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Elisabetta della Trinita, Ultimo ritiro

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Elisabetta della TrinitĂ

Ultimo ritiro di Laudem Gloria (agosto 1906)


Giovedì 16 agosto [1906] PRIMO GIORNO «Nescivi – Non ho saputo più nulla» (Ct 6,12)». Ecco ciò che canta la sposa dei Cantici, dopo essere stata introdotta nella cella interiore. Mi sembra anche questo debba essere il ritornello di una Lode di gloria in questo primo giorno di ritiro in cui il Maestro la fa penetrare fino in fondo all’abisso senza fondo per insegnarle a compiere l’ufficio che sarà il suo nell’eternità e nel quale deve esercitarsi fin d’ora, nel tempo che è l’inizio dell’eternità, in costante progresso. «Nescivi! – Non so più niente», non voglio sapere più niente al di fuori della «conoscenza di Lui, della comunione alle sue sofferenze, della conformità alla sua morte» (Fil 3,10). «Quelli che Dio ha conosciuto nella sua prescienza, li ha pure predestinati ad essere conformi all’immagine del suo Figlio divino» (Rm 8,29), il Crocifisso per amore. Quando sarò totalmente identificata con questo divino esemplare, tutta passata in Lui, e Lui in me, allora adempirò alla mia vocazione eterna, quella per la quale Dio mi ha scelta in Cristo «in principio», quella che seguirò «in æternum», allorché, lanciata nel seno della mia Trinità, sarò l’incessante Lode della sua gloria, «Laudem gloriæ eius» (Ef 1,12). «Nessuno ha visto il Padre» (Gv 6,46), ci dice S. Giovanni, «eccetto il Figlio e coloro ai quali il Figlio l’ha voluto rivelare» (Mt 11,27). Mi sembra che si possa anche dire: «Nessuno ha penetrato il mistero del Cristo nella sua profondità, eccetto la Vergine». S. Giovanni e la Maddalena hanno letto molto a fondo in quel mistero. S. Paolo parla spesso dell’«intelligenza che ne ha ricevuta» (Ef 3,4). Ciononostante, come restano nell’ombra tutti i santi, quando si guarda agli splendori della Vergine!… È l’inenarrabile, «il segreto che lei custodiva nel suo cuore» (Lc 2,19), che nessuna lingua ha saputo rivelare, nessuna penna descrivere. Questa Madre di grazia andrà formando la mia anima perché la sua figliolina sia un’immagine viva e raggiante del suo Primogenito (Lc 2,7), il Figlio dell’eterno, Colui che fu la perfetta Lode della gloria del Padre suo. SECONDO GIORNO «La mia anima è sempre tra le mie mani» (Sal 118,109). Sono le parole che risuonavano nell’anima del Maestro, ed ecco perché, in mezzo a tutte le sue angosce, Egli restava sempre il Mite, il Forte. La mia anima è sempre tra le mie mani… Che altro significano queste parole se non il perfetto possesso di sé alla presenza del Dio della pace, del Re Pacifico? Vi è un’altra parola del Cristo che vorrei ripetere incessantemente: «Vi conserverò la mia forza» (Sal 58,10). La mia Regola mi dice: «La vostra forza sarà nel silenzio». Mi sembra perciò che conservare la propria forza al Signore, sia fare l’unità in tutto il proprio essere attraverso il silenzio interiore, riunire tutte le proprie potenze per occuparle nel solo esercizio dell’amore, avere quell’occhio semplice che permette alla luce di Dio di riflettersi sopra di noi. Un’anima che discute su l proprio io, che s’occupa delle sue sensibilità, che tien dietro ad un pensiero inutile, ad un qualunque desiderio, quell’anima disperde le sue forze, non è tutta ordinata a Dio… la sua lira non vibra all’unisono, e quando il Maestro la tocca, non può cavarne armonie divine. Vi è ancora troppo d’umano, è come stonata. L’anima che conserva ancora qualche cosa del suo dominio interiore, le cui potenze non sono tutte «incluse» in Dio, non può essere una perfetta Lode di gloria, non è in grado di cantare senza interruzione quel «canticum magnum» di cui parla S. Paolo [non è in S. Paolo, bensì in Ap 