Uno
Un’altra Creatura cade mentre entriamo a Edimburgo. Ma non cade qui: quello sarebbe un colpo di fortuna e la fortuna non è di casa nella famiglia Mackenzie. “Numero ottantacinque!” grida Rani. “Atterrata giusto due minuti fa!” Si sporge tra i sedili anteriori, agitando il telefono manco fosse uno strillone con l’edizione serale di un quotidiano. Sullo schermo un’esile donna dalla carnagione color rame è accasciata su un cumulo di assicelle spezzate e cocomeri esplosi. Un rivolo di sangue dorato fuoriesce da sotto il mucchio di frammenti disegnando linee scintillanti nella polvere. “Dove?” chiedo io. Perry, la nostra West Highland terrier, solleva la testa dalle mie ginocchia per dare un’occhiata in giro, poi emette un verso di disinteresse e torna a osservare gli uccelli dal finestrino dell’auto. “Di nuovo in Malaysia”, dice Rani. “Un mercato vicino a Kuala Lumpur.” Per lo meno, da quando sono iniziate le Cadute, mia sorella è migliorata in geografia: il mese scorso diceva ancora “Koala Limpur”. Clicca lo schermo avviando un video sgranato. La Creatura è visibile solo per un secondo prima che la folla si fiondi su di lei. I turisti si accalcano 7
intorno al corpo; una donna emerge con la faccia paonazza e l’espressione sorridente, stringendo in mano una manciata di piume. Mi si rivolta lo stomaco. Ho visto decine di filmati come quello, ormai tutti li hanno visti, ma ogni volta mi viene da vomitare. Papà continua a ruotare la testa tra il video e il parabrezza cosparso di pioggia. “Sembra essersi fatto proprio male, quello. È maschio o femmina?” Quello. Si esprime sempre così, mio padre. Come se le Creature fossero un oggetto come un altro. Anche i giornali usano spesso un linguaggio che mira a renderle meno umane. Per papà è soprattutto un modo per razionalizzare la sua ossessione per loro. “È una donna, se è questo che intendi”, dico. “È non si è fatta male, è morta. Nessuno potrebbe sopravvivere a una caduta da quell’altezza.” “Questo è tutto da vedersi.” Papà mi rivolge uno di quei sorrisi esasperanti e condiscendenti di cui è maestro. Devo mordermi letteralmente la lingua per impedirmi di rispondergli. Dietro di noi, Rani continua a sfogliare le foto su Wingpin, 247Creature o una delle altre centinaia di app che si è scaricata. “Questa sembra giovane.” Si spinge gli occhiali sul naso. “Tipo diciassette o diciotto anni.” “Stai valutando secondo standard umani, tesoro”, le fa papà. “Non sappiamo ancora che effetto abbia il tempo su di loro. Magari una Creatura che secondo i nostri parametri dimostra una ventina di anni, in realtà ne ha cento, o mille.” Si lancia in un altro discorso sull’ennesima teoria di cui, tanto per cambiare, non mi frega niente. Da quando è caduta la prima Creatura, quasi otto mesi fa, la nostra casa potrebbe definirsi il Centro Michael Mackenzie per le Ricerche Teologiche Mortalmente Noiose. Non ricor8
do nemmeno l’ultima volta che papà ha chiesto a Rani se aveva i soldi per il pranzo o a me se avevo fatto i compiti. È troppo impegnato a ritagliare articoli dai giornali, ad attaccare spilli e post-it sulle mappe, e a chattare con altri Cacciapiume – il termine un po’ spregiativo per indicare i cercatori di angeli – in Germania, Nuova Zelanda e Giappone. “Allo stato attuale non è facile stabilirlo, perché i loro denti hanno una composizione chimica diversa rispetto ai nostri, ma gli scienziati pensano di poterne calcolare l’età entro la fine di quest’anno...” Continua a blaterare, così preso dai suoi stessi ragionamenti che non si accorge che il semaforo è diventato verde. Una tizia a bordo di un SUV strombazza inferocita. Rani annuisce e mugola qualche verso di assenso. Sono abbastanza sicura che neanche a lei, undici volte vincitrice del premio Cocca di Papà dell’Anno, può sbatterne di meno dei livelli di acido linoleico presenti nelle unghie delle Creature, ma non lo dà a vedere. Mi infilo gli auricolari e guardo fuori dal finestrino, muovendo su e giù la testa al ritmo di una musica immaginaria. (Il mio iPod si è scaricato poco prima di arrivare a Pitlochry, ma ho imparato che quando papà si mette a farneticare la cosa migliore è far finta di non sentirlo.) Oltre i vetri scorrono le strade della città offuscate dalla pioggia. I gabbiani scendono in picchiata dal cielo grigio pallido a caccia di patatine. Perry guaisce e gratta la portiera. “Ci siamo quasi, Per”, mormoro accarezzandole il pelo bianco sulla schiena. “Ancora una decina di minuti.” So come si sente. Siamo nella soffocante Renault Clio di papà da cinque ore, bloccati nel traffico della A9 da Inverness a Edimburgo. È un modo schifoso di passare le vacanze estive, ma nessuna di noi ha potuto esprimere la sua opinione a riguardo. 9
