L'educatore attraverso il bosco

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Damiano Francesco Nirchio

L’EDUCATORE ATTRAVERSO IL BOSCO

La fiaba tradizionale per abitare il conflitto educativo

Damiano Francesco Nirchio L’EDUCATORE ATTRAVERSO IL BOSCO

La fiaba tradizionale per abitare il conflitto educativo

SENTIERI NEL BOSCO

Strumenti, riflessioni e fiabe per attraversare il conflitto Educazione e conflitto..................................13 1. L’oggetto del desiderio.......................17 Il valore educativo della fiaba

Io nel mondo incantato.......................29 Cappuccetto Rosso........................................33 3. Tutto quello che avreste voluto sapere su Cappuccetto Rosso e non avete mai osato chiedere.............45

L’identikit: Vittima e Carnefice...........47 Biancaneve e i sette nani...............................51

“Io Sono” o “Io Faccio”?...................55 La crudeltà del mondo e la scommessa di Biancaneve................................................59

Introduzione

Ci sono momenti, nel lavoro educativo, in cui il conflitto non irrompe come un evento straordinario: semplicemente emerge, come qualcosa che era già lì, intrecciato alla vita di tutti. A volte lo notiamo perché incrina un ’abitudine, altre perché ci mette davanti a un limite che avremmo preferito evitare. Il conflitto non è un guasto della relazione: è una parte della sua struttura, il punto in cui le storie si incontrano e chiedono un ’attenzione più profonda. Da questo sguardo – più umano che tecnico, più reciproco che giudicante – nasce il percorso di questo libro. Educare oggi significa abitare una zona di confine in cui nessuno è soltanto vittima o soltanto carnefice, forte o fragile in modo definitivo. Significa riconoscersi, tutti, insieme, “ senza piume”: vulnerabili, ma capaci di camminare verso l’altro. Il libro nasce dall’idea che il conflitto sia una condizione costitutiva dell’educazione: ogni relazione – tra genitori, docenti, educatori, terapeuti, mediatori, operatori sociali – attraversa, prima o poi, questa soglia delicata e trasformativa.

Per questo, accanto alle esperienze concrete, trova spazio la fiaba tradizionale: non come ornamento, ma come strumento; un linguaggio antico che dà nome a ciò che spesso fatichiamo a dire e ci offre riparo mentre ci misuriamo con temi come il trauma, il limite e la responsabilità. Questo libro non propone un metodo, né una teoria conclusa.

Si fonda piuttosto su un modo di stare nell’esperienza: il vissuto viene osservato, condiviso e riletto insieme, perché ciò che accade nel corpo possa trovare le parole e acquistare significato.

Per accompagnare questo percorso, le pagine che seguono si muovono lungo due sentieri intrecciati: Giochi e pratiche esperienziali, per riportare al centro il corpo e la relazione, e per avviare momenti di restituzione condivisa in cui l’esperienza si trasformi in consapevolezza; Riflessioni teoriche e letture fiabesche, per dare profondità a ciò che si sperimenta e accedere al linguaggio simbolico.

È un invito a camminare con curiosità, anche quando il terreno educativo si fa difficile. Perché, se c’è una promessa in queste pagine, è che il modo di guardare al conflitto – e alla relazione – potrebbe cambiare. Non per magia, ma perché ogni educazione autentica passa attraverso trasformazioni reciproche. Così nasce la scelta di pubblicare questo libro, per offrire a lettrici e lettori parole e strumenti con cui orientarsi nelle sfide educative di oggi.

SENTIERI NEL BOSCO

Strumenti, riflessioni e fiabe per attraversare il conflitto

BUSSOLA PER IL LETTORE

Per accompagnarti nella lettura, due icone guideranno il tuo percorso:

Riflessioni teoriche e letture fiabesche – Approfondimenti e narrazioni simboliche che arricchiscono ciò che si sperimenta, offrendo chiavi di lettura più ampie e profonde.

Giochi e pratiche esperienziali – Attività che riportano al centro il corpo e la relazione, favorendo momenti di condivisione in cui l’esperienza si trasforma in consapevolezza.

Educazione e conflitto

Ricordo molto bene il giorno in cui ho compreso esattamente cosa fosse un “conflitto”. E ricordo, con altrettanta gratitudine, il maestro inconsapevole che mi consegnò quella lezione, rivoluzionaria almeno per me.

