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GIACOMO.
Grazie.
RICCARDO.
E hai visto qui (additandogliPlacido)una antica conoscenza...
GIACOMO.
Nell'esercizio di funzioni nuove...
RICCARDO.
Che farà del mio Peppino...
PLACIDO.
(inchinandosicongravità)
... un cittadino utile all'umanità, profondo nella interpretazione dei poeti, docile coi maestri, pronto di mano, pronto di piedi... (accenna colgestounapedata)... fin troppo...
RICCARDO.
Basta, basta... Signor Placido, corra ad avvertire la signora che c'è lo zio...
PLACIDO.
Ma subito... (porta via la valigia di Giacomo e nell'andarseneripete frasèamezzabocca:)Sicuro, di piede fin troppo. (entranelvillino)
SCENA IV.
RICCARDO eGIACOMO
GIACOMO.
Lascia un po' che ti guardi...
RICCARDO.
Guardami pure. Che hai?
GIACOMO.
Eh, tutti i gusti son gusti. C'è chi, di mogli, ne ha troppo di una. A te ce ne voglion due. Non meritavi di perdere la prima.
RICCARDO.
Ma tu vedi in me semplicemente... un essere felice!
GIACOMO.
Vedo, vedo! Peccato che tutti non possano dire così... E... (gliaddita ilbustodiLea)quella poverina?
RICCARDO. (conunsospiro)
Morta!
GIACOMO. (osservandolo)
Quando Boezio in carcere scrisse il trattato della consolazione, si vede che non lo ha scritto per te. Fai presto tu a consolarti... e a servirti delle mogli morte per uso di decorazione nei giardini delle mogli vive!
RICCARDO.
Sei sempre ingiusto con me. Le seconde nozze sono anche un po' opera tua.
GIACOMO.
Ma se ti dico che hai ragione! Di un po', e questa almeno la ami?
RICCARDO.
Alla follia...
GIACOMO.
Come l'altra. Si intende.
RICCARDO.
Sei ingiusto, ti ripeto. Ricordati ch'io non volevo lasciarla andare al letto di sua madre...
GIACOMO.
E siccome era un delitto contro natura, te l'ho impedito... E se te ne fosse rincresciuto, e te ne fosse rimasto il rimpianto, adesso non mi faresti tanta cera...
RICCARDO.
Intanto così ella mi fu rubata...
GIACOMO.
Come tu l'avevi rubata prima...
RICCARDO.
E io quel giorno ho creduto di morirne... I pochi mesi vissuti con Lea tra l'ansie della fuga e del nascondersi, che rendevano ora tristi ora febbrili i nostri baci, eran passati su di me come un sogno fuor del quale mi parea di non poter vivere... Girai otto mesi per cercarne le traccie... Invocai i miei diritti, minacciai, ricorsi a magistrati, a consolati, a legazioni... tutto fu inutile... Otto mesi la poveretta irreperibile languì in un convento... e il console che mi trasmise il suo
atto di morte non potè darmi neppure una sua riga, neppure un suo ricordo, una ciocca di capelli che mi recasse il suo ultimo addio!...
GIACOMO.
(conflemmaironica)
Allora abbiamo celebrate le esequie e dato sfogo alle lagrime. Quando il vaso delle lagrime fu pieno, e non ce ne stava neppure una di più... allora...
RICCARDO.
Oh, la provvidenza...
GIACOMO.
Ti mandò un angelo consolatore. Per questi regali non c'è che lei. Eri nato per essere marito ad ogni costo.
RICCARDO.
Tu ridi. Ma è proprio così. Dopo un anno, di quel sogno antico di voluttà e di dolore era rimasta una mestizia blanda in mezzo a cui venne a posarsi l'imagine di Ida. Non fu il turbine violento improvviso della prima volta... fu una dolce simpatia che a poco a poco mi vinse. La mia prima avventura aveva interessato Ida a me: mi parlava spesso della mia povera morta rapita: si impietosiva meco su lei. Così l'ombra di Lea, invece di frapporsi come un funebre ostacolo, continuò a star fra noi, affievolendosi, scolorandosi, smarrendo i contorni a poco a poco, finchè un bel giorno m'accorsi che l'ombra non c'era più... ma si era mano mano, insensibilmente tramutata nelle sembianze di Ida... La felicità presente non l'avrò meritata — ma so che le mie nozze, sono felici — e la verità del mio vivere è cominciata da qui. E poi... hai visto? Ora non siamo più soltanto due sposini... due tortore che tubano... non ci chiamiamo più soltanto l'amore...ci chiamiamo — la famiglia.
