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L’eredità tardo-medievale: allevamento e cerealicoltura in una valle alpina

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GUIDA AD UN'ESCURSIONE IN VAL VOGNA. L’EREDITÀ TARDO-MEDIEVALE: ALLEVAMENTO E CEREALICOLTURA IN UNA VALLE ALPINA

Roberto Fantoni1, Piero Carlesi2 e Attilio Ferla3 1

Gruppo Walser Carcoforo 2 Touring Club Italiano 3 Associazione Culturale Walser Riva Valdobbia - Valle Vogna

conservazione dell’architettura del territorio, affiancata da una grande ricchezza di fonti documentarie, consente un’accurata ricostruzione delle modalità di occupazione degli spazi e della gestione delle risorse in età tardomedievale (fig. 1).

La Val Vogna, che si estende da Riva Valdobbia allo spartiacque con la valle del Lys, costituisce una delle più lunghe valli laterali dell’alta Valsesia. La parte inferiore della valle è caratterizzata dalla presenza di insediamenti permanenti; quella superiore da maggenghi e alpeggi. La

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Balma 1319, 1347, 1393 Gabbio 1316, 1347 Piana Fuseria 1473

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Casarolo 1401 Vogna di là

Pe d’Alzarella 1300, 1302, 1321, 1325, 1331, 1345, 1347

Selveglio Vogna di sotto 1390 Oro

C.no Bianco

Ca di Janzo Ca Piacentino

Vogna 1325, 1334, 1347

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A. Pissole

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A. Alzarella

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Ca Vescovo Rabernardo 1437

Isolello 1282, 1308, 1321

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C.no Rosso

A. Camino Frate della Meja A. Maccagno

Peccia

insediamenti permanentii e anno della prima attestazione documentaria

A. Camino

alpeggi

Alpis Oltri

alpeggi medievali

Aqua pendent

confini dei grandi alpeggi medievali

Fig. 1 - Alpeggi ed insediamenti permanenti a Riva e in Val Vogna in età tardo medievale (da FANTONI, 2008).

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Nell’oratorio della Madonna delle Pose, ubicato all’inizio della Val Vogna, via d’ingresso della peste, fu costruita la cappella di san Giuseppe. Sull’altare è ancora leggibile l’iscrizione per voto fatto dalla Parrocchia di Pietre Gemelle nell’anno 1630 per l’occasione della peste et compito nell’anno 1631 costruire la cappella di S. Giuseppe (fig. 2) (FANTONI et alii, 2006).

DA RIVA ALLA MADONNA DELLE POSE Dal centro di Riva (1112 m) una strada e una mulattiera (che in parte si interseca alla strada) risalgono la Val Vogna248. La mulattiera raggiunge le cappelle di S. Michele, contenente un affresco con S. Michele che inforca il diavolo, e della Beata Panacea, recante la data 1671 (FERLA, sd). La via interseca quindi la strada in prossimità dell’oratorio della Madonna delle Pose (1225 m).

I luoghi della peste L’oratorio presenta la classica struttura valsesiana con portale centrale sormontato da un timpano spezzato a nicchia, finestrelle rettangolari ai lati e lunotto centrale, tetto a capanna coperto a piode con un campanile emergente da terra con loggia campanaria. La pala d’altare raffigura la Madonna col Bambino tra i santi Michele, Giovanni e Antonio; sulle pareti del presbiterio erano presenti due tele seicentesche raffiguranti la Visitazione e l’Annunciazione. La trabeazione in legno a metà navata reca la data 1655. I bellissimi cornicioni e rosoni sono opera dei gessatori valsesiani. (FERLA, sd; SASSO e MOSSELLO RIZZIO, 2000). Nel 1630 la peste raggiunse la Val Vogna (FANTONI et alii, 2006). Le comunità minacciate dall’epidemia invocarono la protezione divina durante il contagio e manifestarono il loro ringraziamento per lo scampato pericolo dopo la sua scomparsa249.

Fig. 2 - Iscrizione nella cappella di san Giuseppe nell’oratorio della Madonna delle pose.

RAVELLI (1924, p. 245) scriveva che presso l’oratorio era presente un bastione, di cui ai suoi tempi si scorgevano ancora alcune tracce, costruito come cordone sanitario in tempo d’epidemia. SASSO & MOSSELLO RIZZIO (2000) scrivono che in

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L’escursione viene proposta da oltre dieci anni nell’ambito dei “sentieri dell’arte”; ideati dalla commissione “Montagna antica Montagna da salvare” della sezione CAI di Varallo (FANTONI, 2010); recentemente è stata inserita anche tra le escursioni dell’Ecomuseo della Valsesia. 249 I santi ricorrenti nelle intitolazioni degli edifici e nelle opere pittoriche e statuarie sono quelli tradizionalmente invocati a protezione delle epidemie. Le figure ereditate dalla tradizione medievale (Sebastiano, spesso associato a Fabiano, e Defendente) sono frequentemente affiancate o addirittura sostituite da quella di un santo affermatosi nel corso del Cinquecento (Rocco). I segni di questa devozione sono distribuiti lungo la strada del colle, dalle frazioni alte della val Vogna al fondovalle del Sesia. Alla peste è probabilmente associata la costruzione della cappella della Madonna del Lancone, ubicata tra la frazione Montata e gli alpeggi del Larecchio, che custodisce all’interno un quadro con i santi Rocco e Sebastiano ai lati della Vergine (ELGO, 2006, p. 80). A Selveglio, gli abitanti scampati alla peste fecero ricostruire, come ex voto, l’oratorio di san Defendente (BELLOSTA E BELLOSTA, 1988, pp. 64-65). Alla peste potrebbe essere dovuta anche la costruzione, avvenuta

nel 1635, della cappella di san Defendente nella frazione Vogna di là (ELGO, 2006, p. 56). Come in molte altre località anche a Riva fu eretto un oratorio dedicato a S. Rocco, che in un documento del 1641 viene definito novo (Briciole, … p. 52). STEFANI PERRONE (1985, pp. 280-281) lo dice iniziato nel 1640 e terminato l’anno seguente. In facciata sono affrescati san Rocco (con i santi Fabiano e Sebastiano ai lati, restaurati o ridipinti il 28 agosto 1830, secondo l’iscrizione che compare sotto l’architrave. All’interno è presente un altare barocco in legno dorato con le statue lignee della Vergine, e dei santi Rocco e Sebastiano. Sull’arco sovrastante l’altare un motto latino ricorda il patronato del santo invocato contro la fame, la peste e la guerra (a peste fame et bello / preservans veneratur / in hoc sacello) (ELGO, 2006, p. 62-65). Statue in legno indorato di san Rocco e san Sebastiano, che avevano sostituito un’ancona con la Vergine negli anni successivi alla peste, sono segnalate anche nella chiesa parrocchiale di Riva in un inventario del 1697 (MANNI, 1979, f. VII; pp. 50-51). Alla peste del 1630 potrebbe essere associato anche il quadro di san Rocco con la Vergine e san Pietro presente nell’oratorio di san Pietro alla frazione Balma (ELGO, 2006, p. 67).

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questa località venivano posti restelli per il controllo delle bollette di sanità. In realtà si tratta delle fortificazioni erette a fine Seicento per scopo militare, di cui sono conservati i disegni nell’archivio Borromeo (CERRI, com. pers.; FANTONI et alii, 2006)250.

