MARCO GALLO

ANCHE I SASSI SI SAREBBERO MESSI A SALTELLARE
a
Antonio, Francesca e Veronica Gallo
Nelle edizioni Itaca
Marta Bellavista
Voglio tutto
Gianni Mereghetti, Gian Corrado Peluso
Andrea Aziani febbre di vita
Stranamente felice. Dai diari di Claudia Finzi
A cura di Maurizio, Marta, Giovanni e Teresa Borgonovo
Liborio Di Marco
In alto i cuori. Peppe Lenzo, la fede viva di un uomo semplice
Paola Marenco
Volti di santi
Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare
A cura di Paola Cevasco, Antonio, Francesca e Veronica Gallo www.itacaedizioni.it/marco-gallo
Prima edizione: ottobre 2016
Quinta ristampa: dicembre 2024
© 2016 Itaca srl, Castel Bolognese
© 2016 Fraternità di Comunione e Liberazione per i testi di J. Carrón
Tutti i diritti riservati
ISBN 978-88-526-0508-6
Stampato in Italia da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)
Col nostro lavoro cerchiamo di rispettare l’ambiente in tutte le fasi di realizzazione, dalla produzione alla distribuzione. Utilizziamo inchiostri vegetali senza componenti derivati dal petrolio e stampiamo esclusivamente in Italia con fornitori di fiducia, riducendo così le distanze di trasporto.
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Prefazione
Ho accettato l’invito di Antonio e Paola, genitori di Marco
Gallo, e carissimi amici, con un po’ di trepidazione, perché è sempre difficile scrivere la prefazione di un libro, soprattutto di un libro che racchiude l’avventura di una vita: ogni vita, ogni persona ha qualcosa di unico e d’irripetibile, e dovremmo avvicinarci al mistero nascosto e presente nella storia di ogni uomo, con un senso di venerazione, a piedi scalzi, come Mosé davanti al roveto ardente, senza la pretesa di incasellare o di decifrare il cammino di una persona. Più che una prefazione, queste mie notazioni vogliono essere un invito alla lettura: perché vale la pena incontrare la vita di Marco.
È un amico che sento presente e vivo, e che ho avuto la grazia di conoscere, anche se non l’ho incontrato tante volte: un giovane dei nostri anni, che fin da bambino manifesta un desiderio potente di vita, un’intensità nel guardare la realtà e nell’incontrare tutto. Crescendo, questa sete di vita diventa in lui struggente domanda di significato, una sorta di fastidio e d’insofferenza davanti a ciò che sembra banale e vuoto, la ricerca di rapporti e di amicizie grandi, che potessero accompagnarlo e sostenerlo nella scoperta del Destino e del Mistero che vibra in ogni cosa.
Percorrendo le pagine di questo racconto, ritmato da ricordi, da riflessioni di Marco, dalla testimonianza dei suoi familiari (i genitori Antonio e Paola, le due sorelle a lui legatissime, Francesca e Veronica) e dei suoi più cari amici, traspare il volto di un giovane normale, nella sua umanità fragile e a volte contraddittoria, con dentro una possente “febbre di vita”: chi lo accosta, chi entra in rapporto con lui, resta comunque colpito, incuriosito, ed è come costretto a non dare nulla per ovvio e scontato. Ricordo i pochi, ma intensi dialoghi con lui, che, magari intorno a un tavolo, dopo cena, mi “tempestava” di domande, davanti alle quali ero messo totalmente in gioco, e non potevo cavarmela con delle definizioni. Marco è un gio-
vane pieno d’interrogativi, che si lascia stupire e ferire dalla realtà, dalla natura, dalla bellezza, dal dolore, dalla morte, fin da bambino, e fa esperienza della vera solitudine, che non è data dal non avere amici, ma dal rendersi conto che c’è un livello del vivere, ci sono esigenze e domande, davanti alle quali siamo radicalmente soli, e nessuno può pretendere di colmare l’abisso del nostro cuore, perché vive in noi una “sproporzione strutturale” tra i passi che riusciamo a fare e l’ampiezza infinita del desiderio che ci costituisce. A tredici anni scrive: «Prepotente è il bisogno di significato per ogni uomo. Ciascuno desidera trovare il senso alle cose, alla gioia, al dolore, alla paura, al bene e al male e al desiderio di felicità. Io, nella mia persona, sento ogni giorno il bisogno incontenibile di dare un significato, anche a una sola giornata». Non sopporta il senso di vuoto che si avverte in giornate in cui uno si lascia vivere e ha l’impressione netta di un tempo buttato via.
