Itinerari di Solidarietà e Cultura Athanòr - Ocre
Quaderno 2010 Nove Canti di Luciano Pizziconi (edizione italo-romena)
Poesia
Edizioni Progetto Athanòr
Itinerari di Solidarietà e Cultura 2010 Associazione Culturale N.P. Progetto Athanòr Via Bellini, 2 - 67040 Ocre - L’Aquila sito internet: http://www.lucianopizziconi.com e-mail: athanor@lucianopizziconi.com
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Sommario
Sacro e profano: «Canti» Introduzione ai «Canti» (di Franco Campegiani). ..................................................... pag. 5 Incipit dell’Autore..................................................................................................................... pag. 8
Parte Prima: testo italiano
Prefazione dell’Autore (Sacro e profano)....................................................................... pag. 10 Canti................................................................................................................................................ pag. 12 Nota biografica sull’Autore. ................................................................................................. pag. 21
Parte Seconda: textul în limba română
Sacru şi profan........................................................................................................................... pag. 24 Cânturi........................................................................................................................................... pag. 26 Biografie de Autor..................................................................................................................... pag. 35
Appendice
Brani da alcune lettere e recensioni (AA.VV.).............................................................. pag. 38
Ringraziamenti................................................................................................................... pag. 46
Nota: sul sito http://www.lucianopizziconi.com, il testo è consultabile nelle seguenti lingue: italiano, francese, inglese, portoghese e romeno. 3
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Introduzione ai «Canti» *** Ci inorgoglisce e gratifica ospitare un personaggio quale Luciano Pizziconi, membro, tra l’altro, del Comitato d’Onore della nostra “Accademia Castrimeniense”, conosciuto a livello internazionale come poeta, filosofo, saggista, filantropo, conferenziere... Ma ciò che va ancora sottolineato è la eccezionale coerenza che Lo distingue, poiché la Sua persona coincide, parola e atto, esattamente all’uomo che appare, universalmente stimato per gli ideali in cui crede e professa con trasparenza esemplare. Ed è opportuno ricordare, tra molte, una delle formule da Lui preferite e che meglio può esprimere, in sintesi, la profondità e la valenza del Suo pensiero e del Suo sentire, stabilendo una indissolubile relazione tra umanesimo e umanitarismo: «senza solidarietà non si dà cultura», essendo l’una antefatto dell’altra e dunque, necessariamente, costanza di memoria nella pratica quotidiana di quei legami che vanno ben oltre la mera convivenza. E allora – nella pluralità di linguaggi che diciamo «cultura» – dev’esser presente quel nucleo, fondante e coesivo, mancando il quale ogni forma comunitaria è destinata a corrompersi per l’inadeguatezza di «valore» contenuto nella comunicazione. Per L.P., infatti, «comunità è comunione», ovvero vincolo solidale religiosamente affidato, fin dall’origine, alla fede nell’Altro per mezzo della parola e delle sue articolazioni, per cui ogni carenza socio-culturale costituisce sintomo speculare alla perdita di “memoria”, l’affievolirsi di quel valore anzidetto che non soltanto inibisce la comunità e gli individui a progredire dalla “cultura dell’Io” alla «Cultura del Noi» ma pure, per il collidere delle parti, a metterne in forse l’esistenza medesima, giacché il “giudizio” diviene fallibile perché privo di denominatore comune, e vulnerabile perché l’inautenticità che consegue all’assenza di fondamento lo rende manipolabile. È per questa via che L.P. giunge, con raffinatezza di enunciati e argomentazioni, ad elaborare un «Modello di relazione» alternativo (al vigente modello falsificante), che egli identifica in «uno stato della co-scienza» radicato nel vincolo solidale, e perciò nell’Essere, perché solo in tal modo l’‘Io’ (principio Maschile) si relaziona autenticamente al ‘Tu’ (principio Femminile), sicché il molteplice si riconosce nell’Uno e il singolo nel Molteplice. E siamo al Testo. Da un punto di vista che appare inizialmente votato a reintegrare il maschile ed il femminile in una consonanza esclusivamente di “generi”, l’ottica dell’Autore si amplia verso un’orizzonte di senso che, implicando il Suo «Modello autentico di relazione», abbraccia via via il tutto dell’esperienza umana, e dunque il Maschile ed il Femminile in quanto «princìpii» della Realtà. Tale, a nostro avviso, il tema di fondo che si libra nei «Canti»... Un sofferto e arcano percorso di conoscenza ove i termini dialoganti, rinunciando alla “identità” della maschera, ritrovano nell’unità originaria la compiutezza 5
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edenica che vive dentro di noi. Versi divini, è la definizione attribuita ai «Canti» da molti stupefatti lettori, tra i quali il compositore portoghese Rui Soares da Costa, che ne ha tratto un concerto dedicato all’Autore, e la professoressa di danza Margarida Valle, che ne ha tratto la coreografia di un balletto. Ora, per entrare in qualche dettaglio, diremo che la levigatezza classica della poetica di L.P. ha stretta affinità con il mito. Ma qui occorre attenzione, perché intendiamo «mito» allo stato sorgivo, non quello canonizzato e svigorito della “mitologia”. Mito come archetipo del «Modello», come regione sovrarazionale dell’Essere. E infatti, lo scenario di questo quaderno, così come l’intero della produzione del Nostro, è numinoso, ossia abitato da forze primigenie, cosmiche. Da numi. Lo stile è misterico, epico, fortemente evocativo, talvolta oracolare... eppure sorprendentemente chiaro, sommesso, colloquiale, esortativo. È il testamento di un fedele d’amore, la preghiera di un sacerdote-guerriero, il canto di un poeta occitanico. E si intuisce in essi una sapienza simbolica, esoterica, alchemica di proporzioni inaudite. L’amore che qui si allude è sacro, è fuoco divino, una tensione verso l’amata che risale al «Modello», come implorando di fondersi all’Assoluto, di assumere l’Infinito. Eppure, la spiritualità non elude la congiunzione, anzi la esige... e gli accenti che affiorano nell’orgasmo giungono nel Canto IX ad un fascino ed un misticismo straordinari, ad una carnalità che reinclude il divino. Tutto contribuisce alla elevazione, fin dalle premesse del Canto I, ove la necessità di espellere i linguaggi diabolici del modello falsificante esalta l’urgenza della fusione dei corpi e la complementarità delle anime. Ma per accostare l’originario occorre riconoscere il margine limitante, affinché sia possibile superarlo. Perciò, come scrive l’Autore, «occorre far pace con la morte», che è confine di tutti i limiti. L’accettazione è il passaggio che riconduce all’Intero, allorché la consapevolezza che la parola abusata è veicolo dell’abuso muta il linguaggio dell’offensore: «Corporazioni tardofemministe / come le antiche fratrie di guerrieri: / stupratori o virago non c’è differenza, / c’è chi ferisce il corpo e chi la mente. / Una variante del prete e della strega, / si tratta di prevalere». Anche per questo L.P., come in ogni Sua opera, dedica qui particolare attenzione alla parola, al linguaggio, non limitando, ovviamente, tale esigenza alla pratica, che nel caso è scontata, ma soprattutto alla concezione teorica del Suo intendere la «scrittura», distillando aspetti etici ed estetici, filologici e filosofici, religiosi e antropologici, storici e sociologici... Aspetti che un lungo percorso ha ormai decantati e riassunti nell’esperienza, come nel Canto III: «non voglio dire amore, / ma amando senza profanazione / dare «volto» all’informe / e parola alle sue mutazioni». E ancora, nel Canto II: «Così non chiederò ai miei versi / di “comprendere” la passione, / come fanno gli amanti / che usano questo inganno. / È la Passione, invece, il mio linguaggio, / ed è parola che arde, / mentre divampa e strugge / consumando me con l’ostacolo, / il tempo 6
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inerte che ci separa». Come a dire che c’è in sostanza un linguaggio vitale, che emana dall’empatia con le cose e gli esseri... e c’è un linguaggio fittizio, di basso narcisismo, che è fine a se stesso ed eliso dalle corde del cuore. Ed è appunto questo il linguaggio dell’oblio, dove avviene, tornando al Canto III, «la separazione della “cosa” dal ‘segno’», ovvero la «secessione dell’uomo dalla sua umanità». È il momento della flessione, del peso che si fa insostenibile, raggelando la passione in attesa, come nel Canto V: «Resto solo nelle mie ossa, / e sarà lunga veglia». Il Modello si oscura, non trova la via per manifestarsi all’amata: «gème la porta, ruotando sul cardine, / sigillando il passaggio...». Ma di là del presente ingannevole, il poeta sa che «quel che sta di qua della soglia non s’addorme / e urlerà di dolore... / fino a che la sua eco, tra le oscure giogaie, / sorprendendo la Tua mente nel sonno / troverà un’altra via»... perché «tutto ciò che seppi lo appresi dalle ‘Madri’, / e tutto ciò che sono è di ‘Stirpe lunare’»... e dunque «solo piantar l’amore in mezzo al nulla, / solo questo è reale. / A ciò non tardare: / vieni da me, signora, vieni mia sposa». Sublime progressione di questo enunciato, i Canti successivi pervengono ad un tale stato di grazia che la donna cui L.P. si volge non può che attingere quell’originario archetipo che viene a noi dal profondo e dall’alto. Dunque dal luogo oscuro o accecante ove, paradossalmente, aprendosi l’uroboro femminile dell’inconscio all’uroboro maschile – perciò generandolo e generandosi al conscio –, scaturiscono luce e conoscenza. È così che, nell’affidarsi al mistero, nel Canto VI il Poeta afferma che «l’abbandono apre varchi allo Spirito / riabilitando la carne», in quanto espressione di un «‘linguaggio’ che precede i linguaggi, / ed è il traboccare anteriore / alla coniugazione del verbo che dice l’‘essere’». Ma la stordente sensazione olfattiva dei Canti che seguono, per non dire della bellezza cromatica delle penombre, delle situazioni che si avvertono pienamente vissute, non possono essere riferite con parole che ammutoliscono, e il relatore dovrà limitarsi a concludere citando i versi del Canto VIII, che prelude le ‘Nozze’ (la cui interpretazione interamente si lascia alle emozioni che evocherà nel lettore): perché «nulla mai sarà nell’intelletto / se prima non viva questo intero abbandono, / che i saggi han chiamato identità, nella Follia, / ovvero una mancanza di “ragione” / che apre varchi all’‘intendere’». Siamo nella trascendenza della forma, epifania per gli eletti che si attua, nell’immanenza della vita sensibile, una volta o poche volte soltanto. Né potrebbe essere altrimenti se, come dice il Poeta, nel trascendersi, il corpo, «le membra, / dall’accidioso esilio si tendono / alla radice immortale»... come volendo alludere che «Colei» su cui egli riflette, e di cui è riflesso, altri non è che «quella chiomata eccedenza del pensiero / che c’insegnò a volare». Marino, Museo Mastroianni, lì 5 dicembre 2009
Franco Campegiani (Presidente Accademia Castrimeniense) 7
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Incipit I (25 novembre 2008) Il mago non agisce per sé, perciò è «mago»... Dunque non tutto il Bene che vuole potrebbe fare... E tuttavia, nel suo cuore, non dimentica nulla, perché l’Amore è instancabile. ***
Incipit II (26 novembre 2008) Oh mio Principio, tutto è saldo nelle Tue mani... e così io non gioisco, né mi rattristo. Eppure, lascia ch’io possa vivere come il leone che difende l’agnello, o accordami di condividere la sua sorte.
