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Zootecnica | Rivista avicola - Giugno 2026

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ZOOTECNICA

Rivista avicola

LA PRIMA SETTIMANA

DEL BROILER: UNA

FASE CRUCIALE

L’UTILIZZO DEGLI

ENZIMI NELLE

DIETE DEL POLLO

DA CARNE

PRECISIONE DELLA

TEMPERATURA IN INCUBAZIONE

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Editore

Amministrazione e redazione

Zootecnica di Marianna Caterino

Via del Forestello n. 8

50063 Figline Incisa Valdarno (FI)

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Marianna Caterino

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www.zootecnica.it

EDITORIALE

Negli allevamenti di ovaiole continua a essere centrale una domanda molto concreta: fino a che punto si può allungare il ciclo produttivo senza perdere in efficienza, benessere e redditività? È un tema affrontato anche da Interreg NWE OMELETTE, il progetto europeo avviato nel 2023, che sta iniziando a raccogliere indicazioni utili direttamente dagli allevamenti coinvolti.

L’aspetto più interessante è che il progetto non punta a una soluzione unica. Dai primi risultati emerge piuttosto quanto la persistenza produttiva dipenda da una serie di fattori che in allevamento si condizionano a vicenda. Illuminazione, qualità delle pollastre, ventilazione, stress termico, comportamento degli animali e monitoraggio non sono elementi separati, soprattutto quando si lavora su cicli più lunghi.

Anche la digitalizzazione viene considerata soprattutto come uno strumento operativo, non come semplice esercizio tecnologico, ma come un mezzo utile per intercettare segnali che spesso diventano evidenti solo quando il problema è già avanzato. I sistemi di monitoraggio possono aiutare a leggere meglio l’andamento del gruppo e a intervenire prima. Resta comunque un punto fondamentale: prolungare il ciclo produttivo ha senso solo se l’equilibrio rimane sostenibile anche dal punto di vista economico. Ed è significativo che gli stessi allevatori coinvolti nel progetto indichino la redditività tra gli elementi centrali nella valutazione di queste strategie. Probabilmente il tema tornerà spesso nel confronto tecnico dei prossimi anni. Non tanto perché esista una durata ideale del ciclo, ma perché oggi mantenere galline sane e produttive più a lungo richiede una gestione sempre più attenta.

➤ Marianna Caterino

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COMPANY FOCUS

La chiave per ridurre le emissioni di CO 2 ? Scelte intelligenti delle materie prime e consapevolezza della loro provenienza

10 PRIMO PIANO

Peptidi antimicrobici e biosurfattanti nel controllo delle enteriti avicole: ruolo di surfactina e citrocina

REPORTAGE

Il progetto Interreg NWE OMELETTE illustra un percorso pratico per cicli di produzione di uova più lunghi e più sani

DOSSIER

Come creare valore lungo la filiera avicola

FOCUS

Precisione della temperatura in incubazione: quei 0,2 °C che determinano la qualità del pulcino

MARKETING

Il ruolo del G20 nella produzione e nel commercio mondiale di carne – Parte 3: importazioni mondiali di carne

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TECH COLUMN

Gestione del peso dell’uovo nelle ovaiole commerciali

TECH COLUMN

Gestione del caldo e nutrizione negli allevamenti commerciali

MANAGEMENT

La prima settimana come terapia: ripensare alla fase neonatale del broiler in ottica preventiva

NUTRIZIONISTICA

TechnoSpore®: un singolo ceppo molti poteri

NUTRIZIONISTICA

L’utilizzo degli enzimi nelle diete del pollo da carne

MARKET GUIDE

INTERNET GUIDE

OVO MAG: EVOLUZIONI DEL MONDO DEL FOOD

Innovazione,

cultura e consapevolezza

Ovo mag è il progetto editoriale di Techovo, nato per raccontare le evoluzioni del mondo del food ed in particolare quello delle uova.

Nel cuore di ogni allevatore, sia esso un professionista con migliaia di capi o un appassionato che cura il proprio pollaio ornamentale, batte una dedizione profonda per la propria terra e i suoi frutti. In questo scenario, l’informazione non è solo un accessorio, ma uno strumento essenziale per far crescere non solo gli animali, ma l’intero settore. È qui che si inserisce Ovo mag, un progetto che va ben oltre la semplice editoria per diventare un vero manifesto della nuova cultura avicola. Ovo mag si impegna a costruire una narrazione attorno a tre temi cardine che oggi definiscono l’eccellenza in avicoltura e non solo:

Cultura, perché “non si smette mai di imparare”: Ovo mag dà spazio all’attualità, ai temi caldi del settore, alle curiosità, agli approfondimenti sulle nuove normative.

Alimentazione, perché “siamo ciò che mangiamo”, e questo vale a maggior ragione per il periodo storico attuale.

Sostenibilità, perché oggi allevare e vendere uova significa anche confrontarsi con l’ambiente. Ovo mag promuove pratiche sostenibili che riducano l’impatto ecologico e migliorino il benessere animale, guidando l’allevatore verso un modello circolare ed etico.

Oltre agli approfondimenti teorici, Ovo mag è un compagno di vita quotidiana. Sappiamo quanto sia importante per un avicoltore il confronto dal vivo: mostre, fiere di settore, convegni e mercati specialistici. Per questo motivo, la rivista e il portale online offrono un calendario eventi sempre aggiornato.

Essere informati sulle date chiave significa non perdere le opportunità di networking e di aggiornamento professionale che solo gli eventi in presenza possono offrire.

La domanda sorge spontanea: perché offrire gratuitamente una rivista di così alto profilo? “La risposta risiede nello scopo ultimo di Ovo mag: diffondere consapevolezza. Abbiamo scelto di rendere Ovo mag completamente gratuito perché vogliamo che diventi uno strumento di informazione condivisa. È pensato per i nostri clienti, per gli operatori della filiera, ma anche per i consumatori curiosi.

Non è una rivista commerciale, è un investimento sulla qualità del lavoro di ogni avicoltore” spiega Francesca Rocchetti, amministratore delegato di Techovo e realizzatrice del progetto. “Ovo mag nasce per essere un dialogo. Sentivamo il bisogno di creare una piazza virtuale e cartacea che unisse le persone, abbattendo le distanze geografiche tra chi alleva con impegno e competenza.”

Il blog www.ovomag.it è il cuore pulsante di questa iniziativa. Registrarsi non è solo un modo per accedere a contenuti esclusivi o consultare il calendario eventi, ma è il primo passo per ricevere la rivista cartacea direttamente a casa propria.

“Sfogliare le pagine di Ovo mag, sentire l’odore dell’inchiostro, soffermarsi sulle fotografie, leggerlo a più riprese è un’esperienza che nessuna newsletter può sostituire. È un momento di pausa e di approfondimento che ogni allevatore merita di concedersi.”

L’obiettivo ambizioso di Ovo mag è quello di creare una vera e propria community di appassionati. Esperti, neofiti, appassionati e curiosi, lo spirito è lo stesso: la voglia di condividere, imparare e crescere insieme.

Visita www.ovomag.it

HARTMANN PRESENTA UN’ANALISI DELLE ABITUDINI DI ACQUISTO DEGLI ITALIANI NEL

SETTORE

DELLE UOVA

Il 6 maggio, presso il Crowne Plaza Hotel di Verona, Hartmann ha organizzato un incontro dedicato all’evoluzione del mercato delle uova, approfondendo packaging, comportamento dei consumatori e dinamiche nel punto vendita.

Ad aprire l’evento sono stati Estelle Theron, direttrice vendite Europa sud-occidentale di Hartmann, Matteo Rocchetti, direttore generale Hartmann Italia, e Attila Vincze, amministratore delegato dello stabilimento ungherese del gruppo. Durante l’incontro è stata ribadita l’attenzione dell’azienda verso produttori e retailer italiani, in un mercato in rapida evoluzione.

Hartmann, azienda danese fondata nel 1917 e parte del gruppo che include anche Sanovo, produce imballaggi in fibra modellata per uova. Nel corso della presentazione è stato sottolineato come circa il 10–12% del fatturato venga reinvestito ogni anno in tecnologia e sviluppo industriale. Particolare attenzione è stata dedicata allo stabilimento ungherese, oggi il più

grande del gruppo, ma anche del mondo, dove vengono prodotte quotidianamente oltre tre milioni di confezioni utilizzando esclusivamente carta da macero riciclata.

Nel suo intervento, Attila Vincze ha evidenziato come il mercato delle materie prime stia cambiando rapidamente, con una progressiva riduzione della disponibilità di carta da giornale e un aumento del cartone proveniente dagli imballaggi e-commerce. L’azienda punta anche a ridurre consumi energetici, utilizzo di acqua e dipendenza da specifiche fonti energetiche, oltre ad aumentare il livello di automazione produttiva. La seconda parte dell’incontro è stata affidata a Giorgio Pedrazzini, customer success manager di NielsenIQ, che ha presentato una ricerca sul comportamento d’acquisto degli italiani nel comparto uova. Lo studio, realizzato su un campione di 1.000 consumatori, evidenzia un cambiamento rispetto al passato: le uova vengono oggi percepite sempre più come alimento ricco di proteine e associato a un’alimentazione equilibrata. L’analisi ha identificato sette differenti profili di consumatori, dai segmenti più sensibili a sostenibilità, benessere animale e qualità, fino ai target maggiormente orientati al prezzo. Secondo i dati presentati, circa sei consumatori su dieci appartengono ai segmenti più evoluti, anche se negli ultimi anni la pressione economica e il maggiore orientamento verso i prodotti a marchio

della grande distribuzione hanno favorito un aumento dei consumatori meno attenti agli aspetti qualitativi.

Ampio spazio è stato dedicato anche al packaging. La ricerca evidenzia una chiara preferenza per le confezioni in cartone rispetto alla plastica e, in particolare, per soluzioni più semplici e con minore utilizzo di materiali. Tra le proposte presentate, ha ottenuto il maggiore gradimento la confezione stampata direttamente sulla polpa senza involucro esterno, percepita come più sostenibile, pratica e coerente con le aspettative del consumatore.

Interessanti anche le considerazioni sull’organizzazione delle uova a scaffale illustrate da Matteo Rocchetti. L’analisi di diversi retailer italiani ha rilevato frequenti disallineamenti tra assortimento e reale domanda del consumatore, soprattutto per quanto riguarda formati e tipologie di allevamento. In alcuni casi, ad esempio, la richiesta di confezioni da sei uova o di referenze biologiche e allevate all’aperto risulta superiore rispetto allo spazio effettivamente dedicato a scaffale.

L’incontro ha evidenziato come packaging, sostenibilità e presentazione del prodotto stiano assumendo un ruolo sempre più strategico nel settore, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche nel modo in cui il consumatore sceglie le uova.

LA CHIAVE PER RIDURRE LE EMISSIONI DI CO2?

SCELTE INTELLIGENTI DELLE MATERIE PRIME E

CONSAPEVOLEZZA DELLA LORO PROVENIENZA

Il settore delle uova opta per una collaborazione di filiera

Minori sono le emissioni di CO2 per uovo, più il settore avicolo sarà a prova di futuro. Da gennaio 2025, Trouw Nutrition collabora con Gebr. van Beek, ABZ Diervoeding e Hendrix Genetics per ridurre ulteriormente l’impronta di carbonio lungo tutta la catena di approvvigionamento. “Questo progetto congiunto ci fornisce informazioni sulla situazione attuale, sulle variazioni e sulle opportunità per un’ulteriore riduzione.” Grazie alla nostra esperienza nel campo della nutrizione, abbiamo sviluppato un programma che aiuta il settore a ridurre ulteriormente l’impronta di carbonio nella catena di approvvigionamento”, afferma Sofie Kilroy, responsabile sostenibilità di Trouw Nutrition.

“I clienti ci contattano sempre più spesso con domande sulla loro impronta di carbonio, spesso a causa di requisiti imposti dai rivenditori. Non vogliono solo informazioni, ma anche intraprendere azioni concrete per ridurre le proprie emissioni. In tal caso, Trouw Nutrition è il posto giusto per voi: supportiamo il nostro settore nella misurazione, nella rendicontazione e nella riduzione dell’impronta di carbonio per kg di uova, senza compromettere le prestazioni o la redditività. La sostenibilità è ormai diventata un fattore chiave nella formulazione dei mangimi, insieme alle prestazioni e ai costi. L’origine delle materie prime e il relativo impatto ambientale stanno assumendo un’importanza sempre maggiore.”

Le basi genetiche

Anche Hendrix Genetics è entusiasta della collaborazione. “La nostra ambizione è quella di definire lo standard per le galline ovaiole in tutto il mondo”, afferma Naomi Duijvesteijn, direttrice globale per la sostenibilità. “Ciò significa che sviluppiamo genetiche adatte a diversi ambienti e alle sfide globali. Insieme a Trouw Nutrition, abbiamo effettuato una serie di calcoli sulle emissioni di CO2. Ottimizzando i valori di digeribilità, siamo stati in grado di affinare le raccomandazioni nutrizionali a livello globale, riducendo in modo dimostrabile l’impronta di carbonio. Concentrandosi sulle materie prime, sulla loro origine, sulla selezione genetica e su un periodo di deposizione più lungo, è possibile ottenere riduzioni significative.”

Più uova con meno mangime

Kilroy aggiunge: “Ci impegniamo costantemente a tradurre i risultati della ricerca del nostro Centro di Ricerca Avicola in

consigli nutrizionali precisi. Una buona performance inizia con un animale sano, supportato da un’alimentazione adeguata. Nel settore delle galline ovaiole, l’alimentazione rappresenta la quota maggiore delle emissioni ed è anche la voce di costo più consistente. Grazie a un’alimentazione più efficiente –ovvero producendo più uova con meno mangime – riduciamo sia le emissioni che i costi. Sostenibilità e redditività vanno di pari passo. Con i nostri strumenti, come MyFeedPrint e MyEggPrint, possiamo calcolare l’impronta di carbonio del mangime e delle uova in modo molto preciso e verificato”.

Il ruolo della supply chain

Gebr. van Beek sottolinea inoltre l’importanza della collaborazione lungo tutta la filiera: “In quanto anello di congiunzione tra allevatori avicoli, rivenditori e produttori di alimenti, sentiamo una forte responsabilità nel contribuire a iniziative che aiutino il settore a progredire. Questo progetto si inserisce perfettamente in questo contesto. Lo sviluppo di MyEggPrint fornisce calcoli CFP validati che contribuiscono a rendere più sostenibile la filiera delle uova. Siamo quindi orgogliosi di poter contribuire attivamente a questo obiettivo, insieme a Trouw Nutrition”, afferma Janne van Rooij, responsabile della sostenibilità presso Gebr. van Beek.

