Rassegna Stampa "Dolomiti Patrimonio Mondiale" | Novembre 2025

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RASSEGNA STAMPA

NOVEMBRE2025

FondazioneDolomitiDolomitesDolomitenDolomitis

INCONTROANNUALEGESTORIDIRIFUGIDOLOMITI

PATRIMONIOMONDIALE

CorrieredelTrentino|16novembre2025

Corrieredell’AltoAdige|16novembre2025

p. 2, segue dalla prima (in entrambe le testate)

DolomitiUnesco,ilmonitodeirifugisti«Serveeducazione,sipartadallescuole»

InvaldiFassal’incontrodeigestoridell’interoambito.Nemela(Fondazione):«Mancala percezionedellimite»

Marika Giovannini

TRENTO Il tema è stato al centro, a metà ottobre, del congresso della Società degli alpinisti tridentini. E proprio nelle scorse ore a tornare sulla questione è stato l’Alpenverein: al termine di una stagione estiva impegnativa per chi lavora in quota, lo sguardo si è concentrato sui cambiamenti che hanno segnato, negli ultimi anni, la frequentazione della montagna.

E dei rifugi.

Con il nodo, più volte sollevato, dell’overtourism.

A interrogarsi sull’argomento, in questi giorni, sono stati anche i gestori dei rifugi che si trovano nell’area «core» delle Dolomiti Unesco.

Sollevando il problema dei numeri degli escursionisti che soprattutto nei mesi più caldi affollano le terre alte. Ma aggiungendo alla questione quantitativa un altro problema. Considerato ancora più stringente: quello qualitativo.

Vale a dire, della consapevolezza della frequentazione della montagna. «Dov’è il limite?»: questo lo stimolo alla base dell’incontro organizzato dalla Fondazione Dolomiti Unesco che, per due giorni, ha chiamato a raccolta a Sèn Jan in val di Fassa i gestori dei rifugi delle Dolomiti, dal Trentino all’Alto Adige, fino al Veneto. Con un concetto, quello di limite, volutamente declinato nelle diverse accezioni: dal limite «ormai raggiunto da alcune località delle Dolomiti per quanto riguarda arrivi e presenze» fino ai limiti «delle strutture stesse dei rifugi d’alta quota, che non sono e non devono diventare ristoranti o alberghi». Ma anche il limite «dettato dalla crisi climatica, che ha acuito il problema dell’approvvigionamento idrico e quello di un approccio prudente alla montagna, soggetta a rapidi e spesso imprevedibili mutamenti». E proprio qui si è concentrata la riflessione dei rifugisti. Perché proprio sulla prudenza, ma anche sulla consapevolezza di un territorio delicato come quello dolomitico, si gioca la sfida futura della montagna. Con un imperativo, sintetizzato dalla direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco Mara Nemela: «Serve una azione educativa e di formazione verso i frequentatori della montagna, affinché siano sempre più consapevoli dei limiti che la natura impone». Tenuto conto, ha aggiunto, che il tema del limite «chiama in causa anche la rappresentazione che di un territorio viene offerta sui media, in generale, e sui social, in particolare». Ancora più esplicito Ivo Piaz, gestore del rifugio Preuss nel gruppo del Catinaccio: «Il problema principale che riscontriamo al giorno d’oggi ha osservato è quello della poca consapevolezza degli utenti verso l’ambiente montano». Un aspetto, ha aggiunto, «che purtroppo noi non riusciamo più a controllare», perché «siamo l’ultimo scalino». Per affrontare realmente il problema, ha chiarito Piaz, «bisognerebbe passare attraverso un percorso

educativo a un livello base, ad esempio nelle scuole o nelle istituzioni». Pensare che sia il rifugista a occuparsi interamente della questione, ha avvertito Piaz, è illusorio: Non abbiamo più tempo per stare con chi frequenta i rifugi. E questo è un limite. L’unico momento è alla sera, con chi si ferma al rifugio per la notte». Una riflessione, questa, condivisa anche da Mario Fiorentini, gestore del rifugio Città di Fiume, in provincia di Belluno, ai piedi del Pelmo: «La frequentazione ha spiegato negli ultimi anni è aumentata, ma le problematiche più grosse si riferiscono alle caratteristiche dei frequentatori: percepiamo il peso di questo cambiamento in base a quanto si mostrano consapevoli di dove si trovano e dei limiti delle nostre strutture». Non sono solo i numeri, dunque, a impensierire i gestori. C’è anche la qualità della frequentazione. E non solo: «Gestire un rifugio oggi ha concluso Fiorentini è molto complesso, perché gli ambiti di intervento sono numerosi». E i problemi non mancano, soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici.

«Una delle responsabilità dei gestori dei rifugi ha rimarcato la linea Piero Gianolla, ordinario di Geologia all’Università di Ferrara e membro del Comitato scientifico della Fondazione Unesco è di divulgare e di aumentare la consapevolezza dei valori del patrimonio Unesco, che sono geologici, paesaggistici, di naturalità e di mantenimento dell’integrità naturale». Valori che spesso mancano, in chi sale in quota: «Chi arriva solo per fare una foto e via ha aggiunto il geologo non è minimamente interessato ai valori effettivi del patrimonio. E questo è un problema importante, che si registra soprattutto negli ultimi anni».

A dare il proprio contributo al dibattito, nell’iniziativa fassana di questi giorni (che ha raggiunto la nona edizione), sono stati anche il geologo Franco Daminato, del Servizio geologico della Provincia di Trento, e Alessio Bertò, responsabile dell’Ufficio interventi tecnici, patrimonio alpinistico e termale del Servizio turismo e sport di Piazza Dante. E ancora, la presidente dell’associazione rifugi del Trentino Roberta Silva, il presidente dell’Apt val di Fassa Fausto Lorenz, il presidente della commissione rifugi della Sat Roberto Bertoldi, il sindaco di Sèn Jan Giulio Floriano, il procurador del Comun general de Fascia Edoardo Felicetti e la senatrice fassana Elena Testor.

CorrieredelleAlpi|16novembre2025

p. 19, segue dalla prima

«Irifugid'altaquotanonsonoalberghi»Summitdeigestoricontrol'overtourism

VerticeinValdiFassa:«IllimiteèstatoormairaggiuntoinalcunelocalitàdelleDolomiti,per arriviepresenze»

FRANCESCO DAL MAS BELLUNO

Overtourism, i rifugi alpini hanno raggiunto il limite: «Non siamo né ristoranti, né alberghi» protesta Mario Fiorentini, gestore del Città di Fiume. Che insiste, rivolto ai sempre più numerosi e pretenziosi visitatori: «Volete capire che con questi cambiamenti climatici non potete pretendere di farvi la doccia tutti i giorni?». I rifugi – 35 quelli del Cai, il doppio compresi quelli privati – hanno chiuso da un mese, ma alcuni si preparano a riaprire quest'inverno, addirittura col ponte dell'Immacolata, come appunto il Città di Fiume, ai piedi del Pelmo. il vertice La Fondazione Dolomiti ha riunito numerosi gestori di rifugi, bellunesi e trentini, in Val di Fassa, per due giornate intense di riflessione su come interpretare il proprio ruolo, in un contesto ambientale e antropico in rapido mutamento. Una riflessione corale sul concetto di limite,

variamente declinato: «Il limite ormai raggiunto da alcune località delle Dolomiti per quanto riguarda arrivi e presenze; i limiti delle strutture stesse dei rifugi d'alta quota, che non sono e non devono diventare ristoranti o alberghi» dice Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, che ha coordinato i lavori, «Il limite dettato dalla crisi climatica, che ha acuito il problema dell'approvvigionamento idrico e quello di un approccio prudente alla montagna, soggetta a rapidi e spesso imprevedibili mutamenti».

Tante le esperienze portate all'attenzione dell'assemblea da parte di gestori che operano in contesti ambientali, economici e sociali molto diversi tra loro. basta caos I rifugisti che operano lungo le Alte Vie più frequentate - la numero 1 che va dal lago di Braies e si conclude a Belluno, e la numero 2 che parte da Bressanone e arriva a Feltre – sono esasperati dal pressing dei grandi numeri. I loro colleghi dei rifugi più periferici sono, per contro, catturati dalla tentazione di mollare, perché basta una stagione piovosa per non far tornare i conti.

Una differenziazione che, se da un lato rende impossibile individuare una ricetta univoca per una frequentazione sostenibile delle Dolomiti, dall'altro stimola la riflessione sulla complessità del «sistema montagna» e sulla necessità di proseguire sulla strada del dialogo e del confronto di buone pratiche. il punto «Siamo giunti alla nona edizione dell'incontro annuale tra i gestori di rifugio dell'area core» commenta Nemela, «Per noi è un appuntamento importantissimo per comprendere le dinamiche che caratterizzano la frequentazione della montagna. Quest'anno abbiamo parlato di flussi e di senso del limite, un tema che non chiama in causa solo misure gestionali, ma anche la rappresentazione che di un territorio viene offerta sui media, in generale, e sui social, in particolare. I gestori di rifugio hanno evidenziato come il tema della gestione dei flussi sia da considerare dal punto di vista qualitativo e non solo quantitativo e come occorra dunque proseguire sulla formazione e l'educazione verso i frequentatori, affinché siano sempre più consapevoli dei limiti che la natura stessa impone».

Problemi concreti In concreto? La scarsità d'acqua, a seguito delle riserve nivali sempre più ridotte. L'overtourism che impone anche i doppi e tripli turni a pranzo o l'esaurimento dei posti letto con le prenotazioni, per certi periodi, da un anno all'altro. «La frequentazione negli ultimi anni è aumentata» ha osservato Fiorentini, «ma le problematiche più grosse si riferiscono alle caratteristiche dei frequentatori: percepiamo il peso di questo cambiamento in base a quanto si mostrano consapevoli di dove si trovano e dei limiti delle nostre strutture».

D'accordo anche Ivo Piaz, del rifugio Preuss, nel gruppo del Catinaccio: «È sempre più difficile trovare il tempo da dedicare alla clientela, per aiutarla a comprendere dove si trova. Anche questo è un limite: noi siamo solo l'ultimo scalino, occorrerebbe un'educazione di base alla montagna, a partire dalle scuole».

Un patrimonio da difendere «Una delle responsabilità dei gestori di rifugio, anche alla luce del riconoscimento Unesco, è quella di far accrescere la consapevolezza dei valori del patrimonio» evidenzia il geologo Piero Gianolla, «Si tratta di valori geologici e paesaggistici, che chiamano in causa la necessità, da parte di tutti, di mantenere l'integrità naturale del luogo».

L’Adige|16novembre2025

p. 33

MaraNemela(Unesco):«Gestireiflussidalpuntodivistaqualitativo.Formazioneed educazioneversoifrequentatori»

ConoscereillimiteIrifugistifannorete

DuegiorniinValdiFassaorganizzatidaUnesco:overtourism,climaenonsolo

SÈN JAN

«Dov’è il limite?». Se lo sono chiesti una decina di rifugisti del Patrimonio Mondiale riuniti in val di Fassa giovedì e venerdì. Due giornate per una riflessione corale sul concetto di limite, variamente declinato: il limite ormai raggiunto da alcune località delle Dolomiti per quanto riguarda arrivi e presenze, i limiti delle strutture stesse dei rifugi d’alta quota (che non sono e non devono diventare ristoranti o alberghi), il limite dettato dalla crisi climatica, che ha acuito il problema dell’approvvigionamento idrico e quello di un approccio prudente alla montagna, soggetta a rapidi e spesso imprevedibili mutamenti.

L’iniziativa che ha coinvolto i gestori di rifugio che operano nell’area delle Dolomiti Patrimonio Mondiale - svoltasi in passato in altre località delle Dolomiti - ha sempre scaturito analisi delle problematiche dell’alta quota e nella comunicazione verso l’utenza, per favorire una maggiore responsabilità e un maggiore rispetto del patrimonio ambientale da parte dei frequentatori. I gestori hanno vissuto una prima giornata dedicata alla lettura del paesaggio geologico del Gruppo del Catinaccio, in località Gardecia, prima di trasferirsi a fondovalle dove è stato presentato il territorio ospitante. Quindi, un focus sulle due principali sfide per il futuro, ovvero i cambiamenti dell’ambiente geologico e il ruolo dei gestori davanti alle mutate aspettative dei frequentatori.

La seconda giornata è stata dedicata al confronto aperto tra i gestori sull’andamento della passata stagione, sulle problematiche emergenti e sulle difficoltà ormai croniche, come quelle legate al ciclo dell’acqua (dall’approvvigionamento idrico allo smaltimento dei reflui) e alla necessità di una frequentazione più prudente, paziente e consapevole.

Tante le esperienze portate all’attenzione dell’assemblea da parte di gestori che operano in contesti ambientali, economici e sociali molto diversi tra loro. Una differenziazione che stimola la riflessione sulla complessità del «sistema montagna» e sulla necessità di proseguire sulla strada del dialogo e del confronto di buone pratiche.

«Per noi - ha detto Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco - questo è un appuntamento importantissimo per comprendere le dinamiche che caratterizzano la frequentazione della montagna. I gestori di rifugio hanno evidenziato come il tema della gestione dei flussi sia da considerare dal punto di vista qualitativo e non solo quantitativo e come occorra dunque proseguire sulla formazione e l’educazione verso i frequentatori, affinché siano sempre più consapevoli dei limiti che la natura stessa impone».

«La frequentazione negli ultimi anni è aumentata - ha detto Mario Fiorentini, gestore del Rifugio Città di Fiume, ai piedi del Pelmo (Belluno) - ma le problematiche più grosse si riferiscono alle caratteristiche dei frequentatori».

D’accordo anche Ivo Piaz, del rifugio Preuss, nel gruppo del Catinaccio. «È sempre più difficile trovare il tempo da dedicare alla clientela, per aiutarla a comprendere dove si trova. Anche questo è un limite: noi siamo solo l’ultimo scalino, occorrerebbe un’educazione di base alla montagna, a partire dalle scuole».

«Una delle responsabilità dei gestori di rifugio - ha evidenziato il geologo Piero Gianolla - è quella di divulgare e far accrescere la consapevolezza dei valori geologici e paesaggistici del Patrimonio Unesco, che chiamano in causa la necessità, da parte di tutti, di mantenere l’integrità naturale del Sito».

TGRTrentino|19novembre2025

https://www.rainews.it/tgr/trento/video/2025/11/dolomiti-unesco-rifugisti-fassa-serve-azioneeducativa-11786e0d-75f7-45f3-9f58-858ecf4f1aac.html

DolomitiUnesco,irifugistiriunitiinvaldiFassa:"serveun'azioneeducativa"

Incontro di due giorni per parlare di limiti, educazione, rispetto della natura, azioni necessarie per aumentare la consapevolezza dei visitatori

“DOLOMITI:INCAMMINONELLAGEOLOGIADELLA

MERAVIGLIA”FATAPPAAPORDENONE

MessaggeroVeneto|22novembre2025

p. 28, edizione Pordenone

IsegretidelleDolomitiinmostraapalazzoGregoris

Una «geologia della meraviglia» da scoprire grazie a alle immagini e alle parole degli esperti. Chi, se non il Cai, poteva rendere possibile l'arrivo in città della mostra «Dolomiti: in cammino nella geologia della meraviglia» realizzata dalla Fondazione Dolomiti Unesco e ospitata a Pordenone nell'ambito del centenario della sezione cittadina. Oggi alle 14.30 l'inaugurazione con geologi ed esperti per raccontare la geologia delle Dolomiti, in particolare di quelle friulane, e per aiutare i presenti a tradurre i dati scientifici in consapevolezza e in buone pratiche di fruizione della montagna. La mostra, ospite a Palazzo Gregoris grazie alla sinergia con Comune e Somsi, sarà visitabile sino al 21 dicembre con ingresso gratuito il venerdì dalle 16 alle 19, sabato e domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 19. Il percorso espositivo, ispirato al «Dolomites World Heritage Geotrail» e curato da Biosphaera scs, è stato realizzato con il supporto scientifico dei geologi Alfio Viganò, Riccardo Tomasoni e Alberto Carton, nell'ambito delle iniziative curate dalla Rete funzionale del Patrimonio Geologico della Fondazione ed è arricchito dalle foto di Matteo Visintainer e dai disegni di Davide Bonadonna. «La mostra itinerante, che ha già fatto tappa a Trento, in occasione del Trento Film Festival, e a San Lorenzo Dorsino, presso la Casa del Parco Naturale Adamello Brenta, approda ora in Friuli Venezia Giulia per un'occasione davvero speciale» commenta il presidente della Fondazione Dolomiti Unesco Roberto Padrin. «Siamo quasi al termine di un intero anno di eventi dedicati al centenario della nostra sezione –commenta il presidente del Cai di Pordenone, Alleris Pizzut – e non poteva mancare un'immersione nella geologia della meraviglia». © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CRISICLIMATICA

