LETTURA OTTAVA.
IL VENTO.
Difficile a raggiungersi come il vento, vâyuvega o celere come il vento, è una similitudine non infrequente in sanscrito; e come il vento è difficile a raggiungersi, così difficilmente si può la natura di esso determinare. Quando l'inno cosmogonico vedico (Rigv., X, 90) ci fa sapere che Vâyu è nato dall'alito di Purusha, noi ne sappiamo ancora poco, poichè Purusha, il maschio universale, appare, per lo più, un'astrazione. Un inno del X libro del Rigveda(168º) dedicato a Vâta (il vento) mostra ancora maggiore incertezza sull'origine del vento: «Ora la potenza del carro di Vata; esso va stroncando (ogni cosa); lo strepito ch'esso fa è assordante. Esso, toccando il cielo, s'avanza, producendo le (nuvole) rosseggianti, e vien cacciando la polvere della terra. Le mobili (acque) vanno dietro il vento; insieme con esso vanno simili a donne; il Dio, re di tutto quest'universo, se ne viene con esse congiunte col proprio carro. Andante per le vie dell'aria, esso non si trattiene neppure per un giorno; delle acque compagno, primo nato, acquoso, dove è nato, donde provenne? anima degli Dei, germe del mondo, questo Dio va dove vuole; lo strepito di esso fu inteso, ma la sua forma nessuno mai vide.» Il poeta vedico non sapeva dunque onde il vento venisse. Ma l'inno citato ha per noi grande importanza, per quattro nozioni ch'esso ci dà: la prima del vento congiunto con le (nuvole) rosseggianti, la seconda del vento congiunto con le acque, la terza del vento congiunto con le donne, la quarta del vento generatore. Consideriamo bene questi quattro caratteri del Dio Vento vedico, e dovremo rimanere colpiti di viva meraviglia nel ritrovarli tutti nello Spirito Santo cristiano, ossia l'alito sacro, che si manifesta con le
lingue di fuoco, che aleggia sopra le acque del Giordano nel battesimo del Cristo (però si rappresenta per lo più nei Battisteri) e che feconda la Vergine (un sarcofago lateranense rappresenta la Trinità intenta invece a creare Eva, ossia la prima donna). San Paolino, descrivendo un disegno della Trinità ch'era nella chiesa di San Felice di Nola, si esprimeva nel modo seguente:
TotocoruscatTrinitasmisterio, StatChristusamne,voxPatriscoelotonat, EtpercolumbamSpiritusSanctusfluit.
Questo cristiano padre che tona dal cielo è ancora una forma del Dio tonante od Indra, col quale il vedico Vâyu trovasi, per lo più, congiunto. Il vento congiunto con le donne, il vento amico delle donne, è una nozione molto diffusa nella tradizione popolare; anche nell'Eneide virgiliana, Giunone non trova miglior modo di amicarsi Eolo il Dio de' venti, perchè susciti nel mare la tempesta, che promettendogli delle ninfe. Ma delle ninfe conosciamo già la natura acquosa, e spesso nuvolosa. Le mobili ninfe spose del vento son le nuvole che apportano la pioggia. La tradizione popolare rappresenta come stretti parenti fra loro Messer Vento e Madonna Pioggia. Quanto al cristiano Spirito Santo (colomba) non ci sembra recare verun grave imbarazzo. Si volle fare della colomba l'emblema della castità; io credo che sia una nozione intieramente falsa: la colomba è uno degli uccelli più salaci, com'è de' più fecondi; se lo Spirito Santo si trasformò pertanto in colomba, ciò avvenne certamente per altra ragione che non sia quella della purità dei costumi della colomba; probabilmente questa metamorfosi si compì in Grecia e non in Giudea. Qual'è del vento la qualità che ha più colpito l'immaginazione popolare? La sua rapidità che ne fece una specie di messaggiero celeste. Era naturale adunque che si eleggesse come sua figura un essere alato, e tra gli uccelli uno de' più rapidi al volo. Nelle leggende indiane troviamo il falco, l'accipiter(ossia quello delle ali rapide) che insegue la colomba; è, in certo modo, una gara alla corsa fra due uccelli rapidissimi. Qual meraviglia pertanto che, come il fulmine, nel mito vedico, fu raffigurato qual falco, il vento abbia
potuto trasformarsi in colomba? Ma il vento non è solo il rapido, ma anche il forte, il generatore, l'amico delle donne; perciò, come nell'antichità ellenica troviamo il colombo ed il passero sacri ad Aphrodite, così non ci deve sorprendere che lo Spirito Santo abbia pure, nella leggenda cristiana, in forma di colomba, visitato e fecondato la Vergine. Di una vergine che concepisca in modo illegale, suolsi ancora dire con maliziosa indulgenza: Sarà stato il vento, oppure: Sarà stato lo Spirito Santo.
Noi abbiamo già parlato del fuoco generatore. Dicemmo che, nel Natale, il fuoco che si sprigiona dal ceppo dell'albero, ossia l'Albero di Natale illuminato, è simbolo del nascimento del sole, che si fa cadere nel solstizio d'inverno, ossia ne' giorni ne' quali la luce incomincia a protrarsi. Nei presepii cattolici uno de' primi doni che i pastori portano al neonato bambino, sono i piccioni simbolici. Ma il sole ebbe più di un natalizio; noi incominciamo l'anno col primo di gennaio, ossia press'a poco coi giorni natalizii cristiani; ma gli antichi Romani lo incominciavano invece col marzo ventoso, ossia press'a poco verso il ritorno della primavera, il che torna a dire presso alla Pasqua di Resurrezione, nella quale il sole risorge, preceduto, per lo più, da qualche scoppio di tuono. Il vento di marzo e le pioggie d'aprile (mese sacro a Venere primaverile) si succedono. Il vento annuncia la pioggia. Il sole risorge fra il vento e la pioggia; il sole ritorna ad emergere luminoso. Dal cielo nuvoloso, tonante, lampeggiante, vien fuori nuovamente il sole in tutto il suo splendore. La leggenda evangelica ci mostra lo Spirito Santo in forma di colomba con le lingue di fuoco. Ho detto che, talora, nel concepimento vedico i fulmini si svolgevano dalla ruota dell'astro solare chiuso nella nuvola. Poichè, quando il sole è potente, ossia nella stagione calda, il cielo tona, si suppose una natura sola ai raggi solari, ai lampi ed ai fulmini. Siano raggi solari, sian fulmini, quelle lingue di fuoco, con le quali lo Spirito Santo si rivela, appaiono soltanto nella stagione calda e luminosa, diurna, primaverile od estiva. Quindi tutte le forme di fuochi sacri conservate nell'uso popolare rappresentano il fuoco celeste del tempo luminoso nel giorno o nell'anno. Quando si arde la vecchia strega nelle novelline
popolari, quella vecchia ora è la notte che si consuma nel fuoco mattutino dell'aurora, ora è la stagione tenebrosa dell'anno che finisce; quando si brucia a Natale, all'Epifania, al fin di Quaresima, la brutta vecchia, è segno che il sole ritorna pure a trionfare nel cielo; e i tonanti fuochi d'artifizio che sull'ora di mezzogiorno nel Sabato santo, fra il Battistero e il Duomo di Firenze, la colombina di Casa Pazzi viene tuttora ad accendere alla presenza de' contadini, che si radunano a pigliarne gli augurii per sapere se essi avranno buona raccolta, mostrandoci, in forma d'uccello chiaro, lo Spirito od alito santo, sacro vento, congiunto col fuoco e coi tuoni, ci rappresentano ancora la risurrezione del sole primaverile fra venti e scoppi di tuono, i quali abbiamo già detto essere considerati come nunzii, messaggieri del bel tempo. Così i fuochi che s'accendono ancora in più luoghi d'Italia nella vigilia del giorno di San Giovanni, ossia precisamente ne' giorni di solstizio di estate, serbano immagine del trionfo massimo del sole, arrivato, per mezzo dell'Ascensione, ed a traverso le lingue di fuoco della Pentecoste, al suo apogeo.
