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…poi ti volti a guardarli, e non li trovi più… Ok, nel Buffalo Bill del Principe erano 20 gli anni, noi oggi qualcuno in più, una decina, mica briciole! Ebbene sì sono 30, sono tre decenni, 6 lustri a raccontare questa incredibile città in presa diretta col futuro, senza mai compiacersi di alcunché, sempre in tensione viva a contatto con l’elettricità che solo una cultura con così mille, vibranti volti può regalare. Non ci è mai piaciuto celebrarci, tantomeno ora, oggi, che sappiamo assai più di quei giorni di fine maggio 1996 in cui tutto ebbe origine chi siamo, che cosa facciamo, che cosa desideriamo, che cosa vorremmo che fosse il nostro mondo in una direzione ancora più viva ed emozionante. Quindi non lo faremo, o meglio, non lo facciamo e non lo faremo in maniera meccanica, codificata. Per cui, ecco, i nostri 30 anni che dureranno un anno ci piace iniziare a festeggiarli così, sobriamente, sempre però lavorando con l’immagine, che per noi conta in quanto contenuto, in quanto tratto identitario che va a completare, a valorizzare in maniera vitale i contenuti editoriali che a noi non mancano proprio direi, giusto? Quindi eccoci qui, in questa prima pagina di auguri allo specchio, che vuole solo essere un là di un percorso lungo un anno in cui qualcosa semineremo, qualcosa ci inventeremo, magari sorprendendoci e sorprendendovi. E comunque quale miglior inizio di un compleanno così rotondo che un numero di questo livello? Credo che sia questo il miglior regalo che possiamo farvi e farci. Per ora. Vi sembra poco? Il resto…chissà…


di Massimo Bran
In chiave minore. Al di là del rimando diretto allo spartito musicale, non potevamo chiedere di meglio a Koyo Kouoh che queste parole, che questo gentile, radicalmente gentile titolo, In Minor Keys, per una Biennale Arte che nel bel mezzo di questa tempesta anarcoide e brutale che investe il mondo suggerisce tempi profondi e lunghi di conoscenza, semanticamente opposti alla furia ignorante e criminale con la quale un branco di inguardabili autocrati stanno stuprando la nostra terra e il nostro tempo presente. Siamo un po’ tutti stanchi di parole, parole e ancora parole; anche perché finiscono a un certo punto per mancare di fronte al vuoto inaudito riempito di violenza e ridicolo machismo da questi quattro ceffi, che con quel loro vocabolario crasso e povero si prodigano a giustificare, a legittimare atti ottusi e terribili che ci stanno vorticosamente facendo regredire agli anni ‘30, al buio da cui pensavamo di essere definitivamente usciti.
Una Biennale che naturalmente non poteva passare indenne attraverso il tunnel che ci ha condotto a questo presente assurdo ed ingestibile, in cui tutto e il contrario di tutto in un nanosecondo può accadere, concretamente, lasciandoci, per l’appunto, senza più parole. E però troviamo davvero poco utile, e ancor meno interessante, star qui a interrogarci sulla mossa oggettivamente discutibile, a dir poco discutibile, di reinvitare un padiglione russo alla cui guida figurano soggetti dalla acclarata fedeltà e aderenza alla linea governativa criminale di Putin (del resto come immaginare qualcosa di diverso?), così come troviamo altrettanto inutile star qui ad arrovellarci sull’ultima decisione presa dalla giuria di escludere non solo la Russia, ma anche Israele dal novero dei candidati ai premi per le Partecipazioni Nazionali. (Giuria, veniamo a sapere ora mentre stiamo chiudendo il numero, dimessasi in blocco!). Non perché i fatti in sé non abbiano una loro rilevanza perlomeno simbolica, ma diciamo pure politica, di grande peso; ce l’hanno eccome. Ragion per cui potremmo quindi star qui a fare i nostri motivatissimi distinguo, primo fra tutti il fatto che se è vero come è vero che il governo israeliano si è macchiato di crimini a dir poco sproporzionati in qualità di reazione al criminale pogrom di Hamas del 7 ottobre, è altrettanto indubitabile che la società civile israeliana, nonostante questa spaventosa regressione prodotta da Netanyahu e dai suoi truci ministri estremisti, non può in nessun modo essere paragonata a quella russa o a quella di qualsiasi altra autocrazia o dittatura che dir si voglia, dato che quella società, quel sistema, tutelano ancora voci critiche, media indipendenti, parlamentari liberi di opporsi a questa brutale deriva regressiva. Il che può addirittura rappresentare un’aggravante, dato che a questo punto si potrebbe tranquillamente affermare, vero com’è vero, che un sistema democratico non garantisce affatto in sé e per sé l’incontemplabilità di poter essere guidato da un governo capace di crimini contro l’umanità tanto quanto è brutalmente capace di fare, senza alcuna voce di opposizione interna libera di esprimersi, un regime dittatoriale. E però, ci viene infine da dire, a che pro con-
tinuare a spendere parole su parole attorno a questo caos, attorno a questa maionese impazzita? Parole che non servono davvero più a niente se non a dare ulteriore cittadinanza a posizioni, atti, idee fuori da ogni recinto minimo di umana civiltà. Ecco allora che l’unica vera arma per opporsi a questo declivio è il pensiero, lo scavo, lo sforzo e direi ancor di più il piacere di andare a scoprire pezzi di mondo, radici culturali, forme espressive le più delle quali sino ad ora rimaste escluse, estranee dal cuore pulsante del mondo che “conta”, soprattutto i denari verrebbe da dire. Sono già tre, quattro Biennali, tra Arte ed Architettura, che curatori provenienti da realtà e continenti non epicentrici stanno squarciando in maniera netta e lucida il velo che ha sempre “protetto” il nostro mondo occidentale dalle incursioni delle periferie del Pianeta. Per secoli fatte vassalle, marginalizzate, spesso da noi e a noi raccontate solo nei loro profili folcloristici, quasi che le loro espressioni, i loro linguaggi artistici fossero niente più che delle evidenze per così dire esotiche, di colore, o bene che andasse delle mere fonti di ispirazione da tradurre in arte dagli artisti del cosiddetto primo mondo. Ebbene, al di là degli esiti, talvolta profondamente incisivi, talaltre magari un po’ troppo ostaggio di un certo meccanico politically correct, oggi possiamo proprio dire che il re è nudo perché il velo è davvero venuto giù. E nudo oggi si dispone verso altri mondi, orizzontalmente mischiandovisi, in un dialogo tra pari nel segno di un autentico, concreto meticciato che è il vero, unico, sensato atto di risposta, di ribellione a questo anacronistico quanto straordinariamente violento rinculo poli-imperialistico che oggi ci umilia col suo profumo di stantio, di carne avariata, putrefatta. Un ritorno verticale al passato dal domani inservibile. Per cui, ecco, sottrarsi all’immediatezza di un confronto dialetticamente impossibile con tale mostruosità è l’unica possibilità per costruire un altro, immediato futuro, il tutto attraverso il formidabile strumento della curiosità, libera, aperta, profonda. L’arte a che serve se non a questo? E non si pensi che essa sia solo materia per pochi, per sparute nicchie da ZTL. Certo, lo è anche e lo sarà sempre, figuriamoci. Ma sbaglia chi sottovaluta la capacità dei linguaggi artistici di saper penetrare più a fondo nei molteplici strati delle nostre società. Nell’immediato non ce ne accorgiamo, eppure il tempo spesso ci di dice che sono proprio gli artisti, nei diversi loro media espressivi, a produrre i più profondi slittamenti culturali e di costume verso il futuro, quello più intrigante, contaminato, intellettualmente ricco.
Ecco, dalla Biennale questo ci aspettiamo e vogliamo: viaggiare nelle pieghe del mondo disvelandone tratti inediti, talvolta addirittura epifanici, emancipandoci dalla verbosità compulsiva e brutale di questo malato tempo cercando di guarirlo arricchiti di nuove energie, ispirazioni, immergendoci in antiche e sconosciute radici, capaci, nel loro rigenerarsi contemporaneo, di fornirci nuove visioni, nuovi percorsi, vitali e immaginifici.
Ccoverstory (p. 16 ) Intervista Kimiko Yoshida incontri (p.20 ) Emilia Kabakov – Diario veneziano | Chiara Camoni – Padiglione Italia arte (p.34 ) 61. Biennale Arte – In Minor Keys | Koyo Kouoh | In Minor Books | Short talks: Nolan Oswald Dennis, Mohammed Joha, Nina Katchadourian, Natalia Lassalle-Morillo, Manuel Mathieu, Avi Mograbi, Alan Phelan, Raed Yassin | National Participations: Qatar – Intervista Tom Eccles, Argentina, Finlandia, Gran Bretagna, Grenada, Guatemala, El Salvador, Cina, Irlanda, Polonia, Santa Sede, Senegal, Spagna, TimorLeste | Collateral Events: Lee Ufan, Su Xiaobai, Jacone’s Polyphony Exhibition from Macao | Not Only Biennale: Marina Abramovic´, Jenny Saville, Lorna Simpson, Marinella Senatore, Natasha Tontey, Shirin Neshat, Dayanita Singh, Lore Bert, Peggy Guggenheim a Londra, Patrick Mimran, JR, Canicula, Fondazione Prada, Michael Armitage, Fondazione Querini Stampalia, Joseph Kosuth, Anish Kapoor, Shim Moon Seup, Georg Baselitz, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Fondazione Dries Van Noten, Palazzo delle Arti e delle Culture, ECC – European Cultural Centre Italy, Ocean Space, Patrick Saytour, Barry X Ball, Paulo Nazareth, Laura Mega / Daniel Pešta, François Reboul, Marcello Martinez-Vega, Du Hai Jun, Mel Ramos, Intervista Michèle Roche, Roland Dufau, Reza – Fondation Bru, Chihuly, Tony Cragg, Le Stanze del Vetro, Venezia e la Fotografia, Art Night Venezia, Intervista Gloria Beggiato – Hotel Metropole biennaleteatro (p. 100 ) 54. Biennale Teatro. ALTER NATIVE | Leoni: Intervista Emma Dante e Mario Banushi | Omaggio a Bob Wilson | Satoshi Miyagi | Intervista Dorcy Rugamba | Lemi Ponifasio | Bumi Purnati Indonesia | Sharmila Biswas | Intervista Davide Iodice | Christos Stergioglou / Alexandros Drakos Ktistakis | Angélique Kidjo | Jacopo Giacomoni / Silvia Costa | Alberto Colombo Sormani | Davide Pascarella / Alessandro Businaro | Bruna Bonanno / Motus | Progetto Scuole di Teatro musica (p. 134 ) Ute Lemper | Bugge Wesseltoft | Andrea Sabatino | Glauco Venier | Jaques Morelenbaum | Amaranta Festival | Riccardo Cocciante | Andrea Bocelli | Claudio Baglioni | Tigran Hamasyan | LP - Long Playing | InOut – Musica in Corte | Giovanni Dell’Olivo | Bissuola Live | BLive Summer | Tiziano Ferro | Gianni Morandi | Patty Pravo | Tredici Pietro | Pinguini Tattici Nucleari | David Byrne | Sherwood Festival | Centrodarte | Vicenza Jazz classical (p. 154 ) Carmen | Tom Koopman | John Axelrod | Corrado Rovaris | Venere e Adone | Musikàmera | Landscapes | Palazzetto Bru Zane | Musica a San Giorgio | Arena di Verona theatro (p. 164 ) Martha Graham Dance Company | Intervista
Antonella Abbondanza – Epiphania | 46. Operaestate Festival | Premio Arteven Pierluca Donin cinema (p. 172 ) Festival di Cannes | Maggie Gyllenhaal | Disclosure Day | Amarga Navidad | David di Donatello | CSC – Scuola Nazionale di Cinema | Il cinema di Xavier Dolan | Cinema e libertà | Francesca Archibugi | Luciano Vincenzoni | Supervisioni: Dark ladies | Cinefacts: In Minor Keys etcc... (p. 188 ) La Biennale della Parola | Nuovo ASAC | Intervista Andrea Pennacchi | Intervista Teresa Präauer | Hanno ucciso Habibi | La soffitta dei santi dimenticati | Venice Climate Week | Festival dei Matti | Parole: Ora citydiary (p. 201) Salone Nautico | 50. Vogalonga | Festa della Sensa | Agende | Mostre a Venezia


Venice Art Biennale curator Koyo Kouoh’s project invites us to listen to what usually remains in the background. Subtle vibrations, lateral narratives, and forms of sensitivity that resist centre stage become the true identifying traits of this 61st Biennale Arte. arte p. 34
On the centenary of its founding, the historic American company arrives at La Fenice for five performances that foreground a dance less concerned with grace than with truth, deeply tied to the eras that shaped its various choreographies. t heatro p. 164


In his second Biennale, Willem Dafoe embraces imperfection as the vehicle of authentic art, claiming human flaw as an added value over algorithmic precision. Between fracture and smoothness, Golden Lion awardees Emma Dante and Mario Banushi, together with invited artists, confront the contradictions of our time, reworking them through their theatrical practice.
biennale teatro p. 100

Venice celebrates Ilya Kabakov three years after his passing with a monumental project created with Emilia Kabakov. An art lived before being made, by a couple who became a true reference point for contemporary art worldwide and for our city.
i ncontri p. 20

Ute Lemper, poised between tradition and reinterpretation, is the highlight of a programme that brings to Venice the experimental nu -jazz of Wesseltoft, the samba of Morelenbaum, the rigor of Glauco Venier, and much more.
musica p. 134
TNot only art: Venice reclaims its symbolic “supremacy” over the sea with three major events blending tradition and innovation: the Sensa, the Vogalonga, and the Salone Nautico. A passion for boating in all its forms becomes a great shared celebration. t raditions p. 202
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Biennale Arte Guide





EVERYWHERE ELSE YOU CAN JUST MEET PEOPLE.

Tra visibilità e invisibilità, tra scomparsa e rivelazione, tra apparizione e abolizione, i miei autoritratti monocromi danno un’espressione visibile all’intangibile, all’immateriale e allo spirito dello zen, in cui l’essere, liberato dai suoi limiti ordinari,
tende a fondersi nella durata del Tempo
La Biennale, questa Biennale, è certamente un viaggio immaginifico, colorato, magico, dove la realtà irrompe nell’armonia di un racconto In Minor Keys attraverso linguaggi e sfumature, veli, vibrazioni, suggestioni che sfuggono all’immediato per insinuarsi direttamente nella sensibilità e nella psiche più profonde. Tuttavia non può nascondere il pensiero immanente che la attraversa: In Absentia, letteralmente dal latino “azione compiuta mentre la persona interessata è assente”.
La prematura scomparsa di Koyo Kouoh, curatrice della 61. Mostra Internazionale d’Arte, lascia certamente a questa Biennale un profondo senso di assenza e rivelazione, vuoto e presenza, visibilità e invisibilità, liberando i limiti del tempo e trasferendola direttamente oltre il tempo stesso.
L’opera dell’artista giapponese Kimiko Yoshida, Absence, Tribute to Yves Klein. Self-portrait, che abbiamo scelto come copertina di questo numero speciale, ci è subito apparsa come la risposta visiva perfetta per comunicare il particolare momento, restituendo in maniera visivamente pregnante l’idea che informa questa particolare edizione della Biennale. L’arte di Yoshida, che unisce la profondità di tradizioni ancestrali con il sentire contemporaneo, è un manifesto poetico tutto al femminile che diventa qui omaggio discreto e intenso a Koyo Kouoh.
Abbiamo incontrato l’artista, protagonista con Gayle Chong Kwan e Stephanie Blake della mostra Penelope – Her Journeys alla Fondation Valmont, per farci guidare al meglio nella cifra profonda della sua arte e di questo suo nuovo progetto.
La sua arte, il suo immaginario, le sue opere sembrano sospese tra due mondi, fuori dal tempo. Qual è la sua concezione personale di tempo?
Da venticinque anni realizzo esclusivamente autoritratti, seguendo un protocollo concettuale costante: sempre lo stesso soggetto, la stessa inquadratura, la stessa illuminazione, lo stesso principio monocromo, lo stesso formato. I miei autoritratti monocromi – realizzati senza Photoshop – sono diventati la mia firma. Autoritratti che considero come ritratti senza tempo e “astratti”, cioè liberati da ogni dimensione aneddotica. Questa particolare fissità del soggetto, questa indifferenza, come se l’immagine contenesse in sé la propria assenza di limiti, rimanda a un procedimento molto antico di temporalità infinita in un quadro ristretto che risale alla scuola senese e ai primitivi fiamminghi. Questa dimensione di infinito è legata a un protocollo concettuale, a un principio di ripetizione, a una logica di astrazione che collocano questi autoritratti al di là della semplice rappresentazione di sé. È attraverso questa aspirazione all’astrazione, all’infinito del colore, questa tensione verso l’atemporale e l’immateriale, che ogni autoritratto si impone come una cancellazione, una scomparsa. La “B” del mio autoritratto rosa in copertina di questo vostro numero speciale di Venews dedicato alla Biennale è il dettaglio di una serie di quattro fotografie intitolata Absence, Tribute to Yves Klein. Self-portrait, che includono quattro lettere in vetro di Murano soffiate dal compianto maestro Pino Signoretto. Le quattro consonanti (B, S, N, C) sono realizzate in cristallo e foglia d’oro e soffiate nelle dimensioni del mio volto. Come di consueto ho dipinto il mio viso dello stesso colore dello sfondo. Rimango distesa e completamente immobile a terra con la lettera di vetro sul viso: il tempo di esposizione è molto lungo.
Gayle Chong Kwan, Stephanie Blake, Kimiko Yoshida. Penelope – Her Journeys 5 maggio-31 gennaio 2027 Fondation Valmont, Palazzo Bonvicini www.fondationvalmont.com | www.kimiko.fr
This edition of the Biennale unfolds as an imaginative, vibrant journey, where reality interrupts harmony through subtle vibrations and elusive layers. Yet it is permeated by an immanent thought: In Absentia. The sudden loss of Koyo Kouoh, curator of the 61st International Art Exhibition, casts the Biennale in a space where absence and presence, visibility and erasure coexist beyond time. Kimiko Yoshida’s work Absence, Tribute to Yves Klein. Self‑por trait, chosen as the cover of this special issue, emerged as a powerful visual answer to this moment. We met the artist, featured alongside Gayle Chong Kwan and Stephanie Blake in Penelope – Her Journeys at Fondation Valmont.
For twenty-five years I have worked exclusively with self-portraits, following a strict conceptual protocol: the same subject, framing, lighting, monochrome principle and format. These monochrome self-portraits, made without Photoshop, have become my signature. I see them as abstract, timeless portraits, freed from anecdote. This apparent fixity, this indifference, evokes an ancient sense of infinite time within a confined frame, reminiscent of Sienese painting and Flemish primitives. Through repetition and abstraction, these works go beyond representation. Each self- portrait becomes a form of erasure, a disappearance, a tension toward the immaterial and the atemporal.
The pink “B” on the cover comes from a series of four photographs titled Absence, Tribute to Yves Klein. Self‑portrait. The Murano - glass letters (B, S, N, C), made with master Pino Signoretto, are blown to the size of my face, in crystal and gold leaf. I paint my face the same color as the background, then lie motionless with the letter resting on my face during a long exposure. This process embodies my relationship with time. Painting my face like the background draws from the geisha’s white makeup: a ritual of depersonalization, of abstraction. Unlike Western makeup, which enhances individuality, this tradition erases it, aspiring to an archetype. Between visibility and invisibility, my portraits attempt to render the intangible, a Zen dimension where being dissolves into the duration of Time. This subtraction seeks dissimilarity, impurity, becoming other.
My work always dialogues with the old masters. André Malraux wrote that the first material of art is other art. Through references to historical paintings, I introduce alterity and difference.
The self- portrait, for me, is a space to say:
KIMIKO YOSHIDA
Un processo che restituisce in maniera eloquente la mia concezione, il mio rapporto con il tempo.
Quando mi dipingo dello stesso colore dello sfondo riprendo in realtà il principio del trucco della geisha, che copre il proprio volto con un bianco uniforme. Questo trucco tradizionale tende a cancellare, depersonalizzare, mascherare. Coprendo il volto di bianco ne risulta annullata la singolarità: l’individualità della geisha viene cancellata. Sotto la sua maschera bianca, la geisha non si identifica con un ideale immaginario, ma con un’idea astratta, una forma generica: cerca semplicemente di somigliare a una geisha, aspirando a un archetipo. Il trucco tradizionale giapponese mira all’astrazione e all’indifferenza in opposizione esatta al trucco occidentale, concepito per abbellire, idealizzare e valorizzare il particolare.
Tra visibilità e invisibilità, tra scomparsa e rivelazione, tra apparizione e abolizione, i miei autoritratti monocromi danno un’espressione visibile all’intangibile, all’immateriale e allo spirito dello zen, in cui l’essere, liberato dai suoi limiti ordinari, tende a fondersi nella durata del Tempo.
Questa dissolvenza della figura nel colore puro, questa logica di sottrazione orientata all’astrazione, questa introduzione dell’antagonismo e della cancellazione conducono alla ricerca della dissomiglianza, dell’impurità, a una forma di annientamento: si tratta, in sostanza, di divenire altro.
Come coesistono l’antico e il contemporaneo, così come l’ideale e il reale, nella sua arte?
Le mie opere dialogano sempre, più o meno esplicitamente, con quelle dei maestri antichi. Lo storico francese André Malraux ha visto nella storia dell’arte la materia prima dell’arte: «La prima materia dell’artista non è mai la vita, è sempre un’altra opera d’arte». Così, attraverso riferimenti più o meno espliciti a dipinti del passato, introduco nelle mie opere una funzione di alterità, di differenza. L’autoritratto è per me lo spazio per dire: tutto ciò che non sono io è ciò che mi interessa. La dimensione psicologica, il significato narcisistico, il coinvolgimento sentimentale sono naturalmente aboliti. Lungi dal pretendere di rappresentare il reale o di figurare un ideale, la mia arte vuole solo compiere la propria perfezione e affermare soprattutto la propria presenza in quanto atemporale. La natura dell’arte è innanzitutto quella di significare sé stessa; è la tautologia di Joseph Kosuth, in fondo: «L’arte è la definizione dell’arte».
Uno sguardo femminile intenso caratterizza l’esposizione alla Fondation Valmont in linea con quello che connota questa Biennale Arte. Qual è il significato del suo lavoro in tale contesto?
L’arte è davvero femminile? Freud definiva l’arte come un’isteria riuscita. Non è male come definizione. Omero era una donna? Leonardo avrebbe potuto esserlo? «Ho coltivato la mia isteria con gioia e terrore», scrive Charles Baudelaire nei suoi Carnets intimes. Tuttavia la tendenza contemporanea a enfatizzare troppo il femminile, sullo sfondo di cliché sulla differenza sessuale o sulla decostruzione del “genere”, rischia di perdere la cifra universalista dell’arte: è attraverso il singolare, il particolare, l’unicità che l’arte e la letteratura raggiungono una dimensione universale. Da questo punto di vista posso dire che l’arte, lungi dall’imprigionarsi nelle
posture contemporanee e nell’ideologia del “genere”, si afferma mirando a una dimensione di eternità che va al di là della Storia. Ho scelto, scappando in Europa, di sottrarmi al destino umiliante delle donne giapponesi. Creo alcune delle mie opere come un manifesto contro la servitù mortifera a cui le donne sono sottoposte. Sapere che l’uguaglianza tra uomini e donne mobilita artisti e artiste in una lotta storica lunga e dura è un fatto, ma ciò non implica che esista una scrittura femminile o una creazione artistica specificamente femminile.
Al di là di questo logoro dibattito e degli stereotipi contemporanei, penso che la creazione non sia fondamentalmente una lotta tra sessi, bensì che rappresenti una capacità di trasposizione, di trasformazione, un’ambizione di metamorfosi che può potenzialmente interessare qualsiasi individuo a prescindere dal genere. L’arte non accetta lo stato delle cose così com’è, questo è certo. Ma soprattutto, per l’artista, l’arte è ciò che trasforma il sintomo personale, la sofferenza individuale, la mancanza soggettiva.
Se è un’isteria riuscita, l’arte trasforma ciò che solo l’arte può trasformare. L’arte trasfigura e sublima: opera una elevazione che converte il sintomo soggettivo in opera, creando dai conflitti psichici un valore, una bellezza, una verità socialmente accettata. In questo senso l’arte è rara.
Entriamo in mostra a Fondation Valmont. Il mito di Penelope viene riattivato come spazio di narrazione e riscrittura: sottraendola dal modello tradizionale di attesa e obbedienza, diventa una tessitrice sovversiva, un’artista ante litteram capace di trasformare il telaio in arma di resistenza. Quale aspetto della personalità di Penelope l’ha particolarmente affascinata? E come ha preso forma l’idea della sua opera? Ciò che mi ha colpito è l’intelligenza e l’indipendenza di Penelope. Omero la chiama “la saggia”: è forte perché è libera. Per vent’anni la saggia regina Penelope attende, con pazienza e impazienza, il ritorno del marito, Ulisse, eroe “dalle mille astuzie”. Ciò che mi interessa è il momento del ricongiungimento dopo un’attesa così lunga. Ulisse si impegna a eliminare le centinaia di pretendenti che ambiscono a sposare la regina e a salire sul suo trono (secondo i conteggi, sono 118 o 129); li massacra senza esitazione uno dopo l’altro prima di raggiungere la moglie nella loro camera, dove si trova il letto inamovibile che lui stesso aveva costruito vent’anni prima intagliandolo nel tronco di un ulivo.
Dopo il massacro e prima della notte d’amore, tra questi due momenti evocati da Omero ho immaginato un episodio implicito: il banchetto del ricongiungimento. Da qui l’idea di scenografare un’installazione attorno a una tavola: una poltrona per Penelope e una per Ulisse (realizzate in collaborazione con Rubelli, tessuti disegnati da Peter Marino); sulla tavola, portacandele ( Lueurs d’espoir ) sormontati da un lampadario monumentale ( Colpo di Vento ) per illuminare il Ritorno di Ulisse (luminari in vetro soffiato a Murano in collaborazione con Gianni Seguso); lungo le pareti, opere intitolate Sew Torn evocano l’astuzia ‘decostruttiva’ di Penelope, mostrando il rovescio di strisce di seta ricamate con fili d’oro e di platino provenienti da antichi obi giapponesi; due autoritratti giganti trasformati in kakejiku (pittura tradizionale giapponese) e arricchiti da disegni secolari del Genji Monogatari applicati in polvere d’oro secondo la tecnica tradizionale della lacca giapponese ( urushi-e ).

everything that is not me is what interests me. Psychology, narcissism, sentimentality are abolished. I do not seek to depict reality or idealize it, but to affirm art’s atemporal presence. Art signifies itself. Joseph Kosuth’s tautology: art is the definition of art.
Is art truly feminine? Freud once defined art as a successful form of hysteria: an unsettling but not entirely inaccurate formulation. One might then ask: was Homer a woman? Could Leonardo have been one? Baudelaire himself wrote, “I cultivated my hysteria with joy and terror.” These provocations remind us that creation has always exceeded clear definitions of gender.
The contemporary tendency to overemphasize the feminine risks reinforcing stereotypes or reducing art to ideological posture. When debates around sexual difference or the deconstruction of gender become prescriptive, they may obscure what is essential: art attains universality precisely through singularity, through the irreducible specificity of an individual vision. Literature and art do not become universal by proclaiming universality, but by fully inhabiting the particular.
I fled Japan to escape a destiny of humiliation reserved for women. Some of my works are conceived as manifestos against the silent, mortifying servitude still imposed on them. The struggle for equality between men and women is real, historic, and necessary, and it has mobilized countless artists. Yet acknowledging this does not imply the existence of a specifically “female” writing or a gendered artistic language.
Beyond worn debates and contemporary stereotypes, I believe creation is not fundamentally a conflict between sexes. Rather,
it is a capacity for transformation and transposition, a desire for metamorphosis that concerns every human being, regardless of gender. Art never accepts the world as it is; this is certain. But more deeply, for the artist, art becomes the place where personal suffering, psychic conflict, and subjective lack are transformed. If art is a successful hysteria, then it is because it sublimates what only art can sublimate. It elevates, transfigures, and converts private symptoms into shared forms, turning inner fractures into beauty, value, and meaning that can be received by others. In this sense, art is a rare act: not a declaration of identity, but an alchemy that transforms vulnerability into presence, and absence into form.
What fascinates me about Penelope is her intelligence and freedom. Homer calls her “the wise”. After twenty years of waiting, I focus on the moment of reunion. After the massacre of the suitors, before the night of love. I imagined an implicit episode: the banquet of return.
The installation takes shape around a table: two armchairs for Penelope and Ulysses (created with Rubelli, fabrics designed by Peter Marino); candlesticks (Lueurs d’espoir ); a monumental chandelier (Colpo di Vento) illuminating Ulysses’ return, made in Murano glass with Gianni Seguso. Along the walls, Sew Torn evokes Penelope’s deconstructive cunning through embroidered silk strips from ancient Japanese obi. Two monumental self-portraits appear as kakejiku, enriched with drawings from The Tale of Genji, applied in gold powder using traditional Japanese lacquer techniques. Penelope is no longer a figure of obedience, but a sovereign intelligence. An artist before artists.
Intervista Emilia Kabakov
La memoria collettiva e personale è fatta di memorie storiche, artistiche e culturali. Siamo l’unica specie al mondo ad avere una memoria culturale

di Maria Laura Bidorini
Atre anni dalla scomparsa di Ilya Kabakov Venezia rende omaggio a una delle più importanti coppie artistiche della scena internazionale con Diario veneziano, progetto monumentale e partecipato concepito da Ilya ed Emilia Kabakov. Frutto della loro visione condivisa, l’opera collettiva ospitata a Ca’ Tron dal 9 maggio al 28 giugno pone al centro le storie, le memorie e gli oggetti dei veneziani, restituendo un intenso autoritratto corale della città e riaffermando la forza poetica e concettuale che ha reso il duo una figura di riferimento nell’arte contemporanea mondiale. Parlare con Emilia Kabakov pochi giorni prima dell’inaugurazione della mostra è stato come toccare con mano la loro arte, vissuta prima che realizzata, e soprattutto comprendere ancora una volta la fortuna di vivere a Venezia. Grazie Emilia!
Come è nata l’idea di questo progetto?
Tutto è iniziato molto tempo fa a Gand, quando nel 1993 Jan Hoet e Baray decisero di fare qualcosa che coinvolgesse la città. Hoet conosceva molte persone a Gand, essendo nato lì, e decise di invitare quattro artisti (tra cui noi) a creare delle opere prendendo come spunto gli oggetti degli abitanti della sua città. Io ed Ilya ci siamo ispirati a questa idea ed abbiamo deciso di creare un museo solo per oggetti di uso comune provenienti dalla gente di Gand, oggetti che non vengono presi in considerazione dai musei tradizionali in quanto privi di valore storico o culturale, ma che tuttavia hanno un significato simbolico importante per i proprietari. Ognuno di questi oggetti, infatti, doveva essere accompagnato dalla propria storia. La nostra installazione, ospitata all’interno della mostra collettiva Rendez(-)Vous al Museum van Hedendaagse Kunst, ha avuto un grande successo di pubblico: praticamente tutta la città di Gand è venuta a visitarla. Gli abitanti erano molto incuriositi non solo dagli oggetti esposti, ma soprattutto dalla storia di ciascuno di essi: era un modo per instaurare un legame tra le persone. Il rapporto umano, in particolare quello familiare, è molto importante per me, perché viviamo in un periodo molto difficile e instabile, dominato dall’odio e da un senso generale di pericolo che negli ultimi 50-60 anni non ha mai raggiunto livelli così alti. L’idea di organizzare una mostra simile anche a Venezia assume oggi un significato del tutto particolare. La città è unica per essere costruita completamente sull’acqua e per il suo immenso patrimonio culturale, da sempre meta preferita di poeti, musicisti, scrittori, ballerini, artisti. Molti di loro hanno vissuto per anni qui, sono morti qui e qui sono stati sepolti. Ilya ha partecipato a ben nove Biennali, per cui abbiamo trascorso molto tempo in città e questo ci ha dato la possibilità di lavorare assieme ai suoi abitanti, di parlare e di scherzare con loro e di comprendere come vivono qui e perché vivono qui. Alcuni di loro sono nati a Venezia, altri si sono qui trasferiti da altri paesi. Attualmente vi è una forte immigrazione da diverse parti del mondo. C’è chi si è trasferito per fuggire dalle guerre che stanno dilaniando i rispettivi paesi, altri per diversi motivi. Ma perché vengono a Venezia? Ci sono molte altre città più grandi che offrono opportunità migliori. Diario veneziano aiuta a capire proprio questo: perché ami questa città? Che cosa ti lega ad
9 maggio-28 giugno Ca’ Tron, Santa Croce 1957 www.iuav.it
Three years after the passing of Ilya Kabakov, Venice pays tribute to one of the most important artistic couples on the international scene with Diario veneziano, a huge, large-scaled collaborative project conceived by Ilya and Emilia Kabakov. The result of their shared vision, the collective work hosted at Ca’ Tron from 9 May to 28 June, focuses on Venetians’ stories, memories and objects, creating a powerful collective self-portrait of the city and reaffirming the poetic and conceptual force that has made the duo key figures in global contemporary art. Talking to Emilia Kabakov a few days before the opening of the exhibition was like touching their art, lived before being realized, and above all understanding once again the luck of living in Venice. Thank you Emilia!
How did this project start?
It started longtime ago in Ghent. In 1993 Jan Hoet and Baray decided to do something involving the city’s residents. Jan Hoet knew a lot of people in Ghent because he was born there and he decided to invite four artists, including the two of us, to realize some works drawing on the city’s residents objects. So Ilya and I, we took inspiration from this idea and decided to create a museum just for common objects from Gent people. In fact this kind of objects are not usually taken into consideration by traditional museums because they have no historical or cultural values, although they have an important symbolic meaning for their owners. Each of these objects was to be accompanied by its own history. Our installation, hosted at the Museum van Hedendaagse Kunst within the collective exhibit Rendez Vous, was soon overcrowded, the whole city came to visit it. The inhabitants were very intrigued not only by the objects on display but above all by the history of each of them: it was a way to establish a bond between people. Relationship between people, especially family relationship, is very important to me as we live in a very difficult time where the level of danger and hate is the highest we have experienced in the last 50, 60 years. The idea of organizing a similar exhibition in Venice today takes on a very special meaning. Venice is a very unique city not only because it’s built on water but because of its amazing cultural value: it has always been the favourite destination of a lot of poets, musicians, writers, dancers. Many of them lived here for longtime, died here and were buried here. Ilya took part in nine Biennale editions so we spent a lot of time here in Venice and we had the opportunity to work with Venice inhabitants, to talk to them, to joke with them and to know how they live here, why they live here. Some of them were born here, some moved here from different countries. There is a huge immigration right now from different parts of the world. Some of them moved here because of war in their own countries, others moved here for different reasons. But why do they come to Venice? There are many more bigger cities offering better jobs and better opportunities. Our exhibition helps us to understand exactly this: “Why do you love this city?” “What connects you to it?” “How do you see the future of the city and your own future here?”























































DIARIO VENEZIANO

essa? Come vedi il futuro della città e il tuo, qui? Abbiamo chiesto a tutti i partecipanti di rispondere a queste semplici, dirette domande attraverso un oggetto che rappresentasse il loro rapporto con Venezia.
Come hanno risposto alla creazione di un’opera d’arte? Il titolo stesso riflette il risultato: Diario veneziano presentato da Ilya, Emilia Kabakov e gli Abitanti di Venezia. È un vero e proprio lavoro collettivo. A tutte le persone coinvolte dico chiaramente che se l’idea è stata mia, i veri artefici del progetto sono loro. Se qualcuno decide di partecipare, significa che si fida di noi ed è dunque disposto a svelare parti di sé stesso attraverso un oggetto che è espressione profonda della propria vita personale (famiglia, lavoro, ecc.).
Gli oggetti sono tutti in qualche modo connessi alla città, all’arte, alla vita, alla memoria che ciascuno di essi custodisce. La memoria collettiva e personale è fatta di memorie storiche, artistiche e culturali. Siamo l’unica specie al mondo ad avere una memoria culturale. Gli animali hanno una memoria genetica ma non culturale.
Il Diario sembra essere una sorta di mosaico umano multiforme e al contempo semplice. Cosa rimarrà di esso dopo la mostra?
Speriamo che il progetto continui, magari su internet, ingrandendosi, visto che ci sono molti veneziani che vivono in tutto il mondo. Potrà diventare un vero e proprio archivio degli abitanti di Venezia, dei loro ricordi, della loro vita, della loro città.
Questa idea richiama il Museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk: sia il libro sia il museo raccolgono oggetti che rimandano a una grande storia d’amore. Il Padiglione Spagnolo raccoglierà cartoline da tutto il mondo, senza curarsi del perché, di come e di chi le abbia scritte. Anche qui tornano ricordi e luoghi, come in una linea condivisa da diversi artisti nel generare immagini e narrazioni. Oggi siamo abituati a viaggiare molto, quindi siamo tutti più o meno internazionali, in particolar modo gli artisti, e per questo abbiamo perso la vicinanza con la comunità. Penso che questa sia la ragione per cui odio e pericolo stiano aumentando in maniera esponenziale. All’interno di una comunità ci si fida l’uno dell’altro. Il futuro del mondo dipende dalle singole comunità e, più in generale, da quelle di tutto il mondo.
How did they react to the creation of a work of art?
The title itself reflects the result: Diario veneziano (Venetian Diary) presented by Ilya, Emilia Kabakov and Citizens of Venice. It’s a real collective work. When I talk to the persons involved in the project I clearly tell them that even if the idea was mine, it’s them who made it possible. If you decide to join this project this means that you trust us and you are willing to tell us your personal problems or to give us your favourite object connected to your personal life (your family, your job, etc.).
The objects are all connected to the city, the project, art, life, and in someway to the memory each of them holds…
Collective and personal memory consists of historical, artistical and cultural memories. We are the only species in the world to have cultural memory. Animals have genetic memory but no cultural memory.
This project seems to be a kind of human mosaic made of heterogeneous and very simple things. What will remain of it after the exhibition?
We are hoping that the project will continue maybe in internet, maybe it will become bigger as there are a lot of Venetians living all around the world. It can become a real archive of Venice inhabitants, their memories, their lives, their city.
This reminds me a lot of the Museum of Innocence by Orhan Pamuk, both the book and the museum col‑ lect objects that are connected to a great love story. The Spanish Pavilion will collect postcards from all over the world without caring why, how and who wrote them. Here too, memories and places return as in a line shared by different artists in the way they generate images and narratives.
We are all used to travelling a lot today. We are all more or less international people, especially artists, we have lost our closeness to the community. I think this is the reason why hate and danger are rising exponentially. When you are a community you trust each other. The future of the world depends on individual communities and in general on communities all around the world.
DIARIO VENEZIANO
Il suo lavoro è sempre stato collegato a performance collettive. Quale tipo di influenza o rapporto lega lei alle persone e viceversa?
Non parlerei di influenza; inconsciamente dipendiamo sempre da qualcun altro, anche senza rendercene conto. Io e Ilya abbiamo un modo diverso di considerare ogni relazione. Ilya crea personaggi basati sulla paura di qualcosa. Tra questi c’è chi ha paura dello spazio, chi ha paura di essere visibile, pensando che essere invisibile sia più sicuro, chi vuole evadere dalla realtà: tutti i suoi personaggi girano attorno all’idea di evasione, perché Ilya stesso aveva paura della realtà. Io sono diversa. Ho imparato a lavorare con la realtà, a cambiarla e a cambiare anche le persone, il che non significa manipolarle. Credo che tutti, anche i cattivi, abbiano qualcosa di buono dentro di sé, pur senza sapere di averlo. Quando andai a Cuba con mia nipote, che aveva all’epoca circa dieci o undici anni, decisi di portare con me anche dei bambini americani per farli partecipare ad una performance assieme a dei bambini cubani, cosa che non avveniva dal 1958. Fu uno scandalo. Può ben immaginare, tutta Miami si rivoltò contro di me! Una donna in particolare, che aveva un museo, mi telefonò gridandomi: «Che cosa stai facendo? Hai intenzione di parlare con Castro?». Al che le risposi: «Non è necessario che parli con Castro, inoltre Castro è troppo vecchio, non parla più». Incalzò: «Stai andando a Cuba, sei terribile. Avresti parlato anche con Hitler e Stalin». Le risposi: «Sì, lo avrei fatto, perché se qualcuno avesse parlato con Stalin e lo avesse convinto a diventare sacerdote, non sarebbe stato lo Stalin che conosciamo, dato che avrebbe svolto la propria attività in un campo completamente diverso. Se qualcuno avesse permesso a Hitler di iscriversi all’accademia d’arte, anche se come artista non fosse affatto bravo, forse non sarebbe diventato Hitler, perché si sarebbe realizzato in modo completamente differente. Credo che parlare con le persone sia fondamentale per dar loro modo di esprimersi in campi diversi da quelli a cui sembrano essere destinate, ecco perché amo parlare con le persone fin da piccole».
L’arte di ascoltare gli altri è molto importante. È esattamente quello che è successo qui a Venezia. Nelle settimane scorse in moltissimi sono venuti a portarmi un loro oggetto ed alcuni di loro ci tenevano in particolar modo a raccontarmene la storia. Alcune storie sono davvero incredibili, altre sono solo storie personali. È evidente che oggi le persone hanno bisogno di attenzione da parte degli altri. Molte di esse si sentono sole, anche se magari hanno 15.000 amici sui social; in realtà non hanno nessuno con cui parlare o disposto ad ascoltarle nel momento del bisogno.
Che cosa rappresenta per lei Venezia?
Venezia era il sogno di mio padre ed è anche il mio. Quand’ero bambina e vivevo in Unione Sovietica con la mia famiglia, ogni domenica mio padre metteva a letto me e mia sorella e ci raccontava una storia che parlava della nostra famiglia che fuggiva dall’Unione Sovietica per andare a Venezia, dove avremmo visitato tutti i musei e fatto un giro in gondola. Dentro di me sentivo che un giorno avrei lasciato l’Unione Sovietica, sarei andata a Venezia e avrei fatto un giro in gondola. Era il mio sogno e ora si è realizzato. Si realizzò fortunatamente anche per i miei genitori: quando lasciarono l’Unione Sovietica, infatti, la prima città che visitarono fu proprio Venezia.
Quindi Venezia, in un certo senso, significa libertà? È più legata all’idea di inclusività; qui mi sento non dico proprio pienamente a casa, ma certamente ben accolta.








Your work has always been linked to collective perfor‑ mances and has been perceived as something very impor‑ tant, fundamental. What kind of influence or relationship connects you with people and vice versa?
I wouldn’t say influence of people or of their work. Unconsciously we always depend on somebody else, even without realizing it. Ilya and I, we have a different way to consider each relationship. Ilya creates characters based on fear of something. Some of them are afraid of space, others are afraid to be visible, thinking that being invisible is safer. Some of them want to escape from reality, it’s always a question of escapism because Ilya himself was afraid of reality. I’m different. I learned how to work with reality, how to change it and people as well. You can change people, which doesn’t mean to manipulate them. I believe that every person, even bad people, has something good inside even if they don’t know it. When I went to Cuba and took my grand-daughter with me – she was like ten or eleven years old - I decided to take with us also some American children to perform with Cuban children for the first time since 1958. It was a scandal. You can imagine, all of Miami turned against me. One woman in particular, who had a museum, called me hysterically: “What are you doing? Are you going to talk to Castro?”, I answered :”I don’t have to talk to Castro, besides Castro is too old, he doesn’t talk anymore”. “You are going to Cuba, you are terrible. You would have talked even to Hitler and Stalin”. I said “Yes I would, because if somebody had talked to Stalin and would have convinced him to be a priest he wouldn’t have been Stalin as he would have been busy in a completely different field. If somebody had accepted Hitler in an art academy, even if he was a very bad artist, maybe he wouldn’t have been Hitler because he would have realized himself in something else. I believe that talking to people is essential to give them the opportunity to realize themselves in fields others than those they seem destined for, that’s why I do talk to people from an early age”. The art of listening to others is very important. That’s exactly what happened here in Venice. Over the past few weeks people have come to our event, each bringing an object, and some of them were particularly keen to tell me the story of their objects. Some of the stories are amazing, others are just personal stories. It’s clear that today people need attention from others, many of them feel lonely, even if they may have 15,000 friends on social media, they have no one to talk to or willing to listen to them when they really need it.
What does Venice represent for you?
Venice was my father’s dream and it’s also mine. As a kid in the Soviet Union, every Sunday my father used to put my sister and me in bed and tell us a story about us leaving the Soviet Union and going to Venice visiting all the museums and having a ride in a gondola. So in my mind I knew that one day I would leave the Soviet Union and I would go to Venice where I would enjoy a gondola ride. It was my dream that has come true. It came true for my parents as well in fact when they left the Soviet Union they first came to Venice.
So Venice in a way means freedom to you?
It’s more linked to the idea of inclusivity because here I feel, I wouldn’t say at home, but certainly very welcomed.
PADIGLIONE ITALIA
Intervista Chiara Camoni
di Michele Cerruti But
Abbiamo incontrato Chiara Camoni, artista del progetto Con te con tutto per il Padiglione Italia, curato da Cecilia Canziani e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. La sua pratica, che integra scultura, disegno e installazione, ripensa la dimensione plastica attraverso assemblaggi, materiali di recupero ed elementi naturali. Ne nasce un lavoro fondato sulla cura e sulla ripetizione di gesti semplici – modellare, intrecciare e raccogliere – come strumenti attraverso cui attiva da sempre una dimensione relazionale e coautoriale. Il suo studio nelle Alpi Apuane è al tempo stesso luogo di lavoro e spazio di comunità: un contesto in cui il quotidiano si trasforma in terreno di germinazione della pratica artistica, in dialogo con la natura circostante e con le persone coinvolte. Mostre recenti come Chiamare a raduno. Sorelle. Falene e fiammelle. Ossa di leonesse, pietre e serpentesse (2024, HangarBicocca, Milano) e Hic sunt dracones (2022, GAM, Torino) hanno contribuito a rinnovare il linguaggio della scultura italiana, superando la divisione tra arti maggiori e minori e e intervenendo nella radicalizzazione della pratica di modellazione come atto plurale. Il suggerimento è quello di una produzione plastica che incorpori la dimensione politica nella condivisione dell’atto creativo e del pensiero, in continuità con un approccio di femminismo dell’autocoscienza collettiva e di radicale politicizzazione del quotidiano. Canziani e Camoni collaborano dal 2010: tra i progetti più significativi, La giusta misura, un programma itinerante di seminari e workshop fondato sulla condivisione del fare e del pensare come pratica artistica, ospitato numerose istituzioni italiane.
Il cuore di Con te con tutto, il progetto che hai sviluppato per il Padiglione Italia, sembra essere proprio quella piccola preposizione del titolo, “con”, che richiama apertamente l’idea dello stare insieme. Come se la mostra fosse un invito o, per riprendere il titolo di una tua mostra precedente, un Chiamare a raduno. Cosa significa per te stare “con altri” e “con altro”? Esiste una “giusta misura” dello stare insieme? Nel titolo la parola “con” compare due volte. È presente in Con te, dove il “te” può essere declinato come l’altro in quanto essere umano, ma anche in Con tutto, a partire da un desiderio di partecipazione al mondo intero, un mondo insieme animato e inanimato. Una partecipazione che si estende anche al tempo, inteso sia come passato che come futuro. C’è un atteggiamento di apertura, ma anche il desiderio di perdersi. Perché questo “con” porta con sé anche la difficoltà: aprirsi all’altro significa essere pronti ad accoglierne la complessità e, dunque, anche la difficoltà. La parola su cui ho continuato a riflettere in questi ultimi anni è “empatia”, credo che oggi ce ne sia davvero un gran bisogno. Riusciamo a guardare i telegiornali solo perché abbiamo perso una parte della nostra empatia. Se fossimo

completamente connessi, probabilmente risulterebbero insostenibili. Per questo dobbiamo ricalibrare la nostra empatia verso il mondo e capire in che termini possiamo essere in relazione con esso.
Ragionando sulle conversazioni tra te e la curatrice Cecilia Canziani e sul tuo lavoro emerge nel complesso una profonda connessione tra questa idea di empatia e l’espressione che talvolta hai usato per descrivere la tua pratica: “pensare in presenza”. Una presenza fatta di azioni, spesso collettive, ma anche di un legame profondo tra il sentire, il fare e il pensare. Può essere questa una chiave per entrare nel tuo lavoro? È vero. Si tratta innanzitutto di un lavoro che ha bisogno di essere ‘sperimentato’ in presenza. Credo che la fruizione a cui oggi purtroppo siamo abituati – che passa spesso attraverso i media – ci abbia allontanato dal senso profondo dell’esperienza con l’opera d’arte. Questo in qualche modo ha indotto gli stessi artisti a sviluppare lavori facilmente veicolabili attraverso quei canali. Penso che sia invece necessario riappropriarsi con forza di un’esperienza con l’opera che passi attraverso il corpo e che, proprio per questo, continui a dirci qualcosa di nuovo. L’esperienza diretta, corporea, è decisamente diversa da quella mediata dallo schermo di un dispositivo.
Non mi sembra un caso che tu faccia spesso riferimento alle tue opere come a dei soggetti. È un’idea significativa: da un lato rivendica la possibilità per l’artista di creare dei soggetti, dall’altro riconosce che non si è mai davvero soli nel processo creativo. In questa prospettiva si possono leggere i Dialoghi, ovvero gli accostamenti tra soggetti da te creati e lavori di altri artisti e artiste collocati nella seconda Tesa. Allo stesso modo si può interpretare la giustapposizione di forme diverse di arte: accanto alle tue sculture troviamo video, danza, musica, fotografia, performance, architettura, insieme a un public program che introduce ulteriori dimensioni. Non è tutto questo una riflessione estesa su cosa significhi oggi creare?
Durante il processo di creazione non mi sento mai sola; mi sento con la materia, perché con essa intrattengo sempre un dialogo. Parto da un’intuizione, da una spinta, ma è il processo stesso a rivelarmi la strada da seguire, sottoponendomi a continue deviazioni. La forma

finale è il risultato di una serie di passaggi di mediazione tra me e la materia, tra me e il materiale che sto toccando. La vita in studio è molto vivace, perché lavoro quotidianamente con un gruppo di persone che non sono semplicemente dei collaboratori, ma quasi una famiglia allargata. La loro presenza è fondamentale: è anche attraverso i loro contributi che avvengono deviazioni, impennate improvvise, soluzioni inaspettate. C’è poi la sensazione che, lavorando in un ambiente non neutro ma fortemente connotato come il mio studio – quasi una bottega, insieme al giardino e alla cucina –, tutto il vissuto quotidiano fatto di suoni, rumori, colori e interferenze possa entrare nel lavoro, come se vi rimanesse intrappolato. Con la sezione Dialoghi si apre anche uno spazio ulteriore: ho spesso lavorato confrontandomi con altri artisti, ma una zona nuova si è profilata quando ho iniziato a chiedermi: cosa succede quando non sono gli artisti ma le opere a entrare in relazione? Cosa succede quando una scultura guarda un’altra scultura? Si attiva tra di loro uno spazio particolarissimo. Quando le opere sono figurative tutto questo diventa molto evidente, perché ci sono degli occhi che guardano altri occhi, ci sono sguardi che attraversano lo spazio. Quando invece non lo sono, il dialogo risulta meno esplicito: è per questo che ho azzardato una serie di soluzioni, anche allestitive, che normalmente verrebbero evitate. Ho accentuato le vicinanze, disponendo le opere una sopra all’altra, una di fronte all’altra, una nelle mani dell’altra.
Nel caso delle ciotole di Melotti: ho modellato un’intera scultura le cui mani accolgono – letteralmente portano – queste due ceramiche, che mi hanno affascinato fin da ragazzina. Lì si crea un cortocircuito rispetto alla storia dell’arte, tale da indurmi a pensare di aver toccato un punto inedito, perlomeno nel mio percorso.
Anche perché, come sappiamo, molte volte nella storia dell’arte, soprattutto contemporanea, quando un artista inserisce l’opera di un altro all’interno del proprio lavoro tende ad appropriarsene: quell’opera diventa sua. Qui invece non sembra accadere. Al contrario mi sembra ci sia un tentativo di tornare dentro lo spazio dello studio, in quel luogo in cui convivono anche opere di altri artisti e artiste. Il tentativo è proprio questo: ho modellato una figura di quasi due metri per accogliere due ciotoline di dieci centimetri. L’intento non è quello di fagocitarle, ma al contrario, di mostrare tutta la loro potenza, di portarle con riverenza e attenzione, così come avrei fatto io stessa con le mie mani. C’è qualcosa che avviene tra le due Ceramiche che si percepisce solo stando loro di fronte.
We met Chiara Camoni, artist of the project Con te con tutto for the Italian Pavilion, curated by Cecilia Canziani and promoted by the Directorate-General for Contemporary Creativity of the Italian Ministry of Culture. With a practice that integrates sculpture, drawing, and installation, rethinking the nature of the plastic dimension through assemblage, the reuse of discarded materials, and natural elements, Camoni has developed a body of work grounded in care and in the repetition of simple gestures – modelling, weaving, gathering – through which she has long activated a relational and co-authored dimension. Canziani and Camoni have collaborated since 2010. One of their most significant projects, La giusta misura is an itinerant programme of seminars and workshops based on the shared practice of making and thinking.
In the title of the project for the Italian Pavilion, Con te con tutto, the word “con” – “with”- appears twice. It is present in Con te, (With you) where the “you” can refer to the “other” considered as a human being, but also in Con tutto (With everything) referring to a desire to participate in the entire world, a world that is both animate and inanimate. A participation that also extends to time, understood both as the past and the future. There is a desire for openness, but also a desire to get lost. Because in this context the word “with” brings with it difficulty: opening up to the “other” means being ready to accept their complexity and, therefore, also their difficulty. The word I have continued to reflect on in recent years is “empathy”; I believe that today there is a great need for it. If we can still watch the news it’s because we have lost some of our empathy. If we were fully exposed, we wouldn’t probably be able to watch them anymore. That’s why we must recalibrate our empathy towards the world and understand how we can relate to it.
It is first and foremost a work that needs to be ‘experienced’ in presence. I believe that today the fruition we are unfortunately used to – also because of the role played by the media – has distanced us from the full meaning of the experience with the work of art. This in some way has led the artists themselves to develop works that could be easily conveyed through this kind of channels. I think it is instead necessary to find again a strong experience with the work of art through our body because it is the only way it can still tell us something new.
While creating I never feel alone: I feel together with the matter, because I always have a dialogue with it. I start from an intuition, from an idea, but it is the process itself that tells me the path to follow, through many detours. The final form is the result of a series of intermediate steps between me and the matter. Life in my studio is also very lively, because I work daily with a group of people who are
PADIGLIONE ITALIA
Tornando sull’aspetto del domestico e del quotidiano, ho l’impressione che questo progetto sia un rimando al piccolo villaggio sulle Alpi Apuane dove vivi e lavori. Si entra in un bosco – di persone e soggetti –, si attraversa uno spazio orizzontale fatto di tavoli, pavimenti e superfici, infine si arriva al giardino. Non è in qualche modo una rappresentazione del tuo studio, del tuo quotidiano? Sarebbe interessante capire cosa significano per te il “domestico” e il “quotidiano”, sapendo che nel tuo pensiero risuonano anche le riflessioni di Carla Lonzi, insieme a quelle di tanti altri che hanno contribuito a dare una forza politica al quotidiano… Tutto parte da un’esperienza molto diretta e personale. Sul tavolo della mia cucina si alternano le tazze della colazione, le ciotole e le sculture che modello. Passo continuamente dal tempo della quotidianità al tempo e allo spazio dell’arte. Le due dimensioni confluiscono una nell’altra e spesso la distinzione non è più così netta. È proprio questa zona di promiscuità che mi interessa. Anche la relazione con il bosco per me non ha una connotazione intellettuale o letteraria: è il bosco che vivo tutti i giorni, affacciato sulle cave di estrazione del marmo, fatto di quelle stesse presenze – i tronchi degli alberi – che evocano le colonne che mi fanno pensare ai corpi, a quelli scolpiti e ai nostri. È come se ogni cosa fluisse di continuo in un’altra e questo fluire si riflette inevitabilmente anche nel mio lavoro. I lavori esposti nella prima Tesa affondano le radici in un tempo lontano, ma guardano al futuro. Per questo abbiamo scelto di far seguire al “bosco” di figure uno spazio di fruizione, di meditazione tra la zona assoluta dell’arte e la zona della nostra esperienza di tutti i giorni. Qui si dispiega la sezione Dialoghi in cui le opere di diversi artisti si confrontano tra loro e con i miei lavori, come se fossero dei veri e propri soggetti. In questo spazio si può vedere il giardino all’esterno, che segna la parte finale del percorso: è il tempo che passa. Il tempo del giorno e della notte, il tempo delle stagioni e, in fondo, il tempo stesso della nostra vita.
Mentre parlavi riflettevo sulle idee di selvatico e di onirico, due dei temi del public program previsto dal Padiglione. Mi sembra che non siano intesi come ambiti contrapposti, né come qualcosa da “rendere domestico”, da addomesticare, ma piuttosto come autentiche forme di domesticità, di vissuto in casa. Sì, è così. Possiamo fare esperienza della natura se la comprendiamo nei suoi aspetti luminosi, gioiosi, positivi, ma anche se accogliamo tutte le zone di ombra, di selvatico e persino di paura che porta con sé. La natura è anche grotta, buio, tana, minaccia. Quando ti invitano a “toccare la terra per ristabilire un contatto” e tu la tocchi, la terra è fredda, tutt’altro che accogliente! Solo quando sento di aver ben presenti entrambe le dimensioni mi sembra di riuscire a stabilire una relazione autentica con la natura, perché riesco ad abbracciarne gli opposti. Così è anche per il femminile: non è solo accogliente ma anche respingente. Porta vita e porta morte. Le opere d’arte, del resto, possono definirsi riuscite solo quando trattengono qualcosa di non risolto, una contraddizione che le mantiene attive. Quando mi sembra di capire troppo velocemente un’opera, forse significa che devo dubitarne.
I tuoi lavori suscitano spesso una profonda commozione condivisa da molte persone. In una nostra precedente conversazione abbiamo provato a descriverla come un movi -
mento interno, un qualcosa che riguarda le viscere. Anche in occasione della presentazione del tuo progetto per il Padiglione Italia si percepiva una commozione plurale e tu stessa hai definito un tesoro la comunità di persone che si raccoglie attorno a questo sentire. Come possiamo dare forma a questa moltitudine?
Vedere in questi anni, e ancor più in questi ultimi mesi, una partecipazione così forte, direi emotiva, intorno al lavoro, è un’esperienza davvero straordinaria. Siamo in tanti a “sentire” in maniera simile. È più che un regalo; è proprio la sensazione di avere tra le mani un tesoro preziosissimo. Da qui nasce la domanda: che cosa ne facciamo? Esiste una narrazione dominante del mondo che va in tutt’altra direzione, che descrive un’umanità che non ci rappresenta. Eppure siamo in tanti, più di quanti immaginiamo. Forse, per nostra stessa natura, siamo quelli disorganizzati, poco in rete, spesso isolati e controcorrente. Mettere insieme persone non allineate è sempre difficile. Quello che emerge con forza in questo momento storico è però il bisogno di qualcosa di diverso. Nelle ultime settimane tantissime persone mi hanno detto di aver sognato noi e le opere. Quando il sogno smette di essere un episodio isolato e diventa ricorrente, allora mi chiedo se non possa avere persino una dimensione politica…
Secondo te, questa dimensione è una Minor Key? Che cosa sono per te le “Tonalità Minori”?
Senza dubbio. Credo profondamente in queste Tonalità Minori, perché hanno una possibilità di trasformazione enorme. Intendo dire che, per esempio, io posso stare in gruppi di piccola dimensione, perché quella è la mia misura, ma che questi piccoli gruppi possono poi moltiplicarsi ed estendersi a innumerevoli altri, ancora e ancora. Così la massa critica cresce, cambia. Non è un singolo gesto eclatante, ma la ripetizione di molte piccole intenzioni, ciascuna alla propria scala, a generare una forza che ha un potenziale enorme.
La visione di Koyo Kouoh ha attivato in noi anche alcune riflessioni su come l’idea di Tonalità Minori attraversi la storia della musica, dalla classica alla contemporanea, e su come molte delle composizioni più straordinarie siano scritte proprio in questa chiave. Ma anche su come il “minore” porti spesso con sé una dimensione del tremendo, dell’inafferrabile, dal fascino potente, non lontano da quanto dicevamo a proposito dell’idea di “selvatico”. È possibile ritrovare qualcosa di simile anche nell’incontro con le tue opere: una possibilità di accesso a una profondità del sé che a tratti appare mostruosa, un mostruoso né positivo né negativo, ma creolo, ibrido. Che effetto hanno i tuoi lavori su di te e su chi lavora con te? O su Anna, tua figlia, che è così spesso presente nella tua pratica?
Quando vede i volti di certe sculture o di alcuni disegni – perché anche nei miei disegni, che sono una parte meno conosciuta del mio lavoro, c’è molto di mostruoso — Anna rimane colpita e mi dice: «Ma perché disegni così male?». Anche chi entra in studio e si trova davanti a un volto compiuto resta inizialmente un po’ perplesso. Subito dopo, però, si attiva un processo di appropriazione: alle sculture viene dato rapidamente un nome, un nomignolo.

not simply collaborators, but a sort of extended family. Their presence is crucial: it is also thanks to their contributions that detours, sudden surges, unexpected solutions occur. Moreover, working in an environment that is not neutral but strongly connoted as my studio is – almost a workshop, with a garden and a kitchen – all the daily experience made up of sounds, noises, colors and interferences can enter the work, as if it were trapped in it. The Dialogues section also opens up a less explored space: I have often worked by comparing myself with other artists, but an unexplored area opened up when I began to ask myself what happens when it is not the artists but the works that enter into relationships. What happens when a sculpture looks at another sculpture? They start to interact in a very special space. When the works are figurative, all this becomes evident, because eyes look at them across the space. When they are not, the dialogue is less explicit, and that is why I ventured a series of installation solutions which would normally not be taken into consideration. I accentuated the proximity, arranging the works one on top of the other, one in front of the other, one in the hands of the other. In the case of Melotti’s two bowls, I modelled an entire sculpture with two hands arranged in such a way as to accommodate these awesome ceramics that have enchanted me since I was a young girl. This sort of stylistic and installation-related short-circuit which takes place here makes me think that I have touched a point which is fully new even to myself. What I’m trying to do exactly is not to take possession of the work, but to bring it to attention, as I would have done myself with my own hands.
A studio near the forest
It all starts from a very direct and personal experience. On my kitchen table, breakfast cups alternate with bowls and sculptures that I shape myself. I switch back and forth between the time of everyday life and the time and space of art. The two dimensions merge into each other, up to an intermediate zone where the distinction is no longer so clear-cut. It is precisely this area of confluence that is extremely interesting for me. Even the relationship with the forest has no intellectual or literary connotation, it is the forest I’m used to. It is not a romantic forest at all, because it
overlooks a marble quarry and the extraction explosions shakes the whole valley. The forest is made up of presences, such as tree trunks, which evoke the columns of ancient temples and make me think of bodies – sculpted ones and ours. It is as if every element is constantly flowing into another one, and this flowing is inevitably reflected in my work as well. The works exhibited in the first gallery are completed works, but they also refer to a vision of us and of our time. They have distant roots, but the intention is to place them in the present and to turn their gaze to the future. After this “forest” of figures, a space for fruition opens up, a sort of compromise between an absolute area of art and an area of experience: benches invite visitors to rest and to have a look at the garden which can be seen through the doorway. It is the final part of the journey: the time that passes, the time of the seasons and, after all, the time of our lives.
The “wild” and the “dreamlike” in nature
We can experience nature if we understand it in its bright, joyful, positive aspects, but also if we welcome all the areas of shadow, wildness and even fear that it brings with it. Nature is also a cave, darkness, den, threat. When they invite you to “touch the earth”, and you touch it, the earth is cold, anything but welcoming. Only when I hold both dimensions together do I feel like I’m establishing an authentic relationship with nature. The same happens for the feminine: it is not only welcoming but also repulsive. It brings life and death as well. Works of art can be said to be successful when they retain something unresolved, a contradiction that keeps them alive. When I feel like I understand a work too quickly, perhaps it is the right moment to question the work itself.
The community and “feeling together”
It’s an amazing experience to see such an extraordinary and emotional participation to your own work. It is like having a very precious “treasure” in your hands. Hence the question: what do we do with it? There is a dominant narrative that does not represent us. Yet many of us “feel” differently, and we are much more numerous than we can imagine. Perhaps, by our very nature,

Fornitore Ufficiale del Padiglione Italia alla Biennale Arte 2026
Ognuno sceglie la propria preferita, si crea una sorta di adozione reciproca, ci si affeziona a una in particolare. Fra i collaboratori c’è chi magari vuole assemblare proprio quella, perché la sente sua, vicina, familiare. E c’è chi, al contrario, alcune non riesce nemmeno a toccarle, perché gli provocano un disagio profondo. Attualmente in studio ce ne sono un paio che posso assemblare solo io, perché nessuno altro le vuole toccare. Mentre, ad esempio, Sister Capanna, che appartiene a una collezione privata, è di Elisa, perché la sente sua. Credo che questo “mostruoso” sia proprio la chiave che permette l’avvicinamento. Paradossalmente è ciò che rende le opere accessibili: non ci si affeziona alle più “carine”, ma a quel mostruoso che risuona come familiare. Ci si sceglie a vicenda, come forse accadeva con le statue dei santi in una chiesa medievale. Penso che questo aspetto sia fondamentale. Se proviamo a definirlo può sembrare qualcosa di negativo, ma non lo è affatto: il mostruoso è profondamente legato alla vita, ne è una componente essenziale. Pensiamo alla farfalla, simbolo per antonomasia di bellezza, leggerezza, gioia, primavera. Ma se la si guarda da vicino è mostruosa. Gli occhi, le antenne, la proboscide con cui succhia il nettare. Persino i disegni sulle sue ali. Ed è esattamente quel punto di contatto tra bellezza e mostruoso che per me è irresistibile.
Non pensi che una delle domande fondamentali che emerge dal tuo lavoro sia proprio come far risuonare questa dimensione in chi lo produce e in chi lo attraversa? Sì, credo di sì. E penso che questa dimensione si colleghi immediatamente al piano inconscio e onirico, perché sono le zone in cui convivono sublime e mostruoso e in cui si passa rapidamente dall’uno all’altro. Forse è perché nel mio lavoro si trovano, simultaneamente e quasi a portata di mano, sia le luci sia le ombre di ciò che sono la natura, il femminile, l’arte, l’inconscio, l’onirico. Non tanto perché io voglia dire troppo, ma forse perché esiste qualcosa che accomuna tutte queste dimensioni e ad esse, conseguentemente, il mio stesso lavoro.
Cecilia Canziani descrive il tuo lavoro come qualcosa che nasce dalla terra, che emerge dalla terra e che alla terra può ritornare. Quando a novembre tutto verrà smontato alcune cose rientreranno, altre si ricomporranno altrove. Che cosa resterà del Padiglione? Mi piace rispondere così: conosciamo bene la gioia dei bambini quando costruiscono qualcosa, perché è la stessa che proviamo noi. Ma la loro gioia è altrettanto grande nel momento in cui quella cosa la distruggono. Un castello di legnetti o di sabbia costruito senza sosta e poi, con un gesto improvviso, abbattuto. Quando distruggi, quando smonti, in realtà ti stai preparando alla costruzione successiva. Provo gioia in entrambi i processi, perché mi permettono di stare dentro un ciclo, un flusso. Quello che non so dire è cosa rimarrà nelle persone e cosa tornerà a noi dalle esperienze e dalla fruizione del pubblico.
So che la lettura per te è una forma di nutrimento costante. Cosa stai leggendo in questi giorni?
Recentemente ho riletto Joseph Brodsky. Sappiamo che si muoveva in uno scenario molto complesso, su cui qui non è il caso di dilungarsi. Ho però ritrovato un passaggio molto bello nel racconto In una stanza e mezzo, in cui descrive la sua casa di nove metri quadri, piena di libri al punto che diventano pareti e così colma che i volumi sono nascosti anche sotto il letto. Tutti libri dattilografati, perché il rischio della letteratura era la prigione o i lavori forzati. In quel testo c’è una frase per me molto importante: «Ci sono crimini peggiori del bruciare libri. Uno di questi è non leggerli».
we are the disorganized ones, not very networked, often isolated and against the tide, and we all know that bringing together non-aligned people is always difficult. What emerges strongly in this historical moment, however, is the need for something different. In the few last weeks many people have told me that they have dreamed of us and of our works. When a dream stops being an isolated episode and becomes recurring, I wonder if it could not have a political dimension. Probably yes. I don’t know how all this can be organized, but I find it extraordinary. This comes not from me as a person, but from the works themselves.
I firmly believe in it, because it has enormous potential for transformation. I can be in small groups, because I prefer small groups than big ones, but these groups can multiply and extend. It is not the sensational gesture, but the repetition of many small intentions that generate a huge powerful force.
The “monstrous”
When my daughter sees some of the faces I draw, she says: “But why do you draw so badly?” Even those who enter my studio are initially perplexed but soon an appropriation process starts: the sculptures are given a name, a sort of mutual adoption takes place. Some of them are attractive, others cause discomfort. I believe that this “monstrous” is precisely the key to feel close to the works. Paradoxically, it is what makes the works accessible: you don’t get attached to the “prettiest” ones, but to what sounds familiar to you. It’s deeply connected to life. Let’s think of the butterfly: a symbol of beauty, but up close it looks almost monstrous. It is precisely that point of contact between beauty and the monstrous that is irresistible to me, because it is linked to the unconscious and dreamlike level, where the sublime and the monstrous coexist. My work shows at the same time lights and shadows: nature, feminine, art, unconscious. Not because I want to say too much, but because perhaps there is something that brings together all these dimensions.
End and transformation: what will remain of the Ital ian Pavilion?
We all know very well that children are very happy when they build something, but also when they destroy it. When you destroy, when you disassemble, you’re actually preparing for the next work. I feel happy in both processes, because they allow me to stay within a cycle. However, I really can’t say what will remain of this project for the people who will visit it.
I recently read again Joseph Brodsky. In In a Room and a Half he describes his nine-square-meter apartment overflowing with books. A sentence, in particular, in this text is very important to me: “There are crimes worse than burning books. One of these is not to read them.”



Una Biennale “in minor keys” non è una mostra in tono minore. Non è neppure un lavoro sulle arti minori. Né si occupa di minoranze. Pensarla in questo modo, anzi, significa fraintenderne la profondità. La tonalità minore è invece notoriamente una delle più potenti e radicate forme di costruzione della musica di ogni tempo e cultura. Sono in minore la Quinta di Beethoven, l’Estate di Vivaldi, la Patetica di C ˇ ajkovskij, la Toccata e fuga in re minore di Bach. A pensarla nel pop, in minore sono Stairway to Heaven, Smoke on the Water, Losing My Religion, Poker Face. O gli indimenticabili Rimmel, Sally, Almeno tu nell’universo, se si vuole navigare nella musica cantautoriale italiana. Dentro la forza consolatoria del Maggiore, il Minore finisce per essere un capolavoro di altra monumentalità. Quel che suggerisce Koyo Kouoh è che le “Tonalità Minori” sono uno spostamento del centro. Dall’interno del sistema maggiore dell’arte euroatlantica, il suo intero lavoro curatoriale è a tutti gli effetti un ridisegno delle centralità attraverso altre logiche di relazione, temporalità, sensibilità e istituzionalità. Non diverso dall’approccio di Kafka, che nel suo scrivere in tedesco pur essendo lui ceco costruiva una ‘letteratura minore’. Così, almeno, ne parlavano Deleuze e Guattari ( Kafka: Toward a Minor Literature, 1975).
In quel testo parlare di ‘minore’ non riguardava tanto una questione di dimensione o rilievo, piuttosto del modo in cui si impiega una lingua o un sistema dominante. La letteratura minore è quella che si muove dentro una lingua dominante e la toglie dal suo territorio, con l’obiettivo di aprire vie di fuga collettive, esprimere traiettorie altre. La Biennale delle “Tonalità Minori” è questo: non ha nessuna ambizione di portare un presunto periferico al centro, piuttosto quella di decentrare il canone. Il lavoro di Kouoh non è mai stato quello di magnificare gli artisti africani o le narrative sul Global South come eccezionalità che vengono da lontano, con un approccio di estetizzazione dell’esotico ben poco interessante. Piuttosto, quello di muoversi dentro al canone, con lo stesso linguaggio e la stessa modalità, per riformarne il centro. Ad esempio, attivando la costruzione di infrastrutture esterne ai centri dominanti – come la RAW Material Company – che definiscono parametri pedagogici altri e supportano la connessione e l’intreccio tra artisti e curatori. Legittimando pratiche non canoniche, genealogie sommerse e soggettività storicamente marginalizzate, come nelle molte scelte di artiste e artisti di questa Biennale, che lavorano sull’onirico, l’ancestrale, lo sciamanesimo, il magico reietto. Mettendosi in ascolto di temporalità e cosmologie non prevalenti, come avviene nelle processioni e nella performatività di questa mostra.
Le “Tonalità Minori” sono plurali, non monocordi, e persistono nel tentativo di preservare fragilità e tensione. Eppure la forza di questo Minore, che è l’interezza della carriera di Kouoh, ha in sé la potenza di rivoluzionare il linguaggio, le pratiche e forse lo stesso canone della contemporaneità dell’arte in una “chiave” che era inimmaginabile anche solo un decennio fa. E che proprio per questo, come già suggeriva Lesley Lokko nel 2023, è una voce che emerge per Forza Maggiore.
61. Mostra Internazionale d’Arte – In Minor Keys
9 maggio-22 novembre - Giardini, Arsenale, città www.labiennale.org
ABiennale “in minor keys” is not a low-key exhibition. Nor is it about minor arts. Nor does it concern minorities. To think of it in these terms is, in fact, to miss its deep meaning. Minor key is, as is well-known, one of the most powerful and deeply rooted forms of musical structure across time and cultures. Beethoven’s Fifth is in a minor key, as is Vivaldi’s Summer, Tchaikovsky’s Pathétique, Bach’s Toccata and Fugue in D minor. Pop music too has very famous songs in minor key: Stairway to Heaven, Smoke on the Water, Losing My Religion, Poker Face. Within the comforting power of the Major, the Minor reveals itself as a masterpiece of another kind of monumentality. What Koyo Kouoh suggests is that Minor Keys entail a shift of the centre. From within the major system of Euro-Atlantic art, her entire curatorial practice redraws centralities through other logics of relation, temporality, sensibility and institutionality. An approach which is not so different from Kafka’s one: writing in German while being a Czech writer, he forged what Deleuze and Guattari would call a “minor literature” (Kafka: Toward a Minor Literature, 1975). Minor literature operates within a dominant language and takes it away from its territory, opening collective lines of flight and alternative routes. The Biennale of Minor Keys is precisely this: it seeks to decentre the canon. Kouoh’s work has never been about magnifying African artists or narratives about the Global South as something exceptional. Instead, it moves within the canon, using its very language and modalities, in order to reshape its centre. This happens, for instance, through the activation of infrastructures outside dominant hubs, such as RAW Material Company. It involves legitimising non-canonical practices, submerged genealogies, and historically marginalised subjectivities. It also means attuning to non-dominant temporalities and cosmologies. Minor Keys are plural, not monochord, and persist in their effort to preserve fragility and tension. Yet the strength of this Minor holds the potential to revolutionise language, practices, and perhaps even the canon of contemporary art itself, in a “key” that would have been unimaginable until ten years ago. And for that very reason, as Lesley Lokko already suggested in 2023, it is a voice that emerges by Force Majeure.


di Michele Cerruti But
Koyo Kouoh è una donna africana. E l’Africa, per lei, non è una diaspora: è un continente esteso, fatto di propaggini e territori espansi, una geografia nera in cui il Brasile, Cuba e gli Stati Uniti sono Paesi africani aggiunti. Abitava quest’Africa ovunque: a Douala in Congo, a Cape Town in Sudafrica, ma anche a Zurigo, New York, Philadelphia, Londra. E soprattutto a Dakar in Senegal, luogo di una conversione all’arte che l’ha resa una delle maggiori curatrici contemporanee. Ovunque vi fosse modo di trasformare lo sguardo dell’arte di mercato Kouoh fondava un progetto, dirigeva una mostra, apriva un’accademia, con una presenza quasi ubiqua, sempre dirompente, in ogni modo collettiva. Per lei, che dopo un’infanzia segnata da un importante matriarcato a Douala si forma in scienze bancarie in Svizzera, la questione finanziaria è abbastanza chiara: ben contenta se un artista ha successo nel mercato, ben consapevole che questo non ha nulla a che fare con il suo valore. Perché la fame di quest’Africa globale che Koyo dichiarava di avere, e che viveva e stimolava in chiunque incontrasse, è anche la fame di un modello alternativo, collaborativo e non competitivo, che costruisce alleanze anziché separazioni, che non è mai puramente guidato dal mercato. Un approccio che ha garantito solidità e sostenibilità alle istituzioni che ha fondato o diretto, come la RAW Material Company a Dakar o lo Zeitz MOCAA a Cape Town (il Museo dell’Arte Africana Contemporanea), rilevato in un momento catastrofico e risollevato trasformandolo in uno spazio di incubazione anziché di sola esposizione. La curatela era per lei innanzitutto uno stile di vita: una pratica sartoriale che Kouoh coltiva nel vestire, nella relazione con il suo corpo, nell’arte. Adorato e inseparabile burro di Karité, champagne – «l’unica cosa che si può bere da colazione a cena» –, fibre rigorosamente naturali per ciò che indossava e un ‘su misura’ che valeva poi anche per le relazioni. Il tutto a comporre la cifra di una carriera e di un’esistenza luminose. Per Koyo Kouoh non conta quel che c’è prima o dopo la morte: ciò che conta, e in cui credeva, «sono le energie, vive o morte, e la forza del cosmo».
Koyo Kouoh is an African woman. And for her, Africa is not a diaspora: it is an extended continent, composed of offshoots and expanded territories, a Black geography in which Brazil, Cuba and the United States become additional African countries. She inhabited this Africa everywhere: in Douala, in Cameroon, in Cape Town, South Africa; but also in Zurich, New York, Philadelphia, London. And above all in Dakar, Senegal, the place of a conversion to art that would make her one of the leading curators of our time. Wherever there was a possibility to shift the gaze of the art market, Kouoh would find a project, direct an exhibition, open an academy, with an almost ubiquitous, disruptive and collective presence. For her – raised within a strong matriarchal environment in Douala and later trained in banking and finance in Switzerland –the financial question was relatively clear: she welcomed an artist’s success on the market, while remaining fully aware that it had nothing to do with their value. The hunger for this global Africa she claimed, lived, and instilled in those she encountered, was also a hunger for an alternative model: collaborative rather than competitive, building alliances rather than separations, never purely market-driven. An approach that ensured solidity and sustainability to the institutions she founded or directed, such as RAW Material Company in Dakar or Zeitz MOCAA in Cape Town (the Museum of Contemporary Art Africa), which she took on at a very difficult moment and revived by transforming it into a space of incubation rather than mere display. For her, curating was first and foremost a way of life: a sartorial practice that Kouoh cultivated in how she dressed, in her relationship to her body, and in her approach to art. Her beloved and inseparable shea butter, champagne – “the only thing one can drink from breakfast to dinner” – strictly natural fibres for her clothes, and a sense of tailoring that she extended to relationships as well. Altogether, these elements form the hallmark of a brilliant life and career. For Koyo Kouoh, what comes before or after death did not matter: what mattered, what she believed in, “are living or dead energies, and the force of the cosmos.”


