materiale definitivo è la natura stessa. Il design contemporaneo non la imita, ma ne estrae l’essenza”
Cover by Katz
BRANDS
ABK Group
Biopietra
Iris Ceramica Group
Saint-Gobain
Schlüter-Systems ARDOGRES®
Mapei
Kerakoll
Danilo Ramazzotti Italianhousefloor
130 (OneThirty)
IAMMI
Connubia
Chroma Composites NOT COMPROMISED MycoWorks Winetage
Vetriceramici
Wall&decò Abet Laminati
Ceramiche Marca Corona
S.Anselmo
Cercol
PEOPLE
LLDS
c+d Studio
Antonio Di Maro
GStudio Architetti
CRA-Carlo Ratti Associati
Luigi Guardiani
Carlana Mezzalira Pentimalli
Rizoma Architetture
Comfort Hub
Laura Verdi HUB48
Roberta Studio
OTTO Studio
Eclettico Design Lombardini22 the ne[s]t
GLA – Genius Loci Architettura ovre.design® NOA
Alessia Galimberti & Partners
Studio Svetti Architecture
NS STUDIO
CURA Architekten
Dario Castellino
GEZA Architettura
Mallol Arquitectos
Studio Ricciardi Architetti
Green Building Projects
Officina Abitare
Paola Orlandi
Chiangmai Life Architects
Sanjay Puri Architects
ph. Tom Ross
NORTHCOTE HOUSE
Il progetto di LLDS si ispira alle tradizionali case a schiera di epoca vittoriana per costruire una nuova unità abitativa dalla pianta compatta e ottimizzata, con tetto-giardino, spazi fluidi e materiali sostenibili.
Progettata dallo studio australiano LLDS e situata nel Northcote, sobborgo di Melbourne all’interno del territorio tradizionale Wurundjeri, la “Northcote House” reinterpreta in chiave contemporanea la classica tipologia delle case a schiera vittoriane, adattandola alle esigenze del vivere urbano moderno. Su un lotto stretto e allungato di 22 metri di lunghezza per 4,6 metri di larghezza, orientato est-ovest, il team di progettisti ha infatti creato un’abitazione compatta e ottimizzata da spazi fluidi, con scelte materiche guidate da principi di sostenibilità e durabilità e ricca di soluzioni innovative, prima fra tutte la creazione di un giardino pensile che compensa la carenza di spazi verdi nel contesto cittadino e contribuisce alla biodiversità locale.
L’intera abitazione è concepita per favorire libertà di movimento e connessione tra aree, con tre diverse scale che eliminano la necessità di corridoi e modellano una conformazione spaziale circolare e avvolgente.
Al di sotto della struttura in legno del tettogiardino si sviluppa un ampio ambiente centrale che accoglie la cucina, la zona pranzo e una veranda d’ingresso, evocando gli spaziosi loft dei fabbricati industriali e le sale delle chiese vittoriane della zona. Un muro interno in cemento, dalla texture particolarmente ricca, conferisce carattere allo spazio e funge da isolante termico, migliorando il comfort ambientale e riducendo il riverbero acustico tra le pareti perimetrali.
L’organizzazione degli spazi al piano terra ruota attorno ad una accogliente stanza circolare la cui metratura è volutamente lasciata scevra di arredi per permettere alla luce naturale e alla ventilazione di penetrare in profondità in tutti gli ambienti senza impedimenti, seppur arricchita da tappeti in pelli di recupero provenienti da produzioni locali, che aggiungono un tocco primitivo in contrasto con il cemento grezzo delle pareti. Questo peculiare disimpegno circolare, abbracciato dalla sinuosa scala interna in legno, suddivide la zona notte in due camere, orientate rispettivamente a est e a ovest, ognuna dotata di anticamere funzionali con servizi e spazi di stoccaggio. Nella stanza orientata a est, il soffitto a volta in cemento distribuisce il carico della copertura soprastante.
Le facciate est e ovest fungono da supporti per piante rampicanti, integrando così il verde nell’architettura e creando una relazione tra
interno ed esterno. Il balcone d’ingresso, ispirato al concetto giapponese di “engawa”, si frappone come diaframma tra l’abitazione e la strada, offrendo un punto di osservazione discreto e protetto sull’intero quartiere.
IMPATTO AMBIENTALE E MATERIALI
Il progetto concepito da LLDS verte sull’attenzione verso la sostenibilità e i dettagli costruttivi. La selezione dei materiali è stata guidata dalla loro qualità materica, durabilità e capacità di invecchiare con carattere, senza necessità di finiture aggiuntive come pitture o rivestimenti artificiali.
Il legno massello e il compensato impiegati sono certificati FSC, mentre gli elementi in calcestruzzo sono stati realizzati con casseforme riutilizzabili. Il PIR, fresato a CNC per creare la texture del cemento interno, è stato successivamente riutilizzato come isolamento per la copertura.
La ventilazione meccanica controllata con recupero di calore contribuisce a mantenere un clima interno confortevole, mentre l’elevata ermeticità dell’edificio (con un risultato di test pari a 2,1 m³/h @50 Pascal) riduce al minimo le dispersioni termiche. Un sistema di raccolta delle acque piovane da 3000 litri alimenta l’irrigazione e gli scarichi di servizio. Inoltre, solo il muro di confine in calcestruzzo è una struttura permanente, mentre le partizioni interne, la facciata in acciaio e la copertura sono progettate per essere facilmente smontate garantendo la possibilità di future modifiche senza impatti significativi. L’edificio presenta infine un indice LCA pari a 600 kg CO e/m², calcolato lungo l’intero ciclo di vita (“cradle to grave”) secondo il protocollo Greenstar (AUS/NZ).
ph. Xian Song
02 GARDEN FOR THE EYES Shanghai
Un’installazione immersiva che reinterpreta il giardino tradizionale cinese attraverso un linguaggio spaziale astratto e minimale.
Realizzata quasi interamente in carta artigianale e legno di pino, l’opera riflette sull’interazione tra corpo, sguardo e materia.
Nata con l’intento di indagare il significato contemporaneo e tradizionale della cultura di Jiangnan, reinterpretando il concetto di giardino come espressione spaziale e simbolica, Garden for the Eyes è l’installazione firmata dall’architetto cinese Dong Yi di c+d studio, affiancata da una selezione di dipinti dell’artista americana Lyu Wujiu (1918–2013). L’opera è stata realizzata su invito per la mostra Creation | New Jiangnan Space Art, ospitata nel 2024 presso il Yunjian Huitang Cultural and Art Center, accanto al parco Zuibaichi, nel distretto di Songjiang, a Shanghai.
Nella cultura cinese, Jiangnan rappresenta da sempre l’ideale di una vita armoniosa e poetica.
Tra gli elementi simbolici che compongono l’immaginario tradizionale, il giardino occupa un ruolo centrale: è lo spazio dove cielo e uomo si incontrano, dove città e natura si equilibrano, dove il corpo trova riposo e lo spirito quiete. È proprio da questa concezione che prende forma il concept dell’allestimento, che intende plasmare la purezza attraverso l’uso di materiali essenziali e un linguaggio astratto.
L’area espositiva a disposizione misura solo 16 metri per 6, un vincolo che ha reso necessario ripensare radicalmente il concetto di “giardino” in scala micro. L’esperienza del visitatore è stata così condensata in un percorso intimo, pensato per una sola persona alla volta, in direzione obbligata,
dove a condurre è lo sguardo più che il corpo. Il risultato è un itinerario lungo 40 metri, con un ingresso e due uscite, capace di restituire le torsioni, le rarefazioni e le aperture tipiche di un giardino classico, ma ricondotte alla dimensione interiore: lo sguardo si perde, il cuore si espande. Lo spazio è stato derivato dagli elementi tipici del vicino parco Zuibaichi – cortile, ponte, pozzo e corridoio – reinterpretati attraverso scene, sequenze e atmosfere. La scala viene trasformata: il giardino si solleva da terra fino all’altezza della parte superiore del corpo umano, diventando uno spazio sospeso, accessibile a una sola persona per volta. Dopo diversi prototipi, è stato definito uno spazio passante di appena 64 cm di larghezza per
205 cm di altezza, sollevato da terra di 108 cm.
Il campo visivo è ristretto a una fascia tra 139 e 174 cm da terra, con soli 35 cm di margine: una cornice che incanala l’attenzione.
Il corpo è in parte escluso, avvolto da superfici che impongono al visitatore di muoversi inclinando il capo, per osservare ponti più bassi delle ginocchia, pozzi all’altezza degli occhi, corridoi stretti quanto una spalla. In questo processo, il mondo si ricompone a ogni svolta, la percezione si affina. Si passeggia con gli occhi, mentre il pensiero si allontana, libero da ogni distrazione.
All’interno di questa struttura viene plasmato un duetto espositivo: il giardino diventa al tempo stesso opera e contenitore, accogliendo una serie
di 27 riproduzioni di dipinti astratti a inchiostro ispirati alla poesia Yuanhu Qu del letterato Wu Meicun. Le opere originali, oggi conservate al Seattle Art Museum, rivelano una pittura istintiva, dove l’inchiostro si fa medium di un’emozione che affiora dai versi e restituisce la nostalgia per i paesaggi di Jiangnan.
Il punto d’incontro tra giardino e pittura sta nel processo creativo. Garden for the Eyes destruttura l’esperienza del camminare in un giardino per poi ricostruirla, mentre le opere dipinte trasformano in segno il ritmo di una poesia. Il giardino definisce lo spazio di ogni quadro; i quadri guidano lo sguardo lungo il percorso. Ogni finestra visiva
è calibrata per scandire un ritmo, ora denso ora rarefatto, che stimola continuamente la curiosità. A ogni svolta, il tempo e lo spazio sembrano ricomporsi, suggerendo nuove letture. L’interazione tra i dipinti e lo spazio si rinnova in continuazione, fondendo la narrazione dell’architettura con l’interpretazione pittorica.
MATERIALI SEMPLICI E NATURALI PER UN CONCETTO DI PUREZZA
Per restituire l’essenza astratta del giardino, la scelta dei materiali è stata ridotta al minimo. Quasi tutta l’installazione è realizzata in carta: un materiale vicino alla natura, coerente con la delicatezza del giardino e l’espressività dell’in-
chiostro. Il rivestimento è costituito da carta artigianale effetto cuoio, prodotta a Jingxian, nella provincia cinese di Anhui. Dalle fibre evidenti e dalla consistenza morbida, questo tipo di carta lascia filtrare la luce con delicatezza, regalando un’atmosfera calda e ovattata. È leggera, facilmente sospendibile e sostituibile in base alle esigenze espositive.
Per la struttura portante sono state considerate diverse opzioni – profili in alluminio, pali di bambù, fogli acrilici – valutando fattori come costo, solidità, semplicità di montaggio e resa visiva. La scelta finale è ricaduta su aste in legno di pino di sezione quadrata (3x3 cm), materiale leggero,
poco invasivo, facilmente prefabbricabile e stabile una volta sospeso. I telai in pino, suddivisi per zone, sono fissati a profili a “T” in alluminio e appesi alle travi superiori tramite sottili cavi d’acciaio.
Il “cielo” del “cortile” e dello “stagno” è rappresentato da lastre in polipropilene satinato retroilluminate, che simulano la luce naturale, mentre il “suolo” è reso attraverso fogli di stagnola piegata, che evocano astrattamente la superficie dell’acqua. Il percorso è segnato da corteccia di pino, che suggerisce una traccia naturale, stimolando l’immaginazione dei visitatori all’interno di questo giardino di carta.
Anche grazie alle scelte materiche votate alla delicatezza e alla naturalezza, Garden for the Eyes diventa così un invito alla contemplazione. Il corpo rimane fermo, ma la mente viaggia. Tra visioni frammentate e reminiscenze poetiche, il progetto restituisce, con sensibilità, un’astrazione della memoria di Jiangnan, dove pittura e spazio si rincorrono in un’esposizione dentro l’esposizione.
ARCHITETTURA E NEUROSCIENZE
di Sabrina Tassini
Se guardassimo alla sostenibilità come argomento unicamente connesso all’impiego di sistemi a basso impatto, fermandoci ai tecnicismi della sfera puramente ambientale, rischieremmo una miopia concettuale priva di respiro olistico, incapace di cogliere la complessità dei fattori che definiscono oggi la bontà del costruito. Allargando il campo visivo oltre i margini dell’assodato, ecco emergere prospettive che amplificano il potenziale della materia, estendendola al miglioramento della qualità della vita delle persone e all’accrescimento dell’equilibrio sensoriale, cognitivo ed emotivo all’interno degli spazi abitati.
Con Antonio Di Maro, architetto e tra i principali divulgatori italiani di neuroarchitettura, approfondiamo le radici e gli sviluppi di un approccio che riporta l’uomo al centro, in una dimensione dell’abitare in cui scienza e progettazione convergono.
Partiamo dagli albori, come nasce la sua vocazione per la neuroarchitettura e in cosa consiste nello specifico?
Nel 2011, poco dopo la laurea, partecipai a un corso post-universitario in cui si cominciava a parlare del legame tra cervello umano e ambiente costruito. Ricordo una neurologa raccontare come alcuni elementi architettonici potessero generare una sensazione di discomfort in chi li esperiva. All’epoca il termine “neuroarchitettura” non era ancora diffuso, ma quell’incontro fu per me una rivelazione.
Credo che la mia sensibilità verso questo tema derivi anche dalle mie origini: sono cresciuto in un piccolo paese di campagna, nella provincia di Napoli, immerso nella natura. Quel legame profondo con gli elementi naturali ha sempre rafforzato in me la consapevolezza di quanto l’uomo, nella sua essenza, sia così biologicamente connesso con l’ecosistema.
La nostra mente si è evoluta per millenni in relazione a paesaggi naturali, fino a quando, con la seconda rivoluzione industriale di fine Ottocento, abbiamo cominciato a permanere in ambienti sempre più chiusi e lontani da quel contesto originario. È in questo periodo che l’essere umano, grazie all’elettricità e alla lampadina, ha sperimentato la possibilità di vivere anche di notte, alterando profondamente il ciclo circadiano - il meccanismo biologico che regola
l’alternanza tra sonno e veglia in risposta alla luce e al buio.
Il nostro cervello produce ormoni in base agli stimoli luminosi che riceve: la luce diurna attiva la produzione di cortisolo, favorendo la concentrazione, mentre il buio stimola la melatonina, necessaria al riposo. Quando questo ritmo viene stravolto, il cervello percepisce una disfunzione che può generare stress, ansia e disturbi fisici. È una condizione che si riflette anche negli ambienti in cui viviamo: spazi privi di luce naturale, materiali artificiali e forme rigide ci allontanano da ciò per cui saremmo geneticamente “programmati”.
Pensiamo ad alcune correnti del Novecento come il brutalismo, che teorizzò l’allontanamento dalla natura come principio estetico e concettuale.
Ma il cervello, al contrario, riconosce come rassicuranti e benefiche le forme organiche, le tonalità naturali, la presenza della vegetazione e di oscurità e luce nei momenti opportuni.
Con questi presupposti è iniziato il mio percorso professionale: l’obiettivo è riportare la persona in una condizione di comfort profondo, progettando spazi che rispettino i ritmi biologici e i processi cognitivi del cervello. Per farlo, è necessario prima comprenderne il suo funzionamento, “leggerlo”, e tradurre questa conoscenza in architettura e stimoli concreti.
La neuroarchitettura si occupa proprio di questo: studiare il modo in cui il cervello percepisce e reagisce agli ambienti costruiti, con l’obiettivo di creare spazi che favoriscano il benessere psicofisico delle persone, in armonia con tutti i meccanismi percettivi. In altre parole, si tratta dell’incontro tra neuroscienze e progettazione.
Esistono fondamenti scientifici a supporto di questa disciplina?
Sebbene possa sembrare un tema recente, in realtà le sue radici affondano lontano. Già Leonardo da Vinci, o più tardi Louis Kahn, avevano intuito - pur senza basi scientifiche - la necessità di reintegrare gli elementi della natura nell’architettura. Pensiamo, ad esempio, al Salk Institute, progettato da Kahn, dove la luce naturale, i materiali e le proporzioni erano studiati per generare benessere. Questi maestri agivano per intuizione, basandosi su una sensibilità straordinaria; oggi, invece, la differenza è che possiamo dimostrare scientificamente ciò che loro avevano intuito e misurare quel benessere trasformandolo in metodo progettuale.
Negli anni ’90, con la scoperta dei neuroni
specchio, che vide protagonista anche il neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti, è stato possibile comprendere meglio il rapporto tra percezione, empatia e spazio. Oggi sappiamo quanto incidano aree come la corteccia frontale o l’amigdala nel modo in cui avvertiamo un ambiente: ogni stimolo visivo o tattile produce una risposta misurabile.
Questo rende la neuroarchitettura una disciplina scientifica a tutti gli effetti. Gli studi, come quello da noi condotto all’Ospedale Pausilipon di Napoli e pubblicato sulla rivista scientifica EdA Esempi di Architettura, sono sottoposti a commissioni internazionali di revisione, composte da differenti docenti.
Citava un esempio molto calzante, il progetto della sala d’attesa del Pausilipon, che avete realizzato usando appunto principi di neuroarchitettura. Quali elementi avete introdotto? Ci racconta l’intervento?
