Skip to main content

VENEZIA NEWS - MAY-JUNE 2025 - #299-300

Page 1

EXHIBITIONS MUSEUMS

2 9 9 - 3 0 0 M AY- J U N E 2 0 2 5

CONCERTS

venicecityguide | www.venezianews.it

THEATRES FILMS&SERIES FOOD&DRINKS

After the End © Liam Young with Natasha Wanganeen

Mensile di cultura e spettacolo - n° 299-300 - anno 29 - maggio-giugno 2025 spedizione in A.P. 45% art.2 comma 20/B - legge 662/96 - DCI-VE

CLUBS

ENGLISH INSIDE € 4,50

Biennale

ISSUE

BIENNALE ARCHITETTURA + BIENNALE TEATRO


2

©2025 Marriott International, Inc. All Rights Reserved. All names, marks and logos are the trademarks of Marriott International, Inc., or its affiliates.


A D E L E C TA B L E E P I C U R E A N E X P E R I E N C E ON THE GRAND CANAL Immersed in a living canvas of extraordinary architectural wonders the Gritti Terrace continues to be the social hub of Venice. Drop by for an informal lunch, an afternoon snack, or a glass of perfectly chilled bubbles. From 12:30pm until 5:30pm FOR RESERVATIONS, PLEASE CALL +39 041 794611 OR VISIT CLUBDELDOGE.COM

THE LUXURY COLLECTION HOTELS & RESORTS

3


4


T I M E | S PA C E | E X I S T E N C E E C C | PA L A Z Z O M O R A | F L O O R 1 | S T R A D A N U O VA 3 6 5 9 | V E N E Z I A a i n t e ri o rs.co m

5


Intelligens. Natural. Artificial. Collective. 10.05–23.11 Venezia

Giardini/Arsenale

ORARIO/OPENING HOURS 10.05–28.09: 11–19H SOLO/ONLY ARSENALE VEN.SAB./FRI.SAT.: 11–20H 29.09–23.11: 10–18H CHIUSO IL LUNEDÌ CLOSED ON MONDAYS

INFO +39 041 5218 828 PROMOZIONE@LABIENNALE.ORG COMPRA QUI IL TUO BIGLIETTO

Biennale Architettura 2025 BUY YOUR TICKET

LABIENNALE.ORG #BIENNALEARCHITETTURA2025 FACEBOOK: LA BIENNALE DI VENEZIA INSTAGRAM: LABIENNALE X: LA_BIENNALE YOUTUBE: BIENNALECHANNEL

6


European★ Magazine

L’INFINITA BELLEZZA U

n numero speciale questo, specialissi-

mo. Per contenuti, certo, come potrete constatare sfogliandolo: 216 pagine di cultura viva, da attraversare insieme, da respirare a pieni polmoni in questa città che, al netto di tutte le sue sempre più gravi inadeguatezze, rimane ancora una capitale globale incredibilmente vitale per le arti, contemporanee e non. Anzi, accresce, arricchisce di anno in anno verso l’alto questa sua cifra identitaria, con sempre nuovi protagonisti provenienti da ogni angolo del mondo che entrano a far parte della grande famiglia culturale veneziana. Inutile spendere troppe parole qui per restituire questa energia, questa straordinaria aggregazione di visioni che vanno a definire un quadro unico per molteplicità di contributi, di intuizioni, di progettualità sul fronte artistico. Abbandonatevi alla lettura delle centinaia di pagine a seguire, potreste davvero non uscirne più per il vorticoso insieme di opportunità culturali che si susseguono senza soluzione di continuità. Tra i due poli della Biennale Architettura e della Biennale Teatro, mondi in cui immergersi verticalmente per viverne ogni strato, ogni piega, assorbendo liberamente tutte le suggestioni che questi nodali epicentri collettivi del contemporaneo regalano, c’è un mare solcato da mille altri vascelli culturali da abitare a mente e cuore aperti, tra festival, spettacoli, film, libri, mostre... Insomma, davvero la Venezia che vorremmo sempre vedere e vivere questa, che c’è e persiste ad esserci al di là di tutto e di tutti. E qui non aggiungiamo altro. Punto. Per noi, però, ma siamo certi anche per i più di voi che ci leggete da anni in maniera fedele ed appassionata, questo è un numero oltremodo speciale, ben al di là del dato, il che dice tutto, inerente gli stretti e straordinari contenuti di cui sopra che siamo andati a costruire negli ultimi mesi per confezionare questa uscita n. 300 (!!) di Venezia News. Un anno fa, infatti, esattamente il 15 maggio 2024, ci lasciava improvvisamente da soli il nostro amato, imprescindibile Fabio Marzari. La sua dipartita improvvisa non solo ci ha lasciati senza più parole e lacrime per mesi e mesi, ma ha davvero prodotto un solco, una sorta di punto di non ritorno nel percorso oramai quasi trentennale della nostra avventura editoriale. Non

tanto per il fatto che il futuro non ci sarebbe più appartenuto, quanto per il fatto che avrebbe dovuto incominciare a definirsi in maniera in qualche modo altra, perché quando saluta una figura di tale spessore e profilo nulla poi può più essere esattamente come prima. E però così pensando e vivendo il nostro possibile futuro in divenire, abbiamo al contempo scoperto quanto peso vivo abbia ancora, eccome, nel nostro presente l’approccio alla bellezza, intesa nel senso più ampio e circolare del termine, di Fabio, quanto questa sua costitutiva disposizione appassionata alla cultura ci parli a cuore aperto e a mente libera tutt’oggi. E allora mentre ti convinci che nulla potrà più essere come prima, ecco che senza accorgertene ti trovi progressivamente a vivere e ad operare nel solco di una continuità alla fine ininterrotta, perché il pensiero, le azioni, il deposito esistenziale e culturale di figure che hanno lasciato un segno indelebile in una vicenda così libera, appassionata ed indipendente come la nostra non possono che spingerti a persistere e a proseguire verso una direzione che grazie a loro si è andata così a definire. Lacerazione ed eredità, questi i poli contrastanti che ci chiedono di provare a fare nostra una sintesi nel segno della memoria, del patrimonio sedimentato in lunghi anni. Guardando al domani, con Fabio come nostro prezioso baedeker a guidarci negli infiniti orizzonti della grande bellezza veneziana. Spettava quindi al Nostro aprire questo numero nelle pagine qui a seguire. Un’apertura che non vuole essere un mero, per quanto partecipato, ricordo, bensì un richiamo vivo delle pagine più belle della nostra storia che chiamano altre pagine dello stesso tenore. Che siamo tenuti a continuare a costruire con autenticità e passione, così come pretenderebbe lui.

editoriale

di Massimo Bran

7


UNA LINFA VITALE INESAURIBILE di Massimo Bran

U

n anno fa ci lasciava il più talentuoso, imprevedibile,

carismatico tra i nostri storici collaboratori. Collaboratore? Ma che vado scrivendo mai? Fabio, Fabio Marzari, il nostro indiscutibile Ministro della Fantasia, non può certo essere concluso in una definizione così ordinaria, canonica. In realtà non può essere concluso, e ricordato, in alcun ruolo con un suo perimetro circoscritto. E tantomeno in quello di mero collaboratore. Fabio era Fabio, punto. Un fuoriclasse della convivialità, in nome della quale è stato capace di costruire un suo straordinario Zibaldone in cui dentro vi è tutto il meglio della bellezza, della qualità del vivere insieme tra le arti, i sapori, le persone, le emozioni. Uno Zibaldone innanzitutto fatto di piccoli e grandi mattoni di un grattacielo relazionale senza eguali, costruendo il quale ne è sortito di conseguenza, con una elegantissima dissimulazione della fatica, degli sforzi necessari alla bisogna, uno Zibaldone giornalistico che dire caleidoscopico è dire nulla. È stato, e continua naturalmente ad esserlo e così per sempre sarà, nella casa che è il nostro giornale un anno di dolore infinito e inconsolabile. La sua essenza immanente a questa nostra indipendente avventura editoriale non può che accentuare questa sensazione di spaesamento, di buio che proviamo ogni volta, che è poi ogni giorno, ci voltiamo verso la sua postazione silente. Apparentemente silente e spenta. È questo il dato primo, essenziale, del suo esistere e vivere con noi questo mondo di carta, ora anche compiutamente digitale, che ci viene come prima cosa da fermare ricordandolo. Spesso, quasi sempre, si scivola nel più trito esercizio retorico quando si dice che un amico, una persona cara che ci ha lasciato in realtà non ci ha lasciato per niente, perché vive ancora con noi. Suonano come frasi fatte queste, buone per consolare il dolore per una perdita che tale è e tale resta e resterà per sempre. Quindi davvero faccio qui fatica a trovare le parole per non svilire il suo ricordo con degli assunti rituali che lui per primo disdegnerebbe. Eppure il dato proprio immanente, sì, del suo vivere ed operare qui con noi, al nostro fianco giorno per giorno, ce lo fanno vedere e sentire vivo, presente. Le suggestioni, gli spunti, le idee, le fughe in avanti talvolta improbabili, talaltre folgoranti e geniali, che con quella sua impareggiabile nonchalance dispensava con somma sprezzatura a tutti noi, senza distinzione di ruoli, di età, di esperienze maturate sul campo, questo suo giocare in campo libero senza regole, o quasi, un gioco che chiunque altro l’avesse così interpretato si sarebbe attirato moti di insofferenza e di irritazione dai più, mentre lui, figuriamoci…!, questo suo vivere il tempo libero e il lavoro come fossero una cosa sola, regalando pillole di creativa libertà praticamente senza soluzione di continuità, tutto questo suo impasto fragrante di amore per la vita con la V maiuscola, ebbene sì, non può che farcelo tenere

8

vivo quotidianamente intorno a noi. Chi ha lavorato e vissuto intensamente al suo fianco non può non continuare a parlargli, perché quella linfa straordinariamente vitale che alimentava tutte le cose che ideava e realizzava, vitalità naturalmente dissimulata da par suo, è per noi benzina essenziale per farci meglio muovere nel presente e nel futuro in divenire. Ci sono interi percorsi del nostro indagare e restituire questo magnifico universo della cultura che abbiamo deciso di abitare che Fabio ha contrassegnato con i suoi sprazzi al tempo visionari e virtuosistici, profondi e giocosi. Quindi non averlo al nostro fianco come stimolo presente a proseguire verso questo orizzonte di lavoro e di vita significherebbe spegnere la spina, o comunque scaricare le batterie, di questo motore editoriale composito e febbrile. Per cui altro che presente! E però, però... Però alla pienezza del suo persistere qui a due passi da noi corrisponde, di controcanto, un oggettivo, abissale vuoto. Inutile girarci intorno: mentre lo senti, lo vedi indicare una direzione, produrre un’intuizione delle sue, ti volti e lui non c’è. Questo cortocircuito tra pieno e vuoto, questa centrifuga emozionale che ci allontana dalla consistenza fattuale della vita e della sua fine e che però a ciclo concluso ci riconduce alla dannata oggettività tangibile del nostro esistere, devo dire che è stata, e continua ad essere, la condizione connotante il nostro tempo consumato qui con/senza Fabio. Non ci annoia neanche da lassù il Nostro, insomma, come se il vero portato ereditario primo della sua dipartita non potesse essere altro che un solo, assertivo monito: guai alla noia!! Quindi abbiamo un compito assoluto da assolvere in sua memoria e da suo dettato vivente: non arrenderci mai al tedio, alla meccanicità della vita, al lavorare a memoria e di mero mestiere senza tenere la fiammella accesa e alta della curiosità. Il suo deposito esistenziale e culturale è tutto qui. E dici niente! È dura però coesistere con questo universo/mondo che era ed è tuttora Fabio. Un anno è un lampo per provare a restituire fattualmente, in primis su carta naturalmente, la nostra amata ed immarcescibile carta, almeno un primo corpus di questo meraviglioso Zibaldone che ha saputo costruire in oltre vent’anni di lavoro appassionato qui con noi. Ci stiamo pensando a fondo, ci lavoreremo, questo è sicuro ed è ben più di una promessa. Ma abbiamo bisogno di tempo ancora, del giusto spazio per non scivolare male su un terreno di memorie che devono, perché lo meritano e lo pretendono, rivivere e vivere nel segno del rigore, dell’autenticità, della passione fuori da ogni retorico obbligo morale di restituire quanto è stato in grado di darci come mai nessuno prima. È incredibile, ancorché niente affatto sorprendente per chi conosceva Fabio davvero a fondo, misurare quanto affetto, quanti orfani


Giardini Reali - Venice Gardens Foundation

di tutte le età, le estrazioni, le passioni abbia lasciato in giro per il mondo. Ogni giorno Mariachiara, sua sorella e spina dorsale insostituibile di questo nostro progetto editoriale (quanto lo era/è lui seppur in modo altro e proprio, e comunque anime gemelle inscindibili al netto di ogni arida anagrafe), riceve ripetuti e partecipati attestati di stima in sua memoria, ricordi dolenti e insieme radiosi, sollecitazioni quotidiane che riempiono il cuore. È insieme bellissimo e tristissimo, eccitante ed angosciante tutto questo. Siamo sempre lì, ai colori contrastanti che hanno rappresentato il vero tratto irriducibile dell’identità di questo uomo eternamente ragazzo da cui non riusciamo in alcun modo a staccarci. Una moltitudine di amici e conoscenti chiedono, in particolare naturalmente a Mariachiara, di fare qualcosa di importante a un anno dalla sua scomparsa. Come se tutti sentissero il bisogno, l’urgenza di riprendere un filo che, laceratosi bruscamente, si vorrebbe in qualche modo nuovamente tendere verso il futuro. Una tensione che sentiamo pulsare senza alcun calo di intensità, e questo davvero colpisce, eccome. Ma proprio questa persistente, e in qualche modo incombente, attesa ci fa dire che non è ancora tempo di chiu-

dere il cerchio, per poi restituirlo apertissimo naturalmente. Il filo lo stiamo dipanando, ma non è ancora arrivato il momento di agganciarlo laggiù in fondo, in quell’asse di accecante bellezza che sembra lì a due passi, ma che così vicino invece ancora non è. Verrà il tempo, presto. Ora è il momento di sentirlo ancora più nostro Fabio. È la cosa più bella e sensata da fare. L’unica. A nostro modo, costruendo questo numero bellissimo, lasciatecelo dire, in gran parte dedicato alla Biennale, alla sua mostra di architettura e al suo festival teatrale, noi continuiamo in questa contrastante, tesissima direzione, consci del fatto che il deposito di memorie che una persona di tale calibro lascia non può che rappresentare materia fondante, radice viva di ciò che da qui in poi sarà del nostro percorso. A presto caro Fabio e a presto cari tutti voi che gli siete stati e gli siete amici, ma anche a tutti coloro i quali ti hanno semplicemente ed appassionatamente seguito e apprezzato nei lunghi anni del tuo vissuto, come altro definirlo, giornalistico in queste nostre pagine. Non smetteremo certo di pedinarti incombenti, che tu lo desideri o meno. Sappilo.

9


may-june2025

C 2

JEAN-MICHEL JARRE

coverstory (p. 12) Liam Young, After the End incontri

(p. 14) Pietrangelo Buttafuoco – Presidente de La Biennale di Venezia | Jean-Michel Jarre architettura (p. 28) 19. Biennale Architettura – Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva | Leoni: Donna Haraway, Italo Rota | On Storage – V&A Special Project | Diller Scofidio + Renfro | National Participations: Santa Sede, Portogallo, Lituania, Cina, Croazia, Messico, Italia | Collateral Events: Macao, Jean Nouvel | Not Only Biennale: Fondazione Prada, Smac, Intervista Rachele De Stefano, ECC – European Cultural Centre | Henriquez Partners Architects | Portal by A-Interiors | PRIX W 2025 | Alps. Architecture. South Tyrol | Le Stanze del Vetro | Magazzino Gallery | Il Correr di Carlo Scarpa | Vatican Chapels | Intervista Angela Valach – Hotel Heureka Venice storie (p. 66) Bandiere Rosse a Cannaregio biennaleteatro (p. 74) 53. Biennale Teatro. Theatre is Body – Body is Poetry | Leoni: Intervista Elizabeth LeCompte e Ursina Lardi | Venezia 75/25 | Eugenio Barba | Thomas Richards | Thomas Ostermeier | Davide Iodice | Bob Holman | Dervisci Rotanti | Romeo Castellucci | Gardi Hutter | Princess Isatu Hassan Bangura | Yana Eva Thönnes | Evangelia Rantou | Anthony Nikolchev | Daniela Pes | Industria Indipendente | Antonio Latella | Mariasole Brusa, Jacopo Giacomoni, Athos Mion arte (p. 108) Art Night Venezia | Alberto Rodríguez Serrano | Palazzo Diedo | Thomas Schütte | Giulio Aristide Sartorio | Maria Helena Vieira da Silva | Fondazione Querini Stampalia | Ocean Space | Luc Tuymans | Tatiana Trouvé | Corpi moderni | Arte Salvata | Zhang Zhaoying | Telemachus | Lines by Kengo Kito | Mika Ninagawa | AMA Collection | Fondazione dell’Albero d’Oro | L’oro dipinto. El Greco | Robert Mapplethorpe | Ljubodrag Andric | Matthias Schaller | Galleries | Io, Marcello Dudovich musica (p. 134) Stefano Bollani e Trilok Gurtu | Venezia Jazz Festival | Gabriele Mirabassi & Andrè Mehmari | The Venice Venice Hotel | Omar Gabriel Delnevo | Long Playing | Bissuola Live | Boosta | Imagine Dragons | Zucchero | Lopez/ Laubrock/Rainey | Il Muretto | Vicenza Jazz | Jovanotti | Ferrara Sotto le Stelle classical (p. 154) Attila | Festival Bru Zane – Bizet, l’amore ribelle | Dialogues des Carmélites | Der Protagonist | Musikàmera | Martin Rajna | Manlio Benzi | Ivor Bolton | Quartetto Belinfante | Auditorium Lo Squero | Arena di Verona theatro (p. 168) Ancora Tempesta | Titizé - A Venetian Dream | Un mare di giada | L’ultima domenica di agosto | Premio Arteven Pierluca Donin | Il respiro delle acque | 45. Operaestate Festival Veneto cinema (p. 174) Festival di Cannes | Alexander Payne | Werner Herzog | David di Donatello | Venezia e la musica per film – Acciaio | Notti disarmate | Storie di frontiera | The City is Lost | Supervisioni | Cinefacts: AIrchitecture etcc... (p. 188) Intervista Fatin Abbas | Aqua – La filosofia del mare | Festival dei Matti | Mestre Book Fest | Parole: A.I citydiary (p. 197) Salone Nautico Venezia | Agende | Mostre a Venezia | Books 10

The living voice of a pioneer in the world of image-based music, Jean-Michel Jarre is the protagonist of the concert in Piazza San Marco we have been wating for! Jarre will also present his project for the Venice Architecture Biennale and his exhibition in Milan. incontri p. 24

N 5

BOLLANI | GURTU

Stefano Bollani and Trilok Gurtu at the Goldoni Theatre: a long-awaited, unprecedented encounter. This special event is also the result of the longstanding relationship both artists have with Veneto Jazz, which has supported and showcased their artistic journeys over the years. musica p. 134

T S


1

O

19. BIENNALE ARCHITETTURA

2025 Venice Architecture Biennale director Carlo Ratti built a Biennale that is radically multi-disciplinary and all about adaptation in its highest and smartest forms. A show that speaks the languages of the world using all different forms of intelligence: natural, artificial, collective. architettura p. 28

3

N

53. BIENNALE TEATRO

The first Venice Theatre Biennale directed by Willem Dafoe places the body of the actor front and centre. A focus and a source of inspiration is the 1975 Venice Theatre Biennale, directed by Luca Ronconi. The 1975 edition has been a turning point in the history of modern theatre. biennaleteatro p. 74

6

SALONE NAUTICO

A real-life look on the world of boatbuilding from May 29 to June 2 at the Arsenale, in Venice, its historical, ideal home. Innovation, tradition, and a celebration of sea life and seafaring. A true celebration of the sea, showcasing the extraordinary excellence of Italian design along with the deeprooted shipbuilding craftsmanship of Venice and beyond. traditions p. 198

4

ART NIGHT

A winning idea that works like magic to aggregate and add large and small pieces to the art scene, all in a night that is the beating heart of the Venetian culture system. arte p. 108

T E Read

THE BAG Biennale

Architecture Guide

11


coverstory 12

After the End focuses on the next phase of the energy transition – on what we do with the giant oil rigs falling into ruin in the oceans, the massive gas plants awaiting dismantling, the holes left in the ground. Are they scars? Are they memorials to an age we’ll try to forget? Or cautionary tales about how we treated the planet? Should they be preserved, reimagined, or simply erased by time and future generations? Liam Young

Cosa resterà dopo la fine? Liam Young, architetto speculativo e regista australiano, pone alle tre intelligenze evocate da Carlo Ratti una domanda urgente: che fare delle tracce dell’era fossile, mentre l’intelligenza artificiale avanza? Con After the End, uno dei progetti in mostra alla Biennale Architettura 2025, Young adotta il backcasting per immaginare un futuro sostenibile e risalire da lì all’indietro per capire cosa dobbiamo fare… ora. What will remain after the end? Liam Young, speculative architect and Australian filmmaker, poses a pressing question to the three intelligences evoked by Carlo Ratti: what should we do with the remnants of the fossil era as artificial intelligence moves forward? With After the End, one of the projects featured at the 2025 Venice Architecture Biennale, Young employs backcasting to imagine a sustainable future – and then works backward to ask what needs to be done… now.


After the End © Liam Young with Natasha Wanganeen

13


Intervista Pietrangelo Buttafuoco | Presidente La Biennale di Venezia

IN NOME DELLA PAROLA Ciò che mi ha sorpreso e colpito è stato in realtà quello che io speravo ci fosse e che ho pienamente trovato: una vera “bottega”, nel senso rinascimentale del termine di Massimo Bran e Mariachiara Marzari

D

incontri

opo un anno di meditato, lieve “inserimen-

14

to” nel segno dell’osservazione e dello studio, Pietrangelo Buttafuoco incomincia a segnare a suo modo il nuovo percorso della Biennale da lui presieduta. Lo fa innanzitutto all’insegna della parola, del verbo, utilizzati con un respiro intensamente filosofico al fine di restituire il senso profondo delle scelte curatoriali e dei contenuti che nei diversi suoi settori questa sua Biennale sta costruendo nei mesi a venire. Non ci troviamo di fronte a un canonico manager della cultura chiamato a scegliere e a coordinare una squadra di curatori, collaboratori, tecnici con la testa innanzitutto alla gestione, ai numeri, che rimangono naturalmente nodali in una grande macchina della cultura quale è questa straordinaria Istituzione, unica nel suo genere per la molteplicità dei linguaggi artistici che è chiamata ad esprimere. No. Certo, si occuperà lui e chi per lui anche di questo, naturalmente, ci mancherebbe. Ma Buttafuoco a prima pelle sembra innanzitutto impegnato nel riuscire a farsi interprete della profondità, della densità culturale che connota questo complesso marchingegno della contemporaneità, preoccupandosene a tal punto in positivo da farsi, per così dire, quasi curatore aggiunto delle varie mostre e festival che la Biennale propone. Naturalmente in forma laterale, niente affatto invasiva, costruendo un suo personalissimo valore aggiunto a ciascuno dei vari segmenti culturali che nel loro insieme compongono il mosaico composito della Biennale, tessendo un sottile filo tra le varie discipline artistiche dei distinti settori. In questa direzione ci pare, nel poco tempo che ha sin qui consumato nella sua veste di Presidente, aver interpretato e fatto sua in maniera assai originale la vocazione fondativa della Biennale, ossia quella di leggere e rielaborare i mille fermenti che le arti seminano nella contemporaneità. Alla vigilia dell’apertura dell’attesissima 19. Biennale

Architettura l’abbiamo raggiunto a Ca’ Giustinian per una breve ma intensa chiacchierata, cercando di fare un punto su quanto sin qui svolto e cercando al contempo di intuire le effettive, rinnovate direzioni che durante il suo mandato intenderà percorrere. È passato poco più di un anno dal suo insediamento nelle vesti di Presidente della più importante istituzione culturale italiana e non solo. Quale è il primissimo bilancio che si sente di stilare sia da un punto di vista professionale che da un punto di vista personale, umano? Il primissimo bilancio dal punto di vista del lavoro svolto non mi sento ancora pienamente in grado di farlo, nel senso che sono più che altro in una posizione di attesa, o meglio, di responsabile attesa. Credo quindi sia molto più giusto che siano gli altri a stilarlo, eventualmente, questo primo bilancio sul breve percorso fin qui intrapreso. Dal punto di vista umano, invece, sono non solo assolutamente soddisfatto, ma direi proprio rapito da questa meravigliosa esperienza, perché ho avuto l’occasione unica di confrontarmi con dei colleghi che mi hanno accompagnato ad un livello ulteriore di formazione, di conoscenza, di apprendimento. Questo mi ha infuso un grande, autentico entusiasmo. Quale è il tratto che più l’ha colpita, sorpresa, di questa macchina culturale eclettica, poliedrica come nessun’altra, e quali conferme invece l’hanno più rassicurata rispetto alle aspettative che aveva maturato dal momento in cui ha ricevuto questo altissimo incarico? Ciò che mi ha sorpreso e colpito è stato in realtà quello che io speravo ci fosse e che ho pienamente trovato: una vera e propria “bottega”, nel senso rinascimentale del termine, compiutamente coerente con l’orizzonte con-


A

fter a year of easing into his role of Venice Biennale President, Pietrangelo Buttafuoco begins to confidently impart his touch to the institution he presides. He started with the word – the verb – used in its philosophical essence to render the deep sense of his curatorial and content choices in the several sectors of the Biennale. Pietrangelo Buttafuoco is an interpreter of the cultural density that propels this complex machinery of modernity, and discreetly second-chairs curatorships to add his personal, welcome touch. Your first year as President of the most important cultural institution in Italy. There is no way for me to be definite about my experience at the Biennale after only one year. All I can say is that my attitude is one of responsible vigil. I think it is more appropriate for others to judge what I do, and this will of course include my work in this first year. As a person, I can say I feel deep satisfaction, and I feel bewitched by this wonderful experience. I had the opportunity to meet colleagues who took me to a higher level of formation, knowledge, and ability to learn. I am truly enthusiastic. The Biennale: unexpected surprises and reassuring certainties. What surprised me the most is, in fact, what I had hopes I would find and eventually did: a real bottega, a veritable Renaissance bottega that fits perfectly in the contemporary art world. This bottega, or workshop, is a place where the several disciplines agree on offering us and our time a perspective to decipher, interpret, address the evolution of our very context. Something I did expect was a mine of memories and materials that I could use to connect the threads of a discourse that all too often is left to specialism, but that truly deserves being used by anyone who wishes to immerse in the multiform world of culture. In this sense, Venice plays an essential role. Unlike many other, however beautiful, urban centres in the world, Venice and its uniqueness also live on the power of their cultural institutions, which is perfectly consistent with the city’s genius loci. Venice is a study centre open to anyone who wishes to use it. Even the masses of tourists that visit every day can spontaneously choose to feed their curiosity. It’s like pollination, an eternal spring of beautiful life. Your role as President of the Venice Biennale. I’m a sponge, really. I absorb everything I touch and release its essence little by little in Pietrangelo Buttafuoco - Courtesy La Biennale di Venezia - Photo Andrea Avezzù

15


incontri

PIETRANGELO BUTTAFUOCO PRESIDENTE LA BIENNALE DI VENEZIA temporaneo. Una bottega intesa come luogo dove la multiforme costruzione delle varie discipline va in un’unica direzione, che è quella di offrire a noi, al nostro tempo, una prospettiva per decifrare, interpretare, indirizzare l’evolversi del contesto in cui viviamo e operiamo. Ciò che mi attendevo, invece, era innanzitutto di avere a disposizione un giacimento di materiali di memoria che potessero essere utili per riconnettere, per riprendere il filo di un discorso molto spesso affidato a specialismi, e che è invece materia viva potenzialmente per chiunque abbia il piacere di immergersi nel caleidoscopico mondo della cultura. In questo gioca un ruolo fondamentale una città quale è Venezia, che, a differenza di tanti altri meravigliosi centri urbani del mondo, nella sua unicità ha saputo accuratamente evitare di diventare un ircocervo a metà tra l’essere un museo o l’essere una Disneyland e l’ha saputo fare anche e soprattutto attraverso le sue istituzioni culturali. Una città che, grazie alla sua straordinaria vivacità culturale, rimane a tutt’oggi coerente con il proprio genius loci. È un continuo centro studi a disposizione degli altri. Anche la massa, la gran massa di turisti che quotidianamente qui arriva, ha la possibilità spontanea di trasformarsi in un insieme curioso di visitatori e quindi di poter usufruire di tutte le ricchezze di questa città. È come un impollinare, come una primavera continua: si viene qui e ci si interroga sul perché di questa bellezza e sul come questa comunità nel tempo abbia saputo sfidare la natura e costruire questa eccezione. Chi arriva e si ritrova sotto la pioggia, accanto alla persona amata, si bacia. Chi arriva, davanti ad un bellissimo tramonto si lascia attraversare da un verso, da una poesia; chi arriva e si stordisce o si perde nella sua urbana trama labirintica, trova innanzitutto sé stesso e poi, basta innescare la curiosità, la città è lì a offrirsi. Ogni presidente ha naturalmente un suo stile, un suo approccio nell’affrontare il proprio lavoro, nel raccontare e restituire il percorso complesso e concentrico che un’istituzione come la Biennale necessariamente, e costitutivamente direi, disegna giorno dopo giorno con i suoi festival, le sue mostre, le sue versatili attività. Come vede, come inquadra lei l’attività, il ruolo di una figura così delicata e complessa quale è quella di Presidente della Biennale di Venezia? Spugna, mi sento spugna, perché mi piace assorbire e quindi contenere tutto ciò che mi ritrovo ad assorbire, per poi a poco a poco rilasciare l’essenza, o meglio, la quintessenza di un agire, di un costruire espressione di un’armonia obbligata col territorio, con la storia di questa città, con le sue sensibilità e con il suo sfacciato vantaggio. Faccio i conti con una realtà quale è Venezia che inevitabilmente in punto di fascino, in punto di carisma, in punto di magnete quale essa è, attrae intorno a sé le suggestioni e le sfumature di un racconto tutto da costruire. Non so se vi sia o meno uno stile attraverso il quale raccontare questa istituzione. So che si racconta da sé, perché se vado a ripercorrere i 130 anni della storia de La Biennale è affascinante già di per sé il suo solo principiare. Nasce per una precisa esigenza, ossia quella di far confrontare questa città, dove tutto il mondo si dà appuntamento, con la praticità del consumo dell’arte, quindi con la necessità di mettere insieme domanda e offerta tra chi ama l’arte, chi la sa produrre, chi la sa contenere, chi sa dare cornice ad essa. E quindi in questi 130 anni di storia attraversare con lucidità e passione i capitoli di questo romanzo in perenne divenire, averne consapevo-

16

lezza, credo sia compito dell’istituzione più che del suo presidente. Sapete qual è la cosa che mi affascina particolarmente? Si tratta di uno dei primi aspetti attorno ai quali mi sono confrontato con i colleghi, che nel frattempo, se posso permettermi, sono diventati amici: l’interrogarsi sul perché, avendo tutti noi avuto esperienze altrove, qui si mantiene sempre questo entusiasmo nell’etimo della parola proprio, quindi questa capacità di uscire fuori, di venirne fuori e di posizionarsi fuori, rielaborando interiormente quello che intorno si crea. Vi è un aspetto immateriale e magico nella parola stessa “biennale”, che come la settimana enigmistica è foriera di un’infinità di imitazioni e che però a volerla studiare, a volerla architettare, è impossibile da immaginare. Una cosa che di tanto in tanto sento il bisogno di fare è quella di ritrovarci tutti quanti, tutti noi che lavoriamo qui, nella Sala delle Colonne; mi sento di farlo man mano che in cantiere si incubano delle idee nuove, anticipandole, e quindi condividendole, con chi qui lavora, nel segno dell’ascolto reciproco, del confronto vivo. È veramente bello il transitare all’interno di queste stanze, l’incontrarsi, e siccome io sono spugna cerco sempre di catturare attimi, spunti, opinioni. In questi mesi è apparsa chiara la sua disposizione a costruire in prima persona nuovi contenuti culturali. Ne è un esempio altissimo ed eloquente a riguardo la riuscita messa in scena del Commento al Vangelo di Giovanni di Johannes Eckhart al Portego delle Colonne della Scuola Grande di San Marco. Uno spettacolo trasversale, non ascrivibile pienamente ed esclusivamente a uno dei sei linguaggi espressivi della contemporaneità di cui la Biennale si occupa, attraversandone più di uno di essi insieme, quasi a disegnare, per come è stato concepito e proposto in quanto sintesi di più registri espressivi tra musica, teatro, narrazione, speculazione mistica e filosofica, una nuova, ulteriore direzione possibile da percorre da qui in poi nel già ramificato delta espressivo della Biennale. Qualcuno addirittura ipotizza la creazione di un nuovo settore in cui incasellare progetti come questo, una sorta di Biennale della Parola. Cosa ci può dire a riguardo? Come intende assecondare e consolidare questo nuovo percorso appena avviato? Partiamo da un fatto concreto, l’ASAC. Il nostro archivio è un assoluto gioiello, non fosse altro per il fatto di essere giacimento di memoria di materiali, di documentazione. È un vero e proprio centro studi attivo a disposizione del pubblico, a disposizione degli artisti, a disposizione di chi ha visione, per sperimentare nuovi territori. E la parola è un canone, un ben preciso tassello, su cui siamo chiamati tutti a interrogarci. L’esperimento dell’Expositio Sancti Evangelii secundum Iohannem è stato un capitolo ancora una volta entusiasmante partorito da questo straordinario laboratorio culturale che è la Biennale. Posizionandoci fuori da noi stessi, abbiamo verificato come questo tentativo di catturare un capolavoro della grande letteratura teologica tedesca in lingua latina sia stato in grado di arrivare diritto al pubblico in maniera spontanea, senza le farraginose macchinazioni degli eruditi, divenendo un fatto d’arte davvero a disposizione di tutti. Indubbiamente è un’ulteriore direzione, questa, che Biennale segue, cerca, esplora. Una ricerca incessante di nuove modalità espressive che rappresenta poi la vera bellezza dell’Istituzione:


Pietrangelo Buttafuoco e Carlo Ratti - Courtesy La Biennale di Venezia - Photo Andrea Avezzù

forced harmony with the territory around me, with the history of this city, and with its unrivalled vantage point. I don’t know if there’s a style that I can use to tell the story of the Biennale. Everything shows for itself. The Biennale was born for a given need. Allowing Venice to become the meeting point between those know how to make art and those who know how to love it. Over 130 years of history prove how well this is carried out. I often meet my colleagues here, in the colonnade hall, to share ideas under the sign of mutual listening and confrontation. Walking into these rooms, meeting people, absorbing instants, inspirations, opinions is so beautiful. Some projects do not perfectly match into any of the six main sectors of the Biennale. Let’s start from a section that is actually there, our historical archive. If anything, for its being a thesaurus of memories, materials, documents. It is an active study centre that is open to the public, to artists, to those who have vision and want to explore new territories. Words are a canon that we are all asked to question. The experi-

ment I made with the Expositio Sancti Evangelii secundum Iohannem is a chapter that was born out of this cultural workshop at the Biennale. By stepping outside of ourselves, we proved that this attempt to capture a masterpiece of German theological Latin literature reached its audience effortlessly, with no need of learned erudition, making it a piece of art that is truly accessible by everyone. Undoubtedly, there are other directions the Biennale can follow. Incessant research of new expressive modes is an essential part of its beauty. Not being restricted to a given schematic, too. A process, a path, that started with Eckhart and made us more aware that we need to investigate expressivity at the frontiers of art. If we are looking forward to a Word Biennale, this project is a new, essential piece of it. This incessant process of elaboration and creation needs words to document, to print theory and reflection, to memorialize the studies the underpin modern art production. The Biennale has more than just visitors: they are enthusiasts, attentive, and passionate. Hence our decision to bring back to life the historical Biennale Magazine, 53 years after its latest issues, and we are very proud of that.

17


incontri

PIETRANGELO BUTTAFUOCO PRESIDENTE LA BIENNALE DI VENEZIA

Pietrangelo Buttafuoco, Caterina Barbieri, Willem Dafoe, Wayne McGregor - Courtesy La Biennale di Venezia - Photo Andrea Avezzù

non essere vincolati a schemi rigidi, ma essere sempre come dei sensori alla scoperta di territori inesplorati. Un processo, un percorso, che attraverso l’operazione di Eckhart ci ha rafforzato in questa direzione, dandoci ulteriore consapevolezza della necessità costitutiva nel nostro agire di indagare nuovi orizzonti espressivi ai confini delle arti. E la Biennale della Parola, se così vogliamo chiamarla, con questo progetto rappresenta un nuovo, vitale tassello di questo caleidoscopico epicentro della contemporaneità. In questo incessante processo di rielaborazione e creazione espressiva la parola è importante naturalmente anche per documentare, per restituire su carta la teoria amplissima di riflessioni, di studi che stanno alla base della produzione artistica contemporanea, perché il pubblico della Biennale non è solo fatto di visitatori, ma anche di appassionati ed attenti lettori. Da qui, allora, la decisione di ridare vita alla storica rivista della Biennale di Venezia dopo 53 anni dalla sua ultima uscita, progetto di cui siamo profondamente orgogliosi. In una città che è immersa nella storia, nel suo immenso e meraviglioso passato, il vostro ruolo è quello di produrre nuova storia per il futuro, all’altezza di quanto Venezia ha saputo costruire nei secoli. Come intende tenere attivo e vivo il rapporto con la storia di un’istituzione costitutivamente vocata al domani? C’è un vostro progetto, o più estesamente una vostra disposizione che restituisce questa relazione in termini vivi? Credo che questa complessa e però affascinante relazione tra la cifra contemporanea del nostro lavoro e la grande storia che ci circonda e ci assorbe in ogni attimo del nostro esistere qui possa essere espressa in maniera intrigante ed eloquente da un importante anniversario storico appena consumatosi, vale a dire i 700 anni di Marco Polo. Una ricorrenza di rara valenza storica che non abbiamo in alcun modo lasciato galleggiare alla deriva del calendario passato,

18

trasformandola viceversa in un seme in grado di generare progetti futuri, ripercorrendo le tappe del viaggiatore veneziano attraverso lo schema di lettura dell’arte contemporanea, che consente all’Istituzione di uscire fuori dai propri confini e di incontrare il futuro, il mondo. Nelle ore in cui la storia si è rimessa tumultuosamente in cammino, attraverso la rielaborazione di questa grande epopea storica Venezia e La Biennale sono presenti in quella immensa distesa accanto a noi, in quel continente Euroasiatico che racconta la giovinezza, le risorse energetiche, le prospettive di futuro, l’evoluzione, la tecnologia, laddove viceversa, in un’altra parte di mondo, tutto ciò sembra ritrarsi. Essere connessi con questi orizzonti pulsanti rappresenta un vantaggio certamente per l’arte, ma anche, e non suoni questo come una bestemmia, un effettivo vantaggio per l’economia e il commercio, perché sappiamo perfettamente che laddove si muove l’istinto dell’arte, lì c’è il senso stesso di un cambiamento, della capacità di appropriarsi di un passaggio storico ben definito. Quando si parla di Rinascimento, esso va sempre inteso in un senso circolare: quindi arte, ma anche scambi economici, trasformazione del lavoro; insomma, ancora una volta botteghe, sì, magari digitali, ma sempre botteghe del fare, dell’elaborare nuove idee, mestieri, prodotti. La Biennale Architettura si annuncia come un’edizione che supera gli steccati della disciplina per confrontarsi sui terreni più attuali delle nuove emergenze, attraverso una visione allargata alle diverse discipline scientifiche ed elaborata attraverso i nuovi linguaggi della contemporaneità, digitali, virtuali. Sembra che Carlo Ratti con la sua Biennale voglia cogliere l’opportunità per ridefinire e riconsolidare la dimensione aperta e concentrica che fa dell’architettura tra tutte le discipline progettuali quella più intersecata con le altre forme espressive del pensare e dell’agire umano. E al contempo voglia indagare e consolidare il ruolo della Biennale stessa


The relationship between Venice and the Biennale. It is a complex, fascinating relationship. This year, we celebrate Marco Polo’s 700-year anniversary, which we shouldn’t write up as a mere recurrence, floating on past glory, but we should turn into a seed for future projects. We will trace Marco Polo’s travels and look at them through the lens of modern art, which in turn will allow us and the Biennale to grow past its known borders and meet the world, meet the future. Now that history is speeding forward, Venice and the Biennale can elaborate Marco Polo’s epos on the background of the great Eurasia, a place that tells a story of youth, energy, future, evolution, technology, whereas on the contrary, in a different part of the world, all of that seems to be shrinking. Being connected with these horizons is a good think for art especially, though also for economy and commerce, because we all know that where art lives, therein is a sense of change, of ability to appropriate historical momentum. When we think of the Renaissance, we must think of it in a circular sense: art, yes, though also economy, exchange, work. In short: workshops, again, maybe digital workshops, but at any rate, places where things are made and ideas elaborated.

nel contesto di un aperto dibattito internazionale. Essendo stata la sua prima selezione curatoriale questa di Carlo Ratti, che ha compiuto all’alba di questo suo percorso presidenziale in condivisione col suo predecessore Roberto Cicutto, ci può brevemente illustrare quali sono state le ragioni fondanti alla base di questa scelta? Con Roberto Cicutto abbiamo deciso insieme di investire di questo importante ruolo Carlo Ratti perché lui, con la sua formazione, la sua professionalità e anche la versatilità con cui riesce a dialogare con le altre discipline, va incontro a un’esigenza che è quella propria della scienza, orizzonte verso il quale l’architettura, e con essa l’idea dell’organizzazione urbanistica, non ha stranamente sviluppato appieno sino ad ora la propria sperimentazione. Io ho avuto modo di verificare, per esempio, i suoi lavori sull’aerospazio. Bene, mi sono sembrati davvero un disegnare, nel loro insieme, un ulteriore passo in avanti di una disciplina così aperta e porosa quale necessariamente deve essere l’architettura. E mai come oggi vi è bisogno di un’architettura capace di dialogare con le nuove scienze, i nuovi linguaggi, digitali e non, che stanno rivoluzionando il nostro esistere quotidiano. La sua definizione di Intelligens. Le api sono intelligenti e credo che dal punto di vista dell’intelligenza naturale, artificiale, collettiva rappresentino un insieme direi proprio urbanistico, e compiuto, da studiare. L’urbanistica delle api, così come i loro moduli abitativi, rappresentano l’assoluta intelligenza. E qui siamo dentro un contesto che è quello della organizzazione razionale degli spazi. La stessa cosa si può dire dei castori, i quali sono dotati di un’abilità unica nel fabbricare delle inespugnabili dighe. Quello che, e qui entra in campo il mio punto di vista privato, personale, differenzia noi umani da loro è innanzitutto la nostra capacità di determinare catastrofi, errori, così come di fronteg-

Picking Carlo Ratti as the curator of the 2025 Venice Architecture Biennale. My predecessor Roberto Cicutto and I picked Ratti because of his education, his professionalism, and his versatility in relating to different disciplines. He is the best pick for science’s needs, too, since it is a perimeter that architecture and urbanism hasn’t fully developed its experimentation potential. I examined his work in the aerospace sector. I loved his designs. Most notably, I loved the way he took a step forward in a discipline as open and porous as architecture needs to be. Never as much as today we need a kind of architecture that knows how to dialogue with new sciences and new languages both digital and non-, all of whom revolutionize our daily lives. A definition of Intelligens. Bees are intelligent, and I believe that from the point of view of natural, artificial, collective intelligence, bees are a veritable urbanistic society, something we should study. Beehive urbanism, with its dwelling pods, are absolute intelligence. The same can be said of beavers, which are uniquely able to build robust dams. What I personally believe is that what makes animals different from us is our ability to determine catastrophes and errors, as is our ability to face issues that are so much larger than ourselves, issues that feel almost insurmountable. An example: if we were to look at footage of an earthquake, not one happening in a city, but in nature, we would almost feel soothed. We would see trees shaking and water rippling up the minute everything resets in placid awareness of what was and of what took place. We are more than intelligence, though: we are spirit, error, research. As we walked through history from shelter to building, we questioned our every effort to ascribe part of our intelligence to higher needs – those of decorative haughtiness – though in essence it Is reduced to Martin Heidegger’s forced tripartition of Building, Dwelling, Thinking. My definition of intelligence is one of first, needed step, one that is set apart of sole rationality and includes ‘spirit’ and ‘error’.

19


incontri

PIETRANGELO BUTTAFUOCO PRESIDENTE LA BIENNALE DI VENEZIA giare questioni molto più grandi di noi e, quindi, apparentemente insormontabili. Vi faccio un esempio: se solo avessimo modo di visionare filmati nel momento in cui si consuma un sisma, non nelle città, ma nella natura, subiremmo un effetto perfino tranquillizzante, perché vedremmo gli alberi scuotersi, agitarsi, le acque incresparsi, diventare onda e infine, a poco a poco, il tutto resettarsi in una placida consapevolezza dell’atto che fu e di ciò che da esso ne è derivato. Ma noi non siamo solo intelligenza, siamo anche spirito, errore, ricerca. E nel passaggio che abbiamo compiuto nella storia dell’umanità dal riparo all’edificio, alla domus, abbiamo messo in discussione tutto il nostro sforzo di consegnare parte dell’intelligenza ad esigenze ulteriori, che sono quelle perfino di prosopopea decorativa, ma nell’essenza – e la filosofia contemporanea ci aiuta tantissimo da questo punto di vista – ridotta alla tripartizione obbligata di “Costruire Abitare Pensare” (Martin Heidegger). La mia definizione di intelligenza, dunque, è soltanto quella di un primo stadio necessitante, che si distingue dalla sola razionalità e include “spirito” e “errore”. DMT ha appena presentato i tre attesissimi festival del 2025 che vedono l’esordio di ben due nuovi direttori, la star hollywoodiana Willem Dafoe per Biennale Teatro e la giovanissima Caterina Barbieri per Biennale Musica, e un terzo invece confermato, Wayne McGregor per Biennale Danza. Tre festival tutti in qualche modo, e a modo proprio, impregnati della tensione dei tempi in cui ci troviamo a vivere, decisi a interrogarci, a coinvolgere anime e corpi, in scena e in platea, scandagliando ogni angolo, anche il più recondito, del fare arte, dell’esprimere azioni e idee nella convinzione che solo liberando le menti si possa davvero arricchire di senso vivo, di umanità fuori da ogni scorciatoia consolatoria e banale il nostro presente. Programmi ricchissimi e a dir poco caleidoscopici. Cosa si attende di nuovo quest’anno da questi tre fronti interconnessi del fare arte e che cosa si auspica che il pubblico possa ricevere e dare, osmoticamente, a queste svariate proposte in scena? Per quanto riguarda Wayne McGregor, Sir Wayne McGregor, io rispondo sulla base dell’esperienza dello scorso anno. Sapete cosa ho notato? Pubblico giovane, giovanissimo, ma soprattutto, di volta in volta, dopo ogni spettacolo cui ho assistito me ne sono uscito fuori con una precisa idea, o per meglio dire, con una precisa sensazione: quella di avere assistito a qualcosa che rappresentava un privilegio, una fortuna, che ha indistintamente accomunato tutti coloro i quali hanno potuto vedere, direi di più, partecipare a quella straordinaria edizione del Festival di Danza 2024 di Wayne McGregor. Meraviglioso, perché in scena si andavano a definire espressioni che nessuno riesce anche solo a immaginare. So che Sir Wayne McGregor è quella cosa lì, l’ho visto, l’ho sperimentato, quindi quest’anno sarà ancora più intrigante assorbirne le idee nella loro corporea rivelazione. Mi sono confrontato attivamente con tutti e tre i direttori; non vi nascondo che è, questo, il mio vero punto debole, perché la mia vera natura è quella di essere doppio: da un lato libraio, dall’altro capocomico. Quello che chiedo a tutti e tre è di fare bottega, di essere un laboratorio continuo. Non è nicchia, non deve essere e tutto sarà tranne che nicchia: sarà un moltiplicare questo effetto di privilegio.

20

Non saranno spettacoli per pochi eletti conoscitori delle discipline, assolutamente no. Quindi sarà un privilegio, ve lo posso sin d’ora garantire, per il pubblico assicurarsi il biglietto, acquistarlo, sedersi, godersi degli spettacoli che resteranno nell’immaginario, nella storia. Bisogna davvero uscire dalla dimensione autoreferenziale, e direi tribale, delle nicchie elettive. Guardo ad esempio sempre con trasporto e ammirazione questa locandina de Il Mercante di Venezia di William Shakespeare, andato in scena nel 1934 per il Primo Convegno Internazionale di Teatro nell’ambito della 19. Biennale di Venezia. Io vengo dal mestiere, ma quando leggo tra gli interpreti Carlo Ninchi, Guido Riva, Marta Abba, Andreina Pagnani, Luigi (Gigino) Almirante, Renzo Ricci, Amedeo Nazzari, con la regia di Max Reinhardt e le musiche di Victor De Sabata, penso che davvero questa è e deve essere ancora oggi Venezia, la Biennale. Vedete come tornano sempre, come se fossero asola e bottoni, la sua storia e il suo futuro. C’è un’altra cosa sottaciuta che mi affascina tantissimo, vale a dire che sia Dafoe che Caterina Barbieri, che tutta la cerchia che intorno si è creata nel mettere insieme queste discipline hanno, me compreso, un comune denominatore segreto, affettuosamente segreto, poeticamente presente: Franco Battiato. Il tramite tra me e Willem è stato proprio Franco, è lui che ci ha fatto conoscere. Caterina è troppo giovane per averne avuto una conoscenza diretta, il tramite con lei è stato ovviamente una certa idea di musica e di ricerca comune. E in questa direzione vi è un altro artista ancora che ci lega, Giovanni Lindo Ferretti. Inutile dire che ogni anno è febbrile l’attesa per le novità, per i film provenienti da un po’ tutto il mondo che la Mostra del Cinema è come sempre in grado di proporre. Un festival dalla storia immensa che tutti conosciamo, capace di crescere progressivamente di anno in anno in più direzioni, non solo in quella delle mere proposte filmiche. Ci sono ulteriori novità anche proprio in termini strutturali quest’anno, vedi su tutti i nuovi ingressi alla Sala Darsena. Ha in mente anche qui qualche mossa smarcante? La risposta è già nella domanda. Nuovi tasselli ci saranno, non facciamo altro che cercare nuovi tasselli. Poi qualcosa è già uscito, ci sarà un nuovo rito, nel senso che le cerimonie avranno un respiro diverso. Può essere che mi ritroverò a dover dismettere per un attimo l’abito di presidente per… Ma non anticipiamo nulla di più, è tutto in fase di vitale costruzione. Non potevamo non finire con Venezia, città bellissima ma, come un diamante, dalle mille sfaccettature non tutte della stessa luminosità. Quale è stata la sua percezione iniziale di questo piccolo-grande villaggio globale? Di liberazione. Mi sono liberato dalla dimensione di Luciano Bianciardi ne La vita agra. Io vivo, e ne sono consapevole, l’assoluto privilegio di stare a Venezia, affacciato sul Canal Grande e, quando torno a casa, mi ritrovo nella valle di Proserpina in Sicilia. Qui c’è l’acqua e lì la terra, dove l’unico mare è di grano. Percepisco la mia vita come polarizzata, vivo questa dicotomia. Quindi tra questi due poli di assoluta bellezza, tutto quello che sta in mezzo mi sembra superfluo, non lo considero.


Venezia 81, Sveva Alviti e Pietrangelo Buttafuoco Courtesy La Biennale di Venezia © ASAC - Photo Andrea Avezzù

The 2025 Dance, Music, and Theatre Biennale. I’ll start with Sir Wayne McGregor, director of the Venice Dance Biennale, and my answer will be predicated on the work McGregor did last year. You know what I noticed? A young audience, a very young audience. Also, after every show, I walked out with a distinct idea, or a distinct feeling: I felt I just saw something that was a privilege, a fortune, something that joined us all, each of us who saw, who participated in that amazing 2024 Venice Dance Biennale by Wayne McGregor. Amazing, because the show could define expressions that nobody can even begin to imagine. I know that’s what Wayne McGregor is all about, I experimented it, which is why I’m sure this year’s edition will be even more intriguing, and I can’t wait to absorb all those idea as they unveil. What I ask of the directors is to work together in a beautiful bottega, their lab should never shut down. Nothing, there, will be niche, it shouldn’t be. Their work will act as a multiplier for this privilege effect. None of the shows will be sophisticated to the point they are only accessible to elite connoisseurs. Anyone will be able to access, both physically and culturally, these shows, which promise to make history. I am also fascinated by Music Biennale director Caterina Barbieri

and Theatre Biennale director Willem Dafoe and their associates have a secret common denominator: the late Italian musician and perfomer Franco Battiato. Dafoe and I met thanks to him. Barbieri is too young to have met him in person, though there is a link made of a certain idea of music and common research. New bits and pieces at the Venice Film Festival in a few months. New bits and pieces are what we do, we look continuously for something new to add all the time. Rituals change in size and scope, and roles do, too. I might need to take off my president hat to… we’ll see. Venice for you. Venice is liberating. I fell in love with its dimension as described by Luciano Bianciardi in his novel It’s a Hard Life. I am aware of what absolute privilege is living in Venice, I live this privilege and I’m aware of it. Back home, in my native Sicily, the only sea around me is the waving wheat. Water on one side, earth on the other. It’s polarizing. Between these two poles of absolute beauty, anything that falls midway I barely consider. I don’t need it at all.

21


22


23


incontri JEAN-MICHEL JARRE

Ho sempre pensato che la musica fosse indissolubilmente e intimamente legata all’architettura

La svolta radicale Intervista Jean-Michel Jarre di Davide Carbone “Pioniere”. Questo è il titolo che spesso si attribuisce a un musicista iconico, un precursore, anticipatore di stili e tendenze, personaggio capace di oltrepassare i confini musicali e abbattere le barriere culturali, artistiche e politiche tra le nazioni. Perché anche l’arte e la cultura, e quindi la musica, possono avere una funzione politica e sociale molto importante. Questo è Jean-Michel Jarre, un avanguardista dell’epoca del pop, un artista multisensoriale. Jarre ritorna in Italia in grande stile, annunciando una stagione concepita come un’opera totale nel senso più ampio del termine: un viaggio attraverso suono, immagine e intelligenza artificiale a 360 gradi. Il suo percorso si snoderà partendo dalla 19. Biennale Architettura, dove è stato invitato da Carlo Ratti tra i partecipanti della mostra Intelligens, per poi passare a Milano a giugno, con la sua mostra Promptitude al MEET Digital Culture Center (12 giugno-7 settembre), e per infine arrivare in Piazza San Marco a Venezia il 3 luglio e a Pompei il 5 luglio per due esibizioni live. Una sequenza integrata di installazioni, mostre e concerti per un’esperienza immersiva di sicura presa ed altrettanta suggestione. L’esibizione live a Venezia, organizzata da Veneto Jazz, rappresenta per Jean-Michel Jarre un punto culminante del suo percorso artistico, in cui confluiscono le sue profonde ispirazioni legate all’arte, all’architettura e alla storia italiana, il suo instancabile desiderio di innovazione attraverso la tecnologia e la sua capacità di creare esperienze musicali uniche in luoghi iconici. È un modo per celebrare la tradizione guardando al futuro, in linea con la sua visione di artista e di ambasciatore culturale, come lui stesso qui di seguito ci racconta. Il concerto del 3 luglio in Piazza San Marco è uno tra gli eventi più attesi dell’estate musicale italiana. Che rapporto ha con Venezia? Venezia è sempre stata una grossa fonte di ispirazione per me; posso dire di subire la sua influenza da molto, molto tempo sotto diversi punti di vista. Penso al cinema, in particolare a Morte a Venezia di Luchino Visconti, che di sicuro mi ha ispirato moltissimo. Antonio Vivaldi poi, davvero un riferimento costante e irrinunciabile, così come tantissime altre forme d’arte che a Venezia hanno trovato terreno ideale per esprimersi. Esibirmi in Piazza San Marco era uno dei miei sogni, come chiunque si trovi a fare il mio mestiere può affermare senza timore di essere smentito. Poter realizzare finalmente il sogno di una vita mi fa sentire molto, molto fortunato. Jean-Michel Jarre 3 luglio Piazza San Marco www.venetojazz.com

24

Venezia per lei vuol dire oggi anche Biennale, con il suo coinvolgimento in un’installazione alla 19. Biennale Architettura diretta da Carlo Ratti intitolata Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. Oxyville il titolo di questo suo intervento. Ci racconti un po’ di che cosa si tratta in concreto. Sono un grande fan della Biennale di Venezia, credo di non essermene persa una dalla fine degli anni ’80. Considero queste straordinarie mostre degli appuntamenti irrinunciabili per capire quali siano le dinamiche che governano l’universo artistico contemporaneo nelle diverse latitudini del nostro pianeta. La chiamata di Carlo Ratti mi ha perciò onorato profondamente, facendomi cambiare la prospettiva stessa in termini di fruizione di questo happening culturale. Il progetto che portiamo a Venezia crea un ponte concreto e tangibile tra musica e architettura attraverso lo spazio e il tempo, elementi che queste due discipline condividono intimamente e indissolubilmente. Oxyville, entrando brevemente nello specifico del progetto, è un’installazione nata dalla volontà di creare un brano della durata di 10 minuti che invitasse i visitatori a chiudere gli occhi per immaginare, guidati dalla musica e dalla propria inventiva, la propria città ideale. Un immaginario da costruire attraverso la musica. Progettata in suono spazializzato a 360°, l’opera esplora la connessione tra audio 3D e spazio architettonico, dove il suono diventa il materiale primario per costruire una città immaginaria. L’esperienza in Biennale culminerà a novembre con un evento conclusivo al MEET Digital Culture Center di Milano, dove verrà presentato l’esito di ciò che i visitatori di Oxyville avranno sperimentato durante la Biennale, in un dialogo audio-visivo in cui sia l’artista che il pubblico sono protagonisti. Una volta usciti dalla stanza in cui ascolteranno la musica, i visitatori saranno infatti invitati a scansionare un QR code e a lasciare un commento sull’esperienza appena vissuta. Commenti che verranno poi raccolti e diventeranno prompt, stimoli che andranno a nutrire un’intelligenza artificiale chiamata a creare l’immagine di questa città ideale, per certi versi certamente utopica. Alla fine della Biennale sarà rivelata una selezione delle immagini più originali, spunti di riflessione per un futuro sempre più vicino che ci riguarda tutti indistintamente. La sua partecipazione alla Biennale Architettura aggiunge un altro capitolo alle sue numerosissime collaborazioni e fa sorgere una domanda inevitabile: che ruolo riveste lo spazio nella sua musica? La mia musica è sempre stata legatissima allo spazio in cui è stata di volta in volta suonata. Nel 1986 ho tenuto un concerto a Houston in occasione del suo 150° anniversario e del 25° anniversario della NASA: l’intero skyline della città ha fatto da sfondo al gigantesco


The turning point

ENG

A pioneer – that’s what we usually call an iconic musician, a frontrunner, an anticipator of trends and styles, someone who can easily cross the borders of musical genres and tear down any barrier in art, in culture, in politics. Art and culture, music included, have a very distinct political and social function. Jean-Michel Jarre is back in Italy in style, ready for a performance season that promises to be total art: a journey through sound, image, and artificial intelligence. Jarre will start this journey at the 2025 Venice Architecture Biennale as part of the Intelligens exhibition to later go to Milan, in June, for his own exhibition Promptitude. He will be back in Venice on July 3 for his Piazza San Marco concert, a Veneto Jazz production. In it, the French musician will make his Italian art, architecture, and history inspirations converge with his drive for technological innovation and his ability to create unique musical experiences in iconic places. Your concert and Venice. Venice has always been a great source of inspiration for me. I may say it’s been there for a very long time, under different points of view. I think of cinema, especially Luchino Visconti’s Death in Venice. Antonio Vivaldi has also been a constant reference for me, as have many other forms of art that found their perfect breeding ground in Venice. To perform in Piazza San Marco is a dream, and that holds true for anyone who’s ever had my job, no doubt about it. A dream coming true.

© François Rousseau

The Architecture Biennale. I’m a big fan of the Biennale. I think I haven’t missed one since the late 80s. This kind of exhibitions are a must to understand what forces govern our planet’s art universe at all latitudes. I am honoured to be one of Carlo Ratti’s picks. I am looking forward to a change of perspective in the way I relate to the Biennale. The project we will show in Venice is a concrete bridge between music and architecture through space and time, which are elements the two disciplines share intimately and inextricably.

spettacolo. Enormi teli hanno ricoperto i grattacieli e sono stati utilizzati come schermi per proiezioni laser e luminose sincronizzate con la musica e i fuochi d’artificio. Il concerto ha attirato un pubblico di circa 1,3 milioni di persone. Mi sono poi esibito in Russia e anche in quel caso il riferimento era allo spazio e agli astronauti, anche se già da Oxygen ho sempre considerato la mia musica come collegata allo spazio immediatamente circostante, senza spingermi a chilometri di altitudine. Sono appassionato di science fiction, anche se non arriverei a definirla la mia principale fonte di ispirazione. L’idea di spazio al centro del mio interesse è sempre stata la seguente: lo spazio che da musicista occupo e che la mia musica percorre per arrivare all’orecchio e all’occhio dello spettatore, al fine di permettergli di vivere un’esperienza piena e diretta di quello che suono. Questo è lo spazio che mi interessa di più, il fulcro autentico della mia ricerca artistica.

Oxyville at the Biennale. The idea for Oxyville was to create a ten-minute track that would invite visitors to close their eyes and imagine, guided by music and their inventiveness, their ideal city. An image to build, aided by music. We designed Oxyville as spatialized sound. It explores the connection between 3D audio and architecture, with sound being the primary driver in building an imaginary city. The Biennale experience will culminate in November with an event at the MEET Digital Culture Center in Milan, where we will show what the visitors of Oxyville experimented at the Biennale. The comments they left after visiting the exhibition will be fed to Artificial Intelligence, and in turn it will create the image of the ideal city, which promises to be utopian. As the Biennale will end, we will reveal a selection of the most original images, which will prompt us to reflect on a future that grows closer with every minute.

A che concerto ha pensato per Piazza San Marco dal punto di vista spaziale e sonoro? Ho sempre pensato che la musica fosse indissolubilmente e intimamente legata all’architettura. Se non fossi diventato un musicista, sono convinto che avrei fatto l’architetto. Per me è quindi stato sempre di fondamentale importanza realizzare i miei concerti all’aperto. Penso a qualcosa di taylor made, cucito su misura per un luogo tanto speciale, unico al mondo. Ci saranno diversi elementi della

Your music and space. My music has always been in very close relationships with the space it’s been played. In 1986, I held a concert in Houston for the city’s 150th anniversary and NASA’s 25th. The city’s skyline as my background, we had screens covering skyscrapers and projected lasers on them, synchronized with music and fireworks. I had an audience of 1.3 million. I also performed in Russia, again in a space-themed concert.

25


incontri JEAN-MICHEL JARRE

scenografia che saranno realizzati con l’intelligenza artificiale, diverse cose create per Promptitude, la mia prima mostra di opere visive al MEET Digital Culture Center di Milano. Si tratterà di una scenografia 3D e immersiva, che spero possa esaltare gli spazi di Piazza San Marco. La scaletta musicale sarà certamente innovativa, dal momento che vedrà affiancati pezzi storici del mio repertorio e brani nuovi, offerti al pubblico per la prima volta dal vivo. Una piazza così innovativa e rivoluzionaria per come era stata pensata sin dalla sua fase progettuale originaria credo vada celebrata approcciandosi ad essa in modo altrettanto innovativo e rivoluzionario, attraverso un suono immersivo, ricorrendo all’intelligenza artificiale e utilizzando led anch’essi di nuova generazione. Rivoluzione e bellezza si celebrano con altrettanta rivoluzione e bellezza: mi sento privilegiato nel poter celebrare il legame di Venezia con il romanticismo attraverso tool tecnologici che possano esaltare le infinite suggestioni che questa Piazza è capace, come pochi altri siti al mondo, di suscitare. Credo di avere la possibilità di dimostrare quanto si possa essere romantici ricorrendo alla tecnologia più moderna. Il concerto presenterà reminescenze vivaldiane o di altri musicisti classici? Anche se non suonerò stralci de Le quattro stagioni, considero l’intero concerto come un tributo alle origini più radicali della musica italiana, di cui ovviamente Vivaldi è elemento imprescindibile. Sono fermamente convinto di una cosa: se Vivaldi vivesse oggi, nel nostro presente, sarebbe sicuramente un membro dei Metallica… Credo che un concerto di musica elettronica come il mio sia molto più legato a Venezia di quanto si possa immaginare. È doveroso ricordare, infatti, che la musica elettronica è nata in Europa e che ha ben poco a che fare, se non nulla, con l’America blues, rock e jazz. Si può dire che la nascita della musica elettronica passi proprio dal territorio veneziano, visto che il compositore di Portogruaro Luigi Russolo fu tra i firmatari nel 1930 del documento L’arte dei rumori, manifesto programmatico del rumorismo, precursore della musica concreta e di quella elettronica. Spero, quindi, che il concerto di Venezia possa essere un tributo al ruolo centrale che la musica italiana ha avuto nello sviluppo del suono elettronico, un sistema espressivo che ha reso i sound designer, quale io mi considero, capaci di creare musica prescindendo dall’utilizzo di un determinato strumento, utilizzando gli elementi a disposizione nell’immediato, come i rumori, per l’appunto. A proposito di intelligenza artificiale, quale crede possa e debba essere l’approccio al problema del copyright al cospetto di questa autentica rivoluzione mediatica in atto? Come crede ci si debba comportare a riguardo in ambito più strettamente musicale? Premessa necessaria: non dobbiamo avere paura dell’innovazione. Al momento, tutto quello che riguarda l’intelligenza artificiale rappresenta il Far West, un contesto cioè privo di regole e che per forza di cose ispira diffidenza e paura. È necessario stabilire delle regole precise, che mettano bene in chiaro cosa è lecito o non lecito fare con uno strumento tanto potente. E dobbiamo anche combattere contro l’idea che stabilire delle regole voglia dire limitare la libertà delle persone: dobbiamo far capire bene quanto le regole siano importanti in questo ambito, e non solo, per gestire al meglio l’utilizzo

26

di questi innovativi strumenti mediatici senza frustrarne il potenziale espressivo. Sono convinto che la tecnologia sia sempre ‘neutrale’; anche l’intelligenza artificiale credo lo sia. È come un pennello, una matita: a fare la differenza è colui che li muove questi strumenti. Non credo che in questo momento sia possibile risolvere il problema del copyright con le stesse modalità attraverso le quali in passato abbiamo trattato il tema della proprietà intellettuale nella musica o nella letteratura. La ragione prima di questa impossibilità è semplice e chiara: al momento non siamo in grado di capire quale sia la risorsa di riferimento a cui l’algoritmo dell’intelligenza artificiale fa riferimento. I nostri contenuti sono alla base del repertorio da cui l’intelligenza artificiale può attingere; senza di noi tutte le società che si stanno lanciando in questo business non potrebbero avere potere o valore. La cosa da fare è quindi sedersi intorno a un tavolo e perseguire accordi commerciali che tengano in considerazione l’importanza dell’aspetto umano nelle nuove logiche di utilizzo dell’intelligenza artificiale. Stare lì a dibattere inutilmente su diritto d’autore o proprietà intellettuale non porterebbe a niente, a nessun risultato concreto. Compositore, performer, produttore, ambasciatore culturale: la sua carriera è espressione di un intersecarsi di influenze provenienti dai media più disparati, che trovano nella musica un terreno comune. Quanto è stimolante oggi avere a che fare con la quantità infinita di suggestioni a cui veniamo sottoposti? Mi sono sempre considerato un artista molto privilegiato. Lo stesso essere io qui, ora, a rispondere a domande sulla mia attività lo testimonia. Mi onora sapere che c’è interesse intorno a ciò che faccio, ai sentimenti che metto nella mia arte. Ho sempre pensato che, dopo aver ricevuto così tanto dal pubblico di tutto il mondo, sarebbe arrivato il momento di dover restituirgli altrettanto, perlomeno di provarci. In maniera se vogliamo più egoistica, entrare in contatto con tutte queste suggestioni mi permette di essere il più aggiornato possibile come artista, dandomi la possibilità di trovare ispirazione per i miei prossimi progetti, quelli di cui ancora non posso ipotizzare i tratti, i contenuti. Essere vigili verso quello che succede nella vita di tutti i giorni ci permette di poter poi farci tramite delle nostre esperienze con le nuove generazioni, non imponendo il nostro vissuto, ma confrontandoci con i giovani, abitanti di questo mondo in perenne movimento. Credo rappresenti una precisa responsabilità di noi artisti quella di trasmettere alle giovani generazioni tutta la mole di informazioni e contenuti a cui possiamo accedere, mettendo la nostra esperienza al loro servizio per poterli così aiutare a crescere. I Pink Floyd hanno suonato a Pompei nel 1971 e poi a Venezia nel 1989; lei può farlo a pochissimi giorni di distanza. Come vive questa sorta di assonanza a considerevole distanza temporale? Il parallelo non può ovviamente che onorarmi e stimolarmi. Sono stato per anni artisticamente geloso dei Pink Floyd; il loro è stato un concerto destinato a rimanere inimitabile e impareggiabile dal punto di vista musicale ma non solo. Sono davvero grato di poter prendermi questa rivincita con me stesso e di poter raccontare di aver suonato in Piazza San Marco.


Se Vivaldi vivesse nel nostro presente, sarebbe sicuramente un membro dei Metallica

Paris 2024 Closing Ceremony © Fang Yunling

However, since the times of Oxygen I have always considered music as tightly connected to the space around it. We don’t need to go miles up in the sky. I also love science fiction, though I wouldn’t call it my primary source of inspiration. The focus of my interests is the space I occupy as a musician and that my music travels through to reach the ears and the eyes of my audience for them to live a full experience of what I play. This is the space I care about, the ultimate hub of my artistic research. Your upcoming concert in Venice. You cannot have music without architecture. Were I not a musician, I would certainly be an architect. I have always wanted to hold my concerts outdoors, whenever possible. I’m thinking of something taylor-made, bespoken for such an amazing place. Some of the staging will be designed by AI and some have been created for Promptitude, my first visual art exhibition at MEET Digital Culture Center in Milan. A 3D, immersive set will highlight the spaces of the Piazza. The playlist will be quite original, too, with some historical and some new pieces of mine, some of which will have their live premiere that day. Such a revolutionary space as the Piazza should be celebrated in a way that is just as revolutionary, using immersive sound, AI, latest-generation LEDs. Revolution and beauty must be celebrated with further revolution and beauty. I feel privileged in being able to celebrate the relationship between Venice and Romanticism with technological tools that can glorify all the enchantment that the Piazza, like few other places in the world, can offer. I think there’s a way to show how romantic we can be while using the latest technology.

Classical music. I won’t be playing excerpts from the Four Seasons. I think that concerto is a tribute to the radical origins of Italian music, of which Vivaldi is an essential element. I know one thing: if Vivaldi was alive today, he would be a member of Metallica. An electronic music concert such as mine is much more at home in Venice than one might think. We should remember that electronic music was born in Europe and has little, if anything, to do with American blues, rock, and jazz. We may even say that Venice had a role in the birth of electronic music, with Luigi Russolo being one of the signatories of the art of noise manifesto of 1930, the precursor of electronic music. I hope my concert can be a tribute to the central role Italian music had in the development of electronic sound. Artificial intelligence and copyright. We shouldn’t be afraid of innovation. At the moment, everything to do with Artificial Intelligence is unregulated, and that’s why it’s easy to mistrust and fear it. We need rules that state clearly what we may or may not do with such a powerful tool. We should also fight against the idea that having rules means to limit our freedom: we know how important rules are both in this context and elsewhere. I know that technology, in itself, is neutral, and so is Artificial Intelligence. It’s like a pen or a brush: those who hold it in their hands make all the difference. We won’t solve the copyright problem in the same way we treated intellectual property in music and literature in the past. Our best bet is to sit around a table and make agreements that keep into consideration the importance of the human experience in the logic of Artificial Intelligence. Debating copyright and intellectual property for what they are now is of no use at all.

27


architettura

FUTURECRAFTING

28

Come un mutageno in biologia, l’architettura di Carlo Ratti vuole creare anomalie genetiche nel patrimonio architettonico, da porre al vaglio della selezione naturale del pubblico dibattito

Courtesy La Biennale di Venezia - Photo Andrea Avezzù


di Giovanni Santarelli

Q

uello che Carlo Ratti cerca di costruire tanto nel suo

lavoro quanto nella curatela della 19. Biennale Architettura è, prima che uno spazio fisico, un nuovo metodo. Come un mutageno in biologia, la sua architettura vuole creare anomalie genetiche nel patrimonio architettonico, da porre al vaglio della selezione naturale del pubblico dibattito. Non vuole predire o fornire soluzioni compiute, ma provocare e influenzare lo sviluppo urbano e la ricerca, secondo quel metodo che lui stesso ha definito futurecraft (“progettazione del futuro”). Se è vero, come ha scritto Toyoo Itō, che «nell’era moderna siamo forniti di due tipi di corpi: quello reale, collegato al mondo reale dai fluidi che scorrono al suo interno, e quello virtuale, collegato al mondo dal flusso di elettroni» e che nel “postumano” la tecnologia sostiene e permette l’esistenza mentale e sociale degli individui, Ratti si chiede se sia compito dell’architettura occuparsi anche del corpo virtuale e dello spazio dei flussi. I big data che i nostri corpi, tecnologicamente dotati di smartphone, raccolgono in ogni istante, possono diventare strumento di progettazione. Il Senseable City Lab del MIT di Boston, diretto da Ratti, ha realizzato studi e prototipi sull’interazione tra persone, città e dati. Le Roboat di Amsterdam ne sono un esempio: imbarcazioni autonome, che trasportano persone o merci, si trasformano in ponti o plachi, monitorando nel frattempo i parametri ambientali. Al MIT immaginano una “città sensoriale” di atomi e bit, flessibile e dinamica, che reagisce e si plasma sui bisogni delle persone in tempo reale. Facciate sensibili, serre digitali, tetti coltivati: una tecnologia che riavvicini l’uomo alla natura, per poi scomparire. In questo senso Ratti vuole riplasmare il rapporto tra naturale e artificiale e dare un nuovo ruolo al progettista. Contro il mito novecentesco dell’architetto prometeico («Il fenomeno delle “archistar” – scrive Ratti – cavalca la stessa onda»), propone inoltre di ripensare il concetto di “autorialità”. Come spiega l’architetto e matematico Christopher Alexander: «Molti degli insediamenti più straordinari non sono stati progettati dai tecnici ma dalla gente comune», per lenta accumulazione e intelligenza diffusa. L’idea di Ratti è che a intervenire sia una rete di architetti, ingegneri, scienziati, umanisti, artigiani, utenti, con diversi ruoli e competenze. Un “Network Specifism” – così lo ha chiamato insieme ad Antoine Picon – che permetterebbe la manifestazione di quel genius loci espresso in passato dalle comunità locali. Oggi, per Ratti, questa accumulazione può avvenire in rete. È la sfida di un’architettura che, come la programmazione informatica, può essere open source. Un esempio è Cura, il progetto di riconversione di container marittimi in unità di terapia intensiva per il Covid-19, a cui CRACarlo Ratti Associati, insieme a Italo Rota, ha preso parte. Ora, queste idee trovano spazio a Venezia, nella 19. Biennale dal titolo Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. Ingrid Paoletti e Stefano Capolongo, insieme al premio Nobel Konstantin Novosëlov e la scenografa Margherita Palli Rota, portano le loro indagini molecolari su nuovi materiali, come il biocalcestruzzo o la fibra di banana. Con Circularity on the Edge, la curatrice Kateryna Lopatiuk mostra come l’AI può mappare le aree ucraine distrutte dalla guerra. Tosin Oshinowo, invece, testimonia l’ingegno della saggezza collettiva con una ricerca sul mercato informale di Lagos. Sono solo tre dei molti – più di 700 – progetti invitati. Ha scritto Ratti: «Intelligens si ispira ai processi naturali: milioni di anni di costruzione, distruzione, riciclo – evoluzione per prova ed errore», per passare da un’architettura della mitigazione a una dell’adattamento. Il tentativo è attingere a tutte queste forme di intelligenza e rendere la Biennale un laboratorio dinamico, collettivo e inclusivo. In una Venezia che è essa stessa fragile immagine della simbiosi tra intervento umano e ambiente naturale.

W

hat Carlo Ratti aims to realize – both in his work and in his curatorship of the 19th International Architecture Exhibition – is not just a physical space but also a new method. Like a mutagen in biology, his proposal seeks to create genetic anomalies within the architectural organism, to be tested by the natural selection of public debate. In other words, rather than predict or offer definitive solutions, he aims to provoke and influence urban development and research through what he calls futurecraft. If it is true that in the “posthuman” condition technology sustains and enables the mental and social existence of individuals, Ratti asks whether it is also the task of architecture to address the virtual body and the space of flows. The big data collected every instant by our technologically enhanced bodies – through smartphones – can become a design tool. At the MIT Senseable City Lab in Boston, which Ratti directs, studies and prototypes have been developed to explore the interaction between people, cities, and data. The Roboat project in Amsterdam is one such example: autonomous boats that can transform into bridges or platforms, and simultaneously monitor environmental parameters. At MIT, they envision a “senseable city” made of atoms and bits, flexible and dynamic, responsive to people’s needs in real time. Responsive façades, digital greenhouses, cultivated rooftops: technologies designed to bring humans closer to nature – then disappear. In this way, Ratti seeks to reshape the relationship between the natural and the artificial and redefine the architect’s role. Against the 20th-century myth of the Promethean architect, Ratti also invites us to rethink the notion of authorship. As architect and mathematician Christopher Alexander explains, many of the most extraordinary human settlements were not designed by professionals but emerged through slow accumulation and distributed intelligence. Ratti imagines a network of architects, engineers, scientists, humanists, artisans, and users – each with different roles and skills. This “Network Specifism,” a term he coined with Antoine Picon, would allow for the re-emergence of genius loci once expressed by local communities. Today, this accumulation can take place through the network. It’s the challenge of an architecture that, like software development, can be open source. These ideas now find a home in Venice, at the 19th Biennale titled Intelligens. Natural. Artificial. Collective. The goal is to draw from all these forms of intelligence and turn the Biennale into a dynamic, collective, and inclusive laboratory—in a city that itself remains a fragile image of symbiosis between human intervention and the natural environment. 19. Mostra Internazionale di Architettura Intelligence. Natural. Artificial. Collective. 10 maggio-23 novembre Giardini, Arsenale, Around Town www.labiennale.org

29


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA LEONI D’ORO

Abitare la terra Donna Haraway, il pensiero è architettura Il Leone d’Oro alla Carriera a Donna Haraway e al suo pensiero attorno al Pianeta in cui viviamo, con una particolare attenzione ai vasti temi inerenti il concetto di umanità e di convivenza, celebra un’architettura come opera aperta, capace di costruire ecologie ed elaborare intelligenze di sopravvivenza. Tra i Leoni d’Oro alla carriera assegnati dalla Biennale Architettura a partire dal 1996, solo tre sono andati a donne: a Phyllis Lambert (nella Biennale di Rem Koolhaas del 2014), a Lina Bo Bardi (Leone d’Oro speciale alla memoria assegnato nel 2021 da Hashim Sarkis) e, per l’appunto, a Donna Haraway in questa edizione curata da Carlo Ratti. L’impatto del pensiero della filosofa statunitense sull’architettura contemporanea è stato – ed è – dirompente. Tutto ciò che Haraway ha scritto in questi decenni, da A Cyborg Manifesto (1985) a The Companion Species Manifesto (2003), fino a Staying with the Trouble (2016), attraversa il lavoro di architetti, designer e urbanisti in forme più o meno dirette, ma quasi sempre radicali. Haraway non ha mai offerto risposte ai progettisti: mentre l’architettura si affanna a trovare soluzioni per un Pianeta malato, elaborando strategie che partono da edifici, spazi pubblici, città e infrastrutture – come se l’ancestrale tentazione dell’uomo a farsi demiurgo del mondo non si placasse nemmeno di fronte al problema della sopravvivenza –, Haraway non indica solide e universali soluzioni, ma offre semmai una fragile e situata posizione. La posizione da assumere è quella di imparare a “stare con il problema” (staying with the trouble, appunto), diventando “compagni di vita” con chi abita il Pianeta (lei dice making kin, un’espressione che pochi osano tradurre in italiano). Un pianeta fatto di terra, di suolo, di quel grembo ctonio da cui veniamo e nel quale troviamo humus, piante, animali, esseri umani, ma anche tecnica, tecnologie, saperi, capitalismi. Per descrivere questa condizione Haraway ha coniato il termine Chthulucene, ovvero un’epoca della terra (khthôn), sì, ma da intendersi né in una chiave romantica, né tantomeno in una disposizione idilliaca. È la terra dell’oggi (kainós), quella malata e infetta, a cui siamo chiamati a rispondere. Il Leone d’Oro a Donna Haraway è dunque tutto racchiuso nel suo pensiero: l’idea del Pianeta come suolo malato di cui essere responsabili qui e ora; la consapevolezza di essere specificamente situati, e dunque limitati; l’urgenza di doversi stringere in nuove forme di convivenza da immaginare e costruire. È un vero e proprio manifesto per l’architettura, che riposiziona le vecchie dicotomie tra vicino e lontano, città e campagna, centro e periferia, tecnica e natura, nel contesto di una visione più ampia, vale a dire nella direzione di un ecosistema unico e interconnesso. In Intelligens si sta insieme: non esistono separazioni, ma ecologie relazionali. L’architettura chiama a raccolta tutte e tutti, perché in gioco c’è la nostra sopravvivenza, un suolo da curare collettivamente, dove nessuna intelligenza è superflua e in cui ogni luogo può diventare una soluzione. Un pianeta malato non si guarda dallo spazio, cercando forme alternative di esistenza; non si scappa da un pianeta infetto: è questo, in fondo, anche il messaggio di Out, la sezione che conclude Intelligens all’Arsenale. Bisogna invece tornare dentro la terra, dentro l’ecologia della vita, imparando insieme un altro modo di abitarla. Questa è l’architettura di cui abbiamo urgente bisogno. Michele Cerruti But

30

Photo Clara Mokri

Inhabiting the Earth

ENG

The Golden Lion for Lifetime Achievement to Donna Haraway and her thought on humanity, coexistence and the Planet celebrates architecture as an open work, capable of building ecologies and elaborating different kinds of survival intelligence. The impact of her philosophy on contemporary architecture has been – and still is – disruptive. While architecture struggles to find solutions for a sick planet, developing strategies starting from buildings, public spaces, cities and infrastructures, Haraway does not suggest solid and universal solutions, but a fragile and situated position. The position to take is to learn how to “stay with the trouble”, how to “make kin” with those who inhabit this planet made of earth and soil, in which we find humus, plants, animals, human beings, but also technologies, knowledge, capitalism. To describe this condition, Haraway invented the term Chthulucene, or an era of the earth (khthôn) which is neither romantic nor idyllic. It is the land of today (kainós), the sick and infected one we are called to respond to. The Golden Lion to Donna Haraway is summed up in her thought: the idea of the Planet as a sick soil we are responsible for here and now; the awareness of being situated, and therefore limited; the urgency of looking for new forms of coexistence. In Intelligens architecture calls everyone together, because our survival is at stake, and therefore no intelligence is superfluous and every place can become a solution. We need to go again inside the earth and inside the ecology of life, learning together how to inhabit it in a different way. Cerimonia di consegna Leone d’Oro alla Carriera 10 maggio Ca’ Giustinian www.labiennale.org


Verso il Biocene La visione luminosa e radicale di Italo Rota Nel contesto della crescente preoccupazione catastrofistica per la crisi climatica ed energetica, l’architettura di Italo Rota è stata, e continua a rappresentare, un autentico slancio ottimistico e gioioso. Cultore dell’eccentrico e del colore, collezionista accanito del kitsch e di manga, Rota è stato un precursore che ha chiesto all’architettura di reinventarsi, di sperimentare e di uscire dai territori conosciuti, di farsi creatrice di mondi alternativi e di nuove visioni possibili, muovendosi da una cultura del progetto verso una cultura delle idee. La sua architettura, infatti, non è mai solamente materia. È il guscio del pensiero, è contenitore ma anche contenuto, è evocatrice di simboli e motore emotivo, tesa alla ricerca della coesistenza e della simbiosi con le altre specie. All’Antropocene (l’era geologica in cui l’uomo impatta pesantemente sulla fisicità della Terra) Rota ha opposto il Biocene, con una provocazione: «L’era in cui tutti noi potremmo aspirare ad avere in Parlamento un animale o una pianta», vale a dire una mutazione culturale che ci porti a firmare un nuovo contratto con le altre specie viventi. Ma niente ritorno al mito del buon selvaggio, anzi, l’opposto. Nessun tentativo di semplificare la complessità del reale, bensì una presa in carico delle potenzialità che il digitale e la ricerca ci offrono per efficientare le nostre metropoli. Un’architettura che grazie ai big data si realizza senza edificare, e rende performante quello che già c’è, preservando i vuoti. Una città da pensare non in termini di rovine future ma di edifici che si smontano, come per il Palazzo del Podestà di Mantova, in cui gli inserimenti seguono una logica installativa e reversibile. Nel Padiglione Italia all’Expo 2020 di Dubai, progettato insieme a CRA - Carlo Ratti Associati, la copertura è invece fatta di scafi di navi pronti a tornare in acqua a fine esposizione. Nelle recenti collaborazioni con CRA i temi dell’energia, dei nuovi materiali (batteri compresi) e della necessità di sfumare i confini tra naturale e artificiale hanno assunto una loro rilevanza centrale. Insieme hanno integrato architettura e natura nella Greenery, casa privata nella campagna parmense, secondo il principio della biofilia, hanno usato la tecnologia della Nasa per Parelio, un ombrellone da mare fotovoltaico, e hanno realizzato un modello di un Tokamak per la produzione di energia a idrogeno. Ma l’energia di cui parlava Rota è anche quella generativa dell’uomo. A Reggio Emilia i cittadini sono diventati anche un po’ curatori dell’Archivio dei Beni Comuni e l’apparente complessità delle stratificazioni secolari ha creato nuova conoscenza, in linea con Georges Bataille per cui il museo «è uno specchio nel quale l’uomo osserva sé stesso», a metà tra il museo-tempio moderno e quello postmoderno dell’egemonia del presente. Autore di progetti come l’intervento al Museo del Novecento di Milano e al Musée d’Orsay di Parigi (insieme a Gae Aulenti), e collaboratore di Franco Albini, Vittorio Gregotti e del Lotus di Pierluigi Nicolin, Italo Rota è stato un pensatore originale, versatile e mai banale, «come un animale che si è adattato pur rimanendo sempre lo stesso». Ha chiesto all’architettura di essere uno strumento di ripartenza, perché «il futuro – ha detto – è il luogo dove passerò il resto della mia vita». Ed è esattamente lì che ha rivolto la sua progettualità. Alla Biennale, nel progetto Matter Makes Sense, c’è Margherita Palli, scenografa e costumista. Sarà lei, moglie di Italo Rota e compagna di lavoro, a ritirare il Leone d’Oro speciale alla memoria. Giovanni Santarelli

© Claudio Moschin

Towards the Biocene ENG

A lover of colour and of the eccentric and an avid collector of kitsch and manga, Rota was a visionary who asked architecture to reinvent itself, to experiment and to go beyond its known territories. To create alternate worlds and visions of the possible, moving from a culture of design towards a culture of ideas. Rota’s answer to the Anthropocene (the geological era in which man has had a profound impact on the Earth’s climate and ecosystems) is the Biocene. With a provocation: “The era in which we could all aspire to have an animal or a plant in parliament,” that is to say a cultural mutation that leads us to sign a new contract with other living species. There is no attempt to simplify the complexity of reality, but rather to take charge of the potential that research and the digital world offer us to make our metropolises more efficient. An architecture that, thanks to big data, is realized without building, and makes what is already there high-performing while preserving the empty spaces. A city to be thought of not in terms of future ruins but of buildings that can be dismantled. Italo Rota asked architecture to be a tool for a new beginning, because “the future,” he said, “is the place where I will spend the rest of my life” – and that is where he directed his plans. Italo Rota’s wife and collaborator Margherita Palli, set and costume designer for the project Matter Makes Sense at this Biennale, will collect the Special Golden Lion for Lifetime Achievement in his memory.

