


![]()




La soluzione definitiva per il controllo delle infestazioni da tarme degli alimenti nelle industrie alimentari

registrazione biocida n° IT/2020/00684/AUT





Maggiore efficacia
Elimina le infestazioni alla radice
Adatta agli standard di controllo
Facile da installare






Chiara Scelsi Coordinamento editoriale
Il richiamo alla sostenibilità e all’economia circolare è ormai onnipresente nei programmi di politica industriale, nei piani d’azione europei e nelle strategie aziendali.
Al di là dei titoli altisonanti e delle dichiarazioni politiche, però, è giunto il momento di chiederci cosa significhi davvero, nella pratica quotidiana, trasformare un modello lineare di produzione agroalimentare in uno – per usare la formula più comune – circolare e rigenerativo. Il principio del “fare di più e meglio con meno” sintetizza bene l’urgenza di ridurre sprechi, valorizzare sottoprodotti e ottimizzare l’uso delle risorse. Ma la circolarità non può esaurirsi in singole buone pratiche o in progetti pilota: richiede un ripensamento sistemico delle filiere, dalla produzione primaria alla trasformazione, fino alla distribuzione e al consumo. E soprattutto richiede misurazione, perché senza indicatori affidabili è difficile distinguere i progressi reali dalle dichiarazioni di principio.
La sostenibilità, per essere davvero tale, deve dimostrare di poter coniugare benefici ambientali, solidità industriale e competitività. Quanto l’economia circolare è effettivamente implementata nelle imprese italiane? E quanto, piuttosto, si traduce in slogan o in strategie incompiute? I dati indicano che molte aziende intraprendono pratiche virtuose, ma una parte significativa fatica ancora a misurare concretamente le proprie performance in termini di sostenibilità o di circolarità effettiva, un passaggio essenziale per capire se siamo di fronte a progressi reali o a meri aggiustamenti “estetici” delle filiere produttive.
Anche il quadro normativo europeo va in questa direzione, rafforzando requisiti e responsabilità lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti. Resta però aperta una questione centrale: le regole e gli incentivi sono sufficienti a guidare un cambiamento strutturale, o rischiano di restare un perimetro formale entro cui muoversi senza incidere davvero sui modelli produttivi?
In questo numero affrontiamo il tema dell’economia circolare senza facili entusiasmi. Più che fornire risposte definitive, vogliamo proporre una riflessione: la sostenibilità non è solo un obiettivo condiviso, ma un processo complesso che va governato, misurato e, soprattutto, reso credibile nel tempo.
Ricerca scientifica internazionale a cura della Redazione
ECONOMIA
Ismea, export agroalimentare a 69 miliardi a cura della Redazione
Attuata la “Direttiva Breakfast” Avv. Chiara Marinuzzi
Novità e soluzioni dalle Aziende a cura della Redazione
SPECIALE EFFICIENZA ENERGETICA
Un’Italia più Circolare
Diletta Gaggia
GREENWASHING
Buone pratiche per una comunicazione sostenibile credibile
Diletta Gaggia
PROTAGONISTI
Accelera la transizione sostenibile dell’AgriFoodTech italiano a cura della Redazione
ATTUALITÀ
DOP Economy: 20,7 miliardi di valore ed export record
David Migliori
Il biologico italiano: struttura produttiva, mercato e prospettive operative
Diletta Gaggia


INNOVAZIONE
Proteine vegetali una nuova generazione di pasta, formaggi e yogurt a cura della Redazione 48
FOCUS PEST MANAGEMENT
Mitigazione del rischio da anticoagulanti
Ugo Gianchecchi 50
Italia capitale del pest management e della sanificazione a cura della Redazione 53
Infestazioni oltre i magazzini Claudio Cantore e Francesco Nicassio 54
Infestazioni e squilibri ambientali Alex Pezzin 58
NUTRIZIONE
Il latte come fonte nutrizionale di iodio Chiara Scelsi

Direttore Responsabile Giorgio Albonetti
Responsabile periodici Chiara Scelsi c.scelsi@lswr.it Cel. +39 3490099322
Redazione Diletta Gaggia d.gaggia@lswr.it Cel. +39 3450586187
David Migliori d.migliori@lswr.it redazione.food@quine.it
Impaginazione LSWR
Produzione
Antonio Iovene a.iovene@lswr.it Cel. +39 3491811231
Direzione Commerciale dircom.quine@lswr.it
Ufficio traffico e servizio abbonamenti
Ilaria Tandoi i.tandoi@lswr.it Cel. +39 3452453804
Abbonamenti www.quine.it
abbonamenti.quine@lswr.it Tel. 02 864105 www.alimentinews.it
Costo copia singola: € 2,80
Abbonamento annuale Italia: € 40
Stampa New Press Edizioni S.r.l. Lomazzo (CO)
EDIZIONI
EDRA edizioni Srl
Sede legale: Viale E. Forlanini, 21 - 20134 Milano
Responsabilità
Produzione & Igiene Alimenti - Bimestrale
Rivista ufficiale del Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Tecnologi Alimentari registrato: autorizzazione del Tribunale di Milano N. 510 del 29-10-1983. Edra Edizioni è iscritta al Registro Operatori della Comunicazione N. 23531 dal 6 Maggio 2013. La pubblicazione o ristampa di articoli e immagini della rivista deve essere autorizzata per iscritto dall’editore. Gli articoli pubblicati su Produzione & Igiene Alimenti sono sotto la responsabilità degli autori. I manoscritti e i disegni pubblicati non saranno restituiti.
INFORMATIVA AI SENSI DEL GDPR 2016/679
Ai sensi dell’art. 13 Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali 679/2016 di seguito GDPR, i dati di tutti i lettori saranno trattati sia manualmente, sia con strumenti informatici e saranno utilizzati per l’invio di questa e di altre pubblicazioni e di materiale informativo e promozionale. Le modalità di trattamento saranno conformi a quanto previsto dagli art. 5-6-7 del GDPR. I dati potranno essere comunicati a soggetti con i quali Edra Edizioni srl intrattiene rapporti contrattuali necessari per l’invio delle copie della rivista. Il titolare del trattamento dei dati è Edra Edizioni srl, Viale Enrico Forlanini 21 Milano, al quale il lettore si potrà rivolgere per chiedere l’aggiornamento, l’integrazione, la cancellazione e ogni altra operazione di cui agli articoli 15-21 del GDPR.
© Edra Edizioni srl – Milano
Testata Associata

A partire dal 1° gennaio 2026, Edra Edizioni Srl ha incorporato le attività di Quine Srl. Edra Edizioni è la società che, dal 2026, riunirà tutte le attività editoriali del Gruppo Edra in Italia. Tale variazione non comporterà alcun cambiamento nei prodotti e nei progetti editoriali di Quine, ad eccezione della nuova ragione sociale.
CSB-SYSTEM

Benedetta Bottari
Professore Associato
Microbiologia degli Alimenti
Università degli Studi di Parma
Dopo le ricche libagioni di fine anno, le tastiere di tutto il mondo si scaldano a suon di “Dieta dimagrante, Remise en forme, Detox” e tutto quanto stia in quel menù. Un menù possibilmente povero di calorie e di grassi. Il mercato dei prodotti a ridotto contenuto lipidico prende il volo e l’industria risponde prontamente con innovazione e diversificazione dell’offerta, con prodotti più leggeri ma anche funzionali. Per il benessere del corpo e della mente. E qui arriva la sorpresa. Un ampio studio osservazionale condotto dall’Università Svedese di Lund ha infatti recentemente suggerito che un regolare consumo di formaggi grassi sia correlato a una riduzione del rischio di malattie degenerative del cervello, quali demenza e Alzheimer. Che i prodotti lattiero-caseari fossero
Un regolare consumo di formaggi grassi
è correlato a una riduzione del rischio
malattie degenerative del cervello
stati riabilitati a ricoprire un ruolo centrale nella nostra alimentazione quotidiana non è una novità. L’evoluzione del paradosso francese, osservato ormai 40 anni fa, ha portato già da tempo a riconsiderare il ruolo dei grassi saturi presenti nei formaggi e in altri prodotti lattiero-caseari, dimostrando che un consumo di tali alimenti non comporta un effetto negativo sulla salute, bensì un possibile effetto protettivo e un minor rischio cardiovascolare. Le ragioni di ciò sono state attribuite principalmente a metaboliti derivanti dalla fermentazione microbica del latte e risultanti dall’attività enzimatica nel corso della stagionatura. Nello studio appena pubblicato sulla rivista Neurology, viene richiamato il legame tra salute vascolare e salute cerebrale, tuttavia, in questo caso, la correlazione è solida solo per i formaggi ricchi in grasso e non per altri fermentati lattiero-caseari, come latti fermentati o formaggi magri. Per quanto lo studio presenti dei limiti (i dati dimostrano un collegamento, non che il formaggio prevenga la demenza), permette di aprire una nuova interessante prospettiva, che centra l’attenzione sulla matrice formaggio nel suo complesso, e sul suo contenuto lipidico nel dettaglio. Forse in questo caso ridurre non significa migliorare. Forse non serve aggiungere per rendere funzionale. Per ora continuiamo a studiare. Magari davanti a un bel piatto di polenta, formaggio e… salute mentale!
Le nuove Dietary Guidelines for Americans (DGA) non sono ancora entrate stabilmente nelle cucine, ma hanno già conquistato –e diviso – i social network, i convegni di nutrizione e la stampa. Più che per i contenuti tecnici, il documento è diventato virale per immagini e parole chiave: piramide rovesciata, “real food”, maggiore apertura verso alcuni alimenti di origine animale. Elementi comunicativi che hanno acceso il dibattito, forse più simbolico che scientifico.
“Le nuove linee guida americane”, spiega Elisabetta Bernardi, biologa nutrizionista, specialista in scienze dell’alimentazione e docente di Biologia della nutrizione presso l’Università degli Studi di Bari, “rappresentano un cambio di paradigma nella nutrizione pubblica statunitense: superano la tradizionale demonizzazione degli alimenti di origine animale e spostano l’attenzione sulla qualità complessiva della dieta e sulla riduzione drastica dei prodotti ricchi di zuccheri e grassi. Le reazioni critiche registrate anche in Italia derivano in larga parte

da un equivoco di fondo: le linee guida vengono spesso lette come se fossero pensate per il nostro contesto, mentre nascono per rispondere a una vera emergenza sanitaria negli Stati Uniti, dove oltre il 40% degli adulti è obeso, il 10% super obeso e circa il 60% delle calorie proviene da alimenti
Moderata fiducia. È la parola d’ordine che accompagna i risultati ottenuti nel corso del 2025 dal Prosciutto Veneto DOP. Dopo il +8,33% ottenuto sul 2023, le pre-omologazioni di cosce fresche destinate a diventare Prosciutto Veneto DOP nel corso dell’anno appena concluso hanno aggiunto un ulteriore tassello pari al +14,85% sul dato precedente, attestandosi a 67.649 unità.
Il risultato è stato ottenuto da sole sette aziende – due a dimensione industriale e cinque artigianali – sulle nove attualmente aderenti al Consorzio e che rappresentano il 100% dei produttori autorizzati e della produzione tutelata.
L’incognita per l’anno entrante riguarda
la capacità dei prosciuttifici di riuscire a vendere il prodotto stagionato a un prezzo rapportato al costo della materia prima introdotta nei 18 mesi precedenti che aveva raggiunto una soglia estremamente preoccupante per la tenuta del comparto della trasformazione delle carni suine. Capacità dei prosciuttifici che deve però fare i conti ancora con l’aspetto inflattivo che continua a limare il potere d’acquisto dei consumatori e con l’indisponibilità conseguente della GDO ad accettare adeguamenti anche minimi ai listini. Entro la prossima primavera il Consorzio presenterà un importante pacchetto di investimenti in promozione che copriranno la seconda metà del 2026 e tutto il 2027.
industriali altamente trasformati contro il 13% dell’Italia”. In questo scenario, il problema non è l’eccesso di carne o di cibi tradizionali, ma la sostituzione progressiva degli alimenti “veri” con surrogati industriali ad alta densità calorica e basso valore nutrizionale. “Le DGA”, prosegue Bernardi, “propongono un ritorno a cibi riconoscibili, minimamente trasformati e nutrienti, in un’impostazione che, se letta senza pregiudizi, presenta molte affinità con i principi della dieta mediterranea: equilibrio tra alimenti vegetali e animali, controllo delle porzioni, riduzione di zuccheri e preferenza verso i cereali integrali”.
Il tema in fondo riguarda anche l’Italia dove l’obesità infantile è in aumento, l’adesione reale alla dieta mediterranea è molto bassa e il modello alimentare industriale si sta man mano diffondendo. “Per questo le DGA”, conclude Bernardi, “non vanno né imitate automaticamente né respinte per riflesso ideologico, ma comprese come il tentativo – forse tardivo, ma necessario –di correggere una traiettoria che ha portato a uno dei maggiori fallimenti di salute pubblica del mondo occidentale”. (fonte: Carni Sostenibili)

Il Rapporto Bio in Cifre 2025 di ISMEA fotografa l’evoluzione del settore biologico confermandone la centralità nell’agroalimentare italiano e il consolidamento della leadership a livello europeo. La superficie agricola biologica in Italia supera i 2,5 milioni di ettari (+2,4% sul 2023) rappresentando il 20,2% della SAU nazionale, una quota che rende sempre più prossimo il traguardo del 25% fissato dalle strategie UE Farm to Fork e Biodiversità per il 2030. L’Italia si conferma ai vertici europei per questo indicatore con valori decisamente superiori a quelli registrati nelle altre grandi economie agricole continentali (Spagna 12,3%, Germania 11,5% e Francia 9,9%).
La crescita delle superfici è trainata soprattutto da prati e pascoli (+8,2%), mentre risultano in lieve flessione i seminativi e le colture ortive. In aumento anche le colture permanenti. Nel comparto zootecnico, il numero di capi biologici mostra una dinamica complessivamente positiva, in controtendenza rispetto alla zootecnia convenzionale, con incidenze particolarmente rilevanti per caprini, ovini e bovini.
A livello territoriale, il Mezzogiorno concentra il 58% della SAU biologica nazionale, seguito dal Centro (23%) e dal Nord
(19%), ma è il Settentrione a crescere a ritmo più elevato (+8,4% a fronte del +3,5% del Meridione). Prosegue anche la crescita degli operatori biologici, che nel 2024 raggiungono quota 97.160 unità (+2,9% sul 2023). L’aumento riguarda soprattutto le aziende agricole e i produttori esclusivi, mentre nel medio periodo si rafforza il modello dei produttori che integrano produzione e trasformazione, segnale di una maggiore strutturazione del settore. Sul fronte dei consumi, nel 2024 la spesa domestica per prodotti biologici raggiunge i 3,96 miliardi di euro, con un aumento del 2,9% rispetto al 2023, mentre i volumi crescono del 4,3%, a conferma di una dinamica dei prezzi generalmente più contenuta rispetto ai prodotti convenzionali. Per effetto di queste dinamiche positive, l’incidenza del biologico sulla spesa agroalimentare complessiva torna a crescere, attestandosi al 3,6%.
Secondo un nuovo parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), è molto improbabile che il ceppo ad alta patogenicità (HPAI) trovato nelle vacche da latte statunitensi possa arrivare in Europa. In ogni caso gli esperti dell’EFSA ritengono che, se il virus dovesse introdursi, l’impatto sui Paesi dell’UE potrebbe essere rilevante. Per premunirsi adeguatamente l’EFSA raccomanda di tenere desta l’attenzione di allevatori e veterinari e di rafforzare la sorveglianza ai fini di una rilevazione precoce.
L’analisi dell’EFSA ha preso anche in considerazione l’eventualità che il virus possa essere trasmesso attraverso gli alimenti. In tal caso il rischio maggiore verrebbe dal consumo di latte, colostro o panna crudi. Gli esperti ricordano però che la pastoriz-

zazione di tali alimenti risulta molto efficace per ridurre in essi la carica virale. Precisiamo che a tutt’oggi non risultano per l’uomo segnalazioni di infezioni di origine alimentare da questo genotipo specifico.
Nomisma ha presentato il terzo Rapporto Feed Economy in occasione dell’80° anniversario di ASSALZOO l’Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici. Il termine indica il sistema economico e produttivo legato alla produzione, gestione e utilizzo dei mangimi (feed) negli allevamenti animali.
Nel complesso, l’industria mangimistica, la cui produzione si attesta stabilmente da alcuni anni oltre le 15 milioni di tonnellate, grazie alle sue 300 imprese genera un fatturato di 10,2 miliardi di euro. La fase agricola, con la produzione di materie prime mangimistiche (mais, frumento, orzo, soia, ecc.) e l’allevamento, complessivamente esprime un valore della produzione pari a 25,1 miliardi di euro.
Le imprese della trasformazione alimentare - settore lattiero-caseario, della macellazione e delle carni fresche e dei salumi e conserve a base di carne - fatturano 59,7 miliardi di euro, che sommati ai ricavi del settore mangimistico contribuiscono per il 37% al giro d’affari dell’alimentare nazionale.
Le esportazioni di prodotti di derivazione zootecnica - comprese le eccellenze DOP e IGP (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana, Prosciutto di Parma e San Daniele, ecc.) - si attestano a 10,6 miliardi di euro, il 19% del totale delle esportazioni agroalimentari italiane.


Prendere le decisioni giuste – questa è la cosa più importante per ogni azienda alimentare. Report dettagliati, dati attuali dalla produzione, lo sviluppo della situazione degli ordini: il CSB-System vi fornisce esattamente questa trasparenza, semplicemente premendo un tasto. Così anche in tempi incerti potrete prendere decisioni certe.
Per saperne di più sulle nostre soluzioni per il settore alimentare: www.csb.com
I ristoranti sono frequentati di meno, ma meglio. Leader e professionisti del settore provenienti da oltre 20 Paesi hanno analizzato questa tendenza nel food service, concentrandosi sui nuovi trend di mercato nelle occasioni di consumo fuori casa. È così emerso che i consumatori italiani, insieme a britannici, tedeschi, francesi e spagnoli, stanno tracciando la cosiddetta “metamorfosi europea del settore ristorativo”: diminuisce il numero di presenze al ristorante, pur aumentando il budget. Secondo i dati dell’indagine Circana, tra il 2019 e il 2025 la spesa dei consumatori europei per la ristorazione è cresciuta del +10%, malgrado il numero di visite sia rimasto circa il 10% al di sotto dei livelli pre-pandemia.
La cultura della ristorazione europea sta cambiando rapidamente, segnando un divario sempre più netto tra le occasioni conviviali e le esperienze individuali. Ciò che un tempo era insolito – mangiare da soli –oggi è diventato una vera e propria scelta di stile, ridefinendo le abitudini e i luoghi in cui gli europei lo fanno. A trainare questa tendenza sono i ritmi urbani, il lavoro ibrido e la diffusione di caffè digital-first,

che hanno normalizzato il concetto di ‘tavolo per uno’. Il Regno Unito si conferma il mercato più avanzato in questa trasformazione. Parallelamente, la ristorazione per occasioni sociali è in crescita e rappresentava il 31% delle presenze fino a giugno 2025 (rispetto al 29,8% del 2021), trainata dall’Europa meridionale con apericena
serali e piatti tipici della tradizione familiare da condividere. Si delinea così un nuovo modello di ristorazione local, sano e sostenibile: i consumatori premiano chi propone pasti di qualità, menù personalizzati e bilanciati, e dimostra di saper rispondere a stili di consumo più selettivi e meno ricorrenti. (Fonte: SanaFood)
Da Sigep alcune utili indicazioni sull’andamento del settore e la voce diretta di alcuni influenti protagonisti del settore dei dolci e dei panettoni. L’Osservatorio Sigep Natale è la lente con cui Italian Exhibition Group osserva il mercato in vista di Sigep - The World Expo for Foodservice Excellence, il salone internazionale dedicato a pasticceria, gelateria, panificazione, cioccolato, caffè e pizza, che si è svolto alla Fiera di Rimini dal 16 al 20 gennaio 2026. Il termometro del mercato parla chiaro: nonostante la lie-
ve contrazione delle visite nel fuori casa (-0,6%), in Europa il dolce continua a crescere e a guadagnare spazio. “Negli ultimi dodici mesi, nei cinque principali Paesi europei, sono stati consumati 3,2 miliardi di dessert fuori casa. La categoria cresce del 6% in Europa e in Italia registra un +2,3%, a conferma che il dessert resta un piacere irrinunciabile, anche in un contesto di economie più prudenti”, spiega Matteo Figura, esperto del settore Out of Home e direttore Foodservice di Circana Italia.

La FEVE, Federazione europea del vetro per contenitori che rappresenta i produttori di imballaggi in vetro a livello UE, valuta positivamente la pubblicazione dei pacchetti europei pensati per semplificare le procedure ambientali e sostenere la decarbonizzazione industriale. Due le misure a cui si fa riferimento. Secondo la federazione, l’Environmental Omnibus introduce un alleggerimento degli obblighi procedurali della Direttiva sulle Emissioni Industriali, favorendo gli investimenti per l’ammodernamento degli impianti e la riduzione delle emissioni. Il Pacchetto Reti punta invece ad accelerare le autorizzazioni per reti elettriche e infrastrutture di stoccaggio, considerate essenziali per i settori industriali ad alta intensità energetica in fase di transizione. Permangono tuttavia, secondo FEVE, elementi di incertezza nel Regolamento eu-
ropeo sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (PPWR), che mira a ridurre i rifiuti da packaging attraverso obiettivi di prevenzione, riuso e riciclo. In particolare, l’assenza di chiarimenti tecnici sulle norme di minimiz-
zazione potrebbe portare a considerare alcune caratteristiche degli imballaggi in vetro come non essenziali, con possibili ricadute sulla riconoscibilità dei marchi e sulla sostenibilità di alcuni formati.

L’OI Pomodoro da Industria Nord Italia - l’organizzazione interprofessionale che associa il 100% delle Organizzazioni dei Produttori (OP) e delle industrie di trasformazione
del pomodoro del Bacino Nord, il più grande distretto europeo per la produzione e la lavorazione del pomodoro da industria - si prepara alla campagna del prossimo anno.

Archiviata quella del 2025, conclusa con 3.121.617 tonnellate di prodotto raccolto e lavorato (-13% rispetto al quantitativo contrattato) e una resa media di 69,3 t/ha, inferiore al valore storico quinquennale di 73,2 t/ha ma di ottima qualità (grado Brix pari a 5), la filiera guarda alla prossima stagione con senso di responsabilità. Le criticità degli ultimi anni - dalle alluvioni del 2023 alla bassa produzione del 2024, fino alle basse rese del 2025, determinate dal cambiamento climatico in atto - richiedono approfondite analisi ma, soprattutto, una attenta e condivisa pianificazione.
Con questo intento, nel corso dell’ultima Assemblea dei Soci dell’OI, sono state approvate le ultime modifiche allo Statuto e aggiornate le Regole Condivise che promuovono il rispetto degli impegni contrattuali e le relative attività dell’Organizzazione Interprofessionale.

DOI: 10.1016/j.fct.2023.113942
Apprendimento automatico per prevedere la migrazione chimica dai materiali di imballaggio alimentare agli alimenti
Machine learning for predicting chemical migration from food packaging materials to foods. Food and Chemical Toxicology, Volume 178, agosto 2023
S. Wang, P. Lin, C. Wang, Y. Lin, C. Tung
Le sostanze chimiche a contatto con gli alimenti (FCC) possono migrare dai materiali di imballaggio agli alimenti, ponendo un problema di esposizione alle FCC potenzialmente tossico.
Rispetto agli esperimenti costosi, i metodi computazionali possono essere utilizzati per valutare i potenziali di migrazione per vari scenari di migrazione per ulteriori in-
dagini sperimentali che possono potenzialmente accelerare la valutazione della migrazione. Questo studio ha sviluppato un metodo di apprendimento automatico non lineare che utilizza proprietà chimiche, tipo di materiale, di alimento e temperatura per prevedere la migrazione chimica dalla confezione all’alimento. Sono stati valutati nove algoritmi non lineari per le loro prestazioni di previsione.
Il modello ensemble, che sfrutta più algoritmi, fornisce prestazioni all’avanguardia che sono migliori rispetto ai precedenti modelli di regressione lineare.
I modelli di previsione sviluppati sono stati successivamente applicati per delineare il potenziale di migrazione degli FCC ad alto rischio di tossicità. Si prevede che i modelli saranno utili per accelerare la valutazione della migrazione delle FCC dalla confezione agli alimenti.


