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ARCHEO - Italian

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MALTA

MEGALITICA

NEL CUORE DEL MEDITERRANEO LA PIù SPETTACOLARE CIVILTà PREISTORICA DEL MONDO


Direttore editoriale: Andreas M. Steiner

Ricerca iconografica: Lorella Cecilia

Fotografie di Daniel Cilia

Redazione: Stefano Mammini

Impaginazione: Davide Tesei

Disegni di Elise Schonhowd

Pubblicato in collaborazione con Malta Tourism Authority 2 archeo


L’isola dei tesori Risale al 1991 il mio primo incontro con l’archeologia di Malta. Insieme a Alberto Dagli Orti, fotografo dell’Archivio De Agostini, trascorremmo la settimana di Pasqua con il compito di eseguire una capillare campagna fotografica dei monumenti megalitici dell’arcipelago e dei reperti conservati nel Museo Nazionale di Archeologia di Valletta. Passammo un giorno intero sotto terra, nella fredda oscurità dell’ipogeo di Hal Saflieni, a rilevarne il complicato susseguirsi di passaggi, corridoi e aule scavate nelle viscere dell’isola da uomini vissuti piú di 5000 anni fa. Alla fioca luce delle lampadine apparivano le ampie volute che essi avevano tracciato, con ocra rossa, su soffitti e pareti del santuario. In seguito, nelle luminose sale del Museo Nazionale – allora in fase di riordino delle collezioni – un giovanissimo archeologo, Reuben Grima (oggi docente all’Università di Malta) aprí una teca di vetro per mostrarci da vicino la piccola scultura raffigurante una donna adagiata sul fianco destro. Era stata rinvenuta, agli inizi del Novecento, proprio in una delle sale sotterranee da cui eravamo emersi il giorno prima. Poi, da una scatola, Grima estrasse una serie di figurine scolpite nella tipica pietra maltese: erano state appena scoperte durante gli scavi (in quegli anni ancora in corso) di un santuario megalitico nella località di Xaghra a Gozo, la seconda isola dell’arcipelago. Ogni volta che ritorno a Malta, quello con la «Signora dormiente» – oggi esposta in una saletta del Museo che le è stata interamente dedicata – è un appuntamento obbligato: con il passare del tempo, il suo atteggiamento insondabile, quel vigile sonno millenario mi hanno reso la figura intimamente familiare; il suo «messaggio», indecifrabile come i segni di un’ antica scrittura scomparsa, è quello dei grandi capolavori dell’arte universale. Nelle pagine che seguono presentiamo ai nostri lettori una sintesi dello straordinario fenomeno che chiamiamo civiltà megalitica maltese: un fenomeno rimasto – paradossalmente – sconosciuto al pubblico italiano, che associa il nome dell’arcipelago (e non a torto) alla sua altrettanto importante storia medievale e rinascimentale. Malta, terra vicinissima (dista appena una novantina di chilometri dalla costa meridionale della Sicilia) eppure lontana, è una meta imprescindibile per chi voglia comprendere appieno la storia antica (ma anche moderna!) del Mare Nostrum. Andreas M. Steiner


nelle isole dei Templi

GiGanTi

L’arcipeLago di MaLta: uno sparuto fazzoLetto di argiLLa, caLcare e coraLLi fossiLi sperduto aL Largo deLLe coste siciLiane, Ma profondaMente intriso di storia e di un passato preistorico unico aL Mondo, ancora tutto da decifrare di Andreas M. Steiner e Massimo Vidale; fotografie di Daniel Cilia, disegni di Elise Schonhowd

G

li esperti di navigazione dicono che se Malta e la costa siciliana, nelle giornate piú terse, sono reciprocamente visibili dalle rispettive alture, la prima, una volta che le imbarcazioni si sono spinte tra le onde, scompare. Certamente i fumi delle eruzioni dell’Etna non mancavano di segnalare la presenza della piú grande isola dell’intero Mediterraneo agli abitanti del piccolo arcipelago, separati da essa da non piú di circa 90 km di mare aperto. Tra i tanti misteri che circondano i millenni del Neolitico molti riguardano proprio la navigazione nel Mare Nostrum dei primi coloni, allevatori e coltivatori, su navi di forma ignota, che dobbiamo immaginare cariche di bambini stanchi e immusoniti, cumuli di vasellame, reti, provviste, animali in gabbia, ma anche, fatalmente, di ospiti involontari come agenti patogeni, parassiti e roditori indesiderati.

Fu cosí che qualche ingombro naviglio, 7000 o 8000 anni fa, scoprí, forse casualmente, l’arcipelago maltese, e diede inizio a una pagina sorprendente della storia del Mediterraneo. Forse non è un caso che proprio a Malta, presso l’entrata dell’abside occidentale del terzo tempio di Tarxien, vi siano due ortostati che recano, sotto forma di un palinsesto mal decifrabile di graffiti seriamente abrasi dagli agenti atmosferici, le immagini di una dozzina di navi.

le piú antiche imbarcazioni della storia? Dato che i graffiti si trovano in un unico punto della costruzione sacra, che forse risale agli ultimi secoli del IV millennio a.C., potrebbe trattarsi delle piú antiche rappresentazioni di imbarcazioni marine della preistoria europea. Mentre alcuni sostengono che i graffiti debbano datarsi «soltanto» alla media età del Bronzo,

Nella pagina accanto: il sole illumina il passaggio centrale al tempio megalitico di Mnajdra, isola di Malta. 3000 a.C. circa. Sotto il titolo: disegno ricostruttivo della statua colossale rinvenuta nel tempio megalitico di Tarxien. 3000-2500 a.C. circa.

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i fautori della prima ipotesi ne sottolineano la forte somiglianza con le barche rappresentate nel Predinastico egiziano e dalla cultura cicladica, databili, appunto, intorno al 3000 a.C., o forse addirittura a un periodo precedente. Ai tempi della prima colonizzazione Malta era ancora terreno vergine: il sottosuolo, per quanto non molto favorevole allo sviluppo di ricche coperture vegetali, doveva aver creato delle superfici stabili, in grado di sostenere delle coltri boschive di tipo mediterraneo. Malta, allora come oggi, con estati calde e secche e inverni umidi, viveva in un equilibrio complesso e sempre instabile, caratterizzato da limitate risorse idriche. I primi abitanti impararono a ottenere l’acqua con pozzi di scarsa profondità e piccoli sbarramenti degli effimeri torrenti stagionali.

dalle grotte ai templi Delle fasi piú antiche della vita di villaggio a Malta sappiamo ancora poco; strati di abitazione rinvenuti in grotte naturali (la piú importante delle quali è quella di Ghar Dalam; vedi a p. 10) e capanne, con eleganti ceramiche, i consueti resti di pasto, selce e ossidiana importati da Pantelleria e da Lipari. Dai depositi databili alla seconda metà del V millennio a.C., ricchi di ceramiche ancora stilisticamente legate al mondo siciliano, è emerso il perimetro di due capanne insolitamente ampie, associate a figurine femminili stilizzate, ma con il triangolo pubico chiaramente evidenziato, la cui presenza prova che si tratta di rappresentazioni della donna. Dalle fasi piú antiche del millennio seguente, a Malta compaiono grandi tombe collettive in camere interamente scavate nella roccia, e almeno un primo esempio di grande statua stele antropomorfa, non diversa da opere simili note in Francia e in SarNella pagina accanto: veduta aerea, da sud-est, dell’isola di Malta; sullo sfondo, Comino e Gozo. A destra: la statua colossale di Tarxien, con le parti originali e un disegno che ne ricostruisce le fattezze.

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A destra: foto satellitare dell’Italia con, a sud della Sicilia, l’arcipelago maltese.