14,23]. Infatti non regna in lei l’unità e, invece di continuare la sua lode attraverso tutte le cose nella semplicità, è costretta a rimettere insieme incessantemente le corde del suo strumento che si allentano da ogni parte. Com’è indispensabile questa bella unità interiore all’anima che vuol vivere quaggiù la vita dei Beati, cioè degli esseri semplici, degli spiriti! Mi sembra che il Maestro guardasse a questo, quando parlava alla Maddalena dell’«unum necessarium» (Lc10,42) [S. Elisabetta seguendo diversi autori del suo tempo identifica la Maddalena con Maria di Lazzaro]. Come l’aveva compreso la grande santa! L’occhio della sua anima, illuminato dalla luce della fede, aveva riconosciuto il suo Dio sotto il velo dell’umanità e nel silenzio, nell’unità delle sue potenze, «ascoltava la parola che il Maestro le diceva» (Lc 10,39). Essa poteva cantare: «La mia anima è sempre tra le mie mani» ed anche l’altra parola: «Nescivi». Sì, essa non sapeva più nulla al di fuori di Lui. Si poteva fare del chiasso o agitarsi intorno a le… «Nescivi». La si poteva accusare: «Nescivi»!… Né il suo onore né le sue cose esteriori possono più farla uscire dal suo sacro silenzio. Lo stesso accade all’anima entrata nella fortezza del santo raccoglimento. L’occhio interiore aperto agli splendori della fede scopre il suo Dio presente e vivente in lei. A sua volta, essa rimane così presente a Lui nella sua bella semplicità che Egli la custodisce con cure gelosa.


Possono allora sopravvenire le agitazioni dal di fuori, le tempeste dal di dentro, su può colpirla nel suo punto d’onore: «Nescivi». E ancora S. Paolo: «Per il suo amore, ho tutto perduto» (Fil 3,8). Allora il Maestro è libero, libero d’invaderla, di donarsi a lei «secondo la sua misura» (Ef 4,7). L’anima così semplificata, unificata, diviene il trono dell’Immutabile perché l’unità è il trono della SS. Trinità. TERZO GIORNO «Siamo stati predestinati con un decreto di Colui che fa tutte le cose secondo il consiglio della sua volontà, affinché siamo la Lode della sua gloria» (Ef 1,11-12). È S. Paolo che ci mette a parte di questa elezione divina, S. Paolo che ha penetrato così a fondo il «segreto nascosto dai secoli nel cuore di Dio» (Ef 3,9). Ora egli ci illumina su questa vocazione alla quale siamo stati chiamati. Dio – egli dice – ci ha scelto in Cristo prima della creazione del mondo perché fossimo immacolati e santi al suo cospetto, nella carità» (Ef 1,4). Se avvicino queste due presentazioni del piano divino, eternamente immutabile, ne concludo che, per adempiere degnamente il mio ufficio di Laudem gloriæ, devo tenermi in ogni cosa alla presenza di Dio, meglio ancora, come l’Apostolo ci dice, «nella carità» (Ef 1,4), cioè in Dio. «Deus charitas est» (1Gv 4,8.16). È proprio il contatto con l’Essere divino che mi renderà «immacolata e santa» ai suoi occhi… Mi piace riferire tutto questo alla bella virtù della semplicità di cui un pio autore ha scritto: «Essa dà all’anima il riposo dell’abisso», cioè il riposo di Dio, abisso insondabile: preludio ed eco di quel sabato eterno di cui parla S. Paolo dicendo: «Noi che abbiamo creduto saremo introdotti in questo riposo» (Eb 4,3). I glorificati godono questo riposo dell’abisso perché contemplano Dio nella semplicità della sua essenza. «Lo conoscono – diceva ancora S. Paolo – come sono da Lui conosciuti» (1Cor 13,12), vale a dire attraverso la visione intuitiva, lo sguardo semplice. È per questo che l’Apostolo prosegue: «Sono trasformati di splendore in splendore, mediante la potenza del suo Spirito, nella sua propria immagine» (2Cor 3,18). Allora essi divengono un’incessante Lode di gloria all’Essere divino che contempla in loro il suo proprio fulgore. Mi sembra che sarebbe dare gioia immensa al cuore di Dio esercitarsi nel cielo della propria anima in questa occupazione dei Beati ed aderire a Lui attraverso questa contemplazione semplice che ravvicina la creatura a quello stato di innocenza nel quale Dio l’aveva creata prima del peccato originale… «a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,26). Tale è il sogno del Creatore, potersi contemplare nella sua creatura e riflettere in essa tutte le sue perfezioni, tutta la sua bellezza, come attraverso un cristallo puro e senza macchia. E non vi è forse in questo una specie di estensione della sua propria gloria?