“In questa illustrazione ho voluto mostrare un interno accogliente e stimolante, con un’atmosfera calda. Come anima della casa, un albero attraversa i piani e trasporta i libri, quindi l’immaginazione e la conoscenza. Un luogo in cui potersi rifugiare, leggere e riconnettersi con la propria interiorità. Calmo e pacifico, dove natura e habitat si incontrano. Ho voluto disegnare un’architettura in grado di creare spazi narrativi.”
BRANDS
Laminam
ABK Group
GMC
Marazzi
Rubner Haus
Bruno Parquet
Devon&Devon
RAK Ceramics
Cotto Cusimano
ARDOGRES®
La Calce del Brenta
Fornace Sant’Anselmo
Mutina
Italgraniti
CIMENTO®
Ceramica Sant’Agostino
Florim
Materica
Isolspace
DORSUM®
Cercol
Biopietra
PEOPLE
Oporto Office for Design and Architecture
Pierattelli Architetture
YLAB Architects
Saket Sethi
Shakespeare Gordon Studio
Gabriel Olivera
Lauren Nelson Design
ZDL Arhitekti
Studio BBPR
Alessandro Cesaraccio
Electric Bowery
i29 Architects
Punto Zero Architetti
Alvisi Kirimoto
Westway Architects studio wok
Flaviano Capriotti Architetti
Studio HINGE
Studio RHE FMA
El Departamento
Atelier Cho Thompson
Baranowitz + Kronenberg
NONG STUDIO
Elisa Ossino
Parisotto+Formenton Architetti
Cumulus Studio
Faye Toogood
RESIDENTIAL
L’abitazione progettata da studio OODA nel circondario di Lisbona asseconda la topografia del territorio portoghese attraverso un layout armonioso e l’impiego di materiali come calcestruzzo, legno e vetro.
OEIRAS HOUSE
ph. Fernando Guerra
Nella cittadina portoghese di Oeiras, a pochi chilometri da Lisbona, lo studio di progettazione OODA (Oporto Office for Design and Architecture) realizza una “earthen house” in dialogo con il terreno irregolare del sito. La struttura, semi-interrata, sfrutta con intelligenza le caratteristiche naturali del paesaggio, integrandosi con armonia nell’ambiente circostante.
La pendenza verso ovest, inizialmente considerata un ostacolo per la limitata luce naturale, ha ispirato il design a forma di U della casa, una configurazione che massimizza l’esposizione alla luce solare durante tutta la giornata, offrendo al contempo spazi esterni privati e protetti dalla vista.
Un’ampia piscina panoramica funge sia da fulcro visivo sia da fonte luminosa per il patio centrale, elemento unificante del design dell’intera abitazione. Quest’ultimo promuove coerenza spaziale, strutturale e materica, circondato da ambienti fluidi destinati sia alla socialità che all’intimità, organizzati secondo un layout ben bilanciato.
CALCESTRUZZO, LEGNO E TRASPARENZE
La semplicità geometrica della struttura si combina con una ricca matericità. La porzione superiore dell’edificio è definita dal calcestruzzo, scelto per le sue qualità strutturali ed estetiche, che ha consentito di creare ampie travi prive di pilastri, garantendo ambienti ariosi e continuità visiva con l’esterno.
La porzione inferiore, intima e abitabile, utilizza materiali più caldi come il legno, creando un’atmosfera accogliente e un forte legame tra interni e paesaggio naturale circostante.
Ampie superfici trasparenti rafforzano poi il dialogo tra indoor e outdoor creando una connessione fluida e dinamica tra i due ambiti. Anche l’interior design riflette l’idea di
congiunzione con la natura, con finiture in legno e pietra a connotare ogni stanza, abbracciando arredi su misura dalle forme ergonomiche con dettagli raffinati e sistemi di stoccaggio mimetizzati che ottimizzano la funzionalità della metratura.
Completa l’interior un’illuminazione incassata arricchita da lampade di design.
L’impiego di materiali eco-compatibili e allineati all’estetica del territorio, sistemi efficienti dal punto di vista energetico, ventilazione ottimale e comfort termico caratterizzano così un’abitazione progettata per il benessere abitativo delle persone e per la valorizzazione della topografia del luogo.
02 VILLA M Firenze
Sulle colline toscane, Pierattelli
Architetture ristruttura un edificio di fine anni 50 volgendolo in una sofisticata residenza che unisce arte, design, colore e materiali senza tempo.
ph. Iuri Niccolai
Sviluppata su una superficie di 1000 mq e situata nel rigoglioso circondario collinare di Firenze, una abitazione di fine anni 50 si riscopre eclettica residenza che pone in dialogo tradizione e contemporaneità in seguito al progetto di ristrutturazione e interior condotto dallo studio Pierattelli Architetture.
Declinata su tre piani, Villa M, ora reinterpretata in tutte le sue parti, è contraddistinta da una armoniosa pulizia formale, visibile sin dall’esterno in virtù del cambiamento stilistico della facciata, arricchita da alcuni tratti tipici toscani, mantenuti e rinnovati con coerenza estetica.
Il concept progettuale ha puntato sulla creazione di una “scatola neutra” come racconta l’architetto Andrea Pierattelli “che parlasse al luogo e alla natura, in cui la personalità del proprietario diventasse protagonista”. Dall’intervento emergono così spazi abitativi regolari caratterizzati da uno schema materico senza tempo con qualche tocco audace, da cui si stagliano, ben valorizzati, opere e arredi dalle finiture pregiate.
Generose appaiono le dimensioni degli ambienti, grazie all’accurato rinnovamento dell’architettura originale volto ad aumentarne i volumi e aggiungere stanze. Determinante in tal senso è risultato il rifacimento di tetto e solai, ora in acciaio, che ha concesso agli architetti di plasmare grandi spazi, spostare la scala interna del salone verso il lato nord e rimodellare il layout per avere aree più aperte e in comunicazione reciproca.
Al primo livello si trovano un ampio living, la cucina, la sala da pranzo e la libreria, mentre al piano superiore sono posizionate quattro stanze da letto.
La zona giorno ammette variazioni cromatiche decise, che spaziano dal rosso al blu su arredi e opere d’arte a seconda delle differenti zone funzionali, mentre la cucina, nella sua essenzialità, è contrassegnata da un bancone in marmo ed eleganti superfici cannettate in tinta verde salvia. Proprio questa texture, ricorrente in vari ambienti della casa, rappresenta un elemento di spicco che dona tridimensionalità all’inte-
rior, ulteriormente valorizzato da una scenografica illuminazione Catellani & Smith.
Geometrie nitide e intriganti cannettature tornano in scena anche al secondo piano, dedicato alla zona notte, e nel seminterrato all’interno della sala cinema, a cui si affiancano lo studio, la palestra, la zona spa, la lavanderia e gli spazi tecnici.
A completare la villa sono un loggiato outdoor con biliardo, mobile bar e salotto, una pool house ricavata dal recupero di una struttura inizialmente destinata a serra, un orto in vasche di acciaio corten, un grande giardino disseminato di ulivi con grandi macchie di piante aromatiche mediterranee e roseti, oltre ad un piccolo campo pratica golf e una pergola per automobili.
LEGNO, RESINA E ACCENTI DECORATIVI
Il progetto impiega una palette di materiali elegante, ben differenziata a seconda degli spazi della villa. Un caldo parquet a spina definisce gli interni dell’abitazione principale, alternato a marmo e talvolta abbinato a rivestimenti murali decorativi dal carattere originale. Accostamenti materici attenti sono presenti anche nella pool house connotata da travi in legno, resina a pavimento e intonaci grezzi alle pareti, affacciata su una piscina lunga 20 metri con pavimentazione in decking di teak, in armonia con il verde circostante.
Negli ulteriori spazi esterni dedicati alla convivialità, listelli di cotto regolari di piccola dimensione e grandi lastre squadrate in pietra serena configurano e delimitano ciascuna area dotando la metratura di comfort e di un’estetica che rimanda ad una tradizione toscana mai ostentata.
ph. Santiago Garcés e YLAB Arquitectos
03 APPARTAMENTO PASEO SAN JUAN Barcellona
Interpretando lo spirito caleidoscopico della città e rileggendo in chiave contemporanea la ricchezza della tradizione, il team di YLAB Architects ristruttura un’abitazione datata all’interno di un edificio storico, facendola rivivere con un mix materico tra antico e attuale.
Ben nota per il suo patrimonio architettonico, la città di Barcellona è un intreccio affascinante di storia e innovazione, dove il gotico austero della Basilica di Santa María del Pi si affianca a capolavori contemporanei firmati da Nouvel, Herzog & de Meuron, Meier, Miralles, Calatrava e Chipperfield.
In questo scenario, tra gli eleganti edifici del centrale Passeig de Sant Joan, sorge l’Appartamento Paseo San Juan, un gioiello modernista ristrutturato da YLAB Architects. I proprietari, una coppia australiana innamorata della città, hanno lanciato agli architetti una sfida ambiziosa: recuperare l’abitazione in precarie condizioni, tutelata come bene storicoartistico, preservandone gli elementi originali –dalla pavimentazione in mosaico Nolla ai soffitti decorati – e al contempo adattarla alle esigenze della vita contemporanea. Il risultato è un dialogo armonioso tra passato e presente.
Lo spazio risultava suddiviso in due aree principali su entrambi i lati dell’ingresso: gli ambienti comuni destinati agli ospiti sul lato più grande della casa e quelli privati sul lato più piccolo che funge da piccolo appartamento. Entrambe le aree sono state ripensate con la creazione di nuovi spazi finalizzati alla socializzazione ma senza trascurare l’attenzione per la privacy. Il concept progettuale si è ispirato alla eterogeneità cromatica della pavimentazione a mosaico, diversa per ognuno degli ambienti. Quelli più grandi sono stati tinteggiati con diverse tonalità in consonanza con la pavimentazione e i mobili su misura sono stati rifiniti con una laccatura semi satinata dello stesso colore. Un elemento di collegamento, formato da battiscopa e carpenteria interna ed esterna in marrone molto scuro, attraversa lo spazio da un’estremità all’altra. Questo elemento penetra e avvolge gli ambienti interni più piccoli, che, in combinazione con una sofisticata illuminazione artificiale e l’uso di materiali riflettenti, si trasformano in scenografie suggestive e luminose.
MOSAICI E LASTRE CERAMICHE IN DIALOGO
La cura destinata alle superfici ha portato alla propensione per l’utilizzo di grandi lastre ceramiche Laminam come rivestimento di cucina e bagno. La collezione I Naturali nella nuance Calacatta Michelangelo finitura Soft Touch è stata infatti impiegata sia per top cucina
e backsplash che per il lavandino e il box doccia.
La finitura Calacatta Michelangelo si distingue per le fini venature che virano dal grigio chiaro al color tortora.
La sua estetica preziosa è particolarmente apprezzata per l’arredamento di interni, soprattutto per pavimenti e rivestimenti, top cucina o bagno o lavabi e lavandini.
La finitura Soft Touch scelta per Appartamento Paseo San Juan è un’evoluzione della finitura lucidata e si traduce in una superficie levigata ma priva di riflessi, estremamente morbida al tatto.
Come tutte le lastre Laminam, anche Calacatta Michelangelo si contraddistingue per le alte prestazioni tecniche di durevolezza e resistenza, facilità di pulizia e idoneità al contatto con gli alimenti. Le lastre sono refrattarie alla proliferazione di funghi e muffe e la resistenza all’umidità le rende compatibili con l’uso in spazi esposti al contatto ripetuto con acqua e vapore. Alle qualità funzionali si associano quelle estetiche, che spiccano anche nell’Appartamento Paseo San Juan, in cui le grandi lastre Laminam contribuiscono a definire un’estetica che sintetizza un preciso equilibrio tra la conservazione degli elementi preesistenti e un design contemporaneo curato nei dettagli.
L’architettura, nella sua forma più tangibile, è una storia scolpita nella materia. Eppure, la mia storia personale è tutt’altro che statica: ha attraversato continenti, culture e discipline. Nei miei progetti, che spaziano dalla pianificazione urbana agli interni, dall’attività televisiva al design di mobili, emergono costantemente temi come nostalgia, destino, memoria e storia, tutti orientati verso un futuro positivo. A dare forza a questa visione è un’energia invisibile, un autentico genius loci, mentre a guidare il mio percorso sono principi di “Elevazione ed Evoluzione”.
Il mio processo creativo è profondamente viscerale: rielaboro ricordi attraverso lo spazio e il tempo, spingendomi sempre oltre i limiti del possibile. Vedo il mio lavoro andare oltre i meri contrasti dialettici e oltre la coscienza collettiva, dando vita a esperienze immersive in cui materia e narrazione diventano inseparabili.
Il mio stile attinge a un vasto caleidoscopio di ispirazioni transcontinentali, modellate dalle città in cui ho vissuto. C’è il modernismo vernacolare di Correa con la sua Kanchenjunga in India; il radicale materialismo californiano di Lautner, Wright e Gehry; le forme organiche e fluide del Modernisme di Gaudí a Barcellona; l’imponente grandiosità gotica delle 3.400 statue che svettano tra le guglie del Duomo di Milano; i giardini verticali del Bosco Verticale; e, a Parigi, l’intramontabile linguaggio haussmanniano, la straordinaria Salle Ovale e la Biblioteca Richelieu di Labrouste. Ma soprattutto, il mio luogo del cuore: gli immensi e misteriosi Oculi della chiesa de La Madeleine.
STORIE INVISIBILI PLASMATE DA MATERIA VISIBILE
Un’esposizione così diversificata porta inevitabilmente a progettare spazi che risuonano di sensibilità globali, intrecciando idee, materiali e tecniche che attraversano epoche e culture. Ma con un elemento in più: l’energia. Un’energia capace di toccare corde filosofiche ed emotive profonde, rendendo straordinaria la quotidianità.
In questo quadro e alla base della mia filosofia, i materiali non sono semplici elementi funzionali, ma attori dotati di memoria, texture e peso emozionale. Il cemento, con la sua schiettezza grezza; il legno, con il suo calore tattile; il marmo di Carrara, con la sua vitalità scultorea; l’ottone, con la sua lucentezza inattesa: ognuno è scelto con intenzione, per creare vibrazioni, evocare trasformazioni e raccontare storie invisibili.
Questa stessa visione si traduce nei miei progetti, dove materia ed energia dialogano per dare vita a un’architettura capace di interagire con il contesto. Progetti come SUNOO I-Temple House ridefiniscono il rapporto tra casa e ambiente, integrando un tetto verde come ecosistema autosufficiente, capace di regolare la temperatura, assorbire CO₂ e armonizzarsi con il paesaggio. Ora, immaginiamo tutto ciò potenziato dall’IA e stampato in 3D, senza vincoli di forma o pensiero. Per quanto il futuro sia entusiasmante, sento però un legame altrettanto forte con il passato, attraverso il Vastu Shastra, un’antica filosofia indiana che da 5.000 anni allinea l’architettura all’energia cosmica. Penso dunque che il futuro dell’architettura possa risiedere nel dialogo tra precisione digitale e intuizione ancestrale, tra sostenibilità hightech e calore artigianale.
Nel progetto SUNOO 5, abbiamo reinventato la tradizionale stalla, prefabbricandola e costruendola sei volte più velocemente rispetto ai metodi tradizionali. Ma non solo: materiali sostenibili come metallo e legno vengono reinterpretati come lusso assoluto, rivestiti in bambù, quercia e teak, con richiami coloniali britannici, francesi, californiani e degli Hamptons. Il risultato è un’abitazione che sembra globale e, al contempo, perfettamente radicata nel contesto indiano, capace di sfumare i confini di tempo, spazio e stile.
Applichiamo la stessa visione anche in lavori che abbracciano la dimensione più intima degli interni e dell’arredo. Ne sono esempio collezioni come Future Classic Édition Limitée e Mobilier 2024, che attingono a epoche passate come l’Art Nouveau, il Modernismo e il Postmodernismo reinterpretandole attraverso una prospettiva indo-francese, dove la tradizione artigianale incontra la tecnologia più avanzata.
In un’epoca in cui l’architettura rischia l’omologazione globale, il mio personale “triangolo” India-Italia-Francia genera un incontro libero tra culture, materiali e filosofie, senza dogmi, mode o ideologie collettive.
Il risultato? Qualcosa di nuovo, ma allo stesso tempo rassicurante.
Saket Sethi
Saket Sethi è un architetto e designer di origine indiana. Dal 2022 vive e lavora a Parigi, dove ha fondato Saket Sethi Paris, un hub di design globale situato nell’Île de la Cité, specializzato in mobili, interni, stampa 3D e architettura.
Il suo portfolio spazia da un masterplan di 100 acri e un campus di ricerca e sviluppo per il gruppo Aditya Birla, fino a progetti esclusivi per uffici e residenze di icone di Bollywood come Salman Khan e Raveena Tandon.
Di recente, ha presentato due collezioni di arredi di lusso, The Architecture of Furniture: la linea a edizione limitata Future Classic Édition Limitée, dal carattere visionario, e Mobilier 2024, pensata per la vita di tutti i giorni.
ph. Fabien Charuau
ph. Studio Charuau
Un nuovo capitolo per il concept abitativo Sustainable Unified Nature Oriented Objects progettato da Saket Sethi. Una struttura prefabbricata dall’animo sostenibile e dall’estetica up-to-date, ideata per integrarsi perfettamente con l’ambiente naturale circostante.
L’iconica SUNOO Temple House, progettata dall’architetto Saket Sethi come prototipo di abitazione sostenibile a energia solare con tetto green, trova oggi una fisiologica evoluzione nella realizzazione SUNOO 5, una nuova struttura residenziale che combina, con gli stessi crismi del progetto pilota, un’estetica all’avanguardia e attenzione alla sostenibilità. Commissionata dai medesimi proprietari della precedente, la seconda casa si colloca a breve distanza da quella principale, per un tragitto percorribile rapidamente via acqua con la barca, vicino alla zona conosciuta come “gli Hamptons di Mumbai” ad Alibaug.
Il design è ispirato a un semplice genius loci: tre strutture simili a capannoni, costruite attorno a una piscina. Due “mini case” ospitano sei camere da letto, mentre la struttura più grande accoglie il soggiorno, la sala da pranzo, la cucina, il bagno, la sala cinema e uno studio.
La semplicità delle strutture rende omaggio alle fattorie con fienili e alle tipiche case di campagna americane. Rispetto alle forme che caratterizzavano il primo progetto SUNOO, qui sono state preferite geometrie più essenziali per favorire una costruzione rapida. Minimalista, efficiente e quasi invisibile dall’esterno, il tetto incarna la qualità più apprezzata dall’architetto e dal cliente: l’armonia tra elementi architettonici e design degli interni.
Anche per SUNOO 5 la natura diviene elemento centrale. In particolar modo è l’acqua a guidarne la progettazione poiché richiama la vicinanza al lago e dirige l’attenzione verso il centro della casa, dove è situata la piscina. Un camminamento conduce alla “spiaggia” e alla Jacuzzi integrata, visivamente protetta da un muro naturale che si fonde con il resto dell’area boschiva. La piscina è rivestita su misura da mosaico Bisazza con un design speciale di Saket Sethi Paris, l’hub parigino dell’architetto, con gradini che simulano la sabbia in toni beige, fondendosi con le tonalità sfumate dell’acqua nel resto della superficie. I camminamenti
dell’area esterna sono progettati non solo come spazi di transito ma come verande a cielo aperto, con angoli caffè, altalene e sedie a dondolo. Una rampa per disabili conduce a un centro di ricerca del campus fondato dai proprietari, evidenziando l’inclusività del progetto.
STILI E MATERIALI
Varie influenze convergono negli spazi di congiunzione tra interno ed esterno: lo stile coloniale britannico, ispirazioni dalla California, le atmosfere calde degli chalet e la vita da spiaggia degli Hamptons. Lo stile francese affiora dalla porta d’ingresso blu e dalle opere d’arte che adornano le pareti esterne. Ad emergere come elemento distintivo sia degli esterni che degli interni è il legno, che caratterizza ciascun ambiente come filo conduttore e secondo differenti declinazioni.
Nel soggiorno, chintz, pavimenti in parquet e tende di lino dialogano con sedute in stile country e confortevoli divani da lettura. Proseguendo, la cucina è dominata dal contrasto tra i mobili in teak scuro e le piastrelle color bianco sporco. La sala TV è completamente rivestita con boiserie in legno scuro, con poltrone reclinabili automatiche B&B Italia in pelle arancione.
Nella zona notte, all’interno della camera destinata alla figlia dei proprietari spicca un romantico letto a baldacchino, mentre il design della camera destinata al figlio bilancia una combinazione di colori nautici. La suite padronale, che riflette l’amore del cliente per i toni intensi del legno, presenta un tavolino da caffè Noguchi con oggetti scovati al mercato delle pulci. I bagni mantengono invece un aspetto classico e minimale, adornati con marmo Calacatta, specchi antichi e complementi in ottone.
Lo spazio abitativo accoglie inoltre una collezione di oggetti d’antiquariato, in una galleria incorniciata da carta da parati De Gournay.
L’elemento a sorpresa della casa è lo studio nel soppalco, che si affaccia sugli spazi abitativi e sulla piscina, con accesso alle camere da letto.
Sfumando i confini tra costruito e natura, SUNOO 5 offre così una nuova visione per le case del domani, con strutture leggere, sviluppate fuori dalla terra ma assolutamente integrate nel verde, in metallo e legno, riducendo i costi e i tempi di costruzione, mantenendo al contempo l’attenzione sulla relazione senza soluzione di continuità tra ambiente e vita quotidiana.