Cent’anni di solitudine, GABRIEL GARCÍA
(1968)
In un mondo «così recente che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle con il dito», prende avvio una delle epopee più vertiginose della modernità, in cui le esistenze dei Buendía si rincorrono come lancette di orologio, incapaci di fermare il tempo e insieme condannate a ripeterlo. Un secolo, per l’esattezza: dalla fondazione del villaggio di Macondo, disteso sulle rive di un fiume dalle acque chiare, alla catena infinita di figli, nipoti, pronipoti, tutti accomunati da un simile destino: la solitudine. Tra le pagine, si succedono gli Arcadio e gli Aureliano, i lutti e gli amori, le passioni e il sangue, germinati dalla storia di una Colombia affranta da tensioni politiche e sociali, fino all’eco della guerra civile di inizio Novecento. Eppure, Cent’anni di solitudine non è un romanzo storico, piuttosto un racconto mitico, quasi biblico, in cui sogno e realtà, magico e terreno, si assorbono l’un l’altro costruendo un microcosmo che si dilata sino a raggiungere una dimensione di rara universalità. Scritto in soli diciotto mesi e pubblicato nel 1967, fu da subito un fenomeno editoriale, capace di imporre il Realismo magico ben oltre i confini del continente latinoamericano con il riconoscimento, nel 1982, del Premio Nobel per la Letteratura. In effetti, per intendere la straordinaria genialità di Gabriel García Márquez basterà tornare all’incipit del libro, dove, all’oscuro del lettore, tutto si è già compiuto. Ostinatamente, continueremo a cercare nelle quattrocento pagine restanti una possibile via di fuga da quel destino già tracciato, salvo riconoscere che, come ogni esistenza reca in sé la propria fine, ogni storia si compie nel suo inevitabile esaurirsi. Se dunque «le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra», è forse altrove che occorre guardare: in quelle trame minori che sopravvivono alla vita, e che, pur lontane dal mondo tangibile, continuano ostinatamente a plasmarla. Suggestioni che Koyo Kouoh aveva condiviso come fonti d’ispirazione. Adele Spinelli
ENG One hundred years trace the Buendía family’s rise and decline in Macondo, a mythical village where time loops and solitude haunts generations. Blending dream and reality, the 1982 Nobel laureate Gabriel García Márquez builds a universal microcosm shaped by love, violence, and Colombia’s turmoil. Published in 1967 and key to magical realism, the novel shows destiny’s inevitability while hinting that smaller, intangible threads outlive mortal lives.

In uno degli episodi centrali della serie Frammenti di lei ( Pieces of Her ) su Netflix, la protagonista interpretata da Toni Colette sta per sottoporsi ad una seduta di chemioterapia. Senza capelli, affranta e infastidita dalla compagna di chemio ostinatamente ottimista e chiacchierona, la donna cerca rifugio nel libro che sta leggendo. Si tratta di Beloved di Toni Morrison. Anche la storia della serie parla di una donna in fuga dalla violenza, costretta ad abbandonare tutto per salvare la propria vita e quella della figlia. Il regista fa in modo che la copertina sia ben visibile nell’inquadratura, come se quel libro potesse fornire degli indizi, evidenziare delle sfumature, dirci delle cose. Negli Stati Uniti il romanzo – tradotto in Italia con il titolo Amatissima – è molto popolare, quasi emblematico. Considerato uno dei grandi romanzi americani, Beloved rievoca il peso della schiavitù non solo come evento storico, ma come ferita persistente nella coscienza individuale e collettiva. Il personaggio di Sethe, la protagonista, è ispirato alla storia vera di Margaret Garner, schiava fuggitiva che preferì uccidere la figlia piuttosto che vederla ricondotta in schiavitù. Con un linguaggio che è al tempo stesso lirico e crudele, Toni Morrison restituisce la violenza senza mai ridurla a spettacolo, in una scrittura che, dentro l’impianto narrativo della questione nera, introduce il femminile, lo sciamanesimo, la maternità irrisolta, la magia. Per la sua forza evocativa e archetipica, non sorprende che Koyo Kouoh lo abbia citato nella sua introduzione a In Minor Keys, sottolineandone la capacità di continuare a interrogare il presente. Marisa Santin ENG Beloved stands as one of the defining works of American literature. It confronts the legacy of slavery not merely as history, but as a psychic afterlife, a wound that persists within both individual and collective consciousness. Its protagonist, Sethe, draws on the real figure of Margaret Garner, a fugitive enslaved woman who chose to kill her child rather than see her returned to captivity. With a language at once sharp and lyrical, Toni Morrison renders violence without ever turning it into spectacle, weaving into the Black narrative tradition the feminine, shamanism, unresolved motherhood, and magic. Given its evocative and archetypal force, it is no surprise that Koyo Kouoh invokes the novel in her introduction to In Minor Keys
IN MINOR KEYS ARTISTS
La Biennale 2026 prende forma attorno a In Minor Keys, tema e titolo della mostra concepiti dalla curatrice Koyo Kouoh. Il suo progetto invita ad ascoltare ciò che solitamente resta in sottofondo: vibrazioni sottili, narrazioni laterali, forme di sensibilità che non cercano il centro della scena. Abbiamo chiesto ad alcuni degli artisti partecipanti in che modo questa idea di “minore” entra in risonanza con il loro modo di pensare e di fare arte.

BORN 1988, Lusaka, Zambia
LIVES&WORKS Johannesburg, South Africa
L’opera d’arte è per me soprattutto suggerimento e riflessione, un’eco del mondo stesso. Una piccola parte di una domanda molto più ampia. Il tema proposto da Koyo Kouoh ci ricorda che anche il “minore” è una fonte di potere: nelle pratiche artistiche questo si traduce nell’invito a guardare e ascoltare da vicino, nel cogliere ciò che sembra impercettibile o vedere ciò che appare invisibile, e di condividerlo con gli altri in modo significativo. Rimanere dentro la tensione delle tonalità minori ci permette di riconoscere le dimensioni politiche e poetiche, spesso nascoste, che ci attraversano.
ENG For me artwork is mostly suggestion and reflection, an echo of the world itself. A small part of a much bigger question. Koyo Kouoh’s theme reminds us that smallness is also a source of power, in art practices it resonates with the value of looking and listening closely, hearing the things that seem inaudible, or seeing things that seem invisible, and importantly sharing them with others. Staying with the trouble of the minor keys lets us recognize the otherwise hidden politics and poetics that haunt us.

BORN 1978, Gaza, Palestine
LIVES&WORKS Marseille, France
Il mio progetto, No Shelter, si accorda al tema In Minor Keys in quanto prende forma da frammenti di materiali e da tracce di memoria spesso trascurate o rese invisibili. Lavoro con materiali di recupero – tessuti, carta, cartone, plastica – che riassemblo attraverso il collage come risposta a ciò che è stato distrutto, nei luoghi e nell’architettura. Il progetto nasce dalla mia esperienza a Gaza. Sebbene io viva in Europa da oltre vent’anni, Gaza resta centrale nella mia pratica. La perdita di alcuni membri della mia famiglia, della casa e di centinaia di opere ha trasformato il ricostruire in un linguaggio artistico quotidiano, in cui la memoria diventa materia, non più solo un’idea astratta. In questo senso, “no shelter” (“senza riparo”) non rimanda solo allo sradicamento, ma a una condizione esistenziale più ampia: senza casa, ma non senza una terra. Il “minore” diventa uno spazio di sopravvivenza, in cui la vita persiste nei frammenti, nei residui, nelle forme incompiute.
ENG The theme In Minor Keys resonates directly with my project No Shel ter, which emerges from fragments of materials and traces of memory that are often overlooked or made invisible. I work with reclaimed materials – fabric, paper, cardboard, and plastic – reassembling them through collage as a response to what has been destroyed in both place and architecture. The work is rooted in my experience from Gaza. Although I have lived in Europe for more than twenty years, Gaza remains central to my practice. The loss of some of my family members, home, and hundreds of artworks has turned sewing and reconstruction into a daily artistic language, where memory becomes a material rather than an abstract idea. In this sense, “no shelter” refers not only to displacement but to a broader existential condition: without houses, yet not without a homeland. The “minor” becomes a space of survival, where life persists in fragments, residues, and unfinished form.
The 2026 Biennale is shaped around In Minor Keys, the theme and title of the exhibition conceived by curator Koyo Kouoh. Her framework invites attention to what usually recedes into the background: subtle vibrations, lateral narratives, forms of sensibility that do not seek the center of the stage. We asked some of the participating artists how this idea of the “minor” resonates with their way of thinking about and making art.

BORN 1968, Stanford, USA
LIVES&WORKS New York City, USA and Berlin, Germany
Gran parte del mio lavoro trae ispirazione da ciò che ci circonda ma a cui raramente prestiamo attenzione. Cerco di offrire ragioni per osservare più da vicino. Avviato nel 2010, il progetto Seat Assignment, ad esempio, è il risultato di undici anni di produzione artistica realizzata utilizzando solo il telefono cellulare e materiali trovati di volta in volta sui voli che ho preso in quel periodo. Volevo mettere alla prova cosa fosse possibile rappresentare entro i vincoli temporali, spaziali, materiali e sociali di una cabina d’aereo. Per questa Biennale, invece, mi concentro sul gioco, che, per quanto possa sembrare qualcosa di leggero o frivolo, è in realtà una forma di ricerca. Alcuni dei temi più seri possono essere affrontati proprio in questo spirito.
ENG Much of my work is inspired by things that surround us but that we rarely pay attention to, and I try to make a case for having a closer look. Begun in 2010, my project Seat Assignment, for instance, is the result of eleven years of making art using only my cell phone and whatever materials were around me on every flight I took during that time. I wanted to test what might be possible under those circumstances, even within the temporal, spatial, material, and social constraints of an airplane cabin. For this Biennale, my focus is on play, which, although it may sound like a light-hearted or frivolous thing, is in fact a form of research – and some of the most serious subjects can sometimes only be approached in this spirit.

BORN 1991, San Juan, Puerto Rico
LIVES&WORKS San Juan, Puerto Rico
Sono rimasta profondamente colpita dall’idea di una “chiave minore” intesa come metafora di una diversa forma di relazionalità – fondata sulla cura e sui legami affettivi che sviluppiamo in comunione con gli altri. O, per citare Koyo, «le oasi, le isole, dove si tutela la dignità di tutti gli esseri viventi». Per la Biennale presento un progetto sviluppato in collaborazione con mia madre, Gloria Morillo. È un lavoro che abbraccia oltre dieci anni di pensiero e di lavoro condivisi (anche se direi che la nostra collaborazione è iniziata trentacinque anni fa, il giorno in cui mi ha dato alla luce). Considero questo processo come una delle isole descritte da Koyo: un territorio in cui io e mia madre abbiamo potuto riallineare il suo rapporto con il passato, tentando di spezzare cicli di trasmissione generazionale. Costruire complicità e relazioni famigliari con chi collaboro è un processo lento, silenzioso e rigoroso, che cerco di proteggere dai ritmi e dalle pressioni del mondo dell’arte. .
ENG Since the moment I first read Koyo’s curatorial text, I was deeply moved by her proposal of the minor key as a metaphor for a different kind of relationality – one grounded in care and in the affective bonds we develop in communion with others. Or, to quote Koyo, “to find the oases, the islands, where the dignity of all living beings is safeguarded.” For the Biennale, I’m presenting a project developed in collaboration with my mother, Gloria Morillo. This project spans over ten years of thinking and working together (though I would argue our collaboration started 35 years ago, the day she gave birth me). I consider our process as one of the islands Koyo describes in her text – a territory where my mother and I could realign her relationship to her past, together, and by doing so, attempt to break cycles of generational inheritance. Building complicity and familial relations with collaborators is a slow, quiet, and rigorous process, one that I try to protect from the rhythms and pressures of the art world.

BORN 1986, Port-au-Prince, Haïtï
LIVES&WORKS Montreal, Canada and Paris, France Fare arte, a mio avviso, è qualcosa che accade ai margini, lontano dagli sguardi. La bellezza è nascosta. Scegliere di concentrarsi su questo significa che Koyo capisce dove inizia il processo. In un certo senso, questa prospettiva è un tentativo di restare il più possibile vicino all’opera in sé, prima che cominci ad agire sul mondo, o che il mondo agisca su di essa. Gli aspetti più preziosi della nostra sopravvivenza risiedono nella nostra capacità di interpretare la nostra esistenza attraverso quelle forme silenziose di resistenza che le narrazioni dominanti cercano di mettere a tacere. Vorrei che i miei dipinti astratti creassero condizioni percettive tali da permettere allo spettatore di fare un passo indietro e riconoscere pattern ricorrenti nel tempo, prendendo coscienza di come la violenza interrompe la continuità e lascia vuoti duraturi nella memoria storica collettiva.
ENG Making art, in my opinion, is something that happens in the margins, out of sight. Beauty is hidden. Choosing to focus on that suggests that Koyo understands where the process begins. In a way, this decision is an attempt to stay as close as possible to the work itself, before it begins to act on the world, or the world on it. The most precious aspects of our survival lie in our capacity to translate our existence –through those quiet forms of resistance that dominant narratives try to silence. I want my abstract paintings to create conditions for perception where viewers can step back and recognize patterns across time, seeing how violence interrupts continuity and leaves lasting voids in historical collective memory.

BORN 1956, Tel Aviv
LIVES&WORKS Lisbon, Portugal
L’invito di Koyo Kouoh a pensare in tonalità minore è per m, anche l’occasione per tornare indietro di quattordici anni, a uno dei miei lavori più intimi, Once I Entered A Garden, e di trarne un filo che parla al nostro presente catastrofico. È anche un modo per cercare di esprimere l’orrore del genocidio senza cedere alla pornografia delle immagini a cui siamo costantemente esposti. Cercare la tonalità minore nel centro della distruzione non è una sfida semplice, ma una scelta politica, che si allinea tanto al mio lavoro di filmmaker quanto al mio impegno di lunga data come attivista.
ENG Koyo Kouoh’s invitation to think in a minor key is, in a sense, an opportunity for me to go fourteen years back to one of my most intimate works, Once I Entered A Garden, and to draw out a thread from it that speaks to our current catastrophic moment. It is also an opportunity to find a way to express the horror of genocide without surrendering to the pornography of images we live under the attack of.
To seek the minor key in the midst of destruction is not a simple challenge, but a political decision – one that aligns with both my work as a filmmaker and my long-standing engagement as an activist.

BORN 1968, Dublin, Ireland
LIVES&WORKS Dublin, Ireland
Le mie fotografie Joly screen rivisitano un metodo dimenticato di fotografia a colori – una nota minore nella sua storia –, ma inventato proprio a Dublino, da cui provengo. Sono immagini piccole e illuminate che richiedono uno sguardo ravvicinato e che, tuttavia, generano una contraddizione visiva: più ci si avvicina, meno si vede, perché il reticolo interrompe il dettaglio. Si produce anche uno slittamento cromatico, poiché i due strati della fotografia si disallineano al minimo movimento. Questo contribuisce a “disinventare” l’immagine, mettendone ulteriormente in discussione l’autorità attraverso linee temporali sovrapposte e molteplici punti di riferimento visivi. Il lavoro è anche radicato nell’umorismo e in un profondo rispetto per la tradizione. Ciò che amo dell’approccio di Koyo è che affonda le radici in molteplici pratiche culturali, che aggiungono complessità e compassione, dignità ed equità. ENG My Joly screen photographs revisit a forgotten method of colour photography, a minor note in the history of photography but one that was invented in Dublin where I am from. They are small illuminated images that demand a closer look. But there is a visual contradiction as the closer you get, the less you see, as the lined filter interrupts the detail. There is also a colour shift as there are two layers in the photograph that mismatch when you move. This helps ‘un-invent’ photography, questioning its authority further by layered timelines and multiple visual reference points. It’s also grounded in humour and respect for tradition. What I love about Koyo’s approach is that it is rooted in so many cultural practices that add complexity and compassion as well as dignity and equity.

BORN 1979, Beirut, Lebanon
LIVES&WORKS Beirut, Lebanon and Berlin, Germany
L’idea del “minore” si accorda con la mia concezione dell’arte come qualcosa che agisce in silenzio, piuttosto che attraverso dichiarazioni. Sono attratto da gesti che non cercano attenzione, ma che si sedimentano nel tempo, modificando la percezione in modo sottile ma duraturo. Per me fare arte è come piantare piccoli semi in spazi e contesti diversi, senza controllo su come o quando attecchiranno, affidando al tempo il compito di dar loro forma e significato. Questo approccio si allinea a una sensibilità per ciò che sta sullo sfondo: tonalità, narrazioni ed emozioni che non si risolvono in modo netto né offrono conclusioni definitive, ma che permangono e restano aperte. Mi interessa quello spazio di resistenza gentile in cui le cose non sono completamente definite, dove memoria, consapevolezza e ambiguità coesistono. Riflette una visione del mondo in cui il significato non è immediato né univoco, ma si svela gradualmente, spesso fuori dal centro, in forme più silenziose e meno visibili.
ENG The idea of the “minor” resonates with how I think about art as something that works quietly rather than declaratively. I’m drawn to gestures that don’t demand attention but instead settle over time, shifting perception in ways that are subtle yet lasting. Making art, for me, is like planting small seeds across different spaces and contexts, without control over how or when they will take root, trusting that time will shape their meaning. This approach aligns with a sensitivity to what exists in the background tones, narratives, and emotions that don’t resolve neatly or present clear conclusions, but instead linger and remain open. I’m interested in that space of gentle resistance, where things are not fully defined, where memory, awareness, and ambiguity coexist. It reflects a way of engaging with the world where meaning is not immediate or singular, but something that unfolds gradually, often outside the center, in quieter and less visible ways.
61. BIENNALE ARTE
NATIONAL PARTICIPATIONS | QATAR PAVILION
Nato dalla presentazione del lavoro di Rirkrit Tiravanija a Doha nell’ambito di Rubaiya Qatar, il progetto prende forma come un’opera corale e partecipativa nel sito destinato al futuro Padiglione permanente del Qatar progettato da Lina Ghotmeh – Architecture. Realizzato da Qatar Museums e presentato da Rubaiya Qatar, untitled 2026 (a gathering of remarkable people) si articola attorno a una struttura a tenda ispirata ai luoghi di incontro qatarioti, ospitando un film di Sophia Al-Maria, live performance sonore organizzate da Tarek Atoui, la scultura Jerrican di Alia Farid e un programma gastronomico dello chef Fadi Kattan. Coinvolgendo artisti, musicisti, poeti e chef di diversa provenienza, il progetto riflette sulla cultura come legame indelebile che unisce le persone.
In che modo l’idea di “minore” proposta da Koyo Kouoh si riflette nel progetto del Padiglione del Qatar?
Penso all’idea stessa del Padiglione come a uno spazio per “tonalità minori”, non minori in sé, ma come modi di partecipazione che spesso si collocano ai cosiddetti margini. Invitare lo chef palestinese Fadi Kattan, ad esempio, fa parte di un processo volto a dare spazio a voci e competenze artistiche che meritano maggiore attenzione. Abbiamo inoltre integrato nella struttura del programma la possibilità per gli artisti selezionati di invitare a loro volta altri partecipanti, dando vita a ciò che abbiamo definito “un raduno”.
Uno spazio ideato come segno tangibile del futuro Padiglione del Qatar, che sarà progettato da Lina Ghotmeh – Architecture. Quali elementi del progetto 2026 sono seminali per la costruzione di un’identità culturale qatariota all’interno della Biennale?
Il Padiglione è concepito, tanto concettualmente quanto fisicamente, come una piattaforma di dialogo e condivisione. Un luogo letteralmente aperto al mondo. In quest’ottica abbiamo voluto creare uno spazio che rappresenti il Qatar in una forma raramente visibile in Occidente. Il programma è pensato anche come un crocevia, tanto geografico quanto artistico.
La struttura progettata da Rirkrit Tiravanija richiama una tenda, concepita come luogo di scambio culturale, archetipo simbolico di una civiltà che diventa spazio contemporaneo per il corpo e per lo spirito. Qual è il “pensiero-manifesto” alla base del progetto?
Non sono sicuro ci sia un vero e proprio manifesto, ma se ci fosse sarebbe qualcosa come: “viviamo tutti sotto una grande tenda, dove possiamo comprenderci meglio attraverso attività condivise come la musica, il cibo e, naturalmente, l’arte”.
Intervista Tom Eccles, curatore Padiglione Qatar di Marisa Santin PADIGLIONE

Il Padiglione è concepito, tanto concettualmente quanto fisicamente, come una piattaforma di dialogo e condivisione. Un luogo letteralmente aperto al mondo
Contributi di artisti provenienti da ambiti diversi – dal cinema alla musica, dalla scultura alla cucina – costituiscono gli elementi centrali dello spazio immaginato da Tiravanija. Quali caratteristiche di questi singoli contributi diventano fattori chiave nel plasmare questo lavoro aperto e condiviso?
Il Padiglione è definito da contributi molto specifici, ma la nostra speranza è che questi diano vita a una fusione di storie vive, un presente lucido e un futuro carico di speranza, radicati nel Qatar e nella regione circostante.

Born from the presentation of Rirkrit Tiravanija’s work in Doha as part of Rubaiya Qatar, the project takes shape as collective work on the site designated for the future permanent Qatar Pavilion, designed by Lina Ghotmeh – Architecture. Produced by Qatar Museums and presented by Rubaiya Qatar, untitled 2026 (a gathering of remarkable people) is organised around a tent-like structure inspired by Qatari gathering spaces, hosting a film by Sophia AlMaria, live performances by Tarek Atoui, Alia Farid’s sculpture Jerrican, and a culinary programme by chef Fadi Kattan. Bringing together artists, musicians, poets and chefs, the project reflects on culture as an enduring bond that unites people.
How does the idea of the “minor,” as proposed in In Minor Keys, resonate with the Qatar Pavilion project?
I think of the very idea of the Qatar National pavilion as a space for “minor keys”, not in themselves minor but as modes of participation that often sit at the so-called margins. Inviting the Palestinian chef, Fadi Kattan, for example is part of a process to privilege voices and artistic skills that deserve more attention. We also built into the structure of the program the opportunity for our selected artists to invite further participants to create what we’ve called “a gathering.”
A space conceived as a tangible sign, both physical and con ceptual, of the future Qatar Pavilion, which will be designed by Lina Ghotmeh – Architecture. Which elements of the 2026 project are foundational for the construction of a Qatari cul‑ tural identity within the Biennale?
The current pavilion is conceived both conceptually and physically as a platform for dialogue and sharing. A place that is quite literally open to the world. As such we wanted to create a space that represents Qatar and in many ways the region in a way that it is rarely seen in the West. The program is also conceived as a crossroads, both geographically and artistically.
The structure designed by Rirkrit Tiravanija resembles a tent, conceived as a site of cultural exchange, a symbolic archetype of a civilization that becomes a contemporary space for both body and soul. What is the manifesto think ing behind the project?
I’m not sure we have a manifesto, but if there were one it would be something like “we all live under a big tent where we better understand each other through the communal activities of shared music, food and of course art.”
Contributions from diverse artists working in different fields – from cinema, to music, sculpture and cuisine – form the core elements of the space envisioned by Tiravanija. Which characteristics of these individual con‑ tributions become key factors in shaping this open and shared work?
The pavilion is shaped by very specific contributions but our hope is that this brings together a fusion of vibrant histories, a clear-eyed present and a hopeful future rooted in Qatar and its surrounding region.
ARSENALE ARGENTINA
Monitor Yin Yang
Il monumentale disegno ambientale di Matías Duville in sale e limatura di carbone vegetale esplora un temuto futuro apocalittico, in cui persiste tuttavia la capacità umana di percepire bellezza, vita e desiderio. L’opera oscilla tra ordine e caos, tra tracce evanescenti e forme più definite. L’incedere dei passi, il crepitio dei materiali e un soundscape di frequenze sovrapposte attivano una percezione quasi tattile. Sale e carbone evocano tempi divergenti e rimandano alle lande del Sud dell’Argentina, trasformando il disegno in paesaggio vivo, sospeso tra memoria, fragilità ed energia.
ENG Matías Duville’s huge environmental drawing in salt and charcoal dust explores a dreaded apocalyptic future. The sound of footsteps, the crackling of materials, and a soundscape of overlapping frequencies activate an unstable, almost tactile perception. Salt and charcoal evoke divergent timeframes and recall the early plains of southern Argentina, transforming the drawing into a living landscape suspended between memory, fragility, and energy.
Sale d’Armi | IG @matiasduville
GIARDINI
FINLANDIA Padiglione Alvar Aalto
Aeolian Suite
Lo spazio è trasformato in un paesaggio eolico fatto di suoni, movimenti e simulazioni ambientali realizzate in collaborazione con il CNR-ISMAR di Venezia. I visitatori partecipano ad una sorta di dramma degli elementi muovendosi in una scena animata da cinque venti veneziani personificati (la Tramontana, due diverse Bore, lo Scirocco e il Garbin), che ‘cantano’ attraverso voci e gesti ispirati al grammelot. Tra teatro itinerante e installazione immersiva, l’opera intreccia scienza e percezione sensoriale, invitando a un ascolto profondo delle forze atmosferiche e del loro impatto sull’ambiente.
ENG The space is transformed into an aeolian landscape made of sounds, movements, and environmental simulations. Visitors take part in a sort of drama moving through a scene animated by five personified Venetian winds, which “sing” with voices and gestures inspired by grammelot. The work, both itinerant theatre and immersive installation, weaves together science and sensory perception, inviting visitors to listen to atmospheric forces and to reflect on their impact on the environment. www.frame-finland.fi
GIARDINI
GRAN BRETAGNA
Tra le pioniere del Black British Art Movement, Lubaina Himid porta da decenni storia e cultura nera nello spazio dell’arte contemporanea, unendo temi quali razza, femminismo e memoria coloniale. Professoressa emerita alla University of Lancashire e vincitrice del Turner Prize 2017, Himid opera su un terreno dove ricerca storica e narrazione si uniscono in un linguaggio vivo e stratificato, che rende visibili identità culturali a lungo marginalizzate. Il progetto per questa Biennale si propone come una guida attraverso l’imprevedibilità della vita: occorre imparare a riconoscere cosa significhi “casa” anche lontano dal proprio luogo di origine.
ENG A pioneer of the Black British Art Movement, Lubaina Himid has brought for decades Black history and culture into contemporary art exploring race, feminism, and colonial memory. Himid combines historical research and narrative in a layered, vibrant language that makes long-marginalized cultural identities visible. The project for this Biennale is conceived as a guide through the unpredictability of life: one must therefore learn to recognise what “home” means even far from one’s own place of origin.
www.venicebiennale.britishcouncil.org






The Poetics of Correspondence
Una costellazione di artisti internazionali costruisce un percorso che indaga le corrispondenze tra isole, correnti e linguaggi intesi come reti di significato, memoria e materialità. Installazioni stratificate, opere basate sul tempo e interventi collaborativi compongono uno spazio polifonico in cui Grenada si configura come nodo di scambi tra dimensione locale e orizzonti globali. Pratiche eterogenee per media e processi convergono in una riflessione sulle dinamiche relazionali del presente.
ENG
A constellation of international artists constructs a trajectory that explores correspondences between islands, currents, and languages as networks of meaning, memory, and materiality. Layered installations, time-based works, and collaborative interventions compose a polyphonic space in which Grenada emerges as a node of exchange between local specificity and global horizons. Practices diverse in media and processes converge in a reflection on the relational dynamics of the present.
Spazio Berlendis, Cannaregio 6301/A | www.grenadavenice.org
TOWN GUATEMALA
Le donne maya che ogni giorno, dall’alba al tramonto, macinano il mais, alimentano il focolare e preparano tortillas su comal d’argilla sono protagoniste invisibili di una storia millenaria. Il tortear – il gesto ripetuto di passare le mani umide sulla pietra rovente per evitare che il mais si attacchi – finisce spesso per cancellare ogni impronta digitale, ogni traccia di identità. Eppure in quel silenzio quotidiano si custodisce la memoria collettiva di un popolo, la sua sopravvivenza identitaria e il legame indissolubile tra esseri umani, natura e cosmo della cultura maya.
ENG Mayan women, who from dawn to dusk grind corn, feed the fire, and prepare tortillas on clay comales, are the invisible protagonists of a millennia-old history. Tortear – the repeated gesture of passing wet hands over the heated stone to prevent the corn from sticking – often erases every fingerprint, every trace of individual identity. And yet, that daily silence preserves the collective memory of a people, their cultural survival and the unbreakable bond between humans, nature, and the traditional Mayan cosmos.
Spazio Berlendis, Cannaregio 6301 | www.biennaleguatemala.com
Al debutto dell’El Salvador alla Biennale Arte J. Oscar Molina presenta una ricerca scultorea dedicata alle geografie intime della diaspora. Nato a Madrid e cresciuto negli Stati Uniti, l’artista combina memoria personale e storia collettiva, indagando appartenenza e sradicamento come condizioni esistenziali. Cuore del progetto è la serie Children of the World, figure modellate come presenze vigili, emblemi di comunità disperse ma resilienti. La mostra concepisce lo spostamento non solo come superamento di confini, ma come stato ontologico, mappa fragile e tenace di identità in movimento.
ENG Marking El Salvador’s debut at the Biennale Arte, J. Oscar Molina presents a sculptural practice devoted to the intimate geographies of diaspora. Born in Madrid and raised in the United States, the artist weaves together personal memory and collective history, exploring belonging and uprootedness as existential conditions. At the core of the project is the series Children of the World, figures shaped as watchful presences, symbols of scattered yet resilient communities. The exhibition conceives displacement not only as the crossing of borders, but as an ontological state – a fragile yet tenacious map of identities in motion.
Palazzo Mora, Cannaregio 3659 | IG @omolina.arts


The title Dream Stream originates from the Eastern wisdom of “investigating underlying principles through the observation of phenomena” and “the unity of heaven and humanity,” which are embodied in the Dream Stream Essays by Shen Kuo of the Northern Song dynasty. This book records reflections on humanities, arts, science and technology, and was praised by British historian of science Joseph Needham as “a milestone in the history of Chinese science.”
In Chinese oracle-bone script, the character yi (艺, art) depicts a half-kneeling human figure planting grain. This pictographic origin embodies a profound reverence for the land and conveys respect and devotion toward artistic practice.
This is a time of uncertainty. Art exists within the spiritual world where people enter into dialogue and hearts resonate across cultures, beneath a vast sky that transcends time and national boundaries. Through the revitalization of enduring traditions and growth rooted in local soil, art journeys across the expansiveness of the world, breathing in its vitality – an experience that is profoundly precious.
This is a time of uncertainty. Art inhabits the living world of spirit, empathy, and compassion, beneath the reality where chaos intertwines with hope. Art finds value in overcoming adversity and awakening a sense of optimism. It is equally precious to walk through the jungle of life in search of a Lichtung
This is a time of uncertainty. Art unfolds in a virtual world of fragmented information and technological mediation, beneath an ecosystem of human and artificial intelligence. To liberate oneself from algorithmic determination and embrace an inspired encounter with the future – exploring the cosmic imagination at the confluence of culture and technology – this remains uniquely precious.
We are currently living in an era where technology is reshaping the world with unprecedented power. The Chinese classical “Firmaments, Earth, and Human” triad is transforming into a new existential framework: “Firmaments, Earth, Human, and Algorithms.” This shift does not overturn tradition; it grows from cultural roots and extends them, and opens pathways toward a spiritual cosmos beyond imagination.
How to renew tradition through innovation and how to integrate art with science and technology is the wager of this exhibition. It stages an immersive and perceptible Eastern visual system and cognitive schema.

Il titolo Dream Stream nasce dalla sapienza orientale dell’“indagare i principi sottesi attraverso l’osservazione dei fenomeni” e dell’“unità tra cielo e umanità”, concetti incarnati nei Dream Stream Essays di Shen Kuo, studioso della dinastia Song settentrionale. L’opera, che raccoglie riflessioni sulle scienze umane, le arti, la scienza e la tecnica, fu definita dallo storico britannico Joseph Needham “una pietra miliare nella storia della scienza cinese”. Nella scrittura arcaica su ossa oracolari, il carattere yi (艺, arte) rappresenta una figura umana semi-inginocchiata nell’atto di seminare cereali. Questa origine pittografica esprime una profonda devozione per la terra e restituisce il senso di rispetto e dedizione propri della pratica artistica.
Viviamo in tempi incerti. L’arte abita una dimensione spirituale in cui si aprono dialoghi e le sensibilità risuonano oltre le culture, sotto un vasto cielo che trascende epoche e confini. Attraverso la riattivazione di solide tradizioni e una crescita radicata nei contesti locali, l’arte attraversa il mondo respirandone la vitalità: un’esperienza di rara intensità.
Viviamo in tempi incerti. L’arte vive nei territori dello spirito, dell’empatia e della compassione, entro una realtà in cui il caos si intreccia alla speranza. In essa si riconosce la capacità di trasformare l’avversità e di riaccendere l’orizzonte dell’ottimismo. Non meno prezioso è inoltrarsi nella giungla dell’esistenza alla ricerca di una Lichtung, una radura.
Viviamo in tempi incerti. L’arte si dispiega anche nello spazio virtuale, tra informazioni frammentate e mediazioni tecnologiche, all’interno di un ecosistema condiviso da intelligenza umana e artificiale. Sottrarsi alla determinazione algoritmica e aprirsi a un incontro ispirato con il futuro — percorrendo l’immaginazione cosmica all’incrocio tra cultura e tecnologia — resta un gesto essenziale. Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ridefinisce il mondo con forza inedita. La triade classica cinese “Cielo, Terra e Umano” si trasforma in una nuova costellazione esistenziale: “Cielo, Terra, Umano e Algoritmi”. Questo passaggio non sovverte la tradizione, bensì ne prolunga le radici, aprendo traiettorie verso un cosmo spirituale inimmaginato.
Rinnovare la tradizione attraverso l’innovazione e integrare arte, scienza e tecnologia è la scommessa di questa mostra, che mette in scena un sistema visivo e cognitivo orientale, immersivo e sensorialmente percepibile.
CINA – REPUBBLICA POPOLARE CINESE
Dream Stream
Arsenale, Magazzino delle Cisterne
Organizer: Ministry of Culture and Tourism of the People’s Republic of China
Co-organizer: China International Culture Association
Commissioner: China Arts and Entertainment Group Ltd. (CAEG)
Executive Agency : China International Exhibition Agency (CIEA)
Curator: Yu Xuhong
Curatorial Team : Duan Weibin, Xia Shangzhou, Xuan Xuejun, Wang Yang
Curatorial Institution : Art Museum of China Academy of Art
Academic Advisors : Wang Jian, Roger M. Buergel
With the Support of : Embassy of the People’s Republic of China in the Republic of Italy
ARSENALE IRLANDA
Dreamshook
Un’installazione di arazzi realizzati con tecnica tufting, disegni e sculture evoca stati onirici e soglie percettive, dove reale e immateriale si confondono. Il progetto riflette sulle strutture che ordinano la conoscenza e sul desiderio umano di dare forma al caos, intrecciando riferimenti al Medioevo e al primo Rinascimento, epoche di crisi e trasformazione. Tra umanesimo, stampa e cultura figurativa – con un’attenzione alla figura di Aldo Manuzio – Isabel Nolan costruisce una meditazione sull’ambivalenza della tradizione europea, interrogando i rapporti tra sapere, potere e immaginazione.
ENG An installation of hand-tufted tapestries, drawings, and sculptures evokes dreamlike states and perceptual thresholds, where the real and the immaterial blur. The project reflects on the structures that organize knowledge and on the human desire to give shape to chaos, weaving together references to the Middle Ages and the early Renaissance as periods of crisis and transformation. Across humanism, print culture, and figurative art – with a focus on Aldo Manuzio – Nolan develops a meditation on the ambivalence of European tradition, probing the relationships between knowledge, power, and imagination. Artiglierie | IG @irelandatvenice | @nolanisabel
GIARDINI
POLONIA
L’installazione esplora linguaggi marginalizzati e comunicazioni oltre l’umano, con focus sulla cultura sorda e sul concetto di “deaf gain”, ovvero la sordità vista non come deficit ma come risorsa culturale e cognitiva. Il progetto coinvolge il Choir in Motion, coro di performer sordi e udenti, e combina voce parlata, Lingua Internazionale dei Segni, canti di balene, ambiente subacqueo e coreografia collettiva per ridefinire i confini tra corpo, codici linguistici e percezione. ENG The Polish installation explores marginalized languages and forms of communication beyond the human, focusing on Deaf culture and the concept of “deaf gain,” reframing deafness not as a deficit but as a cultural and cognitive resource. The project involves the Choir in Motion, a choir of deaf and hearing performers, combining spoken voice, International Sign Language, whale songs, underwater environments, and collective choreography. www.labiennale.art.pl | www.zacheta.art.pl
AROUND TOWN
SANTA SEDE
L’orecchio è l’occhio dell’anima /
the Soul
Ispirandosi alla vita e all’eredità spirituale di Ildegarda di Bingen, proclamata Santa e Dottore della Chiesa nel 2012 da Benedetto XVI, gli artisti coinvolti nel progetto si uniscono in una preghiera sonora che è invito all’ascolto contemplativo. Brian Eno e Patti Smith, Jim Jarmusch e Meredith Monk sono solo alcuni degli autori di creazioni sonore fruibili con cuffie dai visitatori, assieme ad un’installazione filmica in dodici stazioni del regista Alexander Kluge, scomparso di recente e a cui si deve il titolo del Padiglione. Il progetto è curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers.
ENG Inspired by the life and spiritual legacy of Hildegard of Bingen, proclaimed Saint and Doctor of the Church in 2012 by Benedict XVI, the participating artists come together in a sonic prayer that invites contemplative listening. Brian Eno and Patti Smith, Jim Jarmusch and Meredith Monk are among the contributors whose sound works can be experienced through headphones, alongside a film installation in twelve stations by filmmaker Alexander Kluge, who recently passed away and to whom the project’s title is owed. The project is curated by Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers. Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, Fondamenta S. Gioacchin, Castello 450 Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, Cannaregio 54






«WURUS*» ‑ What the Earth provides us with...
Wurus (“oro” in lingua wolof) dà il titolo a un Padiglione finemente configurato tramite pareti secondarie, aperture e soglie: alcune opere si offrono allo sguardo solo attraverso ampie fenditure, altre restano visibili in spazi sottratti all’accesso diretto. Superfici riflettenti, sculture in ottone, bronzo e polimero e passaggi compressi costruiscono un ambiente fatto di rimandi e slittamenti. L’oro non compare mai come materia, ma si manifesta come tensione: è nella distanza che si misura il suo valore, in ciò che si intravede e si riflette. In ciò che si desidera senza poter possedere. ENG Wurus (“gold” in Wolof) is the title of a Pavilion carefully structured through secondary walls, openings, and thresholds. Some works reveal themselves only through wide slits, others are visible within spaces you can’t have a direct access to. Reflective surfaces, brass, bronze, and polymer sculptures, compressed passageways create an environment made of echoes and displacements. Gold never appears as a material, but manifests instead as tension: its value is measured in distance, in what is reflected, in what you can glimpse and in what you desire without being able to own it.
Palazzo Navagero, Riva degli Schiavoni, Castello 4147 | www.carolinegueye.com
GIARDINI
SPAGNA
Los restos
Cosa resta delle immagini, una volta esaurita la loro funzione? Migliaia di cartoline raccolte da Oriol Vilanova nell’arco di oltre vent’anni ricoprono le pareti del Padiglione, trasformandolo in uno pseudo-museo costruito per accumulazione. Fotografie prodotte in massa dal turismo – spedite, dimenticate o riemerse nei mercatini dell’usato – vengono riunite senza gerarchie in una composizione murale potenzialmente infinita. Quelle immagini stereotipate, un tempo parte della comunicazione pi. ordinaria, riemergono come residui visivi e tracce di esperienze individuali, frammenti di una memoria collettiva fragile e dispersa.
ENG What remains of images once they have lost their function? Thousands of postcards collected by Oriol Vilanova over more than twenty years cover the walls of the Spanish Pavilion, transforming it into a pseudo-museum built through accumulation. Mass-produced tourist photographs – sent, forgotten, or rediscovered in flea markets – are brought together without hierarchy in a potentially infinite wall composition. These stereotyped images, which once were part of the most ordinary forms of communication, re-emerge as visual residues and traces of individual experiences, fragments of a fragile and dispersed collective memory.
IG @oriolvilanova
ARSENALE
Repubblica Democratica di TIMOR LESTE
Across Words
Il percorso, realizzato da artisti appartenenti a diverse generazioni (, è costruito a partire dalla pluralità linguistica di Timor-Leste, dove idiomi ancestrali e lingue d’uso comune, quali l’inglese e l’indonesiano, convivono in un ecosistema complesso. Al centro, l’opera tessile Tais Don traduce la memoria storica in testimonianza materiale, riportando i nomi degli oltre 250 manifestanti indipendentisti uccisi nel massacro di Santa Cruz del 1991. Intorno, installazioni audiovisive sviluppano una riflessione sulla lingua come terreno di identità, trasmissione e costruzione collettiva, restituendo l’immagine di una cultura che trova coesione proprio nella molteplicità.
ENG The exhibition, conceived by artists from different generations, takes shape from the linguistic plurality of Timor-Leste, where ancestral idioms and current languages, such as English and Indonesian, coexist within a complex ecosystem. At the center, the textile work Tais Don transforms historical memory into material testimony, bearing the names of over 250 pro-independence demonstrators killed in the 1991 Santa Cruz massacre. The surrounding audiovisual installations develop a reflection on language as a space of identity, transmission, and collective construction, offering an image of a culture that finds its cohesion in multiplicity. Artiglierie | FB @TimorLesteVenice2026

Per il suo novantesimo compleanno, Lee Ufan torna al centro della scena internazionale con una grande personale a SMAC Venice, Evento Collaterale della 61. Biennale Arte. Promossa da Dia Art Foundation e curata da Jessica Morgan, la mostra, in apertura dal 9 maggio, riunisce oltre sette decenni di ricerca, accostando dipinti storici e recenti, installazioni su larga scala e una nuova commissione site-specific concepita in dialogo diretto con gli spazi delle Procuratie di Piazza San Marco.
Nato nel 1936 in Corea, nella provincia di Gyeongsangnam-do durante l’occupazione giapponese, Lee appartiene a una generazione segnata dalle fratture del Novecento, tra fine del colonialismo, divisione della penisola e Guerra fredda. Dopo una formazione nella pittura a inchiostro a Seoul, nel 1956 si trasferisce in Giappone, dove studia filosofia alla Nihon University di Tokyo. Fenomenologia e strutturalismo divengono così strumenti per indagare la relazione tra soggetto, materia e percezione, dando forma a una pratica in cui riflessione teorica ed esperienza sensibile restano saldamente intrecciate.
Figura centrale della Mono-ha e interlocutore del Dansaekhwa, Lee sviluppa un linguaggio fondato su elementi come pietre, acciaio, superfici pittoriche e campi vuoti, che attivano lo spazio attraverso relazioni mai definitivamente risolte. Su questa base, dalle prime sperimentazioni degli anni Sessanta alle opere riunite sotto il titolo Relatum, fino alle serie From Point, From Line e Dialogue, la sua ricerca procede per sottrazione, riducendo progressivamente il segno e conducendolo a un’intensità percettiva estrema. La mostra è un’occasione per misurare la pratica di un’icona che, anche a novant’anni, continua a interrogare le condizioni stesse del vedere. Adele Spinelli
ENG Gesture, interval, balance, and spatial tension run through seven decades of the South Korean artist’s practice, unfolding across the eight rooms of the Procuratie on the occasion of his 90th birthday. These elements are at the core of his research, which has established him as a central figure in the contemporary art scene. They emerge in both his paintings and his site-specific installations, highlighting the philosophical and material ties between his poetics and his artistic practices.
Lee Ufan
SMAC Venice, Procuratie, Piazza San Marco www.smacvenice.org/whats-on/lee-ufan

C’è un momento, davanti ai lavori di Su Xiaobai, in cui la pittura smette di essere immagine e diventa qualcosa di più instabile, quasi fisico. Non si guarda soltanto, si entra in una superficie che sembra trattenere il tempo. È questa la sensazione che attraversa Su Xiaobai’s Alchemical Universe, Evento Collaterale della 61. Biennale Arte, ospitato a Palazzo Soranzo Van Axel. Il progetto, realizzato da Su Xiaobai Foundation in collaborazione con LACMA (Los Angeles County Museum of Art) e curato da Stephen Little, non si limita a presentare una carriera, ma mette in scena un modo di pensare la pittura.
Su Xiaobai nasce a Wuhan nel 1949 e attraversa Cina ed Europa, fino a Düsseldorf, dove la sua formazione si apre definitivamente a un dialogo tra tradizioni lontane. Da questo passaggio nasce un linguaggio che non appartiene mai del tutto a un solo mondo.
Dal 2003 l’artista lavora quasi esclusivamente con la lacca naturale. Un materiale antico, lento, difficile da governare, che nelle sue mani diventa qualcosa di radicalmente contemporaneo. Ogni opera nasce da una costruzione stratificata: fino a venti stesure successive, poi incisioni, abrasioni, nuove coperture. Nulla resta stabile. Ogni superficie è il risultato di una tensione tra ciò che emerge e ciò che viene nascosto. La serie Niao Niao, al centro della mostra, porta questo processo a una forma di estrema rarefazione. Le opere si muovono tra neri profondi e grigi sospesi, senza mai diventare immagini definite. Il titolo suggerisce un’idea di evanescenza, di qualcosa che sfugge mentre si manifesta. Non c’è narrazione, ma una continua sospensione percettiva. La materia non è supporto, ma evento. La lacca conserva tracce, le cancella, le riporta in superficie, come se ogni gesto fosse una riscrittura. È un processo che avvicina l’opera a una forma di alchimia, dove trasformazione e perdita coincidono. Alberto Marzari ENG
A selection of thirty-five paintings goes through Su Xiaobai’s research from 2003 until now, based on the use of natural lacquer as a pictorial medium. Overlapping, incised and abraded layers create thick and tactile monochrome surfaces, where dark tones and shades of grey define a meditative dimension. At the heart of the exhibition is the Niao Niao series, which explores transience and evanescence through a process of material transformation.
www.suxiaobai-foundation.org/foundation

Un percorso che punta verso l’Occidente, con Roma come approdo desiderato. Un cammino interrotto, mai davvero compiuto: è questa la traiettoria di Wu Li, poeta, pittore e religioso vissuto all’epoca della prima dinastia Qing. Da questa figura prende forma Jacone’s Polyphony, Evento Collaterale della 61. Biennale Arte, presentato negli spazi prospicienti l’entrata dell’Arsenale, costruito attorno a un’idea di polifonia narrativa che si intreccia al percorso creativo e spirituale di Wu Li, sospeso tra Oriente e Occidente. La mostra si muove dentro un territorio in cui fede, cultura e ricerca interiore vengono osservate alla luce della globalizzazione contemporanea, interrogando ciò che resta delle identità quando i confini si fanno porosi.
Nel 1681 Wu Li intraprende un viaggio con alcuni missionari gesuiti diretto verso Roma, ma la rotta cambia improvvisamente: si ferma a Macao, città di soglia, modellata da una convivenza costante tra cultura cinese e influenza occidentale. È qui che il suo percorso si interrompe e, al tempo stesso, si trasforma. Macao diventa non solo destinazione mancata, ma luogo di osservazione e creazione. L’esposizione costruisce così una narrazione circolare, svincolata dalla linearità del tempo e dello spazio. Il viaggio di Wu Li si spezza, si espande, si riattiva nelle opere contemporanee, fino a generare un arrivo che non appartiene al passato ma a una dimensione sospesa, quasi rimandata di secoli. Gli artisti coinvolti utilizzano questa traiettoria come pretesto per dar forma a una pluralità di voci e linguaggi, ricercando una reale comprensione interculturale. Le opere diventano dispositivi di ascolto e confronto, dove l’identità non si dissolve ma si riorganizza, cercando un equilibrio tra appartenenza e apertura. Macao emerge così come laboratorio di scambio, luogo in cui la contaminazione culturale non è evento, ma processo continuo. Wu Li non raggiunse mai Roma e proprio in questa assenza si apre lo spazio dell’interpretazione. È lo spettatore oggi a compiere quel tragitto: entrare a Macao, attraversarne le stratificazioni culturali, perdersi tra tempi sovrapposti e ritorni possibili. E forse, in questo movimento continuo, scoprire che il viaggio non conduce a un punto d’arrivo, ma a una soglia: quella in cui il passato continua a riscriversi e il futuro smette di essere una destinazione per diventare una possibilità aperta, ancora in ascolto. Alberto Marzari
ENG In the late 17th century, Wu Li – painter, poet and theologian – set out to join Jesuit missionaries in Rome, only to stop in Macao, where he studied theology and immortalised the city’s landscapes in his poems. Three contemporary artists revisit this unfinished journey through paintings, installations and video, weaving their own voices together with Wu Li’s in an exhibition path that connects outdoor spaces and four indoor galleries, moving across time, cultures and faiths in polyphonic dialogue.

»Lore
Bert « presents from 8 May – 22 oct. 2026
»Towards T he ligh T « a statement for Hope against the wars in the world
i n occasion of her 90. Birthday and after more than 350 exhibitions in 30 countries, the German artist Lore Bert presents for the 3rd time an extraordinary exhibition for the Venice Biennale.
With 2 installations of paper, one included a s piral of neon-balls, which indicate towards the center the concentration , towards the outside unlimitation , the other included neon-quatrefoils which stands for the › Cardinal Virtues ‹ : Wisdom, Justice, Courage, temperance.
i n addition 4 paper-objects will be seen as well as a sculpture with neon elements in the form of oriental numbers in the choir.
Chiesa s an Fantin 30124 Venezia · s an Marco opposite il teatro La Fenice contacts : 0039 - 327 - 692 3 693 0049 - 171 - 4 208 280 dvdk@lore-bert.com www.lore-bert.com



L’artista
“Evento” è parola tra le più abusate. Ma la mostra Marina Abramovic´: Transforming Energy evento lo è a pieno titolo: la grande artista capace di far discutere il mondo con le sue performance festeggia gli 80 anni con la personale che le Gallerie dell’Accademia di Venezia le dedicano dal 6 maggio al 19 ottobre. Una mostra non a caso in occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale, che nel 1997 premiò Abramovic´ con il Leone d’Oro per Balkan Baroque, denuncia dell’orrore della guerra, ancora tragicamente attuale: l’immagine che la ritrae seduta su un cumulo di ossa bovine, che per giorni ripulì dal sangue, è tra le protagoniste di questa nuova esposizione.
Un percorso che attraversa il lavoro passato e quello attuale dell’artista, con proposte inedite da vedere e da “vivere”: i visitatori sono infatti invitati a stendersi, sedersi, interagire con Transitory Objects, letti e strutture in pietra con cristalli incastonati, attivando quella che Abramovic´ definisce «trasmissione di energia». «Non ho più bisogno di dimostrare niente. Adesso ho dato il compito al pubblico – afferma l’artista –. L’unico modo di capire la performance è farla». Tutt’attorno, opere che hanno marcato la sua vita artistica, come Imponderabilia, Rhythm 0, Light/Dark e Carrying the Skeleton, e proiezioni delle sue più celebri performance. Ma Abramovic´ non si sottrae al dialogo con i Grandi Maestri delle Gallerie, come sottolinea il curatore della mostra Shai Baitel, Direttore artistico del Modern Art Museum di Shanghai, «profondo è il dialogo tra la pionieristica arte performativa e i capolavori rinascimentali che hanno plasmato l’identità culturale di Venezia». Cuore pulsante della mostra è, infatti, la sua Pietà (with Ulay) posta in relazione alla Pietà di Tiziano: «Questo storico accostamento – continua il curatore – rilegge dolore,
trascendenza e redenzione rinascimentali attraverso una lente contemporanea, sottolineando il ruolo perenne del corpo umano come luogo di sofferenza e insieme di elevazione spirituale». «Avevo 14 anni quando mia madre mi portò alla Biennale», racconta di sé Marina Abramovic´, «quando uscii dalla stazione e vidi Venezia per la prima volta, iniziai a piangere. Era così incredibilmente bella, niente di simile a ciò che avevo mai visto. Da allora, ha sempre occupato un posto speciale nella mia vita. Ora, mentre mi preparo a celebrare i miei 80 anni, torno per una ragione ancora più significativa: essere la prima artista donna a presentare una mostra lungo il percorso espositivo delle Gallerie dell’Accademia. È un onore profondo e sono commossa da questa opportunità».
Roberta De Rossi
ENG Marina Abramovic´: Transforming Energy is a true landmark exhibition, marking the artist’s 80th birthday at the Gallerie dell’Accademia in Venice from May 6 to October 19. The show retraces both Abramovic´’s past and current work, reaffirming her central role in performance art. Iconic pieces such as Balkan Baroque are presented alongside videos and documentation of seminal performances like Rhythm 0 and Imponderabilia. Visitors are also invited to actively participate through the Transitory Objects, stone structures embedded with crystals that activate what Abramovic´ calls a “transmission of energy,” shifting performance onto the public. Curated by Shai Baitel, the exhibition establishes a powerful dialogue between Abramovic´’s work and Renaissance masterpieces, most notably through the juxtaposition of Pietà (with Ulay) and Titian’s Pietà, reinterpreting pain, transcendence and redemption through the contemporary body. Deeply personal and historical, the exhibition reflects Abramovic´’s lifelong bond with Venice and her groundbreaking achievement as the first woman artist to present a show along the Accademia’s historic exhibition route.

Occhi giganti di bambina scrutano dentro chi li guarda. Grandi volti dalla pennellata colorata inducono a un’allegria, che però le espressioni serie smorzano nel dubbio. Un uomo che emerge dalle rovine con in braccio una giovane senza vita è una Pietà che denuncia tutte le guerre, da sempre e per sempre. Le dimensioni e il loro realismo concorrono a ribaltare la prospettiva tra soggetto e spettatore innescando turbamento. Non lascia certo indifferente l’arte di Jenny Saville, alla quale il Muve ha dedicato una personale a Ca’ Pesaro, curata da Elisabetta Barisoni. Nell’anno della Biennale Arte, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna torna al contemporaneo con una mostra che è insieme retrospettiva e dichiarazione di poetica, con la prima ampia esposizione veneziana di Saville, che ne ripercorre l’evoluzione artistica dagli anni Novanta a oggi. Lei, che di sé dice: «Sono una pittrice pittorica – carne, corpo, ritratto – la natura umana». Formatasi alla Glasgow School of Art e segnata da un periodo negli Stati Uniti, dove incontra idealmente la lezione di Willem de Kooning e Cy Twombly, Saville dialoga con la storia dell’arte: dai corpi inquieti di Egon Schiele fino alla materia carnosa di Peter Paul Rubens e alla luce di Tiziano, nella sua pittura il passato diventa laboratorio per interrogare il presente.
Appartenente alla generazione degli Young British Artists, Saville si è imposta negli anni Novanta con opere monumentali come Propped e Hybrid, dove il corpo è esposto e vulnerabile, nudi che riportando la carne alla sua dimensione più vera e, spesso, più scomoda. Il corpo diventa un campo di tensione tra identità, percezione e rappresentazione. Col tempo, la sua pratica si è fatta più libera, energica, aperta al colore. Nei grandi ritratti degli ultimi anni, identità e percezione si fanno instabili. Opere come Ligeia o Gaze mostrano uno sguardo sospeso tra innocenza e inquietudine. Nelle Pietà e nei dipinti ispirati alla cronaca – come Aleppo – la tradizione iconogra-
fica si intreccia con la brutalità del presente e la pittura diventa atto di resistenza, esponendo la fragilità umana senza filtri. Il ritorno a Venezia, città amata e studiata dall’artista, assume infine un valore interiore. Nelle sale finali, infatti, opere inedite dialogano apertamente con la tradizione lagunare, in un omaggio che non è un atto dovuto d’ospitalità, ma profondamente vitale. E lei ringrazia così: «Venezia rappresenta un luogo in cui l’arte è parte integrante della vita quotidiana e dove gli artisti della Biennale dialogano con le grandi opere d’arte veneziane. È un grande onore avere l’opportunità di esporre a Venezia». Roberta De Rossi
ENG The Musei Civici di Venezia (MUVE) dedicates a major exhibition to Jenny Saville at Ca’ Pesaro, marking the artist’s first large-scale Venetian show during the year of the Venice Art Biennale. Curated by Elisabetta Barisoni, the exhibition functions both as a retrospective and a strong statement of Saville’s poetic vision, tracing her artistic development from the 1990s to the present. Known for her monumental paintings of the human body, Saville confronts viewers with faces and figures whose scale and physical intensity reverse the traditional relationship between artwork and spectator, provoking unease as well as empathy. Trained at the Glasgow School of Art and shaped by her experience in the United States, Saville engages in a deep dialogue with art history, from Schiele and Rubens to Titian, using the past as a laboratory for examining the present. Early works such as Propped and Hybrid revealed flesh as vulnerable and confrontational, while her more recent portraits embrace freer colour and unstable identities. In works inspired by contemporary conflicts, including modern Pietàs and paintings like Aleppo, classical iconography merges with current brutality, turning painting into an act of resistance. Saville’s return to Venice, a city she knows and admires, culminates in new works that openly converse with the lagoon’s artistic tradition, making the exhibition a deeply personal and vital encounter between past and present.



29 marzo March-22 novembre November Rivelatasi già a metà degli anni Ottanta per il suo approccio innovativo alla fotografia concettuale, Lorna Simpson (1960, New York) non ha mai smesso di esplorare in modo critico i meccanismi di costruzione delle immagini. Cinquanta opere – dipinti, collage, sculture, installazioni e un film – compongono una trama di fili narrativi che danno forma agli universi di finzione e ai racconti suggeriti dalla sua opera. Resistenti a ogni lettura univoca, i suoi lavori ci conducono in zone incerte poste ai margini del visibile.
ENG First emerging in the mid-1980s for her innovative approach to conceptual photography, Lorna Simpson (b. 1960, New York) has continued to critically explore the mechanisms of image construction. Fifty works – paintings, collages, sculptures, installations and a film – compose a web of narrative threads that shape the fictional universes and stories her work suggests. Resistant to any univocal reading, her works lead us into uncertain zones at the margins of the visible.
Punta della Dogana, Dorsoduro 2 www.pinaultcollection.com
7 maggio May-22 marzo March, 2027
Nuovo progetto di inclusione e resilienza, speranze e potenziale, nato dalla collaborazione tra The Human Safety Net e l’artista multidisciplinare Marinella Senatore, che ha coinvolto famiglie a rischio di esclusione sociale. We Rise by Lifting Others, concepita prima di tutto come un’esperienza collettiva, si articola in una monumentale luminaria e in una serie di arazzi che accostano immagini e testi frutto dei laboratori con le famiglie, segnando una nuova fase nella ricerca dell’artista e ampliandone il vocabolario formale in un intrigante dialogo tra luce, parola e attività tessile. ENG A new project of inclusion, resilience, hope and potential born from the collaboration between The Human Safety Net and multidisciplinary artist Marinella Senatore, which involved families at risk of social exclusion. Conceived primarily as a collective experience, We Rise by Lifting Others comprises a largescale light installation and a series of tapestries that interweave images and texts inspired by the experiences of workshops with families. Together, they mark a new phase in the artist’s practice and expand her formal vocabulary in the dialogue between light, words and textiles.
La Casa di The Human Safety Net, Procuratie, Piazza San Marco 105 www.thehumansafetynet.org
The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs
9 maggio May-25 ottobre October
LAS Art Foundation (Berlino) e Amos Rex (Helsinki) presentano una nuova opera commissionata a Natasha Tontey, la cui pratica comprende film, video, performance e installazioni che portano alla luce i toni più sommessi della storia e la possibilità di sviluppare futuri alternativi. L’installazione multimediale racconta le vicende di una combattente della resistenza indonesiana degli anni ‘50. Attingendo alla tradizione simbolica del popolo Minahasan – comunità del Nord Sulawesi, Indonesia –, all’immaginario militare contemporaneo e alla trasformazione fisica e chimica, l’opera affronta il tema della sovranità dei corpi, delle culture e della Terra.
ENG LAS Art Foundation (Berlin) and Amos Rex (Helsinki) present a new commission by Natasha Tontey, whose practice encompasses film and video, performance and installation, exploring the subtler tones of history while also examining the possibility of developing an alternative future. The multimedia installation tells the story of an Indonesian resistance fighter of the 1950s. Exploring physical and chemical transformation, the symbolism of Minahasan and contemporary military imagery, the work addresses the issue of the sovereignty of bodies, cultures and the Earth.
Ateneo Veneto, Campo San Fantin, San Marco 1897 www.las-art.foundation




9 maggio May-6 settembre September
Ispirato alla vicenda di Nasim Aghdam, figura mediatica di origine iraniana che ha segnato profondamente la ricerca di Neshat, Do U Dare!, a cura di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi, indaga le connessioni tra le esperienze delle due artiste. Girata in tre contesti socio-economici di New York, tramite il racconto di una soggettività mediata dal mondo digitale la trilogia mette in tensione dimensione interiore ed esteriore, realtà e illusione, articolando uno sguardo che incrocia la società americana con la prospettiva femminile iraniana.
ENG Inspired by the story of Nasim Aghdam, an Iranian-born media figure who profoundly influenced Neshat’s practice, Do U Dare!, curated by Ilaria Bernardi and Bartolomeo Pietromarchi, explores the connections between the two artists’ experiences. Filmed in three socioeconomic contexts in New York through the narrative of a subjectivity constructed in the digital world, the trilogy creates tension between interior and exterior dimensions and reality and illusion, articulating a gaze that intersects American society with the Iranian female perspective.
Palazzo Marin, San Marco 2541 www.annadefrancesco.com
17 aprile April-31 luglio July
In ARCHIVIO l’atto di fotografare diventa una forma di catalogazione, un tentativo continuo di comprendere come la memoria viene plasmata, strutturata e conservata. Dayanita Singh (1961, New Delhi, India) rivisita le immagini che ha realizzato nelle città italiane dalla fine degli anni ‘90, in dialogo con i suoi approfonditi studi sugli archivi realizzati in India e altrove. Attraverso questo incontro l’archivio diventa non un magazzino statico, ma un organismo vivente, uno spazio generativo capace di plasmare le storie che raccontiamo e quelle che restano ancora da scoprire.
ENG In ARCHIVIO, the act of photographing becomes a form of cataloguing and an ongoing attempt to understand the way memory is shaped, structured and preserved. Dayanita Singh (b. 1961, New Delhi, India) revisits the images she has been creating in Italian cities since the late 1990s, engaging them in a dialogue with her indepth studies of archives in India and elsewhere. Through this encounter, the archive becomes not a static warehouse but a living organism – a generative space capable of shaping the stories we tell and those yet to be discovered.
Archivio di Stato, Frari, San Polo 3002 www.frithstreetgallery.com/artists/dayanita-singh
5 maggio May-22 ottobre October
In occasione del suo novantesimo compleanno Lore Bert crea un’installazione sitespecific che irrompe nello spazio della chiesa con interventi in carta e luce al neon. Due grandi cerchi occupano la navata: uno integra una spirale di sfere luminose, che suggerisce una tensione tra concentrazione e apertura, mentre l’altro presenta elementi a trifoglio che richiamano le virtù cardinali. Nel coro una scultura luminosa introduce la presenza dei numeri. Luce, forma e spazio articolano una riflessione su ordine, percezione e simbolo.
ENG On the occasion of her ninetieth birthday, Lore Bert has created a site-specific installation that fills the church space with work in paper and neon light. Two large rings occupy the nave: one incorporates a spiral of luminous spheres suggesting a tension between concentration and openness, while the other features cloverleaf elements that reference the cardinal virtues. In the choir, a luminous sculpture introduces the presence of numbers. The whole creates an environment where light, form and space articulate a reflection on order, perception and symbol.
Chiesa di San Fantin, Campo San Fantin, San Marco www.vanderkoelen.de | www.lore-bert.com



Nella primavera-estate del 1937, a 39 anni, su consiglio dell’amica Peggy Waldman, Peggy Guggenheim matura l’idea di aprire una galleria d’arte moderna a Londra. Il 24 gennaio 1938 inaugura Guggenheim June in Cork Street a Mayfair, con una mostra di disegni e oggetti di Jean Cocteau, che le autorità britanniche considerarono indecente. È l’entrata in scena di una donna che in breve diverrà una delle più importanti collezioniste e mecenati del Novecento. L’esperienza londinese sarà breve, solo diciotto mesi, e chiuderà in perdita, ma segnerà in maniera definitiva il futuro di Peggy. Punto di arrivo di una ricerca durata anni da parte di Grazina Subelyté e Simon Grant, la mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista mette a fuoco, con un ricco ed esaustivo catalogo, la prima avventura della collezionista americana che si affaccia al mondo dell’arte con scarsa esperienza ma con una grande energia e lungimiranza. Determinante per la riuscita del progetto sarà scegliere le persone giuste, amici e collaboratori, che diventeranno riferimenti imprescindibili anche per il futuro della mecenate. Arp, Samuel Beckett, Marcel Duchamp, Herbert Read, Roland Penrose, Mary Reynolds sono solo alcuni degli artisti e intellettuali che hanno gravitato attorno a Peggy e a Guggenheim June.
La galleria, sfidando il conservatorismo della cultura artistica britannica, sarà per un anno e mezzo la vetrina per l’arte d’avanguardia con ventisei mostre, tra cui la prima personale nel Regno Unito di Vasily Kandinsky, una esposizione interamente dedicata al collage, una mostra di scultura contemporanea che suscitò ampio scandalo e una mostra di opere realizzate da bambini, che includeva il dipinto di un giovanissimo Lucian Freud. Ora in mostra sono presenti un centinaio di opere, provenienti da
collezioni pubbliche e private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche così determinanti anche per le future scelte collezionistiche di Peggy. Dipinti, sculture, opere su carta, fotografie, pupazzi e materiale d’archivio restituiscono la varietà di linguaggi presentati nella galleria e documentano un’epoca di grande sperimentazione artistica e fermento culturale alla vigilia della Seconda Guerra mondiale. Aprono il percorso le opere dell’Astrazione e del Surrealismo, le due anime della collezione di Peggy Guggenheim; si prosegue con sale che documentano le singole esposizioni, tra cui quelle di Kandinsky, di Marie Vassilieff, creatrice delle “bambole artistiche”, della scultura contemporanea, dell’artista gallese Cedric Morris con i suoi ritratti, delle incisioni dello Studio 17. Un omaggio è dedicato alla storica esposizione Abstract and Concrete Art con lavori di Mondrian, Taeuber-Arp e Van Doesburg. Una sala invece presenta ritratti fotografici a colori di Gisèle Freud che in Guggenheim June erano stati presentati in forma di proiezione. Le sale finali riuniscono opere di artisti che erano presenti nella mostra sul collage e nelle diverse esposizioni dedicate al Surrealismo.
L’insuccesso commerciale di Guggenheim June la porterà a ripensare all’idea di creare una galleria-museo, è quello che farà “in esilio” a New York con Art of This Century. Ma questa è un’altra storia, e un’altra mostra! Franca Lugato
ENG A visual narrative of Peggy Guggenheim’s time in London and her first gallery, Guggenheim Jeune, which operated there from January 1938 to June 1939. Within eighteen months, the gallery became a hub for the avant-garde movements of the time and was renowned for promoting and showcasing local and international artists. This crucial period helped define Peggy Guggenheim as a collector and patron, highlighting the network of influences and friendships – from Marcel Duchamp and Mary Reynolds to Samuel Beckett – that shaped her vision.


Art is not where you think you are going to find it Patrick Mimran, due anime, una stessa intensa e complessa visione creativa
Pubblico e intimo, le due anime di Patrick Mimran (Parigi, 1956) si manifestano a Venezia. Artista multidisciplinare, negli anni ha sviluppato una pratica che passa dalla pittura alla fotografia, dalla musica all’installazione, mostrando pur nella varietà dei linguaggi una coerenza creativa e una riconoscibile traccia identitaria. La presenza a Venezia, in occasione della Biennale Arte, segna soprattutto una data importante per l’artista: i 25 anni di Billboard Project e l’uscita di un volume che ricostruisce la genesi e lo sviluppo internazionale del progetto, restituendone la dimensione concettuale attraverso immagini e riflessioni che ne confermano la natura di intervento diretto, mobile, non mediato.
Patrick Mimran. Billboard Project è pubblicato da Marsilio, con testi dell’artista e di Denis Curti.
Nato a New York nel 2001 e sviluppato nel tempo in numerose città internazionali, il Billboard Project utilizza il linguaggio della comunicazione pubblicitaria per rovesciarne la funzione, sottraendolo alla logica persuasiva per trasformarlo in un dispositivo critico. Il manifesto, per definizione strumento di vendita, diventa qui luogo di attrito. In questo slittamento, l’opera non si offre, accade. E accade nello spazio più instabile, quello pubblico.
A Venezia, dal 4 al 17 maggio, Patrick Mimran festeggia con una nuova attivazione, diffondendo 42 manifesti nello spazio urbano e creando così una grandissima mostra open-air, non tradizionale, certo, ma puntuale e incisiva che percorre la città, da Piazzale Roma a San Marco, dai Giardini della Biennale alle Zattere, dalla Giudecca a San Giorgio fino a Murano e al Cimitero. Una geografia diffusa e non gerarchica, che intercetta luoghi di passaggio e mar-
gini, traiettorie quotidiane e punti simbolici, trasformando Venezia in un campo di apparizione e frizione.
Al posto delle immagini compaiono enunciati diretti, brevi, incisivi, spesso ironici e spiazzanti, che costruiscono un discorso non lineare, intercettando l’attenzione invece di richiederla. È in questa tensione tra sintesi e fruizione che il progetto trova la propria efficacia: un linguaggio ridotto all’essenziale che produce, paradossalmente, un’espansione del senso. “There are two universal languages: art and stupidity”; “Art needs neither masters nor slaves”; “Art is mute when money talks”; “Artists and art dealers are just an unfaithful couple”; “Art is not where you think you are going to find it”. Una costellazione di posizioni critiche che toccano linguaggi, economie e dinamiche di potere dell’arte.
A Palazzo Malipiero il registro cambia, Patrick Mimran ci fa entrare in punta di piedi nelle sue nuove opere, un nucleo inedito interamente dedicato alla sua ricerca su colore, materia, ritmo visivo e dimensione immateriale dell’immagine. In Recent Works, dal 4 maggio al 22 novembre, la pittura si fa soglia, spazio di attraversamento e di esperienza percettiva, per indagare il rapporto tra visibile e invisibile. Texture e cromie si susseguono e si trasformano, costruendo superfici che si offrono allo sguardo come campi instabili, mai definitivamente risolti. Le opere di Mimran diventano spazio di resistenza al rumore visivo contemporaneo, un luogo di concentrazione e di ascolto, in cui l’immagine non si impone ma si rivela progressivamente. M.M. ENG Brief reflections, caustic thoughts and scornful slogans dotted around Venice: this is Patrick Mimran’s Billboard Project, a series of installations in the form of large-scale posters,which adopt the advertising language of billboards to stimulate critical discussion of art and its relationship with society. At Palazzo Malipiero, Mimran’s work is simplified; his recent work alternates achromatism, the pictorial equivalent of silence, and polychromy, which is mere noise when applied haphazardly, but becomes music when structured wisely.

Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate, ma attraversate. Visioni che non si limitano a occupare uno spazio, ma lo riscrivono, lo mettono in discussione, lo aprono.
Dal 5 al 9 maggio, Venezia è teatro di una di queste rare apparizioni: la facciata di The Venice Venice Hotel si trasforma in un’immensa superficie narrativa, sospesa tra passato e presente, tra memoria e urgenza. Un’opera che non resta, ma accade e proprio per questo diventa necessaria.
Nel cuore della Biennale, JR sceglie di uscire dagli spazi protetti dell’arte per riversarsi nella città, appropriandosi della pelle di Palazzo Ca’ da Mosto. Qui prende forma Il Gesto, un’installazione monumentale che dialoga con Le Nozze di Cana di Paolo Veronese, ma ne sovverte il tempo e il significato. Non più nobili e figure sacre, ma corpi contemporanei, volti che portano addosso il peso e la dignità del presente. Sono 176 le persone ritratte, provenienti dalla comunità di Refettorio Paris: ospiti, volontari, cuochi. Esistenze che raramente trovano spazio nella rappresentazione ufficiale, e che qui invece occupano il centro della scena. Il banchetto immaginato da JR non è celebrazione, ma trasformazione. Come nel dipinto cinquecentesco l’acqua diventava vino, oggi sono gli scarti a diventare nutrimento, e la marginalità a farsi visibile. La facciata del palazzo diventa così un corpo vivo. I volti fanno capolino dalle finestre, si fondono con la pietra, sembrano affacciarsi sul Canal Grande come presenze sospese tra i secoli. Non c’è imposizione, ma dialogo: l’opera non copre l’architettura, la interroga. E in questo scarto sottile si apre una frattura, uno spazio di riflessione. Ma Il Gesto non si esaurisce nello sguardo. Ogni ritratto è legato a una voce, a una traccia sonora che prolunga l’immagine e la rende esperienza. È un archivio umano che si può attraversare, ascoltare,
esplorare. Un coro silenzioso che finalmente trova suono, restituendo presenza a chi troppo spesso resta ai margini.
E poi c’è quel titolo, così essenziale da sembrare fragile. Il Gesto è minimo, ma contiene tutto: l’atto di condividere, di offrire, di riconoscere l’altro. In quei cinque giorni, Venezia non sarà solo sfondo, ma parte attiva di questo movimento. Un palcoscenico aperto, dove la città stessa è invitata a sedersi a tavola. Quando le immagini verranno rimosse, resterà una sensazione difficile da cancellare. Come se per un attimo il confine tra arte e realtà si fosse dissolto, lasciando emergere una domanda semplice e radicale: chi siamo, quando ci guardiamo davvero? La riposta rimarrà davanti ai nostri occhi: un arazzo monumentale di 4,30 per 7,80 metri che riproduce l’opera, tessuto dal Maestro Giovanni Bonotto, realizzato con filati ricavati da plastica riciclata, lana vergine, cotone biologico e carta washi, è stato realizzato per mantenere la memoria di questo passaggio e sarà esposto in modo permanente all’interno della collezione d’arte di The Venice Venice Hotel. Alberto Marzari
ENG JR transforms the façade of The Venice Venice Hotel into a vast, temporary narrative surface from 5 to 9 May, turning Palazzo Ca’ da Mosto into a living canvas that rewrites its own architecture. Il Gesto, his monumental installation, reimagines Veronese’s Wed ding at Cana with 176 contemporary subjects from the Refettorio Paris community – guests, volunteers, cooks – placing at the center those rarely represented in official imagery. Faces emerge from windows, blending with stone and opening a dialogue between centuries. Each portrait is paired with a sound recording, creating an archive that can be listened to and traversed. The work becomes a shared ritual, an invitation to recognize the other through a simple, essential gesture. When the installation disappears, its memory endures in a 4.30×7.80 m tapestry woven by Giovanni Bonotto from recycled and natural fibers, permanently housed in the hotel’s art collection.

Il bagliore del Cane Minore Canicula, la stagione calda dell’Ospedaletto
Ci sono mostre che accompagnano la Biennale. E poi ci sono progetti che provano a entrarle dentro, a prenderne il ritmo, la febbre, la tensione. Canicula, annunciata da Fondazione In Between Art Film, appartiene a questa seconda categoria: non si presenta come semplice evento parallelo, ma come uno degli appuntamenti destinati a misurare il termometro emotivo e politico di Biennale Arte 2026. Aprirà il 6 maggio al Complesso dell’Ospedaletto e resterà visitabile fino al 22 novembre.
Curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, Canicula chiude la “Trilogia delle incertezze”, il percorso avviato nel 2022 con la mostra Penumbra e proseguito nel 2024 con Nebula. È il compimento di una traiettoria ormai riconoscibile, che ha trasformato la presenza veneziana della Fondazione in uno dei progetti più coerenti e ambiziosi nel campo delle immagini in movimento. Non è un caso: la Fondazione, fondata da Beatrice Bulgari nel 2019, nasce proprio con l’obiettivo di sostenere artisti, istituzioni e centri di ricerca che lavorano al confine tra cinema, video, performance e installazione, e negli ultimi anni ha consolidato un’identità precisa, capace di intrecciare produzione, cura e pensiero critico. Questa volta il titolo dice già tutto. Canicula richiama i giorni più caldi dell’estate, il momento in cui la luce non illumina più ma abbaglia, e il calore smette di essere stagione per diventare pressione. È da qui che prende forma il progetto: da una sensazione di eccesso, di saturazione, di affaticamento dello sguardo. La mostra riunisce otto nuove installazioni video site-specific, commissionate e prodotte dalla Fondazione, firmate da artisti internazionali come Lawrence Abu Hamdan, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo, Yuyan Wang e Maya Watanabe. Ma più che l’elenco delle opere, conta il quadro che ne emerge: un progetto che interroga il presente attraverso il linguaggio delle immagini, mettendo al centro temi come la distorsione dell’informazione, il sovraccarico senso-
riale, la fragilità della memoria e il rapporto sempre più instabile tra realtà e percezione.
Anche per questo Canicula arriva a Venezia con un peso specifico particolare. In una Biennale che già si annuncia come una riflessione sul tono minore, sulla complessità e sulle frequenze meno gridate del contemporaneo, la mostra della Fondazione sembra scegliere un’altra via: quella dell’intensità, dell’immersione, dell’attrito. E rafforza una formula ormai collaudata, che non si esaurisce nell’inaugurazione ma si prolunga in un simposio interdisciplinare previsto il 26 e 27 ottobre e in un catalogo pubblicato da Marsilio Arte in autunno. Segni concreti di un progetto che vuole andare oltre il calendario mondano della Biennale per lasciare una traccia critica nel dibattito artistico internazionale.
È qui che Canicula sembra giocare la sua partita più interessante. Non nella semplice promessa di un grande evento, ma nella capacità di dare forma a un sentimento condiviso: quello di un presente surriscaldato, saturo, febbrile, in cui perfino guardare diventa un atto incerto. Venezia, nei mesi della Biennale, sarà come sempre piena di immagini, di linguaggi, di visioni in competizione tra loro. Ma alcune mostre, più di altre, riescono a intercettare l’aria del tempo. Canicula ha tutta l’ambizione per essere una di queste: non solo una mostra da visitare, ma un’esperienza da assorbire, una scossa da portarsi addosso, una di quelle che restano nella memoria quando la stagione finisce e le luci, finalmente, si abbassano. Alberto Marzari ENG The third instalment in the “Trilogy of Uncertainties” promoted by the In Between Art Film Foundation: after Penumbra (2022) and Nebula (2024), Canicula transforms the Ospedaletto Complex into cinematic architecture with exhibitions inspired by various atmospheric phenomena, adopted as a tool to explore the conditions of vision and their metaphorical associations with human action. Canicula presents eight new site-specific works by Lawrence Abu Hamdan, Massimo D’Anolfi and Martina Parenti, Roman Khimei and Yarema Malashchuk, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo, Yuyan Wang and Maya Watanabe.