IlSole24Ore|6novembre2025

p. 74

Rischiclimatici,latuteladelPaesepassadallaculturadellasicurezza

Il 2024 ha confermato quanto il cambiamento climatico stia trasformando il profilo dei rischi naturali in Italia. Il Dipartimento della Protezione civile (Dpc) ha gestito 18 stati d’emergenza di rilievo nazionale legati a eventi meteorologici avversi, con danni dovuti soprattutto ad allagamenti urbani, frane e interruzioni di reti stradali ed elettriche. Sul fronte idrico, sono state tre le Regioni per le quali è stato dichiarato lo stato di emergenza per deficit idrico. Le crisi, spiega la Protezione civile, non dipendono solo dalla siccità, ma anche da fattori strutturali come perdite di rete, frammentazione gestionale e infrastrutture obsolete. Nessuna emergenza di rilievo nazionale, invece, per incendi boschivi, nonostante la crescente pressione dovuta alle ondate di calore e ai mutamenti climatici. La scienza al centro del sistema Il Dipartimento sottolinea la coerenza tra le attività di prevenzione non strutturale e gli obiettivi del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc). Sono attivi 31 accordi e convenzioni con centri di competenza scientifica che riguardano tutte le tipologie di rischio, naturale ed antropico. Tra le iniziative più rilevanti, nell’ambito dell’accordo tra la Protezione civile ed il CnrIrpi (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica) va segnalata la creazione del Gruppo di lavoro sul rischio in ambienti glaciali e periglaciali, istituito nel 2024 a seguito del crollo del ghiacciaio della Marmolada, per sviluppare linee guida su conoscenza, formazione e sensibilizzazione in ambito alpino. Nell’ambito della direttiva Alluvioni, il Dipartimento supporta le Regioni per le attività di popolamento della piattaforma web-gis ad accesso riservato, che svolge la funzione di Catalogo nazionale degli eventi alluvionali «FloodCat». La rete di allerta La rete dei Centri funzionali – uno centrale e diversi decentrati regionali – garantisce la previsione e l’allertamento per rischio idraulico, idrogeologico e temporali. Nel 2024 tutte le Regioni hanno registrato giorni di allerta gialla, da un minimo di 22 giornate per Liguria e Valle d’Aosta a un massimo di 102 per il Veneto. Le allerte arancioni hanno interessato quasi tutto il Paese, dai due giorni di Molise e Umbria fino ai 58 in Emilia-Romagna; cinque Regioni hanno avuto allerte rosse di durata variabile, con il Veneto in testa a questa particolare classifica: 11 giorni di allerta rossa nel 2024. Un contributo determinante per le attività tecnico-scientifiche deriva anche dall’utilizzo dei dati satellitari: nel 2024 il Dipartimento ha attivato cinque volte il servizio satellitare europeo Copernicus Emergency e quattro volte il sistema COSMO-SkyMed, a supporto delle attività di prevenzione e gestione delle emergenze. Comunicazione e partecipazione La Direttiva IT-alert, operativa in Italia dal febbraio 2024, consente l’invio di messaggi di emergenza ai telefoni cellulari in caso di incidenti nucleari, emergenze radiologiche, incidenti rilevanti in stabilimenti industriali, collassi di dighe o attività vulcanica (nelle aree del Campi Flegrei, del Vesuvio e dell’isola di Vulcano). Restano in fase di sperimentazione gli avvisi per maremoti, attività vulcanica di Stromboli e precipitazioni intense. Sul fronte della comunicazione pubblica, con la campagna «Io non rischio», promossa dal Dipartimento e dai volontari di Protezione civile, sono stati coinvolto migliaia di cittadini durante la Settimana nazionale della Protezione civile per accrescere la consapevolezza, individuale e collettiva, sui rischi naturali e antropici che interessano l’Italia. Parallelamente, il progetto «A scuola di protezione civile» ha accolto 37 visite didattiche e oltre 250 campi scuola «Anch’io sono la Protezione civile», con la partecipazione di 5mila giovani per vedere da vicino la struttura nazionale di coordinamento del sistema di Protezione civile, approfondendo così la conoscenza delle attività del Servizio nazionale, sia in ordinario sia in emergenza. Capacità amministrativa Tra le iniziative più recenti, il Dipartimento ha lanciato una proposta nell’ambito del Programma nazionale di assistenza tecnica capacità per la coesione 2021–2027, destinata alle regioni del Sud, per rafforzare la capacità

amministrativa nella riduzione dei rischi idrogeologici, idraulici e costieri. Un impegno che conferma la visione del Dipartimento di Protezione civile: la Protezione civile come sistema di conoscenza, prevenzione e partecipazione, capace di affrontare le sfide del clima non solo reagendo alle emergenze, ma anticipandole. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

IlT|9novembre2025

p. 9

Ighiacciaichesisciolgonorilascianoantichiinquinanti

L'idrobiologo del Muse Riccardo Sbarberi ha accompagnato il pubblico di Nago in un viaggio dentro i ghiacciai alpini, mostrando come la loro composizione chimica sia la chiave per rilevare le tracce dell'attività antropica passata e presente. «Il ghiacciaio - ha affermato il ricercatore - è un archivio naturale: conserva tutto quello che c'era nell'atmosfera. Ora che si scioglie, quell'archivio si apre e ci restituisce la nostra storia, ossia quello che abbiamo immesso nell'atmosfera». È da questo dato di fatto che è partita la conferenza «I ghiacciai raccontano. Cambiamenti tra passato e futuro. Contaminanti e plastiche nei ghiacciai», organizzata dall'Associazione Sos Altissimo di Nago nell'ambito del ciclo «Dialoghi sul ghiaccio». Una serie di conferenze pensate per fare divulgazione scientifica e sensibilizzare i cittadini alle tematiche ambientali. Sbarberi ha esordito spiegando come materiali altamente inquinanti e nocivi possano finire nei nostri ghiacciai, apparentemente così puri e incontaminati. Il percorso - ha chiarito - è duplice: da un lato il vento e gli aerosol atmosferici trasportano le particelle emesse in pianura o dalle attività industriali fino alle alte quote; dall'altro la neve e la pioggia le depositano direttamente sulla superficie ghiacciata. Strato dopo strato, la neve si compatta e ingloba ciò che trasporta, trasformando il ghiaccio in un archivio chimico del tempo. Con il processo di scioglimento dei ghiacciai, però, quel patrimonio si libera: le sostanze intrappolate tornano nell'ambiente e nei corsi d'acqua, diventando una nuova fonte di contaminazione e un pericolo per diversi microrganismi.

In Trentino, le ricerche del Muse si concentrano su tre siti chiave, che rappresentano epoche e fonti di inquinamento diverse. Sul ghiacciaio Presena, al Passo del Tonale, e sul vicino ghiacciaio Lares, nel gruppo Adamello-Presanella, sono stati trovati i contaminanti antropici «classici». Tra questi figurano i pesticidi impiegati nel settore agricolo, gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) derivanti da combustioni industriali, dal traffico veicolare, dal riscaldamento domestico e dalla combustione di sigarette, e i metalli pesanti (come piombo, rame e zinco) provenienti anche dai residui bellici della Prima guerra mondiale, ora liberati dal ghiaccio in scioglimento. In questi siti si trovano, inoltre, microplastiche riconducibili ai tessuti tecnici e sportivi usati da escursionisti e sciatori: fibre di poliestere e nylon che il vento solleva e deposita in quota. Diverso il quadro emergente dal caso del torrente Noce, dove si è invece riscontrata la presenza dei cosiddetti contaminanti «emergenti», sostanze di uso quotidiano che solo recentemente sono divenute oggetto di studio: residui di farmaci (come ibuprofene e antibiotici), additivi alimentari, dolcificanti artificiali (come il sucralosio) e fragranze sintetiche provenienti da cosmetici e detergenti.

Gli effetti di questi contaminanti - vecchi o nuovi che siano - sono molteplici: mortalità diretta oppure tossicità cronica, alterazioni genetiche, ormonali ed endocrine per alcuni organismi acquatici, nonché processi di bioaccumulo e biomagnificazione lungo la catena alimentare. Il

bioaccumulo è l'accumulo progressivo di sostanze tossiche nei tessuti di un organismo, mentre la biomagnificazione consiste nell'aumento della loro concentrazione man mano che si sale nei livelli trofici: i predatori accumulano le sostanze presenti nelle prede, amplificandone gli effetti. Come illustrato da Sbarberi, siamo di fronte a un meccanismo che, partendo dai ghiacciai e dai loro corsi d'acqua, può arrivare fino agli ecosistemi di valle e, infine, all'uomo. Un caso emblematico è quello degli antibiotici: le loro molecole, solo in parte metabolizzate dal corpo umano, vengono eliminate con le acque reflue e raggiungono i depuratori, che però non riescono a trattarle completamente. Queste sostanze finiscono così nei fiumi e nei torrenti, dove favoriscono la selezione di batteri resistenti ai farmaci.

Il ricercatore non ha mancato, tuttavia, di sottolineare anche cambiamenti e segnali incoraggianti. Negli ultimi decenni, grazie alle politiche ambientali della Ue, le emissioni di molti inquinanti storici sono diminuite drasticamente. Sebbene le direttive europee abbiano vietato o limitato centinaia di sostanze considerate tossiche o cancerogene, spingendo agricoltura e industria verso alternative meno insalubri e più sostenibili, resta comunque aperta la sfida dei contaminanti emergenti e delle microplastiche, rispetto ai quali la ricerca è ancora in corso e il lavoro di regolamentazione solo all'inizio.

La conferenza si è chiusa con un messaggio chiaro: i ghiacciai non sono solo sentinelle del cambiamento climatico, ma anche specchi del nostro modo di abitare il pianeta. E ciò che raccontano oggi deve essere interpretato come un invito urgente a perseguire politiche sempre meno impattanti.

COLLEGAMENTOCOMELICO–PUSTERIA

IlGazzettino|5novembre2025

p. 37, edizione Belluno

CollegamentoconlaPusteria"Stacco"ricominciaacorrere

LUCIO EICHER CLERE

COMELICO SUPERIORE

Il progetto di collegamento sciistico tra Padola e Monte Croce Comelico è in dirittura d'arrivo. Sono scaduti nei giorni scorsi i termini per la presentazione di osservazioni al piano Via, valutazione di impatto ambientale, che possono essere presentate da enti e associazioni e alle quali ci sarà un periodo di un mese per dare risposte in merito da parte del Comune di Comelico Superiore, responsabile del progetto. L'ITER La strada percorsa dal progetto Stacco, definito "integrato per lo sviluppo turistico, culturale e socio-economico della Valle del Comelico", e il cui acronimo significa "Strategia per l'accessibilità del sito Unesco e uno sviluppo equilibrato del Comelico", è stata lunga e tormentata, anzi si può dire che anche gli ultimi passaggi burocratici potrebbero riservare sorprese. Lo sa bene il sindaco di Comelico Superiore, Marco Staunovo Polacco (nella foto), che nei due mandati amministrativi ha seguito tutte le fasi del progetto, passando attraverso la delusione per gli ostacoli posti in un primo tempo dalla Soprintendenza ai beni ambientali e ancor più l'opposizione al progetto da parte delle associazioni ambientaliste e i ricorsi al Tar di Venezia delle stesse, per poi con un confronto serrato con le istituzioni regionali e con la stessa Soprintendenza avere l'approvazione dei vari passaggi di competenza del Comune e la certezza di ricevere gli oltre 30 milioni di euro dal

Fondo per i Comuni confinanti con la Provincia autonoma di Bolzano e l'accordo con la ditta "Drei Zinnen" di San Candido per la realizzazione delle opere strutturali. «Vedremo i contenuti delle osservazioni presentate -dice il sindaco- e risponderemo punto per punto, e poi con l'approvazione definitiva della Via avremo la possibilità di partire con gli incarichi per i lavori previsti dal progetto». Staunovo Polacco non parla di tempi e date, ma esprime ottimismo riguardo alle prospettive di affidamento delle opere ad una ditta come la Drei Zinnen, che ha una esperienza e competenza dimostrata nei decenni sulle piste di Sesto, San Candido e Versciaco. LA SVOLTA Il progetto Stacco è stata la chiave di volta per superare le difficoltà che ponevano i tecnici della Soprintendenza riguardo all'impatto ambientale dell'impianto di risalita da Valgrande alla cima del Colesei. Infatti l'origine dell'idea di collegare Padola a Sesto Pusteria era partita ancora alla fine degli anni Novanta del secolo scorso e auspicava solo il collegamento sciistico, ma ultimamente è stata inserita una riqualificazione delle opere fortificate del Vallo Alpino e della linea di difesa della Grande Guerra e altri aspetti di valorizzazione della storia e cultura del Comelico con la definizione ormai acquisita di "Progetto Stacco". L'OBIETTIVO Il Comune di Comelico Superiore si prefigge di aprire il confronto con le categorie produttive della vallata, con le Regole proprietarie dei boschi e dei pascoli in quota, ma anche con le associazioni ambientaliste. «Abbiamo avuto già degli incontri con Mountain Wilderness e altri - afferma il sindaco- sui temi della salvaguardia e valorizzazione del territorio e abbiamo trovato intese sul rispetto dell'ambiente, in continuità con i secoli di rapporto tra i montanari residenti e l'utilizzo delle risorse per vivere in un luogo difficile. Proseguiremo con altri incontri per sentire l'apporto e la compartecipazione di più soggetti collettivi possibili». In una recente assemblea pubblica molto partecipata, tenutasi nella sala polifunzionale di Dosoledo, il sindaco ha avuto modo di spiegare i vari passaggi del progetto, dando concretezza ad una idea che per molti aveva lasciato solo dubbi nei decenni di speranze deluse. Lucio Eicher Clere © RIPRODUZIONE RISERVATA.

COLLEGAMENTOAPPOLLONIO–SOCREPES

IlGazzettino|7novembre2025

p. 27, edizione Belluno

Apollonio-Socrepes:«Adessoavantitutta»

MARCO DIBONA

IL VERDETTO CORTINA

Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, con due sentenze pubblicate ieri, ha respinto nel merito i ricorsi proposti da alcuni privati contro la costruzione del nuovo impianto di risalita di Cortina d'Ampezzo, la cabinovia che partirà dal centro del paese, dalla zona dei campi di tennis Apollonio, per raggiungere l'area sciistica di Socrepes, alle pendici della Tofana. I ricorrenti, residenti e proprietari di seconde case dei villaggi accanto ai quali passerà la linea dell'impianto, si erano opposti agli atti e ai provvedimenti di valutazione di impatto ambientale e approvazione del progetto di fattibilità tecnica ed economica dell'impianto a fune. Secondo Società infrastrutture Milano Cortina, che sta realizzando l'opera, il pronunciamento del Tar Lazio conferma la legittimità dell'operato, della struttura commissariale e delle altre amministrazioni coinvolte nell'iter tecnico e amministrativo. IL COMMENTO Fabio Saldini è amministratore di

società Simico e commissario di governo per le opere olimpiche: «La sentenza che attendavamo ci solleva e ci spinge ancora di più a continuare, con il consueto massimo impegno, nel proseguimento dei lavori relativi all'impianto di risalita. Come sempre abbiamo agito e agiamo nel perimetro della massima legalità e trasparenza e non potrebbe essere diversamente. Questa opera verrà realizzata e diventerà uno dei più importanti lasciti delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali 2026 al territorio di Cortina d'Ampezzo». A Ria de Saco, dove sta sorgendo la stazione d'arrivo dell'impianto, è stato completato lo sbancamento del terreno, sono stati infissi i micropali e ora si sta lavorando alle armature metalliche dei manufatti di cemento armato, che sosterranno le parti meccaniche della cabinovia. Intanto si scava nel piazzale di Revis, alla partenza della nuova cabinovia, dove è stato demolito il fabbricato dell'ambulatorio veterinario, accanto alla storica Polveriera. Nel frattempo si stanno eseguendo sondaggi e sbancamenti lungo la linea, che transita per l'abitato di Mortisa, con una stazione intermedia, e segue l'alveo di un torrente, dove sono già stati tagliati gli alberi. Saranno dieci i piloni, i sostegni delle funi, lungo il tragitto della cabinovia. IL COMUNE Dal municipio di Cortina esprimono la loro soddisfazione il sindaco Gianluca Lorenzi e l'assessore all'urbanistica Stefano Ghezze. Per Lorenzi «la sentenza del Tar Lazio conferma la solidità del lavoro svolto e la correttezza del percorso intrapreso». L'amministrazione ampezzana continua a credere nella nuova cabinovia, un'opera che cambierà la mobilità nella conca. A volere questo collegamento furono, gli anni passati, le società di impianti a fune della conca, che si unirono in una cordata, per progettare e realizzare la cabinovia. Poi l'assegnazione dei Giochi invernali 2026 ha fatto subentrare società Simico nella realizzazione dell'opera. «Il pronunciamento del Tar Lazio aggiunge Lorenzi è un'altra conferma del buon lavoro amministrativo e tecnico di Simico. Ancora una volta viene ribadito che lavora in maniera corretta, anche in termini di sicurezza». Per Stefano Ghezze, assessore comunale all'urbanistica «è molto positiva questa sentenza del Tar Lazio. Ora i cantieri possono andare avanti celermente. In questi giorni è continua l'interlocuzione fra l'amministrazione e il commissario di governo Saldini. Questa nuova cabinovia, unita al parcheggio multipiano interrato che sorgerà nel piazzale di Revis, cambierà la mobilità interna di Cortina. È un obiettivo che si intendeva raggiungere da lungo tempo e che adesso si profila. Ora andiamo avanti con le opere». Marco Dibona © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelVeneto|16novembre2025

p. 9

Socrepes,cabinoviainritardo«Taglieremo27milaspettatori»

Olimpiadi,laProvincia:«Impossibilefinirlaintempo».MaSimicorassicuraancora

Ugo Cennamo

CORTINA Domani Dolomiti Bus presenterà il piano trasporti per le prossime Olimpiadi Milano Cortina 2026 e si annunciano novità importanti, a partire dal taglio di 27mila spettatori. «Ci sono incognite importanti e ridurre del 15% l’afflusso di spettatori è una scelta sulla quale siamo tutti d’accordo», commenta Massimo Bortoluzzi, consigliere provinciale con delega ai Trasporti, riferendosi alla Conferenza dei servizi istruttoria, e non decisoria, nella quale è prevalso questo indirizzo.

Una conseguenza ritenuta inevitabile per due ordini di motivi: la convinzione che l’impianto di risalita Apollonio-Socrepes non sarà ultimato entro metà gennaio e l’inadeguatezza delle cosiddette «baie di scambio», ovvero quelle aree a Cortina sulle quali gli spettatori saliti a bordo

delle navette arriveranno, per poi salire su altri mezzi di trasporto pubblico e raggiungere le piste dove si svolgeranno le gare di sci alpino femminile, il Palazzo del Ghiaccio e lo Sliding Centre. Ma è soprattutto la convinzione che la cabinovia Apollonio-Socrepes non sarà ultimata a destare stupore. «È evidente che non sarà pronta continua Botoluzzi basta solo pensare ai tempi della maturazione del calcestruzzo per arrivare a questa conclusione. Siamo a 80 giorni dall’inizio dei Giochi e i lavori sono indietro».