GIACOMO.
Ho visto.
RICCARDO.
N'è vero ch'è bello il mio Peppino?
GIACOMO.
Non gli insegnerai a rubar ragazze...
RICCARDO.
Cattivo! Ma vieni dunque a veder Ida... Poi avrai bisogno di cambiarti, riposarti...
GIACOMO.
Eh, un sonnellino magari... ho perso la notte. E tutte le volte che vedo un uomo felice, o mi vien sonno... o mi vien appetito.
RICCARDO. (ridendo)
Ah, ah! (entranonelvillino)
SCENA V.
LEA eunGIARDINIERE (chepoiesce).
(Leaentradalfondo,peiviali,vestitaanero)
GIARDINIERE.
(accompagnandoLea)
Di qui... signora. Ecco, quella è precisamente la palazzina del signor Verneda.
LEA.
Grazie.
GIARDINIERE.
La signora desidera ch'io vada ad annunziarla?
LEA.
No, no, grazie, buon uomo. Non occorre. Attenderò, (mentre il Giardinieres'avvia,comepentitasi,lorichiama)Cioè dite...
GIARDINIERE.
Che cosa?
LEA.
(vorrebbeinterrogarloesiripente)
No, no, niente, andate pure.
GIARDINIERE.
(guardandolanell'andarsene)
Che originale!
LEA.
(sola)(uscitoilGiardinierecorreversoilvillinochiamando)
Riccardo!... (siarresta dibotto) Son pazza!... Dio mio! come il cuor batte! par voglia scoppiarmi!... Egli è là, il mio Riccardo... L'ho tanto sospirata quest'ora... perchè adesso ch'è giunta, ho paura?... Sett'anni! Riccardo ed io eravamo poco più che fanciulli... e l'oblio ricopre tanto presto gli assenti, come l'erba le fosse... Se egli... (si
scuote,cacciandoilpensiero)Ah, mai! il dramma che ci unì non è di quelli che si dimenticano... Povera mamma mia! la tua morte meritava la mia lunga espiazione... ma tu mi hai perdonato... perchè io sono qui. (siguarda intorno, vede ilproprio busto, s'avvicina, lo riconosce)Che vedo! son io! son io!... Dunque ei mi ricorda! dunque mi aspetta!... (cadeinginocchio)Grazie, o mamma!... E anch'io t'ho aspettato, mio Riccardo! Come voglio tornar bella per te!... amarti per tutto il tempo perduto!... (siavviarisolutamenteversoilvillino:a un tratto, ode dalla macchia a sinistra la voce del bambino: si arresta,comefulminata,inascolto)
PEPPINO.
(didentro,dallamacchia)
Non mi pigli...
PLACIDO.
(didentro,dallamacchia)
Ah no? ti ci ho colto, birichino. Aspetta me.
PEPPINO.
E io scappo!...
PLACIDO.
Lo dirò alla mamma che rubi le arancie invece di dir la poesia...
PEPPINO.
E io non la voglio dire la tua poesia, perchè è brutta. E no, e no, e no...
PLACIDO.
Ah, è brutta? Le perle ai porci.
PEPPINO.
Sì, sì, brutta, brutta!...
PLACIDO.
Te la darò io. Giù quell'arancia...
PEPPINO.
Io no... voglio giuocar alla palla!...
PLACIDO. (piùminaccioso)
Giù quell'arancia!...
PEPPINO.
E io te la tiro!...