DOI: 10.1016/j.foodcont.2024.110314
Recenti progressi nella rilevazione della vitalità di agenti patogeni di origine alimentare nel latte e nei prodotti lattiero-caseari
Recent advances in viability detection of foodborne pathogens in milk and dairy products. Food Control, Volume 160, giugno 2024
Y. Qi, S. Li, Y. Zhang, C. You
Nel corso di questi anni, il rilevamento della vitalità di agenti patogeni di origine alimentare nel latte e nei latticini ha attirato la grande attenzione dei ricercatori. Lo studio offre un riepilogo di ciascun tipo di pratica di rilevamento della vitalità, compresi i principi, le fasi operative e le applicazioni nei prodotti lattiero-caseari. Questi metodi sono più rapidi, affidabili e possono fornire informazioni sugli stati fi-

siologici dei patogeni di origine alimentare presenti nei prodotti lattiero-caseari rispetto alle tecniche di rilevamento tradizionali come i metodi di coltura e la PCR.
Inoltre, i componenti lattiero-caseari complessi e i bassi livelli di contaminazione microbica rendono difficile il rilevamento microbico nei prodotti lattiero-caseari, pertanto vengono discussi i modi per eliminare l’interferenza della matrice lattiero-casearia e quindi aumentare notevolmente la sensibilità.
Inoltre, vengono proposte alcune potenziali tecniche di rilevamento che potrebbero essere utilizzate in futuro per i prodotti lattiero-caseari per migliorare l’efficienza di rilevamento.
Questa revisione consentirà una migliore comprensione del rilevamento della vitalità microbica nei prodotti lattiero-caseari che può garantire la sicurezza alimentare.

DOI: 10.1016/j.ijbiomac.2023.126534
Bionanocompositi a base di polisaccaridi e proteine come materiali di imballaggio intelligenti: dalla fabbricazione alle applicazioni di imballaggio alimentare, una revisione
Polysaccharides and proteins based bionanocomposites as smart packaging materials: From fabrication to food packaging applications a review. International Journal of Biological Macromolecules, Volume 252, dicembre 2023
a. aLi, S. Bairagi, Sa. ganie, S. ahmed
L’industria alimentare è l’industria più grande e in rapida crescita. Questo settore consuma circa il 40% della plastica totale prodotta a livello mondiale come materiale da imballaggio. Il materiale di imballaggio convenzionale è principalmente di origine petrolchimica. Tuttavia, questi materiali pongono seri problemi all’ambiente dopo il loro smaltimento poiché non sono degradabili. Pertanto, alla ricerca di un sostituto adeguato per la plastica convenzionale,
i biopolimeri come i polisaccaridi (amido, cellulosa, chitosano, gomme naturali, etc.), le proteine e gli acidi grassi sono un’opzione ma ancora una volta limitata dalle loro proprietà intrinseche.
I materiali da imballaggio ecologici stanno ora crescendo notevolmente, a un ritmo di circa il 10-20% annuo.
La ricombinazione di biopolimeri e nanomateriali attraverso la tecnologia dei compositi di intercalazione su scala nanometrica ha dimostrato alcune caratteristiche affascinanti, relative sia ai biopolimeri che ai nanomateriali, come rigidità, stabilità termica, sensibilità e proprietà bioattive inerenti ai nanomateriali, nonché proprietà dei biopolimeri come flessibilità, lavorabilità e biodegradabilità.
Questa recensione presenta una panoramica completa sull’importanza e sui recenti progressi nel campo dei bionanocompositi e della loro applicazione nell’imballaggio alimentare. Vengono inoltre discussi brevemente diversi metodi per la fabbricazione di bionanocompositi. Infine, sono state presentate le prospettive future dei bionanocompositi negli imballaggi alimentari.
DOI: 10.1016/j.foodhyd.2024.110069
Applicazione degli idrocolloidi nello yogurt: progressi, sfide e tendenze future
Hydrocolloid application in yogurt: Progress, challenges and future trends. Food Hydrocolloids, Volume 153, agosto 2024 J. Zang, P. Xiao, Y. Chen, Z. Liu, d. Tang, Y. Liu, J. Chen, Y. Tu, Z. Yin
Gli idrocolloidi, in quanto miglioratori di qualità negli alimenti, presentano caratteristiche funzionali insostituibili, soprattutto nella produzione di yogurt. Vari tipi di idrocolloidi dimostrano proprietà fisico-chimiche e funzionali distinte, conferendo così allo yogurt diverse qualità di prodotto. Tuttavia, l’applicazione degli idrocolloidi nello yogurt deve attualmente affrontare numerose sfide irrisolte, in particolare nei meccanismi alla base delle proprietà di lavorazione e dei benefici nutrizionali, che rimangono non adeguatamente esplorati.
Questo documento classifica innanzitutto gli idrocolloidi comuni negli alimenti, riassumendo le proprietà fisico-chimiche e funzionali, le applicazioni e le limitazioni di ciascun tipo. Quindi chiarisce la loro applicazione e le sfide nello yogurt. Infine, identifica potenziali direzioni per la ricerca futura, compresi studi approfonditi sulle loro proprietà fisico-chimiche e sulle strategie di composizione. La revisione suggerisce inoltre di studiare meccanismi specifici nella salute dell’intestino e nell’assorbimento dei nutrienti, nonché i loro effetti sinergici con la fermentazione microbica in termini di proprietà prebiotiche. Inoltre, come direzioni future vengono discussi lo sviluppo di nuovi sistemi di erogazione del gel di yogurt e l’applicazione di tecnologie emergenti come la stampa 3D e la nanotecnologia. L’obiettivo è favorire l’avanzamento della comprensione delle microstrutture dello yogurt e contribuire a un utilizzo efficiente specifico e guidato dalla scienza degli idrocolloidi negli alimenti.


DOI: 10.1016/j.foodres.2023.113389
Stato attuale e prospettive future degli approcci di ricerca sensoriale e di consumo ai prodotti da forno e pasta senza glutine
Current status and future prospects of sensory and consumer research approaches to gluten-free bakery and pasta products. Food Research International, Volume 173, parte 2, novembre 2023
V. diaS CaPriLeS, e. VaLéria de aguiar, Fg. doS SanToS, me aguiLar FernándeZ, B. guedeS de meLo, B. Lago TagLiaPieTra, m. SCarTon, mT. PedroSa SiLVa CLeriCi, aC. ConTi
La ricerca sensoriale e sui consumatori svolge un ruolo fondamentale negli alimenti senza glutine (GF). Si nota una costante insoddisfazione dei consumatori riguardo ai prodotti attualmente disponibili, nonostante la continua crescita di questo mercato e i promettenti sviluppi della ricerca. Al giorno d’oggi, quasi la metà degli articoli originali sui prodotti GF includono analisi sensoriali. È necessaria una panoramica attuale per aiutare sia gli scienziati che l’industria alimentare a identificare le tendenze attuali e gli approcci lungimiranti. La presente revisione ha raccolto infor-

mazioni riguardanti la ricerca sensoriale e di consumo per i prodotti da forno e pasta senza glutine, da studi pubblicati nell’ultimo decennio, e poi discute le sfide future alla luce dei recenti progressi. Tra gli approcci promettenti, le tecniche proiettive che raccolgono dati utilizzando i social media possono fornire opinioni rapide, spontanee e dirette da parte dei consumatori GF. Possono anche essere utilizzati per valutare tendenze e approfondimenti interculturali o globali. I metodi partecipativi hanno evidenziato l’importanza delle informazioni sull’etichetta e potrebbero esplorare ulteriormente il comportamento dei consumatori GF in ambienti più realistici, nonché valutare i fattori alimentari GF intrinseci nelle opinioni, emozioni, comportamenti e scelte dei consumatori GF. Questa recensione descrive in dettaglio i problemi attuali che si verificano nell’analisi sensoriale dei prodotti GF, che devono ancora essere risolti.
La combinazione di metodi affettivi e analitici consente una migliore caratterizzazione dei campioni e tale analisi sensoriale dei prodotti senza glutine in futuro potrebbe guidare lo sviluppo del prodotto e il controllo di qualità, superando problemi tecnologici, nutrizionali e di durata di conservazione.

DOI: 10.1016/j.jfp.2023.100183
Sopravvivenza degli agenti patogeni di origine alimentare nella birra artigianale a basso contenuto alcolico e analcolica
Survival of Foodborne Pathogens in Low and Non-Alcoholic Craft Beer. Journal of Food Protection, ottobre 2023 m. ÇoBo, a. CharLeS-VegdahL, K. KirKPaTriCK, r. WoroBo
I birrifici e le aziende produttrici di bevande sono stati recentemente interessati a creare varietà di birra innovative che si discostano dagli stili birrari tradizionali, con un basso contenuto di alcol <2,5% di alcol in volume (ABV) o con l’assenza totale di alcol (<0,5% ABV). Le birre tradizionali (fino al 10% di alcol) contengono numerosi fattori intrinseci ed estrinseci che impediscono la proliferazione o la propagazione degli agenti patogeni. Proprietà fisico-chimiche come pH basso, presenza di etanolo e acidi del luppolo, ossigeno limitato e tecniche di lavorazione specifiche, tra cui bollitura del mosto, pastorizzazione, filtrazione, conservazione a freddo contribuiscono alla stabilità e alla sicurezza microbica. Il potenziale cambiamento o l’assenza di uno o più di questi ostacoli antimicrobici può rendere il prodotto finale suscettibile alla sopravvivenza e alla crescita degli agenti patogeni. In questo studio è stato valutato l’effetto del pH, della temperatu-
ra di conservazione e della concentrazione di etanolo sulla crescita o sulla morte di agenti patogeni di origine alimentare nelle birre a basso contenuto alcolico e analcoliche. Le concentrazioni di pH ed etanolo sono state regolate dai loro valori iniziali rispettivamente di 3,65 e <0,50% ABV a pH 4,20, 4,60 e 4,80; e 3,20 ABV. I campioni sono stati inoculati con cocktail individuali di cinque ceppi di E. coli O157:H7, S. enterica e L. monocytogenes, quindi conservati a due diverse temperature (4 e 14°C) per 63 giorni. La conta microbica è stata eseguita utilizzando agar selettivo con incubazione a 35°C. I risultati hanno mostrato che le birre analcoliche consentivano la crescita e la sopravvivenza degli agenti patogeni, al contrario di quelle a basso contenuto alcolico. E. coli O157:H7 e S. enterica sono cresciuti di circa 2,00 log CFU/mL a 14°C, ma non è stata osservata alcuna crescita a 4°C. L. monocytogenes era più suscettibile e scendeva rapidamente al limite di rilevamento o al di sotto di esso in tutte le condizioni testate. I risultati mostrano che la temperatura di conservazione è fondamentale per prevenire la crescita di agenti patogeni. Il pH non sembra avere un effetto significativo sulla sopravvivenza dei patogeni (p<0,05). Questo studio dimostra la necessità per i produttori di bevande di dare priorità e mantenere piani di sicurezza alimentare insieme a pratiche specifiche per i produttori di birra a basso contenuto alcolico e analcolico.

NEL 2024, LA SPESA DEGLI
ITALIANI PER LA RISTORAZIONE HA REGISTRATO UN VALORE PARI A 85 MILIARDI DI EURO, IN CALO RISPETTO AL PERIODO PRE-COVID (88 MILIARDI NEL 2019) E CON UNA FLESSIONE DELLE VISITE (-6%, DATI OSSERVATORIO CONFIMPRESE-JAKALA).
IN QUESTO SCENARIO GLI ALIMENTI SURGELATI RAPPRESENTANO UN ALLEATO PREZIOSO E, NON A CASO, I VOLUMI DI CONSUMO DEI FROZEN FOOD FUORI CASA HANNO TENUTO (+0,1% NELL’ULTIMO ANNO). DATI POSITIVI ANCHE PER I PRODOTTI A BASE VEGETALE, IL CUI MERCATO AL DETTAGLIO ITALIANO È STATO VALUTATO 639 MILIONI DI EURO NEL 2024

tavola rotonda ha
rappresentanti istituzionali e del
produttivo e
Dai dati di scenario, ISMEA ha evidenziato indicatori chiave per leggere la competitività del comparto: l’Italia rappresenta il 17,4% del valore aggiunto agricolo complessivo dell’UE e registra una crescita del valore aggiunto pari a +12,6%. Sul fronte interna-
zionale, nel 2024 l’export agroalimentare ha sfiorato i 70 miliardi di euro (69.030 milioni), con un incremento dell’87% nel decennio, mentre nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni agroalimentari risultano in aumento del +5,7% rispetto allo stesso periodo del 2024.
Anche i numeri dell’Osservatorio Agrofarma delineano un’evoluzione netta del mercato: le vendite di prodotti fitosanitari in Italia risultano in calo del 18% confrontando il triennio 2021-2023 con 2012-2014, mentre la riduzione complessiva del volume dei principi attivi nello stesso confron-

A premiare gli alimenti surgelati sono tanto i consumatori, che ne riconoscono pienamente l’elevato valore qualitativo e ne apprezzano il gusto, quanto i ristoratori, che ne valorizzano le qualità anti-spreco e la capacità di offrire alimenti buoni e sicuri in ogni periodo dell’anno

to arriva al 24%. Nel contempo, cresce l’innovazione, con un incremento del 133% dei principi attivi anche di origine biologica. Sul fronte regolatorio e di offerta, in Italia sono 2.332 gli agrofarmaci autorizzati, di cui 393 per l’impiego in agricoltura biologica, e l’84,6% dei prodotti presenti oggi sul mercato risulta approvato dopo il 2011.
COMPAG 2025
Si è svolto a dicembre, al Savoia Hotel Regency di Bologna, il Convegno Nazionale di COMPAG, la Federazione nazionale delle rivendite agrarie (commercianti di mezzi tecnici e stoccatori di cereali e proteaginose), associata a Confcommercio Imprese per l’Italia. Ad aprire i lavori è stato Fabio Manara, Presidente COMPAG, che ha inquadrato le principali criticità che stanno condizionando il settore e la filiera agroalimentare, tra instabilità geopolitica, dinamiche commerciali e pressioni sui costi. La mattinata è stata moderata da Edoardo Musarò, Direttore COMPAG, che ha guidato il confronto tra relatori e ospiti, valorizzando il ruolo della Federazione come presidio operativo per le imprese della distribuzione dei mezzi tecnici e dello stoccaggio.
Il convegno ha visto anche l’intervento di Ludovico Semerari (Centro studi AMIStaDeS APS), dedicato all’impatto delle guerre e delle politiche commerciali sui mercati europei e italiani, seguito dal contributo di Claudio Federici (ISMEA) sulle tendenze dell’agroalimentare e sul ruolo dell’Istituto nel contrasto alle pratiche sleali.
A seguire, Enrica Gentile (CEO Areté) ha presentato il quadro aggiornato su agrofarmaci e fertilizzanti, con i dati più recenti dell’Osservatorio.
La mattinata si è conclusa con una tavola rotonda che ha riunito rappresentanti istituzionali e del sistema produttivo e finanziario: Fabio Manara (COMPAG), Cesare Soldi (Confagricoltura), Stefano Calderoni (CIA - Agricoltori Italiani Ferrara), Marco Lazzari (BPER), Mauro Bruni (Areté) e Patrick Gerlich (Agrofarma - Federchimica). Le conclusioni sono state affidate all’on. Bartolomeo Amidei, Membro del Senato della Repubblica, presente in collegamento.
CONSUMO DI ALIMENTI SURGELATI: OLTRE IL 36% È “FUORI CASA”
Gli alimenti surgelati sono sempre più apprezzati dagli italiani, che non solo li consumano in casa abitualmente, ma lo fanno anche fuori dalle mura domestiche. Secondo IIAS - Istituto Italiano Alimenti Surgelati, dell’oltre 1 milione di tonnellate di alimenti surgelati consumati nel 2024, il 36% viene scelto fuori casa (dato comprensivo anche del canale door-to-door e della ristorazione collettiva) [Fonte: Annual Report IIAS].
Questo risultato certifica la centralità dei frozen food anche nella ristorazione e il loro apprezzamento fuori casa da parte dei consumatori. Il merito sta nelle peculiarità intrinseche di questi alimenti: qualità nutrizionale, praticità, sicurezza, risparmio, antispreco e sostenibilità. Eppure, la ristorazione italiana, da quasi cinquant’anni, è obbligata ad apporre l’asterisco nei menu per indicare la presenza nei piatti di uno o più alimenti surgelati, congelati o abbattuti. Uno strumento che, se da una parte fornisce al consumatore una informazione in più (peraltro parziale e non precisa, vista la profonda differenza fra la surgelazione di tipo industriale e le varie forme di congelamento/abbattimento “fai da te”), dall’altra rischia di dare una connotazione negativa e fuorviante a un prodotto alimentare di indiscussa qualità.
“Oggi - spiega Giorgio Donegani, Presidente di IIAS - per gli italiani gli alimenti surgelati sono sinonimo di qualità, gusto e sicurezza, grazie a una filiera controllata. In più, sono centrali per chi fa ristorazione, perché superano le stagionalità e aiutano a gestire lo spreco alimentare, che è un problema ambientale, sociale ed economico. In questo scenario di maturata consapevolezza e apprezzamento dei surgelati si inserisce la permanenza dell’obbligo di riportare l’asterisco nei menu che, è bene chiarirlo, non deriva da una legge specifica ma da un orientamento della giurisprudenza italiana, consolidatosi a partire dalla fine del secolo scorso attraverso numerose sentenze della Corte di Cassazione. Parliamo di uno strumento ormai “anacronistico”, che in mezzo secolo dalla sua apparizione è rimasto invariato malgrado l’evoluzione tecnologica, la sempre maggior conoscenza della qualità dei prodotti surgelati e la migliorata consapevolezza e percezione da parte dei consumatori. Non a caso, una recente indagine Doxa ha messo in evidenza come
per 7 italiani su 10 la presenza dell’asterisco nel menu non influenzi affatto la scelta di un determinato piatto [Fonte: Studio BVA Doxa per IIAS]. In più, l’asterisco nei menu non ha nulla a che fare con la sicurezza igienico-sanitaria dell’alimento, in quanto l’eventuale omissione di tale informazione non rappresenterebbe in nessun caso una potenziale compromissione della salute del consumatore. Tutto ciò considerato - si chiede il Presidente di IIAS - ha ancora senso oggi questa pratica che non apporta una informazione rilevante per il consumatore?”.
Qualità, sicurezza, antispreco
La ristorazione italiana sta vivendo un periodo di luci e ombre: se da una parte il 2024 si è chiuso con una spesa da parte dei consumatori di 85 miliardi di euro, in aumento rispetto al 2023, è altrettanto vero che il dato appare ancora distante dagli 88 miliardi del periodo pre-covid (2019). In calo anche i volumi, con una flessione delle “visite” del -6%, da parte dei consumatori. In questo scenario i volumi di consumo degli alimenti surgelati segnano un dato in controtendenza, con una sostanziale tenuta (+0,1%).
La diffusione e l’apprezzamento crescente anche fuori casa degli alimenti surgelati ha molteplici cause. La prima è che gli italiani li trovano buoni: secondo un “Blind Taste Test” condotto da AstraRicerche per IIAS, che ha messo a confronto alcuni piatti realizzati con ingredienti surgelati rispetto altri analoghi realizzati con ingredienti freschi, tra il 48% e il 68% degli intervistati ha espresso un voto superiore per il surgelato rispetto al fresco in riferimento a qualità, gusto, freschezza e consistenza percepite. La seconda ragione è che oggi un alimento surgelato ha caratteristiche nutrizionali e organolettiche analoghe, se non migliori, dell’equivalente alimento fresco: gli studi scientifici più recenti dimostrano infatti che il frozen, in particolare il pesce e le verdure, mantiene pressoché intatto e a lungo
il contenuto di nutrienti, cosa che la semplice refrigerazione non è in grado di fare.
Preziosa risorsa
nella ristorazione moderna
Nelle sfide sempre più complesse che la ristorazione si trova oggi ad affrontare, il frozen si dimostra un grande alleato. Lo è sicuramente in termini di sicurezza alimentare, perché gli alimenti surgelati sono sicuri dal punto di vista sanitario visto che il sottozero blocca l’attività di microrganismi (enzimi, batteri) che, a temperatura ambiente, minacciano l’integrità di un alimento. Ma lo sono anche in termini di riduzione dello spreco alimentare, tema che investe non solo i consumi domestici ma anche la ristorazione. Secondo lo studio dell’Osservatorio Waste Watcher per IIAS, negli ultimi 5 anni, nel nostro Paese, i consumi di frozen food sono aumentati, ma a questa crescita non è corrisposto un analogo aumento del loro spreco, che dal 2021 al 2025, è rimasto stabile e di poco superiore al 2%, a conferma delle preziose virtù intrinseche salva-spreco di questi alimenti.
Giorgio Donegani, Presidente di IIAS: “È tecnologicamente cambiato il modo in cui i frozen vengono prodotti ed è cresciuta tra i consumatori la consapevolezza che i surgelati hanno caratteristiche nutrizionali equiparabili agli alimenti freschi, è aumentato il loro utilizzo nelle cucine di ristoranti e chef perché aiutano a combattere gli sprechi alimentari e sono alleati dell’ambiente. Alla luce di questa evoluzione, continuare a imporre l’obbligo dell’asterisco nel menu basandosi sull’assunto, ormai superato e “anacronistico”, che il cliente ‘si aspetti’ la presenza solo di ingredienti/alimenti freschi, in quanto tali ‘migliori’, appare a IIAS completamente fuori luogo. Per queste ragioni il settore chiede sul tema un confronto con il decisore pubblico e le rappresentanze dei consumatori, al fine di tutelare effettivamente le esigenze di tutti, consumatori e ristoratori in testa, per garantire un’offerta alimentare buona, sana e

Il mercato italiano degli alimenti a base vegetale è in crescita, trainato da un aumento moderato nella categoria del latte e delle bevande a base vegetale, che rappresenta la quota maggiore del mercato sicura, nella quale i prodotti surgelati svolgano il ruolo che meritano”.

dall’inflazione, concentrata soprattutto tra il 2022 e il 2023; tra il 2023 e il 2024, infatti, i prezzi di molte categorie di alimenti a base vegetale hanno registrato lievi cali. I dati confermano che tra l’ottobre 2022 e il marzo 2023 l’inflazione è stata elevata in tutto il settore alimentare italiano, ma successivamente ha iniziato a diminuire.
Il contesto inflazionistico potrebbe spiegare la forte crescita dei prodotti a marchio privato (private label), generalmente più accessibili in termini di prezzo, che hanno registrato un aumento del volume di vendita del 17,4% tra il 2022 e il 2024, a fronte di un andamento pressoché stabile dei prodotti di marca (-1,5% nello stesso periodo). Tuttavia, l’andamento delle vendite suggerisce che anche altri fattori, come gusto e consistenza, probabilmente hanno un ruolo rilevante: i prezzi più bassi non garantiscono necessariamente volumi di vendita più elevati.
IL MERCATO DEGLI ALIMENTI
A BASE VEGETALE
Secondo i dati elaborati da Good Food In-
stitute Europe su rilevazioni Circana, nel 2024 le vendite al dettaglio di bevande vegetali e alternative a carne e latticini hanno raggiunto i 639 milioni di euro, con una crescita del 7,6% rispetto al 2023. Questo aumento è stato in parte determinato
La domanda di alimenti a base vegetale ha continuato a crescere: le vendite unitarie in tutte e cinque le categorie considerate (carne, latte e bevande, formaggio, yogurt e panna) sono aumentate del 10,0% tra il 2023 e il 2024, e del 13,6% tra il 2022 e il 2024. Il volume delle vendite è aumentato del 6,9% tra il 2022 e il 2024, di cui il 6,5% solo tra il 2023 e il 2024. Nel periodo 2023-2024, il volume di vendita è aumentato in tre su cinque delle cinque categorie di alimenti a base vegetale: carne, latte e bevande, formaggio. Il volume di vendita è rimasto stabile per lo yogurt vegetale e ha registrato un calo per la panna a base vegetale, mentre il valore delle vendite è aumentato in tutte le categorie eccetto la panna. Il formaggio a base vegetale ha continuato la sua forte traiettoria di crescita come categoria emergente, con un aumento del 44,6% del valore delle vendite tra il 2023 e il 2024 e una crescita del 102% rispetto al 2022. Anche la carne a base vegetale ha registrato una forte crescita tra il 2023 e il 2024, con un aumento del valore delle vendite del 14,7% e un incremento
del volume del 16,0%. Il ritmo di crescita di questa categoria ha subito un’accelerazione nel periodo più recente (2023-2024).
Mercato totale degli alimenti di origine vegetale in Italia
Il mercato italiano degli alimenti a base vegetale è in crescita, trainato da un aumento moderato nella categoria del latte e delle bevande a base vegetale, che rappresenta la quota maggiore del mercato, e da una crescita sostenuta nelle categorie più piccole della carne e del formaggio a base vegetale.
Tra il 2022 e il 2024, il valore complessivo delle vendite nelle cinque categorie analizzate è aumentato del 16,4%, raggiungendo i 639 milioni di euro nel 2024. Nel frattempo, le vendite unitarie sono aumentate del 13,6%, raggiungendo i 316 milioni di unità, mentre il volume di vendita è aumentato del 6,9%, arrivando a 190 milioni di chilogrammi. La crescita del volume di vendita ha registrato una netta accelerazione, e la maggior parte dell’incremento si è concentrata tra il 2023 e il 2024.
Le categorie a base vegetale più rilevanti in Italia sono quella del latte e delle bevande, che nel 2024 rappresentava il 50,7% del valore delle vendite a base vegetale, e quella della carne, che rappresentava il 35,7%. Rispetto alle corrispondenti versioni di origine animale, la categoria del latte e delle bevande a base vegetale è la più consolidata, con una quota di mercato dell’11,5% in termini di valore delle vendite e dell’8,0% in termini di volume di vendita nel 2024. La categoria in più rapida crescita in termini di valore delle vendite tra il 2023 e il 2024 è stata quella del formaggio a base vegetale (+44,6%), seguita dalla carne a base vegetale (+14,7%). L’unica categoria che ha registrato un calo nel valore delle vendite nello stesso periodo è stata la panna vegetale.