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Parte I (testo italiano)
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Sacro e profano (testo italiano)
*** Chi ha avuto occasione di leggere alcuni miei scritti, già conosce cosa penso in merito al concetto di «autentica relazione», e quali sono, invece, i modelli e i moventi che la falsificano. Dalla anamnesi risulta evidente che la criminalizzazione del ‘Femminile’ prima, e poi la sua apparente e strumentale “rivalutazione”, hanno originato una serie di categorie, e dunque di conseguenze, i cui effetti producono soltanto sconfitti. Ciò è comprensibile se si sottopongono i testi e i linguaggi che abbiamo ereditato a verifica, perché la loro pervicacia non tralascia epoca per ribadire l’antico assunto, né metodo per imporlo. Dalla Lilith (e dalla seconda Eva) del Genesi a Esiodo, da Eschilo ad Aristotele, dai padri della Chiesa ai nostri giorni, infatti, ogni rilevante atteggiamento “culturale” è segnato e sottostà alla “mediazione” di tali antefatti; per cui ‘Maschile’ e ‘Femminile’ – che possiamo, semplificando, identificare con l’Io ed il Tu –, anziché polarità complementari della co-scienza e dell’esperienza, vengono a doversi considerare opposti per essere controllati dal mediatore, cioè falsificando la relazione che l’ego intrattiene con tutto ciò che si pone a lui come alterità... e che perciò lo inclina a sostituire la ‘Coppia originaria’ dei termini dialoganti con la loro contraffazione, forse nella illusione di esorcizzare l’ignoto. Ma l’‘Alterità’ rappresenta l’incalcolabile, che per ciò stesso sfugge ad ogni controllo e definizione, vanificando le pretese di onnipotenza che le strutture di potere hanno avviato, e tuttavia privando la persona di quegli aspetti essenziali della sua umanità per cui, vivere, può essere un bene prezioso o un lascito che non ha alcun valore, giacché, quando non operino i termini contraffatti – padre Violenza e madre Paura –, giungono intollerabili i loro aborti: l’indifferenza e la solitudine. Dalla criminalizzazione del principio alla svalutazione di genere – del ‘principio’ e del ‘genere’ femminile, appunto –, il passo è consequenziale. E mentre l’adeguarsi della donna al “modello maschile” produce il tradimento della propria natura e quel tipico atteggiamento che il controllore si aspetta – il ripudio di sé e l’amore sacrificale –, sarà il “giudizio comune” a emarginare le eventuali eccezioni che dello stereotipo indotto minacciano l’integrità. Ma, altrettanto, l’uomo – in quanto doppiamente “garante” di quel modello e delle sue leggi inique –, soffrirà la scissione della propria identità e dunque la perdita di empatia, perché trasgredire o obbedire, a fronte di un vantaggio o di un potere apparenti, non leniscono la sua condizione di sudditanza, ma la rafforzano. Quindi, sia pure in diverso grado, entrambi i termini propagano quella infermità discorsiva, o incapacità di colloquio, che diciamo «mal-essere», perché alla relazione interrotta o falsificata 10
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non corrisponde più che uno stato alienato della parola e delle sue interazioni col mondo. In tale contesto inequivocabile si tende così a ribadire gli aspetti del “femminile” che l’ipocrisia visita nottetempo, sicché, tanto che sia mostrata o si mostri, la donna è sottintesa e intesa unicamente quale “ornamento del fallo”. Sesso come potere, o potere sul sesso... giacché il “maschile” non potrebbe rapportarsi altrimenti con ciò che non conosce e che nega. Perché la donna sia considerata, allora, in tutta la sua complessità e unicità, occorre più che una “conoscenza” posticcia o esteriore, e mi accorgo di come grande sia il torto e carente il rimedio allorché ci si addentra, rinunciando alla maschera, a visitarne il «mistero»... poiché il governo delle coscienze è tuttora affidato alle residue strutture di quelli che avviarono il pre-giudizio. Forse un tale disprezzo necessita alla riproduzione, mi dico; o forse garantisce il bruto dal sotterraneo timore che il “suo” femminile compaia. Ma, se interrogo l’“idealista” o il “romantico”, scavando appena quel poco, mi avvedo che, in ogni modo, o si tratta di una forma di spregio assai più sottile – perché il raggiro fa conto di una fragilità culturale –, o si tratta di autentica soggezione, e cioè d’impotenza, superata soltanto alleandosi alla ‘mater terribilis’ con “sentimenti elevati”. La verità è che i generi si vogliono avversi perché non siano, nella reciprocità e pienezza, partecipi della condizione edenica in cui sarebbero naturalmente posti. E questo, in effetti, costituirebbe la minaccia più grande per il modello imposto, perché soltanto un popolo di egualmente infelici può essere manipolato. Dunque so bene quanto sia doloroso «amare», e come sia improbabile operare la differenza tra l’abusato concetto e la comunione nel «verbo». E tuttavia so altrettanto che sarebbe impossibile «essere» senz’amore, benché dirne adeguatamente travalichi il potere della parola. Debbo pertanto ammettere, per l’onore, che questi “Canti” non sono più che una velata allusione, appena un fremito della «Vampa», assai più estesa e inclusiva quanto più si palesa lacerante e totalmente esclusiva. E finalmente apprendo che solo rinunciando ai moventi fittizi della contesa, che in noi stessi ci oppongono all’Altro/a, potremo veramente accogliere, perché sapremo ancora amarci nella nostra totalità. Così, se penso alla Donna che li ha ispirati, pur nella stupenda unicità che la rende indicibile, vedo che in tutto incarna l’incomparabile del suo genere e del suo principio, ignara e tuttavia compresa dell’ineffabile che evoca in me. Talché, erotismo e religiosità si fondono, in Lei (e credo in ogni donna che sa di essere amata), in uno stato di sospensione che, tra il riso e il pianto e il divino e l’umano, ne accentuano la malía, testimoniando che nessuna parola potrebbe fissare il sembiante del ‘Femminile’ e nessuna capacità razionale sopportare a lungo la grazia che ne accompagna l’epifania. Ottobre 2008 Luciano Pizziconi 11
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Canto I. «Evocatĭo» (26 ottobre 2008) ... Il tempo afferra le nostre vite e le miete... ma prima? Il silenzio non grondava già sulle nostre rivelazioni? (Corporazioni tardofemministe come le antiche fratrie di guerrieri: stupratori o virago non c’è differenza, c’è chi ferisce il corpo e chi la mente. Una variante del prete e della strega, si tratta di prevalere.) Forzati nella grande ‘Vendemmia’, inesorabile viene, ma dolce, la stagione che i grappoli son recisi dai tralci e che gli acini, il sole, mutano in vino. La mater assolve il suo compito, ci nutre e ci divora... ma noi, siamo mai nati? (Pensaci! ora l’una ora l’altro, l’«essere» che Tu cerchi è ciò che sei, maschio e femmina, insieme. Presta la voce, dunque, al «suo» linguaggio, e parlerai questo semplice idioma, che non è “maschio” né “femmina”, che non conosce abuso né oltraggio.) La densa penombra ora dissolvi, e che il risveglio T’allieti: occorre far pace con la morte prima che il gallo canti e di speranza ogni domani arresti la Tua trepida attesa, uva che del suo succo priva più non matura. Vivi, mia sposa.
Canto II. «Cum-passio» (24 ottobre 2008) ... Non volevo amarLa e mi amò; non doveva amarmi e L’amai... Sapevo d’essere sincero eppure 12
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sapevo di mentire, e la ragione, ormai, non può giovare. «Dal primo momento che ti vidi», disse, «già seppi ch’eri tu, quell’uomo...» ed io, nel vederLa, ritrovai il mio ‘respiro’. Sono privo di Lei, la mia colomba, e Lei con me si duole dello stesso male. Così non chiederò ai miei versi di “comprendere” la passione, come fanno gli amanti che usano questo inganno. È la Passione, invece, il mio linguaggio, ed è parola che arde, mentre divampa e strugge consumando me con l’ostacolo, il tempo inerte che ci separa. O mio destino! trovi qui il tuo compimento, in questo amore definitivo. Ma anche se tutto è già stato detto il mio silenzio non potrà tacere: torna colomba al nido, distendi le ali.
Canto III. «Mutatio» (16 luglio 2008) ... Del «bene» non sappiamo più nulla. Sicché, in questo tempo, le parole spaventano, ricusano di concepire non per qualche negativa “potenza” che residui in ciò che fu il «suo» contrario, ma per la terribile indeterminatezza d’una assoluta insignificanza, e della sfrenata frequenza degli infiniti abusi che le sopprimono nominando, poiché nominando le abusano. E allora taci, se la separazione della “cosa” dal ‘segno’ 13
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è secessione dell’uomo dalla sua umanità. Dunque non voglio dire amore, ma amando senza profanazione dare «volto» all’informe e «parola» alle sue mutazioni.
Canto IV. «Nova Luna» (23 ottobre 2008) ... Sorgi o diletta, svelati, e accogli me nello spirito che ci lega – innocenti – di corde sottili come nasse intrecciate, vinciglio a vinciglio, con dita solerti, lunare e solare, di verbena e di spighe, corona d’alloro e cercine di spine. Alba da notte il tramite(•), maledetto l’intruso che si pone tra l’agito e l’agente, tra l’amante e il suo amore. Ora del cielo e della terra i lembi io vedo diversamente disposti; ora, equidistante agli estremi, sarò il vecchio re e adolescente scudiero. Così Ti scrisse un poeta guerriero la sua strofa occitana, o un cantare di scaldi: «Tu che sei l’Una e Tre, Tu che sei Nove e l’Una, schiudi per me il giardino, offrimi il melograno, e non avrò più nostalgia di ieri o di domani». Dissetami, così come quando l’aurora stessa si condensa e versa, foglia da foglia in gocce di silenziosa alchimia... Accoglimi, signora, nei padiglioni lucenti, sulle rive di Avalon: 14
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eri Colei che dovevo servire, sarò il Tuo paredro e Tu il mio destino.
(•)
La luna, l’amata.