Una casa della frazione, ancora attualmente destinata a ristoro e pernottamento, a fine Ottocento era sede di un albergo, gestito dalla famiglia Favro, che ospitò nei giorni 19 e 25 settembre 1898 la Regina Margherita (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, pp. 67-68; FERLA, s.d.). L’albergo fu iniziato nel 1871 sotto gli auspici di Riccardo Enrico Budden (RAGOZZA, 1983, p. 295). L’idea venne al Budden di ritorno, il 7 settembre 1870, dall’inaugurazione dell’Osservatorio meteorologico al Colle di Valdobbia. Grazie all’appoggio della sezione di Varallo del CAI sorse nel 1883 una semplice buvette che poi s’ingrandì rimodernando una casa attigua grazie al proprietario Giovanni Favro (ANONIMO, sd, p. 81; citato in NEUBRONNER, 1999, p. 107; BELLO LANZAVECCHIA, s.d., p. 56). L’albergo è già citato in BOBBA e VACCARONE (1896, v. II, p. II, pp. 403, 475), che lo definivano a foggia svizzera. A fine Ottocento una Guida illustrata (ANONIMO, sd, p. 81) lo descrive come un fabbricato con vaste e ben aerate camere, una vasta sala da pranzo … un salone per le feste e per balli, sale di lettura e di biliardo, gabinetto da bagno, e camera oscura per i fotografi. L’albergo, aperto tutto l’anno, era dotato di luce elettrica; vi era annesso un ufficio postale e la posta veniva distribuita due volte al giorno. Vi era annessa anche una cappella. Da questa descrizione non si discosta sostanzialmente quella in RAVELLI (1924, v. 2, p. 245). Una lapide, nella sala da pranzo con un’iscrizione dettata dal conte Giochino Toesca di Castellazzo ricorda il pernottamento della regina (già citata nella Guida, p. 81):

LE FRAZIONI INFERIORI DELLA VAL VOGNA La strada prosegue oltre l’oratorio, lasciando sulla sinistra la frazione Vogna sotto (1271 m), costituita da una dozzina di case in legno, un forno, delle fontane e una cappella dedicata a S. Germano (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, pp. 53-59). Quest’ultima, fedelmente ricostruita nel 1993, presenta all’interno un altarino con colonne ritorte, decorato e dipinto prevalentemente d’azzurro, sormontato da Dio Padre. Sopra l’altare, una tela raffigurante la Vergine con il Bambino tra S. Germano e S. Michele; sotto, paliotto in tela con immagine di S. Germano. Le case recano una singolare concentrazione di date della prima metà del Settecento (1730 e 1731, 1733, 1741, 1720, 1765, 1744, 1704); una casa costruita, a differenza delle altre, in muratura, reca la data 1836. Una lapide tuttora presente presso la strada, caratterizzata da una bella croce con la data 1630 e le iniziali PP, costituisce la memoria collettiva di tutti i morti per peste della Val Vogna (FANTONI et alii, 2006). Ca di Janzo: la residenza della Regina Margherita La strada giunge a Ca di Janzo (1354), frazione costituita da sette case, dalla fontana, un forno da pane e una cappella dedicata a S. Antonio, recante sulla facciata la data 1663, che un tempo conservava una lapide del 1458 rinvenuta ad Oro dall’abate Carestia.

S. MAESTÀ MARGHERITA DI SAVOIA REGINA D’ITALIA VALICATI CON VIGOR DI PROVETTA ALPINISTA I COLLI DI VALDOBBIA E DEL MACCAGNO NEI GIORNI 19-25 SETTEMBRE 1898 DEGNAVASI ENTRAMBE LE VOLTE FERMARSI PERNOTTANDO IN QUESTO ALBERGHETTO RALLEGRANDO ANGELO DI PACE E DI BONTÀ QUESTI SITI ALPESTRI DELL’AUGUSTO ED INEFFABILE SUO SORRISO

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I punti di controllo sanitario, indicati in documenti degli anni successivi, erano probabilmente attivi alla Peccia. Negli anni seguenti le frontiere rimasero costantemente presidiate. Una lettera spedita da Varallo il 13 dicembre 1638, avvisava che il supremo tribunale della sanità del stato di Milano continuava a non admettere alcuna persona animali ne robba che venga dalle parti verso il Valese et Lione (sASVa, FCa, b. 8, c. 5). La vigilanza sanitaria ai confini della valle è ancora attestata nel 1670 e nel 1720 (RAGOZZA, 1983, p. 39). La Val Vogna rimase anche successivamente un punto di sorveglianza nei periodi di contagio. Nel 1747, in occasione della diffusione di un’epidemia bovina in val d’Aosta e nei dintorni di Ivrea, fu ripristinata la guardia al restello di Vogna (sASVa, FCa, b. 8h, c. 27).

All’albergo soggiornarono i partecipanti al XXXVIII congresso degli alpinisti italiani svoltosi presso la sezione di Varallo nel 1907. Nella relazione (ROTTI e VALBUSA, p. 349) si legge che era ben meritata la fama del premuroso proprietario sig. Giovanni Favro per la sua cucina copiosa e singolarmente squisita.

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L’albergo era ancora attivo nel 1940 con 47 posti letto con pensione giornaliera di 18-28.000 lire (Guida d’Italia TCI Piemonte, p. 657). Nel 1942 è divenuto casa privata (SAGLIO e BOFFA, 1960, p. 85), proprietà di un Istituto della Diocesi di Casale (BELLO LANZAVECCHIA, sd, p. 57) e attualmente, completamente ristrutturato, è nuovamente attivo come Casalpina “Regina Margherita”. Alla fine di giugno del 1890 giunse all’albergo dall’Irlanda Mary Jane Corrigan. Mary strinse amicizia con Clorinda (cognata del Favro) ed avviò il commercio del puncetto, a cui collaborarono sino a sessanta ragazze. L’avventura si concluse con la scomparsa di Mary nel 1907 (NEUBRONNER, 1999, pp. 178-186)251.

irregolarmente esagonale, presenta il tetto a due falde con un piccolo campanile ancora dotato di campanella. L’ingresso è delimitato da un cancello in legno, chiuso da un chiavistello in ferro battuto. Sulla parete verso valle è dipinta la data 1681; sul muro verso ponente vi sono i resti di una meridiana. All’interno è presente un altarino ligneo dorato con colonne ritorte, un paliotto con la Madonna col Bambino; sulle pareti si possono osservare due tele logore, raffiguranti S. Michele e il Battesimo di Gesù. Sull’altare vi sono due piccoli dipinti. Numerosi edifici della frazione, originariamente composta da una quindicina di grandi case rurali sono stati distrutti da due incendi; il primo, scoppiato nel marzo 1853 distrusse quattro edifici in legno di uno dei due gruppi di case che costituiva la frazione; l’unica casa superstite fu travolta da una valanga nel 1912. Un altro incendio colpì la frazione nel 1930 (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 62; FANTONI, 2001). Tra le case si trovano alcune fontane con vasche in tronchi di larice, coperte da un tetto in piode.

I forni Il forno frazionale è stato recentemente ristrutturato e viene utilizzato in alcune particolari occasioni di festa, per la cottura del pane e della pizza. In molte frazioni della valle erano attivi forni dislocati in edifici appositamente attrezzati, tuttora presenti a Vogna di sotto, Ca di Janzo, Oro, Ca Morca, Sant’Antonio e Rabernardo (recentemente sono stati oggetto di recupero e vengono saltuariamente utilizzati i forni di S. Antonio e Vogna Sotto) (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, pp. 59, 71, 77, 89, 97, 103, 112). Ruderi di un forno distrutto da valanga si trovano anche alla Peccia, in un prato sotto la chiesa di S. Grato.