31


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA SPECIAL PROJECT

View across the Collections Hall at V&A East Storehouse © Diller Scofidio + Renfro

Dove vanno le cose Un viaggio nello spazio invisibile dello stoccaggio museale Organizzato grazie alla collaborazione tra La Biennale di Venezia e il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra per la nona edizione consecutiva, On Storage esplora l’architettura globale dei sistemi di stoccaggio che permettono la circolazione delle merci. L’esposizione, che anche quest’anno occupa, durante la Biennale Architettura, gli spazi del Padiglione delle Arti Applicate all’Arsenale, presenta un film immersivo a sei canali, Boxed: The Mild Boredom of Order, diretto da Liz Diller di DS+R, che segue il viaggio di un prodotto di consumo quotidiano – uno spazzolino da denti – attraverso diverse forme di stoccaggio nel mondo, dal vasto spazio di un magazzino di smistamento alla compattezza di una valigia. Ma perché dedicare una mostra a un aspetto considerato marginale, come è appunto il sistema di stoccaggio di merci e oggetti? Brendan Cormier, chief curator al Victoria and Albert Museum (V&A East) e curatore di On Storage, osserva che «il 99% dell’architettura riguarda soluzioni di storage. Dai depositi più antichi che venivano costruiti per immagazzinare il grano di tutta la comunità alla capanna primitiva che veniva costruita per riparare e proteggere le persone dalle intemperie, dalle allettanti pagine che riempiono i cataloghi con scaffali, contenitori per alimenti, vasi di fiori fino alle sempre più numerose tipologie di data centre di cui si nutre la nostra rivoluzione dell’IA. È assurdo dunque – conclude Cormier – che lo storage sia considerato qualcosa di marginale se invece lo si ritrova ovunque. Le collezioni dei musei sono degli immensi serbatoi di conoscenza umana e non, immortalata da oggetti creati nel corso della storia. Se è vero che la conoscenza è utile solo quando viene diffusa, il nostro compito è di trovare il modo di farla circolare attraverso gli oggetti. Questa è la filosofia di V&A East Storehouse, una macchina sia per conservare la conoscenza che per favorirne la circolazione e la diffusione, rendendola accessibile ad un pubblico sempre più vasto». La mostra coincide con l’apertura a Londra del nuovo deposito accessibile al pubblico del V&A, il V&A East Storehouse, progettato da Diller Scofidio + Renfro, la cui inaugurazione è prevista per il 31 maggio 2025. Oltre alla video-opera di Liz Diller, On Storage presenta dunque anche una selezione di fotografie in grande formato del V&A East Storehouse, il modello architettonico originale e lo sketchbook di DS+R, insieme a immagini dietro le quinte che documentano il funzionamento del nuovo deposito. Marisa Santin

32

Where Things Go ENG

Organised through the collaboration between La Biennale di Venezia and the Victoria and Albert Museum (V&A) London for the ninth consecutive edition, On Storage explores the global architecture of storage systems that enable the circulation of goods. Curated by Brendan Cormier, chief curator at Victoria and Albert Museum (V&A East), the exhibition, hosted in the spaces of the Applied Arts Pavilion at the Arsenale, features an immersive six-channel film, Boxed: The Mild Boredom of Order, directed by Liz Diller of DS+R, which follows the journey of an everyday consumer product – a toothbrush – through different forms of storage around the world, from the vast scale of a fulfilment warehouse to the compact space of a suitcase. The V&A exhibition at the Biennale Architettura coincides with the opening of the V&A’s new publicly accessible storage facility, V&A East Storehouse, designed by Diller Scofidio + Renfro, which will open in London on 31 May 2025. On Storage will also present large-scale photographs of the V&A East Storehouse, DS+R’s original architectural model and sketchbook, along with behind-the-scenes photography capturing the new storage facility in operation. On Storage – V&A Special Project Padiglione delle Arti Applicate Sale d’Armi, Arsenale www.vam.ac.uk


33


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA INTELLIGENS

L’Architettura non Architettura di Paolo Lucchetta Ricardo Scofidio (1935–2025) può essere considerato una delle menti più visionarie dell’architettura contemporanea, dai più conosciuto soprattutto per il progetto della High Line di New York che ha trasformato un’infrastruttura ferroviaria dismessa in un parco lineare sopraelevato, un giardino sospeso che ridefinisce il rapporto tra città e natura. «Il mio lavoro come architetto fu quello di salvare l’High Line dall’architettura» affermava Scofidio, quando migliaia di architetti vedevano nell’High Line un esercizio per costruire, e la sua visione invece fu quella di curare ed esporre la struttura esistente invece di incrementarla, aggiungendo la visione naturalistica del paesaggista danese Piet Oudolf. Ricardo Scofidio raccontava l’esperienza della High Line «come guardare dentro un caminetto: ti siedi, osservi le auto, le luci rosse posteriori. Dopo un po’, la tua mente vaga altrove». Un manifesto di una visione radicale dell’architettura come dispositivo di percezione, come lente per rileggere il mondo. Un’operazione che diventa un modello per le trasformazioni future: non più demolire, ma dare nuovo significato all’esistente. L’intervento incarna tutto il pensiero dello studio, cioè lavorare con ciò che già esiste, amplificare l’esperienza dello spazio, creare architetture che non impongono la propria presenza, ma trasformano la percezione. Tuttavia la sua figura deve essere esplorata per un’eredità che appare ben più complessa ed articolata, degna di riflessioni e approfondimenti. Nato a New York nel 1935 da due musicisti jazz e aspirante musicista lui stesso, sceglie di studiare architettura perché la musica, all’epoca, «era una professione disastrata». Dopo un periodo di apprendistato, che comprende anche un soggiorno in Italia nella Firenze di Ricci e Savioli e dei gruppi radicali, Ricardo apre uno studio e diventa assistente nella sua vecchia scuola, Cooper Union. La professione però non lo attrae e anche l’insegnamento comincia ad annoiarlo quando incontra Elizabeth Diller, con la quale avrebbe condiviso un sodalizio umano, intellettuale e professionale durato tutta la vita, che si era iscritta per studiare arte e cinema, ma che subisce anche lei il fascino dell’architettura non ortodossa insegnata da John Hejduk, figura dominante nella Scuola. Tra i due, Diller era spesso la voce pubblica dello studio, sempre pronta ad argomentare e convincere, mentre Scofidio preferiva rimanere nelle retrovie, più riservato, allampanato, apparentemente distratto, lasciando che il loro lavoro parlasse per entrambi. Verso la fine degli anni Settanta i due cominciano a frequentarsi nel lavoro e nella vita. Insieme dirigono uno straordinario laboratorio in cui l’architettura si ibrida con l’arte, la tecnologia, la performance, ufficializzando così la loro collaborazione professionale («non ricordano» quando si sono sposati) e cominciano a produrre una incalzante serie di progetti che con l’architettura tradizionalmente intesa hanno molto poco a che fare.

34

© Diller Scofidio + Renfro

Performance, opere teatrali, coreografie, installazioni, che immancabilmente mettono in relazione lo spazio, i linguaggi espressivi, vecchi e nuovi media. La loro prima produzione si consolida infatti ai margini della costruzione: interventi minimi, progetti che mettono in discussione il ruolo stesso della disciplina. Tra le prime performance c’è Traffic nel 1981, un intervento “disturbante” a Times Square realizzato con alcune migliaia di coni spartitraffico per sole 24 ore. La prima svolta è Para-site nel 1989, un’installazione concettuale fatta di telecamere e schermi che deborda dalla Project Room assegnata dal MoMA e interferisce col percorso naturale del visitatore. Poi l’incarico di un collezionista giapponese a Long Island per la Slow House mai completata, ma con la quale comprendono che la loro pratica spaziale può applicarsi con successo anche a edifici veri e propri, dotati di committente, budget e tutto il resto. Si tratta di una ricerca sulla fisicità degli edifici e sulla loro natura di Oggetti, sulla non-architettura o più precisamente un’architettura che si interroga sulla permanenza, sulla stabilità e sulla natura sperimentale delle loro installazioni, cercando di rendere esplicito e leggibile il processo di design che guida il risultato finale. In questo senso il loro linguaggio trova presto un campo di applicazione più ampio. Il Blur Building per l’Expo 2002 in Svizzera segna un altro punto di svolta: un padiglione senza pareti, senza materia, un volume fatto d’acqua nebulizzata che dissolve il confine tra architettura e ambiente. Un manifesto della loro ricerca sullo spazio come fenomeno piuttosto che come oggetto, che i due hanno sempre definito in interviste e conferenze il loro progetto più importante. Il passaggio all’architettura costruita avviene con progetti che mantengono quella carica sperimentale. Tra il 2003 e il 2006 realizzano il loro primo grande progetto pubblico, l’Institute for Contemporary Art di Boston, dove mettono in crisi il conformismo architettonico dei musei: la facciata (assente), il confine tra museo e città, il modo in cui i corpi dei visitatori entrano in relazione con le opere e col


CANAL CAFÉ

Photo Iwan Baan

contesto esterno, un edificio che sfida la gravità, sospendendosi sull’acqua in un gioco di equilibri che dilata la percezione dello spazio. Nel frattempo, con il crescere degli impegni professionali, compare un terzo partner, Charles Renfro: «Liz e io – spiega Scofidio – eravamo al punto che potevamo l’uno completare la frase dell’altro. Abbiamo pensato che inserire Charles fosse un buon modo di rompere l’equilibrio». Dall’ICA in poi la vita dello studio è una cavalcata di progetti memorabili che lo confermano come uno degli studi più influenti al mondo: la High Line, il Lincoln Center, The Broad a Los Angeles, The Shed, progetti ritenuti in grado di ricostruire l’infrastruttura culturale delle città coinvolte. Con pazienza e talento i due hanno portato avanti una rivoluzione discreta dell’architettura, lontani da gruppi e tendenze. Come se avessero compreso prima degli altri che i cambiamenti sociali, tecnologici, politici, avrebbero imposto all’architettura di allargare i propri confini verso i linguaggi artistici e le tecnologie, l’interazione diversa tra corpi e città, ben descritta nella mostra da poco terminata Architettura Instabile al MAXXI di Roma (25 ottobre 2024 - 16 Marzo 2025), curata e allestita dallo studio, e nella pubblicazione auto-analitica Architecture Not Architecture (Phaidon, 2025). Tra i progetti museali più recenti, il nuovo Museo Olimpico e Paralimpico di Colorado Springs, concepito per essere uno dei più accessibili al mondo, riflette la loro visione inclusiva dell’architettura. E poi c’è Pirelli 39 a Milano, un hub culturale che ridefinirà il volto della città, unendo patrimonio storico e innovazione. Con Ricardo Scofidio scompare una figura che ha saputo ridefinire il senso stesso dell’architettura, portandola oltre il costruito, esplicita e leggibile oltre il visibile. La sua eredità rivoluzionaria e discreta definisce una nuova sensibilità nel rapporto tra corpi, architettura e città.

Tra i progetti scelti da Carlo Ratti per la sua mostra Intelligens. Natural. Artificial, Collective all’Arsenale, Canal Café presentato da Diller Scofidio + Renfro (concept and design), Aaron Betsky e Davide Oldani (collaborating curator), Natural Systems Utilities e Sodai (water system design), attinge l’acqua dalla Laguna per creare il miglior espresso con il sapore di Venezia. Un sistema ibrido di depurazione naturale-artificiale accelera gli effetti depurativi delle zone umide di marea, rendendo l’acqua del canale potabile. Un tubo trasparente preleva l’acqua dalla Laguna e la incanala attraverso una “eco-macchina”, un sistema di bio-filtrazione che rimuove fanghi e tossine. L’acqua viene divisa in due flussi interdipendenti: uno scorre attraverso un bio-reattore a membrana naturale, una “micro-zona umida” in cui alofite e batteri tolleranti al sale facilitano la purificazione, ma trattengono i minerali; l’altro viene sottoposto a filtrazione artificiale, osmosi inversa e disinfezione UV per produrre acqua distillata. I flussi vengono poi miscelati, vaporizzati e fatti passare attraverso i fondi di caffè per produrre l’espresso. L’acqua depurata non utilizzata irriga un’installazione paesaggistica adiacente. A metà tra un bar e un laboratorio, Canal Café si spinge sotto la superficie fotogenica della città, convertendo queste acque salmastre nel profumo e nel gusto inconfondibile dell’espresso. ENG Canal Café draws water from the Arsenale Lagoon to create the best espresso in Italy with a distinct flavor of Venice. Diller Scofidio + Renfro has worked in collaboration with the US based water systems engineers Natural Systems Utilities, and the Italian based environmental engineering and water engineering company Sodai. A hybrid natural-artificial purification system accelerates the cleansing effects of tidal wetlands, rendering canal water potable. A transparent pipe draws water from the lagoon, channeling it through an “eco-machine”– a bio-filtration system that removes sludge and toxins. The water is split into two interdependent streams: one flows through a natural membrane bioreactor, a “micro-wetland” where salt-tolerant halophytes and bacteria facilitate purification but retain minerals; the other undergoes artificial filtration, reverse osmosis, and UV disinfection to produce distilled water. The streams are then mixed, steamed, and forced through coffee grounds to produce espresso. Unused purified water irrigates an adjacent landscape installation. Part espresso bar, part laboratory, Canal Café reaches beneath the photogenic surface of the city by converting these brackish waters into the comforting scent and taste of espresso. INTELLIGENS Diller Scofidio + Renfro Canal Café Arsenale dsrny.com

35


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA PARTECIPAZIONI NAZIONALI

Il Verbo e l’Azione Il progetto della Santa Sede riapre le porte di Santa Maria Ausiliatrice Un edificio che si ripara e una comunità che si ricompone. Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale Architettura 2025 non presenta una mostra, ma un processo: un gesto di apertura e cura, un laboratorio di intelligenza collettiva che si sviluppa nel tempo e nello spazio, nel cuore vivo del sestiere di Castello, nel complesso di Santa Maria Ausiliatrice. Il progetto è ispirato alle profetiche intuizioni dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, a cui rendiamo omaggio sincero anche per aver messo l’arte e l’architettura al servizio della collettività e degli ultimi – rimane ancora forte l’impressione di tutti per la visita al Carcere Femminile di Venezia, dove era stato allestito il Padiglione della Santa Sede per Biennale Arte dello scorso anno. Il pensiero fondante del Padiglione 2025 parte dalla convinzione che riparare non significhi tornare a un ordine perduto, ma generare un’azione creativa e inclusiva, capace di accogliere la fragilità e aprirsi all’imprevisto. Opera Aperta evoca la celebre nozione di Umberto Eco, ma qui assume un significato concreto e tangibile: un cantiere in divenire, dove il restauro delle murature procede insieme al tessere legami, all’ascolto, alla costruzione di nuove possibilità di convivenza. Il “padiglione parabola” – come lo definisce il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto pontificio per la cultura – è una chiamata collettiva alla responsabilità e all’interdipendenza: non una visione da contemplare, ma una realtà da abitare insieme che coinvolge associazioni e attori locali. «Rivitalizzando una struttura esistente, valorizziamo le sue crepe e perdite non come difetti da nascondere, ma come soglie verso nuove possibilità. Ci invitano a reimmaginare la relazione tra passato e futuro – racconta Marina Otero Verzier, curatrice del progetto insieme a Giovanna Zabotti –, tra crescita e decadimento, rottura e SANTA SEDE Opera Aperta Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, Fondamenta S. Gioachin 450, Castello

36

rigenerazione. Onoriamo le storie stratificate incastonate nel luogo, mentre creiamo spazio per chi verrà dopo di noi». Durante i sette mesi della Biennale, infatti, il complesso sarà davvero abitato: laboratori di restauro condotti dall’Università Internazionale dell’Arte insieme ad artigiani locali, momenti di socialità attorno a una cucina comunitaria gestita dalla cooperativa Nonsoloverde, prove aperte e musica dal vivo grazie al Conservatorio Benedetto Marcello. Al centro, l’intervento di recupero monumentale a cura di Lares, visibile al pubblico dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 18: un cantiere che si fa parte integrante dell’esperienza e ne esplicita la vocazione trasformativa. La presenza di mediatori culturali di Ca’ Foscari e IUSVE garantisce un dialogo accessibile con chi attraversa lo spazio da visitatore, cittadino o semplice curioso. Realizzato dagli studi internazionali Tatiana Bilbao ESTUDIO e MAIOArchitects, il Padiglione è una riflessione sull’architettura come strumento di cura collettiva. Ogni segno del tempo viene accolto, non rimosso. L’edificio non è un oggetto finito, ma un ecosistema complesso e delicato, fatto di materia e memoria. Un invito, concreto e poetico, a ripensare il senso dell’abitare con affetto e rispetto verso il prossimo e soprattutto verso il Pianeta, casa di tutti noi. ENG Inspired by Pope Francis’ encyclical Laudato si’, the Pavilion presents itself as a “constructed parable:” a site of repair and care that, alongside the restoration of the Santa Maria Ausiliatrice complex, reactivates relationships and memories. Architecture becomes a communal gesture, where every crack opens new possibilities. The project engages local communities, artisans, and apprentices, with weekly workshops led by the International University of Art – UIA. A shared kitchen welcomes residents and visitors, while music plays a central role thanks to instruments provided by the Benedetto Marcello Conservatory. Every act, from restoration to sharing a meal, becomes an opportunity for encounter, exchange, and resilience.


37


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA PARTECIPAZIONI NAZIONALI

Courtesy Architects Association of Lithuania - Photo Gintaras Česonis

Ritorno alle radici Destinazione Paradiso Un paradiso fragile, da riscoprire nel presente. Con Paraíso, hoje., il Portogallo trasforma il Fondaco Marcello in un paesaggio sospeso tra realtà e immaginazione, invitando a riflettere sul legame profondo tra architettura, territorio e collettività. Curato da Paula Melâneo, Pedro Bandeira e Luca Martinucci, con la collaborazione di Catarina Raposo e Nuno Cera, il progetto si articola in due percorsi paralleli. Da un lato, un’installazione immersiva, fisica e digitale, propone un’esperienza multisensoriale che intreccia suono, immagine e spazio, restituendo la complessità della costruzione culturale del paesaggio. Dall’altro, un Atlante di immagini – esito di un’azione partecipativa che ha coinvolto il pubblico – raccoglie visioni, opere e luoghi che raccontano il territorio portoghese attraverso temi come esperienza, rigenerazione, svago, coltivazione, simulacro. Nel tempo presente, segnato da contrasti e criticità, Paraíso, hoje. invita a riconoscere le potenzialità di bellezza, resistenza e rinnovamento che persistono. Nell’immaginario collettivo, il Portogallo rimane un meraviglioso “giardino affacciato sull’oceano”, ma il progetto mostra anche l’altra faccia del paesaggio: la pressione urbanistica sulla costa, lo spopolamento, l’abbandono agricolo delle aree interne, l’impatto delle nuove economie energetiche e turistiche. In questo scenario, l’architettura emerge come strumento critico capace di leggere le trasformazioni in atto e di orientare nuove forme di responsabilità collettiva. C.S. ENG A fragile paradise – with Paraíso, hoje., Portugal created a landscape that is midway between reality and imagination, inviting us to reflect on the deep relationship between architecture, territory, and collectivity. Curated by Paula Melâneo, Pedro Bandeira, Catarina Raposo, and Nuno Cera, the Portuguese Pavilion articulates in two distinct itineraries. On one side, an immersive installation offers a multi-sensorial experience that shows the complexity of the cultural construction of landscape. On the other, an image atlas collects visions, works, and places that tell the story of Portugal through the lenses of experience, regeneration, recreation, cultivation, simulacrum. PORTOGALLO Paraíso, hoje. Fondaco Marcello, San Marco 3415 www.paraisohoje.pt

38

Un’immagine potente accoglie il visitatore all’ingresso dello spazio lituano: un ceppo d’albero, sradicato, nudo, ferito. È il simbolo tangibile di ciò che spesso scompare silenziosamente dai nostri paesaggi urbani, non solo alberi, ma anche memoria, identità, continuità. Curato da Gintaras Balčytis e promosso dall’Associazione Nazionale degli Architetti lituani, il progetto affronta il rapporto profondo tra l’architettura e la natura urbana, un tema più che mai attuale in Lituania, dove nuovi piani di sviluppo stanno trasformando rapidamente interi quartieri, abbattendo anche querce secolari, custodi silenziose di storie collettive. L’idea alla base dell’allestimento è quella di un’architettura empatica, capace di ascoltare il paesaggio, di riconoscerne la memoria e rispondere non solo ai bisogni funzionali, ma anche alle ferite del territorio e della società. Perché – come ha sottolineato la Commissaria del Padiglione, Jūratė Tutlytė – in un contesto come quello lituano, in cui anche il più piccolo cambiamento urbano provoca oggi un forte impatto sociale, l’abbattimento degli alberi non è più un semplice intervento tecnico, ma un trauma collettivo che porta i cittadini a reagire e a ribellarsi. La narrazione si articola in tre sezioni. La prima è dominata dall’installazione del ceppo sradicato, che richiama in modo diretto la cancellazione del passato nei processi di modernizzazione. Segue una raccolta di modelli architettonici, realizzati tra il tardo Novecento e il XXI secolo, ispirati alle aree verdi locali, esempi concreti di una progettazione che cerca LITUANIA Archi / Tree / tecture Chiesa di Santa Maria dei Derelitti, Complesso dell’Ospedaletto Barbaria delle Tole, Castello 6691


Courtesy China Pavilion

Il paradigma dell’abitare

di armonizzarsi con il contesto naturale, piuttosto che sovrastarlo. L’architettura sostenibile qui è intesa non solo in termini ambientali, ma anche come gesto culturale, atto di rispetto verso ciò che c’era prima. Il percorso si conclude con un cubo bianco, sulle cui superfici viene proiettata un’installazione audiovisiva che mette in dialogo immagini, suoni e parole, evocando le connessioni tra natura, città e creazione umana. Un’esperienza sospesa, meditativa, che spinge a riconsiderare le forme con cui costruiamo e abitiamo il nostro presente. Il progetto lituano non si limita alla sola esposizione, ma si configura come un laboratorio aperto, che coinvolge professionisti, ricercatori e studenti di diverse università europee. Il progetto culminerà in un simposio pubblico in programma dal 22 al 28 settembre, pensato come momento di confronto internazionale su architettura, natura e cittadinanza attiva. Archi / Tree / tecture è, in definitiva, un invito a ritrovare un linguaggio più attento, più lento, in grado di restituire senso e responsabilità al fare architettura. Perché solo ripartendo dalle radici si può costruire davvero il futuro. Marisa Santin ENG At the heart of the Lithuanian Pavilion, an uprooted tree stump stands as an open wound in the urban landscape. It begins a narrative of memory, nature, and transformation, questioning what is lost when development severs local roots. Around it, architectural models inspired by nearby green spaces show efforts to harmonize with the natural context. The journey ends in a white cube where an audiovisual installation evokes deep ties between nature, cities, and human creation.The participation of Lithuania is promoted by the Architects Association of Lithuania and supported by the Lithuanian Council for Culture.

Tra artificio e natura, memoria e futuro, il Padiglione della Cina alla 19. Biennale Architettura propone una riflessione sul nostro tempo. Con CO-ESISTERE, il curatore Ma Yansong, fondatore e partner principale di MAD Architects, invita a ripensare il rapporto tra civiltà e ambiente, attingendo alla filosofia orientale come fonte di ispirazione per affrontare questa nostra epoca post industriale: l’era dell’intelligenza. Lontano da una visione che riduce la natura a semplice risorsa da sfruttare, il progetto richiama uno sguardo più empatico e immaginativo, capace di riconoscere nello spazio naturale uno specchio dello spirito umano. Un’eredità antica, che affonda le radici nella civiltà di Liangzhu, nelle Grotte di Dunhuang e nell’asse monumentale della Città Proibita, e che oggi si rinnova attraverso pratiche di rigenerazione urbana e progettazione sostenibile. Il percorso espositivo si snoda attraverso dieci opere, sviluppate da università, studi di architettura e collettivi di ricerca, che esplorano il concetto di coesistenza in modi differenti ma complementari. Dal riuso creativo dei materiali da costruzione alla rivisitazione dei paesaggi storici, dai dispositivi urbani plug-in all’integrazione di natura e città nell’ambiente digitale, ogni intervento suggerisce nuove modalità di interazione tra spazio costruito, cultura e valori emergenti. CO-ESISTERE non si limita a presentare soluzioni progettuali: propone piuttosto un cambio di paradigma. In quest’era dell’intelligenza, turbata da profonde contraddizioni – tra reale e virtuale, crescita e sostenibilità –, il Padiglione guarda oltre il dualismo, auspicando una visione più inclusiva, fluida e interconnessa. L’architettura va oltre la sua espressione formale per farsi mezzo per ricomporre il legame emotivo e simbolico tra uomo e ambiente. Le opere in mostra testimoniano processi di ricerca ancora in evoluzione, segnando un primo passo verso una cultura architettonica capace di abbracciare le complessità del contemporaneo senza rinunciare alla poesia, alla memoria e alla speranza. C.S. ENG The Chinese Pavilion at the 2025 Venice Architecture Biennale offers a reflection on our time. Curator Ma Yansong invites us to think about the relationship between civilization and environment in such terms that nature cannot be seen as a resource to draw from, but something to be empathetic and imaginative about. Natural spaces are mirrors of the human spirit. Ten designs explore the concept of coexistence in different, though complementary, ways. From creative recycling to revisitation of historical landscapes, from urban plug-in devices to nature integration in cities and digital environments, each is a way to interact with built-up environment, culture, and emerging values. The Chinese Pavilion looks beyond duality and prepares a more inclusive, fluid, and interconnected vision. CINA CO-EXIST Magazzino delle Vergini, Arsenale

39


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA PARTECIPAZIONI NAZIONALI

Il seme della vita Benedetto sia l’errore La riflessione del Padiglione croato parte dal presupposto che riconoscere i propri errori sia il primo passo per sviluppare sistemi di intelligenza collettiva. Da questa convinzione nasce un Archivio degli Errori suddiviso in tre famiglie tematiche – Risorse, Prodotti e Surplus –, ciascuna dedicata a un aspetto specifico dell’ambiente e del territorio. Queste famiglie di errori, riscontrabili tanto nel contesto croato quanto in quello globale, diventano strumenti di apprendimento e di stimolo progettuale che il pubblico è invitato a esplorare attraverso tre diversi immaginari, dando vita a nuove possibilità di intervento sul reale. Il primo immaginario, intitolato Brownfield Zona libera – Protezione delle risorse per le generazioni future, emerge dalla famiglia di errori Risorse e sviluppa un metodo per affrontare la moltitudine di aree dismesse nei contesti urbani della Croazia. Il secondo immaginario, intitolato Autosostenibilità malvagia – Gestione di comportamenti selvaggi, sviluppato dalla famiglia di errori Prodotti, sfrutta il comportamento selvaggio degli insediamenti illegali per creare un metodo che affronta simultaneamente le questioni infrastrutturali e spaziali relative al turismo di massa, le pratiche edilizie illegali e le preoccupanti tendenze di frazionamento dei terreni. L’immaginario finale, intitolato Stratificazione dei detriti – Impiego delle eccedenze, emerge dalla famiglia di errori di Surplus, affrontando i temi dei materiali in eccesso, dei rifiuti edili e della tossicità. Riconvertendo i materiali di scarto in beni utili è possibile innescare pratiche virtuose e possibili soluzioni alle minacce climatiche presenti e soprattutto future. ENG The Croatian Pavilion’s project is based on the premise that recognizing one’s own mistakes is the first step toward developing systems of collective intelligence. From this conviction emerges an Archive of Errors, divided into three thematic families – Resources, Products, and Surplus – each dedicated to a specific aspect of the environment and territory: from resource protection to sustainability, and on to surplus management. These families of errors, identifiable both in the Croatian context and globally, become tools for learning and design inspiration that the public is invited to explore through three different imaginaries, giving rise to new possibilities for intervention in the real world. CROAZIA Intelligence of Errors Artiglierie, Arsenale

40

Un sistema di coltivazione millenario, nato dall’ingegno dei popoli precolombiani, si fa architettura vivente nella Chinampa Veneta, progetto del Messico per la chiamata all’Intelligens di Carlo Ratti. Le chinampas, isole galleggianti di terra fertile costruite nei laghi poco profondi della Valle del Messico, rappresentano una delle più straordinarie tecnologie agricole sostenibili mai create: attraverso l’equilibrio dinamico tra acqua, suolo, sole e biodiversità, moltiplicano le sponde di laghi e fiumi, purificano l’acqua, assorbono CO2 e producono colture agricole. Al centro del Padiglione, una chinampa in crescita diventa fulcro di un processo di rigenerazione continua. I visitatori sono invitati a piantare un seme all’interno di un chapín, ovvero un piccolo cubo di fango ricco di sostanze nutritive, che verrà integrato nell’installazione. In Laguna, una seconda chinampa galleggiante stabilisce un ponte ideale con Xochimilco, antico sistema di canali navigabili a sud di Città del Messico. Luogo di straordinaria biodiversità e Patrimonio dell’Umanità, Xochimilco incarna la memoria viva di una cultura capace di costruire sull’acqua, integrandosi con essa. Come Venezia, anche questo paesaggio fragile e unico oggi chiede nuove strategie di cura e rigenerazione. Ispirandosi alla resilienza dei chinamperos, che da secoli custodiscono questi ecosistemi, il progetto invita a ripensare il rapporto tra architettura e ambiente, nella consapevolezza che ogni gesto – anche il più piccolo – può contribuire a un ambiente costruito che non sottrae vita, ma la restituisce. Chiara Sciascia ENG The exhibition highlights an ancient Mexican agricultural technique still in use today: the chinampa, an artificial island of fertile soil that regenerates ecosystems through the interdependence of water, soil, sunlight, and biodiversity. At the center of the exhibition, a living chinampa becomes the heart of a continuous regeneration process, inviting visitors to plant a seed in a chapín, a small mud cube that will be incorporated into the installation. Another floating chinampa drifts on the waters of the Lagoon, creating a symbolic connection between Venice and Xochimilco, a tourist destination south of Mexico City. The project invites us to rethink the relationship between architecture and the environment, with the awareness that every gesture – no matter how small – can contribute to a built environment that does not take life away, but gives it back. MESSICO Chinampa Veneta Sale d’Armi, Arsenale


TerraeAquae © Luigi Filetici

Coast to coast Il Padiglione Italia all’Arsenale ridefinisce l’intelligenza del mare Il Mediterraneo conforma le coste italiane un patrimonio di straordinaria varietà, definendo di fatto i confini del Paese. Tuttavia l’Italia sembra essere semplicemente sul mare perché ha dimenticato le azioni e le ritualità che le hanno permesso di essere culla di un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori, ma anche di pescatori. Recuperare questa dimensione perduta implica un cambiamento di prospettiva, la necessità di ripensare il confine tra terra e acqua come sistema integrato di architetture, infrastrutture e paesaggio. Questo confine, dove si possono testare nuove pratiche, è quello che ha indagato Guendalina Salimei, curatrice del Padiglione Italia alla 19. Biennale di Architettura, con TERRÆ AQUÆ. L’Italia e l’intelligenza del mare, alle Tese delle Vergini all’Arsenale. Il tema, fondamentale in un’epoca segnata dalle conseguenze del cambiamento climatico, viene analizzato attraverso un approccio sociologico, politico, strategico, antropologico, artistico, culturale, infrastrutturale e naturale, rappresentato ad ampio spettro da una chiamata collettiva al progetto (call for visions and projects). Il Padiglione diventa un laboratorio vivo di idee, uno spazio multidisciplinare e multimodale polifonico, dove ogni progetto singolo o di gruppo propone una nuova ridefinizione del ruolo del mare come risorsa determinante, non solo economica e di sicurezza, ma per il futuro del Paese. «L’Architettura, come disciplina sistemica, è chiamata in causa per elaborare visioni del mondo e, proprio per la sua indiscutibile capacità di comprendere le relazioni tra le parti, e tra le parti e il tutto, deve scendere in prima linea per poter mettere in campo energie cariche di creatività ed empatia» afferma la curatrice. La mostra Terræ Aquæ mette così insieme passato e futuro attraverso l’esposizione di progetti realizzati, visioni, ricerche multidisciplinari e installazioni artistiche, coinvolgendo non solo architetti, artisti, enti di ricerca e del terzo settore, ma anche giovani, poeti e pensatori in generale. Guendalina Salimei è architetto e professore in Progettazione Architettonica alla Sapienza Università di Roma. Seguendo gli insegnamenti di Bruno Zevi, Salimei sperimenta quella cultura del progetto che individua il fondamento del processo ideativo nel rapporto tra storia, città, urbanistica, stratificazione dei tessuti edilizi, studio del contesto e delle relazioni spaziali, interpretazione dell’esistente e del nuovo. Due i progetti emblematici: l’ampliamento del Museo Egizio e il “Kilometro Verde” a Corviale, a Roma. L’identità della sua pratica (e del suo T-Studio) è una sintesi tra progetto etico e ricerca sperimentale. Irene Machetti

Open sea intelligence

ENG

The Mediterranean Sea shapes Italy’s coastline and act as its border, integrating in one interaction architecture, infrastructure, and landscape. The curator of the Italian Pavilion at the 2025 Venice Architecture Biennale, Guendalina Salimei used sociological, political, strategic, anthropological, artistic, cultural, infrastructural, and natural science points of view to understand this interaction. Her exhibition TERRÆ AQUÆ is a living idea workshop, a space that houses several projects that redefine the role of the seas as a resource for the future of the country. “Architecture, as a systemic discipline, elaborates visions of the world and with its peculiar ability to understand relationships between several actors, and between a part and the whole, it must engage its energy, its creativity, and its empathy”, said Salimei, who is an architect and a professor of architectural design at the University of Rome “La Sapienza”.

PADIGLIONE ITALIA TERRÆ AQUÆ. L’Italia e l’intelligenza del mare Tese delle Vergini, Arsenale www.tstudio.it

41


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA EVENTI COLLATERALI

© Parallel Worlds

Così lontano, così vicino Macao e la coesistenza delle sue “città nella città” Macao vanta delle radici socio-culturali risalenti al XVI secolo, ben preservate e di cui gli abitanti si fanno orgogliosi testimoni. Negli spazi espositivi di Campo della Tana, proprio di fronte all’ingresso dell’Arsenale, Macao torna protagonista della 19. Biennale Architettura con l’Evento Collaterale che si concentra proprio sull’esistenza di più “città nella città”, profondamente diverse l’una dall’altra, che pur non essendo correlate, riescono a coesistere in un’armonia difficile da ipotizzare e riscontrare, nel contesto internazionale attuale: la Macao storica (Mondo 1), la città dei casinò (Mondo 2), la nuova città di Hengqin (Mondo 3) e una Macao intesa come “città senza contanti” (Mondo 4). Parallel Worlds, Exhibition from Macao, China, curata dagli architetti cinesi Wang Shu e Lu Wenyu, organizzata dall’Ufficio per gli Affari Culturali del Governo della RAS di Macao e realizzata dal Museo d’Arte di Macao con il supporto di MGM, indaga gli aspetti architettonici e sociali di questa “coesistenza” urbana, oggi più che mai al centro del dibattito culturale globale. La mostra si articola essenzialmente in due parti. Nella prima parte, le fotografie urbane di Macao del celebre fotografo di architettura Iwan Baan restituiscono i contrasti tra i mondi paralleli di Macao, esposte sulle pareti interne dello spazio espositivo in ideale dialogo con un’installazione connotata da un’immagine di forte impatto, posizionata sulla parete esterna della sede. La seconda parte è uno studio collaborativo tra la China Academy of Art e l’Università di Saint Joseph di Macao in cui vengono esplorate le possibilità creative tra Macao e il mondo, in linea con il tema dato da Carlo Ratti. I risultati sono esposti al pubblico sotto forma di installazioni, una nel cortile esterno e le altre su piedistalli nelle aree centrali delle sale espositive. Parallel Worlds, Exhibition from Macao, China Campo della Tana, Arsenale www.mam.gov.mo

42

Parallel Worlds celebra così il concetto di “coesistenza” mostrandone al pubblico una concretizzazione non di ultima generazione ma costruita nel tempo, un processo naturale che si è sviluppato grazie alla forte ispirazione che Macao ha saputo infondere in molte città di tutta l’Asia. Dall’interazione tra mondi e modelli apparentemente distanti, in alcuni casi in contraddizione, possono svilupparsi forze creative capaci di scatenare impulsi di inclusione che non snaturano i contesti in dialogo, ma ne esaltano le potenzialità, comunicando attraverso l’architettura. Davide Carbone ENG Macao’s socio-cultural roots date back to the sixteenth century, are well-preserved, and are treasured by the locals. At its Biennale Collateral Event show near the Arsenale entrance, Macao highlights the coexistence of many “cities within a city,” each distinct harmoniously coexisting: historic Macao (World 1), the casino city (World 2), the new Hengqin city (World 3), and a cashless Macao (World 4). Parallel Worlds, curated by Chinese architects Wang Shu and Lu Wenyu, explores the architectural and social aspects of this urban coexistence. Organized by Macao’s Cultural Affairs Bureau and realized by the Macao Museum of Art with MGM’s support, the exhibition is divided into two parts. The first features urban photographs of Macao by Iwan Baan: it showcases the city’s contrasts and is complemented by an impactful installation outside the exhibition space. The second part is a collaborative study between the China Academy of Art and the University of Saint Joseph, Macao, and explores creative possibilities between Macao and the world, aligning with Carlo Ratti’s theme. Parallel Worlds celebrates the concept of coexistence, demonstrating a process developed over time, inspired by Macao’s influence on many Asian cities. The interaction between seemingly distant worlds can spark creative forces, fostering inclusion without altering the contexts, but rather enhancing their potential through architecture.


43


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA EVENTI COLLATERALI

Welcome to the Machine

Mi piace paragonare quel che abbiamo realizzato alla poesia di una grande macchina teatrale, in grado di creare innumerevoli palcoscenici Jean Nouvel

di Paolo Lucchetta Sin da quando commissionò all’architetto Jean Nouvel la realizzazione della sua sede parigina di Boulevard Raspail, era il 1994, l’architettura ha costantemente occupato un ruolo di spicco nella programmazione della Fondation Cartier, fungendo da catalizzatore per il dialogo interdisciplinare, dando spazio alla trasversalità e alla sperimentazione dei linguaggi artistici contemporanei nei suoi più emblematici spazi espositivi, connotati da una struttura trasparente in vetro e acciaio a trama sottile. Trent’anni dopo Fondation Cartier pour l’art contemporain affida nuovamente a Nouvel la realizzazione di una seconda sede accanto al Louvre, questa volta in un edificio haussmanniano dell’Ottocento al numero 2 di Place du Palais-Royal, il cui design viene raccontato in modo spettacolare nell’Evento Collaterale della 19. Biennale Architettura, La Fondation Cartier pour l’art contemporain by Jean Nouvel, presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, dal 10 maggio al 14 settembre. L’esposizione si concentra sui principi progettuali che hanno guidato l’ideazione della nuova sede: dinamicità, modularità e mobilità degli ambienti espositivi, appositamente concepiti per assecondare la vocazione multidisciplinare dell’offerta artistica della Fondazione. La resa di questo nuovo intervento architettonico viene affidata a una scenografia che si definisce attraverso proiezioni, fotografie in scala 1:1, planimetrie, prototipi e da un modello in sezione delle cinque piattaforme regolabili in altezza che consentiranno di creare liberamente combinazioni di volumi, vuoti e spazi, trasformando questo palazzo storico in un dispositivo flessibile in grado di abbracciare un ampio spettro di proposte creative. L’ambizione di Nouvel di creare spazi che siano ambienti culturali a tutto tondo, permeabili e sensibili al contesto in cui sono inseriti, è evidenziata anche dalla progettazione di soffitti retrattili e parapetti meccanici, che consentiranno di modulare la luce naturale e la vista sul paesaggio urbano. Contestualmente alla mostra La Fondation Cartier pour l’art contemporain by Jean Nouvel, Fondazione Giorgio Cini ospita un programma pubblico dedicato all’esplorazione del concetto di “Museo come luogo di sperimentazione architettonica” che vedrà tra i partecipanti, accanto allo stesso Jean Nouvel, architetti e storici dell’arte di assoluto rilievo internazionale, tra cui Andrés Jaque, Lina Ghotmeh, Manuel Segade, Cecilia Puga e Antoine Picon. The Fondation Cartier pour l’art contemporain by Jean Nouvel 10 maggio-14 settembre Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore www.fondationcartier.com

44

Jean Nouvel introduce il suo progetto così: «Mi piace paragonare quel che abbiamo realizzato alla poesia di una grande macchina teatrale, in grado di creare innumerevoli palcoscenici». Una similitudine rafforzata dalle note di Welcome to the Machine dei Pink Floyd che, come testimonia chi ha visitato il luogo in anteprima, risuonano nel cantiere. L’opera è già stata paragonata a una portaerei ormeggiata nel cuore di Parigi, di fianco al Louvre, ma mentre le immagini esterne del palazzo non tradiscono nulla della sua trasformazione radicale, basta fare un solo passo al suo interno per rendersi conto che del Grand Hôtel du Louvre – come fu battezzato l’edificio al momento della sua inaugurazione nel 1855, ad Esposizione universale appena aperta – non resta che lo scafo. Appare evidente quanto sia profondo il dialogo tra i due edificis il primo, tutto di vetro, annulla i confini tra interno ed esterno, lasciando che le opere in mostra diventino parte del tessuto urbano, mentre il secondo sfida a immaginare nuovi allestimenti per i quali, racconta Nouvel, «per realizzare le cinque piattaforme mobili di acciaio riciclato, che sopportano il peso di una tonnellata al metro quadrato, è stata utilizzata la tecnologia necessaria a far salire e scendere gli apparecchi dal ponte di una portaerei». Del resto il dialogo dell’architettura di Jean Nouvel con l’arte contemporanea parte da lontano. Ben prima della realizzazione Fondation Cartier nel 1994, questa relazione si è ben dipanata ed espressa in alcuni dei musei e dei centri culturali più iconici da lui realizzati a Parigi, vedi in particolare il Musée du Quai Branly e l’Institut du Monde Arabe. Un progetto quest’ultimo, concretizzatosi nel dicembre 1987, che innalzò Nouvel dal ruolo di polemista militante dell’architettura francese a uno status di architetto di primissimo rilievo internazionale. L’IMA non è solo un istituto di cultura araba, bensì un luogo dove si incontrano tutti i parigini amanti della cultura e della bellezza senza steccati razziali o religiosi, e sono moltissimi. Un museo e una biblioteca, un incredibile belvedere, ma anche un caffè dove conversare e rilassarsi, un luogo di studio e di confronto tra le due culture più rappresentate a Parigi: quella occidentale e quella araba. Da un punto di vista architettonico, ben osservando l’edificio è possibile cogliere degli evidenti rimandi a determinate tipologie di edifici arabi tradizionali, vedi, ad esempio, i motivi mozarabici quadrati e poligonali dei muri meridionali ispirati ai disegni dell’Alhambra di Granada. Nonostante questi specifici riferimenti alla cultura architettonica araba, l’Istituto si vuole affermare come un edificio in prima e prevalente istanza europeo. L’idea di centro culturale polifunzionale, che ospita spazi destinati a mostre, eventi, spettacoli, conferenze, nonché una ricca biblioteca, un cinema e un centro di documentazione,


Fondation Cartier pour l’art contemporain from 2025, Place du Palais-Royal, Paris. Interior architecture by Jean Nouvel - Photo © Luc Boegly

Building site view © Jean Nouvel / ADAGP, Paris, 2024

Building site view © Jean Nouvel / ADAGP, Paris, 2024

Fondation Cartier pour l’art contemporain (1994), Boulevard Raspail, Paris. Architecture by Jean Nouvel - © Fondation Cartier pour l’art contemporain

45


architettura 19. BIENNALE ARCHITETTURA EVENTI COLLATERALI

Andare in cerca di profondità, di senso, di poesia, di piacere. Questo significa fare architettura oggi. Non stiracchiare la città in luoghi dove non c’è. Significa partire da una realtà e poi arricchirla Jean Nouvel è tipicamente francese, vale ricordare a fini esemplificativi qui su tutti il Centre Pompidou. L’Istituto si sviluppa attorno all’organizzazione e ai mutamenti della luce nello spazio attraverso dei diaframmi, simili a quelli della macchina fotografica, attivati da fotocellule della parete sud e del pozzo di illuminazione al suo centro rivestito di alabastro. In questo modo l’interno è reso suggestivo da una luce non diffusa né concentrata in poche aperture, penetrando essa negli ambienti attraverso piccoli e numerosi fasci luminosi che conferiscono un carattere quasi sacrale allo spazio, tema poi ripreso per il Louvre di Abu Dhabi alcuni anni più tardi. L’edificio, non soltanto grazie alla presenza dei diaframmi fotografici, rivela una stretta e convincente relazione tra architettura e cinema. Possiede un’energia tale che, visitandolo, si ha proprio l’impressione di entrare nell’inquadratura di un film. «La sequenza dei passaggi tra diversi volumi e livelli d’illuminazione, a seconda delle diverse traiettorie al suo interno, può essere vista come una serie di angolazioni e aperture di un obbiettivo fotografico» Jean Nouvel con quest’opera annunciò con forza che «Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò implica il rifiuto di soluzioni facili o preconfezionate, per consentire un approccio che sia allo stesso tempo globale nella progettazione e specifico verso il sito. Questi motivi di linee e segni su questa stessa facciata sono anche un’eco dell’arte contemporanea. I confini tra architettura, design d’interni, design di prodotti o design di mobili sono, per me, pura finzione». Parlando della Fondation Cartier del 1994, Jean Nouvel così dirà: «A volte mi chiedo se sto vedendo l’edificio o la sua immagine, se la Fondation Cartier è una questione di trasparenza o di riflessione». In un caso o nell’altro, si tratti di trasparenza o di riflessione, queste parole evidenziano l’importanza che Nouvel attribuisce alla luce e alle condizioni mutevoli che la determinano: condizioni del tempo, ore del giorno, angolo della visuale, livelli relativi di illuminazione interna ed esterna. Il Musée du Quai Branly, l’immobile di cinque piani coperto da un muro vegetale di 800 metri quadri, è stato progettato come un ponte sul quale si trovano 31 cellule multimediali o tecniche affacciate sul giardino di 18.000 metri quadri, concepito dall’architetto paesaggista Gilles Clément come giardino composto da sentieri, collinette,

46

camminamenti lastricati di ciottoli di torrente e piccoli bacini, tutti elementi che nel loro combinato insieme invitano alla meditazione. Il Museo è costituito da quattro edifici in cui luce e penombra predominano nell’ambiente interno, elementi fondamentali nella loro alternanza per esaltare la presenza delle opere esposte. L’allestimento, realizzato ad hoc per ogni singola opera, è impostato come una macchina teatrale fortemente scenografica. Nouvel, distaccandosi dai codici espressivi dell’Occidente, ha provato qui a calarsi in una dimensione “altra”, disposizione che gli ha permesso di concepire un luogo attraente e misterioso, denso e carismatico, dove attraverso la visione degli oggetti è possibile rintracciare le coordinate del mondo. Musei, quindi, come tracce di un pensiero: Jean Nouvel dichiara di «andare in cerca di profondità, di senso, di poesia, di piacere. Questo significa fare architettura oggi. Non stiracchiare la città in luoghi dove non c’è. Significa partire da una realtà e poi arricchirla». Questo straordinario progettista del nostro tempo ha dichiarato di aver da sempre desiderato fare il pittore, ma di essersi poi rivolto all’architettura per ragioni di buon senso – studierà architettura all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, dove si laureerà nel 1972. Ancora al periodo degli studi risale però la sua esperienza al fianco di Claude Parent: nello studio del grande radicale francese Nouvel svilupperà tanto la tendenza a ricercare una cifra avanguardistica in ogni proposta architettonica, quanto soprattutto l’elaborazione di una pratica della discussione e della riflessione critica – essenziale negli anni attorno al ‘68, in cui Nouvel si forma – che sarà poi alla base del suo posizionamento teorico nel discorso architettonico internazionale. «L’architettura è stata affascinata dalle macchine e la sua estetica lo ha espresso fino all’high-tech. Ma se si osserva l’evoluzione attuale delle tecniche, ciò che mi colpisce è la misura in cui stiamo andando verso un controllo assoluto della materia. Io la chiamo “estetica del miracolo”. La logica è quella di asservire un edificio concepito come macchina tecnologica ad un programma esperienziale cui viene data la priorità». Su queste logiche parole le note dei Pink Floyd sembrano sottolineare e riecheggiare l’estetica e il ‘miracolo’ di un architetto da molti considerato l’interprete maggiormente a suo agio con le questioni della modernità.


47


48


architettura NOT ONLY BIENNALE

Elwin J. Woodward, Diagramma storico e profetico del mondo: il disegno salvifico di Dio per i trasgressori della legge, 1912 Courtesy David Rumsey Map Collection, David Rumsey Map Center, Stanford University Libraries

W.E.B. Du Bois, Situazione coniugale degli afroamericani in base alle fasce d’età, 1900 ca. Courtesy Library of Congress, Prints and Photographs Division Washington, D.C., Daniel Murray Collection

Verità (in)visibili Rem Koolhaas torna alla Fondazione Prada con Diagrams «I diagrammi ci hanno aiutato a pensare e dimostrare che ciò che immaginavamo era possibile», Rem Koolhaas. Diagrams. A project by AMO/OMA, nuovo attesissimo progetto espositivo di Fondazione Prada a Venezia, non è solo una mostra, ma una riflessione urgente e necessaria sulla forma che diamo – o che viene data – alle informazioni che guidano le nostre scelte. Dal 10 maggio al 24 novembre, Ca’ Corner della Regina riapre con un percorso espositivo firmato da AMO/OMA che esplora il potere dei diagrammi come strumenti di conoscenza, comunicazione e persuasione. Il progetto nasce da una collaborazione tra Fondazione Prada, Rem Koolhaas, Giulio Margheri e la ricercatrice Sietske Fransen, e raccoglie oltre 300 oggetti tra documenti, immagini, video e materiali digitali prodotti dal XII secolo a oggi. Suddivisi per temi – dall’ambiente costruito alla guerra, passando per salute, disuguaglianza e verità – questi materiali mostrano come il diagramma sia una forma di rappresentazione visiva capace di sintetizzare fenomeni complessi, modellare la realtà e, in alcuni casi, orientare il pensiero collettivo. L’allestimento si apre con un “diagramma della mostra stessa”, che rende trasparente il metodo di ricerca e di esposizione. Ogni “urgenza contemporanea” è affrontata in una serie di vetrine tematiche e approfondita in stanze laterali dedicate a singoli casi studio o autori, come W.E.B. Du Bois, pioniere della rappresentazione grafica della giustizia sociale, o Emma Willard, innovatrice dell’insegnamento storico-geografico nell’Ottocento. Il dialogo tra passato e presente è vivo e si arricchisce di contributi che vanno dal modernismo grafico alle piattaforme di urbanistica sostenibile come Atmos Lab e Transsolar. Una sezione speciale è dedicata alla guerra, con il celebre diagramma della campagna Diagrams. A project by AMO/OMA 10 maggio-24 novembre Fondazione Prada, Ca’ Corner della Regina, Santa Croce 2215 fondazioneprada.org

napoleonica in Russia di Minard, vero capolavoro di sintesi visiva. Fondamentale anche il ruolo dell’architettura: AMO/OMA ha sempre utilizzato il diagramma come strumento di progetto, utile per dare forma a concetti complessi. Secondo Koolhaas, il diagramma non è solo uno strumento tecnico ma una forma antica di espressione che ha attraversato culture e secoli: dalle mappe intagliate in legno della Groenlandia ai grafici di Florence Nightingale sull’igiene ospedaliera, fino alle infografiche della modernità. Uno degli snodi del progetto è infatti la riflessione sull’ambiguità dei dati visivi: quanto sono neutrali? Quanto possono manipolare? Accompagna la mostra una pubblicazione progettata da Irma Boom con contributi di designer e studiosi internazionali che prova a rispondere a queste domande. Delphine Trouillard ENG An urgent reflection on the shape we give – or is given – to the information that guides our choices. Fondazione Prada houses a new exhibition by Rem Koolhaas, Giulio Margheri, and Sietske Fransen, and comprises over 300 items (documents, video, imagery, digital media) from the twelfth century to the present day. Divided by theme – cities, war, health, inequality, truth… – these items show how diagrams are a kind of visual representation that can synthesize complex phenomena, model reality, and, in some cases, steer collective thought in a given direction. The exhibition opens with a diagram on itself, for the sake of transparency of its methods of research and exposition. Every ‘modern urgency’ is investigated inside rooms dedicated to individual case studies or authors. The relationship between past and present is alive and enriched by contributions that range from graphical modernism to sustainable urbanism platforms like Atmos Lab and Transsolar. A special section is dedicated to war, with Minard’s famous diagram of Napoleon’s Russian Campaign, a masterpiece of visual synthesis.

49


architettura NOT ONLY BIENNALE

Jung Youngsun, Namhae Southcape, vista dalla Clubhouse dei proprietari, 2013 - Photo Kim Yongkwan

Harry Seidler, Australia Square, Sydney, Australia – Photo Max Dupain, 1968 Courtesy Penelope Seidler

Aperto per stupire SMAC, un nuovo protagonista del contemporaneo in città Un programma ambizioso che spazia dall’arte all’architettura, dal design alla moda e al cinema, offrendo opportunità di scoperta sia agli specialisti che al grande pubblico. È SMAC – acronimo di San Marco Art Centre –, il nuovo centro per le arti che apre il 9 maggio in Piazza San Marco, al secondo piano delle Procuratie Vecchie. Nove sale espositive per un totale di 1000 metri quadri a firma dell’architetto premio Pritzker David Chipperfield, che ha curato il restauro dell’intero complesso delle Procuratie Vecchie. I co-fondatori di SMAC sono Anna Bursaux, David Gramazio e David Hrankovic che hanno posto su ricerca, dialogo e sperimentazione le basi dell’identità del nuovo spazio, contenuti che fanno luce sull’inaspettato, che sfidano le convenzioni e pongono domande rigorose. Un carattere ben definito, dunque, che viene chiaramente reso manifesto fin dall’inaugurazione attraverso due mostre che sono due vere chicche: Migrating Modernism. The architecture of Harry Seidler e For All That Breathes on Earth: Jung Youngsun and Collaborators. La prima è un’ampia retrospettiva sulla straordinaria vita personale e sull’opera dell’architetto australiano di origine austriaca Harry Seidler (Vienna, 1923 – Sydney, 2006). Seidler, uno degli architetti moderni più influenti, è stato responsabile della progettazione di numerosi edifici pionieristici in Australia, oltre che di edifici in Messico, a Parigi, a Hong Kong e, alla fine della sua carriera, di nuovo nella città natale, Vienna. La mostra pone l’attenzione in modo approfondito sia sui singoli progetti che sulle collaborazioni di Seidler con architetti e artisti, tra questi Josef Albers, Alexander Calder, Helen Frankenthaler, Frank Stella, Lin Utzon e Sol LeWitt, oltre all’ingegnere strutturale italiano Pier Luigi Nervi. Il percorso espositivo presenta materiali come lettere, disegni e modelli insieme a documenti personali e opere d’arte di coloro che lo hanno influenzato o con cui l’architetto ha collaborato. Migrating Modernism. The architecture of Harry Seidler For All That Breathes on Earth: Jung Youngsun and Collaborators 9 maggio-13 luglio SMAC – San Marco Art Centre, Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105 www.smac.org

50

La seconda è la prima grande mostra internazionale dell’architetta paesaggista coreana Jung Youngsun (1941), che ripercorre lo sviluppo della sua pratica, dall’attivismo iniziale sino agli ambiziosi progetti statali come quelli per le Olimpiadi di Seul e l’Aeroporto Internazionale di Incheon. Prima donna coreana a ottenere il titolo di ingegnere del paesaggio, con il suo lavoro ha promosso una nuova sensibilità per il recupero e la creazione di spazi verdi, sia in contesti urbani che in vari ambiti pubblici e privati, concentrandosi sulla progettazione non solo per la natura ma anche per le comunità, creando paradisi resilienti e sostenibili per la socializzazione, la contemplazione e la meditazione. Jung Youngsun incorpora nei suoi progetti materiali vivi, privilegiando specie autoctone che esaltano “la bellezza del vuoto”. M.M. ENG An ambitious programme ranging from art to architecture, to design, to fashion, to film and plenty of chances of discovery for specialists and public alike. This is SMAC – San Marco Art Centre, a new art centre opening on May 9 by Piazza San Marco. Nine exhibition halls over 10,000+ square feet designed by Pritzker Prize-awarded architect David Chipperfield, who curated the restoration of the whole Procuratie Vecchie building. SMAC’s first two exhibitions will be Migrating Modernism. The architecture of Harry Seidler and For All That Breathes on Earth: Jung Youngsun and Collaborators. The first is a retrospective on Austrian-Australian architect Harry Seidler’s extraordinary life. Seidler has been one of the most influential modern architects. He authored pioneering architecture in Australia as well as Mexico, Paris, Hong Kong, and Vienna. The exhibition comprises letters, designs, models, personal documents, and art. The second exhibition is on Korean landscape architect Jung Youngsun, who worked for the Seoul Olympics and on the Incheon International Airport. The first Korean woman to graduate as a landscape engineer, her work introduced new sensitivity for the recovery and creation of green spaces for socialization, contemplation, and meditation.


51


architettura RACHELE DE STEFANO EUROPEAN CULTURAL CENTRE

Interesse collettivo Intervista Rachele De Stefano Responsabile Architettura di ECC European Cultural Centre di Mariachiara Marzari Da oltre un decennio ormai uno dei protagonisti più dinamici del contemporaneo (arte e architettura) a Venezia, l’European Cultural Centre rinnova anche quest’anno il suo impegno con l’architettura in occasione della 19. Biennale offrendo visioni allargate sul nostro presente e sui possibili futuri che ci aspettano. Time Space Existence, la mostra che ECC organizza e che riunisce un gruppo internazionale di oltre duecento partecipanti provenienti da cinquantadue Paesi diversi, in questa edizione si orienta verso temi attualissimi quali Riparare, Rigenerare e Riutilizzare. Il percorso espositivo tra le tre sedi, Palazzo Mora, Palazzo Bembo e Giardini della Marinaressa, offre una selezione di progetti innovativi e stimolanti, destinati a plasmare nuovi modi di vivere e a rinnovare l’approccio all’architettura provando a delineare sue nuove prospettive di intervento. Architetti, designer, accademici e ricercatori sono chiamati a mettere in gioco la loro creatività e sensibilità con l’obiettivo di promuovere un cambiamento significativo per favorire lo sviluppo di un ambiente costruito sostenibile e rigenerativo. Un’impresa enorme, ad ogni edizione, costruire una mostra che metta in campo una così allargata partecipazione e offerta, che racconta di quanto una squadra internazionale e giovane oramai bella rodata, per la maggior parte al femminile, esprima al meglio la propria professionalità per raggiungere un risultato che negli anni si è connotato in maniera sempre più convincente, accreditandosi tra gli eventi significativi off Biennale. Di questa squadra abbiamo incontrato la persona che nell’ambito di architettura è la responsabile del progetto, Rachele De Stefano. Da lei ci siamo fatti raccontare la nuova edizione di Time Space Existence e le nuove sfide in atto nel mondo dell’architettura. Time Space Existence: sono i cardini fondamentali attorno ai quali avete costruito una piattaforma espositiva composita che presenta a ogni edizione una selezione di progetti innovativi e stimolanti, destinati a plasmare nuovi modi di vivere e a rinnovare l’approccio all’architettura. Come sono stati tradotti questi concetti universali in curatela e come prende forma attraverso questi stessi concetti l’idea dell’esposizione di edizione in edizione? I concetti di tempo, spazio ed esistenza sono principi universali che stanno alla base di ogni progetto artistico e architettonico. Con il nostro progetto ci impegniamo a stimolare una riflessione attenta e profonda attorno a questi temi al fine di far emergere questioni cruciali con cui tutti, non solo architetti e designer e ricercatori, ma anche cittadini comuni, ci confrontiamo ogni giorno, a partire dalla EUROPEAN CULTURAL CENTRE (ECC) Time Space Existence 10 maggio-23 novembre Palazzo Mora, Palazzo Bembo, Giardini della Marinaressa www.timespaceexistence.com | www.ecc-italy.eu

52

Photo Matteo Losurdo

crisi climatica fino alle complesse sfide sociali e culturali che il nostro tempo ci chiede di ingaggiare. Ogni edizione diventa così una piccola finestra sul mondo, una raccolta di visioni e progetti selezionati da ECC dopo un lungo lavoro di ricerca, dialogo e confronto diretto con i partecipanti, spesso sviluppato nel corso di anni. La scorsa edizione aveva come tema centrale la sostenibilità, ma proprio grazie al confronto con i partecipanti è emersa la consapevolezza che assecondare esclusivamente tale tema non è più sufficiente per comprendere ed affrontare le complessità che connotano oggi il nostro abitare questo Pianeta. È necessario riparare, rigenerare e riscoprire una dimensione locale quale alternativa, essa sì sostenibile, a un modello globale iperstandardizzato. In questo contesto, i temi di repair, regenerate e reuse sono nati in modo naturale e condiviso, dando vita a un insieme di progetti che propongono, ciascuno attraverso le proprie ricerche, soluzioni potenziali e applicazioni concrete, offrendo una teoria di intriganti visioni su quello che potrebbe essere il mondo di domani. La nuova generazione di architetti e di curatori appare interessata a idee più sperimentali, per esempio all’architettura narrativa o a quella legata alle scienze o all’intelligenza artificiale. Osservando e selezionando così tanti progetti provenienti da ogni parte del mondo, come in questi anni si è evoluta a vostro avviso l’idea di architettura? L’intelligenza artificiale sta trasformando in modo radicale non solo la pratica architettonica, ma anche il nostro modo di vivere quotidiano. È uno strumento potente, capace di elaborare enormi quantità di dati e di immaginare in tempi rapidissimi scenari futuri, offrendo nuove possibilità progettuali e di analisi. Parallelamente, il legame


Vogliamo offrire uno spazio libero da pregiudizi di ogni tipo, dove le idee possano circolare, confrontarsi e contaminarsi

Semillas Mencoriari Forest Lab - Photo Eleazar Cuadros

Collective Interest

ENG

For over a decade, the European Cultural Centre has been one of the most dynamic players in contemporary art and architecture in Venice. This year, it furthers its commitment to architecture during the 2025 Venice Architecture Biennale by offering expanded visions of our present and the possible futures that we look forward to. ECC’s exhibition Time Space Existence brings together an international group of over two hundred participants from fifty-two different countries. This edition focuses on highly relevant themes such as Repair, Regenerate, and Reuse. The exhibition path spreads across three venues – Palazzo Mora, Palazzo Bembo, and Giardini della Marinaressa – and showcases a selection of innovative and stimulating projects that shape new ways of living and renew our approach to architecture, attempting to outline new perspectives for intervention. Architects, designers, academics, and researchers are invited to unleash their creativity and sensitivity with the goal of promoting significant change to foster the development of a sustainable and regenerative built environment. Each edition presents the enormous challenge of constructing an exhibition that features such broad participation and offerings, reflecting how a well-established, predominantly female international team expresses its professionalism to achieve increasingly convincing results, establishing itself as a significant off-Biennale event. We had the opportunity to meet Rachele De Stefano, the project leader in the field of architecture, to discuss the new edition of Time Space Existence and the new challenges facing the world of architecture.

The cornerstones of Time Space Existence. The concepts of time, space, and existence are universal principles that underpin every artistic and architectural project. Our project’s goal is to stimulate careful, deep reflection on these themes to bring to light crucial issues that we all face daily – not just architects, designers, and researchers, but also ordinary citizens – ranging from the climate crisis to the complex social and cultural challenges of our time. Each edition thus becomes a small window onto the world, a collection of visions and projects selected by ECC after extensive research, dialogue, and direct engagement with participants, often developed over years. The previous edition focused on sustainability, but through discussions with participants, it became clear that focusing solely on this theme is no longer sufficient to understand and address the complexities of our existence on this planet. It is necessary to repair, regenerate, and rediscover a local dimension as a sustainable alternative to a hyper-standardized global model. In this context, the themes of repair, regenerate, and reuse emerged naturally and collectively, giving rise to a set of projects that propose potential solutions and concrete applications through their respective research, offering intriguing visions of what tomorrow’s world could be. Evolution and experimentation in architecture. Artificial intelligence is radically transforming not only architectural practice but also our daily lives. It is a powerful tool that can process vast amounts of data and rapidly imagining future

53


architettura RACHELE DE STEFANO EUROPEAN CULTURAL CENTRE

© Elemental

tra architettura e scienza è oggi più che mai imprescindibile. In un mondo in costante e rapido cambiamento è fondamentale che chi progetta e prende decisioni mantenga un approccio rigoroso e fondato su dati affidabili e verificati. Abbiamo più che mai bisogno di chiederci il perché delle cose, di andare oltre le opinioni e basarci su verità, evidenze e analisi concrete. L’intelligenza artificiale può certamente supportare questo processo, ma scienza e architettura devono restare strumenti saldi di conoscenza, responsabilità e proposta. Con Time Space Existence vogliamo favorire proprio questo dialogo tra discipline, culture e approcci, dando voce a una pluralità di prospettive e linguaggi. La mostra si configura come una piattaforma aperta, inclusiva e multidisciplinare, in cui convivono studi affermati, team di ricerca universitari e giovani architetti di tutto il mondo che ci restituiscono nel loro insieme una visione dell’architettura come pratica collettiva, sperimentale e profondamente connessa con la realtà contemporanea. La relazione con le altre discipline è un tema che è emerso spesso nelle ultime Biennali. Quanto la pratica dell’architettura vista in una prospettiva più ampia si rispecchia nella settima edizione di Time Space Existence? E quanto questa edizione indicherà strade nuove e alternative? Il nostro gruppo di lavoro a ECC (European Cultural Centre) è formato da persone con percorsi di studio ed esperienze professionali assai diversi. Ritengo che questa pluralità rappresenti il vero punto di forza del nostro team, una varietà espressiva che si riversa inevitabilmente poi sulla mostra che andiamo a costruire. Ciò che ci interessa è offrire uno spazio libero da pregiudizi, dove le idee possano circolare libere, confrontandosi e contaminandosi fertilmente. E febbrilmente aggiungerei. Il nostro obiettivo è mostrare un’Europa dialogante, culturalmente viva, in relazione aperta e costante con il resto del mondo. Quest’anno molti progetti mettono al centro della propria proposta il concetto di contesto: gli ambienti sociali, naturali e culturali acquistano una nuova e crescente rilevanza. In numerosi casi i partecipanti

54

si sono rivolti ai saperi locali e alle conoscenze indigene, che rappresentano patrimoni antichi preziosissimi e profondamente radicati nei territori e nelle comunità. Attraverso il lavoro degli architetti e dei progettisti questi saperi possono essere riscoperti, valorizzati e tramandati, contribuendo a una riflessione condivisa su che cosa significhi davvero progettare in modo responsabile e consapevole oggi. Ora più che mai è evidente che l’unica architettura possibile è quella capace di fare propri i temi della riparazione, del riuso e della rigenerazione coinvolgendo attivamente le comunità che abitano da sempre i luoghi oggetto di interesse di questa stessa idea di architettura, rendendole parte integrante e attiva dei processi di trasformazione. La scorsa edizione il modulo abitativo di emergenza di Norman Foster Foundation ai Giardini della Marinaressa ha catalizzato l’attenzione internazionale. Entriamo nella mostra 2025: quali sono i progetti che più sapranno sorprendere per originalità di visione e spessore speculativo i visitatori a Palazzo Mora, Palazzo Bembo e ai Giardini della Marinaressa? Tra i progetti più significativi vi è certamente quello prodotto dalla collaborazione tra Elemental e Holcim ai Giardini della Marinaressa, che propone soluzioni abitative realizzate con un cemento arricchito di Biochar, un materiale antichissimo capace di rigenerare il suolo e di renderlo più fertile trattenendo CO2 per secoli. Molti partecipanti qhanno scelto installazioni analogiche e sensoriali. Penso, ad esempio, a A-Interiors, che ha trasformato una stanza di Palazzo Mora in un’oasi per i sensi attraverso un raffinato intervento di design e artigianato. Un altro progetto straordinario è quello di Semillas, sempre a Palazzo Mora, che racconta le voci silenziate di una comunità di indigeni dell’Amazzonia Peruviana e il lavoro dello studio al fine di integrare queste conoscenze nei curricula scolastici in Perù al pari delle materie scientifiche. Molto interessante anche l’installazione di MVRDV, realizzata in collaborazione con Metadecor e ARUP ai Giardini della Marinaressa, che esplora il potenziale del design solare attraverso un arco composto


da piccole scaglie mobili che reagiscono alla luce creando ombra d’estate. Un progetto capace di stimolare e innescare nuove idee per spazi pubblici e privati. La natura rimane una fonte inesauribile di ispirazione: un esempio è il progetto PolliNation di Virginia Tech College of Honors e Cloud 9, un padiglione pensato per ripristinare la biodiversità nella Laguna di Venezia celebrando il ruolo essenziale degli impollinatori. Di assoluto interesse anche il progetto dello studio canadese Henriquez Partners Architects, realizzato in collaborazione con ARUP a Palazzo Bembo, ispirato all’ultimo esemplare rimasto di una spugna marina, la Hexactinellida Symplasma, scoperta al largo delle coste del Pacifico nord-occidentale. Una collaborazione importante quella con ArchDaily, che quest’anno si consolida e diventa parte stessa della mostra con la prima retrospettiva New Practices. Com’è nato il progetto e come si configura? ArchDaily è stato nostro media partner già nelle scorse edizioni. Grazie alla loro piattaforma abbiamo scoperto progetti molto interessanti in particolare da parte dei più giovani, degli architetti emergenti. Da qui è nata l’idea di unire le forze al fine di creare un progetto condiviso che valorizzasse queste voci. La mostra New Practices è un modo concreto per sostenere e valorizzare il lavoro di voci nuove, offrendo loro visibilità nel contesto di una cornice internazionale quale Time Space Existence. I criteri di selezione li abbiamo elaborati congiuntamente basandoci sui temi curatoriali di fondo di questa edizione di Time Space Existence, repair, regenerate, reuse, cercando di individuare pratiche capaci di sperimentare nuovi linguaggi, approcci e soluzioni. È una retrospettiva che racconta il presente e guarda al futuro, mostrando la vitalità e la varietà della nuova generazione di architetti e designer. Si rinnova anche la collaborazione con EUmies Awards – Young Talent 2025, premio dedicato ai giovani architetti ed Evento Collaterale della 19. Biennale Architettura ospitato nell’ambito di Time Space Existence a Palazzo Mora. Quale il bilancio di questo “giovane” Premio? È per noi un grande onore collaborare con la Fondazione Mies van der Rohe di Barcellona e ospitare a Palazzo Mora sia i progetti finalisti, sia la cerimonia di premiazione dell’EUmies Awards – Young Talent. Ogni anno restiamo colpiti dalla qualità e dall’originalità dei progetti presentati dagli studenti, che offrono uno sguardo fresco e coraggioso sul futuro dell’architettura. Collaboriamo da diversi anni con la Fondazione; una partnership diventata ancora più significativa per ECC da quando, nel 2023, io e la mia collega Lucia Pedrana, co-direttrice di ECC, facciamo parte del comitato dei nominatori dell’EUmies Award. Spesso segnaliamo progetti che sono parte della nostra mostra, contribuendo così attraverso il nostro lavoro diretto a creare un dialogo virtuoso tra le pratiche emergenti. È un’occasione preziosa per diffondere nuove idee e dare visibilità a talenti in erba, promuovendo una cultura architettonica sempre più attenta al benessere dei cittadini, alla sostenibilità e alla rigenerazione dei territori. Questa collaborazione conferma la nostra volontà di sostenere e costruire una comunità progettuale aperta, inclusiva e orientata al futuro.

scenarios, offering new design and analytical possibilities. Also, the connection between architecture and science is more essential than ever. In a constantly and rapidly changing world, it is crucial for designers and decision-makers to maintain a rigorous approach based on reliable and verified data. We need to ask ourselves why things are the way they are, to go beyond opinions, and to base our work on truths, evidence, and concrete analysis. Artificial intelligence can certainly support this process, but science and architecture must remain steadfast tools of knowledge, responsibility, and proposal. With Time Space Existence, we foster this dialogue between disciplines, cultures, and approaches, giving voice to a plurality of perspectives and languages. The exhibition is configured as an open, inclusive, and multidisciplinary platform, where established studies, university research teams, and young architects from around the world coexist, collectively presenting a vision of architecture as a collective, experimental practice deeply connected to contemporary reality. Other disciplines, further perspectives, new routes. Our working group at ECC comprises individuals with diverse educational backgrounds and professional experiences. I believe this plurality represents the true strength of our team, an expressive variety that inevitably flows into the exhibition we are building. What interests us is to offer a space free from prejudices, where ideas can circulate freely, engaging in fruitful exchanges and contaminations. Our goal is to showcase a dialoguing Europe, culturally vibrant, in open and constant relation with the rest of the world. This year, many of our designs focus on context: social, natural and cultural environments are given new and growing importance. In many cases, participants addressed local knowledge and indigenous science, precious ancient legacies that are deeply rooted in territories and communities. Architects and designers worked to discover and preserve this knowledge, thus contributing to a shared reflection on what being a responsible designer really means today. Now more than ever, it is apparent that the only possible architecture is one that can embrace the themes of repair, recycle, and regeneration fully, and actively involve the communities that have been living forever in the same places that are the object of such architecture. Originality, vision, and depth. One of the most interesting designs comes from a collaboration between Elemental and Holcim: dwelling solutions made with Biochar enriched concrete, a material that is, in fact, very old and is able to regenerate soil and make it more fertile by capturing and storing carbon dioxide for centuries. Many participants chose analogue, sensorial installations, like A-Interiors, who turned a hall at Palazzo Mora into an oasis for our senses. Another incredible design is one by Semillas, and is the story of the silenced voices of a community in the Peruvian Amazon. Their knowledge will be integrated in Peruvian educational curriculum at par with science. Nature is always an incredible source of inspiration, one example is PolliNation by Virginia Tech College of Honors and Cloud 9, an exhibit that rethinks biodiversity in the Venetian Lagoon by celebrating the essential role of pollinators.

55


architettura NOT ONLY BIENNALE

Courtesy A-Interiors

Eredità in evoluzione Symplasma - Courtesy Henriquez Partners Architects

Forma ed essenza «Crediamo che l’architettura abbia il potenziale per essere un’espressione poetica della giustizia sociale. Ogni progetto è un’opportunità per arricchire le comunità locali integrando etica ed estetica». Seguendo il tema della 19. Biennale Architettura, Intelligens. Natural. Artificial. Collective, lo studio Henriquez Partners Architects presenta a Palazzo Bembo, nell’ambito di Time Space Existence, un progetto che possiamo definire ibrido. La narrazione della crisi climatica è infatti ispirata all’ultima spugna Hexactinellida “Symplasma” (spugne di vetro, gli animali più longevi della Terra), rimasta al largo della costa nord-occidentale del Pacifico in Canada. Sculture in vetro stampate in 3D su scala monumentale raffiguranti spugne di mare diventano progetti per la realizzazione di altissime torri a Vancouver. In un dialogo ideale con Canaletto e i suoi dipinti di Venezia, questo gruppo di sculture e rendering costituisce lo sfondo per una storia in cui l’architettura trae ispirazione sia dalla forma che dall’essenza simbiotica della natura. Lo studio Henriquez Partners è stato fondato nel 1969 da Richard Henriquez, figura di spicco dell’architettura canadese, insignito della Medaglia d’oro del Royal Architectural Institute of Canada nel 2005 e dell’Ordine del Canada nel 2017. Suo figlio, Gregory Henriquez, è entrato come associato nel 1989. Oggi lo studio, con sede a Toronto e Vancouver, è composto da un team internazionale di oltre cinquanta professionisti. Significativo il progetto del 2004 di riqualificazione del Woodward’s a Building a Vancouver ideato con l’obiettivo di creare città veramente inclusive e sostenibili. ENG A climate crisis narrative, inspired by the last remaining Hexactinellida “Symplasma” sponge (glass sponges, the longest-lived animals on earth) off the Pacific Northwest coast of Canada. The exhibition includes a collaboration with Canaletto and his paintings, monumentally-scaled 3-D printed glass sea sponge sculptures, and a proposal for Vancouver’s first supertall towers. These sculptures and renderings form the backdrop to a story in which architecture draws inspiration from both the form and the symbiotic essence of nature. TIME SPACE EXISTENCE Henriquez Partners Architects. Symplasma 10 maggio-23 novembre ECC – European Cultural Centre, Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4793 www.henriquezpartners.com

56

Un invito a viaggiare attraverso la narrazione in evoluzione delle tradizioni, dell’artigianato, dei valori culturali, dell’identità e dell’arte dell’Arabia Saudita. A Palazzo Mora, nell’ambito della piattaforma espositiva Time Space Existence dell’European Cultural Centre, il progetto Portal by A-Interiors ruota attorno ai portali, tangibili e simbolici, soglia tra passato e presente, tradizione e innovazione. Una testimonianza di resilienza di fronte alle trasformazioni. Questa esplorazione non si svolge attraverso le parole, ma attraverso un linguaggio multisensoriale che si informa di design, simbolismo e narrazione visiva. Ogni portale diventa un passaggio attraverso il tempo, collegando l’eredità antica con l’espressione contemporanea e incoraggiando la contemplazione di ciò che viene portato avanti, trasformato o reimmaginato. Grazie a un’attenta progettazione degli spazi la mostra offre un’esperienza immersiva, dove ogni soglia svela strati diversi di significato, restituendo la ricca storia, la sopravvivenza e l’adattamento della cultura saudita nel mondo moderno. La filosofia di A-Interiors è quella di applicare un approccio flessibile e aperto che incorpora elementi chiave della cultura tradizionale con tecniche di progettazione all’avanguardia che massimizzano l’efficienza dello spazio, infondendo allo stesso tempo un uso innovativo dei materiali. M.M. ENG An invitation to travel through Saudi traditions, craftsmanship, cultural values, identity, and art. At Palazzo Mora, as part of the Time Space Existence exhibition platform of the European Cultural Centre, project Portal by A-Interiors revolves around portals, both tangible and symbolic, serving as a threshold between the past and present. It is a testament to resilience in the face of transformations. We shall explore this world not in words, but through a multi-sensory language informed by design, symbolism, and visual storytelling. Each portal becomes a passage through time, connecting ancient heritage with contemporary expression and encouraging contemplation of what is carried forward, transformed, or reimagined. Thanks to careful spatial design, the exhibition offers an immersive experience, where each threshold reveals different layers of meaning, reflecting the rich history, survival, and adaptation of Saudi culture in the modern world. TIME SPACE EXISTENCE Portal by A-Interiors 10 maggio-23 novembre ECC – Palazzo Mora (Sala 1, primo piano), Strada Nova, Cannaregio 3659 www.ainteriors.com


© We are Content(s)

Passato Futuro Creata nel 2005, Fondation Wilmotte festeggia nel 2025 vent’anni di attività diretta alla promozione dell’incontro tra patrimonio storico e creazione contemporanea, perseguendo l’idea dell’“innesto”. Ogni due anni la Fondazione assegna il W Prize, concorso rivolto a studenti e neolaureati delle scuole di architettura in Europa, che quest’anno – undicesima edizione – ha come oggetto la reinterpretazione dell’Abbazia di Montmajour e più precisamente delle rovine del Monastero di Saint-Maur, un monumento emblematico della regione di Arles. Luogo ricco di storia e aperto ai visitatori dal Centre des monuments nationaux, l’Abbazia di Montmajour incarna la ricchezza del patrimonio francese: occupato tra il X e il XVIII secolo, il Monastero, visibile dalla riva destra del Rodano, racchiude otto secoli di storia dell’architettura. La sfida del concorso consiste nell’immaginare un futuro in cui il vecchio e il nuovo coesistano armoniosamente, nello specifico proporre nuovi usi per far rivivere questo territorio attraverso un innesto contemporaneo, che ridefinisca gli usi e le prospettive del Monastero di Saint-Maur. Progetti innovativi e sostenibili che rispettino l’anima del sito, ma al contempo lo rendano attraente per i visitatori locali, nazionali e internazionali durante tutto l’anno. Il premio viene assegnato al progetto che meglio unisce rispetto per il patrimonio e audacia creativa. I progetti vincitori sono protagonisti di una mostra alla Fondation Wilmotte, in occasione della 19. Biennale Architettura. ENG Founded in 2005, Fondation Wilmotte celebrates twenty years of activity dedicated to promoting the encounter between historical heritage and contemporary creation, pursuing the idea of graft. Every two years, the Foundation awards the W Prize, aimed at students and recent graduates of architecture schools in Europe, which this year – its eleventh edition – focuses on the reinterpretation of the Montmajour Abbey, an iconic monument of the Arles region, France. The prize is awarded to the project that best combines respect for heritage and creative audacity. The exhibition and catalogue will show the winning projects. PRIX W 2025. Winning Projects. The Abbey of Montmajour 8 maggio-23 novembre Fondation Wilmotte, Fondamenta de l’Abazia, Cannaregio 3560 www.fondationwilmotte.fr | prixw.com

Photo Gustav Willeit

Indagini sul costruito L’orizzonte architettonico dell’Alto Adige sviluppatosi tra il 2018 e il 2024 è documentato nella mostra Alps. Architecture. South Tyrol, un’elaborazione sulle trasformazioni del paesaggio urbano nella regione alpina, promossa da Kunst Meran Merano Arte, in collaborazione con Fondazione Architettura Alto Adige e Südtiroler Künstlerbund, ospitata a Palazzo Cavanis dal 10 maggio al 23 novembre. L’esposizione, curata dall’architetto Filippo Bricolo (Bricolo Falsarella Architetti), docente al Politecnico di Milano, conta ventotto progetti principali e altrettante menzioni speciali selezionati da una giuria internazionale tra 240 proposte visionate. Nel contesto della Biennale Architettura, Alps diventa uno spazio di confronto diretto per interrogarsi sull’esistenza di un’architettura altoatesina e su quali possano essere le sue caratteristiche distintive. Pianificazione sostenibile, recupero attento dei centri urbani e utilizzo responsabile delle risorse, del paesaggio e dei materiali sono i temi prevalenti affrontati dai progetti, che caratterizzano il cambiamento culturale nel settore architettonico della regione. «L’architettura – spiega il curatore Filippo Bricolo – è uno specchio fedele che riflette il volto e le anime delle diverse società nelle quali viene realizzata. […] La mostra è l’occasione per ragionare su di un fare architettura che, allontanandosi dall’isteria di certi modelli, invita a cogliere la possibilità di intendere il luogo come coautore del progetto[...]». M.M. ENG The northern Italian region of South Tyrol’s architecture in the years 2018-2024 is documented in the exhibition Alps. Architecture. South Tyrol, a study on the transformations of the urban landscape in the Alpine region. The exhibition features twenty-eight main projects and an equal number of special mentions selected by an international jury from 240 proposals. It questions the existence of a South Tyrolean architecture and what its distinctive features may be. Sustainable planning, careful restoration of urban centers, and responsible use of resources, landscape, and materials are the prevailing themes addressed by the projects. Alps. Architecture. South Tyrol 10 maggio-23 novembre Palazzo Cavanis, Fondamenta Zattere, Dorsoduro 920 www.kunstmeranoarte.org

57


architettura NOT ONLY BIENNALE

1932-1942 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, installation view - Photo Enrico Fiorese

Pezzi unici Murano, La Biennale e il vetro come materia dell’arte Secondo capitolo di un ciclo dedicato al ruolo del vetro muranese alla Biennale, 1932-1942 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, curata da Marino Barovier per Le Stanze del Vetro, esplora un decennio fondamentale, che va dall’inaugurazione del Padiglione Venezia fino all’interruzione dovuta alla guerra, evidenziando la centralità acquisita dal vetro tra le arti decorative. Nato proprio per valorizzare le arti applicate, il Padiglione Venezia riconobbe immediatamente il vetro muranese come arte di alta qualità. Collocato in una posizione privilegiata per le arti, il vetro si confrontò con le moderne tendenze artistiche, stimolando le fornaci di Murano a una straordinaria innovazione formale e tecnica. Iniziarono le collaborazioni fondamentali con artisti e designers: Venini lavorò con Carlo Scarpa, Barovier e Seguso con Flavio Poli, mentre Salviati coinvolse il pittore Dino Martens. La Biennale divenne così una vetrina annuale in cui presentare il meglio della produzione vetraria, in un incessante confronto fra tradizione e modernità. Gli artigiani si cimentarono con tecniche raffinate, come l’uso della foglia d’oro, le incamiciature rosso corallo iridato e le complesse decorazioni con bollicine e colorazioni particolari, esplorando anche il difficile lavoro del vetro pesante, spesso e scultoreo. La mostra, da poco inaugurata, si apre con una “galleria della memoria”, dove filmati e fotografie d’epoca testimoniano l’importanza culturale del vetro durante la Biennale, inclusa la visita di figure eminenti come il re d’Italia. Protagonista assoluto era proprio il vetro, ospitato nell’ampia galleria curva del Padiglione Venezia, affiancata da due salette dedicate al merletto. I manufatti erano esposti in eleganti vetrine a muro intervallate da mosaici preziosi, di cui un magnifico esempio, La mano di Atlante, disegnato da Napoleone Martinuzzi e creato con smaglianti tessere turchesi e oro, è ora in mostra. 1932-1942 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia Fino 23 novembre Le Stanze del Vetro, Isola di San Giorgio Maggiore lestanzedelvetro.org

58

Stupisce l’ingegno dei maestri vetrai nel ricercare raffinate forme, risaltando le paste vitree, i vasi incamiciati col vetro lattimo, gli incredibili accostamenti cromatici. Tra i pezzi esposti emergono i trasparenti vasi di Zecchin, gli oggetti in murrina e gli innovativi vasi di Dino Martens, creati assemblando a caldo tessere di mosaico. Incantano anche le raffinate opere di Carlo Scarpa, dai delicati piatti in tecnica “tessuto” alle audaci sperimentazioni granulari fatte di materiale non lisciato, scabro e formate da perline semifuse, o i celebri “corrosi” ottenuti con segatura e acido fluoridrico. Considerati all’epoca opere ardite e incomprese, questi vetri erano spesso relegati a prototipi o prove d’artista. Tuttavia, con il trascorrere degli anni, la loro lungimiranza estetica e formale ha acquisito un grande valore, dimostrando come il vetro muranese abbia anticipato i tempi e influenzato significativamente il gusto moderno. Maria Laura Bidorini ENG The exhibition, curated by Marino Barovier, explores the pivotal role of Murano glass at the Venice Biennale from 1932 to 1942. The Biennale’s Venice Pavilion, dedicated to applied arts, recognized Murano glass as a high-quality art form, fostering collaborations with renowned artists like Carlo Scarpa and Dino Martens. The Biennale showcased innovative glass techniques and designs and crafts such as glass pieces ennobled with gold foil, coral-red coatings, and convoluted decoration in tiny bubbles and amazing colours paired with large masses of sculptural glass, notoriously hard to work on. Notable pieces include transparent vases by Zecchin, murrina pieces, and Carlo Scarpa’s experimental art. The exhibition features a “gallery of memory” with vintage films and photographs, highlighting the cultural significance of Murano glass during the Biennale. Despite initial scepticism, Murano glass’s aesthetic and formal innovations have since been recognized for their influence on modern taste.


