L'intervista del 2005 all'avvocato Guarducci

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CRONACA PRATO

IV LA NAZIONE

Martedì 15 novembre 2005

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La Calvana divenne scenario di morte A fianco il ritrovamento del corpo a Case al vento, vicino a Pistoia; sopra Dino Baldassini e l’avvocato Giannetto Guarducci

TRENT’ANNI DOPO IL SEQUESTRO DI PIERO BALDASSINI Un dramma indelebile che ha segnato per sempre la nostra città

Tragico rapimento improvvisato L’avvocato Guarducci ripercorre i momenti di quelle difficili e febbrili trattative fino all’epilogo «E pensare che fu un rapimento improvvisato. L’obiettivo in realtà era un altro, un industriale con villa in collina. Il piano era pronto, però pochi giorni prima di attuarlo, fra i banditi riuniti a cena nel ristorante alla Collina per definire i dettagli, scoppiò una lite così violenta che arrivarono le forze dell’ordine. Per non destare sospetti la banda cambiò obiettivo. Fu così che decisero di rapire Piero Baldassini». A trent’anni da quell’avvenimento che segnò in modo indelebile la città, l’avvocato Giannetto Guarducci ricorda il rapimento di Piero Baldassini, avvenuto la sera dell’11 novembre 1975, un lunedì. Piero Baldassini, industriale aveva 37 anni, «L’obiettivo moglie e un figlio piccolissiera un altro» mo e stava rientrando nella sua Quella cena casa di Gonfienti alle otto di setra sardi ra, quando un’auto e un furfinita in rissa gone gli si pararono di fronte nel buio della stradina tortuosa e deserta. Il furgone fu ritrovato l’indomani a Candeglia, periferia di Pistoia. I resti di Piero vennero alla luce molti mesi dopo in una cisterna per l’acqua a Case al vento, sulle colline di Cantagrillo, nel comune di Serravalle Pistoiese. Assieme all’’avvocato Paolo Cappelli, Guarducci si battè per la liberazione dell’ostaggio al fianco della famiglia ed in particolare del padre Dino Baldassini, storica figura di industriale, scomparso nel luglio 2003 all’età di 92 anni. L’avvocato Guarducci fu protagonista dell’avventurosa consegna del riscatto: 750 milioni in lire dell’epoca. Ma non servì. I componenti della banda, composta da sardi, furono arrestati e solo più tardi si arrivò al ritrovamento del corpo. Da quell’11 novembre 1975, Prato non fu più la stessa. La città che aveva aperto le porte di case e fabbriche agli immigrati, dove imprenditori e operai lavoravano gomito a gomito in fabbrica, smarrì il sorriso e quell’immediatezza nei rapporti su cui aveva costruito una cultura dell’accoglienza senza eguali e una grande fortuna economica. La città prese ad essere guar-

dinga, diffidente, a blindare le auto, a sistemare sbarre all’ingresso dei vialetti. A spedire guardie giurate a scortare i figli. Cominciò la paura. «Fu una storia segnata fin dall’inizio — ricorda l’avvocato Guarducci — Prima il fatto che la banda cambiò obiettivo, poi il particolare che pochi minuti prima del rapimento, Dino Baldassini lasciando la casa del figlio per tornare alla propria, notò il furgone e la macchina con all’interno il "palo", vicino al sottopasso della ferrovia. Bastavano pochi attimi e Dino avrebbe visto tutto”. Forse Piero vide, riconobbe qualcuno. Per questo fu ucciso. “E’ l’ipotesi più accreditata. Non avevo conosciuto Piero, ma me lo descrivevano come un giovane forte, robusto, esuberante, non remis-

sivo. Quando lessi la lettera che di suo pugno scrisse al padre dalla prigionia, restai sgomento. La cifra del riscatto non era scritta con la sua grafia, ma aggiunta in calce da un’altra mano. Era il segno che Piero agiva ancora con piena consapevolezza e non con la sudditanza del sequestrato. Un brutto segnale. I rapitori non accettano chi si oppone e soprattutto hanno il terrore di essere riconosciuti”. Fu lei a consegnare il riscatto. “La richiesta iniziale era di alcuni miliardi, poi dopo alcuni contatti che ebbi con loro, ci accordammo per 750 milioni. Li consegnai a Guardistallo, sulle colline fra Cecina e Volterra. Come concordato guidavo una Fiat 500 con una damigiana sul portapacchi, i finestrini aperti, i fari accesi, viaggiando a 40 all’ora per un tempo determina-

to. Poi, bendato, camminai a lungo nei boschi fino al punto della consegna”. Parte delle banconote furono trovate a San Marino, mesi dopo. “Un commerciante assai accorto s’insospettì nel vederle nelle mani di due tipi dal volto poco rassicurante e chiamò la polizia. A San Marino la gente stava in guardia, scottata dal recente sequestro della figlia del dottor Rossini”. Fu così che finirono in carcere Ghisu e Piras. “Che erano entrati nella banda al posto dei fratelli Porcu, arrestati in precedenza. La banda ha i suoi ruoli e i suoi numeri. Se qualcuno usciva andava sostituito”. In quegli anni essere rapiti in Toscana significava avere la sorte segnata. “Se qualcosa pregiudicava l’opera-

