28 edifici moderni in 58 ettari di terreno, alloggi e servizi per 4.500 ospiti a 5 minuti dalla Basilica Palladiana. Possibili destinazioni d’uso: resort turistico, campus universitario, sede di centinaia di start up... Vincolo: il Board of Peace, con i vicentini come osservatori, destinerà il 20% degli spazi a una sua sede di rappresentanza affacciata sui 650.000 mq di verde del parco confinante. Un’oasi di Pace… I dettagli a pagina 40-41-42-43
Dove si trova
45°32'32.7"N 11°34'42.62"E - Vicenza
Organizzazione/società interessatabozza progetto - offerta economica
Organizzazione/società destinazione d’uso bozza progetto non leggibili che fanno supoofferta econoOrganizzazione/società destinazione d’uso..............
Scrivere a
palladiosenzabasi@decidevicenza.it
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Il meglio del web di ViPiù di gennaio a cura di Andrea Polizzo
A briglia sciolta contro il pensiero unico dell’intelligenza artificiale di Giorgio Langella
L’AI Act, ovvero come l’Unione europea ha deciso di regolamentare l’intelligenza artificiale di Eleonora Boin
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Dalla curiosità alla cautela: l’intelligenza artificiale tra lavoro, fiducia e governance di Salvatore Borghese
Come le aziende di Vicenza stanno usando l’intelligenza artificiale di Eleonora Boin
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Quando hai scritto 'Buon comple' stamattina, l'AI ha indovinato le lettere che mancavano e ha scritto "buon compleanno". di Alessandro Dai Zotti
Emergenza casa, Stefani prepara il dietrofront con un nuovo piano di social housing regionale. di Renzo Mazzaro
Legge sulla separazione delle carriere: sintesi tecnico-giuridica dei contenuti di Giovanni Coviello
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Referendum, la sfida si accende di Mario Faggionato
VicenzaPiù Viva Fondato il 25 febbraio 2006 come supplemento di La Cronaca di Vicenza
Autorizzazione Tribunale di Vicenza n. 1183 del 29 agosto 2008
Responsabile direzione ed edizione Giovanni Coviello - direttore@vicenzapiu.com
Sede Viale Verona 41, 36100 Vicenza tel. 0444.1444959 - info@vicenzapiu.com
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Le domande del confronto (le stesse per il sostenitore del sì e per il sostenitore del no)
La trasparenza e la purezza, anche etica, dei diamanti di Salvadori Diamond Atelier di Federica Zanini
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“Maria Madre di Misericordia tra pietà popolare e rinascita delle comunità” padre Gino Alberto Faccioli
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Basi Usa a Vicenza, tra disimpegno americano e futuro della città: perché pensarci ora di Giovanni Coviello
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Basi militari dismesse e città che cambiano: cosa insegna l’Europa di Giovanni Coviello
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Le compagnie aeree nate a Vicenza (e dintorni) e la storia dell’aviazione locale. Mai decollata. di Eleonora Boin
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02:00 di notte, Natale. Il telefono squilla. Chi risponde? di Alessandro Dai Zotti
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Impaginazione chiusa il 23 febbraio 2026 Associato n. 5967
L’EDITORIALE
II nostri primi venti anni.
Per la Vicenza migliore e una migliore Vicenza
miei primi 40 anni è un film del 1987 diretto da Carlo Vanzina, ispirato all'omonima autobiografia di Marina Ripa di Meana. Leggiamo in una recensione dell’epoca: “I miei primi quarant’anni sono il racconto della vita di una conquistatrice. Quando nel 1984 l’autobiografia di Marina Ripa di Meana arrivò in libreria, esplose come una bomba nel sonnolento mondo dell’alta società degli anni Ottanta. Il racconto disinibito, ironico e travolgente di avventure e disavventure di questa donna bellissima e amatissima, suscitò notevole scalpore ma anche preoccupazione nei protagonisti del gran mondo internazionale, i quali credevano (giustamente) di riconoscersi nei personaggi del libro. Subito cominciò la caccia ai veri nomi nascosti dietro fin troppo trasparenti pseudonimi…”
Che c’entra il film e la recensione del film con i primi 20 anni di VicenzaPiù?
Proviamo a riscrivere la recensione e si capirà: “I nostri primi venti anni sono quelli della vita di un periodico che ha conquistato uno spazio rilevante nella stampa indipendente lasciato libero a Vicenza da quando le proprietà dei media locali o presenti localmente sono passate in mano a interessi che non hanno nel proprio DNA quello degli editori. Quando, il 25 febbraio 2006, il n. 1 di VicenzaPiù arrivò in edicola, esplose come una bomba nel mondo della cosiddetta “alta società vicentina” in buona parte dedita a far assopire cittadini e lettori. Il racconto disinibito, satirico e travolgente di avventure e disavventure non di una donna bellissima e amatissima ma di un’alta società egocentrica e temutissima, suscitò notevole scalpore ma anche preoccupazione nei protagonisti del gran mondo cittadino, regionale e, talvolta, nazionale, i quali si ritrovavano descritti su VicenzaPiù, cartaceo e, nel frattempo, anche online, senza timori reverenziali. Subito cominciò la caccia non ai nomi dietro certi affari, da altri ignorati o annacquati, ma a chi quei nomi e quei certi e documentati malaffari li rendeva noti ai cittadini/lettori, i nosti veri e unici "padroni”.
I NOSTRI
PRIMI ANNI
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Se oggi, 25 febbraio 2026, io e, spero, altri che cerco con cura per dare continuità a quest’impresa, iniziamo i nostri secondi vent’anni con VicenzaPiù Viva, con la nascente e crescente L’altra Vicenza, le nostre testate web sorelle e cugine, con la casa editrice L’altra stampa che incrementa le sue pubblicazioni librarie locali e nazionali, con altre novità che conoscerete giorno dopo giorno, lo dobbiamo un po’ alla tenacia di chi scrive e lavora per questi media, ma molto di più a voi lettori — che siete la nostra comunità – e a inserzionisti che dell’imprenditoria vicentina e regionale sono, per contraltare, i veri motori, sani e indipendenti anche loro dai condizionamenti esterni. Grazie a loro potremo continuare a raccontare Vicenza e il suo territorio guardando all’Italia e al mondo. Che ci sia io o un altro folle, arrivederci, quindi, al 25 febbraio 2046. Grazie.
Il meglio del web di gennaio
Impianto Silva a Montecchio
Precalcino:
luce nella battaglia ecologista
Una delle principali notizie di questo periodo è lo stop, duplice, al progetto per la realizzazione dell'impianto di trattamento rifiuti pericolosi e non a Montecchio
Pedemontana e inquinamento da Pfas, CoVePa chiede inasprimento delle imputazioni
“Non è accettabile che una contaminazione generata da un’opera pubblica riceva un trattamento più indulgente rispetto a quella prodotta da un’azienda privata”. A dirlo è Massimo Folesa, portavoce del Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa, che ha chiesto alla Procura di Vicenza di riconsiderare e aggiornare le imputazioni ai 12 imputati nel processo per l’inquinamento da Pfas Pfba del territorio derivanti dalle lavorazioni per la realizzazione della Superstrada Pedemontana Veneta, paragonandolo al processo Miteni, giunto a sentenza nei mesi scorsi con pesanti condanne per i responsabili.
Precalcino, nell'area ex Safond Martini, già nota alle cronache per vicende di inquinamento ambientale, da parte di Silva Srl.
L'Ulss 7 Pedemontana ha dato parere negativo all'opera ritenendola “non compatibile con il sito su cui andrebbe ad inserirsi”. Contemporaneamente,
PFAS Miteni: la Regione del Veneto ricorre in appello per riconoscimento danno d’immagine
Un nuovo aggiornamento sul caso Miteni, nel post sentenza di condanna in
l’Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali (Abdao) ha disposto la sospensione dei procedimenti autorizzativi che potrebbero interferire con le aree di salvaguardia delle opere di captazione idrica destinate al consumo umano nei Comuni di Dueville e Villaverla. Queste due novità, in attesa che il 13 marzo si svolga la Conferenza dei servizi sul progetto di Silva (Gruppo Ecoeridania), sono state accolte positivamente dal Comitato Tutela della Salute, impegnato sin dalle prime ore nella battaglia ecologista. La vicenda, al momento, assume l'aspetto di una vittoria delle anime ambientaliste del Vicentino, decise a porre un freno a pericoli, concreti o anche solo potenziali, per il territorio e i sui abitanti.
primo grado. La Regione del Veneto ha fatto sapere che presenterà ricorso alla Corte d’Assise d’Appello per ottenere il riconoscimento del danno d’immagine subito a seguito della vicenda di inquinamento da PFAS presso la Miteni di Trissino, nel Vicentino. La decisione è stata assunta dalla Giunta regionale, su proposta dell’assessore agli Affari legali Filippo Giacinti. Nel noto processo per l'inquinamento conseguente alle lavorazioni dell'azienda, alla Regione è stato riconosciuto un risarcimento per danni patrimoniali pari a 6.576.357,72 euro. Il governo regionale ritiene però che debbano essere ristorati anche i danni all'immagine del territorio, soprattutto in chiave turistica.
A cura di Andrea Polizzo
Carenza personale della polizia a Vicenza infiamma la politica
Fa discutere la politica vicentina la persistente carenza di uomini per la Questura di Vicenza. A inizio anno, da Roma sono stati mandati nella Città del Palladio solo 7 nuove unità. Il sindaco, Giacomo Possamai, ha protestato e in una occasione, ha accolto a Palazzo Trissino i rappresentanti dei poliziotti. Insieme, in coro: “Siamo in pochi, servono rinforzi”. Non la pensa così il consigliere Nicolò Naclerio (Fdi) che ha detto: “Invece di piangere per i pochi arrivi in Questura, bisognerebbe far lavorare meglio la Polizia Locale”.
Crac Banche Venete, "baciate"? Novità con cauto ottimismo
A otto anni dal crac di BPVi e Veneto Banca, si profila la chiusura della partita sulle operazioni "baciate". Durante l'audizione in commissione banche con il senatore Zanettin, è emerso che i risparmiatori hanno ancora debiti per 875 milioni legati ad azioni ormai prive di valore. Grazie a recenti sentenze della Cassazione che confermano l'illegalità di tali prestiti, i liquidatori possono ora procedere a compensazioni rapide, evitando lunghe battaglie legali. La situazione resta complessa: solo a Vicenza pendono 87 giudizi per 240 milioni, con oltre 800 debitori complessivi ancora coinvolti nel sistema. Ottimismo, ma con cautela.
La scomparsa e il ritorno di Antonio Menegon, il “Paladino anti autovelox irregolari”
Si è conclusa positivamente la vicenda dell'ingegner Antonio Menegon, 78 anni, il noto perito vicentino di cui si erano perse le tracce a inizio gennaio e ricomparso verso fine mese a Sandrigo. L'uomo – noto come “Paladino anti autovelox irregolari” -, scomparso da Tezze Sul Brente e Rosà, luoghi del Bassanese dove risiede e lavora, ha riferito di essersi allontanato volontariamente. La procura di Vicenza ha proseguito le indagini sulla sua sparizione, messa da subito in relazione alla sua attività professionale, soprattutto per
Società Vicentina Trasporti: inizio 2026 in salita
Il 2026 sembra non essere iniziato nel migliore dei modi per Società Vicentina Trasporti. Prima il ferimento di due studenti, di cui una 15enne con gravissime conseguenze, investiti da un bus a Noventa Vicentina. Poi, il caso dello studente disabile che si era spontaneamente autodenunciato perché pensava di non avere con sé l’abbonamento e fatto scendere dall'autista sotto la pioggia (poco tempo dopo il caso dell’11enne di San Vito di Cadore). Nel mezzo lo sciopero proclamato da Usb per criticità riguardanti sicurezza e turni di lavoro del personale e qualche bordata dalla politica al management di Svt.
Milano Cortina 2026, Pamich: "Non sono stato abbandonato in strada a Vicenza”
"Ci tengo a precisare che non è vero che io sia stato abbandonato dopo aver fatto il tedoforo a Vicenza, semplicemente non sono salito sul pullman dell'organizzazione perché mi sono venuti a prendere degli amici e sono andato via in macchina con loro. Sono rimasto sbalordito quando l'ho letto". Così, Abdon Pamich, leggenda della marcia italiana, oro nei 50 km a Tokyo 1964, bronzo a Roma 1960 ed esule istriano ha chiarito e chiuso la polemica che era nata su un suo presunto “abbandono” in città dopo essere stato uno dei tedofori per le olimpiadi Milano-Cortina lungo le vie di Vicenza. Caso chiuso.
la consulenza fornita alla procura di Cosenza che ha dato il la a un'indagine e al sequestro di numerosi autovelox in tutta Italia, Vicenza compresa. Lo stesso ha riferito: “Tutta la documentazione che ricostruisce i fatti decisivi della vicenda è stata da me depositata nel settembre 2023 ma non è comparsa nel decreto di rinvio a giudizio della società di autovelox. Ci troviamo di fronte a un’omissione totale e consapevole di un atto decisivo d’indagine”. Menegon ha poi riferito di fatti “strani” avvenuti nell'ultimo periodo, tra cui un presunto hackeraggio con sparizione di file da un suo computer, che lo hanno indotto ad allontanarsi per un po'.
Bretella dell'Albera, chiusa rampa: stop alle manovre pericolose
Dal 29 gennaio 2026, sulla variante SP46 a Vicenza è stato chiuso l'accesso diretto alla Bretella dell'Albera da Viale del Sole. Il provvedimento è stato assunto dal Comune su indicazione della Prefettura per porre un freno alle pericolose inversioni di marcia vietate effettuate da molti automobilisti. Chi viaggia verso fiera-autostrada non potrà più svoltare a destra per Costabissara-Thiene-Schio, ma dovrà obbligatoriamente raggiungere la rotatoria successiva per immettersi correttamente sulla variante. Un intervento strutturale necessario per l’incolumità pubblica, bene accolto dal sempre vigile Comitato Bretella Albera.
Giubileo Mariano a Vicenza, Parolin a Monte Berico: “Alcune parole rendono schiavi”
“Le parole umane ambiscono a schiavizzare i corpi e gli spiriti. Siamo chiamati a lasciar parlare Dio in Cristo perché possa essere scritta nel presente una storia di libertà, dove tutti vedano rispettato, promosso e accolto il loro nome e il loro posto nelle società. Solo questo, infatti, può generare un futuro dove ci sia posto per tutti e non solo per qualcuno”. Queste le parole pronunciate dal Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, nell'omelia per l'apertura dell'Anno Giubilare Mariano a Monte Berico di Vicenza, in concomitanza con i 600 anni dalle apparizioni della Madonna a Vincenza Pasini di Sovizzo.
A briglia sciolta contro il pensiero unico dell’intelligenza artificiale
che era un continuo porsi delle domande ricercando risposte che potessero anche essere estranee agli schemi imposti dal “sentire comune” e che mi permettessero di guardare le cose da un altro punto di vista rispetto a quello del sistema nel quale viviamo. È stato un incentivo a sviluppare la capacità del pensiero critico.
di Giorgio Langella ComponentedelcomitatocentraledelPCI
Antonio Lepschy, professore dell'Università di Padova, circa 50 anni fa mi disse che, in un futuro neppure tanto remoto, la ricchezza e il potere si sarebbero concentrati nelle mani di chi avrebbe posseduto le informazioni. Ipotizzava, già allora, che tali entità non sarebbero state necessariamente pubbliche ma una specie di corporazioni private e che, quindi, proprio nella questione della proprietà delle
informazioni, sarebbe stato necessario agire per distribuire quella ricchezza ed evitare la concentrazione del potere in pochi oligarchi avulsi dalla democrazia. Oggi ci troviamo in quella situazione profetizzata, quasi cinquant'anni fa.
A pensarci bene, quello che mi è rimasto di quella conversazione è un'idea che (inizialmente considerata fantascientifica) si è insinuata nella mia mente ed è cresciuta sviluppando un pensiero poco (o per nulla) ortodosso. Una forma laica di pensare
Oggi siamo circondati dal pensiero unico e non è un caso che il libro di Mark Fisher “Realismo Capitalista” inizi con il capitolo intitolato “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. In effetti siamo sempre di più immersi in un sistema, il capitalismo, che ci avvolge e ci soffoca, più o meno subdolamente, imponendoci la convinzione che esso sia l'unico possibile, irriformabile ed eterno. Un sistema nel quale il profitto, la ricchezza e il potere individuale sono gli obiettivi principali e la guerra, la disuguaglianza e lo sfruttamento sono i mezzi per ottenerli. Di conseguenza la precarietà diffusa e prevaricante; la mancanza delle normali garanzie di sicurezza nel lavoro (e non solo); le basse retribuzioni (salari e pensioni); l'aumento del tempo di lavoro che divora il tempo libero necessario per la piena realizzazione dell'essere umano e che allontana il raggiungimento della pensione; la progressiva cancellazione dei diritti essenziali alla salute, alla casa, all'istruzione; la solitudine e la rassegnazione; l'assenza di valori diversi dal “fare soldi” … sono diventate, ormai, caratteristiche della nostra esistenza. Hanno conquistato il nostro pensare.
Un pensare eterodiretto che ci impedisce di affrontare da protagonisti la grande questione dell'uso dell'Intelligenza Artificiale e della tecnologia dal momento che siamo indotti ad accettare la convinzione che non possono essere capite né tanto meno essere messe in discussione perché
vanno oltre la nostra comprensione.
Eppure, ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione industriale che, anche se fatichiamo a comprendere, condizionerà le nostre esistenze e che dovremmo almeno tentare di governare.
Il fatto è che le corporazioni private che, attualmente, hanno in mano la parte decisionale della questione (ovvero progettazione, produzione, gestione, controllo e benefici dell'innovazione tecnologica in senso lato), non hanno interesse di farci conoscere e comprendere cosa stia succedendo. Questo avviene anche grazie a una narrazione che provoca più che altro sgomento e persino paura riguardo al “nuovo”. Una narrazione veicolata da mezzi di informazione globali controllati, di fatto, dalle stesse corporazioni che possono decidere cosa farci sapere.
Così le innovazioni restano avvolte in una confusa ignoranza che le fa apparire ostili e pericolose seppur stupefacenti e spesso affascinanti.
Abbiamo acquisito la certezza che sia ovvio che quelle che ritengo sia corretto definire “macchine pensanti” (un insieme di hardware/meccanica/elettronica e software/IA) vengano considerate (percepite) “esseri” più efficienti e migliori degli umani che vengono relegati a un ruolo marginale e subalterno. Si assume l'assioma che esse sostituiranno chi oggi lavora aumentando disoccupazione e povertà e che, al massimo, si dovrà sperare di riuscire a “contenere il danno”. Le persone, di fatto, diventeranno strumenti da esse usati e non controllori né, tanto meno, beneficiari dell'innovazione tecnologica in atto.
Di fronte a quello che è un futuro distopico (lo è già, per molti versi il presente nel quale diventa normale togliere i diritti
di tutti per destinare centinaia di miliardi per condurre guerre di dominio e controllo) al quale non possiamo sottrarci (questo è quello di cui vogliono convincerci) diventa necessario, per noi comunisti, progettare un futuro diverso e andare in direzione opposta a quello che è diventato il pensiero unico dominante.
Dobbiamo avere fantasia ed essere rivoluzionari procedendo a briglia sciolta ma saldi in resta.
Studiare, analizzare, elaborare un nostro progetto di sviluppo tecnologico e dell'utilizzo delle innovazioni prodotte. Un progetto che metta al primo posto il fatto che possiamo e dobbiamo tutti vivere meglio avendo piena coscienza che è indispensabile contrapporre al conformismo del pensiero unico la capacità di elaborare un pensiero critico.
Ecco che nella nostra elaborazione l'innovazione tecnologica e la stessa IA possono e devono essere indirizzate a liberare l'essere umano dalla fatica, dalle malattie, dalla
povertà, dall'ignoranza. Lavorare meglio, meno, in sicurezza e giustamente retribuiti perde la caratteristica di slogan utopistico e diventa un obiettivo raggiungibile effetto di quella che è la vera rivoluzione. Uno stravolgimento del sistema attuale (e della vita stessa) nel quale assume particolare importanza l'appropriazione della cultura, intesa come insieme di arti e scienze, con il presupposto, però, di non cadere nell'inganno di considerarle alla stregua di religioni insindacabili e taumaturgiche. Un insieme che diventa dirompente (e quindi rivoluzionario) in quanto prospetta la creazione di una società nella quale il collettivo umano usa tutti gli strumenti del lavoro (e quindi anche le “macchine pensanti” comprensive dell'IA) per produrre benessere diffuso e non per il profitto delle nuove aristocrazie oligarchiche.
Non è, forse, proprio questa la nuova coscienza di classe che dobbiamo costruire?
E, non è per questo che è normale e utile lottare e vivere?
Per noi comunisti deve essere indispensabile che l'elaborazione del progetto e la lotta procedano scambiandosi le informazioni e i feedback necessari al loro miglioramento in maniera che entrambe possano evolvere stimolando un'intelligenza collettiva frutto di quell'unità che è necessario costruire con tutte le forze politiche e sociali che vogliono un reale cambiamento dell'attuale sistema.
Un sistema spaventoso che ci frutta, ci opprime e ci uccide, nelle guerre che fa “ai poveri di dentro e ai popoli di fuori” (cit. da “U rancuri” di Ignazio Buttita).
Robot industriale meccanizzato e lavoratore umano lavorano insieme nella fabbrica del futuro
L’AI Act, ovvero come l’Unione europea ha deciso di regolamentarel’intelligenza artificiale
Il 2025 è stato sicuramente l’anno del boom dell’intelligenza artificiale, come confermato dal giornale americano Time, che ha dichiarato l’IA e i suoi architetti persona dell’anno. Infatti, se fino agli anni scorsi era rimasta una tecnologia di nicchia e poco potente, ultimamente si è trasformata in una vera e propria infrastruttura diffusa, utilizzata in settori sempre più ampi: dalla selezione del personale alla diagnosi medica, dai sistemi di sorveglianza ai modelli in grado di generare testi, immagini e video. Un utilizzo sempre maggiore sia a livello aziendale che personale, che ne ha decretato la rilevanza ormai assoluta all’interno della nostra società. Una diffusione rapida e totale, che ha posto ai governi un problema ormai centrale: come regolare una tecnologia che permette benefici
economici e sociali importanti, ma che rischia di produrre discriminazioni, violazioni della privacy, dei diritti d’autore e nuove forme di controllo sociale?
L’Unione europea ha risposto a questa domanda con un regolamento, ovvero uno di quegli atti giuridici dell’Ue che vale automaticamente in tutti gli stati membri. Parliamo dell’AI Act (dall’inglese Artificial Intelligence Act), ovvero il primo regolamento al mondo pensato per disciplinare in modo organico l’uso e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’AI Act è stato approvato definitivamente nel 2024 dopo oltre tre anni di negoziati ed entrerà in vigore in modo graduale tra il 2025 e il 2026. Questo regolamento è solo l’ultimo di una serie di atti volti a regolamentare lo spazio digitale voluti dall’ex commissario al mercato interno Thierry
Breton. Negli ultimi anni l’Ue ha costruito un vero e proprio impianto normativo sul digitale, che comprende il GDPR sulla protezione dei dati personali, il Digital Services Act sulla responsabilità delle piattaforme online, il Digital Markets Act sulla concorrenza nei mercati digitali, il Data Act sulla circolazione dei dati e il Media Freedom Act, sulla libertà di informazione. In questo contesto, l’IA viene quindi trattata come una tecnologia che va integrata all'interno di una legislazione ben precisa in materia di digitale, che va adeguata essa stessa in un ecosistema basato sui principi europei di tutela dei diritti, concorrenza e sicurezza dei consumatori/cittadini.
Un regolamento basato sul rischio
L’impianto dell’AI Act si basa sulla classificazione del rischio, dividendo di fatto
di Eleonora Boin
Classificazione dei sistemi di IA in base al rischio
i sistemi IA in quattro livelli differenti in base al potenziale impatto che possono avere sulle persone e sulla società. Il primo livello è quello a rischio più alto, ovvero tutti quei sistemi considerati un “rischio inaccettabile” e che quindi vengono vietati in modo esplicito. Ne fanno parte tutti i sistemi di manipolazione comportamentale che sfruttano vulnerabilità psicologiche, i meccanismi di social scoring dei cittadini e alcune forme di sorveglianza biometrica di massa. Ad esempio, negli spazi pubblici dell’Ue è esplicitamente vietato l’utilizzo del riconoscimento facciale in tempo reale, salvo eccezioni molto limitate legate alla sicurezza nazionale, cosa che non si può dire in altri paesi, come ad esempio la Cina o l’Iran, dotati di telecamere nelle strade che di fatto controllano i cittadini. Questo divieto assoluto di utilizzare questi sistemi deriva dalla logica che essi siano incompatibili con i valori fondamentali dell’Ue e non possano essere legittimate nemmeno da possibili benefici.
Il secondo livello riguarda i sistemi di IA ad “alto rischio”, che non sono vietati in assoluto, ma vengono sottoposti a un regime di controllo rigoroso. Si tratta di tutti i sistemi IA utilizzati in specifici settori considerati delicati, come la sanità, l’istruzione, la selezione del personale, l’accesso al credito, la giustizia, il controllo delle frontiere o la gestione di infrastrutture critiche. L’AI Act prevede una serie di obblighi in questi casi, tra cui una valutazione preventiva dei rischi, la qualità e rappresentatività dei dati di addestramento, che le decisioni prese dall’IA siano tracciabili, che vengano opportunamente documentati i dettagli tecnici e, infine, la presenza di supervisione umana. L’obiettivo è ridurre il rischio di errori sistemici, discriminazioni automatizzate e decisioni opache difficili da contestare, per non lasciare che i bias umani trasportati dai programmatori ai software decidano chi ha il diritto di ottenere una casa famiglia o un trapianto di cuore.
