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Zoom Giappone 06

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Š2016 Toho Co., Ltd. / CoMix Wave Films Inc. / Kadokawa Corp. / East Japan Marketing & Communications,Inc. / Amuse Inc. / voque ting co.,ltd. / Lawson Hmv Entertainment, Inc

gratuito - numero 6 - giugno - settembre 2017

Rivista

gratuita

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Anime

Anatomia di un successo


ZOOM EDITORIALE

Elemento fondamentale della cultura popolare giapponese, il cinema d’animazione ci ha fornito nel corso degli ultimi decenni diversi capolavori, in particolare quelli creati dallo Studio Ghibli, del quale si celebra quest’anno il trentesimo anniversario. Grazie a Miyazaki Hayao, l’anime, come viene chiamato in Giappone, ha ottenuto riconoscimenti a livello mondiale. La domanda che ci si pone oggi, anche se il regista ha appena annunciato la fine del suo ritiro, è se il mondo dell’animazione giapponese saprà voltare la pagina Ghibli. È proprio questo il tema scelto per questo numero di ZOOM Giappone. Abbiamo deciso di affrontarlo incontrando e discutendo coi principali protagonisti del settore, proprio quelli che ci hanno fatto sognare e hanno alimentato la nostra fantasia negli ultimi anni.

LA REDAZIONE redazione@zoomgiappone.info Si tratta del limite di ore di lavoro straordinario che i dipendenti giapponesi potranno effettuare ogni mese. Questa misura giunge dopo i diversi casi di karoshi (morte per eccesso di lavoro) che hanno suscitato clamore nella cronaca degli ultimi mesi nell’arcipelago.

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L O SGUARDO DI ERIC RECHSTEINER Il fiume Takano a Kyoto

© Eric Rechsteiner

Istantanea

L’antica capitale imperiale è famosa per la sua miriade di templi e di santuari. La città riserva però ben altre sorprese ai visitatori. Lungo il fiume Takano, è meraviglioso andare ad ammirare i ciliegi durante la fioritura. Si capisce allora come mai i giapponesi siano così legati e diano tanta importanza a questi momenti effimeri di incredibile bellezza.

ECONOMIA

Una crescita in miglioramento

DEMOGRAFIA In

Il Fondo Monetario internazionale (FMI) prevede una crescita del PIL giapponese pari all’1,2% nel 2017. “La dinamica di crescita, alimentata da esportazioni nette più importanti di ciò che era stato previsto l’anno scorso, dovrebbe continuare per tutto il 2017”, è la stima dell’istituzione internazionale. Si tratta di una crescita superiore alle previsioni (le stime di gennaio si fermavano allo 0,8%) e a quelle del 2016, anno in cui il PIL era aumentato dell’1%.

Le ultime previsioni del National Institute of Population and Social Security Research sono allarmanti. Nel 2065, il Giappone conterà soltanto 88,08 milioni di abitanti contro i 126,9 milioni attuali. In quell’anno, circa il 40% della popolazione nipponica avrà più di 65 anni, mentre nel 2016 gli over 65 erano poco più del 27%. Una prospettiva che richiede soluzioni e misure da stabilire con urgenza.

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via di estinzione


©2016 Toho Co., Ltd. / CoMix Wave Films Inc. / Kadokawa Corp. / East Japan Marketing & Communications,Inc. / Amuse Inc. / voque ting co.,ltd. / Lawson Hmv Entertainment, Inc

Taki e Mitsuha sono i due principali protagonisti dell’ultimo lungometraggio di Shinkai Makoto, record assoluto di incassi in Giappone.

ANIME Anatomia Finita l’epoca Miyazaki, una nuova generazione di registi comincia a farsi largo nell’universo dell’animazione.

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a mesi in Giappone non si parla d’altro. Il nome di Shinkai Makoto è ripetuto all’infinito sui titoli dei giornali e focalizza l’attenzione delle reti televisive. Il regista di Your Name si è imposto nell’universo quotidiano di milioni di giapponesi nel giro di qualche settimana appena, mentre fino a poco tempo fa la sua fama era circoscritta al mondo degli appassionati di anime. Questi ultimi sapevano, dopo aver visto La torre aldilà delle nuvole (Kumo no muko, yakusoku no basho, 2004), Cinque centimetri al secondo (Byosoku 5 senchimetoru, 2007) o ancora il sublime The Garden of Words (Kotonoha no niwa, 2013) che Shinkai Makoto sarebbe diventato un grande, un grandissimo, e aveva la stoffa di un Miyazaki Hayao. Mentre il co-fondatore dello Studio Ghibli, del quale si celebrano quest’anno i trent’anni di esistenza, sembrava aver definitivamente voltato la pagina dell’animazione per ritirarsi a vita privata, molti fan aspettavano di sapere chi avrebbe potuto portare ancora una volta in alto la bandiera dell’animazione made in Japan. Hosoda Mamoru, che stava per raggiungere lo Studio Ghibli, è stato il favorito per molto tempo, fino a che Shinkai Makoto è venuto a sconvolgere il tutto grazie a

di un successo

Your Name e al suo corollario di entusiasmo e complimenti da parte del pubblico e della critica. Basta osservare le cifre del box-office per convincersi del fenomeno. Dopo quattordici settimane consecutive in sala, il film occupa costantemente il vertice delle classifiche con incassi record pari a più di 19,4 miliardi di yen, e più di quindici milioni di spettatori. Ci sono volute appena quattro settimane per superare i dieci miliardi di incassi. Fra i registi di anime, solo Miyazaki Hayao prima di lui era stato capace di battere un tale record. Da lì a presentare Shinkai Makoto come il nuovo Miyakazi c’è solo un passo, e in molti non hanno esitato a compierlo. Tuttavia, aldilà dell’entusiasmo e del successo economico ottenuti da Your Name, è un po’ azzardato mettere in parallelo i due registi, i cui approcci sono profondamente diversi. Anche se Shinkai non nasconde la sua ammirazione per il regista di Laputa, il castello dei cieli (Tenku no shiro Rapyuta, 1986), egli ha tenuto a precisare in diverse occasioni che non ha mai cercato di imitare il suo illustre predecessore. Tanto meglio. Mentre Miyazaki si pone spesso nelle vesti dell’osservatore critico - a tendenza paternalista - della società giapponese, l’autore di Your Name si accontenta di trasmettere le emozioni dei suoi protagonisti, creando così una formidabile vicinanza col pubblico che non può che essere conquistato dalla sua visione. Ciò non gli impedisce di interessarsi al Giappone di oggi e di descriverlo così com’è. Da un lato l’im-

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mensa megalopoli rappresentata da Tokyo, capace di attirare su di sé tutte le attenzioni, e dall’altro la provincia giapponese con le sue cittadine dove non succede mai niente. La descrizione di Itomori - la piccola città immaginata da Shinkai -formulata dai suoi giovani eroi, è caratteristica e molto divertente. Il regista non dimentica inoltre di descrivere il Giappone come un paese sottomesso ai capricci della natura. Qui non si parla di un terremoto, ma di un meteorite. Come succede nella realtà, Shinkai mostra nelle sue opere la capacità dei giapponesi di non arrendersi di fronte a queste tragedie. Lo fa con grande delicatezza e con un incredibile talento. L’entusiasmo suscitato da Your Name presso il pubblico giapponese si spiega poi grazie alla cura con cui sono stati realizzati i paesaggi. Sappiamo a che punto i giapponesi siano attaccati al loro ambiente e quanto possano essere traumatizzati quando questo sparisce o viene sconvolto dalla furia degli elementi. In questo senso, Your Name si impone come una delle prime grandi opere postmarzo 2011 e non è strano che gli spettatori nipponici non abbiano resistito alla forza d’attrazione del film. Questo perché dietro alla semplice storia di un incontro tra un ragazzo e una ragazza - cosa c’è di più banale? - Shinkai ha saputo costruire un capolavoro di una ricchezza stupefacente. Di che rendere geloso persino Miyazaki, che ha annunciato d’altra parte il suo probabile ritorno alla regia… ODAIRA NAMIHEI


ZOOM INCHIESTA STORIA

L’incredibile avventura della Ghibli

Dalla nascita sono trascorsi trent’anni: lo studio di Miyazaki Hayao e Takahata Isao è riuscito a imporre il suo sguardo sul mondo

Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

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i dice che i capolavori colgano sempre lo spirito del tempo. È assolutamente il caso dei film d’animazione prodotti dallo studio Ghibli. Porco rosso, uscito nel 1991, ne è un buon esempio. «Per lavorare meglio, bisogna dormire la notte». Nel corso della ri-diffusione del film a inizio novembre, questa semplice frase pronunciata dal “maiale volante” è rimasta impressa nello spirito dei giapponesi, ancora sotto choc a causa della morte di una ragazza di appena ventiquattro anni, avvenuta qualche settimana prima, per karoshi (morte per eccesso di lavoro). Malgrado ciò, osservando da vicino la storia dello studio Ghibli, si constata che i suoi creatori non seguivano granché i consigli del loro Porco Rosso. «Sono un padre che lavora troppo. Ieri, sono rientrato a casa all’1h30 del mattino, come tutto il resto della settimana», ha riconosciuto un giorno Miyazaki Hayao. Responsabile dello studio e amico di lunga data del regista giapponese, Suzuki Toshio conferma: «Quelli che si interessano ad altre cose oltre al lavoro, non possono diventare dei buoni disegnatori. Questa è la filosofia di Miyazaki». Si può aggiungere che il rigore e il perfezionismo spinti agli estremi, fino al fanatismo, costituiranno il dogma dello studio Ghibli, senza il quale non avrebbero potuto nascere le opere oggi conosciute a livello mondiale. La storia dello studio Ghibli ruota attorno a due artigiani dell’animazione: Takahata Isao e Miyazaki Hayao, entrambi appartenenti alla generazione nata subito prima o durante la guerra del Pacifico. Prima di aprire il loro studio, si erano fatti conoscere grazie al successo della serie Heidi diffusa nel 1974. «Contrariamente alle abitudini dell’epoca, si sono recati in Svizzera per studiare la cultura e la natura dei luoghi al fine di rappresentarli meglio nella serie. Takahata Isao, appassionato di letteratura francese, non ha esitato a descrivere i meandri dei sentimenti umani, il che ha segnato un’autentica differenza con altre serie animate destinate ai bambini», spiega Yonemura Miyuki, specialista di film d’animazione all’università Senshu. Dieci anni più tardi, i due lavorano su Nausicaa della valle del vento, film diventato culto. Takahata è il produttore e Miyazaki il regista. L’eroina, il cui nome evoca una principessa della mitologia greca, si rivela il prototipo dei personaggi femminili che popoleranno i successivi film di Miyazaki. «Contrariamente a certi personaggi femminili

Lo spirito artigianale dei fondatori di Ghibli è riassunto in questa immagine.

della Disney, Nausicaa non è affatto il genere di eroina in attesa di un principe che faccia di tutto per venirla a salvare. Creare un tale personaggio all’epoca fu cosa inedita, e riflette probabilmente l’ascesa del femminismo in Giappone agli inizi degli anni Ottanta. Nausicaa incarna in questo senso l’immagine della donna moderna», spiega Yoshida Kaori, ricercatrice presso l’università Ritsumeikan Asia Pacific. Il successo è dietro l’angolo: il film attira circa un milione di spettatori. Questo spinge i due ad aprire il proprio studio nel 1985 per liberarsi dagli obblighi relativi ai tempi e al budget imposti dalla televisione. Per il nome, Miyazaki sceglie la parola italiana “ghibli”, che

indica il vento caldo e secco del Sahara. È anche il nome dell’aereo di ricognizione italiano degli anni Trenta: il termine traduce il desiderio di provocare una tempesta innovativa nel settore. Ma le due fonti d’ispirazione delle opere - il vento e l’aereo - sono abilmente dissimulate in questo termine italiano, che si pronuncia jiburi in giapponese. Da subito, lo studio si impegna nella realizzazione di opere di alta qualità. «Elaborare ogni film il più possibile, investendovi tempo e denaro, e realizzare senza compromessi delle opere dove ogni dettaglio sia curato minuziosamente», riassume Suzuki Toshio, ex editore di riviste sull’animazione, oggi responsabile di studio presso Ghibli.

