Narrativa Minerva Collana diretta da Giacomo Battara
fino all’ultimo passo Direttore Editoriale: Roberto Mugavero Grafica e impaginazione: ufficio grafico Minerva Edizioni © 2013 Minerva Soluzioni Editoriali srl, Bologna Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. ISBN: 978-88-7381-508-2 Minerva Edizioni Via Due Ponti, 2 - 40050 Argelato (BO) Tel. 051.6630557 - Fax 051.897420 www.minervaedizioni.com info@minervaedizioni.com
fino all'ultimo passo Romanzo
Tiziano Fusella
fino all'ultimo passo Romanzo
Minerva Edizioni
Ad Antonio Clemente e Loris Brini, la cui passione per le piste da ballo ha dato luce a questa storia ormai dimenticata, a Fabio Pianigiani per le sue lezioni sul potere del suono e della musica, e a Cristian Russo e Assunta Armocida per il continuo sostegno.
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1 La guerra è finita. Brando torna a casa Un misto di polvere e fuliggine riempiva ancora l’aria e le strade di Bologna. Di giorni ne erano passati dalla fine dei bombardamenti, ma una pioggia battente o un vento sferzante che avrebbero ripulito l’ambiente ancora tardavano ad arrivare. Una patina incolore ricopriva tutto quello che c’era in strada – i carri, le biciclette, le poche automobili che circolavano, piccole catapecchie in lamiera che fungevano da masserie. Bastava fare pochi passi per ritrovarsi le scarpe, di un colore bruno chiaro. Lungo la via Emilia i marciapiedi erano quasi impraticabili. Si camminava in mezzo alla carreggiata. Un gruppo di giovanotti si contendeva una divisa tedesca, con fare guardingo per non dare nell’occhio. Un anziano signore trainava un carretto di fiori e si faceva largo tra bestie da soma strillando, di quando in quando, una frase quasi incomprensibile. Brando, con la barba incolta da più di due settimane, portava un copricapo fin sotto le sopracciglia e un paio di pantaloni che iniziavano a sfilacciarsi in basso; ma era quanto di più presentabile avesse per recarsi al cantiere. Di certo non sarebbe andato lì per un lavoro in cui l’abbigliamento era preso in seria considerazione, e nemmeno per fare il musicista o il ballerino - cosa che prima della guerra riusciva a fare guadagnando anche discretamente. Ma voleva a tutti i costi un lavoro, anche uno qualsiasi, purché non dovesse più uscire di casa, come quella mattina di maggio, a stomaco vuoto. 9
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Bastarono un paio di sguardi al capocantiere, per far capire a Brando che poteva unirsi, già da subito, al gruppo di muratori in fondo al cantiere. Quello fu infatti per Brando il primo giorno di lavoro come manovale. Non chiese nemmeno quanto fosse la paga. E il capocantiere ben si guardò dal rivelare quel dettaglio. Gli altri manovali stavano sistemando un solaio colpito da una bomba. L’edificio aveva retto, ma era necessaria una cassaforma di legno che potesse sorreggere una nuova fila di mattoni disposti ad arco tenuti insieme da un po’ di cemento. Uno del gruppo ne mescolava continuamente. Ogni tanto si fermava, riempiva una caldarella e aggiungeva sabbia, acqua e poi ancora cemento. A occhio. Il capocantiere, Franco, si occupava del taglio del legno. Era il più esperto. Spesso alzava lo sguardo come una sentinella, e assieme allo sguardo allungava il collo, per controllare cosa faceva il resto del gruppo. Aspirava aria tra i denti quando vedeva qualcuno in difficoltà, prima di richiamarlo. “Non ce l’hai un nome?”, chiese Franco. “Anselmo”. “Se parli come rispondi mi piaci. Qua di gente che parla troppo non ne vogliamo. Porta quel cemento là in fondo. E alza quel berretto. Voglio vederti in faccia”. Passarono appena due ore e già i morsi della fame cominciavano a farsi sentire. Faceva già abbastanza caldo per essere la metà di maggio, ma la mano di Brando prese a tremare sempre più insistentemente. E non era per il freddo. 10
