Una storia nella Storia

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S

Paolo Di Sacco

Unastoria Storianella

ORIENTAMENTO

EDUCAZIONE CIVICA immagina genera ispira

INTELLIGENZA ARTIFICIALE IA

Paolo Di Sacco

Unastoria Storia nella

Dalle antiche civiltà a Cesare

La didattica multimediale

Nelle pagine sono inserite icone che indicano la presenza e i contenuti digitali disponibili sul libro. I contenuti digitali sono fruibili sul sito www.gruppoeli.it e con l’App ELI Link e tramite QRCode.

Contenuti digitali integrativi

• Percorsi digitali integrativi

• Lezioni interattive

• Carte interattive

• Rubriche e approfondimenti: Leggi la fonte, Osserva la fonte, Protagoniste nella Storia, Vedere la Storia – Atlante visuale, Le domande della Storia, Storia e arte, Storia ed economia, Storia e letteratura, Storia e religione, Storia e società, Storia e tecnologia, Dentro le parole

Attivazioni

• Videolezioni e videolezioni d’autore che mirano al racconto dei principali e più importanti eventi storici ripercorrendone in maniera dinamica i momenti salienti attraverso una narrazione accattivante.

• Podcast con focus specifici su eventi chiave delle arcate storiche studiate

• Audiomappe alla fine di ogni lezione

• Audiosintesi in più lingue alla fine di ogni lezione

• Carte interattive permettono di percorrere e collocare visivamente nello spazio i più importanti eventi storici

• Percorsi digitali integrativi e Lezioni interattive danno accesso a contenuti multimediali di vario tipo favorendo collegamenti

• Esercizi interattivi e con verifica in Google moduli

Sistema Digitale Accessibile

Il Sistema Digitale Accessibile soddisfa pienamente le esigenze della didattica inclusiva con queste funzionalità di base:

• carattere specifico ad alta leggibilità e alto contrasto

• sintesi vocale dei contenuti testuali (audiolibro)

• pagine “liquide” con possibilità d’ingrandimento

Costruire il futuro insieme

Il Gruppo Editoriale ELi

offre proposte editoriali che coprono tutti i gradi e i rami scolastici, all’insegna della qualità, del rigore e dell’innovazione.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Percorsi didattici con attività pratiche che mirano ad approfondire i principali strumenti di IA generativa, per favorirne un utilizzo critico; a disposizione dei docenti il tool VELIA , per personalizzare l’attività didattica.

EQUILIBRI

Progetto di ricerca costante che mira a eliminare gli stereotipi di genere nei testi scolastici, ponendo particolare attenzione alla scelta dei contenuti, a una valutazione iconografica ragionata e all’utilizzo di un linguaggio testuale inclusivo.

INCLUSIONE

Sviluppo di una cultura dell’inclusione attraverso contenuti accessibili e adeguati ai diversi stili di apprendimento.

ORIENTAMENTO

Approccio educativo e formativo volto a favorire la conoscenza di sé, delle proprie attitudini e delle proprie capacità, oltre a sviluppare le competenze non cognitive e trasversali (Life skills) necessarie per le scelte del futuro.

EDUCAZIONE

CIVICA secondo le NUOVE Linee guida

Aggiornamento dei nuclei tematici attorno ai quali si articolano le competenze e gli obiettivi di apprendimento: Costituzione, Sviluppo economico e sostenibilità, Cittadinanza digitale

STEM

S T E M

Attivazione del pensiero scientifico e computazionale, approccio interdisciplinare e laboratoriale attraverso attività STEM.

DIGITALE

Acquisizione delle competenze digitali e dell’alfabetizzazione informatica come aiuto all’inclusione sociale e alla cittadinanza attiva.

EDUCAZIONE ALLE RELAZIONI

Percorsi incentrati sullo sviluppo di competenze relazionali, che arricchiscono la consapevolezza di sé in relazione con la realtà circostante.

Gruppo Editoriale

ELi

Orientare e orientarsi
Educazione alle relazioni

DENTRO IL LIBRO:

STRUTTURA, IDEE, STRUMENTI

Una storia nella Storia è un corso pensato per il primo biennio della scuola superiore, costruito con una struttura chiara e progressiva. Organizzato in unità di apprendimento e lezioni, è ricco rubriche di approfondimento, strumenti e attività guidate che facilitano la comprensione e lo studio. Una particolare attenzione è dedicata alle voci marginali: le rubriche La voce a chi

non ha voce e Protagoniste nella storia arricchiscono la narrazione con prospettive alternative. Il percorso integra inoltre un approccio multidisciplinare, con aperture alle STEM, e propone anche una didattica basata su nuove metodologie e uso critico dell’intelligenza artificiale.

Ogni volume è organizzato in unità di apprendimento che guidano passo passo nello studio dell’età trattata. Le doppie di apertura offrono subito mappa dei contenuti, prerequisiti, obiettivi e una cronologia visuale per orientarsi prima di iniziare.

Il profilo: imparare con metodo

Le pagine del profilo combinano spiegazione storica, mappe, schemi e attività. Nel colonnino si trovano strumenti per lo studio attivo: esercizi guidati (anche di lessico) e rimandi visivi che facilitano la memorizzazione.

Ogni lezione si apre con una pagina dedicata: linea del tempo commentata, un personaggio che dà voce ai protagonisti dimenticati, i richiami alle rubriche tematiche. Un approccio narrativo e insieme rigoroso.

Le Unità di apprendimento
Le Lezioni

Come studiare la storia 1 ONLINE

La Preistoria e le prime civiltà

La

1. Le origini dell’umanità

la fonte Lucy, dalla Preistoria a noi

Le domande della storia S T E M Perché il DNA è importante nello studio degli ominidi?

2. I tempi della Preistoria e la vita nel Paleolitico

e società L’importanza del fuoco

3. La rivoluzione agricola: inizia il Neolitico

M Zappe e aratri per i primi contadini

Altre rivoluzioni:

2. La Mesopotamia antica

Dentro le parole Città-regno

e letteratura La mitologia mesopotamica

Leggi la fonte Il Codice di Hammurabi

Vedere la storia Babilonia, centro dell’universo

3. Tre millenni di

Leggi

per

CARTA INTERATTIVA L’espansione dell’Homo sapiens

LEZIONE INTERATTIVA

La diffusione e lo sviluppo dell’agricoltura

STORIA E TECNOLOGIA

Gerico, la più antica città del mondo

LEZIONE INTERATTIVA

Dai villaggi neolitici alle prime città

Dal villaggio neolitico all’arrivo dei metalli

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

CARTA INTERATTIVA

Mesopotamia

VIDEOLEZIONE

L’Egitto, un dono del Nilo

CARTA INTERATTIVA

L’Antico Egitto

VIDEOLEZIONE

Visitiamo le piramidi di Giza

4. Società e saperi del mondo egizio 50

Dentro le parole Gerarchia

Protagoniste nella storia Hatshepsut, il faraone donna

Storia e tecnologia S T E M Navi per la vita quotidiana e per l’aldilà

Le domande della storia Come venne decifrata la scrittura egizia?

Cittadini consapevoli Il diritto alla giustizia

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA

Lezione 3 I popoli del Vicino Oriente antico

La voce a chi non ha voce Parla Miriam, la sorella di Mosè

1. Regni e imperi del Vicino Oriente

Cittadini consapevoli Lo Stato

2. Gli Ebrei: il primo popolo monoteista

Le domande della storia Gli Ebrei furono schiavi in Egitto?

Leggi la fonte L’importanza del libro sacro per la cultura ebraica

Vedere la storia Il grande Tempio di Gerusalemme ATLANTE Visuale

3. Commerci e scrittura: il mondo dei Fenici

Storia e tecnologia S T E M L’abilità dei Fenici nella navigazione

Dentro le parole Alfabeto

Protagoniste nella storia Didone di Cartagine: esule, fondatrice, regina

UDA 2 Il mondo dei Greci

Lezione 4 Le origini della Grecia 84

La voce a chi non ha voce Parla l’aedo dell’Odissea

1. Creta, la prima civiltà mediterranea

Le domande della storia Il primo labirinto venne costruito a Creta? 86

Osserva la fonte Due capolavori dal palazzo di Cnosso 88

2. Gli Achei, il primo popolo greco 90

Vedere la storia La rocca di Micene ATLANTE Visuale

3. L’età dorica 94

Storia e tecnologia S T E M L’utilizzo del ferro 94

Leggi la fonte La società dorica raccontata da Omero 97

Le domande della storia Chi scrisse l’Iliade e l’Odissea? 99

Protagoniste nella storia Penelope, sposa fedele e regina astuta

LEZIONE INTERATTIVA

Alla corte del faraone

Visitiamo la tomba di Tutankhamon

STORIA E TECNOLOGIA

La mummificazione: un corpo per l’aldilà

100

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA 101

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

STORIA E LETTERATURA

“Va’ a Ninive, la grande città”

OSSERVA LA FONTE

Arte e propaganda nei rilievi assiri

STORIA E RELIGIONE

Il nome di Dio, il “Signore”

STORIA E LETTERATURA

La Bibbia, un composito capolavoro

STORIA E RELIGIONE

Storia e leggenda di Mosè

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

VIDEOLEZIONE D’AUTORE

La Grecia, un unicum della storia antica

La città-stato, la pólis, elemento didstintivo della civiltà greca

PODCAST

Mito greco e memoria comune del Mediterraneo

LEZIONE INTERATTIVA

Il palazzo di Cnosso

VEDERE LA STORIA

Il palazzo di Cnosso

LEGGI LA FONTE

La potenza di Micene secondo Tucidide

CARTA INTERATTIVA

La Grecia antica

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

Lezione 5 La pólis, la città-stato

La voce a chi non a voce Parla l’ecista, fondatore di una nuova colonia

1. La grande novità della pólis

Vedere la storia La pólis, la città-stato ATLANTE Visuale

Protagoniste nella storia Saffo, la poetessa più grande

2. Origine e sviluppo della città-stato

Storia e arte Gli stili delle ceramiche greche

Cittadini consapevoli Il diritto alla partecipazione politica

Storia ed economia L’economia della pólis: una moneta per ogni città

Leggi la fonte La virtù del soldato-cittadino

Osserva la fonte Gli opliti in battaglia: l’Olpe Chigi

Dentro le parole Tiranno

Vedere la storia Il prezioso lavoro degli artigiani

3. La pólis fuori dall’Ellade: la colonizzazione greca

Dentro le parole Colonia

Le domande della storia Come navigavano i Greci?

Lezione 6 I differenti progetti di Sparta e Atene

La voce a chi non ha voce Parla Niko, un ragazzo ateniese

1. Le origini di Sparta, un perfetto modello aristocratico

Dentro le parole Aristocrazia

2. Lo Stato padrone: l’educazione spartana

Leggi la fonte Plutarco: le ammirevoli usanze degli Spartiati

3. Le origini di Atene

Osserva la fonte Teseo e Atena nella coppa di Esone

4. Da Solone a Pisistrato

Dentro le parole Censo – Oligarchia

Leggi la fonte Solone e l’ideale del buon governo

5. Il progetto democratico di Clistene

6. Il modello educativo ateniese

Osserva la fonte L’educazione ad Atene sulla coppa di Duride

Cittadini consapevoli Il diritto all’uguaglianza

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA

LEGGI LA FONTE

La città si regge sulla giustizia di tutti

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

LEGGI LA FONTE

Pisistrato prende il potere ad Atene

PERCORSO DIGITALE INTEGRATIVO

Atene, il modello democratico

LE DOMANDE DELLA STORIA

In che modo avveniva il sorteggio dei giudici ad Atene?

PROTAGONISTE NELLA STORIA

Le donne, le grandi escluse della pòlis

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

Lezione 7 Le guerre persiane 149

La voce a chi non ha voce Parla la schiava Kora 149

1. L’Impero universale dei Persiani 150

Storia e religione Una religione innovativa: il mazdeismo 151

2. La prima guerra persiana 152

Le domande della storia Perché alle Olimpiadi si corre la maratona? 153

3. La seconda guerra persiana 154

Dentro le parole Lega 154

Leggi la fonte L’elogio funebre dei caduti alle Termopili 156

Protagoniste nella storia Artemisia di Alicarnasso, una donna generale al fianco di Serse 158

4. Ragioni di un’inattesa vittoria 159

5. Il mondo comune dei Greci e la religione olimpica 161

Dentro le parole Mito 161

Storia e religione I culti non ufficiali 162

Leggi la fonte Gli dèi dell’Olimpo in assemblea 163

Le domande della storia Le Olimpiadi di oggi sono uguali a quelle antiche? 185

Vedere la storia Con i Greci nasce lo sport ATLANTE Visuale 166

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA 168

LABORATORIO DELLE COMPETENZE 171

UDA 3 Apogeo e declino della Grecia

Lezione 8 L’età di Pericle 176

La voce a chi non ha voce Parla uno scalpellino ateniese

1. L’egemonia di Atene sul mondo greco 177

Dentro le parole Egemonia

2. Pericle, un grande leader per Atene 180

Cittadini consapevoli Il diritto alla democrazia 181

Storia e arte I fregi del Partenone, il film di una civiltà superiore 183

Leggi la fonte Atene, patria della democrazia, nell’elogio di Pericle 184

3. La società greca in epoca classica 185

Vedere la storia L’acropoli di Atene ATLANTE Visuale 186

Protagoniste nella storia Aspasia: l’intelligenza femminile come paradosso 189

Le domande della storia Com’era composta una famiglia nell’antica Grecia? 190

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA 191

CARTA INTERATTIVA

Le guerre persiane

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

VIDEOLEZIONE D’AUTORE L’età classica della Grecia

Dall’Ellade a un mondo più largo Alessandro Magno e l’ellenismo

VIDEOLEZIONE

L’acropoli di Atene, espressione di una civiltà superiore

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

Lezione 9 La Grecia maestra dell’Europa

La voce a chi non ha voce Parla l’auriga di Delfi

1. Il lógos: parola, pensiero e arte 195

Le domande della storia In Grecia l’individuo aveva maggiore possibilità di esprimersi?

2. L’invenzione della filosofia

Dentro le parole Filosofia

3. Il lógos applicato al vero: storiografia e medicina

4. L’avventura collettiva del teatro

Storia e letteratura L’importanza della letteratura per i Greci 202

Vedere la storia Il teatro greco ATLANTE Visuale 203

Protagoniste nella storia Lisistrata: la guerra delle donne nella pólis degli uomini 205

Leggi la fonte Antigone tra filosofia e politica: la legge in discussione 206

MAPPA | SINTESI |

Lezione 10 La lacerazione del mondo greco

La voce a chi non ha voce Parla la Pizia, la sacerdotessa di Apollo

1. Le cause della guerra tra Atene e Sparta

Dentro le parole Simmachìa

2. La Guerra del Peloponneso

Leggi la fonte La Guerra del Peloponneso secondo Tucidide

Storia e arte Il teatro greco di Siracusa

3. La crisi generale della Grecia

Dentro le parole Confisca

Dentro le parole Crisi

4. L’espansione della Macedonia

Storia e tecnologia S T E M I punti di forza della falange macedone 223

Leggi la fonte Demostene contro Filippo II

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA

Lezione

La voce a chi non ha voce Parla Olympias, la madre di Alessandro

1. I preparativi e le ambizioni di Alessandro

2. La conquista dell’Asia

Le domande della storia Alessandro voleva essere considerato una divinità?

Osserva la fonte Alessandro e Dario III a Isso

Leggi la fonte I Greci si rifiutano di inginocchiarsi davanti ad Alessandro

3. Il disegno di un Impero universale

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

STORIA E LETTERATURA

Due grandi scrittori e la peste

CARTA INTERRATIVA

La Guerra del Peloponneso

STORIA E ARTE

La tomba ritrovata di Filippo II

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

VIDEOLEZIONE

Alessandro il Grande

CARTA INTERATTIVA

Le spedizioni di Alessandro Magno

Protagoniste nella storia Roxane, prima moglie di Alessandro 237

Le domande della storia Perché Alessandro divenne una leggenda?

Cittadini consapevoli Il diritto all’integrazione

4. I regni ellenistici

Dentro le parole Burocrazia

Storia e arte Alessandria e Pergamo: due capitali, una nuova idea di città

5. La civiltà dell’Ellenismo

Storia e arte L’espressività dell’individuo - Il Gruppo di Laocoonte

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA

LABORATORIO DELLE COMPETENZE

UDA 4 La nascita e l’affermazione di Roma

Lezione 12 L’Italia antica e gli inizi di Roma

La voce a chi non ha voce Parla Velelia, la sposa etrusca

1. L’Europa antica

2. I primi popoli italici

Storia e tecnologia S T E M Le palafitte

3. Il mondo degli Etruschi

Storia e tecnologia S T E M L’importanza dell’arco a volta

Osserva la fonte Il Sarcofago degli sposi

Vedere la storia Le necropoli etrusche ATLANTE Visuale

4. Le origini di Roma

Leggi la fonte Romolo fonda Roma

Vedere la storia La via del Tevere ATLANTE Visuale

5. L’età dei re

Storia e letteratura Le grandi leggende romane

Protagoniste nella storia Lucrezia, la martire della repubblica

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA

Lezione 13 Società e istituzioni della prima repubblica

La voce a chi non ha voce Parla Clelia, una giovane vestale 280

1. L’organizzazione politica: le istituzioni 281

Dentro le parole Repubblica

Cittadini consapevoli I magistrati e la magistratura

CARTA INTERATTIVA

I regni ellenistici

LEGGI LA FONTE

Due testimonianze sul culto ellenistico del sovrano

LEZIONE INTERATTIVA

La civiltà ellenistica

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

VIDEOLEZIONE D’AUTORE

L’imperialismo di Roma trasforma l’Italia e il Mediterraneo

Lotte sociali nella repubblica romana

PODCAST

Enea, Romolo e la leggenda delle origini

CARTA INTERATTIVA

Diffusione dei commerci etruschi

PERCORSO DIGITALE INTEGRATIVO

La nascita dell’Urbe tra mito e realtà

OSSERVA LA FONTE

La leggenda delle origini nell’Ara di Ostia

CARTA INTERATTIVA

L’Italia intorno al VI secolo a.C.

PERCORSO DIGITALE INTEGRATIVO

L’età monarchica tra realtà e mito

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

LEGGI LA FONTE

Polibio descrive i poteri di consoli, senato e popolo

281

2. La società romana nei primi secoli 286

Le domande della storia Come funzionava la pratica dell’adozione nell’antica Roma?

3. L’economia e la religione

Storia ed economia Le prime monete romane

290

290

Leggi la fonte La religione romana, uno strumento di governo 292

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA 293

DENTRO LE PAROLE

Padre

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

Lezione 14 L’Urbe cresce con i conflitti

296

La voce a chi non ha voce Secessione dell’Aventino: parla un plebeo 296

1. Dal Lazio a Taranto: le mani di Roma sulla penisola

297

Protagoniste nella storia Veturia: autorità materna e potere femminile nella coscienza romana 298

Storia e società L’esercito romano

2. L’Italia romana, un progetto innovativo

Dentro le parole Municipio – Cittadinanza

LEZIONE INTERATTIVA

Roma contro gli Etruschi

CARTA INTERATTIVA

La conquista dell’Italia

STORIA E SOCIETÀ

Roma, una nuova protagonista della scena internazionale

299

301

301

Cittadini consapevoli Il diritto alla cittadinanza 305

3. Conflitti sociali nell’Urbe: patrizi contro plebei

306

Leggi la fonte Menenio Agrippa convince i plebei a riappacificarsi con i patrizi 307

Le domande della storia Le leggi delle Dodici Tavole erano davvero rivoluzionarie? 308

Dentro le parole Pontefice – Plebiscito 309

Storia e società La nobiltà manipolava l’assemblea popolare 310

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA

Lezione 15 Roma alla conquista del Mediterraneo

La voce a chi non ha voce Prima guerra punica: parla un legionario

1. Dal Lazio a Taranto: le mani di Roma sulla penisola 315

2. La Prima guerra punica

Storia e tecnologia S T E M Le navi da guerra romane

3. L’imperialismo romano: l’allargamento nel nord della penisola

4. La Seconda guerra punica 319

Leggi la fonte Le cause della Seconda guerra punica

5. Conquiste in Oriente e in Occidente: nasce l’impero

Dentro le parole Protettorato

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA

DELLE COMPETENZE

UDA 5 Le trasformazioni del mondo romano

Lezione 16 Le conquiste trasformano il volto di Roma

La voce a chi non ha voce Parla Cornelia, la madre dei Gracchi

1. Il nuovo fascino della cultura greca

Dentro le parole Filo-elleni

Storia e letteratura Dal contatto con la Grecia nasce la letteratura latina

2. Cambiano le basi economiche e sociali

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MAPPA

La seconda guerra punica

CARTA INTERATTIVA

La Seconda guerra punica Roma nel II secolo a.C.

LEGGI LA FONTE

I Romani si comportano da padroni del mondo

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

VIDEOLEZIONE D’AUTORE

Le conquiste in Oriente cambiano il volto di Roma

La tumultuosa fine della repubblica tradizionale

PODCAST

Giulio Cesare, l’uomo dell’azzardo

3. Gli svantaggiati delle conquiste: i contadini e gli schiavi

Dentro le parole Schiavo e servo

4. Le riforme fallite dei fratelli Gracchi

Dentro le parole Riforma agraria

Leggi la fonte Il programma di Tiberio Gracco

Le domande della storia Di che cosa viveva la plebe di Roma?

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA

Lezione 17 La repubblica dei generali

La voce a chi non ha voce Parla Spartaco, il gladiatore

1. Due fazioni politiche: ottimati e popolari

Dentro le parole Proletario

2. L’ascesa di Gaio Mario, un «uomo nuovo»

Le domande della storia Che cos’era il trionfo nell’antica Roma?

Leggi la fonte Mario, l’«uomo nuovo»

3. La “guerra sociale”

Dentro le parole Italia

4. Il generale Silla sovverte le istituzioni repubblicane

Le domande della storia Che cos’era la crocifissione?

5. L’ascesa di Pompeo

Protagoniste nella storia Fascino e scandalo nella tarda repubblica: Clodia

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La voce a chi non ha voce Parla Séarlait, la figlia di Vercingetorige

1. Il primo triumvirato

2. Cesare conquista la Gallia Transalpina

3. Lo scontro politico degenera: la repubblica in fiamme

Dentro le parole Esilio

4. La guerra civile: Cesare contro Pompeo

Leggi la fonte «Il dado è tratto»: Cesare passa il Rubicone

5. Cesare dittatore, fino alle Idi di marzo

Storia ed economia Il sistema tributario romano

Vedere la storia Le strade romane ATLANTE Visuale S T E M

Protagoniste nella storia Sempronia la congiurata

MAPPA | SINTESI | METTITI ALLA PROVA

LABORATORIO DELLE COMPETENZE

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

CARTA INTERATTIVA

Le conquiste di Roma nel I secolo a.C.

STORIA E SOCIETÀ

Panem et circenses: cibo e giochi per il proletariato urbano

CARTA INTERATTIVA

Le principali battaglie combattute da Mario

LEGGI LA FONTE

Le giuste rivendicazioni degli Italici

CARTA INTERATTIVA

Quali erano gli obiettivi militari delle campagne di Mitridate?

Quali sono le principali spedizioni di Pompeo in Italia?

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

LEGGI LA FONTE

La vittoria di Alesia

STORIA E TECNOLOGIA

Le armi imbattibili di Cesare

Audiomappa | Audiosintesi | Verifica con Google moduli | Esercizi interattivi

COME STUDIARE LA STORIA

Che cos’è la storia? Che cosa fa lo storico?

“Ciò che si è visto” / “Ciò che è accaduto” La parola “storia” deriva dal vocabolo greco historía, cioè “ricerca”, o anche “conoscenza di ciò che si è osservato / visto”. Perciò anticamente si parlava di “storia naturale” (naturalis historia in latino) per indicare la raccolta sistematica di tutte le osservazioni – le “cose viste” – riguardanti la natura e i suoi fenomeni.

I Latini utilizzavano un’espressione particolare per indicare la ricerca e la conoscenza dei fatti umani accaduti nel passato: chiamavano questi ultimi res gestae e chiamavano historia rerum gestarum la ricerca volta a ricostruire e narrare le imprese e più in generale gli eventi umani realmente accaduti. Ricostruire e raccontare Lo storico è dunque colui che:

• mira a ricostruire i fatti del passato, attraverso ricerche e indagini condotte secondo un metodo in grado di accertare la verità;

• trasmette quei fatti mediante la sua narrazione, il racconto storico. Lo storico, dunque, prima cerca e poi scrive. Sono due fasi distinte e complementari. La prima (la ricerca) chiama in causa il metodo; la seconda (scrivere) l’interpretazione.

Cercare i fatti del passato, interrogare il passato significa che lo storico si pone delle domande a cui cerca risposta. Anche chi studia la storia deve fare qualcosa di simile, cioè si pone delle domande fondamentali, così schematizzabili:

Il Tempio di Apollo a Corinto, in Grecia.

• che cosa è avvenuto nel passato?

• chi ha fatto quella cosa?

• come posso conoscere i fatti del passato?

• quando un fatto è accaduto?

• dove un fatto è accaduto?

• perché un fatto è accaduto?

• quali conseguenze quel fatto ha prodotto?

Le coordinate: il tempo, lo spazio

1a questione: il fatto storico

2a questione: il protagonista storico

3a questione: il metodo della ricerca

4a questione: localizzazione nel tempo

5a questione: localizzazione nello spazio

6a questione: le cause di un evento storico

7a questione: i suoi effetti nel tempo

Ogni evento umano accade, necessariamente, in un momento e in un luogo ben precisi. Il quando e il dove sono le coordinate fondamentali della storia, così come, più in generale, della vita umana. Collocare gli eventi del passato nella loro cornice spazio-temporale è un’operazione indispensabile per lo storico; è la base sulla quale egli potrà, successivamente, ricostruire la trama di relazioni e di nessi causali che lega tra loro gli eventi.

L’importanza del contesto Non solo: occorre collegare gli eventi al contesto nel quale essi hanno avuto luogo. Nessun evento, infatti, accade isolatamente; esiste sempre un contesto dentro al quale ogni evento prende forma; lo storico deve conoscerlo e ricostruirlo. Un’autentica conoscenza storica deve quindi giungere a collegare i fatti umani con l’ambiente naturale e il contesto economico, sociale e culturale in cui si sono svolti.

Disporre nel tempo: la cronologia storica

Il nostro sistema di datazione Disporre gli eventi nel tempo è un’operazione indispensabile nella ricerca storica. Nella nostra cultura gli anni si contano a partire da un “punto zero”, ovvero la nascita di Gesù Cristo.

Avanti Cristo, in ordine decrescente Dunque esistono due grandi epoche:

• l’epoca prima di Cristo, anche chiamata avanti Cristo: i suoi anni sono indicati con l’espressione a.C.;

• l’epoca dopo Cristo: i suoi anni sono indicati con l’espressione d.C. Nell’epoca prima di Cristo, gli anni più lontani nel tempo (in cui accaddero gli eventi più antichi) sono quelli indicati dai numeri più grandi e la successione delle date procede in ordine decrescente, cioè dal numero più grande al più piccolo. Per esempio la fondazione di Roma viene fissata all’anno 753 a.C. (cioè 753 anni avanti o prima di Cristo), mentre la morte di Giulio Cesare avvenne nel 44 a.C. Questa seconda data è la più vicina a noi.

Dopo Cristo, in ordine crescente Per l’epoca dopo Cristo, invece, gli anni si conteggiano normalmente, perciò i più lontani nel tempo sono indicati dai numeri più piccoli. Per esempio la morte di Augusto avvenne nell’anno 14 d.C. (dopo Cristo), mentre la caduta dell’Impero romano d’Occidente viene convenzionalmente posta nell’anno 476 d.C. Questa seconda data è, ovviamente, la più vicina a noi.

Numeri romani per i secoli e i millenni In molti, casi, però, non è possibile definire l’anno esatto in cui accadde qualcosa: in questo caso ci si riferisce al secolo o al millennio. Per numerare i secoli e i millenni si utilizzano i numeri romani: I, II, III e così via. Per esempio l’agricoltura nacque tra l’VIII e il VII millennio a.C., cioè circa diecimila-novemila anni fa. Anche in questo caso la formula a.C. indica che assumiamo come riferimento la nascita di Cristo.

La periodizzazione: cinque grandi epoche storiche È importante anche la periodizzazione, cioè la suddivisione in grandi periodi storici o epoche

• La Preistoria (la lunghissima epoca “prima della storia”) arriva fino alla nascita della scrittura, comparsa intorno al 3100 a.C.

• L’Età antica va dal 3100 a.C. alla caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.).

• L’anno 476 d.C. viene di solito considerato l’inizio del Medioevo

• Il 1492, la data della scoperta dell’America, si considera la data iniziale dell’Età moderna.

• Il 1789, l’anno in cui scoppiò la Rivoluzione francese, è l’anno-simbolo dell’inizio dell’Età contemporanea

Le ultime due date sono oggi contestate da molti storici, ma qui ci atteniamo alla periodizzazione più tradizionale.

nascita
DOPO CRISTO
AVANTI CRISTO

Disporre nello spazio: la localizzazione storica

La necessaria ambientazione Studiare la storia implica la necessità di collocare un evento non solo nell’epoca in cui è accaduto, ma anche nel luogo in cui è accaduto. L’ambientazione nel luogo preciso, o più genericamente entro un territorio, è necessaria per spiegare certi caratteri di un evento o di un’epoca storica. Per esempio, la civiltà egizia si sviluppò nell’arco di migliaia di anni venendo profondamente caratterizzata dal suo grande fiume, il Nilo. Non solo: il Mar Rosso separava il mondo egizio dal resto del Vicino Oriente antico, preservandolo da invasioni ostili. Invece il mondo mesopotamico – anch’esso caratterizzato dalla presenza di due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate – era facilmente attaccabile dall’esterno: perciò nello spazio mesopotamico si succedettero frequenti migrazioni e invasioni.

Il metodo storico: l’uso delle fonti

Il metodo storico è l’insieme delle procedure e delle tecniche impiegate per conseguire l’accertamento e la comprensione dei fatti accaduti, esponendoli poi mediante una narrazione il più possibile conforme alla realtà.

Esempi di scrittura egizia riportati su un papiro.

La ricerca storica ha bisogno di documenti La prima fase del metodo è costituita dalla ricerca e dalla successiva analisi delle fonti, cioè dei documenti storici che costituiscono l’indispensabile punto di partenza di ogni veritiera ricostruzione del passato.

Fonti storiche sono tutti quei materiali di cui lo storico può avvalersi per ricostruire i fatti dei passato. Possiamo distinguere diverse tipologie di fonti:

1. fonti materiali: oggetti di qualsiasi tipo, resti fossili (cioè parti di organismi animali o vegetali, conservati negli strati rocciosi) provenienti dalla Preistoria ecc., strumenti di lavoro, edifici, monete, monumenti;

2. fonti orali: testimonianze verbali rese da chi ha assistito agli eventi, e talora trasmesse di generazione in generazione;

3. fonti scritte: qualunque testo scritto per ricordare un evento, oppure contenente indizi per ricostruire fatti, contesto, mentalità in cui un certo evento è maturato;

4. fonti iconografiche: pitture rupestri, dipinti, fotografie, filmati, immagini di qualunque genere che ci giungono dal passato, più o meno vicino a noi.

Fonti primarie e fonti secondarie Tutte quelle che abbiamo elencato (fonti materiali, orali, scritte, iconografiche) appartengono alla categoria delle fonti storiche primarie, in quanto provengono direttamente dal periodo storico oggetto di studio.

Scene di caccia in una pittura rupestre ritrovata nel Parco Nazionale di Tassili N’Ajjer, in Algeria.

Esistono poi le fonti storiche secondarie: testi scritti da storici, che ci parlano di un’epoca ricostruendone i caratteri, i fatti ecc. A questa categoria appartengono, per esempio, una pagina di Wikipedia oppure il libro che stai studiando. Diversamente dalle fonti primarie, esse nascono dal pensiero di chi le ha scritte: dunque sono fonti solo in un certo senso, ma si rivelano anch’esse utili alla ricerca storica.

Analizzare e distinguere Una volta reperite le fonti (primarie e secondarie), lo storico deve analizzarle. La prima operazione da compiere è distinguere le fonti volontarie, ossia testi, immagini o testimonianze nati allo scopo di trasmettere notizie e informazioni (cronache, opere storiografiche ecc.) dalle fonti involontarie, cioè nate per altre finalità (atti notarili, registri contabili, corrispondenze private ecc.) ma in ogni caso utili alla ricerca dello storico.

Nell’analisi delle fonti volontarie lo storico utilizzerà la massima cautela: infatti chi le ha prodotte potrebbe avere alterato i fatti, più o meno intenzionalmente. Esse vanno quindi sottoposte a un rigoroso esame critico, così da accertare fino a che punto siano davvero attendibili.

Tre momenti in successione Riassumiamo così il lavoro sulle fonti compiuto dallo storico:

1. ricerca dei documenti (fonti) utili a ricostruire quella particolare porzione di passato oggetto di studio;

2. analisi di quei documenti, per dedurne tutte le informazioni utili sugli eventi passati e sui loro protagonisti;

3. confronto tra le fonti: nessun documento può contenere “tutto” il passato e nessuno può dirci da solo tutta la “verità” su un certo evento.

L’analisi delle fonti Malgrado le apparenze, le fonti non sono qualcosa di “oggettivo” in sé: dati e interpretazioni s’intrecciano sempre strettamente. Pensiamo, per esempio, al momento decisivo della selezione delle fonti. Dal momento che non è quasi mai possibile esaminare tutte le fonti contemporaneamente, lo storico dovrà sceglierle di volta in volta; ne prenderà in considerazione alcune – quelle che ritiene più rilevanti – e ne dovrà escludere altre; una ricerca storica seria dovrà esplicitare, e motivare, i criteri di questa scelta.

Anche l’analisi delle fonti richiede l’interpretazione soggettiva dello storico. Se è uno storico serio, egli non “crede” mai passivamente alle sue fonti scritte, né alle fonti secondarie; sa che esse non sono mai “oggettive”, perché nascono da qualcuno che, scrivendo, voleva trasmettere la propria visione dei fatti. Se invece si tratta di fonti materiali, esse vanno fatte “parlare”: lo storico, in sostanza, deve interpretarle. Non esistono fonti “neutre”, proprio come non esiste una storia “neutra”.

La narrazione: interpretazione e dibattito storiografico

Il momento più delicato L’ultima fase della ricerca storica è quella affidata alla scrittura: lo storico espone i risultati del proprio lavoro, proponendo un resoconto dei fatti e un’interpretazione di essi, la più documentata e plausibile possibile. È il momento più delicato, ma anche il più stimolante.

La relazione causa / effetto Interpretare i fatti, in base ai documenti disponibili, significa spiegarli, ovvero rispondere a queste domande: perché è accaduto quel fatto o processo storico? Quali conseguenze o effetti ha generato? La relazione causa / effetto è cruciale, nel discorso storico, ma non è facile coglierla, né metterla in luce in modo convincente. In primo luogo non vi è quasi mai una sola e unica causa in grado di spiegare un evento. Inoltre cause e con-

Thomas Cole, La distruzione dell’Impero romano, dipinto allegorico, raffigurante uno dei momenti più importanti della storia umana.

seguenze si trovano spesso, tra loro, in un rapporto di circolarità: la repubblica romana condusse una serie di guerre grazie alle quali conquistò un vasto dominio nel Mediterraneo (le guerre sono la causa, il dominio è la conseguenza), ma è altrettanto vero che quelle guerre furono finalizzate al dominio e quindi esso fu la causa che spiega quelle guerre.

Cause prossime / cause remote Esiste poi, come sanno bene gli storici, una differenza fondamentale tra cause prossime e cause remote (o cause profonde). Fu lo storico ateniese Tucidide a introdurre questa distinzione, ed effettivamente essa coglie un aspetto centrale della storia umana: esistono eventi scatenanti che accelerano un certo processo storico, ma esso alla fine si sarebbe imposto anche in mancanza di quell’evento scatenante, perché le sue vere cause sono più generali. Per esempio la caduta dell’Impero romano fu provocata certamente da una debolezza militare di fronte alle invasioni germaniche, ma l’impero stava attraversando da tempo una crisi irreversibile, che l’avrebbe in ogni caso portato al collasso.

Lo storico ha il delicato compito di riflettere su queste complesse relazioni (cause / conseguenze; cause prossime / cause remote), di esaminarle sulla base dei documenti disponibili e infine di proporre una sua interpretazione, alla luce dei dati e delle sue convinzioni.

Illustrare i criteri della propria ricerca Ogni narrazione storica è frutto di interpretazione da parte dello storico, ma un conto è interpretare, un altro conto è distorcere i fatti o piegarli a una certa tesi, strumentalizzandoli. Un’interpretazione corretta del passato punta a comprenderlo e a darne una spiegazione alla luce di certi criteri, di tipo culturale e metodologico. Lo storico serio dichiarerà i criteri da lui seguiti, criteri che potranno essere condivisi oppure contestati da altri studiosi.

Allo stesso modo si prestano a discussione l’intera interpretazione e spiegazione che lo storico ha fornito sul come e sul perché un certo evento sia accaduto e sulle sue conseguenze.

La conoscenza cresce con la discussione La ricerca storica è ricca di questioni generali (per esempio: quando e come è nata l’umanità? Perché è caduto l’Impero romano? Quando termina il Medioevo? ecc.) intorno alle quali si è sviluppato un dibattito storiografico a volte molto intenso. D’altra parte uno degli scopi della ricerca storica, così come di quella scientifica, è precisamente sollevare un libero confronto tra le posizioni e le ipotesi interpretative: tale discussione apre nuove vie di ricerca e nuove ipotesi, contribuendo al progresso generale delle conoscenze storiche.

UNITÀ DI APPRENDIMENTO 1 LA PREISTORIA E LE PRIME CIVILTÀ

LEZIONE 1 Il lungo cammino verso la Storia

LEZIONE 2 Le civiltà fluviali

LEZIONE 3 I popoli del Vicino Oriente antico

QUELLO CHE IMPARERAI...

• Il genere umano si trasforma nel corso di una lunga evoluzione.

• Gli uomini del Paleolitico sono nomadi e cacciatori.

• Nel Neolitico nasce l’agricoltura e si sviluppano le prime città.

• Le prime civiltà nascono nei pressi dei grandi fiumi.

• I Sumeri sono il primo popolo a sfruttare la novità dell’agricoltura irrigua.

• Sulle sponde del Nilo nasce l’Egitto dei faraoni.

• Gli Hittiti sono il primo popolo indoeuropeo a insediarsi in Vicino Oriente.

• Gli Ebrei sono il primo popolo monoteista della storia.

• I Fenici creano una sorta di impero commerciale e inventano il primo alfabeto della storia.

4 milioni di anni fa Compaiono gli australopiteci

CRONOLOGIA

3 milioni di anni fa Inizia il Paleolitico

Oceano

Atlantico

Presenza di attività agricole tra il 9000 e il 6000 a.C.

Diffusione dell’agricoltura tra il 6000 e il 3000 a.C.

Alcuni villaggi tra il 9000 e il 4000 a.C.

Diffusione della lavorazione del rame nel 4000 a.C.

7000 a.C. Si sviluppano agricoltura e allevamento

12 mila anni fa Inizia il Neolitico

7000-5000 a.C. Si sviluppano le prime città

3800-3500 a.C.

3500-3000 a.C.

Compaiono le prime forme di scrittura

I Sumeri si stanziano in Mesopotamia

3100 a.C.

Inizi della civiltà egizia

Mar Mediterraneo

1792-1750 a.C. Regno di Hammurabi

1900 a.C.

Gli Ebrei si insediano in Palestina

1600 a.C. Inizia l’espansione degli Hittiti

1200-1150 a.C. Nasce a Biblos l’alfabeto fenicio

Mar Rosso

814 a. C. Fondazione di Cartagine

1022-933 a.C. Regno d’Israele

750-630 a.C. Grande espansione degli Assiri

Il Neolitico, una rivoluzione per l’umanità

LEZIONE 1 Il lungo cammino verso la Storia

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Ötzi, l’uomo dei ghiacci

Io sono Ötzi. Voi mi avete ritrovato tra i ghiacci del Similaun una trentina d’anni fa, ma in quel ghiacciaio delle Alpi sono rimasto nascosto per oltre cinquemila anni. Proprio così, vengo dal Neolitico Ho vissuto nelle valli che voi chiamate Venosta e Pusteria, ma poi mi sono spostato più a sud, nei luoghi dove oggi c’è la città di Merano. A quel tempo c’era un villaggio di agricoltori, ma… sapete come va. A noi cacciatori nomadi piacciono molto i beni e gli animali degli agricoltori. Così io e i miei compagni ci siamo fatti dei nemici.

Dal villaggio, un giorno di primavera, siamo fuggiti a gambe levate, ma quei contadini ce l’avevano giurata. Ci siamo rifugiati nell’alta Val Senales. I nemici ci hanno raggiunti sul ghiacciaio del Similaun e io sono stato l’ultimo a soccombere: mi sono difeso a lungo, con la mia ascia di rame, prima che una freccia mi uccidesse.

Ditelo, a quelli che mi espongono al Museo di Bolzano: andò proprio così. Parola di cacciatore nomade.

CRONOLOGIA

4 milioni di anni fa Compaiono gli australopiteci

3 milioni di anni fa Inizia il Paleolitico

2 milioni di anni fa Compare l’Homo habilis

12 mila anni fa Inizia il Neolitico

Protagoniste nella storia Donne del Neolitico protagoniste del sapere Cittadini consapevoli Vivere in società Storia e tecnologia Zappe e aratri per i primi contadini, Le abitazioni del Neolitico, L’invenzione dei forni Storia e società L’importanza del fuoco Osserva la fonte Lucy, dalla preistoria a noi, Fascino e mistero dell’arte rupestre Le domande della storia Perché il DNA è così importante nello studio degli ominidi?

7000 a.C. Si sviluppano agricoltura e allevamento

7000-5000 a.C. Si sviluppano le prime città

3500-3000 a.C. Compaiono le prime forme di scrittura

LE RUBRICHE

1. Le origini dell’umanità

La teoria di Darwin: evoluzione e adattamento all’ambiente L’umanità non comparve all’improvviso sulla Terra. Lo sappiamo soprattutto grazie allo scienziato inglese Charles Darwin (1809-1882) e al suo saggio L’origine della specie (1859), che esponeva la rivoluzionaria teoria dell’evoluzione. Tutti gli esseri viventi, secondo tale teoria, sono soggetti a un processo continuo di trasformazione: a sopravvivere sono gli individui che presentano caratteri vantaggiosi per adattarsi all’ambiente naturale; essi trasmettono questi caratteri ai propri discendenti. Si crea così una graduale evoluzione della specie. I fautori delle teorie di Darwin sostenevano che «l’uomo deriva dalla scimmia» e questa tesi suscitò forti polemiche, perché contrastava con il racconto della creazione proposto dalla Genesi, il primo libro della Bibbia. Oggi gli antropologi (gli scienziati che studiano l’uomo dai vari punti di vista: fisico, sociale, culturale) escludono l’ipotesi di un’evoluzione lineare (dalle scimmie ai primi ominidi all’uomo moderno, uno dopo l’altro). Prevale invece l’idea del “cespuglio evolutivo”, secondo cui il genere Homo si presentò in forme (specie) diverse; esse crebbero (e in buona parte si estinsero) l’una accanto all’altra, seguendo percorsi differenti. Come avviene per i rami di un albero, alcuni diventano secchi, altri si spezzano, altri si sviluppano e fioriscono. L’Homo sapiens, la nostra specie, è l’unica del genere Homo a non essersi estinta.

Tra l’uomo e la scimmia: gli australopiteci Secondo la teoria evoluzionistica tradizionale, i nostri antichi progenitori furono degli esseri chiamati australopiteci (“scimmie del Sud”) o australopitecine, apparsi circa 4 o 5 milioni di anni fa. I loro resti fossili, ritrovati in Africa meridionale, ci dicono che erano imparentati sia con le scimmie antropomorfe (scimpanzé e gorilla, chiamati così perché presentano caratteri in parte simili a quelli dell’uomo), sia con l’uomo moderno. Gli australopiteci si muovevano sul terreno a quattro zampe e, grazie alle braccia molto lunghe, si spostavano facilmente sui rami, di albero in albero. Più piccoli di statura rispetto all’uomo moderno, avevano anche un cranio assai meno sviluppato (un terzo circa). Utilizzavano pietre e ossa come strumenti per cacciare, lacerare ecc., ma non conoscevano forme di linguaggio.

FOSSILI Per ricostruire la storia dei vari esseri viventi (animali, piante) che popolarono la Terra nei periodi più lontani, gli scienziati dispongono di poche informazioni attendibili. La loro principale fonte di conoscenza è data dai fossili, parola che deriva dal verbo latino fodere, “scavare”. I fossili sono le tracce di esseri viventi che, invece di decomporsi dopo la morte, a causa di particolari processi chimici si sono mineralizzati (cioè pietrificati) nel corso dei millenni e sotto questa forma sono giunti fino a noi. Il confronto tra i vari fossili consente agli studiosi sia la loro datazione, sia una ricostruzione (sempre ipotetica) della successione con cui sono comparse sulla Terra le diverse forme di vita, dalle più semplici alle più complesse, fino all’uomo.

Aiutandoti con le risorse della rete, fai una ricerca sulle principali scoperte di fossili preistorici in Italia. Soffermati in particolare su quelle rinvenute nella tua regione.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Spiega che cosa afferma la teoria dell’evoluzione.

LESSICO

AUSTRALOPITECO Parola nata dall’unione del latino australis, “austale” (del sud) e pithecus, “piteco” (scimmia).

DENTRO LE PAROLE

IDENTIKIT

tipo di documento

fossile, scheletro

data

Lucy, dalla Preistoria a noi

“Lucy” è il nome dato dagli studiosi allo scheletro di una femmina adulta di Australopithecus.

Lo scheletro, completo per il 40%, fu scoperto nel 1974 nella valle di Afar, in Etiopia; da allora è stata classificata la nuova specie dell’Australopithecus afarensis

circa 3,2 milioni di anni fa provenienza valle di Afar (Etiopia) elemento

“Lucy”: Australopithecus afarensis conservazione

Cleveland (Ohio), Museo Archeologico

Nel 1974 furono rinvenuti, in Etiopia, i resti di un esemplare di femmina adulta di australopiteco, che fu chiamata Lucy e che visse oltre 3 milioni di anni fa.

Lucy visse circa 3,2 milioni di anni fa; quando morì aveva più o meno 25 anni, era alta 1,10 m e pesava circa 30 kg. Come documentano l’osso pelvico, la tibia e il perone, ritrovati in buono stato di conservazione, all’occasione poteva stare eretta sugli arti posteriori. Di notte si arrampicava sugli alberi, per essere al riparo dai predatori.

Ricostruzione dello scheletro di “Lucy”, esposta presso il Museo Nazionale di storia naturale di Francia, a Parigi.

Ricostruzione del volto di Lucy realizzata grazie alle moderne tecniche digitali.

Gli ominidi, dalla foresta alla savana Circa 2-2,3 milioni di anni fa, quando gli australopiteci non erano ancora estinti, apparvero in Africa i primi ominidi, i più antichi esseri a mostrare caratteri umani. Sapevano stare ritti sugli arti posteriori, usavano le mani ed erano dotati di un discreto sviluppo del cervello e dell’intelligenza. Sapevano fabbricare i propri strumenti: scheggiavano pietre e raschiavano ossa in modo abbastanza regolare. Il più antico ominide fu l’Homo habilis (dal latino, “uomo capace”). I suoi resti sono stati rinvenuti nella gola di Olduvai, in Tanzania (Africa orientale), che si trova nella Rift Valley, vasto solco naturale che attraversa l’Africa dal Mar Rosso al Mozambico.

Nella Rift Valley dominava non più la foresta, habitat naturale degli australopiteci, ma la savana: una vasta distesa d’erba in cui la posizione eretta consentiva di avvistare gli animali da lontano e dove le mani potevano essere utilizzate non più solo per arrampicarsi, ma anche per afferrare e scheggiare la pietra. Gli ominidi si differenziarono dalle scimmie antropomorfe perché seppero adattarsi alle nuove esigenze poste dalle condizioni ambientali: è, questo, un elemento fondamentale della teoria dell’evoluzione.

LA RIFT VALLEY

Placca arabica

Placca euroasiatica

La gola di Olduvai, in Tanzania, è considerata la culla dell’umanità.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perché gli ominidi si differenziarono dalle scimmie? Quale ruolo ebbe l’ambiente in questa diversificazione?

SENEGAL

GAMBIA

GUINEA BISSAU

GUINEA

MAURITANIA COSTA D’AVORIO SIERRA LEONE

MALI BURKINA FASO

GABON NIGER

GUINEA EQUAT.

Placca africana-nubica

REPUBBLICA

Placca indiana

La formazione della Rift Valley (fossa tettonica) modificò il clima di tutta l’Africa orientale. A ovest il clima rimase caldo e umido, adatto alle scimmie che vivevano sugli alberi; a est si fece più asciutto, favorendo la formazione della savana, più secca e arida. Questo costrinse alcune specie a riadattarsi alle nuove condizioni del terreno, per cui alcuni esemplari di primati dovettero modificare profondamente le modalità con cui si procacciavano il cibo e affinare nuove strategie di sopravvivenza. In questa particolare condizione si colloca lo sviluppo e l’evoluzione degli ominidi. Risultò strategica per esempio la posizione eretta, che consentiva di monitorare una maggiore porzione di territorio da una posizione più favorevole.

SUDAFRICA

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perché l’Homo erectus è chiamato così?

I progressi dell’Homo erectus Mezzo milione di anni dopo la comparsa dell’Homo habilis, apparve ancora in Africa una specie più evoluta: l’Homo erectus, capace cioè di stare ritto e camminare.

Lo conosciamo grazie allo scheletro del “ragazzo di Turkana”: uno scheletro, pressoché completo, di un ragazzo di circa 10 anni, ritrovato nei pressi del lago Turkana, in Kenya. Rispetto all’Homo habilis presenta un cervello decisamente più grande: 880 cc (centimetri cubi), destinati a salire fino a 910 cc in età adulta. L’altezza del ragazzo di Turkana è notevolissima: 160 cm, che sarebbero diventati 175-180 cm in età adulta. È un elemento sorprendente, per un individuo vissuto 1,6 milioni di anni fa.

L’Homo erectus si muoveva sul terreno utilizzando i soli arti posteriori. Sapeva produrre attrezzi elaborati e soprattutto era in grado di articolare forme primitive di linguaggio, come dimostrano le sue ossa craniche. Risultato di questi progressi fu il controllo del fuoco. Utilizzando le fiamme accese dai fulmini che si scaricavano sugli alberi, si difendeva dagli animali feroci, cuoceva e conservava il cibo. In particolare, il fuoco favorì la socializzazione: riuniti intorno al focolare, gli uomini della Preistoria svilupparono la capacità di comunicare, di scambiarsi esperienze e di sviluppare legami. Si aprì così un divario incolmabile tra la specie umana e quella animale.

Le prime migrazioni dell’Homo erectus Nel lunghissimo periodo (un milione e mezzo di anni) segnato dalla presenza dell’Homo erectus, il clima della Terra cambiò più volte. A causa delle glaciazioni, ampie regioni si coprivano di ghiacciai; in generale, nella Preistoria le temperature erano assai più rigide rispetto alle nostre. Perciò gruppi di Homo erectus si spostavano, in cerca di migliori condizioni di vita. Sono state trovate sue tracce, oltre che in Africa, anche in Asia e in Europa.

La specie di Homo erectus si estinse definitivamente circa 50 mila anni fa, quando il mondo era già popolato dall’uomo moderno.

Ricostruzione del ragazzo di Turkana, uno degli esemplari più studiati di Homo erectus, realizzata dal Museo di Neanderthal, in Germania.

I Neanderthaliani, i primi uomini dotati di consapevolezza culturale Nel frattempo era già comparso l’“uomo di Neanderthal”, così chiamato dal nome della valle – in Germania – del fiume Neander, vicino a Düsseldorf, dove sono stati trovati i primi resti. Fu presente nel continente europeo tra i 250 mila e i 30 mila anni fa.

L’uomo di Neanderthal costruiva raschiatoi e punte affilate di lancia in selce (una roccia molto dura); sapeva accendere regolarmente il fuoco mediante i cosiddetti flauti, cioè ossa lunghe forate, nei cui fori venivano sfregati bastoncini di legno con i quali veniva accesa della paglia. Fu la prima specie di Homo a elaborare un linguaggio articolato e a seppellire i propri morti in tombe collettive.

Sono state ritrovate varie fosse di forma ovale, arricchite di corredi funerari (cibo, corna e diversi strumenti in pietra), spesso ricoperte da lastroni per sottrarre i corpi alle belve; vicino ai corpi venivano deposti fiori, come provano gli studi sui pollini. I corpi erano disposti in posizione fetale, con il viso rivolto a est, verso il sole che sorge, e ricoperti di una tintura rossa, forse per restituire il colorito perduto. Tutti questi elementi rivelano una consapevolezza culturale e spirituale.

Homo sapiens o uomo moderno: la nostra specie I vari ominidi citati (Homo habilis, Homo erectus, uomo di Neanderthal) appartengono tutti al genere Homo, ma non alla nostra specie. Essa è quella dell’Homo sapiens (= uomo intelligente), comparso in Africa orientale circa 180-150 mila anni fa; da lì si diffuse (secondo la teoria chiamata, dagli studiosi, Out of Africa, “fuori da = provenendo dall’Africa”) popolando via via la Terra.

Queste informazioni le possediamo grazie agli studi genetici sul DNA, la sostanza molecolare presente in tutti gli organismi viventi. Gli scienziati sanno isolare il DNA anche da resti fossili antichissimi e hanno così corretto la “catena evolutiva” tradizionale.

È l’esame sul DNA a rivelarci con certezza che l’Homo sapiens è una specie diversa dai precedenti ominidi e anche a far luce sui suoi spostamenti. Questa teoria ha sostituito quella secondo la quale l’Homo sapiens derivava da uno sviluppo dell’Homo erectus e che sarebbe apparso più o meno contemporaneamente in diverse zone di Africa, Asia ed Europa.

LE DOMANDE DELLA STORIA

Rielabora

Spiega a quali conclusioni ha portato l’esame del DNA sui resti fossili dell’Homo sapiens STUDIA CON METODO

Cranio di un giovane esemplare di Uomo di Neanderthal.

possiede linguaggio e cultura riesce ad accendere il fuoco compare in Europa circa 250 mila anni fa L’UOMO DI NEANDERTHAL

seppellisce i propri morti

PERCHÉ IL DNA È COSÌ IMPORTANTE NELLO STUDIO DEGLI OMINIDI?

Il DNA, o acido deossiribonucleico, presente nel cromosoma delle cellule, è il materiale ereditario negli organismi; tutte le cellule di un organismo presentano il medesimo DNA. Il DNA è localizzato soprattutto nel nucleo cellulare (DNA nucleare), ma una piccola porzione si trova anche nei mitocondri (DNA mitocondriale o mtDNA), organuli cellulari citoplasmatici produttori di energia. Esso lascia tracce nei resti fossili, soprattutto nei denti. Studiando in laboratorio la somiglianza o la diversità tra il DNA di vari individui, si può

ricostruire la genealogia delle generazioni umane per via femminile, risalendo molto indietro nel tempo. Lo studio del DNA è alla base della disciplina scientifica chiamata genetica (dal greco ghénesis, “genesi, origine”), che studia i geni, ovvero le unità ereditarie fondamentali degli organismi viventi: il gene corrisponde a una sequenza di DNA. Fondatore della genetica fu, nel XIX secolo, Gregor Mendel, il quale per primo, pur non conoscendo l’esistenza dei cromosomi, studiò la trasmissione del DNA dai genitori ai figli.

S T E M

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perché il concetto di “razza” è sbagliato sul piano scientifico?

LESSICO

GLACIAZIONI Il termine indica le fasi di espansione dei ghiacci dovute a un forte calo delle temperature. In questi millenni le calotte polari coprirono gran parte dell’Europa e del Nord America, modificando profondamente flora e fauna. In Europa si distinguono quattro glaciazioni (Günz, Mindel, Riss, Würm), alternate a tre periodi interglaciali più caldi. L’ultima iniziò circa 35 mila anni fa e terminò tra 12 e 10 mila anni fa.

CARTA INTERATTIVA

L’espansione dell’Homo sapiens

La carta mostra i luoghi di ritrovamento dei resti umani più significativi e le vie seguite dall’Homo sapiens per popolare il pianeta. I primi a spostarsi dall’Africa, mezzo milione di anni fa, furono gruppi di Homo erectus, che si stabilirono in zone temperate di Europa e Asia. Il popolamento dei cinque continenti si completò solo 12-15 mila anni fa, a opera dell’Homo sapiens

Le conferme degli studi più recenti Oggi, invece, sappiamo che l’Homo sapiens comparve soltanto in Africa; da lì raggiunse prima l’Asia e l’Europa (circa 100 mila anni fa) e poi, approfittando dell’abbassamento dei mari, arrivò fino alle Americhe, attraversando lo Stretto di Bering, allora coperto dai ghiacci. Dagli studi sul DNA sappiamo anche, con certezza, un’altra cosa: l’Homo sapiens è un’unica specie, qualunque sia l’aspetto degli individui umani. Le “razze” umane non esistono; sono un’invenzione e una menzogna, nata sul finire del XIX secolo, per giustificare il dominio economico e politico degli europei nel mondo. I gruppi umani, in realtà, posseggono un patrimonio genetico identico. Il colore della pelle, la forma del naso, il taglio degli occhi ecc. sono “tratti secondari” che dipendono da differenti condizioni ambientali. Coloro che appartengono alla specie dell’Homo sapiens provengono tutti da un unico ceppo.

L’adattamento ai cambiamenti climatici Rispetto all’uomo di Neanderthal, l’Homo sapiens era fisicamente più gracile, anche se di statura superiore. Aveva delle arcate sopracciliari più piccole e una fronte molto più alta, con la massima larghezza a livello delle ossa parietali: un segno del completo progresso dei lobi frontali e quindi dello sviluppo psichico. Per quasi 100 mila anni gli ultimi gruppi di Homo erectus, i Neanderthaliani e l’Homo sapiens convissero. Poi, circa 50 mila anni fa, l’Homo erectus scomparve; la stessa sorte toccò, 20 mila anni dopo, all’uomo di Neanderthal. L’Homo sapiens rimase l’unico sopravvissuto nella lunga lotta per l’adattamento evolutivo. La ragione va cercata nei mutamenti ambientali. La glaciazione di Würm aveva spinto i grandi erbivori più a sud, in cerca di temperature più miti. Quando, 25-30 mila anni fa, i ghiacci cominciarono a ritirarsi, gli animali tornarono a migrare verso nord e a quel punto divenne più difficile cacciare per procurarsi il cibo. I Neanderthaliani finirono per scomparire; invece, l’Homo sapiens seppe adattarsi alla nuova situazione, sviluppando le tecniche di caccia a distanza, con ordigni che lanciavano pietre. Poté così sopravvivere e rimase alla fine il padrone incontrastato del pianeta.

IL POPOLAMENTO DEL PIANETA E LE ORIGINI DELL’UOMO

Stretto di Bering
Oceano Pacifico
Oceano Indiano
Oceano Atlantico
Oceano Atlantico
Mar Glaciale Artico
Homo erectus Homo sapiens
Epoca della migr azione (in migliaia di anni)

2. I tempi della Preistoria e la vita nel Paleolitico

I millenni della Preistoria, o “età della pietra” I primi passi degli uomini sulla Terra occuparono un tempo lunghissimo: la Preistoria (“prima della storia”) si esaurì solo intorno al 3500 a.C., quando cominciò la Storia propriamente detta. La scienza che studia la Preistoria del genere umano è la paleoantropologia (nome composto dal greco palaiós, “antico”, ánthropos, “uomo”, e lógos, “discorso/studio”, quindi “scienza che studia l’uomo antico”), che nacque nel XIX secolo, quando la Preistoria era chiamata anche “età della pietra”. I primi paleoantropologi suddivisero la Preistoria in tre fasi, prendendo come riferimento le diverse tecniche di lavorazione della pietra.

La fase più antica della Preistoria è il Paleolitico (“età della pietra antica”, dal greco lithos, “pietra” e palaiós, “antico”), che va da 2,5 milioni di anni fa al 10.000 a.C. circa: in questa lunghissima fase gli esseri umani sapevano costruire strumenti fatti di pietra solo scheggiata.

La seconda fase è il Mesolitico (“età della pietra di mezzo”), che va dal 10.000 all’8000 a.C. La pietra era ancora scheggiata, ma ora veniva impiegata per realizzare utensili in pietra (oggetti utili alla vita pratica) più raffinati.

L’IMPORTANZA DELLA PIETRA

ma i modi di lavorare la pietra migliorano via via le pietre costituiscono infatti gli strumenti più preziosi la Preistoria è l’età della pietra

dalle tecniche di lavorazione chiamiamo le tre fasi della

Preistoria: Paleolitico, Mesolitico, Neeolitico

L’ultima fase della Preistoria è il Neolitico (“età della pietra nuova”), che dall’8000 giunge al 3500 a.C. Ora la pietra viene non più soltanto scheggiata, ma anche levigata, cioè lavorata finemente, per renderla ben liscia sulla superficie. In verità, le diverse tecniche di lavorazione della pietra costituiscono elementi marginali rispetto ad altre grandi trasformazioni. Per esempio, nel Mesolitico si iniziarono ad allevare gli animali, mentre nel Neolitico si “inventò” l’agricoltura e nacquero i primi villaggi: elementi ben più importanti della scheggiatura o levigatura delle pietre. Tuttavia quei nomi (Paleolitico, Mesolitico e Neolitico) sono entrati nell’uso corrente e quindi li utilizzeremo anche noi. Rielabora

STUDIA CON METODO

Spiega perché Paleolitico, Mesolitico e Neolitico si chiamano così. Inoltre, chiarisci quando queste tre fasi ebbero inizio e quando cessarono.

Veduta arerea del complesso megalitico di Stonehenge, in Gran Bretagna, eretto a partire dal III millennio a.C.

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Rifletti

Quale rapporto c’è tra i mutamenti climatici e la vita dei primi uomini?

Mutamenti dell’ambiente naturale e progressi umani Il Paleolitico occupa tutta la storia più antica dell’umanità. Furono necessari 2,5 milioni di anni (il punto di partenza è la comparsa dell’Homo habilis, quello d’arrivo il momento in cui l’Homo sapiens rimase l’unica presenza umana sul pianeta) perché l’umanità cominciasse a fabbricare i primi utensili, imparasse a controllare il fuoco e a cacciare in gruppo, e infine elaborasse le prime forme della comunicazione verbale. A sollecitare tali progressi fu l’esigenza di adattarsi a un ambiente in continua evoluzione a causa dell’alternarsi di glaciazioni e di periodi interglaciali: i mutamenti climatici richiedevano ai gruppi umani risposte sempre nuove per adattarsi all’ambiente e sopravvivere.

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Comprendi

Perché il Paleolitico fu un periodo molto difficile per la sopravvivenza degli uomini?

Economia di prelievo e una primitiva organizzazione sociale Per tutto il Paleolitico gli uomini si procuravano il cibo cacciando gli animali e raccogliendo frutti e vegetali selvatici. Consumare le risorse disponibili nell’ambiente in cui si vive è ciò che gli studiosi chiamano “economia di prelievo”. Essa imponeva ai paleolitici il nomadismo: infatti, man mano che le risorse si esaurivano in una certa area, occorreva spostarsi altrove, per trovare nuove risorse con cui sopravvivere. Quelle prime comunità di cacciatori e raccoglitori erano organizzate in modo assai elementare. Erano costituite da piccoli gruppi, coalizzati per procurarsi le risorse necessarie al sostentamento. Gli uomini si occupavano della caccia, mentre le donne pensavano alla raccolta e alla cura della prole. L’età media era assai bassa: per la durezza delle condizioni di vita, solo una piccola minoranza di individui giungeva ai trent’anni di età; la maggior parte moriva più giovane. Numerose donne non superavano il delicato momento del parto. Un’altra causa di morte assai comune erano gli incidenti durante la caccia.

L’arte delle caverne Tra i resti più interessanti del Paleolitico vi sono le pitture e le incisioni scoperte in alcune caverne: Altamira in Spagna, Lascaux e Chauvet in Francia. In queste cavità ignoti artisti cominciarono, tra i 20 mila e i 15 mila anni fa, a incidere graffiti e a dipingere ciò che li circondava; tale abitudine continuò per diverse altre migliaia di anni e può essere considerata la prima forma di arte.

STORIA E SOCIETÀ

L’IMPORTANZA DEL FUOCO

In principio gli ominidi conoscevano solo il fuoco naturale, provocato da un fulmine o dal sole estivo. Le prime tracce di fuochi accesi intenzionalmente risalgono a circa 500 mila anni fa quando l’Homo erectus, provvisto di intelligenza e operatività, catturò il fuoco dai rami in fiamme a causa di un fulmine o di un’eruzione vulcanica. In seguito, l’uomo imparò anche ad accendere il fuoco mediante lo sfregamento di rami secchi o battendo tra loro selci e piriti di ferro. Grazie al fuoco divenne più facile tenere lontane le belve, cuocere i cibi, illuminare gli ambienti, scaldarsi, lavorare il legno e la pietra. L’abitudine di stare insieme attorno al fuoco per scaldarsi avrebbe favorito la comunicazione tra gli uomini e lo sviluppo del linguaggio che,

da inarticolato complesso di suoni gutturali e di mimica, si trasformò in un insieme di parole. All’inizio il fuoco veniva semplicemente prodotto; in una fase successiva, dopo averlo prelevato in natura, si pensò a come conservarlo: il fuoco acceso veniva tenuto in una buca, sorvegliato a turno dalle donne.

La sorveglianza continua del focolare impose anche qualche vincolo e condusse a una maggiore organizzazione dei compiti di ogni membro del gruppo e a una specializzazione del lavoro: una buona parte del tempo disponibile doveva, infatti, essere impiegata per procurarsi il combustibile, per preparare il focolare e quindi per cuocere i cibi.

Nacquero così suggestivi cicli pittorici: manifestazioni artistiche complesse, finalizzate a esprimere significati simbolici in forme “belle”. I soggetti rappresentati sono per lo più animali selvaggi e scene di caccia, incisi su rocce (o rupi, da cui “arte rupestre”) sotterranee e nascosti alla luce del sole, forse per un rituale magico. Si trattava di una specie di “trappola” in cui, prima della caccia, attirare simbolicamente la futura preda; o forse di un tentativo di catturare lo “spirito” dell’animale attraverso l’immagine. Accanto alle pitture rupestri, l’arte paleolitica offre anche piccole sculture simboleggianti entità femminili: sono le cosiddette “Veneri paleolitiche” (Venere è il nome attribuito dai Greci alla dea della bellezza). Il loro volto è appena accennato e quasi completamente nascosto dalla chioma, mentre viene esaltata la rappresentazione del seno, dei fianchi e del sesso, forse perché tali statuette erano oggetti di culto religioso e servivano a propiziare figli sani e raccolti abbondanti.

La domesticazione degli animali, grande novità del Mesolitico Nella fase del Mesolitico si verificò un importante progresso: risalgono infatti a circa 12 mila anni fa le prime tracce di domesticazione degli animali. La domesticazione è il processo con il quale una specie animale o vegetale viene resa domestica, cioè abituata a convivere con l’uomo.

L’uomo imparò a selezionare le specie animali più adatte a vivere in cattività (cioè non più in libertà: la parola proviene dal latino captivus, “prigioniero”) e più utili ai suoi fini, nel senso che, allevando questi animali, ne poteva sfruttare sistematicamente le risorse (latte, carne, lana, pelle ecc.).

Il primo a essere addomesticato fu il lupo: divenuto cane domestico, si rivelò un valido alleato degli uomini, sia per la guardia degli abitati, sia per l’aiuto durante le battute di caccia. Poi fu la volta della pecora e della capra. Intorno a 8-9 mila anni fa, a partire dall’Anatolia e dalla Palestina, furono addomesticati il cinghiale selvatico, da cui deriva il maiale odierno, e l’uro, un mammifero oggi estinto, da cui provengono i bovini.

ARTE Questa parola deriva dal vocabolo latino ars, con il quale, anticamente, si indicava tutto ciò che è opera dell’uomo, in opposizione a ciò che proviene dalla natura: in questo senso, una foresta è “natura”, mentre un giardino coltivato è “arte”. Noi utilizziamo questo termine con un’accezione diversa, che implica anche la qualità estetica degli oggetti artistici, cioè la bellezza che si vuole, con essi, raggiungere ed esprimere. Solo l’uomo, dotato di fantasia e genialità, può dare vita all’arte: essa è una prerogativa totalmente umana. L’arte poté sorgere quando giunsero a maturazione le capacità spirituali e di pensiero astratto dei nostri antenati: allora essi si volsero a raffigurare in forma “bella” il mondo che li circondava, gli animali che cacciavano, le persone con cui vivevano e che amavano. Non si tratta di una semplice riproduzione: l’arte “interpreta” il mondo, attribuisce a esso un significato, in cui si riassume e si esalta la cultura dell’intera collettività. Occorreva però riconoscere e incentivare l’abilità manuale di chi era capace di fare tutto questo: ci sono prove che, nei gruppi umani del tardo Paleolitico, gli artisti venivano esentati dai lavori comuni, in modo che fossero più liberi di creare arte.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Che cosa sono le Veneri del Paleolitico?

Cerca in rete le differenze tra l’arte figurativa e l’arte astratta. Riassumi poi queste differenze con le tue parole.

La cosiddetta “Venere di Willendorf” prende il nome dalla località austriaca in cui fu rinvenuta nel 1908.

DENTRO LE PAROLE

IDENTIKIT

tipo di documento pitture rupestri

data Paleolitico autore sconosciuto

OSSERVA LA FONTE

Fascino e mistero dell’arte rupestre

Sul finire del Paleolitico incontriamo le manifestazioni della cosiddetta “arte rupestre”: graffiti e dipinti sulle pareti delle caverne. Sono manifestazioni emozionanti, perché ci giungono direttamente dagli uomini e dalle donne di quei tempi antichissimi; e anche perché, osservando queste realizzazioni, rimaniamo impressionati dalla grande abilità tecnica di chi le eseguì. Quelle immagini nacquero infatti nel buio ravvivato solo da torce tremolanti, e furono realizzate da artisti che dipingevano in posizioni scomodissime e usando materiali deperibili.

I soggetti preferiti delle pitture rupestri sono animali, scene di caccia e una grande varietà di segni astratti; raramente è presente la figura umana, che è comunque solo abbozzata, senza alcun tentativo di raffigurarne l’anatomia esatta. Mancano completamente i riferimenti naturalistici a fiori, alberi, paesaggio.

Stupisce anche il ricco retroterra culturale di questi artisti: tali dipinti, che ben poco hanno di “primitivo”, rivelano infatti la capacità di rappresentare il pensiero astratto in forme simboliche. Sin dalle pitture più antiche notiamo l’uso della tridimensionalità, prospettive insolite, grandi capacità nell’uso del colore e nello sfruttare le asperità del terreno per delineare le forme.

Animali raffigurati sulle pareti delle grotte di Lascaux, in Francia.
Le impronte di mani riprodotte nella Cueva de las manos, in Argentina. Le mani appartenevano agli indigeni che vissero in questa regione tra 13 000 e 9000 anni fa.

3. La rivoluzione agricola:

inizia il Neolitico

La decisiva invenzione dell’agricoltura Intorno all’8000 a.C. iniziò il Neolitico. Ora la pietra non veniva più scheggiata, come nelle epoche precedenti, ma più finemente levigata; tuttavia si tratta di un progresso assai meno importante rispetto all’invenzione dell’agricoltura, la grande rivoluzione verificatasi nel Neolitico. Per la prima volta gli uomini impararono a produrre il cibo di cui avevano bisogno e ad accumularne le scorte necessarie per sopravvivere in periodi di difficoltà.

Per milioni di anni i gruppi umani si erano limitati a raccogliere e a cacciare quanto la natura offriva; ma animali e piante non erano sempre disponibili e non si potevano reperire ovunque. Nel tardo Paleolitico si era cominciato a macinare il grano selvatico per ricavarne farina. Ma furono necessari molti altri millenni per comprendere la relazione che lega l’impianto del seme nella terra alla pianta che, dopo un certo tempo, si sviluppa da quel seme. Tale consapevolezza si diffuse, circa 6000 anni fa, in aree diverse e indipendenti le une dalle altre: in Medio Oriente, in Messico, in Perù e nella valle dell’Indo. In Europa le prime comunità che praticavano l’agricoltura comparvero intorno al 4500 a.C., nell’area balcanica (la più vicina alla zona mediorientale).

L’agricoltura mutò per sempre la storia del genere umano, e la mutò quasi certamente grazie alle donne. Furono loro a elaborare e tramandare il sapere necessario; del resto erano le donne le più coinvolte, nei gruppi umani, nella paziente cura delle risorse “vicine” (laddove gli uomini erano più impegnati in attività più “distanti”, come la caccia, la difesa ecc.).

NASCE L’AGRICOLTURA

DUE BISOGNI:

• alimentarsi con regolarità

• accumulare scorte

SOLUZIONE:

dalla raccolta e dalla caccia si passa alla produzione del cibo

CONSEGUENZA:

• nasce l’agricoltura

• inizia il NEOLITICO

LEZIONE INTERATTIVA

La diffusione e lo sviluppo dell’agricoltura

STORIA E TECNOLOGIA

ZAPPE E ARATRI PER I PRIMI CONTADINI

Gli strumenti agricoli più antichi che si sono ritrovati risalgono a prima della diffusione dell’agricoltura: sono falcetti con manico di legno e un’affilata lama di selce. Provengono dalla Palestina e dalla regione siro-palestinese, allora terre lussureggianti, ricche di fieno e cereali selvatici. In Europa, invece, sono stati ritrovati falcetti in corno o in osso, talora ricavati dalla lavorazione delle mandibole dei grandi bovini selvatici.

Con l’inizio dell’agricoltura, vennero messi a punto nuovi strumenti utili per il lavoro nei campi. Gli archeologi hanno ritrovato accette per diboscare, zappe per dissodare il terreno, e infine vanghe, che

Giara in ceramica di epoca neolitica rinvenuta in Cina.

all’inizio erano bastoni acuminati appesantiti con una grossa pietra. I solchi in cui seminare venivano creati con l’impiego di queste vanghe; poi però, intorno al 4000 a.C., si diffuse l’uso dell’aratro. In una prima fase, lo si fabbricava incrociando due rami d’albero: uno di essi serviva da vomere per incidere le zolle. Più avanti la tecnica si perfezionerà e verrà messo a punto un vomere adatto anche a rivoltare le zolle stesse. Gli archeologi hanno ritrovato numerose tracce di solchi incisi nel terreno. Gli aratri venivano spinti a forza di braccia, ma era una fatica improba; in un secondo momento vennero utilizzati gli animali, un bue o una coppia di buoi aggiogati insieme.

S T E M

STUDIA CON METODO

Colloca nel tempo e nello spazio

Quando e dove si diffusero i villaggi neolitici?

Nascono i villaggi neolitici L’agricoltura richiedeva l’abbandono della vita nomade, cioè la sedentarizzazione dei coltivatori. Fu quanto accadde in Medio Oriente verso l’8000-7000 a.C.: nacquero villaggi, cioè gruppi di abitazioni costruite l’una accanto all’altra, spesso vicino a un corso d’acqua o su un’altura, difendibile da incursioni di animali o di gruppi ostili.

I primi agglomerati di capanne, di forma rotonda e con base semi-interrata, risalivano al Paleolitico; ma adesso questi insediamenti s’ingrandirono e la loro qualità migliorò. Le case erano costruite con mattoni di fango e argilla essiccata al sole; poi comparvero abiti tessuti sul telaio e vasi in ceramica.

Nei villaggi si cominciò a conservare e ad ammassare in speciali depositi le sementi utili per la prossima seminagione. Immagazzinare cibo e sementi fu un altro grande progresso, perché consentiva di sfamare una popolazione più numerosa.

Nomadi e sedentari: due forme di vita conflittuali La vita sedentaria dei villaggi agricoli non attraeva tutti i gruppi umani. Molti rimasero nomadi, specialmente nelle zone semiaride, dove l’ambiente era meno adatto alle coltivazioni e all’insediamento.

Esponi oralmente

Quali sono i rapporti tra le popolazioni nomadi e quelle sedentarie?

STUDIA CON METODO fagiolo

I nomadi erano inizialmente cacciatori, ma via via cominciarono ad allevare ovini e bovini e a condurre il bestiame ai pascoli. Per loro i vicini villaggi costituivano un’attrazione irresistibile: razzie di cibo e bestiame e scontri tra nomadi e agricoltori all’epoca dovettero essere frequenti. Tale conflittualità tra nomadi e sedentari si sarebbe poi riproposta spesso, nella Storia, in epoche diverse.

DIFFUSIONE DELL’AGRICOLTURA E ALLEVAMENTO NEL NEOLITICO

Oceano Atlantico

Oceano Pacifico

Mais

Riso

Patate

Ulivo

Orzo Girasole

Miglio

Pacifico

Oceano Indiano

Fagioli

Aree in cui l’agr icoltur a si sviluppò spontaneamente

Aree in cui l’agr icoltur a fu por tata dall’ester no

Oceano

PROTAGONISTE NELLA STORIA

Il Neolitico fu un’epoca di rivoluzione agricola, ma si distinse anche per una trasformazione culturale profondamente segnata dal protagonismo femminile.

Educazione civica

Costituzione

Donne del Neolitico protagoniste del sapere

La preistoria sembra riassumersi nel protagonismo maschile (l’uomo cacciatore, inventore della tecnica, dominatore del fuoco...), ma oggi è tempo di restituire centralità alle donne del Neolitico. Furono loro a inventare l’agricoltura e a segnare, così, una tappa decisiva dell’evoluzione umana. Ce lo rivelano i siti archeologici, con i loro strumenti in pietra levigata, i resti dei primi villaggi stabili, i semi conservati nei depositi. Studiosi come Marija Gimbutas, James Mellaart e più recentemente Liane Gabora e Ian Hodder hanno proposto un’idea di Neolitico come un’epoca distintasi non solo per la rivoluzione agricola, ma per una più generale trasformazione culturale, certamente segnata dal protagonismo femminile.

Addette alla raccolta, alla trasformazione alimentare, alla cura dei figli e alla tessitura, le donne svilupparono quella conoscenza profonda dell’ambiente che rese possibile la domesticazione delle piante: non una conquista improvvisa, ma il frutto di un’osservazione costante, quotidiana, meticolosa e collaborativa dei cicli naturali.

Una rete cooperativa

Per lunghe generazioni le donne avevano selezionato i semi più adatti, riconosciuto le stagioni fertili, osservato la germinazione spontanea e i comportamenti delle piante; perciò esse furono le prime a sistematizzare quelle conoscenze e si trattò di una conquista cooperativa. L’agricoltura

nacque non da un atto individuale, ma da una rete: fu l’effetto di una trasmissione di saperi, di pratiche condivise, di dialoghi silenziosi ma costanti tra donne che sperimentavano, confrontavano, tramandavano.

La nascita dell’agricoltura può essere vista come l’esito di una competenza ecologica relazionale, fondata sull’osservazione, sulla memoria e, appunto, sulla cooperazione. Qualità che, nelle società di cacciatori-raccoglitori, erano fortemente associate al ruolo femminile.

Ma anche gli insediamenti più antichi (Çatalhöyük in Anatolia o Tell Abu Hureyra in Siria) sembrano riflettere una visione del mondo in cui il femminile ha un ruolo simbolico importante.

Il passato come progetto

Le donne neolitiche non rimasero ai margini della civiltà: furono al suo centro fondativo. Inventarono il cibo coltivato, modellarono il paesaggio, costruirono relazioni sociali fondate sulla trasmissione intergenerazionale dei saperi.

Non conosciamo i loro nomi, ma ci restano i segni della loro presenza: solchi nella terra, semi selezionati, vasellame decorato, fili intrecciati. Quel silenzio remoto può restituire parola a donne senza volto ma con un’anima forte. Esse ci offrono – in un’epoca di crisi ecologica – uno stimolo a ripensare il nostro rapporto con la natura, rileggendo il passato in chiave progettuale.

Donne dai tratti africani con decorazioni corporee. Queste figure sono considerate tra le più belle pitture rupestri del Tassili, in Africa.

Un villaggio di palafitte di età neolitica ricostruito sulle rive del lago di Costanza, al confine tra Svizzera e Germania.

STORIA E TECNOLOGIA

Gerico, la più antica città del mondo

LEZIONE INTERATTIVA

Dai villaggi neolitici alle prime città

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Fai uno schema

In uno schema illustra le differenze tra villaggi e città del Neolitico.

4. Altre rivoluzioni: le prime città, i metalli, la scrittura

Dai villaggi alle prime città: la rivoluzione urbana La rivoluzione agricola generò un’ulteriore rivoluzione, quella urbana, ovvero lo sviluppo delle città (l’aggettivo “urbano” deriva dal latino urbs, “città”). Le prime città nacquero nelle regioni dove l’agricoltura era più progredita: erano in realtà delle proto-città, città allo stato iniziale, dalle dimensioni assai più piccole di quelle odierne. Mentre un villaggio neolitico poteva ospitare fino a qualche centinaio di abitanti, una città di quell’epoca ne contava qualche migliaio: numeri assai elevati, in un mondo quasi disabitato. Le più antiche città di cui abbiamo notizia furono Gerico in Palestina, Janna in Iraq, Çatal Hüyük e Hacilar in Anatolia (l’odierna Turchia), tutti centri sviluppatisi tra il 7000 e il 5000 a.C. e che giunsero a contare fino a 5000 abitanti. Più avanti, verso il 3000 a.C., si svilupparono lungo le rive dell’Indo i centri di Mohenjo-Daro e di Harappa.

Le prerogative della città Villaggi e città erano diversi non solo per il numero di abitanti. Infatti, nei villaggi quasi tutte le persone lavoravano i campi, mentre nelle città alcuni individui esercitavano altri mestieri: il vasaio fabbricava ceramiche, il conciatore lavorava le pelli, il fabbro forgiava i metalli ecc. Tutti costoro non erano agricoltori, ma artigiani: cominciò così quella che gli studiosi chiamano la divisione del lavoro tra i membri di una stessa comunità. Di conseguenza, alcuni individui più abili accumularono beni e ricchezze: comparvero le prime disparità economiche e con esse le differenze sociali. Questo accumulo fu favorito dalle prime forme di commercio: i centri urbani erano infatti luoghi di mercato, cioè di scambio di beni e prodotti. Unico sistema vigente, a quell’epoca, era il baratto, cioè lo scambio in natura di beni e prodotti (la moneta sarebbe stata inventata solo nel I millennio a.C.).

A poco a poco le città si svilupparono anche politicamente. Quelle più grandi diventarono il centro della vita (religiosa, economica e politica) della regione circostante, dominando i villaggi vicini. Da questi esigeva tributi alimentari, cioè una parte del loro raccolto; in cambio offriva loro servizi, come vedremo.

Una prima organizzazione per le società urbane Per millenni nei gruppi umani si era mantenuta una sostanziale parità di ruoli, poiché tutti facevano lo stesso lavoro: caccia e raccolta. Anche nei villaggi neolitici, dove tutti si dedicavano all’agricoltura, il gruppo degli anziani riuniti era sufficiente a dirimere le liti e a trovare accordi per la comunità.

L’avvento delle città fece nascere il bisogno di regole (leggi) condivise da tutti, e di un’autorità centrale in grado di farle rispettare. Occorreva, in particolare, una guida capace di coordinare il complesso rapporto tra città e villaggi circostanti: quali prodotti esigere dai contadini, come organizzare la consegna e il trasporto dei tributi, come difendere il territorio ecc.

Tali esigenze indussero in molte città il consiglio (gruppo riunito) degli anziani a eleggere un re, un sovrano, riconoscendogli il potere di prendere decisioni vincolanti per tutti.

Servizi militari e politici, autorità politica e autorità religiosa Tra i compiti dell’autorità vi era quello di proteggere la città e il suo territorio dagli attacchi ostili portati da bande di nomadi razziatori ai terreni e ai depositi agricoli.

Ogni città era difesa da un suo esercito, i cui capi dipendevano direttamente dal sovrano.

Accanto alla protezione militare vi era quella religiosa: gli dèi della città proteggevano infatti gli abitanti dell’intera regione. Per garantire questo servizio religioso, nacquero sacerdoti, riti, un tempio presso cui celebrarli. In cambio di questi servizi le città si facevano pagare dai villaggi dei tributi, consistenti in grano e in altri prodotti alimentari. Per alcuni millenni il re rimase anche il sacerdote più importante: un unico individuo era dunque, contemporaneamente, capo militare, giudice e capo religioso della comunità. In seguito queste funzioni si separarono: i sacerdoti rimasero gli interpreti della volontà degli dèi, mentre i capi si occupavano dell’organizzazione concreta della città. Dunque ai primi spettava l’autorità religiosa, mentre ai secondi era assegnata l’autorità civile.

A quel punto, intorno al 3000 a.C., accanto al tempio (sede dei sacerdoti) comparve un nuovo edificio, il palazzo (sede del sovrano), due luoghi spesso vicini anche fisicamente, entrambi dotati di una vasta sala centrale e di altri edifici e/o locali più piccoli, che fungevano da alloggi, magazzini e laboratori artigianali.

STORIA E TECNOLOGIA

LE ABITAZIONI DEL NEOLITICO

Le prime abitazioni nel Neolitico erano vaste strutture simili a tende, adatte a ospitare parecchi focolari e di conseguenza più nuclei familiari. Le capanne dei villaggi neolitici erano ecologiche per definizione, perfettamente inserite nell’ambiente naturale, costruite con i materiali più adatti al clima e più facilmente reperibili: a seconda delle circostanze, mattoni di argilla, paglia e canne, tronchi d’albero, pietre, pelli di animali. Un modo molto efficace per costruire con l’argilla cruda si ottenne con la tecnica dei mattoni a stampo, che si diffuse in tutto il Vicino Oriente antico. Venivano costruiti appositi stampi in legno che erano riempiti di argilla, poi opportunamente livellata e lasciata asciugare al sole. Essiccata l’argilla, lo stampo veniva tolto e il mattone era pronto per essere utilizzato.

PRIMA: tutti erano su un piano di parità

IN CITTÀ: servono regole e chi le faccia rispettare

• si elegge un RE

• si distinguono i SACERDOTI

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quali servizi venivano resi dalla città ai villaggi del territorio circostante?

In alternativa i mattoni venivano formati direttamente nell’area in cui dovevano essere collocati, compattati tramite un mazzuolo tra due assi di legno parallele che venivano tolte quando il materiale risultava asciutto. Il muro così realizzato si rivelava un perfetto isolante, capace di mantenere gli ambienti caldi nella stagione fredda e freschi in estate. Nella zona mediterranea si diffusero le “abitazioni quadrate”, di mattoni essiccati al sole; erano addossate le une alle altre e avevano l’entrata spesso dal tetto a terrazza. Frequenti erano anche le case di pietra a secco con forma ad alveare. Anche in Africa e in India si abitava in capanne rotonde, a tetto conico, ma costruite di solito con paletti, canne e foglie e intonacate con fango misto a sterco. I resti degli edifici di Çatal Hüyük, nella Anatolia turca. S T E M

CITTADINI CONSAPEVOLI

Vivere in società

Nel Paleolitico i gruppi umani erano piccoli e dispersi. Poi, nel Neolitico, gli uomini cominciarono a vivere in villaggi e in città, via via sempre più abitati e organizzati: si formò così la società umana.

Come si struttura?

Gli individui di una società svolgono attività diverse, ma coordinate Anticamente c’era chi portava gli animali al pascolo, chi seminava i campi, chi tesseva e chi cuciva. Oggi c’è chi lavora in ufficio, chi insegna, chi dirige il traffico ecc. Cambiano, quindi, le attività, ma non il principio: le attività sociali non devono danneggiarsi a vicenda; devono essere coordinate, cioè organizzate. Affinché ciò sia possibile, ogni società si dà delle regole e si dà una guida (o meglio, più guide). Solo così l’organizzazione sociale può funzionare.

Che cosa sono i ruoli sociali?

Quanto più una società è vasta e articolata, tanto più vari sono, al suo interno, i ruoli sociali. Alcuni individui ricoprono ruoli più importanti e prestigiosi, altri meno. Nel Neolitico, quasi tutti erano o coltivatori o allevatori o cacciatori; c’erano pochi artigiani e pochissimi mercanti; ancor meno erano i sacerdoti e i funzionari. La società, dunque, aveva una struttura gerarchica piuttosto scarsa. La prima società gerarchizzata apparve nell’antico Egitto dove, come vedremo (pag. XXX), vi erano il re-faraone, i sacerdoti, i nobili, gli scribi e, ai gradi più bassi, vi era la massa della popolazione. Dunque la società egizia

presentava una accentuata gerarchia sociale

Più avanti, nella società greca e in quella romana, si preciseranno figure sociali ancora più numerose (artigiani, commercianti, intellettuali, militari, nobili), accanto alla possibilità di passare da un livello sociale a un altro. La stessa cosa avviene nella società complessa dei nostri giorni.

La società nella costituzione italiana

La Costituzione italiana non nasconde le possibili differenze di ruoli sociali, di capacità personali ecc., elimina però ogni discriminazione tra i cittadini. Tutti sono «eguali davanti alla legge», cioè obbediscono alle stesse regole. Questo concetto è la base di una società ben organizzata. L’Articolo 3 della Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Perché si forma la società?

Ma perché si forma la società umana? Il filosofo greco Aristotele (IV secolo a.C.) sosteneva che ogni uomo sa di non poter bastare a sé stesso: per questo si associa, si unisce agli altri. Dunque la società nasce da un bisogno (aiutarsi reciprocamente). Aristotele aggiunge che essa nasce anche da un istinto: noi ci sentiamo spinti a vivere vicino ai nostri simili, cioè a vivere in società con loro, perché siamo socievoli per natura Il filosofo illuminista Jean-Jacques Rousseau (XVIII secolo) affermò che all’inizio (cioè nel Paleolitico) ogni

Educazione civica

Costituzione

individuo viveva per sé e cercava d’imporsi sugli altri, usando la forza o l’astuzia. Dunque, secondo Rousseau, gli uomini non sono socievoli per natura. Quando però gli esseri umani compresero che il farsi la guerra a vicenda li danneggiava tutti, trovarono utile stringere un accordo con gli altri, un patto o contratto, in base al quale ciascuno rinunciava a fare ciò che voleva e s’impegnava a rispettare i patti stabiliti. Tra questi patti vi erano il divieto di uccidere, il divieto d’impadronirsi delle cose altrui ecc. La teoria di Rousseau si chiama contrattualismo.

Aveva ragione Aristotele o Rousseau?

Effettivamente la società nacque da una convergenza d’interessi: cacciare e vivere insieme ad altri è più facile che sopravvivere isolati in un mondo ostile. Rousseau aveva dunque ragione, anche se gli uomini raggiunsero tale consapevolezza non dopo un lunghissimo periodo di “prova”, bensì fin dai primordi della loro vita sulla Terra: un istinto sociale è infatti chiaramente documentato fin dalla Preistoria. Quindi anche la tesi di Aristotele è corretta: gli uomini si associano per natura.

COMPITO DI REALTÀ

Dividete la classe in 4 o 5 gruppi. Ogni gruppo deve fare un manifesto di formato A3 in cui venga rappresentato con un disegno, un grafico, un’immagine, unitamente ad un breve testo, l’Art. 3 della Costituzione. Vengono raccolte le varie idee, vengono scelte le immagini e le parole da inserire. Vengono fatte delle prove in brutta e poi si passa alla versione definitiva. Il lavoro svolto viene esposto alla classe, spiegando le scelte fatte.

Inizia l’arte della metallurgia Circa 8000 anni fa, in alcuni villaggi del Vicino Oriente, tra gli odierni Iran e Turchia, si cominciarono a lavorare i metalli. Fin dal Paleolitico gli uomini sapevano che alcuni particolari materiali (oro, rame e stagno, che in natura si trovano anche allo stato puro) potevano essere lavorati, battendoli con una pietra, per ottenere strumenti molto resistenti e affilati. Poi si scoprì che i metalli si lavoravano meglio riscaldandoli sul fuoco e lasciandoli quindi raffreddare.

Ma lavorazioni più raffinate esigevano forni particolari, che poterono nascere solo nel tardo Neolitico. Nacque allora la metallurgia, cioè la lavorazione e fusione dei metalli ad altissime temperature.

I fabbri più antichi operarono, sembra, a Çatal Hüyük, in Anatolia; essi sapevano fondere il rame e il piombo per forgiare piccoli pendagli e fabbricavano collane di perline. Per qualche millennio i metalli vennero lavorati solo per ricavarne ornamenti; col tempo, però, si compresero le loro enormi potenzialità.

I metalli migliorano la qualità della vita umana I metalli consentivano infatti di realizzare strumenti assai più duri, affilati e resistenti di quelli in pietra.

I primi strumenti (o utensili) realizzati attraverso la fusione dei metalli comparvero intorno al 5000 a.C. e diedero luogo a una grande rivoluzione. Il fuoco, l’agricoltura e la domesticazione degli animali erano modi per sfruttare ciò che esiste già in natura; la fusione dei metalli portava invece a modificare in modo permanente la natura.

La vita materiale degli uomini migliorò decisamente. I contadini ebbero a disposizione zappe e vanghe sottili, più maneggevoli e solide di quelle in legno e pietra o osso, e falci più taglienti. I cacciatori potevano disporre di lance speciali, la cui punta affilata era assicurata solidamente all’asta. I recipienti in rame consentivano la cottura del cibo a temperature più alte ed erano più resistenti di quelli in argilla.

STORIA E TECNOLOGIA

L’INVENZIONE DEI FORNI

In seguito alla scoperta e al controllo del fuoco, l’uomo cominciò anche a costruire i primi rudimentali forni che assolvevano funzioni domestiche diverse: essiccazione e cottura di cereali, cottura del pane e di altri cibi ecc. Il forno permetteva di concentrare il calore che veniva prodotto dalla combustione di materiali solidi fino a regolare poi, in piena età neolitica, le reazioni necessarie a fondere e lavorare i metalli. Anche l’argilla, dopo essere stata impastata con l’acqua, veniva cotta nei forni perché si indurisse e potesse contenere gli alimenti, anche liquidi, trasformandosi in un impasto vetrificato (ceramica).

Il forno comparve per la prima volta nei villaggi neolitici del Vicino Oriente e dell’Europa mediterranea. Si trattava di una struttura semplice, sempre interrata o quasi, a forma di enorme ciotola d’argilla (crogiolo) al cui interno si fondeva il metallo.

Nel tempo questa struttura conobbe un’evoluzione. Forno a pozzetto:

La metallurgia antica. Il rame veniva scaldato in una fornace e, una volta liquido, era versato in uno stampo, di cui assumeva la forma: in questo modo si potevano fondere anche asce forate nel mezzo, così da infilarvi un manico di legno. Nell’immagine, attrezzi in rame del VI-V millennio a.C. conservati al British Museum di Londra.

Lavora con il lessico

Che cos’è la metallurgia?

LEZIONE INTERATTIVA

Dal villaggio neolitico all’arrivo dei metalli

S T E M

una semplice buca contornata da materiale refrattario – cioè che non assorbe calore – con all’interno il minerale e il carbone acceso. Forno a cupola: presentava un’apertura nella parte superiore di materiale refrattario, per evitare l’eccessiva dispersione di calore e favorire la fuoriuscita di gas e fumo. Forno a tino: il forno si eleva dalla superficie del terreno permettendo di lavorare una maggiore quantità di metallo.

Nella lavorazione del bronzo (lega di rame e stagno o piombo) la temperatura da raggiungere si aggirava intorno ai 950 °C ma ciò fu possibile solo attraverso la realizzazione del forno a tinozza, simile al forno a camera per la ceramica. Fondamentale era la figura del fuochista, che doveva soprattutto regolare l’immissione dell’aria all’interno della camera di cottura, favorendo la combustione e un adeguato aumento della temperatura.

Statuina in bronzo di donna proveniente da Mohenjo Daro, nella valle dell’Indo.

STUDIA CON METODO

Colloca nel tempo

Indica su una linea del tempo da te realizzata le date delle tre età dei metalli: rame, bronzo e ferro.

Tre successive età: del rame, del bronzo, del ferro Partendo dalle tecniche di lavorazione dei metalli, si distinguono tre età: età del rame, età del bronzo, età del ferro. La più antica fu la lavorazione del rame. Nata forse già verso il 6000 a.C., tra Anatolia (Turchia) e Iran (Persia), si diffuse poi verso il 45004000 a.C. in Medio Oriente e in Egitto. Mille anni più tardi circa giunse in Europa: a quel punto il Neolitico era terminato.

Fuori dal Neolitico rientrano le altre due età, quella del bronzo e del ferro. La prima cominciò tra il 3000 e il 2000 a.C., quando si scoprì che unendo il rame a una percentuale del 10% di stagno si otteneva una lega assai più resistente: il bronzo. Lo stagno però era un materiale raro: lo si poteva estrarre solo nelle miniere di alcune regioni (Armenia, Caucaso, Spagna, la Cornovaglia). Nacquero così commerci sulle lunghe distanze per potersi procurare il prezioso minerale.

Infine, intorno al 1200-1000 a.C., si cominciò a fondere il ferro, che però si può ottenere solo purificando altri minerali e dunque richiedeva tecniche metallurgiche avanzate.

STUDIA CON METODO

Rifletti

Che cosa portò alla nascita della scrittura?

NASCE LA SCRITTURA

ALL’INIZIO: disegni che imitano la forma degli oggetti

POI nascono simboli astratti, per gli oggetti e per le idee

prime forme di scrittura simbolica (Mesopotamia, 3200 a.C.)

La scoperta della scrittura Sempre nel tardo Neolitico si avviò un’altra straordinaria scoperta: la scrittura. Le sue origini si collegano ai tributi che la campagna doveva versare alla città. Come calcolarli e registrarli? Occorreva prendere nota delle merci già riscosse e di ciò che un villaggio doveva ancora fornire. Risalgono al 3500 a.C. le prime annotazioni, realizzate inizialmente su pietra, e poi su tavolette di argilla. Recavano inciso il disegno di un sacco di grano o di un animale, seguìto da una o più tacche, che indicavano il numero dei sacchi o degli animali. Con i disegni, però, si potevano esprimere pochi concetti; solo con le parole era possibile condurre ragionamenti anche complessi, fare racconti, mettere gli uomini in relazione tra loro. Ma per “dire” occorrevano non disegni, ma simboli astratti, che rappresentassero parole e concetti. La scrittura come sistema coerente di simboli grafici comparve in Mesopotamia, pare nella città di Uruk, intorno al 3200 a.C. (vedi p. 35 ). Fu il momento di passaggio dalla Preistoria alla Storia: prima della scrittura c’era la “Preistoria”; con i primi documenti scritti si può parlare di “Storia”. L’invenzione dell’agricoltura, la rivoluzione urbana e quella dei metalli, e infine la scrittura: tutte queste novità segnarono la “rivoluzione neolitica” e prepararono un’epoca nuova.

DENTRO LE PAROLE

LEGA METALLICA La lega è una miscela, ottenuta per fusione ad alte temperature, costituita da due o più metalli, e produce un nuovo materiale metallico. Il bronzo, per esempio, è una lega costituita da rame e stagno: la sua proprietà è di avere una resistenza meccanica maggiore di entrambi i suoi componenti; lo stesso vale per l’acciaio, una lega di ferro e carbonio, che è più duro del ferro, suo principale componente. L’ottone (lega rame-zinco) è più duro del rame e più lucente dello zinco.

Fai una ricerca sull’esistenza di altre leghe e individua da quali metalli sono costituite.

Il lungo cammino verso la Storia

Specie che non appartengono al genere Homo:

LE ORIGINI DELL’UOMO

Scimmie antropomorfe

Australopitechi

Specie che appartengono al genere Homo:

Specie che si sono estinte

Homo habilis –Africa, circa 2,2–3 milioni di anni fa

Homo erectus – Africa, circa 1,6 milioni di anni fa

Homo Neanderthalensis –Europa, circa 250.000 anni fa

L’unica specie giunta fino a noi

Homo sapiens – da cui deriva l’uomo attuale

Periodo: Paleolitico

Durata: 2,5 milioni – 10.000 a.C.

Caratteristiche principali: pietra scheggiata, nomadismo, scoperta del fuoco

LA PREISTORIA

Suddivisione in periodi:

Periodo: Mesolitico

Durata: 10.000 – 8.000 a.C. Caratteristiche principali: transizione, lavorazione della pietra

Durata: dalla comparsa dell’uomo fino alla nascita della scrittura (circa 3500 a.C.)

Periodo: Neolitico

Durata: 8.000 – 3.500 a.C.

Caratteristiche principali: agricoltura, domesticazione animali, villaggi

AUDIOMAPPA

IL LUNGO CAMMINO VERSO LA STORIA

L’EVOLUZIONE DELL’UOMO

Molte diverse specie di ominidi appartengono al genere Homo. È però sopravvissuta fino a noi una sola di queste specie, l’Homo sapiens o uomo moderno. Apparso in Africa circa 180 mila anni fa, l’Homo sapiens era riuscito a adattarsi all’ambiente naturale, nel processo chiamato evoluzione da Charles Darwin. Aveva così potuto superare le glaciazioni e, con una serie di migrazioni, spostandosi dall’uno all’altro continente, arrivò a popolare l’intera Terra.

CACCIATORI E RACCOGLITORI:

VIVERE NEL PALEOLITICO

Si chiama Paleolitico la fase lunghissima (da 2,5 milioni di anni fa al 10 mila circa a.C.) in cui il genere umano ha compiuto la sua evoluzione. In questo lunghissimo arco di tempo, gli uomini vivevano in piccoli gruppi, si spostavano sul territorio e si cibavano raccogliendo frutti selvatici e cacciando gli animali. Impararono a conservare e poi ad accendere il fuoco.

LA DECISIVA INVENZIONE

DELL’AGRICOLTURA

Il Neolitico è l’ultima fase della Preistoria (o “età della pietra”). Si aprì intorno all’8000 a.C, quando gli uomini – fino ad allora soltanto raccoglitori e cacciatori – impararono a addomesticare i primi animali e a coltivare le piante. Nacque così l’agricoltura: ora l’umanità era in grado di produrre il cibo necessario.

Gli uomini impararono, inoltre, ad addomesticare alcune specie animali per ricavarne cibo, pelli e aiuto per i lavori più faticosi. Divenne così possibile sfamare una popolazione più numerosa.

I PRIMI VILLAGGI E LE PRIME FORME DI AUTORITÀ

Per seminare e coltivare i campi alcuni gruppi umani si stabilirono nei primi villaggi agricoli: da nomadi diventarono sedentari. Molti altri gruppi conservarono invece l’abitudine nomade; vagavano sul territorio ed entravano spesso in conflitto con i gruppi sedentarizzati.

Taluni villaggi si svilupparono e diventarono città. In esse si precisavano alcune figure sociali dotate di autorità: i sacerdoti e il re, che si ponevano come guide della nuova comunità cittadina.

I METALLI E LA SCRITTURA

Nel Neolitico l’uomo imparò a lavorare i metalli, fondendoli ad alte temperature. Poté così fabbricare strumenti più duri e resistenti. Sul finire del Neolitico comparvero poi le prime forme di scrittura. Con esse divenne possibile fissare le conoscenze e trasmetterle alle generazioni successive. Finì in tal modo la Preistoria e si diede inizio alla Storia.

Toro raffigurato nella grotta di Altamira, in Spagna.

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Indica sulla carta i seguenti luoghi e/o dove comparvero le forme umane indicate.

a. Australopiteci

b. Rift Valley

c. Neanderthal

d. Lo spostamento dell’Homo sapiens

e. Altamira

f. Anatolia

g. Gerico

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

4 milioni di anni fa | 3 milioni di anni fa | 2 milioni di anni fa | 12 mila anni fa | 3500-3000 a.C. | 7000-5000 a.C. | 3000-2000 a.C. | 1200-1000 a.C.

a. Compare l’Homo habilis [ ]

b. Compare la scrittura [ ]

c. Ha inizio il Mesolitico [ ]

d. Inizia il Paleolitico [ ]

e. Nascono le prime città [ ]

f. Si diffonde il ferro [ ]

g. Si sviluppa l’età del bronzo [ ]

h. Compaiono sulla terra gli australopiteci [ ]

Il lessico

3. Individua il sinonimo o l’espressione corretta dei seguenti termini storici.

a. Cespuglio evolutivo: altro nome della teoria di Darwin sviluppo non lineare dell’evoluzione teoria sull’evoluzione oggi superata

b. Australopiteco: antenato della scimmia sinonimo dell’Homo sapiens antenato del genere umano

c. Paleoantropologia: scienza che studia la Preistoria scienza che si occupa dello studio dell’umanità scienza che studia i fossili

d. Economia di prelievo: utilizzo delle risorse e capacità di riprodurre i cicli naturali fase fondata sul nomadismo nascita delle città

Gli eventi

4. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 2).

a. L’Homo habilis fu successivo agli ominidi. V F

b. La Rift Valley si trova in Africa. V F

c. L’uomo di Neanderthal venne scoperto in Germania.

d. Il termine Homo sapiens significa “uomo intelligente”.

e. Con il termine Homo sapiens si intendono diverse specie.

f. L’inizio della Storia si ha con la nascita della scrittura.

F

F

V F

g. Gerico fu una delle più antiche città. V F

Per l’interrogazione orale

5. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Come viene divisa la Preistoria?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. La fase più antica è il Paleolitico.

b. Passa al Mesolitico.

c. Quindi parla dell’ultima fase, il Neolitico.

DOMANDA APERTA

2. Che cosa si intende per rivoluzione urbana?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. La rivoluzione urbana è la nascita delle prime città.

b. Spiega quali erano le prerogative della città.

c. Spiega ora nello specifico le divisioni sociali.

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LEZIONE 2 Le civiltà fluviali

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla un contadino dell’antico Egitto

Io sono un contadino egizio. Che cosa faccio? Come lavoro?

Vi spiego. In estate, durante akhet, quando la piena del grande Nilo copre i terreni, possiamo fare solo una cosa: riparare i canali che distribuiscono l’acqua ai vari poderi.

Poi viene peret, la stagione dell’aratura e della semina. Ora il fiume è rientrato nell’alveo; il terreno è ancora soffice e si può arare e seminare. Qui in Egitto usiamo un aratro leggero, con il vomere in legno; i due buoi tirano e noi contadini spargiamo la semente. Poi liberiamo pecore e capre: con i loro zoccoli, interrano per bene i semi. In primavera inizia shemu, la stagione della messe: tempo di fatica vera. Mietiamo il raccolto con falcetti di legno, poi riponiamo le spighe nelle reti e le trasportiamo con l’asino sull’aia. Qui accatastiamo il grano, lo facciamo battere dagli animali e dopo lo gettiamo in aria, con pale e forconi di legno: bisogna che i semi si separino dalla pula. Infine, mettiamo il grano in sacchi e lo riponiamo nei granai. Una bella quota del raccolto va ai sacerdoti del tempio. La nostra è una terra grassa e ricca, così mi dicono. Nei vostri libri si legge che l’antico Egitto è il granaio del Mediterraneo: bene così, per noi agricoltori.

CRONOLOGIA

6000 a.C. circa nasce l’agricoltura irrigua

3800-3500 a.C. i Sumeri si stanziano in Mesopotamia

3100 a.C. in Egitto inizia la fase dell’Antico Regno

3000 a.C. invenzione della scrittura

Protagoniste nella storia Hatshepsut, il faraone donna

Cittadini consapevoli Il diritto alla giustizia

Storia e letteratura La mitologia mesopotamica

Storia e tecnologia Navi per la vita quotidiana per l’aldilà

Leggi la fonte Il codice di Hammurabi, La gloria di Ramses II nella battaglia di Qadesh

Vedere la storia Babilonia, centro dell’universo

Le domande della storia Perché gli Egizi costruirono le piramidi? Come venne decifrata la scrittura egizia?

2052-1786 a.C. fase del Medio Regno

1567-1075 a.C. fase del Nuovo Regno

LE RUBRICHE

1. L’agricoltura irrigua cambia la storia

L’agricoltura progredisce lungo i grandi fiumi L’agricoltura, nata all’inizio del Neolitico (intorno all’8000-7000 a.C.), si sviluppò notevolmente in Medio Oriente, nella regione chiamata, per la sua forma ricurva, “Mezzaluna fertile”. Si tratta di un’ampia area pianeggiante, che ha al centro le attuali Siria e Palestina; a ovest raggiunge l’Egitto e a est la Mesopotamia. La delimitano alcuni grandi fiumi: il Nilo a ovest e il Tigri e l’Eufrate a est.

Qualche millennio più tardi, l’agricoltura si diffuse nella pianura resa fertile dal fiume Indo, oggi compresa tra Pakistan e India. Poco dopo si sviluppò anche in Cina, sulle rive dell’Huang-ho (Fiume Giallo). Pur lontane tra loro, queste aree presentavano una caratteristica comune: si trattava di vaste pianure dette “alluvionali”, formate cioè dal deposito dei grandi fiumi e soggette a periodiche alluvioni. Almeno una volta all’anno i fiumi straripavano e le acque coprivano vasti tratti del territorio. Ritirandosi, esse lasciavano sul terreno il limo, uno spesso strato di fango e argilla, che rendeva molto fertili i terreni.

La novità dell’agricoltura irrigua Quelle alluvioni potevano rendere fertili i terreni ma potevano anche distruggere campi e abitazioni. Occorreva dunque difendere i seminati e i raccolti minacciati dalle inondazioni. Non solo: bisognava sfruttare al massimo l’acqua al momento della piena. A tale scopo si cominciò a scavare canali e a costruire dighe e argini.

LA MEZZALUNA FERTILE

Comprendi

Che cosa sono le pianure alluvionali? Perché sono aree favorevoli all’agricoltura?

CARTA INTERATTIVA La Mesopotamia

Mediterraneo

La carta visualizza la zona dell’antica Mezzaluna fertile, con i nomi e i confini degli Stati attuali. In quest’area prosperarono diversi popoli; le prime due civiltà a svilupparsi furono quelle dei Sumeri e degli Egizi, entrambe legate ai grandi fiumi (il Nilo in Egitto, il Tigri e l’Eufrate in Mesopotamia) e alla loro agricoltura irrigua.

Limiti della civiltà sumera

Principali città-stato sumere

Impero accadico

Principali città accadiche

Impero babilonese

Civiltà egizia

Mezzaluna fertile

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico

Che cosa s’intende per “agricoltura irrigua”?

I primi sistemi di irrigazione furono messi a punto intorno al 6000 a.C.: dighe e sbarramenti, reti di canali e fossati servivano a mantenere le acque sotto controllo; nacquero anche bacini e cisterne, in cui immagazzinare l’acqua per i periodi di siccità e distribuirle secondo le necessità.

È detta irrigua questa forma di agricoltura che non semplicemente utilizza l’acqua dei grandi fiumi, ma che la sfrutta in modo razionale e – in un certo senso – la “produce” attraverso, appunto, le tecniche dell’irrigazione e della canalizzazione. Il terreno, ben irrigato e concimato dal prezioso limo, produce molto di più: le popolazioni residenti lungo i grandi fiumi raggiunsero infatti un benessere mai conosciuto in precedenza.

Il bisogno di uno Stato L’agricoltura irrigua esigeva però lavori complessi, per i quali non bastava l’opera di pochi contadini e neppure di un unico villaggio. Irreggimentare le acque di un grande fiume, con sistemi di irrigazione estesi per molti chilometri, richiedeva di coordinare le risorse di più villaggi; erano necessari tecnici in grado di progettare i lavori e funzionari che li dirigessero. Talvolta questi lavori andavano imposti con la forza, perché non tutti i contadini dei vari villaggi erano disponibili ad abbandonare i loro campi per erigere argini, scavare fossati ecc.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perché l’agricoltura irrigua mutò la vita sociale?

Alcuni grandi FIUMI

• Tigri, Eufrate in Mesopotamia

• Nilo in Egitto

• Indo in India

• Fiume Giallo in Cina

Questi bisogni produssero importanti cambiamenti: rendevano necessaria l’azione di un’autorità centrale, allargata su un’area ben più grande di una sola città; richiedevano una complessa organizzazione al suo servizio, composta da funzionari e guerrieri. Nelle civiltà irrigue si crearono così le prime forme di Stato.

L’IMPORTANZA DELL’IRRIGAZIONE IN AGRICOLTURA

forniscono una ricca irrigazione d’acqua dolce

Vista del fiume Tigri, mentre scorre in Iraq.

per realizzare questi lavori idraulici, serve un’organizzazione efficiente

occorre un’autorità centrale che coordini e guidi il lavoro degli uomini

nascono le prime forme di STATO

2. La Mesopotamia antica

Il popolo dei Sumeri Fra il medio e il basso corso dei fiumi Tigri ed Eufrate si estende la Mesopotamia (in greco “terra tra i [due] fiumi”), oggi in Iraq. In quell’area nacquero già nel Neolitico numerosi villaggi agricoli, i cui abitanti allevavano animali domestici, praticavano un modesto commercio, si servivano dei fiumi come vie di comunicazione e utilizzavano – per rimediare alla scarsità di piogge – semplici tecniche di irrigazione.

Nella zona più fertile e più vicina al mare, la Mesopotamia meridionale, verso il 3800-3600 a.C. s’insediò una nuova popolazione nomade, proveniente dall’Asia centrale, che si mescolò con gli abitanti del luogo. Nacque così «il popolo delle teste nere», come i Sumeri definivano sé stessi nelle loro tavolette di argilla. Nel loro territorio, che essi chiamavano «Paese di Sumer» (Sumer significa “terra coltivata”), utilizzarono per la prima volta nella storia le tecniche dell’agricoltura irrigua. Provenendo da zone montuose, conoscevano l’alto corso dei fiumi e sapevano che il disgelo delle nevi sulle montagne porta a valle le ondate di piena. Riuscirono a sfruttare questi fenomeni, mediante argini, dighe e canali, così da irrigare a valle i terreni della pianura meridionale.

Città-regno e debolezza politica All’inizio la regione era punteggiata da semplici villaggi agricoli, ma via via si svilupparono alcune importanti città (Nippur, Lagash, Uruk, Ur, Eridu) che dominavano il territorio circostante. Questi centri urbani costituivano delle città-regno, ciascuna governata da un , “grande uomo”) e dotata di templi e imponenti palazzi. Queste città rimasero sempre indipendenti l’una dall’altra e spesso in lotta reciproca. I Sumeri non conobbero mai uno Stato unitario e questa divisione generò la debolezza della civiltà sumerica: dopo aver raggiunto il suo vertice intorno al 2500 a.C., essa declinò rapidamente.

Sippar

Borsippa

Kish

Isin

Shuruppak

Tavoletta di Ur-Nanshe del periodo protodinastico III (2550-2500 a.C.) che raffigura il re di Lagash mentre inaugura il tempio di Ningirsu a Girsu (la moderna Telloh).

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Quali erano gli elementi costitutivi delle città sumere? Chi era a capo delle città-regno?

DENTRO LE PAROLE

CITTÀ-REGNO Fin dal 3000-2800 a.C. i Sumeri si organizzarono in alcune potenti città, distanti circa trenta chilometri l’una dall’altra, che esercitavano il controllo sul territorio circostante. Ciascuna di esse aveva un proprio capo, un proprio esercito, una propria amministrazione e anche dèi specifici: formava insomma un vero e proprio Stato, un’unità politica indipendente, anche se di dimensioni territoriali assai ridotte. Spesso le città-regno sumere entrarono in conflitto tra loro, soprattutto per il possesso dei territori vicini.

Quali caratteristiche delle città-regno sumere ritrovi anche in situazioni attuali, sia in Italia che nel mondo? Rispondi dopo aver effettuato una ricerca in rete.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

La matematica sumerica era a base sessagesimale: spiega il significato di questa affermazione.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico

Illustra la più antica forma di scrittura chiarendo il significato di questi termini: cuneiforme, pittogramma, ideogramma.

Prosperità economica e un’avanzata cultura La prosperità dei Sumeri si basava non solo sulla fertile agricoltura, ma anche sulle attività artigianali e sugli scambi commerciali. I Sumeri trafficavano merci con popoli molto lontani, utilizzando per i loro trasporti il nuovo ritrovato della ruota (sviluppatasi dal tornio, su cui il vasaio modellava l’argilla).

Sul piano culturale «il popolo delle teste nere» diede vita a una civiltà avanzata. Furono approfondite in particolare matematica e geometria, necessarie per mappare i terreni e progettare le opere idrauliche. La matematica sumerica si fondava sul numero 60: un sistema a base sessagesimale che ritroviamo ancora oggi, in più aspetti. I Sumeri suddivisero per primi l’ora in 60 minuti e i minuti in 60 secondi; misuravano gli angoli attribuendo al cerchio 360 gradi (6x60) e contavano gli anni in 360 giorni, aggiungendo i 5 giorni di festa del Capodanno sumerico. I matematici sumeri sapevano estrarre la radice quadrata di un numero, risolvere equazioni lineari e risolvere problemi legati al calcolo dell’interesse. Non meno progredito era il sapere astronomico, coltivato dai sacerdoti per poter interpretare (o divinare, da cui “divinazione”) correttamente il volere degli dèi. Perciò essi osservavano il volo degli uccelli, esaminavano i visceri degli animali sacrificati nel tempio e soprattutto studiavano il moto di astri e pianeti: fin dall’antichità i popoli della Mesopotamia vennero collegati al sapere, sacro e misterioso, delle stelle.

Caratteri pittografici su una tavoletta d’argilla del IV millennio a.C., Uruk, Mesopotamia. Si ritiene possa essere un elenco di nomi di schiavi: la mano in alto a sinistra rappresenta il padrone.

La scrittura cuneiforme Una grande novità dei Sumeri fu la loro scrittura cuneiforme, così chiamata perché impressa sulle tavolette con piccoli tratti a forma di chiodo o cuneo. Le tavolette di creta venivano poi cotte al forno. Furono i funzionari del tempio della città di Uruk, verso il 3300-3200 a.C., ad adottare i pittogrammi, cioè disegni schematici di oggetti concreti (pecore, sacchi di grano ecc.), per registrare i movimenti di merci in entrata e in uscita dai magazzini annessi al palazzo. Da quei primi disegni si passò poi, nel corso del tempo, ai più complessi ideogrammi, che indicavano azioni e oggetti collegati. In seguito, alcuni segni passarono a indicare non più solo cose o azioni, ma sillabe. La lingua sumerica continuò a essere utilizzata, in Mesopotamia, ancora per molto tempo dopo la scomparsa del popolo che l’aveva parlata.

PRIMA si usano i PITTOGRAMMI, cioè disegni schematici di oggetti LA SCRITTURA SUMERICA

Poi si adottano gli IDEOGRAMMI per indicare azioni e oggetti

In seguito si utilizzano segni per indicare le SILLABE

Àccadi e Babilonesi: nuovi popoli nella regione mesopotamica La Mesopotamia è un territorio aperto, privo di vere barriere geografiche, a eccezione dei due grandi fiumi Tigri ed Eufrate. Perciò andò regolarmente soggetta a invasioni e infiltrazioni di svariati popoli, per lo più provenienti dalle zone situate al di là delle montagne (l’Armenia a nord, i monti Zagros a est). Molte volte i nuovi venuti riuscivano – dopo difficoltà e conflitti – a integrarsi con le popolazioni locali, dando vita a una mescolanza feconda sul piano culturale.

Gli invasori più antichi furono gli Àccadi, che nel 2370 a.C. conquistarono le città mesopotamiche sotto la guida di Sargon, re di Kish. Come nuova capitale essi fondarono la città di Akkad. Poco dopo, gli Àccadi allargarono ulteriormente il proprio dominio, dando vita a un vasto regno unitario, esteso su un territorio che dal Mediterraneo giungeva fino al Golfo Persico: fu il primo caso nella storia di un impero conquistato attraverso la forza militare. Il re conquistatore, Sargon, fu celebrato come un eroe di natura divina.

Il regno accadico ebbe vita breve: fu annientato intorno al 2150 a.C. dai nomadi Gutei.

Gli Amorrei diedero origine alla prima dinastia babilonese.

Amorrei (“co-

In seguito, verso il 2000 a.C., la Mesopotamia fu riunificata dagli loro che vengono da occidente”), nomadi che si erano già da tempo stanziati nella regione. Essi scelsero come capitale Babilonia (o Babele, come la Bibbia la chiama; il suo nome, in origine, significava “porta del dio”), una città allora di modeste dimensioni, sulla riva dell’Eufrate, a circa 100 chilometri dall’attuale Baghdad.

Lo splendore di Babilonia al tempo di Hammurabi Babilonia divenne una città potente durante il regno di Hammurabi (circa 1792-1750 a.C.), che allargò il dominio babilonese su tutta la valle del Tigri e su parte di quella dell’Eufrate.

Sul piano culturale, questo primo regno babilonese si pose come il diretto erede della civiltà sumerica. Perfezionate le conoscenze astronomiche, fu elaborato, con calcoli assai sofisticati, un calendario lunare e uno solare molto vicini a quelli attuali.

Si ebbe anche una notevole fioritura letteraria, con testi di natura giuridica e religiosa e altri di carattere poetico: il più noto è l’Epopea di Gilgamesh, che narra le imprese dell’antico e leggendario signore di Uruk. Sul fi nire del proprio regno, Hammurabi, seguendo l’esempio del re sumero Ur-Nammu , fece compilare un codice di leggi scritte destinato a grande fama. Lo scopo era evitare catene di vendette senza fi ne, che dissanguavano la società: Hammurabi prescrisse per ogni crimine una pena, di solito assai severa , in base alla quale al colpevole veniva infl itto lo stesso danno da lui procurato.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quali furono le novità culturali del primo regno babilonese?

Testa in bronzo di dignitario accadico conservata al Museo nazionale di Baghdad.

Comprendi

Chi erano, rispettivamente, Sargon e Hammurabi?

Diversamente dal principio moderno, secondo il quale tutti sono uguali davanti alla legge, nel Codice di Hammurabi il risarcimento a chi veniva offeso era proporzionato alla sua importanza sociale: non tutti gli individui, cioè, “valevano” allo stesso modo.

L’influsso culturale di Sumeri e Babilonesi Alla morte di Hammurabi, il regno babilonese fu esposto a nuove invasioni e si frantumò. Non si esaurì, però, influsso culturale esercitato dai Sumeri e dai Babilonesi sulle genti che, in seguito, domineranno la Mesopotamia. Tra questi popoli vi saranno gli Hittiti (i quali si serviranno della scrittura cuneiforme e adatteranno ai loro dèi ed eroi i poemi sumerico-babilonesi) e gli Assiri, che parleranno la stessa lingua dei Sumeri, pur se con differenze di pronuncia. Poiché appartengono a un’epoca molto successiva, parleremo di questi popoli più avanti (vedi p. 60).

STORIA E LETTERATURA

LA MITOLOGIA MESOPOTAMICA

Il codice di Hammurabi, risalente al 1750 a.C. circa. È una stele di basalto alta due metri ed è stata ritrovata nel 1901 presso la città di Susa. La stele reca inciso il testo delle leggi babilonesi in caratteri cuneiformi e, inoltre, mostra nella parte superiore Hammurabi seduto sul trono, mentre solleva il braccio destro in atto di omaggio verso Shamash, dea della giustizia.

I popoli mesopotamici elaborarono una religione politeista, cioè una religione che venerava molti dèi, simboleggianti le grandi forze della natura. Su di loro, i mesopotamici svilupparono racconti e visioni: li immaginavano superiori agli uomini, avvolti in un alone di maestosità e grandezza; erano immortali (non potevano morire), ma non eterni, nel senso che ebbero un inizio nel tempo. Inoltre, dovevano anch’essi obbedire al destino. Erano chiaramente distinti tra divinità maschili e femminili; come gli uomini, avevano testa, membra, sensi, bevevano, si vestivano, dormivano, si affaticavano ecc.; e come gli uomini amavano, odiavano, si adiravano, erano generosi ecc.

La cultura dei popoli mesopotamici fu la prima a elaborare una complessa mitologia: un insieme di leggende relative a dèi ed eroi. Tali racconti racchiudevano una articolata interpretazione delle origini del mondo: oltre che di una mitologia, dunque, si trattava di una cosmogonia

Essi narravano i miti sumerici: all’origine di tutto vi fu un insieme caotico di forze, a cui gli dèi conferirono però un ordine, creando la Terra, il cielo e l’uomo. Gli uomini, tuttavia, commisero gravi colpe; per questo gli dèi li punirono con un grande diluvio (amáru), che spazzò via ogni cosa. Solo il giusto Utnapishtim, preavvisato dal dio Enki/ Ea, poté mettersi in salvo su una barca da lui costruita, assieme alla famiglia e a molti animali.

Questo racconto è narrato nelle grandi epopee (insieme di poemi) di Gilgamesh proveniente dalla città di Uruk, e in altre simili: testi messi per iscritto in epoca successiva, al tempo dei Babilonesi, ma ispirati ai miti precedentemente elaborati dai Sumeri.

Il mito sumerico proseguiva raccontando che, una volta sceso dalla barca, Utnapishtim fece un sacrificio di ringraziamento; il dio Enlil gli donò a quel punto l’immortalità. L’eroe andò poi ad abitare in un’isola alla foce del Tigri e dell’Eufrate: qui venne a visitarlo l’altro eroe, Gilgamesh, per chiedergli come gli fosse stato concesso il privilegio dell’immortalità.

Statua di Gilgamesh ritrovata a Khorsabad in Iraq.

IDENTIKIT

tipo di documento

iscrizione su pietra

autore

Hammurabi, re di Babilonia

opera

Codice di Hammurabi

data

1750 circa a.C.

“Il Codice di Hammurabi

Il Codice di Hammurabi è costituito da ben 282 articoli, relativi a moltissimi ambiti sociali: vi sono norme relative alla vita familiare (matrimonio, adulterio, dote, eredità), al lavoro dei campi (confini dei campi, danneggiamenti, conflitti tra pastori e agricoltori), al commercio (prestiti, crediti, rapporti tra padroni e dipendenti).

Una vasta sezione riguarda i danni a persone e cose: furti, danneggiamenti, percosse, violenze sessuali, omicidi volontari e colposi. Leggiamo alcune di queste leggi.

Se un nobile cava un occhio a un nobile, si caverà il suo occhio.

Se un nobile cava un occhio a uno schiavo, pagherà la metà del suo prezzo [al proprietario].

Se un nobile cava un occhio a un popolano, pagherà una mina d’argento.

Se un uomo ha contratto un debito e non può pagare il creditore per mancanza di raccolto dovuto a inondazione o siccità, non sia vincolato dal contratto e non paghi interessi per quell’anno.

Se il figlio che il padre vuole diseredare ha commesso una grave colpa, sia perdonato.

Quando muore un uomo che ha avuto figli sia dalla moglie che da una schiava, e ha riconosciuto come suoi i figli di quest’ultima, l’ere-

1. Alla base del Codice è il criterio dell’“occhio per occhio”: il responsabile di un delitto o di un’offesa recata a un terzo va punito mediante lo stesso danno che egli ha arrecato alla sua vittima.

• In quali norme ritrovi con maggiore evidenza questo principio?

• In certi casi la legge del taglione viene applicata su persone del tutto innocenti: dove, in particolare?

2. In base alla mentalità dell’epoca, l’entità del risarcimento variava a seconda della posizione sociale dell’offeso.

3. Quali norme evidenziano tale differenziazione?

• Ora rifletti: ti sembrano norme comprensibili, se riportate a quell’epoca? È giusto pretendere da un testo di quasi quattromila anni fa la stessa sensibilità che abbiamo noi oggi verso la pena di morte?

dità deve essere divisa in parti uguali tra tutti.

Se un uomo rapisce il bambino di un altro sia condannato a morte.

Se nel crollo di una casa muore il figlio del padrone di casa, sia messo a morte il figlio del costruttore.

Se una donna odia il marito e gli si nega, la questione venga portata davanti al distretto.

Se la donna si è comportata bene e il marito l’ha trascurata e umiliata, non deve essere condannata e ha il diritto di ritornare con la dote alla casa paterna.

Se la moglie di un uomo fatto prigioniero non ha il necessario per vivere, può sposarsi con un altro senza essere considerata colpevole.

(da C. Saporetti, Antiche leggi. I «codici» del Vicino Oriente antico, Milano, Rusconi, 1998, con adattamenti)

4. Altre disposizioni sono piuttosto umane e paiono improntate a tolleranza.

• Quali norme, in particolare?

• Un misto di severità e di tolleranza ispira le leggi sull’adulterio e sulla donna: commentale con le tue parole.

5. Una norma, relativa ai figli naturali, cioè nati fuori del matrimonio, risulta davvero moderna e civile.

• Rintracciala nel testo.

6. Alcune leggi sono durissime, perché prescrivono la pena di morte.

• Rintracciale nel testo.

GUIDA ALL’ANALISI

VEDERE LA STORIA

Babili, “porta del dio”, o Babilani, “porta degli dèi”: questa espressione accadica è all’origine del nome di Babilonia, o Babele, una delle città più famose del mondo antico.

Il mito di Babilonia

ATLANTE Visuale

Babilonia, centro dell’universo

notevole rilievo, ma poi conobbe un rapidissimo declino – forse dovuto al peggioramento delle risorse agricole – tanto che, quando l’imperatore romano Traiano conquistò la Mesopotamia (113-116 d.C.), Babilonia era già in rovina: ma il suo mito –conservato fra l’altro nel noto racconto biblico della “Torre di Babele” – era ormai affermato.

Posta nel centro della Mesopotamia, a cavallo del fiume Eufrate, a 80 chilometri a sud dell’odierna Baghdad, Babilonia secondo la tradizione sarebbe stata fondata da Sargon di Akkad, forse ampliando un precedente villaggio di età sumera; in ogni caso, è certo che la città doveva esistere già nel XXIV secolo a.C. Occupata dalle tribù semitiche degli Amorrei attorno al 2100 a.C., Babilonia sotto di loro divenne una delle città più importanti del Vicino Oriente antico, in quanto capitale del regno babilonese, divenuto impero sotto Hammurabi (XVIII secolo a.C.). In seguito, anche quando fu saccheggiata dagli Ittiti (XVI secolo a.C.), o dominata dai Cassiti (XVI-XII secolo a.C.), e ancora distrutta due volte dagli Assiri (689 e 684 a.C.), la città conservò il suo prestigio e la sua rilevanza, rilanciata quando – stavolta sotto il controllo delle tribù semitiche dei Caldei – si sottrasse al controllo assiro e poi contribuì, con altre popolazioni, al crollo dell’intero Impero assiro (614-612 a.C.): fu allora che Babilonia divenne il centro del secondo Impero babilonese (o neobabilonese), esteso sull’intera Mesopotamia, sulla Siria, sulla Fenicia e sulla Palestina. Anche quando l’Impero babilonese fu assorbito dai Persiani, nel 539 a.C., Babilonia mantenne il suo ruolo di centro del Vicino Oriente Nel 331 a.C. fu poi Alessandro Magno – il condottiero greco, re di Macedonia, che con una rapida campagna conquistò l’Impero persiano fra il 334 e il 329 a.C. – a occupare Babilonia, dove fu accolto come un liberatore: la città aveva allora, forse, un milione di abitanti, una cifra notevolissima per il mondo antico, e Alessandro Magno meditò di farne la capitale del suo impero. Pochi decenni dopo, Babilonia divenne parte del regno di Siria, dominato dalla dinastia greca dei Seleucidi, sorta dalla frammentazione dell’Impero di Alessandro; poi, quando ai Greci si sostituirono i Parti (popoli iranici che conquistarono l’Iran e la Mesopotamia fra il III e il II secolo a.C.), la città aveva ancora

Il centro della città

Il suo massimo splendore risale, dunque, a quando era capitale dell’Impero neobabilonese (VII-VI secolo a.C.), epoca alla quale risalgono la maggior parte dei resti riportati alla luce (negli scavi svoltisi fra il XIX e il XX secolo). Al centro della città, difeso da una seconda cinta muraria più interna e posto lungo le rive dell’Eufrate, sorgevano gli edifici più grandiosi: l’imponente palazzo di Nabucodonosor II (605-662 a.C.), il conquistatore di Gerusalemme; i resti ancora presenti del tempio di Marduk (la divinità protettrice della città e della dinastia all’epoca di Hammurabi); la ziqqurath Etemenanki (“Casa delle fondamenta del cielo e della terra”), corrispondente alla Torre di Babele di cui parla la Bibbia, che aveva una base quadrata con lato lungo ben 90 metri. La tradizione attribuiva a un leggendario re babilonese la costruzione di “giardini pensili”, cioè sollevati su ampie piattaforme artificiali: si tratta di una delle sette meraviglie del mondo antico; gli scavi forse ne hanno trovato traccia in alcuni resti nell’angolo nordest del palazzo di Nabucodonosor.

La Porta di Ishtar

Era l’ottava porta della città interna di Babilonia. Fu costruita intorno al 575 a.C. per ordine di Nabucodonosor II sul lato nord della città e dedicata alla dea babilonese Ishtar. Dal 1930 la porta si trova al Pergamon Museum di Berlino, ricostruita con i materiali recuperati dagli scavi di Robert Koldewey, insieme a una parte della Via Processionale che passava sotto di essa.

Dalla Porta di Ishtar si dipartiva la grande via, usata per le processioni, che conduceva al centro cittadino, sede dei templi più importanti. La città era difesa da una doppia cinta di mura, erette in mattoni, con torri; nelle mura si aprivano otto grandi porte, fra le quali la più celebre era la Porta di Ishtar, decorata con mattoni smaltati dai vividi colori.

L’Eufrate – che corre da nord a sud – attraversava la città nel mezzo, ma l’acqua del fiume era utilizzata anche per riempire un canale che correva tutt’attorno alle mura della sezione orientale della città, atto a rafforzare la difesa nonché a facilitare i trasporti e l’irrigazione. Una fortezza difendeva il lato nord della città.

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L’Egitto, un dono del Nilo

3. Tre millenni di storia: l’Egitto dei faraoni

L’Egitto: una lunghissima striscia verde nel deserto Lo storico greco Erodoto definì l’Egitto e la sua civiltà «un dono del Nilo». Il grande fiume (il più lungo del mondo, con i suoi seimila chilometri) forma infatti, negli ultimi mille chilometri del suo corso, una fertilissima oasi nel deserto: una striscia verde, larga, in certi punti, fino a 20 chilometri circa. A circa 200 chilometri dal mare l’oasi si allarga in un più vasto delta, con numerosi rami che sfociano infine nel mar Mediterraneo.

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Comprendi

Perché Erodoto definì l’Egitto «un dono del Nilo»?

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Spiega le differenze geografiche e sociali esistenti tra Alto Egitto e Basso Egitto.

CARTA INTERATTIVA

L’antico Egitto

La civiltà egizia si sviluppò lungo il corso del fiume Nilo dove si concentravano le attività economiche e i centri abitati. Nel corso della sua storia millenaria l’Egitto riuscì poi a espandersi a sud verso la Nubia e a nord, nella zona degli odierni Libano, Siria e Palestina.

Tra maggio e settembre la portata del Nilo aumenta, a causa delle piogge tropicali che si scaricano sull’altopiano etiopico. A inizio estate, perciò, le acque invadono i terreni per poi ritirarsi, lasciando sul suolo un fertile strato di limo. Fin dai tempi più antichi, i contadini chiamavano terra nera quella invasa dalle acque; la terra rossa era invece quella dell’immenso deserto tutt’attorno, un ambiente selvaggio e ostile.

L’Alto Egitto e il Basso Egitto L’Egitto non è un territorio tutto uguale. La regione del delta, il Basso Egitto, è più larga e più vicina al mare; la corrente del Nilo è più regolare e abbondante e consente raccolti maggiori e costanti. Perciò, fin dai tempi antichi, molti suoi abitanti potevano guadagnarsi da vivere nei lavori artigianali, in particolare con i tessuti e i metalli, scambiati con i popoli mediterranei e con la penisola arabica.

