

Tesori della Puglia Ostuni
ásturon
piccola città circondata da mura
Mito Storia Poesia
Maria Menna Colacicco
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agli eroi del quotidiano
Il nome e la pianta di una città raccontano
la sua origine e la sua storia
Alle radici di un amore
Ostuni è una città che vanta una preistoria millenaria e una storia le cui radici ci riportano molto indietro nel tempo, presumibilmente all’VIII secolo a. Cr. quando i coloni greci, allontanandosi dalla madre patria, cominciarono a trasferirsi qui da noi, nel nostro Meridione, nella nostra Puglia, e si amalgamarono con le genti locali in una reciproca osmosi economico – culturale così fiorente che gli stessi coloni definirono la nostra terra meridionale , Magna Graecia, la Grande Grecia. Grande non per estensione ma per lo spirito di accoglienza e per il livello culturale raggiunto rispetto alla loro stessa terra di origine.
Per motivi di sicurezza e di approvvigionamento si presume che siano giunti qui da noi navigando di cabotaggio lungo le coste dell’Albania da cui erano e sono visibili le alture della Puglia. Questo induce ad ipotizzare, con buona ragionevolezza, che il loro primo attracco stanziale in
terra italica sia avvenuto proprio sulle coste pugliesi.
Quella dei coloni greci non fu una dominazione, ma piuttosto una í , apoichía, un trasferimento di casa in una terra ospitale, un insediamento che, a lungo andare e con alterne vicende, divenne convivenza con gli autoctoni, una convivenza che, per merito loro e dei nostri progenitori, alimentò un modello di civiltà unico nella storia dei popoli.Tra l’altro coloni e residenti trovarono il loro primo, comune collante nella religione arcaica che li vedeva uniti nel culto della Madre Terra, Ghea per gli elleni, culto proprio dei primordi di tutte le civiltà, di cui, ancora oggi, si colgono tracce nelle zone boschive e negli anfratti rupestri del nostro territorio.
Gli agglomerati urbani residenziali, quelli fissi e permanenti del nostro Meridione, e quindi della Puglia – come d’altronde molti di quelli d’ogni altra parte della terra abitata – già prima della venuta degli elleni sorgevano nell’entroterra, prevalentemente su alture e lontani dal mare, in quanto il mare, soprattutto di notte, non favoriva operazioni di difesa alle incursioni dei pirati. Ma è con l’insediamento dei coloni greci che molte città meridionali in altura furono modellate stabilmente sull’esempio planimetrico della polis greca strutturata in tre zone:, tu\ e , in traslitterazione: acrò-polis, ástu/ásturon, chòra, ciascuna distinta da una propria specifica destinazione.
Con il termine acró-polis, città alta, era designata, appunto, la parte più

acrò-polis
ástu/ásturon
chòra
alta della polis. Dal valore soprattutto simbolico era quella in cui sorgeva il tempio dedicato alla divinità protettrice. Più giù, circondata da mura, si stendeva l’ástu, la città, al diminutivo asturon, piccola città.

L’astu era il cuore pulsante della polis, la zona in cui risiedeva il popolo, dove c’erano le botteghe artigianali, dove sorgeva l’agorà, la piazza, nella quale avvenivano incontri culturali, si negoziavano e si concludevano affari.
Infine, nel pianoro sottostante, fuori dalle mura che difendevano l’agglomerato urbano e il tempio, si stendeva la chora, ampia distesa di terra in cui, all’alba, si riversavano contadini, pastori e operai che ritornavano nell’ ástu / ásturon al tramonto prima che le porte delle mura di cinta si chiudessero per la notte.
La chóra, corrispondente all’attuale contado, era la zona più estesa della polis. Oltre ai campi per l’agricoltura e alle zone per il pascolo, comprendeva anche piccoli insediamenti sparsi e, se confinante con il mare, anche il porto.
Inoltre, fuori dalle mura, sparsi in zone boschive e rupestri vi erano i fana, termine con cui i latini, in seguito alla loro conquista, indicarono i degli elleni, in traslitterazione témenoi, recinti sacri dedicati al culto di divinità.
Ognuna delle tre zone planimetriche della polis – acrópolis, ástu\ásturon e chóra - aveva una propria specificità. Quando la specificità di una, in un modo o nell’altro, per i suoi fermenti e la sua importanza diveniva prevalente sulle altre due, il nome di quella zona, per antonomasia e con
valore onnicomprensivo, finiva con l’essere usato da solo per indicare l’intero agglomerato urbano fino a diventarne, poi, il toponimo ufficiale.
Nel corso del tempo Ostuni ha subito vari rimaneggiamenti e ampliamenti riguardanti sia l’assetto delle zone planimetriche, sia l’estensione oltre le mura dell’agglomerato urbano, tuttavia il nucleo originario, quello definito “borgo antico” o anche “Città bianca” – denominazione quest’ultima estesa poi ad indicare l’intera realtà geografica – ancora oggi, come nel passato, presenta l’antica struttura della polis greca

e la stessa destinazione delle zone planimetriche.

Nella parte alta, quella che un tempo era chiamata acròpolis, svetta la Cattedrale, il tempio della divinità cristiana, in sostituzione di quella pagana.

