
In questo numero:
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In questo numero:
Novembre - Dicembre 2025 / Vol. 32 n.6
Newsletter pediatrica pag. n. 1
DOSE-AGE: più dosi di ondansetron in gastroenterite acuta dopo la dimissione dal Pronto Soccorso? Forse una sola può bastare
Documenti pag. d.1
Rapporto UNICEF. Il benessere di bambine, bambini e adolescenti in un mondo imprevedibile”
Ambiente & Salute pag. a&s.1
Ambiente e Salute News (n. 35, settembre - ottobre 2025)
L’ articolo del mese pag. am.1
Lancet e i cibi ultra-processati: la salute, soprattutto quella dei bambini, prima del profitto
Nutrizione pag. nu.1
Nutrizione News (n.16, ottobre - novembre 2025)

“A un passo dal cielo” Concorso fotografico “Noi siamo la Natura”, 2025 (particolare)
Newsletter pediatrica ACP
n.1 DOSE-AGE: più dosi di ondansetron in gastroenterite
n.1 acuta dopo la dimissione dal Pronto Soccorso? Forse
n.1 una sola può bastare
n.2 Cochrane Database of Systematic Review: revisioni n.1 nuove o aggiornate (Settembre-Ottobre 2025)
Documenti
d.1 Rapporto UNICEF. Il benessere di bambine, bambini e n.1 adolescenti in un mondo imprevedibile”
n.1 Commento a cura di Paolo Siani
d.2 Rapporto GLASS (Sistema Globale di Sorveglianza
n.1 sulla Resistenza e l’Uso Antimicrobico) 2025 - Dati
n.1 sull’uso degli antibiotici 2022 - Organizzazione Monn.1 diale della Sanità (OMS)
n.1 Commento a cura di Massimo Farneti
d.3 Scuole sostenibili per la salute dei bambini e del pianen.1 ta. Report della Commissione Europea – DG Educazion.1 ne, Gioventù, Sport e Cultura
n.1 Commento a cura di Laura Reali
Ambiente & Salute
a&s.1 Ambiente e salute news (n. 35, sett. - ott. 2025)
.1
L’ Articolo del Mese
am.1 Lancet e i cibi ultra-processati: la salute, soprattutto am.1 quella dei bambini, prima del profitto
am.1 A cura di Francesco Accomando
Nutrizione
nu.1 Nutrizione news (n. 16, ottobre - novembre 2025)
Direttore
Michele Gangemi
Coordinatore
Giacomo Toffol
Comitato editoriale
Laura Brusadin
Claudia Mandato
Maddalena Marchesi
Laura Martelli
Patrizia Rogari
Annamaria Sapuppo
Giacomo Toffol
Collaboratori
Gruppo PuMP ACP
Gruppo Nutrizione ACP
Gruppi di lettura della
Newsletter Pediatrica
Redazione di Quaderni acp
Presidente ACP
Stefania Manetti
Progetto grafico ed editing Programmazione web
Gianni Piras
Internet
La rivista aderisce agli obiettivi di diffusione gratuita della letteratura medica ed è disponibile integralmente all’ indirizzo: www.acp.it/pagine-elettroni che
Redazione redazione@quaderniacp.it
Electronic pages Quaderni ACP index (number 6, 2025)
ACP Paediatric Newsletter
n.1 Multiple doses of ondansetron for acute gastroenteritis after discharge from the emergency room? Perhaps one is enough
n.2 Cochrane Database of Systematic Review: new and updated revisions September - October 2025
Documents
d.1 UNICEF Report: The Well-Being of Girls, Boys, and Adolescents in an Unpredictable World Comment by Paolo Siani
d.2 Global Antimicrobial Resistance and Use Surveillance System (GLASS) report 2025 - Antibiotic use data for 2022 – (WHO) Comment by Massimo Farneti
d.3 School Learning Environments for Children’s and Planetary Health. Report from the European Commission –Directorate-General for Education, Youth, Sport, and Culture Comment by Laura Reali
Environment & Health
a&s.1 Environment and health news
Article of the month
am.1 The Lancet and ultra-processed foods: health, especially that of ni.1 children, comes before profit
ni.1 By Francesco Accomando
Nutrition
nu.1 Nutrition news

Freedman SB, Williamson-Urquhart S, Plint AC, et al.
Pediatric Emergency Research Canada Innovative Clinical Trials Study Group. Multidose Ondansetron after Emergency Visits in Children with Gastroenteritis
N Engl J Med. 2025 Jul 17;393(3):255-266. doi: 10.1056/NEJMoa2503596. PMID: 40673584
Questo studio clinico randomizzato e in doppio cieco ha valutato l'uso di ondansetron orale a domicilio in bambini (6 mesi–<18 anni) con vomito da gastroenterite acuta. Dopo la visita in pronto soccorso e trattamento con una dose di ondansetron, i caregiver hanno ricevuto sei dosi di ondansetron o placebo da somministrare nelle 48 ore successive in caso di nausea o vomito con frequenza massima ogni 8 ore, registrando un diario delle somministrazioni e relative indicazioni nei 7 giorni dello studio. L'outcome primario era gastroenterite da moderata a grave secondo la scala Vesikari modificata durante i 7 giorni successivi all'arruolamento. I risultati principali hanno mostrato un quadro moderato-grave nel 5.1% dei bambini del gruppo ondansetron contro il 12.5% nel gruppo placebo (differenza −7.4 punti percentuali; OR aggiustato 0,50) e un numero totale di episodi nelle prime 48 ore più basso nel gruppo ondansetron (rapporto di incidenza 0.76), ma senza differenze significative nella presenza o nella durata mediana del vomito. Sono risultati simili nei due gruppi le visite mediche non programmate, necessità di fluidi endovena e eventi avversi. Sebbene lo studio dimostri, nell'analisi intention-to-treat, una riduzione statisticamente significativa della gastroenterite moderata-grave (NNT ≈ 15), la rilevanza clinica della strategia multidose è limitata, perché il vomito dopo la dimissione è poco frequente, la maggior parte dei bambini non assume alcuna dose e manca un'analisi mirata ai soggetti che hanno effettivamente utilizzato il farmaco
Multiple doses of ondansetron for acute gastroenteritis after discharge from the emergency room? Perhaps one is enough This double-blind, randomized clinical trial evaluated the use of oral ondansetron at home in children (6 months to <18 years) with vomiting due to acute gastroenteritis. After the emergency department visit and treatment with a single dose of ondansetron, caregivers were given six doses of either ondansetron or placebo to administer over the following 48 hours in case of nausea or vomiting, at a maximum frequency of every 8 hours, while keeping a diary of administrations and related details over the 7-day study period. The primary outcome was moderate-to-severe gastroenteritis according to the modified Vesikari scale during the 7 days after enrollment. The main results showed moderate-to-severe illness in 5.1% of children in the ondansetron group versus 12.5% in the placebo group (difference −7.4 percentage points; adjusted OR 0.50) and a lower total number of vomiting episodes in the first 48 hours in the ondansetron group (incidence rate ratio 0.76), but no significant differences in the presence or median duration of vomiting. Unscheduled medical visits, need for intravenous fluids, and adverse events were similar in the two groups. The authors' conclusions, that home administration of ondansetron reduces the risk of moderate-to-severe gastroenteritis and the overall number of vomiting
episodes, are not completely shareable, because only 31.4% of participants experienced vomiting after discharge from the emergency room, the number of doses administered was low, and the majority of participants (58%) did not take any doses of the study medication. It would have been more meaningful to assess the outcome in the subgroup of children who had taken the drug or placebo, but this information was not provided.
Obiettivo (con tipo studio)
Valutare efficacia e sicurezza della somministrazione di dosi multiple di ondansetron a bambini con vomito recente e frequente in corso di gastroenterite acuta. Studio di superiorità, doppio cieco randomizzato. DOSE-AGE: multi-DOSE oral ondansetron for pediatric Acute GastroEnteritis.
Bambini di età 6 mesi - 18 anni con vomito associato a gastroenterite acuta valutati in 6 Pronto Soccorso pediatrici di 3° livello in Canada. Criteri di inclusione: almeno 3 episodi di vomito nelle 24 ore precedenti l'arruolamento, esordio dei sintomi (i.e., vomito o diarrea) meno di 72 ore prima, vomito nelle 6 ore precedenti e una somministrazione di ondansetron come parte del trattamento in Pronto Soccorso. Criteri di esclusione: ematemesi, vomito biliare, allergia ad ondansetron, antagonisti del recettore serotonina o ingredienti della soluzione di ondansetron orale o placebo; sindrome del QT lungo o storia di aritmia ventricolare nel partecipante o parente di 1° grado; patologia cardiaca congenita complessa; o deficit di glucosio-6-fosfato deidrogenasi. Non erano eleggibili i bambini in terapia con farmaci che prolungavano l'intervallo QT (corretto per frequenza cardiaca) o altri farmaci noti per causare torsioni di punta o anomalie elettrolitiche, farmaci serotoninergici o neurolettici o altri antagonisti dei recettori 5-HT3. Sono stati esclusi bambini precedentemente arruolati nello studio o per i quali non c'era impegno a completare il follow-up.
Intervento
Prima della dimissione dal Pronto Soccorso, è stata fornita a 517 partecipanti una soluzione orale di ondansetron (alla concentrazione di 4 mg in 5 ml) in quantità sufficiente per 6 dosi (ognuna pari a 0.15 mg per Kg di peso corporeo, dose massima 8 mg). I caregivers hanno ricevuto l'indicazione a ripetere la dose in

caso di vomito entro 15 minuti dalla somministrazione della soluzione e di smaltire la soluzione dopo 48 ore. I caregivers hanno somministrato la soluzione al bisogno per nausea o vomito, con frequenza massima ogni 8 ore, e hanno compilato un diario delle somministrazioni e relative indicazioni nei 7 giorni dello studio. I partecipanti ospedalizzati hanno seguito lo stesso protocollo.
Controllo
I 512 partecipanti randomizzati nel gruppo controllo hanno ricevuto una soluzione di placebo in quantità sufficiente per 6 dosi e le stesse indicazioni di utilizzo. La soluzione placebo era equivalente all'ondansetron per quanto riguarda gusto, aspetto, volume, consistenza e odore. Le soluzioni erano confezionate in flaconi di vetro ambrato identici, etichettati.
Outcome/Esiti
L'outcome primario era gastroenterite da moderata a severa, definita da un punteggio totale di 9 o più nella scala Vesikari modificata [Box] (range da 0 a 20, con i punteggi più alti indicativi di malattia più grave) durante i 7 giorni successivi all'arruolamento. Gli outcome secondari includevano la presenza e durata del vomito (definite dal tempo dall'arruolamento all'ultimo episodio di vomito); il numero degli episodi di vomito nelle 48 ore dopo l'arruolamento; visite non programmate a causa di vomito, diarrea, disidratazione, febbre, dolore addominale o rifiuto dei liquidi nei 7 giorni dopo l'arruolamento; somministrazione di liquidi endovena entro 7 giorni dall'arruolamento; e soddisfazione del caregiver misurata su 5 punti della scala Likert nella survey al giorno 7. Gli outcome di sicurezza includevano la comparsa di diarrea e il numero massimo di episodi in 24 ore. Gli eventi avversi sono stati codificati secondo il Medical Dictionary for Regulatory Activities, versione 22.0. Sono stati inclusi alcuni outcome esplorativi: visite ripetute in Pronto Soccorso nei 7 giorni dopo l'arruolamento, numero massimo di episodi di vomito in un periodo di 24 ore, il tempo dall'arruolamento all'ultima scarica liquida e il numero di dosi di ondansetron o placebo somministrate.
Tempo
I partecipanti sono stati arruolati dal 14 Settembre 2019 al 27 Giugno 2024 e sono stati seguiti sino a 7 giorni dopo l'arruolamento.
Risultati principali
Un totale di 1.030 bambini (età mediana 4 anni) è stato sottoposto a randomizzazione. Il vomito era insorto da 13.9 ore (8.9-25.7).
La percentuale di partecipanti che hanno ricevuto almeno tre dosi di ondansetron o placebo è stata del 7.8% (36 su 459 partecipanti per i quali erano disponibili dati) nel gruppo ondansetron e del 10.7% (49 su 456) nel gruppo placebo. La gastroenterite da moderata a grave si è verificata nel 5.1% (23 dei 452 partecipanti per i quali erano disponibili dati) nel gruppo ondansetron e nel 12.5% (55 dei 441) nel gruppo placebo (differenza di rischio non aggiustata, -7.4 punti percentuali; intervallo di confidenza [CI] al 95%, da -11.2 a -3.7). Dopo l'aggiustamento per sito, peso e dati mancanti, l'ondansetron è stato associato a un rischio inferiore di gastroenterite da moderata a grave rispetto al placebo (odds ratio aggiustato, 0.50; CI al 95%, da 0.40 a 0.60). Sebbene non sia
Box
Scala Vesikari modificata
Nel punteggio della Scala Vesikari modificata, una variabile (percentuale di disidratazione) nel punteggio originale è stata sostituita con la variabile delle visite mediche non programmate per misurare meglio l'effetto della gastroenterite acuta nei pazienti ambulatoriali, dato che la possibilità di eseguire frequenti valutazioni di persona in questo setting può essere difficile. Punteggi più alti indicano una malattia più grave. I punteggi vanno da 0 a 20. I bambini con un punteggio pari o superiore a 9 sono stati considerati affetti da malattia da moderata a grave.
† Le temperature sono state adattate alla sede della misurazione: 1.1°C è stato aggiunto alle temperature ascellari e 0,6°C sono stati aggiunti alle temperature orali.

stata osservata alcuna differenza significativa tra i gruppi nella presenza o nella durata mediana del vomito, il numero totale di episodi di vomito entro 48 ore dall'arruolamento è stato inferiore con ondansetron rispetto al placebo (rapporto di frequenza aggiustato, 0.76; CI al 95%, 0.67-0.87). La percentuale di bambini sottoposti a visite mediche non programmate e la percentuale di bambini che hanno ricevuto fluidi per via endovenosa dopo l'arruolamento non hanno mostrato differenze sostanziali tra i gruppi. Anche l'incidenza di eventi avversi non ha mostrato differenze significative tra i gruppi (rapporto di probabilità, 0.99; CI al 95%, 0.61-1.61).
Nei bambini con vomito associato a gastroenterite, la somministrazione di ondansetron dopo una visita al pronto soccorso ha comportato un rischio inferiore di gastroenterite da moderata a grave nei successivi 7 giorni rispetto alla somministrazione di placebo.
Altri studi sull'argomento
Una revisione Cochrane del 2011 sugli antiemetici nel vomito associato a gastroenterite in età pediatrica, nel confronto ondansetron orale con placebo (3 studi) mostrava: una riduzione del tasso di ricovero ospedaliero immediato, ma nessuna differenza tra i tassi di ospedalizzazione a 72 ore dalla dimissione dal pronto soccorso (PS); una riduzione dei tassi di reidratazione EV sia durante la degenza al PS, sia nel follow-up fino a 72 ore dalla dimissione dal PS e un aumento della percentuale di pazienti con cessazione del vomito. In quattro dei cinque studi sull'ondansetron non è stata notata alcuna differenza significativa nei tassi di nuova visita o negli eventi avversi, sebbene la diarrea sia stata segnalata come effetto collaterale [1]. Rispetto ad altri an-

tiemetici, ondansetron ha dimostrato pari o superiore efficacia in età pediatrica con un buon profilo di sicurezza. Nel trial clinico randomizzato di Marchetti et al. su 356 bambini è stato dimostrato che l'ondansetron alla dose di 0.15 mg/kg riduce il rischio di infusione più del 50% sia rispetto al placebo (RR 0.41, 98.6% CI 0.20-0.83) sia rispetto al domperidone alla dose di 0.5 mg/kg (RR 0.47, 98.6% CI 0.23-0.97) [2]. Per quanto riguarda gli effetti collaterali, nello studio di Yang et al. la somministrazione di una singola dose di ondansetron (0.18 ± 0.04 mg/kg) non ha causato un alto rischio di prolungamento del QTc o aritmie fatali [3]. Sostenuta da altri studi e metanalisi si è progressivamente diffusa la prescrizione di una singola dose orale di ondansetron in Pronto Soccorso nei bambini che non rispondono alla reidratazione orale, riducendo la necessità di reidratazione endovenosa e la percentuale di bambini che continuano a vomitare, facilitando così il successo della reidratazione orale [4]. In Olanda questo protocollo è stato applicato anche nell'ambito dei servizi di continuità assistenziale delle cure primarie con gli stessi risultati [5]; il commento di questo studio è stato pubblicato sulle Pagine Elettroniche di Quaderni ACP DOI: 10.53141/PEQACP.2022.3.n2
L'American Academy of Pediatrics e la Canadian Paediatric Society raccomandano una singola dose orale di ondansetron (tipicamente 0.15 mg/kg) per i bambini con vomito persistente che non sono in grado di tollerare la reidratazione orale [6,7] Sono meno chiare le evidenze in merito a come l'ondansetron modifichi ulteriori accessi in Pronto Soccorso, l'ospedalizzazione a lungo termine e la possibilità di errore diagnostico nel mascherare il sintomo vomito. Le raccomandazioni esistenti quindi si riferiscono prevalentemente alla somministrazione singola in Pronto Soccorso; le evidenze sulla somministrazione multidose a domicilio restano limitate.
A confronto tre studi retrospettivi americani:
- McLaren et al. 2021 comprendente 11.785 pazienti, di cui il 35.5% ha ricevuto la prescrizione di ondansetron, non ha trovato differenze in termini diagnostici nei pazienti che ritornavano per valutazione indipendentemente dalla somministrazione di ondansetron al primo accesso [8].
- Benary et al. 2020 su 82.139 pazienti (età mediana 4 anni), di cui il 13.4% trattati con ondansetron, ha mostrato una riduzione degli accessi nelle 72 ore successive al trattamento senza differenze nel sottogruppo con successiva diagnosi di appendicite [9].
- Sturm et al. 2012 su 34.117 pazienti ha mostrato un maggior rischio di nuovo accesso entro 72 ore nel gruppo trattato con ondansetron (19.857 pari al 58%) con OR 1.45 [1.27-1.65]. Non vi erano differenze tra i pazienti che hanno poi ricevuto una diagnosi alternativa a gastroenterite acuta con o senza l'assunzione di ondansetron [10]
Le evidenze in letteratura rispetto ad ulteriori dosi di ondansetron dopo la dimissione dal Pronto Soccorso sono limitate. La maggior parte degli studi si è concentrata sulla somministrazione singola o al bisogno entro le prime 24-48 ore, mentre pochi studi hanno fornito dati dettagliati sulla somministrazione ripetuta [11,12].
Che cosa aggiunge questo studio
È uno dei pochi studi che cerca di valutare l'efficacia e la sicurezza della somministrazione multidose di ondansetron a domicilio. In realtà la bassa incidenza di vomito dopo la dimissione dal Pronto Soccorso conferma l'efficacia di una dose
singola riduce la significatività dei risultati. La conclusione degli autori è coerente con l'analisi intention-to-treat e con l'outcome composito scelto; tuttavia, il significato clinico della riduzione osservata deve essere interpretato alla luce della bassa incidenza di vomito dopo la dimissione e della scarsa esposizione al farmaco. Infatti, il fatto che la durata mediana del vomito è risultata pari a 0 ore in entrambi i gruppi, rende la riduzione osservata nel gruppo ondansetron, seppur statisticamente significativa, di entità modesta e di limitata rilevanza clinica.
Commento
Validità interna
Disegno dello studio: la lista di randomizzazione, nascondimento della sequenza e cecità sono state gestite in maniera adeguata; l'analisi è stata realizzata per intention to treat. È stato completato almeno un controllo di follow-up per 989 partecipanti (96.0%; 497 nel gruppo ondansetron e 492 nel gruppo placebo) e questi partecipanti sono stati inclusi nelle analisi con imputazione dei dati mancanti. Tutti i rilievi di follow-up sono stati completati per 893 partecipanti (86.7%; 452 nel gruppo ondansetron e 441 nel gruppo placebo). Rispetto alle caratteristiche della popolazione all'arruolamento si segnala una durata mediana del vomito di 14.5 ore nel gruppo ondansetron e di 13.3 nel gruppo placebo e un punteggio mediano alla scala Vesikari superiore nel gruppo ondansetron (9 vs 8). L'analisi ITT rappresenta lo standard per la valutazione dell'efficacia nei trial randomizzati, perchè garantisce la conservazione dei benefici della randomizzazione. Tuttavia, in questo studio la scarsa incidenza di vomito dopo la dimissione e la bassa esposizione al farmaco (mediana 0 dosi) rendono l'ITT poco informativa per stimare l'efficacia dell'ondansetron nei bambini che hanno effettivamente assunto una o più dosi. Un'analisi per-protocol complementare avrebbe potuto fornire elementi aggiuntivi, senza sostituirsi all'ITT, ma chiarendo la reale efficacia della strategia multidose. La strategia multidose risulta valutata più come "offerta terapeutica" che come esposizione reale al farmaco. Infatti, non è stata effettuata, o quantomeno riportata, l'analisi dei dati di outcome primario e secondari nel solo sottogruppo dei pazienti che avevano ricevuto una o più dosi in aggiunta di farmaco/placebo. Verosimilmente questo è dovuto ai numeri limitati di questo sottogruppo nonostante la lunga durata dell'arruolamento. Solo il 31.4% dei partecipanti ha avuto vomito dopo la dimissione dal Pronto Soccorso e il numero di dosi somministrate è stato basso (media, 0.78; mediana, 0). La maggior parte dei partecipanti (58%) non ha assunto dosi del farmaco in studio (56.9 % nel gruppo ondansetron e 59.2% nel gruppo placebo). Solo per la frequenza di feci diarroiche è stata eseguita un'analisi nel sottogruppo dei partecipanti che avevano ricevuto almeno tre dosi di ondansetron o placebo. Il che induce a considerare che l'analisi per-protocol sia stata ritenuta metodologicamente accettabile per alcuni outcome di sicurezza, ma non esplorata per l'outcome primario di efficacia. Per quanto riguarda la sicurezza cardiovascolare, nello studio non sono emersi casi di aritmie o eventi cardiaci gravi. Tuttavia, il trial ha escluso bambini con sindrome del QT lungo, aritmie note o assunzione di farmaci che prolungano il QT, e non era disegnato per intercettare eventi rari. I risultati di sicurezza sono quindi rassicuranti ma non definitivi.
Esiti: La scala Vesikari modificata è uno strumento validato e utilizzato in precedenza in studi simili; tuttavia, non è stato va-

lutato nei partecipanti che avevano effettivamente assunto il farmaco. Inoltre, è un outcome composito. L'utilizzo di un outcome composito, pur validato, rende più complessa l'interpretazione clinica del beneficio osservato, in particolare in assenza di un chiaro impatto sugli esiti "duri" (vomito persistente, accessi non programmati, reidratazione EV).
Conflitto di interessi: non sono dichiarati conflitti di interesse. Supportato da un finanziamento pluriennale (MYG-151207) della Canadian Institutes of Health Research Strategy for Patient-Oriented Research Innovative Clinical Trials Initiative e da altri Istituti di Ricerca Canadesi.
Trasferibilità
Popolazione studiata: la popolazione arruolata è sovrapponibile a quella italiana che accede in Pronto Soccorso per vomito in corso di gastroenterite acuta. Tipo di intervento: ondansetron è disponibile in Italia per il controllo della nausea e del vomito indotti da chemioterapia (CINV) nei bambini di età maggiore o uguale a 6 mesi e per la prevenzione ed il trattamento del vomito post-operatorio (PONV) nei bambini di età maggiore o uguale ad 1 mese. L'utilizzo nel vomito in corso di gastroenterite è quindi off-label; non conosciamo dati sulla sua reale diffusione in Pronto Soccorso.
1. Fedorowicz Z, Jagannath VA, Carter B. Antiemetics for reducing vomiting related to acute gastroenteritis in children and adolescents. Cochrane Database of Systematic Reviews 2011, Issue 9. Art. No.: CD005506.
2. Marchetti F, Maestro A, Rovere F et al. Oral ondansetron versus domperidone for symptomatic treatment of vomiting during acute gastroenteritis in children: multicentre randomized controlled trial. BMC Pediatr. 2011 Feb 10;11:15
3. Yang H, Jeon W, Ko Y et al. The effect of oral ondansetron on QT interval in children with acute gastroenteritis; a retrospective observa-
tional study. BMC Pediatr. 2021 Nov 10;21(1):501.
4. Fugetto F, Filice E, Biagi C et. al. Single-dose of ondansetron for vomiting in children and adolescents with acute gastroenteritis-an updated systematic review and meta-analysis. Eur J Pediatr. 2020 Jul;179(7):10071016.
5. Bonvanie IJ, Weghorst AA, Holtman GA et al. Oral ondansetron for paediatric gastroenteritis in primary care: a randomised controlled trial. Br J Gen Pract. 2021 Sep 30;71(711): e728-e735.
6. Niño-Serna LF, Acosta-Reyes J, Veroniki AA, Florez ID. Antiemetics in Children With Acute Gastroenteritis: A Meta-analysis. Pediatrics. 2020 Apr;145(4):e20193260.
7. A Cheng; Canadian Paediatric Society. Updated by Marie-Joëlle Doré-Bergeron and Laurel Chauvin-Kimoff, Acute Care Committee https://cps.ca/en/documents/position/oral-ondansetron
8. McLaren SH, Yim RB, Fleegler EW. Impact of Ondansetron Prescription on Return Emergency Department Visits Among Children with Acute Gastroenteritis. Pediatr Emerg Care. 2021 Dec 1;37(12): e1087-e1092
9. Benary D, Lozano JM, Higley R et al. Ondansetron Prescription Is Associated With Reduced Return Visits to the Pediatric Emergency Department for Children With Gastroenteritis. Ann Emerg Med. 2020 Nov;76(5):625-634.
10. Sturm JJ, Pierzchala A, Simon HK et al. Ondansetron use in the pediatric emergency room for diagnoses other than acute gastroenteritis. Pediatr Emerg Care. 2012 Mar;28(3):247-50.
11. Ramsook C, Sahagun-Carreon I, Kozinetz CA, et al. A randomized clinical trial comparing oral ondansetron with placebo in children with vomiting from acute gastroenteritis. Ann Emerg Med. 2002 Apr;39(4):397-403.
12. Rerksuppaphol S, Rerksuppaphol L. Randomized study of ondansetron versus domperidone in the treatment of children with acute gastroenteritis. J Clin Med Res. 2013 Dec;5(6):460-6.
Scheda redatta dal gruppo di lettura di Monza e Brianza: Elena Arosio, Claudia Brusadelli, Riccardo Cazzaniga, Lucia Di Maio, Ines L’Erario, Ambrogina Pirola, Ferdinando Ragazzon, Patrizia Rogari, Federica Zanetto.

Il CDSR è il database della Cochrane Library che contiene le revisioni sistematiche (RS) originali prodotte dalla Cochrane Collaboration. L'accesso a questa banca dati è a pagamento per il full text, gratuito per gli abstracts (con motore di ricerca). L' elenco completo delle nuove RS e di quelle aggiornate è disponibile su internet. Di seguito è riportato l' elenco delle nuove revisioni di area pediatrica di Settembre – Ottobre 2025. La selezione è stata realizzata dalla redazione della newsletter pediatrica. Cliccando sul titolo si viene indirizzati all' abstract completo disponibile in MEDLINE, la banca dati governativa americana, o presso la Cochrane Library. Di alcune revisioni vi offriamo la traduzione italiana delle conclusioni degli autori.
Revisioni sistematiche nuove o aggiornate di area pediatrica Settembre – Ottobre 2025 (Issue 9-10, 2025)
1. Pharmacotherapies for cannabis use disorder
2. Antibiotic prophylaxis for corneal abrasion
3. Efficacy and safety of respiratory syncytial virus vaccines
4. Single‐incision versus conventional multi‐incision laparoscopic appendicectomy for suspected uncomplicated appendicitis
5. Stimulation of the wrist acupuncture point PC6 for preventing postoperative nausea and vomiting: a network meta‐analysis
6. Probiotics for the prevention of Clostridioides difficile‐associated diarrhea in adults and children
7. Opioid agonist therapy for opioid use disorder in primary versus specialty care
8. Models of care for children and adolescents with type 1 diabetes in low‐ and middle‐income countries: a scoping review
9. Xpert MTB/RIF Ultra assay for tuberculosis disease and rifampicin resistance in children
10. Oral nicotine pouches for cessation or reduction of use of other tobacco or nicotine products
11. Immediate or early skin‐to‐skin contact for mothers and their healthy newborn infants
12. Service delivery, behavioural, and self‐management interventions for children with epilepsy
13. Immunoglobulin for myasthenia gravis
14. Pyronaridine‐artesunate for treating uncomplicated Plasmodium falciparum malaria
15. Progestagens for pain symptoms associated with endometriosis
16. Prognostic factors predicting an unprovoked seizure recurrence in children and adults following a first unprovoked seizure
17. Molnupiravir for treating COVID‐19
18. Effectiveness of SARS‐CoV‐2 testing strategies in reducing COVID‐19 cases, hospitalisations, and deaths
Efficacia e sicurezza del vaccino contro il virus respiratorio sinciziale
KM Saif-Ur-Rahman et al
Efficacy and safety of respiratory syncytial virus vaccines
Cochrane Database of Systematic Reviews 2025
L'efficacia e la sicurezza dei vaccini per le infezioni da virus respiratorio sinciziale (VRS) attualmente a disposizione, non sono chiare e ciò è elemento critico per il loro utilizzo in programmi di sanità pubblica e nella pratica clinica. Tale revisione intende definire rischi e benefici del vaccino per il VRS comparato a placebo, nessun tipo di intervento, vaccini per altri virus respiratori, altri vaccini per il VRS o anticorpi monoclonali riferiti a tutta la popolazione. La ricerca ha individuato 14 trial clinici randomizzati (RCT), pubblicati tra il 2000 ed aprile 2024, in cui il vaccino viene in tutti confrontato con il placebo: 5 trial (10.825 soggetti) riguardano anziani, 3 trial (12.010 soggetti) riguardano la vaccinazione di donne gravide e l'effetto sui loro neonati, 1 trial (300 soggetti) donne in età fertile e 5 trial (192 soggetti) riguardano lattanti e bambini. Da quanto emerge dai risultati degli studi individuati, i vaccini VRS si dimostrano efficaci, con evidenza di elevata certezza, negli anziani e nel proteggere i lattanti delle donne vaccinate in gravidanza. Nella popolazione anziana riducono del 77% la frequenza della patologia polmonare (IC95% 0.70 - 0.83; RR 0.23, IC 95% CI 0.17 - 0.30; 9.931 soggetti) e del 67% quella delle infezioni respiratorie acute (IC 95% 0.60 - 0.73; RR 0.33, IC 95% 0.27 - 0.40; 94.339 soggetti). Gli studi non riportano effetti collaterali severi legati al vaccino (inclusi effetti neurologici quali la sindrome di Guillain-Barré). La vaccinazione delle donne in gravidanza con il vaccino VRS preF riduce, nei loro lattanti, del 54% la frequenza del ricorso alle cure mediche per patologia respiratoria delle basse vie (IC 95% 0.28 - 0.71; RR 0.46, IC 95% 0.29 - 0.72, 12.010 soggetti), del 74% la frequenza dei quadri severi (IC 95% 0.44 - 0.88; RR 0.26, IC 95% 0.120.56) e del 54% il tasso di ospedalizzazione (IC 95% 0.27 - 0.71; RR 0.46, IC 95% 0.29 - 0.73; 11.502 soggetti). Anche in questo caso non vengono riportati effetti collaterali severi nelle madri e nei lattanti. Le evidenze sono invece molto incerte per quanto riguarda la vaccinazione nelle donne in età fertile ed i vaccini vivi attenuati somministrati a lattanti e bambini.
Ruolo dei probiotici nella prevenzione della diarrea da clostridium difficile in adulti e bambini
Zahra Esmaeilinezhad et al
Probiotics for the prevention of Clostridioides difficile-associated diarrhea in adults and children
Cochrane Database of Systematic Reviews 2025
Questa revisione valuta il ruolo dei probiotici nella prevenzione della diarrea da clostridium difficile (CDAD) e della diarrea da antibiotici (AAD) in adulti e bambini sottoposti a trattamento antibiotico ed è l'aggiornamento della precedente del 2017.