Il Pausilipon è uno dei principali ospedali oncologici pediatrici del Sud Italia e il progetto del “Parco” - così ci piace chiamare la sala d’attesa - è nato da un interrogativo molto semplice seppur profondo: come restituire un contatto con la natura ai piccoli pazienti immunodepressi, costretti a vivere per mesi o anni in ambienti chiusi per evitare il rischio di infezioni. In strutture ospedaliere di questo tipo, i bambini si muovono generalmente in spazi asettici, illuminati da luci artificiali sbagliate, dove il concetto di benessere del malato risulta ancora oggi secondario rispetto all’aspetto puramente funzionale e farmacologico. Quando il nostro studio vinse il concorso di idee, pensai subito che quei bambini dovessero poter “vivere in un bosco”. Da qui, l’intenzione di portarlo dentro l’ospedale: una riproduzione in scala ridotta dell’ambiente naturale, capace di attivare tutti i sensi e di restituire al cervello dei piccoli fruitori gli stimoli riconoscibili come familiari. L’obiettivo era quello di trasformare l’attesa - un tempo sospeso e spesso carico di paura - in un’esperienza multisensoriale di benessere. Il progetto, naturalmente, doveva rispettare normative sanitarie molto rigide che prevedano, tra le altre cose, l’impiego di superfici asettiche facilmente sterilizzabili. Tutto questo rappresentava un limite, ma anche una sfida creativa. Per personalizzare le finiture e ottenere un effetto visivo coerente con l’ambiente immersivo della sala abbiamo lavorato con un’azienda tedesca che ha sviluppato nuove texture materiche riproducenti il prato e l’asfalto con una qualità
visiva e tattile verosimile. Il prato, ad esempio, è nato dalla fusione fotografica di venti immagini di veri prati scattati in condizioni di luce diverse, poi stampate in alta definizione sul materiale plastico. Lo stesso procedimento è stato adottato per la strada che attraversa la sala: una sorta di “filo conduttore” che collega l’accettazione alla radiologia, delimitando spazi e aree tematiche, come in un piccolo quartiere circondato dal verde. Tornando al “bosco”, l’abbiamo organizzato in compartimenti funzionali, ognuno con una propria identità percettiva: aree gioco, zone di sosta, percorsi, punti di osservazione. Ogni spazio è pensato per stimolare i cinque sensi in modo coordinato. Dal punto di vista tattile, abbiamo introdotto materiali diversi a seconda delle zone: pavimentazioni più ruvide lungo la “strada” dotata di strisce pedonali, superfici più morbide e levigate nei prati laterali, elementi tridimensionali alle pareti che riproducono tronchi, sassi e animali, ognuno con una texture diversa, per generare esperienze percettive varie. Il muschio usato è asettico ma al tatto mantiene la stessa sensazione di quello naturale, permettendo ai bambini di toccarlo liberamente senza rischi.
Anche il fattore uditivo ha avuto un ruolo fondamentale: una diffusione sonora controllata riproduce il canto degli uccelli – differenti dal giorno alla notte -, a volte perfino la pioggia, per restituire la ciclicità dei fenomeni naturali e un senso di continuità con l’esterno.
Dal punto di vista visivo, abbiamo lavorato molto sulla luce. La sala è progettata per simulare l’alternanza naturale del giorno e della notte, rispettando il ritmo biologico del cervello. Durante il giorno, la luce artificiale riproduce le variazioni cromatiche e d’intensità di quella solare; di notte, invece, la luminosità si riduce, le pareti e gli alberi si scuriscono, mentre gli elementi organici come orsacchiotti, pinguini e fantasmini si illuminano con una luce calda di circa 3000 kelvin, favorendo il rilascio di melatonina e la sensazione di riposo. In pratica, il cervello dei bambini continua a percepire la scansione del tempo anche in uno spazio chiuso, mantenendo l’equilibrio del ciclo circadiano.
L’esperienza è dunque pensata come una passeggiata nel parco, dove la mente riceve continuamente stimoli coerenti: il profilo delle panchine, le casette, i percorsi colorati, persino le pietre e i tronchi, tutto contribuisce a far sì che il cervello riconosca un ambiente “vivo”. La vista, il tatto,
l’udito e perfino la percezione del movimento sono sincronizzati per attivare il sistema limbico e le aree della memoria emotiva, restituendo sensazioni di sicurezza e familiarità.
Si è trattato di un esperimento di architettura empatica: un ambiente che “parla” al cervello, che lo rassicura e lo accompagna nel processo di cura. Una dimostrazione concreta di come la neuroarchitettura possa migliorare la qualità della vita anche nei luoghi più difficili, riconsegnando umanità là dove spesso prevale la funzione.
Per questo intervento ha lavorato in stretta sinergia con la psicologa Valeria Pascale, possiamo dire quindi che il campo della neuroarchitettura richieda un approccio multidisciplinare?
Assolutamente sì. La neuroarchitettura non è un territorio che può essere esplorato da una sola figura professionale: è un campo complesso, dove si incontrano discipline diverse e dove l’architetto non lavora mai da solo. Per poter costruire un ambiente che dialoghi davvero con il cervello umano serve un linguaggio condiviso tra competenze molto differenti: il neurologo, il neuroscienziato, il neuropsichiatra, l’esperto di ABA (Analisi Comportamentale Applicata) e, naturalmente, l’architetto. Ognuno di noi porta una prospettiva specifica - clinica, cognitiva, comportamentale o progettuale - che diventa parte di un unico processo. Il lavoro multidisciplinare è quindi la condizione necessaria affinché la neuroarchitettura funzioni davvero. Il “neuro-architetto” esiste soltanto all’interno di questa sinergia.
A proposito di ABA, il tema della neuroarchitettura ne è spesso strettamente collegato. Ci può spiegare meglio di cosa si tratta e come può la progettazione architettonica esserne a supporto?
L’ABA è un metodo scientifico utilizzato per il recupero di persone con disturbi dello spettro autistico, disturbi dell’attenzione o difficoltà di apprendimento. Si tratta di una prassi molto precisa, basata sull’osservazione sistematica e sull’insegnamento di comportamenti adattivi, con l’obiettivo di ridurre difficoltà e crisi comportamentali.
In questo contesto, la neuroarchitettura diventa uno strumento fondamentale. Gli spazi costruiti influenzano profondamente le reazioni del cervello: il disagio generato da alcuni ambienti in una persona senza disabilità è spesso gestibile; lo
stesso può invece diventare di difficile gestione se ad affrontarlo è un soggetto con disturbi del neurosviluppo o del comportamento, portando a conseguenze talvolta molto negative. Qui entra in gioco la progettazione architettonica: creare ambienti che riducano stimoli stressanti, che favoriscano calma, concentrazione e sicurezza. L’approccio è proprio quello di integrare la neuroarchitettura all’interno del metodo ABA, creando un dialogo continuo tra spazio, comportamento e processi cognitivi. Ogni elemento dell’ambiente - dai materiali ai colori, dalle luci alla disposizione dei percorsi - viene studiato in funzione delle reazioni neurofisiologiche e comportamentali del cervello. In questo modo, l’architettura diventa un supporto attivo alla terapia, permettendo di favorire comportamenti adattivi, sostenere l’apprendimento e incrementare il benessere psicologico.
Pensiamo, ad esempio, a un’aula scolastica o a una sala di accoglienza in un centro di riabilitazione e spazi dedicati alla terapia: un corretto equilibrio tra luce naturale, colori morbidi, materiali tattilmente confortevoli, arredi dalle forme organiche e una disposizione spaziale intuitiva può incidere sulla concentrazione, sul rispetto delle regole e sulla qualità delle interazioni. Può ridurre l’ansia, contenere i comportamenti problematici e migliorare la risposta alle cure. Anche le aree di relax, concepite come pause cognitive, possono agire da rinforzi positivi, favorendo la resilienza. Possiamo riscontrare l’atterraggio pratico di tali indicazioni proprio nel caso studio del nuovo centro ABA for Disability di Salerno, sviluppato insieme a Valeria Pascale. Ogni spazio dell’edificio, distribuito su 350 mq, è stato progettato per stimolare in modo calibrato i cinque sensi dei pazienti e presenta una diversa identità cromatica, una luce specifica e una forma propria. Gli arredi organici inseriti rimandano alla morfologia della natura e sono stati studiati per stimolare percezioni multisensoriali, supportando ad esempio la visualizzazione celebrale con quella tattile. Ingresso e reception ne sono un esempio, caratterizzati principalmente da una colorazione blu intensa e da un desk che simula un grande sasso. Le superfici invitano all’esplorazione tattile mentre lungo le pareti si sviluppano attrezzature interattive che favoriscono la curiosità e la partecipazione. In un’altra stanza, completamente bianca, una sofisticata apparecchiatura proietta immagini, suoni e texture luminose, ricreando scenari naturali utili a indurre calma e concen-
trazione. Un lavoro molto attento è stato svolto sulla luce artificiale: attraverso il controllo di intensità, tonalità e posizione dei corpi illuminanti è stato possibile replicare il susseguirsi del giorno e della notte, contribuendo a regolare il ciclo circadiano degli occupanti. Dal punto di vista audiometrico, il progetto ha previsto un sistema di filodiffusione ambientale per riprodurre in modo continuativo i suoni della natura, integrati da un accurato trattamento acustico che attenua i rumori generati dagli stessi utenti provenienti dalle varie sale. Anche gli ambienti dedicati ad attività pratiche, come la cucina terapeutica, sono stati progettati secondo principi sensoriali: il colore, le luci e i materiali richiamano il tema del cibo e dell’esperienza tattile, offrendo ai ragazzi la possibilità di sperimentare e manipolare alimenti in un contesto percettivo positivo. Questo progetto rappresenta per me la sintesi di tutte le valutazioni tecniche condotte finora: siamo ancora in piena fase di ricerca e sperimentazione, raccogliendo dati passo dopo passo. Sarà interessante, nel tempo, osservare come evolveranno le risposte dei pazienti e come perfezionare ulteriormente quanto abbiamo testato.
Focalizzandoci in particolare sui materiali, come entrano in gioco in un progetto dal punto di vista delle neuroscienze?
I materiali incidono in modo determinante sulla percezione di uno spazio: direi che, dal punto di vista della neuroarchitettura, arrivano a influenzare fino al 60% del risultato complessivo. Personalmente, ho una vera e propria passione per i materiali autentici, perché sono quelli che parlano al cervello in modo diretto, primordiale, coerente con la nostra memoria sensoriale. Quando parliamo di materiali in chiave neuroscientifica, il tema si può legare anche alla cosiddetta simulazione incarnata: è il meccanismo attraverso cui il cervello “vive” mentalmente un’esperienza prima ancora che questa avvenga realmente.
Tania Singer, direttore del Dipartimento di Neuroscienze Sociali presso l’Istituto Max Planck di Berlino, ha dimostrato in esperimenti come osservando o immaginando qualcuno che prova dolore il nostro cervello attivi circuiti neuronali simili, quasi come fossimo noi stessi a percepire quella sensazione. Questo principio è alla base di come anche i materiali influenzino la nostra esperienza percettiva.
Facendo un esempio semplice: se immaginiamo
la camera di una baita in cui si cammina scalzi, su un pavimento in rovere naturale, caldo e delicato, il nostro cervello in automatico tradurrà questa informazione in una sensazione di comfort. Pensiamo anche a un ambiente diverso, una casa a Positano, con un pavimento in gres bianco e blu, tende di lino leggero, pareti bianche: solamente descrivendo i materiali, senza parlare di forme o funzioni, la mente costruisce immediatamente un’immagine, che si traduce in stimolo cognitivo e corporeo. Se cambiamo un materiale, cambiamo completamente il tipo di impulso che arriva al cervello perché ciascuna materia attiva un codice sensoriale che influenza la percezione di benessere o disagio. La neuroarchitettura sfrutta proprio questa capacità, facendo dei materiali strumenti attivi per modulare le emozioni e la risposta sensoria nello spazio progettato.
Ma è possibile “quantificare” il benessere che un ambiente architettonico produce?
Avete sperimentato strumenti di rilevazione, feedback post-occupazione o estrapolato dati oggettivi?
Attualmente possiamo parlare soprattutto di riscontri immediati. Uno strumento molto utile è la risonanza magnetica funzionale, che impiega un casco da indossare con elettrodi posizionati in corrispondenza di precisi punti del cervello, attivati in relazione a determinate azioni o sensazioni. Il movimento delle strutture cere-
brali genera energia che si trasforma in impulsi elettrici, leggibili e catalogabili dal macchinario, permettendoci di interpretare e rilevare gli attimi di comfort o discomfort vissuti da una persona in una data situazione. I dati ottenuti possono rappresentare asset strategici per la progettazione architettonica o per valutare il tasso di benessere in ambienti specifici.
Va sottolineato tuttavia, che il dato scientifico ad oggi misurabile resta limitato a momenti circoscritti: per un’analisi a lungo termine sarebbe necessario far indossare alle persone il casco connesso in tempo reale per giorni o settimane, cosa al momento impraticabile. Possiamo però ipotizzare che la condizione di benessere osservata sul posto, seppur in un tempo ben preciso, possa avere effetti prolungati, ma per ora questo resta un dato empirico.
In futuro sarebbe però estremamente utile poter disporre di misurazioni oggettive e dati scientifici sul lungo periodo. Implementare strumenti di raccolta dati permetterebbe di applicare le teorie della neuroarchitettura in modo più rigoroso, consentendo di progettare ambienti sempre più orientati al benessere delle persone.
C’è dunque ancora molto margine di sviluppo per il settore della neuroarchitettura…quali evoluzioni possiamo aspettarci nei prossimi anni? Oggi possiamo dire che siamo ancora all’inizio
di un lungo percorso: le conoscenze consolidate rappresentano appena una piccola frazione di ciò che sarà possibile comprendere in futuro, probabilmente non più del 3% del potenziale totale del settore. La neuroarchitettura, sebbene promettente, resta spesso fraintesa o addirittura misconosciuta, e per questo è fondamentale fare cultura, sensibilizzare le committenze e diffondere consapevolezza sul ruolo che gli ambienti costruiti possono avere sul benessere psicofisico. Attualmente, non esistono certificazioni ufficiali per la neuroarchitettura. Ci sono studiosi che conducono studi scientifici e li presentano a piattaforme specializzate: solo dopo un’attenta valutazione da parte di esperti questi dati vengono approvati, riconosciuti e inseriti nel corpus scientifico internazionale.
Credo che le nuove generazioni saranno determinanti nello sviluppo della disciplina, ma solo attraverso la formazione, la ricerca e la diffusione di esperienze concrete sarà possibile far evolvere la neuroarchitettura da ambito d’avanguardia a disciplina applicata in maniera sistematica a livello internazionale. Parlando dello stato attuale, il principale limite che individuo non è tecnico, ma culturale: occorre trasmettere a committenti, investitori e soprattutto istituzioni pubbliche che la neuroarchitettura non è un mero esercizio di stile, ma uno strumento concreto e fondamentale per il benessere, la salute e la qualità della vita delle persone all’interno dello spazio costruito.
VILLA ROSSI
Un esempio di conservazione e rinnovamento di un edificio patrimonio UNESCO, preservato nella sua autenticità ma ottimizzato dal punto di vista energetico.
ph. Fabio Oggero
Nel cuore di Ivrea, la città industriale moderna concepita da Adriano Olivetti, sorge Villa Rossi, parte integrante della core zone riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità nell’ambito del sito “Ivrea Città industriale del XX Secolo”. L’incarico di guidare il progetto di restauro di questa peculiare unità abitativa è stato affidato all’architetto Enrico Giacopelli di G Studio. L’intervento ha posto una sfida cruciale: introdurre soluzioni all’avanguardia per l’efficienza energetica, preservando al tempo stesso l’estetica originaria dell’edificio.
La residenza è parte di un gruppo di quattro ville commissionate nel 1959 da alti dirigenti dell’Olivetti all’Ufficio Consulenza Case Dipendenti (Uccd), sotto la guida di Emilio Aventino Tarpino, e incarna completamente il nuovo linguaggio architettonico dell’Ufficio con tetti piani, logge, frangisole e rivestimenti in grès di varie dimensioni e tonalità. Uno stile in linea con l’evoluzione introdotta da Eduardo Vittoria a Ivrea, con edifici dalle superfici cromatiche vivaci in grès colorato, che si contrappongono alle più puriste architetture industriali precedenti.
PREESISTENZA E RINNOVAMENTO
Situata sulle colline di Banchette, all’ingresso della sequenza di opere razionaliste lungo via Jervis, di fronte al parco progettato da Pietro Porcinai per il Palazzo Uffici Olivetti, Villa Rossi sfrutta l’orografia complessa del terreno per determinare la disposizione dei volumi. È sviluppata su due livelli, con il piano superiore dedicato agli spazi abitativi e il piano inferiore riservato ai servizi, tra cui una sala giochi e un garage. La struttura portante è costituita da pilastri centrali e muri perimetrali in cemento armato, apparentemente disposti in modo irregolare ma funzionalmente razionale.
I fronti del primo piano e del piano terreno della testata ovest sono rivestiti con tozzetti in grès di diverse dimensioni e tonalità. Le facciate sud e ovest sono impreziosite da quattro frangisole in terracotta smaltata bianco madreperlaceo, che aggiungono eleganza alla loggia del soggiorno.
Elemento significativo è il muro di cinta della proprietà, lungo circa 65 metri, che presenta un bassorilievo ispirato al celebre marchio Olivetti, la spirale greca disegnata da Marcello Nizzoli nel 1954.
Gli infissi adottano il “sistema Wagner,” una tecnologia d’avanguardia introdotta agli inizi del Novecento, caratterizzata da due telai incernierati e vetro semplice da 3 mm a creare una intercapedine per migliorare l’isolamento termico e acustico.
Nel 2020, dopo essere stata per oltre cinquant’anni la residenza della famiglia del committente, la villa è stata affidata a G Studio per un progetto di adattamento alle necessità contemporanee. L’intervento si è concentrato principalmente sul restauro conservativo delle facciate, dei frangisole, delle parti metalliche e del muro di cinta. Le facciate in grès sono state restaurate, e i componenti in terracotta smaltata danneggiati sono stati ripristinati con elementi reperiti in una scorta.
