EsserGli utile nei poveri‌ Lettera del Priore Generale FERNANDO MILLà N ROMERAL alla Famiglia Carmelitana in occasione della beatificazione di Madre Candelaria di San Giuseppe 16 luglio 2008 Commemorazione solenne della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo
Introduzione
L
27 APRILE HA AVUTO LUOGO A CARACAS LA SOLENNE cerimonia di beatificazione di Madre Candelaria di San Giuseppe, fondatrice delle Suore Carmelitane di Madre Candelaria, conosciute anche come «carmelitane venezuelane”. È stata una celebrazione molto partecipata e festosa, presieduta dal cardinale Saraiva Martins che ha letto il decreto di beatificazione, mentre si ostendeva un grande quadro con l’effigie della nuova Beata. La partecipazione della Chiesa venezuelana – le stime parlano di 50.000 presenti – mostra chiaramente il carattere popolare della devozione verso Madre Candelaria ed è un segno evidente che ella è stata una donna molto vicina ai semplici, ai più bisognosi, cui sempre si è dedicata con generosità e spirito evangelico. Durante i mesi precedenti la beatificazione sono state pubblicate diverse opere che, da differenti punti di vista, hanno esaminato tanto l’eredità della Beata quanto il suo profilo spirituale. In questa lettera indirizzata a tutta la famiglia carmelitana non desidero presentare nuovamente la figura di Madre Candelaria, ma soltanto mettere in evidenza alcuni aspetti della sua personalità e del suo spessore spirituale, che servano a noi carmelitani da stimolo nel vivere pienamente il nostro carisma. In primo luogo ci soffermeremo, brevemente, sugli aspetti essenziali della sua biografia per poi sottolinearne i cinque momenti che riteniamo significativi per comprendere il messaggio spirituale che questa donna offre a noi, carmelitani del secolo XXI. O SCORSO
Published by
EDIZIONI CARMELITANE for the CARMELITE GENERAL CURIA, ROME via Giovanni Lanza, 138 00184 ROMA Italy
Copyright © 2008 Edizioni Carmelitane Curia Generalizia dei Carmelitani
All rights reserved. No part of this publication may be reproduced, stored in a retrieval system, transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical, photocopying, recording, or otherwise, without the prior written permission of the publisher. Per uso interno - Edizione fuori commercio
3
I. Profilo biografico e spirituale
S
PAZ CASTILLO NASCE L’11 AGOSTO 1863 AD ALTAGRACIA de Orituco (Stato Guárico, Venezuela). Sebbene la sua famiglia fosse di umili origini, da parte di padre era imparentata niente meno che con Simón Bolívar, “el libertador” ed eroe nazionale del Venezuela. Indipendentemente dalla limitata disponibilità economica della famiglia, Susana riceve una accurata e solida educazione religiosa, che getterà le fondamenta della sua vita posteriore. Quasi come premonizione della benedizione che Madre Candelaria sarà per tutta la Chiesa venezuelana, nello stesso anno in cui nasce, si costituisce anche la nuova diocesi di Calabozo, alla quale appartiene appunto Altagracia de Orituco. Ancora piccola, nel 1870, muore suo padre e si aggrava la situazione familiare. Alcuni anni dopo, nel 1887, muore anche la madre. La giovane Susana si fa carico delle responsabilità familiari come anche dell’assistenza di alcuni parenti più poveri. La situazione non è un freno che le impedisce di dedicarsi con altruismo ai poveri e ai malati. Lentamente va comprendendo la sua vocazione, ancora incipiente e indefinita, che già trabocca generosità e sacrificio verso i più bisognosi. Quasi di pari passo si va sviluppando la sua pietà eucaristica. Fin da fanciulla si preoccupa che la lampada del Santissimo Sacramento della sua parrocchia sia sempre accesa. Nel 1879, sedicenne, com’era costume dell’epoca, Susana fa la prima comunione e nel 1897 riceve l’incarico di zelatrice del Santissimo Sacramento nella parrocchia del suo paese. Ma mentre crescono la sua pietà eucaristica e la sua preoccupazione per i più poveri, crescono anche gli attriti nella società venezuelana. La seconda metà del secolo XIX è specialmente convulsa e agitata da rivoluzioni, dittature, contro rivoluzioni, espulsioni di religiosi, chiusura dei seminari e anche dal tentativo da parte del dittatore Guzmán Blanco di creare una chiesa nazionale separata da Roma. Questa precarietà si manterrà fino al XX secolo inoltrato. Di fatto, il Venezuela vive nel 1901 la cosiddetta «rivoluzione liberatrice», particolarmente cruenta nello Stato Guárico, di cui fa parte USANA
4
Altagracia de Orituco. Tale rivoluzione produrrà un elevato numero di morti, feriti e infermi provocando la recrudescenza di povertà, di epidemie e differenze sociali. In siffatte circostanze Susanna si sente chiamata a soccorrere i più bisognosi. Nel 1903 c’è un altro avvenimento che segna la vita di Susana: il 17 febbraio arriva nel paese don Sixto Sosa come incaricato della parrocchia, che va a sostituire p. Alberto González, parroco dal 1879 e stupendo sacerdote, dedito alla parrocchia con grande abnegazione. P. González era uomo di grande formazione, aveva ricoperto incarichi importanti a Caracas e aveva esercitato non poca influenza nella crescita spirituale della giovane Susana. A partire da ora, il nuovo sacerdote influenza notevolmente il processo spirituale della futura Madre Candelaria o, per meglio