… L’anima, per la semplicità dello sguardo col quale fissa il suo oggetto divino, si trova separata da tutto ciò che la circonda, separata anche e soprattutto da se stessa. Allora risplende di quella «scienza della chiarezza di Dio» (2Cor 4,6) di cui parla l’Apostolo, in quanto permette all’essere divino di rispecchiarsi in lei e di comunicarle tutti i suoi attributi. In realtà quest’anima è la Lode di glori di tutti i suoi doni e canta in tutto, anche attraverso le azioni più banali, il canticum magnum… il canticumnovum… e questo cantico fa trasalire Dio fino nelle sue profondità. «La tua luce – possiamo dirle con Isaia – si leverà nelle tenebre e le tenebre diverranno come il mezzogiorno. Il Signore ti farà godere di un perpetuo riposo, t’inonderà dei suoi splendori, fortificherà le tue ossa. Sarai come un giardino sempre irrigato, come una fontana le cui acque non seccano mai… Ti leverò – dice il Signore – al di sopra di ciò che vi è di più elevato in questo mondo» (Is 58,10-11.14). QUARTO GIORNO Ieri S. Paolo, sollevando un poco il velo, mi permetteva di gettare lo sguardo nell’«eredità dei santi nella luce» (Col 4,6) per vedere qual è la loro occupazione e cercare anch’io, per quanto è possibile, di conformare la mia vita alla loro per adempiere il mio ufficio di Laudem gloriæ. Oggi è S. Giovanni, il discepolo che Gesù amava, che mi aprirà un po’ «le porte eterne» (Sal 23,7) affinché possa riposare la mia anima nella celeste Gerusalemme, «dolce visione di pace» (Inno dei Vespri dell’Ufficio della Dedicazione delle chiese). Anzitutto, Egli mi dice… «non vi sono luci nella città perché la chiarità di Dio l’ha illuminata e l’Agnello ne è la fiaccola» (Ap 21,23). Se voglio che la mia città interiore abbia qualche conformità e rassomiglianza con quella «del Re dei secoli immortale» (1Tm 1,17), riceva la grande illuminazione di Dio, bisogna che spenga ogni altra luce e l’Agnello sia la sua sola fiaccola come nella Città Santa. Ecco la fede, la bella luce della fede che m’illumina. Essa sola deve rischiarare il mio cammino incontro allo Sposo. Il Salmista canta che egli «si nasconde in mezzo alle tenebre» (Sal 17,12). Poi sembra d’altra parte contraddirsi dicendo che «la luce lo circonda e lo avvolge come una veste» (Sal 103,2). Quel che risulta, per me, da questa contraddizione apparente, è che devo immergermi nella tenebra sacra, facendo la notte, il vuoto, in tutte le mie potenze. Allora incontrerò il Maestro, e la luce che lo circonda come una veste avvolgerà anche me, perché Egli vuole che la sposa sia luminosa della sua luce,


della sua sola luce «avendo la chiarezza di Dio». È detto di Mosè che egli era «incrollabile nella sua fede come se avesse visto l’Invisibile» (Eb 11,27) e mi sembra che tale debba essere l’atteggiamento di una Laudem gloriæ che voglia in ogni cosa proseguire il suo inno di ringraziamento. Incrollabile nella sua fede come se avesse visto l’Invisibile… incrollabile nella sua fede nell’ «eccesso d’amore»… «Noi abbiamo conosciuto la carità di Dio per noi e abbiamo creduto» (1Gv 4,16). «La fede – dice S. Paolo – è la sostanza delle cose che si devono sperare e la dimostrazione di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). Che importa all’anima, che si è raccolta entro la