Fabio Saldini, amministratore delegato di «Simico» e commissario straordinario per l’opera in questione, si limita a ripetere quanto da sempre afferma: «Stiamo rispettando il cronoprogramma e la cabinovia sarà ultimata in tempo per le Olimpiadi». Se non lo fosse gli spettatori, e questo da sempre è noto, si ridurrebbero del 50% e quindi sarebbero non trentamila ovvero seimila per ognuna delle cinque giornate di gara ma quindicimila. Gli altri dodicimila spettatori per arrivare al totale di 27mila riguarderebbero curling, bob, skeleton e slittino. Da «Fondazione Milano Cortina» si sottolinea come sia del tutto incomprensibile il calcolo che ha portato la Conferenza dei servizi a definire il numero di spettatori/ticket tagliati. Anche perché, la versione della Fondazione Mico, qualora la cabinovia non venisse ultimata sarebbe comunque previsto un trasporto di spettatori di poco inferiore alle seimila unità. Senza contare che proprio alla vigilia della sentenza del Tar, che ha respinto il ricorso dei residenti a Lacedel contrari alla realizzazione della cabinovia, Giovanni Malagò, presidente Mico, era stato molto esplicito: «Il cronoprogramma è stretto, mi sembra che si arrivi ai primi quindici giorni di gennaio. Simico ha risposto in modo chiaro e ci dobbiamo fidare. Finora ci siamo fidati, guardiamo anche allo Sliding Centre, mi sembra che la scommessa sia stata vinta».

Mentre sulla cabinovia ci sono opposti pareri, proprio l’impianto per bob, skeleton e slittino è a un passo dal traguardo, ovvero l’ottenimento dell’omologazione. «Abbiamo fatto un miracolo», sottolinea Andrea Abodi, ministro per lo Sport e per i Giovani, ricordando il debutto del prossimo weekend (21, 22 e 23 novembre), quando si disputerà una prova della Coppa del Mondo di bob e skeleton, primo evento internazionale sulla nuova infrastruttura. Traguardo negato invece alla rinnovata pista olimpica di Innsbruck che alcuni indicavano, quando ancora il futuro dello Sliding Centre era incerto, come struttura dove disputare le gare olimpiche. Intanto sempre domani è previsto un incontro tra le associazioni di categoria e le forze dell’ordine per la delicata questione riguardante il transito dei mezzi pesanti nella zona industriale di Longarone, lungo la Statale Alemagna 51 e 51 bis e la 203 Feltrina. «Dobbiamo deviarli a Venezia commenta Bortoluzzi perché altrimenti rischiamo, soprattutto se dovesse nevicare, di mandare in tilt la circolazione». Così come sono attese decisioni rispetto alla chiusura o meno dei cantieri edili aperti a Cortina. «Nei giorni olimpici conclude Bortoluzzi a Cortina devono arrivare solo mezzi pesanti finalizzati allo svolgimento dei Giochi». Ma anche su questo punto si annuncia battaglia.

IlGazzettino|19novembre2025

p. 26, edizione Belluno

«Socrepescomeilbobcelafaremodisicuro»

DAMIANO TORMEN

IL SOPRALLUOGO CORTINA

Socrepes e pista da bob. Due destini incrociati, manco a dirlo legati l'uno all'altro dal fattore tempo. Perché è vero che con il primo impianto si sale, mentre con l'altro si può solo scendere. Ma è altrettanto vero che per entrambi è stata ed è un'autentica corsa contro la sabbia nella clessidra. Questa la condizione quasi ontologica delle due opere. Eppure, è proprio il bob il metro di paragone preso a prestito dal ministro Salvini, che ieri ha visitato prima i cantieri olimpici di Cortina (Sliding Center, per l'appunto, con tanto di cerimonia per la consegna della pergamena di omologazione dell'impianto; e villaggio olimpico di Fiames) e poi è sceso a Belluno per un rapido passaggio alla stazione ferroviaria, dove stanno per concludersi i lavori di riqualificazione da 15 milioni di euro. «Sono fiducioso che la cabinovia si farà e sarà pronta per i Giochi» ha detto il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, condividendo l'ottimismo del commissario di governo, quel Fabio Saldini che proprio lui ha voluto come uomo "del fare" per i cantieri di Milano Cortina 2026. «Sono fiducioso perché altrimenti non avremmo fatto le Olimpiadi a Cortina. Se avessimo ascoltato i gufi e i menagrami, oggi non avremmo la pista da bob, la più bella del mondo come mi hanno detto gli atleti che si stavano allenando su quell'impianto. Ma dirò di più: senza la pista da bob di Cortina, non avremmo neanche i Giochi olimpici in Italia. Giochi che porteranno 5 miliardi di euro di vantaggi al territorio e 2 milioni di turisti, oltre ai 3 miliardi di telespettatori che guarderanno da tutto il mondo Cortina. Non avremmo neanche la stazione di Belluno rinnovata, e le altre stazioni olimpiche e le varianti. Quindi nessuno pensava che saremmo riusciti a chiudere in tempo la pista da bob, invece stamattina (ieri mattina per chi legge, ndr) stavano scendendo ragazzi di tutto il mondo, negli allenamenti. A Socrepes contiamo di avere la stessa forza e la stessa buona sorte». IL CRONOPROGRAMMA Solo che il cantiere del bob ha impiegato un anno, più o meno. Ma all'accensione del braciere olimpico mancano 80 giorni. C'è chi se li è fatti bastare per farci il giro del mondo (chiedere a Jules Verne); dovrà farseli bastare anche Società infrastrutture Milano Cortina. E dovrà sperare nel bel tempo (contro le previsioni meteo che promettono due giorni di neve, a partire da domani). Le "marce forzate" imposte da Saldini sono piuttosto chiare. Il cantiere - che ha come nuovo direttore lavori l'ingegner Michele Titton, lo stesso della pista da bob, ça va sans dire - non si fermerà neanche durante le festività natalizie. Il commissario di governo spiegava pochi giorni fa che nella stazione di monte le opere in calcestruzzo sono già terminate e a breve lo saranno anche per quella intermedia e quella di valle. Il parallelo tra bob e Socrepes utilizzato da Salvini, viene avvalorato anche dal suo quasi omonimo Saldini, che aveva illustrato come per la cabinovia venga utilizzato lo stesso calcestruzzo già usato per lo Sliding Center, che permette una maturazione nel giro di 48 ore. Ecco quindi che nel cronoprogramma è prevista a giorni la conclusione delle stazioni intermedia e di valle, verosimilmente entro la fine di novembre. A dicembre, poi, con l'utilizzo dell'elicottero, saranno montati i piloni dell'impianto, con tiraggio delle funi. E infine, tra il 25 e il 28 dicembre saranno terminate tutte le opere fondamentali per procedere con il collaudo. L'IMPIANTO Non resta che fidarsi dell'ottimismo di Saldini e Salvini (come ha detto qualche giorno fa Giovanni Malagò, presidente di Simico ed ex presidente, «il cronoprogramma è stretto, ma Simico ha risposto in modo chiaro e ci dobbiamo fidare. Finora ci siamo fidati, guardiamo anche allo Sliding Centre, mi sembra che la scommessa sia stata vinta»). Anche perché la cabinovia di Socrepes è tra le opere considerate fondamentali per raggiungere l'area di gara delle Tofane, con una portata oraria di 2.400 passeggeri. Talmente fondamentale che scattando la fotografia della situazione cantieri al 5 novembre scorso, il tavolo trasporti ha dovuto abbassare la quota massima di pubblico trasportabile dalle navette olimpiche di Dolomiti Bus (con riduzione di 27mila spettatori). Damiano Tormen

L’Adige|9novembre2025

p. 8

ACampigliosiottimizzanoiflussi

Al primo posto la qualità dei servizi, la sicurezza in pista e la soddisfazione delle persone. Potrebbe essere questo il motto della skiarea di Madonna di Campiglio che per la stagione 2025/26 ha deciso di introdurre un numero ideale di utenti nei periodi di Capodanno (dal 28 dicembre 2025 al 5 gennaio 2026) e di Carnevale (dal 15 al 22 febbraio 2026). Il motivo del tetto massimo lo spiega il Direttore Generale di Funivie Madonna di Campiglio Bruno Felicetti: «Abbiamo introdotto questa novità del numero ideale, per migliorare la qualità dell’offerta. La presenza di troppe persone in pista fa calare la soddisfazione dell’ospite che si sente anche meno sicuro». La limitazione non sarà così drastica: il numero individuato di utenti si aggira tra le 14 e le 15 mila presenze e per tutti gli sciatori che hanno fatto lo stagionale, delle tessere payper-use (Starpass, MyPass, Telepass, Snowit, Alto Ski), skipass plurigiornalieri (a partire dai 2 giorni) e skipass interni Pinzolo e Folgarida Marilleva, non sono previste riduzioni. «Verrà definito un numero massimo di skipass giornalieri in vendita online, fino al raggiungimento del numero ideale di sciatori - chiarisce Felicetti - entro 24 ore prima del giorno selezionato sarà anche possibile effettuare la cancellazione e verrà rilasciato un voucher da spendere entro le prossime due stagioni». Per migliorare l’esperienza dei frequentatori della neve le novità non sono finite. Gli impianti e piste della Skiarea Madonna di Campiglio dal 18 dicembre al 5 gennaio 2026 e dal 14 al 22 febbraio 2026 aprono prima, fra le 7.30 e le 8.00 per permettere anche a chi vuole passare solo qualche ora con gli sci di farlo nel migliore dei modi. «A mezzogiorno la pista Vagliana, in zona Grostè - aggiunge Felicetti - verrà chiusa il tempo necessario per essere ribattuta come avviene la notte su tutte le piste. Dalle 13 in poi, gli utenti ritroveranno una pista immacolata e perfetta». A Pinzolo all’arrivo della cabinovia Prà Rodont - Doss del Sabion, si vivrà la montagna in modo diverso. Un percorso immersivo dove scienza, arte e natura si fondono per raccontare l’evoluzione millenaria delle Dolomiti di Brenta. Una sala interattiva con proiezioni a 360 gradi che trasporteranno il visitatore attraverso sei epoche, dal Big Bang fino ai giorni nostri. A pochi passi «l’Isola della Contemplazione» con installazioni artistiche armoniosamente integrate nello scenario alpino. Il casco obbligatorio per tutti può sembrare una novità “spaventosa” per gli sciatori abituati solo ad un berretto o ad una fascia, ma Felicetti rassicura: «Il 90% ormai scia con il casco. Tra gli stranieri tutti lo indossano, sono solo pochi locali ancora recidivi».

OLIMPIADI:EFFETTIEASPETTATIVE

Corrieredell’AltoAdige|13novembre2025

p. 2, segue dalla prima

Rincariperhotel,case,B&B

«L’importante non è vincere, ma partecipare» direbbe il barone Pierre de Coubertin, il fondatore dei Giochi Olimpici moderni. Ma partecipare alle Olimpiadi invernali 2026, seppur in veste di spettatore, sarà tutt’altro che gratis. Anche volendo escludere i costi necessari per raggiungere Tesero, Predazzo e Anterselva le località trentine e altoatesine prescelte per la manifestazione iridata, rispettivamente per le discipline di combinata nordica, salto con gli sci e biathlon –, i biglietti per assistere a una gara in regione oscillano tra i 300 e i 500 euro. Ma è l’alloggio a pesare in particolar modo sulle tasche degli appassionati di sport invernali. Basta una rapida ricerca sui portali online dedicati alle prenotazioni per capire a quanto ammontino le maggiorazioni durante i giorni della manifestazione, programmata dal 6 al 22 febbraio. Partiamo da Booking.it. In un residence di Anterselva, che nella sua arena ospiterà le gare di biathlon, per prenotare una sistemazione di cinque notti per due persone occorrerà spendere poco più di 2mila euro. La medesima soluzione, richiesta durante il periodo natalizio o l’alta stagione invernale, costerebbe 950 euro. Questo significa un aumento del 115%. Ma c’è di peggio. Spostandoci in val di Fiemme, storico alfiere del turismo trentino (invernale e non solo), lo scenario si fa maggiormente critico. Sul versante hotel, sia su Booking sia sui siti propri delle strutture, i prezzi lievitano del doppio e talvolta del triplo. Eppure i numeri più impattanti arrivano dalle sistemazioni private, che siano stanze, b&b o intere abitazioni affittate per il periodo olimpico. Chi volesse alloggiare in uno specifico appartamento di Predazzo dal 10 al 15 febbraio è meglio che inizi a risparmiare: sono 4.015 euro. Se invece volesse spostare la propria permanenza di una ventina di giorni, gli euro sarebbero 515 (+700%).

Un’altra soluzione vista-Dolomiti passa dai 1.400 dell’alta stagione ai 7mila dell’irraggiungibile Olimpiade (+400%). Chiudiamo con Tesero: in una struttura privata si assiste alla trasformazione dei 528 euro di dicembre e gennaio ai 1.838 di febbraio. Volendo accordare fiducia a un’altra piattaforma di prenotazioni, Airbnb, lo scenario resta immutato. A Panchià, nei pressi di Predazzo, la richiesta per uno chalet privato durante MilanoCortina ‘26 è di 2.900 euro. Trascorrerci il Natale ne costerebbe 980. Vanno ora chiariti un paio di aspetti. Primo: il Trentino non rappresenta un caso isolato. Esempi analoghi erano stati riportati anche per il Veneto, con particolare (e prevedibile) riferimento a Cortina d’Ampezzo che ha riportato appartamenti in affitto per oltre 200mila euro, vette irraggiungibili per le pur notevoli soluzioni nostrane. Una dettagliata indagine di Altroconsumo ha mostrato come soggiornare nelle sedi di gara per un weekend potrà costare in media 1.800 euro per due persone e oltre 3mila per quanto riguarda le località più esclusive. Restando in Trentino Alto-Adige, Altroconsumo stima che un fine settimana all’insegna del salto con gli sci inciderebbe per oltre 400 euro a persona. Occorre specificare che l’indagine è stata diramata a fine settembre e che nei due mesi successivi i prezzi hanno preso a salire, come gli atleti alla fine della rampa di salto.

In secondo luogo, c’è chi sostiene che la maggiorazione dei prezzi, escluse le eccezioni negative, sia giustificata dalla straordinarietà dell’evento e dalla conseguente crescita dell’offerta turistica in zona. A pensarla così è Paolo Gilmozzi, titolare del La Roccia Wellness Hotel di Cavalese e presidente dell’Azienda di promozione turistica (Apt) per la Val di Fiemme e Val di Cembra.

«Non si tratta di “speculazione olimpica” – ha commentato –. Tutta la Val di Fiemme ha deciso, per il dopo-manifestazione, di vestirsi di un’atmosfera particolare. Nei vari paesi ci saranno esibizioni musicali, attività storiche legate alle Olimpiadi e al nostro territorio, eventi gastronomici». A detta di Gilmozzi, questo fermento si tradurrebbe in un’offerta praticamente

mai vista prima, con un inevitabile effetto sui costi di permanenza. «Come Apt ci siamo sempre impegnati a creare dei prezzi consoni al mercato legato alla manifestazione. In qualsiasi periodo dell’anno o della stagione, il prezzo è sempre paragonato al servizio», ha proseguito l’albergatore. Anche la struttura gestita da Gilmozzi, che ha ottenuto la quinta stella nell’estate appena trascorsa, vede aumentare i prezzi durante la finestra olimpica. Va specificato: un rincaro nettamente inferiore a quello osservato in alcune abitazioni private che, nelle parole dell’imprenditore trentino, rappresentano un’eccezione che non conferma la regola. «L’evento porterà un qualcosa in più, senz’altro, ma non parliamo di speculazione. Si tratta di revenue management, una gestione delle risorse che punta a massimizzare il volume di affari – ha riassunto Gilmozzi –. Non vogliamo escludere nessuno, tutti sono benvenuti per vedere le nostre bellezze e non soltanto le piste da sci». Un ulteriore aspetto da considerare, sottolineato da Judith Rainer, vicepresidente dell’Unione albergatori Alto-Adige, sarebbe l’assodata vocazione turistica dei luoghi toccati dalla manifestazione sportiva. «Ci sono casi in cui i prezzi non sono accettabili, ma la maggior parte degli esercenti ha mantenuto i valori di alta stagione come è giusto che sia – ha detto –.

Dobbiamo anche considerare tutti i clienti abituali che passano le proprie vacanze invernali nelle nostre strutture».

Proprio nelle settimane che interessano la rassegna a cinque cerchi, secondo Rainer, andrebbero a convergere i periodi di ferie di molti cittadini britannici e tedeschi, specialmente quelli provenienti dal Nord e da Berlino. Questo tipo di turisti, affezionati, sarebbero quantomeno indifferenti alle Olimpiadi. Anzi, Rainer riporta come alcuni si stiano informando e stiano temporeggiando per timore dell’affollamento che potrebbero trovare al loro arrivo in Alto-Adige. La vicepresidente ha poi concluso: «Abbiamo ricevuto tantissime richieste anche dove non ci sono gare, e le avremmo ricevute anche senza le Olimpiadi».

IlGazzettino|13novembre2025

p. 12, edizione Belluno

IlventodeiGiochiriempieglihotel

MARCO DIBONA

CORTINA

Male gli appartamenti, bene gli alberghi, in relazione ai Giochi olimpici e paralimpici invernali Milano Cortina 2026 e al riscontro sul pubblico di vacanzieri, per la stagione invernale. Se le agenzie immobiliari della conca ampezzana lamentano affari che procedono a rilento, gli albergatori del territorio sorridono, per un interesse crescente, nei confronti di Cortina, sede di gare, ma anche delle vallate circostanti.

IL QUADRO Lo sostiene Massimiliano Schiavon, presidente di Federalberghi Veneto: «In questo momento l'evento Milano Cortina 2026, solo per come viene traghettato anche negli organi di informazione, sta generando flussi inaspettati sui territori di Cortina e del Bellunese. Abbiamo visto una crescita importante, anche un più 8% rispetto al 2024, dei tassi di occupazione delle strutture alberghiere, in periodi magari dove in altre realtà del Veneto o erano statici o avevano perso qualche punto percentuale. Cominciamo a interrogarci sul come mai questo sta avvenendo, perché non abbiamo modificato sostanzialmente le nostre strategie di marketing o di partecipazione ai mercati internazionali, quindi questo ci lascia pensare che probabilmente il traino dell'effetto olimpionico e della promozione che sta facendo Milano Cortina sta attraendo

anche mercati ai quali non eravamo abituati a rivolgerci. Questo perché c'è anche la presenza di un mercato asiatico nelle nostre montagne, che onestamente per gli operatori costituisce una vera e propria sorpresa.