Fondazione Prada ancora una volta non si limita a ospitare una mostra, apre un campo di tensione. Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince, a Ca’ Corner della Regina dal 9 maggio al 23 novembre, è uno di quei progetti che arrivano per accendere il dibattito, non per rassicurare. Curata da Nancy Spector, la mostra mette per la prima volta in relazione in modo diretto due figure centrali dell’arte americana contemporanea, accomunate da un gesto radicale: prendere immagini già esistenti, sottrarle al loro contesto e trasformarle in strumenti di critica, attrito, disvelamento. Il risultato è una doppia personale che supera la formula del confronto e diventa piuttosto una ricognizione nelle ossessioni degli Stati Uniti. In mostra oltre cinquanta opere tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti, insieme a lavori nuovi e a una zine nata dalla collaborazione tra i due artisti. Il percorso, sviluppato tra piano terra e primo piano, costruisce accostamenti tematici e concettuali che lasciano affiorare assonanze profonde: razza, desiderio, violenza, celebrità, spiritualità, sottoculture, memoria, propaganda. Il titolo, Helter Skelter, contiene già il cuore ambiguo della mostra. È il nome di una giostra, un modo per dire “caos”, una canzone dei Beatles, ma anche un’espressione caricata nel tempo di significati disturbanti e contraddittori. Proprio questa instabilità interessa a Jafa e Prince: le immagini, i simboli e i miti della cultura popolare americana non sono mai innocenti, ma sempre abitati da traumi, fantasie, rimozioni e dinamiche di potere.
Arthur Jafa, nato nel 1960 in Mississippi e oggi attivo a Los Angeles, è uno degli artisti più incisivi nel riflettere sull’identità Black e sulla possibilità di dare alle immagini la stessa forza della musica afroamericana. La sua pratica attraversa film, video, collage, installazioni e found footage, tenendo insieme potenza visiva e coscienza storica. Non a caso nel 2019 ha ricevuto il Leone d’Oro alla Biennale di Ve -
nezia: il suo lavoro riesce a rendere percepibile, in forma quasi fisica, la tensione tra bellezza, dolore e resistenza.
Richard Prince, nato nel 1949 nella Zona del Canale di Panama e da decenni figura chiave della scena newyorkese, ha ridefinito fin dagli anni Settanta il concetto di appropriazione.
Ri-fotografando pubblicità, icone mediatiche, immaginari pulp e stereotipi americani, ha messo in crisi l’idea stessa di originalità, ma soprattutto ha scavato nei lati più opachi della cultura statunitense: il mito maschile, il desiderio, il razzismo carsico, il fascino ambiguo della celebrità.
A tenere insieme questi due percorsi è Nancy Spector, curatrice di grande autorevolezza internazionale, che qui non cerca una semplice somiglianza fra artisti lontani per generazione e temperamento. Al contrario, costruisce un dialogo teso, persino scomodo, in cui l’appropriazione diventa una forma di lettura dell’America: un paese segnato dal proprio passato schiavista, attraversato dalla forza della cultura Black, dalle sue proteste, dai suoi miti pop e dalle sue continue distorsioni.
Helter Skelter si annuncia così come una tra le mostre più attese e al contempo controverse di Biennale 2026: non mette semplicemente in scena due grandi nomi, ma usa il loro sguardo per raccontare un’America inquieta, frammentata, feroce, trasformando Ca’ Corner della Regina in un luogo dove le immagini non decorano, colpiscono. Alberto Marzari
ENG
A previously unexplored creative dialogue: Arthur Jafa (b. 1960) and Richard Prince (b. 1949). Born ten years apart, the two artists share a radical approach to the appropriation and manipulation of images from American popular culture. Both trace specific topographies of the United States: while Jafa reflects on his identity as an African-American man with a mission to strengthen Black cinema and art, Prince oscillates between a lucid critique of white masculinity and a fascination with the dark side of the American psyche.

Uno delle mostre più rilevanti di questa stagione Biennale è sicuramente la grande retrospettiva dedicata a Michael Armitage a Palazzo Grassi. Curata da Jean-Marie Gallais, con la collaborazione di HansUlrich Obrist, Caroline Bourgeois e Michelle Mlati, la mostra propone un percorso ampio e articolato, capace di restituire la complessità di una delle voci più importanti del panorama contemporaneo. Tra lavori già esistenti, produzioni inedite e disegni preparatori, l’esposizione costruisce un vero e proprio racconto visivo in cui figurazione e astrazione, cronaca e visione si intersecano continuamente, dando forma a un immaginario che unisce memoria personale e collettiva. Armitage lavora su supporti tessili tradizionali dell’Uganda e dell’Indonesia, che introducono già a livello materico una dimensione fragile, segnata da cuciture, lacerazioni e imperfezioni. Questa scelta non è soltanto tecnica ma profondamente politica: ogni superficie pittorica si presenta come un corpo vulnerabile, solcato da fratture che rispecchiano le tensioni del mondo rappresentato. Il linguaggio dell’artista si colloca al crocevia tra la storia dell’arte occidentale e le tradizioni visive dell’Africa orientale, affrontando temi urgenti quali la violenza politica, la corruzione, la repressione delle proteste in Kenya, le conseguenze della pandemia e le dinamiche migratorie. Tuttavia, Armitage evita qualsiasi deriva illustrativa: le sue immagini non si esauriscono nella denuncia, ma si configurano piuttosto come spazi ambigui, attraversati da elementi simbolici e da una componente onirica che amplifica il senso di inquietudine. Alcuni dipinti, ispirati direttamente agli eventi delle elezioni keniote
del 2017, colpiscono per la loro intensità quasi documentaria, mentre altri più sfuggenti sembrano appartenere a una sfera mitica. È proprio in questa oscillazione continua che risiede la forza del lavoro di Armitage: nella capacità di rendere indistinguibili il reale e il possibile, il vissuto e l’immaginato, aprendo a molteplici livelli di lettura. L’allestimento alterna momenti di forte densità visiva a pause più contemplative. In questo senso, la sala dedicata ai disegni e ai bozzetti al secondo piano rappresenta uno dei passaggi più significativi del percorso. Lontana dalla monumentalità e dalla saturazione cromatica dei dipinti, questa sezione introduce un registro più intimo e processuale: i fogli rivelano il pensiero in divenire dell’artista, il modo in cui le immagini prendono forma attraverso stratificazioni e ripensamenti. Armitage ridefinisce i confini della pittura contemporanea, restituendole una funzione insieme critica e poetica. Le sue immagini non offrono risposte, ma aprono spazi di interrogazione in cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi con le contraddizioni del presente. In un contesto espositivo spesso dominato da estetiche spettacolari, il suo lavoro si distingue per una profondità rara, destinata a sedimentare ben oltre il tempo della visione. Delphine Trouillard ENG British-Kenyan artist Michael Armitage (b. 1984) interweaves personal memories with references to classical mythology, African literature and Western art history. This exhibition features over one hundred and fifty vibrant and layered works, many large-scale, which address contemporary socio-political tensions without avoiding today’s most pressing issues: political repression, corruption, violence, migration, inequality and power dynamics. For Armitage, art is not a refuge but a space for a direct confrontation with reality.

La direzione è netta, così come la nuova identità, la Fondazione Querini Stampalia riscrive il proprio passato in dialogo con i fermenti più vivi e alternativi del presente. L’appuntamento con Biennale Arte diventa così il pretesto per mostrare come uno spazio composito come la Fondazione, fatta di architetture antiche, moderne e contemporanee, possa esprimere all’unisono la sua voce. Un racconto articolato in quattro mostre che genera una polifonia di sguardi condivisi. The Dreamer, concepita come una serie di scene cinematografiche che si dispiegano nelle sale del museo tra realtà e immaginazione, invita il visitatore a vestire anche i panni del regista, montando un proprio racconto tra frammenti, visioni e memorie. Al centro, il sogno agisce come dispositivo attivo che ridefinisce l’opera d’arte. Tra suoni, immagini e opere della Collezione, la figura di Giovanni Querini si compone per scarti e riflessi, come un montaggio interiore che chiama in causa chi guarda. Cosmotechnics – concetto mutuato dal filosofo Yuk Hui – dà il titolo a una mostra che ripercorre l’evoluzione del linguaggio astratto di Ding Yi. Le opere trasformano l’Area Scarpa in una foresta contemplativa in cui le immagini fungono da codice planetario e la loro disposizione crea un percorso sinuoso che richiama i tradizionali giardini cinesi. In dialogo con Scarpa, Ding Yi disegna una logica costruttiva in cui pittura, scultura e architettura convergono formando una grammatica di soglie in sintonia con Venezia. L’artista britannico Nigel Cooke, che dalla prossima primavera sarà in residenza alla Fondazione Querini Stampalia, in Bad Habits traccia pattern continui in cui passato e presente, personale e collettivo, si riflettono e si fondono, sospesi in una delicata e vibrante incertezza. The invisible cord. Hans Hartung and The Music esplora il ruolo centrale del suono nell’universo plastico ed esistenziale di Hans Hartung, ballerino e pianista di talento in gioventù, ossessivamente devoto alla musica. Da Bach ai Pink Floyd, passando per compositori come Lili Boulanger, un paesaggio di energie, gesti e risonanze attraversa tutta la sua opera. I suoi dipinti sono permeati da un clima sonoro di ritmi, armonie ed esplosioni vocali o strumentali che, sebbene silenziosi, secernono flussi melodici nelle loro stesse fibre. Inaugurazione naturalmente collettiva, il 5 maggio.
ENG The Fondazione Querini Stampalia redefines its identity through four exhibitions at Biennale Arte, blending past and present. The Dreamer invites visitors to curate their own narrative, merging reality and imagination. Cosmotechnics explores Ding Yi’s abstract evolution in a contemplative forest, inspired by Yuk Hui’s philosophy. Nigel Cooke’s Bad Habits merges past and present in vibrant, uncertain patterns. The Invisible Cord reveals Hans Hartung’s musical influences in his art, from Bach to Pink Floyd. The collective opening will take place on May 5.
Fondazione Querini Stampalia Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252 www.querinistampalia.org


Un’importante occasione per ripercorrere oltre cinquant’anni di ricerca di uno dei protagonisti assoluti dell’Arte Concettuale: al Berggruen Institute Europe – Casa dei Tre Oci va in scena The-exchangevalue-of-language-has-fallen-to-zero di Joseph Kosuth. La mostra, curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli, si concentra su uno dei nuclei fondamentali della pratica artistica di Kosuth, il linguaggio. Fin dagli anni Sessanta, l’artista ha posto al centro del proprio lavoro la relazione tra parole, immagini e realtà, trasformando il linguaggio in un vero e proprio oggetto artistico. Tra i lavori più emblematici in mostra, One and Three Mirrors (1965) incarna perfettamente il pensiero dell’artista: un oggetto, la sua rappresentazione e la sua definizione convivono nello stesso spazio, mettendo in crisi l’idea di significato univoco e invitando lo spettatore a interrogarsi sul rapporto tra realtà ed espressione. È così che le sperimentazioni di Kosuth ridefiniscono l’arte come pura idea, rifiutando la pittura e l’estetica visiva; è la genesi dell’arte concettuale. L’opera non è più un messaggio chiuso, ma un dispositivo aperto grazie al quale lo spettatore diventa co-autore del significato. Con The Seventh Investigation (1969) l’artista porta il linguaggio fuori dal museo, inserendosi nel tessuto urbano e ponendo un interrogativo sul ruolo dell’arte nella società. Accanto alle opere storiche, la mostra presenta anche interventi contemporanei tra cui A Chain of Resemblance (2026), installazione site-specific in cui il pensiero di Michel Foucault si traduce in esperienza visiva: il mondo come sistema di relazioni nel quale il significato non è mai fisso, ma si costruisce nel precario rapporto
Joseph Kosuth. The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero Fino 22 novembre Berggruen Institute Europe – Casa dei Tre Oci, Giudecca 43 berggruenarts.org
tra parola e contesto. Non si tratta di capire un testo, ma di abitarlo. A concludere il percorso espositivo, Text/Context (1979) e Where Are You Standing? (1976), in cui ritorna l’indagine sul rapporto tra contesto, significato e linguaggio. Qui l’ambiente non è più una mera cornice, ma diventa parte attiva nella costruzione dell’opera, ridefinendone continuamente la lettura. L’artista invita a interrogarsi su un quesito fondamentale: «Che cos’è, davvero, il significato?». In un presente dominato dal rumore mediatico e dalla comunicazione digitale, saturo di contenuti incerti, le sue opere non offrono risposte, ma strumenti: sono un invito a leggere il mondo come un testo in continua riscrittura. Mattia Porto ENG Joseph Kosuth’s exhibition The exchange value of lan guage has fallen to zero at the Berggruen Institute Europe – Casa dei Tre Oci offers a rare opportunity to retrace over fifty years of work by a leading figure of Conceptual Art. Curated by Mario Codognato and Adriana Rispoli, the show focuses on Kosuth’s core theme: language as an artistic object. Iconic works such as One and Three Mirrors (1965) question the stability of meaning by juxtaposing an object, its image and its definition. From the 1960s onward, Kosuth redefined art as pure idea, turning the viewer into co author of meaning and bringing language into public space with The Seventh Investigation (1969). Alongside historic pieces, new interventions like A Chain of Resemblance (2026) translate Michel Foucault’s thought into a visual experience where meaning emerges from shifting relations between word and context. Works such as Text/Context (1979) and Where Are You Standing? (1976) further explore how environment actively shapes interpretation. In an age saturated with unstable information, Kosuth invites us not to seek answers but to read the world as a text in perpetual rewriting.



6 maggio May-8 agosto August
Riunendo circa cento modelli architettonici, tra progetti realizzati e non, insieme a installazioni di grande scala e opere in acciaio, il percorso mette in luce la ricerca di Kapoor sullo spazio dell’oggetto e sulla sua capacità di generare nuove esperienze percettive. Superfici specchianti, pigmenti e forme concave espandono e assorbono l’ambiente, trasformando la relazione con lo spazio e conducendo il visitatore nella dimensione del “non-oggetto”. Il percorso si estende a una selezione di opere in Vantablack, che approfondiscono la ricerca dell’artista sul vuoto e sulla percezione.
ENG Bringing together approximately one hundred architectural models, both completed and unrealised, along with large-scale installations and work in steel, the exhibition highlights Kapoor’s exploration of the space of objects and their ability to generate new perceptual experiences. Mirrored surfaces, pigments and concave shapes expand and absorb the environment, transforming the relationship with space and leading the visitor into the dimension of the “non- object.” The exhibition also includes several works in Vantablack which further explore the artist’s exploration of emptiness and perception.
Anish Kapoor Foundation
Palazzo Manfrin, Fondamenta Venier Cannaregio 152-153
www.anishkapoor.com
6 maggio May-30 settembre September
Figura centrale dell’avanguardia coreana, Shim Moon Seup dalla fine degli anni ‘60 ha ridefinito il linguaggio scultoreo sviluppando il concetto radicale di “anti-scultura” in dialogo con Mono-ha, Arte Povera e Land Art. Concependo l’opera come esito di dinamiche naturali, il suo lavoro si è orientato progressivamente verso una visione ecocentrica, in cui materia, luce ed energia diventano elementi attivi del processo creativo. La mostra monografica ripercorre oltre cinquant’anni di ricerca artistica in ventotto opere tra dipinti, sculture e installazioni.
ENG A central figure in the Korean avantgarde, Shim Moon Seup has been redefining sculptural language since the late 1960s, developing the radical concept of “anti-sculpture,” in dialogue with Mono-ha, Arte Povera and Land Art. Conceiving of the work as the product of natural dynamics, his practice has progressively shifted toward an ecocentric vision where matter, light and energy are active elements of the creative process. This monographic exhibition traces over fifty years of artistic work through twenty-eight pieces which include paintings, sculptures and installations. Ca’ Faccanon, Calle delle Acque, San Marco 5016 www.tilsittgallery.com
Eroi d’Oro
5 maggio May-27 settembre September
Dipinti di grandi dimensioni – la serie più recente realizzata dall’artista tedesco Georg Baselitz (1938-2026) – mostrano corpi che giacciono nudi su sfondi piani dorati, senza alcuna illusione di profondità, come se fluttuassero sulle proprie superfici. Realizzati con vernice nera diluita che ricorda l’inchiostro, questi ritratti spettrali dalle linee nette richiamano i dipinti di Hokusai e la calligrafia giapponese. Mai prima d’ora i dipinti di Baselitz avevano mostrato una somiglianza così diretta con la pittura iconografica.
ENG The most recent series of large-scale paintings by German artist Georg Baselitz (1938-2026) show bodies lying naked against flat, golden backgrounds without any illusion of depth, as though floating above their surfaces. Made with diluted black paint reminiscent of ink, these ghostly portraits executed with sharp lines recall the paintings of Hokusai and Japanese calligraphy. Never before have Baselitz’s paintings borne such a direct resemblance to iconographic painting.
Fondazione Giorgio Cini, Sala Carnelutti, Isola di San Giorgio Maggiore www.cini.it | ropac.net

Ca’ Pesaro
Galleria Internazionale d’Arte Moderna 28 marzo–22 novembre 2026
Santa Croce 2076, 30135 Venezia
Vaporetto: Linea 1, fermata San Stae capesaro.visitmuve.it

L’avamposto dei sogni Fondazione Sandretto Re Rebaudengo apre la sua terza sede sull’Isola di San Giacomo
Una passione che diventa visione lucida trasformandosi in infrastruttura culturale, modello e sistema per l’arte contemporanea, collezione e produzione, struttura e laboratorio. Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dopo Torino, quartier generale dal 2002, e Guarene, con Palazzo Re Rebaudengo immerso nelle colline del Roero, Madrid, dove dal 2017 opera la Fundación con mostre diffuse, apre a Venezia. Il 7 maggio Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, anima e corpo di una collezione che è un unico lungo racconto che scorre attraverso le stagioni, i cambiamenti, gli incontri, le scoperte e i diversi luoghi, inaugura la nuova sede sull’Isola di San Giacomo. A metà strada tra Venezia e Burano, circondata dallo straordinario, delicato e prezioso ecosistema della laguna, l’Isola secondo le fonti più antiche era identificata alla metà del 1100 come Hospitale Sancti Jacobi: un luogo destinato all’accoglienza di viandanti e pellegrini. Successivamente monastero e infine presidio militare, abbandonata da molti anni, è stata completamente restaurata sia dal punto di vista architettonico che paesaggistico, rendendola completamente auto-sostenibile e divenendo parallelamente alle attività artistiche, un laboratorio di riflessione ecologica. «Una fondazione non deve limitarsi a ‘mostrare’, ma deve assumersi il rischio della sperimentazione» sostiene da anni Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che infatti apre l’Isola a progetti artistici e installazioni per il teatro, la musica, il cinema, l’architettura, la ricerca, lo studio e la performance, che coinvolgono artisti internazionali. «Il principio che guida la mia pratica collezionistica – continua – è il dialogo con l’artista, premessa necessaria per comprenderne l’opera e la ricerca». È da lì che tutto parte, e naturalmente lo è anche per questo nuovo inizio. Il programma inaugurale comprende: la mostra personale di Matt Copson Fanfare/Lament, a cura di Hans Ulrich
Obrist, un progetto che unisce esposizione e performance, con musiche composte da Oliver Leith; Don’t have hope, be hope!, con una selezione di opere della Collezione Sandretto Re Rebaudengo; Isola di San Giacomo 2022–2026, a story in images, una serie di fotografie scelte dai progetti di Giovanna Silva e di Antonio Fortugno, invitati nel 2022 a documentare il processo di trasformazione dell’Isola e il restauro delle architetture preesistenti. Il percorso espositivo si estende poi agli spazi esterni con una serie di installazioni diffuse: GONOGO di Goshka Macuga; Old Tree ( Pink Seas ) di Pamela Rosenkranz; Patriarchy = CO2 di Claire Fontaine; Nixe di Thomas Schütte; Huff and a Puff di Hugh Hayden; Imagine Alighiero Boetti Came to São Paulo and After Putting Water on His Head Left the Hose and Left di Mario García Torres.
«L’arte ci allena alla curiosità, alla complessità, alle domande e agli slanci ed è capace di sorprenderci e stupirci». Mariachiara Marzari ENG Fondazione Sandretto Re Rebaudengo expands to Venice, inaugurating its new headquarters on San Giacomo Island on May 7: a fully restored, self sustaining site in the lagoon, historically a hospice, later a monastery and military outpost. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo continues her vision of a foundation that not only exhibits art but embraces experimentation, dialogue with artists, and interdisciplinary creation. The inaugural programme includes Matt Copson’s solo show Fanfare/Lament, curated by Hans Ulrich Obrist with music by Oliver Leith; Don’t have hope, be hope!, a selection from the Sandretto collection; and Isola di San Giacomo 2022–2026, featuring photographs by Giovanna Silva and Antonio Fortugno documenting the island’s transformation. Outdoor installations by Goshka Macuga, Pamela Rosenkranz, Claire Fontaine, Thomas Schütte, Hugh Hayden and Mario García Torres extend the exhibition into the landscape. The new venue becomes both cultural infrastructure and ecological laboratory, guided by the belief that art trains us in curiosity, complexity and wonder.

A Venezia, città che ha fatto della contaminazione tra arti una forma di identità, si apre un nuovo capitolo con la fondazione voluta da Dries Van Noten, celebre stilista belga, che ha scelto di ritirarsi dalla moda per investire in un progetto culturale più ampio e riflessivo. La sede non è casuale: Palazzo Pisani Moretta, con le sue stratificazioni storiche e la ricchezza decorativa, diventa dispositivo attivo di senso, prolungamento materiale della sua visione curatoriale. Dopo l’esperienza della Fondazione Pinault, Venezia conferma la propria attrattiva come laboratorio di convergenza tra lusso, arte e pensiero. Il progetto di Van Noten, sviluppato insieme a Patrick Vangheluwe, prende forma lentamente, quasi per sedimentazione, fino a trovare nel palazzo veneziano il suo punto di condensazione ideale. La mostra inaugurale, The Only True Protest is Beauty, ispirata all’immaginario dell’attivista Phil Ochs, propone una tesi precisa: la bellezza come gesto critico, capace di incidere sul reale senza ridursi a ornamento. Curata con Geert Bruloot, l’esposizione si configura come una conversazione tra pratiche e materiali, più che come una sequenza ordinata di opere. Oltre duecento oggetti – tra moda, design, arti visive e sperimentazioni materiche – in venti sale costruiscono un percorso che privilegia risonanze, contrasti e attriti. Il palazzo smette di funzionare come contenitore neutro: gli affreschi, i lampadari, le superfici riflettenti entrano in dialogo con le opere, producendo un’esperienza percettiva stratificata. Le gigantografie di Steven Shearer convivono con capi di haute couture di Christian
Lacroix e creazioni di Comme des Garçons, generando un effetto volutamente straniante.
Accanto alla dimensione estetica emerge una tensione politica esplicita. Il lavoro dello stilista palestinese Ayham Hassan introduce il tema del conflitto contemporaneo attraverso un linguaggio simbolico e materico. Analogamente, le sculture di Richard Stipl deformano il volto umano fino a evocare traumi collettivi recenti.
Il vetro, elemento identitario della città, diventa filo conduttore.
Nella sala Bending Light, le opere dialogano con la tradizione muranese e con artisti come Tony Cragg e Ritsue Mishima, mentre i fiori iperrealistici di Lilla Tabasso introducono una riflessione sulla natura artificiale.
Il percorso culmina in una visione quasi allegorica con Peter Buggenhout, che utilizza scarti e materiali residuali per costruire una metafora della fragilità veneziana. In questo intreccio continuo tra lusso e residuo, tradizione e sperimentazione, la fondazione afferma una posizione netta: l’artigianato, inteso come sapere incarnato, resta uno dei pochi luoghi in cui la bellezza può ancora interrogare il mondo. Irene Machetti
ENG An exploration of beauty as a charged encounter, capable of unsettling the familiar and making space for the unexpected. At Palazzo Pisani Moretta, over two hundred objects, spanning fashion, jewelry, glass, and photography, explore craftsmanship as a conduit for emotion. Moving beyond traditional boundaries, they reveal the human dimension of making. Here, creation becomes a practice of questioning, an experience of exchange, a field of possibility.



dalle collezioni civiche di savona
A dieci anni dalla sua nascita, il 7 maggio la Fondazione Giancarlo Ligabue apre le porte di Palazzo Erizzo Ligabue sul Canal Grande, rendendo accessibile per la prima volta al pubblico la propria collezione: una storia, quella del neonato Palazzo delle Arti e delle Culture, che potrebbe essere uscita dalle pagine di un romanzo. Siamo nel 1919 quando Anacleto Ligabue, cameriere venticinquenne, firma l’atto di nascita della sua impresa di distribuzione alimentare alla Camera di Commercio di Venezia. Ben presto, questa si trasforma in un impero, ancora oggi tra le più antiche e fiorenti società attive nell’appalto e nella provveditoria navale. Nel pieno del boom economico nasce il figlio Giancarlo. Coinvolto sin da giovanissimo nelle rotte internazionali dell’azienda, sviluppa un vivo interesse per l’antropologia e la paleontologia, che lo porta a partecipare a spedizioni archeologiche nelle aree più sperdute del globo. Diviso tra doveri aziendali e avventurose esplorazioni, Giancarlo matura la consapevolezza che a quell’impulso debba corrispondere una restituzione culturale. Così si circonda di studiosi e ricercatori, promuove missioni scientifiche, investe nella ricerca e nella divulgazione, dando forma, nel 1973, al Centro Studi Ligabue. È proprio durante questo periodo che comincia a raccogliere reperti e manufatti, organizzandoli in un nucleo collezionistico di notevole ampiezza, e prefigurando quell’ideale di Humanitas che diventerà il principio guida della Fondazione Ligabue, nata nel 2016. Alla sua morte, è infatti il figlio Inti a raccoglierne l’eredità, affiancando alla vocazione culturale una progettualità più strutturata, fatta di mostre, collaborazioni e attività di ricerca sempre più estese. Oggi, per sua volontà, il passo si allarga ulteriormente: aprendo le porte del palazzo di famiglia in occasione della Biennale d’Arte, Inti Ligabue riattiva il potenziale della collezione, traducendolo in un percorso capace non solo di rendere accessibile il patrimonio, ma di farne un racconto che parli alla collettività. Collecto inaugura così un viaggio attraverso una selezione di oltre 400 opere e reperti raccolti in decenni di attività, che mettono in relazione culture e civiltà di tutti i continenti. Dalle origini più remote della Terra, evocate da un rarissimo meteorite pallasite, fino al presente, con opere di Arcangelo Sassolino, Nico Vascellari e Giorgio Andreotta Calò, si dispiega una costellazione di manufatti e immagini che include arte precolombiana, africana e oceanica, accanto alla tradizione figurativa occidentale, da Ambrogio Lorenzetti a Leonardo, fino a Piazzetta e Tiepolo. Suddiviso in nuclei tematici che corrispondono ai grandi interrogativi dell’uomo – nascita e morte, bellezza, prestigio, potere, antenati e divinità –, l’itinerario incrocia ere e geografie per raccontare la storia di una civiltà profondamente interconnessa, in cui la molteplicità delle forme e delle culture si ricompone in un unico, grande disegno. Non manca infine uno sguardo al contemporaneo, affidato alla giovane artista Marta Spagnoli che, per le prime due settimane di

apertura, si confronta con la collezione attraverso un progetto sviluppato in residenza artistica. La sua pratica, costruita per stratificazioni e riscritture, entra in risonanza con Collecto, riattivando l’antico nel presente, la storia nella vita: un processo che riflette e rinnova la vocazione della Fondazione, cresciuta lungo rotte inesplorate e ancora oggi capace di convertire quella proverbiale apertura al mondo in linfa viva per la comunità. Adele Spinelli
ENG A journey through a collection, a selection of over 400 works of art and objects that intertwine palaeontology, archaeology and art, connecting cultures and civilisations from every continent, from 4.5 billion years ago to the present day. The origins of the Earth and the first artefacts of the genus Homo; a Mesopotamian library and classical antiquities; pre-Columbian, Oceanic and African art, from Leonardo, Piazzetta, Tiepolo and Guardi to Nico Vascellari, Arcangelo Sassolino, Giorgio Andreotta Calò and Vera Lutter. Artist in residence Marta Spagnoli will concurrently be invited to develop a creative project related to the Collection.
CASPAR BAUM
Our Precious World
9 maggio May-22 novembre November
Architetto di formazione oltre che artista, Baum medita sulle meraviglie della Terra, ricomponendo tesori creati dall’uomo e unendo ogni segmento di tela per creare un luogo immaginario e delicato. Il suo lavoro è influenzato dalla luce e dalla struttura degli oggetti. Gioca con ombre e luci, sfondo e primo piano, scomponendo gli elementi in strati e ricomponendoli in una nuova dimensione immaginativa, trasportando l’osservatore in un ambiente silenzioso e suggestivo.
ENG Trained as an architect as well as an artist, Baum reflects on the wonders of the Earth, reassembling man-made treasures and joining each section of canvas to create an imaginary and delicate place. His work is shaped by light and the structure of objects. He plays with shadow and light, background and foreground, breaking elements down into layers and reassembling them into a new imaginative dimension, drawing the viewer into a quiet, evocative environment.
ECC - Palazzo Mora, Strada Nuova Cannaregio 3659 | casparbaum.com
B ‑ OWND
Relational Logic – Beyond Dualism, a World Reconnected La piattaforma giapponese B-OWND ci invita a ripensare le rigide “distinzioni” che sono state istituzionalizzate attraverso le arti e a riparare i sistemi di valori frammentati attraverso le connessioni che uniscono persone, luoghi e momenti. In mostra le opere di sette artisti articolano un percorso tra arte, artigianato e pratiche ibride, incluso uno spazio dedicato alle cerimonie del tè. In anteprima mondiale, B-OWND, in collaborazione con Shueisha Manga-Art Heritage, presenta JoJo’s Bizarre Adventure di Hirohiko Araki, con una selezione di litografie, stampe a getto d’inchiostro e opere monocromatiche.
ENG The Japanese platform B-OWND presents Relational Logic – Beyond Dualism, a World Reconnected, with works by seven artists working across art, craft, and hybrid practices, including a dedicated space for tea ceremonies. In a world premiere, B-OWND, in collaboration with Shueisha Manga-Art Heritage, presents JoJo’s Bizarre Adventure by Hirohiko Araki, featuring a selection of lithographs, inkjet prints, and monochrome pieces. Free entry.
ECC - Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4793 www.personalstructures.com
Fino Until 6 settembre September
Grazie al supporto di Association for Art in Public di Düsseldorf, la mostra unisce diverse grandi civiltà e tradizioni spirituali all’interno di una visione cosmica e senza tempo. Dipinti e installazioni creano connessioni tra culture e simboli, suggerendo che ogni cosa si fonde in un unico sistema di memoria e conoscenza. Le opere trascendono la divisione tra passato, presente e futuro, offrendo un’esperienza immersiva e multisensoriale.
ENG Supported by Association for Art in Public, Düsseldorf, the exhibition – running until September 6 – unites different great civilizations and spiritual traditions within a timeless, cosmic vision. Paintings and installations create connections between cultures and symbols, suggesting that everything merges into a single system of memory and knowledge. The works transcend the division between past, present, and future, offering an immersive and multisensory experience.
ECC - Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4793 | ritasabo.de




In una Venezia che sembra espandersi sotto i nostri occhi, dove chiese, palazzi e giardini solitamente celati si schiudono lasciando affiorare nuovi spazi di visione, Personal Structures, giunta alla sua ottava edizione, intercetta questo stesso movimento e lo traduce in forma espositiva. Promossa dall’European Cultural Centre Italy, dal 9 maggio al 22 novembre a Palazzo Mora, Palazzo Bembo e ai Giardini della Marinaressa, la piattaforma espositiva torna con il titolo Confluences. Come dichiara Sara Danieli, responsabile del settore artistico di ECC Italia: «La confluenza è il punto d’incontro e di trasformazione delle differenze, che generano nuove correnti ed energie».
Centosettantacinque artisti, tra figure affermate e voci emergenti, provenienti da oltre 40 Paesi, invitano il pubblico a seguire il fluire delle immagini nello spazio urbano, articolando una sequenza di opere, installazioni, video, performance che restituiscono e rivelano la complessità del presente.
Il percorso prende avvio a Palazzo Mora, dove il dialogo tra Keith Haring e Kozo (Eden Karo) dispone una prima linea di continuità. Haring, con il suo segno rapido e reiterato, ha definito negli anni Ottanta un linguaggio capace di attivarsi nello spazio pubblico e di incidere nella memoria collettiva. Kozo riprende quella tensione e la trasporta in una pratica fondata sul disegno, dove il controllo del tratto si intreccia a un immaginario contemporaneo carico di rimandi. Nello stesso contesto si inserisce ORLAN, la cui ricerca introduce un secondo registro: con la serie We Are Inconsolable, l’artista interviene su immagini generate dall’intelligenza artificiale, trasformandole in superfici pittoriche in cui gesto umano e processo algoritmico si compenetrano. Il corpo, da sempre al centro della sua pratica,
riaffiora come luogo di costruzione e negoziazione dell’immagine, aprendo un campo di riflessione che fonde tecnologia e identità. Proseguendo il percorso ideale di Confluences, si approda a Palazzo Bembo, dove il progetto dedicato a Hirohiko Araki amplia ulteriormente l’orizzonte con opere costruite attraverso un lessico visivo fortemente codificato. Mettendo in scena un immaginario costruito attraverso la combinazione di manga, moda e anatomia, Araki presenta litografie, lavori lenticolari e stampe realizzate con tecniche differenti, che consolidano un linguaggio ormai globalmente riconosciuto.
Ai Giardini della Marinaressa la mostra si apre alle installazioni di Paresh Maity e Rashid Al Khalifa, che si innestano nel paesaggio lagunare, instaurando un rapporto diretto con l’ambiente e con il corpo del visitatore. Qui la visione si dilata, coinvolgendo la percezione e ridefinendo il modo stesso di abitare l’opera.
In questo pellegrinaggio contemporaneo tra calli, palazzi e giardini, a emergere non è soltanto la varietà dei linguaggi artistici, quanto piuttosto il sistema di prossimità che li mette in tensione: è nella vicinanza, nel loro entrare in attrito, che le opere iniziano a rispondersi, facendo affiorare un’inedita trama di corrispondenze e scarti. In questo senso, European Cultural Centre Italy si conferma come una piattaforma attiva, capace di svelare nuovi, estesi orizzonti del contemporaneo. Adele Spinelli
ENG 175 artists – both established figures and emerging voices from over 40 countries – take part in the eighth edition of Personal Structures, themed Confluences, which invites an exploration of the intersections between artistic practices, cultural dialogues, and creative expressions. Bringing together intimate works and monumental interventions, the project bridges different generations and languages, activating a field of experimentation in which materials, techniques, and imaginaries converge to reflect the many facets of the contemporary.
NOT ONLY BIENNALE INFINITI ORIZZONTI

Cosa accade quando ai musei europei viene chiesto di restituire le loro collezioni alle comunità che hanno legami culturali e storici con quelle opere d’arte? Il rimpatrio di beni culturali spesso coinvolge fattori politici, storici, legali ed emotivi complessi, aspetti questi che Repatriates Collective, gruppo di artiste e artisti provenienti dal Pacifico del Nord dell’Australia, dall’Africa meridionale e occidentale, dall’Europa e dall’America Latina, mette al centro della propria ricerca e che fino all’11 ottobre animano gli spazi di Ocean Space all’interno della Chiesa di San Lorenzo con Tide of Returns [Onde di ritorni] Commissionata e prodotta da TBA21–Academy, la mostra rinnova l’impegno della fondazione nelle pratiche artistiche legate alla restituzione culturale e alla guarigione ambientale, invitando il pubblico a interrogarsi sui concetti di appartenenza, memoria e trasformazione. Le due navate accolgono installazioni site-specific: nella navata ovest, From My Mother’s Country immerge il visitatore in un paesaggio di dune di sabbia popolato da migliaia di bambole rituali Dadikwakwa-kwa, restituite alla comunità Warnindilyakwa in Australia e a Windhoek in Namibia. Oggetti sacri di fertilità, oggi tornano a parlare attraverso suoni, conchiglie e tessuti namibiani. Nella navata est, Weaving Connections di Verena Melgarejo Weinandt occupa lo spazio con tessuti blu, intrecciati con trecce nere che richiamano il fluire dell’acqua e i capelli, mentre un video a tre canali segue una performance di preparazione, intreccio e lavaggio di tessuti in un fiume. La curatrice Khadija von Zinnenburg Carroll definisce la mostra “un atto cerimoniale di riappropriazione”, che trasforma la restituzione da rivendicazione politica in cura collettiva e trasmissione intergenerazionale. In parallelo a Tide of Returns, nella Research Room di Ocean Space la mostra Nature Speaks. Ascoltare i Diritti della Natura a Venezia e in Europa, curata da Pietro Consolandi e Amalia Rossi collega la Laguna al più ampio movimento europeo e globale per i diritti della Natura. Diletta Rostellato ENG TBA21–Academy renews its commitment to artistic practices related to cultural restitution and environmental healing, inviting audiences to question concepts of belonging, memory and transformation. The exhibition Tide of Returns presents the research of the Repatriates Collective of artists from the Australian North Pacific, Africa, Europe and Latin America: an immersive installation of sand, shells, video, sound and a textile-video landscape that intertwines gestures of care and memory simultaneously explore the role of water in processes of cultural repatriation.
Tide of Returns [Onde di ritorni] Fino 11 ottobre Ocean Space, Ex Chiesa di San Lorenzo www.ocean-space.org

Sopra. Sotto. Le mani si rincorrono, il tessuto si tende scoccando nell’aria, si richiude, cambia misura. Un gesto comune, quello del piegare, ripetitivo. Eppure, è proprio da qui che prende avvio la ricerca di Patrick Saytour: dalle tovaglie ordinate nell’armadio della casa d’infanzia. Superfici neutre che, assieme a tagli, bruciature e strappi, negli anni hanno costruito un lessico esistenziale capace di trattenere il tempo senza fissarlo.
Nato a Nizza nel 1935, Saytour si forma oscillando tra pittura e teatro. Mentre in America, Warhol, Pollock e la macchina rodata del Minimalismo andavano consolidando un’arte fondata su immagine e riconoscibilità, in Francia Saytour era tra i fondatori di Supports/Surfaces, gruppo che, in contrasto con l’egemonia statunitense, interveniva direttamente sui materiali, spostando l’attenzione dal risultato al processo.
Ben presto, tuttavia, anche tale contesto gli si rivela insufficiente: Saytour assume una posizione laterale, critica, attraversata da una sottile vena ironica. Il suo lavoro si orienta sempre più verso una pratica di decostruzione della forma, del colore e del formato, fino alle modalità stesse di presentazione, spesso declinate in una dimensione quasi teatrale. Al centro, resta la piega: movimento che modula il tempo e che complica la superficie senza mai stabilizzarla, atto ultimo di disobbedienza alla linearità.
www.fondazionealberodoro.org

Su questo snodo si innesta la mostra Patrick Saytour. Le pli et le temps / La piega e il tempo a Palazzo Vendramin Grimani, tassello di una ricerca che, dal filo al tessuto, negli ultimi anni ha scandito il percorso della Fondazione dell’Albero d’Oro. Curata da Daniela Ferretti, l’esposizione trasforma il Palazzo in una macchina scenica in cui le opere abitano lo spazio e ne attivano le stratificazioni: tessuti piegati, bruciati o lasciati al tempo entrano in tensione con i broccati e con l’architettura, costruendo un dialogo continuo tra fragilità e permanenza, gesto e memoria. Oltre all’allestimento, capace di amplificare il gioco sottile di contrasti e assonanze, a sorprendere è l’inaspettato incontro con Piero Manzoni, controcanto essenziale del lavoro di Saytour: due traiettorie distanti eppur tese lungo una medesima linea, che in questi esercizi di leggerezza, di tempo e di pensiero, riscoprono nell’arte una forma di verità. Adele Spinelli ENG Curated by Daniela Ferretti, the first exhibition in Italy dedicated to Patrick Saytour showcases a practice involving folds, cuts, burns, tears and unstable surfaces. A leading figure in Supports/ Surfaces, the French artist constructs a material lexicon that dialogues with the historic spaces of the palazzo and the work of Piero Manzoni. Two opposing yet complementary visions that reflect and disintegrate in the ever-changing soul of the lagoon city.

C’è qualcosa di paradossale nell’opera di Barry X Ball, nella sua tecnica che accosta scanner a luce bianca, fresatrici a controllo numerico, modellazione digitale tridimensionale ad artigianato tradizionale per reinventare storici capolavori. Così è stato per la Pietà Rondanini : pare impensabile che la stessa tensione spirituale, di cui l’incompiuto di Michelangelo è espressione, passi attraverso la precisione computazionale di avanzate tecnologie digitali. Ball, scultore californiano classe 1955, ha scansionato in 3D l’opera originale del Buonarroti sottoponendola poi alla modellazione digitale e introducendone alcune modifiche, per restituirla a nuova forma in onice iraniano dorato e traslucido che conferisce all’opera una luminosità eterea. Il risultato? La tecnologia scompare dietro alla superficie modellata con complessità e delicatezza lasciando spazio all’intensità della scultura.
Questa, insieme ad altre ventidue opere di Ball, abitano la Basilica di San Giorgio Maggiore dal 9 maggio al 22 novembre, nel progetto espositivo The Shape of Time, curato da Bob Nickas con il coordinamento di Carmelo A. Grasso per l’Abbazia di San Giorgio Maggiore.
Al centro della mostra, articolata in più serie, troneggia Pope Saint John Paul II : dodici anni di lavorazione, argento massiccio e oro 18 carati.
Nella sagrestia, tre Buddha in pietra disposti in composizione cruciforme innescano un cortocircuito visivo e teologico con lo spazio cattolico che li ospita. Tra questi, Mirrored Buddha Herms mette in dialogo una scultura giapponese del XV secolo con la sua versione specchiata in marmo nero belga. Lungo il corridoio che collega navata e sagrestia trovano posto dodici opere della serie dedicata a Medardo Rosso, punto nevralgico della mostra. Nel 2012 Ball ha condotto, con UnoArte di Vicenza, campagne di scansione 3D su trentanove sculture di Rosso conservate in musei e collezioni private italiane. Da quei dati precisi – i più accurati mai prodotti sulle opere del grande scultore lombardo – ha ricavato non riproduzioni ma nuove opere autonome, capaci di conservare qualcosa dell’originale trasformandolo in altro di meraviglioso. Diletta Rostellato ENG A retrospective dedicated to the sculptural practice of artist Barry X Ball (b. 1955, Pasadena, California, living and working in New York). Through a bold, innovative approach he reinterprets Andrea Palladio’s architectural masterpiece, the Abbey of San Giorgio Maggiore, blending advanced digital technologies with traditional craftsmanship. New materials and renewed forms reinterpret the Abbey’s Renaissance masterpieces: 23 pieces from five distinct series redefine the boundaries of contemporary sculpture while reaffirming the relationship between art, heritage and spirituality.
Barry X Ball. The Shape of Time 9 maggio-22 novembre Basilica di San Giorgio, Isola di San Giorgio Maggiore www.abbaziasangiorgio.it | www.barryxball.com
Fino Until 22 novembre November
L’artista brasiliano Paulo Nazareth da oltre quindici anni percorre le Americhe e il continente africano, spesso a piedi nudi, per calpestare la stessa terra dei suoi antenati ridotti in schiavitù, privati delle calzature come simbolo di sottomissione. La sua pratica, una forma di performance in continuo divenire, riflette su come la cartografia coloniale e il razzismo sistemico abbiano modellato i paesaggi della modernità. I suoi spostamenti, deliberatamente lenti, diventano medium narrativo: il viaggio come scrittura di storie nei corpi, nelle lingue, nei confini.
ENG For over fifteen years, Brazilian artist Paulo Nazareth has travelled the Americas and Africa, often barefoot, treading the same land as his enslaved ancestors, stripped of footwear as a symbol of submission. A constantly evolving form of performance, his practice reflects on how colonial cartography and systemic racism have shaped the landscapes of modernity. His deliberately slow journeys become a narrative: travel as the writing of stories in bodies, languages and borders.
Punta della Dogana, Dorsoduro 2 www.pinaultcollection.com
6 maggio May-22 novembre November Installazioni tessili imbottite e ricamate di Laura Mega si affiancano ai dipinti di Daniel Pešta che indagano la sublimazione come meccanismo capace di trasformare tensioni interiori in forme espressive. Il titolo evoca la compilazione del codice come metafora dell’anima che si assembla e trova forma, esplorando un luogo, reale o metaforico, in cui l’esperienza interiore si raccoglie lungo una linea di tensione tra dolore e consolazione, interiorità e sfera pubblica.
ENG Padded and embroidered textile installations by Laura Mega are placed along- side paintings by Daniel Pešta that investigate sublimation as a mechanism capable of transforming inner tensions into expressive forms. The title evokes the compilation of code as a metaphor for the soul assembling itself and finding form, exploring a place – real or metaphorical – in which inner experience gathers along a line of tension between pain and consolation, interiority and the public sphere.
Garibaldi Gallery, Via Garibaldi, Castello 1815
1 maggio May-15 agosto August Originario di Isle-sur-la-Sorgue (Provenza, Francia), François Reboul vive e lavora a Venezia. Le sue ricerche sull’Espressionismo astratto connotano uno stile originale che si traduce in tele di grande formato dai forti colori acrilici. Il riferimento e l’ispirazione guarda a straordinari artisti come Willem de Kooning, Joan Mitchell, Jackson Pollock e Lee Krasner, solo per citarne alcuni. La mostra monografica è un dittico che si sviluppa in due momenti espositivi e temporali diversi, entrambi tuttavia fortemente caratterizzati da colori e forme.
ENG Originally from L’Isle-sur-la-Sorgue (Provence, France), François Reboul lives and works in Venice. His explorations of Abstract Expressionism define an original style that translates into large-format canvases imbued with bold acrylic colours. His references and inspirations are drawn from extraordinary artists such as Willem de Kooning, Joan Mitchell, Jackson Pollock and Lee Krasner to name but a few. This monographic exhibition is a diptych unfolding across two distinct exhibition spaces and time periods, yet strongly characterised by colour and form.
SPAZIO SV, Campo San Zaccaria, Castello 4693 | spaziosv.com






9 maggio May-22 novembre November
Uno spazio multisensoriale in cui l’acqua emerge come principio vitale, mettendo in connessione umanità, natura e cultura. Piroghe sospese e strutture organiche, realizzate con la collaborazione di comunità indigene, costruiscono il paesaggio simbolico dell’Amazzonia, ecosistema fragile che, dall’incontro con il mondo occidentale nel XVI secolo, vive in tensione tra sfruttamento e tutela. L’assenza di acqua diventa elemento percettivo che ridefinisce lo spazio e orienta lo sguardo, ponendo il rapporto tra ambiente e responsabilità collettiva al centro del dibattito.
ENG A multisensory experience space whose driving force is water and its ability to connect humanity, nature and culture. Hanging dugout canoes and organic structures, developed in collaboration with indigenous communities, construct the symbolic landscape of the Amazon, a fragile ecosystem that has existed in a state of tension between exploitation and protection since it encountered the Western world in the 16th century. The absence of water becomes a perceptual element that redefines the space and directs the gaze, triggering a reflection on the relationship between the environment and collective responsibility.
Chiesa di Santa Maria della Visitazione, Dorsoduro 919A | www.martinez-vega.de
Chronicles of the Floating City
9 maggio May-31 giugno June
Du Hai Jun indaga l’esperienza estetica e sociale della città contemporanea tramite una pittura a olio che si muove tra figurazione e costruzione, restituendo la densità degli spazi abitativi e la frammentazione del paesaggio metropolitano. Le finestre assumono un ruolo centrale come punti di osservazione che condensano microstorie, tensioni sociali e memorie collettive, mentre le griglie architettoniche emergono come struttura ricorrente del vivere moderno. Al centro, il rapporto tra individuo, comunità e architettura.
ENG Du Hai Jun explores the aesthetic and social experience of the contemporary city through oil paintings that shift between figuration and construction, capturing the density of living spaces and the fragmentation of the metropolitan landscape. Windows play a central role as observation points that condense micro-histories, social tensions and collective memories, while architectural grids emerge as a recurring structure of modern life. The result is a reflection on the relationship between architecture, the individual and the community.
Cavana Gallery, Rio Terà Foscarini, Dorsoduro 909/C
3 maggio May-22 novembre November
La mostra ripercorre la ricerca di Ramos, tra i protagonisti della Pop Art americana, soffermandosi sulla costruzione di una nuova iconografia della femminilità nel secondo dopoguerra. Servendosi di una pittura che rielabora pubblicità, pin-up e immaginario pop, l’artista ridefinisce la donna come protagonista della cultura visiva dell’epoca: sospesa tra seduzione e messa in scena, la pin-up appare qui come una Venere moderna, insieme ludica e monumentale.
ENG An exhibition tracing the practice of Ramos, a leading figure in American Pop Art, and focusing on the construction of a new iconography of femininity in the post-World War II era. Using a painting style that reworks images from advertising, pin-ups and popular culture, the artist redefines the figure of the woman as the central image of the era’s visual culture: suspended between seduction and staging, the pin-up appears here as a modern-day Venus, both playful and monumental. Palazzo Bragadin Carabba, Castello 6036

Palazzo Mora, Venice
9 May - 22 November, 2026 www.personalstructure.com


Intervista
Michèle Roche | Roland Dufau | Reza di Mariachiara Marzari e Massimo Bran
La Fondation Bru restituisce al pubblico la complessità tecnica e l’emozione umana che risiedono in ogni singola stampa fotografica di alta qualità attraverso il lavoro esclusivo di Roland Dufau e la visione leggendaria di Reza. Un nuovo progetto inedito dedicato alla fotografia, che diventa appuntamento fisso in occasione della Biennale, ospitato a Palazzetto Bru Zane dal 23 maggio al 12 settembre. In 37 anni di attività Roland Dufau ha valorizzato le stampe di oltre 220 fotografi, realizzate a partire dalle loro diapositive rese eccezionali grazie alla tecnica svizzera nota come Cibachrome. Le parole del fotografo americano Robert J. Steinberg lo hanno accompagnato per tutta la vita: «Per me l’oggetto d’arte più sensuale è una stampa fotografica meravigliosamente eseguita». Dufau ha maturato un’eccezionale carriera fatta di duro lavoro e immensa passione, collezionando oltre mille stampe grazie al rapporto strettissimo che ha costruito con i più importanti fotografi del mondo. Uno di questi, Reza, è stato chiamato nell’inedita veste di curatore a selezionare cinquanta fotografie tratte da questa eccezionale raccolta privata, stampe capaci di restituire la potenza estetica e la sapienza artigianale dello “Scultore di Luce” Dufau. Abbiamo avuto il piacere di incontrare in anteprima Michèle Roche, segretaria generale della Fondation Bru, Roland Dufau e Reza.
Quali ragioni hanno determinato la scelta della Fondation Bru di approfondire il linguaggio della fotografia?
Michèle Roche_Ci sono sempre dei legami tra i progetti sostenuti dalla Fondation Bru e le passioni dei suoi fondatori, Jean e Nicole Bru. La fotografia è una di queste, una passione profondamente radicata nella loro vita. Non sono mai stati dei semplici amatori: fotografavano durante i loro viaggi, si muovevano ciascuno con il proprio sguardo e arrivavano persino a sfidarsi, confrontando le immagini al ritorno per scegliere la più riuscita. C’era un vero spirito di gioco in loro, ma anche una grande attenzione alla qualità dell’immagine e al momento della stampa, vissuto quasi come un rito. Ancora oggi questa passione è tangibile negli archivi della fondazione: conserviamo negativi, diapositive, macchine fotografiche – tra cui diverse Leica –, cineprese, obiettivi e materiali di lavoro. È un patrimonio che racconta non solo uno sguardo, ma più estesamente un modo di vivere la fotografia fatto di curiosità, precisione e piacere. Per questo è sembrato inevitabile sviluppare delle mostre attraverso questo linguaggio espressivo, ospitandolo al Palazzetto Bru Zane, tradizionalmente vocato alla musica. Il legame è venuto naturale: Venezia è un luogo di musica, ma anche di sguardo e di passaggio. Perché, allora, non esporre dell’ottima fotografia soprattutto durante la Biennale?
Quale l’azione che la Fondation Bru ha dispiegato negli anni in questa direzione?
Michèle Roche_La nostra prima incursione nel mondo della fotografia risale al 2008 grazie all’incontro con Fondation Gilles Caron
e la conseguente decisione di sostenere un percorso di valorizzazione del lavoro di questo straordinario fotografo, che ha avuto il via con la realizzazione di uno scrapbook. Negli anni successivi il dialogo si è approfondito, fino ad arrivare nel 2013 alla realizzazione di un progetto ancora più ambizioso: la produzione di stampe a colori a partire da sessanta diapositive originali. Si trattava di un lavoro complesso, anche perché i materiali e i procedimenti tecnici connessi a questa lavorazione stavano già scomparendo. È proprio in questo contesto che ho incontrato Roland Dufau. Il suo lavoro è stato per me una vera rivelazione: non solo per la qualità tecnica, ma per la capacità di restituire vita a immagini fragili, segnate dal tempo, attraverso un processo lungo, paziente e profondamente creativo. In quel momento ho capito che la stampa non è un semplice passaggio tecnico, ma una vera forma d’interpretazione, quasi una seconda scrittura dell’immagine.
Cosa l’ha colpita più in particolare del suo lavoro?
Michèle Roche_La stampa fotografica è spesso invisibile, eppure è fondamentale. Roland Dufau è un artigiano straordinario: non si limita a stampare un’immagine, la rivela, a volte la ricostruisce. Partendo da diapositive, lavora sul colore, sulla luce, sulla materia. Alcune stampe hanno richiesto decine di tentativi. Il suo procedimento, il Cibachrome, permetteva una precisione e un’intensità cromatica eccezionali, con una durata nel tempo straordinaria. Ma al di là della tecnica, c’è una dimensione più eminentemente umana in questo processo: ogni stampa è uno scambio con il fotografo, una collaborazione.
Come è nata l’idea di una mostra dedicata proprio a Dufau?
Michèle Roche_Dopo aver lavorato con lui su Gilles Caron, l’ho ricontattato; ero venuta a conoscenza che possedeva una collezione di circa 1.200 stampe di fotografi tra i più importanti al mondo. Da qui è nata l’idea di una mostra sulle fotografie da lui stampate, la cui curatela doveva essere affidata ad un fotografo, da qui il coinvolgimento di Reza. Era necessario presentare una selezione che incrociasse le diverse visioni. In mostra ha selezionato una cinquantina di opere.
Quali sono stati i criteri di scelta delle singole fotografie?
Michèle Roche_Il primo criterio è stata la qualità della stampa: mostrare la potenza del Cibachrome e il sapere artigianale di Roland Dufau. Quindi il risultato estetico finale, ma anche più specificamente il processo creativo e la sinergia tra fotografo e stampatore. Poi abbiamo cercato di rappresentare i grandi fotografi con cui ha lavorato, da Lucien Clergue a Jean-Claude Sauer a Jacques Henri Lartigue, e i diversi ambiti, dal fotoreportage alla fotografia pubblicitaria e di moda, in cui questi stessi fotografi hanno prevalentemente operato. Ogni immagine è anche una testimonianza di riconoscenza: spesso i fotografi offrivano una stampa in cambio del lavoro di Roland Dufau. La collezione racconta quindi sia una storia della fotografia, sia una storia umana.
Come definirebbe il suo mestiere?
Roland Dufau_È un mestiere di passione e artigianato. Per oltre trent’anni, esattamente 37, ho lavorato da solo, a mano, al buio, a volte per ore su una sola immagine. Utilizzavo maschere di bianco e nero per gestire i forti contrasti tra luci e ombre. Questo

At Palazzetto Bru Zane, during the Biennale season, Fondation Bru presents an unprecedented photography project devoted to the art of printing. At its centre are Roland Dufau, master printer known as the “Sculptor of Light,” and the legendary photographer Reza, invited as curator. On view from May 23 to September 12, the exhibition reveals photography not as image alone, but as material, gesture, and human collaboration.
Over nearly four decades, Dufau has produced prints for more than 220 photographers using the rare Swiss Cibachrome process, amassing a private collection of over 1,000 pieces. From this archive, Reza selected fifty photographs that testify both to photographic history and to the invisible craftsmanship that brings images fully into being.
We met in advance with Michèle Roche (Fondation Bru), Roland Dufau, and Reza.
Michèle Roche_Fondation Bru’s projects always stem from the passions of its founders, Jean and Nicole Bru. Photography was one of them, not as casual practice, but as a deeply lived experience. During their travels, they photographed intensely, each with their own eye, even comparing images afterward. For them, printing was a ritual, a moment of truth for the image. That passion remains visible today in our archives: negatives,
slides, cameras – many Leicas – cine equipment. It reflects a way of living photography rooted in curiosity, precision, and pleasure. Developing exhibitions through photography therefore felt inevitable, especially in Venice: a city of passage, music, and vision. Hosting photography during the Biennale was a natural extension.
Michèle Roche_Our first major photography project dates back to 2008, when we began working with the Fondation Gilles Caron. It led to the creation of a scrapbook and, in 2013, to a far more ambitious endeavour: producing colour prints from sixty original slides. It was technically complex. The materials were already disappearing.
This is when I met Roland Dufau. His work was a revelation: not just technically extraordinary, but capable of restoring fragile, time -marked images through a slow, patient, deeply creative process. I realized then that printing is not a mechanical step, but an interpretive act, a second writing of the image.
Michèle Roche_Printing is often unseen, yet essential. Roland doesn’t simply print images, he reveals them, sometimes reconstructs them. Working from slides, he shapes colour, light, material. Some prints required dozens of attempts. Cibachrome
lavoro, estremamente preciso al millimetro, permetteva di far emergere dettagli nelle zone scure proteggendo contemporaneamente le parti chiare, un risultato che gli obiettivi dell’epoca spesso non riuscivano a catturare appieno. Poiché le stampe da diapositive avevano tradizionalmente margini neri, ideai un sistema manuale nel buio totale (usando pesi e cartoni sagomati) per creare bordi bianchi. Questa innovazione permise ai fotografi di firmare le proprie opere a colori come si faceva per le collezioni in bianco e nero, nobilitando così la stampa a colori da collezione. La carta Cibachrome aveva una particolarità: estrema precisione cromatica e, grazie alla stabilità dei suoi coloranti azoici, una durata nel tempo stimata fino a 300 anni in condizioni di conservazione ottimali. A differenza di altri processi, i coloranti nel Cibachrome sono già presenti all’interno della carta, garantendo una saturazione e una nitidezza superiori, una trasparenza unica, dando l’impressione che l’immagine sia “dentro il ghiaccio”. Questo garantiva colori molto puri e stabili. Si poteva passare da pochi secondi di esposizione a quindici minuti, intervenendo manualmente sul colore. Ogni stampa era unica. Il mio obiettivo è sempre stato semplice: il fotografo doveva ritrovare ciò che aveva visto, ciò che aveva sentito e se affermava: «è esattamente così», avevo raggiunto lo scopo. Questa tecnica è diventata oggi “leggendaria” anche a causa della sua rarità: la carta e i prodotti chimici necessari non sono più in produzione, rendendo i tiraggi esistenti dei pezzi d’archivio unici.
Come ha iniziato questo incredibile percorso?
Roland Dufau_Quasi per caso. Dovevo consegnare delle stampe per un reportage industriale, ma il laboratorio aveva sbagliato i colori: delle bistecche che dovevano essere rosse erano diventate marroni. Ho deciso di intervenire e fare le stampe da solo con un kit Cibachrome. Il risultato si rivelò buono, anzi ottimo. Così altri fotografi hanno iniziato ad affidarmi i loro lavori. Da lì tutto è cresciuto: commissioni, collaborazioni, mostre. A un certo punto avevo sei mesi di lista d’attesa. Alcuni fotografi prenotavano persino anni prima. Ho trasformato la stampa in un atto di artigianato puro, lavorando spesso in totale solitudine per ore sotto l’ingranditore, manipolando la luce con le mani (tecnica del “maquillage”) per ottenere risultati che la tecnologia industriale non poteva garantire.
Che rapporto stabiliva con i fotografi?
Roland Dufau_Un rapporto di fiducia totale. Il mio laboratorio di Parigi è diventato un punto di riferimento mondiale. Ho collaborato per oltre 30 anni con Lucien Clergue, il quale aveva una fiducia tale in me da portare le scatole delle stampe direttamente a New York senza nemmeno controllarle prima. All’inizio ci siamo dovuti capire, trovare un linguaggio comune, poi era un dialogo continuo. A volte mostravo ai vari fotografi due versioni di un loro scatto: quella della diapositiva e quella rielaborata. Spesso scoprivano dettagli che non avevano visto prima. Louis Stettner arrivò a dichiarare che se non mi avesse incontrato avrebbe smesso di fotografare a colori, poiché solo io riuscivo a rendere i colori che lui desiderava.
Reza, lei è stato chiamato nel ruolo inedito di curatore. Come descriverebbe il lavoro di Roland Dufau?
Reza_Lo chiamo il “Mago della Luce”. Noi fotografi abbiamo una

visione, una memoria visiva. Ma né gli obiettivi né le pellicole restituiscono esattamente ciò che vediamo. Lui ci riusciva. Leggeva nei nostri occhi, capiva ciò che volevamo esprimere a volte meglio di noi stessi.
Qual è il suo linguaggio fotografico?
Reza_Dare voce a chi non ne ha. Fotografare i dimenticati, le zone di conflitto, le persone invisibili. L’arte deve essere al servizio dell’umanità. Potrei fare fotografia commerciale, ma scelgo di andare sul campo, anche a rischio della vita. Perché l’immagine può testimoniare, risvegliare, trasformare.
Tra i tantissimi suoi scatti divenuti iconici, uno su tutti è emblematico di come e quanto un’immagine possa restituire l’essenza, la forza intrinseca di un fatto, di una persona, facendosi autentico documento storico. Ci riferiamo, naturalmente, al ritratto del Comandante Ahmad Shah Massoud, il leggendario leone del Punjab, scattato nel 1985. Ci racconta la genesi di questa fotografia?
Reza_Mi ci sono voluti due anni per incontrarlo. Era l’uomo più ricercato al mondo. Un giorno ci siamo ritrovati in una grotta, sotto i bombardamenti in Afghanistan. È lì che ho scattato la foto, mentre era assorto nei suoi pensieri, nelle sue riflessioni. Abbiamo parlato per ore. Mi ha raccontato la sua visione politica, prevedendo correttamente che l’Unione Sovietica sarebbe crollata entro cinque anni a seguito della sconfitta militare in Afghanistan, ma anche un sogno semplice: diventare insegnante nel suo villaggio. Quel momento fissato nell’immagine racchiude tutto: forza, fragilità, umanità.
Qual è il messaggio che intende veicolare questa mostra?
Reza_Una forma di gioia, nonostante tutto. Un’energia positiva. In un mondo sempre più drammaticamente segnato da violenza e incertezza, queste immagini ricordano la bellezza, la precisione e la profondità dello sguardo umano. Rendono omaggio a un mestiere scomparso: quello dello stampatore, artigiano nell’ombra che dà alla fotografia la sua piena esistenza. Il progetto sostenuto dalla Fondation Bru non è dunque solo una celebrazione della fotografia, ma un atto di salvaguardia di un’arte artigianale in via di estinzione.

offered exceptional chromatic precision and durability, but beyond technique there is the human dimension: each print is a dialogue, a collaboration with the photographer.
Michèle Roche_After our work on Gilles Caron, I learned Roland owned around 1,200 prints by the world’s leading photographers. The idea emerged to build an exhibition around the images he had printed, curated by a photographer, hence Reza’s involvement. The goal was to bring different visions together. He ultimately selected around fifty works. The first criterion was print quality: to show the expressive power of Cibachrome and Roland’s craft. We also wanted to represent major photographers (Lucien Clergue, Jean - Claude Sauer, Jacques Henri Lartigue) and diverse fields, from reportage to fashion and advertising. Many prints were gifts from photographers in exchange for Roland’s work. The collection tells both a history of photography and a deeply human story.
Roland Dufau_My work is passion and craftsmanship. For 37 years I worked alone, by hand, in the dark, sometimes hours on a single image. Using black-and -white masks, I controlled extreme contrasts with millimetric precision, revealing detail in shadows while protecting highlights in ways lenses of the time couldn’t.
Slides traditionally produced black borders, so I invented a manual system, that is: working in total darkness with weights and cut cardboard, to create white borders. This allowed photographers to sign colour prints as they did black-and -white ones, elevating colour prints to collectable works.
Cibachrome was unique: extraordinary colour fidelity and, thanks to azo dyes embedded in the paper, a lifespan of up to 300 years under optimal conditions. The image seems trapped in ice: pure, transparent. Exposure times ranged from seconds to fifteen minutes, with manual colour intervention. Every print was unique. My goal was simple: that the photographer would say, “Yes, that’s exactly how it was.” Today the technique is legendary because it no longer exists. The paper and chemicals are gone. What remains are irreplaceable archival prints.
Roland Dufau_Almost by accident. A lab had ruined the colours of an industrial shoot: steaks that should have been red turned brown. I decided to reprint them myself using a Cibachrome kit. The result was excellent. Word spread. Commissions followed. Eventually I had waiting lists of six months, even years.
I transformed printing into pure craftsmanship, often working alone for hours under the enlarger, shaping light with my hands (the “make -up” technique) to achieve results no industrial process could deliver.
Roland Dufau_Total trust. My Paris studio became a global reference. I worked with Lucien Clergue for over thirty years. He trusted me so deeply he’d take boxes of prints straight to New York without checking them. At first, we learned each other’s language; then it became constant dialogue.
I would sometimes show two versions: the slide and the print. Photographers discovered details they hadn’t noticed. Louis Stettner once told me that without meeting me, he would have abandoned colour photography entirely. I was the only one who could give him the colours he wanted.
Reza_I call Roland the Magician of Light. We photographers have vision, visual memory, but lenses and film never fully translate what we see. He could. He read our eyes, sometimes understood our intent better than we did.
Reza_My language is giving voice to the voiceless: conflict zones, forgotten people. Art must serve humanity. I could pursue commercial photography, but I choose the field, even risking my life, because images can testify, awaken, transform.
Reza_It took me two years to meet Ahmad Shah Massoud. He was the most wanted man in the world. We met in a cave, under bombardment, in Afghanistan. That’s where I took the photograph: while he was lost in thought.
We spoke for hours. He predicted the Soviet Union would collapse within five years after its defeat in Afghanistan. Yet his personal dream was simple: to become a schoolteacher in his village.
That image holds everything: strength, fragility, humanity.
Reza_Joy, despite everything. Positive energy. In a world scarred by violence and uncertainty, these images remind us of beauty, precision, and the depth of the human gaze. They honour a vanished craft: the printer, the artisan in the shadows who gives photography its full existence.
What Fondation Bru supports here is not just an exhibition, but the safeguarding of an endangered art.

«Non c’è nulla che possa essere paragonato a Venezia. La sua luce, la sua storia e la sua architettura mozzafiato sono state per me una fonte costante di ispirazione». Inizia con una dichiarazione d’amore alla città lagunare il nuovo capitolo espositivo di Dale Chihuly. A trent’anni dal suo rivoluzionario Chihuly Over Venice (1995-96), l’artista americano torna con CHIHULY: Venice 2026. Promosso dalla Pilchuck Glass School e dal Frederik Meijer Gardens & Sculpture Park, il progetto si sviluppa attorno a tre nuove sculture monumentali installate lungo il Canal Grande, concepite come espressione di un rinnovato e duraturo dialogo con la città, fonte originaria della sua ispirazione. Accanto alle installazioni un progetto espositivo a Palazzo Franchetti e a Palazzo Loredan racconta la sua ricerca e il suo archivio per mostrare la genesi delle sue opere. Disegni, fotografie, video e documenti restituiscono l’evoluzione del suo processo creativo, la realizzazione di Chihuly over Venice e il suo costante impegno verso sperimentazione, collaborazione e ricerca. I materiali d’archivio e una selezione di opere contribuiscono così a inserire le installazioni monumentali in un contesto narrativo più ampio, fatto di storia e pratica artistica. In mostra anche una delle innovazioni più importanti di Chihuly, rappresentata da un gruppo di Golden Celadon Baskets, realizzati nel 2017 alla Pilchuck Glass School per celebrare il quarantesimo anniversario della serie Baskets. Queste sculture accolgono volutamente l’asimmetria, il cedimento e il mutamento delle forme, sfidando intenzionalmente secoli di precisione tecnica e tradizione della soffiatura del vetro di Murano e dimostrando il peculiare approccio americano di Chihuly.
ENG Thirty years after transforming Venice and its canals with his ground-breaking project Chihuly Over Venice, American artist Dale Chihuly, who uses glass to transform spaces through experimentation with colour, light, transparency and form, returns with three new monumental sculptures installed on the extsriors of buildings along the Grand Canal and visible from the Accademia Bridge. The installations are accompanied at the Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti by drawings, photographs, videos and documentation that trace the evolution of Chihuly’s creative process.
CHIHULY: Venice 2026
5 maggio-14 novembre Palazzo Franchetti, Palazzo Loredan, Palazzo Balbi Valier, Palazzo Querini alla Carità www.chihulyvenice2026.com

Una ricerca che continua a ridefinire il rapporto tra forma, materia e conoscenza. Il lavoro di Tony Cragg (Liverpool, 1949), artista anglo-tedesco tra le voci più autorevoli della scultura contemporanea internazionale, è protagonista di Ocean of Drops, la mostra presentata dalla Fondazione Berengo e da Berengo Studio negli spazi IUAV di Ca’ Tron dal 5 maggio al 28 giugno. Costruita attorno a una monumentale scultura in vetro realizzata a Murano, che dà il titolo all’intero progetto, la mostra riunisce una selezione di opere recenti di grande formato, offrendo una lettura concentrata degli sviluppi attuali della ricerca dell’artista. Ocean of Drops si configura come un campo di tensione tra materia e percezione. La scultura in vetro, fulcro visivo e concettuale dell’esposizione, evoca la natura profonda dei materiali, suggerendo una riflessione sulla loro struttura intrinseca e sui processi che ne determinano forma e apparenza.
Più che rappresentare, l’opera scopre nuove forme che riflettono sulla trasformazione continua della materia, che sfugge a una definizione stabile. Accanto a questa presenza centrale, il percorso espositivo include sculture in legno e pietra in cui Cragg. Le forme rimandano a strutture fondamentali – atomi, molecole, cellule, particelle – rendendo visibile ciò che normalmente resta invisibile e interrogando il rapporto tra micro e macro, tra struttura e superficie.
L’intero progetto si inscrive in una riflessione più ampia sulla relazione tra interiorità ed esteriorità della materia. Ocean of Drops è quindi un dispositivo critico: un invito a interrogare non solo ciò che vediamo, ma il modo in cui lo vediamo. M.M.
ENG Ocean of Drops is the title of a monumental glass work of art by Tony Cragg, one of the most original artists working in contemporary sculpture. Created in Murano, the piece lends its name and theme to the exhibition project, referencing the particular nature of all materials. Like the other pieces in the exhibition, it recalls the properties of the atoms, molecules, cells, particles and layers that constitute the fundamental internal structures of all materials. Cragg transforms matter and forms into visual organisms capable of questioning our relationship with objects and landscape.

Un’approfondita indagine documentaria nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC) della Biennale e in archivi pubblici e privati, ha guidato Marino Barovier nella costruzione del terzo capitolo del ciclo dedicato alla presenza del vetro muranese alla Biennale. Il focus quest’anno è centrato sugli anni d’oro dal 1948 al 1958 con i lavori delle più importanti vetrerie, tra cui Venini, AVEM, Barovier&Toso, Seguso Vetri d’Arte, Barbini, Archimede Seguso, e di artisti come Vinicio Vianello. Il risultato, è il caso di dirlo, è davanti agli occhi di tutti: la nuova mostra de Le Stanze del Vetro, 1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, è incredibile per la quantità e qualità degli oggetti esposti, che rinnovano la meraviglia nei confronti di un’arte, quella vetraria di Murano, che mostra la propria forza e avanguardia proprio attraverso gli artisti e i maestri protagonisti di quella stagione di Biennale. Il decennio in questione – dal 1948, anno della ripresa delle attività dopo la Seconda guerra mondiale, fino alla fine degli anni Cinquanta (attraversando quindi le edizioni XXIV-XXIX) – è davvero cruciale per Murano, caratterizzato da grande libertà, inventiva ed entusiasmo, e segnato dalla rinascita dell’arte vetraria nel contesto della Biennale. Dal 1948 si rinnovò infatti l’importante appuntamento con le mostre di arte decorativa del Padiglione Venezia che al vetro dedicò sempre ampio spazio e che nel 1952 venne interamente destinato ad accogliere la grande Mostra del vetro muranese. Queste esposizioni mostrarono la rinnovata vitalità di Murano che, negli anni Cinquanta, visse una stagione eccezionalmente fertile in sintonia con il fervore seguito alla ricostruzione e al successivo boom economico e con l’affermarsi della cultura del design.
Oltre 180 opere raccontano quindi un’epoca straordinaria dove convivono inedite interpretazioni di antiche tecniche, nuovi processi di lavorazione e sperimentazioni sulla materia con una particolare attenzione alla resa cromatica dell’oggetto. Sono spesso vetri trasparenti, pesanti sommersi o leggeri soffiati, dalle ricche e intense colorazioni contraddistinti da forme rigorose ispirate al design nordico o da linee morbide e irregolari. Altri, lavorati a massello, si distinguono invece per l’aspetto scultoreo e la notevole plasticità. La materia vitrea non invecchia, continua a stupire e stupirci. M.M.
ENG The third chapter in Le Stanze del Vetro’s exploration of Murano glass at the Venice Biennale focuses on the decade from 1948 to 1958, spanning the revival of the Biennale after the Second World War through the entire 1950s (from the 24th to the 29th edition). During these years, the glass exhibitions held in the Venice Pavilion reflected the renewed vitality of Murano production, featuring works by historic glasshouses, newly established furnaces, and independent artists.
1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia Fino 22 novembre Le Stanze del Vetro, Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore www.lestanzedelvetro.org

»La Ga LL eria «
Dorothea van der Koelen presents 8 May – 22 Nov. 2026
»Art Beyond B ound A ries«
30 artists - 14 nations
25 Years of La Galleria
Bert · Bruch · Buren
Chillida · Dannenberg · Gappmayr
Glattfelder · Hall
Heerkens · Honegger
Kazem · Al Khalifa
Kirschner · Kosuth
Liebl & SchmidPfähler · Megert
Mimran · Morellet
Nam · Plessi · Quinze
Reis · Röhm · Roy
Simeti · Uecker
Venet · Willing · Wu

La Ga LL eria · Ve N ezia
30124 Venezia · S. Marco 2566 0039 - 327 - 692 3 693
lagalleria@vanderkoelen.com www.vanderkoelen.de




In un contemporaneo molto astratto e controverso, dove l’immagine non è più dominante e le arti sono sempre più contaminate, rifugiarsi nella definita inquadratura di una fotografia può essere assolutamente rassicurante. Se a dominare poi è il bianco e nero, la chiarezza di forma, l’intensità di carattere e azione fuori dal tempo, che permette di arrivare all’essenziale di una cosa, una persona, o un luogo, l’occhio ringrazia. Venezia offre, in questo senso, un porto sicuro: grandi maestri della fotografia sono protagonisti di importanti mostre in città. Il corpo come unità di misura, lo spazio organizzato secondo rapporti di precisione e la luce che è l’ordine che governa l’intera composizione, sono gli elementi fondamentali dell’eleganza delle fotografie di Horst P. Horst, a cui Le Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio dedicano un’ampia retrospettiva. La sua complessa personalità viene ricostruita attraverso oltre quattrocento opere, tra cui numerose stampe vintage, affiancate da materiali d’archivio, riviste, disegni, lettere e documenti inediti, restituendo la densità di un percorso sviluppato lungo più decenni. Horst P. Horst. La Geometria della Grazia, aperta fino al 5 luglio, curata da Anne Morin in collaborazione con Denis Curti, costruisce un percorso articolato in otto sezioni, che si apre con il lavoro per Vogue, inteso come laboratorio in cui si definiscono nuovi canoni visivi, e prosegue attraverso il confronto con il Bauhaus, il richiamo alla classicità, l’attenzione alla natura osservata con rigore quasi scientifico e la produzione di nature morte costruite come vanitas contemporanee. Un’ampia sezione è dedicata ai ritratti, che restituiscono la rete di relazioni dell’artista nel panorama culturale del Novecento. Il percorso si chiude a Venezia, con fotografie inedite del 1947 realizzate durante la Biennale e la Mostra del Cinema: qui lo sguardo si apre alla dimensione pubblica e sociale, restituendo l’essenza della città attraverso uno degli sguardi più lucidi della storia moderna.
www.lestanzedellafotografia.it | www.fondazionedivenezia.org ikonavenezia.com | www.munav.it
Venezia protagonista indiscussa anche nelle fotografie uniche ed emozionanti di due giganti italiani in altre due importanti mostre: Gianni Berengo Gardin. La Venezia del Maestro del bianco e nero a Palazzo Flangini, sede della Fondazione di Venezia, fino al 30 giugno, e Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia, ospitato da Ikona Gallery, fino al 22 novembre.
Nei toni di un bianco e nero terso e puro che, nella sua semplice essenzialità, nulla concede ai facili e banali sentimentalismi, le fotografie di Venezia di Berengo Gardin fanno della città lagunare il teatro del mondo. Il tutto con partecipazione, umorismo e grande poesia. La storia raccontata dalle sue immagini si snoda in un mondo fatto di volti, gesti, paesaggi, architetture, eventi quotidiani nel quale il fluire del tempo sembra cristallizzarsi. In mostra tornano ad animarsi situazioni e luoghi in parte immutati nei secoli, in parte profondamente trasformati nel loro vissuto, nei loro costumi. Con il suo obiettivo Ferdinando Scianna racconta il Ghetto di Venezia, fissa lo sguardo su una comunità che mantiene ancora vivo dopo più di 500 anni il proprio patrimonio artistico e culturale. Dal giorno alla notte, il fotografo cattura un susseguirsi di scene e di spazi. Anche là dove lo scatto comprende figure singole, c’è sempre un respiro ampio e consapevole: un racconto per immagini, una storia nel suo farsi.
Da Venezia si passa al mondo nella mostra Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell’aria al MUNAV, Museo Navale di Venezia, fino al 22 novembre, che ne ripercorre la carriera dalla formazione nella Germania del primo dopoguerra all’esperienza negli Stati Uniti come autore di riferimento della rivista Life, oltre trent’anni di attività tra reportage, ritratti e immagini iconiche.
Padre del fotogiornalismo moderno, il suo sguardo è capace di coniugare attenzione documentaria e sensibilità narrativa, restituendo i momenti cruciali e le trasformazioni culturali del secolo. Mettetevi comodi e godetevi queste mostre! M.M.