Al fondo della frazione è presente un’altra cappella, dedicata a S. Defendente, fatta costruire come ex voto durante la peste del 1630 (FANTONI et alii, 2006). Sulla facciata sono presenti i resti di un affresco. Sulle pareti esterne si distinguono tre belle meridiane recenti le scritte: Initium sapientiae timor Domini; Nemini dedit spatium peccandi / Eccl 15 I.P.I.C. Fecit 1809; Pensate a l’ultima Gio. Pietro Giuseppe Carestia 1813. (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 62; FERLA, sd).

DA SELVEGLIO A RABERNARDO Da Ca di Janzo, imboccato il sentiero a segnavia 10, si risale ripidamente tra boschi e prati sino alla frazione Selveglio (1536 m).

All’interno è presente un altare in legno stuccato in oro e azzurro con una statuetta recente del S. Cuore di Gesù (FERLA, sd).

Selveglio: le cappelle e le meridiane All’imbocco dell’abitato si trova la cappella della Madonna del Carmine. L’edificio, a pianta 251

La prima citazione esplicita del puncetto è contenuta nella nota di una scherpa del 13 luglio 1685 di Lucia Margherita Bertolini (di Scopello?) (sASVa, FNV, b. 9647) (S.I.A., 2006): due tovaglie da pioggia con punchietto. Nella ritrattistica, per lo più come bordo del collo delle camicie o dei polsini, compare dal quadro di “Margherirta Termignone d’anni 67 di Giovanno Avondo in avanti (S.I.A., 2006). L’esecuzione del puncetto compare in un quadro di Pier Celestino Gilardi, della seconda metà dell’Ottocento, che raffigura le figlie (S.I.A., 2006). Nel territorio di Riva è presente un ritratto di Carolina Tribola del 1839; in Val Vogna il quadro proveniente dall’oratorio di san Grato alla Peccia della metà del Settecento raffigura la Beata Panacea in costume valsesiano con camicia in puncetto (S.I.A., 2006).

Fig. 3 - Dettaglio di un loggiato in una casa in legno della Val Vogna.

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sostenevano le travi longitudinali (FANTONI, 2008). In Val Vogna questa soluzione è adottata ad Oro, in una casa su due piani, con loggiato su tre lati e fronte a quattro moduli (1+2+1), e a Vogna Sotto, in una costruzione a due piani con loggiato su tre lati e con fronte a sei moduli (1+4+1). Al Selletto invece i pilastrini di legno sono disposti con asse maggiore trasversale a sostenere travi trasversali. Infine, un’intercapedine caratterizza anche una grande costruzione posta nel centro di Riva, tuttora ben conservata (BELLOSTA e BELLOSTA, 1998, pp. 30, 58, 78; FANTONI, 2008).

Oro A Selveglio si abbandona il percorso a segnavia 10 che sale alla Cima Mutta (2135 m) e, superati il rio Janzo e il rio Oro, si prosegue in piano per Oro (1500 m.), con ampi panorami sulla valle. (Circondata dal verde di quelli che una volta erano i pascoli che salivano sino al Corno d’Otro), la frazione è attualmente formata da solo sette case, salvate dall’incendio del novembre 1913. Le case presentano date comprese tra la fine del Cinquecento e il primo Ottocento (1718 e 1622, 1829, 1700, 1660, 1599, 1718, 1634; BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 62). Tra le case si distingue un forno ormai cadente del 1634, due vasche scavate in tronchi di larice e una fontana coperta da un tetto in piode. L’oratorio di S. Lorenzo fu eretto nel 1706 sopra una preesistente cappella per richiesta degli abitanti; fu benedetto nel 1719. Sulla facciata è dipinta una croce e la data 1744. Nei verbali di vista del 1760 l’oratorio risultava intitolato alla Beata Vergine Maria. L’oratorio presenta una volta a spicchi con rosone centrale; con volta a spicchi è anche il presbiterio con lunotti e decorazioni al centro. All’interno si trovano un’acquasantiera in sasso e un confessionale in legno sormontato da una croce lignea. Sopra l’altare è presente un quadro, attorniato da una decorazione in stucchi con angioletti, con una tela raffigurante S. Lorenzo di Novara. Sotto l’altare si trova un paliotto in tela con S. Lorenzo e il pozzo. Alle pareti sono presenti due grandi cornici ovali in legno con tele raffiguranti S. Michele e S. Giuseppe col Bambino. La trabeazione in legno dipinto e decorato presenta uno stemma e la data 1745. Completano l’arredo un quadretto raffigurante la Madonna col Bambino e un quadretto a stampa (FERLA, sd).

Gli edifici rurali e le sezioni rurali degli edifici polifunzionali accoglievano il fieno e le scorte cerealicole, costituite quasi esclusivamente dai cerali di cui è documentata la crescita sul luogo. Negli inventari cinquecenteschi sono citate riserve generiche di grani e riserve di segale (ad esempio 30 staia di segale, contenute in un’”arca di legno”, ad Oro in Val Vogna nel 1548; Briciole, pp. 227228; FANTONI, 2010). In un altro inventario del 1671 della Val Vogna sono esplicitamente citate stara 5 biada trovata nei campi (PAPALE, 1988, p. 14).

Gli edifici rurali Alcuni edifici presentano una separazione tra basamento in pietra e parte superiore lignea realizzata con l’inserimento di un’intercapedine di circa 60 cm. Questa struttura, presente quasi esclusivamente in edifici sviluppati su due soli piani, caratterizzava le costruzioni con funzione esclusivamente rurale. L’intercapedine preservava dall’umidità del terreno i locali destinati all’essiccazione e alla conservazione delle risorse agricole; era invece assente negli edifici polifunzionali, per consentire al primo piano ligneo, destinato alle camere, di sfruttare il calore proveniente dal fuoco e dagli animali presenti al piano inferiore. La separazione tra i due piani era realizzata mediante diverse serie di pilastrini svasati verso l’alto, a base e tetto rettangolari, che

Fig.4– Edificio rurale al margine della frazione Oro.

Ca Vescovo: altri forni Superato un altro impluvio si raggiunge, attraverso pascoli e prati, la frazione Ca Vescovo (1466 m). La frazione, ubicata a mezza costa, sopra S. Antonio, è costituita solo da cinque edifici in legno. Nel basamento in pietra di una casa è inserito il forno IN PIETRA (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 97)252. A fianco dei forni dislocati in edifici 252

Nel territorio di Riva un forno era già citato in un documento del 1308 a Isolello (pezza di terra aput furnum, ASPRv; MOR, 1933, d. 68). Un documento del

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appositamente attrezzati, tuttora presenti a Vogna di sotto, Ca di Janzo, Oro, Ca Morca, Sant’Antonio e Rabernardo (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, pp. 59, 71, 77, 89, 97, 103, 112), erano infatti presenti anche forni ubicati in idonei locali del piano seminterrato di costruzioni polifunzionali.

l’innalzamento delle costruzioni, che iniziarono a svilupparsi su tre livelli, con una ridistribuzione della destinazione d’uso dei locali e con l’introduzione di un piano destinato quasi esclusivamente alle camere, ubicato tra la sezione rurale (stalla) abbinata alla domus ab igne al piano terreno e l’altra sezione rurale (costituita da fienile e granaio) ubicata al piano sommitale (fig. 5). Questa fase di rinnovo del patrimonio edilizio è attestata dalla presenza di numerosissime citazioni nei documenti del Cinquecento di domus nove (FANTONI, 2008).