Canto V. «Vigilĭa» (25 ottobre 2008) ... Ecco il temuto momento, ecco la sosta in cui non potrò riconoscermi nell’azione e neppure – ricusando ogni merito dell’agire – nell’apparenza che mi riveste. Resto solo nelle mie ossa, e sarà lunga veglia. Piego le mie ginocchia e prego verso il Tuo numinoso sembiante, e sulla nuda terra mi prosterno e confesso all’immagine che Ti riflette, mia Luna, mia abscondĭta amata. Fui soldato, alchimista, poeta itinerante e mago, fui filosofo e taumaturgo... ma tutto ciò che seppi lo appresi dalle ‘Madri’, e tutto ciò che sono è di ‘Stirpe lunare’. Io Ti domando un segno per congiungermi a Te. Gème la porta, ruotando sul cardine, sigillando il passaggio... Ma quel che sta di qua della soglia non s’addorme e urlerà di dolore... fino a che la sua eco, tra le oscure giogaie, sorprendendo la Tua mente nel sonno troverà un’altra via. Con la ferula capovolgo gli altari, e rimesto tra le pietre roventi, e disperdo la successione dei riti. E sotto una caligine oscura, tra le ceneri degli inutili giorni, ricompongo l’acronia della memoria, l’innocenza amorale dell’amore. Se la notte è il Tuo tempio, 15
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lascia ch’io dica a Te le cose che di Te più non sai... che nel telaio, ognuno, tesse illusioni. Solo piantar l’«amore» in mezzo al nulla, solo questo è reale. A ciò non tardare: vieni da me, signora, vieni mia sposa.
Canto VI. «Conjunctĭo» (18 luglio 2008) ... Nel suo lungo percorso, la congiunzione è il «conoscere» che allude la nudità originaria, il primo tratteggiarsi di un ‘Tu’ nello specchio medesimo del suo affrancarsi dai limiti che, per esserci l’‘Io’, debbon essere posti e debbono essere tolti in continua alternanza, perché insieme, «Tu ed Io», siamo perdita e dono, smarrimento e conforto, dualità e relazione, unità e comunione. È il «linguaggio» che precede i linguaggi, ed è il traboccare anteriore alla coniugazione del verbo che dice l’«essere», così che l’abbandono apre varchi allo Spirito riabilitando la carne, perché, se incontro c’è stato, questa ha cercato e l’Altro si è lasciato trovare.
Canto VII. «Plena Luna» (20 ottobre 2008) ... Regale è il Suo passo, che di ridenti fiammelle accende il cielo, e di leggiadra impronta. Sicché, nell’incedere, mille riverberi per l’amoroso sguardo s’aspergono, e danzano nell’attonita notte. 16
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Così è la mia Luna, che di cangianti e luminose vesti adorna i Suoi fianchi, e con grazia impudica schiude a me le ginocchia. Ah! dissetarmi ancora all’odorosa siepe del Suo giardino, e di rugiada rivi sulla mia bocca assaporare ogni goccia. Esule fui, e pellegrino... senza domani, né eredità, né patria. Ora son là e respiro ove l’amata giace sognando il mio abbraccio, mentre turgido il seno si porge e la schiena s’inarca, mentre tende la morbida mano e m’attira verso i sciolti capelli, e la nivea Sua fronte incorona di un diadema di stelle.
Canto VIII. «Contemplatio» (22 ottobre 2008) ... Tu che mi chiami «Sole», Tuo arcangelo e re, Tuo profeta e Tuo dio; Tu che mi dici «il mio bellissimo uomo»... ebbene, senza di Te la vita sarebbe desolazione, perché, se un ‘tempo vero’ esiste, io esisto in relazione a Te, bambina. Uscire da un tedioso incespicar nell’ombre, che la natura apprende senza danno, se ascolti, a superar le brume della morte, e, liberando la vittima dal clamore del mondo, fuori Ti condurrà del labirinto a danzare, quale esile gru dalle piume di luce. 17
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E l’attesa corrente ci penetra la pelle, rivoltando le zolle, disponendo la carne. Aureo stillare. Ora (o mai più), che siamo senza corde, quali onniscienti estremità, le membra, dall’accidioso esilio si tendono alla radice immortale, che nulla mai sarà nell’intelletto se prima non viva questo intero abbandono, che i saggi han chiamato identità, nella Follia, ovvero una mancanza di “ragione” che apre varchi all’«intendere». Né sarà “trasgredire”... che la Natura è sapiente e la Sapienza è morale: il trasgressore è un ribelle, chi è consapevole ama. Mai più, per concorde stupore, riaccoglieremo il “senso” che ci vuole “assennati”... se non quando saremo noi nella «memoria», una nuova promessa entro il prossimo seme, e, «amare», quella chiomata eccedenza del pensiero che c’insegnò a volare.
Canto IX. «Lunaris Genus» (21 ottobre 2008) (Sarai come ossidiana, ed io la Tua pianta: distillami tra le mani...) ... E noi eravamo stati già così, dapprincipio, la prima volta che Ti vidi: «energia» senza segno, né margine o misura. Eliso dalle mie fibre, oggi sarò per Te come il re ‘Sòma’(•), il succo che fa limpida la mente filtrando nel mio cuore la Tua mente. Madre del padre Tuo e sorella allo sposo, 18
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uno sarà il conoscere tra noi, uno solo l’impulso. (Una Fanciulla, nel tepore del sonno, sommessamente discorre...) ... E Tu venisti a me come allora, inviata di ‘Urvasi’(••), seduttiva e avvenente, in voluttuoso disordine... Poi la nube del telaio m’avvolse, perché giacessi nella Tua scansione, perché tornasse a me Colei che fa spargere il seme, una goccia ancora, per Te, della mia medicina. Perciò Ti prego, amica, fa che non sia una fuga dalla morte questa notte di nozze. (L’aureo volo a spirale, nel suo moto danzante, irrora di miele le arnie del firmamento...) ... E navigai lo stupore degli occhi, increspato sull’incedere ondoso e alto, dei fianchi, quali appiglio sul ventre rotondo, quali approdo per lo spumeggiare del grembo, scifo odoroso di mandorle dolci... Hai Tu appreso ad ascoltare il tumulto, lo scangèo che Ti opprime nel petto, la marèa che Ti flette la voce, che Ti fa vacillare le tempie? Quanto a me, declinando nel Tuo vivere il mio, io soltanto dicevo ai miei polsi di battere, solo io consentivo al Tuo tempo di compiersi: perché Tu vieni a rammentarmi l’Altra, Colei che a me Ti manda a numerarmi le ore. (Come perle, i Suoi denti, mi fratturano il fiato, sulla bocca di henné...) ... Ora mi affido a Te, sorella e sposa, 19
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perché sulle Tue labbra il morso non mi duole, il tarlo più antico si confessa e tutto il desiderio si consola. Ti seguii dall’Origine’, là dove Tu pascevi nella bruma, incorrotta delizia, cerva di terre ombrose, astuzia del paradiso. E appresi il «dono» che sa di donarsi... non l’inquietudine incerta, quella “ragione” oscura che risale il ventre e che piacque sovente di chiamar “passione”. (Tenero il grembo, e ardito, che la corsa distende al timone del carro...) ... Dai divergenti seni i capezzoli offri alle labbra, abbrunite fontane; lieve la gola sfioro e la testa reclini. Ti ‘sento’. Urge dal Tuo madore un brivido e i miei sensi s’accordano; schiusa premendo fremi e le ginocchia si flettono. Ti ‘vedo’. Gème un lampo nell’iride, singhiozzo e varco, e con lacrime quiete, Tu, colomba smarrita, a dolce morte oramai T’abbandoni, fragrante e paga, offrendo alla mia foga primizie, il Tuo giglio di sangue. Bevo alla bocca e bevi il mio stesso respiro, langue la notte intorno e nessun male ci tocca. Altri imenei son questi, che a nuove nozze ci chiamano, e per sentieri impervi di vita in vita ci legano, finché il voto s’involi in una sola eternità di canti. Pianta che potenzia le visioni e il pensiero e che, pertanto, nella tradizione vedica rappresenta la bevanda sacra, la vittima sacrificale/re e la «Parola» dell’assoluto. (••) Una delle Ninfe celesti (Apsara) della tradizione vedica, incarnazione della voluttà e della conoscenza. (•)
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Nota biografica sull’Autore Di formazione tecnica, ma umanista per vocazione, Luciano Pizziconi è nato a Roma nel 1948. Saggista, critico, poeta, filosofo, è anche noto per il suo impegno in favore della solidarietà, per il mecenatismo culturale e l’opera di educatore. Dal 1998 ad oggi, in dieci volumi e diverse edizioni, ha pubblicato un testo per il teatro, quindici raccolte di versi e una di saggi (Socrate, in cinque lingue; Atti Alchemici; Centomaschere; Dedicato a Ocre e Alla Terra; Poesie della cruna; I legami dell’anima, in due lingue; Memoria e Terre, in ventuno lingue; Scritti sull’etica dei linguaggi, in due lingue, e il 1° volume dell’Opera Omnia, La parola per il suo verso, in 42 lingue), oltre decine di conferenze, discorsi e critiche. Definito ‘bonus vir’, ‘poeta della pace’, ‘maestro’ e quant’altro, per la costante ricerca di un equilibrio tra parola ed essere, relazione e valore, nel 2001 ha ufficializzato il suo programma nel Progetto Athanòr (di cui è fondatore e attuale presidente), avviando un discorso complessivo soprattutto in difesa di quanti egli chiama Esclusi, e organizzando mostre, convegni e concerti per sensibilizzare l’opinione pubblica in favore dei disabili mentali e Down, malati oncologici, Guinea Bissau, bambini del Terzo Mondo, lebbrosi, Guarani dell’Amazzonia, dei detenuti, dei diritti per gli immigrati e per Telethon... Per tali motivi, il Progetto Athanòr ha sostenuto numerose Associazioni, quali il Pro.do.c.s. (Volontariato internazionale, membro D.P.I. ONU). L.P. ha istituito premi per la letteratura, le arti figurative e la musica, per la saggistica e le professioni e, a titolo personale, un premio per la Cultura della solidarietà e una Borsa di Studio per la critica letteraria, assegnando oltre duecento riconoscimenti. In qualità di relatore è stato invitato a Congressi Internazionali ed ha tenuto numerosi seminari nell’ottica dei suoi interessi culturali ed umanitari. Benemerito e membro onorario di accademie ed associazioni, collabora saltuariamente con alcuni periodici indipendenti di arte e cultura. Notizie circa le sue attività sono apparse su molti quotidiani ed emittenti televisive nazionali ed estere. Oltre ai numerosi articoli e saggi di professori e studenti universitari, si sono espressi su di lui critici, giornalisti, scrittori e gente comune. Poco incline a proporsi, L.P. ha tuttavia ricevuto riconoscimenti, in diverse Regioni, per la Pace, la Filosofia e la Cultura; per la Solidarietà, l’Associazione, la Saggistica e l’Etica dei linguaggi; per la Poesia edita, inedita e alla Carriera... alcuni dei quali sotto l’alto Patrocinio del Presidente della Repubblica (Campidoglio, Santa Maria degli Angeli, Caffè Greco, Ritz, Castello dell’Aquila, Palazzo Barberini, Monastero di Santo Spirito d’Ocre, Centro Documentazione Giornalistico, Sala G. Cesare...). Nel 2004 gli è stato conferito il titolo onorifico di Professore emerito dalla ULE di Francavilla al Mare e, nel 2008, dalla ULE di Guardiagrele, realizzando il gemellaggio culturale con quelle città, ed è stato proclamato ‘Poeta dell’anno’ da apposita Commissione, dopo aver ricevuto il “Premio Internazionale Raoul Follereau” e il “Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri” per i contenuti del suo messaggio e il personale impegno in campo culturale ed umanitario. Direttore di un periodico a diffusione europea, nonché Presidente e Rettore per l’Abruzzo di alcune accademie con sede a Roma, si è dimesso dopo breve tempo a causa delle 21