Ci sono poi i cosiddetti sistemi a “rischio limitato”, che sostanzialmente sono solo soggetti a obblighi di trasparenza, come nel caso dei chatbot o dei sistemi di generazione di contenuti, che devono rendere evidente che gli utenti stanno interagendo con un’IA, ma anche quando un testo, un’immagine o un video sono stati prodotti artificialmente. Perché alla fine, il problema non è tanto l’esistenza di queste tecnologie, quanto il loro utilizzo senza consapevolezza da parte delle persone che non riescono a riconoscere che il video di un gatto sugli sci non è reale.
Tutto ciò che non rientra in queste categorie viene classificato come a “rischio minimo” e non è soggetto a nuovi obblighi specifici. Questa categoria rappresenta una parte consistente dell’intelligenza artificiale che esiste oggi e serve a evitare che il regolamento diventi un freno generalizzato all’innovazione.
Il nodo dell’intelligenza artificiale generativa
Uno degli aspetti più complessi del negoziato sull’AI Act sono stati i modelli di intelligenza artificiale per finalità generali, come quelli alla base dei sistemi di IA generativa. Quando la proposta iniziale della Commissione fu presentata nel 2021, questi strumenti non erano ancora diffusi come oggi e soprattutto non erano così potenti. La rapida affermazione dei grandi modelli linguistici ha costretto le istituzioni europee a intervenire, e così nel testo finale sono stati introdotti obblighi specifici per questi modelli, soprattutto in termini di trasparenza. Tra le altre cose, le aziende che li producono devono dichiarare quali dati sono stati utilizzati per l’addestramento e adottare misure per rispettare il diritto d’autore. Per i modelli più potenti, considerati di “impatto sistemico” e quindi potenzialmente in grado di influenzare il mercato o il dibattito pubblico, sono previsti requisiti aggiuntivi di sicurezza e valutazione dei rischi.
Sanzioni, controlli e applicazione
Il sistema di sanzioni previsto dall’AI Act è simile a quello del GDPR e di altri regolamenti europei: le violazioni più gravi, come l’uso di pratiche vietate, possono essere punite con multe fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato globale annuo dell’azienda. Le sanzioni diminuiscono per gli obblighi meno rilevanti, ma restano comunque elevate. L’applicazione del regolamento sarà affidata alle singole nazioni, che verranno coordinate a livello europeo da un nuovo Ufficio per l’IA istituito presso la Commissione, un modello di governance che cerca di bilanciare l’armonizzazione del mercato unico con le competenze degli Stati membri, ma che potrebbe creare differenze nell’applicazione pratica delle regole.
Tra tutela dei diritti e timori per l’innovazione
Politicamente, l’AI Act rappresenta una scelta chiara: l’Ue ha deciso di intervenire prima che l’intelligenza artificiale diventi completamente pervasiva, fissando
regole comuni in anticipo. Le istituzioni europee lo presentano come un modello di IA affidabile e centrata sull’essere umano. C’è però da dire che questo regolamento si inserisce in un contesto, quello europeo, in cui ci sono poche aziende che producono intelligenza artificiale e per questo è stato bollato da alcuni come inutile e dannoso per la competitività del continente, insomma, un altro problema burocratico voluto da Bruxelles. Molte startup e investitori sostengono che il regolamento rischi di favorire i grandi gruppi tecnologici (perlopiù americani), più attrezzati per sostenere i costi di conformità e anche tra gli Stati membri sono emerse divisioni, soprattutto sul grado di regolazione dei modelli di base. Nonostante tutto, l’AI Act rimane un passaggio importante nella storia della regolazione tecnologica e, come accaduto con il GDPR e gli altri regolamenti dello spazio digitale, il suo impatto andrà probabilmente oltre i confini europei, dato che anche i colossi americani e cinesi dovranno adeguarsi agli standard dell’Ue per operare nel nostro mercato.
Dalla curiosità alla cautela: l’intelligenza artificiale tra lavoro, fiducia e governance
Le recenti tendenze descrivono una tecnologia al centro di una corsa per il miglior prodotto e di grandi investimenti. Gli italiani restano in maggioranza ottimisti, ma aumenta la percezione dei rischi e la domanda di nuove regole
di Salvatore Borghese Analistapolitico
“Intelligenza artificiale” (AI) è un’etichetta comoda, ma molto (forse troppo) ampia. Dentro questa etichetta ci sono software che riconoscono volti, algoritmi che ottimizzano rotte logistiche, sistemi che suggeriscono una diagnosi medica e chatbot capaci di scrivere, tradurre, riassumere e perfino programmare. In molti casi il motore dell’AI è il cosiddetto “ma-
chine learning”, un meccanismo che si basa su un numero immenso di dati per individuare gli schemi e le regolarità e riprodurle per adattarsi alle richieste degli utenti.
Quando i dati sono linguistici – testi, dialoghi, documenti – arriva quella che possiamo chiamare “language learning machine”: un modello che apprende come le frasi tendono a susseguirsi e ge-
nera risposte automatizzate. Funziona spesso in modo sorprendente, ma resta fallibile: può inventare dettagli plausibili (le cosiddette “allucinazioni”) e riflette i limiti dei dati e delle istruzioni con cui è stato “addestrato”. La svolta degli ultimi anni è che questi strumenti sono usciti dai reparti di ricerca e sviluppo e sono diventati prodotti di massa.
La situazione nel mondo
La parte più visibile di questa rivoluzione è forse la gara tra prodotti dei colossi del tech: ChatGPT (OpenAI), Gemini (Google), Claude (Anthropic) e Copilot (Microsoft) competono su qualità delle risposte e integrazione con app e software di lavoro; per usi meno “professionali” ci sono le AI di Meta e il famigerato Grok, il chatbot della piattaforma X (ex Twitter) che prova a differenziarsi proprio grazie a questa collocazione “dentro” il flusso social.
Sotto la superficie c’è un secondo binario, quello dell’infrastruttura: chip, data center, cloud e accesso all’energia. Qui la posta in gioco non è solo tecnologica, ma (macro) industriale, anche perché quanto più i modelli diventano sofisticati e “operativi” – cioè capaci di eseguire compiti in sequenza sempre più complessi – la potenza di calcolo richiesta tende a salire.
Il terzo binario è la governance. Le analisi più autorevoli concordano su un punto: la diffusione dell’AI e del suo utilizzo è in rapida crescita, ma parallelamente cresce il bisogno di regole, controlli e trasparenza. Il report “AI Index 2025” dell’università di Stanford raccoglie indicatori su ricerca, investimenti e performance dei modelli, documentando un’innovazione sempre più rapida. Anche l’OCSE, nel suo report dedicato agli investimenti in AI, mette in evidenza la concentrazione delle risorse in pochi poli globali. Nella sua analisi “The State of AI”, McKinsey descrive poi un passaggio cruciale: dall’AI come semplice esperimento alla sua diffusione come pratica organizzativa, con conseguenze molto concrete e talvolta problematiche (qualità dei dati, sicurezza, responsabilità, competenze).
La situazione in Italia
Anche per l’Italia la domanda ormai non è più “se” l’AI arriverà, ma “come” verrà governata e con quali basi. In questo senso, il rapporto della Commissione UE (2025 Digital Decade Country Report) dedicato all’Italia è utile perché misura il contesto, in particolare la diffusione di competenze digitali, infrastrutture e adozione di tecnologie
avanzate. Da queste analisi risulta evidente come senza una gestione corretta di dati, cloud, sicurezza e formazione personale, l’AI rischia di rimanere “bloccata” al livello di una demo, senza generare un vero e proprio cambio di passo.
Un tema di cui si discute da tempo anche nelle istituzioni. Già due anni fa, in un Rapporto della Commissione Trasporti della Camera dei deputati (31 gennaio 2024) emerge un’idea di fondo: per usare l’IA servono capacità di valutazione, regole chiare e competenze interne, soprattutto nella Pubblica Amministrazione. In altre parole, non basta “comprare” un chatbot per avere una PA più efficiente: bisogna sapere cosa fanno questi software, su quali dati si basano, e soprattutto chi risponde quando sbagliano. Nel frattempo, molte aziende in modo capillare e spontaneo, hanno ormai iniziato a utilizzare l’AI in modo strutturale, sia pure attraverso le sue varianti più semplici: strumenti di scrittura, ricerca, sintesi e traduzione che riducono il tempo speso su attività cognitive ripetitive e facilmente automatizzabili. È un approccio pragmatico, ma anche questo richiede metodo: verifiche, policy interne e formazione.
Cosa pensano gli italiani
Ma come si pongono gli italiani rispetto a questa rivoluzione tecnologica e ai suoi sviluppi? Secondo una ricerca dell’istituto SWG di esattamente un anno fa (febbraio 2025) tra gli italiani prevale ancora un’opinione ottimistica nei confronti dell’AI (51%). Eppure, cresce la quota di chi ne vede soprattutto i rischi: 41%, con una crescita di ben 12 punti in due anni. Se vogliamo, una naturale conseguenza della diffusione di quella che prima era una novità e che si è trasformata gradualmente in presenza quotidiana: quando l’AI entra nei servizi, nel lavoro e nella scuola, chiediamo più garanzie.
Non a caso, sempre SWG rileva una preferenza netta per un approccio prudente e regolatorio (58%) che del resto è in linea con l’approccio generale dell’Unione Europea quando si parla di novità tecnologiche, ben diverso rispetto ai modelli regolatori di USA o Cina. Le preoccupazioni principali restano quelle legate al lavoro (38%), ma nello stesso sondaggio cambia la qualità dei timori: l’idea di dipendenza dalle macchine lascia spazio alla questione delle responsabilità umane. A spaventare non è più (solo) l’algoritmo, bensì l’assenza di controlli su chi lo progetta e chi lo usa.
Questi sondaggi fotografano anche un confine abbastanza chiaro: oggi rivendichiamo più autonomia decisionale e siamo meno favorevoli a farci assistere dall’AI nelle scelte più importanti. In campo affettivo, etico, educativo e politico la netta maggioranza degli italiani non ama le ingerenze, mentre per quanto riguarda le sfere più pubbliche (in ambito giuridico ed economico) c’è una maggiore divisione, ma la tendenza è quella di una maggior chiusura rispetto al 2023. E poi c’è la pratica quotidiana, che spesso anticipa le opinioni: l’esperienza degli utenti sta diventando più “utilitaristica”, come conferma il 36% che dichiara di usare ChatGPT per aumentare la produttività lavorativa.
Interessante, infine, l’orientamento dei dirigenti della PA rilevato da un’indagine apposita: quasi 4 su 5 vedono l’AI come un’opportunità, per guadagnare tempo su attività complesse e semplificare processi. È una buona notizia, a patto che l’opportunità non diventi scorciatoia: soprattutto perché (a differenza che nelle aziende private) nella PA la qualità delle procedure e delle decisioni pesa quanto la velocità.
Una sfida di responsabilità
Il quadro, dunque, è meno “fantascientifico” e molto più “umano” di quanto sembri. Nel mondo l’AI corre su tre binari – prodotti, infrastrutture, regole –non necessariamente paralleli, come dimostrano le differenze di approccio tra l’Europa e altri colossi geopolitici come USA e Cina. In Italia, assente l’aspetto puramente industriale, il tema è più di carattere infrastrutturale e soprattutto regolatorio, il che chiama necessariamente in causa un coordinamento in sede UE. Ma con un’opinione pubblica che, nonostante i timori crescenti, resta in maggioranza ottimista, ci sono margini per un intervento equilibrato, che non assecondi i timori dei catastrofisti ma che tenga conto del potenziale dirompente di questa nuova tecnologia, soprattutto per ciò che riguarda gli equilibri nel mondo del lavoro.
Forse la domanda decisiva a cui dobbiamo rispondere non è se l’intelligenza artificiale sia “buona” o “cattiva”, bensì se l’intelligenza naturale umana sarà in grado di usarla come uno strumento allo stesso tempo potente e fallibile, con responsabilità tracciabili, senza trasformarla né in un oracolo a cui delegare tutto, né in uno spauracchio da cui fuggire.
Come le aziende di Vicenza stanno usando l’intelligenza artificiale
IAnelcompartomanifatturiero
di Eleonora Boin
Se negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è finita nella nostra quotidianità vuol dire che ha iniziato ad essere usata anche nelle aziende e nei contesti produttivi locali. E Vicenza, ovviamente, non fa eccezione: era immancabile che una tecnologia come l’IA si affermasse in una provincia a così forte vocazione industriale e manifatturiera. In particolare, le aziende vicentine utilizzano l’IA per ottimizzare i processi, ridurre gli sprechi, analizzare dati e supportare i dipendenti umani in decisioni che fino a poco tempo fa erano affidate esclusivamente all’esperienza umana.
Secondo i dati di Confartigianato, già nel 2024 oltre l’11% delle imprese vicentine con dipendenti utilizzava soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, in particolare sotto forma di software di supporto alla produzione, al controllo qualità o alla gestione delle infrastrutture.
I settori chiave: la consulenza Uno dei settori in cui l’IA si sta diffondendo più rapidamente in tutto il mondo è quello della consulenza e dei servizi digitali alle imprese. E proprio a Vicenza e provincia hanno sede alcune aziende del territorio che stanno sviluppando appositi sistemi in que -
sto campo, pensati per affiancare manager e responsabili di stabilimento nelle scelte operative quotidiane. È il caso, ad esempio, della PMI innovativa Quindi (gruppo Considi Spa di Grisignano di Zocco, VI), che ha realizzato Production copilot: un sistema IA avanzato per la produzione industriale. L’idea è quella di integrare in un’unica piattaforma i dati provenienti da macchinari, ordini e personale, così da individuare anomalie e suggerire come riorganizzare la produzione in tempo reale. Non un’IA che prende decisioni autonome quindi, ma piuttosto uno programma che rende più evidenti situazioni complesse, riducendo il mar -
gine di errore umano. È simile anche il caso di Miriade, una società di consulenza informatica con sede a Thiene, che supporta le aziende in progetti di data analytics (soprattutto per quanto riguarda i big data) e machine learning, utilizzando grandi quantità di dati per individuare i pattern di comportamento dei consumatori, ottimizzando quindi i processi interni.
I settori chiave: la manifattura
Anche nel settore della manifattura l’IA ha un impatto elevato nel territorio vicentino. A partire da Vimar, l'azienda storica del settore elettrico con sede a Marostica, che ha introdotto recentemente dei sistemi di visione artificiale e deep learning nei suoi processi. L’obiettivo? Migliorare il controllo qualità nello stampaggio a iniezione, grazie alla presenza di telecamere abbinate ad algoritmi che analizzano i pezzi prodotti in tempo reale, individuando difetti e riducendo gli scarti. Questo progetto, chiamato Twist, è stato sviluppato grazie a una collaborazione con l’Università di Padova e Maxfone, azienda di Verona specializzata nello sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale.
I settori chiave: la moda L’IA si sta rivelando utile anche in un settore molto tradizionale del territorio vicentino: la moda. Ad esempio,
il gruppo Only The Brave (OTB) di Renzo Rosso, che detiene marchi di moda come Diesel, Jil Sander, Maison Margiela, Marni e Viktor&Rolf, utilizza l’IA per fare previsioni di vendite e analisi di trend per migliorare i contenuti digitali. Tra i marchi del gruppo, Diesel ha adottato degli strumenti di auto-tagging, che permettono di poter catalogare automaticamente i prodotti dello shop online. Questo sistema riduce notevolmente il lavoro manuale,
rendendo più coerenti le informazioni disponibili sull’e-commerce. Sul fronte dello sport troviamo invece il celebre marchio di abbigliamento tecnico da motociclismo Dainese (Colceresa, VI) che ha sviluppato D-Air®, un airbag intelligente basato su sensori e algoritmi addestrati su grandi quantità di dati, che garantiscono il tempismo perfetto di apertura.
I settori chiave: la sanità
A Vicenza queste tecnologie vengono adottate anche dalla sanità pubblica, precisamente nell’azienda ULSS 8 Berica, all’ospedale San Bortolo di Vicenza. Il distretto sanitario ha introdotto una risonanza magnetica 3 Tesla, dotata di algoritmi di intelligenza artificiale e immagini tridimensionali, che velocizzano i tempi degli esami e della diagnosi.
Un territorio quindi, quello Vicentino, permeato dalla presenza di IA, almeno quanto è permeato da grandi aziende e piccole medie imprese. E che ancora una volta evidenzia di essere in prima linea per quanto riguarda la produttività.
IlDieselvillageaVicenza
Quando hai scritto 'Buon comple' stamattina, l'AI ha indovinato le lettere che mancavano e ha scritto "buon compleanno".
Ma non sa cosa sia un compleanno. Ti sembra un problema?
di Alessandro Dai Zotti
Inizi a sbucciare un'arancia. Nel momento in cui la buccia si rompe senti il suo aroma tipico. Forse ti ricorda qualcosa. Poi prendi uno spicchio e lo assaggi. Nella tua bocca percepisci la consistenza, il succo dolce e leggermente aspro. Lo assapori, ognuno di noi con delle sfumature proprie.
Tu sai cos'è un'arancia. L'hai provata, fa parte delle tue esperienze e dei tuoi ricordi.
Per l'AI "arancia" è solo una parola. Sa che potrebbe essere con molta probabilità vicina a parole come "mangiare", "arancione", "frutto". Può così comporre una frase che per noi abbia senso.
Come? Immagina che abbia letto tutti i libri del mondo. Poi faccia tantissimi calcoli matematici velocissimi per indovinare quale sia la risposta migliore, più probabile. Ma non sa veramente quello che sta dicendo. Un altro esempio.
Guardi una nuvola, vedi una forma
e da qui potresti inventarti una breve storia.
Se tu chiedi all'AI, partendo dalla forma, di inventarsi una storia l'AI non inventa davvero. È come un DJ che mixa brani altrui per creare qualcosa che sembra nuovo, ma non ha mai scritto una nota.
L’AI non vive nel mondo. Non vede, non sente, non prova emozioni.
Sembra intelligente perché ha visto miliardi di frasi, riconosce schemi, imita molto bene il modo umano di parlare.
Indovina le parole giuste usando la matematica. Tutto qui.
Questo significa che l'AI è inutile? Al contrario. La stiamo usando da anni, solo che non potevi parlarci come si fa adesso.
Hai presente il correttore automatico? "Corregge i refusi quando scrivo veloce". Esatto. Ma come fa?
Analizza il contesto della frase, prevede la parola più probabile tra migliaia, impara dal tuo modo personale di scrivere.
Se scrivi "Buon comple...", ha visto miliardi di frasi simili e ha capito che matematicamente è quasi certo che segua "anno" piuttosto che "sso".
Google Maps. Dice qual è la strada più veloce prevedendo il traffico futuro (5-40 minuti). In che modo?
Analizza milioni di persone in tempo reale. Capisce incidenti da tweet/foto. Sceglie il percorso ottimale per te.
E quando Netflix ti propone proprio quella serie coreana che non sapevi di voler vedere?
Guarda tutto quello che hai fatto (tempo di visione, pause, abbandoni, ora del giorno…). Confronta il tuo gusto con milioni di utenti simili. Decide quali copertine mostrarti.
ImmaginegenerataconAI
Caratteristica AI Tradizionale (Discriminativa) AI Generativa
Il suo ruolo
Cosa ti dà
Esempio pratico
Superpotere
È come un Esaminatore. È come un Creatore.
Una scelta (Sì/No, Destra/Sinistra)
Ti dice se una mail è spam.
È bravissima a non sbagliare
Qualcosa di nuovo (Un testo, un'immagine)
Ti scrive una fiaba per andare a dormire
È bravissima a sorprenderti
3 domande da fare all'AI prima di fidarti"
Questa risposta potrebbe essere inventata?
L'AI ha accesso ai dati più recenti su questo tema?
Sto usando questa informazione per una decisione importante?
Non è fortuna: è un sistema che ha calcolato.
Impressionante, vero? Il problema è che questa stessa logica decide quali notizie vedi sui social - e lì non si tratta più solo di serie TV.
Per riassumere.
L'AI "Tradizionale"
Questa è l'AI che abbiamo usato per anni (come quella del correttore automatico, di Netflix o Google Maps).
Il suo compito è osservare quello che già c'è e fare una scelta.
Esempio: Se le mostri 100 foto di animali, lei sa dirti: "Questo è un cane, questo è un gatto".
Il suo obiettivo: Trovare la risposta giusta tra quelle che già conosce.
L'AI Generativa
Questa è l'AI più nuova (come chatGPT, Claude o Grok). Il suo compito non è solo scegliere, ma creare qualcosa di "nuovo".
"Inventa", scrive, disegna e compone. Esempio: Non le chiedi solo di riconoscere un cane, ma le dici: "Disegnami un gatto paffuto con le ali mentre esplora il fondale marino di un libro di Lovecraft". E lei lo crea da zero!
Il suo obiettivo: Creare un contenuto nuovo mettendo insieme tutto quello che ha imparato.
Ma attenzione: l'AI Generativa sembra un artista, ma è più simile a un pappagallo straordinariamente bravo: ripete e ricombina brillantemente senza comprendere davvero. E questo ha conseguenze.
Ora, la domanda vera è: se l'AI generativa non capisce davvero quello che crea, cosa succede quando le affidiamo decisioni importanti?
Emergenza casa, Stefani prepara il dietrofront con un nuovo piano di social housing regionale.
Il presidente annuncia “Generazione Casa”, una «inversione di rotta» rispetto alla giunta Zaia. È il primo segno di discontinuità con il predecessore
di Renzo Mazzaro
C’è una canzone di Sergio Endrigo “Il treno che viene dal Sud” che descrive l’immigrazione italiana degli anni Sessanta verso il triangolo industriale Torino, Milano, Genova. «Nel treno che viene dal Sud», cantava Endrigo, «sudore e mille valigie, gente nata tra gli ulivi che va a scordare il sole… E la notte un sogno sempre uguale: avrò una casa per te e per me?». Il finale della canzone era molto amaro: «Dal treno che viene dal Sud scendono uomini cupi, che hanno in tasca la speranza ma nel cuore sentono che questa nuova, questa grande società, non si farà». Sergio Endrigo era triestino ed era iscritto al Psiup, Partito socialista di unità proletaria, il quale si preoccupò subito di precisare che non aveva una visione così negativa del futuro: erano gli anni del boom, della crescita dell’Italia, la nuova società era l’obiettivo di tutti, quello che bisognava fare era lottare per dirigere il cambiamento.
Sessant’anni dopo, questa nuova grande società in qualche modo si è fatta, ma l’emergenza casa è peggiorata. Oggi il treno che viene dal Sud non parte più dal meridione d’Italia, ma dal meridione del mondo. Porta gente molto più disperata, con la pelle diversa, che non parla la nostra lingua, che scappa dalla fame e dalla guerra sognando un futuro che probabilmente non avrà mai. E noi ci sentiamo aggrediti, ci difendiamo con i denti. Chiusi nel fortino della nostra grande
società abbiamo smarrito i riferimenti culturali, parliamo di ributtare indietro tutta questa gente. “Remigrazione” l’abbiamo battezzata. A casa vostra, go home! Nessuno racconta più il presente con la capacità di fornire chiavi di lettura nuove, in un mondo frantumato. Mancano giornalisti del calibro di un Giorgio Bocca o di una Natalia Aspesi, sui quali ci siamo formati noi della generazione successiva, che sul Giorno raccontavano il dramma della casa nella periferia di Milano, a Quarto Oggiaro, dove i palazzi sorgevano come funghi mentre la gente continuava a peregrinare senza trovare un tetto. Certi pezzi scuotevano le coscienze. Oggi l’autorevolezza della carta stampata è finita sotto i tacchi. A trainare l’opinione pubblica sono i social, dove l’autorevolezza naviga in un mare di banalità e di fake news.
Affitti cresciuti del 60%
Qualche settimana fa una statistica segnalava che nelle città venete sulla direttrice Venezia-Milano i prezzi delle case in vendita sono aumentati in pochi anni del 30% ma gli affitti del 60%. Il mercato immobiliare punta sul lusso, sui palazzi storici dismessi o inutilizzati dai proprietari, di solito enti pubblici, che vengono ristrutturati e messi in vendita a cifre con 6 zeri. Trovando subito compratori. Se l’operazione contempla l’affitto le cifre sono irraggiungibili, fatte apposta per escludere i redditi medi, non parliamo di quelli bassi. Case in affitto a prezzo calmierato non si trovano più. Chi le cerca è costretto a mettersi assieme ad altri nelle sue stesse condizioni, per trovare un posto dove dormire, farsi da mangiare e riuscire a pagarlo. Una riedizione della camera a ore. Sono
italiani, non immigrati, per chiarezza. Persone che arrivano dalla Calabria per lavorare nelle case di riposo del Veneto. Autisti che vengono dal Piemonte a guidare gli autobus delle nostre città. Tutti con regolari stipendi da 1.300 euro al mese o giù di lì, che non consentono di fronteggiare canoni mensili da 600-800 euro. Costretti a una vita senza prospettive che vadano oltre la sopravvivenza quotidiana.
Chi fa questi esempi è Maurizio Trabuio, direttore di Fondazione La Casa (https://www. fondazionelacasa.org/), una onlus presente in quattro province del Veneto: «Noi stiamo ospitando in alcuni co-housing persone che non potrebbero permettersi una casa anche se la trovassero. Hanno un lavoro regolare ma non sono abbastanza poveri per rientrare nelle graduatorie dell’edilizia pubblica e non sono abbastanza ricchi per permettersi un affitto a mercato libero. Questo sono le nostre città oggi».
La domanda di casa delle persone monoreddito dovrebbe trovare risposta nell’edilizia sociale, che invece è stata ignorata dalla giunta Zaia per scelta politica precisa, sostiene Trabuio: «Dopo Giancarlo Galan non è mai stato messo a bilancio regionale un euro di spesa per alloggi sociali, solo i trasferimenti dello Stato alle Ater. Per dire quanta attenzione c’è stata a questo tema dal 2010 in poi. Noi in quindici anni siamo riusciti a parlare solo due volte con l’assessora alla casa Manuela Lanzarin, per sentirci dire che non era interessata. “Abbiamo già l’Ater che pensa alla povera gente”, ci ha risposto. Erano convinti di risolvere tutto con le Ater,
Un immobile dismesso e ristrutturato da Fondazione La Casa
JohnnyDotti,pedagogista,imprenditoresocialeedocente a contratto alla Cattolica di Milano adesso stiamo vedendo cosa succede nelle città: studenti che non trovano un alloggio, anziani che non sanno dove sbattere la testa, persone monoreddito ma anche famiglie incapaci di sostenere l’affitto».