PLACIDO. (colpito)
Ahi!... birbante! il mio naso! ora me la paghi!... (tutto questo dialogo, nell'interno della macchia è seguito avidamente da Lea immobile,comeimpietratadalterrore)
PLACIDO. (sbucandodallamacchiasullascena,intracciadelpiccino,tenendosi ilfazzolettoalnaso)
SCENA VI.
PLACIDO eLEA, poiPEPPINO.
Uff!... che serpentello! che serpentello ha da venire!... Ma che cosa farà con quelli che non gli mettono soggezione! Ah, il mio naso! Ehi là Giovanni... (chiamandoilgiardiniere,s'allontana)
PEPPINO.
(uscitoilpedagogodiscena,Peppinoancoracelatodallafolta macchia,entrocuisisupponearrampicatosisopraunalbero,lascia caderedueotrearancisullascena;poisporgecircospettofuordella macchiaverdelatestolina,perassicurarsicheilmaestrononcisia)
Non c'è più.
Cielo!...
LEA.
(guardandoloatterrita)
PEPPINO.
(vedendolaeavanzandosi)
Una signora!... (legiraattornoconcircospezioneecuriositàinfantile, intantocheraccattalearancie)Ne manca una... (s'avvicinaadagino aLea,guardandoper terra, se essa l'avesse tra ipiedi:poisirisolve adirigerlelaparola)Tirati in là!...
LEA.
(loguardasemprepiùfissa,immobile,conispavento:poifauno sforzosoprasèstessaedàunacrollatadispalle)
Ah! che pazza! m'ha fatto paura!... è il bimbo di qualche vicino! È venuto di lì e la casa invece è da questa parte.
PEPPINO.
(tirandolaperlaveste)
Ma tirati in là. Ci hai sotto la mia arancia...
LEA. (nonrassicuratadalleproprieparole,silasciamacchinalmentetirar inlàdalpiccinochelatiraperl'abito,seguitandoafissarlocon espressionedisgomento—poiinunnuovosforzodirassicurarese stessaediscacciarel'ideabalenatagli,glibuttafebbrilmentele bracciaalcollo)
Ma sì, piccino mio!... angiolo mio!... come sei bello!... come sei bello!...
PEPPINO. (silasciaaccarezzareemangiaunospicchiodiun'arancia)
Non mi voleva lasciar mangiare le arancie quel brutto cattivo... (a Lea)Te... ne vuoi?... (leoffreunospicchio)
LEA. (continuandoacarezzarlo,chinasului)
No, no, grazie, amore. Tienle per te. Come ti chiami?...
PEPPINO.
Peppino... e te?... (la voce di Ida dall'interno del villino chiama: «Peppino!Peppino!»)La mamma chiama!...
LEA. (percossadallavocediIdachelegiungedalvillino)
Cielo!... di là!... Ah! (si alza atterrita, ributtando bruscamente indietroPeppinoestrappadalbustoch'èlìpressolaghirlandadifiori chevièappesa).
PEPPINO.
Ah!... Cattiva anche te!... Perchè strappi i fiori?... Non son tuoi. Son di papà... Lo dirò alla mamma!... (chiamando) mamma... (mentre Ida dall'interno lo chiama ancora, il piccino correndo rientra nel villino).
LEA. (cogliocchisbarrati,fissiversolaportapercuiPeppinoèscomparso, esegnandodelditoladirezione,indietreggiacomeperterrore, balbettando):
Di là!... di là!... (mentre ripete con voce di spavento questi monosillabi, seguita a indietreggiare vacillando, poi si copre delle mani, in atto di angoscia suprema, il volto, e scompare dentro la macchia,nelpuntocheIdadicuisiodelavoce avvicinarsi,entra in iscena)
SCENA VII.
IDA, PEPPINO (rientrandoconlamamma).
IDA. (aPeppino)
Che facevi qui fuori? Che hai? (vedendolo cercar intorno con l'occhio).
PEPPINO. (nonvedendopiùLea)
Tò — non c'è più.
Più... Chi?
IDA.
PEPPINO.
C'era qui una signora cattiva... che mi ha picchiato...
IDA.
Picchiato?... Che! che!... se vedo io chi picchia il mio Peppino!...
PEPPINO.
Sì, sì, era qui adesso. È scappata via...
