Il mistero delle tre porte

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Il mistero ANDRE A BISCARO porte delle tre

Testi: Andrea Biscaro

Coordinamento redazionale: Emanuele Ramini

Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti

Team grafico: Enzo Bocchini

Stampa: Gruppo Editoriale Raffaello

I Edizione 2026

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Il mistero porte delle tre

ANDRE A BISCARO

INTRODUZIONE - REGOLE DEL GIOCO

Ti chiami Enea, hai quindici anni e per la prima volta passerai l’estate senza i tuoi soliti amici. Però conosci Alberto, il figlio di Gianni, il pescatore. Alberto ha la tua età e in paese si dice che sia un po’ matto.

In effetti lo sembra, soprattutto quando ti racconta una storia assurda. Che alla cala del Corvo c’è una grotta. In questa grotta c’è un vortice immenso, che lui ha battezzato l’Imbuto. Se ti infili dentro l’Imbuto verrai risucchiato al centro della Terra e sputato fuori in una stanza circolare fatta di quarzo. Lì ci sono tre porte: una gialla, una verde e una nera . Alberto dice che non ci è mai entrato, perché bisogna risolvere dei codici per sbloccarle. Tu potresti aiutarlo.

Forse si tratta di portali per accedere ad altri mondi, ad altre dimensioni.

Accetterai di seguire il tuo strambo amico in questa avventura ai confini della realtà?

Un Libro-Game è un romanzo che, invece di essere letto linearmente dall’inizio alla fine, ti offre la possibilità di partecipare attivamente alla storia . Sarai tu a decidere tra alcune possibili alternative (bivi) mediante l’uso di paragrafi.

Sarai tu a scegliere una strada piuttosto che un’altra.

Nel corso del racconto ti capiteranno incontri e scontri . Sarà utile raccogliere oggetti e indizi. Quando ti capiterà, potrai segnare l’oggetto guadagnato nel tuo equipaggiamento . A matita, appunterai le cose che troverai.

E sempre a matita, se vorrai, potrai segnare i paragrafi che man mano sceglierai.

Così, ogni volta che ricomincerai l’avventura, sarà più facile ricordare i percorsi già fatti.

Un Libro-Game è simile a un videogioco : c’è una missione da compiere e, avanzando progressivamente nella storia, i pericoli saranno sempre maggiori. Come in un videogioco, ogni volta che muori, è un Game Over. Termini l’avventura, ma potrai ripartire da zero, sperando di imboccare i bivi giusti che ti portino alla salvezza.

Ricordatelo: un Libro-Game finisce quando avrai letto tutti i paragrafi, e quindi tutte le possibili diramazioni e alternative della storia.

Quindi non c’è un unico finale, ma tanti finali.

Alcune parole chiave:

– Interattività : a differenza dei romanzi tradizionali, il Libro Game ti offre la possibilità di partecipare attivamente alla storia. Puoi fare scelte che influenzano lo svolgimento della trama.

– Rigiocabilità : il Libro Game può (deve!) essere riletto molte volte, con risultati diversi a seconda delle scelte fatte. Questo aumenta il valore di rilettura di un Libro Game rispetto a un romanzo tradizionale.

– Immedesimazione : nel Libro Game assumi il ruolo di un Personaggio, permettendo un livello di immedesimazione più profondo rispetto a un romanzo tradizionale.

– Flessibilità : il Libro Game non si legge dall’inizio alla fine in modo lineare, ma si salta da una pagina all’altra a seconda delle scelte che farai. Questo offre un’esperienza di lettura elastica e dinamica.

A questo punto, non ci resta che augurarti buona avventura!

Vivere in un posto di mare significa questo: che tutti i tuoi amici, appena finisce la scuola, se ne vanno in vacanza: montagna, lago, campagna, persino in città.

