Valmarecchia - Piedimonte Matese - Cividale del FriuliPalermo - Pontremoli - Cittaà della Pieve - Pitigliano - Jack Vettriano in mostra a Roma - Ait Ben Haddu (Marocco) - Il fiume selvaggio Vjosa (Albania)
N. 7 GENNAIO 2026
ITINERARI INASPETTATI
IngiroperPalermo Addiopizzo(enonsolo)con Travel
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Nel 2026 i numeri verranno pubblicati in gennaio, marzo, maggio, luglio, settembre e novembre, ogni numero è di circa 96 pagine.
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Putignano
Borgo
Palazzolo
Chianalea
SOMMARIO
4 Questo è l’anno dei piccoli comuni italiani - LuigiFranchi
6 Sulle tracce di Tonino Guerra - Simona Vitali
20 Magnifica Piedimonte, pulita e zampillante di acque - LuigiFranchi
28 Cividale del Friuli - Maria Cristina Drì
38 In giro per Palermo (e non solo) con Addiopizzo Travel - Simona Vitali
50 Le statue stele lunigianesi - JacopoFranchi
56 Città della Pieve - LuigiFranchi
66 Pitigliano città ospitale - Guido Parri
76 L’universo sensuale di Jack Vettriano - Maria Cristina Drì
80 Melting pot - La redazione
82 Ait Ben Haddu in Marocco) - GiuliaZampieri
92 La Valle del fiume selvaggio Vjosa in Albania - Maurizio Davolio
In giro per Palermo (e non solo) con Addiopizzo Travel
N° 7 gennaio 2026
EDITORE
Edizioni Catering srl Via del Lavoro, 85 40033 Casalecchio di Reno (BO) Tel. 051 751087 – Fax 051 751011 info@ilbelviaggio.it - www.ilbelviaggio.it
PRESIDENTE
Benhur Mario Tondini
DIRETTORE RESPONSABILE
Luigi Franchi luigi.franchi@ilbelviaggio.it
REDAZIONE
Giulia Zampieri, Simona Vitali, Guido Parri, Maria Cristina Dri
Costo copia trimestrale: 10,00 euro abbonamento annuo 45,00 euro Per abbonarsi: info@ilbelviaggio.it spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna
Questo è l’anno dei piccoli comuni italiani
È una bella notizia quella che è emersa dal terzo Forum Internazionale del Turismo che si è svolto a Milano il 23 e 24 gennaio scorsi: il dibattito si è concentrato, in massima parte, sull’under-tourism, sul turismo dei piccoli borghi, delle aree interne, dell’Italia ancora poco conosciuta, degli itinerari inaspettati.
Quando abbiamo deciso di dar vita a questa rivista, due anni fa, abbiamo scommesso, con largo anticipo su questa tendenza e oggi abbiamo la dimostrazione concreta che avevamo visto giusto.
Certamente c’è molto, moltissimo lavoro da fare, ci vogliono infrastrutture adeguate, mappe descrittive, un racconto emozionale, il convincimento degli abitanti non abituati a trovarsi al centro dell’attenzione che il turismo riesce a generare.
Ma restiamo convinti che si debba superare quel gap per cui il 75% dei turisti conosce solo il 4% del patrimonio italiano.
Andare in un piccolo borgo è un’esperienza che non ha pari; obbliga all’adattamento e questa è una cosa che, alla lunga, genera positività perché ci toglie tutti quegli orpelli inutili che condizionano le nostre vite quotidiane. Non siamo più abituati al silenzio, al ritmo lento, all’osservazione attenta di come si comporta la natura, al comprendere il significato di un dipinto, di un affresco, di un monumento o di una determinata architettura.
Tutte cose che vengono rese possibili in una vacanza lenta, dove bisogna stare attenti alla strada per arrivare ma che ti riempie di soddisfazione non appena entri in contatto con il luogo di destinazione.
Luigi Franchi
Per fare che questo tipo di turismo si affermi occorre, secondo l’analisi che Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, ha fatto al Forum Internazionale del Turismo su cui siamo d’accordo, che sia più agevole reperire informazioni sui collegamenti e che i collegamenti stessi diventino più funzionali; puntare sulle opportunità che i piccoli centri possono dare: tranquillità, stile di vita, prezzi meno onerosi, bellezza dei luoghi e voglia di scoperta.
“Il futuro del turismo, in Italia, non dipende dall’aumento dei numeri in senso assoluto anche se questi, nell’ultimo anno, vanno benissimo – 480 milioni di presenze nel 2025, con un aumento del 3% sull’anno precedente - Ma dalla capacità di gestire intensità, tempi e spazi del fenomeno turistico, valorizzando i territori meno frequentati”, è con queste parole che il ministro per il turismo, Daniela Santanchè, ha aperto i lavori del Forum.
Vogliamo crederci! Ed è per questo che siamo diventati partner, in queste settimane, di: AITR, Associazione Italiana del Turismo Responsabile, GTI, Guide Turistiche Italiane, Borghi Autentici d’Italia
Con loro vogliamo far crescere un turismo bello e responsabile!
I NOSTRI PARTNER
direttore responsabile de Ilbelviaggio luigi.franchi@ilbelviaggio.it
Sulle tracce di Tonino Guerra
In Valmarecchia, per ritrovare lo stupore
Autrice: Simona Vitali
“L’ottimismo è il profumo della vita!”. Chi non ricorda questa felice espressione di quel volto simpatico, giocoso che risponde al nome di Tonino Guerra, poeta e scrittore (questa la dicitura in sovrimpressione), in una campagna-tormentone tv di un importante gruppo di elettrodomestici, agli inizi del 2000?
Tre parole, tre, semplici, comprensibili, ben dosate, ridenti, efficaci, potremmo dire azzeccate, dal momento che non ci hanno più abbandonato. Continuano ad accompagnarci, pronte a riemergere, a mo’ di incoraggiante sprone in certi nostri frangenti di vita. A pensarle, metterle insieme, in sequenza, in modo sintetico, a farne uno slogan tormentone ci vuole una bella testa. Ci vuole la testa di un uomo che è stato talmente “tanto” nella sua vita da rendere difficile tratteggiarlo nella sua completezza. E che la poesia, con il suo potere salvifico, l’ha abbracciata a partire da un campo di concentramento in Germania, a Troisdorf, dove la sera ai suoi compagni di prigionia romagnoli era solito recitare Sonetti romagnoli di Olindo Guerrini, che conosceva a memoria, e poi anche le sue poesie che aveva preso a comporre. Si è sempre definito poeta innanzitutto, Tonino Guerra: “Sono affezionato alla parola. Le immagini che sono dentro la parola sono infinite. La parola è ciò che di più pieno di cinema ci sia al mondo” lui, sceneggiatore di fama internazionale che lavora con i più grandi registi e vince prestigiosi premi (l’Oscar
Tonino Guerra
per Amarcord di Fellini, ben quattro David di Donatello, , tre nomination all’Oscar, l’Oscar Europeo del Cinema come Miglior Sceneggiatore e una Palma d’Oro a Cannes). E pure poliedrico artista, capace di esprimere la sua visione attraverso diverse espressioni artistiche tra disegno/pittura, scultura, ceramica…
Il ritorno in Valmarecchia
Dopo tanti anni a Roma Tonino decide, nel 1989, di ritornare nella Romagna che gli ha dato i natali, la Valmarecchia - entroterra riminese incastonato tra Marche e Toscana - prima a Santarcangelo di Romagna poi a Pennabilli, dove trova il suo nido in quella che denominerà Casa dei mandorli, perché circondata da mandorli che a primavera l’avvolgono come in soffici nuvole bianche, col suo grande giardino a terrazzamenti che si sviluppano a ridosso di un roccione e una vista strepitosa sulla valle.
Il perché di questa scelta lo vogliamo esprimere con le parole stesse del maestro, pene-
tranti e riflessive: “Pennabilli era l’Himalaya della mia infanzia, più che un luogo era un mito. Quando ero bambino i miei genitori si spostavano qui per vendere la frutta. Pennabilli non è lontano da Santarcangelo di Romagna, così ci portavano anche me. Per quale motivo ci sono tornato? Perché è una specie di paradiso perduto e poi ritrovato, perché da anni voglio sbarcare da qualche parte per vivere in modo differente e invece un giorno ho attraversato un ponticello sul Pressale, un affluente del Marecchia e sono arrivato a calpestare le foglie di un orto accogliente ed eccomi qua. Avevo 70 anni, avevo voglia di riflettere sulle mie cose, la pittura, la natura, la poesia e ho pensato di trasferirmi a Pennabilli per cominciare e per ricominciare”.
A caldeggiare questo suo trasferimento da Santarcangelo a Pennabilli è Gianni, Gianfranco Giannini, attivo nel rilancio culturale del borgo. È con lui, Gigi Mattei e altri del luogo con cui stringe amicizia, che Tonino prende l’abitudine di andare a poco a poco
Tonino con amici a Ca' Fanchi
a perlustrare il territorio e le sue frazioni non mancando di dire la sua (a Bascio darà vita al giardino pietrificato, a Scavolino contribuirà alla creazione di un museo contadino, a Maciano tornerà spesso, attratto dalla pace del convento in quel luogo…), convinto com’è che la bellezza da salvare sia quella della piccola Italia, che sta andando in rovina, non quella di Firenze o Roma, conclamata. Le impronte che Tonino Guerra lascia sono tante, in senso ampio nel mondo, e in senso più stretto in Valmarecchia, ma è su Pennabilli che si esprime con maggiore intensità, a partire dalla casa dove si è insediato, fulcro del suo pensiero.
Pennabilli, con gli occhi di Tonino Guerra
Quando non ci sono iniziative che ormai suonano come appuntamenti di richiamo
(come La Mostra mercato nazionale d'antiquariato, Gli antichi frutti d’Italia si incontrano a Pennabilli, Artisti in piazza…).
Pennabilli si presenta come un piccolo centro scandito dal tam-tam quotidiano dei suoi 2677 abitanti. Approcciando questo luogo è importante predisporsi a un ascolto sottile, meglio, a lasciarsi prendere per mano da chi ha preparato, eccezionalmente, per noi il terreno in questo senso. Il viale all’ingresso del paese, venendo da Rimini, è costellato di ciliegi, suggeriti da Tonino, perché si potesse godere, in stagione, della loro fioritura ma è superando la piazza, su cui si affaccia la cattedrale di San Pio V e Palazzo della Ragione, con la sua Loggia dei mercanti, e sguinzagliandosi liberamente verso la parte alta del paese che si iniziano a cogliere i “segni” - tra messaggi, opere e installazioni - con cui Tonino
Totem in legno e ceramica Il Santuario dei pensieri
Guerra ha inteso evidenziare luoghi significativi in Pennabilli. Ciò che ha voluto creare, coinvolgendo più artisti, è stato una sorta di museo diffuso, a cielo aperto: il Museo dei Luoghi dell’Anima. Così via via che si sale ci si imbatte ne La strada delle Meridiane, un percorso (non una singola via) lungo cui si trovano ben sei meridiane od orologi solari, che scandiscono il tempo secondo metodi appartenuti a diverse epoche storiche, ad impreziosire altrettante facciate di palazzi. Si incontra pure un minuscolo museo, sito nella ex Cappellina dei Cauti, con una sola opera “L’angelo con i baffi” tratta da un breve racconto del maestro.
Portandosi nei pressi di porta Malatesta si imbocca un sentiero costellato di totem in legno e ceramica, su cui Tonino Guerra ha apposto piccole annotazioni che fanno
pensare, finché più oltre non si arriva in una nicchia dal manto erboso, racchiusa fra le mura del fu castello dei Malatesta, dove sorge un luogo meditativo per eccellenza: Il santuario dei pensieri. Sette sculture in pietra, che Tonino ha definito “specchi opachi per la mente” e una sola panchina per meditarli.
Non distante si trova la Casa dei mandorli, dove non è improbabile incontrare Lora, l’amata consorte di Tonino, donna di intelligenza e cultura che a lui ha dedicato la sua esistenza e continua a sostenerlo ad oltranza, tessendo, lei di origini russe, relazioni anche a livello internazionale. L’ho incrociata passando di lì. Accogliente mi ha invitato nella sua casa, che incarna per eccellenza lo spirito dei Luoghi dell’Anima e rappresenta essa stessa “opera”, den-
Capanna del Po sita nel giardino della Casa dei Mandorli
Interno della Casa dei Mandorli
sa di ingegnose opere, a loro volta, del marito ma anche di doni preziosi dedicati “che dialogano in lingue diverse” come amava dire Tonino, oltre che luogo che ha ispirato tantissimo il maestro, che sia nel giardino stratificato che da una stanzetta panoramica aveva il suo osservatorio privilegiato sulla vallata e sul mondo (“la mia casa è così in alto che sento il Signore tossire”). Una casa arricchita dai “respiri” dei personaggi illustri, amici di Tonino, che vi sono transitati, portando – è il caso di dirlo – il mondo a Pennabilli e che oggi è divenuta Casa della memoria (ad opera dell’associazione nazionale Case della memoria), Casa delle persone illustri (per la Regione Emilia Romagna) e, recentemente, sede dell’associazione Casa dei mandorli, di cui Lora è parte integrante, che di quella casa museo, delle pubblicazioni e non solo si prenda cura. Scendendo di nuovo verso la piazza centrale non si può non far visita, in una piazzetta appresso, all’Orto dei frutti dimenticati, una lingua di terra fra la parete della rupe e l’apertura sulla valle del torrente
Messa, che Tonino ha definito “museo del gusto e dei sapori, per non dimenticare il gusto di quelle piante che stavano addosso alle case contadine e che oggi sono scomparse”, in realtà pure scrigno di sculture e opere dense di significato di artisti contemporanei e dello stesso Tonino Guerra. Un luogo veramente ispirato, dove perdere la nozione del tempo, presi dall’incanto di ciò che lo abita. Così tra svariate specie di mele, la pera cotogna, la corniola, il giuggiolo, l’uva spina, la ciliegia cuccarina, il biricoccolo, per citarne alcune, fanno capolino l’Arco delle favole per gli occhi dell’infanzia, La Voce della foglia, La porticciola delle lumache, La Meridiana dell’incontro (scultura che ritrae due colombi la cui ombra proiettata sulla pietra si trasforma nei profili di Federico Fellini e Giulietta Masina). Due spazi meritano attenzione: l’antico lavatoio del paese con le pareti tappezzate di formelle in ceramica che riportano “Le frasi dei mesi” di Tonino e “Il Rifugio delle Madonne abbandonate”, raccolta di Madonne in terracotta e ceramica dipinte da più
L'orto dei frutti dimenticati
artisti, a rappresentare idealmente quelle Maestà disseminate, e un po’ trascurate, ai bordi delle strade in campagna. Il museo diffuso si estende fino alle frazioni di Bascio con Il giardino pietrificato (sette tappeti di ceramica, ai pedi di una torre millenaria, dedicati a 7 personaggi storici) e di Cà Romano con La Madonna del rettangolo di neve (una grande opera in ceramica ospitata in una piccola chiesa).