È stata condotta una nuova ricerca degli studi pubblicati dal 18 marzo 2017, data dell'ultima pubblicazione, al 3 marzo 2025 che ha individuato 8 nuovi studi (4595 soggetti). L'attuale revisione riguarda quindi un totale di 47 studi (15.260 soggetti). I risultati della revisione suggerirebbero un effetto positivo dell'uso dei probiotici nel ridurre sia il rischio di incidenza della CDAD che quello della AAD. Si sarebbe registrata una piccola riduzione pari a 1,6% del rischio assoluto (ARR) di CDAD ed una riduzione del rischio relativo (RRR) del 50% (RR 0.50, IC 95% 0.38 - 0.64; P < 0.001; bassa certezza delle prove). In termini di NNTT ciò equivarrebbe ad un risparmio di un caso di CDAD ogni 65 soggetti trattati. Per quanto riguarda la AAD si sarebbe registrata una riduzione pari a 9% del rischio assoluto (ARR) ed una riduzione del rischio relativo (RRR) del 33% (RR 0.67, IC 95% 0.57 - 0.78; P < 0.001; bassa certezza delle prove). Anche disturbi associati quali dolore addominale, flatulenza, nausea, inappetenza potrebbero trarre giovamento dall'uso dei probiotici. Nella revisione si parla genericamente di probiotici in quanto vengono utilizzati diversi tipi, ma non vengono comparati tra di loro ed è quindi impossibile dare delle indicazioni sull'efficacia del singolo probiotico. Gli Autori concludono affermando che l'utilizzo per breve tempo dei probiotici in soggetti non immunocompromessi e sottoposti a trattamento antibiotico può avere un piccolo beneficio, tuttavia per la bassa frequenza dell'evento osservato ed i bias riscontrati negli studi la certezza delle prove risulta bassa. Sarebbero necessari studi su ampia scala in cui l'uso dei probiotici venga confrontato al placebo.
Contatto pelle a pelle immediato o precoce tra madre e neonato sano, un aggiornamento
Elizabeth R Moore et al
Immediate or early skin-to-skin contact for mothers and their healthy newborn infants
Cochrane Database of Systematic Reviews 2025
La prima revisione Cochrane riguardante gli effetti della pratica contatto pelle a pelle (skin to skin SSC) tra madre e neonato risale al 2003, successivamente è stata aggiornata ogni 4-5 anni. Questo è l'ultimo aggiornamento, con lo scopo di valutare l'effetto dello SSC immediato (entro 10 minuti dalla nascita) o precoce (dopo 10 minuti ed entro 24 ore dalla nascita), confrontato con le pratiche standard, su allattamento al seno esclusivo ed alcuni parametri fisici del neonato (temperatura corporea, glicemia, frequenza cardiaca e respiratoria) e della donna (tempo di espulsione della placenta e sanguinamento vaginale). Per l'aggiornamento è stata condotta una ricerca degli studi pubblicati dal 2015 (data del precedente) al 22 marzo 2024, che ha individuato 26 nuovi trial (3.775 coppie madre-bambino). La revisione riguarda quindi un totale di 69 trial (7.290 coppie madre-bambino), dei quali 32 condotti in paesi ad elevato livello economico, 25 in paesi a livello medio-alto e 13 in paesi a livello medio basso. Non è stato individuato nessuno studio condotto in paesi a basso livello economico dove peraltro tale pratica sarebbe poco utilizzata. I risultati della revisione confermano la validità dello SSC immediato, indipendentemente dal tipo di parto, sia per la madre che per il neonato, nato a termine o late pretem, residenti in paesi ad elevato o medio livello economico. Lo SSC compara-
to alle pratiche standard aumenterebbe la frequenza dell'allattamento al seno esclusivo valutato in 12 studi alla dimissione ed al primo mese di vita (RR 1.36, IC 95% 1.19 - 1.56; IT = 62%; moderata certezza delle prove) e in 11 studi a 6 settimane e a 6 mesi (RR 1.38, IC 95% 1.09 - 1.74; IT = 87%; moderata certezza delle prove). Lo SSC nel neonato favorirebbe la termoregolazione e la glicemia (moderata certezza delle prove), inoltre potrebbe favorirne anche la stabilizzazione (bassa certezza delle prove). Per quanto riguarda la ricaduta sulla donna i risultati non sono dirimenti, sembrerebbe comunque non esserci differenza, confrontato alle pratiche standard, rispetto al tempo di espulsione della placenta. Gli autori concludono sottolineando la necessità di un maggiore rigore metodologico negli studi, nei quali non è più giustificata una randomizzazione in cui il gruppo di controllo sia rappresentato da pratiche standard, viste le attuali raccomandazioni dell'OMS e dell'UNICEF sull'utilizzo dello SSC.
Interventi non farmacologici per l'epilessia in età pediatrica
Nigel Fleeman et al Service delivery, behavioural, and self-management interventions for children with epilepsy Cochrane Database of Systematic Reviews 2025
La revisione intende valutare l'efficacia di interventi non farmacologici e di nuovi approcci nell'erogazione delle prestazioni sanitarie nel controllo delle crisi epilettiche e nella qualità di vita, in soggetti in età pediatrica (0-18-anni) affetti da epilessia. Nella revisione vengono inclusi 6 studi (468 soggetti) pubblicati sino al 23 agosto 2023 e condotti in 5 diversi paesi (Cina 2, India 1, Giordania 1, Svezia 1, UK 1). Gli interventi presentati nei diversi studi possono essere suddivisi in tre gruppi: trattamenti comportamentali, trattamenti di autocontrollo (es. rilassamento muscolare, yoga), nuovi tipi di prestazioni sanitarie (es. dispositivi digitali, telemedicina). Gli studi individuati sono molto eterogenei e non è stata possibile una metanalisi, vengono pertanto riportati i risultati dei singoli studi in genere di bassa numerosità e con diversi bias. Per quanto riguarda il trattamento di tipo psico-comportamentale solo uno studio (104 soggetti) che ha confrontato un intervento di terapia familiare sistemica con la terapia usuale, avrebbe riportato, a tre mesi, un effetto positivo sulla frequenza media mensile delle crisi ( −1.98, IC 95% da −3.84 a −0.12; bassa certezza delle prove). Altri due studi simili non lo riscontrano. Nulla si può dire sulla qualità di vita. Un piccolo studio (20 partecipanti) ha analizzato l'efficacia dello yoga nel controllo della frequenza delle crisi, ma i risultati non sono chiari. Per quanto riguarda nuovi approcci sanitari, uno studio, riguardante 71 soggetti, ha analizzato l'efficacia di un programma di educazione condotto da un farmacista clinico, ma i risultati sono incerti sia per quanto riguarda la frequenza delle crisi che la qualità di vita a due mesi. Un altro studio (162 soggetti), dello stesso ambito, ha riguardato il supporto fornito al paziente mediante l'app “WeChat” per il follow up post dimissione, ma ha analizzato la ricaduta solo in termini di ansietà e depressione.

Questa rubrica propone Documenti sanitari, linee guida, linee di indirizzo o di intenti di interesse pediatrico commentati a cura dell’ Associazione Culturale Pediatri. Potete inviare le vostre osservazioni ai documenti scrivendo a: redazione@quaderniacp.it. Le vostre lettere verranno pubblicate sul primo numero utile.
Rapporto UNICEF. Il benessere di bambine, bambini e adolescenti in un mondo imprevedibile”
Commento a cura di Paolo Siani
Pediatra, Napoli
Il rapporto UNICEF “Il benessere di bambine, bambini e adolescenti in un mondo imprevedibile” analizza il benessere di bambini e adolescenti in 43 paesi ad alto reddito, membri dell’Unione Europea (UE) e/o dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). È un rapporto straordinariamente utile anche se manca del tutto, come gli stessi autori chiariscono, un’ analisi delle diseguaglianze che sappiamo sono decisive per una buona salute della popolazione. Serve a comprendere le difficoltà che affrontano oggi i bambini nella parte ricca del mondo, ma serve anche per indirizzare le politiche sanitarie e di welfare per sostenere l’infanzia e l’adolescenza. Politiche per l’infanzia che sono sempre marginali e spesso considerate solo atti caritatevoli e che spesso si limitano a offrire bonus economici e non servizi.
Il contesto analizzato è un mondo caratterizzato da una “policrisi” dovuta a COVID-19, conflitti, cambiamenti climatici e transizioni digitali e demografiche. I pediatri devono essere consapevoli che i bambini di oggi stanno crescendo in un mondo complesso e in rapido cambiamento e in una condizione di policrisi. Quindi accanto alla formazione clinica e a saper riconoscere le malattie rare e a curare quelle acute, i pediatri devono sapere che la policrisi influenza molto la salute dei bambini. Unicef individua oltre le tre “C” - COVID, Conflitti e Clima - anche le tecnologie digitali e i cambiamenti demografici come i fattori principali che producono profondi cambiamenti su bambini e adolescenti. Questa diciannovesima edizione della “Report Card Innocenti” intende trovare una risposta a questa policrisi avendo come contesto i 43 paesi membri dell’ Unione europea (UE) e/o dell’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). In questo gruppo rientrano tutti i paesi membri del Gruppo dei Sette (G7) e altre nazioni ad alto reddito. L’Unicef nel rapporto affronta le conseguenze della policrisi sull’infanzia e indica alcune possibili soluzioni, di cui parleremo alla fine di questo commento, ma il concetto di includere bambini e adolescenti nelle decisioni e nelle soluzioni che riguardano la loro vita e il loro futuro, in linea con l’Articolo 12 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, a me sembra un elemento indispensabile per chi si occupa di infanzia. Nel 2025 il ricordo della pandemia di COVID-19 sta lentamente svanendo e l’ attenzione politica e mediatica si è spostata su questioni più urgenti. Tuttavia, come evidenziato nel presente rapporto, la pandemia ha avuto gravi ripercussioni sul benessere di bambine, bambini e adolescenti tuttora presenti. La storia ci insegna che dopo un simile shock la ripresa sociale necessita di tempi lunghi. I conflitti armati hanno avuto conseguenze dirette e indirette sul benessere di bambine, bambini e adolescenti in tutti i paesi qui esaminati. Alla fine del 2023 è stato stimato che a livello mondiale fossero 19

milioni i minorenni rifugiati e richiedenti asilo, molti dei quali in fuga dai conflitti. Tre dei paesi oggetto di questa Report Card sono tra i 10 paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati internazionali: Turchia (3.3 milioni di persone, il 48% bambini), Colombia (2.9 milioni, il 27% bambini) e Germania (2.6 milioni di persone, il 31% bambini), ma anche molti altri paesi ospitano un numero considerevole di minorenni rifugiati. Questi bambini hanno esigenze specifiche derivanti dalle esperienze vissute nel loro paese di origine, sia durante il viaggio che nello stabilirsi nella nazione ospitante. Più in generale, le notizie sui conflitti armati possono creare preoccupazione e ansia, anche tra i bambini molto piccoli. I cambiamenti climatici (tempeste, siccità, incendi boschivi) sono sempre più frequenti e secondo alcune stime almeno 250.000 tra bambine, bambini e adolescenti sono stati sfollati dalle loro case nel 2023 a causa di catastrofi naturali determinate principalmente da eventi climatici. Secondo le stime,

nel 2024 oltre 25 milioni di studenti in 17 dei paesi analizzati hanno subito interruzioni del percorso di apprendimento a causa dei disagi dovuti a eventi climatici estremi. Anche l’aumento delle temperature e le ondate di calore hanno conseguenze negative sui bambini. Si calcola infatti che quasi la metà delle scuole delle città europee si trovi in “isole di calore”, caratterizzate da temperature elevate che mettono a rischio il benessere di bambine, bambini e adolescenti, mentre circa una scuola su dieci si trova in aree soggette a inondazioni. In Italia sono stati 916.000 gli studenti che hanno interrotto i servizi educativi per tempeste e alluvioni.
Le tecnologie digitali continuano a rimodellare la vita di bambine, bambini e adolescenti, portando con sé nuove opportunità e nuovi rischi. I potenziali effetti negativi generati dall’uso degli smartphone e, in particolare, dei social media sono oggetto di un ampio dibattito. Nel 2022, i tassi di connettività sono stati superiori al 99% in 37 dei 40 paesi con dati disponibili (ad eccezione di Colombia, Messico e Turchia). È indubbio che le nuove tecnologie e anche l’intelligenza artificiale apportano numerosi vantaggi a bambine, bambini e adolescenti in termini di istruzione, libertà di associazione e accesso alle informazioni (diritti sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’ adolescenza, articoli 15 e 17), ma non sono scevre da rischi. Gli effetti dell’utilizzo dei social media sulla salute mentale di bambine, bambini e adolescenti sono al centro di un intenso dibattito pubblico. Alcuni ricercatori sottolineano il forte impatto negativo, sull’utilizzo dei social media sulla salute mentale dell’infanzia, mentre altri indicano una relazione più debole e sfaccettata, che dipende anche dai parametri riguardanti l’uso dei social che vengono presi in esame. Si dovrebbe altresì considerare il potenziale che i social possiedono nel sostenere la salute mentale di bambine, bambini e adolescenti. Grande attenzione è stata posta alla quantità di tempo che i bambini trascorrono online, ma questo aspetto potrebbe non essere particolarmente utile o rilevante. Innanzitutto, le stime dichiarate dai bambini stessi del tempo trascorso sui social non sono così affidabili. In secondo luogo, la correlazione tra il tempo di utilizzo autodichiarato e vari aspetti della salute mentale non è del tutto chiara, come si evince dall’ analisi dei dati PISA 2022. Gli adolescenti che utilizzano moderatamente i social tendono ad avere una soddisfazione di vita leggermente superiore rispetto agli utenti più assidui o a coloro che non li utilizzano affatto. Gli adolescenti che trascorrevano più di sette ore al giorno sui social avevano una soddisfazione per la vita significativamente inferiore alla media, ma si tratta di un gruppo esiguo, che rappresenta solo il 6% circa dei quindicenni. Inoltre, è plausibile che trascorrere molto tempo sui social causi una minore soddisfazione per la vita e/o che gli adolescenti con una bassa soddisfazione per la vita tendano a utilizzare i social in modo intensivo. Anche gli adolescenti che non hanno mai usato i social hanno riportato una soddisfazione per la vita inferiore alla media. Questo gruppo di adolescenti tende ad avere scarse relazioni con la famiglia e i coetanei. Oltre al fattore tempo, per comprendere al meglio la relazione esistente tra l’uso dei social media e la salute mentale di bambine, bambini e adolescenti, assumono una particolare rilevanza le esperienze vissute online. L’impiego dei social media è stato associato a una percezione negativa della propria immagine corporea, sia per le ragazze che per i ragazzi. Da un lato, avviene il confronto con modelli e celebrità: l’ esposizione quotidiana a contenuti idealizzati e spesso alterati porta gli adolescenti a misurare il proprio valore
in rapporto a rappresentazioni non realistiche, generando in loro sentimenti di inadeguatezza. I contenuti social basati sull’ aspetto fisico costituiscono un rischio considerevole. Va tuttavia osservato che la percezione di un’immagine corporea negativa associata agli standard di bellezza e al confronto sociale era già stata osservata in diversi studi anche prima dell’ ascesa dei social media. D’ altra parte, l’uso della tecnologia digitale (compresi i social media) è stato collegato ad aspetti positivi del benessere, come una maggiore soddisfazione nelle relazioni di amicizia. Ampliando l’analisi a un uso di Internet più generico, un altro fattore collegato alla soddisfazione per la vita di bambine, bambini e adolescenti è imbattersi in alcuni tipi di contenuti online. Lo studio PISA ha posto ai bambini una domanda riguardante il “Subire contenuti discriminatori online (ad esempio, per motivi di etnia, genere, orientamento sessuale o aspetto fisico)”. Alle domande hanno risposto ragazzi e ragazze di 33 paesi oggetto di questa Report Card. In tutti i paesi, più della metà di loro ha dichiarato di aver visualizzato contenuti simili, con percentuali che vanno dal 52% in Svezia al 79% in Estonia. In media, in tutte queste nazioni, più di un terzo dei partecipanti (pari al 36%) ha dichiarato di essere stato “abbastanza” o “molto” turbato dall’ esperienza. Ulteriori analisi hanno mostrato che le bambine, i bambini e gli adolescenti che avevano avuto esperienze di contenuti discriminatori avevano anche maggiori probabilità di avere un grado di soddisfazione minore per la vita e di benessere emotivo. Questa serie di risultati indica che le ripercussioni dell’uso dei social media (e della tecnologia digitale più in generale) sulla soddisfazione per la vita di bambine, bambini e adolescenti costituiscono un fenomeno complesso. Concentrarsi in maniera esclusiva sul tempo trascorso sui social potrebbe non essere efficace. Andrebbe invece prestata maggiore attenzione alle specifiche esperienze online e alle strategie volte a ridurre i possibili rischi per le bambine, i bambini e gli adolescenti derivanti da tali esperienze. Viene inoltre analizzato il fenomeno del bullismo che spesso è considerato un atto innocuo e che invece può rivelarsi un’esperienza traumatica, associata a tassi più elevati di depressione, ansia, pensieri e comportamenti suicidi. È stato appurato che il bullismo ha conseguenze molto gravi e può causare disturbi di salute mentale anche a distanza di anni. Essere vittima di bullismo è uno dei fattori che più incidono sulla soddisfazione per la vita nei paesi ad alto reddito. Alla luce di questo legame, potrebbe essere opportuno domandarsi se l’aumento dei casi di bullismo possa spiegare il decremento della soddisfazione per la vita tra bambine, bambini e adolescenti. I dati riportati dai sondaggi PISA del 2018 e del 2022 suggeriscono di no, almeno in relazione al bullismo (compreso il cyberbullismo) a scuola. In effetti, nella maggior parte dei paesi, si è registrata una diminuzione dei tassi di bullismo frequente tra il 2018 e il 2022. Questi dati positivi potrebbero essere riconducibili alla chiusura delle scuole durante la pandemia di COVID-19, e resta da determinare se tale tendenza perdurerà. Sebbene l’andamento appaia favorevole, il bullismo rimane un fenomeno diffuso e continua a costituire una preoccupazione considerevole per il benessere infantile. I continui cambiamenti demografici nei paesi analizzati incidono profondamente sullo stile di vita dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra qualche anno, in questo gruppo di paesi, ci saranno più persone anziane (di età superiore ai 65 anni) che bambini e adolescenti (di età inferiore ai 18 anni) e la crescente urbanizzazione sta cambiando lo stile di vita dell’infanzia e dell’ adolescenza sia nelle aree urbane che nelle zone rurali.

La composizione familiare sta cambiando. Nell’Unione europea, tra il 2013 e il 2023, il numero di famiglie con figli è diminuito di 1.8 milioni di unità, mentre il numero di famiglie senza figli è aumentato di 14.9 milioni. Ma vi sono anche altri fattori che influiscono sul benessere di bambine, bambini e adolescenti, come la globalizzazione, le incertezze economiche, l’aumento del costo della vita, la trasformazione dei sistemi alimentari e l’incremento degli inquinanti ambientali. Il report arriva ad alcune conclusioni che si possono così riassumere: è necessario sostenere la salute mentale e le competenze dei genitori/persone con in cura minorenni attraverso iniziative, come programmi di genitorialità integrati, e promuovere relazioni positive tra i bambini e chi li circonda. Questa soluzione è in linea con il più ampio modello socio-ecologico. Le bambine, i bambini e gli adolescenti dovrebbero inoltre essere incoraggiati a impegnarsi in attività e comportamenti che favoriscono la salute mentale, come l’esercizio fisico, il sonno (sia in termini di qualità che quantità) e la meditazione. Nel mondo attorno al bambino, la scuola e la comunità svolgono un ruolo fondamentale. Apprendere l’educazione socio-emotiva a scuola può dotare i bambini di competenze che sostengono la salute mentale, come la regolazione emotiva, la consapevolezza, la risoluzione dei problemi, le abilità interpersonali e la gestione dello stress. Le scuole e le comunità devono inoltre contrastare ogni forma di violenza, bullismo e discriminazione, che costituiscono un serio rischio per la salute mentale di bambine, bambini e adolescenti. Occorre inoltre adottare un approccio equilibrato per proteggere i bambini dai rischi online, consentendo loro di imparare a utilizzare le nuove tecnologie e di beneficiare dei vantaggi dell’era digitale. Nel mondo in generale, i governi, le imprese, i mass media e il dibattito pubblico svolgono un ruolo fondamentale. È necessario affrontare lo stigma e i falsi preconcetti legati ai disturbi di salute mentale e promuovere una più ampia consapevolezza che possa facilitare l’individuazione precoce dei problemi. Occorre un contesto normativo più strutturato per regolamentare le tecnologie digitali, al fine di proteggere i minorenni dai rischi online e garantire che imparino a utilizzare tecnologie adeguate alla loro età e a beneficiare dei vantaggi che ne derivano. È necessario un ambiente positivo in cui le bambine, i bambini e gli adolescenti possano sperimentare l’ autonomia, impegnarsi attivamente e dare il proprio contributo alla società. La sensazione di poter controllare il proprio ambiente e perseguire uno scopo può infondere speranza e migliorare la salute mentale.
La Report Card 19, come ogni edizione, analizza inoltre le recenti tendenze del benessere di bambine, bambini e adolescenti in un periodo di cinque anni, in relazione agli stessi sei indicatori chiave considerati nella Report Card 16 del 2020 che sono: soddisfazione per la vita, suicidio adolescenziale, mortalità infantile, sovrappeso, competenze scolastiche e competenze sociali (Tabella 1)
Questa serie di indicatori è stata introdotta nella Report Card 16 con l’obiettivo di tracciare, tenendo conto delle limitazioni dei dati disponibili, un quadro equilibrato del benessere di bambine, bambini e adolescenti secondo tre dimensioni: benessere mentale ( soddisfazione per la vita a 15 anni, tasso di suicidio dai 15 ai 19 anni), salute fisica (tasso di mortalità tra i 5 e i 14 anni, % di bambini in sovrappeso tra i 5 19 anni,) e competenze scolastiche (% di 15enni in possesso di competenze di base in matematica e lettura, % di 15enni che stringe amicizia facilmente a scuola). Nella Classifica comparata del benessere di bambine,

bambini e adolescenti l’Italia è al 9° posto, dietro a Paesi Bassi (1 in classifica), Danimarca, Francia, Portogallo, Irlanda, Svizzera, Spagna, Croazia. Ma nella classifica che valuta il miglioramento degli indicatori dal 2018 al 2022 l’Italia mostra un miglioramento in mortalità e sovrappeso mentre è stabile per gli altri indicatori e non ha nessun indice di peggioramento (Tabella 2). Nel frattempo, emergono nuovi rischi per la salute di bambine, bambini e adolescenti. I ricercatori stanno lanciando l’ allarme sui pericoli per la salute derivanti dalle sostanze chimiche sintetiche e dalle materie plastiche. Otto anni fa, il Lancet aveva già notato che “l’ubiquità della contaminazione da microplastica non può più essere negata”. Le nano e le microplastiche sono particelle microscopiche, risultato della degradazione della plastica, che possono penetrare negli alimenti di cui i bambini si nutrono, nell’ acqua che bevono e nell’aria che respirano. Sono presenti anche nei giocattoli con cui giocano, nei vestiti che indossano e

nelle case in cui vivono. Essendo in una fase di crescita e a causa dell’abitudine frequente di portare le mani in bocca, i bambini, specie più piccoli, sono particolarmente vulnerabili a queste sostanze chimiche. Le microplastiche possono accumularsi nel tratto gastrointestinale e nel sistema respiratorio. Le nanoplastiche sono talmente minuscole da riuscire ad attraversare la barriera emato-encefalica che protegge il cervello dalle sostanze dannose. Queste particelle possono trasportare sostanze chimiche nocive, note anche come interferenti endocrini, che interferiscono con gli ormoni, lo sviluppo e il sistema immunitario. Alcune di queste sostanze chimiche possono anche aumentare la probabilità di soffrire di obesità. L’ esposizione precoce alle sostanze inquinanti è particolarmente dannosa e può essere una condizione diffusa. Uno studio ha individuato nelle feci di bambini una quantità di microplastiche dalle 10 alle 20 volte superiore rispetto agli adulti. Alcuni biberon in plastica espongono i neonati a livelli di microplastica consistenti durante la preparazione del latte in formula. Inoltre, i bambini che vivono nei “deserti alimentari” sono esposti a rischi maggiori, dovuti all’elevato consumo di alimenti trasformati confezionati in involucri. Nella Report Card 20, la prossima della serie, verrà invece adottato un differente approccio, presentando un’analisi approfondita delle disuguaglianze del benessere di bambine, bambini e adolescenti.
In sintesi nel rapporto si evidenziano le seguenti tendenze negative:
1. soddisfazione per la vita in calo: la soddisfazione degli adolescenti per la propria vita è peggiorata nella maggior parte dei paesi tra il 2018 e il 2022. Il calo è stato più accentuato tra le ragazze in quasi tutti i paesi.
2. Obesità in aumento: il tasso di sovrappeso e obesità è in aumento nella maggior parte dei paesi.
3. Competenze scolastiche in flessione: le competenze scolastiche tendono a peggiorare nella maggior parte delle nazioni. Quelle positive sono:
1. Mortalità infantile in calo: la mortalità infantile ha continuato a ridursi nella maggior parte dei paesi, riflettendo una tendenza positiva a lungo termine.
2. Competenze sociali stabili/in aumento: le competenze sociali mostrano una relativa stabilità o un aumento.
3. Tasso di suicidio adolescenziale stabile: non è stata determinata una tendenza chiara negli ultimi anni (dal 2018 al 2022), con tassi in aumento, stabili o in calo a seconda del paese. Tuttavia, il tasso complessivo del 2022 (6.5 morti ogni 100.000 adolescenti) è rimasto invariato rispetto a 15 anni fa, arrestando i progressi precedenti.
Conclusioni e Implicazioni
Il report evidenzia che i progressi nel benessere dei bambini sono sempre più vulnerabili agli shock globali. Le soluzioni richiedono un approccio olistico e coerente che riconosca le interconnessioni tra le tre dimensioni del benessere.
Raccomandazioni chiave:
* Migliorare la salute mentale e fisica: attraverso servizi di promozione, prevenzione e specialistici, con maggiori investimenti.
* Sostenere lo sviluppo delle competenze: affrontando le interruzioni dell’apprendimento (anche quelle dovute al clima) e promuovendo l’uso sicuro e positivo della tecnologia digitale, anche attraverso una regolamentazione efficace.
Tabella 2. Sintesi delle recenti variazioni in ciascuno dei sei indicatori del benessere di bambine, bambini e adolescenti utilizzati nella classifica comparata. Nella maggior parte dei casi, il periodo di riferimento va dal 2018 al 2022

* Affrontare le disuguaglianze: il rapporto ha riscontrato variazioni nel benessere in base al genere e alla condizione socioeconomica familiare.
* infine, favorire la partecipazione: includere bambini e adolescenti nelle decisioni e nelle soluzioni che riguardano la loro vita e il loro futuro, in linea con l’Articolo 12 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

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Rapporto GLASS (Sistema Globale di Sorveglianza sulla Resistenza e l’Uso Antimicrobico) 2025 - Dati sull’uso degli antibiotici 2022 - Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
Commento a cura di Massimo Farneti Pediatra, Ravenna
Introduzione
Nel 2015 l’ Assemblea Mondiale della Sanità ha adottato un piano d’azione globale sulla resistenza antimicrobica (AMR) avendo verificato che l’aumento delle resistenze rischiava di divenire uno delle cause più importanti di mortalità per malattie infettive (secondo stime dell’ OMS sono causa di oltre cinque milioni di morti nel mondo ogni anno). Il piano prevedeva l’ottimizzazione dell’uso degli antimicrobici nei settori umano, animale e agricolo e il rafforzamento della sorveglianza e della ricerca per comprendere meglio tipi, modi e tempi del loro uso a livello globale. Dopo non poche difficoltà nel 2020 è partita la raccolta annuale dei dati di consumo (AMU) e di quelli di resistenza che si è integrata con la classificazione AWaRe dell’ OMS per ottimizzare la scelta degli antibiotici per le infezioni comuni in base allo spettro di attività e al potenziale di contribuire all’insorgenza e alla diffusione della resistenza a diversi antibiotici. Tale classificazione suddivide gli antibiotici in tre categorie (più una) in base alla loro importanza clinica e al rischio che il loro uso favorisca lo sviluppo di resistenze:
1. Antibiotici “Access”, con uno spettro di attività relativamente ristretto, un buon profilo di sicurezza e basso potenziale di provocare resistenze.
2. Antibiotici “Watch”, ad ampio spettro, raccomandati come opzioni di prima scelta per i pazienti con manifestazioni cliniche più gravi o per infezioni in cui è più probabile che i patogeni responsabili siano resistenti agli antibiotici Access. Hanno un rischio più elevato di contribuire alla resistenza antimicrobica.
3. Antibiotici “Reserve”, antibiotici di ultima scelta, usati per trattare le infezioni multiresistenti. Il loro uso dovrebbe essere strettamente controllato per limitare lo sviluppo di ulteriori resistenze.
4. Antibiotici “Not classified/Not recommended”, spesso combinazioni di farmaci ad ampio spettro, il cui uso non è supportato da evidenze scientifiche.
1. Copertura del sistema di rilevazione GLASS
Dal lancio della sorveglianza GLASS nel 2020 che raccoglieva dati di sorveglianza sull’uso degli antibiotici in soli 15 Paesi, la partecipazione è aumentata. Novanta Paesi e territori sono stati arruolati entro la fine del 2023 e settantaquattro hanno segnalato dati nazionali nel corso degli anni, nel rapporto GLASS 2025 sono riportati i dati 2022 di 60 Paesi (nel 2023 le segnalazioni sono ulteriormente salite a 68 Paesi). Il rapporto mostra tuttavia che la copertura a livello mondiale rimane inferiore al 50%,

con lacune significative dovute alla mancata partecipazione soprattutto di Paesi non europei (eclatante l’ assenza degli USA) e a basso reddito (Figura 1)
La percentuale più alta di Paesi che segnalano dati si registra nella Regione europea (61.8%, 34/55) e la percentuale più bassa nella Regione delle Americhe (6.7%, 3/45). Per quanto riguarda il livello di reddito, la percentuale più alta di Paesi che riportano dati si registra tra i Paesi ad alto reddito (44.9%, 35/78) e la più bassa tra i Paesi a basso reddito (26.9%, 7/26).
2. L’ uso quantitativo e qualitativo degli antimicrobici Pur dovendo prendere con cautela i dati di consumo di antimicrobici poiché numerosi sistemi di sorveglianza nazionali sono ancora in fase di rodaggio, nel 2022 il consumo è stato di 18.3 DID (il sistema utilizzato per il computo è quello delle defined daily dose (DDD) per 1.000 abitanti al giorno), con una variazione nell’uso di oltre 10 volte (6.3-67.7 DID) tra regioni e livelli di reddito. L’unico confronto applicabile è quello con il precedente Rapporto GLASS del 2022 su dati 2020 e mette in evidenza un aumento nel consumo (dati GLASS 2022 DID 16.6 con un range da 12.3 a 31.2). Nel complesso, l’uso di antibiotici è stato più elevato nei Paesi a medio reddito e nelle regioni dell’ OMS del Sud-Est asiatico e del Mediterraneo orientale. Le cause della variazione osservata non sono completamente comprese e nel Rapporto vengono segnalati come necessari interventi per una migliore valutazione della qualità dei dati. Se si vuole analizzare l’ area europea è possibile utilizzare i dati del monitoraggio eseguito dall’ European Surveillance of Antimicrobial Consumption Network (ESAC-Net), rete coordinata dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (European Centre for Disease Prevention and Control, ECDC). Nel 2022 il consu-

mo medio di antibiotici nei Paesi UE/SEE è stato di 17.85 DID. I dati italiani [1] sono leggermente più alti con 20.05 DID (defined daily dose per 1.000 inhabitants per day). Anche in Europa grande è la forbice fra il Paese a più basso consumo di antibiotici (Paesi Bassi con 8.32 DID) e quello a più alto consumo (Grecia con 31.16 DID). Per quanto riguarda la tipologia di antimicrobici utilizzata nel Rapporto GLASS risulta che il 52.7% di questi, a livello globale, riguardava antibiotici Access e il 45.3% antibiotici Watch e quindi al di sotto degli obiettivi OMS che per gli antibiotici Access è di un uso almeno del 60%. Gli antibiotici Reserve rappresentavano lo 0.3%, mentre gli antibiotici Not classified/ Not recommended rappresentavano ancora l’1.7% (Figura 2)
I risultati suggeriscono che, a livello globale, i Paesi dovrebbero aumentare proporzionalmente l’uso di antibiotici Access, ridurre l’uso inappropriato di antibiotici Watch, ridurre al minimo l’uso di antibiotici non classificati o sconsigliati e garantire l’ accesso (e l’uso appropriato) agli antibiotici di Reserve quando necessario. I dati mettono inoltre in evidenza che le aree territoriali con un maggiore consumo complessivo di antibiotici hanno anche un cattivo uso qualitativo: si utilizzato meno prodotti Access, si eccede negli antibiotici Watch, Not classified/Not recommended.
Le quattro priorità strategiche OMS
Il rapporto sottolinea la necessità di migliorare le politiche di prescrizione e accesso agli antibiotici, promuovendo un uso più responsabile per contrastare la resistenza antimicrobica. Sinteticamente in quattro priorità:
a) Potenziare la sorveglianza sull’uso degli antibiotici mediante il rafforzamento dei sistemi nazionali di monitoraggio e programmi di formazione online, con l’ obiettivo di migliorare la capacità di raccolta e interpretazione dei dati.
b) Promuovere politiche di miglioramento dell’uso degli antibiotici, incentivando la prescrizione preferenziale degli antibiotici Access rispetto a quelli Watch promuovendo le prescrizioni basate su evidenze.

c) Garantire la disponibilità di antibiotici essenziali nei Paesi a basso reddito, favorendo l’ accesso equo ai farmaci Reserve, fondamentali per il trattamento delle infezioni resistenti.
d) Promuovere l’uso di antibiotici orali preferendoli per il trattamento di infezioni non gravi, essendo più sicuri, efficaci e meno costosi rispetto ai parenterali il cui uso dovrebbe essere grandemente ridotto.
Accanto a queste quattro priorità possiamo aggiungerne una quinta che trattandosi di un Rapporto sull’uso degli antibiotici forse non è apparso appropriato inserire, ma che ritengo sia sempre opportuno tenere a mente: le strategie preventive per combattere le infezioni batteriche, la più elementare delle quali è la semplice igiene delle mani. La fornitura di acqua e sapone alle comunità riduce significativamente la frequenza delle comuni infezioni infantili, mentre l’ aderenza al lavaggio delle mani riduce del 50% il tasso di mortalità materna dopo il parto nei Paesi poveri [2]
1. Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali. L’uso degli antibiotici in Italia. Rapporto Nazionale 2022. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2024. Il Rapporto è disponibile consultando il sito web www. aifa.gov.it
2. Moore DP. Battling antimicrobial resistance: new guidance and insights. Lancet Infect Dis. 2025 Sep;25(9):957-958. doi: 10.1016/S14733099(25)00150-1. Epub 2025 Apr 14. PMID: 40245911.

