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PORTA A PORTA
Il debutto il 22 gennaio 1996, il programma di Bruno Vespa ha rivoluzionato la seconda serata televisiva e continua a essere un punto di riferimento della televisione italiana. Appuntamento speciale mercoledì 21 gennaio
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BRUNO VESPA
Il grande giornalista racconta al RadiocorriereTv le emozioni degli inizi, la costruzione di una squadra solida, il rapporto con la politica italiana e i momenti che hanno segnato la storia del Paese e del mondo
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LAURA PAUSINI A SANREMO
La cantante affiancherà Carlo Conti nella conduzione delle cinque serate del Festival a trentatré anni dalla vittoria tra i giovani con “La solitudine”
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RADIOCORRIERETV
DELLA RAI
ITALIANA Reg. Trib. n. 673 del 16 dicembre 1997 Numero 03 - anno 95 19 gennaio 2026
DIRETTORE RESPONSABILE
FABRIZIO CASINELLI
Redazione - Rai
Ne “La Preside”, il lunedì in prima serata su Rai 1, è il professore di italiano convinto che la scuola debba rappresentare per i ragazzi un’occasione di riscatto e futuro. L’intervista del nostro giornale all’attore
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ANDREW HOWE
Dal salto in lungo al set, il grande campione si racconta tra sport e recitazione. Appuntamento ogni giovedì in prima serata su Rai 1 in “Don Matteo”
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La Libera Enciclopedia di Radio3. Progetto crossmediale in collaborazione con RaiPlay e RaiPlay Sound
20 SOPHIA

Viale Giuseppe Mazzini 14 00195 ROMA Tel. 0633178213 www.radiocorrieretv.rai.it www.ufficiostampa.rai.it Collaborano Laura Costantini Cinzia Geromino Tiziana Iannarelli Vanessa Penelope Somalvico



La Rai si racconta in digitale
Come la ricerca archeologica riporta alla luce vite dimenticate. Storie di uomini e donne senza nome riemerse dagli scavi. Podcast disponibile dal 20 gennaio
Giuseppe Tornatore racconta Amadeo Peter Giannini. Il regista Premio Oscar al lavoro sulla storia straordinaria del grande banchiere americano d’origine italiana

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Il debutto il 22 gennaio 1996, “Porta a Porta” di Bruno Vespa ha rivoluzionato la seconda serata televisiva e, dopo trent’anni continua a essere un punto di riferimento della televisione italiana. Appuntamento speciale con il programma mercoledì 21 gennaio in prima serata su Rai 1
Il 22 gennaio 1996 debuttava il programma di Bruno Vespa che ha cambiato la seconda serata televisiva. Non solo politica, in quella che venne subito ribattezzata la Terza Camera del Parlamento, ma anche il racconto dell’attualità, della cronaca, delle guerre e dei grandi fatti internazionali di questi anni, garantendo tempestività ed equilibrio. Diciassette Governi, undici Presidenti del Consiglio (tutti ospiti della trasmissione, con l’eccezione di Mario Draghi), quattro Papi, tre Conclavi, cinque elezioni presidenziali e tre Presidenti della Repubblica — Ciampi, Napolitano (entrambi ospiti del programma) e Mattarella. Il segreto del successo? Rendere comprensibile a tutti la complessità degli avvenimenti, grazie a servizi, approfon-

dimenti, esperti autorevoli e al contributo degli ormai celebri plastici. Tante le “prime volte”, a cominciare dalla telefonata in diretta di un Papa che sarebbe poi diventato Santo. È “Porta a Porta” il programma scelto da Beppe Grillo per il suo ritorno in Rai dopo 21 anni. In onda per 3.566 puntate, il programma di Bruno Vespa ha raccontato tutto: i piccoli fatti di costume e le grandi crisi mondiali, dall’11 settembre all’epidemia di Covid. Ma è stato anche il palcoscenico dello spettacolo italiano e internazionale: da Pavarotti a Bocelli, da Claudio Abbado a Riccardo Muti, da Mike Bongiorno a Stefano De Martino, da Alberto Sordi a Gigi Proietti, da Franco Zeffirelli a Vittorio Gassman, da Raffaella Carrà a Fiorello. Sulle celebri poltrone bianche si sono seduti Gianni Agnelli, Valentino, Farah Diba, Liza Minnelli, Michael Schumacher. Martedì 9 settembre prende il via l’edizione del trentennale che accompagnerà, anche quest’anno, le serate degli italiani dal martedì al giovedì, fino al 28 maggio 2026. Una puntata speciale celebrerà le trenta candeline il prossimo 21 gennaio. Una lunga storia, accompagnata dall’inconfondibile musica di “Via col Vento”, che ha ancora molte sorprese in serbo. Perché, come insegna il suo tema musicale, “domani è un altro giorno”.
























Dal 1996 alle grandi svolte della politica e della cronaca, il conduttore ripercorre la nascita e l’evoluzione di “Porta a Porta”: le emozioni degli inizi, la costruzione di una squadra solida, il rapporto con la politica italiana e i momenti che hanno segnato la storia del Paese e del mondo. Un racconto fatto di semplicità, trasparenza e passione, che spiega come il programma sia diventato un punto di riferimento della televisione italiana
Ventidue gennaio 1996, parte l’avventura di “Porta a Porta”. Ricorda le emozioni di quella prima volta?
Ricordo ancora l’emozione di vedere Romano Prodi seduto sulla poltrona di “Porta a Porta” durante la sigla del programma, mentre io dovevo fare il mio ingresso in studio. È stato in quel momento che ho realizzato che stava davvero iniziando una nuova avventura. Ero stato direttore del Tg1 per tre anni, ma quando nel 1996 è cominciato tutto capii che avrei dovuto imparare un altro mestiere. La televisione non è tutta uguale: fare il conduttore di un telegiornale è una cosa, fare il direttore del telegiornale o l’inviato è un’altra, condurre un programma di rete segue regole diverse. Ho dovuto imparare tutto da capo. Allora non sapevamo nemmeno se saremmo durati oltre il mese di giugno e invece, dopo trent’anni, sono ancora qua.
Come nacque l’idea del programma?
Avrei dovuto fare un programma di prima serata, che però non mi fecero fare, e fu una fortuna. Su Rai 1 un programma politico non può ottenere grandi ascolti in prima serata, è meglio collocarlo in seconda serata. Così, mentre ero a Palermo per il processo Andreotti, vidi per caso uno spot in televisione: “Seconda serata con Carmen Lasorella, da lunedì al venerdì”. Quando rientrai andai da Letizia Moratti, allora Presidente della Rai e di fatto capo azienda, e le chiesi: “Che devo fare, me ne vado?”. Alla
fine, diedero tre serate a Carmen e due a me. Cominciammo così: io il lunedì e il mercoledì, lei gli altri giorni.
Trent’anni fa avrebbe mai scommesso su un successo di proporzioni così grandi?
Non ci avrebbe scommesso nessuno. In una presentazione dissi che la politica veniva fatta con la spada, con l’ascia. In televisione c’era Michele Santoro con “Samarcanda” e la politica era molto agguerrita, dura. Noi invece giocavamo di fioretto. “Porta a Porta” ha avuto successo perché ha puntato tutto sulla semplicità e sulla trasparenza. Può piacere o no, ma non abbiamo mai imbrogliato nessuno: nessuno può dire “mi hanno teso una trappola, un agguato”.
Uno dei grandi successi di “Porta a Porta” è anche quello di aver creato nel tempo una squadra solida…
Ci sono persone che lavorano con me fin dal primo numero e il grosso della squadra è con noi da almeno venti, venticinque anni. È un gruppo di lavoro fidelizzato, inoltre, chi è uscito dal programma è poi andato a lavorare al Tg 1, al Tg 2 o in altri programmi di successo.
Cosa ha dato la politica italiana a “Porta a Porta” e, viceversa, cosa ha dato “Porta a Porta” alla politica?
La politica italiana ha dato a questo programma la sua ragione di vita, perché anche se ci siamo occupati di spettacolo, cronaca e costume, l’atto di nascita di “Porta a Porta” è la politica. Noi, secondo me, abbiamo aiutato la politica a farsi capire, costringendo i politici a esprimersi con semplicità e soprattutto mettendoli a confronto, permettendo allo spettatore di farsi un’idea propria.
È così anche adesso?
La politica italiana è cambiata e di conseguenza anche “Porta a Porta”. All’inizio, per parecchi anni, abbiamo fatto numeri monografici, in un’ora e mezzo di programma ci dedicavamo a un solo tema, di politica o di costume. A un certo punto, però, dalla sera alla mattina dissi alla redazione che questa formula non reggeva più, perché troppo lunga. Abbiamo quindi deciso di spezzare il programma e affrontare due temi. Spesso inizia-