L’interno della villa ha subito modifiche limitate, con un focus sulla razionalizzazione degli spazi per garantirne un aggiornamento che potesse rispondere alle attuali necessità. I cambiamenti più significativi hanno riguardato i pavimenti, con la sostituzione di rivestimenti in ceramica e linoleum contenente amianto con pavimenti in parquet di acacia.
Gli arredi su misura originali sono stati conservati e restaurati, contribuendo al mantenimento del carattere autentico dell’edificio.
RIQUALIFICAZIONE ENERGETICA
La sfida più significativa con cui il progetto si è dovuto misurare è stata il miglioramento energetico. L’obiettivo era infatti portare l’edificio alla classe B, rispettando al massimo le caratteristiche architettoniche e minimizzando l’impatto visivo degli interventi. L’isolamento è stato potenziato con l’uso di sughero nelle pareti esterne e la correzione dei ponti termici. Gli infissi originali sono stati restaurati e dotati di nuovi vetri a bassa emissività.
La copertura è stata rivista per migliorare il comfort, con una nuova stratigrafia, pannelli in PCM e una circolazione dell’aria ottimizzata. Le soluzioni adottate dallo studio rendono la referenza di Villa Rossi un interessante esempio di equilibrato bilanciamento tra la conservazione delle caratteristiche storiche e l’innovazione nell’efficienza energetica, a dimostrazione del fatto che passato e futuro possono coesistere anche in un edificio di valore storico se abilmente trattato.
L’approccio con cui è stato condotto l’intervento di rinnovamento e riqualificazione è riuscito a rispettare le direttive dell’Unesco, promuovendo al contempo una strategia di salvaguardia attiva in grado di coinvolgere la committenza e incentivare la sensibilizzazione e la responsabilizzazione nel processo di conservazione e restauro.
ph. Melania Delle Grave, Agnese Bedini, DSL Studio
Quisimangia
La nuova mensa Mutti firmata dallo studio CRA-Carlo Ratti Associati è uno spazio in cui riconnettersi con la natura grazie ad un design all’avanguardia e scelte materiche originali, come il pavimento realizzato con bucce di pomodoro, scarto di lavorazione aziendale.
Il progetto curato dallo studio internazionale CRA-Carlo Ratti Associati per la nuova mensa aziendale Mutti, storica azienda italiana della produzione di derivati del pomodoro, riscrive il concetto di spazio collettivo fondendo paesaggio e costruzione tramite scelte progettuali e materiche attente, nella direzione della circolarità e del rispetto per il territorio. Tra bucce di pomodoro nella superficie dei pavimenti e terra locale trasformata in copertura verde, emerge infatti un’architettura che interpreta il riuso creativo come asset strategico per la realizzazione di una struttura personalizzata e avant-garde.
Situata a Montechiarugolo (Parma), nel cuore della Food Valley emiliana e progettata
per trasformarsi in ristorante durante le ore serali, Quisimangia nasce da un intervento sul terreno: una porzione è stata scavata e sollevata rispetto al livello naturale, integrando perfettamente l’edificio con l’ambiente circostante. Quisimangia rappresenta una nuova tappa nella collaborazione tra CRA e Mutti, iniziata con il masterplan del nuovo sito produttivo e proseguita con The Greenary, la residenza privata che si è imposta come uno dei progetti più premiati dello studio.
La gestione della mensa è affidata a ViCook, il ramo catering dei fratelli Chicco e Bobo Cerea, noti per i ristoranti stellati Da Vittorio a Bergamo, St. Moritz e Shanghai. Accanto alla nuova struttura, un’antica osteria visibile
dalla strada è stata restaurata e adibita a cucina della mensa, completando un sistema pensato per accogliere gli ospiti in un ambiente conviviale e aperto.
UN’ARCHITETTURA CHE “CRESCE”
DALLA TERRA
La nuova sala da pranzo è sovrastata da un tetto verde realizzato con terra compattata, prelevata direttamente dal sito. Gli ospiti pranzano immersi nella natura, all’interno di una struttura vetrata incassata nel terreno, alla stessa altezza del prato esterno. L’effetto visivo richiama quello di una zolla di terra sollevata, un’idea che lo studio ha concretizzato innalzando il suolo fino a 5 metri d’altezza, coprendo un’area interna di circa 500 metri quadrati, su una superficie complessiva di 1.200 metri quadrati.
All’esterno si estende un giardino di 1,1 ettari,
“Questo progetto rappresenta il nostro tentativo di fondere il naturale con l’artificiale. Questa zolla di terra che si solleva dal suolo instaura un dialogo continuo con la natura. Se l’impressionismo parlava di déjeuner sur l’herbe, noi potremmo parlare di un déjeuner sous l’herbe, un pranzo sotto l’erba.”
Carlo Ratti, fondatore di CRA
firmato dal noto paesaggista Paolo Pejrone. Il progetto verde valorizza le eccellenze locali e reinterpreta il concetto settecentesco francese di “ha-ha”: una soluzione paesaggistica che crea una barriera verticale invisibile, consentendo una vista libera sul territorio e favorendo l’immersione totale nella natura.
UN PAVIMENTO CON SCARTI DEL POMODORO
ll rispetto per i principi della circolarità è evidente in ogni aspetto del progetto e si allinea perfettamente alla ricerca dello studio CRA sul tema. Oltre ad un sofisticato sistema di controllo ambientale, progettato per ridurre al minimo i consumi energetici
della struttura, uno degli elementi di spicco è il pavimento, realizzato con bucce di pomodoro, sottoprodotto della produzione Mutti: più di 3 tonnellate di materiale di scarto sono state riutilizzate per creare una superficie unica nel suo genere.
Con il progetto della nuova mensa Mutti, CRA prosegue il proprio percorso di esplorazione dei materiali innovativi e sostenibili.
Durante la Milano Design Week 2019, l’installazione Circular Garden aveva indagato le potenzialità architettoniche del micelio, la radice dei funghi. Nel 2024, con sunRice, lo studio ha sperimentato l’uso del
riso come materiale flessibile e adattabile. Già nel 2020, insieme a Italo Rota, Matteo Gatto e F&M Ingegneria, CRA aveva progettato il Padiglione Italia per Expo 2020 Dubai, trasformandolo in un laboratorio di architettura circolare attraverso l’uso di fondi di caffè, plastiche riciclate e alghe.
Anche progetti come The Greenary e il grattacielo CapitaSpring a Singapore, realizzato in collaborazione con BIG, che integra giardini pubblici all’interno della struttura, confermano la filosofia dello studio di unire natura e architettura in un equilibrio virtuoso.
VILLA APOLLONIA
Fermo
Una residenza contemporanea in bioedilizia con rivestimenti esterni a basso impatto ambientale e struttura prefabbricata in legno, affacciata sui Monti Sibillini.
La demolizione di un vecchio fabbricato colonico non più rispondente alle esigenze della proprietà è diventata l’occasione per dare nuova vita a un lotto immerso nel paesaggio marchigiano, trasformandolo in una residenza ecologica e performante. Villa Apollonia, progettata dall’architetto Luigi Guardiani, sorge sulle colline del Fermano con vista aperta sui Monti Sibillini, fondendo equilibrio architettonico, comfort abitativo e rispetto per l’ambiente.
L’edificio, realizzato con struttura portante in legno prefabbricata Wolf Haus, nasce secondo i principi della bioedilizia, integrando un sistema impiantistico completamente elettrico con ventilazione meccanica controllata, fotovoltaico
e tecnologia Total Air. Il risultato è una casa dalle prestazioni energetiche di altissimo livello, dove i consumi si riducono al minimo e il benessere interno si mantiene costante in ogni stagione.
L’architettura di Villa Apollonia si definisce attraverso la composizione di volumi puri e incisivi, messi in dialogo da un sapiente gioco di materiali e cromie. L’alternanza di intonaci bianchi e tortora, superfici lisce o grafiche a linee orizzontali e il rivestimento in Biopietra
Scaglia Marmolada C58 costruiscono un racconto materico coerente, capace di fondere tradizione e modernità.
Protagonista dell’involucro esterno, Biopietra
Scaglia Marmolada conferisce ritmo e
carattere alle facciate, esaltando le geometrie e integrandosi con i toni naturali del paesaggio. La pavimentazione esterna in pietra bianca richiama e completa questa palette, creando un continuum visivo tra interno, esterno e contesto collinare.
L’ingresso, incorniciato da due pareti rivestite in Scaglia Marmolada, diventa una sorta di portale contemporaneo che introduce un ambiente luminoso e aperto. Le grandi vetrate della zona giorno, anch’esse contornate dalla pietra rigenerata, ampliano la percezione dello spazio e proiettano lo sguardo verso il panorama.
Prodotta interamente in Italia, Biopietra Scaglia Marmolada è una pietra naturale rigenerata certificata per la bioedilizia, con Marcatura CE e parametri di traspirabilità (µ10–15) ideali anche in presenza di isolamento a cappotto.
Con il suo spessore ridotto (2 cm) e un peso contenuto (32,4 kg/m²), garantisce posa semplice, efficienza e durabilità.
La forma regolare dei moduli (48x10 cm) e la posa senza fuga a correre sfalsata donano alle superfici un effetto dinamico e contemporaneo, pur evocando la tradizione muraria.
La versatilità cromatica e la capacità di Biopietra di riprodurre fedelmente le pietre tipiche del territorio consentono di creare soluzioni su misura, perfettamente integrate nel paesaggio.
VIS-À-VIS ARCHITETTO LUIGI GUARDIANI
Cosa rende Biopietra Scaglia Marmolada C58 particolarmente adatta a progetti residenziali di pregio?
Questo rivestimento unisce eleganza, matericità naturale e prestazioni tecniche, caratteristiche essenziali per abitazioni di alto livello.
La posa a secco permette di ottenere facciate pulite e contemporanee, capaci di valorizzare i volumi e armonizzarsi con il contesto naturale. Biopietra Marmolada C58 è ecologica e duratura, perfetta per un progetto di bioedilizia come Casa Apollonia, dove comfort e sostenibilità sono prioritari.
Quali caratteristiche estetiche e tattili del materiale l’hanno convinta a sceglierlo rispetto ad altri rivestimenti?
La texture leggermente irregolare e le venature naturali della pietra conferiscono profondità e dinamismo.
Al tatto restituisce solidità e naturalezza.
Il colore Marmolada C58 crea un contrasto raffinato con gli intonaci bianchi e tortora, valorizzando l’ingresso e i volumi principali, e donando alla villa un aspetto caldo ma al tempo stesso contemporaneo.
Ci sono stati accorgimenti progettuali o sfide particolari durante la realizzazione?
Integrare la matericità della pietra con la leggerezza delle superfici intonacate ha richiesto attenzione ai dettagli, come la gestione degli infissi ad angolo.
La posa a secco ha richiesto precisione, mentre il coordinamento tra strutture prefabbricate e finiture ha permesso di ottenere facciate uniformi e armoniose.
In che modo il design architettonico della villa dialoga con il rivestimento in pietra?
La pietra definisce i volumi principali e i punti di accesso, mentre gli intonaci alleggeriscono i
prospetti. Il linguaggio materico è coerente con la geometria dell’edificio: le superfici in pietra esprimono calore e accoglienza e, interagendo con la luce, creano giochi di ombre e profondità. Le linee pulite e le incisioni nel cappotto enfatizzano eleganza e contemporaneità.
Come avete lavorato sul rapporto tra architettura, materiali e paesaggio?
Abbiamo progettato la villa considerando l’orientamento, le viste panoramiche e il dialogo con le colline circostanti.
La scelta della Biopietra Marmolada C58 integra perfettamente l’edificio con i colori naturali del contesto rurale, mentre la tipologia costruttiva in legno strutturale permette un inserimento sostenibile e armonioso. Il risultato è un complesso equilibrato, dove architettura, materiali e paesaggio generano insieme comfort, eleganza e riconoscibilità.
Workspace 2.0 Treviso
ENG
ph. Marco Cappelletti
L’edificio per uffici realizzato da Carlana Mezzalira Pentimalli a Vascon di Carbonera propone un nuovo concetto di spazio lavorativo come hub collettivo dinamico e flessibile pensato per trasformarsi nel tempo.
Integrare architettura, arte e collettività negli spazi lavorativi è stato l’obiettivo del progetto pensato dallo studio di architettura Carlana Mezzalira Pentimalli per il nuovo quartier generale delle società Itagency, Faba, Maikii ed Exclama, situato a Vascon di Carbonera, a nord di Treviso. La sfida fronteggiata dai progettisti è consistita nel creare un ambiente produttivo che fosse al tempo stesso un terreno fertile
per l’innovazione e la collaborazione, considerando i tanti fattori di trasformazione che negli anni hanno interessato il concetto di luogo di lavoro in epoca di smart working e digitalizzazione. Il progetto intende dunque sottolineare l’importanza di un equilibrio sostenibile tra sfera privata e lavorativa adottando uno schema progettuale contemporaneo che valorizza dinamicità e flessibilità.
Coniugando percorsi fluidi, efficienza organizzativa e una distribuzione intelligente degli ambienti, il nuovo hub logistico e direzionale favorisce spazi informali, accoglienti e dalla percezione domestica. Una nuova sede antropocentrica, ricca di aree di condivisione, spazi per l’attività all’aria aperta e interni ed esterni che si susseguono senza soluzione di continuità.
UNA SEDE VERSATILE E FLESSIBILE
L’intervento è partito dalla costruzione di un nuovo edificio direzionale per le quattro società del gruppo, e nella conversione degli uffici esistenti in magazzino, prevedendo un ampliamento verso nord. Il trasferimento dei magazzini nell’area espansa e l’aggiunta di un nuovo piazzale merci hanno permesso di ottimizzare gli spazi e la comunicazione tra i diversi comparti, assicurando maggiore efficienza logistica e flessibilità, e contenendo i costi di costruzione.
L’anima del nuovo complesso risiede nella sua capacità di trasformazione. Ogni elemento architettonico è stato studiato per essere adattabile, garantendo una piena reversibilità nel tempo. Dal telaio strutturale isotropo con corona perimetrale a sbalzo che libera gli interni, alla concezione del tetto come spazio della collettività, l’architettura del fabbricato — sviluppato su quattro piani — è stata concepita per stimolare la condivisione e l’interazione tra i dipendenti.
Al piano terra, gli spazi comuni sono progettati per ospitare riunioni, showroom, mostre e momenti di incontro. I piani superiori sono riservati alla parte direzionale, con uffici modulabili e adattabili alle esigenze, situati al primo e al secondo piano. Elementi dinamici, come pareti mobili e ripiegabili, permettono di modificare gli spazi per riunioni in modo rapido e snello, mentre dispositivi in vetro e in tessuto servono da divisori, sia visivi che acustici, per reinventare le ampie aree lavorative. Separé agili e discreti organizzano le zone per gli incontri e le Phone Box, pensate per conversazioni private, sono collocate con cura per integrarsi con l’arredamento e le zone di esposizione. Un sistema articolato di scrivanie e scaffalature
modulari e componibili, che permettono di calibrare il grado di privacy di ogni attività, consentono la costruzione di ambienti introversi ed estroversi: alcove per lavorare, scambiarsi opinioni, sedersi, ma soprattutto socializzare.
Gli impianti sono esposti in modo ordinato, schermati da un grigliato metallico modulare, definendo un carattere industriale e contemporaneo, permettendo aggiornamenti tecnologici rapidi in caso di riconfigurazione degli spazi.
La flessibilità del layout supporta così diverse modalità di lavoro e si adatta meglio alle esigenze individuali dei dipendenti, oltre a offrire alle organizzazioni la capacità di rispondere agilmente ai cambiamenti del mercato o del personale.
UN “PALCOSCENICO” D’AUTORE PER LO SVAGO
Lontana dalla logica di lottizzazione tipica del contesto industriale in cui si inserisce, l’edificio offre inoltre uno spazio di incontro inedito: il piano di copertura si trasforma, all’occorrenza, in una sorta di quinta facciata, una piazza sospesa con spazi dedicati al relax, al gioco e agli incontri. A simboleggiare il paradigma tra cooperazione e condivisione fuori dalle convenzionali dinamiche di ufficio, trova spazio un suolo in quota valorizzato dall’intervento artistico di Lorenzo Mason.
In linea con il suo percorso di esplorazione del linguaggio dei segni e della land art, l’artista realizza una sorta di scarabocchio, traduzione grafica della comunicazione non verbale, simbolo per eccellenza di libertà espressiva e
informalità. Attraverso la sua opera, Mason trasfigura uno spazio quotidiano in palcoscenico vivo dell’interazione umana, superando i confini imposti dalla routine lavorativa.
L’intreccio tra la visione artistica di Mason e l’architettura di Carlana Mezzalira Pentimalli crea un dialogo costruttivo, arricchendo lo spazio di ispirazione e umanità.
La filosofia alla base del progetto ha concretizzato una struttura flessibile, in grado di evolvere negli anni, riflettendo l’identità del contesto e lasciando un’eredità duratura. L’edificio è pensato per abbracciare una nuova concezione di ufficio ibrido, i cui spazi sono disegnati in funzione della vita comunitaria.
ph. Flavio Ricci ENG
Rimini
Una struttura ricettiva fondata sui principi della sostenibilità con camere a tema e spazi comuni progettati da tredici studi di architettura, nel segno del recupero e dei materiali innovativi.
Un modello di sviluppo sostenibile è quello capace di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Da questa consapevolezza nasce a Rimini il progetto MODE, un laboratorio di idee che coinvolge tredici tra i più autorevoli studi di architettura specializzati nel settore dell’hotellerie, chiamati a reinterpretare il concetto stesso di progettazione sostenibile.