Il
nuovo piano della Regione
Questa situazione drammatica è stata illustrata il 9 gennaio scorso dal presidente della Regione Alberto Stefani quasi con le stesse parole di Maurizio Trabuio. Il Veneto perfetto raccontato per un quindicennio da Luca Zaia si è incrinato di colpo: Stefani, che pure è arrivato professando la continuità con il predecessore, ci ha fatto sapere che oltre 8.800 case Ater sono chiuse perché lasciate senza manutenzione e da ristrutturare. Nessuno l’aveva detto prima. Viene da chiedersi come mai, con tutti i soldi distribuiti attraverso il 110 per cento a chi voleva ristrutturare la casa, ben 8.800 alloggi pubblici da ristrutturare siano rimasti fuori. Qualcuno ha una risposta? Stefani ha citato gli 8.800 alloggi Ater nel quadro di un programma di svecchiamento della legge regionale 39 del 2017 annunciando uno stanziamento di 50 milioni di euro: «Serviranno a dare un’abitazione a chi lavora ma non può permettersi affitti
ai prezzi di mercato e non rientra nelle graduatorie dell’edilizia pubblica», ha detto. «Attiveremo una nuova forma di social housing e contemporaneamente potremo reperire risorse per iniziare a recuperare gli alloggi Ater oggi sfitti».
Siamo solo all’annuncio, i soldi dovranno essere trovati e messi sul tavolo e il piano, ribattezzato “Generazione casa”, passare al vaglio del Consiglio regionale. Ma intanto bisogna registrare con piacere «una inversione di rotta», espressione usata dallo stesso Stefani, sul quindicennio della giunta Zaia. Evidentemente la continuità proclamata in campagna elettorale comincia a fare i conti con la realtà. Bene.
Contro l’eccesso di rendita speculativa
Il “social housing” di cui parla Alberto Stefani è il mestiere che uno come Maurizio Trabuio pratica dal 2001. Fondazione La Casa compie 25 anni, a maggio festeggerà l’anniversario presentando un report delle attività di edilizia sociale messe in piedi nel Veneto. L’assunto di partenza è una arrampicata da sesto grado: provare a “demercificare” la casa, contrastare l’eccesso di rendita speculativa. «Non intendiamo dire che la casa non può essere oggetto di mercato», spiega Tra-
buio, «la nostra filosofia è togliere le plusvalenze, cioè evitare che attraverso la casa si facciano utili fuori misura».
Una parola. Come riuscite a farlo? «Interpelliamo enti che hanno immobili dismessi, vecchi edifici declassati e chiusi», risponde Trabuio. «Ce li facciamo assegnare, li ristrutturiamo e con gli affitti modesti che riusciamo a far pagare manteniamo nel tempo questo patrimonio immobiliare, che così torna in circolo. Questo è il meccanismo di funzionamento di Fondazione Casa. Parte dal presupposto che la povera gente, se ha una casa dignitosa dove vivere con poco, può tornare membro attivo di una comunità.
Se uno può mantenere la casa, resterà sempre autonomo e autosufficiente e questo previene forme di assistenza di cui altrimenti avrebbe bisogno». Gli edifici utilizzati sono vecchie scuole elementari, canoniche dismesse dalle parrocchie, immobili pubblici abbandonati all’incuria e al degrado, che la Fondazione ottiene in usufrutto o con diritto di superfice. Il Veneto è pieno di edifici di questo tipo lasciati deperire: affidandoli alla Fondazione i proprietari rimangono tali e ottengono una valorizzazione dell’immobile senza muovere un dito. Sembra l’uovo di Colombo: cosa c’è di meglio? «Infatti!», replica Trabuio. «Se avessimo qualche soldo in più potremmo cambiare la faccia
al Veneto, per dire. Invece siamo una piccola istituzione, periferica rispetto ai centri di decisione e di spesa. Facciamo le nozze con i fichi secchi. Eppure mentre preparo il bilancio di questi 25 anni mi sto accorgendo di quanto abbiamo lavorato. Moltissima gente ha girato nelle nostre case. Possiamo dire che ogni euro speso ha prodotto un grande beneficio: l’algoritmo giusto non lo so ancora ma sono certo che se questa spesa fosse stata moltiplicata per tot volte avrebbe avuto risultati esponenziali».
Un esperimento pilota
Fondazione La Casa ha partecipato ad un ciclo di incontri organizzato dalla Facoltà teologica del Triveneto lo scorso gennaio, sul tema dell’abitare. Due giornate di dibattito, da una parte il mercato libero con costruttori e immobiliaristi, dall’altra le forme nuove dell’abitare, con esperienze pilota che possono suggerire strade nuove anche al legislatore. Da questo incrocio peschiamo il singolare caso di Bergamo, dove 52 famiglie hanno costituito una cooperativa e realizzato un complesso edilizio da 20 milioni di euro, in cui accanto agli spazi privati sono stati ricavati spazi comuni per i condomini e spazi aperti al quartiere. Gli spazi comuni e aperti al quartiere sono quasi 1.000 metri quadrati coperti e 2.500 scoperti. La filosofia che anima questa iniziati-
va è il superamento della logica dell’appartamento: la scatola di cemento in cui chiudersi al ritorno dall’ufficio dopo l’immancabile coda passata nella scatoletta dell’auto.
L’ideatore di questa esperienza è Johnny Dotti, pedagogista, imprenditore sociale e docente a contratto alla Cattolica di Milano. «La casa deve avere spazi comuni in cui si intrecciano relazioni», dice. «Le forme dell’abitare non sono neutre, contribuiscono alla nostra socialità, alla nostra economia, alla nostra affettività. Per me trattare il tema della casa non è moltiplicare i contenitori in cui inscatolare le persone più o meno gratis. È generare degli spazi di vita, in cui la vita possa continuare ad esistere, e la vita è relazioni. In questi anni mi sto impegnando perché possano nascere esperienze di abitare in cui gli abitanti vengono prima dell’abitazione. Sto cercando di riqualificare anche conventi, strutture religiose, non per erogare servizi ai poveri ma per far vivere le persone in maniera decente. Punto». Dotti, quando si scatena, diventa un fiume in piena. Bellissimo ascoltarlo: «Aver trasformato la casa nel mercato degli alloggi è un vero suicidio. La casa mediterranea non è mai stata un alloggio, parola che era utilizzata solo per il ricovero di asini e cavalli fino a inizio Novecento. E neanche un appartamento, parola che indicava la parte pri-
vata della reggia, l’abitazione del re. Condominio è con-dominus, non una fabbrica di appartamenti sul mercato degli alloggi. Ci sarebbe molto da dire su questi risvolti di natura antropologica, economica, politica, teologica. È che il cristianesimo si è completamente perso, è il capitalismo dei poveretti. Il capitalismo vero del mercato, che è una religione, ha trasformato la casa in un’attività per estrarre denaro attraverso la vita delle persone. La crisi del patrimonio edilizio della Chiesa è tutta lì, ha perso il senso di quello che fa. Conosco frati che trattano i conventi come se fossero case private, questa è una bestemmia. Vanno tutti all’inferno, anzi sono già all’inferno». Come no, l’inferno è qui (Shakespeare). Come recuperare
GruppodilavorodiViaPiave
le case abbandonate
Un’altra esperienza interessante viene da Mestre, via Piave, zona calda della città diventata off-limits per gli stessi abitanti: droga, prostituzione, risse tra bande rivali per il controllo dello spaccio. Interventi continui della polizia, senza esito. Un’area che è rimasta ingovernabile per anni. Finché nel 2023 gli abitanti si coalizzano, una settantina di associazioni portano in piazza 5.000 persone con un solo slogan: “Riprendiamo la città”. La manifestazione segna un capolinea, è la svolta che sta cambiando le cose.
«Uno dei punti cruciali che avevamo individuato come causa del degrado», racconta Nicola Ianuale, esponente del Gruppo di lavoro di Via Piave, il coordinamento informale che queste associazioni si sono date, «era il fatto che in via Piave c’erano una ottantina di case abbandonate: palazzine a due piani, con giardino, lasciate al degrado. La sicurezza doveva passare attraverso il recupero degli immobili abbandonati. Abbiamo cominciato con i negozi sfitti, ce li siamo fatti dare in comodato d’uso gratuito, li abbiamo risistemati e affidati alle associazioni. Questo ha messo in moto un processo di imitazione da parte di altri proprietari. Una volta fatti rivivere attraverso l’attività associativa, questi immobili sono diventati appetibili per im-
prenditori che li rimettono nel mercato».
Una palazzina abbandonata, restaurata dalle associazioni con semplice manutenzione ordinaria, è diventata interessante per un acquirente che l’ha trasformata in un B&B. Un immobile di 400 metri quadrati, passato attraverso questa forma di riciclo fatto dalle associazioni, ospita oggi un minimarket di quartiere. Lentamente ma progressivamente la città si riprende, dal basso, gli spazi abbandonati.
«Il movimento “Riprendiamo la città” opera attraverso tre leve: vigilanza, welfare territoriale, residenzialità», aggiunge Ianuale. «Lavorando in questo modo noi risultiamo interessanti anche per l’imprenditoria, che non trova dipendenti perché questi non trovano case a prezzi sostenibili. Non so se vale anche per altre zone del Veneto, Mestre è inondata dalla domanda di case ma la concorrenza della residenza turistica fagocita tutto. Il mercato immobiliare punta sul lusso, offre case a 5.000 euro a metro quadrato o con affitti proibitivi. Tutto il resto non interessa e il rischio è che il posto dove vivi diventi una banlieue».
Il Veneto è pieno di vie Piave, ogni città ne ha una. L’esperimento di Mestre può offrire idee alla politica, suggerire modelli agli amministratori pubblici. Perché no?
In 5000 a Mestre
Legge sulla separazione delle carriere: sintesi tecnico-giuridica dei contenuti
di Giovanni Coviello stesso sistema di autogoverno, con la possibilità – seppur regolata – di passare da una funzione all’altra.
La legge costituzionale sottoposta a referendum interviene sull’ordinamento della magistratura, modificando alcuni articoli della Costituzione e ridefinendo il rapporto tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Il suo obiettivo è introdurre una separazione strutturale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, oggi appartenenti a un unico ordine.
1. Superamento dell’unicità della carriera
L’elemento centrale della riforma è l’abbandono dell’attuale modello unitario della magistratura.
Oggi giudici e pubblici ministeri accedono alla magistratura attraverso lo stesso concorso, condividono la formazione iniziale e fanno riferimento allo
La legge introduce invece: due carriere distinte, una per i magistrati giudicanti e una per quelli requirenti;
percorsi separati fin dall’accesso, con concorsi e sviluppi professionali autonomi;
l’impossibilità di passare da una funzione all’altra nel corso della carriera.
2. Ridefinizione dell’autogoverno della magistratura
La separazione delle carriere comporta anche una revisione del sistema di autogoverno.
La legge prevede: organi di autogoverno distinti per giudici e pubblici ministeri; la fine della gestione unitaria delle car-
riere, delle nomine e delle progressioni professionali.
Questa scelta mira a rendere coerente la separazione funzionale con quella organizzativa, evitando che giudici e pm continuino a condividere sedi decisionali cruciali.
3. Rafforzamento della terzietà del giudice
Uno degli obiettivi dichiarati della riforma è rafforzare la terzietà del giudice, cioè la sua posizione di imparzialità rispetto alle parti del processo. Secondo l’impianto della legge, la separazione delle carriere ridurrebbe il rischio – o la percezione – di una vicinanza culturale o professionale tra giudice e pubblico ministero, riequilibrando il rapporto tra accusa e difesa nel processo penale.
La norma, tuttavia, non modifica direttamente: i poteri del giudice; le regole del contraddittorio; i diritti della difesa.
L’effetto è quindi prevalentemente ordinamentale, non procedurale.
4. Pubblico ministero e azione penale
La legge non interviene formalmente sul principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, che resta invariato.
Tuttavia, la separazione della carriera del pubblico ministero solleva un tema centrale nel dibattito: il suo grado di autonomia futura e il rischio di una maggiore esposizione a pressioni esterne, politiche o istituzionali.
La riforma non disciplina in modo dettagliato i meccanismi di indirizzo dell’azione penale, rinviando in parte alla legislazione ordinaria.
La legge introduce anche una revisione del sistema disciplinare dei magistrati, prevedendo una Corte disciplinare con una composizione e un funzionamento coerenti con il nuovo assetto separato delle carriere.
L’obiettivo è rendere più chiara la distinzione di responsabilità tra le diverse funzioni.
6. Limiti e questioni aperte
Dal punto di vista tecnico-giuridico, la legge: non incide direttamente sui tempi della giustizia; non riforma l’organizzazione degli uffici giudiziari; non affronta il tema delle risorse e del personale.
Il referendum chiede quindi ai cittadini di pronunciarsi su una riforma di principio costituzionale, che ridefinisce l’assetto della magistratura ma lascia aperte molte questioni applicative, demandate alla legislazione successiva.
Separazione delle carriere dei magistrati: cosa prevede la legge e perché divide
A marzo gli elettori saranno chiamati a esprimersi in referendum sulla legge che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, uno dei temi più controversi del dibattito sulla giustizia degli ultimi decenni. La consultazione referendaria interviene su un nodo strutturale
dell’ordinamento giudiziario italiano, che oggi prevede un’unica carriera per giudici e pubblici ministeri, con la possibilità – seppur limitata – di passare da una funzione all’altra nel corso della vita professionale.
La riforma sottoposta a referendum mira a superare questo modello unitario. In caso di vittoria del sì, giudici e pubblici ministeri seguirebbero percorsi distinti fin dall’accesso in magistratura, con carriere separate e con un diverso assetto degli organi di autogoverno. L’obiettivo dichiarato dai promotori è rafforzare la terzietà del giudice, evitando ogni possibile commistione, anche solo
culturale, tra chi accusa e chi giudica. Il punto centrale del dibattito riguarda proprio la percezione – prima ancora che la realtà – dell’equilibrio nel processo penale. Secondo i sostenitori della riforma, l’attuale assetto rischierebbe di alimentare un’eccessiva vicinanza tra giudice e pubblico ministero, a discapito della parità tra accusa e difesa. Secondo i contrari, invece, l’unità della carriera rappresenta una garanzia di indipendenza complessiva della magistratura e la separazione aprirebbe la strada a un pubblico ministero più isolato e potenzialmente più esposto a pressioni esterne. Un altro nodo critico riguarda l’efficacia concreta della riforma. I detrattori sottolineano come la separazione delle carriere non incida direttamente sui problemi più avvertiti dai cittadini, come la durata dei processi, l’organizzazione degli uffici giudiziari o la carenza di personale. I favorevoli replicano che la questione non è solo organizzativa, ma attiene ai principi costituzionali del giusto processo e alla fiducia dei cittadini nella giustizia. Il referendum, infine, pone anche un tema di metodo. Una materia altamente tecnica viene affidata a una scelta binaria, con il rischio di semplificare un confronto che coinvolge equilibri delicati tra poteri dello Stato. Proprio per questo, comprendere nel merito cosa cambia e quali conseguenze potrebbe avere la riforma è essenziale per un voto consapevole.
Nei sondaggi il “No” alla riforma costituzionale promossa Governo Meloni guadagna terreno e riapre la partita. Ormai è evidente che il voto degli elettori non riguarderà solo la separazione delle carriere dei magistrati, ma sarà un vero e proprio giudizio politico sull’attuale esecutivo.
Tra circa un mese, il 22 e 23 marzo, si terrà il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, promossa dal Governo Meloni, che prevede la separazione delle carriere dei magistrati. Non entriamo qui nel merito di questa riforma e dei suoi contenuti, di cui potete leggere in altri autorevoli contributi su questo giornale. Vediamo invece cosa comporta (e cosa ha comportato finora) questo referendum sul piano politico, e soprattutto cosa possiamo aspettarci da quello che è stato da tempo individuato come l’appuntamento elettorale più importante di questo 2026.
Gli schieramenti
Trattandosi di referendum confermativo, e non abrogativo, lo schieramento del “Sì” è quello che intende confermare la riforma oggetto di referendum. A favore c’è quindi tutta la coalizione governativa, cioè i partiti di centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati), incluso il neonato partito di Vannacci, Futuro Nazionale. Ma in questo schieramento vi sono anche alcuni partiti centristi di opposizione, come Azione, Più Europa e Partito Liberaldemocratico. Un altro partito di quell’area, Italia Viva di Matteo Renzi, ha dato invece libertà di voto. Anche i partiti autonomisti di Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige (SVP) sono per il “Sì”, così come il Consiglio Nazionale Forense e alcune associazioni e fonda-
di Salvatore Borghese Analistapolitico (Fonte:sondaggioDemopolis,febbraio2026)
zioni di orientamento liberale e garantista. Del fronte del “No” fanno invece parte tutte le principali forze di opposizione: il Partito Democratico quindi (nonostante una componente interna favorevole alla riforma), Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, a cui si aggiungono almeno due dei tre principali sindacati confederali (la CGIL e la UIL) e l’Associazione Nazionale Magistrati, più molte altre sigle come l’ANPI, l’ARCI e le ACLI e associazioni varie come Libera, Articolo 21 e Legambiente.
I contenuti della riforma
La trasversalità degli schieramenti (che non ricalcano con precisione la distinzione tra maggioranza e opposizione, né quello tra destra e sinistra) si deve alla natura tecnica, ben più che politica, del contenuto
della riforma. E qui inizia ad essere utile uno sguardo alle opinioni degli italiani rilevate dai sondaggi. Una recente indagine dell’istituto Only Numbers di Alessandra Ghisleri, ad esempio, ha registrato come gli italiani favorevoli alle novità introdotte dalla riforma costituzionale siano in maggioranza rispetto ai contrari: questo vale sia per lo sdoppiamento del CSM (42% di favorevoli, 34% di contrari) che per l’istituzione di una Alta Corte per i provvedimenti disciplinari (40% contro 36%), mentre sulla la scelta del metodo del sorteggio come criterio per la composizione di questi consessi si registra un sostanziale testa a testa (con i favorevoli al 39% e i contrari al 38%). C’è però da dire che, con il passare delle settimane, su tutte queste misure si registra una diminuzione dei favorevoli e un aumento dei contrari.
Ma c’è da dire che moltissimi italiani non sanno ancora esattamente su cosa si voterà: lo confermano sia un sondaggio di Demopolis, secondo cui poco più di un terzo (34%) degli elettori affermano di conoscere “i punti principali” della riforma; e soprattutto il sondaggio di Ipsos, secondo cui solo il 10% degli italiani si ritiene “molto informato”, a fronte di un 54% che si definisce invece “poco” o “per nulla” informato.
Motivazioni (e conseguenze) del voto
A differenza dei referendum abrogativi, in un referendum confermativo non serve raggiungere un quorum di
partecipazione, dunque che vi sia una maggioranza di elettori informati sui suoi contenuti è rilevante fino a un certo punto. Se il numero dei favorevoli a tali contenuti è superiore a quello dei contrari, quindi, si potrebbe ben dire che il “Sì” parta favorito. Eppure, sul piano politico, non c’è dubbio che su questo referendum si giochino anche questioni più generali e molto più “politiche”. In particolare, è evidente che se vinceranno i “Sì” il Governo Meloni che ha promosso la riforma ne risulterà politicamente rafforzato, e non di poco; viceversa, se vincessero i “No” si tratterebbe di un duro colpo per l’esecutivo, nonché della prima, vera sconfitta elettorale per la maggioranza di centrodestra che ha vinto le elezioni nel 2022.
Anche qui, i sondaggi ci aiutano a capire quanto siano importanti le motivazioni del voto per determinare l’esito di questa consultazione: da tempo, infatti, il Governo Meloni ha un indice di approvazione negativo, ossia una prevalenza di giudizi negativi da parte degli italiani – pur restando molto solido sul piano delle intenzioni di voto, dove il centrodestra continua a essere la coalizione più competitiva sulla carta. Sempre l’istituto Ipsos, infatti, ci dice che se al referendum si votasse anche sulla popolarità del Governo i contrari (54%) supererebbero abbastanza nettamente quelli favorevoli (46%). E questo può spiegare come mai, nell’ultimo periodo, i sondaggi abbiano registrato una forte crescita del “No”, arrivato – nelle rilevazioni più recenti – ad appaiare se non addirittura a sopravanzare i “Sì”, che erano partiti in vantaggio quando la riforma era stata appena approvata e il referendum è stato indetto. L’ultima Supermedia di Youtrend (19 febbraio) registra una situa-
zione di sostanziale equilibrio, con il “Sì” al 52,9% contro il 47,1% dei “No”: un divario che in un mese si è ridotto di oltre 12 punti.
Affluenza, la variabile decisiva Sempre dalle inchieste più recenti, emerge una dinamica interessante: il rapporto di forza tra favorevoli e contrari tende a invertirsi in base all’affluenza prevista. In altre parole, se andassero alle urne solo gli elettori che ad oggi si dicono più convinti di andare a votare, finirebbero per prevalere i “No”, come dimostrano sia le rilevazioni di Youtrend (51% di “No” con bassa affluenza) sia quelle di Ipsos (50,6% di “No” con affluenza al 42%); se invece si recassero alle urne anche gli elettori non pienamente convinti di farlo, prevarrebbe il “Sì”: nello scenario con alta affluenza di Youtrend, in questo caso la riforma sarebbe approvata con il 52,6% di favorevoli, e anche secondo Ipsos in caso di affluenza maggiore
(Fonte:sondaggioYoutrend,febbraio2026)
(52%) il “Sì” vincerebbe con il 53,7%.
Da questi numeri emerge una differenza importante, e potenzialmente decisiva, tra gli italiani favorevoli alla riforma e quelli contrari (ma anche: tra elettori di centrodestra ed elettori di centrosinistra). I primi, infatti, sono complessivamente meno propensi, meno “motivati” ad andare a votare, laddove invece il fronte del “No” è molto più compatto e motivato a recarsi alle urne, soprattutto per esprimere un voto contrario al Governo, più che – come abbiamo visto – al mero contenuto della riforma.
Il dilemma di Meloni
Tutto questo ci porta a quello che potremmo definire il “dilemma” della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale ha sempre affermato che l’esito del referendum non avrebbe avuto conseguenze politiche, memore di quanto avvenne esattamente 10 anni fa al suo predecessore Matteo Renzi: anche in quel caso la riforma costituzionale promossa dal Governo dell’epoca partì con i favori del pronostico, con gli italiani che secondo i sondaggi sembravano approvarne i contenuti principali (come il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero di senatori); Renzi fece però l’errore – col senno di poi clamoroso – di personalizzare la consultazione, compattando contro la riforma l’ampio fronte (politico e sociale) dei suoi oppositori: col risultato che il “No” vinse con il 60% e lo stesso Renzi fu costretto a dimettersi da Palazzo Chigi. Ora, Giorgia Meloni ha espressamente escluso le sue dimissioni in caso di sconfitta al referendum, ma allo stesso tempo è l’unica figura politica con il consenso e il carisma in grado di mobilitare i suoi elettori a recarsi alle urne. Così facendo, però, rischierebbe di politicizzare ulteriormente la consultazione, finendo per rafforzare il fronte dei suoi oppositori. Un vero e proprio dilemma, a cui solo gli elettori potranno dare una risposta definitiva con il loro voto.
Fonti
SondaggioDemopolis SondaggioYoutrend
SondaggioIpsos
Il quesito, recepito con decreto del Presidente della Repubblica del 7 febbraio, pubblicato in G.U. Serie Generale n. 31 del 07-02-2026, recita: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?”.
Le domande del confronto
(le stesse per il sostenitore del sì e per il sostenitore del no)
1. In termini semplici, perché ritieni giusto votare sì/no a questo referendum?
2. Qual è, secondo te, il principale limite dell’attuale assetto delle carriere dei magistrati?
3. In che modo la separazione delle carriere inciderebbe, concretamente, sul processo penale?
4. La terzietà del giudice è oggi pienamente garantita o presenta criticità?
5. Questa riforma rafforza o indebolisce l’indipendenza della magistratura?
6. C’è il rischio che il pubblico ministero, con carriere separate, sia più esposto a pressioni politiche?
7. I modelli stranieri con carriere separate sono davvero comparabili con quello italiano?
8. La riforma avrebbe effetti reali sull’efficienza della giustizia o resterebbe soprattutto simbolica?
9. Un referendum è lo strumento giusto per intervenire su un tema così tecnico?
10. Qual è l’argomento della parte opposta che ritieni meno convincente?
11. Indipendentemente dall’esito del voto, quali riforme della giustizia ritieni comunque urgenti?
12. Cosa dovrebbe valutare con maggiore attenzione un cittadino indeciso prima di votare?
Le ragioni del NO di Angela Barbaglio
1) in termini semplici perché ritieni giusto votare sì/no a questo referendum?
Ritengo giusto di votare no perché nella mia vita professionale ultraquarantennale di magistrato, dedicata prevalentemente al settore penale come pubblico ministero, non ne ho mai constatato il condizionamento sul giudice. Lo dimostra, del resto, sul piano statistico il tasso delle assoluzioni, il 50% ca. rispetto alle sentenze di condanna.
Non vedo poi perchè il giudice, se teoricamente influenzabile, dovesse esserlo da parte del pubblico ministero piuttosto che da parte dell’avvocato difensore.
Trovo infine offensivo per i colleghi giudicanti che questo assunto - tema fondante della cosiddetta riforma - ne presupponga in modo così radicale l’incapacità di affrontare il giudizio con la disposizione equidistante, distaccata ed il più possibile serena che la legge richiede.
2) qual è il principale limite dell’attuale assetto delle carriere dei magistrati?
