Anteprima Riza Psicosomatica - Febbraio 2026

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FEBBRAIO 2026 n. 540

PERIODICO MENSILE

ISSN 2499-0418 (ONLINE)

IMPARA A VINCERE LE TUE INSICUREZZE

COME RITROVARE L’AUTOSTIMA

La fiducia in te stesso è il miglior farmaco per ansia e depressione

LA PRIMA REGOLA: SMETTI DI CRITICARTI

Così superi i conflitti interiori e fai emergere la tua unicità

L’EDITORIALE

DI MORELLI

Dentro di te c’è un sapere antico, è lui che ti fa guarire

Riza psicosomatica è in edicola anche con:

RIZA al tuo anco

RACCONTALO A RIZA

di Andrea Nervetti, psicologo e psicoterapeuta andrea.nervetti@riza.it

Come rinascere dopo un periodo difficile

Venire lasciati è doloroso, quasi come un lutto. Ma quel dolore svolge

una funzione importante: lava via il passato e ci fa ricominciare.

Se dura oltre il necessario vuol dire che lo stiamo usando come rifugio

IL DOLORE DI FRANCA

“Da quando lui se n’è andato io non vivo più”

«Mi chiamo Franca e ho 44 anni; 3 anni fa ho scoperto che mio marito aveva una relazione extraconiugale. Mi è crollato il mondo addosso e l’ho lasciato, ma da allora non vivo più, mentre lui in poco tempo si è rifatto una vita. Sono tornata da mia madre (non ho figli) e anche se potrei permettermi di vivere da sola, il solo pensiero mi spaventa. Non sono mai stata una persona autonoma, ma quando stavo con lui andavo in palestra, amavo comprare bei vestiti, curavo molto la mia persona. Ora esco pochissimo, non faccio avvicinare nessun uomo, appena sono a casa mi metto in tuta. Le mie amiche per un po’ ci hanno provato a farmi reagire, poi hanno mollato il colpo e le capisco. Ogni tanto apro l’armadio pieno di abiti, lo guardo e penso che dovrei mettermene uno, ma poi lascio perdere e mi infilo nel solito vestito nero che è diventata la mia corazza. Non so da che parte iniziare per riprendermi, ho solo il lavoro». Franca

Quando subiamo un abbandono, l’esperienza psicologica che viviamo è molto simile al lutto; il dolore che arriva è naturale e non va combattuto. Al contrario, va attraversato e vissuto, poiché il suo senso profondo è quello di condurci verso una nuova situazione, far tramontare abitudini e attaccamenti che ci legavano a chi che non c’è più e in ne farci rinascere come persone nuove. Non esiste cultura umana che non abbia elaborato rituali funebri proprio allo scopo di aiutare chi è ancora in vita a dare un senso a quanto accaduto, chiudere un cerchio per poi ricominciare. Quando qualcuno ci lascia, siamo in qualche modo chiamati a compiere qualcosa di simile e forse il tuo problema, Franca, è che non lo hai ancora fatto o almeno non completa-

mente e quindi in qualche modo stai vivendo ancora adesso il “funerale” del tuo matrimonio.

Un lutto infinito Se osservi bene, noterai che la tua vita scorre come se tu fossi stata lasciata da pochissimo tempo e non da tre anni. Ciò che poteva avere un senso allora, come cercare rifugio nell’affetto materno, non aver voglia di vedere persone e tantomeno potenziali nuovi partner, persino il non curare il proprio aspetto, oggi ha le sembianze del martirio autoimposto. Vorrei essere chiaro: la tua sofferenza di oggi non ha più niente a che vedere con la separazione che hai subito, come tu credi. Non stai più male per quel che è successo, ma perché insisti a portare il lutto fuori tempo massimo, trasformando un evento

circoscritto nel tempo in un abito esistenziale. Non sei Franca che un giorno è stata lasciata, sei Franca che ogni giorno viene lasciata, perché ogni giorno riproduci la reazione che hai avuto allora e che si è come cristallizzata nella tua mente. Sei in qualche modo diventata la donna abbandonata e così i tuoi interessi, le tue caratteristiche, i tuoi desideri, quel che amavi fare è stato sacri cato per far posto alla donna triste e sola che è il tuo rifugio/prigione.

