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Monica Bellucci: il fascino di una diva

Cari lettori di Oggitalia, bentornati tra le nostre pagine! Quest’anno andremo alla scoperta dei cinque giardini italiani tra i più belli al mondo, secondo il New York Times: si parte con Bomarzo, il Parco dei Mostri! In ogni numero, inoltre, vi presenteremo il volto e la storia di un’italiana top, che si è imposta nel panorama delle arti o delle scienze: cominciamo con l’affascinante Monica Bellucci. Nelle altre rubriche, incontrerete il cantante Lucio Corsi e il ciclista Diego Ulissi. Vi racconteremo che cos’è lo “Zingarelli” e le novità della sua ultima edizione. Vi proporremo di leggere l’ultimo romanzo di Enrico Galiano, Quel posto che chiami casa, e, se fate un salto a Milano, di andare a dare un’occhiata alla mostra allestita per celebrare i vent’anni di Giorgio Armani Privé. Vi auguriamo buona lettura e buon anno… insieme a noi!
Sommario


Spettacolo

Arte & Design


Letteratura


Giardini al TOP
Settembre/Ottobre 2025
Direttore responsabile
MIchele Casali
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Per la vostra corrispondenza: “Oggitalia”
ELI P.O. box 6 - 62019
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Realizzazione: Tecnostampa, Loreto
Monica Bellucci: il fascino di una diva Bellezza, classe, charme, raffinatezza. Sono tante le caratteristiche di Monica Bellucci, diva dal fascino senza tempo. Esordisce nel cinema nel 1991, ha recitato in un numero incredibile di produzioni. Ma da cosa deriva il suo successo planetario? da www.lifeandpeople.it
Zingarelli 2026: le nuove definizioni d’autore di Gian Antonio Stella da www.corriere.it È uscita per l’editore Zanichelli l’edizione 2026 dello storico Vocabolario: Collezione, Corpo, Editore e Intelligenza sono le scelte di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, della cantautrice Annalisa, di Elisabetta Sgarbi e di Marco Baroni
Volevo essere Lucio Corsi di Francesco Prisco da www.ilsole24ore.com È uscito l’album «Volevo essere un duro» che suggella il momento d’oro del cantautore maremmano. È proprio un bel disco, il manifesto dell’ostinazione di un ragazzo di 31 anni che da grande voleva fare il musicista!
Vent’anni di Giorgio Armani Privé in mostra a Milano di Maria Corbi da www.lastampa.it
Lo stilista: «Creare è la mia ragione d’essere nel mondo». Fino a fine anno, all’Armani Silos, una selezione di 150 abiti, curata dallo stesso stilista, summa della sua poetica fatta di creatività, tessuti pregiati e ricami certosini
Diego Ulissi, la rosa è il giusto premio di Alessandra Giardoni da www.gazzetta.it Un predestinato che conosce i suoi limiti e vince da quindici anni. Dai successi a raffica da bambino alla maglia rosa che è il premio alla carriera. Vi raccontiamo chi è il toscano che ha coronato il sogno al dodicesimo tentativo
Quel posto che chiami casa, il fenomeno editoriale Enrico Galiano in libreria di Nicoletta Migliore da www.libreriamo.it Dopo aver conquistato centinaia di migliaia di lettori con la sua grande sensibilità, l’autore torna in libreria. Attesissimo sin dall’annuncio della stesura, è una commovente storia che pone l’accento sui legami familiari e sulla forza interiore
Bomarzo, il primo dei cinque giardini italiani tra i 25 piùbelli del mondo per il New York Times
Il Sacro Bosco a Bomarzo (Viterbo) è una delle creazioni più enigmatiche del Rinascimento. Assomiglia a un’oasi naturale, nata forse per consolare un cuore spezzato. Ecco la storia del “Parco dei Mostri”, progettato e realizzato da un celebre sostituto di Michelangelo Buonarroti da www.focus.it
Silvia
Donne d’Italia
Donne d’Italia
Bellezza, classe, charme, raffinatezza. Sono tante le caratteristiche di Monica Bellucci, diva dal fascino senza tempo. Esordisce nel cinema nel 1991, ha recitato in un numero incredibile di produzioni. Ma da cosa deriva il suo successo planetario?