Noi troviamo dunque lo Spirito Santo congiunto col fuoco. Ma come il fuoco ha virtù generativa, così il vento. In sanscrito, le parole vento e fuoco, cioè anilaed anala, hanno una sola ed identica radice, cioè anche vale soffiare,spirare; il caldo, il fuoco, la sacra fiamma è vita; il soffio, lo spiro è ancora la vita: perciò, come abbiamo, nel citato inno vedico, il Dio Vâtao Vento, primonatoe compagnodelleacque al pari del fuoco, ed anzi anima (âtman) degli Dei (spiritus Dei) e germe (garbha) fecondatore del mondo; così ancora troviamo una strettissima relazione fra la voce greca anemos (vento) e la voce latina anima; così ancora nelle antiche iscrizioni cristiane la parola spiritussanctus è adoperata come semplice equivalente di anima: di un certo Leopardus si dice che reddidit Deo spiritum sanctum. La parte più mobile di noi che s'agita e ci scalda, apparve anche prima che si manifestasse lo Spirito Santo cristiano, come un Dio chiuso in noi:
EstDeusinnobis;agitante,calescimus,illo.
Ma proseguiamo la nostra analisi del Dio Ventovedico. Esso non solo ha il potere di dare la vita, ma, come Agni, anche quello di prolungarla. I venti Marutas sono invocati a portare i rimedii ai devoti. Nell'inno 186º del X libro si canta: «Spiri il Vento a noi un rimedio salutare, al nostro cuore piacevole; le nostre vite protragga. E tu, o Vento, sei nostro padre, nostro fratello, amico nostro; adoprati per la nostra vita. Poichè, o Vento, là nella tua casa si trova l'ambrosia, danne perciò a noi perchè viviamo.»
Vâyu, altro appellativo indiano del vento, ha caratteri analoghi a quelli di Vâta; ma in Vâyusi specifica anco meglio la sua qualità di ventodellatempesta, perciò strettamente congiunto col tonante Dio Indra. Vâyu, che un inno cosmogonico dice uscito dall'alito del Purusha, appare, nell'inno 26º dell'VIII libro del Rigveda, genero di Tvashtar, il Dio artigiano vedico, fabbro e falegname celeste; in altri inni il genero di Tvashtar appare, come vedremo, col nome di Vivasvant. Non è forse intanto senza importanza, per i riscontri comparativi, il ritenere come negli Inni vedici il divino Vâyu o vento, o alito fecondatore, è ricevuto in casa del fabbro o falegname Tvashtar come sposo della sua vergine figlia Saranyû, dalle quali nozze nasce poi Yama, il sapientissimo degli Dei, che muore primo per mostrare agli uomini la via dell'immortalità e della beatitudine; un inno del Rigvedaci fa sapere che Yama nacque da un gandharva (i gandharvâs o andanti nei profumi, sono anch'essi una figura dei venti, che scuotono i profumi dai fiori e li diffondono per l'aria) e da un'apsarâ o ninfa; le ninfe sono le amiche del vento, ed una delle loro virtù è quella di rimaner sempre belle, sempre giovani, sempre pure.
Il Dio Vâyu è pure celebrato nel cielo tempestoso, come bello, sapiente, dai molti occhi, mostrantesi sopra un carro luminoso, tirato insieme col fulminante Indra da molti cavalli rossi, gran bevitore di ambrosia come il suo compagno, e scortato dai proprii figli, i Marutas, che dobbiamo ora studiare. Qui evidentemente si tratta del solo vento nella tempesta; sotto il quale aspetto generalmente fu il vento celebrato negli Inni vedici. Ma, quanto al Vâyu genero di Tvashtar, sposo di Saranyû, padre di Yama, equivalente di Vivasvant, È
non potremmo interpretarlo come il vento tempestoso. È ancora sempre il vento, ma parrebbe il venticello mattutino e vespertino, congiunto con l'aurora mattutina e vespertina, un vento erotico per eccellenza, uno zeffiro; ond'è che ora Vivasvant il sole mattutino, e Saranyû la ninfa aurora, appaiono insieme a generar Yama, il sole vespertino, il sole moribondo, il Dio che muore per noi; ora a generare i due Açvinau che rappresentano le due luci crepuscolari.
Vâyuha per radice vâ; ma la radice vâsi confonde con la radice van (e con ven), che vale specialmente amare, desiderare, appetire, raggiungere (e ritorna in Venus, venustus). Il vento penetra dappertutto; l'amore ha la stessa potenza invaditrice: del resto, a dimostrare la parentela delle radici vâ e van basta l'analogia del nostro vento presso l'indiano vâta; presso Vâyu, «vento,» il linguaggio vedico ci dà l'aggettivo vâyu, «appetente» (che ci permette di supporre presso la forma vâyu quella di vanyu). L'equivoco del linguaggio potè pure aiutare lo svolgimento del mito del vento erotico; come l'equivoco tra le voci vayas, vâyasas, «uccelli,» vâyavas, «venti,» potè rendere più frequente la rappresentazione dei venti sotto la figura di uccelli.