Soluzioni per il futuro

“È proprio la collaborazione lungo tutta la filiera produttiva a essere cruciale. Da soli non si può cambiare molto, ma insieme si può davvero fare la differenza”, aggiunge Duijvesteijn. “Stiamo assistendo a un numero sempre maggiore di allevamenti che producono oltre 500 uova in 100 settimane. Una buona

Misurazione di base dell’impronta di CO2 in 7 allevamenti, Olanda*

Distribuzione delle emissioni nell’industria delle galline ovaiole

Composizione

In media 2,9 kg di CO2 per kg di uovo

Produzione materie prime escl LUC

Produzione materie prime incl LUC

Animali giovani

Emissioni pollina

Energia in allevamento

Capannoni

Mangime e trasporto animali giovani

Allevamento

Energia per la macinazione

L’80% dell’impronta di carbonio deriva dai mangimi. Esistono opportunità per ridurre le emissioni; i mangimi sono il punto critico!

MyEggPrint è stato testato utilizzando dati provenienti da diversi allevamenti ed è stato successivamente ulteriormente validato in stretta collaborazione con i partner del progetto. La figura mostra che le materie prime e il "cambiamento

Dati produttivi

% deposizione media 84 ,1%

Numero medio uova/gallina 469

Peso medio uovo 61,44 gram

Indice di conversione medio 2,18 Consumo mangime medio/giorno

Anno di riferimento

Numero medio di settimane 97

d’uso del suolo" (LUC, ovvero l’impatto dei cambiamenti nell’uso del suolo, come la deforestazione) sono i fattori più significativi nella distribuzione dell’impronta di carbonio nel settore delle galline ovaiole.

* Fonte: MyEggPrint - Average of 7 flocks (April 2026, Netherlands).

alimentazione è essenziale: da una fase di pollastra ottimale al mantenimento di una vita lunga e produttiva. Sebbene allevare galline ovaiole per periodi più lunghi – diciamo 100 settimane o più – comporti un maggiore consumo totale di mangime, l’impatto di CO2 per chilo di uova diminuisce. Questo è dovuto principalmente al fatto che l’impatto dell’allevamento per singolo uovo è ridotto grazie a un periodo di deposizione più lungo. Guardiamo anche al futuro, puntando a produrre 600 uova in un ciclo produttivo di 120 settimane. Vogliamo sviluppare soluzioni adatte al futuro.”

Scelte più intelligenti

“Una lezione importante è che la riduzione delle emissioni di CO2 è davvero possibile, ad esempio concentrandosi su scelte più intelligenti in merito alle materie prime e alla loro provenienza. Più collaboriamo e condividiamo le conoscenze, più velocemente possiamo fare progressi come settore e ridurre il nostro impatto in termini di CO2”, conclude Kilroy. MyEggPrint è stato testato utilizzando dati provenienti da diversi allevamenti ed è stato successivamente ulteriormente validato in stretta collaborazione con i partner del progetto. La figura mostra che le materie prime e il “cambiamento d’uso del suolo” (LUC, ovvero l’impatto dei cambiamenti nell’uso del suolo, come la deforestazione) sono i fattori più significativi nella distribuzione dell’impronta di carbonio nel settore delle galline ovaiole.

Su Trouw Nutrition

Trouw Nutrition è la divisione di Nutreco dedicata ai mangimi per animali e leader mondiale negli aspetti relativi all’alimentazione, all’allevamento e alla salute degli animali, per la produzione di carne, uova e latte di qualità. Da quasi un secolo sviluppiamo mangimi innovativi e metodi più sostenibili per il settore zootecnico e per animali da compagnia sani.

Crediamo che la nutrizione animale e una buona gestione degli allevamenti abbiano il potere di trasformare il nostro settore e persino il nostro pianeta. Grazie al nostro team di 8.300 esperti e alla nostra rete globale, collaboriamo con i nostri clienti per risolvere le sfide che la nostra filiera, dal mangime al cibo, si trova ad affrontare e per realizzare il nostro obiettivo “Feeding the Future”. Con 71 stabilimenti produttivi e una presenza in 105 paesi, Trouw Nutrition è ovunque i nostri clienti abbiano bisogno di noi. Offriamo un servizio completo di specialità per mangimi, additivi per mangimi, premiscele, modelli nutrizionali e servizi integrati e personalizzati. I nostri marchi globali includono NutriOpt™, Milkiwean™, Maxcare™, Sprayfo™ e Selko™.

Per ulteriori informazioni, si prega di visitare il sito www.trouwnutrition.it

PEPTIDI ANTIMICROBICI E BIOSURFATTANTI

NEL CONTROLLO DELLE ENTERITI AVICOLE:

RUOLO DI SURFACTINA E CITROCINA

I peptidi antimicrobici (AMPs) e i biosurfattanti microbici rappresentano una classe di molecole con attività biologica multifattoriale. Il presente lavoro analizza le proprietà strutturali e funzionali della surfactina, lipopeptide prodotto da Bacillus subtilis, e della citrocina, peptide cationico attivo sui batteri Gram-negativi, con particolare riferimento ai meccanismi d’azione, alla stabilità tecnologica e al potenziale impatto sulle performance produttive. I dati disponibili indicano un effetto sulla modulazione del microbiota intestinale, sulla riduzione della carica patogena e sul mantenimento dell’integrità della mucosa intestinale. Tali caratteristiche rendono queste molecole potenziali strumenti di supporto nei programmi nutrizionali antibiotic-free.

➤ Dott. Pier Enrico Rossi

Introduzione

La salute intestinale rappresenta un fattore chiave nella produzione avicola intensiva, influenzando direttamente l’efficienza alimentare, la crescita e la resistenza alle infezioni. La limitazione normativa degli antibiotici promotori della crescita ha comportato un aumento della rilevanza clinica delle enteriti batteriche, in particolare quelle sostenute da Clostridium perfringens ed enterobatteri opportunisti.

In questo contesto, l’impiego di peptidi antimicrobici (AMPs) e biosurfattanti microbici è oggetto di un crescente interesse come alternativa o complemento agli approcci convenzionali. Tali molecole presentano meccanismi d’azione distinti rispetto agli antibiotici tradizionali e una minore propensione all’induzione di resistenze.

Caratteristiche strutturali della surfactina

La surfactina è un lipopeptide ciclico costituito da un eptapeptide legato a una catena β-idrossiacilica. Questa struttura conferisce alla molecola proprietà anfifiliche che ne determinano l’elevata attività superficiale. È stato dimostrato che la surfactina è in grado di ridurre la tensione superficiale dell’acqua da circa 72 mN/m a valori prossimi a 27 mN/m a basse concentrazioni (Arima et al., 1968; Seydlová & Svobodová, 2008). Tale proprietà è alla base della sua interazione con le membrane biologiche.

Meccanismo d’azione sui batteri

Gram-positivi

Nei batteri Gram-positivi, la surfactina interagisce direttamente con la membrana citoplasmatica attraverso un meccanismo di tipo fisico-chimico:

• inserzione della componente lipidica nel doppio strato fosfolipidico;

• alterazione della fluidità e della permeabilità di membrana;

• formazione di pori a concentrazioni elevate.

Questi effetti determinano perdita di integrità cellulare e fuoriuscita del contenuto citoplasmatico. Il meccanismo non specifico riduce la probabilità di selezione di ceppi resistenti (Heerklotz & Seelig, 2001).

Attività nei confronti dei batteri Gram-negativi

I batteri Gram-negativi presentano una membrana esterna contenente lipopolisaccaridi (LPS), che limita la penetrazione di molte sostanze antimicrobiche.

La citrocina, peptide cationico, esercita la propria attività attraverso:

• interazione elettrostatica con i LPS;

• destabilizzazione della membrana esterna;

• aumento della permeabilità cellulare. Successivamente, il peptide può attraversare la membrana interna e interferire con processi intracellulari essenziali, tra cui la trascrizione batterica mediante interazione con RNA polimerasi, analogamente a quanto descritto per altri AMPs (Brogden, 2005; Hancock & Sahl, 2006).

Effetti sul biofilm e sul microbiota intestinale

Diversi studi evidenziano che i biosurfattanti e gli AMPs possono interferire con la formazione e la stabilità del biofilm batterico, riducendo l’adesione microbica e favorendo la disgregazione della matrice extracellulare.

In ambito intestinale, tali effetti si traducono in:

• riduzione della pressione patogena;

• modulazione del microbiota;

• miglioramento della morfologia della mucosa intestinale.

In modelli sperimentali, l’impiego di AMPs è stato associato a un aumento dell’altezza dei villi intestinali e del rapporto villi/cripte, indicatori di maggiore efficienza assorbitiva (Gadde et al., 2017).

Stabilità tecnologica e modalità di somministrazione

Un aspetto rilevante per l’applicazione pratica è la stabilità dei composti:

• processo di pellettizzazione: mantenimento dell’attività biologica fino a temperature prossime a 90–95°C.

• somministrazione in acqua di abbeverata: possibilità di utilizzo in condizioni di stress o durante fasi critiche del ciclo produttivo.

La stabilità dei lipopeptidi in condizioni industriali è documentata in letteratura (Nitschke & Costa, 2007).

Impatto sulle performance produttive

L’integrazione di AMPs nella dieta può contribuire a:

• miglioramento dell’indice di conversione alimentare (FCR);

• riduzione delle enteriti subcliniche;

• maggiore uniformità di crescita.

Tali effetti sono correlati al mantenimento dell’integrità della barriera intestinale e alla riduzione dell’infiammazione locale.

Aspetti di sicurezza

I peptidi antimicrobici sono generalmente soggetti a degradazione enzimatica nel tratto gastrointestinale, con basso rischio di accumulo nei tessuti.

Questo aspetto li rende compatibili con sistemi produttivi orientati alla riduzione dei residui e ai programmi antibiotic-free.

Conclusioni

I peptidi antimicrobici e i biosurfattanti rappresentano una strategia promettente per il controllo delle enteriti in avicoltura, grazie a meccanismi d’azione multipli e non specifici.

L’impiego di molecole come surfactina e citrocina può contribuire al mantenimento dell’equilibrio intestinale e al supporto delle performance produttive, in un contesto di riduzione dell’uso degli antibiotici.

Sono tuttavia necessari ulteriori studi in condizioni di campo per definire protocolli applicativi standardizzati e valutarne l’impatto economico su scala industriale.

Riferimenti bibliografici

Arima, K., Kakinuma, A., & Tamura, G. (1968). Surfactin, a crystalline peptidolipid surfactant produced by Bacillus subtilis. Biochemical and Biophysical Research Communications. Brogden, K. A. (2005). Antimicrobial peptides: Pore formers or metabolic inhibitors in bacteria? Nature Reviews Microbiology . Gadde, U., Kim, W. H., Oh, S. T., & Lillehoj, H. S. (2017). Alternatives to antibiotics for maximizing growth performance and feed efficiency in poultry. Animal Health Research Reviews Hancock, R. E. W., & Sahl, H. G. (2006). Antimicrobial and host-defense peptides as new anti-infective therapeutic strategies. Nature Biotechnology. Heerklotz, H., & Seelig, J. (2001). Detergent-like action of the antibiotic peptide surfactin on lipid membranes. Biophysical Journal. Nitschke, M., & Costa, S. G. V. A. O. (2007). Biosurfactants in food industry. Trends in Food Science & Technology. Seydlová, G., & Svobodová, J. (2008). Review of surfactin chemical properties and the potential biomedical applications. Folia Microbiologica.

Materiali e metodi (studio sperimentale)

È stato condotto un trial sperimentale su broiler (Ross 308) in condizioni controllate.

Disegno sperimentale

Numero totale animali 480

Durata 42 giorni

Suddivisione

Gruppo controllo (CTR) dieta standard

Gruppo trattamento (AMPs) dieta standard + surfactina (50 mg/kg) + citrocina (20 mg/kg)

Replica 6 repliche per gruppo; 40 capi per replica

Challenge batterico inoculo orale di Clostridium perfringens (giorni 14–16)

Parametri valutati peso vivo (BW) indice di conversione alimentare (FCR) mortalità (%) conta batterica intestinale (log CFU/g) morfologia intestinale (altezza villi, µm)

Risultati

■ Carica batterica intestinale. Riduzione media: circa 1–1,5 log, coerente con dati riportati per AMPs in letteratura

Microrganismo CTR (log CFU/g) AMPs (log CFU/g)

Clostridium perfringens

E. coli

■ Morfologia intestinale. Incremento significativo dell’altezza dei villi (~20%), indicativo di migliorata capacità assorbitiva

Parametro CTR AMPs

Altezza villi (µm) 980 ± 60 1.180 ± 75

Rapporto villi/ cripte 5,1 ± 0,4 6,3 ± 0,5

Discussione

I risultati ottenuti evidenziano un effetto positivo dell’integrazione con surfactina e citrocina su diversi parametri chiave.

La riduzione della carica batterica intestinale osservata (circa 1–1,5 log) è compatibile con un meccanismo d’azione diretto sulle membrane cellulari e con l’interferenza nei processi intracellulari batterici.

Il miglioramento dell’FCR (-4,8%) risulta in linea con quanto riportato per additivi funzionali che agiscono sulla salute intestinale (Gadde et al., 2017) ed è plausibilmente correlato a:

• riduzione dell’infiammazione intestinale;

• miglioramento dell’integrità della mucosa;

• maggiore efficienza nell’assorbimento dei nutrienti.

L’aumento dell’altezza dei villi e del rapporto villi/cripte conferma un effetto trofico sulla mucosa intestinale, già osservato in studi su AMPs e biosurfattanti.

La riduzione della mortalità, seppur moderata, suggerisce un miglior controllo delle forme enteriche subcliniche e cliniche.

Conclusioni del trial

L’integrazione di peptidi antimicrobici e biosurfattanti nella dieta dei broiler ha mostrato:

• miglioramento delle performance produttive;

• riduzione della carica batterica intestinale;

• effetti positivi sulla morfologia intestinale.

Questi risultati supportano il potenziale impiego di surfactina e citrocina come strumenti nutrizionali nei sistemi antibiotic-free. Parametro

IL PROGETTO INTERREG NWE OMELETTE ILLUSTRA UN PERCORSO PRATICO PER CICLI DI PRODUZIONE

DI UOVA PIÙ LUNGHI E PIÙ SANI

Il progetto europeo Interreg NWE OMELETTE, dal 2023, intende rendere l’avicoltura più sostenibile e resiliente integrando la longevità nella gestione delle aziende, con la partecipazione di Belgio, Paesi Bassi, Francia, Germania e Svizzera.