Nella parte sottostante la Cattedrale si apre l’attuale piazza dove, come nell’antica agorà greca, ancora oggi ci si incontra per intrattenersi, per discutere dei tanti problemi cittadini e privati, per incontri culturali, per concordare e decidere lavoro e affari.

Fuori dalle mura spazia l’ampia distesa dei campi, quella che un tempo era denominata chóra.
Inoltre, nel magico silenzio degli anfratti rupestri, in comunione fidente con la natura, tutt’ora s’incontrano zone sacre tra cui

il Santuario di Sant’Oronzo, patrono della città

ed anche le poderose mura, più volte restaurate e ricostruite nel corso dei secoli, che separano la parte alta e quella bassa della città dalla chòra, la pianura sottostante.
Non solo l’attuale planimetria ma anche lo stesso etimo Ostuni ci riporta alla grande storia della Magna Graecia. Il toponimo Ostuni, infatti, sulla base di rilievi cartografici, confortati dall’analisi storico-linguistica, con buona ragionevolezza deriva da ásturon, termine con cui veniva denominata la parte bassa di una piccola città circondata da mura.
Questa tesi è suffragata dalla toponomastica di antiche mappe nautiche e carte geografiche conservate negli archivi e nei vari musei italiani ed esteri, tra cui:
– la mappa in Commentarium in regii herculanensis musei aeneas tabulas heracleenses di Alessio Simmaco Mazzocchi, Napoli 1742;

– la carta geografica nella Sala dello Scudo di Palazzo ducale a Venezia risalente al 1762, rifacimento di un’originale cinquecentesca.
La mappa delle tavole di Eraclea, risalenti al IV/III sec. A. Cr, custodite nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, decifrate, tradotte e riprodotte dal Mazzocchi nella parte riguardante l’ubicazione e la delimitazione dei santuari di Dioniso e di Athena Polias, riporta, tra Brundusium e Fanum Veneris (l’odierna Fasano), ai piedi dell’ultima propagine delle Murge, la città Sturni, che, per posizione, collocazione geografica e simbolo identificativo della cattedrale, corrisponde alla nostra Ostuni.

La carta di Palazzo Ducale a Venezia riporta, tra Brindisi e Monopoli, la città “O tura”, con la esse gotica, corrispondente anch’essa all’attuale Ostuni. Ne fanno fede la posizione geografica e il simbolo cartografico di una torre rivierasca, corrispondente all’attuale torre normanno/angioina nel porto ostunese di Villanova.
Sturni, O tura e Ostuni indicherebbero, quindi, la stessa realtà geografica, per cui tutti e tre i topoi sarebbero degli allomorfi, vale a dire varianti di uno stesso archetipo individuato in ásturon.
Tale derivazione viene avallata, oltre che dai rilievi cartografici, dalla
conformazione planimetrica e dall’analisi glottologica, anche dalla sopravvivenza, nei tre topoi in esame, della sillaba stu nelle tre varianti e, soprattutto, della consonante r nelle due varianti più antiche.
Il simbolo oltre il simbolo
Oltre all’assetto planimetrico dell’antica polis greca, oltre alla derivazione del suo toponimo da ásturon e al folclore che condivide con tutto il Meridione, tra cui balli, musiche e canti, come la taranta, la pizzica e la serenata, di cui si parlerà in seguito, c’è un altro elemento attraverso il quale Ostuni, come tutto il nostro Meridione, ci parla di sé e del suo antico passato: la simbologia legata al cerchio.
Il cerchio, predominante non solo nella struttura planimetrica di Ostuni ma anche in tante altre sue realtà e consuetudini, non è solo una figura geometrica ma una teca di valori e di significato che, contestualizzata e decodificata, parla a noi della gente e della storia della nostra terra di ieri e di oggi.
Poiché ogni suo punto segna la fine ma anche l’inizio in una circolarità infinita e perenne, il cerchio, il più antico simbolo sacro comune a tutti i popoli, era ed è tutt’ora espressione dell’unione perenne con il Tutto, dell’aggregazione in armonia con la natura e con il fluire incessante della vita. Per i Greci era il simbolo con cui veniva rappresentata la dea Estía, dea del focolare e della famiglia, e, come la croce per i cri-
stiani, non mancava di essere presente ovunque con intento devozionale e propiziatorio.
Il colono greco, che si allontanava dalla sua terra per i tanti motivi che lo convincevano o lo costringevano a farlo, portava con sé una fiaccola accesa al fuoco sacro di Estía, dea della casa e del focolare, da custodire e alimentare nella nuova dimora a testimonianza non solo di una continuità mai interrotta con la terra d’origine ma anche del progetto di inserimento nella nuova comunità che lo accoglieva. Quella fiamma ardeva in casa, alimentava il focolare intorno a cui ci si riuniva a cerchio, radicava il senso di appartenenza alla nuova terra e alla nuova comunità.

