Il Ruolo Dell'architetto nei processi partecipativi di di abitare collaborativo. esperienze di Cohousing.
Emanuele Rizzi
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1 INDEX
1 PREMESSA ............................................................................................................................................. 6 1.1 L’ABITARE COLLABORATIVO: VICINANZA DELLO SPAZIO E DELLE PERSONE.................... 6 1.2 INTRODUZIONE ..................................................................................................................................... 8 1.3 ARTICOLAZIONE DEL LAVORO ....................................................................................................... 12 2 CAPITOLO I ......................................................................................................................................... 13 2.1
Cosa Intendiamo Con Il Termine “Abitare Partecipato” .............................................................................. 13
2.2
I Soggetti Ricercatori Di Esperienze Di Abitare Partecipato ......................................................................... 16
2.3
Come si vive in un Ambiente Partecipato ................................................................................................... 18
2.4
Quali Sono I Vantaggi Personali E Sociali ................................................................................................... 20
2.5 In Che Modo Questo “Well-Being” Dell’abitare Si Interpola Con La Società. Socialità, Condivisione, Collaborazione Come Stili Di Vita Sostenibili. .......................................................................................................... 24 2.6
Il Futuro Prossimo Dell’abitare Partecipato ............................................................................................... 27
2.7
Forme Concrete Dell’abitare Collaborativo. ................................................................................................ 30
3
UN NUOVO SCENARIO PROFESSIONALE : IL “RUOLO” DELL’ARCHITETTO” ................ 34 3.1
Nuove Opportunità. ................................................................................................................................... 34
3.2
Un Nuovo Modo Di Progettare ................................................................................................................... 36
3.3
La Multidisciplinarietà ............................................................................................................................... 40
3.4
Preparazione E Sensibilità .......................................................................................................................... 45
3.5
Fare Parte Di Un Gruppo ............................................................................................................................ 47
3
3.6
4
Accompagnamento Ad Un Risultato Sociale E Architettonico Complesso .................................................... 50
IL CO-HOUSING.................................................................................................................................. 53
4.1
Cos’è Il Co-Housing .................................................................................................................................... 53
4.2
Genesi E Primi Approcci ............................................................................ Errore. Il segnalibro non è definito.
4.3 Il Co-Housing In Italia , Dimensione Sociale E Culturale Di Un’esperienza Di Co-Abitazione Errore. Il segnalibro non è definito.
5
ESPERIENZE SIGNIFICATIVE DI CO-HOUSING ........................................................................ 71
5.1 5.1.1 5.1.2 5.1.3 5.1.4
Esperienze mondiali .................................................................................................................................. 71 SVEZIA _Cohousing Stolplyckan ...................................................................................................................... 71 Danimarca_Cohousing Jyrstrup Savvaerk ....................................................................................................... 78 Danimarca_ Senior Cohousing Noedebo ........................................................................................................ 85 Stati Uniti_ Cohousing Swan’s Market ............................................................................................................ 91
5.2 5.2.1 5.2.2 5.2.3 5.2.4
Esperienze Italiane .................................................................................................................................... 98 Italia_Cohousing/Ecoquartiere “Quattro Passi” .............................................................................................. 98 Italia_Cohousing Mura San Carlo .................................................................................................................. 106 Italia_Cohousing San Giorgio ........................................................................................................................ 113 Italia_Cohousing Senigallia ............................................................................................................................ 118
6 INTERVISTE AI PROTAGONISTI ................................................................................................ 128 6.1
Architetto Giovanni Franceschelli – Progettista Co-Housing Ferrara......................................................... 129
6.2
Architetto Vania Curzi – CoHousing Senigallia ........................................................................................ 149
6.3
Andrea Mariotto – Architetto Facilitatore .......................................................................................... 167
6.4
Laura Pommella - ArchitettA e Facilitatrice ............................................................................................. 183
6.5
Massimo Lepore – Architetto – TAMassociati ........................................................................................... 200
6.6
RE.CO : Andrea Pinna _ Francesca Setzu - Architetti ................................................................................ 212
7 BIBLIOGRAFIA E CITAZIONI ....................................................................................................... 224 SITOGRAFIA ............................................................................................................................................. 225
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1 PREMESSA
1.1 L’ABITARE COLLABORATIVO: VICINANZA DELLO SPAZIO E DELLE PERSONE
“Vicinanza... l ‘essere vicino nello spazio e nel tempo, ma anche affinità e somiglianza con una definizione più arcaica: I Vicini, il vicinato.” [6]1
“Vicinanza” è un concetto ampio che coinvolge la materia - gli oggetti fisici - cosi come la relazione tra le persone, le famiglie, le comunità. Il concetto di vicinanza è lo stesso concetto che ci lega ad esempio: all’interno di un condominio a vivere a contatto con le altre persone, a gestire gli spazi utilizzati che sono spazi vissuti, a dover far fronte ai diritti e ai doveri dello stabile, a doverci relazionare con un insieme di persone NON SCELTE. L’aggregazione di persone determina un insieme, un vicinato, tuttavia questa definizione non significa obbligatoriamente la comunità, lo “spirito”, l’unità d’intenti, la solidarietà.
Andrea Pinna, Intervista cohousing , youtube, Tedx
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L’esempio del condominio è un esempio interessante di abitare assieme, in quanto ci fa capire come si possa essere una comunità non selettiva, con molteplici visioni nel modo di abitare 1
e di convivere alle questioni comuni, tuttavia, ha dimostrato difficoltà nella gestione e nel rapporto sociale tra gli individui che lo abitano. Occorre quindi , determinare alcuni elementi :
La “SCELTA” è un tema centrale nel raggiungimento di modello abitativo partecipato. Il termine raggruppa in sè tutta una serie di questioni che hanno come fine la partecipazione attiva in tutte le fasi, rivolta a tutti i componenti della “vicinanza”. Un insieme di persone, che scelgono di condividere obiettivi e un percorso al quale prenderanno parte attivamente, pongono l’accento su un nuovo tipo di modello abitativo, un modello che ha come Titolo la “Base Relazionale “2Immaginiamo per un attimo un vicinato, “vecchio stampo”, un vero vicinato dove se vi mancava un uovo o dello zucchero non c’era timore a chiederlo al vicino di casa, e allo stesso modo non vi era timore ad affidare il proprio bambino all’anziana della porta accanto, dove lo stesso bambino poteva fare compagnia all’anziana sola. Ora racchiudiamo insieme questi comportamenti, ormai quasi tramontati, e li applichiamo ad un sistema abitativo che fa della partecipazione il suo fulcro. Un sistema che si basa sulla scelta dei propri partecipanti (Vicinato Elettivo), creando un luogo co- progettato, un luogo dove si vive assieme, dove insieme si pensa alla progettazione dello spazio comunitario e di quello privato. Questo fenomeno è denominato Andrea Pinna, Intervista cohousing , youtube, Tedx
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Co-Housing ed un modello abitativo in cui non è importante essere vicini solo da un punto di vista fisico, ma anche da un punto relazionale. In questo modello, non è importante solo il contributo di chi vi andrà ad abitare, è altresì importante la sinergia e la 2
collaborazione dei professionisti che interverranno nella stesura delle idee e nella progettazione3 A guida di questi processi possiamo ipotizzare diverse figure professionali, atte a gestire, interpretare ed unire le intenzioni e gli intenti secondo un processo identitario. L’architetto si propone come figura professionale possibile , interpretando e guidando la ritrovata sensibilità sociale verso un processo collaborativo e tecnico, con particolare attenzione alle persone al territorio e all'ambiente.
1.2 INTRODUZIONE
Da che abbiamo memoria l’uomo ha sempre cercato di sviluppare e determinare il proprio modo di abitare . Lo ha fatto seguendo i propri dettami utilitaristici, sociali e ambientali . Fino ai giorni nostri abbiamo assistito ad una vasta ricerca del benessere tramite l’abitare . L’abitare è diventato per l’uomo un carattere fondamentale , un punto cardine su cui si basa la vita. Le persone , anche grazie alla ricerca e alla cultura, hanno attribuito un ruolo chiave del proprio benessere a questo concetto astratto. L’abitare Andrea Pinna, Intervista cohousing , youtube, Tedx
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è cìò che rende l’uomo completo. Questa continua ricerca ha portato a target molto più raffinati e qualitativamente elevati . Abitare non significa solo costruire e ripararsi dal mondo, significa anche qualità della vita, di confort, di relazioni , di processi, di stabilità. Ad oggi, esistono tantissimi modi per intendere l’abitare; non esiste una definizione empirica, se si vuole valutare il concetto 3
Andrea Pinna, Intervista cohousing , youtube, Tedx
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espresso, dobbiamo fare riferimento a diversi aspetti di carattere anche emotivo. Mentre possiamo affermare che siamo arrivati ad un livello dell’abitare complesso e i precetti a cui facciamo riferimento si basano su forme codificate, che costituiscono tipi di risposta predefiniti all’abitare, come la stabilità, le relazioni, Il confort e la socialità. Questi aspetti, e tematiche, sono tuttavia in continuo mutamento nella società odierna , e con loro il termine “Abitare”. Il continuo “aggiornamento” fa si che ci sia un’ eterogeneità nei metodi dell’approccio al tema. Esistono infatti, una notevole varietà di metodi e criteri dell’abitare, in base alle culture, alle identità , al vivere , ai modi di vedere il mondo , al rapporto con il territorio e la natura .Questa diversità e questa continua ricerca di qualcosa di “nuovo” o “riadattato” spinge le persone e le società a maturare e a mutare. L’abitare quindi diventa materia fondante di una società in continua evoluzione, è lo specchio della società odierna (e viceversa, la società lo è dell’abitare). Ciò che ne rimane , è la traccia, che nel susseguirsi del tempo ha portato a creare case, paesi, città e metropoli. L’abitare è vivere , l’abitare è socialità, l’abitare è creare (…e lasciare) un segno tangibile della società in cui viviamo . Oggi stiamo assistendo ad un ritorno alla socialità come metodo di vivere alternativo. Ci Stiamo lentamente spostando da una individualità abitativa, che negli ultimi trenta/quarant’anni ha preso il sopravvento, verso politiche del vivere comune . Faccio riferimento a tutti quei modi di vivere che contemplano un insieme di persone, che uniscono i loro intenti, per creare una piccola società nell’ abitare. Le intenzioni delle persone hanno la capacità di far cambiare le politiche abitative e le società, quindi anche i territori e le città. 10
Il concetto alla base, non è l’abitare in sé ma è il diritto di vivere in un contesto sostenibile sotto il profilo ambientale, di confort, e sociale . A livello nazionale, esistono “politiche per l’abitare” (politiche abitative), chiamate a garantire ai cittadini l’accesso a un alloggio dignitoso ed ad uno stile di vita consono alla società in cui viviamo. In linea generale, la condivisione di luoghi, momenti collettivi, la ricerca di rapporti di vicinato solidale, e l’istintivo allontanamento dallo spettro della solitudine e dell’isolamento, sono da sempre elementi ricercati in ogni epoca e in ogni latitudine. L’architettura è sempre stata, fedele compagna di queste trasformazioni, ed è stata l’espressione nella maggior parte dei casi di questi cambiamenti sociali ed è stata capace di registrarne tutte le mutazioni. L’architettura, come la società, è in continuo mutamento e la ricerca di archetipi e di radici comuni offre rinnovate strategie per una valida riproposizione delle nostre idee sui temi come l’Abitare. Le nuove esigenze sociali, psicologiche, economiche e culturali rendono più vicine e fortemente attuali le sperimentazioni che mirano a ridare centralità a forme e modalità più appropriate di progettazione di un autentico abitare condiviso1. A partire dall’Housing Sociale (che, vedremo, non è un processo partecipativo ma ha come sfondo un carattere fortemente sociale e integrativo) fino ad arrivare ai Co-housing, agli Eco-villaggi alle Co-residenze e a tutti quei sistemi che adottano criteri di progettazione integrata partecipativa, il concetto di abitare è mutato a favore di processi inclusivi, di collaborazione, di gestione collettiva. Questo di fatto non è un 1
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S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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mutamento nuovo nella società, ci sono state esperienze passate ( tanto che processi come il co-housing si sono sviluppati negli anni ‘70 in Danimarca, e i diversi approcci sociali al tema della casa e della collaborazione sociale nei Social Housing risalgono addirittura ai primi del 900; i procedimenti collettivi più in generale attorno ad un manufatto vengono datati secoli e secoli fa) che hanno portato all’attenzione determinate questioni, sulle quali porre l’accento, prima tra tutti quella di capire se le sperimentazioni tentate negli anni fossero realmente utili al benessere sociale e abitativo della comunità. Sebbene alcuni fallimenti abbiano portato a “cambiamenti di rotta”, alcune conquiste hanno portato società, persone e progettisti a preferire e coltivare pratiche di abitare collettivo. Questi temi, come le società, sono un cantiere in continua evoluzione, i temi che vengono riproposti anche a distanza di svariati anni fanno capire come cambiano le necessità. Una società in movimento avrà sempre Il bisogno di potersi confrontare ( e riconfrontare) con le tematiche più varie, questo per permettere la sua espansione su di un piano idealistico e nel campo sociale ed economico. L’Abitare oggi è un campo senza fine, l’unico limite è la capacità umana e sociale di pensare a nuove idee. 1.3 ARTICOLAZIONE DEL LAVORO
Questa tesi di ricerca introduce ai temi dell’abitare partecipato e a tutte le dinamiche che lo rappresentano. Il focus è centrato sugli aspetti sociali e strutturali di questa che viene presentata, dalla 12
letteratura, come una teoria, con particolare riferimento a quelli che sono gli aspetti della progettazione e della pratica architettonica. Lo scopo è anche quello di offrire un inquadramento del ruolo dell’architetto in questi processi. Conoscenze fondamentali mi sono state date in “presa diretta”, attraverso le interviste ad attori chiave di questo sistema, che hanno progettato, che vivono, e che fanno dell’abitare collaborativo la loro esperienza di vita . Lo studio della letteratura (libri, riviste , tesi e articoli singoli) è stato importante per costituire lo stato dell’arte e disporre di un buon repertorio di esempi. Ho cercato poi di focalizzare quelle che sono le tematiche chiave , in conversazioni con alcune figure di rilievo nel panorama italiano (vedi allegato: interviste) . La prima parte della tesi , è volta a capire quelle che sono le dinamiche che portano alla scelta di metodo abitativo partecipato, chi le popola, come si vive, i vantaggi e il probabile futuro di queste pratiche. La seconda parte tratterà in maniera dettagliata il rapporto tra questo tipo di progettazione e il ruolo dell’architetto; oltre ad approfondire la conoscenza di un nuovo metodo e approccio, di gestione e di pianificazione che comprende nuovi profili professionali . La terza parte verterà sulla spiegazione di un esempio dell’abitare collaborativo, per me il più evocativo, ed è il co-housing. Con la sua genesi, le sue caratteristiche, la sua espansione nel territorio italiano e riferimenti significativi. L’ultima parte, la più dispendiosa e , forse, la più interessante, interrogherà i progettisti e le figure chiave, facilitatori , sociologi 13
abitanti … sulla loro esperienza di vita e di progettazione in contesti concreti dell’abitare partecipato.
2 CAPITOLO I
2.1 COSA INTENDIAMO CON IL TERMINE “ABITARE PARTECIPATO” Con Il termine Abitare partecipato o collaborativo intendiamo un approccio che rechi come valori fondanti la socialità, la partecipazione tra le persone, le comuni aspirazioni secondo equità, condivisione, mutuo scambio e aiuto reciproco tra gli attori, in questo caso i co-abitanti che condividono l’abitare. Nelle persone sensibili a questa tematica, il valore fondamentale è l’aspirazione a vivere in case, complessi residenziali o villaggi dove l’aspetto di aggregazione e della condivisione di spazi o servizi è presentato come valore aggiunto5. In quest’ottica le persone prediligono le convivenze alla cui base ci sia un forte sistema relazionale tra i soggetti che permette loro di compiere , insieme, scelte virtuose dal punto di vista sociale. C’è la volontà di 5
S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
superare “la staticità individualistica ” in favore di una sempre più piena consapevolezza all’approccio collettivo, più fluido e eterogeneo, meno rischioso e più appagante. L’abitare Collaborativo è una pratica che rende le persone più coscienti dei propri mezzi, più rispettose di se stesse e delle 14
pratiche degli altri. E’ insegnare ed apprendere, mettersi a disposizione e ricevere, all’interno di un gruppo con gli stessi ideali. Negli anni si è perso il concetto di condivisione , anche abitativa e si è cercato sempre di ritrovare la propria libertà attraverso spunti individualistici; un esempio potrebbe essere quello dell’abbandono dei centri storici italiani, peraltro di rara bellezza, in favore di villette mono-famigliari disperse oltre le periferie che costeggiano le città 2 . L’individualismo abitativo ha portato alla rottura di determinati schemi, che privano l’uomo della socialità, aspetto fondamentale per la vita. Collaborare e partecipare, invece, evidenziano il tema sociale del bisogno dell’uomo di fare parte di una società. Esistono altri aspetti che spingono le persone a scegliere un abitare collaborativo; questi possono essere di carattere economico, di carattere sostenibile e innovativo. Dal punto di vista economico, fare parte di un sistema partecipato mette di fronte il fruitore ad una serie di vantaggi, come può essere banalmente quello della suddivisione dei costi o della possibilità di accedere a servizi che individualmente sarebbero stati difficili da portare avanti. A carattere sostenibile perché all’interno di molti progetti copartecipati c’è una grande attenzione al tema della sostenibilità, materica e sociale. L’innovazione è sempre riportata all’interno di queste pratiche , sia per una attenta richiesta da parte dei soggetti, sia per il desiderio di progettare all’avanguardia tenendo conto delle diverse necessità.
2
G. Franceschelli, Interviewee, Intervista. [Intervista]. 2021.
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La tecnologia e la possibilità di avvalersi di diversi soggetti con diverse capacità rendono molte scelte più semplici da intraprendere. L’abitare collaborativo è anche ciò che risponde alle esigenze specifiche degli abitanti e abilita le persone a collaborare, migliorando la loro qualità di vita. Le domande fondamentali che dobbiamo porci sono quelle che descrivono l’impatto che ha questa idea sul sistema della casa e quali sono le modalità di cambiamento della progettazione nello sviluppo urbano. Interessante altresì far notare come le persone che vivono o collaborano ad un “abitare partecipato” siano portate a curare anche il quartiere e i rapporti delle zone in cui vivono, non chiudendosi all’interno della loro casa come in caso di una proprietà individuale.3 Come ultimo appunto , bisogna segnalare come questo metodo di agire sia dovuto anche ai notevoli mutamenti demografici, ai cambiamenti degli stili di vita e delle modalità di lavoro, che rappresentano importanti fattori di contesto, che determinano grossi mutamenti nella vita sociale. Si sono persi e indeboliti i contatti sociali e quelle relazioni capaci di generare “welfare di comunità”, ovvero una visione fondata sui valori della solidarietà, della coesione sociale e del bene comune. Tutti aspetti che da sempre albergano nel cuore e nella mente delle persone.
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HousingLab, Co-housing, l'arte di vivere insieme, altreconomia, 2018.
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2.2 I SOGGETTI RICERCATORI DI ESPERIENZE DI ABITARE PARTECIPATO I protagonisti di queste esperienze sono persone che vogliono trovare nuovi modi di vivere la contemporaneità, spinti dal desiderio di ritrovare un senso di comunità nel luogo in cui vivono e cercando di scegliere “il vicino” con cui vogliono vivere. Sono persone che hanno come valori la solidarietà, la collaborazione, l’accettazione e la socialità, oltre al desiderio di volersi mettere in gioco. Ma come si possono creare le condizioni di collaborazione che favoriscano socialità e reciproco aiuto? Come sopra riferito, la prima risposta viene da una scelta sapiente a livello di comunità, tramite un processo che si chiama “Vicinato Elettivo”. Esiste infatti, prima di tutto la scelta di ricostruire delle relazioni autentiche e sincere con le persone che vivranno a stretto contatto nei giorni avvenire. E questo, oltre che fondamentale, è anche il caposaldo della riuscita dei progetti. L’essere “vicini” non significa per forza essere uguali ed omogenei. “Vicini anche se diversi” 4 titola infatti un libro di “Housinglab”, facendo riferimento al fatto che scegliere i nostri vicini non significa per forza scegliere persone uguali a noi. Del resto, spesso, i progetti di abitazioni partecipate non derivano da un insieme di amici, ma, per la grande maggioranza, da gruppi tra di loro estranei che, tramite iniziative, incontri, informazioni, gestite da enti e/o cooperative, si sono conosciuti e hanno condiviso uno stesso obiettivo di vita, basato sui valori che citavamo prima e sulla medesima visione dell’“abitare”. Esistono gruppi di persone, fortemente eterogenei, per età, professione, 4
HousingLab, Co-housing, l'arte di vivere insieme, altreconomia, 2018.
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passioni e provenienze che sono unite dalla volontà di ricreare il senso di “vicinato” e “vicinanza”5nel luogo in cui vivono. Questa “Mixitè” abitativa si rivela spesso un punto di forza. Il fatto di non poter delimitare fino in fondo un “soggetto-tipo”, dimostra come l’eterogeneità sia una costante, che ne determina la notevole importanza anche all’atto pratico, laddove un sistema omogeneo potrebbe andare in crisi. Un esempio potrebbe essere rappresentato dalla persona anziana che aiuta una famiglia, accudendo ad un figlio, e viceversa, nel caso che l’anziano avesse bisogno, magari con dei lavori pesanti , potrebbe ricevere l’aiuto di cui necessita. Uno dei temi fondamentali a cui questi soggetti fanno riferimento quando trattano questa esperienza è la Mutualità Quotidiana. Vivere insieme significa godere di tutte quelle relazioni di reciproco aiuto che migliorano la gestione della quotidianità e la conciliazione lavoro-casa-famiglia. Tale esigenza emerge soprattutto nei nuclei con figli. La valenza delle relazioni reciproche quotidiane, delle attività comuni e dello scambio in generale rappresenta la base di questa tipologia dell’abitare. Il soggetto ricercatore è senza dubbio una figura che deve rispondere ad un proprio bisogno abitativo diversificato, che sfrutta e trova le diverse sinergie e complementarietà in questo modo di vedere l’abitare. Esistono anche esperienze più omogenee, ed è il caso di soggetti con profili socio-economici e culturali comuni (in genere giovani o di media età , professionisti, spesso con una importante capacità di reddito), che decidono di condividere il loro percorso andando a
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Andrea Pinna, intervista sul Cohousing, youtube, TEdx
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vivere insieme . Ci sono anche esperienze che mettono alla base una “caratteristica” ben definita, ad esempio, quella delle residenze partecipate per padri soli, per anziani o studenti. Le persone che affrontano questo tipo di percorso sono, nella maggior parte dei casi, ben preparate , con voglia di apprendere e sensibili ai temi quali la natura, il territorio, l’ambiente , il risparmio energetico, le iniziative sociali .
2.3 COME SI VIVE IN UN AMBIENTE PARTECIPATO Come rileva Franco La Cecla, l’abitare non è un problema individuale e la sua soluzione rappresenta una questione collettiva; tutto ciò dimostra come negli anni la domanda di coloro che, attraverso la realizzazione di nuovi insediamenti residenziali, aspirino a soddisfare le necessità di socialità, condivisione, mutuo scambio e aiuto, unità di vicinato, sia diventata sempre piu’ emergente 6 . Sempre più soggetti sociali esprimono un forte bisogno di socialità e collettività, come ad esempio le coppie di giovani, i singles con o senza figli, gli anziani, i lavoratori , i trasfertisti etc. Tali desideri si uniscono a necessità di “vivere” secondo principi di equità, sostenibilità, conservazione delle risorse naturali, tutela e sviluppo dei beni comuni . Sono tutte espressioni di vita che si stanno affermando con crescente forza nel panorama mondiale ed italiano. All’interno di questi 6
S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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“ambienti” vivono persone sensibili a queste tematiche, con evidenti aspirazioni a vivere in complessi residenziali che abbiano nel loro spirito valori come l’aggregazione, l’uso sapiente degli spazi e dei servizi comuni. Gli spazi offrono inclusione e socialità; dove c’è un modesto contatto con la vita delle altre persone, tutto viene ripensato secondo schemi che pongono enfasi sulla qualità relazionale. In un ambiente partecipato si vive secondo nuovi canoni di abitare (che poi nuovi non sono) e di convivere, attraverso le relazioni , attraverso le scelte virtuose dal punto di vista sociale e ambientale, attraverso l’aiuto verso ciò che è comune e non soltanto personale e/o privato. Collaborare è non solo, infatti, quando si fanno scelte come un orto condiviso, una cucina, una piscina, un luogo di aggregazione comune, ma lo è anche nella costituzione di un gruppo d’acquisto solidale verso qualcosa come ad esempio le energie rinnovabili o nel conseguire un risparmio su un bene essenziale come l’abitazione7. L’unione di intenti e la collaborazione crea risposte ai problemi anche più complessi , che altrimenti, non sarebbero stati superati. Questa iniziativa avanza sempre più attraverso la “staticità abitativa” a cui siamo stati abituati negli anni e di conseguenza la socialità e la collaborazione ritornano prepotentemente nel panorama abitativo . Partecipare non significa solo abitare , ma e’ un percorso molto più complesso e astratto , che si puo’ declinare 7
S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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attraverso un’architettura, degli spazi o un luogo. La partecipazione è in architettura la volontà di prendere parte ad un percorso , con diversi attori ma con uno stesso obiettivo che è quello di portare a compimento idee diverse tradotte in un opera. L’importanza di avere un’idea condivisa si evidenzia nel fare parte di un gruppo con l’intento di agire secondo una coscienza comune. In queste pratiche il gruppo è fondamentale , è la linfa che nutre; senza il gruppo tutto questo non sarebbe praticabile. Un altro aspetto importante per capire come si vive in un ambiente partecipato sta nel comprendere come ci si pone nei confronti dell’innovazione, nello sperimentare, nel reinventarsi, nella capacità di rendersi disponibili nei confronti di tutti gli attori. Spesso in questi ambienti le iniziative non partono dall’alto e sono povere di incentivi in quanto di difficile trattazione. Partono più spesso dal basso, secondo un procedimento di attivazione “bottom-up” e questo fa si che le diverse difficoltà possono essere trattate e risolte nei vari step dell’iter partecipativo, grazie ad una volontà comune attuata da diversi soggetti.
2.4 QUALI SONO I VANTAGGI PERSONALI E SOCIALI Come si accennava nei paragrafi precedenti, diversi sono i vantaggi personali e sociali di queste esperienze. Prima di tutto, la condivisione e la collaborazione sono tematiche utili nella vita di 21
un uomo, formano il carattere, sviluppano la socialità, l’attitudine a mettersi a disposizione dell’altro, il reciproco aiuto, la lealtà. Favorire l’integrazione sociale e lo spirito di comunità diventano i punti cardine. Il vivere all’interno di un ambiente partecipato ci mostra anche i nostri limiti, ci mostra come superarli, come imparare dagli altri. Ci sono dei vantaggi qualitativi di tipo abitativo, materiali e non, e sono ad esempio l’innalzamento degli standard abitativi nell’edilizia civile, la garanzia di equità nell’assegnazione degli alloggi, la disponibilità di un’offerta flessibile. I vantaggi possono consistere anche in soluzioni organizzative nuove, come la costituzione di una cooperativa di persone che operano per un determinato scopo o su un determinato bene, dividendo costi, fatica e progetti di vita; o, anche, la possibilità di vivere in un ambiente sano , con diversi spazi comuni , con attività e servizi, di difficile accesso se ricercati come individuo o nucleo singolo; e ancora, la scelta di un vicinato selezionato ( che non è un fattore trascurabile), divenire parte di una comunità che ha forti propensioni per gli aspetti sociali, di eco-sostenibilità, di ambiente, di territorio. Sicuramente tutte queste componenti costituiscono per un individuo un ambiente sano sul quale fare affidamento, e sul quale sviluppare la propria persona nella sfera “domestica” e di “vicinato”.
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Il giusto bilanciamento tra spazi privati e spazi per la socialità crea nella mente delle persone un giusto bilanciamento sociale ed emotivo, e diventa quindi una ottima soluzione alla disuguaglianza abitativa . Inoltre, il perseguire l’efficienza produttiva dei processi fa si che la qualità delle costruzioni sia una delle più elevate possibili. Come accennavamo prima, il fatto di fare parte di un gruppo, quindi di una comunità, e la condivisione degli spazi incrementano le relazioni sociali ed aiutano a sentirsi meno soli. I vantaggi economici sono diversi , tramite acquisti collettivi e la condivisione di servizi come il car sharing, i micro-asili, la lavanderia, la biblioteca è stimato che il risparmio per un nucleo famigliare si 23
attesti intorno al 10-15%. Far parte di un luogo partecipato, non vuol dire che ciò che diventerà lo spazio privato di ognuno è lasciato in secondo piano, la progettazione della propria abitazione viene concepita in prima persona. Generalmente i costi di queste residenze non sono mai superiori a quelli di mercato, includendo anche i costi per la realizzazione degli spazi condivisi. [7]8 Esistono tuttavia alcuni fattori negativi in questo iter. Possono essere problematiche a livello amministrativo: come la scelta del terreno o dell’edificio da ristrutturare, soprattutto se di proprietà del Comune, fattori che vanno ad incidere sulla fattibilità e sulle tempistiche dell’intervento; oppure, la mancanza di una chiara legislazione di riferimento che regoli questi processi, e quindi l’incapacità di avere un linguaggio condiviso tra regolamenti edilizi e pratiche collaborative. Ma possono essere anche problematiche di carattere temporale: come la realizzazione di tutto l’iter burocratico, progettuale ed insediativo, la formazione del gruppo che necessitano di tempi molto lunghi. Infine, il problema potrebbe sorgere proprio dallo stesso gruppo: una mancata coesione nelle decisioni comuni genera tensioni che ostacolano il benessere della comunità e quindi anche la sfera decisionale.9
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D. B. I. D. S. P. V. S. Massimo Colombo, «Percorsi abitativi e Giovanili per l?emancipazione,» Fondazione Giovanni Michelucci, Firenze, 2018. 9
D. B. I. D. S. P. V. S. Massimo Colombo, «Percorsi abitativi e Giovanili per l?emancipazione,» Fondazione Giovanni Michelucci, Firenze, 2018.
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2.5 IN CHE MODO QUESTO “WELL-BEING” DELL’ABITARE SI INTERPOLA CON LA SOCIETÀ. SOCIALITÀ, CONDIVISIONE, COLLABORAZIONE COME STILI DI VITA SOSTENIBILI. L’unione di persone attraverso comunità solidali, ambienti partecipati e cooperative, spinge la società ad interrogarsi sulle motivazioni, sulle peculiarità e sulle caratteristiche del perché questi individui decidano di rappresentarsi attraverso un’idea o un intento. Le persone sono la società e in quanto tale la evolvono, la modificano e la plasmano sotto le proprie idee, in questo caso secondo un modello abitativo differente. L’abitare può diventare anche un modello che caratterizza una società, ed ha una forte importanza determinando stili di vita e approcci. Avere una società con un approccio sviluppato sulle politiche sociali ed abitative, spinge le persone a cambiare in positivo il proprio vivere, il proprio modo di essere e il proprio modo di abitare. Valori quali: il vivere insieme , l’organizzazione di un vicinato elettivo , la cura delle aree di quartiere, la sostenibilità, il riuso, l’attenzione agli impatti umani con il territorio, con la morfologia urbana, con l’ambiente , con la città , determinano dal punto di vista sociale un’ottima pratica per sviluppare un metodo di “Well-Being” dell’abitare. Ciò non si limita solo all’abitare, come dicevo, ma a tutta una serie di aspetti che innalzano di molto la qualità della vita in questi ambienti (interni o esterni che siano). Le persone tendono ad essere più sensibili ai temi, a prendersene cura, al mettersi a disposizione verso il prossimo e ad avere a cuore la proprietà comune condivisa. Se prendiamo a esempio un condominio-tipo, che di fatto nella sua semantica ha una caratteristica sociale aggregativa di più nuclei di persone, con spazi comuni e zone adibite alla socializzazione e 25
all’utilizzo condiviso, di fatto non riusciamo ad avere lo stesso risultato sociale. Spesso infatti accade che, all’interno di questi complessi, le persone abbiano pochi scambi , a volte anche forzati, a volte nulli. Ciò è determinato dal fatto che la socialità viene soffocata dal bisogno di individualità imposta. Chi fa parte di un condominio, non vede sempre di buon occhio i propri vicini, perché magari distanti come pensieri e come stili di vita, e quindi è portato ad avere una sorta di negazione verso la comunità , verso il potere del gruppo, verso la socializzazione e la vicinanza. Questo è senza dubbio un punto focale dell’abitare insieme, e proprio per la genesi di questi sistemi abitativi differenti, che il partecipare è diventato un processo genuino e che inizia ben prima della produzione del manufatto. Il percorso prende inizio con la formazione del vicinato, la creazione del gruppo, la condivisione di idee e di scelte, l’unione di intenti. Scegliersi quindi diventa un atto fondamentale. Esiste un altro fattore, a parer mio, evidenziato dalle interviste che ho effettuato (in allegato alla tesi), che determina la buona riuscita del processo e rende manifesta quella che è la differenza in base a “un condominio-tipo”: sono gli aspetti di preparazione del gruppo. Sono percorsi che possono durare anni, occorrono numerosi incontri atti a istruire, formare e rendere partecipi tutti i futuri nuclei di co-housers . Possiamo affermare che questo metodo non si limita a concentrare o stipare gruppi di individui all’interno di complessi residenziali, ma cerca nella formazione ideologica, di percorso e di condivisione la chiave che poi servirà per una progettazione sapiente degli spazi e per il mantenimento di un alto tenore di vita sociale, con il proprio vicinato.