Con il senno di poi, avrei dovuto capire che c’era qualcosa che non andava quando sabato scorso mi sono svegliata e la casa profumava di pancake. Era la prima volta che papà cucinava da mesi; da quando sono iniziate le Cadute, la nostra dieta si è basata prevalentemente su piatti pronti, cereali e pizze da asporto. Proprio mentre io e Rani finivamo di irrorare i nostri pancake di sciroppo d’acero, lui ha emesso un colpetto di tosse nervoso. “Che ne direste di andare qualche settimana a Edimburgo? Credo che...” Cercava di sembrare disinvolto, ma dal tono esitante ho capito che ciò che stava per dire non mi sarebbe piaciuto affatto. “Penso che lì potrei catturare una Creatura.” Ho ascoltato a bocca aperta il suo piano mentre i pancake mi si raffreddavano nel piatto. Aveva fatto delle “ricerche” (cioè chattato con altri Cacciapiume su CherubIM) e, basandosi sul fatto che la Scozia sudorientale aveva registrato il maggior numero di Cadute al mondo, era “giunto alla conclusione” (cioè aveva tirato a indovinare) che a Edimburgo sarebbe caduta un’altra Creatura “nelle prossime settimane” (insomma in qualche momento non meglio specificato del futuro, o forse mai – avrebbe chiarito i dettagli più tardi). “Pensateci, ragazze”, ha aggiunto. “Potremmo finalmente capire da dove vengono e perché cadono.” Mi sono opposta. Papà ha fatto finta di ascoltarmi, ma quando ho finito di elencare i motivi per cui quella era l’idea più stupida dai tempi delle teiere di cioccolato, si è limitato a sorridere e a carezzarmi i capelli. “So che non sarà facile, Jaya”, ha detto, “ma questa cosa per me è importante”. L’auto attraversa una pozzanghera schizzando i finestrini di torbida acqua piovana. Mi squilla il telefono. So che non sarà Leah, ma non riesco a evitare di sperarlo. 10
Sullo schermo compare invece il nome di Emma. Guarda che würstel tristi siamo senza di te! Segue una foto di lei e Sam che fingono di piangere, con le sopracciglia aggrottate dietro due hot dog ricurvi. Il cielo sopra di loro è di un azzurro intenso, il clima ideale per un barbecue. Sono a soli duecentocinquanta chilometri di distanza, ma improvvisamente lo spazio che mi separa da casa mi sembra infinito. Mentre sto digitando la risposta, Rani se ne esce fuori con un altro aggiornamento. Mia sorella passa il tempo a cercare notizie sulle Creature. È in grado di dirti quando e dove sono cadute, che aspetto aveva ciascuna, a volte persino a che prezzo ne sono stati venduti il sangue e le piume. Personalmente trovo che ci sia qualcosa di inquietante in una undicenne che setaccia Internet alla ricerca di cadaveri, ma papà la trova una cosa utile. “Sentite questa”, salta su mia sorella. “La Caduta di oggi significa che in Malaysia sono precipitate già sette Creature. È l’unico Paese ad aver registrato altrettante Cadute rispetto alla Scozia, anch’essa a sette; in Russia ce ne sono state cinque e quattro in Algeria.” Mi volto verso papà. “E se ti sbagliassi? E se la prossima cadesse in Malaysia? Voglio dire, ci sono state altrettante cadute, quindi le probabilità sono le stesse, no?” Appoggio il piede destro sul cruscotto innalzando l’alluce verso il cielo grigio foca. “Forse dovremmo andare subito a Kuala Lumpur. Almeno lì c’è il sole.” “La Malaysia è molto più grande della Scozia, Jaya”, dice papà, scacciando le mie scarpe da ginnastica con una manata. “E poi là le Cadute si sono verificate in varie zone del Paese, mentre qui ce ne sono state sette in un raggio di quarantacinque chilometri dalla città. Non c’è paragone. Se riesco a catturarne uno da qualche parte, sarà qui a Edimburgo.” 11