E tu rimani quasi sempre solo. Quasi, perché qualcuno rimane sempre di solito. Tipo Marco. Oppure Agnese. Ma quest’anno niente. Se la sono squagliata anche loro. Marco è andato in Puglia dai nonni materni e starà via tutta l’estate. Agnese invece è andata in Trentino coi suoi.

E tu? Ovvio che non andrai da nessuna parte, come ogni anno. Con la scusa che tanto vivi in un posto turistico, col mare sotto casa, con le spiagge, le scogliere, e tutto il resto, i tuoi ti dicono: “Non vedi che fortuna, figliolo?”

Mah. Tu non ti senti mica così fortunato. Sai che è tutta una scusa. Hai voglia se anche mamma e papà vorrebbero andare in vacanza da qualche parte! Cambiare aria per un po’. Staccare, come dicono loro. Ma ovvio che non si può. Perché l’attività di mamma e papà è prettamente turistica, appunto. Hanno un Bed & Breakfast nel centro del paese e anche un piccolo ristorante. Quindi ciao vacanze.

Avere un albergo ti costringe a stare inchiodato al tuo paese tutto l’anno. Inoltre, per quanto ti riguarda, significa anche dover dare una mano. L’estate per te, infatti, significa rimboccarti le maniche e fare il jolly. Mamma e papà ti usano un po’ qua, un po’ là. Ogni tanto aiuti in cucina.

Ogni tanto a pulire le camere. Ogni tanto a fare il cameriere o ad accogliere i turisti. Insomma, alla fine dei conti, estate per te significa lavoro.

“Hai quindici anni, è ora che inizi a capire il senso del dovere e del sacrificio” ti ripete tuo padre ogni due per tre.

Per te non è un problema. Non ti dispiace aiutare l’attività dei tuoi. Poi non è che ti schiavizzano. Ti lasciano un bel po’ libero. È estate anche per te. La scuola è stata più tosta del solito. Ma sei stato bravo a essere promosso senza nessuna materia sotto.

Il vero problema quest’anno è la mancanza di amici.

Tutti-tutti-tutti sono andati via dal paese.

È luglio e la Costa d’Argento pullula di turisti, di gente che ha voglia di divertirsi, di esplorare, di fare il bagno, di navigare, eccetera.

E tu? Tu ti dividi tra il B&B dei tuoi, i tuoi fumetti e Serie TV di fantascienza (sei un super appassionato), i tuoi videogiochi, gli amici on-line e gli amici in carne e ossa che ti mandano ogni giorno foto delle loro vacanze.

Davvero un’estate coi fiocchi, insomma.

Non è che stai male da solo, anzi. Te la passi. Ma a volte ti viene una malinconia super al pensiero che potresti magari fare il bagno con un amico, giocare a pallone o a racchettoni, andare al chiosco sulla spiaggia a mangiare un gelato. Robe di questo tipo.

“Magari conoscerai qualcuno. Vengono spesso ragazzi e ragazzi nel nostro Bad & Breakfast!” esclama tua mamma, cercando di rincuorarti.

Ma non è così. La maggior parte degli ospiti sono vecchi. Vabbè, quest’anno va così.

Alla mattina hai preso l’abitudine di andare agli scogli della Secca. Ti piace camminare, percorrere quel sentiero che passa nella macchia, tra arbusti e sterpi. L’aria vibra di calore, le cicale rombano nell’atmosfera. Ti piace soprattutto perché stai imparando a pescare. Tuo papà ti ha regalato una canna molto bella. Professionale, come piace definirla lui. Poi vabbè, ti ha insegnato qualche trucchetto. I giochi di polso, come gettare la lenza, i punti migliori e più pescosi.

La verità e che non peschi mai un granché. Poi ti dà anche fastidio quando i pesci abboccano all’amo. Hai il cuore tenero, e quando capita di tirar su un pesciolino che si dibatte all’amo, non puoi fare a meno di ributtarlo in mare.