«È ancora impossibile dire se Malta ebbe il ruolo di maestra o discepola tra le civiltà circostanti» (Vere Gordon Childe, l l’alba ’alba della civiltà europea europea))

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degna; in questo periodo la ceramica si arricchisce di disegni a linee, archi e figure umane stilizzate. Sono i primordi della grande esplosione del fenomeno del megalitismo che, a Malta, viene comunemente chiamato «Il periodo dei grandi templi». Ancora oggi, la fioritura di questi monumenti megalitici resta in buona parte inspiegata: perché nell’isola si siano sviluppati almeno 30 agglomerati di colossali edifici monumentali, costruiti mediante la collaborazione di centinaia, se non migliaia di individui, in un territorio di poco superiore a 300 kmq, in grado di sostenere, al massimo, 10-12 000 persone organizzate in un numero piuttosto limitato di villaggi (o anche 8 archeo

meno, calcolando il potenziale produttivo dell’agricoltura del tempo) è materia di difficili congetture. Tanto piú che i «templi» di Malta sono una manifestazione molto arcaica del fenomeno megalitico, quasi certamente la piú antica dell’Eurasia; che lo stile delle architetture non sembra aver influenzato in modo significativo le isole e le regioni vicine; e che i modi formali delle contemporanee sculture, tra il IV e il III millennio a.C., non hanno alcuna similarità o possibilità di confronto con le altre culture del Mediterraneo. Come scrisse il grande archeologo Vere Gordon Childe (1892-1957), «Nessun parallelo significativo è attualmente possibile per i templi, le incisioni, le statuette o la ceramica

L’arcipelago maltese con la dislocazione dei principali complessi megalitici.


MALTA TrA prEISTorIA E STorIA Età

Fase

Cronologia

Eventi e monumenti

Neolitico

Ghar Dalam

5300-4500 a.C.

Colonizzazione su navi provenienti dalla Sicilia; importazione di cereali, legumi e animali domestici, nonché di selce, ossidiana, alabastro e ocra.

Skorba 4500-4400 a.C. (ceramica grigia) Skorba (ceramica rossa)

4400-4100 a.C.

Ceramica decorata in stili o simili a quelli siciliani. A Skorba, capanne ovali con figurine femminili. Sepolture collettive in grotte e tombe rupestri; statue menhir simili a quelle, piú tarde, di Sardegna e Francia. Esplosione dell’architettura megalitica, con strutture a pianta lobata; nell’intero arcipelago sorgono oltre 30, tra complessi megalitici e vasti ipogei funerari.

Calcolitico Zebbug o età del rame: «periodo Mgarr dei grandi templi» Ggantija

4100-3800 a.C.

Saflieni

3300-3000 a.C.

Tarxien

3000-2400 a.C.

Necropoli di Tarxien

2400-1500 a.C.

Borg in-Nadur

1700 –900 a.C.

Collasso della vita di villaggio e abbandono dei complessi megalitici. Costruzione di dolmen. L’incinerazione sostituisce l’inumazione; nuovi forti contatti con Sicilia e Italia meridionale. Villaggi fortificati. In Inghilterra sorge Stonehenge.

prima età del Ferro

Bahrija

900-700 a.C.

Nuova ondata migratoria, forse dall’Italia meridionale?

periodo fenicio-punico

Fase fenicia

725-500 a.C.

Fase punica

500-218 a.C.

Insediamenti fenici, santuario di Astarte a Tas-Silg. Predominio cartaginese.

Età del Bronzo

3800-3600 a.C. 3600-3000 a.C.

In Egitto, verso il 2500 a.C., si costruiscono le piramidi di Giza; in Mesopotamia sorgono edifici in mattoni crudi; nella Valle dell’Indo fiorisce l’omonima civiltà.

periodo romano

218 a.C.-395 d.C.

Conquista romana allo scoppio della seconda guerra punica.

periodo bizantino

395-870

Conquiste dei Vandali (454) e dei Goti (464). Nel 533, riconquista per opera di Belisario.

Conquista araba

870

Gli Arabi conquistano Malta e avviano una lunga fase, oltre due secoli, di acculturazione islamica.

(...) È ancora impossibile dire se Malta ebbe il ruolo di maestra o discepola tra le civiltà circostanti ed è meglio tralasciare le inutili speculazioni su questo argomento» (The Dawn Of European Civilisation, 1925, tradotto e pubblicato per la prima volta nel 1950, con il titolo de L’alba della civiltà europea). Il megalitismo del tardo Neolitico maltese, in altre parole, sembra aver infranto il reticolo delle

connessioni culturali degli inizi del popolamento umano. Siamo forse di fronte – come sarebbe facile attenderci – a un’identità locale contratta e causata da un progressivo, inevitabile isolamento? Diversi studiosi, in realtà, sostengono una tesi opposta: potrebbe essere stata proprio la società preistorica maltese, stretta attorno all’ideologia religiosa dei propri archeo 9


INSuLArITà, IT NoN ISoLAMENTo ITà, «Le storie degli isolani sono storie di movimento e connettività, e le relazioni sociali in gioco devono essere valutate con lo stesso rigore delle risorse naturali o dei minerali, se vogliamo raggiungere una migliore comprensione delle isole del Mediterraneo e delle loro identità (...). Le isole abbracciano non solo paesaggi in senso fisico, ma anche paesaggi sociali, politici e religiosi. L’insularità stessa può configurarsi come una forma di identità sociale, una strategia culturale che gli isolani possono attuare contro le interferenze esterne o il dominio straniero, come una forma di identità resistente» (Bernard Knapp, 2007).


templi, a creare un’«isola culturale», delineata come espressione di autonomia e di resistenza rispetto ai panorami culturali e simbolici di uno sconfinato mondo esterno.

ggantija A Malta, ma soprattutto a Gozo, nei secoli centrali del IV millennio a.C., iniziarono a sorgere grandi costruzioni, erette con blocchi di calcare pesanti fino a 20 t. La fase piú antica del «Periodo dei grandi templi», prende il nome dal complesso monumentale di Ggantija a Gozo. Ggantija (la «Torre dei Giganti») appare come un grande recinto a forma di «D», con il lato frontale a doppio arco lungo poco meno di 40 m, e circa 30 di profondità. All’interno del recinto compaiono due strutture gemelle affiancate: due coppie di absidi lobate, disposte a coppie, affiancate ai lati di uno stes-

so corridoio o percorso di accesso, terminante in un’ultima abside semicircolare, in posizione centrale e assiale. La ricerca di ricorrenti orientamenti astronomici, in questo e altri complessi sacri dell’arcipelago, non ha prodotto risultati conclusivi, al di là di una evidente preferenza per la direzione meridionale. La planimetria di Ggantija, come quella di molti altri templi, ricorda vagamente un contorno antropomorfo rigonfio, con i vani lobati o semicircolari a rappresentare gli arti, e quello terminale, disposto in asse con l’ingresso, a ricordare una testa. Il tutto risulta simile, senza che vi sia, però, alcun rapporto, se non quello puramente formale, alla struttura di parte delle statuette femminili dai corpi obesi trovate all’interno di questo e di altri complessi (vedi anche l’immagine a p. 18). Anche le proporzioni delle due costruzioni

Nella pagina accanto: la Grotta di Ghar Dalam, all’estremità meridionale dell’isola. Esplorata sin dal 1865, conserva tracce del piú antico insediamento umano. In basso: l’angolo meridionale del tempio di Ggantija (Gozo), alto piú di 7 m. 3600-3000 a.C.