Ma la più frequente rappresentazione vedica del Vento è nel suo numero plurale. Vâyu divenne come Eolo il vento per eccellenza, il padre, il re, il Dio dei venti; i venti, che stanno sotto il potere di esso, pigliano il nome speciale di Marutas. Agni Marut è un vento. Nella voce marutsi vide una variante della voce garutche vale ala; il nostro linguaggio poetico ricorda pure frequentemente le ali dei venti. Come Vâyu è l'atmanod animadegliDei, ossia l'animadivina, lo Spirito Santo, come abbiamo veduto l'anima del cristiano, che uscendo dal corpo sale a Dio, chiamarsi Spiritus Sanctus; così, secondo il professore Benfey, i Marutas o venti, o figli del vento, rappresentano le anime dei morti. Se ricordiamo che Yama si rappresenta pure come figlio di Vâyu, non troveremo in questa interpretazione nulla d'impossibile: tuttavia giova osservare come non è questo il carattere proprio dei Marutas, i quali appaiono invece piuttosto come i rapidi, forti, sonanti e brillanti, come i Maschi del cielo (divo maryâs) e come maschio valse virile, così il vero forte, il
vero eroe, il vîra per eccellenza nell'Olimpo vedico è il Marut; come nel Râmâyana le grandi prodezze che fanno a Râma vincere le battaglie sono compiute da Hanumant, figlio del vento Marut; come nel Mahâbhârata, dei cinque fratelli Pânduidi il più poderoso che combatte per gli altri, che sopporta tutte le fatiche, è Bhîma, figlio di Vâyu, il Dio del vento e di Kuntî; come l'uccello Garudasè quello che rende invincibile il Dio Vishnu. Gli Inni vedici rappresentano diversamente il numero dei Marutas; per lo più essi appaiono come tre volte sette, ossia come ventuno; ma talora anche sette, e forse ne' loro tre nomi di Vâyu, di Rudra e di Marutsi manifestarono pure come una sacra trinità, essendo i numeri tree setteconsiderati sacri. Ma talora furono rappresentati tanti Marutas o venti, quanti sono i giorni del mese lunare, ossia ventisette, o tanti quanti sono i giorni della metà dell'anno, in cui dominano specialmente i venti, ossia tre volte sessanta, cioè cento ottanta. I Marutas son chiamati gomâtarâs, ossia aventipermadreuna go, ossia lanuvolamobile, e la nuvola o la tenebra rappresentata come variegata (priçnî) vacca lattifera. Perciò il Yag'urveda nero dice che i Marutas sono nati dal latte di Priçni, ossia dalla variegata, ch'essi considerano come loro madre. Ma, perchè abbiamo già veduto il cielo nuvoloso e il tenebroso celebrato quale oceano, così come i Marutas sono appellati gomatâras o figli della vacca, così ancora si chiamano sindhumâtarâso figlidell'oceano. Un altro loro nome vedico è quello di divas putrâsas, ossia figli del cielo; il cielo comprende qui evidentemente insieme la go ed il sindhu, ossia comprende le due forme mitiche, sotto le quali esso si manifesta nella tenebra notturna e nella nuvola tempestosa. Il nome di divas putra è pure dato a Parg'anya, il temporale e il Dio del temporale, nella quale caratteristica Parg'anya ed i Marutas si trovano pertanto invocati insieme, perchè diano la pioggia; così troviamo congiunti insieme come duali ora Parg'anyae Vâta, ora Vâtae Parg'anya, in quel modo stesso con cui vanno ancora insieme Messer Vento e Madonna Pioggia. E poichè il Dio tonante e fulminante nel temporale piglia nome d'Indra, i Marutas sono chiamati Indravantas, ossia accompagnati da Indra, ed Indra stesso è denominato Marutvan, ossia accompagnato dai Marutas. In questa relazione col cielo
nuvoloso, burrascoso, lampeggiante, tonante, pluvio, i Marutassono celebrati come fiammeggianti, rosseggianti, aurei, splendidamente vestiti con vesti d'oro, aventi nelle mani lancie fulminee, anelli ai piedi, luminosi pendagli sul petto, e ciuffi d'oro sul capo. La natura di guerrieri, nel cielo tonante, è evidente, quando li udiamo chiamare vagrahastâs, ossia aventi nelle mani i fulmini; ma la loro propria natura è sempre quella di ventianche quando si congiungano, come lo Spirito Santo, con le lingue di fuoco; onde li vediamo nell'inno 78º del X libro del Rigveda, risplendere quali vatâsas o venti furiosi impetuosi,come lelinguedeifuochi(agnînâmnag'ihvahvirokinas).
Nell'Atharvaveda (IV, 27) i Marutas portano nel cielo le acque dal mare, e dal cielo le versano sopra la terra; nel 38º inno del I libro del Rigvedaessi oscurano ilcieloper mezzo dellaburrascaacquosa, e ne inondano la terra; ed aprono quindi nuovamente alsolechiuso nella nuvola la sua via celeste. Il vento aduna le nuvole; il vento, insieme coi fulmini, le risolve in pioggia e le dissipa. Tuttociò è un fenomeno naturale, che la poesia potè cantare senza aver bisogno d'immagini mitiche. Ma il mito, anzi il massimo de' miti, si creò per l'appunto nel cielo tonante; e il vento, che muove le nuvole e scatena la tempesta, divenne uno de' principali collaboratori del mito. Il cielo mattutino e vespertino diede occasione a molti idillii e a molti drammi celesti; la grande epopea divina è nata nel cielo tonante, e specialmente nel cielo tonante di primavera. Indra, Zeus, Jupiter, Perkun, Odino trionfano fulminando e tonando. E, poichè i fenomeni della primavera presentano molta analogia con quelli dell'aurora mattutina, de' molti miti che si riferiscono all'aurora, una parte si riscontrò pure ne' fenomeni del cielo tempestoso. Dall'aurora, come dalla nuvola, vien fuori il sole; il sole caccia, disperde, uccide il mostro tenebroso notturno; il sole fulminante atterra il mostro che copriva il cielo, che tratteneva le acque, la pioggia, il nemico Vritra copritore, trattenitore. La somiglianza de' fenomeni che si riferiscono al sole uscente dalla notte con quelli che si riferiscono al sole uscente dalla nuvola, fece sì che una parte de' miti del cielo nuvoloso si trasferisse nel cielo notturno; e Indra si trovi dominante in entrambi i cieli; ma, mentre nella sua lotta contro i mostri tenebrosi della notte Indra ha per suoi principali compagni
gli Açvinâu, nella sua lotta contro il mostro tenebroso della nuvola, i principali compagni d'Indra appaiono i Marutas.
L'alato Eros rappresenta ancora una forma del venticello mattutino, che si unisce con la vergine aurora per generare il sole. L'Eros è chiamato nell'India col nome di Kâma, ossia l'Amore, ilDiod'amore. Il vento dicemmo negli Inni vedici farsi nascere ora dall'oceano, ora dal latte della vacca celeste; il venticello mattutino spira con l'alba, l'aurora viene fuori dall'alba, come Aphrodite vien fuori dalla spuma del mare.
