Puglia: nel nome la storia

Page 1


Maria Colacicco Menna

PUGLIA

Nel nome la storia

Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione e la pubblicazione con qualsiasi mezzo e la totale o parziale diffusione dei contenuti senza l’autorizzazione scritta dell’Autore.

Il sapere non è mai statico ma sempre in continua effervescenza.

Si parte dai libri di scuola per giungere, attraverso ricerche, analisi e riflessioni, a consapevolezze più ampie e più vicine alla verità dei fatti.

Toponomastica

Il nome e la pianta di una realtà geografica ne raccontano l’origine e la storia

La toponomastica, studio scientifico dei nomi di un luogo, fa parte di quella branca della linguistica che studia il nome di una certa area geografica per coglierne l’origine, l’evoluzione, le relazioni e le correlazioni varie. Il nome di un luogo, infatti, non nasce mai per caso ma da peculiarità che lo caratterizzano e lo contraddistinguono per cui, oltre ad indicare quel luogo e non un altro, il nome, al pari dei cimeli archeologici e delle fonti storiche, è una teca di informazioni che, portate alla luce, indagate e studiate, permettono di entrare non solo nei meandri della storia ma anche e soprattutto nelle nebbie della preistoria di quel luogo.

Mancando di fonti storiche a sostegno della mia ricerca, mi sono affidata alla toponomastica per entrare nella preistoria della Puglia, dal silenzio e dalle ombre della quale emergono i nomi dei primi abitanti. Ne cito solo alcuni: dauni, peucezi, messapi, iapigi e, per finire, apuli. Ma, strada facendo nella ricerca, ho rilevato che c’è una differenza tra i primi menzionati e l’ultimo. Ciascuno dei primi è in rapporto diretto con

il luogo di insediamento, da cui ha preso o a cui ha dato l’etimo di appartenenza: daunia, peucezia, messapia, iapigia, invece apuli, nonostante alcune ipotetiche congetture, per mia consapevolezza, acquisita e corroborata nel corso dell’indagine, non solo non indicherebbe una singola etnia ma, al contrario dei primi, nella sua funzione aggettivale definirebbe uno stato d’essere non di una parte ma di tutte le parti del territorio, per cui, se ciascuno dei primi etimi designa singolarmente e geograficamente una parte della nostra regione, invece apuli designa una peculiarità condivisa da tutte le parti, peculiarità che, oltre a caratterizzarle, le accomuna tutte in un’unica realtà storica e territoriale.

In mancanza di fonti certe e di testimonianze inoppugnabili al riguardo, sempre attraverso l’indagine toponomastica, ho cercato di cogliere elementi probanti che facessero luce non solo sul significato ma anche sulla motivazione causale del topos Puglia che, tra l’altro, oltre a identificare la nostra Regione, lo si ritrova anche nell’etimo Redipuglia, frazione del comune di Fogliano in provincia di Gorizia, noto sacrario militare ai confini nordici della penisola italiana.

Questo dato, per la sua indiscutibile concomitanza ed evidenza, mi ha indotta ad ipotizzare anche una correlazione non accidentale tra i due toponimi: Puglia e Redipuglia.

Puglia

VICO deJ ~[~-.,....,,

GarganoO O Vieste

Carpino 0 Rodi riola • 0 Garganico •Ar lcen• San qiovanni .,r Rotondo • 0 • Severo '1 Mllllinala Ila Daunia °Manfredonia .,.Cerchiare rli r'Al~"'riA

'8riridl11i

Consultando vari dizionari, su quello di lingua greca ho trovato l’aggettivo apulos (1), aperto, libero, privo di porte, come il più probabile e convincente archetipo del toponimo Puglia. Confortata dall’evoluzione fonetica - da apulos, ad apula, apulia a puglia (2) – ne conseguiva chiara anche la motivazione semantica, vale a dire la connessione di senso tra l’etimo apulos e il luogo designato, un luogo ampio e libero, privo di mura e di porte a difesa, stato che, se oggi è una norma, in tempi lontani era un dato fuori dalla realtà, assolutamente inconcepibile che un insediamento non avesse mura e porte a difesa, basti pensare alle incursioni improvvise, rivali, predatorie e di pirateria che avvenivano ripetutamente non solo di giorno ma soprattutto di notte.

Ipotizzato apulos come archetipo dell’etimo Puglia, a sostegno della sua attendibilità rimaneva da chiarirne, oltre al rapporto di senso con il luogo designato, anche la paternità, la motivazione e, a riprova, anche eventuali testimonianze storiche sopravvissute.

Per quanto riguarda la paternità, se il toponimo Puglia deriva dal greco apulos, ne consegue che siano stati proprio i Greci ad attribuirlo al nostro territorio come termine identificativo di un suo stato particolare, quello, di essere un territorio senza porte, libero, aperto, costituito da spazi e da agglomerati urbani privi di impedimento al percorso e all’accesso ma… quando e perché? Sicuramente al loro primo impatto con la nostra terra.

E qui la memoria amica mi riporta tra i banchi di scuola quando, rapita, ascoltavo dalla mia insegnante il racconto dei Greci che abbandonavano la madre patria non solo per spirito di avventura o di conquista ma anche e soprattutto perché alla ricerca di terre più ospitali. Questo, che a me allora pareva una contraddizione, mi procurava anche una certa confusione e incredulità. In Grecia c’era la democrazia e per me, piccolina, democrazia era sinonimo di benessere e libertà.

Ce lo diceva lei, la nostra insegnante, con aria compiaciuta e soddisfatta, come qualcosa di straordinario che aveva precorso i tempi e che rendeva la Grecia maestra alle genti. Allora, perché andavano via? Quel suo entusiasmo non mi convinceva. Se erano andati via voleva dire che nella loro terra, quella da cui si allontanavano, non si trovavano a loro agio, che mancava loro qualcosa per sentirsi veramente a casa, qualcosa che limitava le loro aspirazioni e il loro benessere.

Solo più tardi capii la motivazione e il senso giusto di quell’esodo. Nella Grecia classica, con il termine democrazia si definiva uno stato di partecipazione avanzato rispetto a quei tempi ma estremamente riduttivo rispetto a quello di oggi. Partecipare alla vita politica non era un diritto di tutti ma esclusivo dei maschi e solo di coloro che possedevano la cittadinanza, per ottenere la quale erano richiesti anche altri requisiti. Tutti gli altri cittadini erano esclusi, tra questi la folta schiera delle donne, degli schiavi e degli immigrati e poi, poi c’erano le continue rivalità tra città stato e città stato. Si pensi alle lotte tra Sparta e Atene per contendersi la supremazia sul territorio. Per questo motivo molti, anche dotti e acculturati, che non rientravano nella categoria degli aventi diritto, a cominciare presumibilmente dall’VIII secolo a. Cr, abbandonavano la Grecia e si dirigevano verso terre più ospitali. Per quanto riguarda l’attracco in Puglia, quelli che si allontanavano dalla Grecia per via mare, mancando a quei tempi di opportune cognizioni e strumenti geo-astronomici, lo facevano con la cautela del cabotaggio, navigazione lungo le coste, che, in caso di necessità, permetteva un attracco sicuro.

Fu durante il cabotaggio verso il Nord che i profughi greci, navigando lungo le coste dell’Albania, intravedendo verso ovest, sulla loro sinistra, i rilievi della Puglia che con quelli dell’Albania si salutano dalle

sponde opposte dell’Adriatico, vi fecero rot- ta e, trovati i requisiti di interesse, vi si insediarono sta- bilmente. Altri, procedendo ancora per mare verso nord, costeggiando l’ex Jugoslavia, si insediarono lungo le

coste dell’Istria croata, lasciandone traccia nell’etimo dell’attuale città Pola.

E qui mi piace chiudere gli occhi e vederli attraccare, sbarcare, camminare liberi in spazi aperti, verso agglomerati urbani e sentirli esclamare con meraviglia e stupore: APULOS… APULON…

APULA! … Aperto! … Aperti! …Senza impedimenti…

Senza ostacoli… Senza mura a difesa … Come a dire: ma guarda un po’… questi insediamenti sono liberi, non hanno mura di cinta come le nostre città in Grecia!