Stringo i denti cercando di placare la rabbia che mi ribolle dentro. Mio padre è così stupido. Tutto questo “piano” è così stupido. Non si può catturare una Creatura. È letteralmente impossibile. Cadono a velocità folli. Hanno sfondato edifici, aperto crateri lungo le autostrade. Una è piombata nel Pacifico meridionale provocando un mini-tsunami, e un’altra ha accidentalmente ucciso una donna precipitando nella piazza di una città armena. Non è mica che puoi salvarle come in un cartone animato dei Looney Tunes, piazzando una rete elastica sul punto di caduta. Nessuno sa quando arriverà la prossima. A volte ne cadono tre in un giorno, altre volte passano settimane senza nuove apparizioni. Ci sono istituzioni scientifiche e religiose che stanno investendo miliardi per individuare qualche schema, ma non cavano un ragno dal buco. Non sarà certo papà, ex direttore del Dipartimento vendite e marketing delle sigarette Tomlinson, ora casalingo sfaccendato, a decifrare il mistero. Papà svolta a destra in una strada ben illuminata e punteggiata di negozi e ristoranti. Davanti a Pizza Express un uomo in kilt con delle ali di carta stagnola sta suonando alla cornamusa un motivetto che ricorda vagamente Angels di Robbie Williams. Papà canticchia tamburellando con le dita sul volante. Rani si unisce per il ritornello. Vanno avanti così, incuranti delle stonature, attraversati da scariche elettriche di entusiasmo. In tutta la rabbia che provo c’è una punta di compassione. Mio padre è proprio convinto di farcela. Pensa davvero di riuscire a catturare un angelo.
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Due
L’appartamento preso in affitto da papà è un cesso. La cucina è a misura di Barbie, le pareti del bagno sono ricoperte di umidità e la moquette del soggiorno sembra dipinta da un imitatore di Jackson Pollock con una bottiglia di vino rosso. Sotto la fragranza chimica al limone dei prodotti per la pulizia si può percepire una permanenza ostinata di birra, canne e pizza da asporto. “In periodo scolastico lo affitto a studenti”, ci spiega Shona, la nostra padrona di casa per le prossime settimane. “Trasmettono alla casa un’energia giovanile.” Mi fissa con un ampio sorriso dalle sfumature porpora. È bianca, sulla cinquantina e ha l’aspetto di una melanzana: magra sopra, rotonda sotto e violacea ovunque. Pantaloni larghi lilla, camicetta indaco, capelli dell’esatta tonalità del succo di mirtilli. All’inizio ho pensato che si trattasse di una specie di uniforme religiosa, ma poi mi ha detto che vedeva “degli aggressivi toni rossi nella mia aura”, quindi ho capito che forse è solo fuori di testa. “Sono sicura che vi troverete bene”, dice riaccompagnandoci in soggiorno. “È piccolo, ma è un posto dove il qi fluisce a meraviglia.” “Fantastico”, dice papà. Non si è accorto del mio sguardo corrucciato né del fatto che Rani si è tappata il naso con il colletto della maglietta per non sentire l’o13
dore emanato dal divano. “Mi ricorda i miei anni universitari.” Per papà questo appartamento è l’ennesima prova che il suo piano di andare a caccia di angeli è destinato al successo. Solo pochi giorni fa stava freneticamente cercando ostelli e campeggi – mancano giusto un paio di settimane all’inizio del festival e la maggior parte degli alloggi di Edimburgo è prenotata da mesi. Anche la casa di Shona lo era, ma poi uno degli acrobati a cui l’aveva affittata si è rotto una caviglia scivolando su una lastra di pietra e ha dovuto cancellare lo spettacolo. “Ed è pochi passi dalla cattedrale di St Giles!” aveva aggiunto mentre spediva la caparra impaziente. “La numero 8 è caduta lì a Capodanno, vi ricordate? Deve essere un segno!” Si avvicina alla finestra del soggiorno e la apre. “È visibile da qui! Guarda, Ran, vedi le impalcature?” Si gira e osserva Shona con uno stupido sorriso in faccia. “Se non è questo il posto perfetto per le mie ricerche, allora non so quale possa essere.” Shona annuisce con aria seria. “Sì, trovo che l’atmosfera in questa parte della città sia molto stimolante. Sicuramente le sarà di ispirazione.” Le sue sopracciglia, anch’esse viola, si inarcano leggermente. “Quindi siete solo voi tre?” La fulmino con lo sguardo. Di nuovo. Ho notato una frazione di secondo di perplessità nei suoi occhi quando ha aperto la porta, chiedendosi come potesse mio padre, pallido e biondo, avere due figlie dalla pelle scura. La perplessità è durata poco, il tempo che le è servito a darsi una spiegazione, ma ora sta cercando la persona mancante. È una situazione che si verifica spesso quando siamo fuori con papà. La perplessità è spesso seguita da una raffica di domande indiscrete. La cosa mi ha dato 14