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I processi collaborativi nelle esperienze abitative sviluppano temi e apprendimenti che non sono solamente propedeutici all’abitare in sé, ma diventano utili anche nel mondo lavorativo e nella socialità con le persone. Provo ad immaginare, un paragone, un bambino che nasce all’interno di un Cohousing partecipato e che avrà sin dalla nascita una duplice crescita, famigliare e di vicinato , a cui verranno insegnati valori come la condivisione, lo stare insieme alle persone, la sostenibilità, il rispetto per il territorio, rispetto ad un bambino nato in un condominio classico, dove l’appartamento rappresenta il “proprio” spazio e la socialità e gli scambi con gli altri condomini al di fuori del tuo nucleo famigliare sono resi al minimo.
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La risposta potrebbe non essere strettamente conseguenziale, ma si può dare una preferenza. Socialità, Condivisione e Collaborazione sono certamente dei valori che possono rendere la vita migliore e sostenibile all’interno di una società complessa.
2.6 IL FUTURO PROSSIMO DELL’ABITARE PARTECIPATO
Il futuro di queste pratiche è una scommessa, una questione aperta e stiamo infatti assistendo ad un reale contatto con la tematica solo negli ultimi anni . Questa possibilità nasce per una convergenza di fattori sociali, economici e tecnologici. La casa è un bene duraturo , quindi risulta difficile dare una risposta univoca sul futuro dell’abitare. Sicuramente queste pratiche , in poco tempo, hanno dimostrato alle persone un’alternativa resiliente e carica di buone prospettive sociali . La ricerca di nuovi metodi dell’abitare non si è mai fermata e pertanto non è dovuto sapere , se l’abitare partecipativo sarà la risposta a tutti i nostri problemi. Viviamo in un mondo sempre più “liquido”, le necessità sono sempre più eterogenee e fitte e di conseguenza assisteremo a dei continui mutamenti dal punto di vista ideologico e sociale. Possiamo fare un differenziazione sulla tematica , e dire che, l’acquisizione sempre più grande, da parte degli individui , di informazioni sensibili a determinati temi , possa sicuramente portare ad una ulteriore emancipazione sul tema dell’abitare.
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Temi quali la socializzazione, la condivisione, il risparmio energetico, il vivere resiliente, portano sicuramente ad un traguardo che si tramuterà in buoni risultati in questo genere. Si formeranno sempre più individui sensibili a temi più “alti”, la casa privata probabilmente ridurrà il suo campo d’azione in favore di tutte quelle caratteristiche sociali comuni. Esemplificando, ci saranno persone che in un futuro prossimo saranno sensibilizzate nell‘ avere una casa con un basso fabbisogno energetico , che non sia in contrasto con l’ambiente , ci saranno persone che faranno del loro vicinato il punto di forza della propria collettività; ce ne saranno delle altre , invece, che amplieranno il loro modo di vedere l’abitazione includendo anche persone esterne al proprio nucleo famigliare . Esisteranno sicuramente anche gruppi di persone che, accomunate da determinate caratteristiche (ad esempio giovani, lavoratori, anziani , genitori separati), decideranno di mettersi insieme ad un gruppo per affrontare insieme la tematica dell’abitare , e lo faranno seguendo l’idea di poter vivere meglio. Il futuro di questi metodi è dettato semplicemente dalla possibilità che queste idee riescano a prendere piede nella società. Svariati saranno i fattori che all’unisono dovranno portare a compimento questo processo: fattori di tipo amministrativo, statale, politico ed architettonico). In fondo , tutti questi metodi dell’abitare partecipato, non si basano su una teoria, ( quello lo fanno le persone) ma si basano su una buona pratica, sviluppata attraverso percorsi partecipativi e costruita su misura in base alle esigenze ideologiche degli individui. 10 Non esiste una teoria generale della partecipazione abitativa. Abbiamo di fronte un
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S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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futuro di pratiche che si devono confrontare con la realtà ed il partecipare , è e rimane una alternativa ad una metodologia classica. In Italia inoltre , e nei capitoli successivi verrà trattato a fondo, su determinate pratiche abitative, come il co-housing, scontiamo un notevole ritardo rispetto ai paesi anglofoni e scandinavi, secondo i parametri a cui abbiamo fatto riferimento precedentemente. Quindi anche da noi il futuro è differente rispetto ad altri paesi, ma occorre riflettere sul perché non si sia ancora diffuso in maniera così decisa. Forse un aspetto da prendere in considerazione per valutare il futuro è capire il presente, capire che il tema per gli individui a cui viene proposto , non è un tema semplice . Potremmo scrivere di quanto sia interessante far parte di un Co-Housing con le sue le pratiche , la socializzazione e la sua filosofia dell’abitare, ma in realtà bisogna prendere in considerazione il fatto che la maggior parte delle iniziative che si sviluppano su questo tema, tendono ad avere dei gravi insuccessi.11 Proprio per la sua natura di nicchia, ancora in fase sperimentale, che coglie impreparate le persone e i professionisti, il gestire un gruppo e una piccola comunità al giorno d’oggi è ancora un’impresa da non sottovalutare. Una cosa è chiara “ L’Abitare” futuro rispecchierà il valore ideologico, di necessità, di rappresentazione di chi abita, che sia rispondente alle prerogative di vita del tempo e delle identità degli individui. Questi fenomeni sono nati a causa delle crisi delle relazioni sociali e della riduzione dei servizi del welfare e dell’affievolirsi del valore della rete famigliare di stampo tradizionale12. Il futuro si
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S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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porrà come risposta progressista a contrapposizione ai caratteri conservatori.
questa
crisi,
in
2.7 FORME CONCRETE DELL’ABITARE COLLABORATIVO.
Nel panorama dell’abitare collaborativo esistono diverse tipologie e diversi modalità a cui fare riferimento . In questa tesi svilupperemo in particolar modo il Co-housing, perché espressione diretta di tutte le caratteristiche fino ad ora citate. Citeremo inoltre come esempio , anche per capire le leggere differenze, l’eco-villaggio. Due teorie molto simili di percepire l’abitare ma leggermente diverse nella modalità di vivere. Il cohousing e gli ecovillaggi sono forme che esprimono al meglio l’abitare collaborativo , dal percorso di formazione del gruppo all’accesso alla conduzione di un processo partecipato, mostrando come siano importanti i temi sociali di sostenibilità, di vicinanza etc... Molto spesso i termini eco-villaggio e co-housing vengono confusi e utilizzati in maniera intercambiabile, quasi fossero sinonimi. I due fenomeni , in realtà hanno caratteristiche differenti che si diversificano in alcune sfumature [8]. La differenza più evidente forse la si percepisce sull’ubicazione geografica : l’eco-villaggio sorge prevalentemente in aree rurali, a bassa densità abitativa dove la natura e il suo rapporto con l’abitare rappresenti un carattere dominante (fatta eccezione per i Los Angeles eco-village, che sorgono all’interno della città). Il cohousing ha come ambiente il contesto urbano, e fa della partecipazione e della vicinanza il suo 31
punto di forza. Anche in questa forma è peculiare il tema ecologico e il rispetto per l’ambiente . Le esperienze già concretizzate, in entrambe le modalità, presentano tutte un elemento comune: il radicamento territoriale, sia esso urbano o rurale. Oltre alla collocazione geografica, una differenza essenziale tra le due realtà è anche il livello e la natura della condivisione. Un “eco-villaggio” è una comunità che condivide una scelta e uno stile di vita, un modus operandi quotidiano che esprime i principi cui aderiscono i suoi membri e che permette il raggiungimento di obiettivi comuni. In ragione di ciò si è disposti a mettere in comune ,seppur parzialmente, l’economia personale, il proprio tempo e il proprio lavoro, oltre a condividere la maggior parte dei pasti. Il grado d’indipendenza economica, lavorativa, familiare, sociale e politica dal resto del gruppo è maggiore nel cohousing, ed è proprio per questa sua caratteristica che ha ottenuto importanti adesioni sia in contesti privati che pubblici17 13 . Fattore determinante per entrambe le tipologie è anche il grado di condivisione e relazionale che si stabilisce tra le parti coinvolte. Esistono tuttavia differenze; nell’eco-villaggio, gli attori, in funzione di determinati obiettivi, sono disposti anche a mettere in comune parte dell’economia personale . In linea di massima , in entrambi i processi partecipativi, gli individui sono disposti a mettere in comune il proprio tempo e il proprio lavoro, le proprie esperienze, la propria volontà di interscambio. In ogni esperienza è presente almeno uno di questi aspetti : la progettazione partecipata, un lavoro di gruppo sulla comunicazione, in cui sono sempre più spesso coinvolti la facilitazione e il consenso, e 17
F.Guidotti, Ecovillaggi e co-housing, dove sono , chi li ama, come farne parte o realizzarne di nuovi, Firenze: Terra Nuova Edizioni, 2013.
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I. Dumont, «Tra didattica partecipata e “nuove” forme partecipative,» ageiweb.
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l’autocostruzione [8]14 . Per tutto il tempo di permanenza in queste collettività è indispensabile un alto grado di coinvolgimento nei momenti di confronto e nelle decisioni che ne derivano; vengono assegnate (come nel co-housing) le abitazioni e stabilite le regole di massima per la convivenza e la gestione ( in molti casi viene istituito un vero e proprio Statuto , che prende in considerazione “Tutto”).Le persone possono anche scegliere di riunirsi occasionalmente e solo per motivi particolari, possono decidere se fare o meno attività insieme, hanno facoltà di scegliere dall’inizio del processo con chi dividere la propria vicinanza, partecipano alla cura del design e dell’aspetto energetico e alla gestione degli spazi condivisi. Il grado d’indipendenza e di autonomia economica, lavorativa famigliare e sociale del gruppo , è maggiore nel cohousing, ed è per questa sua caratteristica , con una privacy maggiormente tutelata, che ha ottenuto maggiori adesioni sia in contesti privati che pubblici. L’aspetto fondamentale di queste tipologie abitative, è il loro processo, che ingloba al suo interno, per forza di cose, diversi individui ed attori. La partecipazione come percorso , è complicata , lunga e dispendiosa. Spesso si fa riferimento a soggetti professionisti vari , che devono essere , come i cohousers , formati, e che si devono mettere a disposizione, facendo propria l’identità del procedimento. Spesso capita che nel gruppo si faccia riferimento ad alcune competenze specifiche delle persone che lo compongono e questo è un fattore importante perché può abbattere i costi e serve ad aumentare la qualità all’interno di un gruppo . (Nell’intervista a TAMASSOCIATI per quanto riguarda l’esperienza di Villorba, e per quanto
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F.Guidotti, Ecovillaggi e co-housing, dove sono , chi li ama, come farne parte o realizzarne di nuovi, Firenze: Terra Nuova Edizioni, 2013.
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riguarda lo studio RIZOMA nell’esperienza del Cohousing a Ferrara : è stato importante avere all’interno del gruppo persone specializzate che, nello specifico delle loro attività professionali, hanno portato un beneficio a tutto il processo).Molti progettisti e professionisti del settore edile e della comunicazione manifestano interesse verso queste pratiche, avviando progetti anche di grandi dimensioni . Ne sono un esempio l’agenzia per l’innovazione sociale “Innosense Partnership” e il Dipartimento Indaco del Politecnico di Milano, che insieme hanno portato a buon fine diversi progetti di co-progettazione a Milano ( Urban Village Bovisa e Cosycho) 15 . L’imprenditoria si interessa , ovviamente, anche alla sfera degli eco-villaggi (nonostante questi siano più a destinazione rurale e naturale , quindi con una diversa collocazione sul mercato), come nel caso dell’eco-villaggio Solare in Umbria (pensato dalla libera università di Alcatraz e promosso da Jacopo Fo). Questo è un progetto di grandi dimensioni territoriali e prevede numerose unità immobiliari, predisposte per accogliere le attività lavorative dei futuri abitanti, con tutta una serie di servizi e attività comuni . E’ un esempio di buon contatto con la socialità, le idee e l’imprenditoria. Possiamo dunque affermare che nel mondo dei co-housers, una struttura architettonica , con alla base un gruppo di individui , possa contribuire ad essere una condizione sufficiente per un cambiamento nella società e negli stili di vita? Non è certamente possibile farlo , ma stiamo assistendo ad un nuovo approccio e ad uno sforzo per un cambiamento dettato da valori sociali e ecologici determinanti.
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F.Guidotti, Ecovillaggi e co-housing, dove sono , chi li ama, come farne parte o realizzarne di nuovi, Firenze: Terra Nuova Edizioni, 2013.
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3 UN NUOVO SCENARIO PROFESSIONALE : IL “RUOLO” DELL’ARCHITETTO”
3.1 NUOVE OPPORTUNITÀ. “… se pensassimo all’architettura come metodologia – indipendente dal risultato – vedremmo che l’architettura ha una profonda cultura di sintesi influenzata da valori civici. Che è la capacità più preziosa di questo momento storico.”
Bruce Mau.
Ho scelto di prendere ad esempio questa frase , di questo designer canadese, per capire meglio quella che potrebbe essere un’opportunità per il ruolo dell’Architetto. Se immaginiamo , nella frase, di sostituire alla parola “architettura” la parola “architetto” potremmo sicuramente notare come , possa in maniera evocativa , rappresentare quelli che sono i valori (reali) che ci contraddistinguono da altri progettisti. E quindi : 35
”…-L’architet…to ha una profonda cultura , che diventa di sintesi nella traduzione delle idee in carta , progetti … influenzata da valori civici (punto fondamentale) , come la sensibilità . Che , insieme ad altre, si rendono le capacità più preziose di questo momento storico ( di scarsa sensibilità e perdita di valori)”
. i Valori cambiano e mutano costantemente nella società , ancor più in quella attuale . Come se fossero una continua piramide gerarchica che cambia al cambiare del tempo e degli individui. L’architetto come le altre professioni che hanno alla loro base, lo studio della cultura e di tutti quei procedimenti sociali, è chiamato ad un continuo mutamento , professionale, metodologico e sociologico. Essere chiamati architetti , al giorno d’oggi , racchiude una miriade di significati , non è certamente la professione che ci immaginavamo ad inizi ‘900 ; esistono una miriade di sfaccettature e diverse declinazioni del ruolo , tutte composte dalla propria competenza e dalla propria declinazione. Tuttavia la perdita di un significato unitario nella professione architettonica e nel ruolo dell’architetto , crea una delegittimazione della nostra professione. Non esistono più confini precisi . L’interrogativo che veniva posto in precedenza, è determinato dal fatto che , si stanno perdendo , nel percorso professionale , quella qualità che rendono unica questa figura. La sensibilità ai temi , alla società, agli individui, ci rende abili alla sintesi e alla traduzione di idee e significati in opere architettoniche , che evidenzieranno poi negl’anni una firma ideologica. L’architetto è la chiave di questi procedimenti, capire che l’opportunità (ben prima dell’architettura) è quella di farsi garante dello sviluppo di 36
tematiche ideologiche, e con sensibilità portare a compimento il segno (l’opera architettonica) che le rappresenti.
3.2 UN NUOVO MODO DI PROGETTARE Avendo ora uno spettro più ampio riguardo la terminologia, la funzionalità, l’organizzazione e l’impronta del termine “Abitare Partecipativo”, è possibile interrogarci su quale sia il compito dell’Architetto all’interno di questo sistema. Essendo un progetto cogestito nel suo intero percorso ,dall’origine alla realizzazione ed essendo per sua natura un piccolo laboratorio dell’abitare, figure come l’architetto, potrebbero diventare marginali o essere richieste solo per la realizzazione di quelle opere che necessitano di un professionista tecnico e quindi limitarsi al mero servizio di progettazione e messa in cantiere dell’opera. All’Architetto verrebbe destinato pertanto un ruolo periferico, un ruolo puramente tecnico e delimitato. L’architetto per sua natura è colui che deve ricamare l’abito “su misura” per le persone, che deve percepire la sensibilità delle forme e delle misure per gli spazi , captare e tradurre le intenzionalità ideologiche attraverso le loro identità . In questo caso, all’interno di un progetto partecipativo in toto, l’architetto è chiamato a preservare le intenzioni del gruppo e a convogliarle all’interno di un apparato tecnico che si tradurrà in concretezza. Deve essere il filo diretto che mette in comunicazione le diverse aree del progettare, delineare e del produrre, mantenendo sempre come “focus di sistema” la partecipazione in ogni stadio della progettazione, anche attraverso un adeguato passaggio culturale. Il cambiamento sta nella transizione, da una progettazione legata quasi esclusivamente al 37
ruolo del singolo, ad un approccio più allargato, ad una progettazione più ampia ed intensa con nuovi valori e nuovi soggetti. In sostanza non si costruisce più un edificio in cui si mettono gli abitanti, ma si identifica un gruppo di persone attorno a cui costruisci l’edificio, partendo dai loro input, suggerimenti e aspirazioni, trasformandoli da un’ idea in un’ opera complessa , che inizia insieme. Non esistono più specifiche tecniche dei singoli, ma tutto è definito dalla Comunità che progetta e partecipa attivamente al processo. Il progettista in questi percorsi partecipativi non è soltanto colui che disegna e immagina, ma anche chi riesce ad assumere un ruolo nuovo e molto più articolato, in grado di sintetizzare e semplificare i processi complessi che si generano , rispondendo in tal modo alle esigenze e ai desideri di tutti 16 . Ogni edificio è nuovo e diverso, il focus cambia in favore dell’intenzione e del processo, avendo come denominatore comune la partecipazione. I fattori determinanti non sono più la piscina e la palestra comune ecc., come spesso accadeva nell’esperienza dei social housing, ma lo diventano attività e spazi adibiti ad esempio al coworking o alla gestione dei bambini. Queste pratiche si differenziano dalle altre categorie perché promuovono nettamente la socialità e ne sviluppano le modalità di supporto reciproco, creando una estesa rete sociale e solidale che si evidenzia nella condivisione della vita quotidiana. Questi valori determineranno aspetti che andranno ovviamente presi in considerazione in fase progettuale. La “Gestione dei Gruppi” richiede all’architetto uno sforzo che non si limita soltanto all’aspetto tecnico della progettazione classica del binomio committente - progettista, ma si estende ad 16
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un insieme più complesso di fasi e metodi, che vanno dalla formazione dei nuclei alla pianificazione del luogo e delle specifiche richieste, alla gestione e all’ascolto “Attivo” di tutti i componenti , al design co-gestito, alla progettazione e alla conduzione dell’opera. Tali metodologie sono finalizzate alla cogestione di un procedimento che si presenta decisamente lungo e delicato . Con il riproporsi di questi processi partecipativi sono andate “Via-Via” formandosi delle figure professionali atte a gestire al meglio e in maniera “specifica” alcune di queste fasi del processo. E’ il caso di architetti che hanno deciso di occuparsi di alcune fasi determinate di questo percorso , che si sono posti il problema della necessità di una figura ibrida, trasversale, tra parte tecnica , committenza e gestione finanziaria e sociale , capaci altresì di mettere in sinergia stili di vita diversi con gusti e sensibilità a volte divergenti e disponibilità economiche disuguali. Per semplificare, una sorta di “Simplicity manager” o Facilitatore 17 . La necessità della ricerca di un professionista con queste caratteristiche, nasce quando i processi di costruzione, formazione e interlocuzione del gruppo tra le altre parti chiamate in causa, sono diventati così complessi e lunghi e non facilmente risolvibili. Fasi come la costruzione del gruppo , per quanto possano apparire semplici ed immediati , comportano tempi molto lunghi e responsabilità elevate; basti pensare che questi nuclei dovranno affrontare scelte difficili ma condivise e dovranno vivere in una piccola comunità di persone con diversi aspetti di scambio e condivisione. La formazione al “co-abitare” del gruppo , è un altro aspetto molto importante e dispendioso a livello di tempo . All’interno delle interviste svolte ( Cap. 6 della 17
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tesi) si potrà appurare come siano stati necessari svariati incontri per formare i gruppi a questa determinata pratica . A Bologna nell’esperienza del Co-housing denominato “Porto 15” è stato aperto un bando comunale che prevedeva un ingresso alla formazione per più di 40 nuclei famigliari , per poi arrivare ad astrarne 18 dopo diversi anni . Si comprende come già dalla formazione dei nuclei gli ostacoli siano diversi e come l’impostazione e la caratterizzazione dei valori del co-abitare siano aspetti tutt’altro che scontati , anche nel caso di persone che scelgono spontaneamente di intraprendere questo percorso .
L’interlocuzione tra le diverse parti sociali è un altro aspetto fondamentale. Infatti il confronto o il dialogo da parte del “gruppo”, con tutte quelle realtà complesse , come la pubblica 40
amministrazione , le imprese , la burocrazia, la gestione dell’opera, le relazioni con professionisti , ingegneri, architetti, sociologi rappresenta una fase peculiare ma anche critica del processo. Non sempre oltretutto, all’interno del gruppo, esiste la possibilità di fare fronte a tutti questi impegni. La capacità di un facilitatore è pertanto quella di mediatore sociale e tecnico tra le parti , quella di parametrizzare tramite un metodo attivo il processo intero di partecipazione . La progettazione partecipata, richiede, per propria natura , un elevato numero di attori professionisti. Si rende necessaria , per la sua complessità, una adeguata competenza multidisciplinare. Tutti i soggetti che prendono parte al processo devono essere in grado di comunicare, di unire le intenzionalità e di recepire esattamente il loro ruolo all’interno di questo gruppo. In definitiva ciò che si prefigura è costruire un gruppo motivato, inteso non solo come co-houser ma anche come team professionale, capace di confrontarsi e di affrontare in modo propositivo il percorso , fino a trovare le modalità più efficaci per coniugare aspettative e possibilità finanziarie con la realtà concreta e complessa di un progetto di architettura.18
3.3 LA MULTIDISCIPLINARIETÀ “L’amplificazione sempre maggiore degli orizzonti della conoscenza umana ha reso impossibile l’ideale del sapere “totale” e ha accelerato il processo di specializzazione. Se, da un lato, ciò 18
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rende l’uomo orgoglioso dell’aumento del numero di campi di conoscenza, dall’altro, diventa sempre più cosciente dell’ampiezza di tutto ciò che ignora e della sua impotenza radicale a controllare la totalità del sapere.” Multidisciplinarietà oggi Matilde Callari Galli – Danielle Londei
La multidisciplinarietà all’interno di questi processi è diventata essenziale . Multidisciplinarietà significa , traduzione migliore ed efficiente della qualità del lavoro effettuato e la capacità di realizzare in maniera più completa determinati aspetti al fine di snellirne il processo e le responsabilità. L’aspetto principale a cui fare riferimento è l’innalzamento della qualità del prodotto : i diversi professionisti chiamati ad operare all’interno di un percorso , ottengono un determinato compito , in cui possono sviluppare il meglio delle loro capacità in modo puntuale e delimitato. Il prodotto non è inteso solo come bene creato , ma anche come contributo che viene dato dai professionisti , quali sociologi, facilitatori, cooperative, enti , ai processi di carattere sociale all’interno del gruppo e alla sua stabilità. Questi percorsi non sono di facile interpretazione, ma piuttosto complessi e di lunga durata e, come tali, non consentono facilmente la gestione da parte di pochi persone. Nelle interviste è evidenziato come anche studi di progettazione blasonati abbiano avuto la necessità di dotarsi, oltre che del proprio organico al completo, di diversi “altri” professionisti , di un “Team” che fornisse un valido supporto alle problematiche che il progetto richiedeva. Ad esempio , nel progetto di co-housing a Villorba (TV) di TAMASSOCIATI , già nel corso della sua formazione inziale , si è resa necessaria una figura come quella del facilitatore (e di altre nel susseguirsi del 42
progetto),identificata nella persona di Andrea Mariotto19 20, che ha accompagnato , dapprima, lo studio per la creazione di una richiesta al co-housing ed in seguito , ha collaborato alla cogestione del gruppo, utilizzando tutti i parametri che sono specifici per la figura del facilitatore. Un altro esempio è rappresentato dallo studio Rizoma, impegnato nella progettazione del Co-housing a Ferrara, che ha utilizzato diverse figure professionali (facilitatori, project manager, paesaggisti etc.) che andassero a supportare e completare i processi di sviluppo del progetto e a facilitare alcuni aspetti del percorso di difficile determinazione per le queste tematiche affrontate. cito l’intervista dell’architetto Giovanni Franceschelli26 :
“ …Possono essere sia progettisti, ma, è d'obbligo in primo luogo la figura di un facilitatore, altrimenti le probabilità di fallimento sono elevate. Anche a causa del lungo periodo di formazione delle famiglie e della fitta interlocuzione fra i soggetti.”
I temi e i processi coinvolti in questi percorsi determinano per i singoli individui una sfida troppo grande da affrontare; del resto anche i gruppi , hanno una certa difficoltà di gestione , proprio a causa delle peculiari richieste provenienti dai diversi fronti . Gli stessi studi di progettazione , con più persone all’attivo, si dotano
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A. A. Mariotto, Interviewee, intervista sul cohousing e il ruolo dell'architetto nei processi partecipativi. [Intervista]. 2021. 20 TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012. 26 G. Franceschelli, Interviewee, Intervista. [Intervista]. 2021.
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di figure professionali differenti per affrontare queste percorsi , non solo per delimitare la zona di competenza e di responsabilità , ma anche per dare risposte alle varie esigenze, controllando livello di progettazione e la gestione dei gruppi . Ogni esperienza di coprogettazione necessita, a seconda dei vari livelli di complessità, di maggiori e più specifici contributi tecnici. E’ fondamentale la capacità di coordinare e integrare tutte le componenti in una visione d’insieme. Ciò risulta tanto più efficace quanto meno sono separati e distanti gli approcci tecnici alle questioni da dibattere da parte dei professionisti coinvolti, in particolare da parte dei progettisti. E’ dimostrato che , per poter affrontare un processo partecipativo con una verosimile certezza di giungere ad un buon esito, sia necessario, sin dall’inizio, individuare figure professionali in grado di assolvere alle funzioni descritte e in particolare alla progettazione partecipata in generale, alla gestione di processi di rete e sociali, alla progettazione strutturale, ambientale ed impiantistica, alla consulenza legale ed amministrativa, alla gestione degli aspetti finanziari ed edili. Devono necessariamente essere professionisti empatici ai processi partecipativi, capaci di considerare il valore del gruppo e l’importanza degli abitanti il cui contributo deve essere considerato una risorsa e non un intralcio al proprio lavoro. 21 Per concludere è sicuramente importante evidenziare la possibilità di includere gli abitanti nel novero di potenziali futuri co-housers. Non mancano infatti gli esempi di abitanti , quali esperti impiantisti, ingegneri, banchieri, piastrellisti, etc. che in qualche modo sono entrati a far parte del processo multidisciplinare , determinando di conseguenza un risparmio
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TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012
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economico per il progetto . Tutto ciò porta sicuramente le persone ad assumere nella realizzazione abitativa un ruolo più attivo, che aumenta la consapevolezza nei confronti di quei valori che fanno della coesione la propria forza, determinando una maggior partecipazione a tutto il progetto 22 , Per concludere si rende importante e primario evidenziare , la possibilità, inclusiva di alcune mansioni ,da parte dei futuri co-housers. Non mancano gli esempi di abitanti , esperti impiantisti, ingegneri, banchieri, piastrellisti , che in qualche modo possono entrare a far parte del processo multidisciplinare , determinando un risparmio economico per l’operazione . Questo porta gli individui a prendere un ruolo attivo nella propria realizzazione abitativa , che è un ruolo primario e fondamentale e quindi modifica la propria consapevolezza in favore di quei valori che fanno della partecipazione la propria forza. Un esempio concreto è stato portato nell’intervista dell’architetto Vania Curzi , in merito alla progettazione del Co-Housing a Senigallia , dove dice :
“…. c’era tra il gruppo di abitanti un giovane ingegnere strutturista. Ha consigliato la scelta di una struttura in legno X-LAM. Da queste piccole cose si può prendere spunto per capire l’importanza della collaborazione di soggetti appartenenti alla stessa comunità. Inoltre , questi ha avuto un ruolo chiave per il dialogo con il gruppo rispetto a determinate scelte tecniche da noi proposte. Un altro cohouser un extracomunitario, lavoratore nell'ambito
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TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012
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dell'edilizia, specializzato nella posa di pavimenti di un certo tipo , ci è stato di aiuto in questo settore . Poi c’erano altre figure , che avevano competenze diverse e che si affermavano di più dal punto di vista organizzativo e di leadership del gruppo. Uno schema tutto sommato sostenibile , perché può anche questo abbattere determinati costi dovuti a consulenze di altri professionisti .”23
3.4 PREPARAZIONE E SENSIBILITÀ La preparazione e la flessibilità sono due aspetti con un valore determinante all’interno di una co-progettazione . La “preparazione “, per quanto riguarda i progettisti , deve essere specifica e ampia su tutti quei temi che riportano l’housing ad una dimensione sociale , di welfare. L’ attenzione deve essere riportata su quelle politiche sociali che facevano dell’individuo, degli spazi comuni , della socialità i punti focali sul quale sviluppare un’opera . Deve essere presente per il progettista una forte componente ideologica e tecnica su temi quali : il risparmio energetico , la sostenibilità, alle moderne tecnologie applicate a temi resilienti che si possono applicare agli edifici, alle soluzioni tecniche strutturali recenti , alla progettazione di edifici che sappiano dialogare con le proprie zone adiacenti, con il verde , con gli spazi comuni, con le persone. Tenendo sempre conto , 23
A. V. Curzi, Interviewee, Intervista di ricerca sul co-housing e sul ruolo dell'architetto nei processi partecipativi. [Intervista]. 2021.
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secondo fattore determinante, della sensibilità del tema e dei processi che sta interpretando. Deve essere sensibile all’identità e all ‘intenzione del gruppo che rappresenta . Deve saper padroneggiare la corretta gestioni dei processi collettivi : fare sintesi, fissare le decisioni, sensibilizzare le scelte, anche azioni semplici come quelle dell’ascoltare attivamente tutti gli attori . Prendiamo spunto dall’intervista effettuata ad Andrea Mariotto24 :” …le tecniche di ascolto attivo sono sostanzialmente quelle che ti permettono di capire che le persone con cui hai a che fare hanno ragione per dirle e necessitano di un ragionamento più complesso. Ecco, questa cosa, secondo me dal punto di vista professionale, è una conoscenza assolutamente molto importante che permette di lavorare meglio indipendentemente dal Co-housing o no . Precisazione: è competenza tecnica. Ci sono delle tecniche per capire, se si sta ascoltando o meno…” e determiniamo quanto sia importante l’ascoltare, il rendere partecipe il gruppo, la sua formazione e la sua associazione alla discussione e alla progettazione. Bisogna affermare che, essendo il co-progettare, una situazione relativamente nuova ( non nello spirito) , non si è ancora capaci di determinare una preparazione completa ,molte tematiche vengono affrontate “in opera” . Tutti i progettisti intervistati , erano persone con una forte propensione e preparazione architettonica verso tematiche sociali, di cooperazione, solidali e attente a quelle questioni di collaborazione di gruppo. Studi e progettisti molto attenti alla sensibilità architettonica , ambientale e territoriale che fanno del proprio marchio una garanzia di queste tematiche. La preparazione su temi come il co-housing , è necessaria per capire
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A. A. Mariotto, Interviewee, intervista sul cohousing e il ruolo dell'architetto nei processi partecipativi. [Intervista]. 2021.
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l’identità , la possibilità di realizzazione in certe aree rispetto che altre, l’attento studio delle tipologie differenti ( difficilmente un cohousing progettato in Italia è uguale ad uno progettato in Danimarca) , capire la genesi, la vita , e la storia in generale permettono di avere un ampio spettro su cui fare affidamento. Esiste anche una preparazione dal punto di vista sociale, diversi progettisti hanno dovuto , imparare come comportarsi nei confronti di un gruppo di persone , come applicare dei metodi di ascolto e di preferenza ( esempio : la Charrette )25, capire come istruire determinati soggetti al vivere partecipato. Tutti questi aspetti si rendono necessari per una buona riuscita progettuale.