Primo: arrenditi Lo dici tu stessa quando racconti che ti vesti sempre di nero (non a caso il colore del lutto, nella nostra cultura) e che quell’abito è la tua corazza, uno scafandro che può proteggerti dagli sguardi esterni, non certo dal malessere interiore. Dici che hai solo il lavoro: allora come mai ogni tanto ti soffermi davanti al tuo armadio pieno di abiti? Questo gesto in apparenza senza importanza è invece fondamentale: la tua anima ti fa sostare lì perché tu ti ricordi di te, di quella Franca che andava in palestra, che amava farsi bella, che adorava comprare vestiti e indossarli. Quella sei tu, e per quanti sforzi tu abbia fatto per dimenticarla, lo sarai sempre. Attenzione: non facevi quelle cose per tuo marito! Le facevi perché erano parte della tua natura, del tuo essere femminile, ti caratterizzavano e potrebbero farlo ancora, se solo tu ti arrendessi a che le cose sono andate come sono andate e che se vi siete separati vuol dire che la vostra coppia non stava più in piedi. La resa è la prima tappa di qualunque rinascita, serve a poter nalmente riprendere il cammino senza il fardello del passato.

Secondo: rinasci Dici che lui si è rifatto una vita, ma nulla ti impedisce di fare la stessa cosa se non

L’ESERCIZIO

un’intima convinzione, che quello che ti è successo sia talmente grave da averti menomata. Non è così: non esiste una sola cellula del tuo corpo che non si sia rinnovata da allora, solo i pensieri e le paure sanno di vecchio e ti trattengono in una condizione che tu per prima detesti. Nessuno verrà ad aiutarti, nessuno si avvicinerà se tu per prima non romperai questo guscio nel quale ti nascondi da te stessa. Ricorda che sotto ogni paura si cela sempre il desiderio. Si tratta di fare il primo passo, anche tremando: quelli che seguiranno ti faranno comprendere che il tempo per cambiare abito alla tua vita è davvero arrivato. ■

Cerca il tuo vestito più bello e indossalo adesso

Ogni

sera, prima di andare a dormire, fai questo esercizio: apri l’armadio dei tuoi vestiti e indossane uno. Non pensarci troppo: prendi quello che in quel momento ti attrae di più e mettilo. Poi in silenzio guardati allo specchio per un po’ e lascia che la tua mente vaghi in territori immaginari, fantasticando di essere proprio un’altra donna e facendoti le seguenti domande: dove ti piacerebbe indossarlo? Che gioielli gli abbineresti? Quale trucco? Quali scarpe? Continua a guardarti allo specchio, oppure cammina, balla o fai quel che ti passa per la mente in quel momento. Dedica un po’ del tuo tempo serale a questo piccolo rituale segreto (se ti va cambia vestito ogni sera) e percepisci bene tutte le sensazioni che verranno a trovarti, senza altro scopo che indossare quegli abiti. Il resto verrà da sé.

GENITORI E FIGLI

COPPIA

Come “sopravvivere” alla nascita di un figlio

Il periodo successivo alla nascita di un figlio è bello, ma anche delicato per la coppia: si trasformano gli equilibri e a volte la stanchezza prevale su tutto. Come accompagnare il cambiamento nel modo giusto