Solo la terra ci può salvare: la frequentazione di Tonino e Lora di Cà Fanchi
Ne è convinto Tonino Guerra: “ L’orto è una delle magie più importanti che ha creato l’uomo: vedi queste cose nate, questi colori venire nei tuoi occhi. Io vorrei che in ogni scuola ci fosse un orto. L’uomo è così cretino che non ama la terra. È solo la terra che ci può salvare”. E ancora: “Io difendo molto le persone che dicono ‘Ritorniamo ad avere devozione per la terra e capire che tutto dipende da lei. I miracoli sono questi’“.
Nel suo approfondire la conoscenza del territorio, con l’inseparabile amico Gianni, Tonino ha preso a frequentare Ca’ Fanchi, un piccolo borgo agricolo nella campagna di Pennabilli, che si compone di un oratorio minuscolo, circolare, che pare sia stato finanziato da Papa Paolo VI, un mulino, un forno per il pane, spazi adibiti a coltivazione, un pozzo romano, una fornace e una quindicina di case separate fra loro, rivitalizzato grazie a Guerrino Fanchi, che lì ci è nato, e ha inteso dare continuità a ciò che vi ha trovato, facendovi ritorno dopo tanti anni e divenendo coltivatore, secondo metodi antichi, di frutti e ortaggi dimenticati. Cà Fanchi diventa un luogo molto frequentato da studiosi, studenti, amici nuovi e di vecchia data da tutta Italia, con cui Guerrino porta avanti una vera e propria ricerca in materia di biodiversità e condivide il progetto “Orto amico di Ca’ Fanchi”, contribuendo a rimettere in circolo antiche varietà di frutta e verdura, come la patata blu (per lo più coltivata in Francia e in Belgio), avuta da una signora
Guerrino Fanchi
inglese e condivisa con gli amici (ora abbastanza diffusa in zona), ma anche, in tempi non sospetti, il Senatore Cappelli trovato a Campobasso e non ancora conosciuto in quegli anni, piuttosto che fare esperienze di particolari impollinazioni (quella della zucca prima e del granoturco poi) e pure di orto sinergico (rialzo di terra sovrastante potature, letame…che dopo la semina non richiede lavorazione, perché all’interno si forma un habitat di microrganismi che fertilizzano il terreno).
Una dimensione che incontra la benevolenza di Tonino Guerra, il quale non manca di fare visita, insieme alla sua Lora, a Ca’ Fanchi e di prendere parte all’annuale festa che lì si tiene la seconda domenica di agosto, quando dopo il comizio agrario si pranza nell’aia, lì il maestro si siede fra glia amici più cari a parlare di progetti, iniziative da organizzare... Un’abitudine perpetrata negli anni, proseguita anche dopo la sua dipartita quando, immancabilmente, continua ad essergli riservata una sedia vuota accanto alla moglie.
Fra i momenti condivisi Guerrino ricorda di quella visita ricevuta dal poeta in una cal-
da giornata d’estate e della sua richiesta: ‘Non mi offri un bicchiere di vino?’ a cui lui, sapendo bene di trovarsi di fronte a un vero bongustaio ha risposto: “Il mio vino è agro, più adatto per dissetare chi lavora nei campi che per essere degustato”. “Fammelo sentire” lo esorta Tonino. Guerrino preleva una bottiglia nella cantina e ne versa un poco. Tonino assaggia e resta in silenzio e poi: “Con cosa lo fai?” incalza il poeta bevendone un altro sorso. “Con tre vitigni di Sangiovese centenari” risponde Guerrino. “E come lo chiami?” insiste Tonino. “Sangiovese!” risponde il coltivatore. Improvvisamente il maestro esclama: “Lo devi chiamare vino dei tre santi!”.
Il richiamo dei luoghi dell’anima
Sono anni che torno ciclicamente a Pennabilli, giusto per i Luoghi dell’Anima, nient’altro, nonostante questo borgo medioevale abbia altro da offrire, a partire dalla storia. Ho capito che è un richiamo, una sorta di bisogno di farmi guidare da quegli occhi nel guardare alle cose per imparare a connettermi, con le parole, alla loro anima.
Sullo sfondo di Tonino e Lora
P.S.
Consigli sul come muoversi
“Va dove ti porta il cuore” è la bussola che suggerirei per approcciare e conoscere simili luoghi, senza un preciso ordine da seguire. Ciascuno disegni la sua traiettoria e si prenda tutto il tempo di cui sente il bisogno, perché queste sono occasioni per stimolare il pensiero oltre che per riempirsi lo sguardo di piccolissimi particolari o di profondi panorami.
Per poter meglio comprendere la visione di Tonino Guerra suggerisco invece, all’inizio o alla fine del tour, di fare tappa presso Il mondo di Tonino Guerra, nei sotterranei del trecentesco Oratorio di Santa Maria della Miserircordia , sede dell’associazione culturale e laboratorio Tonino Guerra, di cui Andrea Guerra, celebre compositore di colonne sonore per film e figlio di Tonino, è presidente, che, oltre a racchiudere parte della prolifica opera artistica del poeta e sceneggiatore, si dedica all’organizzazione di un prestigioso Festival del cinema, “Luoghi dell’Anima – Italian film festival”, dove paesaggio, memoria e poesia, vengono celebrati con concorsi per lungometraggi e cortometraggi, oltre a eventi speciali. Insieme alla all’associazione Casa dei mandorli, si occupa anche dell’organizzazione dell’annuale Festa dei frutti dimenticati.
A marzo di ogni anno tra Pennabilli, Santarcangelo di Romagna e Rimini si festeggia il compleanno di Tonino (16 marzo), con una rassegna culturale “Le giornate di marzo per Tonino Guerra”, per ben sei giorni. Quest’anno dal 16 al 21 marzo - mi racconta Lora - è in programmazione, fra le tante iniziative, un concorso di poesia per le scuole, che coinvolgerà i due licei intitolati a Tonino Guerra (Cervia e Novafeltria) e vedrà i ragazzi stessi giudici e premianti dei coetanei, un concerto di grande levatura ad opera di grandissimi musicisti russi, la pubblicazione di un nuovo libro di massime di Tonino,
la visione di due film candidati al prossimo festival del cinema dedicato. Ma su questo vi invitiamo ad approfondire il programma non appena verrà reso noto.
Imperdibile una visita al vicino comune di Santarcangelo di Romagna, curato e piacevolissimo luogo che a Tonino ha dato i natali, dove trovare un rinnovato e sapientemente concepito museo, Nel mondo di Tonino Guerra, in cui cogliere tutta la poliedricità della persona e dell’artista, tra oltre una sessantina di quadri, sculture, ceramiche, arazzi e tele stampate e un’interessante sezione multimediale, con i suoi capolavori di sceneggiatura cinematografica, i documenti, le interviste da visionare.
C’è ancora un sogno, nel cuore di Lora, un sogno coltivato insieme al suo Tonino, di creare un Museo letterario a cielo aperto che, partendo da Rimini, per celebrare Federico Fellini, si snodi lungo la Valmarecchia, dove Tonino e altri artisti hanno lasciato tanti segni. Un percorso meditativo lungo cui leggere poesie, fermarsi, guardare e pensare.
ORARI DI APERTURA DEI DUE MUSEI DI TONINO GUERRA
Il mondo di Tonino Guerra a Pennabilli
Dal martedì al venerdì 15.30 / 17.30
Sabato e domenica 10.30 / 12.00 15.30 - 17.30
Chiuso il Lunedì
Nel mondo di Tonino Guerra a Sant’Arcangelo di Romagna
Mercoledì ore 15.00 / 18,30
Sabato e festivi 9.30 / 12.00 15.00 /1 8.30
GLI
Dove dormire
HOTEL IL DUCA DEL MONTEFELTRO
Un palazzo storico di inizio ‘900 ospita questo hotel, nel centro storico di Pennabilli, circondato dal verde delle colline. La struttura dispone di Spa e centro benessere, concilianti l’atmosfera del luogo.
Via Aldo Moro, 12 47864 - Pennabilli (RN) info@hotelducamontefeltro.it
Tel. +39 0541 1613400
IL GELSO ROOM&BREAKFAST
Struttura felice, nello stile di un vecchio casale, immersa nel verde. Stanze ampie, confortevoli e arredate con gusto. Colazione preparata con cura.
Via Serra di Sotto, 57 47864 Maciano di Pennabilli (RN) ilgelsomaciano@gmail.com
Tel. +39 0541 915604
Dove mangiare
LA SANGIOVESA
Un locale unico nel suo genere, autentico inno alla Romagna, raccontata nelle sale arredate con il contributo di idee, e pure oggetti, di Tonino Guerra, con piatti che celebrano il gusto, nella loro semplicità. Consigliatissimo per l’esperienza nel suo complesso.
Nell’entroterra riminese, nel cuore del Parco di Begni, un ambiente intimo e curato nei particolari dove si propone, con maestria, cucina contemporanea, che dall’alta collina guarda al mare, ispirata dalla tradizione.
Via Parco Begni
47864 Pennabilli (RN) info@piastrino.it
Tel. +39 0541 928106
Dove comprare
IL BOSCO DEI REGALI
Oggetti di gusto, raffinati, a partire da quaderni e notes fino agli arazzi di molti colori e misure, i ricami, le ceramiche da appendere, da collezionare, che riproducono i disegni di Tonino Guerra - nel segno della bellezza - sapientemente veicolati da Clelia, figlia di Gianni, l’amico e collaboratore di Tonino. Per il piacere di raccogliere anche qualche testimonianza dal vivo.
Un luogo incantevole, un laboratorio e bottega artigiana veri in cui si crea, con la tecnica della pittura a pennello, corredi per la casa, per la persona e della cucina romagnola tradizionale con tessuti antichi e moderni.
Qui è possibile ammirare un mangano, macchina tessile (una sorta di ruota in legno gigante che solo il peso dell’uomo riesce a far muovere, datato 1633 e in ottimo stato di conservazione). Si tratta di un esemplare unico al mondo, che con il suo peso pressa la tela stirando i tessuti e li impreziosisce rendendoli morbidi compatti e lucidi.
Via Cesare Battisti, 15 47822 Santarcangelo di Romagna (RN)
info@stamperiamarchi.it
Tel. +39 0541 626018
La festa di agosto di Ca' Fanchi
Magnifica Piedimonte, pulita e zampillante di acque
Autore: Luigi Franchi
Nel cuore del Matese
Cosa mi ha spinto a Piedimonte Matese? Le parole che Paolo Rumiz ha dedicato a questo paese nel suo bellissimo saggio Bella e perduta, canto dell’Italia garibaldina: “Magnifica Piedimonte, pulita e zampillante di acque, con le sue bifore, le fontane a becco in ghisa e, in alto, la chiesa di San Giovanni che pare partorita dalle selve. Il luogo è vivo di utopia garibaldina. Dietro c’era un’élite illuminata, e al suo centro un industriale tessile svizzero trapiantato, massone e protestante, il quale aveva impiantato una grandiosa filanda capace di dar lavoro a mezza valle. Non ebbe vita facile il signor Egg (così si chiamava): la curia gli fece processioni contro e gli rifiutò una tomba in terra consacrata, poi vennero le leggi doganali dell’Italia tanto invocata, che lo
bastonarono per aiutare il tessile del Nord… Dalla rocca la visibilità è illimitata, una Luna color melograno esce dal Sannio”.
Siamo nell’alto casertano, nella Terra di Lavoro, dove Il Massiccio del Matese occupa una superficie di oltre 1000 chilometri quadrati, un tempo robusta area difensiva.
Ci arrivo una mattina di ottobre, il cielo è terso, l’aria pulita e il tepore è quello dell’autunno nel sud dell’Italia, condizioni ideali per visitare un borgo. Le prime persone che incontro stanno conversando davanti a una vetrina dove sono esposte vecchie foto di Piedimonte Matese.
Chiedo a loro come raggiungere il centro storico e i due uomini, prima ancora di fornirmi le indicazioni si presentano – Aldo Conca e Giuseppe Iadevaia, il primo responsabile ASL per l’HACCP, il secondo impegnato nel CAF dell’ACLI – e mi invitano a prendere insieme il caffè alla nocciola. Buonissimo il caffè e speciale l’incontro che mi permette
lo sguardo giusto per scoprire Piedimonte Matese.
Sono loro a indicarmi la lunga serie di personaggi storici che hanno connotato Piedimonte e l’alto casertano: da Giovanni Petella, nato a Piedimonte nel 1856, medico che si imbarca, in pieno periodo di grandi esplorazioni geografiche, su una nave della giovane Regia Marina per un lungo viaggio che tocca porti, isole e città del Sud America, attraversa la Patagonia e la Terra del Fuoco, addentrandosi fino alle Ande, lasciando un diario di bordo impressionante per le riflessioni esistenziali, le curiosità antropologiche, la cura dei particolari del viaggio che, nel 2025, è diventato un libro grazie allo storico Armando Pepe Il loro racconto continua con la descrizione di tanti altri personaggi nati a Piedimonte o che hanno avuto a che fare con questa città dell’Alo Casertano: la nobildonna Aurora Sanseverino, sposa a 11 anni, nel 1680, gennaio
vedova dopo un anno e risposata con Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona, principe di Piedimonte. Poetessa e mecenate, fece costruire un piccolo teatro, realizzò il Conservatorio delle Orfane che ospitò molte giovani ragazze togliendole dalla strada; Antonio Marasco, operaio e fondatore, nella Terra di Lavoro, della prima Camera del Lavoro di Piedimonte Matese, un uomo giusto che, alla sua morte, nonostante non fosse religioso, ricevette comunque i funerali in chiesa senza che il parroco facesse alcuna rimostranza; infine il famosissimo tenore Enrico Caruso, nato a Napoli solo perché i suoi genitori si spostarono da Piedimonte in cerca di migliori condizioni di lavoro ma che tornava nel borgo ogni volta che i suoi impegni internazionali glielo consentivano, per stare con i suoi amici migliori, cantare di notte al mercato, far parte della Società Operaia e del coro della novena di
San Marcellino, il patrono locale.
In giro per Piedimonte Matese
Alla fine della conversazione con Giuseppe e Aldo mi sentivo in grado di andare alla scoperta del borgo, anche partendo dall’ultimo, non per scarsa importanza anzi, personaggio di cui mi parlarono: Gian Giacomo
Egg.
Fu lui, imprenditore svizzero, a fondare a Piedimonte nel 1812, un cotonificio che cambiò l’economia del territorio. Le acque di cui parla Rumiz furono la chiave per la scelta di Piedimonte da parte dell’imprenditore, unitamente alla tradizione tessile che connotava già questo territorio. Il tutto durò fino all’Unità d’Italia che cambiò le regole del mercato e la filanda si trovò nella spiacevole condizione di chiudere.
“Era qui, su questa stessa piazza” mi ricorda Aldo Conca.