Durante l’incontro intermedio del TransRegional Eggspert Panel a Ploufragan, in Francia, il progetto OMELETTE ha presentato i suoi primi risultati, evidenziando come un approccio più proattivo e basato sui dati possa favorire cicli di produzione di uova più lunghi e più sani. All’evento hanno partecipato 48 persone provenienti da sei Paesi e 11 organizzazioni, a testimonianza dell’ampio interesse europeo verso il miglioramento della longevità delle galline.

Il progetto OMELETTE rientra nel programma europeo Interreg NorthWest Europe e si svolge dal 2023 al 2028 con un budget complessivo di oltre 6,3 milioni di euro, di cui 3,7 milioni finanziati dall’UE. Il progetto riunisce partner provenienti da Belgio, Paesi Bassi, Francia, Germania e Svizzera per affrontare una sfida centrale: come mantenere le galline ovaiole produttive più a lungo preservando al contempo la salute e il benessere animale e la redditività dell’allevamento.

L’obiettivo del progetto è rendere la produzione di uova nell’Europa nord-occidentale più sostenibile e resiliente, integrando la longevità nella gestione quotidiana degli allevamenti. Ciò richiede non solo innovazione tecnica, ma anche un monitoraggio migliore, maggiore scambio di conoscenze e un cambiamento nell’approccio gestionale di allevatori e consulenti.

Uno dei primi temi rilevanti presentati durante l’incontro è stato la gestione dell’illuminazione. I sistemi di illuminazione dinamici possono influenzare il comportamento alternando luce fredda e luce calda: la luce fredda stimola l’attività, mentre quella calda favorisce il riposo e un comportamento più tranquillo. Nel progetto OMELETTE è stato sviluppato un approccio basato su un albero decisionale per aiutare gli allevatori a regolare l’illuminazione in risposta a comportamenti come beccaggio o aggressività. Tuttavia, i ricercatori hanno sottolineato che l’illuminazione deve essere considerata uno strumento di supporto, non un sostituto per affrontare problemi strutturali o gestionali presenti nel capannone. Un secondo punto di attenzione è stato rappresentato dai materiali di arricchimento ambientale. Studi hanno mostrato che l’arricchimento svolge un ruolo chiave nella prevenzione dei comportamenti dannosi, soddisfacendo le esigenze naturali di beccaggio e foraggiamento delle galline. Non tutti i materiali si sono rivelati altrettanto efficaci: le soluzioni ricaricabili hanno ottenuto i migliori risultati, poiché le galline tornavano a interessarsi agli oggetti dopo il rifornimento, mentre alcuni oggetti hanno rapidamente perso attrattiva o hanno addirittura aumentato l’aggressività. Questi risultati evidenziano l’importanza di una gestione attiva, che includa la rotazione e il rinnovo periodico dei materiali.

La digitalizzazione è un altro pilastro fondamentale del progetto. Gli strumenti presentati dai partner combinano dati produttivi, indicatori di salute e monitoraggio del comportamento in dashboard integrate. Questi sistemi aiutano gli allevatori a individuare precocemente i problemi, favorendo una gestione preventiva anziché reattiva. Il monitoraggio basato su telecamere arricchisce ulteriormente questo approccio, consentendo la rilevazione automatizzata dello stato delle piume, dei comportamenti di accalcamento e di altri indicatori di benessere.

Questa forte attenzione al monitoraggio intelligente riflette la più ampia strategia OMELETTE, che combina tecnologie digitali con la gestione pratica dell’allevamento per supportare la rilevazione precoce e il miglioramento continuo. Integrando dati in tempo reale e un processo decisionale strutturato, il progetto mira a migliorare sia il monitoraggio individuale degli animali sia la gestione complessiva del gruppo.

Oltre alla tecnologia, OMELETTE affronta anche gli ostacoli strutturali ai cicli di deposizione più lunghi. Le interviste agli allevatori in Belgio e Francia mostrano che la redditività rimane il principale fattore determinante, ma che il successo dipende da una combinazione di fattori quali la qualità delle

pollastre, le strategie vaccinali, la nutrizione, la ventilazione, la gestione dello stress da calore e un’illuminazione costante.

Per integrare questi elementi, il progetto sta sviluppando un Piano d’Azione per la Longevità transfrontaliero. Questo piano viene testato su allevamenti pilota nei Paesi partecipanti e combina visite strutturate in azienda, raccolta dati, valutazione del benessere e indicazioni personalizzate. L’obiettivo è tradurre i risultati della ricerca in soluzioni pratiche e specifiche per ogni allevamento, adottabili su larga scala nel settore.

Inoltre, OMELETTE pone grande enfasi su formazione e comunicazione. Condividendo conoscenze con allevatori, consulenti, autorità e consumatori, il progetto

mira a migliorare la comprensione e a costruire fiducia nella filiera della produzione di uova. Dimostrazioni negli allevamenti pilota e campagne di comunicazione mirate sono strumenti chiave in questo processo.

I risultati a metà percorso confermano che l’estensione della vita produttiva delle galline ovaiole è raggiungibile, ma richiede un approccio integrato che combini gestione, monitoraggio e collaborazione. OMELETTE dimostra che con gli strumenti e il supporto adeguati, la longevità delle galline può diventare una via realistica verso una produzione di uova più sostenibile nell’Europa nord-occidentale.

OMELETTE

OptiMise and Extend hen Longevity to Expedite the Transition to susTainable Eggs

Obiettivi del progetto Gli allevatori avicoli e il settore nella regione NWE (Europa nord-occidentale) adottano soluzioni per contribuire attivamente a migliorare la longevità delle galline, garantendo al contempo salute e benessere animale, qualità delle uova e sostenibilità economica come presupposti fondamentali per un settore resiliente e preparato alle sfide future.

Finanziamento del progetto Il progetto OMELETTE è cofinanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Interreg NWE. NWE 0200174 OMELETTE.

Partner del progetto 11 partner di 5 diversi Paesi collaborano strettamente al progetto OMELETTE. https://omelette.nweurope.eu/partners

Contatti

Coordinatrice del progetto: Nathalie Sleeckx Experimental Poultry Centre (Proefbedrijf Pluimveehouderij VZW), Poiel 77, 2440 Geel (Belgio)

E-mail: nathalie.sleeckx@provincieantwerpen.be Telefono: +3214562887

Sito: https://omelette.nweurope.eu/

COME CREARE VALORE LUNGO LA FILIERA AVICOLA

Migliorare l’efficienza, la sostenibilità e il coinvolgimento dei consumatori sono tre pilastri fondamentali per aumentare la redditività aggiungendo valore alla filiera avicola. Tutti e tre sono necessari in tutte le fasi della produzione per costruire una solida filiera dei prodotti avicoli.

➤ Aitor Arrazola

Ricercatore in biologia, Ph.D. in comportamento e benessere animale

Ricerca dell’efficienza

La maggior parte delle aziende mira a offrire prodotti di alta qualità al minor costo possibile e lo stesso vale per l’industria avicola. Tuttavia, raggiungere questo traguardo richiede un approccio multifattoriale per rimanere redditizi in tutte le fasi della produzione e garantire la sostenibilità economica nel lungo periodo. Le condizioni di allevamento e la gestione devono essere allineate ai requisiti delle razze per raggiungere elevati obiettivi di performance produttiva. I produttori dovrebbero scegliere razze avicole in grado di garantire alti tassi di sopravvivenza, buona salute e benessere nelle condizioni locali, per assicurare un alto ritorno sull’investimento e una gestione redditizia del gruppo. Ciò comprende basso consumo di mangime per unità di produzione, resilienza alle minacce potenziali (patogeni, condizioni climatiche

ecc.) e adattabilità alle condizioni di allevamento e alle pratiche gestionali.

Quando tutti questi parametri non vengono considerati, anche le galline ovaiole ad alta produttività e i polli da carne a crescita rapida possono rendere meno in condizioni subottimali, a causa di alti tassi di scarto, mortalità e/o sensibilità allo stress (che possono causare blocchi nella crescita, interruzione della deposizione e immunosoppressione), rispetto a razze più resilienti e robuste.

L’alimentazione di precisione diventa un alleato per migliorare l’efficienza del mangime, implementando strategie che soddisfano i fabbisogni nutrizionali durante le fasi di allevamento e produzione, adattate alle caratteristiche specifiche delle razze, con l’obiettivo di ridurre gli sprechi di mangime e migliorare lo stato di salute degli animali.

In aggiunta, l’adozione di solide pratiche di biosicurezza può aiutare i produttori a prevenire focolai di malattie e le perdite a essi associate in caso di ingresso di patogeni. Protocolli di biosicurezza deboli non solo rappresentano un

rischio per le performance e la sopravvivenza degli animali, ma sollevano anche preoccupazioni per la sicurezza alimentare, soprattutto in caso di malattie trasmesse dagli alimenti come salmonellosi e campilobatteriosi.

In questo contesto, la digitalizzazione dei capannoni può migliorare la registrazione delle condizioni ambientali, monitorare lo stato di salute del gruppo e le performance produttive, contribuendo così a migliorare salute, benessere e produttività degli animali. Tutti questi progressi in termini di efficienza non solo aiutano a gestire le risorse in modo efficace, ma permettono anche di individuare margini di miglioramento, oltre a valorizzare procedure innovative già implementate in azienda, utili per la strategia, il posizionamento del marchio e la differenziazione nel settore.

Adozione di pratiche sostenibili

Le recenti preoccupazioni legate alla sostenibilità ambientale stanno spingendo l’industria avicola a ridurre il proprio impatto ambientale migliorando l’efficienza, ottimizzando l’uso delle risorse e riducendo gli sprechi. Oltre all’efficienza alimentare, cresce l’esigenza di diminuire la quantità di energia e acqua necessarie per la produzione e la trasformazione dei prodotti avicoli. Promuovere soluzioni innovative che utilizzino energia pulita e tecnologie di risparmio idrico lungo la filiera produttiva può dimostrare un impegno concreto in questa direzione. La distribuzione su strada dei prodotti avicoli è associata a elevate emissioni di CO₂ e ottimizzare la logistica e le procedure di trasporto può contribuire ulteriormente a ridurre tali emissioni. Inoltre, l’approvvigionamento degli ingredienti per i mangimi da produttori locali e fornitori certificati può favorire l’adozione di pratiche sostenibili già nelle prime fasi della catena di approvvigionamento.

Un altro aspetto importante da migliorare riguarda la riduzione dei rifiuti provenienti dagli allevamenti, dagli impianti di trasformazione e dal settore retail, trasformando i sottoprodotti avicoli in opportunità di valore e adottando imballaggi sostenibili realizzati con materiali biodegradabili e/o riciclabili. Nel contesto dell’economia circolare, il compostaggio del letame avicolo per produrre fertilizzante di alta qualità può generare entrate aggiuntive per i produttori e ridurre i costi di produzione. Inoltre, l’analisi dei dati di mercato può aiutare ad allineare la domanda dei consumatori prevista nel breve e medio termine con le prestazioni reali degli allevamenti, evitando la sovrapproduzione e ottimizzando la logistica.

Investire in strategie in grado di catturare gli inquinanti prodotti dall’uomo (come i gas a effetto serra) dimostra senso di responsabilità ambientale e contribuisce a costruire un futuro in cui l’industria avicola svolga un ruolo fondamentale nel soddisfare la crescente domanda di carne e uova in modo sostenibile e integrato con l’ambiente. Tutti questi approcci mirano in ultima analisi a ridurre le emissioni di gas serra e l’impronta di carbonio complessiva, e promuoverli evidenzia l’impegno dell’industria avicola nell’integrare pratiche ecologiche lungo l’intera filiera, generando valore lungo il percorso.

Coinvolgere i consumatori

Tutti questi sforzi per migliorare l’efficienza dei processi e diventare più rispettosi dell’ambiente devono essere comunicati ai consumatori, agli stakeholder, ai decisori politici e alle organizzazioni non governative. Trasparenza, tracciabilità e trasferimento delle conoscenze sono elementi essenziali per scopi educativi e per garantire visibilità lungo l’intera filiera, dal campo alla tavola. Condividere queste informazioni con il consumatore finale è infatti fondamentale per mostrare come le pratiche quotidiane tutelino la sicurezza alimentare, sostengano la salute degli animali e rispettino gli standard di benessere animale, mentre il settore diventa al contempo più attento all’ambiente e integrato nell’economia circolare che favorisce la crescita economica locale.

In questo contesto, una comunicazione efficace deve fornire ai consumatori informazioni chiare e dirette affinché comprendano l’impegno dell’industria avicola nel garantire il benessere degli animali e la sicurezza dei prodotti alimentari, nonché il contributo che essa offre al benessere e allo sviluppo economico delle comunità locali. Promuovere il valore nutrizionale dei prodotti avicoli, così come i controlli di qualità lungo la catena di approvvigionamento, può inoltre rafforzare ulteriormente la fiducia dei consumatori nell’industria avicola. Tutto questo può contribuire ad avvicinare le aspettative dei consumatori alle attività con cui il settore crea valore, riconoscendo al contempo gli sforzi quotidiani per tutelare la salute degli animali, delle persone e dell’ambiente.

PRECISIONE DELLA TEMPERATURA IN

INCUBAZIONE: QUEI 0,2 °C CHE DETERMINANO LA

QUALITÀ DEL PULCINO

Entrando oggi in un qualsiasi incubatoio tecnologicamente avanzato, si trovano sofisticate incubatrici a singolo o multiplo stadio, centraline automatiche, sistemi di ventilazione moderni, ventilatori ben funzionanti e schermi digitali che mostrano valori apparentemente perfetti. Eppure, dietro questi sistemi impressionanti, si cela una realtà biologica più delicata di qualsiasi tecnologia: la dipendenza assoluta dell’embrione da una temperatura precisa.

Ciò che viene spesso sottovalutato è quanto anche una minima variazione di temperatura possa produrre un grande effetto biologico. Uno scostamento di soli 0,2 °C può modificare lo sviluppo embrionale, allargare la finestra di schiusa, aumentare la mortalità e ridurre in modo silente la qualità dei pulcini, anche quando le macchine sembrano funzionare normalmente. Questo articolo spiega perché questa piccola differenza di temperatura non è un semplice margine di tolleranza, ma un vero fattore discriminante tra successo e perdita in incubazione.

➤ Rasel Ahmed

Specialista in incubazione e gestione dell’incubatoio

Perché un cambiamento di temperatura così piccolo è così importante?

L’embrione avicolo è un sistema biochimico estremamente sensibile. La sua crescita è regolata da reazioni enzimatiche che funzionano al meglio in un intervallo di temperatura molto ristretto. Anche una variazione minima altera l’intero processo.