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Nel 1988, Takahata presenta il più celebre dei suoi film: La tomba delle lucciole. Tratto da un racconto semi-biografico firmato Nosaka Akiyuki, descrive con un realismo toccante la sorte crudele di un ragazzino di 14 anni e della sua sorellina di 4 anni, rimasti orfani della madre nel corso di un bombardamento americano. Questa tragedia sottolinea ancora una volta come i film dello studio Ghibli non siano creati unicamente per i piccoli. Il leggendario perfezionismo di Takahata ritarda la produzione del film, al punto che lo studio finisce per diffondere una versione incompleta, con dei piani solo abbozzati. Sentendosi in colpa, il regista decide di mettere un termine alla sua carriera, prima che Miyazaki lo convinca a ritornare sulla sua decisione. Nello stesso anno esce Il mio vicino Totoro, primo film di Miyazaki dopo la creazione dello studio Ghibli. La storia si svolge in Giappone. Prima di allora il cineasta aveva sempre trovato la sua ispirazione nei paesaggi europei, segno del rapporto complesso che intratteneva con il suo Paese d’origine. «Sono cresciuto in una democrazia impregnata di quell’anti-militarismo sviluppatosi dopo la guerra. I giapponesi si consideravano allora come un popolo di serie B e rifiutavano la cultura del loro Paese», confidava il regista in un’intervista rilasciata nell’88. Profondamente ispirato dai suoi studi in etnobotanica, il film l’ha aiutato a cogliere «l’importanza dell’ambiente e della natura», permettendogli così di ricostruire il legame con la sua terra natale. «Se questo ambiente viene distrutto, l’ultimo legame tra me e il Paese andrà perduto», è solito affermare. Per mostrare la sua passione per la natura, disegna con una raffinatezza infinita fiori carezzati dal vento, l’acqua che scorre nei ruscelli o i tronchi d’albero ricoperti da una coltre di muschio. I paesaggi dei suoi film suscitano nei giapponesi la nostalgia dell’infanzia e della vita in campagna. Tuttavia, sono «la sfida ecologica e la critica verso la società moderna» gli elementi importanti che emergono in questa presenza costante della natura. Yonemura Miyuki spiega che «questa tendenza emerse già in Nausicaa della valle del vento. All’epoca si trattava di un fatto inedito, nessun altro aveva mai affrontato un tema così serio in un film d’animazione». L’ecologia sarà un elemento-chiave per entrambi i registi, come dimostra il film Ponpoko, realizzato da Takahata e uscito nel 1994. Adottando un tono tragicomico, tratteggia un ritratto del popolo giapponese mezzo secolo dopo la fine della guerra. Tre anni più tardi, Miyazaki riprende il tema del conflitto fra gli uomini e la natura. Abbondantemente documentato da studi antropologici, La principessa Mononoke racconta in maniera commovente la storia degli uomini che sfidano gli dei della foresta. Probabilmente all’apogeo della sua carriera, il regista si impe-

Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

ZOOM INCHIESTA

Alcuni fra i film che hanno permesso allo studio Ghibli di diventare il riferimento assoluto nel mondo dell’animazione giapponese.

gna a creare un condensato dei dilemmi della società moderna. Oltre alla questione ambientale, abborda il tema dei diritti dei lebbrosi e conclude la storia senza che vi siano vincitori o vinti. «Non era un film fatto per designare chi è gentile e chi è cattivo. Il bene e il male convivono in tutti gli uomini», spiega. Questo capolavoro incontra un successo senza precedenti con - per il solo Giappone - più di 19 miliardi di yen di incassi, un record assoluto per un film d’animazione. Il record sarà tuttavia battuto dal film successivo, La città incantata, uscito nel 2001 e che trae probabilmente ispirazione dal mondo singolare del mangaka Umezu Kazuo e dal poema Il treno di notte sulla via lattea di Miyazawa Kenji (1927). Questo film valse a Miyazaki l’Orso d’oro al prestigioso festival di Berlino, e l’Oscar per il miglior film d’animazione nel 2003. Durante la presentazione ufficiale del film, il regista sconvolge il pubblico annunciando che La città incantata sarà il suo ultimo lungometraggio. Sebbene si tratti dell’ennesimo annuncio di un ritiro - ne aveva già espresso uno dopo l’uscita della Principessa Mononoke - la questione su chi sostituirà Miyazaki ala guida dello studio Ghibli si pone in maniera severa. Per questa ragione lo studio moltiplica le produzioni realizzate da altri, quali I racconti di Terramare (2006), creato dal figlio di Miyazaki, Goro, o ancora Arrietty, il mondo segreto sotto il pavimento, realizzato da Yonebayashi Hiromasa, e infine La collina dei papaveri, altra opera di Goro Miyazaki. Nel 2013, Ghibli presenta nuovamente due film firmati Miyazaki e Takahata. Quello del primo, Si alza il vento, annuncia la fine di un’epoca. Si avverte che Miyazaki ha inserito tutto ciò che des-

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iderava disegnare in quest’opera, prime di terminare la sua carriera. Dopo aver visionato il film, confida a Suzuki Toshio di volersi ritirare e la sua volontà viene ufficializzata nel corso di una conferenza stampa. Takahata non fa dichiarazioni simili, ma si capisce che produrre film d’animazione alla sua età, - 81 anni - non sia più cosa facile. Comincia così una lunga pausa. Nel 2016 il silenzio è momentaneamente interrotto da La tartaruga rossa, realizzato dall’olandese Michael Dudok de Wit. Narrando una storia piuttosto classica - un uomo naufragato su un’isola deserta - il film riesce a dar vita a una raffinata osmosi fra le due culture, la giapponese e l’europea. È la prima volta che lo studio Ghibli affida la produzione di un film a un regista straniero, ma «Takahata e Miyazaki, che ho potuto conoscere grazie al film, non tenevano particolarmente al fatto che la mia opera fosse impregnata di cultura giapponese», ricorda Dudok de Wit. «Mi sono ispirato comunque a Kwaidan di Lafcadio Hearn». La questione del successore alla guida di Ghibli resta in sospeso. Suzuki Toshio evoca, scherzando, il nome di Anno Hideaki, ex collaboratore dello studio e regista della serie Neon Genesis Evangelion (1995-1996), mentre la stampa giapponese e i critici designano - fra gli altri - Shinkai Makoto e Hosoda Mamoru. Nel frattempo, quasi facesse fatica a contenere la sua passione per l’animazione, il settantacinquenne Miyazaki ha dichiarato a metà novembre davanti alle telecamere della tv pubblica NHK, che probabilmente tornerà al lavoro con un nuovo lungometraggio. Nessuno per ora sa quale sarà la sorte del progetto presentato a Suzuki ma, se tutto procede come previsto, il film uscirà nel 2019. YAGISHITA YUTA


ZOOM INCHIESTA PRODUZIONE

Artigiani in difficoltà

Per poter realizzare nuovi progetti, i produttori devono mostrarsi inventivi nel trovare i finanziamenti.

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i sono momenti in cui anche le migliori idee non possono realizzarsi a causa della mancanza di fondi e di sostegni. Nel mondo del cinema, in particolare, spesso è difficile vendere il proprio progetto a potenziali finanziatori. Per fortuna i creativi hanno oggi a disposizione nuove soluzioni per far conoscere il proprio progetto e così realizzarlo. Il film In this corner of the world, uscito a metà novembre, ne è un esempio. Realizzato da Katabuchi Sunao e prodotto da Genco, il film è ispirato dal manga omonimo di Kono Fumiyo. Il manga in questione racconta la storia di una giovane donna che si sposa e lascia Hiroshima per andare ad abitare nella città portuale di Kure durante la Seconda Guerra mondiale. Dopo aver lottato per diversi anni per poter finanziare il film, i produttori hanno finalmente deciso di fare ricorso al crowdfunding, un metodo poco comune in Giappone per questo tipo di progetti. L’iniziativa ha avuto un enorme successo: 3374 aderenti - un record nel paese - hanno permesso di raccogliere l’80% in più rispetto ai 20 milioni di yen previsti. Maki Taro, patron di Genco, ci ha raccontato com’è andata. Come ha inizio il progetto? MakI Taro: Il tutto comincia nel 2010. Katabuchi Sunao incontra Kono Fumio e ottiene la sua approvazione per l’adattamento cinematografico del suo manga. Ma risulta molto difficile trovare fondi per il film, poiché la storia non è né facile, né d’impatto immediato. Mi viene chiesto di far parte del progetto nel gennaio 2013. La sceneggiatura e lo storyboard erano già terminati. Dopo numerose difficoltà, alla fine riusciamo a concludere il film in anticipo, quindi ci occupiamo della distribuzione e della pubblicità.

Corner of the World fosse un manga conosciuto e già adattato per la televisione, si tratta di una storia atipica per un anime. Non è un’avventura che si svolge in un universo parallelo. Non ci sono né robot, né eroine dotate di poteri magici, né super eroi. Il recente crollo del mercato del DVD e lo stato caotico del sistema degli incassi nel settore hanno poi probabilmente avuto un ulteriore impatto negativo sul destino del film. Abbiamo avuto la fortunata idea di osare il crowdfunding. Durante un certo periodo avevo studiato questo nuovo metodo di finanziamento partecipativo, ma devo ammettere che mai avrei immaginato che il nostro film potesse attirare fondi a sufficienza e raggiungere così il successo. Solo ora prendo atto che il progetto è andato ben oltre l’universo dei fan di Kono e di Katabuchi. Questo sentimento d’attesa è stato alimentato dal fatto che tutta questa gente era impaziente di vedere finalmente un film di animazione atipico e originale. Tutti quelli che ci hanno sostenuto grazie al crowdfunding non volevano accontentarsi di una produzione simile a quelle già disponibili sul mercato. Volevano qualcosa di diverso. Hanno fatto sentire la loro voce grazie al contributo finanziario. Siete specializzati nella produzione di anime. Che evoluzione ha subito il settore nel corso degli ultimi trent’anni? M.T.: Come mezzo per esprimere le idee in modo creativo, penso sia rimasto essenzialmente lo stesso. I due principali fattori che hanno rivoluzionato il mondo dell’anime sono l’avvento del digitale e l’espansione del mercato mondiale. Ma, sotto molti

aspetti, l’animazione rimane la stessa. Pensa che sia diventato più semplice produrre e diffondere film d’animazione? M. T.: Penso si tratti sempre di una sfida difficile. In questo, le cose non sono cambiate. Ora che ci penso, devo dire che in Giappone, il settore dell’artigianato in generale, e non solo il mondo dei disegnatori, si è deteriorato. L’entusiasmo e i sostegni sono più deboli. Come vede il futuro dell’animazione nei prossimi dieci anni? Nutre preoccupazioni al riguardo? M. T.: In un clima così buio, è necessaria una rivoluzione radicale. Come ho accennato prima, l’avvento del digitale e lo sviluppo del mercato mondiale ci offrono un’opportunità unica di cambiare lo stato delle cose. Resto persuaso poi che, indipendentemente dai cambiamenti che avverranno, l’attrazione universale per le produzioni giapponesi resterà immutata. Cosa direbbe a tutti i creatori di anime che aspirano a realizzare un proprio film? M. T.: Molti creatori lottano per trovare buone idee e sviluppare nuovi progetti che sperano siano ben accolti dal pubblico. Nel nostro caso il ricorso al crowdfunding ha permesso di creare questo luogo di incontro unico tra un creatore e i “consumatori”. Spero che il successo del nostro film aumenterà le chances per altri registi e relativi sostenitori di incontrarsi, e trasformare questo genere di raccolta fondi in uno strumento per generare nuove opere d’arte. INTERVISTA REALIZZATA DA JEAN DEROME

Quali sono state le sfide principali? M. T.: Il finanziamento si è trasformato presto in un’autentica battaglia. Nonostante In This

© Kôno Fumiyo/Futabasha/In this corner of the World Movie Partners

Perché pensavate che questo film valesse tanti sforzi nonostante le difficoltà incontrate? M.T.: Volevo soprattutto far conoscere Katabuchi a un pubblico più vasto. Il suo lavoro precedente, Mai Mai Miracle (uscito in DVD presso Kaze nel 2010), non ha avuto un gran successo nonostante si tratti di un anime magnifico e di una storia meravigliosa. Ero persuaso che questo regista fosse in grado di creare un grande film il cui successo non si sarebbe limitato al solo mondo dei fan dell’animazione.

In This Corner of the World ha potuto vedere la luce grazie al crowdfunding. giugno - settembre 2017 N. 6 ZOOM GIAPPONE 7


ZOOM INCHIESTA INCONTRO

Hara: il mestiere nella pelle

Il regista di Miss Hokusai e di Colorful porta uno sguardo critico sull’evoluzione del settore.

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n un pomeriggio freddo e nuvoloso d’autunno, Hara Keiichi, regista di Miss Hokusai (disponibile in DVD e Blu-Ray su @Anime), ci ha ricevuti negli uffici della Production I.G, nella periferia di Tokyo, per discutere sul futuro dell’animazione in Giappone.

C’è un’artista che l’ha ispirata in particolare? H. k.: Quando ero bambino, adoravo Fujiko F. Fujio e Akatsuka Fujio. Il primo ha avuto una lunga influenza sul mio lavoro. Creava soprattutto storie per bambini, che potevano però essere apprezzate anche da un pubblico adulto. Non penso di aver mai apertamente deciso di copiarlo o di imitare il suo stile, ma sono sicuro di aver inconsciamente assorbito le sue idee. Visto che stiamo evocando Fujiko F. Fujio… ha lavorato per diversi anni all’adattamento di una parte delle sue opere. Può parlarci di questo lavoro e paragonarlo alla realizzazione dei lungometraggi? H. k.: A partire dal momento in cui sono entrato alla Shin-Ei Animation, a 20 anni, ho aspirato a realizzare lungometraggi. Penso che

Benjamin Parks per Zoom Giappone

Lei è diplomato presso la Tokyo Designer Gakuin dove ha studiato arte. Quando ha deciso di lanciarsi nell’animazione? Hara keiichi: Quand’ero al liceo, dovevo decidere cosa avrei fatto nella vita. Avevo un’inclinazione naturale verso il mondo artistico e detestavo davvero il lavoro in ufficio. Ho dunque optato per una scuola d’arte. Poi un giorno, in una libreria, sono finito su una brochure che pubblicizzava una scuola professionale con un dipartimento dedicato all’animazione. La parola “animazione” mi ha colpito. Fino a quel momento, certamente avevo interesse per l’anime e i manga, ma non avrei mai immaginato di lavorare in quel campo. Fu come una rivelazione. La mia mente ha fatto clic e ho saputo da subito che avrei seguito questa strada. Quando sono entrato alla Tokyo Designer Gakuin, sono stato sorpreso dal numero di otaku presenti nella mia classe. Erano molto abili nel disegno e conoscevano i nomi di artisti di manga e di anime che io non avevo mai sentito nominare. Mi dissi che non avrei potuto rivaleggiare con loro e che non sarei mai riuscito a diventare un creativo nell’animazione. Poiché ero capace di filmare, decisi di diventare regista.