«Gozo rimaneva un luogo interamente privato, un’isola dentro al petto – e fortunato si dirà l’uomo capace di trovarne la chiave, girare il lucchetto, e scomparire al suo interno». Nicholas Monsarrat (1910-1979)

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GGANTIJA 0

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– maggiore quella a sud, piú piccola quella a nord – potrebbero alludere a una coppia maschile e femminile. Ancora una volta, una simile somiglianza è verosimilmente casuale e potrebbe essere l’esito dello sviluppo architettonico del sito nel tempo. Il doppio arco della facciata si apriva su un vasto spazio ellittico, evidentemente riservato a un ampio consesso di partecipanti, prima che questi, o parte dei gruppi, fossero ammessi all’interno degli edifici tramite strette aperture. Lo spazio tra le pareti megalitiche dei due templi e il perimetro megalitico del recinto esterno era stato colmato da tonnellate di terreno. Altre costruzioni che furono avviate nello stesso periodo, come il complesso di ta-Hagrat a Mgarr, nella parte nord-occidentale di Malta, riproducono la medesima progettualità ed esecuzione – due templi affiancati, uno maggiore trilobato (di 20 x 15 m circa), protetto da una facciata di blocchi lunghi fino a 4 m, e uno minore, giunto a noi in una riedificazione successiva, a un solo ambiente. Per piú di un millennio, almeno fino alla grande crisi del 2500-2400 a.C., le architetture templari di Malta avrebbero riprodotto,

In alto: pianta e veduta aerea del complesso di Ggantija (Gozo): circondati da un muro di cinta megalitico sono i due ambienti templari composti da camere absidate. 3600-3000 a.C.

Nella pagina accanto, in alto: l’esterno del muro di contenimento del tempio di Ggantija; in basso: l’ingresso al tempio settentrionale del complesso.


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elaborato e variamente trasformato, sino a complicarlo drammaticamente nella prima metà del III millennio a.C., il modulo essenziale del corridoio e degli absidi lobati raccolti attorno a esso. Piú che impianti progettati in un’occasione unitaria, i templi sembrano accrescersi e modificarsi mediante aggiunte e cambiamenti progressivi, sempre, comunque, sotto la precisa ispirazione delle medesime idee di base. In genere, negli absidi contrapposti il lato destro appare costruito e decorato con cura minore del lato sinistro.

memoria millenaria Il ricordo di questa architettura millenaria e dei suoi simbolismi rimase vivo fino alla fase fenicia (VIII secolo a.C.), quando il nucleo centrale del tempio di Astarte di Tas Silg ne riproduceva ancora la planimetria essenziale. Sembra che i complessi templari, tra il IV e il III millennio a.C., siano sorti «in punti nodali del territorio, in posizioni di raccordo tra i crinali delle alture o in prossimità di guadi, o ancora in relazione con importanti approdi costieri». In altri casi furono certamente costruiti nei pressi di importanti centri abitati 14 a r c h e o

TA-HAGRAT

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0 In alto: pianta e veduta di Ta-Hagrat, situato nella parte occidentale dell’isola di Malta. Quello di Ta-Hagrat è uno dei complessi templari megalitici

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piú piccoli ed è composto da due santuari, uno maggiore, datato intorno al 3600 a.C., e uno minore, databile al 3300-3000 a.C.


negli stessi secoli. Vere Gordon Childe aveva sottolineato la significativa coincidenza tra i principali nuclei cultuali e le distese di terreno coltivabile delle isole. Anche in uno spazio circoscritto e in fondo piuttosto semplificato come quello dell’arcipelago maltese, la logica dell’antica geografia, umana e sacrale al tempo stesso, non è facilmente decifrabile. Qualsiasi fosse l’impulso che sorreggeva la costruzione e la manutenzione di queste uniche «cattedrali» preistoriche, esso conobbe le forme piú impressionanti – ma anche maggiormente effimere – nella fase detta «di Tarxien», datata al radiocarbonio calibrato tra il 3300 e il 2500 a.C. circa (nello stesso periodo, in Egitto, culminava e tramontava la grande età delle piramidi e, in Inghilterra, il grande circolo di triliti di Stonehenge veniva costruito e modificato in forme sempre piú grandiose).

simmetriche dei due santuari principali (il «Tempio Sud», a sinistra, e il «Tempio Mediano» a destra) e la forma trilobata del «Tempio Est». 3600-2500 a.C.

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mnajdra e hagar Qim La fase di Tarxien è ben esemplificata dai due grandi complessi di Mnajdra e Hagar Qim, costruiti a poca distanza l’uno dall’altro sulla costa ovest di Malta e dalle costruzioni stesse di Tarxien, al margine sudorientale dell’isola. mnajdra comprende tre

In basso: pianta e veduta aerea del complesso templare di Mnajdra, composto da tre santuari aperti su un unico cortile. La pianta evidenzia la forma a quattro absidi

MNAJDRA

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HAGAR QIM Sulle due pagine: pianta e vedute del complesso megalitico di Hagar Qim. Il grandioso monumento, situato a poca distanza da Mnajdra, si caratterizza per la sua tipica forma a «ferro di cavallo», con vari locali absidati disposti intorno a un cortile centrale. 3000-2500 a.C.

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templi – «Sud», «Mediano» ed «Est» – che si aprono su un unico, grande spazio ovale con le facciate concave accostate. Il piú antico è il Tempio Est, con pianta trilobata, una triplice soglia e alcuni elementi decorati da linee di punti ottenuti a trapano; si data alla piú antica fase di Ggantija ed è circondato, sul retro e a est, dai resti mal conservati di edifici minori di funzione sconosciuta. Meglio conservato sono il Tempio Sud, con planimetria a cinque absidi, e il vicino Tempio Mediano, immediatamente a nord, che, sorgendo su un piano di poco piú alto, era dotato di una scalinata. Gli ambienti interni, dalle pareti debolmente convergenti verso l’alto, sono uniti da porte e scalini monumentali ma anche da fori di comunicazione piccoli ed eccentrici, spesso interpretati come «fori oracolari». Due ambienti minori, ricavati nell’intercapedine tra gli spazi interni e le murature esterne, permettevano un diverso accesso all’unità templare; essi sono generalmente chiamati «le Stanze degli oracoli». Il complesso templare di Hagar Qim, poco piú a est, è il piú vasto dell’arcipelago e doveva essere stato realizzato e curato dalle stesse comunità. Sorge su un pianoro collinare, due km a sud-ovest dell’odierno centro di Qrendi, e si articola in tre strutture distinte. Il tempio principale comprende cinque vani lobati disposti intorno a un cortile centrale, a r c h e o 17


che furono verosimilmente realizzati in momenti diversi.All’interno, l’accesso da un ambiente all’altro era limitato da lastre forafora te e «fori oracolari»; gli absidi e la corte centrale contenevano un grande pilastro decorato, almeno una lastra scolpita con motivi a spirale, altari trilitici o sorretti da basi finemente scolpite come modelli architettonici, e un gruppo di fi-gure femminili realizzate in pietra o in terracotta con tratti di obesità.

tarxien Il complesso megalitico di Tarxien presso l’abitato odierno di Pawla, sulla sponda meridionale del Grand Harbour, è forse il piú irregolare e composito nella planimetria, ma anche il piú ricco ed elaboelabo rato dal punto di vista decorativo e iconograiconogra fico. La costruzione comprende quattro dif differenti unità templari, l’ultima delle quali sorse al tramonto del Periodo dei Grandi In alto: una veduta di Hagar Qim. A destra: una delle numerose sculture di «divinità obesa» rinvenute nel tempio di Hagar Qim. prima metà del III mill. a.C. Valletta, Museo Nazionale di Archeologia.