3.5 FARE PARTE DI UN GRUPPO Con l’avvio di una progettazione partecipata è importante avviare una riflessione su come mettere in comune una serie di interessi, opinioni, stili di vita, disponibilità economiche e regole di comportamento. Occorre tradurre questi temi in maniera efficace per selezionare , un gruppo e una metodologia d’intervento adeguate .Un gruppo comporta una condivisione , una partecipazione e una fitta rete di interessi e decisioni da prendere. Il progettista ( o una diversa figura professionale) è chiamato ad ascoltare i diversi soggetti , a fare sintesi e a prendere le decisioni. Tanti individui comportano tante idee e tanti pensieri diversi, e
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G. Franceschelli, Interviewee, Intervista. [Intervista]. 2021
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solitamente, queste non generano mai delle risposte definitive e immutabili, ma sono l’occasione per una discussione , per un confronto . La discussione dei temi , il confronto sulle diverse idee, l’ascolto, rendono “sulla carta” il processo vario ed interessante , tuttavia, il progettista nella pratica è chiamato ad attuare schemi sul quale basare il proprio approccio . Fare parte di un gruppo , e gestirlo, richiede l’accettazione di compromessi e uno spiccato allenamento all’ “andare oltre” per far vincere le relazioni, il benessere comune e non il conflitto. Il ruolo del progettista , quando si parla di partecipazione , è quello di confrontarsi con concetti molto concreti, collegati in maniera diretta ai problemi e alle scelte che un gruppo deve affrontare per gestire in maniera corretta il buon proseguimento del processo e il futuro degli stessi individui. La progettazione partecipata cerca sempre di dare espressione ai problemi che necessariamente emergono all’interno del gruppo, individuando percorsi e strategie il cui fine sia quello di trasformarli in potenzialità da condividere ; si rende necessario un percorso , condotto egregiamente dal professionista, per valorizzare il gruppo, inteso come il luogo in cui si riconoscono e si affermano le diverse visioni ed idee26. I progettisti devono sapere ascoltare e sintetizzare tutte le istanze che emergono nei gruppi , in modo da poter creare una visione di insieme , da cui derivare le conseguenti scelte progettuali. La partecipazione in questi processi abitativi comprende , e va sottolineato, una scelta condivisa nel grado di progettazione ; il progettista deve creare un rapporto ( che è diverso dalla progettazione classica , dove abbiamo il committente che richiede e il progettista che valuta , progetta e risponde) di 26
TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012.
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unione , quasi collegiale , verso le idee, le scelte progettuali, la discussione delle problematiche. Il processo di collettivizzazione della progettazione inizia come se si facesse parte di uno studio, solo che al fianco del progettista , nella gestione delle scelte, ci saranno dei semplici co-housers. La qualità del progetto dipenderà dalla capacità di rispondere ai desideri dei singoli, nel rispetto degli obiettivi comuni e delle esigenze di tutti . Il ruolo dei tecnici potrebbe essere paragonato a quello di un direttore d’orchestra : riuscire a coordinare in modo armonico suoni e ritmi di diverse melodie. Questo significa essere capaci di offrire una grande ricchezza di soluzioni, variazioni e articolazioni “personalizzabili”, all’interno di una sistema coerente , unitario, seriale e semplice27. Facendo un “Recap” di quanto detto , Giovanni Franceschelli di Rizoma Studio, durante l’intervista, ha fatto riferimento al suo metodo di approccio e alla capacità di sintetizzare le idee del gruppo di co-housers :
“A Ferrara ho Proposto questo , ho scelto di condensare, questa “Charrette” in quattro momenti di confronto iniziali, dove noi come architetti non avremmo disegnato praticamente nulla se non quello che veniva in un qualche modo richiesto, e indicato dalle famiglie, quindi una specie di trascrizione grafica di quello che veniva discusso durante gli incontri . Ultimo passaggio , Il più importante secondo me , ( 27
TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012.
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è stato un momento anche di festa) abbiamo deciso di fare un plastico insieme, di costruire insieme fisicamente, un modellino di questo edificio. Questo plastico ce l'ho in studio , ed è esattamente il progetto e l''edificio che è stato realizzato”28
Co-progettare comporterà in primo luogo privilegiare la semplicità , intesa a finalizzare il buon senso, l’intenzione e la misura. In conclusione , rendersi consapevoli di fare parte di un team, e in questo caso di un gruppo di persone che ti accompagneranno per tutto il percorso, è la chiave per affrontare egregiamente un processo di co-progettazione .
3.6 ACCOMPAGNAMENTO AD UN RISULTATO SOCIALE E ARCHITETTONICO COMPLESSO Ricercare un risultato , è la prerogativa di ogni lavoro , di ogni attività e per molti della vita in generale, il risultato è il traguardo a cui ci riferiamo per valutare la nostra esperienza in una determinata situazione . In una progettazione partecipata , il risultato è di carattere architettonico (…certamente) ma è anche e , soprattutto sociale. Il
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G. Franceschelli, Interviewee, Intervista. [Intervista]. 2021
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carattere collettivistico del percorso , determina la necessità di sottoporre all’attenzione quello che è un risultato dal punto di vista formativo e umano , che non prende in considerazione l’opera in oggetto , ma tiene conto di tutti i fattori che la hanno ideata. I risultati sociali possono essere considerati come produzioni “di persone tra le persone” , e ne legittima un’idea di benessere generalizzato. Se prendiamo come esempio , il co-housing , è inteso (per molti) come una strategia sociale , piu che architettonica. I risultati dal punto di vista sociale sono semplici e ben definiti alla fine del processo , l’utilità del capire come ascoltare , come riuscire a collaborare , il partecipare , il creare connessioni con il proprio vicino ,la consapevolezza dei propri valori e del “contratto sociale” tra abitanti, la capacità di affrontare un percorso unitamente ad altre persone, alla possibilità di abitare condividendo , sono risultati importantissimi che vanno oltre alla mera opera costruita, sono “skills” acquisite per la vita, per più durature di un manufatto architettonico. D’altra parte esistono risultati architettonici e tecnici da perseguire , che non sono delimitati alla progettazione dell’involucro e della disposizione interna di strutture , tecnologie e spazi comuni ; ma cerchiamo di estendere il termine anche a tutte quelle pratiche che hanno portato a determinati risultati. Faccio riferimento a quelle che sono le strategie e i valori da perseguire come la sostenibilità ambientale (approccio eco52
verde 29 ), il risparmio energetico, alla minimizzazione del consumo di risorse, a quella del territorio , al riuso, all’economicità dell’intervento , all’architettura resiliente , alla semplicità e all’adattabilità al servizio delle persone. Punti sulla quale creare un dibattito , volto a procedere verso un risultato non scontato , complesso e ben progettato. Tutto questo procedimento richiede uno sforzo da parte di tutta la compagine in campo , risultato che non sarebbe ottenibile con il solo sforzo dei singoli, ma resiliente anche nella dinamicità delle scelte professate da un team di persone. Il gruppo è anche qui alla base dei risultati ottenuti , si potrebbe dire , che è direttamente collegato allo sforzo e alla capacità dei singoli di apportare il meglio delle loro qualità all’interno di un involucro chiamato “partecipazione”, e da li trarne un risultato come collettività. Il raggiungimento di buoni risultati sociali ed architettonici è la chiave per portare a compimento questo processo , una è legata all’altra , non esiste una scorciatoia per raggiungere un finale soddisfacente.
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TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012.
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4 IL CO-HOUSING
4.1 COS’È IL CO-HOUSING Co-Housing significa letteralmente co-abitare o abitare insieme e si identifica in insediamenti residenziali composti da abitazioni private corredate di spazi coperti e scoperti destinati all’uso collettivo. Abbina dunque in modo differente l’autonomia dell’abitazione privata con i vantaggi degli spazi, delle risorse e dei servizi condivisi . Il co-housing nasce come risposta innovativa ad alcuni bisogni specifici della società e delle persone , laddove l’affermazione dell’individualismo aveva comportato la graduale dissoluzione delle reti parentali tradizionali. Questa problematica ha creato una forte domanda di cambiamento, spinto dal desiderio di una socialità diversa e nel tentativo di trovare risposte collettive 54
a bisogni individuali. Gli spazi sono pensati per favorire la vita di relazione e la condivisione, con la previsione di adibire una serie di aree comuni ad uso quotidiano, quali lavanderie, cucine attrezzate, dispense, saloni polifunzionali, locali per attività artigianali o ricreative, spazi per laboratori, aree gioco, attività autogestite dalle persone. La presenza di ampi spazi non residenziali (locali accessori o di servizio) costituisce nella casa un’ importante zona che , essendo priva di destinazione specifica, assume un carattere “promiscuo” nell’ambito degli ambienti multifunzionali . Questi sono spazi non articolati , disponibili a varie funzioni , e in particolare a quelle che i modelli moderni hanno escluso dall’ambito residenziale, quali le attività domestico-produttive, le attività collegiali e le attività di socializzazione e mutuo scambio30 .Le aree comuni all’interno di questi insediamenti possono arrivare ad incidere fino al 20% della metratura complessiva e sono generalmente compensate dalle minori dimensioni degli spazi privati . La condivisione dei costi di gestione di tali spazi contribuisce a rendere questa operazione sostenibile anche dal punto di vista economico, per cui, secondo le stime, le famiglie possono arrivare a risparmiare fino ad un 15% delle spese mensili. Accanto alla condivisione degli spazi, in genere, è prevista l’offerta di una serie di servizi che, a seconda delle esperienze, possono essere riservati ai soli “Co-Housers” o essere aperti al quartiere. Non è infrequente, ad esempio, che vengano realizzati dei micronidi a gestione famigliare rivolti a tutta la comunità, gruppi di acquisto solidali, servizi di car-sharing, banche del tempo ecc .. Sebbene il cohousing si declini prevalentemente in ambito urbano, non di rado sono previsti spazi comuni all’aperto, come giardini orti e piscine. Sul versante della progettazione, i futuri “co-Housers” 30
M. Bronzini, Nuove forme dell'abitare, Carocci Editore, 2020.
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partecipano attivamente a tutto il processo ideativo, seppure con diversi gradi di coinvolgimento sulla base dei quali è possibile distinguere le tipologie a partecipazione totale. Nelle esperienze di partecipazione totale, l’iniziativa parte dalla volontà di un gruppo di cittadini, generalmente amici o conoscenti, che si attivano per realizzare un progetto di cohousing. E’ il gruppo iniziale a presidiare tutte le fasi a partire dall’individuazione e selezione delle altre famiglie o insieme di persone potenzialmente interessate, pur avvalendosi di professionisti per la coprogettazione delle soluzioni abitative e di imprese esterne per l’attività costruttiva (in alcune esperienze realizzata in autocostruzione). Nei casi di partnership, invece, viene coinvolto un soggetto terzo con funzioni di “Facilitatore” che assume in prima persona la conduzione del percorso e gestisce l’incontro dei diversi soggetti. Infine, nel modello “più commerciale”, se così possiamo chiamarlo, è uno sviluppatore immobiliare a confezionare il progetto e a gestire sia il processo di reclutamento che quello produttivo. In genere prevalgono le prime due modalità e i progetti di cohousing si basano su forme di progettazione partecipata molto forte : i futuri abitanti definiscono assieme ai progettisti le caratteristiche dell’ambiente in cui andranno a vivere, con particolare attenzione alla aspetto della sostenibilità ambientale. Il coinvolgimento degli abitanti nella gestione della vita comunitaria prosegue con l’ingresso nelle abitazioni; il modo di vivere è in genere improntato, come si citava nei capitoli precedenti , alla mutualità e alla collaborazione reciproca. Da questo punto di vista, è possibile distinguere due forme di co-housing, una più strutturata che si fonda su legami solidaristici molto forti tra i “cohousers” e prevede la condivisione 56
anche di certe scelte di vita, di tipo educativo, produttivo, di consumo ecc., un’altra, prevalente, semistrutturata che si avvicina al modello del condominio sociale. In questa seconda opzione i nuclei aderenti mantengono la propria privacy e la propria autonomia, pur valorizzando le attività e gli spazi comuni. Anche in questo caso, però, si riscontra l’adesione ad una visione comune del vivere insieme, con diversi gradi di apertura nei confronti del quartiere e dell’ambiente circostante.. 31 Si possono individuare quattro caratteristiche comuni tra le varie realizzazioni di Cohousing: La prima è rappresentata dalla “Partecipazione”. I residenti organizzano e partecipano ai processi di pianificazione e progettazione dell’operazione immobiliare e sono responsabili in modo collegiale delle decisioni finali. La seconda è rappresentata dalla “Progettazione Intenzionale”,in quanto il cohousing è progettato in modo da incoraggiare un forte senso di comunità. La terza invece, si può identificare in “Ampi spazi e servizi comuni ” , che sono parte integrante del cohousing e sono progettati per un uso quotidiano ad integrazione degli spazi privati. La quarta è rappresentata dalla “Gestione diretta da parte dei residenti”. I residenti gestiscono la struttura prendendo le decisioni in comune, spesso con il metodo del consenso, durante gli incontri periodici 32 . A queste caratteristiche comuni corrispondono progetti estremamente variegati in quanto a principi insediativi (geometrie e rapporti tra spazi aperti e spazi edificati, relazioni tra pieni e vuoti, sistema dei tracciati) e regole tipologiche che governano sia gli spazi aperti che quelli edificati. Per la realizzazione di alloggi , ci si orienta solitamente verso nuclei di case singole, a schiera, edifici
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M. Bronzini, Nuove forme dell'abitare, Carocci Editore, 2020.
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S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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in linea o a blocco ; sono progettazioni EX-novo , ristrutturazioni e/o sostituzioni edilizie. La loro collocazione è solitamente indifferenziata rispetto a centri abitati, periferie e aree extraurbane. Si possono individuare delle tendenze prevalenti , rappresentati da quei complessi realizzati negli ambiti extra-urbani e rurali con piccoli insediamenti organizzati in schemi “cluster” o come case a schiera. Gli spazi comuni vengono collocati solitamente in posizione centrale, per dare facile accesso a tutti gli alloggi. In ambito urbano prevalgono invece edifici , con schemi ad alta densità come “il blocco” e gli edifici in linea33. Il co-housing non si pone come una teoria , ma come una buona pratica, sviluppata attraverso percorsi partecipativi e costruita per istanze e desideri dalla comunità di cohouser. Co-abitare è un’esperienza che si modella sulle esigenze e sulle identità del gruppo che lo compone. Se si potesse produrre una teoria astratta sul co-housing, è prioritario considerare essenziale l’approccio creativo e propositivo delle persone, perché profondamente capace di produrre risposte dal punto di vista sociale. La forma legale del Cohousing può assumere diverse connotazioni: proprietà unica, da parte di enti e organizzazioni non-profit o da parte di società private; proprietà indivisa, nella forma di cooperativa residenziale; proprietà mista, legalmente costituita sotto forma di associazione comunitaria o condominio che integra la proprietà privata degli alloggi con quella comunitaria degli spazi comuni34 . L’iniziativa promozionale per la creazione di 33
S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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D. B. I. D. S. P. V. S. Massimo Colombo, «Percorsi abitativi e Giovanili per l?emancipazione,» Fondazione Giovanni Michelucci, Firenze, 2018.
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una comunità di cohousing si differenzia in: privata, pubblica, imprenditoriale. ”L’iniziativa privata” e’ formata da un gruppo di persone che si riunisce con la finalità di creare un cohousing in cui vivere. Una volta definite insieme le caratteristiche gestionali ed architettoniche, si avvia un dialogo con l’amministrazione pubblica per la ricerca del sito e per delle agevolazioni economiche necessarie alla realizzazione del progetto; e questo è il caso maggiormente diffuso a livello europeo. “L’Iniziativa pubblica e convenzionata” ha come soggetto L’amministrazione comunale che avvia un progetto di realizzazione di un cohousing come promozione dell’abitare sostenibile a prescindere dalla richiesta promossa da parte dei cittadini. Anche in questo caso comunque i futuri residenti svolgeranno un ruolo da protagonisti in alcune fasi della progettazione. L’ultima che è “l’iniziativa imprenditoriale”, nasce allorche’ compagnie specializzate che realizzano residenze collaborative, coinvolgono nel loro progetto le persone che hanno manifestato l’intenzione di vivere in cohousing, o anche le imprese che vendono complessi già ultimati,senza il parere decisionale dei
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futuri residenti. Questo modello, assente nel contesto italiano, trova ampia diffusione negli Stati Uniti35.
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D. B. I. D. S. P. V. S. Massimo Colombo, «Percorsi abitativi e Giovanili per l?emancipazione,» Fondazione Giovanni Michelucci, Firenze, 2018.
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4.2 GENESI E PRIMI APPROCCI Il co-housing nasce come filosofia di vita negli anni Settanta in Danimarca, dove nel 1972 viene realizzata la comunità di Skraplanet sulla base del progetto dell‘architetto Gudman Hoyer e di un gruppo di persone motivate a realizzare un intervento residenziale che ridefinisse il concetto di comunità di vicinato solidale. La tendenza si diffonde nei Paesi Bassi e in Svezia, dove viene promossa dalle rispettive politiche. Non è affatto casuale la sua distribuzione in questi paesi perché in essi esistevano forti fenomeni di precarietà, poca flessibilità lavorativa e una dissipazione della famiglia tradizionale. Già dagli anni settanta c’erano diversi nuclei famigliari con la presenza di un unico genitore con figli a carico ; una risposta come quella del cohousing era rispondente, almeno in parte, ai servizi , alle affettività e alla socialità un tempo assicurate dalla famiglia d’origine al completo36. Negli anni ’80 architetti e studiosi americani dopo aver visionato le esperienze europee, pubblicarono libri e interviste nelle quali promuovevano la diffusione della pratica negli Stati Uniti. Da allora si è assistito ad un sempre più forte interesse verso la tematica , tanto da interessare paesi come il Giappone, Germania, Francia e Belgio , oltre a tutti i paesi anglosassoni. Di conseguenza i processi di Cohousing si sono trasformati ed evoluti rispetto alla loro nascita negli anni’70.
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S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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È possibile sintetizzare i concetti e le peculiarità dei modelli proposti nei paesi dove la tematica ha avuto inzio e dove ha subito un forte interesse e sviluppo
Danese : Costituito da più unità indipendenti sparse in un lotto di terreno con la Common House ,spazio delle attività condivise, disposta isolata al centro del complesso o come nucleo di raccordo tra più bracci. Gli alloggi sono uni/bifamiliari su uno o due piani ed intervallati da aree esterne collettive ove trovano spazio attrezzature ed orti comuni. A causa della densità abitativa molto bassa, generalmente occupano aree rurali o periferiche e sono da considerarsi come i modelli precursori dei più recenti ‘eco-villaggi’37
Svedese : Costituito da un unico edificio esteso su più piani. Gli alloggi per i residenti interessano i piani superiori, mentre i piani di ingresso ed il primo sono destinati alle funzioni collettive in modo da costituire un centro di incontro ed aggregazione anche per il vicinato. Le attività condivise interessano anche spazi esterni con giardini o tetti37
D. B. I. D. S. P. V. S. Massimo Colombo, «Percorsi abitativi e Giovanili per l?emancipazione,» Fondazione Giovanni Michelucci, Firenze, 2018.
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terrazza. A causa della sua alta densità abitativa, ed il suo limitato consumo di suolo, è la soluzione che si adatta maggiormente ai contesti urbani e quella prescelta dalle pubbliche amministrazioni, sia per il recupero di edifici dismessi che per la possibilità di riqualificare una parte della città, potendo apportare nuove attività in grado di coinvolgere l’intero quartiere38
Olandese : Tipologia intermedia tra il modello danese e quello svedese. Del primo riprende l’indipendenza della Common House e la distinzione in padiglioni qui raggruppati in più unità (cluster), dal secondo assimila l’organizzazione interna dei cluster concepiti come micro-comunità con propri servizi e regole di gestione. Gilo Holzman39 sostienel’esistenza di tre fasi nello sviluppo del cohousing :
1. Negli anni ’70 i progetti pioneristici hanno determinato i processi per i quali una comunità doveva sviluppare opzioni
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D. B. I. D. S. P. V. S. Massimo Colombo, «Percorsi abitativi e Giovanili per l?emancipazione,» Fondazione Giovanni Michelucci, Firenze, 2018. 39 S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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abitative che offrissero vantaggi in termini di socialità e mutuo aiuto tra nuclei familiari. 2. Negli Stati Uniti a partire dagli anni ’80, il cohousing si è espanso in maniera tale da diventare un’alternativa ai dettami canonici dell’abitare e non più un fenomeno con un campo ristretto di utenti. 3. La diffusione Europea degli anni ’90 ha evidenziato come ci fosse bisogno anche nell’Europa centro meridionale e nei paesi anglofoni di risposte differenti a problemi di carattere sociale ed abitativo. Gli approcci odierni si basano su caratteristiche ben motivate dai bisogni e dalla crescente sensibilità comune rispetto allo sviluppo sostenibile e dalla riduzione delle disponibilità economiche dei nuclei famigliari di vario genere. Di conseguenza nasce la volontà di sperimentare un modo di vivere che privilegi le scelte virtuose, le relazioni, i caratteri sociali, ambientali e economici. Rispetto alle esperienze degli anni ’70, il processo si differenzia con un approccio più aconfessionale e non ideologico 40 . Come si accennava in precedenza , ciò che contraddistingue gli interventi nati negli anni recenti sono i caratteri di sostenibilità ambientale e di mutuo aiuto.
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S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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4.3 IL CO-HOUSING IN ITALIA , DIMENSIONE SOCIALE E CULTURALE DI UN’ESPERIENZA DI CO-ABITAZIONE La dimensione italiana del co-housing , per una questione di tempistica e di diffusione generale delle ideologie e delle pratiche , sconta un notevole ritardo rispetto ai paesi scandinavi e anglofoni. Questa lenta diffusione è legata anche ad un alto tasso di insuccesso delle esperienze in corso (tratteremo approfonditamente un caso di insuccesso recente di co-housing nell’intervista con lo studio RE.CO41), che in Italia è ancora molto frequente. Questa realtà ci posiziona ancora ad una sperimentazione di nicchia , ma con un “trend” nettamente in crescita , anche grazie agli apporti di società come “Co-housing Ventures” ( Vettori commerciali che vendono e sponsorizzano co-housing in Italia , specialmente a Milano). La difficoltà è inoltre dovuta ad un mercato che non obbliga gli individui ad aderire a modelli di acquisto differenti del bene casa di tipo tradizionale. Può anche essere la mancanza di domanda verso questa forma di abitare che fa sì che sia praticamente assente dal mercato un’offerta di abitazioni strutturate sui modelli di cohousing 42 . La coabitazione , in Italia, assume nell’immaginario popolare la definizione di abitazione in strutture organizzate a livello ideologico (la comunità di matrice spirituale o lo stabile occupato) o per necessità ( la casa di riposo o le case per
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A. A. P. e. F. Setzu, Interviewee, Intervista di ricerca sul Co-Housing e sul ruolo dell'architetto nei processi partecipativi. [Intervista]. 2021. 42
S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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studenti) . In questo panorama la visione del co-housing assume una posizione non attrattiva e in contrasto con il mercato, fuori dalla logica della “casa” intesa come bene e, di conseguenza, come un valore . La “casa” è sì un investimento però deve essere in grado di adattarsi alle mutate condizioni del vivere , e questo significa che deve essere un bene facile da trasformare, vendere e cambiare .In Italia , la parola Cohousing rappresenta più un obiettivo per la possibilità di un modo differente di abitare ( quasi sempre migliore, nelle intenzioni dei suoi sostenitori). La lenta diffusione procede secondo obiettivi finalizzati alla creazione di condizioni per rendere questa forma di abitare di interesse non solo settoriale, ma anche “normale”, di utilizzo comune , trasformandola in un’alternativa valida al metodo “classico”. Il tutto rimanda un po' alla genesi e alla diffusione del fenomeno negli Stati Uniti, anche se con caratteri ed epoche differenti. Questa diffusione presenta uno slogan molto preciso: l’abitare è dettato da convenienze pratiche e non solo economiche, legate a condizioni di vita specifiche migliori , volte alla sostenibilità, alla condivisione,(che non vuol dire rinuncia allo spazio privato), e, in qualche modo, “all’obbligo di” partecipare al vivere in comunità secondo schemi sostenibili, tecnologici e ambientalistici. Tornando alla questione della “casa” , dobbiamo assolutamente capire come la stessa debba diventare un bene di scambio, un bene mobile, più che immobile. Un bene che non ostacoli la crescita sociale , che è l’esatto contrario del mercato immobiliare moderno, e che porti le dinamiche su un valore o plusvalore per quanto riguarda le realizzazioni di co-housing. Creare valore è una domanda a cui si può rispondere solo mettendo basi solide, pragmatiche e 66
pubblicitarie ( in questo caso della pratica) , da condursi obbligatoriamente dentro al mercato Italiano … e non fuori.43 Come si riportava precedentemente :” il cohousing nasce dalla crisi delle relazioni sociali, dalla riduzione dei servizi e del welfare , dell’affievolirsi del valore della rete famigliare di stampo tradizionalistico” . In questo quadro il co-housing si pone generalmente, nelle intenzioni dei suoi partecipanti, come risposta progressista a questa crisi, in contrapposizione ai caratteri conservatori, identitari e securitari del panorama abitativo italiano. Il cohousing comporta il rischio di porsi come distacco dallo spazio pubblico, che tradotto , significa costruire il ”proprio” spazio pubblico, dimostrando come ci sia bisogno di un processo di reazione progressiva ai temi comunitari e all’approccio collegiale agli stessi. Ne deriva che non serve un’alternativa solo alla destinazione architettonica e al modo di abitare , ma bisogna cambiare anche a livello ideologico. A questo proposito è utile evidenziare come i progetti di cohousing , nel tentativo di ricostruire i frammenti di spazio pubblico e di socialità perduta, si configurano oggi in Italia come reazione alla crisi sia del settore immobiliare privato, incapace di rispondere a nuove domande ed esigenze abitative, sia del settore pubblico che vede diminuire impegno e risorse da indirizzare al welfare, e quindi anche alla sistemazione degli spazi pubblici 44 . Le persone che aderiscono a progetti di cohousing in Italia aspirano a porsi come soggetti economici dotati di potere d’acquisto orientato e consapevole; desiderano, in altri termini, imporre le proprie scelte abitative in modo 43 44
S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013 S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013
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pragmatico e non ideologico, al punto di costruire una propria filiera (etica, sostenibile e certificata) in grado di dettare le proprie condizioni al mercato. In questo il cohousing rappresenta un fenomeno innovativo di cambiamento dei rapporti tra domanda e offerta, ed in questo senso andrebbe colto come opportunità da un imprenditoria attenta a nuove forme di domanda [9]. Il caso italiano evidenzia un’ulteriore problematica che è la necessità di un diverso rapporto con le pubbliche amministrazioni e con l’assetto normativo vigente , che rende questa pratica ancora un’ incognita con conseguente difficoltà di relazione tra la parte privata e quella pubblica. (questo tema verrà citato nell’intervista con Laura Pommella [10]45). Il cohousing ed il suo progetto è spesso un “contratto” da privato a pubblico e come tale va discusso e mediato. Quindi da cosa trae il cohousing la forza per intraprendere un cammino di conquista sociale e abitativa? Sicuramente il fattore determinante si basa sulla eterogeneità delle sue componenti sociali, culturali ed economiche che viene automaticamente tradotto in soluzioni flessibili perché lo stesso cohousing si propone come soggetto attivo e non passivo. Scegliere di fare parte di un cohousing oggi in Italia resta una scommessa, il suo successo è affidato fortemente alle persone che lo completano , i co-housers e gli stessi attori (progettisti, sociologi, facilitatori ecc...) che ruotano attorno all’accompagnamento del progetto. Inoltre, il cohousing richiede dei lunghissimi tempi per l’ attivazione del gruppo, di ricerca del lotto di interesse comune, di delicate fasi strategiche di progettazione partecipata e condivisa, dell ‘elaborazione del 45
A. L. Pommella, Interviewee, Intervista di ricerca sul Co-Housing e sul ruolo dell'architetto nei processi partecipativi. [Intervista]. 2021.
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piano finanziario ed infine della realizzazione del progetto. E’ importante evidenziare , come si evincerà anche dalle interviste, il grado di soddisfazione , “ di chi è riuscito “ che suggerisce altresì di continuare a guardare con attenzione a questo fenomeno e alle sue potenzialità come una delle possibilità percorribili nell’ampio panorama dell’abitare in Italia 46 . Con i primi progetti negli anni 2008-2009 si è stabilita anche un’idea di rete di co-housers, come la “Rete Italiana Dei Cohousing” , che prende a statuto un manifesto creato dagli stessi utenti , cercando di fornire una definizione di “cohousing” ed indica quali sono i presupposti ritenuti necessari, con il consiglio di considerare un processo partecipato da inizio a fine , che deve nascere dal basso, aperto al territorio, come soggetto attivo, con modi e tempi differenti per le diverse realtà. Senza dimenticare ovviamente la principale qualità di tutto il processo, che è quella di far incontrare le persone attraverso la rete ed internet. Ora di queste “associazioni ne esistono diverse” , da quelle con un taglio più sociale , a quelle più di nicchia o commerciali. Il passaggio documentato nel libro di TAMASSOCIATI sul cohousing53, nella parte da loro dedicata a Massimo Giordano ( membro dell’associazione E’/Co-housing Bologna) , viene evidenziato come nel 2012 , alcune cose avevano già iniziato a crearsi e cito :
…Nella primavera del 2012 ci siamo ritrovati e abbiamo constatato che le basi per partire erano più concrete rispetto al passato . Molti progetti erano
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S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013
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in divenire se non addirittura in fase di realizzazione e di conseguenza anche l’esperienza che ognuno di noi portava , era maturata. Si sono formati gruppi di lavoro su esigenze concrete come i regolamenti di condominio, la filiera dell’abitare, la gestione finanziaria, ecc.. Quello che ci fece sperare era la prospettiva che nel giro di breve tempo si potesse fare un salto di qualità e dare ai futuri progetti che stavano per nascere un forte supporto di competenze e professionalità”
Questo breve , ma significativo estratto , dimostra come le persone e le società, anche in poco tempo, possano dare risposte concrete a una determinata richiesta sociale e abitativa. Le reti , le associazione e le stesse persone , hanno anche cercato negli anni di sintetizzare delle linee guida per il sistema italiano. Cito le più importanti47 :” 53
TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012.
- Ipotizzare uno statuto giuridico riconosciuto per il cohousing e formulare una sorta di accordo-quadro con tutti i soggetti coinvolti in un progetto architettonico/urbanistico, sociale ed economico di questo tipo, coinvolgendo architetti, geometri, esperti di risparmio energetico , ecc..
47
TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012.
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- Definire delle linee guida con le pubbliche amministrazioni e redigere delle convenzioni-tipo che regolino la collaborazione tra il privato e il pubblico, in modo che il cohousing possa anche diventare un’entità del “Terzo Settore” ( come le onlus, le ONG, le società no profit) ed eventualmente carico di servizi sul territorio (dallo sfalcio del verde alla spesa a domicilio per gli italiani, e così via , con una vera cittadinanza attiva). - Definire un accordo con le banche , in particolare quelle come Banca Etica, e tutte le Casse di Risparmio legate al territorio. E questo rappresenta una problematica emergente e focale, vista la difficoltà di accesso al credito ormai conclamata e che probabilmente si accentuerà con il tempo . - Costruire una sorta di filiera etica dell’abitare: prendendo esempio dal commercio equo e solidale e dai gruppi d’acquisto solidali, selezionare artigiani, imprese e professionisti dell’edilizia in modo da essere certi della serietà e qualità dei collaboratori e al contempo creare un mercato “etico” per queste imprese. Si dovrebbe pertanto stabilire un patto fiduciario con tutti i soggetti necessari a “costruire” un co-housing.” La condivisione del processo nella realtà italiana deve essere accompagnata da tutti questi attori , che sinergicamente potranno sviluppare un risultato complesso e completo rispetto alla pratica. Anche le associazioni locali sono importantissime, perché impegnate nei territori interessati e nei singoli progetti e rappresentano una base pratica per tutta quella “rete” di persone 71
che citavamo in precedenza. E’ idea diffusa, inoltre, quella di creare una sorta di “Agenzia Dell’abitare Solidale “48, nella quale persone competenti e disponibili ad impegnarsi a tempo pieno ( e di conseguenza retribuite per il loro lavoro) si assumano le responsabilità di creare quella rete di professionalità necessarie a far sì che i tanti progetti di cohousing sparsi sul territorio italiano non rimangano solo sulla carta o nei sogni delle persone. Queste sono le sfide che ci attendono affinchè il co-housing , in Italia, non rimanga confinato ad esperienze marginali, ma possa divenire il perno di un nuovo modo di immaginare le nostre città e i nostri paesi, ecologici e solidali, innovativi dal punto di vista costruttivo e sociale, nonché soggetto attivo e qualificante di una rete più ampia di economia solidale.
Alcuni esempi concreti nel panorama italiano ( come vedremo nelle interviste) sono rappresentati dal Il cohousing a Ferrara progettato dallo studio Rizoma , dalle plurime esperienze di TAMASSOCIATI con Villorba e Bologna, dalle esperienze milanesi e torinesi o ancora dai risultati di studi più piccoli e singoli progettisti, come Vania Curzi nell’intervento di co-housing a Senigallia. Nuovi progetti si formano e prendono il via grazie a tutte queste esperienze passate, caratterizzate da una buona evidenza e stesura di dati, corredate di risposte concrete a specifici problemi . Tutti questi percorsi progettuali, una volta completati , hanno e avranno sicuramente la capacità di fare “scuola” al panorama italiano , sempre più curioso di conoscere questa determinata pratica abitativa.
48
TAMASSOCIATI, VIVERE INSIEME, co-housing e comunità solidali, altreconomia edizioni, 2012.