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valutazioni, troppo “ambientali”, di quei soggetti, se riferite alla corretta funzione che la cultura dovrebbe avere. È, inoltre, membro Honoris Causa dell’AICL, “Associazione Internazionale dei Critici Letterari” con sede a Parigi. Promotore instancabile, dopo una serie di convegni a Villa Athanòr, L.P. ha tenuto conferenze in molte località dell’Abruzzo (quali Chieti, Auditorium Cianfarani; L’Aquila, Auditorium Carloni, Università degli Studi, Sala Bernardiniana e Palazzetto dei Nobili; Vasto, Biblioteca; Francavilla, Sala Consiliare, Palazzo dei Congressi e Museo Michetti...). È Presidente On. del Premio Letterario intitolato a Don L. Di Liegro, Presidente On. dell’Università G. Paolo II e Membro della Societé des Poètes Français. Nel 2005/06, per il quarantennale della sua attività letteraria, ha portato in numerose città italiane (L’Aquila, Sala Celestiniana di Collemaggio; Pescara, Museo Vittoria Colonna; Roma, Sala Innocenzo XII, a palazzo Pignatelli; Verona, Società Letteraria; Tocco Casauria, Sala Consiliare, etc...) il recital I legami dell’anima, a sostegno delle vittime dello Tsunami, che si è concluso, ancora a Roma, presso l’Osservatorio Parlamentare, a Palazzo Serlupi-Crescenzi. Replicando l’impegno nel 2006/07 con Memoria e Terre – che lo ha condotto in U.S.A. in favore delle vittime del Katrina –, le città di Vestal e Binghamton, gemellate con l’Athanòr, hanno conferito al poeta la “Cittadinanza Onoraria”; la prima altresì decretando ‘Pizziconi day’ il 12 Ottobre, la seconda offrendogli le chiavi della Città. Tra gli altri onori, il Senato americano gli ha concesso l’“Excelsior Award” e la “Cittadinanza Onoraria” dello Stato di New York, mentre l’Assemblea Legislativa dello Stato gli ha conferito un ulteriore alto riconoscimento quale “Acclamato Autore ed Educatore”. Analogamente la Facoltà di Lingue e Letterature Romanze della Binghamton University, che già gli aveva assegnato il “Diploma di Merito d’Onore”. Nel 2008, La parola per il suo verso è stata presentata a L’Aquila, Cattedra Bernardiniana; Roma, Teatro della Visitazione, Palazzo Santa Croce, Museo S.S. Apostoli e V Municipio; Enna, Palazzo Arcivescovile; Romania, radio Timişoara... mentre la Società Dante Alighieri ha presentato il volume all’Università di Pittsburgh. Inoltre, L.P. ha ricevuto i personali apprezzamenti delle più eminenti personalità della cultura e delle istituzioni internazionali, quali numerosi Capi di Stato nonché Accademici di alcuni prestigiosi Atenei. Le sue opere sono interamente destinate alla solidarietà, e si possono consultare presso Biblioteche, Centri Culturali e Università (in Italia e all’estero), in alcune delle quali oggetto di studio. La rivista ‘99 di abruzzesistica e dialettologia lo ha posto tra i testimoni del nostro tempo, e ha ricevuto personali benedizioni apostoliche sia dall’attuale Pontefice che dal precedente. Nel 2007 L.P. e stato proclamato ‘Personaggio dell’anno’ nella città di L’Aquila, ricevendo al teatro San Filippo un ulteriore “Riconoscimento alla Carriera” per la poesia, e gli è stata conferita la Laurea H.C. in Lettere e Filosofia dalla Accademia Internazionale “Città di Roma”, di cui in seguito è stato Rettore per brevissimo tempo. Per le sue iniziative culturali ed umanitarie, il Progetto Athanòr ha ottenuto la medaglia della Presidenza della Repubblica. Nell’ottobre 2008, la Commissione Internazionale dell’Accademia Mondiale dei Poeti, all’unanimità, ha proclamato L.P. “Poet of the Millennium”. L.P. vive e lavora ad Ocre. 22
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Parte II (textul în limba română: traducere de Coleta De Sabata)
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Sacru şi profan (textul în limba română: traducere de Coleta De Sabata)
*** Cei care au avut ocazia să citească unele dintre scrierile mele, cunosc deja gândirea mea cu privire la conceptul de «relaţie autentică» şi care sunt, dimpotrivă,modelele şi motivele care îl falsifică. Din anamneză rezultă în mod evident faptul că încriminarea mai întâi a“Femininului” şi apoi aparenta şi instrumentala “reevaluării” sale, au stat la baza originii unei serii de categorii şi, prin urmare, de consecinţe, ale căror efecte produc numai învinşi. Acestea sunt de înţeles dacă se analizează textele şi limbajele pe care le-am moştenit, pentrucă încăpăţânarea ce nu neglijează nicio epocă pentru a confirma vechea teză, nicio metodă, pentru a o impune. De la Lilith (şi de la cea de-a doua Evă) de la Geneză la Hesiod, de la Eschil la Aristotel, de la părinţii Bisericii la ziua de azi, fiecare atitudine relevantă “culturală” este semnată şi supusă la “meditaţie” asupra unor asemenea antecedente; acesta este motivul pentru care ‘masculin’ şi ‘feminin’ – care pot fi, simplificând lucrurile, să le identificăm cu Mine şi cu Tine – mai mult ca polarităţi complementare ale conştiinţei şi ale experienţei, ajung să fie considerate opuse pentru a putea fi controlate de mediator , adică, falsificând relaţia pe care ego-ul o întreţine cu tot ceea ce i se prezintă ca alteralitate… şi care, din această cauză, îl împinge să înlocuiască ‘Cuplul originar’ al termenilor de dialog cu propria lor contrafacere, poate în iluzia de a exorciza necunoscutul. Dar ‘Alteralitatea’ reprezintă incalculabilul care scapă de orice control şi definiţie, făcând să fie în van toate pretenţiile de omnipotenţă pe care structurile puterii le-au făcut, şi totodată privând persoana de acele aspecte esenţiale ale propriei-i umanităţi; în consecinţă, a trăi poate fi, în sine, fie un bun preţios, fie o pierdere fără valoare din moment ce, când tac, termenii contrafăcuţi – tata Violenţă şi mama Teamă - ajung intolerabilii avortoni ai lor: indiferenţa şi singurătatea. De la încriminarea principiului la deprecierea genului – adică a ‘principiului’ şi a ‘genului’ feminin –, trecerea este consecvenţială. Şi în vreme ce adaptarea femeii “modelului masculin” produce trădarea propriei naturi şi acea ataşare tipică la care controlorul se aşteaptă – repudierea de sine şi dragostea sacrificială –, va fi “judecata obişnuită” ce va marginaliza eventualele excepţii care din stereotipului indus ameninţă integritatea.. Dar, de asemenea, bărbatul – în calitate de de două ori “garant” a acestui model cât şi a legilor sale nedrepte – va suferi de sciziunea proprie-i identităţi şi deci de pierderea empatiei pentrucă a transgresa sau a se supune, dincolo de avantajul sau de aparenţa puterii, nu îndulceşte condiţia de supunere, ci o întăreşte. Astfel, deşi de grad diferit, cei doi termeni propagă acea infirmitate discursivă care este denumită “stare 24
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de rău”pentrucă relaţiei întrerupte sau falsificate nu îi corespunde decât o stare de alienare a cuvintelor şi a interacţiilor cu lumea. În acest context clar, există tendinţa de a confirma aspectele “femininului” pe care ipocrizia îl vizitează mereu, astfel încât, fie că sunt arătate, fie că se arată, femeia este fie subînţeleasă fie înţeleasă numai ca “ornament al falusului” .Sex ca putere sau putere asupra sexului…pentrucă “masculinul”nu se poate compara altfel cu ceva ce nu cunoaşte şi pe care îl neagă. În fine, pentruca femeia să fie considerată atunci în complexitatea şi unicitatea ei, este necesar mai mult decât o cunoaştere superficială şi exterioară, şi eu îmi dau seama de dificultatea şi de remediul de lipsuri când este penetrată, refuzând masca, ca să viziteze “misterul”…deoarece conducerea conştiinţelor este încă supusă rezidualelor structuri a celor care au fost la originea prejudecăţilor. Poate că un atare dispreţ este necesar reproducţiei, îmi spun; sau poate că garantează bruta din frica subterană pe care al “său” feminin poate să apară. Dar dacă întreb “idealista” sau “romanticul”, adâncind doar puţin lucrurile, îmi dau seama că este vorba, în orice caz, fie de o formă de dispreţ mult mai subtil- pentrucă maşinaţia se bazează pe o fragilitate culturală -, fie de o adevărată teamă , adusă de neputinţă, depăşită numai prin alianţa cu “mater teribilis” cu “elevate sentimente”.În realitate, cele două genuri sunt adversare deoarece ele nu împărtăşesc, cu reciprocitate şi plenitudine, condiţia edenică care le-ar aparţine cu adevărat. Şi aceasta este cea mai mare ameninţare pentru modelul impus deoarece numai un popor de asemenea nenorociţi poate fi manipulat. Deci, eu ştiu bine că este dureros să «iubeşti» şi că este improbabil să efectuezi diferenţa între ideea abuzată şi comuniunea din “verb”.Şi totdeodată eu ştiu că este imposibil de a exista fără “íubire” chiar dacă, a spune aceasta într-o manieră potrivită, depăşeşte puterea unui cuvânt. Eu trebuie totuşi să recunosc, din motive de onorabilitate, că aceste “Cânturi” nu sunt decât o aluzie voalată, mai exact un freamăt al «Flăcării», tot atât de extinsă şi de inclusivă pe cât se arată de sfâşietoare şi absolut exlusivă. Şi în fine, renunţând la mişcarea fictivă a certei, care ne opune pe noi înşine “celuilalt”, noi putem cu adevărat să primim, pentrucă noi ştim încă să ne iubim în totalitatea noastră. Prin urmare, dacă mă gândesc la Femeia care le-a inspirat, chiar şi în magnifica unicitate care o fac de neexprimat, văd că ea încarnează incomparabilul genului său şi a principiului său , inconştientă şi totdeodată cuprinsă în inefabilul pe care îl evocă în mine. Astfel încât erotismul şi religiozitatea se topesc în Ea (eu cred că în fiecare femeie care ştie să fie iubită) într-o stare de suspensiune care, între râs şi lacrimi, între divin şi uman, accentuând farmecul, depunând mărturie că niciun cuvânt nu ar putea fixa părelnicul ‘Femininului’ şi că nicio capacitate raţională nu ar putea suporta veşnic graţia ce se alătură epifaniei. Octombrie 2008 Luciano Pizziconi 25
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Canto I. «Evocatĭo» (26 ottobre 2008) Timpul ne’nhaţă viaţa aşa precum distruge recoltele toate... ei şi? Liniştea curge-pârâu Peste toate descoperirile noastre. (Corporaţii feministe asemeni unor antice “fratrii” de războinici: violatori sau vrăjitori, care-i diferenţa între cei ce ne rănesc trupul sau mintea. O variantă de preot sau de vrăjitoare Urmează să conducă.) Forţaţi de marea “recoltare”, soseşte inexorabil şi dulce, anotimpul, Când strugurii sunt rupţi de pe butuci Şi boabele, de Soare, sunt transformate în vinuri. „La mater” îşi îndeplineşte misiunea Ne hrăneşte dar ne şi devoră... oare, oare, ne-am născut noi vreodată? (Gândeşte! Fie una, fie altul, fiinţa pe care o cauţi eşti Tu, cea care eşti, bărbat sau Femeie, totul în una. Imprumută-ţi vocea limbajului «său», şi vei vorbi acest idiom atât de simplu, ce nici bărbătesc, nici „feminin” nu e Şi nu cunoaşte nici abuzul, nici ultrajul.) Penumbra sumbră acum se disipă, şi trezirea este cea care Te alintă: e bine să facem pace cu moartea mai înainte să cânte cocoşul şi aşteptarea ta temătoare, umple-se-va de speranţă strugure căruia lipsindu-i sucul maturitatea nu o poate atinge. Trăieşte deci, soţia mea.