La casa natale di Encrico Caruso
La Chiesa di Santa Maria Maggiore
Lascio i due e mi incammino per le antiche strade, è primo pomeriggio, il silenzio è rotto solo dalle acque che sgorgano dai beccucci delle antiche vasche, salgo in cerca del palazzo ducale con calma, osservando le montagne che delimitano a nord il paese, non c’è anima viva in giro per il centro storico. I palazzi che osservo testimoniano del valore che Piedimonte ha avuto nel passato e mi ritornano in mente alcune riflessioni lette di recente: è in posti così che si ritrova la percezione delle cose, del bello che ha identificato i nostri paesi, un bello che può tornare ad esistere se non consideriamo questi luoghi come monumenti ma come aree dove è possibile vivere
Il silenzio non è abbandono o solitudine, è stimolo a pensieri positivi, è ritrovare il tempo per osservare, scoprire, cogliere le sensazioni che ci attraversano. Tutte cose che ormai non abbiamo più il tempo di fare. Con questi pensieri arrivo davanti alla casa che fu dei genitori di Enrico Caruso; non as-
somiglia di certo alla finestra dell’hotel di Sorrento cantata da Lucio Dalla ma è un posto, anche questo, di pace, in una via abbellita da una serie di vasi che contengono rossi gerani. Poi la strada mi porta ancora qualche passo in su fino al palazzo ducale, chiuso, quasi abbandonato e mi tornano in mente le parole di Aldo Conca: “per fortuna che oggi abbiamo un sindaco che si sta impegnando per rivitalizzare il centro storico. È di pochi giorni fa che il palazzo ducale, dopo essere diventato di proprietà dell’amministrazione comunale un anno fa, è oggetto di un finanziamento ottenuto per il suo restauro”.
Le stanze che accolsero la principessa Aurora Sanseverino torneranno a risplendere e, questa volta, saranno di tutta la comunità. Il palazzo sorge, imponente, nel borgo di San Giovanni che si strutturò nel periodo gotico e, molto probabilmente, prese forma, nel 1200, dagli agglomerati di case che salivano verso il castello.
C’è un video molto suggestivo dove il palazzo si racconta, con queste parole: “le ferite del tempo e le asprezze dell’aria sono nelle mie ossa… e il vento della valle del Torano che si incunea sibilando tra saloni e cortili… sono stato, per secoli, muto testimone di fasti e vanto di glorie passate…aggredito, percosso e mille volte dato alle fiamme, per mille e mille volte sono riemerso…”. I testi sono di Gabriella Riselli, il video, che si trova su YouTube, è a cura dell’associazione La Sorgente.
L’economia laniera
Tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700 Piedimonte Matese visse la più felice stagione della sua economia con il rafforzamento dell’industria laniera. Ne fu promotore Alfonso Gaetani d’Aragona che assunse il monopolio degli opifici locali, aprendo a Napoli i magazzini per la vendita dei panni. Per farli giungere più in fretta nella capitale fu realizzata la pioppeta, un viale circonda-
to da pioppi, diretta a Caiazzo. Anche con l’intensificarsi del commercio del vino indusse i duchi a riorganizzare la rete dei tratturi del Matese che, per secoli, furono le principali strade di collegamento.
Il museo civico
Tutte queste informazioni sono leggibili presso il museo civico di Piedimonte: il Mucirama, acronimo di Museo Civico Raffaele Marrocco, in onore del suo fondatore. Marrocco fu uno dei più importanti protagonisti della vita culturale e civica del paese per tutta la prima metà del Novecento, in quanto dipendente comunale, giornalista e scrittore della storia locale. Nel museo, inserito all’interno del complesso conventuale di San Domenico, costruito ali inizi del ‘400, si trovano reperti archeologici, la Bibliotheca Scriptorum loci dove sono raccolti i libri scritti dagli autori locali, due mostre, la prima sui Sanniti, la seconda che racconta Piedimonte Matese dal Risorgimento alla seconda
L'ingresso del Palazzo Ducale Museo Mucirama: corridore Monte Cila
guerra mondiale. Il pezzo più originale che viene preservato nel museo è il Corridore del Monte Cila, bronzetto votivo scoperto a Piedimonte Matese nel 1928.
L’Italia è bella dentro
Piedimonte Matese, e il Matese in generale, rappresentano al meglio il titolo di questo libro di Luca Martinelli (anche se non sono citati nelle pagine) che racconta dei ritorni nelle aree interne del Paese. Si trova sulla dorsale appenninica, cioè sull’ossatura del Paese, sul polmone verde, nel tempo lento che può, meglio di qualsiasi altro sistema, sviluppare creatività e innovazione. Allora non resta che concludere con le parole di quell’Aldo Conca che mi ha offerto lo squisito caffè alla nocciola: “per fortuna che oggi abbiamo un sindaco che si sta impegnando”. Ecco, i sindaci, sono loro che possono fare davvero qualcosa, sono loro, più di ogni altro, che sanno cosa serve per far star bene i loro cittadini e i turisti che arrivano.
Dove dormire
ALBERGO PENZA
Nel centro storico e non lontano dalla stazione, in un palazzo del Settecento, struttura ricettiva dotata di camere ampie e luminose con telefono, fax, TV e wifi. La struttura è gestita dalla stessa famiglia da ben cinque generazioni.
Questo spazioso e moderno alloggio offre una comoda e rilassante esperienza per i viaggiatori più esigenti. L’ingresso vi accoglie in un ampio soggiorno arredato con gusto. La struttura è caratterizzata da due stanze e un bagno privato.
Via Angelo Scorciarini Coppola, 9 81016 Piedimonte Matese (CE) borgoscorciarinibnb@gmail.com
Dove mangiare
IL BRIGANTE RISTORANTE, BRACERIA E PIZZERIA
Un viaggio culinario nel cuore della tradizione locale, dove il fascino medievale incontra la passione per la cucina autentica, una storia di sapori e convivialità che celebra l’eccellenza locale.
Via Nuova Monte Muto , 52 81016 Piedimonte Matese (CE) ristoranteilbrigante@gmail.com
Tel. +39 0823 784050
LA BOTTEGA DEL GUSTO
Un ambiente ampio accoglie i clienti in una calda atmosfera e con una vasta gamma di prodotti locali di altissima qualità. L’assortimento è così curato che i titolari riescono continuamente a soddisfare ogni tipo di richiesta da parte della clientela, con gentilezza e professionalità.
Via Matese
81016 Piedimonte Matese (Ce)
Tel. +39 389 9895596
www.comune.piedimonte-matese.ce.it
Cividale del Friuli
Appuntamento sul Ponte del Diavolo
Autrice: Maria Cristina Dri
L’appuntamento è alle 10.30 sul Ponte del Diavolo, uno dei luoghi più iconici e fotografati di Cividale del Friuli. Ad aspettarmi c’è Cesare Costantini, profondo conoscitore della sua città che oggi mi farà da guida.
“Guarda in basso e ascolta…” mi dice appena ci incontriamo.
Sotto di noi scorre il Natisone, un fiume che nasce in Slovenia e arriva in Friuli con un carattere deciso. Non è un torrente, ma un vero fiume dalle sponde alte capace di scavare la roccia e di nascondersi nelle spettacolari forre che ha saputo modellare nel corso dei secoli.
“Il Natisone è il fiume delle tre lingue - Natisone in italiano, Natison in friulano e Nadiza in sloveno - e dei tre popoli: perché racconta una cultura che convive senza sovrapporsi”.
Stiamo camminando su un ponte che ha quasi 600 anni. Il manufatto in pietra fu progettato da Dugaro da Bissone e portato a compimento nel 1442 sotto la guida di Erardo da Villacco. Unire le due sponde significava rendere la città più forte e più aperta.
La sua struttura colpisce ancora oggi: due arcate asimmetriche, slanciate, sorrette da un unico pilone centrale piantato su un grosso masso nell’alveo. Una sfida ardita per i mezzi dell’epoca ed è forse per questo che la sua origine viene più attribuita al diavolo che agli uomini.
“La leggenda narra che i Cividalesi, consapevoli dell’impresa titanica, decisero di chiedere aiuto al diavolo, il quale accettò l’incarico in cambio della prima anima che avesse attraversato il pon-
Il centro storico di Cividale
te. Nessuno, ovviamente, voleva essere la vittima. Un giorno alcuni bambini rincorrevano un cane che, impaurito lo attraversò e pose fine al sortilegio. Il diavolo, così, arrabbiato se ne andò verso le montagne e le valli del Natisone”, continua Cesare. Si sono succedute negli anni diverse opere per il mantenimento della struttura fino al 27 Ottobre del 1917, quando il ponte venne fatto saltare per ostacolare l’avanzata nemica durante la disfatta di Caporetto. Fu prontamente ricostruito mantenendo le stesse caratteristiche dagli austriaci sotto la guida di Anselmo Nowak e inaugurato il 18 maggio del 1918.
Il Duomo di Santa Maria Assunta
Entrando nella città storica, sulla nostra destra svetta il Duomo di Santa Maria Assunta, un edificio che unisce eleganti
linee gotico – veneziane a dettagli rinascimentali. La decorazione dell’interno fu affidata nel XV secolo a Pietro Lombardo, tra i più importanti scultori e architetti che contribuirono alla bellezza di questo edificio.
La Messa dello Spadone è uno degli eventi più suggestivi che si svolgono in Duomo e si celebra il giorno dell’Epifania. Si tratta di un rito unico nel suo genere: durante la liturgia un diacono, con un elmo piumato e il Vangelo, benedice i fedeli utilizzando l’antica spada lunga 109 centimetri appartenuta al Patriarca di Aquileia Marquando von Randeck (1366 - 1381). La spada porta ancora incisa la data della sua investitura (6 luglio 1366) simbolo di un tempo in cui il potere spirituale si intrecciava con quello temporale.
Sull’altare si ammira la splendida pala
Lastra longobarda in Duomo
realizzata in argento dorato, donata dal patriarca Pellegrino II durante il suo governo (1194 – 1204) e considerata uno dei capolavori dell’oreficeria, con note venete e bizantine. Al centro è raffigurata la Madonna in trono con accanto gli arcangeli Gabriele ed Emanuele circondati da 25 figure di Santi.
Il Monastero di Santa Maria in Valle e il Tempietto Longobardo
A pochi passi dal Duomo ci dirigiamo verso il Monastero di Santa Maria in Valle, uno dei luoghi simbolo di Cividale. In epoca longobarda quest’area ospitava la sede del gastaldo, rappresentante del potere politico e amministrativo del re. I nobili longobardi avevano già edificato in questo luogo la chiesa di San Giovanni e l’oratorio quello che oggi conosciamo come il Tempietto Longobardo. Entrambi vennero poi inglobati nel complesso monastico.
Nel corso dei secoli fino all’età moderna Santa Maria in Valle ospitò comunità monastiche femminili tra cui le monache Benedettine prima di conoscere una nuova fase. Qui il racconto storico si intreccia con quello personale di Cesare: “Santa Maria in Valle è diventato convento delle Madri Orsoline alla fine dell’Ottocento. - racconta - La mia famiglia lo acquistò perché una mia prozia era badessa a Gorizia e c’era il rischio che l’ordine venisse chiuso per mancanza di adepti. Un mio trisavolo, insieme ai figli, lo comprò e lo donò alle Orsoline, affinché potessero continuare la loro opera educativa. L’ordine è rimasto qui fino agli anni Novanta, quando le suore, ormai molto anziane, si trasferirono a Gorizia. A quel punto il convento venne acquisito dal Comune di Cividale”. Il monastero conserva una peculiarità rara: ha un chiostro a forma di trapezio scaleno e ogni lato racconta un’epoca di-
Monastero di Santa Maria in Valle
versa testimoniando secoli di trasformazioni architettoniche rimaste intatte compreso il giardino interno; Tra le stesse mura il Tempietto Longobardo è divenuto patrimonio dell’umanità UNESCO nel 2011. Esternamente non ostenta nulla, è discreto, ma varcata la soglia lo spazio si apre e si dilata donando una sensazione di solennità e verticalità, tanto da confondere le dimensioni reali dell’edificio. Costruito verso la metà dell’VIII secolo, in epoca longobarda, la sua funzione era quella di una cappella destinata ad una committenza prestigiosa. I grandi archi e le volte guidano lo sguardo verso l’alto creando un equilibrio tra architettura e decorazione. Sulla parete occidentale sei figure femminili sembrano sospese tra cielo e terra; sono in stucco a grandezza naturale e si prendono tutta la scena. Raffinate nei dettagli,
nelle corone, nei panneggi dei vestiti con gli occhi sgranati e bocche semi aperte sul punto di profetizzare. Saranno sante, forse martiri, forse figure allegoriche ma il loro fascino è dettato dal fatto che non sappiamo con certezza chi rappresentino. Intorno a loro si sviluppa un ricchissimo apparato ornamentale ripetendo nella cornice i motivi floreali. L’arco a tutto sesto con tralci di vite e grappoli d’uva con foglie e intrecci sovrasta l’affresco di Cristo Benedicente affiancato dagli angeli Gabriele e Michele. Lo stile richiama il mondo bizantino per la frontalità delle figure e per l’intensità di alcuni colori che sono rimasti. Gli affreschi un tempo decoravano porzioni più estese raccontando storie con immagini e luce. Le monache del monastero lo utilizzarono come luogo di preghiera aggiungendo il coro ligneo.
Piazza Paolo Diacono
“Un’ altra peculiarità: - prosegue Cesarenon è un caso che sia orientato verso estnord- est, la stessa direzione del Santuario della Beata Vergine di Castelmonte, che domina dall’alto il territorio sopra Cividale. L’allineamento è significativo perché all’epoca guardare verso oriente significava guardare verso la luna nascente, verso la Resurrezione… paesaggio e spiritualità dialogano tra loro legando la città al monte, la terra al cielo”.
“Adesso andiamo nel luogo più misterioso della città” mi dice. Proseguiamo verso via Monastero Maggiore al civico 2. Scendiamo una ripida rampa di scale, siamo sotto il livello stradale in un ambiente umido e silenzioso che è stato scavato direttamente nella roccia: è L’ipogeo Celtico. Il nome Ipogeo Celtico deriva dalla tradizione, anche se gli studiosi collocano la sua realizzazione tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., quindi in età romana, quando Civida-
le era Forum Iulii. La sua funzione rimane incerta. Si sono succedute nel tempo diverse ipotesi: deposito, luogo funerario, cisterna d’acqua o prigione. “Qui sotto si sente ancora l’acqua e quando il Natisone è in piena, l’umidità aumenta e sembra che il fiume vi entri all’interno”, racconta Cesare. Ci troviamo in una ‘camera’ centrale dalla quale si diramano tre corridoi. Lungo le pareti compaiono tre inquietanti mascheroni scolpiti e, sotto di essi, delle nicchie o sedute.
“Si dice che qui venissero condotti i prigionieri. - continua Cesare - L’acqua filtrava dall’alto e cadeva lentamente sulla testa. Goccia dopo goccia, il rumore e il freddo finivano per farli impazzire. Era un modo per farli desistere e confessare”. Il suo mistero lo rende uno dei luoghi affascinanti di Cividale sospeso tra storia e suggestione.