Art Night Venezia 2026, la notte bianca dell’arte numero 15, cresce ma non invecchia, la sua formula collettiva e coinvolgente mantiene l’energia originaria, che negli anni di Biennale Arte diventa dirompente. Lo schema è sempre lo stesso, una chiamata a raccolta di tutti gli attori protagonisti della scena culturale di Venezia da parte di Silvia Burini e Angela Bianco (n.d.r. Bu-Bi), mente, cuore e braccio dell’evento firmato Università Ca’ Foscari, da loro ideato e soprattutto tenacemente difeso e sostenuti in questi anni. Così di edizione in edizione si è partiti dall’apertura straordinaria e gratuita di musei, fondazioni e gallerie dal pomeriggio fino a notte fonda a una vera e propria programmazione di eventi dedicati ad Art Night, con una corsa ad accaparrarsi la migliore performance e naturalmente l’attenzione del pubblico. Quest’anno la notte sembrerà ancora più lunga perchè Venezia pullula di padiglioni nazionali ed eventi collaterali Biennale, mostre straordinarie e nuove fondazioni che offrono la possibilità di scoprire palazzi, giardini, spazi e pure magazzini, la maggior parte sconosciuta ai più. Tuttavia al di là dell’humus culturale di una Capitale indiscussa dell’arte, il che farebbe pensare ad una organizzazione facile e spontanea, coordinare un evento del genere non è così banale, anzi. La straordinarietà dell’azione di Silvia Burini e Angela Bianco è proprio nell’aver rotto i confini delle singole istituzioni, che spesso hanno provato a fare sistema ma con gran difficoltà e con risultati non sempre riusciti, e aver fatto dialogare una città nella sua essenza di città, cioè una volta tanto non a fini turistici ma di collettività, intesa come tessuto sociale e culturale di Venezia. Certo Art Night è di fatto un evento della città e quindi attrae anche un pubblico altro di forestieri e turisti sempre più numeroso, tuttavia è soprattutto una festa per tutti coloro che lavorano e vivono nella e di cultura. La nuova amministrazione dovrebbe considerare questo evento come un esempio da cui ripartire per ricostruire il tessuto sociale e abitativo della città, vera emergenza oltre l’overtourism. Tornando a quello che rimane meno visibile di questa brillantissima prima notte d’estate, in programma quest’anno il 20 giugno, è un lavoro costante di network e di raccolta delle informazione (che ci vede coinvolti in particolare per la redazione della mappa digitale), un vero e proprio puzzle di relazioni e di collaborazioni, che magicamente si dipana in un programma articolato e sempre più dedicato. Quello che sarà Art Night 2026 non possiamo ancora spoilerarlo, una conferenza stampa ai primi di giugno potrà chiarire tutti i dettagli, la cosa certa è di segnarsi la data del 20 giugno perchè sarà una notte indimenticabile. Come si dice, state connessi! M.M.
ENG Art Night Venezia 2026, the 15th edition of the city’s white night of art, expands without losing its original spark. Led by Silvia Burini and Angela Bianco of Ca’ Foscari, it unites Venice’s cultural institutions in a shared programme that has grown from free late -night openings to a full slate of dedicated events. With Biennale pavilions, new foundations and extraordinary exhibitions, the city becomes an open map of discoveries. Behind the scenes lies a complex network effort. Save the date: June 20 will be unforgettable.
15. Art Night Venezia
20 giugno Venezia, Isole, Mestre www.artnightvenezia.com | venezianews.it/artnight-2026








Intervista Gloria Beggiato
Forza travolgente eppure consapevole, spumeggiante e determinata, Gloria Beggiato guarda il mondo, l’arte, Venezia con uno sguardo sempre proiettato in avanti, “oltre”. Il suo Metropole, perché non potrebbe essere di nessun altro, è il manifesto del suo carattere aperto, passionale e decisamente rock, capace di trasformare l’albergo di famiglia in un luogo dove vivere più che soggiornare. L’energia scorre tutto l’anno, ma diventa particolarmente vibrante proprio in questo periodo, quando la Biennale porta in città artisti, curatori, critici e tutto il mondo arty che gravita intorno alla più importante mostra di arte contemporanea del mondo. L’arte, infatti, è sempre stata per Gloria Beggiato un argomento sensibile; arte intesa nella sua accezione più estesa, comprendendo tutti i suoi possibili linguaggi espressivi. Il Metropole è infatti ricco di oggetti, opere, sculture, arredi che avvolgono chiunque lo attraversi, traghettandolo in un’atmosfera orientaleggiante, sofisticata e rilassante, ma al contempo connotata da un’adrenalina decisamente metropolitana, dove passato, presente e futuro si fondono e si confondono in un orizzonte circolare.
La tua è una storia di impegno attivo nell’arte.
Quando e come è nata questa passione?
Fin da piccola ho respirato il mondo dell’arte a Venezia, frequentando la casa di un grande artista quale è stato Vincenzo Eulisse, padre della mia migliore amica. Era un ambiente che mi affascinava profondamente: lì ho percepito per la prima volta una sensibilità diversa, uno sguardo sul mondo più attento e più libero. Poi sono arrivati i viaggi, soprattutto a Londra, dove ho iniziato a frequentare musei, mostre e a entrare in contatto con artisti e curatori legati alla scena degli Young British Artists. È stato un momento importante, perché mi ha fatto capire che l’arte smuoveva qualcosa di profondo dentro di me e che avrei potuto plasmare la mia strada lavorativa in modo non convenzionale. Col tempo questa passione è diventata sempre più parte del mio modo di vedere le cose, fino a trasformarsi in una scelta: fare del Metropole non solo un luogo di ospitalità, ma uno spazio di incontro per gli artisti. Il resto è venuto con il tempo ed esporre opere d’arte è diventato parte di un percorso iniziato nel 2017 con la mostra Collection, un progetto che per la prima volta ha accostato opere contemporanee con la storia e l’identità del Metropole. In quell’occasione abbiamo invitato tre artisti molto diversi tra loro – Nancy Fouts, Joseph Kosuth e Gavin Turk –, ciascuno capace di entrare in relazione con il luogo in modo molto personale. Le opere di Nancy Fouts giocavano su un equilibrio sottile tra razionale e irrazionale, trasformando immagini iconiche in qualcosa di inatteso. Il lavoro di Joseph Kosuth, con il suo neon dedicato a Freud, ha portato nel bar un livello più concettuale, legato al linguaggio e al pensiero. Gavin Turk, invece, con la
di Mariachiara Marzari Metropole
Riva degli Schiavoni, Castello 4149 www.hotelmetropole.com

sua figura meccanica di una chiromante introduceva una dimensione quasi teatrale, sospesa tra identità e illusione. In quel momento ho sentito la necessità di avere accanto una figura che potesse accompagnare questo processo in modo più consapevole, ed è così che ho scelto James Putnam. Nel corso della sua carriera, fin dalle sue prime esperienze consumate già in contesti di livello assoluto, quale, ad esempio, il Victoria and Albert Museum di Londra, aveva sviluppato un’intuizione molto chiara: innestare l’arte contemporanea in luoghi storici, creando un dialogo tra passato e presente. Mi sono resa conto che era esattamente quello di cui il Metropole aveva bisogno: non semplicemente ospitare arte, ma diventare uno spazio in cui l’arte potesse vivere, trasformando la percezione del luogo e contribuendo a ridefinirne l’identità.
Se dovessi definire la tua collezione con tre parole quali sceglieresti?
Direi così: sorprendente, curiosa e inaspettata. La collezione degli oggetti del Metropole è diventata nel tempo una vera e propria esposizione, quasi come in un museo delle arti decorative, ma se dovessi restituirla a modo mio, l’immagine che sento più appropriata è la seguente: una “Wunderkammer di ricordi”.
Ma torniamo alle tre parole: è sorprendente per i luoghi che la accolgono, perché vive negli spazi comuni dell’hotel, in un contesto non convenzionale; è curiosa perché gli oggetti, a volte, non sono ciò che sembrano e invitano a essere osservati con attenzione, come nel caso dei portabiglietti da visita che, a un primo sguardo,


possono sembrare portasigarette; è inaspettata perché nasce da accostamenti liberi, da una ricerca che si stratifica nel tempo e da un modo di collezionare che non segue regole rigide, perché semplicemente dettato da una passione e da una storia familiare.
Il Metropole è una grande casa aperta, frequentato da artisti che spaziano dalla musica all’arte. Quali i momenti più iconici che in questi anni hanno saputo restituire al meglio il racconto vivo di questo magico luogo? Negli anni ne abbiamo vissuto moltissimi, difficile sceglierne solo alcuni. Però sicuramente ci sono tra tutti dei momenti che sono rimasti più nel mio cuore. Ricordo Lenny Kravitz, arrivato qui con tutta la sua band durante uno dei suoi tour in Italia: in quei giorni il Metropole si è trasformato in uno spazio ancora più vivo, quasi un palcoscenico di emozioni, musica e relazioni spontanee. Oppure ancora Vinicio Capossela. Al Metropole quella sera era prevista l’esibizione della Manolo Strimpelli Nait Orkestra con un repertorio di suoi brani. Da tutto il giorno avevo un pensiero fisso: volevo trovare il modo di invitarlo perché era a Venezia per un concerto. Non mi sono arresa e, grazie a un amico comune, alla fine sono riuscita ad intercettarlo e a portarlo qui in hotel. Sentendo che in salone stavano suonando le sue canzoni, non ci ha pensato due volte: è salito sul palco con la band e ci ha regalato un concerto privato improvvisato. È stato un momento molto intenso, quasi sospeso. E poi Lou Reed. Ho un ricordo molto vivido del tempo trascorso con lui nel nostro Salone degli Specchi, in una lunga conversazione pomeridiana prima
A vibrant, forward looking force, Gloria Beggiato views the world, art, and Venice with an instinct for what lies beyond. The Metropole is unmistakably hers, and reflects her passionate, open, rock spirited character, transforming the historic family hotel into a place to live, not merely stay. Art has always been central to her vision, understood in its broadest sense, across all expressive languages. The Metropole’s objects, artworks, sculptures and furnishings envelop visitors in an atmosphere that is both oriental and metropolitan, where past, present and future merge into a circular horizon.
Your early relationship with art
I grew up breathing art in Venice, spending time in the home of Vincenzo Eulisse, father of my closest friend. That environment fascinated me deeply; it was the first place where I sensed a different sensitivity, a freer way of looking at the world. Then came travel, especially to London, where I immersed myself in museums, exhibitions, and the Young British Artists scene. That period made me realize that art stirred something profound in me, and that I could shape my professional path in an unconventional way. Over time, this passion became part of how I see everything, eventually turning into a choice: making the Metropole not just a hotel, but a meeting place for artists.
The Metropole’s first contemporary art projects
Exhibiting art grew naturally. It began in 2017 with Collection, the first project to pair contemporary works with the Metropole’s history and identity. We invited three very different artists, Nancy Fouts, Joseph Kosuth, and Gavin Turk, each able to engage with the space in a personal way. Fouts played on the boundary between rational and irrational; Kosuth brought a conceptual layer with his Freud inspired neon; Turk introduced a theatrical, suspended dimension with his mechanical fortune teller. That experience made me realize I needed someone to guide this process more consciously, and that’s why I chose James Putnam. His intuition –inserting contemporary art into historic spaces – was exactly what the Metropole needed: not simply hosting art, but becoming a place where art lives and reshapes identity.
Describing the Metropole’s collection
I would say: surprising, curious, unexpected. Over time, the Metropole’s objects have become a true exhibition, almost like a museum of decorative arts. But the image that feels most accurate is a Wunderkammer of memories.
It’s surprising because it lives in the hotel’s common spaces, an unconventional setting; curious because objects are not always what they seem, like the business card holders that look like cigarette cases; unexpected because it grows through free associations, layered research, and a way of collecting guided by passion and family history rather than rigid rules.
di un suo concerto a Venezia. Abbiamo parlato a lungo del suo mondo, della sua musica, del suo percorso, anche del suo rapporto con la Factory di Andy Warhol a New York. È stato un incontro che mi ha colpita profondamente, per la sua visione, la sua sensibilità, il suo modo di raccontarsi. Sono momenti diversi tra loro, ma hanno tutti qualcosa in comune: nascono sempre da delle affinità profonde e sincere, spesso non chiaramente percepibili a un primo sguardo, ma che finiscono per crescere ed alimentarsi anche grazie al clima di questa “casa”, dove, alla fine, nulla accade mai davvero per caso.
Come, in conclusione, definiresti in maniera stringente il tuo Metropole?
Definire il Metropole non è semplice, perché si è costruito nel tempo, attraversando epoche diverse senza mai farlo in modo lineare. Ogni spazio conserva qualcosa, ma allo stesso tempo introduce qualcosa di nuovo: gli ambienti cambiano, si evolvono, senza perdere la propria identità. È un equilibrio sottile, fatto di memoria e trasformazione. Non è mai stato pensato come un semplice luogo di ospitalità, ma come uno spazio di incontro, di scambio, di bellezza condivisa, dove linguaggi diversi possono convivere e dialogare tra loro. È un organismo che cambia, che si ridefinisce continuamente, ma che rimane profondamente riconoscibile. Non una somma di elementi, ma una composizione quasi musicale. Soggiornare al Metropole non significa semplicemente vivere Venezia, ma entrare a far parte di un mondo, di una visione che, nel corso degli anni, ho costruito e che ha trasformato il Metropole in un universo unico, dove arte, cultura e alta artigianalità delineano una peculiare identità da Hotel d’Autore.
Stiamo entrando nell’emozionante stagione Biennale che si preannuncia su diversi piani veramente calda. Quali progetti e quali eventi vedono protagonista il Metropole?
La Biennale è sempre un momento molto intenso per il Metropole, quasi naturale per la sua posizione e per la sua identità. Il dialogo con l’arte contemporanea diventa ancora più vivo, più presente, quasi necessario. Anche quest’anno il Metropole si popola di progetti diversi, che si sviluppano su più livelli. Durante la settimana di apertura ospiteremo un progetto espositivo molto intimo e immersivo: Bracha. The Room Is Shared di Bracha Lichtenberg Ettinger, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, visitabile su prenotazione dal 4 al 10 maggio. Un intervento che si inserisce nel contesto dell’hotel in modo quasi naturale, lavorando sulla dimensione della presenza, della memoria e dello sguardo, in rapporto con il pensiero di Sigmund Freud, che soggiornò proprio qui tra il 1895 e il 1897. Accanto a questo progetto, la Biennale porta con sé qui da noi una straordinaria concentrazione di altri eventi diffusi: artisti, curatori e gallerie scelgono il Metropole per dare vita a cocktail, cene e incontri che si susseguono senza soluzione di continuità, contribuendo ad imprimere un ritmo serrato a queste straordinarie giornate di incroci e incontri. Il Metropole diventa ancora di più un epicentro culturale vissuto e condiviso, dove artisti, curatori e ospiti si ritrovano e si riconoscono, dando vita a un’atmosfera unica e irripetibile che si può respirare solo durante questo periodo speciale. La Biennale, in questo senso, non è solo un evento che attraversa la città e quindi anche noi, ma qualcosa che il Metropole assorbe e rielabora, diventando parte integrante di questa narrazione diffusa che arricchisce di presente e futuro questa capitale della storia.
Unforgettable encounters at the Metropole
We’ve lived through so many moments that choosing is difficult. But some remain unforgettable. Lenny Kravitz arrived with his entire band during an Italian tour: the Metropole became even more alive, almost a stage of emotions and spontaneous connections.
Then Vinicio Capossela: that evening the Manolo Strimpelli Nait Orkestra was performing his songs. I was determined to invite him because he was in Venice for a concert. Thanks to a mutual friend, I managed to bring him to the hotel. Hearing his music from the hall, he didn’t hesitate: he went onstage and gave us an improvised private concert. It was magical, suspended.
And Lou Reed: I vividly remember a long afternoon conversation with him in our Mirror Hall before one of his concerts. We spoke about his world, his music, his journey, even his relationship with Warhol’s Factory. These moments share something essential: they arise from deep, sincere affinities that grow naturally in this ‘home,’ where nothing truly happens by chance.
It’s not easy to define the Metropole because it has taken shape over time, crossing eras without ever doing so linearly. Each space preserves something and introduces something new. The hotel evolves without losing its identity: a delicate balance of memory and transformation. It was never meant to be just a place of hospitality, but a space of encounter, exchange, and shared beauty, where different languages coexist and dialogue. It’s an organism that continually redefines itself yet remains unmistakable. Not a sum of elements, but a composition, almost musical. Staying at the Metropole means entering a world, a vision I’ve built over the years, transforming it into a unique universe where art, culture, and fine craftsmanship shape the identity of an Hotel d’Autore
The Biennale is always an intense moment for us, almost inevitable, given our location and identity. The dialogue with contemporary art becomes more vivid, more present, almost necessary. This year the Metropole hosts several layered projects. During the opening week we present an intimate, immersive exhibition: Bracha. The Room Is Shared by Bracha Lichtenberg Ettinger, curated by Carolyn Christov Bakargiev, open by appointment on May 4 to 10. It fits naturally into the hotel, working on presence, memory, and the gaze, in relation to Freud, who stayed here between 1895 and 1897. Alongside this, the Biennale brings a concentration of events: artists, curators, and galleries choose the Metropole for cocktails, dinners, and gatherings that follow one another without pause, giving these days a vibrant rhythm. The hotel becomes even more a lived cultural epicentre, where people meet and recognize each other, creating an atmosphere that exists only during this special time. The Biennale is not just something that passes through the city. It’s something the Metropole absorbs and reinterprets, becoming part of a broader narrative that enriches Venice with present and future.



Extending along a magical stretch of the Grand Canal, the splendid terraces of The Gritti Palace are the most stylish gathering places in Venice. Drop in for lunch or dinner, afternoon refreshments, or an aperitivo of perfectly chilled bubbles immersed in a living canvas of the city’s legendary monuments.


Willem Dafoe Direttore
Mi manca lo spirito amatoriale come terreno fertile in cui il rischio, l’imperfezione e l’originalità possono respirare. È nelle crepe che risiede
l’arte realmente unica, non nella levigatezza Willem Dafoe
di Riccardo Triolo
In piedi, gambe divaricate e il busto in avanti. Steso, in diagonale, i piedi contro la parete, oppure piegato come fosse chiuso in un frame da cui eccede. Sono virali le immagini che ritraggono Willem Dafoe in posizioni innaturali, dinoccolato in contorsionismi cubisti che spingono a capovolgere il telefono o inclinare la testa per osservare l’intero, ricomporlo. È il suo genio. La sua matrice. Nessuno come Dafoe oggi interpreta insieme la frattura e l’integrazione tra corpo e spazio, tra corpo e macchina scenica. Il suo viso stesso, angoloso, ora penetrante ora divertito, ora dolce ora durissimo, scavato, scabro, deforma l’obiettivo, costringe a una relazione intensa con lo sguardo. Uno sguardo che si deve muovere, deve penetrare, deve scrutare e ricomporre. Riconfermato alla testa della Biennale Teatro, l’attore promette di proseguire il suo percorso sulla poesia del corpo. Che è sempre in una relazione problematica con lo spazio, che si moltiplica, che lo definisce a partire dalle sue proporzioni e sproporzioni. Il dispositivo teatrale, come quello cinematografico, a contatto con il suo sembiante si muta, riorganizza i propri significanti. È così dai tempi del Wooster Group, dove l’attore si è formato tra il 1977 e il 2005. Un laboratorio che da New York tentava di integrare e insieme disintegrare il corpo all’interno dello spazio scenico, spesso amplificato da schermi in cui i corpi si moltiplicavano e si riflettevano. Frame agiti. Presenze incarnate e disincarnate, in un gioco espressivo molteplice.
In quel cantiere d’avanguardia Dafoe ha addomesticato una disciplina della scomposizione che oggi suona profetica. In lavori come The Hairy Ape (1995, Elizabeth
54. Biennale Teatro – Alter NATIVE 7-21 giugno www.labiennale.org
LeCompte) la sua carne si faceva architettura tra i tubi metallici di una scenografia-gabbia: lì l’attore trasudava il fervore del personaggio in uno scontro plastico contro la struttura scenica. Nel precedente e radicale Route 1 & 9 (1981) l’io si scindeva tra l’azione nuda e la sua replica distorta dai monitor, costringendo lo spettatore a una percezione frammentata, a quel montaggio umano che oggi è il suo marchio. Una sintassi dello sforzo che conduce naturalmente Dafoe al cinema, dove l’assenza di volume impone all’attore di ricorrere al corpo scenico come principio sagomatore nel tentativo di dare concretezza all’immagine.
È il paradosso carnale de L’ultima tentazione di Cristo (1988, Martin Scorsese). Il Gesù di Dafoe è l’antitesi dell’icona levigata della dottrina: è punto di convergenza del dolore del corpo con la trascendenza. Un corpo che non sta nel frame, nel mondo, ma lo definisce, lo sagoma. Così come il suo iconico Green Goblin in SpiderMan (2002, Sam Raimi), rettile vendicativo e beffardo: un ghigno che frantuma il confine tra umano e mostruoso, ridefinendo l’inquadratura attraverso la mimica che sfida il CGI, incarnando il corpo a corpo emotivo, prima ancora che fisico, tra la maschera e l’eroe.
Dalle geometrie bianche e scabre sognate con Robert Wilson (The Old Woman, 2013) fino a The Lighthouse (2019, Robert Eggers), la presenza di Dafoe in scena come di fronte all’obiettivo resta un’anomalia. A teatro l’appello al corpo, all’incarnazione primordiale e alla sua funzione sagomatrice dello spazio è la cifra costitutiva del suo approccio a quest’arte scenica. Nel 2026 l’edizione di Biennale Teatro che Dafoe sceglie di intitolare Alter NATIVE ciò può diventare manifesto politico, può riconfermare la verità della sproporzione umana di fronte al tentativo massivo di conformazione algoritmica.

Images of Willem Dafoe in contorted, unnatural positions have gone viral: standing with legs spread and torso bent forward, lying diagonally against a wall, or folded as if trapped inside a frame he exceeds. These cubist contortions compel viewers to tilt their phones or their heads to recompose the image, revealing Dafoe’s singular genius. Few actors today embody so powerfully the fracture and integration between body and space, between the performer and the theatrical or cinematic machine. His angular, expressive face distorts the frame and demands an intense, mobile gaze that must search, penetrate, and reassemble.
Reconfirmed as director of the Theatre Section of the Venice Biennale, Dafoe promises to continue his exploration of the poetry of the body: a body always in problematic relation to space, defining it through proportion and disproportion. Whenever his presence enters the theatrical or cinematic device, that device reorganizes itself. This approach dates back to his formative years with the Wooster Group (1977–2005), an avant garde drama laboratory that fractured and multiplied bodies through screens, reflections, and acted frames, blending embodiment and disembodiment. There, Dafoe developed a discipline of decomposition that now seems prophetic. In works like The Hairy Ape (1995), his body became architecture, colliding with a cage like set in a plastic struggle with space. Earlier, in Route 1 & 9 (1981), his identity split between live action and its distorted monitor replica, forcing fragmented perception, a “human montage” that became his signature. This syntax of effort naturally led him to cinema, where the lack of physical volume pushed him to use the body as a sculpting force within the image.
From The Last Temptation of Christ to Spider Man, from Robert Wilson’s austere geometries to The Lighthouse, Dafoe remains an anomaly whose body reshapes the frame. His 2026 Biennale Teatro, titled Alter NATIVE, may become a political manifesto, reaffirming human disproportion against the homogenizing pull of the algorithmic age.
LEONE D’ORO
I FANTASMI DI BASILE
Intervista Emma Dante
di Maria Laura Bidorini
Regista di rottura e di confine tra le più importanti a livello internazionale, Emma Dante è stata insignita da La Biennale Teatro del prestigioso Leone d’Oro alla carriera, riconoscimento fermamente voluto dal direttore del settore Willem Dafoe. «Ha saputo portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio non solo una ricerca linguistica unica, ma anche dando forza scenica a temi scomodi e dolorosi […]», si legge nella Motivazione del Premio. Palermitana, è legata intimamente e totalmente alla sua terra, che è stata fonte di ispirazione costante, soprattutto per la dimensione surreale che traspare dalle sue intense regie. Il suo è un teatro attuale e al tempo stesso immortale, attaccato alla vita, al dolore, alle tragedie che spesso rimandano all’antica drammaturgia greca, messa in scena con un’intensità unica e rara.
Alla Biennale Teatro presenta in prima assoluta I fantasmi di Basile, quarto lavoro dedicato all’universo immaginifico e barocco dello scrittore napoletano Giambattista Basile, un autore che Emma Dante sente profondamente suo, capace di unire favola e verità, maschera e carne viva. Sarà protagonista anche domenica 14 giugno (ore 11) a Ca’ Giustinian in Sala delle Colonne nell’open meeting Rito nostalgia commozione. Emma Dante: essere umani nelle piaghe del tempo, moderato da Andrea Porcheddu.
L’abbiamo incontrata prima della sua attesissima incursione veneziana.
Onorando il suo teatro radicale, femminile, emozionante, duro e intenso, Willem Dafoe le ha assegnato il Leone d’Oro alla carriera. Lui viene da un’altra tradizione: il cinema, il teatro sperimentale americano, il Wooster Group. Cosa ha significato ricevere questo riconoscimento da una figura che certo ha percorso attivamente il teatro di ricerca, ma in un contesto decisamente altro dal suo?
Ricevere un riconoscimento così importante e prestigioso da un artista straordinario come Willem Dafoe è stata per me un’emozione davvero grande. Non me lo aspettavo, anche se non mi stupisce affatto la sua curiosità. Come tutti i giganti della scena Willem è sempre stato curioso. Ricordo che venne a vedere uno dei miei primi spettacoli, dal titolo Il festino, in cui c’era in scena un ragazzo disabile che raccontava di suo fratello gemello. Era uno dei miei primi spettacoli e io ero ancora una sconosciuta. Ricordo che io e Gaetano Bruno, l’attore che
EMMA DANTE
Cerimonia di consegna Leone d’Oro
12 giugno Ca’ Giustinian
I fantasmi di Basile
13, 14 giugno Teatro Piccolo Arsenale

La strada
stata per me il più grande palcoscenico del mondo
interpretava il protagonista, eravamo esterrefatti di avere tra il pubblico uno dei più grandi attori di Hollywood. È davvero un onore questo riconoscimento, per tanti motivi.
Lei è tra le più importanti registe di teatro, opera, film: le sue magnifiche regie lasciano il segno sempre. Palermo, la Sicilia, hanno un ruolo sempre determinante nelle sue rappresentazioni. Cosa rappresentano davvero per lei, nel suo lavoro, le sue radici?
Tutto ciò che rappresento viene dalla strada palermitana, che è stata per me il più grande palcoscenico del mondo. Per strada ho assistito a scene assurde, straordinarie e al tempo stesso tremende. Ho visto una bara buttata vicino a un cassonetto, sedie stese ad asciugare, gruppi di persone che gesticolando si parlavano senza mai aprire bocca, un gabbiano al guinzaglio, litigi furiosi, intere famiglie su uno scooter, bambini che giocavano a pallone sui tetti delle palazzine, voci e canti dei venditori ambulanti. Per non parlare della luce, del mare, della meraviglia messa come corona allo sfacelo. In tutti questi anni mi sento di poter dire che Palermo ha scritto il mio teatro.
Nella sua regia ha trattato temi molto difficili, dolorosi e a dir poco scomodi, come, ad esempio, la violenza sulle donne, il cui apice è rappresentato, a riguardo, dal suo ultimo spettacolo L’angelo del focolare. Come riesce a trasformare il dolore e la violenza restituendoli in modo così profondo e poetico?
A me interessano i disgraziati, quelli che non ce la fanno, i perdenti, i derelitti.
Quasi sempre nei miei spettacoli protagonista è una realtà squallida, intrisa di povertà, analfabetismo e provincialismo,

che esplora l’inferno di un degrado terribile, sempre di più ignorato dalla società. Mi interessa rivelare questo orrore e per entrare in maniera più profonda nella tragedia ho bisogno della leggerezza della favola, della poesia.
Il metodo creativo del mio fare teatro attraverso l’estetica del corpo non è mai estraneo alla realtà della vita e dell’attualità: le attrici e gli attori, dotati per natura di spirito d’osservazione, imparano a imprimere nella memoria tutto ciò che succede attorno a loro, per essere poi in grado di scegliere, di evidenziare il dettaglio che di solito uno sguardo distratto non coglie. L’obiettivo è sempre quello di stimolare questo tipo d’attenzione e di sensibilizzazione all’ascolto per elaborare una propria e autentica interpretazione della verità che viene riportata in scena attraverso codici allusivi. Ciò che più mi interessa è l’autorialità dell’attore e dell’attrice che cerca dentro di sé una voce autentica e unica. Questa voce ha a che fare con la gestualità e con il movimento. Corpo e parola sono fusi insieme, sempre. Anche ne L’angelo del focolare abbiamo cercato di riportare in scena l’interpretazione di alcuni gesti e posture violente all’interno di un contesto domestico, in cui il rituale ordinario di una giornata qualunque si trasforma nel rituale straordinario della morte di una donna uccisa dall’uomo-padrone.
Quello che vedremo a Venezia, I fantasmi di Basile, è il quarto lavoro che realizza sull’autore napoletano, dopo la trilogia La scortecata, Pupo di zucchero, Re Chicchinella. Cosa non aveva ancora detto di Basile che l’ha spinta a tornarvici? Cosa dobbiamo aspettarci da questo quarto capitolo su questo straordinario autore? I fantasmi di Basile è uno spettacolo concepito proprio per Venezia. Ho voluto invitare alcuni miei parenti alla grande festa
A groundbreaking and boundary pushing director, Emma Dante stands among the most influential figures in contemporary international theatre. La Biennale Teatro has awarded her the prestigious Golden Lion for Lifetime Achievement, a recognition strongly championed by artistic director Willem Dafoe. The motivation highlights her ability to bring Sicily to the forefront, drawing on the legacy of Pirandello, Sciascia, Camilleri, Ciprì and Maresco, and Franco Scaldati, while fearlessly pursuing unique linguistic research and giving powerful theatrical form to painful, uncomfortable themes. Deeply and viscerally tied to Palermo, Dante has shaped a theatre that is at once rooted in the present and timeless, steeped in life, tragedy, and a surreal imagination that often echoes ancient Greek dramaturgy. At the Biennale she presents the world premiere of I fantasmi di Basile, her fourth work inspired by the baroque, visionary universe of Giambattista Basile. She will also appear on June 14 for the open meeting Rito nostalgia commozione
Receiving the Golden Lion
Receiving such an important and prestigious recognition from an extraordinary artist like Willem Dafoe moved me deeply. I truly didn’t expect it, though his curiosity doesn’t surprise me. Like all giants of the stage, Willem has always been curious. I remember him coming to see one of my very first shows, Il fes tino, where a disabled young man spoke about his twin brother. I was still unknown. Gaetano Bruno and I were stunned to see one of Hollywood’s greatest actors in the audience. This award is an honour for many reasons.
Everything I put on stage comes from the streets of Palermo, which for me have always been the greatest theatre in the world. I’ve witnessed scenes both absurd and extraordinary, tender and terrible: a coffin abandoned beside a dumpster, chairs drying in the sun, people conversing only through gestures, a seagull on a leash, furious fights, entire families riding a single scooter, children playing football on rooftops, the cries of street vendors. And then the light, the sea, beauty placed like a crown atop ruin. After all these years, I can say that Palermo has written my theatre.
I’m drawn to the unfortunate, the ones who don’t make it, the losers, the abandoned. My plays often revolve around a

della Biennale Teatro. Questi fantasmi sono i personaggi che ho incontrato in questi anni, che nel tempo sono diventati miei parenti, appunto; alcuni molto intimi, altri più distanti, ma tutti parte della mia grande famiglia allargata. In questi anni sono stata molto affascinata dalla narrazione visionaria di Giambattista Basile: un autentico affabulatore, un inventore di favole realistiche ma anche feroci, un vero e proprio creatore di visioni grazie soprattutto al suo linguaggio intriso di magia e allo stesso tempo concreto e terreno. Ho sempre intercettato, nelle sue favole, qualcosa di reale e contemporaneo, qualcosa che ci appartiene. Pertanto mi piace, di Basile, la verità. Nonostante l’architettura straordinaria che costruisce mediante il linguaggio, mantiene sempre qualcosa di fortemente realistico. Ci sono elementi molto grotteschi, figure sopra le righe nelle sue opere che ricorrono frequentemente anche nel mio teatro. È un linguaggio che richiama la maschera, perché certe cose non si possono dire, certe parole non si possono pronunciare se non se ne indossa una, reale o immaginaria che sia. Si ride, ma sempre con un retrogusto amaro che appartiene a una certa tradizione del sud.
Sono felice di venire a Venezia accompagnata da questi miei parenti fantasmi. Certamente non sono personaggi facili, non sono educati, né troppo gentili e amabili. La maggior parte di loro sono soli e disperati, e per questo, da me, profondamente amati.
Quali sono stati i suoi maestri ideali, gli scrittori e artisti a cui si sente vicina o che l’hanno ispirata?
Il mio più grande maestro spirituale è stato Tadeusz Kantor; il suo teatro è stato per me un’autentica rivelazione. Sono riuscita a vederlo all’opera prima che morisse: Kantor che dà le spalle al pubblico è per me il più grande esempio del teatro d’innovazione. Poi devo molto, naturalmente, ai miei maestri Gabriele Vacis e Andrea Camilleri, agli autori miei coetanei con i quali ho collaborato e che mi hanno ispirato, Elena Stancanelli, Mariangela Gualtieri, Giorgio Vasta, al mio fratello d’arte Davide Iodice, all’opera tutta di Dostoevskij, Shakespeare, Camus, Morante, Ortese, Pirandello e di mille altri ed altre ancora. Per molto tempo mi hanno tenuto compagnia in talmente tanti e tante che non posso elencarli tutti.
Lei ha rivoluzionato il modo di fare teatro, legandolo alla sua terra e facendo diventare i temi trattati universali con una delicatezza forte e, se così si può dire, “colorata”. Come definirebbe il suo teatro oggi?
Il mio teatro lo definirei “animale”, semplicemente per un ritorno decoroso alla natura.
L’incontro tra la danza, la musica e il canto per me ha a che fare con qualcosa di molto istintivo e arcaico, di animale appunto. Parto sempre dal ritmo e dal movimento. Quando tutte queste forme espressive si incontrano sento un forte contatto con la natura, come se le attrici e gli attori potessero perdere la loro sapienza umana per ritrovare una ancestrale sapienza animale. L’origine di tutto ha sempre a che fare con l’animale che l’attore o l’attrice si porta dentro.
bleak reality marked by poverty, illiteracy and provincialism, exploring the hell of a degradation society increasingly refuses to see. To enter tragedy more deeply, I need the lightness of fable and poetry. My creative method, grounded in the body, is never detached from real life. Actors observe, absorb, and store everything around them, so they can later highlight details that a distracted gaze would miss. I aim to awaken this sensitivity, this listening, so each performer can craft an authentic interpretation of truth through allusive codes. What interests me most is the actor’s authorship – the search for an inner, unique voice expressed through gesture and movement. Body and word are inseparable. Even in L’angelo del focolare we explored violent gestures within a domestic setting, where an ordinary day becomes the ritual of a woman’s death at the hands of a man master.
This show was conceived specifically for Venice. I wanted to bring some of my ‘relatives’ to the great celebration of the Biennale – the ghosts I’ve met over the years, who have become family. Basile’s visionary storytelling has fascinated me for a long time: he invents tales that are realistic yet ferocious, magical yet earthy. In his stories I always find something contemporary, something that belongs to us. I love the truth in Basile. Despite the extraordinary linguistic architecture he builds, he always preserves a strong realism. His grotesque figures and exaggerated characters recur in my theatre as well. It’s a language of masks – because certain things can only be said through a mask, real or imagined. You laugh, but with a bitter aftertaste typical of the South. I’m happy to come to Venice accompanied by these ghost relatives: they’re not easy, not polite, not gentle. Most are lonely and desperate, and for that I love them deeply.
The authors that inspired you
My greatest spiritual master was Tadeusz Kantor. His theatre was a revelation. I managed to see him work before he died: Kantor with his back to the audience remains, for me, the highest example of theatrical innovation. I also owe much to Gabriele Vacis and Andrea Camilleri, to fellow writers like Elena Stancanelli, Mariangela Gualtieri, Giorgio Vasta, to my artistic brother Davide Iodice, and to the works of Dostoevsky, Shakespeare, Camus, Morante, Ortese, Pirandello and countless others who kept me company for years.
Your way of making theatre
I would call my theatre ‘animalistic’, a dignified return to nature. The meeting of dance, music and song is instinctive and archaic. I always begin with rhythm and movement. When these forms merge, I feel a strong connection to nature, as if actors could shed human knowledge and rediscover an ancestral animal wisdom. Everything begins with the animal each performer carries inside.
LEONE D’ARGENTO
ROMANCE FAMILIARE
Intervista Mario Banushi
di Loris Casadei
Il Leone d’Argento della Biennale Teatro 2026 va a Mario Banushi, che con il suo teatro «così immediatamente intimista, radicato profondamente nella cultura balcanica, sa essere anche intelligentemente politico, aguzzo affondo nelle contraddizioni del nostro tempo», si legge nella motivazione data dal direttore Willem Dafoe. Giovanissimo, classe 1998, albanese di nascita ma cresciuto in Grecia, ha studiato Arte Drammatica al Conservatorio di Atene.
Al Festival avremo l’occasione di vedere in prima assoluta tutta la sua trilogia riunita sotto il titolo Romance Familiare, presentata dalla Biennale in coproduzione con Fondation Cartier pour l’art contemporain. Capitolo primo: Ragada, debutto alla regia di Banushi, creato e presentato all’interno di una casa ad Atene durante i lockdown della pandemia. È dedicato alla maternità, al rapporto con la madre, ma già il titolo – Ragada, in greco “spaccatura” – lascia emergere il lato oscuro del parto, un ingresso nel mondo segnato da una frattura: «I always said that birth is an inverse love», dice Mario Banushi in apertura del lavoro.
Mi ha ricordato il finale del recente Lo straniero di Ozon: Meursault ritrova la madre e il valore del rapporto con lei solo con la scomparsa dei corpi terreni in cima ad una collina. Terra, sabbia, sole. Anche le luci sono le stesse, quelle luci che sono una ricchezza in ogni opera di Banushi.
Goodbye, Lindita, secondo capitolo che ha debuttato nel 2023 al Teatro Nazionale di Grecia, è dedicato alla nonna materna con la quale l’autore ha a lungo vissuto. È un inno alla lentezza, alla pacatezza, anche qui puro linguaggio visivo. Lotte Eisner gli avrebbe certamente dedicato molte pagine nei suoi studi sull’Espressionismo tedesco per l’ammirevole uso di luce e ombra.
Terzo capitolo Taverna Miresia – Mario, Bella, Anastasia, sempre del 2023, con il suo lungo titolo che onora fratelli e sorelle. Un viaggio a ritroso nel tempo dalla taverna di famiglia di Tirana che aveva lasciato ancora bambino. Emigrato, immigrato, torna adulto in quei luoghi desolati, ormai abbandonati. Cosa resta di una vita? La domanda sembra risuonare tra sedie rotte e tavoli vuoti. Gli oggetti sono come organismi viventi per Banushi: il set e la disposizione degli arredi sono
MARIO BANUSHI
Romance Familiare
8, 9 giugno Teatro alle Tese, Arsenale
Cerimonia di consegna Leone d’Argento
12 giugno Ca’ Giustinian

minuziosamente studiati. La musica riempie gli spazi, lasciando poco margine al vuoto. Una dionisiaca mania misterica, fatta di silenzi, gesti lenti e segreti intuibili, che mai si devono totalmente svelare, attraversa l’intera sua opera.
Peter Brook scrisse: «Il regista è sempre un impostore, una guida nella notte. Che non conosce il territorio, ma che non ha scelta: deve fare da guida e imparare il percorso strada facendo». Si riconosce in questa definizione? Quali emozioni e riflessioni la guidano quando decide di impostare un nuovo spettacolo?
Ogni nuova creazione è come immergersi in acque sconosciute. Pensi di sapere di cosa vuoi parlare, a volte ti senti sicuro, poi arrivano le prove e ti rivelano qualcosa di nuovo su di te. Quello che amo di più dell’arte, da spettatore, è riconoscere la mia storia in ogni opera. Non importa cosa dica il regista: se vedo qualcosa, allora quella cosa è vera. Il punto di partenza è importante, ma non significa che arriverai dove avevi previsto. Come nella vita, per quanto tu faccia piani, le cose non vanno mai esattamente come le avevi immaginate.
Quali sono state le tappe che l’hanno portata dalla prima presentazione sperimentale di Ragada, allestita in case private ad Atene, al suo debutto sul palcoscenico del Teatro Nazionale di Grecia nel 2023 con Goodbye, Lindita?
La vera sfida è stata capire come, dopo aver lavorato in una casa per sole venti persone, potessi ricreare qualcosa di altrettanto intimo e familiare in un teatro dove tutto appare

più strutturato, dalle luci alla scenografia e via dicendo. Il mio obiettivo primario è ridurre, anche simbolicamente, la distanza tra performer e pubblico.
Luci e scenografie sono un elemento fondamentale nelle sue rappresentazioni. Se le scenografie possono nascere con la scrittura, per le luci il processo è sicuramente più complesso. Come e a che stadio della produzione ci lavora? Il richiamo a Caravaggio è un risultato o nasce da una ispirazione iniziale di fondo?
La luce per me è importante quanto il testo lo è per altri registi. Attraverso la luce si può raccontare un’intera storia. Per questo motivo ci lavoro fin dal primo giorno di prove, anche nei modi più artigianali, che spesso sono i più affascinanti. Caravaggio è un riferimento assoluto: l’artista che più mi ha influenzato per i colori, l’uso della luce e la fisicità delle sue figure.
Al Festival potremo ammirare la trilogia Romance Familiare, un paesaggio della memoria che trasforma esperienze intime in poesia universale. Cosa significa per lei presentare le tre opere insieme?
È la prima volta che presento l’intera trilogia insieme e non vedo l’ora. Per me è un ciclo: la madre, la matrigna e il padre. La cosa più bella è che ne rivelo la frattura. Dopo quattro anni riporto in vita un lavoro che segna l’inizio del mio percorso come creatore. È emozionante parlare in modo così personale in un luogo bello e quasi fiabesco come Venezia, sembra un sogno. Ragada sarà presentato in una vera casa veneziana, mentre Goodbye, Lindita e Taverna Miresia andranno in teatro.
Mario Banushi, recipient of the Silver Lion at the 2026 Venice Theatre Biennale, is celebrated by director Willem Dafoe for a theatre that is intimate, rooted in Balkan culture, and sharply attuned to contemporary contradictions. Born in Albania in 1998 and raised in Greece, he studied Dramatic Arts at the Athens Conservatory. The Festival will present for the first time his complete trilogy Romance Familiare, produced with the Fondation Cartier pour l’art contemporain. The first chapter, as well as Banushi’s directorial debut Ragada, was created inside a private home during the pandemic and explores motherhood through the metaphor of a “fracture,” the dark, painful threshold of birth. The second work, Goodbye, Lindita (2023), dedicated to his maternal grandmother, is a visual meditation on slowness and tenderness, marked by expressionistic contrasts of light and shadow. The trilogy concludes with Taverna Miresia – Mario, Bella, Ana stasia (2023), a return to the abandoned family tavern in Tirana. Through objects treated as living presences, music, and ritual gestures, Banushi evokes memory, loss, and the remnants of a life left behind.
Peter Brook wrote that a director is always an “impostor,” a guide in the night who has no choice but to discover the path along the way. How much do you identify with this idea? What emotions or deeper reflections accompany your choices when you begin working on a new production? Every new creation is like diving into unknown waters. You think you know what you want to talk about, and sometimes you feel confident, until rehearsals come and reveal something new to you. What I love most about art, as a viewer, is that you can see your own story in every work. No matter what the director says, if I see something, then that something is true.
Often, the starting point and the reason you begin a project are important, but that doesn’t mean you will end up where you first intended. Just like in life, no matter how many plans you make, things never turn out exactly the way you imagined them.
What were the steps that led you from the first experimen tal presentation of Ragada, staged in private homes in Ath ens during the lockdown, to your debut on the stage of the National Theatre of Greece in 2023 with Goodbye Lindita? The challenge for me was how, after performing in a house for only 20 people, I could create something equally intimate and familiar in a theatre, where everything feels more structured lights, sets, and so on.
I try to reduce the distance (symbolically) between the performers and the audience.
Lighting and set design have always played an important role in your productions. How do these elements emerge in your creative process? Specifically for lighting, at what stage of production do you work on it? Is the reference to Caravaggio an initial inspiration or a final result?
Il mio più grande maestro è la mia famiglia. Mi ha insegnato il rispetto per gli altri e l’onestà, un qualcosa di estremamente prezioso che porto anche nel lavoro
For me, light in my work is as important as the text is for another director. Through light, you can tell a whole story. That’s why I work with light from the very first day of rehearsal, even using very simple, handmade solutions, which are often the most charming.
Caravaggio is definitely a reference for me. He is a painter who influences me through his colors, his use of light, and the physicality of his figures.
At the Venice Biennale, we will see the Romance Familiare trilogy, a landscape of memory that transforms intimate experiences into universal poetry. How did you construct this trilogy, and what does it mean for you to present the three works together?
This is the first time I will present the entire trilogy together, and I’m really looking forward to it.
For me, this trilogy forms a cycle: the mother, the stepmother, and the father. What is most beautiful is that I reveal the crack. After four years, I bring back to life a work that marks the beginning of my journey as a creator. It feels emotional to speak so personally in a place as beautiful and fairytale-like as Venice, it feels like a dream. Ragada will be presented in a real house in Venice, while Goodbye Lindita and Taverna Miresia – Mario, Bella, Anastasia will be presented in theatres.
Guardando oltre Romance Familiare, quali direzioni o progetti futuri desidera esplorare?
Sono aperto a ciò che verrà. Sono molto concentrato sul nuovo lavoro che sto preparando per il prossimo anno, mi entusiasma tantissimo. Allo stesso tempo voglio dedicarmi alla fotografia: ho molto materiale che desidero condividere con il mondo, tante storie raccontate in modo diverso. Vorrei organizzare la mia prima mostra.
Uno dei suoi primi lavori è stato un cortometraggio. Quali differenze percepisce tra teatro e cinema?
Sì, il mio primo lavoro è stato Pranvera, un cortometraggio. Credo abbia influenzato molto il modo in cui mi sono poi avvicinato al teatro. Spesso, anche dal punto di vista pratico, lavoro come se stessi girando un film, dalle prove al modo in cui strutturiamo tutto il resto. Sono linguaggi molto diversi, ma è interessante vedere come si possano prendere elementi da entrambi e farli dialogare.
Chi considera i suoi maestri, o comunque sia quali sono le entità, le esperienze che l’hanno più influenzata nel suo lavoro?
Il mio più grande maestro è la mia famiglia. Mi ha insegnato il rispetto per gli altri e l’onestà, un qualcosa di estremamente prezioso che porto anche nel lavoro. Cerco di creare un ambiente più sano e un senso di sicurezza durante le prove: per me è un punto di partenza fondamentale per creare poi qualcosa di significativo. Naturalmente ci sono molti artisti che influenzano il mio modo di vedere le cose. Theodoros Terzopoulos è una figura con cui negli ultimi anni ho avuto un dialogo costante: ascoltarlo parlare di vita e di arte mi ispira, soprattutto per la sua integrità.
Looking beyond Romance Familiare, what directions or future projects do you feel drawn to explore?
I am open to whatever comes next. I am deeply focused on the new work I am preparing for next year, and I’m really excited about it. At the same time, photography is another field I want to focus on. I want to organize my first photography exhibition. I have a lot of material that I’m eager to share with the world many stories, told in a different way.
One of your early works was a short film. What differences do you perceive between theatre and cinema?
Yes, my first work is Pranvera, which is also a short film. I strongly believe it influenced the way I later approached theatre. Many times, even in practical terms, I work as if I am making a film, from rehearsals to the way we structure everything. They are very different fields, but it’s creatively interesting to see how, as a creator, you can take elements from both and play with them.
Which authors do you consider your mentors or funda mental influences?
My greatest mentor is my family. They taught me to respect others and to act with honesty, and this is also my rule in my work. Let’s try to change the landscape by creating a healthier environment and a sense of safety during rehearsals. For me, this is a strong starting point for creating something meaningful. Of course, there are many artists who influence the way I see things. Theodoros Terzopoulos is someone I have been in dialogue with in recent years. I listen to him speak about life and art, and I am inspired above all, by his integrity.
BOB WILSON
OMAGGIO

Nel corso di oltre cinque decenni, Bob Wilson ha attraversato più volte La Biennale di Venezia, partecipando a numerose edizioni, tra arti visive, musica, teatro e cinema. Leone d’Oro per la scultura alla 45. Esposizione Internazionale d’Arte nel 1993, il regista ha contribuito in modo decisivo alla ridefinizione dei confini tra le discipline. A quasi un anno dalla scomparsa di Bob Wilson, la Biennale Teatro 2026, partendo dai materiali conservati presso l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC), dedica una mostra a uno degli artisti che più profondamente ha trasformato il linguaggio della sperimentazione contemporanea






Venezia è la città da cui Otello parte. È il Senato che lo giudica, la potenza coloniale che lo manda a difendere Cipro dagli Ottomani, il luogo dove la “differenza” del Moro viene pesata e tollerata finché serve. La Serenissima è la città dell’ordine, e dell’esclusione. Portare Mugen Noh Othello di Satoshi Miyagi proprio qui non è una coincidenza geografica: è una torsione prospettica. Il pubblico della Biennale siede nella stessa città da cui Shakespeare fa partire Otello verso la sua rovina, e si trova – senza scampo – nella posizione del Senato. Ma Miyagi ribalta tutto. Nel mugen noh, forma teatrale giapponese del XIV secolo, non è Otello il protagonista: è il fantasma di Desdemona. Intrappolata tra la vita e la morte definitiva, la vittima racconta la propria storia ai vivi finché non riesce a liberarsene: un processo che è, in senso letterale, teatro come rituale per liberare l’anima. La struttura shakespeariana viene smontata e rimontata attraverso una forma pre-moderna che ne rovescia il centro di gravità: non Otello, non il potere, non la gelosia come motore tragico, ma il dolore di chi subisce.
Il dispositivo scenico rafforza questa logica. Ogni personaggio è interpretato da due attori: uno si muove sulla scena, l’altro è seduto sul lato destro e pronuncia il testo. Corpo e voce separati, come se l’interiorità non riuscisse a coincidere con il gesto, una dissociazione che nel mugen noh è struttura drammaturgica e di cui Miyagi si serve per dare a Desdemona una presenza doppia, corporea e spettrale insieme.
Regista nato a Tokyo, direttore artistico dello SPAC – Shizuoka Performing Arts Center dal 2007, Miyagi è una delle figure più rilevanti del teatro internazionale contemporaneo. Il suo metodo
fonde noh, kabuki e bunraku con la tecnica fisica del maestro del teatro giapponese Tadashi Suzuki, e lo ha portato sui palcoscenici di tutto il mondo: dal Festival d’Avignone all’Edinburgh International Festival, dalla Comédie-Française al Lincoln Center di New York. Ha firmato adattamenti di Shakespeare, Sofocle, Ibsen e Mishima costruendo un linguaggio che non illustra i testi occidentali, ma li abita dall’interno, con una sensibilità radicalmente altra.
Mugen Noh Othello debuttò nel 2005 con la compagnia Ku Na’uka, ha girato New Delhi e New York registrando sold out e arriva a Venezia in prima europea nella nuova versione SPAC 2026. Una delle tragedie più emblematiche del canone occidentale, vista da fuori, diventa straniera a se stessa. È esattamente quello che Willem Dafoe intende con Alter Native : la mancanza di familiarità come condizione per riscoprire le origini del teatro. C.S. ENG Satoshi Miyagi’s Mugen Noh Othello arrives in Venice, the very city from which Shakespeare sends Otello toward his downfall. Here, the audience sits symbolically in the place of the Venetian Senate, the power that judged and used the Moor. Miyagi overturns the tragedy: in the mugen noh tradition, the protagonist is not Otello but Desdemona’s ghost, trapped between life and final death, recounting her story until she can be released. The structure separates body and voice, with each role performed by two actors, creating a doubled, spectral presence. Miyagi, a major figure of contemporary theatre, blends noh, kabuki, bunraku and Suzuki’s physical method, offering radically new readings of Western classics. Premiered in 2005 and now presented in a new 2026 Shizuoka Performing Arts Center version, the work makes Shakespeare’s tragedy foreign to itself. This estrangement embodies Willem Dafoe’s idea of Alter Native: rediscovering theatre by removing familiarity.
HEWA RWANDA
Intervista Dorcy Rugamba
di Chiara Sciascia
Il 7 aprile 1994, primo giorno del genocidio contro i Tutsi in Rwanda, la famiglia di Dorcy Rugamba viene sterminata nella casa di Kigali. Lui si salva per una circostanza davvero fortuita: una telefonata lo trattiene lontano abbastanza a lungo da impedirgli di rientrare. È uno scarto minimo, ma sufficiente a separare la sua vita in due tempi inconciliabili. Da allora, il suo lavoro si muove dentro questa frattura originaria cercando una forma che non sia solo testimonianza, ma relazione ancora possibile con ciò che è scomparso.
Rugamba è attore, autore e regista, fondatore della Rwanda Arts Initiative e della Kigali Triennial; in trent’anni di lavoro ha attraversato la violenza di massa, il genocidio, l’identità di un popolo, cercando ogni volta una forma che restituisse dignità a ciò che la storia aveva ridotto a numero.
Hewa Rwanda – Letter to the Absent è il punto in cui tutto questo diventa personale: Rugamba non affronta la memoria come chiusura o commemorazione, ma come processo ancora vivo. Sul palco con lui c’è Majnun, polistrumentista senegalese: la chitarra accompagna, interrompe, a tratti si ritira, a tratti prende il sopravvento. Alle spalle una fotografia di famiglia in bianco e nero si apre lentamente al colore mentre il racconto li richiama alla presenza, come se parlare di loro fosse già restituirgli vita.
Il lavoro si fonda sul guterekera, antica pratica rwandese del culto degli antenati in cui si parla ai defunti dei vivi e ai vivi si racconta dei cari scomparsi, mantenendo attivo un dialogo tra generazioni. Portato in scena, questo rito non diventa oggetto di rappresentazione ma struttura stessa della performance: il teatro si configura come spazio cerimoniale, in cui il pubblico è coinvolto in un ascolto che va oltre l’osservazione esterna.
Dentro questa cornice Hewa Rwanda evita consapevolmente il registro elegiaco. Accanto alla frattura e alla perdita emergono momenti di leggerezza e una forma di ironia che impedisce alla memoria di irrigidirsi nel solo lutto. L’intenzione dichiarata da Rugamba è quella di costruire un inno alla vita più che una celebrazione della morte: non una fissazione del dolore, ma una sua trasformazione in gesto condiviso. A trent’anni dal genocidio, in un presente sempre più tormentato da nuove guerre e da forme persistenti di violenza collettiva, il lavoro di Rugamba pone una domanda che riguarda tutti: come si custodisce una memoria che non si chiuda nella commemorazione, ma che continui a mettere in discussione il modo in cui una comunità – qualunque comunità – sceglie cosa ricordare e come continuare a riconoscersi nel proprio passato?


Il 7 aprile 1994 la sua famiglia fu uccisa nella casa di Kigali. In molte sue opere la memoria individuale incontra la storia collettiva del Rwanda. Che posto occupa oggi, nel suo lavoro, l’esperienza di quel giorno?
Per molto tempo non sono riuscito a parlare di quel giorno. Mi sono dedicato alla narrazione storica più ampia, aspettando di sentirmi pronto ad avvicinarmi alla storia più intima, quella della mia famiglia e di quel mattino fatale in cui ho saputo che erano caduti vittime del genocidio, Un crimine che, allora, faticavo anche solo a nominare. Credo che tutto il lavoro che ho fatto sulla violenza di massa nasca da quello shock iniziale, anche se ci sono voluti quasi trent’anni per affrontarlo direttamente.


Il guterekera è un rituale privato, familiare: si racconta ai vivi dei propri cari scomparsi e agli antenati di chi è ancora in vita. Cosa cambia quando lo porta in un teatro davanti a estranei che non hanno mai conosciuto suo padre o sua madre?
Credo che il palcoscenico teatrale sia un luogo privilegiato per un rito di questo tipo, perché è esso stesso una forma di cerimonia. Siamo in scena, ma all’interno di un cerchio in cui il pubblico e noi – Majnun e io – partecipiamo allo stesso gesto. La differenza è che il palcoscenico dilata questo rituale oltre la dimensione familiare e così facendo universalizza il racconto. L’evocazione di mio padre, di mia madre, dei miei fratelli e delle mie sorelle diventa una metafora per tutti i padri, le madri, i fratelli e le sorelle delle
On April 7, 1994, the first day of the genocide against the Tutsi in Rwanda, Dorcy Rugamba’s family was killed in their home in Kigali. He survived only because a phone call kept him away long enough to escape the massacre, a tiny deviation that split his life in two. Since then, his work has moved within that original fracture, seeking not only testimony but a renewed relationship with what was lost. Actor, writer, and director, Rugamba is the founder of Rwanda Arts Initiative and the Kigali Triennial. For thirty years he has explored mass violence, genocide, and the identity of a people, always searching for forms that restore dignity to lives reduced to numbers. Hewa Rwanda – Letter to the Absent marks the moment when this history becomes personal: memory is not treated as closure, but as something still alive. The work is rooted in guterekera, an ancestral Rwandan practice of speaking to the dead and about the living, maintaining a dialogue across generations. Onstage, the ritual becomes the structure of the performance itself: theatre as a ceremonial space where the audience is drawn into a form of listening that goes beyond observation. Thirty years after the genocide, in a world marked by new wars and persistent collective violence, Rugamba’s work raises a question that concerns us all: how can memory remain alive without becoming mere commemoration, continue to shape how a community chooses to remember, and to recognize itself in its past?
On April 7, 1994, your family was killed in their home in Kigali. In many of your works, individual memory meets the collective history of Rwanda. What place does the ex‑ perience of that day occupy in your work today?
For a long time, I was unable to speak about that day, devoting myself instead to the broader historical narrative while waiting until I was ready to approach the intimate story – my family’s story and that fateful day, the first day of the genocide, when I learned in the morning that my family had fallen victim to a crime that, at the time, I struggled to comprehend. I believe that all the work I later did related to mass violence stems from that initial shock, even though it took me nearly 30 years to confront it directly.
Guterekera is a private, familial rite: the living speaks about their ancestors, and to the ancestors of those who are still alive. What changes when you bring it to the the atre, before strangers who never knew your father or your mother?
I believe that the theatre stage is a privileged place for such a ritual in that it is itself a form of ceremony. We are on stage, but within a circle where the audience and we – Majnun and I – participate in the same gesture. The difference is that the stage expands this ritual beyond the family circle and, in doing

Un dialogo con oltre 400 opere, lungo 4,5 miliardi di anni, che mette in relazione le arti delle origini, l’arte tribale, l’arte antica e contemporanea, culture e civiltà di tutto il mondo.
Palazzo Erizzo Ligabue San Marco 3319 www.fondazioneligabue.it
HEWA RWANDA
persone presenti. In molti paesi, davanti a pubblici diversi, gli spettatori attraverso questa cerimonia condivisa scoprono un rito per onorare i propri defunti.
Ha dichiarato che in Rwanda 94 era ancora necessario nominare il genocidio come tale, identificarlo, farlo riconoscere. In Hewa Rwanda il lavoro è diverso, si sposta sulla memoria come guarigione. Quando ha capito che era giunto il momento di compiere questo secondo passo?
Sono due periodi diversi. Rwanda 94 nasceva dalla necessità di rendere evidente la natura del crimine commesso in Ruanda: la questione era ancora aperta. In quel momento il termine “genocidio” nei confronti dei Tutsi non era ancora pienamente riconosciuto nel dibattito internazionale, nemmeno alle Nazioni Unite. Trent’anni dopo questo non è più in discussione. Nessuno contesta più la natura di quel crimine, se non i negazionisti, ma quelli non cambieranno mai. Questo rende possibile spostare l’attenzione sulle vittime in quanto individui, permettendo loro di riappropriarsi della propria storia e della propria esistenza.
Nel suo lavoro ha attinto anche da Machete Season di Jean Hatzfeld. Ha affermato che i carnefici non sono mostri, bensì uomini comuni, padri, figli. Come si concilia portare quella umanità in scena in uno spettacolo dedicato alle vittime come Hewa Rwanda?
In Hewa Rwanda non parlo davvero dei carnefici; ho ritenuto che non dovessero occupare il centro del racconto. In altri lavori, come ad esempio nella la mia messinscena de L’istruttoria di Peter Weiss, ho invece ritenuto che le parole dei carnefici ci aiutassero a capire i meccanismi attraverso cui la violenza politica si radica in una società. Hannah Arendt parla della “banalità del male”: comprendere che i carnefici possono essere persone ordinarie ci libera da un senso di inevitabilità, soprattutto nel caso dei crimini ideologici. Dimostra che questi crimini possono essere prevenuti e che nessuna fatalità li rende inevitabili se la società rimane vigile.
Suo padre, Cyprien Rugamba, era poeta, coreografo e storico. Fondò a Kigali un teatro all’aperto per la comunità. Lei ha fondato Rwanda Arts Initiative e creato la Kigali Triennial. Che cosa di lui continua a vivere in ciò che fa? È stato lui a formarmi nelle arti performative, a trasmettermi l’amore per l’arte. È il più grande maestro che abbia mai avuto; uso il tempo presente perché continua ad esserlo. Gli devo moltissimo e con il mio lavoro cerco di restituire almeno una piccola parte di ciò che ho ricevuto. Non ci si riesce mai del tutto, perché ciò che riceviamo dai nostri genitori ci supera sempre. Ma da lui ho imparato la cosa più importante: che l’arte è prima di tutto un atto di condivisione e che ognuno di noi deve fare la propria parte per la generazione successiva.
so, universalizes the narrative. The evocation of my father, my mother, my brothers and sisters become a metaphor for all the fathers, mothers, brothers, and sisters of those present. In many countries and among different audiences, people rediscover a ritual for their own loved ones through this shared ceremony.
You said that in Rwanda 94 it was still necessary to name the genocide as such – to identify it and have it recog‑ nized. In Hewa Rwanda, the work seems different, turn‑ ing toward memory as a form of healing. When did you realize it was time to move to this second stage?
These are two different periods. Rwanda 94 was created at a time when it was necessary to reveal the nature of the crime committed in Rwanda; the issue was still being debated. The term “genocide” had not yet been recognized, even at the UN. Thirty years later, this is no longer debated. No one contests the nature of the crime except denialists, who will not change. This makes it possible to focus on the victims as individuals and to allow them to reclaim their history and their existence.
Your work is also inspired by Machete Season by Jean Hatzfeld. You have said that perpetrators are not mon‑ sters, but men – fathers and sons. Bringing this humanity onto the stage, in a work dedicated to victims: is that an act of courage, or a necessity?
In Hewa Rwanda, I do not really speak about the perpetrators; I felt they did not need to occupy the center of the narrative. However, in other works – such as my staging of The Inves tigation by Peter Weiss – I considered that the words of the perpetrators help us understand the mechanisms through which political violence takes hold in a society. Hannah Arendt speaks of the “banality of evil”: understanding that perpetrators can be ordinary people frees us from a sense of inevitability, especially in the case of ideological crimes. It shows that such crimes can be prevented beforehand, and that there is no fatality that makes them inevitable if society remains vigilant.
Your father, Cyprien Rugamba, was a poet, choreogra‑ pher, and historian; he founded an open air theatre for the community in Kigali. You founded Rwanda Arts Initi ative and created the Kigali Triennial. What part of him lives on in what you do?
He was the one who trained me in the performing arts, who gave me a love of art. He is the greatest teacher I have ever had. I owe him a great deal, and through my work I try to give back a little of what I received – though I can never fully succeed, because what we receive always surpasses us. But I learned from him that art is above all an act of sharing, and that each of us must do our part for the next generation.

È in uno spazio al confine tra rito e scena che si muove da sempre Lemi Ponifasio. Il regista, coreografo e artista samoano-neozelandese, noto per un teatro radicale che fonde danza, performance e attivismo comunitario, con il suo ultimo lavoro Star Returning: Praying on the Ruins of History porta sul palco della 54. Biennale Teatro rituali, lotte e tradizioni del popolo cinese Yi. Con le sue opere Ponifasio attinge dalle culture aborigene del Pacifico – dai Maori della Nuova Zelanda ai Kiribati della Micronesia – ma anche del Sud America per creare, come uno sciamano, nuovi simboli che parlino anche al nostro presente. In sintonia con il pensiero del direttore Willem Dafoe – che per questa edizione del Festival ha cercato opere provenienti da contesti teatrali diversi da quelli main stream occidentali – la pratica di Ponifasio supera i confini di linguaggi convenzionali e mette al centro corpo, visione e presenza rituale. La sua ricerca non è solo estetica ma culturale e politica, ma mette al centro radici, memoria e relazioni tra comunità. Star Returning diventa strumento di ascolto e cassa di risonanza per le storie degli antenati e i miti del popolo Yi della regione montagnosa del Daliangshan cinese, la loro cosmologia, le origini e il profondo legame con la natura e la spiritualità intrinseca a questa cultura. Non è semplice danza o teatro narrativo, ma una forma che richiama la cerimonia, un simbolismo in cui luce, corpo, voce si fondono. Il gesto diventa linguaggio universale e ancestrale. Diletta Rostellato ENG Lemi Ponifasio, the Samoan New Zealander director and choreographer known for his radical fusion of dance, ritual and community activism, presents Star Returning: Praying on the Ruins of History at the 54th Venice Theatre Biennale. The work draws on the rituals and cosmology of China’s Yi people and of the hilly Daliangshan region, also in China, echoing Ponifasio’s long engagement with indigenous cultures of the Pacific and beyond. Aligned with Willem Dafoe’s vision for non Western theatrical forms, the piece blends body, light and voice into a ceremonial language that foregrounds ancestry, memory and the spiritual bond between humans and nature.
LEMI PONIFASIO
Star Returning: Praying on the Ruins of History 20, 21 giugno Teatro alle Tese, Arsenale

Il teatro è rito da sempre. Esperienza comunitaria che nasce dall’urgenza di raccontare, elaborare e sublimare la vita. Il programma presentato dal direttore Willem Dafoe per la 54. Biennale Teatro parte dall’intento di ricercare autenticità e originalità, che sembrano – a suo avviso – ormai appiattite nel teatro occidentale, andandole a riscoprire in comunità in cui, invece, lo strumento teatrale serve a intrattenere, ispirare e infondere un senso di meraviglia e possibilità. In un cartellone che si concentra su opere provenienti da contesti teatrali diversi da quelli commerciali e istituzionali occidentali, trova spazio il collettivo di danza-teatro indonesiano Bumi Purnati Indonesia. La compagnia di Jakarta, fondata nel 2007, nota per valorizzare il patrimonio culturale indonesiano attraverso progetti multidisciplinari, vantando anche collaborazioni internazionali, con due opere porta sul palcoscenico della Biennale una forma originale di danza, musica e canti che attinge a un complesso tradizionale di arti marziali, noto come Silat, dal 2019 patrimonio immateriale dell’umanità. Gli spettacoli sono Under the volcano, diretto da Yusril Katil, e Hikayat Perahu/The tale of Boat, con la regia di Sri Qadariatin, entrambi basati su leggende e testi della fine del XIX secolo.
Ispirato alla terribile eruzione del Krakatoa del 1883, narrata in un poema della tradizione composto da Muhammad Saleh, poeta e studioso religioso di Sumatra e testimone oculare dell’evento che devastò le coste di Giava e Sumatra, Under the Volcano restituisce una trama potente e commovente con
BUMI PURNATI INDONESIA
Under the volcano | Hikayat Perahu/The tale of Boat 16 giugno Teatro alle Tese, Arsenale

oggetti di scena semplicissimi: otto scale di legno ricreano montagne, valli, mercati, ma anche montaggi di filmati e immagini di fuoco, lava, rocce. Allo stesso modo anche Hikayat Perahu/The tale of Boat si ispira a un testo fondamentale della letteratura malese, Syair Perahu, del poeta mistico sufi Hamzah Fansuri, vissuto tra il XVI e il XVII secolo: attraverso la storia di una barca che naviga sull’Oceano il poeta simboleggia la vita e il percorso spirituale che l’anima compie verso Dio. Nella trasposizione scenica, la compagnia traduce questa allegoria in una partitura fortemente ritmica, scandita da percussioni e movimenti corali che restituiscono allo spettacolo una potente dimensione visiva e musicale. Diletta Rostellato ENG Theatre has always been a communal rite, born from the need to narrate and transform life. For the 54th Venice Theatre Biennale, director Willem Dafoe seeks authenticity and originality, which he feels have flattened in Western theatre, turning instead to communities where performance still inspires wonder and possibility. Among the works from non Western, non institutional contexts is the Indonesian dance theatre collective Bumi Purnati. Founded in Jakarta in 2007, the company brings to Venice two pieces blending dance, music and song rooted in Silat, the martial arts tradition recognised as UNESCO heritage. Under the Volcano, directed by Yusril Katil, draws on an 1883 poem recounting the Krakatoa eruption, using simple props and vivid imagery to evoke devastation and resilience. Hikayat Perahu/The Tale of Boat, directed by Sri Qadariatin, adapts a Sufi allegory by Hamzah Fansuri, transforming the spiritual journey toward God into a rhythmic, percussive and visually striking performance.

L’Odissi nasce nei templi dello stato di Odisha, nella parte centro-orientale dell’India, e porta con sé un vocabolario gestuale di rigore assoluto: ogni posizione della mano, ogni inclinazione del capo, ogni spostamento del peso ha un significato codificato che risale a tradizioni millenarie. Per la sua Alter Native Biennale il direttore Dafoe ha scelto di portare a Venezia questa forma antichissima di danza indiana invitando Sharmila Biswas, coreografa e danzatrice di Calcutta, con Mischief Dance: A Journey Through Rhythm and Spirit Biswas appartiene a una genealogia artistica precisa: si è formata sotto la guida di Kelucharan Mohapatra, il leggendario maestro che nel Novecento ha codificato e trasmesso l’Odissi classica portandola sui palcoscenici internazionali. Nel 1994 ha fondato a Calcutta l’Odissi Vision & Movement Centre, centro di ricerca e insegnamento che ha fatto della trasmissione generazionale e dell’esplorazione coreografica i suoi assi fondamentali. Il riconoscimento è arrivato nel 2012 con il Sangeet Natak Akademi Award, il più prestigioso premio indiano per le arti performative. L’Odissi si nutre di spiritualità e di erotismo sacro, una combinazione paradossale all’occhio occidentale ma profondamente coerente nella cultura indiana. Le musiche fondono la tradizione carnatica del Sud e quella indostana del Nord, alternandosi a testi tratti dal Gita Govinda, il poema del XII secolo di Jayadeva sull’amore tra Krishna e Radha come metafora dell’unione tra l’umano e il divino. Il corpo del danzatore non rappresenta: incarna. L’Abhinaya – l’arte dell’espressione – è il cuore della forma, dove tecnica ed emozione diventano inscindibili. Mischief Dance porta già nel titolo una tensione interessante: la “malizia”, il gioco sono attributi di Krishna, il dio che seduce e inganna, danza e provoca. Biswas non rinnega le radici nei rituali del tempio e nelle pratiche delle mahari – danzatrici tradizionalmente consacrate alle divinità – ma le interroga con consapevolezza contemporanea, trasformando il linguaggio classico senza svuotarlo della sua densità spirituale. C.S. ENG Odissi originated in the temples of Odisha, eastern India, and is defined by a highly codified gestural language in which every movement carries symbolic meaning rooted in millennia old traditions. For his Alter Native Biennale, Willem Dafoe brings this ancient dance form to Venice through Mischief Dance: A Journey Through Rhythm and Spirit by Sharmila Biswas, a leading Odissi choreographer and performer trained by the Kelucharan Mohapatra. Biswas explores a form that unites spirituality and sacred eroticism. Set to music blending Carnatic and Hindustani traditions and texts from the Gita Govinda, the performance centres on abhinaya, where technique and emotion merge. Mischief Dance revisits the playful, seductive energy of Krishna.
Intervista Davide Iodice
di Chiara Sciascia
C’è un tempo della vita in cui la memoria si assottiglia, ma ciò che resta diventa essenziale: un volto, un gesto, l’eco di un affetto, di un amore. È da questo margine fragile e luminoso che nasce Promemoria, il nuovo lavoro con cui Davide Iodice torna alla Biennale Teatro dopo il forte riscontro di pubblico e critica ottenuto nella scorsa edizione con Pinocchio. Che cos’è una persona? – Premio Speciale Ubu 2024 –, che interrogava la nascita dell’umano e la libertà dei corpi neuro divergenti con gli attori della compagnia Scuola Elementare del Teatro di Napoli.
Regista e pedagogo tra i più attenti alle pratiche di teatro di comunità, Iodice sviluppa da anni processi creativi che coinvolgono persone lontane dalla scena, trasformando l’esperienza teatrale in uno spazio di relazione e testimonianza.
Seguendo questo metodo di lavoro, che mette al centro la persona e le sue fragilità, il progetto nasce a Venezia al termine del laboratorio intensivo L’enciclopedia delle Emozioni, realizzato tra il 29 maggio e il 2 giugno 2025 all’interno delle strutture dedicate alla cura degli anziani. Qui Iodice ha raccolto storie, presenze, frammenti di vita che il tempo tende a cancellare e che il teatro prova invece a trattenere. La restituzione di questo percorso è Promemoria, una performance che prende forma negli spazi delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane di San Giobbe, dove la scena si costruisce a partire dai racconti e dai corpi di chi abita quei luoghi.
Lo scorso anno alla Biennale ha presentato Pinocchio, che ha colpito e commosso per la sua dimensione poetica e comunitaria. Con Promemoria, nato all’interno della residenza per anziani di San Giobbe, il suo sguardo sembra ora rivolgersi a un’altra stagione della vita. Come nasce questo progetto e quale incontro umano lo ha reso possibile?
C’è sempre una istanza personale alla base di ogni lavoro drammaturgico, come può essere altrimenti, e quindi qui di sicuro c’è il volto di mia madre e c’è la schiena di mio padre nel suo ultimo tempo di vita, il corpo degli “antenati” da cui ci innestiamo come talee. C’è la necessità della memoria in un Paese senza memoria e c’è sempre la
Io non voglio che la vita sia altro che il mio teatro, non voglio che sia da un’altra parte, voglio che ne sia compromesso, che ciò che è in scena abbia la stessa intensità

necessità di esercitare attraverso l’arte un diritto di cittadinanza e di espressione per quelle fasce sociali in stato di fragilità, che spesso quella fragilità relega a mera utenza. C’è un’inversione dello sguardo da operare, anche in teatro.
Nel suo teatro la scena si apre spesso ad attori non professionisti: bambini, adolescenti, persone fragili o ai margini. Che cosa accade al linguaggio teatrale quando entra in relazione con vite reali invece che con interpreti formati?
Beh, accade che ritrova un senso smarrito, che risuona nel tempo presente, nella realtà di corpi e istanze spesso rimosse e inascoltate, che si alimenta di vita e che questa vita problematizza la forma e problematizza la sua fruizione, chiedendo allo spettatore di trasformarsi in testimone.
In un luogo dove la memoria spesso sbiadisce per motivi biologici, il titolo suona quasi come una sfida. Cosa dobbiamo “mettere in memoria” noi spettatori attraverso i racconti dei protagonisti? È un promemoria per il futuro o un archivio del passato?
Quello che mi è parso subito evidente è che la cancellazione che opera il tempo o la malattia sulle pagine di questi libri viventi che sono i nostri anziani lasci in luce ciò che è essenziale; e ciò che è essenziale riguarda sempre il sentimento, riguarda l’amore, il bene fatto o ricevuto, l’essere appartenuti a qualcu-

no, a un luogo, a una idea. Questo promemoria è per noi e sta a dire che quello che davvero conta non si dimentica.
Venezia è una città che lotta con il proprio spopolamento e l’invecchiamento. Portare la Biennale dentro una residenza per anziani significa scardinare i confini del Festival. Come hanno accolto gli ospiti di San Giobbe l’idea di diventare parte di questo processo creativo e testimonianza vivente per il pubblico internazionale?
La Biennale si occupa di opere d’arte e le persone incontrate sono opere d’arte, mi sembra quindi estremamente naturale questo processo. È importante rimarcare che gli ospiti siamo noi. Loro sono gli abitanti di San Giobbe; questa è in qualche modo, in modo diverso, casa loro e come a casa ci hanno accolti così come si accoglie un parente che non si vede da tempo, di cui non ci si ricorda nemmeno troppo bene, ma che si riconosce per qualche misteriosa ragione.
Guardando al suo percorso più ampio, che cosa cerca oggi nel teatro che forse non cercava quando ha iniziato?
E c’è qualcosa che ancora sente di non aver trovato? Una domanda bella e pericolosa. Se sapessi rispondere vorrebbe dire che avrei trovato tutto, o che avrei trovato tutto quello che mi aspettavo e questo mi darebbe tristezza. Sono felice invece di non saper rispondere. Forse vuol dire che sono ancora in piena ricerca, che sono vivo e che è vivo il mio teatro.
At a stage of life when memory fades, what remains becomes essential: a face, a gesture, the trace of an affection. From this fragile yet luminous edge comes Promemoria, Davide Iodice’s new work for Biennale Teatro, following the strong impact of Pinocchio. Che cos’è una persona?, which earned a Special UBU Prize in 2024. A director and pedagogue deeply committed to community-based theatre, Iodice has long developed creative processes that involve people far from professional stages, turning theatre into a space of relationship and testimony. Promemoria was born in Venice after the intensive workshop L’enciclopedia delle Emozioni, held within elderly care facilities. Gathering stories, bodies and fragments of lives that time tends to erase, Iodice shaped a performance set inside the San Giobbe residence, where the scene arises directly from the people who live there.
Every dramaturgical work starts from a personal impulse. In Promemoria, this impulse is linked to the final images of his parents’ lives and to the “ancestors” we all stem from. Alongside this intimate dimension lies an ethical urgency: the need for memory in a country that often lacks it, and the need to affirm artistic citizenship for socially fragile groups, who are too often reduced to mere recipients of care. The project demands a reversal of perspective, including within theatre itself.
When theatre meets real lives rather than trained actors, I believe it reconnects with a lost sense of necessity. The presence of unprotected, often unheard bodies reopens theatre to the present, challenging its forms and its modes of reception. The spectator is no longer a passive viewer but becomes a witness to lived experience.
Set in a place where memory can biologically fade, Promemoria is not an archive of the past but a reminder for the living. When time or illness erase details, what remains illuminated is the essential: love, belonging, acts of care given or received. What truly matters is precisely what cannot be forgotten.
Bringing the Venice Theatre Biennale into an elderly residence breaks the boundaries of the festival. In my view, this is entirely natural: the residents themselves are the artworks. The guests are the artists and spectators who enter that space; San Giobbe is the residents’ home, and they welcomed the project with the familiarity reserved for long-lost relatives, themselves recognized more by feeling than by memory.
Good question, and a dangerous one, too. If I had an answer, that would mean I had found everything I expected, which is kind of sad. I am happy to say I cannot answer that. It might mean I am still researching, I am still living, and so is theatre.