dire, tra i due nasce un profondo intendimento spirituale che si tradurrà in discernimento sempre più acuto in merito alla missione che Dio stava offrendo ad entrambi. Nel giungere ad Altagracia il giovane ecclesiastico trova una realtà desolante, provocata dalla rivoluzione e dagli scontri, ma trova anche una donna piccola, volitiva e instancabile nel suo lavoro umanitario. Insieme ad un gruppo di «laici impegnati» come si direbbe oggi, fonda l’Ospedale di Sant’Antonio e, com’è naturale, vi pone a capo la signorina Susana, unitamente ad alcune donne che vivono tale speciale dedizione ai poveri e che percepiscono chiaramente la propria vocazione alla vita religiosa, senza sapere quale forma concreta assumere. Di fatto, il popolo semplice apprezza moltissimo il lavoro di queste donne e da tempo le considera «Piccole Sorelle». Nasce così la Congregazione delle Piccole Sorelle dei poveri di Altagracia, che prende forma, anche se rudimentalmente, nel 1906. Susana prende il nome di Candelaria di San Giuseppe e per quattro anni la nascente istituzione religiosa cerca di rafforzarsi. Così, per esempio, assumono le Costituzioni delle Piccole Sorelle dei poveri di Maiqutía, congregazione già canonicamente formata, e cercano, tra vacillamenti e difficoltà, di dare una forma definitiva alla congregazione che don Sixto Sosa desidera abbia carattere diocesano. Lentamente, ma con fermezza, la neonata “congregazione” cresce e assume nuovi incarichi e fondazioni. Ad Altagracia fondano «La goccia di latte», per assistere i bambini orfani – una folla, a causa 5
della guerra e della povertà generalizzata; da altre zone del paese (Cumaná, Barcelona ecc.) giungono richieste perché si facciano carico di ospedali e di centri di cura per malati poveri. Nel 1914 don Sixto Sosa è nominato prima Amministratore Apostolico della diocesi di Guayana, poi Vicario Capitolare ed un anno dopo è consacrato vescovo di Claudiopolis. Questo è un fatto importantissimo per la nuova istituzione poiché, se da un lato viene meno il contatto con Madre Candelaria e con la fondazione di Altagracia, dall’altro il nuovo vescovo, con la sua nuova missione, può operare meglio per la crescita e il discernimento della Congregazione. Da allora la vita di Madre Candelaria e della Congregazione delle Piccole Sorelle sarà caratterizzata da due costanti: la crescita e l’estensione in diversi luoghi – concretamente parlando, nella zona orientale del Venezuela –, e l’intenzione di avere una configurazione canonica stabile, cercando l’aggregazione a qualche congregazione già esistente. Se per il primo di questi due aspetti il risultato è evidente – il lavoro viene riconosciuto, giungono nuove sorelle, sono richieste in molti luoghi –, per quel che riguarda il secondo aspetto c’è il rischio di un fallimento generale che metterà in pericolo la nuova fondazione. Sono ben note le intenzioni, tanto di monsignor Sixto Sosa che della stessa Madre Candelaria, di confluire in qualche congregazione già esistente; tutti tentativi che per svariati motivi non andranno a buon fine. La Congregazione, agli inizi e senza stabilità canonica, senza bene alcuno – non dimentichiamo che le sorelle vivono di quello che viene loro offerto –, con tutta una serie di opere difficili ed esigenti, non trova chi la accolga, almeno nella forma di vita che le sorelle conducono e verso la quale si sentono chiamate. Molte sono le vicissitudini, in tal senso, e tutte ben approfondite dai biografi di Madre Candelaria. Il 12 ottobre 1921 a Porlamar (Isola Margherita) monsignor Sosa inaugura l’«Asilo degli abbandonati», che in seguito si chiamerà Ospedale Luís Ortega. Vi avrebbero lavorato le carmelitane. Quasi contemporaneamente i carmelitani della provincia Arago-Valentina, che avevano già fondato diverse case a Porto Rico, giungono nell’Isola Margherita, nel 1922, e si fanno carico della parrocchia di san Nicola di Bari. Il provinciale, p. Elías Mª Sendra, aveva preso contatti con monsignor Sixto 6
Sosa, che accoglie benevolmente la possibile presenza di carmelitani a Porlamar. Quest’avvenimento diventerà un evento provvidenziale per l’opera di Madre Candelaria. Fin dal primo momento i carmelitani seguono di buon grado le sorelle, che, a loro volta, trovano nei carmelitani spagnoli sostegno, direzione spirituale e protezione. Di fronte all’insistenza del Nunzio, monsignor Filippo Cortesi, le Piccole Sorelle di Madre Candelaria pensano che forse potrebbero aggregarsi alle carmelitane che il padre Sendra ha intenzione di far venire dalla Spagna per essere di aiuto in diverse missioni. Lo stesso padre Sendra sembra sostenere tale iniziativa, ma le sue intenzioni non si concretizzarono e fu impossibile far giungere in Venezuela le carmelitane spagnole. Si profila, allora, l’idea che le Piccole Sorelle dei poveri di Orituco, le sorelle di Madre Candelaria, si possano aggregare all’Ordine Carmelitano. Il Nunzio si rifiuta di concedere loro un riconoscimento canonico, considerato il loro stile di vita e vede come unica soluzione l’incorporazione in un’altra congregazione. Oltre al fatto che nessuna congregazione sembrava accettarle, il Codice di Diritto Canonico che era stato recentemente promulgato nel 1917, non era molto favorevole alla proliferazione di nuovi istituti e congregazioni. Il 