Risalendo in superficie ci perdiamo nei vicoli del centro storico tra le tracce di mura
Dnoteca De Feo
romane e venete che per secoli hanno protetto la città distinguendo la vita quotidiana di chi stava dentro, cuore civile, sociale e religioso della comunità, e chi fuori apparteneva al mondo agreste intorno. Il Campanon, la campana grande che, alle 22, suonava e con i suoi rintocchi annunciava la chiusura delle porte. “Ancora oggi il suo suono, ci riporta alla memoria i ricordi dell’infanzia, quando da ragazzini giocavamo nella piazza del paese e quel rintocco era il richiamo per rientrare a casa” ricorda Cesare.
Cividale è una città ricca di storia
Fu Giulio Cesare a darle il nome di Forum Iulii nel 50 a.C., trasformandola in un centro strategico per i collegamenti tra l’Adriatico e il Danubio. Un’ eredità così importante da lasciare il segno nel nome stesso della regione Friuli, a cui si affianca l’identità Veneziana e Giuliana che oggi compone il Friuli Venezia Giulia. I Longobardi hanno lasciato un’impronta affascinante, raccontata dal loro cronista Paolo Diacono, monaco e intellettuale, che ci ha consegnato la memoria degli eventi e dei protagonisti di questo popolo.
Poi sono arrivati i Patriarchi, i mercanti, i pellegrini, i Veneziani, le lingue e le tradizioni. Forse è proprio per questo che Cividale è stata forte: perché è sempre stata un punto d’incontro, una città che non divide, ma tiene insieme.
Cividale è il risultato di una sottile alchimia, ricca di simboli e di storia, in cui non tutto è stato ancora decifrato e tra le sue pietre ci sono tracce che attendono di essere scoperte.
E mentre lascio la città, so che l’Altare di Ratchis, il Battistero di Callisto e i musei di Cividale restano a custodire altre storie, pronte ad essere raccontate.
Casa di Paolo Diacono
Ponte del Diavolo
Dove dormire
HOTEL LOCANDA AL CASTELLO
L'hotel Locanda al Castello, 4 stelle, di Cividale del Friuli, è adagiato in posizione panoramica su un colle in prossimità del centro storico, ha sede in un castello dei primi anni del 1800 che, da originaria residenza estiva di gesuiti, divenne nel 1960 locanda con cucina. Da allora è albergo ristorante che, nei suoi interni, rispetta la semplicità e la discrezione dello stile friulano. Ogni camera ha la propria personalità, offre ogni comfort ed una suggestiva vista panoramica.
Via del Castello, 12
33043 Cividale del Friuli (UD)
info@alcastello.net
Tel. +39 0432 733242
HOTEL ROMA
L'hotel Roma, 3 stelle, di Cividale del Friuli, con le sue camere tutte dotate di bagno o doccia, telefono, televisore, offre la disponibilità di 94 posti letto, la cordialità di una gestione familiare e un piacevole soggiorno a chi vuole viaggiare da solo con la famiglia, in compagnia di alcuni amici o in gruppi numerosi.
Piazza Picco, 17
33043 Cividale del Friuli (UD)
info@hotelroma-cividale.it
Tel. +39 0432 731871
info@alcastello.net
RISTORANTE AL MONASTERO
Nel cuore della città questo ristorante è suddiviso in piccole salette calde ed accoglienti, ognuna con un particolare che le rende uniche. All’ingresso un banco per la mescita, nel quale vengono offerti vini al bicchiere che provengono principalmente dalla loro azienda. Molto suggestiva anche la corte esterna utilizzata durante le calde serate estive per le cene a lume di candela.
Via Ristori, 9
33043 Cividale del Friuli (UD)
info@almonastero.com
Tel. +39 0432 700808
OSTERIA TRATTORIA ALLA SPERANZA
Antica e tipica osteria del centro storico, rielaborata nel 2013 con l'inserimento del ristorante di pesce, offre una cucina raffinata e molto curata di tradizione marinara. I piatti più rappresentativi sono la scogliera, il gran fritto e l'astice alla "busera", non meno importanti i piatti di fantasia con abbinamenti stagionali.
Dove comprare
SIRCH
SIRCH nasce a metà degli anni Cinquanta sopra a un fazzoletto di terra che già lasciava intuire il grande spessore qualitativo delle uve e che nel 1970 rientrerà a pieno titolo nella denominazione di origine controllata Friuli Colli Orientali: sigillo che identifica le terre, il disciplinare di produzione e le qualità specifiche di una terra e di una cultura del vino che non ha eguali.
Via Fornalis n.277/1 - 33043 Cividale del Friuli (UD) info@sirchwine.com - Tel. +39 0432 709835
GUBANA VOGRIG
Genuinità e autenticità guidano i processi di lavorazione, attraverso la cura e la grande attenzione nella realizzazione dei prodotti preparati dagli otto pasticceri, con la selezione e l’utilizzo delle migliori materie prime e il rispetto dei lenti tempi di lavorazione delle ricette originali.
In giro per Palermo, (e non solo) con Addiopizzo Travel
Il cambiamento culturale, necessario da nord a sud del nostro Paese, passa anche da qui
Autrice: Simona Vitali
La Sicilia è la regione che ha il più alto numero di associazioni antimafia.
È un messaggio potente questo che spiega bene l’impegno di tanti civili nel contrastare con forte contrappeso un fenomeno insidioso che riguarda, è sempre bene sottolinearlo, una netta minoranza dei siciliani. È stato proprio il cambio di strategia adottato dalla mafia (Cosa nostra) stessa - che dagli anni ’90 ha abbandonato gli atti di violenza (non ci sono più “morti ammazzati”) si è inabissata, è divenuta invisibile e molto pervasiva al tempo stesso, puntando tutto su racket ed estorsioni per governare il territorio (signoria territoriale) - a permettere alla società siciliana di reagire in maniera forte agendo su più fronti a livello culturale.
In quanti sanno, ad esempio, dell’esistenza, fra l’altro, di Addiopizzo travel, cooperativa sociale e tour operator, nata nel 2009 dall’associazione
Comitato Addiopizzo - improntato su un’economia virtuosa libera dalla mafia - per proporre turismo etico per chi dice no alla malavita?
La raccontiamo per bene questa storia che trae la sua origine dall’acume di un piccolo gruppo di giovani poco meno che trentenni che ha saputo aprire, a mo’ di piccolo varco, un sano spazio di disturbo nei confronti di chi, per troppo tempo, è stato abituato a muoversi indisturbato.
Un adesivo che cambia il corso delle cose
È in uno di quei ritrovi serali in cui si discorre in libertà, dando respiro ai propri sogni, che sette amici palermitani, in procinto di affacciarsi al mondo del lavoro, iniziano ad accarezzare l’idea di aprire un pub, nel centro di Palermo, che faccia del rispetto dei lavoratori, dell’ambiente e della
Il Muro della Legalità (lungo 70 metri)
salute dei consumatori la sua linea guida. La conversazione muove qualcosa in questi ragazzi, a partire da Vittorio, che giusto quella notte fatica a prendere sonno e continua ad alimentare quell’idea, finché non l’assale la preoccupazione di imbattersi nella richiesta di pizzo. “E se ci rifiutiamo di pagarlo? Ci bruciano il locale? No, non lo paghiamo!”. È in quel frangente che gli sovviene una riflessione che sente il bisogno di annotare:
“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. All’indomani la condivide con gli amici, che per primi la sentono come una violenta e precisa presa di coscienza capace di toccare nell’orgoglio la società civile. Da qui la decisione di farne degli adesivi listati a lutto, con cui tappezzare le strade del centro di Palermo, per poter raggiungere quante più persone possibili.
“Quando giornalmente facciamo la spesa - si interrogano i ragazzipensiamo forse che comprandoci semplicemente di che vivere abbiamo appena lasciato, se viene il caso, denaro - più o meno indirettamenteanche alla mafia? Certo che no, eppure è così”. Attaccare adesivi diventa quindi un modo per scuotere le coscienze e alimentare un confronto critico, perché da lì parta un cambiamento culturale. La spinta decisiva a scendere in strada arriva dalla dichiarazione di Pina Maisano Grassi, moglie di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso il 29 giugno 1991 per essersi ribellato al pizzo. Dopo la sentenza del 10 giugno 2004 che chiude il processo Agate con 30 ergastoli, due dei quali inchiodanti i due mandanti dell’omicidio del marito, la signora anziché gioire del risultato, si dice sorpresa e amareggiata perché si continua a pagare il pizzo
e a far finta di niente, questo come a rimarcare quanto la vita di ognuno sia legata a quella di ogni altro. I ragazzi ne deducono che la responsabilità della situazione degenerativa in cui tutti si vive non è solo dei commercianti ma di tutta la società di cui essi fanno parte.
Giusto nella notte a cavallo tra il 28 e 29 giugno (anniversario dell’omicidio di Libero Grassi) centinaia di adesivi vengono attaccati per la città, suscitando all’indomani un vero e proprio terremoto a livello istituzionale e di sistema. Se ne parla ai tg, si indicono freneticamente riunioni, si cerca di capire chi ci sia all’origine di questo clamoroso gesto di cui gli artefici (che si autodefiniscono “attacchini” e, nel frattempo, da sette sono passati a una trentina) hanno, invece, tutta la consapevolez-
za: “Costringe la città a infrangere uno dei suoi tabù: parlare di pizzo e questo ad opera non di qualche imprenditore in difficoltà, ma di consumatori (precisamente giovani consumatori)”, come hanno modo di spiegare nell’intervista rilasciata nei giorni a seguire al Giornale di Sicilia e con una lettera aperta alla città pubblicata su La Repubblica Palermo.
Ecco l’elemento di forte novità: il chiaro richiamo alla responsabilità collettiva. Il far riflettere sul fatto che non si può pretendere che un imprenditore denunci gli estorsori se l’ambiente socio-culturale non lo sostiene, se ignora il problema. Non trascorrono molti mesi di quel 2004, peraltro costellati di altre azioni comunicative (fra cui striscioni sui ponti “Un intero popolo che si ribella al pizzo è un popolo li-
Gli adesivi del cambiamento
bero”) che già nel 2005 viene formalizzata la nascita dell’associazione di volontariato
Comitato Addiopizzo
Il consumo critico e la rete di imprese mafia-free, la principale strategia di lotta alle mafie
Si inizia così a lavorare perché cambi a poco a poco la mentalità delle persone, che entrino nell’ottica di sostenere negozi e imprese che non pagano il pizzo. E perché queste non restino isolate, la qual cosa le rende più attaccabili, viene creato un primo nucleo di un centinaio di imprese pizzo-free, che dichiarano di non pagare e pronte a denunciare gli estorsori (e qui sta il coraggio di esporsi). Lato consumatori viene caldeggiato, mutuandolo dal mondo anglosassone, il consumo critico, ossia il fare acquisti da chi non si piega ai condizionamenti del-
le estorsioni (“pagare chi non paga”, quindi sostenere comportamenti positivi al posto di sanzionare quelli negativi), ancora oggi la principale strategia di Addiopizzo nella lotta alla mafia, arrivando a contare una rete di 1063 imprese e negozi, che peraltro espongono in vetrina l’adesivo Addiopizzo.
Attenzione!
Ci teniamo a fare una specifica: non è che chi non aderisce a questa rete sia necessariamente sull’altro fronte, semplicemente può avere la stessa fermezza senza volersi però esporre, che è un altro scatto ancora. Ma le rivoluzioni vere, quelle culturali, non possono che passare da questi atti di coraggio.
L’associazione Comitato Addiopizzo, con una sua bella vivacità e freschezza, porta inoltre avanti diverse altre attività, dall’as-
Lo storico mercato del Capo di Palermo
sistenza alle vittime di estorsione e di usura all’inclusione sociale e al contrasto alle povertà economiche ed educative.
Addiopizzo Travel
Quanto descritto fino ad ora ci aiuta a introdurre Addiopizzo Travel che “nasce nel 2009 – ci spiega Francesca Vannini, cofondatrice di Addipizzo insieme a Dario Riccobono e Edaordo Zaffuto e socia insieme ad altri 10 colleghi di Addiopizzo Travel - come spin-off di Addiopizzo ma organizzato in forma di impresa sociale, da cui mutua la stessa strategia del consumo critico che applica sul settore turismo. Perché anche il turista, seppur per pochi giorni, è consumatore, quindi tanto vale che spenda i suoi soldi in modo consapevole. Scegliere le imprese di Addiopizzo (a portata di app) è già un ottimo primo passo ma, dal momento che non per tutti quelli che vengono da fuori è chiaro come si fa a fare consumo critico, noi costruiamo pacchetti di viaggio che mettono insieme fornitori certificati da Addiopizzo o, in altre aree della Sicilia, da Libera, da Addiopizzo Catania e, in Campania, con la collaborazione de La Paranza, cooperativa sociale che si trova nel rione Sanità. Quindi abbiamo sia tour, escursioni giornaliere, e queste sono vendibili sul sito, poi abbiamo pacchetti di più giorni, che si possono prenotare tramite l’agenzia, quindi tramite i nostri canali. Infine abbiamo un grosso comparto di turismo scolastico ed educativo, curato dalle mie colleghe in diretta connessione con le insegnati, che ci portano ogni anno comitive di ragazzi da tutta Italia.” La peculiarità di queste esperienze sta nella “scoperta dei luoghi e delle storie più significative del movimento antimafia, per mostrare ai viaggiatori il volto più autentico e genuino della Sicilia” contribuendo, al contempo, allo sviluppo di un’economia virtuosa, per la scelta di appoggiarsi a strutture ricettive (alberghi, B&B, ristoranti,
aziende agricole e agenzie di trasporti…) certificate da Addiopizzo. Già dal sito è possibile effettuare la propria scelta fra non poche proposte, di un solo giorno, da “Palermo no mafia tour” a piedi o in bicicletta, alla “Corleone che non ti aspetti”; “Cento passi sulle orme di Peppino (Impastato)”; “Palermo porto aperto” (con riferimento alla città che accoglie) per citarne alcuni, a weekend come “L’altro volto di Agrigento”; “Eolie, dove soffia il vento del cambiamento” fino a tour di più giorni come “Sicilia autentica: una settimana in Sicilia occidentale” o “Lo sguardo del mito nella Sicilia orientale, fra le province di Catania e Ragusa”, un percorso che attraverso il cinema e la letteratura mostra i miti da sfatare…
La mia esperienza di partecipazione al Tour no mafia
Sono arrivata a Palermo per un appuntamento di lavoro. Rimarrò qualche giorno e non ho tanto tempo ma di una cosa sono certa: non ripartirò senza aver preso parte a uno dei tour proposti da Addiopizzo Travel, che ho conosciuto grazie ad AITR – Associazione Italiana Turismo Responsabile a cui ilBelViaggio e Addiopizzo Travel sono entrambi associati. Sono troppo ammirata da chi ha avuto questo pensiero, questa idea, questo coraggio. So già che ne scriverò, devo solo poter vivere appieno, come merita, questa esperienza.
Solo nel giorno della ripartenza riesco a ritagliarmi il mio spazio per un tour no mafia nel centro di Palermo
Mi porto su piazza Pretoria un po’ prima delle 10, orario di ritrovo, e fra il via vai della gente non esito a individuare un “No mafia” a caratteri cubitali che svetta da una maglietta blu elettrico indossata da una giovane donna che si guarda intorno, come in attesa. La raggiungo, mi presento e iniziamo a parlare.