Erano i primi, appassionati anni da lavoratore nel mondo dello spettacolo. L’amore per il teatro già mi portava a frequentare palcoscenici e camerini quanto le comunità per il disagio psichico. Fu in uno di quei luoghi che incontrai Nicola: giovanissimo, come lo ero io, ma ammalatosi prestissimo e cresciuto a lungo in un contesto difficile; lucido e generoso narratore di sé, creativo e dolorante, mi chiedeva di guardare insieme a lui nel mistero delle sue ferite. Io, dal canto mio, provavo a contraccambiare quel dono con l’unica moneta che allora possedevo: le assi del palcoscenico, che cercavo di condividere con lui e con i suoi compagni e compagne. In questo scambio impari, un bel giorno – esattamente quello in cui avrebbe dovuto andare in scena insieme agli altri, dopo mesi di preparazione – mi annunciò candidamente che quella sera non avrebbe più recitato. Pur desiderandolo fortemente, proprio non poteva. Tentando invano di celargli tutta la mia preoccupazione per la riuscita dello spettacolo, gli chiesi di spiegarmi meglio la natura del suo rifiuto. E lui, con una semplicità disarmante, mi disse che la faccenda era tanto lunga quanto complessa da spiegare, ma che poteva riassumerla così: aveva sempre desiderato “volare”, ma, contrariamente alle rondini che ci volteggiavano sul capo, era nato… senza piume. Quando incontro una metafora perfetta mi accade sempre di avere la sensazione che il normale fluire dello spazio e del tempo subisca una scossa, un fremito, che ne cambi anche di poco la traiettoria: “Senza Piume” era la lucidissima narrazione simbolica di un confine nettamente percepito tra sé e quell’entità mitologica e indistinta che chiamiamo “gli altri”, tra chi non può e chi può, tra chi è di qua e chi è di là Quell’inatteso maestro non mi stava solo regalando l’ennesima poetica metafora sulla malattia mentale. Mi stava invece raccontando di un discrimine, un luogo allegorico in cui da sempre si consumava il suo conflitto quotidiano, il fronte sul quale era stato forzosamente inviato senza aver mai desiderato fare il soldato.

Attraverso il teatro, senza neppure immaginarlo, avevo riportato quegli uomini e quelle donne vicinissimi al cuore del loro solito vecchio conflitto, su quella linea invisibile che ora trovava concretezza nel proscenio del palcoscenico, nell’aereo diaframma che divide chi è in scena da chi è in platea. Ci sono contesti in cui il teatro risulta essere ancora, per fortuna, un luogo pericoloso e poco rassicurante: ma è fondamentale poter scegliere di correre tale rischio, sentirsi pronti e io invece, forse con un po ’ di giovanile leggerezza, avevo sottovalutato la potenza di ciò che maneggiavo e proponevo

Un bel problema, a poche ore da un debutto.

Quando ci si trova ad un passo da uno scontro inatteso, che non si è desiderato, di cui si ha paura

e per il quale non ci si sente preparati, si possono percorrere fondamentalmente due strade: la prima è la fuga – o la rimozione più o meno simbolica della battaglia incipiente – l’altra è la neutralizzazione del conflitto stesso.

La prima è la più istintiva: fu anche il mio primo impulso. Dissi agli attori che ero pronto a far saltare lo spettacolo e a rimandare a casa il pubblico. E subito i loro volti si distesero. Tutti, tranne quello di Nicola. La sua espressione rimase pensosa: il suo conflitto non riguardava la paura di una brutta figura. Era altrove, più profondo.

Fu allora che imparai il valore della seconda via.

Il superamento di un conflitto può assumere molte forme, tecniche e metodologie, ma credo che tutte passino per le vie maestre dell’Empatia e dell’Educazione. Comune a entrambe le locuzioni c’è il senso della fuoriuscita da sé (ex-ducere) per l’incontro profondo col sentire dell’altro: con un pizzico d’ingenuità credevo che per iniziare in qualche modo l’opera di riparazione e risanamento di quello strappo nella comunità, su quel confine che separa i matti dalla gente comune, sarebbe bastato chiedere al pubblico, attraverso il teatro, di empatizzare con quegli attori atipici in maniera gratuita e unilaterale; mi pareva una manovra sufficientemente rivoluzionaria nel piccolo contesto di comunità nel quale operavo in quella occasione.

Ma non era affatto sufficiente.