Una delle qualità del vento, celebrate dal Rigveda, è quella di andar come vuole: questo Dio va come vuole (yathâvaçam c'arati devah eshah). Ho già avvicinato l'aggettivo vâyu, «desiderante,» con l'appellativo vâyu, «vento,» accostando le radici vâ e van (amare, onde Venus); questo Vâyu appetente, questo Vâyu desiderante riesce quindi un perfetto equivalente di Kâma,l'amante,l'amore, e il Diod'amore. Come pertanto nell'inno cosmogonico vedico (Rigv., X, 90) abbiamo il Vento qual primo nato dall'alito del maschio universale (vedemmo pure i Marutas denominati maryâs, ossia maschi), così nell'inno cosmogonico 129º del X libro del Rigvedaci si rappresenta come prima creazione Kâma, ossia il Desiderio, l'Appetito, l'Amore. «Kâma nacque primo, che fu il primo seme generatore dell'anima.» Così l'Eros di Esiodo fu il primo nato dal caos. Anima degli Dei, germe del mondo, vedemmo chiamarsi vedicamente ilvento; la natura dello Spirito Santo e quella d'amore sono identiche. Il vento mattutino congiunto con la vergine aurora fa uscire il sole; così la colombina di Casa Pazzi annunzia in primavera il sole risorto; così Tertulliano dice della colomba (che vedemmo già essere sacra nell'antichità ellenica alla Venere Aphrodite, una forma ad un tempo dell'aurora e della primavera, l'aurora dell'anno) ch'essa era: insummaChristumdemonstraresolita, come figura dello Spirito Santo, l'Eros cristiano. Il mito ellenico d'Amore e Psiche è la forma più poetica che abbia assunta la rappresentazione degli amori del venticello con la vergine. L'amore al pari del vento si rappresenta alato; il pensiero e l'affetto volano; perciò l'inno 85º del I libro del Rigveda ci rappresenta i corsieri dei Marutas o venti rapidi come il
pensiero(manog'uvas). Il vedico Kâmaci si rappresenta come figlio della Çraddhâ, che poi divenne la fede; così nel nostro dogma, prima appare la Fede, poi la Speranza, terza la Carità. Dalla fede provengono la speranza e la carità infiammate. In un lungo inno dell'Atharvaveda, riferito dal Muir,[34] troviamo il Dio Kâma, ossia l'Amore, come terza persona di una trinità, nella quale appare primo Indra e secondo Agni: tutti tre salgono sopra lo stesso carro, e cacciano lontano le tenebre maligne. Kâma piglia in quest'inno aspetto di un Dio guerriero, e si unisce al battagliero Indra contro i demoni notturni, come i venti Marutas si uniscono specialmente col battagliero Indra contro i mostri della nuvola. Nel quale carattere Kâmatiene della natura di Ares e Marte(Mamers) Gradivo fratello ed amante di Venere, che corrisponde pure all'indiano vento Marut, guerriero per eccellenza; Marte come i Marutas è un guerriero per passione, ama la guerra per la guerra, è violento, impetuoso, e con tutto ciò, come il vento, tenero per le donne. Il Dio della guerra della tradizione brâhmanica Kârttikeyaè figlio di Agni, il Dio del fuoco, uno degli appellativi del quale è pure Kâma; l'Eros ellenico si raffigura come figlio di Marte, Ares.
Nel citato inno dell'Atharvavedasi nomina primo Indra, il divaspati, il Zeus ellenico; secondo Agni, terzo Kâma. Agni e Kâma sono vicini tra loro come il Figliolo e lo Spirito Santo; ad Agni, figlio delle acque, s'accosta, nella sua forma di spirito alato, l'Amore, che combatte e dissipa la tenebra. Nelle prime rappresentazioni della Trinità cristiana occorre il Padre che esce da una nuvola (Indra, Zeus), il Figlio che sta nell'acqua (Cristo), lo Spirito Santo che gli aleggia sopra. Indra, Agni, Kâma, del citato inno dell'Atharvaveda, ci rappresentano una trinità analoga. Ma più spesso gli Inni vedici raffigurano uniti insieme Indra e Vâyu, Indra e i Marutas; Kâma essendo un equivalente del vento, Kâma battagliero trovasi pure intento con Indra a cacciare i malvagi nemici; l'ellenico Ares, figlio di Zeus e fratello di Venere, è ancora una forma di questo vedico Kâma, che ha insieme le qualità di un guerriero e quelle di un amante. E come Dio d'Amore si rappresenta non solo alato, ma belligero; non solo in forma di rapida amorosa colomba, ma veloce, impetuoso uccello, Garuda o
Garutmant, Garutvant; ed il Marut e il Marte rappresentano, ad un tempo, la forma dell'amore violento ed il guerriero; il guerriero è un amante e l'amante un guerriero. La parola indiana che esprime l'odio è dvish; or bene dvish non è altro che un desiderio violento; la radice ish ha due significati analoghi: l'uno è quello di arrivare, penetrare,spingere; l'altro è quello di desiderare,volere. Il desiderio è il moto verso una cosa amata; assalendo con violenza l'oggetto, ossia quando l'appetito diviene impeto, l'appetente impetuoso, l'amatore riesce un guerriero. Per questa stessa associazione d'idee, le parole greche Ares, Eros, Eris, poterono avere una radice comune
ar analoga di Var.[35] Vara è in lingua indiana, come Kâma, il Desiderio, e quindi losposodesiderato, l'amoredellasposa,l'oggetto de' suoi amori, il bello, il prediletto, dalla radice var, «desiderare, volere, amare» (cfr. Varyache si dà pure come un appellativo del Dio d'amore), e, certamente, nel suo senso primitivo spingersi verso, penetrare, per la stretta analogia che passa tra le radici ar e var, cui è da aggiungersi ancora tvar, che vale affrettarsi, andare in fretta verso, identica a quella che abbiamo notata fra ish, «penetrare» ed ish, «desiderare.» Io avevo ritenuto fin qui che la parola indiana dvish, che esprime l'odio, valesse propriamente ildesiderioindue, e che nella parola duellum, da cui nacque bellum, fosse contenuta la stessa idea di un velleindue. Ma, per quanto una simile etimologia possa illudere, uno studio meglio approfondito mi obbliga a rifiutare questa illusione etimologica, ed a considerare il latino duellumcome parola corrispondente della radice tvar, «andar con impeto,» da raffrontarsi con var e ar (per la mediazione di dvar), ed il sanscrito dvish, «odio,» come un equivalente originario di tvish, che vale nel linguaggio vedico, impeto, furia. La guerra è una furia, una Erinni; Tvaritâ è un appellativo della furia indiana Durgâ. Eris e la Erinni sono le impetuose, le furenti; Ares è l'impetuoso, il furioso; Arai chiama Eschilo le Erinni; e non è per noi quindi nessuna meraviglia che il vedico guerriero Vâyu il vento abbia sposato la rapida, ossia violenta Saranyû, in cui Max Müller riconosce l'aurora, ed il Kuhn il fulmine, l'uno l'Elena, l'altro la Erinni, e tutti e due i dotti con molta ragione. Il loro torto, se torto vi ha da essere, incomincia solamente,