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Templi, intorno alla metà del III millennio a.C. Circondato dagli edifici della cittadina di Pawla e Tarxien, il tempio non ha il fascino ambientale e paesaggistico degli altri complessi maltesi. Il tempio maggiore, a sud, lungo 30 m circa, ha la consueta facciata concava, e quattro ambienti lobati interni ai quali si accede da un ambiente centrale di forma semicircolare. Un tempio centrale, che ha dimensioni simili al precedente, è formato da tre coppie contrapposte di vani absidati; un terzo tempio, posto sul lato orientale, torna al modulo delle due coppie di vano lobati affrontati; infine all’estremità est vi è un quarto tempio, il piú antico del gruppo e molto piú piccolo, con una pianta a cinque lobi. La suc-

In alto e a sinistra: due esempi della tipica decorazione a fregio di animali e «a spirali», che decoravano il complesso megalitico di Tarxien. 2500 a.C. In basso: i due lati della celebre «Venere di Malta», rinvenuta nel tempio di Hagar Qim. prima metà del III mill. a.C. Valletta, Museo Nazionale di Archeologia.

l A ve lA veNeRe DI HAGAR QIM

Modellata in argilla e alta circa 13 cm, la statuetta nota come la «Venere di Malta» fu scoperta nel 1839, durante i primi lavori di scavo del tempio megalitico di Hagar Qim. Giaceva nel primo ambiente del complesso monumentale, sotto una lastra di pietra decorata a spirali. risalente isalente alla prima metà del III mill. a.C., questo capolavoro dell’arte preistorica rappresenta un’eccezione se confrontata con le numerose altre raffigurazioni femminili tipiche del periodo «dei grandi templi»: la «Venere», infatti, non riproduce i tratti stereotipati delle cosiddette fat ladies (le «signore obese») maltesi, mentre mostra tratti dalla resa straordinariamente naturalistica. Come nel caso delle numerose altre sculture maltesi (per esempio l’altrettanto celebre Sleeping Lady; 24), è impossibile definire vedi a p. 24 con certezza la funzione – religiosa, rituale, simbolica – di quest’antichissima opera d’arte.

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cessione delle costruzioni e la loro sovrapposizione crea un palinsesto in cui i singoli progetti sono a stento riconoscibili. Le stanze sacre e i passaggi di Tarxien, all’atto degli scavi condotti tra il 1915 e il 1919 risultarono affollati di immagini, rilievi parietali e simboli. Predominano il moto infinito delle spirali, teorie di animali in processione (capridi e arieti, buoi, tori e maiali, tra i quali l’immagine di una scrofa che allatta tredici porcellini), e ancora altari e bacini sacrificali. Uno degli ambienti del tempio meridionale conteneva la parte inferiore di una gigantesca statua di culto di una «dea obesa» con una lunga gonna a pieghe, che in origine doveva stagliarsi nell’ombra per un’altezza di 2 m, a lato di enormi blocchi decorati a spirali a rilievo.

hal saflieni Scoperto agli inizi del Novecento, l’ipogeo di Hal Saflieni ebbe la fortuna di ricadere ben presto nelle attenzioni di studiosi di valore, come Themistocles Zammit (18641935), nominato responsabile dell’appena aperto Museo di Malta, e Padre Emmanuel

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TARXIeN

pianta e veduta aerea del complesso megalitico di Tarxien: costituito da quattro differenti templi, edificati tra il IV (il «tempio arcaico», a destra nella pianta) e la metà del III mill. a.C., Tarxien è

caratterizzato dai ricchissimi arredi cultuali e dalle notevoli decorazioni figurate (animali) e geometriche. A Tarxien, infine, è stata trovata la colossale statua di una «divinità» (vedi a p. 6).

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CoME ALL’INTErNo DI uN orGANISMo VIVENTE Mentre oggi gli ambienti dei templi maltesi e le loro colossali murature, soglie e ripartizioni giacciono sventrati da crolli e scavi, annegati nel sole del Mediterraneo, in antico questi edifici erano sigillati da facciate di file sovrapposte di blocchi ben squadrati, e interamente coperti da tetti ben costruiti: lo rivelano diversi modellini in pietra e terracotta trovati all’interno delle rovine, e i graffiti di una facciata stilizzata, accuratamente riprodotta a bassorilievo in uno dei templi di Mnajdra (alcuni considerano queste immagini dei veri e propri modellini di progetto per i cantieri costruttivi). Le bianche facciate si ergevano fino a un’altezza di una decina di metri. L’ingresso ai templi megalitici sottraeva le persone alla collettività, alle voci e alla luce, per accoglierli in spazi oscuri, frazionati e raccolti, dominati da linee e superfici curve e convolute, come quelle interne a un organismo vivente, e spesso percorse da immagini dipinte e scolpite ad altorilievo e a tutto tondo.

Nel disegno in alto: ipotesi ricostruttiva di una fase dell’edificazione di un tempio megalitico maltese. Qui sopra: due modellini di tempio provenienti da Mgarr (a sinistra) e da Tarxien (a destra, con integrazioni di restauro).

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«L’impressione che se ne ha, nell’entrare nell’ipogeo, è di sbalordimento, nella tenue luce delle fiaccole che rivela l’intrigo di grotte e gallerie e le bizzare linee di quell’architettura straordinaria. Un’aria di profondo mistero pervade il luogo; il visitatore prova l’impulso di fermarsi, per avere una vista generale delle pareti ad alveare, prima di mettersi a osservare in dettaglio ciascuna cavità e passaggio. Quando l’occhio si è abituato alla penombra, si è colpiti immediatamente dalla stranezza dello stile architettonico.» Themistocles Zammit (1864–1935) Magri (1851-1907). Nel 1903 il sito, intaccato in superficie da moderni cantieri edilizi, che forse avevano completamente rimosso le costruzioni megalitiche di superficie, era già stato dichiarato proprietà pubblica. Tra il 1903 e il 1906 Padre Magri scavò con una certa cura le cavità sotterranee del complesso, ma morí inaspettatamente l’anno successivo, lasciando incompleto il lavoro di pubblicazione. Le ricerche ripresero nel 1952, quindi nei primi anni Novanta, con tecniche sempre piú aggiornate. Oggi sappiamo che l’ipogeo, vasto circa 500 mq, si articolava su tre livelli sotterranei sovrapposti (superiore, medio, inferiore), sino a raggiungere una profondità di 11 m dall’attuale piano stradale. Il livello superiore, il piú antico (sembra risalire al 4000 a.C.), era formato da cavità naturali, successivamente adattate e modificate da rampe discendenti e costruzioni minori. Sembra essere stato concepito come una sorta di anticamera intermedia tra la superficie e le cavità inferiori. Gli altri due livelli furono interamente scavati al di sotto, creandovi camere artificiali connesse da passaggi, piattaforme e gallerie, probabilmente sfruttando pre-esistenti fessurazioni naturali del banco roccioso. Gli scultori-architetti di Hal Saflieni trasformavano elementi naturali in pilastri decorati, porte di tipo trilitico, e 22 a r c h e o

Trilite al livello superiore

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Sala principale al livello mediano

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Soffitto decorato della «stanza dipinta» (livello mediano)

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IPOGeO DI HAl SAFlIeNI

Il disegno qui sotto presenta uno spaccato tridimensionale dell’articolato sistema di ambienti sotterranei, distribuiti su tre piani e per oltre 10 m di profondità, dell’affascinante santuario/necropoli situato a breve distanza dal complesso megalitico di Tarxien. Esso rappresenta uno dei monumenti piú suggestivi dell’archeologia di Malta.

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PIANO SUPERIORE

Santo dei Santi (livello mediano)

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Trilite di passaggio al livello inferiore

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Ambiente del livello inferiore

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Se indubbia è la destinazione sacra di Hal Saflieni, molti suoi aspetti sono ancora enigmatici. Sembra tuttavia lecito affermare che l’ipogeo rifletta un rapporto tra la società dei vivi e l’aldilà, tra la terra e il mondo degli inferi. In una delle sale dell’ipogeo è stata trovata la celebre «Signora dormiente» (vedi a p. 24).