La nascita di un figlio rappresenta uno degli eventi più trasformativi nella vita di una coppia. È un passaggio carico di gioia, aspettative, senso di realizzazione, ma anche di profonde riorganizzazioni interiori ed esteriori. L’arrivo di un bambino sposta inevitabilmente il baricentro della relazione: l’attenzione, le energie, il tempo e spesso anche l’identità dei partner vengono ridefiniti. Questo cambiamento non avviene in modo graduale, ma in maniera brusca, lasciando poco spazio all’elaborazione emotiva di ciò che si sta perdendo e di ciò che sta nascendo. Molte coppie raccontano di sentirsi travolte da un nuovo ruolo che assorbe tutto, mentre quello di partner sembra scivolare sullo sfondo. Si crea così una sensazione di perdita dif cile da nominare, perché socialmente la nascita di un glio dovrebbe essere solo motivo di felicità. In realtà, la coesistenza di emozioni contrastanti è naturale e siologica: amore e stanchezza, gratitudine e nostalgia, entusiasmo e paura convivono nello stesso spazio psichico. Quando però queste emozioni non trovano ascolto e legittimazione, possono trasformarsi in distanza emotiva, incomprensioni e con itti silenziosi che minano l’equilibrio della relazione. In una lettura più profonda, questa fase segna anche un passaggio identitario: la coppia non è più soltanto coppia, ma diventa nucleo genitoriale. Se questo passaggio non viene accompagnato da una consapevole rinegoziazione del legame, il rischio è che i partner si sentano invisibili l’uno all’altro, pur condividendo quotidianamente lo stesso spazio.

DATE DIGNITÀ AL MOMENTO

La

frustrazione aumenta se cercate

di tornare “quelli di prima”

Accettare il cambiamento è uno degli atti più complessi ma anche più terapeutici per una coppia che diventa genitoriale. Spesso si tende a resistere interiormente a ciò che sta accadendo, coltivando il desiderio di “tornare come prima”. Questo atteggiamento, per quanto umano, rischia di aumentare il senso di frustrazione e di fallimento. Dare dignità al cambiamento significa riconoscere che si è in una fase nuova della vita, che richiede nuovi tempi, nuove modalità di relazione e una diversa organizzazione delle priorità. Dal punto di vista psicologico, questo passaggio implica un lavoro di “lutto simbolico” rispetto alla coppia di prima, che non va negato ma elaborato. In una prospettiva dinamica, si tratta di accompagnare una trasformazione naturale del ciclo di vita, lasciando andare ciò che non è più attuale per fare spazio a una nuova forma di equilibrio. Accogliere il cambiamento con maggiore gentilezza verso se stessi e verso il partner riduce il conflitto interno e favorisce un adattamento più armonioso. Quando questo processo viene condiviso, la coppia può sentirsi meno sola e più unita nell’attraversare la transizione.

Crisi evolutiva Dal punto di vista psicologico classico, la coppia dopo la nascita di un glio entra in una vera e propria crisi evolutiva. Le abitudini precedenti non funzionano più, i ruoli devono essere ride niti e il sonno interrotto, la stanchezza e le nuove responsabilità mettono a dura prova le risorse individuali. Ogni partner porta con sé modelli educativi, aspettative e vissuti legati alla propria storia familiare, che possono emergere con forza proprio in questo momento, spesso senza che ve ne sia piena consapevolezza. Le differenze individuali, che prima potevano essere integrate o compensate, diventano più evidenti sotto la pressione della fatica. Ciò può generare attriti, sensazione di incomprensione o la percezione che l’altro “non faccia abbastanza”. In realtà, spesso entrambi

PSICHE E TECNOLOGIA

Alla radice della “fobia

Molte persone, e non solo gli anziani, faticano con i nuovi strumenti digitali, tanto da sviluppare una vera e propria fobia. Che rischia però di tagliarli fuori dal mondo. Ecco cosa fare

VSUPERARE L’EVITAMENTO

Poco alla volta puoi accorgerti che gli strumenti non mordono

Lafobia della tecnologia si nutre di un meccanismo psicologico molto preciso: l’evitamento. Ogni volta che rimandiamo un compito digitale, che ci facciamo sostituire da un familiare o che rinunciamo a provare per paura di sbagliare, il cervello registra un messaggio chiaro: «Questa cosa è pericolosa». L’esposizione graduale, invece, ha l’effetto opposto: permette di riscrivere la percezione del pericolo in modo lento e dolce, rispettando i tempi della persona. In pratica, non si tratta di “imparare tutto”, ma di selezionare micro-obiettivi semplici e ripetibili: aprire l’app della posta, inviare un messaggio, salvare un contatto. Ogni volta che un compito viene svolto senza che accada nulla di terribile, il cervello impara che la minaccia era sovrastimata. Dopo pochi giorni, la tensione diminuisce; dopo qualche settimana, l’azione diventa automatica; dopo qualche mese, ciò che oggi genera panico diventa normale. Questo processo non richiede competenze tecniche, ma un atteggiamento di curiosità. L’obiettivo non è diventare abili, ma diventare liberi: liberi di non dipendere sempre dagli altri, liberi di scegliere cosa usare e cosa no.