Nel giro di pochi anni, Hara Keiichi si è imposto come uno dei grandi nomi dell’animazione.

sia il desiderio di tutti, ma solo in pochi ci riescono. Mi considero dunque fortunato ad aver avuto l’opportunità di fare questo lavoro e creare qualcosa che piace. Nel mio caso specifico, il paragone tra il lavoro per la televisione e i lungometraggi implica il comparare due epoche diverse. Oggi, viviamo nell’era di internet. Tutto è registrato su DVD o su congegni elettronici più recenti e ci sono

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innumerevoli siti e social network che permettono di valutare immediatamente le reazioni del pubblico. Quando ho cominciato io non esisteva nulla di tutto ciò. Una volta che un episodio veniva diffuso alla televisione, spariva automaticamente. Il massimo che si poteva ottenere era una critica in uno dei rari magazine dedicati all’animazione. Ci si accontentava di produrre un episodio dopo l’altro. Con i film, era diverso. Si aveva concretamente


ZOOM INCHIESTA fra le mani una copia di 35 mm che poteva essere conservata e guardata all’infinito. Questa è senza dubbio la più grande differenza tra la televisione e il lavoro cinematografico, senza contare la questione della libertà di creazione. Quando concepite la vostra storia originale, avete la possibilità di provare cose che non potreste provare altrimenti.

Per fare dei buoni film, ha senza dubbio la necessità di circondarsi di collaboratori di talento. Sfortunatamente, molti realizzatori di anime si dibattono in condizioni di impiego particolarmente difficili, con salari molto bassi. Cosa ne pensa? H. k.: Sono d’accordo, i salari dovrebbero essere aumentati. Rimane però il fatto che, a mio parere, il lavoro nell’anime è molto diverso dagli altri impieghi. Bisogna avere del talento ed essere efficaci per poter migliorare la propria posizione e lavorare su progetti migliori. È un mondo che ricompensa la qualità, la lealtà, la forza di carattere. Non è una professione facile e ci vuole del tempo per maturare. È quindi inevitabile che alcuni si realizzino e altri - forse la maggioranza - incontrino delle difficoltà, soprattutto agli inizi. Il problema è che, recentemente, molte persone creative e di talento hanno scelto lavori differenti e meglio remunerati, come quello del grafico. H. k.: Sono conscio di questo doloroso problema. L’ironia della situazione è che gli appassionati di anime sono in aumento, mentre sempre meno sono quelli che vogliono lavorare nel settore. È un vero peccato. Le persone che amano l’animazione dovrebbero tuffarsi e provarci. Appartengo a una generazione che conta molti realizzatori di anime. Mai prima ce n’erano stati così tanti. Questi artisti hanno messo sottosopra il corso dell’animazione e aperto nuove possibilità creative. Al tempo stesso, all’epoca il numero di opere effettivamente realizzate era molto più basso di adesso e il settore non necessitava di molta forza lavoro. Anch’io ho avuto delle difficoltà a farmi assumere, all’inizio. Ho dovuto attendere tre anni dopo il conse-

Benjamin Parks per Zoom Giappone

realizza anime da circa trent’anni. Com’è cambiato nel corso del tempo il suo approccio al cinema? H. k.: Ho lavorato per la Shin-Ei Animation per circa 25 anni. Anche se ho realizzato numerosi film, ero un semplice impiegato. ShinEi è specializzata nell’animazione per bambini e, all’inizio, ho avuto raramente la possibilità di presentare le mie idee. Più tardi, sono riuscito ad impormi e ho avuto l’opportunità di fare quel che desideravo. Alla fine ho scelto di essere indipendente per poter avere un controllo totale sul mio lavoro.

Per il regista, oggi non è sempre facile trovare dei buoni collaboratori

guimento del diploma per poter ottenere un impiego. I creativi della mia generazione hanno oggi 40 o 50 anni e occupano posti chiave nel settore. Il problema è che non si vede ricambio generazionale. Quando leggo l’elenco dei nomi dei collaboratori alla fine di un film, ritrovo che sono sempre gli stessi. Un ulteriore problema riguarda il fatto che nell’animazione si lavora in squadra e alcuni individui, malgrado il loro talento, non sanno lavorare collettivamente. Disegnano quel che vogliono, senza ascoltare o rispettare ciò che si domanda loro di fare. L’impressione è quella di un’inquietudine riguardo al futuro dell’animazione… H. k.: A costo di risultare brusco, direi che non mi importa granché. Non ho il tempo di pensarci e non c’è nulla che possa fare personalmente per risolvere la questione. Quindi preferisco concentrarmi sul mio lavoro. In un’intervista precedente ha rivelato di essere piuttosto pigro. È vero? H. k.: Sì, non sono effettivamente uno stakanovista (ride). Sono un po’ come un anziano Edokko (tokyoita da generazioni). Lavoro soltanto quando ho voglia di lavorare. Naturalmente, la realizzazione di film d’animazione può essere un contesto dove la tensione è alta e ci sono momenti dove si ha l’obbligo di concentrarsi al massimo sul lavoro. In questo caso, non c’è spazio per l’ozio. rispetto al passato, la censura sembra essere diventata più rigorosa anche nell’industria dell’animazione.

Ha incontrato dei problemi con Miss Hokusai o Colorful, film che trattano di suicidio, di prostituzione minorile e di adulterio? H. k.: Come in altri Paesi, disponiamo in Giappone di un organismo che rilascia i permessi per divulgare i film in funzione del loro contenuto. In Miss Hokusai ci sono alcune scene che avrebbero potuto essere vietate ai minori di dodici anni, ma per fortuna, l’Eirin (organismo preposto alla classificazione dei film) non ha avuto niente da ridire. Colorful (disponibile in DVD presso Kaze) risultava più problematico in ragione del tema trattato: la prostituzione di un’adolescente. Il distributore era preoccupato al riguardo, quindi ho proposto di cambiare una scena: la ragazzina non diceva più quanto denaro volesse, ma lo indicava col dito, nonostante per me questa soluzione fosse più volgare della scena originale. Ma la censura era soddisfatta e il film ha ottenuto il certificato per essere diffuso pubblicamente senza restrizioni. In ogni caso, io sono contro questa forma di censura. Durante la mia infanzia, le scene inquietanti e violente rappresentavano la norma nei film d’animazione. Non sono d’accordo col fatto che si censuri la morte o altri soggetti delicati che, dopotutto, fanno parte della nostra vita e del nostro mondo. Anche i bambini devono sapere che non tutto è bello e puro. Se rinascesse, vorrebbe di nuovo lavorare nell’animazione? H. k.: Certo! È proprio il lavoro che fa per me! INTERVISTA REALIZZATA DA J. D.

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ZOOM INCHIESTA DESTINO Le

piccole ossessioni di Hosoda

Per fare un buon film, sono necessarie buone idee e una buona équipe su cui fare affidamento. Parola di maestro.

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Ami e Yuki, i bambini lupo e Il ragazzo e la bestia hanno diversi temi importanti in comune. Uno fra questi è la relazione fra uomini e animali. HOSODa Mamoru: L’idea di partenza dei Bambini lupo viene da un’esperienza divertente. Un giorno, stavo parlando ad una ragazza del mio progetto di fare una storia che ruotasse attorno al tema dell’educazione dei bambini. Lei mi disse che crescere un bambino, era come avere un mostro in casa, o una bestia feroce. Il suo commento mi ha ispirato per creare questi personaggi metà bambini e metà animali. I due film si interessano anche alla relazione genitore/figlio. È una coincidenza o una precisa volontà di esplorare questo tema in profondità? H. M.: Effettivamente volevo suggerire una sensazione di continuità fra le due storie, ma al tempo stesso volevo abbordare lo stesso soggetto da due punti di vista differenti. Così, nei Bambini lupo abbiamo una donna che affronta da sola la responsabilità di crescere due pargoli, mentre ne Il ragazzo e la bestia c’è un padre che deve fare i conti col fallimento del proprio matrimonio, provando a ritessere la relazione col figlio e conquistando nuovamente la fiducia di quest’ultimo. D’altra parte, la dicotomia madre/padre ha influenzato la mia scelta per la localizzazione dei film. Durante l’infanzia e l’adolescenza, per esempio, siamo più vicini a nostra madre. È una relazione più naturale e istintiva che intellettuale, ecco perché l’ambiente in cui si svolge la vicenda è in campagna. Ci avviciniamo a nostro padre quando iniziamo a muovere i primi passi nell’età adulta, verso l’indipendenza, quando cominciamo l’università o ancora quando cerchiamo lavoro per la prima volta. Ho pensato così che ne Il ragazzo e la bestia, Ren avrebbe dovuto trovarsi in città, un ambiente più ostile e più difficile. Il crescere è un altro tema che i due film posseggono

© 2012 "WOLF CHILDREN" FILM PARTNER

el giro di pochi anni, Hosoda Mamoru è diventato uno dei registi d’animazione più ricercati. I suoi film hanno avuto un grande successo in Giappone, e l’anno scorso il Festival Internazionale del Film di Tokyo (TIFF) gli ha dedicato persino una retrospettiva speciale. È proprio in questa occasione che ZOOM Giappone è riuscito a ottenere un’intervista esclusiva.

Ami e Yuki, i bambini lupo ha permesso a Hosoda Mamoru di raggiungere una fama internazionale.

in comune. Nei Bambini lupo, seguiamo i due giovani protagonisti dalla nascita fino ai loro tredici anni, mentre ne Il ragazzo e la bestia, la storia di ren si sviluppa lungo un periodo di otto anni. Sembra particolarmente interessato al soggetto… H. M.: Non esagero quando dico che si tratta del soggetto che mi sta più a cuore. Cosa significa crescere? Qual’è il ruolo dei genitori? Cosa devono fare? I bambini piccoli si esprimono per la prima volta. In questo senso, l’infanzia è un periodo molto intenso - probabilmente il più intenso - della nostra esistenza. In quanto esseri umani, cambiamo costantemente, ma come e perché cambiamo? I maschietti non pensano alle bambine. Non vogliono giocare con loro, le considerano quasi come un fastidio. Poi la pubertà arriva e si innamorano perdutamente di una ragazza della loro classe. Coi nostri genitori si produce la dinamica inversa. Quando siamo piccoli, papà e mamma sono tutto per noi, e quando arriviamo all’adolescenza, di colpo, non li sopportiamo più. Trovo che questi temi siano estremamente affascinanti. Sfortunatamente, invecchiando perdiamo questa capacità di meravigliarci. Diventiamo ostinati, inflessibili. Credo tuttavia che anche gli adulti possano imparare qualcosa dai bambini osservando il loro modo di cambiare e crescere. In un certo senso, i registi d’animazione hanno conservato questa capacità di meravigliarsi di cui sta parlando. Quando ha iniziato a voler fare animazione? H. M.: Quand’ero bambino adoravo il disegno.

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Poi, nel 1979 ho visto Il castello di Cagliostro di Miyazaki. Sono rimato talmente impressionato che ho deciso di lavorare nell’animazione. Viene dipinto come il “nuovo Miyazaki” . Che effetto fa questo paragone? H. M.: (Ride) In effetti quand’ero studente idolatravo Miyazaki. Questo paragone mi rende orgoglioso. Tuttavia, quando ho cominciato a lavorare nell’animazione e sono poi diventato regista, ho capito che non avrei potuto limitarmi ad ammirare il lavoro di Miyazaki. Al contrario, dovevo uscire dalla sua ombra e sfidarlo. Il mio obiettivo attuale è riuscire ad andare aldilà della sua creazione e proporre qualcosa di nuovo, di diverso e perché no?, di migliore. Se ci limitiamo a seguire le orme dei nostri modelli, non esiste progresso reale. Ora che crea le sue storie originali e che ha nuove responsabilità come regista, trova sempre il tempo di disegnare o ha delegato il compito ad altri? H. M.: Amo sempre utilizzare la mia matita e amo anche lavorare con altri disegnatori del mio team. Preferisco dividere con loro questo compito. Quando si lancia in un nuovo progetto, cosa la entusiasma maggiormente? H. M.: L’animazione si basa sul lavoro di squadra. Tutti contribuiscono alle diverse fasi della produzione cinematografica, ma il momento più forte è quando si mettono insieme tutte le immagini originali e le si trasforma in una scena


ZOOM INCHIESTA completa. Ogni volta che arriva questo istante, ogni volta che la storia che ho pianificato si anima grazie alle competenze e alla sensibilità dei miei collaboratori, provo dei brividi lungo la schiena. Poco dopo il conseguimento del diploma, ha cominciato a lavorare per la Toei animation. Fa questo mestiere da molti anni dunque. Secondo il suo parere, quale evoluzione ha subito il mondo dell’animazione? H. M.: Quando ho cominciato, l’animazione giapponese non era così popolare all’estero. È soprattutto grazie a Miyazaki e allo studio Ghibli che altri Paesi hanno cominciato ad apprezzare il nostro lavoro. Inoltre, quando sono entrato alla Toei, l’animazione era ancora completamente basata sulla produzione analogica. Il digitale è arrivato molto dopo ed è stato senza dubbio un enorme cambiamento. Detto questo, malgrado tutti i progressi tecnologici, ancora oggi fare un film è sinonimo di grandi sfide: la ricerca di personale qualificato per lavorare su ciascun progetto, rispettare il budget prefissato e il calendario della produzione. Il metodo per girare un film non ha subito, in fondo, cambiamenti capitali.

delle questioni finanziarie, dobbiamo sviluppare un sistema capace di alimentare questi talenti. Se non facciamo qualcosa adesso, rischiamo di non trovare più persone qualificate. Personalmente, amo lavorare con un nucleo di collaboratori di fiducia, ma al tempo stesso, cerco di aggiungere ogni volta qualche volto nuovo, che siano autori, disegnatori o attori per le voci. Il ragazzo e la bestia è stato più difficile da realizzare rispetto ai film precedenti?