Quelli che si allontanavano via terra, dirigendosi verso il Nord lungo l’ex Jugoslavia, incontrarono

anche loro a nord-ovest un varco libero ed agevole per cui, attraversando il quale senza impedimento, si insediarono pacificamente nella regione friulana dove, sempre nello stupore del senza porte e senza impedimenti, lasciarono traccia del loro insediamento nell’ etimo Redipuglia, frazione del comune friulano di Fogliano in provincia di Gorizia, etimo proveniente dall’aggettivo greco radios agevole e apulos, privo di porte… da cui radia-apula oggi Redipuglia, con connotazione semantica coincidente a quella dell’ etimo Puglia: passaggio libero e senza impedimenti, passaggio che, anche nella storia ultima, quella a noi più recente, ha garantito la trasmigrazione, a nord della nostra penisola, a tanti profughi costretti ad abbandonare la loro terra di provenienza.

A riprova dell’esodo dei profughi greci dalla Grecia verso altre terre, all’elenco degli etimi, non ultimo, aggiungo anche quello di Pula, cittadina della Sardegna in provincia di Cagliari, a conferma, tra l’altro, della funzione aggettivale di apulos, in quanto il termine definisce una specificità di vari territori, distanti tra loro ma uniti da un comune dato di fatto: quello di essere aperti e privi di impedimenti.

A questo punto, con un pizzico di sentimentalismo, mi piace cogliere anche il rapporto parentale, di derivazione etimologico-semantica, tra reio greco, passare, e redeo latino, per sottolineare il significato di quest’ultimo, probabilmente ereditato da reio, che

si dilata emotivamente fino a specificarsi meglio nell’atto del ritornare a casa con il sollievo e il compiacimento di chi finalmente ha trovato l’approdo agognato.

Che i profughi greci, in tempi remoti, si siano insediati pacificamente e in pianta stabile nella Puglia etimologicamente e storicamente ce lo testimonia non solo la sua radice greca da apulos ma ancor più ce lo attestano le tracce storiche sopravvissute e presenti ancora oggi sul territorio pugliese. Mi riferisco alla Grecìa, penisola linguistica salentina in provincia di Lecce, costituita da nove comuni in cui tuttora si parla il grico, un dialetto, piuttosto una seconda lingua di origine greca sopravvissuta ostinatamente ai secoli e alle intemperie storiche. Ce lo testimoniano anche gli etimi di origine greca di tanti insediamenti urbani della Puglia come, per citarne solo due, una al nord, Monopoli, dal greco monos polis, in traduzione città unica, e l’altra a sud, Ostuni, da asturon, in traduzione piccola città circondata da mura. Mura che gli stessi profughi greci dovettero costruire, in seguito al loro stanziamento, come retaggio atavico a garanzia soprattutto di una difesa notturna. Non ultimo, ce lo testimonia l’etimo pulo, da apulos, denominazione geografica con cui ancora oggi si designa un luogo libero ed aperto, privo di insediamento, quale il pulo di Altamura e il pulo di Molfetta. Una realtà che rubo alla fantasia, ma anche una fantasia che rubo alla realtà

Pulo di Altamura

Sta di fatto che la Puglia, già nella sua preistoria di 2800 anni fa, a flussi continui e sparsi, accoglieva pacificamente le varie etnie di immissione diventate, nel tempo, stanziali, tra cui, per citarne solo un’altra viva e presente sul nostro territorio, annovero quella albanese, sparsa in provincia di Foggia, Taranto, Bari, anch’essa con evidenti sopravvivenze linguistiche e culturali della terra di provenienza, come d’altronde l’ etnia grica.

La nostra Puglia avviava e manteneva con i flussi migratori uno stato di convivenza pacifico, utopico non solo per quei tempi ma ancora oggi nell’attuale realtà ecumenica sempre più frammentata da rivalità e

interessi di parte. La nostra terra è sempre stata e continua ad essere terra aperta, terra d’accoglienza, di inclusione e di pace.

Ma c’è di più… Come primo attracco stanziale dei profughi greci, la Puglia può ritenersi a buon diritto la culla di quel periodo storico che, in seguito, interessò tutto il nostro Meridione e che raggiunse livelli di sviluppo culturale, sociale ed economico tali da essere denominato dagli stessi coloni greci Magna Graecia, la Grande Grecia. Grande rispetto alla Grecia di provenienza non per estensione ma per spessore di valori condivisi, valori di inclusione, accoglienza e compartecipazione, valori che essi trovarono nel Meridione d’Italia perché, nella Puglia prima e nel Meridione poi, trovarono quello che cercavano: accoglienza, integrazione e compartecipazione.

Questo primato lo raccontano e ce lo confermano la toponomastica, la glottologia e la storia… ed io, che amo la Puglia, questo lo colgo e lo interpreto come dato genetico della nostra terra di cui essere indiscutibilmente fieri ed orgogliosi. Un dato grazie al quale, ancora oggi non solo chi la conosce ma anche chi la visita, con stupore e meraviglia, la riconosce apula, nei fatti e da sempre terra di inclusione, generosa ed accogliente, terra gentile, culla della Magna Grecia e, con orgoglio, maestra alle genti. Legata ai valori del passato e proiettata verso la pace, la Puglia è ed è sempre stata terra di accoglienza e i suoi abitanti, fedeli alla loro terra, hanno saputo operare

una sintesi tra antico e moderno con grande equilibrio e saggezza. Vivono il passato e il presente con lo stesso spirito di ricerca e di curiosità, con lo stesso entusiasmo e amore per cui il passato ritrova il suo fascino nel presente e il presente il suo fervore nel passato.

(1) La maggior parte dei termini greci sono traslitterati in alfabeto latino.

(2) Evoluzione dovuta al processo di trasformazione a cui è soggetta una lingua nell’uso parlato obbedendo al risparmio fonatorio che porta alla semplificazione e all’assimilazione fonetica per cui, attraverso stadi intermedi di evoluzione, da apulos, ad apula e da apula a apulia, si è giunti a puglia, forma meno articolata, più fluida e scorrevole.

Fasano

Terra sacra

L’amore per il Meridione d’Italia è sempre stato la molla propulsiva che mi ha portata e mi porta ancora oggi a rovistare nei cassetti più reconditi e trascurati della sua storia. Non è fanatismo o pulsione istintiva ma desiderio razionale di conoscerla di più e meglio per restituirle quelle verità inesplorate o trascurate che le appartengono. L’archeologia e la storiografia, per citare solo alcune delle discipline canoniche deputate, hanno indagato e indagano su quello che nella grande storia è stato il Meridione, ma è pur vero che c’è ancora tanto da esplorare nelle pieghe più riposte di quel lontano passato e tanto ancora da portare alla luce dal buio inesplorato della piccola storia che pure è stata ed è la culla del nostro presente.

A penetrare nelle pieghe inesplorate della piccola storia, oltre al folclore depositario di una cultura atavica legata alle origini, si rivela particolarmente utile la toponomastica, studio del nome di un luogo. Il nome di un luogo, infatti, non ha solo valore geografico, ma anche storico culturale, un valore che lo

legava e lo lega alla storia e alle caratteristiche del luogo designato, un valore in cui cogliere le radici identitarie del luogo stesso. Tuttavia, non pochi sono i nomi geografici che oggi hanno smarrito l’originaria valenza semantica. L’hanno smarrita perché foneticamente e graficamente trasformatisi a tal punto da aver perso non solo l’originario rapporto con l’archetipo ma anche il valore semantico-identitario espresso dall’archetipo stesso. Tanto mi è accaduto di rilevare in una indagine toponomastica su Fasano, meravigliosa cittadina del nostro Meridione, in provincia di Brindisi. Una cittadina troppo unica e bella perché anche il suo nome non ne fosse araldo e testimone. Per rispondere a questa mia curiosità cominciai a leggere e a consultare vari libri su Fasano, tutti di ottima fattura e di elevato livello culturale. Cominciai a dubitare di essere all’altezza del loro valore e della cultura dei loro autori ma, seppure in questo senso scoraggiata, dirottai la mia indagine su antiche carte geografiche alla ricerca del toponimo più antico e, quindi, più vicino all’archetipo, che mi potesse offrire qualche indizio utile a cogliere elementi di una sua connessione identitaria con il territorio. Fu così che, tra le tante carte geografiche, mi imbattei in quella tratta dal volume di Alessio Simmaco Mazzocchi, “Commentariorum in regii Herculanensis musei aeneas tabulas Heracleenses” Napoli 1754.

