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VENEZIA NEWS - MARCH-APRIL 2026

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Focus (detail), 2022–24, Olio e acrilico su tela/Oil and acrylic on canvas 120 × 100 cm - Collezione privata, USA/Private Collection, US © Jenny Saville, courtesy Gagosian Mensile di cultura e spettacolo - n° 309-310 - anno 30 - marzo-aprile 2026 spedizione in A.P. 45% art.2 comma 20/B - legge 662/96 - DCI-VE

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dalle collezioni civiche di savona

Pertini L’arte della democrazia 20 novembre 2025 31 agosto 2026 m9 - museo del ’900, venezia mestre MEDAGLIA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

M9 - Museo del ’900 via Pascoli 11, Venezia Mestre m9museum.it FB/IG @m9museum

Una mostra di

In collaborazione con

M9 è un progetto di

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Con il patrocinio di

Partner istituzionale M9

Partner tecnico

Partner comunicazione


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Photocredit: Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati”


editoriale

European★ Magazine

UN OLIMPICO BALSAMO CIVILE di Massimo Bran

M

a che spettacolo pazzesco sono state le Olim-

piadi?! Vi confesso che delle inguaribili Cassandre e degli irriducibili menagramo ne avevo le scatole zeppe già da mesi, ben prima del là di questa meravigliosa, giovane festa globale. Figuriamoci di quelli che anche durante questi superlativi Giochi la menavano ancora per il presunto sfregio all’ambiente prodotto da questa industria dello spettacolo in pista, anche se va detto che in quelle due irresistibili, emozionanti settimane questo vocio era solo un lontano e stonato brusio. Ora a Giochi fatti state ben certi che, seppur in tono minore, e vorrei anche vedere!, la grancassa del pauperismo intristito e mesto ritornerà a battere da par suo, questo è poco ma sicuro. Parliamoci chiaro: organizzare eventi di questa enorme complessità, che coinvolgono territori, persone, strutture, infrastrutture, con un dispendio enorme di energie e denari, quasi sempre alla fine pubblici anche se in teoria, nei presupposti fondanti di questi eventi, tali non dovrebbero essere, non possono che creare anche forti disagi, non di rado danni rilevanti, talvolta addirittura esiziali. Chi non ricorda il disastro postumo delle Olimpiadi greche del 2004, vero e proprio viatico, o per meglio dire miccia di innesco finale del grande incendio economico che travolgerà di lì a poco il paese per almeno un decennio, paese che a tutt’oggi non ha del tutto risolto, rimarginato quelle sue profonde ferite? Certo una miccia, non precisamente la causa prima della catastrofe, ma alla fine evento che per sua natura e portata anche simbolica ben poteva rappresentare l’immagine perfetta dello spreco di risorse pubbliche al cospetto di un’economia già di per sé a dir poco ansimante. Quindi, ecco, farsi carico di una simile, immane vicenda oggi è quanto mai sfida da far tremare le vene dei polsi anche dei più coraggiosi e avveduti sistemi-paese delle economie, delle società le più evolute. Non è un caso, infatti, che sempre meno candidature avanzano dai paesi per così dire più tradizionalmente olimpici, ossia quelli occidentali, mentre lievitano i pretendenti tra le nazioni di strabordante, nuova ricchezza, in particolare i vari emirati petroliferi, smaniosi di rifarsi un’immagine, e di diversificare i loro immani investimenti, attraverso i grandi eventi ludici, dello sport in particolare, e ora addirittura anche culturali, in primis con l’arte, e noi qui a Venezia ne sappiamo qualcosa. Eppure esempi virtuosi anche molto recenti a riguardo ve ne sono eccome anche dalle nostre parti, basti ricordare i meravigliosi e riusciti Giochi di Londra 2012, dove forse per la prima volta si progettarono impianti sportivi “smontabili”, ossia da allestire per l’evento e da disallestire alla fine dello stesso, un po’ come un grande circo itinerante che non lascia cadaveri architettonici dietro di sé. Oppure anche gli ultimi a Parigi nel 2024, anch’essi

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bellissimi, con il recupero di spazi meravigliosi, vedi tra tutti il Grand Palais, di nuovo in gran spolvero e ora utilizzato per altri importanti eventi. Certo, ovunque e sempre i budget lievitano, sforano, alle volte troppo e di brutto. Però i conti si devono fare non tanto alla fine, a ridosso della chiusura di un evento così articolato e complesso quale è un’Olimpiade, ma a medio e lungo termine, quando si andranno a misurare i benefici che i vari territori coinvolti avranno o meno ottenuto da questo grande sforzo. Siano essi da misurarsi in termini di promozione, di comunicazione, quindi di crescita turistica, sia in termini di miglioramento dei servizi per residenti e visitatori. È vero, noi siamo degli autentici fuoriclasse dell’emergenza, per cui quando si tratta di far funzionare infine una macchina dello spettacolo correndo affannosi in cronico ritardo non ci batte per davvero nessuno, con il danno collaterale di non poco conto di bearci di tali doti miracolistiche che infine ci condannano all’emergenza endemica e permanente. Vuoi per mentalità e abitudini secolari all’insegna dell’arte di arrangiarsi, vuoi per l’impressionante ragnatela burocratica che contraddistingue e frena la nostra macchina pubblica, è un fatto che da sempre non eccelliamo sul terreno della pianificazione e della cura dello spazio pubblico, dell’ambiente, di quello che è il terreno di proprietà di nessuno e quindi di tutti. Eppure chi può avere il coraggio di negare che dopo le storiche Olimpiadi estive del 1960 Roma abbia fatto un autentico balzo in avanti verso la modernità, o che Torino nel 2006 abbia rappresentato forse il più riuscito esempio di riconversione strutturale di una città per quasi un secolo votata alla monocultura industriale automobilistica e ora straordinario centro culturale internazionale, con musei, festival, eventi sportivi di primo livello mondiale, capaci di dare nuova luce a una città certamente cruciale del nostro Novecento, eppure per troppo tempo monolitica? Ma poi anche Cortina nel 1956, prima Olimpiade ripresa dalla tv e restituita in mondovisione, straordinario lancio turistico delle meravigliose Dolomiti. Certo, alle spalle sono rimasti anche alcuni scheletri arrugginiti, vedi la vergognosa vicenda della pista di bob di Cesana. Ma insomma, vogliamo per questo dire che un evento di questo profilo sia solo da fermare nei suoi tratti oscuri e meno riusciti? Andiamo! Certo, la questione dei fondi pubblici è un dato che deve una volta per tutte farci trarre delle radicali conclusioni fuori da ogni irritante ipocrisia. Ossia: diciamo con il dovuto coraggio che prevedere di poter organizzare un’Olimpiade con soli fondi privati rappresenta una presa in giro davvero indigeribile. Di conseguenza diciamo con altrettanta chiarezza che fondi pubblici anche consistenti possono essere investiti quando si pianificano interventi capaci di dare nuovo impulso futuro a settori sportivi, territori, servizi residuali o trascurati, che attraverso un evento di questa portata


TEAM GERMANY © IBSF

possono offrire nuove prospettive di sviluppo in termini economici, di occupazione, ma anche proprio di crescita sociale e civile. 3, 4 miliardi sono sì una cifra a prima vista enorme, ma uno Stato delle nostre dimensioni e capacità vogliamo davvero credere che una volta ogni 20, 30 anni non possa investire un simile ammontare per finalità di questa qualificante natura? Prendiamo come ultimo esempio a riguardo la tanto discussa pista da bob di Cortina. Ok, i più, e tra questi mi annovero io stesso, propendevano convinti per l’idea di spostare le gare del budello di ghiaccio in strutture già esistenti all’estero, vedi Saint Moritz. Un’opzione certo assai meno dispendiosa sia a breve, ossia per i costi da sostenersi per i Giochi, che a lungo termine, poiché non costruendo una nuova pista non ci sarebbero naturalmente poi stati neppure i costi del suo mantenimento. Come sempre si è tergiversato in discussioni infinite, senza anche qui la forza e il coraggio di fare una scelta chiara e per tempo. E come sempre, di conseguenza, ha vinto l’emergenza, la corsa contro il tempo. Bene, alla fine si è fatta

e ora abbiamo una nuova struttura all’avanguardia mondiale. Il tema ora è usarla come si deve e si può, certi che si può. Quindi il punto non può essere quello di tagliare o meno una fila anche consistente di larici, non scherziamo! Il punto vero, come sempre, è accompagnare la creazione di una nuova struttura sportiva ad alto contenuto tecnologico con un progetto di sostenibilità e sviluppo che possa non dico produrre reddito, non può essere questa la sua esclusiva finalità, ma garantire perlomeno un proficuo suo utilizzo sia in una prospettiva agonistica che ludica, turistica. Si può fare eccome, basta lavorare con chiarezza e dinamica progettualità. Ma poi, ripetiamocelo per un’ennesima, ultima volta: che Giochi sono stati? Una figata pazzesca, dai! E in questo mondo truce e sordido che bulli e satrapi di vario, triviale stampo ci stanno sanguinosamente trascinando, anche sole due settimane così sono un autentico balsamo civile per tutti coloro i quali non sanno neanche più come definire questa deriva politica e culturale in cui tutti ora versiamo. Viva i Giochi, quindi, giovani e belli!

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march april2026 coverstory (p. 12) Jenny Saville a Ca’ Pesaro incontro (p. 14) Melissa Vettore e Daniele Finzi Pasca – Prima Facie tradition (p. 22) Pasqua al Covino storie (p. 24) 25 Aprile a Venezia arte (p. 30) Fondazione Dries Van Noten | Minor Music at the End of the World | Preview Biennale Arte 2026 | Man Ray | Lo Schermo dell’Arte | Michael Armitage | Amar Kanwar | Jenny Saville | Joseph Kosuth | Lorna Simpson | Paulo Nazareth | Ocean Space | Peggy Guggenheim a Londra | 1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia | Antonio Scaccabarozzi | Patrick Saytour | Nulla di preciso | Pertini. L’arte della democrazia | Bizhan Bassiri | Fabrizio Plessi | Michelangelo Penso | Etruschi e Veneti | Tintoretto racconta la Genesi | Intervista Gilles Debonnet e Gea Storace – Restauro Casino Venier | Fondazione Cini | Gabriel Bella | I Guardi della Collezione Gulbenkian | Horst P. Horst. | Gianni Berengo Gardin | Dayanita Singh | Ahmet Ertug˘ | La serena inquietudine del territorio | Antonio Corradini e Luigi Ghirri | Intervista Aldo Coppola jr. | Venice Gallery Weekend | Not Only Venice: Anselm Kiefer musica (p. 84) Dulce Pontes | Jazz& | Omar Sosa | Vocal Skyline | Elisa | Padova Live | Achille Lauro | Blanco | Tommaso Paradiso | Levante | Centrodarte26 | Carl Cox classical (p. 96) Il tempo di Louise Farrenc – Festival Bru Zane | Ottone in villa | Lohengrin | Constantinos Carydis | Michael Hofstetter | Markus Stenz | Alpesh Chauhan | Conservatorio Benedetto Marcello 150 | Musikàmera | La forma e l’energia | Teatro Toniolo | VeneziaPianoFestival theatro (p. 108) Intervista Luca De Fusco – Sabato, domenica e lunedì | Leoni Biennale Danza: Bangarra Dance Theatre, Mamela Nyamza | Il medico dei maiali | Il berretto a sonagli | Feste | Franciscus | Vicini di casa | November | Ditegli sempre di sì | Fantozzi | Botanica 2 | Intervista Annabelle Chambon e Cédric Charron – SSSSSSSWELL | TOP – Theatre of the People | Mein Kampf | Con il vostro irridente silenzio | Le anime morte | Casanova | La Duse | Comici cinema (p. 132) Metropolis | Classici Fuori Mostra | Michael | Il diavolo veste Prada 2 | Intervista Laura Samani – Un anno di scuola | La versione di Giani Stuparich | 28. Far East Film Festival | No Olvidamos | Agatha Christie | Paesaggi che cambiano | Supervisioni | Trieste Film Festival | Cinefacts: Oscar 2026 etcc... (p. 148) Intervista Giovanni Montanaro – Il fuoco di Venezia | Verso Incroci | Incroci di Civiltà | Otto infinito – Vita e morte di un Mamba | Fuoriserie: Edoardo Prati, Umberto Curi, Massimo Cacciari, Umberto Galimberti | Pietrangelo Buttafuoco | Paper Design 2026 | Biblioteca VEZ | Khalid Albaih – Zugag | Parole: Attesa citydiary (p. 163) Agende | Mostre a Venezia 8