SUNOO 5 fa parte della serie che ha nel nome il suo concept: Sustainable Unified Nature Oriented Objects. Si tratta di un percorso di ricerca sviluppato in 5 progetti: SUNOO Temple House, con il tetto verde residenziale più grande mai realizzato in India; SUNOO 2, che sfrutta pannelli solari motorizzati per ottimizzare la produzione di energia e coperture verdi per isolare la casa; SUNOO 3 e SUNOO 4, che integrano con tecnologie all’avanguardia, edifici sostenibili ed efficienti con orti e giardini che costituiscono il tetto stesso. A differenza di SUNOO 2, 3 e 4, SUNOO Temple House è stata protagonista dell’evoluzione da progetto a residenza concretamente realizzata. SUNOO 5 raccoglie questa eredità, esplorando nuove frontiere.
ph. David Gilbert, Katherine Marks
06 DITMAS HOUSE
Brooklyn
Shakespeare Gordon Studio firma il rinnovamento di una residenza storica in cui materiali e colori sono chiamati a marcare le soglie, attribuendo identità agli spazi domestici.
Nel cuore del quartiere di Ditmas Park, a Brooklyn, lo studio Shakespeare Gordon firma la ristrutturazione di una residenza storica, trasformando una struttura segmentata e poco funzionale in una casa luminosa e accogliente, in cui materiali naturali e cromie decise dialogano in perfetto equilibrio.
Quando Amy Shakespeare e Mark Gordon hanno acquistato l’abitazione, si sono trovati di fronte a una sfida complessa: nel corso dei decenni, gli spazi erano stati suddivisi in stanze anguste e poco luminose, perdendo l’ariosità tipica delle case d’epoca. Invece di intervenire sugli ambienti principali, come solitamente avviene nei progetti di ristrutturazione, hanno deciso di partire dall’attico, definendo un nuovo linguaggio architettonico che ha poi guidato l’intervento su tutta la casa.
Tradizionalmente, il sottotetto viene considerato un ambiente residuale, spesso destinato a deposito o lasciato inutilizzato a causa delle altezze ridotte e delle geometrie irregolari. Tuttavia, in Ditmas House è stato reinterpretato come un’area centrale e vitale, trasformandolo in una suite padronale che combina funzionalità, luce naturale e soluzioni su misura.
L’ambiente, che si estende per tutta la larghezza della casa, è stato concepito come uno spazio arioso e versatile, in cui gli elementi architettonici diventano parte integrante del progetto d’arredo.
Il soffitto è rivestito in doghe bianche, mentre le pareti alternano pannelli di compensato naturale a superfici bianche, creando un contrasto materico equilibrato.
Gli arredi sono stati disegnati su misura per massimizzare lo spazio e integrare soluzioni contenitive senza appesantire l’ambiente: armadiature, librerie e una scrivania progettata per lo studio di Mark si inseriscono con naturalezza nella struttura della stanza. Due grandi pannelli scorrevoli in tonalità di rosso segnano le soglie tra gli ambienti: il primo delimita l’ingresso alla suite, il secondo introduce al bagno en suite, in cui si trova uno degli elementi più caratterizzanti del progetto.
Il bagno è infatti concepito come un contrappunto cromatico rispetto alla sobrietà dell’attico: la doccia, incastonata sotto la falda del tetto, è definita da un volume a prisma triangolare rivestito in vivaci piastrelle gialle. Un espediente progettuale che non solo enfatizza
la geometria dell’ambiente, ma sfrutta anche la luce zenitale proveniente dal lucernario per amplificare il gioco di riflessi e colori.
L’approccio adottato per l’attico è stato declinato con coerenza anche nei restanti spazi della casa. Il piano nobile e la zona giorno si caratterizzano per un uso sapiente del colore, con una palette cromatica che differenzia le funzioni senza mai risultare invasiva.
In cucina, la collaborazione con Reform ha permesso di rivestire i moduli contenitivi con pannelli in linoleum in quattro tonalità vibranti, mentre il rovere naturale, materiale ricorrente nel progetto, avvolge colonne, librerie e il volume del bancone della cucina, rivestito in terrazzo. Questo stesso legno ritorna anche
nella zona giorno e nella biblioteca, creando un filo conduttore materico tra i diversi ambienti.
Anche nei bagni l’uso del materiale è strategico: nella stanza al secondo piano, le pareti e il soffitto sono rivestiti in cedro naturale, in contrasto con una pavimentazione in piastrelle esagonali multicolore che aggiunge un tocco di dinamismo all’ambiente.
Dalla luminosità dell’attico alla raffinata armonia della zona giorno, ogni spazio di Ditmas House è stato concepito per rispondere alle esigenze della vita contemporanea, senza perdere il fascino di una dimora storica.
CAN ZOL
Sofisticate finiture in gres effetto Travertino, ampi affacci sull’esterno e una sapiente modernità si incontrano nel progetto architettonico residenziale curato da Gabriel Olivera, che integra il design contemporaneo nel paesaggio naturale dell’isola.
Ibiza
Nell’entroterra dell’isola di Ibiza, tra i colori della natura mediterranea, l’architetto e costruttore Gabriel Olivera di GO+ ha progettato villa Can Zol, un’abitazione privata dai volumi importanti, perfettamente armonizzata con il paesaggio e attorniata dalla tranquillità di un’azienda agricola. In posizione rialzata e con una splendida vista panoramica, l’architettura dell’edificio mira a bilanciare la modernità della struttura con l’ambiente naturale della zona, ponendo attenzione all’equilibrio tra estetica, sostenibilità e benessere abitativo. Interni ed esterni appaiono in dialogo continuo attraverso ampie finestre che affacciano su terrazze, patii e balconi resi accessibili direttamente dalle aree principali e trasformati
in ampliamenti delle zone giorno. La scelta di colori tenui e neutri, e di materiali come pietre e legni locali, rientra nell’obiettivo progettuale di migliorare la qualità della vita dei residenti, al contempo rispettando e valorizzando il territorio, in linea con la filosofia di Olivera che non intende l’architettura come mero rifugio, ma come mezzo per interagire con lo spazio naturale circostante.
UNA SUPERFICIE CONTINUA EFFETTO TRAVERTINO
Per il completamento di interni ed esterni, il progetto architettonico ha favorito l’impiego di gres porcellanato effetto travertino della
collezione Navona di Flaviker (ABK Group), contraddistinto da un aspetto estetico elegante, con caratteristiche funzionali di elevata durabilità, facilità di manutenzione e grande versatilità. Il colore Bone, nelle due varianti Cross e Vein, conferisce un look sofisticato a una superficie che regala massima praticità a una casa di famiglia. L’utilizzo del gres porcellanato Flaviker in grandi formati - 120x280 e 120x120 cm – crea inoltre una strategica continuità che aiuta ad espandere visivamente gli spazi, facendoli apparire più aperti e luminosi.
48,7 mm
Tra i 10 top player del Made in Italy per ceramica e gres, con 7.000 partner in oltre 120 paesi e più di 700 collaboratori, ABK Group produce pavimenti, rivestimenti e lastre di grande formato in gres porcellanato ispirandosi alle tendenze del mondo interior e graphic design, per ambienti interni ed
esterni. L’azienda si rivolge all’universo progettuale home, retail e pubblico con un carattere sempre distintivo e originale, fornendo a progettisti e rivenditori prodotti d’avanguardia, che uniscono estetica ricercata e altissime prestazioni tecniche. Oltre a rispondere al gusto contemporaneo e alle
molteplici destinazioni d’uso, la gamma ABK Group costituisce un vero e proprio sistema di materie facilmente abbinabili tra loro, per stile, colore, formato, in grado di sviluppare una progettazione coordinata e customizzabile.
08 BRECCIA CAPRAIA TOTAL LOOK
Il fascino del marmo Breccia Capraia veste gli spazi di una cucina con isola all’interno di un raffinato appartamento californiano in stile Modern Classic.
ph. Michael Clifford
Nel cuore di Presidio Heights, uno dei quartieri più esclusivi di San Francisco, un’abitazione in stile Colonial Revival degli anni ’30 ha trovato nuova vita grazie all’intervento di ristrutturazione curato da Lauren Nelson Design. L’obiettivo del progetto era riconfigurare gli spazi interni per adattarli alle esigenze di una giovane famiglia, coniugando funzionalità e raffinatezza attraverso un’estetica che fondesse classicismo e dettagli contemporanei. Grande luminosità e connessione con l’esterno, una palette cromatica sofisticata e materiali pregiati, sono risultati determinanti per l’ottenimento di una abitazione rinnovata nel segno dell’eleganza, capace di rispecchiare l’anima cosmopolita e ricercata dei suoi abitanti.
A spiccare in questa cornice è la cucina, che rappresenta appieno il perfetto equilibrio tra ricerca materica e design scultoreo grazie al suggestivo e peculiare rivestimento in marmo di tutti gli elementi presenti nell’ambiente.
Protagonista assoluto dell’interior è infatti il Marmo Breccia Capraia Calacatta Turquoise, scelto in total-look per la realizzazione dell’imponente isola cantilever, dei piani di lavoro e del backsplash. Il carattere distintivo di questo affascinante marmo italiano, contraddistinto da venature nei toni acquamarina, impreziosisce l’ambiente con la sua brillantezza, dialogando con l’arredamento dal sapore classico moderno.
ALLE ORIGINI DEL BRECCIA CAPRAIA
La cava CAPRAIA si trova in Toscana, nel cuore delle Alpi Apuane, in provincia di Massa-Carrara. Tra i monti Altissimo e Carchio, la natura ha creato un materiale unico, conosciuto fin dai tempi dei Romani soprattutto per il prezioso e introvabile marmo BRECCIA CAPRAIA. In seguito, i marmi provenienti dalla Cava Capraia furono apprezzati anche dalla famiglia Medici e utilizzati per abbellire la città di Firenze durante il Rinascimento Italiano. La cava, chiusa negli anni ‘50 a causa dei costi elevati del trasporto tramite lizzatura, è stata riaperta da GMC Spa nel 1970 dopo la costruzione della strada che l’ha resa raggiungibile. Oggi questi marmi vengono estratti e commercializzati in esclusiva da GMC Spa, i blocchi vengono trasformati in lastre e lavorati nei propri laboratori.
UNA CUCINA IN MARMO BRECCIA CAPRAIA
GMC Spa viene fondata nel 1973 dalla famiglia Grassi che da sempre opera nel settore lapideo e tuttora gestisce l’azienda. Nel corso degli anni GMC Spa si è affermata come leader sui mercati mondiali nell’approvvigionamento e nella trasformazione di materiali lapidei provenienti da tutto il mondo che, sommati ai marmi estratti direttamente nelle proprie cave (Bianco Carrara e l’esclusiva Breccia Capraia), le permettono di affrontare e portare a termine con successo qualsiasi tipologia di progetto.
Grande importanza è sempre stata attribuita all’ufficio tecnico dove la più moderna tecnologia è a disposizione di personale altamente qualificato.
L’abilità di GMC Spa di reperire le migliori pietre insieme alla sua capacità di trasformazione la rende estremamente competitiva nel settore delle lastre, in un range ampio di materiali: dal sempre richiesto Bianco Carrara alle pietre più esotiche e in voga del momento.
09 VILLA SABORSKO
Croazia
Lo studio ZDL Arhitekti progetta una residenza contemporanea ispirata all’architettura vernacolare della regione montana in cui si colloca, completando la struttura abitativa realizzata in legno lamellare e calcestruzzo con finiture interne ed esterne in gres porcellanato Marazzi.
ph. Damil Kalogjera
Nella villa progettata da studio ZDL Arhitekti a Saborsko, il riferimento all’architettura montana è immediato, ma altrettanto evidente è la volontà di costruire un linguaggio contemporaneo capace di integrare passato e futuro. Tecniche vernacolari e soluzioni innovative si fondono per dare vita a spazi fluidi e ibridi, all’insegna del comfort e della versatilità, perfetti per una casa destinata alle vacanze.
Un risultato pienamente in linea con la filosofia dei progettisti e fondatori della practice di architettura, Siniša Zdjelar e Petra Komadinić, che descrivono il loro approccio con un’immagine evocativa: “Ogni spazio vuoto è pieno di potenzialità. Come una ciotola che conserva forme, sapori, odori e storie”. Questo concetto trova piena espressione nell’entroterra croato, dove il paesaggio è fonte inesauribile di suggestioni. Montagne imponenti, cascate spettacolari e sentieri battuti dagli appassionati di trekking delineano una cornice naturale potente, che diventa matrice del progetto architettonico stesso.
“Definire il contesto è il nostro compito primario” spiegano Zdjelar e Komadinić. “Determinarne le influenze, la loro relazione reciproca, la loro relazione con il progetto e con il concept. L’inclusività e l’empatia del nostro design ha l’obiettivo di creare un’architettura unica e onesta.”
Un approccio che deriva e si riflette nella conformazione stessa di ZDL Arhitekti, che vanta sedi a Rijeka, in Croazia, e Belgrado, in Serbia, riunendo progettisti provenienti da città diverse come Zagabria, Trieste, Venezia, Milano, Lubiana e Novi Sad. Questa multiculturalità rappresenta una risorsa preziosa, alimentando il processo creativo con un costante scambio di visioni e influenze culturali. Un intreccio di esperienze che si traduce in progetti capaci di abbracciare la complessità senza rinunciare a un’identità chiara e coerente.
I MATERIALI
Nel progetto della villa assume grande rilevanza l’accurata selezione dei materiali, che risponde all’esigenza di rispettare il forte legame dell’abitazione con il territorio, unendo estetica e funzionalità.
“La predominanza del legno lamellare come materiale costruttivo e di rivestimento del corpo della villa si confronta con le estese superfici in gres porcellanato. Una scelta che confortava la nostra visione e la certezza di aver selezionato un materiale a basso impatto. Una sostenibilità non solo nella forma della materia ma anche dei processi per la sua realizzazione.”
Per le finiture interne ed esterne della residenza, i progettisti hanno optato per le superfici ceramiche Marazzi, declinate in differenti varianti. Nell’outdoor, a definire le pavimentazioni intorno alla piscina è la collezione effetto pietra Mystone Quarzite, in tinta Platinum, nel formato di 50x100 cm e 20 mm di spessore, mentre la vasca è rivestita con la collezione Mystone Bluestone, in tinta Piombo, nella dimensione di 30x60cm.
Un riferimento alle superfici ruvide delle montagne circostanti lo si riscontra anche all’interno della casa: nei bagni, la collezione Mystone Limestone, nella tinta Sand, riveste la parete della vasca e il pavimento della doccia, mentre l’effetto pietra nella tonalità bianca di Mystone Ardesia –nel formato 75x150 cm – completa i pavimenti dell’area wellness.
Presente in più di 140 Paesi, è universalmente riconosciuto come sinonimo di ceramica di qualità per pavimenti e rivestimenti e simbolo del miglior made in Italy nel settore dell’arredamento e del design.
Marazzi è stata fondata nel 1935 a Sassuolo, in un’area che sarebbe diventata il polo all’avanguardia a livello internazionale nella creazione di piastrelle di ceramica di pregio e cresciuto nei decenni insieme all’azienda.
Le suggestioni alle texture lapidee lasciano poi spazio a quelle del marmo nella parete della doccia realizzata con lastre di grande formato 120x278 cm, nella finitura nera lucida attraversata da venature chiare Saint Laurent, della collezione Grande Marble Look.
Unica digressione alle gamme Stone e Marble Look, le pareti in colore Green della serie Crogiolo Lume, che con i suoi mattoncini lucenti e imperfetti (6x24 cm) crea una riflessione unica della luce nello spazio che accoglie la vasca Jacuzzi.
Nella zona giorno con living e cucina, inondata dalla luce naturale proveniente dalle grandi aperture verso le montagne, le superfici subiscono il fascino delle rocce sedimentarie ricordate dalla collezione Mystone Ardesia, qui posata nel colore Cenere (75x150 cm) che lascia il passo, nell’ampio patio coperto, alla Quarzite tinta Platinum, nel formato 60x120 cm.
Si devono infatti a Marazzi le principali innovazioni tecnologiche, di processo e di design nel settore delle piastrelle - alcune delle quali rappresentano importanti tasselli della storia della ceramica moderna - che hanno reso l’azienda e il distretto un punto di riferimento per l’intero mondo della ceramica. Con un’offerta unica di prodotti e servizi che spaziano dalle grandi lastre in gres di ultima generazione ai piccoli formati della tradizione, dalle facciate ventilate ai pavimenti sospesi, Marazzi rappresenta un punto di riferimento nel settore della ceramica per progettisti, architetti, imprese edili, distributori, rivenditori e clienti finali.
Negli ultimi anni, Marazzi ha implementato un importante piano di investimenti volti al miglioramento di prodotti e processi, allo sviluppo di nuove tecnologie Premium e all’apertura di flagship showroom a Milano, Londra, Parigi, Lione, Atene e Madrid.
Un lungo restauro promosso dal FAI riporta alla luce la casa-barca progettata dallo Studio BBPR nel 1959 per i coniugi Emilio e Fiammetta Norsa, ormeggiata a Ossuccio e oggi resa accessibile al pubblico. Un excursus sugli interventi di recupero della struttura, dei materiali e degli interni.
Progettata dallo Studio milanese BBPR (Gian Lugi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers) nel 1959 e donata al FAI nel 2011 da Aldo e Maria Luisa Norsa, la casa-barca ormeggiata a Ossuccio, Tremezzina, sul Lago di Como di fronte all’Isola Comacina, è tornata alla luce dopo un lungo restauro.
La Velarca rappresenta un piccolo capolavoro della storia dell’architettura moderna, firmato dagli stessi architetti della Torre Velasca, simbolo di Milano, volutamente richiamata nel nome “Velarca”.
Originariamente immaginata dai coniugi Emilio e Fiammetta Norsa, genitori di Aldo Norsa, come abitazione galleggiante in cui ospitare famigliari e amici, tra cui grandi personaggi come Gio Ponti, Gillo Dorfles, Eugenio Montale, Umberto Eco, l’iconica casa-barca riprende nelle forme e negli spazi le caratteristiche dell’architettura tipica dello studio milanese: l’attenzione all’ambiente, all’interpretazione del luogo, alla qualità della progettazione e all’accuratezza della costruzione.
Elementi che concorrono all’indubbia attualità della sua architettura, legandola al contempo a doppio filo al passato e alla storia stessa del
lago di Como: gli architetti aggiunsero infatti un volume abitativo sullo scafo di un’antica gondola lariana di 19 metri, la “Corriera Tremezzina”, che dal 1911 attraversava il lago di Como trasportando merci e persone.
GLI INTERVENTI DI RESTAURO: STRUTTURA E MATERIALI
Tra il 2012 e il 2013 l’Ufficio Restauri e Conservazione del FAI ha eseguito sull’imbarcazione un’approfondita campagna di indagini preliminari per verificare lo stato di conservazione e la resistenza delle strutture portanti. Dallo studio è risultato che, sebbene gli interni si presentassero in buone condizioni, la parte strutturale della Velarca non fosse restaurabile: il degrado delle parti lignee dello scafo era tale da non consentire alcun intervento di conservazione. Anche il ponte superiore era caratterizzato da distacchi e rigonfiamenti con conseguenti fenomeni di infiltrazione di acqua all’interno. Le cause principali del degrado erano riconducibili, oltre che al naturale deterioramento legato all’esposizione atmosferica, soprattutto a precedenti interventi che avevano compromesso la durabilità degli elementi. Negli anni Settanta del XX secolo, infatti, la carena era stata rivestita di uno strato esterno di vetroresina che aveva fatto completamente marcire il legno a contatto con essa; è comunque grazie a questo intervento che la Velarca ha resistito oltre trent’anni in acqua senza particolari attività di manutenzione. La barca è stata quindi trainata da Ossuccio a Como, dove è stata sollevata e trasportata a Maslianico presso il Cantiere Ernesto Riva, specializzato in barche in legno, per procedere con la ricostruzione dello scafo, del pagliolato e del volume abitativo soprastante.
L’intervento ha avuto l’obiettivo di mantenere le forme e i volumi il più possibile identici agli originali, ma al contempo di apportare delle migliorie tecniche per rendere le strutture più stabili e meno deteriorabili. Il progetto dello scafo e della cabina è stato affidato al professor Carlo Bertorello, docente di strutture navali all’Università Federico II di Napoli e al Master in Yacht Design del Politecnico di Milano.
L’intervento è stato suddiviso in due fasi: la prima riguardante la ricostruzione dello scafo e della coperta di prua e di poppa e la seconda il recupero e la ricostruzione del volume soprastante (la cosiddetta tuga) e degli interni.
Prima di progettare gli aspetti strutturali e costruttivi della casa-barca, il FAI ha realizzato un rilievo dell’imbarcazione a terra presso il cantiere Riva e, sulla base di questo, il professor Bertorello ha elaborato un modello 3D dello scafo esistente. Tutti gli elementi sono stati tagliati con macchine a controllo numerico, garantendo che, durante la fase costruttiva, la forma originaria dello scafo venisse riprodotta il più fedelmente possibile.
La struttura dello scafo è stata realizzata con assi di legno di castagno e rovere, le essenze utilizzate tradizionalmente, lasciando invariate le dimensioni e la spaziatura originali, ma applicando delle tecniche aggiornate per il collegamento degli elementi e per la protezione del legno, al fine di assicurare una maggiore
durabilità nel tempo dello scafo e ridurre gli interventi di manutenzione futuri.
Le assi sono state fornite da una storica ditta che realizza tini per la vinificazione, unica nel Nord Italia ad avere a disposizione legni di qualità delle adeguate dimensioni. Per alcune parti strutturali del volume abitativo si è scelto invece di apportare delle migliorie tecniche sia nei materiali sia nelle dimensioni, garantendo un miglior stato di conservazione e una maggiore robustezza della casa-barca. La scala a chiocciola, elemento distintivo degli interni, che si eleva al piano superiore sulla coperta con una torretta d’ingresso, è stata completamente restaurata, e realizzata in maniera che possa essere smontata, affinché l’imbarcazione abbia le altezze adeguate al trasporto su ruota per
essere movimentata via terra.