1 gennaio 1925 Madre Candelaria scrive a Monsignor Sixto Sosa, già vescovo di Cumaná, diocesi alla quale appartiene l’Isola Margherita, sollecitandone l’appoggio e l’approvazione di questo nuovo progetto. Monsignor Sosa accoglie di buon grado tale idea ed egli stesso inoltra la domanda al Priore Generale dell’Ordine, che in quei tempi era padre Elia Magennis, unitamente ad una lettera di raccomandazione di padre Sendra. Tre mesi dopo giunge da Roma il decreto di affiliazione firmato dal Priore Generale con data 25 marzo 1925. Il 26 luglio dell’anno seguente Madre Candelaria riceverà l’abito carmelitano dalle mani di padre Sendra. È la conclusione di un lungo processo, ma anche l’inizio della vita carmelitana della congregazione. Alla prima, faranno seguito molte vestizioni, noviziati, professioni… Madre Candelaria, nonostante le sue condizioni di salute sempre più precarie, continua con abnegazione a svolgere lavori di ogni tipo. Fonda nuovi ospedali, veglia le sorelle malate, visita il noviziato – che dal 1933 ha sede a Cumaná –, cerca denaro per le nuove fondazioni, apre un piccolo collegio per fanciulle povere ad Altagracia de 7
Orituco, suo paese natale, dà corso ad ogni tipo di gestione a favore della Congregazione… Sono anni di impegno incondizionato, caratterizzati, come vedremo più avanti, dallo speciale senso che Madre Candelaria ha nel riconoscere le necessità più urgenti e correre in aiuto con una dedicazione sorprendente. Così, quando nel gennaio 1929 un terremoto isola la città di Cumaná, provocando morti e desolazione, Madre Candelaria non esista a recarvisi e a mettersi a servizio delle vittime della disgrazia, lavorando instacabilmente, prendendosi cura dei malati, curando ferite ed improvvisando un ospedale da campo per offrire una migliore copertura sanitaria a tutti. Ugualmente, dinanzi all’epidemia di vaiolo che scoppierà poco dopo, Madre Candelaria non abbandona quanti ne sono contagiati – che, per evitare ulteriori contagi, riunisce in una grande casa fuori città. Li visita frequentemente, li aiuta in mille modi, offrendo loro anche assistenza spirituale per mezzo di un sacerdote amico. Oltre a ciò, la nuova Congregazione deve rispettare gli adempimenti canonici propri di un istituto religioso e per questo, nel gennaio 1937, Madre Candelaria, Superiora Generale delle Suore Carmelitane venezuelane, convoca il Capitolo Generale, che si terrà l’11 aprile dello stesso anno e sarà presieduto da monsignor Sixto Sosa. Viene eletta come nuova Superiora Generale suor Luisa Teresa di Gesù Bambino e vengono approvate le Costituzioni inviate loro dalle Carmelitane di Orihuela in Spagna. La giovane Congregazione contava allora quarantacinque religiose e nove case. Come raccontano testimoni oculari, Madre Candelaria bacia con grande umiltà lo scapolare della nuova Superiora Generale e mostra la sua gratitudine per essere stata sollevata da un incarico così difficile, considerata l’età e, soprattutto, il suo stato di salute molto deteriorato per via dei tanti sacrifici e dell’eroica dedicazione ai malati. Poco dopo il Capitolo invia un’altra circolare alle sorelle chiedendo il loro sostegno e la loro collaborazione alla nuova Superiora Generale. Madre Candelaria crede di essersi liberata di tutti gli incarichi, ma non è così: la Congregazione le chiede un nuovo impegno e viene nominata maestra delle novizie. Madre Candelaria non ricoprirà tale incarico per molto tempo. Nei primi mesi del 1939 viene colpita da un forte attacco di artrite deformante che finirà per prostrala a letto, dove trascorrerà gli ultimi mesi di vita, mostrando 8
una grande rassegnazione cristiana, grandezza d’animo e speranza ammirevole e anche un certo senso umoristico proprio delle anime grandi. Quando le sorelle le chiedono dei dolori che prova, lei risponde con grazia: «Se mi lamentassi per i dolori che provo, non lascerei dormire nessuno in tutta la camerata…» Può assistere solo sulla sedia a rotelle ad alcuni atti comunitari, anche se con molto sforzo. Monsignor Sixto Sosa, ritornato da un viaggio in Europa, le porta in dono un crocifisso: la Madre lo abbraccia – letteralmente e spiritualmente parlando – fino ai suoi ultimi momenti. Il 31 gennaio 1940 offre la sua vita, esclamando: «Gesù, Gesù, Gesù… ho trionfato!», mostrando così il suo grazie al Signore per il dono della perseveranza e della fedeltà alla sua vocazione, alla sua consacrazione e alla chiamata ricevuta per assistere i poveri. Il funerale si tiene nella cattedrale di Cumaná. A presiederlo non è monsignor Sosa, convalescente, ma il vicario generale della diocesi, monsignor Pibernat che mette a disposizione una tomba della sua famiglia per la sepoltura di Madre Candelaria, dal momento che la Congregazione non ne ha alcuna. Tutto è un segno. Fin dagli inizi, Madre Candelaria godette di una grande fama di santità tra il popolo venezuelano, maggiormente fra le persone povere dei luoghi che l’avevano vista compiere del bene – Altagracia de Orituco, Cumaná, Isola Margherita. Nel 1954 furono esumate le spoglie mortali e tumulate nella casa di noviziato, a Caracas, dove alcuni anni dopo, nel 1969, ebbe inizio il processo di beatificazione, iter che si è concluso con la beatificazione di Madre Candelaria lo scorso mese di aprile.