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PRIMA FACIE

Melissa Vettore on stage and Daniele Finzi Pasca in the director’s seat reveal all the secrets of Suzie Miller’s landmark play, that has shaken contemporary international theatre. incontro p. 14

N T

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IL TEMPO DI LOUISE FARRENC

Seven concerts and a conference at Palazzetto Bru Zane guide the audience through the musical journey of Louise Farrenc and her contemporaries. A voyage into the living heart of French musical Romanticism. classical p. 96

S


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SAVILLE AND THE OTHERS

Art awakens. Ca’ Pesaro, The Peggy Guggenheim Collection, Palazzo Grassi, Ocean Space, Punta della Dogana, Palazzo Ducale, and many others launch their new seasons with thrilling projects, making Venice an international epicentre of contemporary art and beyond. coverstory p. 12

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IN MINOR KEYS

Slowing down, listening, tuning into the “minor keys”: the intellectual testament of Koyo Kouoh resonates through the voices of her curatorial team, presenting the world a Venice Art Biennale conceived as a relational geography made of resonances. arte p. 35

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METROPOLIS

Fritz Lang’s silent masterpiece comes back to life with a new soundscape born from the free spirited experimentation of an unprecedented yet highly talented quartet. Karim Qqru, Roberta Sammarelli, Xabier Iriondo and Corrado Nuccini cloak some of the most iconic scenes in cinema history in an aura of rock. cinema p. 132

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SSSSSSSWELL

In the wake of Jan Fabre, Annabelle Chambon and Cédric Charron examine the body as a field of resistance. With SSSSSSSWELL, they dismantle the cult of wellness and performance, turning the spectator into an accomplice through sharp irony and political gesture. theatro p. 122

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JAZZ&

The star power of Dulce Pontes at Malibran Theatre lights up a programme that once again embraces the many souls of jazz. Musicians such as David Helbock, Julia Hofer, Danny Grissett, and Tigran Hamasyan bring their own languages of contemporary innovation to the city. musica p. 84

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INCROCI DI CIVILTÀ

Venice Ca’ Foscari University’s literary festival opens its 2026 edition with a concert by Ramin Bahrami, welcoming authors of the calibre of Carol Ann Duffy and Geoff Dyer, along with Indian photographer Dayanita Singh. A true hub of languages crossing the thousand borders of the world. etcc... p. 152

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coverstory 12

Jenny Saville, Reverse, 2002-2003 © Jenny Saville. All rights reserved, DACS 2026 - Courtesy Gagosian


CORPO A CORPO Ecco, inizia finalmente! L’“over-culture” arriva a Venezia ed è uno sbocciare continuo di artisti e opere che infonde una carica di energia vitale e necessaria alla città e a tutti noi. Come manifesto di questa nuova stagione – omaggio anche alle donne – abbiamo scelto le figure monumentali di Jenny Saville, a Ca’ Pesaro (p. 44), che occupano lo spazio costringendo lo sguardo ad affrontare una presenza che non concede vie di fuga, mentre la pelle si trasforma in territorio di stratificazioni cromatiche e ripensamenti, incisa da un segno che scava e corregge con morbosa insistenza. Il corpo diventa così un campo di indagine privilegiato, luogo di confronto serrato con la tradizione e insieme superficie attraversata dai dibattiti contemporanei. 13


Intervista Melissa Vettore e Daniele Finzi Pasca – Prima Facie

IL GIOCO DELLA LEGGE Il nostro teatro cerca di far nevicare sulle ferite. Siamo clown, gli stessi che popolano i drammi di Shakespeare, ci fingiamo ingenui poeti dell’assurdo

incontro

di Chiara Sciascia

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’è un momento, ogni sera, in cui il respiro

della sala cambia. Succede quando Tessa – brillante avvocata penalista, donna che ha costruito la sua carriera difendendo il sistema – si trova dall’altra parte. Quando il tribunale che conosceva a memoria diventa il luogo in cui deve provare ciò che le è accaduto. Quando scopre che la giustizia ha due linguaggi: uno per chi accusa, uno per chi subisce. Prima Facie, il testo della drammaturga australiana Suzie Miller che ha scosso il teatro contemporaneo internazionale, è questo: novanta minuti in cui una donna sola in scena fa crollare le certezze di un sistema che dovrebbe proteggerla. Oltre il teatro, Prima Facie si è infiltrato nel sistema – per usare le parole della stessa Miller – cambiando leggi, protocolli, coscienze. Tradotto in 20 lingue, rappresentato in 48 Paesi, ha generato un movimento globale che ha portato l’autrice fino all’ONU. Ovunque arrivi, lascia una scia: dibattiti, lettere, cambiamenti. A portare questo testo fondamentale in Italia non poteva esserci interprete più adatta di Melissa Vettore e regista più necessario di Daniele Finzi Pasca. La Compagnia Finzi Pasca – che ha incantato migliaia di spettatori al Teatro Goldoni durante la scorsa stagione estiva con Titizé – è nota per il suo “Teatro della Carezza”, una poetica della delicatezza e del gesto invisibile che trasforma ogni spettacolo in un’esperienza emotiva unica. Melissa Vettore, attrice italo-brasiliana che ha già dato Prima Facie 31 marzo Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it

corpo a icone femminili, affronta questo monologo con il suo compagno come regista. Una vulnerabilità doppia: esporre il proprio corpo e la propria voce davanti a chi ti conosce meglio di tutti, costruire insieme un equilibrio tra protezione reciproca e necessità artistica di spingersi fino al limite. Daniele Finzi Pasca, maestro della luce e della scenografia emotiva, ha inventato con lo scenografo Matteo Verlicchi un dispositivo scenico che rende visibile l’invisibile: il senso di impotenza, la prevaricazione, l’urlo soffocato. Le musiche di Maria Bonzanigo completano questo universo poetico, accompagnando la traiettoria emotiva di Tessa. In scena per un’unica serata al Teatro Verdi, il 31 marzo, nell’ultimo giorno del mese dedicato alla Donna, ben oltre la retorica delle mimose, Prima Facie racconta una storia che forse non consola, ma accende la fiamma del cambiamento. Prima Facie è un fenomeno mondiale – due premi Olivier, tournée in oltre 40 Paesi, Jodie Comer sul palco del West End. Poteva sembrare un rischio portarlo in Italia: un lavoro così celebre, così associato a una performance specifica. Come ci si avvicina a un testo di questo calibro senza sentire il peso di ciò che è già stato? Melissa Vettore: Sì, è vero: Prima Facie è un testo di fama mondiale che ha portato alcune attrici ad un livello di riconoscimento straordinario grazie alle loro interpretazioni. In totale, è stato messo in scena in più di 48 Paesi e tradotto in più di 20 lingue, diventando così un


Prima Facie

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OTTART.IT Photo © Enrico Fiorese — Active climate-controlled display case, Palais de la Découverte, Paris, 2025.


incontro PRIMA FACIE

fenomeno internazionale del teatro contemporaneo. Ed è proprio questa internazionalità che mi ha colpita fin dall’inizio. Da quando lavoro con la Compagnia Finzi Pasca, interpreto in diverse lingue – italiano, spagnolo, francese, inglese – mentre il portoghese è la mia lingua madre; per questo, sento una forte identificazione con l’interculturalità che Prima Facie rappresenta. La realtà è che mi sento molto onorata di essere portavoce della versione in lingua italiana. Daniele Finzi Pasca: Con umiltà, incoscienza, mettendoci il cuore. Ho cercato di cucinare questo spettacolo usando combinazioni di spezie che mi ricordassero casa. A Roma, dopo il debutto, l’abbraccio di Suzie Miller mi ha reso felice. “Prima facie” è il principio su cui si regge l’accusa in un processo: se le prove sembrano sufficienti a prima vista, si va a giudizio. Ma nello spettacolo questo stesso principio si trasforma in trappola – perché “a prima vista” una vittima di stupro che non ha lividi, che conosceva l’aggressore, che ha bevuto, non sembra una vittima. Come avete lavorato su questo rovesciamento, su questa espressione che inizialmente promette giustizia e poi la nega? M.V.: Buona domanda. Abbiamo lavorato per lasciare lo spettatore immerso in questa contraddizione: tra ciò che accade nella vita quotidiana delle persone e ciò che poi viene raccontato in tribunale, al servizio di un sistema legale in cui l’applicazione di determinate norme dipende da vari aspetti della situazione. C’è sempre qualcosa di eticamente delicato nell’interpretazione della legge, ed è proprio questo che Suzie Miller è riuscita ad affrontare, lo scarto tra la realtà vissuta e la sua rappresentazione in tribunale, quello che lei chiama il gioco della legge. Miller dice apertamente: «Questa non è la vita, è il gioco, il gioco della legge». D.F.P.: Abbiamo inventato con lo scenografo Matteo Verlicchi una sorta di bilanciere che permette a Melissa di “danzare” sulla scena in modo emotivamente potente: l’angoscia, la prevaricazione, il dolore, e l’urlo soffocato. È uno strumento che evoca il senso di impotenza e la violenza dello stupro in modo sorprendente senza mai essere esplicito. Suzie Miller racconta che tre giorni dopo il debutto londinese di Prima Facie un giudice la chiamò per dirle che aveva riscritto durante la notte le istruzioni alle giurie nei processi – e in Irlanda del Nord guardare un video dello spettacolo è diventato obbligatorio per i giudici prima di presiedere un processo per stupro. Miller parla di “arte che si infiltra nel sistema”. Portare questo spettacolo in Italia è anche un atto di pressione – consapevole o meno – su un sistema giudiziario e culturale che ancora fa molta fatica a misurarsi con questi temi? M.V.: Quando ho saputo di Prima Facie ho subito voluto portarlo in scena, proprio perché tutti i paesi cominciano ad avere la sua versione, è un movimento globale. Mancava l’Italia. L’autrice, che è venuta a vederci alla prima a Roma, ha detto quanto anche lei sia rimasta sorpresa da tutto questo. Quando l’arte incontra un tema così importante per la società, sentiamo lo spettatore molto presente, e il teatro acquista una forza enorme.