Tra il 2022 e il 2024, il valore annuo delle vendite di carne a base vegetale in Italia è aumentato del 29,5%, raggiungendo i 228 milioni di euro. Nello stesso periodo le vendite unitarie sono aumentate del 32,1%, arrivando a 91,0 milioni di unità, mentre il volume di vendita è aumentato del 24,9%, raggiungendo 17,0 milioni di chilogrammi. Il tasso di crescita ha registrato un’accelerazione in questo periodo di tempo, e la maggior parte dell’incremento si è concentrata nel 2024. La variazione annua del valore delle vendite è stata pari al 12,8% tra il 2022 e il 2023, e al 14,7% tra il 2023 e il 2024. Per quanto riguarda il volume di vendita, l’aumento è stato del 7,7% tra il 2022 e il 2023, e del 16,0% tra il 2023 e il 2024. La categoria della carne vegetale non comprende il tofu, il tempeh o il seitan. Per fare un confronto, il valore totale delle vendite di questi tre prodotti è aumentato del 72% tra il 2022 e il 2024, raggiungendo 33 milioni di euro nel 2024, mentre il volume di vendita è cresciuto del 77%. Nel 2024, tofu, tempeh e seitan avevano un prezzo medio di
9,91 €/kg, rispetto ai 13,43 €/kg della carne a base vegetale, elemento che potrebbe spiegare la crescita più rapida di questi prodotti.
La categoria latte e bevande a base vegetale in Italia è cresciuta a un ritmo moderato, nonostante continui a costare di più del latte di origine animale, e l’aumento è stato in parte trainato dall’espansione del segmento private label.
Tra il 2022 e il 2024, il valore delle vendite è aumentato del 7,4%, arrivando a quota 324 milioni di euro, le vendite unitarie sono aumentate del 6,2%, arrivando a 169 milioni, mentre il valore delle vendite è salito a 161 milioni di litri, con un aumento del 5,5%. La maggior parte della crescita del volume di vendita si è concentrata tra il 2023 e il 2024, dopo una fase di stabilità tra il 2022 e il 2023. La maggior parte dell’aumento del volume di vendita tra il 2023 e il 2024 è stata determinata dalla quota crescente delle private label, che nel 2024 rappresentavano poco più della metà del mercato.
normativa e tecnologia in pillole, per non perdersi le novità del settore




Avv. Chiara Marinuzzi
Studio Legale Gaetano Forte
NOVITÀ PER MIELE, SUCCHI FRUTTA E CONFETTURE
Recepita in Italia con il D.Lgs. 30 dicembre 2025, n. 207 la Direttiva UE 2024/1438, meglio nota come “Direttiva Breakfast”. Sono interessati i seguenti decreti:
• Dec reto Legislativo 21 maggio 2004, n.179 sul miele.
• Dec reto Legislativo 21 maggio 2004, n.151 relativo ai succhi di frutta e altri prodotti analoghi destinati all’alimentazione umana.
• Decreto Legislativo 20 febbraio 2004, n. 50 concernente confetture, gelatine e marmellate di frutta e alla crema di marroni destinate all’alimentazione umana.
• Decreto Legislativo 8 ottobre 2011, n. 175 su alcuni tipi di latte conservato parzialmente o totalmente disidratato destinato all’alimentazione umana.
L’applicazione è prevista dal 14 giugno 2026. La norma prevede un periodo transitorio che consente la commercializzazione fino all’esaurimento delle scorte dei prodotti immessi sul mercato o etichettati anteriormente al 14 giugno 2026. Di seguito le principali novità per i comparti interessati.
Attualmente, il Decreto Legislativo 21 maggio 2004, n. 179 prevede che l’etichetta del miele debba riportare il paese o i paesi d’origine in cui il miele è stato raccolto. In deroga, se il miele è originario di più Stati membri o paesi terzi, l’indicazione dei paesi d’origine può essere sostituita da una delle seguenti, a seconda dei casi:
• «miscela di mieli originari dell’UE»,
• «miscela di mieli non originari dell’UE»,
• «miscela di mieli originari e non originari dell’UE».
Con il nuovo decreto è previsto che sull’etichetta deve essere indicato il Paese d’origine in cui il miele è stato raccolto. Se il miele è originario di più Paesi, i paesi d’origine in cui il miele è stato raccolto sono indicati sull’etichetta nel campo visivo principale, in ordine decrescente rispetto alla loro quota di peso, unitamente alla percentuale rappresentata da ciascuno di tali Paesi di origine.
Per ogni singola quota della miscela è ammessa una tolleranza del 5%, calcolata sulla base della documentazione relativa alla tracciabilità dell’operatore. Quando in
una miscela il numero di Paesi d’origine del miele è superiore a quattro e le quattro quote maggiori rappresentano oltre il 60% della miscela è consentito indicare con la percentuale solo tali quattro quote maggiori e gli altri Paesi d’origine in ordine decrescente senza percentuale.
Per gli imballaggi contenenti quantità nette di miele di peso inferiore a 30 grammi, i nomi dei Paesi d’origine possono essere sostituiti da un codice a due lettere conforme a quello dell’ultima versione della norma internazionale ISO 3166-1 (alfa-2) in vigore.
SUCCHI DI FRUTTA - ATTENZIONE AGLI ZUCCHERI
Il comparto dei succhi di frutta era già stato interessato da un’importante modifica nel 2014 in cui il D.Lgs. 20/2014 aveva introdotto il divieto di addizionare con zucchero o edulcoranti i succhi di frutta. Una delle principali novità del nuovo decreto, che risponde alla sempre maggiore attenzione dei consumatori alle implicazioni sulla salute legate al consumo di zucchero, è l’introduzione di tre nuove categorie:

Per rispondere alla sempre maggiore attenzione dei consumatori alle implicazioni sulla salute legate al consumo di zucchero sono state introdotte tre nuove categorie
a) Succo di frutta a tasso ridotto di zuccheri
Il prodotto ottenuto dal succo di frutta, nel quale la quantità di zuccheri naturalmente presenti sia stata ridotta almeno del 30% mediante un processo autorizzato alle condizioni stabilite nell’allegato I, parte II, punto 3 del decreto, che mantiene tutte le altre caratteristiche fisiche, chimiche, organolettiche e nutrizionali essenziali di un succo di tipo medio del frutto da cui è ottenuto.
Il succo di frutta a tasso ridotto di zuccheri può essere ottenuto tramite miscelazione di succo di frutta a tasso ridotto di zuccheri con succo di frutta, purea di frutta o entrambe.
b) Succo di frutta da concentrato a tasso ridotto di zuccheri
Il prodotto ottenuto da succo di frutta da concentrato nel quale la quantità di zuccheri naturalmente presenti sia stata ridotta almeno del 30% mediante un processo
autorizzato alle condizioni stabilite sempre nell’allegato del decreto, che mantiene tutte le altre caratteristiche fisiche, chimiche, organolettiche e nutrizionali essenziali di un succo di tipo medio del frutto da cui è ottenuto oppure il prodotto ottenuto ricostituendo il succo di frutta concentrato a tasso ridotto di zuccheri sopra indicato con acqua potabile.
Il succo di frutta da concentrato a tasso ridotto di zuccheri può essere ottenuto tramite miscelazione di succo di frutta da concentrato a tasso ridotto di zuccheri di uno o più dei prodotti seguenti: succo di frutta, succo di frutta da concentrato, succo di frutta a tasso ridotto di zuccheri, purea di frutta concentrata e purea di frutta.
c) Succo di frutta concentrato a tasso ridotto di zuccheri
Il prodotto ottenuto dal succo di frutta concentrato quale definito sopra, nel quale la quantità di zuccheri naturalmente presenti sia stata ridotta almeno del 30%,
anche in tal caso mediante apposite condizioni definite nell’allegato al decreto, che mantiene tutte le altre caratteristiche fisiche, chimiche, organolettiche e nutrizionali essenziali di un prodotto di tipo medio, oppure il prodotto ottenuto dal succo di frutta a tasso ridotto di zuccheri, mediante eliminazione fisica di una determinata parte d’acqua. Se il prodotto è destinato al consumo diretto, l’eliminazione deve essere almeno pari al 50% della parte d’acqua. Gli operatori saranno autorizzati a utilizzare l’indicazione «i succhi di frutta contengono solo zuccheri naturalmente presenti», garantendo così una migliore informazione dei consumatori sui prodotti che consumano. Questa deve essere comunque riportata nello stesso campo visivo della denominazione di vendita.
Il decreto definisce anche la denominazione «acqua di cocco» che identifica il prodotto che è estratto direttamente dalla noce di cocco senza spremere la polpa di cocco.

Il
legislatore ha voluto aggiornare le normative al fine di allineare i prodotti alle nuove esigenze nutrizionali e salutistiche e garantire una etichettatura più omogenea e chiara
Aumenta il contenuto minimo di frutta nelle confetture e confetture extra, per cui
Confettura
È la mescolanza, portata alla consistenza gelificata appropriata, di zuccheri, polpa e/o purea di una o più specie di frutta e acqua. Per gli agrumi, tuttavia, la confettura può essere ottenuta dal frutto intero tagliato e/o affettato.
La quantità di polpa e/o purea utilizzata per la fabbricazione di 1000 grammi di prodotto finito non deve essere inferiore a:
a) 450 grammi in generale;
b) 350 grammi per ribes rosso, sorbe, olivello spinoso, ribes nero, cinorrodi e mele cotogne;
c) 180 grammi per lo zenzero;
d) 230 grammi per il pomo di acagiù;
e) 80 grammi per il frutto di granadiglia
Confettura extra
È mescolanza, portata alla consistenza gelificata appropriata, di zuccheri, polpa non concentrata di una o più specie di frutta e
acqua. Tuttavia, la confettura extra di cinorrodi e la confettura extra senza semi di lamponi, more, ribes neri, mirtilli e ribes rossi può essere ottenuta parzialmente o totalmente dalla purea non concentrata di queste specie di frutta. Per gli agrumi, la confettura extra può essere ottenuta dal frutto intero tagliato e/o affettato. I frutti seguenti mescolati ad altri non possono essere utilizzati per la produzione di confettura extra: mele, pere, prugne a nocciolo aderente, meloni, angurie, uva, zucche, cetrioli e pomodori.
La quantità di polpa utilizzata per la produzione di 1000 grammi di prodotto finito non deve essere inferiore a:
a) 500 grammi in generale;
b) 450 grammi per ribes rosso, sorbe, olivello spinoso, ribes nero, cinorrodi e mele cotogne;
c) 280 grammi per lo zenzero; d) 290 grammi per il pomo di acagiù; e) 100 grammi per la granadiglia.
Questo aumento nel contenuto di frutta contribuirà a ridurre la quantità di zucchero nelle confetture, consentendo ai consu-
matori di compiere scelte più sane.
Marmellata
La normativa attualmente in vigore limita il termine “marmellata” a prodotti ottenuti da agrumi.
È stato previsto che, per tenere conto del comune uso da parte dei consumatori gli Stati membri possono autorizzare, a loro discrezione e nel proprio territorio, l’uso del termine “marmellata” anche nel caso di marmellate di frutta diversa dagli agrumi. Di conseguenza, il termine “marmellata di agrumi” potrà essere utilizzato in tutta l’Unione per il prodotto finora definito “marmellata” per distinguere le due categorie di prodotti. Il termine “agrume” può essere sostituito con il nome specifico dell’agrume/i utilizzato/i.
L’Italia pur potendo estendere l’uso del termine anche ad altri prodotti, ha limitato le modifiche a quanto segue:
• “Marmellata di agrumi”
La mescolanza, portata alla consistenza gelificata appropriata, di acqua, zuccheri e di uno o più dei seguenti prodotti, ottenuti a partire da agrumi: polpa, purea,
Allineare i prodotti alle
garantire
succo, estratti acquosi e scorze. Nella denominazione di vendita “marmellata di agrumi”, il termine “agrumi” può essere sostituito dal nome dell’agrume utilizzato. La quantità di agrumi utilizzata nella fabbricazione di 1000 grammi di prodotto finito non deve essere inferiore a 200 grammi, di cui almeno 75 grammi ottenuti dall’endocarpo.
• “Marmellata gelatina”
Una marmellata di agrumi esente totalmente da sostanze insolubili, salvo eventualmente esigue quantità di scorza finemente tagliata.
Abolito l’obbligo indicazione del tenore di zuccheri totali (prima previsto dall’art. 3 comma 2 let. b) del D.Lgs. 510/2004) in
quanto assolta dalle informazioni nutrizionali obbligatorie ex Reg. UE 1169/2011.
LATTE CONSERVATO PARZIALMENTE
O TOTALMENTE DISIDRATATO -
LE AGGIUNTE POSSIBILI
Sono infine apportate modifiche al Decreto Legislativo 8 ottobre 2011, n. 175, su taluni tipi di latte conservato parzialmente o totalmente disidratato destinato all’alimentazione umana.
In particolare, per quel che concerne le “Aggiunte e materie prime autorizzate” è previsto che ai prodotti di cui all’allegato I del citato decreto possono essere aggiunte le seguenti materie prime e prodotti: a) vitam ine e minerali conformemente al Regolamento (CE) n. 1925/2006;

b) ai fini della correzione del tenore proteico del latte, di cui all’articolo 4: 1. retentato di latte: prodotto ottenuto dalla concentrazione delle proteine del latte mediante ultrafiltrazione del latte, del latte parzialmente scremato o del latte scremato;
2. permeato di latte: prodotto ottenuto estraendo le proteine e la materia grassa dal latte mediante ultrafiltrazione del latte, del latte parzialmente scremato o del latte scremato; 3. lattosio; c) enzimi alimentari; d) additivi alimentari.
È autorizzato, altresì, il trattamento di riduzione del tenore di lattosio del latte, mediante conversione in glucosio e galattosio. Le modifiche della composizione del latte derivanti da tale trattamento sono ammesse soltanto a condizione che siano indicate sull’imballaggio, in modo chiaramente visibile e leggibile e in caratteri indelebili.
Con l’attuazione c.d. “Direttiva Breakfast” il legislatore ha voluto aggiornare le normative in materia di miele, succhi di frutta, confetture e marmellate e taluni tipi di latte al fine di allineare i prodotti alle nuove esigenze nutrizionali e salutistiche e garantire un’etichettatura più omogenea e chiara, anche se qualche contestazione dal settore è rimasta sul tema dell’origine (che alcuni volevano estesa anche a succhi, confetture e marmellate) nonché sulla denominazione “marmellata” che rimane ancorata al mondo degli agrumi.

Tenere traccia di quanti e quali prodotti siano contenuti all’interno dei conservatori di temperatura tramite tecniche di intelligenza artificiale, deep learning e IoT per una gestione più efficiente e sostenibile degli alimenti, evitando scadenze e dimenticanze. È questo l’obiettivo di VIS IO, il progetto di ricerca industriale e sviluppo sperimentale che ha impegnato l’azienda trevigiana Irinox.
Nel corso dei mesi Irinox, specializzata nella produzione di abbattitori di temperatura e di conservatori di alta qualità, ha lavorato assieme a Flexsight allo sviluppo di una nuova funzionalità per FreshCloud®, la piattaforma cloud innovativa che monitora tutti i parametri di funzionamento delle attrezzature, già disponibile per i clienti. La nuova funzione permetterà di monitorare in maniera automatizzata il contenuto dei loro dispositivi e di tenere traccia di quantità, tipologia e scadenza dei prodotti alimentari conservati all’interno.
Nell’ambito della pasticceria professionale, spesso è difficile tenere sotto controllo i prodotti e le loro scadenze, e di conseguenza riuscire a efficientare la loro produzione nel laboratorio. Da qui l’esigenza di creare un sistema di intelligenza artificiale che tramite Vision Intelligence e IoT riesca a tracciare l’inserimento e l’estra-
Ogni azienda che opera nella produzione, lavorazione e distribuzione di alimenti deve garantire standard di igiene impeccabili e poterlo dimostrare in modo documentato. La normativa europea 852/2004 impone l’adozione di un sistema



zione del cibo dai conservatori e fornire un elenco costantemente aggiornato dei prodotti disponibili all’interno del conservatore.
www.irinox.com

basato sui principi HACCP, che identifica e controlla tutte le fasi critiche della filiera. Tra i fattori considerati rientra anche l’abbigliamento da lavoro, che deve essere mantenuto in condizioni igieniche ottimali, tali da non rappresentare un potenziale veicolo di contaminazione per i prodotti alimentari. Mewa opera secondo la norma UNI EN 14065 e il modello RABC (Risk Analysis and Biocontamination Control System), un sistema che consente di monitorare e controllare il rischio di biocontaminazione in tutte le fasi operative.
L’intero processo, dalla raccolta dei capi sporchi al lavaggio (a temperature comprese tra 60° e 75°) fino alla riconsegna, è gestito secondo protocolli rigorosi e verificabili. In questo modo l’abbigliamento professionale che Mewa propone all’industria alimentare è pienamente compatibile con qualsiasi sistema HACCP e offre ai clienti i più elevati standard di igiene e sicurezza.
www.mewa.it
La divisione Ispezione Prodotti Mettler-Toledo ha presentato la nuova serie X3 di sistemi di ispezione a raggi-X per prodotti sfusi, progettata per offrire una rivelazione di contaminanti fisici ai vertici della categoria, una riduzione accurata degli scarti e un funzionamento semplificato.
Composta dai modelli X13 e X53, la serie X3 per l’ispezione di prodotti sfusi si presenta con un design sviluppato a partire dalla famiglia X2, con componenti in comune. La serie X3 è stata sviluppata appositamente per prodotti sfusi, non confezionati, su nastri trasportatori. Entrambi i sistemi della serie sono in grado di rive-
lare contaminanti di dimensioni fino a 0,30,4 mm, a seconda dell’applicazione e del materiale contaminante, proteggendo gli strumenti, evitando costosi richiami e garantendo la conformità agli standard di sicurezza globali.
Applicazioni tipiche includono frutta e verdura essiccata, fresca o surgelata, frutta a guscio, legumi, ortaggi a radice come carote e patate, prodotti dolciari e cereali.
METTLER TOLEDO www.mt.com
SOLUZIONI PER AFFRONTARE EFFICIENTEMENTE LA TRANSIZIONE ENERGETICA
2G Italia avvia la commercializzazione delle pompe di calore mettendo a disposizione di tutte le aziende una soluzione in più per rendere la produzione di energia completa ed efficiente. La nuova offerta sarà suddivisa nella gamma afilia aria-aria e afilia aria-acqua – a seconda della fonte di calore naturale da valorizzare – e disponibile in diverse taglie al fine di soddisfare le più svariate esigenze produttive, a partire dalla temperatura di mandata richiesta. Le nuove pompe di calore di grandi dimensioni di 2G, grazie all’uso di gas refrigeranti a basso GWP (Global Warming Potential) e alla loro naturale integrazione con i sistemi di cogenerazione della stessa azienda si candidano a essere i partner sostenibili ed efficienti di molte necessità produttive. Le due gamme di pompe di calore, i cui singoli prodotti sono tutti made in Europe, hanno caratteristiche ben precise: la serie afilia air, progettata per l’installazione esterna e ideale per il raffrescamento o il riscaldamento di liquidi in applicazioni HVAC op-




pure per alimentare unità di ventilazione ad alta efficienza ambientale; la serie afilia water si adatta in modo automatico e flessibile alle esigenze termiche di edifici e processi industriali, garantendo una tem-
peratura costante anche in presenza di variazioni significative della domanda.
2G ITALIA www.2-g.com/it
Dopo anni di investimenti mirati, Surgital può contare su un sistema integrato che unisce cogenerazione, fotovoltaico e intelligenza artificiale, capace di coprire oltre il 91% del proprio fabbisogno energetico interno. Dalla prima installazione di cogenerazione nel 2008 al revamping tecnologico del 2022, realizzato in collaborazione con CGT e Trigenia, ogni fase ha rappresentato un passo avanti verso un modello produttivo sempre più efficiente. L’ampliamento dell’impianto fotovoltaico – oggi composto da oltre 2,2 MW a terra e 216 kW sul tetto – ha portato la quota di energia solare dal 4,3% del 2023 all’11,5% nel 2025. Da settembre 2025, l’intelligenza artificiale di Trigenia è entrata pienamente in funzione: il software elabora quotidianamente i piani produttivi, prevedendo i fabbisogni e regolando i settaggi degli impianti in base alle condizioni meteo e alle esigenze ope-


rative. Un modello di inseguimento elettrico adattivo che ottimizza i flussi e riduce gli sprechi.
La sostenibilità nella logistica non è più un’opzione ma un requisito tecnico e normativo. Con l’entrata in vigore della della CSRD, del Digital Product Passport, della direttiva SUP e della nuova EUDR, le imprese sono chiamate a misurare e rendicontare i propri