Questa rubrica propone Documenti sanitari, linee guida, linee di indirizzo o di intenti di interesse pediatrico commentati a cura dell’ Associazione Culturale Pediatri. Potete inviare le vostre osservazioni ai documenti scrivendo a: redazione@quaderniacp.it. Le vostre lettere verranno pubblicate sul primo numero utile.
Scuole sostenibili per la salute dei bambini e del pianeta. Report della Commissione Europea – DG Educazione, Gioventù, Sport e Cultura
È stato pubblicato il report “Scuole sostenibili per la salute dei bambini e del pianeta”, frutto del progetto School Learning Environments for Sustainability (SLES), promosso dalla Commissione Europea – DG Educazione, Gioventù, Sport e Cultura. Il progetto SLES si colloca nel quadro del Green Deal europeo e dell’iniziativa Education for Climate, con l’obiettivo di comprendere come gli ambienti scolastici – fisici, naturali, digitali e sociali – possano favorire salute, benessere e competenze di sostenibilità nelle nuove generazioni. È volto a supportare gli Stati europei nell’implementazione della sostenibilità architettonica, e non solo, nei sistemi educativi. Il progetto è frutto del lavoro partecipativo di 33 esperti di architettura, pedagogia, ambiente e ingegneria, integrato da 27 esperti nazionali. L’idea di fondo è che la scuola non è solo luogo di istruzione, ma anche un ambiente di vita, dove aria, luce, acustica, materiali e spazi verdi incidono direttamente sullo sviluppo fisico, cognitivo ed emotivo dei bambini. Oltre il 40% degli edifici scolastici europei ha più di cinquant’anni, molti sono ad alto consumo di energia, scarsamente ventilati e poco salubri. Il rinnovamento degli spazi scolastici rappresenta dunque una priorità educativa e sanitaria. Il progetto SLES si colloca nel quadro del Green Deal europeo e dell’iniziativa Education for Climate, con l’ obiettivo di comprendere come gli ambienti scolastici – fisici, naturali, digitali e sociali – possano favorire salute, benessere e competenze di sostenibilità nelle nuove generazioni.
Il progetto SLES mira a:
- Analizzare strategie e politiche nazionali in tema di sostenibilità scolastica.
- Valutare l’impatto degli ambienti scolastici su apprendimento, salute e comportamento.
- Fornire strumenti pratici per la progettazione e la gestione di scuole sostenibili.
- Diffondere buone pratiche e modelli replicabili nei diversi contesti europei.
La Commissione Europea ha adottato un approccio interdisciplinare e partecipativo, coinvolgendo oltre 60 esperti europei di architettura, pedagogia, salute e sostenibilità. Oltre al rapporto finale, la ricerca ha prodotto gli strumenti complementari riassunti nella Tabella 1. Il progetto si basa sul principio di un approccio sistemico (“Whole-School Approach”), secondo il quale la sostenibilità attraversa tutte le dimensioni della vita scolastica: edilizia, didattica, alimentazione, mobilità, relazioni e governance. Pertanto, è necessaria una progettazione bioclimatica, che richiede edifici efficienti, ventilati, luminosi e accessibili, costruiti con materiali naturali e locali, così che luce naturale, comfort acustico e presenza di verde possano contribuire a favorire attenzione, umore

e rendimento dei bambini.
I 7 casi studio emblematici raccolti, insieme a 23 esperienze, sono suddivisi in tre aree:
1. Edifici, cortili e aule – riqualificazione energetica e spazi flessibili.
2. Spazi verdi e soluzioni basate sulla natura – orti, tetti verdi, cortili biofilici.
3. Politiche pubbliche – strategie nazionali e locali per la sostenibilità educativa.
I principali risultati misurati, oltre alla riduzione dei consumi energetici del 30–60%, sono stati: miglioramento di benessere psicofisico e attenzione degli studenti, maggiore coesione sociale e partecipazione comunitaria, rafforzamento delle competenze ecologiche e civiche.
Le prove raccolte dimostrano che la scuola è un determinante ambientale di salute. Spazi scolastici verdi e salubri migliorano concentrazione e regolazione emotiva, riducono stress, obesità e assenteismo, promuovono relazioni sociali positive e riduco-

1
Tipo di documento
Report finale
Toolkit
Contenuto
Analisi comparativa tra 27 Stati membri su politiche e impatti
Funzione nel progetto
Quadro scientifico e raccomandazioni
Linee guida operative per scuole e amministrazioni Strumento pratico per l’attuazione
Compendio delle buone pratiche Raccolta di 23 buone pratiche su edifici, spazi verdi e governance
Fonte di ispirazione e replicabilità
Casi studio Analisi approfondita di 7 esperienze emblematiche europee Evidenze empiriche e valutazione d’impatto
no disuguaglianze educative e sanitarie. Per pediatri, educatori e operatori di salute pubblica, investire in ambienti scolastici sostenibili significa agire sulla prevenzione primaria, rafforzare la resilienza delle nuove generazioni e promuovere stili di vita salutari. La scuola sostenibile diventa così un laboratorio di cittadinanza ecologica e benessere, parte integrante della salute pubblica.
Il progetto SLES rappresenta un passo decisivo nella visione europea della scuola come ecosistema educativo, sociale e sanitario Gli edifici scolastici possono trasformarsi in spazi che riducono
l’impatto ambientale, promuovono salute e apprendimento, e educano alla responsabilità verso il pianeta.
Per consolidare questo modello servono politiche integrate tra educazione, ambiente e salute, formazione di insegnanti, architetti e amministratori, investimenti a lungo termine e monitoraggio dell’impatto. Prendersi cura della scuola significa prendersi cura della salute dei bambini, del futuro del paese e del pianeta.
Una scuola sostenibile è, prima di tutto, una scuola che cura.

A cura di Giacomo Toffol e Vincenza Briscioli
Gruppo ACP Pediatri per Un Mondo Possibile
Il 9 dicembre a Nairobi, l’UNEP, agenzia delle Nazioni Unite che coordina l’azione ambientale globale, ha presentato il Global Environment Outlook – GEO-7, il rapporto di riferimento sullo stato di salute del pianeta, basato sulle migliori evidenze scientifiche disponibili. Il quadro che emerge è preoccupante: il pianeta è entrato in una fase di destabilizzazione ambientale senza precedenti. Cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento, degrado del suolo e crisi dei sistemi alimentari non rappresentano più emergenze isolate, ma processi interconnessi che avanzano simultaneamente, generando una crisi sistemica globale. Le ricadute sulla salute umana sono già evidenti e colpiscono in modo sproporzionato bambini e popolazioni vulnerabili, con un aumento di patologie respiratorie, disturbi endocrini e mortalità precoce, aggravando disuguaglianze sociali già esistenti. Il GEO-7 sottolinea tuttavia che le soluzioni esistono: trasformazioni profonde dei sistemi energetici, alimentari ed economici fondate su economia circolare, transizione energetica e sostenibilità, potrebbero evitare gli scenari peggiori e produrre benefici significativi per la salute pubblica e l’equità sociale. È quindi urgente un cambio di rotta basato su prevenzione, conoscenza scientifica e giustizia ambientale. In questo numero, gli articoli selezionati mettono in luce il legame stretto tra salute dei bambini e ambiente di vita, evidenziando come le disuguaglianze sociali amplifichino l’esposizione ai rischi ambientali. Come di consueto, la rivista propone una sintesi dei principali contributi pubblicati nelle riviste monitorate. Questo numero si basa sul controllo sistematico delle pubblicazioni di settembre e ottobre 2025.
On December 9 in Nairobi, UNEP, the United Nations Environment Program, the agency that coordinates global environmental action, presented Global Environment Outlook – GEO-7, the benchmark report on the health of the planet, based on the best available scientific evidence. The picture that emerges is worrying: the planet has entered a phase of unprecedented environmental destabilization. Climate change, biodiversity loss, pollution, soil degradation, and food system crises are no longer isolated emergencies, but interconnected processes that are advancing simultaneously, generating a global systemic crisis. The impact on human health is already evident and disproportionately affects children and vulnerable populations, with an increase in respiratory diseases, endocrine disorders, and premature mortality, exacerbating existing social inequalities. However, GEO-7 emphasizes that solutions do exist: profound transformations of energy, food, and economic systems based on the circular economy, energy transition, and sustainability could avert the worst-case scenarios and produce significant benefits for public health and social equity. A change of course based on prevention, scientific knowledge, and environmental justice is therefore urgently needed. In this issue, the selected articles highlight the close link between children's health and their living environment, emphasizing how social inequalities amplify exposure. As always, we provide a summary of the main articles published in the monitored journals, listing all selected articles and editorials by topic, with brief commentary. This issue is based on the systematic monitoring of publications from September and October 2025. https://www.isprambiente.gov.it/files2025/notizie/sintesi-geo7.pdf

:: Inquinamento atmosferico
1. Inquinamento atmosferico causato dal traffico alla nascita e rischio di leucemia infantile: risultati dello studio caso-controllo GEOCAP-Birth
2. Esposizione pre e postnatale all'inquinamento atmosferico e morbilità respiratoria e funzionalità polmonare nei bambini dell'Africa subsahariana: una revisione sistematica e una meta-analisi.
3. ▶ Indice di qualità dell'aria come predittore della morbilità respiratoria nelle popolazioni a rischio
4. Effetto dell'uso di combustibili a biomassa sugli esiti neonatali: uno studio di coorte su donne in gravidanza
5. Pattern restrittivi della funzione respiratoria e differenze di sesso nei bambini della scuola primaria esposti a PM2.5 a Chiang Mai, Thailandia settentrionale
6. Eterogeneità demografica degli effetti dell' esposizione all' inquinamento atmosferico sulle infezioni respiratorie nella Cina orientale: uno studio multicittà di sei anni
7. Impatto degli idrocarburi policiclici aromatici sull' ambiente e sulla salute pubblica nell' Africa Orientale: una revisione sistematica
:: Inquinamento da sostanze chimiche non atmosferiche
1. ▶ Associazioni tra modelli alimentari e contaminanti ambientali nei bambini della Norwegian Environmental Biobank: un'analisi trasversale
2. Filtri solari sulla funzionalità tiroidea: prove in vitro e in vivo dell'impatto dei filtri UV organici
3. Esposizione degli adolescenti a filtri UV a base di benzofenone e associazioni con obesità, biomarkers cardiometabolici e asma/allergie in 6 studi europei di biomonitoraggio
4. Esposizione alla plastica e salute dei bambini: effetti e urgenti strategie di prevenzione
5. Impatto delle sostanze chimiche contenute nella plastica sulla salute emotiva e comportamentale dei bambini polacchi
6. L'esposizione prenatale a sostanze perfluoroalchiliche predice esiti strutturali e funzionali cerebrali multimodali nei bambini di 5 anni: uno studio di coorte
7. Esposizione prenatale e nella prima infanzia agli ftalati e neurosviluppo in bambini di 42 mesi
8. Esposizione al cadmio nei bambini nativi americani: conseguenze cardiovascolari ed ematologiche e possibili strategie di mitigazione
9. ▶ Esposizione ai pesticidi tra le ragazze nelle zone rurali della Costa Rica: uno studio con l'uso di braccialetti in silicone
:: Campi elettromagnetici
1. Le revisioni sistematiche dell' OMS sugli effetti sanitari delle radiazioni a radiofrequenza non forniscono evidenze tali da garantire la sicurezza
:: Ambienti naturali
1. ▶ Condizioni ambientali e gioco attivo all'aperto nel contesto dei cambiamenti climatici: una revisione sistematica e una sintesi qualitativa avanzata
2. Verde residenziale e traiettorie di salute mentale degli adolescenti: uno studio longitudinale
3. Effetti longitudinali della connessione con la natura sulle relazioni interpersonali e sulla salute mentale nei bambini di una scuola primaria in Cina
:: Miscellanea
1. Approcci integrati alla salute: un confronto paradigmatico, metodologico e operativo tra EcoHealth, One Health e Planetary Health
:: Approfondimenti
• Inquinamento da microplastiche: come superano le barriere del corpo e quali rischi comportano per la salute
• Dalla barriera emato-encefalica al cervello: Evidenze e Prospettive sulla neurotossicità delle micro e nanoplastiche
▶ Articoli in evidenza
Riviste monitorate
American Journal of Public Health
American Journal of Respiratory and Critical Care medicine
American Journal of Epidemiology
Archives of Diseases in Childhood
Brain & Development
British Medical Journal
Child: Care, Health and Development
Environmental and Health
Environmental Health Perspectives
Environmental International
Environmental Pollution
Environmental Research
Environmental Sciences Europe
European Journal of Epidemiology
International Journal of Environmental Research and Public Health
International Journal of Epidemiology
JAMA (Journal of American Medical Association)
JAMA Pediatrics
Journal of Environmental Psychology
Journal of Epidemiology and Community Health
Journal of Pediatrics
NeuroToxicology
Neurotoxicology and Teratology
New England Journal of Medicine
Pediatrics
The Lancet
Revisione delle riviste e testi a cura di: Vincenza Briscioli, Laura Brusadin, Sabrina Bulgarelli, Federico Marolla, Angela Pasinato, Laura Reali, Laura Rocca, Annamaria Sapuppo, Vittorio Scoppola, Rita Straquadaino, Laura Todesco, Mara Tommasi, Giacomo Toffol, Elena Uga.
Pediatri per Un Mondo Possibile
Gruppo di studio sulle patologie correlate all’ inquinamento ambientale dell’ Associazione Culturale Pediatri (ACP) mail: pump@acp.it

Cosa aggiungono questi studi: indicazioni pratiche
• Gli approcci integrati alla salute, quali One Health, EcoHealth e Planetary Health riconoscono che la salute dei bambini dipende dalle interconnessioni tra esseri umani, ecosistemi, animali e ambiente socio-culturale. Le principali minacce alla salute infantile, dall' inquinamento alle infezioni emergenti fino alla perdita di biodiversità, non possono essere affrontate restando confinati nella pediatria clinica. Per proteggere davvero i bambini è necessario adottare una visione sistemica, collaborativa e orientata al futuro. La salute dei bambini è inseparabile dalla salute del pianeta in cui crescono.
• L' ambiente è un determinante centrale della salute. La salute dei bambini è profondamente influenzata dall' ambiente di vita. La qualità dell' aria, il clima urbano e l' accesso a spazi verdi determinano le reali possibilità di gioco attivo all' aperto, fondamentale per lo sviluppo fisico e psicosociale: inquinamento, caldo estremo e urbanizzazione densa lo limitano, mentre vegetazione, ombra e ambienti naturali lo favoriscono. Allo stesso tempo, una dieta sana non è sufficiente a proteggere i bambini dai contaminanti ambientali come PFAS, pesticidi e BPA, ormai diffusi nella catena alimentare e negli imballaggi. Garantire ambienti sani e cibo realmente sicuro richiede interventi strutturali e regolatori più forti.
• Nella pratica clinica pediatrica l' inquinamento va considerato parte della valutazione del rischio, soprattutto in presenza di infezioni respiratorie ricorrenti o asma. L' inquinamento atmosferico è infatti un moltiplicatore del rischio infettivo e respiratorio. Anche brevi aumenti di PM2.5, SO₂ e black carbon sono associati a esacerbazioni dell' asma nei bambini e a un aumento delle infezioni e delle patologie respiratorie. L' esposizione fin dalla gravidanza e nei primi anni di vita è inoltre associata a effetti a lungo termine, inclusi esiti ematologici avversi. Queste alcune indicazioni pratiche di prevenzione da condividere con le famiglie: evitare attività outdoor nei giorni con indice di qualità dell' aria sfavorevole, aerare gli ambienti domestici al mattino, ridurre l' esposizione a traffico e strade principali, utilizzare purificatori d' aria con filtri HEPA, se disponibili. Proteggere i bambini dall'inquinamento significa ridurre il carico di malattia oggi e prevenire effetti sulla salute futura.
• Gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) prodotti dalla combustione di biomassa, traffico e rifiuti, insieme al particolato fine (PM2.5), al monossido di carbonio e ad altri contaminanti chimici, contribuiscono a un carico di malattia multisistemico che coinvolge apparato respiratorio, neurosviluppo, funzione riproduttiva e rischio oncologico, con effetti che iniziano già in epoca prenatale. L'inquinamento indoor durante la gravidanza, anche in contesti con servizi sanitari adeguati, è associato a basso peso alla nascita e a una maggiore vulnerabilità del neonato. Nei bambini l'esposizione precoce a questi inquinanti è collegata a compromissione della funzione polmonare e a possibili alterazioni dello sviluppo neurologico e immunitario. Le disuguaglianze socioeconomiche amplificano questi rischi: povertà energetica, uso di combustibili sporchi e accesso limitato ai servizi rendono l' esposizione più intensa e gli effetti più gravi.
• Durante la gravidanza e la prima infanzia l' esposizione a ftalati provenienti da plastica, cosmetici e detergenti è stata associata a effetti negativi sulle abilità cognitive, motorie e attentive. Anche basse concentrazioni prenatali di PFAS sono associate a variazioni misurabili nella struttura e nella funzione del cervello in bambini già in età prescolare. La prevenzione ambientale deve fare parte integrante della salute materno-infantile. Il pediatra è una come figura chiave nell'educazione e nella protezione delle fasi più sensibili dello sviluppo.
• I filtri solari organici possono essere assorbiti dall'organismo e, secondo studi sperimentali, interferire con gli ormoni tiroidei, con potenziali implicazioni per il neurosviluppo. Sebbene le evidenze umane siano ancora limitate, l' esposizione cronica a basse dosi in gravidanza, infanzia e adolescenza rappresenta un potenziale fattore di rischio. Studi recenti associano benzofenone-1 e benzofenone-3 a un aumentato rischio di obesità negli adolescenti, soprattutto nei maschi, indicando l' adolescenza come una finestra critica di vulnerabilità e rafforzando la necessità di scelte consapevoli dei prodotti, prudenza clinica e politiche regolatorie più stringenti.
• L' inquinamento da microplastiche è un'esposizione quotidiana e non volontaria che inizia già in gravidanza e riguarda in modo particolare i bambini, più vulnerabili per le loro barriere biologiche in sviluppo. Micro- e nanoplastiche possono attraversare intestino, polmone e placenta, accumularsi negli organi e innescare infiammazione, stress ossidativo e alterazioni del neurosviluppo, del microbiota e della funzione respiratoria. È quindi necessario un approccio di precauzione, integrando il counselling ambientale nella pratica pediatrica e riconoscendo la riduzione dell'esposizione precoce come una misura di tutela della salute futura.
• L' esposizione dei bambini ai campi a radiofrequenza non può essere considerata certamente sicura anche se rientra nei limiti considerati attualmente tollerabili. Gli studi sperimentali indicano possibili effetti avversi su sviluppo, gravidanza e fertilità. È indispensabile applicare in questo campo il principio di precauzione, riducendo le esposizioni non necessarie, soprattutto in gravidanza e infanzia.
1. Inquinamento atmosferico causato dal traffico alla nascita e rischio di leucemia infantile: risultati dello studio caso-controllo GEOCAP-Birth
Le evidenze emergenti indicano che l' esposizione agli inquinanti atmosferici fin dalla nascita - soprattutto al particolato fine (PM2.5) e al black carbon - può contribuire allo sviluppo della leucemia acuta infantile, in particolare della leucemia linfoblastica acuta. La ricerca oggetto di questo lavoro (studio GEOCAP-Birth) ha esaminato la relazione tra l'esposizione all'inquinamento atmosferico da traffico al momento della nascita e il rischio successivo di leucemia acuta infantile (AL). Questo studio caso-controllo ha incluso 581 casi di leucemia linfoblastica acuta (LLA) e 136 casi di leucemia mieloide acuta (LMA) diagnosticati fra il 2010 e il 2015, presenti nel registro nazionale francese dei tumori infantili, e 11.908 controlli. Gli indicatori di esposizione sono stati valutati dagli indirizzi di residenza alla nascita e includevano le esposizioni al biossido di azoto (NO2), al particolato fine (PM2.5) e al black carbon (BC). I risultati supportano un ruolo dell'esposizione all'inquinamento atmosferico nel periodo perinatale, in particolare a PM2.5 e BC, nello sviluppo della AL infantile, con
evidenza più marcata per la leucemia linfoblastica acuta (ALL). Alcune associazioni (in primis con il PM2.5) sono state riscontrate sia in aree rurali che urbane, risultato che suggerisce come l'effetto non sia attribuibile solo al traffico, ma possa provenire da diverse fonti, ad esempio il riscaldamento domestico. Sono poco chiari i possibili meccanismi che collegano l'esposizione a inquinanti atmosferici allo sviluppo di leucemia. È noto che il PM 2.5 può attraversare la barriera placentare umana, esponendo il feto in via di sviluppo. A livello cellulare, il PM2.5 può indurre tossicità ematopoietica attraverso l'aumento dello stress ossidativo e il danno al DNA, inibendo la riparazione del DNA. Inoltre, può indebolire il sistema immunitario stimolando una risposta infiammatoria. Lo studio si distingue per l'ampio campione e per una valutazione dettagliata dell'esposizione perinatale, offrendo segnali coerenti soprattutto per la leucemia linfoblastica acuta. Rimangono però limiti legati alla possibile imprecisione delle stime di esposizione, alla presenza di confondenti e al numero ridotto di casi di LMA, che richiedono cautela nell'interpretazione.
° Danjou AMN et al: Traffic-related air pollution exposure at birth and risk of childhood leukemia: results from the GEOCAP-Birth case-control study. Environ Health. 2025 Oct 22;24(1):80.

2. Esposizione pre e postnatale all'inquinamento atmosferico e morbilità respiratoria e funzionalità polmonare nei bambini dell'Africa subsahariana: una revisione sistematica e una meta-analisi
Questa revisione dimostra che l'esposizione prenatale e postnatale all'inquinamento atmosferico domestico è associata a un aumento del carico di malattie respiratorie e a una compromissione della funzionalità polmonare tra i bambini dell'Africa subsahariana. L'inquinamento atmosferico domestico derivante dalla combustione di combustibili da biomassa contribuisce in modo significativo alla morbilità e mortalità respiratoria tra i bambini nell'Africa subsahariana (ASS). Nonostante il crescente numero di prove, gli effetti dell'esposizione prenatale e postnatale all'inquinamento atmosferico domestico sugli esiti respiratori dei bambini rimangono non del tutto compresi. Questa revisione ha preso in considerazione studi pubblicati entro il 31 marzo 2025 che riportavano l'impatto dell'esposizione prenatale e/o postnatale all'inquinamento atmosferico domestico sulla salute respiratoria nei bambini di età inferiore ai 18 anni nell'Africa subsahariana. 18 studi hanno soddisfatto i criteri di inclusione. I risultati di questa revisione evidenziano che l'esposizione a CO, NO2, PM10 e PM2.5 è stata significativamente associata a un aumento del rischio di malattie respiratorie. L'esposizione al CO è stata correlata a sintomi respiratori (concentrazione media = 0.44 ppm; IC al 95% [0.27, 0.62]), l'NO2 alla tubercolosi polmonare (concentrazione media = 20.16 ppm; IC al 95% [14.15, 26.16]) e PM10 e PM2.5 a infezioni respiratorie acute (concentrazione media = 61.25 μg/m3 e 27.36 μg/m3 rispettivamente; p<0.001). L'esposizione postnatale e prenatale ha aumentato il rischio di polmonite e di compromissione della funzionalità polmonare, inclusa una riduzione di FVC e FEV1. Interventi migliorativi sui fornelli hanno ridotto i sintomi respiratori generali (RR = 0.80; IC al 95% [0.75, 0.85]), ma hanno mostrato un effetto limitato su esiti gravi come la polmonite. Pur riconoscendo l'utilità degli interventi migliorativi sui fornelli, la persistenza di alti livelli di esposizione indica la necessità di adottare strategie più profonde e trasformative.
° Zigabe, S.M. et al: Impact of prenatal and postnatal household air pollution exposure on respiratory morbidity and lung function in sub-Saharan African children: a systematic review and meta-analysis. Environ Health 24, 66 (2025).
3. ▶ Indice di qualità dell'aria come predittore della morbilità respiratoria nelle popolazioni a rischio Nonostante alcuni limiti metodologici, lo studio mostra che la scarsa qualità dell' aria – in particolare l' esposizione a PM2.5 e SO2 – è fortemente associata a un aumento della morbilità respiratoria acuta, con effetti immediati sull' asma e ritardati sulla bronchite. I dati evidenziano una maggiore vulnerabilità in bambini, donne e popolazione con assicurazione pubblica, confermando persistenti disuguaglianze ambientali. Lo studio retrospettivo ha esaminato la relazione tra l'indice di qualità dell'aria (AQI) e le esacerbazioni respiratorie di asma, bronchite e bronchite cronica ostruttiva polmonare (BPCO) nella popolazione residente nella Mon Valley (regione urbano-industriale della Pennsylvania), tra Gennaio 2018 e Febbraio 2020. Sono stati utilizzati dati raccolti retrospettivamente dalle cartelle cliniche elettroniche di adulti e bambini residenti nella Mon Valley (N= 117.545); i partecipanti
allo studio (il 20% di età inferiore ai 18 anni) sono stati visitati in una struttura dell'Allegheny Health Network per esacerbazioni acute di malattie respiratorie. Sono stati valutati i valori giornalieri dell'Indice di Qualità dell'Aria (AQI) (valore <100 qualità dell'aria buona-moderata e valore >100 aria malsana) per ozono, PM2.5, SO2 e NO2, la temperatura media giornaliera e la velocità media del vento; sono stati analizzati diversi periodi di esposizione agli inquinanti (esposizione nello stesso giorno, nel giorno precedente, sei giorni prima ed esposizione media nei cinque giorni dall'evento). Lo studio ha rivelato che livelli più elevati di AQI erano significativamente associati a tassi più elevati di esacerbazioni asmatiche, in particolare lo stesso giorno dell'esposizione agli inquinanti, e che il rischio variava a seconda dell'inquinante. SO2 è emerso come il principale inquinante associato all' esacerbazione respiratoria, specie agli attacchi asmatici nei bambini e alla bronchite acuta negli adulti (età 18-64 anni), seguito da PM2.5. Questi risultati sottolineano il peso diseguale dell'inquinamento atmosferico sulle popolazioni vulnerabili e il valore potenziale dell'AQI come strumento predittivo di salute pubblica. Lo studio offre contributi importanti mostrando un chiaro legame tra scarsa qualità dell' aria e morbilità respiratoria acuta, con dati coerenti rispetto alle evidenze più recenti e con particolare attenzione ai gruppi vulnerabili. Tuttavia, la forza delle conclusioni è ridotta da limiti metodologici rilevanti, come il periodo di osservazione breve, la mancanza di studio di variabili importanti e l'uso di una rete di monitoraggio limitata. Nonostante ciò, i risultati restano utili e indicano la necessità di studi più ampi e completi per comprendere appieno l'impatto dell'inquinamento sulla salute.
° Byrwa-Hill BM et al: Air Quality Index as a Predictor of Respiratory Morbidity in At-Risk Populations. Int J Environ Res Public Health. 2025 Sep 27;22(10):1493.
4. Effetto dell'uso di combustibili a biomassa sugli esiti neonatali: uno studio di coorte su donne in gravidanza L' inquinamento indoor da biomassa ha effetti negativi sul peso neonatale. Gli autori hanno valutato l'impatto dell' esposizione all'inquinamento dell'aria domestica (IAP) derivante dall'uso di combustibili a biomassa (legna, kerosene) durante la gravidanza sugli esiti neonatali in Sri Lanka. Lo studio è stato di coorte prospettico con reclutamento di 594 donne in gravidanza nel primo trimestre; 526 neonati valutati alla nascita. Sono stati considerati due gruppi, uno ad alta esposizione: uso primario di legna/kerosene e uno a bassa esposizione: uso di GPL/elettricità. In un sottocampione sono state effettuate misurazioni di PM2.5 e CO in cucina. Dai risultati emerge che i bambini del gruppo ad alta esposizione nascono con: -134 g in media e -107 g dopo aggiustamento per fattori socio-demografici e clinici. Questo è l'unico esito neonatale chiaramente e significativamente influenzato dall'esposizione. Nessuna differenza significativa per: lunghezza alla nascita, età gestazionale, APGAR a 1/5/10 minuti, pretermine. Nessuna differenza nelle aree: abituazione, interazione sociale, stato organizzativo / regolazione, sistema autonomo, riflessi (secondo la scala Brazelton Neonatal Behavioral Assessment Scale, BNBAS). Unica eccezione: punteggio motorio leggermente più basso nel gruppo ad alta esposizione (p = 0.038), ma non più significativo dopo aggiustamento. Le misurazioni in cucina hanno confermato che le abitazioni del gruppo ad alta esposizio-

ne avevano livelli di PM2.5 e CO decisamente superiori. Tuttavia, poiché queste misure rappresentano solo un momento specifico e l' esposizione reale durante la gravidanza varia in base al tempo trascorso in cucina, al tipo di combustibili usati e alle condizioni di ventilazione, i livelli rilevati non risultavano direttamente associati agli esiti neonatali. È quindi probabile che la singola misurazione non rifletta accuratamente l' esposizione materna complessiva in gravidanza. L' uso di combustibili a biomassa è associato a una riduzione modesta ma significativa del peso alla nascita. Non emergono effetti chiari su sviluppo neurocomportamentale, prematurità, APGAR o età gestazionale. Il sistema sanitario materno-infantile relativamente robusto dello Sri Lanka potrebbe aver mitigato altri effetti avversi. Lo studio presenta una struttura solida grazie al disegno prospettico, al campione numeroso, alle misurazioni dirette dell' inquinamento indoor e alla valutazione clinica accurata degli esiti neonatali, con un buon controllo dei principali fattori confondenti. Tuttavia, la misurazione dell' esposizione è limitata al momento del pranzo e molte famiglie usano più combustibili, con possibile misclassificazione. Non sono stati misurati gli inquinanti outdoor, le molte sottoscale del BNBAS aumentano il rischio di risultati casuali e la generalizzabilità è ridotta, dato il contesto sanitario relativamente forte in cui lo studio è stato condotto. Servono studi che valutino: esposizione reale su 24 h, effetti a lungo termine, contesti con minori risorse sanitarie.
° Wickremasinghe R et al: Effect of Biomass Fuel Use on Neonatal Outcomes: A Cohort Study of Pregnant Females. International Journal of Environmental Research and Public Health. 2025; 22(9):1336.
5. Pattern restrittivi della funzione respiratoria e differenze di sesso nei bambini della scuola primaria esposti a PM2.5 a Chiang Mai, Thailandia settentrionale Lo studio suggerisce che l' esposizione prolungata e ripetuta a PM 2.5 - derivante dalla combustione di biomassa e dall' inquinamento urbano - è associata a ridotti volumi polmonari e a un'elevata prevalenza di disturbi respiratori di tipo restrittivo nei bambini di Chiang Mai. Inoltre appare evidente una maggiore vulnerabilità delle bambine. Gli autori hanno valutato l' impatto dell' esposizione al PM2.5 sulla funzione respiratoria dei bambini delle scuole primarie (8–12 anni) di Chiang Mai, con particolare attenzione alla presenza di pattern restrittivi e alle differenze tra maschi e femmine. Si tratta di uno studio cross-sectional condotto nel 2024 su 110 bambini, dei quali 93 sono stati inclusi nell' analisi finale dopo l'esclusione di soggetti con sintomi respiratori o con spirometrie non valide. L' esposizione al PM2.5 è stata stimata tramite un' unica stazione di monitoraggio situata a meno di 2 km dal luogo delle valutazioni, e l' esposizione cumulativa è stata calcolata tramite l'area sotto la curva (AUC) dei 120 giorni precedenti. Le spirometrie sono state eseguite secondo gli standard ATS/ERS 2019 e classificate utilizzando i riferimenti GLI 2012; i fattori associati (come sesso e BMI) sono stati analizzati tramite regressione logistica. Nel 2024 sono stati registrati picchi molto elevati di PM2.5, in particolare nei mesi di marzo e aprile, e l' AUC dei 120 giorni precedenti ha confermato un'esposizione cumulativa estremamente alta. Nei 93 bambini analizzati, è stato osservato un pattern restrittivo nel 51.6%, un pattern ostruttivo nel 18.3%, mentre solo il 30.1% presentava una spirometria normale. I valori di FVC, FEV1 e PEF risultavano significativamente inferiori rispetto ai predetti, mentre il rapporto FEV1/FVC resta-
va nella norma, indicando un predominio del pattern restrittivo. Le femmine mostravano una probabilità nettamente maggiore di presentare alterazioni respiratorie, con un AOR di 0.084 per i maschi rispetto alle femmine (95% CI 0.017–0.417; p= 0.002). Lo studio suggerisce che l' esposizione prolungata e ripetuta a PM 2.5 - derivante dalla combustione di biomassa e dall'inquinamento urbano - è associata a ridotti volumi polmonari e a un' elevata prevalenza di disturbi respiratori di tipo restrittivo nei bambini di Chiang Mai. Inoltre, appare evidente una maggiore vulnerabilità delle bambine. Questi risultati sottolineano l'importanza di rafforzare le misure di protezione dall'inquinamento atmosferico e di ridurre l' esposizione dei bambini sia in ambienti outdoor sia indoor. Tra i punti di forza dello studio figurano la valutazione diretta e standardizzata della funzione respiratoria, la stima dell'esposizione cumulativa basata su dati giornalieri, l'uso di criteri consolidati come GLI 2012 e ATS/ERS e la chiara evidenza del pattern restrittivo. Tuttavia, diversi limiti devono essere considerati quali il ridotto numero di partecipanti (93 bambini), limitando così la potenza statistica e la generalizzabilità dei risultati. L' esposizione al PM2.5 è stata stimata tramite una sola stazione fissa, che potrebbe non rappresentare accuratamente l' esposizione individuale, soprattutto in presenza di variazioni micro-ambientali e di inquinamento indoor non misurato. La natura cross-sectional non consente di stabilire un nesso causale tra esposizione e alterazioni respiratorie. Inoltre, l'assenza di un gruppo di controllo a bassa esposizione e l'utilizzo di differenti equazioni di riferimento potrebbero aver influenzato la classificazione dei pattern respiratori. Nel complesso, questi limiti invitano alla cautela nell'interpretazione dei risultati e indicano la necessità di studi longitudinali con campioni più ampi.
° Ngamsang P et al: Restrictive Lung Function Patterns and Sex Differences in Primary School Children Exposed to PM2.5 in Chiang Mai, Northern Thailand. International Journal of Environmental Research and Public Health. 2025; 22(10):1530.
6. Eterogeneità demografica degli effetti dell' esposizione all' inquinamento atmosferico sulle infezioni respiratorie nella Cina orientale: uno studio multicittà di sei anni Nel complesso, lo studio dimostra in modo chiaro che l'inquinamento atmosferico incide significativamente sulle infezioni respiratorie, influenzando non solo l'incidenza dei ricoveri, ma anche la gravità clinica e la durata dell'ospedalizzazione. Gli effetti sono particolarmente marcati nei bambini piccoli, negli adolescenti e negli anziani, e risultano più accentuati nelle aree rurali e durante la pandemia. Lo studio, condotto nelle città di Taizhou e Huzhou nell'Est della Cina, ha analizzato 8.198.574 casi di infezioni respiratorie, registrati tra il 2017 e il 2022. La popolazione inclusa era composta per il 51.2% da maschi, mentre i bambini sotto i 5 anni rappresentavano il 31.2% del totale. L' obiettivo era valutare in che modo l'esposizione al PM2.5 e al NO2 incidesse sulle ammissioni ospedaliere, sulla gravità clinica, sulla durata della degenza e sui costi sanitari, analizzando allo stesso tempo le differenze tra gruppi demografici - bambini, adolescenti, adulti, anziani - e tra residenti urbani e rurali, con particolare attenzione alle variazioni tra il periodo pre-pandemico e quello pandemico. Attraverso modelli GAM e regressioni logistiche multivariate, lo studio ha evidenziato che anche incrementi relativamente modesti degli inquinanti atmosferici sono associati a un aumento significativo dei ricoveri per infezioni respiratorie. In particolare