L’elogio del dubbio «La forma non segue la funzione. La funzione segue la visione. La visione segue la realtà» Frederick Kiesler. No Doubt About It. Projects from Armenia, China, Georgia, Germany, Latvia, and Poland, mostra curata da Vladimir Belogolovsky (New York) e ospitata negli spazi di Magazzino Gallery a Palazzo Contarini Polignac, ripercorre le intenzioni e le strategie di sei progetti internazionali e di altrettanti studi. Tre teatri, due musei e un edificio residenziale sono infatti esaminati in diverse fasi del loro sviluppo, attraverso posizioni assertive emerse dalla sperimentazione di idee intuitive e infiniti dubbi. Si configura così una piattaforma per idee intenzionalmente diverse, persino contraddittorie, in cui innovazione e preoccupazioni ecologiche, individualismo e collaborazione, abilità artistica e pragmatismo si alternano e si confondono, restituendo queste stesse idee scevre da ogni forma di ideologia e impermeabili a qualsiasi forma di facile consenso. Zaiga Gaile (Zaigas Gailes Birojs, Riga, Lettonia) per il progetto dello storico Teatro Wagner nella capitale lettone, dichiara: «Inizio sempre facendo disegni, sono le mie fantasie». Sergei Tchoban (Tchoban Voss Architekten) attraverso disegni a mano libera, frutto di sessioni performative con professori e studenti della Scuola Waldorf di Magdeburgo, in Germania, per la nuova Sala del Festival del campus stesso, spiega: «Quando disegno, lascio che il mio schizzo sia libero di portarmi dove vuole». Zhang Yingfan e Bu Xiaojun (Atelier Alter Architects, Pechino) richiamano l’attenzione sul loro progetto del Dali Transformer Park, sottolineando: «Stiamo trasformando una città in un teatro e un teatro in una città». Robert Konieczny (KWK PROMES, Katowice, Polonia) torna al progetto che aveva completato quasi dieci anni fa, il Centro di dialogo di Przelomy a Stettino, «Questo è il momento della sperimentazione!» afferma. Nikoloz Lekveishvili (TIMM Architecture, Tbilisi, Georgia) integra il suo studio di un tradizionale balcone “da pettegolezzo” nell’isolato residenziale Metra Hills, affermando: «L’architettura è un dialogo, non un silenzio». Ashot e Armine Snkhchyan (studio snkh, Yerevan, Armenia), impegnati nella trasformazione del Museo d’Arte Moderna di Yerevan, sostengono «Fornire alla città uno spazio pubblico è il gesto più importante». Condividere, discutere e giustapporre idee diverse è l’obiettivo finale del progetto. Irene Machetti ENG No Doubt About It traces the aims and strategies of six international projects: three theatres, two museums and a residential building examined at various stages of development through assertive positions that emerged from the adoption of intuitive ideas and perpetual doubts. A platform for intentionally diverse, even contradictory ideas, charged with innovation and ecological concerns, individualism and collaboration, artistry and pragmatism, fundamentally free from any kind of ideology and challenging consensus. Sharing, discussing and juxtaposing different ideas is the ulti- mate goal of the project.

Symplasma

Atelier Alter Architects, Dali Transformer Theatrical District, Yunnan, China. Photo HOMAGE

Symplasma – on view at Palazzo Bembo from May 10 to November 23, 2025 Henriquez Partners Architects transforms the main room of the Palazzo Bembo with a climate crisis narrative inspired by the last remaining Hexactinellid Sponge “Symplasma” found off the Pacific Northwest coast of Canada. The exhibition includes a collaboration with Canaletto and his paintings, monumentally-scaled 3-D printed glass sea sponge sculptures, and a proposal for Vancouver’s first supertall tower. These sculptures and renderings serve as a backdrop to a story where architecture draws inspiration from both the form and the symbiotic essence of nature.

No Doubt About It Projects from Armenia, China, Georgia, Germany, Latvia, and Poland 8 maggio-23 novembre Magazzino Gallery, Palazzo Contarini Polignac, Dorsoduro 874 www.palazzocontarinipolignac.com

59


architettura CARLO SCARPA

Lezioni di museografia di Paolo Lucchetta In viaggio tra Venezia e Palermo, dove due nuove mostre offrono l’occasione per celebrare ancora una volta Carlo Scarpa (1906– 1978), architetto intrinsecamente legato alla storia dell’arte, al gusto e alla museografia del XX secolo, tanto che negli anni Settanta lo storico dell’arte francese André Chastel di lui scriveva: «Molti di coloro che viaggiano in Italia lo conoscono senza saperlo: è il più grande allestitore di mostre d’arte lì e forse in tutta Europa». Carlo Scarpa ancora oggi occupa un posto d’onore nel pantheon di quanti – nonostante le forti resistenze e il provincialismo diffusi all’epoca – hanno rivoluzionato i musei nel dopoguerra trasformandoli in autentici, mi si passi il gioco di parole, avamposti dell’avanguardia. Per orientarsi fra la moltitudine di mostre e di musei di Carlo Scarpa, Philippe Duboÿ, che ha collaborato con lui e ha avuto accesso ai numerosi archivi, con il suo libro L’arte di esporre rappresenta la guida ideale per introdurci alla comprensione di ogni opera scarpiana, svelandoci il personale dialogo che questa grande figura della cultura europea ha intrattenuto con l’opera d’arte. Dopo il successo clamoroso dell’impianto concepito per ospitare l’opera di Paul Klee alla Biennale del 1948, ne seguiranno da lì in poi molti altri e in rapida sequenza: le mostre monografiche di Piet Mondrian e di Marcel Duchamp, le collaborazioni con Lucio Fontana e Arturo Martini e i vari interventi su numerosi monumenti storici (tra i quali il Correr) tracciano il percorso di un architetto originale che ha saputo svecchiare la canonica grammatica espositiva, imponendo un modello capace, con libertà quasi insolente e incomparabile poesia, di affrancarsi dalla magniloquenza dei luoghi preesistenti favorendo uno stile spoglio e leggero. La sua carriera abbonda di leggendarie soluzioni trovate in situ sempre nel segno dell’urgenza di intervenire e nonostante la grande parsimonia di mezzi a disposizione, limiti magistralmente elusi dallo straordinario lavoro svolto in simbiosi con i migliori artigiani veneziani, tutti dotati di somma maestria. La mostra veneziana, Il Correr di Carlo Scarpa 1953-1960, è dedicata al doppio intervento da lui realizzato per il Museo Correr – nel 1952-53 le sale di Storia veneziana al primo piano; nel 1959-60 la Quadreria al secondo piano –, espressione esemplare dell’elegante linea italiana ispirata al Razionalismo internazionale. L’esposizione restituisce con riuscita efficacia il segno architettonico e gli arredi scarpiani del Correr attraverso immagini fotografiche d’epoca tratte Il Correr di Carlo Scarpa 1953-1960 1 maggio-19 ottobre Quadreria, Sala delle Quattro Porte, Museo Correr, San Marco 52 correr.visitmuve.it

60

dall’Archivio Fotografico MUVE. Vetrine e teche, il celebre “cavalletto” per dipinti, supporti, snodi e incastri…; il tutto realizzato grazie alla straordinaria capacità di coniugare forma e funzione attraverso la sua inconfondibile cifra stilistica in realizzazioni di alto impegno e rilievo artigianale. Di tale alta lezione il Museo Correr offre tuttora testimonianza; tanto più ne offrirà quando saranno compiuti i prossimi interventi di riallestimento al piano primo e di “restauro” della Quadreria al piano secondo, ciascuno con il chiaro obiettivo del recupero filologico di quanto qui conservato. A Palermo in questo 2025 si celebreranno invece i 70 anni, 19542024, dalla nascita della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis, museo tra i più importanti di Palermo e della Sicilia tutta, trasformato in stupefacente contenitore di opere d’arte attraverso il mirabile allestimento progettato e realizzato da Carlo Scarpa. Scrigno delle meraviglie nel cuore del capoluogo siculo, Palazzo Abatellis raccoglie una collezione di capolavori assoluti e senza tempo: dalla ieratica raffigurazione dell’Annunziata di Antonello da Messina allo spettacolare Trionfo della Morte, dal soave ritratto di Eleonora d’Aragona, morbidamente scolpito dal Laurana, al Trittico della Madonna con Bambino del fiammingo Jan Gossaert. E poi un corpus notevole e variegato di altre opere esposte, a cui si aggiunge il patrimonio dei depositi e il tesoro conservato nel gabinetto delle stampe e dei disegni. Rappresentò un’autentica lotta contro il tempo il cambio di destinazione di questo storico edificio, che dovette rispondere sia alle esigenze incombenti di apertura del sito (forte a riguardo il pressing esercitato da Roma su Scarpa per rispettare le scadenze prefissate), sia al dovere di assolvere al delicatissimo compito di non stravolgere la cifra architettonica dell’edificio e al contempo di innovarla profondamente. A tal proposito, nell’immaginare un congegno architettonico contemporaneo e fortemente autoriale nella direzione, per l’appunto, di un meditato accordo con l’edificio originario, l’architetto intervenne anche nella selezione e dislocazione delle opere, in


Museo Correr, Quadreria, Venezia

Galleria di Palazzo Abatellis, Palermo

un confronto ininterrotto e dialettico con il soprintendente. La mano di Scarpa riuscirà a fare del museo palermitano un capolavoro di intramontabile modernità per lirismo ed insieme esattezza geometrica delle soluzioni adottate: l’eloquente utilizzo di una luce tanto plastica, quanto evocativa, primo strumento di scansione dello spazio e di lettura delle opere; l’individuazione di geniali meccanismi di fruizione e osservazione; lo studio delle prospettive e dei decisivi piani cromatici al servizio di strategici punti d’osservazione; la tattilità dei caldi rivestimenti lignei; la centralità restituita a dipinti e sculture nel gioco dinamico tra oggetto, ambiente e sguardo del visitatore. Walter Gropius così descriverà questo straordinario intervento scarpiano: «La migliore ambientazione di museo che mi sia capitato di incontrare in tutta la mia vita. Palazzo Abatellis è davvero un capolavoro». Palermo, grazie a questo riuscito progetto di riconversione, diventerà così pregevole palcoscenico per un dibattito complesso e innovativo in materia di beni culturali. Le celebrazioni avranno il loro culmine in un progetto espositivo, attualmente in via di elaborazione, dedicato proprio al lavoro di Scarpa per Abatellis. Notizia ancora ufficiosa e certamente di rilievo è quella relativa agli allestimenti, affidati a Fabio Lombardo, strettissimo collaboratore di Scarpa, proprio in questi mesi protagonista di un altro intervento palermitano: il restauro, da lui realizzato in collaborazione con Tobia Scarpa, della scala progettata dal grande architetto negli anni ‘70 per Palazzo Chiaramonte Steri, storico edificio di pertinenza dell’Università di Palermo in cui si conserva l’iconica Vucciria di Guttuso. La mostra a Palazzo Abatellis rappresenta un nuovo, intrigante capitolo di questa fitta trama di legami umani e professionali, di destini incrociati e di memorie custodite, nutrite, rinnovate lungo geografie urbane che furono teatro di intense esperienze intellettuali. Nel 1953 Scarpa, novello maestro “bizantino”, rimane inebriato dagli effluvi degli aromi e delle spezie che rendono greve e densa di sapori l’atmosfera palermitana, dallo schiamazzo aguzzo dei bambini

Molti di coloro che viaggiano in Italia lo conoscono senza saperlo: Scarpa è il più grande allestitore di mostre d’arte lì e forse in tutta Europa André Chastel e delle musicali cantilene cadenzate, dall’orgia del sole e dei colori resi intensi dalla luce violentissima del Mediterraneo. Qui ritrova tra i possenti conci a squadro della pietra d’Aspra gli archetipi ideali della volumetria materica, da lui vissuta con quel proverbiale, inconfondibile suo gusto sensitivo per la forma e la geometrizzazione. Ritrova lo spazio favoloso del suo immaginario personale, ricostruisce l’affabulazione che quei luoghi gli ricordano e su queste impressioni inventa il suo itinerario progettuale. Il “ritocco” architettonico di Scarpa al consistente restauro eseguito nel dopoguerra si limita a pochi ma significativi interventi circoscritti. Nel disegno degli arredi e dei supporti espositivi si rivela raffinato erede di una lunga tradizione mitteleuropea nelle arti applicate attraverso una studiatissima produzione di piccola serie, mai destinata all’industria o all’iterazione in genere. La materia si piega al disegno non per il piacere di un semplice ornamento, bensì in quanto ripresentazione di una legge necessaria. Di notevole interesse anche la collocazione del museo nel quartiere della Kalsa, vicino al mare, ma da cui il mare non si vede, collegato alla città attraverso piazza Marina. Carlo Scarpa ha sottolineato molto bene questa collocazione nel suo intervento, orientando le opere in modo da intercettare la luce e le traiettorie urbane. Palazzo Abatellis è un luogo nascosto. E forse anche per questo ha conservato intatta quella sua inconfondibile atmosfera. Da segnalare infine un bellissimo libro edito da Humboldt e pubblicato in occasione di Manifesta 2018, Palazzo Abatellis, Palermo di Cloe Piccoli e Stefano Graziani, un viaggio sorprendente in un luogo che pensavamo di conoscere già molto bene e che invece ci riserva sempre nuove sorprese. Il volume, nato da un invito di Manifesta a lavorare su strati culturali, trame e narrazioni della città di Palermo, restituisce con vividezza l’incontro tra questo luogo unico per architettura, collezioni e allestimenti e la visione contemporanea degli autori. Il racconto distilla idee e intuizioni di Cloe Piccoli e mostra le fotografie di Stefano Graziani in fitto dialogo con la storia e la mitologia del museo di via Alloro, svelandone potenzialità e vitalità in un processo in continuo divenire. Le istantanee di Stefano Graziani non si limitano a documentare il museo, bensì lo osservano con uno sguardo laterale, curioso, mettendo in luce temi e aspetti della straordinaria contemporaneità di questo allestimento, come la lettura critica del display e il dialogo con il contesto, esaltando l’originalità indiscutibile dell’intervento. Carlo Scarpa era abituato a lavorare lentamente con frequenti ripensamenti. Tuttavia quando viene incaricato del recupero di Palazzo Abatellis in tempi per lui molto brevi, sa egualmente fare della Galleria Regionale di Sicilia uno dei più suggestivi musei italiani, impartendo al mondo intero una brillantissima lezione di museografia.

61


architettura NOT ONLY BIENNALE

Eduardo Souto de Moura - Photo Giovanni Vio

Carla Juaçaba

Smiljan Radic

Eva Prats e Ricardo Flores

Norman Foster

Javier Corvalán

La via sacra Vatican Chapels sette anni dopo La Cappella del bosco progettata da Gunnar Asplund per il cimitero Skogskyrkogården di Stoccolma del 1920 si trova in posizione defilata, tra solenni pini, e la si raggiunge oltrepassando un una sorta di temenos. La copertura a grandi spioventi, in scandole di legno catramate, ricorda la tradizione ed è in mimesi con la natura. Internamente la cupola semisferica bianca smaterializza la forma nella luce, concedendo all’assemblea di raccogliersi in cerchio per il commiato al defunto. Sul fronte del nero tetto è la statuetta dorata dell’angelo della morte che riluce nell’oscurità del bosco. La natura è come una più grande chiesa arricchita da questa cappella. Per la prima partecipazione della Santa Sede alla 16. Mostra Internazionale di Architettura del 2018, il Cardinale Gianfranco Ravasi e i curatori Francesco Dal Co e Micol Forti hanno pensato di prendere come traccia per gli undici progettisti invitati proprio la Cappella del bosco di Asplund. Nella volontà di ricongiunzione tra arte ed evangelizzazione attraverso la bellezza, il bosco scelto è stato quello dell’Isola di San Giorgio Maggiore, più laicamente metafora del peregrinare della vita, della riflessione e della spiritualità contemporanea, o tempio cosmico ove si può cogliere il fremito della natura. Per esprimere una visione sfaccettata sono stati incaricati architetti provenienti da origini ed esperienze diverse, dall’Europa, dal Giappone, dall’Australia e dalle Americhe: Andrew Berman, Francesco Cellini, Javier Corvalán, Eva Prats e Ricardo Flores, Norman Foster, Terunobu Fujimori, Sean Godsell, Carla Juaçaba, Smiljan Radic, Eduardo Souto de Moura, Francesco Magnani e Traudy Pelzel. Diversamente dall’esporre i progetti con disegni e modelli, il Vaticano, non avendo una sede propria, ha deciso di costellare l’Isola delle realizzazioni materiali dei progetti. Vatican Chapels Bosco dell’Isola di San Giorgio Maggiore www.cini.it

62

Sono stati così costruiti undici edifici che, dopo sette anni, affidati alla attenta cura della Fondazione Giorgio Cini, sono diventati elementi permanenti dell’Isola stessa, parte del patrimonio da visitare. Dieci di questi costituiscono la sequenza delle Vatican Chapels, che non necessariamente contengono gli elementi, ambone e altare, dello spazio liturgico, ma che hanno lo scopo di dialogare con la pluralità delle culture e delle società per confermare l’universalità della Chiesa. L’undicesima, o “cappella zero”, è un omaggio all’opera di Asplund. Non vi è un luogo più suggestivo e che infonda serenità e spinga alla contemplazione quale il bosco di San Giorgio, eremo silenzioso nel quale trapela il riflesso dorato dell’acqua della laguna. L’apparizione delle cappelle coglie il visitatore di sorpresa, interpretando il contesto in maniera specifica, con diverso grado di simbiosi, rivolgendosi ora al cielo, ora alla densità delle masse arboree, ora al paesaggio della laguna. Ogni cappella ha una propria soluzione costruttiva, variando dai grossi blocchi di pietra, posati a secco come un tempio megalitico, all’assemblaggio di pannelli finiti a stucco rasato a fingere plastiche pareti mediterranee. Dopo sette anni cosa rimane? È la domanda con la quale ripercorrere questo bosco che è quasi un giardino terrestre nell’Isola di San Giorgio. La rivisitazione dei piccoli tempietti non può che curare lo spirito, essere di ispirazione per la pace e l’armonia, e permettere di apprezzare un’ottima antologia di architettura contemporanea. La passeggiata, per ovvie ragioni di sicurezza, avviene su prenotazione, con permanenza di circa 50 minuti, con l’accompagnamento di un operatore ed è arricchita dal commento dell’audioguida con colonna sonora originale, tutto compreso nel prezzo del biglietto. Rimane il dubbio se l’inserimento nel circuito di fruizione culturale della città sia l’unica possibilità di riutilizzo delle cappelle che la Santa Sede aveva auspicato dopo l’esposizione del 2018. Potrebbe essere il tema per un nuovo concorso di idee? Giovanni Vio


Venezia Arsenale 29 Maggio 02 Giugno 2025

In partnership con

Partner tecnici

Partner istituzionali

CONTRIBUTO

REGIONE DEL VENETO

63


architettura ANGELA VALACH

Sogni contemporanei Intervista Angela Valach di Mariachiara Marzari Appena varcata la soglia del portone cinquecentesco appare subito chiara la personalità dello spazio oggi abitato dall’Hotel Heureka, magico luogo di accoglienza design oriented ma con un proprio tratto caldo e in dialogo con il genius loci. Ciò che con immediatezza predispone al comfort è l’impressione di essere entrati in una dimora accogliente, curata, colorata e vivace, rispettosa della storia che in nessun modo rinnega, ma che anzi esalta aprendosi alla contemporaneità. Risulta subito evidente che il tocco personale è quello della proprietaria e fondatrice di Heureka, Angela Silarna Valach, interior design a capo dello studio MasterPlan A di Vienna, che insieme al suo socio e amico Erwin Krause ha progettato e disegnato gli spazi dell’hotel realizzando un suo autentico sogno veneziano. Alla vigilia della Biennale Architettura l’abbiamo incontrata per farci raccontare com’è nato questo progetto che fonde design internazionale e interni veneziani attraverso uno stile decisamente unico. Com’è nata l’idea dell’Hotel Heureka? Quale l’origine del nome? Mi sono semplicemente innamorata di questo palazzo e di ciò che lo circonda. Avere un palazzo come questo, qui a Cannaregio, è un sogno che si avvera. Come famiglia, però, era troppo presto pensare di trasferirsi qui per viverci e quindi abbiamo pensato di trasformarlo in hotel, ma sempre tenendo presente che questa è “casa nostra”. Heureka? Beh… nomen omen: “ho trovato” il posto perfetto. Quindi quale nome migliore di questo per designare, qualificare questo progetto? A che tipo di viaggiatore avevate in mente di rivolgervi quando avete iniziato a definire questo vostro particolare progetto di accoglienza? Persone per cui il viaggiare è più che una vacanza, ospiti per i quali viaggiare significa fare nuove esperienze e, se hanno la fortuna di poterlo fare in tutto il mondo, conoscere, vivendoli, stili di vita altri. La mia vision originaria era, e lo è ancora, quella di far sentire i nostri ospiti a casa, una casa caratterizzata dallo stile di vita di un palazzo veneziano. Appena varcata la porta d’ingresso dell’Hotel Heureka appare subito evidente la sua cifra identitaria, dove le architetture antiche diventano spazi aperti alla contaminazione unendo tradizione e stile di vita contemporaneo. Quali sono i punti imprescindibili che avete tenuto in considerazione nella fase progettuale? E come il progetto si è relazionato con l’esistente? Per me e per il mio studio di interior design MasterPlan A è stata una grande sfida rendere possibile l’utilizzo di un antico edificio sotto tutela delle belle arti come hotel dal linguaggio moderno. Hotel Heureka Venice Cannaregio 3534 www.hotel-heureka.com

64

© Hotel Heureka

L’idea di base era di recuperare con chiarezza l’architettura originale con un attento restauro. In questo senso ho fatto sia scelte molto tradizionali che molto contemporanee. Per l’arredamento ho continuato a perseguire, fin nei minimi dettagli, una sintesi di classico e moderno. Il risultato è un mosaico di forme coerente e armonioso. Colori, materiali e stili vengono da diverse epoche e da diverse culture, ma nel complesso tutto diventa un paradigma di Venezia, la città che unisce mirabilmente tutte queste idee. La dimensione dell’Hotel Heureka regala la fantastica sensazione di essere ospiti più che di un mero albergo di alta qualità, di una dimora privata. Quale relazione avete voluto creare tra spazi privati esclusivi – camere e suite – e gli spazi comuni – portico, lounge, giardino? Benché la proprietà abbia una storia relativamente recente, da quando abbiamo aperto nel 2017 questa casa hotel si è confermata quale luogo esclusivo per eventi di alta gamma. Personalmente, uno dei miei ricordi preferiti a riguardo è sicuramente l’evento per ARMANI Beauty Suite che abbiamo ospitato in occasione della 75. Mostra del Cinema di Venezia. Anche le feste di Carnevale che organizziamo riscuotono sempre un alto gradimento in chi vi partecipa. Ospiti da tutto il mondo scelgono il nostro party, che ogni anno si caratterizza con un tema diverso. Il Palazzo si adatta perfettamente anche a eventi privati come compleanni o matrimoni, con le sue aree comuni e un giardino unico. Il nostro eccellente team è capace di offrire il miglior servizio per ogni evento. L’uso dei colori e dei contrasti di superfici e decori restituisce la coerenza progettuale nella definizione di questa dimora. Come definireste in stringente sintesi lo stile Heureka? Creo e sviluppo spazi che riflettono il più possibile l’individualità di ogni progetto. Lavoriamo con classicità e tradizione facendoci ispirare da una certa visione di futuro. Entrambi gli approcci sono stimolanti per disegnare un dialogo interno attorno al quale poi nasce una bellezza senza tempo, quale ritengo sia il nostro Hotel Heureka.


© Hotel Heureka

Dreaming in modern

© Hotel Heureka

ENG

As you walk through the sixteenth-century portal at Hotel Heureka, you cannot help but notice how much of personality it has. A magic place of hospitality and a design-oriented business, though one that is warm and in sync with the genius loci. What immediately help us into our comfort zone is the impression you walked into a hospitable dwelling, perfectly tended to, colourful, lively, and respectful of a history it embraces fully. Also, you’ll notice right away the personal touch of the owner and founder of Hotel Heureka, Angela Silarna Valach, head designer at Studio MasterPlan A in Vienna. Angela and her friend and partner Erwin Krause designed the hotel spaces to realize her Venetian dream. A few days to the start of the Venice Architecture Biennale, we met her to know more about how her project came about, a blend of international design and Venetian interiors that is one of a kind. What inspired you to build Hotel Heureka? How did you come up with its name? I simply fell in love with this house and its surroundings; a Palazzo in Cannaregio was the fulfilment of an old dream. But it was in fact too early for us as a family to live here and therefore we decided to create a Hotel, but keeping in mind the idea of “it is our home”. nomen est omen – I found the perfect place … What kind of traveller was on your mind when you started designing your hotel? People who see travelling as more than just a holiday. For whom travelling is about gaining new experiences and... if they are lucky enough to travel through the world, finding different forms of living. My vision was – and still it is – to give the guests the feeling that they are coming home, a home in the lifestyle of a Venetian Palazzo. When you enter the Hotel Heureka, its identity is immediately apparent. The ancient architecture is open to contemporary influences and combines tradition and modern lifestyle. What essential features should definitely be present? How does your design relate to what was there before?

It was a great challenge for me and my interior design firm MasterPlan A to make an old, listed building possible for the use as a hotel in a modern world. The basic idea was to restore the clarity of the original architecture through renovation. In doing so, I made traditional as well as very bold and modern decisions. In the furnishings, I continued to pursue – down to the last detail – the synthesis of time-honoured and highly modern. The result is a coherent and harmonious mosaic of shapes, colours, materials and styles from different times and cultures. The whole, however, was to become the epitome of Venice, the city that unites all of this. The size of the Hotel Heureka makes you feel more like a guest in a private villa than in a hotel. What relationship do you want to create between the private, exclusive spaces (your rooms and suites) and the communal areas such as the portico, lounge and courtyard? Although the property only has a short history, since the opening in 2017 it has been a perfect and very exclusive location for upscale private events. Personally, I like to remember the time when we hosted the ARMANI Beauty Suite during the 75. Venice International Film Festival. The annual carnival parties are always a great success. Guests from all over attend this event, which has a different theme every year! The Palazzo is also perfect for individual, private parties such as birthdays or weddings with all its public areas and the unique garden. The excellent Heureka team offers the best service for every event. Your use of colours and contrasts in the furnishings demonstrates a consistent design. How would you define the Heureka style? I create and develop spaces that reflect the greatest possible individuality of each project. We build on the old and proven and are inspired by a vision of the future. When both become a stimulating and beneficial inner dialogue, timeless beauty can emerge – as in our Hotel Heureka.

65


BANDIERE ROSSE A CANNAREGIO di Camillo Tonini

N

storie

el sestiere di Castello, lungo la riva

66

sul Bacino di San Marco, le bandiere dei Paesi che partecipano alla 19. Biennale Architettura segnalano l’ingresso ai nuovi confini delle città future all’insegna delle innovazioni. Nella “città antica”, a Cannaregio, lungo il canale che prende il suo nome, bandiere rosse avvertono della presenza di lavori in corso per rigenerare secondo i più rigorosi principi di conservazione questa fragile area del tessuto urbano veneziano. Nell’ambito complessivo di trenta interventi di manutenzione ordinaria programmati e finanziati dallo Stato italiano dopo l’Acqua granda del 12 novembre del 2019, quando la marea raggiunse con effetti disastrosi l’altezza di 192 centimetri sopra il livello del medio mare, i lavori sono iniziati nel maggio del 2024 e avranno conclusione alla fine del 2025. Obiettivo, risanare con corrette metodologie d’intervento le due fondamenta che delimitano il lungo canale urbano, il secondo per ampiezza dopo il Canal Grande, e rialzare le due vie pedonali fino alla quota di 110 centimetri sopra il livello medio del mare, quota oltre alla quale è previsto l’innalzamento delle paratie mobili del MOSE. Le tradizionali pratiche usate a Venezia fin dalle origini, che ne garantiscono la sua sostenibilità e sopravvivenza in un ambiente tanto ostile e corrosivo, qui si incontrano con le nuove tecnologie costruttive, facilitate dall’uso di moderni macchinari per la palificazione, lo scavo e la movimentazione dei carichi, sotto la regia del Comune di Venezia che ha curato la complessa organizzazione logistica per non interrompere il passaggio pedonale, assicurare la continuità delle numerose attività commerciali e di ristorazione e permettere l’apertura nei due sensi del transito dei mezzi di trasporto pubblico e privato. Costo complessivo dell’intervento: 8.540.000 euro. L’inizio dei lavori è stato preceduto da indagini subacquee con sommozzatori per il rilevamento dello stato dell’antica palificazione in legno conficcata nel sedimento, in alcune zone completamente marcita con la conseguenza di profonde voragini e del cedimento del selciato. Si è quindi continuato con l’infiggere in profondità nuove palancole metalliche, alcune permanenti a sostituzione dei pali in legno, altre solo provvisionali per mettere all’asciutto le diverse aree d’intervento e innalzare nuove casseforme dove rifondare con calcestruzzo le

base delle parti collassate. Si sono, quindi, ricostruite le spallette in muratura al di sopra della linea mediana di marea, che sono state rialzate lungo i bordi con l’inserimento di listoni di marmi. Prima di ricoprire il selciato delle vie pedonabili con i tradizionali masegni di trachite e raccordarle alle soglie degli edifici che vi affacciano, si sono sostituite le vecchie condutture in ghisa di acqua, gas, luce e fibra, con nuovi tubi in polietilene. Lavori complessi e delicati, dunque, che si svolgono in un canale trafficato, da sempre porta d’ingresso della Città, con due ponti monumentali e sulle cui rive insistono, alternate ad edifici gotici, le possenti masse architettoniche di palazzi seicenteschi messi in pericolo per possibili cedimenti strutturali durante lo sventramento delle fondamenta. Provenendo dalla Laguna nord si incontra per primo il Ponte dei Tre Archi edificato su progetto di Andrea Tirali nel 1688 sopra una precedente costruzione trecentesca in legno con ponte levatoio per consentire il passaggio di imbarcazioni ad alta alberatura e uno successivo in pietra sorto nel 1503. Le nicchie su ambo i lati della costruzione per accogliere statue sono rimaste da sempre vuote. Procedendo sulla riva di destra, una lapide – VIAM AB HIEREMIAE PONTE AD LACUNAM EX UTROQUE LATERE LABENTEM […] – ricorda il restauro di entrambe le fondamenta sotto il Governo austriaco ma a spese della Municipalità veneziana tra il 1834 e 1835. Pochi passi più avanti, il piccolo Oratorio di San Giobbe ospita un bell’arredo cinquecentesco con nella parete di fondo la pala d’altare della Madonna con Bambino e San Giobbe di Camillo Pilotti, seguace di Palma il Giovane, e una deliziosa tavoletta nei modi belliniani con Madonna e angeli musicanti. Trasportata dalla vicina Chiesa di San Giobbe, è collocata a parete la quattrocentesca lastra sepolcrale di Giovanni Contarini, fondatore nel 1407 dell’Opera Pia Zuane Contarini, benemerito residuo del welfare della Serenissima, tuttora operante per «dare ricovero gratuito mediante uso temporaneo vitalizio delle sue case a donne povere di buona condotta morale, nate e domiciliate in Venezia, o domiciliate in questa città da oltre un decennio». Da una porticina laterale dell’Oratorio si accede ad un


Canale di Cannaregio durante i lavori di risanamento e rialzo delle fondamenta

A Cannaregio, lungo il canale che prende il suo nome, bandiere rosse avvertono della presenza di lavori in corso per rigenerare questa fragile area del tessuto urbano veneziano 67


storie

CANALE DI CANNAREGIO

Diverse fasi dei lavori in corso sul Canale di Cannaregio

vasto cortile con una bella vera da pozzo rinascimentale contornato da case, dove al momento sono ospitate in alloggi autonomi quaranta anziane signore. Sulla riva opposta si affaccia il Palazzo Surian Bellotto dell’architetto ticinese Giuseppe Sardi, con l’imponente facciata barocca, impreziosita nelle chiavi di volta delle numerose porte e finestre da un ricco repertorio di teste in marmo di vecchi barbuti e di giovani donne. Già sede della residenza dell’ambasciatore di Francia ai tempi della Serenissima, qui dal settembre 1743 all’agosto 1744 ebbe turbolento soggiorno Jean-Jacques Rousseau, con l’incarico di Segretario d’ambasciata. Decaduta nella politica e nei costumi dei suoi abitanti, Venezia non lascia al brillante pensatore ginevrino un buon ricordo di sé e di questo palazzo: «Nella peggiore bettola si è serviti con maggiore decenza, con biancheria meno sudicia e si mangia meglio. Ci davano una sola candeletta nerissima, piatti di stagno, forchette di ferro. […] La casa si riempiva di canaglie: i francesi vi erano maltrattati, gli italiani vi prendevano il sopravvento. […] Il palazzo divenne luogo di crapula e di licenza, un ricettacolo di bricconi e di dissoluti». L’edificio ebbe maggior fortuna quando tra il 1766 e il 1773 fu abitato dal Ministro Residente britannico Sir James Wright. Questa la descrizione che ne fece un contemporaneo, l’abate Giacomo Dalla Lena: «Il suo Palazzo a San Giobbe

68

pareva un magazzino di Pitture. Non v’era angolo, né parete, dove non ne avesse appesi. In tutte le stanze del piano superiore disabitato vi erano affastellati quadri e quivi si travagliava in rifoderarli, e ristorarli. I ristoratori a giornata erano Giammaria Sasso, e Luca Breda Veronese». Il successore di Wright, Sir John Strange nella stessa carica fino al 1783, fu anch’esso collezionista di opere d’arte e committente di Francesco Guardi, che ci ha lasciato un dipinto – ora all’Art Institute di Chicago – con l’immagine del bel giardino all’italiana che sorgeva dietro il palazzo e, con lo stesso soggetto, un disegno conservato all’Ashmolean Museum di Oxford. Durante la prima metà dell’Ottocento il patrimonio artistico è andato del tutto disperso e anche l’area del celebrato giardino è stata occupata da modeste costruzioni abitative. L’edificio poi, in tempi meno attenti alla conservazione, ha subito la riduzione in altezza del secondo piano nobile con la creazione di due ammezzati. Si procede, quindi, sulla stessa fondamenta fino a incontrare Palazzo Nani con pregevoli decori ad affresco neoclassici, recentemente restaurati come tutto l’immobile per ospitare un hotel legato ad una grande catena alberghiera. Di fronte sull’altra riva, Palazzo Savorgnan riconoscibile per due enormi stemmi gentilizi esposti in facciata, oggi adibito a edificio scolastico; di seguito Palazzo Manfrin, progettato da Andrea Tirali


tra il 1734 e il 1737. Questo fu noto e visitato dai diversi viaggiatori del Grand Tour, perché Girolamo Manfrin, lo spregiudicato imprenditore che nel 1788 l’aveva acquistato dai Venier grazie agli ingenti guadagni dell’appalto dei tabacchi in monopolio, lì aveva raccolto una prestigiosa collezione di circa 450 dipinti di scuola prevalentemente veneta, 800 reperti di storia naturale e una eccellente biblioteca di libri di storia, arte e archeologia. Alla sua morte nel 1802, il patrimonio artistico venne disperso, ma alcuni quadri celebri come la Vecchia e la Tempesta di Giorgione, il San Giorgio di Andrea Mantegna, il Ritratto di Giovane uomo di Hans Memling, vennero acquistati dallo Stato italiano nel 1856 e poi destinati alle Gallerie dell’Accademia. Palazzo Manfrin dal 2022 è sede della Anish Kapoor Foundation. Si arriva quindi al Ponte delle Guglie, anch’esso già esistente in legno con la parte centrale mobile, poi ricostruito in pietra con arco policentrico nel 1580 e restaurato nel 1823, riconoscibile fra tutti per i quattro pinnacoli posti alla base, dai quali prende l’odierno toponimo. All’apice lo stemma del doge Nicolò Da Ponte, lo stesso che si legge al centro del grande telero di Paolo Veronese – La Gloria di Venezia – sul soffitto della Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, ricostruito sotto il suo dogado dopo il disastroso incendio del 1577. Sotto gli stemmi, quel che resta dei Leoni di San Marco, probabilmente scalpellati durante la Municipalità Provvisoria nel 1797.

L’asse mediano obliquo del ponte sulla direttrice Stazione ferroviaria, Lista di Spagna, Campo SS. Apostoli, Rialto, San Marco, per il non esatto allineamento degli accessi sulle due sponde, ha comportato la costruzione di un arco ribassato che in caso di alta marea rende difficoltoso il passaggio dei mezzi pubblici. A superare quest’ostacolo, un disegno appartenuto a Giovanni Battista Meduna entro un fascicolo intitolato Ponti mobili al rio di Cannaregio alla Biblioteca del Museo Correr, mostra l’intenzione nella seconda metà dell’Ottocento di risolvere il problema con il progetto di una passerella retrattile azionata da un meccanismo ad ingranaggi, progetto che, come tanti altri tra Ottocento e Novecento delle “Venezie possibili”, è rimasto irrealizzato. Superata la facciata di Palazzo Labia e quella neoclassica della chiesa di San Geremia, dove sono ancora evidenti i segni dell’incendio doloso del 27 giugno del 1998, si arriva all’incrocio del Canal grande alla statua di San Giovanni Nepomuceno di Giovanni Marchiori. Il santo chierico nel 1729 venne gettato dal ponte sulla Moldava a Praga, dove annegò nelle acque gelide perché in contrasto sulla conduzione del clero con il re di Boemia Venceslao IV e per avergli negato di rivelare le confessioni della moglie. Da allora il suo culto si è diffuso anche a Venezia, difensore della fede e protettore dei ponti, dei barcaioli e dei gondolieri.

69


storie

CANALE DI CANNAREGIO

Oratorio di S. Giobbe ed entrata Opera Pia Zuane Contarini

Palazzo Surian-Bellotto

Palazzo Manfrin

S. Giovanni Nepomaceno

70


Ponte dei Tre Archi

Ponte delle Guglie

Progetto del Ponte mobile sul rio di Cannaregio

PER SAPERNE DI PIÙ J. Fontana, Cento palazzi fra i più celebri di Venezia, Venezia 1865

J. J. Rousseau, Confessioni (1752), trad. V. Valente, Milano 2014

E. Bassi, I palazzi di Venezia, Venezia 1976

D. Zanverdiani, Nuovi riscontri storico-informatici per il giardino veneziano di Johan Strange, Fogli Transeunte 2017-2, on line

D.L. Gardini, L’opera Pia Zuane Contarini, 1380-1980, Venezia 1980 T. Russo, I ponti di Venezia, Venezia 1983 Le Venezie possibili. Da Palladio a Le Courbusier, mostra e catalogo a cura di L. Puppi, G. Romanelli, Venezia 1985.

E. Folin, L’iconografia di san Giovanni Nepomuceno, in “Ateneo Veneto” 2021

M. Frank, Manfrin, Girolamo, in D.B.I. vol. 68, Roma 2007

G. Pavanello, Gli affreschi del Settecento nei palazzi veneziani, Crocetta del Montello, 2022

L. Borean, La Galleria Manfrin, Udine, 2018

T.B. Rossi, I Giardini di Venezia, Venezia, 2022

71


72


73

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY


a cura di Chiara Sciascia

biennaleteatro

Willem Dafoe Direttore

CORPO A CORPO N on c’è un tema, ma un’ossessione. Willem Dafoe, al suo esordio come direttore della Biennale Teatro, firma un’edizione che porta il suo nome, profondamente personale, tagliata su misura di ciò che conosce e riconosce come teatro. Un campo di forze, più che una semplice rassegna, dove il corpo dell’attore è il fulcro del gesto teatrale, matrice di senso prima ancora della parola. Il titolo, Theatre is Body – Body is Poetry, non è solo una suggestione, ma una poetica dichiarazione d’intenti. Attore iconico del cinema d’autore, Dafoe arriva a Venezia con un bagaglio teatrale meno noto ai più ma di intensa sostanza. Tra i fondatori del Wooster Group con Elizabeth LeCompte – a cui ha tributato il Leone d’Oro alla Carriera –, cresciuto nell’officina sperimentale del teatro d’avanguardia newyorkese, ha sempre mantenuto un rapporto viscerale con la scena. Il suo teatro nasce dal movimento, dal suono, dal rituale, dalla presenza fisica. È una forma di espressione che si muove oltre il linguaggio, capace di evocare emozioni e visioni primordiali. Questa sua prima Biennale prende forma in dialogo con i maestri del passato e le urgenze del presente. Un punto di riferimento dichiarato è l’edizione del 1975 di Ronconi (vedi p. 86), pietra miliare delle esperienze del nuovo teatro e snodo cruciale della storia della Biennale, che Dafoe recupera come simbolo insieme di radicalità e apertura. In cartellone compaiono artisti con cui ha condiviso visioni e percorsi: dal Wooster Group di LeCompte a Romeo Castellucci, da Milo Rau, che dirige il Leone d’Argento Ursina Lardi, a Bob Holman, fino alle voci emergenti di Yana Eva Thönnes, Princess Bangura e Anthony Nikolchev. Alcuni tornano a Venezia dopo decenni, come Thomas Richards, ultimo erede dell’esperienza grotowskiana, ed Eugenio Barba e Julia Varley, del mitico Odin Teatret. Un capitolo a parte merita No Title, performance ideata e interpretata da Dafoe insieme all’attrice italiana Simonetta Solder e dedicata a Richard Foreman, maestro indiscusso del teatro d’avanguardia americano, scom53. Festival Internazionale di Teatro Theatre is Body – Body is Poetry 31 maggio-15 giugno www.labiennale.org

74

parso lo scorso gennaio. Dafoe gli era legato da una lunga amicizia e collaborazione e ha voluto qui rendergli omaggio concentrando la propria attenzione su dei materiali davvero straordinari: centinaia di schede scritte a mano da Foreman, fitte di frasi enigmatiche, ironiche, filosofiche. L’ultima volta che si erano visti l’anno scorso avevano registrato insieme una sessione in cui leggevano quelle schede a turno, improvvisando, creando ritmo e senso nella casualità. No Title riprende proprio quel gesto: Dafoe e Solder si passano le schede, le mescolano, creando un dialogo sempre diverso in una partitura aperta e profondamente viva. Non una messinscena, ma un atto d’amore, che restituisce la densità visionaria di Foreman e la trasforma in materia scenica attraverso il corpo dell’attore. Oltre agli spettacoli e alle performance, Biennale College arricchisce il programma con una serie di workshop internazionali che ampliano la riflessione sul corpo come centro dell’azione teatrale. Tra questi, quello condotto da Richard Schechner, pioniere degli studi performativi e figura storica della Biennale 1975, e quello del poeta Bob Holman. Un altro momento rilevante è L’Enciclopedia delle Emozioni, laboratorio diretto da Davide Iodice, che si svolgerà dal 29 maggio al 2 giugno e che selezionerà il gruppo di lavoro per una futura creazione site-specific nel 2026. Completa il cartellone Spazio Cinema, sezione dedicata ai materiali filmici legati al teatro, che propone rarità, testimonianze e sorprese d’archivio. Tra queste Dionysus in ’69, che ripropone in versione filmata, con le riprese di Brian De Palma, Robert Fiore, Bruce Rubin, lo spettacolo originale di Richard Schechner dalle Baccanti di Euripide, In principio era l’idea di Torgeir Wethal, dal Vangelo di Oxyrhincus di Eugenio Barba, e Action di Thomas Richards. Un’accurata selezione di documenti vivi, che completano il disegno di una Biennale intesa come corpo espanso del teatro. Più che un manifesto, quello di Dafoe è un attraversamento. La sua visione prende forma in una tensione continua tra passato e presente, rito e esperienza, gesto e ascolto. Un teatro che va oltre la rappresentazione verso l’incontro e che non si limita a parlare solo alla mente, imprimendosi vivamente nella carne.


M

sion. Willem Dafoe, at his first stint as the Venice Theatre Biennale director, authored an edition that is strictly personal, cut to measure to his idea and experience of what theatre is. A gathering of forces, more than a mere exposition, where the bodies of actors are the focal point of theatrical gesture, the matrix of conveyed meaning even more so, and earlier so, than words are. Theatre is Body – Body is Poetry: it’s right there in the title. An icon of auteur cinema, Dafoe founded the Wooster Group with Elizabeth LeCompte, whom he awarded the Golden Lion for Lifetime Achievement. He grew as a performer in New York avant-garde theatre, and always maintained a privileged relationship with stage acting. His performances are based on motion, on sound, on ritual, on bodily presence, and are an expression form that lives beyond language. They are primordial and emotional. The 2025 Venice Theatre Biennale looks at the maestros of the past while embracing the salient issues of today. One of the current edition’s references is the 1975 Biennale by Luca Ronconi, a milestone of new theatre and of the Biennale’s history. Upcoming on Biennale stages are Wooster Group, Romeo Castellucci, Milo Rau, Ursina Lardi, Bob Holman, Yana Eva Thönnes, Princess Bangura, and Anthony Nikolchev. Some are back in Venice after decades, like Thomas Richards, Eugenio Barba, and Julia Varley. Different story for No Title, a performance authored and performed by Dafoe, co-starring Simonetta Solder and dedicated to Richard Foreman, the undiscussed master of American avant-garde theatre. Biennale College enriches the programme with international workshops that will amplify our reflection on bodies as the centre of theatrical action, while Spazio Cinema is a programme dedicated to theatre film, with rare material, testimonies, and archive surprises. One of these is Dionysius in ’69, the filming of Richard Schechner’s version of Euripides’ Bacchae by Brian De Palma, Robert Fiore, and Bruce Rubin. More than a manifesto, Dafoe’s is an itinerary. His vision comes into being as a tension between past and present, ritual and experience, gesture and listening. His theatre goes beyond representation and speaking to the mind alone: it fully impresses the body.

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

ore than a topic , an obses-

Courtesy La Biennale di Venezia - Photo Andrea Avezzù

75


76


biennaleteatro WILLEM DAFOE KEYWORD

IL CORPO

Il corpo, la sua presenza, la sua intelligenza fuori dal nostro controllo, è il cuore pulsante del teatro. È il motore dell’incontro tra le persone in scena e il pubblico, che crea una comunità estemporanea impegnata nell’ascolto e una possibilità di meraviglia anche in un’epoca di esperienze virtuali. ENG The body, its presence, its intelligence beyond our control, is the beating heart of the theater. It drives the meeting of the people on stage and the public, to create an instantaneous community with a commitment to attention and a possibility to wonder even in this age of virtual experiences.

LA POESIA

IL RITUALE

L’azione e i gesti ripetuti che riflettono origini e credenze, un senso di appartenenza comune che crea connessione. Uno specchio astratto per vedere noi stessi e la nostra comunità. Il rituale non è solo la genesi del teatro, ma anche il suo potere curativo. ENG The action and repeated gestures that reflect origins and beliefs, a sense of common belonging that creates connection. An abstract mirror to see ourselves and our community. Ritual is not only the genesis of theatre but also the healing power.

Il teatro è corpo Il corpo è poesia

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Uso questa parola in senso lato, intendendo riconoscere la qualità dell’espressione che è possibile nel teatro, al di là della narrazione, del racconto o della messa in scena della letteratura. Il teatro è totale e ha a disposizione tutte le arti, comprese le nuove tecnologie. Il teatro può creare un sentimento, un senso al di là della logica o della psicologia che va dritto al cuore, sfida la realtà che abbiamo scelto e libera la nostra immaginazione. ENG I am using the word loosely, I mean to recognize the quality of expression that is possible in the theater – beyond narrative, storytelling or putting literature on its feet. Theater is total and has all the arts at its disposal – including new technologies. Theater can create a feeling, a sense beyond logic or psychology that goes straight to your heart, challenges your chosen reality and frees you to imagine what is possible.

77


biennaleteatro LEONE D’ORO ELIZABETH LECOMPTE

L’Alchimista Intervista Elizabeth LeCompte Leone d’Oro alla Carriera di Chiara Sciascia e Loris Casadei Leone d’Oro alla carriera, Elizabeth LeCompte è una delle voci più influenti e provocatorie del teatro sperimentale contemporaneo. Anima e fondatrice con Spalding Gray del Wooster Group, collettivo newyorkese che dagli anni Settanta a oggi ha riscritto i codici della scena, mescolando media, performance e cultura pop, LeCompte ha fatto del montaggio un linguaggio e del palco uno spazio di resistenza. Willem Dafoe, che con lei ha militato in quella straordinaria compagine creativa, scrive nella motivazione del premio: «LeCompte ha saputo influenzare la creazione teatrale aprendola al dibattito politico e culturale, in un percorso coerente e caparbio, frutto di studio approfondito, di tecnica innovativa – sempre incentrata sull’integrazione della tecnologia moderna con l’arte fisica dell’attore». Il Wooster Group di Elizabeth LeCompte inaugura la 53. Biennale Teatro con la prima europea di Symphony of Rats, spettacolo del 2021 firmato con Kate Valk, storica interprete del cult originale del 1988 nato dalla mente del “maestro del disorientamento” Richard Foreman, scomparso lo scorso gennaio. Un sentito omaggio che si affianca idealmente a quello di Dafoe con la sua performance No Title. Tra roditori, presidenze in crisi, pastiglie lisergiche e frammenti da Il grande dittatore, Symphony of Rats torna oggi in scena come una giostra ipertecnologica e stratificata che non cerca coerenza, ma spaesamento. Una sinfonia dell’assurdo che smantella l’autorità, scompone la logica e rimonta il caos con l’allegria di un’intelligenza artificiale sotto acido. Il suo teatro ha spesso attraversato momenti cruciali della storia americana. L.S.D. del 1982 si ispirava a Il crogiuolo di Arthur Miller, utilizzando la caccia alle streghe come metafora del maccartismo degli anni Cinquanta, mentre Symphony of Rats nacque nel 1988 in un altro periodo di forti tensioni politiche. Quanto del portato di quelle epoche sopravvive ancora nel mondo di oggi? Quando abbiamo prodotto L.S.D. stavamo estraendo tutto il possibile da Il crogiuolo, lo sguardo non era rivolto esclusivamente agli anni CinCerimonia di consegna Leone d’Oro alla Carriera 1 giugno Ca’ Giustinian Symphony of Rats 31 maggio; 1 giugno Teatro alle Tese, Arsenale

78

Photo Yudam Hyung Seok Jeon

quanta. Stavamo riflettendo su come tutte quelle dinamiche di paura, accusa, e isteria collettiva fossero ancora vive nell’America di Ronald Reagan. In Symphony of Rats la riflessione è sostanzialmente simile: è un lavoro che indaga su come il potere distorce la lingua, su come la verità si fa sfuggente, su come il teatrino della politica divori sé stesso. Cosa sopravvive? I nomi cambiano, le tecnologie accelerano, ma i modelli restano: il potere che si consolida creando nemici, i media che distorcono la realtà, le persone che si trovano intrappolate in sistemi che non comprendono appieno. Questi schemi sono ancora presenti, forse anche più amplificati di quanto non fossero anni fa. Il rapporto ravvicinato tra pubblico e scena è sempre stato un elemento centrale della sua pratica teatrale. Tuttavia, la struttura dei teatri all’italiana rende più difficile questa interazione. Ma, alla fine, il pubblico ama davvero essere coinvolto? Al pubblico piace essere coinvolto? Non credo sia esattamente questo il punto su cui dover riflettere. È troppo semplice parlare di ciò che può piacere o non piacere. Ritengo che uno degli obiettivi più intriganti da perseguire in questo lavoro sia piuttosto quello di andare a creare un certo disagio, o smarrimento, a volte una specie di tensione elettrica, suscitando la sensazione che qualsiasi cosa potrebbe accadere da un momento all’altro. Il proscenio di norma può sembrare a una certa distanza di sicurezza da noi, come se stessimo guardando un sogno. Rompendo questo codice canonico e trascinando il pubblico nel cuore della creazione della performance, gli ricordi: è dal vivo. È adesso. Ci sei dentro. Ne fai parte.


Willem Dafoe

Symphony Of Rats, The Wooster Group - Photo Keetja Allard

The Alchemist ENG

Golden Lion for Lifetime Achievement awardee Elizabeth LeCompte is one of the most influential, provocative voices in modern experimental theatre. She is the founder and soul (with Spalding Gray) of the Wooster Group, a New York-based collective that has been re-writing the code of stage art, performance art, and pop culture since the 1970s. She also made a space of resistance out of theatre stages. Willem Dafoe once worked with her in that amazing hotspot of creativity, and commented thus his choice of awardee: “Elizabeth LeCompte has influenced creation for the theatre and opened it to the political and cultural debate, pursuing a consistent and unwavering path founded on extensive study and innovative technique – always centred on the integration of modern technology with the physical art of the actor”. Elizabeth LeCompte’s Wooster group opens the 2025 Venice Theatre Biennale with the European premiere of Symphony of Rats, a 2021 show co-authored with Kate Valk. Valk is the historical interpreter of the original 1988 cult piece by the ‘master of amazement’ Richard Foreman, who died last January. This is an homage that ideally pairs with Dafoe’s No Title. Rodents, presidency offices in crisis, psychotropic candy, fragments of Chaplin’s The Great Dictator… Symphony of Rats is back on the stage as a sort of technological, layered carousel that is not after consistency, but bewilderment. A symphony of the absurd that dismantles authority, breaks apart logic, and furthers chaos with the mirth you can expect from artificial intelligence high on acid. Your theater has often intersected with pivotal moments in American history. L.S.D. (1982) was inspired by Arthur Miller’s The Crucible, using the witch hunt as a metaphor for McCarthyism in the 1950s, while Symphony of Rats emerged in 1988, another period of intense political tension. How much of those eras still survives in today’s world? When we made L.S.D., we were excavating The Crucible, but we weren’t just looking back at the ‘50s; we were seeing how those same mechanisms of fear, accusation, and collective hysteria were still alive in Reagan’s America. And with Symphony of Rats, it was the same – power distorting language, truth becoming slippery, the spectacle of politics devouring itself. What survives? The names change, the technologies accelerate, but the patterns – the way power consolidates itself by creating enemies, the way media distorts reality, the way people get caught in systems they don’t fully understand – those are still here, maybe even more amplified.

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Secondo LeCompte, il teatro è un’azione fisica, da fare orgogliosamente e ostinatamente fuori dal sistema produttivo americano, in una continua battaglia per l’indipendenza creativa, individuale e collettiva

79


80


biennaleteatro LEONE D’ORO ELIZABETH LECOMPTE

Roland Barthes scriveva che un’opera d’arte non è mai finita. Quali cambiamenti ha apportato in questa ultima versione di Symphony of Rats? Nel 2021, quando io e Kate Valk chiedemmo a Richard Foreman se il Wooster Group potesse produrre una nuova versione del suo Symphony of Rats, lui ci rispose: «Potete fare quello che volete! E spero che sarà totalmente irriconoscibile». Ho ideato il nostro spettacolo come se avesse luogo in una sorta di palestra per artisti, uno spazio per lo sport fisico e il gioco mentale. Siamo partiti lavorando sul linguaggio teatrale altamente inventivo di Foreman cercando poi di tradurlo in una metrica poetica. Eravamo convinti di dover mettere in musica tutta l’opera (d’altra parte Foreman stesso l’ha chiamata sinfonia) e così abbiamo fatto. Abbiamo poi creato una messa in scena capace di riflettere il fermento e la topografia della nostra immaginazione collettiva: balli, canzoni, video, film, dipinti, vecchi oggetti di scena riciclati dalle nostre opere passate e nuovi strumenti generati dall’intelligenza artificiale.

The relationship between audience and stage has always been a central element of your practice. However, the architecture of Italian-style theaters makes this interaction more difficult. But in the end, do audiences really enjoy being involved? Do audiences enjoy being involved? That’s not really the point. Enjoyment is too simple. Sometimes it’s discomfort, sometimes it’s confusion, sometimes it’s a kind of electric tension – the sense that anything could happen. The proscenium stage can feel like a safe distance, like watching a dream. But when you disrupt that, when you pull the audience into the machinery of the performance, you remind them: This is live. This is now. You are part of this. We would like to hear two reflections from you: one joyful, about what you have been able to accomplish through theater, and one more melancholic – perhaps a regret – something you wanted to achieve but, for some reason, could not. Joyful: What have we accomplished? The sheer persistence of the work—that’s what brings me joy. The Wooster Group has been a living laboratory for nearly five decades, a place where we could take apart texts, technologies, and traditions and reassemble them into something entirely new. We’ve turned theater into a kind of alchemy – mixing high and low, sacred and profane, the past and the present – and in doing so, we’ve created a language that didn’t exist before. And the people – the collaborators and the audiences who’ve stayed with us, who’ve wrestled with the work and made it their own. That’s the real accomplishment: not just the productions, but the community that formed around them. Melancholic: The people we’ve lost along the way. Theater is ephemeral by nature, but when a collaborator disappears, it’s more than a performance that vanishes – it’s a whole way of seeing, a voice that can’t be replaced. Roland Barthes wrote that a work of art is never finished. What changes have you made in this latest version of Symphony of Rats? In 2021, when Kate Valk and I asked Richard Foreman if The Wooster Group could make a new version of his play Symphony of Rats, he responded, “You can do whatever you want! I hope it’s completely unrecognizable.” I conceived our production as taking place in a kind of artist’s gymnasium – a space for physical sport and mental play. We began first by taking Foreman’s highly inventive theatrical language and putting it into a poetic meter. We knew we wanted to score the entire piece to music (Foreman titled his play a “symphony,” after all). And then we concocted a mise-en-scène that reflects the ferment and topography of our group imagination – balls, songs, videos, movies, paintings, recycled props from our past work, and nascent AI tools.

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Vorremmo due pensieri da lei: uno felice, legato a ciò che ha potuto realizzare con il teatro, e uno più malinconico, un rimpianto se così si può dire, qualcosa che avrebbe voluto fare ma che, per qualche ragione, è rimasto irrealizzato. Felicemente: cosa abbiamo realizzato? La pura persistenza del lavoro è la cosa che mi dà gioia. Il Wooster Group è un laboratorio vivente da quasi cinquant’anni, è un luogo dove si possono smontare e analizzare testi, tecnologie e tradizioni e riassemblarli in qualcosa di totalmente nuovo. Abbiamo fatto del teatro una specie di alchimia, una miscela di alta cultura e di pop, di sacro e di profano, di passato e presente. Così facendo abbiamo creato un linguaggio che prima non esisteva. E poi c’è la gente: i nostri collaboratori e il pubblico che continua a seguirci, che si sono scontrati col nostro lavoro e l’hanno fatto proprio. Lì sta il vero risultato: non solo le produzioni, ma la costruzione di una comunità che si è formata intorno ad esse. Melaconicamente: le persone che abbiamo perso lungo la strada. Il teatro è effimero per natura, tuttavia quando un collega o un collaboratore scompare, non è solo la sua performance a svanire, ma sparisce tutto un modo di vedere le cose, una voce che non può essere sostituita.

81


biennaleteatro LEONE D’ARGENTO URSINA LARDI

L’urlo di Cassandra Intervista Ursina Lardi

Nel suo lavoro il corpo dell’attrice diventa non solo strumento teatrale assoluto, ma anche testimonianza e sfida: un corpo politico per eccellenza Willem Dafoe Ursina Lardi - Photo Benjamin Pritzkuleit

di Chiara Sciascia e Loris Casadei Avrei voluto esserci, quella sera a Berlino, per vedere Ursina Lardi nei panni di una monaca che, nella visionaria rilettura di Ödipus der Tyrann firmata da Castellucci, dava corpo a un Edipo/Cristo di straordinaria potenza. L’ho invece ritrovata, folgorante, allo Strehler di Milano in Everywoman, già accanto a Milo Rau. Dopo la realizzazione di Mitleid. Die Geschichte des Maschinengewehrs (Compassion. La storia della mitragliatrice), per il quale i due artisti hanno viaggiato insieme in Congo, e la produzione di LENIN, in cui, a partire dalle ultime settimane della vita del rivoluzionario russo, hanno condotto un’intensa disamina delle utopie del XX secolo, Milo Rau e Ursina Lardi si sono dedicati alla ricerca filosofica ed esistenziale per Everywoman. Ora, a Venezia, Ursina Lardi presenta Die Seherin (La veggente), nuovo frutto di questo sodalizio creativo tra due degli artisti più lucidi e coraggiosi della scena contemporanea. Attrice dalla cifra intensissima, Ursina Lardi non ha mai smesso di attraversare testi classici e creazioni originali con una grazia intensa e una profondità umana rara. Nata in Svizzera nei Grigioni italiani nel 1970, formatasi a Berlino, ha legato il suo nome alla Schaubühne e ai registi più visionari della nostra epoca, da Ostermeier a Castellucci, da Perceval a Haneke, senza mai rinunciare alla verità di ogni gesto, di ogni parola. Oggi, con una carriera che abbraccia cinema, teatro e televisione, viene premiata da Willem Dafoe con il Leone d’Argento, dovuto riconoscimento a un percorso denso di incontri e di sfide artistiche. Die Seherin è un’immersione nelle profondità abissali della violenza, una discesa nei territori devastati dalla guerra e dalla paura. Ursina Lardi dà qui corpo e voce a una fotoreporter che, instancabile, attraversa il dolore altrui cercando di raccontarlo, finché la ferita non la tocca direttamente e nel profondo, trasformandola in testimone e profeta inascoltata. Come una contemporanea Cassandra, porta sulle spalle il peso di una verità che il mondo rifiuta di vedere. Intrecciando memorie personali, testimonianze raccolte in scenari estremi e richiami alla tragedia classica, Milo Rau costruisce uno spettacolo di sconcertante umanità. In scena la Lardi si offre senza Cerimonia di consegna Leone d’Argento 14 giugno Ca’ Giustinian Die Seherin (La Veggente) 12, 13 giugno Teatro alle Tese, Arsenale

82

Die Seherin by Milo Rau - Photo Moritz von Dungern

protezione, attraversando la fragilità, la solitudine, l’urgenza di continuare a credere nella forza dell’arte come unica, estrema forma di resistenza. Abbiamo avuto il privilegio di dialogare con lei su questo nuovo progetto e, più estesamente, sul suo intenso percorso artistico. Teatro, cinema, serie tv, regia... In molte interviste ha dichiarato di prediligere, tra tutti questi ruoli e queste forme espressive, il teatro per il contatto diretto che permette di avere con il pubblico. Tuttavia il momento dell’applauso si riduce spesso in un semplice rituale. Come riesce davvero a cogliere e ad entrare nella sensibilità degli spettatori? È vero, l’applauso è un rituale, ma si distingue facilmente se è solo cortese, amichevole, entusiasta o persino riluttante. In ogni caso, non è il momento più importante del contatto con il pubblico questo. Io sento gli spettatori in ogni istante della


rappresentazione, soprattutto nei monologhi, dove si genera davvero uno scambio diretto. Certo, la convenzione vuole che io parli e il pubblico ascolti, ma si percepisce chiaramente se davvero ascolta o se, invece, attende semplicemente che io finisca. Raccontare la morte è sempre una sfida, ma forse lo è ancora di più interrogarsi su quale sia la forma più centrata per costruire un simile, delicato racconto. Quale messaggio ha voluto trasmettere al pubblico con Everywoman? E per quanto riguarda Die Seherin, di cui si sa ancora poco, qual è il tema centrale di questo nuovo spettacolo che vedremo a Venezia? Everywoman mette in scena l’incontro tra me e la signora Bedau, una donna con una diagnosi terminale di cancro, presente solo in video. Parlo con lei, di lei, e a un certo punto anche come lei, quando ne racconto la biografia in prima persona e la incarno sulla scena. È un memento mori, per me e per il mio pubblico:

ENG

I would have loved to be there, that night in Berlin, to see Ursina Lardi as a nun embodying a Christ-like Oedipus in Castellucci’s visionary reinterpretation of Ödipus der Tyrann. I found her, shining brilliantly, at the Strehler Theatre in Milan starring in Everywoman. After Compassion. The History of the Machine Gun, which had Lardi and Milo Rau travel to Congo, and after the production of LENIN, the story of Lenin’s last two weeks and of twentieth-century utopias, Milo Rau and Ursina Lardi dedicated to philosophical and existential research in Everywoman. Now in Venice, Ursina Lardi presents Die Seherin (The Seer), her and Rau’s latest work and a further proof that the artistic duo is one of the most lucid and brave currently on stages worldwide. A very intense actress, Ursina Lardi performs classic pieces and original creations with intense grace and rarely-seen human depth. Born in Switzerland in 1970, she studied in Berlin at the Schaubühne and worked with the most visionary directors of our time, from Ostermeier to Castellucci, Perceval, Haneke, always keeping true to every piece of text and every single word. Today, her career spans film, theatre, and television. 2025 Venice Theatre Biennale director Willem Dafoe just awarded her the Silver Lion to recognize and celebrate her career. Die Seherin is an immersion into the abyss of violence, a descent into the devastated territories of war and fear. Ursina Lardi gives body and voice to a photojournalist who tirelessly tells painful story after painful story until one such wound touches her so deeply that she is turned into actual witness, and lamentably unheard prophet. Like a modern-day Cassandra, she takes upon her shoulders the weight of a truth that the world refuses to see. Milo Rau created a show of shockingly real humanity drawing from personal memories, testimonies recorded in extreme situations, and references to classical tragedy. On stage, Ursina Lardi offers herself wholly unguarded, walking through fragility, loneliness, and the urgency to believe in the power of art as sole, extreme form of resistance. We had the privilege of talking with her on this new project and on her artistic life. Theater, cinema, TV series, directing... In many interviews, you have stated that you prefer theater because of the direct connection with the audience. However, the moment of applause often becomes a mere ritual. How do you truly capture the audience’s sensitivity? That’s correct, applause is a ritual, but you can tell if it’s merely polite, friendly, enthusiastic, or even rejecting. It’s not the most important moment of contact with the audience. I feel the audience in every moment of the performance, especially in monologues. There is an immediate exchange with them. Yes, the convention is that I speak and the audience listens, but whether they are truly engaged or just waiting for me to finish my speech is fairly easily perceptible at every moment.

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Cassandra’s Cry

83


dance theater music circus cinema

A spectacular journey throughout the summer, including night events, national premieres and original creations. A dense program of dance, theater, music, contemporary circus that will inhabit theaters, art venues, landscapes of Bassano del Grappa and the Venetian Foothills, from July to September 2025. Among the guest artists: Silvia Gribaudi 10/07, Lella Costa 11/07, Paolo Fresu+Uri Caine 12/07, Giuliana Musso 13/07, Orchestra Di Padova e del Veneto 14/07, Babilonia Teatri 17/07, Tom Cassani 18/07, Marco D’Agostin 19/07, Christos Papadopoulos 24/07, Elio Germano+Teho Teardo 25/07, Adriano Bolognino 31/07, Populous 02/08, Ascanio Celestini 05/08, Stefano Bollani 06/08, Andrea Pennacchi+Nicola Bressi 07/08, Marcos Morau/La Veronal 08/08, Marco Paolini 15/09 Città di Bassano del Grappa

84

operaestate.it


biennaleteatro LEONE D’ARGENTO URSINA LARDI

Nel corso della sua carriera ha interpretato una grande varietà di personaggi femminili, da Salomè a Ljuba, da Giulietta a Gretchen. Ce n’è uno in particolare che ha sentito più vicino o che l’ha segnata in modo speciale? Tra i personaggi del repertorio classico, Ljuba del Giardino dei ciliegi è quella che mi ha interessato di più. Il suo tumulto interiore, il suo oscillare tra glamour e abisso, tra erotismo e depressione. Mi ha profondamente ispirata, sì. Ho trovato un approccio molto diretto, espressivo, che non è quello che si associa normalmente ai ruoli cechoviani. Curiosamente, però, altri miei ruoli hanno ricevuto molta più attenzione da parte del pubblico. Ma non sono certo l’unica attrice a non ricevere il maggior riconoscimento proprio per quelli che considero i miei lavori migliori. Ha lavorato con alcuni dei più importanti registi contemporanei, da Ostermeier a Perceval, da Castellucci a Haneke, fino a Milo Rau. C’è un tratto distintivo del loro modo di dirigere che l’ha colpita o che ha trovato particolarmente significativo? Tutti questi registi – e anche altri, tra i grandi – mi hanno profondamente influenzata. Ciò che li accomuna è una dedizione assoluta e incondizionata alla loro arte. Sono tutti molto diversi tra loro, ciascuno con un approccio unico: alcuni molto intellettuali, altri più intuitivi, alcuni autoritari, altri dialogici, chi lavora più con le immagini, chi con la parola. Tra i maestri citati, il mio legame più intenso è certamente quello con Milo Rau: siamo alla nostra quarta produzione insieme, abbiamo attraversato deserti e vissuto momenti di grande euforia. Amo e coltivo le collaborazioni che si sviluppano nel corso di molti anni; per quella che è la mia esperienza a riguardo, posso dire che si rivelano incredibilmente produttive per tutti i soggetti coinvolti.

Telling about death is always a challenge, but perhaps even more so is questioning how to do it. What message did you want to convey to the audience with Everywoman? And regarding Die Seherin, about which little is known so far, what is the central theme of the performance we will see in Venice? Everywoman is the meeting of Frau Bedau, a woman with a terminal cancer diagnosis who is only visible on video, and me. I speak with Frau Bedau, about Frau Bedau, and even as Frau Bedau, when I narrate a part of her biography in the first person. It is a Memento Mori for me and my audience, a gentle evening where everyone has time to reflect on themselves and their loved ones who have already passed away. The central motif in Die Seherin is wounds, both external and internal, that cannot heal. Here, too, I engage in a dialogue with a person visible on video, Azad Hassan, an Iraqi man whose right hand was amputated during the brutal years of ISIS rule. Azad shares his story and how he copes with this traumatic experience. I play a largely fictional character, a war photographer and actress, whose words have been developed from many interviews with war photographers and contains some of my own personality. Throughout your career you have played a wide range of female characters, from Salome to Ljuba, from Juliet to Gretchen. Is there one in particular that you felt closest to or that has marked you in a special way? Among the characters in the classical theatre repertoire, Ljuba from The Cherry Orchard is the one that interested me the most. Her inner turmoil, her oscillation between glamour and abyss, between eroticism and depression, deeply inspired me. I found a very direct, expressive approach, which is not typically associated with Chekhovian roles. Interestingly, however, other roles of mine have received much more attention from the public. But I’m certainly not the only one who doesn’t receive the greatest recognition for what I consider my best works. You have worked with some of the most important contemporary directors, from Ostermeier to Perceval, from Castellucci to Haneke, and now Milo Rau. Is there a distinctive aspect of their directing style that struck you or that you found particularly meaningful? All of these and some other great directors influenced me. What they all have in common is an unconditional dedication to their profession. They are all very different and each unique, each with a different approach to their art. Some are very intellectual, others more intuitive, some authoritarian, others dialogical, one thinks and works more with images, another with language. Among the directors mentioned, my most intense collaboration has been with Milo Rau; we are on our fourth production together, and we’ve already crossed some deserts and experienced plenty of euphoric highs. I love and nurture longterm working relationships; they are incredibly productive for everyone involved, that has been my experience.

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

una serata delicata, in cui ciascuno ha il tempo di riflettere su sé stesso e sulle persone amate che non ci sono più. Il motivo centrale di Die Seherin sono le ferite – esteriori e interiori – che non possono guarire. Anche qui entro in dialogo con una persona presente in video, Azad Hassan, un uomo iracheno a cui è stata amputata la mano destra durante i barbari anni del dominio dell’ISIS. Racconta la sua storia, il modo in cui ha affrontato questa esperienza così traumatica. Io interpreto un personaggio in gran parte fittizio: una fotoreporter di guerra e attrice, costruita studiando attentamente molte interviste realizzate a fotografi di conflitti. Una parte certamente attoriale e che però contiene e restituisce anche tratti di me stessa.

85


biennaleteatro VENEZIA 75/25

UN VASTO MARE CREATIVO Q uell’anno il nuovo si insediò a Venezia in luoghi insoliti quali campi, chiese sconsacrate, luoghi dell’antica produzione abbandonati e deserti, e si manifestò, per citare Alvin Curran, come “un vasto mare creativo” che lambì la città immersa nelle brume autunnali e sedimentò di un limo formativo e partecipativo le menti dei giovani che vi accorsero entusiasti, limo che sarebbe poi diventato in breve tempo il nutriente principale di una nuova generazione di uomini e donne di teatro. Perché questa fu la Biennale Teatro di Luca Ronconi in quel 1975: uno di quei rari momenti in cui una generazione fondatrice di un teatro nuovo e libero dai lustrini e dalle convenzioni del maledetto teatro borghese (quello che non muore mai, quello sempre sconfitto e sempre da sconfiggere…) incontra la generazione successiva e la feconda, seducendola, orientandola e, al contempo, liberandola, permettendole di esprimere le proprie nuove istanze identitarie, nello specifico le proprie ossessioni teatrali. Fa bene quindi Willem Dafoe, neo-direttore di Biennale Teatro, a dedicare una sezione del suo primo Festival all’edizione di cinquant’anni fa condotta da Luca Ronconi. Perché quella fu una edizione magica, mai dimenticata, che segnò un punto di cesura con il passato. Un po’ come il primo disco dei Velvet Underground, e quella frase di Brian Eno oramai diventata patrimonio dell’umanità: «Il primo album dei Velvet Underground vendette solo 10.000 copie, ma tutte le persone che l’hanno comprato hanno formato una band». Ecco, la Biennale Teatro di Ronconi ebbe solo 1.000 spettatori, ma tutti e mille hanno poi dato vita a una compagnia teatrale… Intendiamoci, non si deve credere che il palinsesto ideato da Ronconi rappresentasse un salto quantico rispetto alle edizioni precedenti. Non era affatto così: Ronconi non portò per la prima volta l’innovazione teatrale laddove l’anno prima i teatri veneziani erano in mano alle compagnie di Gino Cervi e di Giorgio De Lullo (absit iniuria verbis…). Se andiamo a vedere l’edizione del 1972, diretta da quel geniale funzionario della Biennale che fu Wladimiro Dorigo, la presenza di grandi innovatori teatrali era dominante: parteciparono infatti Peter Brook, sempre con il Sogno che portò tre anni dopo, l’Odin, sempre con Min Fars Hus che portò tre anni dopo, Victor García, con Yerma di García Lorca, Ronconi stesso, con Orestea, e il La Mama Theatre di New York, che addirittura godette di una personale con ben cinque rappresentazioni. E allora, perché ricordiamo tutti l’edizione del ‘75 e non quella del ‘72? Per rispondere a questa domanda è utile la visione del documentario che Jacopo Quadri, il figlio di Franco che nella Biennale 1975 era consulente di Ronconi, ha dedicato a quell’edizione. Si chiama 75 – Biennale Ronconi Venezia, uscito tre anni fa, ed opera una radicale inversione nell’approccio classico che di solito

86

si adotta nel progettare lavori di commemorazione come dovrebbe essere questo. Nel senso che Quadri dedica a coloro che cinquant’anni fa erano gli spettatori uno spazio maggiore a quelli che allora furono i registi e gli attori. A fianco delle testimonianze di Andrei Serban, Meredith Monk, Eugenio Barba, degli attori dell’Utopia ronconiana, di Gualtiero Bertelli per l’azione teatrale sulla cittadina di Mira ideata da Giuliano Scabia, di Dacia Maraini che in quell’edizione portò la La donna perfetta, le testimonianze e i ricordi di quelli che nel 1975 furono gli spettatori appaiono essere il cuore pulsante del documentario. E gli spettatori erano Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, che nel 1975 avevano già formato la compagnia del Carrozzone che sarebbe poi diventata i Magazzini Criminali, Alessandra Varzi e Giorgio Barberio Corsetti, che proprio nel 1975 insieme a Marco Solari avrebbero fondato a Roma la Gaia Scienza, Roberto Bacci e il Piccolo Teatro di Pontedera, che l’anno prima con Dario Marconcini aveva fondato il Centro per la sperimentazione teatrale, che nel giro di pochi anni sarebbe diventato uno dei luoghi più importanti a livello mondiale per il teatro di ricerca. E chissà quanti altri giovani lì allora erano presenti per assistere attivamente a spettacoli e laboratori avranno poi intrapreso una carriera teatrale, a livello professionale o amatoriale. Dalle loro testimonianze e ricordi, appare chiaro che il termine “spettatori” era davvero riduttivo per qualificare la loro partecipazione in quella memorabile edizione. Sì, perché quella Biennale del ‘75 non fu solo un cartellone che annoverava gli spettacoli dei maggiori gruppi di sperimentazione teatrale di allora, ma fu anche, e verrebbe da dire soprattutto, un luogo di laboratori, di partecipazione attiva, di formazione. A partire dal mitico laboratorio di Jerzy Grotowski sull’isola di San Giacomo in Paludo, ricordato da Anna Antonelli, che cominciava ogni giorno a mezzanotte e che prevedeva da parte dei partecipanti un silenzio monacale, interrottosi solo il 2 novembre alla notizia della morte di Pasolini. Per la prima volta gli spettacoli e le performance si svolgevano in luoghi non progettati per il teatro: le piazze e i campi della città per la trilogia del Living Theatre, la chiesa sconsacrata di San Lorenzo per l’Otello di Memè Perlini («lo spettacolo non esisteva, nasceva lì giorno per giorno», ricorda Alvin Curran che aveva composto le musiche), la strepitosa quinta teatrale di Campo San Trovaso per l’Age d’or del Theatre du Soleil di Ariane Mnouchkine. E poi gli ex cantieri navali della Giudecca per l’Utopia di Ronconi, questo flusso inarrestabile di aerei, oggetti e attori che durava sei ore, e l’Odin Teatret che stava sì al foyer della Fenice, ma con uno spettacolo che prevedeva solo sessanta spettatori, Min Fars Hus, la casa del padre, dedicato a Dostoevskij. Via dal teatro, fuori dai teatri… F.D.S.


87

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

© Archivio storico della Biennale di Venezia – ASAC


biennaleteatro VENEZIA 75/25

Di padri e figli L’Amleto “tra le nuvole” di Barba e Odin Teatret Non so bene come affrontare lucidamente Le nuvole di Amleto dell’Odin Teatret di Eugenio Barba, perché riconosco quest’ultimo innanzitutto come un grande maestro, di teatro, di studi, di vita. Erano gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, quando Barba fonda nel 1964 a Oslo l’Odin Teatret. Ma erano anche gli anni di Herbert Marcuse (L’uomo a una dimensione), di Ronald Laing e David Cooper e della loro antipsichiatria (ricordiamo nel 1976, una decina di anni dopo quindi, il Libro delle danze di Barba presso l’ospedale psichiatrico di Volterra). Sono gli stessi anni in cui in Italia nasce il “teatro di cantina”, dal quale poi emergeranno figure del calibro di Carmelo Bene, Leo De Bernardinis, Perla Peragallo. Per anni Barba porta avanti una scena priva di fronzoli, ricreando ogni volta uno spazio libero, quello della fattoria dove la compagnia provava. Aveva una lucida passione per lo studio dell’arte dell’attore, culminata ne La canoa di carta. Trattato di antropologia teatrale (1992), dove sempre rivendica il lavoro dell’attore non come pura fisicità, ma come unione di corpo e mente. Fu tra i primi a riprendere le tecniche, in particolare vocali, del Kathakali indiano, da cui nel 1980 la costituzione dell’International School of Theatre Anthropology con l’attrice danzatrice indiana Sanjukta Panigrahi. Da questa esperienza nascerà uno spettacolo d’eccezione dal titolo Theatrum Mundi. Una voce potente quella di Barba, insomma, capace di riaffermare il valore del dialogo e della condivisione interculturale e multietnica in un periodo, quello odierno, di chiusura verso gli altri. Una riaffermazione mai meccanica, prevedibile, però. Quando il Nordisk Teaterlaboratorium Odin Teatret diviene troppo istituzionale trova così il coraggio di ripartire e di rifondarlo. Le nuvole di Amleto, che vedremo a Forte Marghera in questa edizione 2025 della Biennale Teatro, è uno dei primi spettacoli espressione di questa rinascita. Lo sfondo è la morte del figlio di Shakespeare, a soli 11 anni, nel 1596. Cinque anni dopo viene scritto l’Amleto, dove il principe danese riprende il nome dello stesso figlio (Hamnet) del grande drammaturgo. Il tema centrale è una riflessione su quanto abbiamo ricevuto dai nostri padri e di quanto di tutto ciò saremo capaci di trasmettere ai nostri figli. Vi è anche un eloquente sottotitolo: Dedicato a Hamnet e ai giovani senza futuro. Un Amleto insolito, dove è Ofelia a pronunciare il fatidico To be or not to be, e dove, forse richiamando Aristofane e la sua sfiducia verso i sofisti, sono inserite riflessioni filosofiche come questa: «Vedete laggiù quella nuvola? Sembra un cammello. Sacripante! È un cammello davvero! O forse somiglia a una donnola. Infatti ha la forma di una donnola. Non pare una balena? Tale e quale una balena! È l’ora notturna dei malefici quando i cimiteri sbadigliano e l’inferno soffia il suo contagio sul mondo». Da sottolineare, e soprattutto apprezzare, anche il fondamentale contributo luci e video di Stefano Di Buduo (suo il documentario Zona Limite sulla Festuge, irripetibile progetto teatrale di Barba realizzato nella cittadina danese di Holstebro). Da Grotowski, suo maestro: «L’attore è lo pseudonimo per dire essere Eugenio Barba - Odin Teatret Le nuvole di Amleto 2, 3, 4 giugno Forte Marghera-Mestre

88

Photo Stefano di Buduo

umano, nulla di più». Dall’Amleto di Barba, scena X, parla lo zio Claudio, a cui è stata affidata una battuta dal Macbeth: «La vita non è che un’ombra ambulante, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente». Loris Casadei ENG The background of the upcoming adaptation of Hamlet’s Clouds by Eugenio Barba is the death of William Shakespeare’s son, Hamnet, aged merely 11. Five years later, his father wrote Hamlet, whose name echoes that of his lost son. The central theme is a reflection on what our fathers bequest us and on what we will be able to bequeath our sons. The subtitle is quite eloquent: dedicated to Hamnet and to futureless youths. An unusual Hamlet, where it is Ophelia wondering to be or not to be? and where, in possible reference to Aristophanes and his mistrust of sophists, we shall find philosophical reflections such as follows: “You see that cloud in the distance? It looks like a camel. My word! It really is a camel! Or maybe a weasel. The shape is that of a weasel, indeed. Almost like a while. Precisely like a shale. It is the nightly hour when graveyards yawn and hell breaths its evil onto the world.” To be noticed, and appreciated, is the essential contribution of lights and videos by Stefano Di Buduo. Eugenio Barba steals a line from his teacher, Grotowski, about how actor is just another word for person, nothing more, and from Macbeth: “Life’s but a walking shadow, a poor player / That struts and frets his hour upon the stage / And then is heard no more: it is a tale / Told by an idiot, full of sound and fury, / Signifying nothing.”