“Come pescatore sei proprio uno zero!” tutto è iniziato da questa affermazione. Tutto, nel senso che l’estate, da quel momento in poi, ha preso un’altra piega. Nuova, totalmente imprevista.

Tu sei lì, seduto sul granito della scogliera a sfilare l’amo da un piccolo pesce che hai appena pescato, quando la voce di quel ragazzo echeggia nel silenzio della mattina.

Ti volti di scatto, sobbalzando. Il pesciolino ti sguscia dalle dita e saltella fino al bordo degli scogli. Poi, con uno scatto di pinna stupefacente, si tuffa in mare, ritrovando la libertà.

“Era una salpa, quella. Ma non ha senso pescarle così piccole. Hai fatto bene a ributtarla!” afferma il ragazzo.

Tu lo osservi in controsole. Ti schermi la fronte, socchiudi gli occhi.

Lo conosci quel tipo. Cioè, non di persona, ma sai chi è. È uno del paese. Ci si conosce un po’ tutti nei paesi, si sa. E di questo ragazzo si dicono tante cose. Anche i tuoi genitori ne hanno parlato spesso. Si chiama Alberto, deve avere più o meno la tua età. È figlio di Gianni, il pescatore. Anche lui fa il pescatore. Nel senso che aiuta suo padre sul peschereccio. Alberto non studia, non fa il liceo come te e gli altri tuoi amici. Lui ha iniziato a lavorare molto presto. Sembra un’acciuga. Lungo e magro, sempre abbronzatissimo.

Quasi quasi lo si scambia per un africano. Soltanto che Alberto ha i capelli rossi, screziati di biondo, anche un po’ lunghi. Tante lentiggini sul viso, un sorriso storto e pieno di dentoni. Anche in quel momento, quando ti dice della salpa e che sei uno zero nella pesca, ti sfodera un sorriso tuttodenti che lì per lì ti fa quasi paura. Ha un guizzo strano negli occhi. Sono azzurrissimi, e brillano di inquietudine. Di follia, diresti.

Si dicono cose mica tanto belle su Alberto.

Ad esempio che lui non va a scuola perché ha una tara al cervello. Cioè, perché è mezzo matto, insomma. Proprio così. Si racconta che non sia proprio normale. Che faccia cose strambe, come appiccare incendi, tipo. Crudeli, anche, tipo ammazzare animali. Che non ha amici, perché nessuno vuole stare con lui. Che sta sempre solo a vagare di qua e di là per il paese. Oppure che prende la sua barchetta andando a zonzo in mare aperto.

Tutti lo evitano, perché dicono che porti sfortuna. Che se ti guarda con quegli occhi grandi e pazzi, ti capitano cose brutte.

Tu pensi che la gente sa essere davvero cattiva. Ha paura delle persone che non conosce, e quindi ci ricama sopra delle storie malvagie.

Tu non sai se credere o no a queste storie. Non conosci Alberto.

L’avrai incrociato sì e no una decina di volte in vita tua. Non ci hai mai avuto a che fare. Certo è che ti ha sempre un po’ colpito la sua figura. È un ragazzo così diverso dagli altri. Sempre mezzo svestito e selvaggio. Quasi sempre a piedi nudi che saltella tra vicoli, scogli, spiagge e sentieri. Avanti e indietro tra mare e terra. Non l’hai mai visto col cellulare in mano, per dire. È un’anomalia rispetto a te e ai tuoi amici. Quindi l’hai sempre tenuto a distanza, in un misto di sospetto e ammirazione. Sembra uno che se la cava da solo. Uno che, nonostante l’aspetto poco simpatico, si diverte a girellare e navigare nel mondo. Insomma, tu sai più o meno queste cose. E nel momento in cui ti volti a guardarlo nel controsole rovente di luglio, ti vengono in mente a slavina.

“Pesco più che altro per passare il tempo...” affermi tu.

Non puoi fare a meno di osservare gli occhi del ragazzo. Luccicano di un’euforia bizzarra.