Più isolato e primitivo era l’Alto Egitto, la lunghissima e stretta oasi che s’inoltra nel continente africano, verso le sorgenti. Qui l’agricoltura dipendeva interamente dalle acque del Nilo e dalle sue piene periodiche.

r to del Sahara

r to Arabico

Massima espansione

Mare Mediterraneo
BASSO EGITTO
Golfo Persico
Saqqada
Giza
LIBANO
SIRIA
AN A TOLIA
Dese
Dese
Tebe
ALTO EGITTO
NUBIA
UNA CONNESSIONE STRATEGICA TRA TERRE E ACQUE

Nasce un regno unitario Essendo più dipendenti dal Nilo, costrette a lottare giorno per giorno contro il grande fiume, le popolazioni dell’Alto Egitto accettarono per prime un’autorità centrale, che coordinasse i lavori utili a dominare il Nilo. Intorno al 4000-3500 a.C. l’Alto Egitto divenne un regno unito e militarmente forte. Intorno al 3100 a.C. circa riuscì a conquistare il Basso Egitto. L’impresa fu guidata dal leggendario re Narmer (noto anche come Menes), il quale, secondo la tradizione, fondò la capitale Menfi, non lontana dall’attuale città del Cairo.

Narmer/Menes fu il primo faraone: una figura di re-dio al quale apparteneva tutto l’Egitto, terre e abitanti; il regno coincideva con lui. Il faraone era, in un certo senso, il simbolo vivente dell’intero paese: un simbolo di unità necessario, per uno Stato tanto esteso.

Furono gli Egizi i primi a unificare politicamente un immenso paese e a dare a milioni di persone, per la prima volta, un’identità nazionale: la coscienza cioè di appartenere a un’unica, grande nazione. Tutto ciò s’incarnava, appunto, nel faraone e nei suoi emblemi di potere: lo scettro e la corona, inventati in Egitto e da allora divenuti simboli di regalità in tutto il mondo.

L’antico Egitto sperimenta il primo regno teocratico della storia Il nome “faraone” significava “grande casa”, e stava a indicare non la persona, quanto il palazzo in cui il sovrano risiedeva: una casa così grandiosa dimostrava il potere del re. La sua natura divina impediva che il faraone fosse nominato o avvicinato o visto dai suoi sudditi. Quando moriva, il suo corpo veniva mummificato e poi riposto in cunicoli segreti delle piramidi, immense costruzioni, adeguate alla grandezza del faraone e alla protezione divina da lui concessa all’Egitto. Essendo governato da un re-dio, l’Egitto era una teocrazia (dal greco theós, “dio”, e krátos, “potere”). Un governo teocratico è il più assoluto e autoritario che si possa immaginare. Un re-dio è legittimato a fare ciò che vuole, senza rendere conto a nessuno. L’antico Egitto fu il primo Stato a sperimentare un governo teocratico (che ritroveremo molte altre volte nella storia).

I monumenti più celebri dell’Antico Regno sono le piramidi, gigantesche tombe, erette a Saqqara e a Giza, non lontano dall’attuale capitale, Il Cairo. Mirabili per la loro grandiosità e concezione architettonica, queste costruzioni richiesero il lavoro di migliaia di persone e costituiscono una straordinaria testimonianza della civiltà dell’epoca. Le piramidi più famose furono erette a Giza, fra il 2550 e il 2490 a.C., come tombe per tre faraoni della IV dinastia: Cheope, Chefren e Micerino. La più alta è la piramide di Cheope, chiamata anche “Grande Piramide”: è alta 147 metri, ogni lato della sua base quadrata misura 230 metri e per costruirla furono necessari oltre 2.300.000 blocchi di pietra, ognuno dei quali pesa in media 2,5 tonnellate. Migliaia di uomini vennero impegnati nella sua costruzione, per venti o forse trent’anni, nelle fasi di piena del Nilo, quando non era possibile coltivare la terra. Le pietre andavano sollevate ad altezze notevoli: vennero perciò

L’IMPORTANZA DEL FARAONE

cioè il FARAONE, simbolo dello Stato e della nazione b) tutti obbediscono a una sola AUTORITÀ CENTRALE, a) le persone pensano di far parte di un’unica NAZIONE in Egitto per la prima volta:

VIDEOLEZIONE

Visitiamo le piramidi di Giza

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Comprendi In che senso l’Egitto fu il primo regno teocratico della storia?

T E M

costruite macchine e rampe che circondavano la costruzione e sulle quali venivano issati i blocchi.

Tombe dei faraoni, scrigni contenenti favolose ricchezze, monumenti destinati al culto di Amon-Ra, il Sole: le piramidi sono tutto questo e altro ancora. Ma per quale motivo gli Egizi vollero rendere queste costruzioni così monumentali, sostenendo spese altissime e impiegando lavoratori che sarebbero stati meglio utilizzati nel lavoro dei campi?

La risposta va cercata nel fatto che la piramide era la tomba del faraone: un uomo che era anche, e soprattutto, un dio; la monumentalità dell’edificio voleva dunque ribadire il potere divino di colui che sedeva sul trono e l’obbedienza a lui dovuta. Non solo: la piramide suggerisce l’elevazione verso il cielo, al quale il faraone defunto ritornava dopo la morte, e che era la dimora del dio più importante, Amon-Ra, di cui il faraone veniva ritenuto figlio.

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Che cos’è l’unificazione politica?

Spiega, aiutandoti, se vuoi, anche con Internet. STUDIA CON METODO

Trenta secoli di storia, quattro grandi periodi, 31 dinastie L’unificazione politica, risalente al 3100 a.C. circa, segnò l’inizio della storia egizia, durata per ben tre millenni. Gli storici distinguono quattro grandi periodi.

• L’Antico Regno, con capitale Menfi: dal 3100 al 2200 a.C.

• Il Medio Regno, con capitale Tebe (oggi Luxor): dal 2052 al 1786 a.C.

• Il Nuovo Regno, con capitale prima Tebe e poi altre città: dal 1567 al 1075 a.C.

• Infine, la cosiddetta Epoca tarda, estesa per un millennio, fino alla conquista romana (31 a.C.).

Questi trenta secoli costituiscono un tempo lunghissimo, il più lungo mai conosciuto da uno Stato nella storia umana. Si verificarono fasi di divisione politica (i cosiddetti “periodi intermedi”); ma nel complesso questi tre millenni di storia furono collegati da un filo unitario, ovvero le famiglie reali (le cosiddette dinastie, 31 in tutto) dei faraoni che governarono via via l’Egitto.

Antico e Medio Regno L’Antico Regno durò otto secoli e si esaurì intorno al 2200 a.C., quando scoppiò la prima rivolta sociale della storia: contadini e artigiani si ribellarono contro il rigido sistema che li opprimeva. Persino la figura sacra del faraone fu messa in discussione. Scoppiarono guerre civili e divisioni politiche: varie province si resero autonome dal potere centrale. Dopo circa un secolo i nobili riuscirono a unificare nuovamente il paese, ponendo fine al “primo periodo intermedio” della storia egizia.

Il tempio di Luxor è un grande complesso situato sulla riva orientale del Nilo e, al tempo, era dedicato al dio Amon. L’entrata principale era fiancheggiata da sei statue di Ramses II: quattro sedute (ne rimangono solo due, come si può vedere dall’immagine) e due in piedi.

DENTRO LE PAROLE

Iniziò a quel punto il Medio Regno, che durò quasi quattro secoli, dal 2052 al 1786 a.C. La nuova capitale fu posta a Tebe (oggi Luxor), molto più a sud di Menfi. L’Egitto conobbe un forte sviluppo economico e politico; aumentarono gli scambi commerciali con le città siriache e con le isole del Mediterraneo orientale, Creta e Cipro. Inoltre, i sovrani di Tebe allargarono il regno, conquistando a sud la Nubia e mettendo sotto controllo, a est, la penisola del Sinai.

DINASTIA È costituita da una serie di re che si succedono al governo di un Paese, provenienti da una medesima famiglia. In genere, la catena di successione prevede la sequenza padrefiglio. Quando il sovrano regnante non ha figli, quando cioè mancano discendenti diretti, spesso avviene una crisi dinastica e la dinastia può interrompersi. Sul trono può salire allora un’altra dinastia. Oggi questo termine, per estensione, si applica anche a famiglie di industriali, di politici ecc. che si trasmettono il potere di padre in figlio.

Oggi nel mondo esistono ancora dinastie regnanti? Rispondi con una ricerca in rete.

Il dominio straniero degli Hyksos Verso il 1750 a.C. l’Egitto del Medio Regno fu invaso da genti nomadi provenienti da est: gli Hyksos, un popolo di forti guerrieri, muniti di nuovi strumenti da guerra, come il cavallo e il carro da combattimento, ma non di armi di ferro.

Intorno al 1675 a.C. gli Hyksos s’insediarono da vincitori nella regione del delta del Nilo; qui posero la propria capitale nella città di Avaris. Conquistarono addirittura la dignità suprema (i faraoni della XV e XVI dinastia risultano infatti Hyksos per nascita) e portarono all’Egitto importanti novità, tipiche dell’Oriente asiatico, come il telaio verticale per tessere, la coltura dell’olivo e la lavorazione del bronzo.

Non furono, però, mai accettati dagli Egizi; i più ostili a loro erano, per motivi di potere, i prìncipi (governatori dei santuari) di Tebe. La “guerra di liberazione” da loro guidata ebbe successo: nel 1567 a.C. il principe Kamose sconfisse gli Hyksos; suo fratello Ahmose fondò la XVIII dinastia. Concluso il “secondo periodo intermedio”, l’Egitto ritornò unito; Seth, il dio-sciacallo degli Hyksos, fu da allora considerato un dio del male.

Lo splendore del Nuovo Regno Iniziò così il Nuovo Regno: cinque secoli di grande sviluppo. L’Egitto, divenuto una potenza militare, si allargò a oriente: il faraone Thutmosi III, che regnò dal 1478 al 1426 a.C., sconfisse il bellicoso regno di Mitanni e impose il dominio egizio sulla Siria; vennero messe sotto controllo anche la Fenicia (l’attuale Libano) e la Palestina. Fu il momento della massima espansione egizia. I popoli soggiogati dovevano versare pesanti tributi; enormi ricchezze (spezie, legno di cedro, rame, pietre preziose) affluivano a Tebe.

Questa espansione fu in parte arrestata dagli Hittiti (vedi p. 60), un popolo indoeuropeo insediato nell’attuale Turchia, che disponeva delle nuovissime armi di ferro. Nel 1274 a.C. Egizi e Hittiti si scontrarono a Qadesh (attuale Siria). Guidati dal faraone Ramses II, gli Egizi riuscirono a resistere; Ramses stipulò con gli Hittiti un trattato di pace e consolidò la forza del suo regno.

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Colloca nel tempo e nello spazio Qual è la successione dei periodi principali della civiltà egizia? Rintraccia su una carta dell’Egitto attuale le sedi delle antiche capitali, in particolare Menfi e Tebe.

Frammento di un colosso di Ramses II, soprannominato Giovane Memnone. British Museum, Londra.

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Per quale motivo ebbe inizio un lungo periodo di decadenza per l’Egitto?

In questa fase di prosperità l’Egitto ospitava molti immigrati, provenienti da varie regioni del Vicino Oriente e stanziatisi nella regione del delta: vi erano tra loro anche alcune tribù di Ebrei, come la Bibbia ricorda. Lavoravano come braccianti, pagati a giornata per i lavori nei campi.

L’attacco dei “Popoli del mare” Verso il 1200 a.C. l’Egitto subì l’attacco dei cosiddetti “Popoli del mare”, misteriosi invasori che provocarono sconquassi in tutta l’Asia vicina e nel Mediterraneo orientale. Il faraone Ramses III riuscì, intorno al 1180 a.C., a sconfiggere gli invasori, ma la difficile guerra inflisse un duro colpo all’Egitto, che dovette abbandonare tutte le conquiste in Asia. Iniziò allora, per il paese dei faraoni, un lunghissimo periodo di decadenza: decadenza politica, ma non culturale, perché il prestigio della cultura egizia sarebbe rimasto intatto per tutta l’antichità.

Gli ultimi sei secoli di storia L’unità politica del regno egizio si sfasciò nel 1075 a.C. Nella regione del delta, con capitale Tanis, regnava un debole faraone; invece, nell’Alto Egitto il potere era gestito dal sommo sacerdote di Amon, a Tebe. I sacerdoti erano sempre più ricchi e potenti; i faraoni ne erano, di fatto, succubi. Un ultimo sussulto di grandezza e di unità nazionale si ebbe al tempo di Psammetico I, fondatore della XXVI dinastia, che nel VII secolo a.C. riuscì a riunificare l’Egitto, ponendo la capitale a Sais, nella zona del delta. Fu però un’illusione. L’Egitto conobbe anche l’umiliazione della dominazione straniera: prima gli Assiri (662 a.C.) e poi i Persiani (525 a.C.) si imposero da padroni. Nel 332 a.C. i Persiani vennero sconfitti dal re macedone Alessandro Magno. Dopo la sua morte, a partire dal 304 a.C., l’Egitto fu retto da una dinastia di sovrani greco-macedoni, i Tolomei. Ultima della dinastia dei Tolomei fu la regina Cleopatra: alla sua morte, nell’anno 31 a.C., l’Egitto entrò nell’Impero romano come una delle tante sue province.

Rilievi raffiguranti il faraone Psammetico I mentre prega di fronte al dio Thot.

IDENTIKIT

tipo di documento poemetto epico

autore sconosciuto

opera Poema di Pentaur

data

1250 a.C. circa

“La gloria di Ramses II nella battaglia di Qadesh

La battaglia di Qadesh si combatté nel 1274 a.C. sulle rive del fiume Oronte (in Siria) tra l’esercito del faraone Ramses II e quello del re hittita Muwatalli II. Lo scontro finì, in realtà, senza vincitori né vinti, ma Ramses chiese agli artisti e intellettuali uno sforzo senza precedenti, per magnificare la sua “vittoria” e renderla nota in tutto l’Egitto. Nacquero così poemi epici e iscrizioni sulle pareti dei templi che celebrano la gloria del faraone vittorioso e invincibile. Leggiamo un passo del Poema di Pentaur (Pentaur era lo scriba che copiò su papiro il testo originale): Ramses II si ritrova solo, abbandonato anche dagli uomini più fidati: si rivolge allora al dio Amon-Ra, invocandone l’aiuto. È un momento drammatico ed emozionante.

Non c’è prìncipe con me, non c’è auriga, non c’è ufficiale di truppa, non uno scudiero. Mi ha abbandonato il mio esercito, la mia cavalleria è in ritirata davanti a loro: non si è fermato uno di loro per combattere con essi.

Che avviene dunque, padre mio Amon? Forse un padre si disinteressa del figlio? O forse ho fatto, senza rendermi conto, qualcosa di male? Mi sono allontanato dai giudizi della tua bocca? Ho mai trasgredito i tuoi comandi? Padre Amon, non ti ho dedicato nobili monumenti e riempito i tuoi templi di prigionieri di guerra? Non ti ho offerto in sacrificio decine di migliaia di buoi e bruciato sui tuoi altari i legni più profumati? È troppo grande il signore dell’Egitto, perché lasci avvicinare gli stranieri alla sua strada. Che sono per il tuo cuore questi asiatici, o Amon? Vili che ignorano dio. Io grido a te, padre mio Amon, in mezzo a eserciti stranieri e numerosi a me igno-

1. Il testo celebra le virtù del sovrano, ovvero: a) il coraggio di Ramses II, che resiste da solo al nemico; b) la sua fiducia nell’intervento del dio Amon-Ra; c) la presenza del dio a fianco del faraone.

• Sottolinea le frasi che documentano questi tre aspetti.

2. La prima parte del testo presenta la drammatica situazione in cui si è trovato il faraone: abbandonato dai suoi, sta per soccombere.

• Ramses si rivolge allora al “padre Amon” con una serie di domande retoriche: che cosa chiede al dio?

3. Il faraone rivendica di aver sempre adempiuto ai suoi doveri.

• Quali sono questi doveri? Sono tutti di tipo soltanto religioso?

ti. [...] Io grido, e trovo che Amon mi è utile più di milioni di truppe, più di centinaia di migliaia di cavalieri, più di decine di migliaia di fratelli e di figli adunati insieme. [...] Amon è più utile di loro. [...]

Ecco, [...] Amon ha ascoltato il mio grido, ha risposto al mio richiamo. Ho dato un grido di gioia sentendo la sua voce dietro di me: “Mi sono precipitato da te, Ramses Miamun. Guarda, sono al tuo fianco. Guarda, sono qua, tuo padre, il grande Re-Sole. La mia mano combatterà con la tua e il mio braccio è più forte delle centinaia di migliaia che si uniscono contro di te. Sono il dio della vittoria e amo il cuore coraggioso, ho trovato in te uno spirito giusto e il mio spirito esulta per il tuo valore e il tuo potere”.

Edda Bresciani (a cura di), Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Einaudi, Torino 2020

• In seguito Ramses rivolge un’esortazione al dio: quale?

4. Il re non si perde mai d’animo; sa che l’aiuto del dio può essere decisivo. A quel punto il dio risponde al grido del faraone.

• Amon-Ra prende direttamente la parola: che cosa dice?

5. Il Poema di Pentaur è interessante anche come documento storico.

• Quali informazioni riguardo alla battaglia possiamo ricavarne?

• C’è qualche concetto o elemento su cui lo scriba si ferma con maggiore insistenza? Individua quale parola è ripetuta più volte.

• Leggendo il testo si può capire come Ramses II concepiva il proprio potere: riassumi tale concezione in un breve elaborato.

GUIDA ALL’ANALISI

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Riassumi

Elenca le classi sociali della società egizia in ordine gerarchico.

4. Società e saperi del mondo egizio

La rigida gerarchia della società egizia Il mondo egizio rimase fedele per millenni alle sue tradizioni, proteso a rispecchiare l’ordine che gli dèi, all’inizio dei tempi, avevano stabilito. Il tempo sembra quasi fermarsi, sulle rive del Nilo; tutto pare ripetersi generazione dopo generazione, sempre uguale a sé stesso. La stessa rigidità caratterizzava la società egizia, organizzata secondo una ferrea gerarchia. Al vertice c’era il faraone; sotto di lui vi erano i sacerdoti e i nobili. I primi non si occupavano solo del culto religioso: erano anche i consiglieri politici del sovrano, amministravano la giustizia, coltivavano le scienze e riscuotevano ricchi tributi dal popolo, che accorreva nei templi. Specialmente i sacerdoti della città sacra di Tebe costituivano una vera potenza politica. Anche i nobili, appartenenti alle famiglie più ricche, erano esentati dal pagamento delle tasse. A loro spettavano i comandi militari; alcuni erano diretti collaboratori del faraone. Tra loro veniva scelto il visir, una sorta di primo ministro, a capo di tutta l’amministrazione dello Stato egizio.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perchè gli scribi erano tanto importanti in Egitto?

Statuetta raffigurante uno scriba seduto, risalente al III millennio a.C. e oggi conservata al Louvre a Parigi.

Gli scribi, una casta privilegiata di funzionari Un ceto prestigioso era quello degli scribi, i professionisti della scrittura e amministratori pubblici: catalogavano le proprietà di faraone e sacerdoti, controllavano la riscossione dei tributi, annotavano i contratti commerciali, registravano le paghe dei dipendenti, scrivevano i documenti ufficiali dello Stato e li conservavano negli archivi. Tutto, in Egitto, veniva registrato e archiviato con scrupolo. Per diventare scriba occorreva un lungo studio, necessario ad apprendere la complicatissima scrittura geroglifica (vedi p. 54) e le basi del calcolo e dell’amministrazione.

Le altre figure sociali La società egizia conosceva anche figure sociali intermedie, tipiche di una società evoluta. Ai traffici commerciali si dedicava una folta schiera di mercanti, alcuni ricchi e influenti. Esistevano poi numerosi artigiani – scultori, scalpellini, falegnami, vasai, pittori, fabbri – utilizzati per le case e le tombe dei ricchi e anche per la costruzione dei grandi monumenti (templi, palazzi e piramidi).

GERARCHIA La parola, di origine greca, significa “governo di chi è sacro”; oggi indica quella particolare organizzazione in cui gli individui si dispongono dal più importante al meno importante e risultano legati da un rapporto reciproco di subordinazione e supremazia. Non c’è, dunque, discussione sui rispettivi ruoli. In una gerarchia sociale i vari membri della collettività sono organizzati in una scala ascendente, dal più al meno importante: al vertice vi è il sovrano o chi governa; seguono le posizioni e i ruoli a mano a mano più subordinati e umili. Al “gradino” più basso della cosiddetta “piramide sociale” vi sono coloro che non prendono alcuna decisione e sono esclusi da ogni diritto.

In quali contesti oggi la gerarchia svolge un ruolo importante? Individua almeno due esempi.

DENTRO LE PAROLE

Ai gradini più bassi della piramide sociale incontriamo i contadini, i braccianti e gli schiavi. I contadini potevano possedere una casa, un orto e qualche animale, ma non le terre che coltivavano; nei periodi in cui erano liberi dai lavori dei campi, venivano reclutati per realizzare argini e canali lungo il Nilo e per costruire gli edifici pubblici. Vi erano poi numerosi braccianti, spesso lavoratori stranieri immigrati in Egitto dai paesi vicini, in cerca di lavoro e di pane. Pochi invece erano gli schiavi: il loro numero crebbe solo negli ultimi secoli, sull’esempio delle società mediterranee.

La condizione delle donne La donna egizia era ben più emancipata che in altre società antiche. Nelle pitture del tempo osserviamo scene di intimità e affetto tra i coniugi; talvolta la sposa siede sulle ginocchia del marito o gli passa la mano dietro la spalla, in un clima di grande serenità. La legge egizia concedeva alle donne molti diritti; esse potevano studiare, fare testamento, divorziare con libertà. Nella storia egizia incontriamo donne scriba, donne sacerdotesse, spose di faraone molto attive, come la celebre Nefertiti, e persino una donna-faraone, come Hatshepsut (1478-1458 a.C.).

La religione politeista e le sue numerose divinità «Gli Egizi sono estremamente devoti, più di tutti gli altri uomini». Così annotò lo storico greco Erodoto, impressionato dalla quantità di templi presenti nel paese, dedicati a una sterminata serie di divinità. Quella egizia era una religione politeista, che venerava molti dèi, alcuni in contrasto tra loro. Le divinità più antiche erano zoomorfe, avevano cioè forma di animali, in genere raffigurate con la testa dell’animale e il corpo di uomo.

Gli dèi maggiori erano Osiride, Iside e Horus: una triade (gruppo di tre [dèi]) sacra collegata alla figura del faraone. Ogni sovrano, infatti, era considerato figlio di Osiride (il dio dei morti, ma anche della fertilità) e della sua sposa-sorella Iside, e veniva adorato come incarnazione terrena del dio-falco Horus. Quando il faraone moriva, s’impersonava in Osiride e suo figlio diventava il nuovo Horus. Molto popolare era anche il culto di Amon, il dio di Tebe, assimilato al Sole nella forma di Amon-Ra, cioè “re di tutti gli dèi”. Con lui s’identificava il potere del faraone.

re-dio

VISIR (capo del governo) SACERDOTI

NOBILI ufficiali dell’esercito • collaboratori del faraone

SCRIBI (amministratori pubblici)

ALTRE FIGURE SOCIALI mercanti • artigiani

LA MASSA DEI PIÙ POVERI contadini • braccianti • schiavi

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Quali erano le figure sociali privilegiate? E quali, invece, facevano parte del gradino più basso della società?

La testa in calcare dipinto della regina Nefertiti (1340 a.C. circa, Staatliche Museen, Berlino), moglie del faraone Akhnaton (1379-1362 a.C.).

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quali erano le maggiori divinità della religione egizia?

FARAONE
LA PIRAMIDE SOCIALE EGIZIANA

PROTAGONISTE NELLA STORIA

Educazione civica

Costituzione

Hatshepsut, il faraone donna

La Sposa del dio, Hatshepsut, dirigeva gli affari del Paese secondo la propria volontà. L’Egitto con il capo abbassato lavorava per lei.

Hatshepsut, vissuta intorno al 15071458 a.C., fu uno dei faraoni più discussi della storia egizia. Era figlia di Tutmosi I e della regina Ahmes; le venne imposto di sposare, ancora giovanissima, il fratellastro Tutmosi II, che il padre aveva generato da una concubina. In virtù di quel matrimonio regale, il nuovo faraone avrebbe potuto essere accettato più facilmente dai sudditi. Tutmosi II, però, morì presto (1504 a.C.). Hatshepsut, rimasta vedova, divenne reggente e ben presto raccolse nelle sue mani i pieni poteri. Già nel 1503 a.C. si proclamò faraone

Volle che statue e monumenti la raffigurassero solo con aspetto maschile, compresa la barba, ineliminabile nell’iconografia ufficiale dei faraoni egizi. Non aveva però timore di essere riconosciuta come donna: sui suoi monumenti fece scolpire l’approvazione del dio Amon-Ra, con frasi come queste: «Benvenuta mia dolce figlia, mia prediletta, il Re dell’Alto e del Basso Egitto, Maatkare, Hatshepsut. Assumi il ruolo di Signore, prendi possesso delle Due Terre [Alto e Basso Egitto]». Molti, nell’élite di corte, la odiavano, in particolare quanti avevano sperato di manovrarla a loro piacimento. Ma Hatshepsut si rivelò un faraone energico e capace. Pose fine alle conquiste militari del padre Tutmosi I, preferendo rafforzare e pacificare il regno.

Il potere ripensato

Hatshepsut non si accontentò di regnare – lei donna – in una società che contemplava solo sovrani uomini. Riarticolò le norme di genere del suo tempo secondo una grammatica simbolica che accoglieva l’eccezione (lei donna) nel quadro del sacro (donna ma con la barba di rito). Con la sua ibrida autorappresentazione, Hatshepsut agì da mediatrice tra maschile e femminile, umano e divino. La sua esperienza ci invita a ripensare il potere non come un attributo fisso, ma come una costruzione culturale, incarnata e negoziata nei riti, nei miti e nelle immagini della regalità faraonica.

La memoria distrutta (ma non del tutto)

Quando infine Hatshepsut morì, dopo quasi mezzo secolo di regno, l’odio contro di lei si scatenò. Vennero distrutte tutte le statue che la raffiguravano e il suo nome fu cancellato dalle liste reali, i solenni elenchi dei re e delle dinastie che venivano effigiati nei templi. Rimane però il magnifico tempio funerario a lei dedicato, scavato nella roccia, di Deir el Bahari, poco distante dalla capitale Tebe (oggi Luxor).

Venne edificato dall’architetto e primo ministro Senenmut, che fu il favorito di Hatshepsut e anche l’uomo della sua vita.

Statua seduta di Hatshepsut. Ritrovata nella città di Tebe, in Egitto e oggi conservata al Metropolitan Museum di New York.

La fallita riforma religiosa del faraone Akhenaton Un’importante riforma religiosa fu tentata dal faraone Amenhotep IV (1353-1336 a.C.), che cercò d’imporre il culto esclusivo di Aton, il disco solare. Assunto il nuovo nome di Akhenaton (“splendore di Aton”), assieme alla consorte Nefertiti il faraone si allontanò da Tebe, centro del culto di Amon-Ra, per fondare nel Medio Egitto una nuova città chiamata Akhetaton (cioè “orizzonte di Aton”, oggi Tell el-Amarna). La riforma fu combattuta duramente dai sacerdoti di Tebe, che vedevano compromesso il proprio prestigio. Akhenaton fu ucciso in una congiura e la nuova religione monoteistica venne presto dimenticata.

Il culto dei morti e i riti di sepoltura Secondo gli Egizi, l’uomo è costituito da corpo e spirito. Quando qualcuno muore, il suo spirito abbandona momentaneamente il corpo, ma per ritornarvi in futuro, proprio come le acque del Nilo ritornano a ogni stagione. Accanto al culto dei morti, la cultura egizia attribuiva grande importanza ai riti di sepoltura; infatti, lo spirito sarebbe sopravvissuto se il corpo si fosse conservato integro dopo la morte. Perciò i cadaveri (all’inizio solo quello del faraone, poi anche quelli dei nobili e dei ricchi) venivano imbalsamati, ovvero mummificati, così da conservare il corpo il più a lungo possibile. E poiché la vita dell’aldilà era un proseguimento della vita terrena, le tombe dovevano fungere da dimore per l’eternità: le si riempiva, dunque, di oggetti, cibo, suppellettili, ornamenti, persino di servitori, rappresentati con figurine di argilla. A loro toccava il compito di svolgere nell’oltretomba i lavori pesanti. I riti funerari alimentarono il sapere medico. Per mummificare i cadaveri servivano infatti notevoli conoscenze di anatomia, di biologia e di erboristeria. I medici egizi erano esperti in molti campi; i chirurghi sapevano realizzare operazioni anche difficili con strumenti di alta precisione: per esempio, otturavano i denti con un cemento speciale.

STORIA E TECNOLOGIA

NAVI PER LA VITA QUOTIDIANA E PER L’ALDILÀ

La barca, essenziale strumento della vita quotidiana, era il veicolo di trasporto per eccellenza, tanto da essere presente anche nelle cerimonie religiose, rappresentando l’ideale mezzo per raggiungere l’aldilà. Il Nilo, oltre che per l’agricoltura, rappresentava anche una risorsa importante per gli scambi economici, diventando il motore e la rete viaria di tutto l’Egitto. Lungo il suo corso si spostavano navi di tutte le dimensioni, dalle barche in canne e palma alle feluche lunghe anche 10 metri fino alle grandi zattere in grado di trasportare per centinaia di chilometri i pesantissimi obelischi. Già 3000 anni prima di Cristo la tecnica navale egizia era molto sviluppata, come testimoniano i ritrovamenti di barche a vela già prima dell’epoca dei faraoni. La tecnologia dello scafo si sviluppa assieme a quella delle vele (la cui invenzione si dice sia opera proprio degli Egizi), in genere costruite in lino pregiato di grandi dimensioni e perfettamente regolate da numerosi cordami che permettevano la navigazione a pieno carico nel Mediterraneo a navi di 50 metri. In queste navi, l’albero era costituito

STUDIA CON METODO

Comprendi

La riforma religiosa di Akhenaton fallisce per motivi di potere: chi non vuole perderlo? Perché?

Una delle illustrazioni contenute all’interno del Libro dei morti di Hunefer, antico testo funerario utilizzato dall’inizio del Nuovo Regno fino alla metà del I secolo a.C.

LEZIONE INTERATTIVA

Visitiamo la tomba di Tutankhamon

STORIA E TECNOLOGIA

La mummificazione: un corpo per l’aldilà

STUDIA CON METODO

Collega

Vai a rileggere quando e perché nacquero le piramidi.

T E M

da tre tronchi convergenti, una grande cabina era posta in genere al centro dello scafo e i timoni erano simili a pale bilanciate sui fianchi. I colori e le decorazioni erano vivaci e abbellivano l’intera struttura.

e baldacchino, sotto il quale è trasportato un sarcofago (II millennio a.C.).

S

SCUOLE EGIZIE

nelle SCUOLE per i SACERDOTI

si insegna un sapere religioso e anche scientifico (astronomia)

nelle SCUOLE per gli SCRIBI

il sapere è più pratico: geometria e matematica per gestire gli affari

La stele di Rosetta, una iscrizione su lastra di granito che ha permesso la decifrazione della scrittura egizia (II secolo a.C., Londra, British Museum).

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perché la scrittura geroglifica risultava assai complessa?

Una cultura millenaria, tramandata nelle scuole Il ricco patrimonio di conoscenze della cultura egizia si tramandava di generazione in generazione all’interno delle scuole. Ne esistevano di due tipi: scuole per i futuri sacerdoti e scuole per i futuri scribi. Le scuole per i sacerdoti (le “case della vita”) erano annesse ai templi. Possedevano biblioteche e centri di studio in cui si studiavano e ricopiavano gli antichi testi; venivano trascritti sui rotoli di papiro, un materiale ben più comodo e leggero rispetto alle tavolette di argilla utilizzate in Mesopotamia. Dai papiri egizi ci sono giunti innumerevoli testi di vario tipo: manuali scientifici, per insegnare il movimento delle stelle, il calendario religioso e le piene periodiche del Nilo; poemi di astronomia e di magia, inni religiosi, cronache guerresche, composizioni umoristiche, persino poesie d’amore. Una ricca produzione letteraria accompagnò la civiltà egizia in tutto il suo corso. Nelle scuole per gli scribi si trasmetteva un sapere più pratico: i papiri ci hanno tramandato problemi matematici, simili alle nostre equazioni con un’incognita di primo grado; calcoli di aree e volumi, l’elevazione al quadrato e l’estrazione della radice quadrata. I futuri scribi, inoltre, studiavano la geometria, perché dovevano saper misurare i terreni per delimitare con esattezza i confini dei campi, spazzati via a ogni inondazione del Nilo. Dovevano anche calcolare le imposte (tasse) dovute da ogni contadino, in proporzione alla quantità di terra lavorata da ciascuno.

La difficile scrittura geroglifica La scrittura egizia utilizzava i geroglifici, simboli che inizialmente significavano gli oggetti disegnati; poi passarono a rappresentare anche idee e suoni. Poiché molti geroglifici potevano assumere valori differenti, venivano associati a un “determinativo”, un segno con puro valore grammaticale, che indicava come interpretarli. Per esempio, il segno che raffigura l’anatra può indicare questo animale, oppure esprimere il suono sa, corrispondente alla parola che, nella lingua egizia, significa “figlio”. Questo complesso sistema di scrittura rimase in uso per i testi sacri e per i documenti ufficiali, ma gli scribi utilizzavano anche la più facile e pratica scrittura demotica. Simile alla geroglifica, ma più sintetica, venne utilizzata nei documenti di uso popolare. In seguito, gli scribi inventarono, al posto degli ideogrammi, una più rapida scrittura corsiva, vicina alle più evolute scritture del mondo antico, cioè il fenicio e il greco.

LE DOMANDE DELLA STORIA COME VENNE DECIFRATA LA SCRITTURA EGIZIA?

La scrittura egizia rimase un mistero fino al 1822, allorché lo studioso francese Jean François Champollion (1790-1832) decifrò la cosiddetta Stele di Rosetta, una lastra di basalto portata in Francia dai soldati che avevano combattuto in Egitto al seguito di Napoleone. Quella pietra presentava, dall’alto in basso, la stessa iscrizione (un decreto emesso nel 196 a.C. in onore del faraone Tolomeo V Epifane) incisa in tre versioni diverse: in geroglifico (la “scrittura sacra” egizia), in demotico (la scrittura egizia semplificata usata dalle classi inferiori), e infine in greco antico, lingua ben conosciuta.

Champollion partì dal greco e comprese che demotico e geroglifico non erano due lingue diverse, ma solo due differenti grafie dell’egizio: il geroglifico era usato per testi sacri (ieratici) o di particolare importanza, mentre il demotico era usato per documenti ordinari. In tal modo giunse alla decifrazione delle due scritture, rendendo comprensibile anche a noi ciò che gli antichi Egizi avevano scritto. La stele di Rosetta La Stele è una lastra in granito nero, alta poco di un metro e pesante circa 750 kg. Oggi la Stele è visibile nel British Museum di Londra, dove venne trasferita fin dal 1802.

CITTADINI CONSAPEVOLI

Il diritto alla giustizia

Educazione civica

Costituzione

Fin dai tempi più antichi gli esseri umani hanno avuto bisogno di norme e leggi che regolassero la vita delle comunità.

Si fissano leggi scritte

Nei millenni del Paleolitico e nei villaggi neolitici la giustizia era stata amministrata dagli anziani e dai capi-famiglia: le norme da rispettare erano conosciute da tutti. Poi però le società umane si erano ingrandite ed erano divenute più complesse. A quel punto si era reso necessario stabilire regole certe e metterle per iscritto, affidando il giudizio a giudici specializzati. Il Codice di Hammurabi, così come le altre raccolte di leggi redatte in Mesopotamia, utilizzò la nuova risorsa della scrittura per regolamentare, appunto, l’ambito della giustizia.

La giustizia nella cultura moderna

La cultura moderna ha stabilito alcuni princìpi di fondo, che sono alla base della nostra idea di giustizia. Li riassumiamo così:

• tutti i cittadini, senza eccezioni, sono uguali davanti alla legge;

• ogni lite va portata davanti a un giudice: è inaccettabile il principio del “farsi giustizia da sé”;

• i giudici devono poter prendere le loro decisioni in assoluta autonomia: nessun potere può dire o imporre a un giudice che cosa deve fare;

• ogni accusato ha diritto a difendersi: se non ha i mezzi per pagarsi un avvocato difensore, lo Stato provvederà per lui;

• ogni imputato ha diritto a un giusto processo; ha diritto a essere considerato innocente (presunzione di innocenza), fino a quando non sia stato giudicato colpevole;

• l’eventuale pena dev’essere proporzionata alla colpa (reato);

• il fine della pena non è la “vendetta” verso chi ha sbagliato, ma è la rieducazione del colpevole; perciò nessun imputato, nessun condannato può essere vittima di violenza o di tortura; la pena di morte va esclusa in ogni caso.

La giustizia

nella nostra Costituzione

I princÌpi che abbiamo elencato sono recepiti anche nella Costituzione italiana.

L’Articolo 3 fissa il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge».

L’Articolo 24 sancisce il diritto a intentare causa e, reciprocamente, il diritto alla difesa per tutti gli imputati. Tutti possono

La Giustizia viene spesso raffigurata come una donna che regge nelle mani una bilancia.

agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi: «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione».

L’Articolo 27 afferma la presunzione di innocenza per ogni accusato e fissa i criteri della pena: «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte».

L’Articolo 104 stabilisce il principio dell’autonomia della magistratura giudicante: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».

L’Articolo 111 afferma il diritto al giusto processo: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata».

DEBATE

Sul tema della giustizia viene proposta questa attività. La classe viene divisa in 4 o 5 gruppi e ognuno cerca le risposte alle seguenti domande: Che cosa succede quando un giudice sbaglia? Che cos’è la “cattiva giustizia”? Cerca sul sito Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia un caso che vi colpisce e raccontatelo. Che cos’è la “giustizia minorile”? Cerca sinteticamente informazioni in merito. Ogni gruppo spiega alla classe le informazioni che ha trovato e viene attivata una discussione in merito.

Le civiltà fluviali

Le prime civiltà nascono grazie all’agrigoltura irrigua

DOVE?

nella mezzaluna fertile: dall’Egitto (con il Nilo) alla Mesopotamia (con il Tigri e l’Eufrate

COME?

con la costruzione di canali, dighe e argini

nasce quindi un’autorità centrale

le prime forze di Stato

Le prime civiltà furono:

MESOPOTAMIA

Sumeri

creano grandi città-regno

sviluppano l’agricoltura, l’artigianato, il commercio, la matematica e la geometria

creano la scrittura cuneiforme

seguirono gli Accadi gli Amorrei e soprattutto i Babilonesi (con Hammurabi)

EGITTO

naque una civiltà lungo il Nilo

la civiltà è divisa in Antico, Medio e Nuovo Regno

era una società gerarchica

faraone, sacerdoti, nobili, scribi, artigiani, contadini e schiavi

SINTESI

LE CIVILTÀ FLUVIALI

LA CIVILTÀ FIORISCE INTORNO

AI GRANDI FIUMI

Nata verso l’8000 a.C., l’agricoltura evolvette e progredì nel corso del tempo. In diverse aree interessate alle piene di grandi fiumi, come il Nilo in Egitto, il Tigri e l’Eufrate in Mesopotamia, l’Indo e il Fiume Giallo nell’estremo Oriente, si comprese che era possibile incanalare le acque e metterle sotto controllo con dighe e bacini, in modo da distribuire uniformemente l’acqua sull’intero territorio agricolo. Nacque così l’agricoltura detta “irrigua”, un sistema che esige lavori complessi e quindi un’organizzazione guidata da un’autorità centrale. Nelle zone dell’agricoltura irrigua sorsero così i primi Stati.

I SUMERI,

IL

PRIMO POPOLO CIVILE

DELLA STORIA

Il primo popolo in grado di realizzare le opere dell’agricoltura irrigua fu quello dei Sumeri, che verso il 3800-3500 a.C. giunsero a stanziarsi nella bassa Mesopotamia, l’area dove i fiumi Tigri ed Eufrate sfociano nel Golfo Persico.

La civiltà sumerica durò circa un millennio, fin verso il 2500 a.C. Era caratterizzata da un alto sviluppo culturale e scientifico. Sul piano politico, però, i Sumeri rimasero deboli: infatti le loro maggiori città, governate ciascuna da un sovrano differente, non diedero mai vita a un regno unitario.

LA MESOPOTAMIA:

INCROCIO DI POPOLI

Questa debolezza politica portò il mondo sumerico a essere invaso da popolazioni nomadi:

prima gli Accadi e poi gli Amorrei. Tuttavia, questi nuovi arrivati conservarono le basi della cultura sumerica, percependola come prestigiosa. In seguito, verso il 1800 a.C., si affermò nell’area mesopotamica il dominio della città di Babilonia

Il suo re più famoso fu Hammurabi, autore di un celebre e innovativo codice di leggi.

LA LUNGA STORIA

DELL’ANTICO EGITTO

Quasi contemporaneamente alla civiltà sumerica, fiorì quella egizia, stretta intorno al lunghissimo corso del fiume Nilo.

La storia dell’Egitto iniziò verso il 3100 a.C. e si sviluppò per circa trenta secoli, in varie fasi: Antico Regno, Medio Regno e Nuovo Regno, intervallate da alcuni “periodi intermedi” e da momenti di dominio stranieri, come nel caso degli Hyksos. Rimase però sempre centrale la figura del faraone, adorato come re-dio.

SOCIETÀ, RELIGIONE E CULTURA

Quella egizia era una società gerarchica, dominata dal potere assoluto del faraone, dal prestigio dei sacerdoti e dei nobili e dalla centralità degli scribi, funzionari e amministratori del vasto regno.

Gli Egizi adoravano molti dèi (la loro religione viene perciò detta “politeista”), praticavano il culto dei morti e conservavano il corpo mummificandolo.

Le loro avanzate conoscenze scientifiche e tecniche erano trasmesse nelle scuole per i sacerdoti. Nelle scuole per gli scribi, invece, si insegnavano le discipline utili ad amministrare il regno.

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e indica:

a. il nome dato a quest’area

b. i territori inclusi nell’area

c. il nome odierno degli Stati coinvolti

d. la collocazione di Babilonia

e. l’Alto Egitto

f. il Basso Egitto

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

3100 a.C. | 2500 a.C. | 2370 a.C. | 2052 a.C. | 1750 a.C.

a. Alto e Basso Egitto vengono uniti con Narmer [ ]

b. Comincia il Medio Regno egizio [ ]

c. Finisce il regno di Hammurabi [ ]

d. Gli Accadi conquistano la Mesopotamia [ ]

e. La civiltà dei sumeri raggiunge il massimo splendore [ ]

Il lessico

3. Individua il sinonimo o l’espressione corretta dei seguenti termini storici.

a. antropomorfo: che ha forme umane che ha forme animali che ha forme miste

b. città-regno: regno unitario città-stato città egizia

c. codice: legge del taglione chiave di lettura insieme di leggi

d. irriguo; alluvionale ricco d’acqua grande fiume

e. Mesopotamia: terra antica terra tra i due fiumi Iraq

f. scrittura cuneiforme: che ha forme animali scrittura incisa con un chiodo scrittura pittografica scrittura sillabica

I personaggi

4. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Akhenaton

b. Gilgamesh

c. Hammurabi d. Hatshepsut e. Nabucodonosor II f. Ramses II

Gli eventi

5. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 4).

a. Gli Hittiti usavano la scrittura cuneiforme. V F

b. Gli Hyksos dominarono in Egitto per circa due secoli.

V F

c. Gli scribi erano contadini liberi. V F

d. I Sumeri avevano un forte governo centrale. V F

e. Il codice di Hammurabi era democratico. V F

f. L’Egitto era un regno teocratico. V F

Per l’interrogazione orale

6. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Illustra i caratteri e l’importanza del Codice di Hammurabi.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Chiarisci in primo luogo chi era Hammurabi, quando visse e su quale città regnò.

b. Passa poi a spiegare che cos’è un codice di leggi e perché Hammurabi ne promulgò uno.

c. Infine esponi due criteri del codice di Hammurabi: la legge del taglione (vedi pag. 41) e il fatto che non tutti gli individui valevano allo stesso modo (perché?).

DOMANDA APERTA

2. Quali caratteri presenta la cultura egizia?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. È una cultura tradizionalista, cioè fedele a sé stessa. Chiarisci in quali ambienti veniva trasmesso il sapere.

b. È una cultura molto legata alla religione e al culto dei morti: spiega entrambi gli aspetti.

c. Ci è giunta grazie ai monumenti (in particolare le piramidi) e grazie alla scrittura geroglifica: illustra questi due elementi.

Mare Mediterraneo
Rosso
Mar Caspio
Nilo
GolfoPersico
VERIFICA CON GOOGLE MODULI

LEZIONE 3 I popoli del Vicino Oriente antico

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Miriam, la sorella di Mosè

Io sono Miriam, la sorella di Mosè Andate a controllare: di me parla la Bibbia. In Egitto il mio popolo era perseguitato e i miei genitori non potevano tenere il loro ultimo figlio maschio: lo adagiarono – ancora neonato – in una cesta di vimini, sul Nilo. Fui io a chiamare la figlia del faraone, che era lì vicino al fiume.

Fu così che il mio fratellino venne salvato. Crebbe alla corte del faraone e divenne Mosè il grande – ma aspettate, il bello viene adesso. Mosè ci guidò tutti al di là del Mar Rosso, verso la libertà, e alzò un inno di ringraziamento a Dio. Se leggete bene nella Bibbia, troverete che il ritornello di quell’inno l’ho scritto proprio io: «Cantate al Signore, / perché ha mirabilmente trionfato: / cavallo e cavaliere / ha gettato nel mare!».

Quel canto è mio: io sono Maria la profetessa, così mi chiama la Bibbia. Fui io a dire la verità: solo Dio poté salvare il popolo. Fui io la prima poetessa nella storia del mondo.

Non lo dico però per vantarmi: la gloria è di YHWH in eterno

CRONOLOGIA

1900 a.C. gli Ebrei si insediano in Palestina

1600 a.C. inizia l’espansione degli Hittiti

1200 a.C. i Popoli del mare distruggono il regno hittita

1200-1150 a.C. nasce a Biblos l’alfabeto fenicio

LE RUBRICHE

Protagoniste nella storia Didone di Cartagine: esule, fondatrice, regina

Cittadini consapevoli Lo Stato

Storia e tecnologia L’abilità dei Fenici nella navigazione

Leggi la fonte L’importanza del libro sacro per la cultura ebraica

Vedere la storia Il grande Tempio di Gerusalemme

Le domande della storia Gli Ebrei furono schiavi in Egitto?

1022-933 a.C. Regno d’Israele

750-630 a.C. grande espansione degli Assiri

611 a.C. distruzione di Ninive e fine degli Assiri

STUDIA CON METODO

Comprendi

Da dove provenivano probabilmente gli indoeuropei?

1. Regni e imperi del Vicino Oriente

Vicino Oriente antico e Medio Oriente di oggi Gli storici chiamano Vicino Oriente l’area in cui, tra il 3500 e il 500 circa a.C., fiorirono le prime civiltà della storia umana; ne fa dunque parte anche l’Egitto (che si trova di per sé in Africa); l’aggettivo “vicino” differenzia questa regione dall’Oriente “lontano”, quello di India, Cina e Giappone. Oggi si preferisce parlare di Medio Oriente: con questa espressione si indica, in senso geografico e politico, l’area dell’Asia che include, oltre al Vicino Oriente antico, anche la penisola arabica, e l’altopiano iranico e afgano.

Semiti e indoeuropei, due stirpi differenti I popoli di cui abbiamo parlato finora (Sumeri, Accadi, Babilonesi, Assiri e anche gli antichi Egizi) erano tutti di stirpe semitica (stirpe significa “famiglia di popoli”). Dobbiamo ora occuparci di un altro popolo che si stanziò pure nel Vicino Oriente, ma di diversa origine: gli Hittiti, che provenivano invece dalla stirpe indoeuropea. Gli indoeuropei erano una vasta famiglia di popoli nomadi, originari – pare –dell’area compresa tra il Caucaso e l’attuale Russia meridionale, e parlavano una lingua comune, o con tratti simili; inoltre si distinguevano perché conoscevano la nuova tecnologia del ferro. Questo minerale può essere lavorato solo a temperature assai più alte rispetto al bronzo e al rame, gli unici metalli noti ai popoli mesopotamici e in Egitto. Con il ferro si potevano produrre armi e attrezzi molto più resistenti ed efficaci, anche per lavorare la terra.

Gli Hittiti indoeuropei in Anatolia Quello degli Hittiti fu, appunto, il primo popolo indoeuropeo a saper fondere il ferro. S’insediarono nella penisola anatolica (attuale Turchia) verso il 2000 a.C., provenendo probabilmente dalle steppe della Russia meridionale. Chiamavano sé stessi Khattu, ma Hittiti è il nome con cui la Bibbia li ricorda. Nomadi per tradizione (erano dediti alla pastorizia), stabilirono la loro capitale ad Hattuša, sull’altopiano montuoso dell’Anatolia. Utilizzavano una scrittura di tipo cuneiforme, sull’esempio dei Babilonesi; la decifrazione delle tavolette hittite, avvenuta solo di recente, ci permette di conoscere meglio la loro storia.

L’imponente Porta dei Leoni ad Hattuša, capitale degli Hittiti.

La rapida espansione militare e lo scontro con l’Egitto di Ramses II

Nel giro di pochi secoli, gli Hittiti diedero vita a una notevole espansione militare. La loro prima preda fu la grande città commerciale di Ebla, in Siria (1600 a.C. circa), seguita subito dopo da Babilonia, conquistata nel 1595 a.C. dal re hittita Murshili. Queste conquiste furono agevolate dall’uso dei carri da guerra falcati, sulle cui ruote erano sistemate lame affilate; si trattava di ruote piccole e maneggevoli, poiché erano dotate di raggi (invece le ruote piene, usate in Mesopotamia, risultavano più pesanti e lente). Inoltre, erano trainati da cavalli, un animale ancora sconosciuto nel Vicino Oriente ma da tempo addomesticato nelle steppe russe. È dubbio invece se fin dall’inizio gli Hittiti disponessero delle nuove, micidiali armi di ferro, la cui diffusione appare successiva di qualche secolo. Poco dopo il 1300 a.C., il regno hittita raggiunse la sua massima espansione: mise sotto controllo buona parte della Siria e della Palestina (non la Mesopotamia, però, troppo lontana dalle sedi anatoliche). A quel punto gli Hittiti si trovarono la via sbarrata dall’Egitto di Ramses II. I due eserciti si affrontarono a Qadesh, nel 1274 a.C., sulle rive del fiume Oronte (in Siria): la battaglia campale terminò senza vincitori né vinti, ma segnò la fine dell’espansione militare hittita (vedi p. 47).

Il carro da guerra degli Hittiti, in un bassorilievo oggi ad Ankara. A bordo del carro stavano due o tre uomini: il conducente, l’arciere e un soldato con lancia e scudo. Lanciati a tutta velocità, i carri da guerra hittiti risultavano quasi invincibili.

L’originale società hittita Le tavolette hittite ci rivelano i tratti della loro società, per vari aspetti diversa da quella degli altri popoli del Vicino Oriente. I sovrani hittiti non esercitavano un’autorità assoluta: governavano invece con la collaborazione dei guerrieri e dei ricchi proprietari terrieri, riuniti in assemblea.

L'ESPANSIONE DEL DOMINIO HITTITA

STUDIA CON METODO

Colloca nello spazio

Verso quali territori gli Hittiti rivolsero la loro espansione?

Gli Hittiti erano un popolo indoeuropeo, proveniente dall’area del Caucaso. Si stanziarono in Anatolia, dove trovarono un territorio montuoso, adatto alla pastorizia, ma non alle comunicazioni; i centri urbani erano piccoli e radi. Gli Hittiti svilupparono percio una vocazione militare, rivolta all’espansione verso sud (nell’area siropalestinese, sulle coste orientali del Mediterraneo) e sud-ovest (Babilonia, Mesopotamia).

Regno hittita nel XVII secolo a.C.

Conquiste dal XVI al XIII secolo a.C.

Confini dell’Impero ittita nel 1220 a.C.

Confine del Regno egizio nel XIII secolo a.C.

Hattusa
POPOLI INDOEUROPEI 2000 a.C.
Assiria
Karkemish
Ugarit
Kadesh (1300 a.C. circa)
Babilonia
POPOLI DEL MARE 1200 a.C.
T igri Siria diconquistaBabilonia 1531 a.C.
Mar Nero
Mar Mediterraneo

Disco cerimoniale in onore del sole del periodo ittita, 2500.2250 a.C., Ankara, Museo della civiltà dell’Anatolia.

Si trattava di una rilevante differenza rispetto ai regni e agli imperi orientali. Esisteva anche un codice di leggi hittita, che presentava forti somiglianze con quello babilonese di Hammurabi (vedi p. 41).

Nei territori conquistati, inoltre, gli Hittiti rispettavano le tradizioni e l’identità dei popoli vinti, incluse le divinità religiose. Questa tolleranza sembra caratterizzare, più in generale, la cultura dei popoli indoeuropei, a cui appartenevano gli Hittiti.

La fine dell’Impero hittita Intorno al 1190 a.C. la capitale Hattuša fu imprevedibilmente saccheggiata e distrutta da invasori esterni, forse identificabili nei “Popoli del mare”. A chiamarli così furono gli Egizi, ma di loro sappiamo ben poco: erano genti indoeuropee, molto aggressive in tutta l’area del Mediterraneo orientale. Nel Vicino Oriente distrussero, tra l’altro, la grande e antica città di Ugarit (nell’attuale Siria).

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza con le tue parole la storia dell’Impero hittita, dalla sua ascesa fino alla sua distruzione.

LESSICO

IMPERO Stato monarchico, con un territorio molto esteso e il cui sovrano esercita il potere su popoli ed etnie di diversa origine, cultura e lingua. A capo dell’impero vi è l’imperatore: imperator era in latino il titolo con cui l’esercito acclamava un comandante militare dopo una vittoria importante; da Augusto in poi, il titolo venne a indicare il sovrano dell’impero.

Più o meno in questi stessi anni, i Micenei distrussero la grande città di Troia (vedi p. 93), sulla costa egea, chiamata Wilusa dagli Hittiti e che allora versava tributi al sovrano di Hattuša.

Caduti gli Hittiti, l’Anatolia ritornò una regione periferica, politicamente frammentata; i centri urbani decaddero e la scrittura scomparve.

Ascesa e crollo degli Assiri Poco dopo gli Hittiti, un altro popolo costruì un impero nel Vicino Oriente antico: il popolo degli Assiri, dal quale proviene il nome dell’odierna Siria.

Gli Assiri si formarono per la mescolanza degli Amorrei con altre genti semitiche. Stanziatisi nella Mesopotamia settentrionale nel 2500 a.C. circa, per alcuni secoli furono dominati dagli Àccadi. Poi si resero indipendenti, sfruttando il commercio carovaniero con i centri dell’Anatolia e sottraendo ricchi bottini nel corso di sanguinose razzie.

Le due città di Ninive e di Assur crebbero via via in ricchezza e potenza. La prima espansione assira cominciò verso il 1300 a.C., ma un vero e proprio impero assiro si concretizzò nell’VIII secolo a.C.: furono occupate la Siria, la Palestina, l’Alta Mesopotamia, parte dell’Anatolia e poi anche la Bassa Mesopotamia. Il re Sennacherib saccheggiò Babilonia nel 689 a.C.; il suo successore Assurbanipal (668-629 a.C), chiamato dai greci Sardanapalo, mise sotto controllo anche l’Egitto.

sono un popolo indoeuropeo

che si stanzia nell’attuale Turchia

combattono con armi nuove

• carri falcati, trainati da cavalli

• forse usano armi di ferro

il loro re non esercita un potere assoluto

perché è affiancato dall’assemblea dei guerrieri e dei proprietari terrieri

trattano con tolleranza i popoli vinti

rispettano le loro tradizioni e la loro identità

LE NOVITÀ DEGLI HITTITI

CITTADINI CONSAPEVOLI

Lo Stato

Stato e società sono due realtà ben diverse. La società è l’insieme delle persone e dei gruppi che vivono in un certo territorio. Lo Stato, invece, è la struttura organizzativa della società.

Lo Stato

nella Costituzione italiana

L’Articolo 1 della Costituzione italiana recita: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questo articolo contiene alcuni elementi basilari:

• l’Italia «è una Repubblica», non un regno o una città-stato;

• è una repubblica «democratica», basata sul rispetto dei suoi «cittadini;

• la «sovranità» appartiene dunque al «popolo», non a un re o a un qualche individuo;

• esistono leggi che regolano la vita dello Stato: la prima di queste leggi è la Costituzione.

La funzione dello Stato moderno è molto più che comandare e farsi obbedire: è soprattutto quella di essere al servizio della società. Le regole dello Stato devono aiutare i cittadini e i gruppi sociali a esprimersi al meglio, contribuendo al progresso di tutti.

Le caratteristiche di uno Stato

A “fare” uno Stato sono cinque elementi fondamentali:

• deve esistere anzitutto un territorio con precisi confini, abitato da una popolazione;

• dev’esserci un ordinamento giuridico, cioè un insieme di leggi che regolano la vita di quella società;

• occorre poi un ordinamento amministrativo, cioè criteri e strutture adeguate (per esempio la scuola per l’istruzione, ospedali per la salute, forze di polizia per mantenere l’ordine pubblico ecc.);

• il quarto elemento è una piena sovranità: non deve cioè esistere, in quel territorio, un’autorità superiore a quella dello Stato. Ogni Stato si dà le proprie leggi e si autogoverna;

• il quinto è l’uso legittimo della forza: per ottenere l’obbedienza alle leggi, lo Stato può utilizzare le forze dell’ordine (polizia ed esercito). Lo Stato deve essere l’unico – dentro il suo territorio – a poter usare la forza; altrimenti si scatenano guerre civili.

Quali tipi di Stato esistono?

Nella Storia sono esistiti vari tipi di Stato; tutti mostrano le cinque caratteristiche che abbiamo esposto.

• Le città-stato. I villaggi agricoli del Neolitico non erano Stati; lo erano, invece, le città-stato dei Sumeri, nelle quali il territorio coincideva con la stessa città e con la campagna circostante.

• I regni (o monarchie). Hammurabi, il re di Babilonia, era il sovrano (o monarca) di un regno: esso comprendeva un territorio più vasto della città-stato, di cui il re era il capo indiscusso.

• Gli imperi. In genere un impero si forma con la forza militare. Come

Educazione civica

Costituzione

accaduto con l’impero degli Hittiti e soprattutto degli Assiri.

• Le repubbliche. Diversamente dai regni (e dagli imperi), le repubbliche non sono rette da un sovrano. In esse le leggi sono decise dai cittadini e l’autorità viene condivisa (in modo più o meno democratico).

Quando uno Stato è democratico?

Coloro che vivono all’interno dello Stato sono cittadini. In realtà, gli abitanti di uno Stato sono davvero cittadini solo se le leggi riconoscono a loro diritti che neppure lo Stato può ledere. Questi sono i moderni Stati democratici. Non tutti gli Stati del mondo riconoscono che il loro ruolo è quello di servire cittadini, e non comandare su di loro. Esistono gli Stati totalitari o dittatoriali, che pretendono dai cittadini un’obbedienza cieca. Non danno garanzie di libertà e non rispettano i diritti, o lo fanno solo qualche volta e solo con qualcuno.

DEBATE

Viene proposto un approfondimento dell’Art. 1 della Costituzione, da effettuarsi a gruppi. Ogni gruppo deve rispondere alle seguenti domande: quando e come l’Italia è diventata una Repubblica? In tale occasione quale grande novità è stata introdotta circa il criterio di voto?

In che modo il popolo esercita la propria sovranità? Qual è l’organo che ha il potere di fare le leggi? Con quale criterio? Ogni gruppo espone le risposte ottenute alla classe e queste si mettono a confronto, si discutono e si integrano.

L'ASCESA DEGLI ASSIRI

2500 a.C.: gli Assiri si stanziano nel nord della Mesopotamia

• prima sono sottomessi agli Àccadi

• poi si rendono indipendenti

• 1300 a.C.: iniziano le conquiste

• 700 a.C.: formano il grande impero assiro nel Medio Oriente

STORIA E LETTERATURA

“Va’ a Ninive, la grande città”

OSSERVA LA FONTE

Arte e propaganda nei rilievi assiri

Collega

Nella lezione precedente si parla del primo regno babilonese, quello di Hammurabi. A quale periodo risale? STUDIA CON METODO

Un impero violento e odiato L’impero assiro si fondava sulle armi ed era governato con metodi crudeli. I territori conquistati venivano ridotti a province e sottoposti a un ferreo controllo da parte dei governatori assiri; non erano isolati i casi di sterminio di massa e di deportazione di intere popolazioni. Il terrore alimentava l’odio dei vinti. Dopo la morte di Assurbanipal (629 a.C.), si scatenarono lotte per la successione al trono, che indebolirono lo Stato assiro. Poco dopo, una coalizione di popoli (Caldei e Medi) conquistò e distrusse, nel 611 a.C., Ninive, la splendida capitale assira. L’Impero assiro, a quel punto, sparì nel nulla. La sua eredità maggiore è costituita dalle migliaia di tavolette della biblioteca regale di Assurbanipal: una raccolta preziosa, in parte recuperata dagli archeologi a Ninive, grazie a cui possiamo leggere gli antichi testi babilonesi e sumeri.

Il secondo Regno babilonese di Nabucodonosor II La caduta dell’Impero assiro spalancò le porte alla nascita del secondo Regno babilonese (il primo era stato quello di Hammurabi, vedi p. 39), dominato dal popolo dei Caldei. Fu il re caldeo Nabucodonosor II (605-562 a.C.) ad affermare nuovamente la supremazia di Babilonia su tutta la Mesopotamia: la città tornò agli antichi splendori, abbellita dei famosi giardini pensili (realizzati su terrazze digradanti) considerati dagli antichi una delle sette meraviglie del mondo.

Nabucodonosor II allargò il proprio dominio fin sulla costa libanese, sulla Palestina e sull’Egitto. Fu lui a distruggere il Tempio di Gerusalemme (587 a.C.) e a deportare molti Ebrei a Babilonia, come ricorda la Bibbia. Mezzo secolo più tardi, però, il secondo regno babilonese crollò (539 a.C.) per mano di una nuova potenza: i Persiani guidati dal re Ciro il Grande (p. 150).

Mar Egeo

Punto di partenza degli Assiri fu la Mesopotamia settentrionale, dove si svilupparono le città di Ninive e di Assur, entrambe sul fiume Tigri. La decadenza di Babilonia incoraggio, agli inizi del I millennio a.C., le ambizioni dei re guerrieri assiri, che nel corso dell’VIII secolo a.C. costituirono un vasto impero, esteso dal Mar Rosso, a est, fino alle sponde mediterranee, a ovest. A nord esso giungeva all’Anatolia e all’Armenia, a sud comprendeva la Bassa Mesopotamia.

Lidia

Mar Mediterraneo

Mar Rosso

Nucleo originario (XVI secolo a.C.)

Massima espansione dell’impero assiro sotto Assurbanipal (668-626 a.C.)

Biblo
Karkemish
Mari
Babilonia Eufrate T igri Nilo Sais
Susa Assur
Ninive
Mar Nero
Mar
Caspio
Golfo
Persico Elam
Persia
Media
Cappadocia

2. Gli Ebrei: il primo popolo monoteista

La fede monoteistica narrata nella Bibbia Le religioni del mondo antico erano tutte politeistiche, si fondavano cioè sulla credenza in “molti dèi”. L’unica eccezione riguarda gli Ebrei, il primo popolo a elaborare una religione monoteistica (dal greco “un solo dio”), che cioè presta fede a un Dio unico. Il nome di quest’ultimo era YHWH (si legge Jahweh) ritenuto impronunciabile, in quanto sacro. Studiare gli Ebrei cominciando dalla religione è necessario, perché loro stessi la considerano un elemento decisivo: gli Ebrei si riconoscono infatti come popolo anzitutto per la comune fede nel Dio unico. Perciò, per parlare degli Ebrei e ricostruirne la storia, è determinante la Bibbia, il libro sacro dell’ebraismo. Il nome Bibbia deriva dal greco tà biblía e significa “i libri”: la Bibbia infatti è un insieme di libri composti nell’arco di più secoli, da più autori. Gli Ebrei la considerano il proprio “libro sacro”, in quanto ispirato dalla divinità, scritto cioè per influsso diretto di Dio. La stessa qualifica di libri sacri hanno i Vangeli per il cristianesimo e il Corano per l’islam, le altre due grandi religioni monoteistiche dell’umanità.

L’ebraismo: storia e religione insieme La religione ebraica si presenta come una religione ancorata nella storia: Dio non solo si rivela al suo popolo, ma lo affianca passo passo; gli indica una meta (la «Terra promessa») e interviene, agendo nella storia per facilitare il cammino del popolo, ma talora anche per correggerlo e punirlo.

Di conseguenza, la Bibbia non contiene solo princìpi religiosi, non è, cioè, soltanto un libro finalizzato a comunicare verità di fede. Essa narra (mescolando storia e leggenda) le antiche vicende d’Israele. La storicità e veridicità della Bibbia sono state studiate con accanimento nell’arco di molti secoli; un’analisi resa più difficile dal fatto che il libro sacro dell’ebraismo non fu scritto in un solo momento e da un solo autore, ma si presenta come un’opera composita, una “biblioteca” in cui si sono stratificati ricordi, tradizioni e testi di varie epoche.

termine derivato dal nome di Eber: la Bibbia (Gen 10,21) lo indica come uno dei discendenti di Sem EBREI

gli Ebrei stessi si denominavano così fin dai tempi più antichi

• era il nome del patriarca Giacobbe (Gen. 39:29)

• poi il nome fu esteso a tutto il popolo, considerato discendenza di Giacobbe

nella Bibbia, Jahwe è il «Dio di Israele» e dei «figli di Israele» (Es. 1,7) perciò gli Ebrei sono conosciuti anche come «Israeliti»

STORIA E RELIGIONE

Il nome di Dio, il “Signore”

STORIA E LETTERATURA

La Bibbia, un composito capolavoro

Rifletti

Qual era la grande novità della religione ebraica? Fai un confronto con le altre religioni antiche.

STUDIA CON METODO

Riassumi

Elenca le peculiarità dell'ebraismo.

• il termine ebraico yehudi in origine indicava i membri della tribù di Giuda

• dal VI secolo a.C. prese a designare tutto il popolo ebraico, con le sue 12 tribù

• i Romani definivano Judaea (Giudea) la Palestina e Judaei (Giudei) i suoi abitanti

• così le principali lingue europee indicano gli ebrei: Jews in inglese, Juifs in francese, Juden in tedesco

I NOMI DI ISRAELE
ISRAELE
GIUDEI

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico

Da quale personaggio prese il nome il popolo d’Israele?

Esodo e attraversamento del Mar Rosso, affresco proveniente dalla Sinagoga di Doura Europos, 244-245, conservato al Museo Nazionale di Damasco. Foto scattata al Museo Ebraico di New York durante una mostra.

STORIA E RELIGIONE

Storia e leggenda di Mosè

STUDIA CON METODO

Comprendi

Chi era Mosè? Perché si pose a capo del suo popolo?

Le origini: Abramo e lo stanziamento in Palestina Il popolo ebraico era uno dei tanti popoli di stirpe semitica stanziati nell’area siriaco-palestinese. Era composto da pastori nomadi e diviso in tribù. Queste ultime si spostavano, con le loro greggi, di pascolo in pascolo. Il capotribù o patriarca più antico, secondo la Bibbia, fu Abramo. Verso il 1900 a.C., obbedendo a un comando di Dio, egli partì dalla città di Ur, in Mesopotamia, e con la sua tribù s’indirizzò verso la terra che Dio aveva promesso a lui e ai suoi discendenti. Al termine di un lungo viaggio s’insediò nella Terra di Canaan, l’attuale Palestina. I dati storici ci confermano che, in quell’epoca, alcune tribù ebraiche effettivamente s’insediarono nella zona del fiume Giordano. Abramo fu padre di Isacco, e Isacco lo fu di Giacobbe. Quest’ultimo mutò il proprio nome in Israele; generò dodici figli, dai quali sarebbero poi discese le dodici tribù d’Israele.

La “schiavitù” in Egitto e la liberazione guidata da Mosè Nei secoli successivi, secondo la Bibbia, per sfuggire a una carestia il popolo ebraico si trasferì in Egitto. Probabilmente, a spostarsi furono solo alcune tribù; intorno al 1700 a.C. esse s’insediarono nella zona del Delta, all’epoca dominata dagli Hyksos (vedi p. 47).

L’Egitto antico era una terra ricca e ospitava numerose comunità di immigrati dal Vicino Oriente. Secondo la Bibbia, gli Ebrei divennero “schiavi” degli Egizi, ma l’indicazione non va presa alla lettera: gli Ebrei consideravano infatti “schiavitù” i periodici lavori alle opere pubbliche a cui tutti, in Egitto, erano obbligati.

Verso il 1300-1250 a.C. (più o meno al tempo di Ramses II; vedi p. 47), gli Ebrei stanziati in Egitto ritornarono in Palestina, ritrovando così la libertà. L’esodo (“uscita”) dall’Egitto fu guidato da Mosè, un capo che a lungo era vissuto presso la casa reale egizia; poi però aveva riscoperto la propria origine ebraica e si era convinto che Dio lo avesse chiamato a liberare il proprio popolo. Le fonti egizie accennano agli Ebrei in modo vago: li chiamavano hapiru, “sbandati” (allusione a chi non possiede stabilmente nessuna terra). Inoltre, in un documento del 1220 a.C., il faraone Meneptah menziona un popolo nomade che paga tributi all’Egitto: esso è chiamato yssr, ovvero Israele.

LE DOMANDE DELLA STORIA GLI EBREI FURONO SCHIAVI IN EGITTO?

L’Esodo, uno dei libri dell’Antico Testamento, ci parla degli Ebrei, «schiavi» nella terra dei faraoni. Le cose stanno però un po’ diversamente. Gli Israeliti entrarono in massa in Egitto così come era accaduto ad altri popoli asiatici (per esempio agli Hyksos).

Per mentalità, cultura e religione, gli Ebrei erano molti diversi dagli Egizi: erano pastori nomadi e mercanti, e non s’inserirono mai pienamente nel paese che li ospitava. Quando lo Stato egizio chiese anche a loro di sottoporsi alle stesse prestazioni di lavoro temporaneo

e gratuito che spettavano, per legge, agli Egizi, gli Ebrei si sentirono appunto trattati da «schiavi». In questo senso la Bibbia parla della «schiavitù», da cui Mosè li liberò.

Quale fosse la reale situazione del popolo ebraico possiamo arguirlo sempre dalla Bibbia: «Perché non siamo morti per mano dell’Eterno nel Paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso marmitte di carne, quando mangiavamo pane a sazietà?» (Esodo, 16, 3). Questo non sembra davvero il grido di libertà di uno schiavo.

IDENTIKIT

tipo di documento

opera apologetica

autore

Giuseppe Flavio

opera

L’importanza del libro sacro per la cultura ebraica

Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nel I secolo d.C., descrive in questo passo il continuo lavoro di raccolta, interpretazione e commento dei libri sacri in atto presso il popolo ebraico. Contro Apione è uno scritto in due libri, indirizzato a un grammatico alessandrino che aveva polemizzato contro gli Ebrei.

Contro Apione, libro I, 28 e ss., passim

data

I sec. d.C.

“Che presso gli Egiziani e i Babilonesi dai tempi più lontani i sacerdoti in Egitto e i Caldei a Babilonia si siano occupati delle cronache; che tra i popoli in contatto con i Greci, i Fenici abbiano fatto il più largo uso della scrittura, sia per i bisogni ordinari della vita sia per l’esigenza di tramandare gli affari pubblici, penso che su questo tutti siano d’accordo e si possa lasciar perdere. Ma che i nostri padri si siano presi la stessa cura, per non dire maggiore, delle scritture, affidandole ai profeti e ai sacerdoti, e che fino ai nostri giorni siano state conservate con il massimo scrupolo, e se posso osare dirlo, lo saranno anche in futuro, questo cercherò in breve di dimostrarlo. Non solo fin dall’inizio destinarono a questo compito gli uomini migliori dediti al servizio di Dio, ma provvidero a che la stirpe dei sacerdoti restasse pura e incontaminata [...].

1. Gli Ebrei considerano la Bibbia un libro sacro autorevole e immutabile, in cui si manifesta la parola di Dio.

• Da quali punti del testo emergono più chiaramente questi aspetti? Sottolineali e commentali in breve.

2. Giuseppe Flavio sottolinea la specificità della cultura religiosa del suo popolo, diverso da tutti. In particolare sottolinea l’importanza assunta dalla stirpe sacerdotale.

• Quale compito essa ha assolto, lungo i secoli?

Noi non abbiamo decine di migliaia di libri che non vanno d’accordo tra di loro e si contraddicono a vicenda, ma solo ventidue libri in cui giustamente abbiamo fede e che contengono la storia di tutti i tempi. Di questi, cinque sono i libri di Mosè, che comprendono la legge e la tradizione dall’origine dell’uomo alla morte di Mosè, per un periodo di poco inferiore ai tremila anni [...].

È chiaro che noi dimostriamo coi fatti la nostra devozione alle scritture. In tutto il tempo che è passato nessuno si è mai azzardato ad aggiungere, togliere o cambiare niente, e a tutti noi fin dalla nascita è congenito considerarle leggi divine, obbedire e se necessario anche morire volentieri per loro.

Giuseppe Flavio, Contro Apione, I, 28-30, 37-39, 42 (trad. G. Paduano)

3. Il brano proviene da un testo di natura polemica, finalizzato a controbattere alle accuse di un avversario (Apione) estraneo alla cultura ebraica.

• Da quale punto o da quali punti puoi cogliere la sostanza polemica dello scritto di Giuseppe Flavio?

4. «Cinque sono i libri di Mosè», scrive l’autore.

• Fai una breve ricerca e chiarisci quali sono i libri della Bibbia che la tradizione ebraica attribuisce direttamente a Mosè.

GUIDA ALL’ANALISI

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Perché i Dieci Comandamenti sono tanto importanti?

L’alleanza: il patto dei Dieci Comandamenti Secondo la Bibbia, il viaggio a ritroso verso la «Terra promessa» fu lungo e tortuoso. Fu allora che Mosè stipulò con Dio il patto, l’alleanza, che legò per sempre YHWH al suo popolo. Secondo la Bibbia fu Dio stesso a consegnare a Mosè, nel deserto del Sinai, una nuova legge: i Dieci Comandamenti, scolpiti su tavole di pietra (chiamate dagli Ebrei le «Tavole della Legge»). Si tratta di una delle legislazioni più antiche e più importanti della storia, di alcuni secoli successiva al Codice di Hammurabi (vedi p. 41). Ancora oggi la legge mosaica si pone alla base della morale comune non solo per il popolo ebraico, ma per l’intera civiltà occidentale.

Nasce il Regno d’Israele (1000 a.C.) La Palestina in cui s’insediarono gli Ebrei era abitata da vari popoli, soggiogati dopo molti scontri: la Bibbia raffigura Dio stesso combattere al fianco del suo popolo. In particolare, furono sconfitti i bellicosi Filistei (Peleset, da cui Palestina), uno dei “Popoli del mare” invasori dell’Egitto (vedi p. 48). Concluse queste lotte, gli Ebrei fondarono un loro Regno d’Israele, dando al regno il nuovo nome di Giacobbe. Diversamente dal faraone egizio, che era un re-dio, il re d’Israele si presenta come scelto da Dio, “unto” per guidare il popolo con il favore della grazia divina. Il primo di tali re fu Saul, che regnò dal 1022 a.C.; seguì Davide (1000-962 a.C.), che ingrandì il territorio e conquistò la nuova capitale, Gerusalemme, città santa nella fede ebraica. Dal 962 al 933 a.C., infine, regnò Salomone, famoso per la sua saggezza; in onore di YHWH egli fece costruire un primo Tempio, poi ingrandito nei secoli successivi. Questa fase monarchica costituì l’apice storico del popolo ebraico. Le fonti antiche descrivono i ricchi scambi commerciali e le relazioni diplomatiche avviate con gli altri popoli: a Gerusalemme giunse in visita la famosa regina di Saba, signora dell’Arabia meridionale (l’attuale Yemen).

L'ESODO E IL REGNO

dell’esodo

Il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Nel disegno ricostruttivo, il magnifico Tempio edificato dal re Salomone verso il 960 a.C. Progettato da architetti fenici, fu poi distrutto, qualche secolo dopo, dai Babilonesi (587 a.C.). L’Ekal, la sala del culto, era accessibile ai fedeli; ma nel locale interno, il Debir, solo il sommo sacerdote poteva entrare, una volta l’anno. Esso custodiva l’Arca dell’Alleanza, con le Tavole della Legge consegnate da YHWH a Mosè sul monte Sinai.

(Tanis)
Mediterraneo
M. Nebo
Rosso
Regno di David e Salomone

Divisione, sottomissione ed esilio Lo Stato nazionale ebraico e il suo Regno unitario ebbero vita breve. Discordie interne causarono, verso il 920 a.C., la divisione del Regno in due parti: il Regno di Israele a nord, con capitale Samarìa, e il Regno di Giuda a sud, con capitale Gerusalemme.

Iniziò allora una grave decadenza politica. Il Regno d’Israele divenne (nel 722 a.C.) una provincia dell’Impero assiro; il Regno di Giuda durò fino all’invasione dei Babilonesi: nel 587 a.C. il re Nabucodonosor II distrusse il Tempio di Gerusalemme e deportò a Babilonia le famiglie ebraiche più in vista.

A restituire libertà agli Ebrei fu, nel 539 a.C., il re persiano Ciro il Grande. Quando, due secoli più avanti, Alessandro Magno conquistò l’Impero persiano, la Palestina entrò nel regno ellenistico di Siria (331 a.C.). Infine, nel 63 a.C. la Giudea entrò nel dominio romano.

Gli Ebrei, però, non si rassegnarono al dominio di Roma. Si accesero ripetute ribellioni: le due più sanguinose furono nel 70 d.C. e nel 135 d.C., entrambe stroncate dai Romani.

Di conseguenza si allargò sempre più il fenomeno della diàspora, cioè la “dispersione” degli Ebrei al di fuori della «Terra promessa», tra le genti e le città del mondo mediterraneo.

Evoluzione religiosa e identità nazionale La Bibbia presenta la fede in YHWH come una conquista antica: Dio parlò prima ad Abramo, poi a Mosè e il popolo credette, anche se poi fu ripetutamente tentato dall’idolatria (cioè dalle spinte a servire dèi stranieri). A ravvivare la fede nel Dio unico furono gli ammonimenti dei profeti (Elia, Eliseo, Amos, Osea), uomini ispirati da YHWH, secondo la Bibbia.

Colloca nello spazio

Come venne diviso il Regno unitario? Indica i confini e le capitali aiutandoti con la carta.

In realtà, il monoteismo s’impose gradualmente tra gli Ebrei. Trionfò solo al tempo dell’esilio in Babilonia (VI secolo a.C.), un evento decisivo per Israele: fu allora infatti che gli Ebrei, sottratti alla loro «Terra promessa», sconfitti e prigionieri, elaborarono le memorie, storiche e religiose, dei loro padri in un quadro coerente, imperniato appunto sul monoteismo. Un ruolo di primo piano, in questa rielaborazione, fu svolto dal sacerdote Esdra, vissuto nel V secolo a.C.

La fede in YHWH divenne così il segno distintivo di un popolo oppresso, ma fiero dalla propria identità religiosa e culturale.

Proprio questo patrimonio religioso (arricchito da sfumature sempre nuove) ha reso Israele un popolo unico, diverso da tutti gli altri.

La sua particolarissima identità culturale e religiosa è stata gelosamente conservata, nel corso dei secoli, anche dalle comunità ebraiche della diàspora, con una fedeltà e un orgoglio che continuano ancora oggi.

di Salomone

di Israele

Regno di Giuda

STUDIA CON METODO
Mar Morto Gaza
Giordano
Regno
Regno
(966-926 a.C.)
Gerusalemme FILISTEI
Gerico
Samaria ARAMEI
Tiro
Sidone
Berito
Biblo
AMMONITI
Mar Mediterraneo
Conquista assira (721 a.C.)
Conquista di Nabuccodonosor (587 a.C.)
I REGNI DEGLI EBREI

VEDERE LA STORIA

Secondo la Bibbia, fu Dio stesso a chiedere a re David (fra il 1000 e il 960 a.C. circa) di costruire un tempio per Jahweh in Gerusalemme, dove David aveva posto la capitale del suo regno.

ATLANTE Visuale

Il grande Tempio di Gerusalemme

La distruzione del primo Tempio

Il primo Tempio di Salomone

Nonostante il racconto biblico, non fu però David a costruire effettivamente quello che viene detto “il primo Tempio”, ma suo figlio, Salomone (re fra il 960 e il 920 a.C. circa): un edificio di proporzioni grandiose, espressione della prosperità raggiunta dal regno di Israele sotto il pacifico governo di re Salomone, di cui restano impressionanti descrizioni nella Bibbia. In ogni caso, in origine il tempio di Salomone nacque soprattutto come un santuario reale destinato a ospitare i culti a YHWH resi nell’ambito della corte; per il resto della popolazione esistevano invece santuari locali, in cui spesso il culto di YHWH non era l’unico ma si affiancava alle altre divinità della regione siropalestinese (Baal, Astarte, il Sole, la Luna).

Il Tempio divenne un vero e proprio santuario nazionale di pari passo con l’affermazione progressiva del monoteismo, centrato sul culto esclusivo di YHWH. Tale processo si manifestò dapprima sotto il regno di Giosia (re di Giuda fra il 640 e il 609 a.C.): egli attuò una riforma della religione ebraica in senso più rigidamente monoteistico, elevando YHWH a unico dio nazionale e reprimendo ogni manifestazione di culti politeistici, il che portò ad accentrare il culto a Gerusalemme, sotto diretto controllo reale.

Ma la storia del Tempio di Salomone ebbe fine nel 586 a.C., quando il re babilonese Nabucodonosor espugnò Gerusalemme e distrusse, con la città, il Tempio. Inizia per gli Ebrei il periodo dell’esilio babilonese, in cui buona parte della popolazione fu deportata a Babilonia e nei dintorni.

L’esilio terminò solo con la caduta dell’Impero babilonese (539 a.C.), per opera del persiano Ciro il Grande, sotto il quale gli Ebrei poterono ritornare a Gerusalemme: fu così avviata la costruzione, in forme più modeste, del cosiddetto secondo Tempio, costruito a partire dal 536 a.C. e terminato il 12 marzo del 515 a.C.

Durante l’esilio, si era andato affermando definitivamente il monoteismo ebraico, per cui

YHWH è l’unico Dio universale; di pari passo, fu allora che il Tempio di Gerusalemme divenne l’unico luogo sacro della religione ebraica, l’unico luogo in cui si potesse sacrificare alla divinità, mentre nascono le sinagoghe (dal greco synagoghé, “riunione”), semplici luoghi di riunione in cui i fedeli ascoltano la parola del Signore letta e commentata dal rabbi, “maestro” (da cui rabbino).

Ebrei in preghiera di fronte al Muro del Pianto, muro di cinta risalente all’epoca del secondo Tempio di Gerusalemme.

Il secondo Tempio di Erode

Il secondo Tempio fu ampliato, o meglio ancora sostanzialmente ricostruito in forme più grandiose, pochi anni prima della nascita di Gesù Cristo, verso il 19 a.C. da Erode il Grande (divenuto re di Giudea per volontà dei Romani: è questo il re Erode di cui si parla nei Vangeli). La costruzione mirò a riprodurre l’impressione di grandiosità attribuita dalla Bibbia al primo Tempio di Salomone, e infatti i lavori si trascinarono per decenni: la ricostruzione avviata da Erode si concluse del tutto solo nel 64 d.C.

La distruzione del secondo Tempio

Concluso nel 64 d.C., il secondo Tempio ricostruito in forme grandiose da Erode fu distrutto solo sei anni dopo, nel 70 d.C., e questa volta per sempre: a raderlo al suolo furono legioni romane di Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano, che avevano represso la furiosa rivolta giudaica contro l’occupazione romana scatenatasi nel 66 d.C. La presa di Gerusalemme fu uno degli atti finali della repressione romana: come estrema punizione, Gerusalemme e il Tempio furono rasi alle fondamenta, e fu lasciato in piedi soltanto il muro occidentale di contenimento, oggi detto comunemente “Muro del Pianto”. Qui si recano ora a pregare i fedeli Ebrei, che invece non accedono alla soprastante Spianata dove pure, in effetti, sorgeva il Tempio, ma che oggi è riservata ai fedeli musulmani.

LESSICO

COMMERCIO Dal latino commercium, è l’attività di compravendita di beni. A praticare il commercio possono essere i produttori diretti, ma anche mercanti di professione, che guadagnano acquistando e rivendendo beni prodotti da altri.

3. Commerci e scrittura: il mondo dei Fenici

Città-regno nella Terra di Canaan I Fenici erano un popolo semitico, insediato nell’attuale Libano, nella fascia stretta fra la costa mediterranea e le catene montuose dell’interno. Quella regione, inadatta all’agricoltura irrigua, faceva parte della «Terra di Canaan», come gli Ebrei la chiamavano, estesa però, oltre al Libano, anche a Israele e a parte di Siria e Giordania. Sul piano politico i Fenici non si unirono mai in un solo Stato o regno: una condizione che già aveva caratterizzato i Sumeri e che limitò il peso politico di entrambe le civiltà. Diedero vita a una serie di città-stato, o città-regno, indipendenti l’una dall’altra: ricordiamo Sidone, Tiro, Biblo e Berito (l’attuale Beirut, capitale del Libano). Ciascuno di questi centri era governato da un proprio re, assistito da un consiglio degli anziani; pare che il sovrano svolgesse anche le funzioni di sacerdote.

Debolezza politica e dominazioni straniere Consci della propria debolezza militare, i Fenici versavano ogni anno un tributo ai potenti imperi confinanti (prima l’Egitto, poi gli Assiri); in cambio ne ricevevano protezione, assieme alla libertà di praticare commerci via mare.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Quali rapporti ebbero i Fenici, rispettivamente, con gli Egizi e gli Assiri?

Le città-stato fenicie rimasero nell’orbita egizia fin verso il 1200 a.C. Poi, approfittando della crisi del Nuovo Regno egiziano (vedi p. 47), si resero pienamente indipendenti e raggiunsero, intorno al 1000-800 a.C., l’apice della propria ricchezza. Già in questa fase furono prese di mira dagli Assiri; la successiva espansione assira causò, dopo il 700 a.C., la conquista e la distruzione delle città fenicie. Ultima a soccombere fu Tiro, caduta nel 586 a.C. in mano ai Babilonesi dopo un assedio durato un decennio.

Le preziose risorse della Fenicia Geograficamente la Fenicia era un’area strategica per i traffici che correvano nel Vicino Oriente e collegavano Egitto, Siria, Anatolia e Mesopotamia. Sfruttando questa felice posizione, i mercanti fenici imbarcavano sulle navi, acquistandoli e rivendendoli, molti prodotti: il

STORIA

E TECNOLOGIA

L’ABILITÀ DEI FENICI NELLA NAVIGAZIONE

I marinai fenici erano maestri della navigazione: sapevano evitare gli ostacoli naturali (scogliere, correnti troppo rapide) e navigavano anche di notte, orientandosi attraverso la stella più luminosa, che i Greci chiamavano «stella fenicia» (la stella polare). Poi, raggiunto lo scalo, ormeggiavano la nave mediante l’ancora: una barra di legno munita di un braccio di ferro trasversale, ideale per affondare nella sabbia del fondo o per incastrarsi fra le rocce. Gli altri popoli si limitavano a gettare in mare una pietra legata a una cima (corda), fissata all’imbarcazione.

Rilievo raffigurante una nave mercantile fenicia.

legname pregiato, di cui erano ricche le foreste libanesi; il vetro, fabbricato in concorrenza con gli artigiani egizi (ma perfezionato dai laboratori fenici di Tiro e Sidone, i primi a produrre pregiatissimi vetri trasparenti); bronzi, avori e gioielli di elaborata fattura; infine molti schiavi. Questi ultimi erano, solitamente, prigionieri di guerra acquistati dai mercanti fenici presso altri popoli e rivenduti con lauti guadagni; altri schiavi se li procuravano con azioni di pirateria. I mercanti di Biblos erano poi specializzati nell’acquistare sul delta del Nilo le preziose canne di papiro: con esse fabbricavano i “fogli di carta” di allora, i papiri. Il vocabolo “libro” (dal greco bíblos) si chiama così proprio dal nome della città fenicia. Un’ultima preziosa fabbricazione fenicia era la porpora, sostanza colorante rosso cupa, ricavata da un mollusco chiamato mùrice. La porpora era ricercatissima in tutto il mondo antico per tingere i tessuti. Proprio dal termine phóinix, con cui i Greci chiamavano la porpora, è derivato il nome Fenici. Nell’antichità essi erano noti anche come “Cananei”; quanto a loro, non si attribuivano un nome collettivo: gli abitanti delle varie città non raggiunsero mai la coscienza di appartenere a un popolo unitario.

Una rete mediterranea di commerci e città Mercanti per vocazione, i Fenici divennero per necessità grandi navigatori, i più famosi del mondo antico. Dalle foreste di cedri del Libano ricavavano i lunghi tronchi, ideali per farne alberi diritti per le navi, fiancate e chiglie resistentissime. Sul mare, poi, i marinai Fenici erano i migliori dell’antichità.

LE ROTTE DEI FENICI

OCEANO ATLANTICO

stagno

Mare del Nord

Reno Loira Elba

stagno

legname-piombo

argento-lana

Cadice

Malaga

Tangeri

La porpora, il colore più ricercato nel mondo antico, era estratta dai mùrici: occorrevano migliaia di esemplari per riuscire a tingere una sola veste o una tunica. Nell’immagine, il mollusco da cui si estraeva comunemente la porpora.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico

Da che cosa deriva il nome “Fenici”?

Marsiglia

Baleari

Tharros

piombo-armi

Almeria

Ibiza

Rusadir Gunugo Mar

Utica

Danubio Dnieper Po

Sulcis Cagliari

Sibari

Taranto

Mozia

Cartagine

Palermo Siracusa

Crotone

Baltico Mar Mediterraneo

Atene

Sparta

Creta

legname-vetro-armi-stoffe

Sabratha Lebda

territori fenici colonie fenicie colonie greche scambi commerciali fenici

Mar Nero

Ugarit

Biblo

Tiro Cipro

Don Nilo

Menfi

Le rotte commerciali dei Fenici si diramavano in tutto il Mediterraneo: dalla Terra di Canaan, toccando le grandi isole (Sicilia, Sardegna, Baleari), giungevano fino a Cadice, dove si riteneva all’epoca che vi fossero i confini del mondo, le cosiddette “colonne d’Ercole”. Un’area strategica era la costa africana tra l’Egitto, la Libia e la Tunisia: qui sorse la più nota colonia fenicia, Cartagine.

Sidone

Le loro rotte si spinsero sempre più lontano: secondo lo storico greco Erodoto, verso il 600 a.C. navi fenicie percorsero il Mar Rosso, costeggiarono l’Africa fino al Capo di Buona Speranza e di lì uscirono al largo, nell’Oceano Atlantico. Le navi fenicie trasportavano e rivendevano i loro prodotti in tutto il Mediterraneo, orientale e occidentale. Nacque un’estesissima rete marittima di scali commerciali fenici, molti dei quali destinati a svilupparsi come vere e proprie città; tra queste Cadice, in Spagna, Panormos (oggi Palermo) e Mozia in Sicilia. Sulla costa africana sorsero invece Utica, Tangeri, Leptis e soprattutto Cartagine (in fenicio Qart-hadasht, “città nuova”), fondata nell’814 a.C. nei pressi dell’odierna Tunisi. I traffici fenici non si limitavano alle vie del mare. Le carovane che viaggiavano sulle piste di terra, a dorso di mulo e cammello, giungevano fino ai monti del Caucaso, alla Persia, all’Arabia, all’India, paese delle spezie e degli aromi.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quando e dove nacque la scrittura alfabetica? Quale esigenza la suggerì?

La stele di Nora è un blocco di pietra databile tra il IX e l’VIII sec. a.C., sul quale si trova un’iscrizione in alfabeto fenicio, rinvenuta in Sardegna, a Nora, una delle prime colonie fenicie, e oggi conservata presso il Museo archeologico nazionale di Cagliari.

L’invenzione della scrittura alfabetica Per rendere più efficaci le loro registrazioni commerciali, i mercanti fenici crearono un sistema di scrittura più facile ed efficace rispetto ai segni geroglifici egizi o ai segni cuneiformi della Mesopotamia; un sistema utile per registrare le merci in entrata e in uscita.

Già nella città siriana di Ugarit era sorto, verso il 1350 a.C., un primo, ma imperfetto, alfabeto di 30 segni. Ma il primo, vero alfabeto della storia umana fu messo a punto nella città fenicia di Biblos, verso il 1200-1150 a.C. Esso raggruppava 22 segni, ciascuno associato a un suono, e li trascriveva con linee semplici da tracciare e ricordare: tali segni, combinabili tra loro all’infinito, potevano dar vita a tutte le parole delle lingue del mondo. L’alfabeto fenicio comprendeva solo le consonanti (come accade ancora oggi per l’ebraico e per l’arabo); saranno i Greci a perfezionarlo, aggiungendo le vocali. La stessa parola “alfabeto” deriva dal greco (scaturisce infatti dal nome delle due prime lettere, alpha, “a”, e beta, “b”).

DENTRO LE PAROLE

Lettere dell’alfabeto fenicio affiancate dalle lettere dell'alfabeto moderno.

ALFABETO È la serie di caratteri (segni grafici) che rappresentano i suoni di una lingua La parola deriva da alha+bet, le prime due lettere, antesignane dell’alpha+beta dell’alfabeto greco, corrispondenti alle nostre A e B. Con il termine “scrittura alfabetica” si intende un sistema di scrittura nel quale a ogni suono corrisponde un particolare segno. Non tutte le scritture sono alfabetiche: per esempio nella scrittura cinese a ogni carattere non corrisponde un suono, ma una parola.

Quale nuovo alfabeto usiamo oggi quotidianamente? Come influenza il modo in cui comunichiamo? Puoi approfondire la tua risposta con una ricerca in rete.

«L’altra è colei che s’ancise amorosa, / e ruppe fede al cener di Sicheo.» (Dante)

Educazione civica

Costituzione

Didone di Cartagine: esule, fondatrice, regina

Le fonti fenicie la chiamano Elissa: Didone è il nome reso celebre per lei, nell’Eneide, da Virgilio. Il poeta latino la rese protagonista di una appassionata e tragica storia d’amore, ma in verità Didone-Elissa è anzitutto una figura regale e fondatrice, profondamente inserita nelle dinamiche storiche e antropologiche del I millennio a.C.

A parlarci di Didone-Elissa furono, oltre a Virgilio, altre due fonti antiche: Timeo di Tauromenio (IV-III sec. a.C.) e Giustino, che nel II secolo d.C. riprende un’opera perduta di Pompeo Trogo. Nei loro resoconti, Didone è una principessa fenicia di Tiro che fugge dalla città natale dopo l’assassinio del marito Acerba (o Sicheo); giunta sulle coste dell’Africa settentrionale, riesce a negoziare con i capi locali un insediamento destinato a divenire Cartagine. Pur mancando prove archeologiche dell’esistenza individuale di Didone, è considerata plausibile, dagli studiosi, l’esistenza di una figura femminile di alto rango coinvolta nella fondazione fenicia di Cartagine (circa 814 a.C.). La memoria collettiva ne avrebbe poi mitizzato i tratti, fondendo elementi storici, politici e simbolici. Sabine G. Hübner, nel suo studio su donne e potere nel mondo antico, riconosce in Didone un raro esempio di sovrana autonoma fuori dall’ambito mitico della grecità. Josephine Crawley Quinn, storica del mondo

fenicio, sottolinea l’importanza delle tradizioni fondative nel costruire un’identità culturale: Didone ebbe un ruolo centrale in questa elaborazione collettiva anti-romana. Stephanie Dalley, esperta di culture semitiche, ha proposto un confronto tra Didone e le regine mesopotamiche, mostrando come il modello della donna fondatrice sia presente in varie civiltà del Vicino Oriente.

Regina politica, mediatrice tra mondi

lontani

Didone incarna un modello femminile raro: la regina-politica, fondatrice e legislatrice, capace di trattare con maschi armati e di gestire un esodo complesso. Non è una figura liminare o sacrificale, ma una mediatrice tra mondi: tra Oriente e Occidente, tra la memoria e il futuro. Nelle versioni più antiche della sua storia non si parla di suicidio: esso fu un’aggiunta romana, forse un tentativo di ricondurre questa donna autonoma alla sfera della fragilità amorosa, più accettabile nella narrativa patriarcale di Roma antica.

Oggi Didone ci appare un simbolo di leadership femminile in condizioni di esilio, migrazione, ricostruzione. La sua figura attraversa il tempo come emblema di ingegno, resilienza e dignità politica, sfidando le categorie che per secoli hanno confinato le donne all’ombra del potere.

Didone in un dipinto del pittore rinascimentale Andrea Mantegna.

I popoli del Vicino Oriente antico

Vari popoli del Vicino Oriente creano imperi nel III-II millennio a.C.

• di stirpe indoeuropea, occupano l’Anatolia (oggi Turchia) verso il 2000 a.C.

• si espandono militarmente verso il 1600 a.C.

• sono fermati dall’Egitto a Qadesh (1286 a.C.) e poi distrutti dai “Popoli del mare”

• occupano l’attuale Siria

• dopo il 1300 a.C., realizzano una grande espansione militare

• conquistano il Vicino Oriente, ma governano con il terrore

• crollano nel 611 a.C.

nasce senza una terra, ma dalla fede in YHWH

• YHWH, intorno al 1900 a.C., chiama Abramo a migrare da Ur verso la Palestina

• intorno al 1300 a.C. guida gli Eberi fuori dall’Egitto

Ebrei: un popolo diverso

• il primo regno babilonese era stato di Hammurabi (1750 a.C.)

• mille anni dopo emerge il secondo regno babilonese con Nabucodonosor

• s’impadronisce di quasi tutto il Vicino Oriente, prima di essere distrutto dai Persiani

crede in un Dio unico (religione monoteistica)

• Dio guida il popolo ebraico nella «Terra promessa»

• qui nasce il Regno d’Israele (1022-933 a.C.)

malgrado i momenti difficili, conserva la fede in YHWH

• in seguito il Regno d’Israele si divide e finisce in mano a potenze straniere

• il popolo ebraico si disperde nel mondo mediterraneo (diàspora)

gli Hittiti
gli Assiri i neo-Babilonesi
Gli

SINTESI

I POPOLI DEL VICINO ORIENTE ANTICO

GLI HITTITI INDOEUROPEI

Il primo popolo di stirpe indoeuropea a insediarsi nel Vicino Oriente antico (un’area un po’ più piccola rispetto all’attuale Medio Oriente) fu quello degli Hittiti. Verso il 2000 a.C. si stanziarono in Anatolia (odierna Turchia) e da lì, nei secoli successivi, si allargarono nell’area siriana; costruirono un vasto dominio, fino a che la loro avanzata fu fermata dagli Egizi a Qadesh (1274 a.C.). Gli Hittiti mostrano alcuni elementi originali rispetto agli altri popoli del Vicino Oriente antico: il loro re non era un sovrano assoluto, ma governava coadiuvato da un’assemblea di guerrieri e nobili; inoltre, gli Hittiti rispettavano i popoli vinti.

L’IMPERO ASSIRO

Anche gli Assiri crearono in pochi decenni un vasto impero, esteso su tutto il Vicino Oriente. Inizialmente erano insediati nell’Alta Mesopotamia; a partire dal 1500 a.C. emersero sulla scena della storia, fino a che nell’VII secolo a.C. la loro avanzata si fece inarrestabile. Diversamente dagli Hittiti, gli Assiri governavano i popoli vinti con il terrore; per questo il loro impero era fragile. Crollò rovinosamente nel 611 a.C. per l’attacco di vari popoli coalizzati contro di loro.

LA NOVITÀ DEGLI EBREI

Il primo popolo monoteista della storia fu quello degli Ebrei, la cui identità nazionale si fonda sulla fede nel Dio unico. La loro esperienza storica è narrata nella Bibbia, uno dei grandi libri dell’umanità.

La storia ebraica, secondo la Bibbia, parte dal patriarca Abramo, che nel 1900 a.C. si muove da Ur (Mesopotamia). S’insedia quindi in Palestina,

la «Terra promessa» da Dio, dove nasce il Regno d’Israele (1022-933 a.C.). Più avanti, però, esso si divide ed è conquistato da popoli stranieri.

Il fulcro della storia ebraica è la «schiavitù» che essi patirono in Egitto, e quindi l’uscita (esodo, 1300 a.C. circa) dall’Egitto, sotto la guida di Mosè: fu quest’ultimo a ricevere da Dio, nel Deserto del Sinai, le Tavole della Legge, cioè i Dieci Comandamenti.

I FENICI, COMMERCIANTI E NAVIGATORI

I Fenici vivevano nell’attuale Libano, tra la costa e le montagne dell’interno; le loro città-regno (Tiro, Sidone, Biblo, Berito), politicamente autonome, ma deboli militarmente, prosperarono tra il 1000 e il 700 a.C. circa; più tardi furono conquistate e distrutte dagli Assiri. Abilissimi navigatori e mercanti, prosperarono attraverso i traffici; crearono una sorta di impero commerciale esteso a tutto il Mediterraneo. Per ragioni di registrazione commerciale, furono loro a inventare il primo alfabeto.

AUDIOSINTESI

Rilievo che raffigura i soldati dell’imperatore romano Tito trafugare da Gerusalemme la Menorah, il calendario a sette bracci, uno dei simboli dell’ebraismo.

DIDATTICA LEZIONE 3

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e indica:

a. l’area occupata dagli Hittiti

b. Qadesh

c. Hattusa

d. Ninive

Il tempo

e. Assur

f. l’area della Palestina

g. Gerusalemme

h. la terra dei Fenici

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

1900 a.C. | 1600 a.C. | 1274 a.C. | 1200 a.C. | 1200-1150 a.C. | 1022 a.C. | 933 a.C. | 750 a.C. | 611 a.C. | 586 a.C.

a. A Biblos nasce l’alfabeto fenicio [ ]

b. A Qadesh si scontrano gli egizi e gli ittiti [ ]

c. Finisce il Regno di Israele [ ]

d. Gli Ebrei si insediano in Palestina [ ]

e. Gli Hittiti si espandono in Anatolia [ ]

f. Ha inizio l’espansione degli Assiri [ ]

g. Il territorio hittita viene distrutto dai Popoli del mare [ ]

h. Nabucodonosor II distrugge il Tempio di Gerusalemme [ ]

i. Nasce il Regno di Israele [ ]

j. Viene distrutta la città di Ninive [ ]

Il lessico

3. Completa le seguenti frasi:

a. I popoli semiti erano

b. Con l’espressione indoeuropei si intende

c. La parola Bibbia significa

d. Il patriarca era

e. La parola “libro” deriva

f. Il termine Fenici deriva

I personaggi

4. Indica i modivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Abramo

b. Assurbanipal

c. Davide

d. Mosè

e. Nabucodonosor II

f. Salomone

Gli eventi

5. Indica se le seguenti affermazioni sonovere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle ritenute false (sono 4):

a. Gli Hittiti furono una popolazione che si insediò nella mezzaluna fertile. V F

b. Gli Hittiti rispettavano le tradizioni dei popoli vinti. V F

c. Dagli Assiri proviene l’attuale nome di Siria. V F

d. Gli Ebrei furono il primo popolo ad avere una religione monoteista. V F

e. Il tempio di Gerusalemme venne definitivamente distrutto dai Babilonesi.

f. I Fenici erano un popolo organizzato in un regno unitario.

V F

V F

g. I Fenici fondarono colonie in tutto il Mediterraneo. V F

h. La parola “alfabeto” deriva dal fenicio. V F

Per l’interrogazione orale

6. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Ricostruisci le fasi della storia degli Ebrei.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia indicando la particolarità di questo popolo in ambito religioso.

b. Indica il loro iniziale stanziamento, la schiavitù in Egitto e il ritorno.

c. Indica la formazione del Regno d’Israele, la successiva divisione e la diàspora.

DOMANDA APERTA

2. I Fenici: indica le caratteristiche della loro civiltà.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia collocando geograficamente questo popolo e la sua organizzazione politica.

b. Passa a indicare le sue risorse economiche e il conseguente commercio.

c. Indica i principali approdi della sua rete commerciale.

d. Infine spiega che cosa fece nell’ambito della scrittura.

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LABORATORIO DELLE COMPETENZE

UDA 1 LA PREISTORIA E LE PRIME CIVILTÀ

Leggere e descrivere le immagini

1. Osserva le immagini ed esegui per ognuna l’attività proposta.

Completa il testo.

Questa cartina rappresenta la cosiddetta , ossia il territorio delle civiltà fluviali: a ovest il , in , a est il e l’ , nel territorio chiamato , che significa proprio “terra ”. Questi hanno segnato lo sviluppo delle civiltà dei , degli Àccadi, dei , degli

Completa il testo.

Questo è un esempio di scrittura , tipica della civiltà

La scrittura in questione si basava sull’utilizzo di che inizialmente rappresentavano oggetti concreti, successivamente e suoni. Tale sistema era adoperato dagli e rimase per un lungo periodo, fino al , quando lo studioso Jean François riuscì a decifrare la Stele di . Gli Egizi usavano anche un’altra forma di scrittura più semplice: il

Mediterraneo
Il territorio delle civiltà fluviali
La scrittura

Comprendere un testo storiografico

2. Leggi questo passo di critica, quindi rispondi alle domande proposte.

Completa il testo

Questo quadro moderno (di Chagall) rappresenta che riceve da Dio le , i cosiddetti

Egli guidò il popolo ebraico verso la , ossia la , dopo il cosiddetto dall’Egitto. Nacque qui il Regno d’ e il primo re fu , seguito da e infine da

In seguito, il regno unitario si divise in due: il Regno d’Israele e il , da qui la decadenza politica della civiltà ebraica.

Gilgamesh se ne andava per il mondo; ma non incontrò nessuno che potesse resistere alle sue armi finché non giunse a Uruk. Gli uomini di Uruk, tuttavia, mormoravano nelle loro case: “Gilgamesh suona il segnale dall’allarme per suo divertimento, giorno e notte non c’è limite alla sua arroganza. Nessun figlio è lasciato a suo padre, poiché Gilgamesh tutti li prende, anche i bambini; eppure il re dovrebbe essere un pastore per il suo popolo. La sua lussuria non lascia nessuna vergine all’amante, né la figlia al guerriero, né la moglie al nobile; eppure egli è il pastore della città, saggio, avvenente, risoluto”.  Udirono gli dei il loro lamento, gli dei del cielo elevarono un grido al Signore di Uruk, ad Anu, dio di Uruk: “Una dea lo ha fatto, forte come toro selvaggio; nessuno può resistere alle sue armi […]”. Quando ebbe udito le loro lamentele, gli dei esclamarono rivolti ad Aruru, dea della creazione: “Fosti tu a farlo, Aruru; crea ora il suo pari, uno che sia simile a lui quanto il suo riflesso, un altro lui, cuore tempestoso per cuore tempestoso. Che essi contendano tra di loro e lascino Uruk in pace!”. Così, la dea concepì nella sua mente un’immagine, ed era fatta della sostanza di Anu del firmamento. Nell’acqua immerse le mani, trasse un pizzico d’argilla, lo lasciò cadere nella landa deserta e fu creato il nobile Enkidu.

(L’epopea di Gilgamesh, a cura di N.K. Sandars, Adelphi, Milano 1986)

a. Dove è ambientata la vicenda?

b. Da quale elemento geografico lo capisci?

c. Chi è Gilgamesh?

d. Quale comportamento attua?

e. Come reagiscono gli uomini a tale comportamento? A chi si rivolgono?

f. Come si comportano, di conseguenza, gli dei?

La civiltà ebraica

Dal passato al presente

Life skills. Pensiero critico – Consapevolezza di sé

3. Un argomento di grande attualità che collega il passato studiato nell’Unità con le problematiche del presente è la questione israelo-palestinese. Essendo un argomento molto complesso e dibattuto, ti proponiamo un’attività a gruppi in forma semplificata. Dividete la classe in 4 gruppi. Ogni gruppo osserva i seguenti video su YouTube (e/o altri su consiglio dell’insegnante) e per ognuno individua i seguenti aspetti:

a. le radici storiche del conflitto;

b. gli schieramenti in campo;

c. che cosa accadde il 7 ottobre 2023;

d. cos’è accaduto nel periodo successivo;

e. la situazione oggi.

Video consigliati: Striscia di Gaza e Hamas: storia del territorio palestinese e del movimento in guerra con Israele di Geopop; Gaza-Hamas-Israele spiegato ai ragazzi di terza superiore di Matteo Saudino; “Israele incastrato, Hamas è ancora lì”, l’analisi di Dario Fabbri sul conflitto a Gaza (San Marino RTV); CAPIRE cosa succede a GAZA, con Alessandro Barbero.

Orientamento

4. Hai studiato la preistoria e le civiltà più antiche. Ti invitiamo a riflettere su questi aspetti, rispondendo alle seguenti domande.

a. Gli eventi finora studiati li hai affrontati con spirito critico oppure soltanto con un approccio nozionistico? Rispondi facendo degli esempi.

b. Rispetto al metodo adottato in passato, che cosa è cambiato in questo primo mese alle superiori nello studio della storia?

c. Lo studio del passato si è limitato a un arco temporale lontano, oppure hai imparato anche qualcosa sul presente? Riesci a fare alcuni esempi?

Uso critico dell’IA

5. Interroga una Chat di Intelligenza Artificiale e chiedi di aiutarti a scrivere un’intervista a uno scriba egizio.

Le domande che vengono poste devono riguardare i seguenti argomenti:

a. la tipologia del lavoro che svolge;

b. il percorso fatto per raggiungere tale professione;

c. l’importanza della scrittura geroglifica;

d. gli strumenti e le modalità di lavoro;

e. il rapporto tra scrittura e religione.

Intelligenza Artificiale IA
Orientare e orientarsi
Pensiero critico L I F

UNITÀ DI APPRENDIMENTO 2 IL MONDO DEI GRECI

LEZIONE 4 Le origini della Grecia

LEZIONE 5 La pólis, la città-stato

LEZIONE 6 I differenti progetti di Sparta e Atene

LEZIONE 7 Le guerre persiane: la Grecia si riconosce

QUELLO CHE GIÀ SAI...

• La civiltà urbana nasce in Mesopotamia e in Egitto.

• Il Mediterraneo mette in collegamento le popolazioni che nascono sulle sue sponde.

• In Grecia la civiltà micenea ha fine attorno al 1150 a.C. con l’arrivo dei Dori.

• Le civiltà antiche sono politeiste, ossia credono nell’esistenza di molti dèi.

QUELLO CHE IMPARERAI...

• La civiltà urbana nasce in Mesopotamia e in Egitto.

• Il Mediterraneo mette in collegamento le popolazioni che nascono sulle sue sponde.

• In Grecia la civiltà micenea ha fine attorno al 1150 a.C. con l’arrivo dei Dori.

• Le civiltà antiche sono politeiste, ossia credono nell’esistenza di molti dèi.

2000 a.C. Formazione della civiltà Micenea

CRONOLOGIA

1450 a.C.

Creta è conquistata dai Micenei

Civiltà minoica

Civiltà micenea

Principali rotte commerciali micenee

Città o palazzi micenei

1200 a.C. Collasso delle civiltà del bronzo

1250 a.C. Assedio di Troia

XI secolo a.C. Prima colonizzazione

IX secolo a.C. Inizia il culto di Apollo a Delfi

776 a.C. Prima edizione delle Olimpiadi

750 a.C. Seconda colonizzazione: prime colonie greche in Italia

Minore

Mito greco e memoria comune del Mediterraneo

LEZIONE 4

Le origini della Grecia

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla l’aedo dell’Odissea

Ascoltate, la mia parola vi emozionerà. Parlerò di lui, Ulisse, l’uomo dalle molte forme e dalle molte astuzie, colui che sa sopportare, per poi trionfare. Sogna di tornare alla sua isola: una terra di pastori, rocciosa e povera. Un luogo piccolo, per chi ha conquistato città, attraversato paesi favolosi, sconfitto mostri e amato donne divine. Ma Itaca è la sua patria, il posto a cui ritornare. Là c’è lei: la Sposa. Penelope lo attende, e lei lo attende tanto quanto lui la sogna. Sempre. E poi narrerò storie di avventura e scoperta, storie d’amore. Amori di donne che non si dimenticano. La ninfa Calipso, la nasconditrice. La giovane Nausicaa, principessa, bella come una dea. Circe, la maga dominatrice. Disprezza gli uomini, ma poi incontra lui: e Ulisse seduce lei, la seduttrice. Non tacerò le Sirene, e la madre Anticlea che risale dall’Ade. Giovani, ragazzi, ragazze e voi tutti che siete qui radunati: ascoltate e sognate. Il mondo si riflette negli occhi di una donna… di tutte le donne. Fammi cantare, Musa. Io sono l’aedo e canto l’Odissea

CRONOLOGIA

3000 a.C

Inizia la civiltà cretese (età pre-palaziale)

2000 a.C

Gli Achei si stanziano nella Grecia continentale

1700-1450 a.C

Il periodo più florido della civiltà cretese

1400 a.C Espansione degli Achei verso Creta e altre isole dell’Egeo

Protagoniste nella storia Penelope, sposa federe e regina astuta

Storia e tecnologia L’utilizzo del ferro

Leggi la fonte La società dorica raccontata da Omero

Osserva la fonte Due capolavori dal palazzo di Cnosso

Vedere la storia il palazzo di Cnosso, La rocca di Micene

Le domande della storia Il primo labirinto venne costruito a Creta? Chi scrisse l’Iliade e l’Odissea?

1200 a.C

Apice della civiltà micenea, invasione dei Dori

1000 a.C Prima colonizzazione greca

800-750 a.C. Omero compone l’Iliade e l’Odissea

LE RUBRICHE

1. Creta, la prima civiltà mediterranea

Una cultura molto antica, ma difficile da ricostruire La più antica cultura sorta nello spazio europeo fu quella di Creta, un’isola nel mezzo del Mediterraneo orientale; qui si sviluppò la prima cultura marittima a noi nota. Oggi l’aspetto dell’isola è per lo più brullo, se non arido, ma anticamente essa presentava foreste e verdi pianure coltivabili. La posizione strategica dell’isola era adattissima a fare dei suoi abitanti un popolo di mercanti e navigatori. Noi però fatichiamo a ricostruire un quadro esaustivo della storia cretese. Le fonti in nostro possesso provengono dall’archeologia, a partire dalle scoperte dello studioso inglese Arthur Evans: fu lui a riportare alla luce nel 1900 il grande palazzo di Cnosso; successivi ritrovamenti e studi hanno ampliato il raggio delle nostre conoscenze. Non possiamo invece ricorrere alle fonti scritte che possediamo per i vari popoli del Vicino Oriente e per l’antico Egitto. Infatti, da Creta ci sono giunti pochi testi scritti, per lo più assai brevi; sono vergati su tavolette secondo due tipi di scrittura: la più antica è una scrittura geroglifica; la seconda è la cosiddetta “lineare A”, ma nessuna delle due è stata finora adeguatamente decifrata. Una scrittura più leggibile (la cosiddetta “lineare B”) fu portata a Creta solo dopo il 1400 a.C. dagli Achei invasori, come vedremo; ma a quel punto la civiltà originaria cretese era già entrata nella fase del suo declino.

Tre fasi storiche, incentrate sui palazzi di Cnosso e Festo I resti archeologici ci dicono che la civiltà cretese (detta anche minoica, dal nome di Minosse, primo e leggendario re di Cnosso) fu prettamente palaziale: era cioè incentrata intorno ai vasti palazzi reali, che erano sì luoghi di potere (fungevano da regge, uffici per l’amministrazione, centri per i culti religiosi), ma svolgevano anche altre funzioni: ospitavano infatti abitazioni, luoghi di produzione artigianale, magazzini. I due maggiori palazzi di Creta erano localizzati a Cnosso e a Festo, i più importanti centri dell’isola. In base alle caratteristiche dei palazzi, si distinguono tre periodi nella storia di Creta:

• età pre-palaziale (o minoico antico, 3000-1900 a.C.);

• età dei primi palazzi (minoico medio, 1900-1700 a.C.);

• età dei nuovi palazzi (tardo minoico, 1700-1450 a.C.).

Esponi oralmente

Quale posizione geografica occupava Creta? Perché si può considerare una posizione strategica? STUDIA CON METODO

raffigurante un pescatore, da Akrotiri, Thera, Santorini, Grecia.

Il disco di Festo, conservato a Creta, Museo archeologico di Iraklion. Tra i misteri non risolti di Creta vi è questo disco di terracotta, dal diametro di 16 cm, risalente al 1700 a.C. circa. Sulle due facce si trovano figure in rilievo disposte a spirale: le figure non riproducono nessuna delle scritture conosciute a Creta. Forse era uno “stampo” per riprodurre (con l’argilla) gli stessi caratteri su tavolette; o forse è un testo scritto in una qualche lingua dell’epoca (in hittita, in greco arcaico, in un’antica lingua semitica ecc.). Secondo ipotesi più fantasiose, il disco è un gioco di società o da tavolo, o un calendario, oppure un documento astronomico.

Affresco

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quale importanza avevano, nell’isola, i palazzi reali?

VEDERE LA STORIA

Il palazzo di Cnosso

STUDIA CON METODO

Comprendi

Che cosa differenzia Creta dalle altre civiltà antiche?

Nel periodo pre-palaziale, gli abitanti dell’isola vivevano in villaggi di case modeste, fatte di fango e pietra. Fin d’allora, però, fioriva nell’isola un sapiente artigianato, che realizzava vasi in ceramica decorata, strumenti di bronzo (coltelli, asce, tenaglie) e gioielli d’oro e d’argento: tutti oggetti di pregevolissima fattura.

All’inizio del II millennio a.C. (siamo nel periodo dei primi palazzi) la civiltà cretese sembra compiere un notevole progresso. Nacquero vere e proprie città (le prime mai sorte nello spazio europeo), dotate di ampi palazzi ed edifici pubblici. Fiorivano le arti e i mestieri, mentre i manufatti cretesi divennero i più belli e ricercati di tutto il Mediterraneo e il Vicino Oriente. Sempre in quest’epoca fu adottata sull’isola la “lineare A”, una scrittura per noi misteriosa.

La fase più prospera: l’età dei nuovi palazzi (1700-1450 a.C.) Attorno al 1700 a.C. uno o più terremoti distrussero quei primi palazzi, ma proprio allora, paradossalmente, iniziò la fase più fiorente della storia dell’isola. Infatti i palazzi vennero ricostruiti più grandi e ricchi di prima. Si sviluppò, in particolare, Cnosso, che divenne il centro principale dell’isola, superando il primato fino ad allora appartenuto a Festo. I re di Cnosso regnavano sull’isola con il titolo di Minosse, mentre all’esterno si rapportavano alla pari con le grandi potenze straniere del tempo, come l’Egitto o il Regno babilonese. Il rafforzarsi della monarchia favorì lo sviluppo della cultura, dell’economia e dell’arte. Tutto avvenne in modo pacifico: infatti (caso assai raro nel mondo antico), né le città né i palazzi erano fortificati. Dunque non esistevano né guerre interne né pericolosi nemici esterni, come conferma il fatto che i vasi cretesi e gli altri oggetti d’arte non mostrano mai scene di guerra, di soldati ecc.

LE TRE FASI STORICHE DI CRETA

I Cretesi vivono in villaggi ETÀ PRE-PALAZIALE

3000-1900 a.C.

ETÀ DEI PRIMI PALAZZI

1900-1700 a.C.

Nascono le prime città, la civiltà cretese si sviluppa

ETÀ DEI NUOVI PALAZZI

1700-1450 a.C.

Massimo splendore della civiltà cretese

LE DOMANDE DELLA STORIA

IL PRIMO LABIRINTO VENNE COSTRUITO A CRETA?

Quando ci troviamo nelle vie strette di un centro storico, perdiamo i riferimenti e non sappiamo orientarci, diciamo che sembra di stare in un labirinto e che quel dedalo di passaggi e vicoli pare immaginato apposta per farci smarrire. Il “labirinto” e il “dedalo” sono i due termini che si usano per comunicare la sensazione di perdita dell’orientamento in un luogo chiuso. La leggenda narra che a Creta il re Minosse fece costruire a Dedalo, figura geniale di architetto e inventore ateniese, un edificio complesso in cui, una volta entrati, fosse difficile se non impossibile ritrovare l’uscita. Ispirandosi al labrys, l’ascia a due tagli simbolo del potere dei re cretesi, l’edificio, costruito a Cnosso, fu chiamato “labirinto”. Secondo il mito, nel labirinto di Cnosso fu rinchiuso il Minotauro, creatura mostruosa e feroce con corpo di uomo e testa di toro, la cui nascita era stata propiziata da Poseidone, dio del mare, proprio per punire Minosse. Quando Creta sconfisse Atene, costrinse la città greca a consegnare ogni anno sette fanciulle e sette fanciulli da offrire in sacrificio al terribile Minotauro. Le vittime venivano fatte entrare nel labirinto di Cnosso e di loro si perdeva ogni traccia.

Una ricca rete di traffici e di relazioni commerciali Al tempo dei “tardi palazzi” Creta intensificò le sue ricche relazioni commerciali con altre culture mediterranee: lo provano i numerosi oggetti cretesi ritrovati in vari centri dell’Egitto e del Vicino Oriente e i reperti egizi e orientali che sono stati ritrovati nell’isola. Le esigenze commerciali spinsero sempre più lontano le navi cretesi; i marinai dell’isola divennero i più abili navigatori del Mediterraneo, poi superati solo dai Fenici (vedi p. 71). Tale espansione navale era conosciuta già dagli antichi come una “talassocrazia” (dal greco thálassa “mare”, e kratéo, “domino, prevalgo”), espressione che indica appunto il predominio sui mari dei mercanti cretesi. Essi riportavano in patria conoscenze ed esperienze di altri popoli: per esempio, i re di Cnosso adottarono, per facilitare il commercio, un sistema di pesi e misure modellato su analoghi sistemi egizi e mediorientali. Ma a Creta furono sperimentate anche grandi innovazioni, come le barrette di metallo (in genere rame) di peso costante e, quindi, di valore determinato, che si possono considerare antenate delle monete.

Non solo commerci ma anche arte, artigianato, religione Anche l’arte raggiunse a Creta un livello elevato. Gli artigiani sapevano fabbricare ceramiche bellissime, realizzate con una tecnica assai avanzata: utilizzavano infatti il tornio, azionato a pedale, per modellare orci (grandi vasi in terracotta) e vasi più piccoli, nelle forme più belle. Realizzato il vaso, lo decoravano con raffinati disegni, ispirati al mondo della natura (fiori, pesci, conchiglie, ecc.). Davvero notevoli sono poi i dipinti murali del palazzo di Cnosso, tra i più belli prodotti nel mondo antico (vedi fonti p. 88).

Cnosso era anche il centro religioso dell’isola. I sovrani della città erano re-sacerdoti; la leggenda ricordava il primo di costoro, Minosse, come figlio del dio Zeus, che gli suggerì equilibrio e saggezza nel governare i suoi sudditi.

UNA POSIZIONE STRATEGICA AL CENTRO DEL MEDITERRANEO

Esponi oralmente

Illustra i caratteri del commercio cretese. Dove si dirigeva? Quali merci venivano scambiate?

LEZIONE INTERATTIVA Il palazzo di Cnosso

STUDIA CON METODO

Comprendi

Oltre ai commerci, in quali campi eccelsero i Cretesi?

Creta è, per estensione, la quinta isola del Mediterraneo (ha una superficie di 8300 km2). Oggi il suo aspetto è piuttosto brullo, se non arido, ma anticamente presentava foreste e pianure coltivabili. La posizione strategica dell’isola al centro del Mediterraneo orientale fece dei Cretesi essenzialmente un popolo di mercanti e navigatori. Strinsero rapporti commerciali con l’Egitto, il Vicino Oriente antico, l’Africa e le coste italiche, oltre che, ovviamente, con le isole greche e la Grecia continentale.

IDENTIKIT

tipo di documento affresco autore sconosciuto opera affreschi del Palazzo di Cnosso data

1600-1500 ca. a.C

OSSERVA LA FONTE

Due capolavori dal palazzo di Cnosso

L’affresco della tauromachìa

1. Le pareti interne dei palazzi cretesi erano riccamente affrescate: la pittura più famosa è stata ritrovata nel palazzo di Cnosso e rappresenta la tauromachìa (dal greco tàuros, “toro” e màche, “lotta”), un gioco (a metà tra il rito e lo sport) assai diffuso a Creta, nel quale occorreva dimostrare la propria destrezza e il proprio coraggio affrontando dei tori. Diversamente dalle moderne corride, peraltro, la tauromachìa era un gioco incruento, perché non prevedeva che gli animali venissero abbattuti. L’affresco mostra un giovane acrobata che compie una capriola, facendo presa con le mani sul dorso del toro. Una ragazza è pronta ad aiutare il giovane nell’atterraggio; un altro giovane afferra intanto le corna del toro, prima di compiere l’esercizio a propria volta.

Le danzatrici

2. L’arte cretese è gioiosa, divertita, caratterizzata dalla luce e dalla vita: ne è un esempio il bellissimo scorcio delle danzatrici, un ampio frammento di affresco anch’esso proveniente dal Palazzo di Cnosso. Le ragazze presentano raffinate acconciature e trecce nerissime che risaltano sul seno nudo: rivelano una scioltezza lontanissima dalle pitture egizie della medesima epoca (anche se alcune convenzioni ritornano in entrambe le tradizioni: per esempio, la pelle è brunorossastra negli uomini, bianca nelle donne).

Pittura parietale dal palazzo di Cnosso, XVI secolo a. C., Iraklion, Museo archeologico.
Pittura parietale dal palazzo di Cnosso, XVI secolo a. C., Iraklion, Museo archeologico.
1.
2.

La religione cretese dava grande spazio al culto delle divinità femminili, sempre associate al mondo della natura; particolare importanza aveva la Grande Madre, dea della fecondità e dominatrice di serpenti, uccelli e leoni. Essa era spesso ritratta nella veste di “Dea dei serpenti”: la si raffigurava con il seno scoperto, un gatto sul capo e due serpentelli in mano, tutti simboli di fertilità e di dominio sul mondo animale e naturale.

Il declino improvviso: una catastrofe naturale e l’occupazione micenea Intorno al 1550 a.C., proprio quando la civiltà cretese era all’apice del suo sviluppo, l’isola fu indebolita da un violento cataclisma: la disastrosa eruzione vulcanica verificatasi nella vicina isola di Thera (oggi Santorini, 100 km circa a nord di Creta). La violenza di quel sisma provocò uno tsunami, cioè un maremoto: le onde invasero le coste di tutto il Mediterraneo orientale; si registrarono migliaia di vittime e devastazioni a catena. È presumibile che la flotta cretese andò distrutta, cosa che facilitò l’occupazione dell’isola da parte dei Micenei o Achei, (vedi p. 90) provenienti dalla Grecia continentale. Di questa occupazione siamo oggi certi, anche se (mancando fonti scritte) non è chiaro se si trattò di invasione militare, occupazione dopo un matrimonio dinastico, dominio culturale o altro. A ogni modo, intorno al 1400 a.C. i grandi palazzi cretesi finirono distrutti, a eccezione di quello di Cnosso. Per un paio di secoli quest’ultimo continuò a irradiare cultura e ricchezza, ma ormai la civiltà cretese era caduta in un declino da cui non si risollevò più: divenne una semplice appendice o propaggine del mondo greco, in posizione defilata.

L’ERUZIONE DI THERA E IL GRANDE TSUNAMI

Creta

STUDIA CON METODO

Riassumi

Spiega le possibili cause del declino di Creta.

All’epoca del suo massimo splendore, Creta fu devastata da un cataclisma naturale: intorno al 1600 a.C. una violentissima eruzione vulcanica aveva fatto sprofondare nel mare gran parte dell’isola di Thera, l’odierna Santorini, provocando un violento tsunami. In pochissimo tempo le onde, alte più di 30 m, si abbatterono sulle coste del Mediterraneo orientale, fino all’Anatolia, distruggendo tutto ciò che incontrarono sul loro cammino.

40 min - Tempo di percorrenza dell’onda dello tsunami

FENICIA
PALESTINA
ANATOLIA

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Qual era l’aspetto caratteristico delle città micenee? Da che cosa era determinato?

LEGGI LA FONTE

La potenza di Micene secondo Tucidide

Nella foto, un sottopassaggio interno alle poderose mura di Tirinto, uno dei maggiori centri micenei. La tradizione attribuiva l’edificazione delle mura ai Ciclopi, i mitici giganti con un occhio solo, gli unici in grado di sollevare gli enormi blocchi di pietra dei bastioni. Le mura circondavano a scopo difensivo l’intero perimetro della città.

2. Gli Achei, il primo popolo greco

La Grecia: geografia e territorio Iniziamo qui lo studio della Grecia antica, uno dei più importanti e affascinanti argomenti della storia. Dal punto di vista geografico, la Grecia è una penisola, ulteriormente suddivisa in penisole più piccole e circondata da isole; l’importanza del mare è quindi assoluta. Il territorio è per lo più montuoso, tale per cui risulta difficile comunicare tra un luogo e l’altro: questo carattere favorì la divisione del mondo greco in piccole entità territoriali: le póleis, le città-stato.

Le aree del nord e dell’ovest erano (come lo sono oggi) boscose e poco abitate: già agli antichi la Tracia, la Macedonia, l’Epiro apparivano zone poco “greche”, per carenza di città. Solo nel sud, e in parte a est, si aprono pianure; la più grande e fertile è la pianura dell’Attica, la zona di Atene. Il mondo greco giunge a est fino all’Ellesponto (oggi Stretto dei Dardanelli), il braccio di mare che mette in comunicazione Europa e Asia. Esso consente il passaggio delle acque dell’Egeo fino al Mar Nero, mediante il successivo Stretto del Bosforo (dove sorge Costantinopoli, l’attuale Istanbul).

A Oriente si estendeva il mondo dell’Asia Minore (oggi Turchia), nella quale fin dall’età arcaica sorsero importanti città greche, come Efeso e Smirne.

Gli Achei nel Peloponneso, il primo popolo greco Il primo popolo ad abitare la Grecia (o meglio, il primo sul quale possediamo notizie storiche) fu quello degli Achei o Micenei, una popolazione di origine indoeuropea, che abbiamo già incontrato studiando la storia di Creta. Giunsero in Grecia intorno al 23002200 a.C. e s’insediarono in particolare nel Peloponneso, la regione più meridionale della Grecia.

Qui edificarono, nel II millennio a.C., alcune città: Micene, Argo, Tirinto, Pilo. Più che di vere e proprie città, si trattava di cittadelle fortificate su un’altura, circondata da mura massicce; tutt’attorno si stendeva la campagna agricola. Questa altura cintata era detta acròpoli, cioè “la città alta”; essa ospitava i palazzi del potere miceneo. Le mura delle rocche micenee erano di dimensioni colossali, dette “ciclopiche” perché, secondo la leggenda, furono erette da giganti chiamati Ciclopi.

Evidentemente esisteva, per questo popolo guerriero, un bisogno primario di difendersi da attacchi esterni: i resti di Micene ci danno, ancora oggi, un’impressione di grande forza e potenza.

L’organizzazione politica: il re e l’assemblea dei nobili Gli Achei si organizzarono per regni indipendenti; Micene non era la capitale di uno Stato unitario. A capo dei vari regni vi era un re detto wánax. Egli possedeva terre e animali, che lasciava in eredità ai figli; esercitava autorità sui nobili e sui guerrieri, ma il suo potere non era assoluto: il re era soltanto il primo tra pari. Accanto a lui vi era il comandante militare, detto lawaghétas. Molta importanza, nel mondo miceneo, aveva l’assemblea dei nobili: abbiamo già incontrato la stessa situazione studiando un altro popolo indoeuropeo, gli Hittiti (vedi p. 60). La compresenza tra il re e l’assemblea dei nobili costituiva la struttura politica tipica del mondo indoeuropeo.

Le comunità di villaggio: pastori, agricoltori e artigiani Il popolo miceneo era costituito da pastori e agricoltori, che vivevano sparsi nei territori agricoli, in comunità di villaggio dette dámoi (al singolare dámos). Da questo vocabolo deriverà démos, “popolo”, la parola greca da cui si originerà il termine “democrazia”: il “potere del popolo”. Le comunità erano guidate da un governatore o capo locale, detto basiléus (“re”, in greco), dal potere assai ridotto. Le terre erano di proprietà del re e dei nobili, che le affittavano ai contadini dei villaggi. Questi a loro volta si facevano aiutare da un certo numero di schiavi (dòuloi), catturati mediante guerre o atti di pirateria.

Assai attivi erano gli artigiani: i loro prodotti (metalli, oggetti preziosi, olio e profumi, ceramiche) erano commerciati via mare con le altre popolazioni mediterranee.

A darci notizie sulla società micenea sono le numerose tavolette ritrovate a Micene e Pilo e scritte nella “lineare B”: questa scrittura sillabica, che è stata decifrata alla metà del Novecento, serviva a fissare la forma più antica della lingua greca.

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Che cos’è la “lineare B”?

LA SOCIETÀ MICENEA

Al vertice vi è il re (wánax); accanto a lui si trova il comandante militare

Molta importanza ha l’assemblea dei nobili

Viene poi il popolo: pastori, agricoltori, artigiani

Particolare di un vaso in terracotta dipinta, ritrovato a Micene: raffigura una schiera di armati. Cratere dei guerrieri – XIII-XII secolo a.C. - Museo Archeologico Nazionale di Atene.

VEDERE LA STORIA

Più che una città, Micene era una fortezza.

ATLANTE Visuale

La rocca di Micene

La città di Micene era situata su un colle scosceso, alto 300 metri e di difficile accesso, a circa 15 km dal mare; le abitazioni erano costruite più a sud. Micene era la tipica città-fortezza, arroccata a difesa dai nemici esterni: un’immagine ben diversa dagli spazi aperti e quasi privi di difesa dei palazzi cretesi. Chi sale a Micene deve oltrepassare le imponenti “mura ciclopiche”, formate da grandi blocchi squadrati e lisciati. Si può passare, ieri come oggi, attraverso la Porta dei Leoni, così chiamata per i due leoni rampanti che la sovrastano, simbolo del potere regale. Una volta entrati, s’incontra subito a destra il Granaio e il cosiddetto Circolo A, composto da 19 tombe che portano i nomi (senza alcun riscontro storico) dei re eroici del passato. Proseguendo, a destra s’incontrano diverse case e l’àdyton, un

Veduta dall’alto dell’acropoli di Micene, particolare della tomba circolare A, risalente al XVI sec. a.C.

ambiente destinato al culto. Per salire sulla cittadella si percorre una rampa che porta al própylon, l’ingresso al palazzo dei re di Micene; fu edificato nel XIII secolo, poco prima che Micene fosse distrutta. Mediante un cortile si entra nel mégaron, la sala del trono con focolare centrale circondato da quattro colonne.

Il pavimento era decorato, così come le pareti affrescate, con scene rituali e guerresche. Intorno al mégaron si dispongono gli appartamenti privati e i laboratori artigianali. Subito fuori della città s’incontrano le grandi tombe del Circolo B e quelle cosiddette di Clitennestra, di Egisto, di Agamennone. In queste tombe l’archeologo Heinrich Schliemann trovò nel 1879 ricchissimi corredi, adeguati alle cerimonie in onore di defunti di rango principesco.

La Porta dei leoni. L’ingresso principale di Micene è formato da quattro grosse pietre; sull’architrave la lastra scolpita presenta due leoni separati da una colonna. Dalla porta partiva una scalinata che raggiungeva il palazzo reale di Micene, costruito su una terrazza ricavata nella roccia.

La conquista di Creta Per lungo tempo gli Achei subirono l’influsso e la potenza dei Cretesi, allora in piena espansione commerciale nel Mediterraneo. Poi però, intorno al 1400 a.C., gli Achei riuscirono a rovesciare la situazione: forse dopo una guerra, o grazie a un matrimonio dinastico, s’impadronirono dell’isola. Per Creta fu l’inizio di un declino inesorabile; invece gli Achei raggiunsero l’apice della loro civiltà, allargando la loro rete commerciale nel Mediterraneo. Le navi micenee scambiavano i prodotti del ricco artigianato locale con i preziosi metalli, ancora sconosciuti in Grecia: le loro rotte spaziavano dai centri dell’Anatolia all’Italia meridionale e alla Spagna. Anche numerose tavolette hittite ed egizie testimoniano le relazioni con i Greci che vivevano al di là dell’Egeo.