Photo Leiw Xuan He

Il canto di Inanna Thomas Richards riporta a Venezia il lascito del Workcenter di Grotowski The Song of Inanna

ENG

One of the research topics at Willem Dafoe’s Biennale is its relationship with the 1975 Venice Theatre Biennale, directed by Luca Ronconi. The 1975 edition was all about New Theatre, with inputs from North America (Living Theatre above all) and from Northern and Eastern Europe. Fifty years later, we meet Thomas Richards again. Richards is a director, pedagogist, actor, and witness of an essential experience of twentieth-century theatre: the legendary Workcenter founded by Jerzy Grotowski in Pontedera, near Pisa, Italy, in 1986. An educational centre for adult actors, the Workcenter was based on the poetry of without, with the actor-audience relationship at the centre of the performance, eliminating everything that is not strictly needed. At the helm of the Workcenter from 1999 to its closing in 2022 was Thomas Richards, an “essential collaborator” of Grotowski’s, who will also direct one of the workshops at Biennale College.

Thomas Richards – Theatre No Theatre Inanna Project 14, 16 giugno Teatro alle Tese, Arsenale

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Tra gli ambiti di ricerca portati alla luce dal primo Festival firmato Willem Dafoe spicca il legame con la Biennale Teatro del 1975 di Luca Ronconi, che portò in laguna una rappresentanza significativa di quello che era il Nuovo Teatro, testimoniando sia la scena nordamericana – uno su tutti, il Living Theater – che quella del Nord ed Est Europa. E tra i protagonisti di quelle avanguardie cui Festival 2025 rende omaggio, a cinquant’anni di distanza, troviamo Thomas Richards: regista, pedagogo, attore e testimone di un’esperienza fondamentale per la storia del teatro del XX secolo, quella del leggendario Workcenter fondato dal maestro polacco Jerzy Grotowski nel 1986, a Pontedera. Istituto creativo di educazione permanente per artisti adulti, meta di decine di attori e registi in cerca di nuove strade espressive, il Workcenter era erede del teatro-laboratorio che Grotowski aveva fondato a Breslavia, in Polonia, gettando le basi della “poetica del senza”, in cui il rapporto attore-spettatore viene messo al centro di tutto, attraverso l’eliminazione del “superfluo”. Dal 1999 alla guida del Workcenter, Richards – che Grotowski definiva “collaboratore essenziale” – l’ha diretto fino alla chiusura nel 2022, raccogliendo poi i suoi attori provenienti da culture, estetiche, lingue e percorsi diversi nella nuova compagnia Theatre No Theatre. Con loro porta a Venezia in prima europea Inanna, un progetto creativo che riporta in vita un antico ciclo sumerico di poesie ispirate alla figura dell’Alta Sacerdotessa Inanna. Centrale nella mitologia sumera, Inanna non rappresenta solo il divino, ma incarna femminilità, spiritualità e forza d’animo e, attraverso la sua storia di viaggi, prove e tribolazioni, riflette la complessità della natura e della condizione umana. Il viaggio che Theatre No Theatre ha intrapreso per dare vita a questi antichi versi è partito dalla loro traduzione nelle lingue parlate dai performer della compagnia (tra cui spagnolo, inglese, coreano, italiano ed ebraico) per poi proseguire, come moderni aedi, con la creazione di tessiture sonore ispirate ai canti tradizionali e ai metodi narrativi tipici delle diverse culture di provenienza. Con meticolosa attenzione, il gruppo ha costruito una performance che si propone di trascendere quelle barriere che differenze linguistiche e culturali possono innalzare nella nostra percezione. Fedele alla dimensione pedagogica del suo lavoro, Richards conduce anche un laboratorio nell’ambito del College, mentre Spazio Cinema – sezione dedicata ai contributi video documentari e cinematografici degli artisti ospiti del Festival – propone Action, l’ultimo spettacolo che Richards ha realizzato sotto la supervisione di Grotowski. Livia Sartori di Borgoricco

89


biennaleteatro MAESTRI DI OGGI

Photo Arno Declair

Quel sottile confine Il ritorno di Ostermeier tra nuovo realismo e disincanto Thomas Ostermeier, ex enfant prodige e terrible della scena berlinese, tedesca ed europea, torna alla Biennale Teatro, che a più riprese ha presentato i suoi lavori e che nel 2011 lo ha premiato con il Leone d’Oro. Protagonista di una folgorante ascesa, Ostermeier si fa notare fin dai primi tre anni di direzione artistica della Baracke, dove rimaneggia grandi classici e porta per la prima volta in Germania autori britannici post-thatcheriani, ancora pressoché sconosciuti. Le sue messe in scena sono fisiche, adrenaliniche, radicali. Nel 1999, a soli 29 anni, entra nel pool di direttori artistici della Schaubühne di Berlino – uno dei centri culturali più importanti d’Europa – insieme alla coreografa Sasha Waltz e ai dramaturg Jens Hillje e Jochen Sandig, diventando l’emblema della nuova generazione teatrale tedesca. Nello stesso anno pubblica un manifesto di poetica cui è sempre rimasto fedele, sostenendo la necessità di un “nuovo realismo” che permetta al teatro di riappropriarsi della sua funzione di specchio della società. Da qui nascono le sue riletture dei grandi classici, di cui sviscera e rilegge i passaggi moderni, e il suo deciso sostegno alle nuove drammaturgie. Stiamo, in buona sostanza, parlando di un Maestro del teatro contemporaneo, che a Venezia porta Changes di Maja Zade, senior dramaturg della Schaubühne, in prima nazionale dopo il debutto a Berlino lo scorso novembre. La pièce si apre nella cucina di una casa di un quartiere benestante, dove Nina e Mark, insieme da vent’anni, mentre fanno colazione parlano della giornata che li attende. Lei è un membro del parlamento e tra le varie altre incombenze, si sta battendo per impedire la chiusura di un rifugio per donne. Lui era un avvocato di successo ma, dopo un burnout, insegna ora alle elementari, cercando ancora un equilibrio nella nuova dimensione lavorativa. Dopo colazione si separano. Entrambi si trovano ad affrontare problemi inaspettati: Nina al rifugio e in ufficio, Mark a scuola. Incontrano una varietà di personaggi – colleghi, studenti, genitori, imprenditori ricattatori, conduttori di talk show, parrucchieri e anche animali dello zoo – tutti interpretati dai due soli protagonisti, per un totale di 23 ruoli. La sera, quando si ritrovano a casa, davanti a Netflix, i changes che li hanno inseguiti durante tutto il giorno hanno cambiato sia loro che il loro rapporto. A quanti e quali compromessi si può scendere per diventare la versione migliore di noi stessi, senza arrivare al punto di snaturarci? Quanto è sottile il confine tra successo e fallimento? Changes è un’opera teatrale sulla difficoltà di cambiare il mondo in meglio, e sullo sforzo necessario per non perdersi mentre lo si sta facendo. Livia Sartori di Borgoricco

90

The bare edge

ENG

Thomas Ostermeier is back at the Venice Theatre Biennale, where he often premiered his work and where he was awarded the Golden Lion in 2011. Ostermeier’s career grew quickly as a director of the Baracke, where he produced classics and where he first showed in Germany post-Thatcherian British author barely known up to that point. In 1999, aged merely 29, he was made one of the art directors at Berlin’s Schaubühne, one of the most important cultural centres in Europe, and became known as part of the new, young German theatre generation. In the same year, he published his manifesto, stating the need for a ‘new realism’ that allow theatre to appropriate its core function as a mirror of society. Hence, his readings of the great classics and their embedded modernity and his support of up-and-coming authors. Ostermeier will be in Venice with Changes by Maja Zade. The piece opens with a middle-class couple, Nina and Mark, having breakfast and going about their day. He is a politician, while she is a former lawyer who burned out, and is now an elementary school teacher. Thomas Ostermeier Changes 7, 8 giugno Teatro Goldoni


Non è il Paese dei Balocchi Il Pinocchio straordinario e necessario di Davide Iodice «Intanto che voi società cercate una risposta per il futuro, io cosa faccio?». Questa la domanda di Pinocchio al maestro, il quale a sua volta gli risponde di andare alla ricerca di altre domande. E di punti interrogativi Davide Iodice ne pone moltissimi con il suo spettacolo Pinocchio. Che cos’è una persona? che il direttore artistico Willem Dafoe ha assolutamente voluto alla sua Biennale, dopo averlo visto a Napoli lo scorso settembre ed essersi profondamente commosso. In perfetta sintonia con il Theatre is Body – Body is Poetry, con questo suo irrituale Pinocchio, nato da uno studio nel 2023 e già vincitore del premio speciale UBU nel 2024, Iodice rivela tutto il potenziale del corpo come strumento unico di trasmissione del racconto e si inserisce a pieno titolo nella sezione I maestri di oggi. Protagonisti sulla scena sono i ragazzi con sindrome di Down o nello spettro di autismo, sindrome di Williams, o Asperger della Compagnia della Scuola Elementare del Teatro, conservatorio popolare per le arti della scena, accompagnati talvolta da membri delle rispettive famiglie. I corpi “diversi” che compongono l’articolato gruppo di lavoro, sono tutte figure che portano in scena molteplici Pinocchi possibili, ma ciascuno prezioso e insostituibile. «Pinocchio e l’intera compagine simbolica della favola sembrano incarnare tutte le caratteristiche di un’adolescenza incomprensibile e incompresa, nel cui tormento si specchia una società di adulti in rovina. Pinocchio è il diverso, è tutti i diversi, con la loro carica anarchica e dirompente», racconta Iodice a riguardo dello spettacolo di cui ha curato ideazione, drammaturgia e regia. «Più volte in questi anni la figura del burattino Pinocchio ci è stato di ispirazione, come a un fratello simbolico dei ragazzi in scena. Il lavoro di ridefinizione delle identità attraverso lo strumento dell’Arte, la centralità della persona e delle sue fragilità, sono i principi alla base della pedagogia della Scuola Elementare del Teatro». Temi a cui Iodice si è dimostrato attento sin dall’inizio del proprio percorso artistico e che la vita, in seguito, gli ha chiesto di affrontare anche nella propria quotidianità familiare. Una sfida che ha saputo accogliere non solo nel suo privato, ma anche fondere con la sua arte, il teatro, fino a farne una luminosa missione. Diletta Rostellato

This is no Land of Toys

ENG

“While you look for answers about our future, what am I to do?” thus Pinocchio to his teacher, who replies he will look for further questions. Questions about in Davide Iodice’s show Pinocchio. Che cos’è una persona? (lit. ‘Pinocchio, what is a person?’) that 2025 Venice Theatre Biennale director Willem Dafoe wanted at all costs after seeing Iodice in Naples last September. First conceived as a study in 2023 and awarded the special UBU Award in 2024, the piece is about the different bodies of the pupils at Compagnia della Scuola Elementare del Teatro, affected by Down’s, Williams’, Asperger’s, or otherwise in the spectrum. Each is a possible Pinocchio, each precious and unreplaceable. “Pinocchio and its story seem to embody all the features of impenetrable, misunderstood adolescence, whose torment mirrors the capitulation of adult society. Pinocchio is different, he is all the different individuals, with their anarchy and their disruption.” Davide Iodice Pinocchio. Che cos’è una persona? 4, 5 giugno Teatro alle Tese, Arsenale

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Photo Renato Esposito

91


D Dm+B&Associati

art night art venezia night art venezia night venezia

sabato 22 21 giugno giugno 2024 2025 sabato www.artnightvenezia.it

92

sabato 17 giugno 2023


biennaleteatro MAESTRI DI OGGI

Photo Jay Bolgar

Poeta, attivista, performer e pioniere della spoken word poetry americana, Bob Holman è tra i nomi più influenti della scena culturale internazionale. Figura di riferimento per generazioni di artisti e promotore di un’idea di poesia orale come pratica sociale e performativa, Holman è a Venezia con We Are the Dinosaur, azione urbana pensata per lo spazio pubblico, e con un intervento speciale all’interno di Talking Poetry/More Than Heart II, progetto del collettivo Industria Indipendente. Difficile racchiudere la sua traiettoria in poche righe: fondatore del leggendario Bowery Poetry Club di New York e del primo spoken word label della storia, Mouth Almighty, Holman ha attraversato con naturalezza il mondo del video, del teatro e della musica, contribuendo a definire i linguaggi performativi della poesia contemporanea. I suoi progetti per la tv americana, come The United States of Poetry e il documentario Language Matters, dedicato alla sopravvivenza delle lingue indigene, gli sono valsi numerosi premi e riconoscimenti. È salito sul palco dell’HBO Def Poetry Jam e di MTV, ha pubblicato una dozzina di libri e vissuto la poesia come missione: un atto politico e corporeo, dove suono e senso si fondono per trasformare l’ascolto in partecipazione. Non a caso è stato scelto da Willem Dafoe per il suo debutto da direttore: in perfetta sintonia con il tema Theatre is Body – Body is Poetry, Holman incarna un’idea di teatro dove la voce è gesto, presenza, resistenza. La performance di strada We Are the Dinosaur nasce da un suo celebre componimento incluso nella raccolta The Collect Call of the Wild del 1995. È una poesia-manifesto al tempo stesso ludica ed estrema, che affonda le radici nel ritmo tribale e nell’infanzia Bob Holman Talking Poetry/More Than Heart II 6 giugno Teatro alle Tese, Arsenale We Are the Dinosaur 8 giugno Performance itinerante

del linguaggio. Il testo è una feroce invettiva contro l’autodistruzione dell’umanità e l’emergenza climatica, che Holman dipinge con immagini apocalittiche e un sarcasmo tagliente. Come i dinosauri – sembra dirci il buon Bob – siamo destinati ad estinguerci, ma finché abbiamo voce abbiamo speranza: possiamo cantare, gridare, amare e forse, se agiamo con consapevolezza, possiamo ancora salvare il nostro Pianeta dall’abisso. All’Arsenale, invece, insieme al collettivo Industria Indipendente Holman si immerge in un’esplorazione sul corpo vocale e ritmico. La sua voce nuda si trasforma in un flusso sonoro che cresce, tra i 100 e i 180 bpm, dando forma a un’esperienza poetica che oltrepassa il ritmo del cuore, interrogando il senso dell’ascolto e della presenza. Il sound design, curato da Filippo Brancadoro, contribuisce a rendere la performance un’interazione tangibile tra parola e suono, tra respiro e ritmica. Oggi vive sopra il suo Bowery Poetry Club, nel cuore pulsante di Manhattan, circondato dai suoi libri, dai figli, dai nipoti e dalle tantissime voci che continuano a passare di là. Perché per Holman la poesia non è mai stata solo scrittura, ma una forma di esistenza condivisa, un atto collettivo che pulsa sempre, ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare. Chiara Sciascia ENG Renowned American spoken word poet, activist, and performer Bob Holman is a key figure in the international cultural scene and a mentor to generations of artists and advocates for oral poetry as a social and performative practice. In Venice, Holman will present We Are the Dinosaur, an urban action for public spaces. Holman’s journey is vast: he founded New York’s legendary Bowery Poetry Club and the first spoken word label, Mouth Almighty. He has seamlessly navigated video, theatre, and music, shaping contemporary poetic languages. We Are the Dinosaur is a playful yet extreme manifesto that critiques humanity’s self-destruction and climate crisis with apocalyptic imagery and sharp sarcasm.

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Sulle tracce dei dinosauri Bob Holman, un grido di poesia per salvare il mondo

93


biennaleteatro MAESTRI DI OGGI

Photo Milagro Elstak

Una manciata di parole

Vertigine divina La testa leggermente inclinata verso destra, le braccia aperte e la gamba sinistra, fissa a terra a fare da perno per la rotazione, in asse con il cuore. È più di una semplice danza, è una forma di meditazione attiva quella che i dervisci rotanti mettono in pratica per allontanarsi dai propri desideri e tendere verso la perfezione divina. È così che l’Istanbul Historical Turkish Music Ensemble porta l’idea del “corpo santo”, che attraverso la musica e il roteare crea lo spazio per raggiungere il divino. Un gesto che si inserisce nel programma di questa 53. Biennale Teatro che il direttore Willem Dafoe ha voluto dedicare al corpo, in quanto motore dell’incontro tra interpreti e il pubblico e strumento capace di creare una comunità in ascolto. Istituzione del Ministero Turco della Cultura il cui scopo è quello di preservare il patrimonio della musica colta turco-ottomana, in particolare la musica sufi, l’Istanbul Historical Turkish Music Ensemble porta in tutto il mondo questa danza tradizionale originaria del XIII secolo e derivata da una pratica devozionale legata al sufismo, branca dell’Islam più mistica e ascetica. Vestiti con una tunica bianca simile a un sudario e un copricapo che richiama le pietre tombali dei paesi musulmani, i dervisci danzano piroettando e girando intorno al loro maestro. Uno spettacolo intenso, emotivamente e spiritualmente, che cattura il pubblico lasciandolo senza fiato. Diletta Rostellato ENG Head tilting right, open arms, left leg aligned with the heart to act as a pivot for the whole body. This is more than a dance, it is a form of active meditation that whirling dervishes use to pull away from their earthly needs and reach out to divine perfection. This is part of the 2025 Venice Theatre Biennale section that director Willem Dafoe wanted to dedicate to the body, the driving force of the meeting of performers and audience and the tool that can bring about a listening community. The Istanbul Historical Turkish Music Ensemble tours the world to show this thirteenth-century dance and Sufi devotional practice. An emotionally and spiritually intense show that will leave us breathless. Istanbul Historical Turkish Music Ensemble Mevlevi Sema 13 giugno Squadratori, Arsenale

94

Ancora fresco nella memoria il solco tracciato da una sconvolgente Ana Lucia Barbosa, protagonista di Domani, azione performativa ad altissimo impatto emotivo presentata da Romeo Castellucci nel 2023 alla Scuola Grande della Misericordia, ecco che il visionario creatore cesenate ritorna due anni dopo a Venezia con l’anteprima mondiale de I mangiatori di patate, progetto site-specific concepito questa volta per l’isola del Lazzaretto Vecchio. L’isola, in cui riecheggia la memoria dell’isolamento e della malattia, diventa palcoscenico di una riflessione sulla caducità, la fame e l’essenzialità dell’esistenza. Il grande lazzaretto, con i suoi spazi spogli ma carichi di storia, si trasforma in un dispositivo scenico in cui la tensione tra corpo e architettura diviene protagonista. Il titolo rimanda immediatamente a immagini di privazione e resistenza, evocando l’omonima opera di Van Gogh, dove la materia pittorica grezza restituisce la durezza della vita contadina. Anche nel teatro di Castellucci la fisicità è centrale: la patata, alimento umile e necessario, si fa simbolo di un’esistenza ridotta all’essenziale, mentre la scena diviene il luogo di un confronto brutale con la realtà della carne. Come sempre nel suo lavoro l’iconografia si carica di ambiguità: sacralità e crudezza convivono, senza offrire chiavi di lettura univoche. La manciata di parole che l’autore concede nella criptica presentazione dell’opera – Caduta, Statua, Fame, Caricatura, Storia, Tre, Affetto, Amico, Cera, Marrone, Christus, Nastro, Stella nera – tracciano un percorso frammentario, apparentemente disordinato, che rifugge la linearità narrativa per affidarsi alla suggestione visiva e sensoriale. Ogni termine è un’eco, un varco aperto nell’indeterminatezza, un invito a confrontarsi con il non detto. Romeo Castellucci I mangiatori di patate 31 maggio-15 giugno Isola del Lazzaretto Vecchio


Photo Adriano Heitmann

Nell’alveo del tema Theatre is Body – Body is Poetry, Castellucci riafferma la centralità del corpo come strumento espressivo primario. La fisicità, da sempre fulcro della sua ricerca, sembra voler tornare qui a confrontarsi con l’essenzialità della materia e della fame in uno spazio dove la memoria storica amplifica la risonanza del gesto. Più che raccontare, il teatro di Castellucci evoca: frammenti visivi, suoni, silenzi e corpi abitano lo spazio secondo una logica non narrativa, ma sensoriale. I mangiatori di patate si preannuncia come una nuova tappa nella sua esplorazione dei limiti della rappresentazione scenica, in cui l’immagine precede la parola e l’esperienza si costruisce nell’ambiguità, nel disequilibrio, nell’assenza di un centro stabile. Chiara Sciascia ENG Romeo Castellucci presents I mangiatori di patate (lit. ‘the potato eaters’), a site-specific project for the Lazzaretto Vecchio island, in the Venetian Lagoon. In the 1400s–1600s, the Lazzaretto was the containment area for those infected with plague or leprosy, isolated from the rest of the city. It now serves as a backdrop for a reflection on transience, hunger, and the essence of existence. The island’s buildings are now empty, though loaded with history. The project’s title reminds of images of privation and resistance. In Castellucci’s theatre, physicality stands front and centre, while the potato, a humble, necessary staple, is the symbol of an existence reduced to its lowest terms. In a cryptical introduction, a few words ease us into the story: Fall, Statue, Hunger, Caricature, History, Three, Affection, Friend, Wax, Brown, Christus, Ribbon, Black Star… I mangiatori di patate promises to be a new step in the exploration of the limits of stage representation, a territory where image precedes the word and experience grows on ambiguity, unbalance, and in the absence of a recognized focus.

Attrice, clown, autrice, figura di riferimento del panorama comico europeo: da oltre quarant’anni Gardi Hutter porta in scena una clownerie teatrale fatta di corpi buffi e irriducibili, di gesti che inciampano, di ostinazioni che fanno ridere e pensare. Formatasi all’Accademia del teatro di Zurigo, è stata apprendista-clown al CRT di Milano, dove ha lavorato con maestri come Nani Colombaioni, Mario Gonzales e Ferruccio Cainero. Ha creato una figura femminile tragicomica e testarda; la sua “clownessa” – corpo goffo, occhi spalancati, movimenti imprevedibili – non è mai maschera, ma presenza viva, pronta a cadere e ricominciare, in lotta con il mondo senza mai uscirne vincitrice, ma restando sempre “in piedi”. I suoi spettacoli, rappresentati oltre 4000 volte in più di 35 paesi in tutti e 5 i continenti, hanno contribuito a ridefinire la figura del clown quale forma di linguaggio teatrale autonomo, capace di parlare a pubblici diversi toccando corde profonde. Giovanna d’ArPpo è la parabola grottesca di una lavandaia che sogna imprese eroiche, sulle orme – molto alla lontana – di una certa Pulzella d’Orléans. Non trovando nemici all’altezza, trasforma la sua lavanderia in un campo di battaglia immaginario tra stracci e detersivi, costruendo una guerra tutta personale, tragica e ridicola. La sua è una missione senza scopo, ma condotta con convinzione assoluta, fino all’assurdo. Lo spettacolo rientra nel tour di congedo con cui Hutter – oggi settantenne – presenta per l’ultima volta i suoi quattro assoli più celebri. Il corpo comico – vulnerabile, impaziente, caparbio – si fa qui luogo di resistenza e disarmo, portatore di una logica alternativa in cui il fallimento non è sconfitta, bensì occasione per ricominciare. In scena non vi è parola che valga quanto una caduta, né verità che resista a un buon malinteso. Ma resta una certezza: niente unisce più di una risata condivisa. C.S. ENG Actress, clown, author, and a staple of European comedy: since over forty years, Gardi Hutter stages theatrical clown shows starring her tragicomic she-clown persona, a stubborn, awkward clowness with frantic eyes and unpredictable movements. It never feels like a mask, it feels like a living presence that is always ready to fall and start over, fighting the world knowing there’s no way to win, and yet falling on her feet every time. Giovanna d’ArPpo (sic) is the grotesque story of a laundress who dreams of heroic deeds, on the (very distant) path of a certain Maid of Orléans. Since the laundress can barely find any foil, she turns her laundry room into an imaginary battlefield, complete with a personal, tragic, ridiculous war of rags and detergents. An aimless mission carried out with absolute conviction to its absurd end. Gardi Hutter Giovanna d’ArPpo 5, 6 giugno Teatro Piccolo Arsenale

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

L’arte di cadere

95


biennaleteatro UNO SGUARDO AL FUTURO

Photo Shirin Rabi

Testimone chiave Princess Bangura, un corpo scenico in due continenti Princess Isatu Hassan Bangura sintetizza il cuore della sua arte in una pratica che non è semplice espressione corporea, ma rivendicazione: un confronto con il proprio corpo e con la storia che lo ha attraversato. Ogni gesto sfida il silenzio e l’invisibilità, per trasformare la vulnerabilità in risorsa. Nata in Sierra Leone nel 1996, Bangura ha intrapreso un percorso internazionale che l’ha portata a formarsi alla Drama Academy di Maastricht e a debuttare nella stagione 2021-22 al NTGent in Grief & Beauty per la regia del maestro Milo Rau, anch’egli a Venezia a dirigere il Leone d’Argento Ursina Lardi in Die Seherin (vedi p.82). Artista multidisciplinare e autrice di numerosi spettacoli da solista, si distingue per una riflessione sul corpo come spazio di conflitto, memoria e liberazione. Narratrice necessaria, realizza performance radicali, “ricche di immagini e colori”, che affrontano identità, eredità e appartenenza, facendosi testimone in forma teatrale delle ferite del tempo e della volontà di affermarsi. Debutta alla Biennale Teatro di Dafoe con due lavori: Great Apes of the West Coast, racconto autobiografico in forma performativa, e Blinded by Sight – An Oedipus Monologue, riscrittura lirica e fisica della tragedia greca. In Great Apes of the West Coast Bangura torna alle origini per raccontare, per la prima volta in scena, la storia che ha sempre evitato e divenuta ormai inevitabile da affrontare. Dopo una separazione forzata dalla madre e una lunga attesa prima del ricongiungimento, rilegge il proprio vissuto – lo sradicamento, Princess Isatu Hassan Bangura Great Apes of the West Coast 14, 15 giugno Tese dei Soppalchi, Arsenale Blinded by Sight – An Oedipus Monologue 14 giugno Sala d’Armi E, Arsenale

96

la costruzione di un’identità tra mondi distanti – con un linguaggio che intreccia parola, canto e movimento. Il punto di partenza è la memoria d’infanzia: gli affetti, una scimmia domestica, ma anche la guerra civile che ha devastato per anni la Sierra Leone. Quel passato radicato in Africa occidentale si confronta con il presente europeo, scandito da spaesamento, razzismo e dall’esigenza di ridefinire lo sguardo altrui. Il titolo, Great Apes, evoca consapevolmente uno stereotipo razzista per sovvertirlo e rivendicarlo come segno di orgoglio e forza. Un rito di guarigione che trae linfa dalle radici e riecheggia nella condivisione collettiva. Blinded by Sight – An Oedipus Monologue propone invece una rilettura della figura di Edipo attraverso il corpo dell’eroe ormai cieco e anziano. Vengono riattivati i momenti chiave di un’esistenza marchiata dal crimine e dal destino, interrogando il rapporto tra colpa e punizione, conoscenza e cecità. Anche qui lo spazio teatrale si fa luogo rituale, dove l’intimità della confessione si apre a una riflessione più ampia sul tragico. Tra autobiografia, mito e critica culturale, Bangura incarna una presenza che attraversa confini, scardina l’emarginazione e reclama appartenenza. Le sue parole non cercano comprensione o consenso, ma esigono attenzione. Chiara Sciascia ENG Princess Isatu Hassan Bangura’s art is more than corporeal expression: it is a claim onto one’s own body and the stories behind it. Every gesture challenge silence and invisibility to turn vulnerability into a resource. Born in Sierra Leone in 1996, Bangura studied in the Netherlands. A multi-disciplinary artist and author of several solo shows, her art focuses on the body as the space of conflict, memory, and liberation. She will be at the 2025 Venice Theatre Biennale with two works: Great Apes of the West Coast and Blinded by Sight – An Oedipus Monologue.


Photo Giannis Nodaras

Photo Flavio Karrer

Play / Shame Doppelgänger. Sosia, in tedesco. Un’incredibile, inquietante somiglianza è il filo che unisce le storie di due ragazze, Paris entrambe, attorno a cui ruota lo spettacolo Call me Paris che la regista, autrice e performer tedesca Yana Eva Thönnes presenta in prima assoluta a Venezia per il 53. Festival internazionale di teatro. Una è Paris Hilton, ereditiera di hotel e famosa it-girl, autoproclamatasi inventrice del selfie e protagonista suo malgrado del sex-tape One night in Paris, diffuso online dal suo ex fidanzato. L’altra è una giovane ragazza di Bergisch Gladbach, in Germania, il cui soprannome è Paris e che si ritrova a sua volta protagonista di una sua personale versione di One night in Paris. Eva Thönnes analizza i ricordi traumatici di queste due ragazze bionde e si propone di sviscerare il contesto in cui questi casi sono realmente accaduti: gli anni Duemila, con la loro misoginia e i primi albori di internet. Classe 1990, con Call me Paris la trentacinquenne regista, già affermatasi in Germania e la cui ricerca artistica si è svolta anche tra Giappone, Stati Uniti e India, si inserisce nella sezione del Festival dedicata all’esplorazione di generazioni emergenti, portatrici di poetiche inattese. Diletta Rostellato ENG Disquieting similarity in the story of two young women, both named Paris. Call me Paris is a show by German author and performer Yana Eva Thönnes that will premiere at the 2025 Venice Theatre Biennale. One of the women is Paris Hilton – heiress, it-girl, selfie inventress, and unwitting protagonist of famous sex tape One night in Paris. The other woman is German, Paris is her nickname, and herself a protagonist of another Night in Paris. Eva Thönnes analyses the trauma of the two blondes and eviscerates the context of their cases and furthers her artistic research on the aesthetics of a new generation of theatremakers. Yana Eva Thönnes Call me Paris 1, 2 giugno Teatro Piccolo Arsenale

Il percorso di Evangelia Rantou si è plasmato nel tempo tra pratiche artistiche diverse, mantenendo però una sua coerenza profonda: al centro, sempre, il corpo come soglia sensibile e dispositivo poetico. Diplomata alla Scuola di Danza di Atene, ha lavorato con alcuni degli autori più radicali del teatro e del cinema contemporaneo – da Dimitris Papaioannou a Lucinda Childs, da Robert Wilson a Yorgos Lanthimos e Athina Tsagari, che l’hanno diretta nei film Kinetta (2005) e Attenberg (2010) – senza mai rinunciare a una propria ricerca autonoma. Questa prende forma, dal 2012, con Garage21: un centro di creazione fondato a Corfù insieme alla sorella Maria, che negli anni ha generato opere, incontri, residenze e l’ION_Arts Festival, contribuendo a rafforzare la scena locale in dialogo con il panorama internazionale. Mountains, presentato in prima assoluta alla Biennale, ideato da Garage21, diretto da Maria Rantou e interpretato da Evangelia, è l’esito più recente di questo laboratorio in perpetuo divenire. Una coreografia senza parole, in cui il corpo non rappresenta ma custodisce, registra, sedimenta. Ogni movimento si fa traccia: memoria, cancellazione, riscrittura. Come un paesaggio modellato dal tempo, la presenza in scena si trasforma, si corrode, persiste. Il titolo non è allegorico, ma materico: evoca rilievi, stratificazioni, mutazioni lente e inevitabili. Nel fluire della performance nulla viene dichiarato; tutto si espone, si lascia percepire. Una sorta di sospensione in cui il pubblico non è chiamato a interpretare ma a essere presente, a condividere un tempo che sfugge alla narrazione. Una danza che non cerca appigli e fa della precarietà la propria forza, dell’impermanenza una forma di resistenza. C.S. ENG Evangelia Rantou experimented with different arts, though kept consistent to a core belief: the body as sensitive threshold and poetic device. A graduate of the Athens School of Dance, Rantou worked with some of the most avant-garde theatre and cinema authors in Europe. She also researches art on her own: since, 2012, her creative workshop Garage21 in Corfu, Greece, produced art, meetings, residencies, and the ION_Arts Festival. Her Mountains will premiere at the 2025 Venice Theatre Biennale, starring Evangelia and directed by her sister Maria. In it, nothing is stated: everything just shows and allows itself to be perceived. Evangelia Rantou Mountains 11, 12 giugno Sala d’Armi E, Arsenale

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Paesaggi interiori

97


98


biennaleteatro UNO SGUARDO AL FUTURO

Photo Brian Hashimoto

Jakov Petrovic Goljadkin, dopo un dubbio risveglio, incerto se ancora stesse sognando, si ritrova a bordo di una carrozza affittata e viene notato dallo sguardo magnetico del suo superiore. Rifiuta quello sguardo. «Non ho niente a che fare – continuava faticosamente a borbottare –, non sono io e basta!». Poco dopo avverrà il primo incontro con il suo doppio. È l’inizio de Il Sosia di Fëdor Dostoevskij, una delle fonti di ispirazione di The (Un) double, lavoro prodotto da The Useless Room e scritto e diretto da Anthony Nikolchev. È una prima mondiale quella che vedremo alla Biennale Teatro, ma Anthony lo conosciamo già. Non ci è sfuggito nel 2017, infatti, il suo corto musicale Past Hope Now, sguardi e gesti di una coppia che lotta per la sopravvivenza nel deserto, e lo abbiamo apprezzato come attore nel film di Pietro Pinto Adam del 2020, in cui in un mondo futuro dove è possibile l’immortalità il protagonista sceglie una esistenza mortale per affermare il suo essere uomo. Non certo semplice il lavoro di questo artista californiano, che però viene dalla scuola di Grotowski, plurilaureato in teatro, in biologia e filosofia. Nelle sue opere troviamo commedia, tragedia, ironia e soprattutto invito alla riflessione su temi caldi, sul confine tra generi, tra interessi collettivi e individuali. The (Un)double è al tempo stesso una sorta di «dialogo socratico, valutazione psichiatrica, movimento di danza e adattamento letterario» sulla patologia umana di crearsi un doppio, di immaginarsi diversi da come si è. La pièce utilizza anche altre fonti, stavolta non più letterarie, ma molto più drammatiche e reali, incentrare sulla figura tragica e criminogena di Radovan Karadzic, presidente della Repubblica serba di Bosnia e Erzegovina nei drammatici anni del conflitto nella ex Jugoslavia, accusato e infine condannato Anthony Nikolchev The (Un)double 10, 11 giugno Tese dei Soppalchi, Arsenale

per crimini contro l’umanità. Karadzic che era riuscito a sottrarsi alla cattura e che con il nome di Dragan Dabic si era creato una fama insegnando e praticando medicina alternativa. Vi è qui il riferimento, anch’esso tragico naturalmente, all’influenza che il leader serbobosniaco ha avuto su personaggi come il suprematista Brenton Tarrant, che prima del massacro di musulmani a Christchurch in Nuova Zelanda si riprendeva cantando Remove Kebab, canzone nazionalista serba in onore del suo idolo, Karadzic, per l’appunto. Difficile il compito di rappresentare una simile tematica. Una risposta è il contatto umano con gli altri, il sentire di avere un compito, una responsabilità, il lavorare insieme, attraverso un rapporto intenso con i propri simili, ma anche l’attivazione del proprio corpo sino a sentirne la pienezza; ed è esattamente qui che si snoda il percorso narrativo di The (Un)double. Siamo in una bianca stanza d’ufficio, minacciosi televisori alle pareti, che lampeggiano ininterrottamente. Un narratore, talvolta uno spettatore e due corpi che si incontrano, scontrano, confrontano. Lo sguardo sempre dominante, un libro in mano a conferma della vocazione letteraria del lavoro. Loris Casadei ENG Uncertain whether he was awake or still dreaming Yakov Petrovich Golyadkin found himself aboard a hired stagecoach, his office manager looking at him. “I can’t deal with this! – he kept staying – that is not me, and that’s final!” A short time later, he would meet his double. This is how Dostoevsky’s The Double begins. The Double inspired Anthony Nikolchev’s (Un)double, which will premiere at the 2025 Venice Theatre Biennale. His piece is a “Socratic dialogue, psychiatric evaluation, dance piece, and literary adaptation” on the human habit of imagining oneself different from what one is. It all starts in a white office space, with TV sets on the walls, flashing continuously…

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

La Sindrome del sosia Identità e inquietudine nell’opera di Anthony Nikolchev

99


biennaleteatro UNO SGUARDO AL FUTURO

La parola si fa suono L’ipnotica Daniela Pes Se si voleva trovare conferma del progressivo intrecciarsi delle trame artistiche, e direi ancor prima curatoriali, tra i diversi settori che definiscono nel loro insieme la grammatica contemporanea della Biennale, beh, direi che niente di più eloquente a riguardo è questa chiusura live della Biennale Teatro in musica. Sarà infatti Daniela Pes a chiudere il 15 giugno al Teatro alle Tese questa prima, attesissima edizione del festival firmata Willem Dafoe. Una scelta centratissima, perché questa talentuosa nuova voce del panorama crossover della scena indie italiana è davvero l’espressione di un processo di rielaborazione e riattualizzazione di esperienze avanguardistiche e di tradizioni folcloriche non solo riuscito e credibile, ma direi di più prodigo di tracce seminali che potrebbero far fiorire nuove ramificazioni soniche, insieme fertilmente contaminate e cool. Spira, il suo album d’esordio del 2023 subito riconosciuto da pubblico e critica come gemma preziosa delle nuove sonorità in divenire della scena elettronico-autoriale, sì da garantirle, tanto per incominciare bene, la Targa Tenco, è probabilmente con l’album, anch’esso d’esordio, del carnico Massimo Silverio Hrudja, coetaneo di Daniela, il più riuscito progetto di connessione tra radici etniche e nuovi linguaggi musicali degli ultimi decenni. Gallurese, dal talento multiforme, si laurea in Canto Jazz al Conservatorio di Sassari, ottenendo in seguito una borsa di studio ai Seminari Estivi di Nuoro Jazz diretti da Paolo Fresu. Una base, quella jazzistica, che non la conchiude nel recinto certo poliedrico ma non di rado autoreferenziale della musica per eccellenza del Novecento, assorbendo da essa la sua matrice più free, non tanto nell’accezione stretta di free jazz, quanto nella capacità di aprirsi alla musica circolarmente, con una disposizione di straordinaria permeabilità a suoni, vocalità, pulsazioni le più varie e apparentemente poco conciliabili. Un approccio alla musica che le permette di costruire un impasto sonico a un primo ascolto indecifrabile, connotato da una decisa tensione ipnotica, in certi momenti quasi minimalisticamente solenne, il tutto innervato da atmosfere decisamente poetiche, quasi bucoliche. Il primo tratto, quello se vogliamo anche più cool, più in linea con certe sonorità urbane di tendenza, di questo complesso e intrigante lavoro di debutto, quello che arriva più diretto e leggibile, è quello connesso alle trame elettroniche che legano insieme le sette tracce dell’album. Un’elettronica raffinata e brumosa, sospesa tra echi del più fondo e ipnotico trip hop, per intenderci alla Portishead, e certe dilatate trame da musica cosmica, quella che tanto pare piacere alla giovane curatrice della Biennale Musica Caterina Barbieri. Su questa prima matrice si sovrappongono, per poi compiutamente comporsi con essa in una pulsante sintesi sonica, ritmi assai più abrasivi e sostenuti, con qua e là richiami ben poco dissimulati a certe avanguardie sperimentali anni ‘70 (il nume Battiato tanto amato dal Presidente Buttafuoco?

100

Che sia un indizio…?), o ancora alla drone music. Su questa intrigante e complessa struttura musicale, a cui contribuisce in maniera decisiva il produttore Iosonouncane, pure coautore di un paio di tracce dell’album, si dipana la strepitosa vocalità di questa originalissima musicista sarda, una voce vero e proprio strumento aggiunto, con quel falsetto fondo, a tratti oscuro, eppure capace di trascinarti via con sinuosa delicatezza irradiando improvvisi lampi di luce in una trama di suoni spigolosi, in qualche modo dark, sì, con una presa magnetica di rara intensità emotiva. Un cantato che restituisce una scrittura fondata su una lingua di fatto inesistente, formata da antichi lemmi galluresi, da lacerti di vocaboli italiani, da termini completamente inventati, il tutto armoniosamente composto in una direzione espressiva immune da ogni tradizionale, canonica intenzione di comunicare un pensiero chiaro ed intellegibile, con l’obiettivo evidente, raggiunto in maniera convincente, di costruire un edificio sonoro impermeabile alla ragione pura in sé, da assorbire e fare proprio con l’immaginazione, nel segno della più pura emozione. Vera world music proiettata nel futuro quella di Daniela Pes, niente a che fare però con quanto di più trito e meccanico viene inteso attraverso l’utilizzo bulimico di questa definizione di genere. Lingua, suono, voce, immagine…: ci piace proprio tutto di Daniela Pes. Anche se domani dovesse cambiare mestiere. Guai a lei! Massimo Bran


ENG

If we’re looking for another confirmation of how the different art trends are all intertwined, nothing can go further than the live-streamed closing act of the 2025 Venice Theatre Biennale, the first directed by Willem Dafoe. On June 15, Daniel Pes will be the one animating the ceremony. Pes is a talented voice in the Italian indie scene and the expression of a process of elaboration and actualization of both folk and avant-garde art. Her debut album Spira of 2023 is a gem, a testament of new sound in electronic/ auteur music. A jazzist of solid academic formation who absorbed the freest tenets of jazz and was able to open his art to sounds, vocals, and beats that we would have never thought would reconcile with jazz, Pes’s approach to music allows her to build sound that is undecipherable at first, though later builds a clear hypnotic tension and a poetic, almost bucolic, atmosphere. The first trait, may we say the coolest and the closest to trendy urban sound, of Daniela Pes’s complex, intriguing debut album, is connected to the electronic traces that bind together the seven tracks in the record. Refined, dewy electronic music echoing hypnotic trip-hop (think Portishead) and dilated plots of cosmic music, the one Venice Music Biennale curator Caterina Barbieri loves. On this base, more abrasive, sustained rhythm grows into beautiful synthesis, with a handful of references to 1970s experimentation and avant-garde. On this fascinating, complex musical construct, her voice stands out shining. Some true world music by Daniela Pes, though nothing to share with the trite, mechanical instances all too often ascribed to that bulimic genre. Language, sound, voice, image… we love everything about her. Daniela Pes Spira 15 giugno Teatro alle Tese, Arsenale

Photo Martina Leo

Sound squatters La sound performance-party More Than Heart, realizzata da Industria Indipendente con gli artisti e attivisti Chouf ed Egeeno, battezza il Festival aprendo idealmente le danze la sera del 31 maggio a Forte Marghera. Con questo lavoro il collettivo fondato a Roma nel 2005 da Erika Z. Galli e Martina Ruggeri prosegue la propria ricerca sulle pratiche artistiche che rivoluzionano confini, linguaggi e appartenenze. L’happening si sviluppa come un’azione collettiva che fonde elettronica, poesia e arti performative, infrangendo il limite tra spazio scenico e spazio pubblico. Non è solo la pluralità dei codici utilizzati a definirla, ma la loro permeabilità: la capacità di farsi relazione, di generare una forma condivisa, mutevole. More Than Heart occupa lo spazio per riscriverne le coordinate, rendendolo vivo, pulsante, abitabile. Corpi, suoni e visioni si addensano e si disperdono in un flusso che sovverte le gerarchie estetiche invitando a una coesistenza dissonante, in cui l’identità è costantemente ridefinita. Ne nasce un “superorganismo infestante” che sfida la stabilità del formato performativo con una vitalità proliferante. Nel secondo intervento, Talking Poetry / More Than Heart II in scena la Teatro alle Tese, il collettivo collabora con il poeta statunitense Bob Holman (vedi p. 93) in una creazione prodotta dalla stessa Biennale. Industria Indipendente lavora qui attorno a un’idea di corpo vocale e di corpo ritmico, in un arco che parte dalla voce nuda di Holman fino ad arrivare a partiture che superano i 180 bpm. La parola si fa ritmo, corpo, esperienza, espressioni di una riflessione condivisa sulla presenza e sulla relazione che riconfigura lo spazio in un atto performativo insieme intimo e collettivo. C.S. ENG Sound performance and party More Than Heart will open the Festival at Forte Marghera on May 31. The collective, founded by Erika Z. Galli and Martina Ruggeri in Rome in 2005, work on revolutionizing borders, languages, and affinities in art. Their show blends electronic music, poetry, and performance art, breaking the wall between stage and audience. This is more than just a mix of different communication codes, it is about them being permeable to one another, being able to relate and generate something shared, something that evolves. Industria Indipendente More Than Heart 31 maggio Forte Marghera, Mestre Talking Poetry / More Than Heart II 6 giugno Teatro alle Tese, Arsenale

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Word into sound

101


biennaleteatro COLLEGE

La natura del dramma Antonio Latella in scena con gli allievi della Silvio D’Amico Antonio Latella, napoletano doc per simpatia, comunicatività e look – coppola e gilet sempre d’ordinanza – ma berlinese d’adozione dal 2004, è una presenza familiare a Venezia, dove ha diretto la Biennale Teatro dal 2017 al 2020. Inizia il suo percorso nel mondo dello spettacolo come attore, ma le sue prime regie teatrali risalgono già al 1998 con una serie di impegnative messe in scena di drammi shakespeariani. Nel 2004 debutta anche nell’opera lirica e nel 2011 fonda la sua compagnia stabilemobile. Nel 2023 ha riscosso un grande successo la sua trasposizione del capolavoro di Edward Albee Chi ha paura di Virginia Woolf?, dove il linguaggio è, come lui stesso afferma, «un’arma violentissima per attaccare e ridurre a brandelli l’involucro dentro cui ognuno di noi nasconde la propria personalità, le proprie fragilità e debolezze». Quest’anno è in tournée con Wonder Woman, spettacolo che parte da un caso reale di stupro per narrare le difficoltà nell’ottenere giustizia. A Venezia torna quest’anno per Biennale College Teatro in qualità di formatore e supervisore artistico del progetto www. wordworldwar.bomb, realizzato con l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico: cinque saggi-spettacolo con gli allievi del secondo anno del corso di secondo livello in Recitazione diretti da registi internazionali quali Thom Luz, Sebastian Nübling, Jackie Poloni, Nathalie Béasse e Alessio Maria Romano. Latella stesso firma la regia di uno dei cinque spettacoli tratto da Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus. L’opera, definita dall’autore una tragedia «la cui mole occuperebbe circa dieci serate», racconta la storia di un protagonista collettivo – l’umanità – travolto dalle conseguenze estreme del proprio errore, ossia la Prima Guerra mondiale. Scrive Kraus: «I frequentatori dei teatri di questo mondo non saprebbeAntonio Latella Gli ultimi giorni dell’umanità 6 giugno Sala d’Armi A, Arsenale

102

ro reggervi… La vicenda, che trascorre per cento scene e cento inferni, è impossibile, frastagliata, priva di eroi». Dopo aver recitato nel celebre allestimento di Ronconi del 1990, Antonio Latella ora si ricimenta in questa complessa sfida alla regia. Non è dato ancora sapere quali episodi abbia scelto. Forse la scena ventesima del primo atto, quando il tenente Fallotta si vanta della “polacca coi fiocchi” della sera prima e si preoccupa di inviare al settimanale satirico viennese Die Muskete una foto di un russo morente con una ferita in testa: «Pensa, ha potuto ancora guardare l’obiettivo. Aveva uno sguardo… era come se fosse finto». O forse includerà anche l’humor nero che ogni tanto dà respiro alla tragedia, come nella scena ventottesima del terzo atto, con due giovanotti che si incontrano davanti al Ministero della Guerra: «– Dove vai? – Su! – A che fare? – Importazioni. E tu? – Esportazioni! – Allora saliamo insieme». Loris Casadei ENG Stage actor and director Antonio Latella, the director of the Venice Theatre Biennale 2017 to 2020, is in town again as an educator, part of the Biennale College Teatro faculty, and as supervisor of project www.wordworldwar.bomb produced by the National Silvio D’Amico Drama Academy. The show comprises five recitals starring second-year students. Directing the performances will be renowned directors Thom Luz, Sebastian Nübling, Jackie Poloni, Nathalie Béasse, and Alessio Maria Romano. One of the pieces has been written by Latella and inspired by Karl Kraus’s The Last Days of Mankind, a scathing satire of World War I.


Mariasole Brusa

Jacopo Giacomoni

Athos Mion

Visioni simultanee Il College tra produzioni inedite, laboratori e percorsi formativi Traces of future

ENG

A space for education and experimentation, Biennale College is a cornerstone of the 2025 Venice Theatre Biennale, with three new productions. Mariasole Brusa presents her Golem_e fango è il mondo, a visual, poetic show that blend figurative theatre, animation, and archive material. The work is based on the legend of the Golem and the trauma that followed the flood on 2023 in the Italian region of Romagna, and offers a reflection on the relationship between man and nature. Orge per George, directed by Arturo Cirillo, is an explicit, ironic, visionary work about sentimental and sexual formation animated by twenty-four characters, all students at the Naples National School of Theatre, which Cirillo has been principal since last year. Lastly, Tacet by Jacopo Giacomoni, a piece of silence, shared time, wait, and collective memory is a mise-en-lecture curated by Silvia Costa. Completing the programme are a theatre critique workshop, a writing residency, and round tables with all involved artists.

Mariasole Brusa | Golem_e fango è il mondo 3, 4 giugno Tese dei Soppalchi, Arsenale Jacopo Giacomoni | Tacet 3, 4 giugno Sala d’Armi E, Arsenale Athos Mion | Orge per George 3, 4 giugno Sala d’Armi E, Arsenale

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

Spazio d’elezione per la formazione e la sperimentazione, Biennale College si conferma anche quest’anno uno dei cardini del programma del Festival, con tre nuove produzioni affidate ad autori e registi under 40, e una fitta rete di laboratori condotti da maestri della scena internazionale. Regista, marionettista e drammaturga, Mariasole Brusa classe 1991, vincitrice del bando Regia 2024-25, presenta in forma definitiva e in prima assoluta il suo progetto Golem_e fango è il mondo, spettacolo visivo e poetico che mescola teatro di figura, animazione, materiali d’archivio. L’opera prende le mosse dalla leggenda del Golem e dal trauma dell’alluvione in Romagna del maggio 2023, offrendo una riflessione materica e simbolica sul rapporto tra uomo e natura. Attiva tra Italia e Francia, Brusa lavora da anni sul corpo, la marionetta e l’oggetto animato, integrando esperienze internazionali e formazioni interdisciplinari. Dedicati alla scrittura, i due progetti vincitori del bando Drammaturgia 2024-25 portano in scena linguaggi e sensibilità diverse. Tacet di Jacopo Giacomoni, in forma di mise en lecture a cura di Silvia Costa, costruisce una partitura teatrale attorno al silenzio, articolata in quattro movimenti: un’indagine sul tempo condiviso, sull’attesa e sulla memoria collettiva. Giacomoni, attivo con la compagnia Malmadur dal 2013, combina scrittura strutturalista e dispositivi partecipativi, lavorando tra teatro, filosofia e performance sonora. Orge per George di Athos Mion, diretto da Arturo Cirillo, è un testo esplicito, ironico e visionario che racconta una formazione sentimentale e sessuale attraverso un percorso frammentato, animato da ventiquattro personaggi e interpretato dagli allievi e dalle allieve della Scuola del Teatro Nazionale di Napoli, di cui Cirillo è direttore dal 2024. A fianco delle messinscene, il College propone un fitto calendario di laboratori, coerente con l’orientamento pedagogico della direzione artistica: centralità del corpo, attenzione all’attore, lavoro sulle “azioni fisiche”. Tra i docenti, Eugenio Barba e Julia Varley, Richard Schechner, Thomas Richards, Giorgio Sangati, Sandra Toffolatti, Yana Eva Thönnes, Princess Bangura, Romeo Castellucci, Gardi Hutter. Un percorso speciale sarà avviato da Davide Iodice, con uno sguardo sul disagio urbano e umano, destinato a una creazione futura. Completano il quadro il workshop di critica teatrale guidato da Roberta Ferraresi, il progetto Scrivere in residenza dell’Asac – Archivio Storico della Biennale a cura di Katia Ippaso, e un ciclo di incontri e conversazioni con gli artisti condotti da Maddalena Giovannelli e Lorenzo Pavolini. C.S.

103


biennaleteatro PROGRAMMA

31/05 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 16 | Arsenale, Teatro alle Tese

THE WOOSTER GROUP SYMPHONY OF RATS (75’) ** h. 21 | Forte Marghera, Mestre

INDUSTRIA INDIPENDENTE / CHOUF / EGEENO MORE THAN HEART (180’) ***

Sound performance-party

1/06 h. 12 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

Cerimonia di consegna Leone d’Oro alla carriera

ELIZABETH LECOMPTE (THE WOOSTER GROUP) a seguire talk Moderatore Lorenzo Pavolini

h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 18 | Teatro Piccolo Arsenale

YANA EVA THÖNNES CALL ME PARIS (ca. 90’) ***

coproduzione La Biennale di Venezia, Schaubühne Berlin

h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese

THE WOOSTER GROUP SYMPHONY OF RATS (75’) **

2/06 h. 16 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

YANA EVA THÖNNES E NILS HAARMANN Talk Moderatore Lorenzo Pavolini

104

h. 20 | Teatro Piccolo Arsenale

YANA EVA THÖNNES CALL ME PARIS (ca. 90’) ***

coproduzione La Biennale di Venezia, Schaubühne Berlin

h. 21 | Forte Marghera – Padiglione 30, Mestre

ODIN TEATRET / EUGENIO BARBA LE NUVOLE DI AMLETO (70’)

4/06 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

3/06

h. TBD | Palazzo Ca’ Foscari

h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

h. 18 | Arsenale, Sala d’Armi E

coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

Vincitore Bando Drammaturgia 2024-2025 Mise en lecture – ORGE PER GEORGE *** Regia Arturo Cirillo coproduzione La Biennale di Venezia, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale a seguire talk con gli artisti Moderatore Lorenzo Pavolini

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE ***

h. 16 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

DAVIDE IODICE

Talk Moderatore Lorenzo Pavolini h. 18 | Arsenale, Sala d’Armi E

BIENNALE COLLEGE TEATRO JACOPO GIACOMONI

Vincitore Bando Drammaturgia 2024-2025 Mise en lecture – TACET *** Regia Silvia Costa coproduzione La Biennale di Venezia, Cranpi

Giornata di studi

BIENNALE RONCONI VENEZIA a cura dell’Università Ca’ Foscari

BIENNALE COLLEGE TEATRO ATHOS MION

h. 19 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

BIENNALE COLLEGE TEATRO MARIASOLE BRUSA Vincitrice Bando Regia 2024-2025 GOLEM - e fango è il mondo *** produzione La Biennale di Venezia con il supporto di Teatro del Drago

h. 20 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

h. 21 | Arsenale, Teatro alle Tese

Vincitrice Bando Regia 2024-2025 GOLEM - e fango è il mondo *** produzione La Biennale di Venezia con il supporto di Teatro del Drago

h. 21 | Forte Marghera – Padiglione 30, Mestre

BIENNALE COLLEGE TEATRO MARIASOLE BRUSA

h. 21 | Forte Marghera – Padiglione 30, Mestre

ODIN TEATRET / EUGENIO BARBA LE NUVOLE DI AMLETO (70’) h. 22 | Arsenale, Sala d’Armi E

BIENNALE COLLEGE TEATRO ATHOS MION Vincitore Bando Drammaturgia 2024-2025 Mise en lecture – ORGE PER GEORGE *** Regia Arturo Cirillo coproduzione La Biennale di Venezia, Teatro di Napoli -Teatro Nazionale

DAVIDE IODICE PINOCCHIO. CHE COS’È UNA PERSONA? (60’) ODIN TEATRET / EUGENIO BARBA LE NUVOLE DI AMLETO (70’) h. 22 | Arsenale, Sala d’Armi E

BIENNALE COLLEGE TEATRO JACOPO GIACOMONI

Vincitore Bando Drammaturgia 2024-2025 Mise en lecture – TACET *** Regia Silvia Costa coproduzione La Biennale di Venezia, Cranpi a seguire talk con gli artisti Moderatore Lorenzo Pavolini


h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 15 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

Open Meeting

BIENNALE ‘75 - ‘25 50 ANNI DI NUOVO TEATRO

con Willem Dafoe, Andrea Porcheddu, Eugenio Barba, Thomas Richards, Giorgio Sangati, Richard Schechner, Sandra Toffolatti, Julia Varley e con Satyamo Hernandez, Toby Marshall, Chris Torch (Living Theatre) h. 19 | Arsenale, Teatro alle Tese

DAVIDE IODICE PINOCCHIO. CHE COS’È UNA PERSONA?

(60’)

h. 21 | Teatro Piccolo Arsenale

GARDI HUTTER

Giovanna D’ArpPo (70’)

6/06

Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico

WWW.WORDWORLDWAR.BOMB ANTONIO LATELLA GLI ULTIMI GIORNI DELL’UMANITÀ ***

coproduzione La Biennale di Venezia h. 19 | Teatro Piccolo Arsenale

GARDI HUTTER

Giovanna D’ArpPo (70’) h. 21 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

NO TITLE (An Experiment)

(ca. 50’) *** Parole di RICHARD FOREMAN con SIMONETTA SOLDER e WILLEM DAFOE produzione La Biennale di Venezia h. 22.30 | Arsenale, Teatro alle Tese

BOB HOLMAN / INDUSTRIA INDIPENDENTE TALKING POETRY / MORE THAN HEART II *** produzione La Biennale di Venezia

7/06 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE ***

h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 11 > 20 | Arsenale, Sala d’Armi E

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE ***

h. 11 > 20 | Arsenale, Sala d’Armi E

Rassegna di film

ARENA CINEMA

Rassegna di film

ARENA CINEMA h. 17 e h. 19 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

NO TITLE (An Experiment)

introduce Dario Tomasello

(ca. 50’) *** Parole di RICHARD FOREMAN con SIMONETTA SOLDER e WILLEM DAFOE produzione La Biennale di Venezia

h. 17 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

h. 21 | Teatro Goldoni

h. 15 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

RICHARD SCHECHNER LECTIO MAGISTRALIS

NO TITLE (An Experiment)

(ca. 50’) *** Parole di RICHARD FOREMAN con SIMONETTA SOLDER e WILLEM DAFOE produzione La Biennale di Venezia

THOMAS OSTERMEIER CHANGES (125’) *

8/06 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 11 > 20 | Arsenale, Sala d’Armi E

Rassegna di film

ARENA CINEMA h. 16 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

THOMAS OSTERMEIER

Talk Moderatrice Maddalena Giovannelli h. 19 | Arsenale, Sala d’Armi A

Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico

WWW.WORDWORLDWAR.BOMB NATHALIE BEASSE A.MOR.T ***

coproduzione La Biennale di Venezia h. 21 | Teatro Goldoni

THOMAS OSTERMEIER CHANGES (125’) * h. TBD

BOB HOLMAN WE ARE THE DINOSAUR street performance

10/06 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 16 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico

ANTONIO LATELLA

Talk Moderatrice Maddalena Giovannelli h. 19 | Arsenale, Sala d’Armi A

Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico

WWW.WORDWORLDWAR.BOMB THOM LUZ EVVIVA! NON HO DETTO NIENTE! (90’) *** coproduzione La Biennale di Venezia

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

5/06

h. 19 | Arsenale, Sala d’Armi A

105


BIZET, L’AMORE RIBELLE FESTIVAL DI PRIMAVERA | 29 MARZO – 16 MAGGIO 2025 SABATO 29 MARZO ORE 19.30 Il giovane Bizet Nathanaël Gouin pianoforte pezzi composti o trascritti per pianoforte di GOUNOD, BIZET e SAINT-SAËNS DOMENICA 30 MARZO ORE 17 SCUOLA GRANDE SAN GIOVANNI EVANGELISTA Le Docteur Miracle Dima Bawab soprano Marie Kalinine mezzosoprano Marc Mauillon tenore Thomas Dolié baritono Vincenzo Tosetto voce recitante Thomas Tacquet pianoforte Le Docteur Miracle, opéra-comique di BIZET in forma di concerto

106

MERCOLEDÌ 2 APRILE ORE 19.30 Amore e sogni Reinoud Van Mechelen tenore Anthony Romaniuk pianoforte mélodies e pezzi per pianoforte di BIZET, LASSEN, LISZT, VIARDOT e CHOPIN MARTEDÌ 15 APRILE ORE 19.30 La grande sfida SPINA & BENIGNETTI PIANO DUO Eleonora Spina e Michele Benignetti pianoforte a quattro mani pezzi per pianoforte a quattro mani di BIZET, GOUNOD, GOUVY e BILLEMA

MARTEDÌ 6 MAGGIO ORE 19.30 Bizet segreto Roberto Prosseda pianoforte pezzi per pianoforte di BIZET, GOUNOD e FARRENC SABATO 10 MAGGIO ORE 16.30 AUDITORIUM LO SQUERO Nuovi romantici artisti dell’Académie de l’Opéra national de Paris mélodies e duetti di BIZET, MASSENET, GOUNOD e SAINT-SAËNS

coproduzione: Asolo Musica / Palazzetto Bru Zane in collaborazione con l’Académie de l’Opéra national de Paris concerto fuori abbonamento info e prenotazioni: boxol.it/auditoriumlosquero

VENERDÌ 16 MAGGIO ORE 19.30 Il pescatore di perle artisti dell’Accademia Teatro alla Scala estratti da opere di BIZET e dei suoi contemporanei

in collaborazione con l’Accademia Teatro alla Scala

CONFERENZA IN ITALIANO MARTEDÌ 8 APRILE ORE 18 Bizet in bianco e nero conferenza di Monique Ciola ingresso gratuito

Palazzetto Bru Zane San Polo 2368, Venezia +39 041 30 37 615 tickets@bru-zane.com Da 5 a 15 euro Dettagli delle tariffe online

BRU-ZANE.COM Visite guidate gratuite Ogni giovedì 14.30 italiano 15.00 francese 15.30 inglese


biennaleteatro PROGRAMMA

h. 21.30 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

h. 21.30 | Arsenale, Teatro alle Tese

h. 18 | Arsenale, Sala d’Armi A

11/06

coproduzione La Biennale di Venezia, Schaubühne Berlin, Vienna Festival (Wiener Festwochen) | Free Republic of Vienna con il supporto di Goethe-Institute

WWW.WORDWORLDWAR.BOMB ALESSIO MARIA ROMANO NOI ***

h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 16 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

ANTHONY NIKOLCHEV

Talk Moderatrice Maddalena Giovannelli h. 19.30 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

ANTHONY NIKOLCHEV THE (UN)DOUBLE (100’) *** h. 22 | Arsenale, Sala d’Armi E

EVANGELIA RANTOU / MARY RANTOU MOUNTAINS (60’) ***

12/06 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 16 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

MILO RAU (TBC)

Talk Moderatrice Maddalena Giovannelli h. 19 | Arsenale, Sala d’Armi A

Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico

WWW.WORDWORLDWAR.BOMB SEBASTIAN NÜBLING E JACKIE POLONI GRRRRR / GRRRRR *** coproduzione La Biennale di Venezia

h. 20 | Arsenale, Sala d’Armi E

EVANGELIA RANTOU / MARY RANTOU MOUNTAINS (60’) ***

MILO RAU THE SEER (85’) *

13/06 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 16 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

EVANGELIA RANTOU / MARY RANTOU

Talk Moderatrice Maddalena Giovannelli h. 19 | Arsenale, Teatro alle Tese

MILO RAU THE SEER (85’) *

coproduzione La Biennale di Venezia, Schaubühne Berlin, Vienna Festival (Wiener Festwochen) | Free Republic of Vienna con il supporto di Goethe-Institute h. 22 | Arsenale, Squadratori

ISTANBUL HISTORICAL TURKISH MUSIC ENESEMBLE (DERVISCI ROTANTI) MEVLEVI SEMA (ca. 60’)

14/06 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 12 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

Cerimonia di consegna Leone d’Argento

URSINA LARDI

a seguire talk Moderatrice Maddalena Giovannelli

Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico

coproduzione La Biennale di Venezia h. 18 | Arsenale, Teatro alle Tese

THOMAS RICHARDS / THEATRE NO THEATRE THE INANNA PROJECT (150’) ** h. 20 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

PRINCESS ISATU HASSAN BANGURA GREAT APES OF THE WEST COAST (70’) h. 22.30 | Arsenale, Sala d’Armi E

PRINCESS ISATU HASSAN BANGURA BLINDED BY SIGHT – AN OEDIPUS MONOLOGUE (30’) *

15/06 h. TBD | Isola del Lazzaretto Vecchio

ROMEO CASTELLUCCI I MANGIATORI DI PATATE *** coproduzione La Biennale di Venezia, Socìetas

h. 16 | Ca’ Giustinian – Sala delle Colonne

PRINCESS ISATU HASSAN BANGURA Talk Moderatrice Maddalena Giovannelli h. 17.30 | Arsenale, Teatro alle Tese

THOMAS RICHARDS / THEATRE NO THEATRE THE INANNA PROJECT (150’) ** h. 20.30 | Arsenale, Tese dei Soppalchi

PRINCESS ISATU HASSAN BANGURA GREAT APES OF THE WEST COAST (70’) h. 22.30 | Arsenale, Teatro alle Tese

DANIELA PES SPIRA (60’) Concerto

*** Prima assoluta ** Prima europea * Prima italiana

THEATRE IS BODY BODY IS POETRY

ANTHONY NIKOLCHEV THE (UN)DOUBLE (100’) ***

107


arte

LA NOTTE CHE UNISCE E MOLTIPLICA

108


di Massimo Bran

I

n questi giorni di apertura della Biennale Architettura, almeno per un breve tempo ma neanche troppo in fondo, un buon fronte dell’impetuosa valanga di stereotipi che dipingono ossessivamente l’immagine di questa città come ridotta esistenzialmente all’osso, maltrattata e assediata da interessi speculativi e da masse affamate di selfie (intendiamoci, temi veri e incombenti, nonché asfissianti), si rivelano per quello che di fatto sono, ossia elementi parziali e profondamente insufficienti a restituire anima, vita, concretezza quotidiana di questo universo-mondo che è ancora Venezia. Perlomeno sul fronte culturale, artistico. Stupisce dover ancora registrare come al cospetto di un’autentica, oggettiva primazia mondiale sul terreno delle arti antiche e contemporanee, che questa meraviglia urbana esercita a tutt’oggi in un suo incedere addirittura crescente, chi gestisce o si candida a gestire nel futuro imminente le sorti amministrative della città non collochi questa straordinaria carta vincente in termini di vivibilità e di qualità della vita al centro delle proprie piattaforme programmatiche e ancor prima della propria comunicazione, in un tempo in cui tutti, ma proprio tutti nel mondo intero parlano di questo tema come di un elemento prioritario di r-esistenza prima dei sistemi urbani nel segno della cosiddetta sostenibilità. Ma tant’è. Al netto di tutto ciò, l’imperativo è comunque continuare a produrre, costruire, connettere questa costellazione infinita di attori e occasioni culturali che parlano di una città tutt’altro che passiva, anzi! E provare a ingenerare, come un torrente carsico che sfocia potente in superficie, un sistema coordinato in cui tutti gli attori culturali permanenti e temporanei possano sentirsi parte attiva, contribuendo ciascuno con le proprie possibilità e qualità a far accrescere sostanza e immagine di una città invidiata dal mondo intero sì, ma incredibilmente da questo stesso mondo non ancora letta nella sua piena e complessa vitalità sul terreno culturale in termini circolari e capillari. In questa direzione non si può non constatare che dei passi avanti si siano infine compiuti per iniziativa di singoli individui o di singole istituzioni. Su tutti, senza dubbio alcuno il più importante in quest’ottica è stato quello compiuto oramai 14 anni fa, e senza soluzione di continuità sino ad oggi, da Art Night Venezia, vera idea sistemica a connettere tutti, ma proprio tutti i piccoli e grandi attori dell’arte in città in una notte collettiva e inclusiva. Un’idea vincente e appassionante, che dimostra come e quanto sia possibile anche qui, ebbene sì, costruire dei fili inossidabili e tesi di connessione tra chi lavora, spesso rischiando di suo, in questo complesso terreno che è l’industria culturale. È una sola notte però, dirà qualcuno, e poi? E poi questa notte, se costruita e vissuta a dovere, con ambizione e visione davvero aperta sul mondo, diventerà, ma lo è già da anni diventata, una teoria senza fine di notti e di giorni in cui questi stessi attori culturali e il proprio pubblico offriranno e fruiranno contenuti culturali con un carico di fiducia vitalmente accresciuto, consapevoli che ciò che faranno nel loro perimetro circoscritto verrà a definirsi come singolo segmento parte di un insieme variegato e trasversale, grazie proprio a chi ha saputo tendere questo filo che finalmente unisce. Quindi grazie di esistere e persistere sempre più agonisticamente, per dirla alla sportiva, Art Night. E quindi, soprattutto, grazie a Ca’ Foscari e all’energia cosmica e vorticosa della professoressa Silvia Burini, fondatrice e tutt’ora motore primo di questa straordinaria notte, e di Angela Bianco, braccio destro di Burini stessa (il duo BUBI! ndr), instancabile ed elettrica anima operativa dell’evento. E naturalmente grazie a tutti i loro collaboratori, docenti, studenti, volontari e naturalmente partecipanti. Ah, dimenticavo, e quest’anno? Le novità sono ancora top secret ora che andiamo in stampa, ma di sicuro sorprese non ne mancheranno, tra conferme (Sleepless Video Art Night – un successo della scorsa edizione che si rinnova) e nuove proposte: performance, musica, meeting, tantissima arte e quest’anno architettura e l’immancabile colazione arcobaleno. Art Night è diventata un po’ come quei grandi festival musicali internazionali in cui ci vai comunque a prescindere da chi suonerà, perché è l’ideafestival che vince a prescindere dai singoli contenuti proposti in ciascuna edizione. Per quanto ci riguarda, siamo orgogliosi di essere media-partner di Art Night dalla prima ora, in particolare attraverso la mappa digitale dell’evento da noi realizzata, vera guida imprescindibile per il popolo della notte dell’arte sempre più numeroso e appassionato.

W

e are looking at the opening

of the 2025 Venice Architecture Biennale in a few short days, meaning that at lease for a short while, all those horrible stereotypes of Venice as a city that is the shell of its former self, mistreated, besieged by speculation and by selfie-obsessed masses prove to be partial, insufficient descriptors of the soul and life of the whole universe that is Venice. At least as far as culture and arts go. It puzzles the mind how, given an authentic, objective, world-class primacy in the field of ancient and modern art, those who run or wish to run the administration of this city won’t place this strong suit front and centre in their programme. But whatever. In any case, the imperative is to keep building, producing, connecting the infinite constellation of cultural actors and occasions that prove how Venice is far from a passive observer. We should build a world where every one of them can feel their active role in a city that is the envy of the world, yes, but still struggles to be understood in its full, complex vitality. In this sense, we must appreciate what steps forward have been taken by individual people or organizations. One of the most significant is the Art Night, a project that started fourteen years ago and a winning, successful initiative that shows how we can connect every single actor, large and small, of this complex terrain that is the cultural industry. It won’t be just one night, either: one night can turn into hundreds of nights and days when the same participants and the same audience will offer and enjoy cultural content in full confidence, trusting that what they built is something solid, something that is meant to last. At the time of writing, the Art Night team was keeping their cards close to their chest. What we know for sure that surprises won’t be lacking. Sleepless Video Art Night is sure to bet there, as are new projects: performance art, music, meetings, and our beloved Rainbow Breakfast. Art Night grew to be like one of those great international music festivals: you just go, it doesn’t matter who plays, because it’s the idea that wins you over every time. As far as we are concerned, we are proud to have been partnered with Art Night since year one with our coverage and our digital map. Don’t miss out!

Art Night Venezia. L’arte libera la notte 21 giugno Università Ca’ Foscari e in città www.artnightvenezia.it [online dall’11 giugno]

109


arte IN THE CITY

Marcantonio Brandolini d’Adda, Senza titolo - Photo Andrea Signori

Piero Golia, Untitled (floor), 2025 - Photo Andrea Signori

© Massimo Listri

Buon compleanno Fortuny! Palazzo Pesaro degli Orfei fu un tempo favoloso studio, laboratorio e dimora dell’artista dal genio multiforme, infaticabile studioso e sperimentatore formidabile, Mariano Fortuny y Madrazo (Granada, 1871 – Venezia, 1949) e della musa, moglie e sodale Henriette Nigrin (Fontainebleau, 1877 – Venezia, 1965). Dopo la morte di Fortuny, avvenuta il 2 maggio 1949, l’edificio fu donato dalla moglie Henriette nel 1956 al Comune di Venezia per essere «utilizzato perpetuamente come centro di cultura in rapporto con l’arte; il salone centrale al primo piano dovrà conservare le caratteristiche di ciò che fu lo studio preferito di Mariano Fortuny y Madrazo, con le opere, i mobili e gli oggetti che vi si trovano attualmente [...]», come espressamente indicato nell’atto notarile. L’Amministrazione cittadina di fatto ne ebbe pieno possesso nel 1965, alla morte di Henriette. Dieci anni dopo, nel 1975, finalmente si aprì al pubblico il Museo. Sono passati esattamente 60 anni dall’apertura del Museo Fortuny, un compleanno importante che sarà festeggiato il 10 giugno con una serie di eventi e celebrazioni di cui sapremo più avanti, per manifestare come questo Palazzo, nonostante il passare del tempo, abbia mantenuto inalterato, grazie alla personalità del suo famoso padrone di casa, un fascino puro, un’energia creativa viva, una bellezza oltre il tempo. Anche le mostre temporanee, specificatamente pensate per Palazzo Fortuny, perseguono questa vocazione laboratoriale unica, come dimostra l’esposizione in corso dedicata al lavoro di Alberto Rodríguez Serrano (Madrid, 1988). La sua mostra, Ars Gratia Artis Venezia, propone alcune delle opere più importanti realizzate da Serrano negli ultimi anni, un compendio di diverse rappresentazioni artistiche frutto di lunghi periodi di sperimentazione e lavoro su tecniche innovative. L’artista propone un nuovo modo di intendere l’arte, demolendo il concetto statico di pittura tradizionale. M.M. Buon Compleanno Fortuny 10 giugno Alberto Rodríguez Serrano. Ars Gratia Artis Venezia 14 maggio-5 ottobre Museo Fortuny, San Marco 3958 www.fortuny.visitmuve.it

110

Cronache da Palazzo Palazzo Diedo, sede di Berggruen Arts & Culture, ha aperto ufficialmente le porte nel 2024 presentando undici interventi site-specific permanenti in dialogo con l’architettura e gli spazi dell’edificio realizzati dagli artisti Urs Fischer, Carsten Höller, Ibrahim Mahama, Mariko Mori, Sterling Ruby, Jim Shaw, Hiroshi Sugimoto, Aya Takano, Lee Ufan, Liu Wei e Piero Golia. Nel 2025 Palazzo Diedo riapre arricchendosi di due nuove installazioni site-specific, che diventano parte della collezione permanente. Untitled (floor) di Piero Golia è un intervento artistico realizzato sul pavimento del grande salone centrale al piano terra. L’artista utilizza le tecniche tradizionali del terrazzo alla veneziana, che prevede la distribuzione a mano di frammenti di marmo e madreperla su una malta fresca, che si rivela pienamente solo nell’oscurità, lontano dagli occhi del pubblico. L’opera, carica di ironia, accende nell’osservatore una curiosità che trascende l’esperienza immediata. Senza titolo di Marcantonio Brandolini d’Adda reinterpreta in chiave contemporanea il calore del camino anticamente ricoperto da piastrelle in maiolica che un tempo animava una stanza del Palazzo. L’opera ora viene realizzata a partire da tessere di cotisso, ovvero blocchi di vetro che vengono impiegati principalmente nella fusione per la produzione a soffio, le cui forme irregolari producono attraversate dalla luce una miriade di sfumature di colore, dall’arancione, al rosso, al blu, che evocano il senso di un fuoco vivo. M.M. ENG Palazzo Diedo, the Venetian seat of Berggruen Arts & Culture, officially opened its doors in 2024 to present eleven permanent site-specific interventions by artists Urs Fischer, Carsten Höller, Ibrahim Mahama, Mariko Mori, Sterling Ruby, Jim Shaw, Hiroshi Sugimoto, Aya Takano, Lee Ufan, Liu Wei, and Piero Golia. In 2025, Palazzo Diedo reopens, enriched by two new permanent site-specific installations: Untitled (floor) by Piero Golia, and Untitled by Marcantonio Brandolini d’Adda, which reinterprets the warmth of the fireplace that once animated one of the palace rooms. New site-specific installations Fino 23 novembre Berggruen Arts & Culture, Palazzo Diedo, Cannaregio 2386 www.berggruenarts.org


Thomas Schütte, Mann im Wind II, 2018, Pinault Collection; Mann im Wind I, 2018, Pinault Collection; Mann im Wind III, 2018, Pinault Collection; DEKA Fahnen, 1989, Courtesy the artist and Peter Freeman, Inc., New York/Paris. Installation view, “Thomas Schütte. Genealogies”, 2025, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi - Pinault Collection © Thomas Schütte, by SIAE 2025

I giganti della Terra Thomas Schütte, riflessioni profonde sulla condizione umana Leone d’Oro alla Biennale Arte 2005, Thomas Schütte, figura di rilievo della scultura tedesca del secondo Novecento, non è una presenza nuova in città, essendo stato più volte protagonista di mostre della Collezione Pinault. Ora torna a Venezia, a Punta della Dogana con Genealogies presentando un percorso espositivo in cui la scultura monumentale dialoga intimamente con una preziosa e poco nota selezione di opere grafiche, che svelano aspetti inediti del suo processo creativo e offrono una nuova e per certi versi inaspettata chiave di lettura delle sue opere. L’ampia retrospettiva prende avvio proprio dalla carta, come suggerisce il titolo Genealogies: per Schütte tutto inizia dal disegno, una pratica libera e giocosa, che oscilla tra astrazione, fumetto e narrazione surreale. I disegni costituiscono un registro privato, leggero e ironico, una sorta di diario visivo che accompagna e sostiene la grandiosità delle sculture. Impressionante l’accoglienza riservata dalla gigantesca Mutter Erde, una Madre Terra monumentale che presidia l’ingresso, sovrastando gli spettatori e introducendoli in un universo popolato da figure enigmatiche e perturbanti. Nel cuore della Dogana si stagliano i Geister, spettri titanici alti quattro metri, posti a confronto diretto come combattenti su un ring immaginario, sotto lo sguardo attento e sarcastico dei piccoli busti denominati Wichte, ovvero le “canaglie”. Particolarmente disturbanti sono gli Efficiency Men, creature predatorie con terribili teste di silicone colorato e i corpi avvolti in vecchie coperte, su serpentine come molle pronte a scattare verso lo spettatore: rappresentano metafore grottesche della rapacità e della violenza del capitalismo finanziario contemporaneo. Queste figure sospese in equilibrio instabile evocano un’atmosfera straniante e critica, aggressiva e spaventosa. La mostra culmina nella contrapposizione tra la solennità della Madre Terra e l’altrettanto imponente Vater Staat, posta simmetricamente nel torrino, una figura che oscilla tra la statua classica e il monumento pubblico, a rappresentare simbolicamente un potere al contempo autorevole e vulnerabile. Completano il percorso espositivo delicatissime sculture in vetro, realizzate a Murano presso Berengo Studio, ironiche caricature fuori scala che confermano la versatilità e l’acuta ironia dell’artista. Una mostra potente, in cui Thomas Schütte mette a nudo la sua arte, offrendo una riflessione profonda sulla condizione umana, esplorata con lucida visione e raffinato umorismo. Maria Laura Bidorini

Earth and the Giants

ENG

Art enthusiasts in Venice know Thomas Schütte very well. Awarded the Golden Lion at the 2005 Venice Art Biennale, his art has been featured in many exhibitions since, both collective and individual. His next one is Genealogies, at Punta della Dogana. Schütte’s monumental sculpture will be accompanied by graphic art that reveals little-known aspects of his creative process, and in a way, offer a new key to see and interpret his art. The art’s genealogy starts with drawing: a free, playful activity that touches abstraction, comic art, and surreal narrative. These drawings are a private, light-hearted, ironic visual diary that accompanies and supports the majestic sculptures in the exhibition, culminating in the solemnity of a Mother Earth and a just as imposing Vater Staat, a figure teetering on the verge between classical statue and public monument. This power is authoritative, yet strangely vulnerable. Complementing the exhibition is glass art from the Berengo Studio in Venice, ironic off-scale caricatures emphasizing once again Thomas Schütte’s versatility, acute irony, and subtle humour.

Thomas Schütte. Genealogies Fino 23 novembre Punta della Dogana www.pinaultcollection.com

111


arte IN THE CITY

Giulio Aristide Sartorio, La Luce, 1907 - Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna

Giulio Aristide Sartorio, L’Amore, 1907 - Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna

Epici poemi Giulio Aristide Sartorio, corpi in movimento tra simbolismo e preraffaelliti Sacro e profano, classico e liberty, Rinascimento e barocco: da Fidia a Burne-Jones, da Mantegna a Michelangelo e Caravaggio, da Carducci a D’Annunzio e Fortuny, l’arte di Giulio Aristide Sartorio si svela, in una sorta di cinemascope, come una pellicola intrisa di citazioni e riferimenti pittorici e letterari. Uno straordinario alternarsi di corpi che si snodano in un intreccio ieratico e drammatico dà forma a il Poema della vita umana, il ciclo decorativo che mise in scena per il Salone Centrale dell’Esposizione Internazionale di Venezia del 1907, su incarico del Segretario della Biennale Antonio Fradeletto, che glielo commissionò l’anno prima. Vi rimase affisso anche per l’edizione successiva, per poi essere donato da Vittorio Emanuele III al Museo d’Arte Moderna di Venezia. Basandosi sulla mitologia antica, le quattro scene principali raffiguranti la Luce, le Tenebre, l’Amore, la Morte si alternano a dieci teleri verticali che rappresentano la Grazia e l’Arte, sorrette da energia virile, in una sorta di simbolistica parafrasi visiva dell’esistenza, dalla nascita alla morte. Gli estremi si contrappongono e si toccano; Eros e Himeros, amore buono e cattivo, in uno scontro di forme, di luci e ombre, si rincorrono lungo 230 metri quadrati di superficie in un monocromo che li rende raggelati nel tempo, eterni. Emersa a nuova bellezza dopo un restauro eseguito tra il 2018 e 2019, l’opera è accompagnata in mostra, nelle sale di Ca’ Pesaro dal 16 maggio al 28 settembre, da un’ampia documentazione scientifica che ne ripercorre gli interventi conservativi eseguiti al fine di restituirne la pittorica e statuaria potenza. Come il successivo ciclo, realizzato a Roma per Montecitorio su incarico dell’architetto Ernesto Basile dal 1908 al 1912, raffigurante la storia d’Italia dai Comuni al Risorgimento, l’opera veneziana fu eseguita ad encausto, una tecnica su tela più veloce dell’affresco nell’asciugarsi e che consentiva maggior libertà espressiva ed esecutiva, tanto che gli permise di terminarla in soli nove mesi. Giulio Aristide Sartorio. Il poema della vita umana 16 maggio-28 settembre Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna capesaro.visitmuve.it

112

«Ho usato una miscela di cera, acquaragia, olio di papavero», spiegò lo stesso Sartorio. Dal Caffè Greco di Roma, dove si riuniva l’intellighenzia romana che gravitava attorno a Nino Costa e all’associazione In Arte Libertas, al Caffè Florian di Venezia, dove era stata concepita la nascita dell’Esposizione Internazionale nel 1895, Giulio Aristide Sartorio fra i padri del Simbolismo italiano fece da tramite ed instaurò un ponte ideale tra Roma, Londra e Venezia. Visitando lo studio londinese di Edward Burne-Jones, ne rimase folgorato tanto che convinse il Segretario Generale Fradeletto ad invitarlo in Laguna, così il baronetto inglese fu nel comitato di patrocinio del Padiglione britannico alla prima Biennale, e vi espose nel 1895 e nel 1901, alla prima e quarta edizione. Languori preraffaelliti che Sartorio assorbì e rielaborò nel ciclo di Ca’ Pesaro laddove D’Annunzio traspose e fece parlare nei suoi versi; Venezia protagonista e vetrina della loro diffusione in Italia. Michela Luce ENG Sacred and profane, classical and art deco, renaissance and baroque: Giulio Aristide Sartorio’s art reveals all kinds of pictorial and literary references. A disconcerting alternation of bodies forms a dramatic Poema della vita umana (lit. ‘the epic of human life’), a decorative cycle installed in the main hall at the Venice International Exposition in 1907. Based on ancient myth, the four scenes (Light, Darkness, Love, Death) alternate with ten vertical canvases representing Grace and Art, supported by manly energy in a sort of symbolistic elaboration of existence, from birth to death. Extreme points oppose and touch one another: Eros and Himeros, wholesome and perverted love, run after each other in a large monochrome picture that seem to crystallize them in eternal time. A further cycle, produced on commission for the Italian chamber of deputies, depicts the history of Italy from the late Middle Ages to the mid-1800s. Giulio Aristide Sartorio was the main representative of Italian symbolism in a sort of ideal bridge between Rome, London, and Venice.


