Tobia. L’ombra delle Cime

Page 1


Timothée de Fombelle

Illustrazioni di François Place

di

Traduzione
Maria Bastanzetti

LE ALI TAGLIATE

Se la stupidità avesse avuto un peso, il maggiore avrebbe rotto quel ramo già da un pezzo. Era seduto sulla corteccia, con i piedi penzoloni nel vuoto, e scagliava frecce verso una sagoma nera che si agitava, subito sotto.

Il maggiore Krolo era stupido, infinitamente stupido, e si applicava con grande perizia a coltivare quella sua stupidità.

Nella disciplina specifica, tanto per intenderci, era più che un professionista: era un genio.

Era quasi notte, sull’albero. Una notte piena di nebbia, spazzata da un vento gelido. Di fatto, era stato buio tutto il giorno. Fin dall’alba, le Cime dell’albero erano state immerse in un cielo scuro, cupo, da fine del mondo. L’umidità faceva salire dai rami un forte odore di pan di spezie.

“Duecentoquarantacinque, duecentoquarantasei…”

Quanti dardi avrebbe impiegato, stavolta, per finire la povera bestiola incollata alla linfa? Infagottato in un cappottone a pelo ruvido, Krolo contava.

A un certo punto infilò i pollici sotto il cappotto, per far schioccare le bretelle.

“Duecentocinquanta…”

Con un brivido di soddisfazione, riallacciò il bottone del bavero. Per lungo tempo il maggiore aveva martirizzato i suoi simili con riconosciuto talento. Poi, a seguito di qualche

grattacapo personale, si era rifatto una vita, aveva cambiato nome, aveva sostituito la cintura con le bretelle, per non essere riconosciuto. Si era inventato il grado di maggiore e, per prudenza, si limitava a torturare gli animali.

Agiva con discrezione, sempre di notte, tenendosi un po’ in disparte, come certi scapoli quarantenni che fumano la pipa di nascosto dalla madre.

Più in basso, la povera creatura sollevò per un’ultima volta la testa verso il carnefice. Era una farfalla. Una farfalla dalle ali tronche… Il lavoro era stato fatto in modo grossolano, con un’accetta poco affilata. E alla poverina non erano rimasti attaccati al dorso che due mozziconi ridicoli, che battevano invano nel vuoto. Un lavoro davvero barbaro.

“Duecentocinquantanove”, contò Krolo, colpendola al fianco destro.

A un tratto, alle spalle del maggiore, nella foschia fitta passò un’ombra.

L’apparizione non fece alcun rumore. Agile, l’ombra scese dall’alto, sfiorò la corteccia e scomparve nell’oscurità. Sì, qualcuno sorvegliava la scena. Il maggiore non si era accorto di niente, però. La stupidità è un’occupazione a tempo pieno.

L’ultimo dardo di Krolo era a*ondato nelle carni della farfalla. La bestiola storpiata si inarcò senza un gemito.

L’ombra ripassò, alle spalle del maggiore, roteando su se stessa con straordinaria agilità. Mezza ballerina, mezza acrobata, l’ombra vegliava. Stavolta un fugace riflesso passò nell’occhio della farfalla.

Krolo si voltò di scatto, inquieto.

“Soldato? Sei tu?”

Si grattò nervosamente il cranio, senza nemmeno togliersi il berretto di lana. Il maggiore aveva la fronte bassa e dal berretto lavorato a maglia sfuggiva qualche ricciolo bisunto.

Malgrado la testa striminzita e i pochi neuroni che ci abitavano, il maggiore Krolo sapeva benissimo che l’ombra non era quella di uno dei suoi soldati. D’altra parte, ne parlavano tutti: ogni sera, un’ombra misteriosa circolava fra le Cime, ma nessuno sapeva chi fosse l’essere furtivo che sembrava montare la guardia.

In pubblico, Krolo fingeva di non credere a quella storia. Faceva il tonto, più di quanto già non fosse naturalmente, e diceva con tono lamentoso: “Cosa? Un’ombra? Di notte? Figurarsi! Ah ah ah!”.

Tuttavia, dopo i problemi del passato, il maggiore aveva paura di tutto. Un mattino, nel suo letto, si era addirittura strappato un dito del piede, perché l’aveva scambiato per un insetto che spuntava dalle coperte.

“Soldato!” gridò, più che altro per convincersi. “Lo so che sei tu! Se lo rifai ti inchiodo al ramo!”

In quel momento, una nube di foschia circondò il maggiore che, nell’oscurità gelata, sentì una mano che gli si posava sulla spalla.