Preferirei innanzitutto sostituire il termine “carriere” con il termine “funzioni”: i magistrati infatti non fanno, come si dice, carriera; si distinguono soltanto per le funzioni svolte, tutte ugualmente delicate ed importanti per l’ordinamento statale, sono retribuiti secondo l’anzianità di servizio - raggiunta meritoriamente - e non le funzioni svolte. Reputo adeguato l’attuale assetto organizzativo della pratica giudiziaria tanto nel processo penale quanto in quello civile, assicurato dal principio di unitarietà della giurisdizione: nell’ interpretazione della legge, perché è questa la giurisdizione, tutti i magistrati qualsiasi funzione svolgano debbono attenersi agli stessi comuni principi prodotti dalla giurispruden-
Angela Barbaglio, nata a Treviso il 27 dicembre del 1951 è figlia di un sottufficiale dell'Aeronautica militare e di un'insegnante di lettere. Si è laureata in legge a Padova, ha trascorso gran parte della sua professione in magistratura tra Vicenza e Verona. È in pensione da dicembre 2021, vive a Monteviale. È stata nominata dall'Amministrazione comunale di Vicenza garante delle persone private della libertà personale. Lei la giustizia
za, cioè dal complesso delle pronunce di diritto. Ciò chiaramente indica l’articolo 101 della Costituzione affermando che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, e tra i giudici in questo senso sono ricompresi anche i pubblici ministeri nella loro funzione di promotori e garanti dell’indagine penale. Funzione oggi già nettamente distinta da quella giudicante: un magistrato che voglia transitare dalla funzione di pubblico ministero a quella di giudice o viceversa può farlo solo rispettando rigorose garanzie di distanza temporale e territoriale dalla funzione pregressa.
3) in che modo la separazione delle carriere inciderebbe concretamente sul processo penale?
Verrebbe ad incidere nel senso che il pubblico ministero circoscritto nel ruolo di accusatore troverebbe la sua unica ragione d’essere nella ricerca di una colpa e di un colpevole.
E non, com’è oggi, nel dovere di impiegare tutti mezzi a disposizione per la ricostruzione il più possibile veritiera del fatto accaduto e delle eventuali responsabilità.
4) La garanzia del giudice è oggi pienamente garantita o presenta criticità?
Per quanto detto fin qui è, nel sistema, pienamente garantita.
Certo nei giudici, come nei pubblici ministeri, come negli avvocati, come in chiunque altro eserciti un ruolo civile e sociale gioca il fattore umano, con le sue luci e le sue ombre. E per questo i magistrati sono chiamati ad un controllo particolarmente rigoroso delle proprie ombre e luci personali. Di ciò io penso che nessuna regola, nessuna misura, nessun obbligo, nessuna legge possano eliminarle, ma che pos-
l'ha sempre vista dall'altra parte: prima come sostituto procuratore a Vicenza e poi come procuratore della Repubblica a Verona. Angela Barbaglio è stata nominata ieri dal consiglio comunale garante dei diritti delle persone private della libertà personale.
Magistrato della Repubblica per 44 anni, Angela Barbaglio è stata impegnata prevalentemente nel settore penale, assumendo come ultimi incarichi quelli di Procuratore aggiunto e poi Procuratore della Repubblica al Tribunale di Verona. Si è occupata di processi, reati e criminalità, acquisendo in questi contesti una notevole esperienza in merito alle realtà di privazione della libertà personale.
sano essere solo efficacemente governate dalla coscienza dell’interessato: come diceva Socrate, “conosci te stesso”.
La sola alternativa è l’eliminazione dei magistrati e la loro sostituzione con delle macchine che giudichino il caso specifico secondo le media dei milioni di casi analoghi dati in pasto magari all’ intelligenza artificiale da chi ne fa la selezione: è un’alternativa tranquillizzante?
5) Questa riforma rafforza o indebolisce l’indipendenza della magistratura?
La indebolisce.
Per tutto quanto precede, ma inoltre perché prevede lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo a formazione mista di membri eletti dai parlamentari e membri eletti dai magistrati che oggi ne regola i trasferimenti, le valutazioni di anzianità, i procedimenti disciplinari, peraltro tra i più frequenti nei paesi UE e con la comminazione del maggior numero di sanzioni, una quarantina all’anno nell’ ultimo quindicennio.
Così disarticolando ulteriormente quel principio di disciplina unitaria secondo i valori giuridici comuni che oggi governa giudici e pubblici ministeri.
Non é secondario che la modifica preveda per il CSM dei pubblici ministeri da un lato non più l’elezione, ma il sorteggio dei membri cosiddetti togati, cioè i magistrati, dall’ altro per la componente dei parlamentari il sorteggio sì, ma sulla base di elenchi già predisposti dal parlamento.
Sul primo punto osservo che il ruolo di consigliere del CSM prevede caratteristiche di esperienza professionale, di capacità di riflessione sociale e politica e di interazione con le diverse componenti istituzionali che non sono di tutti i magistrati.
Su questo si é molto puntato il dito da fautori della riforma all’insegna dello slogan “i magistrati non devono fare politica”.
Quello che certo i magistrati non devono fare é perseguire intenti politici nel compimento delle loro funzioni, ma questo non ha niente a che vedere né con l’interpretazione della legge, né con il ruolo del CSM, che è per sua natura organo amministrativo, e non di esercizio della giurisdizione, e politico nel senso più originario del termine e che presuppone la capacità di leggere i fatti sociali e di individuare le soluzioni organizzative più idonee al servizio giustizia.
Perché allora affidare la scelta al caso e non a chi, tra i magistrati, dimostra di possedere quelle caratteristiche?
E perché a questa casualità si accompagna invece una componente di parlamentari su cui il parlamento ha già fatto scelte preliminari precise?
Voglio qui dire qualcosa del famoso scandalo Palamara, una brutta e dolorosa vicenda per la massa dei diecimila magistrati italiani che lavorano ogni giorno tra mille difficoltà. E dimostra come anche tra i magistrati, senza per la verità troppa distinzione tra giudici e pubblici ministeri, sia presente l’ambizione di potere che si consuma nella esasperata volontà di essere chiamati a dirigere un tribunale o una procura della Repubblica, in contraddizione con quell’ uguaglianza di ruolo, nella diversità delle funzioni, che vuole il sistema ed il cui pregio principale è di eliminare pericolose gerarchie nell’esercizio della giurisdizione. Se tutto questo si è verificato, che cosa fa pensare che il magistrato scelto dal caso sia scevro dalla seduzione del potere più di quello eletto da colleghi che lo conoscono?
Il fatto poi che il procedimento disciplinare sia sottratto dalla riforma al CSM e consegnato ad una cd alta corte disciplinare composta da magistrati della sola cassazione e non provenienti dagli altri gradi della magistratura, e che giudicherà senza appello, finisce con il reintrodurre quella gerarchia nel governo dei magistrati del pubblico ministero che l’attuale sistema da un cinquantennio ha cercato di scardinare.
6) c’è il rischio che il pubblico ministero, con carriere separate, sia più esposto a pressioni politiche?
Mi sembra evidente: tutta la riforma è pervasa dall’intento di isolare il pubblico ministero dal potere giudiziario e di sottoporlo ad un’osservazione ravvicinata del parlamento, con poteri preminenti su quelli dei magistrati
di organizzarne il servizio e di sanzionarne le condotte.
7) i modelli stranieri con carriere separate sono davvero comparabili con quello italiano?
Non sono troppo informata su questa comparazione. Posso solo dire che i recenti esempi negli USA di messa in stato d’accusa del governatore della banca federale e del governatore del Minnesota da parte del procuratore competente, immediatamente seguiti alle dichiarazioni fortemente ostili del presidente nei confronti delle rispettive decisioni in tema di non riduzione dei tassi di interesse del primo e di non condivisione della politica di reimmigrazione del secondo non sono un segno di autonomia dell’ufficio del procuratore rispetto al potere esecutivo dello Stato, ma piuttosto un pronto adeguamento alle sue iniziative politiche.
8) la riforma avrebbe effetti reali sull’efficienza della giustizia o resterebbe soprattutto simbolica?
Nessun effetto positivo. La giustizia italiana soffre da decenni di molti mali, difetto di collaboratori e di risorse materiali, ma soprattutto di una produzione normativa fuori controllo (non si sa nemmeno più quante sono le leggi in Italia) e perciò confusa e contraddittoria, che ne rende l’interpretazione spesso ardua perché l’interprete fatica a trovare il filo di ragionevolezza che deve guidarlo nella valutazione di ogni caso concreto. Non basta fare, né tantomeno propagandare, una nuova legge ogni volta che ci si propone di combattere un fenomeno dannoso alla società: nel settore penale il processo dovrebbe essere riservato ai reati più gravi con tutto il tempo di studio ed analisi necessari, le numerose altre condotte dovrebbero essere accertate e sanzionate attraverso procedimenti semplificati e spediti. Tutte le indicazioni che negli ultimi decenni il CSM ha indirizzato in tal senso al parlamento sono sempre rimaste lettera morta. Uno stato attivo contro il crimine e il disagio sociale è uno stato che previene prima di sanzionare e che sanziona su scelte precise e ponderate di politica criminale chiara e coerente.
9) Un referendum è lo strumento giusto per intervenire su un tema così tecnico?
Il tema più che tecnico, cioè riservato ai giuristi, è delicato perché la riforma, se vigente, è destinata a produrre effetti sulla vita di tutti noi cittadini.
Il referendum costituzionale è stato voluto dalla Costituzione come verifica della volon-
tà dei cittadini di una scelta normativa del parlamento intervenuta con una maggioranza inferiore a quella per la scelta definitiva. In questo caso la doppia approvazione delle due camere è avvenuta, se non erro, senza la più piccola variazione di quello che era l’originario disegno di legge governativo, e a ridosso della quale l’indizione del referendum è stata stabilita, ancora per iniziativa del governo, in tempi ristretti.
Il primo organo che avrebbe dovuto dunque sentire la responsabilità di dibattere approfonditamente una modifica dell’assetto costituzionale con riflessi così rilevanti come l’incidenza del processo penale sulla vita collettiva è proprio il parlamento, che è mancato invece all’appello adagiandosi passivamente sull’iniziativa dell’esecutivo e lasciando i singoli cittadini e l’opinione pubblica nella difficoltà di orientarsi in un contesto tanto complesso quanto foriero di conseguenze.
Qual è l’argomento della parte opposta che ritieni meno convincente?
In realtà tutti gli argomenti della parte opposta mi sembrano convergere su di un unico obiettivo: sostituire la figura del pubblico ministero così com’è oggi promotore e garante del corretto svolgimento dell’indagine penale in aderenza rigorosa ai principi della prova, con poteri di controllo della polizia giudiziaria e costantemente soggetto alla verifica del giudice preliminare con un accusatore istituzionale a capo della polizia giudiziaria sottoposto nell’organizzazione dell’ufficio e nella condotta professionale ad una vigilanza rafforzata della maggioranza parlamentare. Giocoforza è chiedersi a chi giova?
11) Indipendentemente dall’esito del voto, quali riforme della giustizia ritieni comunque più urgenti?
Oltre a quanto già detto: generale riordino normativo, depenalizzazione autentica, severa selezione delle impugnazioni, digitalizzazione efficace, impulso alla giustizia riparativa, esecuzione della pena in più stretta connessione con l’istituzione carceraria da incrementare nelle componenti rieducative e di alternative alla detenzione.
12) Cosa dovrebbe valutare con maggiore attenzione un cittadino indeciso prima di votare?
Un pubblico ministero, autore dell’indagine insieme alla polizia giudiziaria, così com’è delineato da questa riforma sarebbe davvero indipendente dal potere di parlamento e governo?
Le ragioni del SI di Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia
1) Si deve votare sì per mettere davvero il pubblico ministero e l’avvocato sullo stesso piano, di fronte ad un giudice terzo ed imparziale.
Si completano così le riforme del codice di procedura Vassalli del 1989, che introdusse il rito accusatorio, e quella Costituzionale del giusto processo.
Votare sì vuol dire anche tagliare le unghie alle correnti della magistratura, che hanno fatto mercimonio delle funzioni giudiziarie all’interno del CSM.
2) Il giudice soprattutto nella fase delle
Pierantonio Zanettin (nato a Vicenza il 13 luglio 1961) è un politico italiano, avvocato e revisore contabile con una lunga carriera parlamentare.
La sua attività politica inizia nel Partito Liberale Italiano, proseguendo in Forza Italia, dove ha ricoperto incarichi amministrativi locali a Vicenza tra gli anni ’90 e 2000. Alle politiche del 2001 viene eletto alla Camera dei Deputati, incarico poi ripetuto nella XVIII legislatura.
Zanettin è stato più volte senatore della Repubblica, entrando per la prima volta nel 2006 e venendo rieletto nelle
indagini preliminari è troppo schiacciato sul Pm, che ha, a suo fianco, la polizia giudiziaria, ma che, soprattutto, può sfruttare a suo vantaggio il potere mediatico dell’informazione, sempre alla ricerca di notizie e titoli eclatanti.
La riforma ne rafforza dunque l’autonomia e l’indipendenza.
Nei due CSM separati i giudici non saranno più soggetti al giudizio dei pm per le loro progressioni di carriera.
La riforma garantisce che il giudice non solo sia, ma anche appaia imparziale.
3) Quella della minaccia all’autonomia ed indipendenza della magistratura è una autentica fake news.
Basta leggere il nuovo testo dell’articolo. 104 della Costituzione, che stabilisce che la magistratura è un ordine autonomo ed indipendente e si articola nella magistratura giudicante e nella magistratura requirente.
Del resto, il ministro Nordio, ex Pm, ha sempre detto che nessuna riforma a suo nome avrebbe portato il Pm, sotto il potere esecutivo
7) Vale un solo concetto. L’Italia, in questo momento, è l’unico paese, tra i G 7, in cui pm e giudici appartengono alla stessa carriera.
In Europa attualmente siamo in compagnia solo di Turchia Bulgaria e Romania. Non c’è altro da aggiungere.
legislature successive, ricoprendo ruoli nelle commissioni di Giustizia, Affari dell’Unione europea e altre.
Dal 2014 al 2018 è stato membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura e, nella XIX legislatura, è Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo.
Nel corso della sua attività è stato anche segretario di commissione e capogruppo di Forza Italia in materia di giustizia e diritti, evidenziando un impegno su temi legislativi e istituzionali.
8) Sono stato componente laico del CSM ed ho personalmente assistito a tutte le deprecabili pratiche descritte nel libro “Il sistema”.
Appena tornato in parlamento, per primo, ho presentato un disegno di legge per introdurre il sorteggio per la nomina dei consiglieri del CSM.
È rimasto l’unico sistema per disarticolare le pratiche nefaste delle correnti.
9) Il referendum in questo caso è confermativo.
Il testo della riforma è già stato votato dal Parlamento.
Per questo non necessita di quorum.
Ma trattandosi di riforma costituzionale deve ottenere anche l’avallo democratico del corpo elettorale.
È giusto che siano i cittadini a pronunciarsi.
12) Auspico che i cittadini, nella loro scelta, non si facciano condizionare dalle polemiche, che avvelenano il dibattito in queste ore.
La riforma si deve valutare solo per i suoi contenuti.
Evitiamo quindi le strumentalizzazioni politiche, anche se da più parti si cerca di andare in questa direzione.
Per le altre domande le mie risposte mi paiono ovvie
Pierantonio Zanettin conl'Europasullosfondo
Le ragioni del SI di Rodolfo Bettiol: “ma il problema rimane l’inefficienza della giustizia per carenza di organico”
Rodolfo Bettiol , nato a Gradisca d'Isonzo l'11 febbraio 1945, risiede ed esercita a Padova. Già professore associato di Procedura Penale all’Università di Padova, la sua attività prevalente è la difesa nell’ambito della responsabilità penale dell’impresa in particolare per quanto riguarda gli infortuni e le malattie professionali, i reati societari ed i reati fallimentari. La sua attività professionale si è sviluppata nell’am -
bito della giustizia penale assumendo difese in casi di omicidio volontario, delitti contro la pubblica amministrazione, reati commessi nell’esercizio dell’attività medico-chirurgica, reati commessi nell’ambito famigliare e reati di diffamazione a mezzo stampa. E' tra gli ideatori del meccanismo del Fir (Fondo Indennizzo Risparmiatori) ed è legale di parte civile nel processo BPVi.
Nel confronto sul referendum relativo alla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, l’avvocato e professore Rodolfo Bettiol espone le ragioni della sua posizione favorevole al sì ma le articola evidenziando che rimane non affrontato il tema centrale della necessità di una maggiore efficienza della gisutizia.
«Ritengo giusto votare sì – dice quindi Bettiol - perché la separazione delle carriere è la conseguenza logica del processo accusatorio e del principio della terzietà del giudice previsto dalla Costituzione. Se abbiamo scelto un modello accusatorio, dobbiamo renderlo coerente fino in fondo.
Il principale limite dell’attuale assetto delle carriere riguarda proprio la garanzia della terzietà del giudice. Il giudice deve essere autonomo rispetto alle parti, accusa e difesa. L’unicità delle carriere, a mio avviso, indebolisce questa percezione e questa sostanza di autonomia.
Con la separazione delle carriere si realizzerebbe una maggiore parità tra accusa e difesa. Questo inciderebbe concretamente sul processo penale, rafforzando l’equilibrio tra le parti e rendendo più chiaro il ruolo del giudice come soggetto terzo.
Non ritengo che la riforma indebolisca l’indipendenza della magistratura.
Né credo che il pubblico ministero, con carriere separate, sarebbe più esposto a pressioni politiche. Sono timori che non condivido. È vero che in alcuni modelli stranieri il pubblico ministero presenta una certa dipendenza dal potere esecutivo, ma quei sistemi non sono automaticamente comparabili con quello italiano.
La separazione delle carriere è una garanzia istituzionale. Se parliamo di efficienza della giustizia, il problema è un altro: servono più organici e una migliore organizzazione. La riforma non è una bacchetta magica sui tempi dei processi, ma interviene su un principio di sistema. Quanto al fatto che si tratti di un tema tecnico, ricordo che il referendum è uno strumento previsto dalla Costituzione. È legittimo che i cittadini siano chiamati a esprimersi. L’argomento della parte opposta che ritengo meno convincente è quello secondo cui la separazione metterebbe a rischio l’indipendenza della magistratura. A mio giudizio non è così. Indipendentemente dall’esito del voto, considero urgente una maggiore organizzazione del sistema giudiziario. E a un cittadino indeciso suggerirei di valutare con attenzione soprattutto questo: l’esigenza di garantire pienamente la terzietà del giudice. È il cuore della questione».
Avv. Prof. Rodolfo Bettiol
La trasparenza e la purezza, anche etica, dei diamanti di Salvadori Diamond Atelier
Nel luccicante mondo dell’alta gioielleria, il più famoso tra gli anelli, il trilogy, contiene tre diamanti, per tre diversi significati. Nella boutique di corso Palladio noi invece abbiamo incontrato tre vere gemme - madre e due sorelle - per un’infinità di gioielli, tutti unici. Per materiale, foggia e anche per impegno sociale. Due generazioni che, tra Venezia e Vicenza, portano avanti una storia antica con una sensibilità che è decisamente donna.
di Federica Zanini
Dopo l’incontro con Monica Pendini, direttore commerciale di Salvadori, in occasione dell’inaugurazione lo scorso inverno della boutique Philippe Patek, in centro accanto a quella di famiglia, questa intervista alla triade che tramanda il marchio esclusivo Salvadori doveva essere un racconto di imprenditorialità femminile. Invece ecco che si è subito rivelato una poesia, i cui versi parlano si di oro e diamanti, ma anche di sogni e talenti, ispirazioni ed emozioni, di un’eredità viva, che prima ancora che nell’insegna si legge nel cuore di queste tre ragazze. E dico ragazze perché la passione e la tempra di mamma Carla, evidenti nonostante la sua elegante compostezza, non hanno età. È proprio da lei che cominciamo.
Quando nasce questa storia non c’era ancora l’odierna impronta femminile, però in fondo il suo ruolo accanto a suo marito, Gabriele Pendini, è stato determinante…
L’azienda è stata da subito come una figlia che abbiamo amato e cresciuto insieme. Gabriele, che era un grossista di diamanti, nel 1970 acquistò l’antica orologeria Salvadori, dal 1857 alle Mercerie di Venezia. Io ero insegnante e quando ci sposammo, nel 1973, lasciai la cattedra per seguirlo.
Seguirlo letteralmente. In giro per il mondo.
Eh sì. Gabriele, che presto trasformò la bottega anche in gioielleria, si recava personalmente a scegliere le pietre. Andavamo in Colombia per gli smeraldi, in Thailandia per rubini e zaffiri, in Belgio e in Israele per i diamanti. Qualche volta venivano con noi, ancora bambine, Monica e Marzia, che hanno respirato fin da subito il mestiere e la passione.
Alla domanda inevitabile sull’origine delle gemme che sceglievate e ancora scegliete, torna forte il tema donna. Certo. Non solo le mie figlie, che sono gemmologhe GIA e membri della Borsa dei Diamanti di Anversa, dai severissimi requisiti e controlli, come già il padre selezionano solo pezzi che rispettano il processo di Kimberley (ndr: un accordo di certificazione atto a evitare il fenomeno dei cosiddetti “diamanti insanguinati”, i cui proventi finanziano armi e conflitti) e sono garantiti conflict free. In Salvadori lavoriamo sempre secondo principi etici molto chiari, nel rispetto delle persone
in genere e delle donne, cui teniamo molto, in particolare.
Rispetto ma anche sostegno concreto, vero Marzia? È art director, ma anche responsabile degli acquisti e della selezione delle pietre e promotrice dei progetti umanitari di Salvadori. Assolutamente. Prima di tutto vengono le persone. Ci stanno a cuore in particolare donne e bambini. Da oltre dieci anni sosteniamo ActionAid nella lotta alla violenza contro le donne e portiamo avanti programmi per l’emancipazione in angoli di mondo dove esser donna è spesso difficile. Abbiamo portato il nostro sostegno, finanziando iniziative concrete ma anche facendo produrre per esempio le nostre shopping bag, le bustine per i gioielli e altri accessori di artigianato, in Nepal, Cambogia e Bangladesh.
Anche lei Monica, come direttore commerciale, nel nostro precedente articolo aveva messo l’accento sulle persone. Certo. Al di là dei progetti umanitari, che condivido in maniera assoluta, trovo che sempre debbano essere le persone al centro, dal cliente al personale. Anche e soprattutto in un’attività come la nostra. Come ho
LaboutiqueSalvadoriincorsoPalladio,aVicenza
SalvadoriaVenezia,inpiazzaSanMarco
già affermato, alla fine vale indubbiamente il gioiello in sé, ma sono le persone il vero surplus, quelle che ti mettono a tuo agio. Quelle che selezioni per collaborare con te, quelle che varcano la soglia per la prima volta, quelle che sono praticamente di casa in boutique e quelle che incontri nelle grandi fiere internazionali, cui partecipiamo spesso.
A proposito di clienti, immagino che la discrezione qui sia conditio sine qua non…
Eccome. La nostra è una clientela selezionata, che secondo i canoni del lusso moderno cerca sì il pezzo unico ed esclusivo, gioielli con un’anima e una storia, ma anche la non ostentazione e la discrezione, appunto. Mamma dice che praticamente ci considerano come dei preti… E in effetti, cercando il gioiello giusto, al tavolo assistiamo spesso a quelle che in qualche modo sono confessioni.
Marzia, quella orafa è certamente un’arte, ma lei è artista a tutto tondo. È come i suoi diamanti, dalle tante sfaccettature.
Sì, mi definisco artista. Oltre a disegnare i gioielli Salvadori, dipingo ed espongo regolarmente in gallerie d’arte, scrivo poesie e anche libri. Mi ispiro all’arte, all’architettura ma soprattutto alle emozioni che vivo, anche nei piccoli momenti quotidiani. La
collezione Ducale per esempio si ispira ai trafori di Palazzo Ducale a Venezia, la Ca’ d’Oro ai motivi architettonici delle colonne affacciate sul Canal Grande, la Dòlfin al ferro da prua della gondola. Non è però solo Venezia a farmi da musa: il mare che adoro, con cavallucci, conchiglie e ricci, la natura in genere, come nelle collezioni Fiocco di neve, Farfalla e Floral. Prima la designer era mamma, ma io disegno gioielli da quando ero bambina, circondata di pietre preziose, luce e materia. Disegnare un gioiello per me è un atto intimo: è la mia anima che si mostra al mondo.
E come si arriva dal bozzetto alla vetrina?
Attraverso le mani esperte dei miei orafi e un percorso lungo e complesso. Per ogni singolo gioiello ci possono volere anche tre mesi di lavoro certosino. Dopo un primo prototipo in cera, che viene provato, riprovato, corretto e perfezionato, il pezzo viene realizzato, in oro o platino, e passa agli incassatori, che vi incassano con maestria le pietre selezionate da me personalmente. Il gioiello quindi torna agli orafi, che lo assemblano e rifiniscono in ogni dettaglio, fino alla lucidatura finale.
Pezzi davvero unici, in tutti i sensi. Li realizza anche su commissione? Rarissimamente, se proprio devo. E malvo-
lentieri. Sono un’artista, ribadisco, e come tale sento nascere i gioielli dentro di me, con fattezze, significati e sfumature che nessuno può ordinarmi. E se alcune mie creature diventano parte di collezioni in catalogo, restando comunque unici, anche solo per una curva, la nuance di una pietra o per dimensione, molti altri sono irripetibili. Come deve essere un’opera d’arte. Suggellano i momenti felici di chi li acquista, ma sono i miei personalissimi sentimenti.
Quale collezione la commuove di più?
Tutte, ma certamente Il Sogno ha un significato profondo. In platino e diamanti, ricorda il classico solitario, ma è reso unico da una sottile S quasi nascosta, al posto della solita griffa. Un dettaglio raffinato e discreto, che simboleggia sia Sogno che Salvadori. L’ho creata in omaggio a papà, quando è venuto a mancare dieci anni fa. È un invito a celebrare la vita e a viverla con la stessa intensità dei sogni e proprio per questo una parte del ricavato dalla vendita è destinato all’AIL di Venezia.