II. Cinque momenti significativi della vita di Madre Candelaria a. La «revolución libertadora» del 1901: la sua apertura alla realtà UNA DELLE CARATTERISTICHE PIÙ SPECIFICHE DELLA BIOGRAFIA DI Madre Candelaria è la sua apertura e la sua sensibilità dinanzi alla 9
realtà che la circondava. Nel 1901 scoppia la cosiddetta «revolución libertadora» che disseminerà il Venezuela, e particolarmente la regione di Altagracia de Orituco, di cadaveri, orfani, infermi e feriti, così come di povertà e di famiglie senza casa. L’anno precedente un terremoto con epicentro Caracas aveva scosse violentemente la regione dello Stato Guárico, gettando la popolazione nel lutto e nella miseria. La rivoluzione e la guerra civile isolano nuovamente lo Stato. La giovane Susana Paz Castillo si sente profondamente interpellata da questa realtà, dal grido dei poveri, dalla terribile situazione di molte persone. Fin da piccola Susana aveva mostrato sensibilità nel soccorrere i più bisognosi – iniziando dai suoi familiari – ma è in questi frangenti che interpreta con chiarezza la sua missione e la sua vocazione: Dio le parla attraverso gli avvenimenti e Susana sa ascoltarne il messaggio. Sarà questa una costante della sua vita. Dinanzi ad altre situazioni, più o meno drammatiche, Madre Candelaria non resterà indifferente e risponderà sempre con la stessa generosità. Dinanzi a terremoti, guerre, carestie o epidemie, Madre Candelaria raddoppierà sempre i propri sforzi e la propria offerta generosa. È ben nota la sua frase: «Sto andando a cercarlo» quando qualcuno dei malati che curava le richiedeva qualcosa che non aveva in quel momento in casa. Non rispondeva mai negativamente, ma cercava sempre quanto mancava al malato o al bisognoso. Viviamo oggi in un mondo nel qualche ancora, e spesso, continuano ad esserci situazioni cruente di sofferenza, dolore, povertà. Forse perché i mezzi di comunicazione ci mostrano costantemente questi casi, la nostra sensibilità può essersi assuefatta incoscientemente. Il grido di chi non ha voce non giunge al nostro cuore; viviamo tranquillamente, anche sapendo che una buona parte dell’umanità vive nel dramma della violenza o della fame. La testimonianza di Madre Candelaria, al di là della sua apparente semplicità e umiltà, è impressionante: non possiamo chiudere i nostri occhi dinanzi alla miseria, non possiamo essere complici diretti o indiretti delle strutture di peccato che permettono, e a volte fomentano, queste situazioni drammatiche. Il 1 marzo 2006, padre Joseph Chalmers, mio predecessore nel Generalato dell’Ordine, ha inviato a tutta la famiglia carmelitana 10
una bella lettera intitolata, con parole che si riferiscono al libro dell’Esodo, Il Signore ascolta il grido del povero. Ci ricordava come, tanto nelle fonti della rivelazione quanto lungo la nostra tradizione carmelitana, troviamo una chiamata costante ad essere aperti alle necessità del fratello e del più bisognoso, e ci invita alla conversione del cuore che porta ad acuire la nostra sensibilità dinanzi alle sofferenze che ci circondano. Le angustie dei nostri fratelli non possono esserci indifferenti. Anche le nostre Costituzioni ci ricordano questa dimensione fondamentale e ineludibile della vita spirituale di un carmelitano dei nostri giorni e ci esortano alla responsabilità dinanzi ai grandi drammi della nostra generazione attuale: Pertanto non si può rimanere indifferenti di fronte al grido degli oppressi che chiedono giustizia. Noi dobbiamo ascoltare e leggere la realtà dal punto di vista del povero, oppresso da situazioni economiche e politiche che governano l’umanità oggi. I loro problemi sono molti, e noi dobbiamo stabilire priorità nel confronto con essi. Così scopriremo di nuovo il Vangelo come buona novella e Gesù Cristo come liberatore da ogni forma di oppressione (Cost., 112-113)
Il Concilio Vaticano II e il magistero dei Papi, specialmente da Leone XII in poi, hanno tanto insistito sull’urgenza di essere attenti ai segni dei tempi, tra i quali la povertà e la miseria dei nostri fratelli costituisce, senza dubbio, una delle sfide più importanti. La figura e l’esempio di Madre Candelaria sono un vero regalo per l’Ordine e per la Chiesa. La sua vicinanza dinanzi al dolore e la sua capacità di servizio – veramente generosa ed eroica – provenivano in gran misura dalla sua profonda vita interiore. In madre Candelaria l’assistenza ai poveri non si confonde con una «solidarietà da week-end» con una filantropia ridotta al celebre 0,7%. Fu un impegno totale, una dedizione che scaturiva dalla profonda vita spirituale che aveva sviluppato fin da giovane. Parimenti, possiamo affermare che il suo servizio ai poveri non si fermò a qualcosa di ideologico o teorico, ma fu un consegnarsi totale, pieno di abnegazione, di rinuncia a se stessa e – perché non dirlo? – di croce. Oggi, nella nostra cultura queste parole sono tanto svalutate e le evitiamo 11
per non apparire politicamente scorretti; Madre Candelaria, tuttavia, ci ricorda magistralmente che non c’è vera solidarietà senza donazione di se stessi, senza offerta generosa, senza il distacco dalle nostre piccole comodità, meschinità ed egoismi. Ci ricorda che non si può parlare dei poveri senza un’autentica conversione del cuore, che ci conduce al cambiamento di valori e dei criteri. b. Il ricordino della professione nel 1916: la sua pietà eucaristica IL 31 DICEMBRE 1916, SEI ANNI DOPO LA SUA PROFESSIONE SEMPLICE nella nascente Congregazione, Madre Candelaria emette i suoi voti perpetui. Per l’occasione prepara un’immaginetta ricordo sulla quale fa stampare la prima frase del Magnficat: «L’anima mia magnifica il Signore…» (Lc 1,46), un pensiero di san Paolo: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6, 14) e una invocazione tratta da un inno eucaristico di san Tommaso: O Gesù, nascosto sotto i veli del Sacramento, ascolta l’ardente desiderio del mio cuore, e fa che possa vederti faccia a faccia nella visione eterna della tua gloria.