La pianta di molte città antiche, le mura di difesa, la pianta di luoghi di aggregazione, quali teatri, arene ed altro, erano tutte a forma circolare come


le strade del borgo antico
l’originaria pianta di Ostuni

i vicoli che, assecondando la morfologia del territorio, si srotolano in cerchi concentrici intorno all’acropoli

la base conica di un trullo

il

l’asciugapanni da braciere, con base e cupola sferica.
Alle forme statiche si accompagnavano anche consuetudini giornaliere come l’aggregarsi in cerchio
braciere che in inverno riscaldava la casa

in casa, intorno alla pedana di legno su cui troneggiava il braciere, per raccontarsi di tutto e di più nei momenti di meritato riposo mentre gli uomini preparavano gli attrezzi da lavoro per l’indomani,

all’aperto, sullo spiazzo dell’aia, intorno alla nonna ad ascoltare rapiti i suoi racconti e ancora oggi

intorno alla brace.
Se, dovunque e da sempre, la fede nuziale, con il linguaggio simbolico della sua forma circolare, testimoniava e testimonia condivisione, amore e unione tra due creature nella totalità dell’ora e del sempre, qui da noi, oggi in Ostuni, ma anche in tutta la Puglia e nel nostro Meridione, alcuni prodotti tipici della culinaria tradizionale, tenendo fede alla loro simbologia sferica, concorrono di fatto anche ora, come segno beneaugurale di convivialità, a rinsaldare il legame amicale nella condivisa piacevolezza gastronomica. Tra questi


le frise con pomodoro olio e basilico, le orecchiette,



le pettole, la focaccia, il pane quest’ultimo segnato dalla croce a testimoniare devozione e ringraziamento alla divina Provvidenza.
La panificazione era compito pressoché esclusivo delle donne.
In quel tempo ormai lontano la massaia, a lavoro finito, sistemati i pezzi nella madia, li avvolgeva in un ultimo sguardo, si faceva il segno della croce, li copriva e li lasciava a lievitare. A lievitazione compiuta, se non aveva un forno suo a legna, cu lu tav lier ’n cap 1 , con il tavoliere in testa, li portava al forno pubblico dopo aver contrassegnato ciascun pezzo con una propria sigla perché non si confondessero con i pezzi degli altri.

1 leggere il grafema come suono vicino ad una e semimuta.
Come è nata Ostuni
Ostuni non è nata per una contesa, non è nata per volontà di un eroe famoso, per un fine messianico o come progetto di una volontà altra. Ostuni è nata per Amore, è nata dall’amore del vento, del mare, del sole… dall’amore per la terra, dall’amore di una stirpe di eroi vissuti nell’anonimato e nel silenzio, eroi del quotidiano che hanno dato vita e bellezza a questa collina.
È nata come nasce ogni creatura… voluta e desiderata.
La sua nascita è un inno all’Amore, un inno in cui divino e umano, Mito e Storia si fondono nella sintesi di un sentimento condiviso.

Mito
anima e cuore della realtà storica
Tanti e tanti anni fa, in Grecia, una giovane sacerdotessa, custode del fuoco della dea Estía, in cerca di rami per alimentare la sacra fiamma, giunta presso la riva del mare, esausta, si abbandonò in un sonno profondo.