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Mentre portava una caldarella, si bloccò per un attimo, la poggiò a terra e fece come per riprendere fiato. Attilio, un signore calvo col naso stretto e un’aria da prete di provincia trovatosi in un cantiere per dare una benedizione, gli si avvicinò. “Non hai mangiato niente oggi?” “No.” “Toh’, prendi questo. Mi è avanzato.” Brando fece un gesto con la testa, come per dire grazie e si mise in tasca il pane e formaggio. Tra un carico di cemento e travi di legno da portare verso la sega, si fecero le sette passate. “Segnati la data di oggi, poi passo io e controllo”. Si riferiva ai documenti che attestavano la data di assunzione, vale a dire l’inizio del lavoro di Brando al cantiere. “Domani siamo qui alle otto”, aggiunse Franco. Brando si incamminò per riprendere la via di casa. Attraversò il cantiere con la luce che cominciava a calare e con ancora il fiato grosso, inarcando le braccia ben oltre il busto, come si fa dopo un certo numero di flessioni, quasi a voler bilanciare un passo diventato troppo incerto. Una giornata intera come manovale gli era parsa persino più dura di una al fronte. Fu per lui una sensazione talmente improbabile da non riuscire a definirla. Nemmeno poteva attribuire quell’improvvisa stanchezza ai suoi 34 anni. Si rese conto che l’abitudine agli sforzi fisici l’aveva quasi perduta, soprattutto quando mentalmente non si trovava in allerta, vigile, reattivo come in guerra. Ogni volta che la sua mente non era impegnata in qualche attività, gli pa11
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reva di vaneggiare e il tempo sembrava non passare mai. Tuttavia la forza la trovava, eccome. O meglio, in qualche modo avrebbe dovuto trovarla. Così avvenne nei giorni seguenti al cantiere, pensando al compenso che, seppur modesto, avrebbe portato a casa alla fine della settimana. Ci sarebbe stato da mangiare per lui e per sua madre, vedova ormai da due anni. E doveva ritenersi fortunato, perché in quei giorni la maggior parte dei lavori erano remunerati col vitto o al massimo con l’alloggio. Ci vollero quattro giorni prima che pronunciasse – e più che pronunciare i suoi sembravano mugugni – parole diverse da “va bene”, “sì, certo”, “mi chiamo Anselmo”. Un nome che, prima della guerra, solo la madre e pochi altri stretti familiari usavano per rivolgersi a lui. Per tutti gli altri era sempre stato Brando. *** Erano passati poco più di sei mesi da quando, nell’autunno del ’44, il fronte della V Armata aveva sopportato con grandi perdite una delle fasi più aspre del conflitto contro le truppe di Hitler: lo sfondamento della Linea Gotica, la più forte linea difensiva dei tedeschi in Italia. Si era aperta così la strada combattendo nonostante la pioggia e il fango di quella stagione, per 64 chilometri di aspro territorio montuoso. Per farlo, gli alleati si erano serviti di molti valorosi soldati italiani. Tra questi Brando, che conosceva bene quel territorio. Il piano finale per l’attacco alla Linea Gotica con l’offensiva verso la Pianura Padana iniziò il 16 agosto, quando il ge12
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nerale Alexander ordinò all’VIII armata di lanciare un’offensiva da est, vale a dire lungo la costa adriatica, per irrompere a Rimini. Allo stesso tempo, alla V armata fu ordinato di colpire duramente dal lato ovest, quello appenninico, attraverso le montagne a nord di Firenze verso Bologna, non appena l’offensiva a destra avesse drenato sufficienti forze tedesche dalla Linea Gotica. A fare da vedetta fu proprio Brando, che lanciò un segnale radio direttamente ai generali Clark e Alexander quando vide il blocco delle truppe tedesche spostarsi di gran fretta lungo la via Emilia. Quello uno dei suoi compiti: essere un soldato in grado di mimetizzarsi tra i civili e dare un contributo logistico. Reclutato quando alla V Armata vennero a mancare le forze delle truppe francesi destinate all’invasione della Francia meridionale, Brando prese dimestichezza con le mitragliatrici Browning M1 e divenne abilissimo, oltre che veloce, a montarli sulle semoventi M37. L’VIII Armata mosse all’attacco il 24 agosto ’44 e inizialmente avanzò rapidamente verso l’accesso orientale alla Pianura Padana. Agli inizi di settembre aveva già valicato l’ultimo crinale montuoso verso Rimini, ma a questo punto la sua offensiva fu rallentata, perché le truppe tedesche guidate dal generale Kesselring si nutrirono di forze fresche provenienti dal fronte dell’Arno, in Toscana, e in fretta e furia furono chiamate ad affrontare gli alleati sul fronte est. Qui, sul lato opposto, gli americani radunarono quanti più partigiani possibile. Brando si trovava tra questi. 13