IDA.
Com'era?
PEPPINO.
Come quella lì... (additailbustodiLea)E ci ha strappato i fiori...
IDA.
(vedendolaghirlandaaterra)
Che vedo!...
PEPPINO.
È stata lei! Quella cattiva! ma è scappata!...
IDA. (cogitabonda)
(Che è ciò?...)
PEPPINO.
(raccogliendolaghirlandadaterra,laporgeallamammada rimettereattornoalbusto)
Mamma, ce la rimetti?
IDA. (congestobruscoglielatoglieelatornaabuttarvia)
Lascia stare...
PEPPINO. (s'allontanaguardandointorno)
O dove è andata?... (minacciandocon lemanine)se la trovo... se la trovo... (esceperilparco).
SCENA VIII.
IDA sola,poiRICCARDO.
(Ida,repentinamentefattatristeecomeassorta,guardalungamente l'immaginediLea.Riccardoescedallavilla,lesiavvicinainpuntadi piedidadietrolespalle,lechiudegliocchieladistogliedalla contemplazioneconunbacio)
RICCARDO.
Gelosa!
IDA. (volgendosi)
Riccardo!... Ah! (glisibuttavivamentealcollo)
RICCARDO.
Che guardavi?
Niente.
IDA. (appesaalcollodilui)
RICCARDO.
Niente? Ti ho visto, (con dolcerimprovero additandole laghirlanda perterra)E quei fiori strappati!... Gelosa di un'ombra!...
IDA.
Non li ho strappati io... li ha strappati qualcuno... Una donna che è passata di qui...
RICCARDO.
Una donna?
IDA.
Peppino l'ha vista. Vuoi ridere? Diceva che somiglia a quella lì.
RICCARDO. (sorridendo)
Perchè non dirmi addirittura che è di qui passato uno spirito? Pazzerella!... e dai retta a quel folletto burlone...
IDA.
No, no... non è questo... Volevo dire...
RICCARDO.
Volevi dire che scegli male il giorno per essere di cattivo umore... Sai che cosa mi diceva testè lo zio? Che ha compreso, vedendoti, come fatta la follia di un matrimonio, si possa commettere la seconda. Sai che gli hai fatto una grande impressione?!
IDA.
(cercandorasserenarsiesorridendo)
Si vede! Non s'è fermato cinque minuti... e ha chiesto subito di passare nella sua stanza...
RICCARDO.
Era stanco del viaggio... ed è un uomo alla buona, senza complimenti... Ma lo sentirai oggi a tavola...
IDA.
Tuo zio l'ha conosciuta la tua prima moglie, Lea?...
RICCARDO.
Sì, che l'ha conosciuta. Ma e dalli con Lea! Lasciamo stare — sopratutto oggi — i poveri morti — e non portiamo via loro i fiori... (faperprendere lacorona difiorie rimetterlaaposto. Idagliferma ilbraccio)
IDA. No... lasciali...
RICCARDO. (sorpreso)
Ida!...
IDA. (coninsistenzamistadimestizia)
Lasciali, te ne prego. Quei fiori, sai bene, io stessa ce li ho posti insiem con te. Io stessa ho sempre trovato pio il tuo ricordo, come impetrasse da quell'ombra perdono e benedizione al nostro amore. Ma oggi non so... sono triste... Oggi quel ricordo mi pare che s'alzi fra noi. (trattenendogli ancora di nuovo il braccio) Te ne prego!... Riccardo, mio Riccardo, ritornano i morti?
RICCARDO.
Ma sai che si direbbe che tu sia impazzita? Ed è proprio oggi, nella festa del nostro amore, che ti passano pel capo di queste ubbie?...
IDA.
(insistente,supplichevole,affettuosa)
Chiamale ubbie! Ma sei tu che me l'hai messe in mente. Te ne ricordi?
RICCARDO.
Di che cosa?...
IDA.
(appoggiandoconaffettuosamestizialatestasullaspalladilui, mormoraavocepianaelentasenzaguardarRiccardo)
«Un fior sovra un tumulo spiega...»
RICCARDO.