per quanto mi pare, nell'isolare come essi fanno le loro ragioni reciproche invece di porle d'accordo. Saranyûvale larapida; le radici ar, sar ebbero significato comune; il vedico ara vale veloce, e sarat ha lo stesso senso; Saranyûvalse forse lacorrentevelocementeo la corrente dietro il veloce, e s'interpetrò forse per la corrente via dal veloce; la leggenda vedica rappresenta Saranyû che fugge via, in forma di cavalla, per non essere raggiunta dallo sposo che le fu destinato dal padre, e che piglia nome ora di Vâyuora di Vivasvant, ma con cui finisce pure con l'unirsi per generare ora Yama, ora i due Açvinâu. Certamente vi sono tra la leggenda vedica di Saranyû e la ellenica di Elena molti più caratteri affini che non si trovino tra essa ed il mito delle Erinni. Ma è un solo punto che divide un mito dall'altro. Quello che qui importa notare è che come nel linguaggio vedico, presso ara, penetrante, veloce, troviamo ari il violento e quindi il nemico, così presso l'Eros ellenico troviamo l'Eris, le Erinni od Arai ed Ares; così nel sanscrito, presso ish il desiderio, troviamo ishira il fuoco, ishu la saetta; presso ishma equivalente di Kâma desiderio, troviamo Ishma equivalente di Kama o Kandarpa il Dio d'amore, ishvâsaarco ed arciere. Il Dio amante, il Dio penetrante si trasforma così in Dio saettatore; il veloce, l'ardente, l'alato si fa guerriero. Un inno dell'Atharvaveda(III, 25) ci rappresenta già il Dio Kâma che con un dardo aguzzo e formidabile ferisce il cuore.[36] Kâma raccoglie dunque in sè le qualità erotiche ed eroiche dell'Eros che distinguono il Dio Ares e Marte greco-romano, e che si trovano già riunite nei vedici Marutas e nel figlio di Marut Hanumant, il prediletto di Sita presso il Râmâyana, premiato con amore riconoscente qual suo liberatore; nel figlio del vento Bhîma, nel quale, presso il Mahâbhârata, confida specialmente la sposa dei fratelli Pânduidi Drâupadi, e cui si elegge come proprio sposo la sorella del mostro Hidimba. Nella figura di Kâma e di Eros prevale l'amatore; nella figura dei Marutas e di Ares e Marte, il guerriero; Kâma è piuttosto idillico, i Marutas sono specialmente eroici; ma i loro caratteri tuttavia s'incontrano talora, a motivo della loro prima materia mitica comune, ch'è il vento: abbiamo già detto che nella mitologia ellenica Erosappare figlio di Ares, ossia AmorediMarte. In
Roma le feste di Marte si celebravano nel mese di marzo, ossia nel noto mese dei venti; e i giuochi, coi quali si celebravano, chiamavansi equiria, dalle corse de' cavalli. Così sono spesso celebrati negli Inni vedici i cavalli dei venti, dei guerrieri Marutas, rossi, aurei, macchiettati (scambiatisi talora con macchiettate antilopi). I Marutas combattono con le lancie, come il Marte latino si manifesta congiunto con Quirinus, il Dio armato di lancia. Nel Rigvedala loro forza, il loro valore, la loro onnipotenza si celebra dai poeti in modo che il loro sommo duce, il Dio Indra, ne piglia dispetto e gelosia. Di questa gelosia tra Indra ed i Marutas troviamo parecchi indizii negli Inni vedici; Indra si sdegna delle lodi e delle oblazioni che i devoti offrono ai Marutas, porta via ad essi i tori ch'erano loro stati offerti, e minaccia di annientarli; allora il devoto pone, per timore d'Indra, da parte le oblazioni destinate ai soli Marutas; il saggio Agastya interviene a pacificare gli Dei fra loro, e si risolve di non offrir più tori ai Marutas, senza offrirne pure nel tempo stesso ad Indra. Queste nozioni leggendarie, che si formano sopra il mito, provano solamente la stretta relazione che hanno i Marutas col cielo tonante e fulminante; quando i Marutas ed Indra si separano e sono in discordia, ossia quando i venti appaiono isolati, senza i fulmini ed i tuoni, fuori del cielo tempestoso, pèrdono della loro grandezza eroica; il vento diviene un personaggio epico nel solo cielo tenebroso e tempestoso, ma in quest'ultimo specialmente; perciò si spiega la stretta relazione di Indra tonante e pluvio coi Marutas, di Zeus con Ares e con Marte, di Odino con Thor e con Thunar.
LETTURA NONA.
TVASHTAR IL FABBRO DEGLI DEI.
Noi siamo presso che giunti a mezza via, e non abbiamo fin qui incontrato ancora alcun Dio, il cui appellativo non sia al tempo stesso un nome comune. Noi discorremmo, nel vero, del Cielo, dell'Aurora, del Sole, della Luna, del Fuoco, dell'Acqua, del Vento, ed abbiamo potuto persuaderci come non solo gli Dei che descrivemmo siano congiunti con que' fenomeni e con quegli elementi della natura celeste, ma come, senza di essi, non sarebbero nati e non avrebbero potuto sussistere in alcun modo. Chè, se non ci accadde nè pure fin qui di trovarci di fronte alcun Dio, con persona viva bene spiccata e distinta (se bene in ciascuno di essi ci sia stato possibile il riconoscere alcuni caratteri specifici), di questo, se così posso chiamarlo, difetto nella personale evidenza del mito, la ragione è la stessa origine fisica del mito, della quale gli antichi creatori di miti dovean serbare viva la coscienza. Il fenomeno fisico è talora cantato negli Inni vedici come tale, talora rappresentato con una immagine animata od animale. Questa immagine può scomparire per ritornare; ma ritorna sempre in fenomeni somiglianti: essa serba cioè sempre alcuna traccia della sua prima origine, non solo celeste, ma congiunta con un ordine speciale di fenomeni e di relazioni celesti. Così dicemmo, che, per la loro conforme capacità d'allargarsi, la Prithivî celeste è ora la nuvola, ora la tenebra, ora l'aurora; per la loro comune mobilità, l'aurora come la nuvola piglia il nome di go, e, con questo appellativo, poichè go è chiamata la vacca, si immaginò la vacca aurora, la vacca nuvola. Il mito primitivo ha sempre dunque le sue radici in un terreno fisico che gli è proprio, ossia si produce in un ordine di fenomeni fisici celesti, che si può presentare con