mo con la politica, ma anche con altro. A volte capita che la cronaca abbia la prevalenza sulla politica, negli ultimi tempi, per esempio, ci siamo dedicati molto al caso di Garlasco e a Trans-Montana (l’incendio del locale in Svizzera durante i festeggiamenti di Capodanno).
Le sfide elettorali e i grandi fatti di cronaca, dall’omicidio di Cogne alle Torri Gemelle, dalla Concordia al Covid. Quali fatti restano più vivi in lei di queste tre decadi di racconto italiano e internazionale?
Io ho avuto professionalmente due vite. La prima dal 1969, quando sono entrato al telegiornale, fino al 1996: quasi ventisette anni in cui ho attraversato un pezzo importante della storia italiana, dal caso Moro a Piazza Fontana, dall’annuncio dell’elezione di Papa Wojtyla nel 1978 alla morte di Pertini, fino a Tangentopoli. Nel trentennio di “Porta a Porta” posso citare l’attentato alle Torri Gemelle, ventisette anni dopo ho dato l’annuncio della morte di Wojtyla, un Papa al quale sono stato personalmente molto legato. Ma anche la telefonata di Giovanni Paolo II nel 1998, quando volle ringraziarmi per aver ricordato il ventennale della sua elezione, e poi ancora l’attentato di Nassiriya, il terremoto de L’Aquila, la mia città, dove sto andando proprio ora perché si inaugura l’anno della Capitale della Cultura. Ci sono stati tantissimi momenti di grande coinvolgimento, senza dimenticare i grandi casi di cronaca, da Cogne a Garlasco, che restano ancora in parte inesplorati, grandi misteri.
In trent’anni il Paese e il mondo sono cambiati… Mai avremmo pensato di avere un Presidente degli Stati Uniti così imprevedibile e spiazzante.
Immagini Donald Trump nel suo salotto: cosa gli chiederebbe?

Gli chiederei, in termini garbati, di usare un linguaggio più educato, perché a volte, anche sulle cose in cui ha ragione, si esprime in modo talmente forte da mettere a disagio l’interlocutore.
Che emozioni prova nei confronti dei tempi che viviamo e cosa la incuriosisce di quelli che verranno?
Se alla mia età, dopo oltre sessant’anni di mestiere, sono ancora qui appassionato, è perché la mattina non so cosa farò la sera. Il futuro è imprevedibile e in questo sta la bellezza di questo mestiere: raccontare le cose mentre succedono, senza avere la più pallida idea di ciò che avverrà dopo.
È possibile sorprendere Bruno Vespa?
Assolutamente sì, perché le sorprese arrivano anche dalle piccole cose. A volte ci sono personaggi che si rivelano all’ultimo momento, in modo imprevedibile. Le sorprese possono essere positive o negative: ci sono persone, politici per esempio, molto preparate che in televisione rendono poco, e altre più modeste che invece sembrano Churchill. È un grande classico. Reagan è stato un grande Presidente degli Stati Uniti e possedeva una capacità comunicativa straordinaria: anche quando diceva cose banali sembrava stesse leggendo la Bibbia.
Che cosa insegna Bruno Vespa con “Porta a Porta” alla televisione?
Bruno Vespa non insegna niente, perché il ruolo della televisione è informare, non insegnare. Quello che cerco di dire è che semplicità e trasparenza sono la chiave di tutto. Ciò di cui sono da sempre più orgoglioso è che, come ho detto spesso, noi venivamo guardati da Agnelli e dal suo cameriere, nel senso che siamo leader sia nella fascia più alta per livello di istruzione sia in quella più bassa. Ci capiscono tutti e questo, per chi fa televisione in una rete generalista come Rai 1, è un grandissimo orgoglio.




Laura Pausini affiancherà Carlo Conti nella conduzione delle cinque serate
Laura Pausini torna a Sanremo, sul palco che la vide esordire e vincere trentatré anni fa con “La Solitudine”. Sarà l’artista italiana più premiata nel mondo a condurre insieme a Carlo Conti, direttore artistico del Festival, le cinque serate della manifestazione in onda in diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio2 dal 24 al 28 febbraio. Dopo la vittoria tra i giovani del 1993, il terzo posto tra i big nel 1994 con “Strani amori” e sei presenze da superospite, l’artista romagnola è al Festival in una veste nuova. “Ringrazio Laura per aver accettato subito con entusiasmo il mio invito” dice Carlo Conti. “È un grande onore ed una gioia condividere la conduzione del festival con un’artista ed una donna così forte, così carismatica e divertente come Laura. Con noi poi si alterneranno ogni sera vari co-conduttori e co-conduttrici con i quali animeremo il palco dell’Ariston”.
“Sanremo è il mio destino. Il mio sorriso. La mia tentazione. La mia paura” commenta Laura Pausini. “A Sanremo sono nata artisticamente nel 1993 e quest’anno torno orgogliosa e commossa perché con tutto l’ono-
re e la gioia del mondo condurrò con Carlo Conti la 76° edizione del Festival. Le prime volte non si scordano mai e come quando si dà il primo bacio mi sento emozionata. Ho passato tutti gli anni della mia vita vedendo Sanremo e mai avrei pensato di trovarmi ora in questo ruolo. Ringrazio Carlo, la stima che provo per lui da sempre è diventata anche fiducia, è riuscito a sbloccare la mia paura nell’immaginarmi conduttrice. Non vedo l’ora di divertirmi e commuovermi con lui al mio fianco. Farò davvero tutto il possibile per essere all’altezza di questo palcoscenico che rimane il più importante per me”.
Icona pop a livello globale, più di 75 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, più di 6 miliardi di streamings, prima e unica italiana a vincere 1 Grammy Award e ad entrare nella Billboard Hot 100, Laura Pausini ha conquistato 4 Latin Grammy Awards, è stata celebrata dalla Latin Recording Academy come “Person of the Year 2023” (prima in assoluto non madrelingua spagnola a ricevere questo riconoscimento). Nel suo palmarès vanta anche un Golden Globe, una candidatura agli Oscar e agli Emmy Awards. Vanta inoltre la co-conduzione internazionale dell’edizione 2022 di Eurovision Song Contest, a Torino, con Mika e Alessandro Cattelan.







Nella serie “La Preside”, il lunedì in prima serata su Rai 1, è il professore di italiano convinto che la scuola debba rappresentare per i ragazzi un’occasione di riscatto, salvezza e futuro.
L’attore genovese al RadiocorriereTv: «Tra i banchi ci si avvicina, piano piano, alla propria identità»