A seguire si è intervenuti sulle pareti laterali del volume con le finestrature e sul ponte della coperta superiore. La geometria delle pareti laterali è semplice e di facile riproduzione: queste, infatti, sono composte da pannelli verticali di lunghezza variabile, contenenti le aperture delle finestre, che seguono secondo una linea spezzata l’andamento curvilineo dello scafo. Gli elementi, la cui struttura era irrecuperabile, sono stati ricostruiti identici agli originali, sia nella forma sia nei materiali. Il cielo della sovrastruttura, ovvero il ponte della coperta esterna, era originariamente costituito da pannelli in masonite, lana di roccia e un tavolato in iroko, su cui si era intervenuti negli anni ’70 più volte con
l’inserimento di vetroresina e la sostituzione dei listelli in compensato di teak di diverse dimensioni rispetto agli iniziali posti negli anni ‘60. Lo stato della coperta risultava seriamente compromesso: la lana di roccia era completamente degradata a causa delle infiltrazioni di acqua. L’intervento ha dunque optato per la realizzazione di una nuova struttura in larice e compensato marino di okoumè, con dimensioni adeguate al carico previsto dalla successiva apertura al pubblico, ricoperto da un rivestimento in doghe di iroko larghe quanto le originali degli anni ‘60. Questa soluzione costruttiva, esteticamente identica all’originale, garantisce traspirabilità alla struttura e impedisce la formazione di degradi dovuti all’umidità.
L’ultima fase dell’intervento ha previsto il completamento degli arredi e dell’allestimento all’interno della casa-barca, con tutti i dettagli per rendere la barca una vera e propria casa galleggiante.
Sono state montate le paratie interne che suddividono gli ambienti, ricostruiti gli arredi in legno, come le panche della sala da pranzo e gli armadietti della cucina, ricollocate le parti originali, come i letti e i bagni, e introdotti i nuovi impianti di rilevazione fumi, antintrusione e di sicurezza, necessari per aprire ai visitatori il Bene.
Sul ponte sono state tese le cime e il cordame, all’interno riposizionati i dettagli in ottone e le lampade originali degli anni ’60, all’esterno lo scafo e tutte le superfici lignee sono state oggetto di un lungo ciclo di verniciatura, che garantisce l’adeguata protezione all’acqua e la durabilità nel tempo, e nelle pareti verticali sono state ricollocate le finestre originali con i rispettivi telai in ottone, debitamente restaurati. Le perlinature in mogano di rivestimento esterne ed interne, in gran parte deteriorate a causa di infiltrazioni d’acqua, sono state in parte recuperate e integrate con nuovi elementi della stessa essenza e dimensione. Prima e durante ogni lavorazione sono state confrontate le foto originali della barca, per essere sicuri che le soluzioni scelte riprendessero il disegno voluto dai BBPR.
Grazie al finanziamento dell’Autorità di Bacino-Regione Lombardia, si sono svolti infine i lavori di manutenzione del pontile esistente a Ossuccio, a cui la Velarca è di nuovo attraccata, e di realizzazione di un nuovo pontile demaniale. La posa dei pontili, eseguita
con l’utilizzo di pontone fisso da lago, è stata realizzata utilizzando anche operai subacquei. Obiettivo dell’intervento è stato rispondere alle nuove esigenze di gestione e alle normative di sicurezza necessarie per aprire gli spazi al pubblico.
L’intervento ha interessato anche la zona del giardino: una stretta area verde devastata da forti eventi climatici che hanno portato alla caduta di sette alberi di alto fusto, anch’essa originariamente disegnata dai BBPR come parte integrante del progetto.
L’ALLESTIMENTO DEGLI INTERNI
Al momento della donazione al FAI, gli interni si presentavano ancora arredati. Le poltrone sul ponte, gli armadi con la biancheria, i cuscini sui divani, i letti con le lenzuola, le posate nei cassetti, i vasi sulle mensole: tutto era ancora conservato, ma con evidenti segni di usura e con gli inevitabili cambiamenti dovuti allo scorrere del tempo, ai mutamenti di gusto e di abitudini. Rispetto alle foto d’epoca, mancavano alcuni oggetti e arredi, alcuni tessuti erano stati sostituiti ma la maggior parte dell’allestimento rispecchiava quello originale. Al termine dei lavori sulla parte strutturale
della Velarca, una volta passati al rifacimento degli interni, è partito il cantiere di restauro e conservazione di arredi e oggetti. Gli interventi di pulitura, messa in sicurezza e restauro sono stati affidati a operatori specializzati, tra cui alcuni storici laboratori di artigiani locali. Tra gli interventi: tutte le lampade originali, a tartaruga e a gabbietta, sono state pulite e messe a norma; le sedie in legno e pelle Ninfea, disegnate da Gio Ponti, sono state consolidate e la struttura protetta da vernice nautica. Il pessimo stato di conservazione dei tendaggi, dei rivestimenti di cuscini e materassi, e delle parti in cuoio ha reso necessaria la sostituzione. Per la scelta dei nuovi rivestimenti sono stati utilizzati campioni di tessuto originale che hanno permesso di riprodurre fedelmente i colori e i materiali dell’epoca. Le tende sono state rifatte nello stesso Blu Cina, i cuscini e i materassi in pelle, mentre il grande tendalino della coperta è stato realizzato nella forma e nei colori originari degli anni Sessanta, bianco e arancio, con uno studiato sistema di intreccio delle cime con i pali.
Le parti in cuoio di alcune sedute e le cinghie delle cuccette sono state in parte conservate e in parte rifatte: l’intervento è stato affidato a un restauratore di carrozze, che ha realizzato a mano le cuciture e ha tinto il cuoio nella stessa tonalità, riproducendo perfino i duecento ganci delle tende grazie a un arnese realizzato da lui su misura. In uno storico laboratorio di argenteria comasco gli ottoni sono stati puliti, lucidati, modificati: le bitte, le testate dei pali, i passacima, gli oblò, parti di arredo, le lettere che compongono il nome Velarca sullo scafo, le cappelliere, e altri elementi.
Il restauro ha così restituito un luogo con tutte le funzionalità e le comodità di una abitazione: le cuccette allestite, gli asciugamani in bagno, gli stipi ricolmi di stoviglie, i libri e le riviste impilate, le ceramiche inglesi ricollocate sulle mensole come in un salotto borghese. Dettagli che contribuiscono a restituire l’atmosfera di casa, circolo culturale e luogo dedicato alla convivialità.
“IL
Ai restauri architettonici si è affiancato un vero e proprio “cantiere della conoscenza”, coordinato dagli uffici interni della Fondazione, la cui fase preliminare, propedeutica per le attività condotte in seguito, è stata dedicata alle indagini bibliografiche e d’archivio, che hanno visto il coinvolgimento di studiosi e istituzioni culturali. Gli interventi di restauro e di allestimento degli interni, infatti, sono stati pianificati a partire da un lavoro di inventario, documentazione dello stato di fatto, studio e ricerca iconografica, che ha impegnato il FAI per due anni, dal 2011 al 2013.
In particolare, è stato recuperato dall’Archivio Progetti – Fondo Giorgio Casali dell’Università IUAV di Venezia un nucleo di scatti del fotografo di architettura e design Giorgio Casali (Lodi 1913 – Milano 1995), realizzati in occasione del servizio dedicato alla Velarca sulla rivista Domus, pubblicato nel 1962, che ha permesso la ricostruzione storica degli allestimenti interni.
Inoltre, una ricerca approfondita negli archivi del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma ha permesso di ricostruire l’aspetto originario del giardino, come da progetto dello Studio BBPR.
CANTIERE DELLA CONOSCENZA”
Design in bioedilizia
Ispirazione rinascimentale e bioedilizia s’incontrano in una villa di nuova costruzione, realizzata interamente in legno da Rubner Haus. ENG
ph. Alberto Franceschi
I vantaggi della bioedilizia, le qualità di un’abitazione ecologica e le potenzialità creative dell’architettura in legno si sono rivelati fattori determinanti per la scelta di un giovane nucleo famigliare di puntare su una villa di nuova costruzione, innovativa e sostenibile, nonostante l’idea iniziale di sopraelevare una casa in muratura già esistente.
Realizzata da Rubner Haus nei dintorni di Verona, l’abitazione green edificata ex novo, risponde alla duplice esigenza di coniugare modernità e rispetto per l’ambiente, offrendo ai committenti spazi luminosi, a basso impatto e altamente performanti dal punto di vista dell’isolamento termico e acustico.
“Il progetto architettonico, in tutte le fasi del suo sviluppo, non ha mai perso di vista questo obiettivo”, racconta l’architetto curatore del progetto, Alessandro Cesaraccio. “Il linguaggio utilizzato è quello classico, fatto di proporzioni, di rapporti tra vuoti e pieni, colori e materiali”.
È infatti l’architettura del Rinascimento ad ispirare il concept progettuale di questa realizzazione, con la quale trova peculiari affinità elettive: nel pensiero di architetti come Filippo Brunelleschi, Andrea Palladio, Leon Battista Alberti, la dimora signorile doveva spiccare per magnificenza ma integrandosi con il paesaggio e la natura grazie all’armonia delle proporzioni, riflesso dei canoni umanistici, fondamento di quell’epoca.
Nella elaborazione contemporanea d’un principio antico vengono dunque ripresi temi ed elementi che conferiscono nello stesso tempo un senso di solidità magniloquente e di dinamismo, di movimento, proprio come in certe dimore nobiliari del Cinquecento – con colonne, frontoni e pilastri a costituirne la grammatica. La geometria dell’edificio pare avvilupparsi intorno all’immensa vetrata che s’alza per i due piani, sancendo il valore della relazione stretta tra interno ed esterno, tra ambiente umano e natura circostante. Il dialogo tra i due mondi è fitto e continuo.
“Era prioritario, per noi, avere molta luce in ogni stanza della casa”, spiegano i committenti, “in modo che gli spazi risultassero amplificati e lo sguardo non avesse ostacoli: tutti gli ambien-
ti sono infatti collegati tra loro e la luce esalta quest’apertura”.
E anche la piscina, come un giardino d’acqua che ruota intorno a parte della casa e nel quale l’edificio si specchia, contribuisce con il riverbero del sole a illuminare gli interni.
Attraverso un ponte sopra la piscina si accede alla casa, protetta da un’alta cancellata che corre lungo tutto il perimetro. La zona giorno al piano terra, rivolta a sud-ovest e sud-est per ricevere più calore possibile durante l’inverno, è riparata d’estate da pensiline in aggetto e brise-soleil che ombreggiano gli spazi.
Cucina e soggiorno formano un ambiente unico, su cui si affaccia il piano superiore - un soppalco prospettante sulla doppia altezza del soggiorno – raggiungibile tramite una scala a sbalzo che non chiude ma anzi, con il colore caldo del legno e la trasparenza del vetro, aumenta il senso di estensione.
Nella zona notte, due ampie camere da letto, di cui una padronale, comprendono ciascuna un bagno privato e una cabina armadio. Destinati al piano interrato, invece, sono i locali tecnici, la zona spa, la cantina, una taverna e una cucina. I pavimenti in legno trovano nelle delicate tonalità dell’arredamento d’interni il riflesso di una ricerca d’armonia che ha animato i proprietari fin dall’inizio: “Il timbro morbido di certi colori –sabbia, crema, avorio, beige, con dominanti calde – ci rappresenta pienamente e volevamo che ritornasse in tutti gli ambienti, nei mobili come negli accessori e nella carta da parati, studiati insieme a una designer d’interni con cui noi e l’architetto abbiamo lavorato in grande sintonia”.
Tra allure rinascimentale, materiali naturali e comfort abitativo, il progetto si fonda sulla ricerca dell’equilibrio perfetto, obiettivo primario anche nell’approccio al lavoro. “Sia nella fase di progettazione sia in quella di realizzazione”, spiega l’architetto, “ha lavorato un gran numero di maestranze che, con le loro specifiche competenze, sono riuscite a risolvere qualunque problema si potesse presentare in un cantiere così complesso. Non immaginavo che una struttura in legno potesse lasciare un grado di libertà così elevato, in ogni fase del progetto. Sicuramente, il rapporto di collaborazione con Rubner Haus ha permesso di rendere fluido ed efficace l’intervento, riducendo al minimo gli imprevisti”.
RESISTENZA ANTISISMICA
Grazie al ridotto peso specifico, le case in legno sono particolarmente indicate nelle zone a rischio sismico. Minore la massa dell’edificio, infatti, minore la forza orizzontale in caso di terremoto. I test realizzati presso il National Laboratory for Civil Engineering di Lisbona, nell’ambito del progetto “Series” di ricerca sismica, hanno mostrato che le case Rubner Haus resistono alle sollecitazioni di 40 terremoti di accelerazione variabile fino a magnitudo 8.0 senza subire danni strutturali. Gli edifici Rubner dispongono di un sistema di ancoraggio sviluppato internamente e brevettato.
PROTEZIONE ANTINCENDIO
Il legno ha un’elevata resistenza al fuoco, brucia lentamente e ha un tasso di combustione e una temperatura d’incendio conosciuti: rispetto a una struttura in muratura, ha una capacità portante che dura più a lungo. Resta inalterato dal punto di vista meccanico fino a temperature di 120° C e lo strato di carbone che si forma sulla superficie esposta al fuoco protegge la massa interna. Le case Rubner dispongono di certificazione che ne attesta la capacità di protezione in caso d’incendio, come accertato da CSI di Milano (Polo europeo per la certificazione della conformità di materiali, prodotti, imprese), da MFPA di Lipsia (Istituto di prova, ispezione e certificazione per prodotti da costruzione) e da ETA (Benestare Tecnico Europeo dei componenti edilizi).
Con più di 25.000 edifici realizzati in oltre 60 anni di attività, Rubner Haus è la società del Gruppo Rubner specializzata nella costruzione di case in legno mono e bifamiliari, ampliamenti/ sopraelevazioni, oltre che strutture turistiche e commerciali, scuole e asili. Abitare in una casa in legno vuol dire recuperare un rapporto equilibrato con la natura. Il legno è il punto di partenza di un vivere sostenibile. È il materiale più naturale e salubre per la realizzazione di uno spazio di vita.
Ecco perché le case Rubner Haus utilizzano le varie componenti dell’albero, come legno, sughero e fibra di legno, grazie a cui le pareti non emettono nell’ambiente composti chimici dannosi per la salute ed essendo traspiranti, garantiscono la naturale regolazione dell’umidità e un elevato livello di comfort bioclimatico. Con gran beneficio in ambito energetico: le case Rubner consumano il 20% di energia in meno rispetto a una casa di nuova costruzione in materiale tradizionale, il che comporta un minor esborso di spese di riscaldamento e condizionamento e una riduzione del 20% delle emissioni di CO2 annuali.
12 WOOD LEITMOTIV
Bruno Parquet porta il calore del noce in una mansarda in provincia di Cuneo.
Un attento lavoro di ristrutturazione ha trasformato un appartamento mansardato situato nel circondario di Cuneo in uno spazio elegante e contemporaneo, dove spicca come protagonista assoluto il parquet in noce prefinito di Bruno Parquet.
IL FASCINO DEL NOCE PREFINITO
La scelta del pavimento è ricaduta su un parquet prefinito in noce europeo, verniciato con una speciale finitura “effetto olio” che ne esalta la matericità e il calore. Le dimensioni generose delle plance – con una larghezza di 200 mm e lunghezze variabili tra 1000 e 2400 mm – valorizzano la naturalezza delle venature, mentre lo spessore di 14 mm (con 4 mm di lamella nobile) garantisce robustezza e durata nel tempo.
EQUILIBRIO DI CONTRASTI E MATERIALI
L’intervento ha giocato su un raffinato equilibrio di materiali e colori. La scala interna si distingue per il dialogo tra il parquet in noce caldo e nodoso e il parapetto bianco, creando un contrasto visivo di grande impatto. Nella cucina open space, il design moderno si esprime attraverso un’isola dal rivestimento effetto marmo e arredi in acciaio e antracite, che trovano un perfetto contrappunto nel soffitto con grandi travi in legno a vista. Corridoio e disimpegno sono arricchiti da una boiserie in legno bianco, che dona continuità agli spazi e amplifica la luminosità dell’ambiente con la complicità di preziose applique in finitura dorata. I colori predominanti – dal caldo noce all’attuale antracite, e ancora bianco, blu e accenti in velluto verde per la zona notte – contribuiscono a definire un’atmosfera sofisticata e accogliente, in cui il pavimento Bruno Parquet gioca un ruolo fondamentale per ottenere una connessione visiva tra gli spazi e conferire eleganza e comfort all’abitazione.
La storia imprenditoriale della famiglia Bruno comincia nel 1929, quando la società BRUNO GB era una fiorente realtà nel commercio e segagione del legname. Ben presto l’attività si espande e comincia la produzione e il commercio del parquet.
Grazie ai 90 anni di attività e 4 generazioni, BRUNO PARQUET è oggi un’azienda di grande esperienza e professionalità, riconosciuta per l’ottimo standard qualitativo delle specie legnose e dei prodotti finiti, oltre che per la grande attenzione verso i clienti e per il pieno rispetto del patrimonio boschivo e l’impatto ambientale.
La profonda conoscenza del legno, unita alla qualità della materia prima, all’origine comune delle partite di legname e al controllo accurato in ogni fase produttiva fanno dei parquet Bruno un’eccellenza del made in Italy. Tutti i prodotti Bruno Parquet sono a norma CE e rispondono agli standard stabiliti dalle più recenti normative europee.
ph. Léa Lejeune
13 LA ROSE DES SABLES Cap-Ferret
Una villa dal fascino d’antan in cui legno, ceramiche e carta da parati fanno da sfondo ad arredi che strizzano l’occhio al passato.
Alle spalle dell’oceano e affacciata direttamente sulla laguna di Mimbeau, nel suggestivo scenario francese di Cap Ferret, la sontuosa villa di famiglia
La Rose des Sables è immersa in un’atmosfera sospesa, lontana dalla confusione delle vicine località balneari. Il tempo, qui, sembra essersi fermato al primo Novecento e a un’idea diversa di villeggiatura. Costruita negli Anni Trenta e tutelata da Bâtiments de France come esempio emblematico di architettura neo-basca, questa affascinante dimora dai prospetti color sabbia si integra meravigliosamente con il giardino e con il paesaggio circostante disegnato dal blu del mare, dall’oro delle dune e dal verde della vegetazione atlantica.
Rinnovati integralmente nel pieno rispetto dell’heritage architettonico, su progetto di Francoise Leroux e Clémence Delaby, i 270 mq interni sono inondati di luce e offrono una vista unica sui dintorni. L’interior design, curato dalla padrona di casa, è caratterizzato da un inconfondibile charme d’antan, interpretato con tocchi personali. Gli arredi e le decorazioni riflettono il gusto eclettico della proprietaria che ha scelto pezzi rari e pezzi unici provenienti da gallerie d’arte, mercerie e negozi di antiquariato. Il risultato è una dimora “habillée couture” caratterizzata da affascinanti spazi domestici, tra i quali la sala, in cui un camino tradizionale dialoga con mobili di design e oggetti ricercati come un piatto in ceramica di Picasso, la cucina con mattonelle ceramiche che riproducono i decori del Palazzo dei Papi di Avignone, una sala di lettura silenziosa e una sala da tè di gusto vintage. Sei sono le camere da letto, due delle quali dedicate ai bambini e connotate da una giocosa contaminazione di registri stilistici, in equilibrio tra le panchette dell’epoca di Napoleone III, i letti a baldacchino e le sedie in acciaio di Knoll.
La cura per i dettagli e l’eleganza di uno stile che attinge al passato del luogo pulsano in ogni stanza, come dimostra anche la sala da bagno della grande suite padronale, decorata con uno scenografico rivestimento in tessuto che fa da quinta teatrale agli elementi d’arredo di Devon&Devon: dalla vasca Hollywood realizzata nell’innovativo materiale White Tec, con sagoma scultorea, alla raffinata consolle rétro con doppio lavabo Memphis arricchita dalla rubinetteria Austin, fino alle vezzose applique Nadine, con paralume plissettato e profili in gros-grain. Le luci Devon&Devon tornano inoltre protagoniste nella coloratissima stanza degli ospiti, illuminata dalle lampade Noir.
SELECTED INTERIORS
SELECTED INTERIORS
ARTE & TRADIZIONE
LOS ANGELES
ph. Laure Joliet
Nell’elegante quartiere di Pacific Palisades a Los Angeles, il team tutto al femminile di Electric Bowery cura la ristrutturazione di una casa con vista sull’oceano, ispirandosi al carattere mediterraneo dell’architettura preesistente ed enfatizzandone gli elementi d’impronta stilistica coloniale spagnola.
L’interior si serve di intonaci naturali e sinuose aperture ad arco per creare un’atmosfera raffinata in cui risaltano una selezione eclettica di complementi d’arredo, moderni e scultorei, e opere d’arte dalle cromie audaci.
Pavimenti in legno scuro e soffitti con travi a vista, piastrelle ceramiche in finitura lucida e inserti in terracotta definiscono il carattere tradizionale dell’abitazione, che punta tuttavia su pattern giocosi e materici di differenti proporzioni per animare la metratura e donarle dinamismo.
Anche grazie ai materiali impiegati, il progetto fonde sapientemente un’estetica tradizionale con influenze contemporanee e mai banali, per un risultato che bilancia sapore classico, design attuale e tocchi artistici.