La ricerca mostra che un aumento di 0,1 °C può innalzare la velocità metabolica dell’embrione del 7–8%. Con 0,2 °C in più, il cuore batte più rapidamente, la produzione di calore aumenta, il consumo di ossigeno sale e la CO₂ si accumula più in fretta. Lo sviluppo viene spinto troppo velocemente e gli organi possono non formarsi correttamente.

Una temperatura più bassa di 0,2 °C, invece, rallenta il metabolismo. Lo sviluppo è ritardato, la schiusa avviene in ritardo e i pulcini perdono uniformità e vigore. A

differenza dei mammiferi, l’embrione non è in grado di regolare autonomamente la propria temperatura: dipende

interamente dal microambiente dell’incubatrice. Per questo, 0,2 °C non è un numero irrilevante: determina se lo sviluppo sarà equilibrato o stressato, se la schiusa sarà uniforme o diffusa nel tempo e se i pulcini saranno forti o deboli.

Come 0,2 °C influenzano lo sviluppo embrionale lungo tutta l’incubazione

Lo sviluppo embrionale è un processo biologico guidato dalla temperatura. L’attività enzimatica, la divisione cellulare, la crescita del sistema vascolare e la formazione degli organi dipendono tutti da un intervallo termico molto ristretto. Una deviazione di soli 0,2 °C cambia la velocità metabolica a sufficienza da spostare l’intera traiettoria dello sviluppo. Gli effetti sono diversi in ciascuna fase dell’incubazione, ma le conseguenze si manifestano sempre in seguito come problemi di qualità del pulcino.

Fase iniziale (giorni 0–7):

l’origine

della vita

La prima settimana di incubazione è il periodo in cui l’embrione inizia a formare cuore, cervello, tubo neurale,

vasi sanguigni, i primi organi e la membrana corioallantoidea (CAM). Questa fase è molto delicata: anche piccole variazioni di temperatura possono avere effetti duraturi.

Se l’incubatrice è più calda rispetto allo standard, lo sviluppo si accelera troppo rapidamente. Le strutture precoci possono formarsi in modo anomalo, gli organi possono perdere simmetria e l’embrione può andare in stress. La CAM può risultare più debole, limitando in seguito l’approvvigionamento di ossigeno. Questa differenza di soli 0,2 °C può influenzare l’embrione fino alla schiusa.

Se la temperatura è anche di poco troppo bassa, lo sviluppo rallenta; divisione cellulare e tappe di sviluppo sono ritardate. Gli embrioni sopravvivono, ma le uova si schiudono in ritardo, possono avere difficoltà nella termoregolazione e il lotto diventa eterogeneo. Questo può compromettere la prestazione dei pulcini dopo la schiusa.

In sintesi, la prima settimana pone le basi dello sviluppo. Una temperatura precisa garantisce embrioni sani e uniformi e migliora la qualità dei pulcini alla schiusa.

Metà incubazione (giorni 7–14):

quando la crescita accelera

Durante la seconda settimana, l’embrione cresce rapidamente. Il metabolismo aumenta, la membrana corioallantoidea (CAM) è pienamente funzionante e ossa e muscoli si sviluppano velocemente. Temperatura e apporto di ossigeno devono essere attentamente bilanciati, poiché l’embrione è molto sensibile.

Se l’incubatrice è più calda rispetto allo standard, l’embrione produce più calore. Questo aumenta la temperatura interna dell’uovo, la richiesta di ossigeno cresce e si accumula anidride carbonica. Di conseguenza, la CAM può non riuscire a compensare, i vasi sanguigni possono svilupparsi in modo incompleto, muscoli e ossa restano deboli e alcuni embrioni possono morire.

Se invece la temperatura è troppo bassa rispetto allo standard, la crescita rallenta. Gli embrioni restano più piccoli, i muscoli e i vasi sanguigni risultano poco sviluppati e l’uso dell’energia diventa inefficiente. Potrebbero schiudersi più deboli, impiegare più tempo per uscire dal guscio e avere difficoltà dopo la schiusa.

CAM

Pulcini appiccicosi

La metà incubazione è una fase critica. L’embrione cresce rapidamente e il margine di errore è minimo. Mantenere la temperatura precisa garantisce uno sviluppo corretto e prepara i pulcini a buone prestazioni dopo la schiusa.

Fase finale (giorni 15–21): la fase della sopravvivenza

Nell’ultima fase, l’embrione produce la maggiore quantità di calore metabolico. Il controllo della temperatura è quindi estremamente importante: anche variazioni minime possono causare stress al pulcino.

Se la temperatura è più alta, l’embrione non riesce a dissipare il calore. Quindi, la temperatura corporea aumenta, il cuore batte più velocemente e la richiesta di ossigeno può superare la disponibilità. I pulcini possono schiudersi in anticipo, disidratati, magri e con il tuorlo assorbito in modo incompleto. L’ombelico può apparire arrossato o scuro. L’immunità risulta debole, la vitalità ridotta e la crescita durante la prima settimana compromessa.

Se invece la temperatura è più bassa, lo sviluppo rallenta. I pulcini si schiudono in ritardo, affaticati, umidi e deboli, con residui di tuorlo. Il loro apparato digerente si adatta lentamente, riducendo l’assorbimento dei nutrienti e la crescita nei primi giorni di vita.

Anche in questa fase, il margine di errore è minimo. Mantenere la temperatura precisa e stabile garantisce la schiusa di pulcini sani, pronti a crescere e prosperare in allevamento.

La finestra di schiusa: il riflesso pratico della precisione termica

Una schiusa ben gestita produce la maggior parte dei pulcini entro 12–24 ore. Quando la temperatura varia di appena

0,2°C, la finestra di schiusa può estendersi a 36–48 ore.

I pulcini precoci si disidratano e perdono peso; quelli tardivi risultano deboli e sottosviluppati. L’uniformità si riduce e le prestazioni in allevamento ne risentono.

Spesso ciò accade anche quando il display della macchina sembra perfetto. I microclimi all’interno dell’incubatrice fanno sì che l’embrione non sempre sperimenta ciò che mostra il sensore. È quindi essenziale monitorare la temperatura del guscio d’uovo e l’uniformità del flusso d’aria.

Perché la temperatura cambia anche nelle incubatrici avanzate?

Anche le macchine più avanzate sono influenzate da:

• scostamento di calibrazione del sensore di 0,2–0,4 °C;

• scarso flusso d’aria e filtri ostruiti;

• carico scorretto (densità di uova non ottimale);

• variazioni della temperatura ambiente;

• contributo termico degli embrioni nei sistemi multistadio.

Questi fattori creano zone calde e fredde all’interno dell’incubatrice.

Mantenere la precisione termica: una strategia scientifica per la schiusa

Calibrazione sensori: tarare regolarmente con strumenti certificati e non fidarsi solo del display.

Temperatura del guscio (EST): il miglior indicatore del comfort dell’embrione. Obiettivo 37,8–38,2 °C su diverse posizioni dei vassoi.

Gestione flusso d’aria: filtri puliti, carico corretto e velocità ventole adeguata garantiscono uniformità termica.

Condizioni ambiente stabili: forti variazioni della temperatura nella stanza costringono le macchine a sovracompensare, creando instabilità.

Mappatura termica: identificare zone calde e fredde ed eventualmente rimediare prima che causino perdite.

Impatto economico

Un controllo preciso della temperatura migliora la schiudibilità, la qualità dei pulcini, l’uniformità, le prestazioni nella prima settimana e la vitalità. Su milioni di uova, questa piccola differenza si traduce in un notevole guadagno economico. In pratica, anche una deviazione di soli 0,2 °C può fare la differenza tra profitto e perdita.

Conclusione

L’incubazione non è solo far funzionare una macchina, è gestire un embrione vivente. Una differenza di 0,2 °C può decidere se i pulcini saranno forti o deboli, uniformi o disomogenei, pronti a performare o già stressati.

Una temperatura precisa mantiene il metabolismo bilanciato, l’apporto di ossigeno adeguato, lo sviluppo degli organi corretto e la finestra di schiusa ristretta. Per il successo dei moderni incubatoi, la precisione termica non è opzionale, ma è la base della qualità dei pulcini e delle prestazioni in allevamento.

Riferimenti bibliografici

Decuypere, E., & Michels, H. (1992). Incubation temperature as a management tool: A review. World’s Poultry Science Journal, 48(1), 28–38. https://doi. org/10.1079/WPS19920004

French, N. A. (1997). Modeling incubation temperature: The effects of incubator design, embryonic development,

and egg size. Poultry Science, 76(1), 124–133. https://doi. org/10.1093/ps/76.1.124

Lourens, A., van den Brand, H., Meijerhof, R., & Kemp, B. (2005). Effect of eggshell temperature during incubation on embryo development, hatchability, and posthatch performance. Poultry Science, 84(6), 914–920. https://doi. org/10.1093/ps/84.6.914

Meijerhof, R. (2009). The influence of incubation on chick quality and broiler performance. In Proceedings of the Australian Poultry Science Symposium (pp. 1–8). University of Sydney.

Tona, K., Malheiros, R. D., Bamelis, F., Careghi, C., Moraes, V. M. B., Onagbesan, O., ... & Decuypere, E. (2003). Effects of egg storage time and incubator temperature on chick quality. Poultry Science, 82(7), 1271–1279. https://doi.org/10.1093/ps/82.7.1271

Aviagen. (2022). Ross Broiler Management Handbook: Incubation guidelines. Aviagen Group.

Cobb-Vantress Inc. (2021). Cobb Hatchery Management Guide. Cobb-Vantress.

IL RUOLO DEL G20 NELLA PRODUZIONE E NEL

COMMERCIO MONDIALE DI CARNE

Parte 3: importazioni mondiali di carne

Due articoli precedenti hanno esaminato il ruolo significativo dei Paesi del G191 nella produzione e nelle esportazioni mondiali di carne (Windhorst, 2026, 2026a). Essi hanno rappresentato circa il 70% del volume di produzione dei quattro tipi di carne2 più importanti e il 55% delle esportazioni mondiali di carne. Un articolo successivo indagherà se è esistito un analogo predominio di pochi Paesi nel commercio relativo ai tipi di carne qui esaminati. I risultati hanno mostrato che le esportazioni sono aumentate più rapidamente della produzione, indicando una domanda crescente di carne. Inoltre, si è osservato che la concentrazione delle esportazioni verso soltanto due Paesi era molto elevata per la carne avicola, e verso un solo Paese per la carne ovina e caprina, mentre per suino e bovino quattro Paesi hanno rappresentato oltre l’80% del volume di esportazioni. Questo articolo mira ad analizzare se esistano schemi analoghi nelle esportazioni e nelle importazioni di carne, oppure se queste differiscano.

➤ Hans-Wilhelm Windhorst

Professore Emerito all’Università di Vechta, Germania

Le

importazioni sono cresciute più rapidamente

della produzione

Un confronto tra l’evoluzione a lungo termine della produzione mondiale di carne e delle importazioni di carne mostra che il volume degli scambi è aumentato in misura più marcata rispetto al volume della produzione. Tra il 2010 e il 2024 la produzione globale è aumentata del 28,4%, mentre le importazioni di carne sono cresciute del 45,2%. L’andamento è stato simile nel gruppo G19: qui la produzione è aumentata del 34,3%, ma le importazioni solo del 42,5%, rimanendo al di sotto della media globale. Questo ha avuto ripercussioni sulla quota del G19 nella produzione e nelle importazioni mondiali. La quota del G19

nella produzione è passata dal 72,3% al 75,7% nel periodo esaminato, mentre la quota nelle importazioni è cresciuta soltanto dal 51,4% al 52,7%. La Figura 1 mostra che le importazioni di carne sono aumentate in particolare tra il 2000 e il 2005 e poi nuovamente dopo il 2010, soprattutto per la carne avicola.

Un’analisi comparativa dello sviluppo, distinta per tipo di carne e a partire dal 2010, risulta particolarmente interessante (Tabella 1). A livello globale la carne avicola ha registrato l’aumento assoluto più elevato sia nella produzione sia nelle importazioni; tuttavia, l’aumento relativo è risultato più marcato per le esportazioni di carne bovina, ovina e caprina. In questo caso, però, è necessario tenere conto dei valori iniziali notevolmente più bassi. Questo schema si ripete anche nel gruppo G19. Anche qui il volume di produzione di carne avicola è aumentato molto più rapidamente rispetto agli altri tre tipi di carne. A prima vista sorprende il forte volume di importazione di carne suina. Il crollo della produzione suina in Cina, conseguente alle massicce epidemie di peste suina africana e ai problemi

1 Nell’analisi sono considerati solo i 19 Stati membri, non l’UE (27) né l’Unione africana.

2 Carne avicola, suina, bovina, carne ovina e caprina.

di approvvigionamento che ne sono derivati, ha portato a un forte aumento delle importazioni di altri tipi di carne per diversi anni. La carenza di suini in altri Paesi asiatici, ugualmente colpiti dalla malattia, ha avuto un effetto analogo sul commercio della carne bovina e spiega le alte variazioni percentuali e assolute rilevate.

■ Tabella 1 - Variazioni nella produzione e nelle importazioni di carne a livello globale e nei Paesi G19 tra il 2010 e il 2024

Fonte: elaborazione propria basata sui dati FAO.

Tipo di carne

Carne avicola

Carne suina

Carne bovina

Carne ovina e caprina

È degno di nota che, nonostante l’elevata crescita assoluta della produzione di carne avicola nei Paesi del G19, che ha rappresentato quasi il 94% dell’incremento globale, l’aumento relativo delle importazioni è stato più o meno in linea con la media mondiale. Va considerato che in alcuni Paesi del G19 in Asia, in Europa e in Messico la domanda è aumentata in modo significativo e la produzione è risultata insufficiente a soddisfare il fabbisogno interno, rendendo necessario l’aumento delle importazioni (vedi anche Tabella 2).

Differenze

Tipo di carne

Carne avicola

Carne suina

Carne bovina

Produzione globale Importazioni globali Incremento Incremento

Mil. t %

t %

Produzione G19 Importazioni G19 Incremento Incremento Mil. t % Mil. t %

Carne ovina e caprina 43,93 14,07 7,66 3,89

significative tra esportazioni

e importazioni Paese per Paese

Un confronto tra i Paesi per quanto riguarda le esportazioni e le importazioni di carne mostra analogie, ma anche differenze rilevanti a seconda del tipo di carne. Per la carne avicola, la concentrazione regionale delle importazioni è risultata notevolmente più bassa rispetto a quella delle esportazioni. Mentre Brasile e Stati Uniti hanno rappresentato oltre due terzi del volume esportato, le importazioni risultano più distribuite. I cinque principali Paesi importatori hanno assorbito il 65,8% del volume complessivo di importazioni (Tabella 2).