SURGITAL www.surgital.it

impatti ambientali lungo l’intera filiera. Oltre il 70% delle emissioni aziendali deriva infatti dalle attività indirette di supply chain (Scope 3), ma meno della metà delle imprese oggi è in grado di mapparle (fonte: Gartner). Alce Nero, storico brand del biologico, è riuscito ad affrontare l’aumento del 357% degli ordini gestiti in un anno, riducendo del 25% tempi e consumi e permettendo l’incremento dell’80% del fatturato e-commerce.
Alpla, multinazionale del packaging plastico con oltre 190 stabilimenti, ha scelto Silwa, con il suo modulo RTLS, per tracciare la movimentazione con telecamere ad alta precisione. Con Infia, leader nella produzione di confezionamento per frutta e verdura, e la stessa Alpla, STESI ha avviato un progetto per attribuire un’identità digitale ai materiali plastici riciclati.
La tracciabilità dell’intero ciclo di vita tramite blockchain attiva modelli dinamici di carbon credit, anticipando le logiche del Digital Product Passport.
STESI www.stesi.it
Per affrontare l’emergenza ambientale senza perdere le opportunità date da un materiale come quello plastico, indispensabile in tantissimi settori differenti oltre che dalle enormi potenzialità in termini di sostenibilità, l’industria della plastica deve passare sempre più a sistemi produttivi circolari, in cui il rifiuto viene riciclato per rientrare nuovamente nel ciclo di produzione. Relicyc ha adottato la tecnologia Blockchain del programma Certified Recycled Plastic®, il punto di forza è la tecnologia blockchain, che permette di raccogliere le informazioni relative ai materia-

ifm electronic rafforza il proprio impegno verso i costruttori di macchine industriali con moneo|remote connect, la funzionalità della piattaforma IIoT moneo Cloud che consente una connessione da remoto sicu-
ra, veloce e intuitiva, pensata per semplificare il supporto post-vendita, ridurre i costi operativi e accelerare l’innovazione. Grazie alla tecnologia WireGuard, più performante e sicura rispetto agli standard


li lotto per lotto a seconda del livello della catena del valore. Il servizio garantisce infatti la tracciabilità fisica, contrattuale, logistica, finanziaria, ambientale e informatica della materia plastica utilizzata nei pallet Logypal: permette di rendere pubbliche le informazioni tracciate attraverso QR code univoci che, posti sui singoli lotti, consentono di verificare caratteristiche e provenienza del materiale plastico riciclato, tracciando milioni di kg di plastica che Relicyc macina ogni anno.
RELICYC
www.relicyc.com/it/

di mercato (come OpenVPN), moneo|remote connect permette agli OEM di diagnosticare in tempo reale, intervenire da remoto in modo mirato e ridurre drasticamente i costi legati a trasferte e fermi macchina. Il tutto con un’interfaccia user-friendly, adatta anche a operatori con competenze IT limitate. moneo Cloud non è solo uno strumento di raccolta dati, ma una piattaforma evoluta per il monitoraggio e l’ottimizzazione delle performance delle macchine. Grazie alla storicizzazione dei dati, agli insight e alla possibilità di analisi predittiva, gli OEM possono offrire un nuovo ed evoluto modello di service: non più solo reattivo, ma proattivo e basato sull’intelligenza dei dati. Un valore aggiunto che si estende anche ai reparti R&D, i quali possono utilizzare le informazioni per ottimizzare la progettazione e lo sviluppo di nuovi prodotti.
L’ACCELERAZIONE VERSO UN’ECONOMIA PIÙ CIRCOLARE È ESSENZIALE PER LA DECARBONIZZAZIONE, LA LOTTA ALLA CRISI CLIMATICA, IL MANTENIMENTO DEL BENESSERE E LO SVILUPPO ECONOMICO, RIDUCENDO GLI SPRECHI E IL CONSUMO DI MATERIE PRIME
La transizione verso un’economia più circolare è una priorità politica e un passaggio ritenuto essenziale per il percorso di decarbonizzazione e la lotta alla crisi climatica. In uno scenario globale segnato da tensioni geopolitiche e crisi dei mercati, l’economia circolare emerge come un fattore cruciale di competitività, in grado di ridurre i costi di produzione, incrementare la produttività e, soprattutto, diminuire la dipendenza dell’Europa e dell’Italia dalle importazioni di materie prime. Il principio fondamentale è “fare di più e meglio con meno”, promuovendo prodotti più duraturi, riparabili, riutilizzabili e riciclabili. Nonostante gli sforzi, i progressi compiuti finora nell’UE sono considerati insufficienti a raggiungere gli obiettivi fissati per il 2030, secondo il settimo Rapporto sull’e-
conomia circolare in Italia - 2025 a cura del Circular Economy Network, un’iniziativa promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, con la partecipazione di imprese e organizzazioni.
L’economia circolare agroalimentare è un modello sostenibile che trasforma il settore, passando da un approccio lineare (produci-consuma-getta) a uno rigenerativo, puntando a ridurre gli sprechi, valorizzare scarti e sottoprodotti (trasformandoli in nuove risorse, bioenergia, mangimi o fertilizzanti), ottimizzare l’uso delle risorse (acqua, energia) e favorire pratiche rigenerative in agricoltura per preservare l’ambiente e la biodiversità, coinvolgendo attivamente consumatori e aziende in un ciclo virtuoso di prevenzione degli sprechi e riutilizzo delle risorse.


L’ECONOMIA CIRCOLARE AGROALIMENTARE
L’economia circolare nell’agroalimentare italiano si basa sull’idea di ridurre gli sprechi e trasformare ciò che tradizionalmente veniva considerato scarto in una nuova risorsa. In un Paese come l’Italia, dove il settore agroalimentare ha un forte peso economico, culturale e territoriale, questo approccio rappresenta non solo una scelta ambientale, ma anche un’opportunità di innovazione e competitività.
Nel concreto, applicare l’economia circolare significa ripensare l’intera filiera, dalla produzione agricola alla trasformazione industriale fino alla distribuzione. Molti sottoprodotti agricoli e alimentari - come vinacce, siero di latte o scarti di frutta e verdura - oggi vengono recuperati e

Investire in tecnologie e modelli di business circolari è fondamentale per migliorare la produttività delle risorse e la competitività delle imprese
valorizzati per produrre energia, fertilizzanti, ingredienti per l’industria cosmetica o nutraceutica. In questo modo si riduce la quantità di rifiuti e si crea nuovo valore economico.
Un tema centrale è anche la lotta allo spreco alimentare. In Italia una parte significativa del cibo prodotto non arriva al consumo finale; l’economia circolare interviene attraverso il recupero delle eccedenze, la loro donazione o trasformazione e una migliore organizzazione dei processi produttivi e logistici. Questo non solo limita le perdite, ma ha anche un impatto sociale positivo.
Un altro ambito in forte sviluppo è quello delle bioenergie. Residui agricoli, reflui zootecnici e scarti di lavorazione vengono sempre più spesso utilizzati per produrre biogas e biometano, contribuendo alla transizione energetica e riducendo la dipendenza da fonti fossili. Il digestato che rimane da questi processi può tornare ai campi come fertilizzante naturale, chiudendo il ciclo.
L’agricoltura stessa sta evolvendo in chiave circolare, grazie a pratiche come l’agricoltura di precisione e quella rigenerativa, che
• Prevenzione e riduzione degli sprechi: minimizzare le perdite lungo tutta la filiera, dal campo alla tavola, includendo la vendita di prodotti “imperfetti”.
• Valorizzazione dei sottoprodotti: trasformare scarti (es. residui di vinificazione, biomasse) in “materie prime seconde” per altri usi, come mangimi, compost, bioenergie (biogas) o ingredienti ad alto valore aggiunto.
• Agricoltura rigenerativa: progettare sistemi agricoli che nutrano il suolo, migliorando la salute ambientale e la resilienza.
• Efficienza della filiera: ottimizzare logistica, packaging (preferendo materiali sostenibili) e processi produttivi per ridurre l’impronta ecologica.
• Coinvolgimento del consumatore: educare a scelte più consapevoli e alla gestione domestica dei rifiuti alimentari.
puntano a usare meno risorse, migliorare la fertilità del suolo e ridurre l’impatto ambientale. Anche il packaging sta cambiando, con un’attenzione crescente a materiali riciclabili o compostabili e alla riduzione degli imballaggi superflui. Le politiche pubbliche giocano un ruolo importante: il PNRR e i fondi europei sostengono progetti di innovazione, economia circolare e sostenibilità nel settore agroalimentare. Tuttavia, restano alcune sfide, come i costi iniziali degli investimenti, la complessità normativa e la necessità di diffondere competenze lungo tutta la filiera. Nel complesso, l’economia circolare rappresenta per l’agroalimentare italiano una leva strategica per coniugare tradizione e innovazione, sostenibilità ambientale e crescita economica.
Investire in tecnologie e modelli di business circolari è fondamentale per migliorare la produttività delle risorse e la competitività delle imprese. I piani “Industria 4.0” e “Transizione 5.0” sono i principali strumenti di politica industriale adottati in Italia per sostenere, attraverso incentivi fiscali, gli investimenti per la transizione ecologica e digitale. Per accelerare la transizione è necessario che ogni impresa sappia valutare le performance di circolarità in ciascuna fase del proprio processo produttivo e lungo l’intera catena del valore; senza misurazione è difficile capire se e quanto una politica aziendale ispirata ai principi dell’economia circolare è realmente efficace, ed è difficile, di conseguenza, sviluppare strategie innovative. Diverse novità in tal senso sono maturate nel corso del 2024, sia a livello nazionale che internazionale:
• la UNI/TS 11820 aggiorna la precedente specifica tecnica pubblicata nel 2022, migliorando l’applicabilità dei metodi e degli indicatori per la misurazione della circolarità nelle imprese;
• a maggio 2024 è stato pubblicato un pac chetto di norme della serie ISO 59000 sull’economia circolare, tra cui la ISO 59020:2024 (measuring and assessing circularity performance) che fornisce la metodologia per misurare e valutare le prestazioni, monitorando i progressi verso la circolarità.
In un contesto di calo, ormai da oltre due anni, della produzione industriale in Italia e di nuove consistenti difficoltà alimentate dai dazi introdotti dal Presidente Trump, un aumento dei tassi di circolarità dell’industria italiana - con aumento della produttività dei materiali e dell’energia,
L’Unione europea si conferma leader nell’economia circolare, ma deve accelerare l’attuazione delle misure adottate. Le nuove politiche stanno definendo un quadro normativo stringente:
• Clean Industrial Deal: presentato a febbraio 2025, fissa l’obiettivo di raddoppiare il tasso di circolarità entro il 2030, portandolo al 24% rispetto all’attuale 11,8%. L’economia circolare è vista come una chiave per ridurre la dipendenza e migliorare la resilienza del modello economico europeo.
• Regolamento imballaggi (2025/40): pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale europea al termine di un lungo e travagliato iter punta a rafforzare la circolarità nel settore degli imballaggi. Tra le disposizioni principali l’obbligo per gli Stati membri di riduzione pro-capite di rifiuti da imballaggio del 5% entro il 2030, del 10% entro il 2035 e del 15% entro il 2040, rispetto al 2018.
• Direttiva contro il greenwashing (2024/825): ha l’obiettivo di fornire maggiori informazioni ai consumatori sull’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi che acquistano. Le nuove norme puntano a rafforzare i diritti dei consumatori, proteggendoli da dichiarazioni ambientali ingannevoli.
• Regolamento Ecodesign (ESPR - 2024/1781): entrato in vigore a luglio 2024, introduce requisiti di progettazione ecocompatibile (eco-design) per i prodotti immessi sul mercato UE, promuovendo durabilità, riparabilità e riciclabilità. Prevede anche il divieto di distruzione dei prodotti di consumo invenduti.
• Direttiva sul Diritto alla Riparazione (2024/1799): in vigore da luglio 2024, obbliga i fabbricanti a riparare i prodotti tecnicamente riparabili (anche dopo la scadenza della garanzia legale di due anni) a un prezzo e con tempistiche ragionevoli.
• Regolamento Materie Prime Critiche (CRMA - 2024/1252): mira a rafforzare la catena del valore delle materie prime critiche e strategiche, fissando obiettivi per il 2030: almeno il 10% del consumo UE da estrazione interna, il 40% da trasformazione interna e il 25% da riciclaggio interno.
una riduzione degli scarti e dello smaltimento di rifiuti, un aumento del riutilizzo e del riciclo nonché dell’impiego di materie prime seconde, riducendo la dipendenza dall’importazione, può contribuire in modo rilevante, oltre che a migliorare le per-
formance climatiche e ambientali, anche a migliorare la competitività e a promuovere un rilancio della manifattura italiana. L’economia circolare rappresenta una grande opportunità per trasformare la sostenibilità in valore concreto
ENERGIA INTELLIGENTE: SURGITAL ACCELERA VERSO L’INDUSTRIA 5.0
Dopo anni di investimenti mirati, oggi Surgital può contare su un sistema integrato che unisce cogenerazione, fotovoltaico e intelligenza artificiale, capace di coprire oltre il 91% del proprio fabbisogno energetico interno. Dalla prima installazione di cogenerazione nel 2008 al revamping tecnologico del 2022, realizzato in collaborazione con CGT e Trigenia, ogni fase ha rappresentato un passo avanti verso un modello produttivo sempre più efficiente. L’ampliamento dell’impianto fotovoltaico – oggi composto da oltre 2,2 MW a terra e 216 kW sul tet-
to – ha portato la quota di energia solare dal 4,3% del 2023 all’11,5% nel 2025. Da settembre 2025, l’intelligenza artificiale di Trigenia è entrata pienamente in funzione, rendendo il sistema energetico di Surgital realmente “intelligente”. Il software elabo-

ra quotidianamente i piani produttivi, prevedendo i fabbisogni e regolando i settaggi degli impianti in base alle condizioni meteo e alle esigenze operative. Un modello di inseguimento elettrico adattivo che ottimizza i flussi, riduce gli sprechi e introduce un nuovo livello di precisione nella gestione energetica. Il percorso d’innovazione continua e gli investimenti in sostenibilità non si fermano.
Surgital sta valutando nuove implementazioni per integrare ulteriormente il sistema energetico, potenziare il monitoraggio dei consumi e ottenere certificazioni di performance ambientale, in linea con la sua traiettoria verso l’Industria 5.0.
SURGITAL www.surgital.it
I carrelli controbilanciati elettrici a 3 ruote ERP16VT e ERT20VT sono il cuore delle efficienti operazioni di magazzinaggio di Chiquita. Queste macchine versatili sono ideali per le applicazioni indoor, che includono il carico e lo scarico di camion in entrata e in uscita, la gestione delle complesse operazioni all’interno delle celle di maturazione e il trasporto di pallet in tutto il magazzino. Per soddisfare le esigenze di Chiquita, questi carrelli elevatori sono stati equipaggiati con attacchi a pinza per supportare le attività di prelievo e selezione precise e con pneumatici antitraccia. A completamento della flotta i transpallet MP16 e MP20X, con e senza operatore a bordo. Questi carrelli affidabili ed efficienti sono essenziali per il trasporto orizzontale di pallet all’interno del magazzino, garantendo un movimento regolare e tempestivo delle merci. L’ultima aggiunta alla flotta Chiquita è l’innovativo commissio-

natore per ordini bassi MO20X. Progettato per prestazioni ottimali in spazi ristretti, questo carrello commissionatore eccelle nel prelievo e nel posizionamento dei pallet a varie altezze all’interno del magazzino. Utilizzando strategicamente i carrelli Yale nel-
la propria flotta, Chiquita massimizza la produttività e riduce al minimo i tempi di fermo all’interno del suo magazzino. YALE LIFT TRUCK TECHNOLOGIES www.yale.com
NEL SETTORE ALIMENTARE LA SOSTENIBILITÀ NON È PIÙ SOLO UN VALORE ETICO, MA UN FATTORE COMPETITIVO E REGOLATORIO. TUTTAVIA, LA CRESCENTE ATTENZIONE DEI CONSUMATORI VERSO I TEMI
AMBIENTALI HA FAVORITO ANCHE LA DIFFUSIONE DEL GREENWASHING: COMUNICAZIONI AMBIENTALI VAGHE, PARZIALI O NON SUPPORTATE DA EVIDENZE SCIENTIFICHE
Negli ultimi anni la sostenibilità è diventata un elemento centrale nella strategia competitiva delle imprese dell’industria alimentare. I consumatori, sempre più attenti agli impatti ambientali e sociali dei prodotti che acquistano, premiano le aziende che dimostrano un impegno autentico verso la tutela dell’ambiente, la riduzione delle emissioni, l’uso responsabile delle risorse naturali e la trasparenza delle filiere. In questo contesto, la comunicazione ambientale rappresenta uno strumento fondamentale di dialogo tra impresa e mercato. Tuttavia, proprio l’importanza crescente attribuita alla sostenibilità ha favorito la diffusione di pratiche comunicative scorrette o ambigue, riconducibili al fenomeno del greenwashing. Con il termine greenwashing, coniato nel
1986 dall’ambientalista statunitense Jay Westerveld, si indica l’insieme delle strategie di comunicazione attraverso le quali un’azienda presenta come sostenibili prodotti, processi o politiche che in realtà non lo sono, o lo sono solo in misura marginale. Nel settore alimentare questo rischio è particolarmente elevato, poiché la sostenibilità può essere evocata attraverso una molteplicità di concetti fortemente evocativi per il consumatore, come “naturale”, “green”, “a basso impatto ambientale”, “da agricoltura sostenibile”, “carbon neutral” o “packaging ecologico”. Quando tali affermazioni non sono supportate da dati tecnici solidi e verificabili, esse possono diventare fuorvianti, esponendo l’azienda a sanzioni, danni reputazionali e perdita di fiducia da parte del mercato.

Diletta Gaggia
TUTTA LA FILIERA
L’industria alimentare presenta caratteristiche che rendono particolarmente complessa la valutazione dell’impatto ambientale. La filiera è lunga e articolata, comprende la produzione agricola, la trasformazione industriale, il confezionamento, la logistica, la distribuzione e la gestione del fine vita del prodotto e del packaging. Ogni fase contribuisce in modo diverso all’impronta ambientale complessiva, rendendo difficile ridurre la sostenibilità a un singolo aspetto isolato. Concentrarsi, ad esempio, esclusivamente sulla riciclabilità dell’imballaggio senza considerare l’impatto delle materie prime agricole o dei consumi energetici dello stabilimento produttivo può generare una rappresentazione distorta della re-

CONSUMATORI SONO SEMPRE PIÙ ATTENTI
AGLI IMPATTI AMBIENTALI E SOCIALE DEI PRODOTTI
Nel tentativo di contrastare il dilagare delle pratiche di greenwashing, l’Unione europea ha promosso negli ultimi anni iniziative legislative ambiziose, volte a rafforzare la trasparenza delle dichiarazioni ambientali e a proteggere i consumatori da comunicazioni ingannevoli
ale performance ambientale del prodotto. L’Italia resta avanguardia in Europa nell’economia circolare, dal riciclo dei rifiuti all’impiego di materie seconde nell’industria manifatturiera, mentre arretra pesantemente nei ritmi e nell’efficacia della transizione energetica dai fossili alle rinnovabili. La sintesi di queste due opposte dinamiche non è brillante: rispetto al Rapporto 2024, il nostro Paese retrocede dal terzo al quinto posto, soltanto tre anni fa eravamo primi. Nell’anno appena concluso, il podio vede al primo posto la Danimarca, seguita da Austria e Olanda, quarta la Svezia. Facciamo ancora, complessivamente, un po’ meglio della media UE, ma il trend italiano è scoraggiante. Questa in sintesi la fotografia contenuta nel Rapporto “Circonomia 2025”, curato da Duccio Bianchi dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia ed elaborato come ogni anno nel quadro del Festival dell’economia circolare e della transizione ecologica.
L’IMPEGNO NORMATIVO
Il quadro normativo europeo sta evol -
vendo rapidamente proprio per contrastare le semplificazioni eccessive. Con la direttiva 2024/825 sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde, l’Unione europea ha introdotto regole più stringenti sulle comunicazioni ambientali, vietando espressamente l’uso di claim generici e non dimostrabili. Affermazioni come “ecologico”, “sostenibile” o “a emissioni zero” non saranno più ammesse se non accompagnate da evidenze scientifiche chiare, verificabili e comprensibili per il consumatore. Inoltre, viene fortemente limitato l’uso di dichiarazioni di neutralità climatica basate esclusivamente sulla compensazione delle emissioni, poiché queste rischiano di far credere che un prodotto non abbia alcun impatto ambientale, cosa scientificamente irrealistica.
A rafforzare ulteriormente questo approccio si inserisce la futura direttiva Green Claims, che rappresenterà uno strumento centrale nel contrasto al greenwashing. Essa imporrà alle imprese l’obbligo di dimostrare preventivamente la fondatezza delle proprie dichiarazioni ambientali attraverso metodologie scientifiche riconosciute, in primo luogo l’analisi del ciclo di vita del prodotto, nota come Life Cycle Assessment. Le imprese dovranno rendere accessibili le prove che supportano i loro claim, ad esempio tramite QR code sulle confezioni o sezioni dedicate sui siti web aziendali, e tali affermazioni dovranno essere validate da organismi terzi indipendenti. In questo modo la comunicazione ambientale passerà da una dimensione prevalentemente promozionale a una dimensione tecnica e documentata.
Per il settore alimentare questo cambiamento è particolarmente significativo. Claim come “riduzione delle emissioni di CO₂”, “minore consumo di acqua”, “packaging sostenibile” o “filiera a basso impatto” dovranno essere tradotti in indicatori quantitativi, confrontabili e scientificamente fondati. Non sarà più sufficiente affermare che un prodotto è più sostenibile: sarà necessario spiegare rispetto a cosa, in quale misura e sulla base di quali dati. Questo implica un rafforzamento del dialogo interno tra marketing, qualità, ricerca e sviluppo, ufficio ambiente e compliance normativa.