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5 ESPERIENZE SIGNIFICATIVE DI CO-HOUSING
5.1 ESPERIENZE MONDIALI
5.1.1
SVEZIA _Cohousing Stolplyckan
Città: Linköping, Svezia Studio di Progettazione: team vari Anno di realizzazione: 1980 Numero alloggi: 184 appartamenti
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Stolplyckan, a Linköping, è la più grande realtà di co-housing in Svezia, con 184 appartamenti raggruppati in 13 caseggiati, realizzati con un sistema di camminamenti che li collegano tra loro. Una delle particolarità di Stolplyckan è quella di riunire esperienze diverse sotto lo stesso tetto. Oltre ai circa 140 appartamenti in affitto, il grande edificio ospita anche 35 appartamenti che funzionano come “struttura” per anziani e l’ufficio della società che se ne prende cura e fornire loro i servizi. Al momento vi si trova anche una residenza protetta per persone colpite dalla sindrome di Asperger e un centro di salute diurno. Come di norma in tutti i co-housing, anche a Stolplyckan, ognuno ha il suo appartamento dove rifugiarsi quando vuole stare da solo. L’aspetto originale di questo complesso risiede negli spazi comuni, popolarmente chiamati “i 2000 metri quadri di zona giorno” a disposizione di chi vive qui. In questi ambienti sono collocati un centro sportivo, una stanza per lavorare al telaio, una falegnameria, una sala da musica (completa di strumenti), una sala da biliardo e un laboratorio di ceramica. Sono presenti anche spazi più ampi, utilizzati come bar o caffè e anche due appartamenti per parenti o amici, che i residenti possono affittare al costo di 3 euro a notte. E’ presente anche una cucina industriale e un salone per i pasti in comune. Di giorno, tutti questi spazi sono usati dall’amministrazione locale (il centro di salute diurno, le attività per gli anziani, la scuola quando è in funzione ecc.) e, dopo le 18 sono a disposizione delle persone che vivono negli appartamenti di tipo tradizionale. Tali spazi sono a disposizione gratuita a parte l’uso degli appartamenti extra il cui costo peraltro va solo a coprire le spese di pulizia. Per il resto non costa nulla utilizzare le varie possibilità offerte da Stolplyckan, perfino il legno della falegnameria è gratis. Il sistema è mantenuto attivo dalla gente che vive lì. Ognuno ha il suo turno come responsabile delle prenotazioni e custode del grosso mazzo di 74
chiavi che danno accesso alle varie stanze. Quando ci si trasferisce a Stolplyckan si diventa automaticamente membri dell’associazione di inquilini con il diritto di voto. I fondi derivanti dalle quote di iscrizione, sono una base economica importante per le attività della casa. Ogni lunedì gli abitanti di uno dei tredici caseggiati si riuniscono e preparano la cena per il resto della comunità. La partecipazione a questa attività non è obbligatoria, ma è incoraggiata dal consiglio dei residenti e dal gestore dell’immobile in quanto stimola la pratica di buon vicinato e lo svolgersi delle attività di cohousing. 49
49
R. P. &. D. Rimondi, «Housing sociale e nuovi processi per l'abitare».
75
Vista rialzata del prospetto laterale dei fabbricati che compongono l’enorme complesso dello Stolplyckan50
50
Kollektivhuset.Stolplyckan/community
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Pianta semplificata delle zone comuni e della conformazione dello spazio pubblico .51
51
https://www.facebook.com/Kollektivhuset.Stolplyckan/photos/?ref=page_internal
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Nella pagina precedente, le due foto, rappresentano la vista frontale di quelle che sono le unità abitative destinate ai cohousers 52 .Sotto , nella foto , è rappresentata la piantina dell’Impianto Urbano nella sua totalità.53
52 53
https://www.facebook.com/Kollektivhuset.Stolplyckan/ http://www.kollektivhus.nu/pdf/SwedishCohousing14.pdf
81
5.1.2
Danimarca_Cohousing Jyrstrup Savvaerk
Città: Jystrup Studio di Progettazione: Vandkusten Anno di realizzazione: 1984 Numero alloggi: 29 unità abitative
L’insediamento è organizzato su un pendio a forma di anfiteatro e, nella sua disposizione a “L”, delimita un parco verde comune al centro del complesso. Le 29 unità abitative sono relativamente piccole. Sono servite da due strade strette interne, con copertura vetrata, le quali si incontrano ad angolo retto nell’area comune. Due ambiti minori si trovano circa a metà di queste articolate arterie interne, dove ulteriori ambienti comunitari si relazionano: la lavanderia, spazi di lavoro, depositi, una camera per gli ospiti e un laboratorio artigianale per il bricolage. Le strade si prestano anche come aree gioco per i più piccoli nella stagione fredda. Le residenze su due piani, poste sul lato esterno del complesso, in alcuni punti sormontano la galleria vetrata, per assommarsi al 82
giardino interno con delle terrazze a tasca; le residenze interne ad un piano si aprono direttamente sullo spazio comune , senza filtri, su delle generose piattaforme in legno. Entrambe le tipologie abitative sono adattate alla topografia del pendio e nella sezione trasversale si arriva fino ad un’altezza minima interna di due metri e mezzo. A conclusione di tutti i percorsi esterni ed interni, una grande e ben attrezzata cucina comune, dove le 29 famiglie del cohousing cenano insieme tutti i giorni della settimana . Lo spirito della collaborazione della convivenza è molto pronunciato. In questo sorprendente progetto dove i confort condivisi costituiscono il 40% della superficie costruita, la cura per la privacy la si riscontra in ogni scelta progettuale fino ad arrivare ai dettagli costruttivi: l’individuo può comunque sempre scegliere di isolarsi in posizioni privilegiate, al di sopra o al di fuori della portata di tutti. [9]54
Prospetto laterale62 54
S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013. 62 https://vandkunsten.com/en/projects/co-living-jystrup
83
Planivolumetrico dell’interno comparto residenziale55
55
https://vandkunsten.com/en/projects/co-living-jystrup
84
Nell’immagine precedente è evidenziata la sezione dell’unita abitativa , con i relativi riferimenti della disposizione delle zone delle casa56 , nella pagina successiva vedremo invece quella che è una porzione di pianta che evidenzia la disposizione delle aree
56
https://issuu.com/schemataworkshop/docs/cohousing_common_house_design
85
comuni rispetto all’edificato57
57
https://issuu.com/schemataworkshop/docs/cohousing_common_house_design
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88
Nella pagina precedente le due foto identificano gli spazi esterni del complesso ; mentre nella foto ,qui in alto, è presa ad esempio una porzione interna di una delle 29 abitazioni tipo.58
58
https://vandkunsten.com/en/projects/co-living-jystrup
89
5.1.3
Danimarca_ Senior Cohousing Noedebo
59
Città: Noedebo Studio di Progettazione: Vandkusten Anno di realizzazione: 2004 Numero alloggi: 29 unità abitative
L’insediamento è stato progettato come una concatenazione di case ad un piano, suddivise in gruppi lineari. L’orientamento di questi filari, secondo quattro differenti traiettorie, forma, in una lettura in negativo, altrettanti cunei verdi aperti verso il bosco adiacente. Più della metà dell’area è stata progettata per attrezzare il complesso di zone ricreative comuni, quali prati, stradine strette, rivestite di asfalto e ghiaia, e parcheggi auto, per ogni casa coperti da tettoie in legno. Il progetto è stato ideato con 59
https://vandkunsten.com/en
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l’intensa partecipazione di un gruppo molto organizzato di residenti. Anche se vi sono solo tre tipi di case, con metrature variabili dai 100 ai 150 metri quadri, nella realtà sono state dettagliate ventinove abitazioni differenti partendo da un modello base a cui, nel tempo, si potranno aggiungere dei moduli. Un principio di architettura additiva. La partita tra pubblico e privato è stata una sfida particolarmente sentita in questo progetto. Le varie configurazioni dei cortili privatine esprimono molto bene il desiderio di diversità. Poi c’è la casa comune, di 200 metri quadri, uno spazio molto gradito ed utilizzato dagli abitanti, caratterizzato all’esterno dal rivestimento in lamiera e in copertura dall’uso di una guaina nera ; per rafforzare il dialogo con il paesaggio, è stato immaginato e disegnato dai progettisti come un cannocchiale rivolto verso il bosco.
91
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Nella pagina precedente la planimetria del comparto residenziale 60 , sotto, la caratteristica apertura finestrata di una delle unità abitative residenziali che compongono i segmenti61
Nella pagina seguente sono rappresentate , in alto , una vista prospettica delle unità residenziali in gruppo62, mentre nella seconda è evidenziata la grande struttura comune a disposizione
60
https://universaldesigncasestudies.org/housing/multi-family/egebakken-community-housing https://housingourmatureelders.wordpress.com/2018/09/14/tours-herfra-til-evigheden-egebakken/ 62 https://housingourmatureelders.wordpress.com/2018/09/14/tours-herfra-til-evigheden-egebakken/ 61
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dei cohousers, che inquadra “come un cannocchiale” la vista verso il bosco adiacente 63
63
https://universaldesigncasestudies.org/housing/multi-family/egebakken-community-housing
94
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Una vista prospettica dell’unità abitativa 72:
Sulla sinistra, la “dining area with library”:
Sotto, il “workshop room” 96
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https://housingourmatureelders.wordpress.com/2018/09/14/tours-herfra-til-evigheden-egebakken/
comune :
Sotto, l’accesso , è ben evidenziato il blocco comune rispetto alle unità abitative :
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5.1.4
Stati Uniti_ Cohousing Swan’s Market
Città: Oakland, California Studio di Progettazione: Pyatok Architects Anno di realizzazione: 2000 Numero alloggi: 18 unità a prezzo calmierato/20 unità di Cohousing
Swan’s Market è un singolare cohousing nel cuore di Oakland, in California, perché il progetto nasce e si sviluppa dalla volontà di riqualificare l’area degradata del mercato – da cui ne deriva il nome – nel centro della cittadina, ed è uno dei pochissimi cohousing a cui è associata anche un’area commerciale. Swan’s Market è un fabbricato di inizio Novecento ( il logo ad inizio scheda , riassume la timeline delle vicissitudini di questo stabile fino alla sua completa riqualificazione ) che ospita un mercato alimentare, gallerie d’arte, un museo d’arte dei bambini, negozi , un caffè, case in affitto a prezzi calmierati e un cohousing. Nel cohousing vivono 35 persone di tutte le età. Hanno lavorato in gruppi durante i quattro anni di pianificazione e costruzione, e ogni comitato aveva la responsabilità di occuparsi di uno o più aspetti del progetto : 98
questioni legali, finanziarie, di marketing, la scelta dei membri, la vita di comunità e la progettazione. Dopo 13 anni dalla sua realizzazione , Swan’s market ospita dodici esercizi commerciali ma non ha perso la sua identità di cohousing : le venti case a schiera si affacciano sul passaggio comune, è facilmente accessibile per chi ha problemi di disabilità, gli abitanti si incontrano 3 volte a settimana per mangiare insieme e ogni giorno nei caffè sotto casa, dove condividono l’accesso. Swan’s market ha una struttura architettonica degli inizi del XX secolo, nella quale sono stati inseriti appartamenti tra i 68 e i 150 metri quadrati. La trovata più azzeccata è stata quella di posizionare le cucine sul lato affacciato sulla corte interna del complesso. Basta quindi trovarsi a cucinare per vedere tutti gli abitanti del cohousing passare. Al primo piano c’è il salotto , la sala da pranzo, e la stanza dei bambini. Al pian terreno la disposizione
pianifica spazi condivisi come la lavanderia, la stanza degli ospiti, la palestra e il laboratorio. [8]64 64
F.Guidotti, Ecovillaggi e co-housing, dove sono , chi li ama, come farne parte o realizzarne di nuovi, Firenze: Terra Nuova Edizioni, 2013.
99
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Nelle tre pagine precedenti abbiamo lo schema planimetrico dei 2 livelli su cui sono disposte le attività , gli spazi comuni la zona residenziale ( calmierata e in cohousing) 65 , la foto in basso (di pagina 90) rappresenta l’incrocio storico e la facciata dello Swan’s market75 . Sotto uno schema semplificativo del lotto.
Nelle pagine successive , le due foto evocano quello che è l’ambiente comune e partecipato rispetto alle diverse
65 75
https://www.swansway.com/wp-content/uploads/2017/11/Swans-Brochure.pdf https://stitchdesign.wordpress.com/page/2/
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destinazioni d’uso del comparto , oltre che, la vista interna della corte edilizia.
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Qui, in alto, invece notiamo le parti interne degli appartamenti destinati al co-housing, in alto il soggiorno ed in basso la stanza da letto posta al secondo piano che evidenzia la struttura .66
5.2 ESPERIENZE ITALIANE 5.2.1
66
Italia_Cohousing/Ecoquartiere “Quattro Passi”
https://stitchdesign.wordpress.com/page/2/
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Città: Villorba (TV) Studio di Progettazione: TAMASSOCIATI Anno di realizzazione: 2014 Numero alloggi: 8 unità Il progetto è stato promosso dalla Cooperativa Pace E Sviluppo, impegnata nell’ambito del commercio equo e solidale e nella sensibilizzazione sulle responsabilità e sul valore del consumo e del risparmio, e sulla diffusione di una sensibilità rispettosa dell’incontro tra culture. L’”Ecoquartiere” prende in prestito il nome della fiera Denominata “Quattro Passi” che si organizza ogni anno nel territorio del trevigiano. Lo studio ha svolto il ruolo di promotore, gestore e facilitatore del processo che ha portato il gruppo a costituirsi, fino alla definizione ultima delle scelte architettoniche in grado di riassumere in un progetto, fatto di spazi e risorse, il percorso condotto con i futuri co-housers [9]67 L’ecoquartiere Quattro passi si trova fuori Villorba, dove inizia la campagna e si diradano le case. Il co-housing si sviluppa su 8 abitazioni singole, con tetto a due falde come nella tradizione dell’architettura rurale padana, armoniosamente distribuite su un appezzamento verde di quasi 7000 metri quadrati, con spazi e strutture condivise. L’accesso esclusivo pedonale e ciclabile è stato ottenuto collocando a nord, all’ingresso del quartiere sulla strada verso il Torrente Giavera, un’ampia area di parcheggio dei veicoli privati a cui si aggiungono quelli del servizio di car-sharing,
67
S. S. Edorardo Narne, L'abitare condiviso, Elementi Marsilio, 2013.
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collegata con un percorso ad anello che mette in comunicazione la casa comune, tutte le 8 abitazioni e l’orto collettivo che chiude il lotto a sud. A est e a ovest si fronteggiano le residenze, quattro per lato, non separate ma immerse nella corte coltivata a giardino. Dal punto di vista tipologico, compositivo e strutturale il progetto sottostà a una normativa particolarmente rigida che impone la nuova realizzazione di villette singole con tetto a falda, pianta e
finestre rettangolari allo scopo di perpetrare i caratteri dell’architettura rurale. Inserendosi nel solco della tradizione, il progetto di TAMassociati è privo di qualsiasi concessione ornamentale, tipico di un manierismo che riproduce modelli storici senza evoluzione; a questa pulizia formale si sovrappone l’uso del colore associato alle persiane di ogni abitazione, che prosegue in facciata quale segno di differenziazione, movimento e personalizzazione.
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Proprio come nel tipico borgo italiano, le abitazioni si affacciano su quella che è considerata la piazza principale e il Municipio, che in questo caso è appunto la “casa comune”, sta alla testa di tutto. Si aggiunga il fatto che qui il “Comune” rappresenta fisicamente e ideologicamente la cosa pubblica, perché accoglie una sala multifunzione con cucina pensata per feste, riunioni e ogni genere di attività di gruppo al coperto, offre uno spazio 110
78
Platico Architettonico
attrezzato per attività manuali, una stanza per gli ospiti, il magazzino del GAS (Gruppo di acquisto solidale) e un portico come area gioco rivolto verso la corte-piazza. Quelle che un tempo nelle cascine della campagna italiana in cui abitavano tante famiglie, erano le regole di vicinato, l’aiutarsi reciproco e la condivisione del cibo e di spazi come i servizi igienici e la lavanderia, sono prese a esempio e sviluppate nella filosofia del co-housing. Non c’è confine né recinzione tra i giardini “privati” delle unità abitative, ma costruito e naturale si uniscono nella grande corte verde, un po’ come un tempo accadeva nell’aia, che era luogo di transito, ma anche dell’accoglienza e della festa, luogo del gioco libero e naturalmente tutelato. A tutto questo si ispirano oggi, attualizzandolo, le soluzioni dei Quattro passi, con l’idea che per esempio un bambino possa giocare liberamente nel parco condiviso, senza fermarsi di fronte al cancello di un’altra casa. Scelte ideologiche dell’abitare che hanno poi consentito forti economie di scala nella realizzazione di edifici con materiali conformi alla bioedilizia, ottenendo la classe energetica A e impiegando impianti a energie rinnovabili e uso di biomasse. Tuttavia ancora più innovativo oggi è il fatto che nel progetto dei TAMassociati la dimensione privata non sia stata sacrificata in nome di quella sociale, mediante uno studio degli interni delle abitazioni specifico per e con l’aiuto delle famiglie, mediante una particolare cura nel dialogo tra interni ed esterni e nell’uso del colore come strumento di differenziazione e di arricchimento delle facciate.68
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https://www.floornature.it/quattro-passi-villorba-ecoquartiere-di-tamassociati-11197/
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Nelle pagine precedenti la Planimetria generale con le varie unità abitative , sono evidenziate , quelle che sono le aree “To Share”, mentre a seguire due scorci dei prospetti delle unità, da notare il gradiente differente di colore delle aperture. Sotto l’opera in cantiere.
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5.2.2
Italia_Cohousing Mura San Carlo
80 Locandina per eventi aperti al pubblico
Città: San Lazzaro di Savena, Bologna. Studio di Progettazione: TAMASSOCIATI Anno di realizzazione: 2014 Numero alloggi: 12 unità
Il processo è stato promosso dall’associazione bolognese E’/cohousing che da diversi anni è impegnata nella promozione di progetti di cohousing nella provincia di bologna, oltre che nella sensibilizzazione e divulgazione di questo nuovo modo di abitare solidale. Il gruppo di cohousers che partecipano all’esperienza di San Lazzaro è composto da dodici nuclei, tra famiglie e singoli, per un totale di 20 adulti e 15 bambini. Anche per questo 116
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https://www.facebook.com/photo/?fbid=10212954016230945&set=pcb.10212954028991264
progetto TAMASSOCIATI ha svolto il ruolo di promotore, gestore, e facilitatore del processo che ha portato il gruppo a consolidarsi, fino alla definizione ultima delle scelte architettoniche. Il condominio è caratterizzato dagli avanzati contenuti tecnologici. I quattro piani fuori terra hanno una struttura X-lam interamente in legno e sono dotati d’impianti ad energia alternativa dalle alte performance. Il complesso residenziale è frutto di una sostituzione edilizia: infatti il terreno era precedentemente occupato da un edificio di scarsa qualità che è stato demolito. Si
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tratta quindi di un processo virtuoso di riqualificazione urbana. E’ composto da un edificio di 4 piani con 12 alloggi e vari spazi/servizi condivisi: sala attività comuni, locale lavanderia, locale per la musica, locale attrezzi e bricolage, zona bicilette. In particolare la sala per attività comuni rappresenta “il cuore e il centro della convivenza nonche la porta di accesso per accogliere persone esterne al gruppo e sviluppare l’integrazione sociale e percorsi didattico-educativi aperti al quartiere”. L’intervento è caratterizzato da aree verdi comuni, orto condiviso e spazi per il
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riciclo dei rifiuti. Grazie ad una convenzione con il Comune di San Lazzaro di Savena in sostituzione del corrispettivo di oneri di urbanizzazione, i cohousers si sono impegnati nel recupero di alcune aree dell'adiacente Parco della Pace, di proprietà comunale. Oltre ad aver realizzato i campi da basket, pallavolo e tennis per uso pubblico, per gli anni a venire i cohousers saranno impegnati nella manutenzione dell'area verde e nel promuovere attività sportive e sociali aperte a tutta la cittadinanza. Il cantiere
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è stato aperto da ottobre 2014 ad aprile 2015 ed oggi è abitato da quasi tutte le famiglie.
120
121
Nella pagina precedente , la foto mostra il prospetto di ingresso allo stabile69, sopra abbiamo una sezione che evidenzia quelli
che sono gli spazi comuni e la disposizione del edificato82 , sotto , le tipologie di piante delle unità abitative83
Nella foto in alto , la visione prospettica del prospetto rivolto verso il parco comunale, sotto una visione del prospetto opposto , che si affaccia sulle immediatezze della strada e sul parcheggio84
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https://www.tamassociati.org/portfolio/cohousing/
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83 84
https://ilgiornaledellarchitettura.com/2016/04/01/il-cohousing-di-tamassociati-a-san-lazzaro-di-savena-e-a-villorba https://www.tamassociati.org/portfolio/cohousing/
. 5.2.3
Italia_Cohousing San Giorgio
Città: Ferrara Studio di Progettazione: Rizoma Studio 123
Anno di realizzazione: 2015 Numero alloggi: 7 unità
Cohousing Sangiorgio è un’iniziativa residenziale promossa dall’Associazione Cohousing Solidaria che, alle porte di Ferrara, ha creato le condizioni per costruire un insediamento per sette nuclei familiari, i quali, visto il successo ottenuto, potrebbero crescere ulteriormente di numero. Recuperando le volumetrie di alcuni fabbricati preesistenti, il progetto ha dato vita a un compatto edificio pluripiano affacciato verso il corso del Po di Primaro. Il gradevole disegno architettonico, caratterizzato dalla pacata alternanza fra pieni e vuoti, è perfettamente inserito nel paesaggio grazie anche all’ampio giardino con orto collettivo. La leggera e performante struttura in legno, il campo fotovoltaico in copertura e le soluzioni impiantistiche assicurano il massimo comfort, a fronte di consumi energetici praticamente nulli (classe A+). Il lotto è completato dal basso volume delle otto autorimesse prospiciente l’accesso carrabile. Il progetto prevede la realizzazione di una struttura ad uso residenziale di 820 mq all’interno di un lotto di complessivi 3.500 mq sito in prossimità del Po di Primaro. Il progetto si configura come ristrutturazione urbanistica e prevede la demolizione di due fabbricati esistenti in stato di abbandono e la realizzazione di un edificio di nuova costruzione, di un fabbricato destinato ad autorimesse e delle sistemazioni esterne. Il progetto ha avuto come fase iniziale una procedura aperta al confronto con le famiglie, definita “charette”, che ha garantito una partecipazione continua e costante alle scelte operate dal team tecnico. Il cohousing è una realtà abitativa già presente in diverse città italiane ed estere e consiste nella compresenza, all’interno della stessa struttura, di spazi per attività 124
comuni quotidiane ed unità abitative private, queste ultime di dimensioni adeguate alle esigenze più private di ogni singola famiglia. La realizzazione dell’edificio è prevista con struttura in legno con tecnologia a pannelli X-LAM, il volume compatto del fabbricato consente di avere un buon rapporto S/V, mentre le soluzioni progettuali ed impiantistiche adottate consentono di calcolare un indice di prestazione globale Eptot (riscaldamento+acqua calda sanitaria) pari a 2,2 kWh/mqa, collocando la costruzione in Classe A4.
125
126
A pagina precedente possiamo notare in alto, la pianta del primo piano del fabbricato , in seconda battuta la sezione trasversale.70 Sotto e nelle pagine seguenti i prospetti e i dettagli del complesso e del proprio intorno.
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https://www.rizoma.me/progetto/cohousing-sangiorgio/
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5.2.4
Italia_Cohousing Senigallia
Città: Senigallia Studio di Progettazione: Arch. Vania Curzi & Arch. Massimo Canzian Anno di realizzazione: 2019 Numero alloggi: 20 unità
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La peculiarità dell’intervento consiste nel particolare ciclo realizzativo che ha visto una sinergia - fin dall’inizio dell’ideazione, tra i progettisti ed i committenti riuniti in cooperativa, e poi con l’impresa esecutrice - che ha condotto, all’interno di un quadro di edilizia sociale, ad offrire residenze di alta qualità a costi al mq. ampiamente contenuti rispetto agli usuali prezzi di mercato. Tale risultato, grazie anche ad un contributo ottenuto partecipando ad uno specifico bando indetto dalla Regione Marche, è stato raggiunto attraverso la partecipazione diretta dei soci a diverse fasi esecutive realizzate in ‘autocostruzione’. E’ presente una particolare articolazione di spazi ‘comunitari’, spazi di ‘relazione di prossimità’, spazi ‘semiprivati’ e spazi ‘privati’, che hanno contribuito a dare forma ad una configurazione insediativa ed architettonica sobria ma riconoscibile nel contesto urbano, segnato da un crescente rischio di marginalizzazione dovuto alla progressiva riduzione delle attività artigianali che costituiscono la caratteristica funzionale dell’area d’intervento. L’area oggetto del presente intervento è situata nell’immediata periferia Ovest della città di Senigallia. Essa è caratterizzata dalla presenza di un ex-complesso agricolo, realizzato intorno agli anni ’40 del secolo scorso, comprendente fabbricati ad uso agricolo ed abitativo inutilizzati da decenni . L’area d’intervento è caratterizzata dalla presenza di diverse macchie di vegetazione (in parte naturale, in parte disordinatamente piantumata) costituita principalmente da querce, olmi, gelsi, cipressi. La vegetazione si addensa principalmente nei bordi Sud-Ovest e Nord-Ovest gli spazi tra gli edifici esistenti.
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Considerati i vincoli e le potenzialità presenti nell’area, dal punto di vista insediativo l’intervento viene così strutturato: •
•
•
•
•
•
•
il fronte ‘urbano’ dove sono collocati gli ingressi principali (pedonale e carrabile) del complesso residenziale Il fronte dell’edificio viene qui arretrato rispetto alla strada per realizzare un filtro costituito dal parcheggio pubblico (realizzato contestualmente agli edifici) e dal parcheggio condominiale il fabbricato è organizzato con due corpi allungati ripiegati a 90 gradi, aperti verso lo spazio aperto centrale nel verde ed incernierati da un corpo d’angolo minore dove è collocata la sala collettiva ed il corpo dei servizi lo slittamento verso il limite posto dall’ingombro del parcheggio pubblico consente il massimo allontanamento e allo stesso tempo il mantenimento delle alberature esistenti la conformazione ad “elle” del fabbricato consente l’orientamento della “corte aperta” verso Ovest che, considerata la funzione comunitaria dell’insediamento, produce uno spazio aperto con soleggiamento pomeridiano (nel momento del rientro delle famiglie) anche se temperato dall’ombreggiamento delle alberature ad alto fusto la disposizione dei due corpi di fabbrica consente nello stesso tempo il corretto posizionamento sopra di essi di pannelli solari con orientamento Sud-Est e Sud-Ovest il sistema dei percorsi pedonali si articola dall’ingresso su strada (collocato nella separazione tra il parcheggio pubblico e quello condominiale) attraverso un vialetto che, attraversato un sottoportico con funzione di filtro tra l’area urbana e l’area privata comunitaria, distribuisce poi ad ‘elle’ 131
tutte le unità abitative sottopassando i passaggi a ponte delle scale in ferro
Dal punto di vista tipologico i due corpi di fabbrica principali sono aggregati “a schiera” con un dispositivo distributivo finalizzato alla fruizione di un’area verde privata sia da parte degli appartamenti al piano terra sia di quelli al primo piano. I due percorsi dorsali che distribuiscono ad elle tutti gli appartamenti aprono infatti da un lato agli appartamenti del piano terra (dotati di un proprio spazio verde sia sul fronte d’ingresso che sul retro) e dall’altro agli appartamenti del primo piano, i quali accedendo al proprio spazio verde pertinenziale raggiungono l’unità abitativa tramite una scala che oltrepassa a ponte i due percorsi principali, creando uno ‘spazio di prossimità’ dotato al tempo stesso di una valenza ‘urbana’. Il Corpo 1 è composto da 12 appartamenti (6 al piano terra e 6 al piano primo), mentre il Corpo 2 ortogonale al primo contiene 8 appartamenti (4 al piano terra e 4 al piano primo). Il piccolo Corpo 3 di un solo piano, che funge da raccordo degli altri corpi di fabbrica, si pone come cerniera architettonicamente connotata come fulcro della composizione e contiene la sala condominiale 132
per l’incontro delle famiglie e per le occasioni conviviali. Nella fascia esterna di tale corpo sono collocati la centrale termica ed i vani tecnici, in posizione adeguata per la distribuzione dell’impiantistica. Dal punto di vista architettonico i due corpi di fabbrica principali si presentano molto sobri e lineari, coperti con tetto piano non praticabile e con la caratterizzazione delle porzioni di falde inclinate per l’alloggiamento dei pannelli solari che consentono un innalzamento dell’altezza delle zone giorno al piano primo (con zone soppalcate) e marcano, soprattutto nel Corpo 2, dei portali di copertura delle zone d’ingresso delle unità immobiliari.
Le dimensioni degli alloggi richiesti dalla comunità di cohouser, sono così articolate : •
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N 6 alloggi da 56.02 mq di superficie utile calpestabile per nucleo familiare composto da tre persone N 8 alloggi da 69,16 mq di superficie utile calpestabile per nucleo familiare composto da quattro persone (due camere doppie) 133
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N 2 alloggi da 76,87 mq di superficie utile calpestabile per nucleo familiare composto da quattro persone (una camera doppia e due singole) N 4 alloggi da 87,26 mq di superficie utile calpestabile per nucleo familiare composto da cinque persone
Per quanto riguarda il sistema costruttivo l’edificio è realizzato con struttura in legno X-lam su un piano di fondazione costituito da travi rovesce con solaio in latero-cemento al piano terra, che consente la realizzazione di un vespaio aerato. Le particolari scelte tipologiche e costruttive hanno consentito di raggiungere una prestazione energetica di classe “A4” e la caratteristica principale che presenta è un'elevata efficienza d’isolamento termico dell'involucro edilizio esterno, in quanto il primo passo per il risparmio energetico in edilizia è ridurre al minimo le dispersioni termiche.
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http://studiocanzian.eu/b68_76_cohousing-senigallia+immagini.html
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6 INTERVISTE AI PROTAGONISTI
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6.1 ARCHITETTO GIOVANNI FRANCESCHELLI – PROGETTISTA CO-HOUSING FERRARA 1. Ben trovato Architetto , partiamo con una sua introduzione, successivamente ci racconterà la sua esperienza di Co-Housing nell’esperienza di Ferrara .