113


114


arte IN THE CITY

Maria Helena Vieira da Silva, Biblioteca (Bibliothèque), 1949 (part.) - Parigi, Centre Pompidou, Musée national d’art moderne/Centre de création industrielle, acquisizione dello Stato, 1951 © Maria Helena Vieira da Silva, by SIAE 2025

Labirinti mentali, sensibili Vieira da Silva, lo spazio come materia pittorica «Penso di aver vissuto tutta la mia vita nei labirinti. È il mio modo di vedere il mondo». In questa frase, Maria Helena Vieira da Silva racchiude l’essenza del suo sguardo artistico, fatto di percorsi intrecciati, profondità impalpabili, fughe prospettiche che si aprono come feritoie nella tela. La mostra Anatomia di uno spazio, curata da Flavia Frigeri, in corso alla Collezione Peggy Guggenheim, mette in scena proprio questo universo, esponendo circa settanta opere provenienti da importanti collezioni internazionali. Dopo Marina Apollonio, un’altra donna prende parola nello spazio veneziano: una donna che ha fatto dello spazio stesso la sua materia pittorica. Vieira da Silva non dipinge paesaggi: li costruisce. Le sue tele sono architetture labirintiche, città immaginate o ricordate, dove ogni linea sembra obbedire a una geometria segreta. Forme che si incastrano come tessere di un mosaico, colori che pulsano in una musicalità visiva. Nata a Lisbona nel 1908, ma formatasi artisticamente a Parigi, l’artista attraversa la tragedia del Novecento. L’esilio in Brasile durante la guerra segna profondamente la sua opera e le sue “città” diventano allora corpi dolenti, paesaggi interiori della memoria e del trauma. Particolarmente toccante la serie dedicata a Parigi e Venezia: spazi reali trasfigurati in visioni oniriche, animati da luci che sembrano stelle o lampioni notturni. In Figure de ballet (1948), come in molte altre opere, compaiono presenze diafane, forme umane evanescenti, quasi a suggerire una danza tra l’astrazione e la figurazione, tra la corporeità e lo spirito. Ogni dettaglio – anche un piccolo uccellino nascosto nel quadro – diventa cifra poetica da scoprire. Vieira da Silva nasce come scultrice, e questo si percepisce nella Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio Fino 15 settembre Collezione Peggy Guggenheim www.guggenheim-venice.it

solida impalcatura dei suoi quadri: è un’anatomista dello spazio, come recita il titolo della mostra. Lo dissezionava, lo studiava, lo ricomponeva con minuziosa attenzione, come se ogni tratto fosse un osso, una vertebra di una struttura vivente. Eppure, questa architettura è sempre attraversata da una vibrazione emotiva. La mostra si chiude con una sorpresa: una sala grigia e bianca, inattesa per un’artista conosciuta per l’uso esuberante del colore, dove le opere racchiudono tutto l’amore per la perfezione strutturale, che l’artista ha sempre cercato. Vieira da Silva visitò Venezia due volte: la prima da studentessa nel 1928, sulle tracce dei maestri rinascimentali italiani; la seconda nel 1952, invitata alla Biennale. Forse fu proprio il Redentore a ispirare la sua “festa del quadro”: una celebrazione dello spazio come luogo mentale e sensibile, in cui abitare con lo sguardo. Maria Laura Bidorini ENG “I think I spent all my life in labyrinths. It’s the way I see the world”. In this sentence, Maria Helena Vieira da Silva concentrates her art, a journey of intersecting itineraries, unfathomable depth, vanishing points opening like wounds on her canvas. Exhibition Anatomy of Space, curated by Flavia Frigeri, stages this very universe with some seventy pieces from important international collections. Born in Lisbon in 1908, artist Maria Helena Vieira da Silva lives the tragedies of the twentieth century wholly. While exiled in Brazil, war scarred her art and turned her cities into hurting bodies, inner landscape of memory and trauma. Her series on Paris and Venice is particularly touching: real spaces are transfigured in dreamlike visions animated by lights that can be stars just as easily as they could be streetlights. In Figure de ballet, transparent, evanescent human shapes seem to depict a dance between figuration and abstraction, corporality and spirituality.

115


arte IN THE CITY

© John Baldessari 1975. Courtesy Estate of John Baldessari © 2025 Courtesy John Baldessari Family Foundation; Sprüth Magers

Ricomincio da tre Fondazione Querini Stampalia, una nuova stagione Con l’arrivo di Cristiana Collu alla direzione, la Fondazione Querini Stampalia inaugura un nuovo corso, fondato su una visione ampia e trasformativa che intreccia la forza del passato con l’energia del presente. Non si tratta di un semplice rinnovamento, ma di una vera e propria rifondazione simbolica e fisica degli spazi e della missione della Fondazione, che si propone oggi come “arcipelago vivo di esperienze”, dove la cultura si muove per connessioni e analogie. Un cambiamento che tocca architettura, programmazione, identità visiva e progettualità culturale, e che si presenta come un invito a vivere la Querini non solo come museo o biblioteca, ma come spazio poroso e dinamico, capace di generare domande, pensieri, relazioni. Il 5 maggio 2025 segna ufficialmente l’inizio di questa nuova fase, con l’inaugurazione dei rinnovati ambienti e l’avvio di una stagione espositiva ambiziosa. Non a caso la data coincide con la nascita, nel 1799, di Giovanni Querini, il fondatore: un omaggio alla sua visione illuminata e al suo lascito filantropico, che continua a ispirare l’identità della Fondazione. A dare sostanza a questa trasformazione sono due mostre profondamente simboliche e un’installazione, che incarnano la volontà di dialogo tra storia e contemporaneità e rilanciano la vocazione pubblica della Querini. La prima, John Baldessari – No Stone Unturned. Conceptual Photography, allestita negli spazi ampliati del terzo piano della Fondazione, John Baldessari. No Stone Unturned. Conceptual Photography Davide Rivalta. Leoni in campo Lions on the Field Martí Guixé. Q Spot. Seat, read, think, repeat Fino 23 novembre Fondazione Querini Stampalia, Campo Santa Maria Formosa www.querinistampalia.org

116

è la più grande retrospettiva veneziana mai dedicata a John Baldessari (1931–2020), pioniere dell’arte concettuale. Oltre settanta opere ripercorrono un momento cruciale della sua carriera: la sperimentazione fotografica degli anni ‘60, dove l’immagine diventa linguaggio, ironia, riflessione critica. In questa selezione, fotografia e concetto si intrecciano per raccontare un artista che ha messo in discussione le modalità stesse del fare arte. La seconda mostra occupa Campo Santa Maria Formosa, dove Davide Rivalta popola lo spazio urbano con Leoni in campo, quattro leoni monumentali in bronzo, due leonesse e due leoni seduti e vigili. Evocano il leone marciano, ma anche il concetto di “essere in campo”, partecipare, esporsi, prendere parte. Figure immobili ma non passive, simboli di forza e ascolto, invitano cittadini e visitatori a entrare per l’appunto nel campo – fisico e simbolico – dell’arte e della vita pubblica. Martí Guixé interpreta con ironia e intelligenza lo spirito della Querini, luogo aperto, dove la cultura non è mai un esercizio solitario, ma esperienza condivisa. Q Spot, identità della Fondazione, prende forma e si traduce in presenza, occasione d’incontro, nodo di relazioni, diventando un oggetto funzionale che occupa lo spazio pubblico di Campo Santa Maria Formosa. Serve per sedersi, ma è anche un pretesto per generare comportamenti: leggere, pensare, condividere. L’intervento prosegue all’interno, nella Libreria e nella Caffetteria. Con queste prime proposte, Fondazione Querini Stampalia si mostra come un luogo rifondato, capace di accogliere la meraviglia come metodo e il dialogo come forma. Un luogo da riscoprire, vivere, attraversare. Delphine Trouillard


© Luc Tuymans. All rights reserved - Courtesy Studio Luc Tuymans, Antwerp, and David Zwirner

Luc Tuymans, Heat, 2025

Tessa Mars, a call to the ocean, 2025 - Photo Jacopo Salvi

Manifesto freestyle Una riflessione sull’eredità culturale delle comunità dei Caraibi viene offerta da due nuove opere site-specific commissionate da TBA21–Academy per gli spazi di Ocean Space. Sotto la guida della curatrice Yina Jiménez Suriel, le artiste Nadia Huggins (Trinidad e Tobago, 1984) e Tessa Mars (Haiti, 1985) invitano a ripensare la geografia non come un insieme di confini rigidi, ma come un organismo fluido e interconnesso, evidenziando il legame tra sostenibilità ambientale e sociale. Il progetto otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua [altre montagne, dissolte sotto l’acqua] racchiude così due anime e due installazioni diverse che seguono il ritmo binario degli spazi monumentali della Chiesa di San Lorenzo: nell’Ala est, A shipwreck is not a wreck, lavoro della fotografa Nadia Huggins, un gigantesco scheletro di un relitto dove corpi, rocce e coralli sommersi evocano esperienze temporali profonde; nell’Ala ovest, a call to the ocean dell’artista Tessa Mars (Haiti, 1985), un’installazione pittorica immersiva abitata da personaggi che navigano uno spazio ibrido, le montagne. La mostra esplora l’improvvisazione~freestyle come strategia e strumento estetico utile a sfidare le prospettive terrestri ed estrattiviste e re-immaginare sistemi alternativi di supporto alla vita, rinnovando l’impegno di TBA21–Academy nelle pratiche artistiche legate alla conservazione degli Oceani. «L’improvvisazione~freestyle – spiega la curatrice Jiménez Suriel – funziona sia come strumento che come strategia, composta da configurazioni inedite di azioni nel tempo e nello spazio che cercano di smantellare una struttura di soggettivazione collettiva per trasformarla in qualcosa di nuovo, pur conservando le tracce del suo stato precedente». Irene Machetti ENG A reflection on the cultural heritage of Caribbean communities is offered by two new site-specific works commissioned by TBA21–Academy. A shipwreck is not a wreck by photographer Nadia Huggins is a gigantic skeleton of a shipwreck where submerged bodies, rocks and corals evoke profound temporal experiences, while a call to the ocean by artist Tessa Mars is an immersive pictorial installation inhabited by characters navigating a hybrid space: the mountains. Under the guidance of curator Yina Jiménez Suriel, the two artists invite us to rethink geography not as a set of rigid borders, but as a fluid and interconnected organism, highlighting the link between environmental and social sustainability. Nadia Huggins | Tessa Mars otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua [altre montagne, dissolte sotto l’acqua] Fino 2 novembre Ocean Space, Chiesa di San Lorenzo, Castello 5069 www.ocean-space.org

Luc Tuymans, Musicians, 2025

Affinità elettive Luc Tuymans (Mortsel, 1958), pittore fiammingo tra i più autorevoli della sua generazione, ritorna a Venezia dopo l’importante retrospettiva a Palazzo Grassi nel 2019, ponendosi in dialogo con i monaci benedettini di San Giorgio Maggiore che da oltre un decennio sono impegnati a ripristinare un proficuo dialogo tra Chiesa e arte contemporanea, affievolitosi negli ultimi secoli. Nasce così la nuova commissione per l’altare della Basilica palladiana: due dipinti inediti di Luc Tuymans sono stati commissionati dalla Comunità Benedettina per sostituire in via temporanea i grandi teleri di Jacopo Tintoretto, l’Ultima Cena e Il Popolo d’Israele nel deserto, attualmente oggetto di un restauro conservativo promosso da Save Venice. Le due nuove tele, realizzate per il presbiterio monastico, sono ispirate da immagini ritrovate nella memoria dei viaggi dell’artista, frammenti e dettagli della quotidianità umana, che catturano l’attenzione con toni cromatici inconsueti, prospettive disorientanti e atmosfere surreali in contrapposizione tra loro. Tuymans crea una narrazione senza storia, capace di nascondere il senso del divino nella quotidiana e ordinaria esperienza del fedele in viaggio tra cultura e spiritualità negli spazi sacri della Basilica. A completamento della prestigiosa commissione, l’artista sta lavorando alla realizzazione di un manoscritto miniato contemporaneo, che presto verrà esposto sul leggio del badalone, al centro del Coro Maggiore della Basilica. Il manoscritto confluirà nella collezione, avviata già nel 2019, di manoscritti miniati contemporanei realizzati per l’Abbazia di San Giorgio Maggiore dagli artisti con i quali essa ha collaborato negli ultimi anni. Irene Machetti ENG A new commission for the altar of San Giorgio Church: two new paintings by Luc Tuymans (b. 1958), a Flemish painter among the most authoritative of his generation, commissioned by the Benedictine Community to temporarily replace the large canvases by Jacopo Tintoretto, The Last Supper and The People of Israel in the Desert, currently undergoing a conservative restoration sponsored by Save Venice. The works, inspired by images found in the artist’s travels memory, capture our attention with unusual tones, disorienting perspectives, and surreal atmospheres that contrast one another. Luc Tuymans 9 maggio-24 novembre Abbazia di San Giorgio Maggiore Benedicti Claustra Onlus. Isola di San Giorgio Maggiore www.abbaziasangiorgio.it

117


Maria Helena Vieira da Silva Anatomia di uno spazio

12.04–15.09.2025 Dorsoduro 701, 30123 Venezia | guggenheim-venice.it Con il sostegno di

118

I programmi educativi sono realizzati con il sostegno di Allegrini + Apice + Arper + Eurofood + Florim + Hangar Design Group + Itago + Mapei + René Caovilla + Roberto Coin + Rubelli + Swatch + Villa Sandi

Maria Helena Vieira da Silva, Figura di balletto (Figure de ballet), 1948. Courtesy Galerie Jeanne Bucher Jaeger, Parigi-Lisbona © Maria Helena Vieira da Silva, by SIAE 2025


arte IN THE CITY

Installation view, Tatiana Trouvé. The strange Life of Things, 2025, Palazzo Grassi, Venezia - Photo Marco Cappelletti and Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Il respiro profondo delle cose Tatiana Trouvé o del rovesciamento di punti di vista e di percezione Un Palazzo Grassi in parte ‘ricostruito’, rielaborato, riletto da Tatiana Trouvé, anche a livello architettonico, per cambiare con le sue installazioni il percorso espositivo e creare nuovi punti di vista. La strana vita delle cose apre una nuova dimensione imprevedibilmente poetica e perturbante del mostrare: opere di grande potenza visiva e virtuosismo tecnico, tra sculture, disegni e dipinti dialogano profondamente con gli spazi. Artista italo-francese protagonista della serie Carte Blanche, Tatiana Trouvé trasforma le cose più svariate in protagoniste assolute delle sue sculture in bronzo, marmo e altri ricchi materiali. Il percorso espositivo si apre scenograficamente con Hors-sol, una grande installazione site-specific nell’atrio di Palazzo Grassi, che trasforma il pavimento di marmo in una strada urbana, asfaltata e punteggiata da tombini di varie città del mondo, un reticolo sotterraneo sotto cui scorre l’acqua, come a Venezia. È una sfida percettiva che ribalta la consueta prospettiva dello spettatore, costretto a guardare in basso per contemplare un cielo stellato di ferro e bronzo. Al primo piano, protagoniste sono le “cose”: oggetti quotidiani come cuscini, scarpe, abiti, resi con straordinario iperrealismo in bronzo e marmo. In ogni angolo emergono le sedie della serie The Guardians, sovraccariche di oggetti e libri in marmo, su cui spiccano nomi di autori cari all’artista, quali Calvino, Agamben e Thoreau, chiari riferimenti alle sue passioni letterarie e filosofiche. Queste sedie non servono per sedersi, per riposarsi, ma diventano ricettacoli di idee, emozioni e ricordi. Nella bellissima serie Città Tatiana Trouvé inventa fantastiche e suggestive collane-sculture, appese al muro come ricordi delle città in cui ha vissuto negli anni. Queste deliziose opere sono una sorta di Tatiana Trouvé. La strana vita delle cose Fino 4 gennaio 2026 Palazzo Grassi www.pinaultcollection.com

autobiografia, un racconto di viaggi e di esperienze di vita. Al secondo piano, i disegni e i dipinti completano la narrazione scultorea. Il disegno occupa un posto centrale nel lavoro di Tatiana Trouvé. Alcuni lavori, eseguiti su pagine di giornale durante il lockdown, riflettono drammaticamente esperienze collettive come la pandemia e le recenti tensioni sociali francesi. Attraverso queste opere, Trouvé esplora dimensioni intime e politiche, memoria e immaginazione, costruendo un labirinto temporale in cui passato e futuro si intrecciano in un presente enigmatico. La strana vita delle cose è una riflessione sofisticata sulla materialità e la temporalità, che guida il visitatore attraverso i paesaggi interiori di un’artista capace di cogliere il respiro profondo delle cose apparentemente mute e inanimate, restituendoci una visione poetica e acuta della nostra epoca. Maria Laura Bidorini NG We will Palazzo Grassi – one of the largest and most renowned centres of modern art in Venice – rebuilt, re-elaborated, re-read by artist Tatiana Trouvé. Her installations upend the usual exhibition itinerary and create new, original points of view. Exhibition The Strange Life of Things opens a new, poetic, perturbing dimension: visually powerful art, technical virtuosity, and sculpture, drawings, and paintings. Italian-French artist Tatiana Trouvé turns the most different things into absolute protagonists of her sculptures. Our journey begins with Hors-sol, a large-scale, site-specific installation in the main concourse at Palazzo Grassi. The installation turned the marble floor into an urban street, complete with tarmac and manholes to different cities in the world: a perceptual challenge that revolutionizes our usual perspective. On the second floor, we have things – pillows, shoes, clothes in hyperrealist bronze and marble. A sophisticated reflection on materiality and temporality that guides us into the artist’s inner world.

119


arte IN THE CITY

Ecco l’Uomo Gallerie dell’Accademia, un viaggio attraverso i Corpi moderni Nel 2017, lo storico dell’arte Tomaso Montanari pubblica, in compagnia di Vincenzo Trione, un curioso pamphlet il cui caustico contenuto finirà per tormentare il sonno di ogni direttore museale, critico, storico o addetto ai lavori che si approcci all’organizzazione di un’esposizione. Contro le mostre, questo il titolo, mi fu consigliato da un caro professore universitario al primo anno di studi quando, ancora acerba, tentavo di orientarmi nell’oscura selva della critica d’arte. Da allora, l’antipatico libretto ha guidato ogni mia visita a musei, gallerie e esposizioni, divenendo una sorta di bussola puntata contro ciò che è chiamato il “vizio italiano”, quello, cioè, di organizzare sempre più mostre «di scarso o nullo valore culturale, votate a un’effimera spettacolarizzazione fine a sé stessa, vuoti a rendere, che lasciano dietro di sé praticamente il nulla». Come dar torto a Montanari, specie in una città come Venezia, dove tutto va inginocchiandosi al sacro altare del turismo? In questo nefasto panorama, esistono però casi isolati, piuttosto rari, capaci non solo di evitare l’effimero, ma di restituire al gesto curatoriale il suo senso più alto: interrogare, rimettere in discussione, innescare dubbi. Corpi moderni, allestita alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, è una di queste felici apparizioni. Un percorso che, senza cedere alla tentazione del dar spettacolo, guida il visitatore dentro una serrata riflessione sulla concezione del corpo umano nella Venezia del Rinascimento – e su quanto quell’antico discorso, a ben guardare, sia ancora radicalmente nostro. Curata da Guido Beltramini, Francesca Borgo e Giulio Manieri Elia, la rassegna accoglie 89 opere straordinarie, alcune delle quali presentate in Italia per la prima volta, tra disegni, dipinti e sculture provenienti dai più prestigiosi musei e collezioni internazionali e nazionali. A coronare il già altissimo valore che questi capolavori, posti fianco a fianco, portano con sé, un allestimento intelligente, sobrio, che pur non abbandonando la naturale vocazione estetica riesce a restituire una narrazione limpida, coesa e unitaria. Superate le splendide sale che conducono all’ingresso della mostra – impossibile non indugiare tra i Bellini ed i Tiepolo – addentriamoci dunque nel vivo della questione. E proprio di addentrarsi si tratta, ma nelle viscere del corpo umano, sventrato, rivoltato e ricomposto sulle gelide lastre di acciaio in cui si innestano le opere della prima sezione, evidente rimando ai tavoli anatomici che, tra Quattro e Cinquecento, fecero di Venezia e Padova gli epicentri di un nuovo sapere medico e scientifico, fondato sull’esplorazione del corpo in quanto oggetto non ideale, ma da mappare, studiare e misurare. Qui, alcuni disegni anatomici dei maggiori artisti del Rinascimento, a dimostrare quanto questo nuovo interesse fosse vivido e condiviso in ogni parte d’Italia: da Michelangelo a Piero della Francesca, da Leonardo a Dürer, i soggetti non sono più gli uomini ma muscoli, ossa e interiora, riprodotte nel minimo dettaglio sulla nuda carta. A sorprendere, è soprattutto l’inedito raffronto tra il celeberrimo Uomo Vitruviano di Leonardo, tornato visibile dopo sei anni, e un’oCorpi moderni. La costruzione del corpo nella Venezia del Rinascimento. Leonardo, Michelangelo, Dürer, Giorgione Fino 27 luglio Gallerie dell’Accademia www.gallerieaccademia.it

120

pera ai più sconosciuta, l’Autoritratto a corpo nudo di Dürer, un vero primato nella storia dell’arte che, proprio grazie alla stretta vicinanza con il più famoso parente, riacquista dignità e nuova luce. Tuttavia, la Venezia del Rinascimento non naviga di sola scienza e intelletto: in una città di abili mercanti, abituati a valutare la qualità sensuale dei materiali, dai fruscii delle sete ai riflessi dei marmi, anche il corpo diventa oggetto di ammirazione e desiderio. Lo dimostra la seconda sezione, in cui vigorose figure maschili fanno da contrappunto ai celebri nudi femminili della tradizione lagunare, adagiati nella natura come frutti pronti ad essere colti. Poco più in là, curiosi ritratti di giovani spose con i loro freschi mariti, catturati nell’atto di stringerne i seni: un gesto che scopriamo essere il corrispettivo rinascimentale del contratto nuziale, da suggellarsi rigorosamente di fronte a un testimone. Accanto ai capolavori pittorici, affiora anche un’altra forma di desiderio veicolata dalla nuova industria della stampa, tanto fiorente a Venezia che numerosi libretti licenziosi e scandalose incisioni erotiche iniziarono a circolare in Piazza San Marco già dal primo Cinquecento. Esempio in mostra, l’unica copia sopravvissuta dei Sonetti lussuriosi di Pietro Aretino, datata 1556 e divenuta un vero e proprio caso letterario. Oggetto di studio, di ardente desiderio, ma anche soggetto attraverso cui esprimere la propria individualità: durante il Rinascimento, periodo in cui l’uomo torna ad essere il centro del discorso filosofico e intellettuale, il corpo inizia a velarsi di significati simbolici che trascendono il dato biologico per riflettere identità, ideali e codici culturali. A testimoniarlo sono trattati come il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, veri manuali di comportamento che insegnano a muoversi, a parlare, a costruire e modificare il proprio sé in accordo con le norme sociali. Ma soprattutto, sono i sontuosi vestiti, i precocissimi studi di chirurgia estetica, gli innumerevoli accessori di cosmesi e cura del corpo presentati nella terza ed ultima sezione della mostra, intitolata Persona. Qui, tra pesanti cortine di boudoir, ci si addentra nelle intime alcove delle dame veneziane, per cui schiarire i capelli, incipriare il viso, correggere le imperfezioni erano gesti quotidiani – non così distanti da quelli che, ogni giorno, tutti noi compiamo davanti allo specchio. In chiusura, all’immancabile Vecchia di Giorgione – cruda allegoria della caducità umana – è affiancato il ritratto di un giovane ombroso, bellissimo. Secondo alcuni studi, proprio quel volto era destinato a fungere da copertura del celebre dipinto, in un gioco intellettuale caro al Cinquecento per cui solo scostando la maschera dell’ideale si rivela la nuda verità dell’uomo. È forse qui che la mostra trova il più alto compimento, svelando il suo intento originario e invitandoci a ragionare su quanto di costruito e di autentico si intrecci, allora come oggi, nell’immagine che abbiamo di noi stessi. In un tempo governato dall’idolatria dell’apparenza, Corpi moderni ci obbliga a levare le maschere e sostare di fronte a ciò che siamo davvero, carne fragile, imperfetta, viva, come quella che osserviamo dal grande specchio posto alla fine del percorso. Un invito spietato a riflettere e riflettersi, a riconoscere, senza più finzioni, che quel corpo esposto – glorioso o vulnerabile che sia – è anche il nostro: ecco, l’Uomo. Adele Spinelli


Behold the man

Leonardo Da Vinci, Studio proporzionale di corpo maschile (‘Uomo vitruviano’), 1498 © Gallerie dell’Accademia, Venezia

Giorgione, La vecchia, 1506 ca. © Gallerie dell’Accademia, Venezia

ENG

In 2017, art historians Tomaso Montanari and Vincenzo Trione published a curious pamphlet whose caustic content would later come to haunt the sleep of every museum director, critic, historian, or professional involved in organizing an exhibition. Against Exhibitions, as the title reads, was once recommended to me by a dear university professor in my first year of studies when still inexperienced me was trying to find my way through the thick of art criticism. Since then, that rather cantankerous booklet has guided every museum, gallery, and exhibition visit I’ve ever made, serving as a kind of compass pointed against what is known as the “Italian vice” – organizing ever more shows “of little or no cultural value, devoted to a fleeting spectacle aimed at its own self-gratification, empty in what they have to offer and leaving behind virtually nothing.” How can one argue with Montanari, especially in a city like Venice, where everything is forced to bow before the sacred altar of tourism? Yet, in this bleak landscape, there are isolated cases that not only of avoid the ephemeral but also of restoring the curator’s gesture to its highest purpose: to question, to challenge, to spark doubt. Corpi moderni, at the Gallerie dell’Accademia, is one of these welcome exceptions. This journey, without succumbing to the temptation of pure spectacle, leads visitors into an intense reflection on the conception of the human body in Renaissance Venice and on how that ancient discourse, if we look at it closely, remains essentially our own. Curated by Guido Beltramini, Francesca Borgo, and Giulio Manieri Elia, the exhibition brings together 89 extraordinary artworks, including drawings, paintings, and sculptures from the most prestigious national and international museums and collections. Adding to the exceptional value these masterpieces show by sheer virtue of being displayed side by side is an intelligent, sober installation which, while not abandoning its inherent aesthetic vocation, manages to deliver a clear, cohesive, and unified narrative. Our itinerary will have us venture into our innermost depths, into the entrails of the human body, flayed, overturned, and reassembled on the cold steel panels. This is a clear reference to the anatomical tables that, between the fifteenth and sixteenth centuries, established Venice and Padua as the centres of new medical and scientific knowledge founded on the exploration of the body as a non-ideal object to be mapped, studied, and measured. Here, some anatomical drawings by the greatest Renaissance artists are on display: from Michelangelo to Piero della Francesca, from Leonardo to Dürer, the subjects are no longer men but muscles, bones, and internal organs, rendered in minute detail on bare paper. Surprisingly, the exhibition also offers an unprecedented comparison between Leonardo’s renowned Vitruvian Man – now on display after a six-year hiatus – and a rarely known work, Albrecht Dürer’s Self-Portrait as a Nude, a true first in art history which, precisely due to its close affinity with the more famous counterpart, regains dignity and fresh light.

121


John Baldessari “No Stone Unturned. Conceptual Photography” Martí Guixé “Q spot. Seat, read, think, repeat” Davide Rivalta “Lions on the Field ” Fondazione Querini Stampalia

5 may —

23 november 2025 Fondazione Querini Stampalia Castello 5252, Venezia

122


arte IN THE CITY

Paul Gauguin, Paesaggio a Te Vaa, 1896 (part.) - Le Havre, Musée d’Art Moderne André Malraux Lascito Charles-Auguste Marande, 1936 © MuMa Le Havre / Florian Kleinefenn

La bellezza salverà il mondo M9 e MuMa, la storia e l’arte per non dimenticare Il suggerimento è quello, potendo, di arrivare al terzo piano di M9 – Museo del ‘900 facendo le scale, in modo che vi appaia nella sua interezza davanti agli occhi uno scatto in bianco e nero, raffigurante un gruppo di persone che assiste alla distruzione di una città, da cui si leva del denso fumo nero. È una potente elaborazione grafica creata a partire da varie fotografie della città di Le Havre dopo i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale, un’immagine che in dialogo con il titolo della mostra a grandi lettere ARTE SALVATA sembra avvertirci: «Attenzione, quella che state per vedere non è una mostra sull’Impressionismo». Certo lo è anche, sugli Impressionismi al plurale – «Mica c’è stato un solo movimento!» ha spiegato la direttrice di M9, Serena Bertolucci –, ma è soprattutto una mostra sull’impegno civile e sul potere rigenerativo dell’arte, che resiste alla forza distruttrice della guerra e diventa memoria condivisa. Curata da Géraldine Lefebvre, Direttrice del MuMa, e da Marianne Mathieu, una delle maggiori esperte mondiali di Impressionismo e Postimpressionismo, Arte salvata è una mostra che, correndo sul doppio registro dell’arte e della storia, raggruppa 51 opere provenienti dal prestigioso Museo d’Arte Moderna André Malraux di Le Havre (MuMa), sede della più importante collezione di dipinti impressionisti di Francia al di fuori di Parigi, che per la prima volta ne presta una parte così importante. L’occasione è quella dell’ottantesimo anniversario dalla fine della Seconda Guerra mondiale, durante la quale la città di Le Havre venne rasa al suolo, distrutta per l’ottanta percento del suo tessuto urbano, museo compreso – le 1500 opere al suo interno vennero tutte messe in salvo – e ricostruita a partire proprio da esso, primo museo francese ad essere ricostruito dopo gli eventi bellici. Arte Salvata. Capolavori oltre la guerra dal MuMa di Le Havre Fino 31 agosto M9 – Museo del ‘900-Mestre www.m9museum.it

Un edificio costruito nel 1845 il cui contenuto, dopo un debutto nel solco della tradizione e dell’Accademia, si era aperto gioioso alla contemporaneità, grazie ad un’audace politica di acquisizioni orientata verso l’arte moderna e all’intervento di mecenati appassionati che decisero di radunarvi l’arte che vedevano nascere sotto i loro occhi proprio lì in quel momento, nel fervore culturale di Le Havre. La città non era solo terra natale di pittori quali Claude Monet e Raoul Dufy, ma soprattutto era centro aggregatore di artisti, movimenti, idee. E quando si decise di ricostruirla dopo la guerra e di far ruotare attorno al museo l’intera rigenerazione della città, guidata dall’architetto Auguste Perret, si scelse di farlo immaginando il museo stesso come un luogo che suscitasse l’interesse di ogni tipo di pubblico e potesse organizzare conferenze, proiezioni cinematografiche, concerti e altre attività correlate all’arte. Un museo multidisciplinare e flessibile, come sarà poi, per citarne uno, il Centro Georges Pompidou. Ed è proprio questa storia di rinascita che lega la città di Le Havre a Mestre e Porto Marghera, anch’esse colpite da danni ingenti durante il conflitto bellico: al secondo e al terzo piano del Museo, per tutta la durata della mostra, un approfondimento fotografico testimonia proprio questa esperienza. È l’evoluzione artistica di Le Havre che i dipinti in mostra raccontano: dall’Impressionismo, al Fauvismo al Simbolismo, in Arte salvata trovano spazio, tra gli altri, i riverberi di luce di Eugène Boudin e del suo allievo Claude Monet, l’adorabile escursionista di Pierre-Auguste Renoir, le vedute del porto di Maxime Maufra e Othon Friesz, i simbolismi di Paul Gauguin e Maurice Denis. E poi ben undici opere di Raoul Dufy, strepitoso nei panni del Fauve – uno su tutti, il verde di Jeanne tra i fiori – e un Braque che è un gioiello assoluto. Buona visita! Livia Sartori di Borgoricco

123


arte IN THE CITY

Universi paralleli comunicanti Sebbene influenzato dal Rinascimento, dal Modernismo europeo e dalle avanguardie, Zhang Zhaoying (Guangzhou, Cina, 1988) ha evitato di aderire rigidamente a schemi pittorici predefiniti creando una sintesi straordinaria tra la tecnica libera e la pittura controllata, esplorando le trasformazioni culturali e le nuove dinamiche sociali della globalizzazione per interrogarsi infine sulla bellezza e la verità universale. È considerato una delle figure di spicco tra gli artisti della generazione post 1985, la cosiddetta “Nuova Generazione” che ha saputo reinterpretare con una perizia espressiva unica l’evoluzione della pittura cinese dal 1990 a oggi, attraversando un periodo di grandi cambiamenti sociali, economici e culturali. Tuttavia Zhaoying si distingue per una prospettiva fortemente internazionalizzata, che riflette una mentalità ibrida capace di attraversare diversi mezzi, linguaggi e temporalità, nutrendosi di una profonda ricerca iconologica. Zhang Zhaoying: Lifelong Beauty, mostra personale ospitata al secondo piano di Museo di Palazzo Grimani, a cura di Lü Peng, Li Guohua e Carlotta Scarpa, si compone di un corpus di 26 opere, in cui emerge forte la volontà dell’artista di decostruire e ricostruire iconografie tradizionali, intrecciando passato e presente, tradizione e innovazione, sviluppando una narrazione visiva che invita lo spettatore a un dialogo tra culture diverse. E così gli spettacoli di Broadway, i circhi, gli artisti e i personaggi storici diventano parte delle sue opere, non come semplice montaggio o sovrapposizione, ma come strumento per rispondere ai cambiamenti del mondo, scoprire le connessioni tra gli individui e indagare la società contemporanea. M.M. ENG Although influenced by the Renaissance, European modernism, and the avant-gardes, Zhang Zhaoying staunchly refused to adhere to a given style or genre, rather choosing to create an extraordinary synthesis between free technique and controlled painting. Zhang explores the cultural transformations and new social dynamics of globalization to ultimately question universal beauty and truth. Along an exhibition path comprising 26 pieces, the artist deconstructs and reconstructs traditional iconographies, weaving together past and present, tradition and innovation, developing a visual narrative that invites the viewer to a dialogue between different cultures. Zhang Zhaoying: Lifelong Beauty 8 maggio-3 agosto Museo di Palazzo Grimani, Ramo Grimani, Castello 4858 www.zhaoyingzhang.wordpress.com

124

Pavel Roučka, Battlefield (part.) - Courtesy Fondation Valmont

Sei un mito Secondo capitolo di una trilogia di mostre che Fondation Valmont ha voluto dedicare al mito e in particolare all’Odissea di Omero, ispirato in particolare al rapporto padre-figlio Telemaco/ Ulisse. Chiamati a rispondere con le loro opere sono due coppie di artisti – Jakub Flejšar e Pavel Roučka, Maxence Guillon e Didier Guillon –, legati tra loro da un intenso rapporto personale e artistico. La mostra TELEMACHUS. The Quest for Self a Palazzo Bonvicini rappresenta di fatto un dialogo intimo e intergenerazionale, i cui confini si confondono con le diverse identità degli artisti chiaramente definite e in tensione tra loro in una prospettiva di vitale interazione. A ogni artista è stata assegnata una sala del Palazzo, dando loro la possibilità di creare opere site-specific – sculture, dipinti e installazioni –, che affermano a gran voce la propria presenza monumentale, mettendo in mostra fragilità, complessità, complicità e sinergie. Con Flejšar e Roučka, le Sale si fondono l’una con l’altra, riflettendo un rapporto personale e artistico intrinseco e imprescindibile. L’attenzione si sposta verso l’interno con i Guillon, spingendo gli artisti a contemplare sia ciò che sono diventati sia ciò che stanno diventando, con lo sguardo rivolto tanto alla propria storia quanto al futuro delle generazioni. Un fitto dialogo tra passato mitico e presente, letto attraverso i legami familiari che inevitabilmente plasmano il modo in cui comprendiamo noi stessi. ENG Second chapter of a trilogy of exhibitions inspired by Homer’s Odyssey, focusing on the father-son relationship between Telemachus and Odysseus. Two artist duos – Jakub Flejšar and Pavel Roučka, Maxence Guillon and Didier Guillon – are invited to respond with their works. The exhibition is an intimate, intergenerational dialogue where identities remain distinct yet in tension, through site-specific sculptures, paintings, and installations that express fragility, complexity, and synergy. Telemachus. The Quest for Self Fino 22 novembre Fondation Valmont, Palazzo Bonvicini, The Intimate Museum Santa Croce 2161/A www.fondationvalmont.com


Kengo Kito

Mika Ninagawa

Lost in Venice Nato nel 2023 da un’idea dell’imprenditore visionario Hiroyuki Maki, anonymous art project è il primo programma filantropico giapponese a sostegno degli artisti locali, che ora debutta a Venezia, segnando l’inizio delle attività internazionali, con due progetti espositivi site-specific che celebrano alcune delle voci più significative dell’arte contemporanea giapponese. Il primo, vede protagonista l’artista Kengo Kito (Nagoya, 1977), con l’installazione curata da Masahiko Haito che riflette sull’interazione tra arte e spazio pubblico. L’intervento contribuisce ad inaugurare la riapertura del Cortile dell’Agrippa, segnando l’inizio di una nuova fase della storia del Museo Archeologico, che riapre ora il suo ingresso in Piazzetta San Marco. Kengo Kito coltiva una ricerca artistica radicata nell’uso di materiali ready-made per la realizzazione di opere pittoriche e installazioni ambientali che trasformano lo spazio in cui si inseriscono. Il suo lavoro è una incessante ricerca di connessioni tra materia, colore e forma, con un’attenzione particolare alla relazione tra arte e architettura. Il secondo è un intervento immersivo della regista e artista Mika Ninagawa (Tokyo, 1972), in collaborazione con il collettivo creativo EiM (Eternity in a Moment) e a cura di Eriko Kimura. L’artista esplora i concetti di confine, transizione e sovrapposizione, utilizzando immagini, luci e suoni per creare uno spazio in cui realtà e finzione si fondono in un’esperienza sensoriale totalizzante. Mika Ninagawa è una delle fotografe e registe più influenti della scena contemporanea giapponese, celebre per il suo uso audace del colore e per una poetica visiva che fonde estetica pop, simbolismo naturale e cultura tradizionale giapponese. ENG This site-specific installation curated by Masahiko Haito reflects on the interaction between art and public space. Kengo Kito (b. 1977) cultivates an artistic exploration rooted in the use of ready-made materials for the creation of paintings and environmental installations that transform the space around them. His intervention marks the inauguration of the reopening of the Cortile dell’Agrippa and the beginning of a new phase in the story of the Venice Archaeological Museum. The immersive installation by Mika Ninagawa, in collaboration with creative collective EiM (Eternity in a Moment) and curated by Eriko Kimura, explores the concepts of boundary, transition, and superimposition using images, lights, and sounds to create a space where reality and fiction merge into a total sensory experience. Mika Ninagawa (b. 1972) is one of the most influential photographers and filmmakers in Japan, renowned for her bold use of colour and a visual poetry that blends pop aesthetics, natural symbolism, and traditional Japanese culture. anonymous art project | Lines by Kengo Kito 6 maggio-28 settembre Museo Archeologico Nazionale, Piazzetta San Marco 17 anonymous art project | Mika Ninagawa with EiM. Interstice 10 maggio-21 luglio Palazzo Bollani, Castello 3647

©Wade Guyton, Courtesy of the artist and AMA Collection Installation view by Sebastiano Pellion di Persano

Nuove Collezioni Linfa vitale fondamentale per la città, le fondazioni d’arte contemporanea a Venezia registrano un nuovo e importante progetto, che si configura come una piattaforma aperta dove alla funzione eminentemente espositiva si alternano residenze e nuove produzioni, catalizzando l’attenzione su creatività, ispirazione e sperimentazione. È AMA Venezia, uno spazio voluto da Laurent Asscher, imprenditore e collezionista belga, che ha iniziato a collezionare opere d’arte nel 2012, sceso in campo per sostenere artisti viventi e promuovere il dialogo sull’arte e i diversi linguaggi del contemporaneo. In un’ex fabbrica di sapone di oltre mille metri quadri a Cannaregio, sottoposta a un restauro radicale su progetto di TA Torsello Architettura, che ha operato uno straordinario recupero dello spazio dismesso dialogando armonicamente con il passato ed esaltandone le tracce originarie, AMA Venezia presenta la sua prima mostra: AMA Collection, una selezione di opere provenienti dalla collezione privata di Asscher, incentrata sull’arte contemporanea dagli anni Sessanta a oggi. Artisti come Jeff Koons, Elizabeth Peyton, Refik Anadol, David Hammons, Avery Singer esplorano in mostra la tensione dinamica tra la riproduzione meccanica e il gesto pittorico, elementi centrali nella formazione del segno artistico. La mostra presenta inoltre opere di Brice Marden, Florian Krewer, Jacqueline Humphries, Jordan Wolfson, Lauren Halsey, Mohammed Sami, Rudolf Stingel, Salman Toor e Wade Guyton. M.M. ENG A new contemporary art project initiated by Belgian entrepreneur and collector Laurent Asscher which serves as an open platform where the primary exhibition function alternates with residencies and new productions. In a former soap factory of over a thousand square metres, AMA Venezia presents its first exhibition titled AMA Collection, a selection of works from Asscher’s private collection. Artists such as Jeff Koons, Elizabeth Peyton, Refik Anadol, David Hammons, and Avery Singer explore the dynamic tension between mechanical reproduction and the pictorial act, central elements in the creation of the artistic sign. AMA Collection Fino 29 giugno AMA, Fondamenta de Ca’ Vendramin, Cannaregio 2395 www.ama.art

125


arte IN THE CITY

La radice ellenica Di Storie e di Arte, Fondazione dell’Albero d’Oro © Ugo Carmeni

Memorie ritrovate La mostra promossa dalla Fondazione dell’Albero d’Oro offre un’immersione nella quotidianità delle nobili famiglie veneziane che hanno abitato Palazzo Vendramin Grimani fino al 1969. Curata da Massimo Favilla e Ruggero Rugolo, con l’allestimento di Daniela Ferretti, l’esposizione è il frutto di una ricerca durata quattro anni, che ha coinvolto archivi pubblici e privati per ricostruire ambienti, memorie e collezioni in parte perdute. «Ogni mostra è un viaggio a sé – racconta Daniela Ferretti – con compagni di viaggio di volta in volta diversi. In questo caso si è trattato di una sfida complessa e interessante, data la grande quantità di oggetti da ricomporre. L’allestimento, infatti, non è nato da un disegno preliminare come accade per molte esposizioni tradizionali, ma si è sviluppato come una stratificazione di memorie, un mosaico di frammenti che restituisce la vita del palazzo nell’arco di tre secoli». Il percorso espositivo si snoda lungo il primo piano nobile, permettendo ai visitatori di avvicinarsi alla dimensione privata delle famiglie Vendramin, Grimani Giustinian e Marcello. Le sale ospitano dipinti di artisti come Rosalba Carriera e Angelica Kauffmann, arredi originali e oggetti d’epoca, componendo un racconto evocativo che attraversa gusti, abitudini e passioni di chi ha vissuto questi spazi nel passato. La disposizione stessa degli oggetti contribuisce a ricreare un’atmosfera ‘di casa’, intensificando il coinvolgimento del visitatore e restituendo nuova vita agli ambienti storici. Un’esperienza che non solo celebra il passato, ma invita a riflettere sul valore della memoria e sull’importanza della conservazione del patrimonio culturale. Marisa Santin ENG The exhibition by Fondazione dell’Albero d’Oro offers an immersive journey into the daily life of the noble families who lived in Palazzo Vendramin Grimani until 1969. Curated by Massimo Favilla and Ruggero Rugolo, with exhibition design by Daniela Ferretti, the show is the result of four years of archival research. “Each exhibition is a journey,” says Ferretti. “In this case, a complex and fascinating one.” Rather than following a formal designed plan, the display unfolds as a layered mosaic of memories. Paintings by Rosalba Carriera and Angelica Kauffmann, original furnishings, and everyday objects recreate the private atmosphere of the Palace, inviting visitors to reflect on the value of memory and cultural heritage. Di Storie e di Arte. Tre secoli di vita a Palazzo Vendramin Grimani Fino al 23 novembre Palazzo Vendramin Grimani www.fondazionealberodoro.org

126

Un filo dorato lega le vicende storiche, artistiche, gli equilibri diplomatici e la devozione nel Mediterraneo lungo la rotta tra Venezia e Creta, la Candia dal XIII secolo, perla dello Stato da Mar della Serenissima. Un filo dorato lega ora le sette sezioni che scandiscono cronologicamente la feconda unione artistica tra Grecia e Venezia: protagonista la scuola pittorica veneto-cretese in bilico tra Oriente bizantino e Occidente latino. La mostra, L’oro Dipinto. El Greco e la pittura tra Creta e Venezia, che trova perfetta collocazione a Palazzo Ducale, parte dalle origini nel XV secolo, con i primi maestri che progressivamente guardano all’Occidente gotico, per passare nel maturo Quattrocento a significative vicinanze con i modelli del grande Rinascimento veneziano. L’evoluzione prosegue nel Cinquecento con felici ibridazioni fra tradizione bizantina e libere ispirazioni occidentali. Al centro di questo avvincente racconto di storia e pittura si colloca il più celebre e stravagante rappresentante della “scuola”: Dominikos Theotokopoulos, noto come El Greco (1541– 1614). Nella natia Creta muove i primi passi nell’educazione alla tradizione postbizantina per giungere a Venezia, viaggio imprescindibile per gli autori dell’epoca, intorno al 1567. L’incontro qui è con l’arte sorprendente del maturo Tiziano, di Bassano, di Tintoretto. Una tappa cruciale, prima del passaggio per Roma e poi in Spagna, dove si impone come il geniale El Greco. A testimonianza di questi emblematici passaggi, la mostra ospita la Fuga in Egitto (1570 circa), eccezionale prestito dal Museo del Prado di Madrid, in dialogo con opere della maturità fino al periodo spagnolo con il San Pietro (1600–1607) dalla National Gallery – Alexandros Soutzos Museum di Atene. ENG Seven sections outline the prolific artistic union between Greece and Venice, with the Venetian-Cretan painting school as the protagonist, an art liaison between Byzantine East and Latin West. The exhibition, Painted Gold. El Greco and the Art between Crete and Venice, begins with fifteenth-century art and the first artists who gradually turn to Gothic Western influences, later progressing into significant affinities with the models of the great Venetian Renaissance. The evolution continues into the 16th century with interesting hybridizations between Byzantine tradition and free Western inspirations. At the center of this beautiful story is its most famous and eccentric representative: Dominikos Theotokopoulos, known as El Greco (1541–1614). L’oro dipinto. El Greco e la pittura tra Creta e Venezia Fino 29 settembre Palazzo Ducale palazzoducale.visitmuve.it


127


arte

IN THE CITY PHOTOGRAPHY

Irriverente classicità Mapplethorpe, sculture fotografiche senza tempo Uno dei classici dispositivi dello star system, dello show business, applicato indistintamente a tutte le forme espressive, dalla più manifestamente pop alla più intimamente autoriale, è da sempre in qualche modo lo stesso, almeno dal Novecento in poi. Ossia fare del contenuto artistico più provocatorio e di rottura in prima istanza un bersaglio su cui scagliarsi moralisticamente, indignandosi per lo sfregio provocato al decoro (sic) del composto vivere borghese, per poi a seguire, a stretto giro o più in là nel tempo a seconda dei casi, fare di questo stesso contenuto un elemento, un prodotto mainstream, da incensare e progressivamente canonizzare attraverso omaggi di diversa natura e specie. Dalla musica all’arte, dal cinema al teatro è più o meno sempre la stessa storia. Certo, quando ci si trova al cospetto di artisti che davvero hanno sfidato le noiosissime e liberticide convenzioni sociali facendo arte vera, e per questo pagando un loro salato prezzo in vita, disturba assai poi vedere la loro santificazione laica proprio attraverso l’esaltazione di questi stessi loro tratti irriverenti, quelli per cui venivano poco prima additati come dei reietti. Tra questi vi è sicuramente anche Robert Mapplethorpe, senza se e senza ma uno dei massimi fotografi del secondo Novecento. Inutile qui ripercorrere il suo cammino artistico ed esistenziale, più che noto ai più. Basti solo dire che dalle sue prime serie Polaroid al Portfolio X con cui nei primi ‘70 inizierà a far parlare di sé e ad essere apprezzato dai circoli più avanguardistici della Grande Mela e anche, per sua fortuna, da importanti galleristi e collezionisti – tra cui Sam Wagstaff, a cui si legherà oltre che artisticamente anche sentimentalmente per tutta la vita –, fino ai lavori più maturi e comunque sempre dirompenti degli anni ‘80, Mapplethorpe, sfidando davvero le fobie più castranti del tempo, sarà capace come nessuno, attraverso i soggetti e i temi fermati mirabilmente dai suoi scatti, di far saltare la barriera artificiale tra arte e pornografia, dando cifra profonda a una ricerca e a un’estetica che oggi, per l’appunto, connota persino le più ricche campagne di comunicazione dei più importanti brand di moda. Subirà nella sua breve vita attacchi furibondi da parte dell’area più conservatrice della società americana, scandalizzata da questi suoi soggetti omoerotici esibiti in maniera così plateale e irriverente. Ma la straordinaria capacità di costruire un ponte, una relazione viva tra nudità contemporanea portata anche ai suoi estremi e rappresentazione classica dei corpi dall’antichità fino al Rinascimento avrà infine ragione sui meschini, claustrofobici tentativi di limitare il suo sofisticato e insieme potente dettato espressivo. La mostra dal titolo Robert Mapplethorpe. Le forme del classico da poco apertasi alle Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio, che raccoglie oltre 200 opere dell’artista newyorchese alcune delle quali mai viste prima, restituisce appieno questa sua prevalente cifra artistica. L’allestimento, infatti, approfondisce il dialogo tra fotografia contemporanea e classicismo, mettendo in relazione la plasticità dei corpi ritratti da Mapplethorpe con la statuaria antica. I nudi maschili e femminili, i ritratti iconici e le celebri immagini di fiori (calle, tulipani, orchidee) si trasformano in sculture fotografiche senza tempo, plasmate dalla luce e da una composizione perfetta. Il percorso espositivo si apre con i collage e ready-made degli anni Sessanta e prosegue con i ritratti decisamente iconici di Patti Smith, Lisa Lyon e di vari altri artisti, tra i quali Andy Warhol, Truman Capote, Susan Sontag, Glenn Close, Yoko Ono, Richard Gere. Insomma, quando si dice, non di rado abusando della trita formula, una mostra da non perdere. Ma stavolta per davvero! Massimo Bran Robert Mapplethorpe. Le forme del classico Fino 6 gennaio 2026 Le Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio Maggiore www.lestanzedellafotografia.it

128

Thomas, 1986 © Robert Mapplethorpe Foundation

Derrick Cross, 1983 © Robert Mapplethorpe Foundation


© Matthias Schaller, Casa dei Tre Oci, 2025 / VG Bildkunst, 2025

Ljubodrag Andric, Venezia 15, 2024

Enigmi spaziali L’indagine condotta da Ljubodrag Andric (Belgrado, 1965) su luoghi e architetture mette in evidenza come e quanto il suo linguaggio si discosti dalla fotografia tradizionale. Pur adottando tecniche e materiali specifici, l’artista approda a una forma di rappresentazione indipendente dalla realtà oggettiva: una sorta di smaterializzazione che trascende la funzione originaria degli elementi riprodotti aprendosi ad una profondità visiva e sensoriale che va oltre il dato materiale. «Cerco l’immagine che sia autonoma – dice l’artista – Un luogo che possiede ed emana la propria luce; un’entità che, mentre vi siamo di fronte, si rivela gradualmente e si offre, generosamente. Un’immagine come incontro, dunque». A Palazzo Cini, Ljubodrag Andric. Spazi, soglie, luci, primo capitolo espositivo di un dittico che proseguirà alla BUILDING Gallery di Milano a settembre, presenta quindici sue opere di grande formato, frutto dei suoi viaggi in India e delle sue residenze presso la Fondazione Giorgio Cini, che creano un gioco di rimandi, risonanze e corrispondenze tra le architetture veneziane e quelle indiane, in un confronto a distanza tra luci e ombre, realtà e astrazione. «Realizzare queste opere – spiega Andric – è più simile a un disvelamento, un processo graduale che non può essere forzato né imposto sulla materia grezza da cui parto; si tratta di trovare il filo conduttore e una proporzione per poi seguirli, fino a quando l’essenza non appare, dapprima tenue, infine armoniosamente viva, pulsante». Irene Machetti ENG Ljubodrag Andric’s investigation on places and architectures highlights how and to what extent his language diverges from traditional photography. While adopting specific techniques and materials, the artist arrives at a form of representation independent of objective reality: a sort of dematerialization that transcends the original function of the reproduced elements, opening to a visual and sensory depth that goes beyond the material data. Fifteen artworks from his travels in India and his residencies at the Giorgio Cini Foundation create a play of references, resonances, and correspondences between Venetian and Indian architectures, in a distant comparison between lights and shadows, reality, and abstraction. Ljubodrag Andric. Spazi, soglie, luci Fino 8 settembre Palazzo Cini, Campo San Vio, Dorsoduro 864 www.palazzocini.it

Ritratti indiretti Matthias Schaller (1965), noto per il suo approccio unico all’indagine fotografica, mette in mostra alla Casa dei Tre Oci – Berggruen Institute Europe l’anomalia architettonica della controfacciata dei palazzi veneziani, ovvero lo spazio anteriore/centrale dei piani nobili. Schaller rigetta lo stereotipo di una città immobile, scegliendo di sottolineare il suo carattere in evoluzione, sospeso tra memoria storica e futuro in divenire, trasformazione e possibile rinnovamento. Le sue immagini non sono semplicemente vedute architettoniche, bensì composizioni poetiche che uniscono interno ed esterno trasformando gli ambienti fotografati, invasi da una luce folgorante che sbiadisce i colori degli arredi, in “nature morte” metafisiche. Attraverso un uso sapiente della tecnica analogica, poi digitalizzata e rielaborata per enfatizzare i toni desaturati, Schaller crea così un potente simbolismo tra il paesaggio urbano e l’esistenza umana. «L’interno – dichiara il fotografo – costituisce nella mia visione l’interpretazione di una realtà culturale; attingo alle controfacciate come farebbe uno storico che parte dal passato per guardare al presente». Il progetto si colloca all’interno di una lunga tradizione che richiama maestri quali Carlo Naya e Carlo Ponti, ma trova anche echi contemporanei nel lavoro di artisti come Hiroshi Sugimoto. Schaller utilizza la fotografia come strumento narrativo, capace di creare quello che lui stesso definisce un “ritratto indiretto” di Venezia. M.M. ENG Matthias Schaller (1965), known for his unique approach to photographic investigation, highlights the architectural anomaly of the counter-façade of Venetian palaces, that is, tc. Schaller rejects the stereotype of a static city, choosing instead to emphasize its evolving character, suspended between historical memory and an emerging future, transformation, and possible renewal. His images are not merely architectural views but poetic compositions that blend the interior and exterior, transforming the photographed spaces into ‘metaphysical still lifes’ invaded by a blinding light that fades the colours of the furnishings. Berggruen Arts & Culture Matthias Schaller. Controfacciata Fino 23 novembre Berggruen Institute Europe, Casa dei Tre Oci, Giudecca 43 www.berggruenarts.org

129


arte IN THE CITY GALLERIES

GALLERIA ALBERTA PANE ROMINA DE NOVELLIS Architetture Terrone

SCUOLA PICCOLA ZATTERE GAËLLE CHOISNE Temple of Love. Cœur FOSBURY ARCHITECTURE Design x ABC Zattere 9 maggioMay-12 ottobreOctober

Romina De Novellis (Napoli, 1982) è artista visiva, performer, ricercatrice e antropologa con radici mediterranee, ma attiva da molti anni a Parigi. In chiave retrospettiva, l’esposizione mette in luce alcune delle performance più significative che l’artista ha realizzato negli ultimi quindici anni, valorizzate qui attraverso strutture installative di diversa natura. Questi dispositivi labili e temporanei si fanno strumento visivo per ripensare lo spazio e le costrizioni e limitazioni che lo definiscono. Prive della presenza del corpo che le ha abitate, le installazioni sono messe in relazione con video e fotografie, tracce essenziali dell’attività performativa di De Novellis. ENG Romina De Novellis (Naples, 1982) is a visual artist, performer, researcher, and anthropologist with Mediterranean roots but has been active in Paris for many years. In retrospective key, her exhibition highlights some of the most significant performances the artist created over the past fifteen years, enhanced by a peculiar installation. These temporary devices serve as visual tools to rethink space and the constraints and limitations that define it. Devoid of the bodily presence that once inhabited them, the installations relate to videos and photographs, themselves essential traces of De Novellis’ performative art.

Due nuovi progetti di arte e architettura contemporanea. Il primo è la personale dell’artista francese Gaëlle Choisne, che conclude la residenza alla Scuola Piccola Zattere con un nuovo capitolo della sua serie espositiva ispirata a Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. Tramite un approccio che combina molteplici media, tecniche e materiali, Choisne costruisce una narrazione progressiva in continua evoluzione. Il secondo è l’intervento di Fosbury Architecture per il design del nuovo ristorante ABC Zattere. Concepito in dialogo con l’identità e il programma della Scuola, il progetto crea una continuità tra interno ed esterno, tradizione e modernità. ENG Two new projects in contemporary art and architecture. The first is a solo exhibition by French artist Gaëlle Choisne, which concludes her residency at Scuola Piccola Zattere with a new chapter in her exhibition series inspired by Roland Barthes’s A Lover’s Discourse: Fragments. Through an approach that combines multiple media, techniques, and materials, Choisne constructs a progressively evolving narrative. The second project is an intervention by Fosbury Architecture for the design of the new ABC Zattere restaurant. Designed in dialogue with the identity and programme of the school, the project creates continuity between the indoor and outdoor, blending tradition with modernity.

Calle dei Guardiani, Dorsoduro 2403/H www.albertapane.com

Dorsoduro 1401 www.scuolapiccolazattere.com

9 maggioMay-10 settembreSeptember

130

DOMUS CIVICA PIERA BENETTI Aboutness 8 maggioMay-30 giugnoJune

L’idea di rappresentazione, in questi anni, sta assumendo nuovi significati. Il reale riprodotto all’interno di uno schema prospettico non corrisponde più al nostro immaginario. Nelle grandi vetrate della Domus Civica, Piera Benetti propone tre quinte: i lavori abbandonano il tempo sospeso del muro bianco per diventare quasi attori di uno spazio alternativo. Sono realizzati su materiale povero, la carta da scena, sulla quale si stratificano immaginari, rappresentazioni, gesti. Il colore, centro del lavoro dell’artista, non riflette una somiglianza, ma mostra un posizionamento aderente al reale, incastrato in esso. Là dove lo stridore fra le cose apre uno spazio: un’altra possibilità. ENG The idea of representation in taking on new meanings in recent years. The real world, reproduced within a perspectival scheme, no longer corresponds to our imagination. In the large windows of the Domus Civica, Piera Benetti presents three backdrops: individual works of art abandon the suspended time of the white wall to become almost actors in an alternative space. They are made of humble material, stage paper, upon which imaginaries, representations, and gestures are layered. Colour, central to the artist’s work, does not reflect a likeness but rather shows a positioning that adheres to reality, embedded within it. Where the discord between things opens a space, therein lies another possibility. Calle de le Sechere, San Polo 3082 benettipiera.wixsite.com/benettipiera www.festivaldeimatti.org


GALLERIA TOMMASO CALABRO MAN RAY FinoUntil 21 giugnoJune

MARIGNANA ARTE Giuseppe Adamo, Maurizio Donzelli, Serena Fineschi, Silvia Giordani, Aldo Grazzi, Olga Lepri, Giulio Malinverni, Laura Omacini, Paolo Pretolani APPARITIONS The dream of infinity

VICTORIA MIRO VENICE DO HO SUH Breathing Home. Recent Drawings

Una selezione di oltre quaranta opere – dipinti, assemblages, fotografie, gouaches e grafiche – realizzate tra gli anni Venti e Settanta offre una panoramica sulla varia e intensa produzione di Man Ray, uno dei più visionari e innovativi artisti del Novecento. Nel corso della sua lunga carriera Man Ray adotta diversi linguaggi, facendo della sua arte un continuo spettacolo di metamorfosi. Ironia e iconoclastia, in una fusione di sperimentazione e arguzia, sono espressioni del suo spirito di ricerca e della sua volontà di reinventare il mondo attraverso l’arte. La mostra rende omaggio a un artista capace di attraversare e trasformare le avanguardie con una visione rivoluzionaria. ENG A selection of over forty artworks – paintings, assemblages, photographs, gouaches, and graphics – created between the 1920s and the 1970s offers a panorama of Man Ray’s varied and intense production, one of the most visionary and innovative artists of the 20th century. Throughout his long career, Man Ray adopted various languages, making his art a continuous spectacle of metamorphosis. Irony and iconoclasm, in a fusion of experimentation and wit, are expressions of his spirit of inquiry and his will to reinvent the world through art. The exhibition pays tribute to an artist that can traverse and transform the avant-gardes through a revolutionary vision.

FinoUntil 26 luglioJuly

10 maggioMay-28 giugnoJune

In un dialogo tra filosofia e poesia, l’esposizione si interroga sul concetto di apparizione. Le opere esposte non si rivelano immediatamente, richiedono tempo, immaginazione e riflessione. I nove artisti coinvolti offrono una densa pluralità di linguaggi e tecniche pittoriche ed espressive. Le loro opere, esplorando i confini tra presenza e assenza, realtà e sogno, luce e ombra, indicano un percorso che parte dall’immagine negata e si muove verso la sua ricostruzione soggettiva, un cammino in cui ogni spettatore diviene l’artefice della propria personale e intima apparizione. ENG In a dialogue between philosophy and poetry, the exhibition explores the concept of apparition. The exhibited works do not reveal themselves immediately; they require time, imagination, and reflection. The nine artists involved offer a dense plurality of languages and expressive and pictorial techniques. Their art explores the boundaries between presence and absence, reality and dream, light and shadow, and indicate a path that starts with a denied image and moves towards its subjective reconstruction, a journey where every spectator becomes the creator of their own personal and intimate apparition.

Una serie di opere su carta, tra cui disegni realizzati con grafite, acquerello e pennarello a pigmenti, nonché disegni unici “a filo”, in cui il filo di cotone è incorporato nella carta fatta a mano, mettono in evidenza il ruolo fondamentale che il disegno riveste nell’arte di Do Ho Suh (Seul, 1962). «Molte di queste opere sono meditazioni su idee che mi hanno accompagnato per tutta la vita, parlano del cuore del mio lavoro e del mio pensiero» dichiara l’artista. La mostra mette in luce la metodologia, le tecniche innovative e l’uso sperimentale dei materiali, sottolineando il ruolo espansivo del disegno nella sua arte. ENG A series of works on paper, including graphite, watercolor, and pigment markers drawings, as well as unique “threaded” drawings where cotton thread is incorporated into handmade paper, highlight the essential role that drawing plays in the art of Do Ho Suh (b. 1962). “Many of these works are meditations on ideas that have accompanied me throughout my life; they speak to the heart of my work and my thinking,” the artist stated. The exhibition showcases his methodology, innovative techniques, and experimental use of materials, emphasizing the expansive role of drawing in his art.

Campo San Polo, San Polo 2177 www.tommasocalabro.com

Rio Terà dei Catecumeni, Dorsoduro 141 www.marignanaarte.it

Calle Drio La Chiesa, San Marco 1994 www.victoria-miro.com

131


arte

NOT ONLY VENICE

Inseguendo la mia passione Marcello Dudovich, il cartellonista triestino si racconta «Di Dudovich ce ne sono tanti: c’è il cartellonista, l’illustratore, il decoratore, il fotografo, il moralista, e poi c’è lui, l’uomo, Marcello Dudovich nelle sue polifoniche accezioni aggettivali di homo faber, homo ludens, homo liber, homo religiosus, sciamano della sua arte, delle donne e della bellezza… un’intelligenza pan-optica che tutto vede e tutto fa». È l’incipit da cui parte l’accattivante volume dedicato all’artista triestino scritto da Maria Grazia Bella, archivista, documentarista, storica della fotografia, che con un inedito e inconsueto taglio monografico narrato in prima persona dallo stesso Dudovich, in una sorta di viaggio immaginario lungo quasi un secolo, ha documentato la sua figura polifonica e polisemica. Per i tipi della Giunti si schiudono 360 pagine, impreziosite dagli autorevoli interventi di Roberto Curci, Fabio Caffarena, Salvatore Galati, Leo Lecci e Veronica Bassini. Si rincorrono disegni, bozzetti preparatori a manifesti da capogiro, scatti fotografici intimi, lettere scritte in prima persona, in uno svelarsi autobiografico che accompagna il lettore attraverso la sua vita. Partito dalla sua città mitteleuropea affacciata sull’Adriatico, «sono nato a Trieste il primo giorno di primavera del 1878, col sole sul letto, come mi raccontava mia madre. E il sole posso dire che ha brillato su tutta la mia lunga vita…», all’inseguimento della sua prima passione a Milano – «quando vi arrivai la città era in piena rivoluzione» –, dove realizzò il suo primo manifesto, l’iconico Borsalino su fondo giallo zafferano. «Questo risott chi, mi lo mandi no!», pronunciò in stretto dialetto meneghino Giulio Ricordi, per ricredersi poco dopo quando scoprì che gli valse il premio al concorso. Poi a Bologna «bella e gaudente… città tanto originale, tanto diversa, tanto antica…». Via via svela i suoi affetti, confessandosi alla madre, al fratello Manlio, alla moglie Elisa. E ancora «Vado a Genova. Con l’animo pieno di nuove speranze, ringiovanito». Testimone oculare della bellezza del suo tempo, in veste di inviato speciale «passai a Monaco anni felici, fino allo scoppio della Prima guerra… era tutto un carnevale continuato… eppure sono rimasto sempre estraneo a quel mondo. La mia meraviglia era genuina, la meraviglia di uno che è restato per tutta la vita inguaribilmente un borghese». Come spiega l’autrice, Dudovich, in una sorta di giornalistico “minuto per minuto” ha dato vita a manifesti unici e straordinari. «Attraverso pagine che centrifugano i profumi della sua estetica, non ho resistito ad ascoltarlo ed inciderlo su queste pagine di carta». Collaborazioni indelebili con l’imprenditoria rampante che stava puntando sulle nuove vendite commerciali e sul merchandising, e che col nuovo strumento della réclame animava le città musealizzando lo spazio urbano. Capace come pochi di “estetizzare il bisogno collettivo di immaginazione e sogno”, ha sfoderato una palette di Io, Marcello Dudovich. La mia vita tra sogno e realtà Maria Grazia Bella (Curatore) Giunti Editore, 2024

132

colori adeguata e impressiva, ogni volta improntata al messaggio da comunicare: dal rosso fuoco della Campari, al verde prato degli abiti per la napoletana ditta Mele, dal nero che scorre sulle pagine dell’inchiostro Rapid, al blu dell’abito svolazzante della modella per lanciare la corsa della Fiat Balilla, ai toni dorati della sabbia assolata per promuovere i costumi della Rinascente. Erano gli anni ruggenti della Belle Époque, «di lei serbo un ricordo religioso», poi il buio della Prima guerra, fino agli anni Trenta quando invitato nel 1931 dall’amico Italo Balbo fu incaricato di tracciare la nuova rotta dell’estetica aviatoria. Gli fu data carta bianca o meglio il muro bianco per imprimere in punta di pennello la bellezza aeronautica: in quel neonato palazzo al centro di Roma poteva, senza alcun intento militaristico, ambientare tra le nuvole le sue fabulae. E mise in scena nove affreschi straordinari, purtroppo alcuni irrimediabilmente perduti, dove squarci di cielo affiorano tra nuvole soffici e sfumate in tempere trascoloranti, ad animare i luoghi conviviali del Ministero dell’Aeronautica. Balbo quale nuovo Cristoforo Colombo in volo verso le Americhe, Icaro moderno, di cui Dudovich diviene l’interprete con pennello e tavolozza. Capolavoro a lungo oscurato, vittima di una sorta di damnatio memoriae, nascosto da strati di intonaco fino a tutti gli anni ‘80, imbiancato e violentato da incuria, restauri e posticce coperture, finché finalmente “descialbato” è stato riportato alla luce e, dopo un illuminante restauro, inaugurato nel 2021. Ne è emerso un gioioso paradiso aviatorio di musicisti, lettori, giocatori di scacchi e innamorati che, sognanti, galleggiano sospesi nel vuoto. Figure che, decontestualizzate, divengono anche protagoniste di manifesti in una nuova e terrena ambientazione. «È come un dovere morale di fronte allo scempio, ma soprattutto per riparare l’oltraggio subito. Una decina d’anni fa mi è scaturita l’idea del volume – confessa Maria Grazia Bella con un entusiasmo contagioso –, l’ho pensato quasi fosse il grido di Dudovich sfregiato e mutilato, una promessa d’amore per ridare la dignità perduta all’artista che aveva elevato in cielo il sublime kantiano». Michela Luce


Martirio di Sant’Orsola © Intesa Sanpaolo / Gallerie d’Italia

© OTTART

Caravaggio rivelato A Palazzo Barberini, una mostra piena di capolavori Una mostra come quella in corso a Palazzo Barberini a Roma a cura di Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, Caravaggio 2025, è di quelle che non possono che rimanere nella storia per l’eccezionale numero di dipinti autografi presenti, tra opere difficilmente visibili e nuove scoperte, per il numero di visitatori che sta registrando, ma anche e soprattutto per tutto quello che muove il complesso apparato organizzativo ed allestitivo della mostra stessa, tra prestiti, movimentazioni, restauro e conservazione delle opere, con relative polizze assicurative da capogiro. Riunendo alcuni dei suoi lavori più celebri, affiancati da altri meno noti ma altrettanto significativi, la mostra offre una nuova e approfondita riflessione sulla rivoluzione artistica e culturale prodotta dal Maestro lombardo, esplorando per la prima volta in una prospettiva così ampia l’innovazione che seppe introdurre nel panorama artistico, religioso e sociale del suo tempo. Tra le opere in esposizione il Ritratto di Maffeo Barberini, recentemente presentato al pubblico a oltre sessant’anni dalla sua riscoperta e ora per la prima volta affiancato ad altri dipinti del Merisi, e l’Ecce Homo del Museo del Prado di Madrid, al suo ritorno in Italia per la prima volta dopo secoli, accanto ad altri prestiti eccezionali come la Santa Caterina del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, capolavoro già nelle collezioni Barberini che ora ritorna temporaneamente nel Palazzo che la ospitava, e Marta e Maddalena del Detroit Institute of Arts, per il quale l’artista ha usato la stessa modella della Giuditta conservata anch’essa a Palazzo Barberini, con i due quadri ora esposti per la prima volta uno accanto all’altro. La mostra è anche l’occasione per ammirare di nuovo insieme i tre dipinti commissionati dal banchiere Ottavio Costa, Giuditta e Oloferne di Palazzo Barberini, il San Giovanni Battista del Nelson-Atkins Museum di Kansas City e il San Francesco in estasi del Wadsworth Atheneum of Art di Hartford, nonché opere legate alla storia del collezionismo dei Barberini, come i Bari del Kimbell Art Museum di Fort Worth, oggi di nuovo nel Palazzo romano dove fu a lungo conservato. Chiude la selezione il Martirio di Sant’Orsola, importante prestito concesso da Intesa Sanpaolo e ultimo lavoro realizzato dal Merisi. Caravaggio 2025 Fino 6 luglio Palazzo Barberini, Roma caravaggio2025.barberinicorsini.org

Proprio quest’opera, durante le indagini premostra, è stata nuovamente oggetto di discussione attorno a una tesi da lungo tempo dibattuta, ossia quella relativa al fatto se la fascia dipinta di tredici centimetri sottostante la cornice, ritrovata durante il restauro di vent’anni fa, sia da considerarsi effettivamente attribuibile a Caravaggio o meno. Grazie all’attenzione e all’alta professionalità della squadra responsabile del patrimonio artistico di Intesa Sanpaolo / Gallerie d’Italia, con la supervisione di Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici e Direttore Generale Gallerie d’Italia, di Antonio Ernesto Denunzio, vicedirettore delle Gallerie di Napoli, dove il dipinto del Caravaggio è conservato, e di Laura Felicciotti, squadra che si è qui avvalsa del preziosissimo ed imprescindibile contributo tecnico del team di OTTART guidato sa Maurizio Torcellan, si è presa la decisione di rimuovere la cornice Stile Impero non pertinente all’epoca del dipinto provvedendo alla sua sostituzione. Ciò facendo, è ritornata in evidenza la suddetta, discussa fascia, analizzando la quale sì è giunti alla definitiva conclusione che essa non è in alcun modo attribuibile alla mano del Merisi. Il dipinto è stato poi sottoposto a nuovo restauro a cura di Laura Cibario e Fabiola Jatta. Una vera indagine antiquaria ha permesso di trovare presso il massimo esperto di cornici antiche, l’antiquario Enrico Ceci, una cornice risalente all’epoca caravaggesca perfettamente adeguata a contenere l’opera. La nuova messa in opera della cornice, però, si è rivelata un’autentica impresa ingegneristica: si è infatti reso necessario l’inserimento di un climaframe in alluminio alveolare, di un display trasparente di vetro antiriflesso e antivandalismo per preservare la superficie pittorica e di un sensore ricaricabile a pannello solare (quindi assolutamente autonomo) nella cornice al fine di poter monitorare costantemente qualsiasi variazione di temperatura, movimento, luce dell’opera. Una vera rivoluzione a livello di conservazione e museografia, che consentirà una precisissima e costante ricognizione dello status di ogni singola opera. Naturalmente l’argomento merita un approfondimento ad hoc, che rinviamo al prossimo numero con l’intervista allo stesso Maurizio Torcellan, mente di OTTART, e alla Responsabile del Patrimonio Artistico di Intesa Sanpaolo / Gallerie d’Italia Laura Feliciotti. Intanto il consiglio è di mettersi in fila (o prenotare) e di andare a visitare la mostra. Come non farlo? C’è tempo fino al 6 di luglio. M.M.

133


musica

IN UN MONDO O NELL’ALTRO

134

© Boris Breuer


Due personalità magnetiche, due carriere nate a migliaia di chilometri di distanza, ora finalmente destinate a incrociarsi in un terreno comune: quello della musica intesa come libertà, ascolto e scoperta reciproca di Giuseppe Mormile - Presidente di Veneto Jazz

Q

uando due artisti del calibro di Stefano Bollani e Trilok Gurtu

si ritrovano sullo stesso palcoscenico, il risultato non è mai scontato. È la promessa di un viaggio imprevedibile, una rotta sonora che parte dal jazz ma approda in territori dove l’improvvisazione si fonde con la sperimentazione, la tradizione incontra l’innovazione. Sarà il concerto del 25 giugno al Teatro Goldoni di Venezia ad aprire la XVII edizione del Venezia Jazz Festival, e già si preannuncia come uno degli appuntamenti più attesi dell’estate. Il pianoforte e le percussioni si cercano, si sfidano, si rincorrono, dando vita a un dialogo in costante trasformazione. Un gioco raffinato di equilibrio tra virtuosismo e libertà, tra forma e caos creativo. Entrambi maestri della contaminazione, Bollani e Gurtu si muovono tra generi e stili come esploratori in territori senza confini. Il primo, con il suo approccio tanto ludico quanto profondo, attraversa la musica come un racconto in continuo divenire; il secondo, visionario e radicale, ha rivoluzionato l’arte delle percussioni fondendo India, Africa, jazz e elettronica in un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile. Il concerto veneziano segna un incontro inedito ma fortemente atteso, anche per la lunga relazione che entrambi gli artisti intrattengono con Veneto Jazz, che negli anni ne ha accolto e promosso le diverse traiettorie artistiche. Due personalità magnetiche, due carriere nate a migliaia di chilometri di distanza, ora finalmente destinate a incrociarsi in un terreno comune: quello della musica intesa come libertà, ascolto e scoperta reciproca. Stefano Bollani è uno dei musicisti più versatili e sorprendenti del panorama europeo. Capace di passare con disinvoltura da Bach al jazz contemporaneo, dalla canzone italiana alla musica sinfonica, ha collaborato con giganti come Enrico Rava, Chick Corea, Pat Metheny e Bill Frisell. Dalle orchestre sinfoniche di Lipsia e Parigi ai teatri brasiliani, dal piccolo schermo ai palchi di tutto il mondo, la sua cifra resta inconfondibile: ironia, leggerezza, profondità. Premio Soundtrack Stars alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2022, ha composto colonne sonore, scritto libri, ideato programmi televisivi e condotto una fortunata striscia musicale su Rai3, Via dei Matti nº0, insieme a Valentina Cenni. Trilok Gurtu, nato a Mumbai da una famiglia di musicisti, ha iniziato a suonare le tabla a sei anni. Dopo il trasferimento in Europa negli anni Settanta, è diventato un riferimento assoluto nella world music collaborando con Don Cherry, John McLaughlin, Jan Garbarek, Oregon, Ralph Towner, Joe Zawinul, Pat Metheny, Salif Keita e Angélique Kidjo. La sua produzione discografica, tra spiritualità, sperimentazione e virtuosismo, racconta una visione del mondo fatta di ponti e non di muri, di ascolto e non di etichette. Con progetti come Usfret, African Fantasy, Miles_Gurtu o God Is a Drummer, ha costruito un universo musicale personale e potentemente inclusivo. Venezia Jazz Festival, che fra gli altri eventi del cartellone vanta i concerti di Jean-Michel Jarre in Piazza San Marco (3 luglio) e Giovanni Allevi con orchestra al Teatro La Fenice (8 luglio), si conferma punto di riferimento per chi cerca nella musica bellezza e visione. E il concerto Bollani-Gurtu, con il suo carico di promesse e possibilità, è destinato a diventare uno dei momenti più memorabili di questa edizione.

W

hen two great artists such as Ste-

fano Bollani and Trilok Gurtu meet on stage, we know we are in for a surprise. What we are promised is an unpredictable journey that starts with jazz and will land where improvisation meets experimentation. Their June 25 concert at Goldoni Theatre will open the 17th edition of the Venezia Jazz Festival. Piano and drums chase and challenge one another in a conversation that evolves with time in shape and in creative chaos. Both contamination enthusiasts, Bollani and Gurtu range in genres like frontier explorers. Bollani has a deep, though playful, approach, and walks through music like reading a story we don’t know the end of. One of the most versatile, intriguing musicians in the European scene of today, he can range effortlessly from Bach to modern jazz, from Italian canzone to symphony. He worked with Enrico Rava, Chick Corea, Pat Metheny, and Bill Frisell. Bollani performed with symphony orchestras in Leipzig and Paris, in Brazilian theatres, on TV, and in stages all over the world with irony, lightness, and depth. He was also awarded the Soundtrack Stars Award at the 2022 Venice Film Festival after his work on film and TV. Gurtu is a visionary and a radical – he revolutionized drumming by blending Indian, African, jazz, and electronic music into a very personal, very distinctive personal style. Born in a musical family in Mumbai, he began studying the table aged six. After moving to Europe in the 1970s, Gurtu grew to be an absolute reference point in world music and worked with Don Cherry, John McLaughlin, Jan Garbarek, Oregon, Ralph Towner, Joe Zawinul, Pat Metheny, Salif Keita, and Angélique Kidjo. His studio production touches spirituality, experimentation, and virtuoso style. Trilok Gurtu’s vision is one of bridges, not walls, and of listening, not labels. His projects Usfret, African Fantasy, Miles_Gurtu, and God Is a Drummer built a personal, powerfully inclusive musical universe. The 2025 Venezia Jazz Festival programme also lists Jean-Michel Jarre’s concert on July 3 and Giovanni Allevi’s on July 8. Venezia Jazz Festival is where we find beauty and vision in music. The Bollani/Gurtu concert is sure to be one of the most memorable of 2025. Stefano Bollani e Trilok Gurtu 25 giugno Teatro Goldoni www.venetojazz.com

135


musica VENEZIA JAZZ FESTIVAL

Avanguardia e contaminazione si fondono in un programma che intreccia grandi nomi internazionali e nuove visioni sonore 31 maggio h. 18 | Auditorium Lo Squero

KEVIN SEDDIKI | MATHEUS DONATO

La chitarra classica di Kevin Seddiki e il cavaquinho a sei corde di Matheus Donato si dividono lo spazio musicale, alternando bassi profondi e melodie cristalline in una tavolozza di timbri dalla straordinaria ricchezza. Il loro repertorio attraversa epoche e culture spaziando da Bach a Piazzolla, fino ai grandi maestri del choro brasiliano. Partiture scritte e improvvisazioni si fondono in una libertà totale d’interpretazione, trasformando ogni brano in un terreno di gioco in cui i due strumenti si intrecciano e si rispondono, creando tessiture ora orchestrali, ora intime. In questo duo la ricchezza delle tecniche esecutive supera i confini stilistici e culturali, dando vita a un’esperienza musicale semplicemente ‘non replicabile’. ENG Kevin Seddiki’s guitar and Matheus Donato’s six-stringed cavaquinho beautifully share the musical space, alternating deep bass and crystalline melody. The two instrumentalists’ repertoire ranges from Bach to Piazzolla to the great masters of Brazilian choro. Total freedom of interpretation – each piece becomes a playfield for instruments to call and answer to one another in a musical performance that is never the same. 14 giugno h. 19.30 | Teatro La Fenice, Sale Apollinee

ANJA LECHNER | FRANÇOIS COUTURIER

Anja Lechner al violoncello e François Couturier al pianoforte ampliano il campo della musica. Il duo canta con una voce propria, che si tratti di composizioni originali, improvvisazioni o interpretazioni di opere di Henri Dutilleux, Giya Kancheli o Anouar Brahem, attingendo a una cantata di Bach o a un lamento popolare argentino. Avendo interiorizzato influenze e repertorio, la violoncellista tedesca e il pianista francese non solo individuano connessioni atmosferiche ed espressive tra fonti lontane, ma creano anche nuova musica che riflette e rifrange le rispettive ispirazioni. ENG Anja Lechner (cello) and François Couturier (piano), together, have a voice like no other, whether in original composition, improvisation, or interpretation of classical pieces. The two made influences and repertoire their own not just to find atmospheric and expressive connections from faraway sources, but to create new music that reflects the inspirations of each. 28 giugno h. 18 | Auditorium Lo Squero

FILIPPO GAMBETTA | ALESSANDRO SCOTTO D’ANIELLO

Un viaggio musicale tra Europa e Sudamerica alla scoperta dei repertori popolari strumentali di Brasile, Italia, Venezuela e Francia. Filippo Gambetta (organetto e mandolino brasiliano) e Alessandro Scotto d’Aniello (chitarra brasiliana a 7 corde) accompagnano gli ascoltatori in un viaggio che parte dai climi carioca di inizio secolo, il “Choro” – musica strumentale con molteplici influenze, al confine tra romanticismo musicale mitteleuropeo e ritmi afro – raggiungendo l’Europa. I ritmi della valse musette e della mazurka lenta si alternano nell’itinerario musicale con musiche strumentali venezuelane e composizioni originali, senza tralasciare l’Italia, tra una tarantella ed una rivisitazione del liscio. I due musicisti genovesi sono attivi come duo dal 2020 il loro lavoro Choropo (2024) è pubblicato da Visage Music e li vede affiancati da musicisti di caratura internazionale. ENG A musical journey to Europe and South America and the folk instruments of Brazil, Italy, Venezuela, and France. Filippo Gambetta and Alessandro Scotto d’Aniello will show us choro, Brazilian music touching European romanticism and Afro rhythms, and then valse musette and slow mazurka alternating with Venezuelan instrumental music and original composition. The two performers have been working together since 2020 and released Choropo in 2024. www.venetojazz.com

136


Onde su onde Mirabassi e Mehmari portano il mare alle Sale Apollinee Un incontro tra due grandi virtuosi del proprio strumento, due artisti che condividono una medesima visione eclettica della musica, tale da accompagnare un approccio rigoroso dell’universo sonoro erudito con una fertile immaginazione di improvvisazione, propria della musica popolare. Un riscoprire e riscoprirsi insieme in una musica popolare cameristica del più alto livello, nella quale l’esplorazione estrema li porta a scovare, con clarinetto e pianoforte, sonorità nuove che si traducono in un discorso sonoro intelligente e sensibile. L’incontro tra Gabriele Mirabassi e André Mehmari nasce da un’affinità musicale, ma non solo. Tutto ebbe inizio a Perugia, terra abitata per secoli da santi e geni, dove André arrivò per la prima volta come turista. Oltre che somiglianze geografiche con il suo Brasile (Itabira, Minas Gerais), André scoprì affinità e sensazioni che sentì urgente trasportare e trasformare in musica; una sera di aprile in macchina insieme, lui e Gabriele, attraversando le colline umbre fecero nascere così l’idea di Miramari, album pubblicato assieme a nel 2010. Perugia, e successivamente anche la visita a Venezia, un “pellegrinaggio” nelle terre e nella musica di Monteverdi, portarono alla composizione di brani come Perugia Notturna, Um Dia em Assis. Città “invisibili”, che prendono corpo navigando attraverso melodie, armonie, oceani, mari, luci, ombre, pianto, cuore: tutto questo, unito ad una strabiliante tecnica nelle mani di due grandi musicisti, è Miramari. «Il mare – racconta Mirabassi – educa al sentire e, come conseguenza, ai sentimenti. Anche nel cuore delle colline umbre Andrè è riuscito a trovare la sua “spiaggia”, il suo mare; la musica si “sente” e infatti possiamo usare la stessa parola per descrivere le azioni compiute dal cuore e dall’udito, per sentire e per udire. Sarà perché la Fisica ci dice che la musica in realtà è un’immensa estensione delle onde?». Sulle strade della musica è cresciuto Mirabassi, come artista e musicista affermato a livello internazionale, su quelle stesse “onde” ha incontrato Mehmari per solcare insieme gli stessi mari, per sentire insieme, condividere la stessa musica e per portarci con loro alla scoperta di un universo musicale mediterraneo, intriso di espressività ma anche di emozionante rigore, di improvvisazione e contaminazioni culturali sudamericane ed europee al contempo.