Il vento, ammaliato, si fermò e il mare, incantato, trattenne i suoi palpiti poi... Poi il mare la rapì sull’onda e il vento la sospinse lontano…
oltre... oltre l’Egeo, oltre lo Ionio, fino alla piana degli ulivi e l’adagiarono qui, su questa collina... qui... dove, ancora oggi, il mare la vagheggia e il vento l’accarezza.
Storia
Se la pianta, il nome e le fonti storiche raccontano la storia di Ostuni, il folclore e l’opera quotidiana e incessante dei suoi figli le hanno dato e le danno un cuore e una voce che riecheggia non solo nella memoria ma soprattutto nei vicoli e nella vita di ogni giorno, lì dove il mito diventa storia e la storia mito.
Molte e pregevoli sono le opere di autori locali che parlano di Ostuni, tante le composizioni poetiche in italiano e in lingua locale ispirate a questa meravigliosa città, molti i personaggi illustri, che l’hanno resa e la rendono famosa, di cui si ha meritata memoria, ma soprattutto tanti e tanti sono coloro che, nel silenzio e nell’anonimato, con impegno e dedizione costanti, per dovere e per amore, hanno contribuito e contribuiscono ancora oggi a renderla grande: allevatori, arrotini, artigiani, artisti, attori in vernacolo e non, banditori, bottegai, carcaruli (cavamonti), casalinghe , commercianti, contadini, curd lar ( operai addetti alla manifattura delle corde), diaconi, fabbri, falegnami, farmacisti, fotografi, frantoiani, geometri, imbianchini, impiegati, infermieri, ingegneri, insegnanti, massari, militari di leva e di professione, muratori, operatori in associazioni benefiche, culturali e della comunicazione, operatori ecologici e sanitari, paretari (costruttori di muri a secco), pescatori, poeti, porta p ddastr ( portalettere degli innamorati), postini, potatori, professionisti vari, sacerdoti, sarti, scalpellini, scrittori in vernacolo e in lingua italiana, sol-
dati, quelli tornati a casa e quelli morti al fronte – ognuno di questi ultimi ricordato da un albero nel cittadino Parco della Rimembranza - sportivi, strilloni, trullari, venditori ambulanti... e – perché no? – anche loro... gli ingenui del paese, quelli, come Pasquale lo scemo di papà, in gergo Pascal lu pacchiaron d tata, espressione che, preceduta da un fischio e canticchiata ad alta voce, fu usata come richiamo di raccolta dagli ostunesi dispersi nel mondo per motivi di lavoro... e ancora F delu lu uerc , Fedele il cecato, N cola la banna, Nicola la banda, che, con la loro incosciente, ingenua e disarmante bonomia, donavano momenti di sorriso e di spensieratezza alleggerendo, in chi li incontrava, il peso delle fatiche giornaliere... Tutti hanno costruito e scritto nella quotidianità la storia del nostro paese e quella del nostro folclore... Sono tanti... proprio tanti, tra cui, anche e soprattutto, quelli non ricordati... padri, madri, figli dai mestieri, arti e professioni le più disparate. Sono loro gli eroi, quelli che, linfa operosa e incessante, nell’anonimato della comunità cittadina, hanno dato e danno vita ancora oggi, giorno dopo giorno, alla storia di Ostuni, al suo folclore e alla sua bellezza imperitura.
Come sarebbe Ostuni senza la bianca collina, senza le sue case strette in un abbraccio tenace e fidente intorno al tempio divino, le une e l’altro quasi in ascesa mistica e devota verso il cielo? A questa domanda il pensiero va ai tempi che furono, al presente, alle fatiche dei nostri eroi conclamati e dei tanti anonimi, alle belle e buone cose per le quali lottarono
e lottano ancora, alla loro fede nel divino e nella terra bagnata dal sudore, ai sacrifici e alle rinunce, all’amore per la famiglia e per la comunità cittadina. Ti accorgi allora, per le vie della città, tra i vicoli del borgo antico, nella magia del suo candore, nel silenzio e nel fruscio delle fronde che le fanno da corona, ti accorgi che l’amore ha scritto e continua a scrivere la storia di questa città, storia che ridiventa mito perché a costruirla sono stati e sono loro gli eroi della Magna Graecia, quelli che, con caparbia abnegazione, con dedizione e a ritmi costanti, per necessità e per amore, nelle botteghe e nei vicoli, per le strade e nei campi, nell’anonimato o meno della vita di ogni giorno le hanno dato e le danno quotidianamente linfa e anima che parla ai cuori e li stupisce e li ammalia.
Erano e sono loro gli eroi del nostro Meridione, della Puglia, di Ostuni, la Città Bianca. Sono loro, gli eroi grandi e piccoli, quelli che, nella gioia e nel dolore, tra fatiche e spensieratezze, lavorando, pregando e danzando, oggi come ieri si prendono cura di questa città non trascurando mai di alleviarne le ferite e, a ritmi costanti, di ridarle splendore e vigore con il bianco latte della calce, con la stessa apprensione e lo stesso amore con cui un padre e una madre si prendono cura della propria creatura. Sì, perché le mura erano e sono parte della loro vita e della loro famiglia, erano e sono quelle che abbracciano, creature che non chiedono nulla ma, come i bimbi, hanno bisogno d’essere amate e protette.

Lo testimonia la tenerezza dei termini dialettali con cui si indica l’intervento dell’imbiancatura: lén r e allattà, lenire e allattare, lenire le sofferenze della città e ridarle vita e vigore con il bianco latte della calce per poi godersi l’incanto rapiti...

...in una veglia d’amore
Quando il pensiero corre a loro, agli eroi senza nome, storia e mito, fatica e amore diventano...
Poesia

Bianca Vestale
Dai templi lontani di Estia sui lidi messapi approdasti
sospinta dal vento, rapita dal mare.
Allor che dal sonno ridesta
ti arrise la terra incorrotta, di pace fremesti, creatura solare.
Nell’aria fulgente ed aprica, dai taciti campi accogliesti
l’invito a restare,
creatura divina.
Dal colle mutato in altare
al cielo mandasti gli incensi di un fervido priego, mia bianca vestale.
A Ghea, tua madre divina, chiedesti una stirpe feconda di eroi senza nome per questa collina.
E venne la stirpe. Rivolse
le piote, caparbia, ostinata, bagnò di sudore le zolle assetate.
Al cielo dai campi saliva, siccome devota preghiera, fidente ed onesta la loro fatica.
E l’arida terra divenne un lembo ridente di cielo e il colle un diadema per te, sua regina.
Tu, a sera, stendevi sul desco la bianca tovaglia dei padri, fragrante di pane, di spighe assolate
Di notte sul colle vegliavi e accesa tenevi la fiamma del pio focolare, o bianca vestale.
Tu vegli ancor oggi materna dall’alto di questa collina, austera e regale siccome regina.
E, persa nel magico incanto, la stirpe operosa sospira: - Io t’amo, sì, t’amo, creatura divina!

Regina degli ulivi
Dal vento favonio sospinta
sull’onde increspate del mare ai lidi messapi approdasti, tu, bianca vestale. Il verde silenzio ti accolse sui taciti fianchi del colle e il piano di tutti gli ulivi regina ti volle.
Sciogliesti la candida veste che ancora ti rende più bella, tessuta di gocce di luce ti adorna e ingioiella.
Ti guarda il passante e sospira, il figlio ti porta nel cuore, per te si rabbuffano i venti gelosi in amore.
E quando si acqueta la terra e il fremito tace d’incanto ti intona il respiro dei campi un tenero canto
D’estate tu ascolti rapita
siccome in un sogno sospesa le tremule note dei grilli nell’arida attesa.
Al tenero soffio di Zefiro t’ammanti di nuova malia. nel bianco vestito da sposa diventi poesia.
Allor che il mattino si desta e i campi percorre una brezza e un nembo di effluvi odorosi si spande ed olezza, il sole ti indora la veste, la brezza ti scioglie i capelli, ti sparge la fresca rugiada di roride perle.
E quando al riposo ti affidi allor che la sera discende, su te una trapunta di stelle il cielo distende.
E, mentre tu placida dormi, risplendi, diadema regale, del palpito di mille luci al raggio lunare.