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A metà dicembre del 1944 il fronte della V Armata, avvolto dalla neve, rimase pressoché inattivo se si escludono i pattugliamenti di routine e qualche attacco di modesta entità. Brando passò allora alcune settimane assieme alle truppe americane, e ebbe tutto il tempo per suonare la fisarmonica, ascoltare musica e organizzare rocambolesche partite di baseball con le camionette dal marchio GMC sul radiatore. Abbondavano anche le chewing-gum e la cioccolata, di cui i partigiani italiani, un po’ per gioco – cioè per sentirsi più solidali con gli americani - un po’ per fame, erano soliti riempirsi le tasche. Ma era la musica a far sognare Brando, che era stato musicista e ballerino. Quando la punta si poggiava sul giradischi tutto sembrava fermarsi per Brando. Quel ritmo e quegli accordi, a volte volutamente dissonanti, lo lasciavano stupefatto. Attraversavano le sue orecchie e arrivavano alla bocca dello stomaco come un pugno sferrato all’improvviso. Quel genere lo chiamavano jazz, gli americani. Tutto fatto di improvvisazione, fantasia, estro. Che erano esattamente gli ingredienti con cui ballava anni prima, prima di quella maledetta guerra. All’epoca, mentre tutti ballavano in modo ordinato, dosando i passi al ritmo della musica, lui irrompeva nel ballo con la forza di un ciclone. Riusciva a roteare in aria, strisciando i passi come se la pista fosse cosparsa di olio. Lo stupore di chi si trovava nella sala tra i fumi delle sigarette, i baveri delle giacche perfettamente piegati e le note di un contrabbasso, era più o meno lo stesso che provava in mezzo al campo militare tra la polvere sollevata dal vento e dalle ruote delle camionette, assieme al rombo dei 14
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motori dei camion. Una musica trascinante, dall’architettura originale, serena, limpida come lo swing di Tommy Dorsey, Glen Miller, Harry James – nomi che aveva letto sulle copertine dei dischi. Gli americani li avevano battezzati V-day, victory disc, i dischi della vittoria, prodotti proprio negli anni della guerra grazie a un accordo tra lo US War Department, il ministero per la difesa americano, e la casa discografica Columbia Records, che aveva stampato il suo marchio su ciascuna copia. Uno dei tanti modi per caricare e infondere energia alle truppe. Quello non era però un genere musicale adatto al ballo – perlomeno non come Brando lo intendeva. Lui era infatti in grado di ballare la musica popolare degli anni venti e trenta, una musica forse meno colta, meno complessa rispetto al jazz. Ma che ciononostante aveva in comune con quel genere d’oltreoceano un grande anelito verso la leggerezza, il movimento inaspettato, la fantasia - la stessa che gli era servita sulla pista anni prima. Se il jazz non gli permetteva di esprimesi come sapeva fare lui, ossia con le braccia, il busto e le gambe, almeno gli concedeva viaggi col pensiero, viaggi in quella New Orleans dove il jazz era nato o in quella New York dove, stando ai racconti dei soldati americani, i musicisti degli stati del sud firmavano contratti con le maggiori case discografiche. Due mondi diametralmente opposti, quei due generi. Da una parte il jazz americano e dall’altra la musica popolare italiana, quella che Brando sapeva danzare, fatta con tre strumenti, chitarra, contrabbasso e organino. E non più di tre strumenti – pena, rallentarne il vorticoso ritmo e dunque il ballo. Ep15
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pure nella sua mente, Brando quei due generi li aveva accostati, quasi incrociati. Trovando nel jazz lo stesso respiro di libertĂ che aveva trovato anni prima nella musica popolare. Dunque poco importava se i due generi non erano mescolabili. I sentimenti che gli suscitavano erano pressochĂŠ gli stessi.