Canto II. «Cum-passio» (24 ottobre 2008) ... Eu n-am voit să o iubesc dar ea pe loc m-a îndrăgit, nici nu voia să-i fiu iubit dar am iubit-o infinit... Ştiam că- s sincer şi, totuşi 26
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ştiam că o minţeam raţiunea nu mă putea ajuta cu nimic. «Din clipita când te-am zărit», spuse, «ştiam că tu eşti, omul meu» şi eu, privindu-mi-o doar şi-mi regăsii ‘suflarea’. N-am parte de tine -pasăre măiastră şi ea, şi eu,sufeream pe aceeaşi fereastră durerea. Nu voi pretinde - astfel - ca versurile mele să cuprindă în ele pasiunea, aşa cum fac ades’ amanţii ce folosesc doar ei... minunea. Limbajul meu este Pasiunea şi cuvântul ce arde, înfierbântă şi topeşte, consumând obstacolul ce ne stă în faţă, timpul inert ce ne separă. O! Destinul meu! aici îşi găseşte împlinirea, în această dragoste infinită. Dar chiar de totul ar fi fost spus tăcerea-mi nu va putea să tacă: întoarce-te la cuib superbă măiastră- cu aripi larg deschise.
Canto III. «Mutatio» (16 luglio 2008) ... Despre “bine” nu mai ştim nimica. Doar că în acest timpuri, cuvintele’ngrozesc, recuzând să mai conceapă nu dintr-o”putere” negativă care rezidă din ce a fost contrariul “său” ci drept urmare a nedeterminării cumplite, lipsită de orice însemnătate, şi a neînfrânatei frecvenţe a infinitelor abuzuri pe care, numidu-le, le suprimă, aşa cum suprimându-le, le abuză. Şi atunci taci, Dacă separarea dintre “lucru” şi “semn” 27
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este secesiunea dintre om şi umanitatea sa. Nu vreau să mai spun iubire, iubind însă fără profanare să dau «faţă» la ce n-are formă şi «cuvinte» mutaţiilor sale.
Canto IV. «Nova Luna» (23 ottobre 2008) Ridică-te iubito, descoperidu-ţi faţa, şi priveşte în sufletu-mi ce ne leagă – inocenţii – cu fire subţiri de zale’nlănţuite, inel cu inel, de harnice mânuţe, lunare şi solare, de verbină şi de spini, coroană de lauri şi de mărăcini. La răsărit de noapte - mijlocitorul(•), blestemat intrus ce se tot interpune între cel de face şi cel ce’nfăptuieşte, între iubit şi propria-i iubire. Acum din colţuri de cer, din ale Terrei colţuri le văd poate, pe toate, în altfel aşezate, echidistant de extreme, fi-va bătrânul rege şi tânărul său paj. Astfel îţi scrise poetul cel născut războinic strofa lui în vechea occitană, sau o cântare amplă în şi mai vechea sccaldă: «Tu ce eşti Una şi eşti Trei, Tu ce eşti Nouă şi eşti Una, deschide pentru mine grădina, Oferă-mi rodia cea cu de aur sămânţă, şi nu voi mai simţi nici nostalgia de ieri şi nici pe cea de mâine. Izbăveşte-mă ca atunci când aurora însăşi se condensează şi toarnă, foaie cu foaie picături din tăcuta alchimie... Primeşte-mă , O, Doamnă, în lucitoare castele, pe mal de Avalon: 28
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fi-vei fi tu cea servită iar eu voi fi a ta victimă şi al tău apărător şi Tu, destinul meu.
(•) Lună, iubită.
Canto V. «Vigilĭa» (25 ottobre 2008) ... Iată deci cumplita clipă, iată staţia în care nu mă voi mai recunoaşte în mişcarea de a face nici măcar – refuzând orice merit de a fi în acţiune – sub aparenţa care mă ascunde. Rămân singur în scheletul meu, şi lungă va fi veghea. Îmi plec genunchiul şi mă rog spre a Ta inefabilă aparenţă, pe pământul gol mă prosternez, mă spovedesc, imaginii ce Te reflectă, Lună mea, ascunsa mea iubită. Am fost soldat şi alchimist, poet itinerant şi mag, am fost filosof şi taumaturg... dar tot ce ştiu am aflat de la ‘Madre’, şi tot ce ştiu e din ‘Stirpea Lunară’. Îţi cer doar un semn să mă unesc cu tine. Geme poarta, rotindu-se în balamale, sigilând trecerea... Cel ce stă dincoace de prag nu adoarme şi urla-va de durere... până ce al său ecou, printre întunecate lanţuri, îţi va surprinde spiritul în sunet găsindu-şi astfel o altă viaţă. Cu fier voi răsturna altare, şi mă voi mişca printre pietre firbinţi, şi voi împrăştia succesiuni de rituri. Sub o brumă obscură, prin cenuşa inutilelor zile, voi recompune acronic memoria, inocenţa amorală a unei iubiri. Dacă noaptea este templul Tău, 29
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Lasă-mă să-Ţi spun acele lucruri pe care le-ai uitat... pe care în meseria sa fiecare îşi ţese iluziile. Singurul fapt, fiecare îşi plantează iubirea în neant, este singurul loc adevărat. Ce nu va întârzia: vino la mine, doamnă, vino soţia mea.
Canto VI. «Conjunctĭo» (18 luglio 2008) ... Pe’ndelungatul său traseu, conjucţia şi «cunoaşterea» aluzie fac la originara goliciune, prima schiţând un ‘Tu’ în a sa oglindă a limitelor depăşite de hotare care pentru a fi un ‘Eu’, devin lucrul ce trebuie dat şi trebuie luat într-o continuă alternanţă. «Tu şi Eu» doar împreună, suntem pierderea şi câştigul, dispariţia şi regăsirea, dualitatea şi legătura, unitatea şi comuniunea. Este acesta «limbajul» ce precede toate limbajele, şi prima revărsare a verbului ce zice «a fi», şi astfel din abandon îşi croieşte drumul către ‘Spirit’ reabilitându-se astfel “carnea”, dacă, o întâlnire a avut deja loc, acesta a căutat şi celălalt s-a lăsat să fie găsit.
Canto VII. «Plena Luna» (20 ottobre 2008) ... Regal îi este pasul, ce luminează cerul cu flăcărui ce râd, şi pe boltă lasă doar graţioase urme. Înaintează deci, şi mii de reverberaţii se risipesc şi dansează sub privirea îndrăgostită, într-o noapte uluită. 30
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Aşa-mi apare Luna, cu lucitoare coapseîn luminoase haine desfăcându-şi impudic genunchi pentru mine. Ah! Îmi impregnez suflarea cu parfumata-i boare a grădiniţii sale, şi din pârâu de rose ce picură-mi pe buze pot savura mireasma. Am fost un exilat şi pelerin am fost... lipsit de viitor, fără moştenire sau ţară. Acum aici ajuns-am şi respir pe locul unde iubita-mi doarme şi visează pe braţe-mi, sânul plin mi se oferă, talia i se cambrează ea mă strânge şi întinde mâna care mă atrage Înspre păru-i despletit, şi spre fruntea ‘nzăpezită de a stelelor coroană.
Canto VIII. «Contemplatio» (22 ottobre 2008) ... Tu ce mă numeşti «Soare», arhanghel-al Tău şi rege, al Tău profet şi zeu, Tu, care-mi zici adesea, «minunea mea de om»... viaţa-mi fără Tine ar fi doar disperare, dacă un “timp real” există, eu exist - o, copilă - doar fiindcă Tu exişti. Ieşind din plicticoasa naturii poticnire în umbra, ce natura însăşi o’nvaţă, făr’ a pierde ceva, dacă şi Tu accepţi să depăşeşti Înceţoşarea morţii, eliberând victima din labirint, afară, în zăngănitul lumii, Te va conduce să dansezi, subţire macara, în fulguieli de lumină. 31
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Banala aşteptare ne va străpunge pielea, răsturnând chiar coline stăpân pe-al nostru trup. Picături aurite. Acum (sau poate niciodată) când suntem fără funii, ca omnisciente extremităţi, membrele, leneşului exil tind spre nemuritoarea rădăcină, nimic nu va mai fi în spirit dacă ea nu trăieşte acest abandon, pe care înţelepţii l-au numit identitate, în Nebunie, adică în absenţa “raţiunii” cea care taie drumuri «înţelegerii». Nu înseamnă a „transgresa”... căci Natura e savantă Înţelepciunea e morală: transgresoru-i un rebel, cel ce conştient iubeşte. Niciodată, pentru o prostie ce poate să concorde, nu vom putea culege “sensul” care să vrea, raţionali a fi... altfel,atunci când înşine doar amintiri vom deveni o nouă promisiune într-o viitoare sămânţă, fi vom. Iar «a iubi», Acest surplus pletos al gândirii să zburăm ne va ‘nvăţa.