H. M.: Sì, soprattutto a causa delle numerose scene d’azione. Come potete dedurre dai film che ho fatto, amo i drammi e i film d’azione. Fino ad ora, la sola storia con un certo grado d’azione era stata Summer Wars, ma con Il ragazzo e la Bestia ho voluto tentare qualcosa di diverso, ho provato a trattare ogni scena d’azione in maniera differente. Il compito si è rivelato particolarmente difficile, ma sono molto soddisfatto del risultato. INTERVISTA REALIZZATA DA J. D.

I disegnatori sembrano essere di umore pessimo in questi tempi, almeno a giudicare dai commenti che molti hanno pubblicato sul web. Che si può fare per risolvere la situazione? H. M.: Posso capire queste reazioni. Quando ho cominciato da giovane a lavorare come disegnatore di anime, le difficoltà erano parecchie. Penso tuttavia che quando si tratta di un’attività creativa, come la musica o l’arte, tutti passano attraverso questa fase. Poi, a poco a poco, quelli che possiedono un autentico talento emergono. Aldilà

Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

a proposito di sfide, il momento sembra propizio per l’animazione giapponese. Eppure, molti studios sono in difficoltà a causa della mancanza di fondi e altre ragioni. Perché? H. M.: Penso che le società giapponesi dovrebbero cambiare la loro visione della produzione di anime. Dovrebbero rendersi conto che è necessario rivolgersi maggiormente al pubblico straniero. Sfortunatamente, troppi studios preferiscono rivolgersi al nocciolo duro dei fan locali, perdendo così l’opportunità di far conoscere la produzione all’estero. Un altro problema è il pirataggio. Internet trabocca di film e intere serie scaricate illegalmente, vi si può accedere gratuitamente. Questo nuoce evidentemente alla nostra attività e il problema non si limita al mondo dell’animazione. Se per i fan è una chance, per coloro che guadagnano da vivere grazie al loro lavoro creativo, il fenomeno rappresenta un grave problema.

Il cineasta è stato onorato in occasione del Festival Internazionale del Film di Tokyo, svoltosi a fine ottobre. giugno - settembre 2017 N. 6 ZOOM GIAPPONE 11


ZOOM INCHIESTA IMPRESA

L’avventura è l’avventura

La produzione di anime non è un cammino privo di ostacoli, come dimostrano le vicissitudini del progetto Genocidal Organ.

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Come è diventato produttore di Genocidal Organ? YaMaMOTO koji: Tutto ha avuto inizio diversi anni fa, quando lavoravo ancora a Fuji TV. Nel corso di una riunione, avevamo deciso di acquistare i diritti del libro di Project Itoh. Tuttavia, un’altra società deteneva i diritti e così abbiamo dovuto aspettare fino alla data della loro scadenza. L’anno scorso ho sentito parlare dei problemi di Manglobe e, quando hanno dichiarato fallimento, ho deciso di intervenire. Ho sentito dire che Geno Studio è stato creato apposta per realizzare questo progetto… Y. k.: Esattamente. All’inizio ho cercato di destare l’interesse di altri studios per il film, ma nessuno voleva metterci mano. Pensai che riprendere tutto da capo avrebbe preso troppo tempo, ma, al tempo stesso, intervenire su un progetto cominciato a metà della produzione

©Project Itoh / GENOCIDAL ORGAN

avvero duro lavorare nell’animazione! Mentre il settore registra un successo inedito sia in Giappone che all’estero, numerosi studios sembrano vivere momenti di grande precarietà. Non è facile inanellare i successi avendo a disposizione piccoli budget, in un contesto dove la maggior parte delle società fa fatica ad allinearsi su condizioni commerciali sempre più dure e di fronte a una concorrenza spietata. Qualcuno finisce per sparire davvero. È ciò che è successo a Manglobe che, nel settembre scorso, ha dichiarato fallimento con perdite pari a circa 500 milioni di yen. All’epoca lo studio tokyoita lavorava su Genocidal Organ, adattamento del celebre romanzo di fantascienza di Project Itoh (in Italia si può leggere anche il suo romanzo Harmony, pubblicato dalla collana di comics Techno). Genocidal Organ faceva parte della trilogia Project Itoh. Mentre i primi due film sono usciti nei tempi stabiliti, l’uscita di quest’ultimo è stata rimandata senza scadenze precise. Alla fine dei conti è stato salvato dal nuovo studio Geno di Yamamoto Kôji. Per molti anni, Yamamoto è stato il produttore del celebre programma noitaminA su Fuji TV, prima di diventare indipendente e lanciare Twin Engine nel 2014. ZOOM Giappone l’ha incontrato durante il Festival Internazionale del Film di Tokyo, occasione in cui Genocidal Organ è stato proiettato in anteprima.

A differenza di altre produzioni del genere, Genocidal Organ permette allo spettatore di concentrarsi sui personaggi.

è molto difficile poiché si è obbligati a scegliere cosa mantenere o meno del lavoro già svolto. Nessuno era quindi interessato a portare avanti il progetto di Manglobe. Alla fine, ho creato Geno Studio. All’inizio avevamo previsto di limitarci a questo lavoro , ma abbiamo in seguito deciso di andare aldilà di Genocidal Organ, e che questo film sarebbe stata solo la prima tappa di un’avventura più vasta. Siamo infatti già all’opera su due nuove serie. Genocidal Organ è l’ultima parte di una trilogia consacrata ai romanzi di Project Itoh - i primi due sono Harmony e The Empire of Corpses. Project Itoh (il cui vero nome è Ito Satoshi) è molto famoso

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in Giappone come autore di fantascienza. Perché i suoi libri destano tanto interesse? Y. k.: L’opera di Project Itoh è puntualmente piena di sorprese. Le sue storie e la sua maniera di raccontarle sono uniche, mai prevedibili. Ama sedurre e ingannare i suoi lettori. Non ci si sente mai tranquilli, si attende con ansia cosa ci riserva il seguito. Sta qui la sua forza. rispetto ad altri anime di fantascienza, cosa rende Genocidal Organ così particolare? Y. k.: L’ambientazione nella quale si svolge la maggior parte dei film di fantascienza è incredibile. Si viene proiettati lontanissimo nel futuro e, per apprezzarli, bisogna far prova di


ZOOM INCHIESTA Non è una situazione ideale. Per quanto riguarda i salari bassi, è vero, molti si trovano in difficoltà. D’altra parte esiste un buon numero di disegnatori che lavora su tre o quattro progetti al tempo stesso ed è ben remunerato. La situazione non è così terribile come si vorrebbe far credere. Inevitabilmente, essere un lavoratore free-lance significa vivere in una situazione di precarietà: la miglior cosa da fare è assumere disegnatori a tempo pieno.

Il film è stato realizzato da Murase Shuko, conosciuto per essere il regista di diverse serie di Gundam. Ha anche contribuito al New Mobile report Gundam Wing. Come ha lavorato su questo film? Y. k.: Credo sinceramente che Murase sia uno dei tre migliori registi di anime del Giappone. La maggior parte di noi eccelle in un campo dell’animazione: i disegni, il lavoro con la telecamera, ecc. Lui è eccellente in tutto, dalla scrittura della sceneggiatura alla creazione di immagini digitali. La Manglobe è stata inghiottita dai propri debiti. Come è successo? Y. k.: Nell’animazione, la produzione si sostiene attraverso il credito. Il sistema permette alle imprese di ricevere finanziamenti esterni e contrarre così dei debiti. Geno Studio ha seguito questo stesso iter. Se da un lato questo permette agli studios di fare nuovi film e nuove serie, dall’altro lato le società sono costantemente in pericolo. In ottobre, ad esempio, un certo numero di serie televisive non è stato diffuso perché non è stato terminato in tempo. Nel caso di Manglobe, molte cose hanno preso una piega sfavorevole nello stesso momento, in una congiuntura particolarmente difficile per il settore dell’animazione. Da qualche anno il mercato non va benissimo per quanto riguarda le esportazioni. C’è una tendenza negativa, soprattutto se compariamo la situazione all’epoca in cui uscirono titoli come Dragon Ball o Samurai Champloo di Manglobe. Manglobe ha avuto molta sfortuna. Se fosse riuscito a sopravviene ancora per un po’, se la sarebbe cavata. La Manglobe era celebre per le sue storie originali. Malgrado ciò, alcune produzioni non sono state ben accolte dal mercato, e questo ha inciso sul destino dell’impresa. Ergo Proxy, per esempio, fu più popolare all’estero che in Giappone e Samurai Flamenco fu un vero flop. Y. k.: (Ride) È vero. Ho partecipato ad alcune di queste produzioni fra cui proprio Samurai Flamenco! Nel contesto commerciale attuale, è davvero azzardato produrre un anime originale? Y. k.: Certo. Direi addirittura molto pericoloso. È vero poi che gli studios non guadagnano più molto dagli adattamenti dei manga?

La regia è stata affidata a Murase Shuko, uno dei migliori registi di anime in Giappone.

Y. k.: Esatto, sebbene sia più semplice lavorareosu una storia adattata da un manga (ride). Innanzitutto, esiste già una base di fan pronta a guardare il vostro anime. Si ha poi già a disposizione una storia pronta per essere lavorata e molte immagini per trovare ispirazione. Questo genere di progetti arriva sempre a termine. Quando invece si crea un film originale o una serie, ci si muove nel buio, senza sapere mai che direzione sia necessario prendere. Soprattutto, non si può essere certi del momento in cui il lavoro sarà davvero terminato. Detto questo, noi dello Studio Geno vogliamo creare storie originali. Secondo il rapporto annuale dell’Industria dell’animazione uscito in settembre, l’animazione giapponese è sempre più popolare nel mondo e il mercato degli anime sembra vivere un boom. Tuttavia, molti studios lottano per sopravvivere. Fra le altre questioni attualmente in discussione, sembra che le opere realizzate ogni anno siano troppe e che non ci siano abbastanza disegnatori per lavorare su ognuna di esse. Per finire, i disegnatori non sono pagati abbastanza. Cosa pensa di tutto questo? Y. k.: È vero, mancano i disegnatori di anime. Se si calcolano le nuove serie, le vecchie che continuano a essere alimentate da nuovi episodi e tutti gli altri progetti, credo che ogni anno vengano prodotte una settantina di anime. Non posso guardarli tutti, e nessuno lo può fare! Sono sicuro che molti fan scelgano le serie da seguire e abbandonino le altre. Dal punto di vista della produzione, questo rappresenta un lavoro enorme e i disegnatori disponibili vengono ripartiti sui diversi progetti.

Prima di lanciare la società di produzione Twin Engine, ha lavorato per il celebre programma di Fuji TV noitaminA. Perché ha lasciato la rete televisiva e che differenze ci sono fra il lavoro di oggi e l’impiego di un tempo? Y. k.: Dopo aver lavorato per anni nella produzione di serie di anime per la televisione, avevo voglia di qualcosa di diverso. Certo, da un punto di vista commerciale, dar vita a un nuovo studio cominciando un lungometraggio costituisce un rischio per la mole di lavoro e il denaro investito. Ogni volta che si avvia un’iniziativa simile, il conto finisce in rosso. Ma volevo assumere quel rischio. In un certo senso, il fallimento di Manglobe è capitato nel momento giusto (ride) e sono felice di aver colto la sfida. Se devo paragonare i due ambienti di lavoro, direi che in fondo non sono così diversi. La più grande differenza è che con Twin Engine ricevo molte idee e proposte, anche dall’estero, cosa che non accadeva con noitaminA. a questo proposito, un suo tweet del 30 settembre recitava così: «sapevo già che dirigere uno studio d’animazione sarebbe stato difficile, ora mi rendo conto che è ancora più duro di quel che pensassi. Per fortuna, ho al mio fianco una buona squadra grazie alla quale tutto andrà per il meglio. Non posso contare sulle persone che disertano quando le cose si fanno difficili». Y. k.: (Ride) Addirittura leggete i miei tweet! Ammetto di essere stato piuttosto ingenuo quando ho aperto il mio studio. Ho messo in gioco la mia esistenza. Al tempo stesso, adoro creare anime. Quindi assumo la responsabilità delle mie azioni. Il problema è che la gente abbandona la nave troppo spesso. Si tratta di un ambiente lavorativo sottoposto a forti tensioni e, per farne parte, bisogna essere capaci di resistere a queste tensioni e continuare il cammino anche quando le cose si destabilizzano. Molti si lanciano in questo mestiere senza rendersi conto di quanto sia difficile. Si spaventano rapidamente e gettano la spugna. Non posso lavorare con persone così. Comunque vada, i collaboratori di Geno Studio non hanno ancora abbandonato la nave. Da questo punto di vista sono fortunato! (ride) INTERVISTA REALIZZATA DA J. D.

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©Project Itoh / GENOCIDAL ORGAN

immaginazione. Genocidal Organ si svolge in un avvenire prossimo. È una storia credibile, raccontata in maniera realista. Questo permette allo spettatore di stabilire una connessione più forte con la vicenda e di concentrarsi meglio sui personaggi.