(ungestovivoglisfugge,comeperporlelamanoallaboccae impedirlediproseguire)
Ida!...
IDA.
(vivamente)
No, no, lasciami dire... Non è per rimproverarti... È perchè allora sei stato sincero, che t'ho preso a voler bene. Mi sei apparso bello nel dolore... Ma ciò che mi scrivesti è scritto qui. (accennailcuore)
«Un fior sovra un tumulo spiega
La pompa dei vivi color:
Simile all'amor che ne lega, Ei vive... lo splendido fior!
«Un triste mister dello stelo
Gli dona la ricca beltà....:
Ei mesce l'umore del cielo
Con quel che la fossa gli dà.
«S'intesson le tenui radici
Con trecce lunghissime d'or....:
L'amor che ne rende felici
Le stesse radici ha del fior.
«Ma a mezzo la notte, lorquando
Pia scorge la stella brillar, Il fior la sua stella adorando
Da sotto si sente chiamar.
«— L'olezzo io t'ho dato e i colori,
O immemore, amante del ciel!...
Ahi, getta fra i nostri due cori
Lo stesso lamento un avel.»
(mentreIdadiceiversi,convocelenta,dolce,mestissima,Riccardo hagliocchifissiaterra.Idaterminatiiversichinailcapoepiange)
RICCARDO.
(commosso,distogliendolelemanidagliocchi)
Ida... Ida... perchè piangi?
IDA.
Perchè fui una egoista allora, lo sento. Quella immagine morta che mi immolavi solleticava il mio orgoglio. Mi allettava trionfar d'una memoria. Oggi quella memoria si vendica. Mi fa triste... come se dalla tomba quella imagine minacciasse il nostro amore...
SCENA IX.
DETTI ePEPPINO, poiLEA.
PEPPINO.
(rientrandodalparco)
Mamma!...
RICCARDO. (chiamandosenzascostarsidaIda)
Peppino! Vieni qui. (Peppino accorre, Riccardo lo bacia, poi presentandolo a Ida) E contro le minaccie della tomba questo angiolo guardiano non ti basta?
IDA. (abbracciandoconvulsaPeppinoepoiRiccardo)
Oh l'angiolo mio! mio Riccardo!
RICCARDO.
(additandoleilbustodiLea)
Domani non lo vedrai più. Lo faremo portar via... Sei contenta?
IDA.
Sì... Sì... (sorridentefralelagrime)
PEPPINO. (baciandolamamma)
Mammina mia, come sei bella!...
RICCARDO.
Le carezze di Peppino e i baci miei... dimmi ancora hai paura dei morti? hai ancora paura?
IDA.
Mio Riccardo! (glibuttalebracciaalcollocontrasportod'amore)
(Leaaffacciatasidaalcuniminutiallimitaredellamacchia,ha seguitoconineffabileangoscial'ultimapartedelcolloquio.Alle ultimeparolediRiccardodàungridoacutodidolore)
LEA.
Ah! (cadeinginocchiosemisvenuta)
IDA.
(IdaeRiccardosivoltanoalgrido.Ida,alvederLea,pursenza riconoscerla,conespressioneistantaneadispavento,copre istintivamentedellapersonaedellemaniilsuopiccino,eadditando LeaaRiccardo,indietreggiabalbettandoavocesoffocata):
Sì, sì... ho paura... ho paura...!
(Quadro—Calalatela)
FINE DELL'ATTO SECONDO.
ATTO TERZO
Stanza in un appartamento del villino di Riccardo e Ida a secondo piano. — In fondo porta d'ingresso e un balcone. — A sinistra prima quinta, porta che mette alle stanze di Ida. — A destra porta che mette alle stanze di Riccardo. — Nella stanza quadri e alcune tele in corso di lavoro. — Una di esse senza cornice appesa alla parete, è la tela della fuga d'Egitto già veduta nel primo atto. — Mobiglio artistico, signorile.
SCENA PRIMA.
ZIO GIACOMO, perunmomentounDOMESTICO.
GIACOMO. (alDomesticoentrando)
La signora Ida? DOMESTICO.