La divulgazione corretta e veritiera di informazioni sembra essere l’unica soluzione che le aziende serie possono perseguire per rendere i cittadini maggiormente consapevoli e al contempo indirizzarli verso scelte più informate
CERTIFICAZIONI E TRASPARENZA
Un ruolo sempre più centrale sarà svolto dagli strumenti di misurazione ambientale. L’analisi del ciclo di vita consente di valutare in modo oggettivo gli impatti ambientali associati a tutte le fasi di vita di un prodotto alimentare, dalla coltivazione delle materie prime fino allo smaltimento del packaging. Attraverso l’LCA è possibile quantificare parametri come l’impronta di carbonio, il consumo idrico, l’uso delle risorse energetiche e il potenziale di acidificazione o eutrofizzazione. Solo su questa base tecnica è possibile costruire una comunicazione ambientale credibile e difendibile sul piano normativo.
Accanto all’LCA, assumono un ruolo rilevante anche le certificazioni ambientali e di filiera. Sistemi come ISO 14001, EMAS, le dichiarazioni ambientali di prodotto (EPD) e le certificazioni legate alla sostenibilità delle materie prime agricole contribuisco-
no a rafforzare l’affidabilità delle informazioni comunicate al mercato.
Per l’industria alimentare, in cui la qualità del prodotto è strettamente legata alla qualità percepita della filiera, questi strumenti rappresentano un fattore di competitività oltre che di conformità normativa.
Un ulteriore elemento di novità è rappresentato dall’integrazione tra comunicazione ambientale e rendicontazione di sostenibilità.
Con la Corporate Sustainability Reporting Directive, molte imprese saranno tenute a pubblicare dati ambientali standardizzati e verificati, rendendo sempre più difficile mantenere una distanza tra ciò che si dichiara al consumatore e ciò che si rendiconta agli stakeholder istituzionali. In questo scenario, il greenwashing non è solo un rischio comunicativo, ma una potenziale incoerenza strutturale tra reporting e marketing.
Le dichiarazioni ambientali contribuiscono a rafforzare l’affidabilità delle informazioni comunicate
Per le aziende dell’industria alimentare il cambiamento in atto può essere letto in due modi. Da un lato comporta un aumento degli oneri tecnici, organizzativi e documentali. Dall’altro rappresenta un’importante opportunità per differenziarsi sul mercato attraverso una sostenibilità autentica, misurabile e verificabile. In un contesto in cui la fiducia del consumatore è un asset strategico, la trasparenza ambientale diventa parte integrante della qualità del prodotto.
Il superamento del greenwashing implica dunque un passaggio culturale oltre che tecnico. Significa abbandonare una logica puramente promozionale della sostenibilità per adottare un approccio scientifico, fondato sui dati e sulla tracciabilità delle informazioni. Per l’industria alimentare questo significa trasformare la sostenibilità in una componente strutturale del processo produttivo e non in un semplice elemento narrativo. Solo in questo modo la comunicazione ambientale potrà diventare uno strumento di valorizzazione reale dell’impegno industriale e non una fonte di rischio regolatorio e reputazionale.
La soluzione Refrigeration Expert XP di Eliwell per il monitoraggio remoto e la manutenzione di impianti frigoriferi di piccole dimensioni è ora ancora più facile da utilizzare e più semplice da integrare. La nuova versione 1.2 apporta nuove funzionalità: fino a 20 strumenti connettibili, sia Eliwell che di terze parti, più lingue supportate, registro degli accessi e cruscotto per la cybersicurezza: per un utilizzo ancora più semplice, sicuro e flessibile.
Refrigeration Expert XP è una soluzione pronta all’uso, rapida e semplice, per il monitoraggio remoto e la manutenzione di impianti frigoriferi di piccole dimensioni. È un di-
spositivo elettronico avanzato, progettato per semplificare la gestione di impianti con un massimo di 20 apparecchiature. Grazie a un sistema di monitoraggio integrato, Refrigeration Expert XP permette di tenere sotto controllo il funzionamento delle apparec-

Digitalizzare e automatizzare il lavoro di efficienza energetica non solo in ottica di risparmio dei consumi elettrici e di condizionamento ma tenendo anche conto delle diverse esigenze di consumo dei processi produttivi per orchestrare al meglio le proprie risorse e puntare a una crescita costante della produzione senza aumentare la spesa e l’impatto ambientale. Con un progetto avviato nel sito produttivo Venchi di Castelletto Stura (Cuneo), Evogy ha portato, dal 2023 a oggi, un abbattimento dei consumi del 24% dell’energia spesa per il controllo termico dello stabilimento, in tutto il perimetro dello stabilimento, inclusi i reparti di produzione, magazzini e uffici, e una riduzione delle emissioni di CO2 in ambiente pari a 72 tonnellate.
L’intento è stato quello di intervenire nella maniera meno impattante possibile per l’azienda per passare da una gestione disaggregata e manuale a una soluzione centralizzata. Tutto ciò è stato possibile grazie a
chiature, ottimizzando i consumi energetici e prevenendo perdite di refrigerante, garantendo così la massima efficienza del sistema e la qualità degli alimenti conservati.
Refrigeration Expert XP è applicabile a vetrine, celle, armadi frigoriferi, unità condensanti, centrali compressori, rilevatori di perdite di refrigerante e misuratori di energia. Il sistema è accessibile da smartphone, tablet e pc e ha un’interfaccia intuitiva con cruscotti dedicati: le attività di manutenzione si eseguono facilmente con un clic e l’utente può accedere rapidamente ai report HACCP e configurare anche l’invio periodico.
www.eliwell.com

Simon, il Building Energy Management System di Evogy che sfrutta tecnologie IoT e Artificial Intelligence per gestire dinamicamente e monitorare i consumi degli edifici. Il progetto ha previsto una prima importante fase di installazione e messa a terra, grazie al technical partner Sinergie, di tutta la parte hardware dell’infrastruttura del nuovo BMS (Building Management System). È
seguita l’implementazione di Simon per tutto il perimetro dello stabilimento in ottica di monitoraggio e ottimizzazione delle prestazioni degli impianti energetici e di climatizzazione (HVAC). Il progetto si è infine esteso anche al monitoraggio complessivo delle utilities a servizio delle macchine di processo, upgrade che ha permesso di integrare nella piattaforma Simon anche tutti i dati di consumo dei flussi energetici, utili per fare energy management, analisi, migliorie.
EVOGY www.evogy.it
VENCHI it.venchi.com


a cura della Redazione
DALLA BIOTECNOLOGIA
ALLA CIRCULAR ECONOMY
FINO ALL’INTELLIGENZA
ARTIFICIALE: LE STARTUP
SELEZIONATE DA FOODSEED PRESENTANO SOLUZIONI PER RIDURRE L’IMPATTO
AMBIENTALE E AUMENTARE L’EFFICIENZA DEL COMPARTO
AGROALIMENTARE ATTRAVERSO UN APPROCCIO DI OPEN INNOVATION. IN TRE ANNI, IL PROGRAMMA HA ACCELERATO 21 STARTUP ITALIANE E STANZIATO
UNA DOTAZIONE DI 15 MILIONI DI EURO
Si chiude con successo il percorso triennale di FoodSeed, il programma di accelerazione della Rete Nazionale di CDP Venture Capital SGR, promosso e co-investito da Fondazione Cariverona, UniCredit e Eatable Adventures, con la presentazione di 7 nuove realtà (5 Made in Italy e 2 da Svizzera e Paesi Bassi) che rappresentano la nuova generazione dell’AgriFoodTech italiano. I progetti selezionati per la terza edizione, presentati lo scorso ottobre a Verona, uniscono ricerca scientifica, tecnologie d’avanguardia e visione strategica per trasformare in chiave sostenibile l’intera filiera agroalimentare, dalla produzione alla trasformazione industriale. Con un investimento iniziale di 170 mila euro, che potrà crescere fino a
500 mila per le realtà più promettenti, le startup prenderanno parte a un programma di accelerazione di sei mesi volto a consolidare i loro modelli di business.
Scarti che diventano ingredienti di alto valore, packaging biodegradabili che sostituiscono la plastica, intelligenza artificiale che previene i rischi climatici e aumenta le rese, proteine fermentate che eliminano gli additivi sintetici: le 7 startup selezionate portano soluzioni concrete capaci di rispondere alle esigenze e alle sfide più urgenti delle aziende del comparto agroalimentare. Progetti e tecnologie che, grazie al supporto di FoodSeed, beneficiano di un programma di accelerazione ad alto impatto e di un network strategico di attori che promuove la collaborazione e l’adozione indu-

CIRCOLARE E TECNOLOGIE
DIGITALI POSSONO
DIVENTARE VALORE PER TUTTA LA FILIERA
Scarti che diventano ingredienti di alto valore, packaging biodegradabili che sostituiscono la plastica, intelligenza artificiale che previene i rischi climatici e aumenta le rese, proteine fermentate che eliminano gli additivi sintetici
striale di tecnologie spesso sviluppate sia sul mercato che nei laboratori universitari o di ricerca, ma di non facile integrazione nelle strutture produttive tradizionali.
UN ECOSISTEMA PER ACCELERARE CRESCITA E COMPETITIVITÀ
È questo il cuore del modello di Open Innovation su cui FoodSeed ha costruito il proprio successo: creare un ecosistema in cui startup, imprese, centri di ricerca, istituzione e investitori collaborano per innestare nuove tecnologie in un tessuto industriale frammentato che fatica a innovare autonomamente. Un approccio che rafforza l’intero comparto, accelerando crescita, innovazione e competitività.
Lanciato nel 2023 con una dotazione complessiva di 15 milioni di euro, il programma di accelerazione FoodSeed ha potuto contare sul sostegno di partner promotori e co-investitori quali Fondazione Cariverona e UniCredit, Eatable Adventures, tra i principali acceleratori Foodtech su scala globale, in qualità di co-investitore e gestore ope-
rativo del programma, Gruppo Amadori, Veronafiere, Accelerate for Impact Platform del CGIAR e Università degli Studi di Verona. Nel corso delle tre edizioni si sono aggiunti partner strategici come Revo Insurance, Enologica Vason, NOI Techpark e Fondazione Bruno Kessler.
Con 21 startup accelerate in tre anni, FoodSeed registra risultati che attestano l’efficacia del modello: le startup del programma hanno raccolto complessivamente 10,2 milioni di euro in investimenti e sviluppato oltre 50 collaborazioni industriali. Tra gli esempi più significativi delle edizioni precedenti, Foreverland ha chiuso un round da 3,4 milioni di euro per il suo cioccolato sostenibile a base di carruba e aperto il suo primo impianto produttivo in Puglia, e HypeSound ha raccolto 1,2 milioni per la bioproduzione industriale attraverso il suono. Tra le novità della terza edizione di FoodSeed, le due startup straniere con founder italiani, pronte a sviluppare le loro attività in Italia. Una presenza che arricchisce il panorama dell’AgriFoodTech nazionale e contribuisce a consolidare il tessuto industriale, favorendo l’arrivo di nuovi talenti, competenze e opportunità di collaborazione internazionale.
TERZA EDIZIONE DI FOODSEED: 7 SOLUZIONI
Kymia: dal mallo del pistacchio alla cosmetica, tra bellezza e longevità
Kymia trasforma i sottoprodotti del pistacchio – in particolare il mallo, tradizionalmente considerato uno scarto – in principi attivi di alto valore per i mercati food & beverage, cosmetico e nutraceutico. Nata in Sicilia dall’intuizione della dott.ssa Arianna Campione, la startup ha sviluppato un processo innovativo e a basso consumo energetico per estrarre dal pistacchio un ingrediente dal potere antiossidante superiore, riconosciuto per i suoi benefici anti-invecchiamento, antibatterici e di supporto al metabolismo. Il vantaggio competitivo risiede in una tecnologia replicabile e sostenibile, basata su un modello di economia
“FoodSeed ha generato un impatto reale e duraturo sull’AgriFoodTech italiano. In tre anni ha contribuito concretamente alla trasformazione sostenibile della filiera agroalimentare, favorendo l’integrazione fra ricerca scientifica, impresa e innovazione e aiutando la creazione di un ecosistema fertile, dove startup, aziende, centri di ricerca e investitori collaborano per accelerare la crescita del settore”, ha dichiarato Stefano Molino, Responsabile del Fondo Acceleratori di CDP Venture Capital.
Filippo Manfredi, Direttore Generale di Fondazione Cariverona ha commentato: “Chiudiamo il triennio di FoodSeed con una certezza: il futuro del food si costruisce insieme. Le realtà accelerate in questi anni mostrano che sostenibilità, economia circolare e tecnologie digitali possono diventare valore per tutta la filiera quando l’innovazione è davvero aperta: collaborazione concreta tra startup e imprese, trasferimento tecnologico dalla ricerca, accompagnamento delle istituzioni e radicamento nei territori. Per noi open innovation significa creare ponti, condividendo rischi e competenze, per accelerare l’adozione di soluzioni che riducono sprechi, migliorano l’impatto ambientale e rafforzano la competitività. Questa è la visione di sistema della Fondazione: lavorare insieme per trasformare le idee in risultati, rendendo la transizione sostenibile accessibile e generando impatto duraturo per tutta la comunità”.
Francesco Iannella, Regional Manager Nord Est di UniCredit ha dichiarato: “Foodseed è la dimostrazione concreta dell’efficacia dell’innovazione quale direttrice di crescita anche per il settore agrifood”.
Conclude Alberto Barbari, Regional VP di Eatable Adventures, co-investitore e gestore operativo di FoodSeed: “Con FoodSeed abbiamo dimostrato che l’innovazione può diventare una leva strategica per il tessuto industriale agroalimentare italiano. In questi tre anni abbiamo costruito un ponte solido tra startup, imprese e centri di ricerca, favorendo la nascita di collaborazioni che trasformano le idee in soluzioni concrete per la filiera. I progetti selezionati in questa edizione ne sono la prova: realtà capaci di affrontare le sfide di oggi e di rafforzare la competitività del nostro sistema produttivo per un agroalimentare italiano più responsabile e innovativo”.
circolare che valorizza flussi di scarti agricoli sottraendoli all’incenerimento e alle discariche, fornendo al contempo un ingrediente premium supportato scientificamente e particolarmente attrattivo per l’industria cosmetica globale, sempre più orientata verso soluzioni naturali ed efficaci.
Bloxy: packaging bio-based, invisibile e intelligente per proteggere freschezza e gusto Spin-off dell’Università di Bologna, Bloxy reinventa il packaging alimentare con una soluzione attiva e completamente biodegradabile. Il team ha sviluppato e brevet-
tato un innovativo materiale bio-based e trasparente che, a contatto con il prodotto, agisce come una barriera attiva: blocca l’ossigeno proveniente dall’esterno ed elimina quello residuo intrappolato durante il confezionamento.
Questa doppia azione permette di prolungare significativamente la shelf-life dei prodotti, preservando freschezza, gusto e valore nutrizionale e riducendo al contempo l’impatto ambientale. A differenza degli imballaggi convenzionali realizzati con polimeri o metalli non riciclabili, la tecnologia di Bloxy può essere utilizzata sia come sottile rivestimento sia come bustina attiva, offrendo ai produttori una soluzione sostenibile e ad alte prestazioni senza compromessi in termini di conservazione.
AlmaSerum: dal siero di latte a cosmetici innovativi
Startup nata in Emilia-Romagna guidata da Antonella Bellina, AlmaSerum trasforma il siero di latte, “prezioso” scarto della lavorazione lattiero-casearia, in sottoprodotti ad alto valore.
Grazie a un’innovativa macchina proprietaria di elettrospinning e a una membrana nanotecnologica sviluppata dalla startup, il siero viene filtrato localmente recuperando, da un lato, acqua pulita riutilizzabile nei processi industriali lattiero-caseari e, dall’altro, rotoli di membrana arricchiti con proteine, vitamine e minerali, pronti per essere trasformati in maschere e patch per l’industria cosmetica. Le dimensioni compatte delle macchine consentono l’installazione di mini-linee produttive direttamente negli stabilimenti lattiero-caseari, riducendo sensibilmente i costi di trasporto e le emissioni di CO₂, mentre i caseifici possono accedere a nuove fonti di ricavo trasformando quello che era considerato uno scarto in prodotti di valore per due diversi mercati.
PeelPack: innovazione green per contenitori 100% compostabili da bucce di patate
Una startup svizzera che sviluppa contenitori in bioplastica compostabili per frutta e verdura, ricavati da bucce di patate industriali. PeelPack collabora attivamente con agricoltori, rivenditori, industrie alimentari e impianti di compostaggio per costruire una catena del valore completamente circolare che riduce le emissioni di gas serra, l’inquinamento da microplastiche e la dipendenza da imballaggi di origine fossile. Il vantaggio competitivo risiede nella tecnologia proprietaria che crea imballaggi durevoli e compostabili a livello industriale direttamente dai rifiuti agricoli, rispondendo alle crescenti normative europee contro le plastiche fossili e alla domanda di alternative sostenibili e locali. La soluzione si integra perfettamente nelle catene di fornitura esistenti, offrendo un’alternativa circolare ed economicamente vantaggiosa validata dai partner industriali.
GreenAnt: AI e satelliti per la gestione del rischio climatico in agricoltura
GreenAnt, nata nei Paesi Bassi, ha sviluppato Desidera, uno strumento di nuova generazione per la mitigazione dei rischi climatici e la gestione di precisione del territorio agricolo. Basata su algoritmi proprietari di intelligenza artificiale, la piattaforma analizza dati satellitari con precisione superiore agli standard attuali, monitorando aspetti cruciali come tipologia di coltura, stadio di crescita, rischio di alluvioni, deforestazione, salute del suolo e cambiamenti geofisici. A differenza delle soluzioni tradizionali, spesso frammentate e poco affidabili, Desidera integra in modo esclusivo dati satellitari SAR (Synthetic Aperture Radar), utilizzabili in qualsiasi condizione meteorologica, con un’intelligenza artificiale avanzata. In un contesto in

cui i raccolti agricoli si sono ridotti di oltre il 20%, dagli anni ’60 a oggi, a causa del cambiamento climatico, Desidera consente di aumentare la resa fino al 20%, ottimizzare l’uso delle risorse ed evitare perdite attraverso modelli previsionali in tempo reale.
Noiet: proteine fermentate multifunzionali per etichette più pulite
Noiet sviluppa proteine fermentate multifunzionali in grado di sostituire, in un’unica soluzione, diversi additivi sintetici tradizionalmente impiegati nell’industria alimentare. Queste proteine garantiscono conservazione naturale, protezione antiossidante, miglioramento del profilo nutrizionale e prolungamento della shelf life dei prodotti. Per rispondere alla crescente richiesta di soluzioni clean label – ovvero alimenti più naturali, privi di additivi artificiali e con etichette semplici e trasparenti – e al tempo stesso sostenibili, NOIET ha sviluppato una tecnologia basata sulla fermentazione microbica che consente di ottenere ingredienti naturali ad alte prestazioni. Un approccio che permette ai produttori di formulare prodotti più sani e traspa-
renti, senza rinunciare all’efficienza richiesta su scala industriale.
Prospecto: monitoraggio intelligente dei vigneti con AI
Con sede in Lombardia, Prospecto offre soluzioni di monitoraggio automatizzato per l’agricoltura basate sull’intelligenza artificiale. Dopo aver identificato un’esigenza critica del mercato ovvero la gestione inefficiente dei vigneti basata su ispezioni manuali che richiedono molta manodopera e portano a dati incompleti, Prospecto ha sviluppato un sistema che si integra perfettamente nelle operazioni agricole di routine. Utilizzando telecamere montate sul trattore e analisi delle immagini guidata dall’AI durante le normali operazioni sul campo, la soluzione fornisce informazioni complete e in tempo reale su grappoli d’uva, densità delle foglie, piante mancanti e stima della resa, senza richiedere ulteriori sforzi agli agricoltori. Questo approccio riduce drasticamente la necessità di manodopera specializzata, minimizza i costi operativi e consente decisioni tempestive basate sui dati per mantenere una produzione e una qualità ottimali.

David Migliori
La DOP Economy italiana non è più soltanto un fiore all’occhiello simbolico del Made in Italy, ma si conferma una colonna portante imprescindibile e strutturale del sistema economico nazionale. I dati del XXIII Rapporto Ismea-Qualivita 2025 fotografano un comparto che, pur navigando in un contesto di tensioni geopolitiche internazionali e sfide climatiche senza precedenti, continua a macinare record e a guadagnare quote di mercato.
Il valore complessivo alla produzione del settore cibo e vino DOP IGP STG ha raggiunto i 20,7 miliardi di euro, segnando una crescita del +3,5% su base annua e consolidando un peso del 19% sull’intero fattu-
rato dell’agroalimentare italiano. Un risultato che dimostra la capacità di resilienza di un sistema composto da 183.823 operatori e coordinato da 328 Consorzi di tutela autorizzati dal Masaf, capace di generare valore diffuso sui territori e di trainare l’export verso la soglia storica dei 12,3 miliardi di euro (+8,2%).
LA STRUTTURA PRODUTTIVA
Il sistema delle IG italiane poggia su una base solida e capillare. Nel 2024 la filiera conta 183.823 operatori (di cui 175.358 produttori e 31.724 trasformatori). Sebbene si registri una flessione numerica del -5,6% rispetto al 2023 – frutto di fenomeni di concentrazione e razionalizzazione marcati
nel vino (-9,3%) e più lievi nel cibo (-1,0%) –l’occupazione viaggia in controtendenza. La filiera dà lavoro a 864.441 persone (+1,6% sul 2023). Di questi, la fase agricola assorbe 516.639 unità (+1,2%), mentre l’industria di trasformazione impiega 347.802 addetti (+2,1%), confermando la tenuta occupazionale del settore anche in momenti congiunturali complessi. Nello specifico, il comparto cibo occupa 597.250 addetti (+2,0%), mentre il vino ne conta 330.587 (-0,6%).
Più giovani e più istruiti
Un focus inedito realizzato con l’Istat svela inoltre un profilo imprenditoriale qualitativamente superiore alla media. Le aziende della DOP Economy sono guidate da im-





DATI ECONOMICI 2024
OPERATORI FILIERE IG produttori e trasformatori Overview Rapporto 2025
IL XXIII RAPPORTO ISMEA-QUALIVITA CERTIFICA LA CRESCITA (+3,5%) E IL BOOM DELL’EXPORT (12,3 MLD). UN SISTEMA DA QUASI 900 ECCELLENZE CHE SOSTIENE L’AGROALIMENTARE, MA ORA TEME L’INCOGNITA DAZI
Dop economy Italia
897
INDICAZIONI GEOGRAFICHE settori cibo, vino e bevande spiritose 331 PRODOTTI DOP IGP STG agroalimentari registrati in Italia
20,7 mld € VALORE ALLA PRODUZIONE
crescita del +3,5% su base annua
Cibo DOP IGP STG
9,64 mld €
VALORE ALLA PRODUZIONE crescita del +7,7% su base annua
Vino DOP IGP
25,6 mln hl PRODUZIONE
Bevande spiritose IG
36
INDICAZIONI GEOGRAFICHE bevande spiritose registrate in Italia
152 mila hl PRODUZIONE IMBOTTIGLIATA ettolitri idrati nel 2024
19%
PESO VALORE DOP IGP sul settore agroalimentare*
18,58 mld € VALORE AL CONSUMO crescita del +6,5% su base annua
12,3 mld €
crescita del +8,2% su base annua
5,15 mld €
183.823
OPERATORI FILIERE IG settori cibo, vino e bevande spiritose
86.346 OPERATORI FILIERE IG produttori e trasformatori
11,04 mld €
7,19 mld €
241
7.346
OCCUPATI FILIERE IG settore agricolo e industria alimentare
97.236 OPERATORI FILIERE IG viticoltori, vinificatori e imbottigliatori
1 CONSORZIO DI TUTELA autorizzato dal Masaf
ma il prodotto in esperienza. Quasi la metà (45%) delle aziende che hanno diversificato l’attività ha aperto le porte al pubblico con agriturismi o fattorie didattiche, diventando un presidio sociale vivo per la comunità e
864.441
OCCUPATI FILERE IG settori cibo, vino e bevande spiritose
597.250
OCCUPATI FILIERE IG settore agricolo e industria alimentare