Sento questo sul palco. Il fatto che lo spettacolo sia stato realizzato in 48 Paesi nel mondo – dall’Australia alla Cina, dalla Francia al Brasile, dalla Turchia all’Islanda…– purtroppo significa che in tutti questi luoghi, pur con culture molto diverse, le donne affrontano lo stesso problema. E questo vuol dire che è arrivato il momento di dare priorità a temi come l’educazione affettivo-sessuale, il femminicidio, la violenza sessuale. L’arrivo di Prima Facie alimenta e amplia il dibattito in Italia e nella Svizzera italiana, dove c’è grande interesse ad affrontarlo. Sento che la società italiana non accetta ciò che capita alle donne e desidera cambiamenti. D.F.P.: Credo che oltre alle lacune e ai limiti dei nostri sistemi giuridici si debba operare una profonda trasformazione culturale. Noi uomini dobbiamo riconoscere che il linguaggio delle nostre sorelle, delle nostre amiche, mogli, figlie è diverso dal nostro. Il “no” di una donna è espresso in modo diverso dal nostro. Dobbiamo imparare ad ascoltare ciò che viene detto anche quanto viene appena sussurrato. Chi conosce le regole e i meccanismi che regolano la giustizia deve occuparsi di migliorarli, noi con le storie dobbiamo costruire un mondo più delicato ed empatico. Portare in scena un testo che parla di violenza, di corpo, di vulnerabilità estrema, con il proprio compagno come regista. Melissa, come si espone completamente davanti a chi la conosce meglio di tutti? E Daniele, come si dirige qualcuno che si ama quando il lavoro richiede di spingerlo fino al limite? M.V.: Devo essere sincera… non è stato facile entrare in certe scene. Affrontare certe intimità, anche se appartengono al personaggio, significa mettersi a disposizione di sentimenti dolorosi. Con Daniele non è stato difficile, lui è molto delicato e mi piace provare tecnicamente per raggiungere la sua visione. Il primo “tuffo” nel testo riguardo all’intimità l’ho fatto con l’assistente alla regia, Ilaria Cangialosi; essendo anche una donna, in quella fase ho superato alcune barriere. Leggevamo e parlavamo, lasciando affiorare i ricordi di situazioni difficili che tutte noi donne viviamo. Quando siamo entrati in teatro, sono stata per un paio di giorni un po’ timida verso la troupe e i tecnici – una timidezza naturale – che però ho superato subito, perché sono stati estremamente attenti e premurosi. Poi è arrivata la parte in cui Daniele e Matteo Verlicchi hanno introdotto la scenografia, e le difficoltà fisiche sono aumentate… Come recitare il testo e girare le scene di violenza che si muovono senza controllo? Così ho dovuto superarmi di nuovo, e lì Daniele ha dovuto avere pazienza. È molto geniale nelle sue creazioni, e abbiamo dovuto trovare un equilibrio affinché in scena si potesse percepire quella mia vulnerabilità. È certamente una delle scene più forti dello spettacolo, proprio per il modo in cui Daniele racconta le storie: molto originale e poetico. D.F.P.: Ci vuole virtuosismo, eleganza, potenza e forza per interpretare questo ruolo. Melissa possiede tutte queste caratteristiche. I limiti si superano un passo dopo l’altro, come quando si decide di affrontare vette complicate, spedizioni complesse. Melissa è un’acrobata delle parole. È stato facile.

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incontro PRIMA FACIE

MELISSA VETTORE Un monologo di novanta minuti senza un secondo di pausa, senza un altro attore a cui appoggiarsi, senza la rete del dialogo. Il corpo di Tessa deve reggere tutto: il processo, il trauma, il crollo. Come si allena, fisicamente e mentalmente, a tornare in quel posto ogni sera? Anche con tutte le difficoltà tecniche, come attrice provo un grande piacere nell’avvicinarmi alla traiettoria di questo personaggio. Mi immagino mentre racconto una storia, mi concentro sui primi passi, e poi il flusso dello spettacolo mi conduce. Mi preparo studiando il percorso di Tessa, esercitandomi fisicamente e facendo esercizi di voce. Nel linguaggio di Daniele il corpo è il vero conduttore, è sul mio corpo che posso appoggiarmi in scena. Ha già interpretato figure femminili devastate dalla vita, da Camille Claudel a Isadora Duncan, fino a Carmen. Ma Tessa è diversa: è una donna del presente, non un mito. Questo come cambia il suo approccio all’interpretazione? Quello che mi appassiona in questi personaggi è che sono donne in contraddizione, che mentre cercano di superare le proprie difficoltà stanno aprendo porte per altre donne. Camille Claudel mi ha insegnato la forza di credere nella propria qualità di artista donna. Isadora Duncan ha combattuto per la libertà del corpo, per un’idea di bellezza che non fosse consumata come oggetto di desiderio, ma vissuta come simbolo di appartenenza e libertà individuale. Con Tessa seguiamo il percorso di una donna che ha lottato per entrare nel sistema e poi ha completamente cambiato opinione: un vero atto di coraggio. Il fatto che lei si senta in contraddizione con i suoi ideali, e nonostante tutte le difficoltà si conceda di cambiare idea, permette al pubblico di avere una visione molto più ampia dei fatti. Questo richiede un’interpretazione in cui devo pormi più vicina alle persone, non solo in veste di personaggio ma facendomi portavoce di un’esperienza umana che risuona profondamente nella società.

Melissa Vettore e Daniele Finzi Pasca

Tessa inizia lo spettacolo padrona della scena, brillante, ironica, invincibile. E poi va in pezzi, davanti a tutti, in tempo reale. C’è un momento preciso in cui ogni sera sente la sala trattenere il respiro, in cui percepisce che il pubblico ha smesso di guardare uno spettacolo e ha cominciato a stare dentro qualcosa? Come si abita quel momento dal palco? Sì, avverto esattamente questo: a un certo punto il pubblico cambia respiro, e condividiamo una certa tenerezza in quel momento. Diventiamo amici, vicini di casa, testimoni di una stessa società dove un giorno ti senti felice di aver vinto qualcosa e il giorno dopo ti senti abbandonata. Cerco di abitare quel momento con tutta me stessa, condividendo con il pubblico la bellezza di dubitare di sé, anche quando questo significa perdere, per poi, magari, riuscire a trovare una voce vera, “la tua voce”. La fine dello spettacolo è grandiosa: la musica di Maria Bonzanigo è delicata ed esplosiva allo stesso tempo, i costumi di Giovanna Buzzi, i video di Roberto Vitalini, l’illuminazione di Daniele e la scenografia di Matteo entrano in totale sintonia, e il pubblico applaude come se stesse assistendo a uno straordinario spettacolo di fuochi d’artificio. Un’emozione enorme.

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Prima Facie, prove - Photo Viviana Cangialosi


DANIELE FINZI PASCA Ha dichiarato di non voler «toccare la bellezza dell’impianto drammaturgico» di Suzie Miller. Eppure la regia non è assenza; è scelta di spazio, di luce, di ritmo, di silenzio. Come si accompagna un testo così potente senza sovrastarlo? Vengo da una famiglia di fotografi, così quando immagino un impianto registico parto sempre dalla luce. In questo spettacolo la luce crea spazi reali e immaginari, scolpisce il vuoto e danza attorno a Melissa. È un testo molto musicale, una scrittura sincopata che ho dilatato nei silenzi. Ho cercato di offrire a Melissa un mondo che si muove attorno a lei, creando piccole e grandi sorprese, una specie di coreografia degli oggetti che sembrano animati da una coscienza propria creando stupore. La musica, come sempre nei miei spettacoli, gioca un ruolo fondamentale: in questo caso è un tappeto sul quale a piedi scalzi Melissa trova un selvaggio equilibrio, e a volte la porta addirittura in volo, come se fosse seduta su di un tappeto volante. La vostra compagnia è nota per il “Teatro della Carezza”: una poetica della delicatezza, del gesto invisibile, di una bellezza che si insinua dove le parole non arrivano. Prima Facie è invece un testo che urla, che accusa, che sbatte il sistema in faccia al pubblico. Alcuni potrebbero dire che sono due mondi inconciliabili. Lei come risponde a questa obiezione, e cosa succede quando la carezza incontra la rabbia? È un testo potente che mostra in modo lucido le contraddizioni di un sistema nel quale crediamo, ma che presenta criticità enormi. Non è un testo urlato, la Miller ci prende per mano dimostrandoci che le cose devono cambiare. Per noi “Teatro della Carezza” significa prima di tutto studio dell’empatia. La densità di certi temi, il dolore di certe storie li affrontiamo con la potenza evocativa della leggerezza, il nostro teatro cerca di far nevicare sulle ferite. Siamo clown, gli stessi che popolano i drammi di Shakespeare, ci fingiamo ingenui poeti dell’assurdo. Ha curato cerimonie olimpiche per milioni di spettatori e spettacoli essenziali per poche centinaia. Cosa cerca Daniele Finzi Pasca nel teatro, in fondo, che non trova altrove? Tra poche settimane inizierà la tournée internazionale di Icaro, uno spettacolo che interpreto ininterrottamente da trentacinque anni. È uno spettacolo piccolo, piccolo, per un solo spettatore… un progetto drammaturgico che racconta tutta la filosofia e l’etica del teatro che per tanti anni ha tenuto insieme il nostro gruppo di creatori. Paradossalmente Guy Laliberté, il fondatore del Cirque du Soleil, mi chiamò a dirigere la loro Compagnia dopo aver visto Icaro. Sono un uomo di teatro e amo l’artificio, le macchine sceniche, i giochi di magia, gli attori sospesi a fili invisibili e allo stesso tempo adoro l’arte di chi riesce con semplicità ad aprire il cuore degli spettatori.

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È PASQUA, È PASQUA! Dopo Natale, è certamente Pasqua l’occasione migliore per riscoprire la tradizione, un mix suggestivo di intensi riti religiosi della Settimana Santa, tradizioni popolari secolari e prelibatezze culinarie di Mariachiara Marzari

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ovevamo riprendere il filo spezzato, ma è stato difficile. Ora ri-iniziamo in punta di piedi, andando a scoprire mese per mese le tradizioni culinarie che in città offrono eccellenze autentiche, creative, originali, blasonate, entrando direttamente nelle cucine. Sì, abbiamo deciso di riprendere la bellissima strada tracciata da Fabio seguendo gli chef nella loro dimensione quotidiana, andando a conoscere come nascono i loro piatti, come trasformano le materie prime che poi comporranno i loro menu. Dopo Natale, è certamente Pasqua l’occasione migliore per riscoprire la tradizione, un mix suggestivo di intensi riti religiosi della Settimana Santa, tradizioni popolari secolari e prelibatezze culinarie regionali, culminante nel pranzo pasquale. I piatti si tramandano da generazioni nelle nostre tavole, dalla pasta fatta in casa alle uova sode, le torte salate, l’agnello e i dolci tradizionali. Ma è certamente la ricchezza dei sapori e le tradizioni antiche del Sud a farla da padrone, dove la Pasqua è davvero sinonimo di abbondanza e condivisione. Il nostro nuovo tour tra le cucine non poteva allora che iniziare da qui, da un mix campano-veneziano che vede protagonisti Claudio De Lauzieres e Claudia Torcellan, lui (32 anni) di Torre del Greco, lei (30) veneziana e pasticcera. Un team affiatato, con una storia che ha inizio nei corridoi di un ristorante stellato, dove il destino ha incrociato le loro strade e ha dato vita a un sogno condiviso: il piccolo ma delizioso bistrot Al Covino, in calle del Pestrin. La passione radicata per gli ingredienti autentici e l’arte sottile del bilanciamento dei gusti è alla base della loro cucina, che cambia e si trasforma a seconda delle stagioni, unendo tradizione e innovazione, sempre però bene aderente alle proprie radici, quelle della più autentica cucina italiana. Ecco, dunque, quanto ci propongono nel loro menu pasquale: «L’idea del menu nasce da un gioco di incastri tra memoria e territorio: la mia, napoletana, e quella di Al Covino Calle del Prestin, Castello 3829 alcovino.it

