Tavola dei Contenuti
DIGITAL & AI
Il web è entrato in una nuova fase: tra rischi e opportunità ecco la navigazione assistita dall’AI 6
REALTÀ AUMENTATA E VIRTUALE
Trasformare il centro commerciale in un hub tecnologico ed esperienziale con AR e VR: Wonderlab presente ECEM 8
EVENTI E OPPORTUNITA’
Nuove opportunità per le piccole e medie imprese: tutte le informazioni utili e i link per presentare domanda 12
APP E VIDEOGIOCHI
Non un semplice remake degli sparatutto degli anni Novanta, ma un extraction shooter PvPvE: il ritorno di Marathon 22
MARKETING E COMUNICAZIONE
Expensive Sh*t, la nuova campagna di Huggies che punta a riscrivere le regole del product marketing 24
SALERNO
Viaggio a Padula alla scoperta di un battistero eretto su una sorgente tra miracoli e i volti degli evangelisti 26
Fabio Setta
Direttore responsabile
Quando si pensa o si racconta il Sud Italia spesso il primo pensiero va al clima, ai paesaggi mozzafiato, l’accoglienza, il buon cibo, le bellezze naturalistiche. Il Sud, però, non è solo questo. Anzi è molto di più. C’è un Sud che sta lavorando per staccarsi dagli stereotipi, un Sud che non aspetta più il futuro ma lo sta costruendo riscrivendo la propria storia economica con numeri, storie di impresa e investimenti e tanta innovazione I trend tracciano la parabola di un ecosistema imprenditoriale in crescita strutturale: più startup, più capitali, più occupazione qualificata, più brevetti. E soprattutto, una nuova generazione di fondatori e manager che ha scelto di restare o di tornare per costruire nel proprio territorio, qualcosa di duraturo e di successo. Quello del Mezzogiorno è un ecosistema in continua accelerazione come dimostrato dal numero di startup, con la quantità di capitali attratti ma anche, come testimoniato dai dati Svimez per il 2025, per numero di occupati Dietro questi numeri c'è anche una politica industriale che, pur tra tante imperfezioni, ha cominciato a produrre effetti Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è stato il catalizzatore principale ma anche altri programmi di finanziamento come Resto al Sud 2.0 e Smart&Start Italia hanno sicuramente dato una spinta importante, così come tanti bandi UE. Importante anche il ruolo della ZES Unica, la Zona Economica Speciale che abbraccia l'intero Mezzogiorno, che prevede crediti d'imposta per gli investimenti produttivi con un focus sulla transizione digitale ed ecologica Sicuramente, però, se da un lato i dati sono in crescita, dall’altro non mancano ancora problemi da risolvere e difficoltà da superare, tra cui ancora dati importanti in sede di “fuga di cervelli” di accesso al capitale e di una. eccessiva frammentazione del tessuto industriale e di una ancora troppo scarsa integrazione tra ricerca


accademica e impresa Sicuramente tra Pmi innovative, aziende in crescita e startup la sensazione, però, è che anche al Meridione il vento stia finalmente cambiando, abolendo stereotipi e falsi miti Le sfide restano impegnative ma il Sud Italia è pronto a vincerle. In questo contesto, la classifica Stelle del Sud 2026, pubblicata da Il Sole 24 Ore in collaborazione con Statista, arriva come una fotografia preziosa e incoraggiante. Anche in questa edizione sono state selezionate le 200 imprese che si sono distinte per la capacità di portare vantaggi economici e sociali al proprio territorio nel triennio 2021-2024 Il punteggio finale si basa su tre dimensioni misurate con metodo scientifico basandosi su crescita dei ricavi, incremento dell'occupazione e sviluppo delle immobilizzazioni materiali e immateriali Non solo fatturato, dunque, ma impatto reale sul territorio: più posti di lavoro, più investimenti, più patrimonio aziendale. Il Sole 24 Ore ha definito con efficacia questo fenomeno come "il riscatto del Sud" mettendo in risalto imprese impegnate a superare i pesanti gap strutturali puntando su competenze, alta formazione, innovazione tecnologia e connessioni Dando uno sguardo alla classifica è soprattutto il settore IT Software ad essere protagonista Per questa categoria la classifica offre uno spaccato chiaro con una tendenza ben precisa: le aziende tecnologiche meridionali non sono più casi isolati o curiosità geografiche, ma sono sempre più protagoniste di un ecosistema in rapida maturazione. In questo contesto, seppur con un minimo di autoreferenzialità ma inevitabilmente con grande orgoglio, non resta che sottolineare che in nella prestigiosa classifica pubblicata da Il Sole 24 Ore, per la prima volta, è stata inserita anche Wonderlab che rientra così tra le realtà più dinamiche e virtuose del Sud Italia, classificandosi al trentatreesimo posto su duecento, ma quinta nel settore di riferimento IT Software Inoltre, Wonderlab in classifica è la decima azienda campana, la terza della provincia di Salerno ma la prima per il settore IT Software. L’inserimento di Wonderlab in questa classifica rappresenta un importante traguardo, che certifica la solidità del percorso intrapreso e la capacità di competere in un contesto sempre più sfidante confermando il valore e della qualità dei nostri servizi innovativi che rappresentano un'eccellenza nel panorama del Sud Italia Un grande orgoglio ma anche uno stimolo a proseguire nel percorso di innovazione, crescita e sviluppo, consolidando la nostra presenza sul mercato e puntando a nuovi importanti traguardi da raggiungere.