Alessio Simmaco Mazzocchi

Tavole eracleensi

Alessio Simmaco Mazzocchi, nato a Santa Maria Capua Vetere (NA) nel 1684 e morto a Napoli nel 1771, fu rinomato biblista, archeologo e filologo. La sua fama si diffuse in Italia e in tutta Europa. Conobbe storici e archeologi, tra cui Ludovico A. Muratori e Stephan Winckelmann, con i quali ebbe rapporti amicali e scambi culturali. Scrisse numerose opere, tutte di grande valore storico-culturale. La sua fama, tra l’altro, è legata alle Tavole Eracleensi rinvenute nel 1732 nel greto del fiume Cavone, a breve distanza da Eraclea in Lucania, due lastre di bronzo, con incisioni in lingua greca e latina. Conservate nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono considerate tra i più importanti documenti epigrafici della Magna Graecia.

Su di esse sono incisi in lingua greca due decreti risalenti al IV-III secolo a. Cr. in cui si discute della localizzazione e dei confini di alcuni terreni pertinenti ai santuari di Dioniso e di Athena Polias, in traduzione Atena protettrice della città, e, in lingua latina, il testo della Lex Municipalis promulgata da Gaio Giulio Cesare nel 45 a.Cr.

Nei suoi commentari Alessio Simmaco Mazzocchi non solo ne cura la traduzione, ma sulla base delle

indicazioni raccolte, procede anche ad una trascrizione geografica della Magna Graecia con i nomi delle località che la componevano tra cui anche Fanum Veneris, toponimo che, per la sua citazione, d’altronde non riscontrata in altre antiche carte geografiche della Magna Graecia, si carica di un valore storico oltremodo notevole.

Carta geografica, con cartiglio, tatta da Commentariorum in regii Herculanensis musei aeneas tabulas Heracleenses di Alessio Simmaco Mazzocchi.

Cartiglio

In traduzione:

Descrizione di quella parte dell’Italia di cui i Greci un tempo abitarono la costa marittima riprodotta ad immagine dell’antica Italia che il Signor Islaeus [presunto incisore delle tavole] aveva divulgato incisa su bronzo ora tuttavia in alcune parti cambiata dando fede alla testimonianza degli antichi autori.

Da Fanum Veneris a Fasano

A nord della carta geografica in questione il toponimo Fanum Veneris, con buona ragionevolezza, mi parve corrispondere all’odierna Fasano per la sua posizione geografica con a sud Sturni, l’odierna Ostuni, ad est il Mare Adriatico ed Egnatia, a sudovest il simbolo grafico della catena montuosa delle Murge digradante verso est.

Particolare della Carta geografica di Alessio Simmaco Mazzocchi.

In alto, a sinistra, il toponimo Fanum Veneris. Si aggiunse a questa mia impressione anche il fatto che Fanum e Fasano evocano una certa similarità graficofonetica che li accomuna. Tuttavia, per essere certa

della mia intuizione, vale a dire della corrispondenza lessicale e geografica dei due toponimi, dovevo dare una risposta ad alcuni perché:

a) Perché sull’antica carta il toponimo Fanum Veneris

b) Perché Fasano non porta traccia di Veneris

c) Come si è passati da Fanum a Fasano.

A tali domande rispondo:

Con il termine fanum, dal verbo greco

- in translitterazione faino, apparire, manifestarsi - i Romani indicavano un luogo sacro, ampio e all’aperto, possibilmente in altura, dedicato ad una divinità, con grotta o tempietto, assimilabile al nostro santuario o cappella, in cui raccogliersi per compiere sacrifici e celebrare riti propiziatori in onore della divinità dedicataria. Dunque, su quell’antica carta, il toponimo Fanum

Veneris, in traduzione luogo di Venere, luogo sacro a Venere, oltre a designare geograficamente la posizione del luogo sacro, ne indicava anche la dedicazione alla dea Venere. In seguito, con l’avvento del Cristianesimo, soprattutto nella toponomastica si ebbe la cancellazione dei riferimenti pagani, per cui Fanum

Veneris divenne semplicemente Fanum.

Il toponimo, ridotto al solo nome comune, con la perdita del genitivo Veneris perse anche la funzione identitaria che lo legava al territorio designato. Questa funzione la riacquistò nel corso del tempo quando alla desinenza um di fan-um si sostituì il suffisso

grammaticale anus, in alcuni casi i-anus, suffisso che, in latino, indicava un rapporto di derivazione o di appartenenza, come d’altronde anche per noi oggi il suffisso ano: rom- ano, di Roma, relativo a Roma.

Fu così che Fanum, da nome comune, con il significato generico di un luogo sacro, un certo luogo sacro, un luogo sacro qualsiasi, diviene Fan-anus, Fan-ianus con il signifcato di luogo sacro, quel luogo sacro, quello che è il luogo sacro. A cogliere le altre dinamiche di trasformazione e derivazione da fanum ci aiuta la linguistica storica, secondo la quale quella che incide più di ogni altra nella trasformazione-evoluzione di una parola è la tendenza del parlato al risparmio fonatorio.

Tale tendenza, per quanto riguarda il passaggio dal latino alla lingua italiana, ha portato sia alla caduta delle consonanti finali di una parola - per cui Fananus e Fanianus divennero Fananu e Fanianusia alla coarticolazione di suoni vicini a vantaggio di una semplificazione fonatoria per cui, nella lingua ufficiale, Fananu diventò Fasano e, nel parlato dialettale, Fanianu diventò Fasciano.

Terra sacra

Sulla base del rilievo geografico e delle argomentazioni addotte ritengo, con ragionevolezza, di poter riaffermare che

- Fanum Veneris è l’antico toponimo mediante il quale si designava la zona sacra, in seguito passato a designare tutto l’ampio territorio intorno;

- l’attuale toponimo Fasano, a causa degli eventi storico-culturali sopraggiunti e per le trasformazioni fonetiche avvenute ad opera dei parlanti, ha smarito, per noi di oggi, il riferimento identitario che un tempo lo legava con evidenza al territorio.

Ma c’è ancora un altro elemento a supporto della mia tesi: poiché la religione ha da sempre costituito un ottimo collante per l’unità di un popolo e di una nazione i Romani, a garanzia della loro stabilità, operavano un continuum religioso con le popolazioni assoggettate assimilando le loro divinità a quelle del proprio Pantheon. Ne cambiarono i nomi ma ne lasciarono intatte le pratiche religiose e i luoghi di culto ad esse votati. Fu così che i fana proliferarono liberamente su tutto il territorio lasciando traccia di sé anche nell’odierna toponomastica. Limitando il riferimento alla sola Italia, in quanto il dominio di Roma si estese anche oltralpe, molteplici sono le città, i paesi e i luoghi il cui toponimo testimonia la sua

derivazione da fanum, fananus, fanianus. Da fanum c’è Fano, nelle Marche; da fananus c’è Fasano del Garda in provincia di Brescia, i cui abitanti sono detti fasanesi; in provincia di Palermo c’è Fasanò, una frazione del comune di Petralia Soprano. Altre località condividono integralmente il toponimo Fagnano derivato da fanianus: Fagnano Olona in Lombardia, Fagnano Castello in Calabria, Fagnano Alto in Abruzzo, Fagnano, frazione del comune di Trevenzuolo nel Veneto, Fagnano Lucca in Toscana e poi, da fanianus, Fasciano, frazione di Cortona, in Toscana, i cui abitanti sono detti fascianesi, sorprendente omonimia con le voci dialettali Fasciano e fascianese della nostra Fasano. La lista potrebbe continuare ma preme evidenziare che la ragione di questi dati ci riporta indietro nel tempo, alla storia della nostra terra, quella di Roma e, prima ancora, della Magna Graecia che, sia pure nel silenzio della nostra dimenticanza, in quel

φαίνω greco, in traslitterazione faino, radice del latino fanum e dell’italiano Fasano, ad una attenta analisi, testimonia ancora oggi, in maniera caparbia, d’essere una radice viva e presente della nostra terra. Fanum, luogo in cui si manifesta la divinità, luogo sacro in cui umano e divino si incontrano e si fondono nel respiro della natura ritmato dal canto e dalle danze di antiche Vestali.