Claudia, profondamente veneziana. A Pasqua, al Covino, proviamo a farle convivere nello stesso pranzo. L’antipasto arriva direttamente dai miei ricordi d’infanzia, dalle Pasque passate a casa a Napoli. A centrotavola c’erano sempre i salumi, ma soprattutto la ventresca di maiale e le fave fresche: il primo segno tangibile di una primavera che “incumbe” sulle tavole. A Venezia questo ricordo si intreccia con la tradizione locale: così nascono i nostri salumi di Pasqua, dove la ventresca e le fave incontrano la soppressa veneta e le uova sode, in un piatto che è allo stesso tempo Sud e Nord, casa e osteria. Per il primo piatto restiamo saldamente nel territorio veneto: una tagliatella fatta in casa con le primizie di stagione. Mettiamo nel piatto quello che la primavera offre qui: carletti, bruscandoli, asparagi, piselli se li abbiamo belli, tutte quelle erbe che raccontano gli argini, i fossi, gli orti. È un piatto solo in apparenza semplice: pasta all’uovo tirata a mano, un fondo leggero e il profumo verde delle erbe spontanee. Come da tradizione, a Pasqua l’agnello non può naturalmente mancare. A Napoli ‘o ruoto o ‘o furn è un rito: teglia grande, agnello con patate, cipolle e carciofi, profumi di forno e di casa. Abbiamo voluto avvicinare questo ricordo alla Laguna, usando i carciofi di Sant’Erasmo: così il piatto tipico napoletano si sposta idealmente verso Venezia. Il risultato è un agnello al forno che tiene insieme due geografie nel medesimo tegame. Infine arrivano i dolci, e lì le tradizioni dialogano ancora più fittamente. Da una parte c’è la mia memoria, il mio DNA campano: la pastiera napoletana, preparata con anticipo, che riposa e profuma di ricotta, grano, agrumi e fiori d’arancio. È il dolce dell’attesa, del Sabato Santo, della casa piena di odori. Dall’altra c’è la radice lagunare di Claudia: la fugassa veneziana, grande lievitato soffice, poco zuccherato, al burro e agrumi, che per lei è il dolce delle feste venete, delle mattine di Pasqua con la famiglia. Ecco, le mettiamo una accanto all’altra e lasciamo scegliere a voi se chiudere il pranzo con Venezia, Napoli, o con entrambe accostate nel piatto». Claudio De Lauzieres, Al Covino


FUGASSA VENETA

PASTIERA NAPOLETANA

Farina forte, lievito madre, uova, burro e zucchero: si impasta a lungo con aromi di agrumi e vaniglia, si lascia lievitare fino a triplicare, si rimpasta e si mette nello stampo. Dopo la seconda lievitazione, si cosparge di zucchero e si cuoce dolcemente. Il risultato è un dolce alto, soffice e profumato, simbolo della Pasqua veneta.

Si prepara una frolla al burro e limone. Il grano viene cotto con latte, scorze d’arancia e limone fino a diventare cremoso. Si lavora la ricotta con zucchero, uova, canditi, vaniglia e acqua di fiori d’arancio, poi si unisce il grano. Il ripieno si versa nel guscio di frolla, si completa con le losanghe e si cuoce a lungo a bassa temperatura. Dopo 24 ore di riposo, la pastiera è pronta: umida, profumata, in perfetto equilibrio tra dolcezza e agrumi.

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RESPIRO DI LIBERTÀ Il calendario civile italiano celebra ogni anno, il 25 aprile, la Liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Fu in quel giorno, del 1945, che il Comitato di Liberazione Alta Italia – che aveva assunto pieni poteri civili e militari – proclamò l’insurrezione generale. Ogni territorio ancora occupato tradusse quell’ordine secondo i propri tempi, le proprie forze, la propria geografia

storie

di Stefania Bertelli

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A

Venezia, la città-labirinto che da secoli sfida

la logica militare tradizionale, le operazioni iniziarono il 26 aprile e si conclusero il 29, quando le truppe alleate raggiunsero Piazzale Roma. A guidare l’intera organizzazione fu il Comando Piazza, che coordinò formazioni partigiane, gruppi di militari, dirigenti delle forze dell’ordine e funzionari statali. Tutti questi, nei mesi precedenti, avevano raccolto informazioni sfruttando la complessità del tessuto urbano; poi, in quei giorni decisivi, agirono dentro e attraverso la città, trasformandone gli spazi in strumenti di liberazione. Venezia presentava anomalie evidenti rispetto alle altre città del Nord: una viabilità frammentata, percorsi obbligati, ponti che diventavano colli di bottiglia o punti di forza, e una doppia anima – lagunare e terrestre – che imponeva strategie ibride. Inoltre custodiva strutture produttive cruciali, nell’intero comune, che andavano preservate per garantire continuità lavorativa nel dopoguerra. La riappropriazione degli spazi non rispondeva solo a esigenze militari: era anche un gesto simbolico, un recupero di ruoli sociali e politici che il regime e l’occupante avevano sottratto alla città. La scelta dei luoghi da colpire o da presidiare, dunque, era sempre duplice: strategica e identitaria. Il primo passo avvenne il 26 aprile con l’assalto alle Carceri di Santa Maria Maggiore, un luogo che per anni

aveva rappresentato la sofferenza degli antifascisti e dei deportati razziali, anticamera di campi di concentramento e di sterminio. Liberare quel complesso significava impedire che i detenuti politici diventassero ostaggi dei nazifascisti, ma anche sottrarre al nemico un fortilizio che dominava Piazzale Roma, il gasometro e le installazioni portuali. La stessa struttura dell’edificio – chiusa, massiccia, sorvegliata – rendeva la conquista un atto di rottura simbolica oltre che militare. La mattina del 27 l’operazione era conclusa: i prigionieri politici non solo erano liberi, ma armati e pronti a partecipare alla riconquista della città. Nel pomeriggio, un nuovo fronte si aprì presso l’Ospedale Civile, altro spazio carico di memoria. Qui, dopo la seconda retata, decine di ebrei erano stati confinati prima della deportazione; allo stesso tempo, l’ospedale era stato rifugio per patrioti, protetti dalla Resistenza civile dei sanitari. La presenza di una sezione carceraria interna, con detenuti politici da salvare, trasformò il complesso in un nodo strategico: un luogo di cura che diventava improvvisamente teatro di scontro e di salvezza. Tra il 27 e il 28 aprile, grazie alla collaborazione di un brigadiere, venne aperto il portone della caserma di San Zaccaria. La cattura di alcuni ufficiali noti per la loro attività repressiva e la conquista dell’edificio – situato


Maria Scarpa sfila con i compagni della Giudecca e la piccola Maria Fornaro il 5 maggio 1945

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storie 25 APRILE

Sfilata partigiana del 5 maggio 1945

La folla inveisce sul busto di Mussolini ( fine aprile 1945)

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Truppe alleate a S. Marco il 5 maggio 1945


Patrioti sul ponte di Rialto nelle giornate della Liberazione

Sfilate delle brigate partigiane del 5 maggio 1945

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storie 25 APRILE

in un’area nevralgica vicino al Bacino di San Marco – aumentarono le armi e la fiducia degli insorti. Il 28 aprile i partigiani veneziani avanzarono verso una serie di luoghi simbolici, conquistandoli con sorprendente rapidità: le Poste centrali, snodo delle comunicazioni, Ca’ Vendramin Calergi, sede dell’EIAR, cuore della propaganda fascista, la Questura e la Prefettura, centri del potere amministrativo e repressivo. Intanto, alle Zattere, i tedeschi asserragliati nella pensione Calcina – sede di un comando di polizia militare – opposero resistenza, trasformando quel tratto di fondamenta in un fronte improvvisato. Venne presa senza colpo ferire – perché già abbandonata dalla milizia – Ca’ Littoria, sede del partito fascista e luogo tristemente noto per torture e sevizie: la sua immediata trasformazione in Ca’ Matteotti, sede del comando insurrezionale, fu un gesto politico potentissimo, un ribaltamento di senso inscritto nello spazio stesso. Dopo la guerra divenne sede della Camera del lavoro di Venezia. Nella stessa giornata i ferrovieri – protagonisti di numerose azioni patriottiche negli anni precedenti – occuparono la stazione ferroviaria, punto di accesso e di fuga, cerniera tra città e terraferma. Da quel momento l’attenzione degli insorti si concentrò sulla zona tra Piazzale Roma, il porto e la stazione marittima, dove tedeschi e fascisti (Brigate Nere e X MAS) decisero di resistere. Qui si combatté il primo vero scontro urbano della giornata: un conflitto che non si svolse semplicemente “a Venezia”, ma dentro Venezia, tra le sue soglie, i suoi ponti, i suoi spazi contesi. Ciò che mise maggiormente in difficoltà i patrioti furono le motozattere tedesche, che pattugliavano i canali come piccole fortezze galleggianti, armate di cannoncini capaci di trasformare ogni fondamenta in un bersaglio. I partigiani, appostati dietro muretti, ponti e calli strette, dovevano difendersi con armi individuali e poche mitragliatrici: un confronto impari, in cui la laguna diventava improvvisamente un campo di battaglia mobile, imprevedibile, sonoro. Intanto, nel cuore simbolico della città, San Marco viveva ore di altissima tensione. Qui aveva sede il Comando di piazza tedesco, e il Gruppo Azione Universitaria, incaricato di presidiare l’area, si trovò a fronteggiare soldati tedeschi asserragliati negli alberghi circostanti. Le architetture monumentali della Piazza – i portici, le quinte di pietra, le ombre lunghe del campanile – amplificavano ogni movimento, ogni colpo, ogni ordine gridato. Dopo la resa dei militari tedeschi, iniziò una trattativa con un ufficiale. Poi, davanti agli occhi dei presenti, avvenne un gesto che trasformò lo spazio: le bandiere naziste vennero ammainate e sostituite con i tricolori sabaudi. La Piazza, per secoli teatro del potere veneziano, tornava a parlare un’altra lingua. Alla fine della giornata, i rappresentanti della Repubblica Sociale si arresero, tranne alcuni elementi della X MAS e delle Brigate Nere, ancora impegnati a resistere nella zona di Piazzale Roma, dove la conformazione aperta dello spazio favoriva gli ultimi tentativi di difesa. Il Comando tedesco, invece, rifiutava la resa incondizionata richiesta dai partigiani e minacciava di far esplodere le mine disseminate in città se non fosse stato concesso alle truppe di lasciare Venezia armate. Alcune aree strategiche – l’Arsenale e la Certosa – erano ancora in mano nemica. All’Arsenale operava il Comando Marina, composto da soldati e marinai italiani, che inizialmente avevano garantito ai tedeschi un’uscita pacifica. Ma quando si scoprì che all’interno erano in corso danneggiamenti, gli assedianti tentarono una sortita: un’azione rapida, che