Terra Madre
Se Ostuni conserva ancora i tratti fisiognomici dell’antica città greca, per millenni, nel suo grembo, ha conservato anche la testimonianza
stessa del suo essere accoglienza e madre. Ce lo svela il reperto archeologico, databile intorno ai 28.000 anni fa, di una giovane donna gravida, con il feto di otto mesi ancora in seno,

unico esemplare al mondo come evocazione dell’amore oltre i limiti del tempo e dello spazio.
Amore che è vita, che accoglie, che asciuga lacrime e rifocilla come testimonia la storia della Puglia di ieri e di oggi, storia di fatica, di sogni e solidarietà, storia di cui si riportano solo due immagini significative di un evento epocale più recente, quello del 1991, dei naufraghi in fuga dall’Albania

sbarcati nei nostri porti

accolti e rifocillati dagli abitanti e dalle istituzioni.
La Puglia, legata ai valori del passato e proiettata verso la pace, come tutta la Magna Graecia di ieri e di oggi, è ed è sempre stata terra di accoglienza ed Ostuni, fedele alla sua terra e alla sua storia, ha saputo operare una sintesi tra antico e moderno con grande equilibrio e saggezza. Vive il passato e il presente con lo stesso spirito di ricerca e di curiosità, con lo stesso empito e amore per cui, senza alcuna frattura, il passato ritrova il suo fascino nel presente e il presente il suo entusiasmo nel passato.
Da ásturon ad Ostuni
La tesi secondo cui il toponimo Ostuni derivi con buona ragionevolezza da ásturon, piccola città circondata da mura, è suffragata da rilievi cartografici dai quali emerge che alcune città, storicamente sedi di coloni ellenici, risultano aver derivato il loro nome da una delle zone della polis che più le caratterizzava. Si pensi, per esempio, ad Agropoli, città in provincia di Salerno, e a Policoro, in provincia di Matera, toponimi composti dal nome generico polis e dall’aggiunta del nome di quella parte della polis che più e meglio delle altre le identificava come realtà geografica ed urbana, rispettivamente per l’una e per l’altra, da cui Agro-poli e Poli-coro. Il toponimo Ostuni deriverebbe da ásturon in quanto questa zona mediana della polis, con i suoi fermenti e la sua vivacità economica basata su scambi, incontri e relazioni, dovette imporsi a tal punto sulle altre due che nella lingua parlata finì con l’essere usata come termine traslato per indi-
care l’intera realtà geografica, così come oggi la denominazione Città bianca che, mentre in origine indicava il solo borgo antico, oggi viene usato in modo traslato per indicare la città in tutta la sua estensione geografica.
Quali poi, nel tempo, siano stati i meccanismi intercorsi nel passaggio dal lemma ásturon all’attuale Ostuni ce lo spiega la linguistica storica, detta anche glottologia, che studia in diacronia lo sviluppo di una lingua parlata.
Secondo tale disciplina i meccanismi che sistematicamente intercorrono o sono intercorsi nel processo di evoluzione di una lingua parlata rispondono soprattutto ad una esigenza di base del parlante, quella del risparmio fonatorio che, seguendo particolari tendenze prevalenti in una comunità di parlanti piuttosto che in un’altra, ha portato e porta una stessa parola o anche una struttura grammaticale ad esiti finali differenti da luogo a luogo. Si pensi alle lingue neolatine e ai vari dialetti di zone
confinanti che, pur derivando le une e gli altri da uno stesso ceppo, risultano lessicalmente, foneticamente e grammaticalmente difformi.
Partendo da questo dato di fatto e confrontando i due lemmi, l’originario ásturon e l’attuale Ostuni, emerge quanto segue:
a) lo spostamento dell’accento tonico da à di àsturon a stù di ostùni;
b) la trasformazione del fonema iniziale à di à-sturon nel fonema o di ostùni;
c) la caduta della ro atona di àstu-ro-n nell’esito ostù-ni;
d) l’aggiunta della i finale, assente in ásturon e presente nell’etimo finale ostùn-i.
Secondo l’analisi glottologica
a) Lo spostamento dell’accento tonico dalla à di à-stu-ron alla successiva sillaba stu nell’esito finale o-stù-ni è dovuto alla tendenza nella lingua parlata italiana a prediligere la forma piana rispetto a quella sdrucciola o bisdrucciola, tant’è che la maggior parte delle nostre parole sono piane, contrariamente a quelle della lingua francese prevalentemente tronche.
b) La trasformazione della a di à-sturon in o del lemma ò-stùni è dovuta al fatto che la a ha subito il processo di attrazione-semplificazione fonatoria da parte della sillaba tonica stù, per cui il passaggio, più immediato e spontaneo, da à-stu ad o-stù.
Da notare che il processo di attrazione-semplificazione fonatoria è un fenomeno costante nella evoluzione linguistica, un processo che porta ed ha portato la lingua parlata ad una struttura sillabica e ad un impegno fonatorio più semplice e immediato.
c) La caduta della sillaba atona ro di á-stu-ro-n nell’esito o-stù-ni è dovuta anch’essa all’esigenza di semplificazione fonatoria della lingua parlata che porta alla caduta soprattutto delle sillabe atone, in quanto deboli e, quindi, più soggette all’espunzione.
d) L’aggiunta della i nell’esito finale Ostun-i è dovuta alla tendenza predominante nel processo evolutivo della lingua italiana a terminare le parole quasi tutte in vocale, contrariamente a quanto accaduto nella lingua francese. D’altronde, delle cinque vocali, la i, già presente nel toponimo Sturni