ZOOM CULTURA L’arte del vetro a Genova

MOSTRA

Fino al 1 ottobre, il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova ospita la mostra personale “Ponte di Luce”, dell’artista Oki Izumi. Da diversi anni, Oki lavora esclusivamente vetro industriale. Questo tipo di vetro, ben diverso dal pregiato e limpido cristallo, è un materiale di colore verde-azzurro che ben si presta a richiamare gli elementi naturali dell’aria e dell’acqua cari alla cultura giapponese. La mostra è patrocinata dall’Istituto Giapponese di Cultura ed è inserita nelle celebrazioni ufficiali del 150° Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia. Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone, piazzale Giuseppe Mazzini 4, Genova Orari: mar-ven 9:00 ~ 19:00; s ab-dom 10:00 ~ 19:30 Per maggori informazioni: museochiossone@comune.genova.it

Nagatani Kyoji a Varese

MOSTRA

Dopo la mostra condivisa con Annalù, Nagatani Kyoji è ancora ospite della galleria PUNTO SULL'ARTE di Varese. Due opere dello scultore giapponese fanno infatti parte della mostra collettiva “<20 15x15/20x20” che si tiene dal 15 giugno al 5 agosto. Nagatani, che ha sviluppato negli anni un linguaggio essenziale e minimalista soprattutto attraverso l’uso del bronzo, sfrutta la compatta impenetrabilità del metallo per esprimere una profonda spiritualità, alla ricerca di una verità ultima all'interno della natura. PUNTO SULL’ARTE, Viale Sant’Antonio 59/61, Varese Orari: mar-sab 10:00-13:00 / 15:00-19:00 Per maggiori informazioni: info@puntosullarte.it

MOSTRA Stampe

Fotografie di Carmelo Nicosia a Catania

MOSTRA

giapponesi a Roma

Fino al 4 agosto, la Fondazione Brodbeck di Catania ospita la mostra di Carmelo Nicosia “Japan, flight maps”, curata da Gianluca Collica. Nicosia esplora i luoghi dell’immaginario contemporaneo (città, luoghi di transito, territori invisibili, mari, cieli, archivi della memoria, identità) restituendo al mezzo “fotografia di viaggio” una dimensione volutamente primigenia, che azzera gli effetti speciali della moderna tecnologia. La mostra comprende 10 “flights maps” di grandi dimensioni; una serie di installazioni a parete intese come “mappe esistenziali” e momenti di vita quotidiana (ciascuna composta da 12 immagini in sequenza narrativa); e un video tratto dalla serie “travel architectures”. Saranno esposti inoltre una serie di oggetti e di rimandi visivi, ove il segno e la scrittura creano un legame tra il luogo della partenza (la Sicilia) e il luogo d’arrivo (il Giappone). È un viaggio inteso come catarsi, pratica filosofica, riflessione sul tempo, vita quotidiana e paesaggi naturali. Fondazione Brodbeck, via Gramignani 93, Catania Per maggiori informazioni: info@fondazionebrodback.it

MOSTRA Netsuke

e fotografia del XIX secolo a Milano

Fino al 31 luglio, il Museo Poldi Pezzoli di Milano ospita la mostra “C’era una volta in Giappone – Fotografie e netsuke del XIX secolo”. L’esposizione, che fa parte della rassegna Milano Asian Art 2017, accosta due diverse tipologie di opere d’arte giapponesi: una selezione dei netsuke e okimono del Museo Poldi Pezzoli e alcune fotografie– stampe all’albumina colorate a mano da artisti del tempo e collotipi – della Fondazione Ada Ceschin e Rosanna Pilone di Zurigo. Le opere in esposizione sono state realizzate da abilissimi artigiani giapponesi e dialogano

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Fino al 12 ottobre l’Istituto Giapponese di Cultura a Roma ospita la mostra “Boom, Beat, Bubble” dedicata alla stampe giapponesi degli anni ’60, ’70 e ’80. Il titolo della mostra deriva proprio dal Boom economico degli anni ’60, dal Beat degli anni ’70 e dalla Bubble economy degli anni ’80. 54 opere a stampa di 24 autori, tra cui Amano Kazumi, Ay-O, Fukazawa Yukio, Fukita Fumiaki, Hiwasaki Takao, Kamiya Shin, Kanamori Yoshio, Kimura Kosuke, Kurosaki Akira, Onogi Manabu, Noda Tetsuya, Takamatsu Jiro, Tamura Fumio, Yayanagi Go, Yokoo Tadanori, e molti altri. La mostra è realizzata in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, dalla collezione dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma. Istituto Giapponese di Cultura, via Gramsci 74, Roma Orari: lun-ven 9:00-12:30 / 13:30-18:30, mer fino alle 17:30, sab 9:30-13:00 Per ulteriori informazioni: info@jfroma.it

magnificamente tra loro per lo stile e le iconografie dei soggetti raffigurati. Realizzate tutte durante il periodo Meiji (1868-1912), mostrano scene di vita quotidiana e paesaggi naturali. Museo Poldi Pezzoli, via Manzoni 12, Milano Orari: dalle 10:00 alle 18:00


Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

ZOOM CULTURA

La realizzazione del nuovo museo tokyoita è stata affidata a Sejima Kazuyo.

STAMPE

Prima visita al museo Hokusai

aperto al pubblico dall’autunno scorso, il nuovo centro culturale riscuote già un gran successo. Visita guidata.

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l Sumida Hokusai Museum ha aperto le porte il 22 novembre, in un quartiere popolare di Tokyo. Situato nei pressi della stazione Ryogoku della JR e della metro, a qualche minuto a piedi dallo Stadio nazionale di Sumo (Kokugikan) e del Museo Edo-Tokyo, il Museo Hokusai è stato costruito in un’area tranquilla della capitale, vicino alla dimora natale del celebre artista. Dopo diversi anni di tentennamenti e di esitazioni, il museo, su tre piani e affacciato su un giardinetto pubblico, ha infine visto la luce ed è ora pronto ad accogliere i visitatori venuti da ogni dove per celebrare quest’artista la cui fama ha ampiamente oltrepassato le frontiere dell’arcipelago.

INFORMAZIONI PRATICHE Sumida Hokusai Museum 2 Chome-7-7 Kamezawa, Sumida-ku, Tokyo 130-0014 - Tel. 03-6658-8931. Entrata : 400 yen (tariffa ridotta 300 yen). http://hokusai-museum.jp/

Il progetto è stato affidato a Sejima Kazuyo, lo stesso architetto a cui dobbiamo opere prestigiose quali il Museo di Kanazawa, o il Louvre-Lens (co-realizzato con Nishizawa Ryue), che sono rimaste impresse nell’immaginario del pubblico. L’edificio del Museo Hokusai non sfugge alla regola. Composto di diversi blocchi dalle forme geometriche ricoperte di pannelli in alluminio, presenta una silhouette bianca, dalle linee pure, che si riflette come uno specchio al sole. Niente lascia immaginare l’architettura interna. Una volta penetrati all’interno, nell’entrata dai muri immacolati e dal parquet marrone chiaro, si è sorpresi dalla luminosità. L’ingresso è a pian terreno, dove si trovano una sala per le conferenze, una biblioteca e la boutique museale. Il sottosuolo è riservato alle meeting rooms e ai magazzini. La visita comincia invece al terzo piano, con l’esposizione permanente, luogo ludico e pedagogico, che presenta attraverso diverse riproduzioni la vita del maestro e le sue opere principali. In questa sala dalle pareti nere, perfette per valorizzare le stampe, il pavimento è percorso da piccoli fasci di luce, al fine di evocare il corso del fiume Sumida.

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Hokusai ci attende in compagnia della figlia Oei - in arte Oi - grazie a due sorprendenti manichini di cera animati, armati di pennello e intenti a disegnare, all’interno della loro umile dimora. La scena evoca lo stile di vita permeato di sobrietà dell’artista che consacrò la vita intera al disegno e alla pittura, animato dall’intenzione di raggiungere la purezza assoluta del tratto, come scrisse nella celebre postfazione delle Cento vedute del Monte Fuji (1834): «Da quando avevo sei anni, ho cominciato a disegnare qualunque cosa. A cinquanta, avevo pubblicato numerosi disegni, ma nulla fra le opere realizzate prima dei miei settant’anni vale la pena di essere presa seriamente in considerazione. Soltanto a 73 anni ho cominciato a comprendere la vera forma degli animali, degli uccelli, degli insetti, dei pesci, e la natura delle piante e degli alberi. A 86 anni, avrò ancora progredito. A 90, penso potrò avvicinarmi all’essenza dell’arte. A cent’anni, mi auguro di raggiungere il livello del meraviglioso e del divino. Infine, quando avrò 110 anni, ogni tratto, ogni linea dei miei disegni vivrà di vita propria. Mi auguro profondamente che coloro che mi sopravviveranno possano constatare la


Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

ZOOM CULTURA

Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

I visitatori possono scoprire le condizioni in cui viveva Hokusai.

I responsabili del museo hanno fatto prova di grande attenzione per rendere le opere comprensibili a tutti. giugno - settembre 2017 N. 6 ZOOM GIAPPONE 17


ZOOM CULTURA Uscendo da questa sala ci si ritrova nella luminosa hall del terzo piano, che offre una vista panoramica sullo Sky Tree, il nuovo grattacielo di Tokyo, alto 634 metri, eretto a breve distanza dal museo. Si arriva quindi alla prima sala dell’esposizione temporanea. Il secondo piano è interamente dedicato alle altre sale di quest’esposizione. Il Sumida Hokusai Museum intende presentarne diverse ogni anno. A ogni piano, delle panchine permettono ai visitatori di godere di una sosta riposante prima di riprendere il circuito. Le 1500 opere della collezione museale provengono da un lascito dello specialista di storia dell’arte Narazaki Muneshige (1904-2001), di 600 opere parte del patrimonio artistico appartenente al collezionista Peter Morse (1935-1993) e di numerose stampe e pitture acquisite dalla circoscrizione del Sumida

prima della costruzione del museo. Quest’ultimo non si accontenterà di presentare la propria collezione, che non cessa di crescere e arricchirsi di nuove opere, ma accoglierà anche quelle di altri musei giapponesi e stranieri. Per celebrare l’apertura, 120 opere di Katsushika Hokusai,, fra le più celebri, sono state minuziosamente scelte ed esposte: stampe, pitture, surimono (stampe prestigiose non destinate alla vendita), libri illustrati e un rotolo emaki lungo sette metri (Vista panoramica sul fiume Sumida). Questo emaki apparteneva un tempo al mercante d’arte Hayashi Tadamasa (1853-1906), amico e consigliere degli artisti occidentali appassionati di Giappone, in particolare Edmond de Goncourt che contribuì alla stesura della monografia dedicata a Hokusai, pubblicata nel 1896. L’oggetto figurava nel catalogo della vendita della collezione

Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

verità di ciò che ho scritto». Firmato: Manij, il vecchio pazzo per la pittura. Numerosi touch screen offrono preziose informazioni su ogni opera presentata, giochi interattivi, puzzle, giochi d’associazione d’idee, senza dimenticare il famoso Manga di Hokusai. Quest’ultimo non è un “manga” così come lo conosciamo oggi, non racconta storie. È un manuale di disegno destinato ai suoi allievi e a tutti coloro che desiderano imparare quest’arte. Si tratta di un insieme di quindici carnet di disegno, nei quali l’artista ha trattato tutti i soggetti: fauna, flora, architettura, prospettiva occidentale, il soprannaturale, i mestieri, i sentimenti, la gestualità umana, ecc. È stato pubblicato nel 1814 e ha conosciuto un successo folgorante, tanto che ne furono realizzate diverse riedizioni. L’ultimo volume è stato pubblicato dopo la morte dell’artista.

Sumida Hokusai Museum

Il nuovo museo propone molte fra le più celebri opere del maestro. Fra queste una delle Trentasei vedute del Monte Fuji (Fugaku sanjû rokkei).

Dettaglio della Vista panoramica sul fiume Sumida, l’emaki di 7 metri che il museo ha potuto acquisire, arricchendo così la collezione grazie a un pezzo eccezionale. 18 ZOOM GIAPPONE N. 6 giugno - settembre 2017


ZOOM CULTURA Hayashi, Oggetti d’arte del Giappone e della Cina, nel 1902. Da allora, se ne erano perse le tracce. Ritrovato l’anno scorso in Europa, è tornato nella sua città d’origine e fa ormai parte della collezione del Sumida Hokusai Museum. Nella prima parte, l’esposizione evoca la vita del pittore e presenta dei ritratti di Hokusai eseguiti dallo stesso artista e da altri. La seconda parte ci permette un tuffo nella vita del quartiere di Sumida all’epoca Edo. Il rotolo Vista panoramica sul fiume Sumida, opera principale di questa prima esposizione, è la più grande realizzazione di Hokusai fra quelle che conosciamo. Essa utilizza il chiaroscuro per dipingere le due rive del fiume, dal ponte di Ryogoku fino al canale San’ya (San’yabori). La riva sinistra del Sumida, contesa dagli intellettuali, offriva una vegetazione lussureggiante. La fioritura dei ciliegi in primavera, le foglie color ocra e vermiglio degli aceri in autunno, il paesaggio innevato in inverno, facevano la felicità degli abitanti. Era anche il luogo ideale per ammirare i fuochi artificiali che suscitavano la meraviglia della popolazione ogni estate. Ci si poteva poi recare in raccoglimento in uno dei numerosi templi e santuari del quartiere. La riva destra era invece quella dei divertimenti, dei misemono (baracconi da fiera), degli alberghi e delle case da tè. Sul canale Sanya, gli uomini si dirigevano in barca verso il quartiere delle case di piacere, Shin Yoshiwara.

Il museo espone anche le opere più rare del “pazzo” che voleva disegnare fino all’età di 110 anni.