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portò alla liberazione dell’Arsenale stesso. Simili precauzioni vennero prese nei confronti dell’isola della Certosa, dove si trovava una polveriera che, grazie alla prudenza dei partigiani, rimase intatta. Anche un’altra parte della città, il sestiere di Cannaregio, divenne teatro di operazioni decisive. Qui si concentravano strutture economiche fondamentali – la centrale termica della SADE e il Macello Comunale – che i patrioti occuparono per impedirne la distruzione o il sabotaggio. Contemporaneamente venne presa anche la piccola isola di San Secondo, che si affaccia proprio su quel tratto di laguna. In quello spazio d’acqua, sospeso tra città e terraferma, un convoglio tedesco in fuga dall’Arsenale fu costretto a fermarsi: la laguna, ancora una volta, si rivelava un alleato inatteso, capace di bloccare, deviare, intrappolare. Le trattative proseguivano in un equilibrio fragile. Da un lato il Comitato di Liberazione Nazionale concedeva ai reparti tedeschi di lasciare Venezia «con tutte le armi, navi da guerra e con alcuni pochi autoveicoli»; dall’altro, le autorità tedesche assicuravano che non avrebbero dato seguito alla minaccia di distruggere le navi italiane. Il protocollo d’intesa venne firmato il 28 aprile, nel primo pomeriggio, e con esso si chiudevano quasi due anni di occupazione nazista. La città passava finalmente sotto il controllo del Comando Piazza. Ma non ovunque l’accordo trovò obbedienza. Al Lido, isola militarizzata, i reparti tedeschi si rifiutarono di deporre le armi, sostenuti anche dalla presenza dei militari della Repubblica Sociale. Le sue lunghe prospettive sabbiose, le caserme affacciate sul mare, le installazioni disseminate tra pinete e fortini rendevano l’isola un territorio difficile da domare. Nel corso della serata i patrioti riuscirono comunque a penetrare in alcune postazioni, mentre le motosiluranti tedesche scaricavano mine magnetiche nello specchio d’acqua tra San Nicolò e Sant’Elena. Proprio lì, presso il Collegio Navale, erano asserragliate le truppe della X MAS, trasformando quel lembo di laguna in un nodo teso e pericoloso. Il 29 aprile Venezia poteva ormai considerarsi liberata, nonostante la presenza di franchi tiratori e le vittime di entrambi gli schieramenti. Nel primo pomeriggio, l’avanguardia delle truppe alleate fece il suo ingresso in Piazzale Roma: un luogo di passaggio che, per un attimo, divenne simbolo di arrivo e rinascita. In Canal Grande ricomparvero i vaporetti – requisiti dai tedeschi nei mesi precedenti – ora carichi dei soldati del Corpo Volontari della Libertà. Le rive, le facciate, i ponti sembravano respirare insieme alla folla che li osservava. Solo in serata la situazione al Lido si normalizzò, e poco dopo anche al Collegio Navale di Sant’Elena, dopo la resa della X MAS. La città, con le sue acque finalmente quiete, poteva dirsi libera. Le giornate successive furono di festa, con Piazza San Marco finalmente addobbata, dopo tanti anni di Regime, di simboli nuovi.

PER SAPERNE DI PIÙ Bibliografia essenziale: Bobbo G., Venezia insorge. Resistenza, Liberazione, dopoguerra, Cierre/Iveser, 2025. Borghi M. (a cura di), I luoghi della libertà. Itinerari della guerra della Resistenza in provincia di Venezia, nuovadimensione/Iveser, 2009. Bertelli S., Pietre d’inciampo. Cinque itinerari della memoria a Venezia (1943-1945), nuovadimensione/Iveser, 2023.


Partigiane e partigiani in Piazzetta San Marco il 5 maggio 1945

IVESER L’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Iveser), nato nel 1992 dall’incontro tra le associazioni partigiane del territorio e un gruppo di storici e studiosi, aderisce all’Istituto nazionale Ferruccio Parri ed è parte di una rete di 67 istituti diffusi sull’intero territorio nazionale. Svolge attività di consulenza storico documentaria e divulgazione scientifica, promuove ricerche e dibattiti, convegni, seminari, incontri, organizza mostre ed esposizioni, pubblica libri e documentari, collaborando con le Università e le istituzioni del territorio. Nel campo della didattica è centro di servizi – riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica – per la formazione sia dei docenti che degli studenti, promuovendo stage, tirocini, corsi di aggiornamento. Dispone di una biblioteca specializzata e di un importante archivio storico-documentario unico nel suo genere sul Novecento veneziano.

Tutte le foto sono dell’Archivio dell’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Iveser)

IVESER Calle Michelangelo 54/P, Giudecca-Zitelle www.iveser.it

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ON THE ROAD

di Xxx

arte

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ual è il mezzo migliore per comunicare a Venezia? Dries Van Noten, neo cittadino illustre, non ha dubbi: sono i muri di questa magnifica città. Sebbene la sua presenza non sia ancora ufficialmente pubblica, ha scelto una campagna molto incisiva attraverso manifesti colorati che restituiscono frasi illustri sulla bellezza e il cambiamento per mostrare di essere “entrato” della scena culturale di Venezia. Il leggendario designer belga, esponente dei Sei di Anversa – designer belgi che si sono diplomati all’Accademia Reale di Belle Arti di Anversa nel 1981 e hanno poi conquistato il mondo della moda, un gruppo di amici di lunga data che comprende Van Noten, Ann Demeulemeester, Dirk Van Saene, Walter Van Beirendonck, Dirk Bikkembergs e Marina Yee, mentre Martin Margiela è spesso considerato il settimo membro –, dopo la decisione di staccarsi dal lavoro quotidiano di direttore creativo della maison che porta il suo nome, ha scelto Venezia come sua nuova frontiera di lavoro, passione e vita. Il tratto distintivo del suo carattere è sempre stato la curiosità insaziabile che Fondazione Dries Van Noten Palazzo Pisani Moretta fondazionedriesvannoten.org

non si appropria ma si nutre delle suggestioni di mondi altri fino a creare qualcosa di originale, degno erede della cosmopolita tradizione mercantile fiamminga. Carattere e personalità inalterata, classico stile – maglione blu (blu Van Noten naturalmente), pantaloni kaki e scarpe di cuoio –, perseguendo la sua filosofia per cui i suoi abiti vengono progettati per rendere la persona che li indossa la più interessante nella stanza, intelligenti nel taglio e artistici nei colori, nei motivi e nelle texture, lo stilista si è fatto notare subito a Venezia, naturalmente con eleganza ed equilibrio. Non è stato un ingresso nei salotti della socialità veneziana, bensì l’idea di un nuovo, interessante progetto ad attirare l’attenzione su di lui. Ha scelto non solo di restaurare un edificio straordinario, Palazzo Pisani Moretta, ma di farne un motore di innovazione, formazione e dialogo tra discipline diverse. È nata così la Fondazione Dries Van Noten che vuole celebrare il saper fare come linguaggio fondamentale dell’identità culturale. Qui le idee prendono forma attraverso i materiali, i gesti e il lento scorrere del tempo, quando mente e mani si incontrano nell’atto creativo. La Fondazione si colloca così in uno spazio di transizione, che porta avanti le tradizioni pur reinventandole


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ries Van Noten , recently welcomed

continuamente. L’apertura è prevista per aprile 2026, arricchendo la città di voci consolidate e talenti emergenti in campi come arte, design, moda, architettura, gastronomia e oltre. Favorendo il dialogo tra discipline, la Fondazione mira a generare nuove prospettive, connettere il passato al presente e mettere in relazione i talenti locali con la creatività internazionale. Affacciato sul Canal Grande, Palazzo Pisani Moretta è un capolavoro dell’architettura veneziana. Costruito alla fine del XV secolo nello stile gotico veneziano fiorito, passò alla famiglia Pisani Moretta all’inizio del XVII secolo. Tra il 1735 e il 1750, Chiara Pisani ne ridecorò completamente gli interni in stile Rococò. Restaurato nuovamente alla fine del XX secolo, il Palazzo conserva arredi e opere d’arte originali, tra cui lavori di Giambattista Tiepolo, Jacopo Guarana, Gaspare Diziani e Giuseppe Angeli. Tra queste mura storiche, la Fondazione Dries Van Noten rinnova memoria ed eredità, aprendosi alla città e accogliendo il pubblico all’interno dei suoi spazi alla scoperta di una selezione attentamente curata di programmi e attività. Il manifesto di una nuova visione culturale che intreccia la tradizione veneziana con la creatività contemporanea. La scelta di fondere elementi apparentemente contrastanti in un’unica visione armoniosa celebra la bellezza non convenzionale e l’individualità, rivelando che il lusso può risiedere nell’originalità, nell’artigianalità, lontano dal clamore della pubblicità. Ma dimostra ancora una volta la geniale prospettiva e la sincera passione di Dries Van Noten. Non è un caso, e dobbiamo farne tesoro noi veneziani, che proprio a Venezia, città simbolo di scambi, contaminazioni e bellezza senza tempo, Van Noten abbia deciso di investire energie e risorse. Benvenuto in città!

as an honorary citizen of Venice, has chosen an unconventional yet deeply Venetian way to introduce himself to the city: its walls. Through a series of striking, colourful posters featuring reflections on beauty, transformation, and cultural openness, he signals his arrival not with fanfare but with a poetic gesture that blends seamlessly into the visual fabric of Venice. After stepping back from the daily creative direction of his fashion house, the celebrated Belgian designer (one of the original Antwerp Six) has embraced Venice as the place where he will channel his curiosity, his cosmopolitan heritage, and his belief in craftsmanship as a core cultural language. His understated presence, marked by his signature blue sweater, khaki trousers, and leather shoes, has already drawn attention, not through social circles but through the ambition of a new cultural project. That project is the Fondazione Dries Van Noten, which will take shape inside the magnificent Palazzo Pisani Moretta on the Grand Canal. Van Noten is not merely restoring the building; he is transforming it into a hub for innovation, education, and interdisciplinary dialogue. The foundation is conceived as a space where ideas materialize through hands, materials, and time, where tradition is honoured yet constantly reimagined. Opening in April 2026, it will bring together established voices and emerging talents in art, design, fashion, architecture, gastronomy, and other creative fields. Its mission is to connect local expertise with international perspectives, generating new ways of thinking and fostering exchanges that bridge past and present. Palazzo Pisani Moretta itself is a masterpiece of Venetian Gothic architecture, later enriched with Rococo interiors by Chiara Pisani in the eighteenth century. Restored again in the late twentieth century, it preserves original furnishings and artworks by Tiepolo, Guarana, Diziani, and Angeli. Within these historic rooms, the foundation will offer curated programs, exhibitions, and public access, renewing the building’s legacy while opening it to contemporary experimentation. Van Noten’s vision intertwines Venetian heritage with modern creativity, celebrating unconventional beauty, individuality, and the quiet luxury of originality and craftsmanship. His decision to invest in Venice – city of exchange, hybrid cultures, and splendour – reveals both his artistic intuition and his sincere attachment to the place. It is a gesture that enriches the city and invites Venetians to embrace a new chapter of cultural dialogue.