Non erano abituati a avere a che fare con mercati asiatici.

Quindi un traino che è già iniziato prima dell'evento, confermato ovviamente dai numeri in crescita che ha fatto registrare il cluster della montagna». Secondo Schiavon, questo è il primo bilancio sull'effetto traino delle Olimpiadi invernali 2026 per il comparto alberghiero del Veneto, con la prospettiva che possa incrementarsi ancora, durante e dopo il grande appuntamento sportivo, di rilevanza mondiale: «È un volano che l'evento olimpico sta generando, economico e anche di grandi opportunità di rilancio della destinazione e del prodotto turistico montano», assicura Schiavon.

IN PROVINCIA Nella nostra provincia Walter De Cassan (nella foto) presidente di Federalberghi Belluno commenta. «Ho sentito e mi sono confrontato con Schiavon. Non ho ancora dati certi, per cui non diffondo statistiche, ma la percezione diffusa è che la situazione sia davvero buona, in quanto a prenotazioni per questo inverno, che sta per iniziare. Permane l'incognita per il periodo delle gare olimpiche, per le due settimane di febbraio 2026 e i dieci giorni di marzo, per le Paralimpiadi. Al momento c'è ancora ampia disponibilità negli alberghi delle valli vicine a Cortina, se si esclude chi si è impegnato con gli organizzatori di Fondazione Milano Cortina 2026, con particolari contratti, per accogliere persone che operano e lavorano all'interno dei Giochi: in quel caso c'è già il pienone». De Cassan riconosce l'imponente effetto che deriva dall'evento: «Non c'è alcun dubbio: è un volano che i Giochi stanno generando, con un indotto economico che permarrà a lungo. Peccato che la provincia di Belluno sembri così poco coinvolta». Il presidente di Federalberghi precisa quindi la sua valutazione: «Pare talvolta di rilevare che non si sia capita, nel Bellunese, la reale portata di questo evento. C'è una costante e diffusa pubblicità, che a noi non costa nulla. Tutto questo si avverte già ora, ma pensiamo seriamente a cosa accadrà dopo che il pubblico di tutto il mondo avrà visto le nostre montagne in televisione: si consolideranno mercati ormai frequentati e se ne apriranno di nuovi, con un tornaconto per tutti noi, a Cortina e nelle valli vicine». Marco Dibona

CorrieredelleAlpi|15novembre2025

p. 3

«Uninvernoolimpico»

IlpresidenteAndyVarallo:«Tantiturististranieri,mamancanoipostilettoDopoiGiochi dobbiamopuntareanchenoisulladestagionalizzazione»

FDM

L'intervista Via al Circo Bianco. Dal 29 novembre, come a Falcade e al Pellegrino, dal 5 o 6 dicembre nelle altre stazioni. Quest'anno sarà la stagione olimpica, che in futuro porterà nuovi ospiti, da tutto il mondo. «Sono i benvenuti, ma i posti letto son quelli che sono. Quindi» afferma Andy Varallo, presidente del Consorzio Dolomiti Superski, «dobbiamo riempire i vuoti che ancora ci sono». Magari abbassando i prezzi? «Lo stiamo già facendo».

Consorzio Dolomiti Superski: 1200 chilometri di piste, il più grande hub dello sci al mondo, che per questa stagione ha investito 215 milioni nell'ammodernamento della rete di innevamento.

Le prossime Olimpiadi sono un'opportunità o un problema?

«Un'opportunità, anche se ovviamente possono rappresentare un problema, nella prossima stagione, per le località coinvolte. Noi abbiamo sei zone che ospiteranno i Giochi. Il fatto che questi siano distribuiti nel territorio comportano una minore penalizzazione turistica, per le stesse comunità interessate. Che in prospettiva, invece, beneficeranno di un sicuro rilancio». Un rilancio in termine di clientela straniera, intercontinentale in particolare.

«In questo momento abbiamo già il 50 per cento delle provenienze che sono dall'estero. Un veicolo pubblicitario come quello olimpico dovrebbe rafforzare ancora di più la conoscenza del marchio delle nostre località in giro per il mondo. Però i posti letto sono quelli là, non è che cresceranno dopo le Olimpiadi. Quindi io mi aspetto che ci sia un aumento della domanda a fronte di una parità d'offerta».

Ma come intendete farvi fronte?

«Nei periodi in cui già si lavora tanto chiaramente non si troverà posto, però questo potrebbe aiutare a riempire le settimane di minor affluenza».

Quindi la destagionalizzazione. Ma sarà possibile tenere aperte le piste fino a marzo, magari in aprile?

Neve permettendo, tra l'altro.

«Sì. Dovremmo essere così bravi da riempire quei buchi stagionali che ci sono. Per esempio stiamo già riempiendo il mese di gennaio. E pure quello di dicembre. Si tratta di lavorare adesso su marzo e, dove è possibile, su aprile».

Lavorando, magari, anche sui prezzi? L'aumento di quest'inverno, sulle piste in Italia, è del 5,5%. «Secondo me è sbagliato prendere a riferimento il prezzo al pubblico del giornaliero, il cui incremento, nel nostro caso, è comunque inferiore. L'anno scorso abbiamo introdotto ad esempio l'estensione della categoria Junior dai 16 ai 18 anni. Il Dolomiti Superski permette alle famiglie di sciare con circa 40 euro a giornata. Siamo impegnati, insomma, a trovare delle soluzioni di scontistica riferite alle singole categorie di utenti. Poi, è vero, la politica prezzi segue il suo percorso, però l'occhio di riguardo verso quelle che sono le esigenze del mercato penso che abbiamo sempre dimostrato di averlo. Sappiamo, ad esempio, che dobbiamo lavorare sul fine stagione, da metà marzo in poi. Teniamo conto di un mercato internazionale che può muoversi con più libertà perché sono cambiate le politiche di gestione delle ferie e delle aziende.

C'è molta più flessibilità nel dare anche la possibilità ai collaboratori e ai dipendenti di andare in vacanza in periodi non strettamente di chiusura totale dell'impresa. E poi con il cambiamento climatico c'è chi probabilmente rispetto a una volta anticipa la sua vacanza a gennaio mentre a marzo inizia un'altra attività sportiva, quindi magari la bicicletta, il golf, il tennis, il trekking, la corsa in alta quota».

I 215 milioni di investimenti appena conclusi non riguardano tanto la costruzione di nuovi impianti ma l'ammodernamento di quelli esistenti. Che cosa state implementando?

«Aggiorniamo l'impiantistica, verso la sostenibilità.

Miriamo, in sostanza, a una riduzione dei consumi o delle materie prime. Quindi impianti di nuova generazione, in grado di garantire un'importante riduzione del consumo di energia, circa da un 7 a un 10 per cento a parità di tipologia di impianto installato rispetto ai vecchi motori. Con l'innevamento programmato queste macchine sono molto più performanti, quindi a parità di acqua in 20 anni producono il doppio di neve, perché garantiscono una produzione a temperature più miti, più vicine allo zero termico, e questo significa che se a parità di acqua si produce più neve, si hanno meno sprechi. Questo dimostra quindi anche la nostra volontà di ridurre i consumi a favore di una risorsa preziosa come l'acqua. Bisogna, insomma, sempre dividere i costi operativi da quelli strutturali, i capex e gli opex».

Ieri ad Arabba è iniziato il primo corso sulla sicurezza negli impianti. «Una garanzia per i nostri collaboratori, ma anche per chi usufruisce della nostra rete di impianti e di piste».

L’Adige|28novembre2025

p. 7

UnTrentinomiglioredopoiGiochi

Impianti, accessibilità, giovani e legacy. Le Olimpiadi e Paralimpiadi Milano Cortina 2026 garantiranno al Trentino una visibilità senza pari, ma anche l’opportunità per migliorare ulteriormente il territorio e la comunità sotto tutti i punti di vista. A poco più di due mesi dalla cerimonia inaugurale dei Giochi l’assessore provinciale all’urbanistica, energia, trasporti, sport e aree protette Mattia Gottardi illustra il cammino fatto per arrivare ai Giochi e come sarà il Trentino una volta concluso l’evento anche in vista dei prossimi eventi sportivi internazionali, su tutti le Olimpiadi invernali giovanili e il Super Mondiale di ciclismo del 2031. Assessore Gottardi, il Trentino si appresta a ospitare la più importante manifestazione sportiva mondiale. È tutto pronto dal punto di vista dell’organizzazione? Sì, abbiamo affrontato questa sfida con grande orgoglio e responsabilità. I nostri siti olimpici in Val di Fiemme, che ospiteranno circa un terzo delle medaglie in palio - dal salto con gli sci, alla combinata nordica, al fondo - sono impianti già collaudati dai Mondiali e ora sono stati adeguati e ammodernati. I lavori sulle infrastrutture di mobilità sono in fase avanzata, come dimostra l’impegno per il potenziamento della flotta di autobus che garantirà una mobilità efficiente e sostenibile in Val di Fiemme. Stiamo lavorando con tutti gli stakeholder per assicurare che l’esperienza non sia solo un successo sportivo, ma anche un modello organizzativo impeccabile per gli atleti, i media e gli spettatori attesi. Il Trentino si è anche preparato sul tema dell’accessibilità. Un mese dopo le Olimpiadi ci saranno le Paralimpiadi. Il trentino saprà incidere anche sull’inclusività? Il tema dell’accessibilità e dell’inclusività è per noi un pilastro fondamentale, e si lega direttamente alla parola chiave «legacy». Non ci fermiamo alle Olimpiadi; le Paralimpiadi sono un evento di pari importanza. L’impegno per l’accessibilità riguarda sia l’adeguamento delle strutture sportive che delle infrastrutture territoriali, per garantire la fruibilità totale per gli atleti e per il pubblico con disabilità. L’inclusività non è solo un obbligo normativo, ma un valore etico che lo sport incarna. L’esempio di tanti atleti trentini paralimpici, che portano in alto la bandiera del Trentino, dimostra quanto lo sport sia uno strumento di crescita, affermazione e superamento, a prescindere dalle difficoltà. L’eredità sarà quella di una provincia più attenta, più moderna e concretamente più accessibile a tutti. Nelle Olimpiadi sono coinvolti direttamente molti giovani trentini, anche tra i volontari. Quali sono aspettative per i giovani nel post evento? I nostri giovani sono parte integrante di questo evento, sia come atleti, sia come volontari. La loro partecipazione è un segno tangibile dell’interesse del nostro sistema territoriale verso i Giochi. L’aspettativa è che questa esperienza generi una legacy immateriale potentissima: i ragazzi acquisiranno competenze organizzative, linguistiche e relazionali che saranno fondamentali nel loro futuro lavorativo. Penso anche che il senso di appartenenza e l’orgoglio di aver contribuito a un evento mondiale resteranno come un capitale emotivo e di comunità inestimabile. E per quanto riguarda le opportunità lavorative? L’investimento in infrastrutture e turismo sostenibile, unito alla visibilità internazionale, deve tradursi in nuove opportunità professionali nel settore turistico, sportivo e dei servizi per contrastare lo spopolamento delle aree montane. Ma quale

sarà l’«eredità» delle Olimpiadi per il Trentino? Dopo la chiusura delle Olimpiadi, avremo un Trentino migliorato e più resiliente. L’obiettivo è costruire una legacy tangibile e duratura, non creare «cattedrali nel deserto». Gli investimenti si sono concentrati sulle infrastrutture e i trasporti, gli impianti sportivi e la sostenibilità. Per quanto riguarda le infrastrutture e i trasporti l’ammodernamento delle vie di comunicazione e l’introduzione di mezzi più sostenibili (come i nuovi bus) sono un beneficio diretto per i residenti e i turisti, ben oltre il periodo olimpico. Le strutture di Predazzo e Tesero, invece, rimarranno a disposizione del movimento sportivo giovanile e dell’agonismo internazionale per allenamenti e future manifestazioni, rafforzando il nostro ruolo come polo mondiale degli sport invernali. E per quanto riguarda la sostenibilità? La nostra strategia prevede l’utilizzo di energia elettrica al 100% da fonti rinnovabili certificate e il contenimento dell’occupazione di suolo. Il Trentino post-olimpico sarà un modello di sviluppo sostenibile, integrando la tutela del nostro prezioso ambiente alpino con le esigenze del turismo e dello sport. Il Trentino è la provincia più sportiva d’Italia, ma le Olimpiadi possono dare una spinta ulteriore. Il Trentino è la provincia più sportiva d’Italia, e la salute del nostro movimento sportivo è la nostra vera forza. L’Olimpiade agisce come un enorme catalizzatore di stimoli, ad iniziare dall’ispirazione per i giovani: vedere i campioni di livello mondiale gareggiare «a casa» sarà l’ispirazione più forte per i nostri ragazzi ad abbracciare lo sport e uno stile di vita sano. L’obbligo di adeguarsi agli standard olimpici porta inoltre a un miglioramento continuo delle nostre strutture e delle competenze tecniche e organizzative dei nostri team e federazioni. Per quanto riguarda la promozione territoriale, la visibilità mediatica globale, con miliardi di spettatori, sarà una promozione turistica impagabile che rafforzerà l’immagine del Trentino come destinazione d’eccellenza per lo sport e la montagna. L’esperienza olimpica sarà un importante patrimonio per le Olimpiadi invernali giovanili 2028 e verso il super Mondiale di ciclismo del 2031. Sì, il cammino del Trentino non si fermerà a marzo. I Giochi del 2026 sono un trampolino di lancio per i futuri grandi eventi che ci vedranno protagonisti, ad iniziare appunto dalle Olimpiadi invernali giovanili del 2028: ospitare i Giochi Giovanili sarà la prima, fondamentale prova della nostra capacità di mantenere in vita e utilizzare al meglio le infrastrutture olimpiche. Sarà un’opportunità unica per i nostri giovani atleti di confrontarsi al massimo livello. L’organizzazione di un evento della portata dei Super Mondiali, che unisce diverse discipline del ciclismo, dimostra la nostra versatilità e la nostra volontà di essere una terra di sport a 360 gradi, sfruttando la bellezza e la varietà del nostro paesaggio anche fuori dalla stagione invernale. Il Trentino è pronto non solo per ospitare i Giochi, ma soprattutto per il conseguente effetto leva per la crescita del nostro sistema territoriale e delle nostre comunità per i prossimi decenni.

BILANCIESTIVI:PRESENZENELLEDOLOMITI

CorrieredelleAlpi|13novembre2025

p. 17

Unsettembred'orochiudelasuperestate

FDM

Belluno Esplode l'estate sulle Dolomiti. Splende, ma un po' di meno, sul resto della provincia. Grazie, comunque, a un mese di settembre davvero espansivo, Gli arrivi erano stati 597.500 da

giugno a settembre 2024. Sono aumentati a 652.400, quest'anno. Un incremento quasi a due cifre. Si diceva di settembre: 110.500 arrivi nel 2024, ben 129.900 lo scorso settembre (+17%). Quasi 20 mila in più sui Monti Pallidi. Com'è andata, invece, l'estate a Belluno, Feltre e in Alpago? Beh, siamo ancora lontani dalle cifre precedenti e restiamo ancora dentro un quadro di tenuta: 98.900 arrivi l'estate 2024, non più di 102.600 quest'anno, con due mesi di settembre che comunque si equivalgono: 18.200 nel 2024, 19.700 quest'anno. Per gli albergatori e tanti altri operatori si sa che fanno più testo le presenze. Ebbene, quest'estate sulle Dolomiti si sono dormite 2 milioni e 45 mila notti. L'anno scorso, sempre da giugno a settembre, se ne contavano un milione e 965 mila, In sostanza le giornate di soggiorno si sono accorciate. Con un'inversione di tendenza, invece, proprio nel mese di settembre: 291.200 nel 2024, 319.600 quest'anno. Una considerevole differenza. Vediamo, invece, come è andata nella bassa provincia, tra Belluno, Feltre e l'Alpago. Le giornate di permanenza sono state 276.400 contro le 267.700 dello scorso anno. E il solo mese di settembre? 42.600 presenze l'anno scorso, 41.600 quest'anno. Dunque, in Valbelluna e dintorni, aumentano gli arrivi e calano le giornate di presenza, Poco più di 48 ore a testa. Quanto poi all'andamento di arrivi e presenza per i singoli Comuni, nell'area delle Dolomiti tirano Auronzo e le Tre Cime di Lavaredo col 12 per cento in più a settembre, si avvicina alle due cifre Livinallongo del Col di Lana, avanza pure Cortina, tiene Falcade. Ma attenzione: l'estate di San Martino, ancora in corso, potrebbe riservare altre positive sorprese, se si guardano anche gli ultimi interventi del Soccorso alpino, che ha tratto in salvo escursionisti provenienti addirittura da Singapore.

L'Osservatorio regionale misura anche il sentiment degli ospiti. Ebbene, sulle Dolomiti l'86,4% per cento è soddisfatto della ristorazione. Il dato è riferito agli ultimi tre mesi, con un +0,4%% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Per quanto riguarda la ricettività, il gradimento è leggermente inferiore: ci si ferma all'84,3%, con uno 0,1% in più rispetto all'anno precedente. Siamo invece al 90,7% di soddisfazione per le attrazioni a disposizione, con un +0,5% sul 2024.

IlGazzettino|13novembre2025

p. 2, segue dalla prima, edizione Belluno

Piccoasettembre,poil’abisso:«Nonbastalavogliadifoliage»

SILVIA MORANDUZZO I NUMERI

Ottobre e novembre non sono mesi per turisti. Se fino a settembre i dati mostrano un picco significativo di presenze nelle montagne bellunesi, tra ottobre e novembre c'è l'abisso. Del resto quando si parte per un fine settimana o una scampagnata i servizi sono fondamentali. L'albergo, il ristorante, il bar sono elementi che vengono presi in considerazione da chi si mette in viaggio, come in questo periodo, magari a caccia dei colori autunnali in quello che è il nuovo trend stagionale. E se non ci sono? Il rischio, come dimostrano i numeri, è che si rinunci anche alla gita in giornata. Nonostante il bel tempo e le temperature che ancora permettono di passare qualche ora all'aperto in mezzo alla natura. Pensiamo solo al Treno del Foliage in provincia di Domodossola: il convoglio che attraversa 52 km tra Italia e Svizzera è ormai un successo consolidato, anche a livello internazionale, al punto che ne ha parlato persino il "New

York Times". Ma senza organizzazione e iniziative dedicate, ottobre e novembre sono ancora mesi in cui le presenze turistiche diminuiscono drasticamente.