Dopo l’era dei portali e quella dei motori di ricerca, il web entra in una nuova fase: quella della navigazione assistita dall’intelligenza artificiale Una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia, ma il modo stesso in cui esploriamo l’immenso spazio informativo della rete La differenza è evidente appena si utilizza uno dei nuovi strumenti integrati nei principali browser. Con Copilot, l’assistente AI di Microsoft integrato in Edge, il browser non è un interlocutore: può riassumere un articolo lungo, confrontare informazioni presenti in più schede aperte, spiegare concetti complessi o aiutare l’utente a prendere decisioni online In pratica, mentre si naviga sul web, l’intelligenza

artificiale osserva il contesto e interviene come una sorta di consulente digitale che accompagna l’utente tra le informazioni. Analogamente Google che per anni ha organizzato il web attraverso una lista di risultati sta evolvendo verso qualcosa di diverso. Sempre più spesso la risposta arriva direttamente nella pagina di ricerca sotto forma di una sintesi generata dall’intelligenza artificiale. L’utente pone una domanda e riceve una spiegazione già strutturata che integra informazioni provenienti da diverse fonti online. I link restano, ma diventano una porta di approfondimento piuttosto che il punto di partenza Questo cambiamento segna il passaggio da quello che per decenni è stato un motore di ricerca a un vero e proprio motore di risposte. Non è più necessario aprire dieci siti diversi per capire un argomento: l’AI aggrega,
Valentina Todesca
sintetizza e restituisce una visione d’insieme in pochi secondi Il risultato è una nuova modalità di navigazione che molti analisti definiscono già “zero-click web”. Sempre più spesso gli utenti ottengono ciò che cercano senza visitare alcuna pagina esterna, perché la risposta è già stata elaborata dall’intelligenza artificiale. Un’evoluzione che rende la ricerca più rapida e intuitiva, ma che apre anche interrogativi sull’equilibrio dell’ecosistema digitale. Se gli utenti smettono di cliccare sui siti, infatti, cambia anche il modello economico che per anni ha sostenuto il web aperto. Per anni il principale obiettivo è stato comparire tra i primi risultati dei motori di ricerca grazie alla cosiddetta SEO, la Search Engine Optimization. Con l’arrivo della ricerca generativa emerge una nuova sfida: diventare proprio una delle fonti citate e utilizzate dalle risposte dell’intelligenza
artificiale Non basta più essere trovati Bisogna essere selezionati dagli algoritmi che costruiscono le sintesi informative. Naturalmente questa evoluzione porta con sé anche nuove sfide, non solo per gli utenti I sistemi generativi, infatti, possono commettere errori, andando a semplificare eccessivamente concetti complessi o privilegiare alcune fonti rispetto ad altre. Affidarsi a una sintesi prodotta dall’intelligenza artificiale invece di consultare più fonti potrebbe ridurre la pluralità delle informazioni a cui gli utenti sono esposti. Il rischio non è soltanto tecnologico, ma essenzialmente culturale: sta a noi, allora, conservare uno spirito critico per confrontarci attivamente con l’AI, e la curiosità per direzionare gli approfondimenti spingendo l’intelligenza artificiale oltre i limiti che ci potrebbe porre.



Puntare sulle nuove tecnologie per trasformare il centro commerciale in un hub tecnologico ed esperienziale per mettersi al passo con i tempi in un contesto sempre più innovativo e tecnologico. Questo l’obiettivo di ECEM, progetto di ricerca e sviluppo realizzato da Wonderlab che con l’implementazione di Intelligenza Artificiale e Realtà Aumentata punta a trasformare all’interno dei centri commerciali l’esperienza dei clienti inevitabilmente modificata dalla crescita degli acquisti online che ha modificato le abitudini dei consumatori In tal senso la soluzione ideata punta a inserire AI e AR nell’esperienza di visita e di shopping all’interno di un centro commerciale, rendendo gli spazi e i negozi più interattivi e personalizzati. Il progetto è stato

presentato presso l’Aula Magna del Rettorato della Sapienza Università di Roma nel corso dell’evento conclusivo “Roma Technopole: dove il futuro prende forma”. All’evento hanno preso parte le diverse aziende vincitrici che hanno avuto l’opportunità di presentare l’output delle attività progettuali. La dottoressa Morena Pierro di Wonderlab ha così presentato ECEM (Empowered Customer Experience in Mall), il progetto di innovazione e sviluppo finalizzato a creare una evoluta ed immersiva esperienza cliente all'interno dei centri Commerciali, grazie all'impiego di due delle tecnologie più interessanti dell’Industria 4.0, ovvero l’AI (Intelligenza Artificiale) e la AR (Realtà Aumentata). Proprio la Realtà Aumentata può rappresentare un vero e proprio elemento di radicale trasformazione dell'esperienza del visitatore nei centri commerciali, integrata con l’AI. Utilizzando tecnologie avanzate di rendering 3D e algoritmi di machine learning per il riconoscimento degli oggetti, è possibile
Fabio Setta