Emotion comes in waves

ENG

Gabriele Mirabassi and André Mehmari share an eclectic vision of music that blends rigorous classical traditions with the imaginative improvisation found in popular music. Their partnership began in Perugia, in central Italy, where André, visiting from Brazil, felt a deep connection to the region’s culture and landscapes. This inspired the creation of their 2010 album Miramari, featuring compositions like Perugia Notturna and Um Dia em Assis. The Italian cities of Perugia and Assisi evoke the essence of invisible cities through rich melodies and harmonies. Mirabassi reflects on how the sea influences emotions and musical expression, emphasizing the connection between sound and feeling. Together, they explore a Mediterranean musical universe that combines expressiveness with cultural influences from both South America and Europe, showcasing their exceptional technical skills and artistic synergy. Gabriele Mirabassi & Andrè Mehmari 26 giugno Sale Apollinee, Teatro La Fenice www.venetojazz.com

137


138


musica BIENNALE MUSICA LEONI

I primi Leoni di Caterina Barbieri portano prepotentemente alla ribalta la voce umana come veicolo di esplorazione sonora senza precedenti e ridefiniscono i confini della composizione elettronica più sperimentale

Photo LNDWstudio

Photo Anna Skuratovski

LEONE D’ORO

LEONE D’ARGENTO

Meredith Monk

Chuquimamani-Condori

Secondo la motivazione: «Meredith Monk (New York, 1942) ha rivoluzionato la musica e l’arte della performance con un approccio che ha ampliato le potenzialità della voce umana, trasformandola in un veicolo di esplorazione sonora senza precedenti. Il Leone d’Oro alla carriera per la Musica è un riconoscimento al suo impatto straordinario e duraturo sul panorama musicale contemporaneo, alla sua visione artistica unica e al costante impegno nella ricerca sonora. Attraverso le sue composizioni e performance, ha dimostrato un’incessante capacità di innovazione, trasformando la musica in un’esperienza immersiva e rituale. La sua musica esiste nello stesso spazio che La Stella Dentro si propone di esplorare: una cosmogonia sonora, una vibrazione che ci attraversa connettendoci con l’altro, un’eco profonda in cui l’ascolto diventa trasformazione». La Biennale Musica 2025 ospita una sua performance speciale al Teatro Malibran, con un ampio programma di opere che abbracciano tutta la sua carriera, interpretate da lei e da membri del suo ensemble vocale. ENG As the motivation for the award states, “Meredith Monk has revolutionised music and the performing arts with an approach that has expanded the potential of the human voice, transforming it into a vehicle for unprecedented sonic exploration. The Golden Lion for Lifetime Achievement in Music acknowledges her remarkable and enduring impact on the contemporary music scene, her unique artistic vision and constant commitment to research into sound.” Biennale Musica 2025 will host a special performance by Meredith Monk at the Teatro Malibran, with an ample programme of works spanning the entirety of her working life, sung by her and members of her Vocal Ensemble. www.labiennale.org

«Artista multidisciplinare e musicista di origine boliviana - si legge nella motivazione - Chuquimamani-Condori (Riverside, 1985) è una voce visionaria nella musica sperimentale contemporanea. La sua opera ridefinisce i confini della composizione elettronica, intrecciando le sonorità folk della tradizione indigena Aymara con le tecnologie digitali e la club culture. La sua musica si pone come un atto di resistenza alle convenzioni temporali lineari e alle strutture musicali occidentali. La sua ricerca artistica non è solo pratica decoloniale, ma anche una forma di resistenza culturale e politica queer, in grado di aprire nuovi sentieri estetici e concettuali su temi di identità, diaspora e decolonizzazione». In occasione della Biennale Musica 2025 presenta un progetto commissionato dal festival in cui far risuonare le “cerimonie d’acqua” del passato e del presente. Una processione musicale di barchini culmina in un concerto dei Los Thuthanaka, duo composto assieme al fratello Joshua, davanti all’Isolotto dell’Arsenale. ENG “A multidisciplinary artist and musician of Bolivian origin – reads the motivation for the award – Chuquimamani-Condori is a visionary voice in contemporary experimental music. Their work redefines the boundaries of electronic composition, interweaving the folk sounds of the native Aymara tradition with digital technologies and the club culture. Their artistic research is not only decolonial practice, but also a form of cultural resistance and queer politics, that can open new aesthetic and conceptual paths on themes of identity, diaspora and decolonisation.” For Biennale Musica 2025 will present a project commissioned by the festival: a musical procession of small boats will travel through the canals, culminating in a concert by Los Thuthanaka, the duo consisting of the artist and their brother Joshua, in front of the Isolotto dell’Arsenale.

139


musica CONCERTI & MORE

Urban crossover Metti un hotel deluxe nel Palazzo più antico affacciato sul Canal Grande, precisamente palazzo Ca’ da Mosto, e… E no, quello che tradizionalmente ti potresti aspettare proprio no; ogni canone, o quasi, qui si infrange all’insegna di un linguaggio urban di puro crossover come a Venezia non si era davvero mai visto prima. Il Venice Venice Hotel, infatti, è davvero la casa dell’accoglienza urbana al confine dei linguaggi artistici e delle migliori tendenze dell’entertainment, capace com’è di vivere la straordinaria, secolare cifra storico-artistica del luogo che magistralmente abita offrendo ai propri ospiti, clienti ed amici, momenti di intrigante vita all’incrocio tra il buon cibo, il fashion, l’arte, la musica. Con i suoi fashion-store di respiro metropolitano, con quegli allestimenti dei suoi spazi comuni d’ingresso mutevolmente e dinamicamente rinnovati a seconda delle stagioni e degli eventi in corso, con quel primo piano nobile di straordinario fascino tra area dj, con tanto di ricca collezione di vinili, e sedute di alto design per eventi mirati e di livello, con quella corte mirabilmente vissuta per momenti di aggregazione smart, beh, qui sembra proprio di abitare la casa più contemporanea della laguna. Davvero è il caso di provare per credere, per chi ancora non lo avesse colpevolmente fatto… Una casa sempre ravvivata da un programma mai prevedibile e decisamente fitto di occasioni live ad accompagnare chi qui vuole passare un po’ di tempo respirando bellezza. Nel sito trovate tutti gli eventi previsti. Tra tutti ci piace segnalare domenica 18 maggio al The Venice Bitter Club dalle 20 la serata A Pizza With Damir Ivic, uno dei giornalisti italiani top della scena indie, firma storica del mai troppo rimpianto Mucchio Selvaggio e ora di riviste quali Rolling Stone, Soundwall e DJ Mag. Serate in cui tra un vinile e l’altro il Nostro si intrattiene con protagonisti della scena musicale contemporanea tra rock, elettronica, rap. Nomi? Immancabilmente a sorpresa! Moxy B ENG A luxury hotel in the most ancient extant building on the Grand Canal. Venice Venice Hotel is the house of urban hospitality, a hub of the latest entertainment trends, and the place to be for great food, fashion, art, music. Boasting high-end fashion stores, dynamic common spaces, an incredible, fascinating first floor with DJ area and a rich vinyl collection, and a beautiful inner courtyard for aggregation moments, it feels like we are living in the most modern house in town. The schedule of a place like this can’t be anything else than packed, and you’ll find all on their website. Check out their May 18 event at The Venice Bitter Club: A Pizza With Damir Ivic. Between one vinyl and the next, our Damir will host night after night with the greatest protagonists of rock, electronic, and rap music. You want names right away? You’re asking too much… The Venice Venice Hotel Cannaregio 5631 venicevenice.com

140

Photo Alessandro Sala - Courtesy Centrale Fies

Tasto da battere Il pianista Omar Gabriel Delnevo è cresciuto tra Brasile, Italia e Inghilterra, studiando pianoforte classico e composizione al Conservatorio G. Verdi di Milano. Il fulcro della sua ricerca è basata su pratiche di decolonizzazione della musica, approcciando il suono in maniera organica, smantellando tecnica e repertorio, in favore di nuove percezioni del suono e della forma musicale, di come queste possano confrontarsi con un patrimonio coloniale. «Nel mio percorso di studio del pianoforte al Conservatorio, – spiega – mi sono trovato a lavorare principalmente sull’interpretazione della musica classica. Questo lato ha sempre convissuto con una grande fascinazione per il suono più sperimentale. Nel tempo ho cercato di trovare un mix tra i due approcci. Trovo importante costruire delle proposte in grado di rappresentare un incontro tra classicità e contemporaneità, anche restando nel medesimo ambito, ovvero quello di una musica classica di stampo occidentale». Il 30 maggio il musicista e sound artist porta al Teatrino la performance (p)repaired piano Omar Gabriel Delnevo 30 maggio Teatrino di Palazzo Grassi www.pinaultcollection.com


Quello che voglio dire

presentata nell’ambito della partnership tra Palazzo Grassi-Punta della Dogana, Pinault Collection con Centrale Fies e BHMF, per il sostegno alla fellowship dell’imprenditrice ambientalista Agitu Ideo Gudeta. Un appuntamento in cui Delnevo mette in scena tutti gli stimoli di una ricerca artistica che riflette sulla rifrazione dell’identità e dei ricordi e su come questi si intreccino con l’esperienza dei corpi diasporici e queer. (p) repaired piano è un’opera musicale performativa che nasce dall’incontro di due corpi strumentali, il berimbau e il pianoforte, esplorando l’idea di transcorporeità come possibilità di essere multipli: una riflessione sull’esperienza del corpo diasporico e sulle pluralità di identità al suo interno. ENG Pianist Omar Gabriel Delnevo grew up in Brazil, Italy, and England. He dedicates his work to decolonization in music, approaching sound in organic fashion and dismantling technique and repertoire in favour of new ways to perceive sound and musical form. “While I was studying piano at the Conservatory, I worked mainly on classical music interpretation. This kind of work, though, coexisted with fascination with more experimental sound. Over time, I was able to blend the two approaches.” On May 30, Delnevo will perform at Teatrino di Palazzo Grassi. His show (p)repaired piano grows onto the meeting of two instrumental bodies: the piano and the berimbau.

Per gli amanti della musica contemporanea, il Teatrino di Palazzo Grassi presenta una nuova edizione di Long Playing, rassegna musicale curata da Nicola Di Croce e Francesco Bergamo (SSH! Sound Studies Hub dell’Università Iuav di Venezia). Quattro sessioni d’ascolto della durata standard di un disco in vinile, l’LP, che costituisce anche l’unità di misura che dal secondo dopoguerra ha segnato le modalità di fruizione e ascolto di qualunque album musicale, nonostante l’evoluzione dei supporti e il passaggio al digitale. Quei 25 minuti per lato vengono riportati da Long Playing a una dimensione comunitaria proponendo l’ascolto collettivo in uno spazio condiviso di una selezione di album di ricerca su supporti differenti, dal CD al vinile, passando per la musicassetta, con delle brevi introduzioni sugli artisti proposti. A inaugurare il format il 14 aprile è stato il musicista e compositore Iosonouncane con il suo ultimo album IRA (2024) pubblicato dalla rinnovata etichetta Numero 1 in collaborazione con la label Trovarobato. Lunedì 5 maggio secondo appuntamento con la chitarrista e compositrice Alessandra Novaga che presenta il suo ultimo album The Artistic Image Is Always a Miracle (Die Schachtel, 2024), con composizioni liberamente ispirate alla vita e all’opera del regista russo Andrej Tarkovsky e alla musica di Johann Sebastian Bach. Lunedì 19 maggio Marco Paltrinieri presenta il suo secondo album, Ripari minimi (Canti Magnetici, 2024): dieci brani che trascendono i confini di genere esplorando la tensione tra la composizione basata sulla canzone e la sperimentazione della musica concreta. Conclude la seconda stagione il 9 giugno il fonico ambientale e sound artist Enrico Coniglio con Teredo Navalis (Gruenrekorder, 2020), frutto di una gamma diversificata di influenze stilistiche che fonde elementi di ambient, drone, modern classical e field recordings. ENG Teatrino di Palazzo Grassi’s Long Playing programme invites modern music lovers to four listening sessions of a standard vinyl disc – LP, 25 minutes per side and the standard length of a music album since the 1950s. The first appointment, on April 14, will be with composer and performer Iosonouncane with their album IRA of 2024. On May 5, guitarist and composer Alessandra Novaga will present his latest album, The Artistic Image Is Always a Miracle, inspired by the life and work of Russian filmmaker Andry Tarkovsky and Bach’s music. On May 19, Marco Paltrinieri will play his second album, Ripari minimi, ten tracks that transcend genre borders and explore concrete music. Rounding up the programme, on June 9, is sound engineer and artist Enrico Coniglio with Teredo Navalis, a blend of ambient, drone, modern classical music, and field recordings. Long Playing 5, 19 maggio; 9 giugno Teatrino di Palazzo Grassi www.pinaultcollection.com

141


1994 - 2024

1994--2024 2024 1994

1994 - 2024

HUMANITY

LOVERS LOVERS LOVERS

HUMANITY HUMANITY

EMERGENCY EMERGENCY

142


musica FESTIVAL

Spazio interattivo Quattro date per l’estate in musica del Parco Bissuola Sembra quasi che il Teatro del Parco di Mestre, spazio di aggregazione culturale tra i più vivaci della scena attuale, debba recuperare i 12 anni di chiusura terminati paradossalmente in quel 2020 che è stato sinonimo di “chiusura” a livello mondiale, con una pandemia di cui tutti rammentiamo bene i contorni, terribili e incerti. Ricordo benissimo di quali significati si caricò la riapertura, in un momento tanto delicato in cui le domande si accavallavano nella testa, con una su tutte: le cose torneranno come prima? Il resto è storia. Una storia che, se anche ovviamente non ha cancellato i dubbi e le incertezze, ci ha reso in grado di riprendere un cammino, dalla destinazione ignota ma almeno a cui poter tendere. Naturale quindi che la programmazione musicale del Teatro del Parco decidesse di non consacrarsi ad un unico genere, ma che invece facesse dell’apertura e della commistione tra generi le proprie stelle polari, chiamando ad esibirsi artisti che magari poco o nulla hanno in comune, se non la pura e semplice necessità di “fare musica”. Ad aprire il cartellone dei concerti il 9 giugno è Alice con lo spettacolo Eri con me / Alice canta Battiato, accompagnata dall’Orchestra Filarmonica Italiana: un concerto per la speciale ricorrenza degli ottant’anni dalla nascita di Franco Battiato, scomparso il 18 maggio di quattro anni fa. Nell’aggiornato repertorio troveranno naturalmente spazio le canzoni nate durante la loro intensa collaborazione iniziata nel 1980: Per Elisa, i loro duetti tra cui I treni di Tozeur, nonché i brani che più recentemente Battiato aveva scritto proprio per lei come VeBissuola Live/Summer 9-12 giugno Teatro del Parco-Mestre www.comune.venezia.it

leni ed Eri con me, che ha regalato il titolo all’album e al tour stesso. Il 10 giugno sul palco sale Raf con il suo Self control 40th Anniversary Summer Tour, per celebrare il 40esimo anniversario di una delle hit più famose di sempre. Tra i più acclamati e amati artisti italiani, che in 40 anni di carriera ha pubblicato 14 album in studio, vendendo più di 20 milioni di dischi in tutto il mondo, Raf è protagonista dell’estate musicale con tappe lungo tutta la Penisola e con date aggiunte in corso d’opera per rispondere alla grande richiesta di biglietti che ne testimonia il seguito, sempre fedele negli anni. Ermal Meta, dopo il tour dei teatri, arriva a Bissuola Live mercoledì 11 giugno con uno spettacolo completamente nuovo e sorprendente, un viaggio musicale che spazierà dai successi di repertorio all’ultimo album Buona fortuna, e all’ultimo singolo Il campione. Chiude la rassegna il 12 giugno Lucio Corsi, autentico musicista del momento. Dopo aver partecipato in gara per la prima volta alla 75. edizione del Festival di Sanremo, classificandosi secondo e vincendo il Premio della Critica Mia Martini con il brano Volevo essere un duro, ha scelto Mestre come data zero del suo tour. Presenta proprio Volevo essere un duro, un disco che parla dell’infanzia, di amicizia e d’amore. «È un album di fantasia con i piedi per terra, – spiega Corsi stesso – in cui ho cercato di trovare il sogno non fuggendo nel cielo ma strisciando sui marciapiedi, passando sotto i tavoli da pranzo o nascondendomi negli armadi. È un disco di ricordi personali mescolati a storie di altra gente. Ci sono molti personaggi in queste canzoni, da Rocco il bullo della scuola media al Re del rave, una sagoma romantica e sgangherata, fino a Francis Delacroix, mio grande amico (forse immaginario, ma non importa)».

143


musica CONCERTI

Photo Damiano Andreotti

Sono quel che suono Veneto Jazz ospita l’8 maggio al Centro Culturale Candiani di Mestre il tour di presentazione di Soloist, il nuovo album in solo di Davide “Boosta” Dileo, uscito ad aprile su vinile e digitale. Un’occasione unica per conoscere e ascoltare la dimensione sonora inedita di uno dei musicisti più rappresentativi della scena musicale contemporanea, di cui ha fatto la storia con i Subsonica. Un pianoforte a coda e una postazione elettronica. Questi i riferimenti strumentali di cui Boosta si serve per esprimere sul palco le diverse tonalità di colore e le sfumature timbriche che caratterizzano la sua nuova musica. Non un semplice concerto, né una semplice scaletta, ma una narrazione musicale a cui è difficile rimanere indifferenti, un’esperienza immersiva di condivisione autentica e connessione intima con il pubblico. Il primo abito: lo specchio. Nel suo stato più puro, il pianoforte si presenta nudo, essenziale, senza filtri. Il suono diretto e intimo, come riflesso di un dialogo interiore, restituisce una dimensione contemplativa, dove ogni nota è spazio e respiro. Il secondo abito: la manipolazione elettronica. Attraverso l’uso dell’elettronica, il pianoforte si trasforma, perdendo i confini tradizionali dello strumento e aprendo a paesaggi sonori più complessi. Le manipolazioni sonore non distolgono l’attenzione dal pianoforte, ma lo reimmaginano, tracciando percorsi inesplorati e spingendo l’ascoltatore verso nuove frontiere di percezione. Il terzo abito: quattro suite ambientali. In queste composizioni, il pianoforte dialoga con tessiture sonore che richiamano le atmosfere di Brian Eno e Harold Budd, filtrate attraverso una sensibilità contemporanea. Co-fondatore e tastierista dei Subsonica, Dileo ha contribuito a otto album di platino, vendendo milioni di copie. Il suo lavoro come produttore include collaborazioni con Mina, Placebo e Depeche Mode, tra gli altri. Nel 2021, il suo album di musica elettronica e pianoforte Facile è entrato nelle classifiche di musica classica ed è stato trasmesso dai principali canali internazionali. Nello stesso anno, ha inaugurato il suo primo spazio espositivo a Torino, esplorando il suono come mezzo artistico trasformativo. L’anno successivo ha visto l’uscita globale del suo album in sei parti Post Piano Session con la sua etichetta, Torino Recording Club, che è stato eseguito in luoghi iconici, dal Servant Jazz Quarter di Londra a Castel Sant’Angelo a Roma. Il lavoro di Dileo è stato presentato ed eseguito in prestigiose istituzioni, dal Teatro della Scala all’OGR, in collaborazione con artisti e performer acclamati. Boosta 8 maggio Centro Culturale Candiani-Mestre www.venetojazz.com

144

Così cantò il drago Immaginate la creatura mitologica per eccellenza: cosa vi viene in mente, se non il drago? Dopo secoli di ricerche per individuare segni della loro esistenza, finalmente li abbiamo trovati. Non abitano in un luogo sperduto, lontano dagli esseri umani. Vivono in mezzo a noi. Più precisamente, vengono da Las Vegas. Non sputano fuoco, non volano, in compenso infiammano i palchi di tutto il mondo. Loro sono gli Imagine Dragons, la colonna sonora della nostra vita da circa 15 anni, con 75 milioni di dischi venduti. Nascono nel 2008 a Las Vegas, tuttavia il successo non arriva subito. Era il 2012 quando raggiunsero la notorietà con il brano It’s Time e con il lancio del loro primo disco Night Vision. Da quel momento in poi, non si sono più voltati indietro. Negli anni successivi si impongono nel panorama musicale americano e mondiale tra i più importanti esponenti del pop-rock, con influenze che vanno dai Nirvana ai Muse, dai The Beatles ai Linkin Park. Il gruppo è composto, ad oggi, da tre elementi: Dan Reynolds alla voce, chitarra e pianoforte, Wayne Sermon alla chitarra e Ben McKee al basso. Imagine Dragons 18, 19 giugno Stadio Euganeo-Padova www.zedlive.com


L’arte di vivere

Hit maker, riescono sempre a creare brani che tutti canteranno e balleranno, inesorabilmente. Pezzi come Believer, Radioactive, Moster e tantissimi altri hanno scalato le classifiche di tutto il mondo, facendo diventare gli Imagine Dragons la prima rock band a raggiungere un miliardo di streaming su Spotify. Arrivano a Padova, allo stadio Euganeo, il 18 e il 19 giugno con il loro tour mondiale “Loom”, che prende il nome dal loro ultimo lavoro. Un disco che prende una direzione molto precisa, distaccandosi dalle classiche sonorità del gruppo senza però snaturare il genere che ha caratterizzato la band di Las Vegas: brani molto pop, ma che preservano le caratteristiche che hanno reso grandi gli Imagine Dragons. Bisogna quindi aspettarsi la potenza che li ha sempre contraddistinti, gli stacchi di timpano e quei cori monumentali che fanno viaggiare l’ascoltatore in mondi immaginari. Innovano lo stile che li ha portati a imporsi tra i grandi della musica, ma non si snaturano, restano saldamente attaccati alle loro radici. Infatti, questa vena pop l’hanno sempre avuta: la novità è di avvicinarla con meno esitazione, rendendola caratteristica principale dell’ultimo disco. Il drago, portatore di saggezza e distruzione nel nuovo millennio, diventa portatore di sonorità forti che emozionano e fanno volare le fantasie sulle sue possenti ali, verso un mondo di miti e leggende. Alberto Marzari

Esistono alcuni musicisti che superano il bivio “piace/non piace” sulle ali dei dati oggettivi. È la carriera a parlare per loro, semplicemente, perché gira che ti rigira la chiave di volta è tutta lì: riuscire a condividere con il pubblico la propria storia, il proprio percorso, sul terreno di sentimenti comuni che facciano venire voglia di ascoltare quello che un artista ha da dire, che lo faccia in musica o in altro modo. Adelmo Fornaciari da Reggio Emilia, per tutto il mondo semplicemente Zucchero, fa di sicuro parte di questa categoria di musicisti. Tra i maggiori interpreti del rock blues in Italia, nella sua carriera ha venduto oltre 60 milioni di dischi, di cui 8 milioni con l’album Oro, incenso & birra. Oltre a essere il primo artista occidentale a essersi esibito al Cremlino dopo la caduta del muro di Berlino, Zucchero è anche l’unico artista italiano ad aver partecipato al Festival di Woodstock nel 1994, a tutti gli eventi del brand 46664 per Nelson Mandela di cui è Ambasciatore e al Freddie Mercury Tribute nel 1992. Ha suonato in 5 continenti, 69 stati, 650 città toccando destinazioni uniche come Oman, Mauritius, Tahiti, New Caledonia, Armenia, Nuova Zelanda e molte altre. Il suo concerto nel dicembre 2012 all’Istituto Superiore di Arte a l’Avana con oltre 80 mila persone è stato definito “il più grande live mai tenuto” da un cantante straniero a Cuba, sotto embargo. Dolores O’Riordan, Bono, Ray Charles, Eric Clapton, Joe Cocker, Elvis Costello, Miles Davis, Peter Gabriel, Paul Young, John Lee Hooker, B.B. King, Mark Knopfler, Brian May, Luciano Pavarotti, Ennio Morricone, Andrea Bocelli, Iggy Pop, Queen sono ‘solo’ alcuni dei mostri sacri con cui il Nostro si è esibito, per ognuno di loro non basterebbe un’enciclopedia a definirli. Dopo il grande successo dell’Overdose d’Amore World Tour, che lo scorso anno ha attraversato 3 continenti, passando per 20 nazioni e 38 città, superando un milione di spettatori, Zucchero è pronto a tornare sul palco, arrivando all’Euganeo di Padova per un sold out annunciato il prossimo 28 giugno. Una figura, la sua, che supera i confini musicali, come conferma il film documentario ZUCCHERO – Sugar Fornaciari, con la regia di Valentina Zanella e Giangiacomo De Stefano, disponibile su Prime Video. Un racconto straordinario attraverso le parole dell’artista e quelle dei suoi colleghi e amici, un viaggio dell’anima che grazie a immagini provenienti dagli archivi privati di Zucchero e dal suo tour mondiale World Wild Tour va oltre il ritratto di un musicista di successo, addentrandosi tra le contraddizioni e le fragilità dell’uomo. Zucchero 28 giugno Stadio Euganeo-Padova www.zedlive.com

145


musica CONCERTI

Pura e semplice Ingrid Laubrock porta a Padova la sua instancabile ricerca sonica Appuntamento da non perdere il 17 maggio al Teatro Torresino di Padova, quando Ingrid Laubrock si esibirà in concerto in una delle sue infinite, proteiformi progettualità espressive: questa volta sarà in trio insieme a Tom Rainey alla batteria e Brandon Lopez al contrabbasso. Attualmente Laubrock è una delle espressioni più lucide e creative all’interno di quel panorama musicale che fonde avant-jazz con la musica contemporanea. Nata in Germania, da autodidatta inizia a suonare il sax tenore e quello soprano, si trasferisce a Londra e dal 2009 vive a New York, frontiera ideale per le musiche che vivano di contaminazioni e ricerca continua di nuovi spazi creativi. Dotata di una tecnica suprema, capace di spremere dallo strumento ogni possibile timbro, la musica di Ingrid Laubrock è sempre in un equilibrio dinamico e mobile tra pattern ed improvvisazione, tra partitura e interazione tra i musicisti. Le radici jazz si confondono con sperimentalismi però mai spocchiosi e auto-indulgenti, a definire una totale libertà espressiva. Raramente si sconfina nella furia iconoclasta del free, ma si mantiene sempre una dimensione di estrema vigilanza e reattività agli stimoli dell’altro. Musica di supremo auto-controllo, insomma, di passione, lucidità e sensibilità ironica. Laubrock ha dalla sua più di 30 dischi come leader e la metà circa come side-woman, registrati attraverso gruppi, progetti e collaLopez/Laubrock/Rainey 17 maggio Teatro Torresino-Padova www.centrodarte.it

146

borazioni cui è impossibile star dietro da quanto sono intricati e in continuo movimento. E in ognuno di questi lavori, che sia in duo col marito Tom Rainey alla batteria, con i numerosi gruppi cui ha dato vita (Anti-House, Sleepthief, Ubatuba, Paradoxical Frog...) o con tutti gli altri avatar messi insieme per esprimere la sua inesauribile e onnivora passione musicale, Ingrid Laubrock ha sempre manifestato una vocazione inesauribile ad una forma di drammaturgia musicale in cui l’apertura a nuovi progetti è un modo necessario per dare fondo ad una narrazione libera e continuamente cangiante, fatta di conoscenza, ascolto, libertà. E da questo punto di vista, oltre ai riferimenti basici di possibili ispiratori della sua musica – per lei si fanno spesso i nomi di Sonny Rollins ed Evan Parker –, in realtà il nume tutelare è proprio Anthony Braxton e il suo nomadismo libero ed orgoglioso. Il trio con cui Laubrock si presenta a Padova ha pubblicato un album tre anni fa, No es la playa, in cui le caratteristiche fondanti della musica di Laubrock – assenza di strutture prestabilite, ma cura estrema a creare un ordine interno fatto di disciplina dei solisti e reciproco ascolto – sono rappresentate al massimo livello. Dopo i due concerti di Jim O’Rourke del febbraio scorso, questo del 17 maggio è un altro appuntamento organizzato dal Centro d’Arte dell’Università di Padova essenziale per cercare di decrittare i territori di confine tra jazz, sperimentazione e libera improvvisazione, e comprendere come, dietro a questi termini che possono intimidire o, peggio, allontanare, ci sia un mondo che si nutre di lucido entusiasmo, enorme passione e formidabile capacità tecnica. F.D.S.


ADV: LOMBARDO / PISANI

EVERYWHERE ELSE YOU CAN JUST MEET PEOPLE.

147


148


musica CLUBING

Il Muretto vista Mondo Il club di Jesolo tra i migliori 100 secondo DJ Mag Anticipata da tre appuntamenti che hanno visto alla consolle dj di respiro internazionale quali Marco Carola, Klangkuenstler e Mau P, la stagione estiva del club numero uno senza se e senza ma del Nordest, e non solo del Nordest, vale a dire il Muretto, non poteva che avere un suo lancio migliore che quello della notizia relativa al suo inserimento tra i primi 100 club al mondo nella classifica stilata dal magazine top di settore DJ Mag. Precisamente al 100esimo posto. Uno dice, beh, ce ne sono altri 99 prima… Sì certo, ma stiamo parlando di un mondo in cui, tra un centinaio almeno di capitali musicali mondiali e una teoria infinita di isole e spiagge regine dei dancefloor on the beach, di club ve ne sono a decine di migliaia, di cui una percentuale anche minima, ma egualmente dai grandi numeri, detta legge sul terreno delle più innovative tendenze globali della scena elettronica dance. Essere perciò al centesimo posto di questa speciale classifica significa far parte di una vera élite capace di disegnare il futuro in divenire del mondo della notte. Inutile perdersi in didascaliche presentazioni di un club che ha, sia detto senza enfasi alcuna ma con semplice spirito di constatazione, segnato la storia disco di generazioni e generazioni di giovani e meno giovani delle nostre regioni, perché non solo del Veneto stiamo qui parlando. Sono 64 le candeline da soffiare quest’anno. Correva infatti l’anno 1961 quando Vasco Bettin diede il là al club di Via Bafile, dove passeranno autentici mostri sacri della musica in decenni in cui l’r’n’b e il soul facevano muovere il mondo incubando l’irripetibile Il Muretto 24 maggio; 1, 2, 7, 14, 21 giugno www.ilmuretto.org

stagione della discomusic tra fine anni ’70 e primi anni ’80. Qualche nome? Beh, che so, James Brown e Ray Charles ad esempio, può bastare? Negli anni ’90 scoppia la grande crisi del format discoteca così come si era configurato dall’età aurea della discomusic in giù. È allora che si registra un’autentica, dolorosa, darwiniana selezione naturale, con la moria del 70% e forse più delle discoteche un po’ ovunque. Ad esse si sostituiscono altri format di aggregazione, tra discobar, locali on air in spiaggia, l’esondare della cultura dell’aperitivo con la dittatura rossastra dello spritz. Al contempo, però, esplode l’energia della love parade berlinese, che contamina tutto il mondo acido della notte con l’ossessivo pulsare dell’house tardi ’80 che si fa fonda e pulsante tecno, con tutti i vari annessi e connessi. È in quel preciso momento che da questa drastica selezione naturale emergono i club che più hanno saputo leggere lo zeitgeist della cultura dance. Pochi, ma dinamicamente resilienti e pronti a dare del tu urban al futuro in divenire. Tra questi, naturalmente, il Muretto, che da allora ha saputo conservare e insieme innovare la propria identità attraversando a modo proprio tutte le più futuribili tendenze del clubbing internazionale. Momenti critici hanno comunque attraversato anche la recente storia di questo imprescindibile club, ma da quando tre anni fa la società Snackulture ha preso in mano le sue redini tutto si è rimesso in moto alla grande. Davvero il top della dj culture è passata e continua a passare di qui in questi anni. Il 2025 non fa eccezione. Qualche nome? Limitandosi a maggio/giugno ecco: Oguz, Mochakk, David Morales, Nico Moreno… Può bastare/2? Che l’estate sia con voi e con il vostro spirito. Dance! Moxy B

149


musica FESTIVAL & MORE

Marc Ribot © Sandlin Gaither

Tigran Hamasyan © Vahan Stepanyan

Le geometrie alchemiche del jazz Vicenza, dieci giorni in musica. E che musica! C’era una volta (solo, o quasi) Umbria Jazz. Era il tempo, fino a non molto tempo fa, in cui la musica nera del Novecento, poi fattasi linfa vitale di milioni e milioni di posseduti dalla musica di ogni colore e in ogni dove, si suonava in più o meno leggendari club e a seguire in piccoli e poi sempre più grandi e prestigiosi teatri. Sì, certo, c’era Montreux, dove tutte ma proprio tutte le leggende del jazz si davano appuntamento anno dopo anno nel Vecchio Continente, però il concept ormai canonizzato da due, tre decenni del format festival come lo intendiamo oggi era ancora assai di là da venire. C’erano i grandi raduni rock, in distese o parchi inizialmente in terre solo anglosassoni, poi un po’ ovunque, anche da noi, dal famigerato Parco Lambro nei lividi anni ’70 in giù. Happening identitari per generazioni che consumavano in diretta la propria vorticosa, irrefrenabile emancipazione liberando tutta l’energia repressa nei recinti convenzionali del quotidiano ordine costituito, tra sesso libero, droghe a fiumi e, per l’appunto, rock’n’roll. Rimanevano però delle riserve in qualche modo tribali, libere e innovative quanto si vuole, certo, ma non ancora capaci di pervadere con le proprie onde musicali fatte di condivisione e adrenalina pura tutti gli strati della società e i relativi loro luoghi di aggregazione. Poi è arrivato Umbria Jazz, sì. E da allora, da noi almeno, tutto ha iniziato a cambiare, facendo di questa musica il collante di territori che non si limitavano più a circoscrivere un ristretto lembo di sé per ospitare in forma esclusiva questi happening, offrendo progressivamente tutti i propri spazi vitali per fare della musica uno strumento, è proprio il caso di dirlo, di valorizzazione e qualificazione alta di luoghi sino ad allora deputati a ben altre funzioni. In questo magari “normalizzando” il dato più destabilizzante e sovversivo della giovane idea-festival, ma al contempo facendone un orizzonte abitabile da tutti, o quasi. È in quel momento che i festival, in primis quelli jazz, si definiscono come insiemi policentrici di condivisione sociale, “occupando” per una manciata sempre più estesa di giorni intere città, tra teatri, parchi, club, chiese, librerie, centri civici e chi più ne ha più ne metta. Fino a diventare delle occasioni irrinunciabili per le istituzioni stesse, per le amministrazioni cittadine, perché anche opportunità sempre

150

più irrinunciabili di crescita economica in termini sistemici. Oggi di festival jazz, più o meno grandi, di questo tenore se ne contano a centinaia in tutto lo stivale: ormai se non fai un festival non sei. E come sempre la bulimia di questi fenomeni porta anche, talvolta, a esiti non proprio di prima qualità. Ma sono effetti collaterali che ben digeriamo se poi almeno una ventina di questi momenti regalano pura gioia per tutti e cinque i sensi. Vicenza Jazz Festival è ormai da anni in questo gruppo di testa, in una corsa in cui davvero non teme rivali in volata. Giunto alla sua ventinovesima edizione, può a pieno titolo considerarsi uno dei quattro, cinque festival jazz davvero irrinunciabili del Belpaese. Sia per il suo strepitoso cartellone, sia per la capacità che ha dimostrato nel tempo di saper coinvolgere in maniera insieme mirata e capillare una teoria di meravigliosi siti distribuiti in tutto il suo territorio urbano. Decine e decine di concerti ospitati non solo nelle meraviglie palladiane della città, a partire dalla Basilica e dal Teatro Olimpico, il più antico teatro coperto del mondo nonché ultima opera capolavoro realizzata dal genio di questo straordinario architetto, ma in svariati altri storici palazzi, chiese, locali, librerie, negozi, in una dieci giorni di suoni davvero senza confini. Il meglio del jazz contemporaneo, tra grandi padri di questa musica in perenne divenire e giovani jazzisti contemporanei in dialogo con i mille suoni che scandiscono il nostro tempo, sarà qui, ai piedi dei colli Berici, dal 15 al 25 maggio. Qualche nome tra l’infinita teoria che affolla un programma di primissimo ordine? Beh, come non iniziare dall’apertura del festival, affidata a un collettivo straordinario da anni protagonista della scena jazzistica internazionale, vale a dire il Kronos Quartet, in scena al Teatro Olimpico per l’unica data del loro tour mondiale a celebrare i loro 50 anni di attività. E come subito non andare all’atto di chiusura della kermesse vicentina, con il suggestivo concerto alle prime luci dell’alba del 25 maggio della violoncellista e polistrumentista irlandese Naomi Berrill, che saluterà da par suo il pubblico del festival al Parco di Villa Guiccioli a Monte Berico, straordinaria terrazza naturale sulla città? In mezzo il mondo, la meglio gioventù e la più sopraffina maturità del nostro amato jazz. Dal leggendario Al


STARE COLLEGATO

William Parker

Di Meola, senza se e senza ma uno dei più importanti chitarristi degli ultimi cinquant’anni qui con un “acoustic trio”, agli Yellowjackets, una band che ha letteralmente scritto la storia della fusion e del jazz elettroacustico, dal trio del pluripremiato pianista armeno Tigran Hamasyan, con quel suo etnojazz di intensissima presa, a un altro trio ancora, quello del pianista sudafricano Nduduzu Makhathini, dall’inconfondibile sound intriso di spiritualismo cosmico espressione delle profonde radici della sua terra. E ancora il trombettista americano Ralph Alessi, celebrato da testate quali il New York Times e il Guardian, qui per la sua unica data in Italia anch’egli in trio, il chitarrista francese Marc Ducret e il batterista americano Jim Black, due autentici protagonisti dell’avant-gard internazionale, due straordinari pianisti qui come solisti quali Shai Maestro e il virtuoso, fresco di Grammy, Sullivan Fortner… E però permetteteci di scegliere tra tutti, due fuoriclasse assoluti di questa 29. Edizione di Vicenza Jazz Festival: Marc Ribot, che non ha bisogno di presentazione alcuna naturalmente, qui in solo e successivamente in un live a fianco della straordinaria chitarrista di origine boliviane, ma di stanza a Brooklyn, Ava Mendoza; William Parker, compositore, polistrumentista, poeta americano protagonista con la sua band Circular Pyramid, di cui fanno parte la stessa Ava Mendoza e Hamid Drake, uno dei più grandi batteristi jazz degli ultimi decenni, del grande progetto speciale di questa edizione: il concerto In The Name of Rosa Parks. Un evento live emozionante nel segno dell’icona dei diritti civili Rosa Louise Parks, a 20 anni dalla sua scomparsa e a 70 dal gesto che la rese famosa in tutto il mondo, ossia il rifiuto di cedere il posto sul bus a un maschio bianco in un’America ancora segnata dalla segregazione razziale. Naturalmente c’è molto di più ancora in questa straordinaria, vitale, contemporanea dieci giorni jazz che dire da non perdere è dire nulla. Liberate l’agenda, non ci sono scuse! Massimo Bran Vicenza Jazz – New Conversations 15-25 maggio Vicenza www.vicenzajazz.org

Finalmente un nuovo progetto, finalmente un nuovo viaggio da raccontare e da vivere con un nuovo album e un nuovo tour che trasforma palasport e arene in una festa, in un laboratorio di nuove idee e nuove emozioni. A distanza di otto anni da Oh, Vita! e di tre anni da Il disco del Sole, arrivano quindici canzoni che compongono la tracklist dell’album Il corpo umano vol. 1 uscito a gennaio 2025, tutte diverse tra loro e allo stesso tempo parte di un corpo unico; un corpo umano che torna a vivere e a danzare. Dopo sei anni da Lorenzo Live 2018 – l’ultimo tour nei palazzetti – e sulla scia del grandissimo successo delle feste a cielo aperto del Jova Beach Party – che con le edizioni 2019 e 2022 ha conquistato più di un milione di spettatori – continua lo straordinario viaggio del PalaJova: già 26 sold-out in calendario per un evento unico che va ben oltre il tradizionale concerto. Lorenzo porta i suoi live a un livello mai visto prima creando uno spazio dove l’energia e la condivisione autentica diventano il cuore di tutto. Il corpo umano vol. 1, scritto in oltre due anni e realizzato come un salto, uno scatto dopo una lunga rincorsa, è solo il primo volume del nuovo lavoro che racconta il 2025 di Lorenzo in concerto dal 15 al 21 maggio all’Arena di Verona per ben cinque giorni. Ogni traccia è una tappa di un percorso personale e universale, dove emozioni profonde e introspezione si fondono con suoni contemporanei e contaminazioni globali. L’album è un invito ad esplorare i confini della propria identità, a sentire e sentirsi vivere, affrontare le sfide del cambiamento e celebrare la vita nei suoi aspetti disparati. È un manifesto di cambiamento e di volontà, pieno di romanticismo e di gusto per l’arte della canzone pop. «Il titolo – racconta Lorenzo – è nato prima delle canzoni, in pratica ho iniziato a costruire questo “edificio” partendo dal tetto. Normalmente sentiamo di avere un corpo quando il corpo si rompe o si ammala, così come ci accorgiamo dell’aria quando ci viene a mancare, così come scopriamo che esiste il tempo quando alle cose che iniziano si affiancano quelle che finiscono e noi ci stiamo in mezzo. Si tratta quindi, per me, di iniziare o proseguire con nuova consapevolezza un lavoro sul “sentire” il corpo, l’aria, la luce, le cose che iniziano, quelle che finiscono, il respiro, i cambiamenti in atto, il dolore, il piacere, la guarigione, l’amore, gli altri, la natura, l’epoca, la cura, le emozioni, le idee, il flusso dei pensieri». PalaJova 2025 15, 16, 18, 19, 21 maggio Arena di Verona www.tridentmusic.it

151


musica FESTIVAL

Sotto le stelle del deserto A Ferrara i Tinariwen, tra folk e blues elettrico Nell’infinita teoria di festival, tra rock e dintorni, sparsi nella nostra sottile e lunga penisola, ve ne sono alcuni che hanno davvero negli anni costruito una vera e propria grammatica del fare festival indipendente, costituendosi come una sorta di archetipica fonte di ispirazione per tutti gli altri. Alcuni di questi non sono necessariamente attivi da molto, anzi, vedi Sexto ‘Nplugged, un vero gioiello indipendente che ogni estate, in quel meraviglioso borgo scrigno di arte e storia che è Sesto al Reghena, offre davvero il meglio della scena indie, perlopiù emergente ma non solo, internazionale. Altri invece hanno un’età assai più adulta, vedi Ferrara sotto le Stelle, dove dagli anni ‘90 in giù è davvero passata tutta, ma proprio tutta la créme dell’indie rock internazionale (qualche nome? Beh, Beck, PJ Harvey, Radiohead, Lou Reed, Sakamoto, Arcade Fire…può bastare?). Preceduta da un paio di anteprime a dir poco imperdibili, vale a dire i Godspeed You! Black Emperor, autentica band faro del miglior post rock esibitasi lo scorso 11 marzo all’Estragon Club di Bologna, e Steve Wynn, leader di una delle band davvero cruciali dell’indie rock anni ’80, quando indie significava davvero riserva indiana per pochi, ossia i Dream Syndicate (chi tra i boomers non ha ascoltato una volta almeno The Medicine Show?), esibitosi lo scorso 6 aprile nella Sala Estense accompagnato dal violinista e compositore Rodrigo D’Erasmo, l’edizione 2025 di Ferrara sotto le Stelle, che ritorna nel magico sito del Cortile del Castello Estense, si presenta come un vero e proprio festival compatto, ossia una sei giorni senza respiro, dal 10 al 15 giugno, in cui si esibiranno, in un programma davvero all’insegna del crossover per la molteplicità dei linguaggi sonici proposti, musicisti italiani ed internazionali tutti, a proprio modo, espressioni della scena indipendente più radicale, inteso l’aggettivo qui come disposizione ad assecondare verticalmente, e in primis, Ferrara sotto le Stelle 10-15 giugno Cortile del Castello Estense-Ferrara ferrarasottolestelle.it

152

la propria vocazione artistica. Si va dai seminali Stereolab, cruciale band art rock dei ’90, la cui miscela di elettronica e rock disegna un tessuto sonoro in cui poi si sovrappongono svariati altri generi, ai Porridge Radio, abrasiva band post punk di Brighton capitanata dalla frontwoman Dana Margolin, dall’attesissima reunion del collettivo, perché di questo più che di una mera band si tratta, Offlaga Disco Pax, veri eredi dei CCCP scioltisi nel 2014 e ora nuovamente in scena per riproporre il loro album d’esordio Socialismo tascabile (prove tecniche di trasmissione), al giovane musicista e cantautore siracusano Marco Castello, ironico e dissacrante cantore di un provincialismo contemporaneo a tinte contrastanti, in perenne bilico tra vivida e resiliente bellezza e mesto degrado, da Ani Di Franco, storica e militante cantautrice americana, attivista sul fronte dei diritti civili, preceduta in scena dall’attesissimo ritorno di una delle migliori espressioni autoriali al femminile della scena italiana, Angela Baraldi, ai grandissimi Tinariwen, gli alfieri della straordinaria scena del cosiddetto desert blues. Band quest’ultima davvero imperdibile, lo dico per esperienza anche personale. Ebbi l’occasione, infatti, di vederli nel loro esordio newyorchese alla Bowery Ballroom nel 2011, dove presentavano per la prima volta nella mecca mondiale del rock il loro travolgente, ipnotico impasto di suoni risultato di una incredibile e riuscitissima fusione tra le loro radici folk sahariane e un blues elettrico di chiara matrice occidentale. Tuareg, alcuni di loro militanti attivi nella difesa della propria cultura, addirittura combattenti in guerra per la sopravvivenza del loro popolo migrante, in scena davvero producono una dimensione di trance elettrificata, dove si è trascinati via nelle distese di sabbia colorate dalla luce della luna con delle trame sonore ossessivamente circolari, che però avanzano inesorabili all’incedere quasi marziale delle linee di chitarra del leader Ibrahim Al Aghalib, che sembrano disegnare un filo vivo tra John Lee Hooker e Jimi Hendrix. E però con la sabbia a sgranare i suoni, mai riducibili a un canone uno. World music? Se non la loro quale? Massimo Bran


153


TENSIONE EPICA Un prodotto uscito dalla penna di un poeta romantico e musicato da un compositore che incarna gli ideali del romanticismo in Italia di Nicolò Ghigi

classical

L

154

’Attila di Verdi torna dopo alcuni anni – con un nuovo allestimento di Leo Muscato – sulle scene della Fenice, teatro in cui esordì nella primavera del 1846; d’altra parte, questa è forse l’opera più “veneziana” del maestro di Busseto, non solo per la suddetta prima rappresentazione – che fu peraltro un insuccesso, si dice per l’inadeguatezza degl’interpreti, benché vi figurasse come Attila il Marini – ma perché si apre con i profughi che, costretti a fuggire da Aquileia caduta in mano agli Unni, trovano rifugio a Rivo Alto, tra le isole della laguna veneta, dove di lì a poco sarebbe sorta Venezia, unica fugace apparizione della città nell’intiera produzione verdiana. Il libretto s’ispira al dramma Attila Re degli Unni (1809) del predicatore tedesco Zacharias Werner, e fu proposto a Verdi da Temistocle Solera. Il compositore lo accolse con entusiasmo, e in alcune sue lettere si disse particolarmente affascinato dalla statura tragica dei personaggi e dalla tensione epica della trama, ma chiese nondimeno a Francesco Maria Piave di apportare alcune modifiche al testo, suscitando peraltro lo sdegno del Solera, ormai in esilio volontario a Madrid per scampare ai debiti. Le vicende storiche alla base dell’opera – narrate da molti autori antichi – sono ben note: la calata degli Unni guidati dal loro re Attila nel 451, per saccheggiare le ultime vestigia dell’Impero d’Occidente; la distruzione di Aquileia, Altino e Concordia; l’ambasciata guidata da Papa Leone I, la cui figura impressiona il condottiero barbaro e lo convince a desistere da ulteriori razzie; e infine la morte per avvelenamento di Attila durante un banchetto. Attorno a tali fatti s’intrecciano le vicende di Foresto, cavaliere aquileiese alla testa dei rifugiati che sogna la vendetta; sua moglie Odabella, fatta prigioniera e corteggiata da Attila, medita pur ella la morte del tiranno. La trama si dipana nei tre atti senza colpi di scena, punteggiata dai monologhi dei protagonisti maschili: Attila 16, 18, 20, 22, 24 maggio Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it

Ezio con le sue cabalette epicheggianti, Leone con le sue solenni invocazioni che uniscono la patria al volere dell’Eterno, Attila stesso con il suo cupo rimuginare che lo porta alle soglie del deliro. Sin dalla scelta dell’argomento e dalle sue decadenti atmosfere medievali, dunque, l’opera è un prodotto squisitamente romantico, uscito dalla penna di un poeta dichiaratamente romantico e musicato da un compositore che incarna gli ideali del romanticismo in Italia. Fulcro dell’azione è l’assassinio del tiranno, che assume proporzioni epiche; Odabella figura quale novella Giuditta; la sorte infelice della patria è ripetutamente evocata con richiami strazianti, soprattutto nel prologo e verso la fine del terzo atto. Nella mente del pubblico di allora, alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza, certe immagini, così come le parole con cui Ezio propone un accordo ad Attila nel cupo duetto del prologo (“Avrai tu l’universo / resti l’Italia a me”), non potevano non essere intese come un accenno patriottico alla situazione politica di allora. L’Attila è meno celebre di altre opere verdiane, forse anche la meno impressionante dal punto di vista musicale tra quelle composte nella giovinezza del maestro: già presso i contemporanei suscitò perplessità, come quella del Casamorata che la definì mordacemente “l’apogeo del cabalettismo”, e nemmeno la critica successiva fu più generosa (Budden la bollò come “la più pesante e noiosa delle opere del Risorgimento”). Nondimeno, è difficile non apprezzare la grandiosità di certe scene, la monumentalità del linguaggio drammatico particolarmente nei movimenti d’insieme: un’oratoria musicale che, se pur a tratti eccessivamente pomposa, non manca di coinvolgere lo spettatore, e affascinare soprattutto quegli ch’è in grado di leggere l’opera nel suo contesto, di cogliere le aspirazioni romantiche che da essa trasudano, e di figurarsi persino quel pubblico risorgimentale che, nel trasporto titanico degli eventi narrati, a certi accenni si lasciava andare al delirio e alle accorate grida che le cronache ci restituiscono: «L’Italia a noi! Viva Verdi».


G

iuseppe Verdi’s Attila is back on stage at the Fenice

Theatre, the same theatre it premiered in 1846. This is, indeed, Verdi’s most ‘Venetian’ opera because it opens with refugees the Huns forced out of the city of Aquileia and then finding a new home in the Venetian Lagoon. The story was adapted into a drama in 1809, and then into opera by Francesco Maria Piave. The Huns invaded northeastern Italy under their king Attila in 451 to loot what was left of the Western Roman Empire. They marauded and destroyed the ancient glorious cities of Aquileia, Altino, and Concordia until Pope Leo was able to stop them. So much for the historical background. The opera’s plot spans three acts and rests heavily on male characters’ monologues: Ezio’s epic cabalettas, Leo’s grandiose invocation to fatherland and God’s will, Attila’s gloomy brooding to the point of delirium.

In subject and decadent Medieval setting, to begin with, the opera is exquisitely Romantic, penned by an unabashedly Romantic poet and put in music by a composer that incarnated Romanticism in Italy. The height of the action is the assassination of the tyrant under a story arch that touches the epic. Odabella is a novel Judith; the sad state of the fatherland is repeatedly evoked with lacerating calls, especially in the prologue and in the end of the third act. Back when the opera premiered, we can take for granted that these were taken as patriotic innuendos in the mind of the audience. The Attila is less famous than other operas by Verdi, and maybe the least impressive from a musical point of view, considering the production of the young Verdi. It baffled contemporaries, and later critics were no more understanding. Nevertheless, it is hard not to appreciate majestic scenes and the monumentality of drama, especially in the ensemble moments.

155


classical STAGIONI

Un passo avanti Bru Zane conclude a maggio il festival dedicato a Bizet Il festival Bizet, l’amore ribelle che si avvia alla conclusione in maggio è stato concepito a immagine del compositore, che si divideva tra opera, mélodie e pezzi per pianoforte. L’autore dell’opera francese oggi più rappresentata al mondo, morto all’età di 36 anni, paradossalmente non ne poté mai assaporare il successo, anzi la leggenda che lo riguarda insinua che la mediocre accoglienza ricevuta da Carmen gli sia stata fatale. Brillante allievo del Conservatorio di Parigi, vincitore del Prix de Rome e membro attivo della Société nationale de musique, Bizet apparteneva alla generazione nata nel momento della fioritura del Romanticismo, la cui missione era trovare dei modi per rinnovarlo. Ma il pubblico dell’epoca non era ancora pronto a seguirlo. Bizet non volle mai essere un concertista, pur possedendone in scioltezza le capacità. Mise invece il proprio talento di strumentista al servizio dei colleghi attraverso la Société nationale de musique: creata nel 1871 in risposta alla mancanza di visibilità della nascente generazione musicale, questa società segnò un nuovo corso per la musica francese. Durante i concerti che organizzava, Bizet suonava a quattro mani o a due pianoforti partiture recenti di Massenet, Saint-Saëns, Guiraud e Lalo. Il 6 maggio a Palazzetto Roberto Prosseda, come solista, ci fa ascoltare l’estetica di questa generazione. Allievo e genero di Halévy, amico intimo di Gounod e portatore delle speranze della nuova generazione romantica insieme a Saint-Saëns e Massenet, Bizet non può essere menzionato senza fare riferimento ai suoi maestri e ai suoi contemporanei. Questo programma di mélodies, proposto in collaborazione con l’Académie de l’Opéra national de Paris i cui artisti troviamo sul palco dello Squero di San Giorgio il prossimo 10 maggio, rende omaggio ai legami musicali e di amicizia che unirono questo grande maestro ai suoi coetanei, in una coproduzione tra Asolo Musica e Palazzetto Bru Zane. Nonostante la morte prematura, Bizet ha lasciato ai posteri svariate opere liriche, che sorpresero i suoi contemporanei e ancora oggi vengono rappresentate nei teatri d’opera. Il concerto del 16 maggio, ultimo appuntamento del festival, che segna la quinta stagione della collaborazione tra l’Accademia Teatro alla Scala e il Palazzetto Bru Zane, propone una selezione di arie che ci immergono nella vibrante atmosfera parigina tra il Secondo Impero e l’inizio della Terza Repubblica.

156

A step forward

ENG

Palazzetto Bru Zane, the French Romantic music centre in Venice, ends its Georges Bizet programme in May, a beautiful festival that encompassed all kinds of musical production, from opera to mélodie to piano solo pieces. Bizet died young, aged merely 36, and never knew how much his Carmen would be loved. In fact, the tepid reception of its premiere might have been fatal to him. Georges Bizet flourished when Romanticism did, but his contemporary weren’t ready for his art. A performance by pianist Roberto Prosseda on May 6 will introduce us to his time period, the era of Massenet, Saint-Saëns, Guiraud, Lalo. A further mélodie programme will be held at Squero di San Giorgio on May 10 to homage the artistic affinity and the friendship between Bizet and his fellow composers. On May 16, the last appointment in the programme, we will listen to a choice of arias to feel the vibrant Parisian air of the late 1800s. Bizet, l’amore ribelle 6, 10, 16 maggio Palazzetto Bru Zane, Auditorium Lo Squero bru-zane.com


Tra la vita e la morte Bernanos e Poulenc secondo Emma Dante Una delle scene più tragiche tra i molti fatti di sangue che funestarono gli anni del Terrore seguiti alla Rivoluzione Francese fu indubbiamente il martirio di sedici monache del Carmelo di Compiègne, giustiziate alla ghigliottina il 29 messidoro 1794 per essersi rifiutate di recedere dai loro voti, dopo aver affrontate le difficoltà causate dalle confische e dalle soppressioni giacobine, culminate in un processo ingiusto e sommario per “fanatismo e cospirazione”. Una delle tre religiose sopravvissute, suor Maria dell’Incarnazione, raccolse tutta la documentazione sui fatti, e ne pubblicò una fedele relazione, che a distanza di decenni non smise di colpire i lettori, dando origine a una copiosa e pregevole produzione letteraria, artistica e cinematografica. Tra queste, spicca un’opera teatrale di Georges Bernanos, originariamente il copione per un film ideato dal frate domenicano e regista Raymond Bruckberger, ma mai realizzato, pubblicata postuma nel 1949, che godette sin da subito di grande popolarità in Francia. Appena quattro anni dopo, l’editore italiano Ricordi commissionò a Francis Poulenc, compositore ormai insignito di una certa fama, un adattamento operistico della stessa. La rappresentazione, che segue fedelmente il testo di Bernanos senza nessun adattamento, andò in scena dapprima alla Scala di Milano nel 1957, seguita ben presto da una prima francese e da un enorme successo internazionale. Benché non sia tra le opere più rappresentate al giorno d’oggi, Dialogues des Carmélites andrà in scena al Teatro La Fenice nel quadro della stagione operistica corrente, dopo aver aperto la stagione 2022-23 al Teatro dell’Opera di Roma, con la medesima regia di Emma Dante. In occasione della rappresentazione romana, la regista volle intensificare attraverso un fitto simbolismo le tematiche centrali della pièce di Bernanos, già evidenziate sapientemente dalla partitura, a partire dal rapporto ambivalente con la morte che caratterizza le protagoniste, sospese tra il timore della stessa e il coraggio di affrontarla per la fede. La critica ebbe modo di apprezzare alcuni dettagli, come la scelta acuta dei colori (l’azzurro preponderante, il bianco come simbolo della morte), benché abbia messo in luce alcuni problemi come ‘l’invadenza’ della regia in alcune scene e, in generale, il rappresentare le protagoniste come donne ancor prima che religiose, e forse in contrasto con questo loro ruolo. Quella che con ogni probabilità rivedremo a Venezia è comunque una regia di alto profilo, che accompagna degnamente il cast internazionale selezionato per l’occasione, con l’esperta direzione di Frédéric Chaslin. Nicolò Ghigi

Questions of life and death

ENG

One of the most tragic events that took place during the Reign of Terror was the martyrization of sixteen nuns at Compiègne, sentenced to death by guillotine by a kangaroo court in 1794. One of the three that survived, sister Mary, documented the horror, and her report became the basis for artistic adaptations in the decades to come. One of these adapations is Georges Bernanos’s theatre piece, which originally was meant to be a film script thanks to the work of Dominican friar and filmmaker Raymond Bruckberger. Later on, Francis Poulenc adapted it into opera. While seldom staged today, the Dialogues des Carmélites opened the 2022-23 season at the Rome Opera, and will be in Venice, at Fenice, in the coming weeks, directed by Emma Dante. Dante’s directorial choices were generally praised, like her choice of colours, though were described a bit invasive at times, like her representation of the protagonists as women before nuns, to the point the two roles appearing in contrast. Dialogues des Carmélites 20, 22, 24, 28 giugno; 1 luglio Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it

157


in collaborazione con

CITTA’ DI

158VENEZIA

con il sostegno di


classical STAGIONI

L’opera è reale Il metateatro di Kurt Weill al Malibran Il gusto per la sperimentazione che ha caratterizzato tutta l’arte della prima metà del Novecento riguardò naturalmente anche il teatro, sia quello in prosa, sia, soprattutto, quello musicale. L’evoluzione di entrambi si può dunque cogliere al meglio in una Literaturoper, ossia in un’opera in musica che segue pressoché alla lettera il testo della sua fonte, senza gli adattamenti librettistici in uso fino a pochi decenni prima: è il caso del Der Protagonist, originariamente una pièce in prosa del prolifico e poliedrico drammaturgo espressionista Georg Kaiser pubblicata nel 1920, divenuta sei anni dopo il primo successo nel teatro musicale dell’allora ventiseienne Kurt Weill, uscito fresco dagli studi con Ferruccio Busoni all’Accademia Prussiana delle Arti. Sono gli anni turbolenti della Repubblica di Weimar in cui scrivono i nostri autori, anni in cui Weill divenne, insieme all’amico e collega Bertold Brecht, protagonista dell’interpretazione in musica di quelle tematiche sociali crudamente rappresentate che vengono predilette dalla Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività), il movimento che informa la rivoluzione culturale di quegli anni e che vede l’arte come uno specchio della società malata corrotta. Weill fu introdotto a Kaiser nel febbraio del ’24 grazie alla mediazione di un comune amico, il direttore d’orchestra Fritz Busch, e l’adattamento in musica del Protagonist segnò l’inizio di una lunga collaborazione tra i tre (Busch diresse infatti la prima alla Semperoper di Dresda, il 27 marzo 1926). Der Protagonist, come tutte le opere frutto della collaborazione tra Kaiser e Weill, è un dramma monoatto, ambientato nell’Inghilterra shakespeariana. È tuttavia anche un pregevole esempio di metateatro, in quanto mette in scena una compagnia di attori itineranti intenta a provare una pantomima, commissionata da un duca locale. Per volontà di quest’ultimo, lo spettacolo viene trasformato in un’opera seria: la tragedia dal palcoscenico farà però irruzione nella realtà, concludendosi con l’omicidio ‘reale’ della sorella, commesso dal protagonista durante le prove. Nel motivo di fondo è evidente il richiamo alla straussiana Ariadne auf Naxos, andata in scena appena un decennio prima, e tuttavia l’esperimento metateatrale permette qui agli autori di precipitare lo spettatore nell’asprezza e nella violenza del quotidiano, con immagini e motivi di sicuro impatto per il pubblico dell’epoca. Sotto la direzione di Markus Stenz, da parecchi anni collaboratore della Fenice e specialista del repertorio d’avanguardia, Der Protagonist sarà rappresentato al Teatro Malibran dal 2 al 15 maggio. Nicolò Ghigi

Real opera

ENG

Experimentation in art was all the rage in the early twentieth century, and musical theatre was no exception. The new format of Literaturoper, a one-to-one adaptation of a literary text into opera with no recourse to libretto form, was one of such experiments. One example is Der Protagonist, originally a 1920 prose theatre piece by Georg Keiser turned opera by Kurt Weill. The story is set in the turbulent Weimar years, years when Weill and his fellow Bertold Brecht staunchly committed to social themes as part of the Neue Sachlichkeit (New Objectivity) paradigm. Der Protagonist is a single-act drama set in Shakespearean England. It is also a fine example of meta-theatre, in that it stages a company of travelling performers reading a pantomime commissioned by a local duke, who wanted to turn it into a piece of ‘serious’ theatre. The tragedy, though, will burst into the real world. Der Protagonist 2, 4, 10, 13, 15 maggio Teatro Malibran www.teatrolafenice.it

159


classical MUSIKÀMERA CONCERTI

Giovani formazioni, solisti affermati e sonate in duo per un calendario fitto che tra maggio e giugno porta alla Fenice la grande musica strumentale e vocale da camera dal Trecento ad oggi 4 maggio h. 20, Sale Apollinee-Teatro La Fenice

DUO DEL GIGLIO

Studiando il violoncello con Angelo Zanin, Pietro Silvestri ha conseguito la laurea di primo livello al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia e si è spesso esibito come violoncello principale alla Fenice, dove ha anche eseguito musica da camera e recital. Dal 2021 è stato violoncellista principale della European Union Youth Orchestra e con il pianista Tommaso Boggian forma il Duo del Giglio, protagonista di un concerto che raccoglie in repertorio musiche di Boccherini, Chopin, Stravinskij e Kapustin, atteso appuntamento annuale con il Premio Peggy Finzi, offerto dalle sorelle Sonia e Liana Guetta Finzi. ENG Silvestri graduated from the Venice Music Conservatory and since 2021, he earned a post as first cello at the European Union Youth Orchestra. He and pianist Tommaso Boggian perform together as Duo del Giglio in a concert with music by Boccherini, Chopin, Stravinsky, and Kapustin. 19 maggio h. 20, Sala Grande-Teatro La Fenice

ANNE-SOPHIE MUTTER | LIONEL MARTIN LAUMA SKRIDE

La rassegna si trasferisce in Sala Grande dall’abituale location delle Sale Apollinee per accogliere una violinista di fama mondiale come Anne-Sophie Mutter, accompagnata dal violoncello di Lionell Martin e dal pianoforte di Lauma Skride. Ludwig van Beethoven (Trio in si bemolle maggiore p. 97 “Arciduca”) e Piotr Iliic Ciaikovskij (Trio in la minore op. 50) vengono offerti al pubblico da una virtuosa tra le più celebri al mondo, chiamata ad appena 15 anni da Herbert von Karajan ad esibirsi con i Berliner Philharmoniker. ENG The programme moves to the main theatre at Fenice to welcome a world-renowned violinist such as Anne-Sophie Mutter, accompanied by cellist Lionell Martin and pianist Lauma Skride. Music by Beethoven and Tchaikovsky to enjoy one of the greatest virtuoso performers in the world. 21, 23 maggio h. 20, Sale Apollinee-Teatro La Fenice

ALENA BAEVA | VADYM KHOLODENKO

Alena Baeva e Vadym Kholodenko sono tra i più prestigiosi artisti della scena musicale internazionale e portano a Venezia un programma che include opere di Beethoven, Schumann e Strauss. La violinista russa ha collaborato con orchestre di fama mondiale come la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen e la London Philharmonic Orchestra, esibendosi nelle sale più celebri, tra cui la Carnegie Hall di New York e la Wigmore Hall di Londra. Vadym Kholodenko, pianista ucraino, è vincitore della medaglia d’oro al Concorso Van Cliburn nel 2013. Ha suonato con orchestre di prim’ordine e si è esibito in teatri e festival di tutto il mondo. ENG Baeva and Kholodenko are some of the most renowned artists in the international scene. Theire Venetian programme will include music by Beethoven, Schumann, and Strauss. Russian Alena Baeva performed with the Deutsche Kammerphilharmonie Bremen and the London Philharmonic Orchestra. Ukrainian Vadym Kholodenko earned the golden medal at the Van Cliburn competition in 2013.

160


27, 28 maggio h. 20, Sale Apollinee-Teatro La Fenice

ALEXANDER GADJIEV

Alexander Gadjiev è pianista di fama internazionale, più volte esibitosi a Venezia. Sono due i fattori che ne hanno profondamente influenzato la formazione musicale: da un lato, la sua famiglia, composta da genitori musicisti e insegnanti di pianoforte; dall’altro, la cultura dell’Europa Centrale e della città in cui è nato e cresciuto, ovvero la città di confine italo-slovena di Gorizia, punto di incontro di popoli, lingue e culture. Nel doppio concerto del 27 e 28 maggio offre al pubblico un repertorio comprendente Debussy e Corigliano, Bartòk, Schumann e Rachmaninov. ENG Alexander Gadjiev, who performed several times in Venice, comes from a family of pianists and piano teachers. Also, he was born in the Italian border city of Gorizia, next to Slovenia, a crossroads of peoples, languages, and cultures. His concert will include music by Debussy, Corigliano, Bartók, Schumann, and Rachmaninov. 4, 5 giugno h. 20, Sale Apollinee-Teatro La Fenice

QUATUOR AROD

Il Quatuor Arod deve il proprio nome a un cavaliere immaginato da Tolkien ne Il Signore degli Anelli. Tutti i membri del quartetto nato al Conservatorio di Parigi nel 2013 hanno studiato lì, beneficiando in particolare dell’insegnamento di Jean Sulem. Gruppo di studenti desiderosi di mettere le dita sulle pagine più belle del loro repertorio, l’ensemble ha scelto come prima uscita il concorso FNAPEC, che ha incoronato grandi quartetti d’archi come Modigliani e Ysaÿe. Per Musikàmera hanno pensato ad un concerto con musiche di Haydn, Bartók e Mendelssohn. ENG Quatuor Arod owe their name to a Lord of the Rings character. All four studied and met at the Paris Conservatory with guidance from Jean Sulem. The quartet debuted at the FNAPEC competition, and for Musikàmera, they picked a repertoire of Haydn, Bartók, and Mendelssohn. © Julien Benhamou

15 giugno h. 20, Sale Apollinee-Teatro La Fenice

GIUSEPPE GUARRERA

Già Premio Venezia, invitato da Daniel Barenboim a esibirsi sotto la sua direzione nel 2017 nella Pierre Boulez Saal, il giovane pianista italiano Giuseppe Guarrera si è esibito come solista e musicista da camera in alcune delle sale più prestigiose d’Europa come la Wigmore Hall di Londra, la Fondazione Louis Vuitton di Parigi, la Fondazione Scherzo di Madrid, le Cappelle Paoline del Quirinale di Roma. In questo concerto in collaborazione con l’Archivio Musicale Guido Alberto Fano lo ascoltiamo in musiche di Beethoven, Wagner, Liszt, Busoni e dello stesso Fano. ENG Young Italian pianist Giuseppe Guarrera performed both solo and as part of a chamber ensemble in some of the most prestigious venues in Europe: the Wigmore Hall in London, the Louis Vuitton Foundation in Paris, Fondazione Scherzo in Madrid, and the Quirinale in Rome. Guarrera will play Beethoven, Wagner, Liszt, Busoni, Fano. 25 giugno h. 20, Sale Apollinee-Teatro La Fenice

NICOLAS BALDEYROU | NICOLAS STAVY

Nicolas Baldeyrou inizia a studiare clarinetto all’età di otto anni. Ha proseguito la propria formazione al Conservatoire Municipal du Kremlin-Bicêtre (con Pierre Billaud), al Conservatorio di Saint-Maur-des-Fossés (con Véronique Fèvre), e dall’età di 14 anni, al Conservatorio Nazionale Superiore di Musica di Parigi con Michel Arrignon e Jérôme Julien-Laferrière. Anche la passione di Nicolas Stavy per il pianoforte risale all’infanzia. Deciso a farne il lavoro della propria vita, si è iscritto al Conservatoire national supérieur de musique et de danse e poi al Conservatoire de Genève per formarsi come virtuoso. Insieme sono protagonisti di un concerto con musiche di Schumann e Brahms, Saint-Saëns, Pierné e Poulenc. ENG Baldeyrou began practicing the clarinet aged eight. He studied at conservatories of Kremlin-Bicêtre and Saint-Maur-des-Fossés and, since age fourteen, at the Paris Conservatory with Michel Arrignon and Jérôme Julien-Laferrière. Nicolas Stavy also developed his piano talent at an early age to later study at the Paris Conservatory and at the Geneva Conservatory. They will play Schumann, Brahms, Saint-Saëns, Pierné, and Poulenc. www.musikamera.org

161


classical DIRETTORI

Cercando la perfezione Il gesto in potenza Martin Rajna debutta alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice nei concerti in programma in Campo San Fantin venerdì 30 maggio, sabato 31 e domenica 1 giugno nell’ambito della Stagione Sinfonica 2024-2025. Tra i più notevoli giovani direttori ungheresi degli ultimi tempi, nominato nel 2023, a soli ventisette anni, direttore principale dell’Hungarian State Opera di Budapest, Rajna dirige la compagine veneziana in due capolavori del grande repertorio sinfonico: la Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60 di Beethoven e la Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88 di Dvořák. Scritta per un’orchestra dalla struttura haydniana, la Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60 di Ludwig van Beethoven (1770-1827) venne stesa in pochi mesi, nella tarda estate del 1806, per il conte Oppersdorff, un aristocratico che manteneva una propria orchestra di corte: lavoro ben remunerato per il quale Beethoven accantonò momentaneamente la Quinta, allora già in fase avanzata di composizione. Ne nacque un lavoro dal carattere tradizionale e disimpegnato: sinfonia dalla «grazia greca», dall’«alata leggerezza», ma, per la sua originalità e freschezza creativa, tutt’altro che ‘minore’ nel catalogo sinfonico del maestro di Bonn. La Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88 di Antonín Dvořák (1841-1904) fu composta a quattro anni di distanza dalla celeberrima sinfonia Dal nuovo mondo, nona del catalogo definitivo, e costituisce il culmine dell’arte sinfonica dell’autore. ENG Martin Rajna debuts as conductor of the resident orchestra at the Fenice Theatre with three concerts on May 30, 31, and June 1, part of the theatre’s 2024 – 25 symphony programme. Rajna had previously been nominated, aged 27, the main conductor at the Hungarian State Opera in Budapest. In Venice, he will perform in two masterpieces of symphony: Beethoven’s no. 4 and Dvořák’s no. 8. Beethoven authored his piece in a few short months, in the late summer of 1806, for count Oppersdorff’s private orchestra. A traditional, graceful, and light work, though original and creative, and not at all ‘minor’. Dvořák’s piece is considered the summa of his art, and was composed four years after the New World Symphony. Martin Rajna 30, 31 maggio; 1 giugno Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it

162

Manlio Benzi torna alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice nel doppio concerto in programma al Malibran sabato 7 e domenica 8 giugno. Il maestro riminese, classe 1964, già applaudito in Fenice per la direzione di diverse produzioni liriche, si misura stavolta con il repertorio sinfonico-concertistico dirigendo la compagine veneziana nella Sinfonia n. 5 in mi bemolle maggiore op. 82 di Jean Sibelius e – come brano di apertura della serata – nel Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in fa minore op. 21 di Fryderyk Chopin, che vedrà impegnato Giacomo Menegardi, vincitore del Premio Venezia 2023, nell’interpretazione della parte solistica. La Sinfonia n. 5 in mi bemolle maggiore op. 82 fu commissionata a Jean Sibelius dal governo finlandese, che intendeva celebrare con un concerto solenne il cinquantesimo compleanno del compositore, che all’epoca era considerato ‘monumento nazionale’, a tal punto che quell’8 dicembre 1915 fu anche dichiarato festa nazionale. Quel giorno, fu lo stesso Sibelius a dirigere la sua nuova Sinfonia, sul podio dell’Orchestra Filarmonica di Helsinki, e con grande successo, pur non essendo completamente soddisfatto e lavorando successivamente a migliorare la partitura. Nelle poche composizioni che Fryderyk Chopin destinò all’orchestra, è sempre il pianoforte ad avere un ruolo di protagonista, mentre l’orchestra appare relegata a un ruolo subalterno: così è per numerosi brani, tra i quali sicuramente i due Concerti per pianoforte e orchestra, quello in mi minore op. 11 e quello in fa minore op. 21. ENG Manlio Benzi will conduct the Fenice Theatre resident orchestra on a double concert at Malibran on June 7 and 8. Known in town for his opera production, Benzi will now perform in two symphony concerts: Sibelius’ no. 5 and Chopin’s concert for piano and orchestra no. 2, whose piano solo part will be performed by acclaimed instrumentalist Giacomo Menegardi. Sibelius’ symphony was composed on commission of the Finnish government, who wanted to celebrate the composer and living national monument. Even in the few pieces Chopin dedicated to orchestra, piano still has a role of primacy, which is certainly evident in his two piano and orchestra concertos: no. 11 in E- and no. 21 in F-. Manlio Benzi 7, 8 giugno Teatro Malibran www.teatrolafenice.it


MUSICA CON VISTA

L’impulso e l’idea Atteso alla Fenice per due concerti della Stagione Sinfonica il 27 e 29 giugno, il britannico Ivor Bolton è uno dei più autorevoli direttori del repertorio classico e barocco. Ha registrato una serie acclamata dalla critica di Sinfonie di Bruckner con la Mozarteumorchester Salzburg, di cui è stato alla guida per dodici anni. Ha inoltre diretto Billy Budd di Benjamin Britten al Teatro Real di Madrid e alla Royal Opera House Covent Garden. In aggiunta alle sue principali cariche, è Conductor Laureate della Mozarteumorchester Salzburg, con la quale compare annualmente al Salzburg Festival e in tournée, e direttore principale della Dresden Festival Orchestra. Ha sviluppato una forte collaborazione con la Bayerische Staatsoper, dove ha diretto una vasta gamma di nuove produzioni, in particolare per opere di Monteverdi, Händel e Mozart, a partire dal 1994. A Venezia presenta un programma comprendente Pulcinella suite per orchestra di Igor Stravinskij e Sinfonia n. 3 in la minore op. 56 Scozzese di Felix Mendelssohn Bartholdy, alla testa dell’Orchestra del Teatro e con il soprano Francesca Aspromonte, il tenore Antonio Poli e il basso Luca Tittoto. Pulcinella segnò un discrimine non soltanto nell’arte di Stravinsky ma in tutta la musica del XX secolo. Eppure (ma questo è tipico delle ‘avventure amorose’) era nato in modo totalmente casuale: galeotto era stato ancora una volta Diaghilev, il geniale impresario dei Ballets russes, che aveva sottoposto al compositore una serie di composizioni di Pergolesi (o a lui erroneamente attribuite) perché ne ricavasse un balletto su una trama ispirata a un canovaccio napoletano del ‘700. Sinfonia n. 3 in la minore op. 56 Scozzese fu composta invece in un lungo intervallo di tempo: dal 1829, data del viaggio in Scozia del compositore, al 1842, anno della stesura finale. ENG British Ivor Bolton is one of the most acclaimed classical and baroque conductors. He worked at the Royal Theatre in Madrid, at the Royal Opera House Covent Garden, and had appointments in major European opera houses. Bolton will guest star at Genice Theatre on June 27 and 29 for a rendition of Stravinsky’s Pulcinella suite and Mendelssohn’s Symphony no. 3, with Fenice’s orchestra, soprano Francesca Aspromonte, tenor Antonio Poli, and bass Luca Tittoto. The Pulcinella marked a divide not only in Stravinsky’s production but in twentieth-century music overall, and yet was born by utter chance. Diaghilev, the genius Ballet russes impresario, fed Stravinsky some Pergolesi pieces, hoping for new music for a ballet inspired by an eighteenth-century Neapolitan canovaccio. Mendelssohn took a much longer time to author his symphony. He began working on it the year of his Scottish travels in 1829 (hence the ‘Scottish’ moniker) and finalized it in 1842. Ivor Bolton 27, 29 giugno Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it

Musica con Vista è il Festival nazionale diffuso di musica classica dell’estate italiana con un itinerario ispirato al Grand Tour del Settecento – fenomeno culturale che spinse artisti e studiosi a visitare l’Italia – che rende accessibili i più bei giardini, chiostri e cortili di dimore storiche e palazzi, grazie a una rete consolidata di partner istituzionali e privati tra cui FAI, ADSI e Touring Club. Quest’anno la rassegna, promossa dal Comitato AMUR e Le Dimore del Quartetto, ha scelto l’Orto e Giardino del Redentore di Venezia per inaugurare il 21 giugno la sua sesta edizione, con un concerto del Belinfante Quartet in collaborazione con Merita Platform ed Europa Nostra. Il Quartetto Belinfante esplora la musica veneziana attraverso i secoli: dal repertorio medievale alla prima opera, a Vivaldi e alle più moderne canzoni dei gondolieri. Il tutto culmina con l’ode di Benjamin Britten a Venezia e alla sua magia nel Terzo Quartetto per archi. E i rintocchi delle campane di Santa Maria della Salute, che si sentono solo una volta all’anno per commemorare il passaggio della peste, l’ultimo movimento di Britten La Serenissima combina motivi musicali della sua opera Death in Venice con la magia di Venezia come luogo in cui diffondere bellezza attraverso la musica. Il Quartetto si interroga su cosa possiamo fare per proteggere e custodire i luoghi che amiamo in quest’epoca di violenti cambiamenti climatici. Conclude il concerto una nota di speranza e rinnovamento con la nuova creazione della compositrice Rhiannon Randle, Baile: danza al violino che traccia nuovi idiomi musicali. Quartetto Belinfante 21 giugno Compendio Orto Giardino del Redentore, Giudecca www.venicegardensfoundation.org

163


164

OTTART.IT

Photo © Enrico Fiorese — Palazzo Rota Ivancich. Planète Lalanne - Ben Brown Fine Arts, 2024


classical RASSEGNA

© Giulio Favotto

Geni allo specchio Tre concerti in un luogo unico al mondo «Siamo convinti di aver confezionato un cartellone che conferma la volontà di Asolo Musica di proseguire un percorso, assieme a Fondazione Giorgio Cini, di assoluta qualità per un pubblico esigente appassionato della musica da camera – afferma Federico Pupo, Direttore artistico di Asolo Musica – in un luogo semplicemente unico al mondo come lo Squero dell’Isola di San Giorgio Maggiore». Se non avete mai visitato la sala concerti, il consiglio spassionato è di cercare di rimediare il prima possibile. Non ci sono molte parole per descrivere un progetto architettonico tanto ambizioso quanto ben riuscito, capace di regalare alla città una sala concerto a pelo d’acqua, che dall’elemento naturale trae, se possibile, ulteriore slancio emozionale. Sabato 10 maggio spazio ad un omaggio a Georges Bizet a centocinquant’anni dalla morte. Il concerto, realizzato in coproduzione con Palazzetto Bru Zane – Centre de musique romantique française e in collaborazione con l’Académie de l’Opéra national de Paris, vede in scena Sima Ouahman, soprano, Amandine Portelli, mezzosoprano, Bergsvein Toverud, tenore, Clemens Frank, baritono, Robin Le Bervet e Moeka Ueno al pianoforte, con un programma che restituisce un panorama creativo denso di storie e linguaggi artistici, con brani di musica vocale da camera del compositore francese, arricchite da un’antologia di pagine di suoi contemporanei come Massenet, Gounod e Saint-Saëns. L’appuntamento successivo, sabato 24 maggio, vede il ritorno allo Squero, in un concerto in collaborazione con Antiruggine, di Mario Brunello. Con consueto, raffinato virtuosismo e in un’ampia rete di trame espressive, Brunello offre un intimo recital solistico, accostando a pagine dell’amato Bach la Suite per violoncello solo del talentuoso violoncellista e compositore spagnolo Gaspar Cassadó e la Sonata per violoncello solo op. 25 n. 3 di Paul Hindemith. Ad inaugurare il cartellone lo scorso marzo è stato il celebre violista Bruno Giuranna con il Quartetto di Venezia, formato da Andrea Vio e Alberto Battiston al violino, Mario Paladin alla viola e Angelo Zanin al violoncello. Dopo l’esplorazione del mondo beethoveniano con l’esecuzione integrale, negli anni passati, dei quartetti di Beethoven, il Quartetto si addentra ora con Giuranna nella profondità delle partiture di Mozart, con il progetto di esecuzione integrale in due tappe dei sei quintetti mozartiani. Un’immersione nella produzione del genio di Salisburgo che prosegue sabato 21 giugno, con l’esecuzione di tre quintetti per concerto.

Mirroring genius

ENG

If you’ve never seen this concert hall, please do visit. There’s no way to describe an architecture so ambitious and well-executed like this: an auditorium lying level with water, in turn feeding it further emotional elan. On May 10, the Squero Auditorium will host an homage to Georges Bizet, 150 years since his death. A co-production of Palazzetto Bru Zane and the Paris National Opera Academy, its cast include soprano Sima Ouahman, mezzosoprano Amandine Portelli, tenor Bergsvein Toverud, baritone Clemens Frank, pianists Robin Le Bervet and Moeka Ueno for a programme that is packed with creative stories and artistic languages, vocal chamber pieces by Bizet, and music by his contemporaries Massenet, Gounod, and Saint-Saëns. A further event, on May 24, will see cellist Mario Brunello play solo on a programme of Bach, Hindemith, and Gaspar Cassadó. On June 21, six of Mozart’s quintets by local string quartet Quartetto di Venezia. Lo Squero 2025 10, 24 maggio; 21 giugno Auditorium Lo Squero, Isola di San Giorgio www.cini.it

165


classical FESTIVAL

Una città e il suo palcoscenico L’incantesimo dell’Arena si ripete, inesorabile Si apre il 13 giugno la 102a edizione del Festival Lirico areniano, che anche quest’anno porta sul palco dell’anfiteatro veronese alcuni tra i più celebri titoli operistici, interpretati da artisti di fama internazionale. A inaugurare la stagione le note trionfanti del Nabucco di Verdi, in un nuovo allestimento firmato da Stefano Poda. Il regista trentino, collaboratore di lungo corso dell’Arena, aveva affrontato oltre dieci anni fa il Nabucco per i Teatri Lirici del Veneto, nell’ardito tentativo di trasformare completamente la drammaturgia dell’opera verdiana e di mettere in scena una vera e propria lotta interiore atemporale, sullo sfondo spettrale di una scenografia desolata, dominata da note cupe e sinistre. Pur nella persistenza di certe suggestioni, sul palco veronese con ogni probabilità assisteremo a qualcosa di completamente nuovo. «Sul palcoscenico il mio linguaggio sarà volto a creare un Nabucco peculiare che potrà esistere solo in Arena, – dichiarava infatti Poda poco dopo aver ricevuto l’incarico, ormai un anno fa – non un titolo di teatro, non solo un appuntamento d’opera, ma un evento da festival, di arte totale, che possa conquistare tanto gli appassionati quanto un pubblico veramente più ampio». Parole confermate dal vicedirettore artistico Trespidi, che promette «effetti speciali scenici probabilmente mai visti in Arena». Dedicati al compositore bussetano sono pure i restanti appuntamenti veronesi del mese di giugno, con l’ormai celebre Aida “di cristallo”, maestoso allestimento concepito dallo stesso Poda nel 2023 in occasione del centenario del festival, e una recita della Traviata nell’ormai collaudata e apprezzata regia di Hugo De Ana. Questi sceglie di ambientare l’opera nel clima del Secondo Impero, durante la transizione tra romanticismo e impressionismo, ben rappresentata dalle pitture d’avanguardia di Giuseppe de Nittis, costanti protagoniste della scenografia; egli mette così in relazione le aspirazioni e i travagli di Violetta con la vivace temperie culturale della Parigi dell’epoca, in un raffinato connubio dal risultato estetico indubbiamente elegante. Nei mesi successivi, la rassegna proseguirà con un altro capolavoro verdiano, il Rigoletto, ma ci sarà spazio anche per la Carmen di Bizet nella celebre regia di Zeffirelli. Tra gli eventi speciali in cartellone, invece, figurano l’ormai consueto appuntamento con Roberto Bolle, un’esibizione del celebre tenore Jonas Kaufmann, e l’esecuzione dei Carmina burana messi in musica da Carl Orff. Nicolò Ghigi

166

A city and its stage ENG

Opening on June 13, the 102nd edition of the Opera Festival at the Arena di Verona will bring to the Roman amphitheatre, the largest opera theatre in the world, the most famed opera and the most prestigious performers. The first title in the programme is Giuseppe Verdi’s Nabucco in a new staging by Stefano Poda. “My Nabucco can only exist at the Arena – says Poda – it is not only a piece of opera, but an appointment, a festival event, a moment of total art that will engage both enthusiasts and a larger audience”. Also dedicated to Verdi are further June dates, namely the famous ‘crystal’ Aida in a majestic 2023 staging, also by Stefano Poda, and a Traviata in the classic, beloved version by Hugo De Ana. The director set the opera in the Second French Empire era, painting Violetta’s inner turmoil on the background of the lively cultural milieu of late-1800s Paris. Further shows include Verdi’s Rigoletto and Bizet’s Carmen. Dancer Roberto Bolle, tenor Jonas Kaufmann, and a Carmina Burana performance round up an exceptional musical season. 102° Arena di Verona Opera Festival 13 giugno-6 settembre Arena di Verona www.arena.it


GIOIELLI NASCOSTI DI VENEZIA SCALA DEL BOVOLO San Marco 4303

COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO Barbaria de le Tole, Castello 6691

CHIESA DELLE PENITENTI Fondamenta Cannaregio 890

ORATORIO DEI CROCIFERI Campo dei Gesuiti, Cannaregio 4904

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI info@gnvcultura.it +39 041 3096605 gnvcultura.it 167


theatro

STRANIERO A SÉ STESSO

168


La tempesta sta ancora infuriando. Tempesta continua. Ancora tempesta Peter Handke

di Sara Abra Carrol Smersu

P

rima nazionale per l’opera teatrale di Peter Handke

Ancora tempesta, messa in scena per la regia di Fabrizio Arcuri al Teatro Goldoni dal 9 all’11 maggio, con protagonista Filippo Dini, Direttore del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale. Nato in Carinzia (Austria) nel 1942 da padre austriaco e da madre facente parte della minoranza slovena, Handke non ancora trentenne abbandona gli studi di giurisprudenza per dedicarsi alla scrittura. Il suicidio della mamma nel 1971, infatti, segna drammaticamente e nel profondo la vita del giovane scrittore, diventando l’ispirazione per il romanzo semi-autobiografico Infelicità senza desideri. Il vissuto personale di Handke rimarrà sempre un’importante ispirazione per la sua produzione artistica. Fondamentale l’immersione introspettiva sulla quale lavorerà intensamente, trasformandosi spesso in etnografo di sé stesso. L’autore si farà presto notare in ambito letterario, rivelando una particolare personalità nella scrittura, che intende come la tecnologia del linguaggio che lascia maggiore libertà. Secondo i suoi schemi la costruzione di una frase può essere continuamente aperta, chiusa, smembrata, ricostruita, aggiustata, limata, demolita e risorta. Durante lo sviluppo dell’idea, sostiene che nella creazione narrativa è necessario arrendersi alla perdita e accettare la scia di scomparsa che si semina nella trasformazione da pensiero a parola. I risultati del testo non sono mai certi o compiuti, ma spesso rimangono orfani, comunque chiusi dentro a un minimalismo denso e descrittivo, pieno di visioni cinematografiche. La lingua scritta si appoggia al parlato, al gesticolare, al codice del corpo e alle espressioni facciali, si rimane sempre sul crinale tra narrativa e recita, dove entrambe sembrano perdere la loro natura per dar vita a una forma ibrida e asciutta, ma mai così penetrante. Già dalle prime righe di Ancora Tempesta si deve fare i conti con una scrittura destinata al teatro, ma che sembra somigliare più alla forma del romanzo. Il turbinio della parola, che tende a costruire prosa rigettando la tradizionale struttura delle battute da copione, modella attraverso una lingua dirompente un composto che non è un testo, Ancora Tempesta 9-11 maggio Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

ma una partitura che conduce dritti all’evento teatrale, una sorta di storia raccontata e messa in scena. L’autore sa che i suoi lettori saranno anche i suoi spettatori, seduti e fermi con lo sguardo dritto sul palco, costretti a lavorare durante la recita per creare loro stessi l’immagine di quanto ascolteranno. Il carattere epico di questa pièce, viene evocato fin dal titolo della storia (rimandandoci a un passaggio shakespeariano) e si esplicita nei personaggi, quegli attori reali, dell’unico episodio di guerra partigiana svoltosi entro i confini del Terzo Reich. L’opera si articola in cinque dialoghi che l’autore, ormai anziano, intrattiene con i suoi avi sloveni di Carinzia, i quali appaiono molto più giovani di lui. Sulla scena li percepiremo eterei: la madre giovanissima, due zii caduti al fronte e due che si sono dati alla macchia per combattere i nazisti, i nonni. Questa particolare assemblea onirica, oltre a evocare il dramma del conflitto bellico, è la proiezione della personale storia dell’autore e dell’intimo conflitto identitario. Egli si sentirà amato e odiato dai suoi, ma straniero a sé stesso perché figlio di una slovena e del nemico germanico. In Ancora Tempesta l’infanzia non è un tema ma una partenza, un passaggio: «Un bambino non conosce la tragedia, non conosce il destino, da qui deriva tutta la sua potenza». Goethe scriveva: «Se sei un bambino sei invincibile». La voce narrante cambierà età di capitolo in capitolo, come alla ricerca del corpo più adatto per raccontare. Handke si fa bambino, adulto, madre, zia, soldato, cantore della Carinzia, sarà quel custode di tradizioni orripilato dalla macchina della Storia che frulla i corpi dei popoli. La narrazione scorre sempre mescolata al dibattito intimo che lo spinge a rielaborare il pensiero intellettuale, ritenendolo tuttavia il frutto di un vissuto imposto, di un bagaglio ereditato. Un circolo vizioso dove il dibattito bascula senza possibilità di risoluzione. «Non passa giorno senza di voi. E senza di voi non c’è domani. Con voi ho avuto una presa di coscienza. Siete voi la mia coscienza, il mio destino». Handke non è solo narratore ma è anche spettatore egli stesso di un diorama dentro il quale patria, destino, gloria, sono le parole sonore di sottofondo che descrivono la Storia, parole che vengono a rivelarci una tanto semplice quanto terribile verità: di quella Storia siamo tutti responsabili.