sempre molto fastidio, ma dopo l’incidente di mamma tutto fa molto più male. Con mio grande sollievo, papà cambia argomento senza rispondere. Ben presto si mettono a parlare delle sue ricerche e di un prossimo viaggio di Shona in Italia per un ritiro spirituale. Li lascio alle loro chiacchiere e mi dirigo verso la stanza che io e Rani dobbiamo condividere per le prossime settimane: pareti verde cetriolo, letti a castello di metallo grigio, tre felci secche in un angolo. Appoggio la borsa sul pavimento e sento il cuore sprofondare per la seconda volta. “Il posto sopra è mio!” Rani si arrampica sulla scaletta e si tuffa sul letto, sollevando in aria le gambe esili. Non fa in tempo a entrare in contatto con il materasso che ha già il cellulare in mano. “Indovina un po’? Dicono che la numero 85 potrebbe essere la sorella della Creatura caduta in Groenlandia ad aprile. Guarda, sembrano gemelle!” Allunga il telefono per farmi vedere la foto, ma io scaccio la sua mano protesa e vado verso la finestra. Mi manca già la mia stanza, a casa. È uno dei pochi posti al mondo in cui posso sottrarmi ai notiziari, alle immagini, alle pubblicità e al bla bla bla continuo e insensato sulle Creature. Qui non ho speranze. “La numero 85 è atterrata alla stessa longitudine della Creatura in Laos.” Rani clicca un altro link, ignorando il fatto che la sto ignorando. “Non è curioso?” Appoggio la fronte contro il vetro. Le gocce di pioggia scorrono sulla finestra disegnando fiumi spettrali davanti ai miei occhi. “Interessante, Ran. Davvero interessante.” Ha diluviato anche l’ultima volta che siamo venuti a Edimburgo. È stato due anni fa, durante il Fringe, il gran15
de festival delle arti sceniche che si tiene qui ogni agosto. La mamma, che non si lasciava certo scoraggiare per due gocce di pioggia, ci ha trascinato in giro per la città a vedere gli artisti di strada: gruppi a cappella, contorsionisti e ballerini hip-hop, acrobati, mangiatori di fuoco e un violinista funambolo, tutti che distribuivano freneticamente volantini come fossero coriandoli. Mi si sono increspati i capelli, Perry puzzava tipo compost e Rani continuava a lamentarsi di avere le scarpe da ginnastica fradicie, ma è stato divertente. “Una città di spirito e spettacolo”, per usare le parole di mamma. Faceva sempre uscite del genere. Papà la chiamava “la mia poetessa”, e poi scoppiava a ridere quando lei s’infuriava per il termine sessista. Quest’anno Edimburgo è piena di falsi angeli. Le strade sono costellate di artisti vestiti d’oro dalla testa ai piedi che rievocano le Cadute con danze pompose. Due ragazzine passano saltellando davanti a Starbucks con delle aureole di plastica che ondeggiano sulle loro teste mentre le guide turistiche portano gruppi di Cacciapiume verso la cattedrale. Lo spettacolo continua, ma lo spirito si è affievolito: è solo un modo per fare soldi con la morte delle Creature, e la cosa mi dà il voltastomaco. “Jaya!” grida all’improvviso Rani. “Jaya, guarda!” Mi giro di scatto. “Cosa c’è, Rani? Cosa dovrei guardare?” Mia sorella punta un indice in direzione della seconda finestra. Seguo il suo sguardo e ho un tuffo al cuore. Dall’altra parte della strada, venti, trenta, quaranta persone si stanno riversando sui tetti degli appartamenti di fronte al nostro. Sono loro. I Caduti Risorti. Sono proprio come nei servizi che passano ai notiziari: un’accozzaglia di età diverse, tutti vestiti con camicie macchiate, maglioni logori, jeans troppo sdruciti per essere alla moda. Molti uomini hanno la barba incolta; 16