generare visualizzazioni interattive che arricchiscono la percezione fisica degli spazi commerciali. Gli utenti, con l’implementazione di questa tecnologia, possono esplorare i prodotti in modalità tridimensionale, ottenendo informazioni dettagliate e contestuali con un semplice movimento del dispositivo. Il progetto è stato realizzato in tre fasi: ricerca, sviluppo e infine sperimentazione e disseminazione Nel corso della presentazione la dottoressa Pierro ha illustrato la versione prototipale, nata dall’azione di ricerca e sviluppo, dell’app mobile multipiattaforma mettendo in risalto le componenti informative, immersive, ludiche, sociali, collaborative, logistiche e di fidelizzazione, integrate a strumenti di orientamento digitale, interazione tra utenti, gestione centralizzata dei contenuti e sistema di raccomandazione basato su intelligenza artificiale. Uno dei punti cardine del progetto ECEM, è il Virtual Tour del centro commerciale, concepito come esperienza immersiva a 360
gradi e come sistema digitale di rappresentazione e navigazione guidata dei negozi e delle aree del centro. Inoltre, la piattaforma integra ambienti tridimensionali interattivi e applicazioni in Realtà Aumentata con finalità ludico-educative, tra cui un’esperienza immersiva di escape room in 3D e un modello interattivo del Sistema Solare esplorabile in AR, concepiti per favorire il coinvolgimento di diverse fasce d’età e sostenere programmi di fidelizzazione digitale fondati su logiche di gamification Il Virtual Tour insieme alla AR consente così agli utenti di navigare attraverso gli spazi commerciali, scoprendo nuovi prodotti e servizi in modo coinvolgente e immediato, creando un'esperienza di acquisto multimediale e personalizzata. Il futuro dei centri commerciali, anche in relazione alla crescita inarrestabile dello shopping online, non può assolutamente non passare dall’implementazione delle nuove tecnologie
Incentivoperlosviluppo dellecompetenze specifichedellePmi
Un incentivo per la formazione del personale dipendente delle imprese del Mezzogiorno. Promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e gestito da Invitalia, la misura punta a favorire la crescita competitiva delle imprese nelle regioni del Mezzogiorno attraverso l’acquisto di servizi di formazione. L’avviso “Sviluppo competenze specifiche Pmi” si rivolge alle piccole e medie imprese localizzate in Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. I contributi finanziano prestazioni specialistiche per attività di formazione del personale dipendente delle Pmi, con l’obiettivo di accrescere le competenze in tema di innovazione tecnologica e transizione verde e digitale È possibile presentare la domanda dalle ore 12:00 del 21 aprile 2026 alle ore 12:00 del 23 giugno 2026 Per maggiori informazioni Clicca qui
Bando per progetti finalizzati a favorire indipendenza e migliore qualità di vita delle persone con disabilità
Un incentivo per la formazione del personale dipendente delle imprese Italy e gestito da L’iniziativa “Vita & Opportunità” sostiene progetti in tutta Italia per favorire indipendenza, lavoro e tempo ricreativo di qualità delle persone con disabilità È promosso dal Ministro per le disabilità e gestito dal Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità, con il supporto di Invitalia L’Avviso, che sovvenziona iniziative progettuali presentate da Enti del Terzo settore (ETS), iscritti al RUNTS, nella forma singola o associata, prevede possano essere realizzate iniziative che rafforzano autonomia abitativa, inserimento lavorativo, percorsi formativi e attività ricreative. Possibile inviare le domande, che saranno valutate in ordine cronologico di arrivo via PEC fino alle ore 17:00 del 29 agosto 2026. Maggiori info
Regione Sardegna: aiuti per la realizzazione di Piani di innovazione basati sulle KET
Un intervento a sostegno della realizzazione di Piani di innovazione basati sulle Key Enabling Technologies (KET) e coerenti con la Strategia di Specializzazione Intelligente (S3) regionale. Questa l’obiettivo della misura pubblicata dalla Regione Sardegna. Le proposte devono essere riconducibili ad almeno una delle seguenti linee di intervento: K-PRO –innovazione di prodotto e/o di processo mediante l’impiego di tecnologie abilitanti; ET-TECH –sviluppo di soluzioni tecnologiche riconducibili alle traiettorie abilitanti connesse al progetto Einstein Telescope, con potenziale trasferibilità applicativa in altri contesti industriali o della ricerca. La presentazione è consentita dalle ore 12:00 del 25 marzo 2026 fino alle ore 12:00 del 31 dicembre 202. Info qui