Il riconoscimento doveva essere reciproco, collettivo: ognuno doveva assumersi il proprio pezzo di lavoro. Allora, messo a nudo come il famoso re della fiaba, non mi restò che condividere la mia stessa condizione, così come saggiamente aveva fatto Nicola. Dissi che anche io, per ragioni forse diverse, mi ero sempre sentito “ senza piume”, ma con un grande e insaziato desiderio di volare. E aggiunsi che ero sufficientemente sicuro che, in fondo, tutti in platea si sentissero esattamente così. Nicola ne fu molto sorpreso.

Era difficile credere che “dall’altra parte” ci si potesse sentire esattamente allo stesso modo. Il suo stupore fu il segnale che qualcosa si era mosso. Proposi allora di tenere accese anche le luci della platea, per un teatro illuminato in modo eguale, senza differenze tra chi recitava e chi guardava. Prima di iniziare, avremmo raccontato il perché.

Tutti “ senza piume”

La scelta funzionò: fu una bellissima e riuscitissima serata di fine laboratorio e Nicola fu un attore bravissimo e soprattutto un uomo felice. Almeno quella sera.

Quella esperienza trasformò il mio modo di guardare il conflitto. Capii che il riconoscimento empatico è uno strumento – e un diritto – che appartiene a tutti gli uomini e le donne, unico modo per disarmare ogni conflitto; non può essere esercitato a senso unico, nemmeno verso chi appare più fragile. Che si sia vittima o carnefice, minoranza o oppressore, re o suddito, bambino o adulto, uomo o donna, povero o ricco, nel torto o nella ragione a ciascuno è richiesto lo stesso identico lavoro da fare per rimuovere il confine. L’accompagnamento al riconoscimento di pari dignità delle parti in causa è un esercizio di Giustizia che redistribuisce equamente i poteri in un legame divenuto, a causa del conflitto, squilibrato e vittimizzante La pratica non passa da un vago e confutabile assunto teorico, ma da una oggettiva evidenza, una concreta necessità. Diversamente non potrebbe funzionare. Da questa evidenza ritrovata dovrebbe passare ogni pratica di cura (ogni relazione dovrebbe intrinsecamente esserlo) che è sempre reciprocamente educante. Quella sera accadde un movimento, un processo educativo genuino: nessuno, tra attori, pubblico e formatori, uscì dalla sala identico a com ’ era entrato. Lo potremmo definire un movimento educante, un processo che è stato possibile perché frutto di un atto comune, collettivo, reciproco e democratico.

La grande sfida che la contemporaneità pone agli educatori, intesi nell’accezione più ampia possibile (genitori, docenti, professionisti dell’ascolto e dell’accompagnamento, operatori di Giustizia, mediatori, terapeuti, ecc.) è quella di stabilire un nuovo equilibrio tra importanza del ruolo specifico ricoperto e necessità di questa umana reciprocità. La decretata fine dell’autoritaria e spesso violenta supremazia di certe figure educanti ereditata dalla cultura patriarcale, nella sua furia iconoclasta, ha ridotto gli educatori di oggi a elargitori di servizi non essenziali che è sempre possibile – da parte di utenti o clienti – mettere in discussione, delegittimare, citare in giudizio, sostituire come merce non conforme ai propri bisogni o aspettative. Dalla parte dell’educatore c’è il rifugio autoconservativo nella burocrazia e nel professionismo che spersonalizza la relazione, ma tutela da questo eccesso di simmetria e garantisce in qualche modo la sopravvivenza e l’integrità dell’operatore.

Anche il genitore moderno vive un paradosso: vuole essere adulto senza rinunciare al ruolo di eterno figlio, generando un corto circuito che neutralizza ogni pratica educativa.

Se conflitto e trauma sono elementi necessari alla crescita individuale e comunitaria, l’educatore deve tornare a educare nel conflitto, al conflitto e attraverso il conflitto: un’Educazione Mediante. Educare mediante significa restituire parola, redistribuire autorialità nella propria storia, accogliere la complessità senza rimuoverla. È un ’educazione mediana, perché radicata nel riconoscimento del limite comune che ci rende tutti – appunto – senza piume.

La cognizione di condividere tutti la condizione di essere “ senza piume” può essere la base di partenza per iniettare nuova autorevolezza nelle figure educanti affinché ritrovino la loro insostituibile e specifica funzione, fondamentale alla generatività di una comunità, al progresso e, in definitiva, al bilancio di felicità dell’essere umano; da questa considerazione parta anche ogni progetto educativo, recuperando e portando come frecce al proprio arco tutte le pratiche antiche e moderne che sono già intrinsecamente e per loro natura “medianti”. Le arti e le relative pedagogie ne sono un ottimo esempio.