della carta in Commentarium di A.S.Mazzocchi, è quella che, nel processo di fonazione, si assimila più facilmente alla consonante finale n.
È così che, partendo dall’etimo originario ásturon, piccola città, attraverso i vari mutamenti avvenuti nel tempo ad opera dei parlanti, prima ancora che la lingua ufficiale con la scrittura ne codificasse l’esito finale, si è giunti all’attuale Ostuni.
Pur se codificato da regole grammaticali, il processo di trasformazione di una lingua parlata per certi versi si rallenta notevolmente ma non scompare del tutto. Più che mai continua ancora oggi sotto la spinta di nuove e pressanti sollecitazioni, tra cui quella di una koinè sovranazionale, una lingua che risponda alle esigenze del mondo di oggi aperto alla globalizzazione.
Comunque, Ostuni non è il solo luogo o la sola città a vantare la sua origine toponomastica da ásturon. In Italia e nell’Europa mediterranea diverse località deriverebbero il loro attuale toponimo da ástu/ásturon, pur con esiti finali differenti obbedendo alle dinamiche di trasformazione già espresse in precedenza. Per citarne solo alcune: il Principato delle Asturie in Spagna, Asti in Piemonte, Istria, penisola dell’Adriatico, Sturni, antico sito della Calabria presumibilmente oggi Scigliano, l’isoletta Astura nel Lazio e, per ultima, ma non ultima, Sturno, città campana in provincia di Avellino, i cui abitanti sono detti sturnesi, termine legato da un’ evidente parentela con il nostro ostunesi.
Storia e radici del nostro folclore
L’anima delle nostre antiche origini e, quindi, quella della Magna Graecia, aleggia ancora oggi nelle vie, nei vicoli e nelle campagne del nostro Meridione, nelle vie, nei vicoli e nelle campagne della nostra Puglia e della nostra Ostuni. Aleggia nella taranta, nella pizzica e nelle serenate dei moderni aedi e rapsodi che alimentano e tengono accesa la fiamma dell’amore con danze e canti al suono di nacchere, tamburello, chitarra, fisarmonica, mandolino ed altro.
Quando si parla di tradizioni e costumi di una comunità, grande o piccola che sia, di un popolo, di una regione o di un paese, la voglia di saperne di più porta a ritroso nel tempo per coglierne radici e motivazioni. Tuttavia, a volte, per mancanza di fonti o di documentazioni comprovate, la ricerca porta a risultanze discordi e, per ciò stesso, confuse e contraddittorie. Tanto prevale negli esiti di ricerca sulla origine della taranta, della pizzica e della serenata che, nonostante alcune trasmigrazioni in altre zone, hanno connotato da sempre, solo ed esclusivamente, il folclore del nostro Meridione.
Proprio questo loro in-sistere e per-sistere da tempo immemorabile come espressione folcloristica identitaria del Sud d’Italia ci induce a ritenere che le ragioni del loro essere vadano ricercate non in un accidente fortuito, genericamente focalizzato e ad libitum arricchito e dilatato, ma nella storia stessa del nostro Meridione a partire dalle testimonianze preistoriche per giungere a quelle storiche quando, unificato da una prosperità
economica e culturale, con orgoglio e a ragione, il nostro Meridione fu denominato Magna Graecia. È proprio qui, nella preistoria della nostra terra e nella sua storia, che vanno colti i segni di impianto e di gestazione di buona parte del nostro folclore, tra cui, in particolare, quello in oggetto.
Taranta e pizzica
Per quanto attiene la taranta e la pizzica, l’indagine eziologica, per la verità, è abbastanza complessa sia perché mancano documenti espliciti di riferimento ai quali attingere, sia perché alcune convinzioni folcloristiche, non rigorosamente motivate, risultano ormai così saldamente radicate nell’immaginario collettivo da renderne quasi impossibile la rimozione come, ad esempio, quella secondo cui la taranta e la pizzica siano la riproduzione mimica delle reazioni convulse al veleno di un ragno, sintomatologia ampiamente smentita dalla semeiotica medica. Tra l’altro, questa ipotesi lascia insoluto soprattutto un perché: Perché la tarantata o la pizzicata è solo la donna e non il maschio?
La ragione è da ricercarsi, appunto, nella preistoria e nella storia del nostro Meridione.
L’insediamento dei coloni greci nel nostro territorio, a cominciare dall’VIII secolo a. Cr, determinò, come conseguenza, un reciproco scambio di cultura, di usi e costumi tra gli immigrati ellenici e gli autoctoni, scambio favorito dal culto reciproco della Grande Madre Terra, culto comune a tutte le civiltà arcaiche, presente allora in Grecia come nella
Puglia, nel nostro Meridione e, ancora oggi, in alcune etnie indigene dell’Asia, dell’Amazonia e dell’Oceania.
Prettamente al femminile per la stretta corrispondenza tra la donna e la terra, il grembo delle quali è fonte di vita, il rito era curato e celebrato esclusivamente da donne. Si celebrava a stretto contatto con la terra e si celebra ancora oggi, dove praticato, al suono di strumenti musicali a corde e a percussione, con canti e danze dapprima lente poi viepiù esagitate, fino al deliquio, momento di totale abbandono e congiungimento al divino.