Cosa ha pensato quando le è stato proposto di fare parte de “La Preside” con un ruolo così importante?
Ho pensato di essere molto fortunato, perché ogni tanto ci sono dei ruoli di cui c’è bisogno, per la gente che ti guarda ma anche per te come attore, perché ci sono personaggi che in qualche modo ti puliscono un po’ l’anima, ti svegliano, ti aprono dei punti di vista che magari non fanno parte della tua vita. Secondo me Vittorio è uno di quelli. La sua tenacia, la sua caparbietà, mai in qualche modo coercitiva coi ragazzi, ma sempre volta a stimolarli in un modo costruttivo, creativo, sono una cosa molto bella da indagare.
Come è stato l’incontro, tra le pagine della sceneggiatura, con il suo Vittorio Leoni?
Ho pensato che avesse un filo molto semplice da trovare perché è scritto molto bene e quando un personaggio è scritto bene non ci sono lati oscuri, è molto semplice calarcisi dentro. Oltre a essermi divertito leggendo, ho pensato di trovarmi di fronte a un uomo che aveva bisogno, per se stesso, di aiutare. E ci sono anche delle battute che ce lo dicono: l’unico modo per rendersi felici è l’azione. Anche gli analisti, se sei depresso, ti spingono ad agire, a fare qualcosa. E secondo me è quello che un po’ fa Vittorio quando arriva a Caivano.
Cosa ha dato a Vittorio della sua esperienza di uomo e di padre?
Il fatto di non arrendersi mai quando non vedi dei miglioramenti immediati, e questo a volte da padre è difficile, vorremmo sempre che i nostri figli fossero all’altezza delle nostre aspettative. Non fare sentire questo peso è una gran cosa per loro, in modo da permettergli di vivere la loro infanzia, la loro adolescenza, con più serenità.
Nella serie la scuola viene definita quasi un luogo sacro. Perché questa sacralità è così importante?
La scuola è un luogo dove un ragazzo, soprattutto nella fascia di età che indaghiamo nella serie, ma anche un bambino, inizia
ad avvicinarsi, ad accarezzare, quella che sarà la sua identità: è un luogo dove piano piano ci si scopre. Spesso in famiglia sono i nostri genitori ad attribuirci un’identità, la scuola è un posto di passaggio dove i ragazzi, i bambini, iniziano a conoscersi, a capire che tipo di “animali” sono. Lo fanno in mezzo agli altri, con quello che studiano, con il rapporto con adulti che non sono i propri genitori. La scuola è un luogo dove ci si avvicina piano piano alla propria identità.
Tra i suoi professori ce n’è stato uno che in qualche modo le ricorda Vittorio?
È stato un professore di lettere in un liceo a Milano, scuola che frequentai per sei mesi una volta trasferitomi da Genova, era un ex giornalista e diceva una sorta di aforisma da lui stesso creato che secondo me sta benissimo a Vittorio: “Quando insegno sogno”.
Cosa cercano i ragazzi oggi?
Credo che cerchino l’immediatezza, tutto confluisce in quello. E penso che non sia così solo per i ragazzi, ma per tutto il genere umano. Tutto è cambiato, a partire dalle lunghe distanze che ci volevano per raggiungere un posto, dagli iter di studi necessari per raggiungere un posizionamento. L’uomo cerca il massimo rendimento con il minimo sforzo…
L’uomo ha “perso” la pazienza…
Abbiamo costruito una tecnica che ci facesse soddisfare i nostri desideri per arrivare prima alle cose. E tutto, in qualche modo, sta andando in questa direzione. Senza troppo giudizio, si stanno riducendo i tempi dell’attesa per ottenere le cose. Penso che ragazzi vogliano immediatamente e siano poco disposti a cedere a compromessi. Ma non è colpa loro, è la società in cui noi li abbiamo traghettati.
Quale tassello rappresenta “La Preside” nella sua carriera d’attore?
Una cosa molto bella. Andare a lavorare circondato da tanti bravi artisti, dal punto di vista tecnico, attoriale, registico, una squadra di livello altissimo, quindi una grande deresponsabilizzazione della recitazione. La fatica è stata quella di essere arrivato a fare, e a vincere, quel provino, poi, quando lavori in contesti meravigliosi fatti da professionisti che parlano la tua lingua, basta abbandonarsi. Mi sono abbandonato al contesto in cui ero perché mi sentivo protetto.
All’uomo Alessandro, invece, cosa resta alla fine di questa esperienza?
Una sensazione di benessere che c’è nell’aiutare gli altri, ma non parlo dei componenti della tua famiglia, perché quello è un dovere, parlo delle persone che non si conoscono. Considerare l’altro come te stesso, come un tuo simile, come un tuo figlio. Questa visione più ampia è quella che mi vorrei portare dietro di Vittorio.


Dal salto in lungo alla macchina da presa, il grande campione si racconta tra sport e recitazione. L’ingresso nella “famiglia” di “Don Matteo”, la sfida di mettersi in gioco senza protezioni e il valore del lavoro di squadra. Appuntamento ogni giovedì in prima serata su Rai 1
Da sportivo abituato alle grandi competizioni, si è allenato tutta la vita alle sfide. Qual è stata quella più grande entrando nel mondo di “Don Matteo”?
Sicuramente mettermi completamente in gioco senza protezioni. Nello sport sei abituato a confrontarti con numeri, misure, cronometri, qui, invece, ti misuri con te stesso, con le tue emozioni, con la capacità di essere credibile. È stato come tornare all’inizio di tutto, con l’umiltà di chi sa di dover imparare.
Da atleta ad attore, un salto in lungo importante, questa volta davanti alla macchina da presa! Come si sente in questa nuova veste e cosa l’ha sorpresa di più della recitazione?
Mi sento curioso, vivo. Quello che mi ha sorpreso di più è quanto la recitazione sia fisica e mentale allo stesso tempo. Non è solo dire una battuta, è ascolto, presenza, controllo del corpo, gestione dell’energia. In questo mi sono sentito a casa.
Ci racconti il suo personaggio: cosa l’ha affascinata e in cosa, se c’è, le somiglia?
Mi ha affascinato il suo lato umano, il suo non essere “perfetto”. Mi somiglia nella determinazione e nel bisogno di trovare un equilibrio tra ambizione e valori personali. È un uomo che cerca il suo posto, e questo lo rende molto vero.
Come è stato accolto nella “famiglia” di “Don Matteo”, una serie così amata e con una lunga storia alle spalle?
Con grande rispetto e calore. Mi sono sentito subito parte di un gruppo che lavora con passione e professionalità, ma anche con leggerezza. È una vera famiglia, e questo rende tutto più naturale, soprattutto per chi arriva da fuori.

Cosa la incuriosisce e l’attrae di più del mondo dello spettacolo rispetto a quello dello sport?
La possibilità di raccontare storie. Nello sport racconti te stesso attraverso la prestazione, nello spettacolo porti in scena tante vite diverse, esplori emozioni e punti di vista che vanno oltre la tua esperienza personale.
Lo sport insegna disciplina, sacrificio, lavoro di squadra. Quanto le sono stati utili sul set?
Totalmente. Il set è un lavoro di squadra come una staffetta o una finale importante. Arrivare preparato, rispettare i tempi, saper ascoltare e adattarsi: sono tutte cose che lo sport ti imprime dentro e che qui fanno davvero la differenza.
Tra atletica e recitazione: cosa le dà più adrenalina oggi?
Sono due adrenaline diverse. L’atletica è esplosiva, immediata, la recitazione è più sottile, cresce piano e poi ti colpisce all’improvviso. Oggi le vivo entrambe con gratitudine, senza fare confronti.
Il pubblico la conosce come campione sportivo. Che effetto le fa farsi scoprire in una veste completamente nuova?
È emozionante e anche un po’ vulnerabile. Ma è bello mostrarsi per quello che si è davvero, non solo per un ruolo. Credo che la vita sia fatta di evoluzione, e io non ho paura di cambiare.
Pensa che la recitazione possa diventare una seconda carriera o la vive come una nuova sfida personale?
La vivo come una grande opportunità e una sfida personale. Non faccio programmi rigidi: mi interessa crescere, imparare e fare le cose con serietà. Poi sarà il percorso a dire dove può arrivare.
Che messaggio le piacerebbe arrivasse ai giovani che la seguono, sia come sportivo che come attore?
Di non avere paura di reinventarsi e di restare fedeli a se stessi. Il successo non è solo vincere, ma trovare un senso a quello che fai. Per me questo senso oggi passa anche dalla mia compagna
Ilaria e da mia figlia Anna: loro mi hanno cambiato la vita, mi hanno insegnato cosa conta davvero e mi ricordano ogni giorno perché vale la pena dare il massimo, in qualunque campo.




La Libera Enciclopedia di Radio3, progetto crossmediale in collaborazione con RaiPlay e RaiPlay Sound
Un nuovo spazio di conoscenza, pensato per orientarsi nel sapere contemporaneo attraverso voci autorevoli, linguaggi accessibili e una forte integrazione tra radio, video e piattaforme digitali. “Sophia – La Libera Enciclopedia” di Radio3 è il nuovo progetto crossmediale realizzato in collaborazione con RaiPlay e RaiPlay Sound, che porta l’offerta culturale della radio anche in video, ampliandone il pubblico e le modalità di fruizione. A partire dalla prima settimana di febbraio, saranno disponibili su RaiPlay brevi video-lezioni della durata di 5-7 minuti, dedicate ai grandi temi che da sempre caratterizzano l’identità editoriale di Radio3: filosofia, scienza, letteratura, teatro, cinema, musica, economia, poesia. Un patrimonio di saperi che si traduce in una library multimediale in costante evoluzione, capace di dialogare con l’audio su RaiPlay Sound e con l’intero ecosistema dei contenuti culturali Rai. In un’epoca in cui il sapere sembra sempre più affidato a sistemi automatici e a enciclopedie generate dall’intelligenza

artificiale, “Sophia” rilancia con forza il valore dell’intelligenza naturale: quella delle donne e degli uomini che ogni giorno studiano, approfondiscono, raccontano e mettono in relazione le conoscenze, mantenendo un filo diretto con ascoltatori, studenti e cittadini. «Sophia è una sfida crossmediale – sottolinea la Direttrice Simona Sala – Radio3 è da sempre riconosciuta per la qualità dei suoi contenuti culturali, che spaziano dall’informazione alla musica classica, dalla poesia all’economia, dalla scienza all’arte. Su RaiPlay Sound esiste già un patrimonio straordinario, ma oggi vogliamo fare un passo in più: intercettare un nuovo pubblico, rispondere a una domanda di cultura che è sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo nei teatri pieni quando parlano scienziati, storici, psicologi. Con queste micro-lezioni in video, pensate come prodotto originale per RaiPlay, apriamo una nuova porta: chi vorrà approfondire avrà sempre la possibilità di tornare all’audio, di esplorare e scoprire i contenuti già disponibili su RaiPlay Sound». Il progetto rappresenta anche un passaggio strategico per le piattaforme digitali Rai, chiamate a valorizzare e rendere sempre più accessibile un patrimonio editoriale vastissimo. «Questo progetto nasce da un desiderio che inseguivamo da anni – spiega Elena Capparelli, Direttrice