“Si possono fare un sacco di altre cose per passare il tempo, soprattutto se non sai pescare” dice lui “Da’ qua, ti faccio vedere io. Sbagli un botto di cose. Come getti la lenza, come tieni il polso, come giochi di mulinello, e poi questo punto è sbagliato” ti fa cenno di seguirlo.

La scogliera è deserta. Ci siete soltanto voi.

Tu lo segui, anche se non sei molto convinto. Non vuoi dargli corda.

Ma non puoi fare a meno di assecondare l’estro del tuo coetaneo.

Lo osservi. In poche agili mosse, infila l’esca all’amo, getta la lenza lontanissima, tanto che non vedi nemmeno dove va a tuffarsi. A torso nudo Alberto sembra scolpito nel legno. Magrissimo e nervoso, scuro come l’ebano. Con quei capelli rossi che sembrano fiamme incandescenti nel sole.

“Vedi, si fa così. Devi muovere il polso in questo modo, la lenza deve scivolare di continuo sulla superficie per attirare i pesci” ti spiega. Ha una voce nasale e un po’ gracchiante. Si fa fatica a capire, perché parla molto in fretta. E si mangia un bel po’ di lettere. Inoltre, la erre sembra una elle e la ci sembra una zeta. Infatti dice superfizie. Ma tu lo segui, nonostante questi difetti.

Si muove da Dio sugli scogli. Ha i piedi grossi e callosi. I polpacci muscolosi, le gambe forti.

Annuisci, gli vai vicino, ma non troppo. Hai il timore che possa attaccarti quella sua frenesia furibonda. Si muove a scatti rapidi.

Sarà vero che non ha tutte le rotelle a posto?

Sarà quello che sarà, ma in poco tempo Alberto cava fuori dalla superfizie scintillante del mare un pescione stra grosso!

“Guarda che bel sarago, eh?” il ragazzo ti mostra la preda, toglie l’amo dalla bocca, lo tiene tra quelle mani ossute e ferme che sembrano rami.

Tu fai sì. In effetti non hai mai pescato pesci di quella taglia. Sai come sarebbe contento tuo papà se tornassi a casa con un sarago come quello?

“Lo vuoi o lo ributto in mare?” ti fa Alberto, con un cenno rapido del mento indica oltre lo scoglio.

“Ributtalo pure” gli rispondi. Ma appena dopo ti penti. Potevi tenerlo, altroché! Solo che ti sei sentito a disagio. Sarà anche per il fatto che hai pensato che quel sarago era stato toccato da Alberto. La pazzia può essere contagiosa? Ma sarà davvero follia, la sua? O solo entusiasmo?

“Come vuoi!” ti risponde lui con quella sua vocetta acuta, piena di note sghembe, stridenti. E getta il sarago nel blu.

“Comunque io sono Alberto!” ti fa lui a un certo punto, porgendoti la mano.

Ci pensi un bel po’ prima di allungargli la tua di mano.

Attraverso il contatto la pazzia si può passare?

“Ma dai, basta cretinate!” si impone la tua voce interiore.

“Enea, piacere!” gli dici e gli stringi il palmo. Che è caldo, duro, asciutto. E poi ha la stretta solida, come quella di un adulto. Per un attimo, anzi, pensi di non potere più uscirne.

“Che nome assurdo!” gracchia lui e si mette a singhiozzare una risata cattiva.

Tu stai lì imbarazzato, non sai che dire, che fare.

Ti senti a disagio, eppure Alberto, nonostante la sua brutalità, la sua acidità, ti attrae. Sarà per il fatto che sa pescare così bene? Beh, quello è anche ovvio, visto che è il suo mestiere! Va a pescare con suo padre da quando è nato, praticamente. No, è qualcos’altro che ti attira in lui. Forse davvero quella luce sbilenca nei suoi occhi. Il fatto che sembri così esagitato, ma con le idee chiare.