È di là. Già tre volte ha domandato di lei, se era tornato. La signora par che abbia la febbre...
GIACOMO.
Ditele che l'attendo. (Domesticoesce)Povera donna... cioè..., povere donne tutt'e due! Ancora non saprei chi delle due sia più a
compiangere!... Oh che pasticcio! che pasticcio!... (passeggiandosu e giù) Ecco il bel sugo dei colpi di testa della prima età!... Si piglia per amore il primo riscaldo di sangue, che come viene se ne va, e quando con la giovinezza arriva l'amor vero, ecco lo sterile capriccetto di un'ora torna dal fondo del passato a devastarvi la vita intera!...
SCENA II.
IDA eZIO GIACOMO.
IDA.
(entrandodasinistra,dallesuestanze,ecorrendoaluiaffannosa)
L'avete vista?...
L'ho vista.
GIACOMO.
IDA. (conaccentofebbrileconcitato)
Parlato?... (Giacomoaccennadisì). E così?
GIACOMO.
Verrà qui. Vuol parlare con voi...
IDA. (c.s.)
Che vi disse?...
GIACOMO.
Quel che una moglie può dire. Che un atto di morte non basta per ammazzare chi è vivo e che la sua fede di matrimonio è in regola e che la moglie deve seguire il marito.
IDA.
Ma e voi?...
GIACOMO.
Io... non so...; di questi pasticci non ne avevo veduti fin qui che in teatro. Ma in atto pratico è un altro paio di maniche. Sapete il caso di MissMultonedellaDonnaPallida?
IDA.
Perchè?
GIACOMO.
Sarebbe il vostro — a rovescio — ma ci vorrebbe per voi. Miss Multon moglie colpevole del marito fido, e la Donna Pallida moglie fida del marito infedele — han tutte e due la cattiva idea di tornare dalla tomba in momento incomodo. Però, sì, entrambe finiscono a pigliare il mondo come viene e se ne tornano via in santa pace... Eh, se per gli imbrogli della vita reale bastassero le ricette dei drammaturghi!...
IDA.
Ma voi dunque... anche voi...
GIACOMO.
Io son d'avviso che nella vita reale nè Miss Multon nè la Donna Pallida avrebber rifatto la strada. Perchè tutt'e due quelle prime mogli avean figliuoli. E prima che una madre rinunzi alla sua prole...
IDA.
(vivissima)
Ah, nevvero! Ma di prole costei non ne ha. Ma non è una madre che torna dalla tomba. La madre son io. Il diritto materno è per me.
GIACOMO. (conflemma)
Abbiamo anche degli esempi in contrario. Il conte Glauco, per esempio, che ritorna dalle crociate, con un fior di sposa e il bambino annesso, e trova la prima moglie, dal dolor dell'assenza, ancora viva. Il guaio è che il codice l'han fatto dopo le crociate... e quindi regola le cose alla moderna...
IDA. (impaziente)
E dunque... e dunque?...
GIACOMO.
E dunque, qui bisogna trovare il modo di convincere Lea; altrimenti (tant'è... meglio dir tutto...) altrimenti in linea legale, da qui non s'esce che in questi modi:
a)con un'azione di nullità da parte di Lea, e un processo di bigamia da parte del Fisco... (Ida fa un gesto dispavento che l'altro calma) processo seguito da piena assoluzione per causa di buona fede.
b) con l'obbligo a Riccardo vostro marito — se Lea insiste — di tenersi la prima moglie, e separarsi... (conesitanza)dalla seconda...
IDA.
(conispaventofrasè)
GIACOMO.
(proseguendotitubante,senzaguardarla)
... la quale a tenor di legge, non è moglie, il matrimonio essendo basato sulla erronea credenza di stato libero, e quindi nullo, art. 56, 104, 105.
c) collo stigma di adulterini... ai figli delle seconde nozze, il quale non si può togliere, essendo di questi vietata anche l'adozione. Articolo 205.
IDA.
(angosciata—piangente)
Dio mio!... mio figlio!... povero angiolo mio!...
GIACOMO.