Questo ricordino accenna a grandi linee il profilo spirituale di Madre Candelaria: la lode ispirata a Maria, che proclama le grandezze del Signore; la croce come cardine della vita spirituale; infine l’Eucaristia, fonte e culmine della sua vita. Senza dubbio, una delle ragioni che spiegano la sensibilità di Madre Candelaria dinanzi alla sofferenza e la sua capacità di donazione, la troviamo nella sua profonda pietà eucaristica. L’Eucaristia alimentò durante tutta la sua storia, non solo la vita di pietà, ma anche la sua squisita carità verso i più deboli e gli infermi. Raccontano i biografi che che, fin da piccola, era solita fare visita al Santissimo Sacramento nella chiesa vicino casa, dove si premurava con delicatezza – infantile, se si vuole – che la lampada fosse sempre accesa, preparava i fanciulli alla prima comunione, viveva intensamente l’adorazione eucaristica cercando di trasmettere tutto questo alle sorelle della Congregazione. 12
Quest’unione – che dovrebbe essere naturale e quasi spontanea – tra devozione eucaristica e carità fraterna è, senza dubbio, molto significativa. Una pietà eucaristica che non ci orienti in alcun modo alla vita stessa e al fratello si rivela come sospetta e ugualmente una carità fraterna che non punti al mistero di comunione che celebriamo nell’Eucaristia può degenerare facilmente in mèra ideologia o in vacuo attivismo. In altre, l’Eucaristia ha una forza centripeta – tutta la vita si condensa, si cristallizza in essa – e un’altra centrifuga – l’Eucaristia ci spinge, si lancia nel seminare la presenza del Risorto, soprattutto in ambiti di morte. Madre Candelaria lo comprese bene e lo ratificò con la sua testimonianza nelle più diverse circostanze. In tal senso, si preoccupava sempre che le nuove fondazioni ricevessero il permesso per tener il Sacramento in casa; spesso viene sorpresa in adorazione nella notte più profonda; e, in più di un’occasione, quando le contrarietà imperversavano e la Congregazione si vedeva minacciata al punto di sparire, o quando in noviziato c’erano contrattempi seri, ella ripeteva con fede: «L’unica consolazione è il Tabernacolo…» Sempre cercò di inculcare questa profonda pietà eucaristica nelle sorelle della Congregazione e, specialmente, nelle novizie, quando rivestì l’incarico di maestra. In un’occasione la si udì dire ad una persona conosciuta: «Fugga […] e quando la ritroveranno che sia dinanzi al Santissimo», lasciando così intendere quanto lei stessa faceva con solerzia. Voglia il cielo che noi, carmelitani del secolo XXI – tanto frati quando monache di clausura, religiose delle diverse congregazioni, laici, terziari e così via –, sappiamo vivere questa intima connessione tra la pietà eucaristica e la carità fraterna. Voglia il cielo che l’Eucaristia non sia ridotta ad un atto meccanico o ad una pratica di routine e – anche se può sembrare un controsenso – sterile, il che supporrebbe uno scandalo e, quasi, una profanazione. Voglia il cielo che il nostro agire per la giustizia e la pace, per i più sfortunati, sia sempre mosso dalla carità, la cui massima espressione è l’Eucaristia, il Mistero di salvezza che si attualizza in ogni celebrazione. E in questo, la testimonianza di Madre Candelaria è per noi un esempio splendido e pieno di attualità. 13
c. Monsignor Sixto Sosa, vescovo di Cumaná (1923): l’ecclesialità ABBIAMO SEGNALATO LA FECONDA RELAZIONE SPIRITUALE CREATASI da monsignor Sixto Sosa e Mandre Candelaria, da quando il sacerdote fu inviato, nel 1903, come parroco di Altagracia de Orituco in sostituzione di padre González, morto poco prima, anch’egli sacerdote importante nella vita della giovane Susana. Monsignor Sixto Sosa, nei differenti ministeri svolti nel corso della sua vita sacerdotale, aiutò, illuminò e accompagnò la nuova fondazione e, in particolare, Madre Candelaria, soprattutto nei moti di dubbio o di sfiducia. La figura di Sixto Sosa e il suo decisivo ruolo nella storia della Congregazione meriterebbero ben più ampio spazio. Non senza ragione le carmelitane venezuelane lo considerano come confondatore della Congregazione. Vorrei solo evidenziare che nel maggio 1914 fu nominato Amministratore Apostolico di Guayana e, un anno dopo vescovo di Claudiopolis. Nel febbraio 1922, monsignor Sosa si incontra con il Nunzio per sollecitare una suddivisione dell’enorme diocesi di Guayana che guidava. Il Nunzio comprende perfettamente la domanda e decide di iniziare l’iter previsto. Il 12 ottobre 1922, sotto il pontificato di Pio IX, si crea la diocesi di Cumaná. Nominato primo vescovo, monsignor Sixto Sosa prende possesso della diocesi il 30 novembre 1923. Da allora la collaborazione tra Madre Candelaria e monsignor Sosa si rafforzò ulteriormente. Anche se, per svariati motivi, trascorsero lunghi periodi senza vedersi, mantennero sempre una corrispondenza continua, confidandosi disegni e progetti, ma anche paure e dispiaceri della vita della fragile fondazione. Questa collaborazione tra Madre Candelaria e monsignor Sixto Sosa riflette un’altra caratteristica essenziale del suo profilo spirituale: l’ecclesialità. Madre Candelaria vive la sua vocazione al servizio degli infermi e dei poveri come una missione ecclesiale; la sua spiritualità e i suoi progetti fondazionali sono vissuti e pensati come qualcosa di essenzialmente ecclesiale. In ogni cosa cammina con i pastori della Chiesa e trasmette sempre alle religiose della Congregazione l’amore per i sacerdoti – per i quali intercede sempre– e verso i quali nutre un sentimento speciale. Madre Candelaria non permette che si parli male dei sacerdoti in sua presenza, e non perché essa non fosse 14