“Iiiiiiiiiih!”

Krolo lanciò uno strillo da bambina spaventata. Girò la testa con un gesto brusco e a*ondò i denti in profondità, nella carne.

Il maggiore si vantava di avere riflessi eccezionali. E in e*etti non aveva perso un attimo per reagire al contatto e attaccare la mano dell’aggressore. Ammirevole…

Peccato che avesse sbagliato lato e avesse quindi a* ondato gli incisivi nella sua spalla, fino all’osso. A un simile livello di stupidità, non c’è dubbio, si può solo parlare di genio.

Stavolta il maggiore si lasciò sfuggire un urlo rauco e, per il dolore, saltò in aria. Atterrò, lungo disteso, ai piedi di un curioso personaggio in vestaglia.

“Sono io, con tutto il dovuto rispetto, sono io. So* re per la paura che le ho fatto, signore?”

Il nuovo arrivato fece una piccola riverenza, sollevando appena l’orlo della giacca da camera, e aggiunse: “Sono io. Sono Patata”.

Krolo riconobbe l’inimitabile linguaggio del suo soldato, e subito mostrò i denti. Poi sbraitò: “Soldato Patata!”.

“Non abbia timore, signor maggiore!”

“Paura? Chi ha paura? Io, avrei paura?”

“Mi scuso di dover chiedere perdono per l’ingerenza della mia curiosità, signor maggiore, ma posso sapere perché mai si è addentato la spalla?”

“Guardami bene, Patata…”

E lo minacciò agitandogli un dito sotto il naso.

“Se racconti a qualcuno che ho avuto paura…”

Il maggiore era ancora a terra e il sangue gli disegnava una spallina di velluto rosso sul cappotto. Patata, intenerito, si chinò verso di lui e gli tese la mano per aiutarlo ad alzarsi.

“Posso avere l’onore di aiutarla?”

Tentò di battergli una mano sulla spalla per consolarlo un po’, ma, senza volere, toccò la ferita che Krolo si era auto-inferto e lo fece ruggire di dolore.

Esausto e spazientito, il maggiore sputò contro il suo soldato, per tenerlo alla larga.

Patata fece un piccolo balzo di lato, per evitare lo sputo. Era sinceramente desolato per la scarsa educazione del superiore. Mentre tutti gli altri soldati consideravano il maggiore Krolo un vecchio bruto detestabile, Patata lo vedeva piuttosto come un grosso neonato capriccioso. Per lui, Krolo era un bambinone che non aveva ancora imparato a vivere.

Anziché tremare per i terribili insulti del maggiore, Patata aveva più che altro la tentazione di ficcargli un ciuccio in bocca, fargli le coccole e dargli bu*etti sulle guance.

Il maggiore squadrò il soldato e il suo bizzarro abbigliamento.

“Cos’è questa roba?”

“Una vestaglia, signor maggiore.”

“E quelle?”

Indicava due specie di lumache che il soldato aveva ai piedi. Patata fece una smorfia civettuola. Sembrava un poeta da salotto sperduto nella nebbia.

“Sono pantofole, signor maggiore…”

“Cosa?”

“Siamo in piena notte, se non le spiace, signore. Quindi mi sono messo le pantofole. Dormivo, quando mi ha chiamato.”

“Io non ti ho chiamato, imbecille. Fila via.”

Patata sentì il ronzio disperato della farfalla e si sporse per vedere meglio. Il maggiore gli parò davanti un braccio per bloccare il passaggio.

“Cosa vuoi?”

“Ho visto qualcosa che si muoveva, da quella parte.”

“Fatti gli a*ari tuoi.”

“C’è una bestia bloccata nella linfa, o sbaglio?”

“Cosa sei venuto a fare, Patata? Vai in cerca di guai?”

“Dato che mi fa questa domanda, in e*etti…”

“Parla!”

Patata mormorò a fior di labbra: “È per lei”.

“Lei! Ancora lei!” sbottò il maggiore.

“Mi permetta di precisarle i dettagli, signore. La prigioniera chiede il gran candeliere.”

“Perché?”

“Per la borsa dell’acqua calda.”

“Il gran candeliere dorme”, sbraitò Krolo. “E io non ho nessuna intenzione di svegliarlo per una borsa dell’acqua calda!”

Ma intanto Krolo, ammaliato, faceva una fatica tremenda a distogliere gli occhi dalle pantofole di Patata.