CASO ATIPICO Partiamo dalla perla delle Dolomiti, Cortina d'Ampezzo, la signora della montagna. E quella che comunque presenta i numeri migliori. Prendendo in esame il 2024 (i dati 2025 del portale della Regione Veneto non sono ancora definitivi) a settembre i turisti sono stati 92.884. Di questi, 54.320 hanno soggiornato in albergo. Il mese successivo le presenze sono scese a 35.358 (19.789 pernottamenti) e a novembre 13.131 (2770 pernottamenti in hotel). Un trend molto simile all'anno precedente quando a settembre si erano registrate a Cortina 96.604 presenze di cui 57.176 con pernottamento annesso. A ottobre 2023 i turisti furono 35.587 (20.135 i pernottamenti) e a novembre dello stesso anno 13.074 presenze (3.651 pernottamenti). Ma qui parliamo di Cortina, la star delle Dolomiti, dove il fatto che possano restare chiusi alcuni hotel e ristoranti può scoraggiare alcuni ma non tutti. La vera domanda è: cosa succede nel resto della provincia?

LE ALTRE LOCALITÀ Prendiamo in esame Auronzo: nel settembre 2024 ha registrato 35.255 presenze con 21.442 persone che hanno dormito in hotel; i dati scendono a 7.555 presenze a ottobre (5.310 pernottamenti) e 2.862 a novembre dello stesso anno (1.520 pernottamenti). Nella zona di Livinallongo a settembre dello scorso anno ci sono stati 21.529 turisti (16.250 pernottamenti), scesi a 1.818 (1.035 pernottamenti) a ottobre e a 612 (297 pernottamenti) a novembre. E ancora a San Vito di Cadore si son visti 18.215 turisti nel mese di settembre 2024 di cui 11.317 di loro hanno pernottato in albergo mentre a ottobre se ne sono registrati 9.574 (6.217 pernottamenti) e a novembre 5.429 (di cui 2.936 hanno dormito in hotel). A Falcade 15.242 turisti (9.272 in albergo) a settembre 2024, scesi a 1.091 a ottobre (286 pernottamenti) e 912 a novembre (198 in hotel).

IL CAPOLUOGO Chiudiamo con il capoluogo, Belluno, dove servizi, hotel e ristoranti sono aperti in modo continuato tutto l'anno. Qui il turista è ovviamente invogliato a fare una gita e lo dimostrano anche i numeri: 13.211 turisti registrati a settembre 2024 (6.628 pernottamenti), 10.716 presenze a ottobre (5.315 pernottamenti) e 10.639 a novembre (5.586 si sono fermati in hotel). Segno evidente che quando ci sono i servizi, ci sono anche le persone. Silvia Moranduzzo

AltoAdige|22novembre2025

p. 3

TurismoinAltoAdige,ottobredarecord

Enzo Coco BOLZANO

Turismo senza soluzione di continuità o quasi in tutto l’Alto Adige. Lo dice l’Istituto provinciale di statistica Astat, comunicando i dati provvisori del mese di ottobre 2025 in cui si registrano 692.343 arrivi cioè il 4,1% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e 2.713.951 presenze (+1,2%). La quota più consistente è da attribuire agli ospiti provenienti dalla Germania (62,1%), seguita da quelli provenienti dall’Italia in misura nettamente inferiore (10,8%). La destagionalizzazione sembra quindi dare i suoi frutti, favorita in taluni casi dalla presenza sul territorio di eventi di richiamo. Non a caso il 32,9% delle presenze si registra nella comunità comprensoriale del Burgraviato, mentre il comune con più presenze a ottobre è Scena con 133.557. Frutto senza dubbio della bella stagione ma anche della Festa dell’Uva a Merano, del

Törggelen divenuto a sua volta un’attrazione turistica. E c’è da ritenere che anche novembre sarà così grazie alla presenza del Winefesival che allunga la stagione di Merano e dintorni e costituisce un ponte tra la Festa dell’Uva e i Mercatini di Natale. Lo ha riconosciuto anche la presidente dell’Azienda di soggiorno e turismo della città Ingrid Hofer, in occasione proprio della conferenza stampa del Winefestival. «Anni addietro ha ricordato Hofer a novembre si chiudeva. Oggi non è più così e lo si deve a questa manifestazione che richiama pubblico da tutto il mondo». Non è però così per tutto il territorio provinciale e il nuovo presidente dell’Associazione albergatori Hgv Klaus Berger, in linea con il suo predecessore Manfred Pinzger, già al suo insediamento, lo ha rimarcato: «Ci sono zone ha detto che hanno turismo ormai per quasi dodici mesi ed altre che invece non hanno lo stesso trend. Dobbiamo sforzarci di arrivare ad una maggiore omogeneità pur riconoscendo che certe zone, certe valli, non arriveranno mai ad avere flussi turistici paragonabili a quelli dei centri e delle località che vanno per la maggiore. La destagionalizzazione riguarda solo queste ultime». Gardena, Badia, Burgraviato, Alta Pusteria i territori maggiormente chiamati in causa. Non si tratta solo di eventi che richiamano turisti nella bassa stagione come nel caso del Burgraviato. La passione per i viaggi fuori dai periodi di grande afflusso è frutto di una scelta precisa proprio per evitare gli affollamenti che inevitabilmente creano disagi agli stessi turisti e sono motivo delle proteste contro il troppo turismo. Numeri da capogiro si sono registrati anche nell’estate appena passata. Se nel 2024 si sono raggiunti quasi 23 milioni, la cifra è stata infatti superata in questa stagione estiva 2025 arrivando a 23,5 milioni di presenze.

RIFUGIALLADOLOMITIMOUNTAINSCHOOL

CorrieredelleAlpi|6novembre2025

p. 3

«IlrifugioèdiventatounametaBisognatornarealpassato»

FDM

L'analisi «Le Dolomiti rischiano di diventare un non-luogo, dove il turismo di massa cancella storia e specificità. Non serve bloccare la frequentazione, ma responsabilizzare chi sale in montagna». È l'allarme lanciato da Annibale Salsa, antropologo ed ex presidente nazionale del Cai a un convegno svoltosi a Socchieve, in Friuli, come ultimo incontro della 9ª edizione della Dolomiti Mountain School. A tema la trasformazione del rifugio alpino: da punto di appoggio a meta. Ne hanno discusso studiosi, gestori di rifugi e rappresentanti del mondo alpinistico. Anche l'estate appena trascorsa ha certificato che il rifugio in quota sta cambiando identità: diventa sempre più spesso una meta, come peraltro lo stanno diventando gli stessi bivacchi. Lo si riscontra soprattutto a mezzogiorno e dintorni, con l'assalto per il pranzo, da parte di commensali che avanzano richieste culinarie come fossero in un ristorante di città. E, soprattutto in agosto, la necessità per il gestore di organizzare anche due o tre turni di somministrazione, il più delle volte fra le proteste di ospiti che non riescono a comprendere i ritardi. Lorenzo Migliorati, professore di Sociologia dei processi culturali all'Università di Bergamo, ha presentato insieme a Francesco Marangon (Università di Udine) la ricerca "Un Rifugio per Amico". «Ci siamo chiesti che cosa rappresenti oggi il rifugio per chi cammina in montagna. I risultati mostrano una trasformazione ormai compiuta: da punto di appoggio a vera e propria

meta, tra desiderio di natura e ricerca di ospitalità». «Una trasformazione pericolosa, per gli uni e per gli altri», ha ammesso Francesco Abbruscato, del Cai Veneto. «Al di là delle mode il rifugio deve tornare a essere un tetto, un letto e un pasto caldo. È su questa idea di accoglienza essenziale che vogliamo continuare a lavorare». Fdm © RIPRODUZIONE RISERVATA

CorrieredelleAlpi|6novembre2025

p. 3

«IlrifugioèdiventatounametaBisognatornarealpassato»

FDM

L'analisi «Le Dolomiti rischiano di diventare un non-luogo, dove il turismo di massa cancella storia e specificità. Non serve bloccare la frequentazione, ma responsabilizzare chi sale in montagna». È l'allarme lanciato da Annibale Salsa, antropologo ed ex presidente nazionale del Cai a un convegno svoltosi a Socchieve, in Friuli, come ultimo incontro della 9ª edizione della Dolomiti Mountain School. A tema la trasformazione del rifugio alpino: da punto di appoggio a meta. Ne hanno discusso studiosi, gestori di rifugi e rappresentanti del mondo alpinistico. Anche l'estate appena trascorsa ha certificato che il rifugio in quota sta cambiando identità: diventa sempre più spesso una meta, come peraltro lo stanno diventando gli stessi bivacchi. Lo si riscontra soprattutto a mezzogiorno e dintorni, con l'assalto per il pranzo, da parte di commensali che avanzano richieste culinarie come fossero in un ristorante di città. E, soprattutto in agosto, la necessità per il gestore di organizzare anche due o tre turni di somministrazione, il più delle volte fra le proteste di ospiti che non riescono a comprendere i ritardi. Lorenzo Migliorati, professore di Sociologia dei processi culturali all'Università di Bergamo, ha presentato insieme a Francesco Marangon (Università di Udine) la ricerca "Un Rifugio per Amico". «Ci siamo chiesti che cosa rappresenti oggi il rifugio per chi cammina in montagna. I risultati mostrano una trasformazione ormai compiuta: da punto di appoggio a vera e propria meta, tra desiderio di natura e ricerca di ospitalità». «Una trasformazione pericolosa, per gli uni e per gli altri», ha ammesso Francesco Abbruscato, del Cai Veneto. «Al di là delle mode il rifugio deve tornare a essere un tetto, un letto e un pasto caldo. È su questa idea di accoglienza essenziale che vogliamo continuare a lavorare». Fdm

NOTIZIEDAIRIFUGI

L’Adige|6novembre2025

p. 31

RifugioRodadeVaeleBaitaPederivacollegatiallafognatura

VAL DI FASSA

Si sono conclusi i lavori per il collettore delle acque nere che collega il Rifugio Roda de Vael e la Baita Marino Pederiva alla rete dell’abitato di Vigo di Fassa e quindi al depuratore biologico di Pozza, in val di Fassa. Un’opera finanziata dalla Provincia autonoma di Trento, per un importo complessivo di 1.984.600,00 euro, e gestita dall’Agenzia per la depurazione, che rientra in un

percorso condiviso con le amministrazioni e realtà del territorio: l’amministrazione comunale di San Giovanni di Fassa-Sèn Jan, l’Asuc Vigo di Fassa, il Consorzio Elettrico Pozza, la Società alpinisti tridentini-SAT. Un elemento sottolineato oggi nell’incontro presso l’aula consiliare del Comune di San Giovanni di Fassa, alla presenza del presidente della Provincia Maurizio Fugatti, del sindaco Giulio Florian, del procurador del Comun general de Fascia, Edoardo Felicetti, e alcuni esponenti Giunta comunale. “Si tratta di un intervento inserito nel piano provinciale per i rifugi alpini, da tempo atteso in Val di Fassa”, ha spiegato il presidente Fugatti. Il progetto come detto vede un finanziamento complessivo di 1.984.600,00 euro, di cui 1.641.479,94 euro destinati specificamente ai lavori, mentre la rimanente somma riguarda somme a disposizione dell’amministrazione per imprevisti e altri oneri. L’opera ha permesso la posa dei sottoservizi lungo il tracciato. Nello specifico, oltre alla condotta fognaria, sono state realizzate una nuova condotta idrica per la sostituzione dell’acquedotto a servizio del Comune di San Giovanni di Fassa e la predisposizione di cavidotti per la fornitura di energia elettrica (finalizzata alla dismissione dei generatori a gasolio) e per la posa di fibra ottica. Quest’ultima risulterà essenziale per il futuro controllo a distanza delle cabine elettriche. “Si tratta della conclusione di un intervento - ha ricordato il sindaco Florian - che andava fatto. Grazie alla collaborazione con la Provincia, i lavori sono stati effettuati in tempi rapidissimi, circa sei mesi. Diamo così una risposta alla gente che frequenta quelle zone, dando una risposta concreta in termini di servizi pubblici”. I lavori sono stati svolti dall’impresa Lago Rosso Soc. Cooperativa, che si è aggiudicata l’appalto con un ribasso del 4,814%, per un importo contrattuale di 1.565.761,83 euro. La consegna del cantiere è stata effettuata lo scorso 4 aprile.

L’Adige|25novembre2025

p. 14

IlRifugioPedrottiprontoallarinascita

UGO MERLO

Il Gruppo Brenta imbiancato dalla prima neve di novembre ha salutato l’avvicinarsi della fine degli importanti lavori di ristrutturazione del rifugio Tommaso Pedrotti alla Tosa. La Sat, che ne è proprietaria, ha affidato i lavori nel luglio dello scorso anno all’impresa edile di Luciano Dallapè. Il Tommaso Pedrotti è un rifugio da sempre presidio del Gruppo Brenta, strategico per gli scalatori delle vette del Brenta centrale ed i frequentatori della via delle Bocchette. Il rifugio era dotato di 125 posti letto, che rimarranno invariati e altrettanti saranno i posti a sedere per le sale da pranzo. La struttura sorge a 2.491 metri su una balconata naturale all’ombra della Brenta Alta, della Brenta Bassa e del Croz del rifugio. Nel 2022 la Sat ha indetto un bando di progettazione per la ristrutturazione del Pedrotti alla Tosa, vinto dallo studio di architettura composto da Stefano Pasquali, Samantha Minozzi, Alberto Stangherlin e Andrea Moser, con una ipotesi di spesa di poco inferiore al milione di euro, che hanno poi redatto il progetto esecutivo i cui lavori sono in fase conclusiva con un costo che si aggira sui 3 milioni di euro. Vi era in precedenza anche l’ipotesi di demolire sia il Tosa che il Pedrotti e realizzare una nuova struttura, ma l’idea è stata accantonata. Il cantiere del Pedrotti è iniziato nell’agosto del 2024 e dopo alcuni adeguamenti sono state realizzate le demolizioni delle parti in roccia per i basamenti strutturali e l’esecuzione dei rinforzi delle fondazioni e la struttura di base della nuova scala antincendio collocata esterna al corpo del rifugio sul lato sud est. Il sopraggiungere della stagione invernale ha fermato il cantiere. A fine maggio di quest’anno la Dallapè ha ripreso i

lavori installando la gru di servizio ed i ponteggi perimetrali. La fase successiva è stata la demolizione del tetto e delle murature del sotto tetto. Ora quel piano, dove è stato rinforzato il solaio con cordoli perimetrali, è il terzo e le stanze, con finestre aperte su suggestivi panorami, sono già pronte e arredate. Un nuovo piano con, come da progetto: 8 stanze e servizi igienici con pareti in legno Xlam. Le pareti esterne sono state rivestite in lana di roccia e quindi è stata posata, come ben si vede dalle fotografie, la lamiera preverniciata di color rosso mattone, che permette di individuare il rifugio Pedrotti anche da lontano. Sul tetto sono stati posati i pannelli fotovoltaici per una potenza di circa 15 kw. La nuova scala antincendio è molto ampia e sarà utilizzata anche come scala di servizio. Rifatti, al primo e secondo piano i pavimenti e i rivestimenti di tutte le stanze e realizzati nuovi servizi, mentre al piano terra i pavimenti e la cucina che, ripiastrellata, rimane nella stessa collocazione. Sempre al piano terra è stata realizzata una stube. È stata ristrutturata la sala da pranzo sul lato ovest con una nuova copertura isolata e manto di lamiera, mentre quella a sud ha una portafinestra che porta ad una piccola terrazza. L’impresa è intervenuta anche nel piano interrato rinnovando le pavimentazioni. Tutte le pareti esterne originarie in pietra del rifugio, sono state trattate con malte speciali per migliorare la resistenza agli agenti atmosferici e proteggere l’edificio da infiltrazioni d’acqua. Rifatta su tutto il rifugio l’impiantistica elettrica, quella idraulica e l’antincendio. Nuovi anche tutti i serramenti con quelli esterni progettati per resistere alle condizioni meteo dell’alta quota. L’accesso è rimasto sul lato est con, in continuità con la scala antincendio un corpo aggiunto con un ampio atrio vetrato e adiacente il locale invernale. I trasporti dei materiali sono stato effettuati con camion fino ai 1.460 metri sopra malga Andalo e da lì ai 2.491 metri del rifugio agganciati al baricentrico dell’elicottero, un H 125 dell’Elimast che ha operato per circa 150 ore. «La ristrutturazione del rifugio - dice Luciano Dallapè - è stato un lavoro molto impegnativo. Avevamo l’esperienza del rifugio Mandron, ma quando sei a 2.500 metri l’organizzazione del cantiere richiede un coordinamento impeccabile e la capacità di adattarsi nell’adeguare il vecchio al nuovo. A quella quota poi c’è sempre la variabile meteo, per il trasporto materiali e per chi vi lavora. Anche quest’estate abbiamo visto un paio di volte la neve. Ai primi di novembre abbiamo smontato la gru e questo vuol dire che si va verso la fine del cantiere, a maggio 2026 faremo solo rifiniture, poi il nuovo Pedrotti sarà pronto». Franco Nicolini, guida alpina di Molveno, che lassù gestiva la struttura da 12 anni, con la famiglia, dice: «La nostra filosofia è quella di essere casa per alpinisti ed escursionisti, consapevoli che il rifugio Pedrotti alla Tosa è un importante presidio satino del Gruppo Brenta. In queste pareti si respira la storia dell’alpinismo trentino e il Pedrotti è luogo d’incontro di generazioni di alpinisti, che troveranno una struttura nuova, confortevole, sempre nello spirito della condivisione dei valori dell’alpinismo che guarda al futuro, mantenendo vive le tradizioni del passato e le buone pratiche». In visita al cantiere il presidente della Sat, Cristian Ferrari, dichiara: «Non era scontato ottenere un risultato simile e in così poco tempo: aprire cantieri in alta quota significa affrontare un impegno notevole, un grande lavoro organizzativo e un’attenzione costante alla sicurezza, all’ambiente e alle condizioni operative. I lavori del cantiere si sono conclusi con l’arrivo della prima neve, dopo due intense stagioni. Il Pedrotti riaprirà all’inizio della prossima stagione, grazie al grande impegno delle squadre operative e al supporto della provincia, elementi cruciali per il rispetto delle tempistiche».