“Mi chiamo Chloé, sono fiorentina. Vivo qui
a Palermo, sposata con un palermitano dal ’97. Sia io che mio marito crediamo molto in questo che, per entrambi, è un lavoro di mediazione culturale che occupa una parte importante del nostro quotidiano. Spesso il singolo cittadino non ha consapevolezza di quello che può fare perché contro la mafia o altro ci si sente troppo piccoli, troppo deboli, poco efficaci. In realtà questa esperienza mi sta insegnando che anche una piccolissima partecipazione personale può avere un impatto molto grande nel migliorare la società nella quale si vive. Ognuno di noi nel suo piccolo può tanto, al di là delle competenze specifiche che ha. Ho sempre pensato che la lotta di mafia la dovessero fare i magistrati, i politici… Il singolo cittadino cosa potrebbe fare se non comportarsi bene? In realtà può fare tantissime cose e una di queste è mostrare la propria antimafiosità”.
La prima lezione è servita e ancora non abbiamo iniziato il tour. Intuisco subito che non sarà una passeggiata ma di più, un momento di partecipazione, meglio di compartecipazione, se considero quanto Chloé sia già riuscita a coinvolgermi.
A poco a poco si uniscono a noi gli altri partecipanti. Questi tour sono molto richiesti. Se ne fanno ogni giorno, anche per più gruppi in contemporanea e pure in lingua inglese e francese.
“ Oggi vi accompagnerò – spiega Chloè nel dare il benvenuto - nel centro storico di Palermo fra i luoghi-simbolo dell’antimafia civile. Sarà una passeggiata di circa tre ore che contemplerà più tappe e ogni volta vi parlerò di un aspetto della mafia siciliana e quindi di Cosa Nostra e al tempo stesso vi darò informazioni sul movimento antimafia ieri e oggi. Sarà l’occasione per fornirvi spunti e riflettere sul fenomeno della mafia e sulla mobilitazione civile contro il potere mafioso”.
Non voglio qui svelare come è stato strutturato quel percorso per lasciare, a chi intenderà viverlo, l’emozione di scoprirlo, tuttavia non posso non rimarcare quanto abbia assorbito in modo crescente tutti noi, rapiti da quanto ascoltavamo in quel religioso silenzio che prende quando si è letteralmente catturati dall’ascolto o dalla visione di qualcosa che si vorrebbe non finisse, tanto è l’interesse che suscita.
Prendiamo coscienza
La mafia ci riguarda, riguarda tutti noi , dal nord al sud dell’Italia, per stare nei confini del nostro Paese, sapendo che è presente ben oltre. È illusione pensare che sia delimitata solo a certe aree.
L’infestazione è ovunque. Lo sappiamo ma non ci pensiamo troppo, non pensiamo che bevendo semplicemente un caffè o mangiando una pizza in un locale “tirato a lucido” non è difficile che contribuiamo anche noi, seppur involontariamente, ad alimentare la malavita, in qualunque latitudine ci troviamo nel nostro Paese.
Fastidioso, di disturbo, il pensiero per chi cerca di improntare la propria vita su ben altri capisaldi.
E il fatto è che ignorando, facendo finta di niente il problema non solo non si risolve ma si alimenta, smisuratamente, purtroppo.
E infine, per dovere veramente, una piccola riflessione sulle altre figure straordinarie - oltre a quelle di Addiopizzo - incontrate durante la mia permanenza in Sicilia per motivi eno-gastronomici, che ha visto tappa anche a Palermo - capaci di profondità di pensiero, idee innovative, impegnate ad
operare a testa bassa fino al risultato. Dotate di una marcia in più. Ma questo sarà oggetto di altre mie prossime riflessioni e articoli.
ADDIOPIZZO TRAVEL
COOP. SOCIALE A R.L.
Via Sicilia, 7 90040 Isola delle Femmine(PA)
Tel. +39 091 8616117
Tel. +39 393 8567438
info@addiopizzotravel.it
Sito:www.addiopizzotravel.it
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Le statue stele lunigianesi
Un museo, a Pontremoli, di grandissima suggestione
Autore: Jacopo Franchi
Il prossimo anno saranno due secoli esatti: duecento anni trascorsi dal rinvenimento della prima statua stele della Lunigiana, in località Nòva a Zignago, oggi in provincia di La Spezia. Una scoperta fortuita, a cui avrebbero fatto seguito molte altre scoperte fortuite nei duecento anni seguenti, fino ad arrivare a un totale di oltre 80 statue stele riemerse dalla terra, dai fiumi e dal mare dopo essere state sepolte e in gran parte dimenticate nel corso dei millenni.
Sculture preistoriche antropomorfe, scolpite nella pietra arenaria dalle popolazioni che abitavano la Lunigiana fra il IV e il I millennio avanti Cristo, le statue stele sono diventate oggi uno dei simboli più riconosciuti e riconoscibili di questa terra di confine fra Toscana settentrionale, Emilia e Liguria orientale, centrata sulla valle del fiume Magra.
Il Museo delle Statue Stele Lunigianesi del Castello del Piagnaro a Pontremoli
Conservate in luoghi e musei diversi nel corso del tempo, la maggior parte di esse si trova riunita nell’eccezionale allestimento realizzato presso il Museo delle Statue Stele Lunigianesi del Castello del Piagnaro a Pontremoli. Un luogo diventato un punto di riferimento internazionale per studiosi e semplici appassionati, facendo registrare oltre 23.000 visitatori nell’anno del cinquantenario della sua fondazione.
Posto su una collina che domina il centro storico di Pontremoli, elemento integrante del sistema difensivo medioevale della città da oltre dieci secoli, il Castello del Piagnaro accoglie i visitatori con un percorso tematico interamente dedicato alle statue stele: dalla storia della loro scoperta agli innumerevoli tentativi di interpretazione del loro significato, attraverso una ricca disponibilità di strumenti multimediali e un’ambientazione curata nei minimi particolari.
Il primo incontro con le statue stele, infatti, può essere destabilizzante. Esse appaiono, all’improvviso, nel corridoio del castello, avvolte nella luce dei faretti, in un sottile e studiato gioco di ombre pensato per farne risaltare la muta espressività. Sono forme appena abbozzate, ai limiti dell’astrattismo, ma che tuttavia sono capaci di evocare con pochi, incisivi tratti volti di persone, antenati, divinità di un’epoca alle origini della nostra storia.
Molto tempo è passato da quel primo ritrovamento, e la comprensione del fenomeno delle statue stele lunigianesi ha compiuto decisivi progressi. Le statue rivenute risalgono a un periodo compreso fra il IV e il I millennio avanti Cristo, si dividono in tre tipologie (A, B, C) in base alla loro antichità e alle modalità di lavorazione, e sono spesso impreziosite da pugnali, monili e altri ornamenti scolpiti sulla figura rappresentata, ultimi testimoni di un’epoca di cambiamenti e di scoperte, dalle prime lavorazioni dei metalli all’invenzione della scrittura.
A imprimersi nella mente, tuttavia, sono soprattutto i loro volti: appena abbozzati, nel caso della tipologia A, la più antica; più rifiniti, nel caso della tipologia B, con la testa separata dal corpo nella caratteristica forma “a cappello di carabiniere” che le rende così diversa dalle altre forme di statuaria preistorica; completamente rifinite e moderne, nel senso più ampio del termine,
nella tipologia C, quella più vicina a noi nel tempo. Anche i modelli più arcaici, tuttavia, trasmettono la sensazione di trovarsi di fronte a ritratti di individui in carne e ossa. Su questo punto le interpretazioni degli studiosi divergono, e forse lo faranno per sempre. Fra chi li ritiene raffigurazioni di divinità remote, chi li paragona a ritratti degli antenati degli abitanti di allora, e chi, da semplice osservatore disinteressato, come il sottoscritto, li ritiene rappresentazioni verosimili di individui reali, che popolavano la Lunigiana molti millenni fa. Secondo un’altra teoria, più recente e accreditata, le statue stele sarebbero cippi di confine, segnacoli di passaggio, essendo state ritrovate in massima parte lungo vie di transito. Il ritrovamento, quello sì, è il vero punto debole di tutta questa storia. Le statue stele sono state ritrovate nelle condizioni più disparate: ora spezzate e sommerse dai de-
triti, ora in fondo al mare, ora riutilizzate in modalità impensabili come pietre di fondazione di edifici o nei muri delle chiese. Spostate, già in epoca antichissima, dalla loro collocazione originaria, esse sono destinate a essere fruite in maniera decontestualizzata: ora all’interno del bellissimo Castello del Piagnaro, ora nei sotterranei delle Soprintendenze, sempre lontane dal luogo in cui furono concepite e scolpite dai loro originari ideatori. Questa decontestualizzazione dei manufatti rende difficile, oggi, comprendere appieno il loro reale significato originario.
Il viaggio per scoprirle non si ferma qui
Altre statue stele sono conservate, ci risulta, al Museo del Castello di San Giorgio a La Spezia, al Palazzo Bocconi di Pontremoli, al Museo del Territorio dell’alta Valle dell’Auelella a Casola e all’interno della Pie-
ve di Santo Stefano a Sorano. E la prima, la stele di Zignago, quella da cui tutto è cominciato? Per vederla con i propri occhi è necessario andare fino a Genova, al Museo di Archeologia Ligure del quartiere di Pegli, perché all’epoca del ritrovamento il paese si trovava nella provincia del capoluogo ligure. Anche se al Castello del Pagnaro, ne siamo sicuri, farebbe tutto un altro effetto.
GLI ORARI DI APERTURA
MUSEO DELLE STATUE STELE LUNIGIANESI
01 ottobre – 31 maggio
09:30 – 17:30 – tutti i giorni
Dove dormire
25 dicembre – chiuso
26 dicembre – aperto 14:30 – 17:30
01 gennaio – aperto 14:30 – 17:30
01 giugno – 31 luglio
10:00 – 18:30 – tutti i giorni
01 agosto – 31 agosto
10:00 – 19:30 – tutti i giorni
01 settembre – 30 settembre 10:00 – 18:30 – tutti i giorni
Via del Piagnaro
54027 Pontremoli (MS)
info@statuestele.org
Tel. +39 0187 831439
AGRIPODERE IL FALCO
Situato sulle colline sovrastanti il borgo medievale di Pontremoli, in una meravigliosa posizione con vista che si estende sino alle Alpi Apuane. L’Agripodere Il Falco è un agriturismo circondato da 40 ettari di terreno in parte coltivato, in parte lasciato a bosco, dotato di piscina e ristorante il loco. I tre fabbricati che lo compongono sono stati ristrutturati nel rispetto dello stile rustico toscano e ideato per essere ecosostenibile, utilizzando le energie del solare e del fotovoltaico.
Immersa nell’atmosfera del borgo medievale di Pontremoli, in Lunigiana, La Casa Medievale vi accoglie per un soggiorno di completo relax e comfort, offrendo un’esperienza unica nel suo genere, all’interno di una storica casa nel borgo ristrutturata con maestria, caratterizzata da suggestivi muri in pietra e da una SPA unica scavata nella roccia.
L’offerta del territorio ha una sezione a sé stante nel menu. Tris di torte salate tradizionali della Lunigiana, ravioli con ripieno di borragine conditi con il loro olio, agnello zerasco cotto nei testi, utensili in ghisa tipici della zona.
Vicolo Santa Cristina, 13 54027 Pontremoli (MS) info@caveaudelteatro.it
Tel. +39 0187 833328
OSTERIA DELLA LUNA
Il ristorante, ambientato nei locali voltati di un palazzo d’epoca dove è stata per decenni la trattoria “Da Giorgione” rinnova, felicemente l’antica tradizione dell’ospitalità, grazie ai nuovi gestori, dotati di grande professionalità, forte passione per il mestiere che hanno dato al locale un taglio più moderno senza stravolgerlo.
Via Pietro Cocchi 40 54027 Pontremoli (MS) m.ravera@live.it
Tel. +39 0187 833610
Dove comprare
ANTICA PASTICCERIA DEGLI SVIZZERI
Pasticceria storica risalente alla prima metà dell’Ottocento, come scrive patrizia Ferlini nel suo blog: “Fra i prodotti di spicco si trovano gli Amor, pasticcini con panna montata e liquore o la classica Spongada, il dolce ricoperto di frolla con un ripieno di frutta secca, cacao e spezie, tutto preparato seguendo le ricette originali custodite dal 1841”.
Piazza della Repubblica 21/22 54027 Pontremoli (MS) info@aichta.com
Tel. +39 0187 830160
Città della Pieve
Dove grazia e gentilezza sono di casa
Autore: Luigi Franchi
Negli ultimi anni è stata al centro delle cronache per due motivi: perché qui hanno girato la serie I carabinieri e per il suo più illustre cittadino, Mario Draghi, ma Città della Pieve ha un posto nella storia artistica del nostro Paese per un altro personaggio.
Abbiamo chiesto alla ragazza che presiede l’ufficio turistico qual è il genius loci di Città della Pieve: “è Pietro”, la risposta. Ci ho messo un po’ a riprendermi, Pietro, e chi è Pietro, le ho chiesto.
“È vero, per noi è talmente normale chiamarlo così: è Pietro di Cristoforo Vannucci, Il Perugino, il famoso pittore del Rinascimento che è nato qui e qui è sempre ritornato nonostante tenesse botteghe artistiche a Perugia e a Firenze dove frequentò anche la bottega del Verrocchio, Sandro Botticelli e Leonardo Da Vinci, fu anche maestro di Tiziano. Insomma un’ar-
tista che ha dato un grande contributo all’umanesimo rinascimentale”.
Forse il ritorno di Pietro è dato da ciò che di Città della Pieve ha scritto Guido Piovene: “qui si respirano grazia, gentilezza e una specie di dolcezza morale come sciolta nell’aria”.
È la sensazione che si respira passeggiando tra le vie della cittadina, soprattutto tra i vicoli che, qui, sono diventati un forte elemento di attrazione.
Il percorso dei vicoli
Sono 19 i vicoli che si snodano nel centro storico, itinerari all’apparenza secondari ma, invece, identitari della città medievale. Qui viveva il popolo, con le sue abitudini, con le liti tra vicini ma anche con quella solidarietà che si fa necessaria quando si vive porta a porta. Una lite pare sia all’origine di Vicolo Baciadonne, una delle vie più strette d’Italia, nato per separare dei confinanti e, oggi, diventato una delle
attrazioni di Città della Pieve ma, attenzione, il vicolo è talmente stretto che le persone con una certa stazza rischiano si restarvi incastrate. Gli altri vicoli, ben connotati da una segnaletica allegra, offrono quel respiro di grazia con viste emozionanti che rappresentano punti di incontro tra le persone.
Il panorama
Città della Pieve sorge su un colle a forma di altopiano, quasi al confine tra Toscana, Umbria e Lazio. Dalla rocca trecentesca lo sguardo spazia dal lago Trasimeno fino a Perugia. Dalle sue torri di avvistamento, infatti, nel Medioevo, tramite un gioco di specchi e fuochi, in caso di emergenza, si riusciva a comunicare tra le due città. Oggi, invece, dalle torri si spazia sul paesaggio umbro, delicato, ispiratore di contemplazione e carico della bellezza che ha reso questa regione la terra dei pittori. Del resto è la terra dove San Francesco
sentiva il suo cuore pieno di gioia “per tutta la bellezza che Dio ci ha donato”. E che il Perugino ha sapientemente dipinto.