Poesia e religione

L’ evocazione di quei luoghi ammantati di vegetazione, la percezione di quei silenzi, di quei canti e

di quelle danze nel fruscio della natura, di quell’essere uni con il Tutto, ancora oggi, riescono a suggerirci la magia e il fascino dell’incontro con il divino. Ti spieghi allora anche perché la maggior parte dei santuari cristiani sono allocati in altura, molti dei quali proprio nei luoghi dedicati un tempo a divinità pagane.

La corrispondenza toponomastica e quella storico-geografica tra φαίνω, Fanum Veneris e Fasano, unite al paesaggio che ancora oggi caratterizza l’intera città di Fasano, un paesaggio per buona parte collinoso e lussureggiante, attualmente identificato con il toponimo Selva, aprono scenari fantastici e suggestivi sulla storia di ieri e di oggi di Fasano. Una città fantastica, ancor più fantastica per le sue colline ammantate di una vegetazione lussureggiante capace, nei sussurri delle sue fronde, di evocare ancora danze e canti di antiche Vestali.

Ostuni

Piccola città circondata da mura

Ostuni è una città che vanta una preistoria millenaria e una storia le cui radici ci riportano molto indietro nel tempo, presumibilmente all’VIII secolo a. Cr. quando i coloni greci, allontanandosi dalla madre patria, cominciarono a trasferirsi nella Puglia e si amalgamarono con le genti locali in una reciproca osmosi economico-culturale così fiorente che gli stessi coloni definirono la nostra terra meridionale Μεγάλη

Ἑλλάς, Magna Graecia, la Grande Grecia. Grande non per estensione ma per lo spirito di accoglienza e per il livello culturale raggiunto rispetto alla loro stessa terra di origine.

Per motivi di sicurezza e di approvvigionamento si presume che siano giunti navigando di cabotaggio lungo le coste dell’Albania da cui erano e sono visibili le alture della Puglia. Questo induce ad ipotizzare, con buona ragionevolezza, che il loro primo attracco stanziale in terra italica sia avvenuto proprio sulle coste pugliesi.

Quella dei coloni greci non fu una dominazione, ma piuttosto una ἀποικíα, apoichía, un trasferimento di casa in una terra ospitale, un insediamento che, a lungo andare e con alterne vicende, divenne convivenza con gli autoctoni, una convivenza che, per merito reciproco, alimentò un modello di civiltà unico nella storia dei popoli.

Tra l’altro coloni e residenti trovarono il loro primo, comune collante nella religione arcaica che li vedeva uniti nel culto della Madre Terra, Ghea per gli elleni, culto proprio dei primordi di tutte le civiltà, di cui, ancora oggi, si colgono tracce nelle zone boschive e negli anfratti rupestri del territorio.

Gli agglomerati urbani residenziali, quelli fissi e permanenti del Meridione d’Italia, e quindi della Pugliacome d’altronde molti di quelli d’ogni altra parte della terra abitata - sorgevano nell’entroterra già prima della venuta degli elleni, prevalentemente su alture e lontani dal mare, in quanto il mare, soprattutto di notte, non favoriva operazioni di difesa dalle incursioni predatorie.

Ma è con l’insediamento dei coloni greci che molte città meridionali, in altura, furono modellate stabilmente sull’esempio planimetrico della polis greca strutturata in tre zone: ἀκρόπολις, ἄσtu/ ἄστῠρον e χώρα, in traslitterazione acròpolis, ástu/ ásturon, chòra, distinte, ciascuna, da una propria specifica destinazione.

acrò-polis

ástu/ásturon chòra

Con il termine acrópolis, città alta, era designata la parte più alta della polis. Dal valore soprattutto simbolico era quella in cui sorgeva il tempio dedicato alla divinità protettrice.

Più giù si stendeva l’ástu, la città, al diminutivo asturon, piccola città. L’astu era il cuore pulsante della polis, la zona in cui risiedeva il popolo, dove c’erano le botteghe artigianali, dove sorgeva l’agorà, la piazza, nella quale avvenivano incontri culturali, quella in cui si negoziavano e si concludevano affari.

Infine, nel pianoro sottostante, fuori dalle mura che difendevano l’agglomerato urbano e il tempio, si estendeva la chora, ampia distesa di terra in cui, all’alba, si riversavano contadini, pastori e operai che ritornavano nell’ ástu/ásturon al tramonto prima che le porte delle mura di cinta si chiudessero per la notte.

La chóra, corrispondente all’attuale contado, era la zona più estesa della polis. Oltre ai campi per l’agricoltura e alle zone per il pascolo, comprendeva anche piccoli insediamenti sparsi e, se confinante con il mare, anche il porto. Inoltre, fuori dalle mura, sparsi in zone boschive e rupestri vi erano i fana, termine con cui i latini, in seguito alla loro conquista, indicarono i τέμενοι degli elleni, in traslitterazione témenoi, recinti sacri dedicati al culto della divinità.

Ostuni nel corso dei tempi ha subito vari rimaneggiamenti e ampliamenti riguardanti sia l’assetto delle zone planimetriche, sia l’estensione oltre le mura dell’ agglomerato urbano, tuttavia il nucleo originario, quello definito “borgo antico” o anche “Città bianca” - denominazione quest’ultima estesa poi ad indicare l’intera realtà geografica - ancora oggi, come nel passato, presenta l’antica struttura della polis greca e la stessa destinazione delle zone planimetriche. acró-polis

ástu/ásturon chóra

Nella parte alta, quella che un tempo era chiamata acròpolis, svetta la Cattedrale, il tempio della divinità cristiana, in sostituzione di quella pagana.

Nella parte sottostante la cattedrale si apre l’attuale

piazza dove, come nell’antica agorà greca, ancora oggi ci si incontra per intrattenersi, per discutere dei tanti problemi cittadini e privati, per incontri culturali, per concordare e decidere lavoro e affari.

L’ antico agglomerato urbano, oggi è ancora protetto

dalle antiche e poderose mura che - più volte restaurate e ricostruite nel corso dei secoli - separano la parte alta e

quella bassa della città dalla pianura sottostante in cui, nel magico silenzio degli anfratti rupestri, in comunione fidente con la natura, tutt’ora s’incontrano zone sacre tra cui …

il santuario di Sant’Oronzo, Patrono della città.

Ognuna delle tre zone planimetriche della polisacrópolis, ástu/ásturon e chóra - aveva una propria specificità. Quando la specificità di una, in un modo o nell’altro, per i suoi fermenti e la sua importanza diveniva prevalente sulle altre due, il nome di quella zona, per antonomasia e con valore onnicomprensivo, finiva con l’essere usato da solo per indicare l’intero agglomerato urbano fino a diventarne, poi, il toponimo ufficiale.

Non solo l’attuale planimetria ma anche lo stesso etimo Ostuni ci riporta alla grande storia della Magna Graecia. Il toponimo Ostuni, infatti, sulla base di rilievi cartografici, confortati dall’analisi storico-linguistica, con buona ragionevolezza deriva da ásturon, termine con cui veniva denominata la parte bassa di una piccola città circondata da mura. Questa tesi è suffragata dalla toponomastica di antiche mappe nautiche e

carte geografiche conservate negli archivi e nei vari musei italiani ed esteri, tra cui:

a) la mappa in "Commentarium in regii herculanensis musei aeneas tabulas heracleenses" di Alessio Simmaco Mazzocchi, Napoli 1742;

b) la carta geografica nella Sala dello Scudo di Palazzo ducale a Venezia risalente al 1762, rifacimento di un originale cinquecentesco.

La mappa delle tavole di Eraclea, risalenti al IV/III sec

a. Cr. custodite nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, decifrate, tradotte e riprodotte dal Mazzocchi nella parte riguardante l’ubicazione e la delimitazione dei santuari di Dioniso e di Athena Polias, riporta, ai piedi dell’ultima propaggine delle Murge, tra Fanum Veneris, l’odierna Fasano, e Brundusium, Brindisi, la città Sturni, che, per posizione, collocazione geografica e simbolo identificativo di un tempio o di un agglomerato urbano in altura, corrisponde alla odierna Ostuni.