“Tu sei quello del B&B del paese, ti conosco!” esclama lui, guardandoti da capo a piedi, così attentamente che per un attimo pensi che ti abbia spiato i pensieri.

Tu annuisci e gli fai, cercando di essere spavaldo come lui: “E tu sei il figlio di Gianni, il pescatore. Anch’io ti conosco!” ma appena dici questa cosa abbassi lo sguardo e arrossisci come un pomodoro maturo.

“Tu non mi conosci affatto!” sbotta lui e di nuovo fa una risatina che lo fa traballare tutto. I capelli rossi si scuotono al sole e sembrano vivi, riccioluti come serpenti.

A te vengono i brividi. Cosa intende con quella affermazione?

Pensi che forse, per stare al suo gioco e al suo tono, dovresti dire la stessa cosa: “Anche tu non mi conosci!” ma non emetti fiato.

Guardi Alberto saltellare sugli scogli. Si dirige dove c’è il tuo zaino, la tua roba.

Si siede sul granito, ficca le sue mani tra le tue cose. Tu vorresti dirgli di non toccarle, ma sei impietrito.

“Cos’è questo?” agita nell’aria uno dei tuoi fumetti.

“Un fumetto...” rispondi evasivo.

“Questo lo vedo. Non sono mica stupido come dicono in paese, sai?” esclama Alberto, e le esse gli vengono fuori come delle effe: “... in paefe, fai?”

Tu arrossisci di nuovo. Eviti il suo sguardo. Non dici nulla.

“Intendevo di cosa parla?” e di nuovo Alberto sventola il tuo fumetto nell’aria salmastra.

“Fantascienza...” rispondi evasivo.

“Fantascienza?!” esclama lui sgranando i suoi occhi azzurri. Quello che viene fuori dalle sue labbra suona così: “Fantafienfa?!”

“Già” fai sì col capo.

“Robe di pianeti, universi, dimensioni, futuro?” farfuglia lui, ti sembra sempre più esaltato. Comincia a farti paura sul serio.

“Sì, cose così” gli fai tu e non vedi l’ora di rimanere di nuovo solo nel silenzio della mattina. Non vedi l’ora che Alberto fili via.

Ma perché gli hai dato spago? Non avresti dovuto.

Il ragazzo getta con noncuranza il tuo fumetto sugli scogli, fa un suono sfottente con le labbra, poi ti sussurra, come se ti stesse rivelando un segreto inconfessabile:

“Se ti piace davvero la fantafienfa, un giorno devi venire in barca con me!” e indica un punto oltre

GLI SCOGLI DELLA SECCA.

Tu non capisci che attinenza possa esserci tra la sua barca e la fantascienza. Gli rispondi semplicemente: “Perché?”

“Perché dopo la CALA DEL CORVO c’è una cosa strana che ho scoperto da poco. Un vortice... whom!” e di colpo Alberto si mette a piroettare su se stesso per imitare un mulinello, appunto.

“Un vortice?” gli domandi sempre più perplesso. E anche spaventato. Di nuovo non vedi l’ora che Alberto se ne vada.

“Yes! Un mulinello d’acqua supersonico, vedessi!” i suoi occhi adesso sembrano davvero spiritati.

“Cosa c’entra con la fantascienza?”

“C’entra, perché quel vortice è... com’è che si dice?” schiocca le dita nell’aria sgambettando come un coniglio “Ah, sì. È UN PORTALE!”

Tu rimani di stucco. “Un p-portale?” balbetti.

“Sì, io lo chiamo l’Imbuto! Ti porta in posti assurdi se ti ci tuffi dentro!” adesso Alberto sta parlando col turbo. E si mangia una cifra di lettere.

Comunque dev’essere matto sul serio alla fine.

Chi si tufferebbe mai in un vortice d’acqua?

La storia ti sta appassionando?