Un’elegia sull'umanità ridotta all'osso. Potrebbe essere definito così La strada, romanzo pubblicato nel 2006 dallo scrittore statunitense Cormac McCarthy. Si tratta di un’opera intensa e profondamente toccante che esplora il significato dell’umanità in un mondo ormai distrutto Ambientato in un futuro post-apocalittico, dopo una non ben precisata catastrofe, quest’opera racconta il lungo viaggio di un padre e di suo figlio in un paesaggio desolato, coperto di cenere e privo di vita, alla ricerca di un mare che potrebbe (ma non è detto) offrire qualche speranza di salvezza. Sullo sfondo è rappresentato un mondo distrutto in cui a sopravvivere è stata soltanto la razza umana, decisamente segnata da quanto accaduto. Infatti, decimati e ridotti ad uno stato di vita primitiva, i sopravvissuti sono privati di qualsiasi risorsa e di qualsiasi tecnologia. Una trama potente in cui uno dei temi centrali è quello di riuscire a mantenere, in un mondo nuovo, duro e crudo, la propria umanità In tal senso, l’obiettivo del padre è insegnare al figlio a essere buono. In questo contesto, McCarthy riflette su cosa significhi davvero essere umani quando tutto il resto è crollato. La morte del padre, la crescita del bambino, fisicamente e moralmente, chiudono il libro che lascia aperta la speranza che l’umanità sembra stia tornando sulla strada giusta

verso un futuro di speranza A colpire nel libro è lo stile dell’autore che simboleggia nel migliore dei modi il quadro post apocalittico. Addio alle convenzioni grammaticali, dialoghi senza virgolette ma anche una punteggiatura ridotta al minimo ed usata solo quando necessario. L’utilizzo di frasi brevi, secche ed esaustive sembra quasi una scelta per far percepire al lettore il respiro affannato dei protagonisti che camminano nel gelo, in cerca del sole. Sicuramente interessante è l’atmosfera che permea il libro Non viene spiegato, infatti, cosa abbia causato la catastrofe ma non un elemento, ma non importa ma quel che conta è il presente rappresentato dalla fame, il freddo e la minaccia costante dell'"altro" Una scrittura viva ed essenziale che rende questo un romanzo che colpisce per la sua capacità di emozionare senza mai cadere nel sentimentalismo Sicuramente è un romanzo duro, a tratti angosciante, ma sotto sotto ancora umano. McCarthy descrive scene di una crudeltà inaudita ma lo fa con una precisione chirurgica che impedisce di distogliere lo sguardo e che lascia il segno. In un contesto distrutto e di totale annientamento, spicca il vero cuore dell’opera ovvero l’amore paterno In conclusione, La strada è un libro che lascia il segno, consigliato a chi ama le storie intense e riflessive. Nel complesso questo libro non è sicuramente una lettura facile, forse nemmeno agevole ma è sicuramente una di quelle che lasciano il segno e restano nella memoria.
Fabio Setta


Avete mai provato quella strana sensazione di impotenza davanti a uno smartphone con lo schermo crepato o a un laptop che decide improvvisamente di non caricarsi più? Un tempo, la soluzione era semplice: si andava da un riparatore di fiducia che, apriva il dispositivo, ordinava il pezzo e, armato di pazienza e qualche attrezzo generico faceva tornare operativo il tuo dispositivo. Molto spesso tentare un’operazione del genere con i dispositivi contemporanei somiglia pericolosamente a una missione suicida anche per un esperto. Benvenuti nell’era della tecnologia sigillata, dove il possesso di un oggetto sembra essere diventato un concetto astratto, quasi un noleggio a lungo termine mascherato da acquisto Il cuore del problema non è solo fisico. Certo, la colla ha sostituito le viti e le scocche sono diventate monolitiche, ma la vera barriera è diventata invisibile: il software. Le grandi aziende tech hanno introdotto quella che gli esperti chiamano "serializzazione dei componenti" In parole povere, ogni pezzo del vostro dispositivo ha un’identità digitale univoca legata alla scheda madre. Se provate a sostituire una batteria originale con un’altra, magari identica ma non autorizzata dal server centrale, il software se ne accorge e inizia a inviarvi notifiche d’errore o, peggio, disattiva funzioni fondamentali. È il trionfo del lucchetto

Davide Tundis
digitale applicato all'hardware.
Le multinazionali difendono queste scelte parlando di sicurezza e protezione della privacy Sostengono che solo i tecnici autorizzati possano garantire l'integrità del sistema. Tuttavia, il sospetto che si tratti di una strategia per mantenere il monopolio dell’assistenza post-vendita è più che fondato. Se riparare un tablet costa quasi quanto comprarne uno nuovo, la maggior parte degli utenti sceglierà la via più breve per la discarica, alimentando quella montagna di rifiuti elettronici che ormai è diventata un’emergenza ambientale insostenibile.
Fortunatamente, il vento sta cambiando. Sotto la spinta di movimenti di attivisti e riparatori indipendenti, l’Europa ha iniziato a battere i pugni sul tavolo. Le nuove direttive sul "Right to Repair" stanno costringendo i giganti del silicio a fare marcia indietro, imponendo la disponibilità dei pezzi di ricambio per almeno un decennio e l’accesso ai manuali tecnici Alcuni produttori, annusando il cambiamento del mercato, hanno persino iniziato a vendere kit di riparazione ufficiale, segnando una piccola ma storica vittoria per i consumatori.
In definitiva, la battaglia per il diritto alla riparazione non riguarda solo la possibilità di risparmiare qualche decina di euro su un display nuovo È una questione di libertà e di rispetto per le risorse del pianeta. Rivendicare il diritto di aggiustare ciò che compriamo significa riappropriarsi della tecnologia, trasformandola da un totem intoccabile a uno strumento al nostro servizio. Perché se non puoi ripararlo, non lo possiedi davvero.



