre che, seppur con colori diversi, ha servito lo Stato insegnandomi che questo non è semplicemente un mestiere, ma una missione di vita. La Polizia di Stato rappresenta un lavoro dinamico, in cui adrenalina e sfide quotidiane si intrecciano con l’esercizio delle competenze tecniche e con l’operatività sul campo. É una professione che consente un contatto diretto con il cittadino che chiede aiuto e, allo stesso tempo, con il proprio personale, richiedendo e alimentando quell’empatia indispensabile per svolgere il servizio nel modo più efficace e umano possibile. Sento in me la fierezza di mettersi a disposizione degli altri per garantire sicurezza e, attraverso essa, libertà, con particolare attenzione alla tutela dei soggetti più vulnerabili. Nella mia scelta vive anche un profondo desiderio di riscatto: sono cresciuta in una terra segnata dalle stragi del 1992, ferite ancora vive nella memoria collettiva. In questo contesto, la lotta alla mafia non rappresenta soltanto un dovere istituzionale, ma un impegno morale. L’amore per la mia città, Palermo, ha inciso in maniera determinante nel mio percorso di vita, trasformandosi nella volontà concreta di contribuire, con la divisa della Polizia di Stato, alla difesa della legalità e alla costruzione di un futuro fondato sulla giustizia e sulla libertà.

Ci racconta le tappe fondamentali del suo percorso professionale? Qual è il suo ruolo attuale?

Dopo aver conseguito il diploma scientifico, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo, laureandomi a ventitré anni e mezzo con il

massimo dei voti. Ho mosso i miei primi passi seguendo idealmente le orme di Falcone e Borsellino, alimentando la mia passione per il diritto e una profonda sete di giustizia, orientata alla lotta contro ogni forma di prevaricazione. La scelta di entrare in Polizia era già solida e irreversibile: ho infatti partecipato sin da subito ai concorsi sia per Ispettore sia per Funzionario, mentre parallelamente conseguivo l’abilitazione forense e svolgevo il tirocinio presso la Corte d’Appello di Palermo, sezione penale. Il 16 gennaio 2023, giorno in cui ho superato la prova orale del concorso da Ispettore, è stato catturato il latitante Matteo Messina Denaro. Un evento dal forte valore simbolico, che ha segnato ulteriormente il mio percorso. Non a caso, il tema del concorso per Commissari, che mi ha poi consentito di vincere, verteva sull’associazione di tipo mafioso e sul vincolo associativo. È un filo rosso che attraversa i momenti più significativi della mia vita, orientando le mie scelte con una coerenza che va oltre il caso e assume i tratti di un destino consapevolmente perseguito. Attualmente presto servizio a Pordenone, terra friulana che ha accolto i miei primi passi operativi e che continua a formarmi attraverso la straordinaria palestra professionale rappresentata dalla Squadra Volante, che dirigo con grande orgoglio. La mia aspirazione è quella di proseguire nel solco degli uffici investigativi e, in prospettiva futura, mettere a disposizione il patrimonio di competenze maturate nella mia amata Palermo, la dove tutto ha avuto origine e dove il mio impegno trova il suo significato più profondo.

C’è un episodio che l’ha colpita particolarmente nel corso della sua carriera?

Uno dei momenti che porterò sempre con me è stato senza dubbio il primo turno in Squadra Volante, vissuto accanto a un poliziotto con la “P” maiuscola, una figura che stimo profondamente e che ha scelto di rimanere in Volante fino all’ultimo giorno prima del pensionamento. Accanto a lui ho compreso, sin da subito, il significato più autentico di questo lavoro. Ricordo nitidamente l’adrenalina della prima chiamata di emergenza, l’intensità di quei secondi sospesi e la sensazione, profonda e ineguagliabile, di essere determinanti per chi, in quel preciso momento, aveva bisogno di aiuto. Era l’incarnazione concreta di tutto ciò che avevo sognato e per cui avevo lottato. È una consapevolezza che rinnovo ogni giorno, mettendo il massimo impegno al servizio dei miei uomini e dei cittadini. Le parole di apprezzamento, la stima e la gratitudine delle persone rappresentano il riconoscimento più prezioso: un premio silenzioso ma potente, capace di dare senso ai sacrifici e alle rinunce che questa professione inevitabilmente comporta.