MINIMALISMO TRA LE NUVOLE
ph. Ewout Huibers
Situato al 19° piano nel cuore del vivace distretto Zuidas di Amsterdam, l’appartamento concepito dallo studio i29 Architects regala viste mozzafiato sullo skyline cittadino dissolvendone il fermento. Nei suoi interni, l’energia dinamica della vita urbana si fonde con la calda matericità dei materiali scelti e una palette cromatica delicata, dando vita a un rifugio tranquillo sospeso ad alta quota.
Il layout open space è ben organizzato, avvicendando elementi su misura che plasmano le diverse aree abitative senza interrompere il flusso arioso e coeso degli ambienti.
Con una superficie di 300 m², l’appartamento è caratterizzato da ampie superfici in legno, texture ricche e pavimenti continui che conferiscono un’estetica contemporanea e pulita. La configurazione comprende una cucina su disegno, un ampio soggiorno aperto, due camere da letto, un angolo studio e due servizi. Ogni stanza riflette un’estetica ricercata, accuratamente ottenuta lavorando principalmente con materiali tattili impiegati per vestire da cima a fondo lo spazio abitativo.
CAPSULE MONOCROMATICHE IN CASA HERBARIA
ROMA
ph. Eller Studio | Styling Alessandra Orzali
I proprietari di un appartamento situato all’interno di un edificio anni ’60 nel quartiere Nemorense-Trieste, avevano un chiaro desiderio: trasformare la propria casa in uno spazio su misura, dove la luce naturale fosse protagonista e i materiali dialogassero in un gioco di contrasti. Partendo da una pianta originaria frammentata e suddivisa in numerosi ambienti, lo studio romano Punto Zero ha sviluppato un progetto che fonde materiali grezzi, come il cemento a vista e il ferro, con elementi più caldi e accoglienti, come il legno, ottenendo uno spazio fluido e versatile, in cui l’equilibrio materico e cromatico si fa cifra stilistica.
“Per prima cosa abbiamo messo a nudo pilastri, setti e travi della struttura, che abbiamo associato a un parquet in legno di quercia dalle tonalità decise, alternandolo con superfici con-
tinue in resina, declinate in diverse colorazioni per creare ambienti-capsula monocromatici” raccontano gli architetti Giorgio Marchese e Arianna Nobile.
Così, dall’ingresso realizzato come una capsula verde intenso si accede dopo pochi passi al living caratterizzato dal cemento a vista e da una quinta cromatica verde con due aperture strategiche: una incornicia l’angolo dedicato ai pranzi veloci, affacciato sul terrazzo grazie alla grande vetrata; l’altra si apre sull’ingresso, integrando armadiature e una porta a pannello per schermare all’occorrenza la zona notte. A completare l’ambiente, una parete arredata dove due librerie in lamiera di ferro grezzo si inseriscono con eleganza. I divani, morbidi e volumetrici, sono disposti liberamente nello spazio, accompagnati da Chiodino, un pezzo
di design della collezione Franca e Allegra firmata Punto Zero.
Anche la cucina è concepita come una capsula colorata: il verde laccato dell’arredo su misura, realizzato in falegnameria, si abbina al top e al backsplash in marmo verde Guatemala, enfatizzando un carattere sofisticato e contemporaneo.
La zona notte si articola tra spazi ovattati e luminosi: un bagno si presenta come un box monocromatico color vinaccia, arricchito da un lavabo in marmo breccia viola, mentre l’altro, più luminoso, gioca su tonalità resinate gialle e un grande lavabo in marmo di Carrara. La camera padronale si apre con un’anticamera di armadi colorati che dialogano visivamente con la grande finestra affacciata sul balcone, creando un ambiente raffinato e accogliente.
COLLECTIVE SPACES
ARCHI-PEOPLE Alvisi Kirimoto
di Sabrina Tassini
Tra essenzialità e impatto visivo, approccio artistico e pragmatismo tecnico, i progetti architettonici di Alvisi Kirimoto rassomigliano a un tango vibratile tra opposti in equilibrio.
La storia della practice, fondata più di vent’anni fa dal duo italo-giapponese Massimo Alvisi e Junko Kirimoto, è disseminata di referenze internazionali di rilievo, tutte accomunate dall’alternanza di un sapiente rigore formale e un’efficacia espressiva cucita sul contesto, propria delle opere ben concepite.
La filosofia del pluripremiato studio – tra i principali riconoscimenti ricordiamo l’International Architecture Award del Chicago Athenaeum (2021) e la menzione d’onore al premio EU Mies van der Rohe (2021) –respinge infatti gli stili predefiniti, guarda al dettaglio come elemento cardine e si nutre di una profonda comprensione dello spazio e di chi lo fruirà in futuro. Nel segno di un’architettura rispettosa e sur mesure che diventa “un ponte tra le persone e l’ambiente, capace di generare benessere e armonia”, come racconta Massimo Alvisi, con il quale abbiamo approfondito visioni e fondamenti.
Le vostre radici affondano in culture particolarmente differenti. Cosa comporta e apporta al lavoro di progettazione architettonica il sincretismo Italia-Giappone?
Il connubio tra la cultura italiana e quella giapponese è un elemento cardine del nostro approccio e del lavoro del nostro studio, un valore che ci impegniamo a trasmettere anche ai nostri collaboratori. Junko ed io proveniamo da contesti profondamente diversi, sia per quanto riguarda la cultura che il metodo di lavoro. Questa complementarità ci consente di sviluppare un processo progettuale unico, adattandolo di volta in volta a ciascun progetto. Un aspetto particolarmente affascinante della cultura giapponese è il concetto di bellezza nell’imperfezione. Questo ideale si fonda sull’accettazione della transitorietà, del cambiamento e della pluralità di punti di vista. Grazie a questa prospettiva, progettisti, osservatori e fruitori di un’opera possono immaginare un luogo al di là della sua dimensione fisica, interpretandolo in modo mutevole nel tempo, poiché nulla è permanente e ogni cosa è destinata a trasformarsi.
Per quanto riguarda invece l’essenza italiana si può fare riferimento al concetto di misura.
Non si tratta semplicemente dell’atto fisico di misurare, ma della capacità di percepire uno spazio, appropriarsene positivamente e reinterpretarlo. L’obiettivo è concepirlo, plasmarlo in modo tale da renderlo “su misura”: perfettamente rispondente alle esigenze delle persone e rispettoso del contesto. L’incontro tra queste due prospettive, così diverse e complementari, arricchisce il processo progettuale, dando vita a progetti dinamici e attentamente calibrati: spazi capaci di dialogare con il contesto, rispondere alle necessità e mantenere un’identità unica e riconoscibile.
Entrambi vantate esperienze rilevanti nel settore. Ci sono insegnamenti tratti dalle passate collaborazioni che tuttora serbate e applicate?
Sia Junko che io proveniamo da contesti di grande rilievo e stimolo, che ci hanno insegnato moltissimo e profondamente ispirato. La mia esperienza con Renzo Piano da giovane architetto che mi ha permesso anche di seguire il cantiere dell’Auditorium della Musica di Roma, oppure il lavoro con Oscar Niemeyer per l’Auditorium di Ravello mi hanno insegnato a vedere l’architettura come una professione
ph. Ilaria Magliocchetti Lombi ENG
che abbraccia e trae ispirazione da molteplici discipline.
Junko, invece, ha collaborato con figure di spicco come Shin Takamatsu, Kazuyo Sejima e Massimiliano Fuksas, grazie al quale ci siamo conosciuti. Nel 2002, grati degli insegnamenti ricevuti da questi grandi Maestri internazionali, abbiamo deciso di fondare la nostra realtà. Seguimmo il prezioso consiglio di Renzo Piano: mantenere sempre i piedi per terra, affrontare anche piccoli progetti, ma sempre con grandi idee, realizzandoli con una cura maniacale per fare la differenza; non era importante tanto la scala del progetto, quanto il modo in cui questo sarebbe stato sviluppato.
Questo insegnamento, che si è rivelato fondamentale nei nostri primi anni di professione, rimane ancora oggi un pilastro del nostro metodo. Per noi, ogni progetto è unico e importante, indipendentemente dalla sua dimensione o dal suo impatto mediatico.
A ciascuno dedichiamo il cento per cento della nostra attenzione, delle nostre idee e della nostra passione.
Sempre più spesso si parla di progettazione “sartoriale” come condicio sine qua non dell’architettura contemporanea. Una modalità che è caposaldo della vostra attività sin dalla fondazione dello studio. Come declinate questo concetto nella pratica architettonica?
Un approccio “sartoriale” e quindi su misura richiede un dialogo approfondito con i clienti, siano essi privati o pubblici, per individuare soluzioni che rispondano pienamente alle loro esigenze e peculiarità. Non si tratta solo di progettare un’opera architettonica, ma di costruire un immaginario e una narrazione unici, specifici e irripetibili per ciascun cliente. Ogni progetto che realizziamo è unico, diverso da tutti gli altri, poiché le esigenze, le sensibilità e gli obiettivi variano non solo da persona a persona, ma anche con il passare del tempo. Questo metodo si basa su un’attenzione scrupolosa ai dettagli, che consideriamo un elemento essenziale. Ogni scelta non si limita a rispondere a necessità pratiche, ma costruisce un’esperienza emotiva e visiva che dialoga con l’ambiente e la comunità che lo vive.
Riguardo agli spazi destinati alla collettività, vi abbiamo visti impegnati in una vasta e variegata gamma di progetti, dalla riqualificazione del centro storico di Hanoi allo studio di prefattibilità per la rigenerazione dell’area Ex-Macrico a Caserta, e ancora, dal nuovo Spazio Antonioni a Ferrara all’ABF “Maria Manetti Shrem” Educational Center a Firenze (articolo nelle prossime pagine ndr). Con quali presupposti approcciate realizzazioni così diverse e come coniugate la visione creativa con le esigenze funzionali degli ambienti pubblici? Ogni intervento nasce dall’ascolto e da un’attenta analisi del contesto. Per noi, progettare spazi destinati alla collettività significa prima di tutto mettere al centro la natura e l’essere umano, ponendo grande attenzione alle specificità del luogo, alle sue necessità e alla comunità.
Ogni progetto è frutto di un dialogo continuo e profondo con tutte le parti coinvolte: dai committenti agli enti pubblici, dai curatori alle comunità locali. Ad esempio, nel caso dello Spazio Antonioni a Ferrara, abbiamo lavorato in stretta sinergia con il Comune di Ferrara, Enrica Fico Antonioni – moglie di Michelangelo Antonioni – e il curatore Dominique Païni. L’obiettivo non era solo restaurare il cosiddetto “Padiglione d’arte contemporanea”, ma far sì che il nuovo museo fosse una traduzione tangibile dell’arte del Maestro e del pensiero curatoriale, integrandosi armoniosamente nel contesto urbano e culturale di Ferrara.
Ogni dettaglio è stato concepito come una tessera di un mosaico, per trasformare il patrimonio del regista in un’esperienza architettonica che rispettasse le necessità dei committenti e la visione artistica del progetto. Diversa, ma ugualmente significativa, è stata la progettazione dell’ABF “Maria Manetti Shrem” Educational Center, all’interno dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. Qui, il punto di partenza è stato il benessere dei bambini ospedalizzati. In questo spazio, ogni elemento è stato concepito per favorire l’apprendimento e il comfort dei piccoli pazienti. La scelta dei materiali, la disposizione degli spazi, la luce e persino i dettagli cromatici sono il risultato di uno studio mirato a creare un ambiente
accogliente, stimolante e inclusivo, in grado di rispondere ai bisogni pratici sia a quelli emotivi degli educatori e dei piccoli pazienti. In ogni progetto cerchiamo di trovare un equilibrio tra funzionalità e ispirazione creativa, partendo dall’ascolto e arrivando a una visione condivisa. È un processo corale, in cui ogni voce conta, e dove il rispetto per l’ambiente, per il patrimonio culturale e per le persone è il principio guida per ottenere risultati che abbiano un impatto positivo e duraturo.
Citava discipline e arti che, al di fuori dell’architettura, possono ispirare le vostre opere.
Per esempio?
Una delle principali è certamente la musica, che ha il potere di generare emozioni, proprio come l’architettura. Ogni spazio, come una composizione musicale, deve essere in grado di suscitare una reazione emotiva nel fruitore, di stimolare un legame profondo e personale con l’ambiente che lo circonda. Così come un brano musicale offre diverse interpretazioni e può essere percepito e vissuto in modi differenti da ciascun ascoltatore, l’architettura deve offrire un terreno fertile affinché la comunità possa scrivere la propria storia. Non si tratta di fornire soluzioni già predefinite, quanto di costruire uno spazio che lasci aperta la possibilità di riflessione.
Il ruolo del progettista è quindi simile a quello di un direttore d’orchestra, che guida un complesso musicale verso una performance armonica. Non agisce solo, ma la magia avviene grazie alla pluralità di voci. L’architetto non è il solo a determinare il risultato finale; ciò che fa è consegnare un’architettura pensata per la comunità, che sarà attivata e vissuta dalla stessa comunità. Un passo molto bello che secondo me che racchiude questi concetti è del grande Maestro Piano, tratto da “Discorso in commemorazione di Claudio Abbado”, tenuto in Senato il 23 Gennaio 2014.
“Vi è una sorta di complicità tra il musicista e l’architetto, tra chi compone lavorando con la materia più immateriale e più leggera che esista, cioè il suono, e chi invece costruisce.
C’è complicità e c’è anche una sorta di affettuosa invidia dell’intellettuale, del poeta,
del musicista verso il costruttore e viceversa; il costruttore che lavora con una materia così pesante, infatti, quasi invidia il materiale con cui lavora il musicista. Quando poi l’architetto ama la musica ed il musicista ama l’architettura, evidentemente la cosa è fatta”.
Oltre alla musica – che ci insegna l’importanza del silenzio e della pausa – ogni arte e disciplina offre nuove prospettive e profondità all’architettura. Questo approccio ci permette di progettare opere non solo funzionali, ma anche capaci di emozionare e coinvolgere sotto diversi punti di vista.
Lavorando su scala internazionale, quali differenze riscontrate tra lo scenario italiano e quello estero, sia in termini di apertura della committenza che in termini di sfide nella lavorazione?
In Italia, l’approccio alla progettazione è strettamente legato al rispetto per il patrimonio storico e culturale, specie quando si lavora in città dal grande valore culturale, come può essere Roma.
Questo aspetto rappresenta sicuramente una sfida in termini progettuali, ma permette che ogni progetto venga gestito con particolare qualità, dettaglio e rispetto senza, però, escludere un’apertura verso l’innovazione. In contesti internazionali, la committenza è spesso meno legata a tradizioni o vincoli. Ciò non implica mancanza di rispetto per il contesto, ma una maggiore libertà nel processo di sperimentazione, che risulta meno restrittivo e più aperto. In Italia la complessità burocratica e i vincoli richiedono molta pazienza e una gestione ben precisa; all’estero, le difficoltà possono riguardare la gestione della diversità culturale e la necessità di integrarsi con realtà locali molto diverse a quelle a cui siamo abituati. Tuttavia, lavorare su scala internazionale offre la possibilità di ampliare le proprie conoscenze, modificare il proprio punto di vista e confrontarsi con nuove idee e pratiche.
È importante però ricordare che le sfide che si affrontano nella realizzazione dei progetti variano sempre da Paese a Paese e da progetto a progetto.
In un panorama globalizzato che tende di frequente a uniformare i gusti e i luoghi, com’è possibile conciliare le tendenze generali con l’identità architettonica e territoriale del singolo progetto?
Il nostro approccio all’architettura mira a preservare e valorizzare l’identità locale di ogni progetto, pur mantenendo un dialogo con le tendenze globali. È fondamentale sottolineare come le architetture comunichino tra loro, da un capo all’altro del mondo, tutte legate dal valore culturale ed esemplare che trasmettono. Ogni architettura, che sia di piccola o grande scala, si muove da un luogo all’altro, e ogni architettura capace di evolversi e adattarsi diventa grande. Questo processo di «influenza» è sempre esistito; pensiamo, ad esempio, alle architetture di Frank Lloyd Wright e al Giappone agli inizi del 1900, al futurismo e alle opere di Zaha Hadid, o ancora alle architetture del 1400 e quelle del 1800. Tuttavia, sono le persone a far sì che le architetture parlino e si influenzino.
Siamo noi la linfa che scorre da luogo a luogo, da edificio a edificio, costruendo connessioni. Come progettisti, abbiamo la capacità di creare memorie e un alfabeto corporeo che permette di trasmettere la dimensione culturale ovunque, anche a migliaia di chilometri di distanza.
Parlando invece di materiali, cosa rappresentano per voi e con quali criteri li selezionate di volta in volta? Ci sono superfici o elementi materici che ricorrono nelle vostre scelte?
I materiali sono elementi fondamentali nel nostro processo progettuale. Non sono scelti solo per la loro funzionalità o per un gusto estetico, ma soprattutto per il loro potere espressivo, la loro capacità di stabilire un legame profondo con il contesto e per il loro impatto sull’esperienza degli utenti. La selezione dei materiali avviene sempre in relazione a una serie di criteri che rispecchiano la filosofia del progetto, considerando vari fattori come il contesto naturale e culturale, la sostenibilità, e la resistenza nel tempo. Ad esempio, nella
CANTINA PODERNUOVO A PALAZZONE
ph. Fernando Guerra
Cantina Podernuovo a Palazzone, abbiamo utilizzato cemento pigmentato del colore delle terre senesi, richiamando la tradizione della zona e il legame con la terra. In Villa S, abbiamo scelto materiali naturali e locali, lavorati da artigiani del luogo per rispettare ed esaltare l’Isola e la sua cultura.
Ogni materiale porta, inoltre, con sé una qualità sensoriale che ha un impatto diretto sull’esperienza quotidiana degli utenti. Nel progetto dell’ABF “Maria Manetti Shrem” Educational Center, ad esempio il legno viene utilizzato per generare un ambiente accogliente e in armonia con la natura, adatto a stimolare
la creatività e l’apprendimento delle bambine e dei bambini ospedalizzati.
Di diritto e ormai da tempo in cima alle priorità della progettazione tout court, la sostenibilità è anche epicentro di numerosi progetti da voi curati. Come la integrate nelle architetture che sviluppate? E con quali altre sfide, oltre a quella ambientale, pensate che l’architettura si stia misurando?
La sostenibilità, a nostro avviso, è un concetto complesso che comprende molteplici dimensioni, tutte essenziali per realizzare architetture responsabili verso l’ambiente, ma
capaci anche di generare un impatto positivo sulla comunità e sulla società. Dal punto di vista sociale, la sostenibilità si traduce in progetti che sono in grado di includere e coinvolgere. Ogni architettura che sviluppiamo è pensata per essere accessibile e per generare benessere e coesione sociale. Un esempio di questo concetto è l’Affordable Housing di Viale Giulini a Barletta, un progetto di edilizia residenziale pubblica che offre ai cittadini la possibilità di fruire sia di spazi privati e aperti, come le logge degli appartamenti, sia di spazi pubblici e condivisi, come la grande corte interna verde, messa a disposizione dell’intero quartiere.
La sostenibilità in architettura, quindi, oltre ad essere ambientale ed economica, deve essere sempre considerata anche come un processo culturale.
Ogni progetto deve integrarsi nel contesto storico, culturale e territoriale in cui si inserisce, rispondendo al contempo ai cambiamenti climatici e alle trasformazioni sociali.
La sostenibilità non è quindi un obiettivo a sé stante, ma un filo conduttore che attraversa tutti i livelli del nostro processo progettuale: dall’attenzione alle risorse, al coinvolgimento della comunità, fino alla realizzazione di edifici che rispondano alle sfide del presente e siano capaci di adattarsi e crescere nel futuro.
L’architettura può essere vista come un ecosistema, un sistema vivo che intreccia l’ambiente umano e quello naturale in un equilibrio dinamico. Non si tratta solo di pensare spazi belli o funzionali, ma di dar vita a luoghi che dialogano con il contesto, valorizzandone le risorse e adattandosi alle esigenze di chi li vive. In questa visione, l’architettura diventa un ponte tra le persone e l’ambiente, capace di generare benessere e armonia.
Guardando al futuro, su cosa vi piacerebbe cimentarvi prossimamente?
L’architettura, per sua natura, ha un ritmo lento, ragione per cui i progetti del futuro che ad oggi non sono ancora realizzati, esistono già come visioni in divenire che lentamente si proiettano verso ciò che sarà. Non è possibile ridurre a una categoria circoscritta ciò che desideriamo progettare nel domani, ma possiamo parlare della volontà di esplorare un insieme di nuove narrazioni, che stiamo già pian piano esplorando e che diventeranno le architetture del domani. In questo processo, la nostra attenzione è sempre e particolarmente focalizzata sugli aspetti sociali e ambientali, che consideriamo centrali per la definizione di spazi che siano realmente sostenibili e che rispondano alle sfide della società e dell’ambiente in cui viviamo.
Un rifugio immerso nel verde, promosso dalla Andrea Bocelli Foundation, per intrattenere, educare e ispirare i piccoli pazienti dell’Ospedale Pediatrico Meyer.
Firenze
ph. Marco Cappelletti
L’ABF “Maria Manetti Shrem” Educational Center è il nuovo centro educativo ideato e promosso dalla Andrea Bocelli Foundation presso l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze per potenziare l’esperienza educativa e scolastica dei bambini ricoverati. Concepito con l’obiettivo di fornire loro un rifugio sereno e stimolante immerso nella natura, è parte dell’iniziativa nata nel 2020 ABF H-LABS per la Scuola in Ospedale, che supporta il diritto a un’istruzione di qualità in contesti complessi e difficili come gli Ospedali Pediatrici Italiani. Cuore dell’iniziativa è il focus sui linguaggi dell’arte e della musica, e sulle risorse offerte dalle nuove tecnologie per l’educazione.