330.587
OCCUPATI FILIERE IG settore agricolo e industria alimentare
328 CONSORZI DI TUTELA autorizzati dal Masaf 189 CONSORZI DI TUTELA autorizzati dal Masaf
Analizzando le performance economiche nel dettaglio, emerge chiaramente come il re che fungono da “locomotive” per l’intero
138 CONSORZI DI TUTELA autorizzati dal Masaf

agroalimentare. Il comparto cibo ha generato un valore alla produzione di 9,64 miliardi di euro (+7,7%), che al consumo lievita fino a 18,58 miliardi (+6,5%).
Scendendo nel dettaglio delle categorie, si nota una forte polarizzazione: i formaggi (5,86 mld €) e i prodotti a base di carne (2,25 mld €) assorbono da soli l’84% del valore totale della produzione del comparto. Tuttavia, le dinamiche di crescita più interessanti nel 2024 si registrano nei segmenti dimensionalmente minori ma ad alto valore aggiunto: spicca il balzo degli oli di oliva (+46,9%) e la solida performance delle paste alimentari (+11,0%) e degli aceti balsamici (+7,9%). Sostanzialmente stabile la panetteria (+0,7%), mentre l’Ortofrutta cresce del +6,0%.
Analizzando più nel dettaglio i singoli andamenti comparto per comparto. Formaggi: rappresentano il 61% del valore totale del cibo IG, con 5,86 miliardi di euro (+10,5%). Il Grana Padano DOP si conferma leader assoluto con un valore alla produzione di 1.773 milioni di euro, seguito dal Parmigiano Reggiano DOP con 1.599 milioni e dalla Mozzarella di Bufala Cam-










pana DOP con 529 milioni. Il Gorgonzola DOP (430 mln) e il Pecorino Romano DOP (338 mln) chiudono la top 5 dei formaggi. Prodotti a base di carne: il settore vale 2,25 miliardi di euro (-0,9%). Il Prosciutto di Parma DOP guida con 950 milioni di euro, seguito dal Prosciutto di San Daniele DOP (402 mln) che cresce dell’8,5%. Bene la Bresaola della Valtellina IGP (+12,1%) e lo Speck Alto Adige IGP (+12,8%). Ortofrutticoli e Cereali: valgono 392 milioni (+6,0%). Le Mele dell’Alto Adige IGP e della Val di Non DOP dominano, ma si registrano crescite a doppia cifra per Agrumi (+17%), Ortaggi (+16%) e Pomodori (+30%), mentre crolla la frutta in guscio (-47%).
Aceti Balsamici: dopo lo stop del 2023, il comparto riprende a correre con 386 milioni di valore alla produzione (+7,9%), trainato quasi interamente dall’Aceto Balsamico di Modena IGP (378 mln).
Olio Extravergine di Oliva: è l’anno del boom in valore. Nonostante le difficoltà produttive, il comparto segna un +46,9%, sfiorando i 200 milioni di euro (194 mln), grazie all’aumento dei listini e alla crescita produttiva del Terra di Bari DOP (+89,3% in valore).
Sergio Marchi, Direttore Generale Ismea, traccia nel Rapporto un’analisi che va oltre i dati economici, identificando i pilastri che rendono la DOP economy un asset insostituibile. Il punto di partenza è la distintività: “Si tratta di prodotti la cui qualità nasce dall’interazione tra fattori ambientali, climatici, sociali e culturali; elementi che vengono definiti e tutelati all’interno di uno specifico disciplinare produttivo. È proprio questa relazione unica con il territorio che li rende irriproducibili altrove”. Ma la forza del sistema non risiede solo nel prodotto. Marchi individua nell’azione aggregativa il secondo motore del successo: il lavoro dei Consorzi di tutela e delle associazioni non è solo burocrazia, ma l’espressione di una “volontà condivisa di valorizzare e proteggere il patrimonio collettivo”, tutelandone al tempo stesso la dimensione economica e quella culturale. Un modello che punta sulla sostenibilità sociale ed economica. Le Indicazioni Geografiche, spiega il Direttore Ismea, fungono da argine contro l’abbandono delle aree rurali, proteggono la “memoria culinaria” e le biodiversità locali. Il legame con il territorio permette poi alle aziende di diversificare, aprendosi all’accoglienza e alla vendita diretta: oltre 9.000 agriturismi italiani (più di un terzo del totale) producono almeno un prodotto certificato. La capacità di creare sinergie con altri settori chiave del Made in Italy, come il turismo e la ristorazione di qualità, innesca un circolo virtuoso che rafforza l’intero tessuto economico.
Paste Alimentari: crescita a doppia cifra (+11,0%) per un valore di 307 milioni, grazie alla performance della Pasta di Gragnano IGP.
Nel comparto Vino DOP IGP, che conta 530 denominazioni, la stabilità complessiva (+0,1% per un valore di 11,04 miliardi
L’intervento di Mauro Rosati , Direttore Generale della Fondazione Qualivita, sposta l’analisi sulle ricadute strutturali del sistema IG. Il primo tema è la rigenerazione territoriale: la DOP Economy non genera solo fatturato, ma rivalutazione patrimoniale. Nelle aree a vocazione vitivinicola di pregio, i valori immobiliari e fondiari sono cresciuti ben oltre la media nazionale ed è stato stimolato tutto l’indotto del turismo enogastronomico. Sul fronte dei nuovi riconoscimenti, il 2025 segna un punto di svolta con le Olive Taggiasche Liguri IGP e il Giandujotto di Torino IGP. Si tratta di casi emblematici di “reshoring”: prodotti iconici che rischiavano la delocalizzazione e tornano patrimonio esclusivo del territorio. Rosati avverte però sulla necessità di applicare questo modello vincente anche all’ortofrutta, settore che pur ricco di denominazioni fatica ancora a esprimere un peso economico rilevante.
dell’imbottigliato) nasconde dinamiche diverse. Il Prosecco DOP mantiene la leadership con un valore dello sfuso di 951 milioni di euro (+0,5%), seguito dalla Puglia IGP (110 mln, +19,6%) e dal Delle Venezie DOP (193 mln, +9,0%). Tra le grandi denominazioni, il Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOP frena (-17,3% in valore sfuso), mentre tengono il Chianti Classico (+2,3%) e l’Alto Adige DOP (+0,6%). Da segnalare l’ingresso nel monitoraggio delle Bevande Spiritose: un comparto da 36 indicazioni geografiche (come Grappa, Brandy Italiano, Genepì), con 241 operatori e una produzione di 152.000 ettolitri idrati, concentrata prevalentemente in Trentino-Alto Adige (18 IG).
La geografia della DOP Economy, sebbene veda ancora una forte concentrazione nel Nord Italia, mostra segnali di riequili-
brio e vitalità diffusa, con 14 regioni su 20 in crescita.
Le quattro regioni del Nord-Est (Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige) si confermano il “motore pulsante” del sistema, cumulando un valore di 11,24 miliardi di euro (+2,8%), pari al 54% del valore totale nazionale. Il Veneto mantiene il primato assoluto con 4,94 miliardi di euro (+2,2%), trainato dal comparto vino che da solo vale 4,36 miliardi. L’Emilia-Romagna segue con 3,99 miliardi (+3,0%), confermandosi leader incontrastata nel comparto cibo (3,53 miliardi) grazie a filiere come il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma. Il Friuli Venezia Giulia registra una delle performance migliori (+8,1%), superando la soglia degli 1,3 miliardi, spinto dalla crescita sia del cibo (+8,3%) che del vino (+8,0%). Tuttavia, i numeri migliori in termini percentuali arrivano da altre aree. Il Nord-Ovest
cresce del +7,1%, trainato da una Lombardia che, con un balzo del +13,1% (raggiungendo i 2,9 miliardi), consolida la terza posizione nazionale grazie agli ottimi risultati del comparto lattiero-caseario (Grana Padano in primis) e delle carni (Bresaola). Il Piemonte, pur frenando leggermente (-2,8%), mantiene un valore di 1,56 miliardi. Ancora più significativo è il dato dell’area Sud e Isole, che cresce del +3,4% portandosi a 3,16 miliardi di euro. La Campania vale 945 milioni (+3,1%), sostenuta dalla Mozzarella di Bufala e dalla Pasta di Gragnano. La Puglia segna una crescita a doppia cifra (+12,2%), raggiungendo i 711 milioni, grazie all’exploit dell’olio e alla tenuta del vino. La Sicilia cresce del +4,0% (581 milioni), con un comparto cibo che balza del +27,8%. In controtendenza il Centro Italia (-0,9%), penalizzato dalle flessioni di Lazio (-7,9%) e Marche (-10,8%), nonostante la tenuta della Toscana (+0,5%) che vale 1,33 miliardi.




A livello provinciale, la classifica dell’impatto economico vede in testa Treviso (2,26 mld €), seguita da Parma (1,61 mld €) e Verona (1,40 mld €). Da segnalare l’ingresso di Brescia (1,03 mld €) nel “club dei miliardari”, con una crescita del +6,5%, e l’ottima performance di Mantova (+20,9%) che scala posizioni.
EXPORT: RECORD MA…
L’internazionalizzazione rimane la leva strategica fondamentale per la crescita del valore aggiunto. Le esportazioni di cibo e vino DOP IGP hanno toccato quota 12,3 miliardi di euro, con una progressione del +8,2% che porta il trend decennale a un impressionante +24,3% rispetto al 2020. Il settore cibo, in particolare, ha segnato un +91% di crescita dell’export dal 2014. Il comparto vino cuba da solo 7,19 miliardi (+5,2%), superando per la prima volta i 7 miliardi, mentre il cibo raggiunge i 5,15 miliardi (+12,7%). Tra le categorie alimentari più esportate spiccano i formaggi (3,04 miliardi, +16,0%), gli aceti balsamici (889 milioni, +8,7%) e i prodotti a base di carne (656 milioni, +9,2%).
Interessante la geografia dell’export: se il mercato UE assorbe la maggioranza delle esportazioni alimentari (59%), per il vino il mercato Extra-UE è dominante (62%).
Gli Stati Uniti si confermano la destinazione numero uno assoluta con 2,76 miliardi di euro (+12,3%), seguiti dalla Germania (1,8 miliardi, +10,9%) e dal Regno Unito (1,02 miliardi, +2,6%). Tra le dinamiche dei mercati extra-UE, spicca il balzo della Russia che, contrariamente a quanto si sarebbe potuti pensare, registra una crescita del +45,6% in valore, attestandosi a 204 milioni di euro.
Proprio la forte esposizione verso gli Stati Uniti rappresenta oggi l’incognita maggiore. Un’indagine condotta in collaborazione con Origin Italia su 54 Consorzi di tutela ha rilevato che, a seguito delle tensioni commer-
Il 2024 ha segnato uno spartiacque normativo fondamentale per il settore. Il 13 maggio è entrato in vigore il Regolamento UE 2024/1143, un vero e proprio “Testo Unico” che riunisce per la prima volta in un unico corpo normativo tutte le disposizioni relative alle Indicazioni Geografiche per cibo, vino e bevande spiritose. La nuova disciplina interviene su quelli che la Commissione europea ha definito “margini di miglioramento” del sistema: la sostenibilità, l’efficienza delle procedure di registrazione e, soprattutto, il rafforzamento del ruolo dei gruppi di produttori e della tutela ex officio. Un punto qualificante della riforma è il potenziamento della tutela legale, anche online, e l’armonizzazione dei concetti di identità, similitudine ed evocazione, elevando le IG al rango di beni culturali e prodotti di “Alta Qualità”. Questo nuovo quadro normativo riconosce esplicitamente le IG come asset strategici per la competitività dell’agroalimentare europeo, fornendo strumenti più incisivi ai Consorzi di tutela per agire contro le contraffazioni e gestire i volumi produttivi in relazione alle esigenze di mercato.
ciali e dell’introduzione di dazi nell’agosto 2025, il 48% dei Consorzi ha già registrato una riduzione dell’export verso gli USA. Per far fronte a questa minaccia, il 61% delle realtà sta pianificando strategie di diversificazione, orientando gli investimenti verso mercati alternativi come il Sud-Est asiatico e la Cina (27%) o rafforzando la presenza in Europa (23%). Solo un terzo dei Consorzi prevede un impatto strutturale sulla reputazione a lungo termine, mentre il 29% ritiene che il posizionamento del Made in Italy resti solido nonostante le tariffe.
Due parole, infine, su quello che accade a valle. Il rapporto segnala sul fronte interno, analizzando i consumi nel canale della Grande Distribuzione, quella che in gergo tecnico viene definita “una sostanziale tenuta”, pur in un contesto inflattivo. Questo si traduce, nel 2024, in una spesa per prodotti DOP IGP nella GDO di 6,2 miliardi di euro, segnando un +1,1% su base annua, a fronte di una crescita della spesa agroalimentare totale del +2,3%. La crescita riguarda sia il comparto cibo (+1,2%) che quello vino (+0,9%). Analizzando più in dettaglio:
• I formaggi crescono dell’1,0% in valore, trainati dal Grana Padano e dal Pecorino Romano, nonostante un calo dei volumi nel segmento a peso variabile.
• I prodotti a base di carne segnano un +1,3% in valore, ma a fronte di un calo dei volumi (-0,2%), indicando un effetto prezzo prevalente.
• L’olio extravergine DOP IGP registra un aumento della spesa del +24,8% guidato dall’inflazione, ma accompagnato da una sorprendente crescita dei volumi (+9,1%), segno che il consumatore riconosce il valore differenziale della certificazione anche a fronte di rincari importanti.
Il report Ismea-Qualivita 2025 ci consegna l’immagine di una DOP Economy solida, capace di reagire alle crisi con la forza della qualità e dell’organizzazione consortile, ma inserita in un contesto internazionale con dinamiche sempre più complesse, e quindi costretta dalle mutate condizioni a continuare con forza sull’innovazione e agendo su diversi mercati per proteggere, mantenere e consolidare il proprio primato mondiale.

Diletta Gaggia
NEL 2024 IL COMPARTO BIOLOGICO HA PROSEGUITO IL PROPRIO PERCORSO DI CONSOLIDAMENTO, MOSTRANDO DINAMICHE DI CRESCITA POSITIVE SIA SUL PIANO STRUTTURALE SIA SU QUELLO DI MERCATO. QUESTO ANDAMENTO È STATO SOSTENUTO DALL’AUMENTO DELLA DOMANDA INTERNA DI PRODOTTI BIOLOGICI, DALLA CAPACITÀ DEGLI OPERATORI DI AFFRONTARE CON EFFICACIA LE SFIDE STRATEGICHE LEGATE ALLA SOSTENIBILITÀ E ALL’INNOVAZIONE TECNOLOGICA, NONCHÉ DA RILEVANTI EVOLUZIONI NORMATIVE

Complessivamente la superficie biologica nel nostro Paese raggiunto la quota del 20,2% della SAU totale risultante dall’ultimo Censimento generale dell’agricoltura, con una crescita di 0,4 punti percentuali rispetto al 2023
Il settore biologico italiano continua a rafforzare il proprio ruolo strategico all’interno del sistema agroalimentare nazionale, confermandosi come uno dei più avanzati in Europa in termini di diffusione delle superfici, numero di operatori e dinamica dei consumi. I dati 2024 evidenziano un comparto in consolidamento, sostenuto da politiche pubbliche dedicate, da una domanda interna in crescita e da un progressivo orientamento delle imprese verso modelli produttivi sostenibili e tracciabili.
Nel 2024 la superficie agricola utilizzata (SAU) biologica ha superato i 2,5 milioni di ettari, registrando un incremento annuo del 2,4% pari a circa 60 mila ettari. Nell’arco dell’ultimo decennio l’aumento è stato del 68%, con oltre un milione di ettari in più e un tasso medio annuo di crescita del 6%. La superficie biologica rappresenta oggi il 20,2% della SAU totale nazionale, valore che colloca l’Italia ai vertici europei e che la avvicina ulteriormente all’obiettivo del 25% fissato dalle strategie europee Farm
to Fork e Biodiversità, che il nostro Paese ha scelto di anticipare al 2027. Questi i dati che emergono dal rapporto “Bio in cifre2025”, pubblicato a cura di ISMEA nell’ambito del Progetto di ricerca DimEcoBio V 2025-2028 volto a definire le dimensioni economiche del settore dell’agricoltura biologica in Italia, promosso dal MASAF, con la collaborazione del CIHEAM - Bari. Il numero complessivo di operatori biologici raggiunge nel 2024 le 97.160 unità, con un incremento del 2,9% rispetto al 2023. Quasi il 90% è rappresentato da aziende agri-
cole. Crescono in modo significativo i produttori esclusivi (+3,8%) e, in misura più contenuta, i produttori che svolgono anche attività di preparazione (+1,2%), mentre gli importatori restano stabili e diminuiscono i preparatori esclusivi. Questo dato conferma una tendenza strutturale: l’integrazione tra produzione e trasformazione rappresenta sempre più una leva di competitività economica per le aziende biologiche. Sul fronte zootecnico, il 2024 evidenzia una dinamica positiva per quasi tutte le categorie di allevamento biologico, in controtendenza rispetto al quadro generale della zootecnia nazionale. L’unica eccezione è il comparto avicolo, che ridimensiona le consistenze dopo il forte aumento del 2023, pur mantenendo nel confronto con il 2017 un raddoppio dei capi (+97%). L’apicoltura mostra una stabilità del numero di arnie dopo la flessione dell’anno precedente. L’incidenza maggiore del biologico sul totale nazionale si registra per caprini (11,5%), ovini (10,5%) e bovini (9,1%).
COLTIVAZIONI
Dal punto di vista strutturale, il 79,3% della superficie biologica risulta completamente convertita, mentre la quota in conversione mostra una lieve riduzione. Questo dato segnala una progressiva maturazione del sistema produttivo biologico, con una maggiore stabilità delle aziende già certificate. La composizione colturale della SAU biologica nazionale è caratterizzata da:
• seminativi: 40,3%;
• prati e pascoli: 31,4%;
• colture permanenti: 22,7%;
• ortaggi: 2,3%.
Nel 2024 l’incremento più rilevante riguarda i prati e pascoli, che crescono dell’8,2% (+60 mila ettari circa), soprattutto in Valle d’Aosta, Campania e Provincia autonoma di Bolzano. Questo andamento è particolarmente
Consistenze degli allevamenti biologici
Nel 2024 la dinamica relativa ai capi allevati con metodo biologico è positiva per quasi tutte le categorie, in controtendenza rispetto a quanto registrato nel complesso della zootecnia.
Fa eccezione il comparto avicolo che vede il ridimensionamento delle consistenze biologiche dopo un 2023 in cui si era registrato un significativo aumento. Nel raffronto con il 2017, il comparto avicolo ha visto comunque raddoppiarsi il numero di capi biologici (+3 milioni e +97%). In positivo anche i bovini (+30,7%), mentre calano gli ovicaprini e i suini.
Per quanto riguarda l’apicoltura, il numero di arnie rimane stabile dopo la flessione dell’anno precedente (Grafico 1.16 e Tabella 1.10).
IN CIFRE 2025
Grafico 1.16
Capi allevati biologici e totali per specie Variazioni 2024/2023
Nell’ultimo triennio la composizione del carrello della spesa alimentare biologica è rimasta sostanzialmente invariata, con il valore del venduto che si concentra prevalentemente nel comparto ortofrutticolo (42,8%). Ortofrutta e latte e derivati rappresentano insieme circa due terzi dei consumi bio in valore.
Nel carrello biologico continuano quindi a prevalere le referenze del fresco, frutta e verdura, e i prodotti lattiero-caseari. I prezzi allo scaffale di quest’ultima categoria hanno registrato, nel 2024, un lieve ridimensionamento, con la sola eccezione dei formaggi freschi. Si segnala, inoltre, come l’aumento più significativo, in termini relativi, sia quello della categoria oli e grassi vegetali la cui quota raggiunge il 2,5% (+0,6 punti percentuali) (Grafico 4.2).
Il confronto con l’agroalimentare nel complesso evidenzia, per il 2024, dinamiche di spesa più favorevoli per il bio in diverse categorie, tra cui oli e grassi vegetali (+31,8% bio vs +15,6% agroalimentare), uova fresche (+10,4% bio vs +2,6% agroalimentare) e miele (+5,0% bio vs +0,5% agroalimentare). Al contrario, le vendite relative a derivati dei cereali, vino e spumanti, carni e salumi risultano in contrazione sia per l’agroalimentare che per il biologico, con cali più accentuati per le referenze di quest’ultimo gruppo (Grafico 4.3).
Totali Bio
Grafico 4.2
Incidenza delle categorie merceologiche sul carrello della spesa biologica Anno 2024
Frutta
Latte e derivati
Ortaggi
Derivati dei cereali
Altri prodotti alimentari*
Uova fresche
Bevande analcooliche
Oli e grassi vegetali
Vino e spumanti
Ittici
Carni
Miele
Salumi
* Altri prodotti alimentari include aceto, caffè, tè, infusi, confetteria, cioccolateria, sale, gelati, zucchero e dolcificanti, snack salati, salse, dessert e dolci.
Fonte: Osservatorio Ismea-NielsenIQ
rilevante per il settore zootecnico biologico, perché rafforza la disponibilità nazionale di foraggi e superfici pascolive certificate.
Le colture permanenti mostrano un incremento dell’1,9%, trainato principalmente dall’olivo (+3,3%) e dalla frutta in guscio (+4,3%). In calo risultano invece la frutta (-8,1%) e gli agrumi (-5,2%), mentre la superficie vitata biologica rimane sostanzialmente stabile.
I seminativi registrano una contrazione del 2%, dovuta soprattutto alla riduzione dei
cereali (-12,9%) e delle colture industriali (-23,6%). In particolare diminuiscono grano duro, grano tenero, farro e orzo, dopo gli aumenti osservati nel 2023. Crescono però in modo significativo le colture foraggere (+8,4%) e le colture proteiche e leguminose da granella (+21,8%), elementi di forte interesse per le filiere mangimistiche e zootecniche biologiche.
Gli ortaggi mostrano una flessione complessiva del 5,1%, legata soprattutto alla riduzione delle brassicacee, mentre crescono
gli ortaggi a tubero e bulbo, in particolare le carote (+60,7%), e i legumi, trainati dai fagioli (+54,3%).
Dal punto di vista territoriale, il 58,5% della SAU biologica è concentrato nel Mezzogiorno, il 22,9% nel Centro e il 18,6% nel Nord. Tre regioni – Sicilia, Puglia e Toscana –concentrano da sole il 38,1% della SAU biologica nazionale. Le prime dieci regioni arrivano a detenere oltre l’83% del totale.
Nel 2024 il Nord registra il tasso di crescita più elevato (+8,4%), mentre il Mezzogiorno mostra l’aumento assoluto più consistente (+50 mila ettari). Il Centro è l’unica macroarea in flessione (-4,6%). Spiccano casi di forte espansione come la Valle d’Aosta, dove l’aumento di 35 mila ettari è legato quasi interamente ai prati e pascoli, la Provincia autonoma di Bolzano (+38%) e la Campania (+45,8%), caratterizzata da una crescita più diversificata per tipologie colturali.
Dal punto di vista del mercato, nel 2024 la spesa domestica per prodotti biologici ha raggiunto i 3,96 miliardi di euro, con una crescita del 2,9% rispetto all’anno precedente. Il biologico consolida così il massimo storico dei consumi, superando anche i livelli del periodo post-pandemico. L’incidenza sulla spesa agroalimentare complessiva sale al 3,6%, tornando a crescere dopo due anni di contrazione. Ancora più significativo è l’andamento dei volumi, che crescono del 4,3%, più del valore, indicando una dinamica dei prezzi medi più contenuta per molti prodotti biologici rispetto agli omologhi convenzionali.
Le categorie che mostrano i maggiori incrementi di spesa sono:
• oli e grassi vegetali (+31,8%);
• uova (+10,4%);
• miele (+5,0%).
In calo risultano invece salumi (-19,1%) e carni (-3,5%), mentre si osservano lievi contrazioni per vini e spumanti (-1,6%) e derivati dei cereali (-1,2%).
Grafico 4.4
Variazioni % annua dei consumi biologici in valore e confronto con il totale agroalimentare
I supermercati restano il principale canale di vendita, con un fatturato prossimo a 1,5 miliardi di euro (+3,1%). Seguono gli ipermercati, che raggiungono 830 milioni di euro (+4,1%) e arrivano a rappresentare il 21% degli acquisti bio, superando il dettaglio tradizionale. Il canale discount mostra la crescita più elevata (+10,2%), superando i 590 milioni di euro e arrivando al 15% del mercato, segno di una progressiva democratizzazione del consumo di biologico. Per quanto riguarda i prezzi allo scaffale, nel 2024 il differenziale tra prodotti biologici e convenzionali rimane sostanzialmente stabile. Il gap aumenta per alcuni prodotti ortofrutticoli e per riso, pasta e gnocchi, mentre diminuisce per olio extravergine di oliva e latte. Un ulteriore elemento di interesse per le imprese agroalimentari è rappresentato dalle importazioni di prodotti biologici da Paesi terzi, che nel 2024 crescono di circa il 7% in volume. L’incremento è trainato soprattutto da frutta (+20%) e prodotti trasformati (+38%). La Turchia rimane il principale fornitore (17,3%), seguita da Pakistan (9,5%) ed Ecuador (9,3%). Le specializzazioni sono ben definite: la Turchia per grano duro, lenticchie e ortofrutta trasformata, il Pakistan per il riso basmati, l’Ecuador per le banane, la Tunisia per l’olio d’oliva e il Perù per banane e cacao.
Per le aziende alimentari, il quadro che emerge è quello di una filiera biologica sempre più strutturata, con:
• una base produttiva ampia e in crescita;
• un mercato interno dinamico e meno sensibile alle oscillazioni dei prezzi rispetto al convenzionale;
• una domanda orientata verso prodotti percepiti come sostenibili, tracciabili e di qualità.
In prospettiva operativa, il rafforzamento dei prati e pascoli biologici e delle colture foraggere apre spazi concreti per l’integrazione delle filiere zootecniche bio. L’aumento delle colture proteiche suggerisce opportunità lungo la filiera mangimistica certificata. L’evoluzione dei canali distributivi, con il ruolo crescente dei discount, indica la necessità di modelli di offerta capaci di coniugare standard qualitativi elevati e controllo dei costi.
Il biologico italiano si conferma dunque non solo come segmento di nicchia ad alto valore simbolico, ma come componente strutturale del sistema agroalimentare, in grado di offrire alle imprese opportunità concrete di differenziazione competitiva, integrazione di filiera e posizionamento su mercati sempre più orientati alla sostenibilità.

a cura della Redazione
DAL PROGETTO EUROPEO “SMART PROTEIN” NASCONO CRACKER, PASTA E DERIVATI LATTIEROCASEARI ALTERNATIVI A BASE DI LEGUMI, PSEUDOCEREALI E SOTTOPRODOTTI DELL’INDUSTRIA ALIMENTARE
Utilizzare proteine vegetali per creare nuovi alimenti – dalla pasta ai formaggi freschi fino allo yogurt e ai sostituti della carne – più sostenibili ma allo stesso tempo buoni e nutrienti. È questa la sfida al centro del progetto europeo “Smart Protein”, finanziato dall’Unione europea, che riunisce università italiane, estere, centri di ricerca e aziende di diversi Paesi con l’obiettivo di ripensare il sistema alimentare puntando su fonti proteiche alternative.
Micro4Food, il laboratorio di microbiologia degli alimenti della Libera Università di Bolzano, partner del progetto, ha sviluppato e validato prototipi di nuovi prodotti a base di proteine di lenticchie, fave, ceci, quinoa e ingredienti derivati da funghi e lieviti, sfruttando tecnologie come fermentazione, estrusione e trattamenti ad alta pressione.
I risultati mostrano che è possibile ottenere alimenti con proteine vegetali con buone caratteristiche di gusto, struttura e valore nutrizionale, risultando una valida alternativa ai prodotti tradizionali.