di RaiPlay e RaiPlay Sound – Radio3 ha una delle comunità di ascoltatori più fedeli dell’intero universo Rai, ma proprio per questo era importante uscire dalla comfort zone e portare quei contenuti in nuovi ambienti. RaiPlay e RaiPlay Sound sono oggi piattaforme mature, con numeri in forte crescita e un’offerta che molti ancora non conoscono pienamente. “Sophia” nasce dalla ricchezza di Radio3 e prova a trasformarla in qualcos’altro, mantenendo qualità e profondità, ma aprendosi a pubblici nuovi. È un progetto che parla di contenuti e di persone, prima ancora che di piattaforme». A curare “Sophia” è Sara Sanzi, che definisce il progetto come una vera e propria bussola culturale per il presente. «L’enciclopedia è pensata per orientarsi in un mondo del sapere sempre più complesso e affollato di informazioni – racconta – abbiamo chiesto a conduttori, conduttrici ed esperti che ruotano attorno a Radio3 di raccontare i cambiamenti in atto nella cultura e di accompagnare il pubblico attraverso temi che vanno dalla letteratura alla poesia, dall’economia alla filosofia, dalla scienza alla psicoanalisi, fino alla musica. Le video-lezioni sono brevi, ma dense, e vogliono offrire punti di accesso, non risposte definitive. Un invito a continuare a esplorare». Il cuore concettuale del progetto è anche una riflessione sul significato
stesso della parola “enciclopedia”, come spiega Pietro Del Soldà, conduttore di Radio3 e tra le voci di “Sophia”. «Enciclopedia, in origine, indica un’educazione circolare – osserva – non un sistema chiuso, ma un insieme di saperi che dialogano tra loro. Oggi non ha senso pensare l’enciclopedia come qualcosa di definitivo, ma è suggestivo mantenere l’idea della circolarità. “Sophia” è una mappa, non un recinto: una proposta multidisciplinare in cui i temi si parlano, così come si parlano i programmi di Radio3. Nelle mie lezioni affronterò parole e concetti come amore, fede, cultura, provando a restituire connessioni, non definizioni rigide». Tra le voci di “Sophia” figurano, tra gli altri, Francesca Buoninconti, Michele Dall’Ongaro, Pietro Del Soldà, Stefano Feltri, Florinda Fiamma, Ilaria Gaspari, Vittorio Lingiardi, Piero Martin, Marco Motta, Michela Ponzani, Susanna Tartaro. Pensato per studenti, curiosi, ascoltatori e appassionati, “Sophia – La Libera Enciclopedia di Radio3” si inserisce pienamente nella missione di servizio pubblico della Rai: rendere il sapere accessibile, stimolare il pensiero critico, offrire strumenti per comprendere il mondo attraverso sguardi competenti e plurali. Un progetto che non chiude il cerchio della conoscenza, ma lo rimette in movimento.



Nel caos polveroso dell’aeroporto di Barranca, tra decolli rischiosi e rotte senza ritorno, il capitano Geoff, interpretato da Cary Grant, affronta la perdita dell’amico più caro mentre il lavoro diventa una trincea emotiva. Accanto a lui c’è Bonnie, una passeggera che porta con sé una promessa di amore e di salvezza, in un mondo dove il cielo non concede tregua. La regia di Howard Hawks costruisce un dramma fatto di sguardi, attese e sacrifici, in cui il volo diventa metafora di vita e di destino. Rita Hayworth illumina la scena con una presenza magnetica, mentre Richard Barthelmess completa un triangolo umano carico di tensione e desiderio. Tra piste di atterraggio e cuori in bilico, il film racconta quanto sia fragile il confine tra coraggio e solitudine. Nella collezione “Grandi classici di Hollywood”.



Ernesto e Filippo, interpretati da Marco Giallini e Alessandro Gassmann, si ritrovano dopo venticinque anni nello stesso liceo, con in mezzo una storia d’amore mai davvero chiusa che ruota attorno a Marianna e alla figlia Nina. Uno rifiuta i social e tutto ciò che passa da uno schermo, l’altro vive di selfie, chat e notifiche, trasformando ogni momento in un contenuto da condividere. La regia di Massimiliano Bruno costruisce una commedia brillante che usa la tecnologia come lente per raccontare fragilità, nostalgie e paure di una generazione che fatica a riconoscersi. Accanto ai due protagonisti, Valeria Bilello e Carolina Crescentini aggiungono spessore emotivo a una storia che mescola ironia e malinconia. Nella sezione “Commedia italiana”.
Leonardo Capasso, interpretato da Enrico Montesano, torna a casa dopo un viaggio e trova solo una videocassetta in cui la moglie gli dice addio, lasciandolo improvvisamente solo a gestire figli, suocero e una quotidianità che diventa subito un piccolo campo di battaglia domestico. Da architetto ordinato si ritrova immerso in una casa dove regnano il caos, gli affetti ingombranti e le sorprese continue, mentre cerca disperatamente un nuovo equilibrio. La serie, diretta dallo stesso Montesano, costruisce una commedia familiare fatta di ritmi serrati e situazioni surreali che raccontano l’Italia degli anni Novanta con leggerezza e intelligenza. Accanto a lui brillano Alessandra Casella, Caterina Sylos Labini, Kay Rush e Paolo Panelli, dando vita a un microcosmo affollato e irresistibile. Tra risate e malinconie, la storia di Leo diventa il ritratto di una famiglia imperfetta ma autentica. Nella sezione “Serie italiane”.


Mortina, la brillante detective zombie nata dall’immaginazione che qui prende vita sotto la regia di Andrea Castellani, indaga tra i corridoi della magica Villa Decadente con un levriero elegante sempre al suo fianco. Con lei ci sono un cugino saputello e due amici vivi-vivi che trasformano ogni mistero in un gioco di squadra tra enigmi e risate. L’animazione italo-irlandese costruisce un mondo gotico e tenero dove i brividi fanno rima con divertimento. Ogni caso svela piccoli segreti e grandi amicizie, portando Mortina a usare ingegno e cuore più che paura. Tra atmosfere da fiaba oscura e ritmo da avventura, la storia scorre leggera senza rinunciare alla suspense. Una detective fuori dagli schemi che dimostra come anche i non-morti possano avere un talento speciale per la verità.



Come la ricerca archeologica riporta alla luce vite dimenticate. Storie di uomini e donne senza nome riemerse dagli scavi. Nuovo podcast disponibile dal 20 gennaio
Sarà disponibile dal 20 gennaio il nuovo podcast Original RaiPlay Sound “Sine Nomine”, un progetto che scava nel sottosuolo della storia italiana per restituire un’identità a uomini e donne rimasti senza nome. Attraverso ritrovamenti archeologici, indagini scientifiche e ricostruzioni storiche, ogni episodio riporta alla luce vite dimenticate, intrecciando grandi eventi e storie intime. Sine Nomine è un podcast di Augusto e Gian Piero Palombini, Paolo Barberi e Gianluca Stazi. La voce è di Augusto Palombini. Suono, montaggio, sound design e mix: Gianluca Stazi. Musiche: Gianluigi Gallo. Partendo dai resti umani ritrovati in uno scavo, con un’indagine a più voci dove la ricostruzione storica è supportata dall’utilizzo di tecnologie e strumentazioni sempre più avanzate, l’archeologo Augusto Palombini prova a dare un nome e un volto a quei reperti nascosti per secoli nell’oscurità, cercando di illuminare i contorni di persone, luoghi e vicende tanto lontani nel tempo. Attraverso questa indagine si arriva così a disegnare il profilo di un’identità, un individuo con un suo posto specifico nel mondo e nel tempo: chi era, come e quando è vissuto, le sue speranze e i suoi drammi, il suo lavoro, lo stato di salute, di cosa si nutriva, i motivi della morte. Sullo sfondo dei grandi eventi storici questi piccoli e polverosi frammenti “sine nomine”, elementi di un passato remoto, d’improvviso rivelano corpi, esistenze e comunità quasi familiari, intime, incredibilmente vicine al nostro presente. Cinque episodi, cinque viaggi nella memoria profonda del nostro Paese.