L’area dedicata si colloca nella zona nord del complesso ospedaliero, su un giardino in lieve pendenza tra il volume esistente dell’ospedale e il muro di confine con Via di Careggi. Una posizione privilegiata, caratterizzata da spazi naturali, aree didattiche e aree gioco. Il progetto architettonico, firmato dallo studio Alvisi Kirimoto, si articola in un nuovo volume indipendente, perfettamente integrato nel contesto, che rispetta e preserva l’architettura esistente pur mantenendo la propria identità.
Una copertura leggera e dalle linee sinuose, in armonia con l’ultimo ampliamento dell’ospedale, è l’elemento iconico dell’intervento, sotto il quale sono raccolte tutte le funzioni, con vista a 360° sui giardini sensoriali circostanti, ridisegnati per diverse attività, tra le quali anche un’area per un orto scolastico.
Di pianta rettangolare, costituita da due fogli a forma di mezzaluna, la copertura è pensata per proteggere dall’irraggiamento e calibrare l’ombra negli spazi interni, migliorando così la sostenibilità dell’edificio.
Il fulcro del padiglione, cui si accede attraverso due porte a scomparsa che all’occorrenza lo mettono in continuità con gli ambienti circostanti, ospita un laboratorio musicale, adatto anche a concerti, proiezioni, opere teatrali, e rimodulabile come sala conferenze. Concepito come una sorta di “carillon”, si presenta come un volume ovale, che nasconde ciò che avviene al suo interno, in modo che si trasformi in un gioco scoprirlo tramite due oblò posizionati su lati contrapposti.
Particolare attenzione è data all’acustica della sala grazie al rivestimento fonoassorbente delle due superfici curve che la delimitano, al controsoffitto microforato e a nuove tecnologie in ambito musicale. Un taglio lungo l’asse centrale del laboratorio conferisce infine permeabilità visiva dall’ospedale fino al giardino.
Attorno al “carillon” ruotano le altre funzioni. A ovest si trova l’Area Coding e STEM, uno spazio dedicato alla realtà virtuale e alla robotica; l’Area Digital e di Lettura, un luogo pensato per lo studio individuale e di piccoli gruppi, dotato delle più sofisticate tecnologie, completato da uno spazio biblioteca. A est, invece, sono collocati il Laboratorio Arte e Scienze e lo Spazio Adulti. Da qui si entra in un piccolo magazzino, che permette l’accesso a un locale tecnico dotato di copertura verde senza soluzione di continuità con il giardino esterno.
Elemento fondamentale del complesso è il volume del connettore, che oltre a ospitare l’ingresso al nuovo intervento, permette il collegamento diretto con l’ospedale tutto l’anno. Grazie alla sua struttura leggera e alle pareti in doppio vetro, garantisce continuità visiva con il verde circostante e offre condizioni di comfort climatico e riparo dalla pioggia.
I MATERIALI
La scelta dei materiali rende la nuova struttura coerente con l’ultimo ampliamento dell’ospedale pediatrico. Interamente trasparente, l’edificio si presenta come una facciata continua vetrata, che favorisce la relazione interno-esterno e dissolve il volume nel contesto. Un sistema domotico di tende permette di proteggere gli ambienti dall’irraggiamento e dall’abbagliamento dovuto alla luce naturale.
Strutturalmente il padiglione coniuga calcestruzzo e acciaio: se le fondazioni, i muri perimetrali di contenimento e del corpo centrale, il laboratorio di musica sono in cemento armato per privilegiare la resistenza sismica, i pilastri posizionati intorno al padiglione e la struttura della copertura sono elementi in acciaio con sezioni ridotte, per conferire leggerezza e dinamicità.
“Il nuovo padiglione è un luogo protetto di crescita e di scoperta. È un gesto semplice, una foglia leggera, sospesa tra il cielo e il verde dove mettersi al riparo. Il nuovo volume si inserisce con chiarezza tra l’ospedale e le bellissime mura medicee, attivando il giardino e trasformandolo in un’aula en plein air, dove si impara dalla natura avventurandosi tra gli alberi, i giochi, le piccole serre, l’orto, la storia e l’architettura”
Massimo Alvisi - Alvisi Kirimoto
16 CANTINA BERTANI
Verona
La riqualificazione di 800 metri quadrati dedicati all’accoglienza, su progetto dello studio Westway Architects, omaggia la tradizione vinicola dotando di nuova funzionalità e bellezza spazi datati e precedentemente inutilizzati.
ph. Andrea Martiradonna
Fondata a pochi passi dal cuore di Verona nel 1857 dai fratelli Giovan Battista e Gaetano Bertani, oggi parte di Angelini Wines & Estates, la storica cantina Bertani della Valpolicella, anche conosciuta come “l’Architetto dell’Amarone,” inaugura un nuovo capitolo con la riqualificazione di 800 metri quadrati dedicati all’accoglienza.
Il progetto di ripensamento degli spazi, a cura dello studio Westway Architects – Luca Aureggi, Maurizio Condoluci e Laura Franceschini –, aggiudicatosi lo scorso ottobre il Trofeo Saint-Gobain Gyproc Italia nella
categoria Innovazione, pone sapientemente in dialogo l’arte del vino e il suo valore culturale con il fascino di un’architettura a metà tra tradizione e contemporaneità.
L’intervento rinnova infatti la metratura con attenzione alle esigenze funzionali dell’oggi, volgendo tuttavia uno sguardo al rilevante passato della realtà vinicola, giungendo così ad un restauro meticoloso che è stato in grado di valorizzare gli elementi storici del posto e i dettagli tratti dagli archivi dell’azienda, oltre ad evocare le atmosfere del territorio veronese grazie ad accurate scelte materiche e cromatiche.
Sul fronte funzionale, la riqualificazione ha riportato alla piena fruibilità di alcuni spazi della cantina dapprima inutilizzati, rendendo possibile immaginare e organizzare differenti percorsi di visita ben strutturati che permettono ai visitatori di scoprire e apprezzare ogni angolo della struttura.
SPAZI RIQUALIFICATI
La ristrutturazione ha dotato la Cantina Bertani di tre sale di accoglienzaSala Fondatori, Sala Archi, Sala Torchi - con diverse dimensioni e vocazioni, ma tutte connesse attraverso un unico pavimento in cemento acidificato di manifattura artigianale.
La sala Fondatori viene ripensata con una importante divisione mobile che permette di viverla in due ambienti separati o nella sua totalità, pur mantenendo le proprie autonomie funzionali di sala degustazione e sala riunioni vera e propria. Da questa sala è visibile il corridoio che accoglie la maestosa parete con gli storici serbatoi in cemento. La parete non è solo un dettaglio architettonico, ma diventa parte integrante dell’esperienza visiva, un filo conduttore che unisce e armonizza ogni ambiente, invitando a scoprire le radici storiche e la contemporaneità della cantina.
Nella sala centrale chiamata Archi, proprio in virtù delle suggestive arcate storiche che la caratterizzano, appartenenti ad un vecchio fabbricato ora integrato all’interno, si sviluppa un percorso visivo e museale che racconta la
“Progettare gli spazi in cui accogliere chi visita una cantina così importante per la storia che rappresenta, oltre che per la qualità del vino che produce, ha comportato la necessità di interrogarci su come l’architettura possa raccontare la profondità storica e al contempo la cifra di un lavoro fatto di uomini che con le mani ci hanno consegnato idealmente tutto ciò.
Per questo, le finiture delle pareti e dei pavimenti sono state scelte in quanto capaci di evidenziare il lavoro dell’uomo nel farle.
Negli archivi storici della Cantina, poi, ho ritrovato tutta una serie di strumenti di lavoro, oramai non più in uso ma che, invece, opportunamente esposti, sono capaci di raccontarci di un lavoro fatto con altri tempi, con la lentezza di una diversa sapienza, di decisioni e soluzioni forti e nette, incise nel metallo, per scrivere su casse di legno il proprio nome o la destinazione di viaggio di quel vino.
Così, mi è sembrato, di poter recuperare tutto il tempo di una storia d’azienda, per averlo a disposizione davanti ai nostri occhi quando visitiamo questi spazi, immergendoci in questa profondità artigianale e culturale”.
Maurizio
Condoluci, Westway Architects
storia tangibile della cantina. Da qui, è possibile accedere alla cantina storica, scendendo una scala impreziosita da una sequenza di ceste in vimini originali, un tempo utilizzate per la vendemmia e installate a parete come se fossero un’opera d’arte.
La sala Torchi ospita poi un’area conversazione con divano e sedute, e un ampio tavolo per la convivialità, completati da due torchi, custodi del passato e delle radici della lavorazione vinicola.
Un sofisticato progetto di illuminazione valorizza la matericità delle pareti, esaltandone i dettagli e le texture, garantendo al tempo stesso una visione ottimale degli elementi del percorso museale. Sono stati recuperati preziosi oggetti della produzione storica dell’azienda come gli stencil con cui si imprimevano i testi sulle casse in legno e vengono utilizzati per produrre con effetti di ombra degli interessanti sistemi di comunicazione visiva che usano la trama della parete come fondo su cui stagliarsi.
Questo sistema luminoso, combinato con una segnaletica visiva accuratamente integrata, accompagna il visitatore in un’esperienza coinvolgente, completando il viaggio esplorativo all’interno degli spazi.
Pareti e contropareti a secco: Gyproc (Saint-Gobain)
Materiali
Pavimenti in cemento: Idealwork
ph. Marcello Mariana studio
17 QUADRODESIGN HQ
Novara
Una vecchia cabina elettrica viene trasformata da studio wok in spazio multifunzionale, utilizzabile per fini commerciali o come residenza d’artista. Le scelte materiche e cromatiche del progetto definiscono un ambiente neutro e assoluto.
Nei pressi del Lago D’Orta, all’interno della sede aziendale di rubinetterie QuadroDesign, studio wok completa la ristrutturazione del complesso, precedentemente rinnovato nelle parti dedicate ad uffici e showroom, proseguendo, in continuità di linguaggio architettonico e stilistico, con il recupero degli spazi aperti e di una vecchia cabina elettrica presente nella proprietà.
Il progetto nasce dalla volontà dell’azienda committente di aggiungere nuove aree dall’uso flessibile e dinamico, utilizzabili sia dai proprietari, sia per fini commerciali o come residenza d’artista.
Il nuovo intervento curato da studio wok si sviluppa su un plateau di cemento che identifica una sorta di piazza pubblica dalla quale emergono tre volumi che definiscono diversi possibili modi di uso dello spazio: la cabina, il pergolato e la piscina.
La peculiare forma della cabina elettrica abbandonata, inusuale per uno spazio abitato, ha fornito agli architetti un’occasione di sperimentazione spaziale per reinterpretare la metratura e assecondare le nuove esigenze funzionali. Il piano terra è in diretta connessione con l’esterno, con una serie di serramenti scorrevoli esterni metallici a gestirne la transizione.
L’interno accoglie alcune funzioni tecniche, come un bagno e una mini cucina, utilizzabili anche come appoggio per le funzioni svolte all’aperto. L’edificio diventa così un piccolo attivatore degli spazi aperti dell’azienda.
La verticalità dell’ambiente è ottimizzata dalla presenza di due soppalchi, collegati tra loro da rampe di scale metalliche. Il primo, con dimensione più generosa, è realizzato in legno naturale e può accogliere un letto, mentre il secondo recupera e addomestica un solaio in cemento esistente, utilizzabile come un luogo raccolto a diretto contatto con la luce della finestra posta in prossimità della copertura.
UNO SPAZIO MATERICO
E “ASSOLUTO”
Le scelte materiche e cromatiche definite dal progetto sono volte alla creazione di uno spazio neutro che non contempla colori differenti dal bianco e in cui i materiali si mostrano in cromia naturale, in tutta la propria autenticità, inondati dalla luce.
Il pergolato, collocato sul limite del plateau in cemento, perpendicolare alla cabina, è realizzato con profili tubolari in acciaio zincato,
disposti su 5 campate con passo regolare di 2,6 m. Le prime due campate possono ospitare una zona lounge o pranzo, mentre un lungo bancone cucina, realizzato su misura in pietra e lamiera, occupa altre due campate ed è protetto da un leggero tetto di lamiera ondulata.
A completare l’intervento marcandone il confine è la piccola piscina, che semi incassata nel terreno emerge dalla pavimentazione in cemento come un volume monolitico in pietra antracite, a richiamare il volume della cucina e diventare al contempo una grande seduta.
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18 RESTAURO CONSERVATIVO
Un nuovo manto di copertura
per la Reggia di Caserta
Maestosa, solenne, visionaria. La Reggia di Caserta è uno dei massimi capolavori del barocco europeo, un luogo che incarna il sogno architettonico di Luigi Vanvitelli, voluto dai Borbone per rivaleggiare con le più celebri corti d’Europa. Oltre alla magnificenza delle sue facciate, ai saloni decorati con stucchi e affreschi, ai suoi giardini sconfinati, c’è un elemento meno visibile ma essenziale: il suo sistema di copertura. Un dettaglio tecnico che diventa parte integrante dell’equilibrio estetico e strutturale del Palazzo Reale.
Restaurare un’opera di tale portata significa confrontarsi con la storia, rispettandone materiali, forme e tecniche costruttive originali. Ed è qui che è entrato in gioco Cotto Cusimano, da oltre vent’anni tra i fornitori ufficiali delle imprese accreditate per il restauro del manto di copertura della Reggia.
L’azienda è stata interpellata la prima volta per la necessità emersa di riprodurre fedelmente pezzi speciali su misura, fondamentali per la conservazione dell’autenticità del progetto vanvitelliano. Dopo attenti sopralluoghi e il recupero di campioni originali, Cotto Cusimano ha avviato la produzione di Coppo, Embrice, Fondello e Gronda, gli stessi quattro elementi che nel 1750 furono scelti dall’architetto Vanvitelli per dare forma alla monumentale copertura della Reggia.
La particolarità di queste componenti ha richiesto uno studio meticoloso, volto a garantire non solo la compatibilità estetica, ma anche l’integrazione perfetta tra i nuovi pezzi e quelli storici recuperati dal sito.
Il restauro, articolato in più lotti di intervento su una superficie complessiva di circa 12.000 mq, procede per piccoli step, con lavori che coinvolgono solo poche decine di metri quadrati alla volta.
In questo percorso, Cotto Cusimano ha lavorato a stretto contatto con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, con sede all’interno della Reggia stessa, e con le diverse imprese di restauro incaricate nel tempo. Un impegno costante all’insegna della qualità e della tradizione, per restituire alla Reggia di Caserta un tetto all’altezza della sua storia.
Dal 1972 l’azienda Cotto Cusimano investe energie e risorse per offrire prodotti dalle alte performance estetiche e funzionali, dai pavimenti e rivestimenti alle coperture in cotto tradizionale. L’argilla crea, insieme all’abilità manuale e alla tecnologia impiegata, un cotto chiaro dalle sfumature rosate dalla connotazione prettamente mediterranea. La gamma di prodotti comprende finiture e formati di pavimenti per interni, esterni e per opere di arredo urbano. La produzione in laterizio e dei prodotti da rivestimento Faccia a Vista è stimolata dalle moderne progettazioni e attenta all’utilizzo di materiali naturali. La fornace, oggi, è divenuta una vera e propria fabbrica di prodotti e idee per l’architettura.
ph. Leo Torri
19
FRANKLIN UNIVERSITY SWITZERLAND Lugano
Flaviano Capriotti Architetti progetta un’architettura evocativa per l’ampliamento del Campus universitario, ripensando i confini tra dimensione educativa e comunitaria. Luce, trasparenze, vetro e cemento armato caratterizzano un nuovo landmark distintivo per il territorio.
Spazi educativi all’avanguardia, 29 unità abitative, aule multifunzione, ambiente fitness e parcheggi sotterranei sono le nuove aree funzionali che si aggiungono al complesso della Franklin University Switzerland - McNeely Center of Ideas & Imagination di Sorengo (Lugano) in seguito al progetto di ampliamento del Campus curato da Flaviano Capriotti Architetti.
L’approccio olistico alla conoscenza che caratterizza la nota istituzione fondata nel 1969 e ispirata al modello americano, è stato interpretato e tradotto dallo studio milanese in un’architettura permeabile in relazione con il contesto urbano, in cui già la facciata assume una forte valenza narrativa, rendendo omaggio al simbolo del sapere: il libro.
STRUTTURE E MATERIALI
La nuova ala del Campus è contraddistinta da due blocchi architettonici differenti che creano spazi indipendenti ma interconnessi, messi in relazione unicamente da viste prospettiche, dove il primo volume, destinato agli spazi comuni e a quelli educativi, si configura come un corpo luminoso dal profilo organico e sinuoso, mentre il secondo accoglie le residenze universitarie. I volumi in vetro dichiarano con la loro stessa forma, inclusiva e avvolgente, la volontà di diventare un riferimento per la comunità studentesca, accogliendo all’interno aule, lo Student’s Center - un vero e proprio ambiente per studio, ricerca e socializzazione - oltre a uffici didattici e a una sala multifunzionale.
Il progetto impiega il materiale U-glass, satinato e semi trasparente, per ottenere superfici in grado di enfatizzare il rapporto tra interno ed esterno, facendo percepire con discrezione gli spazi, come un invito alla scoperta e all’incontro.
Partendo dalla strada, i due volumi in vetro si incontrano nella corte centrale - un giardino mediterraneo terrazzato - dove prende forma l’auditorium all’aperto, luogo d’incontro in stretta relazione con le funzioni che lo circondano e pensato anche per ospitare eventi e mostre. Sostenuto dal volume in U-glass, il blocco residenziale si estende su quattro livelli e ha un carattere più privato e introverso, ponendosi in relazione con il contesto urbano attraverso un
fronte strada compatto. Le superfici in cemento armato pigmentato gettato in casseforme sagomate richiamano il colore e le texture del paesaggio, incorniciato dalle Alpi Ticinesi e dal lago di Lugano. La facciata risulta forata da finestre uguali, scalate saltuariamente in dimensione, ma disposte in maniera rigida secondo una griglia. La trama, lineare e continua, è allusiva della stratificazione delle pagine di un libro, emblema di cultura e comunicazione, che trasforma la facciata in elemento fortemente simbolico e capace di distinguersi nel paesaggio alpino circostante.
Il volume residenziale si collega a quelli precedentemente edificati sul lotto andando a ricomporre la corte a C originaria, la cui distribuzione è affidata a ballatoi aperti che si affacciano sul giardino privato interno. Una scalinata all’aperto taglia longitudinalmente il lotto collegando la via Ponte Tresa al percorso storico di via San Grato, costeggiando la corte verde, mentre due piani interrati di parcheggio completano l’intero progetto.
INTERNI E DESIGN SARTORIALE
Il progetto degli interni ha un carattere fresco e giovane nelle zone residenziali e maggiormente frequentate dagli studenti mentre è declinato più formalmente nelle aree più istituzionali. Lo studio ha realizzato il progetto di interior design sia delle aree pubbliche sia delle residenze, con una fornitura realizzata e coordinata da Kartell, nel ruolo di contractor di riferimento per l’ateneo. Da un lato, l’azienda ha fornito i più identitari prodotti del brand, fra cui l’iconica sedia Maui disegnata da Vico Magistretti, dall’altro ha prodotto tutti gli arredi su misura degli spazi comuni ed educativi e quelli delle residenze universitarie disegnati dallo stesso Capriotti.
EFFICIENZA, SOSTENIBILITÀ E NATURA
Centrali per il progetto architettonico sono stati i temi dell’efficienza energetica e della sostenibilità ambientale: la necessità di ombreggiare il volume cilindrico vetrato ha generato un sistema virtuoso che protegge dal sole e produce energia. La facciata curva è rivestita da un sistema orientabile di lamelle fotovoltaiche bianche
sviluppato in collaborazione con il Dipartimento Ambiente Costruzioni e Design dell’Università SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana) che si distingue per essere tra i primi in Europa dotato di componenti che seguono l’orientamento del sole grazie ad un software georeferenziato che ne calcola la posizione nei diversi periodi dell’anno. Un meccanismo le cui lamelle, integrandosi come elemento costruttivo nell’edificio, costituiscono un’installazione BIPV (Building-Integrated Photovoltaics) con il vantaggio che, rispetto alle facciate fotovoltaiche statiche, queste possono essere movimentate, sia per garantire ombreggiamento e oscuramento all’interno, ottenendo un maggiore comfort termico e visivo, sia per massimizzare la produzione di energia rinnovabile che sarà poi direttamente utilizzata per alimentare l’edificio.
Elemento innovativo del progetto è la struttura di supporto della singola lamella, realizzata con un profilo in alluminio sagomato su cui è stato applicato il modulo fotovoltaico fatto su misura, sia nella dimensione che nel colore, per poter rispondere alle esigenze architettoniche ed estetiche previste per il progetto.
La nuova ala del Campus si distingue anche per la rigogliosa flora locale da cui risulta incorniciato. Il progetto di Flaviano Capriotti Architetti è arricchito dai giardini realizzati da Hortensia Garden Design che traggono ispirazione dal paesaggio alpino circostante, con pendii terrazzati che ospitano piante mediterranee naturalizzate grazie al clima mite del lago. Lungo il percorso del Giardino di Luce sono state realizzate delle aree di meditazione circondate da alberi e arbusti: piccole aree con sedute ricavate da blocchi grezzi della cava di Arzo che permettono di godere degli effetti benefici della natura, coinvolgendo tutti i sensi con profumi, colori e suoni.
“Per questo edificio sono stati scelti due materiali primari dell’edilizia contemporanea: vetro e cemento armato, entrambi strutturali e a vista. Il vetro è utilizzato per il volume del piano terra e compone forme fluide, irregolari e luminose. I volumi in vetro sono una metafora della cultura: questa non ha forme predefinite e deve essere permeabile e patrimonio di tutti. Il cemento armato invece è utilizzato per il volume superiore delle residenze e presenta una texture ispirata dalla sovrapposizione delle pagine di un libro che da sempre è il mezzo della trasmissione del sapere. Il volume in cemento pigmentato tonalità terracotta è come se fluttuasse sul volume in vetro sottostante leggero e luminoso.”