Monica Bellucci prima di arrivare nell’Olimpo del cinema ne ha fatta tanta di strada. Nasce in Umbria, precisamente a Città di Castello, il 30 settembre 1964. Trascorre la sua infanzia a Selci-Lama, in provincia di Perugia. Pasquale Bellucci, il padre, è un impiegato di un’azienda di trasporti, Brunella Briganti, la madre, una casalinga. Ma la vita di paese sta stretta a Monica. Lei ha in mente un’avvenire molto diverso, rispetto a quello possibile nel contesto che frequenta. La sua avvenenza, universalmente riconosciuta, le fa capire presto che potrebbe aspirare a qualcosa di differente per la sua esistenza. Monica gioca la carta della sua fisicità e il destino le dà ragione. Ed ecco, quindi, che una volta ottenuta la maturità classica inizia subito a lavorare come modella. Nel frattempo si iscrive alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Perugia, ma l’abbandona. La sua prima tappa è a Milano, dove arriva nel 1988, per poi approdare a Parigi, dove attualmente risiede. La città meneghina* si addice molto di più agli ideali di questa giovane ragazza di provincia, ferma e decisa a trovare un suo posto nel mondo. La moda e la recitazione sono i sogni di Monica, che persegue instancabilmente.
Monica Bellucci: la conquista delle riviste patinate e delle passerelle Il successo per Monica non tarda ad arrivare. Inizia la sua carriera di modella sfilando sulle passerelle più importanti rappresentata dall’Elite Model Management. Milano, Parigi, Londra, New York, i catwalks internazionali e gli stilisti se la contendono*. Dolce&Gabbana e Fendi, tra questi. […] La sua ascesa è inarrestabile. Diviene testimonial di Blumarine e Alessandro dell’Acqua. La sua fisicità mediterranea è splendidamente sottolineata, nel 2003, grazie sempre a Dolce&Gabbana, che la scelgono come testimonial del profumo Sicily.
Persino John Galliano, allora direttore creativo di Dior, la sceglie per l’immagine del rossetto Rouge Dior, un classico della griffe francese. La collaborazione con il colosso di moda d’oltralpe* è attivissima. Monica diviene testimonial anche della linea di borse e accessori di Dior e nel 2010 veste i panni di una moderna Eva per il profumo Hypnotic Poison. […]

Monica Bellucci: il fascino di una diva


L’attrice Monica Bellucci protagonista del film La riffa
Il cinema è nel cuore di Monica. Il suo viso lascia tutti senza fiato. La sua carriera cinematografica inizia nei primi anni Novanta. Il debutto avviene nel film Vita coi figli per la regia di Dino Risi, con Giancarlo Giannini. Il ruolo però di attrice protagonista è nel 1991, grazie al film La riffa di Francesco Laudadio, con Massimo Ghini. Questa pellicola segna l’esordio sul grande schermo della giovane attrice Monica Bellucci, all’epoca famosa solo come modella. […] Nel 1992 Monica Bellucci fa la sua prima comparsa in un film in lingua inglese. In Dracula di Francis Ford Coppola, Monica ricopre il ruolo di una delle tre concubine del conte Dracula. […]
Gli amori di Monica
La Bellucci sposa molto giovane il fotografo Claudio Carlos Basso, ma i due si separano dopo qualche mese. Dal 1990 ha una relazione di circa sei anni con l’attore

italiano Nicola Farron. Si sposa nuovamente con l’attore francese Vincent Cassel nel 1999, da cui si separerà nel 2013. […] Dal matrimonio nascono Deva (2004) e Léonie (2010). La maggiore, Deva Cassel, segue oggi le orme della mamma. […] È in occasione del Lumière Film Festival di Lione del 2022 che scocca invece il colpo di fulmine tra la diva e il regista Tim Burton. […]
Una carriera pluripremiata
Nel 2003 […] è la prima donna italiana a cui è affidato il ruolo di madrina del Festival di Cannes, 56 edizione. È membro della giuria in rappresentanza dell’Italia al Festival di Cannes 2006 e torna ad essere madrina dello stesso nel 2017, in occasione del settantesimo anniversario della kermesse cinematografica. […] Nel 2016 riceve la prestigiosa Legion D’Onore francese. Nel 2021 è la volta del David di Donatello alla carriera, il riconoscimento cinematografico più prestigioso a livello nazionale; seguono anche il premio Donostia alla carriera, il Filming On Italy Best Career Award e l’IIC Los Angeles Creativity Award dell’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles, che la premia come “eccellenza italiana nel mondo”.
Glossario
meneghina: milanese
oltralpe: i paesi al di là delle Alpi se la contendono: fanno a gara per ottenerla
TRATTO DA [ ]
Inchiesta
È uscita per l’editore
Zanichelli l’edizione 2026 dello storico Vocabolario: Collezione, Corpo, Editore e Intelligenza sono le scelte di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, della cantautrice Annalisa, di Elisabetta Sgarbi e di Marco Baroni

È più intelligente Open AI o un topolino?
Mah... «Intelligenza non significa saper risolvere ripetutamente gli stessi problemi, magari anche molto complessi, ma capacità di adattarsi rapidamente a situazioni nuove. Per quale motivo un topolino che, in presenza di nuovi ostacoli, ritrova la via per la tana ci sembra più intelligente di una calcolatrice che può risolvere in millisecondi difficilissime equazioni? Forse perché l’intelligenza non risiede* solo nell’affrontare un unico tipo di problema in maniera brillante. Consiste invece nell’arte di arrangiarsi*, di essere flessibili. Di ritrovare la nostra tana anche se ci hanno costruito un grattacielo davanti», spiega il linguista esperto di IA Marco Baroni. Da non confondere con l’omonimo* allenatore della Lazio, l’omonimo cantautore e l’omonimo doppiatore cinematografico. Sul tema, del resto, andrebbe riletta la favola Il topolino e la montagna che Antonio Gramsci inviò dal carcere a Tatiana perché la leggesse ai piccoli Delio e Giuliano. Dove il topolino alle prese con il pianto d’un bimbo senza latte, nel 1932, mezzo secolo prima che scoprano il buco dell’ozono, lancia l’allarme e coinvolge tutti: la capra e l’erba, la fontana e il muratore, le pietre e la montagna per risanare l’ambiente ammalato. Poesia. Purissima poesia.
Ecco il bello degli aggiornamenti di «definizioni d’autore» che da una decina di anni arricchiscono con new entry (siamo ormai a 145 voci) il dizionario Zingarelli. Ogni singola parola italiana reinterpretata da celebri artisti, filosofi, scrittori, scienziati, rugbisti o ballerini (vedi il «carisma» di Roberto Bolle: «Quello che mi affascina è che non possiede un contrario. Esiste il contrario di leggerezza, di virtù, di talento. Ma di carisma no. C’è la sua assenza, non il suo