Il mistero di Castel Malnome
Alle porte di Ostia Antica riaffiora un cimitero romano di età imperiale. Tra scheletri segnati da lavori durissimi, emerge un individuo affetto da una rarissima malattia che avrebbe dovuto impedirgli di sopravvivere a lungo. Come è riuscito a vivere oltre trent’anni in un mondo crudele e spietato?
Il viaggio del cavaliere
Nel convento di San Francesco a Folloni, in Irpinia, viene scoperta una sepoltura anomala: un uomo morto violentemente ma tumulato in terra consacrata. Le ferite sulle ossa raccontano un agguato medievale e la storia dimenticata di un cavaliere angioino dei primi del Trecento.
La sposa di Monsampolo
Durante il restauro di una chiesa marchigiana emergono corpi mummificati conservati in modo eccezionale. Tra questi, una giovane donna sepolta con gli abiti della festa. La sua storia rivela usi, credenze e quotidianità delle classi popolari tra Seicento e Ottocento.
Il guardiano della laguna
Prima della gloria della Serenissima, la laguna veneta era rifugio di comunità in fuga. Da uno scavo nei pressi di Jesolo affiorano i resti di una città altomedievale scomparsa. Tra le sepolture, un individuo racconta una Venezia prima di Venezia.
La storia di Neve
In una grotta dell’entroterra ligure vengono ritrovati i resti di una neonata vissuta migliaia di anni fa. Intorno a lei, un piccolo corredo racconta una comunità preistorica nel delicato passaggio verso il Neolitico, e una storia universale che parla ancora a noi.


Il regista Premio Oscar al lavoro sulla storia
straordinaria del grande banchiere americano d’origine italiana
Rai Cinema e Kavac Film annunciano il nuovo film del Premio Oscar Giuseppe Tornatore, “The First Dollar (Il Primo Dollaro)” dedicato alla figura di Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy – poi divenuta Bank of America – e protagonista di una delle storie più straordinarie del Novecento. Il regista Giuseppe Tornatore sta ultimando in queste settimane la scrittura della sceneggiatura. Il film sarà girato interamente in inglese con un cast di attori italiani e internazionali. Amadeo Peter Giannini, figlio di emigrati liguri, nato in California nel 1870, ha dimostrato come sia possibile costruire un’impresa destinata a cambiare la storia, restando fedeli a un’idea profondamente umana di progresso. Seppe rivoluzionare il sistema bancario mettendo il credito al servizio delle persone comuni: immigrati, lavoratori, donne, famiglie fino a quel momento escluse. Amava ripetere che non si può diventare mai così grandi da dimenticarsi della gente comune, un principio che ha guidato ogni sua scelta. La sua vita attraversò diversi momenti simbolici della storia americana e mondiale: la ricostruzione di San Francisco dopo il terremoto del 1906, quando riaprì la banca tra le macerie per restitui-

re fiducia a una città ferita; il sostegno decisivo alla nascita della grande industria cinematografica, finanziando opere di Charlie Chaplin, Walt Disney e Frank Capra; la costruzione del Golden Gate. Finanziò inoltre sia il New Deal che il piano Marshall e contribuì alla ricostruzione dell’Europa e dell’Italia nel secondo dopoguerra. “Ho accolto con entusiasmo la proposta dei produttori di riprendere in mano un progetto a cui avevo lavorato qualche anno fa – dice Giuseppe Tornatore – la storia di Amadeo Peter Giannini, l’italiano che rivoluzionò il sistema bancario americano. Una vicenda quasi leggendaria che sembra nata proprio per essere raccontata dal cinema. Sono felice di intraprendere questa nuova avventura al fianco di Simone Gattoni, Marco Bellocchio e Paolo Del Brocco.” Per Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, “affidare questo racconto a Giuseppe Tornatore significa puntare su uno sguardo capace di unire memoria, emozione e respiro epico, restituendo la coerenza morale di un uomo che ha dimostrato come il successo economico possa andare di pari passo con la responsabilità sociale.” Per Simone Gattoni, produttore per Kavac Film, “portare in sala questa opera è un atto che contribuisce a conservare la memoria, ma che rappresenta anche un messaggio per il presente: la storia di un italo-americano che ha cambiato il mondo senza mai perdere di vista le persone, guardando a un capitalismo etico”.




«Ho iniziato a scrivere storie quando sono andata in prima superiore. Non sapevo che si chiamassero fanfiction, ma le scrivevo a mano, sul quaderno, insieme al mio compagno di banco. Da lì ho scoperto un mondo - successivamente online - che mi ha fatto scoprire che potevo scrivere quello che mi pareva su tutto quello che mi piaceva. Le fanfiction, quindi, sono state i “numerosi momenti” in cui ho capito che avrei scritto storie… che poi si sono concretizzate in romanzi quando sono cresciuta.»
Daniela Barisone è milanese, classe 1986 che lei definisce «un ingresso col botto» perché subito dopo la sua nascita si è verificato l’incidente nucleare di Chernobyl. E prosegue raccontandosi così: «Nella vita mi barcameno in vari lavori dell’ambito artistico/editoriale che riassumeremo come “tuttofare freelance”, anche se il mio titolo di studio reca la scritta “Fumetto e Colorazione digitale”. Scrivo storie da sempre e nel corso degli anni ho pubblicato i miei romanzi con il mio collettivo Lux Lab, con diversi editori, tra cui Quixote Edizioni, narae (gruppo Mondadori) e pubblicherò con Peony Publishing e Triskell Edizioni nel 2026. La mia grande passione sono i videogiochi, infatti il mio nickname (QueenSeptienna, n.d.r.) deriva da un npc (personaggio non giocante, n.d.r.) di Heroes of Might & Magic III.»
Quanti libri hai pubblicato?
«Domanda non da poco… contarli tutti non è facile. Per cui direi più di 50, cifra più, cifra meno. E non contiamo le fanfiction, che produco in maniera costante da due decadi. Scrivo tanto, scrivo tantissimo, ho questo bisogno costante e continuo di tirare fuori storie dalla mia testa da che ho memoria e, nel momento in cui ho trovato il modo corretto di farlo, non mi sono più fermata.»
Come nasce l’idea del collettivo Lux Lab?
«Lux Lab nasce a luglio del 2019 durante un Camp NaNoWriMo (un progetto di scrittura creativa che introduce una sfida a scrivere un tot di parole in un tempo dato, n.d.r.) in cui mi ero ritrovata con altre autrici - alcune le conoscevo, altre no - per una challenge. Alla fine del mese la challenge era finita, ma noi ci eravamo trovate benissimo, per cui perché chiuderla lì? Mi è venuta l’i-
dea del collettivo di scrittura, ne avevo già esperienza in ambito fumettistico dove è normale, mentre non lo è in quello dei romanzi. Alle altre la cosa è piaciuta e da lì abbiamo iniziato. Nel corso degli anni il Lab si è evoluto, ingrandito, migliorato, si è aperto a collaborazioni, è diventato estremamente politico e molto altro. Ma quell’idea di quel giorno ci ha portate prima a essere sponsor del Festival Romance Italiano e poi a essere scelto nei progetti speciali della Self Area del Salone del Libro di Torino.»
A febbraio uscirà “Jonas” un retelling di “Per un pugno di dollari” e non è il tuo primo western. Ci regali qualche anticipazione?
«No, non è il mio primo western perché ne ho già scritti diversi (sempre romance MM, il genere in cui sono specializzata) e sono i miei preferiti in assoluto. “Jonas” - che uscirà il 7 febbraio - è una storia abbastanza atipica per molti motivi. Il primo lo hai già detto: è un retelling… più o meno. In realtà l’idea mi è arrivata guardando Sanjuro di Akira Kurosawa, il sequel di La sfida del samurai, che ha ispirato appunto Per un pugno di dollari di Sergio Leone. Quindi ho fatto un po’ quello che ha fatto Leone: ho preso ispirazione e ho rielaborato, trasformandolo in un western. Un’altra sua particolarità è che sì, è un romance MM (un gay romance), ma è anche di sottogenere omegaverse, un trope della speculative fiction che mischia l’umanità con le dinamiche tipiche dei branchi dei lupi. Non ci sono licantropi qui, ma è un setting interessante che mi ha permesso di creare dinamiche altrettanto interessanti, che in un contesto tradizionale non avrei potuto avere. Si tratta, in generale, di una storia estremamente violenta e sanguinosa, ma allo stesso tempo anche romantica, di un uomo che passa dal fregare la gente per soldi al ritrovarsi a combattere con le unghie e con i denti per quelle stesse persone.»
Cosa consigli a chi si affaccia sul mondo della narrativa?
«Non affezionarti a quello che scrivi, non pensare ai tuoi libri (o ai tuoi personaggi) come i tuoi figli e parti già dal presupposto che ci sarà sempre qualcuno a cui non piace quello che fai. Leggi tanto, scrivi altrettanto. Soprattutto: non usare le AI, è da sfigati.» Laura Costantini