NOTIZIEDAICLUBALPINIDELLAREGIONEDOLOMITICA

CorrieredelVeneto|5novembre2025

p. 3, edizione Treviso - Belluno

Sullenostremontagneèboomdiappassionatimaanchediincidenti«Vittimeinaumento»

VENEZIA

Dopo la pandemia da Covid-19 gli amanti della montagna sono lievitati, un po’ per la voglia di «respirare finalmente a pieni polmoni e in mezzo alla natura», un po’ perché il cambiamento climatico comporta un caldo ormai insopportabile. Ma al boom di escursionisti dell’ultima ora corrisponde un’impennata di incidenti. Solo nell’estate appena trascorsa in Veneto il Soccorso Alpino è dovuto correre in aiuto di 625 persone e recuperare 25 vittime, quattro in più dell’anno scorso. Peggio è andata in Alto Adige: tra l’estate e Ognissanti i morti sono 45, rispetto ai 37 dello stesso periodo del 2024, i feriti 1.064 e gli interventi 1336, a fronte dei 1.310 dell’anno precedente. «È aumentato in modo esponenziale il numero delle persone che si sono avvicinate alla montagna conferma Francesco Abbruscato, presidente regionale del Cai, forte di 65 sezioni, 33 rifugi, Scuole di alpinismo ed escursionismo i nostri iscritti sono aumentati dai 63 mila del 2019 ai 69 mila di oggi. E nei rifugi si calcola un 30% di presenze in più. È passato il messaggio che la montagna può accogliere tutti, ma non è vero. Fuori dai sentieri ufficiali, dai centri abitati e in quota è un ambiente ostile per chi non la conosce e non indossa l’attrezzatura idonea, anche se influencer e tour operator non vogliono sentirlo». E infatti, riferisce il Soccorso Alpino, le cause principali degli incidenti sono: condizioni fisiche non adeguate (25%), cadute accidentali (23,2%) e perdita di orientamento (15,5%). Quanto alle attività, l’escursionismo assorbe il 51,5% dei soccorsi, seguito da alpinismo (10,5%), mountain bike ed e-bike (3,5%), e parapendio (2,2%). «Tanta gente non si prepara adeguatamente, non studia il percorso da intraprendere, non consulta il meteo prima di partire racconta Abbruscato indossa scarpe da ginnastica e non quelle indicate, che garantiscono stabilità, porta pantaloni corti e magliette invece dell’abbigliamento necessario a proteggersi in caso di maltempo improvviso. Il fatto è che una volta si trascorreva in montagna almeno un mese in vacanza e quindi c’era il tempo di orientarsi e conoscere l’ambiente, adesso invece tante persone ci passano una giornata o al massimo un weekend , perciò non hanno il tempo di consultare i nostri centri o le guide alpine sui reali pericoli. Come la pioggia, le cadute di sassi, la nebbia, la neve bagnata». E allora il Cai, insieme al Soccorso Alpino, sta pensando di lanciare una serie di «pillole» sui social, consigli rapidi per affrontare la montagna in sicurezza. La base: prima di partire bisogna capire bene dove si va, cioè le caratteristiche del percorso e la situazione del tempo in quel momento, dove si vuole arrivare, quali sono gli orari migliori per iniziare e finire l’escursione, come vestirsi, cosa mettere nello zaino, quali strumentazioni portare. «Per esempio c’è un grosso equivoco a proposito dell’Artva, l’apparecchio di ricerca dei travolti in valanga avverte il presidente del Cai quasi sempre serve a restituire le salme, non a salvare le persone. È molto più utile, per gli alpinisti, studiare il vento e informarsi sulla presenza di neve bagnata. E, per tutti, stabilire il giusto orario di partenza. Cito un caso su mille: ho visto tanta gente partire per il lago di Sorapis, sulle Dolomiti bellunesi, a mezzogiorno: il che significa arrivare, per i non esperti, alle 15, ora in cui iniziano i temporali. Altro errore aggiunge Abbruscato ormai lo zaino non lo porta più nessuno, nonostante sia indispensabile per portarsi dietro un cambio d’abito in caso di pioggia o freddo non previsti e qualcosa da mangiare. Tutti invece scelgono giubbetto e borraccia. Non

a caso gran parte degli interventi di soccorso riguarda il recupero di persone illese che si sono perse o sono troppo stanche per riuscire a tornare indietro. E che dovranno pagarsi l’elicottero». Di fronte a uno scenario simile il consiglio degli esperti per l’inverno alle porte è: «Se non conoscete la montagna non sfidatela, nella stagione fredda il rischio raddoppia perché non si vedono i sentieri, coperti dalle neve e dalla nebbia, inoltre possono staccarsi valanghe». Tutto ciò per la gente comune. Ma quando a morire sono gli esperti, che succede? «Si fatica a giudicare quelle tragedie, per capirne le cause bisogna essere sul posto avverte il presidente del Cai . E comunque tutti gli alpinisti sanno che il rischio zero non esiste. Nonostante lo studio e la lunga preparazione alle spalle, può tradirti l’improvviso cambio del vento, la caduta di massi, la nebbia, il freddo che non doveva esserci, una bufera imprevista. Eppure proprio il rischio è attrattivo per gli esperti, scatta la voglia di mettersi alla prova, di sfidare la montagna, soprattutto se la posta è alta. Purtroppo riflette Abbruscato anche la montagna più tranquilla può diventare una trappola mortale».

Corrieredell’AltoAdige|15novembre2025

p. 2 segue dalla prima

«Rifugialpini,clientitroppoesigenti»

Matteo Macuglia

BOLZANO

Con la chiusura del Radlseehütte e del Tiefrastenhütte, gli ultimi due rifugi dell’Alpenverein Südtirol rimasti aperti finora, è arrivato il momento di tirare le somme sulla stagione estiva appena conclusa. Durante una riunione, i gestori dei rifugi si sono seduti attorno a un tavolo concordando innanzitutto su una cosa: quest’anno è andato bene, con pernottamenti rimasti stabili nonostante luglio sia stato un mese più piovoso della media. Diversi i lavori di ristrutturazione e rifacimento delle strutture, compresi quelli del Sesvenna ora pronto per affrontare anche la stagione invernale con l’apertura prevista per il prossimo 7 febbraio. «Ciò che resta da migliorare è il rispetto del galateo dei rifugi: sempre più ospiti arrivano con aspettative sbagliate» scrivono però i vertici dell’Alpenverein nel comunicato di fine stagione. Questo perché tra gli ospiti che si ammassano nelle strutture sono sempre meno gli alpinisti «duri e puri» di una volta. A sostituirli è arrivata una clientela più «casual» che si aspetta servizi e offerte forse più tipiche delle città che dei rifugi di montagna. E proprio per educare i neofiti delle Alpi, i gestori hanno elaborato e diffuso un «galateo dei rifugi», una campagna di sensibilizzazione, che si muove su diversi aspetti: come ad esempio quello dei proprietari di cani. «Il galateo dei rifugi mira principalmente a sensibilizzare e a fare appello alla responsabilità individuale. Risorse come l’acqua e l’energia sono scarse, soprattutto nei rifugi situati ad altitudini elevate: non è logico aspettarsi che ovunque ci siano acqua calda corrente, docce, wifi, Coca Cola e patatine fritte. Anche portare con sé sacchi a pelo da rifugio è un punto importante, così come il rispetto delle eventuali norme relative al deposito di bagagli o zaini» riassume Martin Knapp, responsabile del reparto Rifugi e sentieri dell’Avs. Un altro punto di attrito sono le politiche di prenotazione e cancellazione, con riferimento a quegli ospiti che dopo aver riservato un posto, non si presentano alla data stabilita: «La maggior parte dei nostri gestori è giunta alla conclusione che è opportuno sostenere le spese accessorie per il pagamento con carta di credito e introdurre delle penali di cancellazione», riferisce Martin

Niedrist, collaboratore del reparto Rifugi e sentieri. Al netto dei problemi e dei dati definitivi, che devono ancora essere elaborati, la stagione estiva 2025 è andata bene, grazie proprio ai rifugisti che ogni giorno si impegnano per ospitare le persone secondo i valori dell’Alpenverein. A loro è andato il ringraziamento pubblico di Georg Simeoni, presidente dell’Avs, mentre il gruppo cerca ora nuovi collaboratori per integrare i team più sguarniti. Continuano nel frattempo gli investimenti sui rifugi.

Dopo l’intervento sul Sesvenna, al rifugio Bressanone e al Rieserfernerhütte sono stati installati impianti fotovoltaici con accumulo a batteria. Ma già si guarda ai lavori programmati per il 2026, per i quali anticipa l’Alpenverein ci sarà particolare attenzione al miglioramento della compatibilità ambientale. Il tema della sensibilità ecologica è molto caro all’Alpenverein, che intende sensibilizzare sull’argomento anche i visitatori dei rifugi. L’ultimo fronte su cui il gruppo ha fatto sapere di volersi spendere è quello dell’accessibilità di alcuni rifugi attraverso i mezzi pubblici: un lavoro complesso ma su cui l’Avs intende impegnarsi nel prossimo futuro.

CorrieredelleAlpi|21novembre2025

p. 26

CaiFeltre,gliocchisulrifugioDalPiaz«Primaigestori,poiilavorisullastrada»

RAFFAELE SCOTTINI

Si avvia a conclusione il triennio di presidenza alla guida del Cai di Feltre di Renzo Zollet, che lascia aperta ogni possibilità. «Valuterò nelle prossime settimane se ricandidarmi per un altro mandato o se dare spazio a chi è disposto a subentrare». Nel frattempo, però, il Cai feltrino, abituato a camminare sempre verso nuovi traguardi, vede avvicinarsi l'atteso inizio dei lavori di sistemazione della strada di accesso al rifugio Dal Piaz. L'intervento è inserito nella convenzione tra Veneto Strade e il comitato di gestione Fondo Comuni confinanti relativa al miglioramento della viabilità di accesso a malghe e rifugi nei territori del Parco nazionale Dolomiti bellunesi, a beneficio di coloro che lavorano in quota ma anche degli escursionisti. «Spero che venga fatto il prima possibile», dice Renzo Zollet. «L'intervento è necessario per chi va su e giù a portare rifornimenti e quant'altro. Oltre al rifugio, c'è anche la malga». Per il Dal Piaz, dopo la scadenza del contratto con gli ultimi gestori, il Cai sta preparando il nuovo bando di affidamento della struttura nelle Vette Feltrine. «Sono cambiate un po' le regole dal Cai centrale, per cui bisogna modificare alcune cose», spiega il presidente. «Ma la durata dovrebbe rimanere di quattro anni». Sul fronte infrastrutturale, il rifugio è stato oggetto di un importante intervento di ammodernamento: 22 nuovi pannelli fotovoltaici hanno sostituito quelli ormai obsoleti e le vecchie batterie sono state rimpiazzate con due nuove unità da 20 chilowatt ora ciascuna. Tutto il materiale è stato trasportato con l'elicottero, inclusi i vecchi pannelli regolarmente smaltiti. Sono state inoltre effettuate alcune riparazioni sul tetto con l'intervento di un lattoniere. Questo progetto è stato reso possibile grazie a un parziale contributo del Cai centrale e del Parco. Allargando lo sguardo, Zollet traccia un bilancio positivo dell'attività in questi tre anni. «Non posso che essere soddisfatto e orgoglioso del lavoro svolto dalla grande famiglia del Cai di Feltre e dalla sottosezione Pedemontana del Grappa, formata da soci appassionati, sempre disposti alla collaborazione e impegnati con vivo entusiasmo e senso di appartenenza alla sezione», commenta. «La crescita del numero degli iscritti è stata costante nel triennio e nel 2025 ha superato la quota di 4 mila soci», sottolinea. «Ciò richiede maggiore impegno e attenzione, ma è anche motivo di grande orgoglio e soddisfazione per chi ama la montagna, crede nei

valori del Club alpino italiano, si dedica con passione alla tutela dell'ambiente e delle nostre vette». Anche in quest'ultimo anno sono state numerose le proposte offerte dai vari gruppi (alpinismo giovanile, il gruppo escursionismo, il gruppo escursionisti Over 60, il gruppo speleologico, la scuola nazionale di alpinismo, sci alpinismo e arrampicata libera, il gruppo per la Tutela dell'ambiente montano, il gruppo "Montagna che aiuta", il Corpo nazionale Soccorso alpino). «Decine di persone qualificate e titolate hanno operato e continuano a operare volontariamente e gratuitamente, dedicando tempo, competenza e passione alle molteplici iniziative», rimarca il presidente del Cai di Feltre, rivolgendo «un sentito grazie a tutti per la passione, la competenza e il senso di appartenenza che rendono viva la nostra sezione».

NOTIZIEDAIBIVACCHI

L’Adige|4novembre2025

p. 19

IlbivaccoFiammegialletrovacasaalMuse

FABIO PETERLONGO

Un bivacco è una piccola struttura d’emergenza, pensata per offrire riparo in alta quota a chi si muove in montagna. Essenziale e spartano, serve come punto d’appoggio per escursionisti e alpinisti. E dopo quasi sessant’anni di servizio sul Cimon della Pala, a 3.005 metri di altitudine nel gruppo delle Pale di San Martino, il Bivacco Fiamme Gialle ha concluso la sua funzione originaria. Recentemente sostituito da una struttura più moderna, il bivacco è stato protagonista di un’operazione culturale grazie a un accordo tra la Guardia di Finanza e la Provincia autonoma di Trento. Trasportato in elicottero fino al Passo Rolle e poi su camion fino a Trento, è stato posizionato con una gru sulla terrazza panoramica del Muse. Sarà visitabile dal pubblico e inserito negli allestimenti permanenti dedicati al rapporto tra natura, scienza e società. Nei prossimi mesi sarà valorizzato nell’ambito del rinnovo degli spazi espositivi. Il progetto del Bivacco Fiamme Gialle risale agli anni Venti del Novecento, quando il Club Alpino Accademico Italiano (Caai) concepì l’idea di una struttura minima e incustodita, ispirata alle baracche in lamiera ondulata usate durante la Prima Guerra Mondiale. Inaugurato nel 1968, fu realizzato grazie alla collaborazione tra la sezione Cai Fiamme Gialle, enti territoriali e la Fondazione Antonio Berti di Padova. Appartiene alla tipologia “modello Berti”: una costruzione in lamiera zincata verniciata di rosso, con copertura a sei piani inclinati, superficie di circa 8 mq e volume di 21 mc, capace di ospitare fino a nove persone. «Fin dalla sua collocazione sulla via normale al Cimon della Pala, ha rappresentato il legame tra formazione militare alpina, cultura del soccorso e cura del territorio», ha dichiarato il colonnello Sergio Lancerin, comandante della Scuola Alpina della Guardia di Finanza e presidente della Sezione Cai Fiamme Gialle. «È stato uno strumento fondamentale per la formazione dei tecnici del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza, che quest’anno celebra il 60° anniversario. Generazioni di soccorritori si sono formate qui e nelle altre due strutture della Sezione, il Bivacco Renato Reali in Val Canali e il Bivacco Aldo Moro sul Coston de’Slavaci». Il direttore del Muse, Massimo Bernardi, ha commentato: «Dopo mesi di preparazione, è emozionante vedere il bivacco arrivare sulla terrazza del museo. Il suo viaggio, dalle Dolomiti alla sommità dell’edificio, rappresenta il dialogo continuo tra museo, territorio e istituzioni. Questa acquisizione segna un passo importante verso il nuovo percorso

espositivo permanente». Presenti anche gli assessori provinciali Francesca Gerosa e Roberto Failoni, che hanno sottolineato il valore dell’operazione. Il bivacco, hanno dichiarato, rappresenta una testimonianza concreta dell’attività in montagna e arricchisce l’offerta educativa del museo, creando un collegamento ideale con le Dolomiti. Hanno inoltre evidenziato l’importanza di trasmettere ai visitatori i valori dell’alpinismo: rispetto, generosità e amore per la montagna.

L’Adige|21novembre2025

p. 39, segue dalla prima

Icent’annidistoriadeibivacchisulleAlpi

FABRIZIO TORCHIO

L’arrivo a Trento del Bivacco Fiamme Gialle - portato dalla spalla del Cimon della Pala al Muse, dove sarà visitabile con le sue otto brandine di alpinistica memoriaoffre lo spunto per tornare alle origini di questo tipo di strutture, inventate giusto cent’anni fa dal Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), e di ripercorrerne l’evoluzione.