Questa apertura leale e drammatica a ogni aspetto della realtà non accade però in una sorta di solitaria meditazione, ma in un’esistenza che è innanzitutto una trama viva di rapporti. Sono questi rapporti che rendono possibile l’incontro positivo e intelligente con la vita: i rapporti con i suoi familiari, a partire dai suoi genitori, che lo introducono, con naturalezza, dentro un’esperienza di fede, e dentro la storia di un’amicizia cristiana, che per la loro famiglia ha il volto del movimento di Comunione e Liberazione; e poi i rapporti con alcuni adulti, che sanno parlare al cuore di Marco, i rapporti con amici, nelle città dove vive, a Lecco e poi a Monza, nella cittadina ligure di Casarza e a Chiavari, al Liceo “Don Gnocchi” dove studia a Carate. Amici di scuola, amici che vivono il cammino di GS (Gioventù Studentesca), amici che incontra nell’ambiente sportivo.
Ed è proprio in questa intensa normalità, che si fa strada in Marco la progressiva scoperta di una Presenza, capace di prendere totalmente sul serio la sua umanità, una Presenza che si fa più familiare e imprime alle giornate un’urgenza e un desiderio di essenzialità sempre più grandi. Così inizia a
fiorire un’affezione a Cristo, che non ha nulla di sdolcinato, e che prende corpo nell’umanità di Marco: egli, restando quello che è, con il suo carattere talvolta impulsivo e la sua esuberanza che trascina, è “diverso” e i familiari e gli amici se ne accorgono.
Un’espressione bellissima di questo cuore, che inizia a vivere in Marco, è quello che scrive dopo avere ascoltato la canzone di Claudio Chieffo Io non sono degno: c’è tutto il sentimento della propria nullità, della fragilità che avverte e riconosce in sé, e insieme la certezza di un “Tu” che c’è ed è fedele: «Noi non ti meritiamo, non meritiamo una goccia di sangue di Te. E invece Tu ci sei e mi ridesti ogni attimo, senza che io me ne accorga, Tu mi dai la bellezza, le persone, le risposte, Tu mi abbracci e Ti dico grazie».
Percorrendo ricordi e scritti dell’ultimo anno di vita, è come se crescesse in Marco una nettezza di giudizio, rispetto a ciò che vale: «Esclusa una falsa o distratta via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto fermo» – così scrive il 19 marzo 2011. E alla fine di quell’estate, afferma: «Il mio ideale è Cristo: la sua veridicità mi si continua a mostrare». La verità di Cristo e della sua presenza si mostrano in volti di uomini, che sanno ridestare il cuore di Marco: sono adulti, come l’amico Chris degli Stati Uniti, sono amici, con i quali si va a fondo nelle cose e nel reale, sono Santi come Giovanni Paolo II, che Marco scopre partecipando alla Beatificazione del grande Papa all’inizio del maggio 2011, e san Francesco.
Si ha come l’impressione che il tempo si sia fatto breve, Marco arriva all’inizio del suo ultimo anno di scuola, «come se l’acuirsi del suo desiderio si palesasse in una fioritura del suo modo di essere (…) un entusiasmo per la vita sorprendente. Era diventato incondizionatamente libero in quello che faceva» (la sorella Francesca).
Rimane profondamente colpito dall’incidente di un ragazzo all’uscita di scuola, rimasto alcuni attimi privo di coscienza, e davanti ad altri fatti drammatici, sente la insorgere la domanda: «Cosa sta succedendo? Cosa ci vuol dire il Signore?». È
come se la Presenza incontrata nella sua giovinezza, stia invadendo la vita di Marco, facendola fiorire di una nuova intensità: così la sua morte improvvisa appare essere non l’epilogo di una vita, ma il compimento di un cammino, davvero il dies natalis.