Il ritorno in vinile di uno dei dischi più intensi di Enrico Ruggeri accompagna l’artista anche nel suo nuovo viaggio televisivo su Rai 2, riaprendo una stagione creativa fatta di canzoni che uniscono racconto, introspezione e sguardo sul mondo
Un album che torna a farsi toccare, girare, ascoltare nel modo più fisico possibile, proprio mentre la sua anima narrativa riprende vita anche sullo schermo. A ventitré anni dalla sua uscita, “Gli occhi del musicista” rinasce per la prima volta in doppio vinile cristallo dal 16 gennaio 2026, in una nuova edizione che restituisce al pubblico uno dei capitoli più intimi e raffinati della carriera di Enrico Ruggeri. Un ritorno che non è nostalgia, ma rilettura, perché quelle canzoni parlano ancora con una chiarezza quasi disarmante.
La pubblicazione si inserisce in un inizio d’anno particolarmente denso per Ruggeri, che è tornato su Rai2 con la terza edizione dell’omonimo programma, una sorta di laboratorio pubblico in cui musica, parole e memoria dialogano senza filtri, proprio come avviene nel disco. Il progetto discografico e quello televisivo si specchiano l’uno nell’altro, raccontando un artista che non ha mai smesso di interrogarsi su cosa significhi davvero scrivere, cantare e osservare il mondo.
Originariamente pubblicato nel 2003, l’album rappresenta uno dei momenti più delicati e profondi del percorso di Ruggeri, quando le sonorità folk, gli arrangiamenti ricercati e la forza dei testi si fondono in un racconto musicale popolato di figure fragili, storie sospese e sentimenti mai gridati. Brani come A un

passo dalle nuvole esplorano l’amore come energia che accompagna tutte le età della vita, mentre “Morirò d’amore” ne svela i lati più psicologici e vulnerabili. In Il matrimonio di Maria la scrittura diventa quasi cinema, osservando un evento comune da un punto di vista laterale e carico di emozioni trattenute. Dentro questo mosaico trovano spazio anche due canzoni che hanno segnato il rapporto di Ruggeri con il grande pubblico e con l’impegno civile: “Nessuno tocchi Caino”, in duetto con Andrea Mirò e presentata a Sanremo 2003, e “Primavera a Sarajevo”, proposta al Festival 2002, due esempi di come la canzone possa farsi strumento di riflessione sociale senza perdere forza poetica.
La ristampa in doppio vinile diventa così una vera e propria celebrazione di Ruggeri come artista totale, capace di attraversare generi, stagioni e linguaggi mantenendo uno sguardo lucido, poetico e profondamente umano. A impreziosire l’opera, una squadra di musicisti di altissimo livello che contribuisce a una tessitura sonora ricca e sofisticata: Antonio Marangolo al sax, Mimmo Turone alle tastiere, Tiziano Barbieri al basso, Vittorio Volpe alla batteria, Andrea Allione alla chitarra, Marcello Crocco al flauto, Claudio Capuro e Massimo Boccalini tra sax e clarinetto, Mirco Marchelli alla tromba, Marco Lepratto al trombone e Fanette al violoncello.
“Gli occhi del musicista” oggi non è soltanto un disco che torna sugli scaffali, ma un invito a riascoltare una stagione della musica italiana in cui la canzone sapeva ancora farsi racconto, pensiero e carne viva. E in un tempo in cui tutto scorre velocissimo, quel doppio vinile cristallo sembra dire che alcune storie meritano ancora di girare lente, sul piatto, per essere davvero capite.




Giorgia apre il 2026 con un nuovo singolo estratto dall’album “G”, dopo un anno da numeri impressionanti tra classifiche, radio, streaming e palasport sempre pieni, confermando una stagione artistica che unisce pop, intensità e una rara fedeltà del pubblico
Arriva in radio “Corpi celesti” e sembra quasi il naturale proseguimento di un viaggio che non si è mai fermato. Dopo un 2025 costruito su risultati fuori scala, Giorgia inaugura il nuovo anno con un brano che mette al centro il coraggio di sentirsi parte di qualcosa di più grande, un invito ad allargare lo sguardo e a riconoscere quanto le nostre vite siano intrecciate, come corpi che orbitano nello stesso spazio emotivo. Scritto da Federica Abbate, Cripo e Raige e prodotto da Cripo ed Enrico Brun, il singolo aggiunge un nuovo capitolo a un album che ha già lasciato un segno profondo. “G”, il suo ultimo lavoro di inediti, ha debuttato direttamente al numero uno delle classifiche FIMI, sia per gli album sia per i formati fisici, diventando il fulcro di un anno che ha visto Giorgia dominare le classifiche e la radio. “La cura per me”, certificato doppio platino, è rimasto per dodici settimane consecutive ai vertici delle vendite ed è stato il secondo singolo più venduto del 2025, superando i 160 milioni di stream globali, mentre il videoclip ha chiuso l’anno al secondo posto tra i più visti su Vevo. In un panorama sempre più affollato, Giorgia

è stata anche l’unica artista donna presente nella Top30 degli italiani più ascoltati nel mondo nel primo semestre 2025. Il suo impatto si è sentito forte anche in radio, dove tutti e tre i singoli tratti da “G” hanno conquistato la Top100 annuale di Earone. “Golpe” ha raggiunto il primo posto nell’airplay generale ed è stato uno dei debutti più potenti dell’anno, mentre “La cura per me”, presentato a Sanremo 2025, ha chiuso la stagione come il brano sanremese più trasmesso in radio tra quelli interpretati da un’artista donna. Dal vivo, il pubblico ha risposto con lo stesso entusiasmo. Dopo il “Come Saprei Live” nelle location più suggestive d’Italia e un tour nei palasport completamente sold out, per un totale di oltre centomila biglietti venduti, Giorgia tornerà sul palco da marzo 2026 per un nuovo ciclo di diciotto date nei palasport. Più di due ore di concerto in cui i nuovi brani di “G” si intrecciano ai successi che hanno segnato la sua carriera, in uno spettacolo costruito per emozionare, sorprendere e far cantare dall’inizio alla fine. Ad accompagnarla sul palco una band di altissimo livello, con Sonny Thompson al basso e chitarra, Mike Scott alla chitarra, William Mylious Johnson alla batteria, Gian Luca Ballarin e Fabio Visocchi alle tastiere, Diana Frodella e Andrea Faustini ai cori, e una sezione d’archi guidata da Valentina Sgarbossa al violoncello con Caterina Coco e Alessio Cavalazzi ai violini e Matteo Lipari alla viola. Una squadra che trasforma ogni concerto in un vero paesaggio sonoro, all’altezza di una voce che da anni non smette di orbitare tra tecnica, anima e pubblico.