Un’analisi dettagliata dell’evoluzione nei quattro principali Paesi importatori (Figura 2) mostra una correlazione sorprendentemente marcata nell’incremento

assoluto dei loro volumi di importazione tra il 2010 e il 2024, con valori compresi tra 425.000 tonnellate e quasi 500.000 tonnellate. I tassi di crescita relativa, tuttavia, sono risultati molto diversi: l’aumento del Giappone è stato del 44,0%, mentre quello della Cina ha raggiunto l’85,5%.

Il grafico relativo alla Cina nella Figura 2 mostra che le epidemie di peste suina africana in Cina hanno innescato un raddoppio delle importazioni a partire dal 2019, ma che queste importazioni sono calate significativamente

▲ Figura 1 – L’evoluzione delle importazioni mondiali di carne tra il 1999 e il 2024, suddivisa per tipologia di carne

Elaborazione grafica: A. S. Kauer, basata sui dati FAO.

■ Tabella 2 – Confronto delle quote dei cinque principali Paesi nelle esportazioni e importazioni complessive di carne del gruppo G19 (2024)

Fonte: elaborazione propria basata sui dati FAO.

Carne avicola

Esportazioni

Paese Quota

Brasile

Importazioni

non appena la malattia è stata contenuta. Le importazioni della Germania sono attribuibili al progressivo aumento del consumo pro capite di pollo, che ha fatto scendere il tasso di autosufficienza sotto il 100%. Anche la marcata carenza di carne di anatra e oca ha contribuito alla crescita delle importazioni.

Lo stesso schema si ripete per la carne suina. Anche in questo caso la concentrazione delle importazioni in soli pochi Paesi è risultata circa il 25% inferiore rispetto a quella delle esportazioni, attestandosi al 64,9%.

Un esame più approfondito dei trend di importazione dei quattro principali Paesi rivela differenze significative, come mostrato nei rispettivi grafici della Figura 2. Mentre le importazioni dell’Italia sono rimaste molto stabili nel periodo considerato, aumentando solo dell’8,5%, quelle del Messico sono cresciute di 930.000 tonnellate, pari al 163%.

La Cina ha mostrato fluttuazioni particolarmente ampie: le importazioni si sono più o meno quadruplicate tra il 2010 e il 2024. Dopo un aumento relativamente costante fino al 2018, si è verificato un brusco balzo tra il 2019 e il 2021. Il

picco è stato raggiunto nel 2020, con oltre 4,5 milioni di tonnellate, pari a un incremento relativo del 1.800% rispetto al 2010. Con il successo nel controllo della peste suina africana, le importazioni sono diminuite di 3,4 milioni di tonnellate, ossia del 76%, dal 2021. Questa dinamica insolita ha avuto conseguenze di vasta portata sul commercio mondiale di carne suina. I rapidi aumenti delle esportazioni verso la Cina da parte di alcuni Paesi, come la Spagna, sono stati compensati da altrettanto rapide diminuzioni, causando problemi economici.

Nel settore bovino, anche la concentrazione regionale delle importazioni è risultata inferiore del 13% rispetto a quella delle esportazioni. Tuttavia, sono emerse differenze significative nella distribuzione geografica. Quattro Paesi del continente americano, insieme all’Australia, dominano i mercati di esportazione, mentre tre Paesi asiatici guidano la classifica delle importazioni, con la Cina nettamente al primo posto per le ragioni già menzionate. Sorprendentemente, gli Stati Uniti, nonostante l’elevata produzione interna e l’entità delle proprie esportazioni, si collocano al secondo posto tra i Paesi importatori.

Le dinamiche insolite di questo mercato si riflettono nell’andamento delle importazioni dei quattro principali Paesi. Mentre il volume delle importazioni del Giappone è cambiato solo marginalmente, con un aumento di 76.500 tonnellate, pari al 10,8%, in Cina è cresciuto di 3,6 milioni di tonnellate, ossia del 9.15%, e negli Stati Uniti di 1,1 milioni di tonnellate, pari al 109%. Particolarmente interessanti sono le dinamiche osservate in Cina: le importazioni sono aumentate lentamente fino al 2017, per poi accelerare sensibilmente, raggiungendo un picco provvisorio di 3,6 milioni di tonnellate nel 2024.

Oltre ai problemi di approvvigionamento legati al crollo della produzione suina, che ha reso necessarie importazioni compensative di altre carni, un importante fattore propulsivo è stato l’aumento dei consumi di carne bovina da parte delle fasce di popolazione a reddito più elevato, per le quali essa rappresenta un indicatore di benessere e un simbolo dello status.

Anche il commercio di carne ovina e caprina ha mostrato uno squilibrio notevole tra esportazioni e importazioni. In questo caso, l’Australia, principale esportatore, si contrappone alla Cina, a due Paesi europei e agli Stati Uniti come principali importatori. È interessante notare che Regno Unito e Francia risultavano presenti in entrambi i gruppi di vertice.

Osservando l’andamento complessivo delle quattro tipologie di carne, diventa evidente che Cina, Giappone e Messico erano i Paesi importatori più rilevanti all’interno del gruppo G19. Gli Stati Uniti rappresentavano una destinazione importante solo per la carne bovina. Diversi Paesi europei importavano quantità maggiori di carne avicola e suina;

▲ Figura 2 – L’evoluzione delle importazioni di carne dei quattro principali Paesi importatori del gruppo G19 tra il 2010 e il 2024, suddivisa per tipologia di carne Elaborazione grafica: A. S. Kauer, basata sui dati FAO.

tuttavia, il commercio all’interno dell’UE (27) era più rilevante del commercio con gli altri Paesi del G19. Un’analisi dettagliata dei flussi commerciali lo dovrebbe documentare.

Conclusione: minore concentrazione nelle importazioni rispetto alle esportazioni

L’analisi precedente del ruolo dei Paesi del G19 nelle importazioni mondiali di carne si è concentrata sul verificare se i Paesi dominanti nelle esportazioni rivestissero anche un ruolo di primo piano nelle importazioni. È emerso che, complessivamente, il grado di concentrazione nelle importazioni era inferiore rispetto alle esportazioni e che la composizione dei principali Paesi importatori differiva notevolmente da quella dei Paesi esportatori.

La Figura 3 mostra la quota dei dieci principali Paesi importatori sul totale delle importazioni del gruppo per ciascuno dei quattro tipi di carne. Per la carne avicola e suina non si riscontrava un’elevata concentrazione in pochi Paesi; al contrario, per carne bovina, ovina e caprina la concentrazione risultava significativamente più alta, a causa delle ampie quote detenute da Cina e Stati Uniti.

▲ Figura 3 – Variazioni relative delle importazioni mondiali di carne bovina, suina e avicola tra il 2000 e il 2023 per continente Elaborazione: A. S. Kauer su dati FAO.

In conclusione, si può osservare che i Paesi del G19 dominavano la produzione e le esportazioni di carne. Per quanto riguarda le importazioni, è risultato evidente che, oltre al commercio tra i Paesi membri, le vendite verso Paesi esterni al gruppo hanno rivestito grande importanza per i Paesi con un surplus produttivo.

Riferimenti bibliografici

Food and Agriculture Organization of the United Nations. (n.d.). FAOSTAT. https://www.fao.org/ faostat

Windhorst, H.-W. (2026). The role of the G20 countries in global meat production and trade. Part 1: Production. Zootecnica Poultry magazine, (4).

Windhorst, H.-W. (2026). The role of the G20 countries in global meat production and trade. Part 2: Global meat exports. Zootecnica Poultry magazine, (5).

GESTIONE DEL PESO DELL’UOVO

NELLE OVAIOLE

COMMERCIALI

Ogni varietà commerciale presenta una determinata predisposizione genetica alla produzione di uova in un certo intervallo di peso. All’interno di questo intervallo l’ambiente gioca un ruolo importante nel determinare la dimensione delle uova prodotte. La genetica, il peso corporeo, l’alimentazione e la gestione del programma luce sono i quattro fattori che determinano la dimensione dell’uovo. Essi rappresentano quindi le leve per la gestione del peso delle uova.

I quattro pilastri

Genetica

Hy-Line lavora a livello genetico per ottenere diverse linee di ovaiole commerciali che producano uova di varie pezzature. Il peso dell’uovo è un tratto ereditabile (~40%) che risponde bene alla selezione genetica. Tuttavia, circa il 60% della variazione della dimensione dell’uovo è determinata da fattori non genetici (nutrizione, gestione ecc.). I fattori non genetici possono essere gestiti dall’allevatore per ottenere la pezzatura desiderata. Hy-Line ha raccolto i dati sul peso delle uova e condotto di conseguenza una selezione mirata per decenni. Il dipartimento di ricerca Hy-Line ha lavorato in modo particolare all’ottenimento di una curva del peso dell’uovo che presenti una crescita rapida all’inizio del ciclo produttivo, per poi stabilizzarsi nella fase centrale e infine limitare l’incremento della fase finale (Figura 1). Il numero di uova prodotte e la resistenza del guscio presentano una correlazione negativa con l’incremento del peso dell’uovo nella fase finale del ciclo. Poiché le varietà Hy-Line continuano ad aumentare sia la persistenza in produzione che la

qualità del guscio, esse vedranno quindi il contenimento del peso dell’uovo all’avanzare dell’età produttiva dell’animale.

Peso corporeo

Un fattore strettamente collegato al peso dell’uovo è il peso corporeo della pollastra matura. Gli animali più pesanti e meglio sviluppati producono di più e rispondono meglio alle richieste di variazione del peso dell’uovo. Il peso corporeo è influenzato da molti fattori, inclusi il trattamento del becco, le vaccinazioni, il trasferimento, le malattie e l’alimentazione. Considerando la stretta correlazione tra peso corporeo e peso dell’uovo, il raggiungimento del peso obiettivo e di un’ottimale uniformità del gruppo sono fondamentali per la gestione del peso dell’uovo.

▲ Figura 1 –

Evoluzione del peso dell’uovo per Hy Line Brown, 1990–2015

Alimentazione

L’alimentazione, sia in fase di sviluppo che durante il periodo produttivo, ha un ruolo fondamentale nel determinare il peso dell’uovo. Una corretta alimentazione nella fase di crescita permette di raggiungere o superare il peso corporeo previsto. I cambiamenti di formulazione del mangime durante la fase di svezzamento devono essere attuati al raggiungimento dei pesi di riferimento (non in età prestabilite).

Durante il periodo di deposizione si può variare il peso dell’uovo intervenendo sull’alimentazione. Energia, metionina/cistina, altri aminoacidi digeribili, acido linoleico e lipidi totali possono influenzare direttamente il peso dell’uovo. Questi fattori nutrizionali possono essere quindi gestiti a seconda che si voglia aumentare o diminuire la pezzatura dell’uovo.

Il contenuto proteico della dieta deve essere bilanciato, in modo da assicurare il corretto apporto aminoacidico. Uno sbilanciamento proteico può determinare un cattivo utilizzo degli aminoacidi e un peso dell’uovo non ottimale. Bregendahl (2008) ha stimato il “profilo aminoacidico ottimale” e determinato che il rapporto tra metionina e lisina deve essere almeno pari a 47:100 per supportare la produzione dei massimi livelli di massa uovo.

Per evitare la produzione di uova di pezzatura eccessiva e dal guscio fragile nella parte finale del ciclo, questi elementi devono essere gradualmente ridotti dopo il picco di produzione (30 settimane). Utilizzare una dieta spinta per aumentare la pezzatura dell’uovo può determinare l’assottigliamento del guscio e quindi maggiori rotture.

Anche il fabbisogno di minerali deve essere adeguatamente soddisfatto.

La gestione delle uova di grande pezzatura deve considerare i punti riportati alla fine di questo articolo, per assicurare la qualità del guscio e la resistenza ossea dell’animale. Il peso dell’uovo può essere regolato attraverso l’uso di un regime alimentare suddiviso in fasi. Il peso ottimale dell’uovo sarà più facile da raggiungere formulando i mangimi in base al peso dell’uovo o alla massa totale prodotta e aggiornando costantemente le formule in base a questi parametri. Questa metodologia può essere molto utile per aumentare il peso dell’uovo nella prima fase del ciclo produttivo e per limitarne l’incremento nella fase finale.

Bisogna essere consapevoli del fatto che non solo i livelli nutrizionali, ma tutti gli aspetti della gestione dell’alimentazione possono influenzare la dimensione delle uova. La granulometria del mangime, l’assunzione di acqua, la temperatura dell’acqua e il numero di somministrazioni giornaliere di mangime possono influenzare l’alimentazione degli animali.

Lo stress termico può ridurre il peso delle uova. L’elevata temperatura ambientale, in particolare al di sopra di 33 °C, ha un effetto inibitorio sull’assunzione di mangime. La conseguenza può essere una carenza di nutrienti come proteine (aminoacidi) ed energia, causando quindi una riduzione del peso delle uova. È comune vedere una riduzione della dimensione dell’uovo come conseguenza dello stress da calore. È necessario eseguire quindi aggiustamenti adeguati nella formulazione del mangime per equilibrare l’assunzione effettiva e minimizzare le

▲ Figura 2 – Effetto di differenti programmi luce sul numero totale di ore di luce, età della maturità sessuale e peso dell’uovo

conseguenze dello stress termico. Nei capannoni chiusi ad ambiente controllato la riduzione della temperatura stimolerà l’assunzione di mangime e sosterrà il peso dell’uovo.

Programma luce

Le galline sono sensibili ai cambiamenti della lunghezza del giorno, e questo ha un effetto significativo sulla produzione di uova e sulla dimensione delle stesse (Figura 2). I programmi luce a decrescita lenta (C e D) durante il periodo di sviluppo della pollastra, consentono agli animali di disporre di più ore di luce per alimentarsi e quindi ne stimolano la crescita. Allo stesso tempo, un programma luce a decrescita lenta può anche ritardare la maturità e aumentare la pezzatura delle uova.

I programmi luce a decrescita rapida (A e B) riducono più rapidamente la lunghezza del giorno, determinando una crescita più lenta ma una maturità sessuale più precoce e la produzione di uova di pezzatura inferiore.

L’età a cui si esegue la stimolazione attraverso la luce e il peso corporeo sono fattori che interagiscono tra loro e contribuiscono a determinare l’inizio della deposizione e la dimensione delle uova. La stimolazione luminosa deve essere effettuata in base al peso corporeo e all’uniformità del gruppo. Generalmente la stimolazione precoce in presenza di pesi corporei ridotti accelera la maturità e diminuisce la dimensione delle uova. Al contrario, la stimolazione tardiva in presenza di animali più pesanti ritarderà la maturità e aumenterà la dimensione delle uova. La gallina ha la capacità di produrre una determinata massa d’uovo. Quando il peso dell’uovo varia, il numero

di uova tende a cambiare in modo inverso, mantenendo costante la massa totale.