Prosegui al paragrafo 1

Va a finire che vi mettete sugli scogli a parlare. Cioè, è Alberto a parlare. Tu lo incalzi con le domande. Ti racconta delle cose assurde.

Tu non sai se credergli o no.

“La prima volta che ho scoperto l’Imbuto, stavo facendo il bagno alla cala del Corvo. Mi fermo spesso lì, soprattutto d’estate, perché è tranquillo.

Non ci passano i turisti. La costa è a picco, frastagliata, difficile potersi ancorare lì se non sei super esperto. Insomma, a un certo punto mi spingo verso gli scogli. C’è una specie di grotta, lì. Nessuno ci entrerebbe mai, perché l’ingresso è molto stretto. Ci si va in apnea, ma solo se sai nuotare bene e se conosci il punto...”

“E tu ci sei entrato” lo interrompi.

“Ovvio. Ma probabilmente non ci sarei andato quel giorno, se non fosse stato per una corrente strana...” mima nell’aria un movimento veloce con le dita.

“Che corrente?” gli domandi, sempre più curioso.

“Una corrente ghiacciata che sentivo ai piedi.

Capita, eh. Correnti fredde. Ma quella era diversa. Era come una corrente elettrica, proprio. UNA FORZA che mi spingeva verso la grotta, come se volesse

farmici entrare. E io non potevo oppormi, non so come dire. Insomma, qualcosa di irresistibile!”

“E quindi sei andato in apnea?” gli chiedi, sei sulle spine.

“Certo. Me la cavo niente male in acqua. Mio papà dice che ho le branchie!” e lì Alberto si mette a sghignazzare con quella solita risata pazza, piena di denti e di sputacchi di saliva. A te viene da arretrare, per non beccarti in faccia qualche zampillo. Sempre per la solita storia: non vuoi essere contaminato dalla pazzia di Alberto.

“Insomma, mi immergo e sbuco al di là della grotta. Con questo freddo elettrico che mi accompagnava. Non facevo fatica. Anzi, sembrava che l’acqua mi volesse proprio spingere nella parte nascosta degli scogli!”

Alberto strabuzza gli occhi così tanto che lì per lì temi che gli possano schizzare via dall’orbita.

“Ed è lì che hai visto... l’Imbuto?” gli chiedi, col cuore che inizia ad accelerare i battiti.

“Non proprio lì. Ho dovuto nuotare un po’, spingermi nelle profondità della grotta. Era la corrente fredda che mi dava la rotta. Poi l’ho visto. Enea, una roba pazzesca! Io ne ho viste di cose strane nella vita...” e lì Alberto guarda all’insù come per alludere alla caterva di bizzarrie incontrate nella sua breve esistenza “... chi va per me mare dall’alba al tramonto ne vede di cose strambe, te lo

posso assicurare. Anche mio papà te lo direbbe. Lui che è molto più vecchio di me ne ha viste tante di più. Eppure non ha visto quello che ho visto io...”

“L’Imbuto” affermi.

Ormai ti sei abituato alla parlata trascinata e rapida di Alberto, alle sue lettere storpiate e mangiate.

“Sì, l’Imbuto! La prima volta mi ha fatto una tale impressione, che mi sono messo a ridere come un matto!” e lì il tuo amico esplode in una risatina isterica. Non fai fatica a immaginarlo ridere come un matto dentro la grotta.

Poi Alberto va avanti: “Non era facile stare fermi sul pelo d’acqua, anche se non era più così profonda. La potenza del vortice era immensa e spostava quantità d’acqua d’impressionante. C’era come un suono di lavatrice tutt’intorno.”

“E tu cos’hai fatto? Hai cercato di tornare indietro? Di uscire dalla grotta?” gli chiedi, incalzandolo, pur sapendo che non è andata così.

Un matto dentro le cose strane ci si butta dentro a pesce. Senza tanti problemi.

“Macché, sei matto?” ti fa lui, allibito. Ecco, il matto sei tu.