Sono Giovanni Franceschelli, il titolare dello studio Rizoma Architecture che ho aperto a Bologna qualche anno fa. Mi sono laureato a Ferrara nel '99 e dopo aver fatto un'esperienza di lavoro e di studio post-laurea in Spagna, ho deciso di tornare in Italia, di aprire uno studio, perché ritenevo opportuno investire sul nostro paese. Scelta in modo un po' inconsapevole nel novantanove, oggi diventata , una realtà importante . All’interno dello studio , ad oggi , siamo in quattordici. Io sono il titolare, non che più anziano , tutti i 141
ragazzi e le ragazze che lavorano in studio hanno avuto esperienze di lavoro all' estero e questa è diventata "una cifra" dello studio e fa parte del nostro DNA. Avere una mentalità molto aperta ha consentito negli ultimi anni di sviluppare progetti per clienti italiani e internazionali ; con una particolare caratteristica: gli spazi di condivisione e gli spazi per le relazioni umane sono il nostro interesse maggiore. Molto del lavoro dei nostri progettisti è rivolto , appunto, agli spazi di comunità, agli spazi di relazione tra le persone alla loro condivisione e al benessere collettivo. <<... avete , appunto, realizzato a Ferrara un progetto ben riuscito ... con il Co-housing San Giorgio siete diventati uno studio di riferimento nel panorama italiano ...>> Il progetto del Cohousing San Giorgio a Ferrara è nato da un interesse personale, cresciuto negli studi dove ho lavorato e nelle prime esperienze di lavoro all' estero. Il tema in generale mi è sempre stato caro, declinato sotto punti di vista anche molto diversi. Nella mia formazione lavorativa , sia all'università, ma soprattutto in quei due anni di post laurea, di master fatti in Spagna a Barcellona, erano focalizzati sul tema dell'housing e all'interno del vasto universo dell'housing, il fatto di riconoscere delle nuove forme dell'abitare era qualcosa , per me , molto interessante. "HOUSING is BACK" era uno slogan che mi è rimasto impresso, che girava alla fine degli anni novanta nei principi del duemila So e sappiamo oggi riconoscere diversi progetti con la stessa matrice : progetti di student-housing , seniorhousing, progetti con un Co-living trasversale, progetti di co142
housing aperti a generazioni disomogenee ed eterogenea , sappiamo sviluppare tematiche abbastanza nuove per il sistema italiano , e ne andiamo fieri. In Italia ,a differenza del panorama internazionale, ci sono stati proposti progetti di comunità molto ristrette. Da un punto di vista generazionale , in Italia, c'è ancora una tendenza a suddividere in categorie le persone e i concetti ed è un aspetto che a noi non interessa molto. Per quanto riguarda il progetto a Ferrara , abbiamo intravisto la possibilità di esprimerci al meglio , con la nostra ideologia . 2. Quindi l'aspetto ideologico è piu' importante per voi? il rispetto dei temi e di una determinata linea di pensiero?... Dal mio punto di vista è molto importante capire ed entrare nel merito della definizione, per così dire, di comunità : nel senso che il fatto di poter vivere insieme è sicuramente una sfida. Questo è già un tema . Non è affatto scontato che le persone possano vivere bene insieme. Negli ultimi trent'anni direi che c' è stata una grande rivoluzione in tutte le città europee (e non solo) I modelli di alcune periferie statunitensi o del mondo anglosassone, per così dire, hanno generato anche in Italia, quartieri o aree periferiche , le cosidette : "villettopoli" che si uniscono una all'altra . Tanto che è nata la definizione degli anni novanta di città diffusa. Il fatto di andare a vivere da soli, di scappare dalla città, di andare a vivere in case unifamiliari, sembrava, il trend più diffuso. Questa è una cosa che da un punto di vista sociale e antropologico mi interessa capire : perché alcune persone hanno deciso di abbandonare , in particolare in Italia i centri 143
storici di rara bellezza, per andare a vivere in periferie super banali?. Questo processo di banalizzazione del paesaggio è stato chiamato "ur-Banalazizzazione", e sono d'accordo. In Europa abbiamo sterminate periferie che si assomigliano tra Francia, Spagna, Italia, non si capisce bene in che Stato sei e in che Paese ti trovi. A me non interessa tanto stigmatizzare il fenomeno in sé per sé ma andare al succo della questione e capirlo. Ho fatto personalmente un periodo di ricerca molto legato a questi fenomeni, coinvolgendo chiaramente altre figure, ben più preparate del sottoscritto. Urbanisti, antropologi, sociologi, geografi che si interrogassero sul “perché le persone abbiano scelto l'individualismo VS lo spirito di comunità”. Lo spirito di comunità mi ha sempre incuriosito, e fortunatamente si è tradotto in pratica . Il progetto a Ferrara è nato dodici anni fa , molto banalmente peraltro. Sono stato invitato ad una serata con sessanta famiglie che avevano deciso di approfondire il tema del Cohousing , un tema sicuramente innovativo in Italia , in particolare a Ferrara non se ne parlava affatto. Il tema della condivisione della comunità mi ha sempre affascinato, quindi sono stato invitato sia come architetto progettista classico e anche, pur non conoscendo direttamente nessuna delle famiglie, non avevo nero dei rapporti di amicizia, di parentela con nessuna di loro, come Studio RIZOMA , mi permetto di dire, ero uno dei pochi professionisti, al tempo, interessato ed impegnato su questi temi. Ai tempi, tuttavia, non avevo nessuna esperienza diretta. Chiaramente questo è stato il primo progetto che noi abbiamo fatto e “ahimè”, anche l'unico (al momento), anche perché il co-housing "duro e puro" è un'Impresa molto complicata. 144
<<... Nelle diverse interviste, ho notato come sia frequente, associare il Co-Housing a difficoltà oggettive rispetto alla progettazione, diciamo così, classica. Molte situazioni si sono arenate per un motivo o per un altro, averlo portato a termine evidenzia già , un ottimo traguardo ..>>
Ci sono tante persone che hanno provato a organizzarlo. Per una serie di motivi, (anche a livello sociale), diverse esperienze si sono arenate e purtroppo devo dire che è cosa molto frequente. Mi ritengo fortunato ad averlo portato a termine in Italia in quegli anni. Dopo entrerò nel merito dei motivi possibili, di un eventuale fallimento del processo, quando spiegherò le varie dinamiche che ho incontrato . Tornando a noi , sul tema dell'incontro , ricordo che fu una cosa molto informale con queste sessanta famiglie. L'incontro aveva sicuramente l'obiettivo di registrare sin dall'inizio il reale interesse, le reali capacità di alcune di queste famiglie nell'intraprendere un percorso diverso, difficile ed ignoto. Eravamo a conoscenza che nessuna di loro era stata "formata" precedentemente .Alcune di queste famiglie, in realtà, avevano già scelto di avvalersi, partecipando ad un bando (non ricordo precisamente se regionale o comunale) di una figura , per me fondamentale, come il Facilitatore . Fu scelta , ricordo, una ragazza molto in gamba e laureata in Psicologia, che ha accompagnato il primo anno e mezzo nel percorso formativo delle famiglie. Questo è il primo elemento che discerne dal passare da impresa difficile ad un fracasso totale. Si rende necessaria una base, fin dall'inizio, che parta 145
da presupposti chiari, con il coinvolgimento di persone preparate e di figure centrali. Possono essere sia progettisti, ma in primo luogo la figura di un facilitatore, è d'obbligo , altrimenti le probabilità di fallimento sono elevate. Anche a causa del lungo periodo di formazione delle famiglie e della fitta interlocuzione fra i soggetti. <<... Risulta che una delle parti più complesse dell'attuare questa tipologia di Housing sia proprio questa lunga formazione dei nuclei , e delle famiglie… a ciò a cui dovranno fare fronte .>> Sì, io non penso che esista un modello unico valido per tutte le realtà, l'esperienza di Porto15 a Bologna, ad esempio è completamente diversa perché è una operazione pubblica. La gestione della formazione è stata affidata ad un bando vero e proprio, diversamente dal bando della progettazione del manufatto. Due bandi per due situazioni differenti. La costruzione delle famiglie e dei nuclei (perchè in numero maggiore) è stata molto lunga e disposta in maniera differente. A Ferrara , invece, sono famiglie che hanno iniziato il processo e quindi un'operazione privata, un'operazione bottom-up , non c'è stato il coinvolgimento se non nella parte finale del processo, della parte pubblica. Era un'operazione di imprenditoria del tutto privata , nel senso che le famiglie a Ferrara si sono costituite in una cooperativa che ha acquistato il terreno , che ha fatto una gara d'appalto e ha realizzato l'opera. Quindi la formazione dei nuclei , è stata sicuramente meno voluminosa ma non per questo facile da portare avanti. Tornando al progetto di Ferrara, quell’invito è stato 146
evidentemente il punto di inizio di questa avventura molto lunga e molto complessa , che mi ha coinvolto tantissimo e che mi ha appassionato molto, qualcosa che andava oltre alla professione . Complessa perché il primo progetto in realtà era diverso, avevamo individuato diverse aree, insieme, con diverse idee su come affrontare la progettazione. Il "primo" progetto di cohousing a Ferrara era in una corte rurale, quindi era il riuso di tre edifici esistenti a pochi chilometri dal centro storico di Ferrara. Coinvolgeva quattordici famiglie. Due fattori inaspettati hanno portato ad una prima interruzione : Da un lato il fallimento dell’ impresa di costruzione che era stata scelta, dall'altro nel 2012 il terremoto che ha colpito l'EmiliaRomagna , hanno assolutamente azzerato questa iniziativa bottom-up e quindi le quattordici famiglie si sono sciolte e non era stata ancora costituita una cooperativa . Io purtroppo ho perso un lavoro, ma soprattutto ho perso l'occasione di seguirli nel processo. La realtà è che per fortuna, un anno e mezzo dopo, alcune famiglie, alcune di quelle quattordici famiglie, hanno trovato e hanno scelto di ripartire da un'area centrale molto vicino al centro storico di Ferrara e pur essendo solo in cinque, hanno pensato che valesse la pena ripartire da zero. Hanno fatto un percorso diverso. Per quanto riguarda la scelta del progettista è stata fatta una gara ad inviti, eravamo almeno in nove studi chiamati da varie città e regioni italiane. Ci è stata chiesta una proposta tecnica metodologica e una proposta economica. Sono molto contento di essere stato scelto, sicuramente è stata determinante l’esperienza che ho avuto prima con alcune delle famiglie. Con lo studio , anche dopo la sospensione del primo progetto abbiamo continuato a fare ricerca e la cosa più importante, non tanto legata agli aspetti 147
progettuali e architettonici ma una ricerca sulla metodologia su come lavorare insieme alle famiglie. Quindi come attuare in maniera molto concreta, molto pragmatica, un percorso di progettazione partecipata.
3. Su cosa vi siete basati per ampliare le vostre conoscenze ? Beh, personalmente ho continuato a viaggiare ; a toccare con mano in Germania , Spagna e Olanda, esempi concreti di quartiere , ne cito uno a Friburgo molto famoso che mi ha fatto capire molto su alcuni aspetti : il Vauban . Importante perchè lì ho scoperto che quello era un piccolo quartiere di housing , era anche un ottimo esempio di progettazione partecipata perchè declinato in vari modi e all'avanguardia su una miriade di aspetti .Un po' fuori Friburgo poi c' è un quartiere molto più grande, all'interno del quale ci sono tredici co-housing , tanto per dire, quindi come sensibilità al tema molto più avanti della realtà italiana. Quindi è bastato in qualche modo intervistare alcuni abitanti, visitarlo e conoscere uno dei progettisti di questi tredici co-housing per capire qual’era, o quale poteva essere in qualche modo, il metodo e l'approccio anche nei confronti delle famiglie di Ferrara. Un'altra, cosa per me importantissima ( più che una “cosa” fisica , un metodo di approccio) che per me è stata fondamentale : un metodo chiamato "Charrette" che è un procedimento molto efficace, soprattutto quando si hanno interlocutori molto diversi tra di loro. A Ferrara ho Proposto 148
questo , ho scelto di condensare, questa “Charrette” in quattro momenti di confronto iniziali, dove noi come architetti non avremmo disegnato praticamente nulla se non quello che veniva in un qualche modo richiesto, e indicato dalle famiglie, quindi una specie di trascrizione grafica di quello che veniva discusso durante gli incontri . Ultimo passaggio , Il più importante secondo me , ( è stato un momento anche di festa) abbiamo deciso di fare un plastico insieme, di costruire insieme fisicamente, un modellino di questo edificio. Questo plastico ce l'ho in studio , ed è esattamente il progetto e l''edificio che è stato realizzato. Quindi noi , in cinque incontri, condensati in un mese e mezzo, coinvolgendo bambini, gli adulti e gli anziani attorno a delle torte , attorno a un tè in un pomeriggio abbiamo fatto un percorso che generalmente può durare anche un paio di anni. <<... avete co-progettato , dopo aver parlato con gli abitanti del co-housing a Ferrara , nella persona di Alida, si è evidenziato come , gli stessi Co-Housers, abbiano organizzato la loro formazione sul tema , preparandosi. Mi è stato spiegato come nei mesi precedenti all'approccio, loro stessi avevano organizzato un tour in pullman attraverso l'Europa per vistare i Co-Housing progettati più significativi.. Quindi avevate a che fare con persone “preparate” , che avevano un'idea da rispettare ...>>
4. Domanda : il tema è , il co-housing non è per tutti? 149
No, certamente . Sia per un progettista che per le persone che lo andranno ad abitare . Serve molta flessibilità , molta pazienza, e tanta voglia di applicarsi. Non è certamente per tutti . Io sono sicuro di aver sviluppato grazie a queste famiglie un'esperienza che non vedo l'ora di poter, in qualche modo , di condividere anche con altre famiglie. In realtà, è quello che già facciamo con lo studio. Negli ultimi anni ci siamo evoluti e facciamo progetti anche completamente diversi di Co-Living , dove in realtà il pubblico è diverso, le persone che vivono nelle strutture che stiamo progettando , sono molto più eterogenee e gli incontri sono molto più occasionali. L'approccio comunque rimane il medesimo. Bisogna capire che la figura dell'architetto, come i professori dell'università ci avevano insegnato, è quella di servizio nei confronti delle persone, prima di tutto. Mettersi al totale servizio delle persone e significa saper ascoltare , e non è un luogo comune, è un impegno molto faticoso , molto molto facoltoso. Io non ho contati gli incontri che abbiamo fatto a Ferrara ne tanto meno gli ho messi in parcella. Questo non è secondario perchè ho quattordici stipendi da pagare al mese, quindi so che cosa vuol dire avere dei costi fissi. Però non posso pensare di far gravare sulle persone che stanno facendo un percorso molto impegnativo, un costo che in realtà per me apprendimento. Io ho imparato e ho fatto imparare ai miei colleghi e alle mie colleghe che hanno seguito, con me il progetto, una metodologia che, diversamente altri studi meno fortunati del mio non hanno ancora imparato. Presentarsi come progettisti in modo supponente, arrogante, pensando che sia un progetto come gli altri, si andrà incontro solo ad una sonora batosta , con conseguente fallimento del 150
progetto , già dai primi step. L'architetto che pensa di lasciare il proprio segno attraverso un progetto di "bella architettura", per quanto mi riguarda, ha fallito e verrà sostituito. Le persone non sono stupide , quindi evidentemente hanno bisogno di essere accompagnate, ma non perché io, Giovanni Franceschelli, possa essere una guida per loro, ma perché posso far parte di un gruppo che intraprende un cammino di coprogettazione. <<... Proprio questo è il tema fondamentale poi della tesi, cioè il fatto di capire come far parte di un gruppo , non un gruppo canonico , un gruppo che si forme con l'intenzione di collaborare e che ha come scopo quello di creare, con le idee di ogni soggetto , qualcosa di concreto. Ovviamente la tesi cerca di estrapolare poi, quello che poi sarà nello specifico "il o i" ruoli dell'architetto all'interno di questi processi partecipativi... >> Fondamentalmente bisogna capire di avere diversi problemi di diverse dinamiche, metterle a sistema e sviluppare le idee su carta insieme altre persone, che non sono i tuoi colleghi o collaboratori , ma un gruppo di persone comuni 5. Abbiamo parlato di conoscenze e di competenze necessarie , della tua formazione nello specifico ; ora vorrei parlare degli aspetti più tecnici (abbiamo accennato qualcosa prima come la ricerca del lotto , l'accompagnamento al progetto ecc..) del progetto , quindi tutte quelle tematiche che si legano agli aspetti professionali della gestione dell'opera…? 151
Come dicevo, la scelta del lotto è stata fondamentale , ed è stata presa da alcune famiglie che hanno individuato in un'area di un ex vivaio , in via Ravenna una strada ,come dice il nome, di collegamento tra la città di Ferrara e la città di Ravenna. Molto ben servita, una strada però in realtà molto trafficata, e questa scelta è stata condivisa dalle famiglie. Quindi io non ho fatto nient'altro che partecipare ad uno dei tanti sopralluoghi per rendersi conto dello spazio, per capire come bonificarlo, perché c'erano anche edifici e capannoni di varia natura con materiali da smaltire in modo molto accurato. Quindi è stata un'operazione di riuso in un'area, già urbanizzata nel contesto periurbano di Ferrara, affacciata sul fiume Po di Primaro, quindi su un braccio del Po, con un regime delle acque regimentate , quindi non esondabili … Un paesaggio, d'acqua, una cosa che rimanda anche all'identità e la nascita della città di Ferrara che era una città con uno stretto rapporto con l'acqua. Detto questo, una volta scelto il lotto , abbiamo fatto un percorso, come dicevo, di progettazione partecipata. Chiaramente ho proposto un team tecnico completo. Quindi con me, pur essendo io il referente unico principale, una squadra di ingegneri strutturisti, ingegnere termotecnici, geologi, topografi tutti sotto di me , sotto il contratto professionale, l'incarico professionale, che io avevo ricevuto da parte della famiglia. In realtà il team non era solo tecnico. Come dicevo, c'erano figure di coordinamento, e da altre figure che aiutavano a facilitare il dialogo tra gli stakeholder, tra famiglie e noi. Tutta la parte di gestione contrattualistica, di gestione economicofinanziaria è stata guidata da una figura fondamentale : Anna Tambini ha avuto un ruolo da general manager, o da project 152
manager (come si preferisce chiamare). Sicuramente senza di lei non avremmo fatto nulla. C' è stato un momento critico, dove pur ottenendo con molta fatica, un permesso di costruire dal comune di Ferrara, abbiamo stabilito un percorso condiviso a tappe dove abbiamo fatto una progettazione molto dettagliata, già finalizzata alla gara d'appalto. Abbiamo scelto a livello tecnico, di dare subito riscontro da un punto di vista proprio strutturale, impiantistico e architettonico alle idee che erano emerse nel percorso della progettazione partecipata con le famiglie. Quindi loro esprimevano esigenze concrete su spazi comuni, le attività che avrebbero voluto condividere, La tipologia di unità immobiliare, quindi di appartamento, assolutamente disegnato su misura per ognuna delle famiglie. Ci sono famiglie unipersonali, quindi composte da una persona, famiglie con bambini, famiglie con una persona adulta e una persona anziana. Quindi una composizione molto eterogeneo del gruppo si è tradotta in un progetto molto eterogeneo. Abbiamo ricavato sette unità in questo primo fabbricato con L'idea di costruire in futuro un secondo fabbricato per altrettante famiglie. Molto spesso, quando ho parlato di cohousing mi è stato chiesto ma qual è la dimensione minima o massima di un co-housing perché possa rimanere in vita ed essere attivo? Io penso che effettivamente il numero minimo stia intorno alle sette otto famiglie e che il numero massimo sia il doppio. Io penso che il co-housing milanese, molto diverso da noi, che hanno un'impostazione più commerciale, con una scala diversa che è una scala più nord Europea , abbiano richieste per manufatti ben più grandi e quindi un bacino di utenza di più famiglie. Lì un co-housing Piccolo è di venticinque-trenta famiglie, un co-housing medio è di 153
quaranta-cinquanta famiglie. Ecco, io personalmente mi trovo più a mio agio, diciamo così, in una dimensione leggermente ridotta. Quindi tutta questa fase tecnica abbastanza complicata, ma semplificata , grazie al fatto che abbiamo seguito step ben precisi e concordati con il comune di Ferrara , che per quello che poteva fare ci ha seguito egregiamente. Avevamo un'interfaccia pubblica che da un punto di vista tecnico era molto, come si dice oggi, pro-attiva che non hanno mai detto:" no,/non si può!" . Hanno sempre cercato di accompagnare il percorso. Il tema centrale era cercare di capire che forma dare a questo co-housing all'interno di una città come quella di Ferrara, all'interno di un lotto che era un ex vivaio, rispettando le richieste, alcune delle quali molto precise fin dall'inizio da parte delle famiglie. Le principali erano quelle di avere spazi verdi, un giardino e un orto condiviso. Tutta questa parte, forse non appartiene al progetto di architettura, ma interpreta il ruolo dell'architetto come un servizio dato alle famiglie, (Ho coinvolto anche una mia collega paesaggista) abbiamo studiato un progetto anche di paesaggio, perché le attività del co-housing sono indoor e anche outdoor . Abbiamo cercato di coinvolgere figure dedicate e specializzate. Il lotto si prestava ad un lavoro sapiente . Abbiamo studiato fin dall'inizio la possibilità ,che poi è diventata una realtà, di avere una fermata del trasporto su nave, fronte al co-housing, Nell'affaccio sul corso d'acqua, quindi due motonavi che si fermano e fanno scendere turisti, visitatori e persone interessate a partecipare agli eventi organizzati all'interno del Co-housing . La prerogativa del Co-housing di Ferrara è essere aperto, aperto alla città , aperto ai cittadini e quindi penso che anche questo sia rientrato nella nostra progettazione.. 154
6. Anche il Design, per esempio , lo avete affrontato come gruppo? Questo percorso di "Charrette" molto intensivo all'inizio del progetto si era tradotto in un plastico, in un modellino che chiaramente, è stato un po' guidato, perché dovevamo tradurre da un punto di vista progettuale, architettonico le richieste. Quindi il design è nato dal luogo, dall'orientamento , dagli affacci, il fatto di poter studiare un posizionamento dell'edificio rispetto al fiume in posizione longitudinale , avere una grande falda solare per avere un impianto fotovoltaico che rendesse in qualche modo autosufficiente l'edificio. Le famiglie sicuramente quando si sono sedute al tavolo avevano delle idee. Alcune di queste idee erano molto chiare fin dall'inizio, ad esempio : mi hanno chiesto un edificio in legno. Questa cosa mi ha fatto molto piacere perchè , io proprio nell'esperienza personale e professionale, non vedevo l'ora che qualcuno si mettesse al tavolo con questa idea molto chiara, perché molto spesso sono io a proporlo ai miei clienti. Io progetto edifici in legno da molti anni, ma devo vincere sempre lo scetticismo delle persone. L'obiettivo era quello di realizzare un edificio con criteri di "Passive-House", rispondente a dettami di "Agenzia CasaClima" (io sono un progettista esperto CasaClima) e quindi anche il design “molto asciutto” , molto lineare nelle forme è nato in funzione di alcune necessità. Un edificio in legno che ha nell'involucro il proprio punto di forza, l'ho detto alle famiglie :” se dovete investire duecento euro in più, fatelo nell'involucro” , “Non perdiamoci in progettazioni 155
avveniristiche”. Purtroppo, sulla parte impiantistica sono state fatte delle scelte , a norma di legge mi vien da dire, che hanno imposto la realizzazione di un impianto costoso. Le famiglie me lo rimproverano sempre e hanno ragione. Però il tema era : noi dobbiamo rispondere a quello che la legge regionale e nazionale impone. In realtà, te lo possono confermare loro , per tante stagioni invernali ed estive l'impianto non è andato in funzione perché è una casa sana, efficiente, che scambia positivamente con l'esterno che quando si deve riscaldare con quel poco di sole che c' è a dicembre lo fa, quando si deve proteggere dal sole leone di luglio lo fa altrettanto. Quindi per me e' un edificio molto semplice che risponde ad una prerogativa ben precisa : quella di dialogare bene e positivamente con il contesto paesaggistico che c'è attorno a sé. Quindi il fiume, il sole e l'ombra. Questi sono i tre elementi principali . Un'altro tema molto interessante... sempre nella sfera della preparazione del gruppo, faccio presente che alcuni co-housing avevano tra le famiglie dei progettisti e professionisti che hanno svolto alcuni lavori propedeutici .
<<.. un esempio che mi viene in mente al riguardo, i cohousing di Torino e "l'Ecosol" a Fidenza avevano nel loro gruppo architetti, ingegneri e professionisti che hanno collaborato a tal scopo...>>
Essere progettista e fare parte del gruppo di co-housers non deve essere una posizione molto comoda. 156
7. Per quanto riguarda la gara d'appalto?
E’ stata fatta conducendo una gara come se fosse una stazione appaltante pubblica. Abbiamo consegnato a sei imprese di costruzioni italiane leader del/settore, un materiale (che mi permetto di dire) era impeccabile, ma non perché l'abbia fatto io , era il frutto del lavoro di tante persone. La documentazione era molto chiara e molto netta, sulla richiesta, c' era un vincolo economico di mille trecentocinquanta euro al metro quadrato per avere tutto, quindi un progetto chiavi in mano. Non era una gara al ribasso, ma non si voleva premiare solo chi avrebbe fatto un'offerta più vantaggiosa economicamente, ma c'erano anche dei parametri migliorativi e quindi : non solo mi devi proporre un costo minore di quello che ti sto segnalando, ma mi devi anche inserire almeno uno dei sei parametri, se non ricordo male, che ti abbiamo suggerito. La scelta è stata fatta. L'impresa, ahimè purtroppo oggi non c'è più, era un'impresa di costruzione all'altezza, tant'è che stava terminando il Cohousing San Lazzaro a Bologna. Quindi, grazie a questo c'è stata la possibilità con le famiglie di andare ad incontrare le famiglie , di Bologna, e capire come avessero gestito il cantiere durante la costruzione dell'edificio. Io penso che un cantiere di dieci mesi , con un'impresa che ha avuto la capacità di rispondere puntualmente a tutte le richieste e una fine lavori, con un verbale di consegna delle chiavi. È stato un momento molto emozionante. Vado a memoria. Non piu' di 157
un'ora e mezzo, forse al massimo due ore, dove non è stato contestato nulla da parte di nessuno perché il percorso era stato molto lineare e chiaro. Quindi davvero da parte di tutti c'è stato un comportamento egregio e con l'unico obiettivo condiviso : quello di realizzare un edificio bello in termini di comfort, in termini di accessibilità e per tutti. Non è presente una barriera architettonica, da via Ravenna fino al fiume. Il sistema è completamente aperto veramente a tutti, realizzato bene, con principi reali del riuso dei materiali, tutti assolutamente riciclati e riciclabili. Il fatto di arrivare dopo dieci mesi a consegnare le chiavi in Italia è un obiettivo difficile da raggiungere. Non è merito del sottoscritto… è merito della costruzione condivisa, e' merito dello spirito del co-housing. Questo bisognerebbe comunicare : che insieme le cose si fanno bene, non so se meglio , ma bene. Questa esperienza insegna a tutti, a me per primo , un principio fondamentale che è quella dell'umiltà, ma anche dello spirito di servizio. Questo non vuol dire essere morbidi, perché se c'è da imporre bisogna sapersi imporre come professionisti. Prima tu mi hai chiesto "il design" , io con una battuta nei confronti delle famiglie ho detto :"Va bene, adesso il progetto lo abbiamo consegnato. Non vi azzardate a chiedermi di cambiare una virgola di tutto quello che si vedrà dall'esterno ... e dentro casa , siccome è casa vostra fate quello che vi pare e piace, ma IO voglio perseguire un principio : il progetto architettonico non deve essere bello, deve essere riconoscibile per voi, quindi casa vostra… ma deve essere anche educato e gentile nei confronti del contesto urbano. Chiunque, passando da li', deve notarlo per la sua semplicità, per la sua sobrietà. Quindi se vi dico no e' no. Se volete aggiungere qualche cosa, questo aggiungere o modificare , 158
dal mio punto di vista è sbagliato e io devo avere la possibilità di dire di NO!" 8. ultima domanda : alla fine dell'intervista , solitamente chiedo 3 parole chiave che per lei rappresentano la visione del Co-Housing? Sicuramente la prima parola è COMUNITA'. La seconda parola che mi viene in mente è il RISPETTO, che è molto diverso dalla tolleranza, il rispetto significa avere a cuore anche le persone , il co-housing è questo . il desiderio di comunità, evidentemente il motore che ha fatto sì che sette famiglie alla fine, oggi a Ferrara, vivano insieme ventiquattro ore su ventiquattro. La SENSIBILITA' che non è sostenibilità, perché la sostenibilità, per quanto mi riguarda, la do per scontato , ma di sensibilità da parte degli architetti e quindi di chi progetta, come me, edifici che speriamo possano durare cinque, dieci, venti, cinquanta, cento anni devono accorgersi degli altri e accorgersi del contesto all'interno del quale si è chiamati ad operare. Quindi tre parole sono queste la COMUNITA, RISPETTO e SENSIBILITA' .
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6.2 ARCHITETTO VANIA CURZI – COHOUSING SENIGALLIA 1. Benvenuta Architetto Curzi , partiamo subito con una sua
presentazione e una piccola introduzione al suo processo di avvicinamento al Co-Housing? Sono un’architetto che opera e collabora con lo Studio Canzian di Senigallia-Ancona, nell'ambito della progettazione residenziale e non solo . Nel 2009 ho iniziato questa esperienza di co-housing in un’area ben precisa di Senigallia. Ho sempre, anche attraverso i miei studi , cercato di porre l’accento su quelli che sono i temi sociali in generale e la progettazione degli stessi. L’intento di questo progetto di Co-Housing era quello di sperimentare una residenza un po' "speciale" in un'area periferica artigianale particolare, ”La Cesanella di Senigallia”. Come accennavo prima, il tutto è nato da un nostro interesse di recupero funzionale di questa area. L’opportunità ci fu data da un lotto che collimava con i nostri scopi, già ben delineati (si sappia che avevamo ben in mente quali sarebbero stati i confini del nostro progetto e cosa volevamo costruire). Sapevamo che il luogo con cui ci andavamo ad interfacciare aveva diverse peculiarità; nonostante fosse una zona artigianale , era una zona permeata da diverse situazioni sociali. Oltre a diversi edifici rurali (con cubature importanti) c’erano costruzioni di edilizia sociale e orti urbani importanti. Ci sembrava un ottimo luogo per poter sperimentare questo genere di pratica. Nel frattempo c’era stato proposto, dalla regione Marche, un bando che 160
finanziava progetti di autocostruzione (ed era già stato il secondo tentativo) con possibilità di usufruire di capitali a “fondo perduto” . Il primo bando era andato deserto , mentre il secondo metteva insieme tutta una serie di opportunità difficili da farsi scappare; c’era l’’idea, il luogo, e il capitale con una buona possibilità di progettazione. Si era creata pertanto una congiuntura molto favorevole. Ultimo elemento significativo che portò un’ulteriore spinta all’ avvio, venne da un privato, un imprenditore “illuminato” (diciamo così), molto sensibile a queste tematiche, e che ben volentieri aveva deciso di mettere a disposizione il suo lotto per questo tipo di pratica. Dovemmo mettere a disposizione un “Ente Gestore” , perché la regione aveva espressamente richiesto questo vincolo, ed era necessario per sviluppare un progetto sostenibile. Abbiamo pertanto deciso di coinvolgere una cooperativa sociale che già a Senigallia aveva fatto un ‘esperienza di autocostruzione. Da lì è partito ufficialmente il progetto di fattibilità e la ricerca del gruppo.
2. A proposito di “Gruppo” , in questi processi (solitamente) è dal
gruppo di co-housers che parte l’iniziativa di costruzione, voi come altri in Italia avete seguito un Iter differente? La particolarità di questo intervento, a differenza di tutti gli interventi, che si sono sviluppati nell'ultimo ventennio nel nord Europa (e qualcosa anche in Italia),è che l'iniziativa è partita da noi progettisti rispetto ad una conoscenza del luogo
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(quindi del lotto) , della tematica e dei finanziamenti . Nel nostro caso dovevamo ricercare i soggetti che lo avrebbero abitato e costruito. <<… Durante le diverse interviste che ho effettuato, ad esempio per il caso di Porto 15 a Bologna , il processo di formazione del gruppo non era quello classico,canonico,ma era distaccato .…mi spiego : il comune ha fornito due bandi , a due soggetti differenti , il bando per la costruzione della Palazzina adibita a Co-housing e il bando per la costruzione, formazione e gestione del gruppo di Co-housers. Per quanto riguarda il progetto di Rizoma a Ferrara, invece, il processo è stato “canonico” è stato il gruppo a creare una rete, a mettersi in contatto, a cercare il lotto e,tramite figure come i facilitatori, hanno organizzato bandi per dare vita alla propria idea di Cohousing. Il gruppo è una tematica fondamentale e primaria. È d’accordo?...>> Sì , volevo interromperti, quando hai parlato dello studio Rizoma del co-Housing progettato a Ferrara, per confermare che trovo questa soluzione l'unica che può funzionare, come vera costruzione di un co-housing. La nostra esperienza, devo dire, è stata molto travagliata, anche se è stata “Utile” ma difficilissima. Faccio una premessa: l’ autocostruzione è un tipo d’ esperienza, mentre il co-housing, invece, presuppone una certa mentalità e una certa intenzionalità da parte delle persone , che devono essere molto forti e molto determinati nelle loro idee. Il gruppo in questo caso deve conoscersi bene e agire con “sincronismo” di idee e di intenti. 162
<<…modifico la terminologia di una domanda che avrei voluto farle in seguito perché mi sembra interessante approfondire , in riferimento a quanto appena detto : Esiste quindi un momento dove “l’architettura” (per questo caso specifico l’ARCHITETTO) viene meno (come modo di dare forma alla realtà, in questo caso inteso come la creazione di un sistema GRUPPO) per sostituirsi ad un’architettura ( in questo caso ad un PROCESSO) di tipo ideologico e sociale ? Domanda difficile e delicata … >> Ho capito perfettamente cosa intendi , e andrò subito al punto della questione. Rispetto ad una normale pratica di co-housing , qui c’era tutto un particolare iter messo in moto dal bando, dalla burocrazia ecc.. L’architettura come processo ideologico e sociale , qui viene sicuramente meno. “Il manifesto dei lavori” e quello relativo all’accensione del finanziamento regionale aveva tutto un particolare tipo di taglio pratico, che spaziava dalla tipologia degli alloggi, ad un determinato prezzo per metro/quadro, dipendente da certe caratteristiche edilizie ecc.. Ma, ad onor del vero, senza quel finanziamento le cose non sarebbero certamente partite, ma nemmeno senza la presenza di un Architetto. Questo per dire che l’aspetto burocratico fissato dalla normativa di questo bando regionale , andava per forza interpretato dall’architetto in termini vincolanti. Questi , non lasciavano molto spazio alla creatività e all’accesso da parte del fruitore o del co-houser come si voglia chiamare. È la tipica situazione dove la teoria si scontra con la realtà. In questo caso un gruppo di persone avrebbe faticato molto senza questi figure. Purtroppo, e concludo “ l’architettura qui viene meno “, perché l’architetto deve interfacciarsi con una miriade di vincoli 163
, che partono dall’alto (bando, regione, comune) e dal fatto di mettere insieme tutte le diverse necessità e richieste poste in essere dai futuri abitanti del luogo. L’Architetto in questo caso si comporta come facilitatore di un processo, attuatore e mediatore. <<… Quindi una buona alternativa sarebbe quella di creare due bandi differenti , uno diretto alla progettazione, uno alla ricerca e formazione del gruppo?...>> Certamente sì, anche se come dicevamo prima , dovrebbe esserci un contatto tra i due bandi , tra la creazione del gruppo e il processo di progettazione dei professionisti. Perché se ognuno lavora in autonomia ,a mio modo di vedere, non c’è alcuna co-progettazione , non esiste ovviamente alcun Cohousing. 3. Facciamo un passo indietro , Come è nato Co-Housing
Senigallia?