A proposito di Venezia, come e quando siete approdati a Vicenza signora Carla?
Nel 1980. Inizialmente la boutique era
Pendenti Farfalla
PendentiFarfalladisegnatidaMarziaPendini
appena dopo la storica Cartoleria Galla, sempre in corso Palladio, poi ci siamo trasferiti qui in Galleria e lo scorso dicembre Monica ha trovato proprio di fronte lo spazio adatto ad aprire l’insegna Philippe Patek, di cui siamo concessionari per il Veneto e il Friuli Venezia Giulia dagli anni ’80 (ndr: di Rolex lo sono per la Provincia di Venezia e quella di Vicenza fin dagli anni ’60). Le nostre radici sono a Venezia, ma con Vicenza ha in comune l’anima palladiana. Qui poi c’è una lunga e magistrale tradizione nella lavorazione dell’oro, i nostri orafi di fiducia a Venezia ormai non ci sono più e la produzione oggi è a Vicenza. Qui abbiamo una clientela locale, mentre in laguna c’è anche un grosso mercato estero. La nostra base resta sempre Venezia e facciamo le pendolari.
Un tempo, soprattutto nell’artigianato, la famiglia era la vera forza di un’impresa, oggi sembra quasi un’apocalisse da evitare accuratamente. Voi sembrate l’eccezione alla regola…
Sì, risponde Marzia. Senza la famiglia, Salvadori non esisterebbe. Il fatto
di essere tre donne, poi, aiuta. Andiamo molto d’accordo, anche perché ognuna ha ruoli diversi ma profondamente complementari. È un dialogo continuo tra diverse competenze, un confronto decisivo nei momenti cruciali per l’azienda. C’è un comune desiderio di onorare il passato ma vivere il presente e progettare il futuro. “Più lontano riesci a guardare indietro, più lontano riuscirai a vedere avanti” diceva Winston Churchill.
Parlando di futuro, ci sono delle giovani Pendini pronte a portare avanti l’anima femminile di Salvadori? Marzia – Le mie due figlie, Aurora (21 anni) e Turchese (18 anni) per il momento
si limitano a fare da modelle nei nostri cataloghi. Non voglio condizionarle, ma come me anche loro hanno respirato fin da piccole questo nostro mondo magico e non dispero… Turchese intanto sta frequentando Fashion Management all’Istituto Marangoni di Milano mentre Aurora è laureata in marketing all’università americana John Cabot.
Monica – Ho un maschio di 14 anni, Jacopo, che è patito di sci (ndr: e campione regionale e italiano), ma che comunque frequenta l’artistico a Cortina, dove viviamo, e ha un bell’esempio di creatività nel padre, che possiede una falegnameria e si occupa di interior design. La mia piccola Giada, invece, ha solo 8 anni però dice già: “Da grande farò… l’orologiaia e la gioielliera”.
Marzia, di che cosa trattano i suoi libri? Ci dà qualche titolo?
Sempre di donne. E in particolare della libertà a cui hanno diritto le donne, non per niente i miei quadri sono volutamente provocanti e provocatori. Ho pubblicato “Un’Aurora Turchese – Diario di una giovane mamma”, chiaramente autobiografico, “Come onde sulla sabbia” e ora è in stampa “Morsi sulle labbra –Raccolta di parole”.
Insomma, come i loro gioielli, per il trio Pendini ogni donna è preziosa e unica.
Un diamante è per sempre, ma soprattutto il diamante Salvadori è… donna.
TurcheseeAurora, figliediMarziaPendini
Jacopo,figliodiMonicaPendini
Anno Giubilare Mariano e della Rinascita è partito col Congresso
Mariologico/Mariano Internazionale Straordinario:
“Maria Madre di Misericordia tra pietà popolare e rinascita delle comunità”
di padre Gino Alberto Faccioli
Con l’Eucaristia delle ore 15.00 presieduta dal Segretario di Stato card. Pietro Parolin, si è aperto ufficialmente l’8 febbraio 2026 l’Anno Giubilare Mariano e della Rinascita, memoria dei 600 anni della prima apparizione della Beata Vergine Maria, ad un’anziana donna di Sovizzo, Vincenza Pasini, abitante da qualche anno a Vicenza, e che stava salendo il colle Berico per portare da mangiare al marito che stava lavorando alle viti che qui si trovavano.
Il Santuario che oggi vediamo, e che fin da subito è stato oggetto di ampliamenti, è frutto di una precisa volontà della Madre di Dio, manifestata in entrambe le apparizioni (la seconda ed ultima, perché esaudita
la richiesta, è del 1° agosto del 1428). Il sacello originale, che corrisponde all’attuale perimetro del presbiterio,è stato tracciato, come ci ricorda il Processus (si tratta della cronaca degli avvenimenti accaduti all’epoca, redatta nel 1432 da Giovanni Da Porto il più illustre giureconsulto del tempo), da Maria stessa con una croce in legno conficcata sul terreno dove lei era apparsa. La risposta affermativa alla volontà della Vergine Santa, non solo nella costruzione della Chiesa, ma anche nel salire sul colle a pregare, ha fatto sì che lei intercedesse per tutto il popolo ponendo fine al terribile contagio della peste e che questa sua protezione si estendesse anche lungo i secoli, come ci ricorda l’ex voto cittadino del 25 febbraio del 1695 a ricordo della protezio-
ne accordata alla Città di Vicenza in occasione del terremoto.
Voto rinnovato circa tre secoli dopo, quando il 25 febbraio del 1917, di fronte ai pericoli della “grande guerra”, il vescovo Rodolfi a nome della cittadinanza tutta espresse il desiderio di onorare la Madre di Dio in modo solenne considerando festivo l’8 settembre, festa liturgica in cui si ricorda la sua natività.
Questi voti e i continui pellegrinaggi presso il Santuario di Monte Berico sono il frutto di una forte devozione mariana. Tuttavia, a volte, nel corso del tempo accade che questa devozione scada in devozionalismo originando quindi una religiosità popolare per alcuni aspetti deviata.
Proprio per aiutare i fedeli a ritrovare una sana pietà popolare mariana e la conseguente religiosità si è voluto preparare questo Anno Giubilare Mariano con un Congresso Mariologico/Mariano Internazionale Straordinario, dal titolo Maria Madre di Misericordia tra pietà popolare e rinascita delle comunità. Questo Congresso, che si è svolto dal 6 all’8 febbraio del 2026 (il segretario coordinatore oltre che relatore è stato proprio il nostro autore, padre Gino Alberto Faccioli, ndd), ha voluto essere uno stimolo, in un momento come l’attuale, a riscoprire una corretta devozione alla Madre di Dio, una devozione sobria, non intimistica, che si incarni nella liturgia e che aiuti i fedeli a sviluppare un corretto culto alla Beata Vergine Maria. Il quale si deve tradurre “in concreto e sofferto amore per
“Ritratto di Vincenza Pasini“ custodito al Museo d’arte sacra di Monte Berico ediproprietàdellaConservatoriadeiMuseicivicidiVicenza
la Chiesa”, come mirabilmente propone l'orazione dopo la Comunione del 15 settembre: “...perché, nella memoria della beata Vergine addolorata, completiamo in noi, per la santa Chiesa, ciò che manca alla passione di Cristo» (MC 11)”. Ciò in concreto significa essere cristiani attivi e collaborare per la rinascita delle nostre comunità, le quali per mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose vivono un momento di difficoltà.
Per cercare di raggiungere i due obiettivi preposti la figura di Maria è stata “riletta” attraverso nove ambiti o aree concatenanti, da quella biblica a quella teologica, dalla storica, che ci aiuterà a ripercorrere la storia e lo sviluppo della devozione mariana nella diocesi di Vicenza, a quella della pietà popolare e liturgia, per ricomprendere come la devozione a Maria non si fondi su sentimentalismi, ma ha la sua origine nell’unico culto a Cristo; dall’area pastorale a quella dell’arte per aiutare a comprendere come la figura della Vergine abbia influito e influisca ancora oggi nella vita dei fedeli, e le immagini che ci ricordano come la Madre della Misericordia abbia contribuito e contribuisce a sostenere nei momenti difficili la fiducia in Dio; da quella ecumenica a quella interreligiosa, che ci ricordano come la figura di Maria, rettamente compresa, sia via di dialogo tra le religioni monoteiste.
Le oltre venti relazioni che si sono susseguite, sono state proposte da docenti che vanno dal mariologo Salvatore Perrella, a Stefano Cecchin, da Antonio Escudero a Daniela Del Gaudio, da Ada Campione a Francesco Gasparini, da Natascia Danieli, Blidar Inout a Layla Mustapha Ammar per l’area ecumenica/interreligiosa.
Le relazioni sono state integrate da brevi comunicazioni proposte da docenti e studenti della Facoltà Teologica del Triveneto e di alcuni Istituti Superiori di Scienze Religiose locali. Tali contributi, che hanno arricchito il programma del Congresso, sono stati presentati in sessioni parallele nel pomeriggio di sabato 7 febbraio, dalle 17.00 alle 18.00, con quattro papers in contemporanea alle 17.00 e quattro alle 17.30.
Il senso di questo Congresso e dell’Anno Giubilare Mariano, lo ha stupendamente sintetizzato il Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, nelle sue conclusioni al Congresso: «L'anno giubilare che questo Congresso ha inaugurato è un'esperienza che guarda al futuro: è un andare oltre per scoprire la capacità generativa della fede di cui Maria è maestra.
Preghiamo dunque affinché la radice, la Mater misericordiae, sia la portatrice di un'esperienza giubilare capace di attraversare i tempi, così come ancora Papa Leone ci ricorda: “Una Chiesa dal cuore maria-
no [come quella di questa città e di questa regione] custodisce e comprende sempre meglio la gerarchia delle verità di fede, integrando ragione e affetto, corpo e anima, universale e locale, persona e comunità, umanità e cosmo. È una Chiesa che non rinuncia a porre a sé stessa, agli altri e a Dio domande scomode ‘come avverrà questo?’ (Lc 1,34)- e a percorrere le vie esigenti della fede e dell'amore – ‘ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola (Lc 1,38)’.
Grazie per questa testimonianza di ritorno alla "radice" compiuto in questi giorni di Congresso. Esso permette di far risuonare nei molteplici linguaggi della cultura, dell'arte, della pietà popolare, della liturgia e dell'impegno sociale la domanda essenziale che accomuna la “Mater misericordiae”, la comunità cristiana, ogni essere umano; la domanda essenziale che il giubileo serve con il suo andare oltre e che si racchiude nel termine "vocazione".
Nella risposta autentica, consapevole e coraggiosa che verrà data a questa domanda sulla "vocazione" stanno il successo di questo Congresso e dell'Anno giubilare che lo segue; e il progresso di questa città e di questo territorio, inseparabili dal progresso di tutte le città e i territori del mondo e dal progresso della Chiesa locale, delle Chiese di questo territorio e della Chiesa universale.
Progresso e successo che non possono dimenticare i poveri, né tantomeno disprezzarli o giudicarli. E questo perché la “Mater misericordiae” è la donna del Magnificat: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52- 53)”. E perché nella donna del Magnificat, la “Mater misericordiae”, colei che il popolo di questa città e di queste terre ha "eletto" a sua "radice", nel suo manto e nel suo volto, “i poveri ‘incontrano la tenerezza e l'amore di Dio [. . .j. In lei si riflette il messaggio essenziale del Vangelo’. Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro» (card. Pietro Parolin, Conclusione Congresso).
Basi Usa a Vicenza, tra disimpegno americano e futuro della città: perché pensarci ora
DelDin,l'interno(fotodiDaniaCeragioli)
di Giovanni Coviello
Da quando Donald Trump è entrato sulla scena politica americana, una linea è diventata via via più esplicita: gli Stati Uniti intendono ridurre il proprio impegno diretto nella difesa europea, chiedendo agli alleati di farsi carico in misura crescente della propria sicurezza. Una tendenza che non nasce ieri, che attraversa amministra -
zioni diverse e che oggi si traduce in scelte politiche, militari ed economiche sempre più chiare, orientate verso aree considerate strategicamente più rilevanti per Washington. In questo contesto generale, Vicenza occupa una posizione particolare. In città sono presenti due basi statunitensi – Caserma Ederle e Caserma Del Din – che hanno segnato profondamente il territorio, la vita urba -
na e il dibattito politico degli ultimi decenni. È legittimo domandarsi se, in uno scenario di progressivo disimpegno Usa dalla difesa europea, anche queste strutture possano essere coinvolte, nel medio-lungo periodo, da una riduzione delle presenze o addirittura da un abbandono. Va detto con chiarezza: oggi non esistono evidenze fattuali che indichino decisioni imminenti in tal senso. Ma
proprio perché si tratta di ipotesi e non di emergenze, è questo il momento giusto per porre il tema. Attendere segnali ufficiali o scelte già definite significherebbe, come spesso accaduto in passato, trovarsi di fronte a decisioni prese altrove, senza un progetto condiviso e senza una visione per il futuro della città.
Una parte consistente della comunità vicentina, ancora segnata dalla lunga e dolorosa vicenda dell’imposizione della seconda base al Dal Molin, guarderebbe con favore a un’eventuale riduzione o uscita delle forze americane. Sarebbe ipocrita non riconoscerlo. Ma un abbandono, se non governato, non è automaticamente una buona notizia. Può trasformar -
si in un problema enorme se non si affronta subito la domanda cruciale: che cosa fare degli spazi liberati, e per conto di chi?
Le basi militari non sono vuoti neutri. Sono porzioni rilevanti di territorio urbano, infrastrutture complesse, nodi logistici e ambientali delicati. Lasciarle in attesa, o peggio destinarle a usi improvvisati, significherebbe perdere un’occasione storica. Al contrario, avviare fin da ora uno studio serio sulle possibili destinazioni – civili, pubbliche, universitarie, ambientali, produttive o miste – consentirebbe a Vicenza di farsi trovare pronta. Non si tratta di alimentare paure né illusioni, ma di esercitare una responsabilità politica e amministrativa ele -
Ederle,interno(fotodiDaniaCeragioli)
mentare: prevedere. Così come la città ha subito decisioni calate dall’alto quando si è trattato di ospitare nuove basi, oggi ha il diritto – e il dovere – di ragionare su un futuro diverso, se lo scenario internazionale dovesse cambiare.
Aprire un confronto pubblico, coinvolgere istituzioni, università, mondo economico e società civile, immaginare scenari di riuso compatibili con l’interesse collettivo non significa augurarsi l’abbandono americano. Significa evitare che, qualora accadesse, Vicenza si trovi ancora una volta a rincorrere eventi già decisi altrove. In politica, come nell’urbanistica, non pensare per tempo è spesso la scelta più costosa.
Basi militari dismesse e città che cambiano: cosa insegna l’Europa
(e perché Vicenza dovrebbe pensarci ora)
di G.C.
Negli ultimi decenni l’Europa ha già attraversato ciò che oggi, per Vicenza, è ancora solo un’ipotesi: la dismissione, totale o parziale, di basi militari straniere e la necessità di trasformare spazi enormi, complessi e simbolicamente carichi in nuove parti di città. Guardare a questi casi non significa prevedere il futuro, ma dotarsi di strumenti per non subirlo.
L’esperienza europea mostra una verità semplice e spesso ignorata: le basi dismesse diventano risorse o problemi a seconda di quando e come si inizia a pensarle. Non dopo l’abbandono, ma prima.
La Germania, un laboratorio a cielo aperto
Il riferimento principale resta la Germania, che dopo la fine della Guerra Fredda si è trovata a gestire decine di basi USA e NATO. Qui la dismissione è stata af-
frontata come un tema urbanistico e politico, non come una parentesi tecnica.
A Berlino, l’ex Tempelhof Airport, utilizzato anche in ambito militare, è stato chiuso nel 2008. La città ha scelto di non cedere alla pressione immobiliare e, dopo un referendum popolare, ha trasformato l’area in uno dei più grandi parchi urbani d’Europa. Non un “vuoto verde”, ma uno spazio vissuto, attraversato, appropriato dalla comunità. Qui il messaggio è chiaro: una decisione pubblica forte può resistere anche a interessi economici rilevanti, se supportata da una visione condivisa.
Ancora più istruttivo, perché più simile a Vicenza, è il caso di Heidelberg US Army Base. Storica sede del comando USA in Europa, è stata progressivamente dismessa dal 2013. La città ha avviato un piano unitario di riconversione: quartieri residenziali, spazi universitari, incubatori per startup, servizi e verde. Il passaggio chiave è stato l’investimento pubblico iniziale per bonifiche e infra-
strutture, senza il quale il mercato non avrebbe funzionato. Qui la lezione è netta: senza una regia pubblica iniziale, la riconversione resta frammentata o si blocca.
La Francia: sviluppo economico e pragmatismo
In Francia l’approccio è stato più tecnico e meno partecipativo, ma non meno efficace. La Base aérienne 128 Metz-Frescaty, chiusa nel 2012, è stata riconvertita gradualmente in parco tecnologico, polo logistico e area verde. La priorità è stata l’occupazione, con un forte coordinamento tra Stato e territori. Meno simboli, meno dibattito pubblico, più pragmatismo. Funziona, ma produce luoghi spesso efficienti e poco identitari.
Regno Unito: quando il mercato da solo non basta Il caso britannico mostra invece i rischi di una delega eccessiva al merca -
to. La RAF Upper Heyford, ex base USAF chiusa negli anni ’90, ha vissuto una lunga fase di stallo, segnata da progetti incompiuti e speculazioni mancate. Solo quando è intervenuta una regia pubblica più decisa, l’area ha trovato un equilibrio come villaggio residenziale e polo economico. Qui la lezione è altrettanto chiara: il mercato senza una visione pubblica produce tempi lunghi, incertezze e sprechi.
Spagna: riuso funzionale, poca narrazione
In Spagna la dismissione di alcune basi USA e NATO, come quella di Base de Zaragoza, ha seguito un approccio funzionale: riusi logistici, industriali, infrastrutturali. Poco spazio alla dimensione simbolica, molta attenzione alla ricaduta economica. Un modello che garantisce efficienza, ma che raramente ricuce davvero il rapporto tra città e spazio militare dismesso.
Italia: pochi esempi, molte occasioni perse
In Italia, i casi di riconversione riuscita sono rari e spesso tardivi. La Caserma Prandina è emblematica: anni di immobilismo, incertezze sulle destinazioni, assenza di una visione condivisa. Solo di recente si è avviato un percorso verso il parco urbano. Il rischio che emerge è quello che Vicenza conosce bene: decenni di vuoto decisionale, in cui l’area resta sospesa, degradata o oggetto di contese sterili.
Cosa insegnano davvero questi casi
Al netto delle differenze nazionali, le esperienze europee convergono su alcuni punti chiave:
• Chi pianifica prima governa il cambiamento. Chi aspetta, lo subisce.
• Il vuoto è il peggior esito possibile: favorisce degrado o speculazione.
• La visione deve essere pubblica, anche se l’attuazione può coinvolgere privati.
• La partecipazione funziona solo se strutturata, non come rituale o scontro ideologico.
di G.C.
• Le basi non sono semplici aree edificabili, ma pezzi di città e di memoria collettiva.
Vicenza e la domanda che conta Trasferendo queste lezioni a Vicenza, la domanda non è se o quando le basi americane verranno dismesse. La domanda, più concreta e politicamente matura, è un’altra: se accadesse, Vicenza vorrebbe farsi trovare pronta o impreparata? Pensarci ora non significa auspicare l’ab-
bandono, ma esercitare responsabilità. Significa studiare scenari, capire differenze tra le aree, coinvolgere competenze, immaginare funzioni compatibili con l’interesse collettivo. Significa evitare che, ancora una volta, le decisioni arrivino dall’alto e il territorio debba solo adattarsi. L’Europa insegna che la riconversione delle basi può diventare un’occasione storica o un problema strutturale. La differenza non la fa il destino, ma il tempo in cui si inizia a decidere. E quel tempo, se Vicenza vuole davvero governare il proprio futuro, è adesso.
Le compagnie aeree nate a Vicenza (e dintorni) e la storia dell’aviazione locale. Mai decollata.
Dall’aeroporto Dal Molin alle compagnie nate e poi scomparse, Vicenza ha coltivato per un secolo ambizioni aeronautiche senza mai diventare hub del Nord-Est. Tra basi riconvertite, scelte politiche e imprese fallite, l’aviazione locale racconta una vocazione industriale rimasta incompiuta: un’altra occasione persa per il territorio vicentino.
Visioneaereadell'exaereoportoTommasoDalMolin
di Eleonora Boin
Vicenza è conosciuta come la città del Palladio e della lavorazione dell’oro, ma ha in realtà una storia importante anche per quanto riguarda l’aviazione, che nella città è fatta soprattutto di infrastrutture militari riconvertite, tentativi di avviare collegamenti civili e di una presenza co-
stante – seppur poco visibile – di scuole di volo e iniziative imprenditoriali legate al trasporto aereo. A differenza di altre città del Nord Italia, Vicenza non è mai diventata un hub del volo, ma per oltre un secolo ha rappresentato un laboratorio periferico dell’aviazione civile e privata italiana.
Il punto di partenza e più famoso è l’A-
eroporto Tommaso Dal Molin, voluto e costruito dal comune già nel 1921 sul luogo dove era collocata la piazza d’armi della città durante la Prima guerra mondiale. L’aeroporto era inizialmente dotato di pista d’atterraggio in erba, lunga 500 metri e permise al neonato Aero Club di operare a Vicenza. In seguito, l'aeroporto venne acquistato dalla Regia Aeronauti-
ca, che fece dei lavori di potenziamento importanti: la pista venne cementificata e portata a 1000 metri e venne aggiunta l’illuminazione, che permise di effettuare voli notturni. Il Dal Molin fu il primo aeroporto in Italia ad essere dotato di una pista illuminata, motivo per cui svolse un ruolo rilevante durante il secondo conflitto mondiale, per quanto riguarda l’ambito militare. Infatti, durante la Seconda guerra mondiale fu utilizzato prima dalla Regia Aeronautica e in seguito dalla Repubblica Sociale Italiana, che portò la pista ai definitivi 1500 metri. Durante il conflitto il Dal Molin venne pesantemente bombardato e subì diversi attacchi aerei, che sono stati precedentemente discussi anche nel nostro giornale. Alla fine del conflitto il traffico civile rimase molto limitato data la forte presenza dell'aeronautica e l’immobilità politica del periodo e per questo, già nel 1947 cessarono i collegamenti di linea regolari. Così, l’ipotesi di trasformare Vicenza in uno scalo strategico per il Nord-Est venne progressivamente accantonata a favore di Verona. Questa scelta ha inciso in modo decisivo sullo sviluppo successivo e, nonostante il tentativo fallito di creare un nuovo scalo civile negli anni 80, l’aeroporto rimase attivo quasi esclusivamente come base militare. Negli anni 2000, dopo che gli Stati Uniti avevano espresso la volontà di instaurare una nuova base militare nel territorio dell’aeroporto, il Dal Molin venne cancellato dalle mappe aeree e la pista venne smantellata tra le proteste dei vicentini. Nell’area ad ovest dove sorgeva una vol-
ta l'Aeroporto di Vicenza si trova ora la base militare “Del Din”, mentre sulla pista sorge il Parco della Pace. Accanto allo scalo, però, ha continuato a operare una realtà centrale per l’aviazione locale: l’Aero Club Vicenza, fondato nel 1921. Un club che rappresenta uno degli elementi di maggiore continuità nella storia aeronautica vicentina, dato che dopo la guerra riprese le attività di addestramento dei piloti civili, promuovendo il volo sportivo e favorendo il mantenimento di competenze tecniche che sarebbero rimaste sul territorio anche nei decenni successivi. Con il progressivo ridimensionamento del Dal Molin, l’Aero Club spostò le proprie attività su altri
campi volo della provincia, in particolare nell’area di Thiene. Attualmente, l’Aereo Club continua la sua attività nell'aeroporto Romeo Sartori di Asiago. Le compagnie aeree a Vicenza, invece, sono state perlopiù di piccole dimensioni e sono durate poco nel tempo. Un primo tentativo significativo è stato quello di Voli Regionali Spa, fondata nel 2004 e basata proprio sull’aeroporto Dal Molin, una compagnia che operava voli charter e collegamenti nazionali e internazionali di corto raggio, con l’obiettivo di servire direttamente il bacino vicentino senza passare da Venezia o Verona. Nonostante alcuni accordi commerciali e una fase iniziale di sperimentazione, l’operatività
L’HangardellostoricoeormaiexAeroClubdiVicenza
Tessera dell'Aero Club Vicenza
UnarerodellaAlpiEagles
si rivelò insostenibile: i vincoli infrastrutturali dello scalo e una domanda insufficiente portarono alla cessazione dei voli già nel dicembre 2005. In particolare, a contribuire fu anche la cessione dell’area ai militari americani, che non permise l’aumento delle ore di apertura dell’aeroporto. Per questo motivo, nel 2006, Voli Regionali chiese un risarcimento alla società proprietaria dell'aeroporto.
L’esperienza di MyAir fu invece più ambiziosa, ma rimase solo indirettamente legata allo scalo vicentino. MyAir.com, una compagnia nata nel 2004 la cui sede amministrativa si trovava a Vicenza, si inserì nel mercato delle compagnie low cost italiane, operando principalmente da Bergamo, Venezia e Bari. La scelta di collocare la sede amministrativa a Vicenza rimase legata più per logiche manageriali e fiscali che operative, tuttavia contribuì a rafforzare il ruolo della città come centro nel settore. Dopo una rapida espansione, la compagnia entrò in crisi e nel 2009 perse la licenza di volo, chiudendo definitivamente l’anno successivo, quando il tribunale di Vicenza ne dichiarò il fallimento.