La vittoriosa guerra contro Troia e la fine improvvisa della civiltà micenea In questa loro espansione gli Achei si scontrarono con la potente città asiatica di Troia, che controllava le rotte e quindi i commerci verso il Mar Nero. La “guerra di Troia” è l’argomento dell’Iliade, il celebre poema di Omero (Troia, in greco, era chiamata anche Ilio: da qui il titolo dell’opera); ma per lungo tempo l’esistenza stessa della città sembrò frutto di pura fantasia poetica. L’archeologo tedesco Heinrich Schliemann, scavando tra il 1872 e il 1873 sulla collina di Hissarlik (nell’odierna Turchia), riportò infine alla luce mura, tombe e oggetti che documentavano l’esistenza storica di Troia. Schliemann trovò vari strati, resti di successive ricostruzioni della città; uno o più di questi strati erano compatibili con l’assedio di Troia e la sua successiva distruzione a opera degli Achei. Quella vittoria, da collocarsi cronologicamente intorno al 1250 a.C., segnò l’apice della civiltà micenea.

Pochi decenni dopo, però, quest’ultima venne traumaticamente distrutta: intorno al 1200 a.C., infatti, si abbatté sugli Achei l’invasione dei Dori.

LE ROTTE DEI MICENEI

Rielabora

Spiega le ragioni della guerra di Troia, chiarisci dove si trova questa città e quando fu conquistata.

L’espansione micenea nel Mar Egeo iniziò intorno al 1500-1400 a.C. Fu un’espansione politica e militare, che portò i guerrieri greci a occupare Creta e a insediarsi da padroni in altri centri del Mediterraneo orientale, come Rodi e Cipro, fino a Troia. Fu anche, e soprattutto, un’espansione commerciale, rivolta anche verso occidente, verso il Mar Ionio e il Tirreno. Ceramiche e altri resti micenei sono stati ritrovati nel golfo di Napoli e ancora più a ovest.

Maschera funeraria in oro di Agamennone, Micene.
Atene
Micene Tirinto Argo Pilo Peloponneso
Creta Cnosso
Cnido
Alicarnasso Anatolia
Troia
MICENEI
Mar Ionio Mare Egeo

STUDIA CON METODO

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In che cosa consisteva la novità della lavorazione del ferro?

3.

L’età dorica

I Dori e altri popoli indoeuropei si stanziano nell’area greca I Dori vincitori provenivano dall’area a nord del Mar Nero. Scesi in Grecia, fino al Peloponneso, misero a ferro e fuoco il mondo miceneo: distrussero le rocche principali degli Achei, ovvero Micene, Pilo e Tirinto, cancellando in pochi decenni la loro civiltà. Gli invasori possedevano nuove e micidiali armi di ferro, o meglio, realizzate in ferro acciaiato, mescolato, nel forno, a carbone fuso: quella giusta quantità di carbonio faceva diventare il ferro duro come l’acciaio, anche se a quel tempo non esisteva ancora il nome per questa lega, ritenuta più preziosa dello stesso oro.

Contemporaneamente ai Dori, anche altre popolazioni – indoeuropee come loro – si stabilirono nell’area greca: gli Ioni si stanziarono nella regione dell’Attica, il cui centro principale, già allora, era Atene; più a nord gli Eoli popolarono la Tessaglia e la Beozia, dove fondarono, o ingrandirono, la città di Tebe.

STORIA E TECNOLOGIA

L’UTILIZZO DEL FERRO

A partire dal 1100 a.C. in Palestina, Siria e Grecia cominciarono a circolare utensili e armi in ferro e il fulcro della vita economica si spostò dall’Egitto e dalla Mesopotamia verso Occidente, in particolare in Grecia, che divenne così il centro da cui si irradiarono le innovazioni tecnologiche e culturali.

Lo sviluppo della metallurgia del ferro rappresentò un’autentica rivoluzione tecnologica ed economica, infatti il ferro era molto più resistente del rame e del bronzo, più diffuso e quindi meno costoso, alla portata di un maggior numero di persone.

Ciò creò enormi miglioramenti in campo economico e determinò la possibilità di sviluppare un’agricoltura stanziale, disboscando grandi superfici di foreste grazie all’utilizzo di attrezzi come vanghe, forche, pale, asce, zappe e falci, e al vomere, che permise di arare nuovi territori nell’Europa centroccidentale.

Il ferro fornì inoltre agli artigiani seghe, accette, trapani, martelli, tenaglie, lime, scalpelli e incudini per la fabbricazione di chiodi e ancoraggi per le costruzioni.

Usando arnesi in ferro fu possibile scavare gallerie e costruire acquedotti e molte macchine prima disponibili solo in legno o

rame. Un esempio è la macina rotante per ridurre il grano in farina, costituita da due pietre circolari sovrapposte: la superiore ruotava intorno a un perno di ferro infisso nel centro di quella inferiore e il grano veniva triturato tra le due pietre.

I più radicali cambiamenti si verificarono in ambito militare: l’uso del ferro determinò la possibilità per tutte le popolazioni di fabbricarsi armi più efficaci, aprendo la strada a una vera e propria industria bellica

Antiche macine in pietra.
CARTA INTERATTIVA
La Grecia antica

La carta linguistica della Grecia ci rivela la varietà dei suoi popoli Ioni, Eoli e Dori furono i tre popoli costruttori della civiltà greca. Essa fu, dunque, il risultato di flussi migratori che richiesero vari secoli di assestamento, prima di generare nuove forme di vita e di cultura: un processo che si è verificato molte volte, nella storia umana.

Tutte le popolazioni che abbiamo ricordato parlavano lingue simili nel loro impianto di base, ma in parte diverse nella pronuncia e nel lessico:

• a sud, cioè nel Peloponneso, dove si erano insediati i Dori, si parlavano dialetti dorici;

• in Attica (la zona di Atene) e nell’Eubea, dove si erano insediati gli Ioni, si parlava il dialetto attico;

• nelle regioni nordoccidentali (Beozia, Tessaglia, Etolia) si parlava il dialetto eolico. Questa suddivisione linguistica era destinata a durare alcuni secoli, fino a quando (dal V-IV secolo a.C.) la preminenza culturale di Atene imporrà il dialetto ionico-attico come l’unica lingua “greca” parlata e scritta da tutti.

La Grecia ritorna, per alcuni secoli, nella barbarie Le migrazioni indoeuropee, in particolare l’invasione dei Dori, gettarono la Grecia nella barbarie: le città e i commerci scomparvero, non si costruirono più palazzi e templi, la pastorizia e una povera agricoltura tornarono a essere l’unica fonte di sussistenza. Anche la scrittura (la “lineare B” micenea) sparì, a riprova di una crisi più generale. Questa crisi, iniziata nel XIII secolo a.C., si protrasse per alcuni secoli, fin verso l’800 a.C. circa. Fu il cosiddetto “periodo buio” dell’Ellade; in passato lo si definiva spesso “Medioevo ellenico”, per analogia con le “invasioni barbariche” che, oltre un millennio dopo, distruggeranno l’Impero romano e daranno inizio al Medioevo dell’Europa.

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza le differenze linguistiche della Grecia in età dorica.

STUDIA CON METODO

Colloca nel tempo

Quando iniziò e quando finì il periodo buio della Grecia?

Il vaso qui riprodotto raffigura una delle mitiche imprese del dio Eracle: la sua vittoria contro le Amazzoni (anfora attica a figure nere, 520 a.C., Metropolitan Museum of Art, New York). Secondo una leggenda assai diffusa nel mondo greco, i Dori erano gli “Eraclìdi”, cioè i discendenti del dio Eracle (Ercole per i Romani). Scacciati un tempo dai re micenei, essi ritornarono in Grecia nel XII secolo per riprendere possesso della loro città natale, Argo. Eratostene di Cirene, studioso ellenistico, porrà il “ritorno degli Eraclidi” in una data precisa, cioè nel 1104 a.C.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico

Che cos’era l’óikos? Com’era organizzato?

La società dorica: villaggi e clan di nobili guerrieri Dai poemi omerici, dunque, apprendiamo che, durante il “periodo buio”, gli abitanti della Grecia vivevano di pastorizia e agricoltura. Scomparse le città, scomparve anche l’autorità più tipica del mondo miceneo, il re o wánax. Esistevano solo le comunità di villaggio, rette dai capi delle famiglie nobili, chiamati basiléis, cioè “sovrani, re”; ma il loro potere era, rispetto a quello dei sovrani micenei, più limitato territorialmente e più precario. Accanto al re vi erano i nobili, che si autodefinivano áristoi, “i migliori” (da questo termine scaturirà la parola “aristocrazia”, cioè “governo dei nobili”).

I nobili si raggruppavano non per singole famiglie, ma per clan, cioè per nuclei di diverse famiglie imparentate tra loro. Un clan poteva aumentare le proprie ricchezze con la guerra, la pirateria e il brigantaggio. Venuto meno l’ordine politico miceneo, la società dorica era molto bellicosa; prevaleva la legge del più forte, con un generale aumento dei conflitti. Le azioni di guerra venivano guidate dai nobili, i soli che potevano disporre di armi e corazze di metallo, carri da combattimento e cavalli.

Anche i servi del clan partecipavano, combattendo a piedi, a corpo nudo, armati di falci e bastoni.

Disegno ricostruttivo di una città greca dell’VIII secolo a.C.

Ciascun clan nobiliare possedeva l’óikos, la “casa”, con i suoi terreni agricoli, i servitori, i contadini, gli artigiani e gli schiavi. A generare la ricchezza di un óikos erano (oltre ai bottini di guerra) le terre, la quantità di bestiame e le riserve di cibo. Ogni óikos era un nucleo isolato e autosufficiente: produceva tutto quello che occorreva per vivere. Il commercio era limitatissimo; la Grecia dorica tornò al baratto, come nell’età neolitica.

IDENTIKIT

tipo di documento poema epico

La società dorica raccontata da Omero

Queste due brevi sequenze poetiche sono tratte rispettivamente dall’Iliade e dall’Odissea. Pur brevi, sono interessanti perché documentano le condizioni politiche, sociali ed economiche in età dorica.

autore Omero opera Iliade IX, 94-101; Odissea, XXIV, 203-217

data

VIII secolo a.C.

Il vecchio Nestore1 [...] parlò con saggezza e disse: “Gloriosissimo Agamennone2, signore degli uomini, tu sei signore di molti popoli. Zeus ti ha dato lo scettro, ti ha dato le norme del diritto divino, affinché tu decida. Tocca a te parlare, a te ascoltare e anche seguire il consiglio di un altro, quando il suo cuore l’abbia spinto a parlare per il bene. A te spetta decidere quello che è meglio; farai tuo ciò che un altro ha iniziato”.

Omero, Iliade IX, 94-101

Usciti dalla città, rapidamente giunsero al campo di Laerte3, bello e ben coltivato, che un tempo egli stesso aveva acquistato e lavorato con grande fatica. Qui era la sua dimora e tutt’intorno correva una tettoia dove mangiavano e dormivano i pochi servi necessari al lavoro. Vi era anche una vecchia donna della Sicilia che di lui si prendeva cura in campagna, lontano dalla città.

Disse allora Odisseo4 ai servi e a suo figlio:

«Voi ora entrate nella dimora ben costruita e per il pranzo uccidete il maiale più grasso; io intanto andrò a vedere se mio padre mi riconosce, guardandomi».

Omero, Odissea XXIV, 203-217

1. Nestore: anziano re di Pilo, è uno dei sovrani che partecipano alla spedizione contro Troia.

2. Agamennone: re di Micene, è il capo della spedizione militare a Troia, cui partecipano altri re e principi greci.

1. Alcuni riferimenti, nelle parole di Nestore, sembrano celebrare il potere del basiléus.

• Il potere del re è legittimato dal volere divino: dove emerge questo concetto? • Inoltre, Nestore sottolinea le prerogative del comando, tipiche di un re: quali parole le esprimono?

2. Tuttavia, la figura del re greco, diversamente da quelle del faraone e dei sovrani dei regni mesopotamici, non è ammantata da un’aura divina, né possiede le prerogative di un’autorità assoluta e indiscutibile.

• Spesso, come avviene qui, il sovrano agisce nel più vasto contesto dell’assemblea di nobili: emerge così che egli non fa che portare

3. Laerte: padre di Ulisse ed ex sovrano dell’isola d’Itaca, che aveva abdicato a favore del figlio Ulisse.

4. Odisseo: Ulisse. È ritornato in incognito sull’isola di cui è re.

a compimento iniziative da lui condivise con altri. Quali parole di Nestore evidenziano quest’ultimo concetto?

3. Dal secondo passo abbiamo uno squarcio interessante sulle caratteristiche anche economiche della società dorica. Essa è fondata sulla coltivazione dei campi e sull’allevamento.

• Quali dettagli del testo lo rivelano?

4. Anche in questo secondo passo notiamo che il re non è affatto un signore assoluto di tutte le terre e degli uomini che le abitano.

• Osserva infatti che cosa si dice qui di Laerte, l’ex sovrano di Itaca: in che modo è entrato in possesso della sua casa? E come mette a frutto il suo podere?

GUIDA ALL’ANALISI

STUDIA CON METODO

Collega

Perché l’Iliade e l’Odissea sono, per noi, importanti fonti storiche? E perché si tratta di fonti indirette?

La precaria condizione dei contadini Le terre dell’óikos erano lavorate da contadini liberi e da schiavi, che appartenevano ai nobili. Gli schiavi, in questa fase, erano poco numerosi: si trattava, di solito, di prigionieri catturati in occasione di guerre o scorrerie; ma tra loro vi erano anche ex contadini, ridotti in schiavitù a causa dei debiti. Infatti, se un contadino s’indebitava con un nobile e poi non riusciva a pagare il debito, doveva mettersi al servizio del creditore: ripagava quanto dovuto con la propria libertà, vendendo sé stesso e diventando schiavo.

La necessità di sottrarsi alla violenza e alla fame spinse molte comunità a cercare migliori condizioni di vita nelle isole dell’Egeo e sulle coste dell’Anatolia, oggi Turchia. Questa migrazione verso est, avvenuta tra il 1000 e l’850 a.C. circa, è conosciuta come “prima colonizzazione” greca: ne riparleremo a p. 122.

I poemi omerici come fonte storica I Dori non conoscevano la scrittura, perciò su di loro e su tutta quest’epoca disponiamo di scarse testimonianze. Esiste però una straordinaria fonte di informazioni indirette, ovvero i due poemi di Omero, l’Iliade e l’Odissea.

Dori

Eoli

Ioni

In Grecia, prima dell’invasione dorica (1200 a.C. circa), si parlavano due dialetti soltanto: l’attico, in uso nell’Attica e nell’isola di Eubea, e l’acheo, assai più diffuso, parlato nel resto della Grecia. Con l’arrivo dei Dori e le grandi migrazioni della prima colonizzazione i ceppi linguistici divennero tre: dorico, ionico-attico, eolico, corrispondenti alle rispettive comunità. Come vediamo dalla carta gli Eoli si stabilirono sulle coste settentrionali e nelle isole

vicine; gli Ioni, provenienti dalle Cicladi e dall’Attica, si stanziarono nell’area centrale; più a sud si stabilirono i Dori del Peloponneso. In tutte queste zone nacquero numerose e vivacissime città greche: ricordiamo Efeso, Mileto, Alicarnasso, Smirne, tutti centri destinati a grande sviluppo nei secoli successivi. Tale ramificazione linguistica caratterizzò anche le città greche dell’Asia Minore, dove si erano diretti i flussi migratori.

Essi raccontano vicende risalenti all’età micenea, ma nacquero in forma orale durante i “secoli oscuri” (furono poi messi per iscritto intorno all’800-750 a.C.): ci forniscono dunque notizie molto interessanti sulla vita, la società, la mentalità di quel periodo.

LE DOMANDE DELLA STORIA CHI SCRISSE L’ILIADE E L’ODISSEA?

I poemi omerici sono opere letterarie attribuite a Omero, un poeta greco che, secondo la tradizione, sarebbe vissuto tra il IX e l’VIII secolo a.C. I due poemi s’intitolano Iliade e Odissea: il primo racconta la spedizione intrapresa dai principi micenei per conquistare la città di Troia; il secondo poema narra il lungo e avventuroso viaggio di ritorno in patria di Ulisse (Odisseo, in lingua greca), uno degli eroi che avevano partecipato all’impresa.

ambientato

Sono appunto fonti indirette, sia perché il racconto di Omero è ambientato qualche secolo prima, al tempo della guerra di Troia, sia perché lo stesso Omero, verosimilmente, visse e operò al termine dell’età “buia”. Anche così, però, Iliade eOdissea gettano squarci assai interessanti sulla Grecia di quest’epoca.

Qualunque sia la verità sull’origine di Iliade e Odissea, è certo che questi poemi godettero sempre di grande fama e prestigio presso tutte le popolazioni greche. Erano considerati i due poemi “fondativi” della civiltà dell’Ellade: una specie di enciclopedia, ricca di notizie storiche, geografiche e religiose; e soprattutto un condensato di avventure, eroi esemplari e moralità.

Se Omero fosse esistito veramente era un tema molto dibattuto in passato. Oggi siamo pressoché certi che i due poemi furono il frutto della fantasia dei cantori girovaghi (gli aèdi) che percorsero la Grecia in epoche successive, narrando in forma orale le gesta fantastiche di dèi ed eroi, a partire da un nucleo di canti epici molto antichi. L’esistenza di un poeta unico, oppure di un cantore (Omero, appunto) in grado di “cucire” e armonizzare un patrimonio più antico di canti orali, è un’ipotesi oggi scartata da quasi tutti gli studiosi.

Iliade, piatto di Euforbo, rinvenuto a Rodi, 600 a.C.
Odissea, vaso, Ulisse e le sirene, 475 d.C.
Elmo dorico in metallo, Londra, British Museum.

PROTAGONISTE NELLA STORIA

«Ecco l’inganno che ha pensato nel cuore: ordita nelle sue stanze una gran tela, tesseva, una tela sottile, smisurata. [...] Allora di giorno la grande tela tesseva, e la sfaceva di notte.» (Odissea II, 93 ss.).

Educazione civica

Costituzione

PENELOPE, SPOSA FEDELE E REGINA ASTUTA

L’Odissea, questo grande poema sul viaggio, è anche un’opera preziosissima per ricostruire il mondo greco dei primordi. Vi ritroviamo l’eco di narrazioni secolari, in cui si sono stratificati ricordi, usanze e simboli che ci dicono tante cose sulla società e cultura greca di epoca arcaica.

Esemplare è il caso di Penelope, regina di Itaca, sposa di Odisseo (Ulisse). Da quando il suo uomo è partito, sono trascorsi diciassette lunghi anni. Al tempo delle sue nozze Penelope era poco più che una fanciulla; il matrimonio avrebbe dovuto garantirle protezione e sicurezza per la vita, ma le cose sono andate diversamente, e lei ha imparato che per essere una regina non è necessario avere accanto il re. Lo ha atteso nella sua casa con fedele pazienza, ha resistito alle trame di coloro che davano per sicura la morte del re e dunque volevano sposare lei, la regina, per impadronirsi del potere. E quando finalmente Odisseo ritorna a Itaca, Penelope si prende il suo trionfo: non solo accoglie quell’uomo che le appare così mutato, ma riesce ad accertarsi della sua identità con inestimabile astuzia

FEMMINILITÀ CHE RESISTE, ELABORA, GOVERNA

Non è semplicemente un simbolo di fedeltà coniugale; è molto di più, l’artefice di una resistenza sottile e sofisticata. In un mondo regolato da norme maschili, guerriere, in una società

fondata sull’eroismo bellico e sul dominio maschile dello spazio pubblico, Penelope incarna una femminilità che resiste, elabora, governa. Abita lo spazio privato della casa non come vittima, ma come stratega; e così quella casa diviene il microcosmo simbolico della pólis Il suo più celebre stratagemma è quello della tela: sposerò uno di voi, dice ai pretendenti che le si sono installati nel palazzo, quando avrò finito di tessere. Quella tela – tessuta di giorno, disfatta di notte – è un espediente per ritardare le nozze, ma è soprattutto una pratica politica. Tessere e disfare serve a sospendere la pressione sociale, a negoziare potere in una condizione difficile; è un mezzo per affermare la propria sovranità.

LA STRATEGIA DELL’ASSENZA

Penelope crea attesa, resiste all’imposizione del tempo lineare, rifiuta la fretta e il consenso. Non è passiva: è una stratega dell’assenza. In molte culture arcaiche le donne non sono esattamente prive di potere; in realtà lo esercitano in modo indiretti, con la parola, i gesti ripetuti, la gestione del tempo. È quanto fa la regina di Itaca, ascoltando, interrogando, simulando, manipolando il linguaggio. Non agisce con la forza, ma con la pazienza, il dubbio, l’ambiguità. In una cultura di eroi e guerre, è lei a insegnare la forza del silenzio, del gesto minimo, della trama che tiene insieme il mondo.

Penelope scioglie di notte la sua tela in una raffigurazione di Dora Wheeler Keith del 1886.

Le origini della Grecia

CRETESI (o MINOICI)

La civiltà si sviluppa tra il 1900 e il 1200 a.C. È una civiltà detta “palaziale” → ruota intorno a grandiosi palazzi (luogo del potere e dell’economica)

MICENEI (ACHEI)

Comincia con loro la storia della Grecia

Centri maggiori → Cnosso e Festo

La civiltà si divide in 3 fasi: età pre-palaziale età dei primi palazzi età dei nuovi palazzi (fase più prospera)

Quando? → 2300-2200 a.C. Dove? → Peloponneso

Centri maggiori → cittàfortezze: Micene, Argo, Tirinto, Pilo

Organizzazione politica → regni indipendenti guidati da un re (wànax)

Fine della civiltà: Eruzione vulcanica + Invasione degli Achei

1400 a.C.: conquista di Creta 1250 a.C.: conquista di Troia (apice della civiltà) 1200 a.C.: fine della civiltà con l’arrivo dei Dori

DORI

Popolo guerriero → uso del ferro trattato

Epoca di barbarie

Fine del commercio → pastorizia e agricoltura

Fine delle città → villaggi guidati da clan di guerrieri

Medioevo ellenico o “periodo buio”

Fonte indiretta dell’età dorica → poemi omerici (Iliade e Odissea)

LE ORIGINI DELLA GRECIA

LA CIVILTÀ CRETESE

La più antica civiltà mediterranea si sviluppò nell’isola di Creta. La conosciamo per i suoi resti archeologici; infatti, risulta quasi illeggibile, per noi, l’antica scrittura cretese, chiamata “lineare A” dagli studiosi.

Il maggiore sviluppo della civiltà cretese si ebbe dopo il 1900 a.C. circa, l’epoca in cui sorsero i palazzi delle città maggiori, Cnosso e Festo. Tali palazzi erano residenza dei sovrani, ma anche luoghi di scambio commerciale e d’incontro sociale. Verso il 1700 a.C. un terremoto distrusse quei primi palazzi; ma ne furono costruiti di maggiori. Fu in questa fase che Cnosso divenne il centro più importante dell’isola; i suoi re erano conosciuti con l’appellativo di Minosse, cioè “re”. Nel palazzo di Cnosso ci restano bellissimi dipinti murali, che testimoniano una civiltà luminosa e amante della vita. Creta prosperò mediante gli scambi commerciali con i popoli stanziati sulle sponde del Vicino Oriente. Poi improvvisamente, verso il 1450 a.C., decadde: forse per le conseguenze di un’eruzione vulcanica e di un maremoto, partito dalla vicina isola di Thera (oggi Santorini). Quel drammatico evento indebolì l’isola, che poco dopo fu occupata dagli Achei, provenienti dalla Grecia.

IL MONDO GUERRIERO

DEGLI

ACHEI

Il primo popolo greco fu proprio quello degli Achei. S’insediarono nel Peloponneso, dove edificarono centri fortificati con

enormi muraglie protettive. I vari centri micenei (tra cui, oltre a Micene, Argo, Tirinto, Pilo) erano l’uno indipendente dall’altro.

A capo di ciascuno vi era un re, il wánax, che doveva però condividere il potere con l’assemblea dei nobili. Il popolo di pastori, agricoltori e artigiani viveva in comunità di villaggio (dámoi).

Verso il 1400 a.C. gli Achei conquistarono Creta e ne ereditarono l’impero commerciale. Intorno al 1200 a.C. sconfissero la ricca città asiatica di Troia Subito dopo, però, conobbero una fine traumatica, causata dall’invasione dei Dori

I DORI INVASORI E L’“ETÀ

BUIA” DELLA GRECIA

I Dori possedevano le nuove armi di ferro, con le quali sconfissero gli Achei. Altri popoli indoeuropei a stanziarsi in Grecia furono gli Ioni, in Attica, e più a nord gli Eoli. Tutti parlavano dialetti in parte diversi, anche se su una base comune greca.

L’età dorica segnò per la Grecia una fase molto difficile, l’“età buia” o “Medioevo ellenico”. Le fonti grazie alle quali possiamo conoscerla sono l’Iliade e l’Odissea di Omero. La popolazione viveva in piccole comunità di villaggio, ciascuna guidata da un suo re. Il potere era detenuto però dalle famiglie nobili, che si raggruppavano per clan; il centro del loro potere era l’óikos, la casa del clan; la loro attività principale era la guerra.

AUDIOSINTESI

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e indica:

a. Cnosso

b. l’area in cui si insediarono gli Achei

c. l’area in cui si insediarono gli Eoli

d. l’area in cui si insediarono gli Ioni

e. l’area in cui si insediarono i Dori

f. l’isola di Creta

g. Micene

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

3000 a.C. | 2300 a.C. | 1450 a.C. | 1400 a.C. | 1250 a.C. | 1200 a.C. | 800 a.C.

a. Si conclude il cosiddetto “periodo buio” della Grecia [ ]

b. Con l’età pre-palaziale comincia la civiltà cretese [ ]

c. Si conclude l’età definita tardo minoico [ ]

d. Con la distruzione dei palazzi si concluse la civiltà cretese [ ]

e. Gli Achei giungono nel Peloponneso [ ]

f. I micenei sconfiggono la città di Troia [ ]

g. Gli Achei vengono invasi dai Dori [ ]

Il lessico

3. Completa le seguenti frasi:

a. La civiltà cretese è detta minoica dal

b. Gli Achei sono anche chiamati

c. Con il termine wánax si indica

d. Le comunità degli Achei erano chiamate

e. Il termine basiléus nella società micenea significa

I personaggi

4. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Arthur Evans

b. Minosse

c. Omero

Gli eventi

5. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (è una).

a. La scrittura dei cretesi non è mai stata decifrata. V F

b. Quella cretese fu la prima civiltà urbana europea. V F

c. La scrittura detta “Lineare B” apparteneva agli Achei. V F

d. I poemi omerici sono fonti indirette. V F

e. I Dori furono il primo popolo a stanziarsi in Grecia. V F

Per l’interrogazione orale

6. Rispondi oralmente sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Metti a confronto la civiltà cretese con quella fenicia.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia evidenziando gli elementi di affinità:

• sono entrambe civiltà marittime: in quale punto del Mediterraneo erano ubicate?

• sono entrambe civiltà commerciali. Devi illustrare i prodotti che commerciavano e i popoli con cui trafficavano.

b. Ora parla delle diversità che sussistono tra i due popoli:

• i Cretesi si sviluppano prima dei Fenici: spiega;

• i Fenici erano organizzati per città-stato: che cosa significa? Come erano invece organizzati, politicamente, i Cretesi?

c. Infine parla di quando e come finirono le due civiltà.

DOMANDA APERTA

2. Illustra i caratteri della Grecia al tempo degli Achei.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Chiarisci anzitutto in quale epoca gli Achei giunsero in Grecia e in quale area s’insediarono.

b. Cita il nome dei loro centri maggiori e spiega l’aspetto caratteristico di questi centri: erano cittadelle fortificate ecc.

c. Esistevano più regni micenei, ciascuno retto da un sovrano. Quale rapporto aveva con i nobili?

d. La società micenea contava anche contadini e artigiani: dove vivevano?

Quali erano le loro attività principali?

e. Cita infine le due principali guerre combattute dagli Achei.

LEZIONE 5 La pólis, la città-stato

Parla l’ecista, fondatore di una nuova colonia

Guardatevi intorno: foresta, erba, colline. Nessun tetto, nessun tempio, nessuna legge. Solo il mare davanti e il selvatico qua dietro. Ma siamo Greci: non siamo venuti fin qui per morire da vagabondi. Siamo venuti per fondare. Questa non è più la terra dei padri, è la nostra. E chi non se ne convince, può tornare a casa – se trova una nave. Oggi alzeremo l’ara di Apollo. Il fuoco lo accendo io. Poi scaviamo il peribolo attorno, e chi tocca senza permesso verrà scacciato. Qui comanda la legge che fondiamo, non la nostalgia. Domani si assegnano i lotti: chi pesca, chi semina, chi sorveglia. Nessuno resterà con le mani ferme.

Voi siete giovani, ma dovrete diventare padri. Non c’è città senza figli. E non ci saranno figli senza ordine. Niente donne, per ora, ma verranno. E quando verranno, troveranno una città, non il caos. Tenetevi strette le armi, le zappe e il silenzio. Chi si lamenta rallenta tutti. La mia regola è questa: non basta sopravvivere, bisogna restare. E lasciare una traccia che duri più di noi. Le parole sono finite, adesso si lavora.

CRONOLOGIA

1000 a.C. Prima colonizzazione

750 a.C. circa Nasce la pólis, la città-stato

750 a.C. Seconda colonizzazione

LE RUBRICHE

Protagoniste nella storia Saffo, la poetessa più grande

Cittadini consapevoli Il diritto alla partecipazione politica

Storia ed economia L’economia della pólis: una moneta per ogni città

Storia e arte Gli stili delle ceramiche greche

Osserva la fonte Gli opliti in battaglia: l’Olpe Chigi

Leggi la fonte La virtù del soldatocittadino

Vedere la storia La pólis, la città-stato, Il prezioso lavoro degli artigiani

Le domande della storia Come navigavano i Greci?

650-600 a.C. circa Nasce la falange oplitica

600 a.C. circa Introduzione delle leggi scritte in molte póleis

600-550 a.C. Avvento dei tiranni

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

1. La grande novità della pólis

La pólis, la comunità di chi abita la città Dopo i “secoli bui” dell’età dorica seguì un periodo di grandi trasformazioni: l’VIII secolo a.C., the age of experiment, così definito dall’archeologo inglese Anthony Snodgrass. Fu il secolo della seconda, grande colonizzazione greca, di cui parleremo a p. 122; ma fu soprattutto il tempo in cui nacque la pólis, la città (al plurale póleis, “le città”).

Molte città greche nacquero per sinecismo, nel senso che più villaggi si univano in un’unica comunità. Le due póleis più famose, Atene e Sparta, sorsero entrambe per il sinecismo di più villaggi; lo stesso accadde a molte altre centinaia di póleis. Alla fine di questo processo, in tutta la Grecia se ne contavano circa un migliaio.

Quali caratteristiche presentava la pólis greca? Certamente, in primo luogo, quelle di una città, quindi un territorio con abitazioni, strade, piazze ecc. Ma era anche qualcosa di più: era una comunità di individui che si riconoscevano nella propria città. In sostanza, la pólis s’identificava con i suoi cittadini, al punto che in genere i Greci non chiamavano le proprie città con il loro nome (Atene, Sparta, Corinto ecc.), ma utilizzavano la denominazione “gli Ateniesi”, “gli Spartani”, “i Corinzi” ecc.

L’autogoverno cittadino Esisteva una ragione profonda perché i cittadini s’identificassero nella propria città: ogni pólis si dava da sé le proprie leggi e si autogovernava, senza ricevere regole né ordini da autorità esterne. Perciò la pólis greca era una città-stato. Come ogni Stato che si rispetti, ciascuna pólis dominava un territorio circostante, grande o piccolo che fosse; ciascuna batteva una propria moneta, che recava il suo nome; ciascuna vantava una divinità protettrice oppure un eroe che, secondo la leggenda, l’aveva fondata; ciascuna reclutava tra i propri cittadini un esercito. Nel mondo antico abbiamo già incontrato delle città-stato, presso i Sumeri e presso i Fenici; ne ritroveremo altre presso gli Etruschi.

LESSICO

SINECISMO Il termine sinecismo (dal greco syn-oikízein, “abitare insieme”) indica l’unione di più comunità o villaggi che per esigenze politiche o difensive si aggregano in un’unica entità politica.

LEGGI LA FONTE

La città si regge sulla giustizia di tutti

CHE COS’È LA PÓLIS

cioè un territorio abitato da una popolazione è una CITTÀ

cioè un insieme di cittadini che in quella città si identificano MA è soprattutto una COMUNITÀ POLITICA

Vaso a figure rosse con alcuni degli eroi mitologici fondatori delle polèis greche.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico Spiega che cosa vuol dire l’espressione “città-stato”.

LA PÓLIS È UNO STATO

ogni pólis possiede un proprio TERRITORIO, una propria MONETA e un proprio ESERCITO

ha una DIVINITÀ protettrice

ogni pólis è AUTONOMA, cioè si autogoverna. Il potere è in mano ai cittadini che in quella città si identificano

Comprendi

Sottolinea nel testo tutti gli elementi che caratterizzavano l’aspetto esteriore delle città greche. STUDIA CON METODO

Disegno ricostruttivo di una pólis greca.

La stessa Roma sorgerà come una città-stato, come una pólis. Le città-stato più antiche erano delle città-regno, in quanto rette da re. Invece nelle póleis greche non esistevano re, né dinastie (famiglie regali): una delle anime profonde della società greca è il rifiuto della monarchia, cioè l’idea che sottostare alle decisioni (e ai soprusi) di un monarca/despota sia inaccettabile per un uomo. Nella pólis il governo era retto dai cittadini stessi. Erano i cittadini a giudicare, in base alle leggi vigenti, i conflitti che sorgevano tra loro. Erano i cittadini a decidere le leggi che avrebbero poi regolato la collettività. Non solo: erano sempre i cittadini a scegliere, tra loro, chi doveva far applicare quelle leggi. Essi infatti eleggevano i propri capi: funzionari pubblici, incaricati di esercitare il potere secondo le forme stabilite dalla legge. Dopo un certo periodo, anch’esso previsto dalla legge, quei capi decadevano dal loro incarico e tornavano a essere cittadini come gli altri.

Il volto esterno della pólis Le città greche presentavano un volto ben riconoscibile sul territorio. Esistevano, in ciascuna di esse, una “città alta”, in greco akròpolis, e una “città bassa”, l’ástu, che costituiva il vero e proprio nucleo urbano. L’acròpoli fortificata, sulla sommità di una collina, era il nucleo originario della città. Qui, dove in età micenea sorgeva il palazzo del wánax, ora sorgeva il tempio della divinità protettrice della città: i riti religiosi cementavano la coscienza comune dei cittadini. Sempre sull’acròpoli solitamente si trovavano i tribunali: la giustizia da sempre si collegava al culto religioso. Più sotto si stendeva l’ástu, dove le case si alternavano alle botteghe artigianali ed erano mescolate alla campagna con prati, orti e pollai. Il cuore della città bassa era l’agorá, la “piazza”. L’agorá era la piazza del mercato, dove artigiani, contadini e mercanti che venivano dal mare portavano i loro prodotti per venderli. Ma era anche lo spazio in cui il popolo, in certe occasioni, poteva riunirsi, discutere, decidere su questioni che riguardavano la vita della pólis.

VEDERE LA STORIA

Il disegno schematizza la struttura tipica della pólis alle sue origini. Sulla collina sorgeva l’acròpoli, la “città alta” circondata da mura, nucleo originario della città. La presenza di templi religiosi e tribunali permise all’acròpoli di superare il ruolo iniziale di fortezza per diventare lo spazio sacro della città e simbolo del suo potere. Più sotto si stendeva la città bassa, l’astu. Tutto intorno si stendeva il territorio della chòra, la campagna.

ATLANTE Visuale

La pólis, la città-stato

• al singolare pólis

• al plurale póleis

• in italiano: città-stato DENOMINAZIONE

• acròpoli = città alta

• ástu = città bassa, nucleo urbano

la comunità dei cittadini, la collettività politica che si autogoverna

ELEMENTO CARATTERISTICO

l’agorá, piazza del mercato e luogo d’incontro dei cittadini

NE FA PARTE

i cittadini maschi liberi (cioè non schiavi), figli di cittadini

CHI È ESCLUSO DAL SUO GOVERNO

• gli stranieri

• gli schiavi

• le donne

LA SUA NOVITÀ

è nuova rispetto ai regni orientali e alle città-regno, Stati governati da re che imponevano la loro volontà ai sudditi

LA SUA EREDITÀ

dalla pólis greca nasce la nostra idea di politica come libera discussione e partecipazione al governo dello Stato

CHE COS’È
CHI
ASPETTO

STUDIA CON METODO

Comprendi

In che senso si può dire che la vita politica nacque in Grecia?

Il nuovo spazio pubblico della politica L’acròpoli e l’agorá non erano semplici spazi urbani. Esse evidenziano la grande novità che caratterizza il mondo greco: le cose che, in precedenza, venivano amministrate all’interno della famiglia o del clan (giustizia, regole di convivenza, questioni legate al possesso delle terre, rapporti con le divinità ecc.), adesso venivano sottratte alla sfera privata per diventare questioni riguardanti l’intera collettività e, come tali, venivano discusse dai cittadini riuniti. Nacquero così gli organi ufficiali della pólis, in primo luogo l’assemblea popolare e le cariche pubbliche o magistrature. Nella pólis greca, dunque, nacque quello spazio pubblico che è la base necessaria perché si formi ciò che noi chiamiamo Stato in senso moderno; uno Stato molto diverso dai regni del Vicino Oriente, perché in esso si realizzava, per la prima volta, l’esperienza della politica. Non a caso il nostro vocabolo “politica” deriva da pólis: i Greci chiamavano tà politiká (“le cose che riguardano la città”) l’amministrazione della pólis. Furono loro a sperimentare, per la prima volta, l’idea che amministrare lo Stato spetti a coloro che ci vivono, cioè ai cittadini stessi; furono sempre loro a sperimentare la vita politica, intesa come concorrenza di idee e programmi, come votazioni ed elezioni ecc.

L’assemblea popolare: l’ecclesía, cuore della pólis La partecipazione del popolo alle decisioni politiche costituiva una straordinaria novità per il mondo antico. Amministrare lo Stato non era prerogativa di un capo assoluto, come accadeva nelle città-regno sumere o fenicie, o di un lontano sovrano, come accadeva nell’antico Egitto o nell’Impero persiano: la vita pubblica era in mano ai membri stessi della città. In quest’ottica, l’organo principale nella vita della pólis era l’assemblea popolare (in greco ecclesía): era l’assemblea dei cittadini a eleggere i magistrati e a controllarne l’operato; era l’assemblea ad approvare, o respingere, le leggi preparate dalle autorità; sempre all’assemblea spettava votare sulle questioni di maggior rilievo della pólis, come la pace e la guerra. Da pólis a pólis, però, la composizione e i poteri dell’assemblea popolare variavano di molto. In tante póleis essa si limitava a ratificare le decisioni prese dai pochi che davvero contavano (nobili e/o ricchi). Per esempio, a Sparta solo i nobili guerrieri, chiamati Spartiati, potevano partecipare all’assemblea e, quindi, al governo.

Tempio di Apollo, antica Corinto (ca. 560 a.C.). Rovine di uno dei primi templi dorici della Grecia continentale, originariamente dotato di 42 colonne monolitiche alte oltre 7 metri. Costruito su un rilievo roccioso, fu in seguito ristrutturato in età romana.

Altre città, che furono sempre una minoranza in Grecia, davano al popolo l’ultima parola, almeno nelle questioni principali. Atene fu il modello delle póleis democratiche (il potere in mano al popolo, démos in greco); Sparta, invece, fu il modello delle póleis di tipo aristocratico (il potere in mano ai nobili). Ne parleremo approfonditamente nel capitolo di pag. 000.

Cittadinanza ed esclusione Nella pólis solo chi era ritenuto “cittadino” poteva partecipare liberamente e pienamente alla vita politica. Tale partecipazione si concretizzava in pratica nel diritto di esprimere il proprio parere all’assemblea popolare, di votare e di essere eletto alle cariche politiche; il cittadino aveva inoltre il diritto di portare le armi, partecipando da protagonista alle guerre della pólis. A quell’epoca, però, non esisteva un vero criterio di uguaglianza: esso si affermò soltanto ad Atene, e solo dopo una lunga fase di preparazione alla democrazia. Dunque non tutti, nella pólis, erano considerati cittadini con pieni diritti. Tale prerogativa spettava solo a chi era un maschio adulto, nato da genitori liberi (non schiavi) originari di quella pólis. Non solo: per essere cittadini a pieno titolo, occorreva possedere un lotto di terra, anche piccolo. Solo chi soddisfaceva tutte queste condizioni contemporaneamente poteva far parte della ristretta cerchia dei cittadini. Si trattava di una minoranza di persone, dal momento che escludeva le donne, gli stranieri e gli schiavi: nessuna di queste tre categorie di persone era considerata degna di far parte della comunità politica.

In molte póleis, come Sparta, non bastava neppure essere maschi, liberi e nati da padre originario della pólis stessa per essere ammessi ai diritti politici: questo privilegio spettava soltanto ai nobili guerrieri, nati a loro volta da nobili guerrieri. All’inizio anche ad Atene le regole di cittadinanza erano molto ristrette ma poi, come vedremo, una serie di riforme allargò via via il diritto di partecipazione politica.

La debolezza della città-stato: i suoi ristretti confini L’esperienza delle póleis aveva anche un altro, grave limite. Esse non solo si autogovernavano, ma erano gelosissime di questa autonomia, perciò si rifiutarono sempre di stringersi in un regno o in uno Stato unitario, come fecero la maggior parte degli altri popoli dell’antichità. Il senso di autonomia fu alla base dell’esperienza politica che fece grande la Grecia, ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Le città greche dominavano un territorio poco esteso (la maggior parte di esse raggiungeva a malapena l’estensione di un piccolo comune italiano di oggi) e contavano una popolazione poco numerosa: si andava da poche centinaia di cittadini (parliamo però di soli maschi liberi) a qualche migliaio. Le città con oltre 5000 cittadini (Sparta, Atene, Corinto, Tebe e poche altre) non erano più di una dozzina in tutta l’Ellade. Nessuna pólis greca e neppure la Grecia nel suo assieme potevano quindi competere sul lungo periodo con i grandi regni o imperi. Si spiegano anche così la debolezza politica del mondo greco e la sua incapacità a conservarsi indipendente nel tempo.

LESSICO

DÉMOS La parola démos, “popolo”, ha lasciato profonde radici nella nostra lingua, a iniziare dalla parola “democrazia”, ovvero il “governo del popolo”, e in riferimento a tutte le scienze che si riferiscono alla popolazione (demografia, demografico) o all’opinione pubblica (demoscopia, demoscopico).

Comprendi

Quale differenza fondamentale esisteva tra Sparta e Atene? Cerca la risposta nel testo. STUDIA CON METODO

Comprendi

Le città greche erano grandi o piccole? E quale conseguenza derivò da tale condizione? STUDIA CON METODO

«Chi è bello, solo il tempo che lo si guarda è bello; / mentre colui che è buono, presto sarà anche bello.»

(fr.55 Voigt)

Educazione civica

Costituzione

Saffo, la poetessa più grande

Dalle origini della pólis ci viene incontro Saffo, una delle figure più enigmatiche e affascinanti dell’antichità greca. Vissuta tra il VII e il VI secolo a.C. sull’isola di Lesbo, fu poetessa, educatrice e guida carismatica di un gruppo di giovani donne. Celebrata sin dall’antichità per la raffinatezza della sua arte, considerata dal grande Platone la “decima Musa”, in realtà Saffo non fu soltanto la più ispirata poetessa dell’amore. In una cultura arcaica che offriva alle donne spazi limitati, seppe ritagliarsi un ruolo di primo piano, che integra e arricchisce le nostre conoscenze sul mondo della città-stato.

Circolo letterario e comunità rituale

La società greca arcaica era strutturata attorno all’eccellenza maschile (areté), misurata attraverso la guerra, la competizione, la retorica pubblica. Escluse da tali ambiti, le donne agivano quasi solo negli spazi della sfera domestica, ma Saffo riuscì a creare un contesto alternativo: un gruppo femminile (il tìaso) con funzioni educative, religiose e culturali; circolo letterario ma anche comunità rituale, che preparava le giovani donne al matrimonio e alla maturità, offrendo loro un luogo di formazione e di costruzione dell’identità.

Era un ambiente privato e pubblico insieme, nel quale Saffo rivestì il ruolo di figura sacerdotale e pedagogica; una leader depositaria di saperi ma custoditi e coltivati nella vita rituale e simbolica della comunità.

Intimità

e parola fraterna

Maturò così la poesia di Saffo, che non celebrava la guerra né la città, ma le relazioni, le emozioni, il corpo Tale apparente marginalità non era esclusione, ma differenza. In un mondo che misurava l’identità attraverso il conflitto e la visibilità, Saffo proponeva un modello fondato sull’intimità, sulla formazione simbolica, sul potere della parola fraterna. Anche la lingua da lei scelta – l’eolico – e la metrica così particolare – il difficile endecasillabo saffico – contribuirono a marcare la distanza dai poeti per così dire “ufficiali”, che parlavano in ionico-epico e cantavano le imprese virili.

La sfida della creazione

Quella di Saffo è la voce di una differente cultura, femminile e rituale, in grado di sfidare, con grazia e intensità, l’ordine dominante della città. I suoi inconfondibili versi incarnano resistenza e creazione: per dirci che la pólis era un mondo ancora più ricco e sfaccettato di come noi ce lo immaginiamo.

Busto di epoca romana raffigurante la poetessa Saffo (Musei Capitolini, Roma).

2. Origini e sviluppo della città-stato

Aristocratici e popolo, due gruppi sociali in contrapposizione Nel paragrafo precedente abbiamo studiato il volto tipico della città-stato greca, la pólis; ma questo volto poté emergere e affermarsi solo dopo una lunga fase di scontri sociali e lotte politiche interne; una fase che durò all’incirca due secoli, tra il 700 e il 500 a.C. Fu questa l’età arcaica della pólis, cioè la più antica. All’inizio di questo processo, intorno al 700 a.C., la pólis era dominata dalle grandi famiglie di proprietari terrieri, dette ghéne; i loro componenti si autonominavano àristoi, cioè “i migliori”. Così si autodefinivano i più ricchi, spesso discendenti dell’antica nobiltà di epoca micenea; tra i loro antenati essi vantavano un qualche eroe del mito guerriero. Gli áristoi possedevano gran parte delle terre e controllavano dunque i prodotti legati alla coltivazione e alla pastorizia; di conseguenza, occupavano le massime cariche politiche. La massa della popolazione era detta démos, cioè “popolo”, formato dai contadini, dagli artigiani e dai piccoli commercianti. Tutti costoro erano uomini liberi, non schiavi; partecipavano alle prime forme di quell’assemblea politica che era tipica della pólis, ovvero l’ecclesía, ma in posizione molto subordinata. Volevano contare di più nell’amministrazione e nelle leggi cittadine, per poter migliorare le proprie condizioni di vita.

GLI STILI DELLE CERAMICHE GRECHE

Nell’antichità i recipienti in ceramica erano fondamentali per il trasporto e la conservazione di qualunque tipo di prodotto, sia alimentare (dall’olio al vino, dal grano alle olive) sia di uso quotidiano (unguenti, profumi ecc.). Nel corso dei secoli lo stile delle decorazioni si evolve passando da forme molto semplici ad altre più elaborate e di carattere artistico.

Lo stile geometrico Le produzioni del periodo arcaico sono di tipo geometrico. La figura umana, molto rara, è resa schematicamente. Questo stile trovò espressione soprattutto nella decorazione di vasi in ceramica, in cui predominava l’uso di cerchi, motivi a scacchiera e meandri, combinati tra loro in varie soluzioni. Questi elementi venivano disposti sulla superficie degli oggetti in modo da suggerire un’idea di simmetria, ordine e razionalità, ed esprimere così i concetti di kòsmos e tàxis, “armonia” e “ordine”. L’aggiunta di figure umane avvenne solo in un secondo momento, in particolare nella realizzazione di scene raffiguranti cortei funebri, corse con i carri o momenti di vita quotidiana. I disegni erano realizzati con vernice scura su fondo rosso.

Fai uno schema

Riassumi in uno schema chi apparteneva al gruppo degli aristocratici e chi al popolo.

Figure nere e figure rosse Terminato il periodo delle decorazioni geometriche, all’inizio del VII secolo a.C., prima a Corinto e poi ad Atene si diffuse una tecnica decorativa detta “a figure nere”. Consisteva nel disegnare figure a vernice nera sul vaso di argilla dopo la prima cottura. Il vaso veniva poi cotto nuovamente per fissare il colore e quindi venivano incisi dettagli con uno strumento appuntito chiamato bulino. Questa tecnica consentiva di realizzare decorazioni complesse: si privilegiavano scene eroiche o mitologiche.

. Consisteva di argilla dopo la prima cottura. Il vaso chiamato ceramiche “a figure decorazioni che in questo modo risaltavano grazie al colore rosso dell’argilla. I dettagli venivano

Attorno al V secolo a.C. la tecnica a figure nere venne soppiantata dalle ceramiche “a figure rosse”, ancora più raffinate. Con questa tecnica la vernice nera veniva stesa come sfondo, evitando di ricoprire le figure e le decorazioni che in questo modo risaltavano grazie al colore rosso dell’argilla. I dettagli venivano dipinti e non incisi, riuscendo a rappresentare con armonia i drappeggi delle vesti e i particolari anatomici e a rendere meglio l’idea della profondità.

STORIA E
STUDIA CON METODO
Raccolta delle olive in un vaso a figure nere del VI secolo a.C.

CITTADINI CONSAPEVOLI

“Politica” è una parola che nasce dal greco e ha la sua radice in pólis. È infatti la città-stato a sollecitare la partecipazione attiva alla vita comunitaria.

La politica nella

Costituzione Italiana

La Costituzione della Repubblica italiana riconosce e tutela il diritto di fare politica nelle forme democratiche. L’Articolo 48 afferma il diritto/dovere del voto da parte di ogni cittadino: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico».

«Tutti i cittadini» significa proprio tutti, uomini e donne, senza distinzione. Il voto è «personale» (non può essere ceduto o delegato), «uguale» (non esistono voti che valgono più di altri), «libero» (non può essere oggetto di obbligo, controllo

Educazione civica

Costituzione

Il diritto alla partecipazione politica

ecc.) e «segreto» (nessuno può essere forzato a dichiarare per chi ha votato). Il voto non è solo un diritto, ma un «dovere civico», ossia è un diritto-dovere. La Costituzione non prevede però sanzioni per chi non vota: la libertà di voto implica anche che si possa scegliere, al contrario, di non votare. L’Articolo 49 della Costituzione afferma: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Chi fa politica oggi?

I partiti politici sono associazioni di persone accomunate dalla stessa idea politica. Essi sono uno strumento necessario alla democrazia: «concorrono a determinare», dice la Costituzione, la politica nazionale, ma ciò non significa che siano gli unici a poterlo fare. Infatti i veri titolari di tale diritto restano i cittadini. Fare politica non significa solo governare, decidere. In uno Stato democratico, conta anche chi non governa e, restando all’opposizione, critica costruttivamente il governo in carica.

Fa politica anche chi, da semplice cittadino, partecipa a una manifestazione di

piazza, oppure chi va a votare, o ancora chi discute con altri cittadini del modo migliore di governare.

Sono tutti modi per “esserci”, per dire la nostra opinione, per dare un contributo alla vita politica.

Nella nostra “democrazia rappresentativa” (in cui, cioè, scegliamo i nostri rappresentanti in Parlamento, che ci governeranno), una delle attività politiche principali è votare, cioè partecipare alle elezioni, scegliendo le persone e i partiti in base alle nostre convinzioni.

La possibilità di votare si chiama “elettorato attivo”; l’”elettorato passivo” è invece la possibilità di essere votati dagli altri cittadini, candidandosi alle cariche pubbliche.

Votare è un’opportunità importante, ma va sfruttata al meglio: a questo scopo occorre acquisire una coscienza politica. Dobbiamo cioè informarci su quali sono le maggiori questioni pubbliche che riguardano la nostra società, sulle proposte per risolverle, su chi le sostiene e come vuole agire. Informarci sui programmi dei partiti e sull’operato degli uomini politici è un passo essenziale per una partecipazione politica matura.

DEBATE

Sul tema della partecipazione politica viene proposto un approfondimento relativo all’elezione del sindaco e del consiglio comunale della vostra città. La classe viene divisa in 4 o 5 gruppi e ognuno deve svolgere la seguente ricerca: il vostro comune ha più o meno di 15.000 abitanti? Quale sistema elettorale è pertanto previsto? Nel dettaglio come funziona l’elezione del sindaco e del consiglio comunale?

Infine, immaginate di comporre una lista attenendovi ai criteri previsti (compresa la parità di genere).

Una seduta della Camera dei deputati, uno dei due rami del Parlamento italiano.

Interessi in conflitto: privilegi e diritti Gli aristocratici facevano di tutto per conservare nelle loro mani il governo della pólis. Essi erano gli unici a potersi dotare delle armi in bronzo, costosissime, e dunque erano gli unici, con i loro seguaci e servi, a provvedere alla difesa militare della città. Oltre a governare, escludendo gli altri dal governo, gli aristocratici giustificavano questo privilegio sostenendo di essere gli unici degni; erano infatti “i migliori”. Sostenevano cioè l’aristocrazia, parola che in greco significa “potere/governo dei migliori”, ossia dei nobili, che in genere sono i più potenti e i più ricchi. Tutti gli altri (contadini, artigiani, mercanti) contavano poco o nulla nella vita politica della pólis. In guerra erano una semplice massa di manovra nelle mani degli aristocratici. Premevano per ottenere maggiore partecipazione alle decisioni politiche più importanti e anche all’amministrazione quotidiana della pólis; ma per il momento la democrazia (in greco “potere del démos”, cioè del popolo) era un orizzonte molto lontano.

Lo scontro sociale si esaspera: in molte póleis scoppia una sorta di guerra civile Gli scontri sociali e politici tra il démos da una parte e le famiglie più nobili e ricche dall’altra risultarono molto accesi in quasi tutte le póleis greche. Del resto la convivenza tra gli áristoi e il démos era molto difficile. Spesso gli strati più poveri della popolazione erano costretti a indebitarsi per vivere; se non riuscivano a ripagare i debiti, dovevano cedere ai creditori i propri beni (case, terreni, attrezzi agricoli), diventando loro schiavi. La situazione era drammatica. In molti casi la contrapposizione interna alla pólis finì per scatenare situazioni di vera e propria guerra civile (in greco stásis), cioè di guerra tra cittadini di una stessa comunità, raggiungendo livelli impressionanti di crudeltà e di violenza. Tali lotte contrassegnarono la fase arcaica della storia della pólis, ma rimasero anche in seguito un’esperienza tristemente frequente, nel mondo greco.

L’ECONOMIA DELLA PÓLIS: UNA MONETA PER OGNI CITTÀ

Ogni città-stato greca aveva la sua moneta: si trattava di un segno d’identità e di una fonte di prestigio. Era la città a garantire la quantità di metallo che componeva la propria moneta e, di conseguenza, il suo valore. Esse presentavano una forma assai diversa da quella a cui siamo abituati oggi: consistevano in piccole sbarre di ferro, chiamate obolói, “oboli”. Monete coniate con una lega d’argento comparvero solo in un secondo tempo. Tutte venivano contrassegnate con il simbolo della città che l’aveva emessa: le monete ateniesi, le dracme, recavano da una parte l’immagine della civetta, dall’altra quella della dea Atena con l’elmo (Atena era la protettrice della città e la civetta, simbolo di saggezza, era un suo attributo); Corinto impresse sulle sue monete la figura di Pègaso, il cavallo alato, Egina la tartaruga, Focea la foca ecc. Le prime monete, secondo la tradizione, furono coniate da Creso, re di Lidia, nel VII secolo a.C. A quell’epoca risalgono i pezzi greci più antichi, ritrovati a Efeso (una città fondata dai Greci in Asia

Esponi oralmente

Dagli scontri sociali si passa alla guerra civile. Spiega con le tue parole questo passaggio. STUDIA CON METODO

Le due facce di una moneta ateniese con la testa di Atena dotata di elmo sul fronte e la civetta, tutt’ora simbolo di Atene sul recto.

Minore) nel tempio della dea Artemide. Poco dopo, le monete comparvero nelle varie póleis della madrepatria greca. All’inizio la moneta giocò un ruolo secondario nei commerci: molti mercanti privilegiavano il sistema tradizionale del baratto. Poi, però, la moneta si rivelò un sistema di pagamento molto utile: essa non si deteriorava come tante altre merci, per cui poteva essere conservata anche a lungo in attesa dell’occasione giusta per spenderla; inoltre, era poco ingombrante e facilmente trasportabile. Verso il 450 a.C. la moneta era divenuta uno strumento accettato e diffuso: da questo momento in avanti si può parlare di un inizio di “economia monetaria”, cioè di un sistema economico basato sulle monete

STORIA ED ECONOMIA

adesso il popolo può controllare come le LEGGI vengono applicate le leggi della città vengono messe PER ISCRITTO

LEGGI PER IL POPOLO Le leggi scritte, prima conquista del popolo In molte póleis gli scontri sociali ebbero un esito comune, ovvero la pubblicazione delle prime leggi scritte. Fino al 650-600 a.C. circa le leggi erano state tramandate solo oralmente. Questa tradizione avvantaggiava i nobili al potere, i quali potevano non solo decidere le leggi, ma anche interpretarle e applicarle a piacimento. Fissare le leggi per iscritto, invece, significava dare al popolo la possibilità di verificarne la corretta applicazione. Spettava ai funzionari della pólis, eletti dall’assemblea, il compito di controllare l’applicazione delle leggi, punendo gli eventuali trasgressori. Questa novità rappresentò una chiara vittoria del démos e soprattutto di mercanti e artigiani, i ceti sociali più attivi al suo interno.

i NOBILI perdono la loro supremazia nell’applicare le leggi

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Comprendi

Quale nuova scrittura fu utilizzata per fissare le leggi?

Non a caso le prime leggi scritte comparvero nelle città coloniali, che erano, nel mondo greco, i centri più sensibili alle esigenze del démos. Le città, come Sparta, in cui le leggi rimasero affidate all’oralità, erano invece quelle più soggette al potere aristocratico.

Per scrivere le leggi non si utilizzò l’arcaica scrittura sillabica dei Micenei (la Lineare B), bensì la nuova, e assai più semplice, scrittura alfabetica, ricavata dall’alfabeto fenicio. Mentre però l’alfabeto fenicio comprendeva solo consonanti, i Greci realizzarono un alfabeto più completo, composto sia di consonanti sia di vocali. Si trattava di una novità davvero rilevante, destinata a portare vantaggi decisivi in tutta la società e la cultura greche.

Risultato: la vita pubblica si “laicizza” Anche l’antico re Hammurabi, a Babilonia, nel II millennio a.C., aveva raccolto un codice di leggi scritte (vedi p. 41): un primo, decisivo passo verso ciò che noi chiamiamo “la certezza del diritto” (le leggi esistono e si possono conoscere). Però Hammurabi si era detto ispirato da un dio: era stata la divinità a dettargli le leggi. Invece i legislatori greci affermavano di confidare solo nella fiducia che i cittadini riponevano in loro.

Figure come Zaleuco di Locri, Caronda di Catania, Licurgo di Sparta, Dracone di Atene vennero circondate di grande prestigio e quasi di un’aura divina, anche se in realtà avevano fatto esattamente il contrario che ispirarsi alla divinità: avevano allontanato la vita pubblica da un’autorità religiosa, come diremmo oggi, “laicizzato” la vita pubblica, per avvicinarla alla sfera, tutta umana, della discussione critica e dell’esame razionale.

La falange oplitica: i cittadini in armi Accanto alle leggi scritte, un’altra grande novità caratterizzò, in questa fase, la vita delle póleis greche: la cosiddetta riforma oplitica (da hópla, “armi”).

Intorno al 650-600 a.C. comparve simultaneamente in quasi tutta la Grecia un nuovo modo di combattere, incentrato su due elementi nuovi: l’introduzione dell’oplita e lo schieramento della falange.

• L’oplita era un nuovo tipo di soldato a piedi, dotato di un armamento pesante, in particolare un elmo di bronzo e uno scudo rotondo, più robusto e con doppia impugnatura.

• La falange era la nuova formazione di combattimento per file serrate, in cui ciascun oplita proteggeva con il proprio scudo, imbracciato con la sinistra, il fianco destro del compagno lui vicino. La nuova formazione di battaglia, che richiedeva un lungo addestramento collettivo, traduceva anche visivamente la necessità di unire le forze per la difesa comune. A essere inquadrati nella falange oplitica furono i cittadini della pólis: contadini liberi, artigiani, mercanti, dunque coloro che appartenevano, come diremmo oggi, alla classe media. Chi era in grado di armarsi a proprie spese, acquistando le armi in bronzo, le hópla, poteva anche partecipare alla vita pubblica, con maggiori diritti rispetto a prima.

La guerra diventa un’impresa collettiva La falange oplitica evidenziava il nuovo spirito comunitario tipico della pólis: la vita di ciascun combattente dipendeva dal suo vicino, proprio come, nella città, si richiedeva il contributo di tutti per prendere le decisioni più importanti nell’assemblea. Cambiò anche la scala dei valori. Nell’età dorica la guerra riguardava i capi, gli eroi celebrati nei poemi; i soldati semplici non erano ricordati da nessuno e sembravano combattere solo per la gloria dei nobili. Adesso, dopo la formazione della falange oplitica, la vittoria o la sconfitta non dipendevano più dalla virtù individuale dei singoli; la virtù (in greco areté, il “valore guerriero”) diventava collettiva, si trasferiva sulla comunità dei cittadini, la pólis, nel suo complesso. La guerra e la pace diventavano una questione collettiva: tutti i cittadini potevano contribuire alla causa comune.

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Esponi oralmente

Quali sono le novità introdotte dalla falange oplitica? Chi può parteciparvi?

Comprendi

In che senso in Grecia cambiò la scala dei valori? Quale era prima il massimo valore? STUDIA CON METODO

La falange oplitica, l’esercito della pólis Lo schieramento della falange si chiama così perché era composto di file di soldati diritte come un bastone, in greco phálanx Ogni soldato proteggeva con lo scudo il compagno vicino: ogni abbandono della linea implicava una vera diserzione, che avrebbe aperto un varco mortale nello schieramento della falange. Nel complesso la falange costituiva una macchina da guerra micidiale.

IDENTIKIT

tipo di documento

elegia in versi

autore

Tirteo

opera

La virtù del soldato-cittadino

Tirteo, vissuto nel VII secolo a. C., fu un poeta spartano, autore di una celebre elegia, Esortazione al coraggio, giuntaci frammentaria: ma questi pochi versi bastano a farci comprendere con chiarezza il messaggio del poeta.

Esortazione al coraggio

data

650 a.C. circa

Questa è la vera areté, questo è il premio più bello da ottenere per l’uomo giovane.

Questo è un bene comune per la città e per tutto il popolo, quell’uomo che piantato sulle gambe resiste nelle prime file incessantemente. Non si lasci prendere nemmeno per un momento dall’idea della fuga vergognosa, esponendo la vita e il cuore intrepido, e incoraggi con le sue parole il guerriero vicino standogli accanto.

Tirteo, Esortazione al coraggio, 650 ca. a.C., frammento 9, trad. E. Mandruzzato, BUR, Milano 1994

1. La riforma oplitica ha sostituito forme più individuali e aristocratiche di combattimento con la nuova tattica della falange.

• Sottolinea nel testo tutte le informazioni presenti che si possono riferire, più o meno esplicitamente, alla nuova formazione della falange.

2. Tirteo esalta i nuovi valori connessi alla falange: la solidarietà tra soldato e soldato, in vista di un supremo ideale comune, ovvero la difesa della patria collettiva, la pólis.

• Il poeta mette in collegamento il coraggio guerriero (l’areté) con il «bene comune della città»: rintraccia il punto e commentalo con le tue parole.

• Il testo allude anche ad alcuni comportamenti fonte di vergogna: sottolineali.

3. Secondo l’idea antica, la poesia deve comunicare ai lettori anzitutto un preciso messaggio, di bene e di verità.

• Ti sembra assolto, qui, questo compito?

GUIDA ALL’ANALISI

IDENTIKIT

tipo di documento

OSSERVA LA FONTE

Gli opliti in battaglia: l’Olpe Chigi

anfora in ceramica, alta 26 cm autore anonimo opera Olpe Chigi data

640 circa a.C. conservazione Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

L’Olpe Chigi è una brocca o anfora, realizzata a Corinto verso il 640 a.C. Venne alla luce in Italia, a Veio, probabilmente perché acquistata da un ricco signore etrusco. La fascia superiore dell’anfora ci offre l’unica illustrazione giuntaci della falange Ritrae due schiere di opliti: avanzano l’una contro l’altra, a ranghi compatti, proteggendosi a vicenda con i grandi scudi rotondi; levano in alto le lance, pronti a colpire. A guidare l’attacco è il suono di un flauto (aulós).

Il loro armamento è quello tipico degli opliti di età arcaica: elmo crestato, scudo decorato con fantasie personali, corazza e gambali di bronzo. Si noti la seconda lancia, che i fanti tengono pronta, in posizione di riserva. Lateralmente all’immagine principale, si scorgono le due schiere di retroguardia, a destra e a sinistra, pronte anch’esse a gettarsi nella mischia.

L’elmo veniva ricavato da un’unica lastra di bronzo, opportunamente martellata in modo da coprire l’intero capo: una stretta fessura a forma di “T” liberava solo il naso e gli occhi. L’elmo limitava moltissimo la visuale dell’oplita, ed era adatto solo nei brevi – e sanguinosi – scontri frontali ravvicinati.

L’equipaggiamento era completato dal grande scudo rotondo, l’hóplon: era di legno con un bordo di bronzo; più tardi verrà realizzato con una sottile lastra di metallo allargata sull’intera superficie. Una seconda impugnatura, l’antilabé, permetteva di reggere lo scudo in modo assai più saldo rispetto al passato.

STUDIA CON METODO

Argomenta

Perché per i Greci la tirannide fu una falsa soluzione? Rispondi aiutandoti con il testo.

Gruppo scultoreo dei Tirannicidi, copia romana, II sec.a.C., Napoli, Museo Archeologico Nazionale. Armodio e Aristogitone, due Ateniesi, uccisero nel 514 o 513 a.C. Ipparco, figlio di Pisistrato, ma non il fratello Ippia, che rimase al potere fino al 510 a.C.

La parentesi dei tiranni I nobili aristocratici non rimasero a guardare questi cambiamenti. In molte póleis si opposero accanitamente, rinfocolando gli scontri interni e il malessere sociale. Tale situazione favorì in molti casi, tra il 600 e il 550 a.C. circa, l’avvento al potere dei tiranni.

A farsi tiranni erano personaggi spesso di origine nobile, ma che, nelle varie città, si posero alla testa del démos, rovesciando il predominio degli aristocratici. Preso il potere, in genere con la violenza, i tiranni limitavano il potere dei nobili e assegnavano terre e lavoro ai ceti più umili. Tra i vari tiranni si ricordano Cipselo, che nel 660 a.C. abbatté a Corinto il gruppo aristocratico dei Bacchíadi; a Megara prese il potere Ortagora; ad Atene s’impose Pisistrato, nel 561 a.C. (ma fu riconosciuto definitivamente solo nel 546 a.C.).

La tirannide non risolve i problemi della città-stato e viene superata senza rimpianti La tirannide si rivelò però una falsa soluzione alle lotte politiche che divoravano la pólis. Infatti i tiranni gestivano il potere con metodi violenti, oltre che arbitrari: in molte città gli scontri civili ripresero, più sanguinosi di prima. Il segno più tangibile della tirannide divenne la folta – e odiata – guardia del corpo che circondava il despota. Perciò, dopo qualche decennio di potere, i tiranni vennero rovesciati (i figli di Pisistrato, Ipparco e Ippia, furono eliminati rispettivamente nel 514/513 a.C. e nel 510 a.C.).

re i tiranni degli stessi odiati caratteri dei regni orientali

Le póleis poterono così cominciare una fase più matura della loro vita politica. La città-stato greca si stava delineando nelle forme che abbiamo visto nel paragrafo precedente: rifiuto della monarchia (e/o di un uomo solo al potere) e autogoverno dei cittadini, in vari modi possibili. Le póleis erano ormai pronte a scrivere la loro originalissima storia. leggenda che più avanti si diffuse in Grecia narrava la vicenda di Gige, fattosi re della Lidia (in Asia Minore) nel 680 a.C. Fu lui, secondo la leggenda, il primo “tiranno” e si tratta di un’identificazione significativa: Gige era un asiatico e dunque incarnava il non-greco, il nemico che la Grecia aveva affrontato e sconfitto (come vedremo parlando delle guerre persiane a p. 152). Dunque i Greci, per rimuovere il ricordo della tirannide, sentirono il bisogno di rivestire i tiranni degli stessi odiati caratteri dei regni orientali.

DENTRO LE PAROLE

TIRANNO Per noi, oggi, è un tiranno chi esercita un potere illegittimo con metodi violenti e dispotici. Il governo esercitato dal tiranno si chiama tirannide. Inizialmente per i Greci il termine týrannos indicava solo un “signore” (della città). In seguito, però, essi attribuirono un valore negativo al vocabolo; giunsero addirittura a teorizzare la piena legittimità del tirannicidio, che è l’eliminazione violenta del tiranno mediante un assassinio.

Formula una frase che contenga uno dei termini citati derivanti dalla parola “tiranno”.

Una

L’altra faccia della Grecia: l’éthnos Va rilevato però che non tutta la Grecia si organizzò nella forma della città-stato. Soprattutto nell’area settentrionale (corrispondente alle regioni dell’Epiro, della Tessaglia, della Macedonia), ma anche in certe zone del Peloponneso come l’Arcadia, si formarono realtà politiche differenti: gli Stati-éthnos (cioè relativi a un popolo, perché in greco il termine éthnos significa appunto “popolo, stirpe”).

Essi costituivano una sorta di federazione di città e villaggi, ciascuno dei quali riconosceva un dio o un eroe come proprio antenato comune: era questa la base “etnica” della federazione. All’interno di ogni Stato-éthnos i vari centri si autogovernavano, ma esisteva anche una guida comune, un re o un capo che veniva eletto dall’assemblea degli uomini in armi. Questo capo guidava l’éthnos in azioni di guerra e, soprattutto, durante feste e culti religiosi, che venivano celebrati in santuari comuni. Gli Stati-éthne (plurale di éthnos) erano più estesi delle póleis, anche se più arretrati sul piano civile e culturale. Nel corso della storia greca, come vedremo, essi acquisteranno crescente importanza, specialmente dopo il IV secolo a.C., in concomitanza con il declino delle póleis.

• la pólis è una realtà piccola

• l’éthnos è più vasto: include città e villaggi di una stessa regione dal punto di vista TERRITORIALE

• le póleis sorgono nelle isole e nel territori greci più vicini al mare

• gli éthne si formano nelle regioni settentrionali e più arretrate della Grecia sul punto GEOGRAFICO

• la pólis si autogoverna

• l’èthnos elegge un capo comune dal punto di vista POLITICO

• la pólis ha base politica: è la comunità dei suoi cittadini

• l’èthnos ha base etnica: è l’insieme di chi riconosce di avere un antenato comune dal punto di vista dell’IDENTITÀ

Oggetti provenienti dal corredo funerario di una aristocratica macedone del IX secolo a.C.

VEDERE LA STORIA

La cultura greca, dominata dai valori della classe aristocratica, tendeva a svalutare il lavoro e la figura degli artigiani, come in generale del lavoro manuale.

Un lavoro duro

ATLANTE Visuale

Il prezioso lavoro degli artigiani

Il miglioramento della condizione degli artigiani

La posizione sociale dell’artigiano era considerata inferiore non solo a quella dell’aristocratico, che non aveva bisogno di lavorare per vivere, ma anche a quella del contadino, che lavorava per se stesso il proprio campo: al contrario l’artigiano, producendo oggetti destinati a essere venduti, “dipendeva” dai suoi acquirenti; per di più, il suo lavoro spesso lo portava a essere sporco e maleodorante per via dei materiali che adoperava e, a causa delle posizioni obbligate che doveva adottare nel corso del lavoro, poteva sviluppare un fisico disarmonico (con parte della muscolatura più sviluppata del resto), lontano dall’ideale di atletico vigore perseguito dai giovani aristocratici. Non è un caso se Efesto – il dio fabbro, ricordato per la sua capacità di creare automi meravigliosi – è già nell’Iliade raffigurato come uno zoppo, coperto di fuliggine e sudore.

A Sparta, la città “aristocratica” per eccellenza, gli Spartiati, cioè i cittadini di pieno diritto, non potevano assolutamente dedicarsi ad attività artigianali, che erano viceversa delegate ai Perieci, gli abitanti della Laconia, privi di diritti politici. Ciò non toglie che, con lo sviluppo economico del mondo greco, e in particolare nelle località che videro maggiore fioritura della produzione artigianale e dei commerci (come Corinto e Atene), la condizione sociale degli artigiani migliorò: in molte città gli artigiani erano cittadini della pólis, senza limitazioni di alcun genere (se non una minore considerazione sociale); ad Atene molti dei partecipanti all’assemblea popolare erano gli artigiani e i commercianti che vivevano nel centro urbano, diversamente dai contadini, sparsi per l’Attica. E, infine, l’attività degli artigiani non mancava di attirare interesse: altrimenti non si spiegherebbero le tante raffigurazioni di artigiani al lavoro, prodotte da altri artigiani, i ceramisti, che costituirono il centro nell’ambito della produzione “industriale” del mondo greco.

La produzione dei vasi

La produzione di vasi dipinti era uno dei settori più sviluppati nell’ambito delle attività artigianali del mondo greco, e raggiunse livelli di organizzazione notevole, sia per la quantità di oggetti richiesti dal mercato, sia perché per arrivare al prodotto finito (il vaso dipinto) occorrevano numerosi passaggi, che richiedevano competenze diverse. Si pensi che, prodotti da città come Corinto o Atene, sono stati rinvenuti decine di migliaia di pezzi ceramici, esportati in ogni angolo del Mediterraneo: molti di più devono essere stati i pezzi prodotti e non giunti fino a noi. Nel V secolo a.C. un laboratorio ateniese di ceramica poteva contare fino a 70 impiegati, fra liberi e schiavi.

Achille e Aiace giocano a dadi. Vaso a figure nere del VI secolo a.C.

Altre forme di artigianato

Per la difficoltà della lavorazione dei metalli, la produzione di armi costituiva uno dei settori dell’industria greca che richiedevano l’organizzazione più complessa, con manodopera non solo numerosa ma anche piuttosto specializzata. Conosciamo, per esempio, un fabbricante di armi che aveva alle sue dipendenze ben 120 operai (si tratta del padre dell’oratore Lisia, immigrato ad Atene nell’età di Pericle). D’altra parte, il livello di specializzazione era tale che molti produttori si occupavano esclusivamente di un tipo di armi: sappiamo, dalle fonti letterarie, che esistevano officine specializzate nelle armi da taglio, altre negli scudi, altri ancora nelle corazze. Le opere di carpenteria (lavorazione del legno per costruzioni edilizie o navali) erano un ambito importante nell’artigianato greco, perché in legno erano, oltre a porte e finestre, gran parte delle coperture degli edifici, e tutte le navi, sia mercantili sia militari: i carpentieri svolgevano dunque la loro attività soprattutto nei cantieri edilizi, in quelli navali e negli arsenali dove le flotte affrontavano la necessaria manutenzione.

Cratere a figure rosse del IV secolo a.C.
Cratere in stile geometrico dell’VIII secolo a.C.
Vaso del Dipylon è un’anfora funeraria greca, prototipo dello stile tardo geometrico, ritrovata nella necropoli ateniese del Dipylon e datata al 760-750 a.C. ca.

DUE COLONIZZAZIONI

PRIMA COLONIZZAZIONE tra il 1000 e l’800 a.C.

nuove città greche nascono a est, specialmente in Asia Minore

SECONDA COLONIZZAZIONE comincia verso il 750 a.C.

nuove città greche nascono a ovest, in Sicilia e Italia meridionale

3. La pólis fuori dall’Ellade: la colonizzazione greca

Colonie al di là del mare per sfamare la popolazione in eccesso Il territorio greco è montuoso e piuttosto arido: offriva, e offre, poche terre da coltivare, e poco fertili. Per risolvere il problema, i Greci pensarono di fondare nuove città al di là del mare. Il problema divenne urgente quando la crisi generale dell’età dorica si attenuò: a quel punto la popolazione riprese a crescere, ma le risorse non bastavano per sfamare tutti.

• All’inizio tali colonie vennero fondate solo a est della Grecia (sulle coste dell’Asia minore): questa fu la prima colonizzazione greca, avviatasi verso l’anno 1000 a.C. e proseguita fin verso l’800 a.C.

• Un paio di secoli dopo, intorno al 750 a.C., i coloni greci si dirigeranno anche nel Mediterraneo occidentale: non più verso l’Asia, dunque, ma verso la Sicilia, la Calabria e le altre coste tirreniche. Questa fu la seconda colonizzazione greca.

Come nasce una colonia Quando una pólis greca decideva di fondare una nuova città al di là del mare, veniva reclutato tra le famiglie contadine più povere un gruppo di qualche centinaio di uomini (le donne non erano comprese); a guidarli era un capo, detto “ecista” (in greco oikistés, “fondatore”). Il luogo di fondazione veniva scelto in base alla fertilità dei terreni, all’approvvigionamento di acqua e anche perché scarsamente popolato.

STUDIA CON METODO

Riassumi

Descrivi il modo in cui i Greci fondavano nuove città.

Insediatisi nel nuovo territorio, i coloni tracciavano, secondo riti particolari, le mura e poi edificavano i templi su una collina che sarebbe diventata l’acròpoli, a somiglianza di quella lasciata in Grecia. L’ecista distribuiva ai coloni in parti uguali i terreni che contornavano il nucleo abitato, l’ástu. Alla fine sorgeva una nuova città greca: una nuova pólis. Esistevano legami tra la colonia e la madrepatria, dati dalla venerazione di divinità comuni e dagli stretti rapporti commerciali. Tuttavia, sul piano politico, le colonie erano indipendenti dalla madrepatria: possedevano proprie leggi, un proprio governo e propri magistrati.

DENTRO LE PAROLE

COLONIA Il termine è di origine non greca, ma latina; deriva dal verbo còlere, “coltivare”, e si riferisce al fatto che, quando i cittadini greci s’insediavano in un nuovo territorio, iniziavano a coltivare nuovi terreni.

Le colonie greche nacquero come centri indipendenti dalla città-madre o madrepatria; i Greci le chiamavano apoikíai, parola composta da apó, “lontano”, e óikos, “casa”. Dunque per i Greci le colonie erano semplicemente delle città, delle póleis, “lontane da casa”.

Quali altri significati può avere la parola colonia? Ricercali in rete e riportali con parole tue.

Le colonie in Asia e sulle coste del Mar Nero Le colonie più antiche furono fondate dai Greci sulle coste dell’Asia Minore (attuale Turchia): qui sorsero centri importanti come Efeso e Mileto, destinati ad avere grande sviluppo economico e culturale, e altre città come Smirne, sulla costa asiatica, come Mitilene (sull’isola di Lesbo) e come Rodi, sull’isola omonima. Tutte queste città divennero centri fiorenti per vita politica, attività culturale e scambi commerciali; tutte avviarono intensi contatti con le popolazioni interne dell’Oriente “barbaro”, cioè estraneo alla civiltà greca. Non solo: i Greci delle città dell’Asia si diressero, a loro volta, verso le coste della Tracia e le sponde del Mar Nero per fondarvi nuove basi commerciali e nuove città. Alla fine il Mar Nero finì per divenire un mare greco. Purtroppo, però, intorno al 500 a.C. le città sulla costa asiatica caddero in mano al potente Impero persiano (ne riparleremo a p. 150) e persero quindi un po’ della loro autonomia.

Le colonie d’occidente A Occidente la prima colonia greca a nascere fu invece Pitecusa, a Ischia, fondata in un’epoca assai remota (intorno al 770 a.C.) dai navigatori di Calcide e di Eretria nell’Eubea. Più avanti si verificò una forte ondata colonizzatrice. I Greci trovarono approdi soprattutto sulle fertili coste della Sicilia e dell’Italia meridionale (Calabria, Puglia, Basilicata, Campania): qui fondarono Napoli, Paestum, Cuma, Catania, Taranto, Reggio Calabria, Locri, Siracusa, Agrigento, Gela, Selinunte, Sibari, Crotone e Metaponto. L’insediamento dei nuovi arrivati non era sempre pacifico. Nella Sicilia occidentale, in particolare, i Greci dovettero scontrarsi con i Fenici, che, proprio in quei secoli, l’VIII e il VII a.C., stavano stabilendo colonie su quel litorale della grande isola. Più lontano giunsero i Focesi (gli abitanti di Focea), esperti navigatori ed esploratori: verso il 600 a.C. essi fondarono Massalia (Marsiglia), nell’odierna Francia meridionale.

GLI SPAZI DELLA GRECIA

Prima colonizzazione greca

Resti del Tempio di Apollo nella zona archeologica di Cuma, Napoli.

STUDIA CON METODO

Colloca nel tempo e nello spazio

Quando e in che direzione si svolsero la prima e la seconda colonizzazione greca?

Nizza

Alalia

Seconda colonizzazione greca

Colonie greche

Rotte commerciali greche

ETRURIA

ILLIRIA

Selinunte

Ma r Ner o

Cuma Napoli

Bisanzio

Sibari Paestum Ischia

GelaAgrigento

Locri Messina

Catania Reggio

Siracusa

Taranto Metaponto Crotone

Calcide

Eretria

Corinto

Ma r Medit e r r a ne o

Micene

Atene

Spar ta

Trebisonda

La carta ricostruisce le direttrici seguite dai Greci nella fondazione delle loro colonie: • a est, nel corso della prima colonizzazione, furono fondate importanti città sulla costa dell’Asia Minore, oggi Turchia; • la seconda colonizzazione, iniziata nell’VIII secolo a.C., si diresse invece verso ovest. Fu allora che l’Italia meridionale e la Sicilia si punteggiarono di nuove città greche. Oltre all’Italia meridionale, i coloni greci guardarono ancora più a ovest, alle coste dell’attuale Francia e della Spagna, e a est, a quelle del Mar Nero.

LIDIA
FENICIA

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quale regione era chiamata Magna Grecia?

Il mondo greco diventa più grande Grazie alle colonie, il mondo greco divenne più grande. I Greci portavano con sé la loro lingua: il greco si diffuse in misura tale che rimarrà, per secoli, la lingua parlata e intesa da tutti, nel bacino del Mediterraneo occidentale, inclusi i mercanti fenici ed etruschi, pericolosi concorrenti. Oltre alla lingua, i coloni greci portarono con sé il proprio patrimonio culturale e religioso, la propria esperienza tecnica di costruttori e i propri modi di vita. Tutto ciò finirà per ellenizzare le popolazioni indigene, specie quelle dell’Italia meridionale e della Sicilia: da tale fusione nascerà la civiltà della Magna Grecia, la «grande Grecia», così chiamata dai Greci per distinguerla dalla Grecia più piccola delle tante madrepatrie.

Si allarga il modello della pólis Le colonie diedero modo ai Greci di esportare oltremare il loro modello politico, fatto di partecipazione da parte dei cittadini, di assemblee, votazioni e cariche pubbliche. L’esperienza della pólis, propagata dalle madrepatrie greche alle tante colonie mediterranee, costituì un modello significativo per tante altre comunità civili, anche al di fuori del mondo greco.

LE DOMANDE DELLA STORIA COME NAVIGAVANO I GRECI?

«È a Mileto che in tempi remoti Talete l’antico studiava le stelle dell’Orsa minore, grazie alle quali i Fenici si orientavano in mezzo al mare.»

Quelli citati sono versi del poeta greco Callimaco (vissuto tra il III e il II secolo a.C.) e ci offrono la più antica testimonianza scritta sull’uso delle stelle per orientarsi durante la navigazione. Il poeta attribuisce tale uso al filosofo Talete, vissuto nel VI secolo a.C. Il brano ci conferma che le tecniche per navigare vennero trasmesse ai Greci dai Fenici. Le navi di entrambi i popoli erano di forma sottile e allungata; non avevano ponte né coperta e assomigliavano perciò a

grossi barconi, come si evince anche dal fatto che all’approdo venivano trascinate a riva. In mare venivano spinte da una vela quadrata e da una fila di remi per ciascun lato. La vela era utilizzata durante la navigazione ordinaria, mentre in caso di battaglia veniva ammainata e l’imbarcazione procedeva con la sola forza dei remi. Normalmente si navigava dall’alba al tramonto; a sera le navi erano tirate in secco e si trascorreva la notte a terra. Perciò le rotte seguivano generalmente le coste, oppure attraversavano il mar Egeo passando da un’isola all’altra, ma il rischio di fare naufragio era sempre in agguato. Con il tempo i marinai greci svilupparono la capacità di tenere una rotta orientandosi con il Sole di giorno e con le stelle di notte, e abbreviarono così il tempo necessario per i loro tragitti.

Rilievo raffigurante dei rematori su una trireme greca.

La pólis, la città-stato

LA PÓLIS?

Che cos’è?

Quando nasce?

Come nasce?

Come è strutturata?

Cos’è sul piano politico?

È la città intesa come comunità di cittadini

Nasce verso il 750-700 a.C.

Dall’unione di più villaggi

Non tutta la Grecia è caratterizzata dalle città-stato

Ci sono anche gli éthne, gli Stati federali

Che cosa avviene?

È divisa in acròpoli, la città alta dove ci sono gli edifici religiosi e agorà, la sede del mercato e degli incontri sociali

È una comunità di individui attivi nella vita della città

MA non tutti gli abitanti sono cittadini

I cittadini partecipano alla vita politica: discutono, votano, eleggono

sono escluse le donne, gli stranieri e gli schiavi

Come cambia?

La partecipazione alla politica si allarga prima partecipavano solo i nobili poi viene dato potere al resto del popolo

AUDIOMAPPA

AUDIOSINTESI

LA PÓLIS, LA CITTÀ-STATO

ORIGINI E FISIONOMIA

DELLA PÓLIS

La pólis, la città stato greca, nasce verso il 750-700 a.C., dall’unione (sinecismo) di più villaggi.

Sul piano territoriale la pólis presenta due aree fondamentali: una città alta (l’acròpoli) e in una città bassa (il nucleo urbano, l’ástu). Sul piano politico i due spazi caratteristici sono l’acròpoli, sede dei templi religiosi; e l’agorá, piazza del mercato e luogo d’incontro sociale.

I CITTADINI SI AUTOGOVERNANO

In questi spazi si svolge la vita collettiva della pólis: essa è sostanzialmente una comunità di individui che si sentono parte attiva della vita della loro città. La pólis infatti si autogoverna mediante la partecipazione dei cittadini, che discutono, votano, eleggono chi li dovrà guidare. È una grande novità rispetto ai regni dell’Oriente. Non tutti gli abitanti della città, però, sono considerati cittadini a pieno titolo; non tutti, quindi, possono partecipare alla vita politica: questo è il limite maggiore della pólis.

contare di più. Man mano (a partire dal secolo VII a.C.) il popolo acquista maggior potere, mediante due strumenti: le leggi scritte, a causa delle quali i nobili perdono il monopolio delle leggi; e la riforma oplitica, in base a cui i cittadini (almeno i più ricchi) possono militare nell’esercito ed esercitare quindi alcuni diritti politici.

LA FASE DEI TIRANNI

In questa evoluzione si registra una fase interlocutoria, quella in cui il potere è gestito dai cosiddetti “tiranni”. Essi governano in modo autoritario la città, esercitando il potere in genere a favore del popolo, ma con la violenza. Poi, nel VI secolo a.C., questa fase della tirannide viene superata: la pólis adesso è pronta per la sua fase più matura.

GLI ÉTHNE

Non tutto il mondo greco, però, è fatto di póleis, cioè la Grecia non è un mondo uniforme di cittadini: in certe aree periferiche si formano gli éthne, Stati federali, che coesistono con le poleis.

LA SECONDA

COLONIZZAZIONE

L’EVOLUZIONE STORICA

DELLA CITTÀ-STATO

All’inizio la Grecia non era fatta di città-stato. Gli aristocratici proprietari terrieri detenevano il potere e non volevano affatto cedere i loro privilegi. Tuttavia gradualmente il popolo (démos) entra in forte contrasto con i clan aristocratici, perché vuole

La pólis non è confinata al territorio dell’Ellade; si espande geograficamente attraverso il processo detto della colonizzazione, che porta a fondare nuove città greche sia a oriente, sulle coste dell’Asia minore (odierna Turchia), sia a occidente: quindi in Sicilia, nell’Italia meridionale e ancora più verso ovest. In tal modo il modello della pólis viene esportato in buona parte del bacino Mediterraneo, influenzando altre culture.

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e spiega in poche righe quale fenomeno storico viene indicato

Gli eventi

5. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 4).

a. Ad Atene soltanto gli aristocratici erano considerati cittadini. V F

b. Le prime leggi scritte non comparvero a Sparta. V F

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

1000 a.C. | 700 a.C. | 750 a.C. | 561 a.C. | 510 a.C.

a. Una seconda colonizzazione greca si dirige verso il sud dell’Italia [ ]

b. Pisistrato diventa tiranno di Atene [ ]

c. Ha inizio la cosiddetta età arcaica della pólis [ ]

d. Comincia la prima colonizzazione greca [ ]

e. Ad Atene si conclude il periodo dei tiranni [ ]

Il lessico

3. Completa le seguenti frasi:

a. Con “sinecismo” si intende

b. Con “ecclesía” i Greci indicavano

c. Il termine áristoi significa ed erano

d. Con il termine démos venivano indicati

e. In Grecia il “tiranno” era

f. La parola éthnos significa

I personaggi

4. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Pisistrato

b. Licurgo

c. Dracone

d. Gige

c. L’alfabeto greco deriva da quello fenicio. V F

d. L’alfabeto greco, rispetto a quello fenicio, non utilizza le vocali. V F

e. Le leggi greche avevano una ispirazione divina. V F

f. Lo schieramento della falange permetteva una grande compattezza. V F

g. La falange greca si basava sull’individualismo. V F

h. In tutta la Grecia si era diffuso il modello delle città-stato. V F

Per l’interrogazione orale

6. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Esponi gli aspetti principali pólis e spiega perché è tanto importante.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Anzitutto spiega che pólis significa “città”: com’era organizzata, sul piano territoriale, la città greca? Devi parlare della città alta e della città bassa.

b. Poi chiarisci che nella pólis, più degli edifici, contavano i suoi cittadini: perché?

c. Spiega la grande novità della pólis rispetto alle antiche monarchie orientali.

d. L’importanza della pólis fu che in essa si sperimentò, per la prima volta, la vita politica. In che cosa consisteva?

DOMANDA APERTA

2. Esponi l’evoluzione storica della pólis dopo la sua nascita.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Chiarisci anzitutto quali sono i secoli in cui avvenne tale evoluzione: siamo nell’età arcaica della pólis

b. Passa poi alle due fasi principali: la fase in cui gli aristocratici detengono tutto il potere (spiega chi sono gli aristocratici e perché si chiamano così), poi la fase in cui il popolo comincia a ottenere diritti.

c. Concludi parlando dei tiranni: quando andarono al potere? Quando furono scacciati e perché?

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LEZIONE 6 I differenti progetti di Sparta e Atene

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Niko, un ragazzo ateniese

Mi chiamo Niko, ho dodici anni e sono molto fortunato: vado a scuola quasi ogni giorno, diversamente da mia sorella, che non esce quasi mai di casa. Io invece frequento le lezioni del grammatico, che mi ha insegnato a leggere e a scrivere e ora mi sta dando lezioni di musica. L’altro giorno mi ha fatto imparare una poesia a memoria! Così, quando sarò grande, andrò ai banchetti degli adulti e saprò recitare tante poesie. Che cosa sto facendo? Raschio la cera della mia tavoletta e così potrò poi inciderla con il mio stilo. Se farò errori, niente paura, li cancellerò con la punta arrotondata dello stilo. È facile, no?

Mio padre mi ha detto che presto dovrò diventare grande. Mi presenterà alla Fratría di cui anche lui fa parte, durante le feste delle Apaturie. Allora dovrò consacrare alla dea Artemide i miei capelli; sarà immolata una vittima, bue o capra, e le sue carni verranno offerte ai fratéri, i soci. Diverrò allora adulto, ufficialmente, come mio fratello maggiore. Sarà una grande emozione!

Cittadini consapevoli Il diritto all’uguaglianza

Leggi la fonte Plutarco, le ammirevoli usanze degli Spartiati, Solone e l’ideale del buon governo

Osserva la fonte Teseo e Atena nella coppa di Esone, L’educazione ad Atene sulla coppa di Duride

CRONOLOGIA

750-650 a.C.

Gli Spartiati conquistano Laconia e Messenia

621 a.C.

Leggi di Dracone ad Atene

594 a.C. Riforma timocratica di Solone ad Atene

561 a.C. Pisistrato tiranno ad Atene

508 a.C. Riforma democratica di Clistene

LE RUBRICHE

1. Le origini di Sparta, un perfetto modello aristocratico

Due città, due stili di governo Le due principali póleis greche, Sparta e Atene, furono sempre rivali tra loro, anche se erano unite da molti fattori: la lingua, la religione, il profondo attaccamento all’autonomia politica. Le separavano però due modelli politici molto diversi:

• Atene fu la patria della democrazia, cioè di quella forma di governo per la quale un alto numero di cittadini può partecipare alle decisioni del governo;

• Sparta invece rimase il modello dei governi aristocratici, quelli retti dalla ristretta classe sociale dei nobili.

Le origini doriche di Sparta e l’espansione nel Peloponneso Sparta sorgeva nella Laconia, l’area sud-orientale del Peloponneso, nella fertile pianura bagnata dal fiume Eurota; il mare distava circa 35 chilometri (una distanza considerevole, per gli standard di un tempo). In quell’area, anticamente, sorgeva la rocca micenea detta Lacedemone: perciò gli Spartani venivano spesso chiamati Lacedemoni dagli altri Greci. Invece il nome Sparta significava “dispersa”, perché la città era sorta dall’unione (sinecismo) di quattro diversi villaggi nella valle dell’Eurota. La città fu sempre governata da un gruppo ristretto di famiglie nobili; i suoi membri si autodefinivano Spartiati, identificandosi dunque con la città stessa.

Si proclamavano diretti discendenti dei Dori, che nel XII secolo a.C. avevano invaso e conquistato la regione peloponnesiaca. Con l’uso della forza militare e dopo una serie di sanguinose guerre (combattute e vinte tra il 750 e il 650 a.C. circa), gli Spartiati avevano sottomesso gli abitanti dei territori circostanti, in particolare della fertile Messenia. I loro discendenti erano stati asserviti e venivano adesso utilizzati per lavorare,

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza gli elementi comuni e le differenze tra Sparta e Atene

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico

Chi erano gli Spartiati?

LA LEGA PELOPONNESIACA

AC AI A ELID E

Olimpia

Golfo di Corinto Megara

Corinto

Orcomeno

AR C ADI A ARGOLID E

Micene

Egina

Mantinea Epidauro

Megalopoli

MESSENI A

Argo

Nemea Tegea

Spar ta Messene Pilo

Trezene

La carta illustra la suddivisione del Peloponneso in sei regioni: Sparta dominava direttamente la Laconia e la Messenia, mentre esercitava sulle altre quattro regioni un controllo indiretto, grazie alla propria supremazia militare.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Illustra la condizione degli Iloti.

in condizioni durissime, le terre degli Spartiati. In seguito Sparta aveva continuato a espandersi nel Peloponneso, non più mediante guerre, ma con una politica di alleanze, più o meno imposte ai centri minori della regione.

Il primato degli Spartiati La società di Sparta era rigidamente divisa in tre classi chiuse: chi apparteneva a una delle classi subordinate, non poteva in alcun modo migliorare la propria condizione. Questo è uno dei segni più tipici di ingiustizia sociale. Il vertice della società spartana era composto dagli Spartiati: gli unici a essere considerati cittadini e a esercitare i diritti politici. Essi costituivano un gruppo sociale chiuso persino agli affetti familiari, completamente dediti all’addestramento militare. Ricevevano dallo Stato un appezzamento di terreno, il klerós, che non potevano vendere e che veniva trasmesso al figlio primogenito. Nonostante il numero esiguo (gli Spartiati non furono mai più di 10.000-15.000), erano gli unici a decidere la sorte dello Stato e di tutti gli altri.

Le due classi subordinate: Perieci e Iloti Nel vasto territorio tutt’intorno alla città abitavano i Perieci (il loro nome significa, in greco, “quelli che abitano intorno”), che appartenevano a comunità non doriche e si dedicavano soprattutto ad attività commerciali e artigianali, giudicate indegne dagli Spartiati. I Perieci potevano possedere terre, né godevano di diritti politici: dovevano, semplicemente, obbedire alle decisioni degli Spartiati, anche fornendo soldati in caso di guerra. I tre quarti della popolazione costituivano la massa degli Iloti (i “catturati”), discendenti delle popolazioni della Laconia e della Messenia un tempo soggiogate. Vivevano in condizione di quasi schiavitù, privi di ogni diritto, dediti a coltivare la terra degli Spartiati. Erano considerati proprietà dello Stato spartano, che ogni anno dichiarava loro simbolicamente guerra. Esisteva anche uno spaventoso rituale (la kryptéia, “stare nascosti”) con il quale

LA SOCIETÀ SPARTANA

costituiscono l'esercito, posseggono le terre e si dedicano all'addestramento militare, esercitano il potere politico Spartiati

svolgono lavori artigianali e si dedicano ai commerci, non godono di diritti politici Perieci

schiavi costretti a lavorare le terre degli Spartiati, non hanno alcun diritto, le loro frequenti ribellioni sono soffocate nel sangue Iloti

Oplita - V secolo a.C. (Musei reali dell'arte e della storia)

i giovani Spartiati, una volta l’anno, venivano invitati a uccidere un ilota. Nel corso dei secoli gli Iloti si ribellarono più volte, ma tali rivolte furono sempre stroncate nel sangue.

Le istituzioni aristocratiche di Sparta Come molte póleis greche, anche Sparta in principio era stata una monarchia. Poi il leggendario re Licurgo dettò nuove leggi (mai messe per iscritto) che riformavano il governo della città, in senso aristocratico. I massimi poteri spettavano ai due re, che guidavano l’esercito in battaglia e presiedevano ai riti religiosi. I due re restavano in carica a vita, anche se potevano essere deposti ed esiliati. Essi sedevano, assieme ad altri 28 anziani di almeno sessant’anni (età in cui cessava il servizio militare), nel consiglio di anziani della Gherusía (da gheron, “anziano”).

Un’altra magistratura molto importante era quella dei cinque Éfori (sorveglianti), in carica per un anno. All’inizio intervenivano in caso di disaccordo tra i due re, ma con l’andare del tempo allargarono i loro poteri. Controllavano l’operato di tutti i cittadini, anche dei due re; avevano anche potere giudiziario (ovvero esaminavano le cause ed emettevano sentenze) ed erano responsabili dell’educazione dei giovani Spartiati.

Infine esisteva l’assemblea popolare, l’Apélla, formata sempre e solo dagli Spartiati adulti (sopra i trent’anni). L’assemblea si riuniva una volta al mese; eleggeva gli Éfori e la Gherusía e poteva solo approvare o respingere le loro proposte. Non esisteva discussione, perché in assemblea parlavano solo gli Éfori e i Gheronti. Per votare, l’Apella usava il metodo dell’acclamazione: dunque a Sparta non si contavano i voti, ma si misurava la forza delle grida. Era un sistema primitivo, da tempo abbandonato nelle altre póleis greche.

Gli antichi ammiravano il regime spartano, ritenendolo una sintesi perfetta delle tre possibili forme di governo: esso infatti poteva apparire monarchico, per la presenza dei due re; aristocratico, per l’importanza concessa alla Gherusía; democratico, se consideriamo l’assemblea dell’Apélla. In realtà, però, la Costituzione spartana traduceva perfettamente lo spirito di una società chiusa, che cercava di perpetuare all’infinito il potere di pochi privilegiati.

DENTRO LE PAROLE

ARISTOCRAZIA Il termine aristocrazia (dal greco áristoi, “i migliori”) indica la classe sociale degli individui più nobili e più vicini al potere. La radice di questa parola è la stessa del sostantivo areté, “virtù, valore”: gli áristoi, infatti, si consideravano tali soprattutto per il valore di cui avevano dato prova sui campi di battaglia. Poi il termine si collegò più strettamente al concetto di nobiltà: gli aristocratici erano quei pochi che potevano vantare antenati divini o eroici, e che quindi si differenziavano dalla massa, dal popolo. Aristocrazia è anche il nome di una forma di governo (“il governo dei migliori”, cioè “dei nobili”) fondato appunto sul privilegio sociale dei nobili.

La parola aristocrazia può avere altri significati oltre a quelli proposti? Fai una ricerca in rete oppure sul dizionario.

IL SISTEMA POLITICO

2 RE

• comandano l’esercito

• guidano i riti religiosi

GHERUSÍA

• i 2 re e 28 anziani, eletti a vita

5 ÉFORI

• magistrati in carica per un anno

• controllano tutti gli altri

• amministrano la giustizia

APÉLLA

• l’assemblea degli Spartiati

• elegge éfori e Gherusía

• approva o respinge le loro proposte

STUDIA CON METODO

Fai uno schema

Realizza uno schema in cui chiarisci i compiti delle tre istituzioni spartane: Gherusía, Éfori e Apélla.

Busto del V secolo a.C. raffigurante Licurgo.

Lavora con il lessico

Che cosa significa il termine “Costituzione”? È giusto applicare questo nome alla riforma di Licurgo? STUDIA CON

Costituzioni antiche e moderne Costituzione è una parola moderna: è giusto applicarla alle leggi di Licurgo? Sembrerebbe di no, perché le Costituzioni sono nate in epoca moderna, nel XVIII secolo, con la Rivoluzione americana (1776) e francese (1789).

Il loro scopo era sottrarre poteri ai sovrani e allargare l’ambito dei diritti dei loro sudditi, i “cittadini”. Nelle póleis greche la situazione era diversa: dunque possiamo parlare di Costituzione spartana (e di Costituzione ateniese) solo per analogia con le Costituzioni moderne.

Però è vero che tutte le Costituzioni sono una sorta di “grande legge” o legge generale dello Stato, in cui vengono fissate le norme fondamentali di quello Stato, descritti i poteri, la forma e l’organizzazione; sono anche indicate le libertà e dichiarati i diritti dei cittadini, assieme ai loro doveri. Lo stesso avvenne con le riforme introdotte a Sparta da Licurgo, e poi da Solone e Clistene ad Atene (vedi p. 137). Anche quelle leggi avevano lo scopo di costruire uno Stato dall’inizio, dettando le regole di base per il suo funzionamento: in questo senso erano effettivamente delle Costituzioni.

Il “comunismo primitivo” degli Spartiati La Costituzione di Licurgo tutelava in ogni modo i privilegi degli Spartiati; ma al loro interno costoro erano organizzati secondo un criterio rigoroso di uguaglianza. Non a caso si definivano “gli Uguali” (hómoioi) per sottolineare la loro condizione di pari subordinazione allo Stato. Quest’ultimo, a Sparta, era sopra tutti e tutto; invece di porsi al servizio degli individui, come riteniamo giusto oggi, lo Stato era il padrone assoluto di ciascuno.

La società spartana s’ispirava a un “comunismo primitivo”, com’è stato definito, in cui la proprietà privata era quasi assente, così come la famiglia. Sposarsi dopo i 30 anni era però obbligatorio, in modo da generare figli per la patria.

Rilievo con danza di guerrieri. Copia di epoca romana da originale greco.

2. Lo Stato padrone: l’educazione spartana

Non un’educazione, ma un addestramento militare Le autorità avevano il diritto di sopprimere i neonati malformati o giudicati imperfetti. A sette anni i bambini venivano sottratti ai genitori e iniziavano l’agoghé, “conduzione”. Venivano cresciuti in comunità gestite dallo Stato e ricevevano un’educazione militare, basata su una rigida disciplina, fatta di esercizi atletici, giochi violenti e prove di resistenza. Dovevano diventare soldati coraggiosi ma disciplinati, sottomessi alle leggi e agli ordini dei capi. Imparavano a disprezzare il lusso e la ricchezza, ma anche il pensiero critico. Consumavano i pasti (detti “sissizi”) non a casa, ma assieme ai compagni d’arme; dormivano per lunghi periodi all’aperto e, in certe occasioni, venivano incentivati a rubare, per mettere alla prova destrezza e coraggio. Lo scopo ultimo di questa organizzazione erano la forza e l’efficienza dell’esercito. Gli Spartiati furono i primi, in Grecia, a schierarsi nella formazione della falange oplitica (vedi Lezione 5, p. 114), da loro portata a perfezione: una leggendaria macchina da guerra, destinata a rimanere invincibile per più secoli. Fu così che gli Spartiati, pur scarsi di numero, riuscivano a tenere sottomessi gli Iloti e a controllare le popolazioni confinanti, fino a fare di Sparta la pólis più potente della Grecia.

Riassumi

Sintetizza con parole tue le caratteristiche dell’educazione militare degli Spartiati.

classi di

La condizione della donna a Sparta Diversa dalle altre città greche era l’educazione delle ragazze (parliamo sempre e solo di quelle di famiglia nobile, le Spartiate; sulle donne delle altre classi sociali abbiamo pochissime informazioni), anch’essa regolata dalle leggi di Licurgo. Come i coetanei maschi, le ragazze spartiate erano educate a una vita di obbedienza e di sacrificio, per il bene dello crescere forti e vigorose, per generare figli ugualmente sani: perciò praticavano gli esercizi fisici e gareggiavano nella corsa e nella lotta, anche con i coetanei maschi. Tutto ciò, assieme alle vesti sempre succinte delle Spartane, suscitava stupore e scandalo negli altri Greci. Una volta sposate, grazie alla vita in comune dei loro uomini, le donne spartiate risultavano più tonome rispetto alle altre donne greche. Partecipavano sociale (non a quella politica, però) e potevano evitare legalmente i matrimoni sgraditi.

per Stato. Dovevano per maschi. e

libere e aualla vita quelle

Per le altre donne spartane, quelle di condizione sociale più bassa, il destino era invece analogo a quello di tutte le donne greche: un’esistenza di duro lavoro, in casa e nei campi, per tutta la vita.

STUDIA CON METODO
Bronzetto del VI secolo a.C. raffigurante una ragazza spartana. le

IDENTIKIT

tipo di documento opera storiografica

autore Plutarco opera

Vite parallele data

inizio del II secolo d.C.

Plutarco: le ammirevoli usanze degli Spartiati

Molti scrittori antichi manifestarono ammirazione verso il severo modo di vita di Sparta, ritenendola quasi uno Stato e una città ideale. Essi però mettevano in secondo piano – come fa qui Plutarco – tutti gli aspetti più discutibili di Sparta, in particolare l’ingiustizia sociale eretta a sistema.

“Una stupenda misura introdotta da Licurgo fu ideata per attaccare ancor più a fondo la mollezza ed estirpare la brama di ricchezza. Alludo all’istituzione delle mense pubbliche1. Tutti i cittadini2 dovevano radunarsi per consumare in comune le vivande; vietato pranzare a casa distesi su coperte sontuose e con ricche tavole, facendosi ingrassare per mano di servi e cuochi. Nessuno era lasciato vivere a suo piacimento, ma la città era come un accampamento, ove tutti

1. mense pubbliche: in greco “sissizi”.

2. tutti i cittadini: in realtà si trattava dei soli Spartiati maschi e maggiorenni.

3. lavori manuali: le attività artigianali e commerciali venivano svolte dai Perieci; la coltivazione dei campi era un compito degli Iloti.

1. Descrivendo i provvedimenti di Licurgo, Plutarco afferma che a Sparta si vive sulla base di un ideale collettivo; nessuno guarda al tornaconto o al benessere individuale.

• In quale punto, o in quali punti del testo in particolare, emerge tale concetto?

• Spiega sulla base del testo perché lo Stato aveva istituito delle mense pubbliche.

• «La città era come un accampamento», scrive Plutarco: in che senso? Quali elementi comprovano questa sua affermazione?

2. Secondo l’autore, a Sparta le ricchezze non contano.

• Quali particolari documentano tale disprezzo verso le ricchezze materiali?

seguivano un orario definito e badavano agli interessi della collettività; insomma si consideravano sempre al servizio non di se stessi, ma della patria.

Licurgo, ai suoi cittadini, non permise di dedicarsi a lavori manuali3 di qualsiasi genere; né conveniva affatto faticare e industriarsi per ammassar ricchezze, dal momento che il danaro non suscitava l’ammirazione di nessuno e non procurava onori4 . Plutarco, Vite parallele – Licurgo e Numa Pompilio

4. onori: cariche pubbliche, che a Sparta, precisa Plutarco, venivano attribuite con criteri ben diversi: coraggio, prodezza militare, fedeltà allo Stato.

“3. L’ammirazione di Plutarco verso l’antica Sparta è di carattere morale: l’autore ammira un mondo che gli appare moralmente sano.

• Quali elementi della vita spartana attraggono di più l’ammirazione di Plutarco? Usa, nella risposta, alcune parole ed espressioni del testo.

• Questa immagine corrisponde, più in generale, agli ideali della pólis greca come comunità civica?

4. Plutarco non cita però gli elementi meno positivi della civiltà spartana.

• Quali erano questi elementi? Rispondi sulla base delle tue conoscenze.

• In conclusione, il brano di Plutarco ti sembra un documento storico credibile oppure molto parziale?

GUIDA ALL’ANALISI

3. Le origini di Atene

L’Attica, la regione di Atene Atene era la capitale dell’Attica, una penisola di circa 2500 km2, formata in buona parte da rilievi montuosi (come il Citerone, il Parnete e l’Imetto), ma anche da vaste zone pianeggianti, intensamente coltivate e che assicuravano una ricca produzione agricola, soprattutto di olio e vino. Le foreste del monte Parnete fornivano legname pregiato, utile per le costruzioni civili e navali.

I confini occidentali dell’Attica sono geograficamente incerti e ciò diede origine a molti conflitti con le póleis vicine, come Megara (alleata di Sparta) e Tebe, capitale della Beozia. A sud e a est l’Attica si protendeva invece nel mar Egeo: fu questa la radice della vocazione marittima tipica della storia ateniese.

Dalla monarchia al primato dei nobili Secondo la leggenda, era stato il mitico re Teseo a fondare Atene: fu lui a riunire gli abitanti dei numerosi villaggi agricoli dell’Attica in un’unica pólis, che aveva il suo centro intorno alla rocca fortificata dell’acròpoli.

Questa leggenda riflette un dato reale: il processo di sinecismo (fusione) alle origini della città.

Anticamente anche Atene, come Sparta, era governata da un re (basiléus). Presto però gli aristocratici (gli eupátridi, “i ben nati”, “i nati da buona famiglia”) limitarono il potere del re, affiancandogli altre figure di autorità: gli arconti (cioè “governatori”), tutti di famiglia nobile. All’inizio la carica era a vita, poi divenne decennale, e dal 683 a.C. annuale. Gli arconti erano tre:

• l’arconte re: presiedeva i riti religiosi e giudicava le accuse di omicidio e di empietà, ovvero gli atti contrari alla religione;

• l’arconte polemarco: era il capo militare;

• l’arconte epònimo, che cioè dava il nome all’anno. Era lui, di fatto, a guidare la pólis ateniese.

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza le caratteristiche geografiche dell’Attica.

Vista dall’alto dell’acropoli di

Calcide

Platea

Corinto Tebe

Megara

Eretria

Tanagra

Ilisso

Mandra Eleusi

Cefiso

Atene

Pireo

Voula

Maratona

Keratea

Capo Sunio

Golfo Saronico
Golfo di Cor into
Termia
ATENE E L'ATTICA
Atene.

STUDIA CON METODO

Rifletti

In che senso Atene nacque per un processo di sinecismo?

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quali erano le principali cause dei conflitti sociali ad Atene?

Una volta concluso l’anno di carica, gli arconti entravano a far parte del collegio dell’Areòpago (la sua sede era sulla collina del dio Ares), al quale spettava la nomina dei nuovi arconti. Intorno al 630-620 a.C. gli arconti passarono da tre a nove.

IDENTIKIT

tipo di documento

Forti scontri sociali e il rimedio delle leggi scritte Dure lotte sociali travagliarono Atene nell’età arcaica: lo stesso accadeva in molte póleis, ma non a Sparta, come sappiamo. Le famiglie aristocratiche, discordi anche al loro interno, stentavano a tenere sotto controllo i cittadini non nobili, arricchitisi con il commercio, l’artigianato e l’allevamento. Un altro grave motivo di tensione riguardava i contadini indebitatisi: quando non riuscivano a ripagare i debiti, rischiavano di finire schiavi dei loro ricchi creditori. Per placare queste tensioni, i nobili al potere decisero – o forse, si rassegnarono – di dare alla città leggi scritte, a tutela del popolo. Furono dettate da Dracone nel 621 a.C. e sono note per essere severissime (draconiane, appunto, che ha mantenuto poi il significato di “eccessivamente rigoroso”), anche se, in realtà, appaiono ispirate da moderazione ed equità. Infatti eliminavano la prassi della vendetta famigliare in caso di omicidio: spettava all’Areòpago il compito di giudicare i reati. Solo chi fosse stato trovato colpevole di omicidio volontario sarebbe stato punito con la morte; per quello involontario era sufficiente la condanna all’esilio. Non tutte le norme di Dracone andavano tuttavia nella direzione della moderazione, alcune conservavano al contrario antiche usanze tribali: per esempio, chi sorprendeva un uomo mentre consumava un rapporto sessuale con la propria moglie o sorella o figlia, poteva legittimamente ucciderlo.

Kylix (anfora in ceramica) attica a figure rosse

autore

Esone

opera

Coppa di Esone

data

Fine del V secolo a.C.

Conservazione

Madrid, Museo Archeologico

Nazionale di Spagna

Tutte le principali póleis greche vantavano un legame particolare con qualche divinità oppure con un eroe della mitologia: personaggi ricollegati, in modo più o meno fantasioso, alla fondazione o comunque alla storia di quella città. L’esistenza di un eroe “locale” o comunque legato strettamente a un territorio non solo nobilitava la pólis ma costituiva un legame identitario importante fra i suoi cittadini. Atene, in particolare, prendeva il nome dalla dea Atena, sua protettrice, e indicava in Teseo, l’eroe che aveva ucciso il Minotauro (un essere mostruoso, metà uomo e metà toro, che si trovava a Creta), il re che in tempi antichi avrebbe conquistato l’Attica, unificandola. Comprendiamo allora il significato dell’anfora che puoi vedere sopra, anfora nota come Coppa di Esone (dal nome dell’artista ateniese che la dipinse) e oggi conservata a Madrid: l’opera raffigura l’eroe Teseo mentre uccide il Minotauro, sotto lo sguardo vigile di Atena.

TESEO E ATENA NELLA COPPA DI ESONE
OSSERVA LA FONTE

4. Da Solone a Pisistrato

La Costituzione censitaria di Solone Malgrado le leggi di Dracone, le lotte sociali non si placarono. Perciò nel 594 a.C. l’arconte Solone, noto per la sua saggezza, ricevette il compito di disegnare per la città una nuova organizzazione sociale e politica: nacque così la più antica Costituzione ateniese. In primo luogo Solone tagliò i debiti dei cittadini più poveri, riducendo fortemente il peso degli interessi (normalmente si dice che Solone cancellò tali debiti, ma appare più probabile quest’altra versione). Inoltre abolì la norma per la quale un cittadino, in caso non ripagasse i propri debiti, poteva finire schiavo di un altro. In secondo luogo, Solone suddivise i cittadini ateniesi in quattro classi in base alla ricchezza posseduta: grandi proprietari (terrieri), cavalieri, piccoli proprietari e infine i nullatenenti. Si entrava nell’una o nell’altra classe per censo, cioè in base al proprio reddito annuale, che era il guadagno netto ricavato dalle terre di proprietà, oppure dal lavoro di commerciante o artigiano. I cittadini che facevano parte delle prime tre classi formavano, nell’esercito, la cavalleria, la fanteria pesante (la falange oplitica) e quella leggera; di conseguenza, potevano candidarsi per rivestire le principali cariche pubbliche.

Dal governo dei nobili al governo dei ricchi: un primo progresso In precedenza, il regime ateniese era stato aristocratico (cioè fondato sul privilegio degli áristoi, “i migliori” nel senso di “nobili”); ora esso diveniva un regime oligarchico (da olígoi, “i pochi”), cioè basato su una élite sociale. Lo si definisce anche una timocrazia (dal greco timé, “prestigio, ricchezza” e krátos, “potere, governo”), cioè un governo dei più ricchi. Per Atene fu una piccola-grande rivoluzione.

DENTRO LE PAROLE

CENSO Indica la qualità economica di un individuo, cioè la ricchezza che possiede e il suo reddito. Dalla parola “censo” deriva il verbo “censire”, cioè classificare i cittadini in base al loro censo o ricchezza. In un sistema politico censitario o timocratico ognuno contribuisce alla vita dello Stato in base alle proprie ricchezze; versa una certa quantità di tasse e in cambio può partecipare alla vita politica con diritti proporzionati. Nei moderni sistemi democratici l’impostazione censitaria è stata sostituita dal suffragio universale: diritto di voto e partecipazione politica estesi a tutti.

In che modo il concetto di censo continua a influenzare oggi le opportunità sociali e politiche? Rispondi dopo aver svolto una ricerca in rete.

OLIGARCHIA Forma politica vicina all’aristocrazia. È il regime nel quale il potere è gestito solo da pochi (olígoi); l’accesso al potere è riservato a coloro che appartengono a una certa fascia sociale. Anche l’aristocrazia si fonda sul privilegio dei pochi: ma gli aristocratici sono pochi perché sono i “migliori” (nobili), mentre i “pochi” dell’oligarchia si distinguono dal popolo per le loro ricchezze.

Esistono oggi nel mondo forme di governo o sistemi di potere con caratteristiche oligarchiche? Rispondi cercando in rete.

STUDIA CON METODO

Argomenta

Quali provvedimenti prese Solone? Illustrali in modo analitico.

LA TIMOCRAZIA

PRIMA solo i NOBILI partecipavano al governo

in base alla loro ricchezza (alle tasse che pagano allo Stato) adesso anche i RICCHI sono eletti alle cariche pubbliche potevano farlo solo perché erano nobili

IDENTIKIT

tipo di documento

opera filosofica

autore

Aristotele

opera

Solone e l’ideale del buon governo

Solone spiega le finalità e il significato della sua riforma. Il brano è tratto dalla Costituzione degli Ateniesi, opera del filosofo Aristotele, vissuto due secoli e mezzo dopo Solone: si tratta di un’ottima illustrazione degli ideali politici della pólis ateniese.

Costituzione degli Ateniesi

data

IV sec. a.C.

“Questo desidero insegnare agli Ateniesi, che l’assenza di legge (anomía) procura moltissimi mali alla città, mentre la buona legge (eunomía) rende ogni cosa ordinata e perfetta e contemporaneamente pone in ceppi gli ingiusti, appiana le asperità, fa cessare il conflitto, fiacca la violenza, dissecca i fiori in rigoglio dell’odio, raddrizza i giudizi storti e mitiga le azioni superbe, pone termine alla lotta fra le fazioni e all’ira che nasce dalla rovinosa contesa [...].

Al popolo ho dato tanta dignità quanta è sufficiente, perché non ho tolto né aggiunto nulla alla sua importanza sociale; quanto a

GUIDA ALL’ANALISI

1. Nel brano la politica viene esaltata quale unico mezzo adeguato per affrontare i conflitti sociali prima che distruggano la città.

• Da quale punto o da quali punti del testo emerge questa concezione?

• Ora rifletti: ti sembra attuale e utile ancora oggi?

2. Solone vuole correggere gli eccessivi privilegi detenuti dagli aristocratici e, parallelamente, placare i piani di distribuzione delle terre, avanzate dalle forze più radicali del popolo.

• Quali elementi del testo evidenziano questo desiderio di equidistanza, rispetto alle richieste degli uni e degli altri?

3. Solone fu autore di un’opera letteraria (in versi) dal titolo Eunomía, la “buona legge”.

• In quale punto del documento emerge l’ideale dell’eunomía?

quelli che avevano il potere, anche nei loro riguardi ho stabilito che non possedessero nulla di illecito; mi sono levato cingendo gli uni e gli altri di un saldo scudo e non permisi né agli uni né agli altri di vincere ingiustamente. E quelli che soffrivano la disonorante schiavitù e temevano i capricci dei padroni li ho fatti liberi. Queste cose con l’autorità della legge ho compiuto, forza e giustizia unendo, e ne venni a capo come avevo promesso. E leggi scrissi ugualmente per il plebeo e per il nobile, usando equamente per ciascuno retta giustizia.

Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 12, trad. di R. Laurenti

• Elenca gli effetti positivi della buona legge, ricordati dallo stesso Solone.

• E quali sono, invece, i deleteri effetti dell’assenza di legge?

4. Per realizzare la giustizia tra i cittadini, la buona politica deve, secondo Solone, utilizzare la forza della legge.

• In quale punto del testo emerge tale concetto?

• Ora commentalo con le tue parole: ti sembra giusta questa visione della politica, e perché?

5. Cancellando la schiavitù per debiti, Solone eliminò una delle peggiori cause di tensione sociale che, all’epoca, travagliavano la pólis ateniese.

• Cerca il punto del testo da cui emerge questo elemento.

Fino ad allora era stata la nascita a decidere a quale classe sociale si apparteneva; nobili o non nobili lo si era per sangue, non lo si poteva diventare. Adesso era la quota di ricchezza di ognuno a decidere la posizione sociale. I più ricchi (molti dei quali, in verità, erano nobili) contribuivano maggiormente alle spese dello Stato, ma in cambio avevano maggior peso nella vita politica. Solone, in sostanza, ebbe il merito di allargare le basi della partecipazione politica anche a chi non era nobile per nascita. Non cancellò i privilegi dei nobili tradizionali, ma a essi affiancò un altro gruppo sociale, quello dei nuovi ricchi. Nacque così un’élite più larga: la nuova classe dirigente della pólis. Non si trattava ancora di un sistema democratico, perché le cariche pubbliche più prestigiose erano accessibili soltanto agli appartenenti alle prime due classi di reddito; anzi, gli arconti potevano provenire solo dai membri della prima classe. Per i cittadini della terza classe rimanevano solo le cariche subalterne; per i nullatenenti, nessuna.

Le istituzioni della nuova Atene oligarchica: Ecclesía, Bulé, Eliéa La Costituzione di Solone prevedeva anche due organi di governo, per il momento dotati di scarsi poteri: l’Ecclesía, l’assemblea popolare, e la Bulé, un consiglio cittadino composto da 400 membri. L’una e l’altra sarebbero state fortemente valorizzate dalla successiva riforma di Clistene (vedi p. 140). La maggiore concessione fatta da Solone al démos, il popolo, fu la creazione di un tribunale popolare, l’Eliéa, con il potere di decidere sui ricorsi contro le decisioni dei magistrati. I suoi membri andavano sorteggiati tra tutti i cittadini ateniesi, purché fossero maschi, di padre ateniese e con trent’anni di età o più: ne rimanevano dunque esclusi i metèci (gli stranieri), gli schiavi e le donne.

La tirannide di Pisistrato Le leggi di Solone non riuscirono a placare i confitti sociali che scuotevano Atene, e anzi, in un certo senso li aggravarono. Infatti, le famiglie più ricche e potenti si sentivano minacciate dall’accresciuto peso del popolo, il démos, mentre quest’ultimo reclamava maggiori poteri nel governo della città. Dei malumori approfittò Pisistrato, un nobile che nel 561 a.C. si proclamò tiranno di Atene. Fu a lungo avversato da altri nobili, prima di essere definitivamente riconosciuto nel 546 a.C. Pisistrato non solo non cancellò le leggi di Solone, ma anzi, prese provvedimenti favorevoli al popolo. Stabilì un limite alla proprietà delle terre e ridistribuì ai contadini i terreni tolti ai nobili; inoltre, fece realizzare diverse opere pubbliche, in cui impiegare i più poveri a spese dello Stato. Nacque così, sull’Acròpoli, il primo tempio di Pallade Atena, protettrice della città. Per sostenere poi i mercanti, suoi principali fautori, Pisistrato favorì lo sviluppo del commercio marittimo.

La fine della tirannide ad Atene Nel 528 a.C. il tiranno morì e il potere passò – quasi si trattasse di una dinastia regale – ai figli Ippia e Ipparco, meno abili del padre, però, e più dispotici. Nel 514 a.C. Ipparco fu assassinato; il fratello Ippia inasprì il suo regime, tra i crescenti malumori dei nobili. Nel 510 a.C. una congiura di nobili, sostenuti da Sparta, cacciò Ippia dalla città.

Solone (640 a.C. circa - 560 a.C.) fu nominato arconte con poteri straordinari nel 594-593 a.C. Fu legislatore e poeta: cantò in versi il supremo valore della giustizia. Per gli antichi divenne il simbolo dell’uomo di Stato, retto e disinteressato.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quali erano i due organi di governo di Atene?

LEGGI LA FONTE

Pisistrato prende il potere ad Atene

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Rifletti

Sparta appoggiò i nobili che cacciarono Ippia: perché, secondo te? Quale interesse aveva la città rivale di Atene?

Collega

Quali limiti aveva la riforma di Solone? Per rispondere torna a p. 137. STUDIA CON METODO

PERCORSO DIGITALE INTEGRATIVO

Atene, il modello democratico

5. Il progetto democratico di Clistene

Clistene, il nuovo arconte La congiura di nobili che cacciò Ippia era guidata dalla potente famiglia degli Alcmeonidi. A quel punto altre famiglie aristocratiche si coalizzarono contro gli Alcmeonidi, per impedir loro di prendere il potere.

Per superare le difficoltà, il capo degli Alcmeonidi, Clistene, si alleò con il démos (il popolo). Eletto arconte nel 508 a.C., disegnò una grande riforma che superò i limiti della precedente Costituzione di Solone e rese più effettivo l’esercizio della democrazia ateniese. Nell’idea di Clistene, per partecipare da protagonisti alla vita politica non bisognava essere ricchi: bastava essere cittadini ateniesi. Fu il fulcro della sua riforma.

La popolazione ateniese riorganizzata su semplice base territoriale Cuore della riforma di Clistene era la suddivisione della popolazione ateniese per tribù. In ogni pólis greca, fin dai tempi arcaici, la popolazione era divisa per tribù, sulla base dei legami etnici e familiari; ciascuna di esse era guidata da un capo. Le tribù individuate da Clistene erano totalmente nuove, perché si basavano sul semplice criterio territoriale (in base al quartiere di residenza, diremmo noi oggi).

LE DOMANDE DELLA STORIA

In che modo avveniva il sorteggio dei giudici ad Atene?

Esposizione orale

Le tribù volute da Clistene erano del tutto nuove: spiega perché. STUDIA CON METODO

1° strumento: il SORTEGGIO delle cariche I TRE STRUMENTI DELLA DEMOCRAZIA

2° strumento: la ROTAZIONE delle cariche

3° strumento:

l'OSTRACISMO

La popolazione dell’Attica – e non solo di Atene – fu quindi divisa in dieci tribù, al cui interno erano presenti tutti i diversi ceti sociali: proprietari terrieri, pescatori, contadini, artigiani eccetera. Ogni tribù doveva designare (estraendoli a sorte) 50 cittadini, che per un anno sarebbero entrati nel consiglio cittadino, chiamato Bulé. Quest’ultima, con i suoi 500 membri, divenne l’organo di governo della città: proponeva le leggi e controllava che fossero applicate. Solone aveva ripartito la popolazione ateniese in base alla ricchezza di ciascuno (criterio timocratico), ma il criterio di Clistene era ben più democratico: avvantaggiava i ceti popolari a danno dei nobili; lo stesso effetto produceva il sistema del sorteggio per formare la Bulé.

Tutti i cittadini possono concorrere alle decisioni pubbliche Le leggi di Clistene, rispetto a quelle di Solone, davano molto più importanza all’Ecclesía, l’assemblea popolare. Essa doveva approvare o respingere per alzata di mano le leggi proposte dalla Bulé; inoltre giudicava l’operato dei suoi membri, votandone l’eventuale destituzione qualora si fossero macchiati di colpe verso la città. Era sempre l’assemblea popolare a eleggere dieci strateghi, i comandanti militari, e dieci arconti (uno per tribù), i magistrati più importanti dello Stato. Questi ultimi perdevano importanza rispetto al passato, ma la loro rimaneva una carica prestigiosa. Strateghi e arconti duravano in carica un anno, sempre sottoposti al controllo dell’assemblea. L’Ecclesía aveva anche altri poteri: poteva ostracizzare qualche cittadino, poteva cioè condannarlo all’esilio, come vedremo; poteva concede-

re la cittadinanza ateniese a stranieri meritevoli e toglierla a cittadini ateniesi giudicati indegni. Nacque in tal modo una “democrazia diretta”, in cui tutti i cittadini potevano prendere direttamente le loro decisioni nell’assemblea popolare, senza essere rappresentati da un Parlamento o simili.

Tre mezzi per difendere la democrazia La nuova Costituzione ateniese prevedeva tre strumenti a difesa della democrazia.

Il primo era il sorteggio delle cariche, utile a evitare favoritismi e corruzione. Il secondo strumento era la rotazione delle cariche: nessun cittadino poteva far parte della Bulé per due volte di seguito, né più di due volte nella vita. Evitando una lunga permanenza al governo, si evitava anche che gli uomini o le famiglie più influenti potessero creare un potere personale simile alla tirannide.

Un’ulteriore difesa dalla tirannide era la possibilità di “infliggere l’ostracismo” a qualche cittadino.

La parola “ostracismo” deriva dal greco óstrakon, la tavoletta di coccio sulla quale i cittadini incidevano il nome del personaggio che volevano fosse esiliato. Uomini politici ritenuti troppo potenti potevano essere allontanati dalla città, persino in mancanza di reati: bastava il sospetto che volessero farsi tiranni. In questo modo i politici più in vista di Atene dovevano conservare, in ogni momento, il favore dell’assemblea popolare.

LA RIFORMA COSTITUZIONALE DI CLISTENE

LESSICO

OSTRACISMO Messa al bando nei confronti di un cittadino condannato all’esilio dalla Ecclesía perché ritenuto pericoloso. Aristotele attribuisce questa istituzione giuridica alla riforma di Clistene nel 508 a.C. Chi veniva esiliato doveva rimanere fuori città per un periodo di 10 anni.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico Che cos’era l’ostracismo? Perché venne introdotto?

ogni tribù sorteggia 50 suoi membri, i quali entreranno

Clistene suddivide gli Ateniesi in 10 TRIBÙ territoriali la quale elegge

• in ciascuna tribù sono presenti cittadini di tutti i ceti sociali

all’ECCLESÍA = assemblea del popolo la quale deve rispondere nella BULÉ, il “Consiglio dei 500” che governa la città

gli strateghi gli arconti

• i buléuti restano in carica un anno

• la Bulé propone le nuove leggi

• controlla che le leggi siano applicate

• ne fanno parte tutti i cittadini ateniesi

• controlla l’operato della Bulé e degli strateghi

• decide se ostracizzare cittadini troppo influenti

10 comandanti dell’esercito i più alti magistrati statali

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico

Che cosa erano l’isonomía e l’isegoría? Si trattava di due elementi pienamente democratici?

Uguaglianza e libertà di parola per il sistema politico più avanzato dell’antichità La riforma di Clistene entusiasmò gli Ateniesi: tutti i cittadini potevano adesso sentirsi protagonisti della vita pubblica, parte di un grande progetto comune. Un modello nuovo di società nasceva dai due princìpi detti, in greco, isonomía (uguaglianza davanti alla legge) e isegoría (uguale diritto di parola in assemblea).

Questa uguaglianza e questa libertà, associate al sistema del sorteggio e della rotazione delle cariche, costituivano un enorme progresso civile rispetto ai sistemi di governo degli altri Stati. L’isonomía correggeva uno dei limiti maggiori della riforma di Solone. Tutti i cittadini, ricchi o poveri che fossero, oltre ad avere gli stessi doveri davanti alla legge, avevano anche – diversamente al sistema voluto da Solone – lo stesso diritto di essere eletti a tutte le cariche pubbliche. Quanto all’isegoría, la libertà di parola, essa garantiva che qualsiasi cittadino potesse intervenire nel dibattito dell’assemblea: a chi si recava alla tribuna per parlare, veniva posta sul capo una corona di mirto, per indicare il carattere sacro della persona e del parere espresso.

Atene non è ancora una democrazia compiuta Benché molto democratico, il sistema ateniese non era però pienamente democratico. In primo luogo non tutti gli abitanti di Atene erano considerati cittadini: la popolazione dell’Attica era, intorno al 500 a.C., di circa 400.000 persone e solo un decimo, o poco più, aveva facoltà di partecipare all’assemblea. Occorreva infatti essere figli di padre libero ateniese e avere 20 anni. Dunque rimanevano esclusi gli stranieri (metèci, circa 70.000 all’epoca) e gli schiavi (circa 150.000-170.000), oltre alle donne. Queste ultime, se nate da genitori liberi ateniesi, erano cittadine ateniesi solo in teoria: infatti non potevano partecipare all’Ecclesía né, tanto meno, votare o essere votate.

Tali esclusioni apparivano normali e doverose alla mentalità di quell’epoca; a noi, invece, suggeriscono l’idea di una democrazia ancora incompiuta.

Arconti I dieci magistrati supremi della città, in carica a vita, poi per 10 anni, poi per un anno.

Areòpago

Bulé

Tribunale composto dagli ex arconti; giudica i reati principali.

Con Solone, Consiglio di 400 cittadini, dotato di scarsi poteri; con Clistene, Consiglio dei 500, vero organo di governo della città: prepara le proposte di legge e gestisce l’ordinaria amministrazione.

Ecclesía Assemblea popolare, composta da tutti i cittadini maschi e adulti.

Eliéa Tribunale popolare, composto da tutte le classi sociali; si entra per sorteggio e si rimane in carica un anno.

Isegoría

Isonomía

Ostracismo

Strateghi

La libertà, uguale per tutti, di parlare in assemblea.

L’uguaglianza di diritti e doveri di tutti i cittadini.

Procedura per esiliare, cioè per allontanare dalla città, per dieci anni, un cittadino giudicato pericoloso per lo Stato.

Dieci comandanti militari; ogni tribù ne elegge (non sorteggia) uno; restano in carica un anno.

Tribù Suddivisione della popolazione dell’Attica: sono 10 in tutto, composte da tutti i ceti sociali.

LE PAROLE DELLA DEMOCRAZIA

6. Il modello educativo ateniese

Una paidéia per mente e corpo Grande importanza rivestiva, in Grecia, l’educazione dei giovani, ovvero la paidéia (la “formazione del pais”, cioè del fanciullo): una preparazione ai futuri compiti di cittadino, nell’ambito della comunità civile. Ogni pólis la organizzava a proprio modo. Esaminiamo in particolare la paidéia in vigore ad Atene: qui i ragazzi maschi dopo i sette anni apprendevano i rudimenti del sapere da maestri privati; solo verso il 430 circa a.C. nasceranno, ad Atene, scuole elementari pubbliche per insegnare a leggere e a scrivere ai figli delle famiglie più povere.

Gli scolari apprendevano la grammatica, la musica e la ginnastica, considerate le discipline fondamentali per l’armonico sviluppo del corpo e della mente. La grammatica veniva insegnata leggendo i testi, in particolare i poemi omerici. Gli esercizi ginnici si svolgevano nella palestra, dove ci si allenava e ci si addestrava a gareggiare nelle discipline olimpiche (corsa, lotta, salto, lanci).