Ma innanzitutto l’ esperienza è sorta in maniera molto particolare, nel senso che è nata per una mia necessità, di superare, se vogliamo i limiti di quella che era la progettazione di una residenza tradizionale legata ad una città turistica come Senigallia, che presentava tipologie di progettazioni standardizzate, ovvero appartamenti da vendere per un mercato medio-alto di utenti. In qualche modo , con il tempo, si e’ sviluppata in me una certa noia e disinteresse intorno a questo tipo di progettazione ed è tornata forte in me la voglia di 164
ritornare a quelle tematiche per me più “giovanili”. Mi vennero in mente e mi vengono in mente , tutt’ora gli studi svolti proprio presso lo IUAV sulle tematiche di edilizia economica popolare, durante il dottorato e anche durante l’ attività di ricerca universitaria post dottorato, svolta anch’essa a Venezia sempre sull’ edilizia sociale. Nel momento in cui sono tornata nelle Marche, questo genere di esperienza non era richiesta da un punto vista progettuale e non ho avuto pertanto occasione di progettare interventi a carattere sociale. Ma ad un certo punto è nato in me il desiderio ed anche la necessità di confrontarmi su questa tematica , quella del Cohousing in particolare, perché mi interessava riflettere su questa forma di co-abitare che assomigliava un po' alla tipicità delle nostre zone, con riferimento alle realtà contadine degli anni cinquanta e sessanta marchigiane . Chiaramente il progetto non veniva definito in questi termini, ed all’inizio figurava come coabitazione di diverse famiglie in un nucleo ben circoscritto e radicato. Infatti sono tuttora riconoscibili dei casolari nella nostra campagna, dove abitavano diverse famiglie intorno a uno spazio comune con diverse funzioni. Insomma, è nata in me, la necessità di riflettere su questo, sulla sperimentazione di cultura abitativa nuova. Nel caso nostro, il processo nasce dalla personale propensione verso questa forma di abitare diverso, ma nasce anche da una particolare congiuntura tra la volontà di intervenire in un'area ben precisa della città. Come ti accennavo prima il tutto constava di una zona artigianale e di un’area verde, dove c'erano due vecchi casolari ormai fatiscenti di oltre cinquemila metri cubi di volume e un'area che nel piano regolatore era una zona artigianale a disposizione degli artigiani. La congiuntura favorevole in cosa consisteva dunque? consisteva nel fatto che ci interessava quella parte urbana, 165
perché zona in trasformazione, perché oggi accoglie una promiscuità “Estrema”, come residenza per una piccola comunità di cinesi che coesiste con le industrie artigianali, con depositi e magazzini . Quest'area in trasformazione, a mio avviso, aveva delle potenzialità sperimentali. La sperimentazione di qualcosa di nuovo poteva essere letta in chiave assolutamente diversa e si poteva prestare ad un pensiero differente. E’ stato sicuramente un progetto che ci ha portato via tante energie e diverso tempo , come riferito, dall’assegnazione del bando agli incontri con il gruppo, con tutte le ditte, con il comune. Solamente con il gruppo per la sua formazione e istruzione abbiamo fatto almeno 15 incontri ufficiali e altrettanti non ufficiali; basti pensare che siamo partiti con un progetto realmente effettivo solo dopo 3 anni. E’ stato lunghissimo e snervante e devo essere sincera quello che poteva apparire come una normale progettazione aveva bisogno di tutta la nostra attenzione come Studio, nel senso che bisognava alternarsi per un gestione adeguata e globale.. Non era infatti pensabile che un architetto solo potesse gestire dall'inizio alla fine tutto questo processo. Anche perché in alcune parti era diventato molto complesso e problematico.. 4. Mi allaccio all’ultima tematica , per porle la successiva
domanda : è per lei importante , in un processo collaborativo del genere, porre l’accento sul fatto che siano necessarie diverse figure “professionali e non” che lavorino insieme al raggiungimento dell’obiettivo? Da quello che si evince dalle sue parole la sola figura del singolo studio o dell’Architetto non sono sufficienti? 166
Certamente se pensiamo alla sola condivisione tra le persone all’interno di un processo del genere , non è affatto automatica, bisogna capirla , costruirla e saperla gestire. Già questo è un compito che potrebbe essere ricoperto da una figura differente rispetto al progettista effettivo. Soprattutto la parte della formazione del gruppo . <<… Esempio virtuoso è il bando del comune di Bologna per la ricerca, la crescita/formazione e l’accompagnamento del gruppo verso il co-housing , svolto da dei professionisti Torinesi di “Co-Housing ZERO” con una buona esperienza alle spalle…>> Secondo me, uno studio che può affrontare in maniera efficace un'esperienza di co-housing (nella nostra c’era anche l’autocostruzione, quindi ancora più complessa) deve senza dubbio munirsi di diversi professionisti: consulenti, un sociologo sicuramente , architetti capaci all’”ascolto attivo” e specializzati in queste tematiche. Nel nostro caso, fortunatamente, la cooperativa sociale è stata una figura molto importante, ci ha dato una grossa mano su determinati aspetti. Voglio evidenziare, tuttavia, che gli architetti (tanto maltrattati) hanno un’enorme capacità e sensibilità nel porsi di fronte alle questioni e alle esigenze più varie. Vengono loro sottoposte delle necessità che in alcuni casi si potrebbero considerare marginali rispetto alle problematiche relative alla progettazione. Invece per chi deve abitare sono molto importanti, ed è li che entra in gioco la sensibilità che citavo poco fa, il saper prendere in considerazione anche la più piccola eccezione per poter “chiudere il cerchio” in maniera distinta . Tutto ciò lo possiamo chiamarlo “Dettaglio”, ma si sa che i 167
dettagli fanno la differenza. Per cui se dovessi mettere a punto un team per sviluppare ad HOC questa tematica , partirei sicuramente con la scelta di diversi architetti con specialità differenti : chi cura l'aspetto e chi studia la tipologia abitativa, che in qualche modo puoi proporre a qualche famiglia con particolari problematiche. Senza dubbio , semplificando , mi doterei di un ingegnere, un impiantista , uno strutturista , qualcuno magari che ha come “skill” l’insegnamento dell’autocostruzione del gruppo per renderlo “cosciente” di ciò che è. Un’altra figura da non sottovalutare, perché è davvero importantissima, è quella di un 'impresa solida che sappia quali sono le richieste, anche particolari, del progetto. Inoltre ,nello specifico del nostro processo, di autocostruzione , l’impresa deve sapere quando “entrare e quando accompagnare”. Utili anche quelle figure come i Sociologi, che cercano di formare ed istruire il gruppo alla loro futura “vita” ( se così possiamo chiamarla). Questi processi , al contrario di quello che si potrebbe credere , sono percorsi lunghi e faticosi; formare un nucleo famigliare ed inserirlo all’interno di determinati contesti di collaborazione abitativa non è per nulla facile. Noi avevamo un Ente-gestore (…non altro che un facilitatore) che aveva dei compiti ben precisi sulla base di una legge regionale che dava indicazione di quali che erano le competenze e i compiti che era preposto a svolgere; doveva infatti interfacciarsi con l'amministrazione e con la banca etica, anch’essa con un ruolo molto importante nel finanziamento del progetto . <<<… C’è invece qualcuno , che all’interno del gruppo di cohousers ha avuto un ruolo importante, o è stato di aiuto per
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le sue competenze , contribuendo anche lui all’esercizio di determinate pratiche? …>> Sì per nostra fortuna; per esempio, c’era tra il gruppo di abitanti un giovane ingegnere strutturista. Ha consigliato la scelta di una struttura in legno X-LAM. Da queste piccole cose si può prendere spunto per capire l’importanza della collaborazione di soggetti appartenenti alla stessa comunità. Inoltre , questi ha avuto un ruolo chiave per il dialogo con il gruppo rispetto a determinate scelte tecniche da noi proposte. Un altro co-houser un extra-comunitario, lavoratore nell'ambito dell'edilizia, specializzato nella posa di pavimenti di un certo tipo , ci è stato di aiuto in questo settore . Poi c’erano altre figure , che avevano competenze diverse e che si affermavano di più dal punto di vista organizzativo e di leadership del gruppo. Uno schema tutto sommato sostenibile , perché può anche questo abbattere determinati costi dovuti a consulenze di altri professionisti . Termino dicendo in ogni caso che all’interno dell’organigramma la figura dell’architetto rimane centrale, e, come dicevi tu, serve qualcuno che mantenga l'intenzione e l’ identità dell’intero progetto, per cui la sua presenza e’ fondamentale da tutti i punti di vista. Il suo ruolo si amplia profondamente in questo tipo di pratiche in quanto non è il solito approccio tradizionale alla professione. C’è molto di più, c’è molto più ascolto. 5. Per quanto riguarda la progettazione vera e propria , il design co-gestito ,le scelte e la conduzione del vostro progetto… come siete arrivati alla fine di questo percorso?
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Ebbene, la progettazione vera e propria era subordinata alla presenza di venti alloggi che dovevano rispettare certe metrature, in quanto qui, la legge regionale era molto restrittiva e vincolante . E’ evidente che un progetto di cohousing libero da vincoli di questo tipo, da finanziamenti regionali o comunali o nazionali, è un'operazione senz’altro più interessante nella finalizzazione dell’opera. Nel nostro caso la progettazione, chiaramente si è articolata su una conformazione che doveva rispettare diverse vincoli in quel lotto come, ad esempio, la presenza di un gran numero di essenze arboree e la presenza di un verde dettato , che diventa spazio comune, in giardino comune, peraltro molto bello. Ripeto, c’erano dei vincoli propedeutici dell’area, del lotto , delle tipologie. Quindi a malincuore , anche il contributo del Co-houser è stato un contributo tutto sommato molto circoscritto, nel senso che gli alloggi dovevano essere proprio ridotti all'osso, quasi come se fossimo in edilizia sociale . Questo ovviamente non dava molto spazio alle reinterpretazioni. Insomma, per continuare , abbiamo scelto di articolare un impianto ad “L” che si snoda tramite tutta una serie di spazi comuni , che vengono rappresentati dai volumi che fanno da snodo attraverso questi corpi di fabbrica. Gli spazi comuni fungono da cerniera con i due corpi di fabbrica che sono destinati alla residenza, affacciati sul verde, interagendo con esso anche grazie ad un percorso in quota, che ci ha dato la possibilità di sviluppare dei DupleX. Nonostante sia esterno, è un tracciato che si integra perfettamente con i percorsi al piano terra. Abbiamo lavorato molto , e spero sapientemente , per mettere a punto un sistema distributivo efficiente e dinamico . Altra scelta importante era quella di privilegiare le aziende locali. Sapevamo di andare contro a procedure burocratiche ben 170
più complesse, ma per rimanere all’interno di una determinata cifra, queste scelte devono essere sapientemente prese. Stare dentro le cifre è stato senza dubbio molto problematico e, come è ovvio , ci ha precluso molte scelte architettoniche sicuramente più interessanti. << … Per quanto riguarda i percorsi sopra elevati e ballatoi , e quindi la scelta di ingressi autonomi nelle singole abitazioni , è stata una scelta condivisa o è stata fatta per necessità? Le chiedo questo perché in molti casi ho notato che le preferenze erano quelle di accedere attraverso un singolo percorso , che aveva come arrivo un grande spazio comune , da li poi si snodavano i percorsi privati... >> Nel nostro caso è presente un accesso comune , ed è il parcheggio, che si connette poi con quello che prima abbiamo chiamato lo “Snodo” , che fa riferimento a quelli che sono gli spazi comuni . Diciamo che la funzione è rispettata, in ottemperanza a quanto chiesto in precedenza e l‘ingresso è perfettamente collegato agli spazi comuni in maniera tale che le attività comunitarie che si possono svolgere all'interno di questo volume abbiano una denominazione pubblica, non privata. I CoHousers avevano chiesto un passaggio tra lo spazio/pubblico, semi pubblico e privato. Dopodiché, la distribuzione dei venti alloggi che, data la loro particolare struttura in legno ,non potevano superare i tre piani , ha portato ad una tipologia sviluppata in lunghezza e limitatamente in altezza, considerati anche i vincoli naturali rappresentati dalle diverse specie arboree, quali cipressi, querce 171
etc. La problematica del verde, è stata la cosa più complicata. Giusto dire che : è proprio per quel verde fortemente presente , “già attrezzato” ,che ci evidenziava già in stato di fatto, un forte spazio condiviso e condivisibile, che la scelta per quel lotto è stata consequenziale . Questa grande superficie ci dava la possibilità a livello tecnico di predisporre diverse soluzioni energetiche , come i pannelli solari ecc.. la classe energetica del progetto doveva essere la “B” rispettando il protocollo ITACA che nelle Marche da tutta una serie di direttive. <<… Per quanto riguarda invece la destinazione degli spazi comuni , cosa avete pensato? …>> All'interno si è deciso di comune accordo di pianificare una grande cucina perché sinonimo di aggregazione sociale , utile per mangiare insieme , utile per gli eventi comuni, per i compleanni e per indurre di fatto alla socialità gli abitanti del manufatto. Ricordo che venne proposta l’idea di un nido autogestito , ma è sembrata un’idea troppo ambiziosa, anche se molto interessante. Abbiamo pensato a grandi spazi polivalenti , come potrebbe essere una officina ( ricordo che l’apparato non fornisce un garage ai singoli abitanti , ma un parcheggio esterno e tutta la zona interna è completamente pedonale),ricavata da un laboratorio di un vecchio stabile di circa 150 mq che poteva diventare quindi uno spazio polivalente e multifunzionale. <<… E’ curioso, come sempre in Italia , a poca distanza dalle Marche, in Veneto venga data una diversa gerarchia rispetto agli spazi comuni e una diversa declinazione dal punto di vista sociale in base al luogo di provenienza. Nel co-housing 172
progettato da TAM associati a Villorba (TV),quando intervistati, i co-housers hanno sostenuto che la cucina comune fosse una cosa superflua, preferendogli una biblioteca. La tematica del cucinare insieme , come quella del lavare le cose nella stessa lavanderia era vista come qualcosa di non appartenente alla loro ideologia. Si sono preferite soluzioni diverse, quali una biblioteca , una Dependanche comune per gli ospiti ecc … Può essere interessante ,a parer mio, capire anche tramite questa ricerca tali piccole peculiarità…>>
Purtroppo, le idee si scontrano sempre con i problemi di budget. Inizialmente avevamo in mentre di riqualificare due silos; l’idea era quella di utilizzarli come archivio e biblioteca comune autogestita . Ma è stato solo piacevole immaginarle….
<<… Per le tempistiche , invece, avevate un termine prefissato ? siete riusciti a mantenerlo? ...>>
Sì erano 3 anni dall’inizio lavori , ci siamo riusciti anche se con molta difficoltà.
6. Mi saprebbe fare un riferimento a quello che ,secondo lei,
potrebbero essere le conoscenze , la formazione necessaria per un architetto che si cimenta in questo tipo di tematica ? 173
Se devo dire la verità l’università è stata sicuramente la mia palestra di riferimento. Le tematiche sociali infatti le ho affrontate e imbrigliate nel mio percorso accademico . Come ti dicevo qui a Senigallia per quanto riguarda la vita professionale, c’è un tessuto medio-alto dell’edilizia e non ho avuto molte esperienze su questo tema. E’ stata un’esperienza completamente nuova ed edificante. Non penso ci possa essere un buon corso di specializzazione su queste pratiche perché prendono a riferimento una miriade di tematiche. Se potessi, consiglierei ad un Architetto ( che poi è stato quello che ho fatto io), lo studio di alcuni esempi significativi di Cohousing , soprattutto Europei, con la valutazione di come i progettisti si sono comportati, la loro formazione e così via…
Però bisogna fare attenzione in quanto gli esempi dell’ Europa del nord , a parer mio, sono difficilmente importabili nel nostro contesto ,per cui devono essere presi a riferimento con riserva. Mi ricordo che poco tempo fa , come esempio di un buon livello qualitativo per questa tematica raggiunto da uno studio di progettazione di Ancona, partecipai ad un convegno dei TAM associati ( a cui ho rivolto anche un paio di domande) e nell’occasione mi accorsi che la loro produzione era diventata molto interessante e completa .Trovo che sia uno studio che ha raggiunto dei buoni risultati, senza rinunciare all'architettura, forse anche perchè ha potuto lavorare tanto , anche in contesti estremi come l’Africa. Hanno molta sensibilità. Credo sia la 174
chiave vincente . Direi di guardare a studi come questi , per prendere spunto sulle buone pratiche.
7. Qual è quindi la sua visione futura sul ruolo dell‘architetto
all’interno dei processi collaborativi?
Sarò un po' forte nelle mie convinzioni, ma credo fermamente, purtroppo ,che l’architetto da solo non abbia futuro . Sono convinta che la sua attività e la sua utilità professionale sia da collocare senza dubbio all’ interno di un Team . Non un normale team con Ingegnere e/o Geometra, che presentano gli stessi problemi, ma all’interno di un gruppo composto anche da altri professionisti, quali psicologi, sociologi, economisti , informatici . Diventare pertanto parte di una multidisciplinarietà concreta e a tutto tondo , credo sia l’unica via per un futuro interessante e duraturo, foriero di risultati sempre migliori. Certo che il mercato fa da padrone e per chi vive in provincia come me l’idea potrebbe essere di molto ridimensionata. L’architetto comunque dovrebbe essere più incisivo , in generale . Deve controllare i procedimenti , non subire ma proporre e rispettare tematiche , essere capace di mediare anche tra le diverse figure che presiedono un processo di collaborazione . Ha tutte le carte in regola per farlo. Se posso fare uno slogan , per i più giovani , “meno rendering e più contenuti” . Siate possessori di contenuti e idee “diverse” e non abbiate paura di esprimere il vostro pensiero sulla carta .
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8. Tre parole chiave che per lei rappresentano l’esperienza di
CoHousing? Sicuramente: ASCOLTO ,CONFRONTO e COLLABORAZIONE. ASCOLTO, al primo posto perché ho veramente ascoltato tantissimo , per poter tradurre in progetto; ascolto come punto di partenza per poi far intervenire la nostra capacità’ professionale, che e’ quella che traduce le parole sulla carta da disegno. CONFRONTO , non solo con il gruppo ma anche con se stessi: confrontarsi per far emergere il disegno , le idee , le coerenze. COLLABORAZIONE perché grazie all’aiuto di tutti oggi abbiamo costruito una cosa straordinaria venuta da un’idea e da un gruppo di persone motivate. <<… Questa è una vera e propria visione da Team …>> <<… Grazie. …>> [11]
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6.3 ANDREA MARIOTTO – ARCHITETTO FACILITATORE
1. Quali sono stati i timori, le perplessità, le convinzioni e le
aspettative di questo nuovo modo di progettare collaborativo? Faccio una premessa è che è dovuta perché chiaramente questa cosa, del co-housing l'ho praticata in due esperienze con Tam associati, per cui non è che io abbia un'esperienza così vasta rispetto al tema del co-housing e rispetto alla progettazione partecipata. Invece, un po' diverso quello che è il mio lavoro, lo faccio da circa due decenni. Da queste esperienze posso, tutto sommato, ricavare eventualmente, quelle che sono le differenze rispetto a una progettazione classica ad una progettazione partecipata come può essere quelle del co-housing. Le differenze risiedono principalmente: nella difficoltà e nella delicatezza del tema. C’è una grande differenza, inoltre, nella progettazione di spazi pubblici o di spazi urbani che abbiano una valenza non prettamente privata, a livello co-operativo. Quando si parla di casa, si parla di casa propria, e la questione della partecipazione assume tutta una serie di altre valenze e di altri valori, non sempre semplici da declinare, soprattutto dove sono presenti tanti soggetti e tante idee diverse. Le perplessità e i timori erano presenti, la nostra, ma soprattutto la mia era un’esperienza nuova.
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2. Riguardo la co-progettazione… avete dovuto specializzarvi sul
tema o è stata una conoscenza “in opera” soprattutto sull’aspetto relazionale con tutti i componenti coinvolti?
Soprattutto la prima esperienza con i TAM associati, è stata affrontata in modo, molto sfrontato, “senza preoccuparsi troppo”. Aggiungo, questo approccio, era (anche) dovuto al fatto che si trattava di offrire sostanzialmente un “expertise” in modo del tutto gratuito. Inizialmente almeno. Successivamente, invece, si è capito che le preoccupazioni dovevano esserci. È giusto che ci siano, nel momento in cui si va a trattare la questione legata proprio al modo di vivere delle persone, il modo di vivere di un futuro gruppo che non fa solo co-housing, ma tanto altro. L’interrogativo deve essere posto soprattutto sulla questione pratica: il gruppo che farà parte di questo progetto, “abiterà” in un modo nuovo. Per questo, più in particolare, posso subito dire, che a un certo punto il rapporto è diventato molto stretto e fitto tra il gruppo e l'architetto, e si è subito palesato il bisogno di avere una figura come la mia, per cui io facevo una sorta di mediazione. Facevo un lavoro, più di facilitazione, di costruzione del gruppo e di traduzione dei linguaggi più tecnici in linguaggi più semplici da consultare. Questo aspetto in questo tipo di progettazione, è fondamentale.
3. Quindi, da quello che è uscito, sta cambiando soprattutto il
Ruolo dell’Architetto e dello studio di progettazione, stiamo assistendo ad un approccio diverso? 178
Sì. Allora diciamo che si parte prima, mi spiego: qui nelle esperienze che abbiamo fatto, in particolare in una quella di Treviso-Villorba, si è costituito e progettato il gruppo prima di tutto. Per cui ancora prima del progetto, si è selezionato un gruppo che avesse voglia di lavorare su un progetto. Per cui ancora prima di parlare di progettazione, c'è stata una fase in cui si è parlato di una sorta di "meta- progetto", di quello che potrebbero essere le preferenze anche in termini generali rispetto all'abitare. Quindi anche su questo tema possiamo dire che: anche prima della progettazione vera e propria, prima della messa in tavolo delle idee, c'è un processo che è ancora primario, che è quello della creazione del gruppo. Da qui la necessità, come accennavo nelle domande precedenti, di una figura, che fa questa cernita di queste persone, disposte a creare una progettazione cooperativa, cosa non da sottovalutare. Non sempre accade che ci sia una costruzione di un gruppo prima della creazione progettuale o idealistica. Se si va a vedere chi fa Co-Housing in Italia, spesso lo fa sulla base di un progetto già bene o male realizzato, non sempre si crea un gruppo prima, ma si espone un’idea di una committenza e da lì si ricercano le persone. Il Co-Housing diventa, eventualmente, la personalizzazione del progetto rispetto a determinate persone, gruppi o categorie. Per cui è una cosa, diciamo così, di mercato. Nel nostro caso Trevigiano, e trovo che sia un'esperienza particolarmente valida, proprio per questa costituzione del gruppo antecedente. Il bello di questo gruppo era che si era formato tra persone che già avevano una casa, che hanno scelto di provare a pensare un modo diverso di abitare, prima, e poi hanno realizzato attraverso un'esperienza, concreta, vendendo la loro casa, andando ad abitare in questo piccolo quartiere. 179
Tornando a noi, per quanto riguarda l'Architetto in sé, io lavoravo con i TAM Associati che sono un gruppo che ha già una propria capacità, una propria “expertise”, nella progettazione partecipata; loro lavorano in ambiti molto difficili, in paesi in via di sviluppo e in posti, diciamo, dove sarebbe assurdo andare con dei progetti preconfezionati e realizzarli. O meglio, sarebbe poco efficace. Sarebbe poco rispondente ad una "Mission" legata proprio alla possibilità che questi progetti depositino qualcosa di ulteriore rispetto all'oggetto architettonico. Allora possiamo già vedere come cambia, secondo me, il ruolo del progettista: diventa sicuramente più complesso e volto all’ascolto di una serie di nuovi soggetti che prendono parte ad un iter ideologico/progettuale.
4. Molti temi sociali, non prevedono però nella loro semantica, la
presenza di un architetto che li gestisca, è quindi necessario, secondo voi una figura del genere? che mantenga “l’intenzione e l’identità” ad esempio?
Allora in questo caso (Villorba), si è lavorato con solo architetti, più me. Sono architetto, diciamo così, di formazione, ma non ho mai fatto la professione classica da architetto progettista. Per rispondere alla domanda: l'architetto serve nel momento in cui si parla di abitare, per cui l'Architetto conosce, se è bravo, il modo di passare delle parole, e quindi dalle idee, ad un progetto e conseguentemente ad un manufatto, ad una realizzazione concreta. Il ruolo è fondamentale non solo per le questioni tecniche ma soprattutto per questo passaggio. Serve un 180
Architetto capace di ascoltare un Architetto e capace di tradurre idee, obiettivi e richieste delle persone. Anche le modalità con cui si produce, in modo "quasi in diretta", quello che viene detto in schizzi, in idee, sulla carta che poi assumono forma, è molto importante e gratificante per il gruppo, per i partecipanti; per cui effettivamente uno dice:" Sai a me piacerebbe avere uno spazio fatto così, così" magari non lo sa neanche bene esprimere. Poi lo vede, tradotto in diretta, disegnato schizzato e poi in un successivo incontro se lo trova su una carta tecnica con tutta una serie di indicazioni per quello che potrebbe essere il lavoro di un'impresa. Beh, diciamo che se questo è poco … Quindi sì, è necessaria una figura che preservi sia l’identità delle idee e le intenzioni di diverse teste messe a sistema. L’architetto serve, serve ASSOLUTAMENTE. Nulla a togliere ad altre figure che possono essere professionali o non, che interpolano il lavoro in qualche modo. Sociologi, Facilitatori, Imprese, le stesse persone del gruppo, sono tutti utili per creare qualcosa di importante e co-progettato. Appunto, molto importante di questa esperienza è stata la presenza di un'impresa. Impresa che è stata molto disponibile, e si è prestata ad essere sempre presente, risolvere in diretta praticamente tutta una serie di dubbi di questioni che venivano da questa interlocuzione molto profonda. A un certo punto si è andato molto in profondità sulle varie tematiche, per cui impiantistiche, tipologiche, il verde, i parcheggi eccetera eccetera... e avere un'impresa che potesse dire, ad esempio, i costi di un'alternativa piuttosto di un'altra è stato sicuramente molto importante e molto funzionale.
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5. Esistono schemi a cui fare riferimento?
Personalmente tendo a selezionare delle tipologie differenti a riferimento, ad esempio, di Co-housing... Almeno tre: una dove, appunto, è legate ad una esigenza di mercato e spesso associate al momento in cui abbiamo una serie di manufatti che non si prestano a una modalità abitativa classica; ad esempio sono manufatti ex industriali o manufatti che hanno delle “profondità” molto importanti. Per questi manufatti a un certo punto si creano degli spazi che non sarebbero utilizzati, se non attraverso la realizzazione, ad esempio: di una grande palestra, di una piscina o cose di questo tipo. Faccio riferimento a quelle che sono state le esperienze milanesi. “Co-housing.it” è una piattaforma che lavora appunto mettendo il co-housing come soluzione per l'uso e riuso di alcuni edifici che altrimenti sarebbero difficili da mettere sul mercato. Poi c'è un'altra tipologia, che è quella più comunitaria, comunitarista, se vuoi, "della comune" dove un gruppo che si auto-seleziona sulla base di un'ideologia, sulla base di una comune caratteristica, che decide di andare ad abitare insieme facendo partire da lì tutto l’iter che sappiamo. Ecco, quello è un'altra forma di co-housing che a noi interessa, perché in quel caso la presenza dell'architetto può risolvere una serie di cose . L’interesse per i Co-Housers non è tanto l’abitare in sé, ma abitare in una piattaforma, in una socialità di un certo tipo. L’ultima categoria invece, che secondo me è interessante, fa maturare un progetto sotto forma di un gruppo privato dove le persone discutono tra le loro eterogeneità, facendo nascere un dibattito rivolto al conseguimento di un nuovo modo di vivere partecipato; in questa fase non è indispensabile la figura di un 182
architetto o di un professionista, il gruppo nasce per una collimazione di intenti. Sia per quanto riguarda il progetto di Villorba, sia per quanto riguarda la mia altra esperienza di Bologna ho notato che questa eterogeneità alla fine è un grande valore. Un grande valore perché queste persone, trovano il modo di condividere uno spazio, ma anche di avere la propria privacy e di avere degli scambi interessanti, che in pratica, permettono al gruppo di rimanere nel tempo. <<”Anche di dividere i costi”>> Dividere i costi sicuramente. Nel momento in cui esiste questa presenza di soggetti diversi, a me sembra molto interessante il fatto che esista una continua ricerca di “nuovi motivi” per stare assieme o per stare all'interno di una stessa situazione. Per cui questa continua ricerca è quello che fa rimanere, secondo me più a lungo a queste esperienze. Considera che in tutte le esperienze, basta che uno faccia sgarri, faccia qualcosa che non doveva fare, e direttamente viene espulso, il dialogo e la discussione è volto ad evitare questo tipo di situazioni. Rivolgendosi ora a quelle esperienze più commerciali, il “modus operandi” è rivolto solitamente ad avere delle comodità in più rispetto a quello che uno potrebbe permettersi, o ad una necessità momentanea di vita. È interessante in questo caso anche l'esperienza di questa Cohousing Ventures, azienda che mette a disposizione i propri tecnici, avvocati e personalità professionali volte a far incontrare le persone per assistere e creare ad hoc residenze a tal fine. Lì non si crea un gruppo da conoscenza, da un insieme ideologico, sociale; si crea da una base commerciale: nel senso che si ha come sfondo quello di creare degli ambienti che “servano”, migliori, che costino meno, 183
che hanno come finale l’azienda un utile … Detto questo, secondo me c’è anche il fatto che in fin dei conti, nella progettazione co-partecipata, c'è una conoscenza maggiore rispetto alla casa che si abita. Forse in quel libretto (Vivere Insieme, Cohousing e Comunità Solidali- TAM associati) avevo scritto qualcosa di questo tipo, per cui chi abita lì dentro sa perfettamente che diventa L'Architetto di sé stesso, chiavi in mano, con una conoscenza perfetta, diciamo così, delle istruzioni per l'uso. <<… Quindi lei fa riferimento allo starter kit del CoHouser?...>> Sì, ma non solo. Io dico alla fine del processo, per le persone che abitano lì, sanno perfettamente perchè si è scelto un'opzione piuttosto che un'altra. “Conoscono” perchè hanno fatto parte del processo progettuale e costruttivo.
6. Quali sono le buone pratiche e i modelli, anche internazionali
a cui guardare?
Io penso che ci siano tanti libri che ne parlano, anche se il tema è complesso e non subito determinabile. Ci sono un bel po' di monografie sul Co-Housing in cui vengono trattati tutti i modelli.
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<<… Vi siete magari basati su quello che era la parte primordiale, dalla Danimarca fino arrivare, magari a cose partecipate Come in Israele? ...>> Quelli li abbiamo usati come spunti certamente , alcuni secondo noi sono assolutamente impossibili da realizzare altrove rispetto alla Danimarca , per cui servono/come dire :"Quella roba non la voglio! Non andrebbe bene in un ambito attuale e italiano" per cui è stato un modo per vedere cosa fare, ma soprattutto cosa non si vuol fare. Questi modelli molto comunitaristi vanno capiti e contestualizzati con le esigenze di quel momento. Onestamente, Io non penso che il Co-Housing sia il modo migliore di abitare in assoluto… è una possibilità, una forma e soprattutto, studiando anche questi modelli europei e non, si immettono in una fase nella vita in cui se tutta la convenienza stare a condividere con altri una serie di momenti, di situazioni.