Flaviano Capriotti
20 FOREST OF KNOWLEDGE Mumbai
La nuova biblioteca del Cricket Club of India è uno spazio contemporaneo, inclusivo e attento all’ambiente. Evocando un rigoglioso giardino, elegge il legno come materiale principale, interrotto da pavimenti in terrazzo che ricordano un tappeto di foglie.
Il progetto per la ristrutturazione della biblioteca del Cricket Club of India, a Mumbai, realizzato da Studio HINGE, rilegge il classico ambiente bibliotecario proponendolo come una “dimora della conoscenza” che offre l’opportunità alle persone di incontrarsi e imparare non solo dai libri bensì anche gli uni dagli altri. A livello architettonico, l’ispirazione che ha guidato il team di architetti arriva dalla natura, in particolare dall’immagine evocativa del sedersi sotto un albero per leggere. Il contesto in cui si inserisce la cosiddetta Forest of Knowledge è un esclusivo club del passato coloniale di Bombay, con un edificio
Art Déco del 1938 come padiglione principale che si affaccia sullo storico stadio di cricket. L’intenzione originaria verteva sulla collocazione della biblioteca in una struttura indipendente fronteggiata da un cortile, condizione che avrebbe permesso agli architetti di prevedere una facciata permeabile di libri con porte girevoli in vetro, immaginando di convertire il cortile di servizio in un vero e proprio giardino con aree di lettura semicoperte. Il successivo e imprevisto trasferimento della biblioteca al quarto piano dell’edificio amministrativo ha tuttavia implicato una rimodulazione del concept architettonico e
l’ottimizzazione di un ambiente preesistente nella sede principale, privo di servizi igienici, con lunghi corridoi senza luce e scaffali impilati davanti alle finestre.
Conservando e riadattando le idee elaborate per il primo progetto, Studio HINGE ha così concepito la biblioteca come uno spaziogiardino, in cui le colonne di cemento esistenti sono state re-immaginate come alberi, con librerie circolari in Western Hemlock, sostenute da rami arcuati che fanno riferimento alla geometria del colonnato del padiglione lungo il campo da cricket. I rami sono in legno di 16 mm di spessore, rivestiti da sezioni quadrate cave in
acciaio di 20 mm, utili anche come condotti. I rami si intrecciano in alto, formando maglie intricate sotto le travi e ricreando la sensazione di camminare sotto gli alberi con la luce diffusa che filtra dalle tettoie sovrastanti. Il pavimento in terrazzo personalizzato con scaglie di marmo e vetro verde crea motivi astratti a ricordare un tappeto di foglie sparse.
Intorno agli alberi centrali si trovano librerie autoportanti disposte come siepi circolari. I bibliofili sono invitati a curiosare all’interno delle siepi, prima di dirigersi verso le poltrone e le panche vicino alle finestre per leggere più a lungo.
Per aumentare l’appeal di una biblioteca fisica nell’era attuale dominata dal digitale, gli architetti hanno poi predisposto l’aggiunta di uno spazio polifunzionale, ristrutturando un’adiacente sala Zumba sottoutilizzata, per proiezioni di film, un club del libro, presentazioni di nuovi scritti, letture di autori e laboratori per bambini e adulti.
L’acuta progettazione consente comunque allo spazio di tornare ad essere una sala da ballo quando necessario.
Il pavimento in rovere, gli armadietti a specchio per i libri non esposti, i mobili impilabili e un grande schermo nascosto dietro porte a
soffietto consentono di utilizzare lo spazio in modo flessibile per funzioni diverse. Un soffitto di doghe ondulate in legno parla di movimento e di danza, nascondendo al tempo stesso la parte superiore dell’impianto elettrico. Questo spazio multifunzionale per attività collettive si rivela determinante per rivitalizzare la biblioteca e aumentare significativamente l’affluenza di persone e bambini.
INCLUSIVITÀ E SOSTENIBILITÀ
Accessibilità, inclusività e attenzione all’impatto ambientale sono state rilevanti direttrici del
progetto di Studio HINGE per la nuova Forest of Knowledge. Tutti gli scaffali centrali hanno un’altezza inferiore a 1,2 metri: ciò consente la massima penetrazione della luce naturale e agli adulti di avere una visuale libera in piedi, creando al contempo angoli semi-privati dove sedersi e leggere. Per i bambini, il progetto offre una percezione molto diversa, poiché dal loro punto di vista lo spazio tra gli scaffali circolari è giocoso, quasi labirintico. L’ambiente è inoltre accessibile con l’ascensore e privo di gradini.
Il materiale principale utilizzato per la biblioteca è il legno, con le finestre in cedro giallo e i mobili in cicuta. Data la difficoltà di reperire specie autoctone indiane raccolte in modo sostenibile, è stato impiegato legname canadese proveniente da fonti FSC.
Le finestre rivolte a est e a nord sono state ampliate per ottenere un aumento della luce naturale e della ventilazione su due lati, riducendo così la dipendenza della biblioteca
dall’illuminazione artificiale e dalla ventilazione meccanica.
Grazie ad un design ispirato alla natura, ad una progettazione che pone al centro le persone e all’adozione di pratiche sostenibili, la biblioteca del Cricket Club of India trascende il suo ruolo tradizionale, diventando un gradevole punto di riferimento per l’apprendimento e l’interazione della comunità.
21 THIRD SPACE MOORGATE Londra
Il concept avveniristico di Studio RHE forgia una struttura che va oltre il concetto classico di palestra. Ne risulta uno spazio fitness e wellness dove attrezzature all’avanguardia, materiali dalle alte performance e un’illuminazione energizzante offrono una peculiare esperienza d’allenamento.
ph. Studio RHE
Tecnologica e dall’aspetto futuristico, la nuova palestra Third Space situata nel distretto londinese Moorgate eleva l’esperienza di fitness attraverso ambienti avveniristici, progettati nei minimi dettagli da Studio RHE. L’obiettivo degli architetti era infatti il raggiungimento di uno spazio per il training in grado di rispecchiare il ritmo frenetico e l’energia vibrante della città.
AMBIENTI E DESIGN
Il risultato dell’ambizioso concept, che si è concretizzato mediante l’uso di elementi di design di ultima generazione e materiali dalle alte performance, è raffrontabile sin dalla vivace area reception in cui si stagliano il bar Natural Fitness Food e la lounge dedicata.
Qui, una parete curva in metallo ondulato, impreziosita da audaci tocchi di arancione, conduce all’iconica scala centrale: una struttura rivestita in metallo, accostata a specchi sfumati e pavimenti in ceppo di Gré, che si sviluppa su tre piani integrandosi perfettamente con l’estetica complessiva della palestra. Questa scala diventa il fulcro visivo dello spazio, arricchita da un lampadario su misura composto da 360 tubi LED, progettato per imitare l’effetto di una cascata luminosa.
Per garantire una transizione fluida tra le diverse aree di allenamento e renderle intuitive per gli utilizzatori, Studio RHE ha ideato un layout open space, intervallato da zone ben definite per le differenti tipologie di attività ed esercizi, cardio, forza, yoga e pilates. Gli elementi d’illuminazione giocano un ruolo cruciale nell’atmosfera della palestra: un sistema di illuminazione
high-tech e personalizzabile consente di regolare intensità e tonalità in base alle esigenze di ogni area, migliorando l’esperienza visiva e funzionale degli utenti.
L’esperienza wellness prosegue negli spogliatoi, caratterizzati da un’atmosfera rilassante e rigenerante. Arredi funzionali ed eleganti e armadietti su misura compongono angoli grooming ispirati agli ambienti spa, incorniciati da finiture d’alta gamma che uniscono praticità e un’estetica ricercata, come raffinate piastrelle in gres porcellanato effetto pietra. Le tonalità variopinte seppur pacate del ceppo di Gré a pavimento, protagonista materico dell’intera palestra, conferiscono calore e originalità alla metratura, ispirando anche le tinte di imbottiti e complementi in perfetto coordinamento.
COMFORT E RIFUNZIONALIZZAZIONE
Il progetto elaborato dallo studio ha riqualificato alcune aree preesistenti tenendo in considerazione gli aspetti di comfort d’utilizzo e sostenibilità, prevedendo tra le altre cose una ventilazione controllata e un’acustica ottimizzata.
Esempio emblematico dell’attenta rifunzionalizzazione è rappresentato dall’ex parcheggio, originariamente situato ai livelli terra e interrato, trasformato in un’area fitness unica. Il vecchio scivolo per auto è diventato una pista da corsa dinamica, mentre al centro della rampa a spirale trova posto un ring da combattimento e una gabbia per MMA, con dettagli in cemento grezzo, pavimentazione tecnica e porte in rete metallica.
ARCHITETTURA SACRA
La ristrutturazione della Chiesa San Francesco di Giussano
Nella provincia lombarda di Monza e della Brianza, la Chiesa San Francesco di Giussano ha recentemente subito un importante intervento di ristrutturazione che ha visto il rifacimento delle facciate e la sostituzione del manto di copertura con l’impiego di tegole ARDOGRES ST. MICHEL 25x40, un prodotto innovativo e altamente performante, capace di garantire estetica e durabilità nel tempo.
UN PROGETTO DI RESTAURO CON SOLUZIONI TECNICHE ALL’AVANGUARDIA
L’edificio, caratterizzato da una pianta esagonale e da una facciata a capanna, si distingue per il suo stile architettonico essenziale ma imponente. Il tetto, elemento chiave dell’intervento, è stato rivestito con tegole in grès porcellanato ARDOGRES®, scelte per la loro elevata resistenza agli agenti atmosferici e per la loro inalterabilità nel tempo.
Le tegole ARDOGRES ST. MICHEL assicurano una perfetta integrazione con l’estetica originaria della chiesa e rappresentano una soluzione tecnologicamente avanzata, in grado di combinare performance tecniche superiori e materiali dal basso impatto ambientale.
EQUILIBRIO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE
La Chiesa di Giussano è un simbolo della comunità, con una struttura architettonica ricca di dettagli distintivi: i tre portali di accesso protetti da un portico rientrante, la torretta campanaria con cuspide in rame e le caratteristiche aperture esagonali che decorano le pareti.
L’intervento di ristrutturazione, curato dal progettista e direttore dei lavori Angelo Citterio, in collaborazione con l’impresa Borello Costruzioni Srl, ha rispettato l’essenza originaria dell’edificio, valorizzando al contempo le sue linee e garantendo una maggiore efficienza strutturale grazie all’impiego delle tegole ARDOGRES®.
La copertura, infatti, oltre a proteggere l’edificio dagli agenti atmosferici, diventa un elemento di valore estetico che dialoga armoniosamente con l’architettura preesistente.
Fondata nel 1993 a Fiorano Modenese, ARDOGRES® si è distinta fin dall’inizio per la produzione di coperture in grès porcellanato, rivoluzionando il mercato mondiale della ceramica. Le tegole ARDOGRES® rappresentano l’evoluzione del grès porcellanato applicato ai tetti, offrendo elevata resistenza, lunga durata e un impatto estetico raffinato.
Grazie a referenze prestigiose, l’azienda continua a confermarsi un punto di riferimento per progetti pubblici e privati, con soluzioni innovative che combinano tradizione, tecnologia e sostenibilità.
23 DA CONVENTO A WORKSPACE
Morelia
Un convento del XVII secolo si trasforma in un edificio corporate grazie al progetto di FMA che conserva gli elementi architettonici preesistenti rifunzionalizzando gli spazi per nuove esigenze lavorative, con la complicità di materiali naturali e ispirati al luogo.
ph. César Belio
Riqualificare, valorizzare e rifunzionalizzare proprietà e immobili esistenti, sempre più spesso modificandone radicalmente la destinazione d’uso, è al contempo obiettivo e sfida progettuale per l’architettura contemporanea. Emblematico è il progetto concepito dallo studio messicano FMA, guidato dall’architetto emergente Francisco Méndez, per la realizzazione di una nuova sede direzionale nel centro storico della città di Morelia, che ricava gli spazi dalla ristrutturazione di un ex convento risalente al XVII secolo.
La principale difficoltà incontrata dallo studio è derivata dalla necessità di rispettare gli elementi architettonici originali dell’edificio pur dovendo
massimizzare le aree disponibili, individuando inoltre le modifiche strutturali subite dal convento nel corso del tempo, distinguendo quelle appropriate da quelle meno coerenti con il contesto.
Una volta analizzato e risolto l’ambiente, ulteriore obiettivo del progetto è stato ridefinire le modalità di svolgimento delle attività lavorative all’interno dell’azienda, abbandonando le tradizionali strutture d’ufficio per introdurre spazi di lavoro flessibili e dinamici.
Al piano terra, l’intervento si è concentrato sul chiostro, o cortile centrale, trasformato in un’area ristoro aziendale. Qui è stato creato
un giardino interno con cinque grandi fioriere contenenti alberi di arancio, che fungono sia da elemento decorativo sia da arredo urbano funzionale. Questo design consente ai dipendenti di utilizzare gli spazi esterni come aree di lavoro all’aperto, se necessario.
Al piano superiore, gli ambienti lavorativi sono stati pensati come spazi “abitativi”, adottando un approccio innovativo che mantiene un programma architettonico lineare e indirizzato alla funzione richiesta ma vi aggiunge versatilità e trasversalità. Sono stati infatti progettati spazi che sfidano le convenzioni degli uffici tradizionali, come un auditorium con gradinate, utilizzabile anche come sala riunioni, e una biblioteca che funge sia da reception sia da sala d’attesa, offrendo agli utenti la possibilità di lavorare o rilassarsi con un buon libro. L’edificio è stato dotato anche di un’area ricreativa comprensiva di coffee bar, sala TV e tavolo da Ping-Pong, con l’obiettivo di favorire l’interazione e il relax durante le pause. Tra i vari comfort spicca la sala meditazione, informalmente chiamata “il nido”: una stanza tranquilla dedicata all’introspezione, che offre rifugio dove rigenerare la mente. L’importanza del benessere mentale e fisico viene così posta al centro del progetto, contribuendo a migliorare sia la qualità della vita sia la produttività dei lavoratori.
Per ottimizzare l’esperienza degli utenti, è stato installato un sistema intelligente di illuminazione che si adatta al ciclo circadiano, migliorando le prestazioni durante la giornata lavorativa e riducendo al minimo il consumo energetico. Inoltre, sono state installate finestre con doppi vetri, che garantiscono isolamento acustico dalla trafficata strada esterna ed evitano dispersione di calore. Il design degli interni è stato sviluppato con una palette di tonalità calde e terrose, pensate per creare ambienti accoglienti e rilassanti, favorevoli alla creatività. Una selezione accurata di vegetazione è stata poi integrata negli spazi interni, non solo per il valore estetico, ma anche per la capacità di regolare la temperatura e purificare l’aria negli uffici.
MATERIALI NATURALI ISPIRATI ALLA STORIA DEL LUOGO
Il progetto di FMA ha dato priorità a finiture naturali, ispirate al contesto territoriale, con l’obiettivo di trasmettere un senso di calore e armonia, sostenendo al contempo gli artigiani locali. Le pareti grezze restituiscono il fascino dell’antico convento preesistente e sono caratterizzate unicamente da intonaco color sabbia che rappresenta uno sfondo neutro per accenti discreti di colore, come il verde delle piante, e per gli arredi.
Ampiamente utilizzato per gli elementi di falegnameria e per i pavimenti è il legno di quercia, materiale preponderante in tutto lo stabile, anche nei rivestimenti a parete. Ad arricchire lo schema, in abbinamento, sono complementi in argilla realizzati artigianalmente e provenienti dal Michoacán, come lampade, fioriere e decorazioni, integrati con cura nel design d’interni.
El Departamento firma il nuovo concept di PJ.Lobster a Barcellona, esplorando le diverse scale della materia in uno spazio commerciale dall’estetica minimale e brutalista ammorbidita da una cromia verde polverosa.
24 GREEN BOUTIQUE
Barcellona
Lanciata nel 2018 come realtà nativa digitale, Project Lobster si è inserita nel panorama dell’occhialeria con un approccio originale e contemporaneo. Negli ultimi anni, il brand ha intrapreso un’evoluzione strategica, consolidando il canale e-commerce e aprendo una rete di boutique fisiche, realizzate in partnership con lo studio di architettura El Departamento che ha progettato spazi capaci di incarnare l’essenza del marchio. Questo concept è ben rappresentato dal più recente store, situato nel sofisticato quartiere El Born di Barcellona, a pochi passi dall’imponente cattedrale di Santa Maria del Mar. Il team, guidato da Alberto Eltini e Marina Martín, ha ridefinito l’intero universo visivo e valoriale del brand partendo innanzitutto dalla semplificazione del nome, PJ.Lobster, visibile sulla facciata della nuova boutique pensata per rispondere pienamente alle esigenze tecniche degli ambienti commerciali del segmento ottico ma con una veste accattivante e immersiva.
DAL MACRO AL MICRO
Il concept progettuale dello store presenta l’evoluzione naturale degli spazi precedenti creati da El Departamento per il brand, in cui colori, forme organiche e differenti texture risultavano leit motiv di ciascun design. Il nuovo negozio esplora invece le diverse scale della materia,
dando vita a spazi “clinici” e sofisticati che trasmettono al visitatore la precisione e l’attenzione che il marchio intende esprimere.
Seguendo il principio “dal macro al micro”, Eltini e Martín hanno progettato un ambiente ricco di personalità in soli 40 metri quadrati. L’ispirazione nasce dal documentario “Powers of Ten” di Charles e Ray Eames, basato sul libro “Cosmic View” di Kees Boeke. È proprio questo approccio, che gioca con dimensioni, materiali e prospettive, a plasmare il design della prima boutique del nuovo corso di PJ.Lobster.
MINIMALISMO TEXTURIZZATO VS. HIGH-TECH GREZZO
Nell’analisi delle texture, El Departamento ha elaborato due percorsi concettuali: “Minimalismo testurizzato” e “High-Tech grezzo”. Queste linee guida, apparentemente opposte, hanno definito un ambiente dinamico che oscilla tra morbidezza e durezza, superfici vellutate e ruvide. Una boutique dallo spazio essenziale, puro e crudo, arricchito però da un’ampia varietà di texture che decorano pareti, pavimenti e soffitti.
Gli espositori enfatizzano il carattere high-tech del brand, con un design audace e minimalista. Al centro dello spazio campeggia un mobile di grandi dimensioni, dalle forme arrotondate che si integrano con l’area espositiva. In fondo al negozio sono collocati una zona d’attesa e un’area chiusa da una tenda curva in pelle vegana verde che garantisce privacy alla stanza destinata agli esami ottici.
MATERICITÀ A CONTRASTO
Assecondando la filosofia progettuale alla base dell’intervento, lo spazio appare dunque caratterizzato significativamente dai contrasti materici: un intonaco irregolare è ammorbidito dalla tinta verde in tonalità polverosa che avvolge l’ambiente nella sua interezza creando un’atmosfera calma e accogliente. Acciaio inox per gli espositori, microcemento e moquette per il pavimento si combinano con modanature preesistenti, tutte unite da un tono monocromatico che accompagna i clienti in una dimensione percettiva coinvolgente.
UN ESERCIZIO DI ZONIZZAZIONE
Il progetto si basa su una meticolosa zonizzazione dello spazio. Ogni area è stata studiata per offrire un’esperienza personalizzata: dall’esposizione dei prodotti fino agli angoli più intimi per gli esami visivi da cui è possibile avere una vista privilegiata sulla cattedrale adiacente. L’intervento di El Departamento ha così conferito atmosfere diverse ad un ambiente compatto, al contempo confortevole e all’avanguardia. La natura high-tech del brand si riflette negli arredi su misura, nei dettagli tecnici dedicati alla cura della vista e nel progetto illuminotecnico customizzato con speciali lampade Marset. Ne risulta una boutique paradigmatica e audace che segna sapientemente il restyling e il futuro di PJ.Lobster.
immersive collective spaces
BRUTALISMO E TRASVERSALITÀ
Uno studio d’artista, una galleria d’arte e un luogo di riflessione: il 743 ART Lab di Shanghai, progettato da NONG STUDIO, è uno spazio flessibile e versatile, adatto a rimodularsi in base alle esigenze. L’ambiente mira a eliminare ogni linguaggio decorativo, conservando le tracce dell’architettura industriale ed enfatizzando materiali autentici dal fascino raw. Grazie al suo orientamento a sud-ovest, lo spazio rettangolare di 12,5 m x 7,7 m è suddiviso lungo l’asse nord-sud in due aree principali. La zona dedicata al lavoro artistico, caratterizzata da un’illuminazione favorevole e da un soffitto alto 4,5 metri, offre un ambiente stimolante e arioso. Sul lato nord-est si trovano invece le funzioni ausiliarie, tra cui ingresso, corridoio, cucina, deposito e bagno. La disposizione su due livelli permette di destinare il secondo piano a un’area di sosta e meditazione, accessibile tramite una piattaforma di scale. La galleria, concepita secondo il principio della “stanza nella stanza”, mantiene l’altezza originale del soffitto e la sommità arcuata. L’organizzazione spaziale si ispira alla filosofia della dinastia Song, in cui il concetto di “camminare e abitare” permea la pittura paesaggistica cinese. Il design evoca un senso di atemporalità e assenza di scala, richiamando l’essenza dei giardini tradizionali cinesi. Seguendo l’idea di Tong Jun sui giardini ben strutturati, lo spazio si modella sulle variazioni di luce, ombre e aperture, offrendo un’esperienza mutevole nel tempo. Sentieri sinuosi e un forte senso di chiusura ricreano l’atmosfera di un giardino, pur senza alberi, evocando una dimensione contemplativa e immersiva.
ph. Heinong
ph. Amit Geron
LEGNO CONTINUO
Situato in uno dei più suggestivi edifici Art Déco di Tel Aviv, nel vivace quartiere Levontin, uno spazio di 47 m² si trasforma in un rifugio urbano che fonde funzionalità, creatività e tranquillità, grazie alla riprogettazione architettonica del duo Baranowitz + Kronenberg.