Il tirocinio dell’efebía Più avanti, tra i 18 e i 20 anni i giovani ateniesi dovevano affrontare l’efebía (da éphebos, “giovane, adolescente”): un periodo di educazione militare, ma anche fase di passaggio all’età adulta. Dopo una solenne cerimonia, in cui ricevevano lo scudo e la lancia, gli efebi erano inviati a pattugliare i confini dell’Attica; dovevano rimanere ai margini della città, senza poter contrarre matrimonio, remunerati con quattro oboli al giorno. Dai dieci sofronisti (uno per tribù) apprendevano le regole del combattimento oplitico, arricchite però da un’educazione letteraria e musicale. Le famiglie ateniesi più abbienti pagavano poi le lezioni dei sofisti, i sapienti che insegnavano di città in città la retorica, cioè l’arte di parlare in modo persuasivo nelle assemblee popolari: una disciplina decisiva per chi si preparava a intraprendere una carriera politica.

SOFRONISTA Ognuno dei membri di un’antica magistratura annuale presente in Atene, tra la seconda metà del IV secolo a.C. e il III secolo d.C. I sofronisti erano presenti nel numero di dieci, come le antiche tribù dell’Attica, e venivano scelti tra i cittadini più probi, di età superiore ai 40 anni, per vigilare sull’educazione dei giovani.

Rilievo del 510 a.C. raffigurante due lottatori.

LESSICO

PROTAGONISTE NELLA STORIA

Le donne, le grandi escluse dalla pólis

STUDIA CON METODO

Collega

Quali erano le differenze nell’educazione di ragazze e ragazzi ad Atene? E a Sparta?

L’educazione delle ragazze ateniesi Mentre i giovani ateniesi venivano formati alla vita pubblica, militare e sociale, le ragazze erano educate alla sottomissione, al silenzio e alle occupazioni domestiche, come la tessitura e il governo della casa.

Tutto ciò rispondeva a modelli culturali antichi e indiscutibili: mentre Ulisse, l’eroe dell’Odissea, gira il mondo e ama le donne che vuole, Penelope, la sua sposa, rimane a casa ad aspettarlo, tenendo a bada i pretendenti.

Così, benché figlie di una città aperta e cosmopolita, la vita delle ragazze ateniesi si svolgeva completamente all’interno del nucleo familiare: a loro erano riservati gli ambienti più interni della casa (il gineceo), da cui potevano uscire solo in occasione di feste religiose e cerimonie pubbliche. Come ha scritto un oratore di quest’epoca, le ragazze venivano educate a vedere e a sapere, del mondo esterno, il meno possibile.

IDENTIKIT

tipo di documento

vaso

autore

Duride opera

Kylix a figure rosse con scene di scuola

epoca

V secolo a.C.

provenienza

Atene

conservazione

Berlino, Staatliche Museen

La loro, in sostanza, era una condizione di pesante emarginazione e subordinazione, d’inferiorità sociale e giuridica. Pochissime avevano l’opportunità di studiare, anche se tra le famiglie abbienti era consueto l’uso di insegnare almeno a leggere e a scrivere alle figlie.

L’EDUCAZIONE AD ATENE SULLA COPPA DI DURIDE

La coppa di Duride (realizzata intorno al 500-480 a.C., oggi conservata a Berlino) presenta scene di educazione ateniese. Mentre l’educazione tradizionale prevedeva due sole discipline, cioè addestramento fisico e apprendimento della musica corale, la kylix di Duride evidenzia il ruolo primario acquisito dalle lettere

Ad Atene era infatti essenziale saper leggere e scrivere, per esempio per scrivere il nome dei cittadini da ostracizzare, oppure per avere un’idea diretta delle leggi in discussione.

La coppa mostra a sinistra il maestro di musica che intona con la lira un canto, assieme all’allievo; al centro il maestro di grammatica siede davanti all’allievo srotolando un rotolo (la forma di “libro” in uso a quel tempo).

Sul rotolo si legge un verso che contiene due errori di sintassi. Evidentemente il maestro sta mostrando al ragazzo gli errori da lui commessi.

OSSERVA LA FONTE

CITTADINI CONSAPEVOLI

CITTADINI CONSAPEVOLI

Il diritto all’uguaglianza

partire dalla Costituzione.

I Greci furono i primi a capire che la vita politica (termine che viene dal greco pólis) deve essere guidata dalla volontà e dalle opinioni di tutti i cittadini. Nacque così la democrazia, la cui forma più nota e compiuta nel mondo greco si realizzò ad Atene.

L’uguaglianza

nella democrazia ateniese

Alla base della grande riforma di Clistene vi era il principio dell’uguaglianza: l’isonomía, secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e godono dei medesimi diritti e doveri. Era un enorme passo in avanti rispetto all’antica pólis dominata dagli aristocratici, e anche rispetto all’Atene timocratica progettata da Solone (in cui solo i ricchi decidevano la politica dello Stato). Affermando questo principio, e riconoscendolo nella vita politica di tutti i giorni, Atene si avviò a essere uno Stato veramente democratico. Fu il più democratico del mondo antico, anche se non lo fu pienamente. Infatti, all’uguaglianza ateniese mancava una larga fetta di persone – gli stranieri, le donne, gli schiavi – alle quali non erano riconosciuti gli stessi diritti dei più fortunati.

Il lungo cammino dell’uguaglianza

Oggi le cose stanno diversamente. Perlomeno nei moderni Stati democratici, il principio dell’uguaglianza di tutti gli individui è riconosciuto, a

Perché si arrivasse a questo risultato, furono però necessari millenni di Storia. Il primo documento pubblico e ufficiale che affermava l’uguaglianza di tutti gli uomini fu la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, datata 4 luglio 1776: erano trascorsi quasi ventritré secoli dalla riforma di Clistene. Così si leggeva in quel solenne documento: «Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi ». Pochi anni dopo, il 26 agosto 1789, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino – primo documento ufficiale della Rivoluzione francese – affermava altrettanto solennemente: «Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti».

La dichiarazione ONU del 1948

Al tempo in cui nacquero queste due Dichiarazioni, tuttavia, esisteva ancora la pratica della schiavitù. Non solo: le donne rimanevano escluse dall’esercizio attivo dei diritti civili e politici. Soltanto il 10 dicembre 1948, con la Dichiarazione dei diritti umani proclamata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), si giunse, già nell’articolo 1, a un’affermazione di carattere universale, valida per tutti gli uomini e le donne del mondo: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza

Educazione civica

Costituzione

e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

L’uguaglianza nella Costituzione italiana

La Costituzione italiana riconosce con precisione e puntualità il diritto all’uguaglianza. L’Articolo 3 dichiara: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Le disuguaglianze permangono ancora oggi

Affermare l’uguaglianza in teoria non significa che poi tutte le disuguaglianze vengano effettivamente superate. Esiste ancora, in molte regioni del mondo, una forte discriminazione tra i sessi. Esistono poi tante altre disuguaglianze, legate al colore della pelle, alla religione che si professa, alle idee che si affermano, alle condizioni economiche, che rendono possibili, oppure no, certe scelte. Rendersi consapevoli di queste discriminazioni è il primo passo per difendere, e praticare, l’uguaglianza.

Le varie frasi vengono poi inserite in un cartellone generale a cui ogni gruppo darà un titolo e scriverà una frase emblematica per evidenziare il concetto. DEBATE

Dividete la classe in quattro gruppi. Ogni gruppo estrae dalla scheda di Cittadinanza l’articolo o la dichiarazione relativa all’uguaglianza dalla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, dalla Dichiarazione dei diritti umani proclamata dall’Onu e dalla Costituzione italiana

I differenti progetti di Sparta e Atene

SPARTA

Regione geografica

Legislatori

Forma di governo

Classi sociali dominanti

Caratteri generali

Peloponneso

Licurgo (figura leggendaria)

Aristocrazia (il governo dei nobili)

Spartiati (un ristretto gruppo di privilegiati, che identificano sé stessi con la città)

• lo Stato al centro di tutto

• scopo della pólis è mantenere forte l’esercito

• educazione militare

• la massa della popolazione (gli Iloti) è semi-schiava

ATENE Attica

• Dracone (secolo VI a.C.)

• Solone, arconte nel 594 a.C.

• Clistene, arconte nel 509 a.C.

Democrazia (il governo del popolo o démos)

• in età arcaica: le famiglie nobili

• al tempo di Solone: i cittadini più ricchi

• al tempo di Clistene: il popolo

• i cittadini decidono

• tutti sono uguali davanti alla legge, tutti hanno libertà di parola

• le cariche vengono sorteggiate

• MA sono numerosi gli esclusi: Atene è una democrazia imperfetta

Condizione della donna

• Le donne spartiate erano al servizio dello Stato

• erano più libere rispetto alle donne di Atene

• Erano escluse dalla partecipazione politica

• quindi la democrazia ateniese era parziale

SINTESI

SINTESI

I DIFFERENTI PROGETTI DI SPARTA E ATENE

SPARTA

Le due póleis di Sparta e Atene divennero il simbolo l’una del governo aristocratico e l’altra del sistema democratico.

La costituzione di Sparta si deve al mitico re Licurgo, che stabilì l’assoluto primato degli Spartiati, discendenti dei Dori. Sparta aveva poi occupato le regioni vicine della Laconia e della Messenia, assoggettandone la popolazione.

La società spartana era rigidamente divisa in classi: al vertice gli Spartiati, una ristretta élite di guerrieri, educati alle armi fin dall’infanzia; commercianti e artigiani erano i Perieci, uomini liberi ma privi di diritti politici; infine gli Iloti, costretti a lavorare la terra degli Spartiati in condizioni durissime.

Due re, sorvegliati da cinque Éfori, gestivano il potere religioso e militare. Il consiglio della Gherusía, composta da 28 Spartiati anziani, preparava con i due re le leggi da sottoporre all’Apèlla (l’assemblea generale degli Spartiati), che poteva solo approvarle o respingerle. Tutto, a Sparta, era finalizzato al primato degli Spartiati e al bene dello Stato. Strumento essenziale era l’addestramento militare, primo e fondamentale dovere degli Spartiati. L’esercito garantì a Sparta grande forza militare, a cui corrispondeva una società chiusa e oppressiva.

ATENE

L’altra grande pólis greca era Atene. Dopo una fase monarchica, il potere fu preso dai nobili; le prime leggi scritte furono introdotte nel 621 a.C. da Dracone

Ad allargare la partecipazione al governo fu Solone, arconte nel 594 a.C. Egli soppresse la schiavitù per debiti e divise la popolazione in quattro classi: le decisioni politiche erano prese dai cittadini delle classi più ricche. La

Costituzione di Solone, dunque, diede vita non a una vera democrazia, ma a una timocrazia (il governo dei più ricchi).

La tirannide di Pisistrato, proseguita poi dai figli Ippia e Ipparco, iniziata nel 561 a.C. e durata quasi mezzo secolo, consentì alle classi medie (mercanti e artigiani) un notevole sviluppo economico.

Nel 508 a.C. fu eletto arconte Clistene. La sua riforma inaugurò un regime effettivamente democratico, imperniato su due istituzioni: la Bulé (il consiglio che preparava le proposte di legge e governava la città nell’amministrazione quotidiana) e l’Ecclesía, l’assemblea popolare.

Nella Bulé sedevano 500 cittadini ateniesi sorteggiati da ciascuna delle dieci tribù in cui era stata suddivisa la popolazione di Atene e dell’Attica: per poter essere sorteggiati, bastava essere cittadini ateniesi (ne restavano però esclusi donne, schiavi e gli stranieri, i metèci). Per poter parlare all’Ecclesía e votare le proposte della Bulé, bastava essere cittadini ateniesi e presentarsi il giorno delle votazioni.

L’EDUCAZIONE DEI GIOVANI

IN GRECIA

Molta attenzione era data, in Grecia, all’educazione dei giovani, o paidéia. Essa cominciava dai maestri privati, sotto forma di istruzione elementare, e coinvolgeva mente e corpo. I giovani ateniesi erano attesi, tra i 18 e i 20 anni, dall’efebía, un periodo di addestramento militare e anche culturale: una sorta di rito di passaggio all’età adulta.

A Sparta, invece, venivano cresciuti in comunità gestite dallo Stato e ricevevano un’educazione militare, basata su una rigida disciplina, fatta di esercizi atletici, giochi violenti e prove di resistenza.

AUDIOSINTESI

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e indica:

a. Sparta

b. il Peloponneso

c. la Laconia

d. Atene

e. l’Attica

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

621 a.C. | 594 a.C. | 561 a.C. | 528 a.C. | 508 a.C.

a. Clistene viene eletto Arconte [ ]

b. Dracone emana le prime, severissime, leggi ad Atene [ ]

c. L’arconte Solone promulga la Costituzione ad Atene [ ]

d. Morto Pisistrato, il potere passa a Ippia e Ipparco [ ]

e. Pisistrato si proclama tiranno [ ]

Il lessico

3. Completa le seguenti frasi:

a. Il termine “sinecismo” significa e si riferisce a

b. Aristocratico deriva da che significa “i migliori”.

c. Un regime gestito da poche persone si definisce

d. Il potere basato sulla ricchezza si chiama

e. Gli stranieri ad Atene venivano chiamati

f. L’uguaglianza davanti alla legge si chiama

g. Il termine indicava il sistema educativo greco.

I personaggi

4. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Licurgo

b. Dracone

c. Solone

d. Pisistrato

e. Clistene

Gli eventi

5. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 5).

a. A Sparta soltanto gli uomini liberi potevano partecipare alla politica.

b. L’educazione spartana era finalizzata a creare politici preparati.

F

F

c. Le leggi di Dracone permettevano la vendetta famigliare nei casi gravi. V F

d. La riforma di Solone non era un sistema democratico. V F

e. Pisistrato emana dei provvedimenti molto ostili al popolo. V F

f. La riforma di Clistene è più democratica delle precedenti.

g. Ostracizzare significa eleggere un cittadino ad una carica politica.

Per l’interrogazione orale

6. Rispondi oralmente sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Com’era strutturata la società spartana?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia definendo questa società con due aggettivi: immobile e ingiusta.

• Era immobile perché, era ingiusta perché.

b. Prosegui descrivendo le tre classi sociali di Sparta.

• Chi erano gli Spartiati e che cosa facevano?

• Chi erano i Perièci e che cosa facevano?

• Chi erano gli Iloti e che cosa facevano?

DOMANDA APERTA

V F

V F

2. In che modo Clistene superò i limiti della Costituzione di Solone?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Chiarisci anzitutto i limiti della precedente Costituzione di Solone: chi esercitava, di fatto, il potere?

b. Per correggere questa impostazione, Clistene suddivise la popolazione secondo un criterio differente da quello di Solone: spiega.

c. Infine chiarisci le conseguenze politiche di tale suddivisione: i nobili (prosegui tu), mentre il popolo (prosegui tu).

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LEZIONE 7 Le guerre persiane

Parla la schiava Kora

Il mio nome è Kora. Non mi chiamavo così, nella Persia da cui vengo. Ero al seguito dell’esercito del Gran Re Serse e mi hanno fatto schiava. Persino il nome mi hanno cambiato, ma… basta così: voglio dimenticare, non più ricordare. Mi dico sempre che solo vivendo il presente potrò restare in vita. Altrimenti l’onda della nostalgia mi soffocherà. Che cosa faccio? Sono addetta alle faccende domestiche. Servo una famiglia abbastanza ricca e non sono trattata troppo male, questo no. Ma devo lavorare duramente, ogni giorno, se voglio mangiare. Aiuto la signora nella sua toeletta, al mattino: le pettino i capelli, le detergo il viso… Bisogna che lei sia bella! Poi aiuto le schiave della cucina: tengo vivo il focolare che cuoce i cibi, accendo il carbone di legna che poi arde sui bracieri. Poi rassetto la casa, pulisco, tengo in ordine. Spesso mi mandano alla fontana ad attingere l’acqua: la casa in cui servo non dispone del pozzo privato e tocca a noi schiave attingere e poi trasportare le brocche. Sono così pesanti, al ritorno! Ho lo sguardo sempre basso e quasi non mi accorgo della vita che si svolge intorno a me. Ma, sapete? Sono umiliata, ma non vinta

CRONOLOGIA

Protagoniste nella storia Artemisia di Alicarnasso, una donna generale al fianco di Serse

Storia e religione Una religione innovativa: il mazdeismo I culti non ufficiali

Leggi la fonte L’elogio funebre dei caduti alle Termopili, Gli dèi dell’Olimpo in assemblea

Vedere la storia Con i Greci nasce lo sport

Le domande della storia Perché alle Olimpiadi si corre la maratona?, Le Olimpiadi di oggi sono uguali a quelle antiche?

LE RUBRICHE

STUDIA CON METODO

Colloca nello spazio

Osserva la carta: su quali attuali continenti si estendeva l’Impero persiano nella sua massima espansione?

1. L’Impero universale dei Persiani

Le origini del grande Impero persiano Nel VI secolo a.C. il mondo greco si trovò a fronteggiare la gravissima minaccia proveniente dall’Impero persiano, il più potente del mondo di allora. Le póleis greche erano allora in pieno sviluppo; Atene aveva da pochi anni ricevuto la nuova Costituzione di Clistene. I Persiani erano un popolo indoeuropeo dalle tradizioni nomadi, che da pochi decenni aveva conquistato un vastissimo dominio nel Vicino Oriente. Fondatore di questa potenza era stato il re Ciro detto il Grande, che in un breve volgere di anni aveva prima conquistato il vicino regno di Media e si era poi allargato sulla Lidia, in Anatolia, fino a impadronirsi (nel 539 a.C.) di Babilonia. Qualche anno più tardi, nel 525 a.C., il figlio di Ciro, Cambise, aveva conquistato l’Egitto. L’espansione persiana non era ancora terminata. Il successore di Cambise, il re Dario, spinse i suoi eserciti ancora più in là: a Oriente raggiunse le sponde dell’Indo; a Occidente raggiunse il Mar Nero e occupò l’area balcanica che confinava con la Grecia. Si trattava di un Impero “universale”, nel senso che incorporava tutto, o quasi, il mondo conosciuto: un territorio immenso, con una superficie di circa 3 milioni di chilometri quadrati e che si estendeva da ovest a est per circa 5.000 chilometri. Un simile sogno di unificazione politica di tutti i popoli era già stato coltivato, come un’illusione, dagli Assiri (vedi p. 62).

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza in che modo il re Dario aveva organizzato l’Impero persiano.

Tolleranza e potere assoluto Ciò che rendeva interessante e nuovo il dominio persiano era la soluzione adottata per renderlo duraturo: per dare un governo giusto e stabile ai tanti popoli sottomessi, Dario saggiamente non volle snaturare la civiltà dei popoli vinti. Si presentò come il successore, per volere

L’ESPANSIONE E LE CONQUISTE DELL’IMPERO PERSIANO

Territorio di origine dei Persiani

Conquiste di Ciro il Grande

(559 a.C.-529 a.C.)

Conquiste di Cambise (529 a.C.-522 a.C.)

Conquiste di Dario (522 a.C.-486 a.C.)

Capitali dell’Impero

Strada reale

Altre stradeimportantidell’Impero

Importanti piste carovaniere

divino, dei loro precedenti sovrani, ma rinunciò a essere adorato come un dio a propria volta; rispettò le tradizioni locali e salvaguardò le famiglie nobili dei vari territori. Arrivò a estendere questa tolleranza ai culti religiosi: i popoli dell’impero potevano adorare liberamente i loro dèi. Sul piano politico e amministrativo, l’impero fu suddiviso in venti province (satrapìe), affidate ciascuna a un governatore o sàtrapo (cioè “difensore del re”). Ognuno di loro giudicava i delitti, riscuoteva i tributi e reclutava le truppe in caso di guerra. Per favorire l’amministrazione e i commerci, fu introdotta una moneta unica, il darico, e un’unica lingua ufficiale, l’aramaico, per tutto l’Impero; anche i pesi e le misure vennero unificati. Per assicurare i collegamenti interni, fu realizzata un’efficiente rete stradale; l’arteria principale era la Strada regia, che con un tragitto di oltre 2000 chilometri univa Susa (oggi in Iran) a Sardi, capitale della Lidia (nell’attuale Turchia). Tutto era vigilato dagli ispettori reali, soprannominati “le orecchie del Gran Re”. Quello di Dario era un potere assoluto, con diritto di vita e di morte sui sudditi: per questo i Greci parleranno di un regno nel quale tutti erano schiavi e una persona era libera.

Le mire persiane sulle città greche dell’Asia Minore La conquista persiana della Lidia, la principale regione dell’Asia Minore, minacciava da vicino l’autonomia delle città greche sorte sulla costa asiatica, l’attuale Turchia. Efeso, Smirne, Alicarnasso e Mileto avevano mantenuto le loro leggi e i loro magistrati; erano però state costrette a versare tributi al “Gran re” persiano. Una parte dei loro abitanti aveva preferito emigrare (un consistente gruppo di Focesi, per esempio, si era trasferito nell’Italia Meridionale, a Elea); ma la maggioranza era rimasta sotto il controllo persiano. La situazione interna di queste città peggiorò via via. In molte di loro s’instaurarono governi tirannici, più o meno soggetti all’autorità persiana. Anche la loro autonomia politica era stata fortemente limitata: le póleis non potevano più stringere alleanze o dichiarare guerra ad altre città e, inoltre, dovevano fornire aiuti militari alle spedizioni persiane. Si trattava di costrizioni pesanti per città-stato nate libere e indipendenti.

STORIA E RELIGIONE

UNA RELIGIONE INNOVATIVA: IL MAZDEISMO

Per ottenere il consenso delle popolazioni assoggettate, i Persiani mantennero un atteggiamento di tolleranza religiosa. Erano però molto legati alla loro religione nazionale. In origine la religione persiana si basava sul politeistico culto delle divinità legate alle forze naturali, del cielo e degli astri o comunque degli elementi legati alla natura. Più avanti, a partire dal VI secolo a.C., si affermò la dottrina di Zoroastro o Zarathustra, un leggendario profeta che predicava la fede in Ahura Mazda, il dio del bene, contrastato però in un’eterna lotta dallo

spirito del male, Ahriman. Fu la potente casta dei sacerdoti, chiamati Magi, a divulgare i princìpi del mazdeismo (o zoroastrismo), secondo i quali gli uomini devono praticare i principi del bene; la lotta tra il bene e il male cesserà però solo alla fine del mondo, quando la vittoria del bene darà ai buoni la felicità eterna e l’eterno castigo ai cattivi. Questi precetti morali, il monoteismo, la centralità dell’individuo, la capacità di unire la comunità, sintetizzarono i nuclei dei modelli religiosi preesistenti, quale quello ebraico, a cui Zoroastro probabilmente si ispirò.

L’ORGANIZZAZIONE DEL REGNO PERSIANO

• MA rispetto per i popoli dell’impero CRITERI POLITICI

• governo assoluto del Gran Re

ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE

• divisione in 20 satrapìe (province)

• i sàtrapi sono controllati da ispettori reali

MISURE ECONOMICHE

• moneta unica, per favorire i commerci

• unico sistema di pesi e misure

• modernissima rete stardale

• una lingua ufficiale (l’aramaico) PER FAVORIRE I COLLEGAMENTI

Un sovrano achemenide sovrastato dal simbolo del dio Ahura Mazda.

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Comprendi

Quando scoppiò la rivolta di Mileto? Come si concluse?

2.

La prima guerra persiana

La rivolta antipersiana di Mileto Il dominio persiano, in realtà, aveva addirittura favorito la prospera economia delle città greche sulla costa asiatica, aprendo ai loro traffici l’ampio retroterra dell’Impero. I Greci d’Asia erano però insofferenti del dominio di Dario, che nel 513 a.C. aveva messo sotto controllo la Macedonia e la Tracia, due regioni a nord della Grecia: la minaccia persiana si profilava ora direttamente sull’Ellade.

La maggiore tra le póleis d’Asia era Mileto, patria di alcune grandi novità, come la storiografia e la filosofia (vedi p. 195). Nel 499 a.C., il tiranno di Mileto, Aristagora, promosse una rivolta antipersiana, alla quale aderirono varie póleis d’Asia. Sparta negò ogni aiuto, ma Atene ed Eretria (una città situata nell’isola Eubea) inviarono una ventina di navi con un piccolo contingente. I Greci riuscirono a penetrare nell’interno della Lidia e a conquistarne nel 498 a.C. l’antica capitale, Sardi. La risposta persiana fu però molto decisa: nel 494 a.C. Mileto fu rasa al suolo, e i suoi abitanti uccisi o deportati.

Sui Greci d’Asia, a quel punto, i Persiani imposero un dominio più stretto.

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Rifletti

L’arte e la letteratura hanno sempre esercitato un ruolo importante nella formazione di un pensiero collettivo. Secondo te, questo ruolo esiste ancora oggi?

Orgoglio greco e minaccia di sottomissione La distruzione di Mileto gettò nello sconforto i politici di Atene ed Eretria, che temevano la vendetta di Dario. L’opinione pubblica greca, invece, era sdegnata contro la Persia: nel 492 a.C. ad Atene andò in scena la tragedia La presa di Mileto, accolta con grande commozione dagli spettatori. Le prepotenze persiane stavano innescando un sentimento nuovo: l’Hellenikón, ovvero l’orgoglio della nazione greca, fino ad allora divisa in tante città-stato. I Persiani chiesero e ottennero la condanna del tragediografo Frinico ma, non soddisfatti, inviarono messi alle póleis greche per chiedere “terra e acqua”, cioè, simbolicamente, la sottomissione alla Persia. Alcune città, come Egina, si piegarono; Atene no. Dario attendeva solo quella risposta per sferrare l’offensiva.

Soldati persiani in un rilievo proveniente dal palazzo reale di Persepolis.

Maratona: la vittoria di Atene e di Milziade Nel 490 a.C. la flotta da guerra del Gran Re mosse verso la Grecia. Puntò prima verso Eretria, che fu incendiata e distrutta; i suoi abitanti vennero venduti come schiavi. Poco dopo l’esercito persiano sbarcò nella piccola baia di Maratona, nell’Attica, poco distante da Atene, pronto a sferrare l’attacco sulla città.

L’assemblea ateniese di trovò davanti all’alternativa tra schiavitù certa e il rischio di una guerra che sembrava persa in partenza. Prevalse il parere dello stratego Milziade, favorevole alla resistenza a ogni costo. Fu inviata una delegazione a Sparta, in cerca di aiuto, ma gli Spartani risposero che dovevano, prima, terminare i loro riti in onore di Apollo. Solo la città di Platea, in Beozia, mandò un contingente di mille uomini. Le truppe ateniesi erano molto inferiori per numero, ma Milziade contava sulla ristrettezza della baia di Maratona, che impediva al nemico di schierare il grosso delle sue truppe. Confidava, soprattutto, sulla superiore compattezza della falange oplitica: i soldati ateniesi si battevano per la loro libertà, mentre i reparti persiani provenivano dalle tante satrapìe dell’Impero, non tutte ugualmente fedeli al Gran re. Gli Ateniesi attaccarono di sorpresa e gli invasori giunti dall’Asia vennero costretti alla fuga: seimila Persiani caddero sul campo, contro soli 192 Ateniesi. Subito dopo, Milziade, con una marcia veloce, spostò i suoi uomini, schierandoli in difesa di Atene, rimasta nel frattempo sguarnita. Dario, a quel punto, abbandonò l’impresa e fece ritorno in patria.

Fallisce il programma di espansione di Milziade Ad Atene la vittoria di Maratona destò euforia, ma Milziade sapeva che i Persiani sarebbero ritornati presto e con un esercito più potente. Avviò pertanto un programma di occupazione delle isole Cicladi, un arcipelago a sud dell’Attica, allora in mano persiana. Quel primo tentativo di espansione ateniese, però, fallì: Milziade cadde in disgrazia, e morì in carcere per una ferita riportata nell’assedio di Paro. Era trascorso appena un anno dal suo trionfo a Maratona.

Riassumi

Sintetizza i fatti della prima guerra persiana: quando si combatté, quali erano i nomi dei protagonisti e quale fu il suo esito.

LA PRIMA GUERRA PERSIANA

Ribellione delle città greche d’Asia sotto la guida di Aristagora 499 a.C.

494 a.C.

Distruzione di Mileto da parte dei Persiani

Prima guerra persiana. Vittoria degli Ateniesi a Maratona 490 a.C.

LE DOMANDE DELLA STORIA PERCHÉ ALLE OLIMPIADI SI CORRE LA MARATONA?

Maratona, la località teatro della nota battaglia combattuta nell’agosto del 490 a.C., ha poi dato il nome alla celebre corsa olimpica, che si disputa sulla distanza di 42 chilometri. Infatti Milziade, subito dopo la vittoria, inviò l’oplita Fidíppide ad annunciare ad Atene – che distava appunto 42 chilometri dal luogo dello scontro – la grande impresa compiuta; secondo la tradizione, il messaggero morì stremato dalla fatica, subito dopo aver pronunciato la parola greca nenikékamen, “abbiamo vinto”.

La gara di corsa della maratona non faceva parte del programma di gare delle antiche Olimpiadi. Venne “inventata” molti secoli dopo dal barone de Coubertin, colui che volle resuscitare le Olimpiadi in età moderna. La prima edizione si disputò ad Atene nel 1896.

Un momento di una maratona a Londra nel 2017.

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Esponi oralmente

Quale strategia propose Temistocle e quali risvolti politici aveva?

3. La seconda guerra persiana

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In che modo si alleano le diverse póleis?

Aristocratici, democratici e la strategia navale di Temistocle Nella giovane democrazia ateniese si accese un intenso dibattito. La fazione aristocratica, guidata da Aristide, voleva scendere a patti col nemico asiatico, finché si era in tempo. Opposto era il parere dei democratici, guidati da Temistocle, che volevano investire tutte le risorse della città (a cominciare dall’argento estratto nelle miniere del Laurio) nella costruzione di una potente flotta di 200 nuove triremi: navi da guerra a tre ordini di remi, veloci e maneggevoli, adattissime a manovrare in piccoli spazi quali le baie e le insenature del mar Egeo. La strategia della fazione democratica rispondeva anche a precise ragioni politiche interne: potenziare la flotta significava impiegare nei cantieri, e arruolare tra gli equipaggi, migliaia di cittadini poveri o nullatenenti e rafforzare quindi il démos, il popolo. Gli aristocratici cercarono d’ingraziarsi il popolo promettendo di distribuire tra tutti i cittadini i proventi del Laurio; ma Temistocle persuase l’assemblea popolare interpretando a suo modo il responso dell’oracolo di Delfi: «Gli Ateniesi difenderanno la propria città con mura di legno»: il legno, appunto, delle navi. Nel 482 a.C. Aristide fu ostracizzato.

Nasce la Lega ellenica: Atene e Sparta alleate Nel frattempo, in Persia, Dario era morto (486 a.C.) e il figlio Serse stava intensificando i preparativi per una nuova spedizione militare in Grecia. Il momento per l’Ellade era cruciale, ma proprio allora, per la prima volta, le tante póleis seppero unirsi, al di là delle differenze politiche. Nel 481 a.C., a Corinto, si costituì la Lega ellenica, che sancì l’alleanza tra Atene e Sparta e alla quale aderirono in totale circa 30 città. Furono sospesi i conflitti in corso tra le varie póleis e si stabilì che ogni città della Lega avrebbe fatto rientrare gli esuli.

Non tutte le città greche aderirono alla Lega; Macedoni e Tessali, più esposti all’aggressione persiana, si arresero senza combattere; anche Argo, potente città del Peloponneso e rivale di Sparta, preferì mantenersi neutrale. Tuttavia la maggioranza dei Greci si rifiutò di “medizzare” (cioè di passare dalla parte dei Medi, i Persiani) e decise la resistenza a oltranza.

LEGA Una lega è un’alleanza di città che può assumere forme diverse. Nel mondo greco vi era un tipo di lega religiosa, o anfizionìa, in cui le varie città erano legate da un santuario comune e il cui scopo era la tutela di esso. Vi erano poi leghe etniche (koiná), che univano città di una medesima area e lingua. Vi erano infine leghe politico-militari, o simmachìe, come la Lega peloponnesiaca, capitanata da Sparta, e la Lega di Delo, egemonizzata da Atene. Quest’ultima lega era formalmente un’anfizionìa, perché si era costituita sotto la protezione del santuario di Apollo a Delo.

Ricerca in quali contesti è utilizzato il termine “lega” oggi, con quali accezioni e fai qualche esempio.

DENTRO LE PAROLE
Busto di Temistocle.

L’eroica resistenza spartana al passo delle Termopili Serse sferrò l’attacco nella primavera del 480 a.C. Il suo esercito, forte di oltre 50.000 uomini, attraversò il Bosforo su un gigantesco ponte di barche, allestito per l’occasione; era affiancato da un’imponente flotta, composta da navi in gran parte fenicie ed egizie. Una doppia morsa, per terra e per mare, stava per stritolare i Greci. Contro l’invasione di terra gli Spartani predisposero due barriere difensive: l’una allo stretto passo delle Termopili, passaggio obbligato per chiunque volesse invadere l’Attica; l’altra nell’istmo di Corinto, per chiudere la strada verso il Peloponneso.

Nell’agosto del 480 a.C. si svolse una prima battaglia alle Termopili. Il passo era difeso da cinquemila Greci, ma un traditore mostrò ai Persiani la via per aggirare i difensori. A quel punto molti Greci fuggirono, ma non i 300 Spartiati al comando del re Leonida, che caddero fino all’ultimo uomo, ritardando per più giorni l’avanzata nemica.

Quell’esempio di eroismo fece enorme impressione: nessuna sconfitta fu mai tanto celebrata. Ma all’atto pratico i Persiani, sfondata la linea difensiva, si trovavano spalancata la via per la Beozia e l’Attica. I Beoti passarono dalla parte persiana; invece Temistocle convinse gli Ateniesi a evacuare la città e a ritirarsi sull’isola di Salamina, poco distante da Atene.

Comprendi

Che cosa accadde nel 480 a.C. al passo delle Termopili? Chi si affrontò? Con quale risultato?

Guerrieri appartenenti agli Immortali, il corpo scelto dell’esercito persiano.

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IDENTIKIT

tipo di documento lirica celebrativa

autore Simonide opera liriche sparse

data VI-V secolo a.C.

L’elogio funebre dei caduti alle Termopili

Il sacrificio degli Spartani di Leonida rimase una pietra miliare della coscienza greca nei secoli. Il filologo e poeta Alfred Edward Housman li raffigura così: «Si sedettero sulle rocce battute dai flutti [del vento] e si pettinarono i lunghi capelli». Finita la guerra, al poeta Simonide venne affidato l’incarico di comporre l’encomio (elogio) ufficiale da apporre sulla tomba di Leonida e del suo drappello di eroi. Il vecchio poeta, quasi ottantenne, celebrò la morte eroica dei difensori, trasfigurando il loro sepolcro nel santuario della libertà greca. Protagonista dell’avvenimento e dell’elogio è l’oplita, con il suo mondo di valori militari e civili e, in partcolare, l’oplita spartano: il sacrificio delle Termopili ne rappresentò il momento più luminoso.

Rilievo moderno che commemora la battaglia delle Termopili.

Dei caduti alle Termopili gloriosa è la sorte, bello il destino, un altare la tomba: non lamenti, ma ricordo; il compianto è lode. Questo sepolcro non la ruggine non il tempo che tutto doma intaccherà. In questo sacro recinto di eroi dimora la gloria della Grecia. Ne dà testimonianza Leonida, re di Sparta, che di valore ha lasciato un grande ornamento e fama imperitura.

Simonide, frammento 531, traduzione di Paolo Di Sacco

1. Il tempo distrugge ogni cosa umana, ma la vera gloria rimane intatta e nulla la può cancellare.

• Perché quella degli Spartani morti alle Termopili fu vera gloria?

2. L’eroe principale viene ricordato per nome, perché il nome garantisce la sopravvivenza anche oltre la morte.

• Di chi si tratta? Riassumi in breve la sua vicenda.

3. «Non lamenti, ma ricordo» dice Simonide: questo è lo scopo che il suo componimento poetico vuole raggiungere.

• Secondo te il poeta è riuscito nel suo intento? Motiva la tua risposta.

4. Il poeta e studioso inglese Alfred Edward Housman (1859-1936) raffigurò così, in un suo componimento, gli opliti delle Termopili: «Si sedettero sulle rocce battute dai flutti [del vento] e si pettinarono i lunghi capelli».

• Prova a paragonare questa immagine con il componimento di Simonide: trovi solo elementi di differenza o c’è qualche altro elemento di affinità? Spiega il perché della tua risposta.

GUIDA ALL’ANALISI

Le vittorie greche a Salamina, Platea e Micale Serse entrò ad Atene, ma la trovò vuota; diede poi l’assalto all’Acropoli, difesa da pochi uomini e ne incendiò i templi. Il Gran Re persiano credeva la vittoria vicinissima ma non aveva fatto i conti con l’abile strategia di Temistocle. Lo stratego ateniese attirò la flotta nemica nello stretto braccio di mare tra l’isola di Salamina e le coste dell’Attica; qui, nel settembre del 480 a.C., si svolse una battaglia decisiva. Le agili triremi ateniesi ebbero la meglio sulle più massicce e troppo numerose navi persiane; l’Egeo si arrossò del sangue degli sconfitti, al termine di una delle battaglie più cruente che si combatterono nell’antichità.

Serse rientrò in Persia e lasciò l’esercito a svernare agli ordini del generale Mardonio. Riprese le ostilità, i due eserciti si affrontarono a Platea, in Beozia, nel settembre del 479 a.C. Gli ottomila opliti ateniesi, comandati da Aristide, combatterono insieme ai cinquemila Spartiati di Pausania e con le altre decine di migliaia di uomini giunti da tutta la Grecia. I Persiani furono sbaragliati; lo stesso Mardonio morì sul campo.

Un’ultima battaglia si svolse poco dopo sul monte Micale (davanti all’isola di Samo, non lontano da Mileto): qui i Greci distrussero le restanti forze persiane di terra e di mare.

CARTA INTERATTIVA

Le guerre persiane

LE GUERRE PERSIANE, SPEDIZIONI E BATTAGLIE

La carta illustra gli itinerari percorsi dalle due spedizioni persiane: la Prima intrapresa da Dario nel 490 a.C., la seconda da Serse nel 480 a.C.

Si osservino anche gli schieramenti e le diverse battaglie. La prima guerra persiana si scatena con la rivolta delle

colonie greche della Ionia in territorio persiano. Dove si trovano queste colonie? Perché Atene e le altre città greche vanno in loro soccorso? Su quali princìpi si basano le rivolte contro i Persiani? Analizzando le diverse tappe e battaglie delle guerre tra Greci e Persiani, prova a delineare il percorso delle rivolte e le ragioni della vittoria dei Greci.

persiano

Area della rivolta delle colonie ioniche

Territori delle póleis neutrali

Territori delle póleis alleate contro i Persiani

Spedizione di Dario (490 a.C.)

Spedizione di Serse (480 a.C.)

Battaglie

Sardi
Mileto
Rodi
Samo
Eretria
Corinto
Termopili
27) Mod. 3 Cap. 4 x parag. Delo
TESSAGLIA
PELOPONNESO
MACEDONIA
T RACIA
LE GUERRE PERSIANE
Impero

PROTAGONISTE NELLA STORIA

Educazione civica

Costituzione

Artemisia di Alicarnasso, una donna generale al fianco di Serse

Serse: «Gli uomini si sono comportati come donne, e le donne come uomini». (Erodoto)

Nel grande racconto delle guerre persiane c’è un personaggio scandaloso, per più motivi. Il primo è che si tratta di una donna. Il secondo motivo è che viene ricordata dagli storici greci malgrado la sua militanza – lei greca per cultura e nascita – contro i Greci, al fianco dei Persiani. Infine il Gran re persiano, Serse, la stimava, malgrado fosse donna o, forse, proprio per questo. Artemisia era regina della Caria — regione dell’Asia Minore sotto dominio persiano — e fu l’unica donna a comandare una squadra navale della persiana. Lo storico greco Erodoto, pure nativo di Alicarnasso, ci dice che Artemisia fu stimata per il coraggio, l’intelligenza politica e l’abilità strategica.

La sua alleanza con Serse non fu affatto un semplice atto di sottomissione: rivela una raffinata sapienza politica

Subito prima della battaglia di Salamina (480 a.C.), Artemisia previde la disfatta e dunque fu tra i pochi comandanti a sconsigliare lo scontro navale con i Greci. Il suo monito venne ignorato, ma la sua previsione si rivelò esatta. Erodoto sottolinea l’ammirazione che Serse le riservava, al punto che, secondo la leggenda, così esclamò: «Gli uomini si sono comportati come donne, e le donne come uomini».

La potenza sovversiva di una donna

Una sfida ai codici vigenti

In una società profondamente patriarcale e bellica, Artemisia incarnò una figura alternativa di potere, in grado di sfidare i codici normativi dell’identità greca. In Grecia, le donne erano escluse dalla sfera pubblica, dalla guerra e dalla politica. Ma questi modelli culturali erano più articolati nei regni dell’Asia Minore, vassalli dell’Impero persiano: incontriamo in essi sincretismi religiosi e concezioni più fluide del potere femminile. Artemisia emerge da questi intrecci: non contro l’ordine esistente, ma dentro un ordine diverso, che ne rende possibile l’ascesa.

Questa frase, paradossale e ambigua, ci invita a riflettere sulla potenza sovversiva della figura di Artemisia: non perché ella assunse un’identità “maschile”, ma perché capovolge i parametri stessi del valore, del coraggio e del comando. La sua intelligenza fu lucida e strategica; la sua autorità non derivava dalla forza, ma dalla competenza e dalla lucidità. Oggi noi continuiamo a misurare il potere in base ai codici che ereditiamo dal passato: proprio per questo Artemisia ci parla ancora. Lo fa non da eroina o da memoria del passato, ma come una presenza scomoda, che invita a pensare il potere femminile non come imitazione, ma come creazione di forme nuove Figura di confine, Artemisia ci restituisce un’immagine plurale dell’antichità, in cui anche l’eccezione diventa traccia di un possibile.

La Regina Artemisia con fiore e piramide, Palazzo di Sanssouci, Potsdam, Germania.

4. Ragioni di un’inattesa vittoria

La flessibilità di Atene e l’ideale della libertà Le guerre persiane si conclusero così trionfalmente per i Greci. I Persiani persero il controllo sulle città ioniche dell’Asia Minore, mentre la flotta ateniese si ritrovava padrona assoluta del mar Egeo. Ma come fu possibile il trionfo greco?

La domanda è inevitabile vista la grande sproporzione delle forze, a tutto vantaggio dei Persiani, ma vanno considerati altri fattori, diversi da quello militare. Si dimostrarono decisive, anzitutto, la forza morale e la capacità organizzativa dimostrate da Atene. Nel giro di pochi anni la città seppe modificare la propria strategia e passare dall’esercito di terra che aveva vinto a Maratona, nel 490 a.C., all’impostazione tutta diversa (la guerra per mare) fortemente voluta da Temistocle. Questa flessibilità era il frutto delle nuove armi della democrazia: discussioni e votazioni.

A favore dei Greci giocò poi un altro fattore: mentre per i Persiani lo Stato non era altro che il dominio su un territorio, i Greci si battevano per gli ideali della propria comunità civile – primo tra tutti, la libertà. Fino ad allora, quegli ideali erano rimasti ristretti ai confini di ciascuna pólis; ora invece, nel momento più difficile, i Greci riuscirono ad accantonare le divisioni tra le città e a unirsi tra loro. La storica alleanza tra Atene e Sparta sancì un momento che sarebbe rimasto irripetibile nella storia dell’Ellade.

I motivi della sconfitta persiana Quanto ai Persiani, che puntavano alla semplice conquista territoriale, all’inizio occuparono buona parte della Grecia, ma il loro esercito era troppo numeroso, troppo poco mobile e mal rifornito.

Sottovalutarono il nemico e alla fine dovettero rinunciare a fare del mar Egeo un loro lago interno. L’Impero persiano non si dissolse, ma non poté più presentarsi, da allora, come un “Impero universale”. Sui campi di Maratona e Platea e nelle acque di Salamina non si era semplicemente affermato il mondo delle póleis greche: quei valori e quel periodo rimarranno un riferimento anche in futuro per l’Europa.

Rifletti

Analizzando le varie spedizioni e le battaglie tra Greci e Persiani, prova a spiegare le ragioni della vittoria dei Greci.

Sudditi persiani offrono omaggi al Grand Re, rilievo proveniente dal palazzo reale di Persepolis.

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Che cosa si intende per “superiorità greca”?

Anfora nolana con una scena di lotta tra un persiano e un oplita. Terracotta a figure rosse, ca. 480–470 a.C., a figure rosse, New York, Metropolitan Museum of Art.

La “superiorità” greca Riflettendo su quanto era accaduto a Maratona, Salamina, Platea, filosofi, storici e poeti greci cominciarono a considerare la vittoria come una riprova della superiorità, morale e politica, dell’Ellade. Di conseguenza, i Persiani e un po’ tutte le altre popolazioni non greche cominciarono a essere considerate “barbare”: proprio nel V secolo a.C. nacque in greco la parola “barbaro” come sinonimo di “incivile, selvaggio”. La giustificazione addotta dai Greci era questa: “barbari” andavano considerati coloro che mancavano di un linguaggio comprensibile (il lógos) e, quindi, di ragione. Il lógos per i Greci è sinonimo di parola bella, ordinata, razionale; chi non possiede tale facoltà è un essere inferiore. Chi la possiede, invece, abita in un mondo ordinato e razionale, il mondo della pólis, con le sue leggi, la sua arte e la sua filosofia. Una riprova di tutto ciò risiedeva, secondo i Greci, nei sistemi politici. La pólis era il mondo delle libertà e dell’autonomia. Invece gli altri popoli vivevano soggiogati da tiranni: erano sudditi e schiavi, non cittadini. Ecco la verità svelata – a loro parere – dalle guerre persiane.

Anche i modi di vita venivano chiamati in causa per sottolineare la differenza tra mondo greco e mondo “barbaro”. Ai Persiani si attribuì il lusso e l’amore per la ricchezza, opposto all’amore greco per la semplicità; il primo portava all’effeminatezza, il secondo al coraggio “virile”.

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Rifletti

Perché l’idea dello scontro tra Oriente e Occidente è un mito pericoloso?

Occidente contro Oriente: un mito pericoloso In questo fiorire di stereotipi (cioè giudizi che si basano su valutazioni preconcette) si smarrì la coscienza di quanto vivo e fecondo fosse stato il rapporto di collaborazione e di reciproci scambi tra Grecia e Oriente (soprattutto l’Oriente persiano ed egizio) fin dall’età arcaica. Prevalse via via una contrapposizione ideologica, che, elaborata dagli intellettuali e scrittori greci, verrà poi ripresa nel corso dei secoli per marcare le differenze (spesso solo presunte) tra le popolazioni di differenti provenienze geografiche: est e ovest, nord e sud ecc.

«L’Oriente contro l’Occidente, il dispotismo contro la libertà: le dicotomie istituite dopo le guerre persiane echeggiano ancora attraverso la storia mondiale e sembrano perpetuarsi sempre più, a mano a mano che l’uomo risuscita vecchi modi, e ne scopre di nuovi, per tormentare la sua anima» (Oswyn Murray).

PREMESSE E CONSEGUENZE DELLE GUERRE PERSIANE

I PERSIANI

Lottano per un fine prettamente territoriale

Rivelano numerose debolezze strategiche

Sconfitti, devono rinunciare al sogno dell’impero universale

I GRECI

Lottano per un nuovo ideale, la libertà

In nome dell’ideale superano gli ostacoli e trovano alleanze

Affermano la propria superiorità morale e politica

5. Il mondo comune dei Greci e la religione olimpica

I fattori dell’identità greca Dopo la vittoria contro la Persia, si rafforzò in tutta la Grecia, specialmente ad Atene, il sentimento dell’Hellenikón, la “grecità” comune. In effetti, pur essendo politicamente diviso in tante città-stato, il mondo greco si presentava unito per molti aspetti: la lingua, la cultura e la religione.

• Sul piano linguistico, i vari dialetti presentavano una base largamente comune: tutti i Greci potevano intendersi tra loro.

• Molto simile, tra l’una e l’altra zona dell’Ellade, era poi il modo di concepire l’educazione, la famiglia, il ruolo della donna.

• Anche il patrimonio culturale era condiviso, a cominciare dai poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea (vedi p. 99), vera carta d’identità dell’Ellade.

• Per quanto riguarda la religione, infine, tutti i Greci veneravano gli stessi dèi e unanimemente onoravano l’importanza dei giochi sacri, a partire da quelli di Olimpia.

La religione greca e gli antichi racconti del mito La religione greca, assieme a quella ebraica, è la più ricca ed evoluta del mondo antico. Alla sua base vi erano le storie di dèi e di personaggi eccezionali, gli eroi; tali narrazioni in greco si chiamavano miti, cioè “racconti”. Era un mito, per esempio, il racconto delle prove superate dall’eroe Ulisse prima di arrivare a Itaca; erano miti le storie di Apollo, di Zeus e degli altri dèi. Nati nell’età arcaica e poi trasmessi oralmente, di generazione in generazione, questi miti erano stati in seguito fissati per iscritto dai poeti, in particolare Omero (il leggendario autore dell’Iliade e dell’Odissea) ed Esiodo. Quest’ultimo, intorno al 700 a.C., aveva composto la Teogonia, un poema sull’origine degli dèi e del mondo. In ogni pólis dell’Ellade i racconti mitici venivano continuamente ricordati e rinnovati, in occasione di feste religiose, gare poetiche e rappresentazioni teatrali.

MITO Il mito è una forma di narrazione (in greco, mythos significa “racconto”) in origine tramandata oralmente e presente in varie culture. I miti esprimono le domande fondamentali della vita, danno risposte simboliche e guidano i comportamenti pratici. I temi principali dei miti sono: l’origine degli dèi (si parla allora di teogonìe o miti teogònici), l’origine del mondo (cosmogoníe o miti cosmogonici), delle città (miti di fondazione), guerre e avventure di eroi (figure metà divine e metà umane). Il mito ha carattere sacro e religioso: interpreta il mondo dell’uomo alla luce della volontà divina, senza distinguere il piano umano da quello divino. Perciò esso dà risposte che possono essere ripetute e credute, ma non spiegate o discusse razionalmente. I miti, come le fiabe, costituiscono forme di sapere tradizionale e popolare. Vengono quindi tramandati, senza che si conosca il loro creatore. Talora sono stati ripresi dai poeti: è il caso di Omero (o di quel poeta che noi chiamiamo Omero), che rielaborò il patrimonio folklorico degli antichi miti greci nei poemi dell’Iliade e dell’Odissea; sarà il caso, a Roma, di Virgilio, che reinterpreterà nel suo poema Eneide gli antichi miti connessi alla fondazione di Roma. Esistono miti anche nella società attuale? Fai alcuni esempi indicando quali funzioni, secondo te, possono svolgere.

ELEMENTI UNITARI DEI GRECI alcuni elementi comuni unificano i Greci:

• le credenze religiose malgrado le divisioni politiche

• la lingua e la cultura

• le abitudini sociali

Donna greca con schiava in un rilievo del V secolo a.C.

DENTRO LE PAROLE

Esponi oralmente

Illustra l’importanza della religione, in Grecia, sia nella vita pubblica sia in quella privata.

La costante presenza degli dèi nella vita sociale e personale Il rapporto con gli dèi costituiva una dimensione centrale, nella vita pubblica e privata dei Greci. Il calendario di ogni pólis prevedeva numerose feste in onore della divinità polìade (protettrice della città) e di altri dèi; ogni atto pubblico (per esempio l’assemblea popolare o una riunione di tribunale) iniziava regolarmente con una cerimonia religiosa. Ma anche la vita privata era accompagnata dalla presenza della divinità: tutte le occasioni importanti (nascite, nozze, morti, partenze ecc.) richiedevano l’aiuto o il consiglio degli dèi. Ciascuna divinità aveva una funzione propria. Zeus, il padre degli dèi, proteggeva i giusti e puniva i malvagi. Era, sua sposa, custodiva la salute; Atena, la figlia nata dalla testa di Zeus, era la dea dell’intelligenza e proteggeva le arti e le scienze. Moltissime erano le altre divinità: quella greca era una religione tipicamente politeista. Afrodite era la dea dell’amore, Ares era il dio della guerra, Apollo il dio della medicina e delle arti, Posèidon esercitava il suo potere sul mare, Demetra era la dea delle messi, Efesto il dio dei mestieri artigianali, Ades (o Plutone) il dio dell’aldilà e dei morti.

STORIA E RELIGIONE

I CULTI NON UFFICIALI

La città ideale dell’Olimpo, specchio di un’umanità perfetta La credenza in queste divinità e i culti celebrati in loro onore costituivano la religione ufficiale dei Greci. Era detta “religione olimpica” perché la “casa”, o meglio, la “città” degli dèi, si pensava fosse ubicata sul monte Olimpo, in Tessaglia: la sua cima a 3000 metri, spesso nascosta dalle nubi, suggeriva la presenza, ma anche il mistero degli dèi.

Lassù sull’Olimpo la vita trascorreva come laggiù nelle póleis: gli dèi avevano aspetto umano e vivevano le cose umane, tra fedeltà e tradimenti, viaggi, scoperte ed esperienze. Non era facile, per Zeus, mantenere l’ordine; spesso doveva convocare gli altri dèi in assemblea, per cercare un accordo tra tutti.

Accanto alla religione ufficiale, nella civiltà greca si svilupparono anche altri culti, non ufficiali ma altrettanto sentiti: in particolare, il culto di Dioniso, l’orfismo e il culto della dea-madre, Demetra. Questi culti divennero sempre più popolari perché – rispetto alla religione olimpica – fornivano risposte più rassicuranti sui misteri della vita e della morte, placavano le paure sul futuro e offrivano una prospettiva di felicità dopo la morte. Dioniso era un dio di origine orientale, che attraverso il vino e l’ebbrezza liberava la mente degli uomini dalle loro sofferenze, dalle costrizioni della loro esistenza e dalle regole imposte dalla società. Tra i seguaci più entusiasti di Dioniso vi erano le donne e gli schiavi, cioè gli esclusi dalla vita della pólis

Anche l’orfismo era una religione proveniente dall’Oriente. Essa si

fondava sulla dottrina dell’immortalità dell’anima: gli orfici pensavano che dopo la morte l’anima umana si reincarnasse in altri corpi di uomini o di animali, per purificarsi dalle proprie colpe. Una volta purificata, l’anima veniva accolta in una sorta di paradiso. L’orfismo prometteva dunque una vita oltre la morte: un destino ben diverso dalla tetra prospettiva di restare per sempre confinati nell’Ade, secondo l’insegnamento della religione ufficiale.

Demetra era una divinità legata alla terra, alle stagioni, ai processi naturali di nascita e morte; il suo culto antichissimo si collegava a quello delle “dee madri” o Veneri dell’età neolitica. Venerare Demetra significava accostarsi ai misteri e alle leggi della natura, dunque anche della vita umana.

La consultazione di un oracolo in un vaso attico del V secolo a.C.

IDENTIKIT

tipo di documento poema epico

autore Omero

opera Odissea

data

IX-VIII sec. a.C. circa

Gli dèi dell’Olimpo in assemblea

Questi versi dell’Odissea ci presentano gli dèi dell’Olimpo riuniti in assemblea: Atena coglie l’occasione per ricordare al padre Zeus che Ulisse, a differenza di tutti gli altri eroi greci, non è ancora tornato in patria dopo la guerra contro i Troiani, ma è trattenuto nella lontana isola Ogigia dalla ninfa Calipso. Atena insinua che sia proprio Zeus a non consentire il ritorno di Ulisse, per odio verso l’eroe.

Replicò Zeus, il dio che raccoglie le nubi:

“Quali parole, o figlia, ti sfuggono dalla bocca1?

Come dimenticare l’accorto tra gli uomini, divino Odisseo, largo sempre di vittime2 al cielo? E Poseidon che l’odia a morte, da quando gli accecò Polifemo, il più forte di tutti i Ciclopi, che3 una ninfa del mare, Toòsa, figlia di Forco, generò un giorno, unitasi a lui4 dentro grotte profonde. Poseidon da allora, il dio che scuote la terra, se non l’uccide, gli nega tuttavia il ritorno. E allora pensiamo noi a come farlo tornare. Poseidon si placherà: non potrà lottare da solo contro il volere di tutti5”. Esclamò Atena, occhio azzurro: “O sommo padre Cronìde6 , se è ciò che piace ai beati, mandiamo Ermes ad Ogigia, che imponga a Calipso, bei riccioli, di lasciar partire l’eroe.”

Odissea, I, vv. 63-87, trad. E. Barelli

1. ti sfuggono dalla bocca: infatti Atena aveva lasciato intendere che Ulisse non potesse ritornare a Itaca per volontà di Zeus.

2. largo… di vittime: generoso nell’offrire vittime, nel fare sacrifici.

1. Nella mentalità comune dei Greci, gli dèi dell’Olimpo compongono una sorta di pólis, di comunità civile; questo testo li raffigura riuniti in assemblea, uno degli istituti più tipici della città-stato greca.

• Da quali parole e particolari del testo puoi intuire che gli dèi sono qui raccolti in assemblea?

• Quali sono gli dèi della religione olimpica che figurano presenti in questo brano? Sottolineali sul testo.

2. Non è sempre facile la coesistenza degli dèi greci; esistono tra loro rimostranze, vendette, passioni del tutto umane.

3. che: il pronome di riferisce a Polifemo, che fu generato dalla ninfa Toosa.

4. lui: Poseidon.

5. di tutti: intende, di tutti gli dèi dell’Olimpo.

6. Cronìde: Zeus è il figlio di Chronos, dunque è il “Cronìde”.

• Quali contrasti e dissapori puoi cogliere dal dialogo qui citato?

• Quali passioni prettamente umane vengono qui attribuite agli dèi?

3. Pur esistendo un capo riconosciuto da tutti, Zeus, questi non ha la facoltà di far tacere gli altri dèi: deve lasciare che ciascuno si esprima liberamente. Questa era la tipica situazione del wánax, il sovrano di età micenea.

• Rileggi la Lezione 4: quali caratteristiche presentava il wánax miceneo?

Statua in bronzo di Zeus.
GUIDA ALL’ANALISI

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perché la religione greca viene definita “olimpica”?

STUDIA CON METODO

Comprendi

Che cos’erano i santuari? Quali erano i più importanti e a quali dèi erano dedicati?

LA RELIGIONE GRECA

Gli dèi abitano sull’OLIMPO, pensato come una pólis di cittadini perfetti

Ma sono venerati nei SANTUARI, molto cari al popolo

Bisogno di una religiosità più vicina e personale

Pur rispecchiando la vita di società della pólis, i racconti mitici disegnavano una pólis di cittadini perfetti. Infatti gli dèi dell’Olimpo non conoscevano sofferenza né morte; il modo sereno con cui vivevano, la bellezza di forme con cui gli artisti li mostravano, il coraggio con cui portavano a termine le loro imprese, tutto ciò li rendeva immagine di un’umanità ideale. Celebrando e raffigurando i loro dèi, insomma, i Greci celebravano e divinizzavano sé stessi, ovvero il loro ideale di individuo e di comunità civile.

Gli eroi Oltre agli dèi olimpici, i Greci veneravano molti eroi, esseri a metà tra l’umano e il divino, in quanto figli di una dea e di un uomo mortale, oppure di un dio e una donna mortale. I più noti erano Eracle, autore di dodici fatiche–, imprese eccezionali ed “eroiche”; Prometeo, che rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini e insegnare loro la preziosa arte di lavorare i metalli; Giasone, inventore della navigazione e protagonista dei primi viaggi per mare con la sua nave Argo. Anche su queste figure nacque una vasta tradizione di storie e leggende, che – celebrata dai cantori e dai poeti – rese ancora più ricca ed elaborata la religione greca.

Una religione più vicina: lo spazio protetto dei santuari L’Olimpo era una montagna alta e inaccessibile, sede di divinità lontane dalla vita quotidiana e dalle sue difficoltà. Perciò i Greci accorrevano a venerarli non sull’Olimpo, ma nei santuari, luoghi separati in cui le divinità si potevano percepire più vicine, più attente ai bisogni umani.

I santuari sorgevano in aree autonome da questa o quella pólis; costituivano dunque un altro segno di unità del mondo greco, diviso politicamente, ma culturalmente unito. Ciascun santuario era consacrato a un dio particolare. Era cintato da uno spazio (il témenos, il recinto sacro) considerato inviolabile: profanare quello spazio avrebbe suscitato l’ira del dio. Vi trovavano dunque asilo e rifugio quanti lo richiedevano. Sull’isola di Delo e a Delfi sorgevano i veneratissimi santuari sacri al dio Apollo; Olimpia ospitava il santuario sacro a Zeus; a Eleusi, non lontano da Atene, era molto frequentato il santuario di Demetra. Ognuno di questi santuari era amministrato da sacerdoti e inservienti, che vi risiedevano in modo stabile. I fedeli vi giungevano da ogni parte della Grecia, portando i loro doni: animali da sacrificare, cibi, bevande, oro e argento, spesso sotto forma di ex voto (oggetti per ringraziare la divinità). Grazie a questo loro ricco tesoro, i santuari erano anche importanti centri economici.

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Lavora con il lessico Cerca su un vocabolario il significato della parola “oracolo”.

L’oracolo di Apollo a Delfi I fedeli si recavano ai santuari anche per porre delle domande alla divinità e per ottenere il suo responso, ovvero il suo oracolo. Il più famoso era l’oracolo di Delfi, al quale si rivolgevano non solo privati cittadini per avere consigli su questioni personali, ma anche delegazioni ufficiali delle varie póleis, che giungevano a Delfi per chiedere pareri su problemi politici, come la fondazione di nuove colonie, l’opportunità di iniziare una guerra, nomine di magistrati o nuove leggi. Persino re e città stranieri inviavano a Delfi delegazioni per conoscere il parere di Apollo.

Il dio “parlava” attraverso una sacerdotessa, la Pizia, che pronunciava le sue risposte dall’interno del tempio, seduta su un alto tripode (un sostegno a tre piedi): lì, da una fenditura del terreno, fuoriuscivano vapori inebrianti, che causavano alla donna una condizione di trance (cioè di perdita di coscienza). Per gli antichi era il segno che Apollo si era impossessato di lei.

La Pizia non poteva che esprimersi con un linguaggio allusivo e oscuro: toccava ai sacerdoti raccogliere le sue parole e riferirle, in forma sempre allusiva e oscura. Eventuali responsi sbagliati erano attribuiti all’incapacità umana di capire, piuttosto che a quella divina di prevedere.

I giochi sacri e le Olimpiadi Tra i santuari più venerati vi era quello che sorgeva nel bosco sacro di Olimpia, dedicato a Zeus. Qui, tra i vari riti, si cominciò a disputare in suo onore una gara di corsa, sulla distanza di uno stadion, poco meno di 200 metri: la prima fu disputata nel 776 a.C. Ai Giochi Olimpici si aggiunsero i Giochi Istmici – che si disputavano nei pressi dell’Istmo di Corinto –, i Nemei (Nemea era una città del Peloponneso, sacra alla memoria di Eracle) e quelli Pitici, che si svolgevano presso il santuario della Pizia a Delfi. Questi quattro erano i giochi “panellenici” (cioè “di tutti i Greci”): vi potevano partecipare atleti di tutto il mondo greco, inclusi quelli delle colonie. Gli dèi venivano onorati con competizioni di corsa, lotta e di abilità nell’uso delle armi. I più antichi e i più importanti erano i giochi di Olimpia, le Olimpiadi, come dimostra il fatto che i Greci contavano gli anni proprio dall’anno della prima Olimpiade. I testi storici datavano gli eventi «nell’anno primo (o secondo, o terzo...) della tale Olimpiade», oppure «dell’olimpiade di...» seguita dal nome del vincitore della gara dello stadion, nella quale s’identificava l’intera Olimpiade. Realmente il mondo greco riconosceva, nei Giochi Olimpici, un’espressione fondamentale di sé.

LE DOMANDE DELLA STORIA

LE OLIMPIADI DI OGGI SONO UGUALI A QUELLE ANTICHE?

Le Olimpiadi moderne sono state pensate sul modello di quelle antiche. Esistono però chiare differenze tra le due. In Grecia esse rappresentavano un momento di coesione tra le genti elleniche ed erano il simbolo della loro identità nazionale; escludevano quindi tutti gli stranieri. Oggi, al contrario, le Olimpiadi sono il simbolo dei rapporti pacifici tra popoli diversi. Il fondatore delle Olimpiadi moderne, Pierre de Coubertin, valorizzò soprattutto lo spirito sportivo, riassumibile nel motto: «L’importante non è vincere, ma partecipare». De Coubertin aveva appreso tale spirito di fair play nei moderni colleges britannici, in cui lo sport serviva (e serve) a preparare professionisti leali e versatili. Invece, nelle antiche Olimpiadi contava solo il vincitore: partecipare senza vincere non serviva a nulla. Infatti le liste dei Giochi tramandano solo i nomi dei primi, non dei secondi classificati; né vi è traccia di record o di prestazioni, che tanto, invece, ci interessano oggi. Ciò perché, appunto, l’unico obiettivo della gara era incoronare un vincitore. Un’altra differenza tra le Olimpiadi antiche e quelle moderne è che i Greci, oltre agli stranieri, escludevano dalle competizioni sportive le donne. Lo sport infatti, come la politica, era un’attività riservata solo ai “cittadini”.

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Lavora con il lessico

Quali erano i giochi “panellenici”?

Perché si chiamavano così?

Atleti impegnati nella corsa raffigurati su un’anfora del 530 a.C.

VEDERE LA STORIA

È con i Greci che nasce lo sport, inteso come attività che trova in se stessa la propria giustificazione: è dal greco agòn, “gara” (italianizzato in “agóne”), che vengono termini come “agonismo” e “agonistico”.

Un’occasione di competizione

ATLANTE Visuale

Con i Greci nasce lo sport

Le specialità sportive

Gare atletiche di vario genere (lotta, pugilato, corsa, corsa in armi, lancio del disco e lancio del giavellotto, gare a cavallo e con i carri) compaiono già nei poemi omerici: le competizioni sportive hanno in origine un significato religioso, perché costituiscono forme di omaggio nei confronti degli dèi oppure di un defunto illustre (agoni funebri), ed è per questo motivo che le grandi competizioni sportive hanno luogo in santuari, in occasione di grandi feste religiose. Le gare conservano a lungo il primitivo legame con la sfera religiosa; tuttavia, diventano soprattutto l’occasione privilegiata in cui trovava sfogo quello spirito di competizione che caratterizzava la cultura degli áristoi, “i migliori”: non a caso, il greco athletés, “atleta”, viene da áthlos, “lotta, combattimento”, a mostrare che, in fondo, l’attività atletica è strettamente legata al gusto per la competizione. Fino al V secolo a.C. i partecipanti alle gare sono appunto individui di condizione aristocratica, e quasi mai professionisti: l’attività atletica è parte dell’educazione dei giovani áristoi, in quanto l’esercizio fisico modella il corpo, e un áristos deve essere tale, “ottimo”, anche nell’aspetto; senza contare che l’attività fisica impone una disciplina e prepara agli sforzi della pratica militare, che costituiva uno delle prerogative degli áristoi. Proprio perché le gare sono un’occasione di competizione fra áristoi, i premi hanno spesso un valore simbolico (corone di alloro, di olivo ecc.), perché quel che conta è la vittoria in sé.

Come presso i Greci “nasce” lo sport, nel senso in cui anche noi oggi lo intendiamo (come un’attività di competizione fisica che ha come scopo il piacere dello spettacolo e la gioia della gara), così presso i Greci nascono molte delle specialità sportive che ancora oggi conosciamo e pratichiamo: la corsa, distinta in varie tipologie; la lotta, il pugilato e il pancrazio; il lancio del disco e quello del giavellotto; il salto; senza contare la vasta gamma di competizioni equestri.

La corsa

Come nell’atletica moderna, uno spazio importante fra le specialità sportive praticate dai Greci lo aveva la corsa (drómos), praticata su diverse distanze e quindi distinta in diverse tipologie. La tipologia di base era lo stadion, corrispondente appunto alla corsa sulla lunghezza di uno stadio (unità misura corrispondente, a Olimpia, a 192 metri: dal termine stadion deriva poi lo stadio, inteso come luogo in cui si svolgono tali competizioni); vi erano poi la corsa doppia (diaulos), sulla distanza di due stadi, e la corsa lunga (dólichos, cioè “lungo”) su percorsi fra i 7 e i 24 stadi. Fra le tipologie di corsa, particolare era la corsa con le armi (elmo, scudo, gambiere), detta “oplitodromia” (il termine nasce dalla fusione di drómos, “corsa”, con hoplítes, “soldato con armatura difensiva”), su una lunghezza di due stadi (192 m × 2): era una forma di competizione in cui si fondevano sport e addestramento militare.

Particolare di

Giovane con giavellotto in una ceramica del 520-510 a.C. conservata a Varsavia.
un’anfora del IV secolo a.C. oggi al British Museum di Londra.

Lotta, pugilato e pancrazio

La lotta era molto praticata, al punto tale che il termine “palestra” (palaistra) con cui si indica il luogo per tutti gli allenamenti atletici, deriva da pále, “lotta”. I due contendenti combattevano a corpo nudo, e dovevano affrontare l’avversario partendo in posizione eretta e allungando le braccia; erano permesse solo le prese nella parte superiore del corpo; la vittoria spettava a chi avesse gettato a terra l’avversario per tre volte.

Gli atleti che praticavano il pugilato (pyx, pygmé) proteggevano le mani con strisce di cuoio. I colpi puntavano al volto, mentre in genere si evitava di colpire il resto del corpo. Il pancrazio (pankration) trae il suo nome dall’unione delle parole pan, “tutto”, e kratos, “forza, violenza”: e infatti era una combinazione di lotta e pugilato, quasi senza esclusione di colpi, in cui molto era permesso (calci, distorsioni, prese al collo), fino a che uno dei due contendenti si riconosceva sconfitto (alzando la mano o il dito indice).

Il disco

Il lancio del disco faceva parte del pentathlon, le “cinque gare” che costituivano il programma dei Giochi Olimpici (salto, corsa, disco, giavellotto, lotta). Gli esemplari di dischi ritrovati pesano fra 1,5 e 6 chili (ma molti sono ex voto, cioè oggetti dedicati nei santuari); il disco veniva lanciato restando all’interno di uno spazio delimitato da linee. A un lanciatore del disco (discobolo) è dedicata una celebre statua, il Discobolo, opera di uno dei più grandi scultori del V secolo a.C., Mirone.

Le gare equestri

ATLANTE

diversificate, tanto che a Olimpia si giungeva a otto tipologie: corsa di cavalli, di cavalle, di puledri; biga e quadriga di cavalli; biga di mule; biga e quadriga di puledri. Poiché i cavalli e i carri erano proprietà non del fantino o dell’auriga ma del ricco aristocratico proprietario della scuderia, il premio della vittoria andava ai proprietari. Ciò non toglie che anche chi montava il cavallo o guidava il cocchio godesse della fama che veniva tradizionalmente attribuita agli atleti.

Le corse equestri erano importanti non meno delle specialità propriamente atletiche; anzi, poiché allevare cavalli era prerogativa delle facoltose famiglie aristocratiche, tali competizioni erano molto prestigiose, e facevano parte di tutti i giochi panellenici.

Le specialità erano assai

Tra le discipline più importanti del pentathlon antico ci sono il lancio del disco e del giavellotto. Nell’immagine, particolare da una kylix (coppa da vino) attica a figure rosse, ca 490 a.C., da Vulci.

Giovane discobolo in una ceramica del 520-510 a.C. conservata a Varsavia.
Lottatori di pancrazio raffigurati su un’anfora rinvenuta a Capua (Caserta) e ora al British Museum di Londra. Sulla destra si intravede un ramo di palma retto dal giudice della gara sportiva.

Le guerre persiane

PERSIA

impero universale con potere assoluto nel sovrano

SPARTA ATENE

Devono fronteggiare un nemico comune: la PERSIA

490 a.C.: prima guerra persiana ATENE sconfigge da sola l’esercito di Dario Vittoria di Maratona

10 anni dopo Serse minaccia una nuova invasione → nasce a Corinto (481 a.C.) la LEGA PANELLENICA

480-79 a.C.: seconda guerra persiana Sparta e Atene alleate sconfiggono il nemico asiatico Resistenza spartana alle Termopili Vittoria a Salamina, Platea e Micale

SINTESI SINTESI

LE GUERRE PERSIANE

LA GRECIA E LA PERSIA

Una minaccia per il mondo greco era costituita dal potente Impero persiano, che dominava gran parte del Vicino Oriente. Da circa mezzo secolo i Persiani dominavano le póleis greche dell’Asia Minore, suscitando il malcontento dei loro abitanti. I Greci erano infatti gelosi della loro autonomia politica.

Nel 499 a.C. si accese la rivolta antipersiana capeggiata dalla città di Mileto. La ribellione fu soffocata duramente dai Persiani. A quel punto il “Gran Re” Dario pretese la sottomissione di tutta l’Ellade. I Greci, nella gran maggioranza, rifiutarono: si scatenarono allora le due guerre persiane

LA

PRIMA GUERRA

PERSIANA E LA LEGA ELLENICA

La prima guerra persiana, più breve, fu vinta nel 490 a.C. da Atene, quasi da sola, che sconfisse l’esercito nemico a Maratona L’eroe di quella battaglia fu Milziade. La Persia però si riorganizzò: il nuovo re Serse preparò un’invasione su larga scala. Le città greche, mettendo da parte le loro rivalità politiche, strinsero allora un patto comune, la Lega ellenica, che segnò una storica alleanza tra Atene e Sparta.

LA SECONDA GUERRA PERSIANA

La seconda guerra persiana, combattuta tra il 480 e il 479 a.C., fu il momento più alto nella storia politica dell’Ellade. I Greci riuscirono dapprima a ritardare al passo delle Termopili l’invasione nemica; poi

la flotta ateniese guidata da Temistocle sconfisse la flotta persiana nella battaglia navale di Salamina. L’anno successivo l’esercito invasore fu sconfitto prima a Platea e poi sul monte Micale.

La piccola Grecia aveva respinto l’assalto della grande Persia, contando su una superiore forza morale e sull’amore per la libertà. Quella lotta comune generò nei Greci, pur divisi in tante piccole patrie, il sentimento di appartenere a un’unica patria ideale: l’Hellenikón, la “grecità” comune.

LA RELIGIONE OLIMPICA, FATTORE DI UNITÀ

Le póleis greche erano tante e ciascuna indipendente dall’altra, ma i Greci conobbero anche elementi di civiltà comune. Oltre alla lingua greca, l’elemento più identitario era la religione, con gli dèi “olimpici”w in cui tutto il mondo greco si riconosceva.

La religione olimpica era stata fissata nel patrimonio mitologico narrato nei poemi omerici. Gli dèi erano numerosi (quella greca era una religione politeista); a ciascuno di loro si attribuiva una funzione particolare.

Molto frequentati erano i santuari, ciascuno dedicato a un dio particolare. I più importanti sorgevano a Delo, Delfi e Olimpia; i primi due erano dedicati ad Apollo; il terzo a Zeus.

Un’importante manifestazione comune a tutto il mondo greco erano i giochi panellenici; il più importante si svolgeva a Olimpia ogni quattro anni. In questi giochi sacri si fondevano devozione religiosa e lo spirito agonistico tipico del mondo greco.

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e indica:

a. Maratona

b. Mileto

c. Atene

d. Corinto

e. Salamina

f. Termopili

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

776 a.C. | 513 a.C. | 494 a.C. | 490 a.C. | 486 a.C. | 481 a.C. |

480 a.C. | 479 a.C.

a. Dario conquista la Macedonia e minaccia le città greche [ ]

b. Battaglia di Maratona [ ]

c. Muore Dario di Persia [ ]

d. Si svolge la battaglia delle Termopili [ ]

e. Battaglia di Platea [ ]

f. Si svolge la prima Olimpiade [ ]

g. La città di Mileto viene distrutta dai Persiani [ ]

h. Nasce la Lega ellenica [ ]

i. Battaglia di Salamina [ ]

Il lessico

3. Inserisci negli spazi vuoti i termini mancanti.

a. Le 20 province in cui era diviso l’Impero persiano si chiamavano ................................................

b. L’............................................... identifica l’orgoglio della nazione greca.

c. Per indicare i popoli non greci nacque con significato dispregiativo la parola ................................................

d. I ............................................... sono i racconti di eroi e divinità.

e. Il responso dato dalle divinità agli uomini si chiama

I personaggi

4. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Dario

b. Milziade

c. Temistocle

d. Serse

e. Leonida

Gli eventi

5. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 2).

a. Quello persiano era un “impero universale”. V F

b. Nell’Impero persiano la lingua unica era l’aramaico. V F

c. La battaglia di Maratona fu vinta grazie al numero superiore di Ateniesi. V F

d. La sede degli dèi greci era Atene. V F

e. Con l’espressione “giochi panellenici” si intendono le Olimpiadi.

Per l’esposizione orale

6. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

V F

1. Come si spiega la vittoria della piccola Grecia sulla grande Persia?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Ci furono ragioni militari: la tattica dei Persiani si rivelò sbagliata (spiega perché).

b. Ci furono ragioni politiche: che cosa riuscirono a fare i Greci, superando per una volta la loro ristretta idea di città-stato?

c. Ci furono ragioni ideali: per che cosa combattevano i Persiani?

DOMANDA APERTA

2. Quali caratteri presenta la religione olimpica?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Spiega anzitutto perché si chiamava «olimpica»: che cos’era l’Olimpo?

b. Parla poi delle principali divinità dell’Olimpo.

c. Nel loro assieme questi dèi formavano una comunità simile a una pólis: spiega il perché.

d. In conclusione: i Greci proiettavano nel mondo olimpico se stessi (che cosa significa?), ma in meglio (perché?).

ESERCIZI INTERATTIVI VERIFICA CON GOOGLE MODULI

LABORATORIO DELLE COMPETENZE

UDA 2 LA GRECIA

Leggere e descrivere le immagini

1. Osserva le immagini ed esegui per ognuna l’attività proposta.

Rispondi alle domande seguenti.

a. Cerca le seguenti informazioni su questo importante oggetto della civiltà micenea.

b. Che cos’è e dove si trova ora?

c. Quale datazione ha e chi lo ha scoperto?

d. Quali immagini sono rappresentate?

e. Perché è una fonte importante?

Completa il testo

Questo disegno rappresenta una . Essa era composta dai seguenti elementi:

l’ , ossia

l’ dove c’era il

Ma in Grecia si era diffuso anche un altro modello di città: gli , ossia

Completa il testo

L’immagine rappresenta la premiazione di un atleta con I giochi nacquero in Grecia nel e si tenevano a

Le discipline praticate erano: . Esse avevano un carattere e infatti durante il loro svolgimento

Completa il testo

Fu vinta dai Greci grazie a La battaglia

Il disegno rappresenta la di , che vide lo scontro tra e .

Essa si svolse nel contesto della

Flotta

0

Il Vaso dei guerrieri
Le Olimpiadi Isola

Comprendere un testo storiografico

2. Leggi questo passo storiografico, quindi rispondi alle domande proposte.

Erodoto, nato nella seconda metà del decennio 490-480 ad Alicarnasso e morto verso il 425 a Turi, è considerato il fondatore di questo nuovo genere [la storiografia]. È lui ad attribuirgli il nome di Historiai (Indagini), che ben si addice al metodo utilizzato, basato sui viaggi (in Egitto, a Babilonia e in altri luoghi), l’autopsia (visione diretta), l’interrogazione dei testimoni, ecc. […] Dedicata alle guerre persiane, essa [l’opera Storie] è stata suddivisa in nove libri, che vengono intitolati per convenzione con il nome delle nove Muse. Si tratta di una storia-memoriale («affinché le grandi imprese compiute dai Greci e dai barbari non cadano nell’oblio», si legge nel proemio), ma anche di un elogio di Atene e della democrazia, secondo lui i fattori principali della superiorità dei Greci. […] La curiosità enciclopedica dell’autore lo spinge a digressioni di ogni genere (geografia, zoologia, mitologia, ecc: cfr. la prima descrizione di un pozzo di petrolio in VI, 119), che nell’insieme rendono le Storie una miniera di informazioni inesauribile e molto piacevole da leggere. La ricerca delle cause vi occupa grande spazio (cinque libri su nove), ma lascia ancora in primo piano il meraviglioso e il divino (oracoli, ecc.). […] La tradizione vuole che sia stata la lettura pubblica dell’opera di Erodoto ad aver indotto Tucidide (figlio di Oloro, circa 460-397) a diventare storico.

(François Lefèvre, Storia del mondo greco antico, a cura di Francesca Gazzano, Einaudi Torino 2011)

Dal passato al presente

a. In quale periodo storico della Grecia è vissuto Erodoto?

b. Qual è stato il suo metodo storico?

c. Quale valore ha la sua opera storiografica?

d. Quale altro storico si è formato leggendo l’opera di Erodoto?

Life skills. Pensiero critico – Consapevolezza di sé 3. Leggi questo breve passo dello scrittore greco Luciano di Samosata (II sec. d.C.) sulle Olimpiadi.

Ma, carissimo, noi non guardiamo agli oggetti poveri che si danno. Questi, infatti, sono segni della vittoria e mezzi per riconoscere chi siano stati i vincitori, mentre è la fama che li accompagna il compenso di tutto, sicché per essa a coloro che vanno in caccia della gloria che nasce dalle fatiche sta bene anche prendere dei calci: può arrivare, infatti, la gloria, ma non senza richiedere sacrifici, e bisogna che chi aspira a essa, dopo aver sostenuto subito in principio molti disagi, aspetti dai suoi sforzi la conclusione utile e dilettevole.

(Luciano di Samosata, Anacarsi o sull’atletica, 37, 9-10)

Scrivi un breve testo che contenga questi punti:

a. Quale idea avevano i Greci delle Olimpiadi?

b. Quale era il premio più ambito?

c. Qual è per l’autore la parola più importante nello sport?

d. Confronta queste idee con la tua visione dello sport: quale ruolo ha la competizione e la ricerca del successo nella tua esperienza personale, sia nello sport sia in altri ambiti?

Educazione civica Costituzione parità di genere

4. Leggi questo breve passo tratto dall’Iliade (VI, vv. 490-493), che contiene le ultime parole che Ettore presso le porte Scee rivolge alla moglie Andromaca prima di affrontare la sua ultima battaglia, e a partire da questo testo spiega in circa 10 righe la condizione della donna nell’antica Grecia.

“Su, torna a casa, e pensa all’opere tue, telaio e fuso; e alle ancelle comanda di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio.”

Pensiero critico L I F E SKILLS

Orientamento

5. Studiando le civiltà antiche e quella greca, hai incontrato dei modelli sociali e delle istituzioni che ti hanno portato a confrontare quel lontano passato con il presente. Scrivi una relazione di massimo 50 righe sul sistema educativo in Grecia, seguendo i punti proposti. Scrivi infine un commento personale basato sul confronto ieri/oggi.

a. Il concetto di paidéia

b. L’educazione dei maschi e delle femmine ad Atene

Nuove metodologie didattiche

c. L’educazione nel sistema spartano

Debate - Comunicazione efficace

6. A partire da quanto hai studiato sulla civiltà ateniese, discuti sulla seguente questione: quella di Atene era vera democrazia?

Argomento Il concetto moderno di democrazia.

Preparazione

a. Dividete la classe in due gruppi, uno favorevole all’idea che quella di Atene fosse comunque una società democratica, uno, invece, propenso a sostenere che la democrazia greca non fosse paragonabile al concetto moderno.

b. Ogni gruppo rilegge le parti storiche in cui si parla di forme di governo: il modello spartano, quello ateniese e quello persiano.

c. Ogni gruppo prepara circa cinque motivi per sostenere il proprio punto di vista e individua gli argomenti per controbattere

Uso critico dell’IA

la tesi opposta.

Discussione

Il moderatore invita a turno singoli membri dei due gruppi ad esprimere la propria posizione, dando la parola a tutti in maniera equilibrata e gestendo la discussione per evitare che i compagni si sovrappongano o si esprimano in maniera non corretta.

Sintesi

Dopo la discussione e il confronto tra le varie posizioni, ogni gruppo sintetizza la propria posizione alla luce del dibattito emerso.

7. Interroga una Chat di Intelligenza Artificiale e chiedi di fare un confronto tra il modello politico di Atene e il modello di Sparta. Dividete la classe in gruppi. Ogni gruppo, sotto la guida del docente, pone a un Chatbot una domanda basata sul confronto tra il modello ateniese e quello spartano secondo le seguenti categorie: politica interna ed estera, società, cultura, esercito.

Le risposte ottenute vengono messe a confronto con quanto scritto nel libro di testo e quindi si procede ad una riflessione tra i vari gruppi seguendo le domande guida:

a. Le risposte ottenute dalla Chat hanno fornito informazioni aggiuntive o diverse da quanto contenuto nel testo?

b. Se sì, quali? Sono utili per una maggiore comprensione del periodo storico studiato?

Nel caso di informazioni ulteriori o diverse cercate altri fonti per verificare l’attendibilità dei dati ottenuti.

Intelligenza Artificiale IA
Orientare e orientarsi

UNITÀ DI APPRENDIMENTO 3 APOGEO E DECLINO DELLA GRECIA

LEZIONE 8 L’età di Pericle

LEZIONE 9 La Grecia maestra dell’Europa

LEZIONE 10 La lacerazione del mondo greco

LEZIONE 11 Alessandro Magno e l’Ellenismo

QUELLO CHE GIÀ SAI...

• Conosci la struttura delle póleis e i diversi modelli politici greci.

• Hai studiato l’importanza della cultura greca: religione olimpica, arte, lingua, miti.

• Hai visto il ruolo delle guerre persiane e la nascita dell’egemonia ateniese.

QUELLO CHE IMPARERAI...

• La guerra del Peloponneso e il declino delle póleis.

• L’ascesa della Macedonia e il progetto politico di Filippo II.

• Le conquiste di Alessandro Magno e la formazione dell’impero ellenistico.

• Le trasformazioni politiche, economiche e culturali dell’età ellenistica.

VII-VI secolo a.C. Nasce la filosofia

CRONOLOGIA

VI secolo a.C. Nasce la storiografia

Guerre persiane (499- 449 a.C.)

Principali battaglie

Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.)

Alleati di Atene

Alleati di sparta

Principali battaglie

Prime battaglie Macedonia

Limite del Regno di Macedonia alla morte

Inizio della campagna di Alessandro

a.C.

478-477 a.C. Lega di Delo, capeggiata da Atene

V secolo a.C. Sviluppo della medicina di Ippocrate

461 a.C. Pericle stratego di Atene

404-379 a.C. Periodo di egemonia spartana

431-404 a.C. Guerra del Peloponneso

371 a.C. Battaglia di Leuttra

Guerre persiane (499- 449 a.C.)

Principali battaglie

Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.)

Alleati di Atene

Alleati di sparta

Principali battaglie

Macedonia

Alleati di Atene

Alleati di sparta

Principali battaglie

Macedonia

Limite del Regno di Macedonia alla morte di Filippo II

Inizio della campagna di Alessandro contro l’Impero persiano

Prime battaglie

Limite del Regno di Macedonia alla morte di Filippo II

Inizio della campagna di Alessandro contro l’Impero persiano

Prime battaglie

Termopili 480 a.C.

Platea 427 a.C.

Platea 479 a.C.

422 a.C.

a.C.

Arginuse Egospotami 406 a.C. 405 a.C.

a.C.

Mar Mediterraneo

IMPERO PERSIANO

Isso

a.C. Pilo 425 a.C.

Verso Babilonia e Persepoli

Verso l’Egitto

338 a.C. Filippo II sconfigge le póleis a Cheronea

336 a.C.

371-362 a.C.

Periodo di egemonia tebana

334-326 a.C. Alessandro conquista l’Impero persiano

Morte di Filippo II. Alessandro Magno re di Macedonia

323 a.C.

306 a.C. Fondazione dei regni ellenistici

Morte di Alessandro Magno

LEZIONE 8 L’età di Pericle

Parla

uno scalpellino ateniese

Ho le dita incurvate, le nocche gonfie, piene di polvere bianca. Vedete? Sono segnate dal freddo del marmo e dal sole dell’Acropoli. La pietra di Paros è dura, eppure cede se la colpisci con rispetto. Così oggi ho curvato una piega di peplo, e ieri un ricciolo sulla fronte d’un dio.

Lavoro da mesi al nuovo tempio, dedicato alla dea Atena; la mia metopa racconterà la lotta dei Lapiti contro i Centauri.

Per le linee del volto uso il martello piccolo e quello grande per le masse. Abbiamo corde per issare i blocchi, piombi per allinearli, sabbia e olio per lisciare i piani finiti. Fidia passa qui ogni giorno; non parla molto: guarda, corregge con pochi gesti, e noi ci adeguiamo. Lui vuole che il marmo viva, che racconti il coraggio, la grazia, il volere degli dèi, ma anche la grandezza di Atene. All’ora del pasto ci sediamo all’ombra del muro nord, dividiamo fichi secchi, cipolla, un sorso di vino tagliato con acqua. Il mio ragazzo lavora accanto a me: ha mano ferma, occhio sveglio. Gli dico sempre: “Scolpire non è solo colpire. È ascoltare la pietra”.

I nostri nomi saranno dimenticati, ma resteranno i volti che incidiamo. Questa pietra respira, proprio come noi.

CRONOLOGIA

511-431 a.C.: sviluppo demografico di Atene

478-477 a.C.: Lega di Delo, capeggiata da Atene

461 a.C.: Pericle stratego di Atene

Protagoniste nella storia Aspasia: l’intelligenza femminile come paradosso

Cittadini consapevoli Il diritto alla democrazia

Storia e arte Nei fregi del Partenone, il film di una civiltà superiore

Leggi la fonte Atene, patria della democrazia, nell’elogio di Pericle

Vedere la storia L’acropoli di Atene

Le domande della storia: Com’era composta una famiglia dell’antica Grecia?

451 a.C.: nuova legge sulla cittadinanza ateniese

445 a.C.: tregua trentennale tra Sparta e Atene

LE RUBRICHE

1. L’egemonia di Atene sul mondo greco

Destini diversi per Sparta e Atene Sparta e Atene avevano combattuto insieme il comune nemico persiano, ma dopo la vittoria seguirono percorsi differenti. Sparta non seguì il consiglio di Pausania, l’eroe di Platea, il quale voleva portare la guerra in Asia contro i Persiani, per liberare le póleis sulla costa egea. Preferì isolarsi nel Peloponneso, preoccupata di conservare la propria egemonia nella regione e di sedare le periodiche rivolte degli Iloti. Pausania fu emarginato e Sparta finì per autolimitarsi alla sua area peloponnesiaca, rinunciando a ogni espansione. Rimase una potenza terrestre e militare, anche per preservare la purezza della sua classe dirigente, gli Spartiati.

La Lega di Delo Atene, invece, non esitò a capeggiare la lotta antipersiana, utilizzando una nuova Lega navale, costituitasi nel 478-477 a.C.: la Lega di Delo (o Lega delio-attica), così chiamata perché il centro in cui si tenevano le riunioni annuali, e nel quale si custodivano le finanze della Lega, era l’isoletta di Delo, sede di un importante santuario di Apollo. Alla Lega aderirono quasi 400 póleis, tra città della Ionia (in Asia Minore), città delle isole e della terraferma. La Lega, per Atene, non fu semplicemente uno mezzo per lotta antipersiana: divenne uno strumento di egemonia. Del resto la potente flotta voluta da Temistocle dava alla città le basi per potersi sviluppare come potenza marittima e commerciale. I suoi traffici commerciali in tutto il Mediterraneo orientale divennero sempre più prosperi, ma questa supremazia economica era destinata a divenire egemonia politica su gran parte dell’Ellade (a eccezione del Peloponneso).

L’imperialismo ateniese Questa evoluzione si rispecchia nella trasformazione che la Lega di Delo subì in pochi anni. La partecipazione all’alleanza era libera e, in teoria, tutte le póleis che vi aderivano erano sullo stesso piano. La realtà, però, era diversa. Solo Atene e poche altre città (Chio, Lesbo, Samo) fornivano direttamente navi alla Lega; le altre dovevano versare un tributo per rafforzare e mantenere efficiente la flotta. Era Atene a decidere l’ammontare del tributo (di fatto, una tassa da pagare) e le azioni che la Lega doveva intraprendere. Rifiutarsi di pagare il tributo, o staccarsi dalla Lega, significava incor-

Sull’isola di Delo vi erano le statue in marmo di nove leoni, risalenti al VII sec. a.C.; oggi ne restano cinque. Le loro fattezze mostruose, e possenti ricordano le Sfingi egizie. Stavano a guardia del tempio dedicato a Latona, madre di Apollo e Artemide: secondo il mito, la dea, perseguitata da Era, trovò rifugio proprio a Delo, dove partorì i due gemelli figli di Zeus. Per tale motivo l’isola era sacra ad Apollo.

EGEMONIA Il termine “egemonia” proviene dal verbo greco heghéomai, “condurre”, e aveva per i Greci un significato un po’ più ristretto di quanto non abbia oggi: indicava il comando nell’esercito o la guida di un’alleanza affidata a una città. Per noi, invece, questa parola indica la netta supremazia di uno Stato nei confronti di altri Stati, che vengono dominati e, appunto, egemonizzati sul piano economico, politico e militare. Oggi si parla anche di “egemonia economica” per indicare l’influsso predominante di qualche Paese o società privata in un sistema economico, e di “egemonia culturale”, che si stabilisce quando un certo modo di pensare, una certa scuola (letteraria, filosofica, artistica ecc.) prevale nettamente sugli altri modi o scuole.

Aiutandoti con una ricerca in rete, fai un esempio di egemonia economica ed egemonia culturale ai nostri giorni.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Qual è la funzione della Lega di Delo?

DENTRO LE PAROLE

STUDIA CON METODO

Colloca nello spazio

Dov’era conservato il tesoro con i contributi delle città aderenti alla Lega? Indica sulla carta in basso quali tra queste città non facevano parte della Lega: Argo, Tebe, Mileto, Mitilene.

L’EGEMONIA ATENIESE

SCOPO: difendere la Grecia da nuovi attacchi persiani

478-477 a.C.: nasce la LEGA DI DELO

ma ATENE spadroneggia

assume tutte le decisioni che riguardano la Lega di Delo

nel 454 a.C. trasferisce ad Atene il tesoro della Lega

impedisce alle città alleate di uscire dalla Lega

rere in una dura punizione. Le imposizioni crebbero via via. Le altre città dovettero utilizzare i pesi e le misure di Atene e la dracma, moneta ateniese, nei loro commerci. Perfino l’amministrazione della giustizia, nelle città della Lega, era soggetta alla supervisione dei magistrati ateniesi. Infine, nel 454 a.C. (dunque in piena età di Pericle vedi p. 180) il tesoro della Lega fu trasferito da Delo ad Atene: e qui, semplicemente, entrò a far parte del bilancio dello Stato ateniese. Era chiaro a tutti, ormai, che gli alleati erano divenuti sudditi della volontà di potenza di Atene: gli storici chiamano imperialismo una simile linea politica, ispirata a espansione e dominio.

Da Temistocle a Cimone: la vittoria sulla Persia Il vincitore di Salamina, Temistocle, guidò la politica ateniese ancora per pochi anni. Poco dopo, nel 471 a.C., fu ostracizzato (esiliato) dai suoi avversari politici, i nobili ateniesi, e finì i suoi giorni presso il Gran Re persiano Artaserse, ospite di quei nemici che aveva tanto combattuto. Salì al potere la fazione aristocratica, guidata da Cimone (figlio di Milziade). Egli guidò energicamente la Lega di Delo contro il Gran Re, ottenendo nel 469 a.C. un’importante vittoria alle foci del fiume Eurimedonte, sulle coste meridionali dell’Asia Minore. Le póleis greche di quella zona riottennero così la propria piena libertà dall’impero. Verso Sparta, invece, Cimone fu più accomodante, suscitando le forti critiche della fazione democratica. Nel 461 a.C. anche lui venne ostracizzato e la guida della città passò a Efialte: fu lui a ridurre drasticamente i poteri dell’Areopago, che riuniva gli ex arconti e che costituiva l’ultima roccaforte degli aristocratici ateniesi. Pochi mesi dopo Efialte fu assassinato, ma i democratici conservarono la guida di Atene, grazie alla carismatica figura di Pericle.

L’IMPERO DI ATENE

La pace di Callia e le Lunghe Mura A cogliere i frutti della vittoria sulla Persia, riportata da Cimone, fu il nuovo leader ateniese Pericle: fu lui a stipulare nel 449 a.C. la vantaggiosa pace di Callia, così chiamata dal politico ateniese che la negoziò. Negli anni successivi Atene accentuò il predominio sugli alleati della Lega di Delo: nel 454 a.C., come detto in precedenza, il tesoro della Lega venne trasferito ad Atene. Peggiorarono perciò i rapporti con le città esterne alla Lega e soprattutto con Sparta. Si accesero diversi scontri, diretti e indiretti. Per proteggersi da Sparta, tra il 459 e il 457 a.C. furono costruite le Lunghe Mura: una barriera che univa Atene al suo porto militare, il Falero, e al nuovo porto commerciale, il Pireo. L’opera rendeva Atene, di fatto, un’isola fortificata, in grado di resistere a lungo grazie ai rifornimenti via mare, anche in caso di assedio spartano.

La tregua con Sparta e le due aree d’influenza Nel 445 a.C., per volontà di Pericle, fu stipulata una tregua trentennale con Sparta: le due città s’impegnavano a rispettare ciascuno le proprie aree d’influenza in Grecia. A Sparta veniva riconosciuta la guida (egemonia) delle città del Peloponneso e della Beozia: esse già da un secolo formavano la Lega peloponnesiaca, capitanata appunto da Sparta. Nelle póleis che ne facevano parte, il potere era gestito da governi oligarchici simili a quello spartano.

Ad Atene fu riconosciuta l’egemonia sulla Lega di Delo, che comprendeva le póleis delle isole egee, la Grecia settentrionale e le città greche dell’Asia minore. Vi erano insediati governi democratici, piegati alle esigenze di Atene. L’accordo non risolveva le ragioni più profonde di contrasto tra le due città rivali; tuttavia la tregua resse per un decennio e Atene ne approfittò per crescere ulteriormente.

STUDIA CON METODO

Rifletti

La costruzione di muri e di barriere fu una soluzione spesso impiegata nel corso di diverse epoche storiche per difendere civiltà e popolazioni dall’esterno. Ci sono ancora oggi muri di questo tipo che conosci? Prova a fare una riflessione in classe sotto la guida del docente.

Le Lunghe Mura erano una fortificazione che si snodava per oltre 6 km Non poteva, infatti, essere espugnata da un esercito esclusivamente terrestre, in quanto la fortificazione rendeva impossibile l’impresa di conquistarla, se non inducendola alla resa con un lungo assedio. Liceo

Kynosarghes

STUDIA CON METODO

Comprendi

In che modo Pericle gestì il suo potere?

2. Pericle, un grande leader per Atene

LA DEMOCRAZIA SI ALLARGA

tutti, adesso, possono dedicarsi alla politica e stabilisce un compenso per gli eletti alle cariche: Pericle dà più potere al tribunale del popolo

Trent’anni di guida politica: è l’“età di Pericle” Pericle apparteneva al potente clan nobiliare degli Alcmeonidi, ma come Clistene scelse la parte politica del démos. Brillante oratore, fu eletto stratego per la prima volta nel 461 a.C. Da allora, e fino alla sua morte (nel 429 a.C.), Pericle rimase la figura dominante in Atene, “il primo cittadino”, come lo chiamò lo storico Tucidide. Base del suo potere fu la carica di stratego, alla quale fu eletto circa venti volte. Di per sé si trattava di una carica militare, ma gli strateghi erano gli unici magistrati a essere non sorteggiati, bensì eletti dall’assemblea; la strategia consentiva dunque di rimanere sulla scena politica per molto tempo, a patto di conservare i favori del popolo.

Pericle ci riuscì, tenendo a freno l’ambizione personale e rispettando sempre i limiti della legge: neppure i suoi nemici poterono mai accusarlo di aspirare alla tirannide.

Sotto la sua sapiente guida, Atene visse il periodo di maggior splendore: perciò questi decenni sono passati alla storia come l’“età di Pericle”.

La democrazia ateniese diviene più effettiva In questi decenni la democrazia ateniese si consolidò e si ampliò. Le istituzioni rimasero quelle fissate da Clistene, ma Pericle rese l’esercizio della democrazia più effettivo.

se popolare buzione

Potenziò le prerogative dei tribunali popolari, aprì l’arcontato anche alla clasdei Teti, infine ispirò una nuova norma che introduceva la retridelle cariche politiche a spese dello Stato: anche i meno abbienti, adesso, potevano permettersi d’interrompere frequentemente il loro lavoro, nell’anno in cui erano in carica.

L’attività più frequente era la partecipazione ai tribunali popolari in qualità di giurati: una vera passione ateniese.

Ai membri dell’Eliéa, il tribunale popolare, venivano versati due oboli al giorno: il guadagno medio giornaliero di un lavoratore salariato. Il compenso era di per sé modesto, anche se oneroso per le casse statali; ma la nuova legge possedeva un grande valore simbolico, perché scardinava un concetto da sempre caro ai nobili. Tradizionalmente, infatti, il governo dello Stato spettava solo a chi avesse il tempo libero (in greco scholé, in latino otium) necessario per occuparsene, cioè a coloro che vivevano di rendita, senza dover lavorare per vivere. Ora quel tempo, in un certo senso, era reso “libero” per tutti.

Pericle si faceva sempre ritrarre con l’elmo sul capo, per nascondere un suo difetto fisico: «Zeus dalla testa a cipolla», lo chiama infatti il poeta comico Cratino. Egli rispettò sempre le regole della democrazia e non divenne mai dittatore o tiranno. Nell’immagine, un’antica statua di Pericle ai Giardini della Tuilleres a Parigi.

CITTADINI CONSAPEVOLI

L’età d’oro di Atene fu il V secolo a.C.: la pólis ateniese divenne la città più ricca e bella del mondo d’allora. Il suo simbolo più scintillante non erano però edifici né opere d’arte, bensì il suo originale sistema di governo: la democrazia.

Da Atene a oggi:

libertà e uguaglianza

La democrazia ateniese costituisce il modello delle democrazie contemporanee: governi nei quali il potere non è gestito da una qualche autorità (il sovrano, un dittatore, una sola classe sociale), ma dai cittadini. Come un tempo nella democrazia ateniese, gli Stati democratici di oggi garantiscono alcuni principi fondamentali, due in particolare: la libertà (in greco isegoría, “libertà di parola” per tutti in assemblea) e l’uguaglianza (in greco isonomía, l’uguaglianza di fronte alla legge). Libertà e uguaglianza sono i diritti fondamentali

Si definiscono “diritti naturali” perché non sono concessi da qualche autorità, ma appartengono a ogni persona fin dalla nascita.

Poiché nascono liberi e uguali, gli individui sono in grado di scegliere, assieme agli altri – liberi e uguali a loro volta – la forma da dare alla società in cui vivono. Tale società avrà bisogno di regole e leggi: esse, però, non vengono da un’imposizione, ma sono frutto di una scelta. Libera.

Educazione civica

Costituzione

Il diritto alla democrazia

Maggioranza e il rispetto

per gli altri

Ma come scegliere, in concreto? Poiché trovarsi tutti d’accordo è, di fatto, quasi impossibile, in un sistema democratico ci si affida al criterio della maggioranza: prevale la volontà dei più.

Attenzione, però. Chi si ritrova nella maggioranza, così come chi si ritrova nella minoranza, dovrà continuare a rispettare gli altri, nella loro libera opinione.

Libertà, uguaglianza, maggioranza, rispetto: sono i pilastri di ogni sistema democratico.

Democrazia diretta e democrazia rappresentativa

Quella ateniese, però, era una democrazia diretta: i cittadini partecipavano in prima persona alle discussioni politiche e decidevano con il proprio voto. Alle riunioni dell’assemblea popolare, l’Ecclesía, prendevano parte alcune migliaia di persone; e non molti di più erano i titolari del diritto di piena cittadinanza. Nell’Italia attuale in che modo potrebbe svolgersi un’assemblea a cui prendessero parte decine di milioni di cittadini?

Il numero costituisce il maggiore problema per chi rimpiange l’antico sistema della democrazia diretta. Le moderne democrazie sono democrazie indirette, basate sul principio della rappresentanza (si definiscono perciò democrazie rappresentative): i cittadini scelgono, con il proprio voto, i loro rappresentanti, cioè chi voterà al loro posto nell’organo apposito, il Parlamento (che in una democrazia diretta non esiste).

Le uniche forme di democrazia diretta, oggi, sono i referendum: votazioni in cui i cittadini si esprimono, con un sì o con un no, a favore o contro certe norme o leggi.

La democrazia

nella Costituzione italiana

L’Articolo 1 della Costituzione italiana afferma: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

L’affermazione secondo cui «la sovranità appartiene al popolo» (il popolo, cioè, si autogoverna) è il fondamento primo di ogni sistema democratico. Democrazia, però, non significa assenza di regole. Perciò lo stesso Articolo 1 precisa che anche il popolo dovrà obbedire alle regole stabilite nella Costituzione. Dunque la nostra Repubblica è uno Stato di diritto, in cui tutti (cittadini, governanti, persino le leggi) devono obbedire alle norme fissate in quella “grande legge” che è, appunto, la Costituzione.

COMPITO DI REALTÀ

Dividete la classe in 4 gruppi. Ogni gruppo crea un poster rivolto ad un pubblico di studenti del biennio delle superiori fatto di parole e immagini. Ogni lavoro deve contenere i seguenti termini: libertà, uguaglianza, maggioranza, rispetto, ognuno inserito in una frase significativa e accompagnato da una o più immagini che esprimano immediatamente il concetto. I lavori vengono condivisi e discussi e quindi esposti in tutto l’istituto.

ATLANTE Visuale Sistemi democratici di ieri e di oggi

ATENE al tempo di Pericle

città-stato repubblicana estesa sulla sola Attica

il Consiglio della Bulé propone le leggi all’assemblea dei cittadini, che le approva o respinge DEMOCRAZIA DIRETTA

QUALE FORMA HA LO STATO? Stato repubblicano esteso su un vasto territorio

QUALE POTERE FA LE LEGGI?

il Consiglio dei 500 = la Bulé, composto da cittadini sorteggiati

QUALE POTERE GOVERNA?

i tribunali formati da cittadini sorteggiati

• per sorteggio

• a rotazione (ogni carica dura un anno)

solo i cittadini ateniesi maschi, liberi, figli di entrambi i genitori ateniesi

• con le tasse sulle merci

• mediante i contributi versati dai più ricchi per le opere pubbliche

QUALE POTERE GIUDICA I REATI?

IN CHE MODO I CITTADINI

POSSONO OTTENERE CARICHE PUBBLICHE?

il Parlamento, eletto dai cittadini DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA

il Governo (ministri e Presidente del Consiglio), che deve ottenere il voto di fiducia del Parlamento

la Magistratura, un organo dello Stato indipendente dal governo e dal Parlamento

• per elezione (in Parlamento e nelle Amministrazioni locali)

• per nomina (al Governo)

COME SI VOTA E COME SI È VOTATI?

IN CHE MODO LO STATO SI PROCURA LE RISORSE PER FUNZIONARE?

tutti i cittadini, uomini e donne, senza distinzione

• con le imposte dirette (tassa sui guadagni)

• con le imposte indirette (tassa sui beni e servizi: l’IVA, le accise sulla benzina ecc.)

SETTE QUESTIONI DI FONDO
ITALIA oggi

Si restringono i limiti della cittadinanza Meno democratica era la norma voluta nel 451 a.C. da Pericle, che restringeva il diritto di cittadinanza – già limitato ai soli Ateniesi maschi – ai soli Ateniesi figli di genitori entrambi ateniesi. Tale restrizione aveva una duplice motivazione. Da una parte Atene si stava ingrossando e riempiendo di stranieri, e la politica di Pericle favorì sempre Atene e gli Ateniesi rispetto al resto della Grecia. Esisteva poi una ragione anti-aristocratica: infatti i poveri si sposavano all’interno della città, mentre i ricchi e i nobili spesso utilizzavano il matrimonio per intrecciare alleanze con altre città e regni vicini. La nuova legge intendeva escludere dalla politica attiva diverse famiglie aristocratiche e scoraggiare le alleanze tra i clan nobiliari.

L’arte al servizio della comunità civile e dei suoi valori Grazie alla guida di Pericle e al contributo di una società dinamica e illuminata, Atene conobbe un grande sviluppo culturale, a ogni livello. Nei raffinati simposi, i banchetti ateniesi, si recitavano poesie, si discuteva di filosofia, di arte e di politica; la città attirava intellettuali provenienti da tutta la Grecia. I cittadini ricchi contribuivano alle spese sostenute dallo Stato per organizzare manifestazioni culturali, feste religiose e teatrali: da queste liturgie ricavavano onori e fama. In questo clima maturò la ricostruzione dei templi dell’Acròpoli, distrutti da Serse nel 480 a.C. L’opera, iniziata nel 447 a.C., fu finanziata in parte con i fondi della Lega di Delo; nel giro di pochi decenni nacque un complesso monumentale unico al mondo.

Al centro, sulla sommità più alta dell’Acròpoli, si staglia il Partenone, il grande tempio dedicato ad Atena Parthénos, cioè “vergine”. Iniziato dall’architetto Callicrate, il Partenone fu poi compiuto da Ictino, amico di Pericle, e decorato dalle statue del grande scultore Fidia. A tutti loro Pericle aveva conferito un preciso mandato: dovevano celebrare, nel marmo, la gloria e la superiorità della civiltà ateniese.

STORIA E ARTE

NEI FREGI DEL PARTENONE, IL FILM DI UNA CIVILTÀ SUPERIORE

L’opera più nota dell’Acròpoli è il grande tempio del Partenone. Un lungo fregio, coperto di sculture, decora l’esterno del tempio: alcuni bassorilievi raffigurano quattro battaglie, avvenute nel tempo remoto del mito, ovvero la lotta contro i Giganti, contro le Amazzoni, contro i Centauri e la caduta di Troia. Il messaggio complessivo è chiarissimo: la civiltà e la razionalità avevano saputo prevalere, in quei primordi dell’umanità, sulla violenza e sul caos; la stessa cosa era accaduta nello scontro con i “barbari” persiani, sconfitti da Atene. I bassorilievi del fregio ionico

- visibile solo all’interno del colonnatoraffigurano la processione delle Panatenee, che era la principale festa religiosa ateniese. Vi si riconoscono i cavalieri della classe agiata, anziani, musici, fanciulle nubili... in una parola, tutto il popolo di Atene che, insieme agli dèi della città, celebra la propria prosperità e guarda fiducioso al futuro.

Un rilievo raffigurante la lotta contro i Centauri proveniente dal Partenone.

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Quali ragioni spinsero Pericle verso la restrizione della cittadinanza?

VIDEOLEZIONE

L’Acròpoli di Atene, espressione di una civiltà superiore

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Sintetizza le novità culturali dell’età di Pericle.

IDENTIKIT

tipo di documento

opera storiografica

Atene, patria della democrazia, nell’elogio di Pericle

Questo discorso, riportato da Tucidide, fu pronunciato da Pericle nel 430 a.C., in occasione del primo anno della guerra contro Sparta (la guerra del Peloponneso, vedi p. 211). Il leader ateniese elogia i caduti in guerra e, contemporaneamente, tratteggia un quadro della sua città come patria della democrazia e come pólis ideale.

opera Tucidide, La guerra del Peloponneso II, 37; 40-41

data

fine del V sec. a.C.

“37. Abbiamo una Costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello Stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale ma più che per quello che vale. […]

Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei posti di comando, e alle istituzioni, in particolare a quelle poste a tutela di chi subisce ingiustizia o che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta. […] 40. Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adope-

1. Pericle rivendica la novità e l’originalità della democrazia ateniese.

• Quale espressione rivela tale orgoglio?

• Quale definizione di “democrazia” viene proposta dall’oratore?

2. Uguaglianza e meriti personali, dice Pericle, si integrano bene nel sistema ateniese.

riamo la ricchezza più per la possibilità di agire, che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione. […] 41. Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia […]. Noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero.

Tucidide, La guerra del Peloponneso II, 37; 40- 41, trad. di F. Ferrari, Milano, Rizzoli 1985

• Sottolinea nel testo le espressioni riferibili ai due aspetti.

• Secondo i critici della democrazia, Atene era preda del caos: come Pericle confuta questo giudizio?

3. In una democrazia, prima di decidere si discute.

• Che cosa afferma Pericle riguardo alla discussione?

GUIDA ALL’ANALISI

3. La società greca in epoca classica

L’apogeo del mondo greco Il V secolo a.C., e in particolare il trentennio dell’età di Pericle, fu l’“epoca classica” della Grecia, in primo luogo di Atene. In questi felici decenni il mondo greco giunse a piena maturazione, pronto a proporsi come modello e punto di riferimento per la civiltà europea. Attenzione, però: gran parte delle notizie che noi possediamo sulla Grecia riguardano Atene; era la capitale dell’Attica l’argomento prediletto dei testi letterari e storici contemporanei, nostre fonti privilegiate. Studiare la società greca significa, in sostanza, ricostruire il mondo sociale, culturale e civile di Atene.

Sviluppo demografico ed economico Lo sviluppo di Atene fu generale, ma risalta in primo luogo l’incremento demografico (cioè l’aumento della popolazione). Gli studiosi calcolano che tra il 511 a.C. e il 431 a.C. gli Ateniesi quasi triplicarono di numero: oltre mezzo milione di persone vivevano nell’agglomerato urbano, che dalla città si allargava a buona parte dell’Attica. Questa cifra includeva anche gli schiavi, gli stranieri, le donne e i ragazzi sotto i 18 anni, ma in ogni caso sono numeri altissimi, per l’antichità. Impetuoso fu anche lo sviluppo economico. Ancora nel VI secolo a.C. le basi dell’economia attica erano la terra, l’agricoltura e la pastorizia; in età classica il baricentro si spostò sulle attività commerciali, sostenute dal commercio marittimo.

La società ateniese prospera Atene divenne uno dei centri più prosperi del Mediterraneo, e il porto del Pireo un grande centro di scambi commerciali. Merci di ogni tipo affluivano in città, mentre una ricca circolazione di monete sollecitava ulteriori investimenti.

crescono i commerci e si sviluppano i servizi finanziari aumenta la popolazione

si arricchiscono i mercanti e gli artigiani e migliorano le condizioni dei salariati

I Marmi di Elgin, così chiamati in riferimento al conte Thomas Bruce di Elgin, che nel 1801 ebbe il permesso di prelevare alcune parti di statue, iscrizioni ed elementi architettonici provenienti dall’Acròpoli di Atene e dal Partenone (in parte opera di Fidia), e di trasportarle a Londra per esporle e conservarle a Londra, presso il British Museum nella Duveen Gallery. Il frontone est raffigura la nascita di Atena.

LO SVILUPPO DI ATENE

VEDERE LA STORIA ATLANTE Visuale

Nel 480 a.C. l’Acròpoli di Atene era stata devastata dall’esercito persiano di Serse. Alle distruzioni materiali si era aggiunto il colpo più duro, ovvero la profanazione degli spazi sacri della pólis. Facendo leva su questa indignazione, Pericle riuscì a far approvare il suo ambizioso programma.

Simbolo dell’orgoglio di Atene

Più che ricostruire ciò che era andato perduto, si voleva creare un luogo sacro del tutto nuovo, che incarnasse l’orgoglio comunitario dell’Atene periclea: una città marittima e democratica, più bella e ricca di quell’Atene dei ghéne nobiliari che, un secolo prima, aveva eretto la precedente Acropoli.

L’acropoli di Atene

Il grande Fidia, direttore dei lavori (epískopos) e grande scultore, perseguì un piano ben preciso. Invece di realizzare uno dopo l’altro i nuovi edifici, in modo più o meno casuale, volle integrare in un progetto d’insieme il tempio maggiore (il Partenone) con una serie di edifici minori, ma non meno straordinari. Tutto ciò richiese un tempo breve: il Partenone fu edificato tra il 447 e il 438 a.C., i Propilei tra il 437 e il 432 a.C., il tempio di Atena Nike tra il 430 e il 421 a.C., infine l’Eretteo tra il 421 e il 406 a.C.

Plutarco – scrittore greco vissuto quasi mezzo millennio dopo, fra il I e il II secolo d.C. – osservò che la costruzione di tali edifici «costituì l’orgoglio e l’ornamento più grande di Atene, fu oggetto di immensa ammirazione e per tutti gli altri uomini e ancor oggi resta unica testimonianza per la Grecia della realtà della sua celebrata potenza e del suo antico splendore».

Il tempio dell’Eretteo, edificato a lato del Partenone, era dedicato a Poséidon, dio del mare; fu eretto sfruttando i rilievi del terreno. È soprattutto celebre la sua loggia laterale, sorretta da sei statue di fanciulle, le cosiddette Cariàtidi, che reggono l’architrave in sostituzione delle colonne. Secondo la leggenda, rappresenterebbero le donne della città di Carie, punite per essersi schierate con il nemico persiano.

IL TEMPIO DELL’ERETTEO

IL PARTENONE

Dedicato ad Atena Parthénos (vergine), protettrice di Atene, il Partenone è un tempio dorico; statue e bassorilievi (mètope) adornavano l’architettura, integrandosi perfettamente tra loro. All’interno il tempio ospitava una cella, in cui si ergeva la statua crisoelefantina (composta in oro e avorio, da cui l’origine del nome: oro per gli abiti, avorio per le parti del corpo) della dea Atena. Dietro la cella, un locale più piccolo, il parthénon o stanza delle vergini,

ospitava le fanciulle ateniesi che tessevano il peplo, la lunga veste di lana da donare alla dea in occasione delle feste Panatenee a lei dedicate. Il Partenone divenne nel corso dei secoli chiesa cristiana e poi moschea; adibito dai Turchi a polveriera, fu sciaguratamente colpito dai cannoni nel 1687, nel corso di un assedio, dalla flotta veneziana. Nel 1799 l’ambasciatore inglese Lord Elgin trasferì a Londra gran parte delle statue e dei bassorilievi che ornavano il tempio.

IL TEMPIETTO DI ATENA NIKE

Il percorso continua con un vero gioiello dell’architettura greca, il piccolo tempietto dedicato ad Atena Nike (427-424 a.C.), cioè vittoriosa, protettrice della città di Atene, realizzato dall’architetto Callicrate, in cui si possono avvertire notevoli peculiarità di un nuovo ordine ionico, riconoscibile per le volute (tipico motivo architettonico a spirale) nei capitelli, le colonne più snelle ed eleganti nel rapporto tra diametro e altezza e la presenza di basi composte da un elemento concavo e uno convesso.

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Sintetizza in massimo 5 righe lo sviluppo demografico ed economico di Atene.

Ne trassero vantaggio soprattutto i ceti medi mercantili e artigianali, ma anche i semplici salariati trovavano occasioni per lavorare. Un sintomo di tutto ciò è dato dallo sviluppo di servizi finanziari, simili alle nostre banche. Ricchi mercanti prestavano denaro a interesse e garantivano ai propri clienti all’estero una presentazione presso altri operatori finanziari, loro soci. Si formò così un ceto di ricchi “banchieri”, che poi reinvestivano i loro guadagni in terreni, imprese artigiane, nello sfruttamento delle miniere ecc.

I primi esclusi: gli stranieri o metèci Come sappiamo, la democrazia ateniese non era inclusiva, ma si restringeva a una minoranza di persone: potevano esercitare i diritti politici soltanto i cittadini liberi (non schiavi), maschi, figli di padre ateniese. Anzi, la legge del 451 a.C. impose che entrambi i genitori fossero ateniesi. Dalla cittadinanza attiva rimanevano dunque escluse varie categorie di persone.

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Comprendi

Quali requisiti servivano per avere la cittadinanza ateniese?

La prima era quella dei metèci, ossia gli stranieri o forestieri liberi (non schiavi). Si trattava di artigiani, mercanti e lavoratori non nativi della pólis, ma che vi erano giunti successivamente (oggi li definiremmo “immigrati”). Le leggi consentivano loro piena libertà economica: molti, pertanto, riuscirono ad arricchirsi, con le attività artigianali e mercantili, costruendo navi, sfruttando le miniere ecc. Dovevano però versare alte imposte (tasse) allo Stato ateniese. Inoltre, essendo stranieri, rimasero sempre esclusi dalle decisioni politiche e da ogni carica pubblica.

Il destino delle donne: inferiorità e sottomissione I Greci erano fermamente convinti che gli esseri umani non sono tutti uguali: dunque era giusto escludere dalla politica attiva non solo gli stranieri, ma anche le donne e gli schiavi.

Hydria del pittore di Priamo a figure nere, raffigurante donne che attingono l’acqua.

PROTAGONISTE NELLA STORIA

«Felice davvero è questa tua Aspasia, se, donna com’è, può comporre simili discorsi.»

(Platone, Menesseno)

Educazione civica

Costituzione

Aspasia: l’intelligenza femminile come paradosso

Il fascino di Aspasia

Aspasia di Mileto è una figura singolare e ambigua. Fu compagna di Pericle; le fonti antiche – tra cui Platone, Senofonte, Plutarco e drammaturghi come Aristofane ed Eupoli – parlano di lei con toni diversi, ora ammirati ora sarcasticamente critici. Del resto, in un mondo maschilista, in cui le donne cittadine vivevano ritirate nella sfera domestica, Aspasia appariva una presenza pubblica, intellettuale, straniera e libera. Fu la combinazione esplosiva di questi fattori a metterla al centro dell’attenzione polemica, ma anche a creare il fascino che la avvolge.

Paradossi che sfidano

Proveniente da Mileto, città della Ionia, Aspasia non era cittadina ateniese; era una metèca, una straniera residente. Pur legata al più influente uomo politico del tempo, era esclusa dai diritti e dalle protezioni del matrimonio legittimo

La sua unione con Pericle fu pubblica e stabile, ma non legalmente riconosciuta – una condizione rara, a quell’epoca, per una donna rispettabile. Non solo: Aspasia gestiva una sorta di cenacolo culturale, frequentato da filosofi, politici e artisti: una realtà che sfidava apertamente le norme della gynaikeíon, lo spazio domestico riservato alle donne rispettabili. Alcune fonti la definirono hetaíra, termine ambiguo che indica una donna libera, spesso associata alla prostituzione d’alto rango.

Ma il maggiore paradosso di Aspasia

è questo: nel cuore della democrazia ateniese – che escludeva le donne dalla partecipazione politica –, ella influenzava direttamente il pensiero e la retorica dell’uomo più potente della città. Platone, nel Menesseno, le attribuisce ironicamente il ruolo di maestra di eloquenza di Pericle, suggerendo che le parole di lui si nutrivano dell’ingegno di lei.

Dunque Aspasia veniva percepita come donna dotata di lógos, cioè della parola pubblica, all’epoca l’attributo maschile per eccellenza. Perciò Madeleine M. Henry, nel suo saggio Prisoner of History: Aspasia of Miletus and Her Biographical Tradition, ha definito Aspasia una figura «culturalmente dissonante», perché dotata di parola pubblica, capacità retorica e influenza politica pur senza rientrare nei ruoli accettabili per le donne ateniesi.

Domande dal passato

Aspasia, dunque, destabilizza. Il suo sapere non obbedisce al genere; la sua parola non accetta il silenzio; la sua presenza costringe la pólis a confrontarsi con i propri limiti: può una donna pensare? Può parlare in pubblico? Può influenzare la politica pur non avendo diritto di cittadinanza?

Figura marginale, potentemente viva sul piano intellettuale, Aspasia ci ricorda che ogni cultura è anche attraversata dalle sue eccezioni – e che proprio lì si gioca il futuro delle sue possibilità.

Busto di Aspasia di epoca romana, derivato da originale greco.

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Esponi oralmente

Quali ruoli potevano ricoprire le donne nella vita pubblica e in quella privata?

Tutte le donne greche, e anche quelle ateniesi, erano destinate a una posizione sociale d’inferiorità e di sottomissione; sottostavano per tutta la vita alle decisioni dei loro mariti o dei loro padri, e si occupavano soltanto delle attività della casa e dell’educazione dei figli.

Verso i 14-15 anni la donna ateniese andava in sposa all’uomo a cui i genitori l’avevano promessa fin da bambina. Essa non poteva partecipare alla vita politica della città, non poteva divorziare, come invece poteva fare il marito, e poteva ereditare solo se non aveva fratelli maschi; ma in questo caso si limitava a trasmettere il patrimonio paterno ai propri figli maschi.

Anche la vita familiare era spesso molto deludente. Un cittadino ateniese poteva infatti avere (così afferma l’oratore Demostene) fino a tre donne: una moglie (dámar) «per la procreazione di figli legittimi», una concubina (pallaké) «per la cura del corpo» (cioè per avere rapporti sessuali regolari), infine una «compagna», l’etèra, «per il piacere». Quest’ultima accompagnava l’uomo nelle occasioni sociali (banchetti, riunioni pubbliche ecc.) alle quali le mogli non potevano partecipare. Aspasia, la famosa compagna di Pericle, era appunto un’etèra.

LA CONDIZIONE DEGLI SCHIAVI

si diventa schiavi perché catturati in guerra o perché non si restituisce un debito

senza di loro l’economia sarebbe ferma sono al servizio dello Stato o di privati cittadini vengono acquistati e rivenduti da mercanti

Gli schiavi, un’indispensabile moltitudine Infine, gli schiavi. L’economia greca era povera di risorse naturali e umane e perciò il loro lavoro rivestiva un’importanza fondamentale. Di norma, gli schiavi erano catturati con azioni di guerra o di pirateria, oppure erano individui che si erano indebitati e non avevano più restituito il dovuto. Venivano acquistati e rivenduti dai mercanti con lauti profitti; il mercato di schiavi più fiorente era attivo a Delo, l’isola sacra ad Apollo.

Gli studiosi hanno calcolato che nel VII-VI secolo a.C. gli schiavi dell’Attica, la regione di cui Atene era la capitale, ammontassero a circa 50.000 individui. In età classica questa cifra salì a 150.000 o 200.000. Si trattava, cioè, di un terzo circa dell’intera popolazione ateniese: un numero impressionante.

Venivano utilizzati un po’ in ogni settore, al servizio dello Stato (erano in tal caso schiavi pubblici) oppure di cittadini privati. Lavoravano nei campi, nelle case dei ricchi, nelle miniere, sulle navi come vogatori.

Venivano duramente sfruttati dai loro padroni, privi di qualsiasi diritto: erano considerati non persone, ma semplici macchine da lavoro. Questa ombra macchia il mondo greco, così come tutte le società antiche, inclusa quella romana.

LE DOMANDE DELLA STORIA COM’ERA COMPOSTA UNA FAMIGLIA NELL’ANTICA GRECIA?

La struttura portante della società greca era la famiglia. Gli uomini celibi non erano ben visti (a Sparta erano addirittura puniti dalla legge), e una famiglia numerosa, con molte braccia a disposizione, era in genere considerata fortunata. La famiglia greca aveva infatti dimensioni più ampie di quella attuale, perché comprendeva l’intera cerchia dei parenti stretti. Tutti lavoravano: gli uomini, le donne, gli schiavi. Nelle famiglie nobili o benestanti, in cui i maschi adulti si dedicavano alla vita politica, le attività domestiche venivano svolte dalle donne e dagli schiavi.

L’età di Pericle

ATENE è la città-guida

Nella seconda metà del V secolo a.C. Atene è la città più ricca e potente

spadroneggia sulla Lega di Delo: un’alleanza di città nata contro la Persia, ma che Atene dirige a suo piacimento

in questa fase Atene si espande sul piano commerciale ed economico

nell’età di PERICLE si sviluppa la DEMOCRAZIA

Pericle guida ininterrottamente Atene dal 461 al 429 a.C.

con lui si rafforza la democrazia, il “governo del popolo”: tutti possono parlare all’Ecclesìa, l’assemblea popolare

ad Atene circolano molte idee, e vengono a vivere intellettuali da tutta la Grecia

tutti possono essere eletti alle cariche, anche i poveri, grazie al sorteggio delle cariche

Questa è l’”età classica” per Atene e per la Grecia

Atene diviene una grande capitale di cultura e di arte

l’arte figurativa raggiunge alti vertici con la costruzione del Partenone, il tempio sull’Acropoli

L’ETÀ DI PERICLE

LE DIFFERENTI STRADE

DI

SPARTA E ATENE

Dopo la vittoria sui Persiani, Sparta e Atene seguirono due strade diverse. La prima si rafforzò come potenza terrestre e agricola, accontentandosi di dominare la regione del Peloponneso. Invece Atene si sviluppò, più ambiziosamente, come potenza navale e commerciale. Le due città costituirono ciascuna una propria lega: Atene la Lega di Delo, Sparta la Lega peloponnesiaca

Anche grazie al tributo versato da ogni città della Lega di Delo, Atene poteva contare su grandi risorse economiche. Guidata dal leader democratico Pericle, a partire dal 460 a.C. e per circa trent’anni, la città conobbe un periodo di splendore, chiamato “età di Pericle” o “età classica”.

L’ETÀ DI PERICLE E LO

SVILUPPO ATENIESE

In questa fase si consolidò ad Atene la pratica della democrazia, anche perché ora le cariche pubbliche venivano retribuite, assicurando così anche ai cittadini di umile condizione la possibilità di dedicarsi a tempo pieno al governo, in caso fossero stati sorteggiati. Contemporaneamente, però, una legge del 451 a.C. restrinse la cittadinanza ateniese ai soli figli di entrambi i genitori ateniesi: una norma voluta da Pericle per contrastare le famiglie nobili, che spesso contraevano matrimoni politici al di fuori della città.

In quest’epoca si svilupparono ad Atene esperienze culturali di prim’ordine, come la ricostruzione dei templi sull’Acròpoli, distrutti da Serse, e in particolare del Partenone. La città attraeva artisti e intellettuali da tutto il mondo greco, i quali ne fecero la capitale culturale del mondo mediterraneo.

LA SOCIETÀ GRECA E LE SUE

CLASSI

Il V secolo a.C. costituì per il mondo greco la fase del massimo sviluppo: fu l’“età classica” della Grecia, e in particolare per Atene.

Lo sviluppo fu anzitutto demografico (Atene e l’Attica raggiunsero il mezzo milione di abitanti, una cifra molto alta, per l’epoca antica), ma anche economico: Atene si arricchì soprattutto grazie ai commerci marittimi.

Prosperava la classe media, tra i quali erano inclusi gli stranieri o metèci: essi potevano liberamente trafficare e arricchirsi, ma rimanevano esclusi dalla partecipazione alla vita politica.

Senza pieni diritti erano anche le donne, costrette a vivere assoggettate al padre o al marito per tutta la vita. Ciò accadeva in tutta la Grecia e anche in una città libera e democratica come Atene.

Esclusi da ogni diritto civile o politico erano poi gli schiavi, indispensabili per far funzionare l’economia e la società. Il loro numero era molto alto (si calcola che ammontassero a circa un terzo della popolazione totale).

METTITI alla PROVA

Il tempo

1. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

471 a.C. | 461 a.C. | 451 a.C. | 449 a.C. | 445 a.C. | 429 a.C. |

a. Cimone viene ostracizzato [ ]

b. Muore Pericle [ ]

c. Pericle con una legge restringe i criteri per la cittadinanza [ ]

d. Pericle viene eletto stratego per la prima volta [ ]

e. Temistocle viene ostracizzato [ ]

f. Viene stipulata la pace di Callia [ ]

g. Viene stipulata una tregua trentennale tra Atene e Sparta [ ]

Il lessico

2. Scrivi la definizione dei seguenti termini.

a. Imperialismo

b. Ostracizzare

c. Egemonia

d. Simposi

e. Metèci

I personaggi

3. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Callicrate

b. Cimone

c. Efialte

d. Fidia

e. Ictino

f. Pericle

Gli eventi

4. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 5).

a. Le Lunghe Mura collegavano Atene con Sparta. V F

b. Sparta aveva l’egemonia sulla Lega di Delo. V F

c. Atene era la guida della Lega peloponnesiaca. V F

d. Pericle era un aristocratico che si schierò con il démos V F

e. La carica di Pericle fu sempre quella di stratego. V F

f. L’età di Pericle fu un periodo di grande instabilità politica. V F

g. Con “Età classica” si intende il trentennio di sviluppo della città di Atene. V F

h. Durante il periodo di Pericle, Atene vide la crescita delle attività agricole. V F

i. Gli schiavi ad Atene erano catturati con azioni di guerra o di pirateria. V F

Per l’interrogazione orale

5. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Indica quali furono le caratteristiche e le finalità della Lega di Delo, specificando il ruolo di Atene.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. La Lega di Delo era un’alleanza politica tra alcune città: chiarisci di quale area e quale era la città dominante.

b. Quali erano le sue due principali finalità?

c. Questa alleanza era sotto il controllo ateniese: indica come si attuò questo dominio.

DOMANDA APERTA

2. Spiega le caratteristiche della politica di Pericle.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Per un trentennio Pericle guidò Atene: colloca cronologicamente la sua figura.

b. Egli fu elettro stratego per molte volte: quali furono le innovazioni che introdusse in politica?

c. Limitò però i limiti della cittadinanza: con quale norma e con quali finalità?

DOMANDA APERTA

3. Come venne ricostruita l’Acròpoli durante l’età di Pericle?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Spiega anzitutto il significato della parola acròpoli.

b. Perché venne ricostruita?

c. L’edificio più importante è il Partenone: indica di che cosa si tratta e le sue caratteristiche.

DOMANDA APERTA

4. Qual era il ruolo della donna nella società greca?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Per i Greci gli esseri umani non erano tutti uguali: quindi chi veniva escluso?

b. A quali figure erano sottomesse le donne?

c. Quale era quindi il ruolo della donna?

d. Le donne si dividevano secondo una precisa tipologia: spiega il significato di dámar, pallaké ed etèra.

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LEZIONE 9

La Grecia maestra dell’Europa

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla l’auriga di Delfi

Io sono l’auriga, l’auriga di Delfi. Chi è un auriga? Quello che conduce i cavalli, è ovvio! A Delfi c’è un bellissimo stadio, costruito per le gare dei cocchi in onore del dio Apollo, ed è per questo che mi hanno fatto la statua rimasta famosa.

La mia gloria è grande. Arrivare primo nella gara dei cocchi è un immenso onore: perciò il proprietario del cocchio vincente mi ha fatto erigere una bellissima statua

L’ha fabbricata e fusa un grande artista di Reggio, Pitagora. Sì, certo, è la vostra

Reggio: oggi la chiamate Reggio Calabria. Noi qui non facciamo tante distinzioni: Calabria, Sicilia, Grecia, siamo un mondo unico.

Guardatemi: reggo ancora nelle mani le redini dei miei cavalli. Non li vedete, lo so. Loro sono scomparsi, ma io sono ancora qui. E guardatemi il volto: ho gli occhi intarsiati di vetro e pietra, le labbra di rame, e la fascia che ferma i miei capelli è in argento. Sono elegantissimo, lo so. L’artista ha voluto rappresentarmi come un uomo perfetto: composto nella gara, dal portamento elegante, razionale. Noi Greci siamo così.

CRONOLOGIA

VII-VI secolo a.C.

Nasce la filosofia

VI secolo a.C.

Nasce la storiografia

VI-V secolo a.C. Rappresentazioni teatrali in onore di Dioniso

Protagoniste nella storia Lisistrata: la guerra delle donne nella pólis degli uomini

Storia e letteratura L’importanza della letteratura per i Greci

Leggi la fonte Antigone tra filosofia e politica: la legge in discussione

Vedere la storia Il teatro greco

Le domande della storia In Grecia l’individuo aveva maggiore possibilità di esprimersi?

455 a.C. Viene scolpito da Mirone il Discobolo

V secolo a.C. Sviluppo della medicina di Ippocrate

LE RUBRICHE

1. Il lógos: parola, pensiero e arte

L’“età classica” Il V secolo a.C., in particolare l’“età di Pericle”, costituisce anche l’“età classica” della Grecia. “Classico” è l’aggettivo che indica qualcosa di magistrale, tale da costituire un riferimento e un modello: e davvero l’Atene di Pericle costituisce, ancora oggi, un modello ineguagliabile di vita civile e culturale.

Maturarono infatti in questa fase le novità che, nei secoli successivi, avrebbero reso la Grecia un punto di riferimento per tutta la cultura europea: una «scuola», come orgogliosamente disse Pericle a proposito della propria città, Atene: «Affermo che tutta la città è la scuola della Grecia». Buona parte di ciò che l’Europa è ed è diventata, nel corso dei secoli, cominciò nel V secolo a.C. in Grecia, e più precisamente ad Atene.