parecchie varietà, ma in ciascuna delle quali si conservano alcuni di que' caratteri particolarmente geniali ad una particolare famiglia mitica. De' miti che nascono, gli uni cadono senza vegetare sopra lo stesso terreno che li produce; gli altri germogliano in modo che si vede solamente la pianta, e non si può più, se non per una diligente investigazione, ritrovarne le radici fondamentali. De' nomi, alcuni hanno una scarsa virtù etimologica, altri recano invece una viva potenza scultoria; quelli che esprimono troppo poco, e quelli che scolpiscono molto vivamente, sono efficaci operatori di miti: l'açu, che diviene açva, ossia ancora il rapido, poichè açvaè pure il cavallo, genera il Diocavallo; l'urvâçivale propriamente lavastapenetrante, la vasta avanzantesi, e potremmo aggiungere la vasta rapida; nella leggenda di Urvâçî abbiamo veduto che essa è l'aurora celebrata come la prima ad arrivare, non solo, ma ch'essa fugge da Purûravas, il quale la insegue. Io non ho bisogno d'avvertire la stretta parentela mitica fra questa Urvâçî, che passa fuggente dal proprio sposo e Saranyû, figlia di Tvashtar, la quale in forma di açvâ, ossia di rapida, fugge dallo sposo Vivasvant destinatole dal padre. Ma açvâ, oltre la rapida, significò pure la cavalla; quindi da un equivoco nato sopra una parola di potente significato etimologico, il mito mostruoso della
Dea aurora rappresentata come açvâ o cavalla, e del sole che si fa açva rapido, ossia cavallo per inseguirla, e per congiungersi con lei. Presso queste parole di una singolare potenza etimologica, ve ne sono altre che non ne hanno quasi più alcuna; tale, per esempio, Brahman, che servì poi a denominare il Dio supremo dell'Olimpo brâhmanico. Non rappresentando questo nome, in modo espressivo, nulla di specifico, potè adoperarsi, per qualche ideale concepimento, a significare il nume universale, quando, popolatosi il cielo di numi, si sentì il bisogno di dar loro un reggitore, quando, scemato nell'uomo il sentimento della propria energia, si sentì il bisogno di adorare e d'invocare, con un sol nome, tutte le forze della natura sovrastanti all'uomo. Ma, tra un periodo e l'altro di creazione mitica, quello con cui i miti principiano e quello con cui essi finiscono, vi è un periodo intermedio, nel quale i miti si svolgono, ne' quali si vede distinta una persona divina, e non si scorge quasi più il fenomeno fisico che la muove. A studiar questo periodo siamo ora pervenuti
nella nostra peregrinazione a traverso l'Olimpo vedico. Noi arriviamo ad un momento, nel quale il Dio incomincia ad essere qualche cosa, qualche persona vivente per sè; esso si estrinseca artisticamente col suo appellativo dalla immediata realtà fisica, per divenire specialmente un carattere drammatico. Vedemmo già staccarsi l'eroina dall'aurora, l'eroe dal vento, dal fuoco, dal sole, dai fenomeni del cielo tenebroso e tempestoso; ma il loro carattere eroico o ci apparve mobile ed incostante, o si confuse intieramente col carattere del fenomeno fisico. I Marutas ci conservarono più fedelmente il loro tipo eroico, e però li studiammo sul punto di passare a considerar di proposito il mondo eroico vedico; ma dicemmo pure che, come il loro nome, così le loro opere lasciano trasparire la loro propria natura di Venti. Ora passiamo invece a studiar numi, gli appellativi de' quali non ci rivelano punto il loro speciale carattere fisico celeste. — Tvashtardice ilfabbro; Indra, come vedremo, l'intermedio;Açvin, il cavaliero; Yama, l'infrenatore: evidentemente questi quattro appellativi non lasciano a noi trasparire alcun fenomeno fisico immediato; e pure, fra tutti gli Dei vedici, essi son quelli che hanno carattere più spiccato e costante; anzi, se si aggiunga a questi quattro numi l'Aurora ed i Marutas, si può dire d'avere in essi rappresentato tutto ciò che l'Olimpo vedico può offrirci d'essenziale.
Il nome del nume non basta dunque più a tradirci la sua natura fisica. Ma ciò non toglie tuttavia che questa non possa venir rintracciata, e che non ci sia concesso di determinare in modo probabile l'ora ed il campo celeste, nel quale il Dio si manifesta.
A me verrebbe, anzi ogni cosa, la tentazione di domandarvi se non vi è mai accaduto di fantasticare, in solitudine montana o campestre, con l'occhio rivolto ad un bel tramonto di sole; e, posta questa prima domanda, vorrei sapere da voi se non siete stati colpiti di viva meraviglia nell'osservare le mille foggie fantastiche che piglia il cielo ad Occidente, ora rosso color fuoco come una fucina ardente, ora oscurantesi come per fumo improvviso che ingombri la vasta fucina celeste. E perchè io suppongo la immaginazione vostra non meno vivace della mia, vi racconterei che una sera d'estate (le feste vulcanalia celebravano i Latini il 25 agosto) dai colli di Signa io
considerava un tramonto di sole straordinario. Il sole avea già ritirato i suoi raggi, ed il cielo occidentale ardeva in una forma di meravigliosa architettura; pareva tutto un tempio illuminato, con archi e colonne d'oro, con uno sfondo scuro, dal quale vedevansi, di tratto in tratto, come avviene nella stagione estiva, balenar lampi; a un tratto vedonsi le ignee colonne crollare, il tempio precipitare, il fantastico edificio svanire, ed io esclamo involontariamente: Ecco Sansone! Sì, Sansone che perde la forza, nella sera della sua vita, quando gli tagliano i capelli, come il sole quando perde la sua chioma. E sapete voi chi è la Dalila, la bella traditrice? L'aurora vespertina che attira nelle sue lusinghe il sole, e lo accieca, ossia lo toglie alla vista, e lo spoglia dell'ornamento della sua chioma, ossia gli toglie la forza. Ma l'acciecato Sansone si vendica, facendo crollare il tempio, ove si festeggia, sopra il capo de' festeggianti suoi nemici, i compagni della Dalila. Più spesso ancora m'è accaduto di osservare nel cielo vespertino la magica fucina ardente, ed il sole che s'era chiuso in essa, non meno che il sole chiuso nella nuvola, mi rappresentava ora lo stregone, ora il famoso Ciclope, il fiero monoculo, di cui si trovò poi l'equivalente sulla terra nel cratere vulcanico, lo spaventoso occhio ciclopico. E, dalle frequenti osservazioni del cielo vespertino, non mi rimase più alcun dubbio che il fabbro mitico non sia da ricercarsi in esso come nel cielo nuvoloso lampeggiante. Ma io non sono un autore, sì bene un espositore di miti; e voi non vi contentereste sicuramente delle mie illusioni mitiche; ed avreste ragione di non contentarvi, ove non si potesse pur dimostrare come ne' miti del mostruoso vedico Tvashtar, dello zoppo ellenico Hephaistos, dello zoppo latino Vulcano, tre rappresentanti bene determinati del fabbro celeste, che diviene poi il mago delle novelline, il diavolo zoppo della leggenda popolare cristiana, tutto concordi con quelle immagini che si rinnovano al rinnovarsi d'un antico fenomeno, ossia del chiudersi del sole nella notte, passando per le fiamme del cielo vespertino, e del chiudersi del sole nella nuvola, onde si manifesta col guizzare dei lampi. Ed ora esaminiamo la natura del Dio vedico Tvashtar.