Così per Antonio e Paola, per Francesca e Veronica, per i tanti amici che hanno camminato con Marco, ciò che domina non è il ricordo di una persona cara che non c’è più, ma, dentro l’inevitabile e umanissima ferita del distacco, vince il riconoscimento di Cristo che si è fatto presente, attraverso Marco: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?».
Mi auguro e spero che leggere questo libro, ripercorrere i passi di questo giovane amico possa ridestare tutto il desiderio di vita, che segna il cuore di ogni uomo, e far accadere la sorpresa di una Presenza che ci permette di attraversare anche la morte, come passo ultimo al nostro Destino.
+ Corrado Sanguineti
Vescovo di Pavia
Introduzione
Marco è nato in fretta, di notte. In serata avevo perso del liquido amniotico e così mi ero fermata in ospedale. «Suo marito può andare a casa. C’è tempo: aspetti» mi dicevano.
La signora di fianco a me gridava molto e tutti la consolavano. Io non riuscivo a gridare così e allora nessuno mi guardava. Pensavo: «Se questo è l’inizio, cosa sarà poi?».
Poiché Marco era il secondogenito, sapevo che il dolore sarebbe aumentato. Due ore dopo insisto: «Non ce la faccio più. Chiamate qualcuno! Chiamate subito mio marito». Quando Antonio è arrivato, neppure dieci minuti dopo la telefonata, Marco stava nascendo nel letto della sala travaglio. Non c’era stato tempo di spostarsi in sala parto. Era il 7 marzo 1994. A Chiavari, in provincia di Genova.
Tre giorni dopo, al momento della dimissione, mi chiama una dottoressa e inizia a parlare: «Ci sono dei problemi». Ero sola, ancora in vestaglia. «Lei ha avuto un’infezione asintomatica durante la gravidanza; non glielo hanno detto? Suo figlio potrebbe avere dei ritardi nello sviluppo». «Ritardi? Di che tipo?». «Ritardi, ritardi. Ma è inutile parlarne adesso». «Come inutile?!? Mi dica di cosa si tratta!». «Ritardi neurologici: potrebbe non vedere, non sentire, non parlare, avere disturbi motori. Uno sviluppo neurologico compromesso insomma».
Inaspettatamente non svengo, non urlo. Respiro. «Cosa vuol dire potrebbe?». La dottoressa, in imbarazzo, tergiversa. Io penso: «Tu avrai le tue percentuali, le tue conoscenze probabili, sarà anche così, ma non sai che forza c’è in campo. Ci sono Dio e la tenerezza della Madonna. Tu non sai quel che agisce tra il tuo probabile e quello che succederà a me, a te, a noi. A questo bambino».
Intanto Marco mangia voracemente, stringe forte con la sua manina le mie dita, piange vigoroso e poi si calma quando sazio. Di sicuro è un neonato vitale.
Arrivati a casa, viene subito a trovarci lo zio Bernardo, sa-
cerdote. Non sa niente dell’ospedale. Vuole vedere il bambino, che porta il nome di suo fratello, il nonno Marco da poco in cielo. Gli interessa una sola cosa: tracciare il segno della croce sulla piccola fronte del nipotino, toccare i suoi occhi e le sue orecchie. Pronuncia queste parole: «Effatà. Il Signore che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda presto di ascoltare…».
Io e Antonio ci guardiamo stupefatti, in silenzio.
Il 29 settembre 1994, assieme ai cuginetti Nicole e Bernardo, Marco riceve il Battesimo nella parrocchia di San Michele Arcangelo di Casarza Ligure, in provincia di Genova.
Nella primavera del 2011 Marco traccia l’itinerario della sua vita; lo chiama «Eh!», e lo inserisce in una cartella di appunti dal titolo «Si può vivere così».
È il nucleo di questo libro; attorno ad esso sono stati raccolti gli scritti, i lavori, i ricordi, ordinati dalla famiglia con il prezioso aiuto del professore Mauro Grimoldi, e offerti in queste pagine a tutti coloro che vorranno leggere.
Paola Cevasco