Maria Giovanna Di Leo, Vice Questore Aggiunto Dirigente Ufficio Personale Questura di Catanzaro racconta la sua esperienza nella Polizia di Stato. Sono numerose le donne che in passato hanno guidato grandi rivoluzioni e questa evoluzione si mantiene costante nel tempo. Ancora oggi ci sono donne che ispirano miriadi di persone: basta avere qualcosa in cui credere e battersi, lavorare per quello. Ci sono donne che hanno sempre qualcosa da dire, non per forza a parole, ma con gesti concreti
Maria Giovanna Di Leo è laureata in Giurisprudenza, abilitata Avvocato e ha conseguito un Master in Scienze della Sicurezza. La sua carriera in Polizia di Stato è iniziata nel 2016 presso la Questura di Bolzano assumendo vari incarichi in diversi Uffici, come Ufficio del Personale, l’Ufficio di Gabinetto, la Squadra Mobile e l’UPG e SP. Dal 2018 al 2020 è stata Dirigente dell’Ufficio del Personale della Questura di Bolzano e dal 2020 al 2024 Funzionario addetto all’Ufficio Corsi di secondo livello dell’Ispettorato delle Scuole di Polizia di Stato. Sempre nello stesso periodo è stata componente del gruppo di lavoro relativo all’attività di valutazione e approfondimento del modulo operativo “formazione binaria” nei servizi di ordine pubblico. Componente della Commissione per la valutazione delle istanze per l’impiego nei Servizi di Sicurezza e Soccorso in montagna e componente delle Commissioni per le selezioni interne straordinarie per l’individuazione di istruttori di armi e tiro e di tecniche operative da assegnare agli Istituti di Istruzione della Polizia di Stato.
Perché ha deciso di entrare in Polizia?
Partecipare al concorso per Commissari della Polizia di Stato nel 2016 ha rappresentato per me una scelta consapevole e responsabile. Conseguita la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Salerno, ho frequentato la Scuola di specializzazione per le professioni legali, acquisendo l’abilitazione all’esercizio della professione forense poco dopo. Sono stata sempre impegnata nel sociale e ho avuto anche una breve esperienza politica, ricoprendo la carica di Vice Sindaco del mio comune, in provincia di Salerno. Entrare a far parte della famiglia della
Polizia di Stato mi ha consentito non solo di dare un significato concreto a questo percorso di studi e alle esperienze maturate, ma anche di assumere un ruolo in cui l’impegno personale si traduce quotidianamente in servizio per la collettività.
Ci racconta le tappe più importanti della sua carriera? Qual è il suo ruolo attuale?
Al termine del corso di formazione per Commissari presso la Scuola Superiore di Polizia a Roma a dicembre 2017, sono stata destinata alla Questura di Bolzano, dove ho ricoperto l’incarico di Dirigente dell’Ufficio Personale e di Responsabile per le relazioni sindacali per circa due anni. In quel periodo ho avuto modo di confrontarmi con le complesse problematiche legate alla gestione delle risorse umane, che richiedono una combinazione di competenze tecnico-giuridiche e al tempo stesso una grande capacità di ascolto, accompagnata da buon senso ed empatia, dovendo conciliare le esigenze personali dei dipendenti con quelle dell’Amministrazione. Parallelamente, ho diretto diversi servizi di ordine pubblico, curando altresì l’organizzazione di eventi e cerimonie di interesse Istituzionale. Ad aprile 2020 sono stata trasferita a Roma, con l’incarico di Funzionario addetto presso il Servizio Corsi dell’Ispettorato delle Scuole della Polizia di Stato, occupandomi, a livello centrale, della formazione specialistica del personale operante su tutto il territorio nazionale. Questa esperienza mi ha dato la possibilità di comprendere quanto siano importanti la pianificazione e la programmazione delle attività formative per consentire agli operatori della Polizia di Stato di essere pronti e capaci di affrontare, con professionalità e competenza, le emergenti, e sempre in continua evoluzione, problematiche legate alla sicurezza. A settembre 2024 sono stata assegnata alla Questura di Catanzaro, dove attualmente svolgo l’incarico di Dirigente dell’Ufficio Personale. L’avere già ricoperto lo stesso incarico alla Questura di Bolzano e l’esperienza maturata a Roma, a livello centrale, mi ha resa più consapevole del mio ruolo, rafforzando ulteriormente la convinzione di quanto sia importante l’oculata gestione delle risorse umane per garantire l’efficienza dei vari Uffici della Questura. L’esperienza che sto vivendo a Catanzaro, impegnativa e variegata, sono certa che rimarrà tra quelle più rilevanti per la mia carriera, poiché, oltre alle incombenze connesse direttamente al mio incarico, mi ritrovo quotidianamente a far fronte alle più svariate esigenze di servizio, dalla gestione di personale in attività di


ordine pubblico all’organizzazione di eventi e celebrazioni istituzionali nella provincia di Catanzaro. In particolare, sono fiera di aver contribuito alla realizzazione del “Nido della Fenice”, una sala audizioni protette per le vittime vulnerabili, fortemente voluta dal Questore di Catanzaro dott. Giuseppe Linares, realizzata grazie a un finanziamento della Regione Calabria. Attraverso la cura di ogni singolo aspetto, dal colore delle pareti, all’arredamento, alla scelta delle suppellettili e dei giochi per bambini, una stanza precedentemente adibita a deposito è stata trasformata in un luogo di straordinaria bellezza e funzionalità nel quale le vittime di violenza potranno essere ascoltate e aiutate in un’ambiente più accogliente, sicuro e familiare, cercando di evitare la cd. vittimizzazione secondaria. Il “Nido della Fenice” rappresenta un’importante testimonianza dell’impegno concreto della Polizia di Stato contro ogni forma di abuso e di prevaricazione. Recentemente, tra l’altro, ho preso parte al servizio di ordine pubblico organizzato in occasione del Capodanno RAI 2026 “L’Anno che verrà”, evento molto delicato sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica che ha visto la partecipazione di oltre 12.000 persone. Nella circostanza ho avuto modo di constatare quanto sia delicata la pianificazione e la gestione di eventi così complessi, dove ogni singolo aspetto deve essere adeguatamente ponderato, dalle misure di safety e security, ai mezzi di soccorso, alle uscite di emergenza, al filtraggio e al controllo ai varchi, per evitare che un momento di divertimento possa degenerare in situazioni pericolose.
Quanto è difficile gestire le risorse umane contemplando le

esigenze personali?
In un momento storico caratterizzato da un importante ricambio generazionale, l’attenta gestione delle risorse umane assume una valenza primaria per assicurare il funzionamento di qualsiasi ufficio della Polizia di Stato e, in particolare, delle Questure. Equilibrio, capacità di ascolto e doti comunicative rappresentano la chiave per “gestire” le risorse umane non limitandosi ad amministrarle dal punto di vista tecnico-amministrativo. Dietro ogni dipendente, infatti, vi è una persona, portatrice di un proprio bagaglio di esperienze, aspirazioni e, talvolta, anche di difficoltà, comprese quelle di natura familiare. La sfida principale consiste nell’intercettare e valorizzare le competenze e le peculiarità individuali, integrandole nel sistema organizzativo al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati e migliorare l’efficacia complessiva dei servizi resi ai cittadini.
Un suggerimento ai giovani che vogliono entrare in Polizia. Far parte della Polizia di Stato significa riconoscersi nei valori che questa istituzione esprime, in primis, esserci sempre per garantire la sicurezza dei cittadini. Ciò implica una forte spinta motivazionale che porta spesso il poliziotto ad anteporre le esigenze di servizio a quelle personali, nella consapevolezza di svolgere un ruolo importante nella società, divenendone un punto di riferimento. Essere poliziotto significa ascoltare i cittadini, proteggere i più deboli, assicurare alla giustizia i criminali, essere disposto anche a sacrificarsi per il bene comune. Indossare la divisa ha un importante valore simbolico, contraddistinto da impegno, dedizione e senso di responsabilità.
Annalisa
Noemi
Cesare Cremonini
Ernia Giorgia
Jovanotti, Felipe Host..
Tommaso Paradiso
Tiziano Ferro
Ultimo Tiromancino

Esibizionista
Bianca Ragazze facili
Berlino Corpi celesti
So solo che la vita - ..
Forse
Sono un grande
Acquario Gennaio 2016



Con un tesoro di colori e una festa di vivacità, il documentario di Ali Ray in onda venerdì 23 gennaio alle 22.50 su Rai 5 offre un accesso privilegiato ai lavori dell’artista e mette in evidenza la fonte della sua febbrile creatività, della sua resilienza e del suo retaggio culturale

“Non ho mai sofferto così tanto... ho deciso di dirvi tutto, ora”: sono parole di Frida che nel documentario si racconta in prima persona. È una scelta che rispecchia
la sua opera, in cui abbondano gli autoritratti. Al centro dei suoi quadri c’è spesso il suo corpo. Che soffre per le ferite fisiche e per quelle dell’anima. Il volto e il corpo di Frida Kahlo sono protagonisti di quadri pieni di colori vividi: gioia e dolore, realtà e magia, fragilità e volontà di ferro. E soprattutto la costante ricerca di identità: come artista messicana imbevuta di cultura pittorica europea, come donna che deve affermare la sua indipendenza. Come persona che si guarda allo specchio. Il documentario ha una ricchezza visiva notevole, che spazia dal repertorio cinematografico e fotografico alle riprese originali in Messico e alle splendide immagini dei quadri.

Film
“Vicky Cristina Barcelona”
Vicky, prossima al matrimonio e di indole razionale, e Cristina, inquieta e assetata di esperienze, trascorrono l’estate a Barcellona. Woody Allen dirige Scarlett Johansson e Penélope Cruz. Lunedì 19 gennaio alle 23.20

Brunori Sas. L’albero delle noci
Dopo essere stato presentato alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, nella “Sezione Special Screening”, giovedì 22 gennaio alle 21.20

Film
“Delta”
Il Delta del Po è il teatro dello scontro tra un pescatore di frodo al soldo di una potente famiglia rumena e un volontario che cerca di difendere l’ecosistema. Nel cast, Alessandro Borghi, Luigi Lo Cascio. Martedì 20 gennaio alle 23.20

Rock Legends
Tina Turner
Con una carriera lunga più di cinquant’anni, viene spesso definita “La regina del rock and roll”. Venerdì 23 gennaio alle 23.50

Viaggi nelle terre del Nord
Svezia, la terra delle notti polari
La Svezia è la protagonista del programma in onda mercoledì 21 gennaio alle ore 14.50
Film
Lezioni di persiano
Ispirato a una storia vera, e basato sul racconto “Invenzione di una lingua” di Wolfgang Kohlhaase, il film di Vadim Perelman è proposto domenica 25 gennaio alle 21.20


Bob Marley.
La leggenda del reggae
Il racconto dei momenti chiave della vita del musicista attraverso filmati d’archivio, performance, e testimonianze di artisti internazionali. In onda sabato 24 gennaio alle 24




L’incontro tra il Maestro e il mondo della televisione alla fine degli anni Sessanta: lo ricostruisce lo speciale di Marco Spagnoli in occasione dell’anniversario della nascita. In onda lunedì 20 gennaio alle 22.45 su Rai Storia
In occasione dell’anniversario della nascita del regista romagnolo, Rai Storia propone “Federico Fellini, io sono un clown” con l’introduzione dello storico Ermanno Taviani. L’occasione di lavorare in tv viene offerta a

Fellini dal giovanissimo produttore Peter Goldfarb, intervistato nel documentario, che nel 1967 convince il regista riminese a lavorare per la prima volta per la televisione americana. Nasce così il “finto” docufilm “A Director’s Notebook” (Block-notes di un regista, 1969), prodotto per la Nbc, dove il Maestro mostra per la prima volta il “circo del cinema felliniano nel suo farsi”, un backstage che in realtà è una vera e propria messa in scena che simula la spontaneità di vere riprese documentarie. Il racconto è arricchito da foto e materiali provenienti dal film “I clown” dello stesso Fellini. Lunedì 20 gennaio alle 22.45 su Rai Storia.