Donne e Polizia un binomio che convince sempre di più. Perché secondo Lei?

È innegabile che questo lavoro richieda una presenza costante e totalizzante, sottraendo spesso tempo prezioso da dedicare a sé stessi e, inevitabilmente, a una futura famiglia. Tuttavia, credo fermamente che la presenza femminile nella Polizia di Stato, anche nei ruoli apicali, sia oggi non solo rilevante, ma indispensabile. Le donne rappresentano una risorsa di cui non si può fare a meno, soprattutto per quella naturale attitudine alla cura, all’ascolto e alla gestione empatica delle relazioni, qualità che costituiscono un valore aggiunto imprescindibile nell’attività di polizia. Accanto a queste competenze, le donne sanno esprimere autorevolezza, capacità decisionale e fermezza, esercitando il ruolo con equilibrio e credibilità. Sensibilità e autorevolezza, infatti, non sono concetti in contrasto, ma possono coesistere rafforzandosi reciprocamente. È una questione di

priorità e di equilibrio; di scelte consapevoli e di compromessi condivisi con le persone che decidono di camminare al nostro fianco, senza la pretesa di dover scegliere tra il lavoro - che rappresenta una parte essenziale della nostra identità - e la famiglia, ma con la convinzione che entrambi possano coesistere, sostenendosi reciprocamente, nel rispetto delle aspirazioni e della libertà di ciascuno.

Quali sono i motivi che spingono i giovani ad entrare in Polizia e perché scelgono la divisa?

Sicuramente il forte senso di appartenenza a un unico Corpo, a una famiglia unita dagli stessi valori e dagli stessi ideali. La divisa unisce, crea identità e responsabilità condivisa; fa sentire parte di un disegno più grande, un elemento sempre più raro in una società che tende all’individualismo e alla frammentazione. Entrare in Polizia significa superare la dimensione del singolo per abbracciare quella della squadra. Qui l’”io” lascia spazio al “noi”, e il lavoro quotidiano si fonda sulla fiducia reciproca, sul sostegno e sulla lealtà. La squadra diventa famiglia, andando ben oltre il mero rapporto professionale o giuridico, trasformandosi in un legame umano profondo, capace di dare forza nei momenti difficili e senso a ogni sacrificio.

Qual è la percezione di sicurezza nella città in cui opera, secondo lei?

Particolarmente elevata. Rispetto alla mia terra d’origine, Pordenone presenta aspettative molto alte in materia di sicurezza, poiché storicamente abituata a standard elevati. Questo comporta una maggiore attenzione da parte delle forze di polizia, dal momento che anche singoli eventi critici possono incidere in modo significativo e negativo sulla percezione generale della sicurezza. Il fenomeno che desta maggiore preoccupazione riguarda senza dubbio i reati commessi da giovani, soprattutto per l’età dei soggetti coinvolti. Proprio per questo motivo investiamo molto nelle attività di prevenzione, in particolare nelle scuole. È fondamentale parlare ai ragazzi, ascoltarli e aprire con loro un canale di comunicazione efficace e costruttivo: solo così sarà possibile interrompere il ciclo della violenza ingiustificata.

Un consiglio ai giovani che vogliono intraprendere la sua carriera.

Di coltivare la curiosità, leggere molto — libri, giornali, storie di vita - mettersi in discussione e avere il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort. Solo così è possibile sviluppare una reale attitudine al servizio degli altri, restando umili ma allo stesso tempo consapevoli delle proprie capacità. Seguite le vostre passioni, scoprite la vostra indole e, se riconoscete in voi la volontà di esserci con e per gli altri, sappiate che la famiglia della Polizia di Stato sarà pronta ad accogliervi.