Il genius loci
Torniamo a Pietro che segna ogni angolo di questa città. Melania mi fa vedere dov’era la casa natale del Perugino e mi confida: “Anch’io ho fatto come Pietro, sono andata a Firenze a studiare storia dell’arte e poi sono tornata. Non si riesce a stare lontano da questi posti, qui c’è armonia”, mi racconta Melania Bittarello, la ragazza dell’Infopoint.
Me lo confessa mentre entriamo, come due clandestini, nella cripta della Cattedrale dei Santi Gervasio e Protasio. Oggi è lunedì e la cripta è chiusa ma, grazie a
Melania, riesco a vederla. Rappresenta la base dell’antica chiesa medievale romanica, ci sono affreschi che ne testimoniano l’importanza e anche il mistero perché non si sa ancora del tutto cosa ci fosse davvero. Alle pareti ci sono ancora le tracce di affreschi che appartengono alla scuola di Benozzo Gozzoli, pittore rinascimentale che si trasferì in Umbria nel 1450. Forse qui c’era un cortile che dava sulla piazza e sull’ingresso della pieve. Infatti, questo è certo, qui c’era la pieve da cui la città prende il nome, quindi può esserne considerata il cuore. Nell’anno 1600, l’antica pieve divenne cattedrale e sede di diocesi e questo comportò anche l’elevazione di Castello della Pieve (questo era il nome in origine) a rango di città, evento che tra-
Tracce di affreschi della scuola di Benozzo Gozzoili La deposizione della croce
sformò per sempre il suo nome in Città della Pieve. Se ne può trovare traccia nella bolla papale che si trova in cattedrale.
La cattedrale conserva del Perugino: il dipinto su tavola del Battesimo di Cristo (circa 1510) e la pala d’altare della Madonna in Gloria tra i Santi Gervasio e Protasio (1514).
Mentre L’adorazione dei Magi, una delle opere più complesse dell’artista pievese, è visibile nell’Oratorio di Santa Maria dei Bianchi.
Il Perugino chiese 200 fiorini per la realizzazione dell’opera ma, ben presto, abbassò la cifra a 100 accettando un pagamento a rate in tre anni. In seguito alle insistenze del Sindaco della Compagnia dei Disciplinati, il Perugino riduce ancora
l’importo a 75 fiorini. Questa trattiva ha generato una lettera dell’artista ritrovata nel 1835 durante i lavori di ristrutturazione dell’Oratorio:
“Charo mio Segnore, la penctura che vanno fa nello oratorio de desceprinate cie vorieno a meno duecento florene. Io me contentare de cento come paisano et venticue sciubbeto, glatre in tre anne, venticue l’ano et si dicto contracto sta bene, me mande la polisa et la cuadrine, et sarà facto.
Io Pietro Penctore mano propria, Peroscia vencte de ferraio 1504"
Alla fine Il Perugino chiese anche un mezzo di trasporto per spostarsi tra Perugia e Città della Pieve e gli fu donata una mula. Con questo racconto negli occhi raggiun-
Adorazione dei Magi - Pietro il Perugino
Bolla Papale che assegna il titolo di Città
Altare della ex-chiesa di Santa Maria dei Servi
go Porta Romana verso l’ex-chiesa di Santa Maria dei Servi per vedere la frammentaria Deposizione della croce realizzata dal Perugino nel 1517. L’ex chiesa conserva anche il museo civico diocesano ed è un luogo, con tutto quel bianco alle pareti, di struggente bellezza, con piccoli gioielli artistici nascosti.
“Questa è una ex-chiesa sconsacrata che il Comune sta poco alla volta recuperando, in collaborazione con il parroco, per renderla fruibile come polo culturale. Verrà realizzata una grande pinacoteca anche con le opere che il parroco ha in Cattedrale e, sotto, nella cripta, verranno inseriti reperti etruschi ricavati dalle tombe etrusche che sono state scoperte qualche anno fa. Questa parte aprirà in primavera” mi spiega Melania.
Nella cappella del Perugino che contiene la Deposizione verrà collocato un proiettore che farà vedere, in una sorta di video-mapping, la ricostruzione completa del dipinto, grazie al ritrovamento di una piccola tela, in Cattedrale, probabilmente del Pomarancio dove si vede un pittore che guarda il dipinto del Perugino, con le sue tre scale che diventeranno quasi iconiche nella pittura rinascimentale.
È bellissima questa ex-chiesa, in fondo c’è anche un altare con una scultura lignea
del XIII secolo, “una perla rara” la definisce Melania.
Il ritrovamento archeologico
Nel 2015, nei pressi della città, fu rinvenuta, come dicevamo, una tomba etrusca rimasta sepolta per 2000 anni, con lo scheletro dell’etrusco. Oggi è possibile visitarla, accompagnati dagli archeologi in un tour organizzato in occasione di eventi speciali. Basta informarsi presso l’ufficio turistico.
Il Palio dei terzieri
Infine il Palio, anche qui, come in molti borghi del centro Italia. Si svolge nei dieci giorni centrali di agosto. Cosa sono i terzieri? Suddivisioni della città, i moderni quartieri per capirci, che nel 1400 avevano a capo i priori eletti dal popolo. Il Palio è una disfida, ripresa nel 1973, che si svolge tramite il tiro con l’arco verso bersagli mobili. La rievocazione storica a Città della Pieve è ambientata nel periodo di Pietro Vannucci, detto il Perugino, e, nei giorni precedenti la disfida finale, la città rivive il Rinascimento con i suoi mercati, le rappresentazioni con oltre 1000 figuranti e i terzieri aprono taverne con piatti tradizionali dando vita a una convivialità da vivere.
Il Palio dei terzieri
Dove dormire
HOTEL VANNUCCI
Eleganza pura, nella forma e nella sostanza, distinguono questo hotel in pieno centro di Città della Pieve. Personale qualificato e premuroso già alla prenotazione, camere confortevoli con frigobar degno di nota, colazione - sia dolce che salata - di varietà e qualità indiscutibile.
Via Icilio Vanni, 1 06062 Città della Pieve (PG) info@hotel-vannucci.com Tel. +39 0578 298063
HOTEL FONDOVALLE
L’Hotel Fondovalle è molto apprezzato da tutti coloro che desiderano viaggiare in modo itinerante con auto, moto o bicicletta. La sua posizione strategica, vicina a un’ area multiservizi, lo rende particolarmente interessante da scegliere per il vostro soggiorno a Città della Pieve.
S.P.308 Loc. Ponticelli 06062 Città della Pieve (PG) info@hotelfondovalle.it tel. +39 0578 249027
TRATTORIA BRUNO COPPETTA
Nel 1965 Bruno e Santina rilevano la vecchia osteria del paese, tempi nei quali mangiare fuori era un’abitudine riservata a pochi. Con il passare degli anni, e una diversa cultura verso la ristorazione, la trattoria diventa punto di riferimento nel panorama locale.
Via Pietro Vannucci 90/92 06062 Città della Pieve (PG) info@trattoriabrunocoppetta.it Tel. +39 0578 298108
RISTORANTE ZAFFERANO
Il ristorante Zafferano, situato all’interno dell’elegante Hotel Vannucci, una storica struttura 4 stelle superior a Città della Pieve, prende il nome dal prestigioso fiore coltivato a Città della Pieve; qui avrete la possibilità di gustare i piatti tipici della tradizione.rappresenta l’eccellenza del fine dining.
Viale I. Vanni, 1 06062 Città della Pieve (PG) info@hotel-vannucci.com Tel. +39 0578 298063
LA CASA DELLO ZAFFERANO
Il museo/negozio a entrata gratuita comunica tutta la passione del territorio per questa spezia. Nelle vecchie cantine di un antico palazzo nel cuore della città è possibile anche degustare il tè, l'olio, la birra, la grappa allo zafferano, ma anche biscotti, confetture, cioccolato, miele e salumi.
Via Vannucci, 31 06062 Città della Pieve (PG) info@lacasadellozafferano.it Tel. +39 393 9495629
Pitigliano, città ospitale
Dagli etruschi agli ebrei, qui si trova accoglienza
Autore: Guido Parri
A Pitigliano si arriva almeno in due modi: il primo, facile, in auto e si resta subito colpiti dalla massiccia roccia tufacea che sorregge l’intero abitato, con le cantine scavate alla base per ospitare il lento progredire del Bianco di Pitigliano DOC, un vino derivante principalmente dalle uve di Trebbiano Toscano, e del Vin Santo, ottenuto dalle stesse uve. Il secondo modo, appena più complicato ma altrettanto affascinante, è a piedi attraverso le Vie Cave di origine etrusca, partendo dalla vicina Sovana. Dalla Rocca Aldobrandesca di Sovana si procede lungo la Via Cava di Pian dei Conati che si ricongiunge, dopo aver attraversato belle campagne e dolci vigneti, con la Via Cava dell’Annunziata. Siamo quasi a Pitigliano, ma prima si incontra una necropoli etrusca soprannominata “la città dei morti” e una piccola chiesa rupestre dedicata a San Rocco. Da qui saliamo per varcare la soglia di Porta Sovana e ci troviamo nel cuore del centro storico di Pitigliano.
La chiesa di San Rocco
San Rocco è forse il santo con più chiese dedicate che ci sia in Italia. Originario di Montpellier, in Francia, dove nacque nel 1345/1350, il santo è conosciuto perché, durante il suo viaggio verso Roma, incontrò, in molti paesi, la peste e, tramite il suo potere taumaturgico, toccava le persone colpite dal morbo guarendole. La chiesa a lui dedicata a Pitigliano è la più antica del borgo: risalente al XII/XIII secolo venne ricostruita alla fine del 1400, grazie all’impegno del conte Niccolò III Orsini che commissionò il lavoro all’architetto Giovanni da Traù il Dalmata.
Nell’interno, ricco di affreschi, colpiscono i numerosi stemmi delle famiglie più famose di Pitigliano, tra cui quella dei Medici.
Pitigliano by Shadow Fixing SF William
La piccola Gerusalemme
È con l’emanazione delle bolle papali del 1555-1569 che gli ebrei presenti nei territori dello Stato Pontificio furono costretti ad abbandonare le proprie case. La contea degli Orsini era il posto più vicino allo stato Pontificio e Pitigliano la città più accogliente e aperta della contea. Vennero in gran numero per ricominciare la propria vita, creando anche importanti attività commerciali. Una convivenza semplice, nessun atteggiamento repulsivo da parte degli abitanti di Pitigliano è quello durato per secoli e questo ha dato vita anche agli edifici sacri per la religione ebraica, come la sinagoga, costruita nel 1598, arrivata fino ai nostri giorni e tuttora visitabile grazie all’impegno dei volontari dell’associazione La Piccola Gerusalemme. Varcare la soglia della sinagoga fa un certo effetto; pensare che qui hanno pregato, si sono raccolte persone che sono state sempre costrette, da secoli, alla fuga per
motivi assurdi, rende questo luogo degno del rispetto. Una lapide posta al suo interno ne attribuisce la fondazione a Jeudà, figlio di Shebbetai. Un’iscrizione sulla porta d’ingresso recita: “E facciano per me un Santuario ed io abiterò in mezzo ad essi. Aprite per me le porte della giustizia. Questa è la porta [che conduce] al Signore”. Pur restaurata più volte, l’ultima nel 1995 ad opera dell’Amministrazione Comunale, gli arredi e le suppellettili sono in gran parte del XVI e XVII secolo.
Gli ultimi ebrei, oggi ne sono rimasti solo tre tra gli abitanti di Pitigliano, furono deportati dai nazisti e annientati nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma il ricordo della comunità ebraica, arrivata negli anni a circa il 10% della popolazione di Pitigliano, perfettamente integrata con il borgo toscano, resta ancora talmente vivido da meritare il nome di Piccola Gerusalemme. Sono ancora in
Le vie cave
tanti che arrivano a Pitigliano per visitare il ghetto racchiuso tra i vicoli del centro storico e il piccolo cimitero alle porte del borgo. E anche questa è un’esperienza da vivere. Scendere nei sotterranei della città per entrare nell’antico bagno rituale, nella tintoria, nella cantina, nel forno e nel macello kasher ti occupa tutta la mente. Qui si è svolta la storia di una comunità arrivata senza sapere cosa l’aspettava ancora e ha trovato, nelle genti di Pitigliano, finalmente un po’ di pace.
Quella stessa che si respira nel piccolo cimitero ebraico, circondato da cipressi centenari, sorto intorno alla metà del Cinquecento per volere di David de Pomis, medico personale del Conte Niccolò IV Orsini, che chiese, per la compagna prematuramente scomparsa, un‘area per seppellirne le
spoglie. Oggi è un luogo identitario e di riflessione.
I musei di Pitigliano
Sono tre i musei principali di Pitigliano: due si trovano all’interno di Palazzo Orsini e uno fuori le mura ed è dedicato ad Alberto Manzi, docente, pedagogista e autore di una delle prime trasmissioni televisive nella seconda metà del Novecento – Non è mai troppo tardi, il nome – che insegnò all’Italia intera di uscire rapidamente dall’analfabetismo. Il museo Alberto Manzi, che fu anche sindaco di Pitigliano dal 1995 al 1997, è dedicato all’archeologia e si sviluppa interamente all’aperto. Nato con l’intento di fermare gli scavi clandestini che hanno arrecato molto danno al patrimonio etrusco, il museo
Cimitero ebraico
Museo Manzi credit- visitpitigliano
Interno della Sinagoga
Interno della Chiesa di San Rocco
Forno per la cottura del pane azzimo
si snoda tra le Vie Cave, le necropoli etrusche con le relative tombe, le case etrusche che si sono trovate in questa parte di territorio. Tutto il vasellame, le statue votive e le ceramiche trovano, invece, posto nel Museo Civico Archeologico della civiltà etrusca Enrico Pellegrini, collocato in un’ala di Palazzo Orsini. All’interno si trova anche un prestigioso laboratorio di restauro. Sempre a Palazzo Orsini, infine, è collocato il Museo omonimo, strutturato in una ventina di sale dove si possono ammirare stupende opere sacre di oreficeria e argenteria, oltre ad affreschi e sculture lignee di epoca rinascimentale.
E poi…
E poi l’acquedotto mediceo con i suoi tredici alti archi. Voluto dal Conte Ildebrandino II Orsini nel 1466, necessaria per regi-
mentare l’acqua e indirizzarla nel palazzo comitale e per uso della popolazione, l’acquedotto è stato ristrutturato nel 1638, con il passaggio di Pitigliano alla signoria dei Medici. Ancora oggi si erge, straordinario, lungo il viadotto di Via Cavour. Ma Pitigliano non è solo tutto quello che vi ho raccontato. C’è una Pitigliano festosa, ricca di tradizione che si presenta tra il 15 e il 19 marzo con la Torciata di San Giuseppe, una rievocazione storica che trae origine dalla cerimonia etrusca del seme sotterrato come sinonimo di vita e, poi, nel Medioevo, cristianizzata e trasformata come inno alla primavera in arrivo. Infine segnaliamo, a fine agosto, il Festival Internazionale di Letteratura Resistente che si propone di dare valore alla memoria storica e ai diritti civili. Buona scoperta di Pitigliano!!