COME LA CITTA’ VISSE IL RAPIMENTO Prato, la comunità immigrata e i ricchi

E da allora si radicò la paura All’epoca la Calvana fu la culla dei banditi. “Una Barbagia riprodotta tale e con la stessa brulla vegetaI RICORDI quale zione, gli stessi anfratti, grotte con accessi da cui diresti passa Solidarietà appena una lepre e che dentro riLa grande velano enormi saloni — ricorda mobilitazione in l’avvocato Guarducci —Il resto lo fece chi inviò al confino in Toquei giorni scana i sardi che nella propria terdella Cassa ra erano rimasti coinvolti in rapidi Risparmio menti. Polizia e carabinieri avee dell’Unione vano decine di fascicoli contrasIndustriale segnati con una grande P sulla copertina. P come pastori”. Omertà Fra i sardi trapiantati a Prato la maggioranza erano e sono Nessuna persone specchiate. collaborazione “Certamente. Bisogna distingueda parte re il molto di buono dal poco di del clan marcio. dei sardi Del resto alcuni banditi come Virgilio Fiore lavoravano regoL’offerta larmente, conducevano una vita per ritrovare normale all’apparenza. Lo stesil corpo so Mario Sale, fu operaio in una fabbrica tessile, prima di darsi alla macchia”. Impenetrabili, i banditi. Se arrestati, non parlavano.

“Il processo ai primi che finirono in carcere per il caso Baldassini iniziò a Prato. Fu trasferito a Firenze in corte d’Assise quando ormai fu chiaro che Piero era stato ucciso. Ma nessuno ammetteva la morte. Per rompere il silenzio, durante il processo Dino Baldassini offrì venti milioni al bandito che gli avesse fatto ritrovare il corpo. Fu il solo modo per arrivarci”. Come visse, Prato, il rapimento? “Ricordo grandi silenzi e grandi slanci. L’Unione industriale si strinse attorno a Dino. La Cassa di Risparmio offrì il suo aiuto”. Una delegazione di operai si recò da Baldassini dicendosi disposta a stringere la cinghia, se fosse servito. “Appunto. Grandi slanci. E da tutte le componenti della città. Ma anche gesti poco funzionali, però indicativi della paura latente come blindare le auto. E ricordo soprattutto grandi silenzi”. Silenzi? “La paura ebbe la meglio sull’ostentazione. I ricchi non volevano più apparire come tali. La città si richiuse, fu frenata l’espansione edilizia verso le periferie. Nessuno ebbe più la tentazione di spostarsi a vivere ‘lontano’, fuori da circuiti a loro modo rassicuranti”. p.c.

zione, i banditi uccidevano. Nel dubbio preferivano sbarazzarsi dello scomodo testimone. Ci fu una catena impressionante di omicidi tutti legati da analogie neppure sottili, da percorsi noti ai banditi, per loro rassicuranti e quindi ripetuti. Il camion con cui a Montecatini sequestrarono il cavallo Wayne Eden, fu rubato a Sesto Fiorentino, nello stesso punto in cui anni prima avevano preso l’auto per il rapimento Baldassini”. Il cadavere era a Case al vento, in una cisterna. “A due passi dal rifugio scelto per la prima notte dopo il rapimento. Ci eravamo arrivati un paio di giorni dopo, quando una signora vedendo in tv il «Dino fece furgone usato per il sequestro tutto quanto e ritrovato a Candeglia, rico- era possibile nobbe una coperta patchwork che te- Il pagamento? neva nella sua Una liberazione» casa di campagna, lì vicino. E che le avevano rubato”. Quale atteggiamento tenne Dino Baldassini durante quei giorni? “Conservò uno straordinario equilibrio fisico e mentale. Di fronte ai rapitori io mi rivelai più sanguigno e spesso Dino interveniva a mitigarmi. Riusciva a distinguere nel novero dei banditi, quelli che avevano avuto un ruolo da protagonisti, rispetto alle comparse”. Nel 2000, a La Nazione Dino disse: “Non posso perdonare”. “Uno dei rapitori chiese una riduzione di pena. Lui, come parte lesa, fu interpellato. E non si commosse”. Trent’anni dopo, pensa che si poteva fare qualcosa in più? “Dino fece di tutto. Qualcuno ha eccepito che avremmo dovuto evitare il pagamento del riscatto. Ma in quei momenti chi può paga e a suo modo nel farlo prova un senso di liberazione. S’innesta un fenomeno psicologico per il quale il denaro è individuato come causa della disgrazia. Liberandosene è come se si allontanasse da sé l’elemento che ha portato il dolore. E del resto, quando è in gioco la vita cosa rappresentano i soldi?”. p.c.


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