Ernia

Noemi

Annalisa

Cesare Cremonini

Jovanotti, Felipe Host..

Ultimo Giorgia

Tommaso Paradiso

Tiziano Ferro

Irama

Berlino Bianca

Esibizionista

Ragazze facili

So solo che la vita - ..

Acquario

Corpi celesti

Forse

Sono un grande

Tutto tranne questo

GIORNO DELLA MEMORIA

Doppio appuntamento martedì 27 gennaio su Rai 5: alle 16.30 “Storie della Shoah in Italia. I Giusti”, alle 17.20 “Dove danzeremo domani?”

Storie della Shoah in Italia. I Giusti

Le vicende dei Giusti fra le Nazioni, coloro che hanno aiutato gli ebrei durante il periodo dell’occupazione nazista in Italia. Un racconto totalmente inedito che divulga in maniera ampia e rigorosa storie meno conosciute ma altrettanto importanti, storie di persone comuni, per far conoscere la banalità del bene di tanti italiani che rischiarono la loro vita, senza chiedere nulla in cambio, per aiutare gli ebrei perseguitati. Martedì 27 gennaio alle 16.30.

Dove danzeremo domani?

Novembre 1942. L’esercito italiano occupa diversi dipartimenti nel sud-est della Francia. Nelle Alpi, migliaia di ebrei si rifugiano in queste zone italiane. Si crea un’oasi di pace, al sicuro dai nazisti e da Vichy... fino all’8 settembre 1943. Di fronte all’arrivo dei tedeschi, i soldati italiani fuggono con gli ebrei attraverso le montagne, un esodo pieno di insidie. Grazie a lettere, a memorie e a straordinarie fotografie private, questo documentario ripercorre questi eventi attraverso la storia d’amore tra Rima Dridso Levin, un’ebrea russa, e Federico Strobino, un ufficiale italiano. Martedì 27 gennaio alle 17.20.

La settimana di Rai 5

Film

“C’era una volta... a Hollywood”

Quentin Tarantino dirige un cast stellare - Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley. In onda lunedì 26 gennaio alle 21.20

Documentario -

Le mille luci di Antonello Falqui

Il geniale regista e autore di programmi Rai di enorme successo è il protagonista del documentario di Fabrizio Corallo in onda giovedì 29 gennaio alle 21.20

Film

“The Kid”

Il western moderno “The Kid” di e con Vincent D’Onofrio è proposto martedì 27 gennaio alle 21.20

Sapiens un solo pianeta. La nostra Amazzonia

Mario Tozzi e le sue incursioni nel passato, nel presente e nel futuro della vita dei Sapiens tornano mercoledì 28 gennaio alle 21.20

Art Night

Pittrici straordinarie.

Dal Rinascimento al Classicismo

Con Jacopo Veneziani in onda in prima visione venerdì 30 gennaio alle 22.50

Rock Legends

Cher

Sin dagli anni ‘60 è famosa non solo per le sue doti artistiche, ma anche per le sue indubbie qualità di show-woman. In onda sabato 31 gennaio alle 23.55

Di là dal fiume e tra gli alberi

Il vento di Alghero

Doc di Gemma Giorgini e Vittorio Rizzo in onda domenica 1° febbraio alle 14

L’ULTIMA MARCIA

Attraverso le voci dei protagonisti, il programma racconta il destino a cui vanno incontro gli internati in seguito alla evacuazione dei campi di concentramento: è lo speciale in onda martedì 27 gennaio alle 21.10 in prima visione su Rai Storia in occasione del Giorno della Memoria