Immaginato come uno spazio di lavoro, estensione della casa del proprietario, l’ambiente è un inno al legno d’abete di Douglas, impiegato come involucro interno senza soluzione di continuità. La sua presenza uniforme e il design biofilico mirano a evocare il desiderio di immergersi nella natura anche quando fisicamente fuori portata. Le tonalità luminose di questa specie legnosa e le sue peculiarità estetiche emanano un’energia calmante e rinvigorente, particolarmente adatta come sfondo alle numerose ore lavorative di permanenza nello studio.
La nuova sede di cc-tapis, progettata da Parisotto+Formenton Architetti e situata all’interno di un edificio manufatturiero in un’area post-industriale in dinamico sviluppo ad est di Milano, si distingue per un uso calibrato del colore e della luce. Si presenta esternamente con un monocromo azzurro cielo, che lo fa quasi dissolvere nel paesaggio, enfatizzando un’estetica discreta anche di notte, grazie a un’illuminazione contenuta.
All’interno, il progetto gioca su due tonalità ricorrenti: il rosa, che avvolge interamente i percorsi verticali e si diffonde nelle aree più interne, e l’azzurro, che insieme al primo tinge le due ali principali dell’edificio, con una graduale desaturazione da stanza a stanza. Questo approccio cromatico non è solo estetico ma funzionale, contribuendo a definire gli ambienti e il loro utilizzo. Gli spazi sono pensati per rispondere alle diverse esigenze lavorative, alternando aree di concentrazione a zone di brainstorming e socialità. Il cuore della sede è la grande “piazza” al terzo piano, attorno alla quale si sviluppano gli uffici open space, con balconate affacciate su questo fulcro. Qui trovano spazio anche una cucina attrezzata e un ampio tavolo comune, oltre a una silence room dedicata al relax.
L’illuminazione è un altro elemento chiave del progetto. Il lucernario in copertura garantisce una luce naturale diffusa, mentre l’integrazione con apparecchi illuminotecnici specifici assicura il massimo comfort visivo. In particolare, i tavoli del team creativo sono dotati di lampade con un’elevata resa cromatica (CRI), per una percezione fedele del colore. La luce varia in base alle funzioni: più intensa nelle aree operative, soffusa nella sala relax e focalizzata nella zona dining, creando atmosfere adatte a ogni momento della giornata.
ph. Alessandro Saletta
PUREZZA MATERICA
Affacciato su Piazza San Marco, nel cuore di Milano, lo Studio V-ZUG Milano è il primo flagship store italiano del marchio svizzero di elettrodomestici. A curarne il progetto d’interni, la designer Elisa Ossino, che plasma uno spazio al contempo artistico e tecnologico, avvolto da materiali naturali e da una purezza cromatica che pare attingere al primordiale. La scatola muraria è connotata dalle finiture di La Calce del Brenta, scelte per armonizzare i contrasti e valorizzare le imperfezioni. L’acciaio, materiale tecnico e freddo, viene così scaldato con una “mano” diversa, più morbida e naturale, come la palette della finitura Riva, che unisce l’essenza della natura a un tocco liscio e raffinato. L’effetto irregolare, accentuato dalla luce filtrata dalle grandi finestre, crea variazioni di colore e un affascinante gioco di texture. L’intonachino a calce colorato Vivastile utilizzato per il soffitto, produce invece un effetto estetico che, oltre a esaltare il colore, conferisce alla superficie un aspetto nobilitante. Le tinte di entrambe le finiture sono custom.
ph. Giorgio Possenti
LOBBY RELOADING
Per rispondere alla fisiologica evoluzione degli spazi di lavoro e degli edifici che li ospitano, il rinnovamento della lobby nel grattacielo 100 Summer Street a Boston, curato dall’Atelier Cho Thompson, ridefinisce il concetto di spazio condiviso proponendo un ambiente fluido e informale con la complicità di una palette materica accogliente e naturale. Non più considerato come area di mero passaggio, il salone d’ingresso vanta ora un’identità ben precisa riscoprendosi vero e proprio luogo di incontro e creatività. Suddivisa in quattro zone funzionali, la lobby abbraccia le diverse esigenze dei visitatori, declinandosi in una Visit Zone con reception, Perch Zone dal lungo tavolo in marmo come temporaneo punto d’appoggio, Linger Zone con sedute morbide per soste di relax, e infine una Collaborate Zone, concepita per il lavoro di gruppo, con un ampio tavolo e confortevoli booth privati.
Per la buona riuscita del progetto, la scelta dei materiali è risultata determinante nell’attribuire alla lobby un aspetto raffinato e avvolgente, in grado di evocare la tradizione architettonica di Boston, ma aggiungendovi un piglio contemporaneo. Noce, acciaio brunito, ottone, marmo, pietra, cemento bianco, lana e mohair si intrecciano in un dialogo armonioso di texture e dettagli. La monumentalità dello spazio è stata inoltre addolcita e unificata attraverso pannellature in legno dal disegno geometrico complesso, mentre elementi su misura come panche integrate, nicchie e scaffalature hanno contribuito ad un senso di raccoglimento e comfort.
ph. Nicole Franzen
ph. Adam Gibson
25 CALLINGTON MILL DISTILLERY Oatlands
Mattoni, vetro e legno plasmano una struttura progettata dallo studio australiano Cumulus, in cui convergono la produzione industriale di una distilleria e un’esperienza immersiva nella storia del whisky locale.
Situata nella cittadina rurale di Oatlands, in Tasmania, la Callington Mill Distillery si erge accanto all’iconico mulino a vento datato 1830, all’interno di uno dei più antichi insediamenti georgiani dell’Australia. Il progetto è stato curato dallo studio Cumulus con sedi a Sidney, Melbourne, Adelaide, Hobart e Launceston, che ha studiato un design rispettoso delle costruzioni in arenaria circostanti, rispondendo all’esigenza di ospitare la produzione industriale di una distilleria e offrendo ai visitatori la possibilità di intraprendere un’esperienza immersiva nella storia del whisky locale.
Le due strutture a capanna che la compongono hanno un’impronta contemporanea pur fondendosi perfettamente con il patrimonio storico e culturale del posto.
La nuova distilleria presenta infatti un aspetto minimalista, in linea con l’architettura georgiana scevra da ornamenti, mentre le pareti a vetro, dal pavimento al soffitto, che contraddistinguono l’ingresso, le assegnano una marcata nota di modernità.
In linea anche la scelta dei materiali, che assegnano a loro volta funzionalità ed espressività alla struttura: il nuovo che si fonde con la tradizione. Mattoni, vetro e legno rievocano inoltre i toni caldi del distillato.
IL FACCIA A VISTA FORNACE SANT’ANSELMO
La selezione dei materiali è stata fortemente influenzata dai requisiti del codice dei beni culturali locali riguardanti i rivestimenti in muratura. Il mattone predominante, il Tumbled Virginia della Fornace Sant’Anselmo (Loreggia, Italia), ha una patina morbida e gessosa che richiama la pietra arenaria degli edifici circostanti mentre le semplici forme a capanna sono un omaggio ai tetti della città per altezza ed estetica. Si tratta di mattoni burattati che possono essere totalmente di recupero o sottoposti a specifici processi di invecchiamento per ottenere un risultato vintage, indistinguibile da un mattone effettivamente recuperato.
Il mattone Sant’Anselmo burattato è un rivestimento in faccia vista dal sapore autentico e antico, ottenibile grazie al particolare processo di lavorazione della materia prima. Tumbled Virginia è prodotto in terracotta certificata, salubre, duratura, inalterabile, naturale, inimitabile. Il processo produttivo consente di personalizzare l’estetica del risultato con diversi gradi di invecchiamento e la diversificazione delle miscele di colore.
EVERGREEN
di Sabrina Tassini
Spingendosi oltre i confini del convenzionale e abbracciando la sperimentazione come linguaggio espressivo, la poliedrica Faye Toogood non manca mai di sorprenderci con un variopinto mélange di arte, artigianato e ricerca materica in continua evoluzione.
Germogliata nel paesaggio agreste inglese, si laurea in Storia dell’Arte all’Università di Bristol, inizia la sua carriera come stylist e fonda il proprio studio nel 2008 con il quale si cimenta nei più svariati ambiti, anche grazie a collaborazioni con numerosi marchi come Driade, Maison Matisse, Carhartt WIP, Poltrona Frau.
La patron della giocosa Roly-Poly è ora nota ai più per il suo irriverente e coraggioso anticonformismo che si traduce in un approccio inventivo radicale e istintivo, applicato trasversalmente in ciascuna creazione da lei pensata, sia essa attinente al design, alla moda, alla scultura.
Toogood rinobilita la purezza del gesto creativo che emerge dal nulla, deliziandoci con elementi d’arredo, abbigliamento o installazioni plasmati talvolta dalla materia più povera e grezza – non di rado da altri stigmatizzata – e trovando anzi in questa un motore di originalità, sintomo di un pensiero progettuale sinceramente appassionato e libero da compromessi stilistici.
Si racconta attraverso parole che emanano forza e consapevolezza, convinta che l’avanguardia risieda nell’audacia, nel rifiuto dei preconcetti e nel valore irriducibile dell’emozione.
Partiamo dalle origini, la natura e le sue forme paiono una fonte di ispirazione importante per il tuo lavoro, in che modo integri questi elementi nelle tue creazioni?
le sue sfumature, è stata il punto di partenza per una delle ultime linee di abbigliamento che ho creato, orientando sia lo schema di nuance che le texture dei tessuti. Lo stesso concept ha guidato il design di una gamma di carta da parati e, successivamente, ha dato vita alla sperimentazione di un nuovo materiale e nuove tonalità per una variante della sedia Roly-Poly.
A proposito di Roly Poly, la sua fama a volte sembra precederti. Quale ricetta si cela dietro alla realizzazione di un’icona?
Non credo di avere una ricetta. Da designer, credo si debba essere abbastanza coraggiosi per seguire il proprio istinto e fare quel che si reputa giusto senza preoccuparsi di ciò che pensano gli altri. È l’unico modo in cui si può essere liberi e fare qualcosa di veramente originale.
Ci è voluto molto tempo, ad esempio, prima che Roly-Poly venisse notata. Non è stata presa in considerazione per ben due anni: era troppo estranea a tutto il resto in circolazione in quel momento.
Il tuo design sembra voler sfidare l’idea che un oggetto debba per forza essere “utile”, sfumando il confine tra funzionale e artistico…Arrivando appunto da studi d’arte, ci sono correnti o autori che ti hanno influenzato e tuttora hanno ascendente?
Una delle prime figure che hanno influenzato la mia visione e il mio approccio creativo è stata Barbara Hepworth. Il suo lavoro mi ha colpita profondamente sin dall’inizio. Quando avevo otto anni, sono andata nel suo studio a St Ives e ho pensato immediatamente di voler fare la scultrice. Anche se ho studiato Storia dell’Arte, non ho mai dimenticato l’amore di Hepworth per il paesaggio, la geometria e i materiali. Oggi le mie fonti di ispirazione sono numerose. Ci sono così tanti artisti e movimenti che trovo stimolanti: il Bloomsbury Group, che ha vissuto in una delle mie case preferite - la proprietà Charleston nel Sussex -, la designer Charlotte Perriand, che aveva la capacità di creare oggetti, mobili e spazi permeati da un meraviglioso senso per la natura, la scultrice Phylidda Barlow, gli artisti James Castle, Eduardo Chillida, Joseph Beouys e William Scott, la ceramista Lucie Rie e l’artista tessile Sheila Hicks. ENG
Sono cresciuta nella regione rurale del Rutland, e la campagna britannica ha lasciato un’impronta profonda nel mio lavoro. Il paesaggio naturale è una fonte di ispirazione continua, influenza la scelta dei materiali, delle palette cromatiche e delle geometrie che caratterizzano i miei progetti. Spesso, è un tema centrale che emerge e ci accompagna nel corso dell’anno, intrecciandosi in diverse collezioni. La terra, ad esempio, con la sua matericità e
ph. Federico Ciamei
Da Assemblage 1 a Roly Poly, fino alle tue ultime collezioni realizzate per cc-tapis e Tacchini che denotano un richiamo molto forte al tema della sensualità e della femminilità, come è evoluto e cambiato nel corso del tempo il tuo modo di fare e percepire il design, ma anche di percepire te stessa in qualità di designer?
Ora che ho 40 anni, sento di essere finalmente pronta ad accettare e rivendicare il mio ruolo come designer donna. Quando ho iniziato a lavorare nel design, poco più che ventenne, non avevo una formazione accademica specifica nel settore. Mi sentivo una outsider, e impormi come professionista seria, in un ambiente dominato dagli uomini, era tutt’altro che semplice.
Per questo, ho scelto consapevolmente di non inserirmi in ambiti tradizionalmente associati alla femminilità, come il tessile, il colore o la decorazione. Al contrario, ho lavorato con materiali pesanti e strutture massicce, realizzando mobili solidi e spigolosi in bronzo, rete metallica, acciaio e cemento. Non volevo che il mio genere influenzasse la percezione del mio lavoro, né che mi si incasellasse in una visione stereotipata di artista o designer donna. Oggi il mio sguardo è cambiato. Mi sento finalmente libera di esplorare il colore, i tessuti, gli oggetti più piccoli. Ora so che questi elementi possono essere trattati con la stessa serietà e rilevanza che in passato sembravano riservate ad altri ambiti. Un esempio è la mia serie di arazzi di grandi dimensioni, realizzata per Assemblage 6 e per la mia mostra Downtime alla National Gallery of Victoria. Nonostante i progressi, le donne continuano comunque a essere sottorappresentate nel mondo dell’arte e del design. Spero che sia solo una questione di tempo prima di raggiungere una vera parità e di poterci finalmente sedere allo stesso tavolo dei nostri colleghi uomini.
In tema di materia, dall’installazione per Comme des Garçons in cui hai impiegato gesso, rame e corde grezze, ai pezzi scultorei realizzati in marmo e rovere, tra cui “Pit” e “Barrow”, i materiali sembrano “piegarsi” alle tue idee. Come li scegli e che rapporto hai con la ricerca materica? Esistono materiali che non hai ancora maneggiato e che vorresti approfondire in futuro?
Sono profondamente affascinata dai materiali: rappresentano sempre il punto di partenza delle
ph. Toogood
ph. Andrea Ferrari
mie realizzazioni. Nel nostro studio abbiamo una vasta materioteca, uno spazio dedicato alla raccolta e alla sperimentazione con materiali di ogni tipo. Spesso prendo campioni da questa collezione e li metto in relazione tra loro, osservando come dialogano e interagiscono. In questo momento, sto esplorando il mondo delle carte da parati e dei tessuti per tappezzeria. Sono entusiasta all’idea di lavorare con una gamma più ampia di colori e pattern, ampliando così il mio linguaggio attraverso superfici più decorative e dinamiche.
Come dici tu stessa, “It’s easy to work with gold and marble, but it’s more interesting to make something good out of a tin can.” Una capacità che è appannaggio esclusivo dei veri creativi. Come affronti le sfide in tal senso? Non ho mai concepito una gerarchia tra i materiali: per me, la tela e l’argilla hanno lo stesso valore espressivo del cashmere e del bronzo. Ciò che mi affascina è il modo in cui un materiale può trasformare una stessa forma, donandole un carattere del tutto nuovo. Ad esempio, per il nostro brand Toogood Clothing abbiamo realizzato la classica “Photographer jacket” sia in tela da pittura trattata sia in puro cashmere: due interpretazioni diverse, ma entrambe ugualmente riuscite e con una propria personalità distintiva. Lo stesso vale per la sedia Roly-Poly, prodotta in materiali estremamente diversi tra loro—fibra di vetro grezza, bronzo patinato, vetro di bario cristallizzato—ognuno capace di restituire una percezione completamente diversa della forma. Nel progetto Assemblage 6, Unlearning, invece, abbiamo lavorato con materiali poveri e quotidiani: carta stropicciata, nastro adesivo e cartone, creando centinaia di piccole maquette. Successivamente, alcune di queste sono state riprodotte in scala reale e trasformate in sculture permanenti in bronzo dipinto. Lavorare con materiali semplici è estremamente liberatorio: offre possibilità illimitate e insegna a non essere troppo rigidi o “gelosi” di un’idea, ma a lasciarla evolvere attraverso il processo creativo.
Sostieni che sia “più semplice vendere cappotti”, ma mercato a parte, è la moda l’ambito d’elezione in cui ti senti maggiormente stimolata? Come descriveresti le tue collezioni fashion e su cosa stai lavorando ora con il tuo brand?
Non ho una disciplina preferita: il mio approccio è trasversale, libero dai confini imposti dalle categorie. Disegno e progetto in qualsiasi contesto, lasciandomi guidare dalle idee.
Nel 2013, insieme a mia sorella Erica - modellista qualificata - ho fondato Toogood Clothing. Ci definiamo “the Tinker and the Tailor”. Il nostro intento iniziale era creare una sorta di uniforme quotidiana, capace di esprimere l’individualità di chi l’avesse indossata. Abbiamo immaginato abiti che rispecchiassero il nostro stile e quello dei nostri amici, senza distinzione di età o genere. Per creare una collezione siamo sempre partite da un concetto narrativo: nella recente linea 023 - A/W 25 abbiamo voluto celebrare il tempo che passa, l’età e l’invecchiamento, reinterpretando in chiave giocosa i tessuti della tradizione britannica: il Prince of Wales check, il Tattersall check e il paisley.
Dopo aver setacciato così tanti territori creativi, ti incuriosisce qualche nuovo campo? La gioielleria è un ambito che mi affascina molto e che desidero approfondire. Lavorare con metalli e pietre preziose apre numerose possibilità espressive.
In un mondo in cui apparentemente abbiamo già visto tutto, è ancora possibile parlare di originalità, avanguardia e riuscire a creare qualcosa di extra-ordinario? C’è ancora margine per la sperimentazione dell’“inedito”? Tecnologia, intelligenza artificiale e social media ci danno l’illusione di aver già visto tutto, ma proprio per questo i designer dovranno trovare nuovi modi di pensare e creare. Più che sulla funzionalità pura, credo che il design del futuro dovrà concentrarsi sull’emozione, sul modo in cui un oggetto riesce a stabilire un legame profondo con chi lo utilizza. L’elemento umano diventerà sempre più centrale: artigianalità, immaginazione ed emozione saranno i veri valori da preservare. Sono convinta che le nuove generazioni di designer sentiranno sempre più l’urgenza di esprimere la propria individualità, rifiutando di uniformarsi alle tendenze e abbracciando un approccio più libero, giocoso e ribelle. Ed è proprio in questo spazio di autenticità e sperimentazione che continueremo a trovare lo straordinario.
ph. Matthew Donaldson
ph. Andrea Ferrari
EDITOR’S CHOICE
new materials in town
Osso & Bottone | MUTINA
Ronan Bouroullec firma per Mutina la collezione ceramica Osso & Bottone, basata sul gioco fra forme e stucco. Pensata per gli ambienti esterni ma adatta anche agli interni, è costituita da moduli di piastrelle rettangolari scolpite con tagli perimetrali che creano ampi vuoti, rivelando motivi attraverso le fughe. Il nome deriva dalle configurazioni leggermente sagomate dei pezzi che la compongono. Il designer francese è intervenuto sui singoli elementi ceramici con un gesto simbolico, “tagliando” il rettangolo tradizionale per dar vita a forme uniche. Queste sagome accolgono lo stucco nelle loro “parti mancanti” e permettono di creare geometrie colorate che, grazie al prezioso lavoro di luci e ombre, rendono dinamica la composizione. Il risultato è una sorta di vibrazione ottica in grado di confondere le configurazioni originali e di aprire un dialogo tra la collezione e il mondo naturale su cui si affaccia.
Osso è ottenuta attraverso tagli perimetrali che ne assottigliano la parte centrale, conferendo al singolo elemento un design simile ad un osso. La forma di Bottone è ottenuta attraverso tagli perimetrali circolari che, nell’accostamento di due pezzi con una fuga di 4 mm, diventano cerchi perfetti che ricordano, appunto, dei bottoni.
Con uno spessore di 10 mm ciascuno, i moduli di Osso & Bottone sono realizzati in grès porcellanato non smaltato, con impasto colorato in tutta massa, declinato in una palette di cinque cromie - Sabbia, Grigio, Rosso, Blu e Verde - ottenute da un delicato mix di terre colorate, che lavorando in sinergia con la texture ceramica, ne esaltano l’aspetto materico e naturale.
Calcis | ITALGRANITI
La collezione di superfici ceramiche Calcis di Italgraniti si ispira alla fusione di due pietre naturali: il Limestone e il Marfil. Il primo è una roccia calcarea sedimentaria dalle tonalità tenui e dalle venature delicate, molto morbida al tatto, perfetta per integrarsi in qualsiasi contesto di design. Marfil è un marmo spagnolo molto apprezzato per la sobria eleganza e per le tonalità avvolgenti e brillanti.
L’inedito look di Calcis è declinato in quattro tonalità - dal classico Crema al luminoso Avorio, dal contemporaneo Corda al sofisticato Visone - e richiama le vibrazioni della terra. In particolare, i raffinati dettagli di origine calcarea che si innestano in modo armonioso nella texture compatta del Marfil, fanno di Calcis una collezione elegante ma dallo spirito autenticamente minerale. Le vene affondano sotto il livello della superficie, dando a questo marmo ceramico un suggestivo senso di tridimensionalità. Le qualità materiche di Calcis sono il risultato combinato dell’uso di RealUp® e di finiture brillanti sugli elementi chiari, che regalano una nuova superficie dinamica, conservando un’opacità seducente.