7. Facendo un passo indietro, ritornando alla domanda di prima:
Queste due vostre esperienze, quindi, si sono basate su una specializzazione vostra sul tema "in opera" oppure vi siete informati prima di venire in contatto con le persone, con i gruppi, eccetera? in base a quello che magari chiedevano le persone? Il realtà progetto è abbastanza tradizionale quindi con tutte le conoscenze pregresse del caso, una cosa abbastanza tradizionale. Una volta costituito il gruppo, una volta che il gruppo ha scelto un terreno su cui costruire una tipologia che piacesse, e tutta una serie di altre soluzioni tecniche, formali, 185
che potessero incontrare le esigenze delle varie famiglie, si è proseguito come dicevo per una via abbastanza tradizionale. Diventa un processo abbastanza classico, tuttavia, come facilitatore ho capito che in quel momento non c'era più bisogno di me. Da lì in poi il rapporto si è evoluto, non più gruppo e architetti, ma proprio tra i singoli e l'architetto. Soprattutto nel caso di Villorba dove troviamo case monofamiliari, mentre per Bologna essendo un unico edificio il processo è rimasto suddiviso con il gruppo. Insomma, alla fine, diciamo la coprogettazione nel Co-Housing in questo in questo processo permette una buona condivisione di quelle che sono le conoscenze degli uni e degli altri, posto che anche quelli che entrano a far parte di questo gruppo hanno delle conoscenze da mettere a disposizione, e tutto quello che si fa , è appunto, mirato alla circolazione di queste conoscenze e che tutti sappiano qualcosa in più alla fine, che conoscano qualcosa in più rispetto alla loro situazione abitativa. <<… Nello specifico, appunto, stando sempre sulle competenze, sulle conoscenze... Se dovesse dire ad un giovane architetto, comunque, a una nuova figura che potrebbe essere quella dell’ Architetto Facilitatore, quale sarebbero consigli per specializzarsi con le competenze in tale pratica, in questo determinato ambito lavorativo?...>> La prima conoscenza , il primo consiglio , direi di imparare, magari attraverso una formazione specifica, quello che sono le tecniche di ascolto attivo, perché il rapporto col committente è un rapporto sempre molto vicino e molto conflittuale, è davvero molto facile non capire o non capirsi .Però poi, 186
fortunatamente, prevale quasi sempre l'idea che uno sia esperto e che metta in pratica un po'tutto quello che sa, e che magari imponga alcune soluzioni diverse rispetto al confronto con il committente. Per cui le tecniche di ascolto attivo sono sostanzialmente quelle che ti permettono di capire che le persone con cui hai a che fare hanno ragione per dirle e necessitano di un ragionamento più complesso. Ecco, questa cosa, secondo me dal punto di vista professionale, è una conoscenza assolutamente molto importante che permette di lavorare meglio indipendentemente dal Co-housing o no . Precisazione: è competenza tecnica. Ci sono delle tecniche per capire, se si sta ascoltando o meno. è una questione di rispetto delle persone con cui si ha a che fare , e che viene in qualche modo ripagato nel momento in cui , la differenza viene fatta, proprio dalla percezione da parte dell'interlocutore ,e a parere mio avviene qualcosa che è qualitativamente diverso rispetto a un rapporto classico di committenza .Dopodiché altre conoscenze: altri consigli sono quelli di PROVARE . La cosa difficile sul Co-Housing secondo me, appunto, è quella di lavorare con un gruppo, cercando di capire appunto che tutti hanno le loro ragioni per volere una cosa o un'altra; “nessuno è più scemo dell'altro” “nessuno è più capace dell'altro”, io mi ricordo un'esempio : “nel gruppo erano tutti abbastanza "smart", su tutta una serie di aspetti …biologico, il verde, .." tutta una serie di conoscenze pregresse e poi c'erano un paio di persone, uno in particolare era un bancario e uno era un altro, un artigiano, caldaista, qualcosa del genere e che erano un bel po' diversi.” Ecco, nel momento in cui poi si è creato gruppo che ha avuto seriamente intenzione di arrivare a un progetto e alla realizzazione, queste due persone hanno immediatamente, da quella che era una situazione quasi di marginalità, se vuoi, 187
hanno acquisito immediatamente una leadership proprio per le loro competenze tecniche. L’esempio che si determina è questo: un conto è fare un mutuo da soli o in gruppo andando ad affrontare una banca, un conto è avere nel proprio gruppo anche un bancario. <<…”beh, è co-housing anche quello !”…>> Esatto, è proprio questa l’essenza. La stessa cosa, nel momento in cui è stato scelta, di fare una caldaia a pellet, con una sorta di tele-riscaldamento, per cui c'è una unica caldaia a pellet, che serve tutti gli appartamenti ... anche lì, è stata una cosa abbastanza sofferta perché ognuno era abituato alla “Caldaietta”, ad esclamazioni tipo:"dopo me la regolo come voglio, eccetera." Insomma, ognuno ha capito che se lo faceva questo impiantista, evidentemente c'era qualche vantaggio. Anche delle conoscenze che vengono messe nel corso del processo di cui non possiamo sapere prima se serviranno, o non serviranno. Solo nell'interlocuzione, anzi, nella pratica, diciamo così, della partecipazione, poi emergono queste conoscenze. Potrebbero essere anche di tutt'altro tipo, Voglio dire, non per forza deve essere legate alla casa. cambiando un po' l'orizzonte. Tutto questo per dirti che le conoscenze non sono mai abbastanza, ed è bello e gratificante imparare qualcosa di nuovo anche attraverso queste esperienze, per questo provare è il migliore consiglio che posso dare ad una persona che si affaccia a questa pratica. 8. Come sono organizzati a tal fine gli studi professionali? Come è
nata la sua partecipazione a tali progetti? 188
Su questo non ho abbastanza conoscenze, essendo io come ti dicevo un architetto che non procede con la carriera classica di progettazione, non mi sentirei molto preciso e esaustivo riguardo a questa domanda. Però ti posso dire che I TAM in questo si sono lanciati e avendo già una certa dimestichezza, nel lavoro In termini “partecipativi” per loro è stato facile. In realtà il tutto è nato, partecipando a una fiera.. e raccogliendo iscrizioni sul Co-housing, così, investendo sostanzialmente su tre serate con dei laboratori serali sul tema, invitando chi volesse intervenire. Per cui hanno raccolto una cinquantina di iscrizioni durante questa fiera, una fiera che si fa a Treviso, "fiera dei Quattro Passi". La cosa eccezionale è stata che, le persone sono arrivate. Così, per sentire qualcosa rispetto a questa pratica, dove hanno percepito qualche interesse, per cui in modo molto aperto si sono presentate.... tanti erano architetti. Era un periodo ancora in cui non se ne parlava tantissimo. Sono state organizzate queste tre serate: in modo tale che ci fossero una serie di temi e si arrivasse alla terza serata, a parlare un po' di quelle che erano le preferenze della platea, diciamo rispetto ai modi di abitare Vennero fuori cose molto interessanti , una su tutte fu la domanda :” cosa sareste disposti a rinunciare per intraprendere questo percorso abitativo?” . Venne fuori che, a differenza di quello che si fa all' estero, in Italia una cucina non si condividerebbe così facilmente e altre peculiarità della vita pratica dell’abitare quotidiano, dubbi e perplessità e entusiasmi. Erano incontri molto interattivi. Io facevo un po', quello che animava l'incontro, per capire appunto cosa si sarebbe potuto fare in questo contesto, perché era un contesto Veneto, rispetto al cohousing, molto diverso da altri contesti... immagino che fatta la stessa cosa al sud, o in Germania probabilmente le 189
preferenze sarebbero state molto diverse. Perche' la famiglia italiana, alla cucina non rinuncia. “Non rinuncia alla cucina privata” ... “magari ci sarà anche un posto dove mangiare tutti assieme”, però ciò che è uscito è che, “quello che io cucino ai miei figli giorno dopo giorno lo faccio io”. In Germania invece è il contrario. Risolvere il problema del cibo e della cucina per cui avere delle "turnazioni" rispetto alla cucina è molto importante. In Italia nessuno vorrebbe condividere la lavanderia, “le mie mutande non si lavano con quelle del vicino”. Mentre in altri paesi questa cosa è contemplata e accettata. Invece c’era molta apertura per quanto riguarda, ad esempio lo spazio per cene, feste, eccetera. Una casa per gli ospiti, per cui in queste case non c' è grande disponibilità di spazio, quindi se uno avesse avuto degli ospiti che potesse prendere questa casa comune realizzata apposta. Uno spazio per i bambini per cui possano stare insieme. La biblioteca, considera otto/dieci case che rinunciano alla libreria e la mettono in comune . Grande risparmio di spazio ovviamente , ma non solo , un guadagno anche di conoscenza perché la biblioteca sarà sicuramente molto fornita. Sono molto soddisfatto nel dire che il il Co-Houser conosce molto bene e quelli che sono i costi, conosce molto bene quello che è il lavoro dell'architetto, per cui c'è un grande rispetto per tutto quello che L'architetto fa.
Io penso che ci siano tanti libri che ne parlano, anche se il tema è complesso e non subito determinabile. Ci sono un bel po' di monografie sul Co-Housing in cui vengono trattati tutti i modelli.
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<<… Vi siete magari basati su quello che era la parte primordiale, dalla Danimarca fino arrivare, magari a cose partecipate Come in Israele? ...>> Quelli li abbiamo usate come spunti, alcuni secondo noi sono assolutamente impossibili da realizzare altrove rispetto alla Danimarca , per cui servono/come dire :"Quella roba non la voglio! Non andrebbe bene in un ambito attuale e italiano" per cui è stato un modo per vedere cosa fare, ma soprattutto cosa non si vuol fare. Questi modelli molto comunitaristi vanno capiti e contestualizzati con le esigenze di quel momento. Onestamente, io non penso che il Co-Housing sia il modo migliore di abitare in assoluto… è una possibilità, una forma e soprattutto ,studiando anche questi modelli europei e non, si immettono in una fase nella vita in cui se tutta la convenienza stare a condividere con altri una serie di momenti, di situazioni.
9. Riesce a fornirmi tre parole chiave per Co-Housing?
Le più semplici sono CONDIVISIONE, COPROGETTAZIONE e CONOSCENZA facciamo le tre "C". .... dal punto di vista invece dell'architetto penso sia un'esperienza particolarmente arricchente e che valorizza le competenze e penso che alla fin fine sia un'interazione di qualità, quella che conta. [12]
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6.4 LAURA POMMELLA - ARCHITETTA E FACILITATRICE 1. Benvenuta architetto Pommella , iniziamo subito con le domande : Una breve Presentazione ,di cosa si occupa nello specifico? Allora io sono Laura Pommella, di formazione tecnica e svolgo la professione di progettista architetto, ho una doppia vita professionale, oltre all’attività classica , opero anche nell'ambito della partecipazione pubblica come facilitatrice, progettista, coordinatrice di processi partecipativi, principalmente con le pubbliche amministrazioni. Mi divido quindi tra due mondi : l'architettura, il recupero, tutto quello che riguarda la progettazione con " approccio-ecologico" e il mondo partecipativo. Sono percorsi che ogni tanto si intrecciano, perchè mi occupo di auto-costruzione che è una declinazione pratica della partecipazione nel mondo dell'edilizia. Trovo molto interessante questo binomio , perchè grazie a questo , sto esplorando e scoprendo come il ruolo dell’architetto sia in continuo mutamento, rispetto alla progettazione classica . Mi occupo di diverse iniziative edilizie , e non , principalmente in Toscana.
2. Qual’è stata la sua esperienza, rispetto al tema partecipativo : le aspettative, i timori, le idee, le convinzioni ? 193
Parlo di quello che ho conosciuto: parto delle mie radici nel mondo dell'Associazionismo, di quando ho intrapreso il percorso formativo presso la facoltà di Architettura. Quello che più mi appassionava era il ruolo sociale dell'architetto ; guardavo con interesse alle esperienze di Co-Progettazione , dove gli abitanti erano coinvolti direttamente nelle scelte che li riguardavano. All' epoca quando ho frequentato la facoltà non c' erano molti corsi aperti sul tema (adesso qualcuno in più ) ,cioè, esperienze extra-accademiche e cooperazione sul campo sia nei quartieri che in cantiere. L'ateneo fiorentino , fortunatamente, era storicamente formato da discipline a carattere sociale , ha dato i natali ad alcune discipline come : l'architettura sociale, sociologia urbana e rurale, l'antropologia dello spazio, i caratteri distributivi degli edifici. Sono stati Corsi che mi hanno formato nell'approccio multidisciplinare e complesso al progetto. "Progetto" visto come strutturazione condivisa di “possibilità” e come processo di apprendimento. Questo bagaglio culturale mi è stato utile in seguito, quando mi sono trovata ad affrontare quei progetti che si collocavano un po' al margine di queste "strade battute". Mi sono spesso trovata sui confini delle discipline, ad essere una ricercatrice, un po' "Border-line" su queste specifiche tematiche . In natura e in “Permacultura” diciamo che :" le zone margine tra due o più ecosistemi si chiamano “Eco-toni", ed io in questi eco-toni , rivedo le nostre società. Mi spiego: queste zone di margine le troviamo per esempio in certe periferie di alcuni quartieri, ricchi di biodiversità e quindi molto fertili anche se apparentemente sconnessi e distanti tra loro , ma con forti presenze che 194
caratterizzano i luoghi tra uno spazio e l’altro. Non è sempre facile stare sui confini, ma di certo sono luoghi dove non ci si annoia mai . <<… il tuo interesse, è stato qualcosa che che veniva da dentro, era un tuo interesse particolare, che si è sviluppato con il susseguirsi degli anni accademici e delle esperienze che hai vissuto? Facciamo il punto su questo : Non hai avuto quindi grossi timori o perplessità , venivi già da una una "forza interiore" rispetto a questi temi . Come si dice avevi una sorta di “attrazione fatale!”..>> Esattamente , diciamo che ci siamo subito piaciuti .
3. Che apporto può dare in maniera diretta (…o indiretta) l’architetto all’interno di un processo di questo genere? E cosa può ricevere rispetto a questa esperienza? Nella figura dell'architetto (e sono un po' di parte), proprio per formazione culturale, è riposta la possibilità di sviluppare strategie ed approcci a livello di idee e di operato. E’ la chiave di volta di tutta l’operazione. L'essenza della progettazione consiste proprio nell'ideare cose che non esistono ancora o adattare cose note a nuovi contesti , passare da un’idea a un foglio di carta concreto. "Vedo l'architetto come un professionista che comunque si trova a proprio agio nel percorrere strade sconosciute o nell'aprirne di nuove." Quindi su questo aspetto non trovo "disagio", se non quello di fronte al 195
quale ci si trova continuamente quando non si ha a che fare con un lavoro standard. È giusto però dire che ci sono alcune competenze peculiari, che sono richieste in questo campo, che non fanno parte del bagaglio tecnico dell'architetto ed è bene che siano portate nel processo da figure specifiche . <<… ad esempio? ...>> In questo contesto di collaborazione e scambio , il progettista ha molto da imparare da queste figure, che sono poi quelle che si impegnano nella gestione dei conflitti e nella facilitazione. Ho notato e mi è stato confermato anche dai miei colleghi che spesso il progettista, che è impegnato in percorsi di progettazione partecipata, ad un certo punto desidera egli stesso acquisire maggiore consapevolezza. Finisce pertanto per frequentare corsi di facilitazione o metodi adatti a gestire le dinamiche di gruppo. Queste competenze non si possono sostituire , a meno che un progettista poi non acquisisca un professionista competente, anche per motivi deontologici. E' bene che ci siano delle figure pubbliche che gestiscono questi aspetti del processo. <<… In un’altra intervista , si è evidenziato rispetto al gruppo , al capire le persone,al saper scegliere una cosa rispetto ad un’altra…la fondamentale capacità di fare dell’ “ Ascolto Attivo” la principale “skill” necessaria ...>> Esatto , l'ascolto attivo dovrebbe essere un bagaglio di tutti in generale, ma in particolare quando ti trovi ad affrontare queste tematiche; è fondamentale perché ci vuole molta 196
consapevolezza, perché spesso il committente non è uno solo, magari una famiglia, magari di più, talora hai a che fare con dei gruppi . Molti prendono parte , ad esempio nel Cohousing , a svariate parti dell’iter progettuale, specificando preferenze e quant’altro. Quindi tutto risulta molto più complesso e intenso. Avere una attitudine all'ascolto, attenta e consapevole, è fondamentale. Questa è una competenza di base che bisognerebbe acquisire. 4. L’architetto quindi è necessario perché professionista capace di ascoltare e di tradurre le idee su carte , ma è anche colui che mantiene “un’intenzione” progettuale e ne preserva “un’ identità” ideologica? Dipende da quali sono gli obiettivi; come avevo accennato, è una figura versatile che può inserirsi in vari ambiti. Per mantenere "la rotta", non necessariamente deve essere un architetto. Potrebbe essere una figura comunque competente nella gestione delle dinamiche dei gruppi e nel monitorare i processi, anche perché l'architetto ha già un ruolo molto importante nel mantenere la progettazione dell'opera. Quindi è molto coinvolto nel processo di facilitazione della traduzione in linguaggio tecnico, estetico, culturale dell' oggetto che si va a realizzare. Questo è il suo principale ruolo. Ora vorrei dare un suggerimento alla persona che gestisce i rapporti con i gruppi ecc .. : “se è un architetto … consiglierei che sarebbe opportuno dividere le due figure rispetto al progettista “. Quando ci si trova a lavorare in un ambito partecipativo, bisogna tenere molto alte le attenzioni, perche' spesso scambiamo quello che è l'orizzontalità dell'approccio, con l'appiattimento dei ruoli , in 197
senso ideologico. Imponiamo un'uguaglianza illusoria tra i vari soggetti del progetto. Tuttavia, ci sono due possibili equivoci secondo me : uno è quello che può indurre l'architetto a identificarsi troppo nella figura del facilitatore , che accoglie senza filtro le indicazioni della committenza, abdicando al suo ruolo di esperto ed identificandosi troppo nel processo di partecipazione. Invece l’architetto è chiamato a tradurre nella pratica i bisogni, gli obiettivi, le visioni, attraverso questo linguaggio specialistico. Deve anche esercitare la sua leadership, per accompagnare la committenza dal punto di vista tecnico, estetico e funzionale. E’ pertanto assolutamente fondamentale che l'architetto mantenga il suo ruolo specifico. <<… riguardo la sua esperienza di co-progettazione effettiva ,è bastata la sua conoscenza accademica oppure ha dovuto specializzarsi ulteriormente sul tema?...>> Diciamo che da un lato ho cominciato a frequentare il mondo della “Permacultura“ e quindi in particolare, più che il Cohousing, gli aspetti degli eco villaggi .Ho vissuto un pò a contatto con queste realtà che mi hanno coinvolto, occupandomi di autocostruzione ed ho fatto un percorso con alcune di queste, molto stimolante e interessante, in particolare con la RIVE (che è la rete italiana degli eco-villaggi). Come progettista ho spesso sentito l'esigenza di approfondire, soprattutto, i metodi di gestione delle dinamiche di gruppo. Il resto delle mie competenze erano parte del bagaglio culturale acquisito principalmente come architetto, ma anche favorite dalla mia seconda professione di facilitatrice nel mondo della partecipazione pubblica. Altre competenze, invece sono state 198
“Via-Via” approfondite in corso d'opera man mano che si presentavano le esigenze. Ad esempio : le tecniche costruttive particolari richieste da un determinato gruppo, che voleva auto-costruire in legno e paglia , quindi serviva una “skill” ben determinata . Sono queste le competenze specifiche che poi "man-mano" come, in ogni progetto, l'architetto approfondisce. A meno che non sia chiamato a collaborare come esperto di quella tecnica. Contestualizzando l'aspetto del “gruppo” e delle sue dinamiche, è stato lo scoglio più duro, da sperimentare e approfondire. Questo accade perchè nel mondo convenzionale classico , la relazione tra progettista, architetto e committente è spesso regolata da contrattualità, da elementi formali (anche se non sempre così). Quando si lavora in ambito partecipativo, come dicevo, bisogna tenere conto di tutta una serie di dinamiche che si verificano, come ad esempio quello che riguarda una illusoria parità tra i soggetti del processo. Nell'ambito convenzionale, sotto il profilo dei ruoli professionali , esiste una chiara gerarchia di responsabilità. Ci sono dei ranghi invisibili che possono condizionare il progetto e le dinamiche relazionali. E' molto importante che il gruppo dei progettisti, sia affiancato da una figura come un " osservatore non coinvolto nel progetto", che supervisioni e faciliti il processo, suggerendo eventuali correttivi per riequilibrare " il protagonismo" di alcuni portatori di interesse o committenti rispetto ad altri , che magari, soffrono un po' d'isolamento o a cui viene dato un peso differente nella sfera decisionale. Bisogna far si che tutti i contributi dei committenti, e quindi del gruppo, siano importanti, in modo che il progetto rispecchi effettivamente gli interessi di tutti. La problematica delle dinamiche relazionali per me è l'aspetto più 199
delicato e critico, ma anche avvincente quando si lavora con un gruppo. <<… un piccolo “Recap” di quanto detto sul finale : sarebbe utile ,all'interno di questi progetti, dotarsi di una persona che possa avere uno visione periferica dall’alto ed esterna ( come direbbe “Le Corbusier : La Loi du Méandre” ), che riesce a tirar fuori da tutti i componenti la loro partecipazione, pareggiando le idee tra i diversi soggetti , dando il giusto peso alle componenti in gioco ?…>> E’ esatto , a parer mio potrebbe alzare di molto la qualità e la soddisfazione generale dei committenti. 5. Passiamo a domande più tecniche, sempre nella tua esperienza .Quali sono stati i passaggi dall'avvio alla conclusione del processo partecipativo e collaborativo... Quindi la formazione del gruppo, la ricerca del lotto, l'accompagnamento "al" e "del" progetto, il design, la conduzione e gestione dell'appalto dal punto di vista professionale? L'iter progettuale per esempio di un gruppo che vuole creare un eco-villaggio o un Co-housing può essere percorso attraverso diverse strade. Due sono le più significative: 1) si parte dal GRUPPO 2) si parte dal LUOGO. Nel caso che si parta dal "GRUPPO", spesso ci sono alcune persone e famiglie che si aggregano intorno alla loro idea di cambiare vita, per un progetto di vita. Iniziano a conoscersi, frequentarsi, poi, insieme, cercano il luogo adatto per dare seguito alle loro aspirazioni. Da li prende il via tutto il processo della ricerca del 200
progettista , ci si interfaccia con il “pubblico”, si delimitano i criteri e le idee, le finanze e via discorrendo. Nell’eventualità che invece si parta dal LUOGO, esiste una località che presenta le potenzialità per essere abitata da più persone o da nuclei famigliari; ne consegue che il luogo viene proposto, e può attirare l’interesse di persone che sono alla ricerca, e che vengono stimolate da questa proposta. Talvolta questi due percorsi possono intrecciarsi. Può capitare , che il gruppo si allarghi nel caso che per un luogo già individuato si preveda una maggiore capienza rispetto al numero di Co-housers su cui era già consolidato. Un'altra caratteristica da evidenziare sta nel fatto che esistono PERCORSI STRUTTURATI, cioè quei gruppi che fin dall'inizio si danno un metodo e delle regole e lavorano in modo programmato. I PERCORSI SPONTANEI invece seguono andamenti più naturali che si attraggono in base ad "alchimie" non ben dichiarate. In definitiva pare che non ci sia una maggiore garanzia di successo in un approccio rispetto all'altro. <<... Se posso aggiungere , negli ultimi tempi ha preso piede un approccio tutto commerciale sul tema ...>> Si’, confermo e mi piace questa visione (...opinabile) . Il CoHousing parte spesso anche da bisogni pragmatici; quindi, perché no, può essere giusto immaginare che ci sia un servizio commerciale a disposizione di questi percorsi. L' Eco-Villaggio, al contrario lo vedo più come una declinazione "biologica". In genere ha un' idealità, una spinta personale più forte. Ho notato , inoltre, che questi gruppi hanno aspettative molto elevate e bisogna fare attenzione in quanto può essere anche rischioso e pertanto bisogna essere molto preparati. Esemplificando, su 201
dieci progetti di Co-housing o di EcoVillaggio, in media, solo uno o due arrivano all'obiettivo... anche perché quando si ha a che fare con materiale umano, cioè con le persone, le variabili in gioco sono infinite. Proveniamo da una società che ha rafforzato l'individualismo come espressione di libertà. È difficile anche ridimensionare abitudini radicate, passare “da un io ad un noi”, anche se mi piace ricordare che in ogni caso il collante della comunità non e’ tanto la libera scelta, quanto la necessità di collaborare e sopravvivere. <<..anche la scelta comune, era una dote..>> Eravamo in un altro contesto, ma effettivamente vi erano bisogni molto forti che portavano le persone a stare insieme. Tant'è che le comunità intenzionali più stabili e longeve sono quelle religiose o ideologiche, alle quali si aderisce delegando le proprie scelte, obbedendo a un'autorità superiore. Sono comunità durevoli, anche perché poi i conflitti sono risolti alla radice. Quindi è un cammino abbastanza impegnativo, complesso e avvincente. Sicuramente richiede molta consapevolezza. 6. Nell'iter-progettuale, formato il gruppo , delineate le idee, ricercato il lotto, bisogna tenere conto della conduzione. Mi viene da domandarle anche : com'è la gestione dell'appalto, la gestione del progetto in sé, la parte più tecnica… Bisogna comunque seguire un progetto che ha come "supervisori" persone molto preparate, perché come dicevamo, i soggetti che si uniscono nella progettazione sono abbastanza 202
esperti su determinati temi (come l’utilizzo delle materie e quant'altro). Questi abitanti invece sono, persone che riacquistano la propria autodeterminazione nel voler essere autonomi, anche provvedendo ai propri bisogni (...facendo l'orto, coltivando il proprio cibo) e mettendo mano alla propria casa, concretizzando in questo modo l' autocostruzione e l'auto-recupero. Nell'autocostruzione e nell'auto-recupero il committente ritorna protagonista del processo edilizio a partire dalla progettazione, insieme ai professionisti, per poi partecipare a tutto il percorso : dal cantiere fino all'edificio completato, nell'arco della vita del manufatto e nella sua manutenzione. <<…quindi il complesso è comunque paragonabile a un "edificio normale" quindi a un progetto “normale" o esiste più attenzione ?...>> Sicuramente dobbiamo seguire tutto l'iter classico perché stiamo incardinati nelle normative. Quello che cambia è che, invece di avere sempre l'impresa, abbiamo gli auto-costruttori o gli auto-recuperatori. L’impresa interviene laddove ci sono delle lavorazioni specialistiche o rischiose, per cui l'autocostruttore semplice lascia il posto alla ditta. Quindi i processi, per quanto riguarda il punto di vista “di noi tecnici”, sono abbastanza complessi, diversi dalla progettazione classica. Sono più impegnativi di quelli convenzionali, perchè rispetto a questi in cui hai a che fare con degli specialisti, con l'impresa , ecc.. qui hai spesso a che fare con persone semplici che si cimentano nel cantiere e quindi devi fornire loro tutte le informazioni, gli elaborati grafici, che devono essere sempre molto chiari e 203
“leggibili”. Deve anche essere un percorso dove, in ogni caso, ci sono delle gerarchie ben precise , perché nel cantiere, essendo un luogo di lavoro ad alto rischio , bisogna mantenere tutta una serie di attenzioni che richiedono una formazione adeguata . Ora si sta entrando un po' nel discorso del cantiere, di autocostruzione. Da un punto di vista dell'iter progettuale è molto importante che ci sia un continuo lavoro di informazione condivisa Un percorso a spirale, in cui continuamente si progetta , si co-progetta, si restituisce; a questo proposito si deve avere un feedback su quello che si è restituito, per capire se stiamo andando nella direzione giusta. Come lavoro è sicuramente molto impegnativo. Si ha a che fare con tanti soggetti con cui proporre degli accordi, delle regole di base per poter mantenere la rotta, usando strumenti e metodi, che talora possono ingabbiare.. I metodi possono aiutare quando hai a che fare con dei gruppi , ad esempio avere un ordine del giorno, proporre riunioni in cui ci si confronti anche a livello decisionale . <<… Si ricerca quindi anche un metodo equo nelle decisioni?...>> Sì. certo. 7. Ti chiedo se esistono schemi o pratiche, anche normative a cui fare riferimento per questo tipo di progettazione?> Al di là di questi metodi a cui accennavo prima, che sono finalizzati alla gestione dei gruppi, quindi alla facilitazione tra gli attori, comincia a comparire il consenso , piuttosto che la 204
sociocrazia, nelle normative urbanistiche dei riferimenti al Cohousing e agli eco-villaggi, anche se non in modo diffuso. La RIVE che ho nominato prima, cioè la rete italiana dei villaggi ecologici, sostiene un disegno di legge per il riconoscimento delle comunità intenzionali laiche, che a differenza di quelle religiose, non sono giuridicamente contemplate nella normativa. É necessario, perchè esse devono assumere attivamente una forma giuridica per esercitare le relazioni formali con gli enti pubblici, a tutela dei propri interessi. Le configurazioni disponibili, per esempio la onlus, l'associazione culturale o di promozione sociale piuttosto che la cooperativa, non sempre rappresentano l'essenza naturale di questi gruppi.. Questo mancato riconoscimento poi diventa una fragilità quando si confronta con la pianificazione urbanistica edilizia. Qualcosa si sta muovendo , vista la crescente diffusione di queste forme alternative di abitare. Io ti posso portare un'esperienza di qualche anno fa in cui fui coinvolta come relatrice, proprio sul tema dell'auto-recupero, in un convegno organizzato nell'ambito di un percorso che era stato accordato dall'autorità regionale per la partecipazione Toscana, in particolare nel comune di Montespertoli, a fronte della crescente richiesta di nuove residenze da parte di cittadini che si spostavano dal capoluogo Firenze per andare a riabilitare immobili in nuclei rurali. Il comune adottò un approccio molto interessante : l'ufficio tecnico si trovava ripetutamente di fronte a richieste di ristrutturazione che introducevano nell'edilizia tradizionale elementi estranei al paesaggio, piuttosto radicati nell'immaginario borghese periurbano, ("le classiche villette con giardino, i cancelli, le/recinzioni, i muretti"). Una progressiva privatizzazione di quegli spazi che invece la civiltà contadina aveva lasciato agli usi comuni. Il dirigente dell'urbanistica, 205
leggendo un articolo sul Co-Housing rimase colpito dalla ricerca di modalità distributive che contemplavano spazi comuni e adottavano modalità includenti, anziché "separanti". Così stimolò l'amministrazione ad esplorare ed aprire la possibilità di favorire il Co-Housing come forma attualizzata per il vivere collettivo, adatta, per inserirsi nel contesto storico paesaggistico di un territorio che era costellato di case rurali. In effetti un approccio di questo tipo non danneggiava le tipologie dei caratteri costruttivi della tradizione. Nelle norme tecniche del regolamento urbanistico furono inseriti degli incentivi per favorire questa forma di residenza collettiva che pareva accogliere di buon grado la valorizzazione degli edifici storici, adeguandoli alle proprie esigenze, senza comprometterli. Questo, a mio parere, è un esempio virtuoso. Si potrebbe anche azzardare un nuovo modo per declinare, vivere o progettare ,magari , nelle periferie o in quei luoghi un po'degradati delle città mantenendo i caratteri delle preesistenze. É quello che alcuni esperti chiamano la retro innovazione, che poi è innovazione nella tradizione, cioè riscopriamo quelle che erano le forme del vivere di un tempo, attualizzandole a bisogni più moderni. <<...possiamo quindi anche affermare, in riferimento a quanto detto prima sull'individualismo come libertà, che ora abbiamo la possibilità di tornare a pensare come collettività...perché si ha la possibilità di vivere anche accanto ad altre persone, di mettere a sistema le nostre conoscenze e le conoscenze degli altri , arrivando ad un obiettivo collettivo… >>
206
Si, diciamo che il COVID ci ha fatto anche riscoprire di avere la nostalgia del vivere insieme ... e come si dice in "permacultura" : l'intelligenza collettiva quando viene messa in atto "1+1 non fa 2 ma può fare 3,4,5" , soprattutto quando si hanno delle relazioni "premianti". Chiaramente bisogna condividere una visione, condividere dei valori, e a quel punto, quando si inizia il percorso e si co-progetta, la biodiversità permette di ottenere molto di più che le singole parti, cioè tutto "è molto più della somma delle singole parti". << con l'esempio, hai risposto e anticipato la successiva domanda ,con la quale volevo chiederti la tua opinione personale su questo tipo di esperienza. >> 8. Ultima Domanda, di rito , a caldo : Per la tua esperienza/pensiero riesci a dirmi in tre " PAROLE CHIAVE" , cosa è per te LA CO-PROGETTAZIONE?> È una SFIDA che ha a che fare un po' con l'IMMAGINARE COLLETTIVO, con il pensare insieme, con il costruire un percorso in cui un sogno, una VISIONE possa realizzarsi. Quindi tutto quello che sta tra il momento presente e il momento in cui ci sarà l'opera realizzata è un'avventura, è un viaggio e quello che è dentro a questo viaggio rappresenta qualcosa di estremamente arricchente. Con tutti gli alti e bassi che comporta, è necessario vedere il conflitto come un'opportunità di crescita e di conoscenza di cose che non sapevi ed il tutto può diventare un viaggio anche per "te stesso" <...
ho
sintetizzato
appunto
le
SUE
parole
con 207
SFIDA,IMMAGINAZIONE COLLETTIVA e VISIONE ...> Sono perfette , grazie Emanuele per questa intervista . [10]
208
6.5 MASSIMO LEPORE – ARCHITETTO – TAMASSOCIATI 1. Benvenuto Massimo , partiamo con la domanda più semplice ed introduttiva . Chi sono i TAMassociati ? Beh, TAM associati è uno studio di progettazione, con un'idea allargata sul ruolo dell'architetto dell'architettura come un'arte “Eminentemente Sociale”, come proclamava Muzio a suo tempo. L’ attenzione diciamo essere diretta verso un'idea di servizio di civile, ed è stata “la molla” che ci ha spinto a creare lo studio. Io e gli altri componenti dello studio, siamo colleghi di vecchia data , nel senso che il nostro sodalizio dura ormai da diverso tempo… dai tempi dell’università. Una cosa che non succede spesso. Questo evidenzia come le idee e le basi erano solide e condivise. Siamo partiti tenendo conto di un concetto : non mettendoci sul mercato , ma cercando di essere “gli architetti di qualcuno” facendo delle scelte di campo. L’architetto per noi è un portavoce , quindi è sempre l’architetto di qualcuno . Noi volevamo dare un nostro portamento, un nostro indirizzo. Ci siamo mossi come collettivo, infatti anche il nostro “brand” ( se cosi si può chiamare) non rappresenta i nostri cognomi , ma è un nome che abbiamo scelto insieme , che ad oggi rappresenta la nostra idea di Collettività di costruzione collettiva e partecipata. In primissimo luogo , ci siamo concentrati nel capire e individuare dove potessimo e a quale committenza ci volessimo rivolgere. Quindi in un certo senso lo studio è nato subito con la prerogativa di lavorare e collaborare con il nascente “TERZO SETTORE’ qui in Italia. Ci siamo sempre proposti come portavoce di tutte quelle iniziative NoProfit, delle ONG, delle Onlus . 209
Abbiamo sempre cercato di lavorare senza differenziazioni sul mercato tradizionale e sul mercato del “terzo settore” , non è che abbiamo “regalato progetti”, ne abbiamo fatto dei “probono” ogni 100 , ci siamo proprio specializzati per lavorare per quelle destinazioni d’uso. Abbiamo cercato di operare con professionalità in questo settore, creando una professionalità dedicata. Questa ha voluto dire entrare in “consonanza” con quella che è stata poi la nostra scelta, sapevano che, ad esempio, a livello finanziario il nostro studio non sarebbe diventato un “Top Ranking” nella classifica degli studi più pagati. Una scelta voluta , e anche questa, mi permetto di dire … è stata una scelta di vita. L’altro lato della medaglia è sicuramente il fatto che , rispetto a tanti altri studi , noi vantiamo un “portafoglio” ( non mi piace questa definizione) di clienti , che è unica in Italia.