“Lo so che la prigioniera le causa un grave aggrottamento di fronte, signor maggiore, ma se reclama il candeliere per far scaldare la sua borsa…”

Krolo non lo sentiva più. Con lo sguardo fisso sui piedi di Patata, glieli denudava con gli occhi. Era geloso. Le pantofole. Le voleva anche lui.

Il maggiore non seppe resistere alla tentazione. Si avvicinò, mise gli stivali sulla punta delle pantofole per trattenerle e, con l’unico braccio sano che gli era rimasto, assestò al soldato una poderosa sventola, che fece volare Patata a trenta piedi di distanza.

Qualche minuto dopo, il maggiore Krolo bussò alla porta del candeliere. Il vento soffiava forte, e lui spiegò, parlando attraverso la porta: “Vuole la candela”.

Fu socchiusa una persiana e un piccolo viso si a*acciò allo spiraglio. Era il gran candeliere. E anche in quella notte buia e tempestosa si vedeva che non era un tipo tenero.

Testa allungata che somigliava a un osso, e due occhi rossi e malaticci. La persiana fu richiusa bruscamente e il candeliere apparve un attimo dopo sulla porta, borbottando qualcosa a mezza voce.

Il gran candeliere era basso e gobbo. Aveva in mano una candela protetta da un lampioncino di vetro e nascondeva la gobba sotto una tunica scura, il cui cappuccio gli lasciava il viso in ombra.

L’omino si fermò per un attimo a guardare i piedi di Krolo. Il maggiore arrossì e si alzò più volte in punta di piedi, con gli occhi bassi.

“Sono pantofole”, spiegò.

Senza dire una parola, il candeliere lo seguì.

Tutta la regione era un unico groviglio di ramoscelli. Bisognava conoscere la strada a menadito per non perdersi in quell’enorme palla di rami intrecciati, così diversa dal resto dell’albero. Se il cielo fosse stato sereno, al chiaro di luna, sarebbe stato facile capire da dove venisse quel grosso fagotto posato sulla cima dell’albero.

Era un nido!

Un nido di dimensioni smisurate. Non uno di quei nidi delle cutrettole, che cento uomini possono smontare senza problemi nel giro di una notte. No. Un nido di cui non si vedevano neppure i confini. Un nido abbandonato da un uccello gigantesco, proprio fra i rami più alti delle Cime.

In quel paesaggio rinsecchito, l’uso del fuoco era vietatissimo. Era consentito esclusivamente al gran candeliere, che veniva chiamato solo nei casi di assoluta necessità. Chi, dunque, poteva permettersi di disturbarlo per preparare una semplice borsa per l’acqua calda?

La nebbia si faceva sempre più fitta. Il maggiore apriva la strada, e a ogni passo rischiava di scivolare, per via delle pantofole rubate a Patata.

“Una borsa per l’acqua calda! Non è per parlar male”, brontolava fra sé, “ma io trovo che il padrone non dovrebbe accontentare tutti i capricci di quella piccola…”.

Il candeliere non apriva bocca, che poi è sempre il modo migliore per sembrare intelligenti. Tuttavia non aveva nulla da temere dal paragone con Krolo. Accanto al maggiore, persino un vaso da notte sarebbe passato per intellettuale.

Il candeliere si fermò di colpo. Un rumore alle spalle. L’omino si voltò e sollevò appena il lampioncino in pelle di mosca. Un respiro umido scuoteva appena il cappuccio nero. Aveva la strana sensazione di essere seguito. Scrutò nell’oscurità e non vide l’ombra che si lasciava scivolare lungo un ramo, saltava su un altro e si fermava, accosciata, in perfetto equilibrio, proprio sopra le loro teste.

“Allora, candeliere, arriva o no?” disse il maggiore.

Il candeliere si rimise in marcia, dopo una breve esitazione.

L’ombra continuò a seguirlo, insospettabile, a tre passi da lui.

Nonostante l’iniziale impressione di disordine, ci si rendeva presto conto che il labirinto del nido era, in realtà, perfettamente organizzato. In prossimità di alcuni incroci c’erano delle lanterne accese, lampade potenti che fungevano da lampioni nelle notti senza luna e da segnavia nella nebbia.

Erano lampade fredde, costituite da una gabbia di caramella che ospitava una lucciola. Queste ultime venivano allevate appositamente allo scopo. Due o tre maestri lucciolai erano famosi per la qualità dei loro allevamenti.

Formavano una corporazione invidiata dal resto del popolo dell’albero, che viveva ormai da lungo tempo nella miseria e nella paura.