La storia è ambientata in un futuro in cui la tecnologia ha raggiunto un livello tale da permettere esperienze sensoriali e visive completamente inimmaginabili, grazie a dispositivi capaci di immergere l’utente in un mondo virtuale totale In pratica, il tanto agognato metaverso che le grandi aziende tecnologiche stanno disperatamente cercando di raggiungere La protagonista è Iroha Sakayori, una diciassettenne che trascorre le sue giornate oscillando tra l’essere una studentessa modello e una lavoratrice part-time con turni estenuanti per riuscire a mantenersi da sola Il suo obiettivo è ottenere il rispetto della madre (la cui assenza torna casualmente comoda per il futuro della pellicola) Nonostante la vita frenetica, Iroha riesce sempre a ritagliarsi un po’ di tempo per rifugiarsi nel mondo virtuale e supportare la sua idol vtuber preferita, Runomi Yachio (in pratica una versione alternativa della Miku del nostro mondo) Una sera qualunque, dopo l’ennesimo turno massacrante, Iroha nota una cometa anomala che si schianta nelle vicinanze della sua modesta abitazione. Sul luogo dell’impatto trova un palo illuminato in modo innaturale e, una volta avvicinatasi, un misterioso sportellino si apre rivelando uno scompartimento segreto con al suo interno una dolce neonata. Da questo momento prende avvio il vero cuore del film, dato che il ritmo della narrazione viene accelerato proprio come la crescita anomala della neonata misteriosa. Infatti, in una manciata di giorni la neonata diventerà una ragazza della stessa età di Iroha. Superato lo shock iniziale, le due ragazze instaurano un legame di amicizia sempre più profondo e in una delle loro conversazioni, salta fuori la verità sulla comparsa della misteriosa ragazza. A quanto pare si tratta di Kaguya, la celebre principessa proveniente dalla luna dell’antica leggenda giapponese.
Gennaro
Sepe

Sarà proprio Kaguya a mettere un punto fermo sul leitmotiv della pellicola, in quanto il suo obiettivo sarà scrivere un lieto fine insieme a Iroha, a differenza della versione triste che caratterizza la sua storia tradizionale. Passando al lato tecnico, il film è stato realizzato da due studi (Studio Colorido e Studio Chromato) che si sono divisi rispettivamente il mondo “reale” e quello “virtuale”, creando un contrasto visivo netto e affascinante tra le due dimensioni. In ogni frame traspare l’amore per l’animazione, con inquadrature sempre più audaci e citazioni di scene cult dell’animazione e persino del cinema Riassumendo, il reparto tecnico può non piacere (soprattutto nel mondo virtuale), ma è sicuramente di primo livello Mi trovo, però, obbligato a parlare di un grosso punto dolente: Kaguya Nonostante sia una delle due protagoniste, in più di un’occasione ricade nel classico e spesso criticato moe, tipico di una certa categoria di personaggi La sua energia e il suo coraggio sono indiscutibili, ma alcune frasi fatte e atteggiamenti potrebbero risultare fastidiosi o addirittura irritanti per una parte del pubblico Anche la scelta di non aver approfondito maggiormente i personaggi secondari lascia un po’ di amaro in bocca, sebbene sia comprensibile considerando che l’intera narrazione ruota attorno al legame delle due protagoniste. Per chi fosse interessato al reparto musicale, sia le melodie di accompagnamento che quelle cantate dai personaggi sono curate e piacevoli, anche per chi non è particolarmente amante del genere pop. Per concludere, questo è un film che punta quasi tutto sulle emozioni che uno spettatore prova osservando l’avventura di queste due semplici ragazze condita da un’estetica visiva che cattura l’attenzione. Pur con qualche ingenuità che fa traballare il tutto, la pellicola riesce a emozionare. Quindi se cercate un’opera perfetta passate alla prossima, ma se cercate una pellicola capace di lasciare un segno, allora datele una possibilità!



Ornella Giordano
A tavola non si mangia soltanto: si comunica E spesso lo si fa con un vocabolario invisibile fatto di gesti, silenzi, rumori e piccoli rituali che, fuori contesto, possono sembrare bizzarri In realtà sono codici sociali precisissimi: dicono “ti rispetto”, “ti ringrazio”, “sono dei vostri”. E se vi è capitato di sentirvi impacciati davanti a un piatto sconosciuto, sappiate che non siete soli: il mondo del cibo è un manuale di buone maniere scritto in centinaia di versioni diverse. Prendiamo il pane. In Afghanistan non è solo un alimento, è quasi una promessa: se cade a terra, lo si raccoglie e lo si bacia. Un gesto semplice, ma potentissimo, che racconta quanto il cibo possa essere sacro e quanto lo spreco sia una ferita culturale prima ancora che economica In Francia, invece, il pane è una presenza discreta e costante: non inaugura mai il pasto come antipasto, accompagna piuttosto il piatto principale e può persino trasformarsi in “posata”, utile per raccogliere ciò che resta nel piatto. Stesso ingrediente, due mondi: rispetto rituale da una parte, eleganza funzionale dall’altra