Obiettivo del progetto è stato creare uno spazio ricettivo che possa diventare un punto di riferimento per l’ospitalità responsabile, attraverso la riqualificazione di strutture storiche dell’industria turistica riminese. Conosciuta nel mondo per la sua anima solare e la vocazione “sun & beach”, la città oggi si propone come destinazione contemporanea, capace di unire il turismo leisure e d’affari con una nuova sensibilità ambientale.
MODE prende vita da questa visione, recuperando l’ex Hotel Arlesiana di San Giuliano Mare. Situato a pochi passi dal porto e dai principali luoghi di interesse, l’edificio si trasforma in un manifesto di ospitalità sostenibile: un luogo dove ogni camera racconta la personale idea di accoglienza dei progettisti coinvolti, in un percorso che unisce design, innovazione e rispetto per l’ambiente.
GLI ESTERNI
Il progetto architettonico, firmato da Rizoma Architetture e intitolato Green is the new black, interpreta la sostenibilità come equilibrio tra estetica, efficienza e rispetto per l’ambiente. L’involucro dell’edificio è stato ripensato per massimizzare il risparmio energetico e garantire la produzione di energia da fonti rinnovabili, proteggendo al contempo dagli agenti atmosferici. “Oggi siamo di fronte a una sfida importante – spiegano i progettisti – applicare in maniera concreta e solida alcuni principi che riguardano il mondo della sostenibilità e dell’edilizia, significa combinare soluzioni intelligenti, controllare i costi e valutare fin dall’inizio i benefici delle scelte che verranno fatte”.
Il percorso progettuale ha privilegiato il recupero e la riqualificazione dell’edificio esistente, evitando consumo di suolo, e l’impiego di materiali locali come la ceramica emilianoromagnola. Le terrazze ospitano vegetazione a
bassa manutenzione, il cappotto termico rispetta i criteri DNSH, mentre pannelli fotovoltaici e illuminazione LED contribuiscono a ridurre i consumi e l’inquinamento luminoso. Tutte le scelte sono orientate non solo all’efficienza energetica ma anche alla sostenibilità economica, per garantire una gestione virtuosa nel tempo.
Il progetto illuminotecnico di “Green is the new black”, del giardino e della Garden Suite è stato studiato da Chiara Tabellini di Comfort Hub.
Ogni elemento luminoso è stato selezionato per integrarsi armoniosamente con lo spazio, valorizzandone le caratteristiche e assicurando sicurezza, comfort visivo e qualità della luce. L’uso di sistemi integrati e apparecchiature a
basso consumo riduce l’impatto ambientale e i costi di manutenzione, in un approccio che coniuga coerenza estetica, efficienza e rispetto per la biodiversità.
AREE COMUNI
Nella hall e nelle aree comuni, Laura Verdi firma il progetto Stay cosy in una second life, che invita a sentirsi “a proprio agio in una seconda vita”. Un gioco di parole che racchiude l’essenza del dare nuova forma e significato ai materiali, recuperando e riutilizzando il più possibile.
La sostenibilità qui è duplice — ambientale e umana — e si traduce in un’attenzione costante al benessere della persona, a partire dall’utilizzo di disegni biogeometrici e floreali. I rivestimenti in mosaico ceramico nascono da scarti di lavorazione, le boiserie utilizzano legno di riciclo
al 100%, mentre la moquette è realizzata con plastica rigenerata dagli oceani.
Elementi fonoassorbenti in feltro derivato da bottiglie PET, intonaci in argilla naturale e pavimenti privi di VOC migliorano il comfort acustico e la qualità dell’aria. A rendere più vivo l’ambiente, le piante di tillandsia purificano naturalmente l’aria interna, in un dialogo continuo tra natura e design.
All’interno della lavanderia Mille bolle blu, una scritta al neon riflette su un soffitto d’alluminio effetto acqua, evocando la leggerezza del riciclo e la magia del quotidiano.
Tutti i materiali — dal metallo ai pannelli decorativi — sono riciclabili o certificati EPD, confermando un impegno coerente lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.
Il piano terra accoglie anche l’area co-working GEA – nel mondo delle meraviglie, progettata da HUB48. Il concept trae ispirazione dalla vitalità della dea della Terra e dall’atmosfera onirica di Alice nel Paese delle Meraviglie, creando un ambiente fluido e armonioso. Qui la progettazione modulare, l’uso di materiali naturali e la valorizzazione della luce naturale contribuiscono a ridurre scarti e rifiuti, favorendo flessibilità, durabilità e comfort.
Pavimento in linoleum fatto al 98% di materie prime naturali e rinnovabili, prodotto al 100% con energia verde e con possibilità di riutilizzo multiplo, rivestimenti eco-friendly e l’uso di nobilitati riciclati a basso impatto raccontano
una filosofia di economia circolare applicata al design, in un equilibrio tra efficienza e bellezza.
SUITE
Le nove suite di MODE HOTEL rappresentano l’anima più creativa del progetto. Ogni stanza, firmata da uno studio differente, traduce la sostenibilità in linguaggi architettonici e stilistici originali, offrendo un’esperienza di soggiorno immersiva e nel segno del basso impatto ambientale.
Al piano terra, la Garden Suite di Roberta Studio è un omaggio al biophilic design: forme organiche, materiali naturali e tonalità ispirate al mare si fondono per creare un ambiente che
promuove benessere e armonia. Le aziende partner sono certificate B Corp, i materiali sono naturali, biobased e riciclabili, e ogni dettaglio racconta un’idea di sostenibilità che abbraccia anche l’aspetto educativo e sociale.
Il primo piano ospita tre progetti distinti. Estate Italiana, firmata da OTTO Studio con Paola Navone e Gian Paolo Venier, sotto la direzione artistica di Cristina Pettenuzzo, è un inno alla vacanza spensierata, con un design che privilegia la filiera corta e il lavoro artigianale, promuovendo la sostenibilità sociale e la qualità del tempo produttivo. Accanto, la suite From Rimini to Habana, ideata in collaborazione con il Politecnico di Milano, fonde le atmosfere
cubane con quelle della riviera romagnola, esaltando il valore del riuso e del “second hand”. Boiserie in pannelli truciolari realizzati con legno di riciclo al 100%, idropitture atossiche classificate indoor air quality A+ per le bassissime emissioni di VOC, carta da parati customizzata su un’opera dell’artista cubano Raúl Valdes González, arredi vintage e tessuti certificati Ecolabel raccontano una progettazione che considera ogni dimensione della sostenibilità — ambientale, sociale, economica e culturale. Completano il piano la suite Onirica di Eclettico Design Lombardini22, ispirata al mondo felliniano. Qui la sostenibilità si traduce in un lusso responsabile, fatto di materiali certificati FSC o EPD, fornitori locali, riciclo creativo e comfort sensoriale. Ogni elemento, dalle luci a basso consumo alle opere d’arte realizzate con scarti di stampa, contribuisce a un’esperienza estetica e consapevole.
Al secondo piano, la suite Greenside di the ne[st di Paolo Scoglio e Paola Börner propone un approccio bio-ispirato, in cui design parametrico e materiali vivi danno forma a spazi fluidi e scultorei. Arredi stampati in 3D con biopolimeri da scarti alimentari, parquet in legno certificato e purificatore dell’aria, pannelli in licheni naturali stabilizzati e tessuti realizzati da PET rigenerato incarnano la più evoluta concezione di progettazione bio-mimetica.
Accanto, Mare 3.0 di GLA – Genius Loci Architettura reinterpreta l’elemento acqua come simbolo di rinascita, utilizzando materiali provenienti dal mare, arredi con tessuti in PET recuperato e sedute realizzate con canapa ed eelgrass. Un’estetica fluida, ispirata alle onde, racconta una nuova visione di economia circolare e tutela delle risorse marine. Chiude il piano la suite Sensi, firmata da ovre. design®, un’esperienza olistica che unisce sostenibilità ambientale e umana. Argilla naturale per le pareti, resine a base d’acqua, marmi da scarti di lavorazione, laminati con truciolari riciclati, moquette realizzata da riciclo di materiali plastici e metalli ottenuti da lavorazione con fonti rinnovabili danno vita a un ambiente dedicato alla rigenerazione personale. Spazi per yoga e meditazione, elementi biofilici e tecnologie discrete favoriscono la riconnessione con sé stessi e con la natura.
Salendo al terzo piano, la suite Silenzio Sfrenato dello studio NOA riflette un’idea di lusso essenziale e consapevole. Ridurre lo spreco diventa gesto progettuale: pochi arredi artigianali, materiali pregiati e duraturi, pavimenti in legno con vernici all’acqua a base di grafite riciclata, lavabo in marmo con lastre di recupero e rubinetterie a risparmio idrico definiscono un’estetica di sottrazione che amplifica il senso di benessere. Accanto,
Mini’mor di Alessia Galimberti & Partners esplora il legame tra minimalismo e natura, con legni certificati, laminati senza fenolo, superfici antibatteriche, fibre naturali e tessuti riciclati. Ogni dettaglio, dalle luci alle opere d’arte, è pensato per promuovere la longevità dei materiali e la bellezza dell’essenziale. Completa il percorso la Suit*E virtuale, ideata da Emanuele Svetti di Studio Svetti Architecture. Le persone, comodamente sdraiate sul letto,
potranno indossare un visore che, nella dimensione virtuale, porterà il letto stesso a fluttuare in una breve, ma intensa, navigazione, immerso in una bolla trasparente. Attraverso il cambio di scena le persone saranno trasportate dalla Suit*E a immergersi nel cielo o nelle profondità marine.
ph. Grigory Sokolinsky
TVALADI HOUSE
Kaspi
Un progetto residenziale a basso impatto ambientale, firmato da NS STUDIO, che valorizza il contesto senza imporsi su di esso.
Ci troviamo nel paesaggio montano della Georgia, precisamente nel piccolo villaggio di Tvaladi, nel circondario di Kaspi non lontano dalla capitale Tbilisi, zona in cui i progettisti di NS STUDIO hanno firmato una residenza privata che offre un esempio sobrio ed elegante di architettura contemporanea che dialoga con la tradizione costruttiva locale. In un contesto naturale ancora intatto, questo accorto progetto residenziale stabilisce infatti un legame forte con il territorio, integrando forme moderne e materiali antichi in una sintesi armoniosa e sostenibile.
La casa, sviluppata su un unico livello, combina l’essenzialità del linguaggio architettonico contemporaneo con la solidità di una facciata in pietra, ancorando l’edificio al contesto storico e culturale dell’area. Le grandi aperture vetrate e i volumi aperti proiettano gli spazi interni
verso l’esterno, creando una continuità visiva e materica con il paesaggio circostante. L’uso diffuso di pietra e legno, dentro e fuori l’edificio, rafforza questa connessione, dando forma a un’architettura silenziosa ma fortemente radicata.
MATERIALI E CONNESSIONE CON LA NATURA
Elemento centrale del progetto è la scelta di una palette materica naturale, capace di valorizzare l’ambiente senza alterarlo.
La pietra locale, impiegata per le murature esterne e in parte anche per i rivestimenti interni, conferisce all’abitazione una presenza solida e rassicurante. Il legno, utilizzato per dettagli architettonici, arredi e finiture, apporta invece calore, leggerezza e un senso di continuità con la natura. Tutti i materiali sono lasciati il più possibile allo stato grezzo, senza lavorazioni
superflue, per preservarne la matericità e ridurre al minimo l’impatto ambientale della costruzione.
Le ampie vetrate inserite nella facciata permettono alla luce naturale di attraversare lo spazio, amplificando il dialogo tra interno ed esterno e contribuendo alla qualità bioclimatica dell’edificio. Questa apertura visiva diventa anche una scelta poetica, restituendo alla casa il ritmo lento e i colori del paesaggio georgiano. All’interno, l’atmosfera è definita da un equilibrio sapiente tra superfici grezze e dettagli più rifiniti.
Le finiture, selezionate con attenzione per la loro texture e capacità di interazione con la luce, spaziano da materiali a vista a elementi più levigati, generando una sensazione di coerenza senza rinunciare alla varietà tonale e tattile.
Anche gli arredi seguono questo principio di essenzialità e coerenza materica: pezzi realizzati in legno massello e fibre naturali, dal design sobrio, che accompagnano l’architettura senza sovrapporsi a essa. L’illuminazione, anch’essa studiata con cura, privilegia fonti di luce indiretta e morbida, in grado di esaltare la trama dei materiali e rafforzare l’atmosfera raccolta degli spazi abitativi.
Il progetto comprende inoltre una cantina disposta perpendicolarmente rispetto al volume principale. Sebbene secondario, questo spazio mantiene la stessa grammatica architettonica, contribuendo all’equilibrio complessivo del sito e rafforzando la coerenza spaziale dell’intervento.
La casa rappresenta così una visione architettonica misurata e consapevole, in cui materiali naturali, sobrietà formale e rispetto per il paesaggio si fondono in un equilibrio sottile tra passato e presente, artigianalità e contemporaneità.
ph. CURA Architekten
SCHOOL CENTER Davos
Ideato dal team di CURA
Architekten, il pluripremiato progetto di ampliamento del centro scolastico nella città svizzera del Cantone dei Grigioni mira a integrare e conservare anziché demolire, con un approccio votato ai materiali naturali e al concetto costruttivo “LowTech”.
Il Centro scolastico di Davos Platz, nel Cantone dei Grigioni, è stato oggetto di un ambizioso intervento di ampliamento e sopraelevazione in legno, che ha dato forma a una scuola innovativa, energeticamente efficiente e premiata a livello internazionale. Il progetto, firmato dallo studio svizzero CURA Architekten, ha recentemente conquistato il 2025 Architizer Award nella categoria Primary & High Schools, dopo essere già stato riconosciuto con il Polis Award.
L’intervento riguarda la ristrutturazione e l’estensione del complesso esistente, destinato
a ospitare 13 aule per studenti dalla prima alla decima classe, oltre a una struttura diurna completa di mensa, aula magna e uffici amministrativi centralizzati. L’intervento si distingue per la sua visione lungimirante in tema di sostenibilità applicata all’edilizia scolastica. Gli architetti Otto Closs e Marc Ritz hanno scelto un approccio radicalmente conservativo: anziché demolire, hanno mantenuto l’edificio originario, integrandolo in una nuova struttura a forma di “U” interamente costruita in legno. Questa soluzione ha permesso di ridurre del
40% il volume edificato, risparmiando risorse e abbattendo l’impatto ambientale. L’espansione non solo risponde alle nuove esigenze funzionali e tecniche, ma valorizza anche il patrimonio esistente, in un equilibrio esemplare tra tradizione e innovazione.
Il concetto costruttivo si basa su una filosofia “LowTech” integrale: l’intero complesso è progettato per funzionare con ventilazione naturale grazie all’apertura strategica di lucernari interni, evitando l’impiego di impianti
meccanici nei mesi estivi. L’atrio centrale, completamente aperto, agisce come camino termico, favorendo la ventilazione passiva e migliorando il comfort climatico.
MATERIALI E STRATEGIE A BASSO IMPATTO
Il nuovo volume in legno non è solo un gesto architettonico, ma anche una scelta consapevole: costruire in legno significa utilizzare un materiale rinnovabile, leggero, prefabbricabile e a basse
emissioni, che consente di accelerare i tempi di cantiere riducendo rumore e disturbo. Inoltre, la struttura è dotata di un potente impianto fotovoltaico, in grado di generare energia elettrica in loco, e di un sistema geotermico che fornisce riscaldamento a basso consumo per l’intero complesso. Un insieme di soluzioni che contribuisce in modo tangibile alla riduzione delle emissioni di CO₂ e alla transizione verso un’architettura scolastica più responsabile.
“Con la ristrutturazione e l’ampliamento di questa scuola abbiamo dimostrato che è possibile preparare gli edifici esistenti al futuro senza doverli abbandonare del tutto”, spiega Marc Ritz. Gli fa eco Otto Closs: “Il nostro approccio trova un equilibrio tra il rispetto dell’esistente e le esigenze di una scuola moderna ed efficiente.”
ph. Joanne Ly
11 ARDEN STATION Melbourne
Superfici d’avanguardia ed eco-attive per un progetto architettonico che forgia l’identità di un nuovo landmark urbano unendo arte e tecnologia.
Situata a Melbourne, nelle terre tradizionali dei popoli Wurundjeri Woi-wurrung e Bunurong Boon Wurrung della Kulin Nation, l’Arden Station rappresenta un nodo di trasporto pubblico concepito come luogo di raccordo e incontro collettivo, parte essenziale dell’iniziativa Metro Tunnel del Governo dello Stato di Victoria. Il suo linguaggio architettonico intreccia il rispetto per il territorio con una visione contemporanea dello spazio urbano, dove ogni elemento costruttivo contribuisce a definire un’identità riconoscibile aggiungendo valore all’area circostante. In questo scenario ha preso forma il progetto dall’alto tasso tecnologico ed estetico firmato Fiandre, brand di Iris Ceramica Group, consistito nella creazione della più grande facciata in gres porcellanato personalizzata d’Australia, in collaborazione con Artedomus. Una realizzazione d’avanguardia che testimonia come le superfici possano diventare strumenti di espressione in grado di trasformare un’infrastruttura pubblica in simbolo di innovazione in dialogo con il contesto in cui si inserisce.
L’intervento si sviluppa su oltre 1.100 metri quadrati, distribuiti su due facciate principali, Est e Ovest, differenziate per contenuto narrativo ma coerenti nella grammatica materica. Per l’installazione è stata impiegata l’innovativa tecnologia Design Your Slabs (DYS) di Iris Ceramica Group applicata alle superfici eco-attive Active Surfaces®, un materiale all’avanguardia in ceramica che contribuisce attivamente alla qualità dell’ambiente e alla salute pubblica riducendo al contempo la necessità di manutenzione.
Una delle caratteristiche di spicco di Arden Station è l’opera integrata del noto artista australiano Abdul Abdullah, “Come Together”, pensata originariamente come un mosaico ma realizzata in seguito su larga scala grazie al gres porcellanato Fiandre.