le donne hanno capelli lunghi e spenti che incorniciano volti lucidi di sebo. Un membro del gruppo, un ometto tozzo con un megafono in mano, attraversa con cautela il colmo del tetto. Con un balzo agile, sale sul comignolo mentre gli altri si trascinano lentamente verso il bordo, allineandosi dietro la grondaia. Ho visto scene del genere in televisione decine di volte, ma dal vivo è diverso. Avevo immaginato la paura sui loro volti, il panico nell’aria. I membri procedono lentamente sulle tegole bagnate, ma la maggior parte di loro non sembra spaventata. Sotto la sporcizia, hanno espressioni fredde e vuote. “Jaya!” Rani stringe con forza la sbarra del letto a castello. “Ci sono anche dei bambini con loro!” Mi si secca la bocca all’improvviso. Ha ragione: lassù ci sono un ragazzo di circa tredici anni e una bambina più piccola, forse di sette o di otto anni. A differenza degli adulti, sono chiaramente terrorizzati. La bambina ha gli occhi chiusi, come se stesse esprimendo un desiderio, mentre il ragazzo fissa la folla che si sta radunando sette piani più in basso. Gli tremano così tanto le gambe che temo possa scivolare da un momento all’altro. In mezzo a loro c’è una donna minuta che li tiene per mano, ma non fa nulla per confortarli. Non li guarda nemmeno. “Vado ad avvisare papà.” Rani scende a terra ed esce correndo dalla stanza. L’uomo sul comignolo accende il megafono. Uno stridio assordante lacera l’aria, ma lui non fa una piega. “Peccatori.” Ha una voce stentorea ma calma. La sua frase risuona più come un’affermazione che come un’accusa. “È da quasi otto mesi che dal cielo continuano a cadere angeli. Erano millenni che il Creatore non mandava segni così evidenti della sua ira – ma l’Uomo si pente? Monda la sua anima dal rancore e dall’avidità, si dedica 17
a una causa più alta? No. Si ciba come un avvoltoio dei corpi degli angeli, affamato solo di sangue e oro.” Cerco di girarmi dall’altra parte, proprio come faccio quando li passano in televisione, ma il corpo non mi segue. Per quanto trovi rivoltanti quelle esibizioni, c’è qualcosa nei Caduti Risorti che mi costringe a guardarle. Ho visto i video decine e decine di volte. Ormai so i loro discorsi a memoria. L’uomo sul tetto fa delle pause ad effetto, proprio come tutti i leader. È difficile dire quanti anni abbia. Metà del viso è nascosta dalla barba, l’altra metà è ricoperta da uno spesso strato di sudiciume. “Non rappresentiamo nessuna chiesa, nessuna religione”, riprende. “Siamo un semplice monito: un monito dei mali dell’avidità, dell’empietà e dell’ostinata arroganza della razza umana. Siamo un monito dei vostri peccati. Nessun bene attende l’uomo sulla Terra in questo momento. La nostra unica possibilità di redenzione è quella di rifuggire dai piaceri terreni, di umiliare i nostri corpi come abbiamo umiliato questo pianeta, di sacrificare le nostre vite come ne sono state sacrificate tante nella spietata corsa al cosiddetto progresso... di pentirci e dimostrare di essere degni della libertà nella prossima vita.” Il suono di una sirena riverbera in lontananza. Qualcuno nella strada sottostante si mette a gridare. Il volto della bambina si riga di lacrime; il ragazzo prova a dirle qualcosa, ma la donna lo sgrida e lui desiste. L’oratore va avanti, apparentemente incurante del putiferio che cresce intorno a lui. “Noi siamo i Caduti Risorti.” La sua voce si gonfia di orgoglio, anche se quelli come lui non dovrebbero cedere alla vanità. “Mentre le Creature precipitano, noi saliamo sui tetti. Ci arrampichiamo per ricordarvi il precipizio che 18
si apre davanti ai vostri piedi. Ci ergiamo per ricordarvi quanto in basso potreste cadere.” In perfetto unisono, i seguaci mettono un piede sulla grondaia. Mi gira la testa. Non lo faranno davvero. Hanno organizzato esibizioni simili sui grattacieli di Seul e sui palazzi di Caracas; in aprile sono persino arrivati al secondo piano della Torre Eiffel. Li ho visti aggirarsi in cima alle scogliere e dondolarsi dalle impalcature. Hanno minacciato di buttarsi un sacco di volte, ma finora non l’hanno mai fatto. So tutto questo, eppure non basta a placare la sensazione di angoscia che mi attanaglia lo stomaco né il battito che mi pulsa nelle orecchie. L’assenza di peso nelle gambe. La tormenta che mi vortica in testa. L’ultima cosa che vedo, prima di chiudere gli occhi e accasciarmi a terra, è il ragazzo sul tetto che china la testa e inizia a pregare.
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