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Il quinto giorno al cantiere, venerdì, Brando lo passò a lavorare assieme ad Attilio. Da quando gli aveva passato pane e formaggio, il primo giorno, non lo aveva quasi più incrociato. Ma quella mattina dovevano tagliare e fissare una lamiera nel tetto, dato che il cielo era improvvisamente diventato grigio e non volevano rischiare che piovesse dentro l’edificio, bagnando la cassaforma e tutto quello che c’era sotto. Presero prima la misura del foro da colmare, ma senza scrivere numeri. Attilio non aveva molta dimestichezza coi numeri né con le lettere. E per quanto riguarda Brando, invece, nessuno aveva ancora capito se fosse analfabeta o se gli mancasse del tutto la parola. Non proprio del tutto, perché qualcosa aveva spiccicato. Ma non più di qualche parola. Presero la misura del foro stendendo una corda lungo le braccia aperte di Brando, che si limitò a dire “uno, due… dodici e mezzo” da un lato, “…sette, otto, nove” dall’altro. Dopodiché passarono al taglio delle lamiere. Dovevano farle a pezzi per poterle maneggiare abbastanza comodamente, farle passare dal foro e fissarle poi esternamente lungo il perimetro. Brando teneva stretta la lamiera coi due pugni, per evitare che oscillasse troppo, mentre Attilio la tagliava con una sega da ferro. Alla seconda lamiera si diedero il cambio dopo che Attilio, affannato, prese fiato con una smorfia del labbro inferiore, portandosi una mano dietro la schiena all’altezza dei reni. 17
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Brando prese in mano la sega con la lentezza con cui si prende un bicchiere di cristallo. Attilio lo guardò perplesso e si accorse che il suo alito puzzava troppo di grappa per essere le nove del mattino. In cantiere bevevano praticamente tutti, certo, ma sempre verso sera. Raramente di primo mattino. E poi quello era un odore di alcol che aveva ormai impregnato la pelle, i vestiti. Ciononostante Brando tagliò la lamiera dritta e non diede segno di essere alticcio, né frastornato. Era talmente assorto in chissà quali pensieri da renderlo sfuggente a qualsiasi giudizio. Tranne, certamente, quello di essere un tipo taciturno e schivo. Come se si trovasse lì, ma volesse allo stesso tempo essere altrove. Nessuno però in cantiere vi aveva dato finora molto peso. A metà giornata i due si fermarono per mangiare qualcosa. Entrambi si erano portati da casa il solito pane e formaggio. Con una differenza, però. Quello di Brando era un formaggio tagliato molto, molto sottile. Seduti sul brodo di un marciapiedi appena fuori dal cantiere, diedero un’occhiata al cielo, mentre aprivano le rispettive borse a tracolla, per capire se avrebbe retto. “Almeno se piove, si rinfresca un po’ l’aria”, sbuffò Attilio. “Già.” “Se non chiudiamo quel buco entro stasera, quel Franco chi lo sente.” “Noi il possibile lo facciamo”, ribatté Brando addentando il pezzo pane. Era la prima volta che Attilio lo vide accennare un mezza frase. Ed era la prima volta che Brando si sta18