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Il MISTeRO DellA «SIGNORA DORMIeNTe»

Distesa su una struttura simile a un letto o a una branda, la Sleeping Lady, la «Signora dormiente» di Hal Saflieni, è uno dei capolavori dell’arte preistorica maltese e, come tale, non ha confronti nell’arte neolitica europea (anche se da Malta e Gozo provengono altri tre esempi di figure «su branda», ma di aspetto e fattura molto diverse). Lunga 12,2 cm e alta 6,8 cm, la statuetta in terracotta ritrae una donna poggiata sul fianco destro, con gli occhi chiusi, la mano destra sotto la testa, i seni scoperti e la parte inferiore del corpo vestita di un’ampia gonna dall’orlo plissettato. La domanda su chi rappresenti l’affascinante figura e quale sia stata la sua funzione nell’ambito cultuale e religioso del suo tempo, si sovrappone ai numerosi interrogativi che, ancora oggi e forse per sempre, suscitano le straordinarie testimonianze monumentali e artistiche del neolitico maltese. La «Dormiente» era – come molti sostengono –una dea della fertilità «a riposo»? o la condizione in cui viene raffigurata – quella del sonno – non suggerisce, piuttosto, la presenza di una personificazione metaforica del «sonno eterno», quello della morte? Secondo l’archeologo Anthony pace, soprintendente al patrimonio culturale di Malta, non si possono ignorare le indicazioni provenienti dal contesto in cui la figura è stata ritrovata: la Sleeping Lady e le altre tre figure «su branda» provengono da aree cimiteriali, tre dall’Ipogeo di Hal Saflieni, una – raffigurante tre personaggi – dal Circolo di Xaghra (vedi a p. 29). Inoltre, la posizione della «Dormiente» rievoca quella, rannicchiata, dei defunti seppelliti a Xaghra (come risulta dalla disposizione dei resti scheletrici). piú che all’ambito dei culti della fertilità e nascita, dunque, questa affascinante figura femminile, questo capolavoro assoluto dell’arte preistorica mondiale, sembra offrirsi come straordinario tramite verso il profondo e oscuro mondo dell’aldilà.

La «Signora dormiente», capolavoro dell’arte preistorica maltese, rinvenuta nel 1905 all’interno della Camera dipinta dell’Ipogeo di Hal Saflieni. 3300-3000 a.C. Valletta,, Museo Nazionale di Archeologia.

Qui sopra: immagine del fondo della statuetta, con la struttura della «branda» su cui è adagiata la Dormiente.

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costolature di sostegno, a imitazione di parti architettoniche realmente funzionali nell’architettura templare di superficie. Il livello intermedio, che mostra nella sua irregolarità e asimmetria una generica analogia con le planimetrie dei templi lobati, contiene un ambiente centrale di passaggio, dal quale si accede a gruppi di camere con repliche di facciate di costruzioni sacre, con pilastri verticali e «travi» orizzontali in origine dipinti in rosso. Nelle stanze funerarie si succedono nicchie, finestre e dislivelli. Altri ambienti recano su pareti e soffitti decorazioni a spirali, sempre decodipinte in rosso, o ampie superfici con deco razioni puntiformi, simili a quelle osservate a Mnajdra. Studiosi odierni sono impegnati

nella ricostruzione delle antiche modalità di diffusione della luce negli ambienti sotterranei, in rapporto al tipo e alla qualità delle decorazioni architettoniche scolpite nella roccia. Una scala conduce, infine, al livello inferiore, dove una porta trilitica introduce a una serie di camere basse, separate da sottili setti murari, in antico dipinte con ocra rossa. Le sepolture contenevano elementi di collana, asce in miniatura e amuleti, figurine di quadrupedi e uccelli, e come di consueto figurine umane in terracotta di dimensioni maggiori: tra queste spicca la celebre «Signora dormiente», una donna con tratti di obesità coricata sul fianco destro e assopita su di un letto. Scrive l’archeologo Anthony Pace: «Questi cimiteri sotterdefinivano i confini fisici di un mondo sotter raneo, un concetto che non deve essere stato troppo diverso da quello osservato presso altre “Dimoculture, come nel caso della piú tarda “Dimo infera di Ade” del mondo greco». Il mondo infe rafforro delle sepolture collettive dei morti raffor solizava certamente, sul piano simbolico, la soli darietà delle comunità dei viventi.

Gli scavi nel circolo di Xaghra (Gozo) condotti da otto Bayer negli anni Venti dell’ottocento, in un acquerello di Charles de Brochtorff (1828 circa). Al centro si riconoscono i due megaliti d’entrata (oggi scomparsi) e, sullo sfondo a sinistra, il tempio di Ggantija.

le scoperte di xaghra Ma torniamo sull’isola di Gozo. Qui, il co cosiddetto «circolo Brochtorff» di Xaghra fu portato in luce grazie a scavi amatoriali condotti dal governatore di Gozo John Ot Otto Bayer intorno al 1820, nei pressi del complesso cultuale di Ggantija. I lavori di sterro erano stati accuratamente riprodotti in alcuni acquerelli di Charles Fredrick de Brochtorff, databili tra il 1828 e il 1829, e conservati nella Biblioteca Nazionale di Valletta. La serie comprende due vedute a r c h e o 25


degli scavi che si andavano allora conducendo nel vicino circolo megalitico che oggi porta il nome dell’artista. Le indicazioni contenute negli acquerelli permisero a Joe Attard Tabone, un amatore locale, di individuare la posizione del sito. In seguito, tra il 1987 e il 1994, scavi piú ampi e sistematici sono stati condotti dall’Università di Malta, dal Dipartimento Maltese dei Musei e dalle Università di Cambridge e Bristol. Il complesso si era gradualmente sviluppato a partire da una specie di tomba sotterranea a due camere costruita nella fase di Zebbug (4100-3800 a.C. circa); gli ambienti, oltre a resti umani appartenenti a 65 persone, contenevano vasetti con ocra, elementi di collana, ornamenti incisi in osso che ricordano forme 26 a r c h e o

antropomorfe e le stesse planimetrie dei templi lobati, conchiglie e strumenti in pietra. Vicino all’ingresso giaceva una piccola lastra in pietra, recante l’incisione di un volto stilizzato e interpretabile come stele menhir. Gli scavi hanno accertato che tra il 3000 e il 2400 a.C., nelle fasi tarde di vita dei templi di Ggantija, il circolo era stato usato per inumare centinaia di persone, per lo piú deposte in grotte e cavità naturali, parzialmente modificate per facilitarne l’accesso e l’uso funerario. Una parte distinta dell’ipogeo era stata modificata e costruita a formare un vero e proprio centro di culto funerario sotterraneo, con un’entrata monumentale, un grande bacino in pietra circondato da sepolture. I resti scheletrici, oltre a essere stati in grandi

Veduta degli scavi del Circolo di Xaghra (Gozo) con, sullo sfondo, la chiesa parrocchiale della città moderna.


quantità disturbati e dispersi dagli sterri ottocenteschi, risultarono essere stati intensamente manipolati, spostati e sconnessi già in età antica. Il conto totale, alla fine del progetto, fu di circa 220 000 resti umani, probabilmente appartenuti a non meno di 400-800 persone diverse (senza contare le ossa disperse negli sterri iniziali). Diverse aree delle cavità sepolcrali contenevano, con le ossa umane, diversi tipi di offerte, come asceamuleto in pietra verde, vasetti miniaturistici contenenti cosmetici rossi, spilloni, perline e testine umane in osso, e figurine e vasi di terracotta; suggerendo cosí che gruppi specifici di defunti ricevessero corredi diversificati. Inoltre le cavità sepolcrali, a volte divise da setti murari e soglie, contenevano un

numero molto elevato di ossa animali (soprattutto capri-ovini, bovini e maiali), rivelatrici di attitudini rituali e alimentari delle antiche comunità dell’arcipelago. Le ceramiche erano finemente decorate, e le figurine (umane e animali) plasmate in dettaglio e ben lucidate, sono tra i prodotti piú belli dell’arte preistorica maltese; molti esemplari erano stati dipinti in rosso, giallo e nero. Almeno una delle statue, trovata in frammenti intorno a una cavità tombale, era alta piú di un metro; rappresentava un personaggio con una gonna ampia ed elaborata, e le braccia strette al petto. La statua era stata intenzionalmente infranta, e i suoi pezzi posizionati intorno a sepolture accompagnate da figurine e collane. Dalle vicinanze del grande bacino in pietra, infine, proviene una coppia di «signore obese»: sedute su una sorta di branda, hanno un’acconciatura a coda dietro la nuca e indossano larghe e rigonfie gonne a pieghe, coperte di astratte linee verticali. Una di essa reca un bimbo in grembo, l’altra una coppa (vedi box a p. 29).