Poi prosegue: “Mi sono lasciato trasportare. E il mio corpo è scivolato verso l’Imbuto alla velocità della luce! Sapessi! Era come essere in un parco acquatico, hai presente? Il gorgo era enorme,

l’acqua mi entrava dentro la bocca, ma la cosa assurda è che riuscivo lo stesso a respirare. In quel momento ho davvero pensato che mio papà avesse ragione. Che avevo davvero le branchie!”

“E poi?” domandi, ormai febbrile. Non senti neanche più il caldo feroce del sole sulla testa. Non senti più niente. Solo il racconto di Alberto.

“E poi l’Imbuto mi ha preso dentro di sé, facendomi girare come una trottola!” di nuovo Alberto si è alzato in piedi di scatto e si è messo a roteare come un folle per farti capire.

“Mamma mia...” esclami, e immagini te stesso in una situazione del genere. Ti viene la nausea solo a pensarci! Altro che giostre.

“Comunque mi sono spaventato a un certo punto, eh!” esclama Alberto annuendo, e lì si fa serio per la prima volta. Ti sembra improbabile che un tizio come lui possa spaventarsi di qualcosa in effetti.

“Ci credo! Io sarei morto!” gli dici.

“Esagerato! Solo all’inizio me la sono fatta sotto, perché la potenza dell’Imbuto era davvero spaventosa. Io non potevo fare altro che assecondarla. E sono scivolato giù, a serpentina. Giù, a una velocità supersonica, tanto che pensavo di raggiungere il centro della terra!”

Mentre lo ascolti, adesso comprendi il collegamento con la fantascienza. E in quel momento ti viene anche da pensare che magari

Alberto ha una gran fantasia e gli è bastato pensare che tu sei appassionato di fantascienza per inventare al momento una storia strampalata.

Già. Perché mica sarà vera questa faccenda del vortice, no?

Come può essere ancora qui, Alberto? Ancora vivo?

“Ma l’acqua non ti soffocava?” gli domandi.

“No, te l’ho detto. Non mi entrava in bocca. Ma più che altro non sembrava più acqua a un certo punto. Era come se fossi nell’occhio di un ciclone. Come se ci fosse solo aria intorno a me. E io al centro. Ma aspetta, perché il bello viene ora!”

Tu annuisci, gli fai cenno di proseguire.

“Non so quanto tempo rimango a fare il girotondo, sprofondando nelle viscere della terra. Il tempo non esisteva più. Io mi ero lasciato andare. Ero in balia del destino.”

Tu fai sì col capo e ripeti dentro di te con la voce di Alberto: “.. in balia del deftino.”

“Insomma, dopo un tempo incalcolabile, potevano essere secondi, ma anche ore, persino giorni, smetto di precipitare. Arrivo in fondo. E lì c’è una specie di GRANDE SALA CIRCOLARE illuminata da non si sa dove. Una luce che sembrava provenire dalle pietre stesse. Quelle pietre, notai, erano enormi stalattiti di quarzo. Lastre. Pilastri. Tutto quarzo, hai presente? E brillava, sapessi come brillava...”

“Ma tu eri asciutto?!” gli chiedi, sempre più stupito.

“Completamente! Neanche una goccia d’acqua addosso. E stavo anche benissimo!” fa una piccola pausa poi procede “Mi guardo intorno e vedo TRE PORTE . Ognuna di un colore diverso.”

“Mi stai dicendo che sott’acqua, sottoterra, ci sono tre porte in una sala fatta di quarzo?!” sei sempre più sbigottito. Forse faresti bene a tornare a casa. Le cose strampalate stanno diventando sempre più numerose. Fuori controllo.

“Tre, sì.

UNA GIALLA, UNA VERDE E UNA NERA

.

Porte grandi, robuste, di acciaio inossidabile, tipo!” Alberto si sbraccia, per farti capire le dimensioni, sembra sempre più esaltato. Sembra un elastico che si tende di qua e di là.