Sul finire della Seconda guerra mondiale i nazisti, stretti nella morsa degli alleati, anglo-americani ad Ovest e sovietici ad Est, arretrano verso le regioni interne della Germania. Centinaia di migliaia di internati dei campi di concentramento vengono trasferiti nel cuore del Reich sia per non lasciare in mano

alleata le prove viventi dei crimini commessi, sia per essere utilizzati come possibile merce di scambio o, in alcuni casi, per essere ancora sfruttati come forza lavoro coatta dai tedeschi. Moltissimi internati, perlopiù malati e inabili alle marce, vengono eliminati dai nazisti poco prima delle evacuazioni dei campi. I deportati sono costretti a marciare in condizioni proibitive. A migliaia muoiono per fame, stanchezza, malattie o per mano dei nazisti. Per coprire una parte del percorso, a volte, vengono utilizzati treni merci. I vagoni aperti ed esposti al gelo invernale mietono centinaia di vittime. E quando la morte non arriva per fame o per freddo, sono gli attacchi aerei degli alleati a compiere stragi. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa l’8 Maggio 1945, si contano più di 250.000 vittime delle marce della morte.

La settimana di Rai Storia

Passato e Presente

Federico da Montefeltro. Il principe condottiero

Paolo Mieli ne parla lunedì 26 gennaio alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia

La bussola e la clessidra

La via del guerriero:

Giulio Ubio, legionario romano le vicissitudini di un legionario della tribù germanica degli ubii. giovedì 29 gennaio alle 21.10

C’è chi disse no La Resistenza degli Internati

Militari Italiani

Nel settembre del 1943 più di 650 mila uomini, catturati dai tedeschi, si rifiutarono di collaborare con il nazifascismo. In onda martedì 27 gennaio alle 22.10

Passato e Presente

Mary Stuart. L’altra regina

Il 14 dicembre del 1542, a sei giorni dalla sua nascita, figlia di Giacomo V, diventa Regina di Scozia. Venerdì 30 gennaio alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia

Passato e presente

Pellegrino Artusi. L’Italia unita in cucina

Uscito nel 1891 e seguito da numerose edizioni, è ben più di un manuale di cucina. In onda mercoledì 28 gennaio alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30

Cinema Italia

La notte brava

Di Mauro Bolognini, in onda sabato 31 gennaio alle 21.10 con Rosanna Schiaffino

Omaggio a Tito Stagno, l’uomo della luna

Il ricordo di Rai Cultura nell’anniversario della scomparsa

In occasione del quarto anniversario della scomparsa del giornalista e conduttore, volto storico della Rai, Rai Cultura ripropone lo speciale in onda domenica 1° febbraio alle 18

Pimpa

Tutti i giorni alle 6.30 su Rai Yoyo arriva la cagnolina a pallini rossi che si muove e parla come una bambina

Creata nel 1975 da Altan come protagonista di un fumetto per bambini, è stata poi pubblicata sul Corriere dei Piccoli e dal 1987 ha un mensile tutto suo. Pimpa è già protagonista di tre serie televisive di animazione e di 4 special di 26 minuti. La cagnolina è uno dei personaggi più longevi trasmessi dalle reti Rai e festeggia il suo quarantesimo compleanno con una serie - la quarta - diretta dallo stesso autore che 40 anni fa l’ha creata: Francesco Tullio-Altan. Pimpa è accompagnata come sempre dall’inseparabile Armando e dai suoi tanti amici.

Luce: accendi il tuo coraggio

Un’avventura a tema “girl power” che celebra l’emancipazione femminile e la lotta per i propri sogni, con una storia che combina azione e messaggi sociali in un formato adatto alle famiglie. In onda domenica 1 febbraio alle 15

Protagonista del film è la sedicenne Luce che vuole seguire le orme del padre e sogna di essere la prima vigile del fuoco donna al mondo! Per la ragazza, sognatrice e determinata, si presenta l’occasione della sua vita quando i pompieri della città scompaiono misteriosamente dopo una serie di incendi, ma nella New York del 1932 i pompieri possono essere solo uomini. Luce che non è disposta a mollare il suo sogno si traveste da maschio, organizza una squadra di pompieri con l’aiuto del sonnolento tassista Jin e del simpatico Ricardo, ma dovrà mostrare tutto il suo coraggio per riuscire nell’impresa, specialmente perché il capo dei pompieri è proprio suo padre.