La via razionale del lógos, anima profonda della cultura greca A ispirare l’«età classica» fu soprattutto un elemento: il concetto di lógos, termine che significa “parola, discorso”, ma anche “pensiero, ragionamento”. Infatti si può “parlare” se, prima, si è pensato, se cioè l’espressione è razionale. Fu il lógos, fu questa potente esigenza di ordine e razionalità a ispirare le varie espressioni culturali dell’età classica. Anzitutto le nuove raffigurazioni dell’arte, ma poi anche l’ardita invenzione della filosofia, e poi la storiografia, intesa come ricostruzione documentata e razionale del passato, la scienza e specialmente la medicina, vista per la prima volta come esame razionale, e cura razionale, delle malattie. Anche il teatro greco metteva in scena personaggi che, dialogando e discutendo tra loro, cercavano di dare un’interpretazione razionale ai fatti della loro vita.

Esaminiamo singolarmente lo sviluppo di queste discipline: le loro opere, i loro maestri ancora oggi costituiscono un punto di riferimento per chi svolge ricerca intellettuale nel mondo.

Le arti figurative esprimono i valori “classici” della Grecia L’“età classica” della Grecia fu tale anzitutto grazie alle sue arti figurative. I capolavori della pittura sono purtroppo andati perduti, ma ciò che rimane di architettura e scultura fu sufficiente perché, nel corso dei secoli, la Grecia costituisse un modello prestigioso per chiunque, in Europa, facesse arte.

I maggiori scultori greci (Mirone, Policleto, Fidia) sono mossi da due esigenze: da una parte l’interesse per la figura umana, specchio dell’equilibrio e dell’ordine che regge il mondo; dall’altra parte lo sforzo di razionalità, ovvero il desiderio di rappresentare la realtà come un sistema coerente, in cui ogni particolare ritrova, armonicamente, il suo posto.

Lo stesso vale per i capolavori dell’architettura greca. Mentre i templi e i palazzi delle precedenti civiltà (Egitto e Babilonia) erano stati ispirati dalla ricerca del “gigantismo”, i meravigliosi templi greci privilegiano la razionalità dell’impianto e delle linee. Un piano rigoroso li sorregge, ispirato a proporzione

Lavora con il lessico Che cosa significa lógos? In quali parole italiane rivive questo vocabolo greco? STUDIA CON METODO

L’apoteosi di Omero di Archelao di Priene. Londra, British Museum (225–205 a.C.). Rilievo marmoreo, probabilmente realizzato ad Alessandria. Nel registro inferiore, Omero siede su un trono, affiancato dalle personificazioni dell’Iliade e dell’Odissea, tutto intorno figure allegoriche delle arti e delle virtù.

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Qual è la differenza tra l’architettura greca e l’architettura delle precedenti civiltà?

e armonia. Il tempio diviene così un’immagine di quell’aspirazione all’ordine e alla stabilità che, per i Greci, doveva guidare la vita umana, a livello individuale e sociale.

Questo tipo di arte non dà spazio alla dismisura, all’eccesso, all’esagerazione. Essa metteva al centro, invece, un’esigenza di razionalità. Equilibrio e proporzione delle parti esprimevano la ricerca di quell’ordine che, per i Greci, informava l’intera realtà e che spettava all’arte mettere in luce.

Il bello ideale dei Greci: la natura non come è, ma come dovrebbe essere Per questo motivo gli artisti greci rifiutavano di rappresentare soggetti o particolari “brutti”; al contrario, cercavano di esprimere una bellezza ideale, fondata sui valori di essenzialità, equilibrio, armonia. Fu questa l’anima profonda del classicismo (il perfetto stile classico) che la Grecia ha donato all’Europa. Confrontiamo, per esempio, un lanciatore del disco in carne e ossa, nel momento del lancio, con il famoso Discobolo scolpito in bronzo da Mirone verso il 455 a.C. (oggi ne possediamo solo copie in marmo). Le due figure evidenziano una chiara differenza: i muscoli dell’atleta “vero” sono contratti e deformati, il viso teso nello sforzo del lancio; invece l’espressione della statua è calma e serena; tutto, in essa, comunica armonia. Compito dell’arte, per i Greci, era infatti imitare la natura non per come essa è, bensì per come la natura dovrebbe essere. La vera bellezza non esiste nella realtà: ma proprio per questo è più “bella”.

La vera bellezza, per i Greci, era una qualità interiore: una bellezza ideale.

Lo si capisce confrontando il lanciatore del disco (foto a destra) con il Discobolo dello scultore Mirone (455 a.C.). L’atleta vero si contrae nello sforzo del lancio, mentre l’espressione della statua è calma e serena: tutto, in essa, comunica armonia.

Per i Greci, la vera bellezza doveva comunicare armonia: un bello che non esiste nella realtà ed è, proprio per questo, più “bello”.

Gli stessi criteri ispirano i capolavori scultorei di Policleto, anche lui vissuto nel V secolo a.C. Purtroppo di lui non ci è giunta nessuna opera originale, bensì soltanto copie, realizzate in età romana. Sappiamo che Policleto studiò a fondo il corpo umano, per ricavare le regole della bellezza ideale poi da lui descritte nel trattato il Canone (famoso nell’antichità, e per noi perduto). Possiamo dedure tali regole dal Dorìforo, “il portatore di lancia”, una delle statue greche più ammirate e riprodotte nel corso dei secoli.

Osserviamo con attenzione l’opera. La statura ritrae un giovane che regge un giavellotto o una lancia (l’arma è andata perduta). Il portamento della figura è eretto, saldo e atletico; Policleto rispetta le regole del «canone» da lui stesso teorizzate, ovvero le norme di simmetria che rendono armonica la figura umana. Infatti nel Dorìforo l’attacco delle gambe divide il corpo a metà, secondo il rapporto 3:5 tra la parte alta e quella bassa; il piede dev’essere 1/7 della lunghezza del corpo, la testa 1/8 e il viso 1/10.

La statua, inoltre, mostra un attentissimo studio della ponderatio, cioè l’equilibrio dei pesi su cui si regge. Il giovane poggia il peso del corpo su una gamba sola: tale spostamento del peso provoca la tetragonia della statua. Nasce cioè una relazione che lega tra loro i quattro arti della statua, in un rapporto uguale e inverso:

• alla gamba destra che regge il peso del corpo corrisponde la spalla sinistra che regge il peso della lancia;

• alla spalla destra che scende, seguendo la flessione dell’anca, corrisponde la gamba sinistra piegata che accenna il passo.

Questa simmetria inversa rompe la monotonia della raffigurazione, producendo un effetto di movimento (anche se solo accennato) di tutta la figura, e un’armonica corrispondenza fra le varie parti.

Uno dei templi greci di Paestum, in Campania.
Il Dorìforo di Policleto (450 a.C. circa).

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Nell’età arcaica dove venivano cercate le risposte alle domande fondamentali?

2. L’invenzione della filosofia

Dalle risposte del mito alla ricerca razionale “Filosofia” è una parola greca che significa “amore per il sapere”. È anche il nome di una nuova disciplina, nata per rispondere ad alcune domande fondamentali: qual è l’origine delle cose? Da dove vengono il mondo, la natura, l’umanità stessa? Come conoscere le leggi in base a cui funzionano la vita dell’universo e degli uomini? Come e perché vivere in società?

Nell’età arcaica le risposte a queste domande erano ricercate nel mito. Esso però si accontentava di verità indiscutibili e divine, mentre la filosofia, il lógos, esige risposte razionali. Bisogna cioè osservare il mondo non per scoprire forze divine, ma per scoprire le cause e le leggi. Si faranno ipotesi, che potranno essere messe in discussione; qualcuno le accoglierà, altri le rifiuteranno, sulla base di un libero esame, razionale e critico.

Già le antiche civiltà (Egitto, Babilonia) avevano elaborato miti cosmogonici, cioè racconti fantastici con cui dare spiegazioni sull’origine e sull’ordine del mondo: in essi l’origine delle cose veniva narrata come un passaggio dal caos agli dèi. Lo stesso criterio aveva ispirato il poeta greco Esiodo nella sua Teogonia (“nascita degli dèi”, vedi p. 161).

I primi filosofi Quando, nel VII-VI secolo a.C., nacque e si sviluppò la filosofia, non cambiarono le domande: anche i primi filosofi greci cercarono l’origine e il principio che sta alla base di ogni cosa (essi lo chiamarono arché, “principio”). Ciò che mutò fu il metodo della ricerca. I primi filosofi, a partire da Talete di Mileto, cercarono l’origine di tutto non nella volontà degli dèi, bensì osservando i fenomeni naturali, dei quali volevano cogliere il come e il perché. Va notato che molti filosofi operanti ad Atene non erano ateniesi: Anassagora, che teorizzava la forza razionale della mente (il noús), giunse ad Atene dall’Asia Minore; dalla stessa zona proveniva anche Eraclito, che teorizzò il mutamento (il “divenire”) in ogni cosa; dalla Tracia, nei Balcani, veniva Protagora.

FILOSOFIA Nata nella Grecia antica, è un’attività del pensiero che costituisce una delle forme più elevate di cultura. La filosofia si sviluppa come esame dei modi di agire, di conoscere, di pensare; affronta la discussione sulle origini e sui fini del mondo e dell’uomo; cerca una sintesi in cui poter comprendere ogni fenomeno naturale. L’obiettivo della filosofia è scoprire la verità nei vari campi d’indagine , rispondendo alle domande più importanti sull’esistenza. Le risposte a queste domande sono però molto variabili, perché non esiste una filosofia, ma molte scuole e correnti filosofiche. Ciascuna di esse adopera l’indagine razionale, ma lo fa alla luce di sensibilità e criteri differenti, pervenendo così a esiti diversi. Un’avventura intellettuale tra le più stimolanti risiede proprio nel dialogo e nel confronto tra le diverse posizioni filosofiche.

Fai una ricerca e spiega quali sono le principali aree di studio della filosofia.

DENTRO LE PAROLE
Dialogo tra filosofi in un mosaico di epoca romana proveniente da Pompei.

Il mondo greco, del resto, era vasto e fertile: originari della Magna Grecia, e dunque italioti, come si diceva allora, erano il filosofo Parmenide e il suo scolaro Zenone, che cercavano l’“essere” che non muta mai. Da Leontini di Sicilia proveniva l’altro sofista, Gorgia, che teorizzò la forza persuasiva della retorica. Bene accolti nelle case dei nobili ateniesi o dei ricchi metèci, tutti questi intellettuali trovarono ad Atene un ambiente stimolante e ricco di risorse materiali.

Il sapere controcorrente e “politico” dei sofisti Tra i filosofi più attivi in età classica vi furono i cosiddetti “sofisti”, che vennero a insegnare ad Atene il loro nuovo sapere. I precedenti filosofi si erano occupati soprattutto di studiare la natura e le sue leggi, mentre i sofisti erano interessati all’essere umano che agisce, come individuo, all’interno della pólis. Essi furono i più severi critici del mito: per loro non esiste una verità assoluta; invece, come diceva Protagora, «l’uomo è la misura di tutte le cose». Di conseguenza, la verità non è data una volta per tutte, ma nasce dal confronto e dalla discussione razionale: la parola (lógos), diceva Gorgia, non esprime la verità, ma l’apparenza (dóxa); essa sa evocare e modificare la realtà, a piacimento. L’insegnamento dei sofisti ebbe successo ad Atene, capitale della democrazia, dove tutto si decideva in pubblici dibattiti. I giovani ricchi pagavano profumatamente i sofisti per apprendere le tecniche dialettiche: convincere gli altri, far trionfare la propria tesi era un’abilità indispensabile per fare carriera politica.

Socrate, Platone, Aristotele: dalla Grecia all’Europa Diversamente dai sofisti, Socrate (uno dei pochi filosofi ateniesi per nascita) insegnava a cercare non il successo, ma la verità, a partire dalla sincerità del nostro io: il suo motto era «Conosci te stesso». Maestro di libertà e di sincerità morale, Socrate venne poi ingiustamente accusato di empietà, processato e ucciso (vedi p. 218).

Discepolo di Socrate fu Platone e discepolo di Platone fu Aristotele: questi tre grandi filosofi, tutti vissuti tra il V e il IV secolo a.C. ad Atene, ci hanno lasciato un patrimonio di idee e di ricerche che appartiene all’anima più profonda della civiltà europea.

Rielabora

Spiega con parole tue il significato del motto «L’uomo è la misura di tutte le cose». STUDIA CON METODO

GRANDI DOMANDE

sul mondo e sull’inizio delle cose; sull’uomo e sulla società; sul senso della vita

risposte cercate nel mito

risposte cercate nella filosofia in una prima fase poi (dal VI sec. a.C.)

esprime verità divine e indiscutibili

indagine fondata sulla ragione e sapere critico, che si presta alla discussione

Comprendi

In che cosa Socrate si differenziava dai sofisti? STUDIA CON METODO

DAL MITO ALLA FILOSOFIA

Busto raffigurante lo storico Erodoto.

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Perché il mito e la poesia non potevano soddisfare le esigenze della storiografia e della filosofia?

Presunto ritratto

dello storico Tucidide.

LE DOMANDE DELLA STORIA

3. Il lógos applicato al vero: storiografia e medicina

Erodoto: ricostruire il passato con verità e razionalità Rivoluzionaria quasi quanto la filosofia fu la storiografia (cioè “la scrittura, lo studio della storia”). Essa nacque a metà del VI secolo a.C. per rispondere in modo differente a domande che già il mito si era posto: da dove veniamo? Qual è il nostro passato? In un certo senso, già i poemi omerici (risalenti all’800-750 a.C. circa) erano opere di storia, poiché narravano a loro modo (cioè poeticamente) le vicende legate alla prima e più antica colonizzazione greca. Ma le risposte di mito e poesia non potevano soddisfare quell’esigenza di razionalità che investiva anche la ricerca sul passato. Un primo, grande innovatore fu Erodoto di Alicarnasso, che volle raccontare le vicende delle guerre persiane analizzando le cause che avevano portato al conflitto. L’opera di Erodoto si intitola Historíai, “Storie”, cioè “inchiesta, ricerca”; egli viene considerato il “padre della storia” perché diffida degli incerti resoconti dei suoi predecessori, troppo ricchi di particolari leggendari, ed è più attento alla verità dei fatti.

Tucidide: la ricerca delle cause e l’uso razionale delle fonti Poco dopo Erodoto operò l’ateniese Tucidide, autore della Guerra del Peloponneso. Tucidide è considerato il fondatore della storiografia scientifica perché fu il primo a voler ricercare le cause che spiegano razionalmente gli eventi passati: per lui il passato è un insieme di fatti collegati fra loro da una rete di rapporti, che tocca allo storico mettere in luce. Inoltre, egli si preoccupa di dare credibilità oggettiva al suo racconto, per offrire ai lettori un resoconto vero e razionale. Come si vede, anche nel campo della storiografia era il lógos il nuovo criterio-guida. Per il mito era “vero” tutto ciò che veniva tramandato, perché aveva un’origine sacra, e quindi indiscutibile; la storiografia vuole narrare cose realmente vere.

Esiste però un problema. Lo storico, salvo eccezioni, narra fatti ai quali non ha potuto assistere personalmente, e dunque, come può essere certo della verità di ciò che racconta? Tucidide rispose in modo nuovo e modernissimo: occorre cercare documenti e testimonianze, cioè fonti che attestino il vero. Dovranno essere attendibili, complete e andranno interpretate in modo plausibile.

IN GRECIA L’INDIVIDUO AVEVA MAGGIORE POSSIBILITÀ DI ESPRIMERSI?

Parlando di Erodoto e Tucidide (e, prima ancora, dei filosofi greci) ci siamo soffermati su un dato essenziale: la cultura greca è fatta anche di apporti individuali

Proprio come la Grecia era un mondo abbastanza unitario in quanto a cultura, ma assai diversificato al suo interno per la sua gran quantità di póleis, così la cultura greca poté svilupparsi e crescere grazie a un concorso straordinario di autori: individui con una patria, una

biografia, una personalità, di cui possiamo oggi studiare il mondo psicologico e l’evoluzione del pensiero.

Si trattava di una grande novità rispetto al mondo dei regni asiatici, dall’Egitto a Babilonia alla Persia: anch’essi diedero luogo a importanti elaborazioni culturali, ma queste maturarono nell’ambiente di corte e non ebbero mai la possibilità di scaturire dalla personalità individuale di qualche autore

Proprio questo sforzo di analisi e obiettività guida il capolavoro storico di Tucidide, con un’ulteriore, grande differenza rispetto al racconto mitico. Quest’ultimo non aveva autori, ma solo cantori: il mito si racconta, semplicemente. Invece lo storico si assume in prima persona la responsabilità di ciò che narra; mette in campo sé stesso, senza appellarsi ad altre autorità, all’infuori della propria ricerca.

Da un generico sapere alla scienza: i grandi progressi della medicina Già i popoli dell’Oriente (Babilonesi, Persiani e, soprattutto, Egizi) erano in possesso di avanzate conoscenze scientifiche, in più campi: astronomia, geometria, matematica. Furono però i Greci a mettere a punto un primo metodo scientifico, poi perfezionato in età moderna. Ma come si passa da un generico sapere alla scienza? In due modi: ricercando la causa (lo scienziato studia un fenomeno, per capire perché le cose accadono in quel preciso modo) ed esaminando tutti i fenomeni simili tra loro: si può così ricavare un principio generale, valido per tutte le esperienze future. Questo metodo fu applicato soprattutto alle ricerche mediche. Anche i Greci, per lunghi secoli, non avevano conosciuto medici, ma guaritori, i quali procedevano per tentativi, curando con erbe e pozioni, con preghiere e formule d’incantesimo: si riteneva che una malattia fosse una punizione inflitta dagli dèi. Fu Ippòcrate di Kos, un medico di età periclea, a cambiare questa impostazione. Egli studiò moltissimi casi di malattia, redigendo precise cartelle cliniche, in cui descrisse i sintomi, la prògnosi (cioè la previsione del medico, basata sul metodo scientifico), il decorso del male. Per lui, la causa della malattia non era divina, ma naturale: era uno squilibrio che si produceva all’interno del corpo umano. Compito del medico è aiutare la natura a ristabilire l’equilibrio della buona salute.

Proseguendo sulla scia di Ippocrate, i medici della sua scuola censirono tutte le malattie allora conosciute, raggiungendo così discrete conoscenze sul corpo umano e sul suo funzionamento.

NASCE LA MEDICINA

ALL’INIZIO le malattie erano trattate da GUARITORI

ogni malattia ha una causa, che va cercata e curata con la RAGIONE POI, con IPPOCRATE, nasce la MEDICINA i quali facevano tentativi, usavano erbe e pozioni.

Un medico visita un paziente, in un rilievo di età classica.

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Rifletti

Qual era il metodo applicato da Ippòcrate di Kos per la ricerca medica? In che cosa si differenziava dai metodi applicati precedentemente?

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Collega

Quale collegamento esisteva fra teatro e feste religiose? Quale divinità era celebrata?

STORIA E LETTERATURA

4. L’avventura collettiva del teatro

Le origini del teatro e lo spazio teatrale Un’ultima grande invenzione della Grecia fu il teatro. Il termine “teatro” significa “luogo dove si guarda”, e in effetti i cittadini delle póleis si recavano negli spazi semicircolari, appositamente scavati sui crinali delle colline, per assistere alle rappresentazioni teatrali. Le più antiche nacquero durante le feste dedicate al dio Dioniso; costituivano, quindi, un momento della vita religiosa dei Greci, come i giochi sacri e i sacrifici compiuti in onore degli dèi.

Per ospitare le rappresentazioni teatrali occorreva uno spazio apposito: il teatro, appunto. Il teatro più antico sorse ad Atene, sulle pendici meridionali dell’Acropoli: era il teatro di Dioniso, dedicato al dio in onore del quale si svolgevano le rappresentazioni. Queste erano inscenate durante le Grandi Dionisie, feste religiose celebrate a marzo; si rappresentavano quattro o cinque opere teatrali ogni giorno, davanti a un pubblico formato da uomini e donne, ricchi e poveri; per questi ultimi il biglietto (un obolo) era pagato dallo Stato. Ma il teatro non era una prerogativa ateniese: ogni pólis greca aveva il suo teatro, proprio come aveva i suoi templi. Oggi gli edifici teatrali greci meglio conservati si trovano a Taormina e Siracusa, in Sicilia, e a Epidauro, in Grecia.

Nasce l’arte drammaturgica In questo spazio del teatro andava in scena una delle grandi invenzioni della Grecia: l’arte drammaturgica, cioè la scrittura artistica di testi teatrali. Le opere erano suddivise in due generi: tragedie e commedie. I maggiori autori di tragedie furono Eschilo, Sofocle ed Euripide: i loro testi mettono in scena eventi altamente drammatici, ambientati nei palazzi del potere, tra eroi e sovrani; su di loro incombe la punizione per una qualche colpa commessa in passato. Invece le commedie di Aristòfane si ambientano nelle piazze e nelle case di città, tra persone comuni, e presentano una conclusione lieta. Gli autori citati furono tutti ateniesi, e tutti vissero nel V secolo a.C.

L’IMPORTANZA DELLA LETTERATURA PER I GRECI

L’attività letteraria rivestì sempre grande importanza nella vita dei Greci. Lo testimoniano i poemi omerici: conosciuti e amati in tutto il mondo ellenico, recitati in pubblico in occasione di feste e ricorrenze importanti, l’Iliade e l’Odissea celebravano le imprese degli eroi e, in tal modo, offrivano ai loro ascoltatori (di lettori non si può ancora parlare) un modello di vita e di virtù. Un modello unitario, perché, malgrado le accese rivalità cittadine, tutti i Greci potevano, ascoltando le gesta omeriche, riconoscersi come appartenenti a una comunità di lingua e cultura.

I racconti omerici celebravano i valori tipici di una società aristocratica e guerriera, in cui spiccavano le figure eroiche di nobili combattenti. L’Iliade e l’Odissea, quindi, non ci aiutano a gettare luce sulla vita quotidiana degli anonimi contadini e pastori che costituivano la massa di coloro che chiamiamo Greci. A tale scopo ci sono più utili le pagine

di Esiodo. Nel suo poema Le opere e i giorni egli cantò i sacrifici e il duro lavoro dei contadini. Rispetto al mondo eroico di Omero, vibra nei versi di Esiodo una mentalità nuova: è con il lavoro che l’uomo deve acquisire ricchezze; il lavoro rende l’umanità cara agli dèi e costituisce, con la giustizia, il valore fondante della società.

Un altro fattore decisivo nella storia letteraria greca fu la nascita, tra il VII e il VI secolo a.C., della poesia lirica, chiamata così perché anticamente accompagnata dal suono melodioso della lira. I suoi temi sono legati essenzialmente all’esperienza individuale e al mondo degli affetti, spesso descritti con sottili sfumature psicologiche. Le liriche di Archiloco, Alceo, della poetessa Saffo e di altri autori portavano al centro dell’attenzione il mondo dell’interiorità e dell’individualità, la nuova dimensione dischiusa all’Europa dalla Grecia.

Statua raffigurante una Musa con in mano una maschera teatrale.

VEDERE LA STORIA

L’edificio del teatro, nella Grecia antica, sorgeva sul pendio di una collina, su cui venivano ricavate le gradinate per ospitare gli spettatori. Era un modo per avere un’ambientazione spettacolare, senza costruire grandi edifici in pietra oppure muratura.

Sul pendio di una collina

Le gradinate scavate nella roccia (kòilon) erano formate da file di gradini di pietra alti 35 centimetri e larghi 78; il primo gradino in basso segnava la circonferenza dell’orchestra (pòdion) e conteneva seggi di riguardo (trònoi) con schienali e bracciali (nel teatro di Dioniso ad Atene ve ne erano 77, riservati alle autorità pubbliche e religiose). L’insieme delle gradinate raccoglieva il resto degli spettatori, poco meno di 17 000 nel teatro di Dioniso, ed era attraversato

ATLANTE Visuale

Il teatro greco

da un gradino più largo degli altri detto diàzoma, il quale aveva la funzione di dividere il kòilon in due sezioni, una nella parte superiore, una in quella inferiore. Per favorire ingresso, uscita e sistemazione ai posti, erano state ricavate delle scalette (klìmakes) che dividevano il kòilon in più spicchi o settori verticali detti kerkidès.

L’orchestra e la skené Al di sotto delle gradinate, l’edificio teatrale presentava due parti:

• l’orchestra, spiazzo semicircolare in cui danzava e cantava il coro, costituito da un gruppo di dodici o quindici giovani cittadini scelti tra le varie tribù in cui era suddivisa la cittadinanza ateniese. Il diametro era piuttosto ampio (24 metri nel teatro di Dioniso), il pavimento era inizialmente di terra battuta; in seguito, in età ellenisticoromana venne pavimentato in marmo, e al centro era posto l’altare del dio;

• la skené (“scena”), costituita da un podio su cui recitavano gli attori e un

edificio retrostante su cui poggiava la scenografia e in cui si trovavano i camerini. Fra kòilon e skené vi erano degli spazi a corridoio larghi circa 5 metri (pàrodoi), attraverso i quali faceva il suo ingresso il pubblico per prendere posto, ma anche il coro per sistemarsi nell’orchestra.

SCENA
Il teatro greco di Taormina in Sicilia.

UN TEATRO POLITICO

i contenuti erano attualissimi pur se ambientati nel passato si metteva in scena la vita reale della società era lo Stato ateniese ad allestire il teatro tutta la città assisteva alle rappresentazioni

Un teatro politico, come esame di coscienza collettivo Le trame della tragedia attingevano ai racconti della mitologia: storie di dèi ed eroi ben conosciute dal pubblico, ma che i poeti sapientemente attualizzavano, allo scopo di proporre a tutti una riflessione di altissimo livello su ciò che significa essere uomini e donne, e cittadini.

Le commedie, invece, si ispiravano a situazioni più quotidiane. Spesso ridicolizzavano i personaggi d’attualità, inclusi i politici: ma anche questa graffiante satira del potere costituisce un compito essenziale della cultura. Il grande teatro ateniese costituiva dunque un “teatro politico” sia perché era allestito a cura della pólis, a spese dei cittadini facoltosi, sia perché tragedie e commedie contenevano espliciti riferimenti alla realtà contemporanea e a individui ben riconoscibili della collettività. Ma attraverso questi contenuti civili, gli autori conducevano poi il pubblico della pólis a interrogarsi su sé stesso e sui propri valori: la giustizia, la sofferenza, la condizione umana. Perciò il grande teatro attico dell’età classica era molto più che uno spettacolo: era anche uno strumento educativo e un luogo di riflessione filosofica.

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Comprendi

Perché quello dell’antica Atene era un teatro politico? Quali elementi lo rendevano tale?

Un’emozione indimenticabile Gli spettacoli iniziavano nel pomeriggio e si protraevano a lungo, in un’atmosfera di straordinaria suggestione. Il coro danzava con solennità, cantando ritmicamente i versi del testo. A poco a poco avanzavano i protagonisti dell’azione, agghindati con costumi multicolori, con la grande maschera sul volto sormontata da turbanti e pennacchi. Il sole tramontava nel mare, dal quale sorgeva pian piano la luna; intanto sul proscenio si dipanavano i destini esemplari di dèi ed eroi, colmi di profondi interrogativi. L’effetto d’insieme doveva essere davvero indimenticabile.

Dettaglio di un sarcofago romano con la riproduzione di maschere del teatro greco, 200 a.C. ca., Berlino, Altes Museum.

«Come quando la matassa si aggroviglia, noi prendiamo il filo e, tirandolo qua e là sui telai, troviamo alla fine il bandolo, così, se ce ne sarà l’occasione, risolveremo la guerra.»

Educazione civica

Lisistrata: la guerra delle donne nella pólis degli uomini

Allegoria della follia della guerra

Nel 411 a.C. va in scena ad Atene Lisistrata di Aristofane. Protagonista è una donna esasperata dalla guerra interminabile che coinvolge la sua città, Atene, contro la rivale di sempre, Sparta Lisistrata reagisce organizzando uno sciopero sessuale, così da costringere gli uomini – guerrieri da una parte e dall’altra – a fare pace. A tale scopo raduna una folla di donne, a cui propone il suo piano; le fa giurare, e quindi occupa con loro il Partenone, il tempio che ospitava il tesoro pubblico: senza denaro, la guerra dovrà per forza interrompersi. Vista così, la trama può apparire una parodia erotica con tratti grotteschi, ma in realtà racchiude profondi significati simbolici. Donna pubblica in un mondo che relega le donne nel privato, negoziatrice in un mondo guerriero, Lisistrata è capace di usare parole e razionalità in un contesto che si affida alla forza delle armi.

La studiosa Eva Cantarella ha sottolineato proprio questo aspetto: nella commedia, la guerra dei sessi diventa un’allegoria della follia della guerra tout court. Lisistrata si fa portavoce di una diversa razionalità, che cerca la pace non per sottomettere, ma per includere.

Il corpo e la parola

La sua iniziativa sovverte le regole simboliche della pólis. Nella città greca classica, il corpo femminile era concepito come dominio del marito, del padre o dello Stato; qui invece diventa

leva di un differente potere. Il rifiuto dell’intimità matrimoniale segna una rottura dell’ordine naturale e giuridico. Ma quella di Lisistrata non è una ribellione anarchica: Lisistrata non vuole distruggere la pólis, ma salvarla con altri mezzi.

Pur mettendo in scena il corpo, nella commedia è la parola che trionfa Lisistrata è abile nel parlare, nel convincere, nel negoziare. In un contesto in cui la parola pubblica è prerogativa maschile, lei si appropria di una retorica razionale e ironica insieme, con cui smaschera l’infantilismo e l’aggressività degli uomini. In sostanza, senza rinunciare alla sua identità femminile, anzi, esaltandola al grado massimo, Lisistrata assume il ruolo maschile per eccellenza: quello del leader politico

Attualità di Lisistrata

Secondo Mario Vegetti, nella commedia di Aristofane «la pólis parla con voce femminile», restituendo un’immagine speculare e paradossale dell’ordine dominante. Non solo: l’azione collettiva nasce non dall’eroismo individuale, ma dalla solidarietà tra donne: un elemento davvero dirompente, attualissimo in un mondo come il nostro, attraversato da troppi conflitti.

Lisistrata ci invita a pensare forme di potere fondate non sulla violenza, ma sulla relazione. È ben più che un semplice personaggio teatrale: è una domanda aperta sulla possibilità di cambiare le regole senza distruggere il gioco.

Lisistrata con altre donne in un rilievo del IV secolo a.C.
Costituzione

IDENTIKIT

tipo di documento tragedia

autore

Sofocle

opera

Antigone, v. 441 e ss.

data

442 a.C.

Antigone tra filosofia e politica: la legge in discussione

L’Antigone di Sofocle fu rappresentata ad Atene nel 442 a.C. Si ambienta nell’antica Tebe, dove regna Creonte, zio della protagonista Antigone. Il fratello di Antigone, Polinìce, era venuto a portare guerra contro la città. Ora Polinìce è rimasto ucciso e Creonte ha ordinato che il suo cadavere giaccia insepolto fuori dalle mura. È un oltraggio gravissimo per la morale greca; Antigone ha dato in segreto pietosamente sepoltura al corpo del fratello. È però stata scoperta: in questo dialogo, il re Creonte la accusa di avere violato la legge della città. Viene così dibattuta una questione scottante per la pólis: è ammissibile disobbedire alla legge dello Stato? Secondo Antigone (e secondo Sofocle), sì: la vera giustizia risiede anzitutto nell’ascoltare la voce del cuore. Come vediamo nel testo, il teatro greco non aveva timore di criticare leggi, norme, morali: costituiva una forma di vera arte civile, al servizio della comunità.

CREONTE (ad Antigone): A te dico, a te che inclini il volto a terra: ammetti o neghi di averlo fatto?

ANTIGONE: Confermo di averlo fatto e non lo nego.

CREONTE: […] Sapevi era stato proclamato di non fare questo?

ANTIGONE: Sapevo: e come non avrei potuto? Era chiaro.

CREONTE: E dunque hai osato trasgredire questa legge?

ANTIGONE: Ma per me non fu Zeus a proclamare quel divieto, né Dike1 tali leggi fissò per gli uomini. E non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un uomo mortale potesse trasgredire le leggi non scritte degli dèi. Infatti queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa quando apparvero. E di esse io non volevo scontare la pena al cospetto degli dèi, per paura della volontà di alcun uomo. Sapevo di dover morire, come no?, anche se tu non l’avessi proclamato. Così, per me, avere questa sorte non è dolore, per nulla; ma se avessi lasciato il figlio di mia madre, dopo la sua morte, insepolto cadavere, di tale fatto avrei sofferto; di questo, invece, non soffro. […]

CREONTE: […] Costei sapeva bene, allora, di commettere una colpa, violando le leggi stabilite; e, dopo averlo fatto, la seconda colpa è di vantarsi e deridere tali leggi. […] Sia pur figlia di mia sorella […], essa e sua sorella non sfuggiranno a miserrima morte: poiché anche quella2 accuso del pari di avere deciso tale sepoltura.»

Sofocle, Antigone v. 441 e ss. – trad. di Raffaele Cantarella

1. Dike: la Giustizia.

2. poiché anche quella: cioè Ismene, la sorella di Antigone.

GUIDA ALL’ANALISI

1. Analizza il testo rispondendo a queste domande:

• Chi accusa e chi si difende, in questo dialogo?

• Antigone distingue tra due tipi di divieto: quali sono?

• Secondo la protagonista, quali leggi sono più efficaci e durature?

• Antigone afferma che una sola cosa le avrebbe procurato vera sofferenza. Di che cosa si tratta?

2. È giusto disobbedire alla legge dello Stato in nome della legge del cuore?

• In quale punto o in quali punti del testo emerge questa problematica? Evidenziali.

• E da quali elementi puoi intuire la risposta dell’autore?

3. La scena è un perfetto esempio di teatro “politico”.

• Hai mai incontrato qualche esempio di arte (teatrale o di altro tipo) “politica” in questo senso? Parlane con i compagni e l’insegnante.

La Grecia maestra dell’Europa

il LÓGOS pensiero, ragionamento

quindi: razionalità dove?

ARTI FIGURATIVE scultura

Concetto di BELLO IDEALE (essenzialità, equilibrio, armonia)

FILOSOFIA

oltre il mito osservazione del mondo e spiegazione (Sofisti, Socrate, Platone, Aristotele)

MEDICINA

Ricerca delle cause naturali Ippocrate

TEATRO

Luogo fisico Arte drammaturgica

verità dei fatti uso delle fonti: Erodoto e Tucidide

Tragedia (Eschilo, Sofocle, Euripide)

Commedia (Aristofane)

LA GRECIA MAESTRA DELL’EUROPA

Il Caduceo di Hermes, simbolo della prosperità e della salute, viene oggi usato nelle insegne di tutte le farmacie. Il caduceo era un bastone rituale, detto anche Bastone dell’araldo. L’incisione proviene da Kos, patria di Ippocrate, padre della medicina.

I due serpenti attorcigliati intorno al bastone di Hermes rappresentano il bene e il male, tenuti in equilibrio dal dio stesso.

L’età di Pericle (durante il V secolo a.C.) costituì l’età classica della Grecia: il momento nel quale la civiltà greca raggiunse i suoi maggiori risultati, rimasti un punto di riferimento ineludibile per la successiva cultura europea. Cardine della cultura greco-classica era il lógos, cioè la riflessione razionale e la sua adeguata espressione mediante la parola. Più in generale, un aspetto cruciale per la cultura greca era la ricerca della razionalità in ogni ambito delle attività umane: nella filosofia, che è ricerca razionale sulla realtà, e nell’arte, che è sforzo per rappresentare la bellezza e la perfezione ideali. La concezione dell’arte elaborata dai Greci costituirà un modello di classicismo per la civiltà romana e per tutta la cultura europea.

FILOSOFIA, STORIOGRAFIA, MEDICINA

Prima che la filosofia formulasse ipotesi di comprensione della realtà, tale esigenza era soddisfatta dal mito. A differenza di quello mitico, il pensiero del lógos ricerca verità che siano frutto di un’indagine razionale Su queste basi si sviluppò la filosofia, che ebbe nella Grecia classica il suo punto di partenza e anche uno dei suoi momenti più alti, grazie a figure come Socrate, Platone e Aristotele. Un altro campo in cui i Greci elaborarono un approccio razionale al sapere fu la storiografia, che

ricostruisce la storia dell’uomo non solo raccontando gli eventi (come faceva, in modo fantastico, il mito), ma ricostruendo il passato in modo credibile e oggettivo.

Queste esigenze furono affermate per prime da Erodoto. Una generazione più tardi, lo storico Tucidide aggiunse altri obiettivi: chi ricostruisce il passato deve scoprire le cause degli eventi mediante l’indagine razionale. Bisogna anche porsi il problema del metodo dell’indagine: è “vero” solo ciò che viene confermato da documenti, dalle fonti, che lo storico esamina e poi sceglie con un criterio razionale. I Greci furono i primi a elaborare un iniziale metodo scientifico, basato sull’esame dei fenomeni, sulla ricerca delle loro cause e sulla formulazione di possibili leggi di comportamento generale. A coltivare la medicina in questa chiave già quasi “scientifica” fu, in particolare, Ippocrate.

L’INVENZIONE DEL TEATRO

Grande vanto della Grecia fu l’invenzione del teatro, inteso sia come edificio (ricavato sul fianco di una collina), sia come elaborazione letteraria di due generi destinati a grande fortuna nei secoli successivi: la tragedia e la commedia. Il teatro svolgeva nelle póleis (e particolarmente ad Atene) una funzione culturale e civile di prim’ordine. Esso veniva organizzato a cura dello Stato e coinvolgeva tutta la cittadinanza.

AUDIOSINTESI

METTITI alla PROVA

Il lessico

1. Rispondi alle seguenti domande.

a. Perché l’età classica è basata sul concetto di lógos?

b. Che cosa significa la parola “filosofia”?

c. Spiega il significato dell’espressione “miti cosmogonici”.

d. Che cosa significa la parola “storiografia”?

e. Qual è il significato letterale della parola “teatro”?

f. Definisci le parole del teatro: drammaturgia, tragedia e commedia.

I personaggi

2. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Anassagora

b. Eraclito

c. Erodoto

d. Fidia

e. Gorgia

f. Mirone

g. Parmenide

h. Policleto

i. Protagora

j. Tucidide

k. Zenone

l. Ippocrate

m. Aristofane

Gli eventi

3. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 5).

a. La cosiddetta “età classica” comincia con la morte di Pericle.

b. I sofisti erano interessati al rapporto tra l’essere umano e la pólis

V F

F

c. Socrate era un filosofo di Sparta. V F

d. Platone fu discepolo di Socrate e maestro di Aristotele.

V F

e. Erodoto fu uno storico che raccontò il conflitto tra Atene e Sparta. V F

f. Tucidide raccontò la storia cercandone le cause profonde.

F

g. Secondo Ippocrate la causa delle malattie aveva origine divina. V F

h. Le Grandi Dionisie erano feste religiose collegate al teatro. V F

i. Il teatro greco avevo lo scopo di far divertire gli spettatori. V F

j. Eschilo, Sofocle ed Euripide furono grandi tragediografi. V F

Per l’interrogazione orale

4. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Spiega perché le arti figurative rappresentano un grande esempio dell’età classica greca.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Spiega anzitutto il concetto di razionalità e l’interesse per la figura umana nella scultura.

b. Applica il concetto di razionalismo ai templi greci.

c. Quindi spiega il concetto di classicismo.

d. Fai l’esempio del Discobolo di Mirone per esprimere tale concetto.

DOMANDA APERTA

2. Qual è la differenza tra mito e filosofia?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Spiega su quali concetti si basava il mito nell’età arcaica.

b. Poi spiega su che cosa, invece, si basava la filosofia.

DOMANDA APERTA

3. Spiega il metodo storico di Erodoto e Tucidide.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Fai una premessa sulla storiografia greca, indicando la sua modernità.

b. Spiega di che cosa si occupò Erodoto e quale fu la novità del suo racconto.

c. Parla dell’opera e del metodo di Tucidide: che cosa scrisse? Quale novità introdusse nell’uso dei documenti storici?

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LEZIONE 10 La lacerazione del mondo greco

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla la Pizia, la sacerdotessa di Apollo

Il fumo sale, mi riempie la bocca prima del respiro. La foglia di lauro mi brucia sulla lingua, ma senza dolore. Lo spirito del dio scende quando vuole, non posso fermarlo. Sono il vaso, sono la voce. Sto seduta sul tripode, sul ventre della terra. La pietra è calda sotto i piedi nudi, la veste mi si appiccica alla pelle. Sudore e cenere. Tremo: è il dio che arriva

Vengono da lontano: soldati, contadini, gente delle póleis. Vengono con mani piene di doni e occhi pieni di paura. Mi chiedono del futuro: guerra o pace, raccolto o carestia, vita o morte.

Quando Apollo mi tocca, vedo con occhi che non sono miei. Il serpente sacro mi sibila vicino, e tutto si confonde. Io non parlo: profetizzo. Le mie non sono parole: è pura voce, dispersa nel vento. Sono i sacerdoti del mio tempio a raccoglierle. Quando torno a me, ho la bocca secca, le gambe molli. Mi danno acqua in una coppa di bronzo. Il tempio odora di incenso, latte e sudore umano, e allora sorrido. Non comprendete il responso? Eh, Apollo è l’“ambiguo”. Nessuno è come lui e io sono la sua Pizia

Ascoltate, io ve l’ho detto.

CRONOLOGIA

431-404 a.C. Guerra del Peloponneso

404-379 a.C. Periodo di egemonia spartana

371 a.C. Battaglia di Leuttra

Storia e arte Il teatro di Siracusa

Storia e tecnologia I punti di forza della falange macedone

Leggi la fonte La Guerra del Peloponneso secondo Tucidide, Demostene contro Filippo II

371-362 a.C. Periodo di egemonia tebana

338 a.C. Filippo II sconfigge le póleis a Cheronea

LE RUBRICHE
336 a.C. Morte di Filippo II

1. Le cause della guerra tra Atene e Sparta

Cresce la rivalità tra le due póleis maggiori La democratica Atene e l’oligarchica Sparta erano le due vincitrici delle guerre persiane (vedi p. 149), i due centri più potenti della Grecia. Entrambe capeggiavano un blocco di città, loro alleate: due leghe, come diciamo noi, o simmachìe, come dicevano i Greci. La Lega peloponnesiaca s’imperniava sulla forza militare di Sparta e sul suo leggendario esercito di opliti. Tutte le città al suo interno erano guidate da governi oligarchici. Governi democratici reggevano invece le città della Lega di Delo (o Lega delio-attica), capitanata da Atene, il cui punto di forza era la flotta ateniese, dominatrice del Mediterraneo orientale.

Sparta e Atene – e di conseguenza le due Leghe – si fronteggiavano con atteggiamento ostile. Ad aggravare la situazione contribuì la politica sempre più aggressiva esercitata da Atene verso le città della Lega di Delo: città sue alleate, di nome, ma di fatto assoggettate ad Atene, che esigeva da loro un tributo (tassa annuale) sempre più pesante. Molte città della Lega ateniese, in particolare gli aristocratici al loro interno, finirono così per guardare a Sparta come possibile alleato.

STUDIA CON METODO cercarono tra e

Comprendi

Perché il conflitto tra Sparta e Atene fu chiamato «guerra civile dei Greci»?

Una «guerra civile dei Greci» La situazione precipitò quando Atene si trovò in contrasto, per diversi motivi, con Corinto, città alleata di Sparta. Gli Spartani all’inizio cercarono di mediare, perché non volevano spingersi fuori dal Peloponneso. Poi però, davanti all’irrigidimento di Atene, ritennero violata la tregua trentennale che avevano stipulato con Atene nel 446 a.C. (vedi p. 212). Nel giugno del 431 a.C. Sparta dichiarò guerra ad Atene. Il conflitto, noto come Guerra del Peloponneso, fu il più lungo e sanguinoso tra quelli combattuti nel mondo greco. Durò, tra azioni militari e intervalli di tregua, ben ventisette anni, fino al 404 a.C. Fu una vera e propria «guerra civile dei Greci», com’è stata chiamata, perché coinvolse, schierate sui due fronti, quasi tutte le città, grandi e piccole, dell’Ellade. Infine, lasciò la Grecia più povera e marginale di quanto essa era prima del conflitto.

SIMMACHÌA Per simmachìa si intende un’alleanza di tipo prettamente militare tra città con scopi difensivi oppure offensivi. Aveva la durata limitata all’operazione per la quale veniva formata, poi ogni città recuperava la propria autonomia; all’interno dell’alleanza, tutte le póleis avevano gli stessi diritti.

Cerca il significato del termine “epimachìa” sul vocabolario e poi spiega in che cosa si differenzia dalla parola “simmachìa”.

DENTRO LE PAROLE
Stele funeraria del IV secolo a.C. raffigurante un oplita.

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza le cause prossime e le cause remote che portarono allo scoppio della Guerra del Peloponneso.

Cause prossime e cause remote della guerra Quando ci si chiede il perché di un evento, bisogna distinguere tra la causa o le cause prossime (i motivi occasionali) e le ragioni più profonde. Fu lo storico Tucidide a introdurre questa distinzione, divenuta poi classica nella storiografia. La Guerra del Peloponneso, secondo Tucidide scoppiò per varie cause prossime. La prima furono i contrasti tra Corinto (alleata di Sparta) e Corcira (colonia di Corinto). Nel 443 a.C., però, i Corciresi si allearono con Atene per fronteggiare Corinto: la guerra tra le due città si concluse con la vittoria di quest’ultima, ma Atene riuscì a impedire che la flotta di Corcira cadesse in mano di Corinto.

La seconda causa prossima fu la situazione creatasi a Potidea, una città della Lega di Delo, entrata in conflitto con Atene. Atene ordinò ai Potidei di abbattere le mura e di consegnare gli ostaggi. Potidea rifiutò e il conflitto si estese a quasi tutta l’area calcidica, mentre truppe corinzie tentavano di soccorrere Potidea. I Corinzi e i loro alleati si appellarono a Sparta e l’assemblea spartana (l’Apèlla) si pronunciò per la guerra: Atene aveva violato gli accordi per una pace trentennale stipulati nell’inverno del 446-445 a.C.

Portando la riflessione su un piano più generale, Tucidide colse la causa remota (la vera causa, dunque) di quel conflitto. Esso fu motivato dalla politica imperialistica ateniese: fu la crescente potenza navale di Atene ad alimentare i timori spartani; e alla fine la guerra tra le due città divenne inevitabile.

Busto di Alcibiade, copia romana da un originale greco del IV sec.a.C., Roma, Musei Capitolini.

2. La Guerra del Peloponneso

La prima fase del conflitto: Sparta all’offensiva Sparta e i suoi alleati avevano una netta superiorità nelle forze di terra e cercarono dunque subito lo scontro diretto: già nel 431 a.C. invasero l’Attica, la ricca regione di Atene, e la devastarono. Gli Ateniesi non intervennero a difesa del territorio; si limitarono ad accogliere entro le mura della città i contadini fuggiti dalle campagne. Pericle, infatti, voleva evitare battaglie campali, per sfruttare la supremazia navale ateniese sull’Egeo. Nella sua visione, la maggiore capacità di rifornimenti via mare avrebbe finito per assicurare ad Atene la vittoria. Messa sotto assedio, Atene resisteva, rinchiusa nelle sue Lunghe Mura e rifornita attraverso il Pireo. Ma il sovraffollamento degli abitanti favorì, nel giro di pochi mesi, lo scoppio e il propagarsi di una terribile pestilenza, che fece strage nella città.

Nel 429 a.C. anche Pericle cadde vittima del morbo; venne sostituito da Cleone, nuovo capo dello schieramento democratico, privo però del carisma del predecessore.

All’interno di Atene si alzavano le voci di chi reclamava la pace. Dopo anni di ripetuti scontri (lo stesso Cleone morì in battaglia nel 422 a.C.), nel 421 a.C. Sparta e Atene stipularono la pace di Nicia, che prese il nome dal capo dei moderati ateniesi che si era adoperato per ottenerla.

Le ostilità riprendono: il triste episodio di Melo La pace di Nicia fu, però, solo una breve interruzione della guerra: all’interno di Atene e Sparta, e anche tra le città alleate, molti premevano per riprendere il conflitto. Tra questi vi era Alcibiade, il nuovo leader dei democratici ateniesi. Alcibiade era un parente di Pericle; si era formato all’insegnamento dei sofisti (vedi p. 199) e mirava all’affermazione personale, da ottenersi con l’astuzia o con la forza. Proprio questo atteggiamento sprezzante viene attribuito, dal grande storico Tucidide, agli

Ateniesi. La prova, secondo Tucidide, fu quanto accadde nel 416 a.C. alla pólis di Melo, nell’omonima isola. Non aveva voluto aderire alla Lega di Delo, suscitando l’ira degli Ateniesi. Sollecitati a esporre le loro ragioni, i Meli confermarono la propria scelta; aggiunsero che erano pronti a morire, pur di difendere la loro libertà. La risposta di Atene fu crudele: Melo fu presa e devastata, gli uomini uccisi, le donne e i fanciulli venduti come schiavi. L’episodio è rimasto famoso perché narrato dallo storico ateniese Tucidide (460-400 a.C.) nella sua famosa opera La guerra del Peloponneso. Oggi noi chiamiamo imperialismo la pretesa dello Stato d’imporre la propria volontà agli Stati più deboli, trattandoli come semplici sudditi.

Esponi oralmente

Illustra questi momenti della guerra: l’episodio di Melo, la pace di Nicia e la peste di Atene.

CARTA INTERATTIVA

La guerra del Peloponneso

Atene e alleati

Mar Nero

Stati neutrali

Principali battaglie

Siracusa

Mar Ionio

Platea

Spedizione contro Siracusa (415-413 a.C.)

La Guerra del Peloponneso fu un aspro conflitto tra Sparta, a capo della Lega peloponnesiaca, e Atene, che controllava le città riunite nella Lega delioattica.

Mar Egeo

Nello scontro, che si concluse con la vittoria di Sparta, furono coinvolti anche la Macedonia, le colonie greche dell’Asia Minore e del Mediterraneo e i Persiani.

LA GUERRA DI TUTTO IL MONDO GRECO

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza con parole tue lo scandalo delle erme, precisando in che modo Alcibiade ne rimase implicato.

Il piano di Alcibiade e lo scandalo delle erme La dura punizione di Melo fu ispirata da Alcibiade. Fu sempre lui a proporre all’ecclesìa, l’assemblea ateniese, di accogliere le richieste di aiuto provenienti da Segesta. Quest’ultima era una città della Sicilia che, per ragioni locali, si trovava in lotta contro Siracusa, una potente città alleata di Sparta.

La Sicilia era, a quell’epoca, la regione più ricca del mondo greco. Dunque, se Atene – era questo il ragionamento di Alcibiade – avesse messo le mani sugli immensi granai dell’isola, avrebbe ottenuto un vantaggio decisivo nella guerra contro Sparta.

L’assemblea popolare approvò l’intervento militare, nonostante l’opposizione di Nicia. Nel giugno del 415 a.C. una forte flotta ateniese si mosse dal Pireo, al comando di Alcibiade e dello stesso, riluttante, Nicia. Alla vigilia della partenza, però, era accaduto un fatto inspiegabile, che sconvolse la città. Durante la notte, infatti, qualcuno aveva mutilato quasi tutte le erme, cioè le statue del dio Ermes poste nelle vie cittadine per invocare la protezione del dio sulle strade e sulle case. Ad Atene scoppiò un grave scandalo; si pensò infatti che quel gesto volesse colpire, in un momento tanto delicato, la religione e la società ateniese. Tra i colpevoli qualcuno indicò Alcibiade con i suoi amici.

La rovinosa sconfitta ateniese in Sicilia Alcibiade fu richiamato dalla Sicilia per rispondere dell’accusa, probabilmente falsa. Temendo di essere condannato, si rifugiò nell’odiata Sparta e si mise al servizio dei nemici. La sua prima mossa fu consigliare agli Spartani d’inviare soccorsi a Siracusa, assediata da Atene.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Esponi perché fu organizzata la spedizione in Sicilia, quando si verificò e quale esito ebbe.

Ben presto la guerra prese una brutta piega per Atene. Siracusa resisteva, mentre la flotta rimase bloccata nel porto della città. La situazione, così, si capovolse: gli assedianti divennero assediati. Le truppe ateniesi cercarono la fuga nell’entroterra siculo, ma furono raggiunte e massacrate; correva l’anno 413 a.C. Nicia fu giustiziato con l’altro stratega, mentre i pochi soldati superstiti vennero rinchiusi nelle latomíe, le cave di pietra di Siracusa.

L’Orecchio di Dionisio, grotta artificiale ricavata nell’antica cava di pietra chiamata “latomìa del Paradiso”, a Siracusa. Qui erano posti a lavorare schiavi e prigionieri di guerra; secondo la leggenda, il tiranno poteva ascoltare, non visto, i loro lamenti.

IDENTIKIT

tipo di documento

opera storiografica

autore

Tucidide

opera

La guerra del Peloponneso secondo Tucidide

La guerra del Peloponneso è il capolavoro della storiografia greca. Ne fu autore l’ateniese Tucidide (460-400 a.C.), che acutamente ricostruisce non solo gli eventi bellici, ma anche il contesto storico, l’antefatto e le cause in cui maturò il conflitto.

La guerra del Peloponneso, libro I, 1, 23

data

fine del V sec. a.C.

“Tra gli eventi più significativi del passato va annoverata in primo luogo la guerra contro i Medi1; essa tuttavia ebbe assai rapido corso, e fu risolta sostanzialmente da due battaglie per mare2, due sulla terraferma3. Questa guerra4 invece durò molto a lungo, e in tutto il mondo greco produsse sofferenze inaudite, che non ebbero l’eguale in un analogo arco di tempo. Mai infatti in passato un così grande numero di città furono conquistate e distrutte, ora per opera dei barbari, ora a causa di lotte intestine (ve ne furono alcune che dopo essere state conquistate mutarono addirittura completamente i loro abitanti), né mai vi furono tanti esilii e tante morti, provocate e dalla guerra e dalle lotte interne. Persino ciò che in passato si usava raccontare a voce, ma che si era realmente verificato solamente in casi assai

1. i Medi: i Persiani.

2. due battaglie per mare: Salamina e Micale.

3. sulla terraferma: Maratona e Platea.

1. L’autore illustra in modo sintetico le cause della lunga guerra.

• Prova a riassumere con le tue parole tali cause, in massimo 10 righe.

2. Il brano delinea un quadro di assoluto disordine, in cui persino le forze della natura sembrano sfuggire a qualunque controllo.

• Cerca nel testo gli elementi che documentino questa affermazione.

rari, ora divenne assolutamente credibile: terremoti di incredibile violenza colpirono ampie regioni della terra, le eclissi di sole si fecero più frequenti che in passato, mentre gravi periodi di siccità causarono carestie e, soprattutto, il male che tanti danni e tante morti procurò ad Atene, la peste; tutte queste cose si abbatterono contemporaneamente su di noi assieme alla guerra. A essa diedero inizio Ateniesi e Peloponnesi, dopo aver rotto la tregua dei trent’anni che era stata conclusa dopo la conquista dell’Eubea. […] Il motivo più vero5, anche se mai dichiarato apertamente, fu a mio parere la crescente potenza degli Ateniesi e il timore che essa incuteva agli Spartani: ciò li spinse allo scontro.

Tucidide, La guerra del Peloponneso I, 1, 23, trad. di E. Savino, Guanda, Milano 1978

4. Questa guerra: del Peloponneso.

5. più vero: del conflitto.

3. La Grecia, unita sotto la guida di Atene, in precedenza aveva saputo vittoriosamente respingere l’assalto persiano.

• Dove emerge questo riferimento alle guerre persiane?

4. Adesso però l’Ellade appare avviarsi allo scontro finale tra Sparta e Atene in un clima di divisione e di instabilità interna e internazionale.

• Quali elementi del testo puoi ricondurre a questa prospettiva?

GUIDA ALL’ANALISI

PERCHÉ ATENE FU SCONFITTA?

Morte di Pericle (429 a.C.) durante la pestilenza

Dissidi interni che accompagnano la spedizione in Sicilia (415 a.C.)

Sconfitte a Siracusa e all’Egospotami

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza con parole tue le conseguenze della resa di Atene.

La finale resa di Atene Atene non si riprese più dalla gravissima sconfitta di Siracusa. In città il potere fu preso, con la forza, da un gruppo di oligarchici: essi rovesciarono le istituzioni democratiche e aprirono subito le trattative per una pace con Sparta. Nel frattempo, però, Alcibiade era ritornato ad Atene. Sotto la sua guida, i democratici reagirono, sostenuti dalla flotta di Samo; la potente isola rifiutava infatti una pace che avrebbe ridotto la sua forza sui mari. Atene riaprì le ostilità contro Sparta, ma le sue risorse erano ormai scarse.

Dall’altra parte, invece, agli alleati di Sparta si aggiunse (nel 413 a.C.) la Persia, che finanziò la costruzione di una grande forza navale. Atene ottenne un’ultima vittoria (nel 406 a.C.) alle isole Arginuse, vicino alla costa dell’Asia Minore; l’anno successivo però la sua flotta fu sbaragliata sulla foce del fiume Egospotami, sempre in Asia Minore. Assediata per terra e per mare, nel 404 a.C. Atene dovette arrendersi.

Corinto e Tebe insistevano per distruggere l’odiata Atene, ma per fortuna Sparta rifiutò. In ogni caso, ad Atene furono imposte durissime condizioni di pace: dovette abbattere le Lunghe Mura che la collegavano al porto del Pireo, consegnare la flotta superstite, rinunciare a tutti i domini sul mare e, infine, entrare nella Lega del Peloponneso, ma in posizione subalterna.

Guerriero morente, scultura parte del frontone orientale del Tempio di Afaia, Egina (ca. 505–500 a.C.). Capolavoro della scultura arcaica greca, raffigura un guerriero troiano caduto, forse Laomedonte, che si sostiene allo scudo mentre estrae una freccia dal petto. È ora alla Gliptoteca di Monaco di Baviera (Germania).

431 a.C.

Sparta invade l’Attica

430-429 a.C. Peste di Atene

421 a.C. Pace di Nicia

415 a.C.

Segesta chiede aiuto ad Atene contro Siracusa: spedizione navale ateniese in Sicilia

413 a.C.

406 a.C.

Vittoria navale di Atene alle isole Arginuse

Disfatta ateniese a Siracusa; Sparta si allea con i Persiani

405 a.C.

404 a.C. Atene, assediata, si arrende

Battaglia di Egospotami: Sparta sconfigge Atene

LE TAPPE DELLA GUERRA

Siracusa potenza emergente Quando, nel 415 a.C., Atene decise d’intervenire in Sicilia, l’isola stava diventando la terra greca più vivace e ricca; e in Sicilia, toccava proprio a Siracusa il ruolo di potenza emergente. Già nel 474 a.C. i Siracusani avevano sconfitto i potenti Etruschi nella battaglia di Cuma. Quando poi, nel 415 a.C., si trovò a lottare nientemeno che contro Atene, Siracusa ebbe la meglio anche in questo caso. Qualche anno più tardi (nel 406 a.C.) la città passò sotto il controllo del tiranno Dionisio (o Dionigi) il Vecchio, che avrebbe mantenuto il potere fino al 367 a.C., con il consenso del popolo. Dionisio guidò la città a conquistare l’egemonia su tutta la Sicilia, anche grazie a diversi scontri vittoriosi con i Cartaginesi. Quando Dionisio morì, nel 367 a.C., i Cartaginesi tornarono minacciosi, ma i Siracusani resistettero grazie al nuovo tiranno Agatocle, che giunse a guidare una spedizione siracusana fino in Africa, contro la stessa Cartagine. In seguito, Siracusa cadrà in mano romana. Posta sotto assedio (213-212 a.C.) durante la prima guerra punica, si difenderà grazie al genio di Archimede, suo illustre cittadino, ultimo baluardo contro l’espansione di Roma.

STORIA E ARTE

IL TEATRO GRECO DI SIRACUSA

La gloria maggiore di Siracusa è il suo celebre teatro greco, imponente monumento semicircolare in gran parte scavato nella viva roccia, caratteristica che lo ha protetto, almeno in parte, dai saccheggi medievali. Le gradinate, ben conservate, dominano l’orchestra semicircolare, spazio riservato alle esibizioni del coro. Edificato a partire dal V secolo a.C. e successivamente modificato e

ampliato (soprattutto in epoca romana), poteva accogliere fino a 14.000 spettatori, rendendolo uno dei teatri più grandi del mondo greco. Ancora oggi, tra maggio e giugno, il teatro rivive grazie a suggestive rappresentazioni di opere classiche, che ne mantengono viva la funzione originaria.

Vista dall’alto del Teatro greco di Siracusa.

Collega

Ricostruisci gli eventi che fecero di Siracusa una grande potenza.

STUDIA CON METODO

STUDIA CON METODO

Comprendi

Con quale programma Sparta aveva raccolto alleanze contro Atene? Terminata la guerra, Sparta conferma questo programma?

STUDIA CON METODO

Collega

Ricostruisci i passaggi che portarono alla condanna di Socrate.

3. La crisi generale della Grecia

L’egemonia di Sparta Sparta, vincitrice della guerra, si era anch’essa indebolita durante il lungo conflitto che l’aveva opposta ad Atene. Era riuscita a raccogliere alleati presentando Atene come una città tirannica e presentandosi come sostenitrice dell’autonomia e della libertà delle altre póleis.

Dopo la vittoria, però, gli Spartani calpestarono senza scrupolo quegli ideali: le póleis alleate furono messe sotto stretto controllo e private di ogni libertà di manovra. Quanto alle città sconfitte, si ritrovarono rette da governi oligarchici fedeli a Sparta; dovevano mantenere a proprie spese le truppe spartane che sostenevano quei governi. Di conseguenza, si diffuse malcontento e scoppiarono, qua e là, rivolte antispartane.

Atene dai “Trenta tiranni” al ritorno della democrazia La situazione peggiore toccò alla sconfitta Atene. Le leggi democratiche furono cancellate: a governare l’ex capitale della democrazia, adesso, erano i cosiddetti “Trenta tiranni”, un gruppo di oligarchi legati a Sparta. Solo i tremila cittadini più ricchi godevano di diritti politici; il tribunale popolare, l’Eliéa, fu sciolto, sostituito da un tribunale nominato dai Trenta.

Confische di beni, esilii, condanne a morte colpirono i capi democratici e chiunque fosse sospettato di opporsi al regime. Tra i democratici che riuscirono a fuggire vi era Trasibùlo, riparato a Tebe. Infatti i Tebani, nemici fino a poco prima di Atene, ora volevano ribellarsi a Sparta: a tale scopo volevano favorire la rinascita, ad Atene, di un governo democratico. Con l’appoggio tebano, Trasibùlo guidò la riscossa dei democratici. Formato un piccolo esercito armato alla leggera, nel 403 a.C. riuscì a riprendere il controllo di Atene. Dopo un anno o poco più di governo, i Trenta tiranni furono rovesciati. Ritornati al potere, anche i democratici si presero le loro vendette. A farne le spese fu, tra gli altri, anche il filosofo Socrate (vedi p. 199). Venne infatti confuso tra i sofisti, filosofi che avevano sostenuto la tirannia; accusato di non rispettare gli dèi della città e di corrompere i giovani, Socrate fu processato e mandato a morte (nel 399 a.C.). In segno di rispetto per la legge, malgrado la sua condanna fosse ingiusta, egli rinunciò a fuggire dal carcere, come lo esortavano i suoi discepoli.

CONFISCA La parola “confisca” indica la privazione dei beni di un individuo, la cui proprietà passa interamente allo Stato, che da quel momento ne dispone pienamente. Si tratta di un provvedimento mirato a privare una persona di tutti i mezzi materiali di cui dispone e dei quali potrebbe servirsi per continuare a svolgere la sua attività. La confisca colpisce anche patrimoni che si ritiene provengano da reati o di cui ci si sia appropriati in modo illecito.

Negli ultimi anni si è verificato un aumento dei beni confiscati dallo Stato alla criminalità organizzata in varie regioni d’Italia. Approfondisci questo tema con una ricerca in rete.

DENTRO LE PAROLE
Busto raffigurante il filosofo greco Socrate.

Risultato: la Persia spadroneggia sul mondo greco Nel frattempo, all’interno dell’Impero persiano era scoppiato un conflitto dinastico per la successione al trono. Due fratelli, Artaserse e il ribelle Ciro, si contendevano il potere. Gli Spartani appoggiarono Ciro, ma fu una scelta sbagliata, perché la vittoria toccò ad Artaserse. Costui sconfisse Sparta nella battaglia navale di Cnido (nel 394 a.C.), avendo nientemeno che gli Ateniesi come alleati!

Più avanti Artaserse convocò i Greci e impose loro le proprie condizioni di pace: fu la pace del Gran Re (386 a.C.), o “pace di Antalcida”, dal nome dell’ambasciatore spartano che la firmò. Tutte le città greche dell’Asia minore, con l’isola di Cipro, dovevano ritornare sotto il dominio persiano. Le altre póleis greche venivano formalmente lasciate libere, ma in realtà risultavano strettamente controllate da Sparta, alleata dell’Impero.

A distanza di neppure un secolo dalle gloriose guerre greco-persiane, la situazione si era capovolta: la Persia spadroneggiava sull’Ellade. Causa di tutto erano le troppe rivalità e conflittualità fra le póleis greche.

Sparta sconfitta da Tebe Le lotte tra città continuarono nei decenni successivi. Sparta approfittava del ruolo di garante della pace per allargare la propria supremazia. Nel 377 a.C. Atene formò una nuova “lega navale”, assicurando a parole autonomia a ciascuna città che ne faceva parte, ma in realtà covando piani di egemonia (supremazia).

Nel frattempo cresceva in potenza Tebe, capitale della Beozia, che nel 379 a.C. riuscì a scacciare la guarnigione spartana. Il generale tebano Epaminonda, con l’aiuto di Pelopida, riformò il tradizionale schieramento oplitico della falange, introducendo la novità della falange obliqua (l’attacco veniva portato dal lato sinistro dello schieramento, rinforzato rispetto al centro e alle ali).

Comprendi

In che modo le vicende di Artaserse e Ciro si intrecciarono con quelle della città di Sparta? STUDIA CON METODO

LESSICO

GARANTE Il garante è l’individuo (oppure il gruppo sociale) che interviene nella stipula di un accordo, di un patto o di un contratto prestando sé stesso come garanzia di qualcun altro. Il garante dà rassicurazione che quell’accordo è pienamente affidabile, perché s’impegna a intervenire qualora gli obblighi presi non vengano rispettati da una delle due parti.

Stele funeraria dedicata all’epíbata (soldato di marina) Demokleides, rimasto ucciso nella battaglia di Cnido. Scolpita agli inizi del IV secolo a.C., la stele mostra il giovane seduto sulla nave, con l’elmo e lo scudo, ormai inutili, posati alle sue spalle.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico Che cos’era l’Anfizionia, e qual era la sua funzione?

TEBE USA L’ANFIZIONIA

Tebe torna a convocare l’Anfizionia (alleanza) di Delfi

Nell’assemblea di Delfi Tebe ha la maggioranza

I Tebani usano l’alleanza come uno strumento di potere

Epaminonda raccolse un esercito federato, con forze di molte città vicine. Sparta reagì: nel 371 a.C., a Leuttra, in Beozia, si combatté la battaglia decisiva. La vittoria toccò imprevedibilmente ai Tebani; mai, prima di allora, gli opliti spartani erano stati sconfitti in campo aperto. Caduto il mito dell’invincibilità di Sparta, iniziò per la capitale del Peloponneso una decadenza inarrestabile. Le città vicine si ribellarono all’autorità di Sparta, guidate proprio da Tebe. Per un decennio circa (371-362 a.C.) quest’ultima si ritrovò a essere la città più potente della Grecia, anche se non seppe consolidare il proprio predominio.

La breve egemonia tebana In questa fase, Tebe allargò la propria influenza anche alle regioni settentrionali della Grecia, come la Tessaglia e la Macedonia. Da qui giunse a Tebe, come ostaggio, anche il futuro re macedone Filippo. Come strumento del proprio potere, Tebe riprese a convocare l’antica Anfizionia delfica, cioè l’alleanza politico-religiosa di città e villaggi che si riuniva nel santuario di Delfi. Tra i compiti dell’Anfizionia vi era custodire la pace; di conseguenza era legittimo dichiarare guerra alle città ritenute un pericolo per la pace stessa. I Tebani utilizzavano le decisioni dell’alleanza per giustificare i propri interventi a danno di varie póleis: una linea politica più volte adottata,

perde l’egemonia politica

è indebolita dalla guerra con Atene e dalle numerose rivolte

dopo la pace del Gran Re (386 a.C.) ha il controllo sul mondo greco

sconfigge Sparta, ma non riesce a consolidare il proprio dominio

LA DEBOLEZZA DELLA GRECIA
ATENE
SPARTA
LA PERSIA
TEBE
Monumento che celebra la battaglia di Leuttra.

in precedenza, da Atene e da Sparta. Nel 362 a.C. scoppiò l’ennesima guerra interna al mondo greco. La città di Mantinea, che guidava le città dell’Arcadia, raccolse contro Tebe un’alleanza che comprendeva anche Atene e Sparta. Nella guerra che ne seguì, l’esercito tebano riuscì ancora una volta a prevalere, ma la vittoria fu compromessa dalla morte sul campo di Epaminonda. Privata della sua guida, Tebe non riuscì a trarre vantaggio dalla vittoria; la sua breve egemonia tramontò rapidamente.

Per la Grecia si aprì una grave situazione d’incertezza, della quale avrebbe saputo presto approfittare la Macedonia, un piccolo regno che si stava intanto rafforzando alla periferia del mondo ellenico.

La Grecia delle piccole patrie, fatalmente, arretra La storia degli ultimi decenni (dalla guerra del Peloponneso alla pace del Gran Re, dalla battaglia di Leuttra a quella di Mantinea) dimostrava l’incapacità delle póleis di trovare una linea comune e di risolvere pacificamente i loro conflitti. A metà del IV secolo a.C., il panorama generale era sconfortante. Questa crisi del mondo greco si spiega con le stesse cause che ne avevano determinato la grandezza. La pólis era nata dall’amore per la libertà e dal sentimento dell’autonomia (autonomia dell’individuo, autonomia della città-stato).

Alla lunga, però, proprio il desiderio di libertà e di autonomia impedirono la nascita di una patria comune che superasse, comprendendole, le tante piccole patrie. Al tempo delle invasioni di Dario e di Serse, nel V secolo a.C., i Greci si erano sentiti Greci.

Poi però, passato il pericolo, erano tornati a sentirsi essenzialmente cittadini di una sola città: Ateniesi, Spartani, Tebani, Corinzi, ecc. Nascevano da qui le continue lotte, esterne e interne alle varie città. Persino le anfizionie (leghe sacre di città) venivano utilizzate per la supremazia di questa o quella pólis. In sostanza, i Greci riuscivano a pensare se stessi solo in relazione alla città-stato, incapaci di progettare uno Stato più solido e resistente. Questo è – sul piano politico – il limite maggiore della loro civiltà. Perciò, mentre il mondo romano sarebbe durato un millennio, lo splendore della Grecia non superò lo spazio di un paio di secoli.

CRISI Gli storici parlano di crisi quando una società o una civiltà si trova davanti a una situazione difficile, in grado di pregiudicarne aspetti più o meno importanti o, addirittura, la stessa sopravvivenza. Una crisi può essere di tipo economico, se si riferisce alle attività produttive; si manifesta invece come crisi politica, se coinvolge il governo e l’organizzazione di uno Stato; è una crisi sociale, infine, se coinvolge le classi o i gruppi di una società, che sono costretti, per qualche motivo, a una perdita di potere, di benessere ecc.

Nella Grecia del IV secolo a.C. la crisi fu particolarmente grave, perché fu crisi, insieme, sociale, economica e politica. Anche a

STUDIA CON METODO

Comprendi

Che caratteristiche ebbe l’egemonia tebana?

LA CRISI GRECA

Le città-stato greche erano cresciute grazie all’amore per la libertà

ma non sanno superare i loro stretti confini

nascono lotte e rivalità

è il limite della Grecia

causa delle continue guerre, infatti, i ricchi traffici marittimi furono compromessi e quasi tutte le attività produttive ristagnarono; le condizioni di vita dei meno abbienti peggiorarono e quindi si generò una crisi sociale, con il conflitto tra ricchi e poveri. Neppure in questa fase di crisi le città greche abbandonarono le storiche inimicizie che le dividevano; al contrario, le accentuarono, dando vita a continue guerre.

Quali sono le differenze fra le crisi sociale, economica e politica? Secondo te, sono interconnesse tra loro? Discutine con la classe e con l’insegnante.

DENTRO LE PAROLE

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perché i Greci avevano sempre considerato la Macedonia un paese semibarbaro?

4. L’espansione della Macedonia

Un’area ai margini del mondo greco A nord della penisola greca si estendeva la montuosa regione della Macedonia, abitata da pastori e contadini distribuiti in villaggi sparsi per le campagne. I Greci lo giudicavano un paese semibarbaro, per la mancanza di città-stato e per il governo monarchico. Questa forma politica era odiata nel paese delle póleis repubblicane, gelosa della propria autonomia. La monarchia macedone prevedeva che il sovrano fosse eletto dall’assemblea dei guerrieri. Di solito si seguiva un criterio dinastico: al padre, cioè, succedeva il figlio; ma l’assemblea poteva anche decidere diversamente.

La società era dominata dai nobili guerrieri, ciascuno a capo di un proprio territorio. La Macedonia era rimasta per lunghi secoli molto lontana dal mondo greco; solo di recente gli atleti macedoni erano stati ammessi ai Giochi Olimpici. Pian piano la cultura greca aveva iniziato a diffondersi nell’élite sociale, in particolare nella capitale, Pella. Poeti e artisti provenienti da tutta la Grecia venivano ospitati a corte: tra loro vi fu anche il famoso tragediografo ateniese Euripide, chiamato a corte dal re Archelao.

Filippo II rafforza il potere monarchico Una svolta nella storia macedone avvenne nel 359 a.C., a tre anni di distanza dalla battaglia di Mantinea (vedi p. 221). Salì infatti sul trono Filippo II, uomo energico e astuto. Anzitutto, per consolidare il legame tra nobiltà e monarchia, legò a sé, come capi dell’esercito, i figli degli altri signori macedoni. Contemporaneamente tolse potere ai nobili che governavano le zone settentrionali del suo regno e che si comportavano da signori autonomi: in tal modo la coesione interna del regno risultò molto rafforzata. Un terzo passo fu il rafforzamento dell’esercito: fu infatti introdotta la cosiddetta “falange macedone”, versione migliorata della falange tebana di Epaminonda (Filippo l’aveva studiata di persona negli anni in cui era stato ostaggio a Tebe). Al nucleo della falange furono poi affiancati reparti di cavalleria e di fanteria leggera.

Il re macedone vuole impadronirsi della Grecia

Ma procede per gradi: infatti vuole apparire

non un conquistatore, ma

il DIFENSORE della Grecia

Le mire di Filippo II sulla Grecia Dopo questi preparativi, Filippo II cominciò ad allargare l’area del proprio regno. La conquista di Anfipoli (nel 357 a.C.), sulla costa della Tracia, gli permise d’impadronirsi delle miniere d’oro del monte Pangeo: una risorsa ricchissima, che gli avrebbe consentito di comprare il favore di molti avversari e di spesare ulteriori progetti di espansione. Rafforzate in tal modo le basi del suo potere, Filippo II si volse alla Grecia: la debolezza dell’Ellade offriva campo libero alle sue ambizioni. Ebbe però l’astuzia di presentarsi come il difensore delle antiche tradizioni elleniche. In occasione di una delle tante guerre locali, combattute nel mondo greco, Filippo II si alleò con i Tèssali (352 a.C.) e riuscì a farsi eleggere capo della Lega tessàlica. Poté così entrare nel consiglio dell’Anfizionia delfica (l’alleanza collegata al santuario di Delfi), del quale divenne, nel 346 a.C., il capo.

L’AZIONE DI FILIPPO II

Il controllo del santuario gli consentiva la gestione di enormi ricchezze, e non solo: da capo dell’Anfizionia, Filippo II avrebbe potuto presentare le sue successive iniziative come interventi volti a ristabilire quella “pace comune” che i Greci invano inseguivano.

Il dibattito tra favorevoli e contrari In Grecia non pochi si fidavano di lui: vedevano cioè nel sovrano macedone l’uomo in grado di portare (o di imporre) la riconciliazione tra le póleis. Questa opinione fu sostenuta, ad Atene, anche dal grande oratore Isocrate. A suo giudizio la guida macedone avrebbe potuto spezzare la catena di continue guerre e inimicizie in cui Atene si trovava invischiata da oltre un secolo. Idee simili facevano il gioco di Filippo II, intenzionato a ottenere il controllo della Grecia con il consenso delle stesse città greche. Altri Ateniesi si opposero però risolutamente: era il gruppo dei democratici, guidato dall’altro celebre oratore, Demostene. Nelle orazioni, dette Filippiche, una serie di appassionati discorsi che trattavano appunto del re Filippo II, Demostene argomentò che la resa di Atene alla Macedonia avrebbe portato alla sottomissione della città, e anzi, avrebbe posto fine a quegli ideali di libertà e di democrazia che da sempre animavano la civiltà delle póleis. Demostene riuscì a persuadere l’Assemblea popolare ateniese a lottare apertamente contro l’ambizioso re macedone. Perfino l’antica rivale Tebe venne convinta a un’ultima alleanza.

STORIA E TECNOLOGIA

I PUNTI DI FORZA DELLA FALANGE MACEDONE

L’esercito di Filippo II era una poderosa macchina da guerra, che combinava i progressi che l’arte militare aveva compiuto in Grecia negli ultimi decenni. La novità maggiore era rappresentata dalla falange macedone, che, rispetto a quella oplitica tradizionale, era dotata di lance più lunghe, le sàrisse. La sàrissa era una lancia lunga fino a 6-7 metri con corpo in legno di grande diametro, una grossa punta metallica (circa 30 cm) e un tallone pure metallico. Il suo effetto principale consisteva nel rendere molto difficile per gli avversari avvicinarsi alla fanteria macedone. Contro la carica nemica le sàrisse venivano piantate in terra e i fanti si ravvicinavano l’un l’altro in modo che i piccoli scudi, stesi sulle spalle verso sinistra, diventassero

STUDIA CON METODO

Riassumi Ricostruisci le strategie di Filippo II per partecipare alla politica delle città greche.

Lavora con il lessico Che cosa sono le Filippiche?

contigui. La falange macedone era, infatti, schierata in modo da sfruttare nel miglior modo la lunghezza della lancia. L’unità si componeva di file di opliti distanziate di una sessantina di centimetri e le lance erano disposte in avanti facendo sì che anche quelle impugnate dalla sesta fila sporgessero oltre la prima, e quindi l’intero schieramento risultasse difficilmente penetrabile.

La forza dell’esercito di Filippo II si basava sull’azione coordinata della falange protetta da una fanteria leggera dotata di arco, fionda e giavellotto. I reparti di fanteria leggera erano molto più agili rispetto alla falange tradizionale e utilissimi, quindi, quando occorreva combattere in spazi ristretti.

Affresco del IV secolo a.C. con raffigurati alcuni soldati macedoni.

IDENTIKIT

tipo di documento orazione

autore

Demostene

opera Filippica III

data

341 a.C.

Demostene contro Filippo II

L’oratore ateniese Demostene (384-322 a.C.) fu il più acceso oppositore di Filippo di Macedonia, perché a suo parere costituiva un gravissimo pericolo per la libertà della Grecia. Contro il sovrano macedone (e contro coloro che, in Grecia, lo appoggiavano),

Demostene si scagliò in quattro celebri orazioni, dette Filippiche Leggiamo un passaggio della terza Filippica (341 a.C.), in cui l’autore critica le póleis che sono rimaste indifferenti all’avanzata delle forze macedoni.

Filippo II di Macedonia in un busto di epoca romana.

È inutile ripetere che all’inizio Filippo era un nanerottolo e ora è un gigante; che i Greci lottano tra loro e si guardano con sospetto; che allora nessuno avrebbe creduto possibile un tale cambiamento, mentre ora – con le posizioni che ha conseguito – è più facile pensare che sottometta anche gli altri. Piuttosto: vedo che tutti, a cominciare da voi, hanno concesso a lui quel privilegio che è stato sempre, in passato, l’origine di tutti i conflitti della Grecia. Quale? Fare quello che vuole, depredare i Greci ad uno ad uno, aggredire le città ed asservirle.

Non basta difendersi da lui sul piano militare, bisogna anche odiare con chiara convinzione quelli che presso di voi parlano per lui. Ricordatevi che non è possibile vincere il nemico esterno prima di aver schiacciato quelli che all’interno delle città fanno il suo gioco.

Demostene, Filippica III, trad. it. di L. Canfora, TEA, Milano 1991

1. Demostene dipinge Filippo II come un individuo meschino, che utilizza la corruzione per portare i nemici dalla sua parte «ad uno ad uno».

• Rintraccia sul testo questi concetti.

• Purtroppo Filippo II è un nemico astuto. Che cosa ha fatto il re, all’interno di ogni città greca?

2. L’oratore ritiene ancora possibile la vittoria.

• Il futuro gli avrebbe dato ragione o torto?

• Per ottenere la vittoria, cosa devono fare le città elleniche, secondo Demostene?

3. Lo stile di Demostene evidenzia capacità di sintesi e grande energia.

• Cerca nel testo un esempio per tali caratteri stilistici.

GUIDA ALL’ANALISI

Il trionfo macedone a Cheronea e l’improvvisa morte di Filippo II Scoppiò così una guerra aperta, che fu decisa nel 338 a.C. dalla battaglia di Cheronea, in Beozia. L’esercito macedone ebbe facilmente ragione dei nemici; Atene e Tebe furono sconfitte senza appello. Cheronea segnò la fine di un’epoca politica, quella delle póleis e dei loro sogni di libertà. Il vincitore Filippo II, come al solito, dimostrò grande accortezza. Ostentò generosità con le póleis vinte e giurò di rispettare le autonomie di ciascuna città, nascondendo il suo disegno di egemonia. Nel 337 a.C. fondò una Lega, a cui invitò tutte le città elleniche, e pose la sua sede non a Pella, ma a Corinto, la città in cui la prima Lega ellenica, nel 481 a.C., aveva giurato di resistere a Serse. Le regole della Lega di Corinto prevedevano, però, l’impegno a sostenere, se necessario usando la forza, i governi in carica in ogni città: e in quel momento i governi delle principali città erano tutti, con l’eccezione di Atene, filomacedoni. Infine, proprio Filippo II venne designato a capo della Lega. Fu il suggello finale: la Grecia era finita, in sostanza, nelle mani di un unico padrone. A quel punto Filippo II poteva passare all’ultimo atto del suo disegno: una spedizione militare in grande stile in Asia per impadronirsi dell’Impero persiano. Ovviamente un simile piano risultava assai gradito ai Greci delle póleis: il re sapeva bene come ottenere il loro favore. I preparativi della spedizione erano in corso allorché, nel 336 a.C., Filippo II cadde ucciso in un’oscura congiura di corte. I motivi (e i mandanti) del complotto non furono mai pienamente chiariti. Come vedremo, i piani espansionistici di Filippo II saranno pienamente realizzati dal suo giovane figlio, Alessandro.

L’ESPANSIONISMO DELLA MACEDONIA DI FILIPPO II

Il leone che ricorda la battaglia di Cheronea.

STUDIA CON METODO

Colloca nello spazio

Osserva la carta che mostra le fasi di espansione della Macedonia di Filippo II. Confrontala con una carta attuale e indica in quali Stati si estendevano i domini del re.

Il regno di Macedonia

all’avvento di Filippo II (359 a.C.)

Conquiste di Filippo II

Città e popolazioni greche della Lega di Corinto alleata di Filippo II

Stati non soggetti al dominio macedone

Impero persiano

Al momento della sua ascesa al trono (359 a.C.), i domini del re macedone Filippo II erano limitati a una regione marginale a settentrione della Grecia. Il re intraprese una politica espansionista che gli permise di costruire un regno ben più esteso, che inglobò a nord i territori della Tracia e a sud la regione della Tessaglia.

Sulla carta compare anche la città di Olinto, la maggiore della Grecia settentrionale: Filippo non esitò a raderla al suolo (348 a.C.), evento che impressionò grandemente gli altri Greci.

STORIA E ARTE
La tomba ritrovata di Filippo II

La lacerazione del mondo greco

Incessante RIVALITÀ tra le póleis

GUERRA DEL PELOPONNESO,

• lungo conflitto tra Sparta e Atene (431-404 a.C.)

• coinvolge molte póleis → è la «guerra civile dei Greci»

INCAPACITÀ di trovare un equilibrio

• Sparta tiene per breve tempo l’EGEMONIA sul mondo greco

• MA per poco: Sparta non può controllare tutta la Grecia

• segue poi una breve EGEMONIA di Tebe (371-362 a.C.)

• spezzata dalla morte del generale Epaminonda

POTENZE STRANIERE cercano d’intervenire

la PERSIA detta la politica greca con la “Pace del Gran re” (386 a.C.)

a nord si rafforza la MACEDONIA (fino ad allora ai margini)

FILIPPO II (re di Macedonia)

dopo una lunga preparazione, politica e militare, sconfigge a Cheronea (338 a.C.) le póleis greche

e così la Grecia (sottomessa alla Macedonia) perde la propria libertà

LA LACERAZIONE DEL MONDO GRECO

LA GUERRA DEL PELOPONNESO

Tra Atene e Sparta, da sempre rivali, scoppiò nel 431 a.C. la lunga Guerra del Peloponneso. Atene venne messa sotto assedio e venne anche colpita da una terribile epidemia di peste; ne rimase vittima anche Pericle. La pace di Nicia (421 a.C.) ebbe breve durata.

Nel 415 a.C. Atene portò la guerra in Sicilia, ma venne gravemente sconfitta a Siracusa. Sparta, alleatasi con i Persiani, ottenne la vittoria definitiva nel 404 a.C.

L’EGEMONIA DI SPARTA

Ottenuta la vittoria, Sparta impose durissime condizioni di pace. Ad Atene s’insediò un governo oligarchico (detto dei Trenta tiranni), che venne rovesciato però già nel 403 a.C.: il partito democratico poté così tornare al potere.

Sparta mirava al controllo dell’intera Grecia, ma non aveva una forza militare sufficiente: ne approfittò la Persia, che impose la propria supremazia sul mondo greco con la Pace del Gran Re (386 a.C.).

L’EGEMONIA DI TEBE

Sotto la guida del generale Epaminonda cresceva intanto Tebe. Ribellatasi alla supremazia spartana, Tebe ottenne una grande vittoria a Leuttra (371 a.C.); poi per un decennio esercitò il predominio sulla Grecia. Contro Tebe si ribellarono varie città, ma l’esercito tebano prevalse ancora nella battaglia di Mantinea (361 a.C.).

A mano a mano, nel IV secolo a.C. apparve sempre più chiara la debolezza delle póleis. L’Ellade era fatta di tante piccole patrie e perciò mancava di coesione politica: era il limite maggiore della civiltà greca.

ASCESA E DOMINIO DELLA MACEDONIA

A nord della Grecia cresceva, nel frattempo, il regno di Macedonia, giudicato semibarbaro dai Greci. Nel 359 a.C. diventò re l’energico Filippo II. Egli tolse potere ai nobili, rafforzò la monarchia e formò un potente esercito (basato sulle falangi, reparti di fanti armati di lance).

Filippo, astutamente, si presentò come difensore delle libertà della Grecia: propose alle póleis un’alleanza per combattere l’Impero persiano. L’oratore ateniese Demostene smascherò però il vero piano di Filippo, che era mettere sotto controllo tutta la Grecia.

Atene e Tebe formarono un’alleanza antimacedone, ma furono sconfitte a Cheronea (338 a.C.). La Grecia dovette accettare l’egemonia macedone, perdendo così la propria autonomia politica. Filippo II, dopo la vittoria, fondò una Lega di città greche, con sede a Corinto, ponendo se stesso a capo. Di fatto la Grecia era sotto il controllo macedone.

Il sovrano progettò una spedizione militare contro l’Impero persiano; ma mentre fervevano i preparativi, Filippo cadde ucciso, nel 336 a.C., a causa di un’oscura congiura di corte. AUDIOSINTESI

Testa di una erma conservata nel museo archeologico di Atene.

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva la carta e indica:

a. Anfipoli

b. Arginuse

c. Atene

d. Corinto

e. Egospotami

f. Melo

g. Segesta

h. Siracusa

i. Sparta

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

431 a.C. | 429 a.C. | 421 a.C. | 416 a.C. | 415 a.C. | 413 a.C. | 406 a.C. | 404 a.C. | 403 a.C. | 371 a.C.

a. Atene e Sparta firmano la pace di Nicia [ ]

b. Atene si arrende definitivamente a Sparta [ ]

c. Comincia la Guerra del Peloponneso [ ]

d. L’esercito ateniese viene sconfitto da Siracusa [ ]

e. L’esercito tebano sconfigge gli Spartani a Leuttra [ ]

f. La città di Melo viene devastata da Atene [ ]

g. La flotta ateniese vince alle isole Arginuse [ ]

h. Muore Pericle e viene sostituito da Cleone [ ]

i. Si conclude la fase dei Trenta tiranni [ ]

j. Siracusa viene attaccata dagli Ateniesi [ ]

Il lessico

3. Scrivi la definizione dei seguenti termini.

a. Anfizionia delfica

b. Erma

c. Falange obliqua

d. Simmachìa

I personaggi

4. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Alcibiade

b. Archimede

c. Artaserse

d. Epaminonda

e. Filippo II

f. Nicia

g. Trasibùlo

Gli eventi

5. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 5).

a. La Guerra del Peloponneso durò dieci anni. V F

b. La Guerra del Peloponneso fu una guerra civile. V F

c. Siracusa venne sconfitta durante la Guerra del Peloponneso. V F

d. Sparta, nonostante la vittoria su Atene, dovette affrontare una crisi interna.

e. A Leuttra, gli Spartani vennero sconfitti per la prima volta in campo aperto.

f. La Macedonia restò sempre distante dalla cultura greca.

g. Il progetto di Filippo II era di lasciare isolata la Macedonia.

Per l’interrogazione orale

6. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Indica tutte le fasi della Guerra del Peloponneso.

AVVIO ALLA RISPOSTA

V F

V F

V F

V F

a. Comincia spiegando le cause prossime e le cause remote del conflitto.

b. Il conflitto si divide in più fasi (spiega la prima).

c. Spiega gli eventi successivi alla pace di Nicia.

d. Indica che cosa dovette subire Atene alla fine della guerra.

DOMANDA APERTA

2. Spiega che cosa successe ad Atene dopo la sconfitta con Sparta.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. La sconfitta portò al potere i Trenta tiranni: spiega chi erano e cosa fecero.

b. La riscossa ateniese: spiega il ruolo avuto da Trasibùlo.

c. Spiega come avvenne il ritorno dei democratici e cita la vicenda di Socrate.

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LEZIONE 11 Alessandro Magno e l’Ellenismo

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Olympias, la madre di Alessandro

Mio Alessandro, scrivo con le mani fredde ma il cuore colmo di pensieri.

Qui a Pella il vento batte sui muri e ogni notte mi pare di sentire i tuoi passi correre scalzi nel cortile, con il cane Peirithoos che ti inseguiva abbaiando. Oggi ho pensato a te, al modo in cui ti sistemavi il mantello prima di uscire per addestrarti con Leonida. Sbuffavi quando ti legavo i sandali troppo stretti, ricordi? Ora calzi stivali di cuoio macedone in terre che io non ho mai visto, ma ti immagino ancora con quella stessa smania negli occhi. Nikandros, il cuoco, ha macellato un agnello ieri. L’ho sacrificato al grande Zeus per te. Il miele che preferivi, quello che arrivava dai monti vicino a Ege, l’ho riposto in un’anfora; nessuno deve toccarlo, perché mi fa pensare a te, quando ti leccavi le dita pur di non lasciarne neppure una goccia. Mi arrivano notizie: si dice che hai attraversato il Tigri, che hai parlato ai sacerdoti babilonesi. Io prego ogni giorno Zeus – tu lo sai che parlo con gli dèi –, ma non lo prego per la gloria. Prego per il tuo sonno, per la tua fame, per il tuo corpo stanco. Riposati e mangia, ti prego, quando puoi. Non farti invincibile, Alessandro, resta vivo. Con amore, tua madre, Olympias.

CRONOLOGIA

336 a.C. Alessandro Magno re di Macedonia

334-326 a.C. Alessandro conquista l’Impero persiano

333 a.C. Battaglia di Isso

331 a.C. Battaglia di Gaugamela

Protagoniste nella storia Roxane, prima moglie di Alessandro

Cittadini consapevoli Il diritto all’integrazione

Storia e arte Alessandria e Pergamo: due capitali, una nuova idea di città, L’espressività dell’individuo, Il Gruppo di Laocoonte

Osserva la fonte Alessandro e Dario III a Isso, Le novità dell’arte ellenistica Leggi la fonte I Greci si rifiutano di inginocchiarsi davanti ad Alessandro

Le domande della storia Alessandro voleva essere considerato una divinità?

330 a.C. Alessandro incoronato re di Persia

323 a.C. Morte di Alessandro Magno

306 a.C. Fondazione dei regni ellenistici

LE RUBRICHE

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Quali azioni fece Alessandro prima di partire per l’Asia? E a quale scopo?

1. I preparativi e le ambizioni di Alessandro

Alessandro, a vent’anni, nuovo re di Macedonia L’improvvisa morte di Filippo II (336 a.C.) spalancò le porte del trono macedone al figlio ventenne Alessandro. Il ragazzo aveva ricevuto un’eccellente formazione culturale: il padre aveva voluto che fosse educato da Aristotele, il maggiore filosofo greco dell’epoca. Anche la formazione militare di Alessandro era stata all’altezza: il giovane aveva valorosamente guidato la cavalleria macedone a Cheronea, nel 338 a.C. (vedi p. 225), risultando uno dei protagonisti di quella vittoria.

Divenuto re, Alessandro diede subito prova di grande carisma personale e di un’ambizione ancora più vasta.

Affascinato dal mito dell’antico eroe Achille, volle rapidamente completare i preparativi della spedizione militare in Asia, già progettata dal padre Filippo. Non trascurò, peraltro, di coprirsi le spalle: perciò, secondo le abitudini dell’epoca, fece spietatamente eliminare i possibili rivali al trono. In Grecia volle l’appoggio delle póleis e a tale scopo si fece eleggere capo della Lega di Corinto. Quando Tebe si ribellò, Alessandro rispose in modo crudele, facendo radere al suolo la grande città. Solo la casa del poeta Pindaro venne risparmiata. I Greci capirono bene la lezione: nessuna ribellione sarebbe stata tollerata.

Lo sbarco in Asia Preparato così il terreno, Alessandro si volse all’impresa della spedizione in Asia. La presentò come una rivincita nei confronti dell’odiato nemico persiano, come la vendetta per le due invasioni persiane del V secolo a.C. In tal modo si assicurò il sostegno dei Greci residenti nelle colonie dell’Asia minore, schiacciati dal giogo persiano.

Mosaico del IV secolo raffigurante Alessandro (a sinistra) impegnato nella caccia al leone.
VIDEOLEZIONE
Alessandro il Grande

Nella primavera del 334 a.C. l’esercito di Alessandro superò lo stretto del Bosforo, confine – ieri come oggi – tra Europa e Asia. Contava circa 40.000 uomini, la metà dei quali Macedoni; gli alleati greci erano circa 10.000 uomini di tutte le póleis (a eccezione di Sparta), i restanti erano mercenari. Pur non essendo particolarmente numerose, le forze di Alessandro risultavano assai agguerrite, grazie alle recenti migliorie introdotte da Filippo II (vedi p. 222).

Alessandro però non pensava semplicemente alla conquista militare, ma anche a un’impresa culturale. Per questo portava con sé l’Iliade, sua continua fonte d’ispirazione, oltre a una piccola corte di storici e geografi (con il compito di documentare la spedizione), di architetti (necessari a edificare monumenti a memoria della conquista) e di scienziati, incaricati di studiare i nuovi territori attraversati.

Questo desiderio di esplorare terre sconosciute caratterizzò fin dall’inizio l’avventura di Alessandro in Asia.

La debolezza dell’Impero persiano A capo dell’Impero persiano vi era il Gran Re Dario III, che discendeva da Dario e Serse, ovvero dai sovrani che avevano condotto, un secolo e mezzo prima, l’assalto alle póleis greche. Contro la minaccia portata da Alessandro, i suoi generali mobilitarono 20.000 cavalieri persiani e una quantità sterminata di fanti (le fonti antiche parlano addirittura di un milione di uomini), provenienti da tutta l’Asia. Si trattava però di una forza macchinosa e poco affidabile, in cui si rispecchiava tutta la debolezza politica del grande Impero. L’autorità del sovrano era infatti indebolita dalle mire di molti sàtrapi (governatori di provincia), che aspiravano a sottrarsi al potere centrale; inoltre, anche in seno a diversi popoli dell’Impero cresceva un desiderio di autonomia.

STUDIA CON METODO

Comprendi Quali obbiettivi si poneva Alessandro con la spedizione in Asia?

Alessandro Magno passa in rassegna il suo esercito, in un’inquadratura del film Alexander (2004) di Oliver Stone.

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Colloca nello spazio

Aiutandoti con la carta di p. 234, elenca quali e quante città di nome Alessandria vennero fondate durante gli anni della conquista. In quali regioni si trovavano?

LE DOMANDE DELLA STORIA

2. La conquista dell’Asia

Le prime vittorie di Alessandro Alessandro ottenne vittorie schiaccianti nelle prime due battaglie, combattute entrambe in Asia minore, l’una presso il fiume Granìco nel 334 a.C. e l’altra nel 333 a.C. a Isso, in Cilicia. Gli abitanti greci della regione salutarono il vincitore come il loro liberatore, come un nuovo Ercole trionfante. Ben diversa fu la reazione, in Grecia, da parte di Demostene e di tutti coloro che avevano sperato in una rapida disfatta per il giovane sovrano macedone.

Lo scopo ufficiale della spedizione – liberare le città greche dell’Asia dal dominio persiano – era già stato raggiunto, ma Alessandro rifiutò le offerte di pace del nemico. Prima di proseguire, occupò le ricche regioni mediterranee dell’Impero persiano: Siria, Palestina ed Egitto. I vittoriosi assedi di Tiro e di Gaza (332 a.C.) privarono i Persiani degli ultimi sbocchi sul mare, mentre gli invasori greco-macedoni si assicuravano preziosi rifornimenti.

Alessandria e le Alessandrie In Egitto, nel 331 a.C., Alessandro fondò la nuova città costiera di Alessandria, prima di una serie di Alessandrie (dieci in tutto) che sarebbero sorte negli anni successivi. Tra tutte, però, proprio Alessandria d’Egitto rimase la più ricca e famosa. Sempre in Egitto, allora vessato dai Persiani, Alessandro astutamente si presentò come l’erede dei faraoni e delle tradizioni egizie: ottenne così l’appoggio della potente casta sacerdotale.

ALESSANDRO VOLEVA ESSERE CONSIDERATO UNA DIVINITÀ?

L’immagine di sé che Alessandro volle dare, un’immagine idealizzata, quasi sovrumana, contribuì ad alimentare la sua leggenda che già durante il suo regno aveva il compito di sostenerlo nella difficile impresa di cercare il consenso tra popoli conquistati, così diversi e numerosi.

Tra i fatti leggendari della vita di Alessandro, si racconta che, giunto a Gordio nell’Asia Minore, egli avesse tagliato con un solo colpo di spada un intricatissimo nodo; chi l’avesse sciolto, secondo l’oracolo, si sarebbe assicurato il dominio di tutto l’Oriente. Una volta giunto in Egitto, egli si fece proclamare “figlio di Amon-Ra” dai sacerdoti dell’oasi di Ammone, presentandosi così agli egizi come una divinità vivente

In sostanza, con grande astuzia propagandistica, a mano a mano che procedeva nella conquista, Alessandro costruiva su di sé una leggenda in grado di giustificarla; del resto, per reggere un così grande Impero, era necessario un personaggio che non fosse da meno.

Alessandro Magno raffigurato come faraone d’Egitto di fronte al dio Amon Ra (IV secolo a.C.).

IDENTIKIT

tipo di documento mosaico

autore

FONTE

Alessandro e Dario III a Isso

anonimo (copia di un dipinto, perduto, di Filòsseno di Eretria)

opera

Alessandro e Dario III a Isso data

metà del I sec. a.C. provenienza

Pompei, Casa del Fauno conservazione

Napoli, Museo Archeologico

Due nemici si fronteggiano: sono Alessandro, a sinistra, e Dario III, a destra. Intorno a loro divampa la battaglia: siamo nella piana costiera presso Isso (oggi Alessandretta), in Cilicia, anno 333 a.C. Per Alessandro, che l’anno prima aveva invaso l’Asia, è il momento della verità. Il suo esercito è stato circondato alle spalle dai generali persiani: ma il giovane re venuto dall’Europa riesce a riguadagnare la posizione frontale con una rapida conversione; poi lancia temerariamente la cavalleria sul centro dello schieramento nemico. È il momento ritratto dal mosaico. L’elemento più interessante del dipinto è la contrapposizione dei due protagonisti

La tecnica del mosaico

Costituisce la copia di un più celebre dipinto, realizzato intorno al 300 a.C. (pochi decenni dopo, quindi, l’evento ritratto) dal grande pittore greco Filòsseno di Eretria. Il dipinto originale è andato perduto ma nel mosaico riusciamo a intuirne i caratteri: il mosaicista ha infatti usato la tecnica della quadricromia, cioè i quattro colori (bianco, nero/blu, giallo, rosso) tipici dell’arte ellenistica.

Alessandro il vincitore

Il giovane re macedone è raffigurato in groppa al suo cavallo Bucefalo, a capo scoperto; si dirige senza esitazioni verso il suo nemico, Dario III. Indossa una corazza decorata, sul petto, con la testa di Medusa (riconoscibile dai capelli sconvolti). Secondo il mito, Medusa era una delle tre Gorgoni, le quali avevano il potere di pietrificare chiunque avesse incrociato il loro sguardo.

Dario III, lo sconfitto

Il volto di Dario III appare pieno di spavento: la battaglia sta volgendo al peggio, ma il re sprona un’ultima volta i suoi soldati. Invece l’auriga accanto a lui, terrorizzato, sbriglia i cavalli alla fuga in direzione opposta.

Dario III riuscì a fuggire dal campo, seguito dalla corte e da parte dell’esercito. Furono invece catturati la madre, la moglie incinta, i figli di Dario e tutto il seguito di servi, cortigiane, eunuchi presenti, secondo il costume persiano, sul campo di battaglia. Alessandro trattò le donne da regine, ma non le restituì a Dario, malgrado l’offerta di favolose ricchezze e di metà dell’Impero.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Quali furono gli eventi che segnarono la definitiva sconfitta di Dario III?

La definitiva sconfitta di Dario III Dopo aver ricevuto rinforzi dalla Grecia, Alessandro riprese la via dell’Asia, dirigendosi verso il cuore dell’Impero. Attraversato il fiume Tigri, in Mesopotamia, nel 331 a.C. ingaggiò battaglia a Gaugamela, nei pressi dell’odierna Mosul. Il nemico era di molto superiore sul piano numerico, ma Alessandro – che combatteva sempre in prima fila, in sella al suo cavallo Bucefalo, dando ai suoi uomini esempio di eccezionale coraggio – ottenne la sua terza e decisiva vittoria.

Dario, sconfitto, fuggì, cercando riparo presso il suo sàtrapo (governatore) Besso. Quest’ultimo lo uccise, nella speranza di ingraziarsi Alessandro: fu però punito con la morte.

La carta visualizza la lunga marcia di Alessandro: partito nel 334 a.C. da Pella, in Macedonia, il re macedone ottiene decisive vittorie al Granico, poi a Isso, infine a Gaugamela.

Nel giro di pochi anni Alessandro occupa il Vicino Oriente persiano, fino a farsi incoronare (330 a.C.) re di Persia.

A quel punto inizia un’altra marcia: partito nel 329 a.C., raggiunge le sponde del fiume Idaspe, a est dell’Indo, nel 326 a.C.

Da qui inizia la più veloce marcia di ritorno, che si conclude nel 324 a.C. a Persepoli.

Alessandro re di Persia La marcia di Alessandro proseguì inarrestabile: raggiunse prima Babilonia e poi le altre capitali dell’Impero persiano, Susa e Persepoli. Qui nel 330 a.C. si fece incoronare re di Persia: era lui l’erede della secolare monarchia persiana. Perciò stabilì che la sua persona dovesse essere venerata come un dio, secondo le usanze orientali, con il rituale della proskynesis (genuflessione fino a terra). Alcuni suoi veterani giunti con lui dalla Macedonia si rifiutarono di farlo e Alessandro li punì duramente.

Sempre a Persepoli Alessandro compì un gesto grave e simbolico: diede alle fiamme il palazzo imperiale, come vendetta contro la distruzione dei templi ateniesi perpetrata da Serse nel 480 a.C. Quel gesto fu però l’ultimo compiuto da Alessandro in nome della Grecia.

LE GRANDI CONQUISTE DI ALESSANDRO

TRACIA

GRECIA

Granico (133 a.C.) Isso (333 a.C.)

Alessandretta

Alessandria

Menfi

Oracolo di Ammone

Gaugamela (331 a.C.)

Alessandria di Characène

Alessandria Margiana

Alessandropoli

Alessandria degli Arii

Alessandria Praftasia

Alessandria Carmania

Alessandria Escate

Alessandria Tarmata

Alessandria al Caucaso

EGITTO INDIA Cipro

Mar Mediterraneo Mare Arabico

Macedonia

Alleati di Alessandro

Alessandria al Aracosia

Alessandria al Makarène

Massima estensione dell’Impero

Itinerario di Alessandro

Alessandria Bucefala

Alessandria Nicea

Alessandria

Opiane

Battaglie Città fondate da Alessandro

IDENTIKIT

tipo di documento

opera storiografica

autore

Arriano

opera

Anabasi di Alessandro IV, 11

data

metà del II sec. d.C.

I Greci si rifiutano di inginocchiarsi davanti ad Alessandro

Adeguandosi allo stile persiano, Alessandro adottò l’uso della proskynesis, ovvero pretese che chiunque gli facesse visita a corte, si inginocchiasse e gli mandasse un bacio con le dita, prima di ricevere da lui il favore di un abbraccio.

Il greco Callistene (nipote di Aristotele) aveva seguito Alessandro dalla Macedonia con l’incarico di raccontarne le gesta. Si oppose alla divinizzazione del sovrano, e per questo fu condannato a morte. Motivò come segue il proprio rifiuto, nel resoconto dello storico Arriano.

O Anassarco1, io ritengo Alessandro degno di qualsiasi onore che convenga ad un uomo. Gli uomini però hanno distinto in molti e diversi modi onori umani e divini, ad esempio con la costruzione di templi e l’erezione di statue [...] non è perciò giusto che gli uomini confondano tutto questo e innalzino gli uomini a un grado troppo elevato per eccesso di onori, abbassando più che possono gli dèi a una sconveniente piccolezza con onori uguali e quelli degli uomini [...].

Io ti chiedo di ricordarti della Grecia, o Alessandro, a causa della quale hai realizzato l’intera spedizione: tornato là obbligherai i liberissimi Greci alla proskynesis2, o risparmierai i Greci ma imporrai questo disonore ai macedoni, oppure tu stesso farai una rigorosa distinzione degli onori per cui i Greci ti onoreranno come uomo, secondo il costume greco, mentre solo i barbari ti onoreranno da barbari?

Arriano, Anabasi di Alessandro IV, 1011

1. Anassarco: filosofo greco al seguito di Alessandro Magno.

2. proskynesis: genuflessione.

L’immagine mostra una scena del film storico del 2004 Alexander, diretto da Oliver Stone. Il film si concentra sulla vita e le conquiste di Alessandro Magno.

1. Callistene distingue tra due piani, l’umano e il divino.

• Quali onori convengono agli dèi, secondo Callistene? E quali, invece, agli uomini? Cerca le risposte nel testo.

2. Forse, dice Callistene, Alessandro potrebbe comportarsi in modo differente verso i tre popoli del suo dominio.

• Di quali popoli e di quale distinzione si tratta?

GUIDA ALL’ANALISI

STUDIA CON METODO

Rifletti

Quale criterio seguì Alessandro nell’organizzare il suo nuovo Impero? E perché giudichiamo modernissima questa scelta? Discutine con i compagni e con l’insegnante.

Moneta raffigurante Alessandro Magno (III secolo a.C.).

STUDIA CON METODO

Collega

Il sogno di un impero universale era già stato coltivato nell’antichità. Ritorna a p. 150 per verificare da quali popoli.

3. Il disegno di un impero universale

Integrare i diversi popoli e fonderli pacificamente La successiva politica di Alessandro sarebbe stata finalizzata a fondere le due sfere, il mondo greco-macedone da cui proveniva e il nuovo mondo, persiano e orientale, appena sottomesso.

Si trattava di un criterio rivoluzionario, per quei tempi, e modernissimo. Invece di perseguire un ideale “panellenico”, cioè d’imporre la supremazia dei Greci sugli altri popoli, Alessandro cercò di fondere pacificamente Greci e “barbari” in un’unica realtà politica, rispettando usi e costumi di ciascun popolo. D’altra parte, quella era l’unica via per governare un Impero tanto differenziato.

Lo stesso sovrano diede l’esempio di questa convivenza che oggi chiameremmo multiculturale, sposando nel 327 a.C. la figlia di un comandante persiano, Roxane. Fece anche pressioni perché migliaia degli uomini del suo seguito si sposassero con donne persiane.

Un viaggio verso est, fino ai confini del mondo Alessandro non si fermò alla Persia. La sua smisurata ambizione accarezzava infatti il progetto di un impero universale che unisse tutto il mondo conosciuto (e quello ancora sconosciuto). Provava inoltre un’autentica sete di esperienze e di conoscenza, che costituisce uno dei lati più affascinanti della sua personalità.

Con le sue truppe (70.000 uomini circa, quasi la metà dei quali erano Persiani), il giovane re si spinse prima a nord-est, con l’obiettivo di sottomettere le province orientali del grande Impero, Battriana e Sogdiana. Risalì dunque nell’attuale Afghanistan, e poi ridiscese verso sud, attraversando l’Indo. Nel 326 a.C. sconfisse il re indiano Poro, dopo una durissima battaglia combattuta sul fiume Idaspe (nell’attuale Pakistan). Poro venne lasciato sul trono, come alleato.

Alessandro avrebbe voluto proseguire ancora più a est, fino a raggiungere le sorgenti del Gange: lì, secondo i geografi antichi, era posto l’estremo limite del mondo. I suoi uomini, però, prostrati dai disagi e dal clima, si rifiutarono di procedere oltre.

A malincuore Alessandro ordinò il ritorno. Discese fino al delta dell’Indo con navi costruite per l’occasione, poi proseguì via terra, mentre l’ammiraglio Nearco costeggiava con la flotta il golfo Persico.

Un regno davvero universale Nei primi mesi del 324 a.C. Alessandro rientrò trionfalmente a Susa. La sua spedizione in Asia era durata dieci anni esatti: un tempo sufficiente a creare il dominio più vasto che sia mai stato messo insieme da un solo individuo.

L’Impero occupava 5 milioni di km2, esteso dalla Grecia alla Fenicia, dall’Egitto alla Mesopotamia e alla Persia, giungendo dall’altopiano iranico fino ai confini con la Cina e l’India.

PROTAGONISTE NELLA STORIA

Roxane, prima moglie di Alessandro

«Alessandro la vide danzare durante un banchetto e se ne innamorò perdutamente, decidendo subito di sposarla.»

Plutarco

Una donna simbolo

Roxane, o Rossane, è appena citata nelle narrazioni moderne su Alessandro Magno: quasi un’ombra accanto all’epopea del grande condottiero macedone. Le fonti antiche – Arriano, Plutarco, Curzio Rufo e Diodoro Siculo –la menzionano appena, senza cogliere il significato storico e simbolico che promana la sua figura.

Roxane era figlia di Oxyartes, un nobile battriano. Fu data in moglie ad Alessandro nel 327 a.C., dopo la conquista delle satrapie orientali. L’incontro avvenne nel contesto ufficiale di una resa: la bellezza della giovane – «la più bella donna d’Asia, dopo la moglie di Dario», dice Plutarco – colpì profondamente il re. Ma non fu solo un colpo di fulmine: decidendo di sposarla, Alessandro compì una scelta profondamente politica. Il conquistatore e riformatore intendeva non solo dominare l’Impero persiano, ma anche fonderlo con il mondo greco-macedone

Rottura degli schemi

In questo senso, Roxane fu la prima icona vivente di un progetto radicalmente interculturale. Il mondo antico era segnato da confini rigidi, identità etniche contrapposte e matrimoni dinastici interni: ebbene, la figura di Roxane rompeva questi schemi. Non era una principessa grecizzata, ma una donna proveniente da una cultura diversa, introdotta in una corte e in un esercito profondamente maschilisti e

Educazione civica

Costituzione

militarizzati. Roxane, per il re, non fu mai una semplice concubina o una sposa decorativa: fu regina, madre dell’erede legittimo, interlocutrice politica. L’unione con lei fu affettiva e politica allo stesso tempo.

Anche per questo la sua presenza fu, da subito, ambigua e perturbante: non del tutto accettata dai compagni di Alessandro, temuta da molti e, dopo la morte del marito, vulnerabile in un quadro politico instabile. Coinvolta in lotte dinastiche, cadde in disgrazia e fu infine uccisa (nel 310 a.C. circa) per volontà di Cassandro, timoroso che il figlio di Roxane potesse legittimare una nuova dinastia.

La straniera ponte tra culture

La figlia di Oxyartes è stata marginalizzata forse perché sfuggiva ai ruoli canonici: non eroina, non vittima, ma testimone viva di un’utopia fragile. Rimane, per noi, il segno della straniera integrata e insieme resistente: una figura che porta con sé il trauma e la possibilità del contatto tra civiltà. Non un modello di assimilazione passiva, ma un esempio complesso di interazione tra culture. In lei si concentrano i conflitti irrisolti del progetto di Alessandro: unire l’Occidente e l’Oriente senza cancellarne le identità. Roxane continua a parlarci, ancora oggi, del rischio e della fecondità dell’incontro, della difficoltà di essere ponte tra mondi, e del coraggio necessario per abitare una posizione ibrida.

Pietro Rotari, Alessandro e Roxane, 1756, Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo.

CARTA INTERATTIVA

Le spedizioni di Alessandro Magno

Colloca nel tempo

Quando morì Alessandro? Da quanto tempo era rientrato dalla spedizione in Asia?

Una politica coraggiosa, spezzata dalla morte improvvisa A Babilonia, eletta capitale dell’Impero, Alessandro si dedicò con energia a organizzare i territori conquistati. Seguì con coerenza una linea già tracciata: favorire la fusione tra i diversi popoli. Tutto (il cerimoniale di corte, l’abbigliamento, le nuove monete coniate dal re) doveva celebrare l’amalgama dei due mondi. Ogni scelta rispondeva a questa politica: nel 324 a.C. il re celebrò le sue seconde nozze con Statira, figlia di Dario III; diversi ex governatori di Dario furono confermati nei precedenti compiti; 30.000 giovani persiani vennero inquadrati nell’esercito macedone. Quando era nel pieno di questo sforzo, nel giugno del 323 a.C., a Babilonia, Alessandro morì all’improvviso, per un violento attacco di febbre malarica. Aveva appena 33 anni. In seguito fu chiamato Magno (“Alessandro Magno”) per la grandezza e la rapidità delle sue conquiste, per la novità e vastità delle sue idee, per il fascino che promanava dalla sua figura. Il mito eroico di Alessandro era destinato a esercitare un costante richiamo nel corso dei secoli.

LA POLITICA DELL’INTEGRAZIONE

Alessandro vuole fondere i vari popoli del suo impero

lui stesso sposa Statira, la figlia di Dario III

e fa entrare i Persiani nell’esercito macedone

LE DOMANDE DELLA STORIA PERCHÈ ALESSANDRO DIVENNE UNA LEGGENDA?

La personalità di Alessandro ha abbagliato i contemporanei e i posteri. Il sovrano sempre vittorioso e perennemente giovane, in gara con l’ignoto, fu immediatamente celebrato da arte e letteratura, avvolto fin da vivo da un’aura quasi soprannaturale: la rapidità della conquista e l’avvincente resoconto delle sue imprese nelle favolose regioni orientali, come l’India, lo rendevano un eroe da romanzo, tra fiaba esotica e l’epopea dell’ignoto. Ad alimentare il mito di Alessandro contribuì anche l’immagine che egli fece costruire di sé dai suoi biografi. Fece ricordare, per esempio, che un giorno, giunto a Gordio nell’Asia minore, tagliò con un solo colpo di spada un intricatissimo nodo; chi l’avesse sciolto, secondo l’oracolo, si sarebbe assicurato il dominio di tutto l’oriente. Poco dopo, in Egitto, si fece proclamare “figlio di Ammone” (una divinità greco-egizia) dai sacerdoti di quel tempio, presentandosi così ai popoli come una divinità.

Astutamente, dunque, mentre procedeva alla conquista, Alessandro costruiva su di sé una leggenda che la giustificasse; del resto, per reggere un grande impero occorreva niente di meno che un grande personaggio.

Alessandro il condottiero, raffigurato in groppa al suo amato cavallo Bucéfalo, nell’atto di colpire un nemico. Alessandro fu il primo sovrano a curare la propria immagine pubblica, facendosi ritrarre da artisti noti, come lo scultore Lisippo, autore di quest’opera, o come il pittore Apelle.

CITTADINI CONSAPEVOLI

Alessandro Magno

immaginò una soluzione nuova per garantire una pacifica convivenza nel suo Impero multiculturale. Il problema di Alessandro si ripropone, in modi diversi, anche oggi.

Il problema ieri e oggi

Alessandro Magno voleva integrare popoli diversi (Greci, Macedoni, Persiani, Egizi, Mesopotamici ecc.) all’interno di un unico Stato, mettendo tutti sullo stesso piano, e rispettando le caratteristiche di ciascuno. Era un progetto decisamente nuovo per quei tempi e non si realizzò per l’opposizione dei Macedoni e per la morte improvvisa del grande condottiero. Anche ai nostri tempi la convivenza tra persone di cultura diversa non è affatto semplice. Ogni giorno incontriamo molti individui che sono, in parte, diversi dalla maggioranza degli altri: differenti per lingua, per caratteri fisici, per abitudini alimentari, per tradizioni religiose e così via. Come comportarci con loro?

Uguaglianza e rispetto dell’identità = integrazione Rispondiamo con un esempio. Se una cittadina italiana o un cittadino italiano si reca a lavorare e a vivere all’estero, per esempio in Svizzera, deve rispettare le leggi elvetiche; ma, in cambio, chiede di poter godere dei medesimi diritti (e doveri) che spettano alle cittadine svizzere o ai cittadini svizzeri. Non solo. Chiede anche di conservare le sue abitudini di vita, la sua lingua italiana, le sue convinzioni religiose ecc.

Educazione civica

Costituzione

Il diritto all’integrazione

Dunque sono due le richieste: uguaglianza nei diritti e nei doveri, ma, allo stesso tempo, diritto all’identità, cioè a conservare la specificità della propria cultura e tradizione. Uguaglianza e identità sono due strumenti complementari per realizzare una vera integrazione. Essa non è omologazione (tutti devono appiattirsi e diventare uguali), ma un progetto di valorizzazione, per tutti. Per capire come realizzarlo, ci rivolgiamo alla Costituzione italiana.

L’integrazione nella Costituzione

La parola “integrazione” non compare nella Costituzione italiana, che è stata scritta nel 1947, in un contesto sociale diverso da quello attuale. Tuttavia la Costituzione ci offre spunti assai interessanti anche sotto questo aspetto. Per esempio, l’Articolo 6 riconosce la presenza di minoranze linguistiche sul territorio nazionale e afferma il principio della loro tutela, cioè il diritto di questi gruppi a essere accettati e garantiti. Prima ancora, all’Articolo 2, la Costituzione afferma i diritti inviolabili dell’individuo (quindi non solo della cittadina e del cittadino nati e cresciuti nel territorio della Repubblica): «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Tutti gli Stati democratici, oltre a riconoscere i diritti inviolabili dell’individuo, tutelano e garantiscono questi diritti, che riguardano tutte le persone, non solo le cittadine e i cittadini

di uno Stato.

La Costituzione, però, non si limita a ciò. Vuole che siano adempiuti «i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»: ciò significa che tutti – ovviamente anche gli stranieri – siamo tenuti a rapporti reciproci improntati al rispetto delle leggi e, più ancora, alla solidarietà reciproca. È quanto viene esplicitato nell’Articolo 3 della Carta costituzionale italiana: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Qui non si parla più di semplice uguaglianza (di uguaglianza teorica o formale), ma di uguaglianza reale. «Rimuovere gli ostacoli» significa che tale uguaglianza deve realizzarsi giorno per giorno, in un progetto, appunto, di integrazione e di “pari opportunità” per tutti.

ORGANIZZAZIONE DI UN EVENTO

Gli studenti della classe, individualmente o divisi per gruppi, svolgono anzitutto una prima ricerca sul numero di studenti stranieri all’interno dell’Istituto e li dividono per tipologia culturale e linguistica. Quindi ipotizzano un elenco di attività da svolgersi una giornata dell’integrazione: presentazione di cibi dai paesi d’origine, proiezione di film sull’argomento, letture di brani sulle migrazioni, sull’accoglienza, sulla diversità, esposizione di oggetti specifici di determinate culture ecc.

4. I regni ellenistici

Guerre tra i generali, fino alla spartizione del regno Alessandro era morto senza lasciare un erede designato; ciascuno dei suoi coltivava l’ambizione di assumere nelle proprie mani il potere assoluto. Una serie di congiure tolse di mezzo, via via, i parenti più stretti di Alessandro: la moglie Roxane, il giovanissimo figlio e la madre Olimpiade.

Le guerre tra i generali (chiamati diàdochi, cioè “successori”) durarono circa un ventennio, senza che nessuno riuscisse vincitore. Alla fine si giunse a una suddivisione dell’ex Impero di Alessandro in vari regni autonomi. Dai fondatori derivarono poi varie dinastie di sovrani (i Tolomei in Egitto, i Selèucidi in Siria, gli Antigònidi in Macedonia), in cui il potere si trasmetteva di padre in figlio: una situazione sconosciuta al mondo greco.

CARTA INTERATTIVA

I regni ellenistici

I REGNI ELLENISTICI

REGNO DI MACEDONIA

Pella

LEGA

GRECA

Atene Bisanzio Pergamo

Sardi Efeso

Nascono l’Egitto dei Tolomei, la Siria dei Seleucidi, la Macedonia degli Antigònidi Il più solido dei nuovi Stati fu il regno d’Egitto, fondato dal generale macedone Tolomeo nel 306 a.C. Sarebbe durato tre secoli, prima di cadere nelle mani di Roma nel 31 a.C. La capitale fu posta ad Alessandria, già in piena fioritura. Le strutture centralizzate dell’antico regno dei faraoni non furono cancellate, ma rese più efficienti. Il regno più vasto era quello di Siria o dei Selèucidi (dal fondatore Selèuco, generale macedone), con capitale Antiochia. Anch’esso durò fino alla conquista romana del 64 a.C., ma perse nel corso del tempo varie regioni: si resero indipendenti il regno di Pergamo, il regno dei Parti, quindi la Battriana (odierno Afghanistan), il regno di Bitinia e quello del Ponto, gli ultimi due localizzati sulla costa turca del Mar Nero.

Mar Nero Mar Mediterraneo

REGNO DI BITINIA

REGNO DI PERGAMO

REGNO DEI TOLOMEI

REGNO DEL PONTO

REGNO DEI SELEUCIDI

I regni ellenistici costituivano un mondo aperto e integrato. Intrattenevano scambi con le città greche, con l’Occidente europeo, con Cartagine, l’Arabia, l’India. La circolazione delle merci, gestita da mercanti privati, utilizzava un’articolata rete di strade, che collegava località lontanissime fra loro. Le vie

carovaniere raggiungevano gli scali marittimi, i porti a cui facevano capo le principali rotte mediterranee. Ad Alessandria arrivavano le merci trasportate sul Nilo; a Efeso giungevano le vie dell’Asia Minore, Bisanzio dominava il Ponto (Mar Nero), Rodi era punto di convergenza nel Mediterraneo orientale.

Busto di Tolomeo risalente al I secolo a.C.

Il regno di Macedonia, infine, era retto dalla dinastia antigònide, così chiamata dal generale di Alessandro di nome Antìgono. Nei suoi due secoli di vita la Macedonia ebbe vita travagliata, dovendo misurarsi, e spesso scontrarsi, con il desiderio di autonomia delle póleis greche. A ovest anche il piccolo ma bellicoso regno dell’Epiro (attuale Albania) cercava di rendersi indipendente. La Macedonia cadrà in mano di Roma nel 168 a.C.

Una classe dirigente greco-macedone I regni sorti da questa suddivisione sono detti “ellenistici”, aggettivo che significa “d’impronta ellenica” (cioè greca), perché vennero governati da una classe dirigente greco-macedone. Infatti i diàdochi si sbarazzarono rapidamente dei funzionari persiani che Alessandro aveva voluto al suo fianco come collaboratori. Al loro posto furono nominati uomini di fiducia tutti greco-macedoni. Fu così accantonato il coraggioso progetto di Alessandro di realizzare una fusione (etnica, culturale e politico-amministrativa) tra Greci e Persiani: s’impose un modello che prevedeva i greco-macedoni nel ruolo di dominatori e gli orientali in quello di sudditi.

Monarchie, non più póleis Rispetto al frammentato e piccolo mondo delle póleis greche, i regni ellenistici si presentavano come Stati molto vasti e organizzati in maniera completamente diversa. I sovrani esercitavano il potere in modo assoluto, senza cioè condividerlo con l’assemblea dei nobili e senza altre forme di controllo. Tutte le decisioni che riguardavano il regno erano prese e gestite dal centro; anche le attività economiche, così come il fisco, erano pianificate dallo Stato.

LE MONARCHIE ELLENISTICHE

L’IMPERO DI ALESSANDRO

SI DISGREGA IN 3 REGNI MAGGIORI

• Regno d’Egitto

• Regno di Macedonia

• Regno di Siria

verranno infine conquistati da Roma

sono indeboliti da:

• guerre reciproche

• disgregazioni territoriali

nel I secolo a.C. retti da dinastie che discendono dai generali di Alessandro, i diàdochi

STUDIA CON METODO

Colloca nello spazio

Dopo aver osservato la carta sotto, indica in quali Stati attuali si trovano i quattro principali punti di smistamento delle vie carovaniere e dei commerci del III secolo a.C.: Alessandria, Efeso, Bisanzio e Rodi.

Comprendi

Perché venne abbandonato il progetto multiculturale di Alessandro? Quali altre scelte si imposero?

nel mondo ellenistico sono i re a prendere ogni decisione

i magistrati delle singole città si piegano al potere centrale

finisce così la libertà della pólis greca

LEGGI LA FONTE

Due testimonianze sul culto ellenistico del sovrano

Il re era l’unico a dettare le leggi; tutti gli altri erano sudditi. La gestione quotidiana del regno era assicurata da una burocrazia di funzionari, esattori delle tasse ecc.: un apparato necessario per governare Stati vasti com’erano i regni ellenistici.

Tale sistema di governo capovolse la tradizione della pólis, in cui trionfavano il libero dibattito delle idee e la gestione comune del potere pubblico È vero che le singole città si amministravano da sé, con assemblee e magistrati eletti dal basso; ma si trattava solo di un’illusione di democrazia. Gli Stati ellenistici erano gestiti, nella sostanza, come gli antichi regni (vedi Unità 1 p. 34): l’Egitto dei faraoni, la Babilonia di Hammurabi, il regno assiro o quello persiano.

Il culto del sovrano Anche l’immagine pubblica del monarca seguiva questa tradizione orientale. Per consolidare, davanti al popolo, il proprio potere, i re ellenistici si facevano venerare come dèi, così come aveva preteso Alessandro Magno durante gli ultimi anni di vita. Il culto del sovrano non costituiva una novità per l’Oriente: in Egitto, in Mesopotamia, in Persia, i sovrani si erano sempre presentati come divinità celesti. Era però difficile da accettare per i sudditi di origine greca, abituati a un potere gestito da cittadini come gli altri.

L’economia, i commerci e gli schiavi Sul piano economico, l’età ellenistica registrò un discreto sviluppo: l’agricoltura, l’artigianato, ma soprattutto i commerci progredirono. Gli scambi erano facilitati dalla rete stradale che da sempre costituiva il vanto dell’Impero persiano, oltre che da nuove vie di comunicazione nel frattempo aperte tra Oriente e Occidente.

Si sviluppò una classe di ricchi mercanti, che spesso praticavano la nuova attività di banchieri: prestavano infatti denaro ad alti interessi non solo ai privati, ma anche alle città, per finanziare i servizi a esse necessari: approvvigionamento alimentare, lavori pubblici ecc.

STUDIA CON METODO

In seguito allo sviluppo economico quali classi sociali emersero? Quale fu la classe più sfruttata?

Tra le merci più richieste vi erano gli schiavi, le cui braccia costituivano una risorsa preziosa, e a bassissimo costo, nel duro lavoro nei campi e nelle botteghe artigiane. Prosperarono quindi grandi mercati di schiavi, sia nelle città, come Alessandria, Antiochia, Seleucia, ma anche nelle piccole isole dell’Egeo, comodi punti di incontro per i traffici internazionali. In particolare l’isola di Delo divenne il principale mercato di schiavi dell’area mediterranea. Esponi oralmente

DENTRO LE PAROLE

BUROCRAZIA Il termine è formato dal francese bureau, “ufficio pubblico”, composto con il greco krátos, “potere”; designa l’organizzazione e la gestione degli affari pubblici mediante un corpo di funzionari. Una burocrazia di corte si sviluppò soprattutto nelle società in cui il potere centrale del sovrano controllava ogni aspetto della vita del paese, come accadeva nell’antico Egitto o nelle monarchie ellenistiche. Lo stesso avverrà negli Stati centralizzati della storia moderna (per esempio nelle monarchie francese e britannica). Oggi la parola “burocrazia” evoca, spesso, l’idea di una

macchina impersonale e inefficiente, di uffici inutili ecc. In realtà, la burocrazia è una struttura necessaria per gestire quelle attività complesse (riscossione delle tasse, organizzazione di servizi come la sanità, la scuola ecc.) che sono indispensabili in una società evoluta.

Quali soluzioni si stanno proponendo oggi per migliorare l’efficienza della burocrazia italiana? Rispondi dopo aver effettuato una ricerca in rete.

Un mondo di città Anche come conseguenza della vivacità dei traffici commerciali, nacquero in quest’epoca numerose città, di solito fondate all’incrocio delle principali vie di comunicazione. Crebbe quindi la popolazione urbana: è un altro carattere tipico del mondo ellenistico. Molte città ellenistiche nacquero per iniziativa dei sovrani, secondo l’esempio delle Alessandrie fondate da Alessandro Magno. Altre città, già esistenti, furono ampliate e ristrutturate, secondo criteri nuovi. Ora infatti la pólis non era più intesa come spazio di attività politica e di vita sociale, ma come espressione del potere dei re ellenistici, i quali facevano edificare fastosi complessi monumentali, per dare forma al loro prestigio e potenza.

STORIA E ARTE

ALESSANDRIA E PERGAMO: DUE CAPITALI, UNA NUOVA IDEA DI CITTÀ

Due esempi significativi delle nuove concezioni urbanistiche e architettoniche sono Alessandria d’Egitto e Pergamo. Il centro di Alessandria era costituito dall’agorà, ma questa aveva quasi del tutto perduto il suo ruolo politico di sede delle assemblee popolari o giudiziarie, mentre conservava le funzioni religiose e aveva incrementato quelle commerciali. Alla piazza erano annessi imponenti edifici, simboli del potere dei re e della cultura: il palazzo reale, il museo con la celebre biblioteca, il monumento funebre di Alessandro, fondatore della città e il Faro, grandiosa costruzione la cui luce era visibile dal mare in lontananza.

A Pergamo fu sfruttata la natura scoscesa e montuosa del terreno per ottenere particolari effetti estetici e scenografici, grazie al contrasto creato tra gli splendidi edifici e gli spazi aperti ricoperti di verde. La città era costituita da una serie di terrazze disposte a semicerchio attorno al teatro, che occupava un posto privilegiato nell’assetto urbano. I principali edifici erano il grande Altare consacrato a Zeus e Atena e la celebre biblioteca, rivale di quella di Alessandria. L’agorà costituiva una sorta di ingresso alla terrazza destinata alla celebrazione del potere reale e al culto degli dèi.

L’altare di Pergamo, dedicato a Zeus e Atena, è uno dei capolavori dell’arte ellenistica. Commissionato dal re di Pergamo Eumene III per celebrare una vittoria, è stato poi trasportato a Berlino, dove oggi si trova. L’alto podio, a cui si accede mediante un’imponente scalinata, è decorato da uno splendido fregio scultoreo sul tema della Gigantomachia, mitica battaglia tra gli dèi olimpici e i Giganti.

LEZIONE INTERATTIVA

La civiltà ellenistica

5. La civiltà dell’Ellenismo

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza quali novità presentò l’Ellenismo rispetto alla precedente cultura greco-classica.

La nuova cultura ellenistica Si chiama “Ellenismo” la civiltà sviluppatasi dalla morte di Alessandro (323 a.C.) fino alla conquista romana dell’Egitto (31 a.C.); dopo questa data, si parla di civiltà ellenistico-romana. Il termine “Ellenismo” fu coniato nel XIX secolo dal grande storico tedesco Johann Gustav Droysen, partendo dall’aggettivo “ellenico” (“greco”). In effetti l’Ellenismo prese le mosse dalla lingua e dalla cultura greca. In questi secoli essa si diffuse nell’area che era stata conquistata da Alessandro Magno e in cui erano poi sorti i regni ellenistici: il bacino mediterraneo e il Vicino Oriente antico, fino a Mesopotamia e Persia. Rispetto a quel punto di partenza (la cultura greca), l’Ellenismo presenta però delle novità. Abbiamo già notato la principale discontinuità: la vita sociale, politica e culturale si svolgeva non più nella pólis, la città-stato, ma nel nuovo spazio monarchico dei regni ellenistici. Un’altra importante novità, come vedremo, riguardava la sottolineatura della centralità degli individui, rispetto alla vita collettiva della comunità civile.

Un’ecumène, una realtà unita e omogenea Il grande progetto “multiculturale” coltivato da Alessandro (far incontrare e dialogare le diverse culture, fino a fonderle in una realtà nuova) trovò realizzazione, al tempo dell’Ellenismo, non sul piano sociale, ma su quello culturale. Infatti negli Stati ellenistici i ceti dirigenti greco-macedoni rimasero separati da quelli orientali: gli uni dominatori, gli altri sudditi (come abbiamo detto a p. 240). Qui s’infranse il sogno di Alessandro Magno, che tanto aveva desiderato, invece, fondere le due società. Invece, sul piano culturale, i vari regni ellenistici – pur differenti per territorio, risorse e popoli insediati al loro interno – presentano numerosi aspetti in comune, nel governo, nella società, nell’economia e nella cultura. Il peso di questi elementi comuni fa sì che possiamo parlare di una civiltà ellenistica omogenea: una ecumène, come dicevano i Greci (alla lettera “la casa in cui viviamo”), cioè un mondo integrato, in cui era possibile spostarsi da un luogo all’altro, capirsi e vivere in forme simili. Siamo davanti, in un certo senso, al primo mondo “globalizzato” della storia.

CULTURA GRECA

Protagonista

Destinatari

Vocazione

Canale

Centro

Obiettivo

intellettuale cittadino delle póleis

comunità dei cittadini della pólis

etico-politica

comunicazione orale

Atene

celebrazione della grecità

Protagonista

Destinatari

Vocazione

Canale

Centro

Obiettivo

CULTURA ELLENISTICA

élite intellettuale

pubblico competente

individualistica

testo scritto

Alessandria e altri centri

integrazione di culture diverse

La koiné, la lingua comune L’integrazione ellenistica venne resa possibile soprattutto dalla diffusione della koiné, la “lingua comune”, basata sul dialetto attico/ateniese.

Essa divenne – un po’ come l’inglese di oggi – la lingua internazionale degli scambi, delle leggi, del sapere: un potente mezzo per mettere in comunicazione e in relazione uomini e idee, popoli e culture. In tal modo la grecità (cioè il modo di vivere e di pensare tipico dei Greci), che era rimasta lungamente ristretta all’orizzonte della città-stato, poté allargarsi a dimensioni molto più ampie. Fu il merito maggiore dell’Ellenismo.