cosciente degli errori e dei limiti umani degli stessi, ma perché ritiene che la critica ai sacerdoti, soprattutto se infondata o indiscriminata, rovina la Chiesa e la fede della gente semplice. È pur vero che Madre Candelaria ebbe la fortuna di incontrare quasi sempre pastori saggi che seppero valorizzare la sua intuizione, la sua capacità di servizio e la sua vocazione, ma è anche vero che ella seppe captare, anche nella sua semplicità, l’importanza dell’«ecclesiale» nella storia di una vocazione e nell’autenticità della stessa. Anche nei momenti più difficili, quando pensa che la Congregazione non sopravviverà e che tutte le porte le sono chiuse, Madre Candelaria non perde il profondo senso ecclesiale della sua missione e della sua opera. E come in tutti gli aspetti e gli elementi della fede – spiritualità, teologia, liturgia, pastorale – anche l’azione caritativa ha una dimensione ecclesiologica fondamentale. Si tratta di un aspetto essenziale della vita cristiana e non già di qualcosa di accessorio. Difatti, come una spiritualità senza ecclesialità si converte in mèra psicologia ed esercizio di auto aiuto, come l’impegno sociale senza ecclesialità si trasforma in semplice prassi politica, come la teologia senza ecclesialità diviene mera speculazione o erudizione, come la pastorale senza ecclesialità è attività da tempo libero, allo stesso modo, la carità senza ecclesialità, per quanto eroica possa essere, si sgancia dall’ottica centrale e dalle sue motivazioni fondamentali per il credente. In definitiva, Madre Candelaria si sente sempre al servizio della Chiesa, al fianco della Chiesa, inviata dalla Chiesa, cosciente che la sua missione si ripercuote nella comunità ecclesiale. Pertanto, non vuole indebolire questo vincolo essenziale con la Chiesa anche se le circostanze paiano invitarla a ciò. Tale convinzione è attuale per una sana teologia e spiritualità. La pluralità oggi esistente nella nostra Chiesa e la diversità di carismi e spiritualità, pur essendo una ricchezza innegabile e validissima, in alcuni momenti può farci perdere la nozione di ecclesialità. Quanto una Congregazione, un Ordine, una Provincia perde il vincolo, la relazione costitutiva e vitale con la Chiesa, come comunità universale dei credenti, allora tende a diventare una setta, un gruppo elitario, un club nel quale si condividono idee o tendenze, ma non in una comunità cristiana nel senso più profondo dell’espressione. 15
Che madre Candelaria dal cielo ci aiuti a vivere l’ecclesialità in uno spirito di collaborazione e, prima ancora, di comunione. d. Primo anniversario dell’Ospedale dell’Isola Margherita: la centralità della carità IL 12 OTTOBRE 1922 SI CELEBRA IL PRIMO ANNIVERSARIO DELl’inaugurazione dell’«Asilo degli abbandonati» a Porlamar (Isola Margherita). Sono organizzati vari eventi sobri ma eloquenti della gioia che porta con sé il primo anno di vita di quella fondazione che tanto lavoro è costata. Curiosamente Madre Candelaria, l’anima della fondazione, quasi non può prendere parte alle celebrazioni commemorative e il motivo risiede nel fatto che è molto occupata nell’assistere un infermo difficile, un anziano che perdeva la testa e che giungeva ad essere molto violento. In questo aneddoto scopriamo gli aspetti essenziali del profilo spirituale di Madre Candelaria: la centralità della carità. Ella scoprì, fin dagli inizi della sua vita cristiana, che il nucleo della stessa, le viscere, ciò che è sostanziale è la carità. Tutto il resto è relativo, tutto il resto nasce dalla carità diffusa da Dio nei nostri cuori e punta verso la carità. Madre Candelaria seppe coniugare meravigliosamente l’amore per Dio e per il prossimo, meglio ancora l’amore per Dio nel prossimo, così come, in diversi modi, ci chiede il Vangelo. Possiamo girarci intorno, trovare scuse, soffermarci nel superficiale e nel secondario o fuggire da questa essenziale verità, ma il cristiano che vuole vivere la propria fede con un minimo di serietà finisce sempre per trovarsi con il comandamento del Signore, che risuona con forza, di riassumere la vita cristiana nell’amore a Dio e al prossimo. Questo è lo slogan che funge da titolo alla presente lettera. La stessa Madre Candelaria scrive in una lettera inviata a monsignor Sixto Sosa, nel maggio 1921, che lei vuole «essere utile» al Signore, e chiede di esserlo «per i suoi poveri», per gli sfiduciati, che assiste con un affetto speciale: 16
Padre, desiderio che mi aiuti a raggiungere le virtù del Signore di cui tanto ho bisogno per portare avanti la vita che mi resta, dal momento che i miei giorni sono brevi e il Signore li ha colmati di tribolazioni, ma con il desiderio di esserGli utile nei poveri, mi sono impegnata in tante cose che forse non potrò portare a termine.