Rabernardo Proseguendo in costa si raggiunge Rabernardo (1500 m), collegato con S. Antonio da una bella mulattiera. La frazione, relativamente grande, è divisa in tre gruppi di case (Tetto di Rabernardo, Rabernardo e Sotto Rabernardo253) ed è costituita complessivamente da oltre quindici case, tre fontane, tre forni e una cappella dedicata alla Madonna della Neve. Alcune case recano date comprese tra 1644 e 1769. Una delle fontane ha una vasca in pietra datata 1734. L’oratorio, dedicato alla Madonna della Neve, è costituito da un edificio a pianta quadrata irregolare, con portichetto in facciata (che si congiunge alla casa di fronte) e campanile leggermente inclinato. L’ingresso è chiuso da un cancello in legno. Sul lato destro si scorgono le tracce di una meridiana il cui disegno è ormai scomparso. Sulla trave di colmo del portico è incisa la data 1643. All’interno è presente un altare ligneo policromo di stile barocco con tre scomparti decorati in stucco oro, azzurro e rosso, nelle cui nicchie si trovavano altrettante statue che sono state rubate. La volta è a spicchi, con lunotti e stucchi. Sulle pareti sono appese le riproduzioni di due tele (attualmente conservate nell’oratorio di S. Antonio) raffiguranti la Madonna col Bambino e S. Giuseppe e S. Giovanni Battista (FERLA, sd).

le case dei fondatori

le domus nove

Fig. 5 – Schema di innalzamento delle domus nove (da FANTONI, 2008).

Se è difficile ricostruire con sicurezza la destinazione d’uso delle case della prima fase di colonizzazione è più semplice ricostruire quella delle domus nove edificate su tre livelli a partire dalla fine del Cinquecento, per la loro conservazione sino a tempi recenti e per la ricchezza di fonti documentarie. Gli atti di vendita, ma soprattutto gli inventari e le divisioni di beni, offrono dettagliate descrizioni degli edifici e della destinazione d’uso degli ambienti che li componevano. Il piano basale seminterrato ospitava il locale in cui si faceva fuoco (domus ab igne; ca da focho nel dialetto valsesiano; firhus nel dialetto walser alagnese), il locale per la lavorazione del formaggio e la stalla (capsina). In alcune aree la stanza di soggiorno era costituita direttamente dalla domus ab igne; in altre un’area adiacente alla stalla, separata da un tramezza bassa in legno e disposta su un assito, ospitava la stufa. Spesso un’appendice ospitava la cantina dei formaggi (truna). Al piano superiore si trovavano le camere e all’ultimo fienili, magazzini e locali per la lavorazione e la conservazione di cereali254. La casa adibita a museo etnografico segue questa scansione. Al piano seminterrato si trovano la truna per la conservazione di carne e salumi, al piano

Il Museo etnografico: le domus nove Una delle case di Rabernardo è stata adibita a Museo etnografico da Carlo Locca di Crevacuore. L’edificio, visitabile su richiesta (www.museostorianaturale.org), reca la data 1640; è disposto su quattro piani e costituisce un ottimo esempio delle domus nove. Durante il Cinquecento si realizzò una variazione sostanziale della tipologia edilizia, con 1471 è stipulato a Cambiaveto “coram furno” (Briciole). Una lista delle spese per la costruzione di un forno del 6 gennaio 1693 a Casa sotto (sASVa, FCa, b. 13a), in cui è citata una precedente convenzione del 20 gennaio 1653 per il forno vecchio. Per una trattazione più estesa sui forni in Valsesia si rimanda a FANTONI (2010; questo volume). 253 Probabilmente corrispondente all’insediamento di Casa Ferrario, che compare in documenti antichi. Questo gruppo di case viene chiamato ancora attualmente Ca del ferè.

254

Sulla diffusione dei cereali in Valsesia cfr. FANTONI (2007a).

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prese il nome, ubicato poco prima di S. Antonio. Nel 1415 compare un de Morcha de Vogna, che probabilmente trasmise a sua volta il nome alla frazione in cui risiedeva. Nel 1380 compare “Johannes dictus piaxentinus fq Gilglo de ema de Vogna” che trasmise il suo soprannome all’insediamento omonimo, che compare in forma esplicita per la prima volta solo nel 1505 (“domum illorum de piaxentino”). Rabernardo è documentato per la prima volta nel 1440. La prima documentazione di Cambiaveto risale al 1459, di Oro al 1475. L’insediamento “super saxum” compare solo nel 1474 (Briciole; sASVa, FCa, bb. 15-16). Anche per questi insediamenti l’età relativamente tarda della prima documentazione non fornisce informazioni sulla provenienza dei fondatori. Tutte le frazioni sono però caratterizzate, anche nel Quattrocento e Cinquecento, da continui spostamenti di coloni dalle frazioni lungo il Sesia. Nel 1475 si dichiara “habitator ori vogne” Giacomo Giacobini di Pe de Alzarella (Briciole, pp. 46-47). I Verno, documentati alla frazione Balma dal Trecento raggiunsero la Val Vogna nel 1516, quando è documentato Pietro Verno del Sasso di Vogna (sASVa, FCa, b. 15, c. 239). Pochi anni dopo comparirà per la prima volta la frazione Ca Verno (1552, sASVa, FCa, b. 16, c. 280)255. La famiglia Carmellino giunse in Val Vogna dalla frazione Boccorio. Il cognome si trasmise probabilmente dal soprannome di Inco de Bersano detto Carmellino (1521, sASVa, FCa, b. 16, c. 261)256. Dalle frazioni inferiori giunsero anche gli Jacmino della frazione Boccorio257.

terra il locale per la lavorazione casearia, la truna per la conservazione dei formaggi, i laboratori artigianali, la stalla e la cucina separata da un muretto basso. Al primo piano si trova il locale per la tessitura, la camera da letto, la dispensa per il pane e i cereali. Al secondo piano l’aia per la battitura dei cereali; attualmente sono allestiti anche il laboratorio di falegnameria e tornitura del legno e una raccolta di attrezzi per l’agricoltura e l’apicoltura. I mulini I ruderi presenti presso il rio Grande, a nord dell’abitato, sono i resti dell’antico mulino di Rabernardo, di cui si sono conservate le piode del tetto e alcune mole (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 142). Quasi tutte le frazioni avevano, in gran parte distribuiti in prossimità dei rii che confluiscono nel torrente Vogna, un mulino ad acqua. Nella valle vi sono ancora tracce di una decina di edifici: il Mulino del Cattivo tempo, presso il rio delle Pose; il Mulino della Gola (lungo il torrente Vogna); i mulini di Ca Morca, Ca Verno e Rabernardo; il Mulino del Masere (lungo il rio di Cambiaveto); il Mulino del Vas e quello della Guglia (di competenza rispettivamente delle frazioni Piane e Peccia); un mulino sotto le case di Peccia e quello della Montata lungo il torrente Solivo (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, pp. 141-143). Altri ruderi poco distanti dall’abitato sono ancora indicati come la sede di un opificio in cui si fabbricavano serrature e ribebbe, e dove si trovava anche un altro forno.