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arte PREVIEW

Nuovi mondi Al Teatro Goldoni, Minor Music offre movimenti di creazione collettiva «Il cuore di Minor Music è un potente spirito di creazione collettiva, che riunisce una costellazione di artisti celebri e combina letteratura, cinema, installazioni artistiche, movimento e suono in un’esperienza scenica unica». Così Beatrix Ruf, direttrice della Hartwig Art Foundation, commissaria del progetto, descrive l’evento performativo che andrà in scena in maniera esclusiva al Teatro Goldoni solo nei giorni della vernice di Biennale Arte 2026, il 5 e 6 maggio alle 20.30 e il 7 alle 16 seguito dal talk di presentazione. Minor Music at the End of the World della scrittrice e studiosa Saidiya Hartman è l’adattamento teatrale, strutturato in tre movimenti, basato sul celebre saggio The End of White Supremacy, An American Romance, che trae ispirazione da The Comet di W.E.B. Du Bois, un racconto speculativo scritto all’indomani della pandemia globale del 1918 che immagina la fine del mondo, e da un nuovo lavoro, Dead River, un testo performativo concepito come una cerimonia di vita all’indomani di una catastrofe. Lo spettacolo teatrale esplora la possibilità di una vita nera alla fine del mondo e all’indomani del capitalismo razziale e della supremazia bianca. Su questo sfondo complesso e stratificato, Minor Music trasmette una serie di catastrofi che convergono in questo punto di svolta critico: tra le altre, l’arrivo degli africani a New York City, la prima asta di schiavi nella parte bassa di Manhattan, la precarietà della vita dei neri, le pandemie globali e le catastrofi ambientali che rendono la vita apparentemente invivibile. In questo modo, solleva una serie di domande penetranti sulla vita dei neri alla fine del mondo e sulle nuove formazioni sociali che ne derivano. Diretto da Sarah Benson, Minor Music at the End of the World presenta un film di Arthur Jafa, le performance principali dell’attore André Holland e dell’attore/ artista del movimento sonoro Okwui Okpokwasili, gli interventi artistici degli artisti Precious Okoyomon, il cui potente contributo scenografico fornisce il paesaggio inquietante per il secondo movimento, e Cameron Rowland, sotto la produzione esecutiva della professoressa Tina Campt e Beatrix Ruf (direttrice della Hartwig Art Foundation e del futuro Hartwig Museum). Insieme ad Hartman, questo ensemble di artisti trasforma i suoi saggi originali in una performance site-specific in tre movimenti. Movimento I: La fine della supremazia bianca, con Andre Holland; Movimento II: Dead River, con Okwui Okpokwasili, Bria Bacon, Audrey Hailes e AJ Wilmore; Movimento III: Il mondo è morto, film di Arthur Jafa. «È importante precisare che Minor Music non è un’opera teatrale. È un discorso recitato. Ciò è in linea con la tradizione intellettuale della diaspora africana, in cui la poesia trova spazio nella scrittura critica. È vivo, come il Quaderno di un ritorno al paese natale [1939] di Aimé Césaire. Sto seguendo le orme di molti altri artisti che cercano di creare pensiero in più ambiti. Non sto abbandonando la mia disciplina per dedicarmi a un’altra. Come possiamo creare pensiero in più luoghi, come il palcoscenico, la performance, il film di Arthur, le bellissime foreste pietrificate di Precious, il movimento di Okwui?» (Saidiya Hartman). Minor Music at the End of the World 5, 6 maggio h. 20.30; 7 maggio h. 16 Teatro Goldoni www.hartwigartfoundation.nl

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Audrey Hailes, Bria Bacon, AJ Wilmore, Okwui Okpokwasili (L-r) in Minor Music at the End of the World Commissioned and presented by Hartwig Art Foundation - Photo Fabian Calis


New worlds

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“At the heart of Minor Music is a powerful spirit of collective creation – bringing together a constellation of celebrated artists and combining literature, film, installation art, movement, and sound into a singular stage experience.” Thus Beatrix Ruf, director of the Hartwig Art Foundation and commissioner and presenter of the project, describes the performative event that will be staged exclusively at Teatro Goldoni during the preview days of Biennale Arte 2026, on May 5 and 6 at 8:30 pm and on May 7 at 4 pm, followed by a presentation talk. Minor Music at the End of the World by writer and scholar Saidiya Hartman is a three-movement theatrical adaptation based on her celebrated essay The End of White Supremacy, An American Romance, which draws inspiration from The Comet by W.E.B. Du Bois, a speculative short story written in the aftermath of the 1918 global pandemic that imagines the end of the world, as well as from a new work, Dead River, a performative text conceived as a ceremony of life in the wake of catastrophe. The stage performance explores the possibility of Black life at the end of the world and in the aftermath of racial capitalism and white supremacy. Against this complex and layered backdrop, Minor Music conveys a series of catastrophes converging at a critical turning point: among them, the arrival of Africans in New York City, the first slave auction in Lower Manhattan, the precarity of Black life, global pandemics, and environmental disasters that render life seemingly unlivable. In doing so, it raises a series of piercing questions about Black life at the end of the world and the new social formations that emerge from it. Directed by Sarah Benson, Minor Music at the End of the World features a film by Arthur Jafa, leading performances by actor André Holland and actor and sound-movement artist Okwui Okpokwasili, and artistic contributions by Precious Okoyomon, whose powerful scenographic intervention provides the haunting landscape for the second movement, and Cameron Rowland, under the executive production of Professor Tina Campt and Beatrix Ruf (director of the Hartwig Art Foundation and of the future Hartwig Museum). Together with Hartman, this ensemble transforms her original essays into a site-specific performance in three movements: Movement I: The End of White Supremacy – with André Holland; Movement II: Dead River – with Okwui Okpokwasili, Bria Bacon, Audrey Hailes, and AJ Wilmore; Movement III: The World Is Dead – a film by Arthur Jafa. “It’s important to say that Minor Music isn’t a play. It’s performed discourse. This is consonant with the African diasporic intellectual tradition, where poetry finds a place in critical writing. It’s alive, like Aimé Césaire’s Notebook of a Return to the Native Land (1939). I’m following in the path of many other artists who are trying to create thought in multiple domains. It’s not that I’m leaving my discipline and going into another. How do we make thought in multiple places, like the stage, the performance, Arthur’s film, Precious’s beautiful petrified forests, the movement of Okwui”? – Saidiya Hartman.

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61. BIENNALE ARTE

SOTTO L’ALBERO DI MANGO Nel testo di Koyo Kouoh, che La Biennale di Venezia ha deciso di rispettare come un testamento intellettuale, c’è un passaggio che suona come un invito: rallentare, ascoltare, sintonizzarsi sulle tonalità minori. È da qui che riparte la 61. Esposizione Internazionale d’Arte In Minor Keys, oggi portata a compimento, dopo la prematura scomparsa della curatrice nel maggio 2025, dal team da lei scelto. La novità più evidente non è un cambio di rotta, ma una fedeltà alla linea già tracciata. Il progetto non è stato riformulato né reinterpretato: il canovaccio teorico, la lista degli artisti, l’impianto spaziale e l’identità grafica erano già stati definiti. A Dakar, sotto l’albero di mango del RAW Material Company (il centro per le arti da lei fondato), Kouoh aveva tracciato una geografia relazionale fatta di risonanze più che di rappresentanze, e i suoi collaboratori hanno lavorato per mesi per restituire quella partitura senza trasformarla in monumento. Sono 111 gli artisti invitati, una costellazione di nomi che rifiuta il fragore orchestrale per privilegiare il sussurro, l’oasi, il riposo, in una mostra che non procede per sezioni, ma per correnti sotterranee che conducono a un tempo sospeso. Non mancano le suggestioni letterarie, da Beloved di Toni Morrison a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, che suggeriscono attraversamenti di soglie temporali e affettive, dove il realismo magico intensifica la temperatura emotiva, mentre l’allestimento di Wolff Architects modula lo spazio sostituendo muri con pannelli che evocano passaggi più che separazioni. In questa edizione non saranno attribuiti i Leoni d’Oro alla carriera: Kouoh non ha fatto in tempo a nominarli. Un’assenza che si iscrive nella partitura, in un’edizione che rifiuta il rumore, mettendosi all’ascolto – appunto – delle tonalità minori. Marisa Santin 61. Mostra Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia 9 maggio-22 novembre Giardini, Arsenale, Venezia www.labiennale.org

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arte PREVIEW

a cura di Marisa Santin

Corpi in movimento

CUBA, Roberto Diago - Courtesy Estudio Roberto Diago

EL SALVADOR, J. Oscar Molina at his studio, 2024 © Walter E

DANIMARCA, curator Chus Martínez & artist Maja Malou Lyse

FILIPPINE, Jon Cuyson and Mara Gladstone - Photo Kieran Punay

CUBA

Affrontando temi quali l’eredità della diaspora africana e le forme contemporanee di schiavitù, l’installazione Hombres Libres / Free Man di Roberto Diago, curata da Nelson Ramirez de Arellano Conde con Daneisy García Roque, riunisce un gruppo di grandi teste scultoree che avanza verso lo spettatore. Metalli ossidati, legno e materiali di recupero formano un’epidermide segnata, facendo della cicatrice un elemento strutturale che afferma temi di identità e resistenza. La libertà è intesa come pratica consapevole, memoria che riaffiora, corpo che rifiuta l’oblio. ENG Addressing the legacy of the African diaspora and contemporary forms of enslavement, Roberto Diago’s Hombres Libres / Free Man brings together large sculpted heads advancing toward the viewer. Oxidized metal and reclaimed wood turn scars into structure, asserting identity, resistance, and freedom as conscious practice.

DANIMARCA

Con Things to Come Maja Malou Lyse sviluppa un ambiente filmico immersivo in cui scienza, finzione e pornografia convergono come dispositivi che producano realtà. Muovendo da studi che collegano stimoli erotici virtuali e fertilità maschile, l’artista riflette sul declino riproduttivo come metafora di un collasso culturale più ampio. A cura di Chus Martínez, il progetto concepisce le immagini come tecnologie affettive e materiali: non rappresentano il mondo, ma lo trasformano, incidendo su corpi, desideri e possibilità di futuro. ENG Maja Malou Lyse creates an immersive film environment where science, fiction, and pornography converge as reality-producing forces. Curated by Chus Martínez, the project frames images as material, affective technologies that act on bodies, desire, and reproductive futures.

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EL SALVADOR

Con Cartographies of the Displaced – debutto dell’El Salvador alla Biennale Arte – J. Oscar Molina presenta una ricerca scultorea dedicata alle geografie intime della diaspora. Nato a El Salvador e cresciuto negli Stati Uniti, l’artista intreccia memoria personale e storia collettiva, indagando appartenenza e sradicamento come condizioni esistenziali. Cuore del progetto, ospitato a Palazzo Mora, è la serie Children of the World, figure modellate come presenze vigili, emblemi di comunità disperse ma resilienti. A cura di Alejandra Cabezas, la mostra concepisce lo spostamento non solo come attraversamento di confini, ma come stato ontologico, mappa fragile e tenace di identità in movimento. ENG J. Oscar Molina explores diaspora through sculpture and installation. Centered on his series Children of the World, the project reflects on belonging as movement and rupture. Curated by Alejandra Cabezas, the exhibition frames displacement as an ontological condition shaping identity.

FILIPPINE

Artista e filmmaker con base a Manila, da oltre vent’anni Jon Cuyson indaga temi quali il lavoro, la diaspora e le ecologie queer tra pittura e cinema. Con Sea of Love / Dagat Ng Pag-ibig, curato da Mara Gladstone, Cuyson costruisce un ambiente immersivo di grandi tele e video, dedicato ai marittimi filippini, lavoratori imbarcati su navi mercantili e da crociera lungo le rotte globali. Immagini di navi, mitili e orizzonti acquatici diventano segni di distanza e resilienza, intrecciando la vita in mare con quella delle famiglie a terra. ENG Based in Manila, Jon Cuyson explores maritime labor, diaspora, and queer ecologies through painting and film. Sea of Love / Dagat Ng Pag-ibig immerses visitors in large-scale paintings and videos honoring Filipino seafarers, evoking life at sea, distance, and the resilience connecting them to their families ashore.