Per questo, e Madre Candelaria non lo nasconde, è indispensabile una certa capacità e disposizione al sacrificio. Nella nostra società moderna la parola «sacrificio» non gode di buona reputazione: in molti ambienti sembra qualcosa di negativo, superato, che ferisce la dignità di persone libere e mature. E, senza dubbio, prescindendo da connotazioni equivoche, il sacrificio è consustanziale alla vita cristiana: un cristianesimo senza sacrificio è un cristianesimo dissimulato. Un’opzione cristiana che non «fa sacra» – sacrificium, sacrum facere – la propria esistenza e non trascendendo a Dio ogni attività, diventa pura caricatura rituale, e, in non poche occasioni, svilisce la relazione con Dio a una piacevole «ricreazione» religiosa. L’offerta generosa e viva, l’abbandono del proprio egoismo e del proprio benessere come norma suprema o, addirittura, unica, della vita, sono elementi irrinunciabili della condotta di un credente che prende sul serio la propria fede. Anzi non si può avere un progetto umano che vada avanti – lavoro, matrimonio, famiglia, amicizia, vocazione – senza una certa dose di sacrificio. È la dimensione della croce, ineludibile in una concezione cristiana dell’esistenza. Questa dose, come accade nel caso di Madre Candelaria, può giungere ad essere eroica, straordinaria. Si tratta di persone che, aiutate dalla grazia di Dio, senza la quale nulla è possibile, si donano al servizio di quanti non hanno nulla, dei più malati, degli abbandonati, di quelli che non contano per la nostra società, spendendo la propria vita totalmente per essi. Per questo la Chiesa ci propone come modello l’esempio di Madre Candelaria e, con entusiasmo, il popolo venezuelano si è presentato numeroso a questa beatificazione, percependo, nella semplicità di vita di questa umile religiosa, la sublimità del messaggio cristiano. Il sacrificio di Madre Candelaria non è una rinuncia triste, languida e malinconica. Si dona con tanta gioia e generosità ed esorta le sue sorelle, senza remore né titubanze, perché si donino largamen17
te. Quando una giovane sorella si nascose per evitare gli incarichi più sgradevoli con gli infermi, Madre Candelaria la rimproverò con dolcezza, ma fermamente: «Non mi vuoi accompagnare in Cielo?». La suora, sorpresa, non capisce la domande della Madre fondatrice che prosegue: «Tu non vuoi soffrire con me e per guadagnare il Cielo c’è da soffrire». In un’altra occasione si rivolge ad una sorella che era abbattuta con parole che ricordano lo spirito missionario di Teresa di Lisieux: «Perché affliggerci, figlia mia? Soffriamo con gioia e offriamo queste pene e sofferenze per la conversione di tanti peccatori che non conoscono Dio e anche per i missionari che viaggiano per salvare anime per il Cielo…» Altra conseguenza che la centralità della carità proietta nella vita e nella spiritualità di Madre Candelaria è che lei si abitua – e chiede alle novizie e alle suore di fare altrettanto – a vedere Dio nei poveri e a vedere i poveri con gli occhi di Dio, cioè con uno sguardo nobile, limpido, misericordioso, caritatevole. Era solita ripetere alle sorelle: «I poveri infermi sono membra di Cristo». Logicamente il suo sguardo si traduceva in un atteggiamento di sevizio inesauribile, così come esprime in uno dei suoi scritti sulla missione negli ospedali: «Prima di tutto i malati…» Ma Madre Candelaria non è – o non è solo – una eroina, una donna di ferro, o una donna ascetica ed esemplare nelle virtù. Sa di essere fragile e debole e lo ripete spesso alle sue sorelle. Una volta, parlando di un’altra sorella già morta, Madre Candelaria afferma con una chiarezza solare: «Lei sì che era una santa; io sono una povera peccatrice» e, in varie occasioni, ripeteva la giaculatoria: «Sia lodato Dio nella mia bassezza». Di fatto, è cosciente che il suo servizio caritativo ai malati ed anziani poveri, doveva essere costantemente alimentato e ravvivato dalla grazia di Dio. Madre Candelaria si raccoglie allora in preghiera e nell’Eucaristia, che sono la fonte del suo agire, e chiede le forze che umanamente le mancano, pregando Dio che l’aiuti a continuare a guardare i malati con i suoi stessi occhi, la tenerezza e la misericordia del padre. Nell’intimità con Dio impara a toccare la miseria umana, ad entrare in contatto con la fragilità, con la debolezza. In un certo modo Madre Candelaria ha tradotto in realtà le meravigliose parole del Santo Padre Benedetto XVI nella sua prima enciclica, quella sulla carità: 18
Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto «corretto», ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi — pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta — hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. (Deus caritas est, 18)
e. Affiliazione all’Ordine Carmelitano (marzo 1925): «carmelitanità» ABBIAMO VISTO CHE DI PARI PASSO CON LA CRESCITA DELLA Congregazione crescevano anche i problemi per acquisire una determinata forma canonica. Da una parte, il Codice del 1917 poneva serie restrizioni alla proliferazione indiscriminata di nuove congregazioni; dall’altra, alcune congregazioni, che avrebbero potuto inglobare quelle sorelle si rifiutavano di farlo, considerato lo stile di vita che conducevano – soprattutto la questua per borgate e villaggi – e per il fatto che non avessero né proprietà né rendite. Nei primi anni della sua storia la Congregazione era sopravvissuta in una sorta di vaghezza o provvisorietà canonica, ma consolidandosi era necessaria una forma canonica concreta e stabile. Potremmo dire che l’ultimatum venne da parte del nuovo Nunzio a monsignor Sixto Sosa quando gli fece visita nel febbraio 1922 per sollecitare il regolamento canonico della nuova Congregazione. Il Nunzio gli suggerisce semplicemente che si integrassero con un’altra congregazione esistente, cosa che avevano provato molte volte e in varie occasioni, ma sempre senza esito. 19