Acquedotto mediceo.
Dove dormire
AGRITURISMO POGGIO AL TUFO
Agriturismo Poggio al Tufo Soffitti a volte in tufo, pavimenti in cotto e arredi in legno pregiato. Camere sobrie, accoglienti e ben illuminate da grandi finestre che regalano una vista impagabile sui vigneti di proprietà o sul giardino relax della piscina estiva.
Strada Comunale della Formica
Località Poggio Cavalluccio 6199 58017 Pitigliano (GR) agriturismo@poggioaltufo.it
Mobile +39 337 1056476
Tel. +39 0564 615420
LOCANDA 3848
La Locanda nasce dall’amore per le radici e dal desiderio di ricevere, come in famiglia. Gli spazi sono stati ristrutturati con gentilezza; imperfezioni mantenute perché autentiche ma al contempo funzionali per rispondere alle esigenze contemporanee. Qui la tradizione incontra la comodità del moderno.
Via Santa Chiara 297 58017 Pitigliano (GR) locanda3848@gmail.com
Tel. +39 329 0966240
IL CAVEAU
Un ambiente informale ma allo stesso tempo professionale e di livello dove vivere un’esperienza unica e suggestiva nelle antiche cantine di tufo che raccontano storia. Il menu è sempre in linea con la stagionalità. Vi si possono trovare diversi prodotti fatti direttamente da loro: dalle confetture che accompagnano i formaggi, alla pasta fresca trafilata in bronzo fino ad alcuni tipi di pane.
Via Vignoli, 146
58017 Pitigliano (GR) www.ilcaveau.restaurant
Tel. +39 0564 1920908
Dove comprare
HOSTARIA CECCOTTINO
La cucina dell’Hostaria è strettamente legata al territorio con una scelta accurata dei sapori e della qualità dei prodotti: piatti tipici e pasta fatta in casa ma anche rivisitazioni per accontentare i palati più esigenti.
La macelleria Doganieri, da sempre punto di riferimento per coloro che cercano prodotti genuini, propone carni proprie provenienti da allevamenti locali. Il titolare, Samuele, crea artigianalmente salumi di vari tipi: dalle salsicce ai salami, prosciutti, lonze e capocolli. Chi desidera carni già preparate può scegliere tra involtini ripieni, cotolette impanate, fegatelli e altre leccornie. Il mercoledì è attivo il girarrosto con polli, porchetta e patate.
Via Niccola Ciacci, 270 - 58017 Pitigliano (GR)
Tel. +39 0564 615310
FATTORIA ALDOBRANDESCA
Fattoria Aldobrandesca
Un percorso enologico e degustativo immersi in un meraviglioso panorama naturale e archeologico, alla scoperta della Maremma del sud, al centro di quella che è conosciuta come “la zona Etrusca dei Tufi”. Visita guidata della cantina e dei vigneti, seguita dalla degustazione dei vini della tenuta, accompagnata da prodotti del territorio.
Jack-Vettriano In Thoughts of You 24x30 cm opera su carta museale 1997
L’universo sensuale di Jack Vettriano
A Roma fino al 5 luglio 2026
Autrice: Maria Cristina Drì
…Fly me to the moon…Let me play among the stars – Let me see what spring is like On a Jupiter and Mars… Il pennello guida la gioia della danza sulle note di questa canzone di Frank Sinatra. La spiaggia è bagnata sta ancora piovendo, il cielo è plumbeo. La cameriera tiene una mano sul cappello, mentre il grembiule e il fazzoletto del maggiordomo indicano la direzione del vento dispettoso. La sabbia, lucida d’acqua, riflette le ombre dei personaggi mentre le onde lontane raggiungono il bagnasciuga. La luce è quella incerta che accompagna i temporali estivi quando il sole appare e scompare mentre la pioggia continua a cadere. Il maggiordomo e la cameriera sorreggono gli ombrelli per proteggere la coppia danzante.
Lui indossa uno smoking, lei un elegante abito rosso, è a piedi nudi, con lunghi guanti dallo stesso colore. Il profumo dell’aria è quasi elettrico, magnetico, quello che si avverte subito dopo un acquazzone. Una cesta del picnic è posata accanto alla cameriera mentre il maggiordomo cantante sembra intonare Fly me to the moon..
È The Singing Butler (1992) l’opera più celebre di Jack Vettriano. Un’immagine diventata iconica e la più stampata e ristampata del Regno Unito. Il contrasto tra l’eleganza dei protagonisti e il contesto naturale affascina e sorprende. È un fotogramma cinematografico, una scena in divenire che lascia ampio spazio all’immaginazione. Un mondo romantico e raffinato in cui quattro personaggi misteriosi, ritratti tutti di spalle, tengono la scena in una dimensione fuori dal tempo. Il regista/pittore con i colori ad olio su tela racconta una
Jack Vettriano The Singing Butler 30x39 cm
storia che prende forma nella fantasia di chi l’osserva.
Se in The Singing Butler, Vettriano dipinge questa scena di amore in movimento in The Look of Love?, restringe l’inquadratura, elimina il superfluo, si concentra sull’energia dello sguardo, su una distanza carica di tensione. I due protagonisti sono su un tram di Milano, lui è seduto e osserva lei che indossa grandi occhiali da sole. L’opera racconta l’attimo, il momento prima di un gesto o di una possibilità. L’intensità di uno sguardo dipinto e armonizzato tra i colori del tram, gli abiti e nessun altro.
Jack Hoggan (1951–2025), nato a Methil e noto come Jack Vettriano, è un pittore scozzese di origini italiane. Quando divenne famoso adottò il cognome della madre, Vettriano, originaria di Cassino. Dopo aver iniziato a lavorare giovanissimo nelle miniere, a 21 anni ricevette in regalo un set di acquerelli e iniziò a dipingere da autodidatta. Per esercitarsi copiò i quadri di Edward Hopper e successivamente perfezionò uno stile suo proprio. Nel 1988 fu ammesso alla Royal Scottish Academy e, durante una mostra, i
suoi dipinti furono travolti dal successo, tanto da essere venduti tutti.
La sua pittura è una pittura di sensazioni, i soggetti sono apparentemente semplici ma l’uso del colore e la semplicità dell’attimo colto, racconta i grandi sentimenti universali. I suoi quadri non si guardano soltanto ma si vivono accompagnati anche da melodie di sottofondo che lui ha saputo suggerire. Vettriano per me è stato un colpo di fulmine, un amore nato ancora prima della vista alla mostra e confermato poi a Bologna e Milano. Il suo viaggio prosegue per Roma dove saranno esposte 80 opere da ammirare e vivere come scene di un film che scorre nella nostra immaginazione.
Dal 12 febbraio al 5 luglio 2026 presso: Palazzo Velli in Piazza S. Egidio n. 10 Roma info@palazzovelli.it Tel. +39 06 5882143
IL LUOGO DELLA MOSTRA
Jack Vettriano Love Italia 25,5x20 cm. Opera su carta museale - 2012 Jack Vettriano The Look of Love 63,7x73,7 cm. Opera su carta museale - 2010
Melting Pot
Fa’ la cosa giusta!
a cura della redazione IlBelViaggio
In programma da venerdì 13 a domenica 15 marzo 2026: “Di quante persone abbiamo bisogno (per cambiare il mondo)” a Fiera Milano Rho. Ingresso gratuito e un’area espositiva che copre 30mila mq: la prima fase di iscrizioni per gli espositori si è chiusa con un aumento del 23 per cento. Punta quindi a nuovi record Fa’ la cosa giusta! che nel 2025 ha avuto 52 mila visitatori.
Fa’ la cosa giusta! è nata da un’idea ed è organizzata da Terre di mezzo Editore oltre che da Insieme nelle Terre di mezzo Odv.
Lo scorso anno sono state 550 le aziende e le associazioni presenti nelle aree tematiche dedicate all’abitare sostenibile, al cibo e alla sana alimentazione, alla cultura e partecipazione attiva, alla cosmesi naturale e biologica, alla moda etica, ai prodotti e servizi per famiglie e bambini.
All’interno di Fa’ la cosa giusta! uno spazio crescente è dedicato al turismo sostenibile, in particolare con l’area della Fiera dei Grandi Cammini che, con i suoi 100 appuntamenti culturali e la presenza di tutte le associazioni del settore e quasi tutte le Regioni italiane, rappresenta l’appuntamento nazionale più importante.
Info: www.falacosagiusta.org
Mandorlo in Fiore nella Valle dei Templi
Giunta alla sua 78° edizione, la manifestazione Mandorlo in Fiore torna a diffondere messaggi di speranza, di armonia e concordia da Agrigento, la città della Valle dei Templi, dall'7 al 15 marzo.
All’ombra del maestoso Tempio della Concordia, sito Unesco, si susseguiranno eventi ed emozioni: Danza, musica, didattica, spettacoli, concerti, mostre, parate, animazione, intrattenimento, enogastronomia.
La manifestazione, organizzata dal Comune di Agrigento con il Parco Archeologico della Valle dei Templi, inizia con l’accensione del Tripode dell’Amicizia davanti al Tempio della Concordia, la fiaccolata e la parata dei partecipanti per le vie e nelle piazze della città.
Un calendario ricco di eventi per una festa che accoglie nel suo programma il Festival Internazionale del Folklore e il Festival dei Bambini del Mondo e che vuole continuare a diffondere nel mondo messaggi di concordia e di pace.
Info: www.parcovalledeitempli.it
Mark Rothko in mostra a Firenze
Dal 14 marzo al 26 luglio 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze presenta una grande mostra diffusa che esplora le risonanze più profonde che ebbe il pittore Mark Rothko con la città e il suo patrimonio rinascimentale. Curata da Christopher Rothko, figlio dell’artista, insieme a Elena Geuna, l’esposizione si articola in un percorso che unisce tre luoghi simbolo. Il cuore del progetto sarà a Palazzo Strozzi, dove verranno presentate opere dal 1930 al 1970, con dipinti monumentali molti mai esposti in Italia, provenienti dalla famiglia dell’artista e da collezioni e musei internazionali. Ma il dialogo si espanderà oltre le sale del palazzo: alcune opere entreranno infatti in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico al Museo di San Marco, mentre un’altra sezione troverà spazio nel vestibolo michelangiolesco della Biblioteca Medicea Laurenziana Info: www.palazzostrozzi.org
I risultati del turismo enogastronomico lungo la Strada del Vino Asolo e Montello
“Le tendenze confermano che l'enogastronomia è la prima motivazione per cui un turista straniero arriva in Italia –sottolinea Simone Rech, presidente Strada del Vino Asolo e Montello - e questo è confortante per l'attività di promozione e valorizzazione del vino dei prodotti tipici del territorio che stiamo portando avanti. Altro dato significativo è l'aumento delle presenze turistiche che nel 2025 si stima raggiungeranno quasi quota 300.000”.
Il monitoraggio dei flussi turistici evidenzia, infatti, che nel 2025, rispetto al 2024, si è registrato un + 16% di arrivi e un + 9,7% di presenze nel territorio di Asolo e Montello, con una permanenza media del turista di 2,7 notti. I turisti italiani arrivano principalmente da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna mentre gli stranieri che scelgono l’area come meta turistica sono provenienti principalmente da Germania, Austria e USA, mercati in cui il Prosecco registra importanti successi. Indicativa anche la spesa giornaliera di un turista sul territorio che si attesta su un valore di 130 – 145 euro/giorno, ben superiore alla media nazionale di circa 110 €, portando così un indotto diretto di oltre 41 Mln di euro.
Info: www.stradavinoasolomontello.it
Una speciale fortezza
domina il paesaggio pre-sahariano
Ait Ben Haddu
Autrice: Giulia Zampieri
Per raccontare Ait Ben Haddu - che si raggiunge dopo tre ore abbondanti di viaggio partendo da Marrakech, spostandosi nel Marocco sud orientale - facciamo appello, prima di tutto, alla vostra memoria cinematografica. Ce l’avete, quasi sicuramente: Massimo Decimo Meridio, nell’epico film Il Gladiatore, è all’interno di un’animata arena a Zucchabar, città della provincia romana della Mauritania. Sarà la sua ultima battaglia prima di essere ceduto come schiavo. Eretto, si guarda attorno, avvolto dalle voci del pubblico; è in quel momento che la camera da presa incornicia per pochi istanti uno sfondo singolare, una particolareggiata fortezza color sabbia. È uno dei frame in cui più inequivocabilmente si riconosce la suggestiva Ait Ben Haddu, una delle kasbah (qasba), ossia delle tipiche cittadelle nordafricane, più note e visitate del Marocco, nonché quella che risulta nel miglior stato di conservazione. È stata riconosciuta Patrimonio UNESCO già a partire dal 1987 ed è situata lungo La Strada delle Mille Kasbah, un percorso lungo centinaia di chilometri che si snoda fino al Sahara.
Un sito strategico
Il viaggio dalla vivace Marrakech ad Ait Ben Haddu potrebbe essere insidioso, specie per chi soffre l’auto, visto che prevede di valicare la catena montuosa dell’Atlante, caratterizzata da inaspettate vette che vanno dai 2000 ai 4000 metri d’altezza. Ma è un andare di rara bellezza: si sale da lunghe distese macchiate di rosso per raggiungere il candore delle cime innevate, per poi scendere, trasportati da strade sinuose, su spazi lunghi coperti da rocce e tozzi cespugli. Lungo il tragitto si incontrano poche abitazioni, sporadici e piccolissimi appezzamenti di erba medica e orzo, e qualche abbozzo di vita rurale in quello che sembra più uno scenario marziano che terrestre. È facile rimanere colpiti anche da mezzi improbabili
Legno intarsiato dentro a un edificio
che potrebbero invadere la strada con carichi di trasporto esagerati. Più facile a vedersi che a dirsi!
Abbandonando la via per Ourzazate, in favore della sinistra, si arriva diretti ad Ait Ben Haddu. Mentre si marcia con gli occhi incollati al finestrino (è inevitabile, sia che siate in auto che in pullman) l’immaginazione è facile che tenti di ricostruire il passato, quando su quest’area pre-sahariana l’asfalto e i turisti non c’erano e gli unici visitatori erano nemici o viandanti.
La storia e le origini non sembrano essere state rinvenute con precisione ma pare che il fondatore di questo approdo sia stato Ben Haddou, insediatosi in questo luogo con la propria tribù nel 700. La scelta, come spesso si conviene a distanza di secoli dall’apposizione degli insediamenti, fu mirata: la colla-
zione è strategica, avvalorata dalla presenza del vicinissimo fiume Ounila, anche detto Wadi Mellah o Ourzazate. Ma soprattutto, giunti in cima, la vista si posa indisturbata a trecentosessanta gradi su ogni angolo di paesaggio circostante, rendendo questa ubicazione privilegiata per controllare tutto il territorio.