bambini e adolescenti tra 5 e 18 anni risultano il gruppo più sensibile agli aumenti di concentrazioni: per ogni incremento di 10 μg/m3 di PM2.5 le ammissioni giornaliere aumentano del 4,965%, mentre lo stesso incremento di NO2 è associato a un aumento del 7,789%. I bambini sotto i 5 anni e gli anziani oltre i 65 anni sono invece i gruppi più vulnerabili alla malattia grave, con un impatto accentuato durante la fase pandemica, quando negli anziani il rischio di forme severe ha raggiunto valori molto elevati (aOR 11,900). L'esposizione al PM2.5 influisce in modo significativo anche sulla durata della degenza: ogni aumento di 10 μg/m3 è associato a un prolungamento del ricovero di circa 6 giorni nei bambini sotto i 5 anni e di circa 11 giorni negli anziani, indicando che le fasce estreme dell' età sono quelle maggiormente colpite dalle complicazioni. La stagione fredda amplifica ulteriormente questi effetti, probabilmente per la combinazione tra temperature più basse, maggiore circolazione dei virus e stagnazione delle masse d'aria inquinate. Il luogo di residenza emerge come un fattore chiave: rispetto ai residenti urbani, i residenti rurali presentano un rischio più elevato di sviluppare malattia grave, sebbene gli abitanti delle aree urbane mostrino una durata di degenza leggermente più lunga. Ciò suggerisce che le differenze nell' accesso ai servizi sanitari, nelle condizioni socio-economiche e nella qualità delle cure possano contribuire a modulare gli esiti clinici. Anche le differenze di sesso risultano rilevanti, con gli uomini che mostrano una maggiore probabilità di sviluppare forme severe rispetto alle donne. Tra i punti di forza dello studio figurano la straordinaria dimensione campionaria, la completezza dei dati ospedalieri e la robustezza delle analisi statistiche. Tuttavia, la stima dell' esposizione basata su stazioni fisse e la mancanza di dati individuali su fattori socioeconomici, comportamentali e clinici limitano la possibilità di stabilire nessi causali diretti. Nonostante questi limiti, lo studio offre un quadro estremamente chiaro dell' impatto dell'inquinamento atmosferico sulla salute respiratoria e delle profondissime disparità demografiche e ambientali che lo modulano.
° Zheng, B et al: Demographic heterogeneity in health impacts of air pollution exposure on respiratory infections in Eastern China: A six-year multicity study. Environ Sci Eur 37, 164 (2025).
7. Impatto degli idrocarburi policiclici aromatici sull'ambiente e sulla salute pubblica nell'Africa Orientale: una revisione sistematica
Lo studio ha sintetizzato le conoscenze disponibili sugli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) nell' Africa Orientale, concentrandosi sulle principali fonti di esposizione, sugli impatti per la salute – in particolare per bambini e popolazioni vulnerabili – e sulle lacune di ricerca che ostacolano una piena comprensione del problema. Per raggiungere questo scopo gli autori hanno condotto una revisione sistematica degli studi provenienti da Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda, Burundi e Repubblica Democratica del Congo, includendo lavori che analizzavano i livelli ambientali di IPA in aria, acqua, suolo e alimenti, le concentrazioni nei campioni biologici umani e gli effetti sanitari documentati nelle diverse fasce di popolazione. Gli studi selezionati sono stati analizzati e classificati per tipo di fonte, metodologie utilizzate e principali vie di esposizione, incluse inalazione, ingestione, contatto cutaneo e trasmissione materno-fetale. I risultati mostrano che l' Africa Orientale presenta livelli elevati di IPA, dovuti alla
combustione di biomassa per cucinare, al traffico veicolare, alle attività industriali, alla combustione informale dei rifiuti e alla contaminazione alimentare, soprattutto legata ai cibi grigliati e affumicati. Bambini, donne e comunità rurali risultano essere i gruppi più esposti e più vulnerabili. L' esposizione agli IPA è associata a numerosi effetti sanitari, tra cui malattie respiratorie, riduzione della funzione polmonare, disturbi dello sviluppo, basso peso alla nascita, neurotossicità, alterazioni immunitarie e un potenziale aumento del rischio oncologico. Gli studi evidenziano inoltre che l' esposizione prenatale e nei primi anni di vita comporta rischi particolarmente elevati, con possibili effetti persistenti e, in alcuni casi, transgenerazionali. Nel complesso, la revisione conclude che gli IPA rappresentano un importante problema di salute pubblica per l'Africa Orientale e richiedono interventi urgenti, tra cui un maggiore accesso a fonti energetiche pulite, politiche più rigorose per il controllo delle emissioni, una gestione moderna dei rifiuti, programmi educativi sulle fonti di esposizione e sistemi di biomonitoraggio più solidi, soprattutto per donne in gravidanza e bambini piccoli. Lo studio è rafforzato dal fatto che rappresenta la prima sintesi sistematica dedicata a questa regione, offrendo una visione integrata delle fonti di esposizione e degli impatti sanitari, e individuando con chiarezza le principali aree in cui la ricerca è ancora insufficiente. Tuttavia, il numero limitato di studi disponibili, l' eterogeneità dei metodi, l'assenza di dati quantitativi armonizzati e la mancanza di studi longitudinali rappresentano limiti importanti, che rendono difficile valutare in modo preciso il rischio reale e confrontare le diverse aree geografiche. Nonostante ciò, la revisione fornisce un quadro chiaro e utile del peso sanitario degli IPA nella regione e individua le priorità per politiche di prevenzione più efficaci.
° Udom, G.J et al: Public health burden of polycyclic aromatic hydrocarbons in the East African environment: a systematic review. Environ Sci Eur 37, 145 (2025).
Inquinamento da sostanze chimiche non atmosferiche
1. ▶ Associazioni tra modelli alimentari e contaminanti ambientali nei bambini della Norwegian Environmental Biobank: un'analisi trasversale Lo studio analizza la relazione tra le abitudini alimentari dei bambini norvegesi e l' esposizione a diversi contaminanti ambientali, utilizzando i dati raccolti nella Norwegian Environmental Biobank. La conclusione principale è che non si può chiedere ai singoli consumatori – men che meno ai bambini - di ridurre da soli la loro esposizione modificando semplicemente ciò che mangiano. Sono necessarie invece azioni collettive e regolamentazioni più efficaci, come la limitazione dei PFAS, del BPA e di altre sostanze nelle produzioni industriali, per rendere il cibo sicuro indipendentemente dal tipo di dieta che si sceglie. L'attenzione è rivolta ai bambini tra i 7 e i 14 anni, un gruppo particolarmente sensibile agli effetti delle sostanze chimiche presenti nell'ambiente, poiché l' esposizione durante l'infanzia può influenzare lo sviluppo neurologico, immunitario e metabolico. Per comprendere come l'alimentazione possa influenzare l' esposizione a queste sostanze i ricercatori hanno chiesto ai genito-

ri di compilare un questionario sulla frequenza di consumo di vari alimenti e bevande. Grazie a un' analisi statistica delle risposte, sono emerse due tipiche abitudini alimentari: una definita "sana", caratterizzata da un'elevata assunzione di frutta, verdura, pesce, cereali integrali e acqua e una "malsana", associata invece a bevande zuccherate, dolci, snack salati, carni processate e succhi di frutta. Parallelamente, nei campioni di sangue e urine dei bambini sono stati misurati diversi contaminanti ambientali, tra cui PFAS, pesticidi, BPA (bisfenolo A), ftalati e metaboliti dell' acrilammide. I risultati hanno rivelato che i bambini che seguivano un modello alimentare più sano presentavano livelli leggermente più alti di alcuni PFAS, in particolare PFNA, e una maggiore probabilità di superare i valori guida di sicurezza per il gruppo Σ4PFAS. Questa associazione sembra legata soprattutto al consumo di pesce e uova, alimenti che – pur essendo raccomandati dai principi nutrizionali – possono contenere PFAS a causa dell'inquinamento ambientale. Anche l'esposizione ai pesticidi organofosfati mostrava un lieve aumento nelle diete sane, probabilmente per il consumo di frutta e verdura. Al contrario, i bambini che seguivano un modello alimentare più malsano avevano livelli più alti di BPA, una sostanza presente nei materiali plastici e negli imballaggi alimentari. Inoltre, si osservava una tendenza verso livelli più elevati dei metaboliti dell'acrilammide, una sostanza che si forma durante la cottura ad alte temperature di molti cibi processati, come snack, biscotti e patatine. Sorprendentemente, non sono state trovate associazioni consistenti con i metalli pesanti o con altre classi di contaminanti, suggerendo che non tutti gli inquinanti sono ugualmente influenzati dalle abitudini alimentari. In sintesi, lo studio mette in evidenza una realtà controintuitiva: seguire una dieta salutare può comunque esporre i bambini a certi contaminanti, non perché i cibi siano "cattivi" in sé, ma per via della presenza diffusa di sostanze indesiderate nella catena alimentare. Allo stesso tempo, una dieta ricca di cibi ultraprocessati porta con sé altre forme di esposizione, soprattutto attraverso gli imballaggi.
° Mari Mohn Paulsen et al: Associations between dietary patterns and environmental contaminants in children from the Norwegian Environmental Biobank: A cross-sectional analysis, Environmental Research, Volume 280, 2025, 121871.
2. Filtri solari sulla funzionalità tiroidea: prove in vitro e in vivo dell'impatto dei filtri UV organici
L'uso di filtri ultravioletti (UV), componenti essenziali delle creme solari e di molti prodotti per la cura personale (PCPs), è cruciale per la protezione dalle radiazioni ultraviolette (UVR), principale fattore di rischio per il fotoinvecchiamento e il cancro della pelle. Nonostante il loro ruolo protettivo, è emersa una forte preoccupazione riguardo al loro assorbimento sistemico e alla loro capacità di agire come interferenti endocrini (EDs), con un focus particolare sulla regolazione degli ormoni tiroidei (TH). Gli autori di questa review concludono che, sebbene i dati epidemiologici umani siano limitati e spesso inconclusivi, le attuali evidenze scientifiche supportano fortemente l'ipotesi che diversi filtri UV agiscano come interferenti tiroidei, causando alterazioni nei livelli di TH e potenziali alterazioni a livello di neurosviluppo. In particolare dall'analisi della letteratura emerge come i filtri UV siano stati rilevati in diverse matrici umane, tra cui sangue, urine, latte materno e circolazione fetale (placenta e sangue
cordonale), indicando un assorbimento sistemico e un rischio di esposizione cronica a basse dosi. Questo è particolarmente allarmante per le popolazioni vulnerabili, come bambini e donne in gravidanza, poiché gli ormoni tiroidei sono vitali per lo sviluppo, il metabolismo e le funzioni neurologiche, e la loro interruzione può portare a effetti avversi a lungo termine. Numerosi studi in vitro e su modelli animali (pesci zebra, ratti) suggeriscono che molti filtri UV interferiscono con l'asse ipotalamo-ipofisi-tiroide (HPT). I principali meccanismi identificati includono l'interferenza con le proteine di trasporto degli TH (come la Transtiretina, TTR), l'inibizione dell'attività della tireoperossidasi (TPO) e l'alterazione dell'espressione di geni legati alla sintesi e al metabolismo tiroideo. In particolare i Benzofenoni (BPs) sono riconosciuti come potenziali interferenti tiroidei. Il BP-3 (Ossibenzone) è stato correlato negativamente ai livelli sierici di T3 totale e FT4 nella popolazione generale. Inoltre, l'esposizione materna a BP-3 ha mostrato una diminuzione dei livelli di T3 nelle donne in gravidanza. Il BP-3 viene rapidamente assorbito e la sua persistenza nel plasma suggerisce accumulo con l'uso ripetuto. Il BP-2 è un forte inibitore della TPO e ha causato una diminuzione del T4 sierico e un aumento del TSH nei ratti. L'Octinoxate (OMC) interferisce con l'asse HPT negli animali, riducendo TSH, T4 e T3, ed è ampiamente rilevato nell'organismo umano. L'HMS (Omossalato) è invece rilevato nel plasma umano a concentrazioni superiori a quelle ambientali e ha causato alterazioni nel peso della tiroide e nei livelli di T4 nei ratti. Una migliore comprensione della potenziale interferenza tiroidea è cruciale per la valutazione della sicurezza e per orientare le decisioni normative. È quindi fondamentale che la ricerca futura si concentri sull' esposizione cronica a basse dosi e sui dati epidemiologici nelle popolazioni vulnerabili per stabilire nessi causali definitivi.
° Greco A et al.: Thyroid disrupting effects of exposure to sunscreens: in vitro and in vivo evidence of the impact of organic UV-filters. Environ Health. 2025 Oct 16;24(1):77.
3. Esposizione degli adolescenti a filtri UV a base di benzofenone e associazioni con obesità, biomarkers cardiometabolici e asma/allergie in 6 studi europei di biomonitoraggio L'esposizione al benzofenone-1 (BP-1) e al benzofenone-3 (BP3), ampiamente utilizzati come filtri ultravioletti (UV) nei prodotti per la cura della persona, è stata associata a effetti negativi sulla salute. L'adolescenza costituisce un periodo critico di vulnerabilità alle esposizioni ambientali a causa di significativi cambiamenti ormonali e metabolici che differiscono tra ragazzi e ragazze ed è anche un periodo caratterizzato da un maggiore uso di cosmetici e prodotti per la cura della persona con il rischio di una maggiore esposizione a BP-1 e BP-3. In questo studio l' esposizione a BP-1 e BP-3 è stata associata a un rischio maggiore di obesità negli adolescenti maschi europei, evidenziando la necessità di aggiornare le normative e mantenere i livelli di esposizione il più bassi possibile.
L' obiettivo di questo studio è di esaminare la relazione tra le concentrazioni di BP-1 e BP-3 e l'obesità, i biomarcatori cardiometabolici e gli esiti di asma/allergia negli adolescenti europei, comprese le possibili associazioni specifiche per sesso.
È stato condotto uno studio trasversale multinazionale utilizzando dati aggregati da sei studi allineati dell' iniziativa Human Biomonitoring for Europe (HBM4EU). Sono stati raccolti tramite

questionari dati sociodemografici, biomarcatori cardiometabolici e dati relativi ad asma/allergia. Gli studi allineati HBM4EU consistono in un' indagine condotta in 23 paesi con l'obiettivo di generare dati di biomonitoraggio umano armonizzati e comparabili a livello UE per caratterizzare l'esposizione a sostanze chimiche ambientali. Degli undici studi allineati iniziali incentrati sugli adolescenti (12-19 anni), sei hanno fornito dati disponibili sulle concentrazioni urinarie di BP-1 e/o BP-3. Sono stati calcolati dati antropometrici e BMI z-scores (n=1.339). In un sottocampione erano disponibili biomarcatori cardiometabolici nel plasma/siero e dati relativi ad asma/allergie (n=173-594). Ogni incremento di unità logaritmica nelle concentrazioni urinarie di BP-3 (CAS) è stato associato a maggiori probabilità di obesità nell'intera popolazione (OR: 1.20; IC 95%: 1.04-1.38). Sono state riscontrate associazioni specifiche per sesso anche con le concentrazioni di BP-1 (CAS) e BP-3 (CAS), che sono state associate a maggiori probabilità di obesità negli adolescenti maschi (OR: 1.25; IC 95%: 1.01-1.55; OR: 1.34; IC 95%: 1.09-1.65, rispettivamente). I modelli misti lineari hanno mostrato risultati coerenti verso BMI z-scores più elevati. È stata riscontrata un'associazione negativa tra la concentrazione di BP-1 (CAS) e i livelli sierici di adiponectina nelle femmine (% di variazione per log:-3.73, IC 95%: -7.32, -0.10). Le concentrazioni di BP-3 (CAS) sono state inoltre associate a una maggiore probabilità di allergie non alimentari nei maschi (OR: 1.27; IC al 95%: 1.00-1.63). Non sono state trovate associazioni significative per i restanti esiti. I principali punti di forza dello studio sono la grande numerosità campionaria per le misure di obesità e l'integrazione dei dati di sei indagini europee, che ha consentito analisi stratificate per sesso. Un ulteriore elemento rilevante è la focalizzazione sull'adolescenza, una fase critica dello sviluppo ancora poco esplorata in relazione alle esposizioni chimiche. Lo studio presenta anche alcuni limiti. La misurazione dell'esposizione potrebbe essere soggetta a misclassificazione, poiché i campioni urinari singoli riflettono solo esposizioni recenti, data la breve emivita dei filtri UV benzofenone, con possibile sottostima delle associazioni. Mancano indicatori antropometrici più specifici, come la percentuale di grasso corporeo o il rapporto vita-altezza. Inoltre, sebbene il campione fosse ampio per gli esiti legati all'obesità, la numerosità risultava più limitata per biomarcatori cardiometabolici e per asma/allergia, soprattutto nelle analisi stratificate per sesso. Gli autori concludono che l'esposizione a BP-1 e BP-3 è associata a un rischio maggiore di obesità negli adolescenti maschi europei, necessità di studi longitudinali per confermare questi risultati.
° Peinado FM et al: Adolescent exposure to benzophenone ultraviolet filters: cross-sectional associations with obesity, cardiometabolic biomarkers, and asthma/allergy in six European biomonitoring studies. Environ Res. 2025 Sep 1;280: 121912.
4. Esposizione alla plastica e salute dei bambini: effetti e urgenti strategie di prevenzione Il futuro della riduzione dell'esposizione agli interferenti endocrini (EDC) derivati dalla plastica dipende dal rafforzamento della capacità di individui e comunità di agire, attraverso l'educazione e strategie di promozione della salute ben strutturate. L'esposizione a sostanze chimiche derivate dalla plastica, noti EDC come ftalati, bisfenoli e sostanze per- e polifluoroalchili-
che (PFAS), è associata a gravi, molteplici e talvolta irreversibili effetti avversi sulla salute dei bambini e degli adolescenti. Questi effetti includono disturbi dello sviluppo neurologico (come ADHD, autismo e deficit cognitivi), disfunzioni metaboliche (obesità e diabete) e problemi riproduttivi. Le conseguenze sulla salute sono particolarmente gravi per le popolazioni a basso reddito, esacerbando le disparità sanitarie globali. È riconosciuta l'urgenza di affrontare questa minaccia per le vite dei bambini. I professionisti sanitari pediatrici hanno un ruolo cruciale nell'educare le famiglie su passi semplici e sicuri per ridurre l'esposizione agli EDC, come l'uso di alternative non plastiche per la conservazione degli alimenti e la scelta di prodotti per la cura personale privi di fragranze. A livello di politica, è fondamentale sostenere un Trattato Globale sulla Plastica ambizioso che includa esplicitamente disposizioni per proteggere la salute umana e le popolazioni vulnerabili (come donne in gravidanza e bambini). Tale trattato deve puntare a ridurre la produzione di plastica ed eliminare le sostanze chimiche pericolose note dai materiali plastici. Negli ambienti sanitari c'è l'opportunità di ridurre significativamente l'esposizione sostituendo i dispositivi medici contenenti EDC con alternative più sicure, in particolare nei reparti pediatrici e di maternità. Affrontare la proliferazione della plastica nell'ambiente richiede un'azione normativa e politica che miri all'intera filiera di produzione e consumo, non solo alla gestione dei rifiuti o al riciclo. Tali misure sono essenziali per proteggere le future generazioni.
° L. Trasande et al: The effects of plastic exposures on children's health and urgent opportunities for prevention, The Lancet Child & Adolescent Health, Volume 9, Issue 11, 2025, Pages 796-807, ISSN 2352-4642.
5. Impatto delle sostanze chimiche contenute nella plastica sulla salute emotiva e comportamentale dei bambini polacchi L'esposizione a ftalati e plastificanti non ftalati, nonché ai bisfenoli, può essere rilevante per lo sviluppo di sintomi comportamentali nell'infanzia con effetti specifici per sesso, sebbene i risultati degli studi esistenti non siano coerenti. L'obiettivo dello studio era valutare l'associazione trasversale tra l'esposizione infantile a questi composti e gli esiti comportamentali nella coorte REPRO_PL (Polonia). Le valutazioni comportamentali sono state effettuate all'età di 7-9 anni utilizzando il Questionario sui Punti di Forza e le Difficoltà (SDQ). La tecnica HPLC-MS/MS è stata utilizzata per la quantificazione del BPA e di 21 metaboliti ftalici corrispondenti a 11 composti ftalici (n=400) e alle loro alternative sostitutive BPF, BPS, tre metaboliti del dietilesil tereftalato (DEHTP) e tre metaboliti del diisononil-cicloesano-1,2-dicarbossilato (DINCH) (n=150). I risultati hanno evidenziato che le concentrazioni mediane di diversi metaboliti degli ftalati e bisfenoli erano pari a 42 μg/L (MEP), 4.5 μg/L (MMP), 3.5 μg/L (ΣDiDP), 2 μg/L (BPA) e 1 μg/L (BPF). Per ΣDEHTP e ΣDINCH, le concentrazioni mediane erano rispettivamente 35 μg/L e 3.1 μg/L. L'esposizione agli ftalati era correlata a problemi comportamentali nelle ragazze, mentre l'esposizione a bisfenoli e DEHTP era correlata a problemi comportamentali nei ragazzi. Tra le ragazze, la DiBP è stata associata a problemi di salute mentale (difficoltà totali: β=4.84; IC 95% 0.72; 8.96, emotive: β=2.14; IC 95% 0.33; 4.0, iperattività/disattenzione: β=2,52; IC 95% 0.55; 4.49, comportamento esternalizzante: (β=2.95; IC 95% 0.36; 5.53) e DiDP con punteggi di iperattività/disattenzione (β=2.46;

IC 95% 0.30; 4.63). La BPF è stata associata a problemi emotivi e comportamento internalizzante tra i ragazzi. In conclusione questo studio dimostra che l'esposizione dei bambini a diversi composti sostitutivi del BPA e degli ftalati, come BPF e DEHTP, è associata a effetti avversi sul comportamento dei bambini in età scolare, con un effetto divergente e specifico per sesso. In ogni caso, i modelli di miscela non hanno fornito ulteriori approfondimenti sulle suddette associazioni trasversali e sono necessari ulteriori approcci metodologici per esplorare gli esiti neuroevolutivi avversi nei bambini e negli adolescenti. Lo studio, basato su misurazioni avanzate di un ampio pannello di ftalati, bisfenoli e plastificanti alternativi, mostra associazioni specifiche per sesso tra queste esposizioni e difficoltà comportamentali nei bambini. Tuttavia il disegno trasversale, il singolo campione urinario e i sottocampioni ridotti limitano la capacità di trarre conclusioni causali.
° Polańska, K. Et al: Impact of plastic-related chemicals on emotional and behavioral health in children from Poland.Environ Health 24, 76 (2025).
6. L'esposizione prenatale a sostanze perfluoroalchiliche predice esiti strutturali e funzionali cerebrali multimodali nei bambini di 5 anni: uno studio di coorte C'è associazione tra esposizione prenatale a sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) e esiti della struttura e della funzione cerebrale nei bambini con sviluppo tipico. Gli PFAS sono associati a disturbi dello spettro autistico e a esiti comportamentali, ma non è chiaro se influenzino anche lo sviluppo cerebrale. L' obiettivo di questo studio è stato di approfondire la relazione tra PFAS materni e struttura e funzione cerebrale nei bambini con sviluppo tipico. L' arruolamento delle madri è avvenuto durante il primo trimestre di gravidanza in Finlandia, nell'ambito del FinnBrain Birth Cohort Study. Sono state coinvolte 51 diadi madre-bambino. Alla 24a settimana di gestazione sono stati analizzati campioni di siero materno per la presenza di PFAS mediante spettrometria di massa e, i bambini all'età di 5 anni, sono stati valutati mediante RM strutturale, RM sensibile alla diffusione (DWI/DTI) e RM funzionale (fMRI). Sono state combinate mappe cerebrali voxel-wise (analisi punto per punto nel volume cerebrale) e vertex-wise, includendo misure di volume della materia grigia, anisotropia frazionaria (indice dell'integrità della sostanza bianca), diffusività media, spessore corticale e area superficiale, per ricavare dieci componenti indipendenti. I dati sono stati analizzati mediante rete di correlazione, regressione elastica netta e regressione lineare multivariata con correzione per test multipli. Le concentrazioni di PFAS nei campioni di siero materno erano per lo più comprese tra 0 e 1 ng/mL. L'acido perfluorononanoico materno (PFNA; R 2 =0.13, β=0.39 [95% CI 0.09–0.69], p adj =0.024) e l'acido perfluoroottanoico lineare (PFOA; 0.13, 0.36 [0.09–0.63], p adj =0.022) risultavano significativamente associati a una componente multimodale dominata dall'integrità del corpo calloso, mentre l'acido perfluoroesansolfonico ramificato (PFHxS; R 2 =0.12, β=0.31, p adj =0,036) e il PFOA ramificato ( R 2 =0.14, β=0.36, p adj =0.016) erano invece associati a una componente caratterizzata prevalentemente da volume e area superficiale della corteccia occipitale. L'acido perfluoroottansolfonico ramificato mostrava un' associazione con la microstruttura ipotalamica ( R 2 = 0.10, β = 0.29, p =
0.026). PFNA, PFOA lineare e PFOA ramificato erano associati a una maggiore connettività funzionale nel giro precentrale destro, mentre il PFHxS ramificato era associato a una connettività ridotta nelle cortecce intracalcarine. Nel complesso, le associazioni osservate riflettevano la struttura chimica dei diversi PFAS, privilegiando alcune aree perché la loro struttura chimica influisce sul modo in cui attraversano le barriere biologiche, come si distribuiscono nei tessuti e quali processi cerebrali alterano. Punti di forza: la raccolta prospettica di campioni di siero materno e l'individuazione di molteplici PFAS, lo studio dei PFAS singolarmente e come miscela, l'acquisizione e la valutazione simultanea di dati di imaging utilizzando metodi multipli in un campione di bambini piccoli in via di sviluppo tipico. Le limitazioni riguardano: il confondimento dovuto all'occupazione, alla dieta e all'acqua potabile della madre, potenziali errori di risposta nel SDQ, omogeneità del campione e bias di selezione verso persone di status socioeconomico elevato, limitando così la generalizzabilità, il disegno osservazionale. La piccola dimensione del campione limita considerevolmente la potenza statistica per rilevare piccole dimensioni dell'effetto ed inoltre l' elevata correlazione tra i PFAS rende difficile isolare gli effetti di ciascun composto.
° Barron A, et al. Prenatal exposure to perfluoroalkyl substances predicts multimodal brain structural and functional outcomes in children aged 5 years: a birth cohort study. Lancet Planet Health. 2025 Sep;9(9):101309.
7. Esposizione prenatale e nella prima infanzia agli ftalati e neurosviluppo in bambini di 42 mesi
Lo studio suggerisce potenziali associazioni tra l'esposizione prenatale agli ftalati e le capacità motorie e cognitive nella prima infanzia, con differenze tra i sessi. Gli autori hanno valutato l'associazione tra esposizione prenatale e nella prima infanzia agli ftalati e gli esiti del neurosviluppo in bambini di 42 mesi, considerando il loro ruolo anche come possibili interferenti endocrini. Le madri sono state reclutate tra l'11ª e la 18ª settimana di gestazione fornendo campioni di urina spot, analizzati per i metaboliti degli ftalati, in particolare Di(2-etilesil) ftalato (DEHP) e Mono-benzil ftalato (MBzBP). I bambini (n=102) sono stati esaminati a 42 mesi attraverso una valutazione completa dello sviluppo utilizzando test standardizzati (WPPSI-III, NIH-toolbox, NEPSY-II, CBCL, ASQ-3) e hanno fornito anche campioni di urina (n=47). Sono stati utilizzati modelli lineari generali multivariati per esplorare le associazioni tra i livelli di metaboliti e gli esiti dello sviluppo. I risultati hanno mostrato che i metaboliti DEHP e DiNP sono stati rilevati in oltre il 97% dei campioni materni, mentre MBzBP nell'88%. L'analisi ha evidenziato differenze significative tra maschi e femmine: nei maschi i livelli elevati di DEHP sono stati associati a punteggi inferiori nella risoluzione di problemi (p=0.029) e nelle capacità motorie fini (p=0.003); nelle femmine i livelli elevati di DEHP sono stati associati maggiormente a problemi di attenzione (punteggi Flanker: p=0.007). Per MBzBP è stata trovata un'associazione statisticamente significativa con disturbi nella risoluzione di problemi (p=0.015), nelle capacità motorie fini (p=0.007) e nelle abilità verbali (p=0.007). L'esposizione nella prima infanzia è stata associata a punteggi inferiori delle capacità motorie fini sia per DEHP (β=-0.010, p=0.003) che per MBzBP (β=-0.321, p=0.001). Tuttavia la maggior parte delle associazioni è diventata
e Salute
non significativa dopo aver applicato i fattori di correzione per confronti multipli. Gli autori sottolineano la natura esplorativa dei risultati e la necessità di studi più ampi per confermare questi dati. Le associazioni potrebbero essere non lineari e supportare l'attività di interferenza endocrina degli ftalati, particolarmente per DEHP e MBzBP, suggerendo la necessità di continuare la regolamentazione di queste sostanze.
° Cohen-liraz L et al: Prenatal and early childhood exposure to phthalates and neurodevelopment in 42 months old children. NeuroToxicology. 2025 Sep;110:74-84.
8. Esposizione al cadmio nei bambini nativi americani: conseguenze cardiovascolari ed ematologiche e possibili strategie di mitigazione
L'articolo è una review che sintetizza le evidenze disponibili sugli effetti cardiovascolari ed ematologici dell' esposizione al cadmio nei bambini, con un' attenzione particolare ai bambini American Indian/Alaska Native (AI/AN); il cadmio emerge come un contaminante ambientale con impatti multisistemici significativi su cuore, sangue, reni e sviluppo neurocognitivo.
I bambini AI/AN risultano infatti più esposti a causa della vicinanza a miniere abbandonate, dell'inquinamento ambientale e delle profonde disuguaglianze strutturali che caratterizzano le loro comunità. La review affronta anche le strategie di mitigazione e le implicazioni in termini di giustizia ambientale, componenti centrali del lavoro. Gli autori hanno condotto una ricerca sistematica della letteratura su PubMed, MedLine e Google Scholar utilizzando parole chiave come "cadmium", "cardiovascular disease", "hematologic", "American Indian/Alaska Native". Sono stati inclusi gli studi degli ultimi dieci anni che trattavano: (1) esposizione al cadmio, (2) effetti cardiovascolari ed ematologici, (3) dati specifici sulle popolazioni AI/AN. L' esposizione al cadmio nei bambini può derivare da numerose fonti: dieta (in particolare cereali, riso, arachidi), acqua contaminata, suolo inquinato, tabacco e soprattutto miniere abbandonate. Molti bambini AI/AN vivono infatti in prossimità di oltre 160.000 siti minerari dismessi, ricchi di metalli pesanti e scarsamente bonificati. Sul piano cardiovascolare, il cadmio attraversa la placenta e si accumula nei tessuti fetali. È associato a un aumento dei difetti cardiaci congeniti, a un maggior rischio di ipertensione già nell'infanzia, e a fenomeni di infiammazione vascolare, stress ossidativo e disfunzione endoteliale. Gli effetti ematologici includono anemia (attraverso emolisi, stress ossidativo, riduzione della produzione di eritropoietina), alterata funzione delle cellule staminali ematopoietiche, immunosoppressione e una maggiore vulnerabilità a disturbi immunitari. Alcune evidenze suggeriscono anche un possibile, seppur ancora debole, legame con un rischio aumentato di leucemie pediatriche. Altri effetti pediatrici documentati riguardano l' ambito neurocognitivo (riduzione del QI verbale e di performance, difficoltà comportamentali), quello scheletrico (aumento del riassorbimento osseo, minori livelli di vitamina D, crescita più lenta) e quello renale (danno tubulare e riduzione della funzione glomerulare). Nel complesso, i bambini AI/AN risultano più del resto della popolazione esposti a causa di ingiustizie ambientali storiche, tra cui miniere abbandonate, suoli contaminati, insicurezza alimentare e tassi di fumo più elevati nelle comunità. Nonostante ciò, mancano ancora dati pediatrici specifici su queste popolazioni, ma l'evidenza dispo-