CLASSIFICHE AIRPLAY per RadiocorriereTv

emergenti

Thu 15 Jan 2026

I FILM DELLA SETTIMANA

CINEMA IN TV

Jerry Maguire – Martedì 27 gennaio ore 21.10 – Anno 1996 – Regia di Cameron Crowe

Un film che parla di sport solo in apparenza. Al centro c’è la scelta di smettere di trattare le persone come numeri, in un mondo – quello del football americano –dominato da contratti, percentuali e potere. Jerry Maguire è un procuratore di successo che decide di cambiare strada, puntando tutto su un solo atleta e su un’idea diversa di lavoro e di vita. A restargli accanto è la sua segretaria, in una relazione che cresce tra fragilità, ironia e sentimenti autentici. Cameron Crowe costruisce una commedia romantica che diventa racconto generazionale, con un Tom Cruise in equilibrio perfetto tra ambizione e vulnerabilità. Oscar a Cuba Gooding Jr. come miglior attore non protagonista e un’intesa memorabile con Renée Zellweger, qualche anno prima di diventare l’icona di Bridget Jones.

Cinema d’autore allo stato puro. Siamo nel 1916: una fuga, una menzogna, una promessa di riscatto che si trasforma lentamente in tragedia. Terrence Malick firma un film rarefatto, contemplativo, dove la storia conta quanto la luce che la attraversa. I campi di grano, il cielo, il tempo che scorre diventano parte del racconto, in un equilibrio perfetto tra immagini e silenzi. Premiato a Cannes per la regia e con l’Oscar per la fotografia, I giorni del cielo è anche il primo ruolo da protagonista per Richard Gere, prima dell’esplosione del divismo. La colonna sonora di Ennio Morricone accompagna una riflessione profonda su desiderio, colpa e destino. Un film che non si consuma: si attraversa.

I giorni del cielo – Mercoledì 28 gennaio ore 21.10 – Anno 1978 – Regia di Terrence Malick

Action puro, claustrofobico e adrenalinico, ambientato quasi interamente a bordo di un aereo di linea. Un gruppo di terroristi prende il controllo del velivolo e a bordo c’è anche un ex agente delle forze speciali sotto copertura, interpretato dalla star cinese Andy Lau. Intrappolato in uno spazio chiuso, senza via di fuga e con il tempo che gioca contro, l’uomo è costretto a intervenire per salvare i passeggeri, affrontando uno a uno i sequestratori mentre il carburante si esaurisce. Combattimenti ravvicinati, tensione costante e colpi di scena costruiscono un thriller spettacolare che omaggia i grandi classici del genere, portandoli in una dimensione contemporanea e ad alto tasso di spettacolo.

Un thriller cupo e senza sconti, che mescola crime e dramma psicologico scavando nelle zone più oscure dell’animo umano. Fabrizio Gifuni interpreta Leonida Riva, ex militare dei servizi segreti segnato da un passato violento e irrisolto. Quando la figlia viene rapita e le indagini ufficiali si bloccano, decide di agire da solo, seguendo una pista personale che lo conduce in un mondo criminale fatto di perversioni, segreti e brutalità. La Belva non cerca consolazioni né redenzioni facili: racconta la vendetta come un percorso di distruzione, mettendo in scena il lato più inquietante della giustizia privata e il prezzo morale che comporta.

La Belva – Sabato 31 gennaio ore 21.20 – Anno 2020 – Regia di Ludovico Di Martino
High Forces – Emergenza ad alta quota – Venerdì 30 gennaio ore 21.20 – Anno 2024 – Regia di Oxide Pang

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