particolari con la struttura trilitica e il grande bacino in pietra rinvenuti nel Circolo di Xaghra.

alla ricerca di spiegazioni Come spiegare gli immensi sforzi effettuati dalle comunità preistoriche maltesi nella costruzione dei giganteschi templi e degli ipogei, e il loro rapido abbandono alla soglia del 2400 a.C.? Vere Gordon Childe, al di là della correlazione tra i terreni arabili e la distribuzione delle costruzioni megalitiche, che infatti rispecchia quella delle fattorie moderne, credeva che i monumenti preistorici fossero luoghi di culto di una «religione (segue a p. 30) a r c h e o 27


LE «pICCoLE ErME» DI XAGHrA Nel circolo di Xaghra, presso il grande bacino in pietra, venne in luce un deposito di nove figurine in pietra, con tracce di ocra gialla, simili alle «erme» di tradizioni molto piú tarde. Giacevano l’una accanto all’altra, come se fossero state contenute in una scatola o in una borsa, travolta dal crollo del soffitto della cavità. Sei di esse, asessuate, alte da 15 a 18 cm, rappresentano figure dai tratti fortemente stilizzati; una sembra un abbozzo non finito. Alcune indossano un accessorio interpretabile come cintura, mentre le incisioni verticali su due esemplari evocano le gonne a pieghe note da altre statuette. Un’altra porta una sorta

di diadema e un’altra ancora rappresenta la testa di un cinghiale. Si tratta di oggetti unici, senza confronti noti, sia per la forma generale, sia per lo stile. poiché la parte inferiore appare molto meno dettagliata, e le statuette, da sole, non si reggono in piedi, è probabile che fossero piccoli manichini o addirittura «burattini sacri» manipolati ed esibiti nel corso delle cerimonie funebri. Secondo gli scavatori questo ambiente sarebbe una sorta di «camera ardente» dove i morti venivano portati prima della sepoltura, per essere salutati con elaborate cerimonie e forse con rappresentazioni sacre. Le figurine rinvenute durante gli scavi eseguiti negli anni Novanta del secolo scorso all’interno del Circolo di Xaghra (Gozo). Ggantija Interpretation Centre.

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A destra: quattro vedute della scultura in pietra calcarea scoperta all’interno del Circolo di Xaghra, raffigurante due personaggi «obesi» seduti su una branda. prima metà del III mill. a.C.

lA STRANA COPPIA

Nei primi anni Novanta del secolo scorso, insieme alle «erme» di cui parliamo nella pagina accanto, nella zona rituale del circolo di Xaghra fu ritrovata questa curiosa scultura in pietra calcarea (14 x 13 x 9,3 cm) raffigurante due cosiddette fat ladies («signore obese»), quasi identiche l’una con l’altra, se non fosse che una delle due regge in grembo una figura piú piccola (un bimbo?), l’altra una sorta di tazza o coppa. Subito annoverata, insieme alla «Venere di Hagar Qim» e alla «Signora Dormiente» di Hal Saflieni, tra i capolavori dell’arte preistorica maltese (e non solo), la coppia evidenzia alcuni tratti particolari: innanzitutto, le due figure sono assise su una «branda», simile a quella su cui giace la celebre «Dormiente» (vedi a p. 24). Inoltre, la scultura reca tracce significative di coloritura con pigmento rosso, giallo e nero, suggerendo cosí che anche le altre sculture di Malta e Gozo un tempo fossero colorate. Solo uno dei tre personaggi scolpiti è munito della testa (l’assenza della testa è un aspetto tipico delle sculture preistoriche maltesi, dovuto forse a un’intenzionale interscambiabilità delle medesime o, piú probabilmente, a una sorta di preistorico vandalismo «iconoclasta»). un dato curioso riguarda l’acconciatura delle due donne: mentre quella integra porta i capelli sciolti, la seconda mostra la parte finale di una coda di cavallo. er proporzioni, indumento e postura, le per due piccole signore (ma anche sull’identità di genere si può discutere, vista l’assenza di tratti femminili particolarmente pronunciati) ricalcano il modello delle piú grandi – e talvolta giganti – raffigurazioni di Malta (per esempio, la grande scultura di Tarxien riprodotta a p. 6) intorno al cui vero significato (ritraggono dèi o dee, antenati, capiclan, sciamani o sacerdoti?) si affastellano, ancora oggi, infinite ipotesi.

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megalitica», gestiti da capi di famiglie nobiliari, come avveniva con le chiese dei castelli dell’Europa medievale. Nel 1973, l’archeologo britannico Colin Renfrew, sviluppando parte delle idee di Childe, ha confrontato Malta con le informazioni etnostoriche relative alla società dell’isola di Pasqua prima del contatto con i bianchi: a Malta vi sarebbero stati sei principali villaggi, di circa 2000 abitanti ciascuno, che coordinavano la propria forza lavoro, mediante grandi cicli rituali sostenuti da redistribuzioni cerimoniali di cibo e bevande, per celebrare il ricordo di prestigiosi antenati dei vari lignaggi.

i segni della crisi Gli ultimi scavatori dei complessi sacri maltesi suggeriscono che un’importante chiave di lettura risieda proprio nelle modalità del loro collasso. Essi pensano a un processo di continua crescita demografica, accompagnato da un parallelo sviluppo in elaborazione e complessità della cultura materiale.Tensioni sociali e corrispondenti forme di controllo gerarchico sarebbero cresciute man mano che le risorse alimentari – cereali, legumi e animali domestici – iniziavano a scarseggiare, in un ecosistema fragile e inevitabilmente compromesso già a partire dal primo impatto del Neolitico. Le immense costruzioni monumentali, proprio come le statuette con tratti di obesità, isopotrebbero esprimere l’aspirazione degli iso

lani all’abbondanza e al benessere in secoli di crescente scarsità; in fondo, l’unica risorsa che aumentava invece di contrarsi era la forza lavoro umana che, entro certi limiti, si poteva continuare a sfruttare. L’intensificazione dell’arte figurativa nelle costruzioni piú tarde, quelle della fase di Tarxien, potrebbe essere spiegata come un’espressione terminale del ruolo tradizionale dei templi e dei rituali funebri nella gestione e nella moderazione dei conflitti sociali. Sono ipotesi impossibili da verificare? Non del tutto. Possiamo pensare che, se le risorse tradizionali del Neolitico iniziavano a scarseggiare, gli abitanti potessero aver fatto un crescente uso di risorse alimentari di origine selvatica, e soprattutto marina (uccelli, pesci e molluschi). Ebbene, né nelle raccolte di ossa animali trovate nei recenti scavi del circolo di Xaghra, né nelle ossa dei defunti delle fasi piú tarde vi sono prove di un crescente ricorso a questo tipo di alimenti. I nuovi dati dimostrano che la dipendenza da piante e animali coltivati aumentò, invece di diminuire, poco prima del tracollo della metà del III millennio a.C., dando quindi credito alla teoria che l’aumento della popolazione poteva aver effettivamente causato crescenti livelli di stress economico e sociale. Possiamo azzardare una ricostruzione di che cosa avveniva all’interno dei templi? È probabile che cortei e processioni si fermassero davanti alle facciate concave dei Ipotesi ricostruttiva di una scena all’interno del tempio di Tarxien, con la statua colossale della Grande Dea (vedi a p. 64).