Canto IX. «Lunaris genus» (21 ottobre 2008) (Fi-vei ca obsidiana, eu fi-voi planta Ta: distilă-mă între ale tale mâini...) ... Şi astfel am fost noi chiar de la început, de prima dată când te-am văzut: «energie» fără semn, sau hotar, sau măsură. Eliminat din propriile-mi fibre, fi-voi azi pentru tine ca regele ‘Soma’(•), sucul ce limpezeşte mintea filtrând prin inima mea a Ta inteligenţă. Mamă a tatălui Tău şi soră a mirelui, 32
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una fi-va cunoaşterea între noi, unul singur fi-va impulsul. (O tânără Fecioară, în blândeţea somnului, cu dulceaţă vorbeşte...) ... Şi tu venita-i la mine ca atunci trimisă de Urvasi(••), seducătoare, atrăgătoare, într-o voluptuoasă dezordine... Ppoi norul urzelii m-a învăluit, ca să mă abandonez într-a Ta deschidere, ca să se întoarcă ma mine Cea ce face să se răspândească sămânţa, încă o picătura a doctoriei mele. Te implor deci, prietenă, ca să nu fie o fugă de moarte această noapte de nuntă. (Zborul daurit în spirală, pe calea-i dansantă, v iolenta izbucnire de miere a stupilor de pe firmament...) ... Şi navigat-am în mirarea privirii, crescând pe mersul unduit şi înalt, al coapselor, prinse peste pântecul rotund, pentru a spumega naşterea, punte cu parfum de migdale... Ai învăţat să asculţi tumultul, zbaterea ce îţi oprimă pieptul, marea ce îţi îndoaie vocea, ce tâmplele să tremure le face? Iar eu, declinând în trăirea ta, a mea trăire, voi zice pulsului să-mi bată, voi fi de acord ca timpul Tău să se împlinească: Tu vii să-mi aminteşti de Alta, Cea care te-a trimis ca orele să-mi numeri. (Asemeni perlelor, ai săi dinţi mi-au fragmentat suflarea, pe buzele ei de henné...) Ţie mă încredinţez, soţie şi soră, 33
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numai pe buza ta muşcătura nu doare, zbuciumul cel mai vechi se confesează şi’ntreaga dorinţă se consolează. Eu Te-am urmărit încă din ‘Origini’, acolo unde Tu treceai prin ceaţă, deliciu de neatins, căprioară a umbroaselor tărâmuri,viclenie a paradisului. Şi am priceput “darul” ce ştie să îşi dăruiască... nu numai spaima din nesiguranţă, acea “raţiune” ce ţi se urcă din vintre şi care nu o dată numită-i “pasiune”. (Moale e sânul, şi îndrăzneţ, pe care cursa îl destinde la cârma carului...) ... Din împrăştiate sfârcuri de sâni oferi buzelor îmbrunite fântâne, uşor gâtlejul e înfiorat iar capul Tu îl faci să se aplece. Te ‘simt’. Urcă din a ta emoţie-vie o tresărire Şi ale mele simţuri i se acordează, incubaţia se cutremură Genunchi se flexează. Te ‘văd’. Geme un fulger’n iris, hohot de plâns şi poartă, Şi cu liniştite lacrimi, Tu, pasăre pierdută, unei morţi blânde Te-abandonezi, plăcut mirositoare şi satisfăcută, oferind ca trufandale ardorii mele, crinul Tău sângeriu. Beau cu gura şi bei a mea răsuflare, Lâncezeşte noaptea în jur şi niciun rău nu ne-atinge. Alte himene sunt astea, care la noi ospeţe ne cheamă, şi prin cărări uscate din viaţă’viaţă ne leagă, până ce vidul se umple de o singură eternitate de cânturi. Soma: plantă ce intensifică viziunile şi gândirea şi care, totuşi, în tradiţia vedică reprezintă băutura sfântă, victima de sacrificiu / rege şi “Cuvântul” din absolut. (••) Urvasi: nimfă celestă (Aspara)din tradiţia vedică, încarnare a voluptăţii şi a cunoaşterii. (•)
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Biografie de Autor De formatie tehnica, dar umanist prin vocatie, Luciano Pizziconi s_a nascut la Roma in 1948. Eseist, critic , poet, filozof si, de asemeni cunoscut prin antrenarea sa in actiuni de solidaritate, de mecenat cultural si prin operele sale educative , din 1998 si pana in prezent, a publicat o piesa de teatru, cinsprezece culegeri de versuri, un eseu in zece volume si multiple editii (Sòcrate, in cinci limbi: Atti Alchemici; Centomaschere; Dedicato a Ocre e Alla Terra; Poesie della Cruna; I legumi dell’Anima, in doau limbi; Memoria e Terre, in douazeci si una de limbi; Scritti sul’etica dei liguaggi, in doua limbi, si primul volum din Opera Omnia, La parola per il suo verso, in 42 de limbi), in plus duzine de conferinte, discursuri si critica. Definit, si supranumit, ‘bonus vir’, ‘poetul pacii’, mentor,etc..,in virtutea consecventei sale in cercetarea echilibrului intre cuvant si fiinta, relatie si valoare, in 2001, a oficializat programul sau in Proiectul Athanòr (unde este fondator si presedinte) sustinand un discurs de aparare al celor care sunt numiti Exclusii, oragnizand expozitii, congrese si concerte pentru sensibilizarea opiniei publice in favoasrea persoanelor cu handicap, a bolnavilor de cancer din Guineea Bissau, copii din lumea a treia ,leprosii din Guarani din Amazonia, detinutii pentru drepturile imigrantilor, la aceste modaliati adaugandu-se si Telethon-ul. Pentru aceste motive, Proiectul Athanòr, a sustinut multe Asociatii, ca, Pro.do.c.s. (Voluntariat international, membru D.P.I. ONU). L.P. a instituit de asemeni Premiul pentru literatura, arte figurative,si muzica, pentru eseuri si profesiisi, ca titlu personal, un premiu pentru Cultaura solidaritatii umane si o Bursa de studii pentru critica literara, atribuind mai mult de 200de premii. Datorita acestora el a fost invitat la Congrese intrenationale si a sustinut numeroase seminarii in domenii de inetres cultural si umanitar. Membru onorific al unor academii si asociatii, el colaboreaza ades cu periodice independente, cu profil de arta si cultura. Informatii privind activitatea sa au aparut in numeroase cotidiene, in emisiuni de televiziune nationale si straine.Critici, jurnalisti , scriitori actuali sau studenti au vorbit si au scris despre el. Prin ceea ce a realizat din propria sa initiativa, L.P. a primit, pe merit, multe premii::pentru Pace,pentru Filozofie si Cultura: pentru Solidaritate, Asociatii, pentru Eseuri si Etica limbajului, pentru Poeziile editate, inedite si pentru Cariera....inafara celor primite sub patronajul Presedintelui Republicii, seadauga, (Campidoglio, Santa Maria degliAngeli, Caffe Greco, Ritz, Chateau de L’Aquila, Palais Barberini, Monastere de Santo Spirito d”Ocre, Centro Dopcumentazione Giornalistico, Salle G. Cesare, etc...). In 2004 , i-a fost atribuit titlul de Profesor Emerit la ULE, Francavilla al Mare si, in 2008, in ULE din Guardiagrele, realizand un gen de infratire culturala cu aceste orase iar el...a fost decretat „Poetul anului”, dupa ce a primit Premiul International „Raoul Follereau” si Premiul Presedentiei Consiliului de Ministri pentru continutul mesajelor si pentru antrenarea personala in domaniul cultural si umanitar. Director al unui periodic cu difuzare europeana, si Presedinte si Rector la Abruzzes, in cateva academii cu sediul in Roma, a demisionat dupa scurt timp din cauza evaluarii prea “ambientale”a subiectelor care se raporteaza la functia culturii, domnia sa fiind si membru „Honoris Causa” a AICL „Asociatia Internationala a Criticilor Literari”, cu sediul la Paris. 35
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Promotor neobosit, el a organizat multe congrese la Villa Athanor si a sustinut numeroase conferinte in localitati din zona Abruzzes (precum, Chieti, Auditorium Cianfarani; L’Aquila, Auditorium Carloni, Universitatea de Studii, Sala Bernardiniana si Palatul Nobililor; Vasto, Biblioteca; Francavilla, Sala Consiliara, Palatul Congresului si Muzeul Michetti...). De asemeni, L.P este presedintele onorific al Premiului literar dedicat lui Don L. Di Liegro, Presedintele obnorific al Universitatii G. Paolo. Este si membru al Societatii Poetilor Francezi. In 2005/20006, pentru cei 40 de ani ai sai de activitate literara, el a sustinut in multe orase italiene recitalul, I Legumi dell”anima; in L’Aquila, (Salle Celestiniana de Collemaggio); Pescara (Muzeul Vittoria Colonna); Roma (Salle Innocenzo,XII, la Palatul Pignatelli); Verona (Societa Letteraria); Tocco Casauria (Salle Consiliare) etc.. toate pentru sustinerea victimelor Tsunami- actiune care s-a incheiatla Roma, la Observatorul Parlamentar, de la Platul Scrupi-Crescenzi. Reluand ideile sale, in 2006/2007, Memoria e Terre, il poarta in SUA in apararea victimelor uraganului Katrina. Orasele de Vestal si Binghamton infratit cu Athanor, si_i aduce poetului Dreptul de „Cetatean de Onoare”; de ermarcat faptul ca, pentru prima data s_a instituit ‘Pizziconi day’ (‘Zilele Pizziconi’), la 12 octombrie, i s_a acordat l’‘Excelsior Award’ si distinctia de ‘Cetatean de onoare a Statului New York’, in timp ce, Reuniunea Legislativa a statului i_a oferit un alt premiu important: „Acclame Auteur et Educateur”. De asemeni, Facultatea de Limbi si Literaturi Romanice din Binghamton University ii atribuise deja, „Diplome de Merite d’Honneur”. In 2008 , La parola per il suo verso a fost prezentatla in L’Aquila, (Chaire Bernardiniana); Roma (Teatro della Visitazione, Palatul Santa Croce, Muzeul S.S Apostoli, V.Municipio); la Enna (Palatul Arcivescovile); in Romania (la Radio Timisoara)... şi la Societatea Dante Alighieri a prezentat volumul sau, la Universiattea din Pittsburgh. Printre altele, L.P. a primit aprecierile unor inalte personalitati de cultura si institutii internationale , precum si ale unor sefi de Stat si Academicieni. Operele sale sunt in totalitate destinate solidaritatii umane si pot fi consultate in Bibioteci renumite , in Centre Culturale si in Universitati (din Italia si din strainatate) unde sunt de asemeni studiate revista „99”, dedicata pentru Abruzzes si dialectologiei, il considera printre semnele timpului nostru iar actualul Pontif, cat si precedentul, i_a dat personal , binecuvantarea apostolica. In 2007 L.P. a fost proclamat ‘Personajul anului’ in orasul L’Aquila, oferindu_i _se in Teatrul San Filippo, „Premiul pentru intreaga Cariera” in poezie, de asemeni a obtinut licenta in litere si filozofie, H.C. a Academiei „Città di Roma” al carui Rector a fost pentru o scurta perioada. Datorita activitatii sale culturale si umanitare, Proiectul Athanor a obtinut o medalie de la Presedintele Republicii. In octombrie 2008, Comisia Internationala a Academiei Mondiale a Poetilor la proclamat in unanimitate pe L.P. „Poet of the Millennium”. L.P. traieste si lucreaza in Ocre. 36
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Appendice (testo italiano)
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Brani da alcune lettere e recensioni (elenco degli Autori)
Giovanni Amodio (Saggista, poeta e critico)
Tito Cauchi (Saggista, poeta e critico)
Maria Teresa Epifani Furno
(Saggista, poetessa e critico, già Docente di Diritto)
Orazio Antonio Giannico (Poeta e critico)
Rosa Muscarà (Insegnante)
Aldo Onorati (Editore, scrittore e critico)
Massimo Pasqualone (Libero docente di Bioetica presso le Università di Teramo, Chieti e L’Aquila)
Maria Russo (Musicista e compositrice)
Leonardo Selvaggi (Saggista, poeta e critico, già Direttore delle Biblioteche Reale e Nazionale di Torino)
Sandro Sticca
(Critico, saggista e conferenziere; Docente di Storia del Teatro e Letterature Comparate presso la Binghamton University di New York)
Antonietta Tafuri (Poetessa e critico, già Docente di Lettere Moderne)
Margarida Valle (Presidente della omonima Accademia di Danza con sede a Oporto) 38