Incominciamo dall'etimologia della parola. Tvashtarvale vedicamente il fabbro, il falegname, l'artefice, dalla radice tvaksh, come in sanscrito han lo stesso significato le parole takshitar , takshaka, taksha,dalla radice taksh. Ma il fabbro, il falegname, propriamente, non crea dal nulla; esso forma soltanto, ossia dà una forma, una veste: il senso primitivo della radice tvaksh fu quello di coprire, vestire (come abbiamo presso la radice tvish, la radice vish, così è forse lecito presso tvaksh, «coprire,» ricordare tvac', «pelle» e la radice vas, «coprire, vestire;» il passaggio della palatale sibilante in cerebrale innanzi alla t dentale iniziale di suffisso che diviene quindi anch'essa una cerebrale, è ovvio nella fonetica sanscrita). Tvashtar, prima del fabbro, formatore, dovette essere ilcopritore, il velatore; ora questa coperta, questo velo, questa veste, questa pelle celeste può essere scura nel cielo tenebroso notturno, luminosa nell'aurora mattutina e vespertina, varia nel cielo nuvoloso. Perciò il sole che si chiude nella notte, il sole avvolto dalle luminose aurore, il sole chiuso nella nuvola, se non è egli stesso il copritore, il velatore, dà origine ad un suo alter-ego, che piglia nome ed ufficio di Tvashtar o Dio copritore, Dio formatore. Ma un Dio che abbia il potere di rendersi a suo piacere invisibile, di porsi sotto una cappa od un cappello invisibile, ossia di crear tali forme che lo rendano invisibile, di crearsi qualsiasi forma, di divenir viçvarûpa, ossia onniforme, non può operare che per arte magica; e l'arte magica ch'egli conosce è appunto quella, per cui Tvashtar riesce nell'Olimpo vedico il più operosodeglioperaidivini(Tvashtâmâyâhvedapasâmapastamah; Rigv., X, 53). Nel suo potere magico di creare qualsiasi forma, Tvashtar diviene in cielo l'artefice universale, del male come del bene; egli foggia, per esempio, armi fatate, armi di ferro dalle mille punte, fulmini d'oro ad Indra, ed egli stesso genera il nemico d'Indra, il mostro dalle tre teste, dalle sette corna, onniforme o Viçvarûpa come il padre, cui Indra ucciderà; poich'egli, divenuto fabbro, assunse pure anticipatamente le forme del creatore Brahman (Brahmanaspati si dà pure come creatura di Tvashtar, il quale gli appresta una scure di ferro). Noi diciamo del diavolo ch'esso non è poi tanto brutto quanto lo fanno. E nelle novelline popolari troviamo ora il buon mago, ora il diavolo benefico che ce lo provano. Ma il
solo mito può dichiararci il senso di questa eresia. Per un ortodosso il diavolo non può essere altrimenti che brutto. Ma, quando ci possiamo persuadere che il diavolo mitico non è altro, insomma, se non il Dio, ossia il luminoso nascosto, non ci meraviglieremo di trovare presso il mostro, che conosce tutto il male, il sapiente che possiede tutte le malizie, e che può quindi fare il bene non meno che il male. Voi avrete inteso sicuramente raccontare qualche storiella popolare intorno al fanciullo creduto scimunito che va all'inferno, apprende dal diavolo ogni segreto, e torna alla casa paterna ricco e sapiente. Non vi rechi meraviglia l'intendere che gli Inni vedici ci offrono già i germi di questa storiella. Tvashtar, il fabbro per eccellenza, dalle buone opere (svapas, sukr'it), dalle ottime mani (supâni), il creatore, che può creare, a suo piacere, forme d'uomini, di donne, d'animali, ed ogni magìa, che conosce tutte le vie segrete, il sapientissimo, è pure il ricchissimo, invocato perciò dal devoto per esserne arricchito. La ricchezza e la sapienza sono pure il dono dell'ellenico Plutone e del diavolo della tradizione popolare cristiana. Ma il diavolo non è solo. Tvashtar ha in sua compagnia ora gli Angirasas, specie di messaggieri, di angeli, ora le donne gnâs, g'anâyas; ed anche qui dovette accadere un equivoco del linguaggio, per la confusione della radice g'nâ, «conoscere,» con la radice g'an, «generare.» Delle donne si dice che ne sanno un punto più del diavolo: quando l'eroe mitico è tradito, a tradirlo interviene sempre una donna; quando è tradito il mostro, è la sua sposa o figlia innamorata del giovine eroe mitico che salva l'eroe minacciato di morte; la sorella del mostro Hidimba, nel Mahâbhârata, per amore dei giovani Panduidi, è cagione della morte del proprio fratello; nel Râmâyana, se Râma consentisse ad amare la sorella di Râvana, Râvana sarebbe perduto, senza che fosse necessaria la guerra micidiale che lo sposo di Sìtà imprende contro il re di Lañka. Le gnâs o donne sono quelle, con le quali, secondo gli Inni vedici, Tvashtar (una forma iniziale di diavolo vedico) esercita specialmente il proprio potere; perciò un devoto, nell'inno 35º del VII libro del Rigveda, lo invoca propizio insieme con le donne(Çam nas tvashtâgnâbhir iha çrinotu).
Ma il diavolo non solo ha con sè buona compagnia, ma piglia pure allievi per istruirli; e, per lo più, avviene che l'alunno venga a superare il maestro, che il diavolo nuovo vinca l'antico, il che torna quanto a dire che il Dio vinca il Demonio, dopo essere stato nella casa del demonio; ossia lo stesso essere mitico entrando nella tenebra si duplica e moltiplica pel duplicarsi e moltiplicarsi di un'espressione mitica o più tosto per l'incontrarsi di una serie duplice di espressioni mitiche. Si disse probabilmente da prima: Il sole è entrato nella tenebra; il vecchio sole è entrato nella tenebra; il sole imbecillito, il sole impoverito, ossia il povero imbecille è entrato nel regno tenebroso; ossia il povero inesperto, lo sciocco, o il finto sciocco, è andato all'inferno. — E si disse ancora: Il luminoso, aureo, ricco sole fu coperto dalla tenebra; la tenebra copre, nasconde i tesori luminosi; ossia la ricchezza, la luce sono nascoste dal demonio della tenebra. — Ed infine si conchiuse: Il povero imbecille entrato nel regno della tenebra trovò il signore del regno tenebroso o infernale, e gli sottrasse la scienza, ossia la luce, la ricchezza, i tesori, ossia l'aurora, l'aureo sole. In altre parole, il sole mattutino vien fuori luminoso, ossia sapiente, aureo, ossia ricco dalla tenebra infernale. La casa del diavolo nel mito incomincia nel cielo vespertino (o nell'autunno) e finisce a traverso la notte scura (o l'inverno), nel cielo mattutino (o nella primavera), il luogo in cui accadono le nozze dei due giovani sposi (il nuovo sole e l'aurora o la primavera) insieme col bruciamento della vecchia strega (la notte, la stagione invernale che avea incominciato le sue malìe nel cielo vespertino ed autunnale, cercando di precipitare nel pozzo la bella fanciulla, e di perdere l'eroe solare). La casa del diavolo si riproduce poi ancora per fenomeni fisici conformi nel cielo nuvoloso, lampeggiante, tonante, fulminante. Il vecchio sole, che si chiude nell'aurora vespertina (o nell'autunno) e poi si nasconde nella notte (o nella stagione invernale), nella selva notturna, nella caverna notturna, appare un mago, un demonio. Ma poichè al vecchio sole della sera (o dell'autunno) succede il giovine sole del mattino (o della primavera), questo appare ora suo allievo, ora suo figlio adottivo, ora suo genero, come Vivasvant, che sposa Saranyû figlia di Tvashtar (abbiamo pur già detto che, invece di Vivasvant, appare talora come sposo di Saranyû il Dio Vâyu, il vento