Lo facciamo grazie al nuovo libro di Luca Gibello (presidente dell’associazione Cantieri d’Alta Quota, alpinista e giornalista, storico dell’architettura), «I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola» edito dal CAI. È una storia, invero, che affonda le radici nell’alpinismo pionieristico di ben oltre un secolo fa. Infatti, se per gli improvvisati accampamenti in quota gli scienziatialpinisti ottocenteschi si servivano di anfratti naturali o di pietre sul posto per alzare una minima protezione nelle loro soste notturne, già a metà di quel secolo, ai Grands Mulets sul Monte Bianco, si costruì una prima struttura capace di dare riparo. Si era nel 1853, e quarant’anni dopo si decise di erigere addirittura sulla vetta, a 4.810 metri, un osservatorio scientifico in legno e lamiera che, essendo ancorato unicamente al ghiaccio, ebbe vita breve e scomparve all’inizio del Novecento. Ma se si eccettua la capillare infrastrutturazione della montagna sulle Alpi Orientali portata dalla necessità di combattere la Prima guerra mondiale fin sulle cime più alte, occorre tornare a Torino, ad una riunione del CAAI del dicembre 1923, per assistere alla nascita del concetto di bivacco fisso, ossia di una struttura ancorata al terreno che, secondo la commissione apposita che se ne occupò, doveva ospitare 4-5 alpinisti e contenere coperte di lana. Foderato di lamiera, rivestito in legno all’interno e protetto da un parafulmine, il bivacco così concepito pesava 6 quintali, «ripartiti in colli da 25/30 chili ciascuno, per facilitare il trasporto con muli e poi, soprattutto, a spalla», spiega l’autore. L’assemblaggio dei materiali presso l’officina Ravelli e la raccolta di fondi permettono di inaugurare, nell’estate del 1925, i primi bivacchi: sul Monte Bianco - ai 2.958 metri del Col d’Estellette e al Fréboudze - alle Grandes Murailles in Valpelline e, gradatamente, su molte altre montagne. La loro diffusione apre il dibattito su quanto queste strutture incidano sul senso dell’avventura alpinistica. Dopo l’installazione di un bivacco alla Brèche Nord des Dames Anglaises, la guida francese Vallot avverte che «il Rifugio-Bivacco delle Dames Anglaises riduce la portata di questo itinerario senza pari nelle Alpi che è la Cresta di Peuterey». Nel 1935, a cura della sezione CAI di Bolzano, a quota 3.100 a sud-est della cima principale del Sassolungo viene installato il bivacco intitolato a Reginaldo Giuliani. È il primo delle Dolomiti. Ed è un ingegnere e alpinista socio (e presidente) della SAT, Annibale Apollonio, ad occuparsi della evoluzione del «modello Ravelli» «al fine di migliorare comfort e prestazioni, in caso di soggiorni prolungati o forzati». Ne aumenta le dimensioni, predilige un volume parallelepipedo. «La capienza ottimale è valutata in 9 posti

letto, ricavati grazie all’inserzione di singole cuccette a rete metallica». Bivacchi di questo tipo iniziano a sorgere - osserva Gibello - nella «parte alta di valloni tra loro paralleli, in modo da fungere non solo da punto d’appoggio per le salite alpinistiche, ma anche da trasversale collegamento in quota, secondo una ratio che, in seguito, si definirà di trekking». La successiva evoluzione porta il nome della Fondazione Antonio Berti, con l’ingegner Giorgio Baroni che apporta «radicali migliorie per quanto concerne gli aspetti tecnico-costruttivi», ma anche dalla Francia giungono idee innovative, come dall’architetta Charlotte Perriand dello studio parigino di Le Corbusier: con l’ingegnere André Tournon, su sollecitazione della Federazione Francese di Sci e dei sodalizi alpinistici, crea il refuge-bivouac con intelaiatura di tubi metallici e pannelli rivestiti in alluminio. Il viaggio nella storia dei bivacchi alpini nell’opera di Gibello passa attraverso le esperienze svizzere, austriache, slovene... e approda al 2011 quando, nel vallone del Fréboudze, con moduli «pronti» assemblati sul posto viene installato l’iconico bivacco Gervasutti alle Grandes Jorasses (2.835 metri) dalla forma cilindrica, con moduli fotovoltaici, illuminazione, prese elettriche, piastra da cucina e computer connesso al web. Forme diverse, architetture piramidali, esagonali e di altri tipi si sono diffuse sulle Alpi in questi ultimi anni lungo una scia di evoluzione che continua. E il bel libro di Gibello la racconta con tante immagini e dovizia di particolari.

NOTIZIEDAIPARCHI

Corrieredell’AltoAdige|13novembre2025

p. 4

TendeabusivenelFanes-Sennes-Braies

Benedetta Pellegrini

Bolzano

Sui social circolano ormai da qualche giorno immagini che ritraggono una decina di tende colorate appostate apparentemente senza autorizzazione nel Parco Naturale FanesSennes-Braies. Disposte una accanto all’altra sopra un leggero strato di neve, offrono a puro colpo d’occhio uno scenario che non può non ricordare quella di un campo base sull’Everest. Il caso, documentato da alcune fotografie scattate lo scorso fine settimana da una signora di passaggio, è stato segnalato all’Ufficio Parchi di San Vigilio, che ha provveduto a effettuare un sopralluogo il lunedì successivo. Al momento del controllo, però, del colorato accampamento non vi era più traccia. Rimane quindi ignota la provenienza dei campeggiatori, tra chi parla di auto con targa di Vicenza e chi invece di visitatori provenienti da Milano. In ogni caso, non sarebbero residenti altoatesini. Dal medesimo ufficio fanno sapere che il campeggio libero non è consentito, se non nel caso del bivacco alpinistico, che deve essere tuttavia di natura provvisoria. L’episodio, pur essendosi risolto rapidamente e senza conseguenze, riporta l’attenzione su un problema più ampio. D’estate i casi di campeggio selvaggio sono tutt’altro che rari e l’area del Fanes-Sennes-Braies è spesso presa d’assalto da turisti in cerca di esperienze a contatto con la natura. «In questo periodo è normale che ci siano meno controlli ricorda Carlo Alberto Zanella, presidente del Cai Alto Adige Ma le tende in quella zona si possono piantare esclusivamente in caso di emergenza o di esercitazione, mai per trascorrere la notte in modo pianificato». Un concetto ribadito anche da

Fortunato Flatscher del Cai Alta Badia, che conferma come il fenomeno sia ricorrente nei mesi estivi, quando le temperature più miti e l’afflusso di visitatori spingono alcuni escursionisti a campeggiare anche laddove non sia consentito: «In estate succede spesso e si cerca di arginare questo fenomeno in ogni modo. L’ufficio del Parco, per esempio, fornisce diverse informazioni utili sulle regole da rispettare».Non a caso, negli ultimi mesi il tema del campeggio in tutte le sue sfaccettature è tornato anche al centro del dibattito provinciale, con i gestori dei campeggi che chiedono regole più uniformi e controlli mirati per contrastare l’abusivismo. In località come Selva di Val Gardena sono già state introdotte ordinanze che vietano il pernottamento in camper o tende fuori dalle aree autorizzate, conferma di una crescente attenzione verso un fenomeno che rischia di compromettere la sostenibilità del turismo in montagna. Se il campeggio per molti può sembrare innocuo, in contesti naturali di grande pregio può causare danni significativi e compromettere la tutela del territorio.

IlT|20novembre2025

p. 36

Ferrazza:«ScinelParco,anacronistico»

STREMBO

Walter Ferrazza è stato confermato presidente del Parco Naturale Adamello Brenta fino al 2030. La decisione è stata presa giovedì sera dal comitato di gestione, riunitosi nella sede dell'ente Parco, a Strembo. Assieme a Ferrazza sono stati eletti anche la vicepresidente, Licia Bonn, in rappresentanza della Val di Non e i restanti 5 membri della giunta esecutiva, ovvero, Alessio Botteri per la Val Rendena, Andrea Luigi Pellizzari per la Valle del Chiese, Antonello Appoloni per le Giudicarie Esteriori, Manuela Viola per l'Altopiano della Paganella e Marco Fedrizzi per conto delle Regole di Spinale Manez.

Nell'imminenza della sua rielezione Ferrazza ha dichiarato: «La nostra visione è chiara: vogliamo che il Parco resti un luogo di equilibrio tra la purezza della natura e la presenza attiva dell'uomo, tra la conservazione e la vita. Un luogo dove l'innovazione non cancelli la memoria, ma la rinnovi; dove la scienza dialoghi con la tradizione; dove ogni gesto amministrativo diventi un atto di responsabilità civile».

Concetti che abbiamo chiesto di spiegare meglio al rieletto presidente.

Soddisfatto per la rielezione?

«Direi di sì, soprattutto perché abbiamo trovato una configurazione delle cariche che dà la miglior rappresentazione possibile ai rapporti col territorio e con gli stakeholder. Questo in termini assoluti e perché c'è stata una distribuzione equa dei rappresentanti eletti nella giunta, con la volontà, come dicevo, di dare la massima rappresentanza possibile a tutti gli aventi diritto, ovvero i territori, le Asuc e le Regole Spinale e Manez. Sono certo che la nuova giunta lavorerà a stretto contatto con i 29 membri che formano il comitato direttivo, col sottoscritto e con la mia vice per conseguire gli obiettivi che miriamo a conseguire nel corso del mandato assegnatoci.

Sul tema della rappresentanza però risultano alcune lamentele da rappresentanti del Comune di Ville d'Anaunia...

«Posso dire che con i rappresentanti di Ville d'Anaunia è stata concordata la scelta di dare la vicepresidenza a Licia Bonn che rappresenta la Val di Non e che proviene da Denno che è un Comune non distante proprio da Ville d'Anaunia».

Quali sono i progetti per il futuro del Parco Naturale Adamello Brenta? «In generale, le aree tematiche sulle quali concentreremo i nostri interventi saranno quattro: educazione e comunicazione. Ricerca e innovazione. Turismo, cultura e identità. Ambiente e biodiversità. Andando nello specifico, in primo luogo dobbiamo completare la digitalizzazione dei processi amministrativi, puntando anche con forza sulla valorizzazione del personale. Bisogna sistemare la struttura interna, anche con l'inserimento di nuovi dipendenti. In secondo luogo è nostra intenzione rafforzare i progetti di educazione ambientale, rivolgendoli non solo alle scuole ma anche a chi sul territorio entra in contatto coi valori ambientali del Parco. Penso a professionisti e operatori economici ma anche e soprattutto ai turisti. In questo senso un tema è certamente quello della coesistenza coi grandi carnivori, con le persone che devono essere aiutate a rapportarsi con l'ambiente naturale in maniera adeguata. Restano poi confermati progetti come “Parco per le Api“, “Parco senza frontiere“, dedicato a migliorare l'accessibilità per le persone disabili, e i progetti di recupero e valorizzazione dei reperti della Grande Guerra. Vogliamo anche continuare a svolgere un'azione di servizio nei confronti degli enti territoriali. Ad esempio facendo pulizia e manutenzione di infrastrutture come sentieri e strade forestali. È un genere di attività al quale negli ultimi 5 anni abbiamo dedicato ben 6mila giornate uomo. Oggi il nostro obiettivo è di riuscire ad aumentarle ulteriormente».

Qual è la sua posizione rispetto all'idea ricorrente delle società impiantistiche di ampliare l'area sciabile all'interno del Parco?

«Posso dire che nel corso di questo mandato lavoreremo sicuramente sul piano del Parco, ad esempio interverremo sulla destinazione d'uso di alcuni edifici presenti sulle aree di nostra competenza e sui vincoli interni alle stesse. Quanto alle funivie, penso che l'atteggiamento degli impiantisti verso il Parco sia molto cambiato rispetto a quello di un tempo e credo che abbiano sviluppato nuova sensibilità e attenzione nei confronti delle tematiche ambientali. A mio avviso, l'idea di allargare l'area sciabile su quella del Parco Adamello Brenta è anacronistica. Ciò detto, a oggi non mi è stata recapitata nessuna proposta in tal senso. Dovesse accadere, la valuteremo e ne discuteremo, come è giusto che sia».

FLORADIVETTA:

LARICERCADELLAFONDAZIONEMUSEOCIVICODIROVERETO

CorrieredelleAlpi|3novembre2025

p. 16

Lacampagnadirilevazione"Floradivetta"delMuseodiRovereto

La"spaccasassi"a3.341metri,ilrododendroa3.281,muschia3.757Dal2024

LO STUDIO

Francesco Dal Mas

Le piante scalano le vette più alte delle Dolomiti. Sospinte dal riscaldamento climatico. La Marmolada ospita il record della saxifraga facchinii, la pianta spacca sassi. È stata trovata a quota 3.341, quindi sulla vetta di Punta Penia. La Poa nemoralis, ossia la fienarola dei boschi, è

stata intercettata a 2.987 metri, più sopra di oltre 300 metri da dove era stata vista in una precedente ricognizione l'anno scorso.

Sull'Antelao, a quota 3.257 metri, è stato fotografata la Sesleria sphaerocephala. «A causa delle temperature sempre più alte, le piante si stanno spostando da sud verso nord e stanno salendo a quote più elevate», spiegano Giulia Tomasi e Alessio Bertolli. «È dimostrato che le piante tendono a migrare sia orizzontalmente che verticalmente in risposta. Come, d'altra parte, i boschi».

Tomasi e Bertolli stanno conducendo la campagna di rilevamento "Flora di Vetta" del Museo di Rovereto, in collaborazione con l'Università di Padova e la Fondazione Dolomiti Unesco. La ricerca ha portato a raccogliere sulle Dolomiti Bellunesi 1.174 dati floristici, tutti puntualmente georeferenziati grazie all'uso del Gps. 120 sono state le specie di piante superiori rilevate, tra cui 14 specie endemiche delle Alpi. Tra queste sono stati riscontrati ben 40 record assoluti di quota. La pianta più conosciuta è il rododendro. Ebbene sì, è stato censito a 3.281 metri. «I vegetali che salgono più in alto», riferiscono Tomasi e Bertolli, «sono le briofite, ovvero i muschi, che sono stati censiti a 3.757 metri».

Tutta questione di semi, portati dal vento. E, come si sa, il cambiamento climatico si sta evidenziando anche attraverso i venti sempre più forti.

«Molto spesso vediamo che le piante che salgono più in quota», ci spiega Tomasi, «sono quelle che affidano la loro disseminazione attraverso il vento, perché riescono a fare degli spostamenti più ampi. Soprattutto le asteracee, le composite, ma anche le felci – che si riproducono tramite le spore che sono piccolissime – fanno dei salti di quota molto alti.

Questo spostamento rappresenta una sorta di scala mobile verso l'estinzione delle specie, perché queste specie salgono sempre di più fino che lo spazio non esiste più, se arriva in cima alle vette più di così non può salire».

Sulle vette, in particolare del Trentino, sono stati trovati perfino l'orchidea Coeloglossum viride e il larice Larix decidua. Vuoi vedere che ad analoghe altezze, cioè sulle Tre Cime piuttosto che sulla Civetta o sul Pelmo, in un prossimo futuro nasceranno perfino i larici? «Non sarebbe da stupirsi», risponde con un sorriso che non è di stupore, Tomasi. E ai 3 mila metri di Croda

Marcora, quella che a San Vito di Cadore origina crolli e quindi colate sull'Alemagna, troveremo in futuro qualche pianta anziché il permafrost? «I nostri studi ci dicono che i versanti maggiormente interessanti per il fenomeno di risalita in quota delle piante sono proprio quelli a sud-est e non troppo ripidi in quanto più soleggiati e meno soggetti a frane di una certa importanza», cercano quasi di tranquillizzare i due studiosi.

«Da un lato», ammette Bertolli, «sapevamo che il cambiamento climatico sta spingendo molte specie vegetali verso quote sempre più elevate, quindi ci aspettavamo di trovare alcune evidenze in questo senso.

Dall'altro, però, il numero di record altitudinali registrato è stato superiore alle aspettative. La combinazione di un ambiente in trasformazione e di un campionamento più capillare, ci ha permesso di osservare fenomeni in parte noti, ma con una portata e una frequenza che ci hanno sorpreso».

E chi ne soffre maggiormente? «Quelle specie», risponde Tomasi, «abituate a vivere da sole, in ambienti di quota alta, e che adesso si trovano in presenza di altre specie che vanno a concorrere verso la loro nicchia ecologica. E per di più queste non hanno proprio lo spazio fisico per salire, per scappare da questo caldo».

Anche la stella alpina, dunque, rischia di estinguersi?

«Per fortuna no, perché la stella alpina è una specie legata all'ambito alpino quindi al momento non è tra le specie più a rischio di estinzione. Ha una buona distribuzione quindi ha del margine per salire».

LEGGIMONTAGNA:

PREMIOSPECIALEDOLOMITIPATRIMONIOMONDIALE

MessaggeroVeneto|5novembre2025

p. 19

RitornaLeggimontagna:unpremioaGianPaoloGri

Leggimontagna torna a Malborghetto per premiare le migliori opere che hanno partecipato alla 23esima edizione del concorso letterario.Sabato 8 a Palazzo Veneziano, insieme agli autori e agli editori si scopriranno le classifiche tra riflessioni, letture e note, con le incursioni letterarie di Carlo Tolazzi, i commenti musicali di Denis Biason e la conduzione della giornalista Francesca Spangaro (alle 17, ingresso libero). In collaborazione con la Fondazione Dolomiti Unesco, anche quest'anno verrà assegnato il premio Dolomiti Unesco al saggio che maggiormente esprima i valori universali del patrimonio mondiale. Sempre nell'ambito della saggistica, verrà inoltre attribuito il premio alla carriera all'antropologo Gian Paolo Gri. Per la giuria il riconoscimento racchiude in sé due premi: un omaggio alla carriera, ma anche a un'opera letteraria di grande spessore. Gri, per anni componente fondamentale della giuria di saggistica, ha conseguito una carriera accademica nel campo dell'antropologia culturale preziosissima nel far capire la natura e l'origine di molte delle tradizioni montane, e nel sensibilizzare su molti problemi che hanno investito e investono le terre alte. A ricevere il riconoscimento di Amico alpinista sarà in questa edizione Luciano De Crignis: carnico, maestro di sci alpino e sci alpinismo, guida alpina, è stato un pioniere dello sci estremo sulle montagne. Nella categoria narrativa, con la giuria composta da Luciano Santin, Riccarda de Eccher, Fulvio ‘Marko' Mosetti e Carlo Tolazzi: "Là dove nasce il silenzio" di Giuseppe Murtas (Nota), "Galel" di Fanny Desarzens (Gabriele Capelli Editore), "Manes. Tombe di alpinisti e pensatori" di Mirco Gasparetto (Idea Montagna). Nella categoria saggistica, che ha visto in giuria Gianpaolo Carbonetto, Claudio Lorenzini, Giuseppe Muscio e Andrea Zannini: "No fall lines. Una storia dello sci dove è vietato cadere" di Giorgio Daidola (Mulatero), "Vaia. La tempesta nella memoria" di Daniela Perco, Iolanda Da Deppo, Michele Trentini (Cierre Edizioni), "La montagna che vogliamo. Un manifesto" di Marco Albino Ferrari (Einaudi), "Paul Preuss. Il signore dei precipizi" di David Smart (Corbaccio). Nella categoria bambini/ragazzi, con Paola Cosolo Marangon, Paola Bordignon, Laura Candotti e Omar Gubeila in giuria: "La montagna" di Andrea Antinori (Fatatrac), "Amico. L'estate che cambiò tutto" di Massimiliano Ossini (Salani), "Un sasso è una storia" di Leslie Barnard Booth e Marc Martin (Lapis Edizioni), "La mia montagna" di Francois Aubineau e Jérome Peyrat (MIMebù). Gian Paolo Gri.