Grandi volti scolpiti che interrogano la libertà, paesaggi filmici che riflettono sul corpo e sul desiderio, mappe intime di diaspora, lavori immersivi sulle ecologie queer… Nei Padiglioni della prossima Biennale Arte lo spettatore diventa parte attiva di un percorso sensoriale e concettuale

GIAPPONE, Ei Arakawa-Nash with his twins - Photo Ricardo Nagaoka

POLONIA, Ewa Chomicka, Bogna Burska, Jolanta Woszczenko, Daniel Kotowski Photo Filip Preis - Zachęta Archive

GRECIA, Andreas Angelidakis

TURCHIA, Başak Doğa Temür, Nilbar Güreş

GIAPPONE

Basandosi sulla sua esperienza di genitore queer, Ei ArakawaNash presenta Grass Babies, Moon Babies, un progetto curato da Horikawa Lisa e Takahashi Mizuki che unisce pratica performativa, video e scultura giocosa e sentimentale centrata sulla circolarità della vita. Il titolo mette in dialogo due simboli – grass, legato al giardino e alla natura, e moon, legato al tempo e all’emozione – e riflette su relazioni, cura e affetto. Con oltre cento bambole-oggetto a occupare lo spazio espositivo, l’artista analizza concetti di famiglia, identità e diversità. ENG Drawing from his perspective as a queer parent, Ei Arakawa-Nash weaves together performance, video, and playful, sentimental sculpture centered on the cycle of life. With over one hundred doll-objects occupying the exhibition space, the artist explores concepts of family, identity, and diversity reflecting on relationships, care, and affection.

GRECIA

L’architetto e artista greco-norvegese Andreas Angelidakis presenta Escape Room, un’installazione immersiva in cui storia, rovine classiche e dinamiche digitali si intersecano per interrogare come abitiamo il presente. Curato da Giorgos Bekirakis, il progetto esplora relazioni tra memoria, tecnologia e sfera sociale, invitando a ripensare l’abitare come atto culturale e politico. Attraverso modulazioni spaziali e sculture “soft ruins” lo spazio si trasforma in un percorso sia fisico che concettuale. ENG Greek-Norvegian architect and artist Andreas Angelidakis presents an immersive installation where history, classical ruins, and digital dynamics converge to question how we inhabit the present. Curated by Giorgos Bekirakis, it explores memory, technology, and social life through spatial modulations and “soft ruins” sculptures, creating a physical and conceptual journey.

POLONIA

Liquid Tongues di Bogna Burska e Daniel Kotowski, a cura di Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko e prodotto da Zache˛ta – National Gallery of Art, indaga linguaggi marginalizzati e comunicazioni oltre l’umano, con focus sulla cultura sorda e sul concetto di “deaf gain”, ovvero la sordità vista non come deficit ma come risorsa culturale e cognitiva. Il progetto coinvolge il Choir in Motion, coro di performer sordi e udenti, e combina voce parlata, Lingua Internazionale dei Segni, canti di balene, ambiente subacqueo e coreografia collettiva per ridefinire i confini tra corpo, codice e percezione. ENG Liquid Tongues by Bogna Burska and Daniel Kotowski explores marginalized languages and communication beyond the human, focusing on Deaf culture and the concept of “deaf gain.” The project involves the Choir in Motion, a choir of deaf and hearing performers, combining spoken voice, International Sign Language, whale songs, underwater environments, and collective choreography.

TURCHIA

Nilbar Güreş, artista attiva tra Istanbul, Napoli e Vienna, presenta Liquid Borders, a cura di Başak Doğa Temür, un progetto che fonde video, fotografia, pittura e scultura. L’opera mette in scena oggetti, immagini e corpi frammentati per far emergere le tensioni che si creano tra identità individuale e ruoli sociali, esplorando memoria culturale e tematiche di genere e appartenenza attraverso un percorso immersivo che guida lo spettatore tra esperienza personale e contesto collettivo. ENG Nilbar Güreş, active between Istanbul, Naples, and Vienna, presents a project that combines video, photography, painting, and sculpture, staging fragmented objects, images, and bodies to explore tensions between individual identity and social roles, memory, gender, and belonging through an immersive experience.

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arte

RETROSPETTIVA

Courtesy ASAC - La Biennale di Venezia

La potenza di un numero uno Cinquant’anni dopo Man Ray torna a sorprendere La Biennale L’apertura dei depositi dell’ASAC, l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale, riserva sempre piacevoli sorprese, che trovano poi spazio e visibilità nelle mostre temporanee che vengono allestite nel portego di Ca’ Giustinian, in attesa dell’inaugurazione della nuova sede all’Arsenale, prevista per il prossimo giugno. L’ultima di queste è stata allestita in occasione del 50. anniversario della morte di Man Ray e resterà aperta fino al 22 novembre: la sua importanza risiede nel fatto che viene riproposto l’intero corpus fotografico originale della storica mostra realizzata per la Biennale Arte del 1976 sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Nel 1976, infatti, Ambiente, Partecipazione, Strutture Culturali, diretta da Vittorio Gregotti, dedicò uno straordinario omaggio a Man Ray, Testimonianza attraverso la fotografia, curata da Janus, 160 fotografie in bianco e nero, che sintetizzavano il suo percorso artistico e fotografico, dagli esordi del 1917 fino agli ultimi lavori realizzati. Lo stesso Man Ray, nonostante gli 86 anni e i gravi problemi di salute, volle essere presente all’inaugurazione, il 18 luglio: dopo aver ricevuto l’invito del presidente di allora, Carlo Ripa di Meana, Man Ray scrisse infatti al suo gallerista di fiducia, il veneziano Attilio Codognato, che avrebbe accettato l’invito perché aveva capito che la Biennale non esponeva solo, ma ricercava. Oggila Biennale ripropone, con Man Ray, l’immagine ritrovata. A cinquant’anni dalla Biennale d’Arte 1976, quelle 160 foto, donate dall’artista all’ASAC, con l’idea di mostrarle a chi, magari, non era ancora nato. In mostra c’è davvero la summa dell’opera di Man Ray, pseudonimo adottato nel 1909 da Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890 negli Stati Uniti in una famiglia ebrea di origine russa, dalle prime opere Dada e surrealiste, appena giunto a Parigi, fino all’ultima Via lattea del 1973, e soprattutto le evoluzioni dei suoi celebri rayographs, gioco di parole che comprende il raggio, ma anche il suo nome, Ray. Una galleria di corpi, nudi, particolari, schiene, come il celebre Violon d’Ingres (1924), scattato alle spalle della sua musa Alice Prin, meglio Man Ray, l’immagine ritrovata Fino 22 novembre Portego di Ca’ Giustinian, La Biennale di Venezia www.labiennale.org

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nota con lo pseudonimo di Kiki de Montparnasse, una presenza quasi ossessiva negli scatti di Man Ray. O gli “oggetti matematici”, spesso oggetti assurdi, assolutamente inutili, costruiti solo per essere fotografati, “oggetti del mio affetto”. Gli unici ritratti, spesso di profilo, sono quelli dei suoi sodali, Picasso e Mirò, Dalì e De Chirico, Brancusi e André Breton, ma anche James Joyce e tanti altri protagonisti della letteratura e dell’arte. La sua fotografia diventa così una sorta di itinerario filosofico, ma anche una sorta di indovinello della Sfinge, chiedendo per gioco soluzioni impensabili, da vero dadaista. Per far questo gli servono macchine fotografiche semplici, Kodak da pochi soldi, in cui lo strumento resta inferiore alla mano dell’uomo. Perché Man Ray nasce pittore: «dipingo quello che non può essere fotografato, fotografo ciò che non voglio dipingere». Man Ray. Testimonianza attraverso la fotografia chiuse il 10 ottobre 1976, il suo artefice se ne andò poco più di un mese più tardi, il 18 novembre. Un anno dopo, la Biennale pubblicò il catalogo dell’esposizione, di cui ristamperà a breve la copia anastatica. Michele Gottardi ENG The Venice Biennale archives reveal new treasures in a temporary exhibition at Ca’ Giustinian, marking the 50th anniversary of Man Ray’s death. On view until 22 November, the show reconstructs the complete photographic corpus presented in the landmark 1976 Biennale exhibition Man Ray. Testimony Through Photography. That historic show, curated by Janus and supported by Vittorio Gregotti, brought together 160 black and white photographs spanning Man Ray’s career from 1917 to his final works. Despite poor health, the artist attended the opening, impressed that the Biennale “researched rather than merely exhibited.” The current display showcases his Dada and Surrealist beginnings, iconic rayographs, nudes like Le Violon d’Ingres, experimental “mathematical objects,” and portraits of cultural giants from Picasso to Joyce. It highlights Man Ray’s belief that photography could be both philosophical riddle and artistic invention, complementing his painterly practice. The art, donated to the Biennale, return now for new generations, accompanied by archival materials and a forthcoming facsimile of the 1977 catalogue.


Photo Fabian Calis

Minor Music at the End of the World

Saidiya Hartman dir. Sarah Benson di

André Holland, Okwui Okpokwasili con

e contributi di

5, 6 e 7 maggio 2026

Arthur Jafa e Precious Okoyomon

Teatro Goldoni Venezia Presented by Hartwig Art Foundation

TICKETS www.hartwigartfoundation.nl

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arte

LO SCHERMO DELL’ARTE

SGUARDI NEL BUIO Una selezione di film dall’edizione 2025 del festival Lo schermo dell’arte dedicato a cinema e arte contemporanea 5 marzoMarch h. 18

A SEGUIRE/TO FOLLOW

NON-ALIGNED NEWSREELS: FRAGMENTS

TWO PEOPLE EXCHANGING SALIVA

di Mila Turajlić

Live documentary, 2025, 60’ - vo: inglese; st: italiano

La performance di Turajlić è un montaggio live di materiali filmati conservati negli archivi dei cinegiornali della ex Jugoslavia sui movimenti di liberazione africani dagli anni Cinquanta. ENG Turajlić’s performance is a live montage combining archival footage from Yugoslav-era newsreels documenting African liberation movements from the 1950s.

6 marzoMarch h. 18

LIKE AN EVENT IN A DREAM DREAMT BY ANOTHER – INSOMNIA di Firas Shehadeh

Palestina, 2025, 33’48’’ - vo: inglese; st: italiano

Gamer palestinesi modificano il software di un videogioco di ruolo per innescare atti di resistenza e costruire nuovi mondi come forma di sopravvivenza. Uno straniante parallelismo tra la realtà attuale della Palestina e il mondo creato virtualmente. ENG Palestinian gamers modify the software of a role- playing video game to spark acts of resistance and to build new worlds as a means of survival. The viewer is confronted with a disorienting parallel between the present reality of Palestine and the world created virtually. A SEGUIRE/TO FOLLOW

ARGUMENTS IN FAVOR OF LOVE di Gabriel Abrantes

Portogallo, 2025, 9’ - vo: inglese; st: italiano

In un futuro distopico e post-apocalittico, una coppia di fantasmi che vaga in una landa digitale desolata, allagata e in fiamme, è intrappolata in discussioni incessanti – conflitti personali, test genetici, dolore, amore – sullo sfondo di ansie collettive odierne. ENG A pair of ghosts in a desolate digital landscape, flooded and ablaze, in a dystopian, post-apocalyptic future, are trapped in incessant discussions about personal conflicts – genetic testing, pain, love – against the backdrop of contemporary collective anxieties.