Il Museo e la Biblioteca di Alessandria Il simbolo di tutto ciò (integrazione culturale e diffusione della cultura greca) fu il complesso – fondato da Tolomeo I verso il 290 a.C. – costituito dal Museo e dalla Biblioteca di Alessandria, in Egitto. Il Museo (in greco “tempio delle Muse”) era un’accademia culturale, un centro di sapere, in cui gli studiosi delle varie discipline, generosamente sovvenzionati dal sovrano, potevano incontrarsi per discutere e studiare. Il Museo era dotato di un osservatorio astronomico, di un orto botanico e di un giardino zoologico.

Poco vicino sorgeva la grande Biblioteca, dotata di oltre 700.000 volumi e – grande novità per il mondo antico – aperta a tutti gli studiosi. La Biblioteca commissionò una sistematica ricerca e raccolta di tutti i testi dell’età greco-classica; di ogni opera veniva poi realizzata un’edizione “standard”, accuratamente trascritta su papiro.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico

Che cos’era la koiné? Quale importante funzione svolse?

L’ECUMÉNE

ELLENISTICA

si realizza così la volontà di fusione di Alessandro c’è una forte omogeneità sul piano culturale in tutti i vari regni ellenistici

La Bibliotheca Alexandrina di Alessandria d’Egitto in un’immagine del 2019. L’antico edificio della Biblioteca andò distrutto nel corso di un incendio nel 48 a.C., durante i giorni dell’occupazione romana della città, ma la sua memoria e la sua potenza simbolica sono rimaste immortali nei secoli e hanno mosso nella seconda metà del Novecento università e poi governi e organismi internazionali a promuoverne la ricostruzione in un luogo molto vicino all’antica sede.

La nuova Biblioteca è stata inaugurata nel 2002.

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza le principali caratteristiche delle tre capitali culturali del mondo ellenistico.

L’opera del Museo e della Biblioteca fu decisiva per assicurare la conservazione del sapere precedente, in particolare dei grandi classici greci, letti, studiati e commentati da generazioni di studiosi. Messo in circolazione, quel sapere divenne un patrimonio comune a tutto il mondo ellenistico.

Tre capitali culturali: Alessandria, Pergamo, Atene Alessandria d’Egitto, sede del Museo, fu il maggior centro culturale del mondo ellenistico. Numerosi intellettuali coltivarono il sapere dell’età greco-classica, approfondendolo e aggiornandolo. Ad Alessandria operarono celebri matematici, come Archimede ed Euclide; furono proseguiti gli studi di medicina e di anatomia dell’antica scuola ippocratica (vedi p. 201); ebbe inoltre impulso l’innovazione tecnologica, come dimostra la costruzione del grande Faro, la cui luce era visibile a 60 chilometri di distanza.

L’altro grande centro della cultura ellenistica fu Pergamo, capitale dell’omonimo regno. La sua ricca biblioteca era più piccola di quella di Alessandria, ma molto dinamica. In essa venne realizzata la pergamena, un nuovo materiale su cui scrivere, assai più resistente del papiro. La pergamena (il nome deriva appunto da quello della città) era ricavata dalla concia delle pelli di ovini, allevati in abbondanza dalla regione.

La terza, grande capitale della cultura ellenistica era, ovviamente, Atene, che rimase all’avanguardia nella ricerca filosofica.

Le sue scuole di pensiero erano famose in tutto il mondo mediterraneo: alcune, come l’Accademia platonica, vantavano una già lunga tradizione; ma in quest’epoca ne nacquero di nuove, più vicine ai bisogni dei singoli individui.

L’ELLENISMO

UN MONDO OMOGENEO

NELLA SOCIETÀ

ovunque i Greco-Macedoni sono in posizione dominante

UN MONDO OMOGENEO

NELLE COMUNICAZIONI

si può circolare grazie a una fitta rete di strade e di porti mediterranei

UN MONDO OMOGENEO NELL’ECONOMIA

si sviluppano commerci e traffici, grazie all’iniziativa dei mercanti

i regni ellenistici costituiscono un MONDO OMOGENEO

grazie alla diffusione della GRECITÀ

UN MONDO OMOGENEO

NELLA CULTURA E NELL’ARTE

che si basano su modelli greci

UN MONDO OMOGENEO

NELLA STRUTTURA POLITICA

sono monarchie assolute, dove ogni decisione è presa dal sovrano

UN MONDO OMOGENEO

NELLA LINGUA: LA KOINÉ

il dialetto ionico-attico è la lingua internazionale

Individuo e interiorità, i nuovi interessi di filosofia e religione In età ellenistica, infatti, la filosofia tende ad abbandonare la riflessione sulle questioni di carattere generale (relative alla natura e all’origine delle cose, o all’azione politica del cittadino), per concentrarsi su altri temi: la ricerca morale su ciò che è giusto e di come deve vivere l’individuo, la riflessione sui mezzi con cui vincere il dolore e conquistare la felicità. Sono i temi cari, appunto, alle nuove scuole filosofiche come stoicismo, epicureismo, scetticismo ecc. Anche la religione, in quest’epoca, scoprì la nuova dimensione dell’interiorità.

I culti tradizionali, quelli legati alla religione olimpica, regredirono: non davano, infatti, risposte soddisfacenti agli interrogativi più profondi (“Chi sono io e perché sono al mondo?”), ai problemi individuali, alla paura della morte, a come sconfiggere l’infelicità. A simili domande si cercava risposta in divinità diverse da quelle tradizionali: divinità come l’egizia Iside o come il dio di origine persiana Mitra, che paiono più vicini ai bisogni degli individui. Spesso questi culti e pratiche religiosi venivano mescolati tra loro, in un sincretismo (“mescolanza”, appunto) che è tipico di quest’epoca.

Si sviluppa la ricerca scientifica Gli scambi culturali, fattisi più intensi, favorirono in età ellenistica lo sviluppo delle scienze. Il matematico Euclide ordinò in modo sistematico tutto il sapere geometrico del tempo. Mezzo secolo dopo, verso il 240 a.C. Eratostene di Cirene, direttore della Biblioteca di Alessandria, elaborò la prima carta geografica del pianeta in cui la superficie terrestre era rappresentata mediante un reticolo di meridiani e paralleli; inoltre calcolò con procedimenti matematici la circonferenza terrestre, sbagliando di pochissimo.

Un frammento di papiro contenente alcuni elementi della geometria di Euclide.

Esponi oralmente

Per quali motivi si modificarono, in quest’epoca, la ricerca filosofica e i culti religiosi? STUDIA CON METODO

STUDIA CON METODO

Cerca le informazioni

Prova a cercare notizie sulle scoperte scientifiche più importanti in campo geografico e astronomico di Eratostene e di Aristarco e sulle loro conseguenze nella ricerca.

STORIA E ARTE

L’ESPRESSIVITÀ DELL’INDIVIDUO

In quegli stessi anni, Aristarco di Samo avanzò per primo l’ipotesi che fosse la Terra a girare intorno al Sole, e non viceversa (il Sole era dunque al centro: è la teoria eliocentrica).

Questa ipotesi non ebbe però fortuna, superata dall’altra teoria geocentrica (la Terra al centro) formulata alcuni secoli dopo da un altro scienziato di Alessandria, Claudio Tolomeo. Contemporaneo di Eratostene e di Aristarco fu lo scienziato siracusano Archimede, che sviluppò importanti studi matematici, di meccanica e di ottica. Fu lui il padre di un nuovo procedimento di ricerca, basato sull’esperienza empirica, invece che su deduzioni teoriche.

Le “macchine meravigliose” dell’Ellenismo: il progresso tecnologico Oltre alla scienza, in questi secoli si registrò anche un notevole progresso tecnologico. Nacquero macchine utili come il mulino ad acqua e la pompa idraulica; si sviluppò notevolmente il settore della poliorcetica, l’arte di assediare le città con nuove macchine, come catapulte lanciadardi, baliste lanciasassi, arieti e torri d’assalto. La maggior parte delle sperimentazioni tecniche si rivolse, tuttavia, a costruire inutili “macchine meravigliose”: semplici curiosità, che compiacevano l’interesse dei committenti. Si realizzarono perciò fontane multigetto, teatrini automatici, getti di essenze profumate, soffitti ruotanti che cambiavano aspetto a ogni portata della cena, e così via.

In una società in cui vi era abbondanza di schiavi, mancava la spinta per realizzare macchine capaci di sostituire, o di migliorare, il lavoro degli uomini; e poi

Mitra (o Mithra) era il dio persiano che, secondo il mito, avrebbe stipulato con il Sole un patto di alleanza: da esso sarebbe nato il mondo. Mitra era dunque una divinità del sole, della luce, della vita, del bene, contrapposta allo spirito delle tenebre e del male. Il suo culto era quindi, assai diverso da quelli tradizionali: questi presentavano varie divinità che proteggevano l’una o l’altra attività, o città; qui abbiamo un unico dio del bene, cioè del bene in generale, di tutti gli uomini.

Per arte ellenistica intendiamo l’ultima fase della produzione greca prima della conquista romana di Corinto e Atene tra il II e il I secolo a.C. Essa consiste in una interpretazione orientale dai toni più espressivi dei modelli classici, diffusa soprattutto nell’Asia Minore. Durante il periodo ellenistico, viene modificata la rappresentazione dell’umano con la descrizione accurata dell’infanzia, della vecchiaia e di ogni aspetto della vita quotidiana, ponendo grande cura nell’espressività dei volti e dei corpi nella loro tensione vitale ed emotiva, con l’obiettivo della rappresentazione del vero.

IL GRUPPO DI LAOCOONTE

Un esempio è il Gruppo di Laocoonte, statua in marmo alta oltre due metri e custodita nel Museo Pio-Clementino della Città del Vaticano: è una copia dell’originale in bronzo citato da Plinio, che ne attribuiva la

fattura a tre artisti di Rodi, Agesandro, Atenodoro e Polidoro. Incerta la datazione dell’opera; si ipotizza che possa essere stato realizzato tra il II secolo a.C. e la metà del I secolo d.C. Laocoonte era un personaggio mitologico, reso famoso da un episodio dell’Eneide del poeta latino Virgilio: sacerdote del dio Apollo, si oppose invano a fare entrare a Troia il celebre cavallo di legno; perciò fu ucciso per ordine della dea Atena, protettrice dei Greci. Due enormi serpenti marini uscirono dal mare e lo stritolarono con i suoi figli. Il Gruppo di Laocoonte (non una semplice statua, perché raffigura tre personaggi) è uno dei massimi esempi della statuaria ellenistica. Evidenzia grande dinamismo ed energia nel tentativo dei personaggi di liberarsi dalla stretta dei serpenti: movimenti disperati, che rivelano, contemporaneamente, sofferenza fisica e spirituale. L’espressione dolorosa dei tre volti si carica di una forza drammatica, quasi teatrale, com’è tipico di molte sculture ellenistiche.

resisteva l’antico pregiudizio secondo cui un vero studioso non deve occuparsi di cose materiali. Di conseguenza, una vera rivoluzione scientifica si sarebbe sviluppata solo molti secoli più avanti.

La nuova idea di bellezza dell’arte ellenistica Tra i settori più vivaci della cultura ellenistica vi fu l’arte. Si ebbero importanti novità, perché in questi secoli cambiò l’idea di “bello”. Nell’età classica esso era stato concepito come sublime armonia, equilibrio, misura; gli artisti avevano raffigurato il movimento della figura umana solo in forme composte e pacate. Ora, invece, gli artisti dell’Ellenismo cercano, rispetto all’“olimpica” serenità della statuaria greca, una rappresentazione più realistica delle passioni e dei sentimenti: perciò, nelle loro opere, le linee s’intrecciano, talora si spezzano, in una ricerca meno composta e assai più dinamica e vera. Anche l’arte di quest’epoca – come la religione e le filosofie – fu attratta dai singoli individui, nelle loro condizioni di vita particolari. Perciò numerose opere d’arte ellenistica portarono alla ribalta la vita quotidiana, con i suoi soggetti poco “eroici”, ma molto più autentici. Anche questa era una grande novità.

Il Gruppo di Laocoonte, copia romana da originale greco.

Alessandro Magno e l’Ellenismo

Alessandro Magno re di Macedonia dal 336 a.C.

realizza una grande spedizione militare in Asia

con una serie di rapide vittorie, Alessandro conquista (334-324 a.C.) il regno di Dario III

per impadronirsi dell’ormai debole Impero persiano

poi Alessandro prosegue fino all’Indo, in un viaggio di conquista e di esplorazione

il più vasto dell’antichità nasce un nuovo IMPERO

Alessandro governa con una politica d’integrazione

324 a.C.: improvvisa morte di Alessandro

si sforza di fondere i 2 popoli e le 2 civiltà (greca e persiana)

DIVISIONE dell’impero nei nuovi REGNI ellenistici

Regno d’Egitto (Tolomei)

Siria (Selèucidi)

Macedonia (Antigònidi)

ALESSANDRO MAGNO E L’ELLENISMO

LA CONQUISTA DELL’ASIA

A Filippo II subentra il figlio Alessandro, re nel 336 a.C., a vent’anni. Rafforza subito il suo potere e stronca una ribellione antimacedone scoppiata a Tebe; poi riprende i piani paterni per muovere alla conquista del grande Impero persiano, ormai indebolito all’interno. Sbarcato con un esercito in Asia minore, nel 334 a.C., sconfigge i Persiani sul fiume Granìco (334 a.C.) e poi a Isso (333 a.C.); poi occupa Siria, Fenicia ed Egitto, dove fonda Alessandria. Nel 331 a.C., a Gaugamela Alessandro sconfigge definitivamente Dario III. Questi riesce a fuggire e Alessandro lo insegue. Con il pretesto dell’inseguimento, avanza verso l’interno dell’Asia, spinto dal desiderio di conoscere e di conquistare tutto il mondo. Nel 326 a.C. sconfigge il re indiano Poro; infine si arresta sulle rive dell’Indo. Nel 324 a.C. rientra in Persia. Padrone di un immenso Impero, Alessandro vuole unire pacificamente fra loro i diversi popoli sottomessi.

Perciò nel 327 a.C. sposa Roxane, figlia di un sàtrapo, e si mostra tollerante con i Persiani vinti. Nel 323 a.C. però, a soli 33 anni, muore improvvisamente.

LE MONARCHIE ELLENISTICHE

I generali di Alessandro lottano per circa vent’anni tra loro, per impadronirsi dell’Impero. Infine si giunge a una suddivisione dell’ex regno di Alessandro, dando così vita alle monarchie ellenistiche: il regno di Macedonia (al generale Antìgono e ai suoi successori, gli Antigònidi); il regno d’Egitto (al generale Tolomeo Lago e ai suoi successori, i Tolomèi); il regno di Siria, con Mesopotamia e Persia, a Selèuco e ai suoi successori (i Selèucidi); il regno di Pergamo,

staccatosi dalla Siria, ai discendenti di Àttalo (gli Attàlidi). Tutti questi regni cadranno, un paio di secoli dopo, nelle mani di Roma.

I monarchi ellenistici governano in modo accentrato, smentendo così la tradizione delle libere città-stato. Sul piano politico e sociale predominano i greco-macedoni. Si sviluppano i commerci, guidati da un ceto di ricchi mercanti, e le città.

LA CIVILTÀ ELLENISTICA

Nei vari regni ellenistici si sviluppa una civiltà dai caratteri omogenei: la civiltà ellenistica, caratterizzata dall’incontro del mondo greco con quello persiano e orientale. Strumento di comunicazione comune è la koiné, il greco basato sulla lingua di Atene.

L’Ellenismo riprende il grande patrimonio culturale della Grecia classica e lo diffonde nel mondo mediterraneo e nel Vicino Oriente. In questa fase nascono opere d’arte di gusto più vicino, rispetto all’arte greco-classica, alla vita quotidiana e alla raffigurazione dell’individuo e dei suoi sentimenti.

Inoltre, si sviluppano le scienze, un po’ in tutti i campi: matematica e geometria, astronomia, medicina. Le scuole filosofiche, così come le ricerche religiose, s’interessano adesso di problemi in parte nuovi, come la morale, la coscienza individuale ecc.

AUDIOSINTESI

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Traccia sulla cartina il percorso seguito da Alessandro Magno e indica i seguenti luoghi:

a. Macedonia

b. Isso

c. Alessandria d’Egitto

d. Gaugamela

e. Babilonia

f. Susa

g. Persepoli

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

336 a.C. | 334 a.C. | 333 a.C. | 331 a.C. | 330 a.C. | 324 a.C. |

323 a.C. | 306 a.C.

a. A Persepoli Alessandro si fa incoronare re di Persia [ ]

b. Alessandro rientra trionfalmente a Susa [ ]

c. Alessandro varca il Bosforo per attaccare la Persia [ ]

d. Il generale Tolomeo fonda il regno d’Egitto [ ]

e. Alessandro muore di febbre malarica [ ]

f. Morte di Filippo II di Macedonia [ ]

g. Viene fondata in Egitto la città di Alessandria [ ]

h. Vittoria di Alessandro Magno a Isso [ ]

I personaggi

3. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Antìgono

b. Dario III

c. Demostene

d. Poro

e. Roxane

f. Selèuco

g. Statira

h. Tolomeo

Gli eventi

4. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle ritenute False (sono 4).

a. Alessandro divenne re di Macedonia a soli dieci anni.

b. L’Impero persiano era vasto ma debole a causa delle divisioni interne.

c. Alessandro Magno in Egitto si presentò come l’erede dei faraoni.

F

F

d. Il progetto di Alessandro era quello di esportare la cultura greca in Oriente. V F

e. I diàdochi erano i successori di Alessandro. V F

f. I regni nati dopo Alessandro vengono chiamati greco-persiani.

g. Con i regni ellenistici finisce l’era delle póleis greche.

h. I simboli dell’Ellenismo furono il Museo e la Biblioteca di Pergamo.

Per l’interrogazione orale

5. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Spiega il progetto militare e politico di Alessandro.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Ricostruisci il percorso delle sue conquiste.

F

F

F

b. Spiega come intendeva fondere il mondo greco con quello orientale.

c. Indica quale fu la causa della fine del suo grandioso progetto.

DOMANDA APERTA

2. Spiega le caratteristiche della cultura ellenistica.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Spiega il significato etimologico e cronologico di Ellenismo.

b. Spiega il concetto di “ecumène” e quindi l’integrazione ellenistica.

c. Descrivi il ruolo avuto dalle tre capitali culturali (Alessandria, Pergamo e Atene).

ESERCIZI INTERATTIVI VERIFICA CON GOOGLE MODULI

LABORATORIO DELLE COMPETENZE

UDA 3 APOGEO E DECLINO DELLA GRECIA

Leggere e descrivere le immagini

1. Osserva le immagini ed esegui per ognuna l’attività proposta.

L’età di Pericle

Completa il testo.

Questa biografia è dedicata a , che fu eletto di per circa 30 anni. Segnò infatti un’epoca storica caratterizzata da novità in ambito politico (retribuì le ) e artistico (fece costruire i templi dell’ , su tutti il ). Fu fondamentale per la decisione di contrastare , nella cosiddetta Guerra del , durante la quale morì di

Completa il testo.

Questa statua rappresenta il celebre conquistatore , con il suo mitico cavallo Bucefalo. Nella sua breve vita (morì a anni, a ), conquistò buona parte del mondo conosciuto: dalla sua patria, la , fino alle foci del , compreso l’ex Impero e anche l’ , dove fondò una città, , che diventò una delle sette meraviglie del mondo antico.

Completa il testo.

Questo è il teatro greco di , nell’Acropoli di La scrittura teatrale si chiama arte , ed è divisa in due generi: la e la I maggiori tragediografi furono , ed Euripide. Ci fu anche un grande commediografo: Il teatro greco aveva una funzione

Il conquistatore macedone
Il teatro greco

Comprendere un testo storiografico

2. Leggi questo passo storiografico, quindi rispondi alle domande proposte.

Come racconta Teocrito nell’Epitalamio1 di Elena (Idillio XVIII), ogni anno in città [Sparta] aveva luogo una corsa riservata alle donne e dedicata a Elena2, celebrata come paradeigma, vale a dire come modello di sposa. La notizia, senza dubbio, è non poco sorprendente per chi ricorda la versione più nota della storia di Elena, che la vuole adultera e causa della guerra di Troia; ma è più che comprensibile per chi ne ricorda un’altra versione, secondo la quale la sua fuga con Paride sarebbe una calunnia di Stesicoro3, che per questo era stato punito con la perdita della vista (riacquistata solo dopo avere ammesso la sua colpa, scrivendo la Palinodia che riabilitava la moglie di Menelao). A Sparta, dunque, le ragazze correvano per Elena intesa come modello di moglie: «Tu sei la migliore di tutte noi» esse cantavano, «la perfetta tra le coetanee, bella, brava a tessere, a filare, a cantare, a suonare, con negli occhi ogni desiderio di amore». «Tu sei già padrona di casa, noi domattina ci recheremo al luogo della corsa e ai prati fioriti per cogliere corone profumate, parlando di te» (così Teocrito). Ma chi erano le ragazze che correvano per Elena? Solo le Spartiatidi (le figlie degli aristocratici chiamati Spartiati), o anche altre? Il dubbio nasce da un’indicazione di Teocrito, secondo il quale le corritrici erano “quattro volte sessanta”. L’antico commentatore di Teocrito dice che il costume di allenarsi in esercizi ginnici e corse virili era comune alle Lacedemoni4, vale a dire sia alle Spartiatidi sia alle Periecidi5, le fanciulle di nascita libera che vivevano nel territorio circostante. E il gran numero delle corritrici suggerisce che alla corsa fossero ammesse anche queste ultime. (E. Cantarella, E. Miraglia, Le protagoniste. L’emancipazione femminile attraverso lo sport, Feltrinelli, Milano 2021)

1. Canto nuziale.

2. È la donna, moglie di Menelao, sovrano di Sparta, rapita dal troiano Paride, e fu questa l’occasione per scatenare la guerra di Troia.

3. Poeta greco antico.

4. Spartani, da Lacedemone, il mitico fondatore della città.

5. Le donne appartenenti alla classe sociale dei Perieci, i cittadini liberi ma privi di diritti politici.

Dal passato al presente

a. Questo ritratto delle donne coincide con quello della condizione della donna a Sparta e in generale nella Grecia antica?

b. Le donne di quale classe sociale partecipavano alle corse e agli esercizi ginnici?

c. Come viene sostenuta questa tesi?

d. Più in generale, qual era la condizione della donna nella società greca?

Life skills. Pensiero critico – Consapevolezza di sé

3. Leggi questo breve passo di uno studioso di Alessandro Magno.

Alessandro aveva ritenuto possibile che un potere unitario governasse dal Mediterraneo all’estremo margine dell’India, fondando l’impero sulla Macedonia e sull’inesauribile ricchezza di Babilonia e del territorio agricolo circostante. A tale fine e per facilitare l’importazione dei prodotti di lusso orientali e indiani, Alessandro aveva progettato di riaprire le antiche rotte marittime che precedentemente si incontravano nel Golfo Persico. Una volta che questo fosse compiuto, aveva creduto che la nobiltà iranica già sconfitta potesse aver parte nella corte dei vincitori e nel governo, e che l’esercito e il futuro dell’impero sarebbero dipesi dalle reclute indigene occidentalizzate e dai figli dei soldati nati da matrimoni misti e educati alla maniera macedone. Soprattutto aveva creduto che cultura e governo significassero delle città come tutti i Greci conoscevano; una credenza rispetto alla quale non faceva eccezione lo stile dei nomadi infinitamente più antico e più adattabile. È stato più volte detto che queste tre credenze erano destinate a sfasciarsi davanti ai pregiudizi dei suoi successori o alla realtà delle epoche che seguirono. Ma Alessandro non era un giudice superficiale, né fuori dal mondo.

(R. Lane Fox, Alessandro Magno, Einaudi, Torino 2004)

Scrivi un breve testo che contenga i seguenti punti:

a. Qual era il progetto universale di Alessandro?

b. È riuscito a realizzarlo?

c. Quale parte di testo analizza questo aspetto?

d. Passando dalla storia all’attualità: che cosa ne pensi dell’integrazione multiculturale (nazionale e internazionale)? Quali aspetti positivi ci sarebbero? Ritieni sia possibile? Conosci esempi di integrazione riuscita o fallita?

Pensiero critico L I F E SKILLS

Educazione civica Costituzione parità di genere

4. La breve vita di Alessandro è stata segnata da continue conquiste. L’attività proposta è la seguente: dividete la classe in gruppi di 4 persone; ogni gruppo cerca su Internet le seguenti informazioni (su siti quali https://www.geopop.it, https://www.collettiva.it, https://www.documentazione.info e/o altri) e svolge le seguenti attività.

Creare un cartellone con un planisfero in cui con colori e simboli sono segnate le guerre in corso sul pianeta.

Individuarne una diversa per gruppo e approfondirla in un secondo cartellone, che contenga dati e immagini.

Creare un terzo cartellone con uno slogan che esprima tutta la vostra contrarietà verso quanto sta accadendo.

Orientamento

5. Studiando la civiltà greca, guardando le immagini e i filmati, ti è venuta una iniziale passione per l’archeologia? Ti invitiamo ad approfondire questo settore di studi nelle sue linee generali. La laurea in Archeologia si distingue in triennale (laurea in Beni culturali con curriculum archeologici) e in magistrale (laurea in Archeologia). Gli sbocchi lavorativi possono essere nei parchi archeologici (i siti), nei musei archeologici, nelle Soprintendenze, nell’editoria e nell’insegnamento.

Nuove metodologie didattiche Debate - Comunicazione efficace

6. La classe viene divisa in gruppi di 4 componenti ciascuna.

Argomento: organizzare un viaggio in Grecia.

Preparazione

a. Ogni gruppo deve preparare il progetto secondo questa scansione:

1. Atene;

2. Delfi;

3. il Peloponneso;

4. organizzazione del viaggio;

b. All’interno del gruppo ogni singolo studente approfondisce uno dei quattro aspetti. Quindi gli studenti dello stesso tema si trovano tra di loro e mettono a confronto le informazioni e arricchiscono la propria ricerca. Nella terza fase si ritorna ai gruppi base e ognuno di questi prepara la scheda del viaggio da realizzare, indicando sia gli aspetti pratici, sia i luoghi da visitare, attraverso immagini e didascalie.

Discussione

Ogni gruppo presenta all’insegnante e alla classe il lavoro svolto.

Uso critico dell’IA

7. Interroga una Chat di Intelligenza Artificiale e chiedi di elencare le caratteristiche principali che la civiltà greca ha lasciato. Dividete la classe in gruppi. Ogni gruppo, sotto la guida del docente, pone a ChatGPT (o a un Chatbot analogo) una prima domanda sulle caratteristiche più importanti lasciate dalla civiltà greca. Ottenute le risposte, l’elenco proposto (democrazia, filosofia, arti, teatro, sport, politica, scienze) viene approfondito, assemblato e messo a confronto con il libro di testo. Quindi a livello di classe si apre una discussione relativa a quanto aggiunto, o meno, dalla Chat rispetto al testo di studio.

Intelligenza Artificiale IA
Orientare e orientarsi

Unità di apprendimento 4

LA NASCITA E L’AFFERMAZIONE

DI ROMA

LEZIONE 12 L’Italia antica e gli inizi di Roma

LEZIONE 13 Società e istituzioni della prima repubblica

LEZIONE 14 L’Urbe cresce con i conflitti

LEZIONE 15 Roma alla conquista del Mediterraneo

QUELLO CHE GIÀ SAI...

• Conosci il quadro del Mediterraneo antico dopo le conquiste di Alessandro.

• Sai come funzionano monarchie, città e società antiche complesse.

• Hai visto la forza delle identità politiche e militari nel mondo greco.

QUELLO CHE IMPARERAI...

• Le origini di Roma e le popolazioni dell’Italia antica.

• Le istituzioni della monarchia e poi della repubblica romana.

• I conflitti interni (patrizi-plebei) e l’espansione militare in Italia.

• Le guerre puniche e la progressiva conquista del Mediterraneo.

1000-800 a.C. Popoli indoeuropei nella penisola italica

CRONOLOGIA

753 a.C. Fondazione di Roma

550 a.C. circa Massima espansione etrusca

750-700 a.C. Sviluppo della civiltà etrusca

Civiltà delle palafitte e delle terramare

Civiltà nuragica

Civiltà villanoviana

Popoli italici

Magna Grecia

Territori e colonie cartaginesi

509 a.C. Fine della monarchia a Roma e inizio della repubblica

494 a.C. Secessione della plebe

450 a.C. La riforma serviana suddivide i cittadini romani in classi di reddito

396 a.C. Conquista di Veio

387 a.C. Roma saccheggiata dai Galli

343-290 a.C. Guerre sannitiche

287 a.C. Nasce l’assemblea popolare plebea

280-276 a.C. Conflitto contro Pirro e conquista di Taranto

264-241 a.C. Prima guerra punica

149-146 a.C. Terza guerra punica e distruzione di Cartagine. Il Mediterraneo diventa romano

219-202 a.C. Seconda guerra punica

VIDEOLEZIONI D’AUTORE L’imperialismo di Roma trasforma l’Italia e il Mediterraneo

Lotte sociali nella repubblica romana
PODCAST
Enea, Romolo e la leggenda delle origini

LEZIONE 12 L’Italia antica e gli inizi di Roma

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Velelia, la sposa etrusca

Mi chiamo Velelia, anche se non lo sapete. Però mi vedete: sono la sposa devota del Sarcofago etrusco, quello di pagina 265. Sono distesa, accanto al mio sposo, durante il banchetto. Veniamo da un tempo lontano 25 secoli, ma da un luogo vicino: l’Etruria

Guardateci bene. Mio marito mi cinge amorevolmente le spalle con il braccio destro; lui ha il torso e i piedi nudi, ma io sono bene abbigliata. Indosso il copricapo rotondo (il tutulus) e gli eleganti calzari con le punte rivolte all’insù: a noi etrusche piace vestire bene.

Ora non si vede più, ma un tempo, in questo sarcofago, mio marito aveva in mano una coppa per bere vino, mentre io reggevo nella destra un vasetto per profumi. Profumarsi era un gesto necessario per chi come noi stava per entrare nell’Ade. Preservava i corpi per l’eternità.

Vi stupite dell’intimità e dell’affetto che circola tra noi due? Be’, vi sbagliate. Noi Etruschi siamo molto più moderni di quanto possiate supporre.

CRONOLOGIA

1600 a.C. civiltà terramare e appenniniche

1000-800 a.C. popoli indoeuropei nella penisola italica

753 a.C. fondazione di Roma

LE RUBRICHE

Le protagoniste nella storia Lucrezia, prima martire della repubblica

Storia e letteratura Le grandi leggende romane

Storia e tecnologia Le palafitte, L’importanza dell’arco a volta Osserva la fonte Il Sarcofago degli sposi

Leggi la fonte Romolo fonda Roma

Vedere la storia Le necropoli etrusche, La via del Tevere

750-700 a.C. sviluppo della civiltà etrusca

550 a.C. circa massima espansione etrusca

509 a.C. fine della monarchia a Roma

1. L’Europa antica

Uno sguardo d’assieme per cominciare Finora, parlando degli antichi popoli e poi della storia greca, ci siamo per lo più occupati dell’area geografica posta tra il Mediterraneo orientale e il Vicino Oriente.

Solo di rado abbiamo fermato l’attenzione sull’Europa occidentale e continentale. Dobbiamo farlo adesso, per esaminare la nascita di Roma, nella penisola italica di allora: a tale scopo bisogna tornare indietro nel tempo, fino alla Preistoria.

L’Europa in epoca preistorica L’Europa e l’Italia si svilupparono più lentamente rispetto al Vicino Oriente. Solo verso il 6000 a.C. alcuni gruppi umani in Europa passarono dallo stadio dei raccoglitori-cacciatori a quelli di produttori di cibo, cominciando a praticare l’agricoltura e la pastorizia ed entrando così nel Neolitico.

Durante l’età del bronzo (1700 a.C. circa) si diffuse nell’Europa centrale la cultura detta “dei campi d’urne”, perché i cadaveri venivano cremati (bruciati) e le ceneri seppellite in apposite urne. Qualche secolo dopo si sviluppò, nella stessa vasta area, la civiltà di Hallstatt, dal nome di un piccolo villaggio, oggi in Austria, in cui furono ritrovate estese necropoli. Accanto alle urne cinerarie, in queste necropoli sono state ritrovate vere e proprie tombe, nelle quali il defunto è talvolta seppellito sopra un carro; in altre lo scheletro è accompagnato da armi, vasi ecc. Sono segni certi che a quell’epoca esisteva già una differenziazione sociale: gli individui più importanti, cioè, i capi del villaggio, meritavano di essere sepolti in modo più solenne, diverso dagli altri.

LESSICO

NECROPOLI “Necropoli” è un termine di origine greca e significa “città dei morti”. Le necropoli erano dunque i luoghi (per lo più situati subito al di fuori delle città) in cui venivano sepolti i defunti; esse comprendevano, solitamente, un gran numero di tombe.

Incisione raffigurante un carro rituale di epoca neolitica.

Un carro rituale rinvenuto in una necropoli della civiltà di Hallstatt.

STUDIA CON METODO

Rielabora

Descrivi in breve le caratteristiche della società celtica.

I Celti indoeuropei nell’Europa centro-settentrionale Nel 1200-1000 a.C. giunse in Europa centrale il popolo dei Celti. Avevano origine indoeuropea, come gli Hittiti, che si scontrarono con l’Egitto intorno al 1300 a.C. (vedi p. 60), e come i Dori, che intorno al 1150 a.C. invasero la Grecia (vedi p. 94). Inizialmente i Celti si stanziarono nelle pianure germaniche e nella zona del Danubio; qualche secolo più tardi si spostarono più a ovest (tra Francia, Belgio, Inghilterra meridionale e Irlanda, e anche in Italia settentrionale e in Spagna): qui s’incontreranno con i Romani, che li chiameranno Galli. Con il tempo divennero, da nomadi, sedentari. Pur non abbandonando del tutto l’abitudine alla guerra di razzia, vivevano ormai prevalentemente di agricoltura, allevamento e caccia, aprendosi anche ai traffici con i Greci e le colonie fenicie.

Il calderone di Gunderstrup, manufatto celtico risalente al III secolo a.C.

Alcuni antichi storici rimasero colpiti dall’amore dei Celti per il vino, il lusso, gli oggetti raffinati ecc. La loro era una società aristocratica: predominavano nobili e sacerdoti, in particolare i druidi. Costoro erano sacerdoti e giudici e costituivano una classe molto ristretta di uomini saggi, che si facevano maestri dei giovani nobili. Per i loro culti usavano costruire santuari all’aperto, ritrovati in varie parti d’Europa, talora grandi e complessi come quello di Stonehenge, in Inghilterra.

Anche le donne avevano grande peso nel mondo celtico: partecipavano alle assemblee, amministravano il patrimonio di famiglia, e spesso erano l’unica donna del loro uomo (era cioè diffusa la monogamia).

LA DIFFUSIONE DEI CELTI IN EUROPA NEL III SECOLO a.C.

Zona d’origine (fine II millennio a.C.)

Area di massima espansione (V-III sec. a.C.)

Direttrici dell’espansione e delle migrazioni

2. I primi popoli italici

Le terramare e i nuraghi, prime culture della penisola italiana Quanto alla penisola italiana, il suo popolamento fu molto lento; il territorio era ricoperto di foreste e perciò i radi gruppi umani s’insediavano nei pressi delle coste marine e lungo i fiumi; qui sorgevano villaggi di palafitte. Poi, intorno al 1600-1500 a.C., si svilupparono nell’attuale Emilia i villaggi agricoli detti terramare. Ancora oggi in dialetto emiliano si chiamano terra marna, cioè “terra grassa”, questi insediamenti, aventi forma di monticello, con argini in terra battuta; su di essi sorgevano gruppi di capanne, ancora costruite su palafitte. I terramaricoli conoscevano l’uso della ruota e praticavano il rito dell’incinerazione dei defunti, le salme venivano cioè bruciate e poi se ne conservavano i resti in apposite urne di terracotta. Contemporaneamente alle terramare, fioriva in Sardegna l’originale cultura nuragica, così chiamata per i nuraghi, torri alte circa 20 metri, costruite a tronco di cono con blocchi di pietra. Si trattava di abitazioni fortificate nelle quali, da un ambiente inferiore, si accedeva a un vano superiore mediante una scala interna a chiocciola. La civiltà nuragica ebbe avanzate conoscenze nella lavorazione dei metalli, utilizzati soprattutto per costruire armi. La ricchezza mineraria della Sardegna attirò però le mire dei Cartaginesi (Cartagine era allora la più importante città fenicia del Mediterraneo), che nel VI secolo a.C. conquistarono l’isola, determinando la rapida scomparsa della civiltà nuragica.

Due culture protostoriche: Villanova e Golasecca Tra il 1000 e l’800 a.C., quindi nella prima età del ferro, si sviluppò l’importante civiltà villanoviana. Villanova è una località presso Bologna, scavata dagli archeologi fin dalla metà dell’Ottocento: le tombe ritrovate testimoniano un discreto benessere economico. Nei vasti villaggi villanoviani si fondevano i metalli e s’intrattenevano scambi commerciali con i popoli mediterranei, fino al mar Egeo. La cultura di Villanova fu in seguito assorbita dagli Etruschi.

STORIA E TECNOLOGIA

LE PALAFITTE

I villaggi costieri Fin dal Paleolitico, i primi abitanti della penisola vivevano, come detto, prevalentemente lungo i fiumi e vicino ai laghi per motivi di sopravvivenza, difesa, commercio o, più semplicemente, perché erano questi gli unici spazi liberi, dato che il territorio alpino e la Pianura Padana erano coperti da fitte e invalicabili foreste. Proprio in questi siti, nel Neolitico, erano sorti i primi villaggi agricoli, piuttosto progrediti, le cui abitazioni erano costruite su palafitte o su monticelli.

Le case sollevate da terra I villaggi palafitticoli erano costituiti da case allineate una accanto all’altra, costruite lungo la riva di un fiume e sollevate dal suolo: la funzione dei pali infissi verticalmente nel terreno era di consolidarlo e di isolare le capanne dal suolo umido. Altre volte

STUDIA CON METODO

Riassumi

Illustra le caratteristiche della civiltà nuragica.

La ricostruzione di una casa su palafitte.

le abitazioni erano costruite su una bonifica del terreno, attuata mediante un’infrastruttura denominata “pack werk” e formata da una piattaforma di tronchi d’albero disposti a reticolo o da cassonature di pali orizzontali in diversi strati sovrapposti e tenuti in sesto da pali verticali; sul tavolato di coperture venivano poi edificate le capanne. I primi villaggi su palafitte furono caratteristici della regione alpina, nella zona del Garda, a Ledro, a Fiavè in Trentino, nella zona della Torbiera di Iseo, dei laghi di Varese e di Viverone.

Dall’analisi dei resti ritrovati, gli studiosi ipotizzarono che si trattasse di capanne costruite su una piattaforma aerea appoggiata su piloni conficcati sul fondo del lago a una certa distanza dalla riva. Un ponte avrebbe congiunto il villaggio alla terraferma.

Vista del nuraghe di Arru Biu, in Sardegna.
S T E M

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Cita i nomi dei principali popoli italici dell’epoca preromana.

Più a nord si sviluppava invece la cultura di Golasecca, le cui tracce sono state trovate tra il lago Maggiore, Milano e l’attuale Svizzera: a questa cultura, che praticava anch’essa l’incinerazione dei defunti, conosceva la ruota e, più avanti, anche la scrittura, risale il più antico insediamento urbano nell’attuale area milanese. Villanova e Golasecca furono le più fiorenti culture protostoriche (dal greco prótos, “primo, iniziale”) dell’Italia antica: precedettero cioè di poco la Storia propriamente detta.

Scendono nella penisola vari popoli indoeuropei (o «italici») Tra il 1000 e l’800 a.C. si stanziarono nella penisola diversi popoli di origine indoeuropea, chiamati “italici”. Tra loro, i Veneti a nord, i Sabini, gli Umbri, i Sanniti e i Latini nell’Italia centrale, mentre sulle coste dell’attuale Puglia, gli Iapigi e i Messapi, che avevano origini comuni con gli Illirici (stanziati sull’altra sponda dell’Adriatico); infine, i Lucani, i Bruzi, i Siculi, stanziati tra Italia meridionale e Sicilia.

Lo sviluppo storico dell’Italia antica è più recente rispetto a quello delle culture del Vicino Oriente: le prime tracce di civiltà risalgono a poco prima del 1000 a.C.

Da quel momento in poi, tuttavia, la penisola fu in pieno fermento, percorsa com’era da vari popoli di diversa origine (alcuni indoeuropei, altri no).

Diversi da tutti questi erano i Liguri, una popolazione di origine non indoeuropea, che si stabilì in una vasta fascia fra le Alpi e il mar Ligure. Infine, verso il 500 a.C. scesero nell’Italia settentrionale varie tribù celtiche, appartenenti a quel variegato popolo dei Celti che da qualche secolo stava colonizzando l’Europa centrale; esso aveva origine indoeuropea. Nel corso dei secoli si allargarono anche nell’Italia centrale.

Tutti questi popoli risultavano però arretrati, sul piano culturale, rispetto agli Egizi, ai Fenici, ai Persiani, fondatori delle avanzate civiltà del Vicino Oriente antico.

veneti

civiltà villanoviana

Arno

etruschi latini

sabini piceni

Etr uria nel 750 a.C

Espansione degli Etr uschi (750-500 a.C )

Ligur e Ma r Medite r r ane o sardi civiltà dei nuraghi

T icino Po Voltur no Teve er

Colonie greche (dal VII sec a.C )

Colonie fenice (dal IV sec a.C ) (cartaginesi)

liguri sanniti

I POPOLI ITALICI greci

dauni

lucani messapi iapigi

greci

Più avanzate le colonie greche e fenicie al Sud L’Italia antica si presenta insomma come un mondo in pieno fermento: un mosaico di popoli e culture molto diversi tra loro, anche perché intorno al 750-700 a.C. giunsero dalla Grecia i coloni che fondarono nuove città in Sicilia e nel Mezzogiorno. Novità decisive come la scrittura, le prime monete, o la tipica organizzazione politica della pólis, la città-stato, giunsero nella penisola proprio grazie ai coloni greci. In concorrenza con loro vi erano i centri che i Fenici di Cartagine fondarono nelle due grandi isole mediterranee. In Sardegna nacquero Tharros, Sulcis e Cagliari (chiamata Caralis); in Sicilia, Mozia e Palermo (Panormun).

CARTA INTERATTIVA

Diffusione dei popoli italici

3. Il mondo degli Etruschi

Il rapido sviluppo del popolo dei “Rasenna” Tra le culture dell’Italia preromana, la più importante fu quella degli Etruschi, diretti precursori dei Romani. Furono probabilmente gli eredi della civiltà villanoviana. Sulle origini degli Etruschi (i quali chiamavano sé stessi Rasna o Rasenna, “uomini”), il dibattito è ancora acceso. Secondo lo storico greco Erodoto essi provenivano dalla Lidia, una regione dell’Asia Minore; in effetti, la lingua etrusca non appartiene al gruppo delle lingue indoeuropee e ci risulta ancora oggi, in parte, misteriosa, perché non è stata ritrovata alcuna iscrizione bilingue (per esempio, in etrusco-greco o in etrusco-latino) di una lunghezza tale da fornire la chiave per la traduzione.

Partendo dall’Etruria, una rapida espansione Il fulcro della civiltà etrusca era l’area dell’Italia centrale che i Romani chiameranno Etruria e che comprendeva la Toscana, parte dell’Umbria e il Lazio settentrionale. Qui sorsero intorno al IX-VIII secolo a.C. le principali città etrusche, ovvero Tarquinia, Cerveteri, Vulci, Populonia, Volterra, Arezzo, Cortona, Chiusi, Perugia e Veio. Molti di questi centri sorgevano sul litorale tirrenico, una costa adatta alla navigazione e che facilitava i commerci con i Fenici e con le colonie greche. Dall’Etruria, in breve tempo, gli Etruschi si allargarono anche in altre zone. Nella Pianura Padana fondarono Bologna (che chiamarono Fèlsina), Marzabotto, Spina, Cesena e, più a nord, Mantova e Adria. Tutti questi centri erano probabilmente inse diamenti di epoca villanoviana, ingranditi dagli Etru schi. A sud, occuparono parte della Campania, dove fondarono le città di Capua, Pompei e Nola. Invece Napoli era una colonia greca più antica.

Città-stato autonome e il potere dei nobili L’E truria non si organizzò mai in uno Stato unitario. I centri che abbiamo ricordato erano delle città-stato autonome, unite in leghe di carattere religioso, simili alle anfizionìe greche (vedi p. 154). Ogni città si go vernava da sé: il sovrano (lucumone) era assistito da un consiglio di nobili. Nel VI secolo a.C. i re furono rovesciati e il potere passò a una ristretta oligarchia di famiglie, al cui interno venivano eletti i magistrati, in carica per un anno. Periodicamente si riuniva l’assemblea del popo lo per approvare le decisioni del re. Questa organiz zazione politica appare molto simile a quella che si darà Roma.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quali sono le ipotesi sull’origine degli Etruschi? Qual è la più accreditata?

STUDIA CON METODO

Colloca nello spazio

Guarda la carta e indica a quali regioni attuali corrispondono i territori in cui gli Etruschi fondarono le loro principali città.

L’ESPANSIONE DEGLI ETRUSCHI IN ITALIA

Piacenza

Parma

Mantova

Modena

Felsina

Marzabotto

Ravenna Spina (Bologna)

Adria

Volterra

Populonia

Vetulonia

Alalia (540 a.C )

Talamone

Roselle

Vulci

Cesena

Cer veteri

Arezzo

Mar Ti r ren o

Cor tona

Ma r Ad r i atic o

Perugia

Chiusi

Or vieto

Tarquinia

Veio

Roma

Cuma (474 a.C )

Capua

Napoli Nola

Pompei

Battaglie
Massima espansione (VI secolo a.C.)
Nucleo originario degli Etruschi (prima dell’VIII a.C.)

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Illustra il funzionamento dell’economia etrusca.

La ricca economia etrusca e una società articolata Gli Etruschi furono abili navigatori, commercianti e pirati. Più avanti, quando si allargarono sulle fertili terre della Pianura Padana, si dedicarono con successo anche all’agricoltura e all’allevamento, grazie ad avanzate tecniche d’irrigazione. I loro artigiani producevano ceramiche e oggetti in metallo; la materia prima era estratta dalle miniere dell’isola d’Elba e della Toscana.

Di stirpe etrusca erano i proprietari terrieri, i mercanti e i ricchi imprenditori che sfruttavano le miniere di rame e di ferro e davano lavoro agli artigiani. Le terre venivano invece coltivate dai Liguri e da altri popoli italici sottomessi. Il duro e pericoloso lavoro delle miniere era riservato agli schiavi catturati nelle spedizioni di pirateria e in guerra.

Nella società etrusca le donne avevano un ruolo attivo, quasi pari a quello degli uomini: partecipavano ai banchetti insieme ai mariti e conducevano una vita fuori casa anche indipendente da loro.

Architettura e urbanistica: l’eredità etrusca passa ai Romani Gli Etruschi possedevano conoscenze avanzate in molti campi e le trasmisero ai loro eredi, i Romani. Una di queste conoscenze era la tecnica (nata in Oriente) di costruzione dell’arco a volta: i Romani se ne serviranno per le arcate dei loro acquedotti, per i ponti e gli archi trionfali.

Ai Romani, poi, gli Etruschi insegnarono i sistemi di prosciugamento delle paludi, utilissimi per far guadagnare nuovi terreni all’agricoltura: con questa tecnica verrà bonificata, a Roma, l’area ai piedi dei sette colli.

Dal mondo etrusco proviene anche il disegno ordinato delle città e l’aspetto delle case più ricche, edificate a pianta quadrata con un cortile interno (che i Romani chiameranno atrium).

STORIA E TECNOLOGIA

L’IMPORTANZA DELL’ARCO A VOLTA

Una struttura antica L’arco è una struttura architettonica utilizzata per chiudere in alto porte, finestre e aperture di ogni dimensione. Era usato già nell’architettura mesopotamica ed egizia. Anche gli architetti greci lo conoscevano, ma per ragioni di simmetria e proporzione tra le parti preferirono un altro sistema costruttivo, cioè quello dell’architrave rettilineo, caratterizzato da due pilastri verticali che sostengono un terzo elemento orizzontale, detto architrave. In seguito, nell’Oriente ellenistico l’arco tornò di moda come mezzo per sostenere un peso maggiore e per coprire spazi più vasti del semplice tempio greco. Anche gli Etruschi, intorno al 400 a.C., iniziarono a utilizzare l’arco, soprattutto come copertura delle porte monumentali delle città.

Equilibrio e resistenza L’arco conferisce alla struttura un perfetto equilibrio statico e la capacità di reggere pesi anche molto elevati. È basato su un sistema a incastro di blocchi di pietra o di mattoni di forma trapezoidale (detti conci), concavi nella parte interna (chiamata intradosso), convessi sul lato esterno (o estradosso). Il punto di incontro dei blocchi è rappresentato dalla chiave di volta, una particolare pietra lavorata in modo tale da incastrarsi alla sommità centrale della curva dell’arco conferendogli così una solidità e un equilibrio definitivi, andando a scaricare il peso della struttura sulle colonne portanti.

CARTA INTERATTIVA
Diffusione dei commerci etruschi
S T E M

IDENTIKIT

tipo di documento scultura

autore anonimo opera

Sarcofago degli sposi data

530-520 a.C.

materiale

OSSERVA LA FONTE

Il Sarcofago degli sposi

Il Sarcofago degli sposi, splendido esempio di arte etrusca, in realtà non è un sarcofago (cioè una la cassa che custodiva il corpo imbalsamato del defunto), ma un’urna cineraria, destinata ad accogliere le ceneri dei due defunti.

terracotta policroma (cioè, in origine, arricchita da vari colori)

provenienza

necropoli della Banditaccia, Cerveteri

conservazione

Roma, Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia

La parte inferiore dell’urna è la cassa, che si presenta a forma di lettino da banchetto (kline) ricoperto di stoffe e cuscini; la parte superiore, il coperchio, raffigura i due coniugi semidistesi, nell’atto di scambiarsi delle uova, ritenute dei portafortuna per il viaggio nell’aldilà. La rappresentazione della coppia a banchetto non era rara nei monumenti funerari antichi; ciò che è davvero singolare è l’atmosfera di affetto e intimità tra i due coniugi. Il marito, con il busto nudo e il resto del corpo coperto dal mantello, cinge infatti con gesto affettuoso le spalle della donna, abbigliata con cappello e sandali con la punta rialzata. La coppia è costruita in posizione di perfetta parità: una spia dell’elevata posizione sociale delle donne etrusche. Più tardi nei banchetti romani le donne non saranno più ammesse al momento cruciale del banchetto, quello del brindisi rituale. L’opera nacque policroma: dei colori originari rimane traccia sulle gambe del letto conviviale. In parte i colori si conservano nel sarcofago gemello, anch’esso da Cerveteri, al Museo del Lou-

vre di Parigi dal 1863.

Sarcofago degli sposi, 530-520 a.C. terracotta policroma, dalla necropoli della Banditaccia, Cerveteri. Roma, Museo Nazionale etrusco di Villa Giulia.

L’IMPORTANZA

Gli dèi sono sempre presenti nella vita degli uomini

perciò i sacerdoti devono interpretare la volontà divina

e poi celebrare i riti religiosi

Un influsso diretto sulla religione di Roma Ai Romani, inoltre, gli Etruschi trasmisero la loro religiosità, superstiziosa e anche un po’ ossessiva. Le divinità maggiori erano Veltuna, signore della Terra e protettore del popolo, Tinia, il dio delle folgori, e la sua sposa Uni, Menerva, dea della saggezza, della guerra, dell’arte, accanto a molte altre.

Poiché gli dèi si rendono presenti in ogni momento della vita dell’uomo, gli Etruschi accompagnavano ogni momento importante con un particolare rito religioso, affidato alle scrupolose cure dei sacerdoti. Toccava a questi ultimi mettersi in contatto con gli dèi e accertare la loro volontà, prendendo gli auspìci.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quali erano le caratteristiche fondamentali della religiosità etrusca?

A tale scopo, i sacerdoti etruschi interpretavano il moto dei fulmini o il volo degli uccelli (in questo studio erano specializzati gli àuguri), oppure esaminavano i visceri degli animali sacrificati (era la specialità degli arùspici). Ritroveremo questi elementi nella religione romana.

popoli collegate tra

Dalle tombe affrescate le testimonianze di una ricca civiltà Gran parte di quanto sappiamo sugli Etruschi ci viene dalle tombe in cui essi seppellivano i loro defunti. Inumare le salme, cioè seppellirle, è cosa differente dal cremarle, cioè bruciarle: gli Etruschi credevano infatti in una vita dopo la morte. Tale credenza li differenziava dai Greci e li avvicinava agli Egizi e ad altri popoli orientali. Le sepolture etrusche erano spesso collegate tra loro in vaste necropoli. Gli scavi eseguiti dagli archeologi (e purtroppo anche dai tombaroli, i moderni ladri di tombe) hanno riportato alla luce splendide tombe circolari dipinte, con ricchi corredi funebri. Poiché la vita continuava nell’aldilà, il defunto veniva sepolto con gli oggetti della vita quotidiana; più altolocata era la sua posizione sociale, più lussuosi erano i vasi, i gioielli, gli affreschi colorati che rappresentavano, sulle pareti tombali, scene di battaglia, viaggi per mare e giochi sportivi.

Le tombe affrescate degli Etruschi ci mostrano un’esistenza gioiosa, che scorre tra musiche, danze e banchetti. In effetti, gli Etruschi erano un popolo che amava il divertimento, le comodità e l’eleganza. Nelle case dei ricchi le cene erano allietate dalla musica di flauti e cetre; i commensali – uomini e donne –consumavano i cibi sdraiati su un letto, sollevandosi su un gomito, alla maniera dei Greci.

Le tombe ci mostrano il raffinato guardaroba degli Etruschi: monili d’oro o d’ambra, le toghe più belle e la tebenna (un mantello di forma semicircolare, fermato sopra una spalla). Le scarpe erano differenti per ogni circostanza: calzari, sandali, scarpette con punta all’insù e – in caso di pioggia – soprascarpe con sottile lamina di bronzo.

Anche l’acconciatura era molto accurata: negli affreschi delle tombe i capelli appaiono sempre ben tagliati e acconciati; le donne li raccoglievano in boccoli e trecce, ornandoli di ghirlande.

Tinia, il dio etrusco delle folgori, in un bronzetto del V secolo a.C.

Raggiunto l’apice nel VI secolo a.C., la potenza etrusca declina L’apice della potenza etrusca fu raggiunto intorno al 550 a.C., quando Roma esisteva già da due secoli. Gli Etruschi giunsero alla loro massima espansione nella penisola italica, mantenendo buone relazioni commerciali con Cartagine e le altre città fenicie e con l’Oriente greco e asiatico. Rivalità e conflitti, invece, li dividevano dalle colonie greche in Italia: fu proprio questo elemento a causare il loro declino.

Nel 540 a.C. la flotta etrusca si scontrò ad Alalia, al largo della Corsica, con quella dei Greci di Focea, fondatori di Marsiglia. La battaglia ebbe esito incerto. Ma più tardi, a Cuma, nel 474 a.C., gli Etruschi furono battuti senza appello da Gerone, tiranno di Siracusa. Da quella sconfitta non si ripresero più.

Ne approfittò Roma, che aveva già cominciato la sua espansione. Nel 396 a.C. cadde in mano romana l’importante città etrusca di Veio; in breve, l’intera civiltà etrusca finì per essere assimilata a quella di Roma.

LA CIVILTÀ ETRUSCA

STUDIA CON METODO

Collega

Quali conseguenze ebbero gli attriti fra gli Etruschi e i coloni delle città greche in Italia?

L’esterno di una tomba etrusca a Cerveteri.

ORGANIZZAZIONE

• città-stato, rette da un re e, più tardi, da magistrati nominati dai nobili

• assenza di uno Stato unitario

• traffici commerciali

• agricoltura, allevamento

• lavorazione dei metalli

• al vertice: proprietari terrieri, mercanti e imprenditori

• donne con un ruolo sociale attivo

• schiavi

• avanzate conoscenze tecniche

• amore per il lusso e la raffinatezza

• pittura e scultura nelle tombe

• credenza nella vita oltre la morte

• riti per conoscere il volere degli dèi

VEDERE LA STORIA

Le necropoli etrusche erano costituite da centinaia di sepolcri, spesso concepiti come “vere e proprie abitazioni per l’aldilà”.

La costruzione delle necropoli

A volte le tombe sono scavate nelle pareti di tufo (roccia porosa di origine vulcanica) così frequenti in varie zone d’Etruria, altre invece sono costruite in forma di vere e proprie costruzioni quadrangolari, simili a case (si parla di tombe “a dado”); in altri casi ancora, assai comuni (come a Cerveteri), le tombe hanno all’esterno l’aspetto di tumuli di terra (in realtà la struttura interna è in muratura, poi ricoperta di terra), al cui interno si apre però una vasta camera sepolcrale. Nelle necropoli si diramava una rete di vie su cui si affacciano diverse tipologie tombali. In questi luoghi, all’interno delle tombe i congiunti si recavano spesso a condividere simbolicamente con i propri cari il cibo, e in tale contesto le decorazioni e le suppellettili d’arredo svolgevano funzione di proiezione della vita terrena nell’eternità.

La necropoli di Cerveteri: una città dei morti di 400 ettari

La necropoli etrusca della Banditaccia, che si estende su un’altura tufacea a nordovest di Cerveteri (l’antica Caere etrusca e poi romana) è una delle maggiori della civiltà etrusca: anzi, con i suoi circa 400 ettari di estensione, è la

ATLANTE Visuale

Le necropoli etrusche

necropoli d’età antica più ampia in tutto il bacino mediterraneo, espressione tangibile della prosperità delle città etrusche.

Vi trovano posto molte migliaia di sepolture: l’area fu infatti utilizzata dal IX secolo a.C. (nell’età detta “villanoviana”) fino al III secolo a.C. (quando ormai il mondo etrusco veniva assorbito nell’ambito romano).

Le sepolture più antiche (IX e VIII secolo

a.C.) sono più semplici, e consistono in fosse per il corpo del defunto o in “pozzetti” in cui venivano custodite le ceneri del defunto, nel caso in cui si fosse ricorso all’incinerazione. Dal VII secolo a.C. compaiono due tipologie di tombe, quelle a tumulo e quelle a dado; la necropoli si sviluppa ordinatamente come una vera e propria città, con vie lungo le quali i sepolcri si dispongono ordinatamente.

La Tomba dei Rilievi: un interno di casa etrusca

Una fra le tombe più note e impressionati della necropoli della Banditaccia a Cerveteri è la Tomba dei Rilievi, una tomba a tumulo risalente al IV secolo a.C. appartenuta alla famiglia dei Matunas (come informano le iscrizioni rinvenute).

All’interno la tomba, vera dimora per l’aldilà, riproduce l’aspetto di un interno domestico (compreso il tetto); lungo i lati si trovano tredici nicchie per le sepolture, ognuna per due defunti, scolpite e stuccate come se fossero letti per il banchetto, con tanto di cuscini scolpiti nel tufo e stuccati. Con accurati rilievi in stucco vengono raffigurati tutti gli arredi di una dimora, nonché, mostrati come se fossero appesi alle pareti, gli oggetti e

gli animali che avevano accompagnato i defunti nella loro vita quotidiana.

La Tomba dei Leopardi a Tarquinia

Una delle più importanti necropoli etrusche oggi note è quella dell’antica Tarquinia (anch’essa, come quella della Banditaccia a Cerveteri, riconosciuta patrimonio dell’umanità dall’UNESCO). All’interno di tale necropoli, detta “dei Monterozzi” proprio dai caratteristici tumuli, una delle tombe più importanti sul piano artistico è la cosiddetta Tomba dei Leopardi datata al 470 a.C. Il suo nome si deve alla raffigurazione di due leopardi rappresentati nella parete di fondo. Notevole anche la scena raffigurante uomini e donne che banchettano distesi su letti da simposio (in greco klinai), fra fiori e ghirlande che adornano la sala. Il simposio era il momento del “bere insieme” che seguiva tradizionalmente il pasto serale nella tradizione delle aristocrazie greche, e in cui si conversava amabilmente, oltre a dedicarsi alla poesia e alla musica. È una tipica scena di simposio alla greca, segno del forte influsso culturale greco sul mondo etrusco: ma è tipicamente etrusca la presenza di donne che – a giudicare dal fatto che sono vestite e si trovano ognuna su un letto in compagnia di un uomo – non sono danzatrici o prostitute, ma le legittime spose dei banchettanti (viceversa, nel mondo greco, il simposio è un momento maschile, da cui le donne di casa sono rigorosamente escluse).

Gli affreschi della Tomba dei Leopardi a Tarquinia.

STUDIA CON METODO

Cerca le informazioni

Cerca in rete le diverse leggende legate alla fondazione di Roma e confronta i dati riportati con le testimonianze storiche. A che cosa erano utili, secondo te, i miti di fondazione?

4. Le origini di Roma

La leggenda: da Enea a Romolo Un’antica tradizione afferma che Roma nacque nel 753 a.C. Il suo fondatore fu Romolo, che discendeva dall’eroe troiano Enea, figlio di una dea, Venere, e di un uomo mortale, Anchise. Enea era fuggito dalla città di Troia ed era approdato, dopo molte avventure, nell’antico Lazio. Fu accolto benevolmente dal re Latino, che gli diede in sposa Lavinia, sua figlia. Ascanio, figlio delle nozze precedenti di Enea, fu fondatore della città di Alba Longa.

La città venne governata per vari secoli dai discendenti di Ascanio. Uno di questi era il malvagio Amulio, che dopo aver spodestato il sovrano legittimo, Numitore, ne uccise i figli maschi. Non solo: costrinse l’unica figlia femmina, Rea Silvia, a diventare una vestale (le sacerdotesse della dea Vesta dovevano rimanere nubili per trent’anni). Marte però, il dio della guerra, s’innamorò di Rea Silvia e generò da lei due gemelli, Romolo e Remo. Amulio, appresa la notizia del parto, ordinò a una serva di uccidere i neonati, ma la donna ne ebbe pietà: depostili in una cesta, li abbandonò alla corrente del fiume Tevere. Una lupa (futuro simbolo di Roma) li trovò e li allattò; in seguito i gemelli vennero allevati dal pastore Faustolo.

Divenuti adulti, Romolo e Remo decisero di fondare una nuova città nei pressi del Tevere. Volevano entrambi diventarne il re e perciò si scontrarono tra loro, mentre tracciavano il solco che doveva delimitare il perimetro (pomerio) della nuova città. Prevalse Romolo, che uccise Remo: fu lui, appunto, il primo re di Roma. Correva l’anno 753 a.C. (questa data fu determinata nel I secolo a.C. dall’erudito Varrone).

I significati della leggenda Elaborata da numerosi scrittori latini, tra cui il poeta Virgilio e lo storico Tito Livio, questa leggenda racchiudeva vari significati: anzitutto, l’origine divina della città di Roma (sia Enea sia Romolo erano figli di divinità); poi l’amicizia tra i Romani e i Latini, visibile nell’alleanza tra Enea e l’antico re del Lazio, Latino; inoltre le umili origini di Romolo e Remo, allevati nella povera capanna di un pastore. In quel racconto esisteva anche una macchia, ovvero il delitto commesso da Romolo: secondo i Romani, quel lontano fratricifu la causa delle varie guerre civili che, in seguito, travagliarono la storia di Roma.

Statua di Romolo e Remo con la Lupa Capitolina, simbolo di Roma.
dio

IDENTIKIT

tipo di documento

opera storiografica

autore

Plutarco

opera

Vita di Romolo 11

data

inizio del II sec. d.C.

LEGGI LA FONTE

Romolo fonda Roma

Leggiamo il racconto della fondazione di Roma, secondo lo storico greco Plutarco. Il brano proviene dalla biografia da lui dedicata a Romolo.

Romolo, seppellito suo fratello nella Remoria1 , assieme a quelli che li avevano allevati2, fondò la città; a tale scopo aveva fatto venire dalla Tirrenia3 degli esperti che gli spiegassero la corretta procedura da seguire sulla base delle norme e dei testi sacri, istruendolo quasi si trattasse dell’iniziazione a un rito misterico4 .

Romolo dunque per prima cosa scavò una fossa circolare nella zona su cui ora sorge il Comizio5 , e in essa depose le primizie di tutto ciò che era utile secondo consuetudine e necessario secondo natura. Quindi ciascuno vi gettò dentro un po’ di terra del proprio paese natale, e mescolarono assieme il tutto. Questa fossa è indicata con

1. Remoria: la rupe scelta da Remo per il rito augurale.

2. quelli che… allevati: il pastore Faustolo e sua moglie Acca Larenzia.

3. Tirrenia: il paese degli Etruschi.

4. rito misterico: i Misteri greci erano culti religiosi riservati a pochi adepti o iniziati

1. Nella mentalità romana, nessuna azione importante, sul piano pubblico o privato, poteva essere intrapresa senza il contatto con gli dèi e il loro consenso.

• Anche la fondazione di Roma segue uno scrupoloso rituale: dove Plutarco sottolinea il concetto?

2. Per fondare l’Urbe, Romolo traccia anzitutto lo spazio della fossa, chiamato Mundus (sostantivo analogo al nostro aggettivo mondo, cioè “pulito, non contaminato”).

• Quale punto di Roma coincide, secondo Plutarco, con il Mundus primitivo?

il nome di Mundus, lo stesso con cui designano il cielo. Poi finalmente venne tracciato il perimetro delle mura, considerando la fossa come centro della futura città. Il fondatore fissò all’aratro un vomere di bronzo, vi aggiogò un bue e una vacca, quindi li guidò lui stesso, tracciando un profondo solco lungo il perimetro stabilito; quanti lo seguivano avevano poi il compito di rivoltare all’interno le zolle sollevate dall’aratro, badando che neanche una rimanesse all’esterno del solco. Così tracciarono il perimetro delle mura, chiamato con forma sincopata pomerium6 vale a dire “dietro, o dopo, le mura”7 . Plutarco, Vita di Romolo 11, trad. it. di M. Serio

5. su cui sorge ora il Comizio: Plutarco sosteneva che il luogo della fondazione di Roma fosse il Comizio nel Foro; in realtà fu il Palatino.

6. pomerium: recinto sacro; era la fascia di terreno non coltivato e non edificabile, separata dalla zona destinata all’abitato.

7. dietro… mura: in latino post murum, da cui pomerium

• Che cosa viene gettato in tale spazio, come a suggellare la fertilità della città che sta per nascere?

3. Quindi viene tracciato il solco del pomerio della nuova città: un recinto di terreno ritenuto sacro e inviolabile, spazio che gli dèi erano chiamati a proteggere, con tutto ciò che avrebbe contenuto.

• In che modo il fondatore traccia il pomerio? E che cosa fanno i suoi seguaci? Cerca le risposte nel testo.

• Quale spiegazione dà l’autore circa il nome pomerium?

GUIDA ALL’ANALISI

OSSERVA LA FONTE

La leggenda delle origini nell’Ara di Ostia

CARTA INTERATTIVA

L’Italia intorno al VI secolo

Comprendi

Per che cosa era favorevole, in particolare, la posizione di Roma? Quali vantaggi assicurava?

I dati della Storia: sette colli, sulla riva sinistra del Tevere La verità che emerge dai dati della Storia conferma in parte i racconti leggendari. Già intorno al 1000 a.C. pastori e contadini risultano insediati sui sette colli a est del Tevere (Aventino, Palatino, Quirinale, Viminale, Celio, Esquilino, Campidoglio). Erano di stirpe latina, appartenevano cioè a uno dei popoli indoeuropei (vedi p. 262).

Su quelle alture – in particolare sul Palatino – nacquero alcuni villaggi, stretti in una lega o alleanza con altre città latine; la principale tra queste città era Alba Longa. Gli archeologi hanno ritrovato tracce di mura difensive erette sul Palatino a metà dell’VIII secolo a.C.

In seguito, quei villaggi sorti sui colli si fusero tra loro (è il processo detto, in greco, sinecismo), o forse uno di essi prevalse sugli altri. Una nuova città si sviluppò così sulla riva sinistra del Tevere: Roma.

Una posizione strategica: i colli, il fiume e l’isola Tiberina Quella posizione era favorevolissima ai commerci: Roma sorgeva infatti in un punto facilmente attraversabile del Tevere, là dove in un’ampia ansa del fiume sorgeva il guado dell’isola Tiberina. Il Tevere costituiva lo sbocco naturale al mare per le popolazioni appenniniche; una via navigabile che collegava il nord e il sud del Lazio e facilitava lo scambio di prodotti fra l’Etruria e la Campania. Inoltre, le acque costanti del fiume erano preziose per l’irrigazione dei campi.

La carta mostra l’estensione di Roma in epoca monarchica e le popolazioni che all’epoca abitavano il Lazio.

IL LAZIO ANTICO

Lago d Bracciano

Anche la presenza dei colli risultava strategica: consentiva una difesa più facile dalle incursioni, e permetteva inoltre agli abitanti di evitare il contatto diretto con il fondovalle, a quel tempo acquitrinoso e infestato dalla malaria.

Un crocevia di culture differenti Ben presto Roma divenne un punto d’incontro tra genti diverse: i commerci con le città greche della costa campana e con le città etrusche la misero in contatto con le più evolute civiltà della penisola. Una leggenda narra che il fondatore Romolo era preoccupato della mancanza di donne a Roma. Organizzò allora finti giochi sportivi, a cui invitò i vicini Sabini, per rapire le loro donne. Scoppiò una guerra, ma le donne stesse, divenute ormai cittadine romane, s’interposero tra padri e mariti, chiedendo e ottenendo la pace. Tale leggenda rivestiva la realtà storica: fu proprio la fusione di popoli e culture differenti a garantire prosperità a Roma.

Che Roma fosse un punto d’incontro tra culture diverse lo cogliamo anche dalle caratteristiche della sua lingua, il latino, che ha origine indoeuropea, ma accoglie elementi di altre lingue: numerose parole vengono dal greco e dalle lingue italiche di Sabini e Sanniti; dall’etrusco provengono le parole con il suffisso in –erna e, soprattutto, l’alfabeto: i Romani ripresero dall’etrusco i caratteri per scrivere la loro lingua, ma adattandoli ai suoni del latino.

VEDERE LA STORIA

Il Tevere ha rappresentato per Roma una enorme risorsa fin dalle origini della città.

ATLANTE Visuale

La via del Tevere

Un fiume calmo e prezioso per Roma

Il fiume Tevere nasce tra Romagna e Toscana, alle pendici del monte Fumaiolo; attraversa tutto il Lazio prima di giungere, dopo un percorso di circa 400 km, nella zona di Roma. I fiumi costituivano nell’antichità una risorsa preziosa, sia come riserva di acqua dolce, sia e soprattutto come vie navigabili: il corso del Tevere, lento e placido, favoriva il trasporto di uomini, animali e cose da nord a sud. Perciò Roma nacque proprio intorno al Tevere, che in seguito gli abitanti della città venereranno come il Padre Tevere: un dio maestoso, rappresentato in posa sdraiata.

Il guado dell’isola Tiberina

Proprio al di sotto dei colli Palatino e Quirinale il fiume forma un guado assai agevole, corrispondente all’isola Tiberina. Fin dall’età del bronzo questo luogo divenne molto ambito, per ragioni commerciali: infatti chi controllava l’isola, controllava un luogo strategico per il passaggio delle mandrie e per lo scambio di prodotti fra le regioni agricole del sud (Lazio) e le ricche zone minerarie dell’Etruria a nord (Toscana).

Il Porto Tiberino

La nuova città si sviluppò intorno al nodo vitale del guado: presso l’isola Tiberina sorse infatti il Porto Tiberino (oggi interrato); sempre qui sorgeva il Foro Boario, il mercato del bestiame; e nelle sue vicinanze fu edificato il primo ponte romano (il ponte Sublicio). Quest’area ospitava un mercato di grande importanza, posto sotto la protezione del santuario dedicato a Eracle Italico, difensore del bestiame transumante e dei pastori

L’importanza del sale

Ma il prodotto più prezioso scambiato nella Roma arcaica era il sale, fondamentale per la conservazione degli alimenti. Esso era reperibile in discreta quantità nelle saline situate sul mar Tirreno alla foce del Tevere, poco distante dal guado: era questo uno dei pochi luoghi dell’Italia centrale, e l’unico dell’intera regione laziale e sabino-umbra, in cui era possibile trovare il sale.

Vista del Tevere dal satellite.
L’isola Tiberina.

PERCORSO DIGITALE INTEGRATIVO

5. L’età dei re

STORIA E LETTERATURA

LE GRANDI LEGGENDE ROMANE

Gli eroi della leggenda

Sette re leggendari per oltre due secoli di storia I primi secoli della storia romana sono stati rivestiti dalle molte leggende che i Romani elaborarono in epoca successiva, allo scopo di glorificare il loro remoto passato. È quindi difficile, per noi, ricostruire la verità storica di quest’epoca arcaica. Di sicuro, per un paio di secoli, la città fu governata da re, che secondo la tradizione furono sette. Il primo fu Romolo, fondatore della città. Gli subentrò Numa Pompilio, che creò le prime tradizioni religiose di Roma. Seguì un re guerriero, Tullo Ostilio, che intorno al 650 a.C. guidò la conquista della città rivale di Alba Longa. Il quarto re fu Anco Marzio, che conquistò il porto di Ostia; il quinto fu un sovrano etrusco, Tarquinio Prisco, ricordato per aver bonificato le paludi e costruito a Roma importanti edifici pubblici, come la Cloaca Massima, cioè il sistema di fognature, e il tempio di Giove sul Campidoglio. Tarquinio Prisco aveva origini etrusche, come chiaramente ci dice il nome Tarquinio. Lo stesso vale, probabilmente, per il sesto re, Servio Tullio: fu lui a edificare il Porto Tiberino e le prime mura difensive intorno all’abitato. Sempre Servio organizzò il sistema del fisco (cioè le imposte che i cittadini versano allo Stato) e dell’esercito. Era etrusco anche il settimo e ultimo re, Tarquinio il Superbo. Il soprannome di “Superbo” gli fu dato per motivare la sua cacciata: un’insurrezione dei nobili della città pose fine, nel 509 a.C., alla monarchia.

I re non furono soltanto sette Se osserviamo le date, vediamo che trascorsero due secoli e mezzo dalla fondazione della città (753 a.C.) alla fine della monarchia (509 a.C.). A quell’epoca l’età media era assai più bassa di oggi e anche per questo è sicuro che i re di Roma furono più numerosi dei sette ricordati dalla tradizione. In questi sette personaggi, probabilmente, gli storici latini sintetizzarono gli eventi salienti accaduti nell’età monarchica.

L’impetuosa crescita della città Passando dalla leggenda ai dati storici, dobbiamo dire che nell’età dei re la città si sviluppò e si ingrandì moltissimo. Fu

L’età dei re presto si arricchì di episodi leggendari, che si tramandavano di padre in figlio per illustrare le virtù dei veri Romani: dedizione allo Stato, fedeltà alla parola data, capacità di sacrificio. A celebrare i protagonisti di queste vicende fu, tra gli altri, lo storico Tito Livio, vissuto cinque secoli dopo la fine della monarchia. Nelle sue Storie, lette e commentate sui banchi di scuola di Roma e poi di tutta Europa, Livio narrò tra l’altro le storie emblematiche di due umili soldati romani, Orazio Coclite e Muzio Scevola, e di una coraggiosa ragazza, Clelia. Tutti e tre si fecero onore subito dopo la caduta del re Tarquinio il Superbo, quando costui cercò di rientrare a Roma.

Orazio Coclite

Tarquinio il Superbo, per rientrare a Roma, chiese aiuto a Porsenna, re etrusco. Porsenna si mosse con il suo esercito e raggiunse il Tevere. Per entrare nella città, però, bisognava passare sul ponte Sublicio, fatto di legno e corde. Il ponte era tanto stretto che un soldato romano, Orazio Coclite, combattendo come un leone, riuscì a trattenere da solo i nemici che volevano transitare. Nel frattempo, alle sue spalle, i compagni abbattevano con le scuri il ponte. Quando il ponte crollò, Orazio Coclite saltò nell’acqua e, a nuoto, raggiunse la riva.

Muzio Scevola

Non riuscendo a entrare in città, Porsenna decise di “prendere Roma per fame”. Il suo esercito circondò le mura in modo che nessuno potesse

Moneta raffigurante Numa Pompilio, secondo re di Roma.
L’età monarchica tra realtà e mito

in quest’epoca che i suoi abitanti cominciarono a chiamarla con il nome di Urbe (dal latino urbs, cioè “città”): Roma era per loro la città per antonomasia o per eccellenza, quasi l’unica città del mondo.

La crescita fu anzitutto economica: Roma divenne un centro primario di traffici commerciali per tutta l’Italia centrale e il litorale tirrenico. Il Foro Boario divenne un grande porto fluviale, che accoglieva le navi, le merci, le parlate di molte genti mediterranee.

Ci fu anche una crescita politica: la città si diede in breve tempo efficaci istituzioni politiche, imparando a governarsi da sé, come facevano le tante póleis greche di questa stessa epoca (vedi p. 105). In sostanza, Roma era una città-stato, potente anche sul piano militare. Lo dimostra la conquista di Alba Longa, grazie alla quale Roma si pose a capo della lega delle città latine.

Lo dimostrano anche i dati archeologici: le mura erette, secondo la tradizione, dal re Servio Tullio, racchiudevano una superficie di ben 285 ettari: quella vasta area urbana ospitava una popolazione di ben 30.000 abitanti, poco meno di quanti ne contasse Atene al tempo di Pisistrato. Un grande futuro era all’orizzonte.

Un secolo di supremazia etrusca, prima della cacciata dei re Fu proprio questa crescita generale ad attirare su Roma l’interesse degli Etruschi. Intorno al 580-550 a.C. la città era certamente soggetta all’autorità di sovrani etruschi, come rivelano i nomi del quinto e settimo re, i due Tarquinii. Origini etrusche aveva, probabilmente, anche il sesto re, Servio Tullio: servus è una parola che il latino accolse, appunto, dall’etrusco.

L’Urbe trasse grandi vantaggi, civili e culturali, da questa influenza dell’evoluta civiltà etrusca, ma a un certo punto si liberò da tale soggezione. Questa svolta è adombrata nelle leggende che narrano la cacciata del settimo re, Tarquinio il Superbo: un odioso tiranno, spodestato nel 509 a.C. da una congiura di nobili romani. È probabile che i sovrani etruschi volessero favorire gli elementi del popolo, in particolare i ricchi mercanti, che non facevano parte dell’aristocrazia tradizionale; i nobili romani si opposero e scacciarono l’ultimo re.

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Quali fattori consentirono la crescita economica di Roma?

I SETTE RE DI ROMA

DISTINTI

IN DUE FASI

fase latina sabina

• Romolo: fondatore

• Numa Pompilio: crea gli ordinamenti religiosi

• Tullo Ostilio: conquista Alba Longa

• Anco Marzio: conquista Ostia

fase etrusca

• Tarquinio Prisco: lavori pubblici

• Servio Tullio: organizza il fisco e l’esercito

• Tarquinio il Superbo: governo autoritario

recarsi nelle campagne a procurarsi il cibo. Una notte un soldato romano, vestito da etrusco, riuscì a penetrare nell’accampamento nemico. Era un giovane forte e valoroso, di nome Muzio; voleva uccidere Porsenna e liberare così Roma. A un tratto vide un individuo riccamente vestito e, credendolo il re, lo uccise; ma si era sbagliato. Subito arrestato, fu condotto dinanzi a Porsenna. Il re era nella sua tenda. Muzio vide in un angolo un braciere ardente e disse: «Questa mia mano ha sbagliato e io stesso la punisco. Sappi però, o re, che altri trecento giovani hanno giurato di ucciderti». Così dicendo, stese la destra sul braciere e la lasciò ardere senza un lamento. Porsenna, ammirandone il coraggio, lasciò libero Muzio e venne a patti con Roma. Da quel giorno Muzio fu detto Scevola, cioè “mancino”.

Clelia

Porsenna, mentre trattava la pace con i romani, volle in ostaggio alcune giovinette, figlie dei nobili della città. Tra queste vi era anche Clelia. Ma la giovane, che desiderava la libertà, convinse le sue compagne alla fuga. Bisognava oltrepassare il Tevere. Le giovani trovarono alcuni cavalli ed entrarono nell’acqua, attraversando il fiume a guado. Poi, via al galoppo, verso Roma. I genitori si rallegrarono per il loro ritorno, ma dissero alle figlie: «Dovete tornare presso gli Etruschi, per restarvi fino alla fine della guerra. Abbiamo promesso a Porsenna e non possiamo venire meno alla parola data». E, sia pure con dolore, le riaccompagnarono all’accampamento nemico. Porsenna, meravigliato, lasciò libera Clelia con le sue compagne.

PROTAGONISTE NELLA STORIA

Lucrezia, la martire della Repubblica

«Vedrete quale pena gli sia dovuta; io assolvo me dal peccato, ma non mi sottraggo al supplizio; da questo momento in poi, sull’esempio di Lucrezia, nessuna donna vivrà impudica.»

Tito Livio

Una donna d’onore

Secondo le fonti antiche – Tito Livio (Storie I, 57-60) e Dionigi di Alicarnasso –, Lucrezia fu una nobildonna romana vissuta sul finire della monarchia. Moglie di Lucio Tarquinio Collatino, subì uno stupro da parte di Sesto Tarquinio, figlio del re Tarquinio il Superbo; si suicidò per il disonore, insostenibile per lei. Questo dramma fu la svolta che scatenò una vera rivoluzione: ispirò i nobili romani a cacciare i re etruschi e a dar vita alla repubblica nel 509 a.C. Figura realmente esistita o personaggio solo simbolico – gli storici ancora ne discutono –, in ogni caso Lucrezia non è solo una donna, ma un dispositivo narrativo potentissimo, in cui il corpo femminile diventa campo di battaglia tra tirannide e libertà, tra disonore e virtù civica.

Dalla castità al racconto

In una società fortemente patriarcale e fondata sull’onore familiare, il corpo femminile era parte del patrimonio maschile: simbolo della castità domestica, garanzia di legittimità, specchio dell’ordine sociale. Il mondo romano, infatti, elogerà Lucrezia non per la sua individualità, ma per la sua pudicitia, la castità, esaltandola come valore assoluto. In tale contesto, lo stupro costituiva una violazione non solo del corpo, ma dell’ordine stesso. Nel caso di Lucrezia, però, ci colpisce ciò che avvenne dopo. Chiamando a raccolta il padre, il marito e l’amico

Educazione civica

Costituzione

Cameo raffigurante il suicidio di Lucrezia.

Lucio Giunio Bruto, la protagonista racconta ciò che è accaduto, nomina il crimine, prima di togliersi la vita, per sottrarsi a un’onta che ritiene insanabile. È così che la sua morte diventa scintilla rivoluzionaria: il corpo della donna, sacrificato, genera la res publica (la “cosa pubblica”).

La femminilità silenziosa e domestica si trasforma, nell’atto del racconto e della morte, in forza generatrice del cambiamento. L’ordine nuovo nasce dal sangue dell’innocente, secondo il meccanismo antico del sacrificio fondativo.

Dire la violenza

Fermiamoci su questa voce che riesce a dire la violenza, a rompere il silenzio imposto dalla vergogna. Trafiggendosi, da un lato Lucrezia si sottomette ai codici dell’onore patriarcale, dall’altro però li rovescia, mostrando che il vero disonore non è nell’essere violata, ma nel crimine stesso del potere assoluto, di chi si ritiene padrone del corpo altrui e di ogni altra cosa, e conta sull’impunità. La sua vicenda pone domande profonde a un mondo – il nostro – in cui la violenza sessuale è ancora spesso banalizzata o negata. Pur nella tragedia, Lucrezia agisce, sceglie, parla, trascina la storia con sé. In un’epoca che ha ancora bisogno di nomi, narrazioni e giustizia per chi subisce violenza, la sua voce attraversa i secoli come ferita aperta e come promessa di riscatto.

L’Italia antica e gli inizi di Roma

L’ITALIA ANTICA È UN MOSAICO DI POPOLI

DALL’VIII SECOLO A.C. SI SVILUPPANO GLI ETRUSCHI

NEL 753 A.C. VIENE FONDATA ROMA

Alcuni, come i Liguri, sono nativi della penisola

Altri sono i popoli indoeuropei

I coloni greci fondano le città sulle coste della Sicilia e del Meridione

È il popolo più civile tra quelli insediati nell’Italia preromana

Conosce un notevole sviluppo economico, culturale, tecnologico

La sua origine è rivestita di leggende

Si sviluppa in un luogo geograficamente felice

I suoi primi secoli di storia ruotano intorno a sette re

La sua ricchezza attira l’attenzione degli Etruschi

Particolare del calderone celtico di Gunderstrup.

AUDIOMAPPA

L’ITALIA ANTICA E GLI INIZI DI ROMA

L’EUROPA E L’ITALIA

ANTICHE

Il continente europeo rimase a lungo meno popolato e più arretrato rispetto al Vicino Oriente antico. Il primo popolo importante fu quello dei Celti, stabilitisi nell’Europa centro-settentrionale intorno al 1200-1000 a.C.; saranno chiamati Galli dai Romani.

L’Italia antica era un crogiuolo di popoli e di culture diverse. Verso il 1000 a.C. si stanziarono nella penisola vari popoli italici, di origine indoeuropea: Veneti e Celti a nord; Umbri, Latini e Sanniti, Sabini al centro; nell’attuale Puglia, Iapigi e Messapi; più a sud, Lucani, Bruzi, Siculi e Sicani. Lungo le coste fondarono le loro città i coloni greci e fenici; la loro cultura era, all’epoca, la più avanzata della penisola.

GLI ETRUSCHI

Gli Etruschi, probabili eredi della civiltà villanoviana, occuparono le regioni centrali della penisola, a partire da Toscana e Lazio settentrionale. Qui, intorno al IXVIII secolo a.C., diedero vita a fiorenti città, come Tarquinia, Cerveteri, Arezzo, Chiusi ecc. Si allargarono però anche a nord, nella Pianura Padana, e a sud, in Campania. Entrarono in contatto (ma anche in conflitto) con le colonie greche sorte nella penisola, che ne limitarono l’espansione verso sud. L’evoluta civiltà etrusca esercitò un forte influsso sulla città di Roma; anzi, per diversi secoli Roma rimase sotto il

dominio etrusco. Essi non costituirono mai uno Stato unitario. Le loro città-stato erano governate da nobili, che cacciarono i re. Nella società etrusca avevano un ruolo attivo le donne. Sul piano religioso, essi credevano nella vita ultraterrena dei morti; per questo conservavano i loro defunti in grandi tombe in pietra, molte affrescate. Studiate dagli archeologi, esse ci danno ampie conoscenze sulla civiltà degli Etruschi, la cui scrittura rimane in buona parte sconosciuta.

LE ORIGINI DI ROMA

Secondo la tradizione, Roma fu fondata nel 753 a.C., in felice posizione sul Tevere, non lontano dal mar Tirreno. La zona era da tempo abitata da comunità di pastori e contadini; poi i villaggi si fusero. Nacque così un’area urbana più vasta e cinta da mura.

Per due secoli e mezzo Roma fu retta da sette re (ma, oltre ai sette ricordati dalla leggenda, ve ne furono sicuramente degli altri). Il primo fu Romolo; seguirono Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio detto il Superbo. Quest’ultimo fu rovesciato da una congiura di nobili nel 509 a.C., mettendo fine alla monarchia. Gli ultimi re (di certo i due Tarquinii) furono etruschi: infatti, la prosperità di Roma aveva attirato le mire degli Etruschi, allora all’apice della loro massima potenza. Essi dominarono l’Urbe per circa un secolo.

AUDIOSINTESI

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e indica i territori occupati dalle seguenti popolazioni italiche:

a. Bruzi

b. Civiltà nuragica

c. Civiltà villanoviana

d. Etruschi

e. Siculi

f. Terramare

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

1600-1500 a.C. | 1000-800 a.C. | VI secolo a.C. | 753 a.C. | 509

a.C. | 500 a.C. | 474 a.C.

a. A Cuma gli Etruschi vengono sconfitti dai Siracusani

[ ]

b. Con la caduta di Tarquinio il Superbo finisce la monarchia a Roma [ ]

c. I Cartaginesi conquistano la Sardegna [ ]

d. Nascita di Roma secondo la tradizione [ ]

e. Si sviluppa la civiltà villanoviana [ ]

f. Si sviluppano i villaggi detti “terramare” [ ]

g. Si sviluppa la civiltà nuragica [ ]

h. Tribù celtiche scendono nell’Italia settentrionale [ ]

Il lessico

3. Scrivi la definizione dei seguenti termini.

a. Druido

b. Lucumone

c. Necropoli

d. Nuraghi

e. Pomerio

f. Urbe

I personaggi

4. Elenca in ordine i sette re di Roma e indica per ognuno la caratteristica principale.

a.

b.

c.

d.

e.

f.

g.

Gli eventi

5. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 2).

a. I Celti erano una popolazione prima nomade poi sedentaria. V F

b. Napoli e Bologna furono due città fondate dagli Etruschi. V F

c. Nella società etrusca le donne erano emarginate. V F

d. Le ricche tombe etrusche ci parlano molto della loro civiltà.

V F

e. Roma venne fondata in origine sul colle Aventino. V F

f. Nella fase monarchica la storia romana si incrociò con quella etrusca. V F

Per l’interrogazione orale

6. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Spiega dove e con quali caratteristiche si sviluppò la civiltà etrusca.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Indica dove cominciò la civiltà etrusca e dove si espanse (specifica anche alcune delle città da loro fondate).

b. Spiega come erano organizzate le città-stato etrusche.

c. Quali erano le attività economiche privilegiate?

DOMANDA APERTA

2. Racconta le origini leggendarie della nascita di Roma.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Come è collegata l’origine di Roma alla guerra di Troia? Racconta la storia di Enea.

b. Racconta la storia di Rea Silvia e della nascita dei due gemelli.

c. Spiega la fondazione di Roma secondo la leggenda: racconta lo scontro tra Romolo e Remo.

d. Infine, spiega l’origine storica della fondazione.

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LEZIONE 13

Società e istituzioni della prima repubblica

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Clelia, una giovane vestale

Sono sacerdotessa di Vesta da qualche anno. Della mia vita precedente, nella casa di mio padre, conservo solo questa bambola d’avorio: a lei, stamattina, sto raccontando la mia storia.

Tra poco uscirò dal tempio per attingere acqua alla fonte Egeria. Sarebbe più facile prendere quella dell’acquedotto, ma alle Vestali è proibita, perché considerata impura. Perciò, di ritorno dal bosco delle Camene, suderò sotto il peso del grosso vaso d’argilla, pieno fino all’orlo. Non potrò neppure appoggiarlo a terra: guai se l’acqua si contaminasse a contatto con il terreno!

Poi, bambola mia, raggiungerò la Casa delle Vestali e per il resto della mattinata farò la guardia al sacro fuoco nel tempio della dea, simbolo dell’eternità di Roma. Penso, ma guai a addormentarmi: le braci sul focolare di Vesta non devono spegnersi! Arriverebbe il pontefice massimo, armato di frusta, e mi punirebbe duramente.

Fra trent’anni sarò di nuovo libera. Ma quel giorno è così lontano… Avrò il coraggio di lasciare le statue delle Vestali allineate sotto il portico del tempio?

CRONOLOGIA

594 a.C.

Riforma di Solone ad Atene

509 a.C.

Inizia la repubblica

Cittadini consapevoli I magistrati e la magistratura

Storia ed economia Le prime monete romane

Leggi la fonte La religione romana, uno strumento di governo

Le domande della storia Come funzionava la pratica dell’adozione nell’antica Roma?

450 a.C.

La riforma serviana suddivide i cittadini romani in classi di reddito

V-IV secolo a.C. Evoluzione delle magistrature romane

LE RUBRICHE

1. L’organizzazione politica: le istituzioni

Una repubblica di tipo aristocratico Roma era una tipica “città-stato”: una città con sue leggi, un suo esercito, una sua moneta ecc., simile alle póleis che, in quella stessa epoca, caratterizzavano la Grecia. Questa caratteristica vale sia per la Roma monarchica, sia per quella repubblicana, nata dopo la cacciata dei re etruschi (509 a.C.).

La repubblica romana era dominata dai grandi proprietari terrieri: si trattava quindi di una repubblica di tipo aristocratico. La caduta della monarchia etrusca penalizzò artigiani e commercianti che avevano prosperato sotto i Tarquinii; per parecchio tempo i loro traffici decaddero.

La riforma serviana: i cittadini suddivisi per classi di censo Secondo la leggenda, fu il sesto re, Servio Tullio, a riformare l’organizzazione dello Stato romano, ma in realtà tale riorganizzazione fu attuata più avanti, intorno al 450 a.C. La riforma, passata alla storia come “serviana”, suddivideva i cittadini romani in base alla ricchezza o censo di ciascuno, in modo simile alla riforma censitaria voluta da Solone nel 594 a.C. per Atene (vedi p. 137). Nacquero così sei classi di reddito; ogni cittadino romano rientrava nell’una o nell’altra a seconda del suo reddito personale.

I più ricchi (coloro che disponevano di un patrimonio personale di almeno 100.000 assi annui) costituivano la prima classe; versavano più tasse allo Stato e contribuivano maggiormente alle spese dell’esercito, ma in compenso esercitavano molta più influenza sulle decisioni politiche. Questa prima classe era divisa in 98 centurie (gruppi di 100 uomini) su un totale di 193, e aveva quindi la maggioranza dei voti alle elezioni dei comizi centuriati. Le altre quattro classi formavano nell’assieme 94 centurie; la sesta e ultima classe, composta da cittadini nullatenenti, formava una sola centuria.

DENTRO LE PAROLE

REPUBBLICA Il termine “repubblica” indica un regime politico dove i governanti vengono scelti dai cittadini e mantengono l’incarico per un tempo determinato. La parola deriva dal latino res (cioè “cosa”) publica (“di tutti”) e significa che lo Stato non è possesso di una sola persona ma di tutti i cittadini. Nella monarchia, invece, il potere si trasmette per diritto ereditario (ossia di padre in figlio) e si mantiene fino alla morte del sovrano, o fino alla sua rinuncia spontanea al trono. In una repubblica i poteri sono amministrati in nome del popolo da funzionari eletti, oppure selezionati secondo regole precise, che decadono dopo un certo limite di tempo.

Quali sono le caratteristiche principali che rendono l’Italia una repubblica? Rispondi dopo aver consultato la Costituzione italiana.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico Che cosa significa l’espressione “riforma censitaria”?

Operazioni per la definizione del censo nel rilievo di Domizio Enobarbo (II secolo a.C.). Il censimento era un’operazione decisiva per definire destini individuali e rapporti di forza nella società romana.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Qual era la differenza fra comizi centuriati e comizi curiati?

Lo Stato romano non è una vera democrazia, ma un’oligarchia La riforma serviana fu un primo passo verso la democrazia, perché le decisioni non venivano più prese da un re, ma da un’assemblea (i comizi, da comitium, “adunanza”) aperta ai membri di tutte le centurie. Tuttavia, il regime politico di Roma repubblicana non era paragonabile alla nostra democrazia: infatti, la maggior parte delle centurie era espressione dei più ricchi, che disponevano quindi della maggioranza dei voti. Quella ristretta minoranza poteva facilmente ottenere la maggioranza ai comizi e salvaguardare così i propri interessi.

Gli autori latini (quasi tutti provenienti dalla nobiltà) esalteranno lo Stato repubblicano in quanto “cosa di tutti”, res publica, ma in verità si trattava di uno Stato chiaramente oligarchico, guidato da una ristretta élite (i nobili) molto restia a favorire altri gruppi sociali.

Le assemblee popolari: i comizi Dunque le decisioni venivano prese dall’assemblea dei comizi. Inizialmente, nell’età monarchica, esistevano i comizi curiati, in cui le famiglie nobili si riunivano raggruppandosi per curie (co-viria significa infatti “adunanza di uomini”). Poi, con la riforma serviana, nacquero i comizi centuriati, aperti a tutti i cittadini censiti in base al patrimonio personale. Era appunto l’assemblea dei comizi centuriati a eleggere i magistrati, ad approvare o respingere le loro proposte di legge, a votare la pace o la guerra. I magistrati eletti restavano in carica per un tempo limitato (in genere un anno); tutti dovevano esercitare il loro potere collegialmente (cioè con un collega e non da soli).

L’arringatore: la statua in bronzo (oggi al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) ritrae un uomo togato, che alza il braccio destro chiedendo silenzio prima di un discorso pubblico.

L’oratoria era una pratica diffusissima nella vita politica romana.

L’odio per i re e l’accusa più grave: il regnum Annualità e collegialità della carica servivano a impedire che nascesse un potere troppo stabile, com’era stato, a suo tempo, quello del re: l’odio per la monarchia rimase sempre un tratto distintivo della vita politica romana, al punto che nessuno degli imperatori futuri, mai, oserà farsi chiamare “re”.

Per gli aristocratici, che occupavano tutte le cariche pubbliche, non poteva esserci niente di più pericoloso di un uomo solo al vertice dello Stato: tale condizione li avrebbe, fatalmente, estromessi dal potere. Perciò, nel corso dei secoli, l’accusa gravissima di regnum (cioè di volersi fare re) colpirà diversi nobili

COMIZI E MAGISTRATI

i COMIZI CURIATI sono l’assemblea dei nobili;

aperti a tutti, ma dominati dai cittadini più ricchi: poi nascono i COMIZI CENTURIATI

la nuova assemblea elegge i MAGISTRATI che governano

romani non “allineati”, che avevano cercato di migliorare le condizioni (anche politiche) del popolo. Secoli dopo, persino il vincitore di Annibale, Scipione l’Africano (vedi p. 286), capo della famiglia più prestigiosa del II secolo a.C., subirà un processo in cui l’accusa implicita era quella di regnum. Ebbe salva la vita, ma subì l’esilio e morì a Literno nel 186 a.C.

Più tardi, anche il duplice assassinio dei Gracchi (vedi p. 345) sarà giustificato con il fatto che i due fratelli difensori della plebe avevano mirato al trono.

Tanta violenza era suscitata dalla paura verso le classi inferiori. Contro di esse il ceto dominante non esitava a difendere i propri privilegi, a qualsiasi costo.

Il Bruto capitolino è un celebre busto bronzeo, risalente al 300 a.C. circa, conservato ai Musei Capitolini di Roma. Probabilmente non ritrae Lucio Giunio Bruto, capo della congiura di nobili che cacciò Tarquinio il Superbo; in ogni caso l’opera documenta bene i valori dei nobili romani: lo sguardo fiero e determinato rivela l’ideale della gravitas (serietà, dignità) caro all’aristocrazia senatoria.

Consoli, pretori, censori e il dittatore I magistrati più importanti erano i due consoli: venivano eletti dai comizi e nominati dal senato. Essi esercitavano l’imperium (“comando”), cioè il potere esecutivo, dando applicazione alle leggi e comandando l’esercito. I pretori (da due a otto) amministravano la giustizia e presiedevano i tribunali; anche la loro carica durava un anno. In tempo di guerra potevano anch’essi comandare le truppe. Più avanti, i governatori delle varie province romane saranno scelti tra i pretori.

I due censori (in carica per 18 mesi) avevano il delicato compito di suddividere i cittadini nelle diverse classi di reddito (facevano cioè il censimento) e, di conseguenza, stabilivano il contributo di ciascuno allo Stato. Inoltre, i censori vigilavano sulla morale pubblica, cioè sul comportamento di tutti i cittadini. Una carica straordinaria era quella di dittatore (da dictator, “colui che dà ordini”): nominato in caso di grave pericolo per lo Stato, rimaneva in carica al massimo per sei mesi, ma in quell’arco di tempo esercitava poteri assoluti, tenendo alle proprie dipendenze tutti gli altri magistrati. Scaduto il termine, doveva restituire i poteri al senato e ai magistrati ordinari.

I comizi tributi Nel corso del tempo, i comizi centuriati vennero affiancati da una nuova assemblea repubblicana, i comizi tributi, più aperta alle decisioni del popolo. Essa eleggeva altri magistrati minori: i questori, che amministravano le finanze dello Stato, e gli edili, che sovraintendevano alla costruzione di strade e edifici pubblici, e regolamentavano i mercati e gli spettacoli pubblici. Nascerà anche una nuova e importantissima magistratura, quella dei tribuni della plebe (vedi p. 309), con il compito di sostenere le richieste del popolo e di difendere i suoi diritti.

Comprendi

Quali erano i poteri dei consoli?

STUDIA CON METODO

CITTADINI CONSAPEVOLI

Nell’antica Roma il termine “magistrato” designava tutti gli uomini politici che rivestivano una carica pubblica e che, quindi, esercitavano una qualche funzione di governo. La nostra idea di magistrato, oggi, è più ristretta: egli è sostanzialmente un giudice, facente parte della magistratura.

La

magistratura oggi

La magistratura esercita il potere giudiziario, quello che giudica gli eventuali trasgressori delle leggi, e che è uno dei tre poteri caratteristici degli Stati moderni (gli altri due sono il potere esecutivo, cioè di governo, e il potere legislativo, cioè di fare le leggi).

Abbiamo detto che i magistrati, oggi, sono i giudici, ma non è del tutto esatto. Infatti nell’ordinamento italiano esiste – come forma di garanzia per gli accusati – una netta separazione tra i magistrati che muovono l’accusa e quelli che emettono verdetti sugli imputati (cioè gli accusati).

• I primi sono i pubblici ministeri: essi compongono la magistratura inquirente (che “cerca” i colpevoli, ma

Educazione civica

I magistrati e la magistratura

poi non giudica gli eventuali accusati).

Il pubblico ministero è un magistrato, ma non è un giudice; è l’organo dello Stato che esercita l’azione penale

• I secondi sono appunto i giudici, i quali compongono la magistratura giudicante (che emette giudizi). Essa giudica cause penali e cause civili: le prime riguardano i reati eventualmente commessi da qualcuno, le seconde le controversie sorte tra cittadini.

Magistratura e popolo

nella Costituzione italiana

Leggiamo l’Articolo 101 della Costituzione italiana: «La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge». Poiché, nella Repubblica italiana, la sovranità appartiene al popolo (così afferma l’Articolo 1 della Costituzione), anche la giustizia deve essere amministrata in nome e per conto del popolo. Perciò gli organi che giudicano i reati gravi (Corti d’Assise) sono composti in maggioranza da giudici popolari, cioè da semplici cittadini, estratti a sorte da elenchi di persone con determinati requisiti.

La libertà dei giudici

secondo la Costituzione

Sempre l’Articolo 101 della Costituzione stabilisce che i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Infatti, per giudicare secondo coscienza e nel rispetto della legge, il giudice deve essere libero da qualsiasi influenza che potrebbe subire da parte di un altro potere (un superiore, un’autorità dello Stato, un partito politico). Perciò, come afferma il successivo Articolo 104 della

Costituzione, «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».

Questa condizione di indipendenza dei giudici dagli altri poteri pubblici sta a significare la neutralità dei magistrati e costituisce una delle principali garanzie dei diritti dei cittadini.

Anche il reclutamento dei giudici avviene non per scelta di qualcuno, ma per pubblico concorso, sempre a garanzia della loro assoluta imparzialità.

La loro responsabilità

Benché siano autonomi nei loro giudizi, i giudici possono essere chiamati a rispondere del loro operato, per i danni procurati ai cittadini da errori commessi durante il giudizio (responsabilità civile dei giudici). Dunque il cittadino ha diritto a essere risarcito in caso di errore giudiziario

Il ministro della Giustizia può fare indagini, mediante i suoi ispettori, per accertare eventuali irregolarità. Il giudizio finale sui giudici non spetta però al ministro della Giustizia (altrimenti la magistratura sarebbe sottomessa al governo e quindi al potere politico), ma a un organismo di autogoverno dei giudici, ovvero il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Dividetevi in gruppi e cercate la composizione e il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura Una volta apprese queste conoscenze, assegnatevi i ruoli dei membri del CSM e, in classe, simulate una discussione e una delibera di un ipotetico caso di assegnazione di un magistrato a un tribunale o di un provvedimento disciplinare.

ROLE PLAY
Costituzione

Il senato, la ristretta assemblea (non elettiva) dei nobili Oltre ai comizi e alle magistrature, il terzo protagonista della vita politica romana era il senato. Si riuniva nella Curia, l’edificio del Foro che prendeva nome dall’antica assemblea di famiglie nobili. Il termine senatus deriva invece da senex, “vecchio”: la venerazione nei confronti degli anziani, e della tradizione, era un tratto distintivo della mentalità romana.

Al tempo dei re, il senato era il consiglio degli anziani, che consigliava il monarca; in età repubblicana il senato divenne l’assemblea degli ex magistrati, e dunque s’identificava con il patriziato, visto che l’accesso alle magistrature rimase per lunghi secoli possibile ai soli patrizi (vedi p. 309). I suoi membri (aumentati progressivamente da 300 fino a 1000) erano chiamati patres, “padri”, oppure patres conscripti, cioè “padri iscritti [nella lista senatoria]”. Come le singole famiglie erano governate dal paterfamilias (i “padri di famiglia”) così a capo dello Stato nel suo assieme vi erano i patres, i capifamiglia delle gentes nobili.

I compiti del senato Mentre le magistrature duravano un periodo di tempo prestabilito, la carica di senatore era a vita: perciò il senato era l’istituzione più stabile dell’Urbe, punto di riferimento naturale per la società romana. I suoi compiti erano, in apparenza, scarsi: le leggi venivano approvate dai comizi, il governo dello Stato era assicurato dai consoli. Il senato sorvegliava le spese dello Stato, nominava il dittatore in caso di pericolo per la repubblica, preparava dichiarazioni di guerra e trattati di alleanza, da fare poi approvare ai comizi. Più importante era il ruolo consultivo dei patres: prima di prendere una decisione importante, i consoli e gli altri magistrati chiedevano sempre al senato un parere, detto senatoconsulto. Di per sé il parere non era vincolante, ma i magistrati non lo disattendevano, di fatto, mai: la ragione era l’enorme prestigio di cui godeva l’assemblea dei patres. In essa s’identificava l’intera città: il senato e il popolo assieme, come recitava il motto Senatus Populusque Romanus inalberato sui vessilli delle legioni di Roma.

LE TRE PRINCIPALI ISTITUZIONI POLITICHE

STUDIA CON METODO

Rifletti

Secondo te, la mentalità odierna ha conservato qualche aspetto di quella romana? Spiega la tua risposta.

COMIZI

CONSOLI

SENATO

LEGGI LA FONTE Polibio descrive i poteri di consoli, senato e popolo

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Quale importanza aveva il senato e quali erano i suoi poteri?

comizi curiati: assemblea di patrizi riuniti nelle curie, presto caduta in disuso

comizi centuriati: assemblea dei cittadini; elegge i magistrati, vota le nuove leggi, ratifica la pace e la guerra sono l’assemblea popolare dei cittadini romani

esercitano il potere esecutivo e militare

è il perno della vita pubblica di Roma

sono eletti dai comizi e nominati dal senato; sono due; comandano l’esercito in guerra; danno esecuzione alle leggi

dirige la politica estera, le alleanze ecc.; sorveglia le spese dello Stato; vaglia le proposte di legge da sottoporre ai comizi

STUDIA CON METODO

Riassumi

Sintetizza con parole tue in massimo due righe chi erano i patrizi e chi faceva parte di questo gruppo sociale.

Il Togato Barberini, scultura del I secolo a.C. che raffigura un patrizio con i ritratti di due antenati.

IL SISTEMA DEI NOMI

MA questo sistema vale solo per i maschi nobili poi il COGNOME della famiglia p. es. “Scipione” poi viene il NOME della gens p. es. “Cornelio” prima viene il PRENOME p. es. “Publio”

2. La società romana nei primi secoli

Il dominio delle gentes, i clan nobiliari Non solo il potere politico, ma anche la società e la cultura, a Roma, erano dominate dai nobili. Essi si suddividevano per gentes, “stirpi”, gruppi di famiglie o clan che avevano ricevuto da Romolo o dagli altri re i terreni da cui traevano la fonte della loro ricchezza. Coloro che appartenevano alle gentes costituivano il ristretto gruppo dei nobili, chiamati anche patrizi (da patres, “padri”) o ottimati (da optimus, “il migliore”). Il primo termine deriva da pater, “padre”, e rivela l’attaccamento alla tradizione, il secondo l’orgoglioso senso di superiorità che li caratterizzava. Per lungo tempo i patrizi si sposarono soltanto tra loro, in modo da mantenere il potere nella loro cerchia ristretta.

Conservarono il più a lungo possibile il diritto di celebrare i principali riti religiosi, di raggiungere le cariche pubbliche e di essere ammessi in senato. Quella romana era dunque (specialmente nei primi secoli) una tipica società gentilizia, in cui il potere era in mano a una minoranza, di origine nobile.

Nel sistema dei nomi, il primato dei nobili Ogni gens prendeva il nome dall’antenato eroico o divino da cui si vantava di discendere; quel nome era poi trasmesso a tutti i membri di quella gens. Per esempio, alla gens Cornelia apparteneva il famoso Publio Cornelio Scipione, che sconfisse Annibale: Publio era il prenome, cioè il nome personale, Cornelio era il nome gentilizio, collegato alla gens di appartenenza, mentre Scipione era il cognome, che identificava la famiglia particolare, in questo caso gli Scipioni. Altre famiglie facevano parte della gens Cornelia, come i Lentuli, i Silla ecc.

Ogni individuo maschio e nobile, a Roma, possedeva tre nomi. Invece per le donne l’elemento importante era il nome della gens; il prenome spesso non era neppure noto, quasi che la loro individualità non contasse. Quanto agli schiavi, venivano individuati dal nome del padrone, a cui si aggiungeva il suffisso -por, derivato da puer, “ragazzo”: perciò, per esempio, Gaipor era “il ragazzo (ovvero lo schiavo) di Gaio”.

La gens e il paterfamilias Ogni gens era composta, al suo interno, da più nuclei o “famiglie”. Si trattava però di una famiglia allargata, visto che comprendeva padri, nonni, figli e nipoti, con le rispettive mogli e i rispettivi figli. Capo assoluto della famiglia era il paterfamilias (“padre della famiglia”), quasi un sovrano nel proprio regno.

Sotto la sua completa autorità stavano la moglie, i figli, anche se adulti, e padri a propria volta di figli, e poi i servi, le terre, gli animali e gli altri beni. Tra le prerogative del pater vi era giudicare le cause: nella Roma dei primi secoli, eccettuati pochissimi reati, esisteva solo il tribunale del pater, che poteva emettere anche sentenze di morte.

Spettava al paterfamilias accettare i nuovi membri della famiglia. Quando nasceva un figlio, egli prendeva tra le mani il neonato, maschio o femmina, e

lo sollevava verso il cielo. In caso di mancata accettazione, il bambino veniva esposto, cioè abbandonato (una sorte che colpiva soprattutto le bambine). Inoltre, il capofamiglia poteva adottare nuovi membri nati al di fuori della famiglia di sangue; si trattava di una pratica tipicamente romana, con la quale persino individui adulti abbandonavano la precedente famiglia, con tutti i diritti e i doveri del caso, ed entravano in una nuova. Spesso all’adozione ricorrevano ricchi individui, che si facevano adottare da famiglie nobili per ottenere i diritti politici.

Toccava sempre al paterfamilias, infine, celebrare i riti religiosi in onore delle divinità che proteggevano la casa e l’unità familiare, cioè i Mani (gli spiriti degli antenati defunti) e i Penati (spiriti protettori di una famiglia o anche dello Stato).

Essere donna a Roma La donna romana godeva di una condizione migliore rispetto alla donna greca: dopo le nozze poteva uscire di casa, recarsi a far visita alle amiche, fare spese ecc.; di sera partecipava, assieme al marito, ai ricevimenti e al banchetto, anche se doveva uscire al momento del brindisi rituale. Dal punto di vista legale, conservava la proprietà della dote con la quale si era sposata; e se rimaneva vedova, le spettava la stessa quota dei beni del marito defunto che passava ai figli. Tuttavia, come in tutte le società antiche, anche nel mondo romano l’esistenza delle donne si svolgeva nell’ombra della casa, tutta finalizzata alla famiglia e al matrimonio.

Non potevano scegliere l’uomo da sposare; con le nozze la donna passava semplicemente dalla manus (la “proprietà”) del padre a quella del marito. Quest’ultimo poteva in qualsiasi momento rinviarla al padre, trattenendo parte della dote.

Un’antica epigrafe, divenuta proverbiale, riassumeva così il comportamento – e il profilo ideale – della donna romana: Casta fuit, domum servavit, lanam fecit (“Fu casta, custodì la casa, filò la lana”). Una donna rispettabile non doveva agghindarsi o ingioiellarsi per farsi notare; doveva tenere sempre le chiome raccolte, lo sguardo basso; non doveva parlare senza essere interrogata. La cultura romana ebbe sempre caro «il cliché della madre e sposa esemplare, sottomessa al marito e a lui legata anche al di là della morte, ferocemente punita in caso di adulterio, raramente dotata di cultura» (P. Fedeli).

DENTRO LE PAROLE

Padre

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quale rito veniva compiuto al momento della nascita?

Donna che allatta raffigurata su un sarcofago del II secolo a.C.

Esponi oralmente

Quali erano i diritti delle donne a Roma? Quali regole, però, limitavano la loro esistenza? STUDIA CON METODO

LE DOMANDE DELLA STORIA COME FUNZIONAVA LA PRATICA DELL’ADOZIONE NELL’ANTICA ROMA?

Con l’adozione si crea un rapporto simile a quello che lega genitori e figli, anche in mancanza di vincoli di sangue; fra adottante e adottato si costituisce così un rapporto di parentela legale e non naturale. L’adozione era una pratica molto diffusa nel mondo romano, dove era regolata da norme e rituali precisi. Se il padre naturale acconsentiva, o non si opponeva, l’individuo adottato veniva trasferito dalla patria potestas (il potere paterno su di lui) del padre originario alla potestas di un altro padre, il quale lo adottava ufficialmente davanti a un magistrato. L’adottato usciva dalla famiglia originaria, perdendo ogni rapporto di parentela e ogni diritto e dovere nei suoi confronti; acquistava, invece, rapporti di parentela e relativi diritti e doveri verso la famiglia dell’adottante.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Definisci chi erano i plebei e descrivi la loro condizione.

I plebei, la maggioranza del popolo Il grosso della popolazione romana era estraneo alle gentes nobiliari: apparteneva alla plebs o plebe (da plus, “più”; al plurale plures, “molti, parecchi”), cioè “la moltitudine”.

La maggior parte di loro era giunta a Roma in un secondo momento, attratta dalle possibilità di guadagno aperte dalla nuova città: erano, diremmo oggi, degli “immigrati”.

Tra loro vi erano individui di condizione assai diversa. Alcuni erano contadini liberi, altri nullatenenti; alcuni svolgevano lavori umili, altri si dedicavano all’artigianato e ai traffici commerciali, sdegnati dai patrizi. Numerosi plebei si arricchirono più dei patrizi; la vera differenza tra loro non era la ricchezza, ma la nascita e quindi il prestigio sociale, disponibile solo per chi proveniva da una delle grandi gentes aristocratiche.

La differenza era anche politica: pur potendo votare ai comizi, i plebei rimanevano regolarmente esclusi dal senato e dalle magistrature (in latino honores, “cariche pubbliche”).

Tale discriminazione produrrà malcontento e forti contrasti tra patrizi e plebei (vedi p. 306).

Le difficoltà, per i plebei, crescevano soprattutto nei momenti di guerra, perché il servizio militare era obbligatorio per tutti: dunque i plebei dovevano lasciare il lavoro, pagarsi l’armamento e accorrere all’appello dell’esercito. Quando s’indebitavano, rischiavano di finire schiavi dei creditori, come le leggi del tempo prevedevano per i debitori insolventi.

Il sistema della clientela: protezione, in cambio di servizi In una società ancora poco regolata dal diritto, gli individui più deboli erano esposti a prepotenze e soprusi. Molti plebei sceglievano perciò di diventare clienti delle famiglie patrizie: si mettevano al servizio di un patrizio (patrono) e della sua famiglia, ricevendo in cambio aiuto e protezione. Si trattava, ovviamente, di un rapporto da inferiore a superiore. Il patrono poteva lasciare in usufrutto un podere al proprio cliente, perché lo coltivasse; in cambio, il cliente riconosceva una quota di prodotti al patrono e s’impegnava a votare per lui, o per i suoi candidati, nelle elezioni dei comizi. Prestava inoltre aiuto militare in caso di litigi o guerra: perciò le più potenti gentes patrizie potevano mettere in campo un piccolo esercito, formato dai propri clienti.

Cippo del I secolo a.C. che rievoca una scena di aratura. I contadini liberi, molto diffusi nell’Italia Meridionale, costituivano il perno della società e dell’esercito.

Più una famiglia nobile era ricca e potente, più numerosa era la sua clientela. Questo istituto della clientela, presente anche in altre società arcaiche, denota l’assenza di un sistema di leggi capace di assicurare giustizia a tutti i membri della collettività: l’appoggio di un potente appariva necessario per non finire vittima di soprusi e violenze. A Roma divenne un’abitudine prevista e riconosciuta anche dalle leggi. Talora il rapporto tra cliente e patrono superava il semplice tornaconto, diventando gratitudine, fedeltà, persino amicizia: erano casi rari, ma non impossibili. Nel linguaggio moderno, invece, il termine “clientela” ha un’accezione negativa: indica il rapporto di favoritismo concesso da qualche personaggio politico in cambio di voti, favori ecc.

Lavora con il lessico Chi era il cliente e che cosa era la clientela? Quale rapporto si instaurava tra il cliente e il patrono?

• ricchi proprietari terrieri

• si ritengono superiori a tutti gli altri

• organizzati per gentes (clan nobiliari), siedono nel senato e ottengono tutte le cariche

• difendono gelosamente il proprio primato politico e sociale

quella romana è, agli inizi, una società gentilizia (cioè aristocratica)

• alcuni si dedicano a lavori umili

• altri sono artigiani e mercanti

• alcuni si arricchiscono, come e più dei patrizi

• altri possono finire schiavi dei loro creditori

• non hanno prestigio sociale né potere politico

da questa disparità nascerà il conflitto sociale tra patrizi e plebei

Il Foro Boario uno dei centri della Roma in epoca arcaica.
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PATRIZI E PLEBEI
PLEBEI
PATRIZI

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Rifletti

Grazie a quali fattori Roma poté prosperare sul piano economico?

3. L’economia e la religione

L’economia di Roma repubblicana Come in tutte le società del mondo antico, le basi dell’economia romana erano l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Non a caso, in latino, “denaro” si dice pecunia, termine che deriva da pecus, ovvero “bestiame, gregge, pecora”: i capi di bestiame, all’epoca, erano i beni più pregiati. Tuttavia, Roma si sviluppò ben presto come una ricca città commerciale, grazie alla felice posizione sul Tevere. Alla foce del fiume fu costruito da Servio Tullio il portus Tiberinus, a cui attraccavano le grandi navi fenicie, greche o etrusche, con le loro merci. Sale (prezioso per conservare gli alimenti), frumento, olio d’oliva, pelli, lana, tessuti, metalli, armi, legname da costruzione, ceramiche, tutto veniva acquistato e venduto nel grande mercato del Foro Boario e poi trasferito su carri o imbarcazioni verso le regioni interne. Lo scambio di merci via terra fra le città latine a est, quelle etrusche a nord e le città greche a sud veniva agevolato dai ponti sul Tevere; il primo, il Ponte Sublicio, fu costruito intorno al 600 a.C. Ad arricchirsi erano soprattutto i plebei più intraprendenti, protetti dalla monarchia etrusca. Quando, nel 509 a.C., nacque la repubblica aristocratica, Roma conobbe un lungo periodo di contrazione economica.

STORIA ED ECONOMIA

LE PRIME MONETE ROMANE

Una religione politeista e assimilatrice Quella romana era una religione politeista, che cioè attribuiva culto a molti dèi. Le divinità più venerate erano gli dèi italici, come Giano e Vesta: il primo proteggeva la porta di casa e l’inizio di ogni lavoro, la seconda il focolare domestico (cioè l’intimità di ogni famiglia). Le sacerdotesse Vestali tenevano sempre acceso il fuoco nel tempio di Vesta, che proteggeva la grande famiglia costituita dal popolo romano. Marte era inizialmente un dio della pastorizia, poi si trasformò nel dio guerriero, per difendere gli allevatori dai ladri. In seguito fu identificato nel dio greco Ares, ma non perse mai del tutto i tratti selvaggi delle sue origini italiche. Il dio sabino Quirino (fonte di ricchezza e pace) rappresentava l’aspetto pacifico di Marte. Saturno proteggeva la semina e i campi, la dea Cerere il raccolto e anche la fertilità delle donne. Con l’andare del tempo, si cominciò ad avvertire più chiaramente l’influsso greco, proveniente dalle póleis dell’Italia meridionale.

Gli scambi commerciali potevano avvenire secondo il primitivo sistema del baratto, oppure mediante il mezzo, assai più efficace, delle monete. Nei primi secoli di Roma, però, non si utilizzavano vere e proprie monete, ma barre di bronzo o rame, il cosiddetto aes rude (cioè “bronzo grezzo, non lavorato”). L’utilizzo di queste barre era molto scomodo; bisognava pesare a ogni scambio il quantitativo effettivo di bronzo. Furono perciò fusi dai singoli mercanti pezzi in bronzo di forma rotonda o rettangolare, sui quali era riportato il valore: questo fu il cosiddetto aes signatum (cioè “bronzo contrassegnato”),

pesante oltre un chilo. La prima moneta, emessa ufficialmente dalla repubblica intorno al 335 a.C., fu l’aes grave (“bronzo pesante”), che pesava un asse (cioè 273 grammi). La realizzazione dell’asse in questa fase avveniva sempre tramite fusione, piuttosto che tramite battitura a martello. L’asse rappresentò per lungo tempo l’unità monetaria di base ma il suo valore si ridusse nel tempo, acquisendo progressivamente il valore delle sue frazioni. Con un asse si potevano acquistare mezzo chilo di pane, due chili di lupini, un quarto di vino comune o entrare alle terme.

Un aes grave coniato nel III a.C.

Si sviluppò pertanto il culto di nuove divinità, più ufficiali, ricalcate su quelle della religione greca. Le principali erano Giove (il capo degli dèi, che proteggeva la città e dominava il mondo e la natura), corrispondente allo Zeus greco; Minerva (dea della sapienza), corrispondente alla dea greca Atena; Venere (dea dell’amore), corrispettivo di Afrodite, Giunone, antica divinità lunare italica, dea della fecondità e del parto, assunse i tratti della dea greca Era, sposa di Zeus. In seguito diventeranno popolari a Roma altre divinità greche, come Mercurio (il dio dei commerci, modellato sul greco Hermes), Apollo, il dio delle arti e della profezia, Esculapio, il dio della medicina (ricalcato sul greco Asclepio).

Esistevano infine gli dèi venerati da ogni famiglia nell’intimità della casa: le anime dei defunti (i Mani), i protettori della famiglia (i Lari) e dell’economia domestica (i Penati). I riti in loro onore venivano officiati dal paterfamilias.

Una tipica religione di Stato Come i Greci, anche i Romani pensavano che l’assenso degli dèi fosse necessario per ogni attività pubblica. A ottenere questo assenso provvedevano i sacerdoti o flàmini, per lungo tempo tutti rigorosamente patrizi; a capo del rituale religioso vi era il pontefice massimo. Quest’ultimo era una figura di spicco anche dal punto di vista civile: era lui a decidere quali giorni fossero fasti, cioè “propizi”, per tutta una serie di azioni; inoltre interpretava le consuetudini (chiamate mores) e quindi le leggi in vigore. Questi sacerdoti erano allo stesso tempo magistrati: svolgevano infatti una funzione pubblica, finalizzata a mantenere la pax deorum (“pace – cioè benevolenza – degli dei”) e a evitare che l’ira divina colpisse la civitas, la collettività; se così accadeva, andavano compiuti i necessari riti di espiazione. Quella romana era insomma una tipica religione di Stato, che non lasciava spazio a una religiosità più intima e personale.

Poiché ogni impresa da compiere aveva bisogno dell’assenso divino, occorreva leggere i presagi, cioè la volontà degli dèi, nei fenomeni naturali: lampi, tuoni e il volo degli uccelli (materia degli àuguri), le viscere degli animali sacrificati (analizzate dagli arùspici). L’interpretazione dei segni divini era regolata da procedure rigorosissime; infrangere le procedure del cerimoniale era considerato un delitto.

RELIGIONE DI STATO

quella romana è una RELIGIONE DI STATO sono i magistrati a celebrare i riti necessari spetta ai magistrati dello Stato conservare la pace con gli dèi la collettività ha bisogno di essere protetta dagli dèi

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perché la religione romana può essere definita come una religione di Stato?

pici). L’interpretazione dei segni divini era regolata da al

Tutto ciò accresceva il ruolo della nobiltà potere, depositaria dei culti religiosi e della tradizione nel suo insieme.

La Triade capitolina, scultura in cui sono rappresentati Giunone, Giove e Minerva.

IDENTIKIT

tipo di documento

opera storiografica

autore

Polibio

opera

Storie VI

data

II sec. a.C.

La religione romana, uno strumento di governo

Lo storiografo greco Polibio (205-118 a.C.) nel libro VI delle sue Storie volle analizzare le istituzioni politiche romane. L’autore sottolinea i vantaggi della società romana rispetto alla sua principale nemica del II secolo a.C., Cartagine: tra i termini di confronto, Polibio considera anche la concezione religiosa.

“I Romani hanno, inoltre, concezioni di gran lunga preferibili1 nel campo religioso. Quella superstizione religiosa che presso gli altri uomini è oggetto di biasimo, serve in Roma a mantenere unito lo Stato: la religione è più profondamente radicata e le cerimonie pubbliche e private sono celebrate con maggior pompa che presso ogni altro popolo. Ciò potrebbe suscitare la meraviglia di molti; a me sembra che i Romani abbiano istituito questi usi pensando alla natura del volgo. In una nazione formata da soli sapienti, sarebbe infatti inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poiché la moltitudine è per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidità, ad ira violenta, non c’è che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza ragione presso le moltitudini la

1. preferibili: rispetto ai Cartaginesi.

1. Polibio ha una visione pragmatica della storia; volge pertanto la sua attenzione agli aspetti politico-militari e rifiuta l’idea, semplicistica, che siano gli dèi a guidare le vicende dell’umanità.

• Sottolinea nel testo la frase o l’espressione che ti sembra riassumere un po’ tutta la concezione di Polibio. Spiega poi in breve la ragione della tua scelta.

fede religiosa e le superstizioni sull’Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di eliminarle ai nostri giorni.

Inoltre, a prescindere da tutto il resto, coloro che amministrano in Grecia i pubblici interessi, se viene loro affidato un talento2, nonostante il controllo di dieci sorveglianti, di altrettanti suggelli e del doppio dei testimoni, non sanno conservarsi onesti; i Romani invece, pur maneggiando, nelle pubbliche cariche e nelle ambascerie, quantità di denaro di molto maggiori, si conservano onesti solo per rispetto al vincolo del giuramento; mentre presso gli altri popoli raramente si trova chi non tocchi il pubblico denaro, presso i Romani è raro trovare che qualcuno si macchi di tale colpa. Polibio, Storie VI, 56; trad. di C. Schick, Mondadori, Milano 1992

2. un talento: antica unità di misura; se si utilizzava come moneta, s’intendeva un talento d’oro (equivalente al peso di una persona).

2. Secondo l’autore, i fondatori dello Stato romano sono stati molto abili a sfruttare la «superstizione religiosa» del popolo.

• Qual è la «natura del volgo» secondo Polibio? Cerca la risposta nel testo.

3. Per Polibio è necessario che la religione venga autorizzata dal potere e gestita dal potere.

• Quali ragioni consigliano tale scelta?

GUIDA ALL’ANALISI

Società e istituzioni della prima repubblica

Fin dai primi secoli, emergono a Roma due grandi gruppi sociali: patrizi e plebei

I PATRIZI

appartengono alle antiche genti nobiliari insediate a Roma fin dalle origini

si definiscono “gli ottimati” e si ritengono superiori a tutti gli altri

dominano la città sul piano politico, sociale, economico, religioso

I PLEBEI

sono tutti gli altri: sono il popolo

il nome plebs (plebe) indica “la moltitudine”

la massa dei plebei è composta da individui assai diversi: vi sono immigrati, artigiani e mercanti, poveri e nullatenenti

LE ISTITUZIONI

I comizi

• curati

• centuriati

• tributi

Le magistrature

• Consoli

• Pretori

• Censori

Il senato

SOCIETÀ

E ISTITUZIONI

DELLA PRIMA REPUBBLICA

LE ISTITUZIONI

DELLA REPUBBLICA

L’organizzazione politica della repubblica era imperniata su tre elementi: l’assemblea dei cittadini, i magistrati e il senato. Spettava ai cittadini riuniti nell’assemblea (i cosiddetti comizi) eleggere i consoli e gli altri magistrati (pretori, censori, questori); essi esercitavano la loro carica collegialmente, mai da soli, e rimanevano in carica con una scadenza precisa, in modo che nessuno potesse farsi re. Il vero perno della vita politica era senato, l’assemblea dei patres (“padri”). A essa si apparteneva a vita: anche grazie a questa continuità, il senato fu sempre il punto di riferimento della vita politica e sociale di Roma, anche se sul piano politico i suoi poteri erano piuttosto limitati.

un nome personale (prenome) e il nome della più ristretta famiglia di appartenenza (cognome).

Ogni gens raggruppava varie famiglie nobili, ciascuna delle quali era governata da un paterfamilias, il capo anziano della casa, che esercitava un diritto di vita e di morte su tutti i membri della famiglia.

La donna romana godeva di maggiori diritti rispetto a quella greca, ma era anch’essa in posizione del tutto subordinata.

A mano a mano crebbero di numero e di peso economico i plebei, cioè tutti coloro che non appartenevano al ceto dei nobili. Molti di loro si arricchirono con i commerci e altre attività, ma rimasero a lungo esclusi dalle cariche pubbliche, in particolare dal Senato.

ECONOMIA E RELIGIONE

LA SOCIETÀ

L’economia di questa fase era incentrata su agricoltura, pastorizia e soprattutto sui commerci Il mercato del Foro Boario divenne un punto di scambi molto frequentato.

ROMANA

NELLA PRIMA

REPUBBLICA

REPUBBLICA

gentes, i

dall’una all’altra generazione.

La vita sociale e politica, a Roma, era dominata dalle gentes, i clan di ricchi proprietari terrieri che si tramandavano il potere dall’una all’altra generazione. Ogni cittadino romano portava il nome della gens; in subordine, aveva anche

La religione romana mescolava elementi della tradizione greca (ciò vale per divinità come Giove, Venere e Minerva) e altre divinità con caratteri italici, come Saturno, Marte/Quirino, come la dea Vesta, protettrice del focolare domestico. Grande importanza avevano i sacerdoti, perché dovevano assicurare la pace tra la collettività e gli dèi Quella romana era una tipica religione di Stato, in cui il culto religioso era assicurato da sacerdotimagistrati; essi avevano lo scopo di garantire che la cittadinanza non fosse colpita dall’ira divina. Quasi assente era la dimensione religiosa più intima e personale.

Statua raffigurante una vestale.

METTITI alla PROVA

Il lessico

1. Scrivi la definizione dei seguenti termini.

a. Centuria

b. Cliente

c. Comizi centuriati

d. Comizi curiati

e. Oligarchia

f. Pecunia

g. Plebe

h. Repubblica

i. Senato

Gli eventi

2. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle ritenute false (sono 5).

a. La riforma del 450 a.C. era di tipo censitario. V F

b. I Romani rimpiansero per molti anni il periodo monarchico.

c. I Lari e i Penati erano divinità che proteggevano la famiglia.

d. La condizione della donna romana era inferiore rispetto a quella greca.

V F

V F

V F

e. I plebei erano esclusi da ogni attività politica. V F

f. Il termine “clientela” ha un’accezione positiva. V F

g. L’economia romana si sviluppò grazie alla posizione sul Tevere.

h. La religione dei Romani era quasi esclusivamente esercitata a livello privato.

i. Gli arùspici erano sacerdoti che interpretavano le viscere degli animali.

V F

V F

V F

j. Giunone era il corrispettivo della dea greca Era. V F

3. Scegli la risposta corretta tra quelle proposte.

a. L’accusa di regnum indicava il voler diventare capo del senato sovrano dittatore

b. Il primo ponte sul Tevere venne costruito nel

450 a.C.

500 a.C.

600 a.C.

c. Gli ottimati erano i nobili i migliori combattenti i senatori più in vista

d. La religione greca arrivò a Roma attraverso i commerci tramite le póleis dell’Italia meridionale con la conquista di Atene

Per l’interrogazione orale

4. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Quali erano le cariche politiche nella prima fase della repubblica romana?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Premetti dicendo che l’aristocrazia non voleva un uomo solo al comando.

b. Spiega le seguenti cariche (indicando il numero, la funzione, la durata): consoli, pretori, censori, senatori.

c. Spiega la particolarità della carica di dittatore.

DOMANDA APERTA

2. Ricostruisci il sistema dei nomi nella società romana.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia con lo spiegare il significato di “patrizi” e il concetto di gens

b. Quindi, partendo da un esempio concreto, spiega i concetti di prenome, nome gentilizio e cognome.

c. Indica come funzionava il sistema del nome per le donne e per gli schiavi.

d. Infine, spiega chi era il paterfamilias e qual era il suo ruolo.

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LEZIONE 14

L’Urbe cresce con i conflitti

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Secessione dell’Aventino: parla un plebeo

Ho lasciato il fuoco acceso e il farro ancora caldo nella scodella di terracotta. Il più piccolo dormiva avvolto nel mantello liso, ma io eccomi qui, sono venuto ad ascoltare il patrizio: si chiama Menenio. Sta parlando lassù, il mantello fermato da una fibula d’argento. La voce calma, abituata a farsi ascoltare: “Il corpo ha bisogno di tutte le sue parti. Se le membra si ribellano allo stomaco, tutto muore”. Mico il calzolaio scuote la testa.

“Lo stomaco sono loro” bofonchia, “che mangiano per tutti”. “Ci danno storielle” borbotta un altro, un ragazzo con i piedi fasciati da stracci. “Ma io non ho più farina per mia madre”. Io ascolto. Penso alla lucerna d’olio che ormai brucia a fatica, alla giara vuota, al campo che nessuno ci ha ridato. Il patrizio parla di Roma come di una madre. Dice: “Senza di voi, crolla tutto”. Io commento con il mio vicino: “Roma ci ha lasciati a crepare nei campi, e ora ci vuole indietro?”. Sì, ma… Penso ai miei figli, alla fame, al freddo. Alla terra che Menenio ci sta promettendo, se torniamo. Allora alzo la voce: “Se torniamo, torniamo con i nostri tribuni. Senza, niente accordo”. Intorno annuiscono. Torneremo, ma con gli occhi ben aperti.

CRONOLOGIA

494 a.C.

Secessione della plebe

LE RUBRICHE

Le protagoniste nella storia: Veturia: autorità materna e potere femminile nella coscienza romana

Cittadini consapevoli: Il diritto alla cittadinanza

Storia e società: L’esercito romano

Storia e politica: La nobiltà manipolava l’assemblea popolare

Leggi la fonte: Menenio Agrippa convince i plebei

Vedere la storia: Le strade romane

Le domande della storia: Le leggi delle Dodici Tavole erano davvero rivoluzionarie?

1. Dal Lazio a Taranto: le mani di Roma sulla penisola

La repubblica si allarga nel Lazio Appena divenuta una repubblica (509 a.C.), Roma cominciò a estendere i propri domini territoriali: i nobili al potere volevano consolidare la potenza e la ricchezza della città. Per rendere più sicuri i commerci nella bassa valle del Tevere, si cercò anzitutto il controllo del Lazio, ma le popolazioni locali si unirono tra loro in una lega. Nel 496 a.C. Roma e le città laziali si affrontarono nella battaglia del lago Regillo: nessuno dei due contendenti ebbe la meglio e così, poco dopo, si giunse a stipulare un patto di alleanza, chiamato Foedus Cassianum dal nome del console romano, Spurio Cassio, che lo firmò. Romani e Latini s’impegnavano a difendersi reciprocamente in caso di pericoli esterni, ma in tal modo la città più forte – Roma – otteneva di fatto il controllo su tutti gli altri centri del Lazio.