Ancora diverso fu invece il caso di Alpi Eagles, fondata nel 1996 a Thiene. Alpi Eagles nacque dall’esperienza di una pattuglia acrobatica civile, dalla quale pre-
se il nome, e si trasformò presto in una compagnia regionale che operava voli di linea e charter, soprattutto dal Nord-Est. La base operativa principale della compagnia era l’aeroporto di Venezia, ma la compagnia rimase fortemente legata a Vicenza per via della sua fondazione e per quanto riguarda la storia personale di alcuni manager. Dopo oltre dieci anni di attività, la società fu travolta dalla crisi del settore e dopo vari disservizi e ritardi venne dichiarata fallita nel 2008. Oltre alle compagnie di linea, Vicenza ha ospitato e continua a ospitare un insieme di attività legate all’aviazione generale: scuole di volo, aeroclub, officine di manutenzione e imprese specializza-
te nella componentistica aeronautica, un tessuto “minore” che ha garantito continuità al settore anche nei periodi in cui mancavano collegamenti civili regolari. In particolare, la presenza di un distretto metalmeccanico avanzato ha favorito lo sviluppo di aziende fornitrici per l’industria aerospaziale, rendendo l’aviazione parte integrante, seppur marginale, dell’economia locale. Alla fine, Vicenza non è stata una città aeroportuale in senso stretto e non è mai diventata un polo di riferimento per il Veneto, ma ha rappresentato un caso interessante di sviluppo aeronautico diffuso, a riprova della forte vocazione industriale del territorio.
UnAirbusMyAir
02:00 di notte, Natale. Il telefono squilla. Chi risponde?
Poco dopo la cena di Natale. Sono le 02:00 del mattino. Il telefono squilla: “Telefono amico, buonasera” dice la volontaria. Dall’altra parte silenzio. “Pronto?” Silenzio ancora, un fruscio. Poi una voce rotta: “Io… non ce la faccio più!”
di Alessandro Dai Zotti
La solitudine può uccidere
“Dai dati PASSI 2023-2024 emerge che, in Italia, una quota contenuta di adulti (poco più del 6%) riferisce sintomi depressivi e percepisce compromesso il proprio benessere psicologico per una media
di quasi 16 giorni nel mese precedente l'intervista” https://www.epicentro.iss.it/ passi/dati/depressione
Quasi nessuno vero?
Secondo i dati ufficiali ISTAT, al 1° gennaio 2025 la popolazione residente in Italia è di circa 58,9 milioni di persone. Gli adulti, considerati dai 15 anni in su,
sono circa l’87%.
Più di 3.000.000 tra quelli che hanno avuto il coraggio di parlarne.
3.000.000… sono ancora nessuno? Ne conosci qualcuno di loro? Forse sì.
Probabilmente alcuni tra questi fanno delle scelte estreme. Definitive. Secondo le ultime statistiche disponibili ci sono
poco meno di 4000 suicidi all’anno, ogni giorno 10 persone si suicidano Trascurabili? Sì. Forse. E se uno di questi fosse una persona a cui vuoi molto bene? Abbiamo migliaia di 'amici' sui social, ma nessuno da chiamare la notte di Natale alle 02:00 di notte. Siamo iperconnessi ma mai così soli. Lo si dice da un po’, è vero. E ricordarlo ogni tanto può aiutarci a fare delle riflessioni. Come ti sentiresti sapendo che nel momento del bisogno puoi sempre contare su un aiuto?
Potrebbe essere una buona soluzione per gli altri o per le 'persone strane’. Possiamo considerare anche un’altra ipotesi. Il Telefono Amico non è per 'persone strane'. È per chiunque. Per chi ha perso il lavoro. Per chi non sa come dire ai figli che si separa. Per chi, a 70 anni si ritrova solo. Per chi non dorme da giorni. Forse anche per te, un giorno.
"Non è terapia. È presenza."
Il Telefono Amico è presente in Italia dal 1967, ci sono 21 centri dislocati in tutta la penisola e riceve più di 315 chiamate al giorno. Il servizio che ti offre è anonimo e totalmente gratuito. Ma chi ti risponde quando chiami? Come si svolge la chiamata?
Il volontario del Telefono Amico non è nella veste di uno psicologo, non da consigli, non giudica. Ti ascolta. Parla con te. Vuole sinceramente aiutarti a stare meglio. Una volontaria (sì, senza nome. Il servizio è anonimo ricordi?) ha detto: “Non è solo “dare” o “fare” qualcosa per gli altri. È la parte profonda, altruista, etica della vita. Noi siamo lì… presenti”
E tu?
Nel caso in cui tu abbia pensato “Forse lo potrei fare anch’io”. È un’esperienza entusiasmante. La capa-
cità di ascoltare davvero cambierà anche le tue relazioni. Te lo garantisco. Qui si tratta anche di parlare sinceramente con sé stessi perché tutti siamo bravi a dare consigli non richiesti. Ma sei capace di NON darli? Di ascoltare davvero, senza giudicare, senza interrompere, senza dire 'capita anche a me'? È più difficile di quanto pensi. Ma si può imparare. Chi cercano? Maggiorenni con qualsiasi background. Non serve una laurea, serve il desiderio di esserci. L'impegno richiesto? Turni regolari (loro ti spiegheranno la frequenza), serietà, cuore.
Il Telefono Amico forma i volontari in modo serio e professionale con un corso settimanale di circa 3 mesi. Sì, sembra molto tempo. Sì, significa che tu, io e gli altri siamo persone a cui viene dato un grande valore e attenzione.
Solitamente quando le persone attorno a te stanno bene anche tu riesci a stare meglio.
E quella chiamata alle 02:00 del mattino? È durata 47 minuti. Alla fine, la voce dall'altra parte ha detto: “Grazie, domani proverò a chiamare mio fratello”. La volontaria ha riattaccato, ha fatto tre respiri profondi e ha aspettato la prossima chiamata.
Perché qualcuno deve esserci.
"I falsi miti da sfatare" Se hai bisogno di aiuto:
❌ "Ricevono solo chiamate di suicidi"
✅ No, anche solitudine, lutto, crisi di coppia
❌ "Serve una laurea in psicologia"
✅ No, serve umanità e formazione (che danno loro)
❌ "È troppo pesante emotivamente"
✅ C'è supervisione costante e supporto
❌ "Non saprei mai cosa dire"
✅ Ti insegnano proprio a NON dire, ma ad ascoltare
�� 02 2327 2327
�� WhatsApp: 324 011 72 52
�� www.telefonoamico.it
Se vuoi essere tu quella presenza cerca il centro Telefono Amico più vicino su www.telefonoamico.it
Non serve essere eroi, serve esserci.
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Scrivere, una passione. Pubblicare, una scelta
Consigli pratici per chi desidera dare alle stampe un libro, tra nuove tecnologie, ostacoli da superare e sogni (spesso infranti) di gloria
librodigitaleocartaceo
di Giulia Matteazzi
Il mondo della scrittura è in continua espansione: sempre più persone, spinte dalla passione, dalle proprie esperienze di vita o dalla voglia di condividere il proprio talento, si avvicinano all’arte di scrivere e di pubblicare un libro. Anche se al giorno d’oggi blog e social danno la possibilità di esprimere al mondo idee e concetti senza alcun costo, attesa o difficoltà, dato che basta avere una connessione internet e uno smartphone per aprire la propria personale finestra letteraria, il fascino del libro “di carta” rimane intatto. E le vie per pubblicare sono come le vie del Signore, cioè infinite.
Come pubblicare, l’imbarazzo della scelta
Oltre agli aspiranti scrittori, infatti, sono aumentate anche le case editrici, alle quali si aggiungono i servizi di stampa on line, cui basta inviare un file pdf del proprio lavoro per avere le copie del libro ben stampate e rilegate. O ancora ci sono piattaforme che offrono il servizio “print on demand”: l’autore mette on line il file del suo libro e chi è interessato può ordinarne una copia. Più di qualche fenomeno letterario recente è nato con pubblicazioni di questo tipo. Ma anche il generale Roberto Vannacci non sarebbe ora europarlamentare e a capo di un partito se non avesse pubblicato in questo modo il suo “Il mondo al contrario” (e
se, per dirla tutta, i giornali di centro sinistra, polemizzando con lui “ogni altro giorno”, non avessero fatto una promozione del suo libro che neanche il Premio Campiello… e per giunta a costo zero!). Ma chi è meno tecnologico, chi preferisce affidarsi ad una persona in carne e ossa e non ad una schermata di istruzioni, chi insomma vuole pubblicare un libro in modo tradizionale, come deve fare?
Provo a dare qualche consiglio, basato sulla mia esperienza quasi trentennale da impaginatrice, per aiutare chi ha la passione di scrivere a muoversi con maggiore consapevolezza nel complesso mondo della pubblicazione e della promozione di un libro. Intendiamoci, non intendo scrivere il manuale del perfetto romanziere, ma solo dare qualche indicazione che ritengo possa essere utile.
Il testo di partenza
Ovviamente la prima cosa da fare è avere uno scritto da pubblicare. Il tema non ha importanza. Può essere la storia della famiglia, un racconto di fantasia, un episodio vissuto, una raccolta di poesie, una serie di riflessioni sull’attualità o un saggio su una qualche materia per la quale si prova interesse. Tra parentesi, si può anche scrivere con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Meglio usarla con parsimonia e solo come supporto, ma non c’è una legge che vieti di pubblicare un romanzo interamente scritto dall’AI, a parte che personalmente non ne capirei il senso... Con in mano il proprio scritto, bisogna rivolgersi a un editore. C’è solo l’imbarazzo della scelta, gli editori, come detto, sono sempre di più anche in piccole re-
altà di provincia come Vicenza. Per scegliere a chi affidarsi, magari senza essere “spennati”, non basta fare un giro per le librerie e vedere da chi sono editi i volumi locali, ma si può chiedere a chi ha già fatto questa esperienza in prima persona e, con un po’ di ricerca su Internet, verificare chi pubblica non solo “su commessa” ma anche cercando o aiutando talenti locali su cui investire denaro e/o supporto nella distribuzione e nella promozione, la cosa di cui spesso hanno più bisogno gli autori.
Con l’editore patti chiari
In realtà sono davvero poche le case editrici che possono permettersi di investire su nuovi nomi ogni anno (e probabilmente sono subissate di manoscritti). A livello locale, ma anche nazionale, ormai è più facile imbattersi in editori a pagamento. Non è necessariamente un male.
La cosa importante è che le condizioni siano chiare da subito, che non ci siano fraintendimenti o formule dubbie, che siano messe nero su bianco le spese da sostenere e che cosa se ne ottiene in cambio. E no, pagare un editore non è “tanto valeva che me lo stampassi on line”. Nessun “premi invio” e “grazie per averci scelto” può sostituire il contatto diretto con chi riceve lo scritto, lo impagina, lo rilegge, lo corregge e lo commenta con l’autore, facendo crescere con lui la “creatura libro”.
Non è solo questione di professionalità, che comunque è indispensabile. Quello che davvero conta per uno scrittore, specie alle prime armi, è sentirsi seguito e accompagnato nella sua avventura editoriale: dalla valutazione del testo alla creazione della copertina, il percorso di un libro va vissuto in collaborazione e il
vantaggio del piccolo editore è proprio quello di poter mantenere con i suoi autori un rapporto diretto, continuo.
Fidarsi dei professionisti
A proposito di consigli, il fatto di scrivere bene non implica che il proprio scritto sia esente da errori, incongruenze, anacronismi, ingenuità. Se l’editore ha a disposizione una figura professionale che cura l’editing, è consigliabile approfittarne e mettere da parte l’orgoglio, accettando di buon grado osservazioni, suggerimenti e cambiamenti: anche quelli che sono diventati bravi ma anche grandi scrittori si fanno supportare da un editor o ne chiedono i consigli.
Tra l'altro ci sono libri e film che illustrano la figura dell'editor. Il famoso film "Genius" (2016), per esempio, racconta la vera storia del rapporto professionale e di amicizia tra Max Perkins (interpretato
da Colin Firth), leggendario editor della casa editrice Scribner's Sons, e il giovane scrittore Thomas Wolfe (interpretato da Jude Law). Maxwell Perkins è noto per aver scoperto e curato le opere di giganti della letteratura americana come F. Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway. Thomas Wolfe arriva da Perkins come un autore sconosciuto con un manoscritto caotico ("Angelo, guarda il passato") e grazie all'editoria meticolosa di Perkins diventa uno dei più grandi scrittori del suo tempo…
Dopo questa pausa, piacevole ma anche istruttiva per i nostri lettori che aspirano a scrivere o a scrivere meglio, un discorso molto simile si può fare per la scelta delle immagini, sia se si vuole inserirne nel libro sia per la copertina. Pescarle da Internet è sempre rischioso, sia per i diritti d’autore sia perché le foto on line sono spesso a bassa definizione, apparentemente perfette sullo schermo del pc o dello smartphone (quante volte mi sono sentita dire “ma io la vedo bene!”), ma impubblicabili su carta. Se il grafico dice che non sono utilizzabili, non lo fa per dispetto. Bisogna cercare un’alternativa. E, ribadisco, i diritti d’autore non sono un vezzo: bisogna sempre verificare la provenienza delle foto.
Dopo queste prime informazioni introduttive, ma torneremo sull'argomento per seguirvi passo passo, saltiamo i passi intermedi, di cui appunto scriveremo e che riguardano la lunghezza del testo, il formato, il tipo di carta, il prezzo e tan-
Foto di Giulia Matteazzi
ti altri fattori, supponiamo di averli superati e gestiti correttamente e di essere arrivati ad avere nelle nostre mani emozionate il nostro bellissimo libro ancora “fumante” di inchiostro.
Libro stampato: inizia l’avventura
Una volta che il libro esce dalla tipografia, inizia la parte più complessa dell’avventura, ovvero la distribuzione e la vendita. Purtroppo, non esiste la “formula magica” del successo. A parte le vendite dirette su cui ogni neo-autore che si rispetti può e deve contare, quelle cioè ai suoi conoscenti, utili e/o necessarie anche a ripagarsi parte o tutte le spese quando ce ne siano, la maggior parte delle librerie riceve quotidianamente decine di proposte, e senza una rete di contatti consolidata e una strategia di promozione efficace, vendere anche un numero modesto di copie può risultare difficile.
Certo, aiuta il fatto che un editore abbia un distributore di riferimento, che abbia canali propri pubblicitari, di divulgazione e di vendita come lo shop on line o una sua sezione su Amazon, ad esempio. Meglio ancora se pubblica una rivista,
cartacea e online, con anche, perché no?, dei social collegati e magari con una sezione video, che si occupi anche di cultura dove dare spazio ai propri autori e se organizza presentazioni. Insomma, è
importante che l’editore sappia creare occasioni per far conoscere e vendere i libri che pubblica. Ma anche nella migliore delle ipotesi, la gran parte dei libri pubblicati, specialmente da chi è alle prime armi e con i primi testi vuole magari farsi conoscere, non ha troppe probabilità di avere successo. Una volta deciso, intanto, cosa significa per lui successo: vendere le copie per ripagarsi le spese o provare a scoprire una nuova strada di realizzazione personale e magari professionale, perché i libri possono essere anche di tipo tecnico, dei testi, cioè, con cui supportare e far conoscere e apprezzare le proprie attività primarie, quelle, cioè, di un commercialista, di un avvocato, di un dentista… Ma quindi, tante belle parole per concludere che è meglio lasciar perdere? No, al contrario il mio consiglio è che se qualcuno ha davvero voglia di scrivere non solo per se stesso ma anche per pubblicare, che lo faccia. Nel mio lavoro ho conosciuto tanti autori, di ogni età, formazione, provenienza, tutti accomunati da grande entusiasmo e tanta generosità da mettere sulla carta un pezzetto di sé, per regalarlo al mondo in forma di libro. Anche se poi le vendite non sono state speciali, è speciale quello che abbiamo condiviso. E magari, con i prossimi consigli, potremmo anche condividerlo meglio e, chissà, con qualche profitto...
Foto di Giulia Matteazzi
Vicenza. Un luogo centrale
Ex Centrale del latte: teatro costruito,
stabilimento trasferito.
Spazi pubblici da vitalizzare
proseguito in un nuovo impianto moderno e funzionale, ma ha aperto una nuova stagione per la città. Lo spazio dell’ex Centrale, infatti, è rimasto pubblico, simbolo di un patrimonio urbano da rigenerare e condividere.
Attraverso una ricostruzione puntuale, Giovanni Coviello e Serena Balbo raccontano come questo luogo — al centro del quartiere San Bortolo e della memoria collettiva — sia diventato uno snodo simbolico tra passato e futuro. La narrazione intreccia scelte politiche, battaglie civiche, idee progettuali e la lunga mobilitazione di comitati e abitanti, guidati da Giancarlo Albera, che hanno tenuto accesa l’attenzione su uno spazio ancora da completare, ma sempre più vivo.
Autore Giovanni Coviello in collaborazione con Serena Balbo
Pagine 160 - Prezzo: € 15,00
Prima presentazione
Gli autori dialogheranno con Luca Pozza (giornalista) il 28 febbraio alle 10.30 nella sala del Cuore Immacolato di Maria (Viale Medici 93)
aziende nazionali di successo nel campo dell’informatica, quindi gradualmente manager di club di vertice di volley femminile a Roma e Vicenza, dal 2006, a 55 anni, si “scopre” editore e, poi, anche direttore come giornalista professionista di testate online e cartacee, tra cui ViPiu.it, VicenzaPiù e L’Altra Vicenza. Da anni documenta e approfondisce la vita politica, culturale ed economica del territorio vicentino e veneto.
Ha promosso e prodotto pubblicazioni su storia, urbanistica, finanza e sport, con uno stile che unisce rigore documentale e impegno civile.
Vicenza, un luogo centrale è la storia dell’ex Centrale del Latte, rimasta per oltre vent’anni in attesa di una nuova destinazione. Venduta all’inizio degli anni Duemila per finanziare la costruzione del nuovo Teatro Comunale, la struttura non ha segnato la fine dell’attività produttiva, che ha
Un libro che racconta come un luogo apparentemente marginale possa tornare centrale nella vita di una città, se sostenuto dalla memoria, dal senso di comunità e dalla partecipazione: un insegnamento anche per i giovani.
Gli autori
Giovanni Coviello. Ingegnere elettronico con esperienze da ricercatore e in una multinazionale, poi gestore di
Luca Montanari
Spiritualità verde Un approccio filosofico all’ecoteologia
In un mondo lacerato da crisi ecologiche sempre più profonde, Spiritualità verde. Un approccio filosofico all’ecoteologia offre un’indagine teoretica e spirituale sull’ecoteologia come chiave di lettura e risposta alla condizione attuale. La prima parte del libro esplora le fondamenta di Giovanni Coviello in collaborazione con Serena Balbo
epistemologiche dell’ecoteologia, interrogandosi sul rapporto tra rivelazione e natura, trascendenza e immanenza, etica e cosmologia. Quale tipo di sapere emerge dall’incontro tra fede e crisi ecologica? È possibile pensare Dio nel tempo dell’Antropocene?
Serena Balbo. Nata a Vicenza nel 1995, laureata triennale in Lettere Moderne e poi magistrale in Scienze dello spettacolo e produzione multimediale all’Università di Padova, è appassionata di televisione, serialità televisiva e cinema, ma anche di viaggi, ville venete e borghi; questo le ha permesso di iniziare a scoprire il Veneto e le sue infinite ricchezze. Pubblicista dal 2025, sta muovendo con impegno e passione i suoi passi nel mondo giornalistico ed editoriale.
Luca Montanari
Pagine 240 - Prezzo: € 20,00
Prima presentazione
L’autore dialoga con padre Gino Alberto Faccioli (teologo) l’8 marzo alle 17 alla libreria San Paolo Via Cesare Battisti 7
La seconda parte dà voce a figure cruciali del pensiero ecoteologico: da Thomas Berry a Teilhard de Chardin, da Sallie McFague ad Anne Primavesi passando per Matthew Fox e altri, tracciando i percorsi che collegano spiritualità, giustizia sociale e custodia del creato. Attra-
Autore
verso una riflessione rigorosa e appassionata, il libro propone l’ecoteologia non solo come ambito di studio, ma come orizzonte trasformativo per ripensare il senso dell’umano e la sacralità della Terra.
Spiritualità verde è un saggio per chi cerca, nella spiritualità e nell’indagine filosofica, le parole per abitare il mondo con consapevolezza e responsabilità.
L’autore
Luca Montanari (1992) è Dottore di ricerca in filosofia e si occupa principalmente di filosofia della religione e delle sue implicazioni in ambito ecologico. È stato docente a contratto di filosofia teoretica presso l’Università
Massimo Parolin Discesa a Malebolge Il fascino del male
La scomparsa di Toni non è un mistero come gli altri. È l’ultimo anello di una catena iniziata anni prima, quando il Male ha fatto irruzione nella vita di un gruppo di amici legati da un passato comune, da colpe mai del tutto espiate e da un’amicizia che resiste al tempo. In Discesa a Malebolge, terzo capitolo della saga inaugurata con Quella strada per il lago e proseguita con Demoni a Vicenza, il confine tra mondo umano e dimensione infera viene definitivamente infranto.
Per ritrovare Toni, inghiottito da una realtà oscura dopo aver stretto un patto scellerato con il demone Aamon, non basteranno il ricordo, la speranza o la ragione. Servirà scendere davvero. Attraversare luoghi carichi di simboli, decifrare enigmi lasciati dal Male, affrontare verità che ognuno dei protagonisti ha cercato per anni di rimuovere. La discesa non è solo geografica, ma interiore: un viaggio tra lutto, senso di colpa, amicizia e redenzione.
Ambientato in una Vicenza inquietante e segreta, sospesa tra storia, esoterismo e contemporaneità, il romanzo intreccia horror metafisico e racconto di formazione adulta, portando la saga verso il suo snodo più oscuro e decisivo. Discesa a Malebolge è il capitolo in cui le domande rimaste aperte trovano finalmente una direzione, e in cui ogni scelta diventa irreversibile.
L’autore
Massimo Parolin, Comandante della Polizia Locale di Vicenza. Laureato in Giurisprudenza, Scienze Politiche, Lettere Classiche con un Master in Sicurezza Urbana. Cavaliere Ufficiale della Repubblica. Autore di pubblicazioni scientifiche in riviste giuridiche di Polizia Locale
degli Studi di Macerata e ha collaborato per diversi anni con la cattedra di Storia della filosofia dell’Università per Stranieri di Perugia. Attualmente insegna filosofia al Liceo. Oltre a molteplici articoli su riviste scientifiche, e a numerosi convegni sia a livello nazionale che internazionale, rimandiamo alle seguenti opere monografiche: La decrescita come liberazione. I fondamenti antropologici della democrazia (Pazzini, 2018); Sulla soglia tra due sapienze. Ebraismo e filosofia in Emmanuel Lévinas (Cittadella, 2021); La via etica del senso. Ermeneutiche del testo sacro nel pensiero contemporaneo (FrancoAngeli, 2022).
L’autore dialogherà con Antonio Di Lorenzo (giornalista) il 5 marzo alle 18 alla Libreria Galla 1880 (Corso Palladio 1)
e dei due primi libri della saga “Quella strada per il lago” e “Demoni a Vicenza”. Relatore in convegni nazionali, regionali e locali. Già membro del Comitato Tecnico Consultivo della Scuola Regionale di Polizia Locale e del Comitato Tecnico AnciVeneto.
«Mai dimenticare da dove si viene…» È il tempo della Seconda guerra mondiale, del Fascismo, di una Italia arcaica, contadina, povera ed è un mondo a parte, quello di Amélie, Rosa, La Rossa, Maria, Bimba, Nerina, Giulia, Sophie e di tutte le altre ragazze… Un mondo di bisbigli, grida, sorrisi, lacrime, amore, odio, tenerezza e soprusi.
Corpi generosi avvolti in sottili vestagliette, l’aroma delicato di violetta o il fresco profumo di agrumi che si mescolano all’odore balsamico della menta piperita e del pino mugo.
Storie di un’umanità senza identità chiusa fra quattro mura. Infanzie violate, fame e disperazione, la guerra come
Sotto il segno del Gemini
Per l’iconografia di Girolamo Albanese, architetto e scultore “valente e molto in grido”
Un dipinto della prima metà del XVII secolo esposto nelle sale del Museo civico di Vicenza, catalogato come Ritratto di scultore e attribuito genericamente a “pittore veneto”, entra curiosamente nelle collezioni museali come ritratto dello scultore e architetto vicentino Girolamo Albanese, ma pochi anni più tardi, in circostanze piuttosto ambigue, l’identificazione dell’effigiato scivola verso quella del fratello maggiore Giambattista: il più celebre capobottega. Le inedite ricerche archivistiche e iconografiche qui esposte consentono oggi, attraverso l’incrocio di importanti dati documentali e di nuovi indizi, di chiarire
Autrice Rossella Menegato
Pagine 160 - Prezzo: € 16,00
Edizioni Biblioteca dell’Immagine
Contatti bibliotecadellimmagine.it/
sfondo e un’unica possibilità… rinunciare a sé stesse.
Cronache di una casa chiusa racconta di un mondo ordinato dove le vite si intrecciano l’un l’altra, dove i ricordi si fanno memoria, dove presente, passato e futuro vengono annientati e condensati in un unico desiderio… sopravvivere. Il mondo delle Case di Tolleranza, paese dei balocchi per gli uomini e luogo d’infamia e di dolore per le donne.
«Mai dimenticare da dove si viene. Siamo il frutto delle nostre esperienze. Belle e brutte. Noi siamo il nostro passato. Dimenticarlo vuol dire cancellare la memoria di chi si è, diventando così deboli e corruttibili».
Autore Luca Trevisan
Pagine 92 - Prezzo: € 14,00
Editore Cierre edizioni
Contatti edizioni.cierrenet.it tel. 045 85 81 572
le intricate dinamiche attraverso cui, in modo più o meno limpido, era andata imponendosi in passato l’identità di Giambattista, e di escludere però che di essa possa trattarsi. Sarà infatti proprio il nome di Girolamo, inizialmente indicato dal primo inventario museale, a venire con fondamento rivalutato per la tela in questione, e se ne chiariranno le ragioni. È un itinerario, quello proposto in queste pagine, che condurrà il lettore ad interrogarsi su un enigma curioso della storia dell’arte vicentina e ad attraversare un intrigo che questo volumetto tenta, almeno nelle sue linee essenziali, finalmente di risolvere.