Zingarelli 2026: le nuove definizioni d’autore

di Gian Antonio Stella
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contrario. E il motivo risiede nel fatto che esso è, appunto, un dono, una grazia. È quindi una luce che si ha o no. Ma come ogni dono, il carisma va curato») è insieme uno spunto per andare a scoprire nuove riletture. Seguendo percorsi logici, curiosi, eccentrici...
Ed ecco lo scioglilingua sul tempo del fisico Giovanni Bignami («Il futuro è quella cosa che mentre lo pensi arriva, ma poi non c’è più perché è diventato presente, che però a sua volta non dura niente e diventa subito passato») e insieme la vegliarda* serenità di Gianni Morandi: «Ognuno di noi nel mondo ha un ruolo, e il mio è quello di essere l’“eterno ragazzo”. Sento la responsabilità di dare sempre messaggi positivi, vitali. Solo così posso aiutare a rimanere ragazzi o ragazze le persone che mi amano e mi seguono: se io non cedo e non invecchio, loro rimangono giovani con me». Serenità evaporata nel sospiro di Ilvo Diamanti sui ragazzi che riprendono a emigrare: «E non tornano, perché l’Italia è un Paese che invecchia, dove si finge di essere per sempre giovani. Così la giovinezza se ne va altrove, perché è senza futuro. E ci lascia prigionieri di un eterno presente». Prigionieri abbagliati dal «nuovo». Che Annamaria Testa liquida* così: «Aggettivo incantatore, il nuovo rende attraente ogni sostantivo». Anche se «nuovo ha in sé la propria nemesi*: invecchia subito».
Con Intelligenza sono quattro, per l’edizione 2026, le parole affidate da Zanichelli ai protagonisti di oggi. La voce Corpo è riletta dalla cantautrice Annalisa: «Corpo celeste. Corpo estraneo. Corpo nero, elastico, rigido. Corpo animale, umano. Cambia la materia, o la finalità, ed esiste una diversa declinazione di corpo e della sua natura. Quello che non

vive nel suo tempo, vive nei tempi, nel presente dell’industria e del commercio. Un editore non manifesta quasi mai il suo spaesamento e il suo sconcerto: è bravo a camuffarlo, col sorriso, per lo più. Un bravo editore riesce, con abilità, anche a fare coincidere - ogni tanto o spesso - il desiderio e la realtà, il suo tempo con i tempi: indovina, si affanna, cade e si rialza. Resiste. Tiene fede al suo intuito e alle sue certezze...» In attesa che, chissà...
Tutte definizioni che nella loro integrità (qui amputata* per ragioni di spazio) resteranno patrimonio di chi, bisognoso d’aiuto nella scrittura o nella lettura, andrà

cambia è che per essere definito venga osservato da fuori, dall’alto. E da qui il comune sentire: il corpo guardato, analizzato, misurato, divorato. Giudicato. Quasi sempre contrapposto all’anima, come vera essenza dell’essere...»
Collezione è rivista dalla collezionista Patrizia Sandretto Re Rebaudengo: «Ogni vera collezione inizia da una coppia, da un oggetto che ne chiama un secondo, poi un terzo, un quarto. L’insieme cresce, si amplia in un corpus di libri, in una famiglia di conchiglie, in una raccolta di cose minuscole come un francobollo, un gioiello o una scatolina d’argento, o maiuscole come un’opera d’arte, un dipinto antico, una scultura contemporanea...» Editore da Elisabetta Sgarbi, farmacista per non tradire gli amori familiari, regista per curiosità intellettuale, fondatrice de La Milanesiana, editrice (La nave di Teseo) per vocazione: «L’editore è un conflitto di tempi. Vive nel suo tempo: legge i libri prima che i libri siano libri e attende anni, a volte una vita, prima che uno scrittore che ama affermi il proprio valore, mantenendo salda la certezza che, prima o poi, accadrà. E, mentre
a cercarlo nel luogo giusto: il dizionario. Trovando risposte, filosofiche o brillanti, sagge o provocatorie, in una miriade di parole: dagli orrori dell’indifferenza (Liliana Segre) all’abuso della memoria «che è il contrario della storia» (Alessandro Barbero), dalla difesa delle minoranze, «il sale di ogni società, ma solo se operano per la liberazione di “tutti”» (Goffredo Fofi), all’inestimabile virtù del sorriso cantata da Paola Cortellesi: «Il sorriso è un piccolo movimento della bocca a basso consumo di energia. Con un minimo sforzo, infatti, garantisce quasi sempre il massimo risultato. In sinergia con gli occhi spegne le tensioni, accende le passioni, annega le offese. Per questo motivo può essere considerato la più potente arma di difesa universale». Parole, parole, parole... Ma sempre con un senso.
Glossario
amputata: tagliata
arrangiarsi: cavarsela
liquida: risolve
nemesi: vendetta
omonimo: con lo stesso nome
risiede: sta
vegliarda: anziana
Spettacolo
Volevo essere Lucio Corsi