DA RABERNARDO A CAMBIAVETO La colonizzazione della parte inferiore della Val Vogna Le frazioni appartenenti a questo polo insediativo dalla bassa Val Vogna sono documentate dal Trecento. Dal 1325 compaiono persone che si dichiarano de Vogna; con questo nome si identificava probabilmente tutto il territorio che raggruppa le frazioni inferiori. Già nel 1325 i suoi abitanti dichiarano solo la residenza, senza indicare una diversa provenienza, facendo presupporre un insediamento risalente perlomeno ad una generazione precedente. Solo dalla fine del secolo iniziano a comparire indicazioni specifiche dei singoli insediamenti. In un documento del 1390 è citato per la prima volta un abitante de vogna inferiore (l’attuale Vogna sotto). Nel 1399 compare domo inferioris, che assunse poi il nome S. Antonio. Nel 1399 compare il cognome Gaya, indicando probabilmente l’esistenza dell’insediamento che dalla famiglia

Uscendo da Rabernardo si entra in prati, si attraversa il Croso Grande e il Croso del Cavallo e si raggiunge il Selletto (1537 m). Al centro del prato è presente un’altra costruzione in legno con intercapedine. I margini del prato costituiscono ottimi punti panoramici verso la parte inferiore e superiore della valle.

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Nel 1641 portano questo cognome 4 fuochi a Ca Verno, 1 a Vogna sotto, 1 a Rabernardo; nel 1690 anche alle Piane e alla Peccia (ASPRv, Status animarum). 256 Nello Status animarum del 1641 (ASPRv) compaiono solo a Boccorio, ove costituiscono 5 delle 15 famigile presenti. Nel 1690 i Carmellino a Boccorio sono 59 su 94 abitanti ed un nucleo con questo cognome compare anche ad Oro in val Vogna. Nel 1814 anche a Ca vescovo e alle Piane. 257 Nel 1641 sono documentati a Ca Piacentino, Ca Morca, Oro e Selveglio (ASPRv, Status animarum).

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Cambiaveto Proseguendo in quota si raggiunge Cambiaveto (1499 m), costituito attualmente solo da 4 case ubicate sul margine del canalone del croso che scende dal vallone del Forno. Una casa reca la data 1692. Rispetto alla situazione ottocentesca, rilevabile dalla mappa del catasto Rabbini, sono scomparsi due edifici rurali e il forno (ma recentemente un edificio è stato integralmente ristrutturato e un altro praticamente ricostruito) (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 116). A nord dell’abitato, così come a Rabernardo e all’alpe del Giass, sono stati rinvenuti delle coppelle e dei segni incisi su pietra che si ritengono espressione di rituali magici – religiosi praticati dagli antichissimi abitanti del luogo (FERLA, sd).

Piane: prati e campi Sul ciglio opposto del canalone erano presenti un’antica cappella, dedicata alla Madonna della Neve e una casa consortile del 1719 (chiamata in loco Ca' di Peccia), distrutte da una valanga nel 1986 (FERLA, sd). La mulattiera lascia a valle le Piane di sotto (1480 m) e raggiunge le Piane di sopra (1511 m); ubicate in un vasto pianoro prativo259, sono complessivamente costituite di nove case rurali. A monte della frazione è presente un robusto paravalanghe in pietra su cui è incisa la data 1560. Dalle Piane il sentiero prosegue lungo un versante attualmente a prato recante ancora le tracce dei terrazzamenti che sostenevano i campi, ampiamente citati nei documenti del Quattrocento e Cinquecento. Peccia: neve e valanghe Per prati e residui di campi sostenuti da muretti a secco si raggiunge la mulattiera di fondovalle in prossimità della Peccia (1449 – 1529 m). La frazione è attualmente costituita da sette edifici in legno. Le case dell’insediamento sono state più volte distrutte dal peso della neve o dalle valanghe. Carestia (Briciole, pp. 125-126) riporta le cronache di inverni nevosi trovate tra le carte di famiglia. Il 3 marzo 1628 il peso della neve fece crollare sette case alla Peccia. Entro due di queste provocò sette feriti e danni al bestiame. L’estensore della nota260 mattina montes Artonie; verso ovago la sumitates montium Otri Alanie (sASVa, FCa, b. 8h). L’alpe, come molte altre unità tardo-medievali valsesiane, si estendeva dunque sui due lati idrografici della valle. 259 Il primo documento in cui compare la frazione risale al 1437 e l’insediamento è citato come “Planis de la petia” (Briciole, p. 150); la stessa forma compare anche in un altro atto nel 1503 (sASVa, FCa, b. 15, c. 199). L’appartenenza della frazione al consorzio della Peccia è continuamente ribadita nel tempo; nel libro del “Livello della Peccia” (sASVa, FCa, b. 8h), in cui sono annotati i pagamenti effettuati agli agenti della famiglia d’Adda e al parroco di Riva, compaiono sino al Settecento pagamenti effettuati dai “consorti della Peccia e Piane di Vogna”. Anche il primo abitante documentato, “Zanonus Antonietus de Cauza” (1475, Briciole, p. 46) riafferma la connessione con la Peccia, ove la famiglia Calcia è documentata dal 1388 (Briciole, pp. 46, 146). Seppur in assenza di un’evidenza documentaria diretta, si può plausibilmente ritenere quindi che la fondazione delle Piane sia avvenuta da parte dei coloni stanziati alla Peccia ad inizio Trecento (FANTONI, 2008). 260 Si tratta probabimente di Giacomo, figlio di Michele Carestia, di 31 anni, che sullo stesso foglio dichiarava di essere andato ad abitare alla Peccia il primo giugno dello stesso anno.

Fig. 6 - Edificio rurale isolato al Selletto.

GLI INSEDIAMENTI NELL’ALPE PECCIA: PIANE E PECCIA. Superato il canalone entro cui scorre il rio di Cambiaveto, citato nei documenti medievali come Rialis Pixole (dal nome dell’alpe a monte) si entra nel territorio un tempo corrispondente al comprensorio dell’alpe Peccia (fig. 1)258. 258

L’alpe Peccia era gestita dalla famiglia Bertaglia/Scarognini/d’Adda. I suoi confini sono indicati in un documento del 1325 (MOR, 1933, d. LXXX): a mane rialis Pixole, a meridie rialis de Calcestro, a sera aqua pendentis et alpis que appaellatur Caminus et a monte alpis que appellatur laregius. Di quest’alpe facevano parte anche i valloni ubicati sul lato idrografico destro della valle; in un documento del 1465 viene infatti citato un alpe “Fornalis superioris de la pecia” (Briciole, p. 46). Le stesse coerenze sono ancora confermate in un documento del 1634: nella parte superiore il pons aque pendentis, in quella inferiore il croso di Cambiaveto (precedentemente nominato come croso pissole), a