Pochi mesi dopo i carmelitani giungono nell’Isola Margherita. Era un periodo di espansione dell’Ordine Carmelitano che – dopo la lunga parentesi del secolo XIX, provocata dalla soppressione dei beni in Spagna e da altre misure similari nel resto d’Europa – era stato drasticamente ridimensionato. Lentamente, in quest’epoca l’ardore missionario risorgerà con nuovo slancio. Sarà un incontro provvidenziale. Fin dal primo momento i carmelitani si erano “sintonizzati“ molto bene con le “piccole sorelle” che seguivano spiritualmente. Nasce allora il progetto, forgiato successivamente da Madre Candelaria, padre Elías Mª Sendra ocarm e monsignor Sixto Sosa, di affiliarsi in qualche modo all’Ordine Carmelitano. All’inizio si valutò la possibilità che le “piccole sorelle“ si unissero ad una delle Congregazioni già affiliate all’Ordine. Di fatto, padre Sendra era intenzionato a portare in loco le Carmelitane di Orihuela, fondate da Madre Elisea Oliver – il cui processo di beatificazione è attualmente in una fase avanzata – ma, alla fine, per svariati motivi, esse non si recarono più in Venezuela; il che fece sì che la nascente Congregazione si affiliasse direttamente all’Ordine e così si inviò la richiesta alla Curia Generale dei Carmelitani a Roma. La risposta con il decreto di affiliazione reca la data del 25 marzo 1925, ed è firmata dal Reverendissimo Priore Generale Elia Magennis nel Collegio Sant’Alberto. Il decreto fu accolto con immensa gioia e, da quel momento, le sorelle diventarono Terziarie Carmelitane Regolari assumendo la spiritualità carmelitana. Da allora ad oggi, tanto Madre Candelaria quanto le sue figlie hanno molto arricchito il Carmelo venezuelano e hanno portato la spiritualità carmelitana in diversi ambienti ed ambiti dove forse non sarebbe mai potuta giungere. Certamente l’aggregazione di una nuova Congregazione al Carmelo deve essere valutata al di là di una circostanza storica. Senza essere provvidenzialisti, possiamo dire che si trattò di un incontro provvidenziale, arricchente, fecondo. Dal primo momento, prima dell’affiliazione, le sorelle si sentirono protette dai carmelitani che, oltretutto, le guidavano spiritualmente. Madre Candelaria giunse a scrivere a monsignor Sixto Sosa, pochi mesi dopo l’arrivo dei carmelitani, queste parole: «Pare una visione celeste, dal 20
momento che per mezzo della parola di questi giusti di chiesa, sembra che ci parli lo stesso Dio» e, poco dopo, in un’altra lettera allo stesso destinatario «[I carmelitani] stanno raccogliendo fondi per la chiesa; inoltre si interessano molto al nostro bene; voglia Sua Eccellenza tenerli in questa parrocchia! Sono spiriti di pace e grazie a a loro sia il piccolo che il grande si avvicinano…» Il 26 luglio dell’anno successivo, Madre Candelaria riceverà l’abito carmelitano dalle mani di padre Sendra, che aveva smesso di essere provinciale nel settembre 1923 e si era dedito completamente alle missioni in Venezuela e a Porto Rico come Commissario. La celebrazione fu emozionante, secondo quanto ci racconta la cronista, e tutte ricevettero l’abito carmelitano, per la cui confezione avevano dovuto elemosinare in diverse località. Lo racconta Madre Candelaria in una delle sue lettere: Le sorelle che vanno a Barcelona [in Venezuela], vanno senz’abito carmelitano esteriore, ma lo portano impresso nell’anima, grazie a Dio. Così le chiediamo l’elemosina, preghi per noi, poiché l’orazione dei padri per i figli giunge al Cielo.
Alla celebrazione era presente fra Ludovico Ayet, martire beatificato nell’ottobre 2007. Un’altra coincidenza vuole che nella stessa data, sedici anni dopo, moriva padre Tito Brandsma, dopo aver ricevuto un’iniezione di acido fenico, nel lager di Dachau. E venticinque anni dopo la morte di padre Tito, sempre nella stessa data, muore padre Bartolomeo Mª Xiberta, il cui processo di beatificazione è in corso. Nel Carmelo è tutta una sinfonia di santità! Nell’agosto 1926 monsignor Sixto Sosa nominerà Madre Candelaria Superiora Generale e maestra delle novizie. Il noviziato era canonicamente eretto a Porlamar e, così, veniva nominato padre Sendra come incaricato della direzione di detto noviziato. Pochi anni dopo padre Sendra, tormentato da una seria artrite, dovrà abbandonare la sua amata missione in Venezuela e far ritorno in Spagna. Madre Candelaria sentirà profondamente questa perdita, ma il seme di nuova presenza carmelitana stava germinando. Come ella stessa affermò poco dopo aver preso l’abito in una lettera a monsignor Sixto Sosa: 21
Ritengo che Lei sia tanto contento come lo sono io; già camminiamo e continueremo a camminare sotto la santa livrea del Carmelo. Grazie a Dio per tanti benefici.
È sorprendente come dal centenario tronco del Carmelo sboccino, in tempi moderni, nuovi germogli, nuove congregazioni di vita attiva, che rendono presente il carisma e la spiritualità carmelitana in tutti gli angoli del pianeta, donandosi generosamente ai più bisognosi, agli infermi, poveri, anziani, fanciulli… È un bellissimo segno della vitalità del Carmelo, un segno che il vecchio tronco continua a trasmettere linfa e continua a generare nuove forme di vita carmelitana. Queste congregazioni, a loro volta, arricchiscono il Carmelo, lo adornano con le loro peculiarità, lo rinnovano e lo rendono presente in contesti di emarginazione, di povertà e di missione. In un certo qual modo si fanno portavoce del carisma carmelitano che continua, in tal modo, a risuonare nel mondo contemporaneo. L’apporto di Madre Candelaria, la sua testimonianza semplice e, al contempo, sorprendente, così come la sua recente beatificazione a Caracas, costituiscono motivo di gioia per tutta la famiglia carmelitana: una nuova beata del Carmelo da invocare; un modello di vita cristiana e di carità evangelica da imitare; in definitiva, un regalo al Carmelo, alla Chiesa e all’umanità tutta. La Vergine del Carmelo, di cui oggi celebriamo la solennità, Stella radiosa del mattino, continui ad illuminarci e a guidarci nel tempestoso mare della vita. Continui a suscitare nella nostra famiglia carmelitana figure che, come la beata Candelaria di San Giuseppe, ci facciano riscoprire la grandezza del nostro carisma e ci aiutino a vivere in pienezza il Vangelo.
Prior General 22