La carta di Palazzo Ducale a Venezia riporta, tra Brindisi e Monopoli, la città , con la esse gotica, corrispondente anch’essa all’attuale Ostuni. Ne fanno fede la posizione geografica e il simbolo cartografico di una torre rivierasca, corrispondente all’attuale torre normanno/angioina nel porto ostunese di Villanova. Sturni, e Ostuni indicherebbero, quindi, la stessa realtà geografica, per cui tutti e tre i topoi sarebbero degli allomorfi, vale a dire varianti di uno stesso archetipo individuato in ásturon. Tale derivazione viene avallata, oltre che dai rilievi cartografici, dalla conformazione planimetrica e dall’analisi glotto-

logica, anche dalla sopravvivenza, nei tre topoi in esame, della sillaba stu nelle tre varianti e, soprattutto, della consonante r nelle due varianti più antiche.

Come è nata Ostuni

Ostuni non è nata per una contesa, non è nata per volontà di un eroe famoso, per un fine messianico o come progetto di una volontà altra. Ostuni è nata per Amore, è nata dall’amore del vento, del mare, del sole… dall’amore per la terra, dall’amore di una stirpe di eroi vissuti nell’anonimato e nel silenzio, eroi del quotidiano che hanno dato vita e bellezza a questa collina.

È nata come nasce ogni creatura… voluta e desiderata. La sua nascita è un inno all’Amore, un inno in cui divino e umano, mito e storia si fondono nella sintesi di un sentimento condiviso.

Mito

anima e cuore della realtà storica

Tanti e tanti anni fa, in Grecia, una giovane sacerdotessa, custode del fuoco della dea Estía, in cerca di rami per alimentare la sacra fiamma, giunta presso la riva del mare, esausta, si abbandonò in un sonno profondo.

Il vento, ammaliato, si fermò e il mare, incantato, trattenne i suoi palpiti poi… Poi il mare la rapì sull’ onda e il vento la sospinse lontano… oltre… oltre l’Egeo, oltre lo Ionio, fino alla piana degli ulivi e l’adagiarono qui, su questa collina… qui… dove, ancora oggi, il mare la vagheggia e il vento l’accarezza.

Storia

Se la pianta, il nome e le fonti storiche raccontano la storia di Ostuni, il folclore e l’opera quotidiana e incessante dei suoi figli le hanno dato e le danno un cuore e una voce che riecheggia non solo nella memoria ma soprattutto nei vicoli e nella vita di ogni giorno, lì dove il mito diventa storia e la storia mito. Molte e pregevoli sono le opere di autori locali che parlano di Ostuni, tante le composizioni poetiche in italiano e in lingua locale ispirate a questa meravigliosa città, molti i personaggi illustri, che l’hanno resa e la rendono famosa, di cui si ha meritata memoria, ma soprattutto tanti e tanti sono coloro che, nel silenzio e nell’anonimato, con impegno e dedizione costanti, per dovere e per amore, hanno contribuito e contribuiscono ancora oggi a renderla grande: allevatori, arrotini, artigiani, artisti, attori in vernacolo e non, banditori, bottegai, carcaruli (cavamonti), casalinghe , commercianti, contadini, curdəlarə (operai addetti alla manifattura delle corde), diaconi, fabbri, falegnami, farmacisti, fotografi, frantoiani, geometri, imbianchini, impiegati, infermieri, ingegneri, insegnanti, massari, militari di leva e di professione, muratori, operatori in associazioni benefiche, culturali e della comunicazione,

operatori ecologici e sanitari, paretari (costruttori di muri a secco), pescatori, poeti, porta pəddastrə (portalettere degli innamorati), postini, potatori, professionisti vari, sacerdoti, sarti, scalpellini, scrittori in vernacolo e in lingua italiana, soldati, quelli tornati a casa e quelli morti al fronte - ognuno di questi ultimi ricordato da un albero nel cittadino Parco della Rimembranza - sportivi, strilloni, trullari, venditori ambulanti… e - perché no? - anche loro… gli ingenui del paese, quelli, come Pasquale lo scemo di papà, in gergo Pascalə lu pachiaronə də tata, espressione che, preceduta da un fischio e canticchiata ad alta voce, fu usata come richiamo di raccolta dagli ostunesi dispersi nel mondo per motivi di lavoro… e ancora Fədelu lu uercə, Fedele il cecato, Nəcola la banna, Nicola la banda, che, con la trenula (3) chiamava a raccolta i cittadini, e tanti tanti altri che, con la loro incosciente, ingenua e disarmante bonomia, donavano momenti di sorriso e di spensieratezza alleggerendo, in chi li incontrava, il peso delle fatiche giornaliere…

Tutti hanno costruito e scritto nella quotidianità la storia e il folclore del proprio paese… Sono tanti… proprio tanti, tra cui, anche e soprattutto, quelli non ricordati… padri, madri, figli dai mestieri, arti e professioni le più disparate. Sono loro gli eroi, quelli che, linfa operosa e incessante, nell’anonimato della comunità cittadina, hanno dato e danno vita ancora

oggi, giorno dopo giorno, alla storia di Ostuni, al suo folclore e alla sua bellezza imperitura. Come sarebbe Ostuni senza la bianca collina, senza le sue case strette in un abbraccio tenace e fidente intorno al tempio divino, le une e l'altro quasi in ascesa mistica e devota verso il cielo? A questa domanda il pensiero va ai tempi che furono, al presente, alle fatiche dei nostri eroi conclamati e dei tanti anonimi, alle belle e buone cose per le quali lottarono e lottano ancora, alla loro fede nel divino e nella terra bagnata dal sudore, ai sacrifici e alle rinunce, all’amore per la famiglia e per la comunità cittadina. Ti accorgi allora, per le vie della città, tra i vicoli del borgo antico, nella magia del suo candore, nel silenzio e nel fruscio delle fronde che le fanno da corona, ti accorgi che l’amore ha scritto e continua a scrivere la storia di questa città, storia che ridiventa mito perché a costruirla sono stati e sono loro gli eroi della Magna Graecia, quelli che, con caparbia abnegazione, con dedizione e a ritmi costanti, per necessità e per amore, nelle botteghe e nei vicoli, per le strade e nei campi, nell’anonimato o meno della vita di ogni giorno le hanno dato e le danno quotidianamente linfa e anima che parla ai cuori e li stupisce e li ammalia. Erano e sono loro gli eroi del Meridione d’Italia, della Puglia, di Ostuni, la Città Bianca. Sono loro, gli eroi grandi e piccoli, quelli che, nella gioia e nel dolore, tra fatiche e spensieratezze, lavorando, pregando

e danzando, oggi come ieri si prendono cura di questa città non trascurando mai di alleviarne le ferite e, a ritmi costanti, di ridarle splendore e vigore con il bianco latte della calce, con la stessa apprensione e lo stesso amore con cui un padre e una madre si prendono cura della propria creatura. Sì, perché le mura erano e sono parte della loro vita e della loro famiglia, erano e sono quelle che abbracciano, creature che non chiedono nulla ma, come i bimbi, hanno bisogno d’esse amate e protette.

Lo testimonia la tenerezza dei termini dialettali con cui si indica l’intervento dell’imbiancatura: lénərə (4) e allattà, lenire e allattare, lenire le sofferenze della città e ridarle vita e vigore con il bianco latte della calce per poi godersi l’incanto rapiti…

in una veglia d’amore. Quando il pensiero corre a loro, agli eroi senza nome, storia e mito, fatica e amore diventano poesia.

3) Strumento artigianale di legno che ruotando produceva un forte suono che fungeva da avviso e da richiamo per i bandi cittadini ma anche per altro come il l’imminente passaggio delle processioni

4) Leggere il grafema ə come suono vicino ad una e semimuta.

Poesia

Bianca

Vestale

Dai templi lontani di Estia

sui lidi messapi approdasti sospinta dal vento, rapita dal mare.

Allor che dal sonno ridesta ti arrise la terra incorrotta, di pace fremesti, creatura solare.