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concludeva affidandosi ai due santi protettori della Peccia: “pregiamo ancora il bon san gratto et il bon santo nicola che pregano per noi che dio ne guardi da ogni pericolo de neve e sassi e da ogni male”. Non era la prima volta; i vecchi ricordavano infatti di aver visto in precedenza un paio di casi simili. FONTANA (1983, p. 10; 1991, pp. 36-37) riporta l’evento, citando come fonte un documento conservato da Guglielmo Gazzo di Alagna. L’Autore precisa che nel Libro dei morti sono annotate le vittime, appartenenti a due famiglie: Giacomo De Graulis di 26 anni, sua moglie Antonia di 28 anni e la loro bambina di pochi mesi; Michele de Michelis di 49 anni, sua moglie Domenica de Rubeis di 53 anni, la loro figlia Caterina di 12 anni e la madre di Michele, Caterina, di 70 anni. Sul retro dello stesso foglio volante recante la nota del 1628 (Bricole, pp. 125-126), si legge invece che il 17 gennaio 1658 “è venutto il grande nevale alla peccia che ha rotto nove colmegne”. La valanga, scesa “da lovago”, pur danneggiando metà frazione fortunatamente non recò vittime261. Il fatto è ricordato in FONTANA (1983, p. 11; 1991, p. 37; che cita sempre come fonte la copia di Guglielmo Gazzo). In un documento s.d. contenente la richiesta di separazione della carità della Val Vogna da quella di Riva sono elencati le vittime di quattro valanghe scese negli anni seguenti il 17 aprile 1699, il 1° febbraio 1728, nel gennaio 1742 e il 26 dicembre 1742 (sASVa, FCa, b. 8h, c. 60). Il 17 aprile 1699 muoiono, travolti da una valanga presso il croso di Cambiaveto, Pietro Calcia, di 50 anni, e Caterina Raiga di Morca, di 40 anni; furono sepolti il 22 dello stesso mese (Fontana, 1991, nota 3, p. 37; p. 81). Nel 1845 è nuovamente colpita da una valanga la Peccia (FONTANA, 1991, pp. 3739). L’evento è ricordato anche in un’iscrizione del 23 febbraio 1846 del fabbriciere Giuseppe Marchetti, presente nell’oratorio della Madonna delle Pose ed emersa dopo il furto di una tela (FONTANA, 1983, p. 31). Secondo l’iscrizione il 16 gennaio 1845 una valanga danneggiò gravemente anche l’oratorio, che fu restaurato nel 1846 dallo stesso fabbriciere262. Un’altra vittima della valanga, caduta in località “i ruselli” della Peccia

nel febbraio 1870, fu Giacomo Clerino, soldato di Napoleone e primo custode dell’Ospizio Sottile. Alla Peccia (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 126) ricordano inoltre numerose distruzioni di case provocate da incendi263.

Fig. 7 - Prati e campi tra le frazioni Piana e Peccia; sul fondo l’oratorio di S. Grato alla Peccia.

La colonizzazione tardomedievale La colonizzazione della Val Vogna fu, almeno in parte, opera di coloni di origine gressonara documentati alla frazione Peccia a partire dai primi decenni del Trecento. Le relazioni genealogiche e i percorsi di colonizzazione sono ricostruibili grazie alla declinazione negli atti notarili del luogo di provenienza, del luogo di residenza (quando risultava diverso dal precedente) e della discendenza patrilineare (con relativa località di origine). In un documento del 29 settembre 1325 compare un Guiglincinus de la Peccia filius quondam Gualci de Verdobia264, che vende ai suoi fratelli 263

Le case in legno degli insediamenti della val Vogna furono ripetutamente colpite dal fuoco. Da un incendio fu colpita la frazione Montata nel 1899 (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 131). Un incendio nel marzo 1853 distrusse quattro case a Selveglio (sASVa, Viceintendenza, b. 192); un altro incendio colpì la frazione nel 1930 (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 62). Altri incendi in Val Vogna sono segnalati a Ca Piacentino, Ca Vescovo, Rabernardo e Oro (p. 137). Sugli incendi negli insediamenti con case in legno in alta Valsesia cfr. l’Appendice 1 in FANTONI (2001). 264 In un documento del 1302 compare un Petrus Gualcius de Petris Gemellis che riceve da Anrigetus Alamanus de Aput Mot la dote di sua figlia Imelda (MOR, 1933, d. LXIV). Il documento mostra la presenza di un Gualcio di Pietre Gemelle (probabilmente della Peccia) che crea una famiglia con la figlia di un colono della frazione alagnese di Pedemonte, che in altri documenti coevi si rivela proveniente da Macugnaga.

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La nota fu scritta da Pietro, figlio del precedente Giacomo. 262 Le ultime vittime di valanghe in val Vogna sono registrate nel 1935. Il 4 febbraio, sulla strada verso la Valle Vogna, in regione Roggia Grande, -tra Vogna sotto e le Pose- una valanga travolge due boscaioli intenti a far scorrere dei tronchi. Giovanni Lazier viene stito in pieno dalla valanga e trascinato nel Vogna (FONTANA, 1991, p. 105).

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Zanino e Nicolino la metà della nona parte dell’alpe Peccia (MOR, 1933, d. LXXX). Alla Peccia si era trasferita, probabilmente con lo stesso Gualcio di Verdobbia, tutta la sua discendenza. In un documento di pochi anni dopo anche Nicolino flius quondam Gualci de Aput Verdobia si dichiarava infatti habitator Pecie (MOR, 1933, d. LXXXIV). In questo atto del 1334 Nicolino, suo figlio Giovanni e i figli di suo fratello Zanino (Giovanni e Giacomo), acquistano la terza parte dei beni e una torba di un altro abitante della Peccia proveniente da Gressoney: Johannes filius quondam Perni Zamponali de Graxoneto. Nello stesso documento compare infine come teste anche un altro rappresentante di quest’ultima famiglia di Gressoney trasferitasi nel territorio di Pietre Gemelle: Johannes filus quondam Anselmini Zamponali. Il 27 aprile 1337 il notaio Alberto Bertaglia265 e suo nipote Antonio del fu Milano investono Nicholinus filius quondam Gualci de Apud Verdobiam e suo figlio Giovanni, i fratelli Giovanni e Giacomolo figli del fu Zanino Gualcio, Giovanni detto Iano, i fratelli Girardo, i fratelli Giacomo e Guglielmo figli del fu Anselmino Zampognari (anche a nome di Petrino loro fratello), Giovanni fu Giovanni detto Zenero, di una petia terre alpis que appellatur la Pezza in val Vogna per il canone annuo di 20 lire imperiali e cento libbre di formaggio a san Martino (sASVa, FdA, s. I, b. 9). In documenti dell’ultimo decennio del Trecento (MOR, 1993, dd. CXIX, CXXII) viene confermata la presenza alla frazione della discendenza di Nicolino. I documenti di questo periodo, ed in particolare l’atto di investitura del 1337, permettono l’individuazione del gruppo dei fondatori dell’insediamento sorto all’interno del comprensorio tardo-medievale della Peccia, a cui appartenevano: - i figli di Gualcio, provenienti da Verdobbia, con la loro discendenza. - due appartenenti al casato degli Zamponali, che si dichiarano provenienti da Gressoney - Giovanni de Zano e Giovanni fu Giovanni detto Zenero che non dichiarano una provenienza diversa dal luogo di residenza. La provenienza gressonara dei coloni è individuabile anche nei segni culturali, come l’intitolazione a S. Grato della cappella della Peccia. In un documento del 1491 è citato un fondo “in territorio de la petia subtus capellam S. Grati