di Francesco Prisco
Nei giorni di Sanremo dicemmo subito che Lucio Corsi era una delle cose più belle che potessero capitare al Festival. Adesso che è uscito “Volevo essere un duro”, l’album che prende il titolo dalla canzone con cui il cantautore maremmano* è arrivato secondo alla kermesse canzonettara*, possiamo tranquillamente dire che Lucio Corsi è una delle cose più belle che potessero capitare alla musica italiana, in questo particolare momento storico.
Perché siamo nel bel mezzo dell’età dello streaming, comandano i numeri, l’urban è il nuovo mainstream, qualcuno sciamanicamente* ogni tanto si bagna il dito, lo infila nel vento e pre-sente un imminente* cambio di repertorio. Che forse avverrà, forse no, chi lo sa, chi può dirlo. È il mercato, bellezza, e tu non puoi farci niente. Cambio di repertorio o no, a volte capita che uno spirito s’impossessi della macchina. Lucio Corsi, per esempio: tre album e due Ep all’attivo prima di Sanremo 2025, tra i quali brillavano gemme splendenti come Bestiario musicale e Cosa faremo da grandi. Brillavano, sì, ma nell’indifferenza di tanti grandi media, perdutamente innamorati dell’ultima rima baciata dell’ultimo trapper sessista.
Poi è arrivata la profezia di Tu sei il mattino, ballad di pop sinfonico con cui Lucio vince il finto Festival della serie Tv Vita da Carlo. Poi ancora Volevo essere un duro e il secondo posto al Festival vero, Olly che ritira la candidatura dall’Eurovision Song Contest e Corsi che a sorpresa si ritrova in concorso a Basilea. Così, per mille motivi, quest’efebico epigono* del glam che scrive per immagini senza rinunciare a raccontare storie sta viaggiando sui 4,5 milioni di ascoltatori medi mensili su Spotify. E adesso che è uscito “Volevo essere un duro”, nel senso dell’album, si candida a incarnare lui per primo questo

È uscito l’album «Volevo essere un duro» che suggella il momento d’oro del cantautore maremmano. È proprio un
bel disco, il manifesto dell’ostinazione di un ragazzo di 31 anni che da grande voleva fare il musicista!
fantomatico* cambio di repertorio della popular music italiana.
È un disco consapevolmente retromaniaco, come del resto quelli che lo hanno preceduto. Un disco che ha l’odore dolciastro degli anni Settanta, il punto d’incontro ideale tra glam e folk, la trattoria casereccia di una zona
industriale («quelle al limite coi campi di fieno») in cui chissà perché si trovano a condividere tavolo e vino Marc Bolan e Ivan Graziani, Venditti e Bowie.
L’album comincia con Tu sei il mattino e Volevo essere un duro, ballatone che hanno i T-Rex per reference, ma tra le due c’è il politicamente scorretto di

TRATTO DA [ ]

Sigarette («tra il bene e il male scelgo sempre sigarette / C’è chi smette / C’è chi smette / Personalmente scelgo sempre sigarette») che sarebbe piaciuta a un altro Lucio, quello di Piazza Maggiore.
Corsi è un attento studioso del repertorio dei grandi, probabilmente il più bravo a celebrare i padri fondatori: sa scrivere in italiano un talkin’ blues che sembra uscito da “Another Side of Bob Dylan” (vedi alla voce Francis Delacroix, omaggio semiserio al suo amico fotografo di Volpiano), riesce a rielaborare la materia del rock and roll delle origini come facevano i primi Roxy
Music e dedicarla al bullo della scuola media (Let there be Rocko).
Il re del rave è una malinconica ballad pianistica che manteca* Elton John e Claudio Rocchi, Situazione complicata un divertissement con la malizia di Rino Gaetano («Viviamo nella stessa città / È bella come il mare infinito / L’unico difetto che ha è suo marito»), Questa vita una schitarrata folk parecchio orecchiabile, Nel cuore della notte il suggello* finale dove uno medita sulla condizione umana e, per non lasciarsi morire, impara a fischiettare. Corsi un po’ cita (The man in me), un po’ si autocita (Astronave Giradisco) ma, arrivati