L’amor xe come el vento…
Proverbi e saggezza popolare del Veneto
Questa vasta raccolta di proverbi veneti trae spunto dal desiderio di rileggere e confrontare l’antica saggezza popolare con quella attuale, per ritrovarne corrispondenze o anche differenze, ma soprattutto l’universalità. I detti sono suddivisi per argomenti secondo lo schema suggerito da Dino Coltro nel suo libro Dio non paga il sabato, e commentati tenendo conto
Costantino Pasqualotto
pittore vicentino del Settecento, 2025
L’autore ricostruisce le principali vicende artistiche di Costantino Pasqualotto (1681-1755), pittore vicentino tra i protagonisti del Settecento locale, noto per le sue imprese decorative e pittoriche. Formatosi nel solco della tradizione seicentesca, Pasqualotto evolve progressivamente verso esiti più freschi e innovativi, affermandosi come figura centrale della prima stagione rococò a Vicenza, prima dell’arrivo di Giambattista Tiepolo. Il volume, articolato in tre capitoli e corredato da 30 immagini a colori e in bianco e nero, documenta l’evoluzione stilistica dell’artista, evidenziando due registri principali: quello
Autrice Ilia Sillo
Pagine 180 - Prezzo: € 13,50
Editore Cierre edizioni
Contatti edizioni.cierrenet.it tel. 045 85 81 572
dell’evoluzione della cultura e della società contemporanea. Attraverso questo lavoro si colgono le differenze dei valori e della mentalità rispetto al passato, ma anche il permanere di ciò che caratterizza l’umanità intera, come i sentimenti e un certo modo di leggere la realtà, dove passato e presente convivono in un divenire senza fine.
Autore Francesco Caracciolo
Pagine 108 - Prezzo: € 20,00
Editore VIVI EDIZIONI
Contatti e distribuzione www.viviedizioni.org tel. 04441582423
devozionale, legato alla cultura della Controriforma, e quello decorativo, più vicino alle nuove tendenze rococò, sviluppato soprattutto negli affreschi di palazzi, ville e oratori cittadini e provinciali.
Particolare attenzione è riservata all’analisi iconografica e compositiva delle opere, affiancata allo studio dei documenti che permettono di ricostruire il percorso artistico del pittore – spesso indicato nelle fonti come “Costantini” – dalla giovinezza alla maturità. Chiudono il libro una ricca bibliografia e l’elenco delle principali opere conservate a Vicenza e nel territorio.
Alcune nostre pubblicazioni
collane
• storia e storie
• vicenza popolare
• vicenza papers
poesie romanzi fotografie
ILARIA GUSELLA
III
l’altra
Ilaria Gusella, una donna che non riposa, neanche la domenica di Federica Zanini
INDICE
XIII
Calendario eventi FITA Vicenza marzo 2026
VII
X
XII
Supercalifragilistichespiralidoso: basta un poco di dedizione e la voce va su, va su! di Federica Zanini
Samba, l'anima allegra del Brasile: dall'Africa al Carnevale di Rio, passando per le favelas di Serena Balbo
Teatro Popolare Veneto 2026: torna la rassegna itinerante del teatro amatoriale vicentino di Edoardo Pepe
Buongiorno con le “buone nuove” da L’altra Vicenza
Il 25 febbraio 2006 nasceva VicenzaPiù. Otto anni fa sbarcava nel web Laltravicenza.it (Le sue buone nuove), che assumeva una nuova configurazione il 3 agosto 2020 per poi evolvere verso quella attuale il 10
L'Altra Vicenza
Autorizzazione Tribunale di Vicenza n. 1191 del 30 dicembre 2008
I 118 stranieri del Vicenza in oltre un secolo di storia di Claudio Raimondi
Centro Culturale
Andrea Palladio di Federica Zanini
Mica solo a Carnevale lo sgarro vale. Ricettina (non obbligatoriamente) light. di Federica Zanini
marzo 2022. Da febbraio 2025 partiva sperimentalmente la testata cartacea L’altra Vicenza, come inserto o come allegato al mensile di riferimento. Ora L’altra Vicenza, con questo numero, il nono della serie, il primo da adulto, va in edicola col suo ISSN e con tanta voglia di condividere con i lettori proprio il bello e il buono che c’è a
Vicenza e che dalla città del Palladio “esportiamo” nel mondo. L’altra Vicenza si propone, quindi, non solo ai lettori tradizionali di VicenzaPiù ma, questo è un obiettivo, anche a una comunità più larga, desiderosa di gioire e godere della cultura declinata in tutte le sue forme in maniera accessibile ma professionale. Buona lettura.
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L’ALTRA VICENZA
Ilaria Gusella, una donna che non riposa, neanche la domenica
“Una domenica che non riposa” è il titolo del primo singolo del soprano che si lancia con successo anche nella musica popolare e contemporanea, senza mai dimenticare, neanche per la breve frazione di un’intervista, il marito, avvocato e politico in gran spolvero, e le loro due figlie
Dopo aver conquistato una mezzora del tempo di Ilaria Gusella, che l’artista vicentina nata a Val Liona spende con uguale passione tra famiglia, lavoro e solidarietà, me la immagino arrivare trafelata. Nonostante le temperature rigide, il buio precoce e una giornata come sempre strapiena alle spalle, eccola invece comparire impeccabile, aggraziata e sorridente. Scoprirò subito che quella è “semplicemente” la sua natura. È eccitata sì per l’uscita del suo primo singolo e per gli ultimi ritocchi al secondo, eppure
anche quello sembra semplicemente naturale: il risultato di dedizione a una nuova avventura. Mentre fisso sulla carta nozioni ma soprattutto emozioni, mi dice: “Che bello vedere ancora scrivere a penna sull’agenda”. C’è una punta di nostalgia, poi si affretta a chiarire che comunque alla tecnologia e ai social deve tantissimo. Che Ilaria Gusella -noto soprano con un gran talento anche per la musica popolare e contemporanea (che ora è esploso, ma è in realtà un ritorno alle origini), divulgatrice di cultura, promotrice del territorio, direttrice di un coro e insegnante, paladina delle
donne e dell’ambiente- sia (anche) la moglie di Francesco Rucco -prima sindaco di Vicenza e presidente della Provincia, ora vicepresidente del Consiglio regionale- non è un segreto e per lei è motivo di grande orgoglio, che fieramente non tiene nascosto. “Quando Francesco è stato eletto sindaco, ha avuto per noi un po’ la stessa valenza che avrebbe avuto per me un contratto a La Fenice”, afferma. E dichiara di avere sempre modulato la sua comunque intensa carriera in sinergia con la famiglia (lei e Francesco hanno due figlie, Margherita di 15 anni e Letizia di 18), evitando di rendersi disponibile per impegni che la portassero lontana. Partiamo proprio da qui, da Ilaria donna, dietro il personaggio.
Ilaria, come (s)corre la sua giornata tipo?
Domanda impegnativa. Ogni giorno è diverso dall’altro. Mi sveglio molto presto al mattino, mi aggiorno sull’attualità, preparo eventuali post sui social e programmo al pc un evento (bilancio preventivo/contatto artisti/locandina/scaletta/presentazione), oppure studio (sto portando avanti gli studi alla facoltà di Economia e gestione delle arti e attività culturali) e poi mi dedico alla musica studiando repertori dei concerti in programma. Faccio visita al mio papà per il pranzo, cucino per la mia famiglia, insegno canto e mi occupo delle mie figlie. La sera ritorno al pc o vado a provare con le formazioni musicali, se non sono impegnata in concerti o riunioni di vario genere.
Oltre la famiglia, la musica e la cultura in generale, quali sono le sue altre passioni?
Mi piace molto cucinare, da sempre. Quando vado al ristorante cerco di captare le ricette per riproporle ai miei commensali e, se non sono sicura di averle prefigurate bene nella mia mente, provo a corrompere con garbo i camerieri per arrivare allo chef. Pratico un po’ di sport, da ragazza giocavo a pallavolo e a calcio.
Tornando alla musica, a quanto pare anche lì ha appena elaborato una nuova leccornia per il suo pubblico… Come nasce “Una domenica che non riposa”, il suo primo singolo, appena uscito?
Per un meraviglioso caso. Il 1° ottobre 2025 ha rappresentato uno spartiacque nella mia carriera. Al concerto di Francesco Gabbani ebbi modo di conoscere il suo primo maestro di chitarra (Alessandro Di Dio), che ora è il mio produttore, e uno dei suoi parolieri (Claudio Gabelloni). Ascoltata su YouTube la mia interpretazione del brano Shallow, mi coinvolsero subito in questa nuova sfida.
E come è andata?
Speravo, sì, in un buon riscontro, ma non avevo idea che si sarebbe tradotto in una valanga di affetto, consensi e un inatteso interesse verso questa “deviazione stilistica” da parte di chi mi apprezza come soprano e per la solidità tecnica traslata sulla musica pop per chi non mi conosceva. Sono molto felice, è un risultato che va oltre le mie aspettative. Ascoltare per giudicare:
Ilaria con Francesco Gabbani
Ilariaconlasuafamiglia
Libertà pura questo poter “deviare” a proprio piacimento. Gli artisti sono quelli che forse hanno vissuto peggio il lockdown dovuto al Covid. Ora che tutto è tornato apparentemente normale, nel suo ambiente le capita mai di subire altri tipi di restrizioni o riesce sempre a fare liberamente quello che ha nel cuore?
Ho scelto di indirizzare le mie energie solamente verso iniziative musicali e culturali in genere, che mi soddisfino nell’anima prima ancora che per altri aspetti. Le richieste di collaborazione che mi arrivano partono da chi già mi conosce o ha compreso il mio stile. Quando invece posso organizzare attività con In Arte Veneto, l’associazione culturale che ho il privilegio di presiedere dalla fondazione nel 2022, faccio in modo, insieme al direttivo, che rispondano sia al benessere culturale del pubblico che a finalità di sensibilizzazione sociale.
Tra le tante iniziative solidali che la vedono promotrice, molte sono dedicate alle donne. Lei come donna emancipata e realizzata, che cosa vorrebbe per tutte le donne e quale esempio è in questo senso per le sue figlie?
Soffro quando vedo lo sguardo spento in una giovane ragazza o in una donna di qualunque età. Ritengo che la donna meriti di valorizzare se stessa pienamente e in tutte le sue qualità; tuttavia, conoscendo moltissime persone, le ascolto con attenzione per capirle in profondità e noto che, quando manca la luce negli occhi, le cause sono quasi sempre esterne. Il coraggio di reagire non è scontato e credo si presenti saldamente solo nel momento in cui una persona comprende il suo valore come essere umano e questo vale comunque per tutti. Vorrei tanto che le fragilità si trasformassero in forza d’animo: forse il primo passo sta proprio nel perseguire le proprie passioni e aspirazioni: “Se riesci a immaginarlo, puoi farlo!”, a cui aggiungo: “Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro… perché non dovrei essere io?”. Questi sono i messaggi con i quali cresco Letizia e Margherita e, con mio marito, le aiuto a perseguire le loro attitudini.
A proposito di suo marito, è esemplare la passione con cui l’ha sempre sostenuto nelle campagne elettorali. Molti potrebbero domandarsi come si fa a sposare la poesia e la condivisione della musica con il pragmatismo e la competitività della politica. Che cosa risponde?
Francesco asseconda le sue predisposizioni da uomo politico come io ho sempre seguito la passione verso la musica e ci rispettiamo, aiutandoci vicendevolmente. Politica e musica sono il sole e la luna, due mondi apparentemente lontani, ma hanno in comune alcuni aspetti interessanti: la res pubblica riguarda noi tutti e il Civis vero è colui che non sta a guardare inerte, ma agisce generosamente con il fine di migliorare la vita della società. Il musicista è una persona che offre al prossimo le sue capacità, acquisite per donare benessere spirituale e dis-
Ilsopranosolistasiesibisce
setare chi ha sete di cultura. Il politico parla alle persone, il cantante canta alle persone. Sono entrambi lavori che si reggono e stanno bene a galla solamente se sostenuti da una fortissima e reale passione, se c’è il fuoco vivo dentro.
Un articolo della Costituzione Italiana che le sta particolarmente a cuore? Perché?
L’articolo 9 senza dubbio, perché sancisce l’impegno della Repubblica Italiana a promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica/tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico, estendendo la protezione ad ambiente, biodiversità, ecosistemi (anche per le generazioni future) e animali. Citerei San Francesco, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, il quale, nel Cantico delle Creature recita “Laudato sii, o mio Signore, per tutte le creature… per Frate Sole, per Sora Acqua, per nostra Madre Terra…”. Dolce Sentire è il brano che ha aperto e accompagna sempre il mio percorso musicale. Ebbene, è nostro compito osannare le bellezze del creato di cui beneficiamo, incluse le opere dell’uomo, quindi l’arte in generale e la musica stessa. Mi piace molto che sia un impegno serio, riportato anche nella Costituzione.
Infine, la nostra domanda di rito: qual è il suo rapporto con Vicenza e il suo territorio, ma soprattutto con i vicentini. Amo e sceglierei ancora Vicenza come mia città per vivere e per insegnare canto: è a misura d’uomo, uno scrigno di bellezza artistica e paesaggistica abbastanza grande per dar modo di rispondere a tutte le mie necessità e abbastanza contenuta per potersi sentire parte di una comunità. Si può migliorare, nella mentalità a tratti individualista (preferisco di gran lunga le virtuose collaborazioni “in rete”) e disinteressata, ma dal giudizio facile. I vicentini che frequento sono, al contrario, persone molto creative, solidali, attive e piene di iniziative, di obiettivi, capaci di mettersi in discussione e cambiare, laboriose e ingegnose. Questa è la vicentinità di cui vado fiera nel mondo!
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Supercalifragilistichespiralidoso:
basta un poco di dedizione e la voce va su, va su!
Ci vorrebbe proprio Mary Poppins con le sue canzoncine magiche per dare un’iniezione di nuova linfa al Coro Amici della Montagna di Gian Pietro Santinon, per anni presidente della meravigliosa e ultima realtà di canto e amicizia che difende la memoria delle cante popolari (e della cultura) vicentina e veneta.
Da quelli con cui papà riempiva le serate in montagna aggiustando la puntina sul giradischi a quelli in chiesa quando ero ancora una bambina devota, da quelli assai vari e variegati di uno straordinario Festival Internazionale organizzato in Presolana nel Duemila (di cui curai l’ufficio stampa) fino a quelli conosciuti, ascoltati dal vivo e adorati recentemente, in occasione del mio lavoro per l’Adunata Nazionale Alpini di Vicenza, la mia vita è da sempre legata ai cori.
Non sono solo un bell’intrattenimento, una “stufetta” per l’anima, un concentrato di ricordi, ma anche l’emblema di quello che nella vita tutti dovremmo auspicare: la coralità, appunto. Eppure, più questa nostra società moderna sembra avere bisogno, se non di affinità di pensiero e comportamento, della capacità almeno di farne convivere pacificamente le diverse espressioni, uniti in un fine ultimo comune, più i nostri cari, vecchi cori sembrano condannati all’estinzione. Senza scomodare la Pace con la P maiuscola, che lo scenario internazionale sta delineando sempre
di Federica Zanini
Lamontagna,veralinfadelcoro
IlpresidenteuscenteGianPietroSantinon più come una chimera, basterebbe nella vita di tutti i giorni un po’ di pace con la p minuscola, un po’ di grazia intesa come leggerezza (alla Sorrentino, si veda mio articolo sul suo film), un po’ di condivisione che non sia quella dei social e di tanta, sottovalutata voglia di diffondere e soprattutto difendere la nostra identità culturale, non attraverso campanilismi, o peggio ancora, scontri, ma semplicemente continuando a cantare quello che eravamo. Sarebbe questa la mission del Coro Amici della Montagna di Ospedaletto, il più longevo (e ormai l’unico) coro popolare vicentino, che però proprio lo scorso mese si è preso una pausa di riflessione e rischia di zittirsi per sempre. Esattamente quello che temeva il presidente dimissionario, Gian Pietro Santinon, quando lo abbiamo incontrato, proprio prima che la corale si mettesse in stand-by, per farci raccontare la storia e il futuro (incerto) di questa creatura fragile, che fatica a trovare eredi.
Gian Pietro, come nasce il Cam e perché la scelta del nome?
Nasciamo nel gennaio 1982. Spontaneamente, proprio come molte nostre esibizioni: ci basta un niente per intonare cante, anche senza un palco. Eravamo un gruppo di amici appassionati di escursioni in quota, che poi finivano con cene in rifugio, condite appunto spontaneamen-
te da canti tradizionali di montagna. A onor del vero, alcuni cantavano già in una corale, quella della Polisportiva Juventina Bertesina, e quindi fu presto naturale chiedersi perché non fondare un coro tutto nostro. Vista la passione che ci accomunava e il tipo di brani che amavano intonare, non poteva che chiamarsi Coro Amici della Montagna. All’inizio siamo partiti in sordina, con le prime esibizioni limitate alla parrocchia e con un repertorio ispirato prevalentemente a quello del Coro SAT di Trento. Eravamo una bella trentina e tutti fortemente motivati. A dirigerci per 27 anni è stato Giampaolo Piccoli. Dal 2009 il direttore è Tranquillo Forza, diplomato in tromba al Conservatorio Pedrollo, specializzato in tromba barocca, diplomato in musica corale a Pesaro e forte di un curriculum internazionale di tutto rispetto.
Insomma, non siete proprio gli ultimi arrivati. Gli ultimi sopravvissuti però sì…
Già. Nel territorio, a portare avanti i canti popolari e di montagna -quelli, per intenderci, tramandati nelle stalle, quando facendo filò si celebravano tradizioni, gusti e sapori delle terre alte- eravamo in tre: il Coro Gev, il Coro Piccole Dolomiti e il Coro La Baita. Siamo rimasti solo noi. E siamo rimasti soli, amaro gioco di parole. Non ci sono sostegni, aiuti e non c’è più voglia di accollarsi quello che, seppure in nome della memoria e dell’amicizia, è un impegno. Non tanto economico (per campare come coro, ci autotassiamo al 70-80% delle spese, il resto
viene dagli sponsor), quanto di tempo e dedizione. Ci sono le prove, le riunioni, gli spettacoli e le trasferte, sebbene sempre più rare per gli stessi motivi.
Tenete a specificare che, per precisa scelta, non siete un coro alpino. In che senso?
Con gli amici Alpini condividiamo stima, affetto e anche talvolta eventi, ma il leit-motiv della nostra corale è la montagna, di per sé. Inevitabile quindi che le nostre strade si incrocino, visto che gioie e soprattutto dolori delle Penne Nere hanno avuto i monti come sanguinoso teatro, ma la nostra predilezione va alle cante non di guerra, a quelle che raccontano la vita quotidiana in una terra dura ma straordinaria. Non dimentichiamo che abbiamo cominciato proprio con un repertorio di circa venti cante del grande Bepi De Marzi. Che tra l’altro è stato ospite d’onore, con gli indimenticati Crodaioli, della trentacinquesima edizione di “Quando canta la montagna”, rassegna corale cui teniamo particolarmente e che riproponiamo ogni autunno.
Che cosa è cambiato, per arrivare alla situazione attuale?
È cambiato il mondo, siamo cambiati noi. C’è stata un’epoca, prima del Covid, in cui cantavano con noi anche giovanissimi -oggi oscilliamo tra i 50 e gli 89 anni- ed eravamo costantemente in attività, tra chiesa, eventi e serate. Ora ci ritroviamo a dover rifiutare gli inviti, perché mettere tutti insieme e investire
tempo e denaro è gravoso. Ho provato di tutto per reclutare nuovi amici e tengo a sottolineare anche su queste pagine che nessuno nasce stonato: orecchie e voce si educano. Cantare insieme non è una sfida, è amicizia pura. E come tutti i sentimenti va coltivata con amore.
Mentre cercate di costruire un futuro, un pensiero per qualcuno del passato?
Certamente per Giancarlo Decembrini, carissimo membro del coro fino a 3 anni fa, apprezzato scultore di metallo, le cui opere artistiche sono conosciute nel mondo. È l’artefice, tra le altre, dei tralci d’uva che ornano la grande rotonda che unisce Postumia a Ospedaletto, scultura donata al Comune nel 2007, in occasione del venticinquesimo del coro. Ora non canta più ed è in casa di riposo per sua stessa scelta, nonostante noi gli avessimo trovato una sistemazione in cui vivere e creare. Aver perso la sua voce è un grande rammarico.
Lei che per Vicenza e per i giovani ha fatto molto e non solo come presidente, per 5 anni, di Ipab Minori, a parte trovare nuovi coristi, che cosa auspicherebbe sul territorio, soprattutto per i meno giovani?
Certamente un atteggiamento un po’ meno snob da parte dei vicentini “diversamente giovani”, una maggiore apertura da parte del Comune, che ha il merito sì di puntare tutto sulle nuove generazioni, ma non dovrebbe dimenticare quelle precedenti, a cui i giovani dovrebbero fornire un’alternativa, un alito nuovo, ma di cui sono comunque gli eredi. Tanto per cominciare renderei obbligatoria l’educazione musicale fin dall’asilo…
E nel frattempo?
Nel frattempo ci prendiamo il nostro tempo. Durante l’ultimo consiglio di amministrazione sono emerse alcune proposte per risollevarci, anche nel morale. Non posso spoilerare nulla. Vedremo. E intanto continuiamo a cercare nuovi coristi.
Amicizia e convivialità aspettano proprio te!
Il Coro Amici della Montagna cerca nuove voci.
Non serve saper cantare: orecchie e corde vocali si educano.
Così come si coltiva la memoria delle nostre origini. www.corocam.it Gian Pietro Santinon, cell. 333.5612379
Diversipremi,ancheall'estero
In Val Pusteria con lo stendardo
Samba, l'anima allegra del Brasile: dall'Africa al Carnevale di Rio, passando per le favelas
Da danza religiosa a simbolo di identità e riscatto per la popolazione afrobrasiliana: la, o “il”, samba si diffuse a Rio de Janeiro dove si intrecciò indissolubilmente con il Carnevale e i sambisti delle favelas, inizialmente discriminati, conquistarono le strade fino a farla diventare inno nazionale.
di Serena Balbo
Abbiamo da poco salutato una grande attrice, oltre che icona di costume, Brigitte Bardot, deceduta il 28 dicembre 2025, all’età di 91 anni, nella sua residenza a Saint-Tropez. Curiosamente, è venuta a mancare solo tre giorni prima della notte di San Silvestro, dove il suo nome ogni anno echeggia da radio, orchestre e dischi diffondendosi con le note di una samba “Brigitte Bardot Bardot…”, e via col trenino. Fu il giornalista e compositore brasiliano Miguel Gustavo nel 1960 a scrivere il brano dedicato alla diva francese. E dunque, per omag-
giarla, nella rubrica del ballo parliamo di samba.
La parola “samba” apparve per la prima volta il 3 febbraio del 1838 nel giornale O Carapuceiro, all’interno di un articolo che confrontava i gusti musicali dell’élite e del popolo. Nell’articolo “Gusti stravaganti”, il frate Miguel do Sacramento Lopes Gama affermava che la classe elitaria preferiva artisti come Rossini e opere come Semiramide, mentre il popolo era maggiormente propenso ad ascoltare il samba, una musica grossolana ma rappresentativa della popolazione nera. Il termine, secondo alcuni studiosi, deriva dall’unione di due parole africane: sam
(“paga!”) e ba (“ricevi!”), mentre secondo altri da “semba”, ovvero “ombelico” in lingua bantù.
Samba: il o la? L’articolo femminile è maggiormente usato in Italia perché sottintende “la danza”, mentre la forma maschile deriva direttamente dal sostantivo maschile portoghese “samba”. Il nome deriva probabilmente da semba, che nel dialetto angolano kimbundu significa “panciata”, per il modo sinuoso in cui si ballava; lo stile musicale nasce in Brasile ma è fortemente influenzato dalle tradizioni afroamericane, in origine, infatti, era una danza propiziatoria ballata nell’Angola portoghese in cui, attraverso movenze frenetiche, si invocava il favore delle divinità e la fertilità.
Un tempo gli schiavi deportati dall’Africa occidentale per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, approdavano in Brasile al porto di Salvador, capitale dello Stato di Bahia, luogo in cui si è creata una delle più importanti comunità afroamericane del Sud America. È qui che gli studiosi hanno identificato il luogo d’origine del samba. La diffusione di questo ballo si lega profondamente al candomblé, la religione afrobrasiliana basata su una fusione tra religioni africane e cattolicesimo, o meglio, nata dall’in-
L’ALTRA VICENZA
contro di varie etnie sottoposte a una cristianizzazione forzata e dunque costrette a nascondere le loro credenze d’origine.
Inizialmente questa danza aveva una natura prevalentemente religiosa e spirituale, nel tempo poi se n’è distaccata, tanto che, a partire dalla fine dell’800, diventò una sorta di emblema che la popolazione brasiliana di colore usò per affermare la propria identità; a causa dell’estrema povertà delle popolazioni emigrate, i sambisti furono spesso oggetto di pregiudizi da parte dei ceti più abbienti della società e perseguitati dalle forze di polizia.
Alla sua formazione contribuirono le tradizioni musicali di varie etnie africane, soprattutto yorubà e nagó; nel samba originario troviamo mescolati i ritmi delle liturgie di varie divinità appartenenti alle religioni dei popoli africani: jongo, catereté, batuque, baião e altri.
In origine si distinguono diversi tipi di samba accomunati dal ritmo molto veloce e dagli strumenti musicali utilizzati: bonghi, cembali, sonagli, tamburi, chitarre e diverse percussioni. Esistevano al tempo il samba di Bahia, quello di San Paolo e quello di Rio de Janeiro; sarà quest’ultimo a prevalere, legandosi alla popolarità del celebre Carnevale. Almeno fino alla fine degli anni Venti, fu una manifestazione riservata alle élite borghesi: i sambisti delle favelas iniziarono a parteciparvi per fare rumore e “rovinare” il divertimento dei bianchi. Ancora oggi durante il Carnevale, le principali scuole di samba della città organizzano sfarzose parate che terminano nel Sambodromo, una sorta di stadio che dal 1984 ospita una competizione di balli, al termine della quale una sola scuola viene eletta vincitrice.