Il nido delle Cime era pulito, i rametti erano levigati, gli incroci rinforzati con delle funi. I passaggi più ripidi erano facilitati da scale scolpite nel legno. Inoltre, mescolati al legno e al muschio secco, numerosi steli di paglia disegnavano una temibile rete di tunnel e passaggi nel cuore del nido.

Era evidente che dietro quella cittadella di legno morto c’era un’intelligenza superiore. Quello era un mondo gelido, austero, ma perfettamente dominato. Chi era l’architetto del nido delle Cime? Quella non poteva essere solo l’opera della mente di un uccello.

Quando raggiunsero la sommità del nido, un’immagine ancora più a*ascinante apparve agli occhi dei due uomini. Quella meraviglia si rivelò all’improvviso tra i brandelli di nebbia, grazie a un colpo di vento favorevole.

Ritte verso il cielo, lisce e rosa come le guance di un neonato, alte più o meno trecento cubiti, perfette nella forma e nella maestà che emanavano, si innalzavano tre uova.

Somigliavano a tre immense torri le cui sommità erano sfiorate da lievi brandelli di bruma.

“Le uova!” esclamò il maggiore, come se l’uomo che lo accompagnava potesse non averle notate.

Si inerpicarono su per un ultimo pendio di legno secco e si fermarono a fiutare la notte. Il temporale imminente riempiva l’aria di un odore di polvere. Ora non restava che attraversare la foresta bianca: un bosco di piume e lanugine che ricopriva il centro del nido e proteggeva le uova. In quell’intrico straordinario erano tracciate tre sole vie. Il resto era una giungla immacolata e vergine come un paesaggio innevato.

Un’ora dopo, le sentinelle dell’uovo sud avvistarono i due uomini. La scena fu molto rapida. Il gran candeliere ebbe il permesso di salire, da solo, sulla passerella che penetrava nell’uovo, e scomparve all’interno del guscio.

Rimasto all’esterno, uno dei guardiani sembrava ipnotizzato dai piedi di Krolo.

“Sono pantofole”, spiegò il maggiore per l’ennesima volta, con falsa modestia.

Le altre guardie si avvicinarono.

“Cos’è che sono?”

“Pantofole”, ripeté un soldato, piuttosto corpulento.

“Cosa?”

“Pantofole!” urlò Krolo.

Nessuno di loro aveva notato, sulla sommità dell’uovo, a un’altezza vertiginosa, l’ombra aggrappata alla parete, che spiava la scena.

Il gran candeliere riapparve molto presto sulla passerella. Sembrava furioso. Krolo provò a fargli qualche domanda sulla prigioniera, ma il candeliere lo spinse da parte senza riguardo, e si diresse risoluto verso la foresta bianca.

“Il gran candeliere non è contento”, commentarono fra loro le guardie.

“Cosa gli avrà fatto, quella?” domandò il maggiore.

Il viso del portatore della candela non si vedeva, perché l’omino aveva la testa china sotto il cappuccio. Krolo lo raggiunse.

“La riaccompagno, gran candeliere.”

Poco dopo, i due incrociarono il soldato Patata, che risaliva a piedi nudi la foresta bianca.

Patata aveva la vestaglia strappata e i denti rotti, ma era, soprattutto, sotto choc per ciò che aveva scoperto quando

Krolo se n’era andato. La farfalla… La povera bestia aveva agonizzato sotto i suoi occhi, privata per sempre del cielo. Possibile che il maggiore fosse capace di un simile orrore?

“Non è poffibile”, mormorò il poverino. In un colpo solo, Patata aveva perduto sette denti e gran parte della sua ingenuità. Krolo non era solo un neonato immaturo e troppo cresciuto: era un assassino. Nient’altro. E il sentimento che Patata aveva quella notte aveva un nome: si chiamava collera, una collera fredda ma totale.

“Fottofpecie di fchifofo…”

Patata guardò i due uomini passargli accanto. Il maggiore non si accorse neppure della sua presenza. Con una rapida occhiata, il soldato Patata cercò le pantofole che Krolo gli aveva strappato con la forza. Ma, curiosamente, il suo sguardo si fermò su un altro paio di piedi.

Il candeliere.

“Perdindirindindina…”

Patata si bloccò. Non poteva credere a ciò che aveva appena visto.

Due piedi piccoli.

Due piedi bianchi.

Due piccoli piedi bianchi che spuntavano a ogni passo dall’orlo del mantello del candeliere. Due piedini che somigliavano a rapide scintille quando sfioravano il tessuto.