Da notare che la danza e il canto, come rituali e forme di preghiera, si ritrovano nel racconto biblico e ancora oggi nei riti della nostra tradizione cristiana, quali la messa cantata, la processione ritmata da canti e, in alcuni paesi, seguita o preceduta da danzatori e saltimbanchi. Probabilmente anche l’espressione Madre Chiesa potrebbe essere semanticamente una sopravvivenza del raccordo con l’antico culto della Madre Terra, culto che, come quello di alcune festività cristiane, quali Natale e
Pasqua, si celebrava solennemente soprattutto in autunno e in primavera, i due momenti del ciclo biologico della Terra strettamente corrispondenti a quelli della donna. Solo in seguito, con la partecipazione del maschio alle danze corali in onore della Madre Terra – in greco , danze dell’utero della terra / danze della terra matrice – si aggiunsero anche le fasi del corteggiamento, della seduzione e dell’innamoramento, fasi che, con l’avvento del cristianesimo, furono espulse dal rito religioso perché ritenute troppo profane e sopravvissero come folclore nelle odierne versioni pagane della taranta e della pizzica nelle quali ancora oggi permane predominante il ruolo femminile.





danze corali in onore della Madre Terra
Taranta Pizzica
Questo retaggio storico spiega non solo la centralità della figura femminile nel folclore coreutico dei due balli in questione ma anche perché la tarantata e la pizzicata è solo la donna e non il maschio.
Da notare, inoltre, che i due balli, quello della taranta e della pizzica, oltre a condividere la centralità della figura femminile, presentano tra loro evidenti somiglianze musicali e coreutiche, come saltelli, movenze e ritmo, il che lascia supporre che entrambi siano derivati da un unico ceppo, quello, appunto, del rito pagano della Madre Terra, e che le differenze, che oggi li dividono e li connotano, siano dovute alla diversa evoluzione delle due distinte ramificazioni dal comune ceppo d’origine.
Tali ramificazioni, nel tempo, si sarebbero diversificate tra loro a tal punto da essere connotate in seguito anche da due differenti termini lessicali: taranta l’una e pizzica l’altra.
Un dato a conferma della stretta parentela tra i due balli viene suggerito anche dalla reciproca concomitanza etimologica e fonetica dei due termini: taranta e pizzica.
L’uno, dal verbo greco - in traslitterazione tarasso, in traduzione agitare, sconvolgere - etimologicamente connota la caratteristica frenetica del ballo e foneticamente, con l’allitterazione sillabico-accentuativa di ta e ran…. tà——ta-ràn-ta-tà——-tà——taràn-ta-tà, ne riproduce anche il ritmo.

L’altro, pizzica pizzica, con cui si suole indicare il ballo eseguito dalla donna sulle note di uno strumento suonato dal maschio, etimologicamente evoca una ripetuta provocazione e foneticamente, con la reiterata battuta sillabicoaccentuativa di pì...zzi-ca- pì...zzi-ca, sembra riprodurne anche il ritmo.

D’altronde, nella storia della musica, tra i generi musicali canonici, con il termine pizzicata si indicava e si indica ancora oggi un’esecuzione musicale ottenuta non scorrendo ma pizzicando con le dita le corde di uno strumento ad arco.
Queste affinità e somiglianze confermerebbero, come dati di fatto, l’ipotesi della stretta parentela dei due balli e della loro comune origine dalle danze in onore della Grande Madre Terra.
Serenata
Per quanto attiene, invece, l’indagine eziologica della serenata, la soluzione è molto più semplice in quanto può avvalersi di una documentazione storica di riferimento chiara e inequivocabile: il , in traslitterazione paraclausithyron.
Di contro alla mattinata, composizione poetica più recente e dai toni più lirici, la serenata, probabilmente dal latino sero nancta, giunta a tarda ora, affonda anch’essa le radici in quel periodo storico quando i coloni greci, oltre ai culti religiosi e ai riti ad essi connessi, importarono e diffusero nel nostro Meridione il paraclausithyron, in traduzione letterale lamento presso la porta chiusa, in traduzione espansa lamento dell’innamorato dietro la porta chiusa dell’amata.
A sera o nel buio della notte, sotto la finestra o dietro la porta chiusa della donna amata, l’innamorato, da solo o con amici, al suono di uno strumento musicale intonava il suo canto di sofferenza, di implorazioni e di richiesta d’amore, ricorrendo anche, per celia o per davvero, a mi-
nacce e ad anatemi nel caso o nel timore di un rifiuto.
In altre versioni più idilliche l’innamorato omaggiava la donna amata con lodi e le prometteva amore eterno.
L’odierna consuetudine amatoria della serenata ha sostanzialmente la stessa funzione e ricalca lo stesso rituale dell’originario paraclausithyron per cui l’analogia tra i due è indubbia come è indubbia la pervasività dell’amore, del canto, della musica nel tempo e nello spazio, oltre il tempo e lo spazio.
Nato nella notte dei tempi e tramesso oralmente, il paraclausithyron divenne, in seguito, un genere letterario tipico della poesia elegiaca greca.
Introdotto nel nostro Meridione, fu poi ripreso dalla poesia elegiaca romana, in seguito dalla poesia trobadorica, da quella medioevale e vive ancora oggi, qui da noi, nel nostro folclore come manifestazione d’omaggio cortese anche ad una vecchia amica.