cui coheret ab una parte strata comunis ab alia strata antiqua” (Briciole, p. 152). Si presume che l’edificio sia stato costruito con un orientamento opposto a quello attuale e con un campanile più basso. Le prime notizie vengono però dalla visita pastorale del vescovo Visconti avvenuta nel 1697 (ASDN, AVi). L’edificio era molto malandato e fu ricostruito innalzando il campanile266. Attualmente l'edificio si presenta con il fronte tipico valsesiano, con il tetto a capanna coperto a piode, il portale d’ingresso, sormontato da timpano spezzato con nicchia e finestre rettangolari alla base. Il campanile alto e svettante è quadrangolare, parte da terra e ha la loggia campanaria267 All’interno troviamo una riproduzione della pala d’altare in tela raffigurante la Madonna con S. Grato e la Beata Panacea e sotto l’altare un paliotto con S. Grato (l’originale è custodito nella Parrocchiale di Riva). Le pareti dell’oratorio presentano un cornicione con stucchi ornamentali; la volta è doppia, a spicchi di vela, con lunotti e due rosoni. L’altro edificio, una cappella che conserva la sua architettura tardomedievale, è dedicata a S. Nicolao, un santo particolarmente diffuso tra le comunità tedesche presenti non solo sul versante meridionale del Monte Rosa, ma anche a nord nell'area di Zermatt. L’oratorio dedicato a S. Grato si presume sia stato costruito prima del 1600; le prime notizie vengono dalla visita pastorale del vescovo Visconti avvenuta nel 1697. L’edificio ha il fronte tipico valsesiano, con il tetto a capanna coperto a piode, il portale d’ingresso, sormontato da timpano spezzato con nicchia e finestre rettangolari alla base. Il campanile alto e svettante è quadrangolare, parte da terra e ha la loggia campanaria. All’interno troviamo una riproduzione della pala d’altare in tela raffigurante la Madonna con S. Grato e la Beata Panacea e sotto l’altare un paliotto con S. Grato (l’originale è custodito nella Parrocchiale di Riva). Le pareti dell’oratorio presentano un cornicione con stucchi ornamentali; la volta è doppia, a spicchi di vela, con lunotti e due rosoni. L’altro edificio, una cappella che conserva la sua architettura tardomedievale, è dedicata a S. Nicolao, un santo particolarmente diffuso tra le comunità tedesche presenti sul versante meridionale del Monte Rosa. In questo settore della Val Vogna, in cui è documentata la fondazione di insediamenti permanenti da parte di coloni gressonari, sono ancora presenti toponimi di origine tedesca268.

La scomparsa della discendenza di questo Pietro dalla val Vogna è imputabile al fatto che si impegna a far parte della comunione famigliare. 265 Sul ruolo della famiglia Bertaglia /Scarognini/D’Adda nella gestione degli alpeggi valsesiani cfr. FANTONI e FANTONI (1995).

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Si vede ancora le vecchia cella campanaria più bassa oggi murata. 267 La campana reca la data di fusione 1694. 268 I toponimi erano già citati da Carestia (Briciole), che copiava senza commento da documenti della seconda

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A monte dell’oratorio di S. Grato un sentiero risale per radi boschi di conifere e per prati sino alla frazione Montata (1739 m) e al Larecchio (1895 m), punto più elevato raggiunto dalla colonizzazione tardomedievale valsesiana269. A monte del Larecchio il sentiero prosegue sino al Colle di Valdobbia (2480 m), sede dell’Ospizio Sottile. Un altro sentiero si inoltra invece nel vallone del Maccagno, dove è ubicata l’alpe (2188 m) che da il nome al formaggio omonimo.

I luoghi della caccia Le parti più impervie dei valloni laterali erano sfruttati anche per la caccia. In un inventario di Michele Morca di Ca Morca del 1741 compare 1 camossa (RAGOZZA, 1983, p. 130). L’abate Carestia nel suo manoscritto inedito (Briciole, p. 229) evidenziava la loro abbondanza nel Settecento e segnalava che in un libretto di memorie Carlo Giacomino riportava che suo padre Antonio ne aveva uccise prima del 1700 302 e altre 436 ne aveva uccise dal 1700 al 1734 (per un totale di 738). Lo stesso Carlo Giacomino aveva ucciso 180 “camozze” tra il 1723 e il 1760 FANTONI et alii, questo volume). GLI INSEDIAMENTI DI VERSANTE TRA S. ANTONIO E CA DI JANZO Il percorso proposto ritorna invece verso Riva seguendo la mulattiera che unisce le frazioni a quota inferiore e raggiunge il ponte di S. Bernardo (1354 m), ove è possibile superare il torrente Vogna per raggiungere i maggenghi situati sull’opposto versante idrografico e salire negli alpeggi del vallone del Fornale. Presso il ponte esisteva una cappella dedicata al santo distrutta da una valanga; recentemente è stata sostituita da una piccola cappella in nicchia di roccia ricavata dentro un grande masso; nella nicchia è riposta una statua del santo (FERLA, sd).

Fig. 8 - Loggiato con panca e tavolino ribaltabile in una casa alla Peccia.

metà del Cinquecento i toponimi “intus Biju (alla Peccia)”, “ad stoch (alla Peccia)”, “ad pratum del Vaut” e “intus Theige” (sempre alla Peccia), “ad pasquerium de grirte”, “a schos”, “ad Stoz”, “intus venghes (In Dinti)” e da GALLO (1881, p. 379), che segnala le voci Wassre, Hoch, Platte, Grabo, Tanne, Stotz, Garte e Scilte. Recentemente alcuni toponimi walser (fat, fiela, garte, grabo, tanne, venghe, austock, tretto) sono stati segnalati anche da CARLESI (1987, 1988). Per alcuni toponimi citati esiste anche un’antica attestazione documentaria. La voce grabo, fosso, compare in un documento del 1571 relativo al territorio della Peccia (sASVa, FNV, b. 10420). La voce “tanne”, abete (GIORDANI, 1891, p. 174) compare in un altro atto del 1491 nel territorio della Montata (Briciole). Inoltre due documenti del 1483 (Briciole, p. 23) e del 1589 (sASVa, FCa, b. 17) nominano rispettivamente un appezzamento di terra a prato e campo e un croso de Staffo oltre Vogna (FANTONI, 2008). 269 Gli insediamenti ubicati a monte della Peccia, inseriti all’interno del comprensorio tardomedievale dell’alpe Larecchio, compaiono in documenti di fine Trecento e Quattrocento (FANTONI, 2008). Da metà Quattrocento è attestata la Montata (1638 m). Nei documenti il nome della frazione (Montata larechi) è sempre abbinato a quello dell’alpe di appartenenza. In un documento del 1399 MOR, 1933, d. 130) sembra essere citato come insediamento permanente anche il Larecchio (1900 m), successivamente retrocesso prima ad insediamento stagionale e poi ad alpeggio.

S. Antonio: la casa del cappellano Proseguendo lungo la strada, tra larici e maggiociondoli, si arriva a S. Antonio (1381 m). L’abitato è composto da sei case, un forno e una fontana con tetto in piode. Davanti alla fontana è posta una vasca monolitica datata 1692. L’oratorio di S. Antonio, di impianto seicentesco, fu ampliato a metà Ottocento e nuovamente benedetto il 10 ottobre 1851. La chiesetta ha il tetto a capanna coperto a piode e campanile emergente da terra a pianta quadra, con porticina d’ingresso, loggia campanaria, orologio, meridiana e la data 1733. Il fronte è tipico valsesiano, con portale centrale e finestre ai lati; in alto, sopra il timpano a triangolo spezzato, il lunotto. Al centro della facciata, sopra il timpano, in finta nicchia, S. Antonio Abate e ai lati S. Michele e S. Bernardo; sopra la trabeazione, la Madonna Immacolata. L’interno è a pianta rettangolare e nel transetto su quattro colonne affrescate che terminano con capitelli a stucco si appoggia una bella cupola, mentre la volta dell’abside si presenta a spicchi di vela. Sul bell’altare di legno scolpito e dipinto con colonne ritorte, si trovava una tela raffigurante la Madonna con Bambino tra S. Michele e S. Antonio

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Abate; si segnalano, inoltre, il paliotto raffigurante S. Antonio e le tele originali portate da Rabernardo raffiguranti la Sacra Famiglia e S. Giovanni Battista. L’oratorio era anche ricco di ex voto. Completa l’insediamento l’ex casa coadiutorale, attualmente trasformata in punto di ristoro. Nell’edificio sono ancora conservate le tracce dell’antica residenza del cappellano, con due stufe in pietra ollare270, un ritratto settecentesco e un armadio datato 1775 in cui erano archiviate le carte del Beneficio e della comunità della Val Vogna (BELLOSTA e BELLOSTA, 1988, p. 101).