erotico che diviene quindi eroico, la brezza crepuscolare, lo zefiro primaverile che si trasforma nelle imprese mitiche in un vento gagliardo, che porta le montagne celesti, ossia le nuvole, come Hanumant, il figlio del Vento, trasporta nell'aria intiere montagne per fabbricare un ponte sul mare). Noi conosciamo, nella leggenda cristiana, il fanciullo Gesù, figlio adottivo del falegname, che nel tempo in cui sta nascosto, in cui impara l'arte del falegname ed altre cose mirabili, acquista, in breve, tanta sapienza che il buon falegname Giuseppe ne rimane confuso. La quaresima che precede la primavera è simbolo terreno della stagione tenebrosa annua o notturna. Paragonata la stagione invernale (e la notte) ad una selva notturna, il taglialegna, il falegname diviene l'abitatore naturale di quella selva; il vecchio sole nascosto nella selva notturna e invernale (e poi anche nella nuvola tenebrosa) è il falegname celeste. Ma, perchè da esso vien fuori il nuovo sole, questo si suppone figlio adottivo del falegname. Così dalla quaresima risorge il nuovo sole primaverile. Il punto medio della notte, il punto medio della stagione tenebrosa, della selva, del bosco mitico, dev'essere il tempo trionfale del falegname, ossia del taglialegna nella selva oscura; così si festeggia ancora dai Cristiani la mezza quaresima, col simbolo di una sega, la sega di San Giuseppe,[37] il cui giorno cade per lo più verso la metà di quaresima, e che ha ufficio di dividere, di segare la quaresima per metà. La vecchia pignatta, che in Francia e in Piemonte e in Toscana (ove la chiamano pentolaccia) si rompe a mezza quaresima, è pure simbolo della brutta vecchia, della brutta stagione che se ne va. Così ancora suolsi dai fanciulli piemontesi, invece di una sega, figurar talora una testa di diavolo, il Dio del tempo tenebroso, e gettarla sopra le spalle dell'improvvido compagno, con le parole: L'asino è carico e nessuno lo sa. Quest'asino carico non è altro che l'asino di San Giuseppe, il quale salva dall'ira del perverso Erode il Dio neonato Gesù nell'Aigyptos, la regione nera, la regione scura, come dice l'etimologia della parola, ove, nella tradizione dorica, la rapita sposa di Menelao, Elena, si nasconde. (È mirabile la somiglianza in questo punto della leggenda dell'antico Giuseppe perseguitato che sta nascosto in Egitto, con
quella di Giuseppe e Gesù fuggitivo in Egitto; il viaggio di San Giuseppe, nella tradizione cristiana è preceduto da sogni come l'andata in Egitto di Giuseppe l'antico; l'antico Giuseppe rivela la sua sapienza in Egitto, cioè nel paese scuro, così il figlio trafugato di Giuseppe nel tempo in cui sta nascosto, s'istruisce.) Nel tempo in cui Gesù sta nascosto, acquista la massima sua sapienza; uscendo dal suo nascondiglio, esso appare invece luminoso ed illuminante. Questo stesso carattere ha l'eroe mitico. Nel tempo, in cui i cinque fratelli Panduidi, presso il Mahâbhârata, fuggiti nelle selve stanno nascosti per sfuggire alle persecuzioni del perverso Duryodhana, ciascuno di essi apprende ed esercita un'arte speciale, e vi riesce insuperabile. La leggenda vedica dei R'ibhavas, artisti ospitati nella stagione scura, ci rappresenta lo stesso mito.
Tvashtar è ora fabbro falegname, ora fabbro ferraio. Ma abbiamo veduto ch'esso non ha solo il potere di fabbricar cose, ma altresì forme animate, animali e uomini. Un inno del Yag'urveda bianco (XXIX, 9) ci fa sapere che il rapido cavallo (âçuraçvah) nacque da Tvashtar; un inno del Rigveda(X, 184) ci dice che Vishnu prepara la yoni (vulva) e Tvashtar foggia in essa le forme; un inno dell'Atharvaveda (IX, 4) celebra Tvashtar come generatore delle forme degli animali; e non solo Tvashtar crea le forme, ma le crea con qualità perfette, ond'egli è pure celebrato nel Yag'urveda e nell'Atharvavedaper aver posta l'agilità ne' piedi del cavallo celeste. E non solo crea esso stesso delle forme, ma aiuta altri a crearne; dall'Atharvaveda s'apprende come la Dea Aditi, quando ebbe desiderio d'ottener figli, portò, come amuleto, un certo braccialetto (parihastam, certo il disco lunare, o il disco solare, essendo la luna come il sole celebrati quali generatori per eccellenza); Tvashtar, volendo aiutare una donna a partorire un figlio, le legò al braccio quello stesso braccialetto che Aditi genitrice celeste avea portato.
Quando Tvashtar comunica, nel cielo, l'arte sua ai R'ibhavas, questi suoi discepoli diventano, alla loro volta, immortali, ossia Dei. E della natura celeste dei R'ibhavas non si può avere alcun dubbio, quando intendiamo ch'essi, colla loro industria operaia, hanno fabbricato il carro bene rotante ed i cavalli d'Indra, e ch'essi hanno dato la
giovinezza ai padri loro. Il vecchio sole della sera e dell'autunno si ringiovanisce al mattino ed alla primavera. Questa nozione mitica si spiegò così: Il vecchio sole è ringiovanito dal giovine sole; ossia il giovine sole restituisce la gioventù al vecchio sole che lo generò, al vecchio suo padre od al vecchio sole che lo ammaestrò, al suo vecchio maestro. L'uno identico, considerato ne' suoi due aspetti divenne due, de' quali il primo è ora il padre, ora il suocero, ora il padrone, ora il maestro; il secondo è ora il figlio, ora il genero, ora il servitore, ora il discepolo. Abbiamo già toccato del Dio Indra, il quale dona la bellezza alla pia fanciulla che gli ha recato a bere l'ambrosia, e che era divenuta brutta all'accostarsi della notte; in grazia di quell'ambrosia, la pelle ispida, scura della fanciulla Apalâ, diviene luminosa del color del sole. Così come Tvashtar ha il potere di coprire con una pelle (tvac'), i R'ibhavas, discepoli di Tvashtar (Tvashtuh çiçyâh), fanno luminosa la pelle ai padri loro, ossia restituiscono ad essi la perduta gioventù. E poichè trovasi pure identificato Tvashtar con Savitar ch'è il sole, bisogna dire che il ringiovanito dai R'ibhavas è lo stesso loro maestro Tvashtar, ossia il vecchio sole, il Titone antico, che morrebbe nella notte e nell'inverno, se non venisse ringiovanito, risuscitato più luminoso al mattino ed in primavera. Così pure, lo ripetiamo, poterono confondersi nella leggenda cristiana il biblico Giuseppe, il sognatore, fanciullo perseguitato, che in Egitto, ossia nel paese scuro, acquista la ricchezza, la potenza, la ricchezza, col vecchio Giuseppe, sognatore anch'esso, che, per aver visto un sogno, trafuga il fanciullo perseguitato in Egitto. Il vecchio sole che si nasconde nella tenebra notturna od invernale, prepara la via del giovine Dio solare, mattutino e primaverile. Nel Rigveda (X, 70) Tvashtar è celebrato come ilprevidentechepreparaleviedegliDei(devânâmpâthahupa pra vidvân uçan yakshi), sotto questo aspetto Tvashtar ha natura benigna; così pure nella sua qualità di foggiatore d'armi fatate pel Dio Indra, e di istitutore degli artisti divini, i R'ibhavas. Ma, poichè Tvashtar esiste solamente in quanto il sole sta coperto, quando il sole si scopre, quando il sole emerge dalla tenebra e dalla nuvola, quando Indra col fulmine squarcia la tenebra, l'opera di Tvashtar si distrugge, e Tvashtar piglia perciò in odio quello stesso Dio ch'egli ha