In particolare, la facciata Est (522 m²) è rivestita con lastre Uni-Ice Maximum nel formato 300×150 cm, superficie ceramica opaca customizzata tramite la tecnologia DYS – Design Your Slabs, che consente la personalizzazione di superfici ceramiche, mediante un processo di stampa che ne
garantisce la durabilità e la resa visiva. In questo caso, il supporto ceramico diventa la “tela” dell’opera dell’artista, che reinterpreta un dipinto di J.S. Calder’s del 1860. La sovrapposizione di due mani in alluminio simboleggia un gesto di accoglienza. Il risultato è una superficie urbana che assume funzione espressiva e simbolica.
Sulla facciata Ovest (590 m²), il rivestimento è realizzato con lastre su misura creando un involucro architettonico uniforme e dinamico. La facciata impiega superfici eco-attive Active Surfaces® conferendo all’involucro la capacità di abbattere gli agenti inquinanti presenti nell’aria. Secondo i dati stimati dal Dipartimento di Chimica dell’Università degli Studi di Milano, le ceramiche Active Surfaces® installate ad Arden Station permettono di abbattere annualmente circa 6,5 kg di NOx, equivalenti all’impatto ambientale positivo di una superficie verde urbana superiore a 9.600 metri quadrati.
Altrettanto significative sono le proprietà antiodore e autopulenti della superficie. Le molecole causa di odore che entrano in contatto col gres porcellanato vengono scomposte e neutralizzate attivamente. La superficie antiaderente riduce inoltre l’accumulo di sporcizia: questo significa che per le applicazioni all’aperto come la Arden Station, è spesso sufficiente la sola pioggia a tenere pulita la facciata. All’interno, questa proprietà riduce la necessità di utilizzare detergenti chimici aggressivi, rendendo gli ambienti più sani e sostenibili.
Per William Pearse, Business Development Manager di Artedomus, distributore esclusivo di Fiandre in Australia, questo progetto è un chiaro esempio di sintesi tra design e scienza dei materiali. “La facciata di Arden Station non è solo un gesto architettonico: è una pelle ad alte prestazioni che apporta un valore ambientale, estetico e operativo duraturo. Active Surfaces® sta cambiando le nostre aspettative relativamente ai materiali da costruzione.”
Federica Minozzi, CEO di Iris Ceramica Group, sottolinea le più ampie implicazioni del progetto. “Con DYS e Active Surfaces® offriamo nuovi strumenti espressivi per l’architettura. Ad Arden Station, la superficie ceramica
è diventata un mezzo di comunicazione e memoria culturale che lavora attivamente per migliorare il mondo intorno a sé.”
Questa prima installazione al mondo su larga scala di DYS con Active Surfaces® ad Arden Station è sostenuta anche da rigorose certificazioni ambientali e di qualità: Cradle to Cradle Certified Silver, GREENGUARD Gold, punteggi LEED, ISO 9001, 14001 e 45001:2018. Arden Station si propone così come nuovo landmark infrastrutturale, in cui l’integrazione tra arte pubblica, materiali avanzati e strategie sostenibili costruisce una narrazione architettonica radicata nel contesto e proiettata nel futuro.
L’intervento riflette inoltre la visione sintetizzata dal concetto di Beautility, promosso da Iris Ceramica Group: una bellezza che deriva dalla funzione, dalla responsabilità ambientale e dalla capacità di trasformazione dello spazio costruito.
Le superfici ceramiche eco-attive Active Surfaces® di Iris Ceramica Group sono la risposta brevettata e 100% italiana al bisogno di sicurezza e benessere.
La tecnologia innovativa di Active Surfaces® trasforma la lastra ceramica in un materiale eco-attivo con quattro proprietà superiori: antibatteriche e antivirali, antinquinamento, anti-odore e autopulenti, certificate secondo norme ISO.
Grazie all’esposizione alla luce e all’umidità presente nell’aria le superfici Active Surfaces® sono in grado di degradare agenti microbici come batteri, virus, funghi e muffe. Allo stesso modo eliminano anche i cattivi odori, contrastano la formazione di particelle inquinanti e impediscono allo sporco di aderire, rendendo più igienici e confortevoli gli ambienti in cui viviamo senza rinunciare all’estetica. L’efficacia antibatterica e antivirale di Active Surfaces® permane inoltre anche al buio.
Le superfici eco-attive di Iris Ceramica Group soddisfano ogni esigenza anche sui fronti stile e design. Sono disponibili in diversi colori, vantano un range di spessori che va dai 6 mm ai 12 mm e una varietà di formati che va dai più classici fino alle grandi lastre da 100x300 cm, 150x300 cm e 328x154 cm.
Le Active Surfaces® utilizzano il 40% di materiali riciclati e sono completamente riciclabili. Infine, l’efficacia delle quattro proprietà non si esaurisce nel tempo ma permane per tutto il ciclo di vita delle lastre ceramiche, rivelandosi un importante investimento per il futuro.
Active Surfaces® traduce in concretezza la visione lungimirante di Iris Ceramica Group, che da oltre 60 anni realizza superfici e applicazioni inedite con uno sguardo sempre rivolto al futuro, al fine di esplorare nuovi orizzonti e aprire strade inesplorate alla ceramica.
ph. Fabio Oggero
BUEN RETIRO Cuneo
Una casa-rifugio progettata dall’architetto Dario Castellino che si fonde con il paesaggio circostante grazie a scelte materiche ed energetiche rispettose del territorio.
Affacciata sulla valle Stura a Roccasparvera, in provincia di Cuneo, la casa-rifugio progettata dall’architetto cuneese Dario Castellino è frutto di un attento recupero e ampliamento di un antico rudere in pietra. Questo “buen retiro” in completa armonia con la natura circostante si colloca nella suggestiva zona di Broglio (in gergo “germoglio”), dove la montagna declina dolcemente verso il fiume.
L’intervento riflette la filosofia progettuale di Castellino, impegnato nella valorizzazione e riqualificazione di piccole borgate alpine, come dimostrato nei progetti nelle valli cuneesi a Paraloup e Campofei. Da un rudere parzialmente crollato, sommerso di rovi, l’architetto ha sapientemente concepito un moderno e organico ampliamento vetrato in legno di larice bruciato, in cui natura e architettura appaiono come un continuum spaziale, con costanti rimandi tra il bosco e i materiali impiegati.
La struttura agricola in pietra e calce, con una stanza al piano superiore e una al piano inferiore, è stata preservata nella forma e nei materiali. Interventi mirati di consolidamento e rifacimento della copertura, con legno di recupero dalla valle Stura, hanno contribuito a mantenerne l’autenticità. La connessione alla preesistenza avviene attraverso una scala interna in legno, posizionata nell’antico portico ricostruito e isolato. La moderna estensione si armonizza con il fabbricato in pietra, rispettandone l’immagine. Il nuovo volume si integra dolcemente, rivelando chiaramente la sua natura di ampliamento attraverso forme orizzontali e un’altezza ridotta e inserendosi con delicatezza sotto la lunga falda in lamiera.
DIALOGO TRA INTERNI ED ESTERNI E MATERIALI A CHILOMETRO ZERO
L’estensione presenta una struttura con esili pilastri in legno che si appoggiano su una platea isolata in cemento armato. I tamponamenti sono realizzati con tavole di legno inchiodate contenenti pannelli isolanti in CalceLegnoCanapa®, un sistema tricomponente a basso impatto ambientale con buone proprietà meccaniche, antisismiche, ignifughe e isolanti. L’impalcato della copertura è isolato e realizzato con travi in legno ed assito. Il lato meridionale è caratterizzato da ampie vetrate a specchiatura unica che creano continuità visiva tra interno ed esterno.
L’armonia con il territorio è accentuata dalla colorazione scura dei telai e dei listelli che rivestono le porzioni tamponate del prospetto e i tramezzi interni. La scelta attenta di materiali e colori per integrarsi con l’ambiente è affiancata da un distintivo gioco di contrasti nel progetto. Le finestre più ridotte dell’edificio originale esprimono un desiderio di protezione, mentre le vetrate ampie e panoramiche trasmettono una sensazione di apertura e completa immersione nel paesaggio. Con l’obiettivo di sostenere la filiera corta del legno nelle valli del Cuneese, Castellino ha adottato esclusivamente legno proveniente dalla zona nella nuova costruzione, stimolando energie ed economie locali, e ha scelto di preservare il materiale utilizzando la tecnica giapponese Shou Sugi Ban, che conferisce maggiore resistenza agli agenti atmosferici, parassiti, acqua e persino al fuoco. Questa tecnica prevede un processo di carbonizzazione superficiale seguito dall’applicazione di olio di Tung.
Dal punto di vista energetico, la casa è completamente autosufficiente grazie all’installazione di pannelli fotovoltaici sulla copertura, accompagnati da un sistema di accumulo.
Questa residenza totalmente fuori dalla rete elettrica intende rappresentare un impegno concreto verso un’abitazione a emissioni zero.
CAPUA 1880 HEADQUARTER
Reggio Calabria
Un progetto firmato GEZA Architettura trasforma un precedente stabilimento Coca-Cola in un centro di produzione di oli essenziali agrumati sullo Stretto di Messina.
ph. Javier Callejas ENG
Con l’obiettivo di ampliamento del proprio headquarter, Capua 1880, realtà storica nella produzione di oli essenziali agrumati destinati ai principali brand internazionali del beauty e della cosmetica, ha scelto di ristrutturare un ex edificio industriale dismesso lungo la costa calabrese, affacciata sui venti dello Stretto di Messina. Un tempo utilizzata come sede di imbottigliamento della Coca-Cola, la struttura è stata dunque trasformata per accogliere spazi produttivi più ampi, nuove linee di estrazione e ambienti dedicati alla rappresentanza e all’accoglienza di una clientela proveniente da tutto il mondo.
L’intervento, affidato allo studio GEZA
Architettura, si inserisce in una visione più ampia che va oltre le esigenze operative: il recupero di un’area abbandonata si è rivelato occasione per ridefinire l’identità aziendale in chiave contemporanea, con un progetto capace di coniugare crescita e sostenibilità, innovazione tecnologica e attenzione al contesto territoriale. GEZA ha attuato una serie di provvedimenti di ampia portata, mirati a fornire una nuova e significativa visione d’insieme e dettati da una
rilettura e interpretazione attenta delle esigenze della committenza, per ottimizzare i flussi industriali all’interno del lotto e delle strutture. Partendo da uno stato di fatto caratterizzato da una somma di volumi annessi, tecnologie obsolete, silos e manufatti tecnici disposti in modo disomogeneo nell’intera area, GEZA ha sviluppato soluzioni di forte impatto visivo, creando un ambiente armonioso e funzionale. Oltre alla funzionalità e all’efficienza, sono stati introdotti elementi che trasmettono trasparenza e connessione con l’ambiente circostante.
TRA NATURA E ARCHITETTURA
Il decentramento di alcune funzioni tecniche e di servizio ha permesso la creazione di un importante “cuore verde”, il patio degli aranci, un sorprendente giardino all’interno del complesso industriale: la natura diventa così parte integrante dell’edificio, insinuandosi negli spazi interni.
Ma non è solo la vegetazione a stabilire un dialogo con l’architettura: la vista panoramica sull’Etna, con il suo maestoso profilo, diventa elemento distintivo del progetto, conferendo una connessione diretta con il paesaggio.
La natura assume un ruolo di primaria importanza anche come fonte di benessere per i lavoratori e i visitatori del sito, creando un ambiente in grado di integrarsi con il territorio. Grazie ad un riassetto della logistica e della viabilità interna, è stata creata una piazza rappresentativa di fronte alla facciata principale dell’edificio. Il cortile degli aranci dialoga con questa piazza grazie alla permeabilità visiva della palazzina uffici che gode così di affacci privilegiati verso la natura.
Questa conformazione conferisce all’ambiente ufficio una qualità tale da reinterpretare la pianificazione con concetti tipici dell’abitare che ne accrescono la qualità ed il benessere percepito.
IL RIPENSAMENTO DELLE FACCIATE
Il progetto si arricchisce infine del disegno di un grande sistema di nuove facciate che, come un abbraccio, raccoglie i vecchi edifici e li collega idealmente sotto un’unica pelle sospesa: un grande gesto di ordine, dalla potente forza comunicativa.
Le geometrie progettuali suggerite dall’edificio esistente, reinterpretano i ritmi delle vecchie aperture proponendo un alternarsi di materiali
legati alla tradizione e non solo, che dialogano tra loro in un susseguirsi di sfondi verticali diversi e variabili.
Basalto, alluminio, acciaio corten, travertino, verde alpi e cemento si armonizzano creando una texture di facciata che varia nei diversi momenti della giornata e ne arricchisce la forza espressiva.
Il progetto delle facciate si articola per segni verticali forti: pinne frangisole in pietra, pilastri neri, lamiere dogate, vetri neri, pelli metalliche microforate piegate anch’esse a cercare le ombre disegnate dal sole nelle varie ore del giorno e che via via si ammorbidiscono col calare dei raggi. Con la complicità della nuova immagine ottenuta, Capua1880 è stata convertita in un vero e proprio landmark che si inserisce
perfettamente nel contesto circostante.
Il progetto di rigenerazione e ristrutturazione ha rinnovato radicalmente sia l’aspetto esteriore dell’edificio che la sua funzione e la sua percezione.
ph. Mauricio Carvajal
Bäcker
PANAMA CITY
Terra cruda non trattata e legno di provenienza locale sono i capisaldi materici di un panificio che reinterpreta la tradizione per assecondare le esigenze contemporanee.
Progettato dallo studio panamense Mallol Arquitectos, Krume Bäcker è un panificio di recente costruzione situato a Costa del Este, a Panama City, che unisce chiarezza architettonica e responsabilità ambientale in uno spazio di 193 metri quadrati. L’intervento prende ispirazione dalle origini austriache del marchio, reinterpretando valori come semplicità, qualità e tradizione alla luce delle esigenze contemporanee e del contesto urbano della città.
Uno degli elementi più distintivi del progetto è l’impiego della terra compattata nella costruzione del bancone e delle pareti interne. La tecnica, sviluppata e applicata dal collettivo Aparato, utilizza terra cruda
non trattata e di provenienza locale, senza ricorrere a processi industriali ad alta intensità energetica. Oltre a ridurre sensibilmente l’impatto ambientale, questo metodo costruttivo tradizionale garantisce stabilità termica, isolamento acustico e una matericità vibrante, che rafforza l’identità del luogo. Il tutto è stato realizzato in sinergia con artigiani locali, favorendo non solo il coinvolgimento della comunità, ma anche la trasmissione di saperi costruttivi ancestrali.
Anche gli arredi sono il frutto di una filiera consapevole: progettati su misura dal Mallol Lifestyle Studio e realizzati da The Alma Studio, sono stati costruiti con legni duri autoctoni recuperati dal bacino idrico di Bayano, dove giacciono sommersi da decenni, a seguito della creazione del lago artificiale. Il recupero di questi materiali rappresenta un’alternativa sostenibile al disboscamento convenzionale: l’estrazione è gestita con tecniche a basso impatto ambientale e in collaborazione con la comunità indigena Guna Madugandí, rispettando l’equilibrio ecologico del territorio.
Dopo il recupero, il legno viene sottoposto a lenta essiccazione in forno, un processo che ne garantisce stabilità e durabilità. I tavoli, le sedute e gli elementi di servizio che ne derivano arricchiscono lo spazio con calore, texture e autenticità, mantenendo una traccia concreta del paesaggio di Panama City.
L’organizzazione degli spazi interni è pensata per adattarsi a una pluralità di usi, dalle soste brevi ai momenti più dilatati. Il layout, fluido e intuitivo, prevede configurazioni di seduta flessibili, adatte tanto ai singoli quanto ai piccoli gruppi. La palette neutra, le linee pulite e l’uso di materiali naturali contribuiscono a generare un’atmosfera rilassata e accogliente.
L’illuminazione, discreta e funzionale, è focalizzata sull’elemento centrale del progetto: il pane, valorizzato nella sua semplicità quotidiana. In ogni sua scelta, dal disegno dello spazio alla selezione dei materiali, Krume Bäcker si propone come un modello di design sostenibile e responsabile, capace di integrare pratiche ambientali e coinvolgimento sociale senza sacrificare la qualità estetica o l’efficienza operativa.
Un esempio virtuoso di come anche gli interni commerciali possano abbracciare una visione etica e duratura, profondamente radicata nel territorio in cui nascono.
PRIVATE SPA
POMPEI
Soluzioni integrate Schlüter-Systems per un bagno di nuova generazione
Nel cuore di una raffinata villa privata a Pompei, nasce un bagno SPA che trasforma il concetto di benessere domestico in un’esperienza di puro design.
Un progetto firmato dallo Studio Ricciardi Architetti, realizzato in collaborazione con il punto vendita Verdoliva e con il contributo tecnico di Vincenzo Tito, posatore certificato ICMQ con una lunga esperienza nei sistemi Schlüter-Systems, adottati per la realizzazione.
Curato nei minimi dettagli, il progetto unisce estetica e tecnologia grazie all’impiego delle soluzioni Schlüter®-DITRA, Schlüter®-KERDI e del versatile Schlüter®-KERDI-BOARD.
Questo pannello multifunzionale in polistirene estruso, pensato per ambienti interni, è stato utilizzato per modellare la struttura della zona bagno.
Grazie a KERDI-BOARD è stata realizzata una parete curva, una seduta integrata e persino, all’interno del bagno turco, una controsoffittatura “a guscio”, con illuminazione a LED ad effetto cielo stellato Schlüter®-KERDI-BOARD, sistema certificato, è ideale per ambienti umidi e garantisce un’elevata qualità costruttiva, essendo a basse emissioni, VOC free, privo di cemento e fibra di vetro.