Poi c’è la questione del tempo, che a tavola può diventare un ingrediente. In Canada, per esempio, arrivare puntuali a una cena può essere percepito come poco “sintonizzato”: l’ospite ideale si presenta con un quarto d’ora di ritardo, con quell’aria rilassata che sembra dire “non ti metto fretta, non ti controllo, non ti giudico” Il bello è che il medesimo gesto, essere in perfetto orario, altrove è la normalità. Qui, invece, diventa quasi un’eccessiva rigidità. Se il tempo varia, figurarsi le mani
In Cile, la buona educazione è una faccenda molto seria: tutto si mangia con le posate, anche ciò che altrove si afferra senza pensarci, come patatine fritte o pizza. In Etiopia è l’opposto: si condivide lo stesso piatto, niente posate, e le porzioni individuali sono considerate uno spreco Si usa la mano destra e, in alcune zone, esiste persino la “Gursha”, una tradizione in cui si imbocca la persona accanto. Un gesto che, visto da lontano, potrebbe mettere in crisi qualsiasi maniaco dell’igiene ma che, nel contesto giusto, è un atto di affetto e appartenenza.

Le regole cambiano anche quando si tratta di “segnali” di gradimento. In Cina, lasciare un po’ di cibo nel piatto può essere un modo per dire “sono sazio, era abbondante, grazie”: un messaggio cortese verso chi ha cucinato. Però attenzione: lasciare il riso nella ciotola è scortese Insomma, non basta capire che cosa lasciare: bisogna capire che cosa significa. Anche versare da bere non è mica un gesto neutro. In Egitto riempirsi il calice da soli è considerato di
cattivo gusto: deve farlo il vicino, e il bicchiere va riempito solo fino a metà Il risultato? La cena diventa un piccolo sistema di collaborazione continua: non solo condividi il cibo, ma anche la cura dell’altro In Corea il principio è simile: non ci si versa mai da bere da soli, ci pensa qualcun altro. E se qualcuno propone di bere insieme, dire “ok” è quasi obbligatorio: è un modo per mostrarsi socievoli, disponibili, dentro al gruppo. Poi ci sono i Paesi che trasformano il brindisi in sport di resistenza In Georgia può durare ore: si svuota il bicchiere in un sorso solo, spesso dopo un giro intorno al tavolo, e quando tutti hanno brindato… si ricomincia. Dieci, quindici bicchieri non sono un’eccezione, sono la serata E c’è perfino una regola ironica: la birra si beve solo per augurare sfortuna a qualcuno. In Ungheria, invece, il brindisi ha una memoria storica: guardarsi negli occhi è fondamentale, ma far tintinnare i bicchieri è sgradito, perché richiama una tradizione legata alla sconfitta del 1848 Un dettaglio che ti insegna una cosa: a tavola non si tramandano solo ricette, ma anche ferite.

Alcune usanze, poi, ricordano che il cibo è anche religione e cosmologia. In varie zone delle Ande, tra Perù, Argentina, Cile e Bolivia, prima di iniziare si versano gocce di bevanda a terra in onore di Pachamama, la dea della fertilità, dicendo “Para Pachamama” . Un micro-gesto che collega il tavolo alla terra e trasforma la cena in ringraziamento. E la tecnica? Anche quella cambia. In Thailandia, ad esempio, il riso si mangia con il cucchiaio: usare le bacchette è visto come poco elegante, e la forchetta serve soprattutto ad accompagnare al cucchiaio ciò che non è riso. In Messico, invece, i tacos si mangiano con le mani: le posate suonano da snob, come indossare lo smoking in spiaggia Infine, c’è il capitolo “rumori”: quello che per alcuni è imbarazzo, per altri è educazione. E già che ci siamo, prepariamoci a un altro shock culturale: in certe aree, fare eruttazioni a tavola è normale e fare questo verso con la bocca può suonare come un complimento Mentre altrove sarebbe un crimine sociale punibile con sguardi di ghiaccio. In certe comunità Inuit, esprimere apprezzamento può significare… flatulenze. Sì, letteralmente. E in diverse culture, quando si mangiano zuppe o noodles, essere rumorosi è un complimento a chi ha cucinato. Se ci pensi è logico: è un feedback immediato, un “mi piace” analogico