Gesto di tenerezza e nobiltà d’animo dell’altra metà del cielo, il maschio, capace, nell’incontrare una donna, di sussurrare a se stesso uno tra i più nobili e sofferti sospiri mai emessi: quann iess la bella f nsigna lu sol s’ncappella. In traduzione: quando esce la bella persino il sole si incappella...
Come a dire: una donna irradia tanta luce intorno a sé che, quando esce, persino il sole si mette il cappello per farsi ombra e non essere abbagliato... Magra consolazione per il povero spasimante ma per la donna, seppure inconsapevole, una galanteria senza pari!
Eravamo la MAGNA GRAECIA
culla della cultura occidentale
A cominciare presumibilmente dal secolo VIII a. Cr, quando il nord
d’Italia e d’Europa vivevano ancora la loro “preistoria”, il Meridione
d’Italia, designato dagli stessi coloni greci con il toponimo Magna Graecia, viveva e alimentava una cultura che avrebbe impregnato di sé e contraddistinto tutto il mondo occidentale, e non solo, per i suoi valori e con risonanze da sempre e per sempre vivi ed attuali. Basti pensare allo spirito di accoglienza e convivenza pacifica, alle tante scuole e ai tanti personaggi illustri che qui si stabilirono e ai tanti altri che qui nacquero e vissero, poeti, filosofi, storici, tra cui – solo per citarne alcuni – Archimede, Empedocle, Erodoto, Eschilo, Parmenide, Platone Stesicoro, Teocrito, Zenone...
Se mai ricordassimo questo nella sua reale portata conosceremmo di più e meglio il nostro presente perché la Magna Graecia, orgoglio e vanto della storia umana, incunabolo della grande cultura occidentale, eravamo noi, le nostre città, la nostra Ostuni, la nostra Puglia... era il Meridione d’Italia, il nostro Meridione.
FOTO DI FAMIGLIA
















































































Dando la precedenza alle donne per gentile e concorde imposizione dell’altra metà del cielo ringrazio
in ordine alfabetico
per i disegni
Lina Apolito
per le ricerche, la documentazione e l’editing fotografico
Mariangela De Anna
Amalia Menna
Roberta Menna
Marica Narracci
Nicoletta Narracci
Giampiera Quartulli
Donato Coppola
Beniamino Farina
Piero Lapenna
Salvatore Valente
Elio Vita
Andrea Zaccaria
Lillo Zaccaria
Tutti i miei figli per la pazienza e la disponibilità mai negata in questa evenienza i tanti altri ancora a cui ho chiesto suggerimenti e consigli ai quali, tutti, mi lega l’amore per Ostuni, per la Puglia, per il nostro Meridione, , la nostra Magna Grecia
La maggior parte delle foto in Album di famiglia provengono da privati cittadini ostunesi che ringrazio; altre, sempre relative alla Puglia e al nostro Meridione, provengono da altre fonti.
Biografia
Maria Colacicco Menna nata ad Amorosi (Benevento) vive ed opera nella magica “Città Bianca”.
Laureata in Lettere ha insegnato Storia dell’Arte, Italiano e Latino nelle scuole statali.
Direttrice del periodico culturale ostunese “Orizzonte”, ha collaborato con testate giornalistiche pubblicando recensioni, articoli e saggi. Ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali di prosa e poesia, ha partecipato a programmi culturali e dibattiti su reti televisive locali e nazionali. Per i suoi libri, alcuni adottati nelle scuole, ha ricevuto menzioni di merito di cui in particolare ama ricordare quella del dirigente Generale dell’Istruzione Classica, Scientifica e Magistrale, dr. G. Trainito, per il suo libro «Pensieri in blue-jeans” definito di “impegno pregevole”.
LIBRI PUBBLICATI
La nonna racconta (Grafischena, Fasano 1977); ‘O core e’ Napule (Grafischena, Fasano 1980); Favole e realtà, la favola come documento storico (Grafischena, Fasano 1981); Il cantastorie del Sud (Artigrafiche Pugliesi, Martina Franca 1987); Pensieri in blue jeans (Neografica, Latiano 1996); Dai templi di Estia (Poligrafica Ruggiero, Avellino 2003); Magia del tempo che fu (Poligrafica Ruggiero, Avellino 2007); Oltre per amore (Albatros 2012); Catullo e Lesbia, canto d’amore (Armando Editore, 2014); Dammi la mano (Locopress, Mesagne, 2019)
Finito di stampare nel mese di febbraio 2024 a cura della Faso Editrice negli stabilimenti tipografici di “Grafica 080 srl” di Modugno (BA)