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va prestando ad uno scambio, seppur minimo, con lui. “Non per farmi gli affari tuoi - chiese Attilio, quasi a voler profittare di quella sua distensione – ma perché ti fai chiamare Anselmo? Qui penso ti abbiano riconosciuto tutti.” Brando tirò indietro la testa quasi con uno scatto e inarcò le sopracciglia, come se un colpo di vento freddo e improvviso l’avesse colto alla schiena. E fece finta di non badare a quella domanda, aspettando che il discorso si chiudesse da sé. “Sai una cosa? – continuò Attilio – Conobbi mia moglie una sera del ’33 alla Terrazza Paradiso di piazza Malpighi, dove tu ballavi come un cavallo pazzo. Ero venuto lì apposta, come quasi tutti, per vederti ballare e mia moglie stava lì a bordo pista.” “Col ballo ho chiuso ormai”, lo interruppe Brando sospendendo per un attimo il suo masticare, accortosi che serviva un suo contributo per chiudere quel discorso. “Un vero peccato, ragazzo. Ci sapevi fare.” “Non mi ricordo di te. Ogni sera ballavamo in un locale diverso”, aggiunse Brando tradito da vena di malinconia seguita da un certo fastidio. “Beh, certamente di locali per ballare ne sono rimasti pochi sotto le bombe.” “Non so niente, a riguardo. Tu cosa facevi prima della guerra?”, chiese Brando cercando di passare ad un altro argomento. “Ero un barbiere a Imola, ma ho sempre fatto anche altre cose, per arrotondare un po’.” 19
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“Ho fatto l’autista per gli ambulanti che andavano ai mercati, quelli che non avevano un mezzo di trasporto, perché durante il servizio militare avevo preso la patente. Li portavo da Imola a Castel San Pietro. Per i clienti fissi facevo un abbonamento, taglio di capelli più corsa Imola-Castel San Pietro scontata. La scarsezza di soldi mi ha accompagnato per un bel po’. Solo a Imola c’erano trenta barbieri in quegli anni. Trenta. E non è che i capelli crescevano più in fretta agli imolesi. Adesso ho famiglia e devo lavorare tutti i giorni che Dio manda in terra.” “Finché uno è da solo, si arrangia anche”, aggiunse Brando. “La necessità aguzza l’ingegno. Si dice così, no? Quando facevo il barbiere non avevo i soldi per un paio di scarpe e le vecchie erano sfondate. Per risuolarle un amico mi ha dato il cuoio e così ho pagato solo il lavoro del calzolaio. Ma lo rifarei ancora oggi, non ti credere. Anche se Franco almeno qualche lira ce la dà per questo lavoro al cantiere. Qualcosa si riesce a comprare. Poco, ma il pranzo e la cena ci saltano pur fuori.” “Quella bici che vedi laggiù – continuò Attilio, indicandola con un braccio –, l’ho comprata nel ’34, in un momento in cui gli affari andavano bene. È sopravvissuta alla guerra, ragazzo. Una bici da corsa, sai. È una Ganna. Costava 600 lire. L’ho avuta a rate da 40 lire al mese nel negozio Pirazzini Velocipedi. Poi in un periodo di crisi non sono più riuscito a far fronte alle rate. Allora sono andato dal Sig. Pirazzini, il titolare del negozio, a dirgli che non potevo più pagare e gli avrei lasciato in cambio la bici fino a quando non avessi trovato i soldi. Il negoziante è 20
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stato comprensivo, ha avuto fiducia. Mi ha lasciato la bicicletta e mi ha dimezzato la rata. Con la guerra, però, il negozio ha chiuso. So che c’è il figlio ancora vivo, di questo Pirazzini.” “Beh, meglio che non ti fai vedere da quelle parti, allora,” accennò un mezzo sorriso Brando. “Eh no, caro. Mica voglio morire coi debiti. Appena avrò messo da parte i soldi, salderò quel conto. E devo dire che alla bicicletta mi sono pure affezionato. Non è bellissima?”, sogghignò Attilio. “Sì, certo. Mai visto cosa più bella”, rispose l’altro con fare evasivo. “Sfotti tu, ma sai cosa penso… che questa guerra ci ha portato via tutto quel poco che avevamo, tranne una cosa. La nostra dignità.” Il discorso