Nell’aria fulgente ed aprica, dai taciti campi accogliesti l’invito a restare, creatura divina.

Dal colle mutato in altare al cielo mandasti gli incensi di un fervido priego, mia bianca vestale.

A Ghea, tua madre divina, chiedesti una stirpe feconda di eroi senza nome per questa collina.

E venne la stirpe e rivolse le piote, caparbia, ostinata, bagnò di sudore le zolle assetate.

Al cielo dai campi saliva, siccome devota preghiera, fidente ed onesta la loro fatica.

E l’arida terra divenne un lembo ridente di cielo e il colle un diadema per te, sua regina.

Tu a sera stendevi sul desco la bianca tovaglia dei padri, fragrante di pane, di spighe assolate.

Di notte sul colle vegliavi e accesa tenevi la fiamma del pio focolare, o bianca vestale.

Tu vegli ancor oggi materna dall’alto di questa collina, austera e regale siccome regina.

E, persa nel magico incanto, la stirpe operosa sospira: Io t’amo, sì, t’amo, creatura divina!

Regina degli ulivi

Dal vento favonio sospinta

sull’onde increspate del mare ai lidi messapi approdasti, tu, bianca vestale. Il verde silenzio ti accolse sui taciti fianchi del colle e il piano di tutti gli ulivi regina ti volle.

Sciogliesti la candida veste che ancora ti rende più bella, tessuta di gocce di luce ti adorna e ingioiella.

Ti guarda il passante e sospira, il figlio ti porta nel cuore, per te si rabbuffano i venti gelosi in amore.

E quando si acqueta la terra e il fremito tace d’incanto ti intona il respiro dei campi un tenero canto.

D’estate tu ascolti rapita siccome in un sogno sospesa le tremule note dei grilli nell’arida attesa.

Al tenero soffio di Zefiro t’ammanti di nuova malia. Nel bianco vestito da sposa diventi poesia.

Allor che il mattino si desta e i campi percorre una brezza e un nembo di effluvi odorosi si spande ed olezza, il sole ti indora la veste, la brezza ti scioglie i capelli, ti sparge la fresca rugiada di roride perle.

E quando al riposo ti affidi, allor che la sera discende, su te una trapunta di stelle il cielo distende ...

e, mentre tu placida dormi, risplendi, diadema regale, del palpito di mille luci al raggio lunare

Da ásturon ad Ostuni

La tesi secondo cui il toponimo Ostuni derivi con buona ragionevolezza dal termine di origine greca ásturon, in traduzione piccola città circondata da mura, è suffragata da rilievi cartografici dai quali emerge che alcune città, storicamente sedi di coloni ellenici, risultano aver derivato il loro nome da una delle zone della polis che più le caratterizzava. Si pensi, per esempio, ad Agropoli, città in provincia di Salerno, e a Policoro, in provincia di Matera, toponimi composti dal nome generico polis e dall’aggiunta del nome di quella parte della polis che più e meglio delle altre le identificava come realtà geografica ed urbana, rispettivamente ἄκρος - acros per l’una e χώρα - cora per l’altra, da cui Agro-poli e Poli-coro.

Il toponimo Ostuni deriverebbe da ásturon in quanto questa zona mediana della polis, con i suoi fermenti e la sua vivacità economica basata su scambi, incontri e relazioni, dovette imporsi a tal punto sulle altre due che nella lingua parlata finì con l’essere usata come termine traslato per indicare l’intera realtà geografica, così come oggi la denominazione Città bianca che, mentre in origine indicava il solo borgo antico, oggi viene usato in modo traslato per indicare la città in tutta la sua estensione geografica. Quali poi, nel tempo, siano stati i meccanismi intercorsi nel passaggio dal lemma ásturon all’attuale Ostuni ce lo spiega la linguistica storica, detta anche glottologia, che studia in diacronia l’evoluzione di una lingua parlata. Secondo tale disciplina i meccanismi che sistematicamente intercorrono o sono intercorsi nel processo di evoluzione di una lingua parlata rispondono soprattutto ad una esigenza di base del parlante, quella del risparmio fonatorio che, seguendo particolari tendenze prevalenti in una comunità di parlanti piuttosto che in un’altra, ha portato e porta una stessa parola o anche una struttura grammaticale ad esiti finali differenti da luogo a luogo. Si pensi alle lingue neolatine e ai vari dialetti di zone confinanti che, pur derivando le une e gli altri da uno stesso ceppo, risultano lessicalmente, foneticamente e grammaticalmente difformi. Partendo da questo dato di fatto e confrontando i due lemmi,

l’originario ásturon e l’attuale Ostuni, emerge quanto segue:

a) lo spostamento dell’accento tonico da à di àsturon a stù di ostùni;

b) la trasformazione del fonema iniziale à di à-sturon nel fonema o di o-stùni;

c) la caduta della ro atona di àstu-ro-n nell’esito ostùni;

d) l’aggiunta della i finale, assente in ásturon e presente nell’etimo finale ostùn-i.

Secondo l’analisi glottologica

a) lo spostamento dell’accento tonico dalla à di àstu-ron alla successiva sillaba stu nell’esito finale ostù-ni è dovuto alla tendenza nella lingua parlata italiana a prediligere la forma piana rispetto a quella sdrucciola o bisdrucciola, tant’è che la maggior parte delle nostre parole sono piane, contrariamente a quelle della lingua francese prevalentemente tronche;

b) la trasformazione della a di à-sturon in o del lemma ò-stùni è dovuta al fatto che la a ha subito il processo di attrazione-semplificazione fonatoria da parte della sillaba tonica stù, per cui il passaggio, più immediato e spontaneo, da à-stu ad o-stù. Da notare che il processo di attrazionesemplificazione fonatoria è un fenomeno costante nella evoluzione linguistica, un processo che porta ed ha portato la lingua parlata ad una struttura

sillabica e ad un impegno fonatorio più semplice e immediato;

c) la caduta della sillaba atona ro di á-stu-ro-n nell’esito o-stù-ni è dovuta anch’essa all’esigenza di semplificazione fonatoria della lingua parlata che porta alla caduta soprattutto delle sillabe atone, in quanto deboli e, quindi, più soggette all’espunzione;

d) l’aggiunta della i nell’esito finale Ostun-i è dovuta alla tendenza predominante nel processo evolutivo della lingua italiana a terminare le parole quasi tutte in vocale, contrariamente a quanto accaduto nella lingua francese.

D’altronde, delle cinque vocali, la i, già presente nel toponimo Sturni della carta in Commentarium di A. S. Mazzocchi, è quella che, nel processo di fonazione, si assimila più facilmente alla consonante finale n. È così che, partendo dall’etimo originario ásturon, piccola città, attraverso i vari mutamenti avvenuti nel tempo ad opera dei parlanti, prima ancora che la lingua ufficiale con la scrittura ne codificasse l’esito finale, si è giunti all’attuale Ostuni.

Pur se codificato e irrigidito da regole grammaticali, il processo di trasformazione di una lingua parlata, pur essendosi notevolmente rallentato, non è scomparso del tutto. Più che mai continua ancora oggi sotto la spinta di nuove e pressanti sollecitazioni, tra cui quella di una koinè sovranazionale, una lingua che

risponda alle esigenze del mondo di oggi aperto alla globalizzazione.

Comunque, Ostuni non è il solo luogo o la sola città a vantare la sua origine toponomastica da ásturon. In Italia e nell’Europa mediterranea diverse località deriverebbero il loro attuale toponimo da ástu/ ásturon, pur con esiti finali differenti obbedendo alle dinamiche di trasformazione già espresse in precedenza. Per citarne solo alcune: il Principato delle Asturie in Spagna, Asti in Piemonte, Istria, penisola dell’Adriatico, Sturni, antico sito della Calabria presumibilmente oggi Scigliano, l’isoletta Astura nel Lazio e, per ultima, ma non ultima, Sturno, città campana in provincia di Avellino, i cui abitanti sono detti sturnesi, termine legato da un’evidente parentela con il nostro ostunesi.