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grandi templi, e che solo gruppi minori fossero gradualmente ammessi all’interno di essi. Se le planimetrie dei templi, come è lecito immaginare, alludono a immense immagini antropomorfe, gli edifici potrebbero rappresentare proprio il corpo «sociale» di grandi antenati divinizzati. Le processioni di caprovini, bovidi e maiali scolpite a bassorilievo, gli altari cavi nei quali erano state deposte ossa animali, e, in almeno un caso, la presenza di un coltello, sembrano testimoniare pratiche sacrificali seguite dalla distribuzione delle carni. All’interno dei templi sono state trovate enormi quantità di ceramica di notevole pregio, in cui abbondano – oltre a piatti e giare – tazze con una sola ansa, usate per attingere e consumare bevande. Insieme ai grandi bacini in pietra, le tazze suggeriscono che all’interno si tenessero spesso libagioni rituali. Immagini di altre creature (uccelli, pesci e serpenti) compaiono su oggetti portatili o sulle pareti degli ambienti: in questi casi, il coinvolgimento degli animali nei sacrifici è molto meno certo.

un culto di «dee madri» Statue e statuette sembrano aver avuto una parte essenziale nei culti, ma le precise modalità del loro impiego rimangono oscure. Sebbene le figurine (immagini in terracotta e in pietra, in piedi, sedute o sdraiate) siano spesso interpretate come «dee madri», esse non hanno, in realtà, esplicite connotazioni sessuali. Non vi sono statuette di personaggi maschili, ma si conoscono immagini falliche, incise sulle pareti o sotto forma di modelli inseriti in nicchie. Le statue maggiori, a volte di dimensioni colossali, erano probabilmente immagini di esseri soprannaturali venerati, ma la natura delle statuette minori è molto meno chiara. Le figurine in pietra della stanza principale del circolo

Stele da Tarxien con raffigurazione di un doppio fallo e, in basso, rilievo con raffigurazione di pesci, da Bugibba. 3000-2500 a.C. Valletta, Museo Nazionale di Archeologia.

di Xaghra (vedi a p. 28), e il fatto che non poche teste scolpite hanno fori basali per l’inserimento di corde e cinghie, garantendone la mobilità sul resto delle figure, suggeriscono che, durante le cerimonie funebri, statue di antenati e altre figure divine intervenissero in rappresentazioni cinematiche, muovendosi nell’oscurità e addirittura – come si è spesso supposto – fornendo oracoli e ingiunzioni ai presenti.

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Alcuni studiosi pensano che gli ipogei ospitassero anche pratiche rituali analoghe all’incubazione e all’oniromanzia: fedeli e malati si sarebbero recati nelle cavità sotterranee, in un colloquio ideale con i morti e le loro divinità, per ricevere in sogno istruzioni salvifiche, in maniera simile a quanto sarebbe avvenuto millenni piú tardi nel culto greco di Esculapio. Lo suggeriscono immagini di serpenti scolpite nelle rocce di Ggantija e formazioni geologiche serpentiformi a Mnajdra, insieme a modellini di parti anatomiche, possibili allusioni a gravi stati patologici, rinvenuti nei complessi sacri. La caduta dei complessi megalitici, dopo la soglia del 2500 a.C., coincide con la comparsa di nuove forme di architettura funeraria – innanzitutto di dolmen – e con la diffusione

QuEGLI ENIGMATICI BINArI Tipici del paesaggio archeologico di Malta sono i cosiddetti curt ruts, i misteriosi «solchi di carro» che, come una fitta rete di binari, sono presenti quasi ovunque nell’arcipelago (con l’eccezione della piccola Comino). Simili ai moderni binari ferroviari, talvolta si presentano a fasci e regolati da quelli che sembrano veri e propri «scambi». Sembra accertato che questi solchi, profondi mediamente 6/8 cm, con punte massime di 60, siano stati prodotti da ruote di carri. La loro datazione, in ogni caso, è tuttora molto incerta e sono state avanzate ipotesi che oscillano tra il Neolitico e l’età romana. Non sono stati individuati percorsi che conducano ai templi megalitici maltesi, né sembra che una qualche pianificazione territoriale abbia presieduto alla loro realizzazione. Secondo lo studioso maltese Anthony Bonanno, le carreggiate presentano una certa connessione con le cave e, dunque, indicherebbero gli itinerari seguiti dai carri impiegati per trasportare il materiale da costruzione. Una conferma di questa ipotesi risiederebbe nel fatto che i binari si presentano piú fitti in prossimità del grande centro di Medina-Rabat, centro che ebbe il suo massimo sviluppo nel I millennio a.C. e, in specie, durante l’età romana. È dunque molto probabile che le enigmatiche carreggiate si siano prodotte attraverso un lungo periodo che dalla preistoria giunge alla fine dell’evo antico.

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di ornamenti e armi in rame, cambiamenti forse ispirati dall’arrivo di nuove genti. Nel corso del II millennio, nell’arcipelago sorsero nuovi villaggi, prima sparsi e aperti, poi arroccati e pesantemente fortificati contro il pericolo di aggressioni dal mare (fase di Borg-in Nadur, 1500-900 a.C. circa). Le capanne, di forma ovale, sembrano simili a quelle della Sicilia e dell’arcipelago eoliano dello stesso arco cronologico.

so, a partire dall’VIII secolo a.C., quando i contatti con la sfera commerciale e politica fenicia divennero significativi. Parte, ormai, di un nuovo sistema di rotte marine che univa il Libano, Cipro, le coste nordafricane alla Sicilia e alla Sardegna, Malta ospitò un primo insediamento fenicio a partire dal 700 a.C. circa: ne sono la prova alcune tombe con i tipici sarcofagi a forma umana, ceramiche simili a quelle del Levante, preziosi oggetti di oro e avorio e soprattutto l’intensa frequentazione del santuario di Astarte a Tas-Silg, dopo i megaliti Gli archeologi hanno descritto questo perio- sulla baia di Marsascirocco, nell’estremità do come un «lungo letargo» culminato, nella sud-orientale di Malta. La cella del santuario prima età del Ferro, negli insediamenti della fenicio era probabilmente sorta su una preecultura di Bahrija, presso la costa occidentale sistente struttura megalitica a pianta lobata. di Malta. L’arcipelago si aprí al mondo ester- Appare suggestiva l’ipotesi che si tratti di un no, in modo tanto radicale quanto improvvi- caso di persistenza (o di recupero) di culti

Nella pagina accanto, in alto: scena di trasporto lungo uno dei numerosi «binari» maltesi. Nella foto in basso: veduta aerea dell’intrico di «binari» nella zona di Buskett, detto «Clapham Junction», in riferimento alla celebre stazione ferroviaria londinese.