A Riva centro (in fronte alla casa dell’abate Carestia), era attiva l’“Osteria del Maccagno”, dotata di stalla.

Ca Verno: le osterie Proseguendo nella discesa si sottopassano i ruderi di Ca Gaja e si raggiunge Ca Verno (1387 m), abitato costituito da quattro case con un mulino a cui è annesso un granaio. Le case recano le date 1656, 1668 e 1720. Su una casa è ancora leggibile l’iscrizione “Cantina del Maccagno”; sulla stessa costruzione, recante la data 1720 sulla trave di colmo, è presente una meridiana siglata e datata DTV 1849. Sulla via d’Aosta emigranti e viaggiatori trovavano anche altri luoghi per rifocillarsi e pernottare. Soprattutto i viaggiatori, che potevano permettersi una pianificazione dei loro itinerari, transitavano per il colle senza fermarsi a pernottare, preferendo raggiungere i comodi alberghi dei paesi di fondovalle. Due osterie erano già aperte nel 1800; nel documento citato da RAGOZZA (1980) relativo alle vettovaglie cedute ai soldati austriaci e francesi transitati per il colle nel mese di maggio di quell’anno, sono menzionate l’osteria di Maria Doni Carestia e dell’oste Giacomo Antonio Morca. Alla Montata esisteva un’osteria che fu rilevata da Giacomo Clerino, primo custode dell’Ospizio Sottile. L’osteria bruciò durante l’incendio che colpì la frazione nel 1899271 e non fu più ricostruita (FONTANA, 1990, nota 1, p. 254; note 16, 19, p. 255). E’ rimasta nella memoria collettiva come la Ca dal Clarin. Altre osterie erano attive nei villaggi della bassa Val Vogna a Ca Morca e a Ca Verno. A Ca Verno era aperta la Cantina del Maccagno, di cui rimane ancora traccia dell’insegna. A Ca Morca era aperta l’Osteria degli amici (CARLESI, p. 125), che era ancora attiva nel 1965 e chiuse nel 1975, quando era proprietario Silvio Jachetti (NEUBRONNER, 1999, p. 93).

Fig. 9 – S. Antonio: la casa del cappellano e l’oratorio in un disegno di VALLINO ( 1878).

Superato il rio Verno, dove sono ancora visibili i ruderi di un vecchio mulino, si raggiunge Ca Morca (1378 m), con case antiche ma ampliamente trasformate; due recano date cinquecentesche (1511 e 1580; FERLA, sd). Anche in questa frazione è presente una cappella in cui è conservato un affresco della SS. Trinità. Nei prati sotto la strada si nota una grande casa con tetto a padiglione. Sopra la strada, tra Ca Morca e Ca Piacentino, l’originaria frazione Sul Sasso (1395) è ormai ridotta ad una sola casa rurale a tre piani, mentre sono ancora visibili i ruderi di altre quattro costruzioni e della cappella dedicata alla Madonna. (FERLA, sd). Proseguendo si raggiunge Ca Piacentino (1361 m), costituita da quattro case e dalla ricostruita cappella che recentemente ha sostituito il vecchio edificio, dedicato a S. Anna, demolito nel 1985 durante i lavori di realizzazione della nuova sede stradale. Dopo un breve tratto di strada il percorso si chiude circolarmente a Ca di Janzo (1354 m). BIBLIOGRAFIA BELLO LANZAVECCHIA E. (s.d.) – Riva Valdobbia (Ripa Petrarum Gemellarum). Un angolo poco conosciuto del Piemonte. pp. 94. BELLOSTA S. E BELLOSTA R. (1988) - Valle Vogna. Censimento delle case di legno. pp. 189. CARLESI P. (1987) - Indagine toponomastica in Valle Vogna. 1a parte - area di Peccia. Notiziario C.A.I. Varallo, a. 1, n. 1, pp. 18-24.

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Una stufa reca l’incisione di un’aquila, simbolo della Valsesia. 271 In realtà il Clerino nelle sue memorie stampate nel 1864 accenava già all’incendio della propria casa (RAGOZZA, 1980, a cura di, p. 27).

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escursionismo consapevole e sicuro. Atti del convegno di Santa Margherita Ligure 23 ottobre 2010”, CAI Comitato scientifico Ligure– Piemontese e Parco di Portofino, pp. 17-23 FERLA A (s.d.) - Sentieri dell’arte sui monti della Valsesia. Val Vogna. Alta via dei walser (a quota 1500 m) – CAI sez. Varallo, Commissione “Montagna Antica, montagna da salvare”, pp. 17. FONTANA E. (1983) - Inverni valsesiani. Edizioni Palmiro Corradini, Borgosesia, pp. 199. FONTANA E. (1991) - Storie di antichi inverni. Club Alpino Italiano sezione di Varallo, pp. 130. GALLO C. (1892) – In Valsesia. Note di taccuino. 2a ed. con aggiunte e itinerari, rist. anast. 1973, S. Giovanni in Persiceto, pp. 371. GIORDANI G. (1891) - La colonia tedesca di Alagna Valsesia e il suo dialetto. Rist. anast. 1974, Sala Bolognese, pp. 201 MANNI E. (1979) - I campanili della Valsesia. Note di storia locale. Varallo MOR C.G. (1933) - Carte valsesiane fino al secolo XV. Soc. Vals. Cult., pp. 367 NEUBRONNER E. (1999) – La Valle Nera. Genti del Piemonte. Un approccio. Zeisciu, Magenta, pp. 239. PAGLIANO E. (1907) – Riva Valdobbia e la Valle Vogna. Torino. RAGOZZA E. (1983) - Comunità civile. Vita religiosa. Gente di Alagna. In "Alagna Valsesia. Una comunità walser", pp. 15-56, 57-112, 113160. RAVELLI L. (1924) - Valsesia e Monte Rosa – Novara; rist. anast. Arnaldo Forni editore, Sala Bolognese, 1980, vv. 2, pp. 280 e 364. SASSO M. e MOSSELLO RIZZIO D. (2000) Madonna delle pose. De Valle Sicida, a. XI, n. 1, pp. 78-80. TOESCA DI CASTELLAZZO G. (1908) – La Valle Vogna e Ca di Janzo. Torino. VALLINO (1878) – In Valsesia. Album di un alpinista. Biella; rist anast. 1973, Borgosesia.

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Fonti archivistiche ASCR Archivio Storico del Comune di Riva Valdobbia. ASDN Archivio Storico Diocesano di Novara. ASNo Archivio di Stato di Novara. ASPAl Archivio Storico della Parrocchia di Alagna. ASPRv Archivio Storico della Parrocchia di Riva Valdobbia. AVi Atti di Visita (ASDN). Briciole Briciole di storia patria, manoscritto inedito dell’abate Antonio Carestia, s.d. (ma fine Ottocento)(sAVa, FCa). FCa Fondo Calderini (sASVa). FNV Fondo Notarile Valsesiano (sASVa). FOSo Fondo Ospizio Sottile (ASCRv). sASVa sezione di Archivio di Stato di Varallo.

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L’eredità tardo-medievale: allevamento e cerealicoltura in una valle alpina by Presmell Associazione Culturale Walser Ecomuseo Valle Vogna - Issuu