a questo punto della storia, ci sta tutto. Tirando le somme: “Volevo essere un duro” è proprio un bel disco, il manifesto dell’ostinazione* di un ragazzo di 31 anni che da grande voleva fare il musicista, ma non accettava neanche mezzo compromesso per andare in direzione del mercato, poi è andata a finire che è stato il mercato ad andare da lui e si è ritrovato grande. Quasi suo malgrado, come nella storia di Maometto e la montagna. E allora bravi tutti: bravo Lucio, bravi quelli del team di Picicca che ci hanno creduto e quelli di Sugar che ci hanno investito.
Qualcuno, con tanto pelo sullo stomaco, magari si starà chiedendo quanto possano mai durare gli alieni fuori dai cancelli della fabbrica delle hit. Quegli alieni che, proprio come Lucio cantava qualche anno fa, «arrivarono dall’alto / Ma così in alto noi non ci sappiamo andare». Non prestate ascolto a questo qualcuno: Lucio ha già vinto. Perché ha dato una bella lezione al nostro adorato Paese. In tanti, allora, faremmo bene a cantare «volevo essere Lucio Corsi».
Glossario
efebico epigono: giovane imitatore
fantomatico: famoso
imminente: vicino
kermesse canzonettara: Sanremo
manteca: mescola
maremmano: toscano
ostinazione: impegno
sciamanicamente: come uno sciamano
suggello: ciò che stabilisce qualcosa in modo definitivo

Lo stilista: «Creare è la mia ragione d’essere nel mondo». Fino a fine anno, all’Armani Silos, una selezione di 150 abiti, curata dallo stesso stilista, summa della sua poetica fatta di creatività, tessuti pregiati e ricami certosini
Vent’anni di Giorgio Armani Privé in mostra a Milano
TRATTO DA [ ]
Di Maria Corbi
Vent’anni dopo. Armani, come Dumas, scrive la storia del suo Privè, con una mostra curata in prima persona, in scena da oggi (e fino a fine anno) all’Armani Silos con le collezioni couture, scolpite dalla visione che lo ha reso un “grande” della moda internazionale. Una selezione di 150 abiti, curata dallo stesso stilista, summa della sua poetica fatta di creatività, tessuti pregiati e ricami certosini*. Quando vent’anni anni fa Giorgio Armani decise di fare Alta Moda la chiamò Privé, ossia privato, una parola che suona, ancora di più oggi, tempi di omologazione* e di social, come il vero lusso.
«L’Alta Moda mi ha consentito, infatti, di esplorare una faccia diversa del mio stile, insieme complementare e



nel bianco, il colore è luce». Collezioni che trovano la loro identità nell’arte dell’artigianalità e del savoir faire e che sono destinate a un gruppo di fortunate clienti che non badano a spese pur di avere l’oggetto del desiderio. «Donne di successo, provenienti da ambiti diversi che possono andare dalla finanza allo spettacolo, e poi naturalmente l’aristocrazia», spiega lo stilista.

alternativa rispetto al prêt-à-porter, a essa accomunato dalla ricerca di una sigla lineare, alta, senza tempo» ha spiegato il maestro.
«Un territorio di ricerca dove posso esprimere al massimo la mia fantasia: mi fa viaggiare, volare, sognare. Mi rende libero». Un’estetica precisa che rende magnifico l’essenziale. «Voglio, con questi abiti, celebrare la bellezza, e l’abilità delle mani sapienti che la rendono possibile. L’Alta Moda rappresenta il sogno, l’espressione della creatività e dell’immaginazione più pure», spiega ancora il maestro. «Che vibri sensuale come il rosso, che si accenda nei toni caldi o si stemperi* in quelli freddi, che si annulli nel nero o
Per capire come si forma il cartellino del prezzo di uno di questi abiti basti pensare che per la lavorazione ci vogliono dalle 150 alle 900 ore e le sarte coinvolte, dai tre ai sei mesi, possono essere cinque/sei. E poiché non tutte le clienti sono a Parigi per le sfilate, la collezione viaggia per il mondo come anche le sarte.
Un rito, quello della couture, che si tramanda di madre in figlia, come ha raccontato Armani: «Abbiamo osservato un aumento delle clienti più giovani – alcune figlie di nostre clienti storiche – ed è molto stimolante lavorare per loro». La base solida, naturalmente, è costituita dalle donne di successo, provenienti dalle
realtà molto diverse citate prima; su di loro, quindi, Armani può fare sempre affidamento.
Un talento, quello di Giorgio Armani, che nasce dalla passione, da una tensione originaria: «Creare è la mia ragione d’essere nel mondo». I capi in mostra sono un’antologia* di tutte le collezioni couture. Dalla prima, presentata a Parigi nel gennaio 2005 (primavera/estate 2005) in un loft in rue Lauriston, 34, vicino all’Arco di trionfo. Già dalla sua seconda collezione, vanno in passerella anche look da giorno. E nel 2006 per la collezione Privè si “aprono” i red carpet del Bafya e di Cannes con le attrici Zhang Ziyi e Aishwaraya Rai, ambasciatrici della maison. Una prima volta che ha segnato l’inizio del primato di Armani Privé sul tappeto rosso delle più importanti manifestazioni artistiche a iniziare dagli Oscar. Per la Nomination in Rachel Getting Married di Jonathan Demme nel 2009 Anne Hataway ha un abito lungo bianco oro effetto “colonna ellenica”. Cate Blanchett indossava un Armani quando vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista nel 2013. Dieci anni dopo la “Barbie” Margot Robbie è in abito nero ricoperto di paillettes e canottiglie. D’altronde è stato proprio Giorgio Armani a fare dei red carpet prestigiose passerelle di moda. Perché, come disse la storica della moda Clare Sauro, «Prima di Armani, il tappeto rosso era come il selvaggio West».
Glossario
antologia: raccolta
certosini: ricchi di dettagli
omologazione: uniformazione
stemperi: addolcisca
Un predestinato che conosce i suoi limiti e vince da quindici anni. Dai successi a raffica da bambino alla maglia rosa che è il premio alla carriera. Vi raccontiamo chi è il toscano che ha coronato il sogno al dodicesimo tentativo
DA [ ]