Per l’impermeabilizzazione delle pareti dell’area SPA è stata impiegata la membrana Schlüter®-KERDI-DS, che offre anche la funzione di barriera al vapore.
In merito alla pavimentazione è stato utilizzato il sistema Schlüter®-DITRA-HEAT. Il sistema fornisce le funzioni di impermeabilizzazione, desolidarizzazione e riscaldamento elettrico. In particolare, i cavi scaldanti sono impermeabili all’acqua, (grado di protezione IP67), e sono omologati per l’utilizzo di ambienti umidi.
Schlüter®-DITRA-HEAT non solo garantisce un sottofondo ideale per ceramica, pietra naturale e resina, ma offre anche un comfort termico diffuso su pavimenti e pareti.
Il risultato testimonia come estetica, competenza tecnica e uso consapevole della tecnologia siano oggi elementi essenziali per il benessere abitativo.
Dal 1975 Schlüter-Systems affianca architetti, progettisti e posatori offrendo sistemi innovativi e completi per la posa di pavimenti e rivestimenti. La gamma prodotti include profili, giunti, impermeabilizzazioni, drenaggi per balconi e terrazzi, pannelli universali multifunzione, riscaldamento a pavimento a basso spessore e riscaldamento elettrico a parete e a pavimento. 12.000 soluzioni certificate, garantite fino a 10 anni.
Schlüter-Systems vanta oggi una presenza globale con sedi in Nord America, Europa e Regno Unito.
UN TETTO RINNOVATO TRA TRADIZIONE
E INNOVAZIONE
Milano
Il rifacimento del tetto di una prestigiosa villa in provincia di Milano ha dato vita a un progetto che unisce rispetto per l’estetica tradizionale e attenzione alla sostenibilità. La vecchia copertura in ardesia naturale, ormai compromessa dal tempo e dagli agenti atmosferici, è stata sostituita con le tegole Ardogres Morzine 25x40, una soluzione innovativa in grado di coniugare eleganza, resistenza e lunga durata.
L’intervento è stato curato da Green Building Projects Srl di Milano, realtà specializzata che ha saputo affrontare con competenza le criticità tecniche di una copertura complessa. Tra le sfide più significative vi è stata la posa del materiale sulle falde coniche “a trullo”, una configurazione particolare che richiede grande precisione esecutiva.
A questo si è aggiunta l’installazione di un impianto fotovoltaico perfettamente integrato con le tegole Ardogres, a dimostrazione di come tradizione e tecnologia possano dialogare in modo armonico.
ALTE PERFORMANCE PER LE TEGOLE
ARDOGRES
MORZINE 25X40
Proprio le caratteristiche delle tegole Ardogres Morzine hanno giocato un ruolo decisivo nella riuscita del progetto. Realizzate in grès porcellanato, le tegole garantiscono una resistenza eccezionale alle condizioni atmosferiche più estreme, dal gelo alla grandine, oltre a un’elevata impermeabilità.
Si tratta infatti di un materiale ingelivo, resistente a muffe, licheni e attacchi acidi, capace di offrire una protezione costante nel tempo. L’estetica non è da meno: grazie a una sofisticata tecnologia digitale di produzione, le tegole riproducono con fedeltà l’aspetto di materiali naturali come l’ardesia, la pietra e il legno, qualità che le rende particolarmente adatte anche in contesti sottoposti a vincoli storico-paesaggistici.
A conferma della loro affidabilità, la garanzia di 50 anni rappresenta un valore aggiunto non trascurabile per chi desidera un investimento duraturo. Grazie alla sinergia tra il know-how tecnico di Green Building Projects e le prestazioni delle tegole Ardogres, la villa milanese si presenta oggi con una copertura che restituisce il fascino autentico dell’ardesia e guarda al futuro con soluzioni sostenibili e all’avanguardia.
Fondata nel 1993 a Fiorano Modenese, ARDOGRES® si è distinta fin dall’inizio per la produzione di coperture in grès porcellanato, rivoluzionando il mercato mondiale della ceramica. Le tegole ARDOGRES® rappresentano l’evoluzione del grès porcellanato applicato ai tetti, offrendo elevata resistenza, lunga durata e un impatto estetico raffinato.
Grazie a referenze prestigiose, l’azienda continua a confermarsi un punto di riferimento per progetti pubblici e privati, con soluzioni innovative che combinano tradizione, tecnologia e sostenibilità.
CASA ROSA B&B
FIRENZE
Tradizione toscana e comfort contemporaneo si incontrano in una struttura ricettiva riqualificata in cui convivono termointonaci di calce e sughero, pavimenti in cotto locale ed elementi in legno di cirmolo. ENG
ph. Matteo Pierattini
Casa Rosa B&B si configura come un esempio virtuoso di ristrutturazione architettonica e riqualificazione energetica, restituendo nuova vita a un’antica casa rurale sulle colline di Firenze. Il progetto, curato dallo studio fiorentino Officina Abitare — fondato nel 2012 dagli architetti Sara Bartolini e Matteo Pierattini — ha trasformato l’edificio in un elegante bed & breakfast, mantenendone intatti i caratteri identitari e valorizzandone l’autenticità materica e architettonica.
L’intervento ha preservato la zona giorno originale al piano terra, cuore pulsante della casa, dominata da un grande camino a legna in stile toscano. Al piano superiore, la zona notte è stata ripensata integralmente con la realizzazione di quattro camere dotate di bagno privato, progettate con un linguaggio architettonico essenziale, che punta su materiali naturali e finiture sostenibili.
L’esigenza di consolidare strutturalmente l’edificio, compromesso da una ristrutturazione poco attenta risalente al Novecento, ha determinato la scelta di usare il cartongesso per le nuove partizioni al primo piano. Una soluzione leggera, capace di ridurre i carichi sui solai e limitare l’impiego di travi invasive nei livelli storici in legno. A tale consolidamento si è affiancata una nuova stratigrafia materica attenta all’ambiente e alla salubrità indoor: i nuovi solai sono stati realizzati in legno di abete, mentre le superfici verticali sono intonacate con miscele naturali di calce e sughero, contribuendo all’efficienza energetica dell’edificio che ora raggiunge la Classe Energetica B, anche grazie all’integrazione di un moderno impianto a pompa di calore.
Ogni camera del B&B è concepita come una piccola suite indipendente, dove la luce naturale e la vista sul paesaggio circostante diventano parte integrante dell’esperienza. Le testate dei letti sono realizzate con un “pastellone” a base di calce e resine naturali prive di composti organici volatili (COV), successivamente protetto con cera d’api: un materiale caldo, vellutato al tatto, che dialoga armoniosamente con gli arredi in pino cembro realizzati su misura. Il legno di cirmolo, scelto non solo per la sua bellezza ma anche per le riconosciute proprietà rilassanti, contribuisce a creare ambienti silenziosi e avvolgenti, ideali per il riposo e il benessere.
Al piano terra, il giardino privato introduce gli ospiti in uno spazio accogliente e autentico: la zona storica della casa, un tempo destinata alla vita quotidiana, è oggi l’area di accoglienza. Il vecchio soggiorno conserva un pregiato soffitto in legno di castagno con capitelli intarsiati, restaurato con cura, mentre il camino originale
resta il fulcro attorno al quale è stato organizzato un confortevole angolo lettura. In continuità con questa atmosfera calda e domestica, gli spazi destinati alla ricezione, al relax e alla colazione sono stati restaurati e consolidati con materiali naturali: termointonaci in calce e sughero, tinteggiature a calce naturale e pavimenti in pianelle di cotto locale recuperate, per mantenere il dialogo con la storia dell’edificio.
L’ambiente dedicato alla colazione, che si affaccia sul giardino e sulle colline fiorentine, trasmette un senso di pace e armonia. Qui, il collegamento con la cucina è reso fluido da un grande arco inserito in una parete in pietra, espressione di quella tipica convivialità toscana che il progetto ha saputo restituire. L’illuminazione, sobria e contemporanea, è stata studiata per garantire adeguati livelli di luce in ogni funzione, senza compromettere l’atmosfera soft e rilassata degli ambienti. Il passaggio tra i due livelli avviene tramite una scala a doppio volume che si apre su un mezzanino trasformato in una sala comune, affacciata sul bosco retrostante. Un luogo di sosta e condivisione, arredato con divano e poltrone, pensato per stimolare la socializzazione tra gli ospiti. Il percorso distributivo è scandito da archi e da porte in legno numerate, che introducono alle camere superiori: spazi intimi e profumati, definiti da superfici in cera d’api e viste che si perdono nel paesaggio collinare.
Anche i bagni sono concepiti secondo criteri di semplicità e coerenza materica: i rivestimenti seguono la medesima palette delle camere, con mensole in pino cembro e ampie docce, offrendo comfort e funzionalità. Tutti gli arredi, anch’essi in cirmolo, contribuiscono a un’atmosfera salutare: il legno, noto per le sue proprietà terapeutiche e antibatteriche, emana un profumo balsamico capace di migliorare la qualità del sonno e il benessere psicofisico.
Il progetto ha perseguito una strategia integrata che ha incluso consolidamento strutturale, rifacimento dei solai, efficientamento energetico e realizzazione delle nuove tramezzature e dei servizi. L’approccio progettuale ha posto al centro la scelta consapevole dei materiali: cartongesso per la leggerezza, calce NHL 3,5 e sughero per le pareti, grassello di calce per le tinteggiature, legno massello di abete e cirmolo per solai e arredi, cotto fatto a mano per i pavimenti. Collanti, finiture e materiali sono stati selezionati per la loro assenza di inquinanti indoor, a favore di un ambiente salubre e confortevole, perfettamente in linea con i valori di un’architettura sostenibile e rispettosa del luogo.
ph. Fortitude Srl
18 ENEGREEN HEADQUARTER
Codogno
Una nuova sede progettata nel segno dell’efficienza energetica, della durabilità e del rispetto ambientale, con soluzioni di posa Mapei ad alte prestazioni.
Il progetto della nuova sede di Enegreen a Codogno, curato da Paola Orlandi, è un esempio virtuoso di edilizia sostenibile. Progettata all’insegna dell’efficienza energetica e della durabilità, integra soluzioni innovative per garantire comfort e sicurezza. I rivestimenti interni ed esterni sono stati realizzati con materiali ad alte prestazioni, come piastrelle in grande formato posate con prodotti Mapei, con particolare attenzione all’impermeabilizzazione e alla posa a regola d’arte. Il risultato è un ambiente moderno, funzionale e in armonia con il contesto.
Gli interventi Mapei hanno riguardato anche la pavimentazione esterna (2.600 m²) attorno all’edificio e il piazzale che lo collega al magazzino dei mezzi operativi e alla Sala Conference. La superficie è stata realizzata con grés porcellanato di grande formato (60×120 cm, spessore 9 mm). All’interno, i prodotti Mapei sono stati impiegati anche per la posa delle piastrelle nei bagni. Prima della posa è stata raccomandata una corretta preparazione del supporto e il rispetto delle tempistiche di maturazione, fondamentali per garantire
un lavoro duraturo e a regola d’arte. Dopo il massetto di allettamento, vista la posa di ceramica in grande formato e la necessità di uno strato impermeabilizzante secondario, è stato suggerito l’impiego del sistema a membrana Mapeguard UM 35, in HDPE irruvidito accoppiato a tessuto in PP, con funzione desolidarizzante, antifrattura e impermeabilizzante, ideale per supporti fessurati, umidi o non perfettamente stagionati. Adatta alla posa di ceramica e materiale lapideo, può essere utilizzata anche in ambienti soggetti a carichi intensi.
Lo strato impermeabilizzante è stato realizzato mediante la stesura dei teli Mapeguard UM 35, sigillando giunzioni, angoli e spigoli con Mapeband Easy, incollato con Mapeguard WP Adhesive. La membrana è stata pressata con il rullo Mapeguard Roller per garantire la completa bagnatura del retro della membrana. A seguire si è avviata la posa del rivestimento ceramico. La posa (norma UNI 11493-1) ha richiesto adesivi cementizi di classe minima C2, preferibilmente S1 secondo EN 12004, in funzione del formato e
della destinazione d’uso. L’Assistenza Tecnica Mapei ha suggerito Keraflex Maxi S1 Zero*, adesivo cementizio deformabile ad alte prestazioni, con tecnologia Low Dust, bassa emissione di VOC e compensazione delle emissioni di gas serra, ideale per grandi formati. La posa è stata eseguita con doppia spalmatura per garantire la completa bagnatura e prevenire vuoti. Per mantenere la corretta fuga e ridurre dislivelli tra piastrelle, è stato impiegato il sistema livellante MapeLevel ProWDG System. Le fughe (4 mm) sono state stuccate con Ultracolor Plus*, malta ad alte prestazioni, idrorepellente con DropEffect e resistente alla muffa con BioBlock.
All’esterno, grazie alla membrana Mapeguard UM35 non è stato necessario rispettare i giunti di frazionamento esistenti nel massetto, ma è stato possibile riproporli in base allo schema di posa delle piastrelle senza dover fare antiestetici tagli. I giunti sono stati riempiti con il sigillante Mapesil Tile Matt, in tinta con lo stucco. Il sistema è stato completato con il profilo perimetrale Protec CPNV di Profilpas per rifinire perfettamente le superfici, proteggere i bordi e valorizzare lo spazio unendo design e funzionalità.
*Questi prodotti fanno parte della linea Zero di Mapei. Le emissioni di CO2 misurate lungo il ciclo di vita dei prodotti della linea Zero per l’anno 2025 tramite la metodologia LCA, verificate e certificate con le EPD, sono compensate con l’acquisto di crediti di carbonio certificati per supportare progetti di protezione delle foreste. Un impegno per il pianeta, le persone e la biodiversità. Per maggiori dettagli sul calcolo delle emissioni e sui progetti di mitigazione climatica, finanziati tramite i crediti di carbonio certificati, visita la pagina zero.mapei.it.
Fondata nel 1937 da Rodolfo Squinzi a Milano, dove risiede tuttora il quartier generale, Mapei è tra i maggiori produttori mondiali di prodotti chimici per l’edilizia e continua a contribuire alla realizzazione delle più importanti opere architettoniche e infrastrutturali a livello globale, così come a progetti in ambito residenziale e al restauro di edifici storici.
Con 98 consociate distribuite in 59 Paesi e 106 stabilimenti produttivi operanti in 42 nazioni, il Gruppo occupa oltre 13.200 dipendenti in tutto il mondo. Perseguendo una strategia di crescita ha acquisito, nel corso degli anni, importanti società internazionali.
Grazie a un’offerta in grado di soddisfare tutte le esigenze del mondo dell’edilizia con una particolare attenzione alla sostenibilità, durabilità e qualità delle soluzioni, il Gruppo continua a crescere e a investire affrontando le nuove sfide con la passione di sempre.
Motore della crescita di Mapei è anche l’attività di Ricerca & Sviluppo alla quale il Gruppo dedica importanti sforzi in termini di investimenti e di risorse. Nel mondo i laboratori R&S sono 39, il principale dei quali è il Centro di Ricerca Corporate di Milano che coordina il lavoro di tutti gli altri e svolge la funzione di Laboratorio di analisi centrale.
Mapei contribuisce concretamente a un’edilizia di qualità e durevole attraverso prodotti formulati con materie prime innovative, riciclate e ultraleggere, sviluppati per ridurre il consumo energetico e a bassissime emissioni di composti organici volatili.
ph. Alberto Cosi, Markus Roselieb (drone)
ZABB E LEE Cooking School
CHIANG MAI
Padiglioni in bambù locale definiscono una struttura dinamica e sostenibile per lezioni di cucina, nel progetto avveniristico dello studio thailandese Chiangmai Life Architects.
Nel cuore delle risaie che circondano Chiang Mai, nel nord della Thailandia, la scuola di cucina Zabb e Lee accoglie visitatori da tutto il mondo desiderosi di apprendere i segreti della tradizione culinaria thai. Nata nel centro storico della città per iniziativa di una giovane coppia del posto, l’attività ha conosciuto una rapida crescita, spingendo i fondatori ad aprire una sede satellite immersa nella natura. Qui, per mantenere il legame con il paesaggio circostante, hanno affidato allo studio Chiangmai Life Architects il compito di progettare e costruire i padiglioni – le tradizionali sala – interamente in bambù locale.
Il successo è stato immediato: il connubio tra estetica naturale, funzionalità e un aspetto di grande appeal ha conquistato i visitatori, portando alla realizzazione non di uno ma di ben tre padiglioni. L’ultimo, soprannominato “il Toro” per la sua silhouette dinamica, è stato edificato nell’area più stretta della proprietà, tra un grande albero e uno stagno. Una posizione difficile da valorizzare, ma trasformata in punto di forza grazie a un progetto architettonico audace.
La struttura è pensata per rispondere in modo pratico alle esigenze didattiche della scuola: al suo interno ospita dieci postazioni per la preparazione dei
piatti, dieci per la cottura e un ampio tavolo conviviale. Per ottimizzare lo spazio ridotto, i progettisti hanno adottato una pianta a U che amplia l’area coperta e consente una visuale aperta sia sul fronte dell’edificio, visibile da ogni angolo della proprietà, sia sul retro, che si affaccia sulle risaie.
Ma è nella forma che l’architettura raggiunge la sua massima espressività: lasciando fluire le linee naturali del bambù, il progetto ha assunto la sagoma stilizzata di una testa di toro con corna rivolte verso l’alto. Queste diventano ingressi accoglienti, che introducono due ambienti a cupola collegati da uno spazio longitudinale, definendo tre zone distinte per le attività di preparazione, cottura e degustazione.
Le cupole sono costruite con archi incrociati di bambù legato in fasci, una tecnica che conferisce all’interno una percezione di ampiezza sorprendente rispetto all’esterno.