Roma sottomette i popoli appenninici e gli Etruschi Così rafforzatasi, Roma si dedicò a sottomettere Volsci, Equi ed Ernici: popoli seminomadi che, dalle zone appenniniche, compivano razzie in cerca di bottino. Vennero ridotti all’obbedienza nel 430 a.C. dopo duri combattimenti. Anche con loro Roma strinse patti di alleanza; poco dopo coloni romani furono stanziati su quei territori, così da prevenire nuovi attacchi.

Gli Etruschi, scacciati da Roma meno di un secolo prima, ambivano a riconquistare il controllo dei commerci sul Tevere.

Minacciosa era soprattutto la vicina e potente città etrusca di Veio. Roma le mosse guerra, ma solo dopo un lungo assedio la città nemica si arrese (396 a.C.) al dittatore Marco Furio Camillo.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Per quale ragione Roma pensò di conquistare nuovi territori?

LEZIONE INTERATTIVA

Roma contro gli Etruschi

CARTA INTERATTIVA

STUDIA CON METODO

Colloca nello spazio

In quale area cominciò l’espansione dopo il Foedus Cassianum?

Un’ingloriosa parentesi: Roma saccheggiata dai Galli di Brenno Il predominio sul Lazio, il controllo dei popoli appenninici e la vittoria su Veio facevano di Roma la più potente città dell’Italia centrale.

Pochi anni dopo, però, l’Urbe dovette fronteggiare l’invasione di una bellicosa tribù di Galli Senoni, provenienti dalla zona adriatica. I Romani chiamavano

Galli le popolazioni di stirpe celtica attestate sia oltre le Alpi, sia nell’Italia settentrionale; da qui esse si stavano espandendo a sud, approfittando della crisi etrusca.

Nel 390 a.C. giunse fino a Roma la tribù gallica guidata da Brenno. I nemici occuparono la città, a eccezione della rocca fortificata del Campidoglio; il loro scopo era però solo una razzia per fare bottino: e così, ottenuto un ricco riscatto in oro, i Galli si ritirarono.

La conquista dell’Italia si ripetesse l’onta di un esercito straniero dentro le mura romane, dovettero delle

La vergogna di quei giorni rimase scolpita nella memoria dei Romani. Perché si ripetesse l’onta di un esercito straniero dentro le mura romane, dovettero passare otto secoli. Nel 410 d.C., al tempo delle invasioni barbariche, saranno i Visigoti di Alarico a mettere Roma a sacco.

«Prima di accettare il tuo abbraccio, devo sapere se sono venuta da un nemico o da un figlio, se nei tuoi accampamenti sono una prigioniera o una madre.»

Tito Livio

STORIA

Educazione civica

Costituzione

Veturia: autorità materna e potere femminile nella coscienza romana

Anno 489 a.C.; Roma è in guerra contro i Volsci. Veturia si reca (insieme alla nuora Volumnia) nel campo nemico per incontrare il figlio esiliato (Coriolano), alleatosi ai nemici di Roma; parlandogli, riesce a convincerlo a ritirarsi. Roma è salva.

Veturia è un personaggio sospeso tra mito e storia; Tito Livio e Plutarco la tratteggiano come il simbolo della virtù materna. Erano trascorsi vari secoli; il passato veniva ricostruito a posteriori, nello sforzo di fondare un’etica civica romana. Ma è proprio questa costruzione simbolica a renderci così interessante la figura di Veturia, che non è solo “la madre”, ma anche il segno di un potere femminile esercitato nel nome dell’ordine pubblico, dentro e oltre i confini del privato.

La cittadina che agisce

In una società rigidamente strutturata intorno al potere maschile del pater familias e della virtù “virile”, che escludeva le donne dalle magistrature, dall’esercito, dalla parola pubblica, emergono però, qualche volta, figure femminili che intervengono nei momenti di crisi. Veturia è una di loro; ella raffigura l’irruzione della sfera domestica nel campo del potere pubblico. È la donna che si muove nello spazio della città non come spettatrice, ma come agente di crisi e risoluzione.

Il suo gesto – entrare nel campo nemico, parlare al condottiero, piegarne la volontà – è una vera azione politica, benché non istituzionalizzata. In controluce, la sua vicenda dimostra che l’ordine romano, pur centrato sul

maschio, riconosce alla madre un potere oscuro, simbolico, in grado di salvare o distruggere.

Ma Veturia non si limita a “intenerire” il figlio: è una matrona che incarna la patria stessa. Non piange, ma ammonisce, supplica con fermezza, richiama alla disciplina, pronuncia parole che contengono sia affetto che comando. Concentra in sé stessa un’autorità morale che non ha forza di legge, ma riesce ugualmente a modificare lo stato delle cose. Placa il figlio e, soprattutto, lo richiama a un patto più alto: quello con la città, con la memoria, con la responsabilità. Dove le leggi tacciono, parla la coscienza culturale della cittadinanza.

Dai Volsci ai desaparecidos

Oggi, in Veturia, riconosciamo una forma di agency femminile pienamente efficace. Ella ci mostra che la maternità può essere linguaggio pubblico, atto sovrano, gesto che parla non solo al cuore ma all’ordine collettivo. Allo stesso modo, le madri argentine dei desaparecidos, con la loro presenza silenziosa ma potente nelle piazze, hanno trasformato il dolore privato in lotta pubblica, reclamando verità e giustizia. Lo stesso vale per le madri dei desaparecidos in Colombia o le madri che lottano contro la violenza e la repressione in altre parti dell’America Latina, in Africa e in Medio Oriente. Tutte queste donne traducono la maternità in voce politica: un atto di resistenza che sfida l’autorità e rivendica spazio e ascolto nella storia.

Illustrazione raffigurante Veturia di fronte al figlio Coriolano.

Le guerre sannitiche e il dominio su tutta l’Italia centrale Superato lo shock dell’invasione gallica, Roma trovò l’opposizione di una forte lega di città latine e campane. La «guerra latina», come fu chiamata, fu un conflitto lungo e difficile, conclusosi vittoriosamente solo nel 338 a.C. Grazie a una serie di accordi con le città vinte, Roma poté allargarsi nella ricca Campania e raddoppiare, in tal modo, il proprio territorio. Si profilò a quel punto la grave minaccia portata dai Sanniti, un insieme di bellicose tribù di pastori e agricoltori, stanziate nell’area appenninica, fino all’Abruzzo. Anch’essi, come Roma, miravano a controllare le zone costiere della Campania e in particolare la ricca città greca di Napoli.

Iniziarono così (nel 343 a.C.) le tre “guerre sannitiche”, molto difficili all’inizio: nel 321 a.C. i legionari subirono l’umiliazione delle Forche Caudine (furono cioè obbligati a passare sotto un giogo formato da lance). Grazie al suo ben organizzato esercito di cittadini, però, Roma ribaltò lo svantaggio e riuscì nel 305 a.C. a impossessarsi di Boviano, roccaforte dei Sanniti. La vittoria finale giungerà solo nel 295 a.C. con la battaglia di Sentino (nelle Marche). Grazie al successo sui Sanniti, Roma controllava adesso quasi tutta l’Italia centrale. A presidiare i nuovi territori furono fondate nuove colonie, tra cui Hadria.

La guerra contro la ricca Taranto Per prevalere contro i Sanniti, Roma aveva stretto con le città greche dell’Italia meridionale un patto di non interferenza reciproca. Ma, una volta sconfitti i Sanniti, proprio le città della Magna Grecia entrarono nelle mire di Roma. Si trattava dei centri più avanzati e civili dell’intera penisola italica; uno dei maggiori (assieme a Siracusa) era la ricca Taranto.

STORIA E SOCIETÀ

L’ESERCITO ROMANO

Un esercito di leva L’esercito romano non era permanente ma di leva: veniva mobilitato solo in caso di guerra e congedato al termine della campagna. Alla leva dovevano rispondere tutti i cittadini tra i diciassette e i quarantacinque anni, mentre quelli dai quarantacinque ai sessanta restavano di riserva.

La caratteristica essenziale dell’esercito romano era così la sua natura civica: servire in armi la patria era una delle prerogative più importanti dei cittadini. I soldati dovevano equipaggiarsi a proprie spese: i ricchi militavano nella cavalleria e nella fanteria pesante, gli altri erano inquadrati nella fanteria leggera, dall’armamento meno costoso.

La legione Il perno dell’esercito romano era la legione (il termine legio viene da legere, “raccogliere, scegliere”, e in origine indicava la leva militare). La legione romana si modellava

sulla falange oplitica dei Greci, ma era più duttile e manovriera. Era suddivisa in coorti, manipoli, centurie e decurie; poteva contare fino a 5000 uomini, di cui circa 300 cavalieri. Efficienza, disciplina, addestramento erano le armi fondamentali della legione romana: ciascuno sapeva esattamente che cosa doveva fare, quando e come. La disciplina era molto rigida e veniva imposta con pene severe, come la degradazione, la fustigazione e la decapitazione. Se la colpa era collettiva, si ricorreva alla decimazione: si giustiziava un soldato ogni dieci, estratto a sorte dal gruppo colpevole. Dure erano le pene, ma numerose e ambite erano le decorazioni, in aggiunta alla distribuzione tra i soldati del bottino di guerra. Per esempio, una corona d’oro (corona muralis) spettava al soldato che per primo aveva scalato le mura della città attaccata.

Guerrieri sanniti con scudo e lance, affrescati sulla parete di una tomba di Nola (IV secolo a.C.).

Fanti romani raffigurati in un dettaglio dell’Ara di Domizio Enobarbo (122 a.C. circa).

STORIA E SOCIETÀ

Roma una nuova protagonista della scena internazionale

STUDIA CON METODO

Colloca nello spazio

Osserva la carta in basso e indica quali territori della penisola rimasero esclusi da questa prima fase di conquiste.

Quest’ultima non disponeva di un vero esercito e chiese pertanto aiuto a Pirro, re dell’Epiro, un regno ai confini della Macedonia. L’ambizioso Pirro accettò, sia per desiderio di emulare le gesta eroiche di Alessandro Magno, sia perché puntava a crearsi un regno nell’Italia meridionale. Pirro sbarcò in Puglia nel 280 a.C. e poco dopo sconfisse le legioni romane presso Eraclea, sulla costa della Basilicata. L’anno successivo, nel 279 a.C., si svolse una seconda battaglia ad Ascoli Satriano (non lontano da Foggia); Pirro prevalse di nuovo, ma questa volta accusò pesanti perdite: fu una “vittoria di Pirro”, come si dice proverbialmente, anche perché il re epirota non poteva rimpiazzare i caduti. Pirro finì per logorarsi nella penisola. Quando le città greche della Sicilia chiesero il suo aiuto per cacciare i Cartaginesi dall’isola, il re accettò e finì così per disperdere ulteriormente le proprie forze. Risalendo la penisola, trovò i Romani che lo aspettavano al varco. Fu sconfitto nel 275 a.C. a Maleventum, in Campania; la città fu allora ribattezzata Benevento. Pirro dovette rientrare in Epiro e Taranto dichiarò la resa.

Tutta l’Italia meridionale è dominio romano Tutta l’Italia meridionale, fino a Reggio, cadde a quel punto sotto il controllo romano. Era un mondo prospero e ricco, il più avanzato della penisola, grazie alle numerose città greche fiorite sulla costa. Per il momento, rimaneva esclusa dal dominio romano la Sicilia: per essa Roma combatterà la prima guerra punica (vedi p. 316).

La città-stato laziale era ormai una grande potenza; il suo territorio si estendeva su ben 130.000 km2. Con i suoi 100-120.000 abitanti, Roma era una delle maggiori città mediterranee, quasi alla pari con Alessandria, Atene e Cartagine.

ROMA CONQUISTA LA PENISOLA ITALICA

Lucca

Pisa

Territori delle colonie greche conquistati dai Romani dopo il 275 a.C. Territori cartaginesi Battaglie

Genova Tarquinia Tivoli

Aléria

LE TAPPE DELLE PRIME CONQUISTE

un secolo e mezzo mezzo secolo vent’anni

Ariminum (Rimini)

Sena Gallica (Senigallia)

Ancona Populonia Sentino Perugia Atri

Ascolum (Ascoli Piceno)

Vulci

Veio

Roma

Cagliari

Nora

Mar Adr iatico

Benevento Boviano CapuaTerracina Anzio Ostia

Cuma Napoli Paestum

Forche Caudine Eraclea

Ascoli Satriano

Mar Ti r r en o

Lilibeo (Marsala) Hippo Diarrhytus (Biserta)

Crotone Turii

Zoma Regia

Panormo (Palermo)

Reggio Locri

Siracusa Gela Akragas Camarina

Adrumeto (Susa)

Leptis Minor Tapso Thaenae

Mar Mediter raneo Cartagine Catania

Taranto Brindisi E P I R O

Spedizione di Pirro (dall’Epiro)

Mar Ionio

Territori romani nel 509 a.C. Conquiste romane prima delle guerre sannitiche

Conquiste romane in seguito alle guerre sannitiche (343-295 a.C.)

Conquiste romane dal 295 al 275 a.C.

per impadronirsi del Lazio (e di parte della Campania)

per impadronirsi dell’Italia centrale per impadronirsi delle città greche dell’Italia meridionale

dal 496 al 338 a.C. le guerre sannitiche si concludono nel 295 a.C. la guerra tarentina si conclude nel 275 a.C.

La carta mostra la progressiva espansione di Roma nella penisola. In poco più di due secoli, a partire dal Lazio, la repubblica romana si allarga, inglobando man mano nuovi territori. L’Italia centrale entra nel dominio romano alla fine delle guerre sannitiche (295 a.C.). Nei decenni successivi Roma mette le mani sull’Italia meridionale: la vittoria su Taranto (275 a.C.) le spalanca il mondo delle città della Magna Grecia. Rimane per il momento esclusa la Sicilia, che assieme a Corsica e Sardegna è inclusa nell’area dominata da Cartagine.

Mar Medite r rane o

2. L’Italia romana, un progetto innovativo

Come organizzare le conquiste? Esaurita – per il momento – la fase della conquista, dopo due secoli di guerre, per i Romani si poneva adesso il problema di come amministrare un territorio tanto vasto. Il primo obiettivo era scongiurare rivolte sempre possibili. A tale scopo i ribelli venivano puniti con stragi esemplari, come quella che colpì gli Equi nel 304 a.C. Ma la classe dirigente romana si pose, lucidamente, un secondo e più strategico obiettivo, ovvero raggiungere l’assimilazione graduale dei popoli conquistati.

A tale scopo, concessero ai vinti di conservare i propri culti religiosi anche buona parte delle leggi e dei magistrati locali; inoltre, potevano commerciare liberamente tra loro e con Roma.

Un articolato sistema di alleanze per legare i vinti alla capitale Per gli aspetti più politici (esercito, alleanze, forme di governo) i Romani trattavano diversamente – in base alle loro convenienze – i vinti, organizzandoli secondo tre forme diverse: municipi, città federate e colonie.

• I municipi erano città vinte da Roma, ma che entravano nello Stato romano. Esse conservavano il diritto di governarsi da sé, con propri magistrati; i loro abitanti rimanevano cittadini della propria città, ma diventavano anche cittadini romani. All’inizio la gran parte dei municipi erano civitates sine suffragio, cioè senza diritto di voto. Dunque i municipali godevano dei soli diritti civili: potevano, dunque, essere condannati a morte solo dall’assemblea dei comizi, e non da un giudice locale; avevano libertà totale di commerci e potevano sposarsi con Romani. A mano a mano, però, le comunità municipali divenivano civitates optimo iure (“con il diritto migliore”), ottenevano cioè la piena cittadinanza e quindi anche i diritti politici. I loro abitanti potevano votare ai comizi e, in teoria, accedere alle cariche pubbliche.

• Le città federate (cioè alleate) erano i centri italici legati a Roma da trattati (foedera) di alleanza. In certi casi le città alleate avevano piena libertà politica, ma anche obblighi di difesa militare reciproca con Roma. Più spesso le città alleate dovevano obbedire a Roma nei rapporti con gli altri popoli, versare tributi alla capitale e fornire truppe ausiliarie in caso di guerra.

DENTRO LE PAROLE

MUNICIPIO Municipium, in latino, deriva da munera capere, ovvero assumere certi obblighi (verso Roma), per godere dei corrispondenti diritti. I municipi erano città vinte, ai cui abitanti Roma concedeva la cittadinanza romana.

Che cosa si intende oggi con la parola “municipio”?

Legionari romani in un rilievo di epoca repubblicana.

LESSICO

DIRITTI CIVILI Sono le libertà e le prerogative garantite da uno Stato ai propri cittadini e cittadine: per esempio il diritto di viaggiare liberamente, la libertà di svolgere un’attività economica, di poter intentare causa per avere giustizia, di avere un giusto processo se accusati ecc. Nell’antichità tali diritti erano, di solito, garantiti solo a una minoranza di cittadini (spesso quelli ricchi e nobili); raramente a tutti.

CITTADINANZA È cittadino chi appartiene a una comunità politica (cioè a uno Stato). Per i Greci, la cittadinanza spettava solo a chi era nato all’interno di quella città o Stato. I Romani per primi allargarono la cittadinanza a chi non era nato nella civitas Romana, ma ne rispettava le leggi, con i relativi diritti e doveri.

Quale significato ha oggi la parola “cittadinanza”?

• Le colonie erano invece città di nuova fondazione, in cui si trasferivano cittadini (spesso ex militari in congedo) romani o latini. Gli abitanti delle colonie romane avevano gli stessi diritti dei cittadini romani; quelli delle colonie latine, no (questa distinzione cessò dopo lo scioglimento della Lega latina, nel 338 a.C.). Grazie alle loro guarnigioni militari, le colonie costituivano un efficace strumento di controllo dei confini e delle popolazioni da poco sottomesse; inoltre, consentivano di sfoltire la popolazione eccedente a Roma e nel Lazio.

Il mondo romano è attraente e civile: la penisola si “romanizza” Entrare nel mondo romano costituiva, in genere, un buon affare. I territori conquistati si coprivano di opere pubbliche mai viste prima, come ponti, acquedotti, strade. Quando poi Roma vinceva una guerra, distribuiva agli alleati parte delle terre confiscate ai vinti. Non solo: rinunciava quasi sempre a imporre ai vinti tasse o tributi particolari. Era un comportamento non dispotico, del tutto diverso da quello tenuto comunemente dai popoli vincitori: capiamo così la fedeltà che in breve legò a Roma tanti popoli e città della penisola. Lo vedremo al tempo della prova più difficile, l’avanzata di Annibale nel corso della seconda guerra punica (vedi p. 319)

La penisola italica, prima divisa tra tanti popoli e tante culture, cominciò così a unificarsi. Nelle varie regioni (perlomeno in quelle centro-meridionali) si diffusero le leggi di Roma, la lingua latina, un’unica mentalità. Centri piccoli e grandi cominciarono ad assumere il volto tipico della città romana, con la piazza del Foro e il tribunale, la basilica in cui si stipulavano gli affari, le terme ecc. Una civiltà omogenea cominciò così ad allargarsi sulla penisola, in attesa che si compisse, di lì a qualche decennio, la “romanizzazione” anche dell’Italia settentrionale. Il tutto avveniva in un clima pacifico e operoso: una straordinaria conquista, per quei tempi.

L’impronta romana sul territorio Tra i segni maggiori impressi dalla civiltà romana sul territorio vi è il caratteristico paesaggio plasmato già all’epoca della Roma repubblicana e visibile ancora oggi, in varie aree dell’Italia rurale, delle Gallie (Francia e Spagna) e dell’Africa settentrionale (Tunisia): campi delimitati – in modo straordinariamente regolare e lineare – da fossati e filari di alberi che fiancheggiano le strade.

Sono gli effetti della centuriazione, una pratica a cui i Romani ricorrevano per colonizzare le regioni via via conquistate. Il territorio veniva

Ponti romani caratterizzano il paesaggio della penisola; qui vediamo il Ponte Emilio, primo ponte in muratura di Roma (II secolo a.C.).

suddiviso in lotti distribuiti tra i diversi strati della popolazione: contadini, legionari congedati, famiglie nobili e popolazioni locali. Prima di centuriare i terreni andavano disboscati e bonificati. Poi si procedeva a tracciare linee parallele che suddividevano in reticoli i campi, delimitando appezzamenti quadrati di circa 710 metri di lato: la superficie superava di poco i 50 ettari. A ogni colono veniva assegnato un lotto detto centuria, separato dagli altri mediante sentieri e fossati che s’intersecavano ad angolo retto.

Le misurazioni erano affidate a tecnici chiamati in latino agrimensores o gromatici (da groma, l’apposito strumento con cui venivano tracciati i solchi sul terreno). Essi identificavano ogni lotto con un numero, a seconda della sua distanza dalle linee principali, dette decumano e cardo (cardine).

La centuriazione produsse una vera trasformazione del territorio nelle vaste aree della pianura padana: zone fertili, ricche di acque e poco popolate. Invece nell’Italia centro-meridionale, per lo più appenninica e montuosa, i conquistatori romani si adeguarono alla situazione preesistente, fatta di villaggi sparsi sul territorio e di numerosi terreni già messi a coltura.

Come integrare gli Italici vinti? Le conquiste romane sul suolo italico si rivelarono pressoché definitive: un risultato spiegabile non solo con la forza delle legioni, ma anche – e soprattutto – con la politica d’integrazione dei vinti nel sistema romano. Si trattava di un dominio moderato, che evitava di esercitare un potere dispotico e non asserviva le popolazioni vinte, sfruttandole senza restituire nulla in cambio.

L’ORGANIZZAZIONE

ROMANA DELL’ITALIA

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Rifletti

Quali ragioni possono spiegare la “romanizzazione” della penisola?

STUDIA CON METODO

Comprendi

In che cosa consisteva la centuriazione?

LA SUDDIVISIONE AMMINISTRATIVA ROMANA

Lucca

Pisa

Volterra

Siena

Vulci

Pesaro

Tarquinia

Perugia

Ancona

Fermo

Ascoli

Napoli

Lucera

Mar T i r r e n o Mar Ad r iatic o Mar Mediter raneo

Paestum

Eraclea

Cosenza

MUNICIPI

Crotone

ROMA

civitas sine suffragio soli diritti civili civitas optimo iure concessione di diritti civili e politici agli abitanti

CITTÀ FEDERATE

foedera aequa parità di condizioni foedera iniqua riconoscimento della superiorità di Roma

COLONIE

romane piena cittadinanza romana

latine soli diritti civili

Reggio

La carta e lo schema mostrano la suddivisione amministrativa del territorio italico voluta da Roma nel III secolo a.C., dopo la guerra tarentina.

Le diverse forme di rapporto con Roma (municipi, città federate e colonie) rispondevano a un criterio di flessibilità, soggetto a mutare anche nel corso del tempo: una modalità ispirata al pragmatismo tipico della politica romana.

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Esponi oralmente

Qual era la differenza fra la cittadinanza greca e quella romana?

STUDIA CON METODO

Comprendi

Come vennero distribuiti i terreni conquistati?

Le varie città italiche ottennero da Roma anzitutto l’autonomia amministrativa (cioè si governavano da sé). Inoltre, la gran parte dei territori rimase proprietà dei contadini locali: infatti Roma temeva che tra gli Italici si creasse una sacca di contadini poveri, che avrebbero potuto in seguito ribellarsi o creare malumori. Lo strumento principale rimaneva poi la concessione della cittadinanza, concepita come un premio per i singoli centri fedeli a Roma. L’idea di cittadinanza (politéia in greco, civitas in latino) era sorta con le libere città-stato greche (nei regni precedenti esistevano solo sudditi, tutti soggetti al sovrano e privi di diritti). Per i Greci, la cittadinanza implicava parità ed eguaglianza fra tutti i cittadini, ma spettava solo a chi fosse nato all’interno di quella città. I Romani furono i primi ad allargare la cittadinanza anche a chi non era nato nella civitas romana, ma ne rispettava le leggi, con i relativi diritti e doveri. Grandi vantaggi per Roma: alleati fedeli e l’agro pubblico A ispirare questi criteri fu il forte realismo politico di Roma. Assimilare i vinti, renderli partecipi dei benefici comuni serviva allo Stato romano anche per evitare di ricorrere a truppe mercenarie: bastavano alla difesa le risorse demografiche ed economiche dell’intera penisola. Roma si guadagnò rapidamente la fedeltà di gran parte degli Italici. Lo dimostra il fatto che la prima grande ribellione dei socii, gli “alleati” (la “guerra sociale”, combattuta tra il 91 e l’89 a.C. vedi p. 359) si scatenerà non per uscire dallo Stato romano, ma per entrarvi; non per liberarsi da Roma, ma per ottenere la piena cittadinanza romana. Tuttavia una quota dei terreni conquistati militarmente andò ad allargare via via l’agro pubblico, cioè la terra di proprietà dello Stato romano. In parte esso fu accaparrato dalle grandi famiglie patrizie della capitale, ma in parte fu distribuito alla plebe: un modo per compensare i sacrifici sopportati dai contadini-soldati di Roma per le tante guerre. Tra il V e il IV secolo a.C., circa 40.000 famiglie plebee romane ottennero una piccola proprietà terriera. Possedere la terra era, nel mondo romano, una condizione indispensabile per accedere al potere politico e migliorare la propria condizione sociale.

Il bellissimo decumano porticato della città di Palmira (oggi in Siria). Sono rimaste tracce di molti decumani romani, ma pochissimi sono ancora corredati del loro portico, com’è invece questo di Palmira.

CITTADINI CONSAPEVOLI

Nella visione tradizionale, la cittadinanza è la condizione di chi appartiene alla popolazione di un certo Stato. Da tale appartenenza nascono, per il cittadino e la cittadina, diritti e doveri.

Lo Stato protagonista

Nell’idea tradizionale di cittadinanza è lo Stato che definisce i modi per acquisire la cittadinanza stessa: dice cioè a quali condizioni un individuo può divenire cittadino di quello Stato. Ogni Stato, infatti, ha una propria legge sulla cittadinanza. Per esempio, è cittadino italiano chi nasce da padre o madre italiani, chi nasce in Italia da genitori privi di cittadinanza, il minore di diciotto anni adottato da cittadini italiani, il figlio minore di diciotto anni quando uno dei due genitori acquista la cittadinanza italiana. Può diventare cittadino italiano il figlio di genitori stranieri, nato in Italia e qui residente legalmente fino al compimento di diciotto anni, il cittadino di uno Stato membro dell’Unione Europea

Educazione civica

Costituzione

Il diritto alla cittadinanza

che risieda legalmente in Italia da almeno quattro anni, infine lo straniero che risieda in Italia da almeno dieci anni.

La nuova visione: il cittadino protagonista

Dire che è cittadino chi “appartiene” a un certo Stato, secondo le norme stabilite dalla legge, significa nutrire una visione vecchia di cittadinanza. Oggi si ritiene che la cittadinanza non sia solo una semplice appartenenza, ma qualcosa di più ricco e vitale. La cittadinanza, in questa prospettiva, non dipende da un’autorità superiore (cioè dallo Stato, che la concede): essa è, invece, il legame, che unisce il “cittadino” agli altri individui

Già per Aristotele e Cicerone, il cittadino era colui che partecipava attivamente alla vita politica della comunità in cui viveva. Quella comunità si chiamava in latino civitas, parola da cui deriva, appunto, il nostro termine “cittadinanza”. Oggi riteniamo che l’individuo non sia semplicemente un oggetto interno all’ordine dello Stato, ma sia anzitutto un soggetto portatore di valori, che deve interagire da protagonista con lo Stato e la società.

Diritti di cittadinanza

Da questa idea nascono i nuovi “diritti di cittadinanza”. In primo luogo ci sono i diritti garantiti dalle varie Costituzioni e Carte internazionali: libertà di pensiero, di parola, di stampa, di culto religioso ecc. Questi però sono diritti che rischiano di risultare un po’ astratti, nel senso che spesso sembrano riguardarci un po’ alla lontana.

Più importanti e vivi sono quei diritti e quelle prestazioni sociali che aiutano i

cittadini a vivere quotidianamente. In quest’ottica, “appartenere” a un certo Stato non è molto importante; conta di più che quello Stato favorisca le concrete possibilità per gli individui di esprimersi, vivere, lavorare, associarsi ecc. Dunque si è davvero “cittadini” di uno Stato quando quest’ultimo offre, a tutti, le condizioni concrete per poter vivere un’esistenza dignitosa; per potersi istruire e formare professionalmente; per potersi curare (bene) quando ci si ammala; per potersi creare libere opinioni sui fatti politici e sociali; per vivere in sicurezza nel territorio dello Stato; per potersi aiutare nel lavoro costruendo cooperative, associazioni, sindacati.

COMPITO DI REALTÀ

Create 4 o 5 gruppi di indagine e dividete gli incarichi (ogni gruppo si occupa di una serie di classi). I gruppi devono fare una mappatura degli studenti dell’Istituto al fine di indagare sull’attuale situazione del possedimento della cittadinanza italiana. Quindi devono chiedere alle classi assegnate quanti studenti sono privi di cittadinanza e i motivi per i quali ne sono privi, dividendo i risultati per tipologie: cittadini non comunitari con permesso di soggiorno, cittadini senza permesso di soggiorno, minori nati in Italia senza cittadinanza, tempo mancante all’ottenimento della stessa.

è nei materiali di Casalegno girati

In attesa da Casalegno

Facsimile di una moderna carta d’identità elettronica.

3. Conflitti sociali nell’Urbe: patrizi contro plebei

I plebei sono esclusi dal potere Due grandi gruppi componevano la società romana, patrizi e plebei, fortemente squilibrati tra loro. I plebei costituivano la maggioranza della popolazione, ma il potere politico era gestito dal gruppo minoritario, i patrizi, raggruppati nelle grandi gentes (famiglie) aristocratiche. Costoro venivano iscritti dai censori nella prima classe di cittadini e ottenevano perciò regolarmente la maggioranza all’assemblea popolare dei comizi centuriati. Anche i plebei ricchi entravano nella prima classe di cittadini, esattamente come i patrizi: in teoria, quindi, potevano anch’essi aspirare alle magistrature. Ma esistevano alcune leggi discriminatorie finalizzate a impedire ai non patrizi di diventare consoli, pretori, censori, dittatori (i magistrati cum imperio, cioè con potere di costringere). Di conseguenza, i plebei rimanevano esclusi anche dal senato, l’organo politico più prestigioso di Roma, accessibile solo ai membri delle famiglie patrizie e agli ex consoli.

LESSICO

CLASSE DIRIGENTE L’insieme degli individui, spesso di elevata condizione, che guidano uno Stato o un popolo, in quanto occupano i posti di comando. Più in generale, la classe dirigente è il ceto più elevato di una società, la sua élite per ricchezza, cultura, capacità.

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Come si concluse la protesta dei plebei?

L’urgenza di nuove soluzioni e l’Aventino dei plebei Il sistema vigente non poteva durare a lungo, soprattutto perché si stava allargando, nell’Urbe, un nuovo ceto di plebei ricchi, che reclamavano maggiore peso politico. Ignorare le loro richieste sarebbe stato inutile e dannoso, anche perché per amministrare i recenti territori da poco entrati nel dominio romano, e per mantenere buoni rapporti con i popoli vinti, occorreva ampliare la classe dirigente romana. Bisognava insomma ripensare e superare la tradizionale contrapposizione tra patrizi e plebei, dando a Roma regole più agili e moderne.

La prima, forte spinta a rinnovare le forme della repubblica romana giunse da una secessione (cioè “separazione, distacco”): una sorta di sciopero generale da parte della plebe. Nell’anno 494 a.C., infatti, i plebei abbandonarono in massa il loro lavoro, il servizio militare e la città di Roma, per ritirarsi sul Monte Sacro, cioè l’Aventino, uno dei sette colli, rimasto per secoli fuori dal pomerio, la cinta sacra della città. Rifiutata la repubblica dei patrizi, i plebei si diedero nuove istituzioni politiche, suscitando la preoccupazione dei patrizi al potere.

Fu inviato sull’Aventino Menenio Agrippa, a parlamentare con i plebei: questi furono convinti a rientrare in città con un celebre discorso, o apòlogo, tramandatoci dallo storico Tito Livio, nel quale Menenio paragonò la città a un organismo vivente, che per prosperare e nutrirsi ha bisogno dell’apporto di tutti.

Una bottega di macellaio in un rilievo di epoca repubblicana (Museo della Civiltà Romana a Roma).

IDENTIKIT

LEGGI LA FONTE

tipo di documento: opera storiografica

autore: Tito Livio

opera: Storie II, 32-33

data: inizio del I sec. d.C.

“Menenio Agrippa convince i plebei

Lo storico Tito Livio racconta il modo in cui il senatore patrizio Menenio Agrippa riuscì a risolvere la crisi provocata, nel 494 a.C., dalla rivolta (“secessione”) della plebe. Inviato quale ambasciatore presso i plebei, Menenio riportò la pace in città paragonando l’ordinamento sociale al corpo umano.

Fu deciso dunque di mandare a trattare con la plebe Menenio Agrippa, uomo eloquente e caro al popolo, essendo di origine plebea. Questi introdotto nel campo si dice abbia fatto semplicemente questo racconto, col primitivo e rozzo modo di parlare di quell’epoca: “Nel tempo in cui nell’uomo1 le membra non erano tutte in piena armonia, come ora, ma ogni membro aveva una sua facoltà di parlare e pensare, le altre parti del corpo, indignate che le loro cure, le loro fatiche e i loro servizi fornissero ogni cosa al ventre2, mentre il ventre, standosene tranquillo nel mezzo, non faceva altro che godere dei piaceri a lui offerti, fecero tra loro una congiura decidendo che le mani non portassero più il cibo alla bocca, la bocca non lo ricevesse, i denti non lo masticassero. Mentre con questa vendetta volevano piegare il ventre con la fame, esse stesse3 ad una ad una e il corpo intero furono ridotti ad un’estrema consunzione. Di qui risultò

1. nell’uomo: nell’organismo umano.

2. ventre: stomaco.

3. esse stesse: le varie membra.

1. Il discorso dell’oratore ci mostra quale concezione dello Stato dominasse nella mentalità romana: lo Stato è “cosa di tutti” (questo è il significato del termine res publica): in quanto tale, esso è paragonabile al corpo umano.

• Che cosa avviene nell’organismo umano, secondo Menenio Agrippa? In che senso esso è “cosa di tutti”?

. • Secondo te, dall’insieme del racconto, quale visione anima l’autore? Si può dire che Livio stia dalla parte dei patrizi o dei plebei? O di nessuna in particolare? Motiva la tua risposta.

2. Secondo Menenio Agrippa (e secondo Tito Livio), la società umana dev’essere armonica ed equilibrata; ogni conflitto che la turbi è considerato una fonte di anormalità. In questa chiave, il fine della

evidente che anche l’ufficio4 del ventre non era inutile, e che era bensì nutrito, ma anche nutriva, restituendo per tutte le parti del corpo quel sangue, in virtù del quale viviamo ed abbiamo vigore, diviso ugualmente per le vene ed opportunamente trasformato dalla digestione del cibo”. Con questo esempio, paragonando la sedizione interna del corpo all’ira della plebe contro i patrizi, riuscì a piegare gli animi. Cominciarono allora le trattative per il ritorno della concordia, e nei patti fu accordato alla plebe di avere propri magistrati inviolabili, ai quali era riconosciuto il diritto di intercedere5 in favore della plebe contro le decisioni dei consoli, e fu stabilito che nessun patrizio potesse accedere a quella magistratura. Così furono nominati due tribuni della plebe, Gaio Licinio e Lucio Albino.

Tito Livio, Storie II, 32-33; trad. it. di L. Perelli, UTET, Torino 1979

4. l’ufficio: il compito.

5. intercedere: l’intercessio era il diritto di veto opponibile alle iniziative dei magistrati patrizi.

politica è conservare la pace sociale, mediando i conflitti.

• Da quali elementi del testo emerge questa concezione? Tu sei d’accordo?

3. Livio articola il suo racconto intorno ad alcuni momenti chiave, come le inquietudini generate dalla rivolta e la decisione d’inviare alla plebe Menenio Agrippa in qualità di ambasciatore.

• Quali timori suscitava la secessione plebea nei patrizi? E che cosa temevano, invece, i plebei? Cerca le risposte nel testo.

• Perché, secondo Livio, fu scelto proprio Menenio Agrippa? Da quali elementi del testo emerge questa concezione? Tu sei d’accordo?

GUIDA ALL’ANALISI

STUDIA CON METODO

Comprendi

Qual era il ruolo dei tribuni della plebe? In quali ambiti potevano esprimere il loro parere e porre il loro veto?

PRIME VITTORIE PER I PLEBEI

nasce la nuova assemblea del concilium plebis:

essa elegge nuovi magistrati, i tribuni della plebe,

che possono cancellare leggi ostili al popolo

La prima vittoria: la nuova magistratura dei tribuni della plebe La secessione dei plebei portò a un importante riconoscimento: i patrizi concessero loro una nuova magistratura, quella dei tribuni (cioè “difensori”) della plebe. Nacque anche una nuova assemblea, detta concilium plebis (concilio, cioè ritrovo, della plebe”), il cui compito principale era eleggere i tribuni. Questi ultimi potevano intervenire in difesa dei plebei accusati ingiustamente; inoltre potevano porre il veto (dal verbo latino vetare, “vietare”) su provvedimenti, assunti dai magistrati patrizi o dal senato, che essi consideravano sfavorevoli alla plebe: il loro veto bastava a fare annullare tali provvedimenti. Infine, la persona dei tribuni andava considerata sacra e inviolabile. Per i plebei si trattava di un riconoscimento molto importante, anche se i poteri dei tribuni erano soggetti a limitazioni: cessavano a un miglio oltre i confini della città di Roma; inoltre il diritto di veto non poteva essere esercitato durante i periodi di dittatura.

Un secondo passo: la pubblicazione di leggi scritte Un secondo riconoscimento giunse nell’anno 451 a.C., quando i plebei ottennero la pubblicazione di leggi scritte: le leggi delle Dodici Tavole, così chiamate perché furono incise su dodici tavole di bronzo e affisse nel Foro, la piazza pubblica, sede del tribunale di Roma.

A compilarle fu chiamato un collegio di dieci uomini, i decemviri; più che elaborare leggi nuove, essi misero per iscritto il diritto esistente, ma in ogni caso fu una sconfitta della repubblica aristocratica e un progresso importante per i plebei che ebbero così maggiori garanzie.

Come già era avvenuto in Grecia circa un secolo prima (vedi p. 137), infatti, mettere le leggi per iscritto significava sottrarre la giustizia all’arbitrio dei patrizi, gli unici che fino ad allora avevano tramandato le leggi e si erano riservati il diritto d’interpretarle.

Da adesso in poi, almeno in teoria, tutti potevano conoscerle; e sempre in teoria si potevano evitare gli abusi, rendendo più chiara e trasparente l’applicazione delle leggi.

Le leggi delle Dodici Tavole erano rivoluzionarie per la loro forma scritta, ma conservatrici nel loro contenuto, in quanto i decemviri che si occuparono di compilarle misero verosimilmente per iscritto la “loro” legge, cioè norme antichissime, tramandatesi per consuetudine nella cerchia patrizia. Il contenuto delle Dodici Tavole riguardava soprattutto rapporti di natura privata: il matrimonio, il potere del paterfamilias, le norme sui debiti e sui debitori ecc.

In molti punti esse rivelano un contenuto piuttosto arretrato, rispetto, per esempio, alle leggi di Solone, più vecchie di mezzo secolo, che vietavano la riduzione dei debitori in schiavitù prevista invece nelle

leggi delle Dodici Tavole che recitano: «Per chi ha confessato un debito e se la questione è stata giudicata, è legale il termine massimo di trenta giorni per il saldo. Dopo questo termine, il creditore si impossessi del debitore e lo porti in tribunale. Se il debitore non paga o se nessuno si fa garante in giudizio, il creditore porti via con sé il debitore.

Lo leghi o con una correggia o con una catena di non meno di 15 libbre, o di maggior peso se vorrà. Nel giorno del terzo mercato [cioè dopo 27 giorni], se i venditori non saranno riusciti nel frattempo a vendere il debitore come schiavo, il creditore potrà farlo a pezzi». (Tavola III, Rapporti tra creditore e debitore).

LE DOMANDE DELLA STORIA LE LEGGI DELLE DODICI TAVOLE ERANO DAVVERO RIVOLUZIONARIE?

Si apre ai plebei l’accesso al patriziato e poi al consolato Nel 445 a.C. fu poi approvata dai comizi la legge Canuleia (così chiamata dal nome del tribuno della plebe Canuleio), che rendeva possibili i matrimoni misti tra patrizi e plebei: si eliminava così un freno alla piena integrazione dei plebei nella società romana. Dovette però trascorrere quasi un secolo perché si compisse il passaggio più importante: nel 367 a.C. furono approvate le leggi Licinie-Sestie (così chiamate dai tribuni che le proposero) che aprivano ai plebei le porte al consolato e di conseguenza del senato (ogni console, allo scadere del mandato, entrava di diritto a far parte del prestigioso collegio). Qualche tempo dopo, nel 342 a.C., una nuova legge sancì l’obbligo che uno dei due consoli in carica ogni anno fosse di origine plebea.

La vittoria finale dei plebei La strada verso la piena parità con i patrizi era, per i plebei, in discesa. Nuove leggi li ammisero via via alle altre magistrature dopo il consolato: alla dittatura (nel 356 a.C.), alla censura (nel 339 a.C.), alla pretura (337 a.C.), infine, nel 300 a.C. anche al pontificato massimo. Quella ci pontefice era la più alta carica religiosa dello Stato romano: s’infrangeva così l’ultimo baluardo del potere patrizio. A suggellare questo percorso giunse nel 287 a.C. la lex Hortensia (“legge di Ortensio”, dal nome del dittatore Quinto Ortensio): essa trasformò il concilium plebis, introdotto all’indomani della storica secessione del 494 a.C., nei comizi tributi, una nuova assemblea popolare riservata ai plebei.

Nella nuova assemblea venivano eletti i tribuni della plebe e anche altri magistrati minori importanti per la vita romana, ovvero questori e edili. Nella nuova assemblea venivano eletti i tribuni della plebe e anche altri magistrati minori importanti per la vita romana, ovvero questori e edili. Soprattutto, la lex Hortensia trasformava i concili tributi in un organismo legislativo, perché i suoi plebisciti (le decisioni della plebe) diventavano vincolanti per l’intera cittadinanza, anche senza la ratifica del Senato.

Un marito raccoglie nelle sue mani la mano della sposa durante la cerimonia di nozze. La lex Canuleia del 445 a.C. rese possibili i matrimoni misti tra patrizi e plebei.

STUDIA CON METODO

Comprendi

Elenca le magistrature alle quali i plebei furono, via via, ammessi.

PONTEFICE Nell’antica Roma i sacerdoti, o pontefici, formavano un collegio con a capo il pontefice massimo, massima autorità religiosa della città. La carica era molto importante anche dal punto di vista civile, perché il pontefice massimo decideva quali giorni fossero fasti, cioè “propizi”, per tutta una serie di operazioni; inoltre, interpretava le consuetudini (chiamate mores) e quindi le leggi in vigore. Successivamente l’importanza politica del pontefice massimo si ridusse molto, ma la carica continuò a essere molto prestigiosa; tutti gli imperatori la rivestivano. Oggi questo termine indica il capo della Chiesa cattolica, detto anche “papa”. Infatti i cristiani dei primi secoli attribuirono al vescovo di Roma quella funzione di capo supremo della religione che era rivestita, nell’Urbe, dal pontefice massimo.

Qual è, oggi, il ruolo del papa? Quali poteri ha?

PLEBISCITO Il termine italiano è quasi identico all’espressione latina plebis scitum, “decisione della plebe”, ma ha un significato diverso. Nell’antica Roma esso indicava le decisioni assunte dal concilium plebis, l’assemblea dei plebei, con valore di legge per l’intera cittadinanza romana. Invece oggi indica un tipo di votazione in cui il popolo è chiamato a rispondere solitamente nella forma “sì/ no” (favorevole o contrario), su un qualche quesito; in questo caso è sinonimo di referendum. Per estensione, il termine indica anche la volontà popolare espressa a grande maggioranza (in frasi come: “È stato eletto con un vero plebiscito”).

Quale è oggi la differenza tra plebiscito e referendum?

DENTRO LE PAROLE

STUDIA CON METODO

Comprendi

Perchè Lex Hortensia fu così importante?

Roma rimane un’oligarchia, ma più aperta La lex Hortensia segnò il punto d’arrivo di un processo durato due secoli: la repubblica romana, adesso, aveva davvero una costituzione mista patrizio-plebea.

La classe dirigente di Roma si allargava realmente: patrizi e plebei arricchiti, insieme, componevano il gruppo degli uomini chiamati a dirigere la città. Agli aristocratici di un tempo, i patrizi, si aggiungevano elementi nuovi, che portavano nuova linfa allo Stato.

Non dobbiamo però farci ingannare. Alla fine delle lunghe lotte tra patrizi e plebei, i patrizi estesero i loro tradizionali privilegi non a tutti i cittadini, ma solo ai plebei ricchi, quelli in grado di dedicare alla carriera politica tutto il tempo e il denaro che essa richiedeva.

La Roma repubblicana non era un mondo democratico, secondo i nostri standard attuali; rimaneva un mondo oligarchico, in cui il potere spettava cioè a pochi (olígoi in greco). È vero però che la società romana era una società aperta: tutti, almeno in teoria, ricchi e poveri, romani e non romani, potevano migliorare la propria condizione, scalare i gradini sociali ed entrare nell’élite politica. Per il mondo antico si trattava di una grande novità.

LA GRADUALE CONQUISTA DELLA PARITÀ

494 a.C. secessione della plebe sull’Aventino

451-450 a.C. Leggi delle XII Tavole

445 a.C. i plebei possono sposarsi con i patrizi

367 a.C. i plebei possono essere eletti consoli

300 a.C. i plebei sono ammessi al pontificato massimo

287 a.C. nasce l’assemblea popolare plebea dei comizi tributi (con ampi poteri)

STORIA E SOCIETÀ

LA NOBILTÀ MANIPOLAVA L’ASSEMBLEA POPOLARE

Abbiamo visto il grande peso che la lex Hortensia del 287 a.C. aveva assegnato ai comizi tributi. La nobiltà tuttavia non mancò di cautelarsi contro le possibili “deviazioni” di quell’assemblea popolare. La legge prevedeva che i comizi tributi fossero allargati anche alle tribù rurali, cioè ai contadini di fuori Roma; ma Roma fu sempre l’unica sede in cui furono convocati i comizi. I piccoli contadini raramente potevano recarsi a votare nella capitale, anche perché una legge apposita

vietava che si tenessero adunanze nei giorni di mercato (i giorni in cui i contadini affluivano nell’Urbe).

Inoltre, la nobiltà poteva contare su una gran folla di clienti: anch’essi intervenivano alle votazioni e ne manipolavano i risultati.

Infine, la legge prevedeva che solo i magistrati potessero convocare un’assemblea popolare e avanzare proposte in quella sede.

L’urbe cresce con i conflitti

CONFLITTI ESTERNI

Roma conquista l’Italia centro-meridionale in due secoli di guerre (496-275 a,C.)

Occupa il Lazio Sconfigge gli Etruschi È saccheggiata dai Galli S’impadronisce dell’Italia centrale

Conquista l’Italia meridionale

RISULTATO: Roma organizza l’Italia centro-meridionale con un sistema flessibile di alleanze la penisola comincia a romanizzarsi

Secessione dell’Aventino: i plebei ottengono i tribuni della plebe

CONFLITTI INTERNI

I plebei lottano contro lo strapotere dei patrizi: in due secoli (494-287 a.C.) ottengono la parità dei diritti

Pubblicazione delle leggi scritte (451 a.C.) I plebei possono accedere al consolato e alle altre magistrature

RISULTATO: nasce una nuova classe dirigente mista, composta dai patrizi e dai plebei ricchi

287 a.C.: nasce l’assemblea plebea dei comizi tributi, che può imporre leggi vincolanti per tutti

SINTESI

L’URBE CRESCE CON I CONFLITTI

LE MANI SULL’ITALIA

CENTRO-MERIDIONALE

Nel giro di due secoli Roma riuscì a unificare tutta l’Italia centro-meridionale. Sconfisse prima le città latine, che si erano unite in una lega e che vennero vinte nel 496 a. C. Poi sottomise i popoli confinanti dei Volsci e degli Equi e quindi (nel 396 a.C.) la città etrusca di Veio: a quel punto Roma era la più potente città dell’Italia centrale. Superò in breve tempo la crisi dovuta all’invasione dei Galli Senoni (390 a.C.).

In seguito, Roma scese a patti (338 a.C.) con le città latine e campane. Fu poi duramente impegnata dai Sanniti, un popolo appenninico che nel 321 a. C. costrinsero i soldati romani all’umiliazione delle “forche caudine”. Dopo lunghi scontri, Roma sconfisse i Sanniti nel 295 a.C. Vent’anni dopo (275 a. C.) Roma trionfò sulla città Taranto, una città greca che aveva chiamato in suo aiuto Pirro, re dell’Epiro. Quella vittoria permise a Roma il possesso dell’intera Italia centro-meridionale, esclusa la Sicilia.

L’ITALIA DIVENTA ROMANA

Roma organizzò il proprio dominio trattando in modi differenti le città italiche sottomesse. Vi erano città alleate, municipi e colonie; ciascun centro era dotato di un certo grado di autonomia, stabilito volta per volta, ma doveva anche attenersi a precisi doveri verso la capitale. Questo sistema permise a Roma di assimilare gradualmente a sé popoli e città diversi. La civiltà romana poté man mano allargarsi su tutta la penisola.

LE LOTTE POLITICHE INTERNE

TRA PATRIZI E PLEBEI

Durante queste guerre, all’interno di Roma divamparono lotte politiche e sociali tra plebei e patrizi. Queste lotte furono inaugurate dalla “secessione” della plebe dell’anno 494 a.C.: una protesta risoltasi pacificamente, con un accordo che portò alla creazione della nuova, importante magistratura dei tribuni della plebe. I plebei però non si accontentarono di questo risultato. Via via ottennero riconoscimenti sempre maggiori: prima la pubblicazione delle leggi scritte (nel 451 a. C.), poi l’accesso alle principali magistrature, tra cui il consolato (nel 367 a. C.).

Nel 287 a. C. nacque una nuova assemblea (i comizi tributi), aperta ai plebei, a cui era concesso di stabilire nuove leggi valide per tutta la cittadinanza romana.

Alla fine, nacque a Roma una nuova classe dirigente, di cui facevano parte i patrizi e i plebei ricchi. Non era un sistema democratico, ma di tipo oligarchico (pochi decidevano). Tuttavia, anche ai non romani (purché fossero cittadini di città alleate) era concesso di fare carriera politica.

Cavaliere lucano in un affresco del IV secolo a.C.

METTITI alla PROVA

Il tempo

1. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

496 a.C. | 494 a.C. | 451 a.C. | 396 a.C. | 390 a.C. | 343 a.C. | 338 a.C. | 321 a.C. | 295 a.C. | 275 a.C. | 91 a.C.

a. Comincia la cosiddetta “guerra sociale” [ ]

b. Con la battaglia di Sentino si conclude la guerra con i Sanniti [ ]

c. I Galli di Brenno invadono Roma [ ]

d. I Romani conquistano la città etrusca di Veio [ ]

e. I Romani subiscono l’umiliazione delle Forche Caudine [ ]

f. Iniziano le tre guerre con i Sanniti [ ]

g. La plebe si ritira sull’Aventino [ ]

h. Pirro viene definitivamente sconfitto a Maleventum [ ]

i. Roma e le città laziali si scontrano nella battaglia del lago Regillo [ ]

j. Si conclude la cosiddetta “guerra latina” [ ]

Il lessico

2. Scrivi la definizione dei seguenti termini.

a. Centuria

b. Cardo

c. Decumano

d. Groma

e. Agrimensores

I personaggi

3. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Spurio Cassio

b. Marco Furio Camillo

c. Brenno

d. Pirro

e. Menenio Agrippa

f. Canuleio

Gli eventi

4. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 5).

a. I Galli erano le popolazioni che si trovavano esclusivamente nell’attuale Francia. V F

b. I Sanniti vennero facilmente sconfitti alle Forche Caudine.

d. Con la conquista di Taranto Roma dominò l’Italia meridionale, Sicilia compresa. V F

e. Le colonie romane erano città di nuova fondazione. V F

f. Per i Romani la cittadinanza spettava a chi era nato nel territorio. V F

g. L’accesso al senato era riservato soltanto ai patrizi. V F

h. I plebisciti erano le leggi fatte dai patrizi. V F

Per l’interrogazione orale

5. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Come si comportarono i Romani con i popoli italici vinti?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Premetti dicendo che i Romani attuarono un processo di assimilazione: come venne attuato?

b. Spiega cos’erano i municipi: quali diritti avevano e come si trasformarono?

c. Indica le due tipologie di città federate.

d. Spiega cos’erano le colonie.

DOMANDA APERTA

2. Spiega come avvenne la romanizzazione dei territori conquistati.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Essere conquistati da Roma era, in genere, positivo?

b. Spiega come venivano trattati i territori conquistati.

c. Quale fu la conseguenza di questa “romanizzazione”?

DOMANDA APERTA

3. Quali furono le conquiste ottenute dalla plebe?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Spiega anzitutto quali erano le condizioni dei plebei.

b. Che cosa accadde sull’Aventino?

c. Quali furono i riconoscimenti che in seguito ottenne la plebe? Parla dei tribuni, delle Dodici Tavole, delle varie conquiste fino alla lex Hortensia

V F

c. Con la sconfitta di Pirro la città di Taranto si arrese. V F

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LEZIONE 15 Roma alla conquista del Mediterraneo

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Prima guerra punica: parla un legionario

Capo Mylae, 260 a.C.

Questo sale mi spacca le labbra. Non siamo fatti per il mare, noi della terra.

Ogni onda che colpisce la fiancata mi pare un colpo di clava sul petto. E domani, dicono, si combatte.

Io so tenere la linea sulla terra, tra polvere e sangue. Ma ora ci fanno salire su questi barconi, che dondolano come ubriachi, e dicono che conquisteremo le navi cartaginesi con un ponte. Lo chiamano corvo. Un legno traballante con un uncino in cima. Passarci sopra per andare all’assalto, come galli da combattimento. Lasciatemi piantare i piedi nella polvere, non su tavole bagnate e viscide! Il mare non ha logica. Ti sbilancia, ti confonde. E se cadi… per gli dèi, qui affoghi!

Stanotte ho tirato fuori la fibula di bronzo di Flavia. “Così non ti perdi,” disse, infilandomela nel mantello. La stringo come un amuleto. Sento ancora l’odore dell’uva nelle sue mani.

Dicono che il corvo ci darà la vittoria. Io voglio tornare, ma non per Roma: per lei. E per il campo che abbiamo seminato insieme prima che partissi. Voglio ancora sentirla ridere.

CRONOLOGIA

264-241 a.C.

Prima guerra punica

Storia e tecnologia: Le navi da guerra romane

Leggi la fonte: Le cause della Seconda guerra punica secondo Polibio

229-219 a.C.

Guerre

illiriche

219-202 a.C. Seconda guerra punica

197 a.C. Roma sconfigge Filippo V di Macedonia

149-146 a.C. Terza guerra punica

146 a.C. Distruzione di Cartagine

LE RUBRICHE

1. Dal Lazio a Taranto: le mani di Roma sulla penisola

La Sicilia contesa La vittoriosa guerra tarentina, conclusa nel 275 a.C. (vedi p. 297), aveva spalancato a Roma il possesso dell’Italia meridionale. Ora le sue mire s’indirizzavano verso la ricca Sicilia, rimasta esclusa dai suoi possedimenti. Qui però Roma entrò in rotta di collisione con Cartagine, la potente città africana che controllava il Mediterraneo centro-occidentale. Il risultato furono tre guerre puniche, combattute e vinte da Roma, nell’arco di un secolo e mezzo, contro Cartagine.

L’aggettivo punico dipende dal fatto che in latino i Cartaginesi erano chiamati Poeni, “punici”, cioè Fenici: infatti Cartagine era un’antica colonia fenicia. Dire “guerra punica”, dunque, equivale a dire “guerra fenicia”, cioè guerra contro Cartagine.

Cartagine, una potenza marittima e commerciale Al tempo dello scontro con Roma, Cartagine era una popolosa città di quasi 300.000 abitanti. Era stata fondata nell’814 a.C. da coloni fenici sul sito dell’odierna Tunisi; il nome Kart-Hadshå, in lingua fenicia, significava “città nuova”. Nel corso del tempo la città aveva messo sotto controllo un vasto territorio marittimo: oltre all’attuale Tunisia, esso comprendeva la Spagna sud-occidentale e le coste delle grandi isole mediterranee, ovvero le isole Baleari (al largo della Spagna), la Corsica, la Sardegna e la Sicilia occidentale (il resto della Sicilia era controllato dalle città greche, rivali dei Cartaginesi).

Non si trattava di un impero, né di una dominazione militare, quanto di un dominio commerciale: seguendo la tradizione delle città fenicie, in queste zone Cartagine deteneva l’esclusiva dei commerci; i suoi mercanti sfruttavano le materie prime e le risorse dei vari territori, con l’appoggio delle truppe stanziate nei vari empori marittimi.

Politicamente era una repubblica: una città-stato, proprio come Roma, dominata da un gruppo di famiglie di ricchi mercanti. Accanto a loro, ma meno influenti, vi erano poi i proprietari terrieri. Tra questa oligarchia erano eletti di anno in anno due sufeti, magistrati simili ai consoli romani; esisteva inoltre un’assemblea di anziani, analoga al senato romano, e anche un’assemblea popolare, meno importante, però, rispetto ai comizi romani. Sul piano militare, Cartagine non possedeva un proprio esercito di terra: in caso di conflitto, venivano arruolate truppe mercenarie, guidate da abili generali cartaginesi. Assai potente era la flotta di navi da guerra e commerciali; i marinai cartaginesi avevano appreso dalla madrepatria fenicia tutti i segreti della navigazione.

STUDIA CON METODO

Collega

Cartagine era una colonia fenicia. Ricordi chi sono i Fenici? Fai una ricerca in rete per trovare le colonie fenicie nel Mediterraneo.

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Comprendi

Da chi era governata Cartagine? Quale classe sociale la controllava?

Le rovine del quartiere di Annibale, un quartiere di palazzi tra le rovine dell’antica Cartagine, sulla collina di Byrsa vicino a Tunisi (Tunisia).

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Comprendi

Quali furono le cause dello scontro tra Roma e Cartagine?

2. La Prima guerra punica

Lo scontro si accende per il possesso di Messina Roma, come detto, voleva mettere le mani sulla Sicilia, ma in precedenza era stato stipulato con Cartagine un accordo che vietava a Roma d’inviare sue truppe in Sicilia. Dopo la vittoria su Taranto, il senato decise di passare all’azione, accogliendo la richiesta d’aiuto inviata dai mercenari campani, detti Mamertini (da Mamers, cioè Marte, dio della guerra), che occupavano Messina. Questa città, greca di origine, faceva gola per la sua posizione strategica, all’imbocco dello stretto braccio di mare che collega la Sicilia alla Calabria. All’inizio i Mamertini avevano sfruttato l’aiuto cartaginese per impadronirsi, con la forza, di Messina; truppe di Cartagine erano però rimaste a Messina. Per liberarsene, i Mamertini cambiarono disinvoltamente alleato e chiesero appunto aiuto a Roma. Il senato acconsentì, inviando una spedizione militare a Messina. Cartagine reagì e scoppiò in tal modo, nel 264 a.C., la Prima guerra punica. L’intervento a Messina, però, fu solo la causa prossima della guerra: la vera causa, o causa remota, fu l’intenzione romana d’impadronirsi della Sicilia. Tale distinzione tra i due tipi di cause risale, come sappiamo, allo storico greco Tucidide (vedi p. 200).

Oltre vent’anni di guerra, fino alla vittoria navale di Roma La guerra iniziò bene per Roma, che occupò prima Messina e poi la potente città di Siracusa, alleata di Cartagine. In breve tutta la Sicilia orientale cadde in mano romana, fino ad Agrigento (262 a.C.). Pur arretrando, i Cartaginesi resistevano nella Sicilia occidentale, riforniti dalle loro navi. Cacciarli dall’isola sarebbe stato impossibile, senza affrontare il nemico sul suo terreno più congeniale, il mare. La decisione di allestire una grande flotta da guerra – la prima mai vista a

T E M

STORIA E TECNOLOGIA

LE NAVI DA GUERRA ROMANE

Le triremi I Romani non diedero un apporto fondamentale all’evoluzione della tecnica navale: le loro navi da guerra (naves longae) in un primo tempo non furono altro che l’adattamento di galee o biremi greche. Lo scoppio della Prima guerra punica li indusse però a introdurre nella flotta, in modo massiccio, l’utilizzo della trireme (nave con tre file di rematori) e ad apportare alcuni geniali accorgimenti per permettere l’utilizzo della fanteria pesante anche sulle navi. Corvi e rostri La prima innovazione fu l’invenzione del corvo, una specie di ponte levatoio dotato di un enorme gancio di ferro che veniva gettato sulla nave nemica per immobilizzarla e abbordarla. In tal modo i legionari combattevano più o meno con le stesse tecniche usate su terra, nelle quali eccellevano. Alcuni dei corvi giungevano a misurare 11 metri di lunghezza e 1,20 di larghezza. Spesso erano girevoli e si potevano ripiegare durante la navigazione. Un’altra innovazione fu l’inserimento di un rostro, uno sperone di ferro a tre punte sporgente dalla prua utilizzato durante i combattimenti per

perforare lo scafo e spezzare i remi alla nave nemica e procedere più facilmente all’abbordaggio. Le triremi romane furono in seguito dotate di potenti macchine da guerra da lancio: baliste, catapulte, onagri capaci di scagliare pietre o palle di piombo pesanti fino a mezza tonnellata, con una gettata di 500600 metri.

Disegno ricostruttivo di una trireme romana.

S

Roma – costituì una coraggiosa novità per un popolo di agricoltori e mercanti quali erano i Romani. Ebbe però successo: nel 260 a.C. una flotta di 120 navi romane, al comando del console Caio Duilio, ottenne al largo di Milazzo un’importante vittoria navale.

Il successo di Milazzo convinse Roma a portare la guerra in Africa, ma il piano si rivelò azzardato. Pur non possedendo un esercito proprio, Cartagine poteva contare su truppe mercenarie efficienti e ben guidate. Quando, nel 256 a.C., sbarcò in Africa un corpo di spedizione romano al comando del console Attilio Regolo, esso subì una severa sconfitta; lo stesso console fu catturato e in seguito ucciso. Si aprì a questo punto una lunga guerra di logoramento, durata per altri quindici anni. Roma non si perse mai d’animo: dopo vari scontri non risolutivi, riuscì ad allestire una nuova e più potente flotta da guerra, e a ottenere una decisiva vittoria navale alle isole Egadi, nel 241 a.C. I Cartaginesi, che non potevano più rifornire le loro fortezze in Sicilia, si arresero, assoggettandosi a dure condizioni: dovettero pagare una forte indennità di guerra e soprattutto rinunciare per sempre alla Sicilia.

La Sicilia diventa la prima provincia romana La grande isola non entrò nel sistema di alleanze e città federate: Roma non si fidava delle sue tante città greche e fenicie, che sentiva potenzialmente nemiche. Perciò per la Sicilia fu deciso un sistema nuovo: essa divenne la prima provincia romana, ovvero un territorio direttamente governato da Roma e tenuto sotto occupazione militare. D’allora in avanti, tutte le regioni conquistate da Roma al di fuori dell’Italia continentale (all’epoca anche la Sicilia, prima provincia di Roma, era considerata esterna ai confini della penisola, così come le regioni al di là del Po) divennero province, come la Sicilia; tutte erano amministrate da un magistrato romano, un pretore o un proconsole, in nome e per conto di Roma.

LA PRIMA GUERRA PUNICA

264 a.C. in appoggio ai Mamertini, Roma occupa Messina

Conflitto con Cartagine, che controlla la Sicilia

260 a.C. battaglia navale di Milazzo prima vittoria di Roma sul mare

256 a.C. Attilio Regolo sbarca in Africa con un esercito romano

ma viene sconfitto dai Cartaginesi la guerra si trascina per un quindicennio

241 a.C. decisiva vittoria navale di Roma alle isole Egadi

LESSICO

GLI SCENARI DELLA PRIMA GUERRA PUNICA

Possedimenti romani

Possedimenti car taginesi

PROVINCIA Territorio amministrato da un funzionario romano (proconsole o pretore) per conto di Roma. Le province erano tutte esterne all’Italia: all’epoca anche la Sicilia, prima provincia di Roma, era considerata esterna ai confini della penisola, così come le regioni al di là del Po. Oggi, nella Repubblica italiana, la provincia è un ente locale autonomo, come le Regioni e i Comuni.

La prima guerra tra Roma e Cartagine scoppiò per il controllo della ricchissima Sicilia: la grande isola, vicina alla terraferma e posta proprio al centro del Mediterraneo Il conflitto fu dunque combattuto quasi interamente nelle acque che circondavano la Sicilia: qui si svolsero le due maggiori battaglie, quella di Milazzo (260 a.C.) e quella alle isole Egadi, al largo di Trapani (241 a.C.).

Car tagine Agrigento Siracusa

Collega

Quale altra città da te studiata aveva in precedenza seguito una linea politica basata sul concetto di imperialismo?

Rilievo raffigurante una nave da battaglia romana.

Questa sorte toccò, subito dopo la Sicilia, a Sardegna e Corsica. Cartagine non era più in grado di pagare le truppe mercenarie stanziate nelle due isole, e così entrambe caddero in mano a Roma nel 237 a.C. Esse vennero a costituire la seconda provincia dell’imperium romano, termine che in latino significa “potere militare, comando”.

3. L’imperialismo romano: l’allargamento nel nord della penisola

Un cambio di strategia: dalla guerra difensiva alle guerre di conquista Nei suoi primi secoli di vita, Roma aveva combattuto – così sosteneva il punto di vista ufficiale – soltanto guerre difensive, necessarie a difendere i propri confini e la propria autonomia. Questa prospettiva era mutata al tempo della guerra tarentina (vedi p. 297) e con l’intervento in Sicilia contro Cartagine: due vere e proprie guerre di conquista, prive di qualsiasi motivazione difensiva. Un importante cambiamento era dunque avvenuto nella classe dirigente romana. Non bastava: le conquiste, una volta ottenute, andavano poi protette e rafforzate con ulteriori campagne militari e allargamenti territoriali. In tal modo i confini originari di Roma finirono per allargarsi sempre di più. Un preciso disegno politico dettava questa espansione, una logica d’imperialismo, come la chiamano gli storici. Non più solo risposta alle aggressioni o alle minacce altrui, ma le conquiste per le conquiste, insomma.

A motivare tale strategia c’era anche una causa interna, ovvero i nuovi equilibri raggiunti in città: ottenuta la parità dei diritti, i plebei reclamavano adesso nuove terre da sfruttare e nuove occasioni di commercio; lo stesso valeva per i popoli e le città italiche entrate nel dominio di Roma. Solo una politica esterna aggressiva poteva assecondare queste crescenti richieste. Terre, quindi, in cambio di pace sociale e di fedeltà: l’imperialismo romano rispondeva a tale motivazione profonda.

Esisteva infine una terza ragione, ovvero il bisogno di schiavi. Le vittorie militari mettevano a disposizione abbondante manodopera a bassissimo costo, con cui sfruttare le nuove terre entrate nell’orbita romana.

Il dominio romano si allarga all’Illiria e all’Italia settentrionale La logica dell’imperialismo guidò le scelte successive alla Prima guerra punica. Pochi anni dopo aver sconfitto Cartagine nel Mediterraneo centrale, Roma intervenne sull’opposto versante adriatico: l’obiettivo era bloccare le scorrerie portate dai pirati illirici contro le coste italiche (Illiria era il nome antico dell’attuale Dalmazia, oggi in Croazia).

STUDIA CON METODO

Le guerre illiriche si protrassero per dieci anni, dal 229 al 219 a.C., e raggiunsero lo scopo: la pirateria fu eliminata. Tuttavia, l’area illirica era molto bellicosa e i Romani evitarono di spingersi all’interno della regione: solo due secoli dopo l’Illiria sarebbe divenuta provincia romana. Una vittoria più importante fu ottenuta contro i Galli, ovvero le tribù celtiche stanziatesi nel nord della penisola. Esse si unirono in una coalizione antiromana, ma nel 222 a.C. furono sconfitte dal console Claudio Marcello a Casteggio, presso Pavia. La vittoria di Casteggio allargò il dominio romano a gran parte della pianura padana; ne faceva parte anche l’importante centro di Mediolanum (Milano), fondato qualche secolo prima dai Galli Insubri. Molte terre ex galliche divennero agro pubblico, cioè suolo annesso direttamente al territorio romano. In parte venivano sfruttate dallo Stato, in parte furono distribuite ai cittadini romani e agli alleati italici. A presidio dei nuovi territori furono fondate nuove colonie a Piacenza e a Cremona. Solo un secolo dopo, però, sarebbe nata la provincia della Gallia Cisalpina (cis-alpina significa “al di qua delle Alpi”).

4. La Seconda guerra punica

Cartagine in cerca di rivincita La sconfitta subita nella Prima guerra punica aveva gravemente danneggiato Cartagine: i grandi mercanti e gli armatori navali erano penalizzati dalla perdita dei possedimenti in Sicilia, dal restringersi dei commerci marittimi e dalle pesanti indennità di guerra da versare a Roma. L’oligarchia cartaginese, guidata dalla potente famiglia dei Barca, meditava la rivalsa e individuò un piano: impadronirsi della Spagna e delle sue ricche miniere d’argento. Prima il generale Amilcare Barca, e dopo di lui il genero Asdrubale conquistarono buona parte della penisola iberica, all’epoca abitata da popolazioni celtiche chiamate Celtìberi.

Nel 221 a.C. morì Asdrubale e il suo posto, alla guida dell’esercito, fu preso da Annibale, figlio di Amilcare, capo della cavalleria e cresciuto fin da bambino nell’odio implacabile verso Roma. Con questo sentimento fu coerente la prima decisione di Annibale, che nel 219 a.C. assediò e conquistò la città spagnola di Sagunto, alleata di Roma. Si trattava di una chiara provocazione antiromana, finalizzata a far esplodere un conflitto.

LO SCONTRO INEVITABILE

Roma segue la logica dell’imperialismo

Allargare sempre più il dominio per proteggere le conquiste

Occupa l’Italia settentrionale

Cartagine segue i piani della famiglia Barca

Persa la Sicilia, servono nuovi territori da sfruttare economicamente

Occupa la penisola iberica

Annibale, busto romano del II-I secolo a.C. Il suo piano prevedeva di staccare dall’Urbe le colonie greche dell’Italia meridionale e le città italiche alleate; ma fallì, perché i Greci della penisola erano da sempre nemici dei Cartaginesi, mentre gli alleati italici preferirono rimanere fedeli a Roma. Dopo la sconfitta, Annibale si rifugiò in Oriente, presso i re ellenistici; ma i Romani ne ottennero la consegna, e allora preferì suicidarsi (183 a.C.).

IDENTIKIT

tipo di documento: opera storiografica

autore: Polibio

opera: Storie III, 6, 9, 10

data: II sec. a.C.

Le cause della Seconda guerra punica secondo Polibio

Lo storico greco Polibio riflette, in questo brano, sulle vere ragioni che motivarono il lungo e sanguinoso conflitto conosciuto come Seconda guerra punica.

“ Alcuni storici delle imprese di Annibale, volendo esporre le cause per le quali scoppiò fra Romani e Cartaginesi la guerra suddetta [la seconda guerra punica, n.d.r.], come prima pongono l’assedio di Sagunto da parte dei Cartaginesi, come seconda il loro passaggio, contro i patti stabiliti, del fiume chiamato dagli indigeni Ebro. Quanto a me, potrei riconoscere che questi furono i princìpi della guerra, ma assolutamente non ammetto che ne siano state le cause. [...]

Si deve ritenere che ne sia stata la causa prima l’animosità di Amilcare, soprannominato Barca, padre di Annibale: per nulla domato dopo la guerra in Sicilia, poiché aveva conservato intatte, nelle operazioni da lui dirette, le forze militari con le quali aveva combattuto ed era venuto a patti, cedendo alle circostanze, solo in seguito alla sconfitta subita dai Cartaginesi nella battaglia navale. Egli covava intero il suo risentimento contro i Romani, e spiava l’occasione propizia a un attacco.

Quando i Romani dichiararono la loro guerra, i Cartaginesi dapprima si mostrarono disposti a negoziare su ogni punto. Poiché i Romani rifiutavano di trattare, vinti dalle circostanze, i Cartaginesi cedettero la Sardegna e accondiscesero pure a pagare altri 1200 talenti oltre a quelli già pattuiti, pur di non essere costretti ad affrontare una guerra nelle condizioni in cui versavano. Questa dunque è la seconda importantissima causa della guerra scoppiata più tardi. Amilcare, infatti, aggiunta al suo antico risentimento l’ira concepita per questa ragione dai suoi concittadini, subito si accinse con ogni impegno alla conquista della penisola iberica, pensando di servirsene come base per la guerra contro i Romani. Il successo dei Cartaginesi in Spagna è da ritenere la terza delle cause della guerra annibalica, perché, fiduciosi nelle forze così ottenute, essi coraggiosamente si accinsero alla nuova impresa. Con molte prove si potrebbe dimostrare che Amilcare, benché morto dieci anni prima che essa scoppiasse, ebbe gran parte nella preparazione della Seconda guerra punica.

1. Polibio differenzia tra cause prossime e cause remote della guerra.

• Quali sono le cause prossime individuate da Polibio?

• In quale punto egli rifiuta la spiegazione più semplice?

2. L’autore sottolinea l’odio del generale cartaginese Amilcare Barca: fu questa la prima causa remota della Seconda guerra punica.

• Quali espressioni del testo rivelano tale sentimento?

Polibio, Storie III, 6, 9, 10, trad. it. di Carla Schick, Mondadori, Milano 1992

3. La seconda causa remota risiede nel contrasto che oppose Roma e Cartagine dopo la fine della Prima guerra punica.

• Amilcare come visse l’ingiusto comportamento dei Romani?

4. Terza causa remota della guerra, secondo Polibio: l’idea di Amilcare, di concentrare gli sforzi in Spagna.

• A quale scopo, secondo Polibio, Asdrubale conquistò la Spagna?

• Se Amilcare morì anni prima della guerra, chi ne fu il responsabile? E perché i Cartaginesi avevano tanta fiducia nelle proprie forze?

GUIDA ALL’ANALISI

La spedizione di Annibale in Italia Annibale aveva elaborato un piano audace: portare la guerra nella penisola italica e, qui, far sollevare contro Roma prima le popolazioni galliche, da poco sconfitte dai Romani, e poi i popoli italici. Con il loro aiuto, pensava, sarebbe stato possibile ottenere la vittoria. Nel maggio del 218 a.C. l’esercito cartaginese partì dalla Spagna, forte di circa 40.000 uomini e 27 elefanti. Prima valicò i Pirenei e poi – impresa ritenuta impossibile – le Alpi, probabilmente al passo di Savine-Coche, presso il Moncenisio, a quasi 2500 metri di altezza. La marcia massacrante costò gravi perdite di uomini e animali.

Sceso in pianura alla fine di ottobre, Annibale fu effettivamente rafforzato da diversi contingenti gallici. Contro l’invasore, Roma spedì le sue legioni; i primi scontri si verificarono nell’autunno del 218 a.C. e furono favorevoli ad Annibale, vincitore prima sul Ticino e poi sul fiume Trebbia. L’anno seguente, varcato l’Appennino, Annibale tese un’imboscata ai Romani presso il lago Trasimeno (nel giugno del 217 a.C.), infliggendo al nemico perdite pesantissime.

Roma resiste, fino al disastro di Canne La vittoria del Trasimeno spalancava la via verso Roma: la capitale già si preparava all’estrema difesa, ma l’esercito cartaginese non era attrezzato per un assedio lungo e dispendioso. Annibale si attardò in Umbria, sperando di coalizzare nuove forze italiche contro il nemico. Nel frattempo, Roma si affidò a un dittatore, Quinto Fabio Massimo, poi chiamato “il Temporeggiatore” perché, astutamente, evitò sempre uno scontro diretto con Annibale, preferendo disturbarlo con azioni di logoramento e di guerriglia.

Quella tattica era estranea alle tradizioni militari romane e fu avversata dal senato e dal popolo, che volevano una vittoria definitiva. Conclusi i sei mesi della dittatura, Quinto Fabio fu congedato e il comando militare passò ai due consoli di quell’anno, Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo.

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Quali battaglie vinse Annibale una volta giunto in Italia?

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Comprendi

Quale nuova tattica adottò Roma, dopo le prime sconfitte? Chi mise in atto tale tattica? Perché a Roma fu avversato?

Cavalieri romani impegnati in combattimento, in un rilievo equestre oggi a Saint-Rémy-de-Provence, in Francia. La cavalleria romana fu dispersa e massacrata nella battaglia campale di Canne.

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Cerca in rete informazioni su come si svolse la battaglia di Canne.

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Lavora con il lessico Spiega che cosa sono gli “ozi di Capua”.

Annibale li aspettò nella pianura pugliese, su un terreno adatto alle manovre della sua cavalleria. Il 2 agosto del 216 a.C., a Canne, sulle rive del fiume Ofanto, il console Paolo imprudentemente attaccò battaglia: Annibale accerchiò le legioni con una manovra a tenaglia rimasta leggendaria. Quel giorno Roma riportò la peggiore sconfitta militare della sua storia millenaria: 40.000 uomini caddero morti o prigionieri; lo stesso console Emilio Paolo rimase ucciso sul campo, con 85 senatori.

Gli “ozi di Capua” di Annibale e la riscossa romana Neppure stavolta, però, Annibale marciò su Roma; anche il suo esercito era stato duramente provato dalla battaglia. I Cartaginesi si concentrarono nella città greca di Capua, passata dalla loro parte. Lì Annibale attese a lungo che emissari romani gli avanzassero proposte di pace, ma da Roma non giunse nessuno: la città voleva continuare la lotta a oltranza, sostenuta dalla gran parte degli alleati italici, che le rimasero fedeli. Fu l’errore che, alla lunga, risultò fatale ad Annibale.

La sosta a Capua si protrasse per ben cinque anni, dal 216 al 211 a.C.: gli “ozi di Capua”, così chiamati dagli storici latini, indebolirono le forze cartaginesi, dando a Roma la possibilità di riprendersi. Tutte le risorse dello Stato, pubbliche e private, furono impiegate per armare un nuovo esercito, più forte di quello sconfitto a Canne.

La riscossa si materializzò già nel 212 a.C. Roma espugnò e punì la città sicula di Siracusa, passata dalla parte del nemico; nel 211 a.C. fu poi rasa al suolo la ribelle Capua. Annibale dovette ritirarsi più a sud.

Scipione porta la guerra in Spagna e poi in Africa A Roma erano in ascesa le fortune del giovane Publio Cornelio Scipione, esponente di una delle famiglie patrizie più importanti della capitale. Fu lui a concepire il disegno d’indebolire Cartagine minando le basi della sua potenza in Spagna: il piano fu approvato dai comizi e Scipione venne eletto nuovo comandante della guerra nella penisola iberica.

Si trattava di una nomina contro le regole, perché Scipione, a soli 24 anni, non aveva l’età legale per il comando, né aveva rivestito le cariche necessarie a quella funzione. Tuttavia si rivelò un generale energico e capace: tra il 209 e il 206 a.C. distrusse una per una le basi cartaginesi in Spagna.

Alla sua morsa riuscì a sottrarsi Asdrubale, fratello di Annibale: con un esercito di 30.000 uomini riuscì a lasciare la Spagna e a valicare le Alpi, marciando rapidamente per riunirsi al fratello. Il momento, per Roma, era grave. Un esercito romano fu inviato a sbarrare la strada ad Asdrubale, che fu affrontato e sconfitto nel 207 a.C. sul fiume Metauro, presso Senigallia. Annibale perse così ogni speranza di rafforzare il proprio esercito, logorato da undici anni di assenza dalle sue basi.

Busto di Scipione l’Africano (I secolo a.C.), l’unico generale romano che riuscì a sconfiggere Annibale.

Le vittorie spagnole convinsero Scipione a risolvere la partita con Annibale nel modo più audace: non affrontandolo in Italia, ma portando direttamente la guerra in Africa. Un esercito romano nel 204 a.C. sbarcò sul suolo cartaginese. Qui Scipione si alleò con Massinissa, principe della Numidia, che gli assicurò il supporto della sua fortissima cavalleria. Scipione ottenne varie vittorie e Cartagine, minacciata ormai da vicino, dovette richiamare Annibale dall’Italia, per difendere la patria.

Il trionfo di Scipione a Zama: Roma padrona del Mediterraneo I due generali si trovarono di fronte nell’ottobre del 202 a.C. a Zama (oggi Naraggara, nell’entroterra tunisino). Scipione poteva contare su un esercito numericamente inferiore, ma aveva studiato a fondo la tattica avvolgente di Annibale e l’applicò con successo: Annibale riportò a Zama l’unica sconfitta della sua carriera militare. Riuscì a fuggire in Oriente, dove cercò a lungo, ma senza fortuna, di suscitare nuove guerre contro l’Urbe.

Quanto a Scipione, ritornato a Roma, fu salutato da un trionfo memorabile: d’allora in poi egli portò il cognome onorifico di “Africano”.

Cartagine evitò la distruzione accettando durissime condizioni di pace: consegna di tutte le navi da guerra; pagamento a Roma di un’enorme indennità di guerra; rinuncia alla Spagna e a qualsiasi altro possedimento fuori dal suolo africano; sottomissione a Roma per quanto riguardava ogni decisione in politica estera. La potenza di Cartagine era finita per sempre. Oltre sessant’anni di guerre (la Prima guerra punica era scoppiata nel 264 a.C.) consegnarono a Roma il dominio su tutto il Mediterraneo centro-occidentale.

GLI SCENARI DELLA SECONDA GUERRA PUNICA

Atlantic o

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Esponi oralmente

Spiega quale fu l’audace piano che concepì Scipione e, di conseguenza, che cosa fu costretto a fare Annibale.

DUE MOMENTI DECISIVI

204 a.C.: Scipione sbarca in Africa con un esercito

Annibale deve lasciare l’Italia e tornare in patria

202 a.C.: Scipione sconfigge Annibale a Zama

Cartagine è costretta alla resa

MAPPA

La seconda guerra punica

CARTA INTERATTIVA

La seconda guerra punica

Cartagine all’inizio della seconda guerra punica

Roma all’inizio della seconda guerra punica

Principali battaglie

Itinerario di Annibale

Spedizione di Asdrubale fratello di Annibale

Spedizione romana in Spagna

Itinerario di Scipione

Mar M ed

A differenza della prima, la seconda guerra punica fu un lungo scontro terrestre, combattuto su vastissimi scenari: prima in Italia, poi in Spagna e infine in Africa. Inizialmente Annibale si spostò dalla penisola iberica a quella italica, invadendo il territorio romano; poi Scipione s’impegnò a fondo per distruggere le basi cartaginesi in Spagna; infine lo stesso Scipione portò il conflitto in Africa, dove si combatté la decisiva battaglia di Zama. Il predominio acquisito da Roma sul mare, però, giocò un ruolo decisivo nei quasi vent’anni di conflitto: i Romani infatti riuscirono a impedire l’afflusso di rifornimenti ad Annibale dall’Africa.

Oceano
Mediolanum
Trebbia Becula

CARTA INTERATTIVA

Roma nel II secolo a.C.

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Ricorda

Quali erano i regni ellenistici?

5. Conquiste in Oriente e in Occidente: nasce l’impero

La prossima preda: i regni ellenistici dell’Oriente La logica dell’imperialismo continuò a ispirare le scelte di Roma, che adesso guardava con interesse all’Oriente ellenistico: Grecia, Asia minore, regione siro-palestinese erano regioni ricche e culturalmente evolute. Politicamente erano rette dai regni ellenistici, nati dallo smembramento dell’impero di Alessandro Magno (vedi à p. 230). Alcuni di questi regni apparivano a Roma come una minaccia: durante la Seconda guerra punica il re Filippo V di Macedonia aveva stretto una minacciosa alleanza (215 a.C.) con Annibale, e Roma non se n’era dimenticata. Ma attraevano soprattutto gli enormi vantaggi economici promessi dal dominio di quel ricco mondo orientale: i mercanti, gli affaristi e anche i militari romani premevano per intraprendere nuove guerre di conquista.

Macedonia e Grecia diventano province romane In primo luogo Roma decise di punire il re Filippo V di Macedonia, reo di essersi alleato con Annibale. Roma prese a pretesto una richiesta di aiuto contro di lui mossa da alcune città greche (Atene, Pergamo e Rodi): nel 197 a.C., a Cinoscefale, in Tessaglia, le legioni sconfissero la falange macedone. Fu la prima sconfitta mai registrata dalla fanteria greca contro un nemico esterno.

Poco dopo (nel 196 a.C.), ai Giochi Istmici di Corinto, il console Tito Quinzio Flaminino proclamò solennemente che Roma avrebbe rispettato e garantito la libertà delle póleis greche, ma tutti sapevano che, in realtà, la Grecia era divenuta un protettorato romano.

Una bottega di un cambiavalute (rilievo del II secolo a.C.), professione divenuta assai remunerativa, dopo l’allargamento del dominio domano nel Mediterraneo.

Un trentennio più tardi il nuovo re macedone Perseo (figlio di Filippo V) si ribellò a Roma, ma anch’egli fu duramente sconfitto a Pidna (168 a.C.). In quell’occasione il console Lucio Emilio Paolo raccolse un enorme bottino, composto anche di numerose opere d’arte che finirono nelle mani dei nobili romani. Il regno di Macedonia cessò di esistere, smembrato in quattro territori più piccoli.

Roma formalmente rispettò la libertà delle città-stato greche, sempre gelose della propria autonomia; in realtà, però, il controllo romano sull’Ellade si rafforzò, suscitando il malcontento greco. Nel 149 a.C. scoppiò una ribellione

DENTRO LE PAROLE

PROTETTORATO Il termine “protettorato” nel linguaggio politico indica un particolare rapporto tra due Stati, il primo dei quali è più forte e l’altro è più debole: lo Stato più forte si impegna a tutelare (soprattutto nell’ambito della politica internazionale) gli interessi del secondo, ma in cambio pretende di controllare, in modo più o meno diretto, le attività politiche ed economiche del paese soggetto alla sua protezione.

Esistono ancora oggi protettorati oppure forme di controllo di uno Stato su un altro? Rispondi dopo aver effettuato una ricerca.

antiromana, che venne però crudelmente stroncata: Corinto, capofila della rivolta, fu rasa al suolo e molti suoi cittadini venduti come schiavi. Furono invece risparmiate Atene e Sparta, che non avevano aderito alla sommossa. La Grecia perse ufficialmente la libertà nel 146 a.C., l’anno in cui nacquero le province di Macedonia e Acaia (nome, questo, attribuito alla Grecia), che entrarono nel dominio romano.

I due regni asiatici di Siria e di Pergamo entrano nel dominio di Roma L’imperium – in latino l’“autorità” – di Roma si allargò anche all’Asia vicina, una terra prospera e ricchissima di civiltà. Il re Antioco III di Siria, appartenente alla dinastia selèucide, voleva ingrandirsi in Asia Minore; era sobillato da Annibale, che si era rifugiato presso di lui. Roma però lo sconfisse più volte; la battaglia decisiva fu combattuta a Magnesia (nell’attuale Turchia) alla fine del 190 a.C. La successiva pace di Apamea (188 a.C.) sancì il passaggio del regno di Siria al regno di Pergamo, amico di Roma. Mezzo secolo più tardi il re di Pergamo, Attalo III, morendo, lasciò l’intero regno in eredità a Roma (133 a.C.); aveva saggiamente voluto risparmiare al suo popolo i danni di una rovinosa guerra contro Roma. I due regni confluirono nella nuova provincia d’Asia: Roma, adesso, controllava il Mediterraneo orientale sulle due sponde, asiatica e greca.

La terza guerra punica: Cartagine distrutta Malgrado le pesanti condizioni imposte da Roma nel 202 a.C., Cartagine aveva intanto riacquistato una certa prosperità economica, riattivando i propri traffici commerciali e specializzandosi nella produzione di olio e vino. I proprietari romani guardavano con preoccupazione alla concorrenza cartaginese: il loro leader era Catone il Censore, il quale concludeva ogni suo discorso in senato – qualunque fosse l’argomento – con l’invettiva: Ceterum censeo Carthaginem delendam, “Per il resto, secondo me, Cartagine deve essere distrutta”.

TERRITORI DI ROMA DOPO LE TERRE PUNICHE

Oceano

Mar Mediterraneo

Territori romani dopo la seconda guerra punica

Territori romani verso il 133 a.C.

Moneta raffigurante il re di Siria Antioco III.

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Esponi oralmente

Esponi le ragioni e gli eventi riguardanti la Terza guerra punica.

Il momento della fine, per Cartagine, si avvicinava. Contro la città rivale Roma sobillò le scorrerie dei Nùmidi, già alleati di Scipione contro Annibale. I Cartaginesi reagirono con le armi, violando in tal modo gli accordi di pace firmati nel 202 a.C., per i quali ogni azione di guerra di Cartagine necessitava del consenso romano.

Cogliendo il pretesto, Roma aprì la Terza guerra punica. Una spedizione militare mosse verso Cartagine (149 a.C.) e in breve tempo la conquistò e la distrusse (146 a.C.). Sulle rovine della città il console Scipione l’Emiliano sparse il sale, affinché nulla più vi ricrescesse. Fu formata la provincia d’Africa, che comprendeva l’entroterra cartaginese, all’epoca fertilissimo.

Il mondo romano si allarga a Italia settentrionale, Spagna e Francia meridionale L’imperialismo romano non guardò solo a Oriente, ma anche alle regioni dell’Europa occidentale, ovvero le attuali Italia settentrionale, Spagna e Francia meridionale. Nell’Italia settentrionale erano insediate le tribù galliche che avevano sostenuto Annibale durante la sua spedizione in Italia. Roma le punì, sterminando prima i Galli Boi nel 191 a.C. e poi (intorno al 175 a.C.) i Liguri. L’intera regione divenne provincia romana con il nome di Gallia Cisalpina (cioè “al di qua delle Alpi”).

Buona parte della Spagna era già caduta in mano romana durante la Seconda guerra punica, a opera di Scipione (vedi p. 286); nel 197 a.C. erano state proclamate le due province romane della Spagna Citeriore e della Spagna Ulteriore (cioè “al di qua” e “al di là” della Sierra Morena). Le popolazioni locali (i Celtìberi, suddivisi in varie tribù) erano però molto bellicose e insorsero più volte contro Roma. Nel 133 a.C. Scipione l’Emiliano (già vincitore di Cartagine) mise sotto assedio e conquistò la città di Numanzia, roccaforte dei ribelli. La romanizzazione della penisola iberica proseguì però con difficoltà nei decenni successivi.

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Riassumi

Spiego le differenze fra Gallia Cisalpina e Gallia Transalpina e riassumi in che modo Roma intervenne in queste aree e quando.

Le province spagnole avevano bisogno di collegamenti con l’Italia. Per garantirli, Roma intervenne nel 128 a.C. in difesa dell’alleata città di Marsiglia e sottomise le popolazioni galliche locali. Nacque così (121 a.C.) la provincia della Gallia Transalpina (cioè “al di là delle Alpi”), anche detta Gallia Narbonense dal nome della capitale Narbona. Per il momento la Gallia Transalpina includeva solo la fascia meridionale del territorio gallico; l’attuale Francia del Nord sarebbe stata conquistata, qualche decennio dopo, da Giulio Cesare.

NASCE UN IMPERO MEDITERRANEO

Macedonia Grecia

tra 197 e 168 a.C. viene sottomessa a Roma; diviene provincia nel 148 a.C.

nel 146 a.C. perde l’indipendenza e viene accorpata alla provincia di Macedonia

Italia settentrionale

Spagna

Asia (Regno di Pergamo) Francia meridionale

nel 133 a.C. Attalo III la lascia in eredità a Roma

tra 222 e 175 a.C. Roma sconfigge le popolazioni galliche

nel 197 a.C. nascono due province romane (ma la popolazione locale si ribella)

nel 121 a.C. nasce la provincia della Gallia Transalpina

LEGGI LA FONTE
I Romani si comportano da padroni del mondo

Il Mediterraneo mare nostrum Le conquiste del II secolo a.C. misero nelle mani di Roma un’area vastissima, che andava dalla Spagna fino al Mar Nero: era nato un vero e proprio impero, il primo mai fondato da una repubblica. Le terre che ne facevano parte si affacciavano tutte sul Mediterraneo, che orgogliosamente i Romani chiamavano mare nostrum (“il nostro mare”).

Questo dominio era organizzato ben diversamente dal sistema di alleanze stabilito da Roma nella penisola italica.

Le varie regioni divennero delle province, ciascuna retta da un magistrato romano (all’inizio un pretore, in seguito un proconsole), un governatore con pieni poteri, che doveva garantire l’obbedienza dei provinciali alle leggi romane e il versamento dei tributi (le tasse).

In sostanza, gli abitanti di queste province erano né più né meno che dei sudditi, non degli alleati, come accadeva in Italia.

Lo Stato romano, però, non si limitò a sfruttare le province. Realizzava in esse varie opere pubbliche (strade, acquedotti, fognature) e manteneva buoni rapporti con le aristocrazie locali, a cui talvolta concedeva la cittadinanza. Di conseguenza, molte province finiranno per romanizzarsi, accogliendo la lingua, il modo di vivere e le leggi di Roma.

Ciò accadrà soprattutto nelle province occidentali (le attuali Francia e Spagna), mentre quelle orientali conserveranno la loro originaria cultura greco-ellenistica.

L’IMPERIUM ROMANO

LE PROVINCE ROMANE

i territori conquistati fuori dell’Italia diventano PROVINCE

le province sono governate da un magistrato di Roma;

le popolazioni devono pagare imposte e obbedire

Ma sono governate con tolleranza

Perché diverse province finirono per romanizzarsi? Spiega il senso di questa espressione e chiarisci quali si romanizzarono maggiormente.

Province o terr itor i romani Regni clienti e Stati sotto il controllo romano

Nella carta osserviamo l’imperium romano (cioè l’insieme dei territori soggetti al dominio di Roma) sul finire del II secolo a.C. Questo dominio era organizzato in province: la carta visualizza la data di fondazione di ciascuna di esse.

Rifletti

Roma alla conquista del Mediterraneo

contro Cartagine

1a GUERRA PUNICA

ESPANSIONE DI ROMA

2a GUERRA PUNICA

durata dal 264 al 241 a.C.

vittoria romana e conquista della Sicilia

guerre illiriche

conquista della Gallia Cisalpina

durata dal 218 al 202 a.C.

Annibale conquista Sagunto

Annibale entra in Italia: vittorie fino a Canne

sosta a Capua

Riscossa romana: attacco in Africa e vittoria a Zama

ALTRA ESPANSIONE DI ROMA

3a GUERRA PUNICA

conquista della Macedonia e della Grecia

conquista della Siria e di Pergamo

durata dal 149 al 146 a.C.

distruzione completa di Cartagine

SINTESI

ROMA ALLA CONQUISTA DEL MEDITERRANEO

LA PRIMA GUERRA PUNICA

Gli interessi di Roma entrarono in conflitto con quelli di Cartagine, città fenicia nei pressi dell’attuale Tunisia, a capo di un vasto impero commerciale esteso su tutto il Mediterraneo. Roma, in violazione di un precedente accordo, nel 264 a.C. inviò truppe in Sicilia in soccorso dei Mamertini, mercenari campani che avevano occupato Messina. Scoppiò così la guerra con Cartagine: Roma riuscì a prevalere perché seppe allestire una grande flotta, che nel 241 a.C. sconfisse la flotta cartaginese. Roma poté così annettersi la Sicilia, la Corsica e la Sardegna.

LA STRATEGIA

DELL’IMPERIALISMO

Le guerre contro Taranto e contro Cartagine avevano svelato la vera strategia di Roma: non più guerre solo difensive, ma guerre finalizzate alla conquista di territori sempre nuovi, utili a proteggere le conquiste precedenti e a soddisfare la fame di terre e ricchezze della società romana. Era la logica dell’imperialismo

Nel giro di pochi anni, Roma piegò i pirati illirici e sottomise i Galli della pianura padana: il dominio romano si allargò così ai ricchi territori dell’Italia settentrionale.

LA SECONDA GUERRA PUNICA

A Cartagine i ricchi mercanti premevano per ottenere la rivincita. A partire dal 237 a.C. l’esercito cartaginese, comandato da Amilcare Barca, conquistò buona parte della Spagna meridionale con le sue ricche miniere d’argento. Nel 219 a.C. il figlio di Amilcare, Annibale, attaccò la città di Sagunto, alleata di Roma: scoppiò così la Seconda guerra punica. Nel 218 a.C. Annibale partì dalla Spagna alla volta dell’Italia, alla testa del suo esercito. Varcate le Alpi, sconfisse

ripetutamente le truppe romane sul Ticino, sulla Trebbia e al lago Trasimeno. A Canne, nel 216 a.C., ottenne una vittoria che parve decisiva. Roma però, forte dell’appoggio dei popoli dell’Italia centrale, riuscì a risollevarsi. Il giovane generale Publio Cornelio Scipione portò la guerra prima contro le basi cartaginesi in Spagna e poi in Africa: qui, nel 202 a.C., presso Zama, Scipione inflisse ad Annibale la sconfitta definitiva.

L’IMPERO MEDITERRANEO

Nei decenni successivi Roma allargò il proprio dominio a quasi tutti i territori affacciati sul Mediterraneo, dalla Macedonia alla Grecia, dalla Spagna all’ex regno di Pergamo, dalla Francia (o Gallia) meridionale all’Illiria. Anche Cartagine entrò nel dominio di Roma dopo la Terza guerra punica. Il Mediterraneo era davvero il mare nostrum, come i Romani orgogliosamente lo definivano: era nato un impero. Questi nuovi territori, esterni alla penisola italica, furono organizzati da Roma in province, governate da proconsoli. Gli abitanti delle province dovevano obbedire alle leggi di Roma, versare le tasse richieste ed erano, in sostanza, trattati come sudditi L’acquedotto romano di Segovia.

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e indica:

a. L’isola conquistata nella Prima guerra punica

b. La città di Mediolanum

c. L’Illiria

d. Cartagine

e. Il percorso di Annibale (Spagna, Alpi, Ticino, Trebbia, Trasimeno, Canne, Capua)

f. Il mare nostrum

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

264 a.C. | 260 a. C. | 241 a.C. | 222 a.C. | 219 a.C. | 218 a.C. | 216 a.C. | 207 a.C. | 202 a.C. | 146 a.C.

a. A Canne l’esercito romano viene pesantemente sconfitto [ ]

b. A Zama Annibale subisce la sua unica sconfitta [ ]

c. Annibale conquista la città di Sagunto [ ]

d. Annibale valica le Alpi [ ]

e. Asdrubale viene sconfitto sul Metauro [ ]

f. Cartagine viene definitivamente distrutta da Scipione l’Emiliano [ ]

g. Con la vittoria romana alle isole Egadi si conclude la Prima guerra punica [ ]

h. I Galli vengono sconfitti a Casteggio [ ]

i. I Romani sconfiggono a Milazzo i Cartaginesi [ ]

j. La Grecia perde la sua autonomia e diventa una provincia romana [ ]

k. Scoppia la Prima guerra punica [ ]

l. Si concludono le guerre illiriche [ ]

m. Sul Trasimeno i Romani vengono pesantemente sconfitti da Annibale [ ]

I personaggi

3. Indica i motivi per cui sono ricordati i seguenti personaggi.

a. Annibale

b. Asdrubale

c. Attilio Regolo

d. Catone il Censore

e. Massinissa

f. Publio Cornelio Scipione

Gli eventi

4. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 4).

a. L’origine della guerra con Cartagine furono le mire romane sulla Sicilia. V F

b. Cartagine era una monarchia di origine fenicia. V F

c. La Sardegna diventò la prima provincia romana. V F

d. Le guerre puniche furono l’inizio dell’imperialismo di Roma. V F

e. I cosiddetti “ozi di Capua” durarono circa due anni. V F

f. La Macedonia e la Grecia diventano province romane. V F

g. Gli abitanti delle province romane erano veri e propri sudditi.

V F

h. La provincia della Gallia comprendeva tutta l’attuale Francia. V F

Per l’interrogazione orale

5. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Spiega le cause e le fasi iniziali dell’imperialismo romano.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Anzitutto, usa questo termine storiografico per spiegare l’espansione di Roma e le motivazioni che la determinarono.

b. Spiega come avvenne la conquista della Sicilia.

c. Poi, parla delle guerre in Illiria e contro i Galli e dei risultati ottenuti.

DOMANDA APERTA

2. Ricostruisci gli eventi e gli snodi della Seconda guerra punica.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia parlando dell’ascesa al comando di Annibale.

b. Descrivi l’arrivo di Annibale in Italia, i suoi passaggi e l’episodio di Canne.

c. Spiega perché la sosta a Capua fu un errore.

d. Parla ora della riscossa romana con Scipione e delle condizioni di pace.

ESERCIZI INTERATTIVI VERIFICA CON GOOGLE MODULI

UDA 4 LA NASCITA E L’AFFERMAZIONE DI ROMA

Leggere e descrivere le immagini

1. Osserva le immagini ed esegui per ognuna l’attività proposta.

Completa il testo.

Questa statua, di origine , si trova a Volterra.

Tutte le città di questo popolo erano città- , guidate da un sovrano detto

Questo popolo era molto evoluto nelle arti, soprattutto nelle nelle tombe, organizzate in vere e proprie

Tale civiltà sarà poi assorbita da quella

Osserva la carta e completa il testo.

La cartina rappresenta l’espansione di Roma dopo la guerra contro i

Essi erano un insieme di varie tribù stabilite nell’ Inizialmente la guerra fu : umiliante fu la sconfitta delle , nel a.C.

Una vittoria importante fu la conquista di nel 305 a.C.

La vittoria finale sarà quella a , nelle , nel a.C.

Il dominio di Roma sull’Italia centrale

Roma e alleati

Territori sanniti

Confini di Roma dopo le guerre sannitiche (290 a.C.)

Mare Adriatico

Completa il testo.

Queste sono le rovine di , in , la -stato che fece guerre contro Roma (le cosiddette ) e venne definitivamente distrutta nel a.C.

Il suo personaggio maggiore fu , che sconfisse più volte i Romani: presso il , sul , sul lago e soprattutto a , in Però venne definitivamente sconfitto a , nel a.C. da , detto

La civiltà etrusca
ETRUSCHI
GALLISENONI
LUCANI
CARTAGINESI
La riscossa romana

Comprendere un testo storiografico

1. Leggi questo passo storiografico, quindi rispondi alle domande proposte. Nove giorni dopo Annibale giunse al passaggio delle Alpi per sentieri impraticabili e lunghi giri che avvenivano o per l’inganno delle guide, o perché, quando non ci si fidava di loro, si marciava a caso entrando alla ventura nelle valli secondo le diverse congetture. Per due giorni si fissarono sul giogo1 gli alloggiamenti, dove i soldati, stanchi dalla fatica e dai combattimenti, furono fatti riposare; parecchi animali da soma, che erano caduti sulla strada rocciosa, giunsero allora agli accampamenti seguendo le tracce dell’esercito. I soldati già stanchi e scoraggiati per tante difficoltà furono anche sorpresi da grande spavento a causa della caduta della neve, mentre la costellazione delle Pleiadi tramontava nel cielo. Levato il campo all’alba, mentre le schiere procedevano lentamente attraverso i luoghi ricoperti di neve e il malcontento e lo scoraggiamento si leggevano chiaramente nel volto di tutti, Annibale, avendo preceduto le insegne, giunto ad un’altura da dove lo sguardo spaziava da ogni parte, ordinò ai soldati di fermarsi e mostrò a loro l’Italia e le pianure intorno al Po ai piedi della catena alpina, dicendo che, quando avessero attraversato le Alpi, avrebbero allora oltrepassato non solo le mura dell’Italia, ma quelle della stessa città di Roma.

(Livio, Ab urbe condita XXI, 35)

a. Perché Annibale sta valicando le Alpi?

b. Perché viene detto che «si marciava a caso»?

c. Perché i soldati si spaventano per la caduta della neve?

d. Come affronta Annibale lo sconforto dei suoi soldati?

1. Valico.

Dal passato al presente

Life skills. Pensiero critico – Consapevolezza di sé

2. Guardate il video su YouTube Le donne romane - Tra emarginazione e riscatto e cercate le seguenti informazioni:

• esempi di subordinazione della donna nella società romana;

• la condizione nel periodo arcaico;

• le virtù femminili (il testo di Catone il Censore);

• considerazioni su divorzio, adulterio e diritti politici;

• la visione di Giovenale;

• che cosa cambierà con l’arrivo del Cristianesimo?

Quindi esponete in forma scritta un vostro giudizio critico di circa due pagine, facendo un parallelismo tra la condizione della donna di allora e quella odierna, anche attraverso esempi concreti tratti dalla vostra esperienza personale.

Educazione civica Costituzione parità di genere

3. La società romana, come tutte quelle antiche e molte moderne, era fondata su profonde disuguaglianze sociali, politiche ed economiche. Questa attività si fonda sull’obiettivo 10 dell’Agenda 2030: “Ridurre le disuguaglianze”.

Dividete la classe in 4 o 5 gruppi. Ogni gruppo si occupa dell’obiettivo in questione scegliendo almeno 4 dei 7 target e sviluppandoli con un procedimento di questo tipo:

a. definizione del target;

d. ricerca di dati nazionali e mondiali sulla problematica in questione; e. riflessione personale sulla fattibilità della realizzazione dell’obiettivo.

I punti di discussione dell’obiettivo vengono presentati alla classe utilizzando anche immagini esemplari della questione. Essi possono essere fatti su cartelloni oppure attraverso presentazioni digitali a scelta.

Pensiero critico L I F E SKILLS

Orientamento

6. Dopo aver studiato la società romana che si sta avviando a diventare complessa, ti viene proposta una riflessione sulle possibilità di studio e poi di lavoro nel settore sociale. Quindi, individualmente o in gruppo, fate un’indagine sulle possibilità di studio in questo ambito, cercando, sui siti delle università del territorio, informazioni circa percorsi di studio, quali: assistente sociale, educatore professionale, psicologo, sociologo, mediatore culturale, professioni di ambito sanitario.

Alla luce dell’approfondimento fatto, pensi che tale percorso di studi ti possa interessare? Rispondi in maniera articolata, mostrando aspetti favorevoli e/o contrari.

Nuove metodologie didattiche

6. La classe viene divisa in due gruppi: uno propone il punto di vista romano, l’altro incarna i Cartaginesi di Annibale.

Argomento Roma contro Cartagine

Preparazione

Vengono creati, a sorteggio, due gruppi e un segretario che ha il compito di registrare tutte le fasi del dibattito e di preparare alcune domande da presentare ai due gruppi.

Discussione

Ogni gruppo sostiene le proprie ragioni, spiega i momenti di debolezza e quelli di trionfo e valuta l’esito finale. Il gruppo di

Uso critico dell’IA

Debate

Annibale spiega le motivazioni cartaginesi nella guerra contro Roma, mentre l’altro espone il punto di vista opposto. Entrambi i gruppi devono attenersi alle informazioni storiche, prese dal libro di testo e da eventuali approfondimenti.

Sintesi

Ogni singolo gruppo prepara una relazione finale in cui vengono inserite tutte le fasi della discussione: la propria tesi, le antitesi dell’altro gruppo e la replica a queste e la sintesi finale.

7. Interroga una Chat di Intelligenza Artificiale e chiedi di spiegarti alcune questioni della storia romana studiate in questa UDA. Dividete la classe in 4 gruppi. Ogni gruppo tramite i siti di IA che ha imparato a utilizzare (Chat GPT, Gemini ecc.) effettua alcune domande a uno o più portali. Le domande e gli argomenti che i vari gruppi dovranno porre sono:

a. Quali sono state le cause della nascita della repubblica romana?

b. Individua le differenze tra la Roma monarchica e la Roma repubblicana.

c. La guerra contro i Sanniti: verità, leggende ed effetti di un conflitto pluridecennale.

d. Le cause della sconfitta di Annibale.

Ogni gruppo raccoglie il materiale e lo confronta con il libro di testo, evidenziando le eventuali difformità e le aggiunte storiche. Quindi espone alla classe una sintesi del proprio lavoro.

Intelligenza Artificiale IA Orientare e orientarsi

UNITÀ 5 LE TRASFORMAZIONI

DEL MONDO

ROMANO

LEZIONE 16 Le conquiste trasformano il volto di Roma

LEZIONE 17 La repubblica dei generali

LEZIONE 18 L’età di Cesare

QUELLO CHE GIÀ SAI...

• Conosci la crescita di Roma da città-stato a potenza mediterranea.

• Hai già visto come le conquiste influenzino economia, politica e società.

• Sai come funzionano le magistrature repubblicane e il Senato.

QUELLO CHE IMPARERAI...

• Le crisi della repubblica e le tensioni sociali (Mario, Silla).

• Le figure chiave dell’età tardo-repubblicana (Pompeo, Cesare, Crasso).

• Le guerre civili e il crollo delle istituzioni repubblicane.

• Le trasformazioni politiche, economiche e culturali che porteranno all’età imperiale.

133-132 a.C.

Tribunato di Tiberio Gracco

CRONOLOGIA

123-121 a.C.

Tribunato di Gaio Gracco

SPAGNA CITERIORE SPAGNA ULTERIORE

Territori romani alla fine della repubblica

Territori vassalli di Roma

102-101 a.C. Mario sconfigge i Cimbri e i Teutoni

107 a.C. Consolato di Mario e riforma dell’esercito

91-88 a.C. Guerra sociale: gli Italici contro Roma

NUMIDIA

82 a.C. Dittatura di Silla

65-62 a.C. Pompeo sconfigge Mitridate

63 a.C. Congiura di Catilina

GALLIA

58-52 a.C. Cesare conquista la Gallia Transalpina

60 a.C. Primo triumvirato fra Cesare, Pompeo e Crasso

48 a.C. Cesare sconfigge Pompeo

49-48 a.C. Seconda guerra civile: Cesare contro Pompeo

44 a.C. Congiura e uccisione di Cesare

VIDEOLEZIONE D’AUTORE

Le conquiste in Oriente cambiano il volto di Roma

della

VIDEOLEZIONE D’AUTORE La tumultuosa fine
repubblica tradizionale
PODCAST
Giulio Cesare, l’uomo dell’azzardo

LEZIONE 16

Le conquiste trasformano il volto di Roma

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Cornelia, la madre dei Gracchi

Gaio, non ti fermerò. Sei mio figlio e so bene che cosa rischi. Roma è cambiata. Non bastano più le parole dette in senato o le leggi scritte su tavole di bronzo. Ora si parla a colpi di bastone: così hanno ammazzato tuo fratello Tiberio

Siete figli di Cornelia. Non ho cresciuto dei pigri da villa suburbana: vi ho insegnato il mos maiorum, la virtù dei padri. Hai imparato il latino di Catone e il greco di Polibio; ora nel Foro ti ascolteranno i plebei, ma più sopra, dal Campidoglio, ti guarderanno i nobili, e non tutti con rispetto. Porta con te l’anello di tuo padre, il grande Africano. Toccalo prima di parlare. È freddo come il marmo degli antenati, ma dentro quel freddo batte ancora il sangue. Vai, Gaio. Hai la tunica corta, le scarpe impolverate: cammini molto, parli con la gente. Continua a dare voce ai poveri, ai contadini che hanno perso l’ager, ai veterani lasciati senza nulla dopo vent’anni di guerra. Parla come un Gracco, ma cammina come un romano.

Sei mio figlio: io non piango. Io aspetto.

CRONOLOGIA

II secolo a.C.

Sviluppo della letteratura latina

Storia e letteratura Dal contatto con la Grecia nasce la letteratura latina Leggi la fonte Il programma di Tiberio Gracco

Le domande della storia Di che cosa viveva la plebe di Roma?

LE RUBRICHE

1. Il nuovo fascino della cultura greca

Il fascino dell’Oriente greco-ellenistico Le conquiste militari a Oriente, in particolare la vittoria di Pidna sulla Macedonia (168 a.C.) e la riduzione della Grecia a provincia romana (146 a.C.), produssero a Roma profonde trasformazioni nel modo di vivere e di pensare.

Nei primi secoli i Romani avevano sviluppato un sapere di tipo pratico, legato ai cicli della terra, alla mentalità contadina. Il diretto contatto con il mondo ellenistico, più colto e più raffinato nei modi di vita, suscitò nell’alta società romana un nuovo gusto verso il bello e una propensione agli agi e al lusso tipici dei ceti agiati del mondo orientale. Questa evoluzione fu accelerata dai numerosi medici, maestri, filosofi e artisti giunti dall’Oriente e dalla Grecia, spesso in qualità di schiavi.

«La Grecia conquistata conquista il rozzo vincitore» Molti nobili romani e numerosi plebei ricchi presero l’abitudine di far educare i propri figli da maestri greci (chiamati pedagoghi, termine greco che significa appunto “educatori di ragazzi”) o di mandarli a studiare nelle scuole da loro gestite. Fu così rivoluzionato il tradizionale sistema educativo romano, che prevedeva il paterfamilias come unico maestro per i suoi figli (maschi). Ma il contatto con la cultura greca produsse molti altri mutamenti. Gli aristocratici dell’Urbe cominciarono a parlare tra loro la lingua greca, a circondarsi di opere d’arte realizzate da artisti greci, a dedicare le ore di otium (il tempo libero dal lavoro e dagli affari pubblici) a poesia e filosofia. I mutamenti coinvolsero anche la religione: nel Pantheon romano (cioè nell’insieme degli dèi venerati a Roma) furono accolte anche divinità prettamente greche come Dioniso e Apollo, che non avevano un preciso corrispettivo nella religione arcaica romana.

In sostanza, Roma cambiò faccia. Il fascino esercitato dal mondo greco-ellenistico fu così pronunciato che, come dirà il poeta Orazio alla fine del I secolo a.C., «la Grecia conquistata conquistò il rozzo vincitore» (per «rozzo vincitore» va intesa, appunto, Roma). Questi amici della cultura greca furono chiamati filo-elleni.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Come si trasformò la religione romana?

Rilievo di epoca romana raffigurante alcune divinità marine.

L’affresco pompeiano (tomba di Vestorio Prisco, 75 d.C.) raffigura un prezioso servizio da tavola in argento. Usare oggetti di lusso stava diventando abituale, presso i ricchi, a imitazione dei modi di vita orientali.

Ellenisti e tradizionalisti, due fazioni contrapposte Il diffondersi del “vivere alla greca” ebbe a Roma fautori e avversari. I filo-elleni, amici della nuova mentalità greco-orientale, ebbero il loro leader in Scipione l’Emiliano, il vincitore della Terza guerra punica. Intorno a lui sorse un circolo culturale, chiamato poi “Circolo degli Scipioni”, composto da un gruppo di intellettuali attivi nello studio del sapere greco. A questo cenacolo parteciparono anche uomini di cultura greci, come lo storico Polibio e il filosofo Panezio, o intellettuali di diversa estrazione, come il giovane schiavo africano Terenzio, che divenne uno dei maggiori autori teatrali della letteratura latina. Quest’ultima nacque profondamente influenzata dagli esempi greci.

DENTRO LE PAROLE

FILO-ELLENI Filo-elleni indicava nell’antica Roma gli amanti della cultura greca. Il prefisso filo-, infatti, deriva dal greco philos, che significa “amante”, mentre con il termine elleni venivano indicati i Greci. In italiano filo- indica “amore per, propensione verso” ed è il primo elemento di diverse parole composte.

Per esempio, filosofia, cioè amante del sapere, della ricerca oppure filantropo, amante dell’umanità, e ancora filodrammatico, amante del teatro. In alcuni casi filo- è il secondo elemento di parole composte. Ne sono esempi bibliofilo, amante dei libri, cinefilo, appassionato di cinema e di film, e cinofilo, amante dei cani.

Ricerca in rete altre parole italiane composte con filo-.

Coloro che avversavano il vivere alla greca erano guidati da Catone il Censore, appassionato difensore della tradizione romana. Contro la minaccia dei nuovi modelli culturali, Catone teorizzò la difesa del “costume degli antenati” (in latino mos maiorum): uno stile di vita amante della vita sobria, dedita al lavoro e alla politica, e soprattutto fondato sul rispetto dell’autorità. Tale rispetto vigeva sia nella società, che aveva un suo preciso ordinamento gerarchico, sia all’interno della famiglia, dove la moglie e i figli dovevano sottostare all’autorità incontrastata del paterfamilias. La recente influenza dei modi di vita orientali pareva, invece, intaccare i valori morali tradizionali della società romana e soprattutto il principio di autorità su cui essa si fondava.

Ma la battaglia di Catone non ha futuro Opponendosi alla deprecata cultura greca e a tutte le sue manifestazioni (i libri, l’arte, la filosofia, il lusso), Catone opponeva la fedeltà alla tradizione romana, fatta di semplicità e di cultura contadina. Le sue battaglie culturali, contro il lusso delle donne, contro i nuovi culti religiosi greci ecc., registrarono all’inizio qualche successo, ma l’intransigenza di Catone non aveva futuro: Roma, capitale di un impero mediterraneo, era destinata a ereditare il meglio della cultura ellenistica, a farsi protagoni sta di una nuova e più larga sintesi culturale tra mondo greco e mondo latino. Catone non lo capì. Tuttavia, la nostalgia per il mos maiorum sarebbe rimasta viva e operante a lungo, giungendo fino all’epoca di Augusto.

STORIA E LETTERATURA

DAL CONTATTO CON LA GRECIA NASCE LA LETTERATURA LATINA

I primi autori latini Fu il contatto con la cultura greca a stimolare la nascita e i primi sviluppi di una letteratura in lingua latina, cioè di una serie di opere scritte a scopo d’arte e non semplicemente per fini pratici (quelli che avevano originato, per esempio, le leggi delle XII Tavole).

Il primo poeta che la letteratura di Roma ricordi fu un greco di Taranto, Livio Andronico intorno al 240 a.C. scrisse tragedie e commedie in lingua latina, e poi tradusse in latino l’Odissea di Omero; di queste opere restano solo pochi frammenti, sufficienti però a fare di Livio Andronico il fondatore di una nuova letteratura. Come detto, Livio non era romano di origine: si trattava di uno schiavo greco, nativo di Taranto; preso prigioniero al tempo della guerra tarentina, venne poi liberato dal suo padrone e portato a Roma. Nella capitale, Livio apprese il latino così bene da scrivere diverse opere letterarie nella lingua dei vincitori. Nacque così la letteratura latina: ben cinque secoli dopo la fondazione della città. Lo sviluppo successivo Dopo alcuni decenni di studio e di rielaborazione, la letteratura latina si sviluppò nel II secolo a.C. Attecchirono anche a Roma i generi che avevano fatto grande la letteratura greca, come la poesia, la storiografia, la tragedia e la commedia: tutti assunsero a modello autori e opere greche, ma trovarono via via, nell’Urbe, nuovi interpreti e nuovi contenuti.

LEGGI LA FONTE

Due diversi modelli educativi fra tradizione e innovazione

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Comprendi

Che cosa era il Circolo degli Scipioni?

Chi ne faceva parte?

Il commediografo Terenzio in una miniatura medievale.

Il padre della poesia latina fu Ennio, autore di un poema all’epoca famoso, Annali: un capolavoro, probabilmente, giuntoci purtroppo assai frammentario. Ci sono invece rimaste le opere teatrali di Plauto e Terenzio, autori di commedie, in cui il pubblico romano vedeva rappresentati in chiave comica aspetti e problemi della propria vita.

Sorse anche una prima produzione di opere storiche, scritte all’inizio in greco e poi anche in latino.

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Riassumi con parole tue in massimo quattro righe le nuove basi dell’economia romana dopo le conquiste.

2. Cambiano le basi economiche e sociali

Potere e ricchezza trasformano Roma Le conquiste del II secolo a.C. trasformarono in profondità anche le basi economiche di Roma. L’economia romana si era sempre fondata sull’agricoltura, sostenuta dal lavoro dei tanti contadini liberi, proprietari del loro terreno.

Altre due attività molto importanti erano sempre state l’artigianato e il commercio, ma le guerre e poi le conquiste del III-II secolo a.C. moltiplicarono la loro importanza. Aumentò infatti notevolmente sia la richiesta sia l’offerta di beni; nacquero nuove possibilità di traffici, di guadagni e di investimenti. Si sviluppò il commercio marittimo su vasta scala (da e per le province), mentre molte botteghe artigianali si allargarono, assumendo la dimensione di piccole industrie: producevano navi, armi in metallo e le anfore, indispensabili per trasportare via mare vino, olio e grano.

STUDIA CON METODO

Cerca le informazioni

Fai una ricerca sui principali prodotti oggetto di commercio per i Romani e sulle rotte utilizzate per i trasporti, aiutandoti anche con la carta nella pagina seguente.

I cavalieri, specializzati nei grandi traffici internazionali Le trasformazioni economiche agevolarono l’emergere di una nuova classe sociale, quella dei cavalieri (in latino equites), specializzati nei traffici commerciali su vasta scala. Bisogna considerare che per legge i patrizi (cioè gli aristocratici romani) non potevano dedicarsi agli affari, al commercio, agli investimenti finanziari. Quella norma (la lex Claudia, approvata nel 218 a.C.) voleva preservare la “purezza” di vita dei Romani, la loro cultura tradizionale, legata alla terra, alla sobrietà e alla concretezza di vita, i valori strenuamente difesi da Catone il Censore.

Quella proibizione costituì la fortuna appunto del nuovo ceto equestre (cioè la classe dei cavalieri): erano plebei abbastanza ricchi da poter mantenere un cavallo (in latino equus) e metterlo a disposizione dell’esercito. Molti provenivano da municipi o città italiche e non esitarono a mettersi in affari al posto dei patrizi.

Affari nelle province: i publicani Ai cavalieri, tra l’altro, lo Stato romano affidò, a partire dal II secolo a.C., i publica, cioè gli “affari pubblici”, e quindi la riscossione dei tributi nelle province, l’incasso dei dazi doganali e portuali, Riassumi

DENTRO LE PAROLE

INVESTIMENTO Nel linguaggio economico, l’investimento è l’impiego di denaro in attività economiche che, si spera, porteranno a un guadagno futuro. Un investimento può essere più o meno rischioso a seconda che l’attività economica in cui si investe del denaro sia più o meno garantita. Per esempio, comprare un biglietto della lotteria è un investimento molto rischioso, mentre acquistare un terreno su cui potranno sorgere degli edifici si può considerare, in genere, un investimento oculato. Il rischio è comunque una dimensione ineliminabile dell’investimento, in quanto sul futuro si possono fare solo delle previsioni. Si parla di investimento anche in senso figurato: per esempio, si può investire il proprio tempo in certe occupazioni, oppure investire in cultura ecc.

Scrivi una frase in cui usi la parola investimento in senso economico e una nel senso figurato.

la gestione delle miniere, le forniture all’esercito ecc. A svolgere queste mansioni erano i pubblicani (publicani in latino), il gruppo equestre più intraprendente. L’affare più redditizio, per loro, era la riscossione delle imposte nelle province. I cavalieri anticipavano allo Stato la somma prestabilita, provincia per provincia; in un secondo momento, essi si rivalevano sui provinciali (gli abitanti delle province) esigendo da loro il dovuto, e spesso di più. I publicani erano tristemente noti come sfruttatori e, spesso, truffatori, perché i controlli dello Stato (eseguiti da questori e edili) erano sporadici. Spesso, per sostenere le loro attività, i cavalieri costituivano delle compagnie finanziarie private (societates), nelle quali gli investitori condividevano il rischio e partecipavano poi agli utili, in proporzione alla quota versata da ciascuno. Il denaro guadagnato veniva poi reinvestito in altre attività imprenditoriali. Guerre, conquiste, province, affari: a Roma, politica ed economia si saldavano in un’unica, lucrosa catena.

Dalle conquiste, grandi vantaggi anche per i nobili I cavalieri non furono certamente gli unici a trarre vantaggio dall’espansione di Roma. L’Imperium accrebbe a dismisura la ricchezza anche di molte famiglie patrizie, che appartenevano all’aristocrazia tradizionale. Pur esclusi (almeno ufficialmente) dai commerci, i patrizi potevano arricchirsi in molti modi. Per esempio, beneficiavano dei grandi bottini di guerra che spettavano ai comandanti dell’esercito (regolarmente patrizi) e ai loro ufficiali; oppure potevano ottenere la carica di governatori delle province, ambitissima perché consentiva forti ritorni economici.

Sfruttando la sua provincia, un nobile poteva recuperare le forti somme spese per fare carriera politica.

NUOVE ATTIVITÀ ECONOMICHE, NUOVI CETI SOCIALI

nuove attività economiche si allargano le occasioni di guadagno conquiste mediterranee

esercitate dai plebei

nasce il nuovo ceto dei cavalieri

tra loro vi sono i publicani (esattori delle tasse nelle province)

Esponi oralmente

In che modo i publicani accumulavano grandi fortune?

Incenso

Avorio

Principali

Navi

STUDIA CON METODO

Rifletti I reati di corruzione e concussione sono ancora frequenti nella società di oggi?

Benché punite dalla legge, corruzione (il comportamento illecito di chi detiene un’autorità) e concussione (l’abuso di potere con cui un funzionario pubblico si arricchisce) erano comportamenti frequentissimi.

Va detto però che i provinciali potevano, a loro volta, denunciare i funzionari corrotti in appositi tribunali romani, in base alla legge de repetundis, cioè “sulla concussione”: una facoltà sconosciuta altrove e che confermava la grande civiltà giuridica romana.

All’aristocrazia terriera i grandi latifondi La fonte primaria della ricchezza nobiliare, tuttavia, rimaneva la terra. In quest’epoca i patrizi misero le mani su vastissimi lotti di agro pubblico, che era l’insieme dei terreni confiscati come bottino di guerra ai popoli vinti nell’Italia centro-meridionale, ed entrati nel patrimonio dello Stato romano.

LESSICO

LATIFONDO

Il termine “latifondo” deriva dal latino latifundium, parola composta da latus, “vasto” e fundus, “podere”. È una grande estensione di terreno appartenente a un unico proprietario, generalmente coltivato con sistemi non intensivi per lo più da schiavi.

Una parte di quelle terre veniva distribuita gratuitamente ai coloni, che si trasferivano nelle città di nuova fondazione; una parte era affittata ai privati; la parte maggiore era venduta a compratori privati. I patrizi e i plebei ricchi acquistavano dallo Stato, a prezzi molto bassi, i terreni dell’agro pubblico e poi li facevano coltivare dai loro schiavi, numerosissimi grazie alle recenti vittorie militari.

Immense estensioni di terra (i latifondi) finirono così nelle mani delle famiglie nobili dell’aristocrazia romana, procurando guadagni enormi ai loro proprietari. Quei terreni, particolarmente vasti e numerosi in Italia meridionale, erano coltivati dagli schiavi, e quindi i loro prodotti potevano essere immessi sul mercato a prezzi molto bassi.

Schiavi romani legati con il collare, rilievo in marmo, da Smirne, Turchia, 200 d.C., Collezione dell’Ashmolean Museum, Oxford.

3. Gli svantaggiati dalle conquiste: i contadini e gli schiavi

I debiti schiacciano i contadini liberi I latifondi dei nobili, spesso, s’ingrandivano ulteriormente perché assorbivano i piccoli poderi dei contadini indebitati, costretti a svendere ai ricchi per non finire a loro volta schiavi dei loro creditori. Per secoli i piccoli proprietari avevano costituito il nerbo sia della società sia dell’esercito romano.

Quando scoppiava una guerra, venivano arruolati nelle legioni; erano perciò costretti a lasciare incolti i loro campi anche per molti anni. Spesso, perciò, dovevano indebitarsi, per farli lavorare da altri e mantenere così la famiglia. Poi, finita la guerra, molti di loro si trovavano a dover restituire grosse somme ai loro creditori, ma adesso si trovavano a dover fronteggiare la concorrenza dei prodotti agricoli (olio, vino e cereali) che giungevano in gran quantità dai latifondi dell’Italia meridionale e dalle province.

Molti di loro si trovarono davanti a un’alternativa: vendere il proprio fondo (cioè il loro podere, terreno agricolo) ai ricchi proprietari e rimanere a lavorare come braccianti a giornata alle dipendenze dei nuovi padroni; oppure trasferirsi in città, soprattutto a Roma, perdendo la propria identità. Dall’epoca delle guerre puniche in avanti, in effetti, la capitale si gonfiò di molti nuovi abitanti: una plebe urbana (Roma era l’Urbs, “la città” per eccellenza) che viveva svolgendo lavori saltuari o mettendosi al servizio dei ricchi.

Il lucrosissimo mercato degli schiavi Ancora peggiore era la sorte degli schiavi (in latino servi), la manodopera che lavorava i campi e garantiva il funzionamento di tutta l’economia romana.

Dalle guerre di conquista in Oriente i mercanti di schiavi avevano ricavato una gran massa di soldati sconfitti e di prigionieri di guerra: si è calcolato che nel II secolo a.C. giunse in Italia circa mezzo milione di schiavi da guerra. Molti altri erano acquistati nei mercati, in particolare nell’isola greca di Delo, dove venivano messi in vendita fino a 10.000 schiavi al giorno. Il traffico schiavista attraversava tutto il Mediterraneo e costituiva una delle più lucrose fonti di reddito per i grandi mercanti dell’Urbe.

i CAVALIERI

• plebei ricchi, spesso provenienti dalle città italiche

• si dedicano ai traffici commerciali e all’industria

i PUBBLICANI

• cavalieri che gestiscono gli affari pubblici per conto dello Stato

• si arricchiscono riscuotendo le tasse nelle province

i NOBILI tradizionali

• non possono dedicarsi ai commerci

• ma ingrandiscono le loro proprietà terriere incamerando le terre dell’agro pubblico → nascono enormi latifondi

Comprendi

In che modo si formavano i latifondi? Perché poi si ingrandivano ulteriormente?

I GRUPPI SOCIALI IN ASCESA

le guerre mandano in rovina molti piccoli contadini

e si trasferiscono in città, a Roma oppure vendono il loro terreno ai ricchi proprietari spesso devono indebitarsi per mantenere la proprietà

Alcuni nobili o ricchi cavalieri possedevano migliaia di schiavi; ma ogni cittadino libero, a Roma, tranne i più poveri, possedeva almeno uno schiavo. Si calcola che all’apice dell’impero, nel II secolo d.C., gli schiavi costituissero il 25, forse il 30% della popolazione complessiva del dominio romano.

STUDIA CON METODO

Riassumi

Illustra brevemente le condizioni degli schiavi.

Un indispensabile motore per l’economia romana Il lavoro degli schiavi era indispensabili per far funzionare i grandi latifondi di proprietà dei nobili e anche le più piccole fattorie agricole, le villae, molto diffuse in Etruria, nel Lazio e in Campania. Esse producevano soprattutto olio e vino, poi esportati nei mercati mediterranei, trasportati dalle grandi navi onerarie. Questi schiavi che lavoravano i campi, nei latifondi e nelle villae, erano sottoposti a condizioni durissime. Ricevevano una coperta e una tunica all’anno e non mangiavano mai carne; se si ammalavano e morivano, il padrone li sostituiva facilmente con altri schiavi. Erano sorvegliati di giorno e incatenati di notte perché non fuggissero; in caso di fuga erano destinati alla pena di morte. Tutta la loro esistenza era finalizzata al lavoro: a sera, dopo il tramonto, erano raggruppati in un “ergastolo”, stanzoni o magazzini da dove venivano prelevati all’alba per una nuova giornata di brutale fatica.

L’unica speranza di uno schiavo era di poter prendere, un giorno, il posto del suo sorvegliante, o di entrare a far parte della familia, ovvero del gruppo degli schiavi addetti alla casa del padrone, dove la vita era meno dura.

Rivolte e schiavi di miniera Mentre gli schiavi dei latifondi lavoravano incatenati, con i ceppi ai piedi, gli schiavi mandriani e pastori si spostavano sul territorio con gli animali: di questa libertà ne approfittavano, talvolta, per ribellarsi. Una rivolta di massa incendiò nel 136 a.C. la Sicilia, la provincia in cui era più diffuso il grande latifondo lavorato dagli schiavi. Le legioni impiegarono tre anni per riportare l’isola sotto controllo.

La condizione peggiore era quella dei servi impiegati dallo Stato nelle miniere di metallo o nelle cave di pietra; si trattava quasi sempre di prigionieri di guerra o di delinquenti comuni. La condanna ad metalla, cioè appunto alle miniere, equivaleva a morte certa nel giro di pochi anni.

DENTRO LE PAROLE

SCHIAVO E SERVO Schiavo è colui che è proprietà di un altro essere umano, e non possiede libertà né identità. La parola italiana schiavo deriva dal latino medievale sclavus, termine che indicava il prigioniero di guerra appartenente alle popolazioni slave che nel Medioevo occupavano molte zone dell’Europa orientale. Da schiavo derivano molte parole italiane. Ad esempio schiavile, cioè “che riguarda gli schiavi”. La schiavitù è invece la condizione degli schiavi mentre schiavizzare significa ridurre una persona in schiavitù. Lo schiavismo è un sistema sociale ed economico fondato sulla schiavitù. I Romani, per indicare lo schiavo, usavano il latino servus, cioè “servo”. Da questa parola derivano in italiano diversi termini. Un esempio è asservire, che significa rendere servo, cioè ridurre in schiavitù. Servire invece vuol dire essere utile a qualcuno o a qualcosa. Il servilismo è l’atteggiamento di chi obbedisce, fino al punto di umiliarsi mentre inservibile è ciò che non serve più all’uso a cui è destinato.

Ricerca in rete altre parole italiane derivate dai termini schiavo e servo.

4. Le riforme fallite dei fratelli Gracchi

Due nobili illuminati e un coraggioso progetto di riforma Sul finire del II secolo a.C., varie tensioni percorrevano la società romana: lo sfruttamento ai danni dei provinciali, la crisi dei piccoli contadini, l’insopportabile condizione degli schiavi, le inquietudini della plebe urbana. L’intera massa del popolo, in sostanza, reclamava condizioni migliori; ma insoddisfatti erano anche i cavalieri, privi di qualsiasi peso politico.

A raccogliere la sfida furono alcuni nobili illuminati. Non volevano sconvolgere le basi dello Stato romano, né rinunciare ai loro privilegi, ma guidare un prudente processo di riforma che favorisse una maggiore giustizia sociale. Capofila dei riformatori erano i fratelli Tiberio e Gaio Gracco, due rampolli della grande aristocrazia romana (il padre, per due volte console, era un membro della gens Sempronia; la madre era figlia di Scipione l’Africano). I loro disegni, però, si scontrarono drammaticamente con la resistenza dei nobili.

La sfida ai latifondi: Tiberio Gracco alfiere dei piccoli contadini Eletto tribuno della plebe nel 133 a.C., Tiberio Sempronio Gracco propose una legge di riforma agraria, cioè una nuova sistemazione della proprietà delle terre coltivabili, a vantaggio dei piccoli contadini. La nuova legge regolava la proprietà dei lotti di agro pubblico, che era l’insieme delle terre possedute dallo

Stato romano (specie nel Sud Italia). Tiberio proponeva che nessun cittadino romano potesse singolarmente possedere più di 500 iugeri di agro pubblico, quantità aumentabile a 1000 iugeri, equivalenti a 250 ettari.

Le eccedenze andavano tolte ai latifondisti (in cambio di un indennizzo) e consegnate, per appezzamenti di 30 iugeri, a contadini nullatenenti. Lo scopo di Tiberio era ricostruire una classe di contadini liberi, tradizionale perno della società, dell’economia e dell’esercito di Roma.

Già un’antica norma, per la verità, imponeva limiti per il possesso del suolo pubblico, ma non era mai stata applicata. La norma proposta da Tiberio era più stringente e minacciava seriamente i privilegi dell’aristocrazia romana. Perciò i nobili convinsero uno degli altri tribuni, Marco Ottavio, a porre il veto alla legge proposta da Tiberio.