È stato un bambino prodigio, è diventato un ragazzo vincente e da professionista è stato intelligente e rapido a capire quale fosse la sua forza e dove fossero i suoi limiti. Ecco perché al traguardo del Giro a Castelraimondo erano tutti contenti: Diego Ulissi in maglia rosa è la sintesi perfetta del realismo magico. In letteratura è un genere che rappresenta un mondo in cui realtà e fantasia sono perfettamente combinate, nel ciclismo è la storia di un corridore che era campione già a partire dal nome: Diego Armando, lo battezzò il papà appassionato di calcio. E il pallone gli è entrato nel sangue, con quella passione per la Juventus che lo ha fatto anche molto soffrire. Non ha mai pensato di diventare un calciatore, se non fosse andata bene col ciclismo avrebbe fatto un lavoro normale, “senza tanti discorsi”. Invece è andata benissimo e a trentacinque anni Diego si guarda la maglia rosa con stupore.

Non è mai troppo tardi per il sogno di tutta la vita. Diego la spia con gli occhi lucidi e la bacia come se fosse Arianna o una delle loro bellissime bambine, Lia, Anna e Viola. La più grande ha dodici anni, la più piccola cinque mesi. Toscano che di più non si può, ora Ulissi correrà sulle sue strade in maglia

Diego Ulissi, la rosa è il giusto premio

Di Alessandra Giardini
TRATTO

rosa e riavvolgerà il nastro di una vita spesa immaginando ciclismo. «Ricordo pomeriggi infiniti a casa dei nonni a guardare il Giro d’Italia, la mia corsa preferita per distacco. Sognavo, un giorno, di far parte di quel gruppo». Questo è il dodicesimo Giro, mica tutti possono dire d’aver realizzato dodici volte il proprio sogno.
Mauro, il suo babbo, era stato campione italiano di mountain bike tra gli amatori*, «di ciclismo si ragionava* parecchio». I suoi zii avevano un negozio di bici a Donoratico, ma fu Edo Noti a chiedergli se voleva cominciare a pedalare; Edo che ne ha messi in sella chissà quanti. Così, prima di andare alle elementari, Diego cominciò a correre nell’Uc Donoratico. La prima gara a Piombino, a sei anni, categoria G1: Diego arrivò terzo, vinse Elia Favilli, negli anni avrebbero duellato a lungo. La prima vittoria arrivò già alla seconda gara, a Marina di Cecina. E dopo quella ce ne furono molte altre, più di cento. «Era puro divertimento, ma se battevo tutti gli altri mi sentivo ancora meglio». […]
Non è facile crescere all’altezza di tante aspettative. «Le pressioni ci sono sempre state, all’inizio era complicato.
Ho imparato, col tempo, e ho capito che ognuno ha la propria dimensione». C’è chi non la trova mai, c’è chi la trova e non l’accetta; e poi ci sono quelli come Ulissi, che l’hanno trovata e accettata. Senza drammi, pronti a sfruttare ogni opportunità. «Non sarò ricordato come un fuoriclasse*, ma la mia bella carriera penso d’averla fatta». […] Nel 2013 si regalò uno splendido successo al Giro dell’Emilia, sull’iconica* salita di San Luca. Disse che l’idea gli era venuta la sera prima, in camera con Manuele Mori. «Stavamo studiando il percorso e ci cadde l’occhio sull’albo d’oro: Girardengo, Coppi, Bartali, Merckx, Bugno… Ci pensi, ci siamo detti, domani sera ci potremmo essere anche noi». Anche noi nel linguaggio dei campioni e dei gregari* voleva dire che Mori sapeva esattamente quello che gli toccava fare, entrare nella fuga, e anche Diego sapeva cosa doveva fare e lo fece, scattò nel finale sotto la basilica, davanti agli occhi dei tifosi appollaiati sotto il portico e vinse da solo, a braccia aperte, urlando e andando a fare compagnia a tutti quei grandi che lo avevano preceduto.
volta che gli dovette dire che lo lasciava a casa dall’Olimpiade. «Va bene lo stesso, grazie per la considerazione», gli rispose semplicemente Diego. Momenti difficili ce ne sono stati, […] soprattutto lo choc di fine 2020, quando gli trovarono una miocardite e dovette fermarsi. «Ho temuto di smettere. Ero terrorizzato perché non me lo aspettavo, avevo appena vinto due tappe al Giro ed ero nei primi dieci della classifica mondiale». […] Diego è un romantico: quando si allena in Toscana, mette sui social le foto dei cipressi di Bolgheri. «Sarò passato da lì centinaia di volte, ma mi godo sempre lo spettacolo. Quando mi alleno mi piace guardarmi attorno. Prima era meno attento, mi sa che sto invecchiando». Gli piacerebbe farlo come un buon vino delle sue parti, diventando ogni stagione più prezioso. «C’è poco da fare, quando si corre nella mia terra mi esalto».
Glossario
Gregorio Paltrinieri
Davide Cassani, che lo ha portato a cinque Mondiali, preferisce ricordare quella
amatori: amanti fuoriclasse: campione gregari: chi si aggrega iconica: simbolica si ragionava: si discuteva