Il simbolo

oltre il simbolo

Oltre all’assetto planimetrico dell’antica polis greca, oltre alla derivazione del toponimo da ásturon e al folclore che condivide con tutto il Meridione, tra cui balli, musiche e canti, come la taranta, la pizzica e la serenata, di cui si parlerà in seguito, c’è un altro elemento attraverso il quale il Meridione d’Italia ci parla di sé e del suo antico passato: la simbologia legata al cerchio.

Il cerchio, predominante non solo nella struttura planimetrica di Ostuni ma anche in tante altre sue realtà e consuetudini, non è solo una figura geometrica ma una teca di valori e di significato che, contestualizzata e decodificata, parla a noi della gente e della storia della Puglia di ieri e di oggi.

Poiché ogni suo punto segna la fine ma anche l’inizio in una circolarità infinita e perenne, il cerchio, il più antico simbolo sacro comune a tutti i popoli, era ed è tutt’ora espressione dell’unione perenne con il

Tutto, dell’aggregazione in armonia con la natura, con il fluire incessante della vita. Per i Greci era il simbolo con cui veniva rappresentata la dea Estía, dea del focolare e della famiglia, e, come la croce per i cristiani, non mancava di essere presente ovunque con intento devozionale e propiziatorio.

Il colono greco, che si allontanava dalla sua terra per i tanti motivi che lo convincevano o lo costringe- vano a farlo, portava con sé una fiaccola accesa al fuoco sacro di Estía, dea della casa e del focolare, da custodire e alimentare nella nuova dimora a testimo- nianza non solo di una continuità mai interrotta con la terra d’origine ma anche del progetto di inserimento nella nuova comunità che lo accoglieva. Quella fiamma ardeva in casa, alimentava il focolare intorno a cui ci si riuniva a cerchio, radicava il senso di appartenenza alla nuova terra e alla nuova comunità.

La pianta di molte città antiche, le mura di difesa, la pianta di luoghi di aggregazione, quali teatri, arene ed altro, erano tutte a forma circolare come l’originaria

pianta di Ostuni indicata come Borgo antico

le strade del borgo antico

i vicoli che, assecondando la morfologia del territorio, si srotolano in cerchi concentrici intorno all’ acropoli

la base conica del trullo

il braciere che in inverno riscaldava la casa

l’asciugapanni da braciere, con base e cupola sferica.

Alle forme statiche si accompagnavano anche consuetudini giornaliere come l’aggregarsi in cerchio in casa intorno alla pedana di legno su cui troneggiava il braciere, per raccontarsi di tutto e di più nei momenti

di meritato riposo mentre i maschi preparavano gli attrezzi da lavoro per l’indomani

all'aperto sullo spiazzo dell’aia, intorno alla nonna ad ascoltare rapiti i suoi racconti e ancora oggi

intorno alla brace all’aperto.

Se, dovunque e da sempre, la fede nuziale, con il linguaggio simbolico della sua forma circolare, testimoniava e testimonia condivisione, amore e unione tra due creature nella totalità dell’ora e del sempre, alcuni prodotti tipici della culinaria tradizionale pugliese, tenendo fede alla loro simbologia sferica, concorrono di fatto anche ora, come segno beneaugurale di convivialità, a rinsaldare il legame amicale nella condivisa piacevolezza gastronomica.

Tra questi: le frise con pomodoro olio basilico ... le orecchiette …

le pettole ……. la focaccia ……..il pane.

Quest’ultimo segnato dalla croce a testimoniare devozione e ringraziamento alla divina Provvidenza. La panificazione era compito pressoché esclusivo delle donne, anche se non mancava a volte l’aiuto del maschio.

In quel tempo ormai lontano la massaia, a lavoro finito, sistemati i pezzi nella madia, li avvolgeva in un ultimo sguardo, si faceva il segno della croce, li copriva e li lasciava a lievitare. A lievitazione compiuta, se non aveva un forno suo a legna, cu lu tavəlierə ’n capə, con il tavoliere in testa, li portava al forno pubblico dopo aver contrassegnato ciascun pezzo con una propria sigla perché non si confondessero con i pezzi degli altri.

Puglia

Folclore

Storia e radici

L’ anima delle nostre antiche origini e, quindi, quella della Magna Graecia, aleggia ancora oggi nelle vie, nei vicoli e nelle campagne del Meridione, nelle vie, nei vicoli e nelle campagne della Puglia. Aleggia nella taranta, nella pizzica e nelle serenate dei moderni aedi e rapsodi che alimentano e tengono accesa la fiamma dell’amore con danze e canti al suono di nacchere, tamburello, chitarra, fisarmonica, mandolino ed altro.

Quando si parla di tradizioni e costumi di una comunità, grande o piccola che sia, di un popolo, di una regione o di un paese, la voglia di saperne di più porta a ritroso nel tempo per coglierne radici e motivazioni. Tuttavia, a volte, per mancanza di fonti o di documentazioni comprovate, la ricerca porta a risultanze discordi e, per ciò stesso, confuse e contraddittorie. Tanto prevale negli esiti di ricerca sulla origine della taranta, della pizzica e della serenata che, nonostante alcune trasmigrazioni in altre zone, hanno connotato da sempre, solo ed esclusivamente, il folclore del Meridione.

Proprio questo loro in-sistere e per-sistere da tempo immemorabile come espressione folclorica identitaria del Sud d’Italia ci induce a ritenere che le ragioni del loro essere vadano ricercate non in un accidente fortuito, genericamente focalizzato e ad libitum arricchito e dilatato, ma nella storia stessa del Mezzogiorno d’Italia a partire dalle testimonianze preistoriche per giungere a quelle storiche quando, unificato da una prosperità economica e culturale, con orgoglio e a ragione, il Meridione fu denominato Magna Graecia.

È proprio qui, nella preistoria della Puglia e nella sua storia, che vanno colti i segni di impianto e di gestazione di buona parte del suo folclore, tra cui, in particolare, quello in oggetto: della taranta, della pizzica e della serenata.

Taranta e Pizzica

Per quanto attiene la taranta e la pizzica, l’indagine eziologica, per la verità, è abbastanza complessa sia perché mancano documenti espliciti di riferimento ai quali attingere, sia perché alcune convinzioni folcloriche, non rigorosamente motivate, risultano ormai così saldamente radicate nell’immaginario colletti vo

da renderne quasi impossibile la rimozione come, ad esempio, quella secondo cui la taranta e la pizzica siano la riproduzione mimica delle reazioni convulse al veleno di un ragno, sintomatologia ampiamente smentita dalla semeiotica medica. Tra l’altro, questa ipotesi lascia insoluto soprattutto un perché: perché la tarantata o la pizzicata è solo la donna e non il maschio? La ragione è da ricercarsi, appunto, nella preistoria e nella storia del Meridione.

L’insediamento dei coloni greci nel territorio, a cominciare dall’VIII secolo a. Cr, determinò, come conseguenza, un reciproco scambio di cultura, di usi e costumi tra gli immigrati ellenici e gli autoctoni, scambio favorito dal culto reciproco della Grande Madre Terra, culto comune a tutte le civiltà arcaiche, presente allora in Grecia come nella Puglia, nel Meridione e, ancora oggi, in alcune etnie indigene dell’Asia, dell’Amazonia e dell’Oceania.

Prettamente al femminile per la stretta corrispondenza tra la donna e la terra, il grembo delle quali è fonte di vita, il rito era curato e celebrato esclusivamente da donne. Si celebrava a stretto contatto con la terra e si celebra ancora oggi, dove praticato, al suono di strumenti musicali a corde e a percussione, con canti e danze dapprima lente e poi viepiù esagitate

… fino al deliquio, momento di totale abbandono e congiungimento al divino.

Da notare che la danza e il canto, come rituali e forme di preghiera, si ritrovano nel racconto biblico e ancora oggi nei riti della nostra tradizione cristiana, quali la messa cantata, la processione ritmata da canti e, in alcuni paesi, seguita o preceduta da danzatori e saltimbanchi. Probabilmente anche l’espressione Madre Chiesa potrebbe essere semanticamente una sopravvivenza del raccordo con l’antico culto della Madre Terra, culto che, come quello di alcune festività cristiane, quali Natale e Pasqua, si celebrava solennemente soprattutto in autunno e in primavera, i due momenti del ciclo biologico della Terra strettamente corrispondenti a quelli della donna.