MessaggeroVeneto|16novembre2025

LeggimontagnatrauomoenaturaIpremiaFerrarieDesarzens

Eccoivincitoridella23esimadedizioneRiconoscimentoancheaGianPaoloGri

GIAN PAOLO POLESINI

Si è chiusa a Palazzo Veneziano di Malborghetto la 23esima edizione di Leggimontagna, il premio letterario dedicato alle terre alte promosso da Asca. Fil rouge, tra le opere vincitrici quest'anno nelle tre categorie a concorso, il rapporto tra uomo e natura. Un legame che emerge con evidenza nell'albo illustrato "La mia montagna" di Francois Aubineau e Jérome Peyrat (MIMebù), primo classificato tra i libri per bambini e ragazzi. Il lupo e il pastore, nemici all'apparenza, si trovano ad abitare nello stesso luogo, la montagna, e raccontano la stessa storia dal loro punto di vista diverso, insegnando come si possa condividere la medesima realtà senza annullarsi. "La montagna che vogliamo. Un manifesto" di Marco Albino Ferrari (Einaudi), primo premio nella categoria saggistica, propone una nuova visione delle terre alte, ritenute un importante laboratorio di riflessione sulle relazioni umane e sul senso di comunità, oltre che di concrete soluzioni per un futuro più sostenibile.

Nel romanzo "Galel" di Fanny Desarzens (Gabriele Capelli Editore), primo nella categoria narrativa, la montagna, con la ciclicità delle stagioni, le sue vette e i suoi silenzi, fa invece da scenario alla storia di amicizia dei protagonisti, due guide alpine e il gestore di una baita, che vivono in profonda connessione con l'ambiente che li circonda.

Protagonisti l'uomo e la natura, con tutta la sua forza, anche in "Vaia. La tempesta nella memoria" di Daniela Perco, Iolanda Da Deppo e Michele Trentini (Cierre Edizioni), premio speciale Dolomiti Unesco. L'opera, frutto di una ricerca del Museo Etnografico delle Dolomiti nei territori del Bellunese, raccoglie memorie e riflessioni di chi ha vissuto in prima persona gli effetti della tempesta che ha reso evidenti le conseguenze della crisi climatica globale.

Gli altri premiati, nella categoria bambini/ragazzi sono stati: "Amico. L'estate che cambiò tutto" di Massimiliano Ossini (Salani) secondo classificato, "La montagna" di Andrea Antinori (Fatatrac) 3°, "Un sasso è una storia" di Leslie Barnard Booth e Marc Martin (Lapis Edizioni) menzione speciale.

Nella categoria saggistica: "No fall lines. Una storia dello sci dove è vietato cadere" di Giorgio Daidola (Mulatero) 2° classificato, "Paul Preuss. Il signore dei precipizi" di David Smart (Corbaccio) 3°.

Nella categoria narrativa: "Manes. Tombe di alpinisti e pensatori" di Mirco Gasparetto (Idea Montagna) 2° classificato, "Là dove nasce il silenzio" di Giuseppe Murtas (Nota) terzo.

Durante la cerimonia, impreziosita dalle parole di Carlo Tolazzi e dalle note di Denis Biason, grande partecipazione e applausi hanno accompagnato anche le altre assegnazioni.

Con molto calore è stato accolto Gian Paolo Gri, antropologo, a concorso con il saggio "Cose dall'altro mondo" (Forum Editrice), insignito del premio alla carriera. E un tributo affettuoso, anche dei tanti presenti che nel corso degli anni lo hanno avuto come maestro di sci, anche per Luciano De Crignis, pioniere dello sci estremo, che ha ricevuto il riconoscimento di Amico alpinista.

Leggimontagna dà appuntamento a tutti gli appassionati di montagna e cinema a fine gennaio con l'11esima edizione di Cortomontagna.

EDITORIALIEINTERVISTE

IlGazzettino|1novembre2025

p. 16, edizione Belluno

Esistonoduemontagne:quellaorizzontaledegliinglesi,cheandavanosulleDolomitiper esplorarle,equellaverticaledeitedeschicheleDolomiti,invece,volevanoconquistarle.

ALESSANDRO MARZO MAGNO

IL RACCONTO

Esistono due montagne: quella orizzontale degli inglesi, che andavano sulle Dolomiti per esplorarle, e quella verticale dei tedeschi che le Dolomiti, invece, volevano conquistarle. Alla fine hanno vinto i tedeschi e infatti il nostro concetto di montagna è imposto da loro: sempre più in alto, mentre passano in secondo piano i prati e i fiori, le popolazioni e i loro usi e costumi, le chiese con i quadri e affreschi. Sappiamo molto delle cime, a cominciare dai nomi un tempo non è detto che ogni vetta fosse identificata ma poco di quel che ci sta sotto, per esempio che nella chiesa parrocchiale di Pozzale di Cadore, frazione di Pieve, ci sia uno splendido polittico che Vittore Carpaccio dipinse nel 1519, dopo che i valligiani si erano autotassati per poter commissionare l'opera al celebre pittore. Tedesco è il primo rifugio delle Dolomiti, oggi si chiama Nuvolau, ma all'apertura, nell'agosto 1883, aveva nome Sachsendankhütte, cioè rifugio del ringraziamento sassone, perché un nobile di Dresda, capitale della Sassonia, aveva ritrovato la salute soggiornando nell'Ampezzo e quindi, in segno di gratitudine, aveva donato una somma per finanziare un rifugio in cima alla sua montagna preferita. È stato il primo di una lunga serie, come sappiamo.

GLI ESPLORATORI Eppure le Dolomiti sono state fatte conoscere da una coppia di esploratori, non alpinisti, inglesi, Josiah Gilbert e George Cheetam Churchill, che nel 1864 pubblicarono "Le montagne dolomitiche". Il geologo francese Déodat de Dolomieu aveva dato il proprio nome alla dolomia, nel 1792, ma nessuno avrebbe chiamato così quelle montagne fino alla pubblicazione del libro di Gilbert e Cheetam. I due andavano alla ricerca di un fiore, la Wulfenia carinthiaca, presente in Carinzia e Tirolo, per verificare se ci fosse anche sul versante italiano (lo trovarono). Figuriamoci se un tedesco avrebbe mai concepito una cosa del genere. Fiori? Roba da signorine.

Non a caso uno dei libri più importanti sulle Dolomiti è stato scritto da una donna inglese, Amelia Edwards, che, prima di dedicarsi all'egittologia, nel 1872 pubblica "Cime inviolate e valli sconosciute" che dedica grande attenzione alle popolazioni locali. Edwards incontra bambini, contadini, preti, guide; è curiosa, pone domande, e soprattutto disegna. Raffigura le montagne e le persone che le abitano. La copertina riproduce un suo disegno: il Sass de la Murada, nell'Agordino.

Tutto questo, e molto altro, racconta Vincenzo Agostini nel suo "La vara. Navigazioni dolomitiche", edito da Meltemi. Agostini è un personaggio poliedrico: montanaro nativo di Colle Santa Lucia, avvocato, una ventina di anni fa assessore del Comune di Belluno, oggi distillatore della grappa "Le Crode", una raffinatezza per intenditori, appassionato di cinema, infatti il suo

libro precedente si intitolava "La montagna di Quentin" ed era dedicato alla filmografia dolomitica, è anche un attento raccoglitore e lettore di libri dedicati ai Monti Pallidi. Ha un cruccio: che "Peaks and Frescos: a Study of the Dolomites", del 1928, non sia mai stato tradotto in italiano; l'autore, Arthur McDowall, era un poeta e uno storico dell'arte.

IL LUOGO Il titolo che Agostini ha voluto dare al suo libro, "La vara" è altamente simbolico: «Il luogo coltivato per eccellenza sulle Dolomiti si chiamava "vara", ovvero quel terreno prativo nel quale, essendo stato una volta campo, l'erba cresceva più rigogliosa che altrove. Quando un campo diventava una "vara" si diceva che era stato lasciato andare in "vara", cioè che per maggese l'erba aveva ripreso a crescere spontaneamente oppure perché vi erano state seminate le foraggere. Quando, al contrario, una "vara" doveva tornare a fare il campo, si diceva che bisognava voltare, oppure aprire la "vara"». «Ho sempre avuto la curiosità di capire», afferma Agostini, «come gli altri, i non montanari, vedano le montagne. Quando facevo l'università, molti anni fa, ero andato con un amico di Arabba a una serata del Cai di Padova. Finito l'incontro ci siamo fermati a chiacchierare nel Pra' della Valle. Ricordo che ci siamo detti: "Noi queste montagne non le conosciamo. Noi non veniamo da questi luoghi". Non ci siamo riconosciuti in una montagna-oggetto che non era la nostra vita».

CHIAVE DI LETTURA La montagna-oggetto è quella dei tedeschi, «per loro è una metafora», continua Agostini, «e infatti nel film "Django Unchained", Quentin Tarantino fa dire al dottor King Schultz (l'attore austriaco Christoph Waltz), il cacciatore di taglia venuto dalla Germania: "Dove c'è un tedesco, c'è una montagna". I tedeschi le scalano, gli inglesi le esplorano, sono isolani, hanno un approccio più realista, le vogliono conoscere, più che conquistare. Ho sempre percepito la chiave di lettura del tedesco come chiave di dominio, e l'alpinismo come un'ideologia novecentesca, che oggi non c'è più, oggi non si scala più per conquistare. Mi ritrovo, invece, molto di più con la curiosità degli inglesi, non sono interessati alla cima, al verticale, alla scalata, la loro conquista passa attraverso la conoscenza, l'esplorazione, non sono intrisi del romanticume tipico dei tedeschi. Vogliono conoscere le persone, sono interessati a come siano fatte le chiese, a come vivano le popolazioni. McDowall sfotte i tedeschi che in piena estate girano con la piccozza e sembrano più andare nell'Artico che in montagna. Anche oggi si sente il bisogno di questo sguardo: le Dolomiti sono percepite come un'irrealtà: le chiese, i campanili, le persone non interessano a nessuno. Sono diventate come Venezia: un capitale da sfruttare, sono entrate nel grande mercato del turismo mondiale, non sono più considerate un luogo dove la gente vive e lavora.

Queste dinamiche le vedo con disincanto e tristezza. Dovremmo cercare di percorrere le montagne con gli sguardi degli inglesi; il popolo delle Dolomiti è erede di una grande cultura, l'essere umano dolomitico si caratterizzava perché nel corso dei secoli riusciva a unire il quotidiano al sacro, alle chiese, al campanili, alle processioni che erano parte della vita della popolazione. Invece hanno vinto gli alemanni e la visione è quella della conquista, dai rifugi allo sci, e la vita quotidiana ne rimane esclusa. Ancora oggi ci lasciamo raccontare dagli altri, da chi in montagna non ci è nato e non ci vive. Le Olimpiadi ci sono e dobbiamo cercare di farle bene, al meglio, ma rientrano in una logica completamente estranea a quella della montagna, una logica in cui il discrimine sono i soldi».

DOLOMITIALCINEMAEINTV

AltoAdige|11novembre2025

p. 11

Ciak,sigirainAltoAdige

«Figlia del fieno» è un film ambientato sulle Dolomiti durante la Seconda Guerra Mondiale BOLZANO. Film, serie televisive, documentari. L’Alto Adige torna ad essere un set cinematografico ambito, anche per molti registi di casa: previste 52 giornate di riprese per i 15 progetti selezionati da Idm nell’ultimo round di finanziamenti di quest’anno, 8 dei quali presentati da case di produzione altoatesine e sette di autrici e autori altoatesini. Con un impatto economico atteso sul territorio – legato alle spese di produzione effettuate localmente – di oltre 2,6 milioni di euro. Vediamoli dunque, uno per uno. Sherlock Holmes è il celebre protagonista dell’avventura ambientata nelle Alpi Bernesi, «The Death of Sherlock Holmes», diretta da Pierre Monnard e Claudia Blümhuber. Il progetto riceve un sostegno alla produzione ed è realizzato dalla casa di produzione bolzanina Movie.mento Film, in collaborazione con Silver Reel Partners di Cham (Svizzera). Con circa sei giorni di riprese in Alto Adige arriverà anche la serie «Husk», ambientata in un futuro prossimo e anch’essa sostenuta nella fase di produzione. A produrre la serie è la U5 Filmproduktion di Francoforte, che racconta la storia delle sorelle Emilia e Clara, in cui la coscienza della seconda, in coma, viene trasferita nel corpo della prima. La regia è firmata da Mia Maariel Meyer e Tim Trachte. Completamente girata in Alto Adige, in 24 giornate di riprese, sarà invece la commedia «Q.I. – Questioni irrisolte». Il film racconta la storia di tre artisti che si ritirano per un’avventura spirituale, accompagnati da una troupe televisiva con cui nascono conflitti. La produzione è della I.B.C. Movie di Bologna, con Giovanni Crozza autore della sceneggiatura e regista del progetto. Pichler e il naufragio del cargo Il regista bolzanino Andreas Pichler firma il treatment (la fase dal soggetto alla sceneggiatura) del documentario «Lieferung um jeden Preis – Die letzte Fahrt der Gulf Livestock», di cui cura anche la regia. Prodotto da Miramonte Film (Bolzano) e eikon Media (Stoccarda), il film racconta il naufragio della nave cargo Gulf Livestock, con 43 membri dell’equipaggio e quasi 6.000 bovini a bordo – una tragedia che diventa metafora di un sistema dominato da velocità e profitto, dove le vite umane diventano sacrificabili. Un secondo documentario,«Shut the f**** up!», riceve anch’esso un finanziamento alla produzione: la regista ucraina Taisiia Kutuzova segue il sedicenne Serhiy, che nel suo villaggio vicino a Kiev si batte contro imprenditori potenti e funzionari corrotti. La produzione è della Helios Sustainable Films di Bolzano, in collaborazione con Crimean Waves di Kiev. La crime serie del Sellaronda Tra i sette progetti sostenuti nella fase di pre-produzione figura «Peak Season». Ambientata nei comprensori sciistici attorno al Gruppo del Sella, la serie combina tutti gli elementi del grande intrattenimento televisivo: omicidio, cospirazione e vendetta. La produzione è curata da Paradox Studios di Roma, mentre il treatment è stato scritto dall’autrice bolzanina Francesca Bertoni. Originario di Castelrotto, Ronny Trocker nel progetto «A Fever Dream» si ispira invece all’opera principale di Maria Sibylla Merian, Metamorphosis insectorum Surinamensium (1705). Concepito come un incontro immaginario tra Merian e il suo assistente ridotto in schiavitù, Samuel, il film affronta con sensibilità la tematica del colonialismo e il suo lascito storico. La produzione è una collaborazione tra Junafilm (Amburgo) e Mater Pictures (Copenaghen). La casa di produzione bolzanina Albolina Film sta sviluppando, insieme

a Federica Martino, che ne cura anche la regia, il film di finzione «Figlia del fieno». Ambientato tra le montagne del Trentino e dell’Alto Adige durante la Seconda Guerra Mondiale, il film racconta la storia di Lucia, una giovane orfana di padre che intraprende un viaggio alla ricerca della propria madre naturale. Toni più misteriosi caratterizzano «Panoramahotel». La giovane promessa del pattinaggio artistico Nicole Berger torna nell’hotel di famiglia abbandonato alla ricerca di risposte, ma presto si accorge di non essere sola. La produzione è curata dalla casa italiana Hive Division, mentre il treatment è firmato da Raffaele Pizzati Sertorelli e Cecilia Bozza Wolf, diplomata alla ZeLIG – Scuola di Documentario, Televisione e Nuovi Media, che ne cura anche la regia. La Viola Film di Roma, in collaborazione con Primary Pictures di Vienna e Melograno Films di Los Angeles, sviluppa la serie «Eva dorme», tratto dall’omonimo romanzo di Francesca Melandri: racconta la storia di due donne altoatesine, madre e figlia, sullo sfondo delle tensioni storiche e identitarie del territorio. Tra i progetti sostenuti in fase di pre-produzione figura anche il documentario «Opening the Box». Il bolzanino d’adozione Georg Manuel Zeller ne ha scritto il treatment e, attraverso il film, intraprende una ricerca personale sulla storia della propria famiglia durante l’epoca nazista. Infine, la cooperativa bolzanina 19 Società Cooperativa, guidata da Marco Vitale e Maria Radicchi, nella docu-produzione «Tra il cane e il lupo» esplora il confine sottile tra cane e lupo, tra mito, scienza e antiche pratiche di allevamento. Cortometraggi Tra i progetti sostenuti rientrano anche tre cortometraggi. La Matto Film di Bolzano e la Sayonara Film di Bologna producono «Accendere un fuoco», storia scritta e diretta da Lorenzo Puntoni, che racconta di un escursionista alle prese con una lotta per la sopravvivenza durante l’attraversamento di un passo di montagna. La Mediaart di Bolzano realizza invece «Thunder e mio fratello», basato sulla sceneggiatura degli altoatesini Stefania Accettulli e Matteo Raffaelli, che firmano anche la regia. Il film segue la vicenda di Irene, una giovane donna che, dopo il suicidio del fratello, eredita il suo cavallo Thunder e con lui intraprende un percorso di elaborazione del lutto e riconciliazione. Infine, la storia di formazione «Howl», nata all’interno del programma per cortometraggi MASO promosso da Idm, racconta di Nina, una ragazza che riesce ad avvicinarsi nuovamente al padre gravemente malato grazie alla passione condivisa per i suoni della natura. Il film è scritto da Margherita Panizon (anche regista) insieme a Marco Borromei. «Ci rende molto felice il fatto che in questo round di finanziamenti la quota di progetti altoatesini – realizzati autonomamente o in coproduzione –sia particolarmente alta», afferma Renate Ranzi, Head Film & Music Commission di Idm, ciò dimostra che l’industria cinematografica dell’Alto Adige è estremamente vitale e si contraddistingue per la sua grande professionalità».

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