LA RIFORMA AGRARIA DI TIBERIO GRACCO

Per risolvere la crisi dei piccoli contadini

Tiberio propone una riforma agraria

nessuno può possedere più di 500/1000 iugeri di agro pubblico

la quantità eccedente va consegnata ai contadini nullatenenti (in lotti di 30 iugeri)

RIFORMA AGRARIA L’anima di ogni riforma agraria è la redistribuzione della proprietà dei terreni agricoli: l’autorità espropria parte delle terre a chi ne possiede molte (o troppe); la confisca può prevedere un indennizzo in denaro ai vecchi proprietari. Le terre così acquisite sono poi redistribuite, gratuitamente o a prezzo agevolato, ai coltivatori privi di proprietà o in possesso di piccoli appezzamenti. Nel corso dei secoli ci sono stati numerosi casi di riforma agraria, la maggior parte dovuti a rivendicazioni (talora violente) da parte dei contadini; spesso però le riforme agrarie non hanno avuto compimento per le resistenze, anche molto forti, dei grandi proprietari.

Il termine “agraria” può essere usato anche come sostantivo. Con quale significato? Ricerca la risposta in rete.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Quale problema intendeva risolvere Tiberio Gracco? Quale proposta avanzò?

I fratelli Gracchi, in una scultura moderna dell’artista francese Eugène Guillaume, oggi al Musée d’Orsay (Parigi).

DENTRO LE PAROLE

IDENTIKIT

tipo di documento

opera storiografica

autore Plutarco

opera

Il programma di Tiberio Gracco

Tiberio Gracco voleva restituire ai piccoli proprietari terrieri la passata forza economica e politica, il che avrebbe reso Roma più salda e più prospera. Ma, secondo Plutarco, a guidare Tiberio fu anche una vera ansia morale di sconfiggere l’ingiustizia e l’inganno.

Vita di Tiberio e Gaio Gracco IX, 4-5

data

inizio del II secolo d.C.

“Tiberio infatti, lottando per un’idea nobile e giusta con un’oratoria che avrebbe potuto nobilitare anche un tema da poco, era tremendo e irresistibile quando, ritto sulla tribuna, circondato dalla folla che si accalcava intorno, parlava dei poveri e diceva che le bestie feroci sparse per l’Italia avevano ciascuna la propria tana, un giaciglio, un rifugio, mentre quelli che per l’Italia combattevano e morivano avevano solo l’aria e la luce, e nient’altro: andavano errando1 senza casa e senza fissa dimora con i figli e le mogli, mentre i capi

1. errando: vagando qua e là. 2. per le tombe e per gli altari: le tombe degli antenati e gli altari degli dèi sono ciò che di più sacro esiste.

1. Tiberio smonta l’idea secondo cui i Romani sarebbero i padroni del mondo.

• Secondo lui, a chi si può applicare questa definizione: all’intero popolo?

• Di che cosa, secondo Tiberio, sono o non sono padroni i contadini e soldati che combattono e muoiono nel nome di Roma?

2. Il popolo viene arruolato per le guerre di conquista in nome di grandi ideali civili.

• Quali esortazioni rivolgono i capi ai soldati romani?

• Che cosa sono le tombe e gli altari citati nel testo, e perché i generali ne parlano?

durante gli scontri armati mentivano esortando i soldati a combattere contro i nemici per le tombe e per gli altari2; nessuno di tutti questi Romani, così numerosi, avevano l’altare familiare o il luogo di culto degli antenati3; essi combattevano e morivano per il benessere altrui e per l’altrui ricchezza; si diceva che fossero i padroni del mondo, ma di proprio non possedevano neppure una zolla.

Plutarco, Vita di Tiberio e Gaio Gracco IX, 4-5, trad. it. di D. Magnino, Bur Rizzoli, Milano 1991

“3. l’altare familiare o il luogo di culto degli antenati: si riferisce al culto domestico dei Lari e dei Penati, caro alla religiosità popolare.

• Sono credibili le affermazioni dei politici e dei capi?

3. Conquiste militari e impoverimento dei contadini liberi caratterizzarono la storia romana del II secolo d.C.

• In quali punti del testo emergono, rispettivamente?

4. Il discorso di Tiberio Gracco evidenzia grande capacità persuasiva.

• Analizza il testo e metti in luce la sua forte capacità argomentativa: quali elementi risultano, a tuo avviso, più efficaci?

• In quale punto del brano puoi riscontrare l’indignazione morale che guidò i Gracchi?

GUIDA ALL’ANALISI

Il veto era inappellabile, cioè non era possibile opporvisi. Per superare l’ostacolo, Tiberio fece votare dai comizi tributi (l’assemblea della plebe, vedi p. 309) la destituzione di Ottavio, con la motivazione che un tribuno esercita il suo potere su mandato del popolo: se il popolo glielo toglie, quel potere cessa. Ottavio fu deposto dalla carica e la riforma di Tiberio divenne legge.

Tiberio eliminato dall’aristocrazia: il primo assassinio politico a Roma Rafforzato dal successo, Tiberio fece un’altra mossa anticonvenzionale. A Roma, da sempre, era il senato a decidere sull’uso del denaro pubblico; ma per volere di Tiberio i comizi tributi votarono un provvedimento per finanziare i piccoli contadini con il tesoro lasciato in eredità ai Romani da Àttalo, re di Pergamo (vedi p. 325).

La scadenza della carica di Tiberio si avvicinava, ma egli si candidò al tribunato anche per l’anno successivo, il 132 a.C. Si trattava di una nuova forzatura: nessuna legge vietava di ricandidarsi, ma in precedenza nessuno era stato eletto tribuno della plebe per due volte consecutive. La cultura romana attribuiva grande valore al rispetto della tradizione, e i nobili ebbero facile gioco nell’accusare Tiberio di aspirare alla tirannide.

Alle elezioni tribunizie del 132 a.C. l’aristocrazia, spalleggiata dai suoi clienti, aggredì Tiberio, il quale cadde ucciso con trecento seguaci; il suo corpo fu gettato nel Tevere.

Il malcontento degli alleati italici La riforma agraria voluta da Tiberio rimase tuttavia in vigore e fece il suo corso. I comizi tributi (l’assemblea della plebe) insediarono tre appositi magistrati, incaricati di applicare la legge. I nobili si opposero in tutti i modi, ma la commissione cercò di aggirare la resistenza iniziando le requisizioni di agro pubblico dalle aree tradizionalmente adibite a pascolo; quelle terre potevano essere assegnate solo ai cittadini di Roma. Le requisizioni furono numerose soprattutto nel Meridione d’Italia e privarono molti abitanti di quei municipi e città alleate dei loro terreni. I socii, gli alleati italici, protestarono, reclamando anch’essi il beneficio della cittadinanza romana, che avrebbe implicato per loro la fine delle requisizioni e, anzi, la partecipazione alle nuove assegnazioni. Alla fine, la commissione agraria riuscì a realizzare solo in minima parte il programma originario.

STUDIA CON METODO

Esponi oralmente

Davanti alla riforma di Tiberio, come reagirono i nobili?

i nobili reagiscono e lo eliminano poi si ricandida alla carica di tribuno Tiberio usa i comizi tributi per distribuire risorse al popolo

STUDIA CON METODO

COMPRENDI

Come reagirono gli alleati italici alla riforma di Tiberio?

Carico di grano su una nave, affresco del porto fluviale di Ostia; l’imbarco è sorvegliato dal magister Farnace (in alto a sinistra). La produzione di frumento italico doveva essere integrata da afflussi provenienti dall’Egitto e trasportati poi nell’Urbe via fiume.

L’AZZARDO DI TIBERIO

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quale conseguenza ebbe la proposta di Gaio di concedere la cittadinanza agli Italici?

Il rilancio di Gaio Gracco e l’allargamento della cittadinanza Nel 123 a.C. fu Gaio Sempronio Gracco a essere eletto tribuno della plebe. Gaio riprese la politica del fratello, ma con uno stile più aggressivo e radicale. La prima delle “leggi Sempronie”, così chiamate dal suo nome, fu la rieleggibilità dei tribuni della plebe. Seguirono altri provvedimenti, tutti sfavorevoli ai nobili: si decise di fondare nuove colonie in cui insediare la plebe, s’istituirono nuovi tribunali, presieduti dai cavalieri, per punire i magistrati corrotti (tra cui i governatori delle province), infine fu stabilito che lo Stato acquistasse grandi quantitativi di grano e li rivendesse poi al popolo a prezzi calmierati. Quest’ultima legge annonaria (l’annona era il rifornimento di frumento) penalizzava i grandi proprietari terrieri, abituati a fissare i prezzi del grano a loro piacimento. Rieletto tribuno nel 122 a.C., Gaio propose di concedere la cittadinanza romana a gran parte degli alleati italici. Contro questa proposta, assai avanzata, i nobili sobillarono la plebe: infatti, allargare la cittadinanza significava moltiplicare il numero dei pretendenti alle distribuzioni di cibo e di terre. La popolarità di Gaio scemò ed egli non fu più rieletto una terza volta al tribunato.

La guerra del senato contro Gaio A Gaio rimaneva la sola carica di magistrato incaricato di fondare una nuova colonia a Cartagine. Il senato cercò di destituirlo, così da privarlo di ogni protezione di legge: infatti, durante il periodo in cui durava la loro carica, i magistrati romani erano considerati sacrosancti, cioè protetti dagli dèi; eventuali accuse contro di loro potevano essere discusse solo dopo la scadenza del mandato.

Fornaio che vende il pane in un affresco ritrovato a Pompei, in Campania.

Contro la mossa del senato insorsero violentemente i seguaci di Gaio; l’assemblea patrizia rispose con il senatusconsultum ultimum, un decreto inappellabile, che sospendeva tutti i diritti dei cittadini e dava pieni poteri ai consoli (inclusa la possibilità di mandare a morte un cittadino senza processo). Un simile provvedimento fino ad allora era stato preso solo per le province, mai per la capitale. Gaio si rifugiò sull’Aventino con i suoi seguaci; attaccato dall’esercito regolare, si fece uccidere da uno schiavo (121 a.C.). Tremila suoi sostenitori, dichiarati nemici pubblici, seguirono la sua sorte. L’azione riformatrice dei Gracchi era stata fermata, ma la loro sconfitta lasciava irrisolti tutti i problemi della società romana, aggravati, adesso, dall’inedita violenza assunta, a Roma, dallo scontro politico.

Per molto tempo i plebei poveri di Roma avevano trovato da sopravvivere mettendosi al servizio di una famiglia patrizia e diventandone clienti, pronti a servirla in ogni occasione. Ora però i poveri erano troppo numerosi e il sistema della clientela non poteva più assorbirli tutti. La loro miseria e il loro malcontento rischiavano di provocare disordini sociali; perciò le autorità romane decretavano

periodicamente distribuzioni gratuite di grano (le frumentazioni) oppure la vendita di beni alimentari a prezzi ribassati.

Un’altra valvola di sfogo per tenere a bada la plebe urbana era il frequente allestimento di ludi, cioè spettacoli e giochi pubblici in cui la massa trovava evasione e divertimento (da qui il motto panem et circenses, “pane e giochi da circo”).

LE DOMANDE DELLA STORIA DI CHE COSA VIVEVA LA PLEBE DI ROMA?

Le conquiste trasformano il volto di Roma

nella cultura

nell’economia

Trasformazioni in atto

nell’élite sociale

nei ceti bassi

• si diffonde la raffinata cultura greca, estranea alla mentalità romana delle origini

• si apre un conflitto tra tradizionalisti e innovatori

• le conquiste alimentano il grande commercio e la produzione di beni

• si diffondono i latifondi, s’impoveriscono i piccoli contadini

• i cavalieri, ricchi plebei, si gettano nei commerci internazionali

• i patrizi mettono le mani sull’agro pubblico, i terreni statali

• molti contadini liberi sono stati rovinati dalle troppe guerre

• aumenta a dismisura il numero degli schiavi

Problemi aperti

gli schiavi

i provinciali i piccoli contadini

gli italici

Tiberio Gracco

Riforme fallite

• gli abitanti delle province sono sfruttati dai pubblicani (riscossori delle imposte) e dai governatori romani

• la condizione degli schiavi rimane disumana

• i piccoli contadini si sono indebitati e spesso hanno venduto il loro podere, per trasferirsi in città

• numerosi italici hanno perso il loro terreno, requisito da Roma

• reclamano, invano, la cittadinanza romana

• tenta una riforma agraria ma viene ucciso

• emana riforme a favore della plebe

Gaio Gracco

• viene attaccato dal senato

• si fa uccidere

LE CONQUISTE TRASFORMANO IL VOLTO DI ROMA

NUOVI MODELLI CULTURALI

Le conquiste nel Mediterraneo e a Oriente spalancano a Roma l’incontro con la superiore cultura greco-ellenistica. La religione tradizionale, la mentalità dei romani (specialmente quelli delle classi medioalte), il loro modo di vivere e di pensare ne sono profondamente influenzati. Si diffonde nell’Urbe il “vivere alla greca”, mentre il gusto dell’arte greca ispira una prima produzione letteraria in lingua latina, influenzata dagli esempi greci.

Favorevoli alle nuove idee furono gli intellettuali del Circolo degli Scipioni, raccoltosi intorno a Scipione l’Emiliano.

Invece i tradizionalisti, guidati da Catone il Censore, rimasero fortemente ostili alla diffusione dei nuovi valori ellenizzanti.

MUTAMENTI ECONOMICI

E SOCIALI

Nel frattempo le conquiste in Oriente modificano anche l’economia romana, che trova sbocchi sempre nuovi nel vasto mondo delle province. Ne sono alimentati il grande commercio e la produzione di beni su vasta scala.

Ne furono avvantaggiati i nobili, che s’impadroniscono di gran parte dell’agro pubblico: questa è l’epoca in cui si formano i grandi latifondi nobiliari.

Assai favorito è anche il ceto nuovo dei cavalieri, costituito da mercanti, finanzieri e imprenditori: sono loro a lanciarsi nello sfruttamento economico dell’Imperium mediterraneo. Tra i cavalieri si distinguono i pubblicani, che gestiscono, per conto dello Stato romano, la riscossione delle imposte nelle province, le forniture all’esercito, ecc.

LA CRISI DEI CONTADINI

LIBERI

Chi non trae beneficio dalle conquiste è la classe dei piccoli proprietari terrieri italici Essi erano stati il nerbo dell’esercito romano durante le guerre di conquista, ma si trovano ora indifesi davanti alla concorrenza dei latifondi nobiliari, coltivati da un gran numero di schiavi.

I piccoli proprietari devono vendere oppure indebitarsi, finendo espulsi dalle loro terre e venendo a ingrossare la popolazione urbana di Roma.

IL BISOGNO DI RIFORME

Nell’aristocrazia senatoria non mancano politici lungimiranti, coscienti delle tensioni sociali sul tappeto: colgono le giuste richieste degli Italici e l’impoverimento dei contadini liberi. Tra questi nobili illuminati vi sono i due fratelli Gracchi, Tiberio e Gaio

IL DRAMMATICO DESTINO

DEI FRATELLI GRACCHI

I Gracchi si fanno eleggere tribuni della plebe e in quella veste cercano di risarcire i contadini liberi, facendo promuovere leggi con cui ridistribuire le terre in base a un criterio di equità.

La riforma agraria promossa da Tiberio viene poi rafforzata da altri provvedimenti di Gaio, che cercano di allargare la cittadinanza agli Italici.

Entrambi i Gracchi, però, nel giro di un decennio vengono brutalmente eliminati dalla nobiltà al potere, che non accetta affatto di ridimensionare il proprio potere, a vantaggio di altri ceti sfavoriti.

AUDIOSINTESI

METTITI alla PROVA

Il tempo

1. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

146 a.C. | 133 a.C. | 132 a.C. | 123 a.C. | 121 a.C.

a. Gaio Gracco si fa uccidere da uno schiavo [ ]

b. La Grecia diventa una provincia romana [ ]

c. Tiberio Gracco viene eletto tribuno della plebe [ ]

d. Gaio Gracco viene eletto tribuno della plebe [ ]

e. Tiberio Gracco viene assassinato [ ]

Il lessico

2. Rispondi alle seguenti domande.

a. Che cosa indica il termine Pantheon?

b. Che cosa significa otium e quando tale concetto entrò nella cultura romana?

c. Che cosa significa “pedagogo”?

d. Che cosa si intende con l’espressione mos maiorum?

e. Chi erano i publicani e quali incarichi avevano?

f. Che cos’era l’agro pubblico?

g. Che cosa indica il termine “latifondo”?

Gli eventi

3. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle false (sono 5):

a. L’avversità di Catone verso la cultura greca divenne maggioritaria. V F

b. Con l’espansione cambiarono le basi economiche di Roma. V F

c. Il ceto equestre venne penalizzato dall’espansione di Roma. V F

d. L’espansione di Roma segnò la fine della classe dei patrizi. V F

e. Gli schiavi arrivarono a essere quasi un terzo della popolazione romana.

f. Le condizioni degli schiavi nelle campagne erano migliori.

V F

V F

g. Nel 136 a.C. ci fu una grande rivolta degli schiavi in Sicilia. V F

h. I Gracchi appoggiarono le istanze della grande aristocrazia romana. V F

i. L’uccisione di Tiberio Gracco fu un assassinio politico. V F

Per l’interrogazione orale

4. Rispondi oralmente o per iscritto, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Quali furono le conseguenze della conquista romana della Grecia?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia parlando delle novità arrivate con la cultura greca: il gusto del bello, la ricerca degli agi e del lusso.

b. Quali novità arrivarono a Roma dalla Grecia? Fai riferimento all’educazione, all’arte, alla cultura e alla religione.

c. Spiega ora il diverso atteggiamento verso tale novità: i favorevoli e i contrari.

DOMANDA APERTA

2. Come cambiò l’assetto sociale con le conquiste ottenute da Roma?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Indica anzitutto quali furono i settori economici che si espansero.

b. Indica chi erano i cavalieri e in quali ambiti si specializzarono.

c. Spiega come e perché anche i patrizi ottennero molti vantaggi.

DOMANDA APERTA

3. Spiega le riforme dei Gracchi e il loro fallimento.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia spiegando chi erano Tiberio e Gaio Gracco.

b. Spiega la riforma di Tiberio e l’esito della sua seconda candidatura.

c. Indica le riforme attuate da Gaio e l’esito della sua vicenda politica.

DOMANDA APERTA

4. Come cambiò la situazione economica dei piccoli proprietari terrieri?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Che cosa accadeva ai piccoli proprietari in occasione di una guerra?

b. Quali erano le condizioni che trovavano al loro ritorno?

c. Di conseguenza, quali scelte avevano?

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LEZIONE 17

La repubblica dei generali

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Spartaco, il gladiatore

Fratelli, abbiamo mangiato pane raffermo e cipolla, accanto al fuoco. Ho visto le vostre mani – dure, spaccate –stringere le armi forgiate per la libertà. E ho pensato: siamo ancora vivi. Ricordate la sabbia dell’arena? Quando cadevamo, ci alzavamo non per gloria, ma per non morire davanti a chi ci trattava peggio delle bestie. Ora, guardatevi: liberi, armati, con il sangue vostro e non dei padroni sulla pelle. Caius, tu ieri hai legato una lancia con cuoio strappato da una sella romana. Hai fatto bene. E tu, Nabo, hai diviso la tua coperta con il ragazzo della Gallia, quello che trema di notte. Sono le cose che ci fanno uomini, non schiavi

Non vi prometto la vita: domani forse cadremo. Ma moriremo in piedi, spalla a spalla, non in una cella o nel circo, per il divertimento di qualche patrizio ubriaco. Le stelle ci guardano: domani ci aspettano le legioni di Crasso. Abbiamo camminato insieme per due anni. Abbiamo dormito nella neve, bevuto da stagni sporchi, spartito ogni boccone. Ora stringiamo le spade. E non per Roma, non per un re, ma per noi, per vivere, o per morire liberi.

CRONOLOGIA

107 a.C.

Consolato di Mario e riforma dell’esercito

105 a.C.

Mario vince la guerra giugurtina

102-101 a.C.

Mario sconfigge i Cimbri e i Teutoni

91-88 a.C.

Guerra sociale: gli Italici contro Roma

89-85 a.C. Guerra contro Mitridate

87 a.C. Colpo di Stato di Silla

LE RUBRICHE

Protagoniste nella storia Fascino e scandalo nella tarda repubblica: Clodia Leggi la fonte Mario, l’«uomo nuovo» Le domande della storia Che cos’era il trionfo nell’antica Roma?, Che cos’era la crocifissione?

1. Due fazioni politiche: ottimati e

popolari

L’aristocrazia romana si divide politicamente Le lotte scatenatesi intorno ai fratelli Gracchi avevano fatto emergere, nella classe dirigente romana, due diversi orientamenti, intorno ai quali si erano formate due fazioni.

• La prima era quella degli ottimati (optimates, cioè “gli eccellenti”), come gli aristocratici romani definivano sé stessi; raccoglieva i nobili tradizionalisti, che difendevano a oltranza il primato del Senato e tutti i privilegi politici del ceto nobiliare.

• La fazione dei popolari (populares) comprendeva plebei ricchi, cavalieri e alcuni aristocratici più sensibili alle riforme. I popolari erano disponibili a riforme che favorissero i contadini liberi, gli alleati italici, il ceto emergente dei cavalieri. Molti di loro erano, però, degli opportunisti, che cercavano il consenso della plebe per accrescere il proprio potere personale.

Gli ottimati detestavano i popolari anche perché questi assumevano come diretto interlocutore il popolo, marginalizzando il senato e le altre magistrature. Lo scontro tra questi due schieramenti caratterizzerà la lotta politica a Roma nell’arco dell’intero I secolo a.C. Va precisato che ottimati e popolari non costituivano due partiti in senso moderno: erano delle fazioni, dei gruppi di potere, assai meno definiti rispetto ai moderni partiti. Questi ultimi, infatti, rispondono a un programma politico, più o meno preciso, posseggono un’organizzazione, cariche, una o più sedi ecc. Le due fazioni che si fronteggiavano nella Roma antica erano gruppi politici ben più indistinti e confusi; per difendere i propri interessi, non esitarono a dar vita a un violento conflitto per il potere, una lotta all’ultimo sangue, che avrebbe sovvertito il volto politico dello Stato romano.

Scultura raffigurante un ufficiale romano. Nel I secolo a.C. lo scontro politico coinvolse direttamente i militari.

DUE FAZIONI POLITICHE

tra i nobili romani si formano due schieramenti:

gli OTTIMATI difendono i privilegi dell’aristocrazia senatoria

i POPOLARI sostengono alcune richieste del popolo: quelle utili ai loro interessi

FAZIONE La parola “fazione” indica un gruppo politico che, per tutelare i propri interessi, lotta contro altri gruppi sociali. Il termine ha una sfumatura negativa, in quanto si riferisce a un gruppo caratterizzato da un eccessivo spirito di parte e che mira, dunque, non al benessere dell’intera società, ma principalmente al proprio. Perciò la fazione si scontra con altri gruppi in modo intransigente e non obiettivo, cioè in modo “fazioso”.

STUDIA CON METODO

Lavora con il lessico Spiega la differenza tra fazioni e partiti politici.

STORIA E SOCIETÀ

Panem et circenses: cibo e giochi per il proletariato urbano

Un’altra protagonista: la massa del proletariato urbano Estraneo alle due fazioni, che raccoglievano l’élite della società romana, era il proletariato urbano: dal termine proles (“prole”), i proletari a Roma erano i nullatenenti, coloro che, come unica ricchezza, avevano la prole, cioè i figli. Venivano censiti (cioè registrati dal censore) solo per la loro persona, non per gli averi; perciò non potevano votare ai comizi, le elezioni.

I più lavoravano a giornata come garzoni nelle botteghe artigiane o come operai nelle opere pubbliche; trasportavano merci ai mercati e le vendevano al minuto, oppure erano giocolieri, teatranti, indovini, bari, mendicanti, prostitute, ladri: svolgevano cioè le attività marginali, più o meno lecite, tipiche di una metropoli qual era Roma; in effetti, l’Urbe raddoppiò, nell’arco del I secolo a.C., i propri abitanti, fino a raggiungere il milione. E poiché le sorti politiche dello Stato si decidevano nella capitale, anche la plebe urbana, che votava nelle assemblee, vedeva crescere il proprio peso politico. Questa massa talora abbracciava le posizioni dei popolari, sperando di ottenere riforme e vantaggi, com’era accaduto nel caso dei Gracchi; ma poi la plebe aveva voltato le spalle a Gaio Gracco, quando egli aveva proposto di estendere la cittadinanza agli Italici. E poiché, per sopravvivere, la plebe urbana contava sulle distribuzioni gratuite di grano (le cosiddette “frumentazioni”), non era affatto insensibile al volere degli ottimati. All’epoca un abitante di Roma su tre risultava iscritto alla lista annonaria, aveva cioè diritto a ricevere cibo gratuitamente.

Quelle elargizioni pubbliche, decise dagli edili, costituivano un formidabile strumento di favore popolare, assieme ai ludi o “giochi pubblici”, che accendevano l’entusiasmo della folla: spettacoli teatrali, corse di carri e combattimenti fra gladiatori.

DENTRO LE PAROLE

PROLETARIO Nell’antica Roma, i proletari non facevano parte di nessuna delle classi previste dall’ordinamento centuriato e non votavano ai comizi.

Il termine ha avuto fortuna in età moderna: nel Manifesto del partito comunista (1848), K. Marx e F. Engels teorizzarono l’esistenza di un proletariato come classe sociale; a essa appartengono i lavoratori che non sono proprietari dei mezzi di produzione e vivono solo del salario loro corrisposto dai padroni, in cambio del lavoro che compiono.

Il proletariato esiste nelle società attuali? Rispondi dopo aver effettuato una ricerca in rete.

Mosaico con scena di misurazione del grano; era un’operazione preliminare alle frumentazioni, le distribuzioni gratuite di grano alla plebe.

CARTA INTERATTIVA
Le conquiste di Roma nel I secolo a.C.

2. L’ascesa di Gaio Mario, un «uomo nuovo»

La guerra giugurtina, in Africa, rivela l’inefficienza della nobiltà La nobiltà senatoria era la vera vincitrice dello scontro con i Gracchi. Tra tutte le leggi volute dai due fratelli, restarono in vita solo i provvedimenti – come le leggi frumentarie – utili a tenere sotto controllo la plebe. Il predominio degli aristocratici ricevette però un duro colpo dalla guerra che si stava combattendo, in Africa, contro Giugurta, re della Numidia. Nel 118 a.C. era morto il re Micipsa; il nipote Giugurta (già alleato di Scipione l’Emiliano durante la Terza guerra punica) aveva ereditato una parte del regno, ma non voleva spartire il potere con i cugini Iempsale e Aderbale, figli di Micipsa. Li fece perciò eliminare nel 112 a.C., a prezzo di un massacro che causò numerose vittime anche tra i mercanti italici presenti nella zona. L’episodio indusse il senato a dichiarare guerra a Giugurta, ma i comandanti romani, tutti esponenti dell’aristocrazia senatoria, condussero le operazioni in modo maldestro e ambiguo.

La vittoria in Africa di Mario, un “uomo nuovo” divenuto console I popolari accusarono i consoli d’incapacità e corruzione e riuscirono a insediare un nuovo comandante, Quinto Metello. La gestione della guerra migliorò, ma la vittoria finale tardava ad arrivare. Il clima politico a Roma si fece rovente. Nel 107 a.C. i cavalieri, i cui interessi commerciali erano danneggiati dalla lunga e inconcludente guerra, si allearono ai popolari per far eleggere al consolato Caio Mario, luogotenente di Metello. Mario (all’epoca cinquantenne) era un “ uomo nuovo”, nel senso che non poteva vantare antenati illustri; proveniva infatti da una famiglia italica di rango equestre (cioè di cavalieri). Si conquistò le simpatie del popolo, come riferisce lo storico latino Sallustio, vantando il merito e l’efficienza personale e contrapponendoli all’impreparazione e alla corruzione degli ottimati. Con questi concetti, fu eletto console. Ottenuto il comando, Mario vinse brillantemente la guerra giugurtina (105 a.C.); lo sconfitto Giugurta fu portato a Roma e fatto sfilare in catene dietro il cocchio del vincitore.

LE DOMANDE DELLA STORIA CHE COS’ERA IL TRIONFO NELL’ANTICA ROMA?

Il trionfo era il massimo onore cui si potesse ambire a Roma; perciò gli uomini politici cercavano di ottenere il governo di quelle province da cui attendersi vittorie militari. L’onore del trionfo era concesso dal senato ai generali vittoriosi, ma a precise condizioni: il generale doveva aver ricevuto il comando supremo in modo regolare; la guerra doveva essere stata giusta e cruenta (occorreva la morte di almeno 5000 nemici esterni). La cerimonia all’inizio aveva scopo rituale: doveva purificare l’esercito per il sangue versato; più tardi divenne la celebrazione fastosa e scenografica della vittoria. Vi partecipava tutto il popolo, che s’identificava nella gloria collettiva derivata dalla sconfitta dei nemici. Il corteo del generale vittorioso, accompagnato da ufficiali e soldati, partiva da Campo Marzio (fuori dalla cinta muraria).

la guerra in Africa si trascina e la nobiltà non sa concluderla

107 a.C.: popolari e cavalieri eleggono console un uomo nuovo:

è Gaio Mario, estraneo ai nobili

105 a.C.: Giugurta è sconfitto

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Riassumi

Ricostruisci l’andamento e l’esito della guerra giugurtina.

Veniva accolto alle porte della città dal senato, a cui il generale forniva un rapporto delle operazioni. Poi la processione attraversava la Porta Triumphalis, costeggiava il Circo Flaminio, il Circo Massimo e lungo la via Sacra percorreva il Foro, fino al Campidoglio. Nel corteo sfilavano carri colmi di bottino, i prigionieri, o una parte di loro, e talvolta i re nemici sconfitti (come Giugurta), in catene. Attori comici schernivano gli sconfitti. Seguiva – preceduto dai littori – il comandante trionfatore, su una quadriga tirata da cavalli bianchi, vestito di una toga di porpora ricamata d’oro, con uno scettro d’avorio: nell’aspetto esteriore assomigliava a Giove. Alle sue spalle, però, uno schiavo lo ammoniva con la frase “Ricorda che sei un uomo”. Al tempio di Giove Capitolino il trionfatore deponeva la sua corona come offerta.

MARIO CONSOLE

IDENTIKIT

tipo di documento: opera storiografica

autore: Sallustio

opera: La guerra giugurtina 85

data: I secolo a.C.

“Mario, l’«uomo nuovo»

Nel 107 a.C. Mario ottenne il consolato dell’anno, grazie all’appoggio di soldati e cavalieri. Lo storico Sallustio lo raffigura mentre arringa i soldati («Quiriti», cittadini di Roma): Mario si presenta alle truppe come un generale capace, diverso dai nobili tradizionali. Se questi vantavano antenati illustri («antico lignaggio»), Mario contrappone la propria esperienza militare, pur provenendo da una condizione sociale umile («origine oscura»).

Voi mi avete affidato la gestione della guerra con Giugurta, e questo la nobiltà l’ha sopportato molto malvolentieri. Ora considerate dentro di voi se è meglio cambiare quella decisione e affidare questo compito, o altri simili, a qualcuno della nobiltà, dotato di antico lignaggio e di molti ritratti di antenati, ma di nessuna esperienza militare: trovandosi in un’impresa così grande, ignaro di tutto, avrà paura e precipitazione, e si prenderà per guida qualcuno del popolo. Così succede per lo più che quello a cui avete assegnato il comando, cerca qualcuno che comandi a lui. Io stesso so, Quiriti, di alcuni che, dopo essere stati eletti consoli, hanno iniziato a leggere le imprese dei loro antenati e i manuali greci di tecnica militare: ma agiscono a rovescio, perché l’esercizio della carica viene sì in ordine di tempo dopo l’elezione, ma viene prima per esperienza. E adesso, Quiriti, confrontate con la loro superbia me, uomo nuovo. Quello che loro sono soliti leggere o farsi raccontare, io ho in parte visto e in

1. Mario ottenne il consolato, superando l’opposizione degli aristocratici con gli argomenti qui sviluppati da Sallustio.

• In quale punto, o in quali punti del testo, emerge la polemica contro i politici della nobiltà, inefficienti e corrotti?

• E dove spicca l’idea che il comando militare (e prima ancora la carriera politica) dovrebbe essere attribuito a chi è all’altezza di questo onore, per meriti personali?

2. Mario era un «uomo nuovo», secondo gli standard della politica romana; ma non nasconde queste umili condizioni, anzi se ne vanta.

• In quale momento Mario esplicitamente vanta le proprie origini –oggi diremmo – borghesi?

parte di persona compiuto; quello che loro hanno imparato dai libri, io l’ho imparato sul campo. Giudicate dunque voi se valgono più i fatti o le parole. Loro disprezzano la mia origine oscura, io la loro inettitudine; loro mi rinfacciano la mia condizione sociale, io i loro delitti. Per me, sono convinto che la natura umana è una sola e comune a tutti, e che tutti i più valorosi sono anche i più nobili. […]

Quando parlano in senato o davanti a voi, per la maggior parte dei loro discorsi non fanno che esaltare gli antenati, convinti di accrescere il loro prestigio ricordando le imprese di quelli. Ma succede tutto il contrario: quanto la vita dei loro antenati è più illustre, tanto più è disonorevole la loro indolenza. Perché le cose stanno a questo modo: la gloria degli antenati è per i posteri una luce che mette in evidenza sia il bene che il male. Io confesso di non avercela, Quiriti, però, ciò che è molto più onorevole, sono in grado di vantare le mie imprese.

La guerra giugurtina 85

• «La natura umana è una sola e comune a tutti», dice Mario. Perché fa questa affermazione? Che cosa vuole sottolineare?

• Che cosa significa l’espressione: «la gloria degli antenati è per i posteri una luce»?

3. Mario esprime, nel suo discorso, un’idea rivoluzionaria di nobiltà.

• In che cosa essa risiede, secondo lui?

• Perché parla di esperienza, contrapponendola alla teoria?

• A un certo punto egli dice che i suoi avversari «agiscono a rovescio»: che cosa intende?

Sallustio,
GUIDA ALL’ANALISI

Mario riforma l’esercito: una rivoluzione per la società romana In Mario i popolari trovarono un forte capo politico. La sua prima mossa fu un’importantissima riforma dell’esercito. Preso atto che erano, ormai, quasi scomparsi i contadini liberi, nerbo in precedenza dell’esercito romano, Mario aprì il servizio militare a tutti coloro che (romani o italici o abitanti delle province) volessero offrirsi come volontari; potevano essere anche nullatenenti, mentre in precedenza solo i proprietari di un lotto minimo di terra erano arruolabili per l’esercito. Per il loro servizio militare, questi volontari sarebbero stati regolarmente retribuiti; poi, dopo una ferma di 16 anni, all’atto del congedo avrebbero ricevuto dallo Stato un terreno agricolo.

Il nuovo esercito era diversissimo da quello tradizionale. In passato le truppe venivano arruolate in caso di guerra e alla fine congedate; si trattava di cittadini-contadini-soldati, che combattevano per difendere la patria. Ora nasceva un esercito di professionisti della guerra, in servizio permanente: soldati meglio addestrati, ma si battevano per la paga, il soldum (e per l’eventuale bottino), più che per gli ideali di un tempo. Erano meno legati alla repubblica e molto di più ai loro comandanti, i quali avrebbero potuto usarli per le proprie ambizioni politiche. È proprio questo, infatti, che avvenne.

All’apice della fama, la vittoria sui Cimbri e Teutoni Nel 104 a.C. Mario fu nuovamente eletto console, carica che ricoprì per cinque anni consecutivi, fatto senza precedenti nella storia romana. La durata del suo comando annunciava importanti novità, per Roma. In passato il comando militare era affidato ai consoli, cioè a uomini politici eletti dai comizi; ora, invece, si sceglieva per il consolato un generale. La carica politica principale dipendeva dunque dalle capacità militari del prescelto.

politica

Due soldati romani con elmi, pugnale e pilum (lancia della fanteria romana). Rilievo su colonna romana proveniente dal pretorio di Mogontiacum (Magonza, Germania).

LE NOVITÀ DI MARIO

un “uomo nuovo”

Mario si fa eleggere console vantandosi di non avere antenati nobili

la riforma dell’esercito i contadinisoldati vengono sostituiti da professionisti della guerra

un generale leader politico

Roma si affida a un militare, rieleggendolo molte volte console

il contrasto con il senato

Mario si scontra con i nobili e con la loro prestigiosa assemblea

Esponi oralmente

Illustra la riforma dell’esercito voluta da Mario. Poi, spiega perché tale riforma costituì una vera rivoluzione rispetto al passato.

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Rispondi

Quali popolazioni furono sconfitte da Mario e in che anno?

LESSICO

VETERANO Da vetus,“vecchio”, il veterano era il soldato che, dopo aver militato nell’esercito per il tempo prestabilito, veniva quindi congedato. Era però ancora tenuto a combattere, in caso di guerra, per un certo numero di anni dopo il congedo. Godeva di premi e benefici, come somme di denaro e assegnazioni di terre.

La rielezione di Mario fu suggerita da un’emergenza apparsa sui confini. Nel 105 a.C. le legioni erano state infatti sconfitte in Provenza da una coalizione di Cimbri e i Teutoni, due popoli di stirpe germanica (non gallica) che vagavano facendo razzie al di qua e al di là delle Alpi. Mario riuscì a sconfiggerli, battendoli separatamente: i Teutoni ad Aquae Sextiae (oggi Aix-en-Provence) nel 102 a.C., e i Cimbri ai Campi Raudii, presso Vercelli, nel 101 a.C.

Il contrasto con il senato e il temporaneo ritiro di Mario Quella fu la prima occasione in cui Roma dovette misurarsi con i temibili Germani (da non confondersi con le popolazioni celtiche che i Romani chiamavano Galli). La vittoria di Mario gli guadagnò la fama di salvatore di Roma e dell’Italia e fece salire alle stelle la sua popolarità.

La fazione dei popolari ne approfittò. Nel 100 a.C. il tribuno della plebe Saturnino propose una legge che assegnava ai veterani di Mario, romani e italici, molte terre nelle province.

Il senato si oppose e a Roma scoppiarono disordini. Il senato emanò un decreto che obbligava Mario, in qualità di console, a reprimere le violenze. Mario obbedì, mettendosi così in cattiva luce presso i popolari, mentre il senato continuava a diffidare di lui. Nel 98 a.C. Mario decise perciò di ritirarsi dalla vita politica; fu però un ritiro solo temporaneo.

LE GUERRE DI MARIO

La carta mostra le due guerre combattute e vinte da Mario: la prima in Africa, contro Giugurta; la seconda in territorio gallico, contro i due popoli germanici invasori: i Cimbri e i Teutoni.

Le due vittorie assicurarono al generale vittorioso, leader della fazione dei populares, grande fama e altrettanto potere politico.

Oceano Atlantic o

Lusitania

Spagn a Citerio r e

German i

Spagn a Ulterio r e

Aquae Sextiae

Campi Raudi Gallia Narbonese

Mar M ed it e r r an e o

Cir ta

Ma ur itani a RE GN O D I NUM I D I A

Roma

CARTA INTERATTIVA

Da quale zona provenivano i Cimbri e i Teutoni? Dove avvennero le principali battaglie?

Estensione del dominio di Roma nel 121 a.C.

Territori sotto l’influenza romana

Invasioni di Cimbri e Tèutoni

Campagne di Mario Battaglie

Car tagine

Provincia d’Africa

Milano

3. La “guerra sociale”

La questione della cittadinanza e l’eliminazione violenta del tribuno Druso Durante il lungo consolato di Mario si erano riaccese le speranze degli Italici di ottenere la piena cittadinanza romana: una questione che stava diventando esplosiva. Per le élites delle città italiche, la cittadinanza apriva le porte del senato e della partecipazione al governo; i commercianti italici acquisivano le medesime tutele giuridiche spettanti ai loro colleghi romani; il popolo accedeva alle distribuzioni di grano e di terre dell’agro pubblico. Mirando a questi indubbi vantaggi, i socii (alleati) premevano per ottenere la cittadinanza. Dopo il fallito tentativo di Gaio Gracco (vedi p. 345), nel 91 a.C. fu il tribuno della plebe Marco Livio Druso (un nobile della fazione dei popolari) a presentare un progetto di riforma che prevedeva sia la concessione della cittadinanza agli Italici, sia la possibilità per 300 cavalieri di accedere al senato. In cambio, quest’ultimo avrebbe riottenuto il controllo dei tribunali che giudicavano i reati di corruzione nelle province (compito fino ad allora assegnato ai cavalieri). Quella di Druso era una riforma moderata: esaudiva le richieste degli Italici, favoriva i cavalieri, senza minare il potere del senato. La fazione senatoria, però, si oppose duramente, come già era accaduto nel caso dei Gracchi. In quello stesso anno (91 a.C.), Druso venne ucciso da un sicario e la sua riforma fu cancellata.

La guerra sociale: gli alleati contro Roma La fine violenta di Druso scatenò la rivolta degli Italici e quindi la guerra. Le città italiche si unirono in una lega e combatterono contro Roma, dal 91 all’88 a.C.: fu la cosiddetta “guerra sociale” (dal latino socii). Gli insorti si raggrupparono intorno ai due popoli dei Sanniti e dei Marsi e si diedero persino una capitale, Corfinio, ribattezzata Italica: un nome emblematico, che dava per la prima volta una realtà politica all’Italia. Roma affrontò una prova difficilissima, perché l’esercito dei socii possedeva tutta l’esperienza accumulata in secoli di guerre a fianco della capitale. Roma riuscì infine a prevalere, rompendo l’unità tra i ribelli, ma dovette scendere a patti e concedere la sospirata cittadinanza romana agli Italici.

DENTRO LE PAROLE

ITALIA All’inizio la parola designava una piccola area della Calabria: lo storico greco Antioco (V secolo a.C.) definì «Italia» l’entroterra di Locri Epizefiri. Forse il termine derivava da vitulus, “vitello”: i Greci erano colpiti dai molti bovini presenti nella Magna Grecia. Poi il significato di Italia si allargò: al tempo della guerra contro Taranto (III secolo a.C.), l’Italia coincideva con la parte meridionale della penisola. Nel II secolo a.C. indicava tutta la penisola, fino al fiume Po. I Romani però si sentivano estranei

L’“Italia” sulle monete. La prima attestazione dell’Italia compare su questa moneta coniata dai socii italici di Roma, negli anni della guerra sociale: sul dritto compare una testa di donna coronata d’alloro, con la parola Italia accanto; sul rovescio della stessa moneta, è raffigurata una scena di giuramento.

Esponi oralmente

Spiega che cosa prevedeva la riforma del tribuno Marco Livio Druso. Perché essa fallì? STUDIA CON METODO

e superiori a questa Italia. I due termini “romano” e “italico” cominciarono a coincidere nel I secolo a.C., dopo la concessione della cittadinanza romana a tutti gli Italici. Quando l’Impero romano cadde, si continuò a parlare di Italia, pur se, dal punto di vista politico, la penisola diventò uno Stato unitario solo nel 1861.

Che cosa significa oggi la parola “Italia”? Rispondi dopo aver letto l’articolo 1 della Costituzione italiana.

LEGGI LA FONTE Le giuste rivendicazioni degli italici

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Roma concesse la cittadinanza agli Italici, ma con quali limitazioni?

La res publica, lo Stato romano, comprendeva adesso l’intera penisola a sud del fiume Po.

In realtà, i diritti politici collegati alla cittadinanza non erano pieni. Infatti i nuovi cittadini italici venivano inquadrati nell’assemblea dei comizi tributi in sole 8 tribù: poche, rispetto alle 35 già esistenti; inoltre, le nuove tribù dovevano votare per ultime, quando i risultati erano ormai acquisiti. Pur con queste limitazioni, tutti gli Italici divennero, da allora, cittadini romani.

La minaccia di Mitridate in Oriente Le vicende della guerra sociale s’intrecciarono con un altro fronte “caldo” : quello del Ponto, un piccolo regno orientale, affacciato sul mar Nero. Ne era re l’ambizioso Mitridate, intenzionato ad allargare i propri confini.

Approfittando del momento difficile per Roma, nel conflitto con gli alleati italici, Mitridate entrò alla testa del suo esercito nelle province d’Asia (l’ex regno di Pergamo) e di Macedonia, aizzando le popolazioni locali contro il dominio romano. Nell’88 a.C., in una sola giornata furono massacrati 80.000 cittadini romani e italici, residenti in Asia minore per ragioni di commercio. A quel punto, malgrado la guerra sociale fosse in pieno svolgimento, Roma decise di intervenire. Il comando dell’esercito fu affidato a Lucio Cornelio Silla, console per quell’anno. Silla, che durante la guerra giugurtina aveva combattuto agli ordini di Mario, apparteneva alla fazione degli ottimati. I popolari e i cavalieri si opposero alla sua nomina; il tribuno Sulpicio fece revocare il comando a Silla e lo fece assegnare a Mario. Dopo un decennio, questi tornò così sulla scena politica.

LA GUERRA SOCIALE

mancata concessione cittadinanza romana ai socii guerra sociale

timore estensione del conflitto vittoria Roma

cittadinanza romana ai socii

Busto di Lucio Cornelio Silla, dominatore della scena politica romana per oltre un decennio.

4. Il generale Silla sovverte le istituzioni repubblicane

Silla prende il potere con un colpo di Stato Estromesso in questo modo, Silla prese allora una decisione gravissima: da Nola, dove attendeva con le truppe d’imbarcarsi per l’Oriente, marciò in armi contro Roma (87 a.C.). Mai nessun comandante aveva osato violare con l’esercito il pomerio, il perimetro sacro della città: il gesto era talmente scandaloso che Silla esentò gli ufficiali dal parteciparvi. Entrato nell’Urbe, costrinse Mario a una precipitosa fuga in Africa. Fu un vero e proprio colpo di Stato, una presa di potere illegittima, che rovesciava le istituzioni di Roma. Esso evidenziò la nuova e pericolosa centralità assunta dall’esercito: finito il tempo dei cittadini che imbracciavano le armi per difendere la patria, l’esercito era diventato una forza che poteva slegarsi dallo Stato e vincolarsi solo al suo comandante. L’ultima parola, nella vita politica di Roma, era passata ai generali.

Silla in Oriente e Mario a Roma Silla abrogò le leggi di Sulpicio, ristabilì il potere del senato e cacciò i popolari da Roma. Poi, finalmente, partì per la guerra contro Mitridate in Oriente. Qui ottenne grandi successi: soffocò la ribellione antiromana, che si era nel frattempo allargata alla Grecia, e costrinse Mitridate ad arrendersi (85 a.C.). Silla però rimase per altri due anni in Oriente; li sfruttò per fare bottino e guadagnarsi così l’assoluta fedeltà delle truppe. Tra i suoi ufficiali vi erano Marco Licinio Crasso e Gneo Pompeo, futuri protagonisti dei decenni successivi.

Nel frattempo, a Roma, i popolari erano ritornati al potere, prendendosi le loro vendette contro gli ottimati e i loro sostenitori. Per un breve periodo fu richiamato al potere Mario, che però nell’86 a.C. morì, lasciando la sua fazione priva di un autorevole capo.

LA GUERRA CONTRO MITRIDATE E LE VITTORIE DI SILLA

LESSICO

COLPO DI STATO Si chiama così un atto violento o illegale con il quale chi esercita un qualche potere all’interno dello Stato cerca di impadronirsi del potere assoluto con la forza, di solito con l’aiuto dell’esercito e/o del popolo. L’obiettivo di chi pianifica un colpo di Stato è sostituire gli uomini e gli organi di governo e provocare un cambiamento di regime politico. Un sinonimo di colpo di Stato è il termine spagnolo golpe Invece l’insurrezione popolare o la rivoluzione nascono al di fuori degli organismi politici, per iniziativa del popolo.

Domini di Roma

Alleati di Mitridate

Territori sotto l’influenza romana

Campagna di Silla (87 a.C.)

Regno di Mitridate VI

Vittorie di Silla

Campagna di Mitridate VI (88 a.C.)

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Che cos’era il pomerio? Ripensa alle Lezioni che hai già studiato e spiega perché qui viene ricordato. STUDIA CON METODO

CARTA INTERATTIVA

Quali erano gli obiettivi militari delle campagne di Mitridate?

Nel corso dell’inverno dell’88/87 a.C. la flotta di Mitridate, guidata dall’ammiraglio greco Archelao, attaccò la città di Delo e uccise 20.000 abitanti, molti dei quali Italici. Il senato affidò allora a Lucio Cornelio Silla il compito di punire il re del Ponto.

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Lavora con il lessico

Che cosa erano le liste di proscrizione?

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Rispondi

Quali decisioni prese Silla dopo essere diventato dittatore?

La prima guerra civile e il sangue della vendetta Quando Silla tornò (83 a.C.), si accese una sanguinosa guerra civile, la prima della storia romana. I popolari, guidati dal figlio di Mario, cercarono di resistere alleandosi ai Sanniti, nemici di Silla fin dai tempi della guerra sociale. La battaglia decisiva fu combattuta a Porta Collina (82 a.C.), sotto le mura di Roma: prevalse Silla, che poté così nuovamente entrare nell’Urbe alla testa delle truppe. Pompeo sconfisse gli ultimi mariani in Sicilia e in Africa.

Subito dopo la vittoria, Silla si curò di eliminare sistematicamente i popolari suoi avversari. Emanò le pubbliche liste di proscrizione, cioè elenchi di cittadini dichiarati nemici dello Stato e condannati a morte e alla confisca dei beni; chiunque li avesse uccisi, avrebbe ricevuto una ricompensa. Seguì una terribile caccia all’uomo: un quarto dei senatori e 1600 cavalieri caddero assassinati, i loro beni finirono venduti all’asta o distribuiti ai sostenitori di Silla.

Silla dittatore a tempo indeterminato Silla però non si accontentò di reprimere gli avversari. Dopo essersi fatto nominare nell’82 a.C. dittatore a tempo indeterminato (una carica non prevista dall’ordinamento romano), con potere di legiferare, decise un’organica serie di provvedimenti, al fine di rafforzare il potere del senato e del ceto nobiliare.

Il senato riottenne il controllo dei tribunali per i reati di corruzione e ricevette inoltre il nuovo diritto di porre il veto sulle decisioni dei comizi (l’assemblea popolare). Parallelamente, Silla indebolì i tribuni della plebe, che erano il principale mezzo di cui i popolari si servivano per la loro politica. I tribuni persero sia il diritto di proporre leggi senza il consenso del senato, sia la facoltà di porre il veto sui provvedimenti che consideravano sfavorevoli alla plebe. Infine fu tolta, a chiunque fosse stato eletto tribuno della plebe, la possibilità di rivestire cariche pubbliche più elevate. Per superare il dissidio tra ottimati e cavalieri, Silla ammise in senato 300 nuovi membri provenienti dal ceto dei cavalieri italici. Infine, per scongiurare la scalata al potere di “uomini nuovi”, com’era accaduto nel caso di Mario, fu disposto che al consolato poteva accedere solo chi avesse prima ricoperto le cariche di questore e di pretore.

LA PRIMA GUERRA CIVILE DI ROMA

87 a.C.

i popolari tolgono a Silla il comando della guerra contro Mitridate

Silla marcia in armi contro Roma, mette in fuga Mario, poi parte per la guerra

86-85 a.C.

Mario muore; a Roma i popolari spadroneggiano

83 a.C.

Silla torna dall’Oriente: è guerra aperta tra popolari e ottimati

82 a.C.

Silla sconfigge i popolari a Porta Collina; poi perseguita i seguaci di Mario con le liste di proscrizione

Il ritiro di Silla non può nascondere l’indebolimento dello Stato romano Nel 79 a.C. Silla si ritirò spontaneamente dalla vita politica, e morì dopo pochi mesi. Riteneva di aver restaurato la repubblica tradizionale, restituendo il governo ai suoi legittimi esponenti: i nobili, il senato. In realtà quello fu, per l’aristocrazia senatoria, l’ultimo momento di potere incontrastato: le sue fortune politiche erano destinate inesorabilmente a calare nei decenni successivi. Più in generale, i fatti accaduti di recente mostravano le difficoltà dello Stato repubblicano. Le cariche pubbliche si stavano trasformando in strumenti di potere personale: per esempio, Silla aveva prima trasformato il comando dell’esercito in un potere contro lo Stato (87 a.C.); poi aveva trasformato la dittatura in una carica permanente (82 a.C.).

I violenti scontri tra fazioni (popolari e ottimati), l’ingresso dell’esercito nel recinto urbano, la guerra civile, le liste di proscrizione, avevano peggiorato la situazione. I gruppi di potere si scontravano con violenza, al di fuori di ogni legalità; i generali spadroneggiavano. All’angolo se ne stava il senato, un tempo cuore della vita politica di Roma. La res publica tradizionale, basata sull’equilibrio dei poteri appariva – ed era – irriformabile.

Portare molto più a nord il pomerium, un’inutile precauzione Una decisione di Silla simboleggia bene questa crisi: ovvero quella di estendere il limite sacro del pomerium di Roma (la linea che nessuno, mai, poteva varcare con le armi) molto più a nord di Roma, ovvero sino ai fiumi Magra e Rubicone, che a quell’epoca delimitavano il confine tra il territorio italico e la Gallia Cisalpina. Silla intendeva, in quel modo, difendere lo Stato romano da aggressioni come quella che lui stesso aveva effettuato nell’87 a.C., allorché era entrato con le sue truppe a Roma, ma la precauzione si rivelerà inutile.

5. L’ascesa di Pompeo

L’azione di Silla rafforzò o indebolì la repubblica romana? Motiva la risposta.

nuova :

Il generale Pompeo, “nuovo uomo” forte di Roma Morto Silla, che nel 79 a.C. si era ritirato a vita privata, ad affermarsi sulla scena politica fu un altro comandante militare, Gneo Pompeo, ricco e ambizioso generale, proveniente dalla nobiltà italica (quindi non da una delle grandi famiglie patrizie di Roma). Dopo aver combattuto al fianco di Silla nella guerra civile, ottenendo brillanti successi, nel 77 a.C. Pompeo fu chiamato a sedare una rivolta in Etruria: qui, infatti, molti proprietari terrieri erano insorti dopo essersi visti confiscare le proprie terre a vantaggio dei veterani di Silla. Poco dopo lo stesso Pompeo premette per farsi assegnare dal senato il comando della guerra in Spagna contro Quinto Sertorio, l’ultimo generale rimasto fedele a Mario. Pompeo ottenne la carica senza aver percorso la regolare carriera politica (il cursus honorum, l’“ordine delle cariche”): nuova spia di deterioramento della repubblica tradizionale. Sertorio oppose una tenace resistenza, fino al 72 a.C., allorché Pompeo riuscì a farlo uccidere a tradimento in tal modo la missione spagnola poté considerarsi compiuta.

Argomenta
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Pompeo in un ritratto di marmo del I secolo a.C.

POMPEO, CRASSO E IL SENATO

Il senato è ostile a Pompeo e a Crasso

i due sono sostenuti dalla fazione dei popolari

Crasso e Pompeo eletti consoli

il senato perde potere

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Riassumi

Riassumi la vicenda riguardante

Verre.

La rivolta degli schiavi domata da Crasso La situazione imponeva il continuo ricorso agli eserciti, cosa che favoriva l’affermazione del potere dei militari. Durante l’assenza di Pompeo, era scoppiata in Italia una grande rivolta servile (cioè di schiavi). L’insurrezione, guidata dallo schiavo trace Spartaco, era partita nel 73 a.C. dalla scuola dei gladiatori di Capua; al comando di Spartaco si era raccolto un vero e proprio esercito, forte di quasi 100.000 uomini. Degenerata in brigantaggio, la rivolta suscitò vive preoccupazioni a Roma. Dopo varie sconfitte militari, il senato affidò il comando a un altro ex ufficiale di Silla, ovvero Marco Licinio Crasso: nel 71 a.C. egli riuscì a sconfiggere gli schiavi di Spartaco in Lucania. Moltissimi tra loro, tra cui Spartaco, caddero uccisi; altri 6000 furono crocifissi lungo la via Appia. I pochi sopravvissuti vennero massacrati più a nord dalle legioni di Pompeo, di ritorno dalla Spagna. Pompeo e Crasso consoli A quel punto Crasso e Pompeo vollero sfruttare il momento favorevole e si candidarono al consolato per l’anno 70 a.C. Il senato li osteggiò, diffidando del loro ascendente sul popolo e sull’esercito. Ma i due comandanti seppero imporre la propria volontà: appoggiati dai popolari e dai cavalieri, vennero eletti consoli per l’anno 70 a.C. Pompeo e Crasso erano ex seguaci di Silla e, in teoria, avrebbero dovuto cercare il favore degli ottimati, la fazione che raccoglieva gli uomini dell’aristocrazia senatoria. In pratica, però, furono sostenuti dalla fazione dei popolari, composta da “uomini nuovi”: Italici emergenti, come Pompeo, plebei ricchi e cavalieri (Crasso era il punto di riferimento di questi affaristi e imprenditori).

Perciò, una volta divenuti consoli, Pompeo e Crasso si sdebitarono favorendo proprio i loro sostenitori: restituirono i pieni poteri al tribunato della plebe; inoltre, riammisero i cavalieri nei tribunali che giudicavano le cause sui reati di corruzione (Silla li aveva invece esclusi, a vantaggio dei senatori).

L’elezione al consolato di Pompeo e Crasso confermava la debolezza del senato. Molti suoi uomini, espressione della nobiltà tradizionale, erano implicati in scandali, scoppiati per la corruzione e il malgoverno delle province. L’episodio più famoso riguarda Verre, un nobile che fu propretore (governatore) della Sicilia dal 73 al 71 a.C.; i Siciliani lo accusarono di corruzione e nel 70 a.C. lo portarono in tribunale. Verre era difeso dal “principe del Foro” di allora, il grande avvocato Ortensio Ortalo; la causa dei Siciliani era patrocinata da un suo allievo, il giovane Marco Tullio Cicerone. Fu lui a prevalere.

LE DOMANDE DELLA STORIA CHE COS’ERA LA CROCIFISSIONE?

La crocifissione era la pena di morte consistente nell’appendere il condannato a un palo verticale, o a un patibolo formato da un’asta verticale e una orizzontale incrociate. Già praticata dai Sumeri e in tutto il mondo orientale, si diffuse nel mondo romano dal II secolo a.C. In quanto supplizio crudele e infamante, non poteva essere inflitto ai cittadini romani, e toccava agli schiavi e ai briganti. In genere il supplizio era preceduto dalla flagellazione, cioè da una serie di colpi inflitti con

una frusta di strisce di cuoio con infisse schegge di legno o di osso, che aprivano nella schiena del condannato ferite profonde. Poi la vittima era condotta al luogo dell’esecuzione; sulle spalle, legato alle braccia, trasportava il legno orizzontale della croce, e al collo recava un cartello che ne indicava il nome e la colpa. Issato sul patibolo, il condannato moriva dopo diverse ore, per dissanguamento o per asfissia. Talvolta, per affrettarne la fine, gli venivano spezzate le gambe.

Nuovi, grandi vittorie di Pompeo in Oriente La carriera politica di Pompeo e Crasso non era affatto conclusa. Nel 67 a.C. Pompeo ricevette il comando della guerra ai pirati che imperversavano nel Mediterraneo, ostacolando i rifornimenti alimentari della capitale. Gli interessi della plebe urbana ne erano colpiti e il tribuno della plebe Gabinio fece votare dai comizi (l’assemblea popolare) una legge, che assegnava a Pompeo – all’epoca privato cittadino – il comando dell’impresa. Invano il senato si oppose. Il generale ebbe forze davvero eccezionali, tra cui 20 legioni e 500 navi e sbaragliò i pirati nel giro di poche settimane.

Pochi mesi dopo, i comizi assegnarono a Pompeo il comando della guerra contro Mitridate, re del Ponto. Anche questa volta il senato si oppose, senza successo. Mitridate era stato già piegato da Silla venti anni prima, ma, non ancora domo, minacciava gli equilibri dell’Asia romana. Tra il 65 e il 62 a.C. Pompeo sbaragliò Mitridate e poi allargò il dominio di Roma all’intero Vicino Oriente: sconfisse il re armeno Tigrane (con cui stabilì poi dei patti), ridusse la Siria, il Ponto e la Cilicia a province di Roma e avanzò fino a Gerusalemme. Senza consultare il senato, comportandosi da re, più che da generale, Pompeo collocò dei sovrani a lui fedeli sui troni dei regni più piccoli della regione; tra questi vi era la Giudea, la regione di Gerusalemme. Il prestigio personale di Pompeo era immenso. Plebe e cavalieri, scavalcando il volere dei nobili, erano riusciti attraverso i tribuni e le assemblee ad affidare a un uomo solo un enorme potere. Quale sarebbe stato l’atteggiamento di Pompeo, una volta rientrato a Roma?

Affresco proveniente da Pompei raffigurante una trireme da guerra romana.

LE CAMPAGNE DI POMPEO

Ter r itor io di Roma

Conquiste di Pompeo

Spedizioni di Pompeo:

Colloca nello spazio Osserva la carta e indica quali sono le principali spedizioni di Pompeo in Asia. STUDIA CON METODO

CARTA INTERATTIVA

Quali sono le principali spedizioni di Pompeo in Asia?

Le vittoriose spedizioni militari contro Sertorio, gli schiavi ribelli, i pirati e Mitridate diedero a Pompeo immensa fama e gloria militare. Roma ampliò ulteriormente i propri domini asiatici: Pompeo smembrò il regno di Mitridate (il Ponto) e, come si vede più dettagliatamente nella carta in basso, creò alcune nuove province: la Siria, la Cilicia e il Ponto.

contro Ser tor io (76-72 a.C .)

contro Spar taco (71 a.C .)

contro i pir ati (67 a.C .)

contro Mitr idate (66-62 a.C .)

Ritor no in Italia

PROTAGONISTE NELLA STORIA

«Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia, sì, quella Lesbia che Catullo solo

amò più di se stesso e di tutti i suoi, ora nei crocicchi e nei vicoli bui

spoglia i magnanimi nipoti di Remo.»

Catullo, carme 58

Educazione civica

Costituzione

Fascino e scandalo nella tarda repubblica: Clodia

Personalità enigmatica

Tra le donne più enigmatiche della Roma repubblicana vi è questa figlia di una delle famiglie patrizie più influenti – i Claudii Pulchri – e andata in sposa al potente console Quinto Cecilio Metello Celere. Visse nella prima metà del I secolo a.C., nel cuore di una Roma lacerata da scontri politici, corruzione e crisi istituzionale. Il suo ritratto – tra sensualità e intelligenza, tra potere e trasgressione – emerge con forza dalle fonti antiche, in particolare dalla voce di Cicerone, suo accanito detrattore.

poeta. I carmi catulliani ci parlano di una donna colta, disinvolta, indipendente, capace di dominare la scena sociale e culturale; ma anche qui, più che la realtà, ci arriva una maschera poetica, segnata dal desiderio maschile e dalla delusione.

Donna e simbolo, pienamente attuale

Due ritratti

Nel 56 a.C. Cicerone pronunciò un grande discorso, Pro Caelio, in difesa di Marco Celio Rufo, ex amante di Clodia e accusato, tra le altre cose, di aver cercato di avvelenarla. L’oratore raffigura Clodia come una donna dissoluta, colta, pericolosa, vendicativa; una donna che non rispetta i confini tradizionali della pudicizia e della riservatezza femminile e che, dunque, affascina e impaurisce. Quello di Cicerone è un ritratto costruito a fini retorici e quindi tutt’altro che neutrale.

Oggi gli studiosi rileggono Clodia come una figura ambigua, che pur essendo parte dell’élite, rompe le regole che garantivano l’onore e il silenzio delle matronae (così sostiene Susan Treggiari). Elizabeth Castelli la considera una figura liminale, al confine tra pubblico e privato, tra potere e marginalità. Clodia rappresenterebbe cioè un caso di “devianza aristocratica femminile”: una donna che usa il proprio corpo, la parola, la rete familiare, per agire nel mondo maschile. La sua figura è scandalosa non tanto per ciò che fa, quanto per il fatto di rendersi visibile, sottraendosi alla regola dell’invisibilità femminile.

Più intimo ma non meno controverso è il ritratto disegnato da Catullo, ammettendo che (come affermò Apuleio) sia Clodia Pulcra la Lesbia che ispira e tormenta il cuore del

Ancora oggi la reputazione femminile è oggetto di giudizio sociale e dunque Clodia rimane un simbolo pienamente attuale: simbolo non tanto di libertà, quanto del prezzo che le donne devono pagare alla libertà. Ci ricorda quanto possa far paura – ieri come oggi –una voce femminile che si sottrae al controllo.

Scultura raffigurante Clodia.

La repubblica dei generali

GENERALI IN CARRIERA

Dopo la riforma militare (voluta da Mario intorno al 107105 a.C.) l’esercito ha sempre più peso nella vita politica

in particolare sono i comandanti ad acquisire sempre più prestigio

• essi possono fare carriera politica da una posizione di forza

LA LOTTA POLITICA CAMBIA VOLTO

Ottimati e popolari si scontrano per il potere (fine del II secoloinizio del I secolo a.C.)

• non sono partiti politici, ma fazioni

• il gruppo degli ottimati è composto da nobili tradizionalisti, gelosi dei loro poteri

• tra i popolari vi sono nobili e ricchi, più disponibili a riforme a favore del popolo

LA PRIMA GUERRA

CIVILE:

MARIO E SILLA

Mario e Silla, due generali, lottano tra loro per la supremazia

• Mario capeggia i popolari, Silla gli ottimati

• con loro, lo scontro politico si fa sempre più violento, fino a degenerare in guerra civile (la prima della storia romana)

• vincitore è Silla, che si autonomina dittatore

NUOVI PROTAGONISTI

Pompeo e Crasso

• Pompeo sconfigge Sertorio, i pirati e Mitridate

• Crasso è sostenuto dai cavalieri

AUDIOMAPPA

SINTESI

LA REPUBBLICA DEI GENERALI

OTTIMATI E POPOLARI

Sul finire del II secolo a.C. emersero a Roma due fazioni politiche, entrambe formatesi all’interno dell’élite sociale: gli ottimati e i popolari. I primi erano espressione della nobiltà e dei suoi privilegi; i secondi erano, in teoria, più vicini agli interessi del popolo.

GAIO MARIO

Leader dei popolari era Gaio Mario, proveniente dalle file dei cavalieri e non della nobiltà tradizionale. Eletto console nel 107 a.C., risolse brillantemente la guerra in Numidia contro Giugurta (105 a.C.). In seguito, Mario sconfisse i popoli germanici dei Cimbri e dei Teutoni, guadagnandosi grande prestigio a Roma. Mario realizzò un’importante riforma dell’esercito, trasformandolo in una forza di professionisti, regolarmente retribuiti. Potevano essere arruolati anche i nullatenenti. Il risultato sarà un crescente peso politico dei militari (e dei generali in particolare) nella vita politica romana.

LA “GUERRA SOCIALE”

Già al tempo dei Gracchi gli Italici volevano ottenere la cittadinanza romana: richieste rilanciate dal tribuno della plebe Livio Druso, che però cadde ucciso (91 a.C.) per la reazione dell’aristocrazia.

Di conseguenza gli Italici mossero guerra a Roma, nel conflitto detto “guerra sociale”. Alla fine ottennero la sospirata cittadinanza (88 a.C.).

L’ASCESA DI SILLA

A Mario, leader dei popolari, si contrappose Silla, schierato con gli ottimati. A lui era affidato il comando della guerra contro Mitridate, in Asia; tale comando gli venne però revocato,

su pressione dei popolari. Silla reagì entrando in armi a Roma: il suo fu un colpo di Stato (87 a.C.). Subito dopo, Silla partì per l’Oriente, dove sconfisse brillantemente Mitridate.

LA GUERRA CIVILE:

SILLA DITTATORE

A Roma, in assenza di Silla, spadroneggiavano i popolari, di nuovo guidati da Mario, che però morì poco dopo. Al ritorno di Silla dall’Oriente (83 a.C.) si accese la guerra civile, la prima mai combattuta a Roma, tra popolari (sostenuti dagli Italici) e ottimati. Nella battaglia di Porta Collina (82 a.C.) furono gli ottimati a prevalere.

Dopo la vittoria, Silla eliminò i propri avversari mediante le liste di proscrizione. Autonominatosi dittatore a tempo indeterminato, Silla fece approvare varie leggi, con cui diminuire il potere dei tribuni della plebe e attribuire maggiori poteri al senato.

Nel 79 a.C. Silla si ritirò a vita privata, morendo poco dopo.

NUOVI EMERGENTI: POMPEO E CRASSO

Continuava intanto a Roma lo scontro tra le due principali fazioni (ottimati e popolari), mentre i generali dell’esercito acquistavano sempre più potere.

Tra questi generali emerse Gneo Pompeo, che in pochi anni ottenne brillanti vittorie militari contro i ribelli spagnoli guidati da Sertorio, contro i pirati che infestavano il Mediterraneo e infine, in Asia, contro il bellicoso Mitridate, re del Ponto. Accanto a Pompeo s’imponeva anche un altro generale: Marco Licinio Crasso, sostenuto dai ricchi cavalieri.

METTITI alla PROVA

Il tempo

1. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento.

107 a.C. | 105 a.C. | 102 a.C. | 101 a.C. | 98 a.C. | 91 a.C. | 87 a.C. | 86 a.C. | 85 a.C. | 82 a.C. | 73 a.C. | 70 a.C.

a. Mario viene eletto console [ ]

b. Comincia la rivolta degli schiavi guidata da Spartaco [ ]

c. Druso viene ucciso per la sua proposta di riforma [ ]

d. I Cimbri vengono sconfitti ai Campi Raudii [ ]

e. Mario sconfigge i Teutoni ad Aquae Sextiae [ ]

f. Mario si ritira temporaneamente dalla politica [ ]

g. Mario vince la guerra contro Giugurta [ ]

h. Muore Mario [ ]

i. Pompeo e Crasso diventano consoli [ ]

j. Silla sconfigge Mitridate [ ]

k. Silla si fa nominare dittatore [ ]

l. Silla supera il pomerio ed effettua un colpo di Stato [ ]

Il lessico

2. Scrivi la definizione dei termini seguenti.

a. Frumentazioni

b. Lista di proscrizione

c. Ottimati

d. Pomerio

e. Popolari

f. Proletariato

I personaggi

3. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Crasso

b. Druso

c. Giugurta

d. Mario

e. Mitridate

f. Pompeo

g. Sertorio

h. Silla

i. Spartaco

Gli eventi

4. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle ritenute false (sono 6).

a. Gli ottimati erano la fazione degli intellettuali romani. V F

b. La fazione dei popolari comprendeva soltanto gli artigiani e i lavoratori salariati. V F

c. Il proletariato urbano rappresentava circa un terzo della popolazione di Roma. V F

d. La guerra contro Giugurta scoppiò a causa della volontà espansionistica di Roma. V F

e. Nell’esercito riformato da Mario era forte il legame tra il soldato e il suo comandante. V F

f. Con il termine “guerra sociale” si intende la guerra tra aristocratici e plebei.

g. Con la guerra sociale viene concessa la cittadinanza agli Italici.

h. Con la dittatura di Silla il senato ebbe minore potere.

V F

V F

V F

i. Pompeo proveniva da una ricca famiglia patrizia. V F

Per l’interrogazione orale

5. Rispondi oralmente o per iscritto, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Ricostruisci gli eventi associati alla figura di Mario.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Spiega anzitutto l’origine sociale di Gaio Mario.

b. Quali furono i suoi successi militari? Recupera la guerra contro Giugurta, i Cimbri e i Teutoni.

c. Indica le novità introdotte nella riforma dell’esercito.

d. Spiega quando Mario ritornò in politica e quale esito ebbe.

DOMANDA APERTA

2. Spiega il ruolo storico avuto da Silla.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Essere conquistati da Roma era, in genere, positivo?

b. Spiega come venivano trattati i territori conquistati.

c. Quale fu la conseguenza di questa “romanizzazione”?

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LEZIONE 18 L’età di Cesare

LA VOCE A CHI NON HA VOCE

Parla Séarlait, la figlia di Vercingetorige

Non più l’odore del muschio bagnato, né il fumo dolciastro dei rami d’ontano che bruciavano tra le capanne del mio villaggio. A Roma tutto sa di pietra calda, di olio e sudore. La folla mi fissa come si guarda una bestia esotica. Io abbasso gli occhi, ma dentro brucio.

La figlia di Vercingetorige, così mi chiamano. Nessuno mi ha chiesto il nome. Ho ancora la treccia intrecciata da mia madre l’ultima volta, prima che i legionari sfondassero le palizzate. Ora è impolverata, allentata, ma non oso scioglierla. Mio padre marcisce legato nel carcere Mamertino. Quanto a me, mi hanno promessa a una domus nobile: dovrò imparare a servire in silenzio, portare acqua profumata, pettinare capelli neri lisci come serpenti, sorridere sempre. Un fiume scorre presso il mio villaggio e io correvo scalza con i piedi gelati, al sapore del latte di capra fresco, alle risate crude sotto la luna. Qui, la luna è diversa. Più lontana, come tutto.

Stringo tra le mani una piccola luna d’osso, appesa a un filo logoro, nascosta nella tunica. Me l’ha fatta lui, quando ero bambina. Finché conserverò la mia luna, non sarò schiava del tutto. Io mi chiamo Séarlait.

LE RUBRICHE

CRONOLOGIA

63 a.C.

Congiura di Catilina

60 a.C. Primo triumvirato fra Cesare, Pompeo e Crasso

58-52 a.C. Cesare conquista la Gallia Transalpina

49-48 a.C. Seconda guerra civile: Cesare contro Pompeo

Protagoniste nella storia Sempronia la congiurata

Storia ed economia Il sistema tributario romano

Leggi la fonte «Il dado è tratto»: Cesare passa il Rubicone

48 a.C.

Cesare sconfigge Pompeo

44 a.C. Congiura e uccisione di Cesare

1. Il primo triumvirato

La lotta politica a Roma e i suoi nuovi protagonisti: Cicerone e Giulio

Cesare Come abbiamo visto nella Lezione precedente, Pompeo tra il 65 e il 62 a.C. ottenne grandi successi militari: sconfitto il minaccioso Mitridate, allargò il dominio romano a tutto il Vicino Oriente, aggiungendo all’Imperium di Roma la Siria, il Ponto e la Cilicia.

Intanto a Roma proseguiva la lotta politica tra le opposte fazioni, popolari e ottimati, mentre emergevano nuovi protagonisti. Abbiamo già parlato di Licinio Crasso, ricchissimo generale, sostenuto dai cavalieri.

Nel 63 a.C. fu eletto console, con l’appoggio del senato, Marco Tullio Cicerone, un “uomo nuovo” (proveniva da una famiglia equestre, cioè di cavalieri, di Arpino), fautore dell’alleanza tra la nobiltà e i cavalieri: questa gli sembrava l’unica via per salvare le istituzioni della repubblica.

In quello stesso 63 a.C. ottenne la carica di pontefice massimo Caio Giulio Cesare, all’epoca trentasettenne. Cesare discendeva dalla gens Iulia, una delle più illustri famiglie romane, benché decaduta; per parte materna era imparentato con il defunto Mario e scelse proprio la parte dei popolari. Grazie ai buoni rapporti con Pompeo e Crasso, fece rapidamente carriera: nel 62-61 a.C. Cesare divenne pretore e poi propretore nella Spagna Ulteriore. Poté così accumulare, secondo il costume romano, grandi ricchezze, utilissime a finanziare le sue mosse politiche successive.

Nella congiura di Catilina tutto il degrado della vita politica romana Un grave episodio accadde nel 63 a.C., al tempo del consolato di Cicerone. Ne fu protagonista Lucio Sergio Catilina, pure membro, come Cesare, di una famiglia illustre (la gens Sergia) anche se impoverita; faceva parte della fazione popolare. Nel 64 e poi nel 63 a.C. presentò la propria candidatura al consolato, ma fu sconfitto per due volte, la seconda delle quali da Cicerone. Cercò allora d’imporsi con un atto di forza: appoggiato da aristocratici decaduti e da elementi della plebe, mise assieme un piccolo esercito con il quale intendeva suscitare una rivolta in Etruria e a Roma.

LA CONGIURA DI CATILINA

Catilina cospira contro lo stato

è appoggiato da aristocratici decaduti e da alcuni esponenti della plebe

è denunciato da Cicerone in senato

STUDIA CON METODO

Riassumi

Riassumi i motivi, l’andamento e la conclusione della congiura di Catilina.

Cicerone, che era il console in carica per il 63 a.C., denunciò in senato la “congiura” ai danni dello Stato, con una celebre orazione conosciuta come la “prima Catilinaria”; e colse l’occasione per glorificare se stesso come «padre della patria». Catilina, smascherato, fuggì e poco dopo (62 a.C.) venne sconfitto a Pistoia dall’esercito regolare, rimanendo ucciso con numerosi seguaci. I congiurati rimasti a Roma furono fatti condannare a morte, in tutta fretta, da Cicerone: fu impedito l’appello al popolo, garantito dalle leggi e richiesto anche da Cesare.

viene sconfitto e ucciso
Testa di Cesare risalente al I secolo a.C.

IL PRIMO TRIUMVIRATO

TRE GENERALI contro il senato

POMPEO

è il più popolare e potente

CESARE è il più ambizioso

CRASSO è il più ricco

stringono un PATTO PRIVATO per spartirsi cariche e poteri

Esponi oralmente

Spiega per quale ragione sia Cesare sia Pompeo trovarono conveniente allearsi tra loro. STUDIA CON METODO

L’ostilità del senato verso Pompeo La congiura di Catilina fu un pessimo segnale: gli odi civili tra fazioni, mescolati alla rabbia di chi restava emarginato dal potere, esponevano lo Stato romano alle trame di avventurieri decisi a tutto. La debolezza delle istituzioni tradizionali era sotto gli occhi di tutti. Nel 62 a.C. Pompeo tornò dalla guerra vittoriosa in Oriente, carico di gloria e di bottino. Sbarcò a Brindisi, dove vent’anni prima era giunto Silla, anche lui reduce dalla guerra in Oriente e anche lui seguito da un esercito che gli obbediva ciecamente. Silla, nell’83 a.C., si era diretto in armi contro Roma; invece Pompeo sciolse disciplinatamente il suo esercito. In cambio, ottenne l’onore del doppio trionfo (per le vittorie sui pirati e su Mitridate), il più fastoso mai celebrato a Roma.

Ritornato privato cittadino, Pompeo fu però umiliato dal senato. Infatti l’assemblea dei nobili romani si rifiutò sia di ratificare i provvedimenti da lui assunti in Oriente, sia di compensare i suoi veterani con delle terre, secondo l’abitudine ormai diffusa. Fu un grave errore: l’aristocrazia perse l’occasione di allearsi con il personaggio più autorevole del momento.

Il primo triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso Della situazione approfittò, lucidamente, Cesare. Il suo obiettivo era il consolato; ma Cesare, che era uno dei capi dei popolari, sapeva che il senato avrebbe ostacolato la sua candidatura. Pertanto cercò un’alleanza con Pompeo, in rotta con i nobili ottimati, e Pompeo accettò: avrebbe appoggiato la candidatura di Cesare alle elezioni consolari, ricevendo in cambio da lui sostegno alle sue richieste presso il senato. L’accordo fu allargato anche al ricco Crasso, che aveva molto seguito tra i cavalieri e i pubblicani ed era ugualmente inviso ai nobili.

Il patto a tre stipulato nel 60 a.C. fu chiamato dagli storici «triumvirato» (cioè “alleanza, governo di tre uomini”), ma era semplicemente un accordo privato fra tre importanti uomini politici, che si spartivano il potere unendo tre forze differenti: i popolari di Cesare, i cavalieri di Crasso, i militari di Pompeo. Quell’alleanza stretta al di fuori delle leggi confermava tutta la debolezza delle istituzioni repubblicane.

2. Cesare conquista la Gallia Transalpina

Le ambizioni di Cesare console Grazie all’accordo con Pompeo, nel 59 a.C. Cesare divenne console e in quella veste agì per far ratificare dai comizi la distribuzione di terre ai veterani di Pompeo e ad altri 20.000 cittadini romani. Si adoperò inoltre perché il senato approvasse i provvedimenti assunti da Pompeo in Oriente. Quanto a sé, Cesare chiese e ottenne un beneficio assai diverso: allo scadere del consolato, intendeva ottenere la carica di proconsole (cioè governatore) della Gallia Cisalpina e Narbonese. Contava in tal modo di aprirsi la via alle imprese militari, ancora assenti dal suo curriculum: solo la gloria di generale vittorioso avrebbe potuto equipararlo a Pompeo e a Crasso.

Nel 58 a.C. Cesare si recò nelle province di cui era diventato il proconsole. La Gallia Cisalpina (cioè l’Italia settentrionale) era entrata nel dominio romano un secolo e mezzo prima; la stessa sorte era toccata nel 121 a.C. alla Gallia Narbonese (l’attuale Provenza, nella Francia meridionale). Le mire di Cesare, pertanto, si fissarono sulla Gallia Transalpina, l’ampia regione che si estendeva oltre (trans, in latino) le Alpi, a nord della provincia Narbonese. La Transalpina, corrispondente all’attuale Francia, era chiamata a Roma la Gallia Comata, la Gallia abitata da popoli “dalle lunghe chiome”: popoli celtici, non ancora sottomessi da Roma.

La lunga conquista della Gallia Transalpina Per intervenire militarmente in quell’area occorreva a Cesare un pretesto: infatti ogni guerra, a Roma, doveva essere presentata come guerra “giusta”. L’occasione fu data dagli Elvezi, un popolo celtico insediato nell’attuale Svizzera occidentale. Pressati da tribù germaniche in marcia da est verso ovest, cioè verso i territori delle tribù galliche, gli Elvezi si stavano spostando verso la provincia romana della Gallia Narbonese. Cesare ne approfittò: presentandosi come «il difensore dei Galli liberi», i Narbonesi, mosse guerra agli Elvezi e li costrinse a rientrare nelle loro sedi. Fu un intervento fulmineo, concluso prima ancora che giungesse il via libera del senato, ma Cesare non si accontentò di quel parziale successo. Nei mesi successivi, condusse in Gallia Transalpina una vera e propria guerra di conquista, sempre presentandola come finalizzata a difendere i diritti dei Galli liberi. Nel 57 a.C. le legioni romane sconfissero la popolazione germanica degli Svevi, capitanati da Ariovisto, che aveva passato il fiume Reno, quindi le popolazioni galliche di Belgi, Nervi e Veneti.

Tutta la Gallia parve sottomessa a Roma già nel

57 a.C., ma in realtà servirono a Cesare altri anni per ottenere una sottomissione completa: solo nel

52 a.C. riuscì a sconfiggere ad Alesia Vercingetorige (capo delle tribù degli Arverni), intorno a cui si erano coalizzate le varie tribù galliche.

La conquista diede al generale romano tutto ciò di cui aveva bisogno: gloria militare, immense ricchezze, un esercito preparato e fedele e molte migliaia di schiavi.

Il regno dei Franchi nel 768 (morte di Pipino)

Cesare sottomise l’intera Gallia Transalpina nel corso di quattro consecutive campagne militari: dalle prime operazioni contro Svevi ed Elvezi (58 a.C.) si giunse così alla definitiva vittoria di Alesia contro Vercingetorige nel 52 a.C.

Tra il 55 e il 54 a.C. le legioni di Cesare si spinsero anche in Britannia, oltre la Manica, e in territorio germanico, oltre il Reno: questi territori non furono però occupati.

Le armi imbattibili di

METODO STORIA E TECNOLOGIA

Lavora con il lessico Spiega i seguenti nomi: Gallia Narbonese, Cisalpina e Transalpina.

LA CONQUISTA DELLA GALLIA TRANSALPINA

Lugdunum (Lione)

Domini romani

Battaglia decisiva

Conquiste di Cesare

Contro Elvezi e Svevi (58 a.C .)

Contro i Galli belgi (57 a.C .)

Contro i Galli veneti e aquitani (56 a.C .)

Contro Br itanni e Ger

STUDIA CON METODO

Comprendi

Per quale motivo Pompeo fece richiamare Cicerone dall’esilio?

3. Lo scontro politico degenera: la repubblica in fiamme

Nuove tensioni politiche: il triumvirato in crisi? Durante la sua assenza da Roma, Cesare aveva fatto eleggere come tribuno della plebe Publio Clodio, che difendeva abilmente gli interessi della fazione popolare e quindi dei cesariani. Dopo essersi procurato il favore della plebe con una serie di elargizioni, Clodio attaccò direttamente Cicerone, leader degli ottimati in senato. Lo accusò di aver proceduto illegalmente nella vendetta contro i seguaci di Catilina e nel 58 a.C. lo fece condannare all’esilio. Lo strapotere dei cesariani preoccupava non solo il senato, ma anche gli altri due triùmviri, Crasso e Pompeo. Quest’ultimo era stato per molti anni un avversario del senato, ma adesso i successi di Cesare in Gallia oscuravano la sua popolarità: si riavvicinò dunque alla fazione nobiliare, che poté in tal modo passare al contrattacco. Prima riuscì a far richiamare Cicerone dall’esilio (57 a.C.), e poi chiese ufficialmente che fosse revocato il comando proconsolare di Cesare in Gallia.

L’accordo di Lucca rinnova il patto tra i triùmviri Intuito il pericolo, Cesare tornò in Italia, cercando un nuovo accordo con Pompeo. Nel 56 a.C. i triùmviri s’incontrarono a Lucca e rinsaldarono l’alleanza. Il proconsolato in Gallia fu prorogato a Cesare per altri cinque anni; quanto a Pompeo e Crasso, essi sarebbero stati eletti consoli per l’anno 55 a.C. Entrambi avrebbero poi ricevuto un proconsolato (la Spagna a Pompeo, la Siria a Crasso) per lanciarsi in nuove conquiste.

STUDIA CON METODO

Colloca nel tempo

Quando si tenne l’incontro dei triùmviri a Lucca? Per quale motivo?

A quali risultati portò?

L’accordo di Lucca rinsaldò il triumvirato e, insieme, confermò la debolezza delle istituzioni repubblicane: le decisioni più importanti non venivano più prese nelle assemblee popolari o dal senato, ma in riunioni private, in cui i potenti forzavano le decisioni politiche servendosi della forza militare e delle loro ricchezze. La repubblica tradizionale era, di fatto, finita.

ESILIO L’esilio era una pena frequente a Roma e in altre società antiche. Poteva essere temporaneo o definitivo (salvo revoche). All’inizio colpiva chi avesse commesso omicidi o offese contro gli dèi: la comunità allontanava chi poteva attirare l’ira divina. Poi divenne uno strumento di lotta politica. Ad Atene si chiamava “ostracismo” ed era comminato dall’assemblea dei cittadini. Nella Roma repubblicana colpiva gli avversari politici: per esempio, Cicerone fu esiliato applicando una legge che Clodio aveva fatto appositamente approvare per colpirlo. Oggi l’esilio non è più una pena prevista nei moderni Stati democratici, dove anche i reati politici (come la rivolta armata contro lo Stato) sono puniti con il carcere. Diversa la condizione dei Paesi non democratici: qui spesso personaggi politici, intellettuali, giornalisti devono, per non essere arrestati o uccisi, uscire dalla loro patria e rifugiarsi all’estero, vivendo di fatto in esilio.

Quali sono oggi le ragioni principali che spingono alcune persone a scegliere l’esilio volontario, abbandonando il proprio paese? Rispondi dopo aver effettuato una ricerca in rete.

DENTRO LE PAROLE

Lo scontro politico degenera: Pompeo e Cesare avversari Mentre Cesare procedeva alla sottomissione della Gallia, lanciandosi anche in terre sconosciute come la Germania al di là del fiume Reno e come la Britannia, nel 53 a.C. Crasso ebbe il proconsolato di Siria. Qui attaccò imprudentemente i Parti, ma fu da loro sconfitto e ucciso nella battaglia di Carre (nell’attuale Turchia). Pompeo invece non rispettò gli accordi: invece di recarsi in Spagna, scelse di rimanere a Roma, per controllare così da vicino la situazione. Fu l’inizio di un’aperta ostilità tra Cesare e Pompeo. Intanto a Roma il confronto politico tra popolari e ottimati si stava trasformando in una rissa violenta tra bande armate. Il nemico di Cicerone, il potente tribuno Publio Clodio, capeggiava i popolari amici di Cesare; gli ottimati, invece, sostenevano la schiera capitanata da Milone. In uno di questi scontri Clodio rimase ucciso (52 a.C.). La capitale era preda dell’anarchia: il triumvirato aveva prodotto il caos politico.

L’alleanza tra il senato e Pompeo: Cesare «nemico della repubblica» Sotto la spinta di Cicerone, il senato identificò in Cesare il suo nemico. Di conseguenza, assegnò a Pompeo un incarico senza precedenti, quello di “console senza collega” (52 a.C.): una figura che contrastava clamorosamente con la collegialità delle cariche, principio-cardine della repubblica romana (ogni carica, tranne la dittatura, veniva assegnata ad almeno due magistrati contemporaneamente). Pompeo ebbe il comando di alcune legioni e l’incarico di ristabilire l’ordine pubblico nella capitale.

Il senato voleva da un lato utilizzare Pompeo contro Cesare, dall’altro imbrigliare lo stesso Pompeo negli schemi del senato stesso. Ma mettendosi fuori dalle leggi, il senato finì per distruggere quel poco che rimaneva delle istituzioni repubblicane.

Nel 50 a.C. si avvicinò, per Cesare, la scadenza del suo secondo proconsolato in Gallia: presto egli avrebbe perso il comando legale delle truppe. Perciò pose la propria candidatura al consolato dell’anno 49 a.C., carica che gli avrebbe consentito di conservare l’imperium (potere militare).

Timoroso che l’esercito servisse a Cesare per impadronirsi del potere, il senato gli intimò di rientrare a Roma da privato cittadino: solo così avrebbe potuto partecipare alle elezioni. Cesare si disse disposto a obbedire, a patto che anche Pompeo sciogliesse le sue truppe. Dopo lunghe e infruttuose trattative, il senato, su pressione di Pompeo, dichiarò Cesare «nemico della repubblica».

STUDIA CON METODO

Comprendi

Quali furono i motivi principali dello scontro fra Cesare e Pompeo?

si riavvicina a Pompeo nominandolo console senza collega

ANARCHIA Si chiama così, nel linguaggio politico, una situazione di mancanza di governo o una condizione di confusione politica, per l’assenza o l’inefficienza di un’autorità in grado di esercitare il potere. Oggi, nel linguaggio comune, questo termine indica un completo disordine, una totale assenza di norme: si parla di anarchia morale, di un gusto anarchico nel vestire ecc.

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Esponi oralmente

Spiega quando e perché Cesare fu dichiarato nemico della repubblica.

vuole tenere sotto controllo Pompeo e usarlo contro Cesare

ordina a Cesare di rientrare a Roma senza l’esercito (50 a.C.)

LESSICO
LA POLITICA DEL SENATO
IL SENATO identifica in Cesare il nemico

STUDIA CON METODO

Rifletti

Qual è il significato politico del passaggio del Rubicone da parte di Cesare alla testa delle sue truppe?

4. La guerra civile: Cesare contro Pompeo

Il fatale passaggio del fiume Rubicone (49 a.C.) Cesare, a questo punto, ruppe gli indugi: il 10 gennaio del 49 a.C. oltrepassò il fiume Rubicone con le truppe. Il gesto era gravissimo: quel fiume romagnolo segnava la linea del pomerium, il limite sacro di Roma, che nessuno poteva varcare in armi. La scelta di Cesare equivaleva di fatto a un colpo di Stato; ma il generale non indietreggiò. Mentre guadava dichiarò «Alea iacta est», “Il dado è tratto”: e così, come un vero giocatore di dadi, gettò nell’ignoto sé stesso e l’intera Roma. Iniziava una nuova guerra civile, la seconda per Roma, dopo quella combattuta tra l’83 e l’82 a.C. da Mario e Silla. Molti senatori fuggirono dalla capitale e si rifugiarono presso Pompeo, considerandolo l’ultimo baluardo della repubblica tradizionale. In Grecia Pompeo reclutò rapidamente un nuovo esercito, rafforzato dai numerosi amici e alleati che contava in Oriente.

La vittoria di Cesare a Farsàlo Cesare intanto occupò Roma e poi da lì passò non in Grecia, ma in Spagna, dove travolse in breve tempo le legioni di stanza, fedeli a Pompeo. Infine diede il via alla campagna decisiva: sbarcato in Grecia, sconfisse Pompeo nella pianura di Farsàlo, in Tessaglia. Era il 9 agosto del 48 a.C.; sul campo rimasero 20.000 pompeiani uccisi e altrettanti si arresero. Pompeo riuscì a fuggire in Egitto, dove contava sull’appoggio del giovane re Tolomeo XIII, che lui stesso aveva posto sul trono. Ma il sovrano lo fece uccidere per ingraziarsi Cesare. Quest’ultimo biasimò il gesto di Tolomeo: scoppiò una guerra, che Cesare rischiò seriamente di perdere, perché aveva portato con sé in Egitto poche migliaia di uomini. Trovò un’alleata nella giovane regina Cleopatra, che diede a Cesare un figlio, Cesarione. Cesare riuscì a prevalere (47 a.C.) e Cleopatra fu posta sul trono dei faraoni.

Rilievo inciso sul tempio della dea Hator a Denderah (Egitto), raffigurante la regina Cleopatra che porta sul capo un disco solare racchiuso tra corna bovine: è l’attributo della dea Hator e di Iside, l’altra dea a cui Hator venne assimilata. A sinistra il piccolo Cesarione.

IDENTIKIT

tipo di documento

opera storiografica

autore

Plutarco

opera

Vita di Cesare 32

data

I-II secolo d.C.

«Il dado è tratto»: Cesare passa il Rubicone

Il fiume Rubicone costituiva il confine tra l’Italia e la provincia della Gallia Cisalpina; i generali non potevano attraversarlo in armi senza il permesso del Senato. Cesare alla fine del 50 a.C., di ritorno dalla guerra di Gallia, si era accampato sul Rubicone e qui fu raggiunto dall’ordine di smobilitare e rientrare a Roma. Il generale disobbedì e attraversò il confine con le sue truppe. Era il 10 gennaio del 49 a.C.

“Come divenne buio, si alzò ed uscì, non senza aver salutato affettuosamente tutti i presenti e averli esortati ad attenderlo, finché fosse tornato. Ma aveva già preavvertito un piccolo gruppetto di amici di seguirlo, non tutti insieme, ma ognuno per una via diversa. Montò su una vettura a due cavalli che aveva noleggiato e prese dapprima un’altra strada; a un certo punto deviò in direzione di Rimini, finché giunse al fiume che segna il confine fra la Gallia Cisalpina e il resto dell’Italia (il suo nome è Rubicone).

Quanto più si avvicinava il momento fatale, tanto più si sentiva turbare dalla gravità di ciò che stava osando, e la riflessione sottentrava all’ardimento. Rallentò la corsa dei cavalli, poi ne fermò il passo; e, chiuso in un silenzio profondo, fece

passare davanti alla mente le possibilità che gli rimanevano, in un senso come nell’altro. In quei momenti le sue risoluzioni mutarono più volte; fece partecipi dei suoi dubbi anche gli amici presenti, tra cui era Asinio Pollione, valutando con essi le sciagure che il transito avrebbe cagionato al genere umano, ma anche la fama che di esso avrebbe lasciato ai posteri.

Alla fine, quasi abbandonando la ragione per lanciarsi con un atto d’audacia verso il futuro, mormorò la frase che dicono comunemente coloro i quali si gettano in qualche impresa disperata ed audace: «Sia tratto il dado» e iniziò il passaggio del fiume.

Procedendo di corsa, ormai, per il resto della strada entrò in Rimini prima di giorno e l’occupò.

1. Plutarco sottolinea la consapevolezza di Cesare di compiere un atto gravido di conseguenze.

• Da quali punti del testo emerge questa coscienza del protagonista? Evidenziali nel brano letto.

2. L’autore si sofferma a chiarire l’espressione «Il dado è tratto» (in latino: Alea iacta est).

• Anche Cesare, dice Plutarco, sta per «gettarsi» in un’«impresa

disperata ed audace»; e aggiunge: «[…] quasi abbandonando la ragione per lanciarsi con un atto d’audacia verso il futuro». Spiega con le tue parole queste espressioni.

• Plutarco suggerisce che la vera ragione della scelta di Cesare riguardi la «fama» da lasciare ai posteri. Spiega questa espressione e rintraccia nel testo il punto in cui emerge.

Plutarco, Vita di Cesare, 32, trad. it. di Carlo Carena, Einaudi, Torino 1997
GUIDA ALL’ANALISI
Il fiume Rubicone oggi presso il ponte di Savignano, in Romagna.

Gli ultimi pompeiani sconfitti e i trionfi di Cesare Sempre in quel 47 a.C., Cesare sconfisse a Zela il re del Ponto, Farnace, figlio di Mitridate; in quell’occasione inviò al senato la celebre comunicazione «Veni, vidi, vici» (“Arrivai, vidi, vinsi”), emblema delle sue stesse virtù personali: concretezza, lucidità, capacità di visione.

Pochi mesi dopo, nel 46 a.C., nella battaglia di Tapso, sconfisse una forte resistenza pompeiana stabilitasi in Africa con l’appoggio del re nùmida Giuba. La sconfitta convinse Catone, antico nemico di Cesare, a suicidarsi a Utica: perciò egli fu chiamato «l’Uticense».

Dopo aver sconfitto tutti i suoi nemici, Cesare rientrò a Roma e celebrò quattro trionfi, per le vittorie nelle Gallie, nel Ponto, in Egitto e in Numidia. Rimase invece senza trionfo la vittoria su Pompeo, in quanto ottenuta su un nemico interno e non “esterno”, come la legge richiedeva. Un quinto trionfo Cesare lo celebrò nel 45 a.C., dopo aver faticosamente debellato a Munda, in Spagna, l’ultima, disperata resistenza dei pompeiani.

CRONOLOGIA: CESARE CONTRO POMPEO

60 a.C.

primo triumvirato: Cesare e Pompeo alleati

56 a.C.

incontro di Lucca: il patto rersiste

52 a.C.

violenti scontri, a Roma, tra popolari (cesariani) e ottimati (pompeiani)

50 a.C.

Cesare si candida al consolato, ma è dichiarato «nemico della repubblica»

I LUOGHI DELLO SCONTRO TRA CESARE E POMPEO

49 a.C.

inizia la guerra civile

48 a.C.

Cesare sconfigge Pompeo a Farsàlo

Territori romani nel 40 a.C.

Campagna di Cesare contro Pompeo Principali battaglie

Nuova
Munda (45 a.C.)
Tapso (46 a.C.)
Zela (47 a.C.) Farsàlo

5. Cesare dittatore, fino alle Idi di marzo

La clemenza del vincitore Tornato a Roma da dominatore incontrastato, Cesare affrontò con energia il caos politico della capitale; nel giro di pochi anni (tra il 48 e il 44 a.C.) varò diverse riforme che ridisegnarono il volto dello Stato romano.

Il primo obiettivo di Cesare fu porre fine ai disordini che avevano insanguinato Roma negli ultimi anni. Perciò, diversamente da Silla, egli rinunciò a punizioni o vendette sugli ottimati sconfitti, a cui concesse invece il perdono. Molti suoi ex avversari (tra i quali Cicerone e i senatori che si erano schierati con Pompeo) si riappacificarono così con lui; gran parte della società romana, stanca di violenze e scontri, apprezzò la clemenza di cui Cesare diede prova. Non tutti gli aristocratici, però, furono conquistati dal vincitore, come si sarebbe visto ben presto.

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Comprendo

Quale condotta adottò Cesare verso gli avversari sconfitti?

invisa

Dittatore a tempo indeterminato, con pieni poteri Per puntellare la sua autorità, Cesare volle accentrare tutti i poteri nelle sue mani: invece di creare nuove istituzioni, utilizzò quelle esistenti e le cumulò tutte sulla sua persona. Per quattro volte rivestì il consolato (48, 46, 45 e 44 a.C.), una volta fu tribuno della plebe (44 a.C.); inoltre, tornò a ricoprire, come agli esordi della sua carriera politica, la più alta carica religiosa, quella di pontefice massimo. Soprattutto, volle farsi assegnare la dittatura nel 48 a.C. e poi anno per anno, finché nel 44 a.C. quella carica gli fu attribuita a vita. In qualità di dittatore Cesare, tra l’altro, poteva stilare la lista dei senatori (prerogativa, in passato, propria dei censori); se ne servì per ricompensare con quella nomina prestigiosa i suoi amici e seguaci più fedeli. La monarchia era invisa alla mentalità tradizionale romana, dopo l’antica cacciata dei re (nel 509 a.C.), e Cesare evitò accuratamente di presentarsi come un sovrano, anche se i suoi poteri erano senza dubbio quelli di un re. Tutte le cariche erano accentrate su di lui: il dittatore poteva porre il veto sulle decisioni del senato e degli altri organi istituzionali; e si fregiava della corona di alloro e del titolo di imperator (un termine militare che significava “generale, comandante”), ma che da allora cominciò a essere usato per indicare la carica più alta di Roma. Tale concentrazione di cariche faceva di Cesare un re di fatto: la stessa clemenza da lui ostentata, verso gli avversari politici, costituiva un segno di assoluta superiorità. Tuttavia si presentò sempre, almeno in apparenza, rispettoso delle leggi vigenti: sarà la linea poi scelta anche da Ottaviano Augusto, il suo successore.

Probabile ritratto di Giulio Cesare conservato ad Arles (Francia).

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Esponi oralmente

Illustra quali furono le riforme messe in atto da Cesare per migliorare l’apparato dello Stato.

Le riforme cesariane: allargare la classe dirigente per rafforzare lo Stato Forte di questa piena autorità, Cesare si dedicò a un’opera riformatrice ispirata da questi obiettivi: ridurre i conflitti sociali, accogliendo le richieste dei ceti fino ad allora emarginati; ampliare la classe dirigente, superando i ristretti limiti dell’oligarchia tradizionale; migliorare l’amministrazione dello Stato, combattendo la corruzione; rinsaldare il dominio romano nel Mediterraneo.

Per allargare la sfera del potere ai nuovi ceti emergenti, Cesare aumentò il numero dei senatori da 600 a 900, ma soprattutto scelse molti di loro al di fuori della nobiltà tradizionale: entrarono così in Senato numerosi cavalieri, ufficiali dell’esercito, uomini in vista dei municipi italici. I poteri del senato, ormai, si limitavano alla ratifica di decisioni prese altrove; ma il rinnovamento voluto da Cesare favorì l’avanzamento dei gruppi sociali più dinamici, fino ad allora bloccati dall’oligarchia nobiliare. Inoltre, venne concessa a numerosi uomini delle province la cittadinanza romana, cosa che facilitò l’inserimento di gruppi dirigenti locali nella vita politica dello Stato. Il sempre più largo dominio romano poneva l’esigenza di migliorare l’apparato dello Stato, adeguando l’organizzazione di governo. Fu accresciuto a tale scopo il numero di questori, pretori e edili; furono approvate leggi con cui controllare meglio l’operato dei magistrati e ridurre la corruzione; infine fu definito con precisione l’ammontare dei tributi che ciascuna provincia doveva versare allo Stato. Quest’ultima misura ridusse il potere dei publicani, gli appaltatori delle imposte, spesso odiatissimi dai provinciali per la loro rapacità.

I provvedimenti a favore del popolo Accanto a queste riforme per così dire strategiche, Cesare prese altri provvedimenti, più utili a conservare il prezioso appoggio dei militari e della plebe urbana. Ai soldati congedati dall’esercito, ma anche a numerosi nullatenenti, fece distribuite terre. Affrontò poi il problema del sovraffollamento di Roma, che costava allo Stato ingenti somme per le frumentazioni gratuite e per l’organizzazione di giochi e feste: venne dimezzato (da 300.000 a 150.000) il numero di quanti avevano diritto alle distribuzioni gratuite di viveri, ma numerosi lavoratori a giornata trovarono impiego in una serie di lavori pubblici. Furono inoltre fondate numerose colonie, specialmente nelle attuali Francia e Spagna, disponibili all’emigrazione di proletari e veterani dell’esercito.

STORIA ED ECONOMIA

IL SISTEMA TRIBUTARIO ROMANO

Conosciamo il funzionamento del sistema fiscale romano grazie alle opere del giurista Ulpiano (morto nel 228 d.C.). Ogni contribuente doveva dichiarare i fondi (cioè i terreni) di cui era proprietario nel territorio di ciascuna città, indicandone la localizzazione, le dimensioni e il tipo di coltura (grano, ulivo, vite o altro).

Tale dichiarazione si chiamava professio ed era finalizzata ad accertare le proprietà di ciascuno. Ogni contribuente doveva inoltre fornire una

stima in termini monetari del valore del terreno: tale calcolo era detto aestimatio

Era su questo valore monetario dei beni posseduti che si basava il prelievo fiscale, cioè l’entità del versamento all’erario dello Stato romano. Il termine aerarium deriva da aes, “bronzo”, in quanto le più antiche monete erano coniate con questo metallo. Nella Roma antica, l’erario era il tesoro dello Stato romano, gestito dai questori sotto il controllo del senato.

I sospetti dell’aristocrazia senatoria Il popolo appoggiava queste riforme, ma inguaribilmente ostili a Cesare rimanevano i nobili romani, gli ottimati. Dal loro punto di vista, i provvedimenti voluti dal dittatore costituivano altrettanti tentativi di modificare gli equilibri della società romana: sentivano messi a rischio i loro privilegi sociali.

Una parte dell’aristocrazia senatoria nutriva rancore verso Cesare anche per ragioni ideali. Circondato da un alone di sacralità e regalità, il generale sembrava sconfessare le regole e gli assetti dell’antica repubblica, quasi volesse imporre a Roma un regime monarchico.

Cesare percepiva il pericolo generato da questo rancore: proprio per non offendere la sensibilità antimonarchica degli ottimati, rifiutò per tre volte, nel 44 a.C., il diadema regale che il console Marco Antonio gli offrì, davanti alla folla acclamante. Non riuscì però a rassicurare né i nobili che sedevano in senato, consci che il loro potere si era ridotto quasi a zero, né i giovani idealisti repubblicani, affezionati all’ideale della libertas – ma ciechi davanti al fatto che, nel mondo romano, gli unici realmente “liberi” erano i pochi ricchi e nobili.

La congiura delle Idi di marzo (44 a.C.) Alla fine i nemici di Cesare si unirono in una congiura, finalizzata ad abbattere il dittatore e a ristabilire l’ordinamento repubblicano. I congiurati passarono all’azione il 15 marzo del 44 a.C. (il giorno detto “delle Idi”, secondo il calendario romano): Cesare, privo di scorta, fu trafitto da 23 pugnalate, in senato, proprio sotto la statua di Pompeo. Dalla vittoria di Farsàlo su Pompeo non erano trascorsi neppure quattro anni. Per la repubblica romana si aprì, a quel punto, un percorso ignoto.

CESARE DITTATORE

concede il perdono agli avversari accumula tutti i poteri su di sé, rivestendo le principali cariche riforma lo Stato romano assume provvedimenti a favore del popolo

per evitare nuove lotte civili

è come un re, anche se rifiuta la corona

• allarga il senato

• migliora la gestione delle province insospettisce così i nobili

Resti archeologici del Foro di Cesare a Roma. Fu il primo dei Fori imperiali realizzati a Roma e rimane una delle rare opere pubbliche inaugurate da Cesare (46 a.C.) prima della congiura del 44 a.C.

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Riassumi

Riassumi in breve gli eventi legati alla congiura delle Idi di marzo.

La conquista della penisola italica da parte di Roma viene facilitata dalla realizzazione da parte dei Romani di una rete stradale all’avanguardia per l’epoca.

Le strade romane

A partire dal IV secolo a.C., i Romani iniziarono la rapida espansione militare che nel giro di un secolo li avrebbe resi padroni dell’Italia intera: per assicurarsi la possibilità di raggiungere in breve le zone in cui si svolgevano le attività militari, furono costruite lunghe vie diritte, che puntavano in linea retta a una meta finale; ciò comportava l’esigenza di lasciare da parte centri abitati che avrebbero potuto essere raggiunti con una deviazione, e la necessità di realizzare quelle opere – come ponti, tagli di colline, terrapieni – con cui la via, invece di adeguarsi al rilievo, poteva invece procedere in linea retta.

In alto strada romana realizzata con ciottoli di fiume. A destra, il basolato romano della via Campana antica presso Pozzuoli.

Le strade: una funzione sia militare sia commerciale

Queste vie nascono quindi per una precisa decisione politico-militare, e infatti prendono il nome dal magistrato sotto cui furono realizzate o comunque progettate. La prima fu la via Appia (nel 312 a.C.); vennero poi la via Aurelia (241 a.C.), da Roma a Pisa, con cui fu assicurato il controllo dell’Etruria; la via Flaminia (220 a.C.), con cui da Roma si giungeva a Rimini, avamposto dei Romani nello scontro con i Galli della pianura padana, la via Emilia (187 a.C.) che, partendo dalla via Flaminia a Rimini, giungeva a Bologna e Piacenza, rafforzando il controllo romano sulla pianura padana.

Nel corso del II e I secolo a.C. altre vie completarono il reticolo dei trasporti sul suolo italiano, con una funzione sempre meno militare e sempre più commerciale, via via che il dominio romano sull’Italia diveniva un dato sempre più scontato sul piano militare: per citarne solo alcune, furono aperte nel II secolo a.C. la via Flaminia minor (187 a.C. circa, fra Arezzo e la zona di Bologna), la via Cassia (da Roma alla Toscana, attraverso l’interno, nel 171 a.C.); la via Popilia (da Capua a Reggio Calabria: 132 a.C.), la via Popilia-Annia (da Rimini ad Aquileia: 132-131 a.C.), la via Postumia (da Genova ad Aquileia: 148 a.C.), la via Cecilia (142 a.C. o 117 a.C.), che si diparte dalla via Salaria per raggiungere la costa adriatica, la via Emilia Scauri, cioè via Emilia “di Scauro”, dal nome del magistrato che ne promosse la realizzazione (109 a.C.), prolungamento dell’Aurelia lungo la costa ligure.

Come venivano costruite le strade romane

Prima di tutto veniva definito il tracciato: un tecnico, con l’aiuto della groma, uno strumento con cui è possibile tracciare angoli retti, controllava, insieme a un altro collaboratore che reggeva un palo, che il percorso della via procedesse in linea retta; fissati i pali, si definiva la linea retta che la strada doveva seguire, chiamata rigor

Definito dunque il tracciato veniva scavata una trincea, fino allo strato di roccia, o fino a uno strato solido, per una profondità dunque variabile secondo i tipi di terreno (si arrivava fino ai 6 metri); la larghezza di tale trincea corrispondeva a quella della strada: in genere, se ovviamente non vi erano problemi tecnici, le strade romane erano larghe fra i 4 e i 6 metri: tali dimensioni permettevano il passaggio contemporaneo di due carri; ai lati vi potevano essere dei marciapiedi lastricati.

Una volta scavata, tale trincea veniva dunque riempita con vari strati, composti da pietre, sassi, brecciolina. A circa un metro o poco meno di profondità, si stendeva un primo strato di sabbia (se ve n’era in zona); veniva poi posto uno strato di brecciolina che, una volta compattata, formava un piano abbastanza solido, chiamato pavimentum o statumen, già utilizzabile come strada. Nel caso però si prevedesse un utilizzo intenso della via, sul pavimentum si sistemava il rudus, uno strato di calcestruzzo con grossi sassi e pietre, spesso alcuni centimetri, poi il nucleus, cioè un altro strato di calcestruzzo, ma composto di pietrisco più fine; sul nucleus, infine, venivano inserite le grosse pietre piatte, che costituivano il piano di calpestìo (detto summa crusta, “rivestimento superiore”); tali pietre dovevano reggere all’usura del passaggio, ma erano necessariamente di materiale diverso a seconda delle disponibilità locali (a Roma e dintorni, in basalto vulcanico, ma altrove in pietra di monte, ciottoli di fiume ecc.). Infine, gli interstizi fra le pietre venivano riempiti con brecciolina o calcestruzzo a grana fine, così da creare una superficie omogenea: è solo per effetto del trascorrere dei secoli che il materiale degli interstizi si è consumato, dando l’impressione, erronea, che le strade romane fossero costituite da pietre fra loro sconnesse.

Lo strato superiore era disposto in modo tale che la strada avesse una leggera pendenza verso i bordi, allo scopo di favorire il deflusso delle acque; inoltre, gli interstizi fra le pietre permettevano all’acqua di filtrare, giù fino allo strato di pietre. Si evitava così il rischio di allagamenti (cosa che invece è frequente sulle moderne strade di asfalto).

PROTAGONISTE NELLA STORIA

«[…] Tra queste c’era Sempronia, che aveva spesso commesso molti delitti con audacia virile.

Abbastanza fortunata per nascita e bellezza, inoltre per marito e figli […] sapeva suonare e danzare con più eleganza di quanto sia necessario a una donna onesta. […] Per lei tutto fu sempre più caro dell’onore e della pudicizia.»

Sallustio

Educazione civica

Costituzione

Sempronia la congiurata

Una personalità disturbante

Sempronia giunge fino a noi grazie a un breve ma folgorante ritratto contenuto nel De Catilinae coniuratione (La congiura di Catilina) di Sallustio, contemporaneo ai fatti. È citata come una delle poche donne implicate nella congiura di Catilina, il celebre tentativo rivoluzionario del 63 a.C. volto a rovesciare l’ordine senatorio. La descrizione di Sallustio contempera ammirazione e repulsione: Sempronia appare colta, raffinata, bella, dotata di spirito e ironia, ma anche priva di freni morali, dissoluta, spietata, capace di ogni crimine. È un ritratto che sembra interrogare, più della persona, l’immaginario che esso attiva.

Dal punto di vista storico, non sappiamo molto altro: Sempronia apparteneva a una gens illustre, aveva probabilmente ricevuto un’educazione superiore alla media delle donne romane, frequentava circoli aristocratici e intellettuali, ed ebbe legami personali e forse politici con Catilina. Ma il ritratto di Sallustio è soprattutto finalizzato non tanto alla biografia, quanto ad attribuire al suo personaggio una funzione disturbante: in lei si riassumono le inquietudini morali e politiche di un’epoca che, per Sallustio, è di forte crisi.

Partecipante attiva della storia

Di sicuro, sul finire del I secolo a.C. la figura della donna libera e colta era, per molti, un segno di disordine. Un pilastro del mos maiorum, il codice non

scritto dei valori romani, era la matrona tradizionale: silenziosa, casta, domestica; ma questa Sempronia appare l’antitesi di quel modello: sa suonare la lira, danzare, leggere i classici, scrivere versi, ma non è “una buona donna”. Il suo sapere è sovversivo, la sua libertà inquietante. È una donna che partecipa – attivamente –alla storia, e lo fa nel punto esatto in cui la storia si spezza.

La sua sessualità, libera e selettiva, il suo intelletto, non finalizzato all’educazione dei figli ma al piacere della conversazione, e forse alla cospirazione, la rendono inassimilabile. Perciò, nella narrazione di Sallustio, Sempronia non è solo la complice di un crimine: diviene il simbolo stesso del disfacimento della Repubblica

Il femminile eccentrico e il suo valore

Riletta oggi, Sempronia incarna una precoce rappresentazione del femminile eccentrico, dell’intelligenza non addomesticata, del desiderio che sfugge alla norma. Per chi studia la crisi della repubblica, è una spia: segnala le crepe più profonde di un mondo che cambia. In esso inizia a farsi sentire la presenza femminile, pur se non ancora riconosciuta, pur se scomoda, irriducibile, pericolosa. E, perciò, indimenticabile.

Danzatrice di Antonio Canova.

MAPPA

L’età di Cesare

L’esercito e i generali pesano nella scena politica

ALL’INIZIO DEL I SECOLO A.C.

Ottimati e popolari si scontrano con violenza

Il senato non domina più la politica di Roma

tutto ciò determina la

CRISI

DELLA REPUBBLICA TRADIZIONALE

nel 60 a.C. si forma il il culmine della crisi è raggiunto con

PRIMO TRIUMVIRATO tra Pompeo, Cesare e Crasso

IL VINCITORE

CESARE SI NOMINA

DITTATORE E ASSUME TUTTI I POTERI

I nobili si oppongono ed eliminano Cesare (44a.C.)

La GUERRA CIVILE tra Cesare e Pompeo

SINTESI

L’ETÀ

DI CESARE

IL PRIMO TRIUMVIRATO

Giulio Cesare, imparentato con Mario, percorse gli inizi della carriera politica tra le fila dei popolari.

Nel 63 a.C. Lucio Sergio Catilina con un gruppo di nobili cercò di sovvertire le istituzioni repubblicane. La congiura fu smascherata dal console di quell’anno, Cicerone, uno dei leader degli ottimati.

Nel 60 a.C. Crasso, Pompeo e Cesare stipularono il patto detto primo triumvirato. Si trattava di un accordo privato per spartirsi le cariche pubbliche in un modo non previsto dalle leggi.

CESARE CONQUISTA LA GALLIA

Cesare si fece attribuire la carica di proconsole delle due Gallie già romane, ovvero la Gallia Cisalpina e la Narbonese. Il suo scopo era la conquista della Gallia Transalpina: lo raggiunse, con una serie di campagne militari, finalizzate di fatto alla conquista dell’intera regione.

Tra il 58 e il 52 a.C. Cesare assoggettò la Transalpina: accrebbe così enormemente il suo potere e la sua popolarità a Roma.

LA GUERRA CIVILE: CESARE

CONTRO POMPEO

Scoppiò a questo punto il conflitto tra Cesare e il senato, quest’ultimo sostenuto da Pompeo. Dichiarato «nemico dello Stato romano», Cesare nel gennaio del 49 a.C. passò con le sue truppe il fiume Rubicone, limite considerato

AUDIOSINTESI

invalicabile con le armi: di fatto, si trattava di una dichiarazione di guerra allo Stato romano

La guerra civile fu breve. Cesare trionfò nel 48 a.C. a Farsàlo, in Grecia. Pompeo, fuggito, fu ucciso in Egitto dal re Tolomeo XIII. Cesare, accorso in Egitto, lo sostituì con la regina Cleopatra

Nei mesi e anni successivi fu debellata la resistenza dei pompeiani in Africa (battaglia di Tapso, 46 a.C.) e in Spagna (battaglia di Munda, 45 a.C.).

CESARE DITTATORE

E LA CONGIURA DELLE IDI

DI MARZO

Fattosi nominare dittatore a tempo indeterminato, Cesare realizzò importanti riforme: ampliò il senato con uomini estranei alla nobiltà tradizionale; allargò la cittadinanza romana a numerosi provinciali e migliorò l’amministrazione delle province stesse; fondò colonie fuori dall’Italia e intraprese opere pubbliche per combattere la disoccupazione. Per pacificare la società romana, sconvolta dalla guerra civile, Cesare adottò moderazione e clemenza verso gli avversari. I nobili, nostalgici della repubblica tradizionale, però, lo guardavano con sospetto, per il potere quasi assoluto di cui Cesare godeva.

Una parte dell’oligarchia nobiliare si decise a intervenire per sopprimere il dittatore. Cesare cadde sotto le pugnalate dei congiurati alle Idi (cioè il giorno 15) di marzo del 44 a.C.

METTITI alla PROVA

Lo spazio

1. Osserva questa carta e indica:

a. Rubicone

b. la città dove venne ucciso Cesare

c. Gallia Transalpina

d. Gallia Narbonese

e. Numidia

f. Farsàlo

g. Ponto

Il tempo

2. Inserisci le date in corrispondenza dell’evento. Fai attenzione che una data ricorre più volte.

63 a.C. | 60 a.C. | 52 a.C. | 55 a.C. | 49 a.C. | 48 a.C. | 44 a.C.

a. A Farsàlo l’esercito di Pompeo viene definitivamente sconfitto [ ]

b. Alle Idi di marzo, Cesare viene ucciso da un gruppo di congiurati [ ]

c. Catilina organizza una congiura dopo la mancata elezione a console [ ]

d. Cesare supera il pomerio varcando il Rubicone [ ]

e. Cicerone viene eletto console [ ]

f. Con l’accordo di Lucca viene rinnovato il triumvirato [ ]

g. Con la sconfitta di Vercingetorige tutta la Gallia viene sottomessa [ ]

h. Giulio Cesare diventa pontefice massimo [ ]

i. Nasce il primo triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso [ ]

I personaggi

3. Indica i motivi per cui vengono ricordati i seguenti personaggi.

a. Catilina

b. Cicerone

c. Cleopatra

d. Mitridate

e. Crasso

f. Giulio Cesare

g. Pompeo

h. Vercingetorige

Gli eventi

4. Indica se le seguenti affermazioni sono vere (V) o false (F) e riscrivi correttamente quelle ritenute false (sono 4).

a. Gli ottimati erano la fazione degli intellettuali romani. V F

b. Cicerone smascherò la congiura di Catilina. V F

c. Pompeo venne celebrato dal senato dopo le sue vittorie in Oriente. V F

d. Nel triumvirato Cesare rappresentava i popolari, Pompeo i militari e Crasso i cavalieri. V F

e. La Gallia Transalpina comprendeva l’Italia settentrionale e la Provenza. V F

f. Crasso venne fatto uccidere da Cesare e Pompeo. V F

g. Con l’episodio del Rubicone scoppiò a Roma la prima guerra civile. V F

h. Cesare assunse la carica di imperator V F

i. I nemici di Cesare erano i nobili romani e gli idealisti repubblicani. V F

Per l’interrogazione orale

5. Rispondi oralmente, sviluppando le tracce proposte.

DOMANDA APERTA

1. Come avvenne la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare?

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Comincia con lo spiegare dove si trovava la Gallia Transalpina e da chi era abitata.

b. Spiega come cominciò la guerra in Gallia.

c. Spiega le fasi della conquista della Gallia fino alla sconfitta di Vercingetorige.

DOMANDA APERTA

2. Spiega le caratteristiche della dittatura di Cesare.

AVVIO ALLA RISPOSTA

a. Spiega qual era la sua finalità dopo gli anni di guerra civile.

b. Indica quali cariche assegnò a sé stesso, soffermandoti su quella più importante.

c. Indica quali riforme attuò: nel senato, nell’apparato dello Stato, verso la plebe urbana.

ESERCIZI INTERATTIVI VERIFICA CON GOOGLE MODULI

UDA 5 LE TRASFORMAZIONI DEL MONDO ROMANO

Leggere e descrivere le immagini

1. Osserva le immagini ed esegui per ognuna l’attività proposta.

La rivolta degli schiavi

Completa il testo.

Questa statua, del 1847, rappresenta colui che guidò la rivolta degli schiavi, ossia La ribellione, chiamata , cominciò nel a.C. nella scuola per gladiatori di . Essa coinvolse quasi schiavi e venne domata da soltanto nel

a.C. Circa rivoltosi vennero lungo la via

Completa il testo.

Questo busto rappresenta Pompeo, che inizialmente fu un generale di Alla sua morte fece una rapida carriera: diventò , insieme a , sconfisse i e . Aveva un prestigio immenso. Fece il primo triumvirato con e Crasso, ma l’alleanza durò poco. Dopo il passaggio sul scoppiò una sanguinosa guerra : Pompeo si rifugiò in dove venne fatto uccidere da

Il generale Pompeo

La congiura contro Cesare

Completa il testo.

Questa immagine indica il luogo dove venne ucciso , esattamente il marzo del d.C. (le cosiddette ). Venne ucciso proprio sotto la statua di da un gruppo di , di cui faceva parte il figlio adottivo Bruto, che sperava di ripristinare la . In realtà fu la fine di questa istituzione.

Comprendere un testo storiografico

2. Leggi questo passo storiografico, quindi rispondi alle domande proposte.

Infatti non solo accettò onori eccessivi, come il consolato a vita, la dittatura e la prefettura dei costumi in perpetuo, senza contare il titolo di “imperatore”, il soprannome di “padre della Patria”, la statua in mezzo a quelle dei re, un palco nell’orchestra, ma permise anche che gli venissero attribuite prerogative più grandi della sua condizione umana: un seggio dorato in Senato e davanti al tribunale, un carro e un vassoio nelle processioni del circo, templi, altari, statue a fianco di quelle degli dei, un letto imperiale, […] con il suo nome venne chiamato un mese e per di più non vi furono cariche che egli non abbia preso e assegnato a suo piacimento. Del terzo e del quarto consolato tenne soltanto il titolo e si accontentò del potere dittatoriale conferitogli insieme con i consolati, ma in quei due anni designò due consoli supplenti per gli ultimi tre mesi; in tal modo nell’intervallo non indisse altre elezioni se non quelle degli edili e dei tribuni della plebe, e nominò prefetti propretori, incaricati di amministrare la città in sua assenza. La morte improvvisa di un console, avvenuta il giorno prima delle calende di gennaio, lasciò vacante per qualche ora la carica che subito conferì a chi la chiedeva. Con la stessa disinvoltura, in spregio alla tradizione consacrata, attribuì magistrature per più anni, accordò gli ornamenti consolari a dieci pretori anziani, concesse il diritto di cittadinanza e fece entrare in Senato alcuni Galli semibarbari. Inoltre, affidò il Tesoro e i redditi pubblici ai suoi servi personali.

(Svetonio, Vita di Cesare, in Vite dei Cesari I, 76)

a. Quali titoli politici dati a Cesare vengono citati?

b. Quali altri titoli o diritti gli vennero conferiti?

c. Perché si parla di una vera e propria dittatura?

d. Alla luce di questo testo, come si può spiegare la congiura fatta nei suoi confronti?

Dal passato al presente Life skills. Pensiero critico – Consapevolezza di sé

3. Una delle competenze previste nel programma “Life Skills Education” riguarda il “senso critico”, definito come: “Abilità di analizzare informazioni, eventi, esperienze in modo oggettivo, valutando molteplici aspetti differenti, inclusi vantaggi e svantaggi”. Ti viene chiesto di applicare questa abilità nei confronti di alcuni personaggi incontrati nell’Unità: Mario, Silla, Pompeo e Cesare.

Riprendi quanto studiato nelle Lezioni 17 e 18 e per ognuno di questi personaggi crea una tabella a due ingressi, con gli aspetti positivi e negativi (individuati secondo il tuo punto di vista) del loro ruolo storico. Quindi i risultati di ognuno vengono messi a confronto con quelli di tutta la classe per una successiva discussione.

Educazione civica

Costituzione - Parità di genere

4. In questa Unità hai studiato gli eventi che hanno portato alla fine della repubblica a Roma. Sei invitato a riflettere sui punti di forza e sugli aspetti critici della nostra Repubblica. Dividete la classe in 4 o 5 gruppi. Ognuno deve rileggere i Princìpi fondamentali (Artt. 1-12) della nostra Costituzione e fare un elenco delle criticità, ossia quegli aspetti che nella società di oggi dal vostro punto di vista non vengono attuati, rispetto a quanto affermato dai princìpi costituzionali. Quindi l’elenco di tali aspetti problematici viene condiviso con gli altri gruppi e discusso a livello collettivo.

Pensiero critico L I F E SKILLS

Orientamento

5. Hai concluso lo studio della storia nel primo anno delle superiori. In previsione del secondo anno e dei successivi, ti viene posto il seguente questionario (che l’insegnante può integrare):

a. Lo studio della storia antica è necessario per la tua preparazione per la comprensione di altre discipline?

b. Ti è stato utile il libro di testo con i suoi apparati?

c. Quali in particolare?

Nuove metodologie didattiche

d. Indica i tre argomenti che maggiormente ti sono piaciuti nel corso dell’anno.

e. Quali modifiche ti senti di proporre, sia nel metodo, sia nei contenuti, sia nella scansione cronologica?

6. Lo scopo dell’attività è quello di riprendere e approfondire la figura di Giulio Cesare con strumenti diversi.

Argomento La vita di Giulio Cesare

Preparazione

a. La classe viene divisa in 4 o 5 gruppi e ognuno deve creare la storia di questo personaggio utilizzando sia le informazioni fornite dal libro sia altre attinte da Internet. L’obiettivo è costruire un racconto utilizzando strumenti multimediali, come video, audio, testi, mappe, immagini.

b. Ogni gruppo anzitutto deve decidere che taglio dare al proprio racconto e a chi farlo narrare (in prima persona, a

Uso critico dell’IA

un personaggio storico, a un personaggio immaginario), quindi deve raccogliere le informazioni più importanti sulla carriera del personaggio (le origini, l’ascesa iniziale, la guerra in Gallia, la guerra civile, la dittatura e la morte) e assemblarle secondo la modalità scelta.

Discussione

Quando lo storytelling è pronto, ogni gruppo lo espone alla classe, che interviene con integrazioni e opportune osservazioni.

7. Interroga una Chat di Intelligenza Artificiale e chiedi di aiutarti a costruire un’intervista a Bruto.

Dividete la classe in 4 gruppi. Ogni gruppo costruisce un’intervista a questo personaggio storico con tagli differenti.

Provate a porre le seguenti richieste a ChatGPT:

c. intervista politica a Bruto; d. intervista giornalistica a Bruto; e. intervista accusatoria a Bruto; f. intervista solidale a Bruto.

Quindi trascrivete il risultato ottenuto, modificatelo se incontrate dei passi poco chiari, eventualmente approfondite altri momenti e quindi recitate alla classe l’intervista ottenuta. Alla fine ognuno dovrà sintetizzare in un breve testo le caratteristiche di ogni singola tipologia.

Intelligenza Artificiale IA
Orientare e orientarsi

INDICE delle RUBRICHE

Lessico

Anarchia 375

Australopiteco 13

Classe dirigente 306

Colpo di Stato 361

Commercio 72

Démos 109

Diritti civili 301

Fazione 353

Garante 219

Glaciazioni 18

Impero 62

Latifondo 342

Necropoli 259

Ostracismo 141

Provincia 317

Sinecismo 105

Sofronista 143

Veterano 358

Dentro le parole

Alfabeto

Aristocrazia

Arte

Burocrazia

Censo

Città-regno

Cittadinanza

Colonia

Confisca

Dinastia

Egemonia

Esilio 374

Filo-elleni 338

Filosofia 198

Fossili 13

Gerarchia

Investimento 340

Lega 154

Lega metallica

Oligarchia

Plebiscito 309

Pontefice 309

Proletario 354

Protettorato 324

Repubblica 281

Riforma agraria 345

Schiavo-servo 344

Simmachia 211

Tiranno 118

Cittadini consapevoli

I magistrati e la magistratura 284

Il diritto all’integrazione 239

Il diritto all’uguaglianza 145

Il diritto alla cittadinanza 305

Il diritto alla democrazia 181

Il diritto alla giustizia 55

Il diritto alla partecipazione politica 112

Lo Stato 63

Vivere in società 28

Leggi la fonte

Antigone tra filosofia e politica: la legge in discussione 206

Atene, patria della democrazia, nell’elogio di Pericle 184

Cesare passa il Rubicone 377

Demostene contro Filippo II 224

Due diversi modelli educativi fra tradizione e innovazione 339

Due testimonianze sul culto ellenistico del sovrano 242

Gli dèi dell’Olimpo in assemblea 163

I Greci si rifiutano di inginocchiarsi davanti ad Alessandro 235

I Romani si comportano da padroni del mondo 326

Il Codice di Hammurabi 41

«Il dado è tratto»: Cesare passa il Rubicone 377

Il programma di Tiberio Gracco 346

La città si regge sulla giustizia di tutti 105

La gloria di Ramses II nella battaglia di Qadesh 49

La Guerra del Peloponneso secondo Tucidide 215

La potenza di Micene secondo Tucidide 90

La religione romana, uno strumento di governo 292

La società dorica raccontata da Omero 97

La virtù del soldato-cittadino 116

La vittoria di Alesia 373

Le cause della Seconda guerra punica secondo Polibio 320

Le giuste rivendicazioni degli Italici 359

L’elogio funebre dei caduti alle Termopili 156

L’importanza del libro sacro per la cultura ebraica 67

Mario, l’«uomo nuovo» 356

Menenio Agrippa convince i plebei 307

Plutarco: le ammirevoli usanze degli Spartiati 134

Polibio descrive i poteri di consoli, senato e popolo 285

Romolo fonda Roma 271

Solone e l’ideale del buon governo 138

Osserva la fonte

Alessandro e Dario III a Isso 233

Arte e propaganda nei rilievi assiri 64

Due capolavori dal palazzo di Cnosso 88

Fascino e mistero dell’arte rupestre 22

Gli opliti in battaglia: l’Olpe Chigi 117

Il Sarcofago degli sposi 265

La leggenda delle origini nell’Ara di Ostia 272

L’educazione ad Atene sulla coppa di Duride 144

Lucy, dalla Preistoria a noi 14

Teseo e Atena nella coppa di Esone 136

Protagoniste nella storia

Artemisia di Alicarnasso, una donna generale al fianco di Serse 158

Aspasia: l’intelligenza femminile come paradosso 189

Didone di Cartagine: esule, fondatrice, regina 75

Donne del Neolitico protagoniste del sapere 25

Fascino e scandalo nella tarda repubblica: Clodia 366

Hatshepsut, il faraone donna 52

Le donne, le grandi escluse dalla pólis 144

Lisistrata: la guerra delle donne nella pólis degli uomini 203

Lucrezia, la martire della repubblica 276

Penelope, sposa fedele e regina astuta 100

Roxane, prima moglie di Alessandro 237

Saffo, la poetessa più grande 110

Sempronia la congiurata 384

Veturia: autorità materna e potere femminile nella coscienza romana 298

Storia e arte

Alessandria e Pergamo: due capitali, una nuova idea di città 243

Gli stili delle ceramiche greche 111

Il Gruppo di Laocoonte 248

Il teatro greco di Siracusa 217

La tomba ritrovata di Filippo II 225

L’espressività dell’individuo 248

Nei fregi del Partenone, il film di una civiltà superiore 183

Storia ed economia

Il sistema tributario romano 380

L’economia della pólis: una moneta per ogni città 113

Le prime monete romane 290

Storia e letteratura

Due grandi scrittori e la peste 213

La Bibbia, un composito capolavoro 65

La mitologia mesopotamica 40

Le grandi leggende romane 274

L’importanza della letteratura per i Greci 202

Dal contatto con la Grecia nasce la letteratura latina 339

“Va’ a Ninive, la grande città” 64

Storia e religione

I culti non ufficiali 162

Il nome di Dio, il “Signore” 65

Storia e leggenda di Mosè 66

Una religione innovativa: il mazdeismo 151

Storia e società

La nobiltà manipolava l’assemblea popolare 310

L’esercito romano 299

L’importanza del fuoco 20

Panem et circenses: cibo e giochi per il proletariato urbano 35 Roma, una nuova protagonista della scena internazionale 300

Storia e tecnologia

Gerico, la più antica città del mondo 26

I punti di forza della falange macedone S T E M 223

L’abilità dei Fenici nella navigazione S T E M 72

La mummificazione: un corpo per l’aldilà 53

Le abitazioni del Neolitico S T E M 27

Le armi imbattibili di Cesare 373

Le navi da guerra romane S T E M 316

Le palafitte S T E M 261

L’importanza dell’arco a volta S T E M 264

L’invenzione dei forni S T E M 29

L’utilizzo del ferro S T E M 94

Navi per la vita quotidiana e per l’aldilà S T E M 53

Zappe e aratri per i primi contadini S T E M 23

Le domande della storia

Alessandro voleva essere considerato una divinità?

232

Che cos’era il trionfo nell’antica Roma? 355

Che cosa era la crocifissione? 364

Chi scrisse l’Iliade e l’Odissea? 99

Com’era composta una famiglia nell’antica Grecia? 190

Come funzionava la pratica dell’adozione nell’antica Roma? 287

Come navigavano i Greci? 124

Come venne decifrata la scrittura egizia? 54

Di che cosa viveva la plebe di Roma? 348

Gli Ebrei furono schiavi in Egitto? 66

Il primo labirinto venne costruito a Creta? 86

In che modo avveniva il sorteggio dei giudici ad Atene? 140

In Grecia l’individuo aveva maggiore possibilità di esprimersi? 200

Le leggi delle Dodici Tavole erano davvero rivoluzionarie?

308

Le Olimpiadi di oggi sono uguali a quelle antiche? 165

Perché Alessandro divenne una leggenda? 238

Perché alle Olimpiadi si corre la maratona? 153

Perché gli Egizi costruirono le Piramidi? S T E M 45

Perché il DNA è così importante nello studio degli ominidi? S T E M 17

Vedere la storia – atlante visuale

Babilonia, centro dell’universo 42

Con i Greci nasce lo sport 166

Il grande Tempio di Gerusalemme 70

Il palazzo di Cnosso

Il prezioso lavoro degli artigiani S T E M 120

Il teatro greco 205

L’acropoli di Atene 186

La pólis, la città-stato 107

La rocca di Micene 92

La via del Tevere

Le necropoli etrusche

Le strade romane S T E M

273

268

382

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