Suggerimenti per la gestione del peso uovo

Gestione di uova a elevata grammatura:

1. Seguire un programma luce a decrescita lenta durante la fase di sviluppo (12 settimane).

2. Eseguire la stimolazione luminosa a un peso corporeo superiore (Hy-Line Brown 1,40 kg; White 1,27 kg).

3. Utilizzando un programma di alimentazione a fasi, ridurre lentamente e gradualmente il contenuto di energia e metionina/cistina.

a. Formulare la razione prevedendo un contenuto del 10–15% più elevato rispetto ai valori medi di aminoacidi digeribili (mg di aminoacidi digeribili per capo per giorno).

b. L’acido linoleico ha un impatto positivo sulla dimensione delle uova, per aumentare la quale, bisogna utilizzarne 1,5 g per capo al giorno. Adoperare fonti supplementari di olio a elevato contenuto di acido linoleico, come l’olio di semi di soia o semi di lino.

c. Aumentare il contenuto di grassi totali e supplementari nelle formule. Le ricerche hanno dimostrato che a parità di livelli di acido linoleico,

le ovaiole che consumano una maggiore quantità di grasso totale produrranno uova più grandi.

d. Mantenere un apporto energetico ottimale. In situazioni di carenza energetica, le ovaiole utilizzeranno proteine e aminoacidi come fonte di energia, con la conseguente minore disponibilità di aminoacidi e diminuzione della grammatura delle uova. Molti casi di ridotto peso dell’uovo possono ricondursi al basso apporto energetico. Tuttavia, l’ingestione di un’eccessiva quantità di energia, oltre i livelli raccomandati, può causare una minore assunzione di mangime e quindi a sua volta ridurre il peso delle uova.

Gestione di uova a ridotta grammatura:

1. Seguire un programma luce a decrescita rapida in fase di sviluppo (7 settimane).

2. Eseguire la stimolazione luminosa a un peso corporeo inferiore (Hy-Line Brown 1,30 kg; White 1,17 kg).

3. Utilizzando un programma di alimentazione a fasi, effettuare riduzioni sempre graduali ma più ampie di energia, metionina/cistina e aminoacidi totali digeribili.

a. La gestione dell’alimentazione al fine di contenere il peso delle uova è più complessa e genera risultati più lenti rispetto alla gestione per incrementarne il peso.

b. Ridurre la metionina + cistina al rapporto lisina (<84%). Questa riduzione dovrebbe essere effettuata gradualmente per evitare anche la diminuzione della produzione di uova.

c. Controllare l’assunzione totale di aminoacidi digeribili. Gli studi hanno dimostrato che una riduzione dell’assunzione di tutti gli aminoacidi può essere più efficace nel controllare il peso delle uova rispetto alla riduzione di solo metionina e metionina + cistina.

d. Limitare l’assunzione di acido linoleico a 0,9 g/giorno per capo. Passare a una fonte di olio con contenuto di acido linoleico inferiore, come l’olio di palma.

e. Iniziare a gestire il peso dell’uovo con un’alimentazione a fasi almeno 2–3 g prima del peso dell’uovo desiderato. Stabilire livelli chiari sulla quantità di aminoacidi totali assunti per ottenere il peso desiderato.

Per maggiori informazioni, visitare: www.hyline.com

GESTIONE DEL CALDO E NUTRIZIONE

NEGLI ALLEVAMENTI COMMERCIALI

Questo documento fornisce consigli pratici per i responsabili di allevamento al fine di ridurre gli effetti del caldo sui gruppi di avicoli, attraverso la modifica delle pratiche gestionali e nutrizionali, per migliorare il benessere degli animali e limitare l’impatto sulle performance produttive. ◗ TECHNICAL COLUMN

I seguenti punti riassumono i principali fattori gestionali e nutrizionali utili a supportare gli animali negli allevamenti commerciali:

Gestione

Monitorare attentamente gli animali

Osservare segni di stress da caldo come respiro ansimante, ali aperte, riduzione dell’attività o diminuzione dell’assunzione di mangime. Intervenire rapidamente in presenza di questi segnali.

Aumentare la ventilazione

Assicurarsi che tutti i ventilatori funzionino correttamente e siano puliti, e abbassare le impostazioni del termostato durante le ore più fresche per favorire il recupero degli animali. Verificare che le cinghie dei ventilatori siano ben tese e che le strutture siano prive di polvere.

Utilizzare ventilatori e aumentare il movimento dell’aria

Installare ventilatori aggiuntivi o di ricircolo per aumentare la velocità dell’aria sopra gli animali, facilitando la

dispersione del calore e migliorando la sensazione di freschezza (1 ventilatore ogni 120 m², distanziati di 10–15 m).

Utilizzare il raffrescamento evaporativo

In condizioni di clima secco, utilizzare sistemi di nebulizzazione o di fogging per ridurre la temperatura dell’ambiente. Utilizzare solo quando l’umidità non è troppo elevata.

Garantire abbondante acqua fresca

Controllare regolarmente le linee d’acqua e gli abbeveratoi e aumentare la disponibilità di acqua, poiché gli animali possono bere di più durante i periodi caldi (anche il doppio). L’acqua può essere raffreddata mediante spurghi periodici delle linee.

Ridurre la densità di allevamento

Se possibile, diminuire il numero di animali per capannone al momento dell’accasamento per contenere la temperatura e migliorare la ventilazione, considerando che la principale fonte di calore è costituita dagli stessi animali.

Isolare i capannoni

Verificare che il capannone sia ben isolato per evitare l’accumulo di calore interno. Una scarsa coibentazione del tetto può creare un effetto “forno”, riscaldando l’ambiente anche se la temperatura esterna non è particolarmente elevata.

Mantenere la lettiera asciutta

Evitare lettiere umide, che possono aggravare lo stress da caldo e aumentare l’umidità all’interno del capannone.

Programmazione delle attività

Evitare di manipolare o spostare gli animali nelle ore più

calde della giornata. Operazioni come movimentazione, pesatura, vaccinazione, aggiunta o rivoltamento della lettiera dovrebbero essere effettuate nelle ore più fresche.

Stimolare l’ingestione di mangime

Favorire l’assunzione di mangime al mattino e alla sera, oppure durante la notte, quando le temperature sono più basse.

Nutrizione

Valutare il grado di riduzione dell’ingestione di mangime durante i periodi di caldo e calcolare l’aumento della densità nutritiva necessario per compensare tale riduzione. L’ingestione può diminuire fino al 30% durante il caldo. Ne risente l’assunzione di nutrienti importanti per la crescita.

Adottare diete a maggiore densità nutrizionale per sostenere le performance in condizioni di alte temperature. Aumentare la densità di amminoacidi digeribili e dei minerali.

Concentrare le modifiche nutrizionali sulle diete di accrescimento e finissaggio.

La produzione di calore è più elevata negli animali più grandi e a crescita rapida.

Mantenere la densità energetica della dieta: un eccesso può ridurre l’ingestione e compromettere le performance.

Ridurre la quota di amido, poiché ha un incremento

termico maggiore rispetto ai lipidi. Aumentare l’inclusione di oli nella dieta poiché presentano un valore energetico più elevato e vengono metabolizzati con un minor carico metabolico rispetto ai carboidrati.

Limitare l’eccesso di proteina grezza: ciò riduce il carico metabolico durante lo stress da caldo e il costo energetico dell’escrezione dell’azoto in eccesso. Una riduzione anche dello 0,5% della proteina grezza (mantenendo densità ed equilibrio amminoacidico) è stata associata a migliori performance in condizioni di caldo.

Mantenere il corretto bilanciamento degli amminoacidi, in particolare per gli amminoacidi meno limitanti.

Integrare la dieta con elettroliti per compensare le perdite durante lo stress termico.

L’integrazione con vitamine A, D, C, E e del gruppo B può supportare le performance e la vitalità. Aumentare l’apporto di micronutrienti all’inizio del periodo caldo e mantenerlo durante tutto lo stress termico.

Fornire oligoelementi in forma organica, più biodisponibili rispetto a quelli inorganici, per sostenere gli animali durante il caldo.

Ottimizzare la qualità fisica del mangime (sbriciolato e pellet) per facilitare l’ingestione e ridurre il tempo e l’energia necessari per consumare il pasto.

Articolo fornito da © Aviagen Turkeys

LA PRIMA SETTIMANA COME TERAPIA:

RIPENSARE ALLA FASE NEONATALE DEL BROILER IN OTTICA PREVENTIVA

I primi 7–10 giorni di vita rappresentano la fase biologicamente più critica dell’intero ciclo produttivo del broiler commerciale. In questo ristretto arco temporale il pulcino affronta una transizione fisiologica estrema: dal metabolismo embrionale lipido-dipendente (riassorbimento del sacco vitellino) a un’alimentazione esogena glucidico-proteica, sviluppando contestualmente i sistemi termoregolatorio, digerente e immunitario. Le moderne linee genetiche a elevato accrescimento (Ross 308/708, Cobb 500/700, Hubbard) esaltano questa fragilità, rendendo qualsiasi errore gestionale fisiologicamente amplificato. Il presente articolo analizza, con approccio clinico veterinario integrato, i meccanismi fisiopatologici alla base delle principali sindromi della prima settimana (onfalite/YSI, starve-outs, ascite precoce, SDS, aspergillosi e rachitismo precoce) specificando la corretta gestione dei soggetti all’accasamento, fornendo tabelle di riferimento per parametri ambientali e produttivi, diagnostica necroscopica e protocolli di troubleshooting utili al medico veterinario di campo e agli operatori del settore avicolo.

La finestra neonatale: una fase critica

La mortalità della prima settimana (First Week Mortality, FWM) costituisce il parametro sentinella per eccellenza nella valutazione dell’efficienza dell’incubatoio e delle pratiche di accasamento. Una FWM superiore all’1% deve essere considerata un segnale d’allarme clinico che richiede un’indagine diagnostica sistematica. I moderni ibridi commerciali (selezionati per un rapporto eccezionale

tra accrescimento muscolare e consumo di mangime) possiedono tassi di crescita che si traducono in una domanda metabolica e cardiopolmonare già elevatissima nella prima settimana.

Il pulcino alla schiusa è, sotto il profilo termoregolatorio, sostanzialmente un organismo poichilotermo: la maturazione ipotalamica necessaria alla termoregolazione autonoma si completa solo intorno ai 7–10 giorni di vita. Parallelamente, l’intestino è morfologicamente immaturo, con villi corti e scarsa attività enzimatica pancreatica, e il sistema immunitario mucosale (Gut-Associated Lymphoid Tissue, GALT) dipende dalla stimolazione antigenica

precoce fornita dall’alimentazione esogena. Queste tre variabili convergono in una finestra temporale in cui ogni errore gestionale o infettivo produce conseguenze irreversibili sullo sviluppo produttivo e sanitario della covata.

Gestione ambientale: parametri target della prima settimana di vita

La costruzione di un microclima adeguato è la misura preventiva più efficace a disposizione del veterinario e dell’allevatore. Il preriscaldamento del capannone deve iniziare 24–72 ore prima dell’accasamento, con particolare attenzione alla temperatura della lettiera (misurata in più punti, a diversi livelli, con termometro a contatto), che è il parametro critico più frequentemente trascurato nella pratica di campo. Le indicazioni operative sintetiche sono riportate in Tabella 1.

Monitoraggio del comportamento degli animali I pulcini vanno lasciati in tranquillità per le prime ore post-accasamento, in modo da favorirne l’ambientazione; intanto andranno verificati alcuni parametri ambientali (intensità e uniformità della luce, ventilazione minima e corretta apertura delle finestrelle).

La valutazione strumentale non sostituisce l’osservazione del comportamento degli animali: pulcini distribuiti uniformemente nell’area di svezzamento, vocalizzazione attiva e accesso regolare ad acqua e mangime indicano un corretto comfort termico; l’ammucchiarsi al di sotto delle fonti di calore è il segnale più precoce e affidabile di ipotermia; la dispersione periferica con abbassamento delle ali e respiro a becco aperto indica ipertermia. L’integrazione di entrambe le fonti di informazione (strumentale + comportamentale) è imprescindibile per una gestione clinicamente rigorosa.

La copertura dell’area di svezzamento con carta biodegradabile su cui è distribuito mangime starter deve essere di almeno il 70–80% della superficie, agevolando l’individuazione visiva del cibo da parte dei pulcini nelle

■ Tabella 1

prime ore di vita, quando la capacità di localizzare le mangiatoie tradizionali non è ancora pienamente sviluppata. Così come il mangime, l’acqua rappresenta uno dei fattori chiave per lo svezzamento del pulcino: dalla qualità (interpretata con parametri chimico-fisici) e dalla temperatura della stessa, si passa al controllo sistematico delle linee d’abbeverata (nipples e tazzine compresi) per corretto riempimento e per corretta erogazione, oltre che alla verifica dell’altezza degli abbeveratoi, in tutti i punti dell’area di svezzamento. Ciò contribuisce anche al mantenimento di una corretta umidità ambientale (espressa come umidità relativa, UR), favorendo l’acclimatazione degli animali e prevenendo, al contempo, fenomeni di disidratazione e starve-out (inedia da mancato consumo di mangime).

Early feeding, GALT e fase di transizione nutrizionale

L’accesso immediato a mangime e acqua al momento dell’accasamento (definito in letteratura come early feeding) è un requisito biologico, non una semplice buona pratica. L’assunzione di mangime entro le prime ore innesca una cascata di eventi fisiologici interdipendenti:

• secrezione degli enzimi pancreatici (lipasi, proteasi, amilasi), necessari per il riassorbimento ematico del sacco vitellino residuo.

• proliferazione dei villi intestinali: ritardi superiori alle 24 ore inducono un’atrofia irreversibile, con riduzione dell’area d’assorbimento intestinale e malassorbimento cronico.

• maturazione del GALT: la stimolazione antigenica precoce è necessaria allo sviluppo della Borsa di Fabrizio e della milza e alla produzione di anticorpi in risposta alle profilassi vaccinali.

• colonizzazione del microbiota: la competizione microbica precoce (principio dell’esclusione competitiva) riduce la colonizzazione da parte di agenti patogeni come Salmonella spp. e Clostridium perfringens

Il monitoraggio del riempimento del gozzo (crop check) a 2, 8–12 e 24 ore dall’accasamento è lo strumento clinico più immediato e affidabile per valutare l’efficacia dell’early feeding. Un gozzo pieno e morbido indica assunzione combinata di mangime e acqua; un gozzo vuoto indica inedia (starve-out); un gozzo duro indica assunzione di solo mangime, con scarso approvvigionamento idrico.