Ecco perché questo sito era ambito e non ha perso valore e smalto nei secoli: oltre alla vocazione fertile (siamo su un’altura di un terreno coltivabile, un’oasi circondata da distese aride) era appetibile soprattutto per la posizione strategica. Lo ksar - così si può chiamare il villaggio berbero - di Ait Ben Haddu assunse la conformazione attuale, di struttura difensiva vera e propria, diverso tempo dopo il primo insediamento umano, nel XVII secolo.
Veduta lunga sul paesaggio circostante. Sullo sfondo le montagne dell'Atlante
È fascinoso pensare che Ait Ben Haddu si sia affermata come luogo di sosta: pare che qui giungessero lunghe colonne di dromedari carichi di spezie, oro, argento e altri materiali, sulle rotte commerciali trans-sahariane che collegavano la costa atlantica fino a Timbuctou, antica città a nord del Mali. Quando si percorre l’ultimo tratto di strada prima di raggiungere il nucleo cittadino sembra quasi di poter scorgere nella memoria del tempo la scia di mercanti che, lentamente, avanzano con i loro carichi verso la fortezza. È un contesto estremamente evocativo!
La sua materica magnificenza
Giunti nei pressi conviene abbandonare l’auto al primo posto utile e scendere piano verso la città storica, preferendo una via più suggestiva e nascosta al ponte principale, più frequentato dai numerosi avventori. La via alternativa prevede di attraversare il fiume Ounila balzando su una fila di massi che infrangono il corso d’acqua. Niente
paura: la portata è quasi sempre poca e il superamento è facile e veloce, a meno che non vi siano state copiose precipitazioni nelle ore precedenti. Nei periodi più torridi si cammina addirittura sul letto del fiume. Affacciato all’Ounila vi è il particolarissimo ksar, che si sviluppa in altezza, sfoggiando le torri angolari e alcuni disegni geometrici quasi impercettibili.
Un occidentale che approccia al villaggio antico di Ait Ben Haddu, o ad altre fortezze marocchine similari, nota però, avvicinandosi, soprattutto la trama speciale degli edifici, dovuta ai materiali di costruzione. Non vi sono i classici mattoni utilizzati per edificare le fortezze medievali, come si nota, per esempio, in tante località italiane o germaniche. La struttura è interamente composta da terra cruda, fango e paglia, materiali poveri e semplici ma gli unici reperibili in quest’area, che conferiscono delle fattezze incomparabili ad ogni tratto della costruzione.
La tentazione di lasciar scorrere il palmo
Foto di Simona Gallo
Foto di Simona Gallo
della mano sulle pareti per fare propria quella texture ruvida e materica è difficile da tenere a bada!
Sorprende anche apprendere che i tetti di copertura delle abitazioni sono invece realizzati con uno strato fittissimo di canne di bambù, su cui sono adagiate foglie di palma intrecciate a maglie strettissime.
Con tutta probabilità nessuno degli edifici contenuti dentro alla cinta muraria è originale, ma fa pensare il fatto che, verosimilmente, le modalità e i materiali di costruzione impiegati nella storia più recente siano gli stessi adottati nel periodo più antico. Quella di continuare a utilizzare materiali e tecniche di costruzione tradizionali evitando nuove costruzioni in cemento stata è una scelta atta a preservare la natura del luogo, come ricorda anche la pubblica-
zione UNESCO, ma anche il segnale che il progresso e l’introduzione di nuovi strumenti e tecnologie, in quest’area, non sia stato affatto rapido. Ciò viene confermato da altri fattori che si incrociano lungo il viaggio che da qui continua verso alle zone più remote e isolate del Marocco, sino al confine con l’Algeria.
Una città a tutti gli effetti
Il modello architettonico su cui si erge la cittadella di Ait Ben Haddu viene definito ghorfa (significa camera in arabo) per la presenza di stanze di immagazzinamento destinate a conservare le scorte alimentari come datteri e cereali, o altri beni, al fine di preservarli dagli attacchi nemici e, soprattutto, dalla siccità. All’interno della fortezza sono sorte le abitazioni in argilla, ma anche
Foto di Simona Gallo La vista da uno dei piani alti della fortezza
delle zone comuni, una moschea, delle stalle, uno o più granai (detti agadir, che per altro è anche il nome di una nota città costiera affacciata all’oceano Atlantico). Anche Ait Ben Haddou era molto legata alla produzione dal grano la cui coltivazione avveniva appena fuori dallo ksar.
Oggi lungo i vicoli si incontrano piccoli café in cui sorseggiare il tipico mint tea, ma soprattutto negozi e botteghe con oggetti tipici e rappresentativi della cultura marocchina, come tappeti e ceramiche (purtroppo, per onor del vero, abbondano anche gli articoli turistici).
Sono pochissime le famiglie che abitano ancora nella parte vecchia; la vita sociale, le principali attività economiche e di ospitalità si trovano nella parte nuova di Ait Ben Haddu. Il consiglio, per una visita silenziosa e ancora più suggestiva, è di recarsi al mattino presto, pernottando nei pressi per evitare evitare le orde di turisti, specie nei periodi di punta.
Uno sfondo privilegiato per il cinema
Nei mesi del 1999 in cui la troupe lavoravano al film di Ridley Scott che citavamo in apertura, alternandosi tra Italia, Malta e Marocco, le scenografie utilizzate nel cinema erano per lo più legate a contesti reali. La grafica moderna e le ricostruzioni digitali non erano consuetudine e forse nemmeno miraggi lontani. E dunque, quando i budget lo consentivano, il lavoro di ricerca della scenografia era spasmodico e cruciale. Per le riprese de Il Gladiatore la scelta è ricaduta su Ait Ben Haddu proprio per l’unicità di questo luogo, rivelatosi una perfetta ambientazione per il colossal storico in cui è protagonista Russell Crowe ma anche per decine di film, a cominciare dal lontano 1962, quando venne girato il primo lungometraggio, Lawrence d’Arabia
Nonostante il progredire della tecnologia e
l’affermarsi di studi e set artificiali, Ait Ben Haddu ha continuato ad essere, anche negli anni successivi, un set scelto e amato da numerosi registi, grazie al suo particolarissimo aspetto e all’aura storica che emana. Da La Mummia a Babel, da Gesù di Nazareth a 007 - Zona pericolo, da Prince of Persia al Trono di Spade: affissa ad un muro dentro al villaggio si può rintracciare la lista di tutte le produzioni girate qui. Passeggiare lungo le vie di questo luogo o arrampicarsi nelle colline attigue potrebbe diventare una sfida a chi riconosce per primo memorabili ambientazioni cinematografiche! E se siete cinefili l’esperienza può arricchirsi ulteriormente andando a Ourzazate a visitare gli Atlas Corporation Studios, uno dei più grandi studi cinematografici del mondo, e per questo definita l’Hollywood del Marocco.
Ait Ben Haddue scritto in berbero , Ayt Haddu; Ait Ben Haddue scritto in arabo
Foto di Simona Gallo
Foto di Simona Gallo
Dove dormire
MAISON D’HÔTES TIGMINOU
A pochi minuti di auto da Ait Ben Haddu una struttura rilassante in cui vige lo stile marocchino integrato ad un accento contemporaneo. Tigminou in berbero significa la mia casa.
Un luogo autentico che consente di connettersi alle usanze locali e alle tradizioni berbere, distribuito su più livelli, nel cuore di Ait Ben Haddou.
Aït Benhaddou 45100, Marocco
Tel. +212661941153
Dove mangiare
DAR AMGHAR RESTAURANT GREEN GARDEN
All’interno della fortezza un ristorante curato e accogliente in cui gustare piatti golosi e ben presentati.
Tel. +212769555021
Aït Benhaddou 45122, Marocco
AUBERGE AZADDOU TAMLALTE
Con una vista privilegiata, un indirizzo in cui mangiare i piatti tipici marocchini.
Tel. +212650892037
Ait Ben haddou, amerzgan 45100, Marocco
FUORDITALIA
La Valle del fiume selvaggio Vjosa in Albania
Tra natura, storia, cultura e cibi straordinari
Autore: Maurizo Davolio
Fenicotteri nella laguna di Vjosa-Narta
La Vjosa, in italiano Voiussa, è considerato l’ultimo fiume selvaggio d’Europa; del tutto privo di opere umane tranne i ponti, scorre liberamente con ampie anse dalle montagne greche, dove nasce, nell’Albania meridionale, e sfocia nel Mare Mediterraneo nelle vicinanze di Valona. Da alcuni anni è diventato Parco Nazionale e dall’anno scorso è riconosciuto come Riserva della Biosfera dall’UNESCO. Un fiume spettacolare, impetuoso in molti tratti, più tranquillo verso la foce.
Vi si pratica il rafting e le sue rive possono essere percorse a piedi, in bicicletta, a cavallo; vi si può praticare la pesca sportiva e alcuni punti sono balneabili. Nella parte più tranquilla ci si va in barca o in canoa. Le montagne attorno offrono tante opportunità di trekking, torrentismo, anche scalata e persino gradevoli aree termali. Un paradiso per il turismo outdoor.
Nel territorio circostante si possono visitare tanti siti archeologici, come Apollonia, Bylis e Amantia, antiche chiese ortodosse e luoghi storici che ricordano l’occupazione italiana, la disastrosa guerra italo-greca, la resistenza degli albanesi ai nazisti, il tragico regime comunista di Enver Hoxha.
Nello spettacolare sito archeologico di Bylis stanno riprendendo gli scavi affidati ad archeologi dell’Università di Bologna.
Di grande pregio la chiesa ortodossa di Leusa, dedicata a Santa Maria Dormiente, nelle immediate vicinanze di Përmet, un vero gioiello architettonico.
Nella laguna di Narta, a nord di Valona, un paradiso dei fenicotteri e per il birdwatching, si trova l’antico e ben recuperato Monastero dedicato alla Dormizione di Maria (Maria Theotókos); nelle vicinanze i bunker realizzati sulla costa dal regime di Enver Hoxha, liberamente visitabili e impressionanti.
Va anche ricordato che nelle vicinanze della Valle della Vjosa si trovano tre siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità, Girocastro, Berat e Butrinto. Un viaggio nel Sud dell’Albania deve includerli, ma ciò che colpisce i visitatori è anche la cucina locale, totalmente basata su prodotti del territorio e sapientemente riscoperta e proposta dai ristoratori locali.
Le specialità enogastronomiche
Nel territorio, fra Valona, Tepelene, Këlcyrë e Përmet, incontriamo tanti produttori di formaggi, yogurt, vini, raki, olio d’oliva, miele; le colline sono coperte da ulivi, nei prati pascolano greggi di pecore e capre.
I vini sono di ottima qualità, per lo più prodotti da vitigni di notorietà internazionale ma è in atto la riscoperta anche di vitigni autoctoni, come il volsh, un’uva rossa da cui si produce un vino non particolarmente scuro ma dal gusto intenso e robusto ed il Debine (una bianca tipica della valle di Përmet). Da visitare le cantine Perla e Balaj, non lontano da Valona, dove sono possibili degustazioni e scambi di idee con i gentilissimi produttori e le cantine Bjeko e Vresthi Pashaj nella zona di Përmet. In Albania non vige ancora al 100% la regolamentazione DOP e IGP, però alcuni vitivinicoltori si orientano verso i vini naturali.
L' interno dell'antica chiesa ortodossa di Leuse
Il raki, distillato tradizionale dei Balcani e della Turchia, si trova ovunque e in diverse varietà, viene offerto sistematicamente agli ospiti, diventa necessario trattenersi dall’eccesso di degustazioni! Da ricordare che in Albania il limite di tasso alcolico per la guida è come in Italia.
I formaggi sono prevalentemente freschi o di stagionatura limitata; va menzionato il raro Salce ne Shakulli, un formaggio che viene prodotto dai pastori negli alpeggi, versando progressivamente il latte di pecora o di capra nella pelle della stessa; un processo produttivo lungo, complicato, che troviamo descritto nell’Arca del Gusto di Slow Food da Giorgio Ponti, uno storico cooperante italiano; al ristorante Antigonea di Përmet il titolare taglia la pelle che contiene il formaggio di fronte ai suoi ospiti entusiasti, in un delirio di foto con i telefonini. Ma il prodotto forse più tipico e affascinante è il gliko, una composta che si ot-
tiene attraverso la lavorazione di tante varietà di frutta e di verdura: fico selvatico, ciliegia, noce, prugna, anguria, albicocca, pomodoro, uva, melanzana, limone, mandarino, arancia, pompelmo; il gliko è riconosciuto come presidio di Slow Food. Merita sicuramente una visita il negozio Bleta e Egëe a Përmet, che offre diverse varietà di miele e di prodotti dell’apicoltura. Tutti i ristoranti propongono cucina tradizionale; tanti hanno prodotti propri, coltivati in orti famigliari e in piccoli appezzamenti di terreno e spesso allevano animali da carne, da uova o da latte, oppure acquistano i prodotti da agricoltori nelle vicinanze. Spesso hanno propri piccoli impianti di trasformazione. Il ristorante Mane a Mallakster permette agli ospiti di assistere alla cottura del cibo, in particolare le carni, con tre sistemi di cottura, forno a legna, girarrosto e il tradizionale saç, un metodo antico alla brace, con il caratteri-
Il gliko accompagnato dal raki
stico coperchio a campana.
La cucina è molto varia e ricca, non è facile descriverla in modo sommario; prevalgono le carni, soprattutto di pecora, capra, anche di vitello, più raro il maiale; le carni sono sempre insaporite e impreziosite da gustose verdure; da tenere d’occhio nei menu in albanese Çomlek, Musaka, Mesnik, Kukureci; piatto tipico, molto comune ma con tante varianti il Byrek; frequente la selvaggina, la lepre, la pernice; strepitosi i dolci, spesso provenienti dalla tradizione turca.
I ristoratori sono sempre gentilissimi, spesso parlano o almeno capiscono l’italiano, e sono ben lieti di spiegare i piatti della loro cucina e di assistere gli ospiti nelle scelte; l’ospitalità fa parte della tradizione e del costume albanese, i prezzi sono equi, purtroppo raramente è accettata la carta di credito, però generalmente si può pagare anche in euro.
Nel territorio della Vjosa consigliamo, per i
pernottamenti, l’albergo Ervehe, a Përmet, realizzato nella riconversione di un antico e splendido palazzo storico; la guesthouse Elma, nella media montagna, dove si può visitare una ricca e commovente raccolta di reperti della guerra italo-greca e dove la signora Elma ci può raccontare la sua bella esperienza di raccoglitrice di erbe commestibili e officinali; ottimo l’agriturismo Bylis, situato vicino all’omonimo scavo archeologico, con una vista stupenda sulla valle e tante varietà di marmellata di produzione propria per la prima colazione; l’albergo e ristorante Adbert07 vicino a Mallakaster con tanti animali che popolano la sua terra e persino un allevamento di pesce. Per un viaggio in Albania consigliamo l’aereo o la nave e il noleggio dell’auto, con cui si può viaggiare in libertà e arrivare comodamente in tutti i luoghi di interesse, spesso sparsi nel territorio e non raggiungibili altrimenti.