Questa esposizione inaugurale presentava, oltre ai surimono ricchi di goffrature dai riflessi oro e argento, di grande raffinatezza e capaci di esprimere le qualità eccellenti dell’arte di Hokusai, anche pitture e stampe come quelle della serie detta Trentasei vedute del Monte Fuji, serie che ha ispirato e influenzato profondamente la produzione artistica in occidente nella seconda metà del XIX secolo. Sebbene non abbia raggiunto, come avrebbe tanto desiderato, i centodieci anni, Hokusai

lascia dietro di sé un’opera considerevole che non cessa, ancora ai giorni nostri, di ispirare gli artisti e gli artigiani di tutto il mondo. Il Sumida Hokusai Museum diventerà di sicuro una delle tappe preferite dai visitatori giapponesi e stranieri. BRIGITTE KOYAMA-RICHARD I nostri più calorosi ringraziamenti vanno a Okuda Atsuko, conservatrice del Museo, e a Suzuki Toshiyuki, incaricato delle relazioni pubbliche.

P

er la maggior parte dei nostri contemporanei, il nome di Hokusai è associato alla stampa de La grande onda di Kanagawa (Kanagawa oki nami ura), o ancora al Monte Fuji nel temporale (Sanka hakuu), due stampe delle Trentasei vedute del Monte Fuji (Fugaku sanju rokkei). Ma l’opera di questo eccellente artista dai molteplici talenti non si può riassumere in questo. Hokusai nacque nel 1760 nella famiglia Kawamura, non lontano dalla via che porta oggi il suo nome (prima si chiamava Honjo warigesui), nel quartiere dove visse quasi tutta la vita, malgrado i numerosi traslochi. Come era consuetudine nelle famiglie giapponesi dell’epoca, venne adottato dallo zio Nakajima Ise, artigiano costruttore di specchi al servizio del governo. Si conoscono poche cose dei primi anni della sua esistenza, ma le prefazioni o postfazioni che scrisse per i manuali di pittura ci permettono di saperne un po’ di più sull’uomo e sull’artista. Colto, desideroso di conoscere sempre nuove tecniche di pittura, questo personaggio eccentrico non ha mai smesso di disegnare e di affinare il suo stile nel corso degli anni. Cominciò la sua carriera nel 1778, sotto

il nome di Shunro, entrando a far parte dei giovani pittori della scuola di Katsukawa, dove rimase per una quindicina d’anni. Creò numerosi ritratti di bellezze femminili e si esercitó con formati diversi. Lasciò poi la scuola nel 1795 e adottò il nome di Sori, concentrandosi sulla realizzazione dei surimono, stampe lussuose, spesso decorate da polvere d’oro e d’argento, eseguite su ordini particolari, per celebrare ad esempio degli eventi speciali e non destinate alla vendita. Nel 1798 scelse il nome di Hokusai Tokimasa e continuò la sua produzione di surimono, settore nel quale dimostrava pienamente le sue qualità artistiche. Da qui la sua nomea si fece sempre più importante. A partire dal 1804, si consacrò alla produzione di libri di poesia illustrati e alle pitture. Prese dunque il nome di Gakyo Rojin Manji, nome per il quale utilizzò l’ideogramma manji 卐, simbolo di longevità, quindi quello di Katsushika Hokusai. Ricominciò a realizzare stampe e, fra queste, delle stampe ludiche definite omochae. Dal 1810 al 1820 lavorò sotto il nome di Taito, creando opere dallo stile nuovo. Questo periodo fu contrassegnato, nel

Shimotsuke Kurokamiyama Kirifuri no taki (Cascata nella nebbia, monte Kurokami), 1832. Estratto da Viaggio tra le cascate giapponesi. 1814, dalla pubblicazione del primo carnet di Manga e di numerosi manuali di pittura. Nel 1820, all’età di 60 anni, scelse il nome di Iitsu e consacrò la maggior parte del suo tempo alla creazione di stampe di ogni genere: paesaggi, guerrieri, fiori, uccelli e così via. Sempre in

questo periodo, all’inizio degli anni Trenta dell’Ottocento, portò a termine sia il suo capolavoro, le famosissime Trentasei vedute del Monte Fuji, che l’altrettanto celebre serie Viaggio tra le cascate giapponesi. Nell’ultimo periodo della sua vita, dal 1834 al 1849, assunse il nome di Gakyo Rojin Manji, “il vecchio pazzo della pittura”, e produsse la serie Le cento vedute di Edo. Si interessò poi a pitture dedicate al mondo animale e vegetale e a soggetti religiosi, come se si preparasse per il suo viaggio verso l’aldilà. La corrente del giapponismo, quest’onda possente che invase l’Europa e gli Stati Uniti, avrebbe potuto nascere se l’incisore Félix Bracquemond, i fratelli Goncourt e altri artisti e intellettuali non avessero scoperto e apprezzato il Manga di Hokusai? È esagerato affermare che, grazie al suo genio, il grande artista giapponese ha cambiato la faccia della storia e dell’arte? Era tempo che un museo fosse edificato per rendere finalmente omaggio a colui che viene considerato come fra i più grandi, o addirittura il più grande artista giapponese. B. K.-R.

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Sumida Hokusai Museum

U N TALENTUOSO ARTISTA DAI MOLTI NOMI


ZOOM CULTURA STORIA

Tanaka Kakuei fa ancora parlare di sé

Vent’anni dopo la sua scomparsa, questo ex-Primo Ministro esercita ancora un fascino immutato sui giapponesi.

Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

I

l fantasma di Tanaka Kakuei (1918-1993), ex-Primo Ministro degli Anni Settanta, plana sull’arcipelago quando meno te l’aspetti. Le opere sul politico, sull’architetto del Giappone moderno o sul burocrate corrotto, a seconda dei punti di vista, si succedono in libreria dal 2015. La sua biografia, firmata dallo scrittore ed ex-governatore di Tokyo, Ishihara Shintaro, e intitolata Tensai (Il genio, inedito in italiano), ha rianimato il mondo dell’edizione afflitto da mesi dal calo continuo delle vendite. L’opera conta già più di 900.000 copie vendute, cifra mai raggiunta dalla biografia di un politico. Tensai, con una foto in bianco e nero di Tanaka in copertina, figura in testa alla classifica delle migliori vendite di libri nel 2016, davanti persino all’ultimo Harry Potter. Ma da dove nasce questo “ritorno” di uno dei personaggi chiave della politica giapponese? Perché i nipponici mostrano un tale interesse verso questo ex-Primo Ministro, nonostante la condanna a quattro anni di prigione giunta a causa della sua implicazione nell’affare Lockheed, una scandalosa vicenda di mazzette a livello internazionale? La domanda sembra interessare tanto le persone che gli furono vicine quanto i media. Asaka Akira, che lavorò per lui come segretario per ben 23 anni, è un fiume di parole. «Abbiamo soltanto due ore per parlare di lui?», chiede, appena ci accomodiamo nel suo ufficio situato nel centro della capitale. «Ve lo assicuro, non saranno sufficienti». Capelli grigi pettinati col gel e sguardo lontano, Asaka non nasconde la sua ammirazione per colui che chiama ancora oggi con affetto oyaji (mio padre). Su uno degli scaffali della sua biblioteca, si nota subito una collezione di volumi, tutti consacrati a Tanaka. «Nel 2016 sono usciti non meno di 50 libri su di lui. Senza dubbio si tratta di un fenomeno fino ad ora sconosciuto per l’editoria!», esclama, nascondendo appena l’orgoglio per la popolarità post-mortem raggiunta dal suo maestro. È proprio grazie a questa mole di pubblicazioni che Akira si è permesso di uscire dal silenzio. «La gente si ricorda soprattutto di ciò che gli avversari dissero o scrissero su di lui. I segretari sono di norma tenuti al silenzio e dovrebbero portare i segreti dei loro capi nella tomba, ma io non volevo che le falsità espresse su di lui ne danneggiassero l’immagine per sempre». Per Asaka , se l’ex-Primo Ministro rimane uno degli uomini politici più popolari del Paese, è so-

Figura chiave della politica degli anni Settanta, Tanaka Kakuei rimane molto popolare.

prattutto grazie al suo percorso. Figlio di un semplice mercante di cavalli, è il solo ad aver avuto accesso al ruolo di Primo Ministro senza aver ottenuto diplomi. Contrariamente alla gran maggioranza dei politici giapponesi, non è il rampollo di un clan solidamente ancorato al potere da generazioni. «Ha provato a tutti, con la sua carriera, che è possibile affrontare un cammino importante avvalendosi dei propri sforzi. È una figura unica nella storia del Paese», prosegue Asaka, con ammirazione. Grazie alle azioni e opere da lui promosse, dalla costruzione della rete stradale alla stabilizzazione delle relazioni con la Cina, passando per concreti passi avanti nella spinosa questione riguardante le isole Curili, Tanaka era temuto dagli avversari e riverito dai suoi fedelissimi. La sua brillante carriera fu tuttavia stroncata dall’affare Lockheed. Sospettato di aver favorito l’acquisto di aerei del gruppo americano da parte di una compagnia aerea nipponica in cambio di 500 milioni di yen, venne condannato a quattro anni di prigione. Negando ogni implicazione nella vicenda, fece immediatamente ricorso. Ma un attacco cerebrale

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distrusse definitivamente la sua speranza di ritornare sotto i riflettori. Morì, a causa di una polmonite, nel 1993, a 75 anni. «Come uomo politico, fu capace di conquistare la cima dell’Everest, ma alla fine è caduto in fondo al precipizio. È questo contrasto incredibile che tocca e commuove profondamente i Giapponesi», riflette il segretario, rimasto al fianco di Tanaka in tutte le fasi della sua carriera. «Sapete da dove veniva la sua passione?», chiede. «Voleva prima di tutto salvare la sua regione natale, Niigata, dalla miseria, facendovi arrivare i benefici della crescita economica del dopoguerra». La vita di Tanaka ebbe come filo conduttore questa ossessione. Non smise mai di lottare per rompere quel circolo vizioso che faceva sì che la concentrazione di beni e di ricchezze avvenisse soltanto attorno alle grandi città. Agì come se avesse saputo che, qualche decennio più tardi, lo spopolamento sarebbe diventato un problema importantissimo e una minaccia per il Paese. È questa dote visionaria che Ishihara Shintaro non cessa di lodare nel suo libro Tensai. «Tanaka possedeva un fintuito davvero particolare


che gli permetteva di “sentire” il futuro, contrariamente ai politici di oggi che ne sono completamente sprovvisti», ha dichiarato in un’intervista recentemente. La visione di Tanaka sul futuro del Giappone la si ritrova nel suo La scommessa giapponese: costruire un nuovo Giappone (Nippon retto kaizoron, disponibile in francese, presso le edizioni Presses de la Cité), libro pubblicato nel 1972 che riprende le grandi linee della sua politica. Leader della sua corrente in seno al Partito Liberal-Democratico (PLD), sognava di industrializzare la provincia giapponese grazie a un’efficace rete autostradale e ai treni ad alta velocità, al fine di limitare i danni legati allo spopolamento delle zone rurali, evidenti fin da allora. I suoi metodi in politica sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Molti - in particolare i suoi avversari - ricordano come Tanaka ottenesse la lealtà dei deputati a suon di regali, il che gli valse un’immagine di politico corrotto da cui non si liberò più per tutto il resto della sua carriera. Per questo, l’entusiasmo suscitato oggi da Tanaka non è di gradimento a tutti. Kan Naoto, altro ex-Primo Ministro e figura importante dell’opposizione al PLD, è fra questi. «Certo, ha fatto molto per la sua regione. Ma non bisogna dimenticare che la sua politica si basava sulla capacità di manipolare i fondi pubblici», scrive sul suo blog. Kan vuole soprattutto lanciare un segnale d’allarme, poiché si assiste oggi a un ritorno dei metodi adottati da Tanaka nelle relazioni tra il PLD di Shinzo Abe e il Keidanren, l’equivalente della Confindustria, in Giappone. «Affinché le leggi siano votate, è prima di tutto necessario che avvenga un dibattito democratico. I doni ai politici possono rovinare la democrazia», spiega. Al potere quando si verificò l’incidente nucleare di Fukushima, Kan Naoto ha ugualmente criticato la politica energetica di Tanaka. In effetti, quest’ultimo organizzò la rete di centrali nucleari basandola su un sistema di sovvenzioni pubbliche alle regioni che accettavano di accoglierne la costruzione. Di conseguenza, l’economia locale diventò dipendente da questa manna finanziaria, rivelandosi una delle cause indirette della catastrofe del 2011. L’affare Lockheed, scandalo che gettò una luce sinistra sulla vita di Tanaka, non è stato poi dimenticato. Molti politici vicini all’ex-Primo Ministro credono ancora fermamente alla sua innocenza. Asaka rifiuta di immaginare che il suo maestro potesse aver ricevuto quei famosi 500 milioni di yen dalla società americana. «Penso che non se ne rendesse veramente conto». Un’opinione che Hotta Tsutomu, procuratore incaricato dell’affare, non condivide nel modo più assoluto. «Oltre ai cinquecento milioni, sono sicuro che Tanaka ricevette un’altra mazzetta, persino superiore alla prima», afferma. «Mi spiace non averne trovato le prove». Che Tanaka

Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

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Asaka Akira, ex segretario di Tanaka Kakuei, posa davanti al ritratto del suo mentore.

fosse colpevole o meno oggi poco importa: l’affare è stato archiviato alla sua morte e la Corte Suprema ha annullato ogni azione giudiziaria nei suoi confronti. Malgrado l’ondata di pubblicazioni, il bilancio di Tanaka resta ancora difficile da valutare per i ricercatori. «Soprattutto riguardo alla politica interna, non disponiamo di materiali d’archivio sufficienti su di lui per una ricerca obiettiva», si rammarica Fukunaga Fumio, professore all’università Dokkyo. Per questo specialista di storia politica moderna, la popolarità di Tanaka si spiega con una sola parola: nostalgia. «La società giapponese ha terminato la sua fase di crescita e non è chiaro in che direzione si orienti ora. Se i giapponesi si contendono i libri su Tanaka, è probabilmente perché il personaggio rappresenta una leadership di cui sentono il bi-

sogno», spiega. «I suoi progetti politici sono ormai obsoleti. Alla sua epoca, l’economia giapponese aveva ancora ampi margini di crescita. Oggi non è più così». Per Fukunaga, la sfida è trovare una visione adatta al presente e non guardare indietro per consolarsi coi bei ricordi. «Sono stanco di sentire la gente lodare i progetti di Tanaka e di questo interminabile tuffo nella nostalgia. Si rivela così l’incapacità dei politici di oggi di offrire una visione per il futuro», prosegue il professore. Resta da sapere quando i giapponesi decideranno di finirla con la nostalgia e guarderanno la realtà in faccia. Fintanto che la vendita dei libri su Tanaka avrà il vento in poppa, significherà che quel momento non è ancora arrivato. YAGISHITA YUTA

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Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

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Il tempo non ha giocato a favore della Nakagin Capsule Tower. L’edificio avrebbe bisogno di importanti lavori di restauro.