Solo nel 1917, con l’incisione del primo disco “Pelo Telefone”, samba divenne il termine ufficiale per definire questo tipo di musica; registrato da Donga (Ernesto dos Santos) e Mauro Almeida, il disco ha avuto successo, portando il nuovo genere fuori dai ghetti. Nel 1929, con il grande successo di un’altra canzone intitolata “Ai jojô“, il samba fu eletto inno nazionale. Il samba si insediò sui morros (colli) di Rio, dando vita alle escolas di samba, di cui la più famosa è la Mangueira, in cui ha studiato anche il più grande
sambista popolare, Angenor de Oliveira (noto come Cartola perché portava un cappello di carta durante il suo lavoro di muratore).
Dopo la radio, il samba si diffuse anche al cinema: in particolare due furono i film che esportarono il simbolo del folklore brasiliano anche al di fuori dal Paese: “Flying Down to Rio” (1933) con Dolores del Rio e Fred Astaire, e “That Night in Rio” (1941) con Carmen Miranda, ballerina che contribuì alla notorietà internazionale del ballo. In Europa si è diffuso dopo la Seconda guerra mondiale.
Il samba fu inserito nelle danze da competizione all’interno della disciplina dei balli latino-americani solo dopo aver acquisito una forma compiuta: l’addolcimento sul piano musicale con la diminuzione del numero di battute al minuto e la codificazione in figure adeguate alla velocità. È caratterizzato da un ritmo sincopato e discontinuo e tuttora rappresenta l’anima allegra e festante del Brasile grazie alle sue vivaci movenze.
Il Brasile è una nazione a maggioranza cattolica, in cui l’astinenza quaresimale è molto sentita. Il Carnevale rappresenta una sorta di “saluto” ai piaceri della carne - il culmine della festa è infatti il martedì grasso, in vista dei successivi 40 giorni di digiuno Quaresimale.
Le origini del Carnevale risalgono agli anni Trenta dell’Ottocento quando la borghesia di Rio de Janeiro importò dall’Europa l’usanza di organizzare balli e feste mascherate in occasione dei giorni che precedevano il mercoledì delle ceneri, una pratica già frequente in particolare in Italia e in Francia.
A fine secolo vennero costituite le prime cordões (“corde” in portoghese), gruppi di gente che sfilava per le strade suonando e ballando. Ogni quartiere ha un suo blocos, ovvero gruppi di persone che partecipano alla festa con tamburi e ballerine, ognuno con propri usi e tradizioni.
Carnevale al freddo? No, nel mese di febbraio Rio de Janeiro è caratterizzata da un clima caldo con temperature che oscillano tra i 22°C e i 35°C, rendendolo uno dei mesi più caldi dell’anno.
Teatro Popolare Veneto 2026: torna la itineranterassegna del teatro amatoriale vicentino
31sima edizione della rassegna organizzata da FITA Vicenza con il patrocinio della Provincia di Vicenza, della Rete
Biblioteche Vicentine e
in collaborazione con i Comuni ospitanti
di Edoardo Pepe
È in arrivo la 31ª edizione di “Teatro Popolare Veneto”, la storica rassegna annuale curata da FITA Vicenza con il patrocinio della Provincia di Vicenza, della Rete Biblioteche Vicentine e la collaborazione dei Comuni ospitanti. Il calendario 2026 prenderà il via in primavera e proseguirà fino all’autunno, confermando la natura diffusa e itinerante della manifestazione, che attraverserà numerosi centri della provincia. Un format ormai consolidato, che punta a replicare e, se possibile, ampliare i risultati dell’edizione precedente, quando la rassegna ha coinvolto 30 Comuni vicentini.
Il riscontro di pubblico registrato nel 2025 ha infatti rilanciato con forza l’iniziativa, capace di attirare spettatori diversi per età e interessi, provenienti da tutto il territorio. Un segnale chiaro di come il teatro amatoriale continui a essere un presidio culturale vivo, partecipato e riconoscibile, in grado di animare sale, teatri e spazi comunitari, mantenendo un legame diretto con le persone.
«I propositi di quest’anno – spiega Davide Berna, delegato FITA Vicenza all’organizzazione della rassegna – sono quelli di riconfermare il successo del 2025 e, se possibile, superarlo, continuando a valorizzare le compagnie del territorio e portando il teatro direttamente nelle comunità».
Sulla stessa linea Renato Poli, presidente di FITA Vicenza, che sottolinea la vitalità ritrovata del movimento: «Il teatro amatoriale vicentino era dato per moribondo dopo il Covid e invece è risorto, anzi è esploso. I teatri si riempiono perché il teatro è forza di vita, di passione, di condivisione. È un linguaggio che continua a parlare di emozioni alle persone».
Anche la Provincia di Vicenza conferma il proprio sostegno, rimarcando il valore sociale dell’iniziativa: «Un sostegno convinto a una rassegna che incarna perfettamente l’idea di una cultura diffusa e accessibile a tutti – afferma la dottoressa Maria Cristina Franco, delegata alla Cultura della Provincia di Vicenza –. Vedere come Teatro Popolare Veneto riesca a coinvolgere decine di Comuni, portando la passione del teatro direttamente nelle piazze e nei teatri di tutta la provincia, è il segno di un territorio vivo e profondamente legato alle proprie radici. La Provincia è da sempre a fianco di Teatro Popolare e sempre lo sarà, perché questa rassegna non è solo spettacolo, ma un fondamentale strumento di aggregazione sociale e di valorizzazione delle nostre eccellenze locali».
Con la formula itinerante e l’attenzione alla qualità delle proposte, “Teatro Popolare Veneto” si conferma quindi tra gli appuntamenti più significativi del panorama culturale provinciale: una rassegna capace di tenere insieme tradizione, passione e partecipazione.
'Civico 21'' de Gli Scordati
01/03/2026
Compagnia LA RINGHIERA APS
CALENDARIO EVENTI FITA VICENZA
MARZO 2026
“FINCHE’ MORTE NON CI SEPARI” di Remi de Vos – regia di Riccardo Per raro Vicenza (VI)
05/03/2026
Compagnia NAUTILUS
“ARTEMISIA GENTILESCHI. IL PROCESSO” regia di Valentina Ferrara Padova (PD)
06/03/2026
Compagnia L’ARCHIBUGIO
“AMLETO” di W.Shakespeare (adattamento Marco Mattiazzo) – regia di Giovanni Florio Padova (PD)
07/03/2026
Compagnia LA TRAPPOLA
“TI UCCIDERO’ FINO A FARTI MORIRE” di Valerio di Piramo – regia di Pino Fucito Vicenza (VI)
07/03/2026
Compagnia PIOVENE TEATRO 94
“SCRIVEME DE SCONDON.IT” di Loredana Cont – regia di Franco Cabrello Chiuppano (VI)
08/03/2026
Compagnia TEATRIS
“LA MARIA ZANELLA” di Sergio Pierattini – regia di Maurizio Panici Marostica (VI)
08/03/2026
Compagnia LA TRAPPOLA
“DONNE SUL FILO” di Maddalena Galvan – regia di Maddalena Galvan Grezzana (VR)
13/03/2026
Compagnia NAUTILUS
“QUATTRO DONNE E UN BASTARDO” di P. Chesnot – regia di Daniele Berardi e Piergiorgio Piccoli Orgiano (VI)
14/03/2026
Compagnia TEATRIS
“EDUCANDO RITA” di Willy Russell – regia di Maurizio Panici Cartigliano (VI)
14/03/2026
Compagnia L’ARCHIBUGIO
“CYRANO DE BERGERAC” di Edmond Rostand – regia di Giovanni Florio Brivio (LC)
15/03/2026
Compagnia LA BOTTEGA DEL TEATRO “CENERENTOLA” adattamento e regia di Stefano Capovilla Villafranca Padovana (PD)
20/03/2026
Compagnia ASTICHELLO
“DIVORZIO CON SORPRESA” di Antonio Stefani – regia di Aldo Zordan Torrebelvicino (VI)
20/03/2026
Compagnia L’ARCHIBUGIO
“AMLETO” di W.Shakespeare (adattamento Marco Mattiazzo) – regia di Giovanni Florio Orgiano (VI)
21/03/2026
Compagnia AMICI DEL TEATRO REMONDINI
“QUANTA FADIGA PAR FARE UN FIOLO” di Camillo Vittici – regia di Marco Padovan Romano d’ezzelino (VI)
22/03/2026
Compagnia LA BOTTEGA DEL TEATRO “CENERENTOLA” adattamento e regia di Stefano Capovilla - Dueville (VI)
22/03/2026
Compagnia AMICI DEL TEATRO DINO MARCHESIN - “NON E’ IL MOMENTO” di Florian Zeller - regia di Marco Barbiero - Noventa Vicentina (VI)
28/03/2026
Compagnia LA TRAPPOLA
“TI UCCIDERO’ FINO A FARTI MORIRE” di Valerio di Piramo – regia di Pino Fucito - Rasai (BL)
28/03/2026
Compagnia AMICI DEL TEATRO DINO MARCHESIN
“NON E’ IL MOMENTO” di Florian Zeller – regia di Marco Barbiero Noventa Vicentina (VI)
28/03/2026
Compagnia L’ARCHIBUGIO
“AMLETO” di W.Shakespeare (adattamento Marco Mattiazzo) – regia di Giovanni Florio Mogliano Veneto (TV)
28/03/2026
Compagnia PIOVENE TEATRO 94
“SCRIVEME DE SCONDON.IT” di Loredana Cont – regia di Franco Cabrello Torrebelvicino (VI)
29/03/2026
“LA BELLA E LA BESTIA” adattamento e regia di Stefano Capovilla - Vicenza (VI)
29/03/2026
Compagnia LA FAVOLA
“TUTTI IN VIAGGIO CON NESSUNO” regia di Maddalena Galvan,Francesca Pozza, Federico Boaria - Vicenza (VI)
I 118 stranieri del Vicenza in oltre un secolo di storia
Il primo fu l'inglese Meacham nel 1921 (a quasi 20 anni dalla fondazione del club), gli ultimi due il danese Stuckler e l'albanese Rada, debuttanti in questa stagione e tra i protagonisti della cavalcata biancorossa. Il Paese più rappresentato è il Brasile con 14 giocatori schierati, tra cui l'attaccante Luis Vinicio che vanta il record di gol (69)
È un vero e proprio "esercito" - composto da 118 elementi - quello dei calciatori stranieri che nella storia hanno vestito la maglia biancorossa: la statistica ufficiale comprende quei giocatori che hanno totalizzato
almeno una presenza in campionato (eventualmente anche di pochi minuti), mentre sono esclusi quanti, pur inseriti nella "rosa" ufficiale, sono andati in panchina ma poi non sono mai scesi in campo. Esclusi dallo "status di biancorosso" anche coloro che hanno disputato sola -
mente partite di Coppa Italia o altre manifestazioni ufficiali, così come le amichevoli di vario livello. Esclusi anche i giocatori che hanno militato a lungo nelle giovanili, arrivando a giocare in Primavera e poi aggregati alla prima squadra, senza tuttavia debuttare.
INGLESE IL PRIMO STRANIERO
L'A.C. Vicenza fu fondato nel 1902 ma per vedere schierato il primo straniero fu necessario aspettare un ventennio (periodo nel quale i tornei italiani furono sospesi dal 1915 al 1919 a causa della Grande Guerra), esattamente nella stagione 1921-1922, quando nell'allora A.C. Vicenza, che partecipava al campionato di Prima Divisione, militò l'inglese Arthur Meacham, nato a Durham nel 1897. Per registrare in squadra ulteriori stranieri fu necessario attendere un altro triennio per l'esordio, nell'annata 19241925, di due ungheresi, Molnar e Umberto Horwart, con la squadra biancorossa nel frattempo retrocessa in Seconda Divisione. Ungherese fu anche il quarto straniero, un personaggio che in qualche modo ha scritto la storia non solo del calcio vicentino ma anche mondiale: Erno Erbstein, che giocò solamente nella stagione 1925-1926, per poi morire tragicamente un quarto di secolo dopo nella strage di Superga il 4 maggio 1949 che provocò 31 vittime. Nel "Torino degli Invincibili" ricopriva il ruolo di direttore tecnico.
RECORD BRASILIANO È il Brasile, con 14 giocatori schierati, il Paese più rappresentato nella storia biancorossa. Il primo in assoluto fu l'attaccante Amèrico Murolo che assieme al romeno Norberto Hofling formò la coppia straniera della stagione 19551956, nel primo anno di serie A dopo la nascita del Lanerossi Vicenza, che l'anno precedente aveva vinto il torneo di serie B, dove invece non si potevano schierare elementi provenienti dall'estero. L'ultimo brasiliano in ordine di tempo è stato invece Ronaldo Pompeu da Silva, conosciuto semplicemente come Ronaldo, che ha concluso la sua avventura alla fine del campionato scorso. Ad un altro giocatore di questo Paese, l'attaccante Luis Vinicio, spetta invece il record di goleador dei nostri stranieri, con 69 reti realizzate.
SONO 22 GLI STRANIERI DELL'ERA FAMIGLIA ROSSO
Giocatore Paese Stagioni
Ardit Gashi Kosovo 1 (2018-2019)
Rachid Arma Marocco 2 (18-19, 19-20)
Federico Scoppa Argentina 2 (19-20, 20-21)
Jari Vandeputte Belgio 2 (19-20, 20-21)
Lamin Jallow Gambia 1 (2020-2021)
Nahuel Valentini Argentina 1 (2020-2021)
Janio Bikel Portogallo 1 (2021-2022)
Charles Boli Francia 1 (2021-2022)
Alessio Da Cruz Olanda 1 (2021-2022)
Sebastien De Maio Francia 1 (2021-2022)
Jordan Lukaku Belgio 1 (2021-2022)
Anthony Taugourdeau Francia 1 (2021-2022)
Lukasz Teodorczyk Polonia 1 (2021-2022)
Tjas Begic Slovenia 1 (2022-2023)
Maissa Ndiaye Senegal 1 (2022-2023)
Franco Ferrari Argentina 3 (2022/2025)
Kaleb Jimenez Spagna 2 (22-23, 23-24)
Ronaldo Pompeu Brasile 3 (2022/2025)
Vladimir Golemic Serbia 1 (2023-2024)
Maxime Leverbe Francia 2 (24-25, 25-26)
David Stuckler Danimarca 1 (2025-2026)
Arman Rada Albania 1 (2025-2026)
STRANIERI DELL'ERA DIESEL Sono invece 22 - riepilogati nella tabella a pagina XV - i giocatori stranieri dell'era Diesel, cioè da quando la famiglia Rosso, alla fine di maggio 2018, ha rilevato il club dal tribunale di Vicenza, che l'aveva dichiarato fallito nel gennaio dello stesso anno. Il primo dell'attuale dirigenza è stato il kosovaro Ardit Gashi, che l'anno prima giocava nel Bassano Virtus e che assieme a mister Giovanni Colella (che sedeva sulla panchina giallorossa) e ad altri compagni - tra cui Loris Zonta, tuttora protagonista nel "Lane", Leonardo Zarpellon e capitan Nicola Bizzotto - passò dalle sponde del fiume Brenta a quelle del Bacchiglione. L'anno successivo sono invece arrivati l'argentino Scoppa e il belga Vandeputte, con quest'ultimo tra i protagonisti della promozione in B della squadra allenata da Mimmo Di Carlo. Campione d'inverno e poi in testa alla classifica del girone B con +4 sul Carpi al momento dell'interruzione a metà febbraio (era la 27a giornata) causata dalla pandemia di Covid-19, l'8 giugno 2020 il consiglio federale della Figc ha ufficializzato la promozione del L.R. Vicenza tra i cadetti, insieme a quelle di Monza e Reggina, capoliste rispettivamente nel girone A e C, con un vantaggio sulle inseguitrici superiore al Vicenza. La quarta promossa è stata la Reggiana, vincitrice dei play-off conclusi ad agosto.
PROTAGONISTI RECENTI Tornando all'attuale torneo, nella statistica evidenziata nella stessa tabella, emerge come negli ultimi tre-quattro anni gli stranieri approdati a Vicenza hanno avuto un'importante rilevanza sotto il profilo tecnico: tra loro il già citato regista brasiliano Ronaldo e il bomber argentino Franco Ferrari (quest'ultimo dotato peraltro di doppio passaporto) che hanno militato entrambi per tre stagioni di fila, dall'estate 2022 al giugno 2025, ma un valore aggiunto alla difesa l'hanno portato Vladimir Golemic nella stagione 2023-2024 e poi l'anno successivo Maxime Leverbe, arrivato proprio per sostituire il serbo, costretto ad uno stop forzato dalla commissione medica sportiva. Gli ultimi due nella storia, rispettivamente il 117° e il 118°, sono il danese David Stuckler e l'albanese Arman Rada, debuttanti in questa stagione e tra i protagonisti, sino a questo momento, della "cavalcata" in testa alla classifica.
SUCCESSE A... FEBBRAIO
Milan-Vicenza 2-4: in campo nel 1945-'46 dopo la Guerra
C.R. Nell'agosto 1945, a pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra mondiale ma ad armi ancora spianate sui mari del Pacifico, l'A.C. Vicenza apprende di partecipare al girone unico Alta Italia di serie A, con il titolo poi vinto nelle finali nazionali dal Torino degli Invincibili, capace di conquistare 5 scudetti di fila sino alla tragedia di Superga nel maggio 1949. In quella complicata stagione, con l'Italia in parte ancora distrutta e problemi economici per il club, la squadra biancorossa, che vede alternarsi in panchina ben tre allenatori (Spinato, Rossi e Vecchina), compie una grande impresa il 3 febbraio 1946 quando espugna l'Arena con un roboante 4-2 in casa del Milan. Grande protagonista la mezzala Adriano Bassetto (a fine campionato bomber della squadra con 9 reti) che in meno di un'ora realizza una tripletta, con gol al 7', 18' e al 3' della ripresa. Dopo la rete al 68' di Granata la formazione berica chiude i conti appena 1' dopo con Marchetti su assist di Quaresima. Il Vicenza conclude il torneo con un onorevole 11° posto a 20 punti, frutto di 8 vittorie, 4 pareggi e 14 sconfitte.
Adriano"Nane"Bassettodagiovaneconildirigente Morando nel Vicenza
Centro Culturale Andrea Palladio:
in
giro per Vicenza e dintorni per scoprirne anche i volti meno noti e che non c’è solo il grande architetto.
Quando le strade di VicenzaPiù e del Centro Culturale Andrea Palladio si sono incrociate, è stata subito scintilla. Quella del fuoco ardente della cultura, ma una cultura che sia davvero per tutti. L’obiettivo di entrambi, infatti, è portare i vicentini a conoscere meglio Vicenza e apprezzare la propria erba più di quella del vicino. Tanto più che non parliamo di un semplice prato, ma di un parco immenso, variegato e verde come pochi altri al mondo.
L’associazione, fondata e presieduta da Massimiliano Rossato, è una realtà giovane ma già consolidata nella promozione del territorio. Organizza regolarmente visite guidate, sempre particolari e curiose. Senza trascurare i grandi classici (che però tiene a proporre sotto luci diverse), invita a scoprire altri siti, quelli che nemmeno sappiamo esistere, quelli cui non abbiamo mai fatto caso o quelli che abbiamo sotto casa e proprio per questo… “ci andremo un’altra volta”.
Non di rado, associandosi al CCAP, si ha l’occasione inoltre di accedere a ville, palazzi e altri monumenti normalmente non visitabili.
Le proposte culturali del centro hanno un’impronta si storica e architettonica, ma con un approccio semplice e coinvolgente, condito più che di noiose date, di dettagli curiosi, aneddoti e fatti di cronaca. Il tutto servito in un mix accessibile e gradevole a tutti, a prezzi calmierati, che ha il pregio di tramandare non solo la storia, ma anche la tradizione vicentina e veneta. Ecco il calendario di marzo, con un’anticipazione: non mancheranno mai sorprese e novità dell’ultimo minuto, oltre a una copia di cortesia della nostra rivista…
Domenica 1 marzo ore 10:00
Le famiglie nobili vicentine tra perversioni, vizi e potere
Inconsueto viaggio culturale indagando sui segreti e curiosità delle più famose famiglie blasonate che fecero la storia della città. Con guida esperta. Teatro Olimpico e Palazzo Chiericati.
Domenica 8 marzo ore 14:30
Villa Trissino Marzotto a Trissino
Visita esclusiva alla residenza della famiglia Marzotto, normalmente chiusa al pubblico.
Con guida esperta. Si visita l'intero complesso interno con preziosi arazzi del 500 e le sale padronali.
Domenica 15 marzo ore 10:00 e ore 15
Villa Da Porto Barbaran a Montorso
Splendida location dove Luigi da Porto trasse ispirazione e scrisse la celebre Romeo e Giulietta.
Con guida esperta. Si visitano l'intero complesso e i misteriosi sotterranei. Al termine, aperitivo con prodotti locali.
Domenica 22 marzo ore 10:00 e ore 15
Visita esclusiva. Si visitano parte degli interni del celebre palazzo in corso Palladio, accompagnati dai proprietari. In alta esclusiva, anche gli antichi sotterranei di origine romana, MAI aperti al pubblico.
Domenica 29 marzo ore 15:00
Primavera in Rotonda
Visita ai Giardini Monumentali, agli interni della villa, al Parco Storico e alle antiche scuderie.
Con guida esperta.
Per dettagli, iscrizioni e prenotazioni: cell. 339 3693377 ùcentroculturaleap@gmail.com
Mica solo a Carnevale lo sgarro vale. Ricettina (non obbligatoriamente) light.
Lighteppurebuonissimo
di F.Z.
Smaltiti i bagordi delle Feste, siamo subito caduti nelle dolci tentazioni del Carnevale... Frittelle, crostoli, castagnole varie (ed eventuali) ci strizzavano l’occhio dalle vetrine di panifici e pasticcerie che ancora nella credenza campeggiavano avanzi di torrone, mandorlato, pandoro e panettone. D’altro canto, anche nei supermercati questi ultimi ormai convivono con i dolci di Carnevale e questi a loro volta con uova di Pasqua e Co-
lombe… è una congiura. E se con uno sforzo, ripensando a quella vecchia pubblicità “mi vuoi tutta ciccia e brufoli?” ci siamo magari imposti di rinunciare ai cioccolatini di San Valentino, è difficile che il caro, intramontabile (qualcuno sostiene persino sano) fritto possa non averla avuta vinta su di noi.
Insomma, se sui vostri fornelli è rimasta ancora una bella pentola profonda colma di olio, che ha da poco smesso di avviluppare frittelle e crostoli ed è pronto ad accogliere
anche specialità salate, siete autorizzati a cedere, ancora una volta. Quello che sto per proporvi, infatti, è un riciclo light, in friggitrice ad aria, ma siete liberissimi, nel segreto delle vostre cucine, di friggerlo e tanti saluti (alla salute?) Eccoci qua. Come sempre potete sostituire gli ingredienti, che io ho attinto dal reparto Persi & Ritrovati del mio frigorifero, con quello che è avanzato a voi o comunque con quello che più vi stuzzica. Lo scopo di questa rubrica è puramente esemplificativo
Finquituttomoltosano...
otteneredellesfogliesottili
Arrotolarebenstrettoeimpanare
ed eventuali riferimenti ad avanzi veramente esistiti è puramente casuale… Questa volta la sfida è partita da pane da tramezzini acquistato in (troppa) abbondanza con le fantastiche Magic Box dell’app antispreco Too Good To Go (traduzione: troppo buono per buttarlo) di cui faccio ampio uso (abuso, secondo la mia famiglia) con grande soddisfazione, ma soprattutto con grande gioia del pianeta e del mio portafoglio. In frigo invece, ecco qualche fetta di bresaola (che ho fatto marinare qualche minuto in olio e limone), un mozzicone nemmeno troppo piccolo di formaggella e un paio di pugni di verdura mista saltata in padella. Infine, un po’ di meraviglioso purè di piselli profumato alla menta che ho imparato a fare da una cara cugina, che però inorridisce all’idea che io usi accompagnarlo all’agnello… Agnello, comunque, non pervenuto, visto che i miei la pensano diversamente dalla sopra citata cugina e se lo sono spazzolato tutto.
L’ALTRA VICENZA XIX
Inumidireeappiattireilpanefinoa...
Farcire,lasciandouncentimetroliberoinfondo
Lightononlight?Avoil'arduasentenza
Tornando alla ricetta, ho inumidito le singole fette di pane con un pezzo di carta da cucina bagnata e ben strizzata, quindi le ho appiattite con un mattarellino. Su ognuna ho messo le verdure (in alcune il misto saltato, nelle altre il purè di piselli, ma si possono mettere entrambi contemporaneamente), il formaggio a fettine e la bresaola. Ho infine arrotolato stretto e, bagnando con un po’ d’acqua l’ultimo centimetro di pane, sigillato gli involtini.
A questo punto scatta l’operazione cotoletta: farina, uovo e pan grattato, che io ho corretto con erbe aromatiche secche e un po’ di grana grattugiato. Disposti i roll in una teglia, li ho conditi con un filo d’olio evo e li ho cotti in friggitrice ad aria (ma anche il tradizionale forno andrà benissimo) a 200° per una decina di minuti per lato.
Una bontà ma -lo so, lo so- se accenderete il fuoco sotto quella famosa pentola di olio che ammicca dal fornello, sarà goduria pura. Mica solo a Carnevale lo sgarro vale.
Da oltre 40 anni, Serenissima Ristorazione è un punto di riferimento nella ristorazione collettiva, con un impegno costante nell’offrire un servizio che unisce qualità e benessere nutrizionale. Grazie all’adozione di tecniche di cottura innovative, Serenissima garantisce piatti sani e sicuri, con un’attenzione particolare alla sicurezza alimentare e alla sostenibilità ambientale. Non solo esaltando i sapori autentici della tradizione, ma mettendo al centro le esigenze di una corretta e sana alimentazione, per offrire un’esperienza gastronomica completa e responsabile.