In quella ormai lontana avventura con Nicola e i suoi compagni, insieme alla pratica del teatro, si scelse la via della fiaba: fu una scelta non premeditata, che nacque e pian piano si concretizzò in maniera naturale tra le nostre mani. Ne nacque una fiaba nuova che con lingua, meccanismi e simboli antichi raccontava le storie e le vite vere dei suoi interpreti. Ho riflettuto a lungo sul perché quel gruppo di uomini e donne avessero istintivamente scelto proprio quella forma per i loro così delicati e pulsanti contenuti, e non un ’altra: uomini e donne in molti casi provenienti da lunghe storie e da contesti di forte deprivazione relazionale, affettiva e certamente culturale; persone che avevano fatto in tempo a conoscere il mondo prima della Legge Basaglia, che a stento erano state scolarizzate o che, benché adulti, mettevano piede in un teatro per la prima volta proprio in quella circostanza. Eppure si maneggiarono temi e stilemi del racconto fantastico con naturale dimestichezza, come narratori avvezzi al lavoro di composizione, artigiani incalliti da un lavoro abitudinario. Da allora la fiaba tradizionale non ha più smesso di bussare alla mia porta: nella sua matrice popolare, nei secoli di stratificazione, custodisce chiavi preziose per leggere il contemporaneo. È patrimonio di tutti, strumento democratico come il teatro, capace di reinventare realtà e destini. Questo libro prova a muoversi sotto la superficie del terreno, dove i semi – prima di emergere – si somigliano tutti. Qui, gli educatori possono interrogarsi sul senso del proprio operare, esplorando il gioco, la fiaba e le arti come sentieri poco battuti, non come ricette da replicare. Ci sono molte vie maestre per farlo, ma questo libro sceglie un ’altra strada: i sentieri nel bosco. Sentieri dove si può ancora correre un pericolo, incontrare maestri inattesi, smarrirsi e ritrovarsi

cresciuti. La fiaba, il teatro e la parola narrata appartengono proprio a questa duplice natura: rischiosa e salvifica.

Credo valga ancora la pena perdersi nel bosco, per poi ritrovarsi mutati, sedersi in cerchio e continuare a raccontare questa nostra esperienza umana.

Damiano Francesco Nirchio

La fiaba tradizionale non è un racconto per bambini né un semplice strumento educativo. È un linguaggio antico e condiviso, che permette di dare forma a ciò che, nella relazione educativa, spesso resta difficile da nominare: il conflitto, il limite, la responsabilità, la possibilità di scelta.

Questo libro nasce da un’esperienza sul campo e propone di tornare alla fiaba non per spiegarla, ma per abitarla come spazio simbolico vivo.

Attraverso giochi, pratiche esperienziali, attività e riletture fiabesche, accompagna educatori ed educatrici ad attraversare il bosco del conflitto insieme, senza scorciatoie e riconoscendo la vulnerabilità che ogni relazione porta con sé.

Le fiabe – da Cappuccetto Rosso a Biancaneve – diventano così un terreno comune in cui adulti e ragazzi possono riconoscersi “senza piume”: esposti, vulnerabili, ma non soli.

Un libro per chi educa e riconosce, nella forza simbolica della fiaba, uno spazio possibile di senso e trasformazione.

Damiano Francesco Nirchio, laureato in Lettere, papà, attore, regista e drammaturgo, porta da 25 anni i suoi spettacoli in Italia e all’estero ottenendo premi e riconoscimenti. È co-fondatore, con Anna de Giorgio, della Compagnia SENZA PIUME, studioso della fiaba tradizionale e impegnato in progetti educativi rivolti a disabilità, disagio e devianza. Mediatore e formatore per la Giustizia Riparativa e mediatore familiare, collabora da oltre vent’anni con la Cooperativa C.R.I.S.I. Nel 2025 riceve, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Premio “Giacomo Matteotti” per le opere letterarie e teatrali. Per le edizioni la meridiana ha pubblicato Autrici! (2024) e Nuove favole di libertà (2025).

In copertina disegno di Fabio Magnasciutti

Euro 14,50 (I.i.)

ISBN 979-12-5626-066-9

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