tornò a farsi serio ed era come se Attilio volesse liberarsi da un peso. “Persone oneste e generose come quel negoziante ci hanno sostenuto e grazie a loro possiamo ancora sperare di farcela, di rimboccarci le maniche. Non possiamo vivere come degli sciacalli. Qui bisogna ricostruire tutto, mica solo i muri.” Il tono di Attilio si fece effettivamente simile a quello di un prete che passava di lì per un sermone. Almeno così parve a Brando, ma tutto sommato era d’accordo con lui. “Non te l’ho detto, ma quella bici mi ha salvato la vita più di una volta durante la guerra, e quindi indirettamente è stato quel negoziante a salvarmela.” “Nel 1942 sono stato richiamato e da Imola mi hanno mandato a Ravenna, poi a Siracusa. Proprio nel periodo dello sbarco degli americani in Sicilia. La 21
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tappa successiva doveva essere la Jugoslavia, ma con l’armistizio dell’8 settembre ’43 sono tornato a casa. Pensavo di essermi liberato dal pericolo della guerra. Invece, con l’arrivo del fronte, nell’autunno del ’44, i tedeschi mi hanno precettato e sono finito a tagliare i capelli ai quei soldati che erano di stanza in un campo lungo la via Emilia, dalle parti di Cesena. Ci sono venuti a prendere su un camion e ci hanno usato come scudi umani. Non me lo dimenticherò mai. Per un tratto di strada arrivavano granate da ogni parte. Il ritorno non fu da meno. Riuscii a saltare giù dal camion fingendomi ferito. E me la feci a piedi, fin quando non andai a riprendermi la bici. Almeno così mi facevo strada gridando che ero un civile e potevo fermarmi a ogni posto di blocco e alzare le braccia.” “Vi vennero a prendere dove?” “Al campo. Quando le truppe tedesche si muovevano con carri armati e camion, temevano il fuoco della resistenza sulla via Emilia.” Brando pensò a quelle volte in cui dovette contare uno ad uno i mezzi tedeschi e passare informazioni ai generali americani. Tra loro probabilmente c’era anche Attilio, pensò, trasportato suo malgrado dalle truppe tedesche. “Sono tornato a Imola a piedi, ovviamente. Mica ti avrebbero dato un passaggio, quelli. Poi ho preso la bici a Imola e sono andato al campo. Almeno lì mi sentivo un po’ più protetto. E poi non avevo il lasciapassare, niente di niente.” 22
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“C’è una cosa che volevo chiederti, Brando, o Anselmo se preferisci.” “Dimmi.” “Quando ballavi, ricordo che c’era un ballo che nessuno riusciva a fare come te. Muovevi le gambe che sembravi staccarti tanto così dalla pista.” “Francamente non mi ricordo”, rispose Brando voltandosi dall’altro lato. “Possibile che te lo devo dire io… Avevi sempre un paio di pantaloni bianchi e una camicia strettissima. Non erano scarpe normali quelle che portavi, vero?” “Dobbiamo tornare alla sega, su”, si affrettò a rispondere Brando. *** La conversazione però non si interruppe e, arrivati alla sega, i due ripresero il discorso tra rumori di ferraglia. “Tu, invece che facevi prima della guerra? A parte ballare, intendo”, chiese Attilio. “In realtà facevo solo quello. E suonavo.” “E riuscivi a campare?” “Hai voglia che si campava”, rispose di getto Brando facendo un ampio movimento con la testa. In quel momento si accorse che un’ondata di ricordi aveva invaso la sua mente. Ricordi quasi cancellati. Le sue camicie aderenti e perfettamente stirate. I bicchieri di cristallo. Il farsi largo in mezzo alla pista, mentre partivano le prime battute della musica. E se c’era qualcuno che non l’aveva ancora riconosciuto o perché distratto, o perché voltato dall’altro lato, ecco che si affrettava a farsi in disparte senza alcuna obie23