Su, su! Colle disperazioni non si rimedia nulla. Non si tratta di disperarsi, ma di guardar le cose come stanno: e di convincere Lea, colle buone, per pietà di quella creatura, a tornarsene per la via ond'è venuta...
LEA.
(affacciatasiall'ingresso,alleultimeparoleavanzandosi)
SCENA III.
DETTI eLEA; piùtardiPEPPINO.
E chi oserebbe domandarglielo? (aGiacomo)Voi no, non è vero?...
IDA.
Signora!...
LEA.
Perdonate, signora, se non mi sono fatta annunziare. Nella casa di mio marito non mi è parso necessario...
IDA.
Ma io non so...
LEA.
Voi non sapete da che strada i morti ritornino fra i viventi. Felice voi!... Ma che importa! Pur che tornino. Ah, c'è del freddo laggiù! Fa così bene anche ai poveri morti tornare a riscalducciarsi quassù, sotto il sole!
IDA.
Dio mio!...
LEA.
Signor Verneda, avete avvertito la signora delle mie intenzioni? I fantasmi, lo so, sulla terra non han diritti; ma le mogli vere si dice che ne abbiano... se non vi rincrescesse lasciarci breve ora sole?
GIACOMO.
Come v'aggrada!... (Oh che imbroglio!) (nell'andarsenes'avvicinaad
Ida e le parla sottovoce) Coraggio!... Parlatele colle buone!... tornerò!... (a Lea appressandosele) Siate pietosa! (guardandole entrambeconcompassione)(Oh che imbroglio!) (esce)
SCENA IV.
LEA edIDA.
(Idasilasciacadersopraunasediaestaangosciata,muta)
LEA.
Dunque pare che io sia venuta in mal punto e che molte cose si siano cambiate in casa mia (gesto vivo di Ida) — di mio marito dopo la mia assenza dai vivi. Voi non ne avete colpa, lo so. Il destino fu amaro ad entrambe. Ma più a me che a voi... Perchè nel cuore di Riccardo voi siete la gioia viva dell'oggi, io l'ombra mesta di un tempo che fu. Ma pesa, ma è triste anche all'ombre l'oblìo! Che colpa è la loro se non sanno rassegnarvisi?...
IDA.
Dio! Ma da che inferno...
LEA.
Da che inferno sono uscita? Che v'importa di saperlo! Pur che uscita ne sia. E poi, se l'inferno mi manda, i tormentati hanno diritto ad un sollievo. Voi non li conoscete quei tormenti, beata voi!... Voi lo ignorate che cosa sia piombar violentemente, nell'alba della vita, dalle braccia di uno sposo amante al freddo giaciglio di un sepolcro di vivi!... Vedersi a sedici anni, in un attimo, tutta la festa del vivere mutata nel silenzio e nel buio!... Mi credettero, mi vollero morta; — eppure là tra le fredde pareti di un chiostro, nelle notti lunghe di pianto, un pensiero, uno solo mi confortava; queste lagrime ch'io verso saranno le sue, queste notti saranno lunghe anche a lui!... Ei non ristarà dal cercarmi, finch'ei non l'abbia trovata la sua Lea!... Egli saprà trarmi di qui!... E quando la disperazione mi diè le forze della fuga e la pietà d'altri m'aperse le porte non ischiuse da lui, per lui solo mi riapparve bella la vita! Sperai, del riapparirgli visione cara,
inattesa, lungamente invocata, una gioia che superasse ogni delirio di gioia umana! Vengo... e ritrovo... il mio posto preso da voi. Ebbene, non è giusto. Per tutto quel ch'io soffersi, giuro a Dio che non è giusto. Quel posto è mio. Lo riprendo. Ecco tutto.
IDA.
E il suo cuore siete ben certa di riprenderlo?...
LEA.
E voi così certa di poterne andare superba? Oh, lo so: egli vi deve aver detto: Ci fu un'altra donna che amai, che ebbe il mio nome, che mi sacrificò ogni cosa — perfino sua madre! — e alla quale giurai amore sì fervido da credere che ogni facoltà umana di amare ne restasse esaurita. Ebbene, no, per caso, n'è rimasta ancora qualche briciola,... ve l'offro... e voi quella briciola l'avete raccattata, il vostro orgoglio se n'è accontentato! (conaccentosprezzante)
IDA.