Il colore naturale del materiale, unito all’andamento fluido delle strutture e a un’illuminazione accuratamente studiata per le ore serali, crea un’atmosfera calda e avvolgente, in perfetto equilibrio con il paesaggio rurale.
L’impiego del bambù, che durante la crescita assorbe anidride carbonica, garantisce infine un’impronta ecologica nulla o addirittura negativa, rendendo il progetto un esempio virtuoso di sostenibilità architettonica.
IL BAMBÙ PER LA COOKING SCHOOL
La scelta del bambù per la realizzazione delle sale didattiche della scuola Zabb e Lee non è soltanto estetica o simbolica: è una decisione progettuale profondamente radicata nella filosofia di Chiangmai Life Architects, che
da anni sperimenta e perfeziona l’uso di questo materiale come risorsa strutturale e bioclimatica. Il bambù offre infatti elevate caratteristiche meccaniche – una resistenza alla trazione paragonabile all’acciaio e una durezza simile al rovere – unite a una leggerezza e a una flessibilità che lo rendono ideale per strutture dalle forme fluide e organiche, come nel caso di questo padiglione scolastico a forma di testa di toro.
La sua struttura cava, suddivisa in segmenti, garantisce stabilità e resistenza alla flessione, mentre le qualità isolanti contribuiscono a mantenere freschi gli interni, senza bisogno di impianti energivori. Ma è anche sul piano ambientale che il bambù si distingue: cresce rapidamente, cattura più CO₂ di altre piante e, se trattato correttamente – come nel caso di questo progetto – offre grande durabilità, resistente a insetti, muffe e fuoco.
“La nostra filosofia progettuale si fonda sulla sfida di creare un’architettura sostenibile che sia al tempo stesso ben concepita e ben realizzata. Il punto di partenza è un design organico, in cui materiali naturali si fondono con le conoscenze ingegneristiche del XXI secolo. Il concetto chiave intreccia infatti connessione e combinazione: connettere materiali naturali e scienza dell’ingegneria moderna, unire materiali tradizionali con quelli innovativi, mettere in dialogo tecniche antiche e percezioni spaziali contemporanee, congiungere interno ed esterno in un continuum fluido. Questo avviene sia attraverso il progetto architettonico, sia attraverso la scelta dei materiali impiegati. Ci concentriamo su un’architettura organica dai volumi liberi e in armonia con l’ambiente circostante, che si ispira alle forme della natura — le curve delle foglie, i crinali delle montagne, il flusso dei fiumi — reinterpretandole come linee guida per edifici che si integrano nel paesaggio e ne rispettano l’identità. I materiali naturali stabiliscono una connessione emotiva diretta con chi li vive, favorendo un senso di armonia e benessere, rivelandosi anche estremamente funzionali. Se utilizzati correttamente, garantiscono ottime prestazioni in termini di isolamento termico e acustico, durabilità, gradevolezza visiva e tattile, contribuendo a creare ambienti caldi e accoglienti, senza necessità di ulteriori decorazioni. Bambù e terra cruda — impiegata sotto forma di argilla, adobe o terra battuta — sono i materiali che privilegiamo per realizzare spazi bioclimatici connessi e sostenibili, destinati ad abitazioni, scuole, luoghi di lavoro o tempo libero. Ogni progetto è pensato per integrarsi con delicatezza nell’ambiente naturale, migliorando la qualità della vita di chi lo abita. Il nostro intento è quello di creare luoghi che generino felicità: ambienti che favoriscono il benessere psicofisico, e quindi anche la creatività e la produttività. L’architettura in bambù e terra, reinterpretata in chiave moderna, è il nostro contributo alla sostenibilità dell’abitare.
Tutti i nostri progetti mirano a un’impronta ecologica pari a zero o negativa: il bambù, crescendo, assorbe CO₂ e permette in molti casi di realizzare edifici con bilancio carbonico positivo, ovvero in grado di catturare più carbonio di quanto ne rilascino. Per allungare il ciclo di vita del materiale e aumentare la sostenibilità complessiva, trattiamo il bambù che utilizziamo con sali naturali di boro. Quando si costruisce con terra e bambù, ci si avvicina alla natura in molti modi. E comprendere l’interazione tra questi materiali è essenziale per realizzare ciò che chiamiamo Life Architecture.”
Chiangmai Life Architects
ph. Vinay Panjwani
20 NARSIGHAR HOUSE Rajasthan
Un esempio di architettura tradizionale indiana in chiave ecosostenibile, che impiega materiali locali e connette gli interni con gli esterni.
Velwood | ABET LAMINATI
Situata nell’arida regione desertica di Nokha, nel Rajasthan, Narsighar House, progettata da Sanjay Puri Architects, incarna i principi architettonici tradizionali che hanno modellato per secoli il costruito in questa peculiare area dell’India. Come le abitazioni storiche della regione, Narsighar vanta così cortili interni per garantire il raffrescamento passivo, adotta spesse mura in pietra per resistere al calore e le tipiche schermature perforate jali per mitigare l’effetto del sole rovente. Tratti questi, che impreziositi da finestre ad arco, decorazioni litiche, sontuosi pergolati e intricati lavori artigianali di intarsio, non intendono solamente omaggiare le tipiche connotazioni edili del Rajasthan bensì apportare anche vantaggi all’edificio in termini di funzionalità, impatto sull’ambiente, comfort abitativo e performanza strutturale.
DIALOGO TRA INTERNO ED ESTERNO
La nuova finitura Velwood di Abet Laminati conferma l’impegno dell’azienda nella ricerca e sviluppo di soluzioni innovative per le superfici d’arredo. Il suo nome racchiude l’essenza stessa del progetto: la morbidezza del velluto si fonde con la matericità del legno, dando vita a un laminato decorativo dal forte impatto sensoriale.
Sviluppata su un’ampia metratura, la casa è caratterizzata da una serie di giardini che collegano armoniosamente gli spazi interni con l’esterno. In questo modo, ogni zona abitata si affaccia su outdoor aperti ma riparati e protetti da pannelli in pietra traforata che, oltre a ridurre il calore, difendono anche l’abitazione dalle frequenti tempeste di sabbia.
Ogni volume è stato progettato individualmente, creando una composizione dinamica e articolata. Un ampio portico d’ingresso conduce a un cortile soleggiato, collegato a sua volta a un porticato in pietra om-
Velwood nasce dall’esigenza di coniugare performance funzionali ed estetica avanzata: la texture superficiale richiama infatti la profondità materica del legno naturale, arricchita da una sensazione tattile morbida e vellutata. Il risultato è una finitura ad alta definizione, in grado di generare riflessi e variazioni cromatiche assimilabili all’effetto del tranciato laccato, mantenendo le caratteristiche tecniche del laminato decorativo.
breggiato, fiancheggiato da abbeveratoi e giardini che accompagnano all’interno della casa.
L’atrio illuminato da un lucernario si apre su una maestosa corte centrale che funge da fulcro attorno a cui si avvicendano gli ambienti principali della casa. L’organizzazione verticale degli spazi, con altezze che variano dai 3,6 metri dei patii esterni ai 12 metri del cortile centrale, permette una circolazione fluida dell’aria e crea volumi di transizione tra interno ed esterno. La luce solare indiretta, filtrata attraverso archi e pietre perforate, disegna inoltre suggestivi giochi di ombre che mutano durante il giorno aggiungendo ulteriore profondità alle stanze.
MATERIALI E LAVORAZIONI LOCALI
Costruita interamente in arenaria locale, facilmente reperibile nelle vicinanze, e impiegando maestranze e lavorazioni artigianali esclusivamente della regione, Narsighar si presenta come esempio eloquente di architettura vernacolare sensibile al tema della sostenibilità. Dalla pietra al marmo, dal legno all’intonaco di calce, ogni elemento proviene dal Rajasthan, sottolineando il forte legame tra la casa e il suo contesto territoriale.
Progettata con attenzione all’aspetto climatico, culturale e paesaggistico del luogo, Narsighar riporta in vita i principi costruttivi tradizionali indiani, offrendo una residenza pensata per durare nei secoli e accogliere le generazioni future.
KERAKOLL COLORS un progetto cromatico tra estetica,
sostenibilità e design
Lontano dall’essere mero dettaglio estetico, il colore è linguaggio creativo che trasforma lo spazio in esperienza, accompagna la vita quotidiana e rappresenta un segno distintivo nel design contemporaneo. Con questa consapevolezza Kerakoll, brand di riferimento per le resine e i materiali decorativi, inaugura un nuovo capitolo cromatico presentando Kerakoll Colors, un progetto inedito che mette al centro la forza del colore con una collezione di pitture, smalti, rivestimenti, resine decorative e tecniche, vernici, stucchi e sigillanti, coordinati in un’unica palette di 1.500 tonalità per interni ed esterni.
La proposta intende porsi come strumento di progettazione integrato e sofisticato in cui convergono raffinatezza, funzionalità e sostenibilità. Un’evoluzione che raccoglie l’eredità delle precedenti collezioni Warm e Color Collection per ridefinire l’uso del colore nell’architettura, volgendolo in vero e proprio elemento progettuale in grado di contribuire all’armonia visiva degli ambienti che veste.
Diverse sono le gamme di cui si compone l’offerta Kerakoll Colors: alcune già lanciate - come Color Collection, con le sue resine tecniche e decorative, i micro-film e i parquet, e Color Fill per la stuccatura e la sigillatura decorativa - e altre concepite esclusivamente per questa nuova fase, come Color Interior e Color Exterior per la decorazione di interni ed esterni.
Concepito come un grande contenitore cromatico, Kerakoll Colors prevede 8 Color
Chart selezionate con cura in base ai trend attuali della progettazione: Neutral, Blue, Green, Brown, Yellow, Terracotta, Magenta e Purple sono pensate per creare abbinamenti contemporanei e di forte impatto, moltiplicando così le possibilità di scelta all’interno di una stessa colorazione.
Le Chart sono costituite da nuance polverose e brillanti che comprendono quattro scale di tonalità: Light, Mid, Deep e Bright. Ogni colonna è composta da una scala cromatica di intensità crescente: dalle tinte chiare, tendenti al bianco, si passa a quelle più sature fino alle tonalità scure.
I toni Light, Mid e Deep, già presenti nella palette Color Collection, sono stati ora arricchiti e ampliati nei colori e nelle sfumature. I Bright sono l’esclusiva novità di Kerakoll Colors, con tonalità brillanti e decise.
La modalità di lettura della Color Chart, già introdotta e codificata da Kerakoll nel 2021 con Color Collection, è stata mantenuta: in verticale è possibile ottenere abbinamenti tono su tono e creare ambienti che si distinguono per continuità cromatica; in orizzontale si hanno toni di uguale intensità e saturazione, garantendo un uso armonioso del colore senza contrasti netti.
CONTINUITÀ
VISIVA DAGLI INTERNI AGLI ESTERNI
Dedicata agli interni, Color Interior mette a disposizione pitture, fondi, smalti, rivestimenti, pitture texturizzate, prodotti speciali e micro-film, studiati per arricchire e personalizzare gli ambienti residenziali - dalle ville classiche agli appartamenti moderni e ai loft industriali - così come spazi commerciali, retail, contract, hotellerie e ristoranti. La varietà cromatica, che spazia dalla delicatezza dei toni pastello alla vivacità delle tinte più intense, consente di interpretare ogni progetto con stile, assicurando applicazioni facili, finiture impeccabili e di lunga durata.
Per gli esterni, Color Exterior propone rivestimenti, pitture, smalti, intonachini, fondi finitura, primer e prodotti speciali come impregnanti e consolidanti, sviluppati per proteggere e decorare le facciate. Con una selezione di 1.000 colori tra quelli di Kerakoll Colors, la linea permette di creare continuità cromatica con gli interni o con tinte già esistenti, integrandosi nel paesaggio urbano e architettonico. Le formulazioni sono studiate per preservare l’integrità dei manufatti e assicurare resistenza allo sbiadimento, mantenendo inalterata la qualità estetica nel tempo.
SOSTENIBILITÀ E ALTE PERFORMANCE
Tutti i prodotti Kerakoll sono pensati per offrire ai professionisti soluzioni innovative, sicure e sostenibili, e la nuova gamma Kerakoll Colors si inserisce perfettamente in questo approccio, combinando qualità sostenibile e prestazioni elevate. Le formulazioni rispettano i limiti di emissione più stringenti stabiliti dallo schema AgBB 2021 e dal GEV-EMICODE, rendendo diversi prodotti Kerakoll Colors idonei ai principali protocolli di sostenibilità degli edifici come CAM, LEED, WELL e BREEAM. L’attenzione all’impatto ambientale si riflette anche nella riduzione al minimo delle emissioni di contaminanti chimici durante la produzione, per garantire una migliore qualità dell’aria sia agli operatori in fase di applicazione sia a chi vive quotidianamente gli spazi. Inoltre, ogni prodotto della linea viene analizzato attraverso lo studio EPD (Dichiarazione Ambientale di Prodotto), che valuta gli impatti ambientali lungo l’intero ciclo di vita.
Un impegno che si estende oltre la gamma stessa e che trova conferma nel riconoscimento internazionale ottenuto dall’azienda: Kerakoll è Società Benefit certificata B Corp, un traguardo che attesta la volontà di coniugare innovazione, responsabilità sociale e rispetto dell’ambiente.
Art Direction Kerakoll | Photography Daniel Farò | Set Design Greta Cevenini
ECO&INNOVATION
ph. Heidi Jalkh
CONQ
Materiali bio-based di origine marina
Si chiama CONQ il progetto con cui l’architetta ambientale Angie Dub e la designer sperimentale Heidi Jalkh, entrambe attive a Buenos Aires, esplorano il potenziale dei rifiuti marini – in particolare dei gusci di ostrica –come risorsa per sviluppare materiali sostenibili destinati all’ambiente costruito. Ogni anno, oltre 10 milioni di tonnellate di conchiglie, provenienti principalmente da ostriche, vongole, capesante e cozze, vengono smaltite come rifiuto, nonostante l’elevato contenuto di carbonato di calcio che le rende preziose dal punto di vista compositivo. Attraverso un approccio sperimentale e interdisciplinare, Dub e Jalkh uniscono gusci sminuzzati e biopolimeri derivati dalle alghe, ottenendo una bioceramica a freddo completamente realizzata a partire da biomassa marina. Il risultato è un materiale a basso impatto ambientale, che non richiede energia termica per essere prodotto e si colloca all’intersezione tra architettura, design, artigianato e ricerca scientifica. Il progetto si interroga su come risorse marine considerate scarti possano diventare la base per un nuovo paradigma materiale, promuovendo un dialogo critico tra ambiente costruito ed ecosistemi naturali. La ricerca condotta dalle progettiste si sviluppa su più scale: dai componenti modulari per l’edilizia alle catene del valore legate ai materiali locali e al recupero dei rifiuti marini, con un’attenzione specifica ai contesti urbani di Buenos Aires e Berlino, dove risiedono le ideatrici. L’obiettivo è mettere a punto un sistema costruttivo modulare, costituito da frammenti che variano per proprietà meccaniche ed estetiche, offrendo così soluzioni flessibili e adattabili. Lavorando con lo scarto come risorsa primaria, il progetto si ispira ai principi della blue economy, promuovendo modelli produttivi rigenerativi e radicati nel contesto bio-regionale.
ph. Antonio Giancaspro
BRRRICK
Una seduta-scultura in poliuretano riciclato
Ideato da IAMMI e realizzato in collaborazione con ReMat e Pulvera, spin-off creativo di Casati Flock & Fibers, Brrrick è un audace oggetto di design che gioca con materiali e percezioni. Ispirato alla forma iconica del mattone, si presenta come una seduta innovativa che unisce sostenibilità e artigianalità. Realizzato come un’estrusione lunga 20 metri, riproduce l’aspetto di un mattone intrecciato in gommapiuma upcycled. Il rivestimento in flock, ottenuto dalla polverizzazione di scarti tessili di nylon, aggiunge una texture naturale che richiama le calde sfumature della terracotta, garantendo al contempo resistenza e durabilità.
ph. IAMMI
THE GRID
Dall’arredo all’ecosistema rigenerabile
La collezione The Grid di 130 (OneThirty), il brand di design di MagnaRecta, azienda giapponese pioniera nello sviluppo di sistemi avanzati, robotica, intelligenza artificiale e artigianato, rompe con la tradizione per esplorare nuovi orizzonti progettuali, dove ogni pezzo diventa frammento di un universo fluido e modulare.
Dalle poltrone lounge ai divani, dalle pareti divisorie ai sistemi di illuminazione, ogni elemento è realizzato attraverso la tecnologia esclusiva del marchio: una struttura reticolare interconnessa composta da PET monomateriale, interamente riciclabile e riutilizzabile, capace di garantire massima leggerezza e resistenza, oltre ad assicurare una sostenibilità progettuale. Un approccio quest’ultimo, che si fonda sulla conservazione del significato e del valore di ogni oggetto, anche quando viene riparato o trasformato da un processo di “distruzione e ricostruzione” - un concetto che richiama la filosofia del Kintsugi. La tecnologia di 130 (OneThirty) consente di creare un ecosistema fisicamente riciclabile, in cui la rottura di un prodotto non equivale a una perdita di valore. Ogni pezzo può essere riparato e rigenerato, mantenendo intatta la sua essenza e il suo legame con il proprietario.