Morale? Viaggiare col palato significa viaggiare anche con le regole E forse il modo migliore per non sbagliare non è imparare a memoria ogni galateo del pianeta, ma adottare un principio universale: osservare, chiedere (con gentilezza) e imitare. Perché, alla fine, le buone maniere non sono altro che un modo di dire “sono felice di essere qui”. Anche quando lo dici con un cucchiaio, una mano destra o un bicchiere lasciato a metà
Andrea Neri
BUNGIE RIPORTA LO STORICO GIOCO IN VITA CON UNA FORMULA NUOVA E UN’ESTETICA FUTURISTICA
Il ritorno di Marathon segna un momento particolare per Bungie, che decide di recuperare uno dei suoi franchise storici, trasformandolo però in qualcosa di molto diverso dal passato. Il nuovo Marathon non è infatti un semplice remake degli sparatutto degli anni Novanta, ma un extraction shooter PvPvE centrato su sessioni di gioco ad alta tensione, in cui ogni decisione può cambiare l’esito della partita
L’ambientazione ci porta sul pianeta Tau Ceti IV, una colonia ormai misteriosamente abbandonata. I giocatori vestono i panni dei Runner, mercenari cibernetici inviati a esplorare le rovine della colonia per recuperare tecnologia, risorse e dati preziosi. Ogni partita segue una struttura chiara: si entra nella mappa, si saccheggia ciò che si riesce a trovare e si tenta di estrarre vivi prima che altri giocatori o le minacce dell’ambiente ci eliminino. Questa formula genera una tensione continua, perché ogni oggetto raccolto può andare perso in pochi secondi
Dal punto di vista del gameplay si sente forte l’esperienza di Bungie negli sparatutto Il gunplay è preciso, reattivo e molto soddisfacente, con armi che restituiscono un buon feedback durante gli scontri. Anche il movimento dei personaggi risulta fluido, elemento fondamentale in un titolo dove spesso sopravvive chi riesce a muoversi meglio e prendere decisioni più rapide. Uno degli aspetti più riusciti di questo videogioco è senza dubbio la direzione artistica. Marathon, infatti, punta su un’estetica futuristica molto marcata, con colori decisamente accesi, con interfacce minimaliste e ambientazioni che mescolano tecnologia avanzata e rovine di una civiltà ormai scomparsa. Il risultato è uno stile visivo immediatamente riconoscibile
Come accade per molti titoli multiplayer moderni, la vera sfida sarà il supporto nel tempo Nuove mappe, bilanciamenti e contenuti saranno fondamentali per mantenere viva e appassionata la community di giocatori. Marathon è, nel complesso, un progetto davvero ambizioso: un gioco che prova a unire l’eredità di Bungie negli FPS con le dinamiche degli extraction shooter moderni. Se il titolo riuscirà a trovare il giusto equilibrio tra accessibilità e profondità tattica, potrebbe ritagliarsi uno spazio interessante nel panorama competitivo degli sparatutto online. Al momento Marathon mostra basi solide, ma il suo vero valore emergerà con il tempo, quando la community inizierà a esplorare strategie, build e approcci diversi alle missioni È un ritorno che non vive solo di nostalgia, ma che prova a reinventare un nome storico in chiave moderna

Per pubblicizzare un pannolino si può scegliere la strada più classica: parlare di assorbenza, comfort, materiali, vestibilità Oppure si può decidere di fare qualcosa di completamente diverso. Huggies ha scelto la seconda opzione, e lo ha fatto con una campagna che prende una delle preoccupazioni più comuni dei neogenitori e la trasforma in un’idea creativa tanto semplice quanto geniale. La campagna si chiama provocatoriamente “Expensive Sh*t” e già dal titolo fa capire che non vuole muoversi sui binari tradizionali della comunicazione di prodotto Al centro non c’è soltanto il pannolino in sé, ma una paura concreta: quel momento in cui un piccolo incidente può trasformarsi in un vero e proprio disastro. Non si tratta solo di un body da cambiare o di un cambio improvvisato fuori casa. È un inconveniente che può rovinare, macchiare, sporcare, compromettere. Una preoccupazione quotidiana, reale, immediata. Ed è proprio qui che Huggies ha deciso di posizionarsi. L’aspetto più interessante della campagna sta infatti nel modo in cui il brand ha scelto di raccontare il proprio prodotto Invece di limitarsi a promettere affidabilità, Huggies ha portato in scena una vera e propria dimostrazione, trasformando il classico “test del pannolino” in un evento. L’idea, sviluppata dal brand, assieme a McCann New York e McCann New Zealand, è stata