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Giovanni Amodio Shulamith Firestone, nella sua celebre opera “La dialettica dei Sessi”, rileva come “gli effetti distruttivi dell’amore si verificano solo in un contesto di disuguaglianza”, quella disparità completamente debellata dal poemetto “Sacro e profano” che Luciano Pizziconi, munito della virgiliana conoscenza de “i segni dell’antica fiamma” (... adgnosco veteris vestigia fiammae), premette alla condizione dell’innamoramento, stabilendo poi, nei riguardi della donna e quindi del ‘Femminile’, quell’autentico «valore di relazione» che ne abolisce la condizione di sudditanza per un rafforzamento paritario dei ruoli e delle integrità. Poeticamente, attraverso nove «Canti», l’Autore dipana la matassa sublime di un percorso sperimentato tra immanenza e trascendenza, alla ricerca del punto ove il segreto e il sacro s’incontrano, dove la grazia, la magia, la seduzione, il divino e l’umano si transustanziano in epifania. Tra luglio e ottobre 2008, tra inediti e rielaborazioni, l’opera procede dalla Evocatĭo alla Cum-passio, dalla Mutatio alla Nova Luna, dalla Vigilĭa alla Conjunctĭo, dalla Plena luna alla Conteplatio, dalla Lunaris Genus terminale al verso conclusivo «in una sola eternità di canti»: l’amor vero che “mai ebbe agevol corso”, di memoria scespiriana. Se la scrittura che l’Autore si prodiga penetra dentro le parole e dentro l’anima, il processo che innesca diviene motore e sostanza per un ritorno alla vita attraverso i valori spirituali, quale segno di individualità universale. E se, come affermava Jonesco, la sola salvezza dell’uomo risiede nell’Arte – un valore assoluto come l’Amore che ci trasmuta –, nella concatenazione poetica di L.P. l’Arte ne nobilita le ascendenze verso traguardi eccelsi, sia per condizione umana, sia per esito altamente poetico. Le similarità percettive, per le quali l’idealizzazione della Donna e dell’Amore che suscita si sublima nelle ragioni della sua continua ri-creazione simbolica, animano la fuga elettiva nell’adeguato progetto di ‘Amore Totale’, che muove l’equivalenza stabilita da L.P. tra parola e azione, tra concetto e possibilità di applicazione, in concreto. La vitale espressività, che coniuga sprazzi colloquiali con riflessioni di straordinaria densità concettuale e filosofica, non manca di enunciazioni dirette, con risposte per un dialogo virtuale che incorpora segnali espliciti, entro contesti emblematici e saggistici. Essa stabilisce un approccio testuale capace di una struttura solida, accurata e conscia, che sviluppa i nove segmenti poetici delle componenti enunciate nella metafora della Casta Diva (la Luna) e nel trionfo dell’amore, che non nasconde gli aspetti carnali, sublimati nella mente e nella feconda disciplina che regola i sentimenti e la divinazione con elegante e raffinata successione delle classi emotive. La sacralità e la dimensione profana coesistono nella vicenda interiore che eleva i modelli comportamentali e quelli identificativi, attribuendo alla femminilità l’aureola epifanica che riconosce un rapporto di equivalenza nella dinamica tensione e distensione dell’Io e del Tu, come la poetica di L.P. esalta ed irradia. «Del ‘bene’ non sappiamo più nulla. / Sicché, in questo tempo, le parole spaventano, / ricusano di concepire / non per qualche negativa “potenza” / che residui in ciò che fu il ‘suo’ contrario...» (Mutatio) 39
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La ‘potenza del bene’, che le parole audaci sprigionano, ritrova nella qualità poematica di L.P. la purezza primigenia che il verbo assunse, «al principio», quale «amore senza profanazione», allorché la Mutatio consente di attribuire spirituale energia al «suo contrario», quale ribaltamento dei luoghi comuni e delle sciatterie, troppo sovente riferiti ad un errato intendimento dell’Eros. Leopardianamente, l’esortazione alla Luna, affinché «diletta si sveli», accoglierà lo spirito innocente del poeta, ma anche dei suoi ammaliati lettori.
Tito Cauchi ... Credo che i critici precedenti abbiano parlato con enfasi giustificata.
Maria Teresa Epifani Furno Conclusa in nove «Canti» (Evocatĭo, Cum-passio, Mutatio, Nova Luna, Vigilĭa,
Conjunctĭo, Plena Luna, Contemplatio, Lunaris Genus), questa Poesia raggiunge i vertici di un’espressione lirica pura, vissuta e partecipata con mistica intensità ed innocenza edenica, in grazia di una concezione del ‘Femminino’ (das Ewig-Weibliche di goethiana memoria) che, nella sua essenza immutabile, viene motivato nell’Autore da autentiche esigenze storiche, culturali e sociali, non disgiunte dal desiderio di riacquisire alla donna la sua integrità virginale e la condizione che le compete. Più che bellissimi, questi versi scaturiscono da un profondo sentire, dalla intuizione di una realtà che trascende quella comune. Ecco, allora, l’osservazione, ripetuta più volte, che Luciano Pizziconi è poeta munifico e filosofo acuto, cui vanno ascritti sistemi di pensiero pervi e principii la cui verità non mediata si rivela nell’esperienza stessa che se ne trae. Sicché, l’altrui persistere della negazione del nesso relazionale e di complementarità tra il ‘Maschile’ e il ‘Femminile’ non fiacca l’uomo-poeta, ma, piuttosto, in sintonia con i suoi ideali di condivisione, di comunione e di solidarietà, ne fortifica l’intelletto ed il cuore, che sanno confutare ogni pretesa separazione – o implicata frattura di genere – dell’io dall’altro/a da sé. Così, sulla scia di una concezione che richiama la ‘Mulieris Dignitatem’, in L.P. l’amore acquista un significato escatologico, dovendosi in esso accogliere anche, quale premessa insostituibile, l’esigenza egualitaria del «colloquio» spirituale e fisico fra uomo e donna, così come tra i due «principi» che dell’«Unità originaria» essi incarnano. L.P. è geloso tutore della vera ‘imago muliebris’, da sempre turbata e offuscata nei rapporti affettivi e sociali degli stereotipi della prevaricazione e dell’ipocrisia “maschile”, cioè di un ego manipolato dai (falsi) criteri di selezione che avallano la spogliazione e il dominio del Tu femminile, ovvero di ciò che appunto si pone, rispetto all’“io” come ‘Altro da sé’. Ricordando come le parole non hanno soltanto una superficie ma anche uno spessore e, per così dire, un tono, il Poeta ne crea di suggestive e soavissime per esprimere il fascino irresistibile che l’amata, assurgendo a modello emblematico del ‘Femminile’, esercita sull’animo del suo amante. Gioco di forze misteriose, che hanno per comune denominatore la ricongiunzione dei poli indipendentemente dal veicolo che li attrae, l’Eros qui si condensa in un magico cerchio di religioso stupore e di meraviglia gioiosa, rivelando tutta la forza inclusiva e coesiva della 40
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«Sostanza» che sostiene le forme del contingente. Così, quale scintilla divina prima e fiamma terrena poi, l’amore, dalle sorgenti ineffabili della incarnazione di voluttà e conoscenza, penetra lungo i tornanti dell’ascesa spirituale «in una sola eternità di Canti». (Lunaris Genus) Il fraseggio immaginifico, iperbolicamente figurativo, associato alla rivisitazione memoriale di antichi testi sacri e leggende, asseconda gli appassionati, magmatici attributi che dipingono il numinoso sembiante del ‘Femminile’ in tutta la sua regale magnificenza, mentre attraversa gli occhi della mente raggiungendo la pristina forma dell’anima, al punto che se ne possono avvertire i sussulti. Assonanze ancestrali ripetono turbinosi percorsi, estatici abbracci di una materiata innocenza pronta «alla coniugazione del verbo che dice l’‘essere’, / così che l’abbandono apre varchi allo spirito / riabilitando la carne, / perché, se incontro c’è stato, / questa ha cercato e l’Altro / si è lasciato trovare». (Conjunctĭo) Intenso e ri-evocativo, l’amplesso finale conduce dove si coglie l’essenza verticistica del seme: principio primo e causa originante della ‘Realtà’ al di qua e al di là dei fenomeni. Talché, avvolto nell’insondabile e fonte dell’inesauribile, l’Amore, quale “esigenza ontologica ed etica della persona” (md 29), è risonanza che innova e si rinnova nell’eterno rigenerarsi delle cose.
Orazio Antonio Giannico Sia nell’incipit che nella attenta presentazione della plaquette dei «Canti», Luciano Pizziconi dichiara preliminarmente di non considerare il Maschile ed il Femminile quali termini contrapposti, così come il modello falsificante di un potere manipolatore e sopraffattorio in effetti impone. Questo schema, spiega il Nostro, rende palese uno stato reciproco di inferiorità e incompletezza, rendendo inadeguate le nostre dotazioni emotive e concettuali tanto a vivere in profondità i rapporti di genere quanto ad intuire le altezze cui debba intendersi la relazione di principio che intercorre tra l’Io ed il Tu, tra me e l’Altro. Viceversa, l’orizzonte del «Noi» esalta la complementarità, annulla contese ed opposizioni, rende possibile il cammino verso quell’Amore totale che il testo ci descrive ineffabile. Ecco in breve, dunque, delineato il campo d’azione nel quale il Poeta intende agire, sia nella veste di «Leone in difesa e condivisione della sorte dell’agnello» che di «Mago», ma solo per il Bene comune. L.P. diviene così garante e cantore di Colei che, amata, incarna il Suo «modello autentico di relazione», e, con meraviglia del lettore, cesella versi delicati e suadenti ove Esseri primigeni e paritari sono capaci di amare «senza abuso né oltraggio». Metempsicosi e rinascita spirituale avanti che la fine scandisca l’attimo che non ha futuro: «Occorre far pace con la morte / prima che il gallo canti...» è il richiamo sublime e cristologico dell’Autore. In un progressivo abbraccio dall’Originario, l’Opera incede, su impreziosite sfaccettature lessicali, nell’assalto irresistibile e delicato alla Donna amata ora e qui... che, nel contempo, simboleggia l’affrancamento, per mezzo dell’Eros, di una umanità ingannata dai sofismi della ragione. «Qual vecchio re e adolescente scudiero», nella equidistanza di cielo e terra e «solo nelle sue ossa», l’Autore, confessandosi nel volume sembrerebbe dirci soltanto il racconto di 41
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una lunga veglia alla Luna. Ma non è così. Talché, nel traboccante continuum delle suggestioni, ogni verso, come per magia e incantamento, mentre riluce della più alta espressività, si fa ineguagliabile rappresentazione, alchimia di metafore, scavando la più dura epidermide fino a convergere nella limpida sovrapposizione di Luna-Amata, ma pure, nel Suo orizzonte elevato, tutto ciò che si pone all’Io come Altro da sé. Un percorso letterario unico ed irraggiungibile, una osmosi d’eccellenza psicologica, filosofica e poetica, una Parola che s’incarna nel desiderio ardente e tangibile di «piantar l’Amore in mezzo al nulla», un’Ars amandi di guerriero temprato, capace di condurre all’abbandono che «spalanca varchi allo spirito» in un intreccio lirico di frasi trobadoriche, orientali ed arabe antiche, in una ascesi distillata da rara sapienza linguistica, il cui godimento affluisce al cuore unitamente agli affioranti riverberi di pensiero puro che fanno più acuto il sentire... Un Inno, allora, al dono più grande riservato all’uomo, che, sebbene cantato in ‘basso’, qui possiede il crisma della contemplazione edenica del Paradiso. Non mancano, nell’Opera, sofferte attese o sospensioni, né dosi ben misurate di follia visionaria. E, invero, il lettore si rinviene su piani dell’esperienza realmente vissuti, sedimentati dal tempo equilibratore in una Voce esemplare, della Poesia, che esprime nell’amor consapevole «una eccedenza del pensiero che c’insegnò a volare». Dal sogno al desiderio, «Notte di nozze» è il culmine, un colmare l’assenza in un totale abbandono e perdizione di mente. Lei «cerva di terre ombrose, / astuzia del Paradiso» che «schiusa premendo fremi, / colomba smarrita, / e a dolce morte oramai t’abbandoni, / fragrante e paga, / offrendo alla mia foga primizie, / il tuo giglio di sangue...». L’interrogativo che resta è se il percorso mistico di L.P. possa esser letto nell’ottica di Narciso, che nello specchio del proprio lago di conoscenze è necessitato al vincolo indissolubile con quella metà del cielo che dispiega l’Intero.