ARCHITETTURA

Un capolavoro in pericolo

La Nakagin Capsule Tower, opera di kurokawa kisho, tenta di resistere alla sua distruzione programmata.

L

a Nakagin Capsule Tower non è difficile da trovare. Bisogna semplicemente raggiungere la stazione di Shinbashi, a Tokyo, affollata dagli uomini d’affari che la invadono ogni mattina e ogni sera, e proseguire verso est. Questo immobile strano, alto 54 metri, fa capolino tra gli edifici circostanti, che si affacciano sul percorso dell’autostrada. Il suo aspetto suggerisce l’immagine di un gigante che si sia divertito a impilare una sull’altra delle enormi lavatrici. La Nakagin Capsule Tower è l’opera emblematica di Kurokawa Kisho, celebre architetto del XX secolo, conosciuto per essere il padre del movimento definito Metabolismo. Il concetto di questo gruppo, nato dall’iniziativa di giovani architetti giapponesi verso la fine degli anni Cinquanta, stava nel re-inventare l’architettura ispirandosi

al metabolismo biologico. L’idea era quella di costruire degli immobili “viventi” con strutture intercambiabili, flessibili e estensibili. Immaginate ad esempio un edificio composto da stanze che funzionano come cellule che si rinnovano e si sviluppano in funzione delle esigenze dei residenti. Altro principio fondamentale del movimento era costituito dal “terreno artificiale”, una sorta di struttura verticale sulla quale venivano fissate le “cellule”. Questa visione era presentata come una soluzione per risolvere il problema di mancanza di spazio, generato dallo sviluppo improvviso e quasi brutale della città di Tokyo. La Nakagin Capsule Tower, costruita nel 1972, è una fra le opere-simbolo del movimento. Le capsule, che sono in realtà degli appartamenti di 10 metri quadri, rappresentano le “cellule”, e la struttura principale incarna l’idea del “terreno artificiale”. La torre è dunque la rappresentazione concreta della visione futurista di Kurokawa Kisho sull’architettura, concepita come «un albero i cui

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rami crescono verso il cielo». Si tratta per lui di «emanciparsi dall’architettura terrena» e annunciare «l’arrivo dell’architettura vivente». L’architetto e il promotore del progetto avevano l’obiettivo di attirare qui gli abitanti del quartiere d’affari di Shinbashi e i residenti agiati di Ginza. Kurokawa vedeva in essi dei cittadini nomadi finalmente capaci di vivere dove più lo desideravano, fuori dallo spazio natale. «La capsula è la residenza perfetta per questo tipo di individui», dichiarava l’architetto nel 1969. La guerra era finita da 25 anni e si assisteva all’inizio dello sviluppo delle megalopoli e alla concentrazione degli abitanti negli spazi urbani. La parola d’ordine era lasciare la provincia ancora rurale e venire a vivere a Tokyo. Concepite così come una seconda casa per businessmen, le capsule incarnano esattamente il futurismo degli anni Settanta rispetto alla nozione di residenza. Sono dotate di un televisore a colori, cosa non comune all’epoca, dell’aria condizionata e di amplificatori stereo. Tutto si


può raggiungere direttamente dal letto, posizionato in fondo alla camera. Vicino al letto si trova una grande finestra tonda, che dà l’impressione di vivere nella cabina di una nave. L’atmosfera ricorda quella di film come Alphaville di Jean-Luc Godard e continua a sedurre gli appassionati di architettura a distanza di quarant’anni. Sekine Takayuki, 52 anni, è fra questi. Un giorno, leggendo un articolo, scoprì che alcune capsule dell’edificio erano in vendita. «Non ho esitato un solo istante», racconta con un gran sorriso. «In palazzi creati da architetti celebri come Kurokawa, normalmente non è possibile viverci! Ho trovato la cosa straordinaria», ricorda. Acquistò una capsula nel 2005 per quattro milioni di yen (35.000 euro) e vi trascorre i fine settimana con la moglie, anch’essa appassionata di architettura. Tuttavia, non è sempre semplice abitare in simili costruzioni. «Bisogna davvero amare questo posto», ammette. Nessuna fra le capsule, concepite per durare circa venticinque anni, è stata sostituita dal tempo della costruzione. Le perdite d’acqua sono numerose e provocano la proliferazione della ruggine sui tubi della struttura principale che sostiene le capsule. Di conseguenza, da ormai qualche anno, gli abitanti rinunciano alla doccia calda. La torre ha resistito al terremoto del 2011, ma non è certo che sia conforme alle norme antisismiche odierne. Ecco perché circa la metà delle 140 capsule sono state abbandonate o vengono utilizzate come grandi ripostigli. Più o meno trenta persone vivono stabilmente nell’immobile; per il resto si tratta di residenti occasionali come Sekine e sua moglie. Di fronte a questa situazione, i proprietari fanno a gara per trovare soluzioni ingegnose per riparare e restaurare le capsule a modo proprio, al punto che le stanze a volte non ricordano più per niente quelle esistenti al momento dell’inaugurazione. Quella di Sekine ha conservato quasi tutti gli arredi originali, ma si tratta ormai di un’eccezione. Stanchi di vedere l’acqua infiltrarsi ovunque e l’umidità invadere l’immobile, gli abitanti della Nakagin Capsule Tower hanno votato per il suo smantellamento. Il gruppo Nakagin, che all’epoca finanziò il progetto di Kurokawa, vuole recuperare il terreno per costruire un nuovo immobile e la proposta è stata approvata dalla maggior parte dei proprietari. Visto che l’affitto di una capsula si aggira tra i 40.000 e i 70.000 yen (da 350 a 600 euro), mantenere una tale costruzione non è più vantaggioso per il gruppo. La vicenda ha subito però uno sviluppo imprevisto. Nel 2007, il gruppo edile ha fatto fallimento nel momento della crisi dei subprimes,

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Impossibile non notare questa costruzione originale in mezzo ai palazzi di Tokyo.

rimettendo così in questione il progetto di distruzione. Da allora le cose non si sono più mosse. Se il progetto del gruppo Nakagin è a un punto morto, è anche grazie al fatto che gli abitanti hanno cominciato a militare per la conservazione dell’immobile. Maeda Tatsuyuki, proprietario di tredici capsule e presidente del consiglio sindacale, ricorda che «si tratta di un patrimonio importante, non bisogna distruggerlo». Per

far conoscere la torre e ciò che essa rappresenta, ha lanciato, appoggiato da una decina di altri abitanti, una campagna di comunicazione e una serie di attività culturali: esposizioni di fotografie, proiezioni di film o ancora servizi di moda fanno ormai parte del programma. L’atmosfera di un “futuro mai arrivato” legata al progetto della Nakagin Capsule Tower si sposa bene con queste iniziative. In ottobre, gli abitanti hanno aperto l’immobile a visite pub-

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Jérémie Souteyrat per Zoom Giappone

Ogni appartamento misura 10 metri quadrati. Quello di Sekine Takayuki ha conservato gli arredi originali.

Ogni appartamento è dotato di un televisore a colori.

Attualmente, più della metà delle 140 capsule non sono più occupate dai proprietari. 24 ZOOM GIAPPONE N. 6 giugno - settembre 2017

Le infiltrazioni rappresentano il problema principale da risolvere.

bliche, in partenariato con la città di Tokyo, intenta a potenziare l’immagine culturale della città in vista dei Giochi Olimpici del 2020. La fama della torre oltrepassa le frontiere. Le offerte su AirBnb erano talmente popolari fra i turisti che alla fine la società incaricata della gestione dell’immobile ha dovuto opporre un rifiuto. «È un gran peccato. Avrebbe potuto essere una buona fonte di incassi per i lavori di restauro», commenta spiaciuto Maeda. Gli eventi hanno tuttavia permesso di tessere numerosi legami fra gli abitanti che, come racconta Maeda, «prendono l’aperitivo e fanno bricolage insieme». Per lui, l’edificio e le amicizie nate con le persone conosciute grazie alle capsule «sono importanti quanto la famiglia e il lavoro. Sono davvero conquistato dalla magia di questo posto». Col tempo, la militanza ha preso una nuance sempre più politica. «Cerchiamo di convincere i proprietari affinché votino in favore del mantenimento della struttura», spiega Maeda. Per ora, l’obiettivo è quello di ottenere il 50% dei voti al consiglio di amministrazione condominiale, diviso attualmente fra quelli che vorrebbero lo smantellamento dell’immobile, gli indecisi e coloro che sarebbero intenzionati a mantenerlo. Se questi ultimi raggiungono il famoso 50%, questo significherà l’avvio di grandi lavori per migliorare l’impermeabilità delle capsule. Il budget esiste già poiché «nessuno ha toccato i fondi dalla costruzione dell’immobile». La prossima riunione del consiglio è fissata per dicembre. «Sicuramente ne parleremo», dice Maeda, sorridendo maliziosamente. YAGISHITA YUTA


Un angolo di Giappone in pieno centro a Milano

A due passi dal Duomo, il nostro ristorante su due piani replica nell'arredamento le tipiche trattorie giapponesi, ne raccoglie le tradizioni estetiche e culinarie e le arricchisce di contaminazioni italiane. Dai decori alle porcellane, ogni dettaglio è scelto con cura per far vivere al pubblico un'esperienza autentica, mentre la cucina è affidata alle mani esperte dello chef Shinichiro Kasashima.

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ZOOM CUCINA DEGUSTAZIONE

Il piacere del riso nuovo

Scegliere il riso per i giapponesi è un momento molto importante. Ce n’è davvero per tutti i gusti.

C

ome si dice spesso, il riso costituisce l’alimento base dei giapponesi. Di conseguenza, chiunque in famiglia si metta ai fornelli deve porre una particolare attenzione nel cucinare questo cereale. Il riso è in effetti insostituibile e accompagna la maggior parte dei piatti preparati nelle cucine nipponiche. In casa nostra siamo in cinque: mio marito, i nostri tre figli di 20, 18 e 11 anni ed io. Due ragazzi mangiano ormai sempre più spesso fuori casa. La nostra consumazione quotidiana di riso è oggi pari a 3 o 4 go al giorno, ossia circa 600 grammi. Al mese, questa quantità rappresenta più o meno 15 Kg di riso, che fino ad ora compravo nei supermercati. Quest’autunno, grazie al suggerimento di un’amica, ho acquistato il riso direttamente da un produttore della regione di Hiroshima. Il riso giapponese conta circa 300 varietà diverse e il loro numero non cessa di aumentare grazie ai progressi realizzati dalla ricerca agronomica. Le varietà più conosciute sono la Koshihikari, apparsa sul mercato nel 1956, l’Akita komachi, commercializzata nel 1984, e la Hitomebore, disponibile sul mercato dal 1991. Esistono anche alcuni marchi il cui nome è composto da quello di una varietà di riso e da quello di una regione, come l’Uonuma san Koshihikari (Koshihikari raccolto a Uonuma), considerato come un riso di grande qualità. Costa circa 1600 yen (15 euro) al chilo. Esistono diversi modi per scegliere il riso. Si può decidere ad esempio di privilegiare una regione di produzione. Il gusto del riso prodotto a Niigata o a Yamagata è universalmente riconosciuto e quindi garanzia di bontà. Ma niente impedisce di gustare le produzioni di altre regioni. Ricordo che il Giappone conta ben 47 prefetture!

In Giappone esistono più di 300 varietà di riso.