Al Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio Maggiore, anfiteatro sospeso tra acqua e pietra, Cries si propone come uno degli appuntamenti più densi della Biennale Teatro 2026. Non uno spettacolo nel senso tradizionale, ma una forma che intesse teatro, concerto, partitura poetica e che parte dalla tradizione classica per dare voce alle urgenze contemporanee. La scelta di accogliere «l’origine vivente del teatro, la Grecia» – nelle parole del direttore Willem Dafoe – non è un omaggio archeologico, ma la volontà di riportare la radice al presente, farne pianta viva. Il cuore di Cries sta nella sua costruzione: «Un concerto spettacolo, forma ibrida tra teatro, musica e poesia», con al centro «i temi della schiavitù, dello sradicamento e migrazione nel corso dei secoli». Frammenti di tragedia antica, poesia greca popolare e moderna, testi originali e voci anonime si intrecciano così nella partitura di Alexandros Drakos Ktistakis, compositore e batterista della scena jazz contemporanea greca, formatosi tra studi accademici e incontri con maestri internazionali, capace di fondere tradizione e sperimentazione. In scena il quartetto basso, pianoforte, sassofono e la voce baritonale di Georgios Iatrou. Al centro del palco, Christos Stergioglou, attore che porta con sé fisicità e voce che condensano decenni di esperienza tra teatro e cinema d’autore europeo (già protagonista in Dogtooth di Yorgos Lanthimos e The Eternal Return of Antonis Paraskevas di Elina Psykou), dalle tragedie classiche al linguaggio filmico contemporaneo. «Venezia e la Grecia hanno una storia lunga – si legge nelle note dello spettacolo – commerci, dominio veneziano sulle isole greche per secoli, Corfù, Creta, il Mediterraneo orientale. Portare uno
spettacolo sulla migrazione e sullo sradicamento in un anfiteatro veneziano sull’acqua non ha bisogno di essere spiegato: basta nominarlo».
I materiali evocati in Cries sono potenti: Euripide e il lamento della regina di Troia Ecuba, figura emblematica della perdita totale; le parole del premio Nobel per la Letteratura Giorgos Seferis, segnate dall’esilio e dalla frattura della storia; le testimonianze senza nome di chi ha vissuto schiavitù, sradicamento, migrazione. Ma Cries non li mette in scena come reliquie: il passato non è citazione, è pressione sul presente. La Grecia non è origine da celebrare, ma campo di forze da riattivare, patrimonio classico che dialoga con gli autori contemporanei per dare voce alle contraddizioni sociali e alle tragedie dell’oggi. Roberta De Rossi
ENG
Staged at the Teatro Verde on San Giorgio Maggiore Island, Cries stands out as one of the most intense events of the 2026 Venice Theatre Biennale. Conceived not as a traditional play but as a hybrid form blending theatre, concert and poetic score, it draws on classical Greek heritage to address urgent contemporary themes. As Biennale director Willem Dafoe notes, Greece is not evoked as an archaeological homage but as a living root brought into the present. At its core, Cries is a concert-performance exploring slavery, uprooting and migration across centuries. Ancient tragedy, popular and modern Greek poetry, original texts and anonymous testimonies are woven into a musical structure by composer Alexandros Drakos Ktistakis, whose work bridges tradition and experimentation. Set in a Venetian amphitheatre over water, the performance resonates with the shared Mediterranean history of Venice and Greece. Texts from Euripides, Nobel laureate Giorgos Seferis, and unnamed voices are not treated as relics but as forces pressing on the present.

In un’epoca in cui la speranza viene venduta a peso d’oro nei reparti di self-help dei supermercati spirituali, Angélique Kidjo torna a ricordarci che avere fede nel futuro non è un esercizio per cuori leggeri, ma un atto di resistenza brutale. Il suo nuovo album, significativamente intitolato HOPE!!, uscito il 24 aprile 2026, non è l’ennesimo disco di world music rassicurante da ascoltare durante un aperitivo etnico, ma il lascito di una donna che ha compreso una verità amara: la gioia è un muscolo che va allenato nel dolore. A 65 anni Angélique è appena diventata la prima musicista africana a ricevere una stella sulla Hollywood Walk of Fame. Un riconoscimento che arriva con il tempismo biblico della burocrazia occidentale: cinquant’anni dopo che il mondo ha iniziato a nutrirsi della sua energia, Hollywood si accorge che forse è il caso di incidere il suo nome sul marciapiede. C’è una sottile ironia in questo: dare una stella a terra a una donna che ha passato la vita a cercare di sollevare lo sguardo del suo popolo verso il cielo. Ma la Kidjo non ha tempo per il risentimento; lei usa il marciapiede come una rampa di lancio. Il disco è nato dalle ceneri della perdita. Dedicato alla madre scomparsa, Yvonne, HOPE!! è intriso di quella sofferenza empatica che solo chi ha visto la fine sa trasformare in un nuovo inizio. Nonostante le collaborazioni glamour con Pharrell Williams e Nile Rodgers, l’anima del progetto resta ancestrale. La traccia di chiusura, una versione filarmonica di Malaika, è un pugno nello stomaco di pura nostalgia, un richiamo a una radice che non si spezza nemmeno sotto il peso della fama globale. Essere definita “Mama Africa” è un carico che schiaccerebbe chiunque. Significa dover essere sempre forte, sempre saggia, sempre la voce di chi non ne ha. È un ruolo faticoso, quasi crude -
le. Eppure Angélique lo accetta con una dignità che ci fa sentire tutti terribilmente piccoli nelle nostre lamentele quotidiane. Forse la vera lezione della Kidjo nel 2026 è proprio questa: la speranza non è l’assenza di cinismo, ma la capacità di guardare il vuoto negli occhi e decidere, nonostante tutto, di cantarci sopra. Non per salvarci – perché nessuno ci salverà se non noi stessi – ma per ricordarci che, finché c’è ritmo, c’è una possibilità di non cadere. È forse per questo che Willem Dafoe l’ha voluta come evento speciale in chiusura della Biennale Teatro 2026, un festival costruito attorno all’idea di teatro come incontro umano, artigianale, spogliato di ogni apparato. Una delle poche donne capaci di riempire gli stadi del mondo che sceglie per una sera di ridursi all’osso: voce e piano, novanta minuti al Teatro Goldoni, al suo fianco solo il pianista antillano Thierry Vaton. Alter Native, appunto. G.G.
ENG Angélique Kidjo’s new album HOPE!! (April 2026) rejects the easy optimism of contemporary self help culture, reminding us that believing in the future is an act of fierce resistance. At 65, she has become the first African musician to receive a star on the Hollywood Walk of Fame, an honour arriving decades after the world first embraced her energy. The album, dedicated to her late mother Yvonne, was born from grief and transforms loss into renewal. Despite high profile collaborations with Pharrell Williams and Nile Rodgers, its core remains ancestral, culminating in a symphonic Malaika that evokes deep nostalgia. Carrying the title “Mama Africa” is a heavy burden, yet Kidjo embraces it with dignity, showing that hope is not naïveté but the courage to sing into the void. This spirit is why Willem Dafoe chose her to close the 2026 Biennale Teatro: a global star stripping everything down to voice and piano for an intimate performance with Thierry Vaton at the Goldoni Theatre.

05 maggio –
28 giugno 2026


Debutta a fine giugno in prima mondiale alla Biennale Teatro nella sua forma definitiva l’atteso Tacet, uno degli esperimenti scenici più radicali e affascinanti di questa edizione firmato da Jacopo Giacomoni e Silvia Costa. Testo vincitore di Biennale College Teatro nel 2024-25 per «la straordinaria capacità di rappresentare il concetto del tempo attraverso una drammaturgia visionaria e un uso malioso del linguaggio poetico», Tacet è una partitura teatrale che esplora il tempo attraverso il silenzio e la precisione dei corpi, in cui il silenzio diventa materia viva, architettura del tempo, esperienza condivisa.
Il titolo, preso dal lessico musicale, indica il momento in cui uno strumento non è chiamato a suonare, richiamo diretto alla potenza evocativa del non detto e del non suonato. La scena diventa un laboratorio dove il silenzio non è mai vuoto: è misurato, scandito, articolato, prolungato, interrotto, condensato in gesti e pulsazioni, in cui ogni respiro, battito e click all’orecchio concorre a costruire un tempo organico. La temporalità non è una semplice cornice, ma un elemento centrale e dinamico del dramma, secondo una prospettiva che permette di sfidare le convenzioni tradizionali e che trasforma il testo in un organismo energico e pulsante, una modalità interattiva che solo il teatro dal vivo può concedere. Giacomoni, drammaturgo e performer, definisce il suo lavoro (vincitore anche del 58. Premio Riccione per il Teatro nel 2025) “una cartografia del tempo”. La drammaturgia procede infatti come una partitura in quattro movimenti: Coro – Museo – Osservazione – Immagine residua. La regia di Silvia Costa, artista visiva e collaboratrice storica di Romeo Castellucci, lavora per sottrazione e precisione.
Non ci sono quinte, scenografie narrative o apparati superflui. Attorniati da leggii, metronomi, pochi strumenti e una viola da gamba il cui archetto produce soltanto silenzio, ci sono sei performer. L’interprete numero uno tiene il tempo per tutto lo spettacolo, condividendo i reali secondi che lo spettatore sta vivendo in quel momento; gli altri, rappresentano ciascuno un minuto di silenzio della storia – politica, sociale, artistica – uno dei pochi riti laici che ci sono rimasti, e portano con sé un bagaglio di storie, di momenti di commemorazione e di introspezione, che si fondono e confrontano sul palcoscenico, evocando rituali collettivi e personali, dalla memoria storica al lutto pubblico.
Un osservatorio di silenzi, dove il silenzio non c’è mai.
Livia Sartori di Borgoricco
ENG Tacet makes its world premiere in late June at Biennale Teatro in its final form, marking one of the most radical and compelling works of this edition. Created by Jacopo Giacomoni and directed by Silvia Costa, the project won Biennale College Teatro 2024-25 for its visionary dramaturgy and its striking ability to render time as a living theatrical substance. Borrowing its title from musical notation, where tacet signals silence, the piece explores time through silence, precision of bodies and shared perception. Silence here is never empty: it is measured, articulated and embodied through breath, gesture and rhythmic pulses, transforming the stage into a laboratory of temporal experience. Structured as a four movement score and performed by six actors amid metronomes and minimal instruments, Tacet becomes an observatory of historical, political and ritual silences, evoking moments of collective memory and introspection. A theatre where silence is constantly active and time itself performs.

Di giorno studia le onde gravitazionali, le increspature dello spazio-tempo prodotte dalla collisione di oggetti cosmici come i buchi neri. Negli interstizi fa teatro. Alberto Colombo Sormani, ricercatore di astrofisica all’INAF dell’Università La Sapienza di Roma, è il vincitore di Biennale College Regia under 30. Il 10 e 11 giugno presenta in prima assoluta Imago Vocis | spacetime inbetween, prodotto dalla stessa Biennale e definito da Willem Dafoe “un raro mix di ambiguità e audacia”.
L’idea nasce da una conversazione. Raccontando la sua tesi di dottorato a un’amica attrice e logopedista, Nicole Zanin, si accorge che stanno parlando della stessa cosa: entrambi studiano vibrazioni fisiche per accedere a una dimensione della realtà altrimenti invisibile. Le onde gravitazionali rivelano oggetti inaccessibili alla luce; la voce umana, analizzata da una logopedista, dischiude strati profondi e inconsci della persona.
In scena uno spettrografo reagisce in tempo reale alla voce delle performer, trasformandosi nella trama dello spazio-tempo deformata da un buco nero. Il confine tra visibile e invisibile, tra suono e materia, tra corpo e cosmo è il territorio che Imago Vocis attraversa evitando ogni spiegazione didascalica. In assoluta controtendenza con le orde di divulgatori/influencer che saturano la rete, Colombo Sormani afferma: «La scienza non è un contenuto da comunicare, ma una metodologia per trovare nuove possibilità nell’indagine artistica». Chiara Sciascia
ENG Alberto Colombo Sormani, an astrophysics researcher, is the winner of Biennale College Regia, 30-and-under class. On June 10 and 11, he will present the world premiere of Imago Vocis | spacetime in between, produced by the Biennale and described by Willem Dafoe as a rare blend of audacity and ambiguity. The project was born from a dialogue with actress and speech therapist Nicole Zanin, revealing a shared focus on vibrations as a way to access invisible dimensions of reality: gravitational waves in space and the human voice in the body. Developed within the transdisciplinary collective Kilonova Art, the performance uses live sound analysis as a spectrograph that visually reacts to the performers’ voices, evoking the deformation of space time by a black hole.
ALBERTO COLOMBO SORMANI
Imago Vocis | spacetime in-between 10, 11 giugno Tese dei Soppalchi, Arsenale

Davide Pascarella – ventotto anni, campano, attore, autore e regista – si forma tra il 2018 e il 2021 alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, diretta da Gabriele Vacis e Valerio Binasco, frequentando nel corso degli anni laboratori e masterclass con Fausto Paravidino, Martin Crimp e Leonardo Lidi. Il suo rapporto con la Biennale precede questa edizione: nel 2018 partecipa al College con Bacio, performance creata con Rezza/ Mastrella, e vi torna nel 2021 e nel 2022 con Martin Crimp e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini. Bacio Sogno Autodistruzione, il testo con cui vince il bando College Drammaturgia under 30, è quindi più che un esordio un compimento: Biennale Teatro è per Pascarella terreno frequentato e riconosciuto. Willem Dafoe lo ha selezionato motivando la scelta con mirata precisione: una scrittura «magmatica, a tratti sentimentale, eppure vigorosa» capace di affrontare «il disagio contemporaneo che attanaglia una generazione» con uno “scavo interiore” che «fa intuire un potenziale di crescita che merita ogni attenzione». Pascarella stesso ha definito Bacio Sogno Autodistruzione «la rappresentazione pubblica di un viaggio intimo e privato», tre parole nel titolo che suonano come un referto generazionale.
La lettura scenica è affidata ad Alessandro Businaro, regista padovano con cui Pascarella ha costruito nel tempo una relazione artistica che va oltre la collaborazione occasionale. Nel 2022 il primo incontro a Teatro in Quota, festival fondato sulle montagne dell’Aquilano, a Rocca di Mezzo, che Businaro dirige dal 2021. Poi, più di recente, è stato sempre Businaro a presentargli il testo di Assetati di Wajdi Mouawad – «ha intenzionalmente messo Assetati sul mio cammino», ha scritto Pascarella – lavorando poi come drammaturgo per lo spettacolo con cui il gio-

vane regista ha vinto il Premio Leo de Berardinis 2024. Alla Biennale ora i ruoli si invertono: Pascarella autore, Businaro regista della mise en lecture Già assiduo frequentatore di Biennale Teatro, dove fondamentale per la sua formazione è stato l’incontro con Antonio Latella, da dicembre 2024 Alessandro Businaro è direttore artistico junior del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, con base operativa al Teatro Maddalene di Padova, uno spazio che ha trasformato in un cantiere per le nuove drammaturgie e la sperimentazione. La sua definizione di artista emergente dice qualcosa anche sul lavoro di Pascarella: non una questione anagrafica, ma una condizione. «Emergente come in emergenza». C.S.
ENG Davide Pascarella, a 28 year old actor, author and director from southern Italy, has developed his artistic path through the School of the Teatro Stabile di Torino (2018–2021) under Gabriele Vacis and Valerio Binasco, and through workshops with leading European playwrights and directors. His long-standing relationship with the Venice Theatre Biennale culminates in Bacio Sogno Autodistruzione, the text that won the College Drammaturgia under 30 call and is described as the completion of a formative journey rather than a debut. Selected by Willem Dafoe for its “magmatic, sometimes sentimental yet forceful” writing, the work explores the inner unease of a generation through an intimate, confessional lens, reflected in its title. The staged reading is directed by Alessandro Businaro, with whom Pascarella shares a deep artistic partnership forged through years of collaboration. Businaro, now junior artistic director of Teatro Stabile del Veneto, brings his experience in new dramaturgies and experimentation to the project. Together, author and director present a work that treats “emerging” not as an age category but as a state of urgency, an art made from and within a condition of emergency.

In Sala d’Armi in Arsenale, 17 e 18 giugno, viene presentato in prima assoluta AKA Jolly Roger, la mise en lecture firmata dai Motus sul testo di Bruna Bonanno, vincitrice l’anno scorso del bando Biennale College Drammaturgia per Autori Under 30 per la scrittura “articolata e coinvolgente”, capace di muoversi su piani linguistici diversi mescolando analisi della realtà ed evocazioni del passato recente, con «ironiche e aguzze prese di posizione [...] e dichiarazioni militanti», come recita la motivazione del direttore artistico Willem Dafoe.
AKA Jolly Roger è una “drammaturgia pirata”, come la definiscono gli stessi Motus – Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, tra i collettivi più rilevanti della scena contemporanea – che hanno accettato di curarne la lettura scenica attratti dai «contenuti libertari e dalla luce che sprigiona dal testo». Il progetto, infatti, si muove dentro e fuori il simbolo del Jolly Roger, la bandiera pirata: icona transnazionale, transculturale, extraterritoriale sotto cui si riconoscono comunità in lotta per la libertà. Sullo sfondo di un teschio che balla, il testo di Bonanno interroga cosa sia necessario dirsi prima di compiere un’azione rivoluzionaria, e quali condizioni di pensiero vadano immesse nelle lotte contemporanee. Le coordinate storiche sono ampie e ambiziose: da Polly di Gay (1729), ballata censurata per motivi politici e unica opera con una protagonista pirata donna, al Manifesto di Ventotene (1941), dalle prime radio pirata del Nord Europa degli anni Cinquanta alle spedizioni in mare di Sea Shepherd e Freedom Flotilla.
AKA Jolly Roger permette di immaginare nuove forme di “alleanza di cellule resistenti”, affascina per la struttura “acquatica” della scrittura, per l’idea di guardare la terra dal mare: «ci imbarchiamo su un galeone pirata – continuano i Motus – anche per sabotare i meccanismi stessi della messa in scena». Livia Sartori di Borgoricco
ENG AKA Jolly Roger will premiere on June 17-18 at the Arsenale’s Sala d’Armi, a staged reading by Motus based on Bruna Bonanno’s award winning Biennale College text. Defined by the company as a “pirate dramaturgy,” the work explores the Jolly Roger as a symbol of transnational struggles for freedom. Bonanno’s writing moves between reality and recent history, questioning what must be said before a revolutionary act and what forms of thought fuel contemporary resistance. Referencing sources from Gay’s Polly to the Ventotene Manifesto (a socialist/European federalist political statement authored by imprisoned opponents of the Italian fascist regime) pirate radio and Sea Shepherd, the piece imagines new alliances of “resistant cells” and adopts an aquatic perspective – seeing land from the sea –to subvert theatrical conventions.
PROGETTO SCUOLE DI TEATRO
Con il Progetto Scuole, Biennale Teatro rinnova la sua vocazione più profonda: quella trasmissione viva tra giovani artisti e maestri che è il cuore del College. Dopo l’esperienza dello scorso anno, tre istituzioni aprono il loro lavoro al festival – la Civica Scuola Paolo Grassi di Milano, l’Accademia Carlo Goldoni di Venezia e la Scuola di Napoli – Teatro Nazionale – portando sul palcoscenico generazioni di talenti in formazione, con tutto ciò che comporta: imperfezione, rischio, energia vitale
With the Schools Project, the Venice Theatre Biennale renews its deepest vocation: that living transmission between young artists and mentors which lies at the heart of the College. Following last year’s experience, three institutions open their work to the festival – the Civica Scuola Paolo Grassi in Milan, the Accademia Carlo Goldoni in Venice, and the Scuola di Napoli – Teatro Nazionale – bringing to the Biennale stage generations of artists in training, with everything that entails: imperfection, risk, energy, vitality

La Scuola per attori e registi del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale presenta in prima mondiale: Quindici ragazz con qualche esperienza, tratto da due testi della prima fase dell’opera di Enzo Moscato – Festa al celeste e nubile santuario (1983) e Ragazze sole con qualche esperienza (1985) – con drammaturgia e regia di Arturo Cirillo. A due anni dalla scomparsa di Moscato, Cirillo – che della Scuola è anche direttore – sceglie di affidare il suo omaggio ai tredici allievi attori e ai due allievi registi del secondo anno. La scelta non è casuale: scritti negli anni Ottanta, quando il teatro dominante rifuggiva la parola, con questi testi Moscato e il suo sodale Ruccello andavano controcorrente, proponendo un teatro decisamente di parola – onomatopeica, plurilingue, carnale –, capace di fondere tradizione napoletana e suggestioni novecentesche da Artaud a Pasolini. Il lavoro registico di Cirillo trasforma il materiale in un esercizio corale: invece di distribuire doppi o tripli ruoli, più allievi abitano insieme un unico personaggio, in un accordarsi continuo di voci e corpi che va oltre l’appartenenza geografica, verso qualcosa di collettivo e a tratti volutamente disarmonico. Un teatro fuori dall’io, nel noi.
ENG The Teatro di Napoli – Teatro Nazionale School for Actors and Directors premieres Quindici ragazz con qualche esperienza, a world first adapted from Enzo Moscato’s early works Festa al celeste e nubile santuario (1983) and Ragazze sole con qualche esperienza (1985), staged by Arturo Cirillo. Two years after Moscato’s death, Cirillo assigns the tribute to thirteen acting students and two directing students of the second year. Written in the 1980s as a counterpoint to a theatre that eschewed spoken language, Moscato (with his collaborator Ruccello) crafted text that is strongly verbal, fusing Neapolitan tradition with modernist echoes from Artaud to Pasolini. Cirillo’s directorial approach turns the pieces into a choral exercise: rather than splitting many roles among performers, several students jointly inhabit single characters, continuously aligning voices and bodies in a collective, sometimes intentionally dissonant ensemble, shifting theatrical focus from individual ego toward a communal “we.”
SCUOLA PER ATTORI DEL TEATRO DI NAPOLI
Quindici ragazz con qualche esperienza
12 giugno Sala d’Armi A, Arsenale


Portare in scena Santa Giovanna dei Macelli oggi non è un gesto nostalgico. Scritto da Brecht tra il 1929 e il 1931, nel pieno della Grande Depressione, il testo mette in scena i meccanismi del mercato finanziario, la manipolazione dei prezzi, la miseria come prodotto di sistema, insieme alla difficoltà, per chi vorrebbe cambiare le cose, di non esserne inconsapevolmente complice. Consegnarlo agli attori del terzo anno della Paolo Grassi significa chiedersi dove si sposta il paradigma del conflitto in un’epoca che ha superato il concetto di lotta di classe: gli squilibri e le disuguaglianze non sono scomparsi, si sono solo fatti più opachi, più difficili da nominare.
A firmare la regia è Marco Plini, direttore della Scuola oltre che regista, figura che unisce in sé la responsabilità della formazione e quella della creazione, con un rapporto con Biennale Teatro che viene da lontano, almeno dal 2004 quando lo ricordiamo al Festival alla regia di Purificati di Sarah Kane.
ENG Staging Brecht’s Saint Joan of the Stockyards today is framed not as nostalgia but as interrogation. Written between 1929 and 1931 amid the Great Depression, the play exposes financial-market mechanisms, price manipulation, and poverty as systemic byproduct, while exploring the difficulty of enacting change without unwitting complicity. Entrusting the work to third-year students at the Paolo Grassi School invites reflection on how the site of conflict has shifted in an era where class struggle terminology feels inadequate: inequalities remain but are more opaque and harder to name. Marco Plini, the director of the School and a recurring presence at the Venice Theatre Biennale since at least 2004, directs, balancing pedagogical responsibility and creative leadership.
Trent’anni fa, nella notte del 29 gennaio 1996, la Fenice bruciava. Comeradovera sceglie quell’evento come centro di gravità; non per raccontarlo, ma per interrogare cosa rimane di una perdita collettiva nei ricordi, nei corpi, nelle storie private di chi quella notte c’era o ne ha ereditato il peso.
La drammaturgia è di Stefano Fortin, vicentino, già diplomato all’Accademia Carlo Goldoni e presenza ormai consolidata alla Biennale, dove ha vinto il College Drammaturgia 2022-23 con Cenere, spettacolo tornato in forma compiuta nel 2024, diretto da Giorgina P. La regia è di Giorgio Sangati, formatosi al Piccolo di Milano e fondatore del collettivo Teatro Bresci, da anni tra i registi di riferimento dell’Accademia e del Teatro Stabile Veneto – Teatro Nazionale. In scena gli allievi diplomati del corso di Recitazione: una scuola veneziana che affida ai propri giovani un materiale insieme storico e intimo, miscelando racconti, punti di vista, frammenti di memoria pubblica e privata senza cercare sintesi, lasciando che la perdita parli nella sua complessità.
ENG Comeradovera centres its inquiry on the catastrophic night of January 29, 1996, when La Fenice burned, using the event not to retell it but to probe what persists of collective loss in memories, bodies, and private histories of those who experienced or inherited its aftermath. The author is Stefano Fortin, while Giorgio Sangati directs. The production features recent graduates of the acting program: a Venetian school asking its young artists to handle material that is both historical and intimate, blending narratives, viewpoints, and fragments of public and private memory without forcing synthesis, so that the complexity of loss can emerge in full.
7/06
h. 17 | Luogo in via di definizione
MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 1: RAGADA (55’) *** produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
h. 20 | Teatro Piccolo Arsenale
SATOSHI MIYAGI
MUGEN NOH OTHELLO (70’) **
8/06
fino al 21.06.2026
Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne OMAGGIO A BOB WILSON mostra
h. 15 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne
SATOSHI MIYAGI
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 17 | Luogo in via di definizione
MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 1: RAGADA (55’) *** produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
h. 19 | Teatro Piccolo Arsenale
SATOSHI MIYAGI
MUGEN NOH OTHELLO (70’) **
h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese
MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 2: GOODBYE, LINDITA (75’) produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
9/06
h. 15 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne DORCY RUGAMBA
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 15 | Luogo in via di definizione
MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 1: RAGADA (55’) *** produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
h. 16 | Centro Servizi San Giobbe DAVIDE IODICE
PROMEMORIA (60’) *** produzione La Biennale di Venezia in collaborazione con I.P.A.V. (Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane)
h. 19 | Arsenale, Teatro alle Tese
MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 2: GOODBYE, LINDITA (75’) produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
h. 21.30 | Isola di San Giorgio, Teatro Verde CHRISTOS STERGIOGLOU / ALEXANDROS DRAKOS
KTISTAKIS
CRIES (65’) * 10/06
h. 15 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne CHRISTOS STERGIOGLOU / ALEXANDROS DRAKOS
KTISTAKIS
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 16 | Centro Servizi San Giobbe DAVIDE IODICE
PROMEMORIA (60’) *** produzione La Biennale di Venezia in collaborazione con I.P.A.V. (Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane)
h. 19 | Arsenale, Tese dei Soppalchi
BIENNALE COLLEGE TEATRO ALBERTO COLOMBO
SORMANI
Vincitore Bando College Teatro Regia 20252026
IMAGO VOCIS | spacetime in-between (60’ ca.) *** produzione La Biennale di Venezia
h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese
DORCY RUGAMBA
HEWA RWANDA
LETTER TO THE ABSENT (80’) *
h. 21.30 | Isola di San Giorgio, Teatro Verde CHRISTOS STERGIOGLOU / ALEXANDROS DRAKOS
KTISTAKIS
CRIES (65’) *
11/06
h. 15 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne
MARIO BANUSHI
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 16 | Centro Servizi San Giobbe
DAVIDE IODICE
PROMEMORIA (60’) *** produzione La Biennale di Venezia in collaborazione con I.P.A.V. (Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane)
h. 18 | Luogo in via di definizione MARIO BANUSHI
Romance Familiare Capitolo 1: RAGADA (55’) *** produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
h. 19 | Arsenale, Tese dei Soppalchi
BIENNALE COLLEGE TEATRO
ALBERTO COLOMBO
SORMANI
Vincitore Bando College Teatro Regia 2025-2026
IMAGO VOCIS | spacetime in-between (60’ ca.) ***
produzione La Biennale di Venezia
h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese
DORCY RUGAMBA
HEWA RWANDA
LETTER TO THE ABSENT (80’) *
12/06
h. 12 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne Cerimonia di consegna del Leone d’Argento
MARIO BANUSHI
Cerimonia di consegna del Leone d’Oro alla carriera
EMMA DANTE
h. 16 | Centro Servizi San Giobbe
DAVIDE IODICE
PROMEMORIA (60’) *** produzione La Biennale di Venezia in collaborazione con I.P.A.V. (Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane)
h. 17 e h. 21 (tbc) | Arsenale, Sala d’Armi A PROGETTO SCUOLE DI TEATRO
Scuola Teatro di Napoli - Teatro Nazionale
ARTURO CIRILLO
QUINDICI RAGAZZ CON QUALCHE
ESPERIENZA (90’) *** produzione Teatro di Napoli –Teatro Nazionale in collaborazione con La Biennale di Venezia
h. 18 | Luogo in via di definizione
MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 1: RAGADA (55’) *** produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast 13/06
h. 11 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne
DAVIDE IODICE
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 16 | Centro Servizi San Giobbe DAVIDE IODICE PROMEMORIA (60’) *** produzione La Biennale di Venezia in collaborazione con I.P.A.V. (Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane)
h. 17 | Luogo in via di definizione MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 1: RAGADA (55’) *** produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
h. 20 | Teatro Piccolo Arsenale
EMMA DANTE
I FANTASMI DI BASILE (60’) ***
h. 22 | Arsenale, Teatro alle Tese MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 3: TAVERNA MIRESIA (60’) produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
14/06
h. 11 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne
RITO NOSTALGIA COMMOZIONE
EMMA DANTE: ESSERE UMANI NELLE
PIAGHE DEL TEMPO
Open Meeting
Moderatore Andrea Porcheddu
h. 16 | Centro Servizi San Giobbe
DAVIDE IODICE
PROMEMORIA (60’) *** produzione La Biennale di Venezia in collaborazione con I.P.A.V. (Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane)
h. 16 e h. 18 | Luogo in via di definizione
MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 1: RAGADA (55’) *** produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
h. 17 e h. 21 (tbc) | Arsenale, Sala d’Armi A PROGETTO SCUOLE DI TEATRO
Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi / Fondazione Milano
MARCO PLINI
SANTA GIOVANNA
DEI MACELLI (120’) *** produzione Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi in collaborazione con La Biennale di Venezia
h. 19 | Teatro Piccolo Arsenale EMMA DANTE
I FANTASMI DI BASILE (60’) ***
h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese MARIO BANUSHI
Romance Familiare
Capitolo 3: TAVERNA MIRESIA (60’) produzione La Biennale di Venezia, Fondation Cartier pour l’art contemporain co-produzione Mario Banushi, TooFarEast
16/06
h. 17 e h. 21 (tbc) | Arsenale, Sala d’Armi A PROGETTO SCUOLE DI TEATRO Accademia Teatrale Carlo Goldoni / Teatro Stabile del VenetoTeatro Nazionale
GIORGIO SANGATI
COMERADOVERA (80’) *** dramaturg Stefano Fortin produzione Fondazione Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale in collaborazione con La Biennale di Venezia
h. 20 | Arsenale, Teatro alle Tese YUSRIL KATIL / BUMI PURNATI INDONESIA UNDER THE VOLCANO (60’) **
17/06
h. 15 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne YUSRIL KATIL / SRI QADARIATIN
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 18 | Arsenale, Sala d’Armi E BIENNALE COLLEGE TEATRO BRUNA BONANNO
Vincitrice Bando Drammaturgia 2025-2026
Mise en Lecture
AKA JOLLY ROGER (ca. 60’) *** Regia Motus produzione La Biennale di Venezia co-produzione Motus
h. 20 | Arsenale, Teatro alle Tese YUSRIL KATIL / BUMI PURNATI INDONESIA UNDER THE VOLCANO (60’) **
h. 21 | Arsenale, Sala d’Armi E BIENNALE COLLEGE TEATRO DAVIDE PASCARELLA
Vincitore Bando Drammaturgia 2025-2026
Mise en Lecture
BACIO SOGNO
AUTODISTRUZIONE (ca. 60’) *** Regia Alessandro Businaro produzione La Biennale di Venezia
18/06
h. 18 | Arsenale, Sala d’Armi E BIENNALE COLLEGE TEATRO DAVIDE PASCARELLA
Vincitore Bando Drammaturgia 2025-2026
Mise en Lecture
BACIO SOGNO
AUTODISTRUZIONE (ca. 60’) *** Regia Alessandro Businaro produzione La Biennale di Venezia
A seguire talk con gli artisti
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 19 | Teatro Piccolo Arsenale SHARMILA BISWAS
MISCHIEF DANCE: A JOURNEY THROUGH RHYTHM AND SPIRIT (75’) ***
h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese SRI QADARIATIN / BUMI PURNATI INDONESIA
HIKAYAT PERAHU / THE TALE OF BOAT (55’) ***
h. 21 | Arsenale, Sala d’Armi E BIENNALE COLLEGE TEATRO BRUNA BONANNO
Vincitrice Bando Drammaturgia 2025-2026
Mise en Lecture
AKA JOLLY ROGER (ca. 60’) *** Regia Motus
produzione La Biennale di Venezia co-produzione Motus
A seguire talk con gli artisti
Moderatrice Maddalena Giovannelli
19/06
h. 15 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne SHARMILA BISWAS
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 18 | Teatro Piccolo Arsenale SHARMILA BISWAS MISCHIEF DANCE:
A JOURNEY THROUGH RHYTHM AND SPIRIT (75’) ***
h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese SRI QADARIATIN / BUMI PURNATI INDONESIA
HIKAYAT PERAHU / THE TALE OF BOAT (55’) ***
h. 21 | Teatro Goldoni ANGELIQUE KIDJO PIANO - VOIX (90’) *
20/06
h. 19 | Arsenale, Tese dei Soppalchi SILVIA COSTA / JACOPO GIACOMONI
Testo vincitore Biennale College Teatro –Drammaturgia 2024-2025 TACET (60’) *** produzione La Biennale di Venezia, Cranpi, Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa
h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese LEMI PONIFASIO
STAR RETURNING: PRAYING ON THE RUINS OF HISTORY (90’) *
21/06
h. 11 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne LEMI PONIFASIO
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 15 | Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne SILVIA COSTA / JACOPO GIACOMONI
Talk
Moderatrice Maddalena Giovannelli
h. 18 | Arsenale, Teatro alle Tese LEMI PONIFASIO
STAR RETURNING: PRAYING ON THE RUINS OF HISTORY (90’) *
h. 21 | Arsenale, Tese dei Soppalchi SILVIA COSTA / JACOPO GIACOMONI
Testo vincitore Biennale College Teatro –Drammaturgia 2024-2025
TACET (60’) ***
produzione La Biennale di Venezia, Cranpi, Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa
Il programma può subire variazioni
*** Prima assoluta
** Prima europea
* Prima italiana
www.labiennale.org


C’è un filo sottile che attraversa quasi un secolo di musica europea e americana, un filo che sa di cabaret berlinese e bistrot parigini, luci di Broadway e malinconie di Río de la Plata. Quel filo si chiama canzone d’autore, e nessuno lo sa tessere meglio di Ute Lemper. Abbiamo affidato a questa voce unica l’apertura della XVIII edizione di Venezia Jazz Festival: sul palcoscenico del Teatro Goldoni – in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto – Ute Lemper porta il suo programma Da Berlino a Broadway, affiancata dalla PN3Orchestra, formazione d’eccezione che riunisce l’Accademia d’Archi Arrigoni, l’Accademia Musicale Naonis e l’Orchestra da Camera di Pordenone sotto la direzione di Valter Sivilotti. Cantante, ballerina, attrice, autrice: definire Ute Lemper con una sola parola è impresa destinata a fallire. Nata a Münster nel 1963, calca le scene da quando aveva sedici anni, quando si avvicina per la prima volta alla musica di Kurt Weill, l’autore che più di ogni altro avrebbe segnato la sua traiettoria artistica. Da allora non si è più fermata, costruendo in quarant’anni di carriera un repertorio vastissimo e una presenza scenica che i critici di mezzo mondo hanno definito magnetica, travolgente, irripetibile. Il suo nome è legato indissolubilmente al grande cabaret storico berlinese e parigino, a quella stagione straordinaria e fragile che la censura nazista ha tentato di cancellare per sempre. Ute Lemper ne è diventata una delle voci più autorevoli e appassionate, capace di restituire al pubblico contemporaneo l’urgenza politica e la bellezza dolente di un’epoca che non smette di parlare al presente. Il programma Da Berlino a Broadway è un itinerario emozionante attraverso i territori più fertili della canzone del Novecento. Si parte naturalmente da Kurt Weill e Bertolt Brecht, coppia fondativa di un teatro-canzone che ha cambiato per sempre il modo di intendere la musica popolare, tra ironia graffiante e denuncia sociale. Si approda poi a Edith Piaf, la voix en or della chanson francese, che Ute Lemper ha conosciuto e reinterpretato nel periodo parigino della sua formazione, affiancandola ai versi di Jacques Prévert e alle melodie di Jacques Brel e Léo Ferré. Non mancano le atmosfere fascinose di Marlene Dietrich, diva dalla sensualità nordica e ironica, né le aperture verso il grande musical americano e i classici gershwiniani, dove la tradizione europea si fonde con l’energia di Broadway. A completare il quadro, Nino Rota, Astor Piazzolla e persino Pablo Neruda, i cui versi Ute Lemper ha musicato in prima persona.
La storia artistica di Ute Lemper è anche la storia di incontri straordinari. Tom Waits, Elvis Costello, Nick Cave e Philip Glass hanno scritto brani appositamente per la sua voce: un privilegio che racconta l’autorevolezza e il fascino che questa artista esercita sui più grandi musicisti del mondo. Maurice Béjart ha concepito e coreografato per lei un balletto intero. Ha calcato i palcoscenici dei teatri più importanti del pianeta – dalla Scala di Milano alla Sydney Opera House, dal Lincoln Center di New York al Berliner Ensemble, passando per il Palau de la Música di Barcellona e la Royal Festival Hall di Londra – e si è esibita accanto ad alcune delle orchestre sinfoniche più prestigiose. Perfino il Festival di Sanremo ha conosciuto la sua presenza, con un brano firmato da Enzo Jannacci, The Photograph. In diciotto edizioni il Venezia Jazz Festival ha imparato a sorprendere, esplorando ogni volta nuove anime della musica. Siamo felici di ospitare Ute Lemper in questa veste orchestrale: il dialogo con la PN3Orchestra le offre una dimensione che amplifica ogni sfumatura della sua arte, restituendo al pubblico una interprete forse mai così completa. È l’apertura giusta per un’estate affascinante di musica, nella città che da anni è la nostra casa.
There’s a thin thread running through nearly a century of European and American music (cabaret in Berlin, Parisian bistros, Broadway lights, the melancholies of the Río de la Plata) and that thread is the singer-songwriter tradition, embodied by Ute Lemper. Chosen to open the 18th Venezia Jazz Festival at Goldoni Theatre, Lemper presents her program Da Berlino a Broadway with the PN3Orchestra: a special ensemble combining the Accademia d’Archi Arrigoni, the Accademia Musicale Naonis, and the Orchestra da Camera di Pordenone, conducted by Valter Sivilotti.
An incomparable performer, singer, dancer, actor, songwriter, Lemper was born in Münster in 1963 and made her stage debut at sixteen when she discovered Kurt Weill, whose work has profoundly shaped her career. Over forty years she has built an enormous repertoire and a stage presence critics call magnetic and singular, becoming one of the foremost voices of the historic Berlin and Paris cabaret traditions that Nazi censorship tried to erase. She has become a passionate interpreter who brings the political urgency and aching beauty of that era vividly to contemporary audiences.
Da Berlino a Broadway traces the rich territories of twentieth-century song. It begins with Kurt Weill and Bertolt Brecht – the founding duo of a song-theatre that transformed popular music with biting irony and social critique – then moves to Edith Piaf and the French chanson, with texts by Jacques Prévert and songs by Jacques Brel and Léo Ferré. The program evokes Marlene Dietrich’s seductive irony and extends into American musical classics and Gershwin, where European tradition meets Broadway energy. The set also includes works by Nino Rota and Astor Piazzolla and even settings of Pablo Neruda’s poems, some of which Lemper has set to music herself.
Lemper’s career is defined by remarkable collaborations: Tom Waits, Elvis Costello, Nick Cave, and Philip Glass have written for her voice; Maurice Béjart created an entire ballet piece for her. She has performed on the world’s most prestigious stages, from Milan’s Scala Theatre and the Sydney Opera House to the Lincoln Center and Berliner Ensemble, and with leading symphony orchestras. Across eighteen editions, Venezia Jazz Festival has continually sought new musical souls. Hosting Lemper in an orchestral guise with the PN3Orchestra expands her palette, amplifying subtle shades of her artistry and offering perhaps her most complete incarnation. Her performance is presented as the ideal opening for a captivating summer of music in the city that has long been the festival’s home.
Ute Lemper e Orchestra
13 giugno Teatro Goldoni www.venetojazz.com
VENEZIA JAZZ FESTIVAL

Il nu jazz è nato negli anni ‘90 come ibridazione ulteriore di un genere musicale che ha fatto dell’ibrido il proprio humus primordiale, la propria traccia organica più fertile. In questo contesto, il panorama scandinavo è da sempre e ancora oggi tra i più prolifici in termini di mentalità musicale aperta, allergica ai preconcetti e desiderosa di tracciare nuovi limiti solo per il gusto di superarli. Bugge Wesseltoft da Porsgrunn, contea di Telemark, Norvegia, classe 1964, di questo nu jazz è alfiere tra i più emblematici, pianista capace come pochi altri di fondere la tradizione jazz con elementi di musica elettronica e soul. Figlio d’arte (il padre è il chitarrista Erik Wesseltoft), Bugge è ospite il 6 giugno al Teatro La Fenice dell’edizione estiva del Venezia Jazz Festival, con una rilettura completamente solistica di Am Are, capitolo più recente di una serie di lavori iniziata nel 2007. Pubblicato nel marzo 2025, il quinto album di questo ciclo vede la partecipazione di numerosi e illustri ospiti, ciascuno coinvolto in una o due composizioni. Nel contesto live, questi materiali vengono rielaborati in un viaggio musicale intimo e personale, affidato esclusivamente al pianoforte e all’elettronica di Wesseltoft. Un lavoro che attraversa generazioni e stili, esplorando texture sonore che mettono al centro il valore della comunicazione e dell’interazione umana, anche quando la musica si fa profondamente solitaria.
ENG Nu jazz emerged in the 1990s as a further hybrid of a genre rooted in fusion, with Scandinavia becoming one of its most fertile scenes thanks to an open, boundary pushing musical mindset. Norwegian pianist Bugge Wesseltoft stands as a key figure of this movement, blending jazz tradition with electronics and soul. On June 6 at Teatro La Fenice, he presents a solo reinterpretation of Am Are, transforming its collaborative material into an intimate journey for piano and electronics, centred on communication and human connection.
Bugge Wesseltoft
6 giugno Teatro La Fenice www.venetojazz.com

Funk, rap, classica, musica mediterranea e bop sfrenato. In Fatata di Andrea Sabatino, pubblicato lo scorso gennaio, tutto questo convive senza scatenare contrasti, anzi facendo esaltare le rispettive particolarità come un prisma attraversato dal sole.
Il 25 giugno al Teatro La Fenice Sabatino, trombettista allievo di Fabrizio Bosso, porta un album pubblicato dall’etichetta indipendente Encore Music, definito dall’illustre collega Paolo Fresu «Un ottimo lavoro pieno di bella musica, di idee, di visione e di passione. Vi si percepisce un bisogno di indagine e di cambiamento», come recitano le note di copertina.
Concepito nel solco del jazz contemporaneo, in cui confluiscono varie declinazioni stilistiche che spaziano dal jazz moderno alla musica mediterranea, dal funk a echi di musica colta, con l’elettronica a caratterizzare il sound del gruppo, Fatata è un progetto estremamente interessante. Con questo lavoro Andrea Sabatino si spinge verso territori sonori e stilistici molto diversi rispetto all’ambito del jazz più tradizionale che il musicista salentino ha frequentato negli ultimi anni. Fatata rappresenta un concreto punto di svolta nel percorso artistico del jazzista pugliese, che crea una sapida commistione di groove, travolgente energia comunicativa, innovazione e profonda ricerca melodica, armonica, ritmica e timbrica.
ENG Trumpeter Andrea Sabatino’s latest release, Fatata (lit. ‘enchanted’) fuses funk, rap, classical music, Mediterranean sounds and high energy bop into a cohesive, prism like whole. Presented on June 25 at Teatro La Fenice, the album marks a bold stylistic shift for the Bosso protégé. Blending contemporary jazz with electronics, groove and deep melodic research, Fatata is praised as a turning point defined by innovation, expressive power and a clear drive for artistic exploration.

Il nuovo progetto del pianista e compositore friulano Glauco Venier arriva alla Fenice il 19 giugno per l’edizione estiva di Venezia Jazz Festival. Mirko Cisilino alla tromba, Alessio Zoratto al contrabbasso e Marco D’Orlando alla batteria formano il Quartetto Nuovo, ensemble di giovani e talentuosi musicisti friulani legati a Venier anche dalla provenienza geografica. In scena composizioni originali: un fresco e coinvolgente miscuglio di melodie e ritmi che mette in risalto le singole personalità artistiche del gruppo. Glauco Venier esordisce come musicista nella classica prima e nel jazz successivamente, condividendo il palco nella sua carriera quarantennale con musicisti del calibro di Paolo Fresu, Enrico Rava, Fabrizio Bosso e molti altri. Dopo il diploma in Conservatorio studia in America ed inizia la sua intensa carriera artistica. Ha collaborato con alcuni dei più importanti esponenti del jazz mondiale. Innumerevoli le sue presenze a concerti sui palcoscenici di mezzo mondo. Insieme a Norma Winstone ha inciso quattro cd per la prestigiosa etichetta ECM e uno con Universal, vincendo una candidatura ai Grammy Awards. Con la Winstone si è esibito in teatri come il Musikverein di Vienna, il Barbican di Londra, l’Olympia di Parigi, la Fenice di Venezia e in alcuni dei festival più rilevanti, come il London Jazz Festival. ENG Glauco Venier brings his new project to the Fenice Theatre on June 19 for the summer edition of the Venice Jazz Festival. The Quartetto Nuovo unites young local talents in a set of original compositions that highlight each musician’s voice. Venier, trained in classical music before turning to jazz, has spent four decades performing worldwide with major artists. His long collaboration with Norma Winstone, including several ECM recordings and a Grammy nomination, has taken him to leading venues such as the Musikverein, the Barbican, the Olympia and Fenice.
Glauco Venier 4tet
19 giugno Teatro La Fenice www.venetojazz.com

Tra gli innumerevoli stili musicali sviluppati in Brasile, il samba è di sicuro quello che meglio rappresenta la varietà culturale di questo Paese. Il perfetto mix tra influenze africane, europee e native brasiliane ha portato in dote a questo genere fascino, sensualità, grazia melodica e raffinatezza armonica, rinnovando uno stile espressivo che ha attraversato le epoche resistendo alle mode, anche arricchendole dei propri contributi.
Da Heitor Villa Lobos in poi, il violoncello poi è diventato una delle icone musicali del Brasile. L’incredibile somiglianza del suo suono con la voce umana, la sua naturale flessibilità tra articolazioni oscillanti e pura poesia, fanno sì che questo strumento, di origine europea, assuma un’identità molto brasiliana, amato e utilizzato come mezzo espressivo peculiare da grandi compositori brasiliani. Combinando tutti questi elementi, il violoncellista, compositore, arrangiatore, direttore e produttore brasiliano Jaques Morelenbaum, ospite del Venezia Jazz Festival il 27 giugno allo Squero di San Giorgio, offre una visione panoramica della samba interpretando composizioni di Dorival Caymmi, Jacob do Bandolim, Antonio Carlos Jobim, Newton Mendonça, Carlos Lyra, João Gilberto, Caetano Veloso, Gilberto Gil e altri, in un imperdibile concerto a pelo d’acqua. ENG Brazilian samba embodies the country’s rich cultural diversity, blending African, European and Indigenous influences into a style marked by sensuality, melodic grace and harmonic refinement that has endured across generations. Since Heitor Villa Lobos, the cello, whose sound closely resembles the human voice, has become a distinctive instrument in Brazilian music. Bringing these elements together, renowned cellist, composer and producer Jaques Morelenbaum offers a poetic overview of samba at the Venice Jazz Festival.





A soli trentaquattro anni, Dobrawa Czocher ha già una carriera musicale di tutto rispetto. E il concerto del prossimo 7 giugno per il festival Amaranta alla Fenice non sarà nemmeno la sua prima volta a Venezia, avendo calcato nel marzo 2024 per la rassegna di Veneto Jazz Nu Fest il palco del Fondaco dei Tedeschi, in quella occasione portando al pubblico l’album di debutto dall’emblematico titolo Dreamscapes. La violoncellista polacca faceva già intendere allora di voler espandere lo spettro del suono dello strumento, oscillando tra musica classica e contemporanea, in un viaggio nell’inconscio, esplorando attraverso il suono la ricchezza mistica della fantasia. Dopo aver conseguito la laurea in due prestigiose università musicali – l’Università di Musica Chopin di Varsavia e la Hochschule für Musik di Detmold – è diventata membro della Junge Deutsche Philharmonie e in seguito primo violoncello della Neue Philharmonie di Berlino e solista della Szczecin Philharmonic.
Durante quegli anni impegnativi, Czocher ha acquisito una profonda conoscenza del repertorio classico e si è distinta come violoncellista di punta. Tuttavia, è stato insieme all’amica e pianista polacca Hania Rani che Czocher si è avventurata per la prima volta nella composizione. Il primo progetto di collaborazione del duo, Biała flaga, ha cambiato davvero la prospettiva della musicista, attirando l’attenzione della critica all’estero.
Oltre all’evidente abilità tecnica della Czocher con il violoncello, che ha sviluppato fin dall’età di sette anni, è la naturalezza con cui mescola la musica filarmonica con approcci più alternativi alla registrazione e al
suono che hanno davvero catturato l’immaginazione del pubblico. Kety Fusco, ospite della rassegna musicale il 15 giugno, con due lauree magistrali in arpa classica e un’ampia esperienza in orchestre e ensemble, ha trasformato la sua solida formazione accademica in un trampolino di lancio per l’esplorazione personale e artistica, intraprendendo un percorso radicale di innovazione sonora. La sua carriera è costellata da presenze su prestigiosi palchi internazionali, con l’onore di esibirsi al Montreux Jazz Festival e alla celebre Notte della Taranta, uno dei più importanti festival di musica tradizionale d’Europa, sotto la direzione artistica di Dardust e al fianco di Stromae, consolidando ulteriormente il suo status di artista di rilievo sulla scena internazionale. ENG Thirty four-year-old Dobrawa Czocher is one of the most striking new voices in contemporary cello performance. Returning to Venice on June 7 for the Amaranta Festival at the Fenice Theatre, she first appeared in the city in 2024 with Dreamscapes, revealing her desire to expand the cello’s sonic spectrum between classical and contemporary languages. Trained in Warsaw and Detmold, she became a leading player in major European orchestras before turning to composition with pianist Hania Rani, a collaboration that reshaped her artistic path. Her blend of technical mastery and experimental recording approaches has captivated audiences. On June 15, the festival will host harpist Kety Fusco, who transformed her rigorous classical training into a radical exploration of sound. With performances at Montreux Jazz Festival and La Notte della Taranta alongside artists like Stromae, she has established herself as a bold, innovative presence on the international scene.
PIAZZA SAN MARCO

Ricordo ogni momento di quella sera a Marostica, il 21 luglio 2022. Una Piazza degli Scacchi piena in ogni ordine di posto per il ritorno sulle scene di Riccardo Cocciante, di diritto tra i grandi cantautori della musica italiana, tout court Il francese non è utilizzato a caso, per descrivere un musicista che la Francia ci ha artisticamente ‘conteso’, nato a Saigon da madre francese, appunto, ma legato alla storia della musica italiana da canzoni che ancora oggi non sbiadiscono e al contrario vivono di luce nuova, riarrangiate dall’artista stesso o da colleghi che con rispetto si avvicinano al suo repertorio.
Quella sera non fece eccezione, i capolavori furono regalati tutti al pubblico senza risparmiarsi, cosa che di sicuro si ripeterà in uno degli eventi più attesi dell’estate musicale italiana: il 25 giugno ecco Riccardo Cocciante in Piazza San Marco, luogo che nelle ultime estati ci ha regalato occasioni memorabili di intrattenimento musicale live con Paolo Conte, Patti Smith, Ludovico Einaudi e Jean-Michel Jarre, solo per citarne alcuni.
E se il suo immortale Era già tutto previsto datato 1975 è stato simbolo musicale del film di Sorrentino Parthenope del 2024, non si contano le canzoni che, prerogativa dei capolavori, hanno attraversato gli anni per arrivare ad oggi più fulgenti che mai. Una vena creativa che non poteva esaurirsi nel ‘solo’ cantautorato, come ha dimostrato e dimostra ancora il successo planetario riscosso da Notre-Dame de Paris, spettacolo musicale scritto da Luc Plamondon con musiche composte da Cocciante, tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo e rappresentato per la prima volta a Parigi nel 1998. Davide Carbone
Riccardo Cocciante
25 giugno Piazza San Marco
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A guardar bene, si potrebbe pensare che Andrea Bocelli nella sua carriera abbia confezionato, in maniera magari incoscia, dei concerti dal vivo su misura per la città di Venezia. Questo perché la sua carriera, misto equilibrato di lirica e pop, con venature di grande musica contemporanea e colonne sonore, rispecchia fedelmente le anime sonore che da sempre a Venezia convivono, più che pacificamente. Il prossimo 27 giugno in Piazza San Marco, data di punta dell’estate musicale cittadina in buona compagnia di Riccardo Cocciante e Claudio Baglioni, Andrea Bocelli arriva per festeggiare il trentennale di Romanza, album capace di vendere oltre 20 milioni di copie nel mondo grazie a tracce come Con te partirò, I l mare calmo della sera, Vivo per lei e Miserere : canzoni che molto semplicemente hanno fatto la storia della musica e riescono a non sfigurare accanto ad arie immortali del patrimonio lirico italiano. Quella lirica che ha costituito il nodo gordiano della carriera di Andrea Bocelli, grazie a capacità vocali straordinarie e altrettanto straordinarie capacità intuitive di Caterina Caselli, che con la sua etichetta Sugar confeziona nel 1997 Viaggio italiano, progetto realizzato con la Moscow Radio Symphony Orchestra che comprende arie di Puccini, Schubert, Verdi e Donizetti.
«Mi sono sempre fidato di quello che il destino ha preparato per me: – racconta il cantante – da ragazzo sognavo di poter vivere con la musica, e il sogno più grande era essere accompagnato da un’orchestra. Posso dire che la realtà ha superato i sogni».
Daniele Pennacchi
Andrea Bocelli
27 giugno Piazza San Marco
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Se si sceglie Venezia come prima tappa di un tour, si firma una dichiarazione di intenti che in pochi sono poi in grado di soddisfare. Claudio Baglioni arriva a Piazza San Marco non per una, ma addirittura per due date consecutive il 29 e 30 giugno, chiudendo una settimana memorabile per la musica italiana e il capoluogo lagunare, visti i concerti in analoga sede di Cocciante prima (25) e Bocelli poi (27).
Nell’ambito del Festival della Bellezza, Venezia è la prima delle quaranta tappe del Grand Tour LA VITA È ADESSO, il progetto musicale dal vivo che celebra i quarant’anni dell’album più venduto di sempre in Italia, pubblicato l’8 giugno 1985 e capace di segnare un’epoca di musica e di costume. In questo Grand Tour Claudio Baglioni – accompagnato dall’intera formazione di venti musicisti e coristi, che ha registrato la nuova edizione di La vita è adesso, il sogno è sempre – interpreta per la prima volta l’album nella sua interezza, unitamente all’esecuzione dei più grandi successi che hanno costellato i suoi sessant’anni anni di carriera, facendolo entrare di diritto nella galleria dei grandi cantautori italiani contemporanei.
La visione artistica dei concerti che compongono la tournée richiama lo spirito dei Grand Tour, i lunghi viaggi d’istruzione e formazione che, a partire dal XVIII secolo, artisti, intellettuali e giovani aristocratici europei intraprendevano per accrescere la propria conoscenza dell’arte, della cultura e della bellezza del continente, con l’Italia come meta privilegiata.
Davide Carbone
Claudio Baglioni
29, 30 giugno Piazza San Marco www.veneziaunica.it
I remember every moment of that evening in Marostica, July 21, 2022: a full Piazza for Riccardo Cocciante’s return to the stage. Cocciante was born in Saigon to a French mother and long contested artistically by France, yet remains firmly embedded in Italian musical history through songs that have not faded but have been renewed by his own rearrangements and respectful reinterpretations by colleagues. That night he gave the audience his masterpieces without restraint, a generosity he’ll likely repeat in one of the summer’s most anticipated events: Cocciante in Piazza San Marco on June 25, joining a roster of recent memorable Venice performances. His 1975 classic “Era già tutto previsto” regained prominence as a symbol in Paolo Sorrentino’s 2024 film Par thenope, but many of his songs have endured and shone brighter over time. Cocciante’s creative scope extends well beyond the singer-songwriter form: his global success with Notre-Dame de Paris, the musical with lyrics by Luc Plamondon and music by Cocciante based on Victor Hugo’s novel, premiered in Paris in 1998 and established his international stature.
Andrea Bocelli’s career, an artful balance of opera and pop, contemporary composition, and film scores, seems almost tailor-made for Venice, a city where these musical strands have long coexisted. On June 27 in Piazza San Marco, Bocelli will celebrate the 30th anniversary of Romanza, an album that sold over 20 million copies worldwide and produced enduring songs such as Con te partirò, Il mare calmo della sera, Vivo per lei, and Miserere. These tracks have become part of music history and sit comfortably beside Italy’s operatic legacy, an artistic path enabled by Bocelli’s remarkable vocal gifts and the vision of Caterina Caselli at Sugar Records, who in 1997 produced Viaggio italiano with the Moscow Radio Symphony Orchestra, featuring arias by Puccini, Schubert, Verdi, and Donizetti. Bocelli himself reflects that he trusted fate; as a young man he dreamed of living by music and of performing with an orchestra, dreams that, he says, reality has surpassed.
Choosing Venice as the first stop of a tour signals a high artistic ambition few can fulfill. Claudio Baglioni will perform not once but twice in Piazza San Marco on June 29 and 30, capping a remarkable week for Italian music in the lagoon city that begins with Cocciante and Bocelli. As part of the Festival della Bellezza, Venice launches the forty-date Grand Tour LA VITA È ADESSO, which celebrates the 40th anniversary of Baglioni’s best-selling album, released June 8, 1985. For this tour, Baglioni, backed by twenty musicians and vocalists who recorded a new edition of La vita è adesso, will, for the first time, perform the album in full alongside the greatest hits from his sixty-year career, reaffirming his place among contemporary Italian songwriting greats. The tour’s artistic vision evokes the spirit of the historical Grand Tour: long journeys of cultural education pursued by artists and intellectuals since the 18th century, with Italy as an essential destination for encountering art, culture, and beauty.

All’Auditorium Lo Squero, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, jazz e tradizione si fondono in un sound autentico e unico. Il 16 maggio l’eclettico pianista armeno Tigran Hamasyan porta in scena a Venezia un esclusivo concerto per piano solo, a chiudere la rassegna Jazz& di Veneto Jazz.
Sin dal debutto nel 2006 con l’album World Passion l’artista stupisce per la sua originalità: elogiato dalla critica, nei suoi lavori unisce atmosfere mediorientali a groove anni ‘70 e virtuosismi pianistici, che sposando sonorità elettroniche danno vita ad uno stile singolare e attraente.
Il suo è un ipnotico prog-jazz, sofisticato e denso, ma che lascia spazio a rimandi “leggeri”: batterie dal sapore zeppeliano, chitarre distorte degne del migliore acid rock e voci quasi sussurrate. Da fine compositore qual è, Hamasyan ci incanta ancora con il suo ultimo album Manifeste, dove le melodie della tradizione armena e la complessità tecnico-sonora riescono ad interagire tra loro e con il pubblico.
Particolarmente significativa è War Time Poem, contenuta nel suo nuovo disco, che intende offrire una riflessione sulla guerra tramite il ricordo del vissuto dei bambini, nonché di Hamasyan stesso: lo si evince dal contrasto tra brutalità e delicatezza del suono. Non sia, quindi, la definizione ‘matematica’ spesso attribuita alla sua musica una fredda aggettivazione, ma piuttosto un elogio alla complessità della sua ricerca.
Il 16 maggio ecco un’occasione per ascoltare un talentuoso artista in una rielaborazione unica del suo repertorio.
Mattia Porto
ENG At Auditorium Lo Squero on San Giorgio Maggiore Island, jazz and tradition merge into a singular sound. On May 16, Armenian pianist Tigran Hamasyan closes Veneto Jazz’s Jazz& series with an exclusive solo piano concert. Blending Armenian folk melodies with prog jazz, ’70s grooves, electronics and virtuosity, Hamasyan will present music from Manifeste, including War Time Poem, where delicacy and brutality collide in a reflection on memory, war and musical complexity.
Tigran Hamasyan
16 maggio Auditorium Lo Squero, Isola di San Giorgio Maggiore www.venetojazz.com

LP, il formato simbolo dell’album e dell’ascolto, dà il nome alla rassegna musicale del Teatrino di Palazzo Grassi.
Curata da Nicola Di Croce e Francesco Bergamo, docenti del SSH! Sound Studies Hub, Centro Studi sul suono dell’Università Iuav di Venezia, LP - Long Playing torna per la terza edizione con tre appuntamenti dedicati all’ascolto collettivo.
La rassegna offre una selezione di musica sperimentale, modern classical, ambient e altro. Quest’anno per la prima volta, autrici e autori introdurranno i loro lavori con delle lecture performance, alle quali seguirà l’ascolto collettivo degli album in supporti diversi come il CD, il vinile o la musicassetta.
Mercoledì 27 maggio Valentina Magaletti è la protagonista del secondo appuntamento del ciclo di sessioni d’ascolto, dopo quello del 29 aprile in compagnia di Nicola Ratti. Batterista, percussionista e compositrice italo-britannica la cui ricerca musicale abbatte i confini tra rumore e musica, adottando un approccio non convenzionale alle percussioni, le performance della Magaletti si traducono in rituali di ricerca e improvvisazione sonora. Numerose le sue collaborazioni con artisti del calibro di Jandek, Vanishing Twin e Nicolas Jaar.
Tocca poi alla sound designer e compositrice di musica elettronica Francesca Marongiu guidare il terzo appuntamento, mercoledì 3 giugno. L’artista lavora sul rapporto tra suono, memoria e percezione con una forte attenzione all’ascolto atmosferico. Interessata allo studio della voce e alla sintesi sonora, opera con un approccio personale che fonde sensibilità acustica e processi elettronici. I suoi paesaggi sonori sono ambienti e narrazioni immersive.
Mattia Porto
ENG LP, named after the vinyl album format, is the Teatrino di Palazzo Grassi’s music series curated by Nicola Di Croce and Francesco Bergamo of the SSH! Sound Studies Hub at Iuav University, returning for its third edition with three collective listening sessions. Focusing on experimental, modern classical, ambient and related music, this year authors introduce works via lecture-performances followed by collective listening to albums on CD, vinyl or cassette. On May 27 drummer, percussionist and composer Valentina Magaletti – known for blurring noise and music and for collaborations with Jandek, Vanishing Twin and Nicolas Jaar –heads the second session. On June 3 sound designer and electronic composer Francesca Marongiu, who explores sound, memory, voice and immersive atmospheric listening, leads the third.

Ad ascoltare le parole di Alvise Seggi, musicista veneziano che sa assai bene cosa sia la musica dal vivo, la questione sta tutta lì: da curatore della rassegna InOut – Musica in Corte, in programma da aprile a settembre presso gli spazi del District M9 di Mestre, la piacevole ossessione è sempre stata quella di avvicinare il pubblico al live, a pochi metri da chi offre la propria musica al giudizio di chi ascolta, mettendo a nudo la propria anima. Una musica che esce dalle sale, dai teatri, dai tradizionali spazi per un incontro diretto tra artista e pubblico.
«Il successo della prima edizione – spiega Seggi –, ha rafforzato in me la volontà di offrire alla città nuovi spazi e momenti di condivisione, all’interno di un progetto che trae origine tanto dal mio percorso artistico quanto da quello umano. La contaminazione tra esperienze musicali e relazionali continua a rappresentare la cifra distintiva di InOut, che anche in questa edizione si propone di suscitare e stimolare il desiderio della scoperta e della conoscenza, attraverso un’originale esplorazione del mondo affidata a inedite armonie di voci e di suoni».
Il 6 maggio, in Corte Brenta Vecchia, arrivano gli Afroamerindios guidati da Rosa Emilia Dias. La formazione riunisce due musicisti brasiliani e due italiani profondamente legati al Brasile, dando vita ad una narrazione sonora intensa e contemporanea. La musica attraversa tradizioni come candomblé, samba e bossa nova, rielaborate con sensibilità attuale e attraverso l’esperienza internazionale dei musicisti. Il concerto è un racconto fatto di ritmo, voce e spiritualità, dove le percussioni dialogano con la chitarra e il canto, trasformando la memoria in presenza viva. Un percorso musicale che parla di resistenza, identità e bellezza, capace di trasportare il pubblico in un viaggio profondo e coinvolgente. Due settimane più tardi tocca al trio Divo, che rende omaggio alle più grandi voci maschili italiane attraverso la storia musicale del Paese, dallo swing al cantautorato. Giugno si apre il 10 con Sam & The Goodfellas, un quartetto che esplora il linguaggio del neo-soul contemporaneo con un approccio sonoro minimale, omaggiando icone come Erykah Badu e D’Angelo. Il 24 giugno, lo Stefano Volpato Project mescola l’energia e il groove della black music con testi in lingua italiana, in una sintesi originale tra tradizione afroamericana e sensibilità lirica nazionale.
InOut – Musica in Corte 6, 20 maggio; 10, 24 giugno M9 District-Mestre www.m9museum.it

Si intitolano Lagunaria e La ballata del ladro Kociss i due dischi del polistrumentista e cantautore veneziano Giovanni Dell’Olivo, ora disponibili su tutte le principali piattaforme online, a partire da Spotify ed Apple Music. Due album dalle profonde radici veneziane, in cui la tradizione popolare ed il virtuosismo musicale si intrecciano dando vita ad un unicum dall’inconfondibile impatto emozionale.
Il primo, Lagunaria, approda sul web esattamente 18 anni dopo la sua realizzazione. In questo disco Dell’Olivo ha voluto mettere a sistema brani tratti dal Canzoniere Popolare Veneto e pezzi scritti da lui stesso su testi popolari inediti che non conservavano traccia della musica che li accompagnava in origine. Un lavoro da cui è nato e si è sviluppato il progetto di metissage musicale e culturale delle tradizioni del Mediterraneo promosso dall’artista e dal Collettivo di Lagunaria, un gruppo di musicisti “a geometrie variabili” accomunati dalla passione per la musica etno-popolare in tutte le sue possibili combinazioni e interazioni. In Lagunaria, registrato nel 2008 negli studi Magister Recording Area di Preganziol da Andrea Valfrè, hanno suonato, oltre a Giovanni Dell’Olivo (chitarra, bouzouki, oud e voce), Alberto D’Este (pianoforte), che è stato anche il co-arrangiatore principale dei brani, Alvise Seggi (contrabbasso), Giovanni Natoli (batteria), Alessio Benetti (percussioni) e Sandra Mangini (voce). Sono passati invece 15 anni dalla prima uscita de La ballata del ladro Kociss, il lavoro che Dell’Olivo ha tratto dall’omonimo suo spettacolo di teatro canzone sulla vita e la morte del bandito veneziano Silvano Maistrello, per la regia di Gianni De Luigi, online dal 25 aprile. Lo spettacolo fu accolto a Venezia con grande favore e clamore, suscitando in quegli anni un dibattito acceso, e fu seguito dalla realizzazione di un libro, pubblicato da Milieu Edizioni e scritto a quattro mani dall’autore con Roberto Bianchin. Allegato al libro c’era il cd con le canzoni originali dello spettacolo, composte prevalentemente da Dell’Olivo con qualche cameo tratto dalla tradizione del Canzoniere Popolare. Ad eseguirle, insieme all’autore, Alvise Seggi (contrabbasso), Stefano Ottogalli (chitarra), Walter Lucherini (fisarmonica), Jimmy Weinstein (batteria). Le voci sono quelle di Serena Catullo e degli attori dello spettacolo Ilaria Pasqualetto e Giacomo Trevisan.

Ormai nello scandagliare il panorama sonico della stagione musicale italiana, il nome di Mestre risuona con sempre maggiore frequenza tutto l’anno, non solo durante i mesi estivi come la consuetudine ci aveva abituato.
I tempi delle convention oceaniche a Parco San Giuliano sono inevitabilmente alle spalle e fanno parte un passato a cui guardare con nostalgia non fine a se stessa, ripensando a quello che è stato senza rinnegarlo, ma semplicemente come espressione del potere sempiterno del momento live, unico e irripetibile, scolpito nella memoria a distanza di anni.
Percorrendo questo solco, la stagione estiva del Parco Bissuola risponde all’appello portando nell’arco di un mese, dal 19 maggio al 15 giugno, cinque diversi protagonisti della scena italiana, ognuno narratore di una storia degna di essere raccontata ed ascoltata. Simbolo di una dimensione più raccolta e intima, il Teatro del Parco accoglie il 19 maggio Michele Bravi, che nel corso degli anni ha dato forma a un’identità musicale ben riconoscibile, distinguendosi per la cura dei testi, la ricerca vocale e l’impegno nel raccontare le fragilità del presente, con particolare attenzione a quelle legate all’adolescenza e alla salute mentale.
Dall’11 al 15 giugno con BLive Summer, si lascia il Teatro per spostarsi al Parco con quattro serate affidate ad altrettanti artisti da
Bissuola Live | BLive Summer 19 maggio; 11, 12, 13, 15 giugno Parco Bissuola-Mestre www.comune.venezia.it
tempo al centro del panorama italiano.
Ad aprire le grandi date estive giovedì 11 giugno ecco Noemi, che dopo un 2025 straordinario ai vertici delle classifiche con il singolo Bianca, torna dal vivo con un tour che promette un’esperienza allo stesso tempo intima e potente, capace di esaltare la sua inconfondibile voce graffiante e la sua energia interpretativa, attraverso una serie di hit che hanno caratterizzato la sua intera carriera. Nek è atteso al Parco il giorno successivo: il concerto fa parte del tour Nek Hits Live, un viaggio lungo oltre trent’anni di successi riarrangiati in una veste essenziale e diretta. Sul palco si presenta con la formazione Power Trio, accompagnato da Emiliano Fantuzzi alla chitarra e Luciano Galloni alla batteria, per un live dove l’essenza del suono è protagonista assoluta. In scaletta i brani che hanno segnato la sua carriera, da Laura non c’è a Fatti avanti amore
La rassegna prosegue sabato 13 giugno con Arisa, reduce dal successo di Sanremo con il brano Magica Favola, che l’ha vista tra i cinque finalisti in gara. Oltre ai grandi classici come Sincerità e La notte, Arisa presenta per la prima volta dal vivo i brani del nuovo album Foto mosse, uscito il 17 aprile. Uno spettacolo che segna un nuovo capitolo della sua carriera, unendo sensibilità interpretativa e nuove sonorità inedite.
A chiudere il cartellone il 15 giugno è Francesco Gabbani, che porta sul palco il talento di un polistrumentista capace di restituire energia e spessore in egual misura, sigillo ideale per una rassegna che, serata dopo serata, ha saputo declinare il live nella sua forma più autentica.



Remue Ménage 1/7
Fratelli dalla Via 2/7
OPV/Musica per i reali fuochi d’artificio 6/7
Chiara Frigo - Zebra 9/7
Xhuliano Dule 11/7
Daniele Albanese 14/7
Davide Enia 16/7
Giovanni Andrea Zanon/Tony Siqi Yun 17/7
Paolo Angeli 18/7
Garlitsky Quartet 20/7
Anagoor/Luca Altavilla 23/7
Anagoor 24/7
Paolo Fresu/Kind of Lives 26/7
Antonii Baryshevskyi 27/7
Mirko Artuso/Paolo Malaguti 28/7
Ayelen Parolin 29/7
Peppe Servillo/Fabrizio Bosso 30/7
Andrea Pennacchi/Massimo Carlotto 31/7
Bacàn/Diego Dalla Via 1/8
Enrico Ianniello/Pau Mirò 2/8
Stivalaccio Teatro 3/8
Opv/Coro Lirico Live 4/8
Eliot Quartett 5/8
Roberto Zappalà/Munedaiko 7/8
Roberto Zappalà/Ramin Bahrami 9/8
Daniele Martinelli 10/8
Mk 11/8
Circo El Grito/ Duo Kaos 3-4-5-6/9
Zenzero e Cannella 10-11/9
Collettivo 6tu 12-13/9

Invitato da Carlo Conti a partecipare all’ultimo Festival di Sanremo, tritacarne mediatico e musicale con il quale è sempre complicato relazionarsi, Tiziano Ferro è salito sul palco dell’Ariston lo scorso 24 febbraio lasciando nei camerini il personaggio, per presentarsi al pubblico come il ragazzo arrivato al successo venticinque anni fa, sulle note di quella Xdono lanciata originariamente nel 2001 proprio durante una puntata di Domenica In condotta da Conti, legando indissolubilmente il successo dei due.
Sul palcoscenico, impegnato in un medley di televisiva fruizione, Tiziano Ferro ha ritrovato il proprio pubblico trasmettendo anche a chi non fosse presente all’Ariston la voglia matta da parte di un artista di fare quello che gli riesce meglio: parlare di se stesso attraverso le canzoni, trovare le parole per esprimere i propri sentimenti e scoprirsi non da solo, ma parte di un meccanismo collettivo, da condividere.
Tiziano Ferro sceglie di festeggiare questo anniversario tornando dove la sua storia live ha raggiunto le dimensioni più spettacolari: gli stadi. Il cantautore di Latina ha annunciato una nuova tournée per l’estate 2026, dieci concerti tra maggio e luglio che attraversano l’Italia intera, da nord a sud, passando per città simbolo e grandi palcoscenici, arrivando all’Euganeo di Padova il prossimo 18 giugno.
Un ritorno, questo, che giunge dopo anni di trasformazioni personali e artistiche, di collaborazioni con autori e musicisti che hanno arricchito il suo linguaggio e di un nuovo brano, Cuore rotto, pubblicato a settembre 2025, che ha immediatamente scalato le classifiche.
Che Tiziano Ferro sia uno dei cantautori più influenti della sua generazione è un dato ormai conclamato: il suo percorso intreccia scrittura autoriale, produzione per altri artisti, lavoro sulle lingue (italiano, spagnolo, inglese, portoghese, francese) e una presenza internazionale rara per un artista italiano.
L’impronta è duplice: da un lato il cantautore-pop capace di concepire melodie che resistono al tempo; dall’altro il professionista di studio che rifinisce arrangiamenti, timbri e incastri di voci con una cura quasi ingegneristica, come dimostrano gli album prodotti o co-scritti per colleghi italiani e iberico-latini.
Con Cuore rotto, Tiziano Ferro inaugura una fase completamente nuova della sua carriera, grazie a un brano che porta la firma dei produttori Marz e Zef, insieme a Marco Sonzini, e introduce un sound più contemporaneo, in equilibrio tra introspezione e pop moderno. È stato scritto a Los Angeles, durante un periodo particolarmente delicato della vita di Ferro, segnato dalla separazione dall’ex marito Victor Allen. L’artista ha raccontato di aver composto la canzone quasi per caso, in una stanza d’hotel, in un momento di solitudine che si è trasformato in urgenza creativa: parole e musica sono nate di getto, diventando immediatamente la prima versione del pezzo.