“Smart Protein è un vero cantiere europeo degli alimenti del futuro”, spiega la prof.ssa Raffaella Di Cagno, della Libera Università di Bolzano, responsabile di Micro4Food. “Lavoriamo con partner di tutta Europa per trasformare legumi, pseudocereali e sottoprodotti dell’industria alimentare in ingredienti ad alto valore aggiunto, così da proporre ai consumatori pasta, formaggi freschi e yogurt vegetali che siano buoni, sicuri e più sostenibili”.
In collaborazione con partner industriali, tra cui un grande gruppo europeo della pasta, i ricercatori di Micro4Food hanno messo a punto cracker e pasta arricchiti con proteine isolate di lenticchia rossa (Red Lentil Protein Isolate, RLPI) e con “pasta regrind”, un sottoprodotto della produzione industriale di pasta tradizionale. Grazie alla fermentazione con lieviti e batteri lattici selezionati e all’utilizzo di “lievito madre” a base di questi ingredienti, è stato possibile ottenere prodotti con una buona struttura, una migliore digeribilità e un profilo sensoriale apprezzato nei test.
“La novità non sta solo nell’uso di proteine vegetali, ma anche nel recupero intelligente degli scarti”, sottolinea il ricercatore Andrea Polo. “Con il cosiddetto pasta regrind dimostriamo che è possibile fare economia circolare in un settore simbolo del Made in Italy,

Smart Protein è un progetto finanziato dall’Unione europea che mira a sviluppare nuove fonti di proteine alternative a partire da legumi, pseudocereali, funghi e sottoprodotti dell’industria alimentare. Il consorzio riunisce università, centri di ricerca e aziende di diversi Paesi europei per progettare e testare alimenti innovativi, valutandone qualità, sicurezza, accettabilità da parte dei consumatori e sostenibilità lungo l’intero ciclo di vita. Smart Protein coinvolge partner che coprono l’intera filiera: dalla coltivazione, produzione e trattamento degli ingredienti alla trasformazione degli alimenti, fino alla valutazione nutrizionale, sensoriale e dell’impatto ambientale. L’obiettivo è fornire all’Europa soluzioni concrete per diversificare le fonti di proteine, ridurre la dipendenza da quelle di origine animale e contribuire agli obiettivi climatici e di salute pubblica.
riducendo sprechi e consumi di risorse senza sacrificare la qualità del prodotto”.
FORMAGGI VEGETALI: LEGUMI, MICELI FUNGINI E FERMENTAZIONE
Un altro fronte cruciale dell’attività di Micro4Food riguarda lo sviluppo di alternative vegetali ai formaggi. I ricercatori hanno creato: “Cream cheese” vegetali a base di legumi e avocado, formaggi freschi ibridi ottenuti combinando farine derivate dalla fermentazione fungina di sottoprodotti dell’industria birraria con altre fonti vegetali, fermentati con ceppi selezionati di batteri lattici.
Questi prodotti mostrano buone proprietà di consistenza, tenuta all’acqua e stabilità,
oltre a un contenuto proteico comparabile a quello degli yogurt tradizionali e un profilo sensoriale giudicato positivo nei test di assaggio. In alcuni casi, la fermentazione ha aumentato la biodisponibilitá di composti fenolici ad azione antifungina, con potenziali benefici anche sulla conservabilità. “Le alternative vegetali ai formaggi non sono più un prodotto di nicchia”, commenta Nikoloudaki. “Formaggi freschi a base di legumi possono diventare una scelta quotidiana anche per chi non è vegano, ma vuole ridurre l’impatto ambientale della propria dieta. La fermentazione ci permette di migliorare gusto, digeribilità e stabilità, avvicinando questi prodotti alle aspettative dei consumatori”.

Ugo Gianchecchi
Consulente in pest management
NORMATIVE, BUONE PRATICHE OPERATIVE E STRATEGIE DI RIDUZIONE DEL RISCHIO. SPUNTI PER UN IMPIEGO PIÙ CONSAPEVOLE, EFFICACE E SOSTENIBILE, SIA IN AMBITO URBANO CHE INDUSTRIALE
Quando, in occasione dell’ultima Conferenza Disinfestando, presentai il mio intervento relativo alle possibilità di mitigazione del rischio nell’impiego di rodenticidi anticoagulanti, mi resi conto che, inizialmente, i presenti mi guardavano con un’espressione tra il sorpreso e l’incredulo.
In effetti, invece di iniziare illustrando subito i possibili rischi connessi ai rodenticidi anticoagulanti di seconda generazione, esordii mostrando delle immagini di due artisti famosi in tutto il mondo, un musicista come David Bowie e un pittore come Pablo Picasso.
La mia intenzione era quella di dimostrare che entrambi erano accomunati dal fatto che nella loro vita non avevano avuto timore di mettersi sempre in gioco, di sperimentare nuove strade, mostrando sempre una grande attenzione ai cambiamenti che avvenivano di volta in volta nella società.
Come nel corso degli anni la società, la musica e l’arte si trasformano, cambiano anche le metodologie di lavoro, che devono adattarsi a nuove esigenze, normative, tecnologie. Fossilizzarsi sulle stesse pratiche può comportare dei rischi; il mondo,
infatti, corre veloce e non aspetta. Dopo tale precisazione gli astanti hanno cominciato a seguirmi con più convinzione confermando che, a volte, un inizio a sorpresa può aiutare ad attirare l’attenzione.
Se volgiamo lo sguardo indietro ci accorgiamo che nel mondo della disinfestazione abbiamo avuto delle vere e proprie rivoluzioni nelle metodologie operative dovute principalmente ai continui progressi tecnologici e alla ricerca di prodotti più efficaci e sicuri.
Molti cambiamenti però sono stati determinati anche da una società sempre più attenta ai problemi ambientali, ai possibili danni causati da un uso estensivo dei prodotti chimici, insetticidi e rodenticidi compresi, ed ultimamente anche ai problemi relativi al benessere animale. Se pensiamo alle metodologie d’intervento che sono state applicate nel tempo contro i vari infestanti, ci rendiamo conto dei grandi progressi che hanno reso da un lato la vita più facile ai disinfestatori e al contempo hanno ridotto notevolmente i possibili impatti negativi sull’ambiente e sulla fauna non bersaglio.

Pensiamo ad esempio agli interventi insetticidi che venivano effettuati con prodotti liquidi contro le blatte o le formiche in strutture ricettive o aziende alimentari, mediante le classiche pompe irroratrici e i nebulizzatori elettrici. Tali metodologie sono diventate in breve tempo quasi obsolete, perché sono state soppiantate da prodotti più pratici come i gel, più facili da applicare, più sicuri e senz’altro meno inquinanti e impattanti sull’ambiente e sulle attività lavorative.
La stessa cosa sta succedendo per quanto riguarda i sistemi di lotta tradizionali impiegati nel controllo delle zanzare. L’impiego di atomizzatori spalleggiati o dei grossi apparecchi autotrasportati utilizzati generalmente per i tradizionali interventi adulti-

Anche nelle industrie e nelle aziende del settore alimentare è possibile utilizzare i rodenticidi in maniera più coscienziosa attraverso strategie di lotta che prevedano il ricorso a questi prodotti circoscritto solo a quelle zone più sensibili evidenziate durante la fase preventiva di analisi del rischio
cidi si sta progressivamente riducendo perché si stanno facendo strada metodologie d’intervento meno inquinanti e più efficaci. Attualmente il controllo delle zanzare è incentrato principalmente sulla lotta antilarvale attraverso l’impiego di insetticidi ad azione biologica o meccanica. Questo grazie ai nuovi prodotti a base di oli vegetali o siliconici che creano sulla superficie dell’acqua un film tale da rendere impossibile alle larve e alle pupe la respirazione dell’ossigeno atmosferico.
Questo cambiamento è dovuto essenzialmente alle nuove indicazioni di legge, come il Piano Nazionale Arbovirosi 2020-2025 o i Regolamenti Regionali che tendono a ridurre drasticamente l’impiego dei prodotti insetticidi in ambiente urbano ed extraurbano per non danneggiare l’entomofauna utile e la salute umana.
Questa riduzione non è un problema da poco se pensiamo che molte aziende di di-
sinfestazione basano una consistente fetta del proprio fatturato proprio su questo tipo di interventi da eseguirsi nel periodo estivo.
Come gli artisti cambiano stile per seguire i mutamenti della società e del mondo, così le aziende di disinfestazione sono obbligate, se vogliono stare al passo con i tempi, a rinnovarsi, a cambiare metodologie operative, a sperimentare i nuovi prodotti e le nuove attrezzature che il mercato mette a disposizione ma anche a recepire le nuove leggi e le nuove linee guida del mondo accademico.
E a proposito di leggi e indicazioni che inducono ad un cambiamento delle metodologie di lavoro, siamo arrivati al cuore pulsante di questo articolo: cercare di trovare un modo migliore e più moderno per utilizzare i rodenticidi anticoagulanti. È innegabile che questi prodotti siano indispensabili per il controllo dei roditori nocivi, tanto che attualmente nessun disinfestatore può farne a meno. Tuttavia, il loro uso genera-
lizzato e continuativo può comportare seri rischi per la fauna non bersaglio perché tali rodenticidi possono accumularsi nel fegato dei predatori naturali dei roditori, come uccelli rapaci e mammiferi carnivori, provocandone la morte. Studi a livello mondiale documentano questo rischio e sono già state elaborate linee guida che ne impongono un uso più oculato e limitato. Inoltre, sulle etichette della maggior parte dei prodotti in commercio sono riportate indicazioni che riguardano il tempo massimo di un loro utilizzo nell’ambiente o la dicitura del divieto di impiego in maniera permanente (permanent baiting) o a scopo di monitoraggio. Il dovere di utilizzare tali prodotti in maniera più corretta, in modo da limitarne i possibili effetti negativi, non solo è un obbligo di legge che può comportare sanzioni pecuniarie e penali (vedi D.Lgs. n°179 del 2 novembre 2021) ma è anche un obbligo morale che ogni azienda di disinfestazione ha nei confronti dell’ambiente e della società a cui appartiene.
Le aziende di pest control devono quindi impegnarsi ad utilizzare tali prodotti in maniera corretta, a partire ad esempio dalle campagne di derattizzazione condotte sul territorio cittadino, dove in effetti si concretizzano i maggiori rischi dovuti ad un impiego estensivo degli anticoagulanti, per arrivare poi agli interventi effettuati presso le aree esterne di strutture produttive e aziende alimentari.
Nel primo caso è però necessario abbandonare la vecchia pratica che consiste nel collocare sul territorio centinaia di erogatori di esca, come spesso viene fatto, con il principale scopo di renderli visibili ai cittadini e accontentare il committente dell’appalto, senza aver prima avuto un riscontro della effettiva presenza dei roditori. Utile a tal fine risulterebbe l’effettuazione di preventive indagini in campo eseguite da tecnici esperti per individuare quelle zone più sensibili del territorio potenzialmente infestate, quali le aree degradate o incolte, gli edifici abbandonati, i canali o le fognature a cielo aperto, le piccole discariche abusive, l’area di sosta dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti. Sarebbe più logico impiegare, in tali aree, l’esca virtuale per valutare l’eventuale consumo e conseguentemente la reale presenza di ratti e topi. Tali informazioni permetterebbero l’impiego dei rodenticidi solo in quelle zone risultate positive e solo per il tempo strettamente necessario, evitando così di disperdere inutilmente prodotti chimici nell’ambiente.
Di estrema importanza risulterebbe inoltre l’allontanamento di ogni dispensatore di esca al termine dell’appalto, cosa questa che raramente viene effettuata perché non remunerativa.
Questa mancanza determina spesso l’abbandono di attrezzature nell’ambiente contenenti prodotti pericolosi.


Altrettanto importante sarebbe, in ambiente prettamente urbano, un maggior ricorso ad interventi di derattizzazione condotti all’interno delle reti fognarie durante i mesi estivi. Le fognature rappresentano infatti gli habitat naturali dei ratti che le utilizzano sia come luoghi di insediamento che come vie di spostamento da una parte all’altra del tessuto cittadino. In estate i tombini fognari e le caditoie risultano in genere più asciutte e l’esca ha maggiore probabilità di rimanere integra per più settimane; in genere una campagna della durata di 30-35 giorni è in grado di garantire un buon controllo dei roditori. Resta inteso che l’esca deve essere fissata alle griglie e ai tombini e deve essere controllata almeno una volta alla settimana, in modo da poter essere ripristinata se consumata o rimossa in mancanza di consumo, in modo da evitare che con il tempo possa disperdersi nelle reti fognarie.
Anche nelle industrie e nelle aziende del settore alimentare è possibile utilizzare i rodenticidi in maniera più coscienziosa attraverso strategie di lotta che prevedano
il ricorso a questi prodotti circoscritto solo a quelle zone più sensibili evidenziate durante la fase preventiva di analisi del rischio. Parliamo ad esempio delle aree destinate alla raccolta dei rifiuti o dei materiali di scarto, delle aree di carico-scarico delle materie prime e dei prodotti finiti, dell’area destinata al lavaggio attrezzature o del depuratore, del perimetro esterno confinante con colture agrarie o zone incolte, eccetera. In queste aree più “sensibili” i rodenticidi anticoagulanti potranno essere inizialmente integrati e pian piano sostituiti dalle moderne e tecnologiche trappole multicattura oggi in commercio e che, solo per motivi economici, ancora stentano a diffondersi fra le aziende di disinfestazione. Per le altre aree a minor rischio potrà risultare utile, in prima istanza, l’impiego della già citata esca virtuale che potrà comunque essere sostituita in qualsiasi momento in caso di consumo da parte dei roditori. La nuova sfida che il disinfestatore dovrà affrontare da ora e per i prossimi anni è quindi racchiusa in un concetto: l’esca rodenticida deve diventare un mezzo di cura, non di prevenzione.

PRESENTATA A ROMA
LA TERZA EDIZIONE
DI PESTMED EXPO 2026
LA PIATTAFORMA ITALIANA
DI RIFERIMENTO
PER PEST MANAGEMENT
E SANIFICAZIONE CHE SI TERRÀ
DALL’11 AL 13 FEBBRAIO 2026
A BOLOGNAFIERE
In un contesto europeo e globale segnato da nuove sfide sanitarie, ambientali e produttive, i temi della prevenzione, degli standard e della salute ambientale assumono una dimensione pubblica strategica. Sanità, agroalimentare, logistica, servizi e territori sono oggi interconnessi in un sistema che richiede approcci integrati e linguaggi comuni. È in questo quadro che PestMed Expo si colloca nel calendario delle grandi piattaforme internazionali del settore, dialogando con i principali appuntamenti europei e globali, tra cui Interclean Amsterdam, uno dei riferimenti mondiali per l’industria della pulizia e della sanificazione. Il racconto di PestMed si lega inoltre a due elementi centrali: la tutela della Cucina Italiana, riconosciuta Patrimonio UNESCO, come risultato di una filiera da proteggere lungo tutta la catena del valore, e la forza del Made in Italy, che si costruisce anche attraverso sicurezza, igiene e processi affidabili.
SEI PILASTRI CHE NE DEFINISCONO LE PRIORITÀ
In questo scenario, PestMed Expo non è solo una fiera, ma una piattaforma di siste-

ma, un punto di convergenza tra imprese, istituzioni, ricerca e operatori, pensato per favorire un confronto continuo attraverso convegni, panel e tavoli di lavoro. L’edizione 2026 si caratterizza per un’articolazione tematica chiara, costruita attorno a sei pilastri che ne definiscono le priorità: Sanità e One Health; Agroalimentare di filiera, dalla trasformazione alla ristorazione; Professione e professionalizzazione, con attenzione ai percorsi di riconoscimento delle competenze; Sport e salubrità dei luoghi; Innovazione negli ambienti costruiti; Pest control come cuore tecnico-operativo, con la sostenibilità come criterio trasversale a tutte le aree. “PestMed 2026 rappresenta per A.N.I.D. un appuntamento strategico e un punto di sintesi del lavoro che l’Associazione porta avanti ogni giorno a tutela del settore e della salute pubblica”, afferma Marco Benedetti, Presidente A.N.I.D. “Non è una semplice fiera, ma un vero laboratorio di confronto con istituzioni, imprese e mondo scientifico, in cui il pest management si
afferma come attore centrale nelle politiche di prevenzione, sicurezza e sostenibilità. A.N.I.D. continuerà a svolgere un ruolo attivo e responsabile nel dialogo con i Ministeri e gli enti locali, per dare dignità professionale al comparto, rafforzarne la formazione e garantire standard sempre più elevati a beneficio dei cittadini e del sistema Paese”.
“PestMed Expo 2026 dedicata, fin dalla prima edizione, a collaborare con le aziende dei servizi e delle forniture del settore del Pest Management, rafforza ulteriormente le opportunità di business dei propri espositori e dei propri visitatori, con un forte impegno oltreché su tutto il territorio italiano, anche a livello internazionale”, dichiara Claudio Vercellone, CEO di Avenue Media. “Già ad oggi sono oltre 200 i buyer esteri provenienti da 56 Paesi, tra cui l’Europa continentale e dell’est, i balcani, che avranno a disposizione spazi specifici dedicati al networking e agli incontri B2B all’interno della fiera”.

Claudio Cantore
Responsabile tecnico
Francesco Nicassio
Consulente gestione integrata e sostenibile infestanti
GLI INSETTI DELLE DERRATE A VOLTE SONO IN GRADO DI INFESTARE ANCHE AMBIENTI
CHE NULLA HANNO A CHE FARE CON LO STOCCAGGIO DI PRODOTTI ALIMENTARI. QUESTO CASO DIMOSTRA COME LE CRITICITÀ NON DERIVINO SOLO DA ERRORI DI GESTIONE, MA ANCHE DA FATTORI STRUTTURALI E AMBIENTALI
Gli insetti delle derrate alimentari costituiscono una minaccia silenziosa ma persistente nei contesti industriali, soprattutto laddove vengono manipolati materiali di origine biologica, vegetale o animale. Sebbene la loro presenza sia storicamente associata a depositi di cereali, mulini, pastifici e panifici, negli ultimi anni si è assistito a infestazioni sempre più importanti anche in settori insospettabili, come quello dell’industria gelatiera, delle gelatine industriali, della chimica di base, farmaceutico, cosmetico, nutraceutico, tessile, biotecnologico e medicale. I prodotti coinvolti, spesso altamente raffinati e trasformati, non sono di per sé sufficienti a sostenere la vita degli insetti, ma residui, polveri, sostanze organiche, collanti e sostanze ausiliarie possono rappresentare un substrato utile per la sopravvivenza, l’insediamento e, in alcuni casi, la proliferazione attiva di specie infestanti. Tra queste, occorre riconoscere un ruolo di primo piano al Tribolium castaneum, il cosiddetto coleottero rosso della farina, un piccolo tenebrionide che, sebbene non pericoloso per l’uomo in senso diretto, è in grado di colonizzare ambienti industriali con sorprendente efficacia. Il suo ciclo bio-
logico rapido, l’adattabilità ambientale e la capacità di spostarsi tra intercapedini, pavimenti e impianti elettrici lo rendono un ospite indesiderato e difficile da eradicare, specialmente in edifici di vecchia costruzione o ristrutturati più volte nel corso degli anni.
UN INSETTO RESISTENTE
T. castaneum è un coleottero lungo circa 3-4 mm, di colore bruno-rossiccio, con ali sviluppate e funzionali. È attivo soprattutto in ambienti chiusi e miti, con temperature comprese tra 25°C e 35°C, condizioni spesso presenti nei locali tecnici e produt-


tivi delle aziende. Si nutre di farine, amidi, cereali, mangimi, spezie, ma anche di materiali organici disidratati e di scarti polverosi, rendendolo pericoloso anche in ambienti apparentemente privi di alimenti disponibili. Oltre a contaminare fisicamente il materiale (con larve, esuvie e feci), è in grado di alterarne le caratteristiche organolettiche attraverso la secrezione di chinoni, composti che rilasciano un odore pungente e sgradevole. Questi ultimi, in alcune produzioni, possono alterare anche le superfici e interferire con materiali sensibili, come gelatine, colle, film idrosolubili e capsule. Il vero punto di forza del T. castaneum, tuttavia, è la sua capacità di nascondersi all’interno della struttura edilizia. Questo insetto non si limita a vivere nei materiali sfusi o tra gli scaffali, ma si insinua tra i battiscopa, nelle fessure dei pavimenti, nelle canaline elettriche, dietro i quadri di distribuzione e persino nei cavi passanti tra un ambiente e l’altro. È proprio questa caratteristica che lo rende particolarmente insidioso negli ambienti industriali nei qualinonostante la pulizia costante e accurata - il controllo strutturale può risultare particolarmente difficile.
Quando si pensa agli infestanti in ambienti industriali, il pensiero va direttamente alle grandi, medie e piccole aziende alimentari, mentre raramente si inseriscono nell’elenco dei luoghi a rischio tutte le aziende che, pur lavorando materie prime di origine vegetale e/o animale, non producono prodotti alimentari. Tuttavia, la realtà è ben diversa; le linee di produzione sono spesso circondate da laboratori, magazzini, locali tecnici, aree di ricevimento merci, spogliatoi e aree di servizio, spesso non sottoposte agli stessi rigorosi controlli che interessano le aree produttive.
Prodotti come gli eccipienti naturali, le gelatine, le sostanze proteiche e i derivati animali e vegetali sono substrati perfetti per l’attrazione di specie come Tribolium, Lasioderma o Plodia
La presenza di polveri sottili, umidità localizzata e calore costante creano un microambiente ideale anche in contesti potenzialmente non ideali.
L’aspetto più critico, tuttavia, è dovuto al fatto che l’infestazione può nascere non da un errore di gestione o da una contaminazione esterna, ma da elementi intrin-
seci all’edificio, come strutture murarie antiche, materiali porosi o intercapedini non bonificate.
UN ESEMPIO CONCRETO
Prendiamo in esame un caso reale che ha avuto luogo in un’azienda industriale produttrice di generi non alimentari situata nelle campagne salentine e, più precisamente, nella zona industriale posta a sud di un piccolo centro urbano; essa confina a nord con due capannoni utilizzati come rimessa di macchinari agricoli, a est e sud con due aziende edili, a ovest con un campo coltivato.
Nei primi mesi del 2025 questa azienda è stata oggetto di un’infestazione tanto atipica quanto problematica.
I locali produttivi, posizionati nella zona più interna e più protetta dell’edificio, erano estremamente controllati, monitorati e puliti e la produzione seguiva standard GMP rigorosissimi. L’impianto di monitoraggio infestanti presente in azienda, poiché la stessa produceva prodotti non alimentari partendo da materie prime che, seppur di origine vegetale e animale, non erano giudicate “infestabili”, comprendeva
monitoraggio su insetti volanti a fototropismo positivo e su insetti striscianti provenienti dall’esterno e roditori.
Tra la fine del mese di marzo e l’inizio di aprile 2025, sono stati individuati alcuni insetti di piccole dimensioni nei locali di servizio adiacenti all’area produttiva, ossia corridoi tecnici, magazzino intermedio e locali elettrici; gli stessi insetti, oltre che per terra, erano presenti anche sui pannelli collanti delle trappole fototropiche - lampade. Grazie al proprio laboratorio interno di riconoscimento infestanti, l’azienda appaltatrice dei servizi di pest management ha classificato velocemente gli stessi come esemplari di Tribolium castaneum. Inizialmente, la presenza è stata attribuita a un’eventuale contaminazione delle materie prime o a un errato stoccaggio temporaneo. Tuttavia, le ispezioni di filiera non hanno evidenziato alcun segno di infestazione né tra i fornitori, né nelle aree di ricevimento merci. Col passare dei giorni si è verificato un importante aumento di esemplari, i quali progressivamente si avvicinavano ai locali produttivi. La situazione ha allarmato sia la proprietà che l’azienda di disinfestazione.
Le azioni inizialmente adottate sono state coerenti con i protocolli classici: installazione di trappole a feromoni, pulizie straordinarie, aspirazione meccanica degli insetti, trattamento adulticida localizzato con piretroidi. Tali operazioni hanno consentito, in pochi giorni, di ridurre in maniera significativa la presenza di insetti. Tuttavia, dopo circa una settimana, il problema è riemerso in maniera più intensa. Gli insetti, piccoli ma agili, venivano osservati nei pressi dai bordi del pavimento, in particolare lungo i battiscopa e in prossimità di un pavimen-