iviamo in un’epoca in cui la tecnologia digitale non è più soltanto uno strumento, ma un vero e proprio ecosistema dentro cui si svolge la maggior parte della nostra vita quotidiana. Per chi cresce oggi il mondo senza smartphone, senza internet o senza archivi informatici è semplicemente inconcepibile: la tecnologia è l’aria che respirano, un’estensione naturale della loro capacità di interagire, conoscere e orientarsi nel mondo. Eppure, per una parte consistente della popolazione, spesso con qualche anno in più, questa rivoluzione non è stata un processo lineare né semplice. Non si tratta solo di non aver avuto occasione di imparare a usare la tecnologia: in molti casi si tratta di una vera e propria dif denza, un senso spontaneo di estraneità e, talvolta, persino di ostilità verso un mondo percepito come troppo veloce, complicato, diverso da quello che si conosceva. Questa resistenza può trasformarsi in una vera e propria fobia della tecnologia, una paura irrazionale che blocca qualsiasi tentativo di interazione con strumenti digitali anche semplici.

Minaccia immaginaria Mentre i sistemi informatici hanno sostituito la maggior parte dei processi prima gestiti “a mano” - moduli cartacei, agende scritte a penna, archivi sici, telefoni ssi - chi non riesce a tenere il passo rischia di sentirsi “fuori dal mondo”, come se si fosse ristretta la parte di realtà che è in grado di maneggiare. Il problema non è la

del digitale”

dif coltà tecnica, ma la sensazione di perdita di controllo, la nostalgia per un modo di vivere più tangibile, più solido, più “aggiustabile”. Nella tecnologia digitale tutto è invisibile: dati che non si toccano, operazioni che non si vedono, procedure che non si comprendono appieno. Per alcune persone questo “invisibile” genera ansia, perché richiama il timore di af darsi a qualcosa che non si può vedere, veri care, correggere manualmente. È qui che nasce la fobia: nel punto in cui la tecnologia non è più un semplice strumento, ma diventa una realtà percepita come minacciosa.

Come vincere LA PAURA di non essere ALL’ALTEZZA

Ritrovare autostima e fiducia in se stessi è possibile: bisogna smettere di imitare modelli esterni e far emergere la propria originalità

Non devi diventare più forte, devi ritrovare il tuo centro

Fai di te stesso il luogo più sicuro PAG 54 PAG 58 PAG 62

IL TEST Come vivi le tue insicurezze?

CORPO E SALUTE

È il momento di DISINTOSSICARSI

Mentre il freddo cala e la primavera si avvicina, l’organismo può giovarsi di un programma depurativo per essere pronto al risveglio. Ecco come fare

Dall’antichità ai giorni nostri, tutta la medicina concorda su un punto: liberare il corpo da ciò che lo appesantisce è fondamentale per mantenersi in salute. Lo ricordava anche Paracelso, grande innovatore della medicina rinascimentale: «Il medico deve riconoscere la direzione verso cui la natura intende indirizzare il drenaggio delle sostanze nocive. La natura è il più grande dei medici, l’uomo viene dopo». Per questo è utile sostenere i processi naturali di eliminazione e alleggerire il nostro organismo dal carico di scorie.