DAI BIZANTINI AI CAVALIErI DI SAN GIoVANNI Nel 395 d.C., all’indomani della scissione dell’impero romano, l’arcipelago maltese passò sotto il controllo bizantino; un controllo debole, se è vero che, nel 454, le isole caddero nelle mani dei Vandali, e, dieci anni piú tardi, in quelle dei Goti. Nel 533, il generale bizantino Belisario ricongiunse Malta, insieme ad altre terre occupate dai Vandali, ai possedimenti di Bisanzio, dei quali avrebbe fatto parte sino alla conquista araba dell’870. Per piú di due secoli, gli Arabi fecero delle isole un lembo del mondo islamico, unendole politicamente al governo della Sicilia e innovandone l’agricoltura (olivi, aranci, limoni e cotone), con importanti investimenti nell’irrigazione artificiale; ancora oggi la lingua parlata nelle isole si basa su un dialetto arabo-maghrebino. Nel 1127, ruggero II portò Malta sotto il controllo del regno Normanno di Sicilia: dei destini politici di quest’ultimo, Malta condivise le peripezie, passando dal controllo dei Normanni a quello di Svevi, Angioini e infine degli Aragonesi, fino a diventare parte, nel 1479, della corona di Spagna. Quando, nel 1522, il sultano Solimano I, detto «Il Magnifico» (1494-1566), cacciò dall’isola di Rodi i Cavalieri gerosolimitani di S. Giovanni, il re di Spagna Carlo V (1500-1558) donò loro Malta, come baluardo contro i tentativi di penetrazione ottomana verso la penisola italiana. I cavalieri presero possesso dell’isola nel 1530. Fu questa l’origine dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, che operava come uno Stato sovrano, ma risultava vassallo del vicerè spagnolo di Sicilia. Nel 1565 l’ordine e la popolazione dell’isola furono protagonisti del celebre assedio di Malta, durante il quale riuscirono a difendere l’arcipelago dagli ottomani ed evitarne la conquista. Attualmente l’Ordine ha assunto il nome di Sovrano Militare Ordine di Malta; ha sede a Roma e dalla capitale coordina numerose iniziative di carattere umanitario, soprattutto in zone e contesti di crisi.

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I TEMpLI SoTTo CopErTurA Dalla primavera 2010 i due grandi templi di Hagar Qim e Mnajdra (dichiarati patrimonio dell’umanità dall’uNESCo nel 1992) sono ricoperti da un’ampia struttura a membrana, che protegge le strutture megalitiche, particolarmente esposte (anche per la loro posizione sulla costa sud-occidentale di Malta, in prossimità del mare) all’azione corrosiva degli agenti atmosferici. Prima della loro messa in luce, iniziata nel 1839, entrambi i complessi erano rimasti sepolti per millenni e, dunque, protetti dal degrado. L’iniziativa, realizzata in seguito agli esami eseguiti da un comitato scientifico che, nel 2000, aveva elaborato un progetto di protezione e interpretazione conservative del sito in accordo con gli standard stabiliti dall’UNESCO, ha suscitato reazioni contrastanti, ma, all’indomani della conclusione del progetto, è stata accolta favorevolmente. Ho visitato il sito di Hagar Qim e Mnajdra ripetutamente, dagli anni Ottanta del secolo scorso, e, di recente, anche nella versione «coperta». Il mio giudizio è complessivamente positivo: il «grande tetto», lungi dal presentarsi soltanto come un elemento «intrusivo» e, dunque, turbativo, esercita una funzione… antica: restituisce agli ambienti megalitici un senso di raccoglimento, di silenziosa intimità propria dello stato originario dei monumenti (i, quali, ricordiamolo, erano ricoperti da un tetto), un effetto verosimilmente previsto e voluto dagli antichi progettisti dei monumenti. Gli stessi visitatori di oggi, non di rado irriguardosamente rumorosi, sono portati a percorrere gli ambienti in un clima di concentrazione e rispetto. Infine, come mi ha fatto notare Daniel Cilia, autore delle immagini che qui presentiamo e profondo conoscitore della realtà archeologica maltese, le nuove strutture non sono in contatto «fisico» con in monumenti antichi e, per giunta, qualora si ritenesse inadatta o superata la loro funzione, potrebbero essere rimosse in ogni momento. Andreas M. Steiner

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associati a una grande dea della fertilità, soprattutto se si considera il ritrovamento nel sito di una statua antropomorfa databile agli inizi del III millennio a.C. Nei secoli successivi, il predominio di Cartagine sembra aver allentato e reso discontinui i contatti con l’arcipelago maltese, invece di intensificarli; la grande capitale mediterranea stava spostando il proprio centro d’interesse piú a ovest, in direzione delle coste spagnole. Del periodo punico (V-III secolo a.C. circa) ci rimangono le contemporanee fasi di occupazione del santuario di Tas-Silg, durante le quali al culto di Astarte si affianca quello di Hera, con oggetti e monete importate dalla Sicilia greca e dall’Egitto tolemaico; i resti di alcune fattorie; l’area sacra di Ras-il Wardija a Gozo; e le innumerevoli tombe rupestri che punteggiano il paesaggio dell’isola, soprattutto intorno a Rabat e al Grand Harbour.

l’approdo dell’apostolo paolo La fase punica ebbe termine nel 218 a.C., allo scoppio della seconda guerra punica, quando le truppe romane guidate da Tito Sempronio Longo ebbero facilmente la meglio di un corpo di 2000 armati lasciati da Cartagine a difesa dell’arcipelago. In età romana, la vita civile a Malta continuò nel centro abitato di Melite (a Malta, presso l’attuale Medina-Rabat) e in un secondo centro a Gozo (sul sito dell’abitato moderno, noto anche come Rabat). A Medina-Rabat sono stati scavati i resti di una vasta residenza aristocratica (I secolo a.C.) con peristilio dorico e superfici pavimentate da splendidi mosaici

Il tempio di Hagar Qim sotto la copertura di protezione, alla prima luce del mattino. Nella pagina accanto, in alto: l’ingresso del Museo Nazionale di Archeologia a republic Street di Valletta. Nella pagina accanto, in basso: la «Signora dormiente» nella sua vetrina al Museo Nazionale di Archeologia.


policromi. Preziosi mosaici abbellivano anche le terme di Ghain Tuffieha (II secolo d.C.), non lontano dalla baia omonima, a testimonianza di una vita comoda e forse un po’ letargica condotta da una famiglia nobiliare alla periferia e all’ombra dell’impero. Il territorio rurale era vivificato da una ventina di ville, la meglio nota delle quali è quella di San Paolo Milqi (II secolo a.C.-IV secolo d.C.) dotata di diversi impianti per la spremitura delle olive e la produzione dell’olio. Malta romana fu ricordata dalle fonti anche per la fiorente industria tessile, per l’estrazione del corallo, per la pesca e per i suoi comodi approdi commerciali. Gli Atti degli Apostoli ricordano che san Paolo, nel 60 d.C., naufragò sulle coste dell’isola, per essere soccorso e ospitato da un ricco maggiorente del luogo. Le catacombe cristiane di S. Paolo a Rabat, tra IV e VIII secolo d.C., testimoniano la persistenza di comunità cristiane benestanti fino oltre la soglia della tarda antichità.

IL MuSEo NAZIoNALE DI ArCHEoLoGIA A VALLETTA Un percorso alla scoperta delle vestigia antiche di Malta inizia con la visita al Museo Nazionale di Archeologia, allestito in un bellissimo palazzo storico nel centro di Valletta, e che espone i principali manufatti restituiti dagli scavi nell’arcipelago, tra cui la «Signora dormiente» e la «Venere di Malta». Museo Nazionale di Archeologia Valletta, Auberge de Provence, Republic Street Orario tutti i giorni, 8,00-19,00 Info tel. +356 21 221623; http://heritagemalta.org A Gozo è stato inaugurato lo Ggantija Interpretation Centre, che espone i rinvenimenti nella seconda isola dell’arcipelago Per la visita ai siti (e, in particolare, all’ipogeo di Hal Saflieni, che prevede un accesso contingentato e per il quale si consiglia di prenotare) ci si può rivolgere a Heritage Malta o, in Italia, all’Ente per il Turismo di Malta (www.visitmalta.com) «Archeo» ringrazia Dominic Micallef (MTA) e Reuben Grima (Università di Malta) per la preziosa collaborazione a r c h e o 35


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