to galleggiante. Nonostante le bonifiche, le presenze aumentavano. Le indagini esterne sono state estese anche ai locali adiacenti e ai quadri elettrici ove non è stato rinvenuto alcun nido, residuo o substrato alimentare apparente.
L’intuizione strutturale
A quel punto si è deciso di spostare il focus dall’interno dell’edificio alla parte esterna e alla struttura muraria. Si è notato che la zona più coinvolta era quella a nord della struttura; gli insetti, presenti in maniera più copiosa nei pressi di un muro di confine, andavano diminuendo e si distribuivano in maniera scalare nel resto dell’edificio. La parete in oggetto, risalente a oltre cento anni prima, presentava in alcune sezioni muri costruiti con la tecnica del terrapieno: un metodo architettonico largamente utilizzato in passato, in cui le intercapedini murarie venivano riempite con terra, residui vegetali, sabbia e pietrisco per isolare
e consolidare. L’intuizione è stata confermata da un esperimento semplice quanto efficace: nastro biadesivo lungo il battiscopa, posizionato sia sul pavimento che sulla parete, e intorno alle prese elettriche. Dopo 24 ore, gli insetti risultavano incollati su entrambi i lati, dimostrando che emergevano dal muro, passando attraverso fessure invisibili e fori tecnici dei cavi elettrici. Aperte le prese elettriche, si è notato che, all’interno delle stesse e nei corrugati, vi erano numerosi insetti. Si è avuta un’ulteriore riprova a seguito di un sopralluogo nei capannoni adiacenti alla parete nord della struttura e adibiti a rimessa di macchine agricole. Guardando per terra è stata notata la presenza di notevole quantità di grano duro e residui vegetali, insieme a un importante numero di triboli della stessa specie, trovati esattamente dalla parte opposta del muro, all’interno dell’azienda in oggetto.
Chiedendo al proprietario del locale, si è
venuto a sapere che, nei cinque anni precedenti, quei locali erano stati utilizzati come magazzino per il grano e, solo di recente, svuotati e utilizzati per il ricovero dei mezzi. A quel punto, tutto è risultato decisamente più chiaro. Gli insetti, sviluppatisi all’interno dei magazzini, non avendo più a disposizione il materiale da infestare, stavano migrando in altri luoghi da colonizzare e, quindi, sfruttando ogni singola fessura e foro presenti nel muro, si trasferivano dall’altra parte, penetrando all’interno dell’azienda in oggetto.
Piano di bonifica
La soluzione ha richiesto un approccio multidisciplinare oltre alla disinfestazione classica: innanzitutto, grazie all’utilizzo di una resina, sono stati chiusi perfettamente tutti i possibili fori presenti nella zona del sottotetto e del battiscopa. Poi sono state applicate polveri fossili (terre di diatomee)
lungo i perimetri e nelle prese elettriche, per creare barriere meccaniche. In seguito sono state sigillate tutte le canaline e i passaggi non utilizzati, con schiume poliuretaniche ignifughe e infine trattata la parete dal lato esterno, quello della rimessa delle macchine agricole, con prodotti microincapsulati lungamente residuali.
Nel frattempo, è stato avviato un piano di ristrutturazione per eliminare progressivamente le pareti in terrapieno e sostituirle con soluzioni più adatte al contesto industriale moderno. Nel giro di due mesi, l’infestazione è stata eradicata completamente e già da fine giugno non è stato rinvenuto più nessun esemplare.
Il caso illustrato in questo articolo mette in luce una verità fondamentale spesso trascurata nella gestione delle infestazioni: la conoscenza della biologia e del comporta-
mento degli insetti non basta se non è accompagnata da una profonda comprensione dell’ambiente architettonico e tecnico in cui si opera.
Tribolium castaneum, come altri infestanti delle derrate, è un organismo opportunista, capace di sfruttare le imperfezioni strutturali, l’età degli edifici, le discontinuità nei materiali e persino gli impianti elettrici per colonizzare ambienti che, sulla carta, dovrebbero essere immuni da infestazioni. In contesti ad alta sensibilità, come le aziende industriali, è quindi indispensabile affiancare all’igiene e alla disinfestazione un approccio etologico-strutturale, in grado di anticipare e prevenire le vie di ingresso e sviluppo dell’infestazione. Solo attraverso la sinergia tra entomologia, edilizia, ingegneria edile, prevenzione e monitoraggio continuo si possono garantire standard qualitativi compatibili con la sicurezza dei prodotti e la salute dei consumatori.
Un efficace programma di pest management è parte integrante dei sistemi di sicurezza alimentare e rappresenta un requisito fondamentale per la conformità agli standard come HACCP, BRC, IFS e ISO 22000. La corretta gestione degli infestanti consente di proteggere materie prime, ambienti di produzione, aree di stoccaggio e prodotti finiti, riducendo in modo significativo il rischio di contaminazioni e di non conformità durante le verifiche ispettive e gli audit di certificazione. Il pest management moderno non si limita all’intervento correttivo, ma si basa su un approccio preventivo strutturato, che comprende monitoraggi costanti, analisi del rischio, tracciabilità delle attività e collaborazione tra azienda alimentare e fornitore del servizio. L’obiettivo è intercettare precocemente eventuali segnali di infe -

stazione e intervenire prima che possano compromettere la sicurezza del prodotto e la continuità operativa. Investire in un piano di controllo infestanti efficace significa tutelare la qualità, garantire la conformità normativa e rafforza-
re la fiducia di clienti e consumatori. In un contesto di crescente attenzione alla food safety, il pest management si conferma quindi uno strumento strategico per la competitività delle aziende della filiera alimentare.

Alex Pezzin Responsabile tecnico scientifico azienda pest management
LE VARIAZIONI CLIMATICHE
E GLI SQUILIBRI AMBIENTALI POSSONO GENERARE PULLULAZIONI IMPROVVISE
DI INSETTI. UN CASO ECLATANTE SI È VERIFICATO IN TOSCANA, DOVE NUVOLE DI CHIRONOMIDI HANNO
INVASO STRUTTURE SANITARIE E SPAZI URBANI, A CAUSA
DEL DEGRADO DELLA LAGUNA DI ORBETELLO
Per quanto riguarda la maggior parte degli animali che si riproducono sessualmente, meccanismi neuroendocrini sincronizzano la maturazione dei gameti e regolano il comportamento di accoppiamento. Mentre gli animali che vivono in ambienti non stagionali come le foreste pluviali tropicali possono rimanere in condizione riproduttiva per tutto l’anno, per gli animali che vivono in ambienti stagionali non è efficiente produrre spermatozoi e uova continuamente. Le specie che vivono in questi climi procreano quando le condizioni ambientali sono più favorevoli alla sopravvivenza della prole. Gli stimoli che determinano il tempo della riproduzione provengono frequentemente da una o più variazioni cicliche di fattori ambientali come la temperatura, il fotoperiodo e la disponibilità di acqua e alimento. Il fotoperiodo può scatenare modi-

ficazioni ormonali che influenzano lo stato riproduttivo degli animali maturi.
Un modello ideale in grado di riassumere i concetti sopra esposti è rappresentato, in alcune parti dell’Africa, dalle locuste del deserto (Schistocerca gregaria, Forskål, 1775): queste sono considerate da agricoltori e allevatori una vera piaga. Questi ortotteri proliferano invadendo i campi e minacciando la produzione agricola e la sicurezza alimentare. Il conseguente rischio sono le carestie. Volano a milioni, capaci di nutrirsi di interi raccolti in pochissimo tem-
po, come dimostrato dalle invasioni di locuste che nel 2019-2020 hanno devastato l’Africa orientale.
Tramite modelli matematici e climatici, sono state esaminate le dinamiche locuste-clima e tutti i fattori che influenzano le invasioni degli insetti. Il clima gioca un ruolo fondamentale nel ciclo di vita delle locuste. Queste, infatti, si riproducono in modo spaventoso quando periodi di siccità si alternano a piogge continue. Sono queste le condizioni favorevoli che innescano le invasioni. Senza andare troppo in giro per il mondo, posso-

no crearsi anche in Italia fenomeni abnormi, improvvisi ed eclatanti di nascite improvvise di miriadi di insetti? La risposta è sì, e ogni tanto, tramite i mass media, giungono notizie di vere e proprie invasioni.
UN’INVASIONE DI CHIRONOMIDI
Durante i mesi di marzo e aprile scorso abbiamo ricevuto diverse segnalazioni, da parte di strutture sanitarie in Toscana, che sono state prese letteralmente d’assalto da nuvole di insetti che hanno ricoperto muri, pareti e porzioni di infissi.
Giunti sul posto abbiamo appurato che si trattava di una singola specie di insetti, ordine ditteri, famiglia chironomidi. Le cause di questo ingente fenomeno sono state ricondotte allo stato e alle condizioni delle lagune di Orbetello, in particolare all’eutrofizzazione delle acque (l’eccessiva proliferazione di alghe e batteri dovuta alla pre-
senza di grandi quantità di nitrati e fosfati da fertilizzanti e altri inquinanti) che ha degradato l’ecosistema lagunare, provocando la moria degli organismi che si nutrono delle larve di chironomidi.
È ipotizzabile che la quantità delle larve sopravvissute l’anno precedente sia stata ragguardevole, ed è bastato quindi un periodo invernale relativamente mite perché sia stato possibile il verificarsi di sciamature simultanee e abnormi. Per ridurre le grandi pullulazioni di chironomidi si devono percorrere strategie di riequilibrio ambientale che comprendono la riduzione dell’apporto di sostanza organica nel corpo idrico, la promozione dell’insediamento dei loro predatori (in particolare pesci, uccelli e pipistrelli), l’effettuazione di trattamenti larvicidi con prodotti biologici a base di Bacillus thuringiensis var. israeliensis Per prevenire le invasioni serali, è possi-
GLI STIMOLI CHE
DETERMINANO IL TEMPO
DELLA RIPRODUZIONE
PROVENGONO
FREQUENTEMENTE DA UNA O PIÙ VARIAZIONI
CICLICHE DI FATTORI
AMBIENTALI COME
bile sostituire le lampade esterne bianche con quelle di colore giallo che hanno minore capacità attrattiva per questi insetti. Altri accorgimenti consistono nel falciare i prati dei propri giardini, in quanto i chironomidi durante il giorno sostano più volentieri in mezzo alla vegetazione, e collocare nelle proprie aree verdi ricoveri per i pipistrelli (bat-box) per facilitarne la colonizzazione. I pipistrelli sono infatti degli efficienti predatori di chironomidi.
Ogni tipologia di intervento, per questo target di insetto, risulta quindi inapplicabile in termini di reali benefici, soprattutto se si raggiungono improvvisamente livelli di abbondanza come quelli evidenziati. Questi fenomeni sono realmente clamorosi e sensazionali ma sono altrettanto imprevedibili e suscettibili dalle condizioni meteoclimatiche stabilite di volta in volta dalla cosiddetta “stagionalità”.

I PRODOTTI LATTIERO-CASEARI RAPPRESENTANO UNA DELLE PRINCIPALI FONTI NATURALI DI IODIO NELLA DIETA, GRAZIE ANCHE ALLA PRATICA
DELL’INTEGRAZIONE NEI MANGIMI BOVINI. TUTTAVIA, IL LORO RUOLO È SPESSO IGNORATO DAL PUBBLICO, NONOSTANTE FORNISCANO
OLTRE UN TERZO DELL’APPORTO IODICO IN DIVERSI PAESI EUROPEI

Chiara Scelsi Coordinamento editoriale
Lo iodio è un oligoelemento indispensabile per la sintesi degli ormoni tiroidei, fondamentali per lo sviluppo cerebrale e la crescita, soprattutto durante la gravidanza e l’infanzia. Una carenza significativa può portare a gravi danni neurologici, aborto spontaneo e aumento della mortalità infantile. Anche carenze lievi o moderate sono associate a riduzioni del quoziente intellettivo nei bambini e a problemi cognitivi.
Dal 1991, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha promosso la iodoprofilassi attraverso la iodizzazione universale del sale. Tuttavia, politiche di riduzione
del consumo di sale per combattere malattie cardiovascolari stanno complicando la diffusione dello iodio tramite questa via, soprattutto nei Paesi occidentali. Inoltre, molti produttori alimentari evitano il sale iodato per mantenere l’accesso ai mercati internazionali.
In questo contesto, gli alimenti di origine animale - con particolare riferimento ai prodotti lattiero-caseari - rappresentano una fonte dietetica importante di iodio. Il latte e i derivati sono infatti tra le principali fonti naturali di iodio, contribuendo a più della metà dell’apporto iodico nei bambini in Norvegia (56%) e nel Regno Unito (51%),
e a oltre un terzo negli adulti in Finlandia (37%), Irlanda (53%), Norvegia (36%) e Regno Unito (34%) (Bath et al., 2022). La presenza di iodio nel latte e nei prodotti lattiero-caseari è attribuibile a diverse pratiche zootecniche, in particolare alla supplementazione di iodio nei mangimi destinati ai bovini (Niero et al., 2023; Vila et al., 2020). Tuttavia, il contributo di questi alimenti all’apporto totale di iodio è ampiamente sottovalutato dall’opinione pubblica (Kayes et al., 2022), e i cambiamenti nelle abitudini di consumo di latte e derivati nel passaggio dall’infanzia all’età adulta possono ridurre ulteriormente l’apporto dietetico di iodio.

FONTI ALIMENTARI ALTERNATIVE:
PESCE, CEREALI E VEGETALI
Il pesce e i frutti di mare sono considerati fonti affidabili di iodio, ma il loro consumo varia notevolmente tra Paesi. Nei bambini, il loro contributo può variare dal 2% al 18%, negli adulti fino al 47%. Cereali e pane possono contribuire all’apporto iodico solo se preparati con sale iodato, mentre carne e uova hanno un ruolo secondario. I vegetali sono generalmente poveri di iodio, a meno che non crescano in suoli ricchi o siano sostituiti da alghe, come avviene in Giappone.
L’INDAGINE INTERNAZIONALE:
OBIETTIVI E METODOLOGIA
Questa indagine internazionale ha offerto una panoramica sulla consapevolezza pubblica riguardo all’importanza dello iodio come oligoelemento essenziale per la salute umana, nonché sulla conoscenza delle fonti alimentari di iodio. Per comprendere la consapevolezza pubblica sull’importanza dello iodio e le fonti alimentari asso-
ciate, è stato condotto un sondaggio online su 4.704 persone in 16 Paesi. Il questionario online includeva aspetti sociodemografici e domande sulla consapevolezza dei consumatori riguardo allo iodio alimentare, utilizzando una scala Likert a 7 punti. L’analisi ha valutato il grado di conoscenza rispetto a diverse fonti di iodio, considerando variabili come età, genere, livello d’istruzione e stato occupazionale. Le risposte sono state analizzate tramite un modello lineare di regressione multipla, che includeva paese, genere, età, livello di istruzione e stato occupazionale come effetti fissi. I partecipanti erano moderatamente consapevoli dell’importanza di pesce (4,86) e frutti di mare (4,90) come fonti alimentari di iodio, ma meno consapevoli del ruolo del latte come fonte primaria (3,32).
I risultati mostrano una consapevolezza relativamente alta riguardo al ruolo del pesce (4,86/7) e dei frutti di mare (4,90/7),
IL BASSO LIVELLO
DI CONSAPEVOLEZZA
SUL RUOLO DEL LATTE COME FONTE
DI IODIO APRE NUOVE OPPORTUNITÀ
DI COMUNICAZIONE E MARKETING PER L’INDUSTRIA
LATTIERO-CASEARIA
ma molto bassa per quanto riguarda il latte (3,32/7). Circa un quarto dei partecipanti non era in grado di esprimere un’opinione sul contenuto iodico di latte, carne, cereali, frutta e verdura. Al contrario, quasi tutti hanno riconosciuto l’associazione tra latte e calcio, confermando l’attenzione del pubblico su altri nutrienti.
DIFFERENZE GEOGRAFICHE E CULTURALI
Le differenze tra aree geografiche sono marcate: in Oceania la consapevolezza dell’importanza dello iodio era la più alta, mentre in America Latina la più bassa. In Europa settentrionale e occidentale, il latte è percepito meno come fonte di iodio rispetto ad altri continenti. Al contrario, in Giappone si registra la maggiore consapevolezza sull’apporto iodico di cereali, frutta e verdura.
FATTORI SOCIODEMOGRAFICI: INFLUENZA LIMITATA
L’età, il livello di istruzione e lo stato occu-

pazionale influenzano solo parzialmente la consapevolezza, principalmente per pesce e frutti di mare. Le persone più anziane, con istruzione elevata e occupate sono più consapevoli. Tuttavia, queste variabili non modificano la percezione rispetto a latte, carne o vegetali. Anche il genere ha un impatto minimo: le donne mostrano leggermente maggiore attenzione all’importanza dello iodio, ma senza differenze sostanziali sugli alimenti.
CONCLUSIONI E IMPLICAZIONI PER IL SETTORE LATTIERO-CASEARIO
Il basso livello di consapevolezza sul ruolo del latte come fonte di iodio apre nuove opportunità di comunicazione e marketing per l’industria lattiero-casearia. Etichettature nutrizionali che valorizzino il contenuto iodico, campagne educative e collaborazioni con enti sanitari possono contribuire a migliorare l’informazione dei consumatori. In un contesto in cui la iodoprofilassi via
sale è in declino, il latte può rappresentare una risorsa chiave per il mantenimento di un adeguato apporto iodico nella popolazione.
Lo studio internazionale, condotto su un campione di 4.704 rispondenti che hanno partecipato volontariamente a un questionario online autocompilato, ha messo in evidenza una discreta consapevolezza del ruolo dell’iodio nella salute umana, ma una conoscenza limitata circa le sue fonti alimentari. In media, i partecipanti hanno riconosciuto correttamente pesce e frutti di mare come fonti efficaci di iodio, mentre il latte e i prodotti lattiero-caseari sono stati significativamente sottovalutati come fonte primaria di questo micronutriente. Alcune percezioni errate sono emerse in maniera marcata in specifici paesi: in Giappone e negli Stati Uniti, ad esempio, i cereali e la carne sono stati erroneamente ritenuti buone fonti di iodio. In generale, una maggiore consapevolezza del contenuto di
iodio negli alimenti e dei suoi effetti benefici sulla salute è risultata associata a livelli più elevati di istruzione, mentre le differenze di genere sono emerse solo in relazione alla percezione generale dell’importanza dell’elemento per la salute.
Alla luce di questi risultati, gli enti pubblici sono invitati a considerare nuove strategie di comunicazione per migliorare la conoscenza della popolazione riguardo alle reali fonti alimentari di iodio, in particolare i prodotti lattiero-caseari, e al loro contributo nella prevenzione di carenze nutrizionali. Tra le azioni raccomandabili, vi è l’adozione di etichette nutrizionali più chiare che riportino il contenuto di iodio degli alimenti e l’inserimento di claim salutistici specifici per l’iodio sulle confezioni dei prodotti ad alto contenuto, come latte e derivati. Questi strumenti informativi potrebbero rappresentare un canale efficace per colmare il divario tra conoscenza percepita e realtà nutrizionale.

La scelta di affidarsi a MISA per la realizzazione delle nuove celle frigorifere risponde all’esigenza di Madama Oliva di individuare un partner in grado di gestire in modo integrato tutte le fasi del progetto, al fine di ridurre le complessità, accelerare i tempi di realizzazione e mantenere elevati standard qualitativi. Le soluzioni sviluppate da MISA soddisfano le esigenze progettuali di Madama Oliva in termini di solidità strutturale, per resistere agli elevati carichi e flussi logistici continui, stabilità delle prestazioni termiche nel tempo e ottimizzazione degli spazi all’interno dell’area produttiva. Due le tecnologie proposte: la prima prevede pannelli abbinati a unità remote Refreex, che si distinguono per l’utilizzo di appena il 20% di gas refrigerante rispetto ai sistemi tradizionali, grazie a un innovativo sistema di alimentazione dell’evaporatore. Una scelta che, oltre a ridurre l’impatto ambientale, esclude l’impianto dalla direttiva PED grazie all’assenza del serbatoio in pressione. La presenza di una valvola so-


lenoide modulante, che supera i limiti delle tradizionali valvole termostatiche e di un sistema di sbrinamento a gas caldo più rapido ed efficiente, realizzato attraverso la linea del liquido, consente un sensibile ri-
sparmio energetico e una riduzione della potenza elettrica assorbita.
La seconda, riguarda la centrale a CO₂, con GWP pari a 1, progettata per garantire una potenza frigorifera superiore ai 400Kw in media temperatura. Personalizzabile in base alle esigenze del sito, può essere dotata di funzioni avanzate come il recupero di calore e l’unità di backup e installata in ambienti esterni o in sala macchine, anche in virtù della sua elevata silenziosità. L’offerta si completa con pannelli isotermici, in classe di reazione al fuoco BS1D0 che, in caso di incendio, contribuiscono a contenere la propagazione delle fiamme. Realizzati in schiuma PIR con classificazione fino a REI 60, per pannelli di spessore 200 mm, risultano ideali in contesti produttivi ad alta intensità operativa.
MISA www.misa-coldrooms.com
Le pesoprezzatrici sono sistemi grazie ai quali è possibile etichettare rapidamente gli articoli con prezzo e peso e che dispongono di una propria banca dati, nella quale vengono salvati tutti i dati per l’etichettatura di un prodotto. L’ERP CSB-System stabilisce un collegamento con la banca dati della pesoprezzatrice e gestisce quei dati in maniera integrata tramite interfacce standardizzate che ne semplificano l’uso.
PESOPREZZATURA INTEGRATA
CSB-System integra linee di pesoprezzatura esterne, dalla più semplice alla più complessa, siano esse automatiche e/o semiautomatiche, collegate a sorter e traypacker, rendendo questa operazione fluida e senza soluzione di continuità. I vantaggi sono: meno possibilità di errori, processi chiaramente definiti e dati precisi e affidabili.
PESOPREZZATURA SU MISURA
L’ERP CSB-System amministra centralmente le anagrafiche a bordo macchina, i layout di stampa personalizzati per cliente, l’eventuale etichettatura promozionale o neutra in lingua italiana e/o estera, i diversi impegni nel caso di linee multiple e i prezzi di vendita al pubblico. Un unico sistema che interpreta in modo ottimale l’esigenza di ogni azienda di dover servire clienti piccoli, medi e grandi, in modo diverso l’uno dall’altro ma pur sempre in maniera efficiente e puntuale.
GESTIONE
Il raggruppamento degli ordini attivi del cliente, l’iscrizione della linea di pesoprezzatura all’interno del piano di manuten -


zione, il suo inserimento come cespite in contabilità con relativo ammortamento, l’integrazione del suo valore nella contabilità industriale per il calcolo dell’incidenza sul costo del prodotto: tutto questo è parte della gestione ampliata della linea di pesoprezzatura da parte del CSB-System.
DI PESOPREZZATURA
CSB-System comunica indifferentemente con linee di pesoprezzatura in uscita produzione oppure dedicate alle vendite. In più, attraverso il controllo della produzione sarà possibile verificare i risultati delle linee, rilevando eventuali fermi macchina e stato di avanzamento del confezionamento con l’obiettivo di massimizzare l’impiego delle risorse.
CSB-SYSTEM www.csb.it
Strumentino portatile che indica in tempo reale la presenza di sporco organico sulle superfici, attraverso la rilevazione di ATP e suoi derivati Sicuro, facile e veloce!
Per ordinare dal nostro sito: codice 61324: Lumitester Smart codice 1702671-60361: Lucipac A3 Surface, tamponi


Palette di plastica con applicazione di terreno di coltura da ambo i lati.
Ampia gamma di combinazioni tra terreni generici e selettivi.
Semplicità d’uso. non è richiesta una preparazione particolare. La slide può essere utilizzata su superfici e per prodotti liquidi o semi-sol
Richiedi il catalogo delle slide con tutte le formulazioni!