53 milioni di dischi venduti, 608 canzoni incise con oltre 230 collaborazioni, 4217 concerti in Italia e 426 all’estero. Gianni Morandi alla Kioene Arena di Padova il prossimo 4 maggio porta in dote una carriera irripetibile e la voglia di festeggiarla assieme ai 60 anni del brano C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, scritto nel 1966 da Franco Migliacci e Mauro Lusini, sicuramente il più rappresentativo e importante della sua storia professionale. Nella scaletta di questo e altri concerti in tutta Italia ci sarà spazio sia per questo capolavoro che per il nuovo singolo Monghidoro – scritto per lui da Lorenzo Jovanotti – assieme ai grandi classici del suo repertorio, ancora tramandati di generazione in generazione.
4 maggio Kioene Arena-Padova
Da sei decenni protagonista indiscussa della canzone italiana, anche grazie a una personalità anticonformista, libera e sempre all’avanguardia, Patty Pravo ha stravolto i canoni relativi all’interpretazione femminile in Italia. La peculiare timbrica bassa e sensuale, le provocazioni e gli eccessi l’hanno resa un’icona di trasgressione. Artista raffinata e innovativa, ha sempre seguito ostinatamente il suo intuito musicale, esplorando generi musicali diversi tra loro, in un’evoluzione canora ed estetica costante che le ha permesso di restare sempre sulla cresta dell’onda, vendendo più di 100 milioni di dischi. Al Geox porta l’ultimo album, Opera, di cui a Sanremo ha presentato il brano omonimo.
14 maggio Gran Teatro Geox-Padova
Il 18 maggio Tredici Pietro sale sul palco del Gran Teatro Geox di Padova per una tappa del suo Non Guardare + Giù Tour. L’appuntamento è alle ore 21 e promette un live intenso, capace di unire energia e momenti più riflessivi grazie al suo rap d’autore. L’artista porta dal vivo i brani più recenti insieme ai pezzi che lo hanno fatto conoscere al pubblico, costruendo un set coinvolgente e molto diretto. La formula del posto unico in piedi rende poi l’esperienza ancora più dinamica, permettendo ai fan di vivere il concerto da vicino. Un evento atteso, che conferma la crescita di Tredici Pietro nella scena musicale italiana.
18 maggio Gran Teatro Geox-Padova
Fedelmente capitanati da Riccardo Zanotti, i Pinguini Tattici Nucleari a Bibione il 4 giugno portano la data zero di un tour estivo che li vede esibirsi in diversi stadi italiani, inanellando sold out. Melodie che entrano subito nella memoria, riferimenti generazionali al cui richiamo è impossibile resistere, ironia e piccoli dettagli della vita quotidiana li hanno resi dall’inizio della loro fulminante carriera un riferimento per Generazione Z e Millennials italiani. Amicizia, amore e crescita personale sono le tematiche principali di brani diventati già classici come Ringo Starr, Pastello bianco e tanti altri, tutti regolarmente in scaletta per un concerto tra i più attesi della fremente stagione estiva.
4 giugno Stadio Comunale-Bibione


Piace da quasi sempre conferire a destra e pure a manca il titolo di ‘band seminale’ a decine e decine di formazioni che nella storia del rock hanno, per l’appunto, segnato direzioni, percorsi in cui poi fiumi e fiumi di gruppi a venire, solcandoli, ne hanno preso più o meno degnamente il testimone. Poi, a guardare bene, setacciando a dovere queste liste di eletti, finisci per isolarne una manciata sparuta tra quelli che veramente hanno influenzato il sound, o l’attitudine, o anche solo la presenza scenica di generazioni e generazioni di rocker. Da Elvis ai Beatles, da Dylan a Bowie, dai Led Zeppelin ai King Crimson, dai Clash ai Pixies, dai Primal Scream ai Radiohead, andando di sottrazione non saranno più di 15, 20 le band e i musicisti che si possono davvero considerare autentici precursori di generi e movimenti che poi segneranno la storia del rock. Ve ne sono pochissimi, decisamente ancor meno, che davvero poi hanno in netto e deciso anticipo nei tempi “visto” traiettorie davvero precluse a tutti gli altri, e quindi spesso incomprese all’atto del loro primo, almeno, definirsi. Nel cosiddetto art-rock, definizione che fatico a digerire e che però, per praticità, si usa per definire quell’indie rock che dà del tu alla sperimentazione, alla ricerca di lati inesplorati e non di rado oscuri del fare e vivere musica e storie, ciò, per intendersi, che trova dighe compatte nel mainstream anche alternativo, in quel rock, insomma, che fa della contaminazione, dell’ibridazione con altre forme espressive una delle sue cifre identitarie, beh, di band davvero seminali si contano sì e no sulle dita di una mano. Tra tutte due nomi vengono subito in mente, senza se e senza ma due autentiche gemme della galassia indie newyorchese: i Velvet
Underground e i Talking Heads. Sui primi è inutile soffermarsi più di un attimo qui, dato che è noto ai più che davvero tutta la musica indipendente dall’atto del loro scioglimento in poi ha dovuto con loro, e con piacere, fare i conti. Dei secondi sarebbe altrettanto superfluo star qui a spiegare il perché e il per come la new wave più radicale, il post punk più crossover, una certa stessa world music in chiave urbana non sarebbero mai divenuti “generi”, per l’appunto, autenticamente seminali se questa band alla fine dei 70’s, a partire dal mitico CBGB’s in piena Bowery, non avesse redatto l’alfabeto, la grammatica di questo caleidoscopico pastiche sonico. Sarebbe superfluo, certo, ritornare a sottolineare una cotale eredità artistica non fosse che David Byrne, leader delle teste parlanti, avesse deciso di fare un salto a trovarci, il prossimo 26 giugno a Marostica, per un imperdibile concerto del tour Who Is the Sky?, dall’omonimo titolo del suo ultimo album in studio, a cui hanno contribuito figure del calibro di St. Vincent e Tom Skinner, straordinario batterista jazz londinese già a fianco degli Smile della premiata ditta Yorke/Greenwood. Un lavoro, in collaborazione con il produttore Kid Harpoon, che segue le tracce per così dire quotidianamente ottimistiche, “umanistiche”, del suo precedente album American Utopia. Byrne ci regala una galleria di piccole grandi storie sospese tra lieve humour e profonda riflessione, restituite in un timbro ritmico come sempre pulsante, attraverso il quale gioca con la forma canzone in una sorta di sliding door a tinte cinematografiche. La resa è a dir poco trascinante: come sempre nei suoi incendiari e rutilanti live act, dove mente e corpo ingaggiano una dialettica fitta e serrata in cui non c’è spazio per un vincitore, tutto si intreccia annullandosi in un impasto emotivo di rara intensità. Avete impegni per quella sera? Ogni scusa è buona… Massimo Bran

A Padova ogni anno un parcheggio si trasforma in un luogo vivo, spazio di socialità in cui generazioni diverse si ritrovano per vivere trenta giorni di musica, sport e dibattiti.
In oltre 30 anni di attività, lo Sherwood Festival si è imposto come uno degli eventi musicali più importanti del panorama italiano. Nato nel 1990 come forma di autofinanziamento dell’omonima Radio padovana, attiva già dagli anni ‘70, vedeva protagoniste diverse zone della città, per poi approdare nel 2000 al Park Nord dello Stadio Euganeo di Padova, ora location fissa. Nel corso della sua lunga storia ha ospitato alcuni tra i nomi più importanti del panorama musicale nazionale e internazionale come Manu Chao, The Prodigy, The Offspring e Skunk Anansie. La prossima edizione, la trentaseiesima, promette di essere una delle più intense e partecipate, con un cast di invitati che quest’anno include tra gli altri Mannarino, Salmo, Subsonica e Caparezza. Artisti diversi per linguaggio, pubblico e percorso musicale, ma accomunati dalla capacità di parlare a generazioni differenti e di lasciare un segno nel panorama contemporaneo. Tra gli appuntamenti più attesi spicca anche la tappa del tour dei Litfiba “Quarant’anni di 17 RE”, che vedrà sul palco la band nella formazione storica composta da Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo. Un evento dal grande valore simbolico, che celebrerà uno degli album più iconici del rock italiano. Ma lo Sherwood Festival non è soltanto una rassegna musicale. È soprattutto uno spazio vivo e partecipato, costruito giorno dopo
giorno grazie all’impegno di centinaia di volontari che ne rendono possibile l’esistenza. È proprio questa dimensione collettiva a rappresentare uno degli elementi più distintivi della manifestazione: un progetto culturale che si fonda sulla partecipazione attiva, sul lavoro condiviso e sulla volontà di creare un luogo accessibile, aperto e indipendente. L’accessibilità resta infatti uno dei principi cardine dell’organizzazione. Molti concerti continuano a seguire la formula “Un euro può bastare”, scelta che negli anni si è dimostrata efficace nel favorire la partecipazione del pubblico. Mantenere un prezzo simbolico permette di abbattere le barriere economiche e riaffermare l’idea di cultura come bene comune e condiviso, accessibile a tutti. A rendere unico il Festival è anche la capacità di restare indipendente. In un panorama in cui molte manifestazioni hanno perso la propria identità o hanno dovuto adeguarsi a logiche esclusivamente commerciali, lo Sherwood continua a difendere la propria indipendenza investendo ogni anno in una programmazione ampia e di qualità.
Accanto alla dimensione musicale, il festival porta avanti un’iniziativa legata alla sostenibilità ambientale. Nel 2018 è stata lanciata la campagna “Sherwood Changes For Climate Justice”, primo passo di una strategia volta a ridurre progressivamente l’impatto ecologico della manifestazione.
Lo Sherwood continua così a rinnovarsi senza perdere la propria natura originaria: essere un luogo di incontro, cultura e partecipazione. Un festival che, partendo da un parcheggio, riesce ogni anno a costruire una comunità temporanea ma reale e viva, capace di lasciare un segno ben oltre i trenta giorni della manifestazione.
Mattia Porto

Un suono che vibra tra le pareti storiche della città, capace di trasformare l’ascolto in esperienza fisica e mentale: il mese di maggio del Centro d’Arte dell’Università di Padova si preannuncia come un viaggio immersivo nei territori più audaci della musica contemporanea. Non semplici concerti, ma vere e proprie esplorazioni sonore che interrogano il presente e ridefiniscono i confini tra improvvisazione, elettronica e jazz di ricerca. In un’epoca dominata dalla velocità e dal consumo immediato, il Centro d’Arte continua a offrire uno spazio privilegiato per un ascolto profondo e consapevole, riaffermando il proprio ruolo di riferimento internazionale per la musica d’avanguardia. Il primo appuntamento, in programma il 2 maggio nella suggestiva Sala dei Giganti, vede l’incontro tra Jim O’Rourke e Christian Fennesz, due figure centrali della scena elettroacustica mondiale. La loro collaborazione rappresenta una convergenza di sensibilità artistiche affini: da un lato l’eclettismo di O’Rourke, compositore e produttore capace di attraversare generi e linguaggi con straordinaria libertà; dall’altro la poetica di Fennesz, maestro nell’utilizzo della chitarra elettrica e dell’elettronica per creare paesaggi sonori sospesi tra melodia e rumore. Insieme, i due artisti danno vita a performance in cui il suono si sviluppa come un organismo vivente, fatto di stratificazioni lente, microvariazioni timbriche e improvvise aperture di intensità.
A distanza di poche settimane, il Centro d’Arte accoglie uno dei protagonisti più visionari del jazz europeo: Mats Gustafsson. Il 22 e 23 maggio sono dedicati a un articolato Special Project che mette in
luce la natura proteiforme della sua ricerca artistica. Sassofonista di straordinaria energia espressiva, Gustafsson ha costruito nel tempo un linguaggio personale capace di coniugare la tradizione del free jazz con suggestioni rock, noise ed elettroniche.
La prima serata si sviluppa lungo una doppia traiettoria. Da un lato il duo Rite, in collaborazione con la clarinettista ed elettronica Zoe Pia, esplora un dialogo intimo e sperimentale tra strumenti acustici e manipolazione sonora, dando vita a tessiture timbriche di grande intensità emotiva. Dall’altro, il ritorno dei Fire!, una delle formazioni più rappresentative della scena avant-jazz europea, promette un’esplosione di energia, tra groove ipnotici e improvvisazioni incandescenti che spingono il jazz verso territori psichedelici e materici.
Il giorno successivo è invece dedicato ai Cosmic Ear, progetto recente e visionario che trae ispirazione dall’eredità spirituale e musicale di Don Cherry. In questa formazione, elementi etnici, melodie rituali e improvvisazione collettiva si fondono in un’esperienza sonora che trascende i confini geografici e culturali, evocando un senso di comunità e di trascendenza. La musica diventa così un rito contemporaneo, capace di unire tradizione e sperimentazione in un linguaggio universale.
Questi due poli, il minimalismo elettroacustico di O’Rourke e Fennesz e l’energia multiforme di Gustafsson, delineano con chiarezza la linea curatoriale del Centro d’Arte: una programmazione che rifiuta le etichette e abita le zone di confine tra i generi, promuovendo il dialogo tra differenti pratiche musicali. Non si tratta soltanto di ospitare grandi nomi della scena internazionale, ma di costruire un contesto culturale in cui la musica diventi strumento di ricerca e di riflessione. Alberto Marzari

Trent’anni di grande jazz internazionale in una delle più belle città d’arte in Italia. Un traguardo importante che si lega al centenario della nascita di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, Miles Davis. Con lo sguardo già proiettato verso un’ulteriore fondamentale ricorrenza, il centesimo compleanno di un altro artista che ha cambiato la storia della musica del XX secolo: John Coltrane. In questo triplice orizzonte si muove la 30. edizione di New Conversations – Vicenza Jazz, con la direzione artistica di Riccardo Brazzale, in programma dal 15 al 25 maggio fra il Teatro Olimpico, quello Comunale, l’Abbazia di Sant’Agostino e il Cimitero Maggiore, la Basilica Palladiana e una serie di altri luoghi che ospitano performance e progetti nella consolidata formula del festival diffuso in tutta la città, esteso per la prima volta anche ai dintorni segnati dall’archeologia industriale dell’ex CotoRossi. Makaya McCraven, Barbara Hannigan con Bertrand Chamayou, Mary Halvorson, Uri Caine, Billy Cobham, Joshua Redman, Israel Galvan e Michael Leonhart, Paolo Fresu, Isaiah Collier, Lakecia Benjamin, Savina Yannatou, Roberto Ottaviano con Robert Luft, Pietro Tonolo, Dimitri Espinoza, Neapolis Mantra, Enrico Rava e Fabrizio Bosso sono i protagonisti che animano oltre dieci giorni di programmazione con quattro prime italiane, una produzione speciale del festival, tre progetti multidisciplinari, un’apertura di altissimo profilo al Teatro Olimpico nel segno della musica contemporanea e un concerto di chiusura che sarà una vera e propria festa per
celebrare il genio della tromba jazz. E poi, ancora, performance nei musei e l’Olimpico Jazz Contest, senza dimenticare, come ormai da tradizione del festival, il concerto all’alba e quello di mezzanotte al Cimitero Maggiore.
Respiro internazionale, dunque, con un forte radicamento nel territorio. Nomi altisonanti del panorama internazionale, ma anche una precisa attenzione ai più giovani.
Con il titolo Dalle trombe di Gerico al divino Miles, la trentesima edizione del festival è dedicata a Miles Davis, artista che forse più di ogni altro ha saputo continuamente innovare e portare il jazz – e la musica tutta – dentro la contemporaneità. Miles ha cambiato le sorti del genere più o meno cinque volte: dalla rivoluzione del Bebop al relaxing del Cool Jazz, dalla classicità dell’Hard Bop all’innovazione del ‘modal playing’, sino all’eresia della fusion music.
A tutto questo, che costituisce la densa e articolata programmazione di New Conversations – Vicenza Jazz 2026, si aggiungono una serie di appuntamenti disseminati negli spazi urbani, all’ora dell’aperitivo fino a tarda notte, una miriade di live più intimi ma molto partecipati, che prendono vita in librerie, negozi, ristoranti, caffè e altri luoghi del centro e investendo la citta di un’allegra verve cosmopolita, attraverso i suoni, i ritmi e i colori dell’improvvisazione. Mai come in questa edizione il genere intende gioiosamente mescolarsi alle altre musiche e alle altre arti, non solo quelle performative. Una volta di più per dare ragione alla motivazione con cui l’Unesco istituì l’International Jazz Day: «Il jazz è uno strumento per sviluppare e intensificare gli scambi interculturali e la comunicazione tra culture, ai fini della comprensione reciproca e della tolleranza».
Questa mostra nasce da un’esperienza collettiva che ha coinvolto famiglie vulnerabili, per generare fiducia e aprire nuove prospettive.
Un’opera che integra la natura di un uomo. Malvagia, perversa, raffinata, fantastica, eppure avanza con passo leggero e composto.
Si sono mai uditi sulla scena accenti più tragici, più dolorosi? Friedrich Nietzsche

L’ultima fatica di Georges Bizet, rappresentata per la prima volta all’Opéra-Comique di Parigi il 3 marzo 1875, appena tre mesi prima della morte del compositore, nonché la più celebre e amata del suo repertorio, la Carmen, torna in scena al Teatro La Fenice nell’ambito della Stagione Lirica 2025-26. Carmen, la bellissima zingara protagonista del dramma, è una sigaraia che, per impuro diletto, inizia a sedurre don José, un giovane e onesto brigadiere. In seguito a una rissa, Carmen viene arrestata e José, incaricato di sorvegliarla ma ormai completamente da lei stregato, la lascia fuggire, finendo lui stesso in prigione per aver mancato al dovere. Carmen prende lentamente il controllo totale sul giovane, convincendolo persino a disertare per unirsi alla sua banda. L’idillio amoroso tuttavia non dura a lungo, poiché Carmen già è pronta a tradirlo con Escamillo, avvenente torero. José giura vendetta: e qualche tempo dopo, dinnanzi all’arena di Siviglia, dopo essersi incontrato con Carmen ed essere stato sprezzantemente rifiutato, in un impeto di disperazione egli compirà tale vendetta, pugnalandola a morte nel momento stesso in cui, all’interno dell’arena, Escamillo pugnala il toro tra l’esultanza della folla. A essere proposto sarà l’ormai classico allestimento del regista catalano Calixto Bieito, andato in scena alla Fenice già tre volte tra il 2012 e il 2017, frutto di una co-produzione internazionale con il Gran de Teatre del Liceo di Barcellona, il Teatro Regio di Torino e il Teatro Massimo di Palermo. Tale allestimento, nato al festival di Peralada ed entrato nel repertorio di diversi teatri italiani e spagnoli, benché vincitore del premio Abbiati per la miglior regia vista in Italia nel 2011 in occasione di una rappresentazione, non ha mancato di sollevare critiche. Del resto è inevitabile che vi sia qualche difetto nell’allestire un’opera che, a suo tempo quasi rivoluzionaria dal punto di vista sia musicale che drammaturgico, fece irrompere le tinte fosche e la serietà di materia del naturalismo zoliano nell’opera comica francese allora dominata dallo stile leggero di un Auber (e ricevette per questo le feroci bocciature, quasi unanimi, della critica dell’epoca). Alla riflessione sociale e culturale odierna appare quasi banale, e si presta fin troppo bene a esegesi politicizzanti e moralizzanti, inevitabilmente letta alla luce dei dettami delle tematiche del politicamente corretto contemporaneo. Certo, Bieito non cede a questi troppo facili giochi, ma nel tentativo di portare sulla scena un mondo oscuro, freddo, violento e caotico, una rappresentazione plastica di quella forza dionisiaca che già Nietzsche vedeva nel libretto firmato da Henri Meilhac e Ludovic Halévy, sceglie di ambientare la vicenda in uno scenario surreale, nell’enclave spagnola di Ceuta in Marocco negli anni ‘70. Surreale perché, pur al netto della percezione che uno spagnolo di oggi può avere dell’epoca franchista, tra i molti difetti della Spagna dell’epoca difficilmente si può annoverare quel disordine, civile e morale, che la Spagna aveva conosciuto nei turbolenti anni che precedettero la guerra civile del ’39, e che ci riporta piuttosto a scenari sudamericani, a quei contesti disperati in cui a far da padrone è il degrado. Un contesto forse eccessivamente brutale, eccessivamente sessualizzato, che arriva a esasperare il verismo di Bizet, estraniandolo dalla tradizione dell’opera comica in cui egli comunque volutamente s’inseriva, togliendo ogni residuo letterario alla caratterizzazione dei personaggi positivi (l’amore borghese di Micaela, l’eroicità cavalleresca di Escamillo…), per precipitare anch’essi nell’abisso della corruzione, del vuoto angoscioso che sembra dominare ogni cosa. La Carmen di Bieito viene proposta sul palcoscenico Fenice nel mese di maggio in otto repliche, con la direzione di Francesco Ivan Ciampa e un doppio cast internazionale in alternanza.
Georges Bizet’s Carmen, first performed at the Opéra Comique in Paris on March 3, 1875, a mere three months before the composer’s death, is both his final work and the most famous and beloved of his operas. It returns to the stage of Teatro La Fenice as part of the 2025–26 Opera Season. The drama centres on Carmen, a beautiful and fiercely independent gypsy woman who works in a cigarette factory. For sheer pleasure, she begins to seduce Don José, a young and honest brigadier. After a fight, Carmen is arrested, but José, now completely under her spell and tasked with guarding her, lets her escape. He is imprisoned for neglecting his duty, marking the beginning of his moral and social downfall. Upon his release, José abandons his former life entirely, persuaded by Carmen to desert the army and join her world of smugglers. Their passionate relationship, however, is short lived. Carmen’s desire for freedom and her refusal to belong to anyone lead her to a new lover, Escamillo, a charismatic bullfighter. Consumed by jealousy and despair, José vows revenge. The tragedy culminates outside the bullring in Seville, where Carmen rejects José one final time and is stabbed to death by him, at the very moment when Escamillo triumphs inside the arena amid the cheers of the crowd.
The Fenice Theatre presents the now classic production by Catalan director Calixto Bieito, previously staged there three times between 2012 and 2017. Created as an international co production with major Italian and Spanish theatres, the production premiered at the Peralada Festival and has since entered the repertory of numerous opera houses, winning the Abbiati Prize for Best Direction in 2011, while also provoking significant controversy. Bizet’s Carmen was itself revolutionary at the time, introducing dark naturalistic themes into French opéra comique and shocking contemporary critics.
Avoiding overtly political or moralizing readings, Bieito instead emphasizes the opera’s raw, Dionysian energy, setting the action in a harsh, surreal version of 1970s Ceuta, a Spanish enclave in Morocco. This brutal, hyper sexualized environment amplifies the violence and despair inherent in the story, stripping away romantic idealization and plunging all characters into a landscape of corruption and emptiness. Conducted by Francesco Ivan Ciampa, the production will be presented in eight performances in May, with two alternating international casts.

All’attività concertistica solista come organista e clavicembalista, dalla fine degli anni ‘60 l’olandese Ton Koopman ha accompagnato quella di direttore d’orchestra. Nel 1979 ha fondato l’Amsterdam Baroque Orchestra, a cui si è aggiunto nel 1992 il Coro Barocco di Amsterdam. Con queste due formazioni ha affrontato un vasto repertorio che dal primo Barocco spazia fino al tardo Classicismo, e si è esibito nelle più prestigiose sale da concerto del mondo, come il Concertgebouw di Amsterdam, il Théatre des Champs-Elysées e la Salle Pleyel di Parigi, il Barbican e la Royal Albert Hall di Londra, il Musikverein e la Konzerthaus di Vienna, la Philharmonie a Berlino, il Lincoln Center e la Carnegie Hall di New York. Più volte presente alla Fenice, porta al Malibran un concerto tutto dedicato a Mozart, con l’«Ave verum corpus» mottetto per orchestra in re maggiore kv 618, Messa dell’incoronazione per soli, coro, organo e orchestra in do maggiore kv 317 e la Sinfonia n. 40 in sol minore kv 550. ENG Dutch musician Ton Koopman has paired an international conducting career with his work as an organist and harpsichordist since the late 1960s. Founder of the Amsterdam Baroque Orchestra in 1979 and the Amsterdam Baroque Choir in 1992, he has explored a wide repertoire from early Baroque to late Classicism, performing in major concert halls worldwide. A frequent guest at Fenice Theatre, he now brings to the Malibran a Mozart program featuring Ave verum corpus, the Coronation Mass and Symphony No. 40. 2, 3 maggio Teatro Malibran

Con oltre un quarto di secolo di esperienza e quasi 200 Orchestre dirette in tutto il mondo, John Axelrod si è affermato come uno dei più importanti direttori d’orchestra internazionali della sua generazione, laureatosi ad Harvard nel 1988 e capace di studiare con Bernstein, Musin e Eschenbach, con cui ha debuttato al Festival di Bayreuth come assistente per il Parsifal Il suo repertorio spazia dai classici orchestrali e operistici alla musica contemporanea e crossover, con programmi innovativi e un approccio interpretativo profondo e carismatico, apprezzato da pubblico e critica.
Nel 2020, in piena pandemia, ha creato la piattaforma didattica CMO: Conductors
Masterclass Online che tra settembre e dicembre 2023 ha ospitato la Great Maestros Masterclass Online Series. A Venezia porta un programma comprendente Michael Daugherty ( Route 66 ), Aaron Copland ( Appalachian Spring ) e Charles Ives ( Sinfonia n. 2 ). ENG With more than twenty-five years of experience and nearly 200 orchestras conducted worldwide, John Axelrod is one of the leading international conductors of his generation. A Harvard graduate who studied with Bernstein, Musin, and Eschenbach, Axelrod combines classical, operatic and contemporary repertoire with innovative programming. In 2020 he founded the online educational platform Conductors Masterclass Online. In Venice, he conducts a program including works by Michael Daugherty, Aaron Copland and Charles Ives. 8, 9, 10 maggio Teatro Malibran

Direttore Musicale di Opera Philadelphia dal 2004, Corrado Rovaris collabora regolarmente con le maggiori istituzioni musicali italiane ed estere. All’inizio del 2011 è stato nominato Direttore Musicale e Direttore Principale di Artosphere, festival primaverile annuale presentato al Walton Arts Center in Arkansas. Dopo aver compiuto gli studi musicali al Conservatorio G. Verdi di Milano inizia una carriera che lo porta a collaborare con diverse istituzioni tra le quali il Teatro alla Scala, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, la Fenice di Venezia, il Teatro Regio di Parma, l’Opéra de Lyon. Dopo il debutto ne Il filosofo di campagna di Galuppi si è dedicato principalmente al repertorio barocco. Al Malibran il 19 e 21 giugno lo troviamo alla guida dell’Orchestra del Teatro La Fenice in un programma dedicato a Pastorale d’Été di Arthur Honegger, Tres Tangos di Astor Piazzolla e la Sinfonia n. 38 in re maggiore kv 504 Praga di Mozart. ENG Corrado Rovaris, Music Director of Opera Philadelphia since 2004, collaborates regularly with major Italian and international institutions. Trained at the Milan Conservatory, his career includes Milan’s Scala Theatre, Venice’s Fenice, and the Opéra de Lyon, with a strong focus on Baroque repertoire. On 19 and 21 June at the Malibran, he leads the Orchestra of Teatro La Fenice in a program spanning Honegger, Piazzolla and Mozart’s “Prague” Symphony. 19, 21 giugno Teatro Malibran

Il mito svuotato
Alla Fenice il drammatico contemporaneo di Salvatore Sciarrino Indubbiamente un segno della nuova direzione artistica di Nicola Colabianchi, sempre distintosi per un’attenzione particolare al contemporaneo, è la rappresentazione prevista in cartellone alla Fenice di Venere e Adone di Salvatore Sciarrino, composto per la Staatsoper di Amburgo e al debutto appena tre anni fa, il 28 maggio 2023. Il medesimo allestimento del debutto viene riproposto in occasione delle cinque repliche previste per la fine di giugno sul palco veneziano. L’opera di Sciarrino si configura come un’ardita sintesi musicale e poetica tra tradizione e modernità. Assolutamente tradizionale è il soggetto del libretto, curato dallo stesso Sciarrino e da Fabio Casadei Turroni, che s’ispira alla mitologia classica, ma soprattutto alla sua ricezione barocca, in particolare al monumentale Adone di Giambattista Marino e al Venere e Adone di John Blow, maestro di Purcell e fonte d’ispirazione con questa sua opera per l’Enea e Didone. Del tutto contemporaneo è però il linguaggio impiegato, asciutto ed essenziale, e soprattutto l’epilogo quasi esistenzialista, che sviluppa la piega psicologica già presente nel dramma di Blow per ricondurlo alla riflessione teatrale e metateatrale novecentesca, fino a distruggere il mito stesso (e non casuale è infatti il sottotitolo dell’opera: Naufragio di un mito ). «L’Epilogo richiama in scena la schiera dei personaggi al gran completo – spiega il compositore – ed essi cantano senza mezzi termini: avete assistito a una tremenda storia d’amore. Ma poi chi ha vinto, si domandano, Amore o Morte?». Anche i personaggi vengono riletti in chiave contemporanea e quasi paradossale: «Venere e Adone incarnano la parodia d’ogni umana debolezza. Adone, povero mortale, si rende ridicolo con la spavalderia di un adolescente; in realtà è un giocattolo nelle mani degli dei. Amore stesso, quintessenza di un capriccio spietato, lo compatisce
mentre accetta di mettere una sua freccia fra quelle di Adone. Fra i protagonisti, paradossalmente, il Mostro sarebbe l’unico a mostrare vaghi accenni di sensibilità».
Non meno asciutta del linguaggio del libretto è la musica della partitura, che ambisce a rappresentare la vuotezza del mondo in cui si ambienta la vicenda mitologica; essa tuttavia è tutt’altro che piatta, con soluzioni anche ardite, tra sospiri, sussurri e glissandi, volti a caratterizzare in modo deciso i personaggi, quasi rinnovando i temi dei singoli personaggi che caratterizzavano l’opera romantica, soluzione che pare particolarmente azzeccata di fronte a una trama di questo tipo. Si tratta nondimeno di un impianto drammatico e lirico che, pur con tutte le riserve che il contemporaneo sempre presenta, è stato particolarmente apprezzato dalla critica tedesca e internazionale, e ora sarà per la prima volta al vaglio del pubblico italiano.
Nicolò Ghigi
ENG Salvatore Sciarrino’s Venere e Adone arrives at the Fenice Theatre as a clear sign of Nicola Colabianchi’s commitment to contemporary opera. Premiered at the Hamburg State Opera on 28 May 2023, the work returns in the original production for five performances in Venice at the end of June. Sciarrino’s opera fuses tradition and modernity: the libretto, written with Fabio Casadei Turroni, draws on classical myth and its Baroque legacy, notably Marino’s Adone and John Blow’s Venus and Adonis. The musical and theatrical language, however, is radically contemporary: spare, essential, and culminating in an almost existentialist epilogue that questions whether Love or Death prevails, dismantling the myth itself. Characters are reimagined with ironic modern traits: Venus and Adonis embody human weakness, Adonis a reckless adolescent toy of the gods, while even the Monster shows traces of sensitivity. The score mirrors this vision through an austere yet highly expressive sound world of sighs, whispers, and glissandi. Acclaimed internationally, the opera now meets Italian audiences for the first time.
anni dopo il suo debutto, Musikàmera
intatta la propria vocazione: far risuonare al Teatro La Fenice la voce viva
Vitale Fano – Direttore artistico Musikàmera
Il Quartetto Fauré ha compiuto trent’anni di attività nel 2025, confermandosi come una delle più importanti formazioni cameristiche a livello mondiale. Formato nel 1995 da quattro studenti del Conservatorio di Karlsruhe, l’ensemble composto da Erika Geldsetzer (violino), Sascha Frömbling (viola), Konstantin Heidrich (violoncello), Dirk Mommertz (pianoforte) si è perfezionato a Colonia sotto la guida del Quartetto Alban Berg, vincendo numerosi premi in concorsi internazionali, tra i quali il Deutscher Musikwettbewerb, il Premio Trio di Trieste e il Premio Vittorio Gui. In programma per il doppio concerto musiche di Mozart e ovviamente Faurè, precisamente le sue 4 Melodie e il suo Quartetto n. 1 op. 15. ENG The Fauré Quartet, celebrating thirty years in 2025, remains one of the world’s leading chamber ensembles. Founded in 1995 by four Karlsruhe Conservatory students, they later refined their craft under the Alban Berg Quartet and won major international awards. Their double concert features works by Mozart and Fauré, including his 4 Mélodies and Quartet No. 1 op. 15 18, 19 maggio | Sale Apollinee, Teatro La Fenice
MYRIAM DAL DON
CARLO STENO ROSSI
Il 21 maggio ritorna il repertorio barocco con Myriam Dal Don al violino e Carlo Steno Rossi al clavicembalo, impegnati in musiche di Händel, Bach e Corelli. Diplomata a 17 anni al Conservatorio di Trento con il massimo dei voti e la lode, Myriam Dal Don ha proseguito gli studi al Conservatorio Superiore di Ginevra con Corrado Romano ottenendo il Premier Prix de Virtuositè con menzione speciale di merito. Per 5 anni primo violino solista de “I Solisti Veneti”, perr la Stradivarius ha inciso dal vivo il Concerto di Maderna, Widmung e il Mosè di Paganini nella versione per orchestra d’archi. Carlo Steno Rossi tiene costantemente concerti come solista e continuista con diverse orchestre ed ensemble.
ENG On 21 May, baroque music returns with violinist Myriam Dal Don and harpsichordist Carlo Steno Rossi performing Handel, Bach and Corelli. Dal Don, a prodigy who graduated at 17 with top honours, later earned the Premier Prix de Virtuosité in Geneva and served as solo violin of the Solisti Veneti. Rossi performs widely as both soloist and continuo player with numerous ensembles.
21 maggio | Sale Apollinee, Teatro La Fenice





Sono Chopin e Skrjabin i compositori scelti dalla giovanissima pianista Maya Oganyan, classe 2005 e un curriculum di tutto rispetto e assoluta eccellenza che l’ha vista a 15 anni eseguire opere di Beethoven in Armenia alla presenza del Maestro Riccardo Muti tra il pubblico, e nello stesso anno cimentarsi in un concerto su Mozart per il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella al Quirinale. Si è formata al Conservatorio Benedetto Marcello e ha studiato con Roberto Prosseda, che ne ha elogiato più volte la personalità e le grandi capacità tecniche. A Venezia porta un concerto comprendente, tra gli altri, Scherzo op. 39 n. 3 di Chopin e la Sonata op. 68 n. 9 - Poème op. 32 n. 1 di Skrjabin.
ENG Young pianist Maya Oganyan, born in 2005, presents works by Chopin and Scriabin. Her remarkable career includes performing Beethoven in Armenia before Riccardo Muti at age 15 and playing Mozart at the Quirinale for President Sergio Mattarella. Trained at the Benedetto Marcello Conservatory, she brings to Venice pieces such as Chopin’s Scherzo op. 39 no. 3 and Scriabin’s Sonata op. 68 no. 9. 25 maggio | Sale Apollinee, Teatro La Fenice
L’ensemble vocale The King’s Singers offre al pubblico veneziano un percorso attraverso le loro radici rinascimentali e le più sorprendenti reinvenzioni della close harmony contemporanea esibendosi a Venezia in musiche di Ravel, Poulenc, Saint-Säens e altri. Fondato ufficialmente nel 1968, quando sei neolaureati coristi del King’s College di Cambridge tennero un concerto alla Queen Elizabeth Hall di Londra, il gruppo era casualmente composto da due controtenori, un tenore, due baritoni e un basso, e da allora ha mantenuto sempre questa formazione. Parallelamente al loro intenso programma di concerti e registrazioni, il gruppo tiene workshop educativi e corsi residenziali in diversi Paesi, lavorando con ensemble sul loro approccio al canto d’insieme.
ENG The King’s Singers offer Venetian audiences a journey from their Renaissance roots to inventive contemporary close harmony, performing Ravel, Poulenc, Saint-Saëns and more. Founded in 1968 by six Cambridge graduates, the ensemble has preserved its unique vocal formation ever since. Alongside concerts and recordings, they lead workshops and residencies worldwide on ensemble singing.
1 giugno | Sala Grande, Teatro La Fenice
Il duo rende omaggio a Mario Castelnuovo-Tedesco a 58 anni dalla sua scomparsa, con la loro interpretazione della sua Sonata op. 128, insieme a lavori di Reicha, Schreck e Longo. Paolo Carlini, primo fagotto dell’Orchestra della Toscana dal 1987, ha collaborato in tale ruolo con le maggiori orchestre italiane. Da sempre interessato alla musica contemporanea, la sua attività concertista da solista ha determinato un considerevole ampliamento del repertorio solistico per fagotto.
È dedicatario di opere di importanti compositori contemporanei fra cui Ennio Morricone e Luis Bacalov. Fabrizio Datteri, pianista e clavicembalista, ha al suo attivo una cospicua attività concertistica come solista e in complessi di musica da camera con illustri collaborazioni.
ENG The duo pays tribute to Mario Castelnuovo Tedesco, 58 years after his death, performing his Sonata op. 128 alongside works by Reicha, Schreck and Longo. Bassoonist Paolo Carlini, principal of the Orchestra della Toscana since 1987, has expanded the solo repertoire and inspired works by major composers. Pianist and harpsichordist Fabrizio Datteri is an acclaimed soloist and chamber musician with notable collaborations.
4, 5 giugno | Sale Apollinee, Teatro La Fenice

Il 15 maggio, per la rassegna Landscapes di musica e teatro nella Chiesa di San Teonisto promossa dalla Fondazione Benetton, il pianista Roberto Prosseda nel recital Elogio della leggerezza propone un programma che comprende Mozart con la Fantasia in re minore e la Sonata K330, Mendelssohn con i Lieder Ohne Worte e il Rondò capriccioso, per poi dedicare l’intera seconda parte ad alcune delle pagine liriche di Chopin.
Prosseda si conferma eccellente pianista che sa comunicare le proprie idee musicali in modo comprensibile e moderno, trasmettendo la conoscenza della musica classica, necessaria per comprenderne la bellezza: «Sono convinto – spiega – che chi non ascolta o non apprezza la musica classica sarebbe pronto a cambiare idea, se scoprisse il modo di capirla, di viverla profondamente nei suoi significati emotivi». Prosseda si preoccupa della fruizione della musica, che nel mondo digitale è afflitta dalla continua interruzione della concentrazione: «Proprio la musica classica richiede un’esperienza dal vivo, basata sul contatto umano e personale, che nessuna tecnologia potrà mai del tutto sostituire. Oggi ascoltare un concerto di musica classica dal vivo può essere un’esperienza incredibilmente salutare e riequilibrante». Prosseda ha inciso l’opera di Felix Mendelssohn Bartholdy per Decca, proponendo anche le partiture per pianoforte a quattro mani con la moglie Alessandra Ammara. Le sue Lezioni di musica su Radio3 hanno presentato Mozart, Schubert, Mendelssohn, Schumann, Chopin, Brahms, Berg, Webern, Petrassi, Dallapiccola, Aldo Clementi, testimonianza dell’ampiezza dei suoi interessi.
ENG Roberto Prosseda performs Elogio della leggerezza on May 15 at San Teonisto Church for the Landscapes series, presenting Mozart’s Fantasia in D minor and Sonata K330, Mendelssohn’s Lieder ohne Worte and Rondò capriccioso, and a second half devoted to Chopin. Known for his clear, modern musical communication, Prosseda stresses the need for live classical listening in an age of digital distraction. His wide-ranging work includes acclaimed Mendelssohn recordings for Decca and popular lectures on the national Radio3 broadcast.
Landscapes 15 maggio Chiesa di San Teonisto-Treviso www.fbsr.it

Il laboratorio didattico All’aria aperta in programma il 10 maggio a Palazzetto Bru Zane è uno di quegli appuntamenti capaci di avvicinare mondi diversi: quello della musica colta e quello dell’immaginazione infantile. Laboratorio-concerto che porta avanti la tradizione didattica degli eventi del Centre de musique romantique française, lo spettacolo si presenta come un’esperienza ibrida, sospesa tra concerto, appunto, teatro e racconto visivo, pensata per un pubblico giovane ma in grado di affascinare anche gli adulti.
Al centro del progetto c’è il flauto traverso, strumento leggero e ‘aereo’ per eccellenza, qui trasformato in voce narrante e guida poetica. Le musiche di compositrici come Lili Boulanger e Mel Bonis si intrecciano a una drammaturgia fatta di ombre, figure e suggestioni visive, creando un percorso sensoriale che stimola ascolto e fantasia. Non si tratta di un semplice accompagnamento illustrativo: suono e immagine dialogano in modo organico, costruendo una narrazione delicata e immersiva.
L’ideazione di Elisa Marzorati con Matteo Sampaolo al flauto, l’attore Gaetano Ruocco Guadagno e il visual artist Dario Cestaro, punta su una comunicazione diretta, accessibile ma mai banale. Il risultato è un equilibrio riuscito tra dimensione educativa e qualità artistica, dove l’intento divulgativo non sacrifica la raffinatezza musicale.
All’aria aperta si inserisce così nella tradizione di Bru Zane di valorizzare repertori meno frequentati e di proporli attraverso formati innovativi. Uno spettacolo che invita a scoprire la musica non come disciplina distante, ma capace di parlare a tutte le età con leggerezza e profondità.
ENG The All’aria aperta workshop hosted at Palazzetto Bru Zane, the centre for French Romantic music, on May 10 blends classical music with children’s imagination. Centered on the flute as a poetic narrator, it combines works by Lili Boulanger and Mel Bonis with shadows and visual storytelling. Created by Elisa Marzorati with Matteo Sampaolo, Gaetano Ruocco Guadagno and Dario Cestaro, it offers an accessible yet refined experience that reflects Bru Zane’s tradition of innovative, educational programming.

Prosegue l’undicesima edizione della rassegna musicale dello Squero dell’isola di San Giorgio organizzata da Asolo Musica Veneto Musica. Due i concerti in programma nel mese di maggio: sabato 2 il violoncellista Mario Brunello, già più volte presente sul palco dello Squero, propone alcune pagine di Johann Sebastian Bach, Georg Philipp Telemann e Francesco Paolo. Sabato 23 maggio, invece, il violinista Mauro Loguercio e la pianista Emanuela Piemonti propongono la Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore, op. 60 e la Sinfonia n. 7 in la maggiore, op. 92 di Beethoven nella trascrizione per violino e pianoforte del compositore e didatta ceco Hans Sitt (1850-1922), nell’ambito di un progetto di incisione dell’integrale sinfonica di Beethoven nella trascrizione di Sitt, che la coppia porta avanti da alcuni anni. Particolarmente interessante l’appuntamento di sabato 13 giugno, con il violoncellista e compositore palermitano Giovanni Sollima, uno degli artisti italiani più amati e riconosciuti a livello internazionale, assieme al violinista Federico Guglielmo alla guida dell’ensemble Il Pomo d’Oro, specializzato in musica barocca, che dal 2012 a oggi è risultato vincitore di diversi premi internazionali. Il concerto, intitolato Al-Bunduqiyya - The Lost Concerto e composto da Sollima nel 2021, si presenta come un sapiente collage di frammenti del repertorio classico e popolare attraverso diverse culture ed epoche, con l’obiettivo di aprire a nuove possibilità di ascolto e di interpretazione a pezzi ben noti, inseriti in un contesto per essi insolito e innovativo. La musica vivaldiana, che fa da leitmotiv della raccolta, si fonde con
il contesto mediterraneo più ampio possibile, spaziando dalla musica italiana dei contemporanei di Vivaldi come Tartini, fino alla musica popolare cipriota e albanese. Il suo punto di partenza è stato tutto ciò che rimane di uno dei concerti per violoncello di Vivaldi: la parte orchestrale per viola, ora conservata al Conservatorio di Venezia. Questo profumo d’Oriente, evocato anche dal titolo (Al-Bunduqiyya è il nome arabo della città di Venezia), è ulteriormente arricchito dalle immancabili improvvisazioni a solo di Sollima, che conferiscono a ogni esecuzione di questo concerto una completa autonomia artistica. Nicolò Ghigi
ENG The eleventh edition of the concert series at the Squero Auditorium, produced by Asolo Musica Veneto Musica, continues with a rich program of classical music in May and June. Two concerts are scheduled in May: on May 2, cellist Mario Brunello returns to Squero with works by Sebastian Bach, Telemann and Francesco Paolo; on May 23, violinist Mauro Loguercio and pianist Emanuela Piemonti perform Beethoven’s Fourth and Seventh Symphonies in the rare violin-and-piano transcriptions by Czech composer and pedagogue Hans Sitt, as part of their ongoing project to record Beethoven’s complete symphonic cycle in this version. A highlight follows on June 13 with Giovanni Sollima, internationally renowned cellist and composer, joined by violinist Federico Guglielmo leading the baroque ensemble Il Pomo d’Oro. Sollima’s Al Bunduqiyya – The Lost Concerto (2021) is a creative collage of classical and folk fragments spanning cultures and eras inspired by Eastern aesthetics, the name of the piece is the Arabic word for Venice.

Si apre in doppia serata il 12 e il 13 giugno la 103a edizione del Festival Lirico areniano, che anche quest’anno porta sul palco dell’anfiteatro alcuni tra i più celebri titoli operistici, interpretati da artisti di fama internazionale.
Come già gli anni scorsi, è Giuseppe Verdi il protagonista della rassegna veronese, con un nuovo allestimento de La Traviata chiamato a inaugurare il festival, successivamente riproposto per ben undici repliche fino alla conclusione. Di primissimo livello è il cast, con la giovane Martina Russomanno, esordiente in Arena forte di diversi premi a diverse competizioni internazionali, nei panni della protagonista, in alternanza con Gilda Fiume e Rosa Feola nelle repliche successive. Tra gli altri interpreti vale la pena ricordare almeno i più celebri, tra cui Yusif Eyvazov e Francesco Meli, chiamati a interpretare Alfredo, e Amartuvshin Enkhbat, Ludovic Tézier e Luca Salsi nel ruolo di Germont. La direzione delle serate inaugurali è affidata a Michele Spotti, direttore musicale dell’Opera di Marsiglia e insignito del Cavalierato delle Arti e delle Lettere dal Ministero della Cultura francese, cui succede nelle ultime repliche Francesco Ivan Ciampa. Già proposte negli scorsi anni, ma sempre apprezzate dal pubblico veronese, sono due altre opere del maestro bussetano, negli allestimenti firmati dal regista trentino Stefano Poda. A partire dal 19 giugno in sei rappresentazioni è riproposta l’ormai celebre Aida “di cristallo”, allestimento maestoso (ancorché a tratti conceda troppo al kitsch) concepito in occasione del centenario del Festival areniano nel 2023, con la direzione dell’esperto Daniel Oren. L’Aida è curiosamente proposta per altre sette rappresentazioni, a partire dal 30 luglio, in un diverso allestimento, assai più classico, ossia quello di Zeffirelli. Dieci sono invece le rappresentazioni del Nabucco, nell’allestimento
dello stesso Poda con cui si è aperta la Stagione 2025, che rielabora suggestioni sviluppate dal regista trentino nel corso degli anni, quale l’idea del ricongiungimento universale degli opposti in conflitto che emergerebbe dal dramma verdiano, unendole alla grandeur di effetti speciali scenici inediti e persino magniloquenti, che trasformano l’opera in un vero e proprio evento da festival. Non solo Verdi nei mesi successivi, ma spazio anche per Puccini: sono previste infatti la Turandot nell’allestimento di Zeffirelli, a cento anni dal debutto dell’opera, e la Bohéme di Alfonso Signorini. Tra gli eventi speciali in cartellone, invece, figura l’ormai consueto appuntamento con Roberto Bolle, oltre a due serate dedicate rispettivamente alle Quattro Stagioni di Vivaldi e a un nuovo concerto immersivo, Paganini Paradise. Nicolò Ghigi
ENG The 103rd edition of the Verona Arena Opera Festival opens on June 12 and 13 with a rich programme featuring some of the most celebrated operas, performed by internationally renowned artists in the unique setting of the Roman amphitheatre. As in previous years, Giuseppe Verdi dominates the season. The festival is inaugurated by a new production of Verdi’s Traviata, conducted in the opening nights by Michele Spotti and later by Francesco Ivan Ciampa, and performed for eleven dates with an outstanding cast including Martina Russomanno, Gilda Fiume, Rosa Feola, Yusif Eyvazov, Francesco Meli, Amartuvshin Enkhbat, Ludovic Tézier, and Luca Salsi. Verdi also returns with the Aida in two different stagings: Stefano Poda’s monumental ‘crystal’ production, conducted by Daniel Oren, and Franco Zeffirelli’s classic version, alongside ten performances of Nabucco in Poda’s visually spectacular interpretation. The festival also features Puccini with Turandot and La Bohème, plus special events including Roberto Bolle, Vivaldi’s Four Seasons and a new immersive concert: Paganini Paradise


La danza ha seguito la via della pittura e dell’architettura moderna, rifiutando il puro decorativismo. La danza non deve essere graziosa, ma vera
di Loris Casadei
Nel centenario della sua fondazione, la Martha Graham Dance Company arriva al Teatro La Fenice dal 6 al 10 maggio con cinque repliche, portando un programma che intreccia repertorio storico e nuova creazione.
«Humors of innocence, garlands, evangels, Joy on the Wilderness Stairs, diversion of angels…» sono i versi di Ben Belitt che ispirarono Martha Graham nella prima delle sue creazioni che vedremo alla Fenice, Diversion of Angels, il cui titolo originale era Wilderness Stairs – Passatempo degli Angeli, Le Scale del Deserto. Ma, come scrive nella sua autobiografia Memorie di sangue, i colori vennero da un suo incontenibile stupore nel guardare le tele di Kandinskij: bianco l’amore maturo, giallo quello adolescenziale, rosso la passione erotica.
La coreografia è del 1948, dopo il famosissimo ciclo che lei aveva dedicato alla mitologia greca – Cave of the Heart, Errand into the Maze e Night Journey
Martha Graham e il suo «la danza è il linguaggio dell’anima», icona della modern dance, anche se lei ha sempre sostenuto che sia stata inventata da Ruth St. Denis e Ted Shawn, ha in realtà attraversato tutto il percorso della storia del secolo scorso, reinterpretandolo con la sua arte. Dalle origini con la compagnia Denishawn, il melodramma inca Xochitl (1920), con i movimenti paratattici mutuati da Nijinsky, fino ad approdare alla sua tecnica di contrazione e rilascio e alla famosa spirale, in aperta ribellione agli schemi della danza classica in pieno periodo della Grande Depressione – vedasi Heretic (1929).
Di questa fase è il secondo brano in programma, Lamentation (1930). Seduta su una panca con il corpo interamente avvolto in un mantello viola, solo mani e
piedi visibili, il viso inespressivo: sofferenza solitaria tesa a liberarsi ma inutilmente, la danzatrice mette in scena un dolore senza altri aggettivi. Sarà ripreso da Alwin Nikolais in Noumenon (1953).
Del periodo di denunce, ma anche di grandi speranze della presidenza Roosevelt, è invece il terzo brano, Chronicle (1936). Concepita nell’anno in cui il fascismo mostrava il suo volto più scoperto, Chronicle nasce da una presa di posizione precisa: all’inizio di quello stesso 1936, Graham aveva rifiutato l’invito a partecipare alle Olimpiadi di Berlino, dichiarando pubblicamente di non potersi identificare con un regime che perseguitava gli artisti – e che molti membri del suo gruppo non sarebbero stati benvenuti in Germania. La coreografia non rappresenta la guerra direttamente, ma ne evoca il preludio fatale e la devastazione spirituale che lascia dietro di sé. Chiude la serata En Masse, nuova creazione firmata da Hope Boykin, coreografa formatasi e a lungo attiva nell’Alvin Ailey American Dance Theater. Commissionata per celebrare il centenario, la coreografia riprende una collaborazione mai realizzata tra Graham e Leonard Bernstein, risalente alla fine degli anni Ottanta. Durante le ricerche d’archivio, la Leonard Bernstein Organization ha ritrovato un breve brano sconosciuto, Vivace, ritenuto composto da Bernstein per Graham: su questa traccia Christopher Rountree ha costruito la partitura di En Masse, espandendola e intrecciandola con estratti da MASS dello stesso Bernstein. Nella biografia già menzionata, Graham scrive: «C’è una citazione della Genesi che recito ai ballerini: “I figli di Dio videro che le figlie dell’uomo erano tutte belle”. Voi siete figli di Dio –dico loro – tutti voi siete angeli. La danza ha seguito la via della pittura e dell’architettura moderna, rifiutando il puro decorativismo. La danza non deve essere graziosa, ma vera».

The Martha Graham Dance Company celebrates its centenary at the Fenice Theatre on May 6 to 10 with five performances that weave together historic masterpieces and a new creation. The program opens with Diversion of Angels (1948), inspired by Ben Belitt’s verses and by Graham’s astonishment before Kandinsky’s canvases. From those colours she drew a symbolic palette: white for mature love, yellow for youthful innocence, red for erotic passion. The work belongs to the period immediately following her celebrated Greek myth cycle (Cave of the Heart, Errand into the Maze, Night Journey) and reflects her belief that dance is “the language of the soul.” Graham’s artistic journey, from her early years with Denishawn to the development of contraction, release, and the spiral, reshaped modern dance in open rebellion against classical norms during the Great Depression.
The second piece, Lamentation (1930), is one of her most iconic solos. Seated on a bench, wrapped in a tube of purple fabric that reveals only hands and feet, the dancer embodies grief as a sculptural force: a solitary struggle to break free from suffering, expressed through minimal yet devastating movement. The work would later inspire Alwin Nikolais’s Noumenon (1953), confirming its lasting influence on the evolution of abstraction in dance.
The third work, Chronicle (1936), belongs to the politically charged years of Roosevelt’s presidency and the rise of fascism. Conceived the same year Graham refused to perform at the Berlin Olympics in protest against Nazi policies, the piece does not depict war directly but evokes its ominous prelude and the spiritual devastation it leaves behind. It stands as both an artistic and moral statement, reflecting Graham’s conviction that dance must confront the world rather than escape it.
The evening concludes with En Masse, a new creation by Hope Boykin, a longtime member of the Alvin Ailey American Dance Theater. Commissioned for the centennial, the work revives an unrealized late 1980s collaboration between Graham and Leonard Bernstein. During archival research, the Bernstein Organization uncovered a previously unknown fragment, Vivace, believed to have been composed for Graham. Composer Christopher Rountree expanded this material and intertwined it with excerpts from Bernstein’s MASS, creating a score that bridges past and present. Graham once told her dancers, quoting Genesis: “The sons of God saw that the daughters of men were fair.” For her, dancers were “angels,” and dance – like modern painting and architecture – had to reject mere decorativeness. It did not need to be graceful; it needed to be true.
Intervista Antonella Bertoni | Abbondanza/Bertoni
Epiphania. Mi rendo manifesta di Loris Casadei
«Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse», recita un celebre verso dantesco del Canto V dell’Inferno. Agli inizi degli anni ‘90 la compagnia Carolyn Carlson mette in scena Commedia al Théâtre de la Ville. Qui Antonella Bertoni incontra Michele Abbondanza, assistente della coreografa, che diverrà suo compagno di vita e del futuro percorso artistico.
Nel 1995 fondano la compagnia Abbondanza/Bertoni, in cui rivisitazioni di miti e grandi capolavori della letteratura si intrecciano con un’intensa attività di insegnamento. Per Michele la storia inizia con l’incarico che Italo Gomez, allora direttore della Fenice, diede a Carolyn Carlson di formare giovani danzatori nel 1980. Da questa esperienza nasce la compagnia Sosta Palmizi e il primo spettacolo, Il Cortile (1985), che segna l’inizio del teatro danza in Italia. Antonella Bertoni, giovanissima, rifiuta una brillante carriera nella ginnastica ritmica – doveva partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 –, per dedicarsi alla danza. Dominique Dupuy, suo maestro indiscusso, e l’incontro con Carolyn Carlson segneranno indelebilmente il suo percorso artistico. Ricordo a Torino un suo assolo Ty, che evocava l’uso prolungato del corpo magro, esteso e flessibile, associabile a Pina Bausch. È sua la ripresa da Whitman: «E se il corpo non opera in pieno quanto l’anima? Che se il corpo non è l’anima, cos’è dunque l’anima?».
Intensa anche l’attività sugli schermi cinematografici e televisivi: Città d’acqua (1988, Rai Teche), Io ballo da sola (Bertolucci, 1996) e Un film ballato di Felice Cappa (2015), in cui sono ripresi brani coreografici della loro trentennale attività.
La compagnia Abbondanza/Bertoni ha affrontato e sperimentato un ampio spettro coreografico, dall’analisi della tragedia alla sperimentazione di pratiche zen e di maschera acustica, dagli haiku danzati a un repertorio ballato e ballabile.
Nel 2022 Idem – Io contengo moltitudini inaugura la trilogia dedicata all’indagine dell’identità. Il secondo capitolo è Femina, che ha debuttato nel 2023 ricevendo la nomination ai Premi Ubu nella categoria “Miglior spettacolo di danza”. Con Epiphania. Mi rendo manifesta, in scena al Teatro del Parco l’8 maggio per la rassegna You Theatre Dance Independent Music, il percorso trova ora il suo terzo momento. Spoiler alert: attenzione alla scena parto, potreste trovarvi una creatura in rosso Valentino tra le braccia!
Credo di averla vista la prima volta al Théâtre de la Ville agli inizi degli anni ‘90 in uno spettacolo dedicato a Dante, forse La Commedia con Carolyn Carlson. Mi incuriosisce conoscere la sua opinione su come è mutato il mondo della danza da allora: uso del corpo, tematiche, pubblico… Caspita, sì, un sacco di anni fa, ero davvero giovane!
Il mondo della danza abbraccia universi anche molto differenti tra
Epiphania. Mi rendo manifesta
8 maggio Teatro del Parco-Mestre youtheatre.art

loro. Per quanto mi riguarda, nel teatro danza e nella danza di ricerca il cambiamento si è concretizzato da un lato, nel privato, in maniera direttamente proporzionale a come sono cambiata io, a come è cambiato il mio stesso corpo, alle esperienze acquisite, a come, in sostanza, la vita mi ha forgiata. Da un punto di vista più generale, invece, il cambiamento è stato naturalmente condizionato dalle profonde trasformazioni che il Novecento, e ora i primi decenni del Duemila, hanno prodotto nel mondo, nella vita di noi tutti in società. Quindi le trasformazioni sono state e sono innumerevoli; per fortuna, direi, perché l’uomo non è certo un essere statico, bensì un’entità in perpetuo movimento. Per quanto riguarda la danza di ricerca e il teatro danza – non vuol essere una nota polemica, ma soltanto un’osservazione personale – si è registrato un enorme sbilanciamento verso il performativo e il concettuale, che puntano più che altro sul contenuto intrinseco e specifico di un’idea e su una predeterminazione di temi, lasciando da parte quella che è sempre stata la modalità sorgiva, direi identitaria del fare arte, vale a dire addentrarsi nelle stratificazioni della forma, nelle esplorazioni della coscienza umana, svolgendo indagini in continuo divenire sull’ignoto. Oggi si parte sempre più spesso dall’idea e su di essa si lavora in maniera un po’ fredda, come se l’arte fosse diventata un mero strumento per additare i disastri dell’antropocene, per affrontare discorsi sulla democrazia, il pacifismo, l’inclusione, che per carità sono questioni sacrosante, però forse non esattamente proprie e costitutive del fare arte. Quello a cui assisto è una grande distanza tra l’incipit di un progetto, ciò che in esso viene esplicitato, e quella che poi è la messa a terra finale del progetto stesso, il cui esito si concretizza il più delle volte in spettacoli freddi e noiosi, intrappolati nella logica unidimensionale di una data idea che con l’arte dovrebbe avere ben poco a che fare. L’arte deve addentrarsi nello sconosciuto, nella coscienza, per arrivare a restituire bellezza e poesia. È qualcosa che si sta perdendo a mio avviso, e trovo che il mondo della danza abbia tradito questo aspetto anche più del teatro.

Parla di teatro danza, che l’ha vista protagonista fin dall’inizio della sua carriera, negli anni Ottanta a Venezia con Carolyn Carlson. Io personalmente sono reduce dai Swiss Dance Days 2026 che si sono tenuti a Berna, dove non posso dire di aver visto teatro danza, ma piuttosto una prevalenza dell’uso del corpo espanso fino al massimo possibile della resistenza fisica, acclamato come modo per potersi liberamente esprimere al di là di ogni vincolo. È reale questa tendenza e cosa c’è dietro?
È esattamente quello che intendevo: come se l’arte oggi avesse l’obbligo di assolvere a una funzione che dovrebbe essere di prioritaria competenza della politica, delle scienze politiche, della sociologia, e avesse perso un po’ del suo senso catartico. Che è poi quello, in qualità di spettatori, di farci immergere in maniera profonda e stimolante nei meandri della coscienza salvaguardandoci dalla noia più assoluta di spettacoli che, reiterando all’infinito idee e azioni, alla fine ci lasciano lì mesti a chiederci che cosa davvero intendessero comunicarci. Quando alla fine vai a leggere le note – io lo faccio sempre dopo, per non essere prevenuta – scopri che dietro c’è tutto un pensiero, un concetto che nello spettacolo non è stato davvero espresso e restituito in maniera intrigante, costretto com’è in una griglia di ossessiva, persistente ripetizione. Ciò detto, è altrettanto vero che da un’altra parte abbiamo invece una linea di danzatori davvero straordinari, capaci di evoluzioni altrettanto straordinarie, eppure bloccati, costretti in una bidimensionalità dal sapore vagamente televisivo. Approfondendo scopro magari che stanno lavorando sull’onda del mare, ma tutta quella tecnica davvero meravigliosa a cui assisto dopo un po’ mi dà noia. Per me il teatro è altro. Quando vado a teatro vorrei in qualche modo uscirne trafitta. Non perché sia masochista o sia alla ricerca del dolore, ma perché desidero fare un’esperienza insieme ad altri esseri umani. Ed è una cosa prodigiosa, perché è un’esperienza partecipativa. In platea, con gli altri, vorrei vivere e condividere un’esperienza che mi colpisca, che mi
The artistic partnership between Antonella Bertoni and Michele Abbondanza began in the early 1990s, when she danced in Carolyn Carlson’s Commedia at Théâtre de la Ville and he was Carlson’s assistant. Their meeting became both a personal and artistic turning point. In 1995 they founded the Abbondanza/Bertoni company, intertwining reinterpretations of myths and literary masterpieces with a deep commitment to teaching. Their lineage traces back to the birth of Italian dance theatre in the 1980s, when Carlson was invited by Italo Gomez to train young dancers at La Fenice, leading to the creation of Sosta Palmizi and the seminal Il Cortile (1985).
Bertoni herself abandoned a promising rhythmic gymnastics career – she was meant to compete in the 1984 Olympics – to devote herself entirely to dance. Her artistic identity was shaped by Dominique Dupuy and Carlson, and her work has appeared in cinema and television, including Bertolucci’s Stealing Beauty. Over three decades, Abbondanza/Bertoni have explored tragedy, Zen practices, acoustic masks, danced haiku, and a wide choreographic spectrum. Their recent trilogy on identity includes Idem (2022), Femina (2023), and now Epiphania, premiering at Teatro del Parco.
Looking back, I was incredibly young when I began. Dance contains many universes, and in dance theatre and research dance the changes have been immense. Personally, my evolution has mirrored the transformation of my body, my experiences, the way life has shaped me. But on a broader level, the upheavals of the late 20th century and the early 2000s have profoundly altered society and, inevitably, artistic languages.
What I notice today is a strong shift toward the conceptual and performative: works built around a predetermined idea rather than the deep, exploratory process that once defined artistic creation. Instead of venturing into the unknown, into the layers of form and consciousness, many works now start from a thesis and remain trapped in it. The result is often cold, repetitive, and distant from the poetic, investigative essence of art.
It’s as if art is now expected to perform tasks that belong to politics or sociology. Instead of guiding us into the depths of consciousness, many performances endlessly reiterate ideas without transforming them into experience. I often read the programme notes afterward and discover a rich conceptual framework that the performance never managed to embody.
At the same time, we have extraordinary dancers whose technical brilliance becomes strangely flat, almost televisual. Technique alone cannot replace the emotional, communal experience that theatre should offer. When I go to the theatre, I want to be struck, not out of masochism, but because theatre is a shared human ritual. Today I sense a desire to keep distance, to avoid vulnerability.
Youth, the internet, and cultural homogenization
This distancing is also a product of our time. The internet has homogenized everything: it offers wonders, but it also pushes us onto a surface where we all move in the same direction. Words like poetry, pathos, love feel outdated, almost embarrassing to bring onstage. And so many performances become unbearably dull. Sometimes I think: if this is what performativity has become, then let theatres function like open space: come and go freely. If a piece is built on endless repetition, spectators should not be forced to remain seated for a predetermined duration.
arrivi alla pancia, al cuore.
Osservo molto i giovani. Io vengo dal Novecento, da un mondo e da un modo di fare danza diverso, ma quello che percepisco oggi è quasi una sorta di volontà di mantenere le distanze.
Stiamo effettivamente al cospetto di questo fenomeno, di questo trend, eppure non riusciamo a comprenderne le ragioni profonde che informano il suo esprimersi: se sia dovuto più a una mera richiesta e aspettativa del pubblico, a un cambiamento del gusto, o invece a semplici fattori economici. Questo ci sfugge, non lo comprendiamo. Qual è la sua idea, la sua analisi a riguardo?
È dovuto senz’altro al tempo che è cambiato, alla rete che ha omologato moltissimo. Se da una parte la rete offre cose incredibili, dall’altra ci ha catapultato su di una superficie in cui navighiamo omologandoci. Oggi c’è un conformismo assoluto, poche cose rischiano davvero di riuscire a sfuggirci. Forse era così anche un tempo, onestamente non lo so.
Le parole poesia, pathos, amore sono diventate desuete, vecchie, e non si vogliono più portare in scena. Va bene così, è il nostro presente, e però mi capita troppo spesso di assistere a messe in scena di una noia assoluta.
Ci sono certi lavori per cui viene da dire: abbiamo aperto al performativo in questo modo? Allora non chiudiamo i teatri. Lasciamoli aperti, dando la possibilità a chi entra di uscire in qualsiasi momento senza che questo crei scandalo o ansia al danzatore in scena. Dovrebbe essere così: quando sai che c’è una reiterazione, un’azione ripetuta come il taglio del prato, e non ci sarà nient’altro a sorprenderti, dovresti poter essere libero di sostare quanto desideri e non essere, quindi, obbligato a rimanere lì seduto per un tempo prestabilito.
Ha spesso dichiarato che il suo percorso, da combattente, è verso la bellezza e l’utopia. Come si concretizza questo in Epiphania. Mi rendo manifesta? Perché questo sottotitolo? I riferimenti emersi su Munch o sul delitto del Circeo sono pura interpretazione dei critici o una presenza originaria che sta alla base della sua creazione?
Sono cose che sono state osservate da chi ha assistito allo spettacolo e devo dire che mi fa sempre molto piacere leggere o sapere dal pubblico che cosa vede nel mio lavoro. Con Michele abbiamo sempre pensato che le nostre opere debbano essere estremamente aperte e lasciare la possibilità che lo sguardo e la coscienza delle persone, con le loro diverse stratificazioni di lettura, possano trovare le proprie risposte nella visione di un lavoro. Quindi mi fa piacere leggere queste interpretazioni. Però no, questi riferimenti non hanno assolutamente rappresentato l’incubazione di questo progetto,il cui punto di partenza, piuttosto, riguarda questi ultimi nostri anni. Lavorando a un progetto sull’identità mi è capitato di coreografare introducendo una netta separazione di genere tra maschi e femmine, ideando quindi coreografie distinte per gli uni e per le altre. Questo ha fatto maturare in me il desiderio di realizzare un focus sul femminile. Sono partita dall’oggettivazione del corpo femminile nella nostra società. Le donne non sono mai trattate come persone neutre: sono prima di tutto sessualizzate, viste come oggetti di rappresentazione e non principalmente come luoghi di pensiero. Da qui la volontà di rivendicare – che avverto fortissima in quanto donna – il corpo come

strumento della mia arte: non il pensiero, ma proprio il corpo. Femina, il capitolo precedente di questo focus sul femminile, è un lavoro nella luce forte, nel bianco: un’immersione, anzi un’ossessione coreografica incredibile. Epiphania, invece, si declina in maniera completamente diversa, nel nero, nel buio, ed è una coreografia più visionaria, dove attraverso la deformazione, e al di là dell’apparenza, desidero restituire una determinata realtà. Sono deformazioni, frammenti: le donne prima compaiono solo a pezzi, poi emergono delle interezze, ma sempre deformate.
Da Terramara a Spartacus, da Mozart Hotel a Try, fino alle trilogie degli anni 2000. Come opera quando inizia a creare una nuova coreografia? Lo fa prendendo spunto da cose che le sono capitate, che ha visto, letto in modo occasionale o è possibile identificare nella sua opera dei filoni di ricerca che l’hanno interessata in maniera costante?
Devo dire che ogni creatura e creazione è diversa, quindi ogni ossessione che ha dato il via a un lavoro è differente. Naturalmente la vita, l’esperienza quotidiana e il mondo in cui il mio corpo viaggia sono gli stimoli essenziali. Ci può essere un lavoro che parte più da una visionarietà, da una raccolta di immagini, e un altro che invece parte da uno specifico contenuto. Dipende dai momenti, dalle circostanze e dalle fasi che mi trovo a vivere.
Una volta avviato questo processo, maturato nella testa e nel cuore e condiviso con Michele, e composto il cast, poi tutto accade in sala. La sala può stravolgere, può indicare direzioni molto diverse da quelle che erano originariamente nella mia mente. Per questo il concettuale, secondo me, è qualcosa di lontanissimo dal teatro. Il teatro è un lavoro artigianale, che non può prescindere dall’umano con cui si ha a che fare e che deve sostenere una determinata opera. Alla fine l’opera diventa il danzatore e non puoi prescindere da questo nel processo creativo.
Se è così, ci racconti allora da quale visione, da quali stimoli è nato questo suo ultimo lavoro.
In primis è nato dall’urgenza in quanto donna di voler parlare di donne, di una condizione femminile che qui risulta decisamente più dolorosa rispetto al lavoro coreografico da me prima realizzato per Femina. È nato poi naturalmente anche da altre ispirazioni, vedi i lavori di Francesca Woodman, una fotografa straordinaria che ha vissuto molto poco perché si è tolta la vita in giovanissima età e che

ha sempre lavorato su di sé, concentrandosi su una sorta di presenza impalpabile della figura.
Sono partita dall’idea di immaginare una stanza chiusa che potesse dare accesso a microparti del corpo, che affiorano e diventano soggetto dell’azione. Da qui è iniziato il viaggio. Le danzatrici sono state meravigliose: come per Femina, anche questo è stato un processo molto complesso per loro, perché non si rendono conto di quello che il pubblico vede in scena. Dietro alla “stanza dell’azione”, invisibile agli occhi dello spettatore, c’è un lavorio pazzesco.
Immagino che le prove e lo spettacolo siano stati registrati e che lei l’abbia rivisto con le danzatrici, correggendo magari insieme varie cose. È quindi maturata in questo processo di condivisione nelle artiste una consapevolezza di come si presentano in scena?
Certo, dopo un po’ hanno capito, perché ho iniziato a girare, hanno visto le registrazioni e sono rimaste molto colpite. Ma almeno finché non compaiono nella loro interezza non possono rendersi conto pienamente di quanto viene percepito, perché tutta la prima parte dello spettacolo è solo un affiorare a brandelli. Quando tutto il tuo corpo è nascosto e proteso in un’azione di servizio, bisogna essere molto sapienti per dar vita a un avambraccio che regga e riempia da solo tutta la scena. È un lavoro frammentario che non è usuale per un danzatore: normalmente un danzatore può muovere magari un avambraccio, ma noi leggiamo tutto il suo corpo, che è in quella presenza. In questo caso è completamente diverso.
Ultima curiosità: Venezia. Come vive questa città, che immagine ne ha, che ricordi, quale il suo luogo preferito, se c’è?
Tra i ricordi c’è senz’altro un posto del cuore: una stretta calle alla Giudecca dove, nel 1988, con Carolyn Carlson girammo la scena finale di Città d’acqua. Io e Michele percorrevamo correndo al rallenty questa calletta, mentre lui in qualche modo mi semi-spogliava. Questo è il mio luogo del cuore: quando ci torno mi emoziono sempre. Venezia è una città che non conosco tanto bene, ma ogni volta che ci vengo, credo come tutti, ne subisco il fascino assoluto e ogni angolo mi suscita meraviglia. Tra l’altro ho una lontana origine veneziana: mia nonna materna era proprio di Venezia e le sue sorelle avevano una casa in città, poi venduta quando io ero bambina. Purtroppo con la nonna non ci sono mai tornata, ma porto con me questa discendenza di cui vado molto fiera.
I’m always happy when audiences share what they see in our pieces. Michele and I have always believed that our works must remain open, allowing each viewer to find their own meaning. But no, the references people sometimes mention were not the starting point for this project.
The real origin lies in recent years of working on identity. While choreographing, I found myself separating male and female bodies, which sparked a desire to focus specifically on the feminine. I began from the objectification of women: women are rarely treated as neutral persons; they are sexualized, represented, not recognized as thinkers. I wanted to reclaim the body – not the idea – as the instrument of my art.
Femina was a work of intense light: white, obsessive, immersive. Epiphania is its opposite: darkness, blackness, a more visionary choreography. Through distortion and fragmentation, I wanted to reveal a deeper reality. At first, the women appear only in pieces: limbs, fragments… before emerging as whole figures, though still deformed. This fragmentation mirrors how women are often perceived: never fully, never entirely.
Creative obsessions and studio process
Every creation begins from a different obsession. Life, daily experience, and the world my body moves through are always the essential stimuli. Some works begin with images, others with a specific content. Once the idea is shared with Michele and the cast is formed, everything happens in the studio.
The studio can overturn everything. That’s why I believe conceptualism is far from theatre. Theatre is craftsmanship: it depends on the human being who must embody the work. In the end, the dancer becomes the piece.
The origins of Epiphania
It was born from an urgent need, as a woman, to speak about women, and from the desire to explore a more painful dimension than in Femina. I was inspired by Francesca Woodman, the extraordinary photographer who worked on her own body as an elusive presence.
I imagined a closed room revealing only micro parts of the body, fragments that surface and become action. The dancers were extraordinary. Behind the ‘room of action’ there is an enormous amount of invisible work.
They eventually understood, once I began filming and showing them the recordings. But until their full bodies appear, they cannot grasp the effect. When your whole body is hidden and you must give life to a single forearm, you need immense skill. It’s a fragmented language, unusual for dancers, who are used to being read as whole bodies.
One memory is especially dear: a narrow calle in Giudecca where, in 1988, Michele and I filmed the final scene of Città d’acqua with Carolyn Carlson. We ran in slow motion while he half undressed me. That place still moves me.
Venice is a city I don’t know deeply, yet every time I come, I’m overwhelmed by its beauty. And I have Venetian roots: my maternal grandmother was from here. I carry that heritage proudly.

Si scaldano i motori, i riflettori delle città-palcoscenico si accendono: tutto è pronto per accogliere la 46. edizione di Operaestate Festival, che torna da fine giugno a metà settembre ad animare Bassano del Grappa e la Pedemontana Veneta tra ville, forti, abbazie, fiumi e boschi, con oltre 110 spettacoli di danza, teatro, musica e circo contemporaneo, presentati da 680 artisti di 15 Paesi. Un’efficiente macchina, complessa e articolata, che non tradisce mai il suo carattere deciso: un Festival radicato nel suo territorio, capace di portare i grandi nomi della scena internazionale negli stessi luoghi dove si custodisce la memoria e l’identità di una comunità. La danza apre il Festival come da tradizione, e quest’anno lo fa in grande con la compagnia francese Remue-Ménage e la sua parata luminosa tra vie e piazze, guidata da gigantesche volpi bianche. È solo l’inizio di una stagione coreografica densa, che vedrà tra gli altri Chiara Frigo trasformare la piazza principale di Bassano in un evento collettivo e poetico, la belga Ayelen Parolin con un lavoro ispirato all’esuberanza del carnevale latinoamericano, Michele di Stefano con la sua ultima creazione, e Roberto Zappalà protagonista di una personale inedita con due nuove produzioni, una delle quali
– Bach Dance Concert – lo vede in scena insieme al pianista Ramin Bahrami in un concerto danzato di rara bellezza. Il teatro conferma alcune delle collaborazioni più solide del festival. Anagoor porta due produzioni, tra cui una prima nazionale che reinterpreta la figura di Arlecchino, qui non soltanto una maschera,
ma personaggio-uomo che interroga il nostro secolo tragico.
Torna Davide Enia con un lavoro potente sulla memoria e la mafia, arriva per la prima volta Enrico Ianniello con uno spettacolo poetico e ironico già apprezzato da pubblico e critica, e Andrea Pennacchi festeggia insieme a Massimo Carlotto i trent’anni del personaggio dell’Alligatore in un evento teatral-musicale. Stivalaccio Teatro omaggia i cent’anni dalla nascita di Dario Fo, mentre numerosi spettacoli commissionati dal Festival raccontano storie direttamente legate al territorio: la guerra in Albania vista da un soldato di Bassano, la grande alluvione che devastò la Valbrenta sessant’anni fa, i tre racconti di Vitaliano Trevisan con la voce di Diego Dalla Via e l’Orchestra Bacàn.
In musica, moltissimi gli appuntamenti da non perdere: il concerto sul Ponte Vecchio con l’Orchestra di Padova e del Veneto accompagnato dai fuochi d’artificio sul Brenta, e il ritorno dell’opera con la Cavalleria Rusticana di Mascagni in una nuova produzione con cast internazionale. Da segnalare anche Paolo Fresu con Kind of Lives, omaggio a Miles Davis, e Peppe Servillo con cinque grandi jazzisti in una reinterpretazione intima e sorprendente di Lucio Battisti.
A fine agosto arriva B.Motion, la sezione dedicata alla scena contemporanea più innovativa: dieci giorni intensi di danza, teatro e musica con artisti italiani e internazionali, quest’anno con un focus speciale sulla Svizzera e sulla Lituania.
Un festival nel festival, ideato per chi vuole spingersi oltre i confini nazionali e convenzionali e incontrare quanto di più innovativo la scena europea stia producendo in questo momento. C.S.