Un ritratto di Ettore Scola
Un’intera epoca riletta e rivista attraverso i ricordi personali di Ettore Scola. In occasione dell’anniversario della scomparsa, avvenuta il 19 gennaio 2016. In onda lunedì 19 gennaio alle 11.15

La bussola e la clessidra
La via del guerriero: “Drustan. Il Celta che sarebbe diventato il capo”
Come vivevano e come combattevano i guerrieri celti? Giovedì 22 gennaio alle 21.10

Passato e Presente
J.F.K. Elezioni di un Presidente
Con Paolo Mieli e il professo Ferdinando Fasce. Martedì 20 gennaio alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia a 65 anni dal giuramento

Passato e presente
Primo Carnera. Il gigante italiano È alto oltre due metri e pesa 120 chili, le mani sono quelle di un ciclope. Nel 1933, al Madison Square Garden di New York, si aggiudica il titolo mondiale dei pesi massimi. Mercoledì 21 gennaio alle 13.15 su Rai3 e alle 20.30 su Rai Storia

Passato e Presente
Hans Asperger, il segreto di un medico
Nella Vienna degli anni Trenta, un giovane pediatra sembra schierarsi dalla parte dei più fragili. In onda venerdì 23 gennaio alle 13.15 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia

Documentario d’autore
Liliana
Coraggio e sofferenza, storia e memoria di una donna straordinaria, un grande esempio civile. Sabato 24 gennaio alle 22.45
Passato e Presente
Colette, l’irregolare della Belle Époque
Anticonformista, poliedrica, ‘irregolare’, amata da grandi scrittori dell’epoca come Proust, Cocteau, Gide. In onda domenica 25 gennaio alle 20.30




Tornano i “Maghi del cibo”, con tutto il gusto che amiamo... e tante deliziose nuove ricette! Dal 20 gennaio dal lunedì al sabato alle 9 su Rai Gulp
Un menù di storie e idee tutte da scoprire per continuare a raccontare l’alimentazione funzionale, in un universo sempre più ricco di ispirazioni, suggestioni e idee. Per promuovere un’alimentazione consapevole negli adulti di domani... e di oggi. Nuovi personaggi, nuovi ambienti per allargare l’orizzonte del racconto
introducendo nuove informazioni sulla cultura alimentare. Il cartone animato nato da un’idea di Luisa Ranieri insieme alla nutrizionista Sara Farnetti, e con Luca Zingaretti tra i produttori, ha lo scopo di insegnare ai più piccoli a conoscere il proprio corpo e far capire loro quanto è importate l’alimentazione. La dottoressa Sara Farnetti lancia una sfida per una longevità sana che si può ottenere cambiando stile di vita sin da piccoli e, con Luisa Ranieri, hanno ideato e prodotto un cartone animato per poter mettere in atto strategie per menù salutari, da presentare ogni giorno a tavola in maniera divertente.i in cui i bambini di 4-6 anni scoprono il mondo ... e sé stessi.



La prima serie animata italiana che racconta le avventure di un bambino con disturbo dello spettro autistico, prodotta da Rai Kids e Brand Cross. Tutti i giorni alle 8.30 su Rai Yoyo
“Il Mondo di Leo” è una serie ideata per parlare direttamente a bambini e ragazzi con autismo e, contemporaneamente, a tutti i bambini in età prescolare nel segno dell’inclusività. Protagonista della serie è Leo, un bambino che vede il mondo in modo speciale, tutto suo. Grazie all’aiuto del suo migliore amico, il peluche Babù, e della sua bassottina Lola, troverà
sempre una soluzione a tutti i problemi, anche a quelli che sembrano insormontabili, imparando quanta magia e quanto divertimento possono nascondersi anche dietro a un imprevisto, a una novità, alle abitudini quotidiane più semplici, ma per Leo difficili da affrontare. La serie, che per il suo grande valore di servizio pubblico ha ricevuto il contributo del Ministero della Cultura, si avvale della consulenza scientifica del Professore Emerito di Psicologia Generale Paolo Moderato, una delle massime autorità in materia, che ha fornito il suo prezioso supporto anche all’intero progetto multimediale, nato con l’obiettivo di coinvolgere i ragazzi con autismo in un’esperienza immersiva a 360 gradi, dalla tv al libro, dal gioco alla realtà virtuale.















Non fate infuriare l’elfo – Mercoledì 21 gennaio ore 21.20 – Anno 2023 – Regia di Tommy Wirkola

Una famiglia americana si trasferisce in una sperduta fattoria norvegese per ricominciare da capo, ma ignora l’unica regola che conta davvero: non disturbare la creatura che vive nel fienile. Quando quell’antico patto viene infranto, un elfo del folklore scandinavo si risveglia e la fiaba si trasforma in una carneficina. Horror e commedia nera si intrecciano in un gioco spietato che ribalta l’immaginario delle feste, trasformando neve, luci e tradizioni in un teatro di violenza grottesca e ironica. Il film usa il linguaggio del folklore per raccontare l’arroganza di chi arriva senza ascoltare, dimostrando che anche le leggende, quando vengono ignorate, sanno mordere.

Ma Seok-do e la sua squadra entrano nella potente Unità Investigativa Metropolitana di Seoul e si ritrovano subito nel mezzo di una guerra criminale che intreccia yakuza, poliziotti corrotti e una nuova micidiale droga sintetica chiamata Hiper. Ispirato a un vero caso di traffico di metanfetamina scoperto grazie alla cooperazione tra Corea del Sud, Giappone e Taiwan, il terzo capitolo della saga alza ancora l’asticella dell’azione e della tensione. Tra inseguimenti brutali, indagini sporche e un senso costante di pericolo, il film costruisce un poliziesco moderno che mescola spettacolo e realtà, mostrando quanto sottile possa diventare il confine tra legge e crimine quando la posta in gioco è globale.

The Roundup: No Way Out – Giovedì 22 gennaio ore 21.20 – Anno 2023 – Regia di Lee Sang-yong



battaglia di Midway – Venerdì 23 gennaio ore 21.10 - Anno 1976

Nel cuore del Pacifico del 1942 Stati Uniti e Giappone si preparano allo scontro che cambierà l’equilibrio della Seconda guerra mondiale. Sullo sfondo di una delle battaglie navali più decisive del Novecento si muove anche una storia privata: quella dei piloti Matthew e Thomas Garth, padre e figlio divisi da scelte di vita, di amore e di lealtà. Lui innamorato di una ragazza giapponese sospettata di spionaggio, loro due costretti a volare dalla stessa portaerei verso un destino che non lascia spazio ai sentimenti. Il film mette insieme spettacolo bellico e melodramma con un cast da leggenda che comprende Charlton Heston, Henry Fonda, Robert Mitchum, Glenn Ford, Toshiro Mifune, James Coburn e un giovane Tom Selleck, dando al racconto una forza epica che, a quasi cinquant’anni di distanza, non ha perso mordente.
Salvo e Valentino sono due siciliani senza arte né parte che decidono, quasi per sfinimento, di partecipare a un concorso per bibliotecari a Milano. La trasferta si trasforma presto in una catena di equivoci, figuracce ed espulsioni, finché una volta tornati a casa scoprono di aver vinto davvero. A quel punto il paradosso è completo: i due faranno di tutto per annullare la propria vittoria e non dover cambiare vita. Esordio cinematografico di Ficarra e Picone, affiancati da Marica Coco, Stefania Bonafede e Luigi Maria Burruano, il film usa la commedia per smontare con intelligenza i luoghi comuni tra Nord e Sud, costruendo un racconto leggero ma sorprendentemente lucido sull’Italia e sulle sue contraddizioni.