Due piedi così sottili, così leggeri, così morbidi… Due piedi tanto dolci che facevano venire voglia di essere un ramo per sentirli passare e ripassare. Due piedi d’angelo.

Patata rischiò di ingoiare gli ultimi denti che gli erano rimasti.

“Parola di Patata, io, un vecchio candeliere con dei piedi cofì… non l’ho mai vifto…”

Il resto della persona era in ombra e il cappuccio nascondeva il viso. Patata non poté trattenere un sorrisetto. Poi riprese il cammino come se non avesse visto nulla.

Quando i due marciatori arrivarono al margine del bosco, il candeliere dai piedi d’angelo posò la candela a terra e raccolse il grosso calamo di una penna che sbarrava il passaggio. Sorpreso, Krolo si avvicinò.

“Ci sono problemi?”

Nel minuto che seguì a quella domanda, la foresta risuonò dei sette urli del maggiore Krolo. Il primo quando il pesante calamo, simile a un tronco, gli cadde sui piedi.

Il secondo quando il candeliere saltò sul calamo, schiacciandogli ancora di più gli alluci.

Il terzo quando il vecchio candeliere, veloce come un lampo, atterrò coi piedi sulle spalle di Krolo, andando a colpire con la massima precisione la ferita ancora aperta.

Il quarto quando, a*ondando le mani sotto il cappotto del povero maggiore, il candeliere tirò con un colpo secco gli elastici delle bretelle e lo appese al calamo di un’altra piuma, che stava sospesa proprio sopra di loro.

E per concludere in armonia la serie, Krolo emise tre lunghi urli inorriditi, quando capì, con la misera velocità del suo cervello di pidocchio, che era stato fregato.

Il maggiore aveva i piedi bloccati al suolo dalla penna e le bretelle, tese verso l’alto come archi, rischiavano di farlo partire per lo spazio, se non fosse riuscito a liberarsi.

Era, nello stesso tempo, la catapulta e il masso. Soprattutto il masso.

Un attimo dopo, Piedi d’Angelo si posò a terra, con estrema dolcezza. Una corrente d’aria fece risalire appena

il cappuccio sulla fronte, e il viso apparve alla luce di una lanterna.

Quella non era esattamente la testa ossuta del candeliere.

Quelli erano gli occhi, il naso, la bocca, l’ovale perfetto del viso di una ragazzina di quindici anni. Non diciamo che era graziosa, perché sull’albero ci sono venticinque belle ragazze su ogni ramo.

Lei era molto più che graziosa.

“La prigioniera…” mormorò Krolo, con un filo di voce.

Era bastato un minuto alla piccola peste per rinchiudere il candeliere nel suo uovo. Poi gli aveva rubato i vestiti ed era uscita dalla prigione al suo posto.

Il maggiore tentò di dare l’allarme, ma la ragazzina posò con delicatezza un piede sulla piuma. Con un solo, semplice movimento, lei poteva far rotolare via la massa che tratteneva i piedi di Krolo. Quanto bastava per farlo schizzare in aria. Il maggiore preferì tacere.

La prigioniera si rimise il cappuccio sugli occhi e gli voltò le spalle.

Fece qualche passo verso la foresta bianca, poi si fermò. Sentiva le minuscole gocce di umidità depositate dalla nebbia sulle guance e anche il vento che le soffiava sui piedi. Qualche filamento di piumino candido punteggiava il mantello.

La ragazzina si sentiva bene.

La libertà non era più lontana. Chiuse gli occhi per un istante.

Aveva tentato di fuggire per dieci volte. Quest’ultima occasione era di sicuro quella buona. La ragazza strinse i pugni e tese il corpo, ricolmo di una folle speranza.

Un sottile scricchiolio davanti a lei. Poi un altro, a sinistra. “No”, pensò. “No…”

In un primo momento non ebbe il coraggio di aprire gli occhi. La speranza l’aveva abbandonata tutto d’un colpo. Dietro ogni singola piuma che si perdeva nella foschia, in lontananza, era appena sbucato un soldato. Decine di uomini armati puntavano contro di lei altrettante balestre.

Alla luce tenue della candela, tutti i presenti videro la sua bocca sorridere. Un sorriso gioioso e insolente che fece tremare coloro che la circondavano.

Nessuno di loro poteva vedere che, nell’ombra del cappuccio, gli occhi di Elisha brillavano di lacrime.

Era di nuovo prigioniera.

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.