luce che questa parola crea in lei, di sentire o non sentire, di essere nel buio o nella luce, di godere o non godere? Essa si vergogna di fare differenza tra queste cose e quando si accorge di non essere ancora del tutto libera, si disprezza profondamente per il suo poco amore e volge subito lo sguardo al Maestro per farsene liberare. Essa «lo esalta – secondo l’espressione di un grande mistico – sulla più alta cima della montagna del suo cuore», al di sopra delle dolcezze e delle consolazioni che provengono da Lui, perché essa ha deciso di oltrepassare tutto per unirsi a Colui che ama. Mi sembra che a quest’anima, incrollabile nelle fede in DioCarità, si possano riferire quelle parole del Principe degli Apostoli: «Poiché credete, sarete riempiti di una gioia incrollabile e gloriosa» (1Pt 1,8). ). QUINTO GIORNO «Vidi una grande moltitudine che nessuno poteva contare… Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,9.14-17). Tutti questi eletti che hanno la palma in mano e sono tutti immersi nella grande luce di Dio, hanno dovuto prima passare nella grande tribolazione, conoscere il dolore cantato dal salmista «immenso come il mare» (Lam 2,13). Prima di «contemplare a faccia scoperta la gloria del Signore» (2Cor 3,18) hanno preso parte agli annientamenti del suo Cristo. Prima di essere trasformati, «di splendore in splendore, nell’immagine dell’Essere divino» (Ibid), sono stati conformi a quella del Verbo Incarnato, il Crocifisso per amore. L’anima che vuole servire Dio notte e giorno nel suo tempio, voglio dire il santuario interiore di cui parla S. Paolo quando dice: «Il tempio di Dio è santo e voi siete questo tempio» (1Cor 3,17), quest’anima dev’essere decisa a prendere parte, realmente, alla passione del suo Maestro. È un’anima riscattata che deve a sua volta riscattare altre anime e per questo canterà sulla sua lira: «Mi glorio nella croce di Gesù Cristo» (Gal 6,14). «Con Gesù Cristo sono inchiodata alla croce» (Gal 2,19). «Soffro nel mio corpo ciò che manca alla passione di Cristo, per il suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). La Regina si è tenuta «alla vostra destra» (Sal 44,10). Tale è l’atteggiamento di quest’anima. Essa cammina sulla via del Calvario, alla destra del suo Re Crocifisso, annientato, umiliato, eppure sì forte sempre, sì calmo, sì pieno di maestà, che va alla passione per «far risplendere la gloria della sua grazia» (Ef 1,6), secondo l’espressione così forte di S. Paolo. Egli vuole associare la sua sposa alla sua opera di Redenzione e questa via dolorosa dove essa cammina, le appare come la strada della beatitudine, non solo perché vi conduce, ma perché il Maestro santo le fa comprendere che deve oltrepassare ciò che vi è d’amaro nella sofferenza per trovarvi, come Lui, il suo riposo. Allora può servire Dio «giorno e notte nel suo tempio» e le prove di fuori e di dentro non possono farla uscire dalla sua santa fortezza dove il Maestro l’ha rinchiusa. Non ha più fame né sete perché, nonostante il desiderio della beatitudine che la consuma, si sazia del nutrimento che fu quello del Maestro, «la volontà del Padre» (Gv4,34). «Non sente più il sole cadere sopra di lei», cioè non soffre più di soffrire. Allora l’Agnello la può condurre«alle sorgenti della vita», là dove vuole, dove a lui piace. essa non guarda più i sentieri dove passa. Fissa semplicemente il Pastore che la conduce. Dio, chinandosi su quest’anima sua figlia adottiva, così conforme all’immagine del suo Figlio «Primogenito fra tutte le creature» (Col 1,15), la riconosce per una di quelle ch’Egli «ha predestinato, chiamato, giustificato» (Rm 8,30) e si commuove nelle sue viscere di Padre pensando a consumare l’opera sua, cioè, a glorificarla trasferendola nel suo regno per cantarvi, nei «secoli senza fine», la lode della sua gloria). SESTO GIORNO «Poi guardai ed ecco l'Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di


grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l'Agnello dovunque va» (Ap 14,1-4). Vi sono delle creature che fin da quaggiù fanno parte di questa generazione pura come la luce e portano già sulle loro fronti il nome dell’Agnello, a causa della loro rassomiglianza e conformità con Colui che S. Giovanni chiama «il Fedele, il Veritiero» (Ap 3,14) e si mostra rivestito di una veste tinta di sangue (Ap 19,13). Anche quelle creature sono «le fedeli, le veritiere» e le loro vesti sono tinte del sangue della loro immolazione continua. Il nome del Padre suo, perché Egli riflette al vivo in loro la bellezza delle sue perfezioni, fa risplendere nelle loro anime tutti i suoi attributi divini. Sono come altrettante corde che vibrano e cantano «il cantico nuovo». Esse seguono l’Agnello dovunque va, non solo sulle strade larghe e facili a percorrersi, ma sui sentieri spinosi, in mezzo ai rovi. E questo perché sono vergini,cioè libere, separate, spogliate di tutto fuorché del loro amore. separate da tutto, principalmente da se stesse. Spogliate di tutte le cose tanto nell’ordine soprannaturale come in quello naturale. Quale evasione da sé, quale morte, tutto questo suppone! Possiamo dirlo con le parole di S. Paolo: «Quotidie morior» (1Cor15,31). Il gran santo scriveva ai Colossesi: «Voi siete morti e la vostra vita è nascosta in Dio con Gesù Cristo» (Col 3,3). Ecco la condizione: bisogna essere morti. Altrimenti, si può essere nascosti in Dio in certe ore, ma non vi si vive abitualmente in questo essere divino, perché la sensibilità, le ricerche personali e il resto ci riporteranno fuori. L’anima, che fisse il Maestro con quell’occhio semplice che rende tutto il corpo luminoso, è salvaguardata «dal fondo d’iniquità che è in lei» (Sal 38,9), del quale si lamentava il profeta. Il Signore l’ha fatta entrare in «quel luogo spazioso» (Sal 17,20)che non è altro che Lui stesso e dove tutto è puro, tutto è santo!… O beata morte in Dio! O soave e dolce perdita di sé nell’Essere amato che permette alla creatura di esclamare: «Non vivo più io, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20) e ancora: «Quello che ho di vita in questo corpo di morte, mi vien dalla fede del Figlio di Dio che mi ha amato e si è sacrificato per me!» (Gal 2,20). SETTIMO GIORNO «Cœli enarrant gloriam Dei» (Sal 18,2). Ecco ciò che narrano i cieli: la gloria di Dio. poiché la mia anima è in cielo dove io vivo nell’attesa della Gerusalemme celeste, bisogna che anche questo cielo canti la gloria dell’Eterno, nient’altro che la gloria dell’Eterno. «Il giorno trasmette al giorno questo messaggio» (Sal 18,3). Tutte le luci, tutte le comunicazioni di Dio alla mia anima, sono questo «giorno che trasmette il messaggio della sua gloria al giorno». «Il decreto di Jahvé è puro – canta il salmista – e illumina lo sguardo» (Sal 18,3). Per questo, la mia fedeltà nel corrispondere a ciascuno dei suoi decreti, ad ognuna delle sue indicazioni interiori, mi fa vivere nella sua luce. Anch’essa è «un messaggio che trasmette la sua gloria». Ma ecco la dolce meraviglia. «Jahvé, chi ti guarda risplende» (Sal 33,6), esclama il profeta. L’anima che, attraverso la profondità del suo sguardo interiore, contempla in tutte le cose Dio nella semplicità che da tutto la separa, è un’anima «risplendente», è «un giorno che trasmette al giorno il messaggio della sua gloria». «La notte lo annunzia alla notte» (Sal 18,3). Ecco una verità tanto consolante. Le mie impotenze, i miei disgusti, le mie oscurità, le mie stesse colpe narrano la gloria dell’Eterno. Anche le mie sofferenze dell’anima e del corpo narrano la gloria del mio Maestro.


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