Verifica della qualità del pulcino: principali

parametri

La valutazione della qualità del pulcino al momento dell’accasamento rappresenta un momento diagnostico fondamentale, in grado di predire le performance produttive del gruppo e di individuare tempestivamente criticità legate all’incubazione, alla gestione dell’uovo da cova o al trasporto. I principali parametri morfologici e comportamentali da esaminare comprendono: la qualità

della chiusura dell’ombelico e dell’addome (assenza di residui, croste o segni di onfalite, addome palpabile e asciutto, assenza di rigonfiamenti), il colore e l’integrità degli arti (colorito giallo omogeneo, assenza di lesioni/ infiammazioni o tumefazioni articolari), l’aspetto degli occhi (vivacità, apertura completa), la conformazione del becco (assenza di difetti, narici pulite), il tono posturale e il livello di reattività agli stimoli. A questi si aggiunge la valutazione delle vocalizzazioni, indicatore indiretto dello stato di benessere e della vitalità del gruppo.

Il Pasgar score utilizza questi criteri, suddivisi in cinque macrocategorie – arti inferiori, becco, qualità dell’addome (intesa come completo riassorbimento del sacco vitellino e chiusura ombelicale con guarigione completa) e riflessi –, attribuendo a ciascuna di esse un valore da 0 a 2, per assegnare un punteggio totale di massimo 10. Gruppi di animali con punteggio ≥8 sono considerati di buona qualità; valori compresi tra 6 e 7 indicano una qualità accettabile ma da monitorare; punteggi ≤5 segnalano una qualità scadente che richiede indagine sulle cause.

Al momento dello scarico è importante rilevare la temperatura rettale dei soggetti, effettuando misurazioni singole, da punti/zone diverse del mezzo di trasporto, mediante strumentazione adeguata (es. Thermoscan): così facendo è possibile valutare la dispersione del gruppo e gli eventuali scostamenti dal range previsto di 39,5–40,5 °C. Se la temperatura risultasse bassa, i soggetti farebbero fatica ad assumere acqua e mangime nelle prime ore, con potenziale disomogeneità nello sviluppo, fenomeni di mancato riassorbimento del sacco vitellino e relativa mortalità. Diversamente, se la temperatura è elevata, i pulcini potrebbero andare incontro a fenomeni di disidratazione, con quadri depressi/letargici. Allo stesso modo, un altro parametro fondamentale da rilevare all’arrivo degli animali è il peso corporeo. Questo dovrebbe essere misurato mediante la pesatura singola di almeno 100 pulcini, prelevati in maniera casuale dalle casse. I singoli dati vanno elaborati per calcolare il peso medio e l’uniformità, parametri utili al calcolo del coefficiente di variabilità (CV): in generale un CV tra il 6 e il 7% risulta buono (85–90% di uniformità); non dovrebbero risultare differenze tra il CV iniziale e quello rilevato a 7 giorni (se oltre 3–4% è un segnale di peggioramento nella gestione dei primi giorni d’allevamento). Inoltre, il peso corporeo risulta un fattore predittivo (in condizioni buone) del peso a 7 giorni d’età: quest’ultimo dovrebbe avvicinarsi a un minimo di 4,5 volte rispetto al peso iniziale.

Punti chiave: performance e azioni correttive

Il veterinario e gli operatori devono disporre di un sistema quantitativo di riferimento per valutare l’andamento della settimana e identificare precocemente le deviazioni dalla norma. La Tabella 2 sintetizza i principali indicatori di performance e le soglie operative che impongono un’azione correttiva immediata.

Eziopatogenesi e diagnostica delle principali problematiche

Le patologie della prima settimana del broiler condividono spesso una fisiopatologia multifattoriale in cui stress gestionale, immaturità immunitaria e sfide infettive si intersecano in modo sinergico.

Tra le condizioni di natura infettiva troviamo la Yolk Sac Infection (YSI) che, nei quadri complicati di onfalite, rappresenta una delle problematiche setticemiche neonatali più frequenti, sostenute nel 70–87% dei casi da Escherichia coli e, più raramente, da Staphylococcus aureus, Salmonella spp. ed Enterococcus spp. La mancata chiusura dell’ombelico consente la contaminazione batterica ascendente del sacco vitellino, determinando un quadro di letargia, addome disteso e cute bluastra con exitus entro i primi 3–7 giorni di vita. All’esame necroscopico si riscontra un sacco vitellino di dimensioni aumentate, di consistenza caseosa o acquosa e odore fetido, frequentemente associato a peritonite fibrinosa, pericardite e periepatite, in caso di colibacillosi sistemica.

Tale patologia merita un approfondimento specifico per le sue implicazioni nell’ambito della gestione dell’antimicrobicoresistenza. In Italia e in Europa, la resistenza acquisita di E. coli aviari ai β-lattamici (ceppi ESBL-produttori), alle tetracicline e ai fluorochinoloni è ampiamente documentata e direttamente correlata all’uso preventivo indiscriminato di antibiotici nella prima settimana di vita del pulcino. La terapia antibiotica nei soggetti con grave setticemia da YSI risulta frequentemente inefficace: le concentrazioni tissutali a livello del sacco vitellino (substrato anaerobico e nutrientericco) sono raramente sufficienti per eradicare l’infezione e la mortalità segue il proprio decorso indipendentemente dal trattamento. L’approccio corretto è pertanto preventivo, fondato sull’audit sistematico in incubatoio (temperatura e umidità di schiusa, igiene di attrezzature debeccatrici, sanificazione dei vassoi), sull’eliminazione delle uova igienicamente scarse, sul preriscaldamento della lettiera e su una rigorosa biosicurezza all’ingresso del capannone. L’eventuale impiego di antimicrobici per via idrica deve essere sempre supportato da esame colturale e antibiogramma, nel rispetto dei principi sanciti dal Regolamento UE 2019/6 e dal PNCAR.

■ Tabella 2

Di natura non infettiva ma a elevato impatto produttivo sono gli starve-outs e la disidratazione precoce, condizioni determinate esclusivamente da fattori gestionali: il mancato accesso a mangime e acqua nelle prime 24 ore di vita induce una grave deplezione glicogenica, rilevabile al crop check, come gozzo vuoto o di consistenza dura. Il riscontro necroscopico evidenzia fegato pallido con esaurimento del glicogeno, reni pallidi e depositi di urati (uricosi). La correzione immediata dei parametri ambientali (temperatura e umidità relativa) insieme all’incremento della superficie di copertura con carta al 70–80% e all’integrazione in acqua di abbeverata con elettroliti e vitamine per 3–5 giorni, costituisce il protocollo gestionale di riferimento. Tra le patologie di interesse cardiovascolare e metabolico si ritrova l’ascite originata da un’ipertensione polmonare secondaria a ipossia (Pulmonary Arterial Hypertension, PAH), determinata da temperature insufficienti o elevate concentrazioni di CO₂ e/o da un ritmo di accrescimento eccessivamente rapido. Il sovraccarico del ventricolo destro esita in produzione di trasudato addominale di colore citrino, con ipertrofia ventricolare destra, congestione epatica e polmoni edematosi alla necroscopia. Analogamente, la Sudden Death Syndrome, o sindrome da morte improvvisa (SDS, o flip-over), colpisce prevalentemente soggetti

maschi a crescita rapida attraverso aritmie ventricolari fatali, con picco di mortalità tra i 14 e i 28 giorni di vita (anticipato negli ibridi super-precoci) e assenza di lesioni viscerali macroscopiche all’esame anatomo-patologico. Per entrambe le condizioni non esistono terapie efficaci: la prevenzione si basa sull’ottimizzazione della ventilazione e della temperatura, sulla riduzione della densità di allevamento e, nel caso della SDS, sulla modulazione della velocità di accrescimento precoce attraverso programmi nutrizionali starter ridotti.

Per quanto riguarda le patologie infettive di altra natura, l’aspergillosi da Aspergillus fumigatus rappresenta un’urgenza diagnostica, poiché non esistono protocolli terapeutici praticabili in allevamento: i triazoli (itraconazolo, voriconazolo) presentano costi proibitivi per l’impiego di massa e scarse prove di efficacia in medicina aviare di animali da produzione. L’inalazione massiva di conidi nelle prime 24–72 ore di vita determina un quadro di dispnea grave, gasping e cianosi del becco, con mortalità che può raggiungere il 50% nei focolai conclamati. La lesione necroscopica patognomonica è rappresentata da noduli granulomatosi biancastri multifocali a livello di polmoni, trachea e sacchi aerei, con micelio visibile alla luce UV. La prevenzione richiede l’analisi micologica sistematica della

■ Tabella 3

lettiera prima dell’accasamento (mediante piastratura su terreno di Sabouraud e incubazione a 37 °C per 48–72 ore) come protocollo di routine nei capannoni, con storia anamnestica di problematiche respiratorie precoci, nonché un rigoroso audit in incubatoio. Infine, le patologie scheletriche, come il rachitismo, e dismorfismi, quali lo splay legs e la discondroplasia tibiale, riconoscono un’eziopatogenesi nutrizionale o da malassorbimento secondario a enteriti precoci, con deficit di calcio, fosforo disponibile e vitamina D3. Il quadro necroscopico evidenzia deformità costali, crescita cartilaginea distorta ed epifisi ingrossate, confermabili mediante diafanizzazione ossea. La formulazione ottimale dello starter (Ca 1,0%; P disponibile 0,45%; vitamina D3 ≥2.000 UI/kg), abbinata al mantenimento di una lettiera asciutta e non scivolosa, costituisce il presidio preventivo fondamentale.

Guida al troubleshooting veterinario

La diagnosi clinica nella prima settimana è essenzialmente una diagnosi di problematiche gestionali. Il veterinario deve essere in grado di correlare i segni clinici di allevamento con i fattori predisponenti e tradurli in azioni correttive precise, rapide e misurabili. La Tabella 3 fornisce uno schema operativo per i principali scenari riscontrati in campo.

Conclusioni

Il successo produttivo e sanitario del broiler si costruisce nei primi 7 giorni di vita. Di fondamentale importanza risultano la corretta gestione e l’attento monitoraggio, nella prima settimana, da parte degli operatori coinvolti. L’approccio a questa fase non può essere ridotto alla gestione delle emergenze patologiche: deve essere strutturalmente preventivo, quantitativo e integrato tra incubatoio, trasporto e allevamento.

I dati della letteratura convergono in modo inequivocabile: ogni grammo di peso guadagnato in più a 7 giorni si traduce in 5–10 grammi di peso vivo in più alla macellazione, con impatti significativi sull’indice di conversione, la mortalità totale e la qualità della carcassa. La termoregolazione comportamentale del pulcino (non il termometro) è l’indicatore clinico più precoce e affidabile del comfort ambientale. Le necroscopie sistematiche, la biometria settimanale e un crop check rigoroso a 24 ore sono gli strumenti diagnostici fondamentali che ogni veterinario e operatore del settore avicolo devono padroneggiare e documentare.

Risulta allo stesso modo efficace, nell’interrompere i cicli ricorrenti di patologia neonatale, una partnership strutturata con l’incubatoio, basata su valutazioni quantitative (mortalità cumulativa, qualità del pulcino all’arrivo, percentuale di garretti rossi ecc.). Infine, in un contesto normativo europeo sempre più stringente sul piano per la lotta all’antimicrobico-resistenza, la prevenzione ambientale e strutturale non è più un’opzione: è l’unica risposta clinicamente sostenibile.

TECHNOSPORE®:

UN SINGOLO CEPPO MOLTI POTERI

A differenza degli antibiotici, i probiotici sono microrganismi vivi con numerose modalità d’azione che favoriscono un microbioma “sano”, ottimizzano l’ambiente intestinale, migliorano la digestione e stimolano il sistema immunitario. Poiché la salute degli animali è strettamente legata a un intestino “sano”, i probiotici offrono una soluzione promettente per migliorare il benessere generale e il potenziale genetico. In passato era necessario scegliere tra batteri sporigeni, per la loro stabilità, o batteri lattici, per la loro elevata capacità di produzione di acido lattico. Tuttavia, esiste una nuova soluzione 2 in 1 che sfrutta i vantaggi di entrambi.

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Numerose pubblicazioni scientifiche dimostrano che i probiotici sono uno strumento altamente efficace nell’alimentazione animale perché possono migliorare la salute e le prestazioni. In particolare, il Bacillus sporigeno e i batteri lattici (LAB) sono probiotici comunemente utilizzati per una produzione animale più efficiente. I probiotici a base di Bacillus sono ben noti per la loro resistenza al calore in forma di spore. Ciò li rende ideali per diverse formulazioni e tipi di mangimi, compresi i mangimi in pellet. Insieme ad altre modalità d’azione, come la produzione di enzimi digestivi, questi probiotici inibiscono i patogeni Gram-positivi intestinali. D’altra parte, i probiotici a base di LAB producono elevate quantità di acido lattico, che migliora l’ambiente intestinale abbassando il pH, portando alla stimolazione dei batteri intestinali benefici e alla soppressione dei patogeni Gram-negativi. Tuttavia, i

probiotici LAB sono sensibili al calore e alla pressione, il che li rende inadatti ai mangimi in pellet. Sebbene ogni ceppo probiotico presenti caratteristiche e punti di forza specifici, è generalmente noto che tutti migliorano le prestazioni degli animali, tra cui l’incremento ponderale giornaliero e l’efficienza alimentare.

Bacillus coagulans: un ceppo, molti talenti

Il B. coagulans è un microrganismo davvero unico che unisce i benefici dei probiotici a base di Bacillus e di quelli a base

▲ Figura 1 – Effetto del B. coagulans DSM 32016 sulle prestazioni di crescita, l’indice di conversione alimentare, la digeribilità dei nutrienti, l’efficienza produttiva e l’uniformità del gruppo DWG, aumento di peso giornaliero; FCR, indice di conversione alimentare; CP, proteine grezze; GE, energia lorda; EPEF, fattore europeo di efficienza produttiva; FU, uniformità del gruppo. *, p ≤0,05.

di batteri lattici (LAB). Gode di un’ottima reputazione in ambito medico come probiotico in grado di sostenere in modo affidabile la salute intestinale, il sistema immunitario e il benessere generale dell’uomo. Il B. coagulans viene utilizzato principalmente per il trattamento dei disturbi gastrointestinali, tra cui diarrea, dolori addominali, problemi digestivi e proliferazione eccessiva di batteri nocivi. Agendo come agente antidiarroico che sostiene l’integrità gastrointestinale e previene la perdita di peso, il B. coagulans è anche altamente efficace nel trattamento della disbiosi intestinale indotta dagli antibiotici. Jäger et al. hanno riassunto i suoi eccezionali benefici sulla digeribilità delle proteine nel 2018. Secondo la letteratura, il probiotico aumenta efficacemente l’utilizzo delle proteine alimentari, migliorando l’assorbimento intestinale degli aminoacidi e la salute muscolare. Infatti, il B. coagulans ha migliorato l’utilizzo delle proteine del 10% nei suini.