“E tu in quale sei entrato?” gli domandi, e cerchi di capire se Alberto stia inventando quella storia lì per lì, oppure ha davvero vissuto questa avventura straordinaria.

“In nessuna, fratello!” alza le spalle e si mette a ridacchiare singhiozzando. Con quei dentoni sembra un asino che raglia.

“E perché?” gli fai, ti sembra stranissimo che un tipo come Alberto non le abbia provate tutte, quelle porte.

“Perché su ogni porta c’è una specie di CODICE per poter entrare e io non sono riuscito a capire un’acca. Sai, io sono più bravo nelle cose pratiche!”

Ti guarda con quegli occhioni stralunati, colmi di speranza.

Gli domandi dei codici, ma Alberto non sa spiegarti molto bene.

“E come hai fatto a tornare?” gli fai.

“Semplice! Mi sono messo fermo nel punto in cui sono caduto giù. Appena mi sono piazzato lì, in quel punto preciso, un’aria fortissima e calda è iniziata a vorticarmi intorno e mi ha risucchiato all’insù.

Su, su, su, alla velocità della luce! E sono schizzato fuori dall’Imbuto. Pluf!” ti risponde come se avesse espresso la cosa più normale del mondo.

“E non ti sei fatto male?” gli domandi.

“Zero. Nessun livido, o graffio, o altro. Anzi, vuoi la verità?” te lo sussurra questo.

“Cosa?” gli chiedi.

“Ogni volta che vado e ritorno, mi sembra di stare meglio. Cioè, mi sembra di essere più forte, più agile, più elastico. Come se andare e venire dall’Imbuto ti desse qualcosa in più!” sorride. Il bianco dei suoi dentoni scintilla al sole.

“Quindi ci sei andato spesso laggiù?”

“Ovvio! Ho provato più e più volte di aprire quelle cavolo di porte, ma niente. Beh, tu sei arrivato come il cacio sui maccheroni, come dice mio papà!”

Alberto ti indica e fa sì con la testa, soddisfatto.

Tu hai già capito dove vuole andare a parare.

Gli fai no col dito.

Fantascienza

Un Libro-Game è un romanzo che, invece di essere letto linearmente dall’inizio alla fine, ti offre la possibilità di partecipare attivamente alla storia. Sarai tu a decidere tra alcune possibili alternative (bivi) mediante l’uso di paragrafi. Sarai tu a scegliere una strada piuttosto che un’altra. Nel corso del racconto ti capiteranno incontri e possibilità. Appunta i numeri dei paragrafi che man mano sceglierai. Così, ogni volta che ricomincerai l’avventura, sarà più facile ricordare i percorsi già fatti.

Ricordatelo: un Libro-Game finisce quando avrai letto tutti i paragrafi, e quindi tutte le possibili diramazioni e alternative della storia. Quindi non c’è un unico finale, ma tanti finali.

Fai tu la storia >> Tanti bivi >> Tanti finali

Ti chiami Enea, hai quindici anni e per la prima volta passerai l’estate senza i tuoi soliti amici. Però conosci Alberto, il figlio di Gianni, il pescatore. Alberto ha la tua età e in paese si dice che sia un po’ matto.

In effetti lo sembra, soprattutto quando ti racconta una storia assurda. Che alla Cala del Corvo c’è una grotta con un vortice immenso, che lui ha battezzato l’Imbuto.

Se ti infili dentro verrai risucchiato al centro della Terra e sputato fuori in una stanza circolare fatta di quarzo.

Ci sono t re porte: una gialla, una verde e una nera.

Alberto dice che non ci è mai entrato, perché bisogna risolvere dei codici per sbloccarle. Tu potresti aiutarlo. Forse si tratta di portali per accedere ad altri mondi, ad altre dimensioni. Accetterai di seguire il tuo strambo amico in questa avventura ai confini della realtà?

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