Maria Minotti
quella di mettere alla prova i pannolini della linea Little Snugglers sopra una selezione di oggetti di lusso. Durante una diretta streaming di un’ora, diventata poi video pubblicitario, diciotto neonati sono stati lasciati gattonare, muoversi e giocare tra mobili vintage, tappeti pregiati, oggetti da collezione, pezzi di design e persino un’auto di lusso: tutti oggetti esposti ad eventuali incidenti. Una scelta curiosa, ironica e ad altissimo impatto, pensata per rendere il messaggio immediatamente memorabile. E proprio qui la campagna trova la sua forza. Perché non racconta il prodotto in modo astratto, ma lo inserisce in una situazione estrema, quasi assurda, che però rende il beneficio immediatamente comprensibile Il meccanismo creativo è diretto ed efficace: se un pannolino riesce a proteggere oggetti di valore altissimo, allora può certamente funzionare nella vita di tutti i giorni. Non serve una lunga spiegazione tecnica, perché la dimostrazione visiva dice tutto. È una campagna che lavora per contrasto: da una parte la normalità caotica della genitorialità, dall’altra il mondo del lusso, fragile, costoso, intoccabile. In mezzo, un solo elemento chiamato a reggere la tensione: il pannolino È una trovata pubblicitaria che funziona perché unisce tre dimensioni molto forti La prima è la realtà tangibile della questione: il disastro pannolino è qualcosa che i genitori conoscono bene, senza bisogno di spiegazioni. La seconda è la messa in scena, che porta quel problema in un contesto inatteso e quasi surreale. La terza è la dimostrazione concreta, perché il prodotto non viene semplicemente raccontato, ma testato davanti al pubblico. In questo senso, Huggies non sta solo vendendo pannolini Sta vendendo tranquillità Sta prendendo un comune motivo di ansia e lo sta traducendo in una promessa chiara: puoi fidarti Ed è interessante il fatto che questa promessa non venga affidata a un linguaggio rassicurante o istituzionale, ma a un’operazione ironica, coraggiosa e perfettamente calibrata. La campagna, infatti, è a tutti gli effetti un prodotto fatto per il digitale. Il titolo provocatorio cattura l’attenzione, la dinamica dell’esperimento invita alla condivisione, con la diretta streaming che genera tensione in tempo reale e il coinvolgimento di creator del mondo parenting
Che amplia ulteriormente la risonanza del progetto. È una comunicazione che comprende bene le logiche contemporanee: per essere notato, un brand oggi deve spesso trovare un formato che sia insieme narrativo, visivo e commentabile. Huggies ci riesce scegliendo un linguaggio vicino alla cultura social, ma senza perdere il legame con il proprio prodotto Anche il tono gioca un ruolo decisivo “Expensive Sh*t” non cerca di addolcire la realtà della genitorialità, anzi la abbraccia assieme a tutta la sua componente più disordinata e imprevedibile. È qui che la campagna diventa davvero intelligente: non idealizza il mondo dei neonati, non lo ripulisce, non lo rende artificiale. Parte dal caos e lo trasforma in spettacolo. Parte dalla concretezza, che usa per costruire una dimostrazione memorabile
In più, c’è un ulteriore livello di lettura che rende l’operazione ancora più efficace Mettere i bambini sopra oggetti tanto costosi significa estremizzare il concetto di protezione fino al paradosso. Ma proprio questo paradosso rende il messaggio comprensibile. Nessun genitore ha un tappeto persiano da decine di migliaia di dollari sotto il tavolo della cucina, certo. Però tutti hanno qualcosa che non vogliono vedere rovinato: il divano, il materasso, il seggiolino, i vestiti, il tempo, la serenità La campagna usa il lusso come moltiplicatore visivo, per parlare in realtà di vita quotidiana È per questo che l’idea colpisce riuscendo a far ricordare il prodotto attraverso una scena impossibile da ignorare. Huggies descrive semplicemente la performance del pannolino: la mette sotto pressione, la trasforma in contenuto, la fa diventare intrattenimento. E così riesce a spostare la comunicazione da un piano funzionale a uno culturale e narrativo.

In fondo, è proprio questa la forza dell’operazione: aver preso un gesto quotidiano e invisibile come mettere un pannolino e averlo trasformato in un evento da guardare Una campagna che non si limita a dire “funziona”, ma costruisce tutto intorno a questa promessa una prova pubblica, curiosa, ironica e perfettamente coerente con il tempo in cui viviamo. Ed è forse proprio qui il suo merito più grande: aver reso memorabile un prodotto ordinario, usando come leva creativa il più straordinario dei paradossi.
Michele D’Eboli
All’ingresso di Padula, nel Vallo di Diano, un sentiero ben preciso conduce al Battistero di San Giovanni in Fonte, eretto nel IV secolo su di una sorgente di acqua limpida che alimentava il fonte battesimale, un particolare unico nel suo genere
Immerso nel verde, lontano dal centro abitato e circondato da un paesaggio naturale molto suggestivo, il battistero dà al visitatore l’impressione di essere fuori dal tempo. Luogo di culto famoso fin dagli inizi del Cristianesimo, l’edificio sacro fu eretto sui resti di un tempio romano consacrato alla ninfa delle acque, Leucotea.
Nel 527 Cassiodoro, autore latino e alto funzionario in quella circoscrizione, raccontò di un miracolo che avveniva in questo battistero: durante la veglia pasquale, al momento del battesimo dei neofiti, mentre scendevano nella vasca, le acque salivano al punto da sommergere le scale, un fenomeno che portò i fedeli a paragonare la sorgente al fiume Giordano in cui San Giovanni Battista battezzò Gesù. Il fenomeno attirò un numero di pellegrini così elevato che le autorità ecclesiastiche fecero costruire un convento per accoglierli
I Longobardi e successivamente i Saraceni si impadronirono della struttura di cui oggi non rimane traccia mentre gli abitanti del posto, dopo averlo demolito per ricavarne materiali da costruzione, lo abbandonarono e fuggirono sulle alture. Solo il battistero continuò ad esistere grazie ai Benedettini che lo trasformarono in una cappella consacrata a San Giovanni Battista.
Già in rovina e nascosto sotto una fitta vegetazione, fu salvato dall’ abbandono e dalla dimenticanza nel 1958 e restaurato, però, solo dopo il terremoto del 1980
Nel corso dei lunghi lavori di restauro vennero scoperti, su uno dei muri, quattro volti di santi dipinti poi traslati e custoditi nella Certosa di S. Lorenzo, che hanno delle evidenti affinità con gli evangelisti
A quell’epoca questi ultimi erano abitualmente rappresentati unicamente con i loro rispettivi simboli, leone, toro, aquila e angelo, per cui il battistero riveste in tal senso una caratteristica di rarità proprio per essere uno dei luoghi della cristianità, insieme alle catacombe romane, nei quali i quattro apostoli sarebbero stati ritratti con fattezze umane