2. Quand’è che , invece , avete cominciato ad occuparvi di Progettazione Partecipata?
Quella che tu definisci progettazione partecipata fa il suo ingresso sulla scena negli anni novanta, appare come una novità nel panorama italiano, grazie anche ad una sinergia, all’incontro tra realtà come l'ANCI (associazione nazionale comuni italiani) e l’INU (l'istituto nazionale Urbanistica) che hanno in un certo senso legittimato e sancito questi percorsi attraverso una serie di concorsi nazionali . Sono poi stati quelli i momenti , le occasioni in cui abbiamo incontrato Andrea Mariotto, ma tanti altri come : Chiara Pignaris ,il gruppo di Avventure Urbane, e altri colleghi che cominciavano a occuparsi di queste tematiche , di questo approccio, quello che adesso si usa definire “Bottom-Up”. in un 210
certo senso abbiamo partecipato, con piacere, alla nascita e alla crescita di questa rete della “partecipazione” . Rimane comunque anche ai giorni nostri un filone di pensiero, soprattutto nell'urbanistica, all'interno della disciplina italiana.
3. Quali sono le differenze di questo modo di progettare partecipato rispetto alla progettazione classica? Definendo il nostro lavoro come un servizio : il primo passaggio è proprio quello dell’intendere, di comprendere, ascoltare di avere rispetto per il tuo interlocutore, e anche poi per il fruitore dei servizi che andrai a progettare. Quindi questo è in primo luogo un approccio metodologico di ascolto che si differenzia un po' dal metodo classico. Questa modalità si riflette in tutta l’impostazione del progetto. Mettiamola così , è una domanda che a noi risulta un po' difficile rispondere , semplicemente perché noi non abbiamo mai progettato in maniera diversa. La nostra genesi è arrivata in confluenza con questa pratica, perché c’è stato subito , rispetto al tema : comunanza di interessi, di filosofia, di approccio. Erano già queste esperienze che facevamo in maniera empirica nel nostro mondo. Nel momento della calibrazione del nostro studio, una delle commesse più importanti che abbiamo svolto con alla base questi valori , fu il progetto della sede di Banca Popolare Etica a Padova. E’ stato uno dei progetti più interessanti che abbiamo fatto agli inizi della carriera, in quella situazione c’è capitato di iniziare a dialogare con un soggetto che si chiamava “cooperativa verso una banca popolare”, non c’era ancora la banca, quindi era ancora un sogno. Siamo proprio diventati soci. E’ stato un modo soprattutto anche per capire e per avere un'esperienza diretta con 211
la partecipazione. Parlavamo la stessa lingua. Esperienza che fa parte del nostro principale “ Portato”. Un progetto, tra l’altro, complesso perché c'è stata una variante del piano particolareggiato, oltre ad un'interlocuzione difficile con il comune di Padova perché era un'area complicata con una serie di problemi da affrontare . La componente più importante della nascita di questo progetto è stato il pensare, progettare, condurre un processo partecipativo ,non solo con i dipendenti , ma anche tra i soci della banca etica. un lavoro che si è impostato da subito proprio secondo quelle direttrici che ci hanno permesso di fare, un'esperienza, di acquisire delle sensibilità, un ‘attenzione particolare con cui ci misuriamo quando andiamo a progettare un ospedale in Ruanda , piuttosto che un campo profughi in Iraq . in quei posti e tu devi in primo luogo misurarti con quello che c' è ,con le persone che incontri, Devi capire le loro esigenze. Un approccio Top-down è completamente inutile. per esperienza diretta, perché ne abbiamo visti sono progetti che molto spesso si risolvono in grandi disastri.
4. Però quali sono le competenze necessarie e quali sono le conoscenze per formare un architetto su un processo partecipativo?
il primo passaggio, se vuoi , come progettista ti devi sempre confrontare con la complessità, non esistono soluzioni semplici e scorciatoie (c’è sempre un po' questo mito , ad esempio, dello schizzo che immediatamente fotografa e trova la soluzione, che non esiste affatto nella pratica ) 212
Comunque quest'anno credo che l'errore diciamo il problema rimane sempre nei dettagli. Il primo punto che è la complessità si concretizza in due in due aspetti : uno e' l'approccio multidisciplinare che obbliga a confronto e ad una continua ridiscussione delle idee. Devi devi capirle, devi acquisire anche loro. Il secondo punto deve tenere conto che l’architettura “un'Opera Collettiva” e come tale , tramite la collettività, tu acquisisci consapevolezza di quello che devi fare e che devi progettare. Per esempio nel caso di Banca abbiamo fatto un briefing con il cda e dopo siamo andati in modalità “cani sciolti” in giro per un mese a fare interviste, questionari, raccogliere idee della collettività. Quindi un lavoro molto di corsi,workshop, laboratori che si sono resi utili anche in tante altre esperienze, in tante altre occasioni nel nostro studio, non da ultimo quelle del co-housing . Due dei più grande progetti di cohousing in Italia, all’epoca, dove abbiamo messo a frutto, diciamo così, questa capacità di lavorare con soggetti collettivi. Ed è proprio questo il punto per fare questo tipo di opere .La legittimità che tu acquisisci come architetto nel momento in cui riesci a coordinare, cimentare, indirizzare, essere di supporto a un gruppo senza prevaricare nessuno è troppo importante rispetto al resto. Questa per noi è una filosofia, che abbiamo tradotto in tecnica e che ci ha condotti a fare diversi lavori e ad ottenere dei successi importanti .
5. Vorrei chiederle , per quanto riguarda la produzione dei vostri cohousing, come si è sviluppato il percorso ? 213
L’impostazione che abbiamo voluto dare per entrambi i progetti è stata nel renderci, come progettisti e come studio, partecipi nel più alto grado possibile Ci siamo confrontati con dei gruppi che avevano già una propria organizzazione , che magari avevano già costruito un Percorso in autonomia , come a Bologna con il cohousing; oppure, al contrario, mettendoci in gioco con quelle che erano le nostre esperienze di mediazione , proprio per creare delle proposte che potessero raccogliere persone ed interessi attorno a questa pratica dell'abitare , come nel caso di Villorba. Abbiamo avuto approcci differenti , in posti con caratteristiche differenti. A Bologna dovevamo confrontarci anche con un comune che è molto sensibile ai temi e dal punto di vista sociale , viceversa , a Treviso è un ambiente , se vuoi, più individualista ; da lì le scelte effettuate. E’ stato interessante il caso di Treviso con la fiera “Dei Quattro Passi” perché abbiamo invitato la collettività a condurre una riflessione sull’abitare partecipato ed ha generato diversi feedback. Un interesse che poi ha condotto alla realizzazione di workshop e laboratori che hanno portato in seguito alla realizzazione del Cohousing a Villorba. Quindi un gruppo di famiglie cospicuo che si è interessata e che ha voluto costruire un progetto di vita , riunendosi anche finanziariamente per procedere all’approccio di un’opera. Questo è un tema primario. Vorrei fare una distinzione , fare co-housing non è necessariamente obbligatorio fare questi percorsi , esistono “trend” che sviluppano queste opere seguendo puramente un percorso “top-down” e che sono sostanzialmente delle operazioni immobiliari commerciali di moda, se vogliamo. Queste speculazioni , vorrei affermare , che hanno portato a diversi 214
disastri nell’ambito del cohousing e delle residenze partecipate. Quindi vorrei far passare il messaggio , come dicevo prima , che non esistono scorciatoie per la buona riuscita di questi processi. Il lavoro fatto partire da piccoli gruppi, da comunità, da collettività in generale è quello che da il risultato migliore in assoluto. Il nostro interesse nei progetti realizzati è stata la volontà di voler intraprendere questa strada con dei gruppi e costruire il progetto in sinergia, mettendoci a disposizione come professionisti ma anche imparando attraverso lo scambio con le persone. Queste esperienze, sono nate anche da gruppi che operano con l'idea di fare edilizia di “sotto azione”, cioè persone che sono proprietarie di case, che con la loro sensibilità, con la loro esperienza di vita, non si ritrovano in quei contesti tradizionali e che non rappresentano il modello ideale per loro, hanno un'altra idea di socialità , di condivisione e di Solidarietà. Questi sono gruppi come i GAS (gruppi di acquisto solidale) quindi persone che già ragionano come soggetto collettivo e hanno anche esperienze dirette che hanno a che fare con l’ impegno sociale, che fanno un certo tipo di volontariato, oppure sulla gestione alternativa di fattori economici. Mentre a Treviso siamo cresciuti tutti insieme a Bologna, abbiamo raccolto un naufragio, perché il professionista che li seguiva prima di fatto non era stato in grado di capire e interpretare le loro necessità. Quindi il tema di mettere in campo anche poi competenze e professionalità specifiche ha fatto la differenza. A Bologna , già nella creazione del team di lavoro, abbiamo coinvolto da subito Andrea Mariotto (Architetto Facilitatore) per esempio. Abbiamo chiarito gli obiettivi , e abbiamo stipulato insieme cosa fosse importante e cosa no. A volte, come in questo caso , le aspettative erano più alte rispetto ai mezzi a disposizione . Un 215
grande lavoro iniziale è stato quindi quello di ricercare insieme al gruppo quelle che potessero essere delle “check-list” valoriali , da condividere e da avere come gerarchia nel processo . In questo modo le persone hanno capito che certe istanze , a cui erano particolarmente legati , in realtà fossero superflue o ritrattabili . Questa scaletta di valori è stata trovata grazie alla collaborazione di tutti , ma anche grazie alla competenza tecnica del nostro gruppo di professionisti . “La palestra del Terzo Settore” a cui accennavo all’inizio, quindi lavorare con budget limitati e con diversi soggetti , ha aiutato e ha fatto la differenza. Quando parlo di queste tematiche mi piace molto citare un grande maestro , che è Gino Valle. Un grandissimo costruttore, un architetto che è riuscito a costruire una serie di edifici “difficili” e diversi con un budget molto stringente e con una spiccata sapienza costruttiva. Ecco, questa componente qui, la devi mettere sul tavolo, perché altrimenti diventi tu il fautore del fallimento del progetto . Controllare i costi è una dote molte importante . 6. E’ necessaria , in questi progetti una figura come l’Architetto? Quindi una figura che mantenga l’intenzione e l’identità con una spiccata sensibilità ai temi tecnici e sociali? Io credo che L'architetto abbia una sua formazione specifica che gli permette di portare a sintesi tanti saperi multidisciplinari per poi restituirli in uno spazio, in un oggetto, una forma, in una sensazione che ha una rilevanza estetica , che ti emoziona. E’ attraverso l’emozione che noi ci leghiamo alle cose , quindi riuscire a produrre una “guida” che costituisce un punto di partenza e di arrivo, che renda emozionale ciò che si va a produrre , non è un compito da delegare ad altri soggetti … L’architetto penso che sia la figura adatta per questo. 216
<<..Esistono pero esempi come quello di “Porto15” sempre a Bologna dove , ci sono due diversi bandi comunali , sulla costruzione del gruppo e sulla progettazione. Non vi è stata realmente una costruzione dell’opera in maniera partecipata , il progetto è stato venduto preconfezionato , e vi sono state inseriti 18 nuclei famigliari. In quel caso , non è servito L’architetto che sensibilizzasse e accompagnasse il gruppo alla progettazione… i due soggetti su cui si basa la pratica del cohousing erano perfetti sconosciuti. Lei cosa ne pensa ?...>> Sì, li c’è stato un accompagnamento , hanno scelto un percorso di appropriazione che è costruito in maniera differente. Penso sia molto interessante e non lo vedo come una questione diversa. L’accompagnamento dei nuclei famigliari è stato gestito da dei Facilitatori , esperti di Torino che avevano già esperienza in questi ambiti, con un'unica diversità che è quella di essersi trovati di fronte ad n edificio costruito secondo dei temi standard di cohousing per tot. Famiglie senza la stesura delle preferenze dei singoli e dei gruppi. Questo capita spesso quando si ha che fare con dei bandi comunali , che per snellire le questioni, propongono due bandi differenti , la formazione e la costruzione dell‘opera. I colleghi di Diverse Righe, sono stati molto bravi nonostante fosse un’esperienza in “Vitro”. Per loro è stata una grande prova di diffcoltà. E’ un cohousing che ha fatto scuola , e che ha trovato una risposta molto positiva , sia dalla critica sia dalle persone che lo abitano e che lo vivono. Certamente , condivido di più la via canonica , ed è quella della partecipazione anche del gruppo nelle scelte progettuali. Un’altra cosa importante , ed è riferita a tutte quelle procedure di cohousing , fatte con finalità speculativa , senza l’apporto partecipativo dall’inizio da parte del gruppo, è quella di avere un’alta probabilità di trovare persone non idonee 217
alla vita all’interno di una comunità. Come citavi prima sia x noi , ma soprattutto per l’esperienza di “porto15” c’è stata una lunga formazione dei gruppi che poi sono andati effettivamente ad abitare lo stabile. Questo è un grosso rischio.
7. Ultima domanda : delle parole chiave per caratterizzare il Cohousing secondo lei? Sì, guarda io di tutti direi che il nostro mondo, le nostre città, sicuramente hanno bisogno di GIUSTIZIA. Ma prima di tutto hanno bisogno di AMICIZIA , che è il rispetto per gli altri. Quindi il fatto che il co-housing è un esercizio di socialità che è orientato a costruire “Amicizia” lo determina come una pratica del “bene”. Quindi le persone che vogliono vivere insieme secondo valori di collettività e di mutuo scambio , per me , è giusto sintetizzarlo sotto il termine AMICIZIA. Attraverso l'amicizia si costruisce la comunità, la convivenza e anche la giustizia.
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6.6 RE.CO : ANDREA PINNA _ FRANCESCA SETZU - ARCHITETTI 1 Presentatevi , cosa fate, chi siete e cosa rappresentano le vostre idee? Siamo Andrea Pinna e Francesca Setzu e facciamo parte di un'associazione di promozione sociale che si chiama RE-CO . I principali soci siamo io (Andrea), Francesca, Arianna, Silvia e Marco. Siamo tutti dei tecnici, abbiamo una formazione specifica seppur molto variegata tra noi. Siamo architetti, ingegneri, conservatori dei beni architettonici e ambientali e ci siamo formati tutti a Cagliari. La nostra Formazione Universitaria è risultata molto importante per quanto riguarda la nascita di RECO, che è l’acronimo di “recupero e co-housing”, ed è questo che focalizza la nostra formazione. Nei nostri primi anni da neolaureati abbiamo riflettuto su ciò che poteva essere fatto per recuperare l'architettura tradizionale; Partendo da questo presupposto abbiamo esplorato tutto ciò che poteva essere (per noi) una delle potenziali soluzioni, ossia il co-housing. Esso consente, tramite la co-progettazione, ma soprattutto tramite il riuso, da parte di più persone, di abitare degli spazi abbandonati, inutilizzati, siano essi di architettura tradizionale (il nostro punto di partenza) sia allargando il concetto a tutto il patrimonio esistente inutilizzato. È da questi piccoli presupposti che siamo nati come associazione. Per fare cosa? Per promuovere e cercare di realizzare il co-housing , nella nostra realtà e nel contesto territoriale della Sardegna. La nostra associazione infatti ha base a Cagliari e da qui cerchiamo di far conoscere il tema attraverso differenti iniziative. Oltre a far conoscere il tema e a progettarlo, abbiamo cercato di sviluppare gruppi di Co-housers nel tempo, 220
risultando questo progetto una nuova macro attività dell'Associazione. Da un lato sviluppiamo la promozione e dall'altro, come associazione e come tecnici (architetti), vogliamo supportare gruppi di potenziali “co-abitanti” per la realizzazione di co-housing nella nostra regione, attraverso il recupero del patrimonio esistente. Abbiamo cercato di sviluppare diversi progetti nel tempo, anche a seconda delle persone che ci hanno contattato. I tre progetti abitativi che noi abbiamo fatto nascere e seguito nel loro ITER son partiti praticamente subito, dopo qualche mese dalla nostra formazione, anche come associazione. 2. Ti voglio chiedere appunto di questi gruppi : erano nuclei già formati e vi hanno contattato come Gruppo , oppure erano singole persone che prendevano contatto con voi attraverso l'associazione... usando voi “da tramite” per conoscere altre persone interessate ? In due casi i soggetti non si conoscevano, mentre in un caso sì. Il primo caso è quello per cui tramite le nostre attività di promozione, abbiamo raccolto l' interesse di una decina di persone. Tramite altre attività di promozione, nello specifico, un ciclo di incontri sul tema del co-housing, siamo riusciti ad allargare il gruppo a una ventina di persone interessate a procedere. Con queste persone abbiamo sviluppato delle attività, nell'arco di due anni, di incontro e confronto per la definizione degli interessi. Questo per capire la localizzazione e quale sarebbe stato poi (davvero) il gruppo effettivo che si sarebbe costituito a gruppo fondatore Co-housing. Mentre uno dei due altri gruppi, era un gruppo che ci ha contattato come professionisti, come architetti, per seguirli nella fase di ricerca di un terreno. La volontà del gruppo 221
era quella di creare un EcoVillaggio in periferia, nel territorio di Cagliari. Ci hanno chiesto semplicemente di aiutarli nella ricerca di un lotto. Questa fase è stata abbastanza lunga e le alternative erano varie, tuttavia, il gruppo (nonostante fosse abbastanza coeso, avendo una storia di amicizia alle spalle di qualche anno) per una serie di vicissitudini interpersonali ha definito la fine del percorso . <<... quindi, Francesca, la fine è stata sancita da una loro problematica interna, non da difficoltà evidenziate nel rapporto tra loro e voi professionisti? >> Sì esattamente. Nel terzo caso siamo stati contattati da un proprietario di un edificio, non lontano da Cagliari (che è anche il mio paese d'origine tra l'altro). Si trattava di una grande casa, che era stata in parte ristrutturata e che poteva accogliere una decina di persone, più o meno dai tre ai cinque nuclei. Avvenuto il contatto, abbiamo fatto un progetto preliminare di rivisitazione e adattamento degli spazi, per accogliere piu' persone possibili. C’era già una organizzazione per il recupero delle zone comuni, compreso un giardino. Noi abbiamo semplicemente fatto una "Call" online, promuovendo il progetto e abbiamo raccolto le adesioni. Anche in questo caso, una ventina di persone hanno aderito e avevano assicurato la loro presenza per la presentazione ufficiale per la prima visita all'edificio che era prevista per marzo 2020. Ma la storia ci ha interrotto, il progetto si è arenato per la questione della pandemia. Questa situazione ha fatto fare dietrofront al proprietario, che ha deciso di conseguenza di mettere in vendita l'edificio per le difficoltà oggettive intervenute .L'edificio in ogni caso è ancora completamente vuoto. 222
<<...e il gruppo non è più stato interessato a concludere questo percorso abitativo? >> Dopo un pò di tempo, abbiamo provveduto a ricontattarli e sembravano ancora interessati al progetto, ma per un Co-housing finalizzato all’affitto. Poi , quattro mesi fa li abbiamo sentiti l’ultima volta, non abbiamo trovato alternative, quali altri edifici disponibili a un progetto di cohousing (in affitto) o ad essere adattati ad un progetto del genere. Da lì abbiamo fermato tutto in attesa di nuove alternative. Per quel gruppo in quel caso, a causa della pandemia, non abbiamo potuto nemmeno completare i primi passaggi del processo di creazione e accompagnamento dello stesso. Queste persone ci avevano contattato e noi dovevamo farle conoscere con un evento di presentazione dell'immobile per vedere quali fossero le possibilità di l'integrazione fra loro. Come sappiamo non è stato possibile. Attualmente siamo in Standby, molti ci hanno dato ancora disponibilità, altri ci hanno ricontattato per sapere se ci fosse possibilità di aggiungersi. Tuttavia non è facile trovare immobile di quelle dimensioni da affittare. Sarebbe sicuramente più facile trovarne uno da riconvertire …
3. Da quello che è emerso dal vostro discorso, esiste una duplice opportunità, quella della richiesta di grandi immobili per questo tipo di affitto in Co-housing e della forte richiesta di questa metodologia dell’abitare?
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Credo dipenda anche un po' dal target. Il nostro target solito è rivolto alla media età o addirittura già a persone in pensione, che quindi hanno già una proprietà o hanno già affrontato una situazione di mutuo in precedenza e non hanno intenzione di attivarne altri e che non sono orientati alla vendita della prima casa per acquistarne un'altra. L'intenzione è quella di lasciarla a famigliari e figli. Il nostro target quindi, di cui siamo a conoscenza, è rappresentato più o meno da questa tipologia. In altri casi, al “Nord”, per esempio, probabilmente c'è più interesse da parte di persone giovani, di coppie o di persone che non si sono ancora comprate una casa per cui l'opzione dell'acquisto è evidentemente molto più interessante dell'affitto. <<… la cosa straordinaria che è emersa nelle interviste che ho fatto, è che esiste un gruppo misto di persone, di tutti i tipi, e quello che li spinge a intraprendere determinati percorsi è l'ideologia, l'idea di co-progettare, l'idea della socializzazione e della collaborazione...oltre a essere molto preparati su diversi temi.>> 4. Quindi quello che mi viene da chiedere a voi è cosa avete percepito, nello spirito di queste persone, cosa le muoveva?
Le situazioni che ci sono capitate erano un po' miste. E’ da sottolineare anche il fatto che, per la modalità “in affitto”, ci hanno contattato molte persone, anche "dal continente" ( come ci piace dire), e una buona parte di loro non era interessata al luogo in cui si andava a vivere, ma proprio al modo di vivere. Esiste tuttavia una grande variabile e c'è stata una parte dei richiedenti che non ha 224
saputo dare una risposta chiara sulle loro reali intenzioni. Per alcuni il luogo era importante come valore, altri volevano vivere in determinate zone della Sardegna, magari vicino al mare, oppure solo nella zona sud orientale. La localizzazione era importante, ma per altri, come dicevo, l’interesse era rivolto più alla tipologia e alla modalità abitativa. <<....Quindi spinti dal provare un nuovo modo di vivere>> Esatto, e la condivisione intesa non solo come processo di vivere insieme, ma anche come percorso di avvicinamento. Una persona, ad esempio, è stata molto chiara e ci ha detto che per lei era fondamentale che si facesse un percorso di FACILITAZIONE e di accompagnamento al progetto e alla formazione del gruppo. Ci ha fatto capire che lei era assolutamente interessata a fare delle attività utili a creare un senso di comunità tra le persone che avrebbero voluto andare a vivere insieme, nel co-housing a Samassi. <<... un forte senso ideologico quindi per cui Il partecipare a livello sociale diventa anche essa una spinta fondamentale >> Certo, inoltre , per ciò che riguarda le motivazioni, penso che con il co-housing in modalità affitto, ci abbiano risposto molte persone intenzionate a poter provare tale tipologia dell’abitare, in quanto un affitto non ti lega per tutta la vita in un luogo. Pertanto l’esperienza è stata presa in considerazione come una potenziale opportunità, non definitiva, di prova, da mettere in pratica in quel luogo. Effettivamente nel nostro storico, ci sono più interessati all' Abitare in sé rispetto al vivere in determinati edifici. Noi abbiamo 225
sempre promosso il tema dell'abitare collaborativo e abbiamo iniziato proprio puntando sulle persone. Come detto, chi ci ha contattato erano persone o gruppi che erano interessati proprio alla condivisione abitativa. Per quanto riguarda il processo del cohousing, c’è da dire che qualcuno lo conosceva meglio , qualcuno un po' meno. Invece nel caso del Cohousing a Samassi, abbiamo constatato che le persone erano interessate anche al manufatto perchè era un edificio molto importante con un progetto di restauro molto interessante ed affascinante, con buone caratteristiche per la condivisione. Il fatto che fosse in affitto dava la possibilità a più persone di valutare la modalità abitativa del cohousing, nonostante la condivisione degli spazi. In definitiva si può dire che il tutto dipende anche un po' dal punto di partenza , cioe’ da quello che è l orientamento delle persone rispetto alla condivisione o alla tipologia dell'edificio, al luogo e/o ad altre variabili. 5. <<...tornando alla parte iniziale mi interessava approfondire la vostra "Genesi" , voi siete un insieme, un gruppo di persone, un’associazione con diverse formazioni a livello professionale ...siete stati in grado di sopperire a tutte le richieste professionali a cui si lega il Co-Housing? avete notato qualche problematica in questo ? Siete stati in grado di sostituirvi a figure come sociologi, facilitatori etc? Molte persone, in altre interviste, suggerivano l’impiego di altre figure professionali che dovrebbero intervenire ( anche al di fuori dello studio di progettazione) così da sviluppare al meglio tutto l'iter . Quindi Sociologi, Facilitatori, ditte ecc..>>
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Noi abbiamo una formazione di base uguale per tutti, perché abbiamo iniziato tutti nello stesso momento l'università. Tra la laurea triennale, la laurea specialistica abbiamo preso direzioni diverse, soprattutto nelle specializzazioni post-laurea. Io Francesca ad esempio sono specializzata in : "Abitare Collaborativo e Housing Sociale". Un'altra nostra socia ha fatto un master in "Collective Housing" in Spagna, Andrea e Arianna invece si sono specializzati con un dottorato in Architettura e Restauro. Effettivamente abbiamo approfondito noi stessi più sulla questione “architettura”, iniziando poi con l’approfondire la parte di Facilitazione. Ci siamo accorti che effettivamente un'infarinatura così superficiale non era sufficiente per essere davvero professionali nel nostro percorso . Abbiamo pertanto deciso di affidarci, anche noi , a facilitatori professionisti. Quindi reputiamo importantissima la presenza di professionisti "diversi". La multidisciplinarietà è un aspetto molto peculiare anche per noi , fa parte dei nostri valori, anche se bisogna sempre tenere in considerazioni svariati aspetti, prima di servirsi di determinati professionisti. 6. <<… tornando al progetto… Mi dicevate, appunto, che avete fatto una "Call" per rappresentare la vostra intenzione , e da lì si sono arrivate le richieste di persone spinte dalla novità , dalla curiosità , ma anche dalle peculiarità del progetto…; poi, purtroppo, mi avete detto che questa cosa si è interrotta per cause più o meno differenti ... facciamo il punto della situazione...>> Diciamo che abbiamo testato durante la nostra esperienza diverse vie su come approcciarsi ad un co-housing, a partire dalle 227
persone e a partire dall'edificio. Questo di Samassi riguarda proprio il “partire dall'edificio”, ossia ,avere un manufatto a disposizione, renderlo “visibile” per attirare dei potenziali clientiabitanti. In questo caso siamo stati contattati dalla proprietaria e l'idea era anche abbastanza chiara. Come ha funzionato? La proprietaria ci ha detto che avevamo a disposizione questa casa, e che dovevamo trovare una soluzione per darle una nuova funzione. Noi abbiamo valutato che ci potessero stare dalle tre alle cinque/famiglie, a seconda anche dei desideri manifestati da parte delle persone, e di/conseguenza abbiamo pubblicizzato il tutto attraverso il sito internet. Le persone hanno risposto spontaneamente cercando sul web , vedendo un oggetto disponibile e ne sono stati attratti. A quel punto doveva esserci la costruzione del gruppo, tuttavia come abbiamo accennato prima, purtroppo non si e’ potuto proseguire perché le persone non hanno potuto visitare la casa a causa della pandemia e delle restrizioni statali. Le stesse persone non hanno potuto fare conoscenza tra di loro perché, l’evento della presentazione, prevista, se non ricordo male, per fine marzo, non si e’ potuto tenere a causa del noto lock-down. Di conseguenza ci e’ risultato impossibile proseguire nel progetto. Con il passare dei mesi, la proprietaria ha perso fiducia e motivazioni per il fatto che non si potesse procedere con nulla, a partire dal processo di conoscenza delle persone. Però possiamo dire che da tutto questo ne e’ derivato un input interessante nel cercare di realizzare nei prossimi mesi (speriamo nel breve) un portale dove condividere potenziali edifici in cui mettere le persone, rendendo disponibile l'associazione per supportare i proprietari di abitazioni che vogliono realizzare un cohousing per venderlo, affittarlo e/o per viverci loro stessi con altre persone. Allo stesso tempo vorremmo renderci sempre disponibili per ripartire dalle 228
persone, in particolare dai gruppi che ci contattano per essere accompagnati e supportati nella ricerca dell'immobile, per recuperarlo e trasformarlo. La cosa ci sembra talmente interessante che, personalmente includerei anche tutti gli immobili di pertinenza statale, che giacciono sfitti o in/disuso e sarebbe bello che anche lo stato prendesse parte a questo processo. 7. Allora un’ultima domanda velocissima: che valutazioni potete suggerire a tutte le persone che vi ascoltano, su questo tipo di tematica, non solo dal punto di vista del co-housing, ma anche dal punto di vista del vostro ruolo di Architetti , della vostra metodologia di lavoro? La risposta non e’ facile . Il nostro percorso è nato proprio dopo tutta una serie di valutazione. Diciamo innanzitutto che il nostro lavoro ci piace e le domande che ci siamo posti sono principalmente: Qual è la prospettiva rispetto alla nostra formazione? E di conseguenza al nostro ruolo di architetti? In futuro vogliamo lavorare in uno studio a fare progettazione pubblico-privata classica oppure vogliamo fare qualcosa di diverso? Noi abbiamo scelto di voler fare qualcosa di diverso. Personalmente , rifarei tutte le scelte che ho fatto e questo percorso vorrei continuarlo finché non si arrivi davvero a questo obiettivo. Dovremmo fare nostro questo concetto perché sicuramente ogni progetto è diverso, e sicuramente potremmo imparare moltissimo. Il consiglio che posso dare è quello di buttarsi e, anche se la via non è perfettamente tracciata, l'importante è iniziare a fare cio’ che ti piace e ti appaga. Se pensiamo che la prima volta che abbiamo parlato di Co-housing 229
tra di noi era nel 2014,dobbiamo convenire che il percorso è stato ricco di incontri, valutazioni, sperimentazioni e soprattutto di esperienze, considerato il punto di partenza. Il nostro primo progetto fu partecipare al bando di CulturaAbility, proponendo un progetto di co-housing per la riqualificazione degli edifici. E poi da lì è partita tutta la nostra valutazione sul fatto di avere un'identità giuridica come quella di un'associazione, iniziando dalla promozione per arrivare poi alla realizzazione. Esserci posti l’ obiettivo strategico di realizzare un co-housing, ci ha aiutato molto, consentendoci di ampliare le nostre conoscenze e di raggiungere nel tempo quanto ci si era prefissato. A tal fine abbiamo creato, ad esempio , un gioco per far conoscere il cohousing attraverso un'attività ludica con il gioco da tavola, abbiamo sviluppato altri progetti da proporre alle amministrazioni per far capire che l'abitare collaborativo non riguarda solo la scala architettonica, ma anche la scala del paese, del villaggio. L'obiettivo finale, a lungo termine è stato il cohousing. C’è da dire però che, lungo tutto questo percorso abbiamo individuato anche degli obiettivi intermedi, attraverso lo sviluppo della tematica che ci ha permesso di fare tante altre piccole cose nel tempo, sempre comunque connesse al tema del vivere insieme. Il tutto ci ha permesso di sviluppare una rete di conoscenze a livello nazionale e internazionale che non avremmo potuto raggiungere altrimenti come semplici architetti. 8. Ho una curiosità , un'altra domanda: le persone con cui avete avuto a che fare erano persone preparate o erano persone che volevano provare un'esperienza nuova ad occhi chiusi"? E'
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capitato in altre interviste , che le persone sapevano tutto, erano dei piccoli architetti, dei piccoli ingegneri >> No, diciamo che non ci siamo ritrovati davanti a persone preparate, ma abbiamo trovato moltissimi curiosi (come noi li chiamiamo),che dell'abitare collaborativo e del co-housing avevano solo letto qualcosa su internet o su una rivista. Quindi, non avendo ancora sentito nulla di specifico e approfondito , si sono avvicinati ai nostri eventi per capire meglio. Moltissime persone ci hanno trovato, attraverso i nostri contatti su internet e un po' incuriositi ci hanno telefonato. Moltissimi erano quelli senza tanta esperienza. Sicuramente si sarebbe reso necessario l’istituzione di percorsi lunghi , volti ad una conoscenza approfondita del tema. [13]
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7 BIBLIOGRAFIA E CITAZIONI
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Kollektivhuset.Stolplyckan/community
https://www.youtube.com/watch?v=8xk5hrtm0Kg&ab_channel=TEDxTalks
www.francoangeli.it
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