Si può ugualmente scegliere in funzione di come il riso reagisce alla cottura, diventando più o meno compatto, morbido o appiccicoso. Il produttore di Hiroshima presso il quale mi fornisco commercializza tre varietà diverse: il famoso Koshihikari, l’Akimaron e l’Akisakari. Ho ordinato quest’ultimo, senza averlo mai provato prima. In totale ho ordinato 180 kg, cioè l’equivalente di un anno di consumazione di riso in casa nostra. Ho ricevuto la prima parte del mio ordine, ossia 30 kg, a metà ottobre. Ho aperto il pacco e scoperto dei semi bruni. Cosa rara ai giorni nostri. Nel momento in cui ho cominciato a prepararlo, mio marito ha esclamato: «Ma è risone!». In quel momento mi sono ricordata che il risone viene conservato per mantenere il chicco in condizioni ottimali. Una settimana dopo, ho appreso che nella nostra città esisteva un luogo destinato alla sbramatura e alla brillatura del riso, operazioni

10 rue Saint-Floren n 75001 Paris

Madeleine, Concorde Tel : +33 (0)1 42 60 13 00

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realizzate per privare il riso dalle scorie fibrose. Mi sono recata al mulino con dieci chili di riso. L’operazione si è rivelata semplicissima: ho introdotto delle monete nel macchinario, ho versato il riso, poi ho scelto il grado di pulitura dei chicchi. Il tutto è durato quattro o cinque minuti! Ho recuperato la crusca che potrà essermi utile per marinare le verdure (nukazuke). Il riso Akisakari ha un gusto leggermente dolce. È delizioso. Ci è costato 6500 yen per 30 chili, ossia ben otto volte più economico che il riso di gran marca acquistato nei supermercati. Non rimpiango quindi la mia scelta! Scegliere il tipo di riso che si consuma non è così semplice, ma può rivelarsi davvero interessante. Pensateci la prossima volta acquistate del riso giapponese, che sia il bianco precotto (istantaneo) o gli onigiri (polpette di riso) che trovate nelle drogherie giapponesi o asiatiche. MAEDA HARUYO


ZOOM CUCINA L A RICETTA DI HARUYO Sake no chirashizushi

Maeda Haruyo per Zoom Giappone

(chirashi al salmone)

INGREDIENTI (per 2 persone) 400 g di riso cotto 1 fetta di salmone (circa 150 g) 1 mazzetto di erba cipollina 2 uova 1 cucchiaino di fecola 1 cucchiaio di sesamo bianco tostato Alga nori tagliuzzata q.b. Per servire 25 ml d’aceto, di riso o di mele 1 cucchiaio di zucchero 1/2 cucchiaino di sale

PREPARAZIONE 1 - Cuocere il salmone alla griglia o in padella. 2 - Sbriciolarlo con una forchetta. 3 - Battere le uova quindi aggiungere la fecola insieme a un cucchiaino d’acqua. Riscaldare la padella e ungerla d’olio. Cuocere la pastella come una crêpe. 4 - Tagliuzzare la frittata ottenuta. 5 - Fare intiepidire l’aceto con lo zucchero e il sale, aggiungerli al riso caldo e mescolare bene. 6 - Incorporare al riso condito il salmone sbriciolato, il sesamo e l’erba cipollina. 7 - Mescolare bene il tutto. 8 - Servire con le uova e l’alga nori a striscioline. Nota: Si può sostituire il salmone fresco con del salmone in scatola. In questo caso, scolarlo bene prima dell'uso.

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Johann Fleuri per Zoom Giappone

Il Ritsurin è considerato dagli abitanti di Takamatsu come uno dei più bei giardini del Giappone.

PASSEGGIATA

Nei giardini di Shikoku

Celebre per il suo pellegrinaggio degli 88 templi, l’isola possiede numerosi altri tesori.

S

econdo gli abitanti di Takamatsu, città della prefettura di Kagawa a Shikoku, Ritsurin koen sarebbe in quarta posizione nella classifica dei giardini più belli del Giappone, dopo il Koraku-en a Okayama, il Kenroku-en a Kanazawa e il Kairaku-en a Mito. Basta una visita per capire l’entusiasmo generale dei giapponesi nei confronti di questo paesaggio incredibile. Il giardino di Ritsurin è immenso. Si stende su 76 ettari. Svela un paesaggio definito “integrato”,

ossia concepito in maniera da includere la montagna che fa da sfondo, in questo caso il Monte Shiun. All’epoca della sua creazione nel 1620, come ogni giardino signorile (daimyo teien) che si rispetti, serviva ugualmente da luogo preposto all’equitazione (kobusha) e comprendeva spazi dedicati alla pesca o alla caccia (kamoba). Il giardino fu concepito da Ikoma Takatoshi che governava all’epoca le distese pianeggianti di Sanuki (antico nome della prefettura di Kagawa). Fu necessario un secolo per terminare l’opera. In seguito, divenne proprietà della famiglia Matsudaira Yorishige, fra il 1745 e il 1820, per essere poi aperto al pubblico nel 1875, dopo l’arrivo

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dell’imperatore Meiji alla guida del Paese. Oggi, trenta giardinieri lavorano qui ogni giorno per curare le sedici colline, i sei laghi e le composizioni di rocce di ogni tipo che costituiscono il paesaggio. Per il visitatore, imboccando ogni nuovo sentiero di questa infinita passeggiata, lo spettacolo cambia ad ogni passo… Si può salire su un’imbarcazione sulle rive del Nanko, per scoprire il giardino da un punto di vista differente, dal lago. Diverse case da tè propongono momenti di relax: tradizionalmente, un giardino giapponese si contempla da seduti. Di preferenza con una tazza di tè e un pasticcino davanti a sé. La casa da tè Kikugetsu-tei, situata


Un modo alternativo per scoprire il Ritsurin: una gita in barca.

DR

sulla rive del lago, rappresenta senza dubbio uno dei punti più piacevoli per godere del panorama. Così come dal giardino di Ritsurin, si può ammirare il monte Shiun anche dal vivaio di Kandaka Keiichi. Insieme al figlio Kohei, di 26 anni, i due rappresentano la quarta e quinta generazione di specialisti di bonsai della loro famiglia. La loro impresa, Bonsai Kandaka Shojuen, si trova a Kinashi, non distante dal centro di Takamatsu. Nel loro vivaio, un buon numero di bonsai ha più di cento anni. Motivo d’orgoglio per i vivaisti è il Nishiki Matsu, una specie prossima del Kuro Matsu (pino nero), ma originaria di Takamatsu, riconoscibile per l’aspetto del tronco che dà l’impressione di essere molto vecchio. «Molti esemplari sono stati effettivamente prelevati dal Monte Shiun e fatti crescere qui», spiega Kandaka Keiichi. «I rami hanno una tendenza naturale a svilupparsi verso l’alto, quindi mettiamo dei tutori in acciaio per accompagnare la crescita nella direzione che vogliamo». Quando arriva il momento della potatura i gesti devono essere precisi come quelli di un chirurgo. Kandaka non sa spiegare esattamente quando e perché sia necessario tagliare questo ramo piuttosto che quell’altro. «È una questione di istinto. Faccio questo mestiere da una vita. So che bisogna fare così, e basta», dice, sorridendo. Il suo vivaio comprende numerose piante straordinarie. Come questo bonsai, chiamato Dojo Iri, i cui rami formano un formidabile tappeto verde. Pazienza e cura sono le parole d’ordine per gli specialisti del bonsai. «Per un piccolo bonsai, sono necessari vent’anni perché sia perfettamente potato e i rami ben formati. La prima fase, definita d’idratazione, dura, essa sola, dieci anni». Se qualcuno gli chiede quale sia il suo bonsai preferito fra le centinaia che lo circondano, Kandaka esita. «Non so cosa rispondere. Ce ne sono così tanti qui, e li amo tutti!». La prefettura di Kagawa è il secondo produttore di bonsai del Giappone. Forte dei suoi due secoli di savoir-faire, la prefettura esporta nel mondo intero, Europa compresa. In cucina, il piatto più tipico di questa prefettura

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Il piatto forte della gastronomia regionale è rappresentato senza dubbio dagli udon.

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Il giardino Marmottan a Kitagawa permette di osservare le ninfee blu care a Claude Monet.

Per gustare l’imo-ten, bisogna far prova di pazienza.

è rappresentato dagli udon (pasta realizzata a partire da farina di grano tenero). Nella pianura di Sanuki si trovano ovunque, letteralmente in tutte le salse. Un po’ più a ovest di Takamatsu, nel villaggio di Kotohira, un ristorante vi propone persino di prepararli da soli, a mano. Se ascoltate con attenzione i consigli di “Matchan sensei” e siete pronti a tuffare le mani nella farina, questa attività è fatta apposta per voi. Il corso vi riserverà delle sorprese e sarà un vero momento di evasione. Avrete l’opportunità di gustare la vostra pasta a pranzo e, come ricordo, porterete con voi il diploma di perfetto preparatore di udon. La scuola Nakano Udon si trova vicino al Kompira-san, un santuario scintoista situato in cima al monte Zozu. Dall’era Muromachi in poi, questo sentiero di pellegrinaggio è sempre stato popolare, ma l’accesso è difficile. Per arrivare, bisogna trovare il coraggio di affrontare i 785 scalini dell’entrata che conducono in cima al monte,

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da cui si gode una vista incomparabile sulla pianura. Scendendo, non esitate a fare una sosta al teatro di kabuki, Kompira Oshibai, costruito nel 1835. Si trova sulla via del ritorno. Sembrerebbe si tratti del più antico teatro del Giappone. L’edificio vale la sosta e può esser visitato tutto l’anno. Il calendario di rappresentazioni invece si limita al mese di aprile. Il cammino dei giardini di Shikoku vi porterà sempre più a ovest, fino a Kochi, città principale della prefettura omonima, dove vi attende il giardino botanico di Makino. Aperto nel 1958, accoglie 3000 tipi di piante fra le quali numerose sono state scoperte proprio dal professore Makino Tomitaro. Lo studioso ha dedicato la vita alle piante: la sua passione divorante per la botanica l’ha portato a classificare ben 400.000 specie. Millecinquecento fra queste sono sue scoperte. Fu lui a scegliere questo luogo per creare il giardino fra le montagne con vista sulla luna piena al calar della notte. Purtroppo, è scomparso un anno prima che il giardino fosse terminato e aperto al pubblico. Colture di piante medicinali, innumerevoli fiori, spazi per picnic e un museo dedicato ai lavori e alle ricerche del professore compongono il giardino di Makino. Il luogo accoglie ugualmente un laboratorio dove ancora oggi gli studiosi continuano a esaminare e classificare esemplari di piante prelevate in ogni parte del mondo. A qualche chilometro di distanza, un altro giardino fiorito fa parlare di sé dopo aver ottenuto le tre stelle nella Guida verde Michelin, nel giugno 2015. Piuttosto insolito, si tratta del giardino Monet Marmottan nel piccolo villaggio di Kitagawa. I cinquecento abitanti del borgo si sono impegnati per riprodurre il giardino di Monet a Giverny con un fiore che non esiste in Francia ma che era ben presente nell’immaginario del pittore impressionista: la ninfea blu. Tutta l’estate, fino alla fine di settembre, i visitatori accorrono per assistere alla fioritura. «Siamo i soli al mondo ad avere il diritto di utilizzare questo nome, al di fuori di Giverny», precisa con


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Il ristorante Kao no niwa, a Kochi, possiede un magnifico giardino.

orgoglio Matsushita Kosaku, direttore del giardino. Questo comprende tre aree: il giardino dei fiori, il giardino d’acqua dove si trovano le ninfee e il giardino della luce che si ispira alle opere di Monet realizzate in seguito a un viaggio sulla costa mediterranea che il pittore intraprese, in compagnia di Renoir. Tutto il parco si estende su 30 ettari e possiede più di 55.000 esemplari di piante. Recentemente sono cominciati alcuni scambi con la Francia. «Da tre anni, il giardino di Giverny vanta alcuni aceri giapponesi», afferma con entusiasmo Kawakami Yutaka, responsabile

INDIRIZZI NAKANO UDON per prenotare un corso presso la Nakano Udon Gakko (della durata di 1h30 circa) Tel. 0877-75-0001 www.nakanoya.net/school/kotohira.html KOCHI HIROME ICHIBA Aperto tutti i giorni dalle 8h alle 23h. A partire dalle 7h la domenica. www.hirome.co.jp RISTORANTE KAO NO NIWA Pranzo dalle 11h30 alle 15h e cena a partire dalle 17h30 fino alle 21h. Chiuso il lunedì e a Capodanno. www.kaononiwa.jp

dei giardinieri. Per rilassarvi dopo tutte queste visite, la Hirome ichiba a Kochi vi propone, nel suo immenso mercato coperto, una degustazione di tutte le specialità regionali. Dal pesce crudo katsuo o shirasu accompagnato da birra aromatizzata allo yuzu, passando per le patate dolci fritte. La domenica mattina, non dovete perdervi il mercato di Kochi, conosciuto in tutto il Paese per la varietà dei suoi prodotti. Frutta e verdura, pesce e sottaceti vengono venduti su un corridoio di quasi tre chilometri. Da provare assolutamente, malgrado la fila d’attesa: l’imo-ten, una frittella di patata dolce, irresistibile. Il sushi di verdura è altrettanto delizioso. Varcare la soglia di alcuni templi o ristoranti può essere un’ennesima occasione per scoprire altri meravigliosi giardini. È il caso del tempio Chikurinji, che nasconde due giardini splendidi, così come il ristorante Kao no niwa, conosciuto per esser stato la residenza di una donna che aveva fatto battere il cuore del celebre samurai e eroe nazionale Sakamoto Ryoma, originario di Kochi. Se vi rimane un po’ di tempo, spingetevi un po’ più lontano, fino alla prefettura di Ehime. Qui il

giardino di Tensha-en, risalente all’era Edo, dove ogni mese di maggio fioriscono 2000 iris, vi incanterà. Così come vi incanterà la villa Garyu-sanso, situata nella città di Ozu, dove i paesaggisti sono riusciti a incorporare all’architettura di un edificio tradizionale in stile sukiya-zukuri (ispirato alle case da tè), la vista sulla montagna Tomisuyama e sul fiume Hiji. JOHANN FLEURI

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