Ah, è troppo!... (sipadroneggia e ripiglia con un sforzo dicalma) E se il suo discorso fosse stato diverso? Se egli fosse venuto a dirmi: Ida, nella vita dell'uomo si ama una volta sola e raramente quella volta è la prima. Nell'alba dei giorni, quando il cuore ignora le battaglie del dubbio e del dolore, la baldanza dell'adolescente chiama col nome d'amore il primo svegliarsi degl'istinti; si ama la prima che s'incontra per via; è il primo amoruccio che ogni uomo ritrova ne' suoi ricordi di scuola. Più tardi viene l'ora solenne che gli rivela la compagna vera. È allora veramente la prima volta ch'egli ama, ch'egli sa leggere nel libro eterno, ch'egli intende nell'amore tutto ciò che è di alto e divino... S'egli m'avesse detto o fatto credere ciò, che direste?...
LEA.
(concalmacupaesarcastica)
Allora direi che la sventura sta su questo amore, perchè non ha fatto i conti con le tombe. Direi che la vostra parte è già troppo bella, perchè non ve ne dobbiate accontentare e lasciar qualche cosa anche agli altri: perchè un amore così divino non appartiene alla terra, può vivere anche fuori delle sue leggi e del rispetto degli umani. Direi: te felice che la tua parte è migliore della mia: non lamentartene, serba lassù in quella sfera celeste il posto che t'ha dato l'amore: io serbo qui sulla terra il posto che il diritto mi dà.
IDA.
E siete ben sicura che lo sia... il diritto?...
LEA.
Se lo sono!
IDA.
Siete ben sicura che lo sia?! In un'ora di capriccio avete legato alla vostra la vita di un giovane non ancora uomo: a quel capriccio sagrificaste la famiglia, egli a voi sagrificò studii e amor proprio e avvenire. La povertà che era il suo orgoglio, l'ingegno precoce ch'era la sua ricchezza lo invitavano alle vie dell'onore, alle lotte superbe dell'arte: per voi dimenticò sè stesso, quasi adattavasi a vivere della vostra fortuna...
LEA.
Signora!...
IDA.
Ebbene, il destino non permise di compir l'opera. E perchè quel capriccio non era la fiamma divina che sfida il tempo e gli uomini, bastò che gli uomini vi soffiassero sopra, perchè a Riccardo nel cuore non ne restasse più nulla. A me nel cuore di Riccardo... questo angiolo resta! (prende convulsa per mano Peppino entrato in quel mentre) È lui il mio diritto, è la madre che santifica le nozze, è la
madre!... Voi, non madre, siete il sogno sterile, il nulla: io sono la famiglia, ossia il tutto!... Ma ditelo ancora che il diritto siete voi!... (dettequesteparoleconimpeto, ribaciafebbrilmenteilsuopiccino) Peppino mio!...
PEPPINO.
O mamma, perchè piangi? È quella signora cattiva che ti fa piangere...
IDA.
No, no, stai zitto, mio angiolo! Nessuno (guardando Lea) vuol far male alla mamma. E di questo (additandoloaLea)che intendete di farne? Perchè il vostro diritto è lo stigma del bastardo per lui. Che male vi ha fatto questo essere? Chi avete da difendere contro di lui? Perchè è lui che difendo, non me. Siete piombata come il fulmine sulla mia vita — e sia pure. Avete per voi la legge, valetevene. Se dovrò uscire da questa casa, ne uscirò. Ma badate a mio figlio, badate a mio figlio!... perchè anche la leonessa protegge i suoi nati; così io proteggo il mio e non conosco un diritto più alto sulla terra, dopo quello di Dio!... (entraRiccardo)
(proseguendo,aRiccardoches'affaccia)
Ma vieni, vieni, Riccardo!... Ma proteggi me, proteggi il sangue tuo contro questo fantasma della tomba!... (coprendo con moto
SCENA V.
DETTI eRICCARDO.
IDA.