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zione non appena riconosceva che quello era Brando, per lasciargli libera quanta più pista possibile. Spesso i gestori delle sale da ballo non vedevano di buon occhio il suo irrompere nella pista. Specie perché molti locali erano poco più che sale private, aperte solo ai residenti di un certo quartiere, ai lavoratori delle ferrovie, il cosiddetto ‘dopolavoro’, o di qualche altro ente. Non era raro infatti che, finito di ballare, Brando dovesse affrettarsi a lasciare la sala prima che qualche gestore lo rincorresse, non certo con le più buone intenzioni. Ma questo accadeva soprattutto i primi tempi, intorno alla metà degli anni ’30. Quando col passare del tempo la gente iniziava a parlare di lui e venire apposta in quei locali per vederlo ballare, allora i gestori si fecero più mansueti. Di solito Brando ballava con un certo Umberto Bortolotti, morto in guerra, che all’epoca faceva il massaggiatore della squadra di calcio del Bologna. I due catturavano l’attenzione con piroette, frulloni, salti, dando nuova interpretazione ai balli come i valzer, le polke, le mazurche. “Una commistione inscindibile di musica e ballo”, aveva titolato un giorno il Resto del Carlino riferendosi a quello strano modo di ballare. Si ballava quasi sempre tra uomini, come del resto anche nei balli tradizionali. Le ragazze stavano a bordo pista. E avevano il ruolo, fondamentale, di approvare o meno l’esecuzione appena andata in scena. “Oh, guarda che ho finito di tagliare! Poggiala a terra e prendi quell’altra lamiera!” Era il richiamo che Attilio aveva già accennato a Brando. Sembrava essersi incantato per qualche istante, forse per qualche minuto. 24
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Tutti i giorni aiuto mamma a portare l’acqua dalla fontana di Montedonato fino a casa. È una lunga camminata. All’andata abbiamo le damigiane vuote. Al ritorno sono piene. Ci mettiamo un’oretta più o meno, come mi ha detto una volta. Mi piace dire ‘più o meno’. Così quando non so bene cosa rispondere dico sempre ‘più o meno’. In tanti adesso lo dicono. Quando mamma ha detto “più o meno” per la prima volta, mi sembrava una parola nuova. Da allora, però, la sento dire sempre più spesso. Forse sarà stata la mamma ad inventare quella parola. Proprio ieri ho visto un signore che chiedeva a suo figlio se aveva mangiato. Lui ha risposto ‘più o meno’. Be’, adesso è meglio che non penso troppo al mangiare perché l’ora di cena è ancora lontana. Ieri però ho mangiato patate. Le ha portate a casa papà. La mamma le ha messe nell’acqua bollente e poi le ha schiacciate con una forchetta. Papà ha detto che presto potrò andare a lavorare anch’io. Così potrò portare a casa delle patate tutti i giorni. La mamma ha detto che, se mangiamo tutti i giorni la stessa cosa, ci viene una malattia chiamata ‘pellagra’. L’ho sentito mentre lo diceva a papà. Pensava che io non la sentissi. Infatti ero sotto le coperte, facevo finta di dormire, ma in realtà ero sveglio. Non sono però riuscito a capire se parlava della polenta o delle patate. Secondo me le patate non fanno venire la pellagra. Forse se le mangi troppo in fretta, quello è ovvio che non va bene. Una volta mi è venuto il singhiozzo. E a tavola 25