Bacillus coagulans DSM 32016 e performance avicole

Biochem ha utilizzato il proprio know-how ad ampio spettro per sviluppare un proprio probiotico affidabile a base di B. coagulans DSM 32016, il primo ceppo di B. coagulans approvato dalla Commissione Europea per l’alimentazione animale. Analogamente ai ceppi di B.

coagulans utilizzati in medicina umana, il B. coagulans DSM 32016 ha dimostrato risultati straordinariamente positivi nel migliorare le prestazioni e la salute generale degli animali da allevamento. L’impatto positivo del B. coagulans DSM 32016 è stato dimostrato in numerosi studi in tutto il mondo. In un recente studio sui polli da carne con pulcini di un giorno (Abor Acres, Thailandia 2021), il B. coagulans DSM 32016 ha mostrato un notevole impatto sulla salute e sulla forma fisica complessive. Rispetto al gruppo di controllo, il probiotico ha migliorato l’aumento di peso giornaliero (DWG) e aumentato la digeribilità del mangime, come dimostrato da una significativa riduzione dell’indice di conversione alimentare (FCR) (Figura 1). Infatti, i polli da carne alimentati con il probiotico hanno mostrato una migliore digeribilità delle proteine grezze (CP) e sono stati in grado di estrarre significativamente più energia (GE) dal mangime ingerito. Di conseguenza, il fattore di efficienza produttiva europeo (EPEF) è stato migliorato, un risultato basato anche su un aumento di quasi l’1% del tasso di sopravvivenza. Il B. coagulans DSM 32016 ha inoltre migliorato significativamente l’uniformità del gruppo (FU), un parametro importante per l’ottimizzazione della formulazione del mangime o della lavorazione delle carcasse, nonché per le vendite finali.

Inoltre, le analisi microbiologiche hanno dimostrato le sue proprietà di modulazione del microbioma. La somministrazione del probiotico ha aumentato la presenza

▲ Figura 2 – Effetto del B. coagulans DSM 32016 sul microbiota dell’ileo dei polli da carne CFU, unità formanti colonie.

di batteri benefici per la salute e ridotto quella dei batteri nocivi. Il miglioramento della salute intestinale e della digeribilità può contribuire a migliorare la consistenza delle feci, aumentando così la qualità della lettiera e la salute podale. Infatti, la valutazione delle feci ha indicato una migliore consistenza delle feci negli animali alimentati con B. coagulans DSM 32016. Allo stesso modo, il contenuto di umidità della lettiera è stato ridotto. Sebbene nessuno dei polli presentasse lesioni gravi ai cuscinetti plantari, le discromie iniziali delle zampe erano significativamente meno frequenti nei polli da carne trattati con il probiotico.

Conclusioni

La salute degli animali da allevamento dipende dallo stato del loro intestino. Il B. coagulans DSM 32016 è stato appositamente sviluppato per proteggere l’integrità intestinale e contribuire a mantenere un microbiota equilibrato. Gli studi più recenti indicano chiaramente le numerose proprietà benefiche del B. coagulans DSM 32016 e la sua capacità di migliorare:

• l’equilibrio microbico e l’integrità intestinale;

• le prestazioni degli animali e la digeribilità del mangime;

• l’uniformità del gruppo e l’efficienza produttiva;

• la qualità della lettiera e la salute podale.

Il B. coagulans DSM 32016 è un prodotto unico e versatile per la salute e la produttività dei vostri animali.

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L’UTILIZZO DEGLI ENZIMI NELLE DIETE

DEL POLLO DA CARNE

L’impiego di enzimi esogeni nella nutrizione del pollo da carne rappresenta una strategia ampiamente consolidata per incrementare l’efficienza alimentare, ridurre i costi di produzione e limitare l’impatto ambientale dei sistemi avicoli. Fitasi, carboidrasi e proteasi contribuiscono ad aumentare la disponibilità e la digeribilità dei nutrienti, mitigando gli effetti anti-nutrizionali delle materie prime di origine vegetale e sostenendo le performance produttive dei broiler.

➤ Francesca Leone

Dottoressa in Scienze e Tecnologie delle Produzioni

Animali, dottoranda in Scienze Ambientali

Introduzione

Negli ultimi decenni la nutrizione del pollo da carne ha visto un incremento significativo dell’impiego di enzimi esogeni con l’obiettivo di migliorare l’efficienza alimentare, ridurre i costi produttivi e contenere l’impatto ambientale. Le analisi di mercato indicano che oltre il 45% dei mangimi per avicoli incorpora ormai additivi enzimatici, con previsioni di crescita continua grazie all’ampia diffusione di fitasi, carboidrasi e proteasi nelle formulazioni. Oltre agli aspetti produttivi, l’impiego enzimatico offre vantaggi al microbiota intestinale e riduce l’escrezione di nutrienti, dimostrando un ruolo centrale per la sostenibilità dell’intera filiera.

Gli enzimi maggiormente impiegati nell’alimentazione del broiler includono fitasi, carboidrasi (xilanasi, β-glucanasi, cellulasi, mannasi) e proteasi. Ognuna di queste categorie svolge funzioni specifiche, spesso complementari, che migliorano la disponibilità di nutrienti e la digestione.

Fitasi

La fitasi rappresenta l’enzima maggiormente utilizzato nei mangimi destinati ai polli da carne. La sua azione catalitica si esplica attraverso l’idrolisi dell’acido fitico, principale forma di accumulo del fosforo nelle matrici vegetali, che risulta scarsamente biodisponibile per gli animali monogastrici a causa dell’assenza di adeguata attività fitasica endogena. L’inclusione della fitasi nella dieta consente la liberazione del fosforo legato, nonché di calcio, oligoelementi e amminoacidi complessati, riducendo la necessità di integrazione con fonti minerali inorganiche e determinando una significativa

diminuzione dell’escrezione fecale di fosforo. Attualmente le fitasi costituiscono oltre il 39% del mercato globale degli enzimi per mangimi, confermandosi il segmento predominante sia in termini di volume sia di valore economico; la loro diffusione continua ad aumentare in virtù dei consistenti benefici produttivi, economici e ambientali. A dosaggi elevati, la supplementazione fitasica è in grado di ripristinare parametri produttivi e fisiologici nei broiler alimentati con diete a basso contenuto di fosforo, raggiungendo livelli comparabili a quelli ottenuti con formulazioni nutrizionalmente ottimali, con un contestuale miglioramento dell’efficienza alimentare e una marcata riduzione dell’impatto ambientale legato alla dispersione del fosforo.

Carboidrasi

Le carboidrasi rappresentano una classe fondamentale di enzimi esogeni impiegati per la degradazione dei polisaccaridi non amidacei (NSP), quali arabinoxilani, β -mannani, e β -glucani, componenti strutturali delle pareti cellulari delle materie prime di origine vegetale. Nei polli da carne, questi NSP esercitano un effetto anti-nutrizionale aumentando la viscosità del contenuto intestinale e limitando l’azione degli enzimi digestivi, con conseguente riduzione della digestione e dell’assorbimento dei nutrienti. L’inclusione di carboidrasi esogene consente di ridurre la viscosità intestinale, migliorare la disponibilità e l’assorbimento dei nutrienti, incrementare l’energia metabolizzabile e modulare favorevolmente il microbiota intestinale.

Tra le carboidrasi maggiormente utilizzate, le xilanasi risultano particolarmente efficaci nella degradazione degli arabinoxilani. Tali enzimi, prodotti prevalentemente da funghi e batteri (ad esempio Aspergillus spp. e Bacillus spp.), favoriscono l’idrolisi della fibra insolubile presente in cereali come frumento, orzo e segale. È stato evidenziato come la struttura chimica degli arabinoxilani vari significativamente tra differenti specie cerealicole e persino tra varietà della stessa specie, influenzando la risposta alla supplementazione con xilanasi e l’entità della riduzione della viscosità intestinale. La degradazione degli NSP determina un miglioramento della digeribilità energetica, limita fenomeni fermentativi indesiderati e riduce il rischio di proliferazione di patogeni intestinali associati a un’elevata viscosità del contenuto digerente. Numerosi studi hanno inoltre dimostrato che la supplementazione di xilanasi può migliorare l’efficienza alimentare anche in condizioni di ridotto apporto energetico. In prove condotte su broiler Cobb 500, diete formulate con un livello inferiore di energia metabolizzabile hanno evidenziato un peggioramento delle performance produttive; tuttavia, l’inclusione di xilanasi ottenuta da Bacillus subtilis ha consentito di compensare parzialmente la riduzione energetica, migliorando l’accrescimento e l’indice di conversione alimentare (ICA) nelle fasi finali del ciclo produttivo.

La β-mannanasi, sebbene meno diffusa rispetto alla xilanasi, svolge un ruolo rilevante nella degradazione dei mannani

e dei galattomannani, polisaccaridi non amidacei presenti principalmente nelle leguminose (soia, pisello, guar) e in diversi sottoprodotti vegetali utilizzati nell’alimentazione del pollame. Questi composti, appartenenti alla frazione emicellulosica delle pareti cellulari, esercitano un marcato effetto anti-nutrizionale nei polli da carne, aumentando la viscosità del contenuto intestinale, riducendo la digeribilità dei nutrienti e interferendo con l’utilizzo delle proteine. Un aspetto peculiare dei β-mannani è la loro capacità di stimolare in modo aspecifico il sistema immunitario intestinale, mimando segnali associati alla presenza di patogeni e determinando una risposta infiammatoria non necessaria. Tale attivazione immunitaria comporta un dispendio energetico che sottrae risorse ai processi di crescita e deposizione tissutale, con conseguente peggioramento dell’efficienza alimentare. L’inclusione di β-mannanasi esogene consente l’idrolisi dei mannani, riducendo la viscosità intestinale e attenuando l’effetto antinutrizionale di questi polisaccaridi. Numerosi studi hanno evidenziato che la supplementazione con β-mannanasi migliora la digeribilità della proteina grezza e dell’energia metabolizzabile, riduce l’attivazione immunitaria non necessaria e si traduce in un miglioramento della crescita e dell’ICA, in particolare in diete contenenti elevate quote di leguminose o sottoprodotti ricchi in galattomannani.

Le β-glucanasi rappresentano un’ulteriore classe di carboidrasi di rilevanza nutrizionale nelle diete per polli da carne, in particolare quando vengono impiegati orzo e avena. Esse sono specificamente coinvolte nell’idrolisi dei β-glucani, polisaccaridi non amidacei costituiti da unità di glucosio legate da legami β-1,3 e β-1,4, localizzati nelle pareti cellulari delle materie prime vegetali. Anche i β-glucani esercitano un marcato effetto anti-nutrizionale aumentando la viscosità del contenuto intestinale, rallentando il transito digerente e compromettendo il contatto tra nutrienti ed enzimi digestivi. L’elevata viscosità intestinale interferisce in particolare con i processi di emulsione lipidica, ostacolando l’azione dei sali biliari e delle lipasi pancreatiche e riducendo la formazione delle micelle necessarie per l’assorbimento degli acidi grassi. Tali alterazioni favoriscono inoltre condizioni predisponenti alla disbiosi, con un aumento della proliferazione microbica indesiderata e una riduzione dell’assorbimento di energia e nutrienti. L’inclusione di β-glucanasi esogene consente la degradazione dei β-glucani ad alto peso molecolare in frazioni più corte e solubili, determinando una significativa riduzione della viscosità intestinale. Questo si traduce in un miglioramento della digeribilità dell’energia e dei lipidi, nonché in un incremento dell’efficienza alimentare e delle performance di crescita. Numerosi studi hanno evidenziato che l’effetto delle β-glucanasi risulta particolarmente rilevante nelle diete a elevato contenuto di orzo e, quando utilizzate in combinazione con altre carboidrasi, contribuiscono a un effetto sinergico sulla riduzione della viscosità intestinale e sull’ottimizzazione dell’utilizzo dei nutrienti, supportando la salute intestinale e la stabilità del microbiota nei broiler. Nel complesso, l’impiego di carboidrasi rappresenta una strategia nutrizionale mirata per ottimizzare l’utilizzo di

materie prime alternative e migliorare l’efficienza produttiva e fisiologica dei broiler, soprattutto nei sistemi alimentari orientati alla riduzione dei costi e all’impiego di ingredienti a elevata variabilità compositiva.

Proteasi

Le proteasi sono enzimi esogeni deputati all’idrolisi delle proteine con effetti rilevanti sulla liberazione di amminoacidi digeribili e sulla riduzione dei fattori anti-nutrizionali di natura proteica presenti nelle materie prime vegetali, come gli inibitori della tripsina e della chimotripsina, le lectine e le proteine antigeniche, in grado di compromettere la digestione proteica e di stimolare risposte infiammatorie intestinali. Nei polli da carne, l’inclusione di proteasi nella dieta consente un miglioramento della digestione proteica, facilitando l’azione delle proteasi endogene, riducendo la quota di proteina non digerita che raggiunge il tratto intestinale distale e aumentando la disponibilità ileale degli amminoacidi essenziali. L’impiego di proteasi risulta particolarmente vantaggioso in formulazioni caratterizzate da una riduzione del contenuto proteico o degli amminoacidi della dieta, nonché in presenza di materie prime alternative alla soia, spesso associate a una maggiore variabilità

compositiva e a una minore digeribilità. In tali contesti, la supplementazione proteasica permette di liberare amminoacidi essenziali e di mantenere livelli adeguati di performance produttive, contribuendo al contempo alla riduzione dei costi attraverso una formulazione più efficiente. Inoltre, evidenze recenti indicano che la supplementazione proteasica può esercitare effetti positivi sui parametri qualitativi della carne, migliorando caratteristiche tecnologiche quali la capacità di ritenzione idrica e la stabilità del pH nel muscolo pettorale. Tali effetti contribuiscono a una migliore qualità del prodotto finale e a una maggiore uniformità delle carcasse.

Conclusioni

In conclusione, l’impiego di enzimi esogeni nelle diete del pollo da carne migliora l’efficienza digestiva e l’utilizzo dei nutrienti, contrastando i fattori anti-nutrizionali delle materie prime vegetali. Fitasi, carboidrasi e proteasi presentano azioni complementari che supportano le performance produttive e la salute intestinale, contribuendo alla sostenibilità ambientale dei sistemi di allevamento avicolo.

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