Arteven, il circuito multidisciplinare regionale che da anni porta il teatro in tutta la regione, rinnova il suo impegno verso le compagnie professionali venete attraverso il Premio Pierluca Donin, dedicato alla memoria di chi di Arteven è stato anima e architetto: attore, autore, regista e infaticabile organizzatore, Donin ha costruito dal 1991 una delle realtà più solide della scena teatrale nazionale, guidandola fino alla sua prematura scomparsa nel 2023. Un riconoscimento che ne raccoglie l’eredità premiando qualità, radicamento territoriale e capacità di dialogo con il pubblico. Giunto alla seconda edizione, il Premio ha esordito nel 2025 con nove compagnie in gara tra spettacoli di tradizione e contemporanei, e ha visto trionfare Theama Teatro con La scuola dei mariti e delle mogli. Quest’anno la scelta è caduta sul teatro ragazzi: otto compagnie hanno portato i loro lavori nei teatri del circuito durante la stagione 2025-26, e a votare sono stati i bambini in platea: il pubblico più onesto che esista. I tre finalisti sono Altri Posti in Piedi di San Giovanni Lupatoto, Ullallà Teatro di Marostica, e il Gruppo Panta Rei di Mussolente. Tre compagnie venete, che portano sul palco tre visioni diverse di cosa possa essere il teatro per i più giovani, si ‘sfidano’ sul palco del Teatro Aurora di Marghera durante il Mini Festival dall’11 al 13 maggio. Apre la rassegna Altri Posti in Piedi, compagnia nata a San Giovanni Lupatoto che oltre alla produzione di spettacoli gestisce una scuola di teatro e diverse rassegne sul territorio veronese. Cappuc-
cetto Rosso. Nella pancia del lupo affonda le radici nelle leggende norrene: la pancia del lupo è un vecchio armadio misterioso, e la piccola protagonista non è una vittima ma una viaggiatrice che torna dal bosco trasformata, passando dall’essere bambina a cacciatrice, da cacciatrice a dea guardiana del bosco. Il 12 maggio è la volta di Ullallà Teatro, associazione nata nel 1999 che nel tempo ha riunito attori, musicisti, danzatori, videoartisti e animatori con la missione di promuovere il diritto alla crescita culturale dei ragazzi. La loro Storia di una Gabbianella e di un Gatto mescola danza contemporanea, teatro d’attore e video, con una scenografia modulare che si costruisce e si smonta davanti agli occhi del pubblico come un gioco di costruzioni. Scelte musicali audaci e bellissime, dal jazz a Björk, dai Sigur Rós a Vivaldi, accompagnano uno spettacolo capace di dire con grazia che accettare chi è diverso è forse la cosa più importante che si possa imparare.
Il 13 maggio va in scena il Gruppo Panta Rei, compagnia di interesse nazionale nata nel 2007 che ha fatto della meraviglia la propria cifra stilistica, intrecciando drammaturgia, teatro di figura e tecnologia digitale. Sul palco portano Il libro della giungla di Kipling: Mowgli cresce tra i lupi, impara dalla saggezza dell’orso Baloo e alla fine deve fare i conti con la tigre Shere Khan e con la propria identità. Chiude la rassegna, il 15 maggio al Teatro Toniolo di Mestre, la Serata di Gala con la proclamazione del vincitore, alla presenza di ospiti come Caterina Murino, Debora Caprioglio, Diego Dalla Palma, Giorgio Lupano, Giorgio Marchesi, Ivana Monti, Jane Alexander, Primo Reggiani, Romina Mondello, Sebastiano Somma e Francesco Lopergolo. C.S.
Non è solo una selezione, è una dichiarazione politica e poetica insieme. Il cinema, qui, è ancora un gesto umano. Cannes rinuncia alla comfort zone per interrogarsi sul proprio ruolo: vetrina o resistenza?
di Alberto Marzari
C’è sempre un momento, ogni primavera, in cui il cinema smette di essere industria e torna a essere rito. Succede quando, a Parigi, vengono letti i titoli che illumineranno la Croisette. Succede quando il Festival di Cannes 2026 prende forma: non più come attesa, ma come promessa. Una promessa che quest’anno ha il sapore di una svolta.
La presentazione della 79. edizione, in programma dal 12 al 23 maggio, ha rivelato un festival che sembra voler fare un passo indietro per andare più a fondo. Meno Hollywood, meno riflettori facili, più visione. Più rischio. Più cinema.
Sul palco, la Presidente Iris Knobloch e il Delegato Generale Thierry Frémaux hanno tracciato una linea chiara: difendere l’autorialità in un’epoca in cui tutto tende a diventare algoritmo. Non è solo una selezione, è una dichiarazione politica e poetica insieme. Il cinema, qui, è ancora un gesto umano.
A dominare la selezione ufficiale sono i grandi autori del contemporaneo. Pedro Almodóvar torna con Amarga Navidad, mentre Asghar Farhadi e Hirokazu Kore-eda confermano la loro presenza come punti cardinali di un cinema che scava nelle relazioni e nelle fragilità. Accanto a loro, Ryu¯suke Hamaguchi, Paweł Pawlikowski e Cristian Mungiu compongono un mosaico internazionale che guarda più alla profondità che al consenso. È un concorso che parla molte lingue ma una sola grammatica: quella del cinema d’autore. Ventuno film in gara,
cinque firmati da registe, nuove voci che si intrecciano con maestri affermati.
Eppure, tra le pieghe di questa ricchezza, si apre una crepa: l’assenza totale del cinema italiano. Un vuoto che pesa, perché non si verificava da anni, e che trasforma Cannes 2026 anche in uno specchio impietoso delle difficoltà produttive e creative del nostro sistema. A presiedere la giuria sarà Park Chan-wook, figura simbolica di un cinema capace di coniugare radicalità e riconoscimento globale. Intorno a lui, una selezione che sembra voler ridefinire i confini stessi del contemporaneo, oscillando tra fantascienza esistenziale, drammi intimi e narrazioni ibride.
Fuori concorso, il festival si concede aperture più spettacolari, tra ritorni attesi e incursioni sorprendenti, mentre le sezioni parallele continuano a essere il laboratorio dove il futuro prende forma.
Quella che emerge dalla presentazione non è un’edizione rassicurante. È un Cannes che rinuncia alla comfort zone per interrogarsi sul proprio ruolo: vetrina o resistenza? Celebrazione o avanguardia? Forse, la risposta sta proprio in questa tensione. Nel tentativo di restare, ancora una volta, il luogo dove il cinema non si limita a esistere, ma si reinventa.
79. Festival di Cannes 12-23 maggio www.festival-cannes.com

Every spring, there is a moment when cinema stops being an industry and returns to being a ritual. It happens in Paris, when the titles that will light up the Croisette are announced, and Cannes 2026 begins to take shape, not as anticipation, but as a promise. A promise that this year feels like a turning point. The presentation of the 79th Festival, scheduled from May 12 to 23, reveals an edition willing to step back in order to dig deeper: less Hollywood, fewer easy spotlights, more vision, more risk, more cinema.
Festival President Iris Knobloch and Artistic Director Thierry Frémaux drew a clear line, defending authorship in an age increasingly governed by algorithms. This is not merely a selection, but a political and poetic statement: cinema here remains a human
act. The Official Competition is dominated by major contemporary auteurs such as Pedro Almodóvar, Asghar Farhadi, Hirokazu Kore eda, Ryuˉsuke Hamaguchi, Paweł Pawlikowski and Cristian Mungiu, forming an international mosaic focused on depth rather than consensus.
Twenty one films compete for the Palme d’Or, five directed by women, blending new voices with established masters under a single grammar: auteur cinema. Yet a striking absence emerges: Italian cinema is nowhere to be found, a void that reflects deeper production and creative struggles. With Park Chan wook presiding over the jury, Cannes 2026 appears restless and unresolved, positioned between showcase and resistance, celebration and experimentation, once again seeking to reinvent what cinema can be.
Un’edizione che conferisce le Palme d’Oro onorarie a Peter Jackson e Barbra Streisand e confeziona un programma di film intelligenti, opere d’arte di altissimo livello capaci di raccontare la vita attraverso temi di attualità
Thierry Frémaux – Delegato Generale Festival di Cannes



Paweł Pawlikowski torna a interrogare la Storia europea, terreno privilegiato del suo cinema fin dai tempi di Ida e Cold War. Il film segue lo scrittore Thomas Mann durante un viaggio nella Germania divisa degli anni Cinquanta, accompagnato dalla figlia Erika: un percorso fisico e morale che riflette sulle fratture ideologiche del dopoguerra. Pawlikowski, maestro di un’estetica rigorosa e contemplativa, utilizza il viaggio come metafora dell’esilio e dell’identità culturale. La memoria diventa così spazio di confronto tra passato e presente, mentre la figura dell’intellettuale si carica di una responsabilità politica e morale, restituendo un ritratto intenso dell’Europa del Novecento.
ENG Paweł Pawlikowski returns to examining European history, a central terrain of his cinema since Ida and Cold War. The film follows writer Thomas Mann on a journey through divided 1950s Germany with his daughter Erika, a physical and moral voyage that reflects on postwar ideological fractures and the burden of intellectual responsibility.
Asghar Farhadi prosegue la sua indagine sulle ambiguità morali e sulla relatività della verità, elementi centrali di capolavori come Una separazione e Il cliente. Ambientato in Francia, il film intreccia le storie di più personaggi le cui vite si incrociano a seguito di un evento traumatico, rivelando progressivamente versioni contrastanti dei fatti. Farhadi costruisce un racconto corale in cui ogni punto di vista mette in discussione il precedente, trasformando lo spettatore in giudice impotente. Lontano dall’Iran per ragioni politiche, il regista amplia il proprio orizzonte mantenendo intatta la precisione psicologica e la tensione etica, offrendo un’opera universale sul senso di colpa, sulla responsabilità e sull’impossibilità di una verità assoluta. ENG Asghar Farhadi continues his exploration of moral ambiguity and the relativity of truth. Set in France, the film interweaves the lives of several characters connected by a traumatic event, gradually revealing conflicting versions of reality. A choral narrative turns the spectator into a powerless judge of guilt and responsibility.
Nuova tappa nel percorso artistico di Pedro Almodóvar, che abbandona parzialmente i toni sgargianti del melodramma per un racconto più intimo e riflessivo. La morte della madre della protagonista diventa il punto di partenza di un viaggio emotivo tra memoria, finzione e creazione artistica. Ambientato durante le festività natalizie, il film trasforma un periodo tradizionalmente associato alla gioia in uno spazio di elaborazione del lutto e di riconciliazione con il passato. Almodóvar continua a esplorare l’universo femminile con sensibilità e profondità, intrecciando autobiografia e invenzione narrativa. Il risultato è un’opera malinconica e sincera, che conferma la capacità del regista di rinnovarsi senza tradire la propria identità poetica.
ENG A new chapter in Pedro Almodóvar’s career, the film softens his usual melodramatic excess in favor of introspection. The death of the protagonist’s mother sparks an emotional journey through memory and artistic creation. Set during Christmas, it transforms celebration into a space for mourning and reconciliation with the past.
a cura di Alberto Marzari




Il regista sudcoreano compie un’evoluzione significativa, spingendosi oltre i confini del thriller per abbracciare la fantascienza. Ambientato nei pressi della zona demilitarizzata tra le due Coree, il film racconta l’arrivo di una misteriosa presenza che sconvolge la vita di un villaggio isolato, trasformando la paura in un’esperienza collettiva. Dopo opere intense come The Chaser, The Yellow Sea e The Wailing, Na conferma la sua abilità nel creare atmosfere oppressive e cariche di tensione metafisica. L’introduzione di un cast internazionale amplia la portata del racconto, mentre la regia combina spettacolarità e inquietudine esistenziale, offrendo una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’ignoto. ENG The South Korean director moves beyond thriller to embrace science fiction. Near the Korean demilitarized zone, a mysterious presence disrupts an isolated village, turning fear into a collective experience. Na confirms his mastery of oppressive atmospheres, blending spectacle with metaphysical tension in a reflection on humanity and the unknown.
Dopo il riconoscimento internazionale ottenuto con Drive My Car, Hamaguchi torna con All of a Sudden, un’opera che approfondisce la sua poetica fatta di incontri casuali e rivelazioni emotive. Il film segue un gruppo di personaggi le cui vite si intrecciano improvvisamente, dando origine a relazioni inattese e a cambiamenti interiori profondi. Attraverso dialoghi intensi e silenzi carichi di significato, il regista esplora la fragilità dei sentimenti e il ruolo del caso nel determinare il destino umano. La narrazione, essenziale e contemplativa, invita lo spettatore a cogliere le sfumature dell’esperienza quotidiana, confermando la sensibilità di Hamaguchi nel rappresentare le trasformazioni invisibili dell’animo umano.
ENG Following the international success of Drive My Car, Hamaguchi returns with a film centred on sudden encounters and emotional revelations. Intersecting lives give rise to unexpected relationships and inner transformations. Through charged dialogue and meaningful silence, he explores fragility, chance, and the subtle shifts of everyday existence.
Kore ‑
Hirokazu Kore-eda amplia i confini del suo cinema introducendo elementi fantascientifici senza rinunciare al consueto sguardo umanista. Il film esplora il rapporto tra infanzia e intelligenza artificiale, interrogandosi su cosa significhi realmente ‘essere umani’. Dopo aver indagato le dinamiche familiari in opere come Shoplifters e Ritratto di famiglia con tempesta, il regista giapponese utilizza la tecnologia come metafora delle relazioni affettive e della memoria. La narrazione delicata e profondamente empatica mette in discussione i confini tra naturale e artificiale, offrendo una riflessione poetica sull’identità e sull’appartenenza. Kore-eda conferma così la sua capacità di raccontare l’intimità con sensibilità universale.
ENG Hirokazu Kore eda introduces science fiction elements while preserving his humanist gaze. Focusing on children and artificial intelligence, the film questions what it truly means to be human. Technology becomes a metaphor for affection and memory, delicately blurring the boundary between the natural and the artificial.
Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio cinematografico con un’opera che promette di essere tanto provocatoria quanto visivamente seducente. Inserito nel solco di film come Drive e The Neon Demon, il progetto si configura come un revenge movie dominato da un’estetica pop e ipnotica, in cui violenza e desiderio si fondono in una dimensione quasi rituale. Refn continua a esplorare il potere dell’immagine e della stilizzazione estrema, privilegiando atmosfere notturne e cromatismi saturi. Il film indaga la psicologia della vendetta e la costruzione dell’identità attraverso lo sguardo, offrendo un’esperienza sensoriale che conferma la cifra autoriale di uno dei registi più radicali del cinema contemporaneo.
ENG Nicolas Winding Refn returns to cinema with a provocative and visually seductive revenge film. In line with Drive and The Neon Demon, violence and desire merge within a hypnotic, pop aesthetic. Through extreme stylization and saturated nocturnal imagery, the film examines revenge, identity, and the power of the gaze.



18-19-20-21-22 maggio dalle 14.30 alle 18.30
Scadenza iscrizioni 8 maggio 2026
18-20-28-30 maggio e 5 giugno dalle 14.30 alle 18.30
Scadenza iscrizioni 8 maggio 2026
18-20-28-30 maggio e 5 giugno dalle 9 alle 13
Scadenza iscrizioni 8 maggio 2026
18-19-20-21-22 maggio dalle 15 alle 19
Scadenza iscrizioni 8 maggio 2026
25-26-27-28-29 maggio dalle 14.30 alle 18.30
Scadenza iscrizioni 15 maggio 2026
25-26-27-28-29 maggio dalle 14.30 alle 18.30
Scadenza iscrizioni 15 maggio 2026
1-3-4-5-8 giugno dalle 14.30 alle 18.30
Scadenza iscrizioni 22 maggio 2026
12-13-14-15-18 maggio dalle 14.30 alle 18.30
Iscrizioni già concluse

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA PREVIEW

C’è una linea sottile che separa chi attraversa il cinema da chi lo mette in discussione. Maggie Gyllenhaal appartiene senza esitazioni alla seconda categoria: un’artista che ha costruito la propria traiettoria sfuggendo ai percorsi più comodi, scegliendo invece ruoli irregolari, fragili, spesso scomodi. La sua nomina a Presidente della giuria della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non è soltanto un riconoscimento: è il segno di un Festival che decide di guardarsi allo specchio attraverso uno sguardo libero, inquieto, profondamente contemporaneo.
Dal 2 al 12 settembre sarà lei a guidare la giuria chiamata ad assegnare il Leone d’Oro. Una responsabilità che arriva al termine di un percorso stratificato, fatto di scelte mai prevedibili. Dopo gli esordi nel cinema indipendente americano, Gyllenhaal si impone con interpretazioni capaci di scavare nelle contraddizioni umane: da Secretary a Sherrybaby, fino a titoli più mainstream come The Dark Knight, dove riesce a sottrarre il personaggio di Rachel Dawes a ogni banalità. È un’attrice che non cerca mai la superficie, ma lavora per sottrazione, lasciando emergere crepe, tensioni, zone d’ombra.
Negli ultimi anni, però, il suo sguardo si è spostato dietro la macchina da presa. Con The Lost Daughter ha firmato un esordio registico potente e rigoroso, premiato proprio a Venezia per la sceneggiatura. Tra le sue prove più recenti anche La sposa, lavoro che conferma la sua attenzione per figure femminili fuori asse, sospese tra desiderio e disobbedienza, in una narrazione essenziale e inquieta. A sottolineare il valore di questa scelta è stato il direttore artistico Alberto Barbera, che ha descritto Gyllenhaal come «un’artista di rara
coerenza, capace di costruire nel tempo un percorso coraggioso e personale», evidenziando la sua attitudine a dare voce a personaggi “sfaccettati e non riconciliati”. Parole che restituiscono il senso profondo di una nomina tutt’altro che simbolica.
Accettando l’incarico, Gyllenhaal ha ricordato come Venezia sia da sempre un luogo che sostiene “voci autentiche e singolari”, dichiarando di voler affrontare questo ruolo con curiosità e apertura. Non un giudizio calato dall’alto, ma un ascolto attento.
La sua presidenza arriva in un momento in cui il cinema sembra interrogarsi su se stesso, sui propri linguaggi e sulle proprie urgenze. E forse è proprio qui che la sua figura diventa centrale: in quella capacità di abitare le contraddizioni senza risolverle. Con Maggie Gyllenhaal alla guida, Venezia 83 non si limita a celebrare il cinema. Lo mette, ancora una volta, in discussione. Alberto Marzari ENG Maggie Gyllenhaal, known for challenging and unconventional roles, becomes President of the Jury at the 83rd Venice Film Festival, a choice that signals the Festival’s desire for a contemporary, questioning gaze. From her early independent films to standout performances in Secretary, Sherrybaby and even The Dark Knight, she has built a career by exploring human contradictions rather than surface polish. In recent years she has moved behind the camera: her acclaimed directorial debut The Lost Daughter premiered in Venice, followed by The Bride!, confirming her focus on complex, disobedient female figures. Artistic director Alberto Barbera praises her rare coherence and courage. Gyllenhaal embraces the role with openness, seeing Venice as a home for authentic voices. Her presidency arrives at a moment when cinema is rethinking its forms and urgencies, and her presence embodies that tension: under her guidance, Venice 83 does not just celebrate cinema, it questions it.

L’attimo in cui il mondo si incrina Spielberg, il gran ritorno della fantascienza
C’è un momento, nei film di Steven Spielberg, in cui il mondo si incrina. Una luce nel cielo, un suono impossibile, uno sguardo che cambia tutto. Disclosure Day nasce esattamente lì: nel punto in cui la realtà smette di essere rassicurante e diventa domanda. E questa volta, più che mai, la domanda è brutale: cosa succede quando la verità non può più essere nascosta? In uscita il prossimo 10 giugno, Disclosure Day segna il ritorno di Spielberg alla fantascienza più pura, quella che lo ha reso una figura centrale nell’immaginario contemporaneo. Ma non è un ritorno nostalgico. È, piuttosto, un confronto diretto con il presente: con la paura, con la paranoia, con il bisogno collettivo di sapere. Il film, scritto insieme a David Koepp e interpretato da un cast che include Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth, ruota attorno a un evento globale: la rivelazione dell’esistenza di vita extraterrestre, qualcosa che fino a ieri era teoria e che ora diventa fatto. Non si tratta solo di un’invasione o di un contatto. Spielberg costruisce un racconto più ambiguo, quasi inquietante: una meteorologa che, in diretta televisiva, inizia a emettere suoni incomprensibili, segnali che sembrano provenire da altrove; un esperto di cybersicurezza che tenta di rendere pubblica una verità occultata per decenni; governi e poteri che cercano disperatamente di mantenere il controllo. È un film sulla rivelazione, sì, ma anche sulla sua gestione: chi decide quando una verità è pronta per essere detta? Spielberg
ha dichiarato che Disclosure Day è «più vicino alla realtà di quanto vorremmo ammettere», ispirandosi anche a recenti avvistamenti e documenti ufficiali sugli UFO. Ed è proprio qui che il film trova la sua tensione più profonda: non nel fantastico, ma nel possibile. Non più l’alieno come meraviglia infantile, come in E.T., né come incontro mistico, come in Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma come crisi globale, come detonazione culturale.
Per capire davvero Disclosure Day, però, bisogna tornare indietro. Spielberg è uno dei pochi registi che ha saputo trasformare la paura in spettacolo e lo stupore in linguaggio universale. Da Lo squalo a Jurassic Park, fino a La guerra dei mondi, il suo cinema ha sempre raccontato l’irruzione dell’ignoto dentro l’ordinario. Ma negli ultimi anni, il suo sguardo si è fatto più riflessivo, quasi elegiaco. Questo nuovo film sembra essere il punto d’incontro tra le due anime: il narratore di meraviglia e il cronista dell’inquietudine contemporanea. Anche la collaborazione storica con John Williams, qui alla sua trentesima colonna sonora con il regista, suggerisce un ritorno a un linguaggio emotivo potente, capace di amplificare il senso di mistero e destino.
Disclosure Day non promette risposte semplici. Al contrario, sembra voler aprire una crepa. In un’epoca ossessionata dalla trasparenza e dalle rivelazioni, Spielberg ribalta la prospettiva: e se conoscere la verità fosse il vero trauma? Se il giorno della rivelazione non fosse una liberazione, ma l’inizio di qualcosa di irreversibile? Forse, più che un film sugli alieni, questo è un film su di noi. Su quanto siamo pronti, o impreparati, a guardare oltre il cielo. Alberto Marzari

A distanza di due anni dall’uscita de La stanza accanto, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2024 con il Leone d’Oro, Pedro Almodóvar torna sui nostri schermi con Amarga Navidad, presentato al Festival di Cannes. Il film segna il ritorno alle origini stilistiche del regista manchego di Calzada de Calatrava: quel caratteristico equilibrio tra pathos e ironia, tra melodramma e cinismo, che ha definito il suo cinema per decenni. Ma, ancor di più, Amarga Navidad marca il rientro di Almodóvar nei confini spagnoli: girando il suo film tra Madrid e Lanzarote, nelle Canarie, conferma come il suo sia sempre un cinema profondamente radicato nella cultura spagnola, nonostante e dopo le fortunate esperienze internazionali. Il film si inserisce nel solco delle sue opere più intime, dove vita personale e creazione artistica si intrecciano fino a confondersi. Sin dal titolo si prefigura una vicenda con un Natale tutt’altro che sereno: la vicenda infatti vede protagonista la regista di spot pubblicitari Elsa (Bárbara Lennie), che dopo la morte della madre, si immerge nel lavoro per superare il lutto. Quando delle ricorrenti emicranie – unite a un attacco di panico – la costringono a prendersi una pausa, decide di recarsi a Lanzarote durante il ponte di fine dicembre per la Festa della Costituzione del 2004 con l’amica Patricia (Victoria Luengo), lasciando il fidanzato Bonifacio (Patrick Criado) a Madrid, motivo questo del distacco tra i due partner, che rende perciò amaro il
Natale della donna. Elsa è in realtà l’alter ego letterario di Raúl (Leonardo Sbaraglia), regista di cinema che sta scrivendo una sceneggiatura nella speranza che l’autofiction lo aiuti a superare il blocco dello scrittore e a esorcizzare i problemi col fidanzato Santi e l’assistente Mónica. Almodóvar l’ha definito «il film dove sono stato più impietoso verso me stesso», anche se la critica spagnola ha lamentato un certo “distacco emotivo” verso il protagonista: infatti le vicende degli interpreti si intrecciano con quelle del regista e sceneggiatore Raúl Durán, dando vita a una narrazione che mescola vita reale e plot cinematografico. Il film racconta appunto lo stretto legame tra realtà e finzione, tra ispirazione e vita, e apre una riflessione sui limiti dell’autofinzione. Un film in spagnolo, di nuovo, dopo l’esperienza – o le esperienze, contando anche i due cortometraggi precedenti – fatta con quelli in lingua inglese; la frequentazione hollywoodiana pare ormai certo possa essere stata solo un episodio isolato, con il regista che ammette più o meno di non avere alcun desiderio di realizzare altri film negli Stati Uniti: la Spagna è tornata la comfort zone di Pedro Almodóvar. In una recente intervista, il regista ha spiegato infatti come la struttura produttiva americana appaia inutilmente elaborata. «A volte gli americani complicano troppo la loro vita», ha spiegato, sottolineando che le produzioni richiedono spesso team molto più numerosi di quanto ritenga necessario. A 76 anni, anche se l’esperimento hollywoodiano pare concluso, non sembra quindi che il maestro spagnolo abbia alcuna intenzione di smettere di fare cinema. Michele Gottardi


Sotto le increspature del presente I David premiano i racconti della migliore cinematografia italiana
C’è una notte in cui il cinema italiano smette di essere soltanto un insieme di film e diventa racconto, identità, specchio di un Paese intero. Una notte in cui le luci non illuminano solo un palco, ma anche le crepe, le ambizioni e i sogni di chi quel cinema lo costruisce, anno dopo anno. Il 6 maggio tornano i David di Donatello, e con loro ritorna quella tensione sottile tra ‘celebrazione’ e ‘resa dei conti’.
Nati nel 1956, i David hanno attraversato epoche e rivoluzioni restando un punto fermo anche nei momenti più incerti. Hanno premiato maestri come Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, ma anche intercettato nuove onde, nuovi linguaggi, nuovi sguardi. Se un tempo rappresentavano l’apice di un sistema produttivo forte e riconoscibile, oggi raccontano una realtà più frammentata, ma forse proprio per questo più viva, più irrequieta.
L’edizione 2026 si inserisce in una stagione particolarmente densa. I film con più candidature fotografano un’Italia attraversata da inquietudini profonde. Tra questi, Le città di pianura emerge come uno dei titoli più significativi: un’opera che lavora per sottrazione, fatta di silenzi, paesaggi rarefatti e vite sospese. La provincia diventa qui un luogo mentale prima ancora che geografico, uno spazio in cui il tempo sembra dilatarsi e i personaggi si muovono come in attesa di qualcosa che forse non arriverà mai.
Di segno diverso, ma altrettanto centrale, è La grazia, che sceglie invece una dimensione più luminosa e spirituale. Il film di Sorrentino attraversa il tema della redenzione senza retorica, costruendo un racconto delicato, quasi fragile, sostenuto da interpretazioni intense. È un cinema che prova a sfiorare l’invisibile, a raccontare ciò che resta quando tutto sembra perduto.
E poi c’è Le assaggiatrici, forse uno dei titoli più attesi, capace di intrecciare memoria storica e tensione narrativa. Ambientato durante la Seconda Guerra mondiale, porta sullo schermo una storia di paura e sopravvivenza, tutta giocata sul corpo e sul rischio quotidiano.
Qui il passato non è mai distante, ma ritorna con forza, interrogando il presente e le sue fragilità.
Non c’è un unico filone dominante, ed è forse questo il segnale più interessante. Si passa da opere che scavano nella dimensione privata, quasi intima, a film che si confrontano apertamente con il presente politico e sociale, fino a incursioni in generi ibridi che contaminano il realismo con il simbolico. Alcuni titoli arrivano da percorsi festivalieri importanti, altri sono cresciuti lentamente, trovando il loro pubblico nel tempo. Hanno tutti in comune la necessità di raccontare ciò che non può essere rimandato
Attori e attrici si muovono con sempre maggiore libertà tra cinema d’autore e produzioni più accessibili, portando sullo schermo personaggi stratificati, lontani da ogni stereotipo. È un segnale di maturità, ma anche di apertura.
La fotografia osa, il montaggio sperimenta, le colonne sonore diventano parte integrante del racconto e non semplice accompagnamento.
Ogni anno i David riescono a portare alla luce film che rischiavano di rimanere ai margini, regalando loro una seconda vita. È forse questa la funzione più preziosa del premio: non solo celebrare, ma anche rivelare. Dare spazio a ciò che non ha ancora trovato pienamente il suo pubblico.
In un panorama dominato dalle piattaforme e da nuove modalità di fruizione, il cinema italiano sembra aver ritrovato una sua necessità. Non sempre una direzione chiara, ma certamente una tensione, un desiderio di esserci. I David di Donatello, in questo senso, non sono soltanto un punto d’arrivo, ma un passaggio.
E forse è proprio qui che si nasconde il loro fascino più profondo. Perché la notte del 6 maggio non dirà soltanto chi ha vinto, ma lascerà intravedere qualcosa di più sfuggente: quali storie continueranno a risuonare, quali immagini resteranno impresse, quali voci saranno destinate a crescere. Il resto, come sempre, accade dopo. Nel buio della sala, quando le luci si spengono davvero e il cinema ricomincia da capo. Alberto Marzari

Xavier Dolan è salito alla ribalta del cinema francofono appena ventenne, grazie alla prestigiosa vetrina del Festival di Cannes dove nel 2009 ha presentato in anteprima il suo film d’esordio J’ai tué ma mère. In pochissimo tempo si è affermato come enfant prodige del cinema canadese, fino alla definitiva consacrazione avvenuta appena cinque anni dopo, quando con Mommy nel 2014 ha vinto a Cannes il Premio della Giuria.
Durante questo periodo, Dolan aveva delineato un universo emotivo riconoscibile in cui amore, sessualità e nostalgia si intrecciano in modo viscerale e spesso doloroso, con una costante incapacità dei suoi personaggi di abitare serenamente il sentimento.
In tal senso proprio J’ai tué ma mère è micidiale: il film affronta l’amore filiale con la stessa intensità lacerante di una relazione sentimentale. Il rimpianto per un’infanzia perduta nulla può contro l’incomprensione quotidiana che mai si traduce in dialogo.
Con Les amours imaginaires (2010), Dolan sposta lo sguardo sull’amore desiderato e idealizzato. Il triangolo tra Marie, Francis e l’elusivo Nicolas racconta l’innamoramento come proiezione narcisistica. L’amore è un dispositivo di autoinganno, un gioco di specchi che conduce inevitabilmente alla frustrazione. Laurence Anyways (2012) rappresenta forse l’esempio più complesso del cinema di Dolan sul tema amoroso. La relazione tra Laurence, che intraprende un percorso di transizione di genere, e Fred è un racconto epico e intimo insieme, in cui l’amore si scontra con il tempo, il cambiamento e i limiti dell’accettazione. La transizione stessa diventa il fulcro di una riflessione sulla sessualità come identità profonda, non riducibile a categorie rigide. Dolan non idealizza il sentimento: lo mostra come forza potente ma insufficiente a salvare la coppia, incapace di resistere al peso delle trasformazioni individuali.
Con Tom à la ferme (2013), il regista vira verso toni più cupi e thriller. L’amore assume una forma oscura e disturbante, si trasforma in ossessione e violenza, mentre la sessualità è repressa, negata, fonte di tensione. La nostalgia non è solo legata al lutto e alla perdita, ma anche a un desiderio distorto di mantenere intatto un passato che non può più esistere.
Con i suoi film Dolan ha avuto fin qui la straordinaria capacità di raccontare i sentimenti nella loro complessità, raccontando esperienze totalizzanti e spesso distruttive. Davide Terrin

Il CSC – Scuola Nazionale di Cinema offre tra maggio e giugno nuovi corsi in presenza e online per ampliare un’offerta formativa estremamente innovativa che mira a individuare, selezionare e formare studenti e professionisti che concorrano a rafforzare le competenze professionali nel settore audiovisivo legate soprattutto a favorire la transizione tecnologica. Protagonista della programmazione didattica è senza ombra di dubbio la VR, ormai più vera del reale e a Venezia particolarmente a proprio agio vista l’importanza mondiale della sezione Venice Immersive in seno alla Mostra del Cinema di Alberto Barbera, da sempre più aperta che mai all’approccio con il futuro del mezzo filmico. La Mostra infatti è stata uno dei primi festival di cinema al mondo a manifestare interesse per la Virtual Reality, realizzando un VR Theater già nel 2016 sull’Isola del Lazzaretto Vecchio, a pochi minuti dall’Isola di San Servolo. I prossimi corsi CSC che hanno ancora aperte le iscrizioni, con scadenza a maggio sono: Introduction to Game Engine (18-22 maggio, con scadenza iscrizioni l’8 maggio); Ecosystem of Immersive Production (18, 20, 28, 30 maggio e 5 giugno, scadenza iscrizioni l’8 maggio); AI Tools for Creative Production (18, 20, 28, 30 maggio e 5 giugno, scadenza iscrizioni l’8 maggio); Immersive Experience’s Review (25-29 maggio, con scadenza iscrizioni il 15 maggio); Animation in VR (25, 26, 27, 28, 29, scadenza iscrizioni il 15 maggio); Immersive Sound; Immersive Storytelling (1, 3, 4, 5, 8 giugno, con scadenza iscrizioni il 22 maggio). Corsi e laboratori che confermano ancora una volta l’attenzione del Centro Sperimentale di Cinematografia verso l’innovazione e l’evoluzione del settore audiovisivo italiano, per promuovere la creatività e la riflessione critica e soprattutto la formazione di nuove figure professionali capaci di relazionarsi con un futuro che è già qui, adesso, in pieno e visionario svolgimento. Tutte le informazioni circa i corsi sono pubblicate all’interno del sito istituzionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, con particolari sui costi e sulla frequenza richiesta per sostenerli.
www.fondazionecsc.it

Lo scorso anno la rassegna della Casa di The Human Safety Net MovieLab, Sconfinamenti dello sguardo si era conclusa con la lectio magistralis di Antonio Monda sui capolavori di Francis Ford Coppola e Luchino Visconti, Il Padrino e Il Gattopardo. Un viaggio avvincente nel grande cinema attraverso il racconto delle scelte originarie dei cast, i contrasti, i retroscena, i segreti e le soluzioni geniali che hanno portato alla realizzazione di due pietre miliari della storia del cinema, con grandissimo riscontro di pubblico ad affollare l’incontro.
Anche quest’anno Monda, docente presso il Film and Television Department della New York University, chiude MovieLab con un’avvincente conferenza il 27 maggio dal titolo Cinema e libertà, stavolta concentrandosi su pellicole nelle quali registi e sceneggiatori hanno declinato in modi diversi il concetto di ‘libertà’ e l’anelito costante di ogni essere umano verso di essa. Dalle memorabili fughe da Alcatraz a quelle da un destino di schiavitù, dal vento di libertà che attraversò il mondo negli anni ’60 e ’70 alla battaglia contro l’oppressione politica, in ogni epoca, fino alla ricerca di libertà che ci spinge ad andare oltre i nostri limiti, a volte fino alle estreme conseguenze, alla ricerca di una felicità che si scopre (forse troppo tardi) autentica solo quando condivisa. Un appuntamento imperdibile, non solo per gli amanti del cinema, ma anche per tutti coloro appassionati a un tema talmente insito nella natura umana, da essere sempre e per sempre attuale e avvincente.
Antonio Monda è il co-fondatore e il Direttore Artistico del Festival letterario internazionale Le Conversazioni, e ha diretto la Festa del Cinema di Roma dal 2015 al 2021. Ha diretto numerosi documentari e il film Dicembre. Ha curato mostre per il Louvre, il MoMA, il Lincoln Center e il Guggenheim Museum. Collabora alle pagine culturali di Repubblica e The Hollywood Reporter. I suoi libri sono stati tradotti in undici lingue e il suo lavoro giornalistico è stato pubblicato sul The Paris Review, Fiction, The Common, Vogue e Vanity Fair. Il 3 giugno 2019, il Presidente Sergio Mattarella lo ha decorato come Ufficiale al Merito della Repubblica.
Cinema e libertà
27 maggio La Casa di The Human Safety Net www.thehumansafetynet.org

Il cinema di Francesca Archibugi oscilla tra la pioggia di primavera e l’aria pungente d’autunno. È anche un cinema che non può prescindere da una composizione narrativa che, prima di essere mostrata, va annotata e sussurrata. Come gli accadimenti della vita per gli aborigeni dell’Australia che, prima di esistere, vanno cantati: una nascita, una conquista, un dolore, un traguardo, un luogo. Nel momento in cui le cose risuonano nell’aria, diventano vere, si allargano agli occhi e al cuore.
La regista romana ha esordito nel lungometraggio con Mignon è partita nel 1988, ha realizzato una dozzina di film per il cinema, diversi altri per la televisione, e ha scritto oltre a quelle per i suoi film, molte altre sceneggiature, tra cui per La pazza gioia (2016), Ella & John - The Leisure Seeker (2018), Siccità (2022) di Paolo Virzì, Dieci minuti (2024) di Maria Sole Tognazzi. Tra gli ultimi lavori di regia ci sono Il colibrì (2022) e Illusione, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025 e in uscita a maggio.
Ha sempre dato l’impressione di entrare nel set da più porte, tenendo lo sguardo aperto dietro e davanti alla macchina da presa. Prima di iniziare a scrivere plot e a dirigere, ha recitato in serie tv e film (l’esordio con il ruolo di Ottilia, nel film Le affinità elettive diretto da Gianni Amico, tratto dal romanzo di Johann Wolfgang von Goethe); un modo per prendere dimestichezza con la scena e acquisire una speciale sensibilità verso attori e attrici che sarebbero diventati materia delle sue narrazioni visive.
Anche la musica ha sempre avuto un ruolo speciale, come fosse uno strumento narrativo e scenico fondamentale per la creazione delle ambientazioni, grazie anche alla collaborazione con i musicisti Battista Lena, compagno di vita, e Roberto Gatto.
La dimensione privilegiata dei film di Archibugi è il tessuto familiare e sociale che ruota intorno a figure fragili e complesse: adolescenti, giovani donne, adulti in crisi di sistema e di sentimento.
Sono questi gli elementi fondamentali di film come Verso sera (1990) dove il peso degli anni di piombo fa da sfondo alla relazione tra un professore universitario in pensione e la piccola nipote lasciata alle sue cure da un figlio disorientato. O come ne Il grande cocomero (1993), racconto sociale e relazionale, ambientato nel reparto di neuropsichiatria infantile al quale approda la giovanissima Pippi, e dove il giovane psichiatra Arturo si cimenta con ragazzini in crisi e angosce personali. C’è poi il grande affresco di inizio secolo scorso, Con gli occhi chiusi (1994), dove un padre padrone decide su tutto e diventa la rappresentazione dell’incomprensione e dell’emarginazione, da una parte del figlio adolescente Pietro, dall’altra della fragile moglie Anna, destinati a soccombere sotto il peso dell’autorità.
Sono tutte relazioni di sentimento, avvolte ai margini di un’Italia borghese o giù di lì, dove la contrapposizione tra genitori e figli (reali o putativi) è il punto di vista della regista, rapporti che oscillano sempre tra l’istinto protettivo, la difficoltà a uscire nel mondo, la purezza che, nonostante tutto, è l’anima dell’essere venuti al mondo.
Un cinema misurato e, per tornare alle prime righe, un cinema che va evocato, sussurrato, cantato. Elena Cardillo
Francesca Archibugi, se il cinema va evocato 7, 14, 21 maggio Casa del Cinema www.culturavenezia.it/cinema

Luciano
Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Luciano Vincenzoni, tra i più importanti sceneggiatori e soggettisti del cinema italiano, considerato uno dei padri della commedia all’italiana e degli spaghetti western, forse il più grande rappresentante di un’arte che usciva dal Neorealismo e aveva bisogno di ritrovare ironia, satira, leggerezza, un precursore del rinnovamento del cinema italiano. Un autentico gigante, di raro spessore.
Questo centenario rappresenta non solo un omaggio alla memoria di uno dei più prolifici scrittori di cinema del Novecento, premiato nel 1996 con il Premio Flaiano alla carriera, ma anche un’occasione per far conoscere alle nuove generazioni il suo lavoro e la sua eredità artistica.
«Cos’è il cinema per me? È la vita, tutta la mia vita è legata al cinema». Non poteva dare altra risposta una delle menti più geniali della storia della decima musa.
Nato a Treviso il 7 marzo 1926 e scomparso a Roma il 22 settembre 2013, Vincenzoni ha lasciato un segno profondo nella storia del cinema e anche del costume del nostro Paese. Abbandonati gli studi di giurisprudenza, andò a Roma con il chiodo fisso di sfondare nel mondo dello spettacolo. Gli inizi furono difficili, senza soldi, anche se tutto sommato la capitale del cinema di quel tempo era una città più facile, in quel “giro” erano in pochi, si conoscevano tutti, frequentavano sempre gli stessi luoghi. La casualità spesso decise per lui fin dagli inizi, infatti la sua carriera decollò soprattutto grazie al tumultuoso e fondamentale incontro con il lungimirante produttore Dino De Laurentiis, incontro che – come testimoniato nel bel documentario realizzato da Virginia Zullo – pare scritto per una sua commedia all’italiana, con tanto di taxista che alla fine viene invitato da Vincenzoni a pranzo nel ristorante dei suoi sogni in Via Veneto. Artista dotato di capacità di innovazione, grandi intuizioni, pura genialità, aveva un carattere difficile, litigò con attori, registi, produttori. Una vita, la sua, tra alti e bassi. Era sempre in bolletta, guadagnava cifre enormi e spendeva tutto. La vera svolta fu dettata dall’incon-
tro con il regista Pietro Germi, altro famoso carattere difficile del cinema italiano, che definiva lo sceneggiatore “il falso bugiardo”. Per Germi scrisse nel 1956 Il ferroviere e la loro fruttuosa e importante collaborazione proseguì con due autentici capolavori: Sedotta e abbandonata del 1964 e Signore & signori del 1966, divertentissima e spietata commedia a episodi sull’adulterio, girata proprio nella sua natia Treviso.
Luciano Vincenzoni realizzò tantissime sceneggiature dedicandosi anche a film di genere, dal filone mitologico al poliziesco, al western all’italiana. Lavorò anche ad Hollywood, esordì nel 1954 scrivendo Hanno rubato un tram, film tagliato su misura per Aldo Fabrizi. Era infatti riuscito ad agganciarlo, cercandolo nel locale che frequentava sempre in Via Veneto. Vincenzoni racconta divertito che durante le riprese del film Fabrizi era a dieta, ma ogni giorno a casa cucinava per lui fettuccine, polpette e tutte le migliori ricette della cucina romana solo per il piacere di guardarlo mangiare, mentre a lui era vietato. Collaborò con i più grandi registi italiani, da Elio Petri a Bolognini, a Steno, a Corbucci, tra questi anche Sergio Leone, partecipando alla scrittura di Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, Giù la testa. Il suo indimenticabile capolavoro rimane La grande guerra del 1959, con la regia di Mario Monicelli e due mostri sacri come Alberto Sordi e Vittorio Gassman, commedia amara, ritratto spietato della nostra società, dell’Italia in guerra. Vinse il Leone d’Oro a Venezia, tre David di Donatello, due Nastri d’Argento e fu candidato all’Oscar.
L’Associazione dedicata a Luciano Vincenzoni, che opera a Treviso ed è presieduta da Luciano Franchin, dedica tutto il 2026 alle celebrazioni dello sceneggiatore con numerosi eventi, oltre alla dodicesima edizione del Concorso che premia giovani soggettisti per film e giovani compositori di musiche per film. Attraverso questo concorso, la settimana del cinema e le attività dedicate alle scuole, Treviso intende continuare a coltivare il legame tra la città e il cinema, nel segno di uno dei suoi più illustri protagonisti, per ricordare e onorare l’opera straordinaria di questo suo grandissimo concittadino.
Elisabetta Gardin www.premiovincenzoni.it
a cura di Loris Casadei
Le dark ladies irrompono nel cinema ‘contemporaneo’ al di sopra di ogni sospetto.
È Florinda Bolkan, nel film di Petri del 1970. Il film inizia con Gian Maria Volontè che attende fuori/dentro una cancellata, che già sembra una prigione. E subito entra in scena lei, vestita con una tunica nera con punti metallici di Maria Monaci Gallenga. Scrive la produttrice: «Quando Florinda allarga le braccia davanti al commissario, mostrando sotto le maniche due veli neri come ali di pipistrello, il volto di Volontè non è inquadrato, ma noi sappiamo bene che quell’abito… gli farà perdere il lume della ragione». In un torbido gioco sadomaso con forti venature necrofile, la protagonista viene deliberatamente uccisa. La sua vita viene ricostruita con diversi flashback disseminati nella storia. Figura modernamente queer, senza quell’erotismo per lo sguardo maschile di tanti film dell’epoca. Citazione a parte per Charlotte Rampling. Già in Tutte le donne del re (1972) in cui interpreta una Anna Bolena accusata di essere in relazione con il Diavolo, poi nello stupendo, indimenticabile Il portiere di notte della Cavani del 1974, ove con lo Schirmmütze delle SS ma a petto scoperto, si muove con disinvoltura in mezzo ad un gruppo di militari, cantando Wenn ich mir was wünschen dürfte (ovviamente lunghi guanti neri), per giungere a Max Mon Amour di Nagisa Oshima del 1986 e al suo amore animale, la Rampling si impone sull’immaginario maschile come conturbante creatura delle tenebre, tra prigionia e riscatto. Francesca Brignoli, attenta studiosa della filmografia della Cavani così la descrive: «Bionda, sguardo chiaro e tagliente, corpo snello e ossuto e allo stesso tempo potenzialmente erotico, tendenzialmente portatrice di danno. È una idea di femminile fuori catalogo». Per lei venne coniato il termine ‘to rample’, in assonanza con trample e crumple per indicare il potere di assoggettare completamente un uomo. Lei si ribellò a questo ruolo e ne vennero fuori film stupendi quali, fra gli ultimi, a Venezia nel 2025 l’episodio Mother di Jim Jarmusch, film vincitore poi del Leone d’Oro. Inciso: nel film della Cavani, non perdersi la danza del ballerino e coreografo Amedeo Amodio.
Non mi soffermo sulle versioni di dark nymphet con riferimento sia ai classici Lolita di Kubrick del 1962 con Sue Lyon o la versione di Adrian Lyne del 1997 con Dominique Swain, Pretty Baby di Louis Malle del 1978, Maladolescenza di Pier Giuseppe Murgia (1977) con Eva Ionesco e Lara Wendel. In questa lista, per mia sensibilità, inserisco anche Emma Stone di Povere creature (2023). Negli anni più recenti vi è l’interessante ripresa di La fiamma del peccato. Sempre tratto dal romanzo di James M. Cain Double indemnity, esce nel 1981 Brivido caldo di Lawrence Kasdan. Il ruolo di perfida moglie che irretisce un uomo per liberarsi del marito qui è svolto da Kathleen Turner. Tornano, anche se a colori, tutte le caratteristiche del noir americano: ombre oblique, persiane che lasciano vedere e celano, la peccatrice di bianco vestita con immancabili pizzi, le serate estive torride. I colori delle vesti per simboleggiare i diversi ruoli si mantengono anche nel nervoso e disturbante Attrazione Fatale di Adrian Lyne del 1987. La nevrotica, perfida, intelligente Glenn Close conquista, seduce e combatte per mantenersi legato un uomo serenamente sposato con un brava moglie, disposta a tutto, anche a perdonarlo. Interessante il doppio finale. Nell’originale, conservato sembra solo nella versione giapponese, Glenn si suicida come la protagonista della sua opera preferita, Butterfly. I produttori, dopo una reazione iniziale del pubblico al test, che chiede una pu-

nizione e non un nobile gesto, impongono che sia invece la moglie, per difendere il marito, a sparare alla perfida. Sembra che ci siano dati statistici a dimostrare che dopo questo film, che ebbe un grandissimo successo, i casi di adulterio siano notevolmente diminuiti. Di Basic Instinct, film diretto da Paul Verhoeven nel 1992, poco si può dire. Ancor oggi Sharon Stone è ripresa ovunque, imitata, ricordata per la celebre scena dell’interrogatorio. Io la preferisco nella scena precedente, quando si ‘veste’ sotto gli occhi degli investigatori dimenticandosi deliberatamente delle mutandine. Di bianco vestita, laddove tutti sono in grigi sciatti vestiti che sembrano dell’epoca di Al Capone, ma il mare rumoreggia e le onde si infrangono contro la scogliera. Anche l’innocua scena sulla spiaggia non è male. Lei è così bella che si è parlato di sospensione dello scetticismo. Può un angelo essere colpevole?
Pochi anni prima, nel 1981, un film che fece scandalo, così come, a suo tempo il romanzo da cui era tratto, Il postino suona sempre due volte di Bob Rafelson. Il periodo è quello della Grande Depressione degli anni ‘30. Il colore dominante è il giallo scuro, il marrone dei vestiti operai e contadini, della terra, dei muri. La scandalosa scena con Jessica Lange e Jack Nicholson viene parzialmente celata dal buio, visi e particolari in ombra, ma non il sudore, le nocche che si contraggono, i gemiti, macchie di luce che svelano. Il film riprende con La voce del padrone che sul grammofono canta la celebre La donna è mobile del Duca di Mantova, che vanta la sua conquista in Rigoletto. Terminiamo con un film che si apre con un omaggio alle origini del filone Dark Ladies. Femme Fatale del 2002, scritto e diretto da Brian De Palma, si apre infatti in una stanza ove il televisore proietta La fiamma del peccato del 1944. Laura, interpretata da Rebecca Romijn, sul letto nuda, con lenzuola in raso color perla e l’immancabile sigaretta si riflette nello schermo, suggerendo una qualche identità. Il Bolero di Ravel ci accompagna nelle prime sequenze durante il Festival di Cannes. Non mancano stivali neri e conturbante scena di spogliarello in sala biliardo, ma è lo sguardo che dice, sopratutto quando segue eccitata la lotta omicida tra i due a contendersi il corpo di lei. Ma qui vi è un risveglio, gli ultimi venti minuti segnalano un versione alla Sliding Doors, un altro finale. La cattiva è veramente cattiva? Miracoli del cinema! Loris Casadei


CINEFACTS
a cura di Marisa Santin
Esiste anche un cinema a bassa voce, gentile, che innesca connessioni nascoste e lascia intuire relazioni non dichiarate fra le cose e fra le persone, fra lo schermo e lo spettatore. Questa è una selezione parziale e personale. Se avete suggerimenti, potete scriverci. Questa rubrica continuerà in tonalità minori fino a novembre. Un modo, anche questo, per muoversi dentro il paesaggio della 61. Biennale Arte - In Minor Keys





Wim Wenders, 1984
Poche parole, molti silenzi, una storia che si ricompone senza mai concludersi davvero. Wenders lavora per sottrazione, lasciando spazio all’eco emotiva più che alla spiegazione.
Krzysztof Kies´lowski, 1993
Una donna impara ad ascoltare le tonalità minori della propria esistenza dopo la perdita, affrontando lutto e ricostruzione interiore attraverso la solitudine, il riposo, la musica.
Tsai Ming-liang, 2003
Persone che si sfiorano senza incontrarsi mai davvero, mentre il tempo scorre lentamente in un vecchio cinema semivuoto di Taipei in via di chiusura definitiva. Tsai Ming-liang è fra i 110 artisti scelti da Koyo Kouoh per questa Biennale.
Barry Jenkins, 2016
In tre movimenti, come una sonata, il film parla di identità, di cura e di silenzio come linguaggio. Il ritmo dello scambio di battute tra i personaggi è puro jazz.
Chloé Zhao, 2020
Vite in movimento, comunità temporanee e ai margini, paesaggi aperti di un’America che non cerca spettacolo. Più che raccontare, il film lascia trapelare una forma fragile di appartenenza.
Perchè è vero, incontestabile, che la vita finisce, finisce per tutti, prima o poi. Ma è vero anche che in quel “poi” c’è tutto un mondo di significati, di azioni, di speranze, di desideri, di gioie
Giovanni Grasso
In un momento in cui il discorso pubblico sembra aver consumato persino il vocabolario della convivenza e del conflitto, in concomitanza con l’inaugurazione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte si apre un nuovo ciclo della Biennale della Parola dedicato a due termini al contempo urgenti e abusati: Dissenso e Pace. Tre serate che riecheggiano le tonalità minori di Koyo Kouoh, offrendo qualcosa di diverso rispetto alla vertigine cosmopolita del vernissage: la possibilità di fermarsi, di ascoltare, di abitare quell’ultimo spazio in cui le parole possono ancora ritrovare il loro peso. Mercoledì 6 maggio in Sala delle Colonne a Ca’ Giustinian inaugura la rassegna Aleksandr Sokurov, che alla scorsa Mostra del Cinema ha presentato il monumentale documentario Directors Day, dal regista stesso definito la propria “biografia spirituale”. Giovedì 7 la parola passa a Suad Amiry, scrittrice e architetta palestinese, fondatrice del Riwaq Centre for Architectural Conservation di Ramallah, da oltre trent’anni in prima linea per la salvaguardia del patrimonio architettonico palestinese nei territori del conflitto. La serata conclusiva, venerdì 8 maggio, è corale e vede protagonisti tutti i direttori artistici della Biennale: Alberto Barbera per il
La Biennale della Parola / La Pace e il Dissenso
6-8 maggio; 1, 2, 3, 5 giugno Ca’ Giustinian e Arsenale www.labiennale.org
Cinema, Caterina Barbieri per la Musica, Willem Dafoe per il Teatro, Wayne McGregor per la Danza, Wang Shu e Lu Wenyu per l’Architettura. Una conversazione che riunisce linguaggi e discipline diverse, e che forse meglio di ogni monologo restituisce la complessità di un tema che non appartiene a nessuna arte in particolare, ma le investe tutte senza eccezioni.
Il calendario si estende poi a giugno con due appuntamenti distinti. L’1 e il 2 giugno è prevista l’apertura della nuova sede dell’Archivio Storico all’Arsenale – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee –con un programma di lectures e performance a cura dei direttori artistici, mentre il 3 l’ASAC apre al pubblico con un open day, su prenotazione (vedi p. 189).
Infine, venerdì 5 giugno, sempre in Sala delle Colonne, torna il ciclo Biennale della Parola / Letteratura, con la presentazione del nuovo romanzo di Giovanni Grasso, portavoce del Presidente della Repubblica e autore di consolidata carriera. Finché durerà la terra (Rizzoli, 2026) è un romanzo tragico-ironico ambientato tra Roma e le colline umbre, che segue le vicende di Noè Simenoni – ex seminarista gesuita, antieroe contemporaneo –arruolato come agente segreto del Vaticano per infiltrarsi in una comunità religiosa dominata da falsi veggenti che paventano l’arrivo di un nuovo Diluvio. Ne parlerà con Roberto Papetti, direttore de Il Gazzettino.


L’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC) è parte integrante della Biennale, tanto da essere considerato la sua “settima musa”, ed infatti nello statuto compare al pari degli altri sei: Arte, Architettura, Cinema, Danza, Musica, Teatro. Tutti i documenti di ogni mostra sono raccolti e conservati in esso, accompagnando le attività della Biennale fin dalla prima Esposizione Internazionale d’Arte. Dopo aver occupato negli anni diverse sedi, ora una nuova importante struttura, concepita come spazio d’eccellenza per la conservazione e la valorizzazione della mole di documenti custoditi dall’ASAC, trova spazio all’Arsenale. Un progetto di grande respiro che offre l’occasione di ripensare cosa sia oggi un archivio e quale ruolo possa assumere nel presente.
La Fondazione La Biennale ha individuato, restaurato e riqualificato dal punto di vista funzionale il comparto Officine est dell’Arsenale, che si collocano a nord della lunga manica delle Corderie, separati da quella stretta calletta utilizzata come percorso interno agli spazi espositivi.
L’apertura della nuova sede dell’Archivio all’Arsenale è prevista per l’1 e 2 giugno con un programma di lectures e performance a cura dei Direttori artistici delle diverse Biennali, e a seguire, il 3 giugno, le porte si aprono al pubblico, con visite guidate su prenotazione. Il progetto ha coinvolto due distinti complessi di edifici connessi funzionalmente per un totale di 8000 metri quadri, divisi in ambienti vocati alla produzione del sapere ed aperti al pubblico, ampi spazi di consultazione del patrimonio ASAC, uffici dell’Archivio con ampi locali di rappresentanza, polifunzionali ed espositivi e la parte dedicata al College ASAC. Inoltre viene accolto il grande archivio multimediale che rappresenta il patrimonio produttivo di ASAC. L’Archivio non solo come custode della memoria, ma anche come fucina di idee e progetti per il futuro dell’arte. M.M.
ASAC – Archivio Storico delle Arti Contemporanee Opening 1, 2, 3 giugno Arsenale www.labiennale.org
Intervista Andrea Pennacchi
di Elisabetta Gardin
Andrea Pennacchi è senza dubbio un grande talento, attore, drammaturgo, regista e scrittore, alterna la sua attività in teatro con quella delle produzioni televisive – amatissimo il personaggio del Pojana – e cinematografica, in film diretti da registi come Carlo Mazzacurati, Andrea Segre, Silvio Soldini, Damiano Michieletto. Il suo film più recente è il sorprendente e fortunatissimo Le città di pianura di Francesco Sossai, che oltre a grandi incassi sta facendo incetta di riconoscimenti ed è candidato a ben sedici David di Donatello (vedi articolo a p. 179).
Come scrittore ha da poco pubblicato, per la casa editrice People, Alieni in Laguna, estensione dell’omonimo spettacolo teatrale che sta riscuotendo grande successo in tutta Italia, in scena dal 7 al 10 maggio al Teatro Verdi di Padova. Dopo il suo esordio con Pojana e i suoi fratelli (2020), ha pubblicato La guerra dei Bepi (2020), La guerra infinita del Pojanistan (2021), Shakespeare and me (2022), Eroi (2023), Se la rosa non avesse il suo nome (2024), Una foresta di scimmie (2025), Tutto Pojana (2025).
In Alieni in Laguna l’autore esplora il rapporto tra uomo, natura e specie aliene, e quest’ultime sono chiaramente segnali preoccupanti di qualcosa che non funziona più nell’ecosistema, della necessità di ridefinire il nostro rapporto con la natura, dell’impatto devastante che gli errori umani hanno su di essa. Il racconto è anche una potente metafora della vita, perché in fondo tutti siamo alieni per qualcun altro e Pennacchi, in modo ironico e poetico, fa una profonda riflessione sull’uomo e i continui cambiamenti a cui è soggetto. La soluzione è soltanto una: l’accettazione dell’altro, della diversità. Tornando ai mutamenti avvenuti in natura, soprattutto a causa dei cambiamenti climatici, la situazione è allarmante e spesso senza soluzione: negli ultimi anni le nutrie hanno invaso le nostre terre danneggiando argini, dighe, colture; i cinghiali scorrazzano per le città; gli orsi si spingono sempre più verso i centri abitati; il pesce siluro infesta il Po; la Laguna ha subito danni gravissimi a causa del vorace granchio blu, che dall’America ha invaso il Mare Adriatico, facendo strage di telline, vongole e cozze; infine come dimenticare l’odiatissima zanzara tigre. Animali che portano effetti catastrofici e distruggono le specie autoctone, creando veri disastri nelle comunità biologiche, colonizzando interi ecosistemi e diventando un pericolo ambientale e non solo.
Pennacchi parla di animali, ma anche molto di se stesso, delle sue radici che affondano in questo Veneto di cui racconta i molti difetti, ma anche gli altrettanti pregi. Nel suo libro fonde realtà e fantasia, storia e autobiografia, scienza e folklore, passando, alla sua maniera, dalla comicità al dramma in uno stile affabulatorio che avvince il lettore.
Da cosa è nato il testo teatrale e il libro Alieni in Laguna? Il racconto, anzi i racconti, sono il frutto dell’unione di un amore di lunga data per il mondo naturale e la cronaca recente: era fin troppo

chiaro che, come sempre, i titoli roboanti su gamberi killer e cinghiali che assediavano le città dicessero più su di noi uomini che sugli animali chiamati in causa.
Anche in questo suo ultimo lavoro il Veneto ha un ruolo importante, cosa la affascina di più di questa terra e cosa la disturba?
Per restare nell’ambito dello spettacolo, molte sono le cose che amo di questa mia terra, quello che però non sopporto è il suo aver ceduto l’anima a quello che Zanzotto chiamava “lo sviluppo scorsoio” – che pure ha portato benessere, ma a un prezzo elevato – anche nel rapporto con gli animali. Va detto, però, che non è esclusivamente veneta questa tendenza a vedere la natura solo in senso utilitario, anzi…
In un mondo di persone sempre più omologate e bisognose di approvazione, cominciamo ad amare gli alieni, quelli però che non distruggono altri habitat, lei chi vede come “alieni buoni”?
Gli alieni del titolo sono buoni in quanto ci segnalano che è tempo di cambiare, che il nostro rapporto con l’ambiente non è più sostenibile, e contemporaneamente ci ricordano che siamo più adattabili di quel che crediamo.
Lei si è mai sentito un alieno?
Un milione di volte. Non è facile essere un buffone a volte:
Intervista Teresa Präauer
di Loris Casadei
Il sole splende sulla grande terrazza di Palazzo Barbarigo e la vista sul Canal Grande è meravigliosa. Un tempo ospitava un’antica pinacoteca che raccoglieva numerose tele del Tiziano. Oggi è sede del Centro Tedesco di Studi Veneziani. Qui abbiamo avuto l’intrigante opportunità di assistere lo scorso aprile alla presentazione dell’ultimo romanzo di Teresa Präauer Cucinare nel secolo sbagliato, il tutto nel contesto della 19. edizione di Incroci di Civiltà, Festival internazionale di Letteratura organizzato dall’Università Ca’ Foscari. Seguo questa scrittrice da quando ha pubblicato uno dei suoi racconti di più grande successo, Oh Schimmi, 2016, reso anche per la scena e rappresentato nel 2018 allo Schauspielhaus di Vienna. Difficile poterlo vedere in Italia; lo stesso romanzo è così pieno di giochi linguistici e di raffinate espressioni Hochdeutsch di quasi impossibile traduzione. Cucinare nel secolo sbagliato, edito in Italia da Marsilio, è stato magistralmente tradotto da Alessandra Luise, fine artigiana della parola, che guida i laboratori di traduzione italiano-tedesco all’Università di Trento. Quando ho terminato la lettura del romanzo sono andato a cercarmi un vecchio saggio che non riprendevo in mano da oltre quarant’anni, La natura della narrativa (Il Mulino, 1970) di Scholes e Kellog. Ebbene, Teresa Präauer ne scardina tutte le regole: la sequela di eventi minori non prepara alcuna avventura, la storia dei personaggi è vista solo attraverso il loro linguaggio e gli oggetti che usano, la narrazione riflette la frammentazione della contemporaneità. Se però nel romanzo la padrona di casa guarda dal balcone la grande pozza d’acqua che si è formata in strada in una sorta di rispecchiamento, persa nei suoi superficiali incontri, non così Teresa, scrittrice, artista visuale, pittrice e disegnatrice, persona affascinante ma semplice, di grande affabilità e al contempo con una capacità straordinaria di trascinarti nelle poliedriche direzioni del suo pensiero.
I critici vedono nei suoi romanzi una generazione affascinata dalle immagini e dalle forme, ma in parte scollegata dalla realtà. Condivide questa lettura? No, “scollegata” direi proprio di no. Però le immagini giocano sicuramente un ruolo molto forte. Da un lato ci sono quelle della storia dell’arte, dall’altro quelle più contemporanee. Oggi più che mai viviamo in un tempo in cui comunichiamo continuamente attraverso le immagini; penso a Instagram, per esempio. Questo ha un peso evidente e credo che il significato e il potere delle immagini sia cresciuto esponenzialmente nel corso della mia vita.
Lei è pittrice, poetessa, artista, scrittrice, giornalista e lavora anche per il teatro. Un’attività a dir poco multiforme. Sì, esatto. Giornalista però in un senso molto specifico: scrivo una rubrica di filosofia del linguaggio per il Süddeutsche Zeitung con un approccio molto letterario.
Ho studiato belle arti, lingua e letteratura tedesca all’università, con un interesse per la medievistica, ma anche per la letteratura contem-

poranea. La pittura è ancora molto importante per me, ma non è più la mia professione. Il mio lavoro è la scrittura, che è profondamente ispirata dal dipingere, dal pensiero, dalla riflessione accademica. Non ho paura dell’ambito accademico.
E il teatro? È stato difficile portare il suo lavoro in scena?
No, è stata un’esperienza magnifica. Il libro stesso ha già una dimensione performativa: la scrittura pensa al suono, alla lingua, allo spazio, alle parole nello spazio. Per questo il passaggio al teatro è stato naturale. Ha funzionato bene, per entrambi i romanzi.
I suoi libri sono ricchi di giochi di parole. Come ha lavorato con i traduttori?
Molto poco in realtà. Non intervengo quasi mai nel lavoro dei traduttori. Dipende anche da loro: alcuni desiderano un confronto, altri preferiscono lavorare in autonomia. Da parte mia sono sempre molto interessata allo scambio, mi piace dialogare. La traduzione è anche un atto creativo: bisogna inventare qualcosa, trasformare. Ho grande fiducia nei confronti dei traduttori, non impongo loro nulla.
Le è capitato di verificare le traduzioni prima della stampa?
Sì, ma fino a un certo punto, dipende naturalmente dalla lingua. Con l’inglese posso farlo con più sicurezza. Con l’italiano capisco, ma non riesco a giudicare le sfumature più sottili. In quel caso il mio intervento non può che essere, quindi, assai limitato.







Continua intervista
far ridere delle follie umane spesso non ti permette di appartenere a una sola tribù e si rischia di essere sempre un po’ alieni.
La sua attività artistica ha intrapreso diverse direzioni, sempre con successo. In che ambito si sente più a suo agio? Ama più recitare o scrivere?
Amo raccontare storie e ascoltare storie, in tutte le forme, ma il palco è stato il primo amore e il rapporto col pubblico è una delle cose più belle del mondo.
Quali sono i prossimi progetti che la coinvolgono?
Sto per imbarcarmi in un adattamento di Ruzante con la regia di Gabriele Vacis, una produzione Teatro Stabile del Veneto con gli Ipocriti di Melina Balsamo: è un progetto che mi fa tremare le vene e i polsi, ma anche fremere di aspettativa. E spero presto di iniziare a produrre un film sul Nordest, ma lì ci vorrà tempo, e schei
Per il futuro pensa anche di cimentarsi come regista cinematografico? Ancora le manca…
Non sono un Gioànin fassotuttomi! So dove fermarmi, mi sono cimentato con la scrittura e la recitazione, ma fare il regista richiede competenze che non ho e, visto che sono circondato da registi bravissimi qui in Veneto, penso che “resterò sul mio”.

Continua intervista Teresa Präauer
Nei suoi lavori c’è un forte interesse per il mondo animale. Se dovesse rinascere come animale quale sceglierebbe?
Forse una scimmia. In effetti il personaggio di Schimmi è anche una proiezione di me stessa, una figura artistica. Nel testo è molto coraggioso e questo è qualcosa che associo alla scrittura: quando scrivo mi sento molto audace.
La sua prosa è molto originale. È difficile trovare autori che le si avvicinino stilisticamente. Ha avuto dei mentori o delle influenze particolari?
Ci sono molti autori che amo e che leggo, certo. Ma non parlerei di influenze forti. Sono molto diversi tra loro: da Peter Handke, più rigoroso, a Nabokov, così vitale e ironico. Mi interessano molto anche i poeti, come Ingeborg Bachmann. E poi Joan Didion, per la scrittura più politica. In generale mi piacciono testi intelligenti ma al contempo capaci di divertire.
Da dove nasce il suo senso dell’umorismo?
Dalla famiglia direi, dai miei genitori. Ma anche proprio da me stessa. L’umorismo è una forma di liberazione. Quando si è molto concentrati su lavori intellettuali o sull’esigenza di dimostrare qualcosa si rischia di irrigidirsi. L’ironia aiuta a sciogliere questa tensione.
Le pretese, se arrivano con l’umorismo, si digeriscono meglio. Senza umorismo restano sole e asettiche, diventano tristi.
Si considera un’autrice indipendente?
Ci provo. Anche se l’indipendenza, a volte, significa anche solitudine.
Scrive di notte?
Sì, molto volentieri. Di notte, da sola, al buio, con una piccola luce. Nel mio studio.
Sta lavorando a qualcosa di nuovo?
Sì, ho già iniziato un nuovo progetto. Posso dire che riguarda, in parte, le relazioni tra uomini e donne, raccontate con una certa ironia.

«Quando Baba tornerà dal Paradiso, lo farò dormire tra le mie braccia». Parla così, Dania, la figlia di Shrouq. Non capisce cosa sia il Paradiso, sa soltanto che alle sue piccole braccia manca qualcuno. Hanno ucciso Habibi di Shrouq Aila fa male come entrare nel dolore di un intero popolo.
Giornalista palestinese pluripremiata – CPJ International Press Freedom Award, un Emmy per il documentario A Hidden War – Shrouq Aila è direttrice dell’agenzia Ain Media, che ha rilevato dopo l’assassinio di suo marito Roshdi Sarraj, ucciso sotto i bombardamenti il 22 ottobre 2023, nel sedicesimo giorno della devastante, sanguinaria reazione del governo di estrema destra israeliana al pogrom scatenato da Hamas il 7 ottobre. Madre di una bambina piccola, è rimasta a Gaza come testimone oculare giorno dopo giorno di questo conflitto, prima con la telecamera, poi attraverso la scrittura di queste pagine.
Il libro, pubblicato a settembre 2025 da wetlands, nel 2026 ha vinto il Premio Inge Feltrinelli nella categoria “Raccontare il mondo, difendere i diritti” per la «capacità di Shrouq Aila di contrapporre alla distruzione la forza limpida della vita». Un riconoscimento che si accompagna a un gesto concreto: redattori, traduttrice (Anna Nadotti), designer, stampatori hanno lavorato tutti a titolo volontario e i proventi, diritti internazionali inclusi, vanno direttamente a Shrouq in una catena di solidarietà che attraversa tutta la filiera editoriale. La scrittura è spoglia, quasi chirurgica. Non c’è retorica, non ci sono scene costruite per commuovere. Ci sono i dettagli: il profumo del pane che manca nell’aria, la voce della figlia che continua a chiamare il papà, il ronzio inquietante dei droni, l’ultimo messaggio vocale del marito. E poi ci sono le immagini che non si dimenticano, come il bianco della farina che si mescola al rosso del sangue intorno ai camion degli aiuti. Shrouq scrive come chi non ha tempo di piangere perché deve sopravvivere. È quella lucidità ostinata, proprio dentro la sofferenza più feroce, a rendere il libro potente. Gli ornamenti non mancano; semplicemente non sono mai stati previsti. A tratti si vorrebbe che l’autrice si soffermasse, che concedesse un’immagine in più, un respiro. Ma forse è esattamente questo il punto: a Gaza non si respira, si corre. E la voce di una giornalista palestinese che racconta in prima persona, senza filtri e senza intermediari, è rarissima. In un’epoca in cui quasi ogni narrazione passa per qualche forma di mediazione, questa testimonianza diretta ha un valore che dipende anche dalla sua fragilità: potrebbe non esserci stata.
Con la postfazione di Maaza Mengiste, Hanno ucciso Habibi è un libro che rimane addosso. Shrouq scrive che dopo la morte di Roshdi l’amore non si è trasformato in odio, bensì in un profondo dolore che le ha portato via i colori. Le novantasei pagine di questo libro servono anche a questo: a restituirglieli.