169


theatro SPETTACOLI

SOGNI DALLA LAGUNA

Sin dal XVII secolo, quando il Grand Tour divenne tappa imprescindibile nella formazione dei giovani aristocratici, Venezia si impose quale meta obbligata, conducendo avventurieri, intellettuali e sognatori da ogni parte d’Europa a perdersi tra calli ombrose e riflessi incantati. Da allora, secoli di viaggiatori hanno attraversato mari e terre per abbracciare quell’atmosfera rarefatta, poetica, che solo Venezia sa regalare. Eppure, da qualche tempo, non è più necessario salpare verso la Serenissima per coglierne il magico spirito, poiché esiste uno spettacolo che ha saputo distillare tutta la sua essenza in un sogno da palcoscenico. È Titizé – A Venetian Dream, l’ultimo gioiello della Compagnia Finzi Pasca, che con lirica visionarietà trasforma il teatro in una laguna immaginifica, popolata di sirene, giocolieri e dame volanti, tra reminiscenze settecentesche e rimandi felliniani. Lo spettacolo, scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca, restituisce l’anima ineffabile di Venezia attraverso il linguaggio universale del gesto: corpi che danzano sospesi, acrobazie che sfidano la gravità e quadri pittoreschi che si rincorrono in un vorticante carosello di luci, suoni e colori. Nessuna trama, nessuna struttura narrativa se non il continuo rimandare a quel ti ti zé, “tu sei” in veneziano, che sottolinea l’universalità di un’esperienza immaginata davvero per tutti. Dal debutto, avvenuto la scorsa estate al Teatro Goldoni di Venezia, che è co-produttore e cuore pulsante della rappresentazione, lo spettacolo ha superato ogni aspettativa coinvolgendo più di 40 mila spettatori veneti, nazionali e internazionali. Titizé ha infatti intrapreso un entusiasmante tour che, dalla Svizzera al Théâtre du 13ème Art di Parigi, condurrà giocolieri, dame e sirene a Bergamo, poi di nuovo in Francia, a Lugano, Milano e a Napoli. La tournée si concluderà proprio là dove tutto è nato: a luglio, Titizé riapproderà in Laguna per un nuovo ciclo di repliche estive, restando in cartellone dal 9 luglio al 21 settembre, tutte le sere dal mercoledì alla domenica. Così, il più antico tra i teatri moderni ancora in attività torna a farsi promotore di quella vocazione culturale che, da sempre, rende Venezia meta prediletta di artisti e viaggiatori, diffondendo nel mondo il sogno di una città viva, intensa e straordinariamente umana. Adele Spinelli Titizé - A Venetian Dream | City of Venice’s Offical Show 9 luglio-20 settembre Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

170

Come fu salvato Wang-Fô? Mai la scelta del luogo è stata più appropriata per riuscire a calare lo spettatore nel senso profondo e biologico della narrazione e per onorare con musica e parola la rinascita di questo ambiente. Ci troveremo immersi in un verde di uliveti, frutteti ed erbe aromatiche e contemporaneamente saremo attraversati da una musica fiabesca di strumenti come il gong, le campane tibetane e giapponesi, diapason e shruti box. Un’aria mistica, dalle note tipicamente orientali, capace di generare un’atmosfera misteriosa e comporre un bagno sonoro che accompagna lo spettatore all’armonizzazione del corpo. Seguendo questo flusso che si fonde con l’echeggiare spontaneo della natura (un battito d’ali, il fruscio di una foglia sfiorata dal vento) potremo ascoltare la nostra anima e creare un contatto intimo con la terra. Non meno la narrazione della novella orientale, sarà un balsamo che condurrà a riflessioni personali e mai così attuali. Il senso rivelatore di questo racconto si schiude proprio nella paura del potere che, sentitosi minacciato dalla bellezza artistica, ne esige vendetta. Vi abbiamo incuriosito? Appuntamento allora il 7 giugno presso il Compendio dell’Orto Giardino della Chiesa del Redentore con O Thiasos TeatroNatura e la performance Un mare di giada, liberamente ispirato alla novella orientale di Marguerite Yourcenar, Come Wang-Fô fu salvato, elaborato e narrato da Sista Bramini, con le musiche originali di Sara Galassini. L’arte di Sista Bramini nel narrare storie, paesaggi e personaggi si intreccia nello spettacolo con la poesia pittorica di Wang-Fô e la musica di Sara Galassini. Ma non lasciamoci illudere che l’aria buona delle note e della prosa non rintracci anche potenti malvagità e fatti raccapriccianti. Nel testo originale, dal quale l’opera è ispirata, Yourcenar esalta la potenza dell’arte, esprimendo spesso con parole crude e spietate, la sua inconciliabile relazione con il potere. Sara Abra Carrol Smersu Un mare di giada. Spettacolo di narrazione e musica in natura 7 giugno Compendio Orto Giardino del Redentore, Giudecca www.venicegardensfoundation.org


Moralità di genere Fulvio Pepe rilegge Lev Tolstoj e le sue “donne omicide” La stagione di prosa al Teatro Goldoni si chiude con L’ultima domenica di agosto, una commedia scritta e diretta dal regista Fulvio Pepe, attore egli stesso di cinema (molti i ruoli in film e serie tv come Romanzo Criminale e Falcone e Borsellino) e teatro, in scena dal 16 al 18 maggio. L’idea originale di questo spettacolo è stata ispirata dal dramma teatrale in cinque atti di Lev Tolstoj La potenza delle tenebre, scritto nel 1886 e rappresentato per la prima volta nel 1902 al Teatro d’Arte di Mosca. Lo scrittore russo prese spunto da un avvenimento realmente accaduto e, colpito nel profondo da questo fatto delittuoso, lo volle raccontare per consacrarne l’immortalità. Tuttavia la rappresentazione di questa importante commedia fu vietata in Russia dalla censura nel tentativo (vista la sua inquietante veridicità) di seppellire un fatto che conteneva non solo il sapore amaro e tragico della morte di un’innocente creatura, ma soprattutto l’ingarbugliato intreccio di temi come l’incesto, la disabilità, il desiderio smodato di ricchezza. Il titolo stesso, La potenza delle tenebre, rimanda a una sorta di oscurità che ne simboleggia i fatti cruenti e il loro colore fosco appena schiarito sul finale. Proprio nell’ultimo atto, il rimorso del reo confesso riuscirà a stravolgere l’inno alla malignità che percorre tutta questa fabula. È importante riconoscere come tale redenzione sia in carico esclusivo al protagonista maschile, e che di converso rimanga sospesa per le donne “assassine” che, nascoste dietro al silenzio del loro delitto, vivranno scansate da qualsiasi sorta di pentimento. Possiamo considerare la rappresentazione che qui andrà in scena, un “retelling”, assimilabile a quel filone letterario che consiste nel raccontare di nuovo una storia prendendo spunto da un testo che qualcuno ha già scritto. Attenzione nessun plagio ma una lecita riviL’ultima domenica di agosto 16-18 maggio Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

sitazione di un’opera (azione peraltro assimilabile a ciò che lo stesso Lev Tolstoj ha fatto scrivendo di un caso di cronaca vera). In questa sorta di reinterpretazione il regista Fulvio Pepe slega i personaggi dal copione che lo ha ispirato, ribaltandone nel genere i ruoli, tuttavia per quanto riguarda la scenografia egli si attiene agli stessi luoghi contadini del testo originale collocando l’azienda agricola, spazio dove tutto si svolge, in un posto non ben identificato tra il Veneto e l’Emilia Romagna. È l’ambientazione stessa che ci introduce ai personaggi e che ne profila la fisionomia. L’immagine si apre su di una società popolare che sta risorgendo dal conflitto della Seconda Guerra mondiale, e che riconosce nel lavoro della terra, la vera e unica possibilità per la sopravvivenza. Gli attori parlano tra di loro una lingua italiana spesso contaminata dal dialetto locale, creando un contrappunto che conferisce colore e incisività ai dialoghi. Mentre il personaggio chiave di Tolstoj rimane l’uomo (unico capace di pentimento), qui è proprio la figura femminile che diventa centrale, e che ci permetterà di riconoscere il sottile trait d’union che lega quest’opera all’opera ispiratrice. La trama è la seguente: una donna apparentemente risoluta ma nel contempo fragile e passionale, s’innamora con ardore di un uomo più giovane di lei, fatto anagrafico che di per sé rileva la fragorosa rottura dalle convenzioni dell’epoca e inquadra con nitore l’audacia di questa innamorata. Inebriata dal nuovo e insolito sentimento dal quale viene travolta, la donna sarà disposta a fare qualsiasi cosa pur di salvare il suo sogno d’amore, assumendo senza remore atteggiamenti via via sempre più croccanti. Se i toni con i quali si snodano i fatti si discostano, apparendo meno cupi rispetto alla cifra dell’opera teatrale russa, un importante nesso invisibile si raccorda con la storia facendoci riconoscere nella perfidia femminile della nostra protagonista l’offuscata crudeltà delle donne omicide di Tolstoj. Sara Abra Carrol Smersu

171


theatro SPETTACOLI

Buffoni all’Inferno, Stivalaccio Teatro

Genius loci Il Premio Arteven Pierluca Donin per la scena veneta Debutta quest’anno il Premio Arteven Pierluca Donin, nato per sostenere e promuovere le compagnie professionali venete all’interno del Circuito Multidisciplinare Regionale. Alla prima edizione hanno preso parte nove formazioni, ciascuna con un proprio spettacolo di tradizione o contemporaneo, proposto nei teatri Arteven durante la stagione 2024-25. A definire la rosa dei finalisti è stato il pubblico, chiamato a esprimere il proprio voto a fine spettacolo. Le tre compagnie selezionate – Teatro Bresci, Stivalaccio Teatro e Theama Teatro – si confronteranno ora in tre serate aperte al pubblico, dal 19 al 21 maggio, al Teatro del Parco di Mestre davanti a una giuria composta da Antonio Stefani (presidente), Cesare Galla (segretario), Caterina Barone, Francesco Bettin, Giambattista Marchetto e Stefania Vitulli. Il Premio è dedicato alla memoria di Pierluca Donin, scomparso nel 2023, il quale ha dedicato una vita intera alla diffusione dello spettacolo dal vivo, contribuendo in modo decisivo alla crescita culturale della regione. Attore, autore, regista e infaticabile organizzatore, Donin ha costruito dal 1991 quella che è diventata una delle realtà più solide e riconosciute della scena teatrale nazionale: Arteven, oggi rete di circa cento teatri e enti associati. Dal 2019 era anche presidente di A.R.T.I., associazione nazionale delle reti teatrali regionali, nonché docente universitario a Ca’ Foscari. Un riconoscimento che intende raccoglierne l’eredità nel segno della Premio Arteven Pierluca Donin 19-21 maggio Teatro del Parco-Mestre www.comune.venezia.it

172

continuità e dell’impegno verso il futuro, premiando la qualità, la presenza sul territorio e la capacità di dialogo con il pubblico. Come ricordava lui stesso in un intervento del 2022, «Il teatro è l’ultimo luogo rimasto dove condividere emozioni collettive in maniera artigianale per il pubblico e artistica per chi sale sul palco». Un’idea precisa di funzione culturale e sociale dell’arte teatrale, che oggi trova una nuova forma in questo premio. La tre giorni si apre il 19 maggio con Il sequestro. Gli 831 giorni di Carlo Celadon di Teatro Bresci, drammaturgia di Marco Gnaccolini e regia di Anna Tringali, con videoproiezioni di Luca Antonello. Al centro la vicenda reale di Carlo Celadon, rapito a diciott’anni dalla ‘ndrangheta nel 1988: il più lungo sequestro di persona nella storia d’Italia. Il 20 maggio sarà la volta di Theama Teatro con La scuola dei mariti e delle mogli, adattamento di Piergiorgio Piccoli dai classici di Molière, interpretato da un ampio cast guidato da Paolo Rozzi e Anna Farinello. Una commedia dal ritmo serrato che riflette, in chiave ironica, sulle dinamiche di genere e sulle convenzioni sociali. Chiude la mini rassegna, il 21 maggio, Buffoni all’Inferno di Stivalaccio Teatro, soggetto e regia di Marco Zoppello. Tre comici si ritrovano sulle rive dello Stige dopo una peste fulminante: Belzebù offre loro un patto e la commedia prende il via in un gioco infernale tra comicità e dannazione. Il vincitore sarà proclamato nella Serata di Gala del 23 maggio al Teatro Toniolo alla presenza di ospiti del mondo dello spettacolo e della cultura. In quell’occasione la giuria conferirà anche un riconoscimento speciale a una figura di spicco del teatro nazionale.


© Babilonia Teatro

Pianeta Festival

Photo L. Giabardo

E sempre fuggi La voce narrante di una bambina accompagna il pubblico attraverso i racconti di sua nonna. Il grande amore e il rispetto che la piccola nutre per quest’ultima sono la chiave per riscoprire il valore dell’acqua. Dalla memoria di una cultura veneta rurale al mondo moderno, Il respiro delle acque attraversa i grandi cambiamenti che hanno investito il rapporto dell’uomo con l’acqua nella vita quotidiana. Lo spettacolo, nato dall’incontro tra l’eredità del Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua – punto di riferimento nel dibattito culturale e scientifico nazionale e internazionale sul tema – e il suo fondatore Renzo Franzin, risponde al desiderio di creare un lavoro capace di raccontare il valore dell’acqua nei suoi risvolti biologici, politici, simbolici, filosofici e spirituali. Mescolando teatro e danza, attraverso i testi di Laura Boato, che ne cura anche la regia, Il respiro delle acque si rivolge a tutti, compresi i più giovani, con l’obiettivo di sottolineare come sia cambiata la nostra percezione e il nostro sguardo nei confronti di un elemento tanto importante per la vita. Creato con Lisa Durigon e Cristina Guarnieri, lo spettacolo vede la partecipazione straordinaria di Sasha Brescancin e Maria Sole Massimi. Il respiro delle acque si inserisce nell’ambito della rassegna Landscapes organizzata da Fondazione Benetton con la direzione artistica di Stefano Trevisi. Un cartellone che integra il repertorio musicale classico, antico e contemporaneo con la musica jazz, il teatro, la danza, le performance nel paesaggio. Il programma di incontri pensato per la città di Treviso trova sede nella chiesa di San Teonisto e presso la Casa Luisa e Gaetano Cozzi a Zero Branco, dove sabato 21 giugno andrà in scena, appunto, Il respiro delle acque. Diletta Rostellato Il respiro delle acque 21 giugno Casa Cozzi-Zero Branco www.fbsr.it

Quarantacinque edizioni, oltre cento spettacoli, più di cinquecento artisti da quattordici Paesi. Ma i numeri da soli non bastano a restituire la complessità e la pulsante energia di Operaestate Festival, che dal 27 giugno al 15 settembre torna a occupare teatri, piazze e paesaggi delle “città palcoscenico” della Pedemontana veneta. Al centro, ancora una volta, la relazione tra creazione contemporanea, territorio e comunità: una formula in continua evoluzione che fa del Festival un laboratorio permanente, capace di affiancare artisti affermati e giovani autori in percorsi di produzione e confronto. A Bassano del Grappa e in altri 23 comuni partner si alternano danza, teatro, musica, circo contemporaneo, in una geografia fluida che privilegia il dialogo con i luoghi e con le persone che li abitano. La danza, cuore storico del festival, si apre con l’omaggio di ResExtensa Dance al vertiginoso viaggio del Festival (9/7) e prosegue con nomi come Silvia Gribaudi, Marcos Morau, Christos Papadopoulos, Adriano Bolognino, accanto a nuove collaborazioni tra coreografia e arti applicate, come il progetto di Base9 e Federica Furlani ispirato alla ceramica di Nove. Anche il teatro intreccia storie locali e memorie collettive, dall’opera musicale dedicata a Mario Rigoni Stern sull’Altopiano di Asiago al ritratto poetico di Giacomo Zanella firmato da Luca Scarlini. Tra le prime nazionali, i nuovi lavori di Giuliana Musso, Babilonia Teatri, Elio Germano con Teho Teardo, Ascanio Celestini, Lella Costa e Marco Paolini, che immagina nuovi scenari idrici nel suo Bestiario. Spettacoli di parola e musica, narrazione e nuova drammaturgia si alternano a progetti di teatro partecipato o in forma di camminata, che esplorano il territorio come palcoscenico e come archivio vivente. Dal 21 al 31 agosto, B.Motion la sezione più sperimentale del Festival accende i riflettori sulle frontiere del contemporaneo con una programmazione intensa e multidisciplinare: 35 nuovi spettacoli di danza, teatro e musica che tracciano una mappa delle esperienze più radicali e innovative della scena emergente europea. Tra gli artisti attesi, Elevator Bunker, Ayelen Parolin, Pietro Babina, Fabritia D’Intino e Agnese Banti, Daniele Albanese, Roberta Racis, Sotterraneo. Un primissimo sguardo, questo, su una progettualità ampia e condivisa, che attraversa i linguaggi artistici per restituire senso alla parola “festival”: spazio poroso, accessibile, in ascolto, capace di tenere insieme esperienza, visione e partecipazione. C.S. 45. Operaestate Festival Veneto 27 giugno-15 settembre Bassano del Grappa e Comuni della Pedemontana Veneta www.operaestate.it

173


À LA FRANÇAISE

cinema

A Cannes ritorni stellari, debutti attesi e un unico film italiano in gara

174

The Phoenician Scheme di Wes Anderson


di Marisa Santin

N

egli anni Novanta la sua interpretazione intensa e commo-

vente nella Trilogia dei colori di Kieslowski aveva conquistato anche il pubblico più esigente. I tre colori – blu, bianco e rosso – sono quelli della bandiera francese, e del cinema francese lei è diventata una vera icona. Da lì ha proseguito fino a Hollywood, con scelte sempre raffinate e mai scontate, sostenuta da una carriera già solida in patria grazie a collaborazioni d’eccellenza, tra cui Jean-Luc Godard e Louis Malle. E poi, appunto, Kieslowski. E ancora Anthony Minghella, Patrice Leconte, Michael Haneke, Lasse Hallström, Abel Ferrara, Abbas Kiarostami, David Cronenberg… una lista lunga e luminosa. È Juliette Binoche la stella di riferimento di questa 78. edizione del Festival di Cannes, con il compito di guidare la giuria internazionale verso la scelta della Palma d’Oro 2025. Giuria che vede come membri Halle Berry, Carlos Reygadas, Hong Sang-soo, Jeremy Strong, Leïla Slimani, la regista indiana Payal Kapadia, il documentarista congolese Dieudo Hamadi e Alba Rohrwacher. L’attrice italiana condividerà l’esperienza insieme alla sorella Alice che, invece, è stata chiamata a presiedere la giuria della Caméra d’or, il premio dedicato alla miglior opera prima. I ventuno titoli in concorso mettono insieme voci consolidate e nuovi sguardi, in un programma che, almeno sulla carta, sembra dare attenzione ad una equilibrata varietà di generi e sensibilità. Fra i più attesi, The Phoenician Scheme di Wes Anderson, Eddington di Ari Aster, Nouvelle Vague di Richard Linklater, Sentimental Value di Joachim Trier, Jeunes Mères dei fratelli Dardenne, Alpha di Julia Ducournau e It Was Just an Accident di Jafar Panahi. Unico titolo italiano in competizione è Fuori di Mario Martone, che porta sullo schermo la figura di Goliarda Sapienza, autrice de L’arte della gioia e figura centrale della letteratura femminile del Novecento. A interpretarla è Valeria Golino, affiancata fra gli altri da Matilda De Angelis, Elodie e Stefano Dionisi. Nella sezione Un Certain Regard altri due film italiani: Testa o croce? di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, con John C. Reilly e Alessandro Borghi, e Le città di pianura di Francesco Sossai. Stellare si preannuncia anche il tappeto rosso. Sulla Croisette arrivano Jodie Foster, protagonista del thriller fuori concorso di Rebecca Zlotowski Vie Privée, Josh O’Connor, presente in due titoli in concorso (The Mastermind di Kelly Reichardt e la storia d’amore gay di Oliver Hermanus The History of Sound, al fianco di Paul Mescal). E poi due cast stellari: Joaquin Phoenix, Emma Stone, Pedro Pascal e Austin Butler, per il western di Ari Aster, e Benicio del Toro, Bill Murray, Michael Cera, Tom Hanks, Bryan Cranston, Benedict Cumberbatch e Scarlett Johansson (che a Cannes presenta anche la sua prima opera da regista, Eleonor the Great) per il thriller di spionaggio firmato da Wes Anderson. Destino vuole, inoltre, che il Festival riunisca l’ex coppia di divi Tom Cruise e Nicole Kidman: lui per accompagnare la première mondiale di Mission: Impossible – The Final Reckoning e lei per ricevere il premio Women In Motion 2025, un riconoscimento che celebra l’impegno per le donne nelle arti e nella cultura, sostenuto da Kering, gruppo del lusso che riunisce un insieme di Maison riconosciute per la loro creatività nell’alta moda. E infine c’è lui, non ha bisogno di presentazioni. Fra i più grandi attori di sempre, volto iconico di Hollywood, indimenticabile protagonista di film che hanno segnato la storia del cinema, Robert De Niro riceve la Palma d’Oro alla carriera durante la cerimonia di apertura del Festival, il 13 maggio. L’attore, che proprio a Cannes aveva presentato, fra gli altri, film leggendari come Novecento e Taxi Driver (1976), C’era una volta in America (1984) e The Mission (1986), ha commentato così l’annuncio del premio: «Ora che ci sono così tante cose nel mondo che ci allontanano, Cannes ci unisce: narratori, registi, fan e amici. È come tornare a casa». Caro Robert – vorremmo dirgli – per quanto ci riguarda, in Europa sarai sempre il benvenuto!

I

n the 1990s , her powerful and moving per-

formance in Kieslowski’s Three Colors Trilogy captivated even the most discerning audiences. The three colors – blue, white, and red – are those of the French flag, and she has become a true icon of French cinema. Juliette Binoche is one of the brightest stars of the 78th Cannes Film Festival, taking on the role of president of the international jury tasked with awarding the Palme d’Or. Joining her are Halle Berry, Carlos Reygadas, Hong Sang-soo, Jeremy Strong, Leïla Slimani, Payal Kapadia, Dieudo Hamadi, and Alba Rohrwacher. The twentyone films in competition bring together known voices and emerging perspectives. Among the most anticipated contenders are The Phoenician Scheme by Wes Anderson, Eddington by Ari Aster, Nouvelle Vague by Richard Linklater, Sentimental Value by Joachim Trier, Jeunes Mères by the Dardenne brothers, Alpha by Julia Ducournau, and It Was Just an Accident by Jafar Panahi. Italy is represented by a single title: Fuori by Mario Martone, which centers on the figure of Goliarda Sapienza, a key voice in twentieth-century Italian women’s literature. The red carpet promises to shine just as brightly. Jodie Foster arrives on the Croisette as the star of Vie Privée by Rebecca Zlotowski. Josh O’Connor features in two films – Kelly Reichardt’s The Mastermind and The History of Sound, a gay love story directed by Oliver Hermanus and co-starring Paul Mescal. Two impressive ensemble casts will also light up the festival: Joaquin Phoenix, Emma Stone, Pedro Pascal, and Austin Butler star in Ari Aster’s western; while Benicio del Toro, Bill Murray, Michael Cera, Tom Hanks, Bryan Cranston, Benedict Cumberbatch, and Scarlett Johansson appear in Wes Anderson’s thriller. Johansson will also debut her first directorial feature, Eleonor the Great. Fate has it that Cannes will also reunite former Hollywood couple Tom Cruise and Nicole Kidman: Cruise is attending the world premiere of Mission: Impossible – The Final Reckoning, while Kidman will receive the 2025 Women In Motion Award. And finally, there’s him – a legend who needs no introduction. Robert De Niro, one of the greatest actors of all time and an iconic face of Hollywood, will be awarded the Honorary Palme d’Or during the opening ceremony. The actor commented on the award: “Now when there’s so much in the world pulling us apart, Cannes brings us together – storytellers, filmmakers, fans, and friends. It’s like coming home.” Dear Robert – we’d like to tell him – in Europe, you’ll always be welcome.

78. Festival di Cannes 13-24 maggio www.festival-cannes.com

175


B R E F N G SI % OF E D 70 0 7 1 TO P U (

LET

R

D AN

S

)

T : X P E STO LET N R N T U U YO SHIO TA O FA VEN NO i t a tin s e D

Y O J on Only 30 minutes from Venice mcarthurglen.it/noventaoutlet

176


cinema

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA ANTEPRIMA

Courtesy La Biennale di Venezia

Il camminatore dell’impossibile Amaro, irresistibile Il cinema di Alexander Payne è ancorato alla realtà e alla sua ironia agrodolce, spietata, paradossale e illogica, nella sua logica. I protagonisti vivono contrasti destinati a non risolversi con la fine della pellicola, anzi, con epiloghi che possiamo definire l’esatto opposto del canonico “lieto fine”. Tutti questi elementi rendono il cinema di Alexander Payne semplicemente irresistibile. Il regista e sceneggiatore americano arriva a Venezia per presiedere la Giuria internazionale del Concorso della prossima Mostra del Cinema, in programma al Lido dal 27 agosto al 6 settembre, che assegnerà il Leone d’Oro per il miglior film e gli altri premi ufficiali. «È un grandissimo onore e una gioia far parte della Giuria di Venezia, – spiega Payne – anche se confesso l’imbarazzo di un regista nel dover confrontare i film uno contro l’altro. Mi inchino davanti alla storia quasi centenaria della Mostra del Cinema di Venezia, che celebra a gran voce il cinema come arte. Non potrei essere più entusiasta». Nato e cresciuto a Omaha, nel Nebraska, ha studiato storia e letteratura spagnola a Stanford, prima di conseguire un master in regia cinematografica alla UCLA. I suoi film sono stati nominati per un totale di 24 Oscar, di cui quattro volte per il miglior film e tre volte per il miglior regista. Payne ha vinto due volte il premio per la migliore sceneggiatura non originale – per Sideways - In viaggio con Jack (2004) e Paradiso amaro (2011) – e il suo ultimo film, The Holdovers - Lezioni di vita (2023), con il fedele Paul Giamatti, ha ottenuto il premio per la migliore attrice non protagonista un anno fa, andato a Da’Vine Joy Randolph. «Alexander Payne – afferma Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia – appartiene a quella ristretta cerchia di cineasti-cinefili, la cui passione per il cinema è alimentata dalla conoscenza dei film del passato e dalla curiosità per il cinema contemporaneo, senza confini o barriere di sorta. Queste qualità, assieme all’esperienza di filmmaker, regista e sceneggiatore lo rendono il candidato ideale per presiedere il lavoro della Giuria di Venezia, chiamata a valutare film provenienti da tutto il mondo. Sono grato ad Alexander per aver accettato il mio invito, che suggella una conoscenza che risale ai tempi del suo cortometraggio di diploma alla UCLA». Davide Carbone Alexander Payne Presidente Giuria internazionale 2025 www.labiennale.org

Non ha mai fatto belle inquadrature. O almeno, è quello che ha sempre detto lui. Ha sempre cercato di riprendere l’impossibile. È riuscito a creare immaginari alieni, filmando, però, la realtà. Un buon soldato del cinema. Questo è Werner Herzog, uno dei cineasti più importanti della storia del cinema. Ha diretto capolavori come Aguirre, furore di Dio, Nosferatu, Fitzcarraldo e molti altri. Un uomo del cinema, devoto alla settima arte. Un pensatore libero e un regista senza limiti e confini. Nasce a Monaco di Baviera nel 1942, vede il suo primo film a undici anni. Dirige il suo primo cortometraggio, Ercole, a vent’anni. È il 1962, l’inizio della sua ultradecennale e fantastica carriera. Herzog è sempre stato una persona libera, non ha mai voluto sottostare a limitazioni imposte da studi e produttori cinematografici: voleva fare il suo cinema, raccontare la sua poetica e l’ha sempre fatto. Tra i film più folli e importanti di questo regista c’è sicuramente Fitzcarraldo del 1982, girato in Perù, in mezzo alla Foresta Amazzonica. La storia di un uomo che ha come sogno quello di creare un teatro dell’opera nel mezzo della foresta. Da qui inizia una delle lavorazioni più incredibili e pericolose della storia del cinema. Tra feriti, morti, ritardi nella lavorazione e un Klaus Kinski ‘meravigliosamente’ fuori controllo. Come si può parlare di Herzog senza citare il suo attore feticcio, appunto Kinski, tra i migliori caratteristi del XX secolo. Tanto bravo, quanto pazzo. Numerose sono le volte in cui i due sono arrivati alle mani, minacciandosi di morte. Per descrivere al meglio il loro rapporto bisogna parlare della lavorazione di Aguirre, furore di Dio, con Kinski che dice di volersene andare. Herzog non provò neanche a convincerlo a rimanere: l’unica cosa che gli disse fu che aveva un fucile con nove colpi, otto per Kinski e uno per sé stesso. L’attore tedesco non se ne andò e partì un sodalizio durato anni e cinque film, conclusosi con la morte di Kinski e col documentario, diretto dallo stesso Herzog, Kinski, il mio nemico più caro. Werner Herzog viene premiato con il Leone d’Oro alla Carriera all’82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un riconoscimento dovuto per un cineasta fisico, che percorre il pianeta alla ricerca di immagini mai viste, forzando il nostro modo di vedere il mondo, sfidandoci ad andare oltre l’apparenza del reale. Alberto Marzari Werner Herzog Leone d’Oro alla Carriera 2025 www.labiennale.org

177


cinema DAVID DI DONATELLO

Familia

L’occhio dell’autore La settantesima edizione dei David di Donatello racconta un cinema in salute Il 7 maggio 2025 gli Studi di Cinecittà a Roma accolgono la 70ª edizione dei David di Donatello, un anniversario importante che celebra la vitalità e la trasformazione del cinema italiano. A condurre la serata, in diretta su Rai 1, Elena Sofia Ricci e Mika, un’accoppiata capace di garantire eleganza e ritmo. Per la prima volta nella storia del David, l’Accademia del Cinema Italiano ha introdotto delle shortlist per otto categorie tecniche, tra cui Miglior Trucco, Acconciatura, Casting ed Effetti Visivi, segnando un’apertura verso criteri più trasparenti e internazionali. Le selezioni, frutto del lavoro di 467 giurati, sono state rese pubbliche il 6 febbraio, poi seguite dall’annuncio delle candidature ufficiali il 7 aprile scorso. Tra i protagonisti assoluti della stagione spiccano Berlinguer - La grande ambizione di Andrea Segre e Parthenope di Paolo Sorrentino, entrambi con 15 candidature. Seguono da vicino L’arte della gioia di Valeria Golino e Vermiglio di Maura Delpero con 14 candidature, assieme a Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini. Un quadro che racconta un’annata ricchissima, con grandi registi, debutti interessanti e storie che parlano al presente, con occhi intensamente autoriali tra racconto politico, storia intimista e forza visionaria del romanzo al femminile Tra i registi esordienti, spiccano nomi come Edgardo Pistone (Ciao 70. David di Donatello 7 maggio Cinecittà www.daviddidonatello.it

178

bambino), Margherita Vicario (Gloria!) e Neri Marcorè (Zamora), confermando come il passaggio dietro la macchina da presa da parte di artisti provenienti da altri ambiti (musica, teatro, TV) stia arricchendo la scena con nuove prospettive. Sul fronte delle interpretazioni, concorrono attrici e attori dal talento già affermato, come Barbara Ronchi (Familia) ed Elio Germano (Berlinguer - La grande ambizione), affiancati da nuove rivelazioni come Celeste Dalla Porta (Parthenope) e Francesco Gheghi (Familia). Anche tra i non protagonisti spiccano nomi del calibro di Jasmine Trinca, Pierfrancesco Favino e Geppi Cucciari. Il David Giovani, votato da oltre 6.000 studenti, propone un’interessante panoramica sui gusti delle nuove generazioni, mentre il David dello Spettatore è andato a Diamanti di Ferzan Özpetek, il film più visto della stagione con oltre due milioni di spettatori. Non mancano i grandi nomi anche tra i compositori: Thom Yorke concorre con Confidenza, mentre Nicola Piovani è candidato per Il treno dei bambini. Margherita Vicario, in veste sia di regista che di musicista, conferma il suo talento poliedrico con Gloria!. La 70ª edizione si presenta dunque come un crocevia tra tradizione e tanto tanto rinnovamento, testimoniando un’arte in fermento e pronta ad autorigenerarsi. I David di Donatello, nell’ambito della cultura cinematografica nazionale (ed anche internazionale, a mio avviso), restano un punto fermo, capaci di valorizzare la creatività e la passione di numerose figure che convergono nel tema “cinema”. Maurizio De Luca


FOR YOUR EVENT. Experience the charm of exclusivity at Hotel Heureka, a breathtaking private palazzo where elegance, history, and luxury come together to create unforgettable events. www.hotel-heureka.com

PRIVATE GARDEN · WATERFRONT ENTR ANCE · COCK TAILBAR · CATERING

PRIVATE EVENTS · EXCLUSIVE USE · WEDDING

PL AN YOUR UNFORGETABLE EVEN T WITH US

179


cinema

VENEZIA E LA MUSICA PER FILM 5 PISTE FACILI

QUATTRO GALLI NEL POLLAIO... I l secondo appuntamento di questa serie di cinque film, la cui colonna sonora è stata composta da musicisti veneziani, è dedicato ad un film del 1933, Acciaio.

La trama del film

Mario, bersagliere ciclista, viene congedato e torna a Terni, dove lavorava come operaio nella locale acciaieria. Spera di ritrovare e sposare Gina, che era la sua fidanzata. Ma la ragazza nel frattempo ha cominciato una relazione con Pietro, il miglior amico di Mario. Mario e Pietro inizialmente litigano, ma poi ritrovano l’amicizia di un tempo ed insieme a Gina passano una serata alle giostre. Qui Pietro si ingelosisce di alcune ingenue attenzioni rivolte da Gina all’amico, e la situazione precipita, riportando nuovamente il gelo tra i due. Lavorando a stretto contatto nell’altoforno dell’acciaieria, un’incomprensione tra i due durante una colata causa un grave incidente nel quale Pietro viene investito da un lingotto incandescente. Benché Pietro, moribondo, abbia il tempo di dire che il responsabile dell’incidente non è Mario, costui, a causa del noto contrasto che li divideva, è considerato dalla comunità responsabile della morte del collega. Isolato e disprezzato da tutti, Mario, approfittando del passaggio di una corsa ciclistica a Terni, si mette in mostra con la sua bici davanti agli organizzatori con l’idea di darsi al ciclismo professionistico per così lasciare il lavoro in fonderia. Quando sembra che questa prospettiva sia ormai a portata di mano, Mario, ancora innamorato di Gina con cui spera di poter riallacciare il rapporto, decide di tornare in fabbrica a fare l’operaio, dove sarà a fianco del padre di Pietro, che ha sempre creduto alla sua innocenza.

Un fallimento totale

C’è da rimanere basìti a leggere i credits di questo lungometraggio: alcuni tra i migliori geni e talenti italiani e tedeschi - Luigi Pirandello, Emilio Cecchi, Gian Francesco Malipiero, Walter Ruttmann, e mettiamoci pure Mario Soldati, perché no? -, quella che lo studioso di cinema Fabrizio Borin chiamerà la Legione Straniera dell’intelligenza, riuniti per realizzare un film. Che invece si rivelerà un fallimento, un fiasco totale. Acciaio, nella mente dei suoi creatori, doveva essere un signature film del fascismo, destinato a scolpire nell’immaginario degli spettatori italiani ed europei una rappresentazione magnifica e progressiva dell’industria italiana e del regime che l’aveva rilanciata. Non fu così: non solo la realizzazione del film fu segnata da enormi incomprensioni tra i quattro, ma il risultato stesso, l’esito finale fu disastroso. Un tonfo, soprattutto di pubblico. Di critica no, ma solo perchè la critica del tempo plaudì al film spesso con toni esagerati ed imbarazzanti, non osando stroncare un prodotto voluto e messo

180

in cantiere da Mussolini in prima persona per esaltare l’industria siderurgica italiana. Solo il principe indiscusso dei frondisti italiani, Leo Longanesi, si dissociò dal coro, scrivendo una stroncatura del film sottoscrivibile ancora oggi: «una vicenda frammentaria, dove il regista Ruttmann si sente a casa sua solo tra magli, colate e pistoni. Ma appena si torna al paesaggio, ai personaggi, si affloscia come un paio di calzoni lasciati sopra una seggiola». Al botteghino il film fu un fallimento totale, anche se allora non venivano registrati gli incassi dei film, e rimase in cartellone una settimana scarsa, venendo surclassato da altri film di propaganda più becera come, ad esempio, Camicia nera di Giovacchino Forzano. Ma come fu possibile un risultato così negativo avendo a disposizione tutti quei talenti artistici?

I quattro galli nel pollaio (con in più il giovane Mario Soldati…) Questo film, proprio per la sua storia così densa di problemi e tensioni, nel corso del tempo ha esercitato un fascino indiscusso sulla critica cinematografica: su Acciaio sono stati scritti libri, organizzati convegni, studiate le fonti per cercare di capire come si sia potuto arrivare ad un simile risultato. In realtà, non sembra facile trovare un film i cui problemi di relazione creativa tra regista, soggettista, musicista e produttore si siano rivelati così devastanti fin dall’inizio della sua lavorazione. Personalità artistiche così potenti e creative non riuscirono ad amalgamarsi fino a litigare animatamente tra loro (soprattutto Pirandello e Malipiero contro Ruttmann), con Cecchi a fare da paciere e a cercare di tenere dritta la barra in un mare sempre più tempestoso e infido e Soldati, emissario di Cecchi, ad immolarsi in trincea.

Lo scrittore “faso tuto mi”

È noto come sia nato Acciaio. È il 1928, Mussolini chiede a Pirandello, quattro anni dopo l’iscrizione al Partito fascista dello scrittore siciliano, un soggetto per un film che celebrasse i progressi avuti dall’industria italiana durante il fascismo. Ma solo nel giugno del 1932 la Cines acquista per la somma di 71.000 lire (l’equivalente odierno di 75.000 euro) il soggetto di Gioca Pietro!, la cui paternità non è nemmeno del grande scrittore siciliano, ma del figlio Stefano, che si firmava col nom de plume di Stefano Landi. È questo di Acciaio l’unico soggetto originale per il cinema ascrivibile a Pirandello: film tratti dalle sue pieces teatrali sarebbero stati numerosi, ma di origine derivativa appunto, non realizzati sulla base di uno script autonomo. In realtà quello che Pirandello consegna a Cecchi è un vero e proprio copione, con indicazioni dettagliatissime di inquadrature, tagli di montaggio, scelte registiche. E in effetti Pirandello si comporta come se fosse lui il responsabile, il produttore del film: come


Acciaio

Anno: 1933 Regia: Walter Ruttmann Aiuto direttore: Mario Soldati Soggetto: Luigi Pirandello Sceneggiatura: Walter Ruttmann (Mario Soldati non accreditato) Musiche: Gian Francesco Malipiero, dirette da Mario Rossi Montaggio: Walter Ruttmann, Giuseppe Fatigati Capo della produzione: Emilio Cecchi Casa di produzione: Cines

SOUNDTRACKS a cura di F.D.S.

Società Italiana Cines – Pittaluga, 1929-1935 - Eco del cinema, n.113

181


cinema

VENEZIA E LA MUSICA PER FILM 5 PISTE FACILI regista pensa prima a Georg Wilhelm Pabst, impossibilitato ad accettare l’incarico perché impegnato nel Don Quixote, poi ad Ejzenstejn, che pure rifiuta. Come autore della musica, sempre in questa sua veste di factotum del film, pensa prima a Mario CastelnuovoTedesco, poi a Malipiero. Quando poi Cecchi - in ossequio alle precise indicazioni sia del duce che dell’orientamento dell’industria cinematografica italiana di aprirsi a collaborazioni internazionali, soprattutto tedesche - assegna la regia a Walter Ruttmann. Questi inizia a comportarsi come il vero responsabile del film modificando pesantemente la sceneggiatura, semplificandola ed eliminando numerosi personaggi di contorno inventati dai Pirandello (tant’è che nei credits del film appare l’indicazione un film di Walter Ruttmann, assegnando al tedesco l’intera paternità dell’opera e non limitandone il ruolo a quello di regista), ragione per cui le cose cominciano presto a precipitare. Pirandello in pratica si vede sfuggire il film dalle mani: scrive preoccupato a Cecchi, lamentandosi che la sua storia è stata stravolta dalla sceneggiatura di Ruttmann, che divinizza la macchina di fronte all’uomo, mentre Pirandello voleva l’esatto contrario, e “mutila la parte più nobile e commovente della vicenda riducendola ad una favoluccia di studente della quarta elementare….stantuffi in primo piano ne abbiamo visti a sazietà….”. Ma ormai non vi è nulla da fare: il film è saldamente nelle mani del regista e Pirandello riesce solo a ottenere la revisione del contratto, riconoscendo alla produzione il diritto di apportare modifiche anche profonde al soggetto, facendosi accreditare non come soggettista o sceneggiatore del film, ma come semplice autore dell’idea di partenza. Nei titoli di testa, infatti, l’indicazione del suo contributo all’opera sarà infine il seguente: “libera interpretazione di una trama di Luigi Pirandello”.

Il produttore illuminato

Emilio Cecchi, uno degli assoluti protagonisti della saggistica e del giornalismo italiani, era una mente di onnivora curiosità e vastissima competenza, che spaziava dalla critica letteraria alla storia dell’arte, dai libri di viaggio alla critica cinematografica. E fu proprio dopo un suo soggiorno di due anni alla California University a Berkeley, tra il 1930 ed il 1931, che iniziò a svolgere la funzione di recensore di cinema per il settimanale Italia letteraria, sostenendo le opere degli allora esordienti Mario Camerini ed Alessandro Blasetti. Grazie al favore con cui fu accolta questa sua attività di critico la Cines di Ludovico Toeplitz, allora una delle principali case produttrici italiane di film (che due anni prima aveva realizzato quello che è considerato il primo film sonoro italiano, La canzone dell’amore di Gennaro Righelli), lo chiamò nell’aprile 1932 ad occuparsi di cinema in modo diretto, diventando il direttore generale della produzione Cines. Era un riconoscimento non solo al Cecchi uomo di cultura, ma anche al Cecchi “uomo di macchina”, capace di gestire la complessità organizzativa di una società di produzione chiamata a competere con quella che negli USA iniziava a configurarsi come la grande fabbrica dei sogni del cinema americano. Secondo Cecchi uno dei limiti più importanti del cinema riguarda l’osservazione della realtà e la capacità di raccontarla. Da qui la sua passione per il documentario e la sua vocazione a realizzare film d’arte, capaci di differenziarsi sensibilmente dai film di genere che in Italia si facevano allora e che si continueranno a fare fino agli inizi dei ’40 sotto il brand “cinema dei telefoni bianchi”. La scelta di Walter Ruttmann indubbiamente nasce da questa passione dell’intellettuale Cecchi verso il documentario.

182

Ruttmann, infatti, era un regista affermato in questo campo; non aveva mai diretto un film di finzione fino ad allora e non ne avrebbe mai più diretto alcuno da allora. Cecchi pagherà duramente questa scelta: nel novembre del 1933, a causa anche del fallimento di Acciaio, verrà costretto a dare le dimissioni dalla Cines.

Il regista incapace di narrare

Ruttmann è una figura fondamentale nella storia del cinema d’avanguardia, un vero pioniere del documentario e del cinema sperimentale. Ma fu anche una figura importante per il cinema pubblicitario, industriale, di propaganda nazista. Tutto meno che regista di cinema di finzione, insomma, quello proprio non era pane per i suoi denti. I suoi primi film sono opere astratte di animazione, in cui immagine e suono sono in rapporto strettissimo. Nel 1927 realizza Berlino - Sinfonia di una grande città, documentario di assoluto riferimento nella storia del cinema per come ridefinisce l’immagine della città come flusso multiplo di velocità, terreno di instancabili slittamenti tra luoghi della produzione, dello svago, dello scambio sociale, spazio sonoro e visivo di ritmi continuamente cangianti. Sta qui l’ossessione di Ruttmann come uomo di cinema: un’opera d’arte esisterà soltanto se nascerà dalle esigenze dei materiali di cui è fatta. Il cinema, cioè, è lavoro sui materiali, instancabile gestione dell’essenza materica su cui si fonda, sfruttamento della intersezione tra suono ed immagine. La storia non esiste al di fuori di questa ipostasi filmica, che è data dal cortocircuito tra immagine e sonoro, con il montaggio che agisce come motore di scoppio tra i due elementi. Poteva un regista così radicalmente contrario allo story-telling limitarsi a mettere in scena il soggetto di Pirandello sul triangolo d’amore operaio in quel di Terni? E infatti ben presto Ruttmann viene sedotto dalla dimensione industriale del film, dalla fascinazione delle macchine dell’altoforno e dei materiali incandescenti che escono dal fuoco per essere colpiti dal maglio. La storia viene quasi espunta dal film, diventa un accessorio alle immagini di “magli, colate, pistoni” derisi da Longanesi: un montaggio ossessivo, quasi isterico, che mescola immagini di corpi sudati e macchine al lavoro, scandite dai suoni della fabbrica o dalle percussioni orchestrali.

Il musicista che non si sporca le mani

Gian Francesco Malipiero è il sole centrale del nostro piccolo sistema solare veneziano. Dal 1939 al 1952 dirige il Liceo musicale di Venezia, poi Conservatorio, e sotto la sua direzione usciranno con il diploma Bruno Maderna, che musicherà La morte ha fatto l’uovo, Romolo Grano, che musicherà Arcana, e Nino Sanzogno e Gino Gorini, che musicheranno Il canale degli angeli. Rimane fuori Pino Donaggio, autore dello score di A Venezia… un dicembre rosso shocking, che si iscriverà alla classe di violino del Conservatorio di Venezia nel 1952, proprio l’anno in cui Malipiero lascia l’incarico. Nella storia della musica Malipiero, insieme a Casella, Pizzetti e Respighi, è uno degli alfieri della Generazione dell’Ottanta, perchè nati tutti sul finire del XIX secolo, accomunati dallo stesso scopo di ridare dignità alla tradizione della musica strumentale italiana, dal barocco al Settecento, combattendo la pesante eredità del melodramma verdiano e verista che aveva monopolizzato la musica italiana per tutto l’Ottocento. La musica di Malipiero si nutre in egual misura del recupero dell’antico (gregoriano, Monteverdi, i Gabrieli, Vivaldi), che in Italia era stato rimosso dall’opera lirica, e al contempo


degli indispensabili apporti dell’impressionismo di Debussy e del neo-classicismo di Stravinskij, fondendo tutti questi elementi in una musica che ha il dono dell’assoluta originalità nel suo totale rifiuto del sinfonismo ottocentesco. Massimo Bontempelli, uno dei tanti letterati italiani che amava la musica classica, definisce il nucleo essenziale della musica di Malipiero come “una continuità senza ritorni”. Ed in effetti la sua musica è un flusso inarrestabile di temi che non ritornano più, un “perenne pullulare d’idee melodiche, nude di ogni carico armonico e strumentale” (Massimo Mila). Incaricato di comporre la colonna sonora di Acciaio sulla base del soggetto di Pirandello, Malipiero decise di fare una musica che seguisse le immagini “come un cagnolino scodinzolante”, ma ben presto si rese conto che i radicali cambiamenti che Ruttmann stava apportando alla sceneggiatura avevano pesanti conseguenze anche sulle sue composizioni. Ruttmann si concesse la libertà di eliminare addirittura la sua musica nella parte centrale del film, quella della serata alla fiera, permettendosi di sostituire lo score di Malipiero con una musica diegetica suonata da una banda di paese. Sommo affronto! Malipiero incontra Ruttmann tra il 25 agosto e i primi di settembre, poi ritorna nella sua villa di Asolo e non si fa più vedere. È chiaro che questo altero comportamento non può che portare alla rottura: i rapporti tra i due precipitano, e, nonostante i ripetuti inviti del regista di raggiungerlo a Terni dove si stanno svolgendo le riprese, o a Roma dove si sta realizzando il montaggio, il musicista sdegnato rifiuta ogni compromesso e se ne rimane sui colli trevigiani. Divinità corrucciata e del tutto all’oscuro del ruolo del compositore per film rispetto a quello del regista (gli scaffali della storia del cinema sono pieni di colonne sonore rigettate in tutto o in parte dalla produzione o dal regista: pensiamo solo alle torture praticate da Antonioni ai Pink Floyd con Zabriskie Point, all’Esorcista, a Platoon, Alien, Gangs of New York, per arrivare al caso forse più clamoroso di Kubrick, che per 2001 Odissea nello spazio boccia la musica scritta da Alex North e la sostituisce con le celeberrime musiche di Johann e Richard Strauss e Gyorgy Ligeti), Malipiero resiste ai disperati appelli di Cecchi e di Ruttmann, i quali lo vorrebbero convincere che nessuna musica scritta ad hoc è intangibile, ma va adattata alle concrete esigenze della produzione del film. Ora, non sono certo che le musiche di Malipiero, o il loro parziale stravolgimento da parte del regista, rappresentino le cause principali del fallimento di questa produzione. Tuttavia anche in questo elemento del film si avverte un senso di distonia, di incongruità di senso tra suono ed immagini. La musica scorre elegante e quasi pastorale in un mondo iconografico tagliato con l’accetta, di evidente impronta brutalista. Solo la sinfonia dell’acciaio, utilizzata per riprendere le scene dentro l’acciaieria, appare in forte sintonia con le immagini, ove ritmi percussivi prima elementari poi sempre più complessi ed accelerati dettano il ritmo infernale delle macchine, fino al culmine di archi ed ottoni quando appare l’uomo, minuscola apparizione nell’immensità della fabbrica.

rio, al bordello prima di ritornare a casa, parla con una prostituta che gli chiede notizie sulla sua fidanzata di Terni. Ma la bellezza di questa scena sta proprio nella stimmate ruttmanniana dell’essenzialità dell’immagine che tollera a fatica la presenza di corpi umani recitanti: infatti la prostituta si ascolta solo, è fuori scena a parte il suo braccio che si intravede per un secondo! Un’altra scena da ricordare è quella di Gina che di spalle osserva le cascate del Velino, con quell’acqua spumeggiante che scende vorticosa dall’alto e che permette all’acciaieria di esistere come luogo di trasformazione dell’acqua stessa in fuoco. E qui spumeggia anche la musica di Malipiero, in un tripudio di archi ed ottoni… La macchina da presa si sposta dal corpo assorto di Gina ed inizia a perlustrare un muro, dove appare un’incisione sulla pietra “Gina e Pietro”; ulteriore leggero spostamento ed appare un’altra scritta, questa volta all’interno di un cuore “Gina e Mario”. Che splendida ellissi narrativa, con quel cuoricino a segnare una differente intensità dell’amore! Ma il film soffre di un enorme, imbarazzante disequilibrio tra scene documentaristiche della fabbrica, dove il parlato è assente, sostituito dalla colonna sonora, e le scene di recitazione con gli attori, quasi tutti, a parte Isa Pola, che interpreta Gina, presi dalla strada. In un film che dura 67 minuti, al minuto 14 ci rendiamo conto che le scene di parlato non hanno superato il minuto e che per gli altri 13, restanti minuti la macchina da presa ha costruito un mondo di elucubrazioni simboliste, di preziosismi tecnici, di immensità spaziali, di accenni ad una storia. Che però non viene mai raccontata, o meglio, viene raccontata a fatica, in modo renitente. Insomma, il mio giudizio è che Acciaio non sia un film, ma un documentario sul lavoro che cela dentro di sé l’aborto di un film. L’insuccesso del film non è ascrivibile ad un’unica, esclusiva ragione. Indubbiamente la causa principale sta nella scelta di un regista geniale che però non aveva in alcun modo il cinema di finzione nelle sue corde artistiche. Va altresì detto, però, che tutti i talenti convocati per Acciaio erano alle prime armi di questo mestiere: Pirandello al suo primo script, Malipiero alla sua prima colonna sonora, Ruttmann alla sua prima fiction… Lo stesso Cecchi non aveva le doti di un produttore di mestiere. L’unico che aveva una minima, relativa esperienza di film era Mario Soldati, che a 27 anni aveva già co-firmato la sceneggiatura di Gli uomini, che mascalzoni…, film diretto da Mario Camerini che nel 1932 riscosse un successo clamoroso, lanciando De Sica come nuovo grande divo del cinema. Eppure il fascino che esercita ancor oggi Acciaio è indiscutibile: creatura nata male, da un impulso auto-celebrativo della politica, sospesa tra due opposte visioni di cinema, tra muto e sonoro, tra epos magniloquente e quotidiano dimesso, terreno di scontro di giganti inquieti. Che si lasciarono alle spalle solo un piccolo mucchio di rovine.

Un giudizio sul film

Aveva ragione il povero Soldati quando scriveva che «Ruttmann non aveva mai diretto un film con gli attori e non sapeva raccapezzarsi con loro. Dimostrava invece straordinaria dimestichezza quando inquadrava gli oggetti, le macchine, i paesaggi: era un pittore astratto, la recitazione non gli interessava». In realtà nel film ci sono alcune scene che risultano indimenticabili, vedi all’inizio la scena in cui Ma-

183


cinema RASSEGNE

NON SIAMO ISOLE

L’undicesima edizione della rassegna cinematografica Notti Disarmate è curata dalle operatrici e dagli operatori volontari del Servizio Civile della Città di Venezia. Il fil rouge della rassegna è l’esplorazione delle risposte individuali e collettive all’emarginazione, attraverso il valore della solidarietà, dell’aiuto reciproco e del coinvolgimento attivo nella comunità. I film proposti esplorano come, di fronte all’emarginazione e alla solitudine, la soluzione per superare l’isolamento risieda nella creazione di legami forti. Del resto, «Nessun uomo è un’isola, intero in sé stesso. Ciascuno è un pezzo del continente, una parte dell’oceano» (John Donne, 1624). Posti ai margini della società, i protagonisti dei film selezionati cercano, ognuno a modo proprio, delle strategie per restituire importanza ai rapporti umani, al senso di comunità e di cittadinanza attiva. Notti disarmate 8, 15, 22, 29 maggio; 5 giugno Casa del Cinema www.culturavenezia.it/cinema

PERSONE E COSE

I confini sono linee labili e fortissime. Sono tracce artificiali fatte scorrere su superfici naturali. Decidono appartenenze, diritti, doveri, concessioni, divieti. Nella storia delle civiltà umane rappresentano la volontà di autoderminazione, ma anche di difesa e attacco. I confini si espandono e si contraggono, seguono leggi temporali e trasformazioni geopolitiche. A quarant’anni dal Trattato di Schengen, firmato il 14 giugno 1985 nel piccolo villaggio del Lussemburgo che gli ha dato il nome, parlare di confini porta lo sguardo sulla storia e sul presente, attraverso incessanti riflessioni e allerte, osservazioni e sconfinamenti. La rassegna Storie di frontiera di Circuito Cinema Venezia riflette su questa tematica proiettando tra maggio e giugno opere di registi come Danis Tanović, Alfred Hitchcock e Matteo Garrone. E.C. Storie di frontiera. I confini d’Europa tra terra e mare 6, 13, 20, 27 maggio; 6 giugno Casa del Cinema www.culturavenezia.it/cinema

184

Memoria di pietra John Ruskin (1819–1900) è stato uno dei massimi critici d’arte di tutti i tempi, la cui esperienza di scoperta di Venezia, tra gli anni Trenta e gli anni Settanta dell’Ottocento, ha avuto un ruolo cruciale nella sua formazione, e ha dato origine a una tradizione di studi, tuttora influente e vitale in diversi ambiti. The City is Lost. La Venezia di John Ruskin, nuovo film di Alessandra Lancellotti, è un racconto dedicato al lascito culturale dell’esperienza di Ruskin a Venezia nell’Ottocento. Prodotta da Caucaso, realtà cinematografica con un curriculum che include festival internazionali autorevoli, insieme a FoRS – Focus on Ruskin Studies, centro del Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, la pellicola è l’esito di una ricerca accademica coniugata con gli strumenti del cinema. Siamo nell’Ottocento, lungo la traiettoria del Grand Tour, quando l’intellettuale e artista inglese, pilastro della moderna critica d’arte, scopre Venezia: il “paradiso delle città”. Inizia così un “viaggio nel viaggio”, alla scoperta di un luogo che sarà di assoluta rivelazione. La trama del film si delinea come dialogo continuo tra il tempo di Ruskin e il nostro presente, tra le parole di chi insegna e di chi apprende, in un’ideale continuità capace di superare il tempo e lo spazio all’insegna di una comune visione di valori etici ed estetici. Diversi legami di discepolato si intrecciano per testimoniare la forza e la fragilità del patrimonio di pietra e d’acqua che ci è stato affidato, nella consapevolezza di dover custodire Venezia come la “più antica città del futuro”. Lo sguardo e le parole che Ruskin rivolge alla città restituiscono il senso profondo di ciò che ancora oggi definiamo “moderno”. Nel corso del 2024, il centro di ricerca FoRS – Focus on The City is Lost. La Venezia di John Ruskin di Alessandra Lancellotti 22 maggio Scuola Grande di San Rocco; 6 giugno, UniSVe www.caucaso.info | www.unive.it/pag/46300


SUPERVISIONI

Caro Diario

Ruskin Studies del Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha promosso il progetto Ruskin in presentday Venice, con l’obiettivo di indagare attraverso un film documentario il rapporto tra Ruskin e la sua città di elezione attraverso le arti. Esito del progetto è appunto il film scritto e diretto da Alessandra Lancellotti, con il sostegno dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, del Politecnico di Torino e della Scuola Grande di San Rocco, dove viene proiettato il 22 maggio, seguito da una seconda proiezione il 6 giugno negli spazi UniSve (Dorsoduro, 3077). Alessandra Lancellotti è architetto, archivista e regista di documentari. Studia architettura alla Technische Universität di Vienna e al Politecnico di Torino, dove svolge un dottorato di ricerca ed è curatrice della cineteca del Dipartimento di Architettura e Design. Dal 2014 lavora per la produzione cinematografica Caucaso. È regista insieme a Enrico Masi del film Lucus a Lucendo. A proposito di Carlo Levi, presentato al Torino Film Festival nel 2019, prodotto sempre da Caucaso con Luce Cinecittà, che ne ha anche curato la distribuzione. Il Re Fanciullo, suo lavoro successivo prodotto da Caucaso e distribuito da Ant!dote, è stato presentato in prima mondiale a DocLisboa 2023.

La Notte diretto da Michelangelo Antonioni resta per me il film più emblematico per confermare la veridicità del Manifesto di Vertov del 1923: «La debolezza dell’occhio umano è evidente. Noi sosteniamo il cineocchio, con la sua dimensione di tempo e di spazio, che cresce in forza e possibilità fino a giungere alla sua completa affermazione». Torniamo alle scene iniziali de La Notte. Scorrono ancora i titoli e un ascensore esterno all’edificio scende lentamente, la telecamera è prima dentro, poi fuori, poi di fianco alla cabina a vetri e mostra una città plurale, stili diversi, dal rinascimentale al neoclassico, al moderno; messaggio poi rinforzato nella stanza dell’ospedale. Occorre attenzione. La finestra è una sola, eppure sguardi diversi colgono ora abitazioni antiche, ora moderne, ora in ristrutturazione. È la regola dei 180°, spezzando la quale lo spettatore viene indotto ad un disorientamento spaziale. Ancora la passeggiata serale di Lidia che crea una situazione di tensione tra la città moderna e una periferia degradata che ci viene proposta come lontanissima. L’occasione di riflettere su città, architettura e cinema mi viene da The Brutalist, visto a Venezia e ora nelle sale. Il film di Brady Corbet, probabilmente, con un titolo meno acculturato avrebbe riscosso maggior successo. Facile il riferimento a La Fonte meravigliosa del 1949 con Gary Cooper pure nei panni di un architetto innovativo, ove il grattacielo impera, ma “ogni forma ha la sua funzione” e non disdegna opifici industriali o stazioni di servizio, pur di affermare i propri principi. Sulle ‘Sinfonie metropolitane’ si sono scritti centinaia di libri, dal capolavoro Berlino-Sinfonia di una grande città di W. Ruttmann (1928) a À propos de Nice di Jean Vigo (1930), da Ivens de Il ponte (1928) a The 24 dollar Island di Robert Flaherty (1925). Un aspetto la critica deve ancora approfondire: come il paesaggio urbano, l’architettura degli esterni e degli interni sia essenziale al messaggio che il film in quel momento vuole trasmettere. In Viale del tramonto di Billy Wilder (1950) quando William Holden entra nella dimora di Gloria Swanson le immagini rendono molto bene la casa fantasma, nuda e desolata, metafora del cinema muto e dello stato psicologico della diva in declino. Al di là delle immagini lo stesso protagonista riflette su come “una casa abbandonata è sempre triste”. Un altro esempio iconico sono le maglie delle inferriate di cancelli e finestre del castello Hearst in Quarto Potere di Orson Welles (1941). Greenaway nel 1987 in The Belly of an Architect pone a contrasto le bellezze monumentali romane e il destino effimero del singolo. Divertente la sfida tra Ben Wheatley in High Rise (2016), tratto dal romanzo di Ballard Il condominio (da leggere), dove il grattacielo diventa riflesso del mondo attuale, con l’estremo divario tra aree di ricchezza e povertà, i suoi conflitti e la calma solare di Caro Diario di Moretti (1993), dove il protagonista riflette: «Mi piace vedere case, quartieri...il mio preferito è la Garbatella. Case dall’esterno, ma anche dall’interno...» viaggiando su un suo modesto e silenzioso scooter. Attenzione agli ambienti, attenzione alle persone. Loris Casadei

185


YOU BRING THE PROJECT, WE DO THE REST

TAKE WHAT YOU NEED

VENICEARTFACTORY.ORG

INSTALLATION AND SETUP DESIGN

PROJECT MANAGEMENT

ADVERTISEMENT & PR

ADMINISTRATION & PERMITS

PARTICIPATING IN BIENNALE

VENUE SCOUTING

186


cinema CINEFACTS

a cura di Marisa Santin

AIRCHITECTURE Seguendo la proposta tematica di Carlo Ratti per la 19. Biennale Architettura, presentiamo cinque opere che intrecciano in modo interessante i temi dell’architettura – intesa sia come ambiente costruito che come spazio progettato o immaginato – e dell’intelligenza artificiale. Cercando di andare oltre i noti Metropolis, Blade Runner o Her, la selezione si concentra su titoli meno noti, includendo anche due film sperimentali di Liam Young. Il regista australiano è fra i partecipanti di Intelligens all’Arsenale con After the End, opera che ha ispirato la copertina di questo numero di VeNews.

World of Tomorrow

di Don Hertzfeldt (2015, corto animato) Una bambina viene contattata da una sua clone futura, che le mostra come sarà il domani. Ambienti astratti e minimalisti riflettono una società dominata da IA, clonazione e trasferimenti di coscienza. Un esempio potente di architettura mentale e visiva. Disponibile su YouTube.

Autonomous

di Joe Sill (2022, cortometraggio) In un paesaggio desertico e rarefatto, un’IA combatte con il concetto di libertà e identità. Gli spazi sono artificiali, vuoti, quasi installazioni: architettura come teatro metafisico dell’IA. Disponibile su YouTube.

Where the City Can’t See

di Liam Young (2019, corto sperimentale) Primo film girato interamente con scanner a infrarossi usati nei veicoli autonomi. Segue un gruppo di giovani che navigano una Detroit automatizzata. Lo spazio urbano viene reso dal punto di vista delle IA, dando forma a un’‘architettura algoritmica’. Disponibile su Vimeo (excerpt).

Prototype

di Blake Williams (2017, ibrido documentario/fiction) Esperimento audiovisivo in 3D ambientato in un Texas post-uragano, dove la tecnologia e l’occhio digitale ridefiniscono paesaggi e rovine. Architettura e IA si incontrano nel modo in cui, da spettatori, percepiamo e registriamo lo spazio della narrazione. Disponibile su MUBI.

Planet City

di Liam Young (2020, fiction) Un’opera immersiva che immagina una megalopoli globale del futuro dove l’intera popolazione terrestre (10 miliardi di persone) vive concentrata in una sola città, lasciando il resto del pianeta alla rigenerazione ecologica. L’architettura non è più fatta di edifici, ma di flussi, reti e infrastrutture autoregolanti generate da IA. Disponibile su Vimeo (excerpt).

187


Intervista Fatin Abbas

VOCI DALL’ALTROVE

La scrittura è un atto di resistenza molto importante, perché insiste nel dare un nome alla verità, nel nominare e descrivere la realtà con precisione, proprio quando certi poteri cercano di rimodellarla e rinominarla a proprio vantaggio di Chiara Sciascia

etcc...

S

188

crittrice e intellettuale di origini sudanesi, cresciuta a New York e oggi residente a Berlino, Fatin Abbas si muove tra continenti, lingue e frontiere ideologiche con un pensiero acuto, radicato nell’esperienza della diaspora e proiettato verso nuove forme di appartenenza. Il suo sguardo attraversa con lucidità le faglie della contemporaneità – il colonialismo mai del tutto tramontato, le guerre dimenticate, la violenza dei confini – e trova nella letteratura uno spazio di resistenza e verità. Black Time. Scritti sull’invisibile, secondo titolo della collana “Afterwords” curata da Maaza Mengiste per wetlands books, dedicata alle voci più innovative dell’Africa e dell’Afrodiscendenza, raccoglie le riflessioni nate durante il soggiorno dell’autrice a Venezia, tra passeggiate, esplorazioni e momenti di sospensione. Lontano da ogni pittoresco esotismo, il suo sguardo indaga le disuguaglianze radicate nel paesaggio urbano e nella storia, la persistenza dei privilegi coloniali, le forme dell’attesa e del tempo “sospeso” vissuto da chi è costretto a fuggire. In occasione della sua partecipazione a Incroci di Civiltà, e grazie alla casa editrice wetlands che l’ha ospitata in residenza e con cui noi iniziamo da qui un percorso insieme nella letteratura contemporanea, abbiamo parlato con lei di politica, migrazione, memoria e del suo libro, che fa di Venezia un luogo di riflessione globale. Il primo incontro con Venezia. In Black Time la città è ben più di uno sfondo: è una presenza che innesca riflessioni profonde. Che tipo di effettiva risonanza ha avuto Venezia nel suo percorso di scrittura e pensiero? Venezia è apparsa in un momento della mia evoluzione in cui ero profondamente preoccupata per la politica, Fatin Abbas Black Time. Scritti sull’invisibile (wetlands books, Afterwords 2025)

soprattutto a causa dei drammatici sviluppi geopolitici di questo tempo: la guerra in Sudan, il genocidio a Gaza, l’ascesa dell’estrema destra a livello globale e così via. Grazie alla sua ricchezza d’arte e alle numerose storie e culture che vi si intersecano, la città mi ha offerto una tela ideale nella quale poter meglio definire e dipanare le mie idee su ciò che sta accadendo nel mondo oggi. Il paesaggio urbano mi ha ispirato a riflettere su una serie di diversi temi quali il capitalismo, la guerra e il genocidio, l’ambientalismo, il razzismo, la migrazione. Al Festival Incroci di Civiltà è stata ospite, insieme a Elgas, dell’incontro “Africa Plurale”. Che spunti ha raccolto da quel dialogo? E quale contributo possono offrire manifestazioni di questo genere al dibattito globale attorno a temi di così stringente e drammatica attualità? Per me, in quanto scrittrice con radici nell’Africa orientale, è sempre stimolante in questi festival letterari entrare in dialogo con autori provenienti da altre parti del continente, perché rappresentano occasioni in cui poter misurare quanto le nostre esperienze possano essere diverse o invece simili. Sono delle preziose opportunità per ricordare quanto l’Africa sia plurale e diversificata: restando a noi, il Senegal, da cui proviene Elgas, ha una storia e un contesto ben distinti dal Sudan, da cui vengo io. Al contempo abbiamo alle spalle importanti esperienze comuni, vedi il colonialismo, su cui Elgas e io siamo concordi nel dire che continua anche oggi, sebbene con modalità e sembianze diverse. Un festival come Incroci di Civiltà è però fondamentale anche per unire voci e prospettive radicalmente ancora più differenti, in particolare quando pone in relazione autori, persone che vivono nel Nord globale con altri che provengono dal Sud del pianeta. Quando ci troviamo nel Nord del mondo può sembrare che ciò che accade in luoghi come il Sudan o il Senegal sia molto distante


F

atin Abbas is an author and intellectual of Sudanese origin, raised in New York and currently residing in Berlin. She moves between continents, languages, and ideological borders with her sharp thought, rooted in the experience of diaspora and projected towards new forms of belonging. She crosses the fault lines of contemporary times – colonialism that has never fully disappeared, forgotten wars, and the violence of borders – and finds in literature a space of resistance and truth. Her Black Time. Writings on the Invisible books is dedicated to the most innovative voices of Africa and of the Afro-descendant. The book collects the author’s reflections during her stay in Venice. Far from any picturesque exoticism, Abbas investigates the inequalities of urban landscape and history, the persistence of colonial privileges, the forms of waiting and suspended time experienced by those forced to flee. On the occasion of her participation in Incroci di Civiltà, and thanks to publisher wetlands books, we spoke with her about politics, migration, memory, and her book. You first met Venice thanks to a wetlands residency. In Black Time, Venice is more than a background, it is a presence that ignites reflection. What kind of resonance had Venice had in your evolution as an author and as a thinker? Venice appeared at a moment in my evolution when I was deeply preoccupied with politics, mainly because of geopolitical developments: the war in Sudan, the genocide in Gaza, the rise of the far right globally and so on. Given its many intersecting histories, cultures, stories and so much art, the city offered a canvas through which I could clarify and articulate my own ideas about what is happening in the world today. The cityscape inspired me to reflect on topics as varied as capitalism, war and genocide, environmentalism, racism, migration, and so much more.

Photo Camilo Pacho

189


etcc... FATIN ABBAS BLACK TIME

e poco rilevante; per questo credo che tali manifestazioni siano davvero importanti nella prospettiva di incoraggiarci a riflettere più a fondo sulle relazioni transnazionali. La sua scrittura è densamente politica, ma mai in chiave programmatica. In che misura scrivere è per lei un atto di resistenza? E come si relaziona a un pubblico europeo o nordamericano? Stiamo vivendo un’epoca in cui è in atto uno sforzo sistematico per dissociare il linguaggio dalla realtà. Ci viene ripetuto, ad esempio, dalle potenze più influenti del mondo che il genocidio israeliano a Gaza non è un genocidio. C’è una frase dal romanzo distopico 1984 di George Orwell che così recita: «Il Partito ti diceva di rifiutare l’evidenza dei tuoi occhi e delle tue orecchie. Era il loro comando finale, più essenziale». Credo che, in tempi come questi, la scrittura possa rappresentare un atto di resistenza molto importante, perché insiste nel dare un nome alla verità, qualificandola e descrivendola con precisione proprio quando certi poteri cercano di rimodellarla e rinominarla a proprio vantaggio. In quanto scrittrice con radici in Sudan, ma anche americana e oggi legata all’Europa, considero il mio ruolo come una sorta di ponte tra mondi. Perciò mi rivolgo al pubblico nordamericano ed europeo sia come insider che come outsider: da un lato immersa in queste società, dall’altro capace di mantenere, grazie alle mie origini sudanesi, una distanza critica da esse. Nasce a Khartoum, cresce a New York, vive a Berlino, lavora a Boston… Qual è per lei il rapporto con il tempo e lo spazio? Ma soprattutto, cos’è “casa”? La mia esperienza di vita è decisamente transnazionale e transculturale ed è legata a esperienze formative di dislocamento e migrazione. La mia famiglia lasciò il Sudan nel 1990, all’inizio della dittatura di Omar al-Bashir, per trasferirsi negli Stati Uniti. Un’esperienza che ha profondamente plasmato il mio rapporto con il tempo e lo spazio. In termini spaziali, ciò significa che sono connessa a molti luoghi, continenti, culture e quindi che ho affondato le mie radici in diverse parti del mondo. Ho al contempo una percezione del tempo che attraversa queste realtà, il che comporta una consapevolezza del fatto che anche il tempo è culturalmente determinato. Il tempo viene vissuto e utilizzato in modo molto diverso a Khartoum rispetto a New York, come racconto nel mio libro Black Time. Per me “casa” non è un luogo preciso, bensì una molteplicità di luoghi, così come un insieme di relazioni, amicizie, alleanze che trascendono i confini geografici. Un altro modo in cui mi piace pensare all’idea di “casa” è ben restituito dalle parole dello scrittore John Berger, che si definiva un “cittadino dell’altrove”. Trovo molto bella questa espressione, perché suggerisce un’idea utopica di casa o di patria a cui si può appartenere, ma che resta ancora immaginata, una casa ideale che deve ancora realizzarsi. Negli ultimi tempi movimenti e governi di diversi paesi africani – penso al Sahel e alla nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) – stanno rivendicando una rottura radicale con l’eredità coloniale francese e con altri modelli ancora imposti dall’esterno. Sono segnali di un nuovo immaginario politico raramente analizzati dai nostri media. Lei come legge ed interpreta queste spinte decoloniali? Le considera parte di un processo reale di autodeterminazione o trova che siano

190

Considero il mio ruolo come una sorta di ponte tra mondi connotate da una certa ambivalenza? E da scrittrice della diaspora, come si relaziona alle trasformazioni in atto nel continente? Ritengo che i processi di sensibilizzazione verso la decolonizzazione siano importanti, perché hanno il potere di dimostrare con una certa radicalità che il colonialismo non è mai veramente finito con l’indipendenza ufficiale degli stati africani dal dominio europeo. La lotta per la decolonizzazione quindi continua ed è necessario portarla avanti al fine di contenere le pretese e i condizionamenti delle ex potenze coloniali, le quali continuano a esercitare un immenso controllo nel nostro continente attraverso politiche economiche e militari. Ciò detto, generalmente sono assai scettica nei confronti dell’idea di stato-nazione in quanto modello di liberazione. Lo statonazione è di fatto un’eredità coloniale ed è basato sull’esclusione, con relativo corollario di violenze, di coloro i quali sono considerati “altri” ed estranei ad esso. Sono più interessata a strutture e a modelli che vadano ben oltre a una dimensione così chiusa e restrittiv, vedi lo sviluppo concreto di un’Unione Africana che possa tenere conto, salvaguardandoli e valorizzandoli, degli interessi di tutto il continente. L’Africa è l’area geografica più giovane del Pianeta; in Sudan, ad esempio, il 61% della popolazione ha meno di 25 anni. Per decolonizzare e liberare davvero le energie positive di questi paesi è necessario infrangere gli schemi politici e ideologici ristretti ereditati dai colonizzatori, sviluppando nuove visioni e modelli che possano permettere a questa popolazione estremamente giovane di esprimere con incisività il proprio potenziale. In Black Time scrive che la guerra non distrugge solo le case, ma anche il tempo condiviso: quello delle visite lunghe, dei pasti cucinati insieme, della quiete tra le persone care. Oggi il Sudan è di nuovo ferito, teatro di una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi anni. Come attraversa questa fase di tragica sospensione? E come cambia, per lei, il rapporto con la scrittura, la distanza, la memoria? È stato per me difficile sopportare questa triste e desolante condizione, perché se da un lato sono molto fortunata a vivere da molto tempo in un luogo sicuro, da un altro lato molti membri della mia famiglia si sono visti sradicare dalla loro terra e dalle loro case contro ogni loro volontà, il che mi ha fatto soffrire tremendamente. I sentimenti di ansia, il senso di colpa e l’impotenza sono diventati parte della mia vita quotidiana. Tuttavia, sebbene la catastrofe in Sudan appaia sempre più devastante e ben lontana da una dignitosa soluzione, cerco comunque di fare ciò che posso con tutti i mezzi a mia disposizione: sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto sta accadendo lì, supportare le persone finanziariamente, organizzare manifestazioni e protestare per porre fine alla guerra. Mi ritrovo a pensare sempre di più a quale linguaggio e quale letteratura sia meglio utilizzare per affrontare alcuni dei problemi di cui siamo testimoni nel mondo di oggi. Quel che so, e che in parte conforta il mio animo, è che la scrittura in un contesto bellico che ha provocato così tanta distruzione (compresa, tra la miriade di altre, anche la casa di mio nonno a Khartoum) ha rappresentato uno strumento fondamentale per permettermi di preservare alcune storie familiari, alcuni ricordi intimi, che nel loro insieme, nel loro piccolo, restituiscono più estesamente la memoria di un Sudan decisamente altro prima di questa devastazione.


At Incroci di Civiltà, you and Elgas have been guest discussants in the “Africa Plurale” event at Fondaco dei Tedeschi. How did that meeting inspire you? What contributions can this kind of festival give to the global confrontation on current topics and events? For me as a writer with roots in East Africa, it’s always inspiring to be in dialogue with writers from other parts of the continent, partly to consider how our experiences across the continent are different or similar. It’s also an opportunity to remember how plural and diverse Africa is – Senegal, where Elgas is from, has a history and a context very distinct from Sudan, where I’m from. That said, there are also our common experiences, such as colonialism, which Elgas and I agree continues even into today, though under different modes and guises. This kind of festival is very important in bringing together different global voices and perspectives, and connecting the dots between those of us living in the Global North and those in the Global South. Often, especially if we are in the North, we may feel that what is happening in places like Sudan or Senegal is very far away and unrelated to us here in the Global North, and I think this kind of festival encourages us to consider these transnational relationships more deeply. There’s a healthy presence of politics in your writings, though it is never programme-oriented. In what sense is writing an act of resistance for you? How do you relate to a European or North American audience? We are living in a time where there is a concerted effort to disassociate language from reality. For instance, we have been told repeatedly by the most powerful governments in the world that the Israeli genocide in Gaza is not a genocide. There is a line from George Orwell’s dystopian novel 1984: “The party told you to reject the evidence of your eyes and ears. It was their final, most essential command.” I think in times like the ones we’re living through, writing can be a very important act of resistance because it insists on naming the truth, naming and describing reality accurately, when certain powers try to re-shape and re-name reality to suit their own ends. As a writer with roots in Sudan, but who is also an American, and now also connected to Europe, I consider my role to be a kind of bridge between these different worlds. Therefore, I relate to my North American and European audiences both as an insider and an outsider: someone who is embedded in these societies but who also maintains a critical distance from them, as a result of my roots in Sudan. You were born in Khartoum, grew up in New York, live in Berlin, and work in Boston... What is your relationship with space and time? And most importantly, what is ‘home’ to you? My lived experience is quite transnational and transcultural, that’s true, and that has to do with formative experiences of displacement and migration. My family left Sudan in 1990 at the beginning of the Omar al-Bashir dictatorship, and ended up in the US. That experience has shaped my relationship to space and time in profound ways. In terms of space, it has meant that I am connected to many places, continents, cultures – that I have established roots across multiple geographies. I also have a sense of time across multiple geographies, which means I’m aware of the extent to which time itself is culturally determined. For instance, time is experienced and used very differently in Khartoum and in New York, as I argue in my book Black Time. For me, home is not

one specific place, it is many places, as well as a set of relationships, friendships, alliances that transcend geography. Another way I like to think of home is in the writer John Berger’s terms. He described himself as a “citizen of elsewhere.” This idea of being “a citizen of elsewhere” is very beautiful, because it suggests a kind of utopian home or country that one can belong to that is still only imagined, an ideal home still to be realized. Recently, movements and governments in African countries – I’m thinking of the Sahel and the AES – broke away from the French colonial identity and models imposed from without. These signals of new political constructs are rarely analyzed by our media. What is your interpretation of these decolonization trends? Do you consider them part of the self-determination process, or are they more ambiguous? And as a diaspora author, how do you relate to these transformations taking place in Africa? On one level I think that these decolonization trends are important, because they highlight the fact that colonialism never really ended with the official independence of African states from European rule. The decolonization struggle continues and it’s necessary to carry it on against former colonial powers that continue to exert immense control through political, economic, and military policy in Africa. That said, I’m generally sceptical of the nation-state as a model of liberation. The nation-state is a framework inherited from colonialism, predicated on exclusion and violence against those deemed to be ‘other,’ or outsiders. I am more interested in structures and models that supersede the nation-state, for instance the still-to-be-realized potential of something like the African Union, a framework that can take into account the interests of the entire continent. In contrast to the aging Global North, Africa is the youngest continent – in Sudan, for example, 61% of the population is under the age of 25. To truly decolonize and liberate, we need to think beyond the narrow political and ideological models inherited from colonizers and come up with new models that can allow this extremely youthful population to fulfil its potential. In Black Time, you wrote how war does not only destroy homes, but also shared time: the time of long visits, of meals cooked together, of quiet life with our dear. Today, Sudan is wounded again, and is the theatre of one of the most serious humanitarian crises of the last several years. How do you carry on during this suspension? How does the relationship with writing, distance, and memory change for you? It’s been difficult to carry on, because while on the one hand I am very lucky to live in a safe place, many members of my family have been uprooted because of the war. So feelings of anxiety, guilt, and helplessness have become a part of my daily life. But while the catastrophe in Sudan feels overwhelming, I still try to do what I can – raise awareness about what’s happening there, support people financially, and organize and protest to bring about an end to the war. I find that I am thinking more and more about what sort of a language, and what sort of literature, I need to write to address some of the troubles we are witnessing in the world today. At the same time, in a war that has destroyed so much (including, for example, my grandfather’s house in Khartoum), writing has been important in allowing me to preserve some family stories and memories, as well as a sense of Sudan before this war.