nibile suggerisce rischi rilevanti e verosimilmente sottostimati. Per questo motivo gli autori sottolineano l'urgenza di avviare programmi di bonifica ambientale, politiche di prevenzione, monitoraggio biologico dei bambini e ricerche culturalmente sensibili e partecipate. La review si distingue per l'ampiezza e l'aggiornamento delle evidenze, l'integrazione di studi pediatrici, adulti e modelli animali, e l'attenzione al tema della giustizia ambientale e alle specificità AI/AN. Include inoltre strategie concrete di mitigazione e considerazioni sulle politiche ambientali statunitensi. Tuttavia, presenta anche alcuni limiti: la carenza di studi pediatrici specifici sui bambini AI/AN, l' eterogeneità delle evidenze - per lo più osservazionali- che rende difficile stabilire rapporti causali, l' esposizione frequentemente mista ad altri metalli pesanti (piombo, arsenico), e la presenza di dati provenienti da contesti non statunitensi. Restano quindi importanti gap nella ricerca, soprattutto riguardo agli effetti ematologici pediatrici.
° Burns J et al: Environmental Risk in American Indian Children, Including Cardiovascular and Hematologic Consequences of Cadmium Exposure: Possible Means of Mitigation. International Journal of Environmental Research and Public Health. 2025; 22(9):1437.
9. ▶ Esposizione ai pesticidi tra le ragazze nelle zone rurali della Costa Rica: uno studio con l'uso di braccialetti in silicone
L'esposizione ai pesticidi durante l'infanzia può compromettere le funzioni endocrine e metaboliche, aumentando il rischio di malattie croniche. È importante comprendere i fattori di esposizione ai pesticidi tra i giovani, specialmente nelle aree agricole rurali dove gli individui sono più esposti a causa dell'applicazione di pesticidi nei campi vicini. Questo studio è stato effettuato in Costa Rica, leader mondiale nell'esportazione di ananas fresco, e al primo posto per quantità di banane prodotte per ettaro. Su scala globale, la Costa Rica applica alcune delle più elevate quantità di pesticidi per ettaro di terreno agricolo, con le aziende agricole produttrici di banane e ananas che applicano circa 2.5 milioni di kg di pesticidi registrati all'anno. Quasi tutti i principali pesticidi utilizzati per la coltivazione di banane e ananas sono vietati in almeno 30 paesi, tra cui l'Unione Europea, a causa dei rischi per la salute associati .Questo studio è stato condotto a Sarapiquí, regione agricola rurale situata nella zona di Huétar Norte in Costa Rica, sede di coltivazione di banane e ananas. È stata valutata l' esposizione a pesticidi di uso corrente (CUP). e a organoclorurati (OCP) in quattro diverse aree: agricola rurale, non agricola rurale (foresta, pascolo o entrambe), urbana/ periurbana e a mosaico (combinazione di agricoltura su piccola scala e foresta o pascolo), e sono state testate le associazioni tra l'esposizione ai pesticidi e altri fattori: caratteristiche del nucleo familiare (dimensioni e composizione del nucleo familiare, reddito, occupazione in agricoltura), percezione dell'esposizione, vicinanza a qualsiasi attività agricola su larga scala, campi di ananas e banane e vicinanza alla foresta. Lo studio è stato fatto su un campione di ragazze, perché fa parte di uno studio più ampio volto a valutare la relazione tra esposizione ai pesticidi e maturazione riproduttiva nelle donne. L'età media delle partecipanti era di 12.6 anni e la maggior parte era nata in Costa Rica. Sono stati indossati braccialetti in silicone per misurare l'esposizione individuale. I braccialetti in silicone sono uno strumento nuovo e non invasivo per catturare e misurare l'esposizione passiva a

sostanze chimiche organiche dato che catturano le sostanze chimiche attraverso diversi mezzi di esposizione, inclusi atmosfera, polvere, acqua e contatto diretto. Sono stati analizzati 54 braccialetti, stratificati in base alle varie caratteristiche rilevate per garantire la rappresentanza di tutti i gruppi. L'analisi ha incluso 42 CUP, 15 metaboliti CUP e 3 standard surrogati CUP; 15 OCP, 6 metaboliti OCP e 3 standard surrogati OCP.I braccialetti sono stati indossati per una media di 4.5 giorni e i livelli di pesticidi sono stati analizzati tramite cromatografia liquida/gas e spettrometria di massa. Concentrazioni più elevate di pesticidi sono state riscontrate nei partecipanti agricoli rurali rispetto a quelli provenienti da aree urbane/periurbane e rurali non agricole, con variazioni nell'esposizione legate alla vicinanza a monocolture su larga scala e, in particolare, a piantagioni di ananas. Gli autori concludono che l'esposizione ai pesticidi non dipende da fattori domestici, ma è collegata alla vicinanza all'agricoltura intensiva dell'ananas. Un limite dello studio è la dimensione ridotta del campione. Inoltre poiché i braccialetti rilevano l'esposizione per inalazione e assorbimento cutaneo, ma non per ingestione, non si possono indicare direttamente le fonti specifiche di esposizione ai pesticidi ma i livelli di esposizione totale potrebbero essere superiori a quelli misurati. Lo studio suggerisce che i pesticidi applicati ai campi di ananas non rimangono confinati all'interno delle piantagioni e pone interrogativi sulle derive ambientali dei pesticidi anche nelle nostre zone agricole.
° Mecca E. Howe et al: Determinants of pesticide exposure among girls in rural Costa Rica: A silicone wristband study, Environmental Pollution, Volume 380, 2025, 126577, ISSN 0269-7491.
1. Le revisioni sistematiche dell'OMS sugli effetti sanitari delle radiazioni a radiofrequenza non forniscono evidenze tali da garantire la sicurezza
Le 12 revisioni sistematiche (RS) e meta-analisi (MA) commissionate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sugli effetti sanitari dei campi elettromagnetici a radiofrequenza (RFEMF) non possono essere utilizzate come prova di sicurezza per telefoni cellulari e altri dispositivi wireless. Gli autori di questo lavoro sottolineano che tali revisioni soffrono di gravi vizi metodologici e debolezze nella loro conduzione. Tra le critiche principali vi è l'eccessivo coinvolgimento di membri attuali o passati dell'ICNIRP (International Commission on Non-ionizing Radiation Protection) nella stesura dei protocolli e delle revisioni stesse. L'ICNIRP sostiene da tempo che l'unico effetto sanitario stabilito di questa forma di radiazione sia l'aumento della temperatura dei tessuti, e la sua affiliazione solleva preoccupazioni di potenziale bias e "pensiero di gruppo". Molte MA sono risultate inaffidabili a causa del numero relativamente esiguo di studi primari disponibili e/o dell'elevata eterogeneità tra gli studi, il che compromette l'interpretazione dei risultati. Inoltre, alcune RS hanno escluso studi rilevanti, come nella revisione sullo stress ossidativo (RS9), dove 360 articoli sono stati scartati. Nonostante i difetti, le RS negli studi sperimentali sugli animali hanno prodotto risultati quantitativi significativi. La RS sul cancro negli animali (RS2) ha mostrato una evidenza con elevata certezza per gli schwannomi cardiaci e una moderata certezza per i gliomi
Ambiente e Salute cerebrali. Inoltre, sono stati riscontrati effetti avversi multipli e significativi sulla fertilità maschile e sugli esiti di gravidanza/ nascita negli animali. Questi risultati avversi, riscontrati a dosi inferiori alla presunta soglia di effetti nocivi dichiarata dall' ICNIRP, dimostrano che gli attuali limiti di esposizione agli RFEMF, stabiliti applicando fattori di incertezza arbitrari, mancano di credibilità scientifica. In conclusione, 8 delle 12 RS, sebbene abbiano valutato evidenze di bassa o molto bassa certezza, hanno impropriamente dedotto l'assenza di rischio. Gli autori raccomandano che l'OMS commissioni nuove revisioni sistematiche narrative, condotte da esperti senza conflitti di interesse, per la prossima monografia EHC.
° Melnick RL et al: International Commission on the Biological Effects of Electromagnetic Fields (ICBE-EMF). The WHO-commissioned systematic reviews on health effects of radiofrequency radiation provide no assurance of safety. Environ Health. 2025 Oct 2;24(1):70.
Ambienti naturali
1. ▶ Condizioni ambientali e gioco attivo all'aperto nel contesto dei cambiamenti climatici: una revisione sistematica e una sintesi qualitativa avanzata Il gioco attivo all'aperto dei bambini è fortemente influenzato dalla qualità dell'ambiente in cui vivono. Questa revisione sistematica e la sintesi qualitativa avanzata mostrano che fattori atmosferici nocivi, urbanizzazione densa e scarso accesso al verde riducono significativamente le opportunità di gioco, mentre ombra, vegetazione e spazi naturali le favoriscono. Gli autori hanno esaminato le associazioni tra le condizioni ambientali e il gioco attivo all'aperto nel contesto del cambiamento climatico, fornendo una panoramica completa delle evidenze attuali. Sono stati utilizzati 7 database per identificare gli studi che misuravano le condizioni ambientali (condizioni meteorologiche, pressione atmosferica, fattori ambientali/di utilizzo del suolo) e le loro associazioni (nulle, favorevoli, sfavorevoli) con il gioco attivo all'aperto. Sono state eseguite una sintesi qualitativa avanzata e una meta-sintesi analizzando i risultati di 44 studi che hanno riguardato 74.423 individui, 530.142 osservazioni/conteggi e 2.029 famiglie. Il 91% degli studi proveniva da paesi ad alto reddito. Le evidenze della letteratura analizzata suggeriscono che le esposizioni atmosferiche e le caratteristiche ambientali e di uso del suolo sono fortemente associate al gioco attivo all'aperto, mentre le condizioni meteorologiche hanno un'associazione moderata. In particolare negli studi selezionati l'86% delle evidenze relative alle esposizioni atmosferiche ha mostrato un' associazione sfavorevole con il gioco attivo all'aperto. In particolare, la scarsa qualità dell'aria, l'alto inquinamento atmosferico, l'ozono elevato e l'alta esposizione ai raggi ultravioletti (UVR) sono stati associati a livelli inferiori di attività all'aperto. Dato che l'esposizione a UVR elevati e l'inquinamento atmosferico sono correlati a un minor gioco attivo all'aperto, le strategie di salute pubblica dovrebbero bilanciare i benefici dell'attività fisica all'aperto con la necessità di protezione solare e respiratoria. Invece di scoraggiare le attività all'aperto, gli autori raccomandano strategie di adattamento, come l'integrazione di strutture ombreggianti, l'implementazione di misure di sicurezza solare e la promozione di attività sicure in orari appropriati. La maggioranza degli studi

(85%) ha trovato che vivere in aree con uso del suolo "sfavorevole" (più traffico, più densità, più industria, meno verde) è associato a peggiori risultati di salute o a una maggiore esposizione nociva. In particolare l'urbanizzazione ha mostrato un'associazione sfavorevole del 100%, suggerendo che ambienti più urbanizzati si associano a un minor gioco attivo all'aperto. Al contrario, la vegetazione/spazi verdi (100% positiva) e l'ombra (74% positiva) supportano il gioco attivo all'aperto. Questi risultati sottolineano ovviamente l'importanza cruciale di interventi di pianificazione urbana. Politiche che integrano misure di adattamento climatico - come l'aumento della copertura arborea e dell'ombra, e la garanzia di un accesso equo agli spazi verdi - possono migliorare le opportunità di gioco attivo all'aperto. In merito alle condizioni meteorologiche si è evidenziata un' associazione mista con il gioco all' aperto (51% nulla, 39% negativa, 12% positiva). Tuttavia, le precipitazioni rilevanti e la copertura nuvolosa hanno mostrato associazioni negative. Le temperature estreme (caldo o freddo) sono state associate negativamente con il gioco attivo all'aperto, specialmente tra i giovani (100% di evidenze negative). In sintesi gli autori concludono che per promuovere la salute umana e ambientale in un clima che cambia, è essenziale espandere la ricerca nelle regioni sottorappresentate (LMICs), affinare la definizione di gioco attivo all'aperto in tutte le fasce d'età, e integrare la sostenibilità nelle politiche e negli interventi legati al gioco.
° Eun-Young Lee et al: Ambient environmental conditions and active outdoor play in the context of climate change: A systematic review and meta-synthesis, Environmental Research, Volume283,2025,122146,ISSN0013-9351.
2. Verde residenziale e traiettorie di salute mentale degli adolescenti: uno studio longitudinale
La relazione tra esposizione al verde e salute mentale in adolescenza è spesso descritta come promettente, ma le evidenze longitudinali restano incerte. Questo studio preregistrato, basato su una coorte australiana seguita dai 12 ai 19 anni, mostra che il verde residenziale non è sistematicamente associato alle traiettorie di ansia o depressione, evidenziando solo un segnale preliminare di beneficio sui comportamenti esternalizzanti nei maschi. I ricercatori si sono posti la domanda se avere a disposizione spazi verdi residenziali da vivere e frequentare durante la preadolescenza riducesse la probabilità di sviluppare in adolescenza problemi di salute mentale (sintomi internalizzanti: depressione e ansia; comportamenti esternalizzanti: delinquenza, aggressività) e se si evidenziano differenze di genere. I dati originano da una coorte di 245 studenti di Melbourne (Orygen Adolescent Development Study - Australia) reclutati nel 2004 all' età di 1012 anni e rivalutati più volte all' età di 12, 15, 17 e 19 anni, fino al 2012. Il verde residenziale è stato calcolato utilizzando l' indice NDVI, misurato entro un raggio massimo di 1.600 metri dall' abitazione. Sono stati inoltre analizzati anche cerchi più piccoli, con raggi di 100, 200, 500 e 1.000 metri, per valutare l' esposizione a diverse distanze da casa. Nell' analisi statistica tutte le stime delle variabili, aggiustate per i possibili fattori di confondimento, non hanno mostrato significatività a esclusione dell' associazione tra il verde residenziale e il comportamento esternalizzante tra i giovani maschi (un maggiore verde era associato a una diminuzione del comportamento esternalizzante; p=0.038, rimodulato a p=0.077 dopo ulteriori aggiustamenti). Gli autori si soffermano molto sulla complessità di questi studi, soprattutto gli studi di
coorte, sulla difficoltà di generalizzazione ad altre realtà ambientali dei risultati raggiunti e sulla impossibilità di controllare ogni possibile bias.
° Larsen SR et al: Residential greenness and adolescent mental health trajectories: A longitudinal pre-registered study. Environ Res. 2025 Oct 15;283:122150.
3. Effetti longitudinali della connessione con la natura sulle relazioni interpersonali e sulla salute mentale nei bambini di una scuola primaria in Cina Lo studio mostra che la connessione con la natura favorisce lo sviluppo socio-emotivo dei bambini. L' obiettivo degli autori era capire come la connessione con la natura si sviluppa nel tempo nei bambini delle scuole primarie e in che modo il livello iniziale e la traiettoria di crescita influenzino la relazione genitore-figlio, insegnante-studente, con i pari e la salute mentale. Lo studio colma una lacuna, perché pochi studi longitudinali sono stati condotti in contesti non occidentali. Sono stati seguiti 357 bambini cinesi (9-11 anni) per 12 mesi, con rilevazioni in tre momenti (T1, T2, T3, ovvero tempo 0, 6, 12 mesi). È stato utilizzato un campionamento a cluster: classi terza, quarta, quinta elementare della città di Yantai (Shandong); 426 bambini al primo rilevamento (T1), 357 bambini finali dopo 1 anno (perdite fisiologiche per trasferimenti o assenze). Gli insegnanti e i genitori hanno ricevuto informazioni sullo studio e sono stati raccolti i consensi informati. Ogni sessione è stata svolta in classe, assistita da studenti con formazione in psicologia. Gli autori hanno raccolto informazioni tramite questionari su connessione con la natura (in tutte e tre le ondate), relazione genitore-figlio; insegnante-studente, con i pari, salute mentale e dati socio-demografici. Le ultime tre categorie sono state raccolte solo nell'ultima ondata. I risultati mostrano che, nel corso dell' anno, la connessione dei bambini con la natura tende ad aumentare. Questo aumento segue un pattern compensatorio: i bambini che all'inizio avevano una connessione più bassa sono proprio quelli che migliorano di più. Sia avere un buon livello iniziale, sia mostrare una crescita significativa nel tempo è associato a relazioni più positive con i genitori e con gli insegnanti. Al contrario, la connessione con la natura non sembra influire sulle relazioni con i compagni. Per la salute mentale emerge un dato importante: i bambini che partono con una bassa connessione alla natura e che non migliorano abbastanza nel tempo (crescita lenta) tendono a mostrare un peggioramento del benessere psicologico. Questa combinazione di basso punto di partenza e scarsa crescita amplifica gli effetti negativi, secondo il cosiddetto modello di "stress-amplification" ovvero le difficoltà iniziali amplificano gli effetti negativi di esperienze successive. In conclusione, favorire esperienze nella natura precoci e continuative sostiene le relazioni verticali e la salute mentale. Sono necessari interventi mirati per i bambini con "bassa connessione" iniziale. I limiti dello studio sono legati alle misure self-report, mancanza di dati conoscitivi iniziali sulle relazioni e sulla salute mentale, il campione locale e la durata breve dello studio. I punti di forza sono il disegno longitudinale robusto e le analisi avanzate, utili per orientare politiche educative e preventive.
° Shuo Dong et al: Longitudinal effects of nature connectedness on interpersonal relationships and mental health in Chinese primary school children,Journal of Environmental Psychology, Volume 106, 2025,

102721, ISSN 0272-4944.
1. Approcci integrati alla salute: un confronto paradigmatico, metodologico e operativo tra EcoHealth, One Health e Planetary Health
Gli approcci integrati alla salute - EcoHealth, One Health e Planetary Health - sono recentemente emersi come estensioni fondamentali della sanità pubblica, espandendo il focus dall'individuo e dalle popolazioni umane al complesso di interdipendenze tra umani, animali e il loro ambiente socio-culturale ed ecologico. Questi approcci sono considerati essenziali per la risoluzione di problemi complessi a livello globale, come la prevenzione delle pandemie, la lotta alla resistenza antimicrobica, la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico. Sebbene tutti e tre i concetti contribuiscano al campo della salute integrata, presentano differenze significative a livello operativo e Paradigmatico. Gli autori di questo articolo ne analizzano le differenze metodologiche e operative. Attualmente, One Health è l'unico approccio reso operativo ed integrato a livello di organizzazioni internazionali (come il Quadripartito composto da WHO, FAO, WOAH e UNEP), organizzazioni regionali (come G7, G20, Unione Europea) e governi nazionali. EcoHealth e Planetary Health, invece, operano prevalentemente attraverso reti accademiche e organizzazioni non governative (ONG). È importante notare che i tre concetti non dovrebbero essere considerati in competizione, ma piuttosto come contributi reciproci necessari per affrontare le sfide sanitarie globali. Le differenze concettuali fra i tre approcci risiedono nei loro presupposti filosofici. L' approccio Planetary Health è prevalentemente antropocentrico, focalizzandosi sulla salute individuale e della popolazione umana come influenzata dallo stato dei sistemi naturali della Terra. Operativamente, raccomanda l'uso di Valutazioni dell'Impatto sulla Salute (HIA). Gli approcci EcoHealth e One Health sono più allineati sul piano dei valori fondamentali che includono umani, animali, piante ed ecosistemi. Entrambi adottano un approccio più "ecosistemico", che reintegra gli umani in una matrice di dipendenze reciproche. L' approccio EcoHealth enfatizza la giustizia sociale e l'equità ecologica ed è fortemente orientato all'azione, co-producendo conoscenza trasformativa attraverso processi partecipativi e transdisciplinari. Un elemento metodologico unificante dei tre approcci è il ricorso alla transdisciplinarietà e al pensiero sistemico. Gli approcci integrati devono essere epistemologicamente aperti, coinvolgendo attori non accademici (comunità, autorità) come esperti, valorizzando i saperi locali e indigeni. La nuova definizione di One Health (OHHLEP, 2022) punta a ottimizzare e bilanciare in modo sostenibile la salute di persone, animali ed ecosistemi. Gli autori dell'articolo sottolineano come per affrontare questa sfida sia necessario lo sviluppo di metodologie più rigorose. Un esempio è il quadro OHSES (One Health in Social-Ecological Systems), che espande il lavoro di Elinor Ostrom includendo formalmente il beneficio del capitale umano e animale nei sistemi socio-ecologici, utilizzando la teoria dei giochi. L'applicazione di OHSES ha dimostrato che strategie coordinate (es. l'eliminazione della rabbia in Africa) possono portare a significativi guadagni in capitale umano (oltre 10 miliardi di dollari). In definitiva, gli approcci integrati richiedono un urgente
Ambiente e Salute
rafforzamento e, sebbene la leadership del Quadripartito sia vitale per la cooperazione globale, i governi nazionali sono riconosciuti come i motori del cambiamento necessari per realizzare una cooperazione intersettoriale efficace a tutti i livelli operativi.
° Jakob Zinsstag et al: Integrated approaches to health: A paradigmatic, methodological and operational comparison of EcoHealth, One Health and Planetary Health.
Inquinamento da microplastiche: come superano le barriere del corpo e quali rischi comportano per la salute
A cura di Mara Tommasi
L'inquinamento da microplastiche (1 μm - 5 mm) e nanoplastiche (<1 μm) rappresenta una sfida globale sempre più grave che colpisce l'ambiente e la salute degli esseri viventi al suo interno. Le microplastiche penetrano nell'ambiente principalmente attraverso la degradazione dei prodotti plastici e si integrano nell'acqua, nella catena alimentare e nei prodotti di consumo, con potenziali conseguenze per la salute. Il sistema dei mammiferi è dotato di diverse barriere emato-tissutali con giunzioni strette esclusive che regolano selettivamente il trasferimento di materiale e proteggono organi vulnerabili e funzionalmente importanti. Tuttavia, evidenze emergenti indicano che le microplastiche interagiscono, attraversano e compromettono l'integrità di queste complesse barriere. Questa revisione riassume l'impatto noto e potenziale delle microplastiche sulla salute umana, concentrandosi su specifiche violazioni delle barriere organiche. È stata condotta una ricerca bibliografica strutturata su SCOPUS e PubMed per esaminare e selezionare le pubblicazioni per questa revisione attraverso parole chiave. Sono state selezionate 327 pubblicazioni. Si stima che un essere umano medio consumi circa 0.1-5 g/ settimana di microplastiche. La composizione, la morfologia e la concentrazione di esposizione delle microplastiche contribuiscono ai loro profili di interazione biologica e tossicità nel sistema umano. Sebbene il pieno impatto sulla salute umana sia ancora in fase di studio, vi sono sempre più prove che le microplastiche possano attraversare le barriere emato-tissutali e causare danni infiammatori, squilibri microbici e stress ossidativo.
Apparato respiratorio (polmone)
Le particelle inalate possono risalire nel liquido cerebrospinale (CSF) per essere trasportate al cervello e al midollo spinale e possono attraversare la barriera aria-sangue, sfruttando vie transcellulari, paracellulari e intracellulari.L'inalazione di microplastiche può compromettere l'integrità della barriera respiratoria e provocarne la rottura attraverso la degradazione delle proteine delle giunzioni intercellulari. Una violazione della barriera aria-sangue negli alveoli porta all'accumulo di particolato sia nel sistema vascolare che negli organi distali connessi e può provocare problemi extrapolmonari e cardiorespiratori dose-dipendenti. Studi recenti hanno evidenziato che i fumatori accumulano fino a 25.86 particelle per grammo nelle vie respiratorie inferiori, rispetto alle 13.37 particelle/g dei soggetti non fumatori. Su campioni di tessuto polmonare umano prelevati dopo resezione chirurgica sono state riscontrate microfibre (polipropilene e po-

lietilene tereftalato) Non ci sono prove dirette di specifiche malattie dell'apparato respiratorio associate ma alcuni esperimenti su cellule e animali possono fornire alcuni indizi. L'esposizione di epiteli polmonari umani normali e cellule epiteliali alveolari con microplastiche in vitro hanno dimostrato di inibire la proliferazione cellulare e la morfogenesi , di indurre elevati livelli di ROS e di alterare la regolazione delle citochine pro-infiammatorie e delle proteine pro-apoptotiche , di accelerare la produzione di perossido di idrogeno alterando la dinamica dei fluidi e la microstruttura dei tensioattivi polmonari. In topi e criceti dopo l'instillazione intratracheale di microparticelle aumentano le cellule infiammatorie (macrofagi, neutrofili, eosinofili) e il livello di citochine e chemiochine . Tracce di particelle di polistirene iniettate per via intratracheale sono state trovate nel timo, nella milza, nei testicoli, nel fegato, nei reni e nel cervello di soggetti murini stimolando la risposta infiammatoria nei vari organi. La combinazione di questi effetti può potenzialmente portare a malattie nell'uomo e/o aggravare condizioni preesistenti.
Apparato digerente
Il consumo di alimenti e bevande contaminati da microplastiche potrebbe non solo essere dannoso per le funzioni intestinali, ma potrebbe anche influenzare la fisiologia generale, anche se probabilmente la maggior parte delle microplastiche ingerite viene escreta attraverso le feci. La barriera intestinale può essere superata con accesso delle microplastiche al flusso sanguigno verso altri organi. Una volta nell'intestino, le microplastiche possono alterare il metabolismo intestinale ed il microbiota con effetti anche su organi distali come cervello, cuore e fegato ,inducendo disfunzioni epatiche e cerebrali . Inoltre, le sostanze tossiche e le colonie microbiche residenti sulle microplastiche sono in grado di indurre insulino-resistenza e innescare permeabilità intestinale ed endotossiemia nei topi. Finora, non è stata segnalata in letteratura alcuna patologia direttamente associata alle microplastiche. Tuttavia, l'analisi delle feci umane di pazienti sani e affetti da malattie infiammatorie intestinali ha rivelato la presenza di microplastiche di diversa composizione, con concentrazioni maggiori nei soggetti con malattie infiammatorie intestinali. In uno studio i pazienti affetti da calcificazione vascolare hanno mostrato un aumento della permeabilità della barriera mucosale intestinale e uno stato infiammatorio corrispondente ai livelli di microplastiche nell'intestino .
Sistema cardiovascolare
Una volta nel sistema vascolare, le microplastiche possono essere trasportate attraverso il sangue verso organi ricchi di sangue con potenziali effetti avversi. Il sistema vascolare è dotato di una barriera di cellule endoteliali metabolicamente attive, tenute insieme da giunzioni intercellulari. Un recente studio pilota su tessuto di vena safena umana ha rilevato microplastiche di cinque diverse origini polimeriche (poliestere, acetato di polivinile e nylon.) ma non sono state segnalate correlazioni con la salute in questo studio. Studi preclinici hanno evidenziato la presenza di microplastiche negli ateromi, e i pazienti con microplastiche nelle placche hanno mostrato un rischio maggiore di infarto del miocardio, ictus o morte. Varie microplastiche sono state identificate in campioni di sangue coronarico di pazienti affetti da infarto del miocardio. Livelli più elevati di particelle di polivinilcloruro sono correlati a maggiori probabilità di eventi cardiaci avversi
maggiori, legati ad un picco di fattori proinfiammatori Presumibilmente, la tossicità associata alle microplastiche innesca un'anomalia della frequenza cardiaca, danni alle strutture cardiache, lesioni miocardiche, trombosi vascolare e fibrosi. I globuli rossi possono trasportare particelle. Studi su topi hanno evidenziato che le MP possono ridurre i livelli di linfociti del sangue periferico, granulociti e monociti, e possono infiltrarsi nel midollo osseo umano per interrompere il sistema emopoietico e la generazione di cellule staminali.
Sistema nervoso centrale
La principale barriera del sistema nervoso centrale è la barriera emato-encefalica, composta da cellule endoteliali e giunzioni strette. Nonostante queste caratteristiche, un recente studio ha identificato microplastiche nei tessuti autoptici del cervello umano, il che suggerisce una potenziale violazione delle barriere cerebrali. L'accumulo di microplastiche nel cervello aumenta la neuroinfiammazione nella regione dell'ippocampo, portando a un deterioramento delle funzioni di apprendimento e memoria, come suggerito da studi sui topi. Le microplastiche accumulate nel cervello (30-50 nm) sono preferenzialmente intrappolate all'interno della microglia, necessaria per lo sviluppo, il mantenimento e la riparazione delle lesioni del cervello e del sistema nervoso centrale. Le particelle fagocitate innescano l'attivazione della risposta infiammatoria della microglia, che ha dimostrato di alterare l'attività neuronale e la funzione cognitiva dell'ippocampo nei topi. A livello epigenetico, studi sui topi hanno mostrato un calo significativo nei livelli di geni e proteine responsabili della plasticità sinaptica e della memoria quando i soggetti sono stati esposti a particelle di polistirene. Gli additivi plastici, come i ftalati, aggravano gli effetti neurotossici negli studi sui topi
Sistema oculare
Il sistema oculare umano presenta una complessa architettura di barriera in grado di prevenire l'ingresso di microplastiche. La presenza di microplastiche nell'occhio umano può avvenire attraverso fluidi contaminati, lenti a contatto e dispositivi oftalmici. Il rilascio di microplastiche dalle lenti a contatto può essere innescato dai raggi solari. Le microplastiche trasportate dall'aria possono anche depositarsi sui bulbi oculari umani e accumularsi nel liquido lacrimale, provocando patologie da occhio secco e indurre l'apoptosi delle cellule epiteliali corneali e congiuntivali umane, secondo studi in vitro. Studi su modelli murini hanno anche rivelato che la congiuntiva e la ghiandola lacrimale subiscono infiammazione se contaminati da microplastiche. Le cellule corneali, congiuntivali e caliciformi possono intrappolare e accumulare microplastiche, ostacolandone la proliferazione e la vitalità. In campioni di patologie oculari di quarantanove pazienti raccolti tramite chirurgia dalla parte posteriore dell'occhio sono state identificate 1.745 particelle (<50 μm) costituite da nylon, polivinile e polistirene, materiali non comuni per lenti a contatto e intraoculari, suggerendo fonti e vie alternative.
Sistema riproduttivo
Anche il sistema riproduttivo ha le proprie barriere che forniscono il microambiente appropriato per sostenere la sua integrità fisica, fisiologica e immunologica. Microplastiche sono state trovate in reperti chirurgici su tessuto penieno di individui trattati per protesi peniena e altri studi hanno inoltre rilevato l'accumu-

lo di microplastiche nell'organo riproduttivo maschile correlato alla riduzione del numero di spermatozoi e del peso di testicoli/ epididimo. Le MP aumentano lo stress ossidativo nei testicoli di topo, influenzando la biosintesi del testosterone e la qualità dello sperma. Gli additivi plastici ftalici hanno compromesso negativamente la barriera emato-testicolare e la spermatogenesi in studi su topi .La presenza di microplastiche nelle ovaie dei topi contribuisce a ridurre la maturazione degli ovociti e la capacità di fecondazione, aumentando lo stress ossidativo che può causare l'apoptosi delle cellule della granulosa e la fibrosi sia nell'ovaio che nell'utero. I risultati diretti sugli esseri umani sono limitati ma un recente studio su donne sottoposte a trattamento di riproduzione assistita ha identificato microplastiche in campioni di fluido follicolare ovarico. Anche la barriera emato-placentare è suscettibile alla contaminazione da microplastiche, innescando disfunzioni metaboliche inaspettate. Studi sui topi hanno dimostrato che le particelle infiltrate nella placenta possono attraversare il tessuto fetale attraverso il trasferimento materno, possono persistere negli organi della prole neonatale dopo la nascita causando una disregolazione immunologica persistente e disturbi metabolici. Prove di infiltrazione di microplastiche nella placenta umana sono emerse dall'analisi delle sezioni delle membrane materne, fetali e corioamniotiche
Apparato escretore e tegumentario (reni, vescica, cute)
Le MP possono raggiungere i reni e la vescica dal flusso sanguigno, e causare eventi citotossici e infiammatori Diversi studi hanno identificato frammenti di microplastica nel tratto urinario umano e in campioni di urina. Anche i tessuti di 22 pazienti affetti da para-tumore e tumore prostatico umano hanno rivelato la presenza di microplastiche, correlate alla frequenza del consumo di cibo da asporto ma non è chiaro se le particelle accumulate abbiano contribuito all'insorgenza della malattia. Additivi plastici tossici possono penetrare attraverso la barriera cutanea di individui compromessi, provocando disfunzioni sistemiche. Tra questi i ritardanti di fiamma (eteri di difenile polibromurato, PBDE) violano la barriera cutanea e rimangono biodisponibili nel flusso sanguigno, come dimostrato con modelli di pelle umana. Studi cellulari hanno dimostrato che le microplastiche inibiscono la crescita delle cellule cutanee normali, ma promuovono la proliferazione delle linee cellulari di carcinoma. Ciò conferma quindi come le condizioni cutanee compromesse possano essere aggravate in condizioni di inquinamento da microplastiche.
Conclusioni
Il grado di danno alla barriera e l'accumulo negli organi rimangono funzioni complesse e, ancora da definire sperimentalmente e potrebbero essere legati alle dimensioni delle particelle, al tipo di polimero e alle sue proprietà, alla presenza di contaminanti chimici o microbici e alle vie di esposizione. Le microplastiche più piccole, (<1 μm), hanno dimostrato di penetrare le barriere biologiche e accumularsi negli organi sensibili grazie al loro maggiore rapporto superficie/volume e alla velocità di diffusione La nostra attuale comprensione dei danni alla barriera tissutale associati alle microplastiche si basa principalmente su campioni realizzati in laboratorio, che possono essere diversi dai campioni ambientali. Le microplastiche ambientali si presentano in forme complesse, soprattutto dopo l'esposizione ai raggi UV, che alterano la morfologia superficiale, le caratteristiche chimiche e
l'idrofobicità delle plastiche comuni. Un'area che richiede notevole attenzione nell'attuale sviluppo della ricerca sulle microplastiche è il modo in cui queste plastiche vengono campionate e analizzate da campioni biologici. Esiste una scarsità di campioni di donatori umani che consenta di elaborare statistiche ragionevoli su scala regionale, continentale e globale. I modelli murini si sono rivelati utili negli attuali sviluppi meccanicistici, ma le sottili differenze anatomiche potrebbero (sotto)sovrastimare l'impatto effettivo sugli esseri umani. Attualmente è difficile dire con certezza quali organi accumulino più microplastiche o siano maggiormente colpiti. Un recente studio su campioni di tessuti di defunti suggerisce che il cervello (4.026–5.608 μg di particelle/g) accumula più microplastiche rispetto al fegato (433 μg particelle/g) o rene (404 μg particelle/g). Un confronto parallelo tra l'apparato respiratorio e quello digerente suggerisce inoltre che il polmone (14.19 ± 14.57 particelle/g) accumula più microplastiche, seguito dall'intestino tenue (9.45 ± 13.13 particelle/g), dall'intestino crasso (7.91 ± 7.00 particelle/g) e dalle tonsille (6.03 ± 7.37 particelle/g).
° Eugene M. Obeng et al. Microplastic pollution: a review of specific blood-tissue barrier breaches and health effects, Environmental Pollution, Volume 376, 2025, 126416, ISSN 0269-7491.
Dalla barriera emato-encefalica al cervello: evidenze e prospettive sulla neurotossicità delle micro e nanoplastiche
A cura di Annamaria Sapuppo
Le micro e nanoplastiche si stanno rivelando una nuova frontiera della tossicologia umana. Oggi sappiamo che possono raggiungere il cervello, accumularsi nei tessuti e interferire con processi cellulari fondamentali. Le implicazioni per la salute neurologica, in particolare durante le fasi di sviluppo, richiedono attenzione urgente e una approfondita ricerca tra neuroscienze, tossicologia e salute pubblica. Questo articolo di revisione sintetizza le conoscenze attuali sui meccanismi attraverso i quali le MNP superano la BEE, ne analizza la neurotossicità e discute gli effetti sinergici derivanti dalla co-esposizione con altri inquinanti ambientali. La crescente produzione globale di plastica, che supera i 400 milioni di tonnellate annue e si prevede raddoppierà o triplicherà entro il 2050, ha portato a una contaminazione ambientale significativa, soprattutto da micro e nanoplastiche (MNP), particelle rispettivamente con diametro inferiore a 5 mm e 100 nm2, ormai onnipresenti nell'acqua, nel suolo e nell'aria. L'uomo è costantemente esposto alle MNP attraverso diverse vie: ingestione di cibo e acqua contaminati (in particolare frutti di mare e acqua in bottiglia), inalazione di particelle presenti nell'aria (ad esempio, da emissioni di traffico o usura di mascherine) e contatto cutaneo con prodotti di consumo (cosmetici, abbigliamento sintetico). Studi recenti hanno dimostrato che le MNP possono accumularsi in vari organi come fegato, intestino e polmoni, ma la loro capacità di attraversare la barriera emato-encefalica (BEE) e causare danni tossici irreversibili al sistema nervoso centrale (SNC) è di particolare preoccupazione.