Via i pesi inutili Immaginiamo il corpo come una persona che cammina portando uno zaino sulle spalle. All’inizio è leggero; poi, giorno dopo giorno, vi si accumulano piccoli sassolini, uno alla volta. Sono le tossine che derivano da abitudini alimentari scorrette, stress, cibi ricchi di additivi, inquinamento. Singolarmente pesano poco, ma con il tempo lo zaino diventa sempre più pesante. E proprio come chi porta un carico eccessivo fatica ad avanzare, così il corpo rallenta quando deve gestire troppe scorie. Depurarsi signi ca fermarsi, posare lo zaino e svuotarlo dei sassi inutili. Sostenendo fegato, reni, colon e sistema linfatico con rimedi naturali mirati si riattivano le funzioni vitali e si riduce il rischio di disturbi legati a in ammazioni e squilibri alimentari. Il corpo ne guadagna in leggerezza, energia e capacità di stare bene e di mantenersi in forma. Questi alleati si trovano facilmente in erboristeria o nei negozi di prodotti naturali, sotto forma di infusi, estratti o integratori combinati.

Ecco cosa ci “inquina”

Le tossine provengono sia dall’esterno, da ciò che mangiamo, respiriamo o tocchiamo, sia dai normali processi metabolici che producono energia. Ecco i principali fattori che contribuiscono all’intossicazione.

1. Radicali liberi La produzione di energia genera inevitabilmente una quota di scorie metaboliche. Quando i radicali liberi diventano troppo numerosi possono danneggiare cellule e tessuti, accelerare l’invecchiamento e alimentare l’infiammazione di basso grado.

2. Cibi dolci, grassi, sale e proteine animali

Le proteine animali producono residui azotati che contribuiscono alla formazione di scorie acide. Zuccheri e grassi saturi amplifi cano questo carico, appesantendo i sistemi di detossifi cazione.

Scoprilo subito

L’accumulo di tossine nel nostro corpo si manifesta con alcuni segnali inconfondibili. Qui te ne indichiamo alcuni tra i più comuni.

✔ Soffri di gonfi ore addominale e meteorismo;

✔ hai spesso doloretti “migranti” o mal di testa;

✔ hai riscontrato modifi cazioni dell’attività intestinale (con episodi di stitichezza o diarrea);

✔ fai fatica a dormire e ti svegli di frequente;

✔ compaiono brufoletti e la pelle è opaca e spenta;

✔ le rughe sembrano più marcate e i tessuti sono poco tonici;

✔ senti un sapore amaro in bocca, hai l’alito cattivo e la lingua coperta da una patina bianco-grigiastra;

✔ sono presenti occhiaie scure e marcate;

✔ avverti stanchezza e hai un basso livello di energia;

✔ riscontri ritenzione idrica con edemi a livello delle caviglie, delle dita, del volto, delle palpebre ecc.

✔ hai la tendenza ad avere il fiato corto e a fare respiri poco profondi.

Se riconosci come familiari tre o più di questi campanelli d’allarme, allora il tuo corpo ha davvero bisogno di un periodo di depurazione. Ti serve una cura detox?

Sei fonti di scorie da eliminare per stare bene

3. Polveri sottili, smog, metalli pesanti

Respirando l’aria delle città entriamo in contatto con sostanze inquinanti e metalli pesanti (piombo, mercurio, alluminio, cadmio) che possono affaticare apparato respiratorio e cardiocircolatorio. Altre fonti di metalli pesanti sono i pesci di grossa taglia.

Polveri sottili, smog, metalli pesanti di

5.

Stress, ansia, tensioni e preoccupazioni possono aumentare l’infiammazione interna. cronico altera digestione, respiro, circolazione e qualità del sonno, producendo sostanze che l’organismo deve

Lo stress poi smaltire.

4. Additivi e conservanti nei cibi

Durante la lavorazione industriale degli alimenti vengono aggiunte sostanze che ne migliorano sapore e conservazione. A ciò si uniscono i residui di pesticidi e fertilizzanti presenti negli alimenti vegetali. Questi composti attraversano la mucosa intestinale e affaticano l’organismo, in particolare il fegato.

6. Farmaci Molti residui che il fegato deve

6. medicinali lasciano residui che il fegato deve metabolizzare. È quindi utile assumerli solo quando necessario e sostenere l’organismo mentre li smaltisce.

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