COTTOZERO
Fatto a mano come “non” si faceva una volta
Alle pendici del Monte Rosa, dove la terra conserva la memoria geologica del tempo, nasce Danilo Ramazzotti Italianhousefloor, azienda che da oltre sessant’anni unisce artigianalità e design con una spinta verso l’innovazione. Fondata nel 1956, la realtà piemontese ha trasformato la lavorazione del cotto e delle maioliche in un’arte radicata nel territorio e alimentata da una passione familiare che si tramanda di generazione in generazione. Nel corso degli anni, l’azienda ha saputo reinterpretare la tradizione del “fatto a mano” in chiave contemporanea, ponendo al centro la ricerca sui materiali e l’attenzione alla qualità tecnica. Un percorso virtuoso che culmina nel 2010, quando dalle fornaci Ramazzotti prende vita CottoZero, un materiale destinato a rivoluzionare il cotto come conosciuto finora.
Realizzato esclusivamente con le argille del Geoparco UNESCO Sesia Val Grande, un’area unica per purezza e varietà geologica, CottoZero è il frutto di un processo lento e meticoloso. Le diverse argille, dopo essere state atomizzate, vengono miscelate in precise ricette, per sfruttare appieno le loro caratteristiche tecniche, e addizionate di pochissima acqua. Una volta impastate all’interno di impastatrici generalmente utilizzate per la lavorazione del pane, vengono poi essiccate lentamente prima della cottura in forni a muffola, dove temperatura e tempi vengono calibrati con cura artigianale.
Il risultato è un materiale resistente, senza l’uso di trattamenti chimici, facile da pulire, antimacchia e a bassissima assorbenza (ridotta del 70% rispetto al cotto tradizionale). Quest’ultima prerogativa permette di non utilizzare cere pellicolanti consentendo così la conservazione di un alto livello di traspirabilità del cotto, caratteristica essenziale per garantire il benessere dell’architettura e di chi la abita grazie all’azione di bilanciamento dell’umidità. CottoZero rappresenta un prodotto da finitura completamente naturale, ecologico e avanzato, che mantiene il calore tattile del cotto fatto a mano ma con prestazioni che lo rendono adatto agli spazi più sostenibili e all’avanguardia, anche in presenza di riscaldamento a pavimento. La sua gamma cromatica - ottenuta senza coloranti artificiali, con la sola miscela delle argille - spazia dai toni neutri ai rossi, fino a inedite sfumature di grigio, verde e azzurro - unica proposta conseguita con l’aggiunta di un pigmento. Numerose sono le collezioni in cui si declina questo peculiare cotto “fatto a mano come non si faceva una volta”: Argille Nobili mette in luce le texture ispirate alle terre delle risaie asciugate dal sole, Terre Pure si distingue per la superficie morbida e spazzolata, Ventilato presenta una superficie uniforme e vellutata dovuta alla levigatura a mano, Pietrame gioca con la presenza di piccoli inerti che producono vibrazioni di luce, Variegato e Sciruss reinterpretano la tradizione lombardo/piemontese del Medone accostando colori classici ad altri contemporanei, mentre CottoZero Italia, CottoZero Italia Antica e Cotto Storico Piemontese, connotate da colorazioni particolari o finitura anticata, sono dedicate alle ristrutturazioni di carattere storico.
In materiale plastico riciclato post-consumo
La seduta Ops! disegnata dallo studio Archivolto per Connubia si propone come progetto ambizioso nato dal desiderio di realizzare un oggetto unico e versatile, adatto a molteplici applicazioni e spazi, sia indoor che outdoor, instaurando un dialogo tra design e sostenibilità. È prodotta in polipropilene riciclato e, per la prima volta, anche in materiale plastico riciclato post-consumo proveniente dal recupero di imballi alimentari tipo tetrapak. Grazie all’utilizzo di tecniche ad alta ingegnerizzazione è stato infatti possibile realizzare un processo per il recupero dei rifiuti di poliaccoppiati tale da creare questo nuovo materiale. Oltre all’innovativa versione in tetrapak riciclato con finitura color sabbia, Ops! è disponibile, con e senza braccioli, anche in polipropilene 100% riciclato nelle varianti colore bianco, nero, canapa, tortora e terra.
DUE SICILIE
Frammenti materici
Debonademeo Studio realizza in collaborazione con Chroma Composites la collezione di vasi e tavolini bassi “Due Sicilie” per la nuova serie Chroma® Objects, una linea inedita di oggetti e arredi in tiratura limitata, realizzati con la materia Chroma® e declinati dalla visione di 12 designer.
Il duo di designer ha attinto ispirazione dai motivi decorativi di origine ancestrale che rivestono i pavimenti, le pareti, gli elementi architettonici, le superfici tessili di chiese, palazzi, piazze e terrazze del Sud Italia. Un alfabeto iconografico reinterpretato, realizzato sotto forma di oggetti e complementi d’arredo.
Le geometrie e i cromatismi mediterranei si fondono alla materia donando vitalità a manufatti caratterizzati da forme essenziali pensate per adattarsi a tutti gli ambienti domestici e non solo.
Nella materia Chroma® sono inseriti, come un prezioso intarsio, frammenti geometrici di travertino di diverse forme e dimensioni, così da creare pattern evocativi ma estremamente leggeri e armonici. Chroma® è un materiale nato dalla fusione tra materiali compositi e frammenti di materiali di recupero dall’alto valore estetico e simbolico.
Attraverso il processo Mersus®, matrici composite si fondono con frammenti di metallo, legno, marmo o pietre preziose, generando vasi e tavolini dalle diverse fogge e colori, unicum originali e dall’inedita irripetibile estetica.
ph. Serena Eller Vainicher /Eller Studio
ELEPHANT FOOTPRINT
Sterco di elefante per sedute
Fondata dalla coppia di designer Birgit Lohmann e Massimo Mini, con la direzione di Pietro Mini, NOT COMPROMISED si pone l’obiettivo di esplorare nuovi modelli sociali, utilizzando l’arte, l’architettura e il design come strumenti di riflessione e cambiamento. L’audace seduta Elephant Footprint creata in collaborazione con l’architetto Boonserm Premthada lo conferma, proponendosi in due nuove varianti interamente realizzate con materiali sostenibili: un mix di sterco di elefante con conchiglie e sabbia, tinti con radici, cortecce, foglie e pigmenti. Nello specifico, il design delle sedute in edizione limitata presenta piastre di mattoni organici su basi di legno con maniglie ritagliate e uno schienale basso. “Il bassorilievo d’impronta di elefante, è come una riflessione sulla grandezza e l’importanza degli elefanti, che pur non potendo essere fisicamente portati in città, sono rappresentati attraverso questi ‘ricordi’ tangibili che ne evocano la maestosità.” racconta Premthada riguardo al progetto che invita alla riflessione sul nostro rapporto con la terra, la natura e gli esseri viventi che la abitano. Nato a Bangkok nel 1966, l’architetto è noto per il suo peculiare approccio che integra intuizione e sostenibilità. Il fondatore del BANGKOK PROJECT STUDIO ha realizzato numerose costruzioni nell’ambito dell’iniziativa governativa “Elephant World” di protezione e valorizzazione dell’habitat. Nel 2025, il suo progetto, che include mattoni realizzati con sterco di elefante, è stato acquisito dal MoMA di New York, dove è esposto come parte della mostra ‘216 Down to Earth’.
Un tavolo “surrealista” in reishi™
La collezione di arredi ideata da Studio TOOJ come esplorazione surrealista della percezione e della materialità si caratterizza per l’anima innovativa e sostenibile data dal rivestimento in Reishi™, il biomateriale ricavato dal micelio proposto da MycoWorks. Spicca per personalità il tavolo angolare a parete DUK, pensato per sfidare il confine tra illusione e realtà: a prima vista sembra un semplice elemento drappeggiato in un angolo, ma ad una osservazione più attenta si rivela vero e proprio piano d’appoggio a metà tra arte e funzionalità. La texture organica del materiale e le sue sottili variazioni esaltano la forma scultorea del tavolo conferendogli inoltre un carattere ecologico. Reishi™ rappresenta infatti una nuova categoria di materiali: naturale, privo di plastica e di origine non animale, disponibile su scala industriale.
ph. Pol Rebaque, courtesy MycoWorks Creative Studio
ARELE
Dalla botte alla chaise longue
Winetage dà nuova vita alle botti in quercia pregiata, utilizzate per l’invecchiamento del vino, trasformandole in arredi dal forte valore narrativo. Ogni creazione preserva la memoria e la materia di questi legni, rivelando l’alchimia del tempo attraverso il design. Emblema di questa metodologia è la chaise longue Arele, realizzata con doghe di botti da 210 cm della storica Cantina Tommasi, simbolo dell’Amarone della Valpolicella, in dialogo con i tessuti del brand di moda Luca Faloni che attingono alle sfumature del vino.
NEW IN TOWN
VETRICERAMICI
Quando la superficie si fa iconica
Negli ultimi anni la ceramica ha conosciuto una profonda evoluzione: da semplice rivestimento è divenuta superficie talvolta dirompente capace di raccontare identità, interpretare tendenze e dialogare con l’architettura contemporanea. Un tempo percepita come mero dispositivo funzionale, si trasforma ora in protagonista degli ambienti, in un medium comunicativo che riflette polifoniche sensibilità estetiche.
Un materiale che si rinnova costantemente grazie all’avanzamento tecnologico e al trend setting, scoprendosi espressione di un modo sempre mutevole di concepire gli spazi abitati, complici molteplici possibilità decorative in grado di evocare ora la natura e la materia grezza, ora la lucentezza dei metalli e l’intensità di rilievi sartorialmente scelti.
Nel dietro le quinte di questo processo si intrecciano le competenze di tecnici, designer e chimici, artefici e precursori del cambiamento su più fronti, chiamati a intercettare stili e inedite direzioni per trasporli in tangibili soluzioni di personalizzazione.
In questo scenario, Vetriceramici rappresenta uno dei laboratori più interessanti dedicati all’innovazione ceramica.
L’azienda combina radici artigianali e tecniche up-to-date per plasmare finiture per superfici dall’alto valore aggiunto: graniglie, smalti, inchiostri e fixer arricchiscono il gres porcellanato con nuove texture, conferendogli profondità e accattivanti sfaccettature, nell’ottica di proporre effetti materici ancor più coinvolgenti e custom, rispondenti alle esigenze della moderna progettazione architettonica e dell’interior design più sperimentale.
Un approccio che unisce intuizione creativa e rigore scientifico, trattando la superficie come territorio di esplorazione in cui ogni dettaglio concorre a definire atmosfere e percezioni multisensoriali.
Ne è emblema la tecnologia BVERSO, ultima milestone nel percorso di ricerca e sviluppo condotto nell’hub di Vetriceramici, volta ad attribuire tridimensionalità e tattilità al manto ceramico, al servizio di linguaggi visivi all’avanguardia. La materia così potenziata si fa veicolo di eloquenza e attenta progettualità, confermando come l’innovazione tecnologica sia una delle frontiere più dinamiche e prolifiche a supporto del design dell’oggi e del domani.
Il viaggio nelle superfici innovative, tra texture, effetti materici e applicazioni esemplari, prosegue nel podcast realizzato da Vetriceramici in collaborazione con MaterialiCasa, dedicato a spunti e suggestioni per immaginare gli ambienti forgiati dai materiali del futuro.
Scoprilo qui
Nesting Room
ABK X MOOOI
Tra sogno e natura prende forma una nuova visione ceramica attraverso la collaborazione tra ABK e Moooi. Il noto brand lifestyle lancia infatti la sua prima collezione di pavimenti e rivestimenti in gres porcellanato Nesting Room che offre un antidoto a un mondo in costante movimento. Le superfici accolgono la quiete delle creature più tranquille della natura per costruire rifugi di pace, ambienti capaci di nutrire corpo e anima. Fedele al processo creativo di Moooi, la gamma trae ispirazione da forme animali organiche, comprese specie estinte. Tre i motivi scelti per Nesting Room - Hypnotic Owl, Reiki Rhea e Cloistered Dove - portatori di forze silenziose ed elementari che riflettono i cicli della natura.
“La collezione di Moooi Ceramic Surfaces trasforma l’ispirazione naturale in un’esperienza tattile e duratura.” racconta Marcel Wanders, Fondatore e Direttore Creativo Moooi. “Nesting Room non riguarda solo le superfici; si tratta di creare santuari di quiete in cui le persone possano riconnettersi con sé stesse e con il mondo che le circonda. Ogni elemento di questa nuova collezione è adatto a hotel, grandi progetti e spazi residenziali.”
Contemporary Wallpaper
WALL&DECÒ
Wall&decò continua il suo percorso di ricerca creativa con nuove moodboard ispirazionali per la collezione Contemporary Wallpaper. 51 inedite grafiche trasformano le pareti in autentiche tele narrative, frutto di un dialogo tra il brand e un poliedrico portfolio di designer. Soulful minimalism è un viaggio visivo attraverso spazi che parlano di quiete e di equilibrio. La luce è protagonista: scivola su superfici lisce, amplificando la sensazione di armonia. La palette di colori è una sinfonia di toni neutri, dove il panna e il beige dominano, arricchiti da improvvisi “lampi” di terracotta. Le forme organiche si fondono con materiali raw, dando vita a un dialogo silenzioso tra l’ambiente e chi lo abita. Con Timeless, ogni ambiente diventa un palcoscenico dove secoli diversi danzano insieme, mescolando texture, colori e materiali in un balletto armonioso. In brown we trust celebra il marrone in tutte le sue sfumature, simbolo di solidità e connessione con la natura.
Full-Colour Collection
ABET LAMINATI
Fondata su una visione orientata alla sperimentazione e al dialogo con il presente, Abet Laminati si distingue per la capacità di intercettare e interpretare le trasformazioni del mercato del design e dell’architettura.
Le collezioni di superfici del marchio, ampie e diversificate, rappresentano un equilibrio tra innovazione tecnologica e sensibilità estetica, esprimendo un linguaggio materico che unisce funzionalità e stile.
Abet propone ora nuove e cromatiche alternative al kraft tradizionale con la Full- Colour Collection, in cui l’anima tecnica del pannello si fonde perfettamente con il decorativo, forgiando armonie tono su tono o sofisticati contrasti. Grazie alle 14 proposte di core colorati in abbinamento a varietà cromatiche e a una selezione di eleganti finiture, il laminato Abet non si limita a un’unica visione, ma esplora così il potenziale tattile e luminoso del materiale. Dalle intense opacità agli effetti materici in superficie, la coerenza tra decorativo e core assicura una percezione di assoluta continuità visiva, offrendo finiture raffinate per ogni concept di interior design contemporaneo.
L’azienda rinnova inoltre il proprio impegno verso un futuro più sostenibile con il progetto Re-Abet, la nuova generazione di laminati in cui il cuore del laminato è realizzato con carta kraft 100% riciclata post-consumo.
Disponibili in versione sottile o ad alto spessore, i laminati decorativi con core Re-Abet coniugano versatilità, prestazioni tecniche e qualità estetica, confermando l’attenzione del marchio per un design consapevole e durevole.
Arialuce CERAMICHE
MARCA CORONA
Arialuce, la prima collezione di gelosie di Ceramiche Marca Corona, realizzata in collaborazione con fornace S.Anselmo, storica realtà italiana specializzata nella lavorazione del laterizio, si arricchisce di tre nuove tonalità: Verde e Blu, pensati per sottolineare la relazione tra ambienti interni ed esterni, e Nero glassa, per una finitura più marcata e profonda. Varianti cromatiche che si affiancano alle tonalità già in gamma: i neutri Naturale, Avorio e Bianco glassa.
La collezione è costituita da volumi estrusi in terracotta che, combinati tra loro, creano strutture architettoniche e di arredo capaci di definire lo spazio indoor e outdoor lasciando filtrare l’aria e la luce. Il ritmo quasi ipnotico dei moduli, scandito dall’alternarsi dei pieni e dei vuoti, disegna trame tridimensionali, funzionali e suggestive. Tre sono gli elementi alla base di Arialuce, sviluppati per offrire diversi pattern grafici e gradi di schermatura: Curve, Pertuse e Asole, disponibili nelle finiture Naturale e Lucido. Il modulo quadrato di Curve (20x20 cm) ricalca le linee morbide di uno dei decori caratteristici del catalogo Marca Corona, generato da una coppia di archi contrapposti che creano al centro un’apertura a forma di goccia. Pertuse e Asole sono state invece progettate a partire da disegni storici conservati in Galleria Marca Corona –l’unico museo d’impresa italiano dedicato alla storia ceramica dell’intero distretto sassolese. Pertuse (12×12 cm) si distingue per la geometria compatta e traforata che modella un reticolo fitto e vibrante, mentre Asole, con la sua sagoma verticale e allungata (12×24 cm), dai profili rettilinei e dai bordi smussati, amplia lo spazio di filtraggio, conferendo leggerezza alla composizione.
L’IVA sugli abbonamenti, nonché sulla vendita dei fascicoli separati, è assolta dall’Editore ai sensi dell’art 74 primo comma lettera C del DPR 26.10.72 N. 633 e successive modificazioni.
Stampa e confezione:
FAENZA PRINTING INDUSTRIES SPA Via Vittime Civili di Guerra 35 - 48018 Faenza (RA)
Tutti i diritti di riproduzione e traduzione degli articoli pubblicati sono riservati. È vietata la riproduzione anche parziale senza l’autorizzazione dell’Editore. Manoscritti, disegni, fotografie e altro materiale inviato in redazione, anche se non pubblicato, non verrà restituito. L’Editore non accetta alcuna pubblicità in sede redazionale. I nomi, le aziende e i prezzi eventualmente pubblicati sono citati senza responsabilità a puro titolo informativo per rendere un servizio ai lettori.
La Direzione non assume responsabilità per opinioni espresse dagli autori dei testi redazionali e pubblicitari.
Kairos Media Group S.r.l., in conformità al “testo unico sulla privacy”, garantisce agli abbonati la riservatezza dei dati usati per gli abbonamenti e per gli scopi tipici della stampa tecnica e la possibilità di modificarli o cancellarli (art. 7 del D.L. 196/2003) a mezzo richiesta scritta.