In particolare, l’innovativa tecnologia RealUp® è capace di conferire alle superfici un realismo eccezionale, facendo coincidere senza margine d’errore dato cromatico e dato di struttura: grafica e tridimensionalità raggiungono così una sinergia inedita, donando alla superficie ceramica una ricchezza materica senza precedenti e una profondità e un livello di dettaglio unici. Calcis riflette l’ulteriore passo in avanti compiuto da questa tecnologia, un’evoluzione nata dallo studio condotto sui marmi naturali, dei quali –passaggio dopo passaggio – sono stati acquisiti digitalmente e riprodotti i più minuti dettagli, sia a livello di struttura tridimensionale che di disegno. Disponibile in grandi lastre Mega® e in gres porcellanato standard (9 mm di spessore), Calcis prevede inoltre un mosaico a tessere quadrate (in 9 mm), uno a tessere rettangolari (in 6 e 9 mm) e il listello Tratto, disponibile per entrambi gli spessori. A questi si aggiunge Stripe, un modulo decorativo in formato 60x120 cm dalla marcata tridimensionalità: linee incise orizzontalmente, irregolari e delicate come graffiature, rompono la tessitura omogena della collezione creando un ritmo visivo sempre diverso, che si interseca col movimento spezzato delle sottili venature.
Guglie | CIMENTO®
La collezione di vasi decorativi Guglie presentata da CIMENTO® e disegnata da Patricia Urquiola, creative director dell’azienda, è contraddistinta da forme minimaliste che evocano l’architettura urbana, con superfici materiche e texture vibranti. Gli elementi della linea mettono in evidenza le proprietà del materiale CIMENTO®, un composto di formulazione esclusiva ottenuto da una miscela di aggregati minerali uniti a un legante cementizio, che conferisce a complementi e superfici l’effetto tipico del cemento a vista.
Iro | CERAMICA SANT’AGOSTINO
Dalla texture materica dell’intonaco nasce IRO, una collezione ceramica effetto muro in colore che gioca in abbinamento ad effetti terrazzo dagli accenti freschi e brillanti.
Le nuance principali sono Ivory, Sand, Pearl, Agave, Navy e Rose. A queste si aggiunge la versione Black dell’effetto terrazzo, la cui grafica nei vari colori è caratterizzata dall’esplosione in frammenti su fondo chiaro. Le superfici Mat, Silk e Soft sono ideali per l’utilizzo in qualsiasi ambiente interno. La tecnologia Carve3D conferisce veridicità materica, sia visiva che tattile, alla superficie Mat della collezione; nella superficie Silk, si può apprezzare la setosità e la morbidezza della piastrella percepibile anche solo con lo sfioro e infine la superficie Soft rappresenta un’alternativa ideale soprattutto nella posa a pavimento.
L’articolazione di formati e finiture risponde alle più svariate necessità progettuali e permette una grande libertà compositiva, con particolare focus sul rivestimento. IRO con la sua texture materica e IRO Stripe con una grafica effetto plissé, si ritrovano in formato 60x120 cm.
L’effetto terrazzo IRO Next è invece proposto in formati dal più grande 60x120 cm al più piccolo 6,5x30 cm, dando un doppio significato ad uno stesso prodotto. IRO Square, pensato principalmente per la posa a pavimento, si presenta in un unico formato 90x90 cm. Con IRO lo spazio diventa una tela che può essere coperta interamente, in parte o in abbinamento ad altri effetti e formati. La posa stessa rappresenta un aspetto caratterizzante, come ad esempio la posa a boiserie, dove colore pieno ed effetto terrazzo dialogano e si bilanciano tra loro. Mentre il formato più piccolo della Next, pensato idealmente per essere posato con fuga a contrasto, diventa un elemento distintivo e di decoro.
SensiTerre | FLORIM
La collezione SensiTerre, che consolida la sinergia tra Florim e Matteo Thun & Partners, è un progetto di superfici che reinterpreta il mondo delle argille fondendo la tradizione artigianale con l’innovazione tecnologica. L’ispirazione nasce dal decimo anniversario dei vasi in terracotta in edizione limitata “Venere Bianca”, disegnati da Matteo Thun e Benedetto Fasciana in collaborazione con Bitossi. Realizzati a mano da maestri ceramisti, i vasi attingono alla semplicità delle forme archetipe e sono caratterizzati da finiture ottenute con impronte di garza, segni di pettinatura e incisioni, capaci di generare texture decorative originali.
A segnare la misura progettuale della nuova collezione SensiTerre sono così i variegati colori caldi e le superfici materiche dell’argilla realizzate secondo le tecniche di lavorazione antiche. Un processo di riflessione sull’eleganza dei dettagli in cui ogni tonalità rappresenta una scelta cromatica decisa e consapevole.
La modularità e le configurazioni multiple di piccoli e grandi formati sono elementi chiave della linea, una prerogativa che consente di dar vita a finiture avvolgenti, in equilibrio costante tra storia e ricerca. Tutte le superfici sono adatte sia a pavimento che a rivestimento, ad eccezione del Cannettato per il quale si consiglia l’uso solo in parete verticale.
SensiTerre è inoltre il risultato di un processo attento e rispettoso dell’ambiente, realizzata in stabilimenti dove si recuperano il 100% degli scarti crudi di produzione e il 100% delle acque reflue. Florim - Società Benefit e certificata B Corp - è in grado di autoprodursi fino al 100% dell’elettricità necessaria per il funzionamento degli impianti produttivi italiani. Quando non basta, l’azienda l’acquista da fonti rinnovabili certificate. La collezione è inoltre parte del progetto CarbonZero, le superfici Carbon Neutral che compensano tutta la CO2 emessa durante il loro ciclo di vita.
Sipario | MATERICA
Al confine fra realtà e illusione, Matteo Cibic immagina per Materica, azienda specializzata nella metallizzazione a filo delle superfici, una boiserie “Sipario” dai riflessi metallici. Un trompe-l’oeil fatto di sovrapposizioni ottiche fra tessuti, in una tridimensionalità che rimanda all’infinito e stimola l’immaginazione. Con la sua attitudine eclettica e visionaria Cibic racconta, descrive e al tempo stesso allude e suggerisce. Il designer mescola suggestioni diverse, ispirandosi agli antichi bassorilievi e all’arte rinascimentale, che reinterpreta con lo stile che lo contraddistingue. Ogni drappo sembra prendere forma dalla luce e regala la sensazione di essere mosso dal vento o dagli stessi teatranti per dare inizio allo spettacolo. La boiserie è declinabile in diversi metalli, nelle versioni Zinco, Ottone, Rosa Gold, Alpacca e Peltro.
Le superfici create dall’azienda veneta nascono dalla contaminazione creativa tra tecniche differenti. La metallizzazione, realizzata
attraverso la fusione e micronizzazione ad alta velocità di metalli puri - dall’ottone al bronzo, dal rame all’alpacca, dall’alluminio allo zinco - si unisce di volta in volta a interventi di ossidazione, laseratura, resinatura e pigmentazioni naturali. Sovrapposizioni di materiali e lavorazioni multiple svelano effetti estetici inaspettati. Altro elemento interpretabile con grande versatilità è la modularità del sistema. Le boiserie si espandono sia in verticale che in orizzontale, avvolgendo ogni tipologia di spazio, grazie alla varietà nelle dimensioni dei pannelli e ad una struttura portante trasversale e universale.
Il sistema si presta con flessibilità anche all’utilizzo outdoor. Le finiture metallizzate, tutte caratterizzate da un’elevata resistenza, vanno abbinate, su richiesta, a supporti specificamente studiati per esterni. I pannelli vengono personalizzati e progettati ad hoc per rivestire dehors, terrazze e spazi aperti.
Alma e Trame | ISOLSPACE
L’attenzione al benessere acustico degli ambienti, in passato riservata a contesti specifici, oggi permea ogni settore del design d’interni, compresi la casa, gli uffici e gli spazi commerciali. Isolspace, brand di Tecnasfalti, presenta le ultime innovazioni nel campo della fonoassorbenza: le piastrelle quadrate Alma e Trame, pensate per combinare elevate prestazioni acustiche con un’estetica raffinata. Questi elementi modulari, grazie alle loro geometrie componibili, consentono di accostare colori e disegni per creare pattern sempre nuovi e distintivi. Perfette per abitazioni, uffici, negozi, ristoranti e studi professionali, le soluzioni Isolspace migliorano il comfort acustico con un tocco di design unico.
Le nuove piastrelle fonoassorbenti sono monofacciali, misurano 60x60 cm e sono progettate per essere applicate direttamente a parete. La loro peculiarità risiede nella possibilità di creare configurazioni visive uniche in base all’orientamento e alla composizione. Alma si caratterizza per disegni verticali e circolari, mentre Trame presenta esclusivamente elementi verticali, offrendo soluzioni estetiche diversificate a seconda delle esigenze di arredo. Sono perfette per essere utilizzate come boiserie, trasformando l’ambiente non solo in termini acustici ma anche visivi, creando un grande effetto scenico.
Sono disponibili in tre diverse tipologie di tessuto: un’opzione in velluto e due varianti realizzate al 100% con tessuti riciclati. Ogni tipologia di tessuto è proposta in numerose e differenti tonalità, dalle più neutre alle più intense (dal sabbia tenue e pesca delicato al verde salvia, rosso mattone e blu petrolio, solo per citarne alcune), per adattarsi armoniosamente a ogni contesto d’arredo.
Alma e Trame fanno parte della collezione di pannelli per la correzione acustica progettata da Cristina Zanni e Sara Belletti di Odeon Studio.
Come per tutte le soluzioni Isolspace, anche Alma e Trame sono realizzate con la speciale fibra riciclata ISOLFIBTEC, ottenuta dal recupero di PET riciclato.
Questo materiale, studiato per garantire elevate prestazioni acustiche, testimonia l’impegno del brand verso la sostenibilità e l’innovazione responsabile. L’azienda continua così a sviluppare prodotti capaci di migliorare la qualità degli ambienti, coniugando tecnologia e rispetto per l’ambiente.
Isolspace è il marchio di Tecnasfalti - azienda fondata nel 1976 in provincia di Milano e riconosciuta come una wellness company specializzata nel comfort acustico indoor - dedicato alla fonocorrezione e offre soluzioni all’avanguardia che combinano estetica e funzionalità. I pannelli fonoassorbenti Isolspace, eleganti e personalizzabili, sono pensati per migliorare l’acustica di ambienti domestici, lavorativi e commerciali, grazie a un’ampia varietà di finiture e colori. La collezione comprende inoltre soluzioni a sospensione e autoportanti, per rispondere alle esigenze di ogni spazio con proposte su misura.
“Il design trova la sua massima espressione quando estetica e funzione si intrecciano in modo naturale. Portare il comfort acustico negli spazi che viviamo, aggiungendo carattere, dettaglio e valore estetico, significa creare luoghi in cui ci si sente bene, in cui si ama restare e a cui si torna con piacere. Lavorare a questa collezione insieme a Isolspace è stato un percorso entusiasmante, nato dalla volontà comune di unire design e sostenibilità in un progetto suggestivo e consapevole. Ogni scelta, dai volumi alle texture, fino ai materiali, è stata guidata dall’idea di creare una forma unica che realizzasse molteplici pattern così da creare superfici grafiche e combinazioni sempre personalizzate.”
Cristina Zanni, designer e founder di Odeon Studio
Superfici Tridimensionali | DORSUM®
DORSUM® è il decoro a rilievo per pannelli planari che trasforma superfici ordinarie in autentiche opere d’arte, rendendole ideali per ambienti e contesti di prestigio. La grande versatilità di questo innovativo sistema permette di modulare ogni dettaglio del decoro, dal design grafico al grado di spessore, passando per la scelta della tipologia di rilievo. In questo ambito, l’ampia selezione dei supporti – che spazia dall’Mdf, al vetro, fino all’alluminio – offre la possibilità di realizzare soluzioni uniche, capaci di rispecchiare con precisione i gusti più raffinati e l’esclusività richiesta da chi li sceglie.
Il vero pregio di DORSUM® si manifesta nella cura meticolosa della finitura superficiale. Grazie a un’ampia gamma di vernici e trattamenti disponibili sul mercato, è infatti possibile ottenere effetti visivi sorprendenti, che
Mdf con decoro damascato, finitura realizzata manualmente in foglia oro e gommalacca
esaltano il carattere distintivo di ogni decorazione. Questa pluralità di opzioni non solo arricchisce l’aspetto estetico, ma garantisce anche una perfetta integrazione del decoro con l’ambiente circostante, volgendo semplici pannelli in elementi d’arredo di grande impatto.
DORSUM® rappresenta inoltre una filosofia di design in cui innovazione tecnologica e artigianalità si fondono per dare vita a creazioni irripetibili. Ogni progetto realizzato con questo sistema diventa una sintesi di creatività e precisione, capace di valorizzare ogni spazio con un tocco di lusso su misura. La personalizzazione estrema di ogni elemento decorativo permette di interpretare il concetto di esclusività in maniera dinamica, facendo sì che ogni ambiente diventi l’espressione autentica dello stile e dell’identità di chi lo vive.
Alluminio Stratificato 1,2 mm. Leggerissimo, solo 1,8 kg./mq, rilievo colorato, parte del decoro realizzato a mano, finito con verniciatura opaca resistente ai più comuni prodotti di pulizia
Vetro temperato extrachiaro con rilievo multilivello a colore
BIOPIETRA circolarità del prodotto e del processo produttivo
di Chiara Poggi
Fondata nel 1999 e situata all’interno di un parco naturale sul Lago di Garda, Biopietra è specializzata nella produzione di rivestimenti ecologici in pietra naturale rigenerata, garantiti per installazioni sia interne che esterne.
L’azienda ha fatto della sostenibilità il cuore della propria filosofia produttiva, integrando i principi dell’economia circolare in ogni fase del processo produttivo. Abbiamo incontrato il CEO Mauro Maffizzoli, per approfondire le strategie adottate per ridurre l’impatto ambientale e per conoscere le soluzioni innovative che coniugano estetica, funzionalità e rispetto per l’ambiente.
Quali soluzioni adottate per rendere il vostro processo produttivo più sostenibile?
Biopietra punta sulla sostenibilità riducendo l’impatto ambientale con materie prime (pietra naturale) ricavate da scarti di lavorazione, ottimizzazione energetica e abbattimento delle emissioni. Il ciclo produttivo, interamente sviluppato in Italia, è privo di COV, radon, formaldeide e altre sostanze nocive. Seguendo i principi dell’economia circolare, gli scarti vengono reintegrati nel processo, mentre un impianto dedicato tratta e riutilizza le acque industriali, eliminando sprechi e rifiuti.
In che modo il concetto di circolarità si applica ai vostri materiali?
I rivestimenti Biopietra sono un esempio di economia circolare: scarti di produzione, lotti non conformi, fanghi di lavaggio e materiali naturali riciclati vengono reintrodotti nel processo per creare nuovi prodotti, riducendo l’uso di materie prime e minimizzando gli sprechi. Ogni prodotto Biopietra è composto per l’85% da materiali riciclati, è completamente atossico, privo di VOC e riciclabile a fine vita, garantendo un ciclo produttivo virtuoso e sostenibile.
Come può la pietra naturale rigenerata aiutare a personalizzare le abitazioni moderne?
La pietra naturale rigenerata prodotta da Biopietra offre un’ampia gamma di texture, colori e finiture che permettono una personalizzazione degli spazi. Grazie alla sua versatilità, può essere utilizzata per creare soluzioni decorative uniche sia per interni che per esterni, prestandosi perfettamente alle necessità architettoniche sia tradizionali
che contemporanee, conferendo un tocco di eleganza e modernità alle abitazioni. Inoltre, la possibilità di scegliere tra diverse opzioni di personalizzazione rende i rivestimenti di Biopietra ideali per soddisfare le esigenze estetiche dei progettisti, permettendo di creare ambienti distintivi e su misura. Biopietra può realizzare sui propri modelli colorazioni specifiche su richiesta del progettista per soddisfare esigenze paesaggistiche, consentendo così di realizzare mix con soluzioni innovative.
In che modo riuscite a coniugare innovazione e tradizione nelle vostre soluzioni?
Biopietra combina tecnologie avanzate e materiali ecologici con un forte legame alle tecniche artigianali. Riproduciamo fedelmente l’estetica della pietra naturale, arricchendola con soluzioni tecnologiche che ne migliorano resistenza, leggerezza e sostenibilità. I nostri impianti impiegano robot antropomorfi dotati di intelligenza artificiale, programmati per eseguire operazioni standardizzate, ma con una variazione estetica casuale, ricreando l’unicità della lavorazione artigianale. Questo approccio ci permette di offrire rivestimenti decorativi che uniscono il fascino della tradizione alla qualità costante e all’efficienza della produzione industriale.
Quali sono i principali vantaggi estetici della pietra rigenerata rispetto ai materiali tradizionali?
I materiali naturali, come la pietra, stanno diventando sempre più difficili da reperire per tre motivi principali: sostenibilità ambientale, salubrità dei composti (alcune pietre naturali possono contenere sostanze potenzialmente tossiche, soprattutto in ambienti interni) e necessità di soluzioni estetiche versatili per i progetti contemporanei. Biopietra risponde a queste esigenze offrendo un’ampia gamma di superfici che riproducono fedelmente la pietra naturale, dal travertino nei suoi colori classici fino a varianti esclusive, come bianco puro con effetto madreperla, nero, quarzite, e persino colori di design come blu elettrico, verde brillante o bronzo. Un altro vantaggio distintivo è la colorazione in massa dei rivestimenti Biopetra, senza l’uso di colorazioni superficiali post-produzione, per un effetto autentico e durevole nel tempo.
Grazie a questa flessibilità, ogni prodotto Biopietra può essere personalizzato per
adattarsi perfettamente alla visione creativa di architetti e designer. Travertino o spaccatello in blu elettrico con effetto madreperla? Se un progetto vuole lasciare il segno, tutto è possibile.
Oltre all’aspetto estetico, quali benefici pratici offre Biopietra?
Biopietra offre non solo un’estetica raffinata, ma anche numerosi vantaggi pratici. È traspirante, atossica e priva di emissioni nocive, creando un ambiente sano. Grazie alla leggerezza, è facile da installare, riducendo tempi e costi. Resistente agli agenti atmosferici e all’usura, è adatta ad applicazioni sia in ambienti interni che per facciate esterne, garantendo la durabilità e colorazioni inalterate nel tempo. L’altra traspirabilità (5- 15μ) di Biopietra la rende ideale per rivestire cappotti termici, garantendo adesione sicura e protezione contro grandine e sbalzi termici, preservando le proprietà isolanti nel tempo.
Per quali tipologie di ambienti è più indicata la vostra pietra rigenerata?
Biopietra anche per i suoi bassi spessori (2-3 cm) è indicata per rinnovare abitazioni private, hotel, ristoranti, spa e ambienti commerciali grazie alla sua versatilità e alla capacità di creare atmosfere accoglienti e sofisticate. I nostri rivestimenti sono ideali sia per pareti interne decorative che per rivestimenti esterni, garantendo un effetto estetico di pregio. Negli ambienti interni può donare un’estetica unica e irripetibile, ad esempio lounge bar situate su grandi navi da crociera dove i nostri prodotti sono presenti da oltre dieci anni su questo tipo di applicazione. Biopietra risolve il problema della riqualificazione di edifici storici, poiché è in gradò di riprodurre l’aspetto originale di un vecchio muro su una superficie rinnovata e applicata su cappotto termico... ciò che c’era dell’antico edificio lo ritroviamo su una nuova parete riqualificata che rispetti i vantaggi legati all’efficientamento energetico.
Può essere dunque utilizzata anche per il cappotto termico...
Biopietra è compatibile con i sistemi di isolamento termico a cappotto. La sua leggerezza permette di applicarla senza sovraccaricare la struttura, mentre le sue proprietà traspiranti contribuiscono a mantenere il comfort abitativo, evitando problemi di umidità e condensa.
Esistono soluzioni specifiche per interni ed esterni?
Offriamo soluzioni diversificate per ambienti interni ed esterni. Le finiture per interni sono progettate per creare superfici eleganti e di design, mentre le versioni per esterni garantiscono resistenza agli agenti atmosferici e ai raggi UV, mantenendo inalterata la bellezza nel tempo.
Quali sono le applicazioni più innovative che avete realizzato finora?
Biopietra vanta interessanti applicazioni in vari settori, tra cui rivestimenti per edifici storici, design per interni moderni e avanzati sistemi di isolamento termico. Tra i progetti di maggiore rilievo, spicca il rivestimento utilizzato nel prestigioso hotel 5 stelle “A-ROSA” a Salò, dove sono state utilizzate le lastre di travertino rigenerato prodotte da Biopietra.
Nel progetto originale la tutela del paesaggio aveva richiesto come rivestimento lastre in “travertino naturale” che, avendo un peso di circa 68 kg/ m2, avrebbero richiesto un sistema di ancoraggio meccanico complesso e costoso. Biopietra ha risolto questa situazione producendo lastre più leggere di travertino rigenerato (15 mm di spessore, 24 kg/m2), garantendo una posa più rapida e sicura senza necessità di fissaggi meccanici, riducendo il rischio di distacco e migliorando la traspirabilità del sistema.
Questo progetto ha evidenziato la capacità della nostra tecnologia di unire estetica e innovazione tecnica, con una soluzione che riduce il peso e migliora la durabilità dei nostri rivestimenti.
MAG | BOOK | 1-2025
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