Quel posto che chiami casa, il fenomeno editoriale Enrico Galiano in libreria
TRATTO DA www.libreriamo.it [ ]
di Nicoletta Migliore
Arrivato nelle librerie italiane il 13 maggio, Quel posto che chiami casa è la nuova fatica letteraria di Enrico Galiano, l’insegnante di periferia che coi suoi romanzi ha saputo conquistare una vastissima platea di lettori italiani. Il suo nuovo libro, attesissimo sin dall’annuncio della stesura, è una commovente storia che pone l’accento sui legami familiari e sulla forza interiore.
La sinossi del libro
Vera non è mai stata sola. Da quando è bambina, una voce l’accompagna ovunque: la sveglia di notte, la incalza, la consola.
È la voce di suo fratello Cè, morto quando lei aveva quattro anni. È una voce ironica e tagliente, capace di regalarle pensieri stravaganti come: “Non esiste un sinonimo di sinonimo” o

Dopo aver conquistato centinaia di migliaia di lettori con la sua grande sensibilità, l’autore torna in libreria. Attesissimo sin dall’annuncio della stesura, è una commovente storia che pone l’accento sui legami familiari e sulla forza interiore
“La neve è la prova che non hai bisogno di urlare per farti vedere”. Ma è anche un giudice severo, che la mette alle strette con una semplice domanda: “Sei davvero Vera?” Ma chi era Cè? Per i genitori è stato il figlio
difficilissima da accettare: Vera non è pazza. È soltanto viva. Ed essere vivi, a volte, non è poi così diverso dall’essere pazzi.
Un nuovo, emozionante romanzo alla scoperta di sé Nel suo nuovo romanzo, Enrico Galiano ci conduce nel mondo di Vera, una giovane donna che si trova a un bivio* esistenziale. Alcuni libri somigliano a specchi, che riflettono non solo storie, ma

perfetto, e Vera ha vissuto ogni giorno nella sua ombra.
Ogni scelta è un confronto impossibile, persino quella di studiare giurisprudenza: Vera lo fa per sé stessa o per inseguire un fantasma?
Per fortuna con lei c’è Gin, la sua migliore amica, che trova sempre il modo per farla ridere e sentire meno strana. Poi accade qualcosa di inspiegabile. Vera sa che non dovrebbe dare ascolto alla voce di Cè. Eppure, un giorno, decide di mandare tutto all’aria e di inseguire una coccinella dietro i cancelli di una clinica. Qui incontra Francesco: un ragazzo che sembra conoscerla più di chiunque altro. Forse è lui l’unico che può aiutarla a scoprire il segreto che la sua famiglia tiene nascosto da anni. Perché Francesco le insegna una cosa semplice, ma
scegliere un nuovo sentiero quando la vita sembra già scritta. E, soprattutto, c’è la scoperta di una forza interiore che non sapevamo di avere, la consapevolezza che anche le ferite possono diventare porte verso nuovi orizzonti.
Enrico Galiano, lo scrittoreinsegnante che ha conquistato l’Italia
Nato a Pordenone nel 1977, Enrico Galiano è un insegnante di lettere in una scuola di periferia, dove ogni giorno trasforma la letteratura in un’occasione per parlare ai cuori dei suoi studenti. Con la sua webserie “Cose da prof” ha raggiunto milioni di visualizzazioni, diventando una voce autentica e appassionata nel mondo

frammenti delle nostre vite, domande che ci accompagnano da sempre. Quel posto che chiami casa è uno di questi. Un romanzo che abbraccia i temi dei legami familiari, della forza interiore e del cambiamento come fossero fili di un arazzo* sottile.
La casa di cui parla il titolo non è solo un luogo fisico, ma uno spazio interiore, quel posto nascosto dentro di noi dove custodiamo ricordi, paure, desideri e verità mai dette.
Galiano esplora con la sua consueta* delicatezza narrativa la complessità dei rapporti familiari, fatti di silenzi, di parole che restano in sospeso e di abbracci che non sempre riescono a cancellare le distanze.
Ma c’è anche la forza del cambiamento, la capacità di alzare lo sguardo, di
dell’educazione. La sua capacità di raccontare la vita con semplicità e profondità gli ha permesso di conquistare il pubblico anche come autore di romanzi.
Da Eppure cadiamo felici a Geografia di un dolore perfetto, ogni suo libro è un viaggio tra emozioni e riflessioni, un abbraccio di parole che sa essere lieve e intenso al tempo stesso. In Quel posto che chiami casa, Galiano torna a parlare al cuore dei lettori, ricordando che a volte per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di perdersi.
arazzo: tessuto con fili
bivio: incrocio
consueta: di sempre
Giochi e attività
Monica Bellucci: il fascino di una diva
Rileggi l’articolo e metti in ordine gli eventi importanti nella vita di Monica Bellucci.
a. Dolce&Gabbana la sceglie come modella.
b. Ottenuta la maturità classica, inizia subito a lavorare come modella e s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza.
c. Recita come attrice protagonista in La riffa di Francesco Laudadio.
d. Nasce a Città di Castello, il 30 settembre 1964.
e. Conosce e inizia una relazione con il regista Tim Burton.
f. Inizia la sua carriera di modella a Milano, Parigi, Londra, New York.
g. È la prima donna italiana a cui è affidato il ruolo di madrina del Festival di Cannes.
Volevo essere Lucio Corsi
Rileggi l’articolo e rispondi se le seguenti affermazioni sono vere o false.
a. Lucio Corsi è milanese.
b. L’ultimo album porta il titolo della canzone vincitrice a Sanremo.
c. Ha partecipato all’Eurovision Song Contest al posto di Olly.
d. Le sue canzoni dimostrano che non conosce affatto la grande musica.
e. L’album è il punto d’incontro ideale tra glam e folk.
f. Lucio Corsi non è riuscito con la sua ostinazione a farsi conoscere.