Rosa Muscarà ... Nessun commento sarebbe adeguato al valore del testo, poiché Luciano Pizziconi, coralmente definito Profeta e Maestro, fissa magistralmente nei nove «Canti» quella singolare Bellezza di cui solo chi si è posto al servizio della «Parola» può essere tramite, garante e degno possessore. Riemerge qui riscattata, dopo secoli di contaminazione e umiliante oppressione, una immagine integra e rigogliosa del ‘Femminile’, la cui grazia regale rapisce ed infiamma, accarezza e fa ardere, ripristinando nella sua primeva innocenza una tal figura di donna da rimediare i torti accumulati e dissolvere il pregiudizio che ne rese infermo il destino.
Aldo Onorati ... Caro Luciano, ti devo la più assoluta ammirazione per il tuo libro: opera forte, profonda, fresca, ricca di pensose metafore, cui le parole sono mezzo e fine alla complessità della vita e del mondo. [...] Ringrazio, perché ho conosciuto un vero Autore, in un tempo in cui gli autori sono numerosissimi ma gli Autori pochi, pochissimi. Un abbraccio.
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Massimo Pasqualone ... Afferma Luciano Pizziconi che «la logica della Bellezza sta già dentro e anteriore ad ogni forma sensibile del giudizio, perché ‘Modello’ del vero». E infatti la Poesia di L.P. è bella! di una bellezza maestosa e delicatissima, di una levigatezza classica, esente da ombre e artifizi... Bella per la pregnanza di ciò che emana e trasmette, rivelando sotto una luce piena quello che si credeva soltanto di “vedere”, e di vedere concretamente ciò che, rivelato, si poteva soltanto “credere”. Perciò il suo poemare si fa mezzo di conoscenza, di svelamento e di comunione nella gratuità perfetta del dono, così come egli, esemplarmente, pratica e intende. [...] Profeta e uomo, la religiosa intensità dei suoi versi si alimenta della capacità di vivere in empatia con il Tutto, e posso soltanto aggiungere che L.P. sarà ricordato, per l’incrollabile fedeltà alla «Parola», come uno dei pochi che ebbe titolo ad accreditare il termine di Poeta.
Maria Russo ... Natura forte e dolcissima, quella dell’Autore, che con straordinaria maestria innova magicamente tutto ciò di cui parla, traducendo una non comune erudizione nella capacità di evocare e commuovere, a più livelli, attraverso il potere della sua scrittura. Sicché, proiettandosi in una universalità di linguaggio e di contenuti, ben più che adeguati a cogliere i nessi tra visibile ed invisibile, Luciano Pizziconi è all’altezza del compito che si propone con una misura, morale e intellettuale, in speculare equilibrio con l’arte e la fantasia. Un percorso di elevazione che egli sublima oltre il vertice delle passioni, là dove ogni conflitto è risolto in quella rara disposizione dell’anima che si fa atto d’Amore.
Leonardo Selvaggi ... Una sapienza che è accensione di sensi, un pensiero che è illuminata estensione. [...] Vi è, nel testo di Pizziconi, quella concatenazione di legami che non ha un tempo di inizio ma infinite diramazioni di senso e sincronia di rapporti, ove la congiunzione è nudità dell’Origine e conoscere un ritrovarsi...
Sandro Sticca Evocatĭo, Cum-passio, Mutatio, Nova Luna, Vigilĭa, Conjunctĭo, Plena Luna, Contemplatio, Lunaris Genus... I nove «Canti», che costituiscono la raccolta di “Sacro e profano”, trasmettono una illuminata sintesi sulla sacralità dell’eros nella sua pienezza, celebrata da Luciano Pizziconi in straordinari vertici di intensa liricità. Sicché la parola, nel testo, è come avvolta da un’aura iniziatica, il cui orizzonte esonda dalla sua struttura temporale per abbracciare l’Eterno, in una liturgia, quasi rituale, volta a ristabilire l’autentica relazione del ‘Maschile’ e del ‘Femminile’, siano essi intesi nella reciprocità di ‘genere’ o di ‘principio’. In tale comunione ed unità di senso dei termini dialoganti, ove l’opposizione si muta in complementarità e le diverse istanze in un solo movente, il poetare oscilla tra l’amore contemplato e l’amore agito, tra l’archetipo e il suo emissario, in un contesto della memoria che nello stesso istante è presenza ed evocazione dell’‘essere originario’: «Altri imenei son questi, / che a nuove nozze ci chiamano, / e per sentieri impervi / di vita in vita ci legano, / finché il voto s’involi / in una sola eternità di Canti.» (Lunaris Genus) 43
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Ed ecco affiorare, dal miracolo di questi versi, il mistero profondo che vela e ri-vela il potere del ‘Femminino’... Sicché, pur nel sensuale abbandono (Plena Luna), si avverte l’unione mistica cui il Poeta allude e rimanda. E invero, trascendendo i limiti delle facoltà umane di esprimere l’indicibile, egli riesce a partecipare l’Essenza incomunicabile, che si rinnova e si amplifica in quel trasmutare dell’anima che alimenta il tormentato cammino dell’uomo verso l’«Assoluto». L.P. innalza un inno di lode a «Colei» che lo affranca e lo vincola, distillato modello delle fibre più intime del cuore, e che perciò si impose alla sua volontà e comprensione: «Non volevo amarla e mi amò, / non doveva amarmi e l’amai...» (Cum-passio) ‘Destino’ accolto, dunque, e sublimato nei «Canti» con un vertiginoso movimento capace di trasfigurare i ritmi vitali dell’esistenza nell’eterno pulsare di quell’Amore che rigenera il mondo.
Antonietta Tafuri Come può un poeta, già ritenuto «Sommo», superare ogni volta il suo apice? Ancora questa è la domanda che autonomamente si pone leggendo i «Canti» d’amore inediti di Luciano Pizziconi, che, con mirabile armonia di logica e fantasia, legando intuitività e raziocinio in una rappresentazione dialogica dell’esperienza vissuta, trasmettono le più conturbanti emozioni, in una atmosfera incantatoria di tale vibrante liricità e bellezza da penetrare l’anima e scorrere nelle vene. In un progressivo incarnarsi del ‘Femminile’ nel sembiante della donna che lo ha ispirato – e perciò in un costante sovrapporsi di ‘principio’ e di ‘genere’ nell’identità dell’amata, così investita di spiritualità e di passione, cioè della regale dignità e pienezza che le competono –, su questi versi nulla di veramente adeguato si potrebbe dire, se non che, per essi, il Nostro è da collocarsi tra i Classici di ogni tempo, pur nella modernità inaudita dei contenuti, che la gamma inesauribile delle immagini e della raffinatezza stilistica pongono in una condizione assolutamente a sé stante. Pochi, come lui, sono giunti nell’empireo... e meno ancora giungeranno nuovamente a stupirci, come L.P. sa fare in ogni circostanza. Si accordano, qui, note eccelse di un autentico ‘Trattato d’Amore’ che si fa melodia; perle e coralli che affiorano da scandagliati abissi, ove la Poesia, tracciando indelebili scie, accresce la nostra eredità culturale di un capolavoro che – nel panorama letterario della nostra epoca immiserita – non conta paragoni possibili.
Margarida Valle ... Sia benedetta la donna che ha ispirato i Suoi versi.
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Ringraziamenti (testo italiano)
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Si ringraziano caldamente:
Colegiul National de Arta, Timişoara; Colegiul National Pedagogic, Timişoara; Institutul Politehnic si Universitatea de Vest (per l’Asociazione “Orizonturi Universitare”); Studioul Regional de Radio, Timişoara, per la fraterna disponibilità e accoglienza.
Si ringraziano, altresì:
prof. Ion Marin Almajan, scriitor; Veronica Balaj, jurnalista si scriitoare; prof. Speranta Catana, Directoarea Colegiului; prof. Univ. dr. Horia Ciocarlie, Presed. Asoc. “Orizonturi Universitare”; prof. Univ. dr. Coleta De Sabata, tradutrice; prof. Ionut Cristescu, Directorul Colegiului; prof. Eugenio De Poli, Directorul Centrului Cultural Italian din Timişoara; Adriana Marascu, jurnalista; prof. dr. Rodica Oprean, critic literar; prof. Rodica Raffai, relatori nelle diverse sedi destinate agli incontri, nonché gli studenti e il Direttore dell’Istituto d’Arte, e gli studenti e il Magnifico Rettore dell’Università di Vest.
Un particolare segno di gratitudine
vada al prof. dr. Coleta De Sabata per la cortese sollecitudine con cui ha portato a termine la traduzione dei «Canti», ed a Veronica Balaj, già Vicepresidente Onorario del Premio Athanòr, per la preziosa collaborazione, che ha reso possibile questa iniziativa culturale. 15 Dicembre 2009
Luciano Pizziconi
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Impaginazione a cura di:
Tel. 338.2179245 www.vincenzoricci.com info@ vincenzoricci.com
Finito di stampare nel mese di febbraio 2010 per conto del “Progetto Athanòr” Presso la Tipografia ‘Gordian’ - Timişoara (Directorul Alexandru Naghy)
Edizione fuori commercio *** Questo volume è dedicato al sostegno delle Associazioni “Casa Faenzia” (Str. Calea Buziasului, nr.34 - Timişoara) “Casa de Copii Orfani” (Bvd. Republicii, nr.18 - Timişoara) 48
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Luciano Pizziconi
Edizioni Progetto Athanòr