C’è qualcosa di profondamente irriverente e necessario nei libri che provano a riscrivere il sacro. Non per distruggerlo, ma per restituirgli vita, immaginazione e umanità. È da qui che nasce La soffitta dei santi dimenticati, romanzo d’esordio di Giorgio Placereani, libro capace di unire ironia e riflessione in un racconto sorprendente, sospeso tra il fantastico e la satira contemporanea.
L’idea di partenza è tanto semplice quanto potente: una misteriosa società sta acquistando tutte le chiese dismesse del mondo.
Si tratta soltanto di una gigantesca speculazione edilizia o esiste un disegno più oscuro? A opporsi a questo progetto sono quattro santi dimenticati, figure messe in ombra dalla storia e dalla stessa Chiesa, che decidono di intervenire per salvare ciò che resta del sacro.
Da questa intuizione prende forma una narrazione vivace e visionaria, una cavalcata tra Terra, Inferno e Paradiso dove l’umorismo si intreccia con una sottile malinconia e con il desiderio di restituire senso a ciò che è stato abbandonato.
Pubblicato da Gaspari Editore, La soffitta dei santi dimenticati rappresenta il primo romanzo di Giorgio Placereani, noto soprattutto come critico cinematografico e divulgatore culturale, oltre che storico collaboratore di cui siamo felici di poterci fregiare. Nato a Udine nel 1951, Placereani ha dedicato gran parte della propria vita al cinema, collaborando con il Centro Espressioni Cinematografiche e contribuendo alla crescita del Far East Film Festival. Questo lungo percorso nel mondo delle immagini si riflette chiaramente nella sua scrittura: il romanzo procede per scene, atmosfere e visioni, come se fosse costruito attraverso un montaggio cinematografico capace di fondere realtà e immaginazione.
L’autore porta con sé anche una profonda passione per la letteratura fantastica, che nel libro si combina con un dichiarato debito nei confronti di Frédéric Dard, celebre creatore del commissario Sanantonio. Da questo incontro nasce uno stile narrativo brillante e irriverente, in cui il gusto per la riscrittura e per il paradosso diventa strumento di riflessione sul presente. L’umorismo non è mai fine a sé stesso, ma diventa un mezzo per interrogarsi sul destino dei simboli religiosi e sul significato del sacro in una società sempre più incline a trasformare la memoria in merce.
Anche la scelta editoriale si inserisce in un percorso coerente. Attiva dal 1993, la casa editrice Gaspari ha saputo evolversi nel tempo grazie al passaggio di testimone tra Paolo e il figlio Marco Gaspari, ampliando il proprio catalogo verso una dimensione multidisciplinare e accogliendo autori provenienti da tutta Italia. In questo contesto, il romanzo di Placereani trova uno spazio naturale, distinguendosi per originalità e libertà creativa.
La soffitta dei santi dimenticati è dunque molto più di un esordio narrativo: è un atto d’amore verso le storie dimenticate e una riflessione poetica sulla memoria collettiva. Con leggerezza e intelligenza, Placereani invita il lettore a guardare oltre le apparenze, ricordandoci che anche ciò che sembra perduto può ancora trovare voce. Un romanzo che diverte, sorprende e, soprattutto, lascia una traccia emotiva destinata a durare nel tempo. Alberto Marzari




SCALA DEL BOVOLO
WALLACE CHAN Mythos 4 aprileApril–18 ottobreOctober San Marco 4303
COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO FONDAZIONE IN BETWEEN ART FILM Canicula 6 maggioMay–22 novembreNovember Barbaria de le Tole, Castello 6691 inbetweenartfilm.com ORATORIO DEI CROCIFERI
IEVA LYGNUGARYTĖ Carmen 1–31 maggioMay Campo dei Gesuiti, Cannaregio 4904 www.carmenbisontis.com

C’è un punto del mondo in cui il futuro non si immagina soltanto, si misura, ogni giorno, nell’acqua che sale e che arretra, nella fragilità che diventa condizione permanente. Quel punto è Venezia. Dal 3 all’8 giugno la città torna a essere un punto di attrazione e tensione del pensiero globale con la seconda edizione di Venice Climate Week – Planet Aqua, Planet Peace : un campo di forze dove la crisi climatica smette di essere narrazione e diventa un problema comune. La manifestazione, ideata da Riccardo Luna e curata con Sara Roversi e Cristiano Seganfreddo, dopo il debutto nel 2025, si consolida come una delle piattaforme più avanzate di diplomazia climatica internazionale. Sei giorni, sette luoghi, oltre cento voci tra scienziati, artisti, policy maker, imprenditori e attivisti: Venezia si trasforma in un organismo vivo, attraversato da idee che si intrecciano come correnti. La città si fa così specchio del mondo, tra erosione e resistenza, capace proprio per questo di vestire il ruolo di laboratorio del futuro.
Dopo la Venice Water Declaration e la nascita della Blue Communities Task Force, il progetto evolve in una rete concreta di alleanze tra città costiere, università e istituzioni. L’obiettivo non è più solo discutere la transizione, ma costruirla stabilendo tre linee guida: conoscenza planetaria, immaginazione civica e alleanze rigenerative, che tengono insieme scienza, cultura e azione politica, trasformando la complessità in metodo.
Al centro, il World Blue Community Forum, in cui sindaci, governi locali, scienziati e imprese sono chiamati a una responsabilità comune: l’acqua come bene primario, come misura di giustizia e come nuova grammatica della convivenza.
Venezia si limita ad osservare passivamente il cambiamento, ma lo incarna, lo mette in forma, lo rende inevitabile. E, ancora una volta, chiama il mondo a rispondere. Alberto Marzari

Nato nel 2009 dal desiderio di riportare nel dibattito pubblico e fuori dal circuito degli addetti ai lavori il tema del rapporto tra normalità e follia, tra salute e sofferenza mentale, il Festival dei Matti ha rimesso mano con determinazione a queste nozioni e ha cercato di allentare le barriere materiali e immateriali che confinano, schiacciano e troppo spesso intrappolano per sempre chi attraversa il dolore mentale. Il Festival, ideato da Anna Poma, è un laboratorio culturale in cui i diversi linguaggi che si misurano con questo tema trovano ospitalità e visibilità in una cornice riconoscibile, coinvolgendo in modo significativo anche le persone che vivono l’esperienza del disagio psichico. L’edizione 2026, intitolata Eccetera..., si svolge dal 15 al 17 maggio con un programma di eventi e di appuntamenti diffusi in vari luoghi di Venezia, tra cui due giornate di studio e incontro al Teatrino di Palazzo Grassi. Il Festival continua a resistere, non senza difficoltà, consapevole dell’urgenza del tema, grazie alle tracce vivide e indelebili lasciate da due tra i più autorevoli sostenitori, la poetessa Anna Toscano, mancata da pochi mesi, una personalità poliedrica, fatta di luce, talento, determinazione, generosità e genio, a cui viene dedicata una giornata, e Gianfranco Rizzetto, anch’egli scomparso da poco, un “fabbricante” di pensieri e di azioni, capace di trasformare un’intuizione in una strada da percorrere insieme, che ha visto nascere il Festival e che con la sua caparbietà e dedizione ha dato la forza di continuarlo. La poesia e le idee sono una forza incredibile per contrastare luoghi comuni e pregiudizi su una condizione che riguarda la vita di ciascuno di noi.
Festival dei Matti. Etcc… 15-17 maggio www.festivaldeimatti.org | www.pinaultcollection.com
Questa volta vogliamo risparmiare: tre lettere soltanto! Una parola veramente breve. Una parola senza valore? Davvero? Invece a pensarci bene c’è da ricredersi.
Forse, è una paroletta destinata a stupirci, mostrandoci il suo fascino, la sua ricchezza, spesso del tutto proprio inaspettata. Qualche riflessione, sommessa, per dar tempo al tempo, per assaporare il piacere della scoperta.
Quanti usi e significati che in un primo momento sembrano incredibili! Diamo il via alle danze, partiamo dall’inizio. Proviamo, iniziando dal significato più noto, qualcuno dirà più ovvio.
L’ora è la 24esima parte della giornata. In fondo una piccola unità di misura. Che, pur essendo matematicamente certa, può talvolta apparirci lunga (se aspettiamo un mezzo di trasporto, soprattutto se per qualche motivo non siamo sicuri neppure che possa arrivare, se attendiamo l’arrivo di una persona cara, se controlliamo tante volte sul cellulare l’arrivo di un messaggio d’informazione sul ritardo) oppure, viceversa, brevissima se la trascorriamo assieme a una piacevole compagnia, o se la utilizziamo leggendo un libro particolarmente interessante, o forse se trascorre mentre stiamo ammirando un panorama insolito, eccezionale, intensamente attraente, come un’aurora boreale. In effetti, le ore interessanti, piacevoli e felici sono tanto veloci; le altre, d’altro canto, incredibilmente più lente. Comunque sia, le sensazioni soggettive, sono legate al trascorrere della giornata e ne condizionano la sua percezione. Già tanti anni fa l’essere umano è andato alla ricerca di un sistema oggettivo, sicuro, per avere la conoscenza, in qualsiasi momento, della propria “posizione temporale” rispetto al momento del giorno che stiamo vivendo. E così, in passato, sono comparse le prime meridiane che, con il proprio cono d’ombra, misuravano il momento presente. Le prime meridiane pare siano state costruite in Mesopotamia, circa 4000 anni
fa. Ma successivamente ne troviamo traccia anche in Egitto, in Grecia, sotto l’Impero Romano. Poi, più tardi, il sistema si arricchì con gli orologi ad acqua, a polvere. Ma l’essere umano, si sa, è insaziabile.
E non si accontenta.
Ha desiderato diventare proprietario di un “segnatempo” comodamente trasportabile e individuale. E da quel momento l’evoluzione degli orologi non s’è arrestata. Quadrati, rotondi, ovali, di semplice metallo, arricchiti da pietre preziose, pesanti o leggerissimi, semplici indicatori delle ore o con funzioni sofisticate, adatti a funzionare nello spazio o nella profondità dei mari, con i movimenti alimentati da cariche meccaniche, batterie, energia solare.
Oggi l’ora esatta è trasmessa addirittura da misuratori atomici, da satelliti o da centri appositamente attrezzati e costituisce un riferimento assolutamente preciso, indiscutibile, sicuro, accettato da tutti.
E gli “orologi da polso”? Sono rimasti… indietro? No! Si sono evoluti. Sono irriconoscibili. Quadranti neri, senza numeri, collegati via web con l’immancabile cellulare, si animano illuminandosi, consentono funzioni da fantascienza ma, per fortuna, segnano “anche” le ore, addirittura radio controllate.
Il globo terracqueo ha dovuto prendere atto della necessità di conoscere contemporaneamente l’ora “locale” in ogni punto della terra.
Sono sorti così i convenzionali fusi orari che, dividendo il globp in “spicchi” verticali, limitano gli spazi entro cui località differenti contano le ore in modo uguale.
Ma, ritorniamo alle nostre tre piccole lettere. Ora.
Già ai tempi dei romani, in latino, erano in uso, con significati diversi. “Ora et labora”. È il motto della regola monastica benedettina, che troviamo nel V sec. E.V.
Significa: “Prega e lavora”. E nella liturgia in latino della messa domenicale, chi non ha ascoltato l’Ave Maria, che contiene l’invocazione: “Ora pro nobis” (prega per noi)?
Ma più raramente si incontra, sempre in latino, anche con il significato di margine, orlo, parte periferica.
E nella ricerca di significati e utilizzi, le nostre magiche tre lettere sembra abbiano voluto trasformarsi. Pensate all’espressione: “Ora legale”, che non è assolutamente quella utilizzata soltanto dagli uomini… di legge, come scherzando sostenevano da buoni goliardi alcuni studenti della facoltà di giurisprudenza, ma è quell’ora convenzionale temporaneamente adottata nei luoghi all’interno di alcuni fusi orari, allo scopo di ridurre i consumi di energia elettrica. Non di tutti i fusi orari, però. Qualche gruppo di nazioni infatti, pur avendone la possibilità, non ha aderito all’idea di spostare l’ora naturale, cambiandola artificialmente per qualche mese. Pigrizia? Chissà!
Pensate: la prima volta che l’ora legale è apparsa è stato all’inizio del secolo scorso, esattamente nel 1916. E oggi in quali porzioni del globo viene adottata? Soprattutto in Europa, in nord America, nel Cile, nel Sud Brasile, e, logicamente, a parti invertite, nell’emisfero australe, Ma, volendo continuare a “giocare” con le nostre tre lettere, abbiamo rilevato che vengono utilizzate in modo frequente anche con significati differenti e possono trasformarsi anche in avverbi di tempo, in locuzioni congiuntive, con sfumature differenti. Un esempio? «Ma quando cominciamo ad occuparci dei tanti significati della nostra parola?». Ora!, cioè adesso.
E se aggiungiamo un piccolo imperfetto del verbo essere? Assume, se mi è consentito dirlo, sempre in ambito temporale, un significato liberatorio, di soddisfazione. Quante volte abbiamo sentito dire: Era ora! per esprimere qualcosa di atteso da tempo, “finalmente”!
E ancora. Se non vogliamo dare subito una risposta definitivamente negativa, ma vogliamo lasciare ancora qualche speranza, possiamo educatamente riservarci di procrastinarla: No, per ora! (Poi... chissà, vedremo). E se qualcuno fosse impaziente? …servito! Non vede l’ora!
Qualche volta, per i ritardatari non c’è appello! Oramai! Si avverte in questa espressione anche un senso di rimpianto. Un termine scaduto, un treno partito, in generale un’occasione persa.
E ancora: le nostre piccole tre lettere possono anche indicare un raffinato senso di imbarazzo, un’impotenza, una resa morale, l’ammissione di incapacità di trovare soluzioni pratiche, veloci, semplici, accettabili ad un problema che ci siamo inaspettatamente trovati davanti: E ora?
Qualche volta, (per stanchezza?), considerati i tanti usi in cui compare, si fa sostituire dalla locuzione ancora più breve (due lettere soltanto!): Mo
E non mi si dica che questa è soltanto un’espressione dialettale. Perfino Dante Alighieri l’ha utilizzata… in Paradiso:
“Non hanno in altro cielo i loro scanni che questi spirti che mo t’appariro, né hanno a l’esser lor più o meno anni” (Canto IV-Paradiso, 33).
E adesso, sono certo che se non lo ricordassi, sarei aspramente rimproverato: esiste, accanto a Bolzano, a pochi chilometri di distanza, un bellissimo paesino che, non per accontentarci… con un significato in più, si chiama proprio: Ora. Quasi 4000 abitanti. Nella parlata locale si chiama anche Auer. Al di là del nome, merita certamente una visita. Abbiamo detto all’inizio: tre lettere soltanto! Ma quanti significati, quanti pensieri. Chi l’avrebbe mai detto che avremmo potuto volare nel tempo e nello spazio, e addirittura richiamare un’opera melodrammatica, La Gioconda di Amilcare Ponchielli, che, guarda caso, contiene, forse per qualcuno inaspettatamente, il famoso balletto: La danza delle ore?
E pensare che, con la vita frenetica di oggi, c’è qualche persona che si esprime, parla per ore e ore e non s’accorge della ricchezza dei significati delle Parole, della loro magia!
mayjune 2026
Sciascia

AVenezia la nautica è a casa. È nella sua culla naturale, in quell’Arsenale che per secoli è stato il più straordinario cantiere navale della storia e che ancora oggi racconta una vocazione millenaria. Venezia, capitale del mare che guarda a Oriente e al Mediterraneo, rinnova la sua identità marittima con uno sguardo lucido, concreto, proiettato al futuro.
Da mercoledì 27 a domenica 31 maggio, l’Arsenale di Venezia torna a essere il cuore pulsante della nautica internazionale con la settima edizione del Salone Nautico di Venezia, appuntamento che riafferma il legame profondo tra la città lagunare e il mare. Un Salone che si attesta come piattaforma di dialogo, innovazione e visione, confermando numeri solidi e una proposta che unisce tradizione e nuove rotte tecnologiche.
Il filo conduttore dell’edizione 2026 è ancora una volta la sostenibilità. Spazio alle nuove propulsioni elettriche e ibride, ai sistemi a idrogeno e alla ricerca sull’autonomia energetica. Le aree indoor dell’Arsenale ospiteranno esposizioni dedicate a motori di ultima generazione, soluzioni per la propulsione full electric e hybrid, sistemi di gestione energetica di bordo, elettronica avanzata e materiali innovativi per la riduzione dei consumi e delle emissioni.
Il Salone – promosso dal Comune di Venezia, organizzato da Vela spa in collaborazione con la Marina Militare Italiana – si estende su un bacino acqueo di 55.000
Salone Nautico 2026 27-31 maggio Arsenale salonenautico.venezia.it
mq, con oltre 1.100 metri lineari di pontili, e 30.000 mq tra spazi espositivi esterni e le storiche Tese. La Riviera dell’Arsenale sarà occupata come sempre dai veri e propri gioielli del mare, espressione di eccellenza progettuale, innovazione tecnologica e cura artigianale.
Il Salone rafforza così il proprio ruolo di hub strategico tra Adriatico, Mediterraneo ed Europa orientale, intercettando mercati in forte crescita e favorendo relazioni industriali e commerciali lungo l’asse che unisce il NordEst italiano ai Balcani, fino al Mar Nero.
ENG Venice reasserts its maritime identity as the Arsenale, its historic naval cradle, hosts the seventh Venice Boat Show from May 27 to 31. The event confirms the city’s role as a hub of international nautical innovation, combining tradition with forward looking technological development. The 2026 edition focuses on sustainability, highlighting electric and hybrid propulsion, hydrogen systems, energy autonomous solutions, advanced onboard electronics, and new materials designed to reduce consumption and emissions. Promoted by the City of Venice and organized with the Italian Navy, the Show spans a 600,000-square-foot water basin, over 1,200 yards of pontoons, and over 3000,000 square feet of exhibition areas. Along the Riviera, top tier yachts showcase excellence in design and craftsmanship. Strengthening its strategic position between the Adriatic, the Mediterranean, and Eastern Europe, the Salone connects growing markets and fosters industrial and commercial relations from Italy’s Northeast to the Balkans and the Black Sea.

La Sensa è una delle ricorrenze più antiche e identitarie di Venezia, una celebrazione che richiama il rapporto imprescindibile tra la città e il mare. La festa coincide con il giorno dell’Ascensione e trae origine da due momenti chiave della storia della Serenissima. Il primo risale al 9 maggio dell’anno 1000, quando il doge Pietro II Orseolo guidò la spedizione in Dalmazia per proteggere le comunità locali dagli attacchi slavi: un atto che consolidò il ruolo della Repubblica come potenza marittima dell’Adriatico. Il secondo è del 1177, quando papa Alessandro III e Federico Barbarossa firmarono a Venezia la pace che pose fine alla lunga contesa tra Papato e Impero, consacrando il prestigio diplomatico della città. Su questo retroterra storico si è formato, nei secoli, il rito dello Sposalizio del Mare. Un gesto solenne che univa religione, politica e auspicio: il Doge si spingeva verso il Lido a bordo del Bucintoro, accompagnato dal corteo di barche e rematori, per benedire l’Adriatico e gettare in mare l’anello d’oro, simbolo del legame indissolubile tra la città e le sue acque. Oggi la Sensa continua a essere un appuntamento sentito e partecipato, grazie al lavoro del Comitato Festa della Sensa e delle associazioni remiere di Voga alla Veneta, che da oltre venticinque anni riportano in vita il corteo di imbarcazioni a seguito del Bucintoro, navigando da San Marco a San Nicolò per offrire uno degli spettacoli più riconoscibili della tradizione veneziana. ENG The Venetian feast of the Sensa, (the Ascension of Jesus) is one of Venice’s oldest traditions. Other than its religious meaning, it celebrates the city’s bond with the sea. Rooted in the 1000 Venetian expedition to Dalmatia, now Croatia, and the 1177 peace between Pope Alexander III and Barbarossa, it evolved into the “Marriage of the Sea,” where the Doge cast a wedding band into the Adriatic. Today, the ceremony lives on with a historic boat procession.

La Vogalonga, la grande maratona remiera di Venezia, taglia quest’anno il traguardo della cinquantesima edizione con un segnale inequivocabile: le iscrizioni si sono esaurite in meno di dieci giorni dall’apertura, record assoluto nella storia della manifestazione.
Tutto cominciò nel 1974, quando un gruppo di appassionati di voga alla veneta decise di reagire al rombo dei motori che stava già allora soffocando la placida bellezza della laguna. L’anno dopo nacque la Vogalonga ufficiale. Mezzo secolo più tardi, il boom di iscrizioni dall’estero ha paradossalmente rischiato di lasciare fuori le remiere storiche e gli irriducibili Cavalieri del Remo che non hanno mai saltato un appuntamento. Immediati sono stati i provvedimenti per garantire la partecipazione ai residenti: la laguna il 24 maggio sarà di tutti, ma resterà in primis dei veneziani.
Il tradizionale colpo di cannone dall’Isola di San Giorgio Maggiore segna la partenza ufficiale. In uno spettacolo indescrivibile, il Bacino di San Marco si popola di migliaia di gondole, caorline, kayak, dragon boat, canoe, imbarcazioni di ogni foggia e latitudine. Tutte scivolano insieme verso la laguna nord, tra il solo rumore dei remi che fendono acqua, le voci dei vogatori e le grida di chi li incita dalle rive. Trenta chilometri fino all’arrivo alla Dogana da Mar, per una ‘flotta’ che arriva da tutto il mondo mossa dallo stesso sentimento: l’amore per Venezia e per una manifestazione che non ha mai tradito le sue origini.
ENG The Vogalonga (long-row, an oar-powered boats regatta) celebrates its 50th edition with record demand: registrations sold out in under ten days. Born in 1974 as a protest against motorboats, it now attracts participants from around the world, prompting measures to ensure space for Venetian rowers. On May 24, thousands of traditional and modern boats will depart from San Giorgio Maggiore Island for a 20-odd-mile route, united by a shared devotion to Venice and its rowing heritage.
50. Vogalonga 24 maggio vogalonga.com
02
sabato Saturday
MAGENTA
FRANCESCO OLIVATO TRIO
Jazz
“Jazz&“
Teatro La Fenice h. 19
BUNNY CLUB
Bad Bunny tribute
Il Muretto-Jesolo h. 22
JIM O’ROURKE
CHRISTIAN FENNESZ
Musica sperimentale
Palazzo Liviano-Padova h. 19
04 lunedì Monday
GIANNI MORANDI
Musica d’autore
Kioene Arena-Padova h. 21
06
mercoledìWednesday
AFROAMERINDIOS
Musica folk
“In&Out“
Corte Brenta Vecchia-Mestre h. 18.30
07 giovedìThursday
NAKIBEMBE
XYLOPHONE TROUPE
Musica tradizionale ugandese Palazzo Grassi h. 10.30/15
BETH HART
Rock Gran Teatro Geox-Padova h. 21
09 sabato Saturday
ESPERANZA SPALDING
Performance
Palazzo Grassi h. 17
BETH HART
Rock
Gran Teatro Geox-Padova h. 21
14 giovedìThursday
PATTY PRAVO
Musica d’autore
Gran Teatro Geox-Padova h. 21
15
venerdì Friday
MAKAYA MCCRAVEN QUARTET
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
16
sabato Saturday
TIGRAN HAMASYAN
Jazz
“Jazz&“
Auditorium Lo Squero h. 18/20
BARBARA HANNIGAN & BERTRAND CHAMAYOU
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Olimpico-Vicenza h. 21
17
sabato Saturday
MARY HALVORSON QUARTET
URI CAINE
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Olimpico-Vicenza h. 21
18
lunedì Monday
TREDICI PIETRO
Rap
Gran Teatro Geox-Padova h. 21
BILLY COBHAM BAND
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
19
martedìTuesday
MICHELE BRAVI
Pop
“Bissuola Live“
Teatro del Parco-Mestre h. 21
JOSHUA REDMAN QUARTET
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
20
DIVO
Jazz
“In&Out“
mercoledìWednesday
Piazzetta dell’Albero-Mestre h. 18.30
ISRAEL GALVAN & MICHAEL LEONHART
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
21
giovedìThursday
PAOLO FRESU QUINTET
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
22
venerdì Friday
MATT GUSTAFFSON
ZOE PIA
Musica sperimentale
Palazzo Liviano-Padova h. 19
ISAIAH COLLIER QUARTET
LAKECIA BENJAMIN QUARTET
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
23
sabato Saturday
COSMIC EAR
Musica sperimentale
Palazzo Liviano-Padova h. 19
ROBERTO OTTAVIANO & ROBERT LUFT
PIETRO TONOLO QUARTET
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
24 domenica Sunday
NEAPOLIS MANTRA
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
25
lunedì Monday
ENRICO RAVA FEARLESS FIVE
FABRIZIO BOSSO QUARTET
Jazz
“Vicenza Jazz Festival 2026“
Teatro Comunale-Vicenza h. 21
27
mercoledìWednesday
VALENTINA MAGALETTI
Lecture performance
Teatrino di Palazzo Grassi h. 18.30
30
sabato Saturday
2000 MANIA Dj-set
Il Muretto-Jesolo h. 22
01 lunedì Monday
HOLY PRIEST
COLOR K!D LEONARDO
LADY C
Hardcore Il Muretto-Jesolo h. 22
02 martedìTuesday
LOCO DICE
MAX DEAN
Musica elettronica Il Muretto-Jesolo h. 22
03 mercoledìWednesday
FRANCESCA MARONGIU
Lecture performance Teatrino di Palazzo Grassi h. 18.30
04 giovedìThursday
PINGUINI TATTICI NUCLEARI
Pop Stadio Comunale-Bibione h. 21
06 sabato Saturday
BUGGE WESSELTOFT Nu-jazz “Venezia Jazz Festival“ Teatro La Fenice h. 19
NICOLA PARENTE ICONE DELLA NOTTE Dj-set Il Muretto-Jesolo h. 22
07 domenica Sunday
DOBRAWA CZOCHER NATALIA KOTARBA
Musica contemporanea “Amaranta Festival“ Teatro La Fenice h. 19.30
10
mercoledìWednesday
SAM & THE GOODFELLAS
Soul “In&Out“
Corte Brenta Vecchia-Mestre h. 18.30
MEG SARAFINE
Rap
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 21
11
giovedìThursday
NOEMI
Pop
“Bissuola Live“ Parco Bissuola-Mestre h. 21
12
venerdì Friday
NEK
Pop
“Bissuola Live“
Parco Bissuola-Mestre h. 21
THE ZEN CIRCUS
Indie
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 21
13
sabato Saturday
ARISA
Pop
“Bissuola Live“ Parco Bissuola-Mestre h. 21
CARCASS FULCI
FINAL RESTING PLACE
IMPUNITY
STONE COLD
SILVER
3ND7R HAMMERTIME
GORGE
Death metal
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 18
15
lunedì Monday
KETY FUSCO
MARIA CHIARA ARGIRÒ
Musica contemporanea
“Amaranta Festival“ Teatro La Fenice h. 19.30
FRANCESCO GABBANI
Pop
“Bissuola Live“ Parco Bissuola-Mestre h. 21
16
martedìTuesday
LA NIÑA CASADILEGO
Indie
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 18
18
giovedìThursday
TIZIANO FERRO
Pop Stadio Euganeo-Padova h. 21
19
venerdì Friday
GLAUCO VENIER 4TET
Jazz
“Venezia Jazz Festival“
Teatro La Fenice h. 19
NOYZ NARCOS
DANNO & CRAIM
Hip hop
“Sherwood Festival“
Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 18
20
sabato Saturday
DUTCH NAZARI
EL PARTYDO
Hip hop
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 18
23
martedìTuesday FULMINACCI
Musica d’autore
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 21
24
mercoledìWednesday
STEFANO VOLPATO
PROJECT
Black music
“In&Out“ Piazzetta dell’Albero-Mestre h. 18.30
25
giovedì Saturday
RICCARDO COCCIANTE
Musica d’autore Piazza San Marco h. 21
ANDREA SABATINO
Bop
“Venezia Jazz Festival“
Teatro La Fenice h. 19
MANNARINO
Musica d’autore
“Sherwood Festival“
Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 21
26
venerdì Friday
DAVID BYRNE
Rock
“Marostica Summer Festival“ Piazza Castello-Marostica h. 21
SUBSONICA
TARA
Musica elettronica
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 21
27
sabato Saturday
ANDREA BOCELLI
Musica d’autore
Piazza San Marco h. 21
JAQUES MORELENBAUM
Bop
“Venezia Jazz Festival“ Auditorium Lo Squero h. 18.30
GALACTICA
Underground
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 21
29
lunedì Monday
CLAUDIO BAGLIONI
Musica d’autore
Piazza San Marco h. 21
BLANCO
Pop
“Marostica Summer Festival“ Piazza Castello-Marostica h. 21
30
martedìTuesday
CLAUDIO BAGLIONI
Musica d’autore
Piazza San Marco h. 21
LITFIBA
Rock
“Sherwood Festival“ Park Nord Stadio Euganeo-Padova h. 21
INDIRIZZI
AUDITORIUM LO SQUERO
Isola di San Giorgio Maggiore www.venetojazz.com
CORTE BRENTA VECCHIA
M9 District-Mestre www.m9museum.it
FIERA DI PADOVA
Via Tommaseo 59-Padova www.zedlive.com
GRAN TEATRO GEOX
Via Tassinari 1-Padova www.zedlive.com
IL MURETTO
Via Roma Destra 120/D-Jesolo www.ilmuretto.org
KIOENE ARENA
Via San Marco 53-Padova www.zedlive.com
PALAZZO GRASSI
Campo San Samuele 3231 www.pinaultcollection.com
PALAZZO LIVIANO
Piazza Capitaniato 5-Padova www.centrodarte.it
PARCO BISSUOLA Mestre www.comune.venezia.it
PARK NORD STADIO EUGANEO
Viale Nereo Rocco-Padova www.sherwoodfestival.it
PIAZZA CASTELLO
Marostica www.duepuntieventi.com
PIAZZA SAN MARCO Venezia www.veneziaunica.it
PIAZZETTA DELL’ALBERO
M9 District-Mestre www.m9museum.it
STADIO COMUNALE
Via Timavo 10-Bibione www.azalea.it
TEATRINO DI PALAZZO GRASSI
Campo San Samuele 3231 www.pinaultcollection.com
TEATRO COMUNALE
Viale Mazzini 39-Vicenza www.vicenzajazz.org
TEATRO DEL PARCO
Via Sergio Gori 11-Mestre www.comune.venezia.it
TEATRO GOLDONI
San Marco 4650/B www.teatrostabileveneto.it
TEATRO LA FENICE
Campo San Fantin 1965 www.venetojazz.com
TEATRO OLIMPICO
Piazza Matteotti 11-Vicenza www.vicenzajazz.org
02
sabato Saturday
MARIO BRUNELLO violoncello
Musiche di Bach, Telemann “Musica a San Giorgio 2026”
Ingresso/Ticket € 33/11
Auditorium Lo Squero h. 16.30
STANISLAV ŠURIN organo
MINYOUNG PARK soprano Musiche del repertorio classico
“Festival Callido Nacchini 2026”
Ingresso libero/Free entry
Basilica di San Giorgio h. 17
TON KOOPMAN direttore
Orchestra del Teatro La Fenice
Musiche di Mozart
“Stagione Sinfonica 2025-2026”
Ingresso/Ticket € 90/10
Teatro Malibran h. 20
03
domenica Sunday
STANISLAV ŠURIN organo
MINYOUNG PARK soprano
Musiche del repertorio classico
“Festival Callido Nacchini 2026”
Ingresso libero/Free entry
Basilica di San Giorgio h. 17
TON KOOPMAN direttore
Orchestra del Teatro La Fenice
Musiche di Mozart
“Stagione Sinfonica 2025-2026”
Ingresso/Ticket € 90/10
Teatro Malibran h. 17
08
venerdì Friday
JOHN AXELROD direttore
Orchestra del Teatro La Fenice
Musiche di Daugherty, Copland, Ives
“Stagione Sinfonica 2025-2026”
Ingresso/Ticket € 99/45
Teatro Malibran h. 20
09
sabato Saturday
PAOLO BOUGEAT organo
CAROLINE VOYAT mezzosoprano Musiche del repertorio classico
“Festival Callido Nacchini 2026”
Ingresso libero/Free entry
Basilica di San Giorgio h. 17
JOHN AXELROD direttore
Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Daugherty, Copland, Ives
“Stagione Sinfonica 2025-2026”
Ingresso/Ticket € 90/10
Teatro Malibran h. 20
10
domenica Sunday
ALL’ARIA APERTA
Matteo Sampaolo flauto
Gaetano Ruocco Guadagno attore
Dario Cestaro visual artist
Musiche di Boulanger, Bonis
Ingresso/Ticket € 5
Palazzetto Bru Zane h. 15.30
JOHN AXELROD direttore Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Daugherty, Copland, Ives
“Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 90/10
Teatro Malibran h. 17
14
giovedìThursday
ORCHESTRA DEL TEATRO LA FENICE
MATTIA ANTONIO
GLAVINIC pianoforte
Direttore Roberto Gottipavero Musiche di Mozart
“Fenice e Conservatorio” Ingresso/Ticket € 25/10
Teatro Malibran h. 20
15
venerdì Friday
ROBERTO PROSSEDA pianoforte Musiche di Mozart, Mendelssohn, Chopin “Landscapes” Ingresso/Ticket € 25/15
Chiesa di San Teonisto-Treviso h. 20.30
16
sabato Saturday
HEINZ–PETER KORTMANN organo
BARBARA KORTMANN flauto Musiche del repertorio classico
“Festival Callido Nacchini 2026” Ingresso libero/Free entry
Basilica di San Giorgio h. 17
18
lunedì Monday
QUARTETTO FAURÉ
Erika Geldsetzer violino Sascha Frömbling viola Konstantin Heidrich violoncello
Dirk Mommertz pianoforte Musiche di Fauré, Zöllner, Mozart
“Musikàmera 2026”
Ingresso/Ticket € 40/5
Sale Apollinee, Teatro La Fenice h. 20
19 martedìTuesday
QUARTETTO FAURÉ
Erika Geldsetzer violino
Sascha Frömbling viola
Konstantin Heidrich violoncello
Dirk Mommertz pianoforte
Musiche di Fauré, Zöllner, Mozart
“Musikàmera 2026”
Ingresso/Ticket € 40/5
Sale Apollinee, Teatro La Fenice h. 20
21
giovedìThursday
MYRIAM DAL DON violino
CARLO STENO ROSSI clavicembalo
Musiche di Händel, Bach, Corelli
“Musikàmera 2026”
Ingresso/Ticket € 40/5
Sale Apollinee, Teatro La Fenice h. 20
23
sabato Saturday
MARIO LOGUERCIO violino
EMANUELA PIEMONTI
pianoforte
Musiche di Sitt
“Musica a San Giorgio 2026”
Ingresso/Ticket € 33/11
Auditorium Lo Squero h. 16.30
24
domenica Sunday
CARMEN
Opèra-comique in quattro atti
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Calixto Bieito
Musiche di Bizet
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Piccoli Cantori Veneziani
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 19
25
lunedì Monday
MAYA OGANYAN pianoforte
Musiche di Scrjabin, Chopin
“Musikàmera 2026”
Ingresso/Ticket € 40/5
Sale Apollinee, Teatro La Fenice h. 20
26
martedìTuesday
CARMEN
Opèra-comique in quattro atti
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Calixto Bieito
Musiche di Bizet
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 19
ENRICO ZANOVELLO
direttore
CORO E ORCHESTRA
“ANDREA PALLADIO”
Musiche di Händel
“Festival Callido Nacchini 2026”
Ingresso su prenotazione/Admission upon booking Basilica dei Frari h. 21
27
mercoledìWednesday
CARMEN
Opèra-comique in quattro atti
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Calixto Bieito
Musiche di Bizet
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 19
28
giovedìThursday
CARMEN
Opèra-comique in quattro atti
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Calixto Bieito
Musiche di Bizet
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 19
29
venerdì Friday
CARMEN
Opèra-comique in quattro atti
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Calixto Bieito
Musiche di Bizet
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 19
30 sabato Saturday
CARMEN
Opèra-comique in quattro atti
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Calixto Bieito
Musiche di Bizet
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 15.30
31
domenica Sunday
CARMEN
Opèra-comique in quattro atti
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Calixto Bieito
Musiche di Bizet
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 15.30
lunedì Monday
KING’S SINGERS
Patrick Dunachie controtenore
Edward Button controtenore
Julian Gregory tenore
Christopher Bruerton baritono
Nick Ashby baritono
Piers Connor Kennedy basso
Musiche di Ravel, Poulenc, Lennon, McCartney
“Musikàmera 2026”
Ingresso/Ticket € 80/10
Teatro La Fenice, Sala Grande h. 20
03
mercoledìWednesday
CARMEN
Opèra-comique in quattro atti
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Calixto Bieito
Musiche di Bizet
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Piccoli Cantori Veneziani
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 19
04 giovedìThursday
PAOLO CARLINI fagotto
FABRIZIO DATTERI pianoforte
Musiche di Reicha, Longo, Procaccini
“Musikàmera 2026”
Ingresso/Ticket € 40/5
Sale Apollinee, Teatro La Fenice h. 20
05
venerdì Friday
PAOLO CARLINI fagotto
FABRIZIO DATTERI pianoforte
Musiche di Reicha, Longo, Procaccini
“Musikàmera 2026”
Ingresso/Ticket € 40/5
Sale Apollinee, Teatro La Fenice h. 20
12 venerdì Friday
ENRICO DI BORGOGNA
Melodramma per musica in due atti
Direttore Corrado Rovaris
Regia Silvia Paoli
Musiche di Donizetti
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 150/15
Teatro Malibran h. 19
LA TRAVIATA
Opera lirica in tre atti
Direttore Michele Spotti
Regia Paul Curran
Musiche di Verdi
“Arena Opera Festival 2026”
Ingresso/Ticket € 265/38
Arena di Verona h. 21.30
13
sabato Saturday
GIOVANNI SOLLIMA violoncello
ENSEMBLE IL POMO D’ORO
FEDERICO GUGLIELMO violino
Musiche di Tartini, Vivaldi, Sollima
“Musica a San Giorgio 2026”
Ingresso/Ticket € 33/11
Auditorium Lo Squero h. 16.30
LA TRAVIATA
Opera lirica in tre atti
Direttore Michele Spotti
Regia Paul Curran
Musiche di Verdi
“Arena Opera Festival 2026”
Ingresso/Ticket € 265/38
Arena di Verona h. 21.30
14
domenica Sunday
ENRICO DI BORGOGNA
Melodramma per musica in due atti
Direttore Corrado Rovaris
Regia Silvia Paoli
Musiche di Donizetti
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 150/15
Teatro Malibran h. 17
16
martedìTuesday
ENRICO DI BORGOGNA
Melodramma per musica in due atti
Direttore Corrado Rovaris
Regia Silvia Paoli
Musiche di Donizetti
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 150/15
Teatro Malibran h. 19
17
mercoledìWednesday
TRIO KOBALT
Irené Fiorito violino
Lorenzo Guida violoncello
Riccardo Ronda pianoforte
Musiche di Mendelssohn, Bossi, Fano
“Archivio Musicale Guido Alberto Fano”
Ingresso/Ticket € 25
Teatro La Fenice h. 20
18
giovedìThursday
ENRICO DI BORGOGNA
Melodramma per musica in due atti
Direttore Corrado Rovaris
Regia Silvia Paoli
Musiche di Donizetti
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 150/15
Teatro Malibran h. 19
19 venerdì Friday
CORRADO ROVARIS direttore
MARIO STEFANO
PIETRODARCHI bandoneon
Orchestra del Teatro La Fenice
Musiche di Honegger, Piazzolla, Mozart
“Stagione Sinfonica 2025-2026”
Ingresso/Ticket € 66/25
Teatro Malibran h. 20
AIDA
Opera lirica in quattro atti
Direttore Daniel Oren
Regia Stefano Poda
Musiche di Verdi
“Arena Opera Festival 2026”
Ingresso/Ticket € 300/35
Arena di Verona h. 21.30
20 sabato Saturday
ENRICO DI BORGOGNA
Melodramma per musica in due atti
Direttore Corrado Rovaris
Regia Silvia Paoli
Musiche di Donizetti
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 150/15
Teatro Malibran h.
TRIO AETERNA
Silvia Esposito soprano
Sergio Mariani flauto traverso
Gianluca Papale pianoforte
Musiche di Satie, Poulenc, Debussy
“Landscapes”
Ingresso/Ticket € 15
Casa Luisa e Gaetano Cozzi-Branco h. 20.30
LA TRAVIATA
Opera lirica in tre atti
Direttore Michele Spotti
Regia Paul Curran
Musiche di Verdi
“Arena Opera Festival 2026”
Ingresso/Ticket € 265/38
Arena di Verona h. 21.30
21 domenica Sunday
CORRADO ROVARIS direttore
MARIO STEFANO
PIETRODARCHI bandoneon
Orchestra del Teatro La Fenice
Musiche di Honegger, Piazzolla,
Mozart
“Stagione Sinfonica 2025-2026”
Ingresso/Ticket € 66/25
Teatro Malibran h. 17
25
AIDA
giovedìThursday
Opera lirica in quattro atti
Direttore Daniel Oren
Regia Stefano Poda
Musiche di Verdi
“Arena Opera Festival 2026”
Ingresso/Ticket € 300/35
Arena di Verona h. 21.30
26
venerdì Friday
VENERE E ADONE
Direttore Kent Nagano
Regia Georges Delnon
Musiche di Salvatore Sciarrino
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 19
NABUCCO
Opera lirica in quattro parti
Direttore Michele Spotti
Regia Stefano Poda
Musiche di Verdi
“Arena Opera Festival 2026”
Ingresso/Ticket € 300/28
Arena di Verona h. 21.15
27
sabato Saturday
VENERE E ADONE
Direttore Kent Nagano
Regia Georges Delnon
Musiche di Salvatore Sciarrino
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
“Stagione Lirica e Balletto 20252026”
Ingresso/Ticket € 230/20
Teatro La Fenice h. 17
LA TRAVIATA
Opera lirica in tre atti
Direttore Michele Spotti
Regia Paul Curran
Musiche di Verdi
“Arena Opera Festival 2026”
Ingresso/Ticket € 265/38
Arena di Verona h. 21.30
INDIRIZZI
ARENA DI VERNA
Piazza Bra 1-Verona www.arena.it
AUDITORIUM LO SQUERO
Isola di San Giorgio Maggiore www.asolomusica.com
BASILICA DEI FRARI San Polo 3072 www.comune.venezia.it
BASILICA DI SAN GIORGIO MAGGIORE Isola di San Giorgio Maggiore www.comune.venezia.it
CASA LUISA E GAETANO COZZI Via Milan 41-Branco www.fbsr.it
CHIESA DI SAN ROCCO Campo San Rocco www.comune.venezia.it
CHIESA DI SAN TEONISTO Via San Nicolò 31-Treviso www.fbsr.it
PALAZZETTO BRU ZANE San Polo 2368 bru-zane.com
TEATRO LA FENICE
Campo San Fantin 1965 www.teatrolafenice.it
TEATRO MALIBRAN
Campiello del Teatro 5873 www.teatrolafenice.it
martedìTuesday
MINOR MUSIC AT THE END OF THE WORLD
da The End of White Supremacy curata da André Holland
Con André Holland, Okwui
Okpokwasili e un film di Arthur Jafa Presentato da Hartwig Art Foundation
Ingresso/Ticket € 12,5/75
Teatro Goldoni h. 20.30
06
mercoledìWednesday
MARTHA GRAHAM DANCE COMPANY
Coreografie di Martha Graham e Hope Boykin
“Stagione di Lirica e Balletto 2025/26”
Ingresso/Ticket € 15/120
Teatro La Fenice h. 19
MINOR MUSIC AT THE END OF THE WORLD
(vedi martedì 5 maggio)
Teatro Goldoni h. 20.30
07
giovedìThursday
MINOR MUSIC AT THE END OF THE WORLD
(vedi martedì 5 maggio)
Teatro Goldoni h. 16
MARTHA GRAHAM
DANCE COMPANY
(vedi mercoledì 6 maggio)
Teatro La Fenice h. 19
ALIENI IN LAGUNA di e con Andrea Pennacchi
“Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 5/39
Teatro Verdi-Padova h. 19
08
venerdì Friday
MARTHA GRAHAM
DANCE COMPANY
(vedi mercoledì 6 maggio)
Teatro La Fenice h. 19
EPIPHANIA. MI RENDO MANIFESTA
Compagnia Abbondanza/Bertoni
Danza: Sara Cavalieri, Valentina Dal Mas, Ludovica Messina Poerio
“You Theater
Dance – Independent Music”
Ingresso/Ticket € 6/12
Teatro del Parco-Mestre h. 21
ALIENI IN LAGUNA
(vedi giovedì 7 maggio)
Teatro Verdi-Padova h. 20.30
09
sabato Saturday
MARTHA GRAHAM DANCE COMPANY
(vedi mercoledì 6 maggio)
Teatro La Fenice h. 15.30
ALIENI IN LAGUNA
(vedi giovedì 7 maggio)
Teatro Verdi-Padova h. 20.30
10
domenica Sunday
MARTHA GRAHAM DANCE COMPANY
(vedi mercoledì 6 maggio)
Teatro La Fenice h. 15.30
ALIENI IN LAGUNA
(vedi giovedì 7 maggio)
Teatro Verdi-Padova h. 16/19.30
11
lunedì Monday
CAPPUCCETTO ROSSO
Nella pancia del lupo
Altri Posti in Piedi
“Premio Arteven Pierluca Donin
2026”
Teatro Aurora-Marghera h. 18.30
12
martedìTuesday
STORIA DI UNA
GABBIANELLA E DI UN GATTO
Ullallà Teatro
“Premio Arteven Pierluca Donin
2026”
Teatro Aurora-Marghera h. 18.30
13
mercoledìWednesday
IL LIBRO DELLA GIUNGLA
Gruppo Panta Rei
“Premio Arteven Pierluca Donin
2026”
Teatro Aurora-Marghera h. 18.30
15
venerdì Friday
PREMIO ARTEVEN
PIERLUCA DONIN
Serata di Gala
Proclamazione dello spettacolo vincitore
Teatro Toniolo-Mestre h. 20.45
KATIA FOLLESA
No vabbè mi adoro di e con Katia Follesa
“I Comici 2025-26”
Ingresso/Ticket € 40/53
Teatro Corso-Mestre h. 21.15
16
sabato Saturday
GOLDONI SVELATO
Regia e scrittura di scena a cura di
Michele Tonicello
Con Alice Centazzo, Andrea Sadocco
Ingresso/Ticket € 5/15
Teatro Goldoni h. 13
SIGFRIDO RANUCCI
Diario di un trapezista di e con Sigfrido Ranucci “I Comici 2025-26”
Ingresso/Ticket € 23/40
Teatro Corso-Mestre h. 21.15
30 martedìTuesday
FRANCESCO
testi di Aldo Cazzullo musiche di Angelo Branduardi “Fuoriserie 2025/26”
Ingresso/Ticket € 22/35
Teatro Verdi-Padova h. 20.30
04
giovedìThursday
LA MANDRAGOLA
Regia e canovaccio Michele Mori
Stivalaccio Teatro
“Radici Foreste”
Piazzetta Malipiero-Mestre h. 19
07 domenica Sunday
BIENNALE TEATRO 2026
Il 54. Festival Internazionale del Teatro si svolge dal 7 al 21 giugno, con la direzione di Willem
Dafoe: in cartellone spettacoli e appuntamenti con i protagonisti più importanti della scena contemporanea. (vedi Speciale p. 94)
11
giovedìThursday
KOHLHAAS
di Marco Baliani e Remo Rostagno
Regia Maria Maglietta “Radici Foreste” Piazzetta Malipiero-Mestre h. 19
18
giovedìThursday
FINO ALLE STELLE
di e con Tiziano Caputo e Agnese Fallongo
Regia Raffaele Latagliata
“Radici Foreste”
Piazzetta Malipiero-Mestre h. 19
25 giovedìThursday
AMORE E PSICHE di e conDaria Paoletta “Radici Foreste” Piazzetta Malipiero-Mestre h. 19
INDIRIZZI
PIAZZETTA MALIPIERO Mestre www.comune.venezia.it
TEATRO CORSO Corso del Popolo 30-Mestre www.teatrocorso.it
TEATRO DEL PARCO Parco Albanese-Mestre www.culturavenezia.it
TEATRO GOLDONI San Marco 4650/B www.teatrostabileveneto.it
TEATRO TONIOLO Piazzetta Cesare BattistiMestre www.culturavenezia.it/toniolo
TEATRO VERDI Via dei Livello 32-Padova www.teatrostabileveneto.it
NATIONAL PARTICIPATIONS / COLLATERAL EVENTS
NOT ONLY BIENNALE
OUTDOOR INSTALLATIONS
NATIONAL PARTICIPATIONS
AUSTRALIA
AUSTRIA
BELGIO
BRASILE
CANADA
Repubbliche CECA e SLOVACCA
Repubblica di COREA
DANIMARCA
EGITTO
FINLANDIA
(Padiglione Alvar Aalto)
FRANCIA
GERMANIA
GIAPPONE
GRAN BRETAGNA
GRECIA
PAESI BASSI
PAESI NORDICI
(Finlandia, Norvegia, Svezia)
POLONIA
QATAR
ROMANIA/1
RUSSIA
SERBIA
SPAGNA
STATI UNITI D’AMERICA
SVIZZERA
UNGHERIA
URUGUAY
PADIGLIONE VENEZIA
CORDERIE, OUTDOOR INSTALLATIONS
NATIONAL PARTICIPATIONS
ALBANIA
Sale d’Armi
ARABIA SAUDITA
Sale d’Armi
ARGENTINA
Sale d’Armi
CILE
Artiglierie
CINA Repubblica Popolare Cinese Magazzino delle Cisterne
EMIRATI ARABI UNITI
Sale d’Armi
FILIPPINE
Artiglierie
INDIA
Artiglierie
IRLANDA
Artiglierie
ISRAELE
Arsenale
LETTONIA
Artiglierie
LIBANO
Sale d’Armi
Granducato di LUSSEMBURGO
Sale d’Armi
MALTA
Artiglierie
Regno del MAROCCO
Artiglierie
MESSICO
Sale d’Armi
Sultanato dell’OMAN
Artiglierie
PERÙ
Sale d’Armi
SINGAPORE
Sale d’Armi
Repubblica di SLOVENIA
Artiglierie
Repubblica Democratica di TIMOR-LESTE
Artiglierie
TURCHIA
Sale d’Armi
UCRAINA/1
Sale d’Armi
Repubblica dell’UZBEKISTAN
Quarta Tesa
PADIGLIONE ITALIA
Tese delle Vergini
Repubblica ARABA SIRIANA
Cotonificio, IUAV di Venezia, Dorsoduro 2196
Repubblica di ARMENIA
Tesa 41, Arsenale Militare, Fondamenta Case Nuove Castello 2738/C
Repubblica dell’AZERBAIGIAN
Campo della Tana, Castello 2124/A-2125
BAHAMAS
San Trovaso Art Space, Dorsoduro 947
BOSNIA-ERZEGOVINA
Palazzo Malipiero, San Marco 3198
BULGARIA
Centro Culturale Don Orione Artigianelli (Sala Tiziano)
Fondamenta delle Zattere ai Gesuiti, Dorsoduro 919
Repubblica del CAMERUN
Palazzo Canal, Rio Terà Canal, Dorsoduro 3121
Repubblica di CIPRO
Associazione Culturale Spiazzi, Castello 3865
Repubblica Democratica del CONGO
Scuola Grande di San Marco (Antico Refettorio)
Campo SS. Giovanni e Paolo, Castello 6777
CROAZIA
Palazzo Zorzi, Salizada Zorzi, Castello 4930
CUBA
Il Giardino Bianco – Art Space, Via Garibaldi
Castello 1814
ECUADOR
Castello 1636/A
EL SALVADOR
Palazzo Mora, Cannaregio 3659
ESTONIA
Calle San Domenico, Patronato Salesiano Leone XIII
Castello 1285
ETIOPIA
Palazzo Bollani, Castello 3647
GEORGIA
Palazzo Querini, Calle Lunga San Barnaba
Dorsoduro 2691
GRENADA
Spazio Berlendis, Cannaregio 6301/A
GUATEMALA
Spazio Berlendis, Cannaregio 6301
Repubblica di GUINEA
Isola di San Servolo
Repubblica della GUINEA EQUATORIALE
Palazzo Donà dalle Rose, Cannaregio 5038 / 5101
Repubblica di HAITI
Palazzo Albrizzi-Capello, Cannaregio 4118
INDONESIA
Scuola Internazionale di Grafica, Cannaregio 1798
ISLANDA
Docks Cantieri Cucchini, San Pietro di Castello
Repubblica del KAZAKISTAN
Museo Storico Navale, Riva San Biasio, Castello 2148
Repubblica del KIRGHIZISTAN
Ex Chiesa di Santa Caterina, Convitto Foscarini Cannaregio 4941
Repubblica del KOSOVO
Chiesa di Santa Maria del Pianto, Calle de le Capucine
Fondamente Nove, Castello
LITUANIA
Fucina del Futuro, Castello 5063/B
Repubblica di mACEDONIA DEL NORD
Ex Cappella Buon Pastore, Castello 77
Repubblica di MOLDOVA
Spazio Santa Veneranda, Chiesa dei Santi Geremia e Lucia Cannaregio 252
MONGOLIA
Squero Castello, Salizada Streta, Castello 368
MONTENEGRO
Artenova, Castello 5063
Repubblica di NAURU
Spazio Castello 3683, Calle Bosello, Castello 3683
NUOVA ZELANDA
Istituto Provinciale per l’Infanzia Santa Maria della Pietà di Venezia, Riva degli Schiavoni, Castello 3702
PAKISTAN
Ex Farmacia Solveni, Dorsoduro 993-994
Repubblica di PANAMA
Tesa 42 Arsenale, Fondamenta Case Nuove, Castello 2738/C
PORTOGALLO
Fondaco Marcello, Calle del Marcello, San Marco 3415
ROMANIA/2
New Gallery of Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica Palazzo Correr
Campo Santa Fosca, Cannaregio 2214 and Giardini
Repubblica di SAN MARINO
Tana Art Space, Fondamenta de la Tana, Castello 2111
Complesso di Santa Maria Ausiliatrice
Fondamenta S. Gioacchin, Castello 450
Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, Cannaregio 54
SENEGAL
Palazzo Navagero, Riva degli Schiavoni, Castello 4147
Repubblica di SIERRA LEONE
Liceo Guggenheim, Campo dei Carmini, Dorsoduro 2613
Repubblica Federale di SOMALIA
Palazzo Caboto, Via Garbaldi, Castello 1645
Repubblica Unita della TANZANIA
Gervasuti Foundation, Palazzo Canova
Calle Longa Santa Caterina, Cannaregio 4998-5001/A
Supernova, Cannaregio 3218/A
UCRAINA/2
Riva Ca’ di Dio, Castello
UGANDA
Palazzo Navagero Gallery, Riva degli Schiavoni Castello 4147
Repubblica Socialista del VIETNAM
Ca’ Faccanon, Calle delle Acque, San Marco 5016
Repubblica dello ZIMBABWE
Santa Maria della Pietà, Castello 3701
COLLATERAL EVENTS
PALAZZO MORA “
* Gaza - No Words - See the Exhibit
Strada Nova, Cannaregio 3659
PALAZZO CAVANIS
|A ghrab Idra¯k: Thresholds of Perception
Fondamenta Zattere ai Gesuati, Dorsoduro 920 FABBRICA H3
A s Above, So Below
9 maggio May-8 giugno June
Ex Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, Giudecca
REM PROJECT
Baile, Botella y Baraja
José Ruiz between the Bottle and the Canvas and his Naïf Narration of Puerto Rico
Via Garibaldi, Castello 1735
DOCKS CANTIERI CUCCHINI
Catalonia in Venice:
Claudia Pagès Rabal
San Pietro di Castello 40/A
ISTITUTO SANTA MARIA DELLA PIETÀ
C ymru yn Fenis / Wales in Venice
presents
Sownd: Manon Awst and Dylan Huw
Calle della Pietà, Castello 3703
CAMPO DELLA TANA
Fermata: Hong Kong in Venice
Campo della Tana, Castello 2126
PALAZZO DONÀ DALLE ROSE
F issures of Light
Diaspora: Dissonances in Fa Minor
Cannaregio 5038/5101
NEGOZIO OLIVETTI
Hybrids. Leandro Erlich
al Negozio Olivetti
Piazza San Marco 101
PALAZZO NERVI SCATTOLIN
I f All Time Is Eternally Present:
Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki, Tai Shani
9 maggio May–7 giugno June
Campo Manin, San Marco 4866
RIVA SAN BIASIO
I nfinito Cabinet
Maria Cristina Crespo
Castello 2145
MUSEO STORICO NAVALE
Iván Tovar: Le Retour
Ex Istituto Idrografico, Riva San Biasio, Castello 2148
CAMPO DELLA TANA
Jacone’s Polyphony
Exhibition from Macao, China Castello 2126/A (near the Arsenale entrance)
FONDATION WILMOTTE
K an Yasuda - Isole del Silenzio
Corte Nuova, Fondamenta dell’Abbazia, Cannaregio 3560
SMAC – SAN MARCO ART CENTRE
L ee Ufan
Piazza San Marco 105
FONDAZIONE BVLGARI
BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA
L ara Favaretto
Momentary Monument – The Library
M onia Ben Hamouda
Fragments of Fire Worship
Biblioteca Nazionale Marciana, Piazza San Marco 13/A
ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE
Nabatele
9 maggio May-9 luglio July
Isola di San Giorgio Maggiore (open-air)
MAGAZZINI DEL SALE N. 5
Nalini Malani – Of Woman Born Fondamenta Zattere ai Saloni, Dorsoduro 262
CHIESA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA
O fficial. Unofficial. Belarus. San Polo 2454
RADIO VANESSA
R adio GAMeC – Pedagogy of Hope
5-10 maggio May (online fino Until 22 novembre November ) Fondamenta de la Tana, Castello 1923; FM 101.8 MHz
DOCKS CANTIERI CUCCHINI
R onald Ventura: Luna
San Pietro di Castello 1/A
SPAZIO OLIVOLO
S cotland + Venice: Bugarin + Castle
San Pietro di Castello 59/C
PALAZZO DELLE PRIGIONI
S creen Melancholy: Li Yi-Fan
Castello 4209 (near Palazzo Ducale)
FONDAZIONE ERES
S hifting Waters ERES Foundation
9 maggio May-28 giugno June
4 settembre September-1 novembre November
Ca’ Sarasina, Castello 1228
SPAZIO 996/A
S ong E Yoon: Songs Across Time
Fondamenta Sant’Anna, Castello 996/A
PALAZZO CONTARINI-POLIGNAC
Still Joy – From Ukraine into the World
9 maggio May-1 agosto August
Dorsoduro 874
PALAZZO SORANZO VAN AXEL
Su Xiaobai’s Alchemical Universe
Cannaregio 6099, 6071, 6072
PROCURATIE VECCHIE
Tadeusz Kantor (1915-1990).
Emballage, Cricotage and Madame Jarema
Piazza San Marco, San Marco 139-153/A
PALAZZO ROCCA CONTARINI CORFÙ
T he Spirits of Maritime Crossing 2026
9 maggio May-2 agosto August
Dorsoduro 1057/D
PALAZZO FRANCHETTI
T URANDOT: To the Daughters of the East
9 maggio May-31 ottobre October San Marco 2847
PALAZZO FRANCHETTI
Vyacheslav Akhunov: Instruments of the Mind San Marco 2847
10 & ZERO UNO
MELISSA MCGILL. AQUAE
30 aprile April-20 giugno June | Via Garibaldi, Castello 1830
193 GALLERY/1
HASSAN HAJJAJ. Venice, 1447
5 maggio May-27 giugno June
Salizada San Samuele, San Marco 3337
193 GALLERY/2
SESSE ELANGWE
1 luglio July-26 agosto August
Salizada San Samuele, San Marco 3337
193 GALLERY/3
THANDIWE MURIU
3 settembre September-31 ottobre October
Salizada San Samuele, San Marco 3337
A PLUS A GALLERY COUNTERFORMS
5 maggio May-26 luglio July | San Marco 3073
AKKA PROJECT
BlackBox by DAWIT ABEBE The Residency Outcome
7 maggio May-30 giugno June Ca’ del Duca, San Marco 3052
AMA VENEZIA
AURA
5 maggio May-22 novembre November Fondamenta de Ca’ Vendramin, Cannaregio 2395
ANISH KAPOOR FOUNDATION
ANISH KAPOOR
6 maggio May-8 agosto August Palazzo Manfrin, Fondamenta Venier, Cannaregio 152-153
ARCHIVIO DI STATO
DAYANITA SINGH. ARCHIVIO
17 aprile April-31 luglio July | Frari, San Polo 3002
ARSENALE INSTITUTE FOR POLITICS OF REPRESENTATION
D is for DUCHAMP
the DEEP DYED DECEIVER
10 maggio May-22 novembre November
Riva dei Sette Martiri, Castello 1430/A
ART DEPOT AI BIRI
You+Me=we: Together // Gallery EYN
3 maggio May-30 agosto August
Rio Terà dei Biri, Cannaregio 5415
ATENEO VENETO
NATASHA TONTEY
The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs
9 maggio May-25 ottobre October Campo San Fantin, San Marco 1897
BAROVIER&TOSO ARTE
FABRIZIO PLESSI
Perdersi in un bicchier d’acqua Fino Until 21 giugno June Palazzo Barovier&Toso, Fondamenta Manin 1/D, Murano
BAROVIER&TOSO GALLERY
IBRAHIM MAHAMA. A Shea Garden
4 maggio May-18 luglio July
Rio Terà de la Carità, Dorsoduro 1046
BEA VITA VENEZIA
NOWRUZ. Images, Sounds and Voices from Contemporary Iran
20 marzo March-22 novembre November Fondamenta de le Capuzine, Cannaregio 3082
BRAGORA GALLERY
YEXIN YANG
The Man Who Threw Away Golden Rice
5 maggio May-22 novembre November Salizada Sant’Antonin, Castello 3496
CA’ DA MOSTO | THE VENICE VENICE HOTEL
JR. Il Gesto.
A contemporary reinterpretation of The Wedding at Cana 4-10 maggio May | Facciata e Sale Interne, Cannaregio 5631
CA’ FACCANON
SHIM MOON SEUP
Harnessed From Nature
6 maggio May-30 settembre September Calle delle Acque, San Marco 5016
CA’ PESARO/1
JENNY SAVILLE
28 marzo March-22 novembre November Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076
CA’ PESARO/2
GIULIO MALINVERNI.
Natura morta, Natura viva
21 aprile April-14 giugno June Galleria Internazionale d’Arte Moderna – Project Room Santa Croce 2076
CA’ PESARO/3
HERNAN BAS. The Visitors
7 maggio May-30 agosto August Galleria Internazionale d’Arte Moderna – Sale Dom Pérignon Santa Croce 2076
CA’ PESARO/4
GIUSEPPE DI LIBERTO
23 giugno June -6 settembre September Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076
CA’ PESARO/5
NICOLÁS LAMAS
24 settembre September-22 novembre November Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076
CA’ REZZONICO
I GUARDI DELLA COLLEZIONE
GULBENKIAN
Fino Until 8 giugno June
Museo del Settecento Veneziano, Dorsoduro 3136
CA’ TRON/1
EMILIA KABAKOV. Venetian Diary
9 maggio May-28 giugno June | Santa Croce 1957
CA’ TRON/2
TONY CRAGG. Ocean of Drops
5 maggio May-28 giugno June | Santa Croce 1957
CA’ TRON | FONDAZIONE BERENGO ART SPACE
GLASSTRESS
11 luglio July-22 novembre November
IUAV, Ca’ Tron, Santa Croce 1957
Fondazione Berengo Art Space
Campiello della Pescheria 4, Murano
CAPPELLA DI SANTA MARIA DELLA PIETÀ
SCALA DEL BOVOLO
WALLACE CHAN
Vessels of Other worlds
8 maggio May-18 ottobre October (Cappella della Pietà)
Mythos
4 aprile April-18 ottobre October (Scala del Bovolo)
Cappella Santa Maria della Pietà
Riva degli Schiavoni, Castello 4150
Scala del Bovolo, San Marco 4303
CASA DEI TRE OCI
BERGGRUEN ARTS & CULTURE
JOSEPH KOSUTH. The-exchange-
value-of-language-has-fallen-to-zero
28 marzo March-22 novembre November
Fondamenta Zitelle, Giudecca 43
CASA SANLORENZO
WAVES
6 maggio May-28 giugno June | Dorsoduro 170
CASTELLO 925
CROSS CONTEMPORARY ART PROJECTS
MARTIN WEINSTEIN
Nothing Goes Away
9 maggio May-26 luglio July
Fondamenta San Giuseppe, Castello 925
CASTELLO 925 PROJECT SPACE
CROSS CONTEMPORARY ART PROJECTS
ANNE LEITH. Verge
7 maggio May-26 luglio July
Fondamenta San Giuseppe, Castello 780
CAVANA GALLERY
DU HAI JUN
Chronicles of the Floating City
9 maggio May-31 giugno June
Rio Terà Foscarini, Dorsoduro 909/C
CHIESA DI SAN FANTIN
LORE BERT. Towards the Light
5 maggio May-22 ottobre October
Campo San Fantin, San Marco
CHIESA DI SANTA MARIA DELLA VISITAZIONE MARCELLO MARTINEZ-VEGA. Amazonien
9 maggio May-22 novembreN ovember
Fondamenta Zattere Ai Gesuati, Dorsoduro 919A
CIRCUIT
SUNBURN
Fino Until 30 maggio May
Calle del Gambero 16, Mestre | Project Room
Via Giordano Bruno 31, Mestre
COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM
PEGGY GUGGENHEIM A LONDRA
Nascita di una collezionista
25 aprile April-19 ottobre October
Ca’ Venier dei Leoni, Dorsoduro 701
COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO
ZHOU YIWEN
An Allegory of Power and Freedom
22 luglio July-22 novembre November
Atrio Moderno, Barbaria de le Tole, Castello 6691
CORTE NOVA
MELISSA MCGILL. Marea
30 aprile April-10 maggio May | Corte Nova, Castello
CREA – CANTIERI DEL CONTEMPORANEO
MICHAEL CORNER. Cliché
8 maggio May-15 novembre November | Giudecca 211/B
EMERGENCY VENEZIA LILLI MÜLLER
Divided We Do Not Stand… a Chance
Settembre September-ottobre October
Calle Fondamenta San Giacomo, Giudecca 212
EUROPEAN CULTURAL CENTRE ITALY/1
PERSONAL STRUCTURES –CONFLUENCES
9 maggio May-22 novembre November
Palazzo Mora, Strada Nova, Cannaregio 3659
Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4793
Marinaressa Gardens, Riva dei Sette Martiri, Castello
EUROPEAN CULTURAL CENTRE ITALY/2
PERSONAL STRUCTURES – CONFLUENCES
CASPAR BAUM. Our Precious World
9 maggio May-22 novembre November
Palazzo Mora, Strada Nova, Cannaregio 3659
EUROPEAN CULTURAL CENTRE ITALY/3
PERSONAL STRUCTURES – CONFLUENCES
DIETMAR BRIXY. Wanderlust
13 settembre September-11 ottobre October
Palazzo Bembo, Riva del Carbon 4793
EUROPEAN CULTURAL CENTRE ITALY/4
PERSONAL STRUCTURES – CONFLUENCES
DOM ART RESIDENCE – ACCEPTED WITHOUT REVIEW
9 maggio May-22 novembre November
Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4793
FABRICA33
NICLAS CASTELLO
La diabolica commedia: Prelude
6 maggio May-11 novembre November
Calle Larga dei Boteri, Cannaregio 5063
FONDAMENTA DEI PENINI
THOM YORKE / STANLEY DONWOOD
No Go Elevator
(Not Without No Keycard)
6 maggio May-7 giugno June | Castello 2432
FONDATION VALMONT
GAYLE CHONG KWAN, STEPHANIE BLAKE, KIMIKO YOSHIDA
Penelope - Her Journeys
5 maggio May-31 gennaio January, 2027
Palazzo Bonvicini, Calle de Ca’ Bonvicini, Santa Croce 2161/A
FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA/1 PICASSO, MORANDI, PARMIGGIANI
Still Lifes
7 maggio May-25 luglio July
Galleria di Piazza San Marco 71/C
FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA/2 GIANGIACOMO ROSSETTI
4 maggio May-26 luglio July
Palazzetto Tito, Dorsoduro 2826
FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA/3 108ma COLLETTIVA GIOVANI ARTISTI
Creart 3.0
5 maggio May-28 giugno June
Sala del Camino, Complesso dei SS. Cosma e Damiano Giudecca
FONDAZIONE DELL’ALBERO D’ORO PATRICK SAYTOUR
Le pli et le temps / La piega e il tempo
18 aprile April-22 novembre November
Palazzo Vendramin Grimani, San Polo 2033
FONDAZIONE DI VENEZIA
GIANNI BERENGO GARDIN
La Venezia del Maestro del bianco e nero
Fino Until 30 giugno June
Palazzo Flangini, Cannaregio 252
FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN THE ONLY TRUE PROTEST IS BEAUTY
25 Aprile April-4 ottobre October
Palazzo Pisani Moretta, San Polo 2766
FONDAZIONE GÜNES ¸ TEKIN
AHMET GÜNES¸TEKIN
Sessizlik / Silenzio / Silence
6 maggio May-1 novembre November
Palazzo Gradenigo, Campo Santa Giustina, Castello 2838
FONDAZIONE IN BETWEEN ART FILM CANICULA
6 maggio May-22 novembre November
Complesso dell’Ospedaletto, Barbaria de le Tole, Castello 6691
FONDAZIONE PRADA
ARTHUR JAFA and RICHARD PRINCE
Helter Skelter
9 maggio May-23 novembre November
Ca' Corner della Regina, Santa Croce 2215
FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/1 THE DREAMER
Da From 5 maggio May
Museo, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252
FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/2
DING YI
Cosmotechnics: Ding Yi as Planetary Code
9 maggio May-22 novembre November
Area Scarpa, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252
FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/3
NIGEL COOKE. Bad Habits
5 maggio May-22 novembre November
Portego Biblioteca, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252
FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/4
THE INVISIBLE CORD. HANS
HARTUNG AND THE MUSIC
5 maggio May-13 settembre September
Terzo piano, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252
GALERIE NEGROPONTES
UN REGARD SUR BRANCUSI, VENISE
26 marzo March-18 dicembre December
Palazzina Masieri, Dorsoduro 3900
GALLERIA 200C
TIM PARCHIKOV
I’m not taking part in it
8 maggio May-20 settembre September
Fondamenta San Giacomo, Giudecca 200/C
GALLERIA ALBERTA PANE
THE MATERIALITY OF JUDY CHICAGO
8 maggio May-22 novembre November
Calle dei Guardiani, Dorsoduro 2403/H
GALLERIA D’ARTE L’OCCHIO
TOBIA RAVÀ. Palpiti notturni
26 aprile April-10 giugno June | Dorsoduro 181-185
GALLERIE DELL’ACCADEMIA
MARINA ABRAMOVIC
Transforming Energy
6 maggio May-19 ottobre October
Campo della Carità, Dorsoduro 1050
GALLERIA DI PALAZZO CINI
DAVID SALLE. Present-Tense Painting
5 maggio May-27 settembre September
Palazzo Cini, Campo San Vio, Dorsoduro 864
GARIBALDI GALLERY
LAURA MEGA - DANIEL PEŠTA
Where My Soul Compiles
6 maggio May-22 novembre November Via Giuseppe Garibaldi, Castello 1815
HOTEL METROPOLE
CHRISTOPHER BUCKLOW. Guests
Fino Until 22 novembre November Riva degli Schiavoni, Castello 4149
IKONA PHOTO GALLERY
FERDINANDO SCIANNA
Il Ghetto di Venezia
31 maggio May-22 novembre November
Campo del Ghetto Nuovo, Cannaregio 2909
ISOLA DI SAN GIACOMO
FONDAZIONE SANDRETTO RE REBAUDENGO MATT COPSON. Fanfare/Lament.
Don’t have hope, be hope!
Da From 7 maggio May | Isola di San Giacomo
ISOLA DI SAN GIORGIO/1 ABBAZIA DI SAN GIORGIO MAGGIORE
BARRY X BALL. The Shape of Time
9 maggio May-22 novembre November
Basilica di San Giorgio, Isola di San Giorgio Maggiore
ISOLA DI SAN GIORGIO/2
FONDAZIONE GIORGIO CINI
HOW TO REACH THE SKY
Fino Until 12 luglio July
Ex Piscina Gandini, Isola di San Giorgio Maggiore
ISOLA DI SAN GIORGIO/3
FONDAZIONE GIORGIO CINI
GEORG BASELITZ. Eroi d’Oro
5 maggio May- 27 settembre September
Sala Carnelutti, Isola di San Giorgio Maggiore
ISOLA DI SAN GIORGIO/4
LE STANZE DEL VETRO
1948-1958 IL VETRO DI MURANO
E LA BIENNALE DI VENEZIA
Fino Until 22 novembre November
Isola di San Giorgio Maggiore
ISOLA DI SAN GIORGIO/5
LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA
HORST P. HORST
La Geometria della Grazia
Fino Until 5 luglio July | Isola di San Giorgio Maggiore
ISOLA DI SAN GIORGIO/6
LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA
ROBERTO DUTESCO. 30 years. The Wild Horses of Sable Island
15 aprile April-5 luglio July | Isola di San Giorgio Maggiore
ISOLA DI SAN GIORGIO /7
FONDAZIONE GIORGIO CINI
HOMO FABER 2026. An Island of light
1-30 settembre September | Isola di San Giorgio
LA GALLERIA
ART BEYOND BOUNDARIES
25 Years of La Galleria
8 maggio May-22 novembre November | San Marco 2566
LINLI ART SPACE HERO PAVEL
Gener(AI)tion: 100 Visioni, 100 Doni
1-30 maggio May
Fondamenta Zattere ai Saloni, Dorsoduro 65
M9 – MUSEO DEL ‘900
PERTINI. L’ARTE DELLADEMOCRAZIA
Fino Until 31 agosto August | Via Giovanni Pascoli 11, Mestre
MAGAZZINO DEL SALE 3
PEDRO CABRITA REIS. XIV Steps
4 maggio May-22 novembre November | Dorsoduro 264
MARE KARINA
HANNA ROCHEREAU. Data Divas
4 maggio May-18 luglio July Campo de le Gate, Castello 3200
MARIGNANA ARTE
MAURIZIO PELLEGRIN. I ritratti perduti / The Lost Portraits –1990-2025
22 maggio May-5 settembre September Rio Terà dei Catecumeni, Dorsoduro 141
MARIGNANA PROJECT
ALESSANDRO D’AQUILA
Before Language / Prima del linguaggio
22 maggio May-5 settembre September Rio Terà dei Catecumeni, Dorsoduro 140/A
MUNAV – MUSEO STORICO NAVALE DI VENEZIA
ALFRED EISENSTAEDT
La fotografia era nell’aria
22 maggio May-22 novembre November
Riva S. Biasio, Castello 2148
MUSEO CORRER/1
BIZHAN BASSIRI. Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico
Fino Until 22 novembre November
Sala delle Quattro Porte, Piazza San Marco 52
MUSEO CORRER/2
JULIAN CHARRIÈRE. Spiral Economy
30 aprile April-22 novembre November
Sala Canoviane, Piazza San Marco 52
MUSEO DEL MERLETTO
BIENNALE DEL MERLETTO 2026
Merletti d’Autore
21 aprile April-8 gennaio January, 2027
Piazza Baldassarre Galuppi 187, Burano
MUSEO DI PALAZZO GRIMANI
AMOAKO BOAFO
It doesn’t have to always make sense
6 maggio May-22 novembre November
Ruga Giuffa, Castello 4858
MUSEO FORTUNY
ERWIN WURM. reamers
6 maggio May-22 novembre November
Palazzo Pesaro Orfei, San Marco 3958
MUVEC – CASA DELLE CONTEMPORANEITÀ
KLIMT, SCHIELE, KOKOSCHKA
e il corpo nell’arte contemporanea
26 settembre September-14 febbraio February, 2027
Piazzale Luigi Candiani 7, Mestre
NICOLETTA FIORUCCI FOUNDATION
LYDIA OURAHMANE. 5 Works
5 maggio May-22 novembre November | Dorsoduro 2829
OCEAN SPACE
TIDE OF RETURNS [ONDE DI RITORNI]
28 marzo March-11 ottobre October
Ex Chiesa di San Lorenzo, Castello 5069
ORATORIO DEI CROCIFERI
IEVA LYGNUGARYTE ˙ . Carmen
1-31 maggio May | Campo dei Gesuiti, Cannaregio 4904
ORTO GIARDINO DEL REDENTORE
VENICE GARDENS FOUNDATION
SARAH MOON
Orizzonte | Un giardino a Venezia
5 maggio May-6 ottobre October | Giudecca 194
PALAZZETTO BRU ZANE | FONDATION BRU
ROLAND DUFAU. Scultore di luce
23 maggio May-12 settembre September | San Polo 2368
NOT ONLY BIENNALE
ALAZZO ALBRIZZI CAPELLO LINA KARAM
Diving in the depth of a journey
7 giugno June -12 luglio July | Cannaregio 4118
PALAZZO BALBI DRIFT. Shy Society
3-10 maggio May | Dorsoduro 3901
PALAZZO BRAGADIN TAMARA KVESITADZE
Medea. Fragments of Memory
9 maggio May-31 ottobre October Barbaria de le Tole, Castello 6480
PALAZZO BRAGADIN CARABBA MEL RAMOS
An Iconography of American Beauty
3 maggio May-22 novembre November | Castello 6036
PALAZZO CORNER DELLA CA’ GRANDA PALAZZO PAPADOPOLI CHARLOTTE COLBERT
Possible Landscapes
6 maggio May-30 settembre September Palazzo Corner della Ca' Granda, San Marco 3978 Palazzo Papadopoli, Aman Venice, San Polo 1364
PALAZZO DELLE ARTI E DELLE CULTURE FONDAZIONE GIANCARLO LIGABUE COLLECTO
7-24 maggio May 17 settembre September-17 dicembre December Palazzo Erizzo Ligabue, San Marco 3319
PALAZZO DIEDO/1
BERGGRUEN ARTS & CULTURE STRANGE RULES
4 maggio May-22 novembre November Fondamenta Diedo, Cannaregio 2386
PALAZZO DIEDO/2
BERGGRUEN ARTS & CULTURE CEAL FLOYER. Unfinished
4 maggio May-22 novembre November Fondamenta Diedo, Cannaregio 2386
PALAZZO DUCALE
ETRUSCHI E VENETI. ACQUE, CULTI E SANTUARI
6 marzo March-29 settembre September Appartamento del Doge, Piazza San Marco 1
PALAZZO FRANCHETTI FONDAZIONE BERENGO
MARTIN JANECKÝ Dreamers
BERTIL VALLIEN Transparent Boundaries
5 maggio May-22 novembre November | San Marco 2847
PALAZZO FRANCHETTI | LE CABANON EVA & FRANCO MATTES. Rage Bait
6 maggio May-30 giugno June (Palazzo Franchetti)
6-31 maggio May (Le Cabanon)
Palazzo Franchetti, San Marco 2847
Le Cabanon, Campo del Santissimo, Giudecca 193/A
PALAZZO FRANCHETTI | PALAZZO LOREDAN
CHIHULY: VENICE 2026
5 maggio May-14 novembre November
Palazzo Franchetti, San Marco 2847
Palazzo Loredan, San Marco 2945
Palazzo Balbi Valier, San Marco 2506
Palazzo Querini alla Carità, Dorsoduro 1051
PALAZZO GRASSI/1
MICHAEL ARMITAGE
The Promise of Change
29 marzo March-10 gennaio January, 2027
Campo San Samuele, San Marco 3231
PALAZZO GRASSI/2
AMAR KANWAR. Co-Travellers
29 marzo March-10 gennaio January, 2027
Campo San Samuele, San Marco 3231
PALAZZO MALIPIERO
PATRICK MIMRAN
Billboard Project.
42 Billboards in Venice
4-17 maggio May
Recent Works
4 maggio May-22 novembre November
Campo San Samuele, San Marco 3198
PALAZZO MARIN
SHIRIN NESHAT. Do U Dare!
9 maggio May-6 settembre September | San Marco 2541
PALAZZO MOCENIGO
Le Tarbouche. Quando un accessorio diventa simbolo. Opere di MOUNA REBEIZ
20 maggio May-8 novembre November
Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo, Santa Croce 1992
PALAZZO PISANI SANTA MARINA
ETHNOGRAPHY OF THE BODY AND MATERIAL
Slowness and Depth in an Accelerated Society
9 maggio May-22 novembre November | Cannaregio 6104
PALAZZO PRIULI BON | DOMUS CIVICA
MAGGIE HALL. Love You to Death
5 maggio May-15 novembre November
Palazzo Priuli Bon, Santa Croce 1979/A Domus Civica, Calle de le Sechere, San Polo 3082
PALAZZO QUERINI A CA' BALA
JEREMY DELLER
The Constant Buzz of a Drone
4 maggio May-19 luglio July | Dorsoduro 244/245
PALAZZO ROTA IVANCICH
KOEN VANMECHELEN
We Thought We Were Alone
9 maggio May-22 novembre November | Castello 4421
PALAZZO ZON
SHIGEO OTAKE
“Nel mezzo del Cammin”
4 maggio May-28 giugno June | Calle Zon, Castello 6512
PALAZZO ZORZI | UNESCO
SARA BONAVENTURA, LUKAS TAIDO, MATTEO ZAMAGNI
Water Dream Memory
1 maggio May-28 giugno June | Castello 4930
PUNTA DELLA DOGANA/1
PAULO NAZARETH. Algebra
29 marzo March-22 novembre November | Dorsoduro 2
PUNTA DELLA DOGANA/2
LORNA SIMPSON. Third Person
29 marzo March-22 novembre November | Dorsoduro 2
SALONE VERDE
JEWEL. Matriclysm: An Archeology of Connections Lost
10 maggio May-22 novembre November
Calle della Regina, Santa Croce 2258
SCOLETTA BATTIORO E TIRAORO
ARCH HADES. Return | Ritorno
7 maggio May-30 ottobre October
Campo San Stae, Santa Croce 1980
SCUOLA GRANDE DI SAN ROCCO
JAN FABRE. The Quiet Source
9 maggio May-22 novembre November
Campo San Rocco, San Polo 3052
SCUOLA PICCOLA ZATTERE/1
NIKIMA JAGUDAJEV. Like
7 maggio May-11 ottobre October
Fondamenta Zattere ai Gesuati, Dorsoduro 1401
SCUOLA PICCOLA ZATTERE/2
RACHEL YOUN. Unruly Vessel
8 maggio May-18 ottobre October
Fondamenta Zattere Ai Gesuati, Dorsoduro 1401
SMAC VENICE
ALIGHIERO BOETTI
7 maggio May-22 novembre November Procuratie, Piazza San Marco 105
SPARC*
LEO FRONTINI. Yields of Fray
5 maggio May-5 settembre September
Campo Santo Stefano, San Marco 2828/A
SPAZIO BRUCHIUM FERMENTUM
HELEN BROMS SANDBERG
Le Sette Opere di Misericordia
6 maggio May-22 novembre November
Calle del Forno, Castello 2090
SPAZIO RAVÀ
SIGMAR POLKE. The Photographs for Venice Biennale 1986
2 maggio May-2 luglio July | San Polo 1100
SPAZIO SV FRANÇOIS REBOUL
Beyond Chaos
1 maggio May-15 agosto August
From Chaos to Freedom
28 agosto August-22 novembre November
Campo San Zaccaria, Castello 4693
SPAZIO THETIS
VENICE 20.26
29 aprile April-30 ottobre October Arsenale Nord, Castello 2737/F
TEATRO GOLDONI
MINOR MUSIC AT THE END OF THE WORLD
5, 6 maggio May h. 20.30; 7 maggio May h. 16 San Marco 4650/B
THE HOME OF THE HUMAN SAFETY NET MARINELLA SENATORE
We Rise by Lifting Others
7 maggio May-22 marzo March, 2027
Procuratie, Piazza San Marco 105
UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA/1
JENNIFER WEST. Stitched Cosmos
7 maggio May-6 luglio July | Sede Centrale, Dorsoduro 3246
UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA/2
VICTORIA LU. Metamorphosis: Beyond the Real – Searching for Victoria Lu
7 maggio May-22 novembre November
Ca’ Foscari Esposizioni, Dorsoduro 3246
VICTORIA MIRO
FLORA YUKHNOVICH. Egg
5 maggio May-4 luglio July | San Marco 1994
VILLA FÜRSTENBERG
PARCO INTERNAZIONALE DI SCULTURA BANCA IFIS
Da From 19 aprile April | Via Gatta 11, Mestre

Curating
9 May – 22 November 2026
AZERBAIJAN PAVILION
A The Attention. Faig Ahmed
Campo della Tana, Castello 2124/A - 2125
B Fermata: Hong Kong in Venice
Campo della Tana, Castello 2126
C Infinito Cabinet. Maria Cristina Crespo
Castello 2145
D Iván Tovar: Le Retour
Museo Storico Navale di Venezia, Ex Idrografico, Riva S. Biasio, Castello 2148
E Jacone’s Polyphony Exhibition from Macao, China
Campo della Tana, Castello 2126/A
F Oikeiōsis. Pavlina Vagioni
9 May – 25 October 2026
Campo della Tana, Castello 2127/A
Mensile di cultura, spettacolo e tempo libero
Numero 311-312 - Anno XXX Venezia, 1 maggio 2026
Con il Patrocinio del Comune di Venezia
Autorizzazione del Tribunale di Venezia n. 1245 del 4/12/1996
Direzione editoriale Massimo Bran
Direzione organizzativa Paola Marchetti
Relazioni esterne e coordinamento editoriale Mariachiara Marzari
Redazione
Chiara Sciascia, Davide Carbone
Speciali Fabio Marzari
Coordinamento editoriale
TheBAG, Daily Mostra del Cinema, Redazione Web, Newsletter Marisa Santin
Grafica Luca Zanatta
Hanno collaborato a questo numero
Katia Amoroso, Maria Laura Bidorini, Elena Cardillo, Loris Casadei, Michele Cerruti But, Mario Dal Co, Roberta De Rossi, Elisabetta Gardin, Nicolò Ghigi, Michele Gottardi, Renato Jona, Franca Lugato, Irene Machetti, Alberto Marzari, Giorgio Placereani, Mattia Porto, Diletta Rostellato, Livia Sartori di Borgoricco, Sara Abra Carrol Smersu, Adele Spinelli, Davide Terrin, Camillo Tonini, Riccardo Triolo, Delphine Trouillard, Andrea Zennaro Si ringraziano
Kimiko Yoshida, Emilia Kabakov, Chiara Camoni, Tom Eccles, Emma Dante, Mario Banushi, Dorcy Rugamba, Davide Iodice, Michèle Roche, Roland Dufau, Reza, Antonella Bertoni, Teresa Präauer, Andrea Pennacchi, Gloria Beggiato, Giuseppe Mormile, Emanuela Caldirola e Marta Zannoner
Foto di copertina
Kimiko Yoshida, Absence, Tribute to Yves Klein. Self-portrait, (serie di 4 opere) © Kimiko Yoshida | www.kimiko.fr
Traduzioni
Patrizia Bran, Andrea Falco, Richard McKenna
Direttore responsabile Massimo Bran
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