Soluzioni
Monica Bellucci: il fascino di una diva. a. 4; b. 2; c. 5;
Volevo
Lucio Corsi.
Il Sacro Bosco a Bomarzo (Viterbo) è una delle creazioni più enigmatiche del Rinascimento. Assomiglia a un’oasi naturale, nata forse per consolare un cuore spezzato. Ecco la storia del “Parco dei Mostri”, progettato e realizzato da un celebre sostituto di Michelangelo Buonarroti


Bomarzo, Ninfa, Villa Gamberaia, Villa d’Este a Tivoli, Villa Silvio Pellico a Moncalieri: il New York Times ha recentemente pubblicato una lista dei 25 giardini più belli del mondo e di questi ben cinque sono in Italia! «Un giardino è il luogo ideale per passare un pomeriggio di sole, ma sei disposto a volare dall’altro capo del mondo per il piacere di farlo?», si è chiesto il quotidiano americano che ha chiesto a sei esperti di orticoltura - Deborah Needleman, Tim Richardson, Louis Benech, Juliet Sargeant, Tom Delavan e Toshiko Mori - di selezionare i «25 veramente spettacolari» e che «hanno cambiato il modo con cui guardiamo le piante». Partiamo dal primo!
BOMARZO. È chiamato Sacro Bosco, ma lo conoscono tutti come “Parco dei Mostri”. Si trova a Bomarzo, in provincia di Viterbo, e fu progettato e realizzato nel 1547 da Pirro Ligorio, un celebre architetto dell’epoca che aveva sostituito (seppur per poco) Michelangelo Buonarroti alla sua morte nella costruzione della Fabbrica di San Pietro. Un parco pieno di statue mostruose che, si dice, sia nato per superare la perdita dell’amata.
Il cuore spezzato era quello del principe Pier Francesco Orsini che commissionò* il parco in memoria della sua adorata moglie, Giulia Farnese. Forse l’intento fu quello di distrarre la mente dal dolore della sua

Bomarzo, il primo dei cinque giardini
italiani tra i 25 piùbelli del mondo per il
New York Times

perdita, come sfogo dell’animo per cacciare i peggiori mostri e «sol per sfogare il core», come riporta un pilastro del parco. Eppure le sue attrazioni sono cariche di simbolismi, con continui riferimenti alla mitologia e al mondo del fantastico.
Il parco si snoda* su una superficie di tre

ettari, attraverso un percorso fatto di grandi statue in basalto, edifici surreali, iscrizioni e indovinelli che sorprendono e disorientano continuamente: sirene, mostri marini, tartarughe giganti, satiri, sfingi, draghi, maschere, falsi sepolcri e giochi illusionistici.
Il simbolo del parco è certamente l’Orco, in cima a una scalinata: un grande faccione di pietra con la bocca aperta in un urlo, sulle cui labbra si legge la scritta «Ogni pensiero vola». È una sorta di camera scavata nel tufo alla quale si accede attraverso alcuni gradini: all’interno sono collocate alcune panche e un tavolo.
La forma interna dell’ambiente fa in modo che le voci e i suoni rimbalzino sulle pareti, creando così un’eco dall’effetto spaventoso. Difficile non impaurirsi quando si entra poi in una piccola casa pendente costruita su un masso inclinato. Gli interni hanno una pendenza irregolare e il pavimento non è a novanta gradi rispetto ai muri, e questo provoca smarrimento e perdita dell’equilibrio in chi vi entra. Dopo la morte del principe Orsini, gli eredi abbandonarono il parco. Solo 400 anni dopo, nella seconda metà del ’900, gli intellettuali Giancarlo e Tina Bettini recuperarono tutto quello che oggi noi possiamo ammirare. Dai due giganti Ercole e Caco alla tartaruga sormontata da una donna, passando per la Vittoria Alata, poggiata* solo con un piede su un globo, pronta a spiccare il volo. Ma anche la balena con la bocca spalancata, circondata dal movimento dell’acqua che scorre, o la fontana di Pegaso che, battendo il proprio zoccolo, si dice faccia nascere una sorgente. Insomma, vedere per credere…
commissionò: affidò la realizzazione poggiata: appoggiata si snoda: si sviluppa
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