Meccanismi di Attraversamento della Barriera Emato-Encefalica (BEE)
La BEE è una barriera fisiologica altamente selettiva che protegge il SNC, la cui integrità è garantita principalmente da cellule endoteliali microvascolari cerebrali unite da giunzioni strette (tight junctions) e giunzioni aderenti (adherens junctions), supportate da astrociti e periciti. Le MNP possono superare questa formidabile barriera attraverso meccanismi sia distruttivi che non distruttivi.
Meccanismi Distruttivi
Le MNP possono compromettere direttamente l'integrità strutturale della BEE alterando le proteine chiave delle giunzioni intercellulari.
Danno alle giunzioni strette: studi su modelli animali hanno mostrato che l'esposizione cronica a microplastiche di polistirene (PS-MP) causa una discontinuità e un danneggiamento strutturale di queste giunzioni, con ridotta espressione di proteine specifiche, quali Claudina-1, Occludina e Zonula Occludens-1 (ZO-1), e conseguente aumento della permeabilità della BEE. Compromissione delle giunzioni aderenti: anche le giunzioni aderenti, formate principalmente dal complesso VE-caderina/β-catenina e supportate dalla molecola PECAM-1, vengono danneggiate. L'esposizione a nanoplastiche di polistirene (PSNP) ha dimostrato di ridurre l'espressione di PECAM-1 e VE-caderina, causando un aumento della permeabilità della BEE.
Meccanismi Non Distruttivi
Le MNP possono attraversare la BEE anche senza causare un danno strutturale diretto, sfruttando percorsi fisiologici, attraverso la via paracellulare: le particelle di MNP di dimensioni sufficientemente piccole possono passare attraverso gli spazi intercellulari tra le cellule endoteliali; l'endocitosi, processo che
prevede l'assorbimento di sostanze esterne attraverso la formazione di vescicole sulla membrana cellulare, è un meccanismo comune di ingresso delle MNP nelle cellule ed è stato dimostrato che le PS-NP possono entrare nelle cellule endoteliali e nelle microglia tramite questo meccanismo, per poi essere trasportate attraverso la cellula e rilasciate nel parenchima cerebrale. Diversi fattori influenzano l'efficienza di questi meccanismi, tra cui la dimensione delle particelle (le più piccole attraversano più facilmente), la durata dell'esposizione (un'esposizione prolungata aumenta la permeabilità), la corona biomolecolare (uno strato di colesterolo sulla superficie facilita il passaggio, mentre uno strato proteico lo ostacola) e l'integrità della BEE (condizioni patologiche come infiammazioni ne aumentano la permeabilità).
Meccanismi Potenziali di Neurotossicità Indotta da MNP Una volta penetrate nel SNC, le MNP innescano dei processi neurotossici, di cui i principali identificati sono quattro, strettamente interconnessi tra loro. 1) Stress Ossidativo: le MNP inducono stress ossidativo promuovendo un'eccessiva generazione di specie reattive dell'ossigeno (ROS) e indebolendo i sistemi antiossidanti. I mitocondri, principali produttori di ROS, sono un bersaglio primario: le MNP possono danneggiarne la membrana, alterare la catena di trasporto degli elettroni e il potenziale di membrana mitocondriale (MMP), portando a un'ulteriore produzione di ROS. Contemporaneamente, le MNP riducono l'attività di enzimi antiossidanti chiave come la superossido dismutasi (SOD), la catalasi (CAT) e la glutatione perossidasi (GPX), aggravando il danno ossidativo. 2) Risposta Infiammatoria: l'infiammazione cronica nel sistema nervoso (neuroinfiammazione) è un fattore patogenetico in molte malattie neurodegenerative, che viene indotto e aggravato dalle MNP tramite l'attivazione delle cellule gliali (microglia e astrociti). Studi hanno mostrato che l'esposizione a PS-MP porta a un'attivazione della microglia

e degli astrociti, aumentandone il numero e causandone delle alterazioni morfologiche 3) Disfunzione Mitocondriale: l'esposizione a MNP, specialmente quelle con carica positiva, causa significative alterazioni morfologiche nei mitocondri delle cellule neurali, come gonfiore, vacuolizzazione e rottura delle creste, con conseguente riduzione della produzione di ATP e del potenziale di membrana mitocondriale 4) Squilibrio del Metabolismo del Ferro e Ferroptosi: studi hanno dimostrato che l'esposizione a PS-NP induce l'accumulo di ferro e segni morfologici di ferroptosi nei neuroni, portando a disfunzioni cognitive. Nella realtà quotidiana, le MNP coesistono con altri inquinanti, come metalli pesanti e inquinanti organici persistenti (POP), agendo come loro vettori e potenziandone la tossicità. Infatti le MNP possono aumentare l'accumulo di metalli come ferro (Fe), mercurio (Hg), rame (Cu) e cadmio (Cd) nel cervello, amplificandone gli effetti neurotossici. L'esposizione combinata a PS-MP e ferro ha aggravato i deficit di memoria nei topi anziani, mentre la combinazione con mercurio ha indotto un maggiore danno ossidativo nei pesci. Ed inoltre le MNP adsorbono facilmente POP come i Policlorobifenili (PCB) o il Di(2-etilesil)ftalato (DEHP), aumentandone la biodisponibilità e il trasporto all'interno degli organismi. L'esposizione combinata a MNP e DEHP ha indotto deficit di
memoria e neuroinfiammazione nei topi, mentre quella con ritardanti di fiamma organofosfati (OPFR) ha potenziato lo stress ossidativo. L'evidenza attuale dimostra chiaramente che le MNP possono attraversare la BEE e indurre neurotossicità attraverso una rete complessa di meccanismi interconnessi, tra cui stress ossidativo, neuroinfiammazione, disfunzione mitocondriale e ferroptosi. La ricerca futura dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo di tecniche di tracciamento avanzate per monitorare le MNP nel SNC, valutare la tossicità di polimeri diversi per tipo, dimensione e forma, e utilizzare approcci multi-omici per svelare le reti molecolari della tossicità. È inoltre cruciale sviluppare modelli di co-esposizione più realistici per comprendere le interazioni sinergiche con altri inquinanti. Una comprensione approfondita di questi meccanismi è fondamentale per sviluppare strategie scientifiche di valutazione del rischio ambientale e per proteggere la salute del sistema nervoso umano.
° Ma Y et al: Mechanisms of micro- and nanoplastics on blood-brain barrier crossing and neurotoxicity: Current evidence and future perspectives. Neurotoxicology. 2025 Jul;109:92-107. doi: 10.1016/j.neuro.2025.06.003. Epub 2025 Jun 18. PMID: 40553807.

La nuova serie di Lancet sugli alimenti ultra-processati (UPF, ultra-processed foods) segnala come l’ aumento del consumo di questi prodotti nelle diete danneggi la salute pubblica, alimentando malattie croniche (prime fra tutte l’obesità e le malattie cardiovascolari) e accentuando le disuguaglianze sanitarie. Una risposta globale integrata è necessaria per contrastare l’influenza delle multinazionali e promuovere diete più sane e sostenibili. Il consumo di UPF è in costante aumento, specialmente nei paesi a basso e medio reddito, generando danni alla salute e all’ambiente. Per affrontare questa crisi, per garantire equità nel mercato alimentare e per non aggravare le disuguaglianze esistenti, è necessaria una serie di azioni politiche, tra cui l’introduzione di etichette di avvertimento, divieti di marketing per i bambini e una tassazione sugli UPF. La serie di articoli pubblicata da Lancet sollecita un’azione immediata per regolarne l’industria e migliorare i sistemi alimentari globali.
The Lancet paper Series on Ultra-Processed Foods: Health Before Profit
The new Lancet series on ultra-processed foods (UPF) reports that the increasing consumption of these products in human diets harms public health, fueling chronic diseases (primarily obesity and cardiovascular diseases) worldwide and exacerbating health inequalities. An integrated global response is necessary to counter the influence of multinational corporations and promote healthier, more sustainable diets. The consumption of UPF is steadily rising, especially in low- and middle-income countries, causing harm to health and the environment. To address this crisis and ensure equity in the food market to avoid worsening existing inequalities, a series of policies are needed, including the introduction of warning labels, marketing bans aimed at children, and taxation on UPF. The Lancet series calls for immediate action to regulate the industry and improve global food systems.
La crescente diffusione degli alimenti ultra-processati (UPF - ultra-processed foods) rappresenta una delle più urgenti e complesse sfide per la salute pubblica globale del nostro secolo. Una serie di tre articoli pubblicati su The Lancet fornisce un’analisi esaustiva di questa problematica, svelando non solo il profondo impatto degli UPF sulla salute, ma anche le dinamiche socioeconomiche, le soluzioni politiche inefficaci e la potente influenza dell’industria alimentare che ne alimenta la crescita.
L’impatto degli UPF sulla salute pubblica
Per comprendere meglio il grado di processazione deli alimenti e la natura degli UPF, il sistema di classificazione NOVA (Figura
Rubrica L’ articolodelmese
Commento di Francesco Accomando U.O. Pediatria, Ospedale G.B. Morgagni – L. Pierantoni AUSL Romagna, Forlì
Figura 1. Sistema di classificazione NOVA degli alimenti in base al grado di trasformazione e processazione. [Da nota bibliografica 6, modificata].

1) categorizza gli alimenti in base al grado e al tipo di trasformazione industriale. Gli UPF (gruppo 4 NOVA) sono definiti come formulazioni commerciali prodotte con ingredienti a basso costo, spesso estratti o derivati da alimenti integrali, combinati con additivi e con poca o nessuna presenza dell’alimento integrale stesso. Sono ingegnerizzati per essere iper-palatabili, rapidi da consumare, a lunga scadenza, convenienti e redditizi oltre che progettati per competere e sostituire gli alimenti tradizionali. Il primo articolo della serie introduce la tesi secondo cui il progressivo allontanamento dalle diete tradizionali, basate su alimenti integrali e minimamente processati, verso modelli alimentari dominati dagli UPF è un fattore chiave nell’aumento globale delle malattie croniche legate alle abitudini alimentari [1]. Un’ ampia revisione di evidenze scientifiche converge su tre ipotesi interconnesse: il cambiamento dei modelli dietetici, il deterioramento della qualità dell’alimentazione e l’ aumento del rischio di molte malattie croniche (fra cui l’ obesità, il diabete mellito di tipo 2, il cancro del colon-retto e le malattie infiammatorie intestinali).
Prima ipotesi: il cambiamento nei modelli dietetici mondiali L’ analisi dei dati di vendita globale conferma che tra il 2007 e il 2022, le vendite annuali pro-capite di UPF sono aumentate del 60% nei Paesi a basso reddito e del 40% in quelli a reddito medio-basso. Anche in nazioni ad alto reddito, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, dove il consumo di UPF era già elevato, la crescita è proseguita, consolidando modelli alimentari già alterati.
Seconda ipotesi: il deterioramento della qualità dell’alimentazione
Le diete ricche di UPF sono caratterizzate da un forte squilibrio nutrizionale: un maggiore apporto di zuccheri liberi, grassi totali e saturi, a fronte di una riduzione di fibre, proteine e micronu-

trienti essenziali. Numerosi studi mostrano come le diete basate sui UPF portino a un aumento significativo dell’apporto calorico (circa 500 kcal in più al giorno) e a un consumo più rapido, indipendentemente dal profilo nutrizionale degli alimenti. Ciò è attribuibile alla loro iper-palatabilità, all’alta densità energetica e alla “texture” modificata che ne facilita l’ eccesso di ingestione, oltre a delle campagne di marketing che incoraggiano implicitamente un sovraconsumo (es. “scommetto che non riuscirai a mangiarne solo uno”). Inoltre, con l’elevato apporto di UPF si riduce l’assunzione di composti bioattivi protettivi e fitochimici presenti negli alimenti freschi, come ad esempio i carotenoidi e i flavonoidi, con una generale riduzione nel consumo giornaliero di frutta, verdura e legumi. Allo stesso tempo, aumenta l’ esposizione a xenobiotici (es. furani, ammine eterocicliche, idrocarburi aromatici policiclici, acroleina, acrilammide, acidi grassi trans) e additivi (emulsionanti, dolcificanti non nutritivi, coloranti), alcuni dei quali possono migrare dagli imballaggi utilizzati per la lunga conservazione di questi alimenti. L’ esposizione a queste miscele di additivi, anche se individualmente considerati “sicuri”, può avere effetti cumulativi dannosi per la salute.
Terza ipotesi: l’aumento del rischio di malattie croniche
La review sistematica di 104 studi prospettici rivela, in 92 di questi, un’ associazione fra una dieta ricca di UPF e un aumentato rischio di malattie croniche. Dalla metanalisi emerge un’ associazione significativa tra consumo di UPF e l’ aumentato rischio di sovrappeso e obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ipertensione, malattia renale cronica, morbo di Crohn, depressione e, in generale, della mortalità. La totalità di queste evidenze scientifiche è sufficiente per giustificare un’azione immediata di sanità pubblica volta a proteggere e promuovere diete basate su alimenti freschi e minimamente processati.
Strategie politiche per frenare la crescita della produzione, marketing e consumo di UPF
Il secondo articolo della serie traduce le evidenze scientifiche in un imperativo politico, delineando un insieme di azioni necessarie per frenare e invertire la produzione, il marketing e il consumo globale di UPF [2]. L’ articolo evidenzia come le strategie politiche attuali, spesso focalizzate sulla riduzione degli alimenti HFSS (high in fats, sugars and salt cioè con alta componente di grassi, zuccheri e sale), siano insufficienti. La responsabilità di questa crisi non è primariamente del consumatore, ma delle multinazionali alimentari, che devono essere ritenute le uniche responsabili e pertanto regolamentate. Vengono identificate, di seguito, quattro strategie politiche chiave per un’azione efficace.
Regolamentazione dei prodotti UPF
Le scelte politiche più recenti regolamentano soprattutto la quantità di sale, zuccheri e grassi saturi negli alimenti. È necessario ampliare il focus dai soli HFSS agli UPF nel loro complesso, imponendo standard obbligatori per limitare o vietare specifici ingredienti (es. acidi grassi trans industriali, dolcificanti non nutritivi, emulsionanti) e promuovere la riformulazione verso prodotti meno processati. Secondi gli autori, è fondamentale utilizzare, ai fini normativi, la classificazione NOVA per identificare gli UPF.
Ambienti di vendita e marketing
L’ implementazione di etichette di avvertimento obbligatorie
e chiare sul fronte della confezione, come quelle adottate con successo in Cile e Messico, si è dimostrata efficace nel ridurre il consumo di UPF. Tali etichette dovrebbero essere presenti soprattutto sugli alimenti specifici per neonati e bambini, con un contestuale divieto di dichiarazioni di tipo nutrizionale o a carattere salutistico. Occorre introdurre restrizioni di marketing col divieto di pubblicità degli UPF, specialmente quelli che hanno come principale target i più piccoli, durante le fasce orarie televisive protette, con estensione a tutti i media, inclusi i social. Sempre in questo ambito, sono necessarie regole più severe per il marketing di prodotti esclusivi per neonati. Le tasse sugli UPF (es. sulle bevande zuccherate in Colombia) dovrebbero essere applicate e i relativi proventi reindirizzati per finanziare alimenti freschi e minimamente processati, in particolare per le famiglie a basso reddito. Infine, gli ambienti di vendita al dettaglio e i servizi alimentari devono essere regolamentati per migliorare la disponibilità di alimenti sani e limitare la vendita e la promozione di UPF in contesti pubblici come scuole e ospedali.
Produttori e rivenditori di UPF
Le strategie politiche devono affrontare direttamente il potere di mercato e l’influenza politica delle multinazionali degli UPF, che sono i principali motori del consumo di questi prodotti. Fra le possibilità di controllo, dovrebbero essere inclusi il monitoraggio della gamma di prodotti in produzione e la regolamentazione delle attività di marketing e delle politiche aziendali.
Catene di fornitura e distribuzione alimentare
Le politiche agricole devono essere riformate per spostare gli incentivi economici dalla produzione di materie prime legate agli UPF (es. mais, soia, zucchero) verso la produzione locale di alimenti poco processati. Le regole del commercio internazionale devono essere riformate per consentire ai Paesi di implementare politiche sanitarie senza timori di sfide legali. Devono, infine, essere adottate importanti strategie politiche ambientali per limitare l’impatto ecologico della produzione di UPF, come tasse sulla plastica e regolamentazioni sull’uso dell’ acqua. Gli autori sottolineano che l’ efficacia di queste scelte politiche dipenderà dalla capacità di adattarle ai differenti contesti specifici di ciascun Paese, promuovendo allo stesso tempo un supporto ai modelli alimentari basati su cibi freschi e minimamente processati, specialmente per le popolazioni più vulnerabili a basso reddito.
Il potere delle multinazionali e la necessità di una risposta globale unificata
Il terzo articolo della serie approfondisce il ruolo dei determinanti commerciali, evidenziando il potere economico e politico dell’industria degli UPF come il principale ostacolo all’implementazione di strategie efficaci [3]. Per meglio comprendere queste difficoltà, gli autori paragonano la situazione attuale a quella del controllo del tabacco di alcuni decenni fa. L’ aumento degli UPF non è un fenomeno legato alla “volontà individuale” del consumatore, bensì il risultato di un modello di business industriale che ha ristrutturato i sistemi alimentari per massimizzare i profitti. L’elevata redditività degli UPF, rispetto agli alimenti meno processati, ne incentiva la produzione. Le otto maggiori corporazioni degli UPF (Figura 2) detengono un controllo significativo sulla produzione globale e si espandono aggressivamente nei Paesi a basso e medio reddito, dove le politiche sono spesso più deboli. L’ industria delle multinazionali impiega una serie di

Figura 2. Rappresentazione grafica della rete di interconnessioni delle multinazionali dell’industria alimentare di UPF (cerchi bianchi). Le dimensioni dei cerchi nel grafico sono proporzionali al numero di connessioni. Vengono elencati e categorizzati i diversi tipi di gruppi: associazioni imprenditoriali, di branding/pubblicità, di CSR, di produttori alimentari, di nutrizione infantile, agroalimentari e scientifiche finanziate dall’industria, ognuno con un codice colore specifico e funzioni distinte, come il lobbying o la promozione dell’ autoregolamentazione. [Da nota bibliografica 3].

strategie sofisticate per proteggere i profitti e bloccare o aggirare le regolamentazioni, raggruppate, in seguito, in tre categorie principali.
Influenza aziendale diretta sui legislatori
Attività di lobbying e finanziamento politico che mirano a ottenere agevolazioni fiscali e incidere sulle normative con finanziamenti diretti alle campagne politiche. L’infiltrazione governativa (revolving doors o porte girevoli), con ex dirigenti aziendali che assumono incarichi statali, consente di influenzare direttamente le scelte politiche. Il contenzioso legale, infine, attraverso minacce e azioni legali, ritarda o annulla normative, adducendo violazioni di leggi commerciali, dei diritti di proprietà intellettuale, o costituzionali (es. cinquanta ingiunzioni legali in Messico contro le etichette di avvertimento sui prodotti).
Modelli di governance “Corporate-Friendly” L’ industria promuove iniziative multi-stakeholder (inteso come confronto fra esperti, es. tavola rotonda sulla sostenibilità dell’ olio di palma) e programmi di responsabilità sociale d’ azienda (CSR, Corporate Social Responsability) per proiettare un’ immagine responsabile e presentarsi come parte della soluzione, piuttosto che del problema. Queste iniziative spesso “depoliticizzano” i problemi alimentari, diluendo le responsabilità e portando a soluzioni deboli e basate sull’autoregolamentazione volontaria.
Inquadramento (e spostamento) del dibattito
L’ azienda utilizza il “washing” (health-washing, green-washing, far apparire i propri prodotti healthy o green), presentando i prodotti come salutari o sostenibili attraverso fortificazioni, rifor-
mulazioni o packaging ecologico, confondendo i consumatori e ostacolando la comprensione dei danni reali. Il dibattito è inquadrato in modo da attribuire la colpa dei problemi di salute ai comportamenti individuali e allo stile di vita, minimizzando il ruolo dei propri prodotti. Col “fondamento del dubbio scientifico”, infine, tramite finanziamento di ricerche interne ed esterne, si crea incertezza sulla scienza che lega gli UPF agli esiti negativi per la salute. Analizzate pertanto le diverse strategie adottate dalle grandi aziende, gli autori propongono un programma multilivello per pianificare una risposta globale unificata e per contrastare efficacemente il potere dell’industria. È fondamentale inquadrare gli UPF come una questione urgente di salute globale, che richiede la riduzione assoluta del loro consumo tramite una disincentivazione attiva della produzione e del marketing di questi prodotti (riduzione del potete economico), ridistribuendo le risorse verso alimenti più sani ed escludendo l’industria degli UPF dai processi di governance alimentare. Occorre inoltre supportare economie alimentari sostenibili, i produttori locali e affrontare le disuguaglianze socio-economiche e di genere, garantendo che non si creino nuove disuguaglianze durante la transizione. Il programma prevede, in ultimo, la costituzione di una rete nazionale e globale d’azione, col supporto di avvocati, ricercatori e leader politici, rafforzando così le capacità legali e di ricerca.
Proteggere i bambini dai cibi ultra-processati Insieme ai tre articoli citati, Lancet pubblica il commento di JN Matji (UNICEF’ s Global Director for Child Nutrition and Developmen) e di M Brevo (UNICEF’s Senior Nutrition Advisor for Food Systems for Children), entrambi co-autori del Child Nutrition Report 2025 di UNICEF “Feeding Profit: How Food Environments are Failing Children” [4,5] relativo ai pericoli del consumo di UPF in età pediatrica. I bambini sono particolarmente vulnerabili agli UPF e ai modelli alimentari ultra-processati: le preferenze di gusto maturano durante l’infanzia e l’ esposizione ripetuta agli UPF condiziona a vita preferenze per cibi dolci, salati e artificialmente aromatizzati. Infanzia e adolescenza sono periodi di rapida crescita e sviluppo in cui una dieta di scarsa qualità ha conseguenze profonde per la loro salute: la revisione dell’UNICEF [5], espone prove emergenti che collegano il consumo di UPF a molteplici forme di malnutrizione, alterazioni metaboliche e problemi di salute mentale nei bambini. Le abilità cognitive in via di sviluppo dei bambini li rendono inoltre particolarmente suscettibili alle campagne di marketing, specialmente quando le strategie sono personalizzate per sfruttare la loro ridotta capacità di riconoscere le intenzioni persuasive. Il rapporto UNICEF ha rilevato che la diffusa disponibilità degli UPF e il loro marketing aggressivo in contesti come l’ abitazione, la scuola e i luoghi di gioco rendono quasi impossibile evitare questi alimenti. L’ ecosistema digitale e il marketing digitale hanno intensificato questa esposizione, con algoritmi che permettono di targettizzare bambini e adolescenti con precisione, fornendo pubblicità personalizzate di UPF, e influencer marketing e integrazioni di gioco che offuscano i confini tra intrattenimento e pubblicità, spesso invisibili a genitori ed educatori. Il diritto a un’ alimentazione adeguata, sancito dalle normative internazionali sui diritti umani, compresa la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’ Adolescenza (1989), deve essere reinterpretato alla luce di queste emergenti minacce contemporanee.

La crescente diffusione degli alimenti ultra-processati (UPF) emerge come una delle più gravi e urgenti minacce alla salute pubblica globale. Questa serie di articoli su Lancet espone il profondo impatto degli UPF sulle abitudini alimentari e sulla salute, evidenziando il loro legame con le malattie croniche, oltre a contribuire in modo significativo alle disuguaglianze sanitarie. Un’enfasi particolare è posta sulla vulnerabilità intrinseca dei bambini, le cui preferenze di gusto, lo sviluppo cognitivo e gli ambienti di vita sono plasmati in modo dannoso da queste formulazioni industriali e dal loro marketing aggressivo. L’aumento del consumo di UPF non è una questione di sola scelta individuale, bensì il risultato di un modello di business industriale volto alla massimizzazione del profitto. Le attuali politiche, spesso focalizzate solo sugli alimenti ad alto contenuto di grassi, zuccheri e sale, si dimostrano insufficienti a contrastare la complessità di questa crisi. Occorre pertanto adottare una risposta globale unificata: solo un impegno collettivo e determinato potrà invertire questa pericolosa tendenza e garantire un futuro alimentare più equo e salutare per tutti, soprattutto per le generazioni future, mettendo la salute prima del profitto.
1. Monteiro CA, Louzada ML, Steele-Martinez E, et al. Ultra-processed foods and human health: the main thesis and the evidence. Lancet. Published online November 18, 2025. doi:10.1016/S0140-6736(25)01565-X.
2. Scrinis G, Popkin BM, Corvalan C, et al. Policies to halt and reverse the rise in ultra-processed food production, marketing, and consumption. Lancet. Published online November 18, 2025. doi:10.1016/S01406736(25)01566-1.
3. Baker P, Slater S, White M, et al. Towards unified global action on ultra-processed foods: understanding commercial determinants, countering corporate power, and mobilising a public health response. Lancet. Published online November 18, 2025. doi:10.1016/S01406736(25)01567-3.
4. Matji JN, Brero M. Protecting children from ultra-processed foods. Lancet. Published online November 18, 2025. doi:10.1016/S01406736(25)02257-3.
5. https://www.unicef.org/reports/feeding-profit
6. Louie JCY. Are all ultra-processed foods bad? A critical review of the NOVA classification system. Proc Nutr Soc. Published online August 4, 2025. doi:10.1017/S0029665125100645.

A cura di Sergio Conti Nibali Gruppo ACP "Nutrizione"
Prosegue in questo numero la rubrica sulla nutrizione pediatrica curata del gruppo nutrizione dell'Associazione Culturale Pediatri. Il gruppo sorveglia 22 riviste scientifiche internazionali tra le più qualificate in base a criteri EBM, per diffondere i risultati degli articoli più rilevanti in materia di nutrizione infantile. Su queste pagine verranno riassunti sinteticamente i principali articoli pubblicati nelle riviste monitorate. Tutti gli articoli e gli editoriali pubblicati e ritenuti degni di attenzione vengono elencati divisi per argomento, con un sintetico commento. Questo numero si basa sul controllo sistematico delle pubblicazioni di ottobre e novembre 2025. La gran parte degli articoli selezionati in questo numero richiama, ancora una volta, l'attenzione di noi pediatri sull'importanza che riveste la nutrizione nella prevenzione di numerose malattie non trasmissibili e ci sollecita a intraprendere iniziative di advocacy per difendere i nostri bambini e le loro famiglie dai rischi di un'alimentazione inadeguata. Speriamo che il servizio che possa risultare utile ai lettori di Quaderni acp.
The section on pediatric nutrition edited by the Nutrition Group of the Associazione Culturale Pediatri continues in this issue. The group monitors 22 of the most highly qualified international scientific journals based on EBM criteria to disseminate the results of the most relevant articles on pediatric nutrition. On these pages, the main articles published in the monitored journals will be summarized briefly. All articles and editorials published and deemed worthy of attention are listed divided by topic, with a brief commentary. This issue is based on the systematic monitoring of publications for October and November 2025. The majority of the articles selected in this issue once again call the attention of us pediatricians to the importance of nutrition in the prevention of many noncommunicable diseases and urge us to undertake advocacy initiatives to defend our children and their families from the risks of inadequate nutrition. We hope that the service that may be useful to the readers of Quaderni acp.

:: Allattamento
1. Allattamento e sicurezza idrica
2. Fattori preventivi e barriere all'allattamento: uno studio multicentrico osservazionale spagnolo
:: Integratori
1. Nutrizione del caregiver e cure responsive: una revisione esplorativa
:: Obesità
1. Esplorare le sfide nell'uso diffuso delle terapie basate su GLP-1 per adolescenti e giovani adulti
2. Proporzione di manifestazioni cliniche attribuibili ad obesità e sovrappeso nei giovani statunitensi
3. Tiny Bites, un intervento di salute digitale realizzato nei servizi educativi per la prima infanzia per supportare educatori e caregiver nella prevenzione dell'obesità infantile: protocollo di studio per un trial controllato randomizzato a cluster
:: Modelli alimentari
1. Politiche contro pratica: le pratiche alimentari scolastiche non rispecchiano le linee guida per un'alimentazione sana nelle scuole primarie della Nuova Zelanda
2. Impatto di un intervento di produzione alimentare domestica sull'anemia e sulle carenze di micronutrienti tra donne e bambini nelle aree rurali del Bangladesh: uno studio controllato randomizzato a grappolo
3. Alimenti ultra-processati e malattie respiratorie e allergiche nei bambini: evidenze epidemiologiche e meccanismi d'azione
:: Marketing
1. Alimenti commerciali per bambini: nutrizione, marketing e motivazioni all'uso: una revisione narrativa
2. Profitti prima della salute? Il governo Neozelandese rifiuta standard più severi di commercializzazione per la formula artificiale e le pressioni che lo sostengono
:: Miscellanea
1. Politiche e pratiche alimentari nei servizi educativi per la prima infanzia nel Regno Unito: una revisione esplorativa
2. Le opinioni del personale scolastico sui pasti universali gratuiti negli Stati Uniti
3. Stato nutrizionale dei bambini egiziani con allergia al latte vaccino: uno studio caso-controllo
4. Consumo di gruppi alimentari sani e non sani selezionati e associazioni con lo stato nutrizionale tra i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni nel Ghana Settentrionale
5. Fornitura, consumo e spreco di cibo nei servizi per la prima infanzia a Sheffield
6. I bambini africani con ritardo di crescita riescono a digerire porridge di sorgo ad alto contenuto energetico e di consistenza densa
7. Impatto dei Programmi Globali di Alimentazione Scolastica (SFP) sulla salute e il benessere dei bambini
8. Una revisione globale sui cibi terapeutici pronti all'uso alternativi
9. Molto nei piani, poco nei risultati: i fallimenti strutturali delle politiche nutrizionali in Etiopia
10. Tendenze incoraggianti nella prevenzione delle allergie alle arachidi
11. Escrezione urinaria di sodio, potassio, iodio e determinazione della pressione arteriosa in bambini neozelandesi: uno studio trasversale
12. Ruolo dell'assunzione materna di alcol durante la gravidanza sullo sviluppo neuroevolutivo precoce del bambino: risultati della coorte italiana PHIME
Riviste monitorate
Archives of Diseases in Childhood
Birth
Breastfeeding Medicine
.. British Medical Journal (con i vari open access)
Early Human Development
European Journal of Clinical Nutrition
European Journal of Nutrition
First Steps Nutrition Trust
.. Frontiers in Nutrition
International Breastfeeding Journal
JAMA Pediatrics
Journal of Pediatric Gastroenterology and Nutrition
Journal of Pediatrics
.. Journal of Perinatology
Journal of Human Lactation
Journal of Nutrition
Maternal and Child Health Journal
Maternal and Child Nutrition
Nutrients
Pediatrics
Public Health Nutrition
The Lancet
Revisione delle riviste e testi a cura di: Giovanni Cacciaguerra, Natalia Camarda, Angela Cazzuffi, Margherita Cendon, Nicoletta Cresta, Samuel Dallarovere, Giulia D’Arrigo, Cristina Di Berardino, Federica Garibotto, Ines L’Erario, Stella Lonardi, Samantha Mazzilli, Lorenzo Mottola, Angela Pasinato, Ilaria Polenzani, Giuseppina Ragni, Laura Rocca, Ilaria Sala, Annamaria Sapuppo, Vittorio Scoppola, Alessandra Turconi, Sara Uccella, Rosanna Vit.