Solo in seguito, con la partecipazione del maschio alle danze corali in onore della Madre Terra - in greco χοροί

, danze dell’utero della terra/ danze della terra matrice - si aggiunsero anche le fasi del corteggiamento, della seduzione e dell’ innamo-

ramento, fasi che, con l’avvento del cristianesimo, furono espulse dal rito religioso perché ritenute troppo profane e sopravvissero come folclore nelle odierne versioni pagane della taranta e della pizzica nelle quali ancora oggi permane predominante il ruolo femminile.

Taranta Pizzica

Questo retaggio storico spiega non solo la centralità della figura femminile nel folclore coreutico dei due balli in questione ma anche perché la tarantata e la pizzicata è solo la donna e non il maschio.

Da notare, inoltre, che i due balli, quello della taranta e della pizzica, oltre a condividere la centralità della figura femminile, presentano tra loro evidenti somiglianze musicali e coreutiche, come saltelli, movenze e ritmo, il che lascia supporre che entrambi siano derivati da un unico ceppo, quello, appunto, del

rito pagano della Madre Terra, e che le differenze, che oggi li dividono e li connotano, siano dovute alla diversa evoluzione delle due distinte ramificazioni dal comune ceppo d’origine. Tali ramificazioni, nel tempo, si sarebbero diversificate tra loro a tal punto da essere connotate in seguito anche da due differenti termini lessicali: taranta l’una e pizzica l’altra. Un dato a conferma della stretta parentela tra i due balli viene suggerito anche dalla reciproca concomitanza etimologica e fonetica dei due termini: taranta e pizzica. L’uno, dal verbo greco ταράσσω - in traslitterazione tarasso, in traduzione agitare, sconvolgere - etimologicamente connota la caratteristica frenetica del ballo e foneticamente, con l’allitterazione sillabico-accentuativa di ta e ran…. tà ta-ràn-ta-tà tà ta-ràn-ta-tà, ne riproduce anche il ritmo. L’altro, pizzica pizzica, con cui si suole indicare il ballo eseguito dalla donna sulle note di uno strumento suonato dal maschio, etimologicamente evoca una ripetuta provocazione e foneticamente, con la reiterata battuta sillabico-accentuativa di pì…zzi-ca- pì…zzi-ca, sembra riprodurne co voce e saltelli anche il ritmo. D’altronde, nella storia della musica, tra i generi musicali canonici, con il termine pizzicata si indicava e si indica ancora oggi un’esecuzione musicale ottenuta non scorrendo ma pizzicando con le dita le corde di uno strumento ad arco. Queste affinità e somiglianze confermerebbero, come dati di

fatto, l’ipotesi della stretta parentela dei due balli e della loro cmune origine dalle danze in onore della Grande Madre Terra.

Serenata

Per quanto attiene, invece, l’indagine eziologica della serenata, la soluzione è molto più semplice in quanto può avvalersi di una documentazione storica di riferimento chiara e inequivocabile: il παρακλαυσίθῠρον, in traslitterazione paraclausithyron.

Di contro alla mattinata, composizione poetica più recente e dai toni più lirici, la serenata, probabilmente dal latino sero nancta, giunta a tarda ora, affonda anch’essa le radici in quel periodo storico quando i coloni greci, oltre ai culti religiosi e ai riti ad essi connessi, importarono e diffusero nel Meridione d’Italia il paraclausithyron, in traduzione letterale lamento presso la porta chiusa, in traduzione espansa lamento dell’innamorato dietro la porta chiusa dell’amata.

A sera o nel buio della notte, sotto la finestra o dietro la porta chiusa della donna amata, l’innamorato, da solo o con amici, al suono di uno strumento musicale intonava il suo canto di sofferenza, di implorazioni e di richiesta d’amore, ricorrendo anche, per celia o per davvero, a minacce e ad anatemi nel caso o nel timore di un rifiuto. In altre versioni più idilliache

l’innamorato omaggiava la donna amata con lodi e le prometteva amore eterno.

L’odierna consuetudine amatoria della serenata ha sostanzialmente la stessa funzione e ricalca lo stesso rituale dell’originario paraclausithyron per cui l’analogia tra i due è indubbia come è indubbia la pervasività dell’amore, del canto, della musica nel tempo e nello spazio, oltre il tempo e lo spazio.

Nato nella notte dei tempi e tramesso oralmente, il paraclausithyron divenne, in seguito, un genere letterario tipico della poesia elegiaca greca. Introdotto nel Meridione, fu poi ripreso dalla poesia elegiaca romana, in seguito dalla poesia trobadorica, da quella medioevale e vive ancora oggi nel folclore meridionale, come manifestazione d’omaggio cortese anche ad una vecchia amica.

Gesto di tenerezza e nobiltà d’animo dell’altra metà del cielo, il maschio, capace, nell’incontrare una donna, di sussurrare a sé stesso uno tra i più nobili e sofferti sospiri mai emessi: quannə iessə la bella fənsigna lu solə s’ncappella. In traduzione: quando esce la bella persino il sole si incappella… Come a dire: una donna irradia tanta luce intorno a sé che, quando esce, persino il sole si mette il cappello per farsi ombra e non essere abbagliato… Magra consolazione per il povero spasimante ma per la donna, seppure inconsapevole, una galanteria senza pari!

Puglia Terra Madre

All’indagine preistorica, glottologica e folclorica del Meridione, non ultimo, si aggiunge un reperto archeologico di notevole rilevanza oltre che storica anche identificativa e simbolica della nostra terra: il reperto risalente al terzo millennio avanti Cristo, di una donna gravida.

Se Ostuni conserva ancora i tratti fisiognomici dell’antica città greca, per millenni, nel suo grembo, ha conservato anche la testimonianza stessa del suo essere madre. Ce lo svela il reperto archeologico, rinvenuto dal prof. Donato Coppola nei suoi scavi di ricerca, unico esemplare al mondo come evocazione dell’amore oltre ogni limite di tempo e di spazio.

Amore che è vita, che accoglie, che asciuga lacrime e rifocilla come testimonia la storia della Puglia di ieri e di oggi, storia di fatica, di sogni e solidarietà, storia di cui si riportano solo due immagini significative di un evento epocale più recente, quello del 1991,

dei naufraghi in fuga dall’Albania sbarcati nei nostri porti accolti e rifocillati dagli abitanti e dalle istituzioni.

Era la MAGNA GRAECIA

culla della cultura occidentale

A cominciare presumibilmente dal secolo VIII a. Cr, quando il Nord d’Italia e d’Europa vivevano ancora la loro “pre-preistoria”, il Meridione d’Italia, designato dagli stessi coloni greci con il toponimo Magna Graecia, viveva e alimentava una cultura che avrebbe impregnato di sé e contraddistinto tutto il mondo occidentale, e non solo, per i suoi valori e con risonanze da sempre e per sempre vivi ed attuali. Basti pensare allo spirito di accoglienza e convivenza pacifica, alle tante scuole e ai tanti personaggi illustri dell'antica Grecia che qui si stabilirono e ai tanti altri che qui nacquero e vissero, poeti, filosofi, storici, tra cui - solo per citarne alcuniArchimede, Empedocle, Erodoto, Eschilo, Parmenide, Platone, Stesicoro, Teocrito, Zenone …

Se mai ricordassimo questo nella sua reale portata, conosceremmo di più e meglio il presente del Meridione, perché la Magna Graecia, orgoglio e vanto della storia umana, incunabolo della grande cultura occidentale, era la Puglia e le sue città ... Era il Meridione d’Italia.

FOTO DI FAMIGLIA

Nell’unità dell’anonimato un solo cuore e una sola mente

Ostuni Fasano

Ringrazio

- Gennaro Colacicco, mio fratello, per il fondamentale supporto telematico, per i consigli e la impaginazione.

- Tutti i miei figli per la pazienza e la disponibilità mai negata in questa evenienza.

- I tanti amici e conoscenti, ai quali ho chiesto suggerimenti e consigli, e ai quali, tutti, mi lega l’amore per Ostuni, per la Puglia, per il nostro Meridione, Μεγάλη Έλλασ, la nostra Magna Grecia.

Le immagini del testo provengono alcune da privati, altre sono state rilevate da Internet.

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.