191


etcc... FESTIVAL

© Furio Visentin

Fuori margine

Il sussurro del mare C’è un richiamo misterioso che ci porta a tornare in riva al mare, anche senza ragione apparente. Le onde non parlano con parole, eppure sembrano comunicare. Su questa dimensione silenziosa e profonda si fonda la terza edizione di Aqua – La filosofia del mare, in programma dal 9 al 18 giugno a Jesolo sull’arenile di Piazza Brescia. Ideato e diretto da Marilisa Capuano, il festival invita a immergersi in un flusso di pensieri, suoni e immagini capaci di restituire la forza immaginifica del mare, facendone origine e metafora di riflessioni inattese. Raccolti sotto il titolo Cosa dicono le onde, gli appuntamenti vanno oltre la performance per offrirsi come esperienze sensoriali che prendono forma all’alba o al tramonto, quando l’atmosfera si fa più densa, come se l’orizzonte stesso si mettesse in ascolto. Ad aprire il Festival è il botanico Stefano Mancuso, con un intervento sulla relazione tra uomo e natura, legame evoluto ma imprescindibile. Il 10 giugno la musica acustica di Joan Thiele porta in riva al mare sonorità cosmopolite e stratificate; mentre il giorno successivo, Mario Tozzi, ricercatore CNR, guida il pubblico nella riscoperta del rapporto ancestrale con l’acqua. L’incanto prosegue con Piano Poetry, recital di Sergio Cammariere e Cosimo Damiano Damato (12 giugno), dove note e parole si fondono in un’atmosfera di rara intensità. Non mancano momenti più raccolti, come quello con Luca Mazzucchelli (16), psicoterapeuta e divulgatore che con un linguaggio accessibile esplora i meccanismi della crescita personale. La dimensione spirituale e sensoriale si amplia con le performance di yoga e le vibrazioni del dj set di Tyler Ov Gaia (13); Serena Dandini (14) riporta lo sguardo agli anni Sessanta, raccontandone la giovinezza attraverso una lente lucida e poetica; e il piano solo di Enrico Pieranunzi (15) trasforma il suono in viaggio tra jazz e classica, al sorgere del sole. Martedì 17 giugno Paolo Ruffini porta in scena uno spettacolo intimo e graffiante, in cui comicità e riflessione si intrecciano per indagare le fragilità contemporanee e il bisogno profondo di autenticità. In chiusura, l’attesissimo Federico Buffa, maestro del racconto sportivo, restituisce con il suo stile inconfondibile le vite dei “ribelli” dello sport: atleti capaci di infrangere le regole per riscrivere la storia, tra talento, coraggio e visione. Aqua invita a fermarsi, ad ascoltare, a sentirsi parte di un tutto che nelle onde si riflette. Un’esperienza che, come il mare, disarma e interroga. C.S. Aqua – La filosofia del mare 9-18 giugno Arenile Piazza Brescia-Jesolo www.festivalaqua.it

192

Da quindici anni il Festival dei Matti scardina narrazioni consolidate sul rapporto tra normalità e follia. Ideato, curato e diretto da Anna Poma, figura tenace e appassionata, l’appuntamento veneziano – indipendente, interdisciplinare, radicale – si è imposto nel tempo come uno spazio libero di pensiero critico, capace di interrogare i confini tra salute e sofferenza psichica, tra ciò che definiamo normale e ciò che releghiamo al margine. L’edizione 2025, in programma dal 22 al 25 maggio, dal titolo Conflitti distratti, mette a fuoco le forme in cui i conflitti si annidano e si rimuovono, dislocati nelle periferie della coscienza collettiva, nei non detti e nelle retoriche dell’emergenza. Dall’arte alla filosofia, dalle scienze umane alla testimonianza diretta, il Festival intreccia linguaggi e prospettive per smontare tabù, ridare voce alle soggettività escluse e restituire complessità a esperienze spesso ridotte a diagnosi o meri dati statistici. Mercoledì 22, l’Auditorium di M9 a Mestre, ospita l’incontro inaugurale: Vecchi da legare, dialogo con Antonio Esposito, autore di Come Cristo in Croce, sul silenzio e l’immobilità imposti alla vecchiaia nelle strutture di cura. In serata, Ascanio Celestini presenta il suo libro, Poveri cristi: storie di marginalità e resistenza quotidiana raccontate con il suo graffiante stile ironico. Giovedì 23, l’Accademia di Belle Arti presenta Visual Assembly, laboratorio creativo e democratico, nato da un’idea dell’antropologo David Graeber e l’artista Nika Dubrovsky, sua moglie, quest’anno ospite del Festival. In chiusura di giornata Ancora uomini e topi, conflitti senza scampo, un dialogo con Roberta De Monticelli, filosofa e autrice di Umanità violata. La Palestina e l’inferno della ragione e Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire ed Europarlamentare. A seguire la proiezione del documentario No Other Land (Orso d’Oro e Oscar 2024), che racconta la resistenza della comunità palestinese di Masafer Yatta, minacciata dalle espulsioni forzate dell’esercito israeliano. Venerdì 24 e sabato 25, il Festival si sposta al Teatrino di Palazzo Grassi, per Controffensive: un confronto sul conflitto come strumento sociale di XV Festival dei Matti 22-25 maggio M9 – Museo del ‘900; Accademia di Belle Arti; Teatrino di Palazzo Grassi www.festivaldeimatti.org


democrazia con il filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag. Segue l’Elogio del conflitto con Massimo Cirri e Anna Poma sul pensiero di Franca Ongaro Basaglia, che definiva il conflitto «spazio dialettico e politico necessario per abitare le contraddizioni che attraversano società, legami, generi, storia e cultura. Il suo evitamento, al contrario, come radice dell’omologazione, dell’appiattimento delle differenze, del mondo che non cambia». La performance di Patricia Zanco dà invece vita ad un “dialogo impossibile” tra Franca Ongaro Basaglia e Susan Sontag, mentre, a seguire, la giornata si conclude con la proiezione di Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza, dedicato all’Accademia della Follia di Trieste, compagnia teatrale triestina di “attori a rischio” amica e complice del Festival fin dalle sue prime edizioni. Sabato 25, giornata finale del Festival, si apre con L’altra faccia della luna, un dialogo con Barbara Buoso, autrice di Padre terra, romanzo di formazione che esplora la violenza delle appartenenze negate, ma anche legami inaspettati e resistenze silenziose. A seguire, l’incontro I corpi come spazio del conflitto affronta il tema della violenza istituzionale e sistemica esercitata sui corpi marginalizzati – migranti, queer, psichiatrici – attraverso pratiche di esclusione, controllo e invisibilizzazione. Nel pomeriggio, Controintuizioni, in collaborazione con Incroci di Civiltà, propone una riflessione a partire dal libro Continuate in ciò che è giusto. Storia di Alexander Langer (Bompiani, 2024) di Alessandro Raveggi: un’occasione per interrogarsi su cosa significhi oggi immaginare un’ecologia del conflitto, capace di coniugare dissenso e convivenza, giustizia e cura. Chiude il programma Disconosciuti. Conflitti a distanza d’offesa, con Francesco Della Puppa, autore della graphic novel omonima, Chiara Roverso e Yared Afeworki, per portare l’attenzione sulle vite dei sans-papiers: esistenze rimosse dalla narrazione pubblica, che mettono a nudo le contraddizioni più profonde del presente. Tra gli eventi collaterali, la mostra Aboutness di Piera Benetti, alla Domus Civica fino al 30 giugno, indaga una nuova idea di natura e di rappresentazione. In chiusura, il collettivo Scaramuzza dà corpo a una performance tra musica e parola, gesto e rumore: un gran finale che incarna lo spirito indisciplinato e necessario del Festival dei Matti. C.S.

Specie da salvare La terza edizione del Mestre Book Fest, in programma dal 3 al 15 giugno, affronta il tema provocatorio Difendiamo la specie, invitando a riflettere sulla condizione dei lettori di oggi, sempre più “specie in via d’estinzione” in un’epoca di cambiamenti rapidi e disintermediazione culturale. Il Festival si propone come un’isola di resistenza e resilienza, mantenendo viva l’esperienza della lettura come strumento di pensiero critico e condivisione sociale. Organizzato dal Comune di Venezia e Confcommercio, con la collaborazione di M9, Fondazione di Venezia e altre istituzioni cittadine, e la direzione artistica di Alessandro Tridello della libreria Ubik di Mestre, il Festival trasforma per oltre dieci giorni la città in un hub culturale e crocevia per autori, lettori, operatori del settore e semplici curiosi, nutrendo di nuova e vitale linfa il tessuto urbano. L’inaugurazione, il 3 giugno in Piazza Ferretto, segna il gradito ritorno di Maurizio De Giovanni, che presenta Rumore. Una storia di Sara, in uscita per Rizzoli il 13 maggio. Dopo il successo dell’edizione 2023 con Sorelle, un altro capitolo della saga dedicata a Sara Morozzi, lo scrittore partenopeo rinnova così il suo legame con Mestre e l’affezionato pubblico del Book Fest. A chiudere la rassegna, invece, il 15 giugno, Beppe Severgnini con Socrate, Agata e il futuro, una riflessione lieve e colta sull’invecchiamento e sul cambiamento, che si intreccia con il tema centrale del Festival interrogandosi su come affrontare il tempo che ci attende. Nel mezzo – in attesa di scoprire il programma completo –, tanti altri nomi già annunciati: Marco Bocci con Nelle tue mani, nella sua pelle (Salani), un thriller a tre voci tra passioni eccessive e travolgenti; Antonio Caprarica con Casa reale inglese e Re Carlo III (Sperling & Kupfer); Alessandro Sallusti con L’eresia liberale (Rizzoli); Piergiorgio Pulixi con Se i gatti potessero parlare (Marsilio). Accanto a loro, anche voci nuove della scena editoriale: Anna Yi Lan Zhang, vincitrice dell’ultima edizione di MasterChef Italia, con l’originale Pentole e zodiaco (Baldini e Castoldi), in cui gastronomia e astrologia si fondono; e la veterinaria Monica Pais, autrice di Palla. Storia del cane che mi ha cambiato la vita (Longanesi). Tra le novità di questa edizione, i pranzi e gli aperitivi con gli autori offriranno al pubblico occasioni d’incontro informali e dirette. In Corte Legrenzi inoltre torna il Media Center, vero cuore pulsante del Festival, luogo di incontro ideale per lettori e autori, dove confrontarsi e riflettere sul ruolo fondamentale della lettura nel mondo contemporaneo. Mestre Book Fest 3-15 giugno Piazza Ferretto, M9 – Museo del ‘900, Corte Legrenzi-Mestre mestrebookfest.it

193


etcc...

A.I., I.A

A

rrivati ad una certa età (non dico quale per sempli-

ce… pudore) può capitare di girarsi indietro e ricordare alcuni compagni di scuola, che abbiamo avuto occasione di frequentare soltanto per un anno, ma che sono rimasti indimenticabili. Ad essi sono legati momenti importanti del periodo scolastico, episodi e risate comuni, speciali; ed anche quegli attimi che a suo tempo ci avevano tenuto con il fiato sospeso e che oggi, a ripensarci, ci fanno soltanto sorridere. Sull’onda del ricordo, ritrovo anche quell’insegnante serio, onesto, che “pretendeva” rispetto reciproco, educazione, che esigeva guardandoci negli occhi uno ad uno, un solo saluto al giorno, ma serio e non superficiale, uno soltanto prima di iniziare la lezione (una sola volta, fatta seriamente, era sufficiente – diceva. E noi sorridevamo…). Ma ciò che più ha caratterizzato queste classi era la presenza costante di un allievo speciale, bravissimo, il “primo”, che tutti ammiravamo, considerato il fenomeno. Sapeva esprimersi, durante le interrogazioni, con semplicità e chiarezza, con proprietà di linguaggio, arrivava a comprendere al volo quale era la soluzione dei problemi, talvolta anche prima che l’insegnante avesse finito di spiegare, traduceva dal latino o dal greco con facilità e rapidità certe versioni sulle quali tutti noi dovevamo meditare trepidanti fino al momento della sofferta consegna del foglio, giusto al limite temporale concesso, accompagnati da numerosi dubbi o talvolta dalla certezza di non aver capito! C’era poco da fare: lui era il migliore, il più intelligente e, tra l’altro, era anche simpatico. Ma in cosa consisteva la sua qualità, che genericamente chiamavamo intelligenza? Nel «complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti, della realtà, intendere o farsi intendere dagli altri, giudicare e adattarsi all’ambiente» (così indica la raffinata Treccani). Scherzando, sostenevamo che quei compagni superdotati erano nati con un cervello più grande e più pesante del nostro! E questa preziosa meraviglia alloggiava in una sede naturale (tecnicamente la loro scatola cranica), come un paio di occhiali nella sua custodia. Da allora sono passati tanti anni e sono successe tante cose. Piano piano il mondo per raggiungere la soluzione di problemi particolarmente complessi, quasi insolubili, si è attrezzato con “novità” meravigliose,

194

che tuttavia, in un tempo incredibilmente veloce, sono apparse obsolete, lasciando il posto ad altre più avanzate, che in breve a loro volta hanno fatto la stessa fine. E quando queste novità sono comparse concretamente, in commercio, per me è stato impossibile evitare di mandare un pensiero a quei “primi della classe” … Ricordate il Commodore 64, computer straordinario, addirittura… “personale”, con grandi schermi e funzioni che oggi ci appaiono assai limitate, ma che al momento ci sembravano potentissimi? Girandomi indietro, un’altra delle meraviglie che abbiamo visto nascere e che ci aveva lasciato stupefatti è stato il “telefonino”, magico apparecchietto tascabile, che consentiva di “portare con sé” addirittura un telefono e poter comunicare via phono in molti luoghi (non tutti! Non c’erano inizialmente ripetitori a sufficienza…). La prima produzione in serie risale all’incirca, mi pare, al 1983. E poi sempre meglio: sempre più veloce, arricchito di nuove più estese funzioni. Adesso, non occorre che ve li descriva. Ne avete tutti almeno uno certamente in tasca! Farò soltanto un piccolo accenno: tablet, cellulari, computer portatili, orologi collegati ai cellulari, computer sottili, eleganti, attraenti, sempre più leggeri, sempre più capaci di “ragionare”, di dimensioni assai ridotte, riconoscibili all’esterno per le classiche custodie antiurto, velocissimi, dotati di capacità e memorie strabilianti, ai quali abbiamo affidato, fiduciosi, un’infinità di nostre funzioni… “cerebrali”. In poco tempo, questi meravigliosi “mostri” non si sono accontentati di aiutarci, ma addirittura ci hanno dato un’impercettibile spallata per prendere gradualmente il nostro posto, trasformando, con l’esca della comodità, il nostro modo di vivere e di esprimerci. Browser, account, feedback, layout, input, gps, app, desktop, file, pdf, home, cloud, chatbot, podcast, browser: ormai chi non conosce il significato, il senso del loro linguaggio, è out! Nel tempo, io ho perso di vista quel “primo della classe”, ma forse non a causa di miopia o di distanze geografiche, ma perché forse quei “primi della classe”, non hanno più ragione di esser tali. A pensarci bene: non sarà mica per caso successo che il loro cervello a suo tempo si è sentito poco utilizzato rispetto alle reali potenzialità, non valorizzato a dovere, un po’ “stretto” nella scatola cranica? I risultati cui assistiamo sembrano usciti di… cervello, dal loro cervello, naturalmente o forse.


PAROLE a cura di Renato Jona

A., AHI! E allora, appena ha potuto, questa potenzialità ha iniziato a realizzarsi, trovando nuove sedi “esterne” dove operare, ha voluto misurarsi con la capacità di macchine sempre più veloci, sempre più sofisticate, che in forma esponenziale ed entusiasmante trovavano soluzioni a problemi che prima di loro, apparivano soltanto sogni. Questo processo vertiginoso non è nuovo nella storia e si accompagna al fascino gioioso di ciò che usiamo indicare con il termine progresso. Questa fantastica situazione era stata descritta tanti anni addietro anche da Walt Disney nel suo film: Fantasia, nel quale il protagonista, l’indimenticabile tenero Topolino, inizialmente era riuscito a raggiungere poteri “magici”. Da questi si lasciava trasportare con l’entusiasmo di raggiungere… l’irraggiungibile, realizzare l’irrealizzabile. Finché poi, amaramente, ha dovuto constatare che i suoi poteri mancavano della possibilità di fermarsi ed era destinato alla catastrofe. La musica allegra, veloce, travolgente che accompagnava le esperienze di Topolino era proprio quella adatta al senso della proiezione: si trattava dell’Apprenti sorcier (L’apprendista stregone) di Paul Dukas! Il nostro stato d’animo, di fronte a questi rapidi incredibili progressi, ricorda proprio tanto quello di Topolino, che interpretava la figura di una persona irresponsabile che applica metodi o tecniche che non è in grado di padroneggiare, col rischio di provocare danni irreversibili per tutta la collettività. Tenetevi saldi: sembra di andare su quel gioco che si chiamava “ottovolante” e che ci faceva passare da vertiginose discese a velocità folle a salite quasi verticali, lente, che duravano pochi secondi… In certi casi, qualcuno è cascato nel campo del delirio di onnipotenza. Poi si è dovuto fermare di fronte ai limiti imposti dalla realtà. Sì, però, attenzione: quando dico realtà devo essere prudente nelle mie espressioni. Andiamoci piano! E lo dico a ragion veduta. Oggi abbiamo raggiunto un altro traguardo fantastico, con il quale tuttavia stiamo prendendo troppo velocemente confidenza e ne stiamo misurando le qualità e le potenzialità: L’A.I. (abbreviazione dalla lingua originale inglese) o Intelligenza Artificiale (I.A.). Se da un lato questa ci semplifica i calcoli per andare sulla Luna, ci offre elementi complessi per ottenere i quali avremmo bisogno di capacità speciali, dall’altro però ha spostato

il confine tra realtà vera (quella che tutti conosciamo e che ci ha ancorati al nostro vivere quotidiano) e realtà virtuale; cosa che, a tutta prima, ci lascia, per esser sinceri, sconcertati, incerti e smarriti, forse anche un po’ storditi e, a pensarci bene, nella percezione della realtà, ci richiede molta prudenza, buon senso e una buona dose di senso critico. In fondo sembra una contraddizione in termini: invece anche quella virtuale è realmente realizzabile! Credetemi: non è soltanto frutto di fantasia! È veramente realtà, ancorché falsa o falsità vera! Ed è realizzata in modo così raffinato che in certi casi la differenza è di difficile individuazione, e questo fatto, confessiamolo, ci disorienta. Oggi siamo arrivati al punto, per far un esempio, in cui si possono realizzare addirittura facilmente “filmati” di persone vere, ben note a tutti, che si muovono in ambienti inesistenti, assolutamente falsi; addirittura, in altri casi, l’intelligenza artificiale è stata capace di far ascoltare la voce di qualche persona (assolutamente vera) mentre pronuncia parole, discorsi, concetti assolutamente falsi! Chi ascolta, non è più messo in grado di distinguere l’interlocutore vero da quello costruito. Ebbene, confessiamolo: a queste finzioni… vere non siamo ancora abituati. Ma occorre sempre essere ottimisti, avere fiducia: presto troveremo rimedio. Anzi. Dovremo trovare rimedio. Il pericolo di confusione, di mancata distinzione tra vero e falso costituisce un problema sinceramente allarmante. La “verità falsa” è di facile realizzazione e manipolazione e quindi potendo seguire percorsi finalizzati ad interessi per lo più non corretti, ci farà sempre maggiormente vivere nell’incertezza, nel sospetto, nel pericolo. A meno che, lasciatemelo almeno credere, la magica intelligenza artificiale facilmente ci possa anche offrire il sistema sicuro, semplice e infallibile di consentirci di scoprire a quale delle… due verità appartengono le comunicazioni arrivate e le immagini che abbiamo di fronte! Altrimenti si dimostrerebbe una Intelligenza Artificiale Zoppicante! In breve: I.A.Z.! Evviva allora: forse, abbiamo scoperto un nuovo genere di intelligenza di cui nessuno studioso ha mai avuto il coraggio di ammetterne l’esistenza: speriamo di non pentirci, siamo passati dalla umana all’artificiale primordiale, fino all’evoluta AI-IA e da oggi all’IAZ. Basta che non diventi AHI, AHI, come urlava Topolino inseguito dalle “diavolerie”!

195


196


citydiary

may-june2025

HERE COMES THE SUN architecture, art, music,

theatre, cinema, festivals and more 197


VOCAZIONE NAUTICA

traditions

Venezia e il mare

a cura di Massimo Bran

© Salone Nautico

P

resentato lo scorso aprile in antepri-

ma mondiale all’Expo di Osaka nel contesto di “About Venice – the most ancient smart city”, un’intera settimana di eventi e presentazioni attraverso i quali la città lagunare ha inaugurato la presenza italiana all’Expo in quanto espressione e modello di assoluta eccellenza relativamente all’interazione tra innovazione e tradizione, l’edizione del Salone Nautico 2025, che si svolge dal 29 maggio al 2 giugno negli spazi unici dell’Arsenale Nord, si conferma dopo questi ultimi suoi anni di rinascita e rilancio vetrina di primo piano per il variegato mondo della nautica, rimettendo l’Adriatico al posto che merita nel più ampio contesto del Mediterraneo. «Il Salone Nautico – queste le parole pronunciate dal direttore operativo di Vela spa e del Salone Nautico Fabrizio D’Oria ad Osaka – ha assunto nel tempo una dimensione sempre più internazionale, grazie soprattutto alla sua posizione nel panorama mediterraneo, essendo l’unico Salone del settore che guarda ad Oriente». Che Venezia abbia storicamente sempre dato del tu all’Oriente, per le ragioni che ben sappiamo, è una delle poche cose su cui credo non vi sia alcunché da obiettare da parte di alcuno. Una relazione, naturalmente, figlia del Salone Nautico Venezia 29 maggio-2 giugno Arsenale Nord salonenautico.venezia.it

198

mare, di cui Venezia è stata regina assoluta per quasi un millennio. Il fatto, quindi, che per troppi anni la città non sia stata in grado, per svariate ragioni che non è proprio qui il caso di ricordare, di costruire dei momenti di grande respiro internazionale attorno al tema del mare, beh, davvero ha rappresentato qualcosa di decisamente grave, anche perché, al netto del fatto che il suo dominio sui mari sia un qualcosa di oramai consegnato alla storia da quasi tre secoli, rimane pur sempre questo un centro di produzione cantieristico dalla tradizione unica, di fatto irriproducibile altrove se non scimmiottandone i tratti. Quindi era decisamente giunta l’ora in cui questo gap industriale e culturale venisse finalmente colmato, disegnando un salone dedicato alla nautica che non andasse meramente a replicare il format delle più importanti fiere di settore, vedi Genova, connotandosi altresì con un suo sguardo vivo sulla storia secolare, sull’ambiente unico, sul fascino irresistibile che esercita sui più questa città d’acqua davvero senza eguali. Un Salone, quindi, che si caratterizza con un’attenzione peculiare verso la qualità del produrre barche, coinvolgendo attori che vanno dai massimi brand di alta gamma del settore, vedi Sanlorenzo e Ferretti, ai più piccoli cantieri artigianali veneziani, depositari di una tradizione sconfinata sempre più a rischio di sopravvivenza, e per questo ancor più bisognosa di supporto e valorizzazione da parte di


occasioni importanti come questa. In mezzo, decine e decine di cantieri di piccola, media, grande dimensione provenienti da ogni dove, tutti egualmente selezionati col criterio primo della qualità. In una parola, del design, una delle massime espressioni creative del made in Italy. Rigore e intensità nella scelta qualitativa dei partecipanti non significa però concludersi e rinchiudersi in una dimensione di autoreferenziale nicchia. I numeri, a tal riguardo, parlano chiaro: 50.000 metri quadrati di spazi espositivi tra bacini acquei e aree a terra, in grado di accogliere più di 300 imbarcazioni, di cui 240 in acqua, e 270 espositori, il tutto arricchito da 15 anteprime internazionali di settore. Insomma, non certo un raduno per pochi eletti. E infatti, che è poi il dato più interessante per gli stessi organizzatori ed espositori, è proprio il pubblico il vero protagonista di questa grande festa del mare, tra cui vi sono certo molti operatori, ma la cui fetta più consistente è costituita da semplici appassionati di imbarcazioni ma anche di amanti della grande bellezza, quella che qui detta assoluta legge, sia per la meraviglia ineguagliabile degli spazi dell’Arsenale, sia per le fascinose linee delle imbarcazioni presentate. Un’edizione 2025 che si concentra in maniera decisamente rilevante sulle innovative frontiere che questo settore è chiamato sempre di più a solcare. Vedi lo sviluppo del segmento dedicato alla nautica elettrica e sostenibile, in linea con gli obiettivi della transizione ecologica, il rafforzamento del rapporto con il mondo della ricerca e della formazione, le sinergie con il tessuto produttivo del Nordest e con gli attori internazionali del settore, il consolidamento del ruolo sempre più importante rivestito nel settore dal design nautico. La storia abbraccia il futuro in un mare di pura emozione.

A

week of events presented last April at the

Osaka Expo (“About Venice – the most ancient smart city”) for the 2025 Venice Boat Show, due May 29 to June 2 at the Arsenale. “Our Boat Show – said director Fabrizio D’Oria – grew more and more international over the years, also thanks to its position in the Mediterranean and being the only such convention that is not afraid to look East”. We know Venice has never been afraid to look East. Naturally, this relationship lived on seafaring, with Venice domineering unencumbered for centuries. The fact that for a long time, Venice had not been able to produce an international event around this industry baffles the mind, and it was about time that this industrial and cultural gap was bridged. The Venice Boat Show involves top-quality makers in the industry, from world-famous marques such as Sanlorenzo and Ferretti to small, artisanal local boatbuilders, themselves custodians of traditions that risk extinction if not supported by great networking occasions such as this. The numbers tell the whole story: 12 acres of exhibition areas – both water areas and dry docks, over 300 vessels, 270 exhibitors, 15 world premieres. The 2025 edition promises to be relevant in cutting-edge nautical industry, such as sustainable and electric seafaring, its relationship with the world of research and education, synergy with local industry and international actors, and the essential role of nautical design.

199


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

04

domenicaSunday

HAT OR NOTHING SUPERDUPER

Dj-set

Venice Venice Hotel h. 12.30

05

:musica

MagMay

lunedìMonday

ALESSANDRA NOVAGA Musica d’autore “Long Playing“

Teatrino di Palazzo Grassi h. 18.30

08

giovedìThursday

BOOSTA

Musica elettronica

Centro Culturale Candiani-Mestre h. 18

GREGORY PORTER Jazz

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

11

domenicaSunday

Dj-set

Venice Venice Hotel h. 12.30

giovedìSaturday

JOVANOTTI Pop

Arena di Verona h. 21

KRONOS QUARTET Jazz “Vicenza Jazz Festival“

Teatro Olimpico-Vicenza h. 21

16

Jazz “Vicenza Jazz Festival“

Teatro Comunale-Vicenza h. 21

18

domenicaSunday

A PIZZA WITH DAMIR IVIC

Dj-set

Venice Venice Hotel h. 20

JOVANOTTI Pop

Arena di Verona h. 21

SHAI MAESTRO SULLIVAN FORTNER

venerdìFriday

lunedìMonday

MARCO PALTRINIERI Musica d’autore “Long Playing“

JOVANOTTI

17

INGRID LAUBROCK TOM RAINEY BRANDON LOPEZ Musica sperimentale

Teatro Torresino-Padova h. 19

RALPH ALESSI 200

Teatro Comunale-Vicenza h. 21

23

venerdìFriday

Pop

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

Jazz “Vicenza Jazz Festival“

Teatro Comunale-Vicenza h. 21

24

sabatoSaturday

ELROW TOWN

LYDIAN NEW CALL NDUDUZO MAKHATHINI TRIO

GONZALO RUBALCABA CHRIS POTTER LARRY GRENADIER

Teatro Comunale-Vicenza h. 21

Teatro Comunale-Vicenza h. 21

Jazz “Vicenza Jazz Festival“

20

martedìTuesday

MARC RIBOT & AVA MENDOZA

Jazz “Vicenza Jazz Festival“

Teatro Comunale-Vicenza h. 21

mercoledìWednesday

TOQUINHO CAMILLA FAUSTINO

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

JOVANOTTI Pop

HAMID DRAKE & AVA MENDOZA Jazz “Vicenza Jazz Festival“

Teatro Comunale-Vicenza h. 21

22

giovedìThursday

Il Muretto-Jesolo h. 22

Jazz “Vicenza Jazz Festival“

30

venerdìFriday

OMAR GABRIEL DELNEVO Piano solo

Teatrino di Palazzo Grassi h. 18

31

01

domenicaSunday

OGUZ PURPLE MASH KLEA LADY C

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 23

02

lunedìMonday

MOCHAKK SILVIE LOTO GERMANO VENTURA ART DEALER JUICE Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 14

04

mercoledìWednesday

SELECTA AND SUSHI

Dj-set

Arena di Verona h. 21

Arena di Verona h. 21

sabatoSaturday

Jazz “Vicenza Jazz Festival“

Pop

Musica brasiliana

Teatro Olimpico-Vicenza h. 21

FRANCO D’ANDREA TRIO FEAT. GABRIELE EVANGELISTA & ROBERTO GATTO ALESSANDRO LANZONI TRIO FEAT. FRANCESCO CAFISO

19

AL DI MEOLA ACOUSTIC TRIO

Jazz “Vicenza Jazz Festival“

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

TIGRAN HAMASYAN

Teatro Olimpico-Vicenza h. 21

21

Arena di Verona h. 21

Pop

OLLY

Pop

JOVANOTTI

GiuJun

OLLY

Jazz “Vicenza Jazz Festival“

Teatrino di Palazzo Grassi h. 18.30

SUNDAY BRUNCH

15

FEAT. MARC DUCRET JIM BLACK YELLOWJACKETS

sabatoSaturday

KEVIN SEDDIKI MATHEUS DONATO Jazz “Venezia Jazz Festival“

Auditorium Lo Squero h. 18

Dj-set

Venice Venice Hotel h. 19.30

07

sabatoSaturday

DAVID MORALES MASSIMINO LIPPOLI WALTERINO ANGELINO DIEGO DANIELI ENRGIÒ PAOLO COLOGNESE JAKE OTTANI

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

09

lunedìMonday

ALICE

Musica d’autore “Bissuola Live/Summer“

Teatro del Parco-Mestre h. 20

ENRICO CONIGLIO Musica d’autore “Long Playing“

Teatrino di Palazzo Grassi h. 18.30

10

martedìTuesday

RAF

Pop “Bissuola Live/Summer“

Teatro del Parco-Mestre h. 20


11

mercoledìWednesday

ERMAL META

Pop “Bissuola Live/Summer“

Teatro del Parco-Mestre h. 20

12

giovedìSaturday

GABRIELE MIRABASSI ANDRÈ MEHMARI Jazz “Venezia Jazz Festival“

Teatro La Fenice h. 19.30

giovedìThursday

LUCIO CORSI

Musica d’autore “Bissuola Live/Summer“

Teatro del Parco-Mestre h. 20

14

26

sabatoSaturday

ANJA LECHNER FRANÇOIS COUTURIER

Jazz “Venezia Jazz Festival“

Teatro La Fenice h. 19.30

NICO MORENO PAWLOWSKI Dj-set

28

sabatoSaturday

FILIPPO GAMBETTA ALESSANDRO SCOTTO D’ANIELLO Jazz “Venezia Jazz Festival“

Auditorium Lo Squero h. 18

ZUCCHERO Blues

Stadio Euganeo-Padova h. 21

INDIRIZZI ARENA DI VERONA Piazza Brà 1-Verona www.tridentmusic.it

AUDITORIUM LO SQUERO

Isola di San Giorgio Maggiore www.venetojazz.com

CENTRO CULTURALE CANDIANI Piazzale Candiani 7-Mestre www.venetojazz.com

GRAN TEATRO GEOX Via Tassinari 1-Padova www.zedlive.com

IL MURETTO

Via Roma Destra 120-Jesolo www.ilmuretto.org

STADIO EUGANEO

Viale Nereo Rocco-Padova www.zedlive.com

Il Muretto-Jesolo h. 22

TEATRO COMUNALE

16

TEATRO DEL PARCO

mercoledìWednesday

Viale G. Mazzini 39-Vicenza www.vicenzajazz.org

ANGELO BRANDUARDI

Via Sergio Gori 11-Mestre www.comune.venezia.it

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

TEATRINO DI PALAZZO GRASSI

Musica d’autore

18

mercoledìWednesday

IMAGINE DRAGONS Pop

Stadio Euganeo-Padova h. 21

19

giovedìSaturday

IMAGINE DRAGONS Pop

Stadio Euganeo-Padova h. 21

21

Campo San Samuele 3231 www.venetojazz.com

TEATRO GOLDONI San Marco 4650/B www.unive.it

TEATRO LA FENICE Campo San Fantin 1965 www.venetojazz.com

TEATRO OLIMPICO

Piazza Matteotti 1-Vicenza www.vicenzajazz.org

sabatoSaturday

TEATRO TORRESINO

CHRIS STUSSY ROSSI FRANCESCO MADDALENA

VENICE VENICE HOTEL

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

25

Via Torresino 2-Padova www.centrodarte.it Cannaregio 5631 venicevenice.com

mercoledìWednesday

STEFANO BOLLANI TRILOK GURTU Jazz “Venezia Jazz Festival“ Teatro Goldoni h. 21

201


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

04

:classical

MagMay

domenicaSunday

DER PROTAGONIST

Opera in un atto Direttore Markus Stenz Regia Ezio Toffolutti Musiche di Kurt Weill “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 15.30

PIETRO SILVESTRI violoncello TOMMASO BOGGIAN pianoforte

Musiche di Boccherini, Chopin, Kapustin Premio Peggy Finzi offerto dalle sorelle Sonia e Liana Guetta Finzi “Musikàmera 2025” Ingresso/Ticket € 35/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

06

martedìTuesday

ROBERTO PROSSEDA

pianoforte Bizet segreto

15

giovedìThursday

DER PROTAGONIST

Opera in un atto Direttore Markus Stenz Regia Ezio Toffolutti Musiche di Kurt Weill “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 19

ORCHESTRA DEL TEATRO LA FENICE FEDERICO GUGLIELMO direttore e violino

Musiche di Vivaldi, Veracini “Stagione di musica da camera e sinfonica 2024-25” Ingresso/Ticket € 25 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

16

venerdìFriday

ATTILA

Opera in un prologo e tre atti Direttore Sebastiano Rolli Regia Leo Muscato Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20242025”

Musiche di Bizet, Gounod “Bizet, l’amore ribelle”

Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 19

10

Il pescatore di perle

Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

sabatoSaturday

DER PROTAGONIST

Opera in un atto Direttore Markus Stenz Regia Ezio Toffolutti Musiche di Kurt Weill “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 15.30

ACADÉMIE DE L’OPÉRA NATIONAL DE PARIS Nuovi romantici

ACCADEMIA TEATRO ALLA SCALA Musiche di Bizet “Bizet, l’amore ribelle”

Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

18

domenicaSunday

ATTILA

Opera in un prologo e tre atti Direttore Sebastiano Rolli Regia Leo Muscato Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20242025”

Musiche di Bizet “Bizet, l’amore ribelle”

Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 15.30

13

ANNE-SOPHIE MUTTER

Ingresso/Ticket € 15/5 Auditorium Lo Squero, Isola di San Giorgio Maggiore h. 16.30

martedìTuesday

DER PROTAGONIST

Opera in un atto Direttore Markus Stenz Regia Ezio Toffolutti Musiche di Kurt Weill “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 19

202

19

lunedìMonday

20

martedìTuesday

Opera in un prologo e tre atti Direttore Sebastiano Rolli Regia Leo Muscato Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20242025”

pianoforte

Musiche di Schumann, Debussy, Rachmaninov “Musikàmera 2025” Ingresso/Ticket € 35/5 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

21

28

mercoledìWednesday

ALENA BAEVA violino VADIM KHOLODENKO pianoforte

Musiche di Schumann, Beethoven “Musikàmera 2025” Ingresso/Ticket € 50/10 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

22

giovedìThursday

Opera in un prologo e tre atti Direttore Sebastiano Rolli Regia Leo Muscato Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 15.30

23

venerdìFriday

ALENA BAEVA violino VADIM KHOLODENKO

mercoledìWednesday

ALEXANDER GADJIEV pianoforte

Musiche di Schumann, Debussy, Rachmaninov “Musikàmera 2025” Ingresso/Ticket € 35/5 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

30

venerdìFriday

MARTIN RAJNA direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Beethoven, Dvorak “Stagione Sinfonica 2024-2025” Ingresso/Ticket € 60/15 Teatro La Fenice h. 20

31

sabatoSaturday

MARTIN RAJNA direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Beethoven, Dvorak “Stagione Sinfonica 2024-2025”

pianoforte

Ingresso/Ticket € 60/15 Teatro La Fenice h. 20

Ingresso/Ticket € 50/10 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

GiuJun

Musiche di Schumann, Beethoven “Musikàmera 2025”

24

sabatoSaturday

ATTILA

Opera in un prologo e tre atti Direttore Sebastiano Rolli Regia Leo Muscato Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 15.30

MARIO BRUNELLO violoncello

Musiche di Ciaikovskij, Beethoven “Musikàmera 2025”

Ingresso/Ticket € 33/11 Auditorium Lo Squero h. 16.30

Ingresso/Ticket € 50/10 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

martedìTuesday

ALEXANDER GADJIEV

Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 15.30

violino

LIONEL MARTIN violoncello LAUMA SKRIDE pianoforte

27

Musiche di Bach, Hindemith “Lo Squero 2025”

01

domenicaSunday

MARTIN RAJNA direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Beethoven, Dvorak “Stagione Sinfonica 2024-2025” Ingresso/Ticket € 60/15 Teatro La Fenice h. 17

02

lunedìMonday

GIANLUCA BERGAMASCO pianoforte

79° anniversario della Repubblica Musiche di Malipiero, Ciaikovskij

Ingresso su prenotazione/Admission upon booking Teatro La Fenice h. 17


04

mercoledìWednesday

QUATUOR AROD

Musiche di Mendelssohn, Haydn “Musikàmera 2025” Ingresso/Ticket € 50/10 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

05

giovedìThursday

QUATUOR AROD

Musiche di Mendelssohn, Haydn “Musikàmera 2025” Ingresso/Ticket € 50/10 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

07

sabatoSaturday

MANLIO BENZI direttore GIACOMO MENEGARDI pianoforte

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Chopin, Sibelius “Stagione Sinfonica 2024-2025” Ingresso/Ticket € 60/10 Teatro Malibran h. 20

08

domenicaSunday

MANLIO BENZI direttore GIACOMO MENEGARDI pianoforte

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Chopin, Sibelius “Stagione Sinfonica 2024-2025”

15

domenicaSunday

GIUSEPPE GUARRERA

pianoforte

Musiche di Beethoven, Fano, Liszt “Musikàmera 2025” Ingresso/Ticket € 35/5 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

20

venerdìFriday

DIALOGUES DES CARMÉLITES

Opera in tre atti e dodici quadri Direttore Frédéric Chaslin Regia Emma Dante Musiche di Francis Poulenc “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 19

AIDA

Opera in quattro atti Direttore Daniel Oren Regia Stefano Poda Musiche di Giuseppe Verdi “102. Arena Opera Festival” Ingresso/Ticket € 150/35 Arena di Verona h. 21.30

21

sabatoSaturday

BRUNO GIURIANNA violino QUARTETTO DI VENEZIA Musiche di Mozart “Lo Squero 2025”

Ingresso/Ticket € 60/10 Teatro Malibran h. 17

Ingresso/Ticket € 33/11 Auditorium Lo Squero h. 16.30

13

QUARTETTO BELINFANTE venerdìFriday

NABUCCO

Opera in quattro parti Direttore Pinchas Steinberg Regia Stefano Poda Musiche di Giuseppe Verdi “102. Arena Opera Festival” Ingresso/Ticket € 265/38 Arena di Verona h. 21.30

14

Musiche di Britten “Musica con vista”

Compendio Orto Giardino del Redentore h. 19

NABUCCO

Opera in quattro parti Direttore Pinchas Steinberg Regia Stefano Poda Musiche di Giuseppe Verdi “102. Arena Opera Festival” Ingresso/Ticket € 265/38 Arena di Verona h. 21.30

sabatoSaturday

NABUCCO

Opera in quattro parti Direttore Pinchas Steinberg Regia Stefano Poda Musiche di Giuseppe Verdi “102. Arena Opera Festival” Ingresso/Ticket € 265/38 Arena di Verona h. 21.30

22

domenicaSunday

DIALOGUES DES CARMÉLITES

Opera in tre atti e dodici quadri Direttore Frédéric Chaslin Regia Emma Dante Musiche di Francis Poulenc “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 17

24

martedìTuesday

DIALOGUES DES CARMÉLITES

Opera in tre atti e dodici quadri Direttore Frédéric Chaslin Regia Emma Dante Musiche di Francis Poulenc “Stagione Lirica e Balletto 20242025” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 19

25

mercoledìWednesday

NICOLAS BALDEYROU clarinetto

29

domenicaSunday

IVOR BOLTON direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Stravinskij, Mendelssohn Bartholdy “Stagione Sinfonica 2024-2025” Ingresso/Ticket € 99/45 Teatro La Fenice h. 17

AIDA

Opera in quattro atti Direttore Daniel Oren Regia Stefano Poda Musiche di Giuseppe Verdi “102. Arena Opera Festival” Ingresso/Ticket € 150/35 Arena di Verona h. 21.30

NICOLAS STAVY pianoforte Musiche di Saint Saëns, Schumann, Brahms “Musikàmera 2025”

Ingresso/Ticket € 35/5 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

27

venerdìFriday

IVOR BOLTON direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Stravinskij, Mendelssohn Bartholdy “Stagione Sinfonica 2024-2025” Ingresso/Ticket € 99/45 Teatro La Fenice h. 20

LA TRAVIATA

INDIRIZZI ARENA DI VERONA Piazza Brà 1-Verona www.arena.it

AUDITORIUM LO SQUERO

Isola di San Giorgio Maggiore www.asolomusica.com

COMPENDIO ORTO GIARDINO DEL REDENTORE

Giudecca venicegardensfoundation.org

Opera in tre atti Direttore Speranza Scappucci Regia Hugo De Ana Musiche di Giuseppe Verdi “102. Arena Opera Festival”

PALAZZETTO BRU ZANE

28

TEATRO MALIBRAN

Ingresso/Ticket € 265/38 Arena di Verona h. 21.30

sabatoSaturday

DIALOGUES DES CARMÉLITES

Opera in tre atti e dodici quadri Direttore Frédéric Chaslin Regia Emma Dante Musiche di Francis Poulenc “Stagione Lirica e Balletto 20242025”

San Polo 2368 bru-zane.com

TEATRO LA FENICE Campo San Fantin 1965 www.teatrolafenice.it

Campiello del Teatro 5873 www.teatrolafenice.it

TEATRO TONIOLO

Piazzetta Malipiero-Mestre www.comune.venezia.it

Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 17

NABUCCO

Opera in quattro parti Direttore Pinchas Steinberg Regia Stefano Poda Musiche di Giuseppe Verdi “102. Arena Opera Festival” Ingresso/Ticket € 265/38 Arena di Verona h. 21.30

203


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

06

:theatro

MagMay

martedìTuesday

TUTTE LE CHIAMATE CHE HO PERSO (EP. 2)

Un progetto di Amor Vacui Coordinamento drammaturgico a cura di Nicolò Targhetta, Francesca Lemmi, Andrea Bellacicco, Eleonora Panizzo “Universerìe IX – Maddalene Factory”

Ingresso libero/Free entry Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

A CHE COSA (NON) SERVONO GLI EROI?

Lettura scenica con l’attore e regista Filippo Dini, direttore artistico del Teatro Stabile del Veneto, il filologo classico Filippomaria Pontani (Università Ca’ Foscari Venezia) e Tomaso Montanari storico dell’arte e saggista “Festival Mythos”

MATOMARI NO NAI

di e con Catarina Casqueiro, Tiago Coelho Vincitore Premio Internazionale Prospettiva Danza Teatro 2024 “Prospettiva Danza Teatro 2025”

I DUE PAPI

(vedi venerdì 9 maggio)

di Anthony McCarten Traduzione Edoardo Erba Con Giorgio Colangeli, Mariano Rigillo Regia di Giancarlo Nicoletti “Colpo di Scena 2024/25”

Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 20.30

09

venerdìFriday

ANCORA TEMPESTA

07

C’È VITA SU VENERE

da La potenza delle tenebre di Lev Tolstoj Testo e regia Fulvio Pepe Con Ilaria Falini, Denis Fasolo, Gianluca Gobbi, Riccardo Livermore, Federica Sandrini, Beatrice Schiros, Leone Tarchiani, Paolo Li Volsi, Debora Zuin “Colpo di Scena 2024/25” Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

08

Ingresso/Ticket € 39/8 Teatro Goldoni h. 20.30

Compagnia Abbondanza/Bertoni “Prospettiva Danza Teatro 2025” Ingresso/Ticket € 12/8 Teatro Verdi-Padova h. 18

CUCCIOLI

(vedi giovedì 8 maggio)

Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO (vedi mercoledì 7 maggio)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

I DUE PAPI

(vedi giovedì 8 maggio)

giovedìThursday

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO

(vedi mercoledì 7 maggio) Teatro Verdi-Padova h. 19

CUCCIOLI

Un progetto di Compagnia Stauffer /Anolfo di Elena Stauffer Regia di Maria Anolfo, Elena Stauffer “MaturAzione – Maddalene Factory”

Ingresso/Ticket € 5 Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 20.30

11

Ingresso/Ticket € 10 Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 19

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO

(vedi giovedì 8 maggio)

Ingresso/Ticket € 12/8 Teatro Verdi-Padova h. 21.30

di Peter Handke Dramaturg Fabrizio Sinisi Regia Fabrizio Arcuri Con Filippo Dini, Margherita Mannino, Simone Pedini, Jessica Sedda, Michele Guidi, Isacco Bugatti, Tommaso Russi “Colpo di Scena 2024/25”

mercoledìWednesday

I DUE PAPI

Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 20.30

10

sabatoSaturday

ANCORA TEMPESTA

(vedi venerdì 9 maggio) Ingresso/Ticket € 39/8 Teatro Goldoni h. 19

CUCCIOLI

(vedi giovedì 8 maggio)

Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO (vedi mercoledì 7 maggio)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

domenicaSunday

ANCORA TEMPESTA

Ingresso/Ticket € 39/8 Teatro Goldoni h. 16

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO (vedi mercoledì 7 maggio) Teatro Verdi-Padova h. 16

PREMIO PREMIO PROSPETTIVA DANZA TEATRO 2025

Fase finale con quattro coreografi finalisti, la Giuria e l’assegnazione del Premio Ingresso libero/Free entry Teatro Verdi-Padova h. 19.30

I DUE PAPI

(vedi giovedì 8 maggio)

Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 16

NAPOLEONE LA MORTE DI DIO

da Victor Hugo Testo e regia Davide Sacco Con Lino Guanciale e con Simona Boo, Amedeo Carlo Capitanelli “Colpo di Scena 2024/25” Ingresso/Ticket € 40/5 Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 20.30

16

venerdìFriday

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO

da La potenza delle tenebre di Lev Tolstoj Testo e regia Fulvio Pepe Con Ilaria Falini, Denis Fasolo, Gianluca Gobbi, Riccardo Livermore, Federica Sandrini, Beatrice Schiros, Leone Tarchiani, Paolo Li Volsi, Debora Zuin “Colpo di Scena 2024/25” Ingresso/Ticket € 39/8 Teatro Goldoni h. 20.30

LA FAMIGLIA ADDAMS

Commedia musicale d’altri tempi

martedìTuesday

Regia Salvatore Sito Compagnia della Corona e Teatro Fanin

TUTTE LE CHIAMATE CHE HO PERSO (EP. 3)

ANCORA TEMPESTA

13

Un progetto di Amor Vacui Coordinamento drammaturgico a cura di Nicolò Targhetta, Francesca Lemmi, Andrea Bellacicco, Eleonora Panizzo “Universerìe IX – Maddalene Factory”

Ingresso libero/Free entry Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

14

mercoledìWednesday

ANCORA TEMPESTA

di Peter Handke Dramaturg Fabrizio Sinisi Regia Fabrizio Arcuri Con Filippo Dini, Margherita Mannino, Simone Pedini, Jessica Sedda, Michele Guidi, Isacco Bugatti, Tommaso Russi “Colpo di Scena 2024/25” Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

15

giovedìThursday

ANCORA TEMPESTA

(vedi mercoledì 14 maggio) Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 19

Ingresso/Ticket € 39/28 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

(vedi mercoledì 14 maggio)

Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

NAPOLEONE LA MORTE DI DIO

(vedi giovedì 15 maggio)

Ingresso/Ticket € 40/5 Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 20.30

17

sabatoSaturday

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO (vedi venerdì 16 maggio)

Teatro Goldoni h. 19

ANCORA TEMPESTA

(vedi mercoledì 14 maggio)

Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

18

domenicaSunday

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO

(vedi venerdì 16 maggio)

Teatro Goldoni h. 16

ANCORA TEMPESTA

(vedi mercoledì 14 maggio) Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 16

204


MADE IN AMERICA

Coreografie Yuri Possokhov, Nicolo Fonte, Andy Blankenbuheler Tulsa Ballet Ingresso/Ticket € 32/8 Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 21

19

lunedìMonday

IL SEQUESTRO. GLI 831 GIORNI DI CARLO CELADON

Drammaturgia di Marco Gnaccolini Voci e regia di Anna Tringali Teatro Bresci “Premio Arteven Pierluca Donin” Ingresso/Ticket € 5 Teatro del Parco-Mestre h. 19.30

20

martedìTuesday

LA SCUOLA DEI MARITI E DELLE MOGLI

da Molière Adattamento drammaturgico e regia di Piergiorgio Piccoli Theama Teatro “Premio Arteven Pierluca Donin” Ingresso/Ticket € 5 Teatro del Parco-Mestre h. 19.30

TUTTI I PROMEMORIA CHE MI SCRIVO (EP. 4) Un progetto di Amor Vacui Coordinamento drammaturgico a cura di Nicolò Targhetta, Francesca Lemmi, Andrea Bellacicco, Eleonora Panizzo “Universerìe IX – Maddalene Factory”

Ingresso libero/Free entry Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

21

mercoledìWednesday

BUFFONI ALL’INFERNO

Soggetto originale e regia di Marco Zoppello Stivalaccio Teatro “Premio Arteven Pierluca Donin” Ingresso/Ticket € 5 Teatro del Parco-Mestre h. 19.30

22

giovedìThursday

AI<3PØRN

Un progetto di Collettivo Artificiale Drammaturgia Federico Mattioli Con Angelo Callegarin, Elena Orsini, Alma Poli “MaturAzione – Maddalene Factory” Ingresso/Ticket € 5 Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

23

venerdìFriday

PREMIO ARTEVEN PIERLUCA DONIN Serata di Gala

Proclamazione dello spettacolo vincitore” Ingresso libero/Free entry Teatro Toniolo-Mestre h. 21

AI<3PØRN

(vedi giovedì 22 maggio)

Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

L’ULTIMA ESTATE. FALCONE E BORSELLINO 30 ANNI DOPO di Claudio Fava un progetto di Simone Luglio Con Emmanuele Aita, Giovanni Santangelo Regia Chiara Callegari “Fuoriserie 2024/25” Ingresso/Ticket € 20/5 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

24

sabatoSaturday

AI<3PØRN

(vedi giovedì 22 maggio)

Teatro Maddalene-Padova h. 19.30

DIZIONARIO BALASSO (COLPI DI TAG)

31

sabatoSaturday

BIENNALE TEATRO 2025

Il 53. Festival Internazionale del Teatro si svolgerà dal 31 maggio al 15 giugno 2025, con la direzione di Willem Dafoe: in cartellone spettacoli e appuntamenti con i protagonisti più importanti della scena teatrale contemporanea (Vedi Speciale p. 74) Arsenale e altri luoghi in città

GiuJun

07

sabatoSaturday

18

giovedìThursday

RIBELLI

di e con Federico Buffa “Festival Aqua - La filosofia del mare”

Ingresso/Ticket € 12 Arenile Piazza Brescia-Jesolo h. 20.45

21

sabatoSaturday

IL RESPIRO DELLE ACQUE

Testi, regia e direzione coreografica di Laura Boato Produzione Indaco “Landscapes” Ingresso/Ticket € 15 Casa Cozzi-Zero Branco h. 20.45

UN MARE DI GIADA

Elaborato e narrato da Sista Bramini Musiche originali eseguite da Sara Galassini O Thiasos TeatroNatura

Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore, Giudecca h. 18

12

giovedìThursday

PIANO POETRY - RECITAL

INDIRIZZI ARENILE PIAZZA BRESCIA

Piazza Brescia, Lido di Jesolo www.festivalaqua.it

CASA COZZI

Via Milan 41-Zero Branco, Treviso www.fbsr.it

Con Sergio Cammariere musicista e Cosimo Damiano Damato regista, sceneggiatore “Festival Aqua - La filosofia del mare”

ORTO GIARDINO DELLA CHIESA DEL SANTISSIMO REDENTORE

Ingresso/Ticket € 10 Arenile Piazza Brescia-Jesolo h. 20

Giudecca, 194 www.venicegardensfoundation.org

di e con Maurizio Lastrico

14

TEATRO CORSO

25

di e con Serena Dandini “Festival Aqua - La filosofia del mare”

Scritto e interpretato d a Natalino Balasso “Fuoriserie 2024/25”

Ingresso/Ticket € 25/15 Teatro Verdi-Padova h. 21.15

MAURIZIO LASTRICO Sul lastrico

Ingresso/Ticket € 33/44 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

domenicaSunday

ANGELO PISANI

Habemus Papà

di e con Angelo Pisani

Ingresso/Ticket € 32/28 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

28

mercoledìWednesday

UNIVERSERÌE STAGIONE COMPLETA

Un progetto di Amor Vacui Coordinamento drammaturgico a cura di Nicolò Targhetta, Francesca Lemmi, Andrea Bellacicco, Eleonora Panizzo “Universerìe IX – Maddalene Factory”

Ingresso/Ticket € 10/8 Teatro Maddalene-Padova h. 20.30

sabatoSaturday

C’ERA LA LUNA

Ingresso libero/Free entry Arenile Piazza Brescia-Jesolo h. 20.45

17

martedìTuesday

STORIE DEL NOSTRO PRESENTE

di e con Paolo Ruffini “Festival Aqua - La filosofia del mare” Ingresso/Ticket € 12 Arenile Piazza Brescia-Jesolo h. 20.45

Corso del Popolo 30-Mestre www.dalvivoeventi.it

TEATRO GOLDONI

San Marco 4650/B www.teatrostabileveneto.it

TEATRO MADDALENE Via S. Giovanni di VerdaraPadova www.teatrostabileveneto.it

TEATRO MARIO DEL MONACO

Corso del Popolo 31-Treviso www.teatrostabileveneto.it

TEATRO DEL PARCO Parco Albanese-Mestre www.culturavenezia.it

TEATRO TONIOLO

Piazzetta Cesare Battisti-Mestre www.culturavenezia.it/toniolo

TEATRO VERDI

Via dei Livello 32-Padova www.teatrostabileveneto.it

205


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

06

:cinema

MagMay

martedìTuesday

NO MAN’S LAND

Regia di Danis Tanovic (2001) “Storie di Frontiera. I confini d’Europa”

Casa del Cinema h. 17.30/20.30

LES CHOSES QU’ON DIT, LES CHOSES QU’ON FAIT

Regia di Emmanuel Mouret (2020) “Mardi Cinéma” Centro Culturale Candiani-Mestre h. 18

08

giovedìThursday

20TH CENTURY WOMEN

Regia di Mike Mills (2016) “Notti Disarmate”

Casa del Cinema h. 17.30/20.30

DEMOCRACY NOIR

Regia di Connie Field (2024) “CinemARTa - Zone di contatto” Teatro Ca’ Foscari h. 18.30

10

sabatoSaturday

TRANSMUTATION

Teatrino di Palazzo Grassi h. 18

martedìTuesday

IL SIPARIO STRAPPATO

Regia di Alfred Hitchcock (1966) “Storie di Frontiera. I confini d’Europa” Casa del Cinema h. 17.30/20.30

14

mercoledìWednesday

DIVENTARE MATTEOTTI

Documentario di Laura Fasolin, Camilla Ferrari, Alberto Gambato Casa del Cinema h. 18

15

venerdìFriday

Regia di Fanny Molins (2023) “Alliance Française incontra Circuito Cinema” Casa del Cinema h. 18.30

19

lunedìMonday

ASADUR - ALLA RICERCA DELL’IDENTITÀ PERDUTA

Regia di Memet Emin Yildiz (2024) “Giorno del Ricordo per il genocidio Armeno” Casa del Cinema h. 18

20

martedìTuesday

NIENTE DA DICHIARARE?

Regia di Dany Boon (2010) “Storie di Frontiera. I confini d’Europa”

Casa del Cinema h. 17.30/20.30

21

mercoledìWednesday

giovedìThursday

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO Regia di Elio Petri (1971) “Notti Disarmate”

Casa del Cinema h. 17.30/20.30

Regia di Forensic Architecture e Comissione della Verità, (2021)

LA CASA DEL FLORERO

Regia di Forensic Architecture e Comissione della Verità, (2021)

LA ESCUELA DE CABALLERÍA

Regia di Forensic Architecture e Comissione della Verità, (2021) “Tracce di sparizione” Casa del Cinema h. 17.30/20.30

22

giovedìThursday

THE CITY IS LOST. LA VENEZIA DI JOHN RUSKIN

Regia di Alessandra Lancellotti (2025)

martedìTuesday

TOTÒ E PEPPINO DIVISI A BERLINO

Regia di Giorgio Bianchi (1962) “Storie di Frontiera. I confini d’Europa”

VIDEOCONCORSO FRANCESCO PASINETTI

Proiezioni e premiazioni della 22. edizione del concorso dedicato al cortometraggio Teatro Kolbe-Mestre h. 17.30

29

giovedìThursday

I, DANIEL BLAKE

Regia di Ken Loach (2016) “Notti Disarmate”

GiuJun

03

martedìTuesday

IO CAPITANO

Regia di Matteo Garrone (2023) “Storie di Frontiera. I confini d’Europa” Casa del Cinema h. 17.30/20.30

05

giovedìThursday

CIDADE DE DEUS

17

martedìTuesday

THE ELEPHANT MAN

(vedi luned’ 16 giugno) IMG Cinemas Candiani

18

mercoledìWednesday

THE ELEPHANT MAN (vedi luned’ 16 giugno) IMG Cinemas Candiani

INDIRIZZI CASA DEL CINEMA

San Stae 1990 www.culturavenezia.it/cinema

CENTRO CULTURALE CANDIANI Piazzale Candiani-Mestre www.labiennale.org

CINEMA ROSSINI

Salizzada della Chiesa 3997 www.labiennale.org

IMG CINEMAS

Piazzale Candiani-Mestre imgcinemas.it

06

venerdìFriday

UniSVe

Regia di Alessandra Lancellotti (2025)

GOUTTE D’OR

23

Casa del Cinema h. 18

Casa del Cinema h. 17.30

IMG Cinemas Candiani

TEATRINO DI PALAZZO GRASSI

Casa del Cinema h. 17.30/20.30

Regia di Aki Kaurismäki (1990) “Notti Disarmate”

VIDEOCONCORSO FRANCESCO PASINETTI

Regia di David Lynch “IMG Cult”

SCUOLA GRANDE DI SAN ROCCO

I HIRED A CONTRACT KILLER

venerdìFriday

lunedìMonday

Regia di Fernando Meirelles e Kátia Lund (2002) “Notti Disarmate”

Scuola Grande di San Rocco

Casa del Cinema h. 17.30/20.30

16

THE ELEPHANT MAN

Casa del Cinema h. 17.30/20.30

THE CITY IS LOST. LA VENEZIA DI JOHN RUSKIN

Proiezioni e premiazioni della 22. edizione del concorso dedicato al cortometraggio

206

27

Casa del Cinema h. 17.30/20.30

CAJAS NEGRAS

Regia di Bêka & Lemoine,(2024)

13

16

ATLANTIC BAR

Regia di Clément Cogitore (2023) “Alliance Française incontra Circuito Cinema”

VIDEOCONCORSO FRANCESCO PASINETTI

Proiezioni e premiazioni della 22. edizione del concorso dedicato al cortometraggio Scuola dei Laneri h. 17.30

San Polo 3052 www.scuolagrandesanrocco.org San Samuele, San Marco 3260 www.pinaultcollection.com

TEATRO CA’ FOSCARI Calle Larga Santa Marta www.unive.it

TEATRO KOLBE

Via Aleardi 156-Mestre www.parrocchiasacrocuore.net

UNISVE

Dorsoduro 3077 unisve.it


BIZET, L’AMORE RIBELLE

FESTIVAL DI PRIMAVERA 29 MARZO – 16 MAGGIO 2025

MARTEDÌ 6 MAGGIO ORE 19.30 Bizet segreto Roberto Prosseda pianoforte pezzi per pianoforte di BIZET, GOUNOD e FARRENC

Palazzetto Bru Zane San Polo 2368, Venezia +39 041 30 37 615 tickets@bru-zane.com Da 5 a 15 euro Dettagli delle tariffe online

BRU-ZANE.COM 207


biennalearchitettura NATIONAL PARTICIPATIONS / COLLATERAL EVENTS NOT ONLY BIENNALE

GIARDINI

GRANDUCATO DI LUSSEMBURGO

National Participations

Artiglierie

AUSTRALIA AUSTRIA BELGIO BRASILE CANADA Repubblica di COREA DANIMARCA EGITTO FINLANDIA (Padiglione Alvar Aalto)

Sale d'Armi

IRLANDA Repubblica del KOSOVO Artiglierie

PAKISTAN

Spazio 996/A, Fondamenta Sant’Anna Castello 996/A

PORTOGALLO

Fondaco Marcello, Calle del Traghetto San Marco 3415

LETTONIA

QATAR/2

LIBANO

ROMANIA/2

Artiglierie

ACP - Palazzo Franchetti, San Marco 2847

Sale d’Armi

New Gallery of Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica Palazzo Correr, Campo Santa Fosca Cannaregio 2214

Regno del MAROCCO

SANTA SEDE

Sale d’Armi

Repubblica di MACEDONIA DEL NORD

Artiglierie

MESSICO Sale d'Armi

Complesso di Santa Maria Ausiliatrice Fondamenta San Gioachin, Castello 450

THAILANDIA

Castello Gallery, Castello 1636/A

FRANCIA GERMANIA GIAPPONE GRAN BRETAGNA GRECIA PAESI BASSI PAESI NORDICI

Sultanato dell’OMAN

POLONIA QATAR/1 ROMANIA/1 SERBIA SPAGNA STATI UNITI D’AMERICA SVIZZERA UNGHERIA URUGUAY PADIGLIONE VENEZIA

UCRAINA

Repubblica di ARMENIA

EUmies Awards. Young Talent 2025 Intelligens . Talent

ARSENALE

Repubblica dell’AZERBAIGIAN

PALAZZO DELLE PRIGIONI

National Participations

BULGARIA

Castello 4209 (next to Palazzo Ducale)

(Finlandia, Norvegia, Svezia)

ALBANIA Artiglierie

Artiglierie

PERÙ

Sale d'Armi

SINGAPORE Sale d'Armi

Repubblica di SLOVENIA

Collateral Events DOCKS CANTIERI CUCCHINI

Sale d'Armi Sale d'Armi

Repubblica dell’UZBEKISTAN Tese Cinquecentesche

PADIGLIONE ITALIA Tese delle Vergini

AROUND TOWN National Participations Tesa 41, Fondamenta Case Nuove, Castello 2738/C Campo della Tana, Castello 2127/A (opposite the Arsenale entrance)

Sala Tiziano, Centro Culturale Don Orione Artigianelli Dorsoduro 909/A

Repubblica di CIPRO

ARGENTINA

Riva dei Sette Martiri, Castello 1611

Regno del BAHRAIN Artiglierie

AROUND TOWN

TURCHIA

Associazione Culturale Spiazzi, Castello 3865

Sale d'Armi

Squero Castello, Salizada Streta, Castello 368

Artiglierie

ARABIA SAUDITA Sale d'Armi

Repubblica del TOGO

ESTONIA

GRENADA

La Toletta Spazioeventi, Fondamenta Borgo Dorsoduro 1134

Catalonia in Venice_Water Parliaments. Projective Ecosocial Architectures San Pietro di Castello 40/A PALAZZO ZORZI

Deep Surfaces. Architecture to enhance the visitor experience of UNESCO sites UNESCO Regional Bureau for Science and Culture in Europe, Castello 4930 PALAZZO MORA

Palazzo Mora, Strada Nova, Cannaregio 3659

NON-Belief. Taiwan Intelligens of Precarity CAMPO DELLA TANA/1

Parallel Worlds. Exhibition from Macao, China

Castello 2126/A (opposite the Arsenale entrance) CAMPO DELLA TANA/2

Projecting Future Heritage. A Hong Kong Archive

Castello 2126 (opposite the Arsenale entrance)

CILE

ISLANDA

CINA Repubblica Popolare Cinese

KUWAIT

Rooted Transience AlMusalla Prize 2025

Tesa 42, Fondamenta Case Nuove, Castello 2738/C

Dorsoduro 172 (next to Chiesa della Salute)

LITUANIA

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE

Artiglierie Magazzino delle Vergini

CROAZIA Artiglierie

Ramo de la Tana, Castello 2125 (opposite the Arsenale entrance)

EMIRATI ARABI UNITI Sale d'Armi

Chiesa di Santa Maria dei Derelitti Complesso dell’Ospedaletto Barbaria de le Tole, Castello 6691

FILIPPINE

MONTENEGRO

Artiglierie

208

ArteNova, Campo San Lorenzo, Castello 5063

ABBAZIA DI SAN GREGORIO

The Fondation Cartier pour l’art contemporain by Jean Nouvel FinoUntil 14 settembreSeptember

Fondazione Giorgio Cini Isola di San Giorgio Maggiore


PALAZZO DIEDO

The Next Earth Computation, Crisis, Cosmology Berggruen Arts & Culture, Cannaregio 2386 LA FUCINA DEL FUTURO

The SKYWALK by Platform Earth FinoUntil 11 settembreSeptember

Calle San Lorenzo, Castello 5063/B GIARDINI DELLA MARINARESSA

unEarthed / Second Nature / PolliNATION FinoUntil 28 settembreSeptember

Riva dei Sette Martiri, Castello

AROUND TOWN Not Only Biennale 10 & ZERO UNO

JOHN ROBINSON. The Shed

DOMUS CIVICA

PIERA BENETTI. Aboutness 8 maggioMay-30 giugnoJune

Calle de le Sechere, San Polo 3082 EMERGENCY VENEZIA

HUMANITY LOVERS

Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252

PALAZZO MORA | PALAZZO BEMBO GIARDINI DELLA MARINARESSA

TIME SPACE EXISTENCE

10 maggioMay-23 novembreNovember

Palazzo Mora, Strada Nova, Cannaregio 3659 Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4793 Giardini della Marinaressa Riva dei Sette Martiri, Castello EUROPEAN CULTURAL CENTRE (ECC)/2 PALAZZO MORA

TIME SPACE EXISTENCE Portal by A INTERIORS

10 maggioMay-23 novembreNovember

EUROPEAN CULTURAL CENTRE (ECC)/3 PALAZZO BEMBO

FinoUntil 29 giugnoJune

TIME SPACE EXISTENCE Henriquez Partners Architects

ATELIER LUNARDELLI VENEZIA

ECC-Palazzo Bembo, Riva del Carbon San Marco 4793

JACOPO ASCARI Storie d’acqua. Guida sentimentale di Venezia scritta sulle briccole FinoUntil 30 giugnoJune

Calle Seconda del Cristo, San Polo 2210/A CA’ PESARO/1

10 maggioMay-23 novembreNovember

FÀBRICA 33

UNIVERSE PAVILION Sheltering in Space. A Guide 10 maggioMay-31 luglioJuly

Calle Larga dei Boteri, Cannaregio 5063

RAOUL SCHULTZ. Opere 1953-1970

FONDATION VALMONT

Galleria Internazionale d’Arte Moderna (Sale Dom Pérignon), Santa Croce 2076

FinoUntil 22 novembreNovember

FinoUntil 8 giugnoJune

CA’ PESARO/2

GIULIO ARISTIDE SARTORIO Il poema della vita umana 16 maggioMay-28 settembreSeptember

Galleria Internazionale d’Arte Moderna Santa Croce 2076 CA’ PESARO/3

TELEMACHUS. The Quest for Self Palazzo Bonvicini, The Intimate Museum Santa Croce 2161/A FONDATION WILMOTTE

PRIX W 2025 The Abbey of Montmajour. Winning Projects 9 maggioMay-23 novembreNovember

Fondamenta de l’Abazia, Cannaregio 3560

ANTONELLO VIOLA L’oro della laguna

FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA PALAZZETTO TITO

Galleria Internazionale d’Arte Moderna (Sale Dom Pérignon), Santa Croce 2076

FinoUntil 27 luglioJuly

20 giugnoJune-28 settembreSeptember

CASA DEI TRE OCI BERGGRUEN ARTS & CULTURE

MATTHIAS SCHALLER Controfacciata

FinoUntil 23 novembreNovember

Berggruen Institute Europe, Fondamenta Zitelle Giudecca 43

PATRICIA LEITE. Cold Water Dorsoduro 2826

FONDAZIONE DELL’ALBERO D’ORO

DI STORIE E DI ARTE. Tre secoli di vita a Palazzo Vendramin Grimani FinoUntil 23 novembreNovember

Palazzo Vendramin Grimani, San Polo 2033 FONDAZIONE PRADA

CHIESA DI SANTA MARIA DELLA VISITAZIONE

DIAGRAMS A project by AMO/OMA

9 maggioMay-23 novembreNovember

Ca’ Corner della Regina, Santa Croce 2215

VERONIKA PSOTKOVÁ. Perpetuo Fondamenta Zattere ai Gesuati, Dorsoduro

10 maggioMay-24 novembreNovember

FONDAZIONE SANLORENZO

SANLORENZO ARTS VENICE (Apertura ufficiale fine maggio Official opening end of May)

Dorsoduro 170

FORTE MARGHERA

ARTEFICI DEL NOSTRO TEMPO 2025 7 giugnoJune-31 dicembreDecember

Padiglione 29, Via Forte Marghera 30, Mestre GALLERIA ALBERTA PANE

ROMINA DE NOVELLIS Architetture Terrone

9 maggioMay-10 settembreSeptember

Calle dei Guardiani, Dorsoduro 2403/H GALLERIA TOMMASO CALABRO

MAN RAY

FinoUntil 21 giugnoJune

Campo San Polo, San Polo 2177 GALLERIE DELL’ACCADEMIA

CORPI MODERNI. La costruzione del corpo nella Venezia del Rinascimento. Leonardo, Michelangelo, Dürer, Giorgione FinoUntil 27 luglioJuly

Campo della Carità, Dorsoduro 1050 IKONA GALLERY

WILLIAM KLEIN

22 giugnoJune-30 novembreNovember

Campo del Ghetto Nuovo, Cannaregio 2909 ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/1 BASILICA DI SAN GIORGIO MAGGIORE

LUC TUYMANS. Due nuove tele del grande artista belga per l’altare di San Giorgio Maggiore 9 maggioMay-24 novembreNovember

Abbazia di San Giorgio Maggiore - Benedicti Claustra Onlus, Isola di San Giorgio Maggiore ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/2 LE STANZE DEL VETRO

1932-1942 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia FinoUntil 23 settembreSeptember

Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/3 LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA

ROBERT MAPPLETHORPE Le forme del classico FinoUntil 6 gennaioJanuary, 2026

Isola di San Giorgio Maggiore

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/4 LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA

FinoUntil 23 novembreNovember

FinoUntil 10 agostoAugust

JOHN BALDESSARI No Stone Unturned. Conceptual Photography

Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701

Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252

FinoUntil 15 settembreSeptember

FinoUntil 23 novembreNovember

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/1

MARIA HELENA VIEIRA DA SILVA Anatomia di uno spazio

COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/3

EUROPEAN CULTURAL CENTRE (ECC)/1

AMA VENEZIA

Fondamenta de Ca’ Vendramin, Cannaregio 2395

Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252

MARTÍ GUIXÉ Q Spot. Seat, read, think, repeat

ECC-Palazzo Mora, Strada Nova, Cannaregio 3659

AMA COLLECTION

FinoUntil 23 novembreNovember

Giudecca 212

FinoUntil 31 ottobreOctober Chiusa luglio e agosto/Closed in July and August

8 maggioMay-19 luglioJuly

Via Garibaldi, Castello 1830

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/2

DAVIDE RIVALTA Leoni in campo | Lions on the Field

MAURIZIO GALIMBERTI tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino Isola di San Giorgio Maggiore

209


biennalearchitettura NOT ONLY BIENNALE

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/5

VATICAN CHAPELS. Andrew Berman, Francesco Cellini, Javier Corvalan, Eva Prats and Ricardo Flores, Norman Foster, Terunobu Fujimori, Sean Godsell, Carla Juaçaba, Smiljan Radic, Eduardo Souto de Moura, Francesco Magnani and Traudy Pelzel Fondazione Giorgio Cini Parco dell’Isola di San Giorgio Maggiore ISOLA DI SAN SERVOLO

SEA BEYOND. Ocean Literacy Centre Isola di San Servolo

M9 – MUSEO DEL ‘900/1

MUSEO DI STORIA NATURALE GIANCARLO LIGABUE/2

ALICE CHANNER. Megaflora 8 maggioMay-28 settembreSeptember

Santa Croce 1730

14 maggioMay-5 ottobreOctober

FinoUntil 27 luglioJuly

San Marco 3958

NCONTEMPORARY VENICE

WALTER NIEDERMAYR Marghera 1997 8 maggioMay-19 luglioJuly

Fondamenta San Giacomo, Giudecca 199

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre

8 maggioMay-28 settembreSeptember

FORMAFANTASMA. Ore streams: The Shape of Things to Come Piazza San Marco 101

NO DOUBT ABOUT IT Projects from Armenia, China, Georgia, Germany, Latvia, and Poland

NICOLETTA FIORUCCI FOUNDATION

Palazzo Contarini Polignac, Dorsoduro 874

APPARITIONS The dream of infinity

NADIA HUGGINS | TESSA MARS otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua [altre montagne, dissolte sotto l’acqua]

8 maggioMay-23 novembreNovember

MARIGNANA ARTE

TOLIA ASTAKHISHVILI

7 maggioMay-23 novembreNovember

Dorsoduro 2828

OCEAN SPACE

FinoUntil 26 luglioJuly

FinoUntil 2 novembreNovember

Rio Terà dei Catecumeni, Dorsoduro 141

Chiesa di San Lorenzo, Castello 5069

MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE

PALAZZO BAROVIER&TOSO

anonymous art project LINES BY KENGO KITO

Consiglio Regionale del Veneto, San Marco 2322 PALAZZO FRANCHETTI/1

ALBERTO RODRÍGUEZ SERRANO Ars Gratia Artis Venezia

NEGOZIO OLIVETTI

MAGAZZINO GALLERY

14 maggioMay-17 ottobreOctober

MUSEO FORTUNY

ARTE SALVATA. Capolavori oltre la guerra dal MuMa di Le Havre FinoUntil 31 agostoAugust

PALAZZO FERRO FINI

GIANMARIA POTENZA Elaborating New Codes

Barovier&Toso ARTE VLASTIMIL BERÁNEK Stillness in Motion | Quiete in Movimento

MATTIA MORENI. Gli oggetti le cose pensano in silenzio ACP - Palazzo Franchetti, San Marco 2847 PALAZZO FRANCHETTI/2

GRAHAM SUTHERLAND. Bittersweet FinoUntil 27 luglioJuly

ACP - Palazzo Franchetti, San Marco 2847 PALAZZO GRASSI

TATIANA TROUVÉ La strana vita delle cose FinoUntil 4 gennaioJanuary, 2026

Campo San Samuele, San Marco 3231 PROCURATIE VECCHIE/1

The Human Safety Net A WORLD OF POTENTIAL

Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105 PROCURATIE VECCHIE/2

The Human Safety Net DREAMS IN TRANSIT

9 maggioMay-15 marzoMarch, 2026

Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105 PUNTA DELLA DOGANA

THOMAS SCHÜTTE. Genealogies FinoUntil 23 novembreNovember

Dorsoduro 2

SCUOLA PICCOLA ZATTERE

Sala dell'Acqua, Fondamenta Manin 1/D, Murano

FOSBURY ARCHITECTURE Design x ABC Zattere GAËLLE CHOISNE. Temple of Love. Cœur

IL CORRER DI CARLO SCARPA 1953-1960

PALAZZO BOLLANI

Dorsoduro 1401

Quadreria, San Marco 52

10 maggioMay-21 luglioJuly

FinoUntil 28 settembreSeptember

Cortile dell’Agrippa and Sala V Piazzetta San Marco 17 MUSEO CORRER

FinoUntil 19 ottobreOctober

MUSEO DEL VETRO

anonymous art project MIKA NINAGAWA with EiM. Interstice Castello 3647

Storie di fabbriche. Storie di famiglie DONAZIONE CARLO E GIOVANNI MORETTI 1958-2013

PALAZZO CAVANIS

Fondamenta Giustinian 8, Murano

PALAZZO CINI

FinoUntil 30 giugnoJune

MUSEO DI PALAZZO GRIMANI

ZHANG ZHAOYING Lifelong Beauty

8 maggioMay-3 agostoAugust

Ramo Grimani, Castello 4858 MUSEO DI PALAZZO MOCENIGO

IL SEDUTTORE Il rinnovamento dell’immagine maschile al tempo di Casanova FinoUntil 27 luglioJuly

Santa Croce 1992

MUSEO DI STORIA NATURALE GIANCARLO LIGABUE/1

UN OSTRIARIUM ROMANO NELLA LAGUNA DI VENEZIA FinoUntil 2 novembreNovember

Santa Croce 1730

210

ALPS. ARCHITECTURE. SOUTH TYROL

10 maggioMay-23 novembreNovember

Fondamenta Zattere, Dorsoduro 920

LJUBODRAG ANDRIC Spazi, soglie, luci

FinoUntil 8 settembreSeptember

Campo San Vio, Dorsoduro 864 PALAZZO DIEDO BERGGRUEN ARTS & CULTURE

New site-specific installations UNTITLED (FLOOR) by Piero Golia SENZA TITOLO by Marcantonio Brandolini d’Adda FinoUntil 23 novembreNovember

Cannaregio 2386

PALAZZO DUCALE

L’ORO DIPINTO. El Greco e la pittura tra Creta e Venezia FinoUntil 29 settembreSeptember

San Marco 1

9 maggioMay-12 ottobreOctober

SMAC/1 SAN MARCO ART CENTRE

FOR ALL THAT BREATHES ON EARTH Jung Youngsun and Collaborators 9 maggioMay-13 luglioJuly

Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105 SMAC/2 SAN MARCO ART CENTRE

MIGRATING MODERNISM The architecture of Harry Seidler 9 maggioMay-13 luglioJuly

Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105 THE VENICE VENICE HOTEL

M’ART&CRAFT DESIGN STUDIO Venice M’Art Gallery, Cannaregio 5631 VICTORIA MIRO VENICE

DO HO SUH Breathing Home | Recent Drawings 10 maggioMay-28 giugnoJune

Calle Drio La Chiesa, San Marco 1994


theveniceglassweek.com

211 CASADOROFUNGHER Comunicazione / Graphic Design Cristina Morandin


a cura di Alberto Marzari

Le città invisibili

di Italo Calvino, Einaudi 1972 (prima edizione)

Letture “Spaziali”

Uno dei più grandi scrittori e parolieri italiani, Italo Calvino narra in nove capitoli i viaggi fatti da Marco Polo. Ogni capitolo racconta le città all’interno dell’immenso territorio dell’Imperatore dei Tartari Kublai Khan. Una riflessione sul ruolo delle megalopoli moderne e l’intenzione, da parte dello stesso Calvino, di rifare il Milione di Marco Polo. Un libro che assieme a Lezioni Americane ha avvicinato l’architettura a Calvino, creandone un connubio inscindibile. L’opera è stata finalista del Premio Nebula nel 1975.

Parole nel vuoto

di Adolf Loos, Adelphi 1992

Quattro capanne o della semplicità

di Leonardo Caffo, Nottetempo 2020 Un saggio che esplora il tema dell’isolamento dalla società e il ritorno alla natura, il tutto raccontato dal punto di vista di quattro celebri pensatori che hanno avvertito, durante la loro vita, il desiderio di riavvicinarsi alla natura. Le quattro figure sono: Ludwig Wittgenstein, grande filosofo del ‘900, il rivoluzionario architetto Le Corbusier, Theodore Kaczynski, un professore di matematica diventato poi terrorista, e Henry David Thoreau, poeta e saggista. Abitare in una capanna per questi personaggi è un gesto radicale che li costringe a un ripensamento del tempo e a rivoluzionare le proprie discipline. Un racconto che rimette in discussione il rapporto dell’uomo con il Pianeta che abita.

L’architettura della città

books

di Aldo Rossi, Il Saggiatore 2011

212

Una raccolta di saggi provocatori che riflettono la visione radicale di Loos sull’architettura e sul design. Il suo pensiero è critico nei confronti dell’eccesso ornamentale e favorevole a promuovere la funzionalità come valore estetico. Il libro è un manifesto modernista essenziale, dove ogni parola è un colpo all’accademismo. Una lettura breve ma densa, capace di scuotere ancora oggi. Considerato uno dei fondatori del Razionalismo europeo e dell’Architettura Moderna, Loos è l’unico riuscito a condurre una critica radicale della figura sociale dell’architetto contemporaneo. L’unico che da grande architetto qual era ha dichiarato: «È noto che non annovero gli architetti fra gli esseri umani».

Un testo fondamentale per comprendere il pensiero urbano del Novecento. Pubblicato nel 1966, il libro rompe con la visione funzionalista allora dominante, proponendo una nuova lettura della città come costruzione storica collettiva. Con rigore teorico e chiarezza, Rossi ridefinisce la città come un fatto collettivo, storico e duraturo, opponendosi alla visione funzionalista. Introduce concetti come “luogo” e “memoria collettiva”, rivalutando la permanenza delle forme architettoniche. Un libro denso, critico e poetico, che ha cambiato il modo di pensare la città e il ruolo dell’architetto.

A lezione con Carlo Scarpa

di Carlo Scarpa e Franca Semi, Hoepli 2019

Un prezioso racconto dell’esperienza didattica e umana vissuta con uno dei più grandi maestri dell’architettura italiana del Novecento. Il libro, scritto con sensibilità e precisione, restituisce il clima intimo e stimolante delle lezioni tenute da Scarpa allo Iuav di Venezia. Attraverso aneddoti, riflessioni e descrizioni, emerge il suo metodo, fatto di attenzione al dettaglio, amore per i materiali e rigore poetico. Non è solo un omaggio al Maestro, ma anche una testimonianza sull’importanza del pensiero critico, dell’osservazione e della lentezza nel processo progettuale. Un testo affascinante, che unisce teoria, pratica e memoria, offrendo una lezione viva di architettura e di vita.uscirà nelle sale italiane il 6 marzo.


213


214


staff

Mensile di cultura, spettacolo e tempo libero Numero 299-300 - Anno XXIX Venezia, 1 maggio 2025 Con il Patrocinio del Comune di Venezia Autorizzazione del Tribunale di Venezia n. 1245 del 4/12/1996 Direzione editoriale Massimo Bran Direzione organizzativa Paola Marchetti Relazioni esterne e coordinamento editoriale Mariachiara Marzari Redazione Chiara Sciascia, Davide Carbone Speciali Fabio Marzari Coordinamento editoriale TheBAG, Daily Mostra del Cinema, Redazione Web, Newsletter Marisa Santin Grafica Luca Zanatta

Hanno collaborato a questo numero Katia Amoroso, Maria Laura Bidorini, Elena Cardillo, Loris Casadei, Michele Cerruti But, Maurizio De Luca, Fabio Di Spirito, Elisabetta Gardin, Nicolò Ghigi, Renato Jona, Michela Luce, Paolo Lucchetta, Franca Lugato, Irene Machetti, Alberto Marzari, Giorgio Placereani, Diletta Rostellato, Giovanni Santarelli, Livia Sartori di Borgoricco, Sara Abra Carrol Smersu, Adele Spinelli, Camillo Tonini, Delphine Trouillard, Giovanni Vio Si ringraziano Liam Young, Pietrangelo Buttafuoco, Elizabeth LeCompte, Ursina Lardi, Jean-Michel Jarre, Fatin Abbas, wetlands books, Rachele De Stefano, Chiara Dalla Rosa –ECC, Angela Valach, Giuseppe Mormile, Cristiana Costanzo, Claudia Gioia, Flavia Fossa Margutti, Emanuela Caldirola e Marta Zannoner, La Biennale di Venezia Traduzioni Andrea Falco Patrizia Bran, Richard McKenna lo trovi qui: Bookshop Gallerie dell’Accademia; Qshop (c/o Querini Stampalia, Santa Maria Formosa); Alef (c/o Museo Ebraico, zona Ghetto); Mare di Carta (Fondamenta dei Tolentini); Studium (zona S. Marco); Toletta, Toletta Cube e Toletta Studio (zona Campo San Barnaba) e in tutte le edicole della città. Direttore responsabile Massimo Bran Guide spirituali “Il più grande”, Muhammad Alì Il nostro “Ministro della Fantasia”, Fabio Marzari Recapito redazionale Cannaregio 563/E - 30121Venezia tel. +39 041.2377739 redazione@venezianews.it www.venezianews.it

venezianews.magazine

venezia_news

venews_magazine

Redazione Venezianews

Stampa Cross Value Srl Via Nobel, 4 - 31020 Villorba (TV) - Tel. 0422.601400 La redazione non è responsabile di eventuali variazioni delle programmazioni annunciate

Iscriviti alla VeNewsletter 215


M’ART & CRAFT C/O THE VENICE VENICE HOTEL


DESIGN STUDIO VENICE M’ART GALLERY

WWW.VENICEMART.COM SHOP: +39 041 0970367 5631 CANNAREGIO


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
VENEZIA NEWS - MAY-JUNE 2025 - #299-300 by Venezia News - Issuu