1. Allattamento e sicurezza idrica
La sicurezza idrica è stata definita dalle Nazioni Unite nel 2013 come "la capacità di una popolazione di salvaguardare l'accesso sostenibile a quantità adeguate di acqua di qualità accettabile per sostenere i mezzi di sussistenza, il benessere umano e lo sviluppo socioeconomico, per garantire la protezione dall'inquinamento idrico e dai disastri correlati all'acqua e per preservare gli ecosistemi in un clima di pace e stabilità politica". Pertanto, la sicurezza idrica è fondamentale per la salute umana e planetaria e per lo sviluppo delle nazioni. Come affrontato in occasione della Settimana Mondiale dell'Acqua 2025 il cambiamento climatico è diventato una sfida formidabile per la sicurezza idrica a livello globale. In questo editoriale le Autrici sostengono che investire nella protezione, nella promozione e nel sostegno dell'allattamento dovrebbe essere una componente chiave delle strategie nazionali e globali per affrontare l'insicurezza idrica. Le raccomandazioni globali prevedono l'allattamento esclusivo per i neonati fino a 6 mesi: poiché oltre l'85% del latte materno è costituito da acqua, i neonati possono effettivamente soddisfare il loro fabbisogno idrico attraverso l'allattamento. Una volta introdotti gli alimenti complementari intorno ai 6 mesi, si raccomanda ai neonati di continuare ad allattare almeno per i primi 2 anni di vita, dal momento che il latte materno può anche rappresentare un'importante fonte di sicurezza idrica per neonati e bambini piccoli oltre i primi 6 mesi di vita. Si stima che ogni anno vengano utilizzati 2.562,5 miliardi di litri d'acqua per la produzione e l'uso delle formule artificiali (CMFcommercial milk formula) per neonati di età inferiore ai 6 mesi. Pertanto, investire nella protezione, promozione e supporto dell'allattamento può ridurre sostanzialmente il consumo di acqua in tutto il mondo. La mitigazione dei cambiamenti climatici richiede la riduzione dei livelli di gas serra; l'industria del CMF genera tra 5.9 e 7.5 miliardi di kg di CO2 (uso di combustibili fossili correlati all'allevamento di bovini da latte, lavorazione del latte e produzione, trasporto, stoccaggio e preparazione del CMF.) L'allattamento esclusivo, al contrario, produce un'impronta di carbonio molto inferiore rispetto all'alimentazione con CMF. Per questo motivo, è stato raccomandato di includere l'allattamento negli accordi e negli investimenti per la mitigazione dei cambiamenti climatici all'interno dei Paesi e in tutto il mondo. Inoltre, il cambiamento climatico sta determinando un aumento di eventi meteorologici estremi come siccità, inondazioni e tempeste, che spesso danneggiano le infrastrutture idriche e igienico-sanitarie. Queste interruzioni intensificano i rischi di insicurezza alimentare e malattie trasmesse dall'acqua, rendendo i neonati e i bambini piccoli particolarmente vulnerabili. In tali circostanze, l'allattamento offre una protezione fondamentale fornendo una fonte di cibo sicura, nutrizionalmente adeguata e priva di agenti patogeni, conferendo al contempo benefici immunologici che riducono il rischio di infezioni. Sebbene l'allattamento sia stato sempre più riconosciuto come una componente chiave dei sistemi alimentari in circostanze normali e durante le emergenze umanitarie, raramente viene menzionato come fondamentale per la sicurezza idrica dei neonati e dei bambini piccoli e del pianeta. Il contributo che le donne apportano alla protezione ambientale attraverso l'allattamento dovrebbe essere riconosciuto attraverso investimenti nel rafforzamento dei sistemi di protezione e supporto dell'allattamento di cui hanno bisogno. Esistono ampie prove a sostegno del finanziamento di interventi e politiche per l'allattamento come legittimi investi-
menti per la compensazione delle emissioni di carbonio in futuro.
° Pérez-Escamilla R et al: Breastfeeding and Water Security. Matern Child Nutr. 2025 Oct;21(4):e70114. doi: 10.1111/mcn.70114. Epub 2025 Sep 16. PMID: 40958394; PMCID: PMC12454205.
2. Fattori preventivi e barriere all'allattamento: uno studio multicentrico osservazionale spagnolo
Studio osservazionale multicentrico condotto nell'area metropolitana nord di Barcellona con l'obiettivo di descrivere il tipo di allattamento alla dimissione ospedaliera e a un mese postpartum; sono state inoltre analizzate le dinamiche di fluttuazione tra allattamento esclusivo (EBF), allattamento misto (MF) e alimentazione esclusiva con formula (FF), con l'obiettivo di identificare fattori protettivi e barriere associate all'EBF e all'MF. Lo studio ha coinvolto un campione di 411 partecipanti raccolti tra novembre 2022 e aprile 2023; i nuclei familiari venivano valutati e seguiti da personale ostetrico fino ad un mese dopo il parto. I risultati hanno evidenziato un calo significativo della prevalenza di EBF nel primo mese di vita del neonato: alla dimissione ospedaliera il 79% delle donne praticava EBF, il 14% MF e il 7% FF; a un mese post partum l'EBF scendeva al 64%, mentre l'MF aumentava al 23% e l'FF al 13%. La principale transizione osservata è stata il passaggio da EBF a MF, registrato nel 14% delle madri che inizialmente praticavano EBF alla dimissione.
Un'analisi multivariata ha identificato fattori positivamente associati (fattori preventivi):
- luogo di nascita al di fuori della Spagna: questo fattore ha mostrato una forte associazione diretta con una probabilità significativamente più elevata sia di EBF (RRR = 14.4; IC 95%: 3.5–58.4) sia di MF (RRR = 17.2; IC 95%: 4.0–73.2); - età materna avanzata: le madri più anziane erano associate positivamente a maggiori probabilità di EBF (RRR = 1.8) e di MF (RRR = 2.2). Le madri di età inferiore ai 25 anni mostravano un tasso di EBF inferiore (44%) e praticavano l'FF quasi tre volte di più rispetto agli altri gruppi di età; - congedo parentale: la disponibilità del congedo parentale (inclusa la disponibilità del congedo del partner) è risultata positivamente associata a una maggiore probabilità di EBF (RRR = 3.3).
Tra i fattori negativamente associati (barriere) si sono evidenziati: malattia mentale materna e condizioni mediche materne tra cui la chirurgia mammaria e l'ipertensione materna sono state marginalmente associate a una minore probabilità di EBF. L'uso di accessori per l'allattamento (come tiralatte o paracapezzoli) non è risultato significativamente associato alla cessazione o per contro al miglioramento del tipo di alimentazione infantile. Tuttavia, l'uso del tiralatte era associato al mantenimento dell'alimentazione mista per tutto il periodo di osservazione (73% delle donne che mantenevano l'MF utilizzavano un tiralatte). I neonati alimentati con MF ricevevano un volume mediano giornaliero di formula pari a 270 mL, che costituiva circa un terzo del volume mediano somministrato ai neonati alimentati esclusivamente con formula (845 mL). Le conclusioni dello studio sottolineano che i tassi di EBF si riducono notevolmente nel primo mese post-partum. I risultati suggeriscono che i fattori socio-demografici (età materna avanzata, istruzione universitaria, congedo parentale) sono positivamente correlati all'EBF, mentre condizioni cliniche materne (malattia mentale, ipertensione, chirurgia mam-

maria) fungono da barriere. Gli Autori propongono la necessità di implementare interventi individuali e comunitari, educare i professionisti sanitari sui fattori che ostacolano l'allattamento e promuovere politiche governative e sociali che supportino e proteggano l'allattamento, come un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata. Interventi educativi individualizzati sono raccomandati in particolare per le popolazioni vulnerabili (giovani madri, madri con basso livello di istruzione o patologie).
° Reyes-Lacalle A et al: The Green Mother Group. Characteristics, Preventive Factors, and Barriers to Breastfeeding and Mixed Feeding in the First Month of Life in Barcelona: The Multicenter Observational Study GREEN MOTHER. Nutrients. 2025 Sep 30;17(19):3109. doi: 10.3390/ nu17193109. PMID: 41097185; PMCID: PMC12526228.
1. Nutrizione del caregiver e cure responsive: una revisione esplorativa
La ricerca riguardante lo sviluppo della prima infanzia si è concentrata quasi sempre sulla salute del bambino, sulla nutrizione e sugli stimoli che riceve. È stata prestata meno attenzione al ruolo della nutrizione del caregiver nel modellarne i comportamenti di cura. Una nutrizione subottimale del caregiver può compromettere sia la capacità di fornire cure responsive che la nutrizione del bambino. Questa revisione esplorativa mirava a riassumere dunque le prove esistenti sul legame tra la nutrizione del caregiver, le cure responsive e le opportunità di apprendimento precoce. Le ricerche in database (Medline) e attraverso citazioni hanno prodotto 23 articoli che soddisfacevano i criteri di inclusione (n = 17 osservazionali; n = 6 trial controllati randomizzati [RCT]). La maggior parte (n = 15) è stata condotta in paesi a basso e medio reddito. Gli studi osservazionali hanno misurato l'antropometria dei caregiver (n = 8), l'assunzione alimentare/diversità/qualità (n = 6), l'anemia (n = 6) e lo stato della vitamina B6 (n = 1). Gli RCT hanno integrato in donne in gravidanza e/o nel periodo postparto ferro (n = 2), micronutrienti multipli (n = 2), olio di pesce (n = 1) e snack. La maggior parte degli articoli (n = 18) ha misurato la cura attraverso osservazioni dal vivo o registrate in video delle interazioni tra caregiver e bambino; i restanti hanno utilizzato misure auto-riportate dai caregiver riguardanti lo stimolo o il legame/rapporto caregiver-bambino. Nel complesso, diete subottimali, insicurezza alimentare, sotto- e sovrappeso dei caregiver, anemia e basso livello di vitamina B6 erano associati a una cura meno responsiva e a minori opportunità di apprendimento precoce. Fornire ai caregiver anemici o in situazione di insicurezza alimentare integratori di ferro o alimentari modificava positivamente le interazioni tra caregiver e bambino. Gli studi di supplementazione che non miravano specificamente ai caregiver malnutriti non hanno rilevato effetti sui comportamenti di cura. Sono necessarie ulteriori ricerche mirate specificamente ai caregiver malnutriti per comprendere come gli interventi nutrizionali possano migliorare le cure. Gli interventi volti a migliorare la cura affettuosa dovrebbero considerare sia la nutrizione del caregiver sia quella del bambino come possibili obiettivi per migliorare complessivamente gli outcomes.
° Taryn J. Smith, et al. Caregiver nutrition and nurturing care: a scoping review. Maternal & Child Nutrition, 2025; 21:e70058.
1. Esplorare le sfide nell'uso diffuso delle terapie basate su GLP-1 per adolescenti e giovani adulti
Questo editoriale analizza i principali ostacoli all'adozione diffusa dei farmaci GLP-1 (come semaglutide e tirzepatide) per il trattamento dell'obesità nei giovani. Sebbene questi farmaci abbiano un enorme potenziale nel ridurre il peso e mitigare le condizioni croniche legate all'obesità, specialmente in popolazioni giovani e vulnerabili, gli autori evidenziano diverse sfide significative. Una delle prime sfide riguarda la pratica clinica e la sicurezza a lungo termine. In primis c'è una carenza di endocrinologi pediatri, il che porta i pediatri generici a esitare nel prescrivere queste terapie senza un adeguato supporto specialistico. Inoltre, i dati della sicurezza a lungo termine sono limitati. Le evidenze attuali si basano su follow-up di poco più di un anno, un asse temporale breve rispetto a un potenziale utilizzo decennale. Inoltre, molte giovani ragazze che iniziano queste terapie potrebbero successivamente affrontare una gravidanza, ma le informazioni sulla sicurezza di questi farmaci in tale contesto sono limitate. Anche i dati sull'efficacia nel "mondo reale" sono limitati in quanto provengono da studi clinici con partecipanti altamente selezionati. È probabile che nel mondo reale l'efficacia sia inferiore e i tassi di interruzione della terapia siano più alti. La probabile interruzione della terapia potrebbe portare a ulteriori complicazioni, come il recupero del peso, anche se sono disponibili solo dati provenienti da studi sugli adulti (STEP 1 e SURMOUNT-4), che indicano che l'interruzione improvvisa dei GLP-1 causa un rapido e clinicamente significativo recupero del peso, annullando i benefici cardiometabolici. Un secondo ostacolo cruciale è di natura economica e assicurativa, soprattutto per i costi proibitivi, che negli Stati Uniti d'America sono correlati alla possibilità di avere una copertura assicurativa sanitaria. Di fronte a queste sfide, gli autori suggeriscono diversi approcci:
1. Trasparenza: i medici devono informare pazienti e famiglie sull'attuale mancanza di dati di sicurezza a lungo termine e sull'alto potenziale di recupero del peso in caso di interruzione, anche per il possibile rischio di perdere la copertura assicurativa negli Stati Uniti.
2. Trattamenti comportamentali: è necessaria una maggiore disponibilità di trattamenti intensivi sullo stile di vita e sul comportamento, complemento fondamentale alla terapia farmacologica.
3. Alternative a basso costo: si dovrebbe considerare l'uso di altri farmaci anti-obesità approvati dalla FDA e a basso costo, come la fentermina (con o senza topiramato). Questi farmaci, pur mancando un confronto diretto con i GLP-1, hanno dimostrato efficacia e sono più costo-efficaci e meno "finanziariamente tossici" per le famiglie nel lungo periodo.
° Luo J et al: Exploring Challenges With Widespread Use of GLP-1-Based Therapies for Adolescents and Young Adults. JAMA Pediatr. 2025 Oct 1;179(10):1061-1063. doi: 10.1001/jamapediatrics.2025.2469. PMID: 40758378.
2. Proporzione di manifestazioni cliniche attribuibili ad obesità e sovrappeso nei giovani statunitensi Gran parte delle condizioni metaboliche e cardiovascolari nei giovani statunitensi è attribuibile all'obesità, con effetti già evi-

denti in adolescenza. Gli autori sottolineano che la prevenzione e il trattamento precoce dell'obesità potrebbero ridurre in modo sostanziale l'incidenza di molte patologie croniche e i relativi costi sanitari futuri. Interventi comportamentali, farmacologici (inclusi gli agonisti del recettore GLP-1) e chirurgici potrebbero avere un impatto rilevante. Lo studio è trasversale e utilizza dati combinati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) 2013-2023. Sono stati inclusi adolescenti (12-17 anni) e giovani adulti (18-25 anni) con dati completi su altezza e peso; sono stati esclusi soggetti sottopeso e donne in gravidanza. Le condizioni analizzate includono prediabete, diabete di tipo 2, ipertensione, dislipidemia, asma, steatosi epatica, iperfiltrazione renale, incontinenza urinaria da sforzo e apnea ostruttiva del sonno. Per ciascuna malattia, gli autori hanno calcolato il rischio relativo aggiustato (aRR) e la frazione attribuibile alla popolazione (PAF), ovvero la percentuale di casi dovuti a obesità o sovrappeso, controllando per età, sesso, copertura assicurativa e accesso alle cure. Il campione rappresentava circa 25 milioni di adolescenti e 31 milioni di giovani adulti. Tra gli adolescenti, il 18.7% era in sovrappeso e il 22.3% obeso; tra i giovani adulti, rispettivamente 25.8% e 29.7%. Le prevalenze di malattie correlate all'obesità variavano dallo 0.3% per il diabete di tipo 2 fino al 36% per la steatosi epatica. Le PAF dovute all'obesità erano elevate: negli adolescenti, dal 10% (asma) al 50% (steatosi epatica); nei giovani adulti, dal 10% (asma) al 79% (diabete di tipo 2). Le PAF dovute al sovrappeso risultavano inferiori ma comunque significative: negli adolescenti, tra 6% (asma) e 13% (steatosi epatica); nei giovani adulti, tra 10% (ipertensione) e 21% (steatosi epatica). Come limiti, lo studio è osservazionale e trasversale, quindi non dimostra causalità. Altri limiti riguardano l'uso di dati auto-riportati, possibili errori nella classificazione del diabete e fattori confondenti non misurati. Il lavoro mostra che obesità e sovrappeso sono responsabili di una quota rilevante di malattie croniche tra i giovani americani, confermando l'urgenza di strategie di prevenzione efficaci e accessibili.
° Chetty AK et al: Proportion of Obesity-Related Conditions Attributable to Obesity and Overweight in US Youth. JAMA Pediatr. 2025 Oct 1;179(10):1123-1126. doi: 10.1001/jamapediatrics.2025.2716. PMID: 40853652; PMCID: PMC12379120.
3. Tiny Bites, un intervento di salute digitale realizzato nei servizi educativi per la prima infanzia per supportare educatori e caregiver nella prevenzione dell'obesità infantile: protocollo di studio per un trial controllato randomizzato a cluster L'articolo presenta il protocollo dello studio Tiny Bites, un trial controllato randomizzato a cluster progettato per valutare l'efficacia di un intervento digitale volto a prevenire l'obesità infantile attraverso il coinvolgimento congiunto dei servizi educativi per la prima infanzia (Early Childhood Education and Care - ECEC) e dei caregiver principali. Il razionale dello studio si fonda sull'evidenza che i primi due anni di vita costituiscono un periodo critico per lo sviluppo delle preferenze alimentari e per la definizione delle traiettorie di crescita. Nonostante l'importanza di questa fase, vi è una scarsità di interventi strutturati che combinino il ruolo educativo dei servizi ECEC con il sostegno ai caregiver familiari. Parallelamente, numerosi studi riportano difficoltà diffuse nell'adesione alle linee guida nutrizionali per i lattanti e nella messa in atto di pratiche di "responsive feeding", considerate protettive rispetto al rischio di sovrappeso. Il programma Tiny
Bites si propone di colmare queste lacune offrendo un intervento digitale della durata di 18 mesi, rivolto a educatori e genitori di bambini tra i 4 e i 12 mesi residenti nella regione di Hunter New England (Australia). Gli educatori ECEC ricevono formazione online, un'autovalutazione guidata, materiali per l'implementazione e il supporto di un facilitatore. I caregiver, invece, ricevono messaggi SMS personalizzati in base all'età del bambino, newsletter mensili e l'accesso a una piattaforma digitale contenente risorse sull'alimentazione infantile e sulle pratiche di alimentazione responsiva. Lo studio prevede il coinvolgimento di circa 60 servizi ECEC e 540 coppie caregiver–bambino. L'outcome primario è il cambiamento dello z-score del BMI (zBMI) a 18 mesi dall'inizio dell'intervento, confrontato con un gruppo di controllo che riceverà la normale assistenza prevista nei servizi ECEC. Gli outcome secondari includono la durata dell'allattamento, l'assunzione di frutta, verdura e cibi discrezionali, l'adozione di comportamenti di alimentazione responsiva da parte dei caregiver, la qualità delle politiche nutrizionali dei servizi educativi e la valutazione di eventuali effetti avversi. Il protocollo integra, inoltre, un'analisi economica per valutare i costi di sviluppo, implementazione e potenziale scalabilità del programma, con una stima del rapporto costo-efficacia. È prevista anche un'estesa valutazione di processo, volta a esplorare la partecipazione, l'accettabilità, la fattibilità e la fedeltà di implementazione dell'intervento. Nel complesso, Tiny Bites rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di integrare in un'unica strategia digitale l'ambiente di cura formale e quello familiare nei primi mesi di vita del bambino, con l'obiettivo di influenzare positivamente le pratiche alimentari e prevenire l'insorgenza precoce dell'obesità. I risultati, una volta completato il trial, potranno fornire indicazioni rilevanti per la definizione di politiche di salute pubblica e per interventi su larga scala nei servizi per la prima infanzia.
° Yoong SL et al: Tiny Bites, a digital health intervention delivered in early childhood education and care centres to support educators and caregivers to prevent childhood obesity: study protocol for a cluster randomised controlled trial. BMJ Open. 2025 Nov 23;15(11):e106436. doi: 10.1136/bmjopen-2025-106436. PMID: 41285505; PMCID: PMC12645655.
1. Politiche contro pratica: le pratiche alimentari scolastiche non rispecchiano le linee guida per un'alimentazione sana nelle scuole primarie della Nuova Zelanda L'articolo analizza quanto le politiche ufficiali scolastiche relative all'alimentazione nelle scuole primarie della Nuova Zelanda siano effettivamente messe in pratica nelle mense scolastiche. Gli autori partono dal fatto che esiste una guida ministeriale – la "Healthy Food and Drink Guidance for Schools" – che definisce vari criteri nutrizionali usando un sistema "semaforo": i cibi "verdi" sono nutrienti, quelli "ambra" hanno un valore nutrizionale intermedio, mentre i "rossi" sono poco salutari (ad esempio ricchi di zuccheri, grassi saturi o sale). Secondo questa guida, le scuole dovrebbero offrire per almeno il 75% delle opzioni alimentari cibi verdi e limitare fortemente quelli rossi. Per studiare la situazione reale, i ricercatori hanno raccolto dati tramite un sondaggio su 239 scuole elementari in Nuova Zelanda, con domande alle dirigenze su politiche alimentari e pratiche scolasti-

che. Parallelamente, hanno ottenuto i menu di mensa di 80 di queste scuole per analizzare che tipo di alimenti venivano effettivamente offerti. Dal sondaggio risulta che la maggior parte delle scuole (76.2%) dichiara di avere una politica formale per alimenti e bevande salutari, e ben l'87.4% afferma di promuovere un'alimentazione sana nelle ore scolastiche. Tuttavia, quasi due terzi (69.5%) delle scuole segnalano delle barriere all'implementazione di queste politiche: tra le principali ci sono la convenienza dei cibi pronti (39.3%) e la resistenza dei genitori (34.3%). Quando gli autori hanno analizzato i menù, hanno scoperto una discrepanza significativa tra le politiche dichiarate e la realtà dell'offerta: solo il 16.4% degli alimenti nei menu sono classificati come "verdi", mentre il 34.7% è "ambra" e il 36.8% "rossa". Non è stata osservata alcuna correlazione significativa tra la presenza di una politica scolastica salutare e la proporzione di cibi verdi, ambrati o rossi nei menu. Inoltre, anche nelle scuole che affermano di avere una politica "solo latte semplice e acqua", più di un terzo (38,9%) dei loro menu include bevande zuccherate, contraddicendo direttamente la loro politica. Gli autori interpretano questi risultati come un segnale che, pur esistendo buone intenzioni a livello politico (policy), nella pratica (practice) l'applicazione è debole o inefficace. Le barriere non sembrano essere solo di tipo dichiarativo: il semplice fatto di avere una politica non garantisce che venga tradotta in scelte salutari nei menu. A loro avviso, fattori sistemici più profondi - come i costi, la praticità dei cibi pronti, l'influenza dei genitori e la priorità data dalle scuole - giocano un ruolo chiave nel modello di offerta alimentare. Infine, gli autori suggeriscono che per migliorare la qualità dell'offerta alimentare scolastica non sia sufficiente solo scrivere politiche: servono interventi più complessi e strutturati, con monitoraggio, feedback, sostegno alle scuole (finanziario e formativo) e coinvolgimento attivo di genitori e operatori della mensa. Solo così si può cercare di colmare il divario tra quello che le scuole affermano di volere e quello che effettivamente offrono agli alunni.
° Pillay D et al: Policy v. practice: school food practices do not reflect healthy food guidance in New Zealand primary schools. Public Health Nutr. 2025 Oct 20;28(1):e184. doi: 10.1017/S1368980025101341. PMID: 41114431; PMCID: PMC12722081.
2. Impatto di un intervento di produzione alimentare domestica sull'anemia e sulle carenze di micronutrienti tra donne e bambini nelle aree rurali del Bangladesh: uno studio controllato randomizzato a grappolo Le carenze di micronutrienti colpiscono oltre la metà dei bambini piccoli e due terzi delle donne in età fertile in tutto il mondo. Gli interventi agricoli hanno il potenziale di aumentare l'assunzione di alimenti ricchi di nutrienti e quindi migliorare lo stato nutrizionale. È stato valutato l'impatto di un programma di produzione alimentare domestica (HFP) sullo stato dei micronutrienti e sull'anemia in donne e in bambini, nel trial Food and Agricultural Approaches to Reducing Malnutrition (FAARM), valutando inoltre anche il suo impatto sulla infiammazione. È stato condotto uno studio controllato randomizzato a cluster parallelo 1:1 a Sylhet, Bangladesh, con 96 cluster. L'intervento HFP della durata di 3 anni includeva componenti di giardinaggio, allevamento di pollame, nutrizione e igiene. Nel 2015 è stata condotta l'indagine di base. Sono stati arruolate 2.705 donne e i loro figli fino a 3 anni di età e nel 2019 sono stati valutati gli impatti su anemia, ferro, vitamina A, zinco e stato di infiammazione attraverso prelievi
ematici in queste donne (età compresa tra 19 e 44 anni) e nei loro bambini di 6-37 mesi, utilizzando la regressione multilivello. L'anemia era comune (donne non gravide: 20%, donne in gravidanza: 35%, bambini: 16%), mentre la carenza di ferro era rara tra le donne non gravide (3%), 12% tra le donne in gravidanza e 20% tra i bambini. La carenza di vitamina A variava dall'1% al 5%, e la carenza di zinco era molto comune (donne non gravide: 43%, donne in gravidanza: 69%, bambini: 25%). Non sono state riscontrate evidenze sull'impatto dell'intervento sullo stato dei micronutrienti, sull'anemia o sull'infiammazione tra le 2.483 donne e i 930 bambini studiati. I miglioramenti moderati nell'apporto alimentare raggiunti dall'intervento non sono quindi stati sufficienti, e potrebbero essere necessari miglioramenti igienici più sostanziali e modifiche mirate della dieta per migliorare lo stato dei micronutrienti.
° Amanda S. Wendt, et al. Impacts of a homestead food production intervention on anaemia and micronutrient deficiencies among women and children in rural Bangladesh: A cluster‐randomized controlled trial. Maternal & Child Nutrition, 2025; 21:e70043.
3. Alimenti ultra-processati e malattie respiratorie e allergiche nei bambini: evidenze epidemiologiche e meccanismi d'azione
Gli alimenti ultra-processati (UPF) sono formulazioni industriali contenenti pochi o nessun alimento integrale e numerosi ingredienti sintetici come additivi, emulsionanti e dolcificanti. Il loro consumo è aumentato drasticamente, rappresentando quasi il 45% dell'apporto calorico giornaliero dei bambini di tre anni. Numerose evidenze hanno già collegato gli UPF a obesità e disturbi cardiometabolici; questo lavoro si concentra invece sul loro potenziale ruolo nelle malattie respiratorie e allergiche pediatriche. A tal fine, è stata condotta una ricerca strutturata della letteratura nel database PubMed, includendo articoli pubblicati tra il 2006 e il 2025, selezionati in base alla loro rilevanza rispetto all'associazione tra consumo di UPF e asma, respiro sibilante o allergie alimentari nella popolazione pediatrica. Sono stati identificati quattro studi di coorte su asma e respiro sibilante, condotti principalmente in Brasile e Spagna, e due studi trasversali - tra cui uno multicentrico globale. Inoltre, sono stati trovati quattro studi pediatrici sulle allergie alimentari provenienti dall'Europa e dal Sud America, comprendenti due studi di coorte e due studi trasversali. I risultati ricavati mostrano un'associazione consistente tra elevato consumo di UPF e maggiore rischio di asma, wheezing ricorrente e allergie alimentari. In particolare, gli studi spagnoli e brasiliani hanno evidenziato un aumento significativo della prevalenza di sintomi respiratori nei bambini con diete ricche di UPF, mentre indagini multicentriche hanno collegato il consumo frequente di fast food ad un incremento di asma grave, rinite ed eczema. Ad esempio, nello studio SENDO spagnolo, i bambini nel tertile più alto di consumo di UPF mostravano un rischio 2.77 volte maggiore di asma diagnosticata.
I meccanismi biologici proposti sono molteplici:
- Disbiosi del microbiota intestinale e riduzione degli acidi grassi a catena corta, fondamentali per l'integrità della barriera epiteliale e la regolazione immunitaria.
- Compromissione della barriera intestinale e respiratoria, con maggiore permeabilità e traslocazione di antigeni e prodotti microbici.
- Infiammazione cronica mediata dall'asse AGE–RAGE, dovu-

ta agli advanced glycation end products. Questi sono composti dannosi che si formano durante le lavorazioni industriali quando alcuni zuccheri reagiscono in modo non enzimatico con proteine o lipidi, alterandone struttura e funzione.
- Alterazioni immunitarie con polarizzazione verso un profilo Th2, favorendo la sensibilizzazione allergica.
- Effetti indiretti attraverso obesità e carenze di micronutrienti, che amplificano la vulnerabilità immunitaria e respiratoria. Il lavoro sottolinea anche il ruolo degli additivi alimentari (emulsionanti, dolcificanti artificiali) nel danneggiare la barriera intestinale e alterare il microbiota, e quello dell'obesità correlata agli UPF come fenotipo distinto di asma, caratterizzato da infiammazione non eosinofila e scarsa risposta ai corticosteroidi. Inoltre, si ipotizza un impatto epigenetico precoce, con modificazioni durature dell'espressione genica che aumentano il rischio di malattie allergiche e respiratorie. In conclusione, le evidenze epidemiologiche e meccanicistiche, seppur principalmente osservazionali, supportano un legame tra consumo di UPF e malattie respiratorie e allergiche nei bambini, sebbene siano necessari ulteriori studi longitudinali e interventistici per confermare la causalità. Nel frattempo, la promozione di modelli alimentari con assunzione di cibi freschi e minimamente processati, come la dieta mediterranea, appare una strategia preventiva fondamentale per proteggere la salute respiratoria e immunitaria pediatrica. Ovviamente sarebbe importante anche l'implementazione di politiche di salute pubblica per ridurre l'accesso agli UPF.
° Miraglia del Giudice, M.; et al. Ultra-Processed Foods and Respiratory and Allergic Diseases in Childhood: Epidemiological Evidence and Mechanistic Insights. Nutrients 2025, 17, 3269.
1. Alimenti commerciali per bambini: nutrizione, marketing e motivazioni all'uso: una revisione narrativa Gli alimenti commerciali per bambini (CBF commercial baby food) sono spesso inadeguati dal punto di vista nutrizionale e/o ricchi di zuccheri; possono contribuire a diete povere che potrebbero influire sulle preferenze a lungo termine nei lattanti e nei bambini piccoli. Un crescente numero di ricerche su questi alimenti per l'infanzia ha segnalato problematiche relative alla composizione nutrizionale, al marketing e all'etichettatura. Le linee guida del governo del Regno Unito aderiscono alle raccomandazioni dell'OMS sull'allattamento esclusivo per 6 mesi. Le formule artificiali sono raccomandate per i neonati non allattati o allattati parzialmente. Dopo i 6 mesi, il Comitato Scientifico Consultivo sulla Nutrizione (SACN) raccomanda che i bambini seguano una dieta varia a base di cibi fatti in casa, iniziando con verdure meno dolci. Dall'età di 1-2 anni, alimenti, sapori e consistenze dovrebbero continuare a essere diversificati e la guida Eatwell dovrebbe essere ampiamente applicata entro i 2 anni. Le raccomandazioni della Public Health England (PHE) si sono concentrate sul miglioramento della composizione nutrizionale dei CBF riducendo lo zucchero, in particolare negli snack. Inoltre, hanno sottolineato la necessità di limitare le pratiche di marketing fuorvianti, in particolare quelle che contraddicono le raccomandazioni di salute pubblica per l'alimentazione complementare, e di ridurre l'uso di indicazioni nutrizionali e dichiarazioni "health halo". L'obiettivo, pertanto, degli Autori di questa
revisione era quello di esaminare e consolidare le prove sugli alimenti commercializzati per bambini da 0 a 36 mesi nel Regno Unito, in Europa, in Australia e in Nuova Zelanda per orientare la politica del Regno Unito evidenziando le problematiche chiave dell'attuale offerta al dettaglio. È stata condotta una ricerca sistematica su PubMed e Web of Science su tre argomenti: (1) composizione nutrizionale, profilo aromatico e consistenza, (2) marketing ed etichettatura e (3) scelta e preferenze dei genitori. Gli studi sui CBF sono stati inclusi se condotti in inglese in paesi e fasce d'età specifici e pubblicati tra il 2019 e il 2024. Dei 3143 studi esaminati, 31 articoli completi sono stati suddivisi in tre argomenti e sottoposti a revisione. Argomento 1: di tutti i prodotti campionati, il 56% erano frullati e il 18% erano snack. Il contenuto medio di zucchero per 100 g era di 10,4 g nelle puree, 20,3 g negli snack e 14.7 g nei cereali. Quasi la metà di tutti i prodotti conteneva zuccheri aggiunti o liberi ( n = 13 studi) e il 62% se si considerano solo gli snack ( n = 6 studi). Argomento 2: 6 studi su 9 riportavano affermazioni "senza zuccheri aggiunti" e 8 studi hanno riportato affermazioni relative alla salute o alla nutrizione. Argomento 3: tutti gli studi hanno riportato che salute/sviluppo/ nutrizione erano motivazioni per l'acquisto di CBF e il 75% ha menzionato "piacere del bambino", "praticità/tempo" e "sicurezza". Puree e snack dominano il mercato dei CBF e sono spesso ricchi di zuccheri. Le affermazioni di marketing sono fuorvianti e sfruttano le paure dei genitori per motivare l'uso. Le linee guida esistenti non vengono utilizzate dai produttori di alimenti per l'infanzia. È necessario rafforzare le politiche, le normative e i consigli sull'alimentazione complementare per migliorare le pratiche di alimentazione complementare e ridurre la prevalenza di esiti negativi per la salute, come l'obesità e le malattie non trasmissibili.
° Brand-Williamson, J.et al (2025), Commercial Baby Foods: Nutrition, Marketing and Motivations for Use—A Narrative Review. Maternal & Child Nutrition, 21: e70059. https://doi.org/10.1111/mcn.70059
2. Profitti prima della salute? Il governo Neozelandese rifiuta standard più severi di commercializzazione per la formula artificiale e le pressioni che lo sostengono Il rifiuto della Nuova Zelanda di aggiornare gli standard sulla formula artificiale evidenzia come le pressioni delle ditte produttrici possano prevalere sulle politiche basate sull'evidenza, concepite per proteggere la salute dei neonati. Molte strategie di potenti multinazionali sono progettate per espandere i mercati delle formule (CMF commercial milk food). Nel presente articolo gli Autori presentano le prove di questa influenza e del crescente conflitto tra la tutela della salute infantile e i profitti aziendali, sottolineando la decisione del governo neozelandese alla fine del 2024 di non aderire alle nuove normative sulla formula artificiale con l'Australia. Food Standards Australia New Zealand (FSANZ) è l'ente governativo responsabile della definizione di standard alimentari congiunti per Australia e Nuova Zelanda: questo ente regola la composizione, l'etichettatura e la vendita di prodotti per lattanti. Il termine "prodotti per lattanti" include la formula artificiale (per età 0-12 mesi), la formula di proseguimento (612 mesi) e i prodotti per scopi medici speciali (ad esempio per allergie). L'industria della dormula artificiale per lattanti si è fortemente opposta alle proposte di limitare le vendite di formule e alle dichiarazioni sulle confezioni, di fatto violando il Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte

Materno, con espansione della propria gamma di prodotti per includere formule per scopi medici speciali e latti per la prima infanzia. Nonostante le decisioni basate sull'evidenza di FSANZ di migliorare l'etichettatura, limitare le indicazioni sulla salute e rafforzare la tutela dei consumatori, la Nuova Zelanda si è piegata alle pressioni di lobbying di aziende chiave che avevano citato rischi per le esportazioni, l'occupazione e il futuro sviluppo dei prodotti. Le attività di lobbying di queste aziende hanno preso di mira il Primo Ministro e i ministri, dimostrando un notevole livello di accesso e influenza. Questo caso mette in luce le debolezze delle leggi neozelandesi sulla trasparenza politica, dove non esistono registri obbligatori per le attività di lobbying né obblighi di rendicontazione. Gli Autori concludono che è fondamentale che i governi prendano decisioni politiche senza l'influenza dell'industria degli alimenti per l'infanzia e forniscono una solida argomentazione a favore di una migliore regolamentazione delle attività di lobbying aziendale. Garantire che le decisioni in materia di alimentazione infantile non siano influenzate dal marketing commerciale è fondamentale per la salute della popolazione. La salute dei neonati e dei bambini piccoli deve avere la priorità sul profitto.
° Hull N. et al: Profits Before Health? New Zealand Government Rejection of Stricter Infant Formula Marketing Standards and the Lobbying Behind It. Matern Child Nutr. 2025 Oct;21(4):e70087. doi: 10.1111/mcn.70087. Epub 2025 Aug 6. PMID: 40767270; PMCID: PMC12454186.
1. Politiche e pratiche alimentari nei servizi educativi per la prima infanzia nel Regno Unito: una revisione esplorativa Lo studio analizza il panorama delle politiche alimentari, delle pratiche e della fornitura di cibo nei contesti dell'educazione e cura della prima infanzia (Early Childhood Education and Care, ECEC) nel Regno Unito, applicando il modello socio-ecologico per identificare a quali livelli (individuale, organizzativo, comunitario, politico) le variabili influenzino ciò che viene offerto ai bambini. La revisione ha incluso ventiquattro studi, la maggior parte qualitativi o trasversali, condotti prevalentemente in Inghilterra e in misura minore in Scozia; non sono invece stati rilevati studi per Galles o Irlanda del Nord. I risultati evidenziano che, sebbene molte strutture dichiarino di seguire politiche alimentari formali e di approvare buone pratiche relative ai pasti, vi è una discrepanza tra ciò che si dichiara e ciò che concretamente viene offerto in termini di composizione nutrizionale e aderenza a linee guida sanitarie. Tra i principali ostacoli emergono il costo del cibo più sano, la carenza di personale e formazione specifica, la scarsa consapevolezza delle linee guida disponibili e la priorità di risorse e tempo limitate. Le strutture più rappresentate erano gli asili nido (nurseries) rispetto a preschools o childminders, e all'interno del modello socio-ecologico i risultati erano concentrati maggiormente sul livello organizzativo delle strutture educative. Gli autori concludono che è necessaria una maggiore ricerca che esplori più ampiamente i diversi livelli di influenza, nonché un intervento politico e strutturale che supporti concretamente i contesti ECEC tramite standard alimentari più chiari, pasti gratuiti nei contesti educativi e formazione nutrizionale accessibile al personale.
° Turner A et al: Food policy, practice and provision in UK early childhood education and care: a scoping review. Public Health Nutr. 2025 Oct 13;28(1):e176. doi: 10.1017/S1368980025101298. PMID: 41077739; PMCID: PMC12722074.
2. Le opinioni del personale scolastico sui pasti universali gratuiti negli Stati Uniti Durante la pandemia di COVID-19, negli Stati Uniti sotto la supervisione del U.S. Department of Agriculture (USDA) tutte le scuole pubbliche poterono offrire pasti gratuiti a tutti gli studenti, indipendentemente dal reddito familiare, nell'ambito della politica denominata "Universal Free Meals" (UFM). La politica si è conclusa a giugno 2022. Lo studio ha sondato le opinioni del personale scolastico in due grandi aree metropolitane dell'Arizona, subito dopo la fine del programma (settembre-ottobre 2022). Sono state raccolte risposte da 1.255 addetti tra insegnanti, personale della mensa, amministratori e altri, tramite un questionario online che proponeva sia domande a risposta chiusa che aperte. I risultati mostrano un sostegno molto forte alla misura: il 93% del personale ha espresso un giudizio favorevole verso la UFM, in maniera omogenea tra i diversi ruoli scolastici e indipendentemente dall'orientamento politico. Dall'analisi qualitativa è emerso che il personale ritiene che pasti gratuiti universali abbiano aiutato a coprire bisogni fondamentali degli studenti, hanno ridotto lo stigma connesso al ricevere pasti "gratuiti" e hanno alleggerito la pressione sugli insegnanti e sul personale, che spesso dovevano intervenire personalmente per offrire cibo agli alunni bisognosi. Allo stesso tempo, però, sono emerse delle criticità: alcuni segnalano problemi sulla qualità del cibo offerto, sprechi alimentari rilevanti e tempi troppo stretti per il pranzo che incidono sull'esperienza dello studente. In conclusione, lo studio suggerisce che, nonostante le difficoltà operative, la politica dei pasti gratuiti universali viene vista con favore dal personale scolastico ed è considerata importante per migliorare l'equità alimentare nelle scuole. Le opinioni raccolte offrono elementi utili per valutare e progettare future iniziative simili negli Stati Uniti e in altri contesti.
° Martinelli S et al: School staff perspectives on Universal Free Meals in the USA. Public Health Nutr. 2025 Sep 25;28(1):e173. doi: 10.1017/ S1368980025101171. PMID: 40995619; PMCID: PMC12722065..
3. Stato nutrizionale dei bambini egiziani con allergia al latte vaccino: uno studio caso-controllo
L'allergia alle proteine del latte vaccino sta diventando sempre più diffusa, causando seri problemi di salute ai bambini di tutto il mondo. In questo studio gli Autori valutano le misure antropometriche, i parametri ematologici e gli indicatori nutrizionali dei bambini egiziani con allergia al latte vaccino rispetto ai controlli sani e valutano se queste variabili abbiano relazioni specifiche di genere.
Nello studio sono stati inclusi bambini con anamnesi clinicamente comprovata di sensibilità al latte vaccino non IgE-mediata e alle sue frazioni proteiche, e risultati positivi al latte vaccino nel test di provocazione, mentre bambini sani senza allergie alimentari sono stati considerati come gruppo di controllo. Sono stati raccolti e valutati i dati demografici, le caratteristiche cliniche, le misure antropometriche, i parametri ematologici e l'assunzione di cibo dei pazienti.
Lo studio ha coinvolto 102 bambini con allergia alle proteine

del latte vaccino e 100 controlli, di età compresa tra 4.62 e 8.5 anni. Mentre il 72.5% dei bambini con allergia alle proteine del latte vaccino aveva un'altezza normale, il 61.8% aveva un peso alterato e il 49% aveva un IMC (indice di massa corporea) basso. I bambini con allergia alle proteine del latte vaccino hanno mostrato riduzioni significative dei livelli di ferro associate a diminuzioni dei parametri ematologici; presentavano, inoltre, livelli significativamente carenti di calcio, magnesio e vitamina D rispetto ai controlli, ma non c'erano differenze significative per quanto riguarda i livelli di fosfato e zinco. Il gruppo con allergia alle proteine del latte vaccino ha rivelato significative differenze negli indicatori antropometrici tra maschi e femmine e differenze significative tra i sessi nei livelli dimostratesi carenti di Hb, volume corpuscolare medio, calcio, zinco e vitamina D, mentre non sono state rilevate differenze significative tra i livelli carenti di ferro e di emoglobina corpuscolare media. La regressione logistica ha dimostrato che nessuno dei fattori studiati aveva un potenziale predittivo per distinguere tra pazienti con allergia alle proteine del latte vaccino e partecipanti di controllo. Gli Autori concludono affermando che i bambini affetti da allergia alle proteine del latte vaccino hanno mostrato una crescita compromessa e parametri ematologici e indicatori nutrizionali significativamente ridotti, sottolineando l'importanza di un monitoraggio nutrizionale personalizzato per garantire un adeguato apporto di nutrienti e una crescita adeguata.
° Gamal M et al: Nutritional status of Egyptian children with cow's milk allergy: A case-control study. Early Hum Dev. 2026 Jan;212:106400. doi: 10.1016/j.earlhumdev.2025.106400. Epub 2025 Oct 5. PMID: 41161213.
4. Consumo di gruppi alimentari sani e non sani selezionati e associazioni con lo stato nutrizionale tra i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni nel Ghana Settentrionale
Molti bambini nei paesi a basso e medio reddito devono far fronte alla coesistenza di molteplici forme di malnutrizione; si stima che il 56% dei bambini in età prescolare (6-59 mesi) a livello globale e il 62% nell'Africa subsahariana presentino almeno una carenza di micronutrienti (vitamina A, ferro o zinco). Questo studio trasversale ha descritto la prevalenza e la frequenza del consumo di frutta, verdura, bevande zuccherate, snack salati e snack dolci tra i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni nel Ghana settentrionale; ha identificato i fattori associati al consumo; ha esaminato le relazioni tra consumo e stato nutrizionale. Le famiglie sono state reclutate da cluster urbani e rurali nei distretti di Tolon e Kumbungu. I dati dietetici dei bambini (2-5 anni; n = 243) sono stati raccolti utilizzando un questionario modellato sullo strumento STEPS dell'OMS. Sono stati valutati l'altezza, il peso, l'emoglobina e le concentrazioni di biomarcatori di micronutrienti ( n = 125) dei bambini. Gli obiettivi erano di 1) descrivere la prevalenza e la frequenza di consumo di frutta, verdura, frutta secca a guscio e snack salati e dolci tra i bambini di età compresa tra i 2 e i 5 anni; 2) identificare i fattori predittivi individuali, materni e familiari del consumo di questi gruppi alimentari; e 3) determinare se il consumo di questi gruppi alimentari predice lo stato nutrizionale (ovvero, misure antropometriche e stato dei micronutrienti). In una settimana tipo, la maggior parte dei bambini consumava verdura (98%), snack dolci (81%) e frutta (76%); il 50% consumava snack salati e il 46% consumava cibi secchi. Il numero medio di porzioni consumate settimanalmente, media (DS), era: 7.9 di verdura, 2.9 di snack dolci, 2.6 di
cibi secchi, 1,8 di frutta e 1.2 di snack salati. Gli Autori segnalano che le diete dei bambini dai 2 ai 5 anni nel Ghana settentrionale erano gravemente inadeguate rispetto al consumo raccomandato di frutta e verdura. Mentre il 98% dei bambini consumava almeno una porzione di verdura in una settimana tipo, solo circa l'11% raggiungeva le raccomandazioni dell'OMS sull'assunzione di frutta e verdura per i bambini (almeno 250 g o circa 3 porzioni al giorno). D'altra parte, metà dei bambini ha riferito di consumare bevande zuccherate in una settimana tipo e l'87% consumava snack dolci o salati, ma le porzioni medie consumate in una settimana tipo erano basse, variando da circa 1.2 porzioni in una settimana tipo per gli snack salati a 2.6 e 2.9 porzioni di bevande zuccherate e snack dolci, rispettivamente. Questi risultati sono in linea con gli studi condotti su altre popolazioni dell'Africa occidentale e del Ghana, che indicano che i bambini non raggiungono il consumo raccomandato di frutta e verdura o la minima diversità alimentare, mentre sono prevalenti la disponibilità e il consumo di cibi sani e snack malsani. Gli Autori inoltre riportano che i risultati sono coerenti con altri studi che dimostrano come i bambini nelle famiglie più ricche abbiano maggiori probabilità di consumare frutta e verdura e di avere una dieta minima ed una diversità alimentare adeguate. Secondo gli Autori, perciò, sono necessari interventi o politiche nazionali per aumentare il consumo di frutta e verdura, riducendo al minimo le bevande zuccherate e prodotti simili in tutti i gruppi di bambini di età compresa tra 2 e 5 anni.
° Becher ER et al: Consumption of Selected Healthy and Unhealthy Food Groups and Associations With Nutritional Status Among Children 2-5 Years of Age in Northern Ghana. Matern Child Nutr. 2026 Mar;22(1):e70126. doi: 10.1111/mcn.70126. PMID: 41250954; PMCID: PMC12624276.
5. Fornitura, consumo e spreco di cibo nei servizi per la prima infanzia a Sheffield Una dieta sana durante i primi anni di vita è importante per supportare la crescita e lo sviluppo dei bambini, inclusa la promozione di sane abitudini alimentari. La distribuzione di cibo nelle strutture per la prima infanzia (EYS early years settings) rappresenta un'opportunità per promuovere un'alimentazione sana tra i bambini piccoli. Questo studio si proponeva di registrare e analizzare dal punto di vista nutrizionale i pranzi forniti, consumati e sprecati dai bambini di 3-4 anni che frequentano le strutture per la prima infanzia di Sheffield, in Inghilterra, confrontandoli con i pranzi al sacco. Sono state registrate le scelte per il pranzo dei bambini partecipanti, insieme al peso degli alimenti serviti e degli eventuali avanzi. Sono stati registrati in totale 142 pranzi, consumati da 46 bambini che frequentavano quattro delle otto strutture reclutate. I pranzi includevano verdure (83.8%) più spesso della frutta (59.2%) e, in media, fornivano energia, carboidrati, fibre, proteine, vitamine A e C, calcio, iodio e zinco sufficienti, ma ferro insufficiente. Gli zuccheri liberi e i grassi saturi, ma non il sodio, erano superiori a quanto raccomandato. I bambini lasciavano nel piatto il 22% del cibo servito e il consumo di energia, carboidrati, fibre, vitamina A, ferro, iodio e zinco era inferiore a quanto raccomandato. Il contenuto di cibo e nutrienti è stato inoltre confrontato con 185 pranzi al sacco consumati da 67 bambini provenienti da otto strutture. I pranzi forniti dalle strutture contenevano meno cibo (mediana 288g) rispetto ai pranzi al sacco (mediana 321g,) e avevano maggiori

probabilità di soddisfare le linee guida per zuccheri liberi, grassi saturi, vitamina A, vitamina C e sodio, ma meno frequentemente fornivano sufficienti fibre, calcio, ferro e zinco. I pranzi forniti dalle strutture erano più equilibrati dal punto di vista nutrizionale rispetto ai pranzi al sacco. Tuttavia, per massimizzare il potenziale contributo dei servizi che accolgono i bambini alla loro dieta, le strutture devono fornire pasti sufficientemente ricchi di nutrienti e incoraggiare i bambini a consumarli.
° Wall CJ et al: Consumption and Plate Waste in Early Years Settings in Sheffield. Matern Child Nutr. 2026 Mar;22(1):e70132. doi: 10.1111/ mcn.70132. PMID: 41235747; PMCID: PMC12616493.
6. I bambini africani con ritardo di crescita riescono a digerire porridge di sorgo ad alto contenuto energetico e di consistenza densa
Questo studio ci porta a Bamako, capitale del Mali, paese dell'Africa subsahariana, area in cui la prevalenza del ritardo di crescita nei bambini di età inferiore ai 5 anni è del 39% e, per la grande maggioranza, legata ad uno scarso apporto calorico. I bambini con ritardo di crescita necessitano di molta energia per recuperare: identificare alimenti digeribili e calorici è per loro una priorità. Lo scopo di questo studio è stato quello di determinare se i bambini di età compresa tra 18 e 30 mesi con ritardo di crescita differiscono dai loro coetanei sani nella capacità di digerire e metabolizzare l'amido contenuto in pappe dense ad alto contenuto energetico (il campione era di 24 bambini per gruppo). I cibi sono stati preparati con farina di sorgo, alla quale sono stati aggiunti altri nutrienti per avere una varietà di 6 tipi di alimenti, addizionando amido di mais, amido di alghe, idrolisati di amido di alghe, acido ottanoico (acido grasso saturo) in alternativa uno all'altro. In un tipo di pappa è stata aggiunta alfa amilasi. Come confronto aggiuntivo, è stata valutata la capacità digestiva, in relazione all'attività dell'alfa amilasi in 6 bambini statunitensi più grandi (50-56 mesi) utilizzando porridge addizionato con questo enzima. Utilizzando opportunamente il breath test dopo marcatura dei substrati, i ricercatori hanno concluso che sia i bambini sani sia i bambini con ritardo dell'accrescimento sono in grado di digerire l'amido di un porridge tradizionale in modo simile. Non ci sono state differenze significative nella quantità di amido digerito nel porridge denso e in quello con aggiunta di alfa amilasi. È stata quindi confutata l'ipotesi che bambini con ritardo di crescita abbiano una ridotta capacità di digerire l'amido a causa della carenza di amilasi pancreatica. Il confronto con i bambini statunitensi, che però hanno età maggiore, ha evidenziato una minore attività dell'enzima alfa amilasi rispetto ai bambini maliani. Questi risultati supportano l'uso di porridge densi e calorici, anche senza l'aggiunta di enzimi nei programmi nutrizionali di cura della malnutrizione. L'utilizzo di sorgo, cereale senza glutine originario proprio dell'Africa, può essere un suggerimento anche per le nostre preparazioni alimentari, poiché la sua scarsa necessità di acqua lo rende più sostenibile. Un aspetto di riflessione critica è rappresentato dall'osservazione che questi alimenti, ricchi in amidi, non hanno apporto di proteine e l'unico grasso presente è l'acido ottanoico aggiunto in una preparazione. Probabilmente questi porridge sono stati utilizzati per valutare la digeribilità dei vari cereali solo per la sperimentazione. Questo aspetto andava però specificato più chiaramente.
° F.Cisse et al. Stunted African toddlers digest and obtain energy from
energy-dense thick sorghum porridge. European Journal of Clinical Nutrition (2025).
7. Impatto dei Programmi Globali di Alimentazione Scolastica (SFP) sulla salute e il benessere dei bambini I Programmi di Alimentazione Scolastica (SFP, School Feeding Programmes) costituiscono interventi ampiamente implementati a livello globale con l'obiettivo primario di mitigare la povertà infantile, l'insicurezza alimentare e la malnutrizione. Nonostante la loro vasta diffusione, la letteratura sull'impatto degli SFP sugli outcome sanitari dei bambini (età 5–16 anni) risulta limitata. È molto dibattuta l'utilità dei diversi metodi di approccio: quelli basati su modelli di erogazione mirata (basata sul reddito) e quelli universali. Questa scoping review mira a: 1) mappare la letteratura globale esistente sull'impatto degli SFP sugli outcome di salute e benessere; 2) esplorare le differenze negli outcomes sanitari associati ai modelli di erogazione mirata rispetto a quelli universali. La ricerca bibliografica ha incluso studi pubblicati tra il 2009 e il 2025, che esaminavano l'impatto degli SFP in quattro domini sanitari: fisico (es. dieta, peso), psicologico, emotivo (es. benessere, comportamento) e sociale (es. relazioni tra pari, inclusione). L'analisi ha coinvolto un totale di 44 articoli provenienti da 13 Paesi in tutto il mondo. Risultati principali: per quanto riguarda l'impatto generale e la differenziazione per modello di erogazione, gli SFP in generale sono stati associati a un migliore status ponderale, a un miglioramento dell'apporto dietetico, a un maggiore engagement sociale e alla riduzione dello stigma; i programmi universali si sono dimostrati efficaci nel migliorare gli outcome di salute, in particolare il peso corporeo. I programmi mirati sono stati efficaci nell'affrontare l'insicurezza alimentare, ma erano più frequentemente correlati a stigma e a outcome di salute mentale meno favorevoli. Per quanto riguarda invece l'impatto sulla salute fisica, i risultati relativi all'Indice di massa corporea (BMI) si sono mostrati contraddittori: alcuni studi hanno osservato un aumento del BMI in contesti SFP, sebbene la reintroduzione di una politica universale in Corea del Sud abbia invertito gli effetti avversi sulla salute e sul BMI. L'esposizione prolungata a SFP universali per l'infanzia è stata positivamente associata a risultati di peso migliori soprattutto nelle fasce di età inferiori. Sebbene le prove siano limitate, i pasti scolastici forniscono un contributo importante alle diete dei bambini durante i giorni feriali. Lo SFP ha anche contribuito ad alleviare le disparità dietetiche legate alle disuguaglianze sociali. Per quanto riguarda gli outcomes psico-emotivi e sociali, i sistemi universali sono stati associati a un miglioramento della salute mentale e del clima sociale, inclusa la riduzione degli incidenti comportamentali a scuola; i pasti scolastici sono stati percepiti come un importante evento sociale che favorisce l'interazione tra pari e l'uguaglianza sociale. Gli studenti sembrano percepire come più equo il pasto universale, rispetto a quello dato secondo reddito. L'insicurezza alimentare è stata alleviata sia dai programmi universali sia da quelli mirati. Tra i fattori che influenzano l'aderenza alla dieta, il programma universale risulta meglio accettato determinando minore stigmatizzazione Questa scoping review conclude che gli SFP contribuiscono a risultati positivi sulla salute, ma i benefici nutrizionali dipendono dalla composizione del cibo offerto. Il modello universale è più efficace nel ridurre lo stigma e promuovere una maggiore aderenza alla dieta, offrendo benefici aggiuntivi legati all'equità sociale. Vi è una notevole necessità di affrontare i fattori che influenzano l'adesione, in particolare la

qualità e la scelta del cibo. Inoltre, la revisione ha evidenziato una limitata attenzione agli outcome psicologici ed emotivi dei bambini e la necessità critica di maggiori prove provenienti dai paesi a basso e medio reddito.
° Locke A et al: Impacts of Global School Feeding Programmes on Children's Health and Wellbeing Outcomes: A Scoping Review. BMJ Open. 2025 Oct 2;15(10):e093244. doi: 10.1136/bmjopen-2024-093244. PMID: 41043853; PMCID: PMC12496081.
8. Una revisione globale sui cibi terapeutici pronti all'uso alternativi
Le formulazioni alternative di alimenti terapeutici pronti all'uso (RUTF) offrono l'opportunità di ridurre i costi, facilitare l'uso di ingredienti locali o nazionali e migliorare la disponibilità e l'accettabilità dei RUTF. Questa revisione esplorativa mirava a identificare e classificare le evidenze disponibili sulle formulazioni alternative di RUTF sviluppate e testate a livello globale, a valutarne la conformità agli standard internazionali e a riassumere le evidenze riguardanti accettabilità, costi, efficacia, rapporto costo-efficacia ed eventi avversi, mettendo in luce le lacune nelle evidenze per orientare la ricerca futura. Sono state eseguite ricerche in tre database e nella vasta letteratura grigia, coprendo il periodo dal 1999 a giugno 2023. Sono stati inclusi cinquantaquattro articoli, 42 articoli sottoposti a revisione paritaria e 12 fonti di letteratura grigia. Sono state identificate cinquantaquattro formulazioni di RUTF in varie fasi di sviluppo per il trattamento della malnutrizione acuta grave (SAM) senza complicazioni mediche nei bambini di 6-59 mesi. Numerosi ingredienti sono stati sottoposti a test per sostituire principalmente arachidi e/o latte, dimostrando un'accettazione costante e risultati promettenti in termini di efficacia. Le evidenze sugli outcomes oltre il recupero antropometrico, come il miglioramento dell'assetto marziale, gli effetti sugli esiti cognitivi e dello sviluppo, o sul microbioma intestinale, sono limitate. Pochi studi hanno valutato le implicazioni sui costi, rivelando potenziali risparmi nei costi di produzione, mentre non sono state riscontrate differenze significative in termini di sicurezza. Sono necessarie ulteriori prove su come le formulazioni ridotte o senza latte, all'interno delle categorie di innovazione e novità, possano raggiungere la conformità con il punteggio degli amminoacidi corretti per la digeribilità della proteina (PDCAAS). Ulteriori ricerche sono inoltre necessarie con un focus specifico sugli esiti al di là del recupero antropometrico, come il rapporto costi-efficacia, l'accessibilità, le carenze di macro e micronutrienti, la sostenibilità del recupero e gli esiti sanitari a lungo termine.
° Patrizia Pajak, et al. A Global Scoping Review on Alternative Ready‐to‐Use Therapeutic Foods. Maternal & Child Nutrition, 2025; 21:e70035.
9. Molto nei piani, poco nei risultati: i fallimenti strutturali delle politiche nutrizionali in Etiopia
Le ambizioni di sviluppo dell'Etiopia si basano sul fondamento di una popolazione sana, eppure il suo settore nutrizionale resta bloccato nonostante decenni di pianificazione e investimenti. Quasi il 38% dei bambini sotto i cinque anni soffre di ritardo della crescita e l'insicurezza alimentare continua a colpire milioni di persone. Iniziative storiche come la Politica Nazionale per l'Alimentazione e la Nutrizione e la Dichiarazione di Seqota dimostrano una forte volontà politica, ma l'attuazione e l'espansio-
ne falliscono a causa di fallimenti strutturali radicati. Al centro di questa disfunzione vi è una forza lavoro di prima linea sovraccarica e sotto-finanziata. Gli Health Extension Workers, sebbene impegnati, sono gravati da responsabilità ampie e mancano della formazione specializzata necessaria per fornire servizi di nutrizione efficaci. Di conseguenza, le strategie nazionali spesso crollano a livello comunitario, dove il cambiamento è più urgentemente necessario. Questo è ulteriormente accentuato da una coordinazione frammentata. Nonostante la natura multisettoriale della malnutrizione, che abbraccia salute, agricoltura, istruzione e protezione sociale, ministeri e partner lavorano spesso a compartimenti stagni, inviando messaggi contrastanti alle stesse famiglie. Nel frattempo, ricerche e dati preziosi rimangono scollegati dall'attuazione delle politiche e dei programmi, limitando la reattività e la responsabilità del sistema. La strada da percorrere richiede più di semplici aggiustamenti incrementali. L'Etiopia ha bisogno di operatori specializzati in nutrizione comunitaria per colmare il gap, di un meccanismo di coordinamento di alto livello per allineare le azioni dei diversi settori e di politiche agili basate su dati in tempo reale. Senza queste riforme strutturali, il peso della malnutrizione continuerà a erodere il capitale umano e il potenziale economico del paese. Non si tratta solo di una crisi sanitaria: è un collo di bottiglia critico per il progresso nazionale. Il momento per una trasformazione strutturale è adesso.
° Taddese Zerfu. Heavy on plans, light on delivery: the structural Failures of Ethiopia's Nutrition Policies. Maternal & Child Nutrition, 2025; 21:e70073.
10. Tendenze incoraggianti nella prevenzione delle allergie alle arachidi
Questo studio evidenzia una riduzione dell'incidenza dell'allergia alle arachidi tra i bambini statunitensi nati dopo il 2015, in seguito alla pubblicazione dello studio LEAP e delle successive linee guida sull'introduzione precoce delle arachidi. Lo studio LEAP (2015) aveva dimostrato che l'introduzione precoce di prodotti a base di arachidi nella prima infanzia riduceva significativamente il rischio di sviluppare l'allergia, portando il NIAID a raccomandare formalmente tale pratica nel 2017. Questo rappresenta un cambiamento di paradigma rispetto alle precedenti raccomandazioni. Nonostante l'iniziale confusione e lo scetticismo sull'efficacia dell'attuazione di tali linee guida al di fuori dei contesti clinici controllati (come evidenziato da un precedente studio australiano), i dati basati sulle cartelle cliniche elettroniche (EHR) statunitensi mostrano una diminuzione cumulativa del 27.2% dell'incidenza dell'allergia alle arachidi nella coorte post-linee guida. Gli autori sottolineano che questi dati, sebbene incoraggianti, richiedono cautela poiché sono basati su un sottoinsieme di centri clinici e necessitano di essere convalidati in campioni più ampi e diversificati. Viene notato un inatteso calo precoce dell'incidenza, anche per l'allergia al latte (ma non alle uova), suggerendo un possibile "effetto spillover" dovuto a cambiamenti più ampi nelle pratiche dietetiche pediatriche o negli approcci diagnostici. Anche la maggiore chiarezza diagnostica, grazie alle linee guida del 2010, potrebbe aver contribuito a ridurre la sovradiagnosi.
° Gupta RS et al: Encouraging Trends in Peanut Allergy Prevention: Real-World Impact of Prevention Guidelines. Pediatrics. 2025 Nov 1;156(5):e2025072593. doi: 10.1542/peds.2025-072593. PMID: 41110841.

11. Escrezione urinaria di sodio, potassio, iodio e determinazione della pressione arteriosa in bambini neozelandesi: uno studio trasversale
Questo articolo descrive i risultati di uno studio trasversale volto a determinare i livelli di escrezione di sodio, potassio e iodio, e la pressione sanguigna (BP), in bambini neozelandesi in età scolare (8-13 anni), confrontando tali misure con le raccomandazioni internazionali. L'obiettivo primario era determinare l'escrezione di sodio e potassio; gli obiettivi secondari includevano la determinazione dell'escrezione di iodio e della BP. Lo studio ha utilizzato la raccolta delle urine delle 24 ore, considerata il gold standard per la valutazione dell'assunzione dietetica di sodio, potassio e iodio. Hanno partecipato 75 bambini provenienti da cinque scuole, solo 59 campioni di urina considerati completi per l'analisi del sodio e del potassio.
Risultati
- L'escrezione media di sodio nelle 24 ore (n=59) è risultata elevata, pari a 2.420 mg. Solo il 32% (19/59) dei bambini ha rispettato la linea guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per il sodio (<2.000 mg/giorno).
- L'escrezione media di potassio è risultata bassa, pari a 1.567 mg. Soltanto il 2% (1/59) dei bambini ha soddisfatto la linea guida dell'OMS per il potassio (≥3.500 mg/giorno).
- Il rapporto molare sodio-potassio medio era 3.0. Nessun bambino ha raggiunto il rapporto ottimale (<1:0), fattore protettivo per la salute cardiaca.
- La concentrazione mediana di iodio urinario (n=55 campioni completi) era 129 µg/L. Il 65% (36/55) dei bambini presentava una concentrazione al di sopra del criterio dell'OMS per una nutrizione iodica adeguata (≥99 µg/L).
- La BP sistolica media (DS) (n=74) era 105 mm Hg e la BP diastolica media era 67 (9) mm Hg. Il 32% (21/65) dei bambini e delle bambine con misurazioni di età e altezza presentava una BP sistolica e diastolica superiore al 90° percentile per il loro sesso, età e altezza.
Discussione e Implicazioni per la Salute Pubblica
Questo studio, che rappresenta la più grande indagine trasversale che utilizza un metodo gold standard per valutare l'escrezione di sodio e potassio, conferma che la maggior parte dei bambini presi in esame consuma più sodio e meno potassio rispetto a quanto raccomandato, in linea con i risultati di altri paesi con modelli alimentari simili. Questi risultati suggeriscono che molti bambini potrebbero essere a rischio di sviluppare malattie cardiovascolari (CVD) in età più avanzata, dato che diete ad alto contenuto di sodio e basso contenuto di potassio durante l'infanzia contribuiscono all'aumento della BP e quindi delle malattie cardiovascolari. Alcuni bambini sono anche a rischio di complicazioni derivanti da un basso apporto di iodio. Implicazioni strategiche urgenti per la salute pubblica includono: 1. L'implementazione di una strategia nazionale per la riduzione del sodio.
2. L'adozione di politiche per incrementare l'assunzione di potassio.
3. Una revisione della fortificazione del pane come unica strategia per aumentare l'apporto di iodio.
È fondamentale che tali strategie siano accompagnate da un monitoraggio adeguato e progettate tenendo conto dell'equità per raggiungere le comunità più svantaggiate.
° Eyles H et al: Sodium, potassium, and iodine intake, and blood pressure of New Zealand school children: A cross-sectional survey. Proceedings of the Nutrition Society. 2025;84(OCE2):E187. doi:10.1017/ S0029665125100438
12. Ruolo dell'assunzione materna di alcol durante la gravidanza sullo sviluppo neuroevolutivo precoce del bambino: risultati della coorte italiana PHIME L'articolo presenta i risultati di uno studio prospettico italiano volto ad analizzare l'associazione tra consumo materno di alcol in gravidanza ed esiti neuroevolutivi precoci nei bambini a 18 mesi di età. Lo studio si colloca all'interno della coorte Northern Adriatic Cohort II (NAC-II), che è parte del progetto europeo PHIME. Il razionale deriva dalla consolidata evidenza che l'esposizione prenatale all'alcol (PAE) rappresenta un fattore di rischio per disturbi dello spettro feto-alcolico e per deficit cognitivi, linguistici e motori. Tuttavia, gli effetti del consumo lieve o moderato rimangono controversi, con risultati discordanti nella letteratura a causa di differenze nei metodi di misurazione dell'esposizione, nella qualità dei dati e nella considerazione delle influenze ambientali. La popolazione studiata comprende 605 bambini nati a termine e le loro madri, per le quali il consumo di alcol durante la gravidanza è stato ricostruito attraverso questionari validati. Lo sviluppo neurocognitivo dei bambini è stato valutato a 18 mesi tramite la Bayley Scales of Infant and Toddler Development, terza edizione (BSID-III), che consente di ottenere punteggi compositi per le aree cognitiva, linguistica e motoria. Tra i potenziali fattori confondenti sono stati inclusi variabili socio-demografiche, status socioeconomico, quoziente intellettivo materno (valutato con le matrici progressive di Raven) e qualità dell'ambiente domestico, misurata tramite lo strumento AIRE. Le madri riportano livelli molto bassi di consumo alcolico durante la gravidanza (mediana: 0.3 drink a settimana), in linea con tendenze nazionali e altre coorti europee. Le analisi multivariate non evidenziano associazioni significative tra PAE e punteggi cognitivi o linguistici a 18 mesi. Per quanto riguarda lo sviluppo motorio, emerge solo una debole e non costante associazione inversa, con una lieve riduzione del punteggio motorio all'aumentare del consumo alcolico. Interessante è l'interazione rilevata: l'impatto, seppur minimo, del PAE sulle abilità motorie è più evidente nei bambini provenienti da contesti familiari con minori livelli di supporto relazionale e comunicativo. Il lavoro sottolinea il ruolo predominante esercitato dal quoziente intellettivo materno e dalla qualità dell'ambiente domestico sugli esiti neuroevolutivi. Tali variabili risultano infatti predittori robusti e consistenti dei punteggi Bayley in tutte le aree considerate, confermando l'importanza delle risorse cognitive parentali e delle dinamiche familiari precoci nello sviluppo infantile. In conclusione, i risultati suggeriscono che bassi livelli di consumo alcolico in gravidanza non sono associati a compromissioni cognitive o linguistiche nei primi 18 mesi di vita e mostrano solo un possibile effetto, di lieve entità, sullo sviluppo motorio. Lo studio evidenzia inoltre che l'ambiente familiare e le capacità cognitive materne giocano un ruolo determinante e spesso più incisivo dell'esposizione prenatale all'alcol nello sviluppo infantile.
° Rosolen V et al: Role of maternal alcohol intake during pregnancy in early-life child neurodevelopment: results of the Italian PHIME cohort. BMJ Nutrition, Prevention & Health. 2025;:bmjnph-2025-001313. https://doi.org/10.1136/bmjnph-2025-001313