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di Natalie Musteata & Alexandre Singh

Francia, USA, 2024, 36’ - vo: francese; st: inglese, italiano

Una storia d’amore queer illecita in un mondo distopico, in cui gli oggetti vengono pagati con schiaffi e il bacio è illegale e punito con la morte. Angine, una donna infelicemente sposata, fa shopping compulsivo in un grande magazzino. Lì, rimane affascinata da un’ingenua commessa, Malaise. Un film surreale e al tempo stesso agghiacciante, dura critica al controllo e insieme omaggio romantico a chi osa sfidare lo status quo. ENG An illicit queer love story set in a dystopian world where objects are bought with slaps and kissing is illegal, punishable by death. Angine, an unhappily married woman, indulges in compulsive shopping in a department store, where she becomes entranced by an innocent clerk, Malaise. Surreal and yet chilling, the film is both a sharp critique of control and a romantic tribute to those who dare to defy the status quo. A SEGUIRE/TO FOLLOW

BOUCHRA

di Orian Barki, Meriem Bennani

Italia, Marocco, USA, 2025, 83’ vo: arabo marocchino, francese, inglese; st: inglese, italiano

Lungometraggio d’esordio tra finzione, autobiografia e animazione 3D. Il film segue il rapporto tra Bouchra, regista queer marocchina a New York, e la madre cardiologa a Casablanca, entrambe raffigurate come dei coyote. Ambientato in un mondo popolato da animali antropomorfi animati, il film affronta con ironia e invenzione questioni di identità di genere e relazioni familiari. ENG A moves between fiction, autobiography, and 3D animation. It follows the relationship between Bouchra, a queer Moroccan filmmaker based in New York, and her mother, a cardiologist in Casablanca, both portrayed as coyotes. Set in a world inhabited by animated anthropomorphic animals, the film explores questions of gender identity and family ties with irony and inventiveness.

Lo schermo dell’arte. Festival di cinema e arte contemporanea 5-8 marzo Teatrino di Palazzo Grassi www.pinaultcollection.com


7 marzoMarch h. 18

BLKNWS: TERMS & CONDITIONS di Kahlil Joseph

USA, 2025, 113’ - vo: inglese; st: italiano

NON-ALIGNED NEWSREELS: FRAGMENTS

LIKE AN EVENT IN A DREAM DREAMT BY ANOTHER – INSOMNIA

Una narrazione immaginaria della blackness attraverso il tempo e i confini. Traendo ispirazione da intellettuali neri tra cui W.E.B. Du Bois, Marcus Garvey, Saidiya Hartman, e con il contributo di artisti quali Arthur Jafa e Garrett Bradley, il film giustappone le loro idee e immagini a campionamenti tratti da YouTube, social media, cinema, televisione e giornalismo. ENG An imaginative narration of Blackness across time and borders. Drawing inspiration from Black intellectuals such as W.E.B. Du Bois, Marcus Garvey, and Saidiya Hartman, and featuring contributions from artists including Artur Jafa and Garrett Bradley, the film juxtaposes their ideas and images with samples from YouTube, social media, cinema, television, and journalism.

8 marzoMarch h. 17

MASSIMO BARTOLINI. DUE QUI / TO HEAR di Matteo Frittelli

Italia, 2025, 38’ - vo: italiano, inglese; st: inglese ARGUMENTS IN FAVOR OF LOVE

TWO PEOPLE EXCHANGING SALIVA

Il film segue il progetto di Massimo Bartolini per il Padiglione Italia 2024. L’artista, in dialogo con il curatore Luca Cerizza, coinvolge ingegneri, artigiani, scrittori, performer, musicisti, tra cui Caterina Barbieri, Gavin Bryars e Kali Malone, dando vita a un sistema complesso e articolato in cui arte, musica, tecnica e ingegneria convergono. ENG The film follows Massimo Bartolini’s project for the 2024 Italian Pavilion. In dialogue with curator Luca Cerizza, the artist engages engineers, artisans, writers, performers, and musicians – including Caterina Barbieri, Gavin Bryars, and Kali Malone – creating a complex and articulated system where art, music, technology, and engineering converge. A SEGUIRE/TO FOLLOW

BOUCHRA

BLKNWS: TERMS & CONDITIONS

PETER HUJAR’S DAY di Ira Sachs

USA, Germania, 2025, 75’ - vo: inglese; st: italiano

MASSIMO BARTOLINI. DUE QUI / TO HEAR

PETER HUJAR’S DAY

Nel 1974, la scrittrice Linda Rosenkrantz e il fotografo Peter Hujar registrarono una conversazione nel suo appartamento di New York. Argomento dell’incontro era il racconto di una giornata del celebre artista, tra i maggiori protagonisti della scena culturale del tempo. Ira Sachs ricrea con libertà e fantasia quel pomeriggio e la bohème della New York di quegli anni. ENG In 1974, writer Linda Rosenkrantz and photographer Peter Hujar recorded a conversation in her New York apartment. The subject of the meeting was the account of a day in the life of the celebrated artist, one of the leading figures of the cultural scene of the time. Ira Sachs freely and imaginatively recreates that afternoon and the bohemian spirit of New York in those years.

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arte OPENING

Lessico famigliare L’universo simbolico di Michael Armitage A Palazzo Grassi, Pinault Collection presenta una delle più ampie ricognizioni dedicate a Michael Armitage, artista nato in Kenya nel 1984 e oggi considerato tra le presenze più incisive della pittura contemporanea. The Promise of Change (29 marzo-10 gennaio 2027), curata da Jean-Marie Gallais in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, Caroline Bourgeois e Michelle Mlati, riunisce oltre 150 opere tra grandi dipinti e disegni, delineando un percorso che attraversa l’ultimo decennio della sua ricerca. L’esposizione si configura come un itinerario dentro un territorio pittorico instabile, in cui memoria personale e storia collettiva si sovrappongono a un immaginario simbolico ricco di stratificazioni. I riferimenti all’Africa orientale – e in particolare al Kenya – si intrecciano con la mitologia classica e con la tradizione figurativa occidentale, generando composizioni dense, cromaticamente vibranti, spesso di dimensioni monumentali. L’artista affronta temi urgenti del presente: guerre, instabilità politica, abusi di potere, crisi migratorie, tensioni identitarie. Tali questioni non vengono trattate in forma illustrativa; entrano piuttosto nella struttura stessa delle immagini, che appaiono popolate da figure in movimento, immerse in paesaggi che oscillano tra riconoscibilità e allucinazione. Il percorso a Palazzo Grassi accompagna progressivamente il visitatore attraverso questi scenari abitati, talvolta legati a contesti storici precisi, talvolta volutamente ambigui. Le scene si addensano, si offuscano, accolgono più orizzonti narrativi, chiedendo allo sguardo una partecipazione attiva. La pittura di Armitage alterna una gestualità incisiva a passaggi di estrema delicatezza, costruendo superfici in cui la materia cromatica sembra prender vita e trattenere tracce di conflitti, desideri, memorie. L’artista sostiene la necessità di una pittura capace di confrontarsi con la realtà storica senza rinunciare alla complessità formale e alla tensione lirica. La sua iconografia nasce da una molteplicità di fonti: cronaca, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fino alla storia globale dell’arte. Figure mitologiche convivono con personaggi tratti dalla narrativa africana contemporanea o con individui anonimi, come nella serie dedicata alla migrazione, in cui il viaggio e la traversata assumono un valore insieme concreto e simbolico. Le influenze che spaziano dal cinema di Sembène Ousmane alla scrittura di Ngũgı̃ wa Thiong’o, fino alla pittura di Francisco Goya e Diego Velázquez, vengono rielaborate in un lessico personale, nel quale l’intensità cromatica e la costruzione spaziale testimoniano un dialogo costante con la tradizione. Elemento distintivo della sua pratica è l’uso di un supporto ricavato dalla corteccia d’albero secondo tradizioni ugandesi e indonesiane. Questo materiale, segnato da irregolarità e fratture, incide direttamente sulla composizione, orientando la disposizione delle figure e la distribuzione dei colori. La superficie pittorica nasce da un processo di stratificazione: applicazioni successive di olio, raschiature, riprese che generano effetti di profondità e trasparenMichael Armitage. The Promise of Change 29 marzo-10 gennaio 2027 Palazzo Grassi www.pinaultcollection.com

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Portrait Michael Armitage, 2022, photo Tom Jamieson ©Michael Armitage Courtesy the artist and David Zwirner

za. Il risultato è una tessitura sensibile, in cui la luce sembra filtrare attraverso la materia. Un’ampia sezione dedicata al disegno consente di avvicinarsi alla fase progettuale delle opere, rivelando l’attenzione al dettaglio e alla costruzione dell’immagine. Bozzetti e studi preparatori mostrano come la monumentalità dei dipinti sia preceduta da un lavoro analitico sulla composizione e sulla dinamica delle figure. Irene Machetti ENG Palazzo Grassi presents one of the most extensive exhibitions dedicated to Michael Armitage, the Kenyan born painter considered a leading voice in contemporary art. The Promise of Change (29 March–10 January 2027), curated by Jean Marie Gallais with Hans Ulrich Obrist, Caroline Bourgeois and Michelle Mlati, gathers over 150 works from the last decade. The exhibition traces a pictorial territory where personal memory and collective history merge with symbolic imagery. References to East Africa and Kenya interweave with classical mythology and Western painting, creating vibrant, often monumental compositions that address war, political instability, power abuses, migration and identity. Armitage’s fluid scenes, shifting between recognition and hallucination, invite active interpretation. His painting balances sharp gesture and delicate layering, using a bark cloth support whose irregularities shape composition and colour. A large drawing section reveals the analytical work behind his monumental canvases, highlighting a practice that transforms global influences into a personal, resonant visual language.


Testimone oculare Amar Kanwar, sette schermi per una costellazione di immagini e parole Al piano superiore di Palazzo Grassi, a cura di Jean-Marie Gallais per Pinault Collection, Amar Kanwar presenta The Peacock’s Graveyard (2023), un’installazione che condensa oltre trent’anni di ricerca tra cinema documentario, archivio e sperimentazione visiva. Nato nel 1964 a Nuova Delhi, Kanwar occupa una posizione centrale nel panorama artistico internazionale per la capacità di coniugare indagine politica e tensione lirica, memoria storica e meditazione filosofica. L’opera si impone come fulcro del percorso espositivo. Sette schermi distribuiti nello spazio compongono una grande installazione video in cui le immagini emergono e si dissolvono con ritmo alternato e simultaneo. Non vi è una progressione narrativa lineare: Kanwar definisce la sequenza un “haiku visivo”, una costellazione di frammenti autonomi che, accostati, producono senso per giustapposizione. Il visitatore attraversa così un paesaggio visivo astratto, sospeso, dove la temporalità si distende e si contrae. Alle immagini si sovrappongono testi scritti dall’artista, racconti che attingono a tradizioni orali, memorie collettive e risonanze autobiografiche. Ne emerge una riflessione sulle forme di sapere non canoniche e sulla possibilità di elaborare nuovi strumenti di resistenza e riconciliazione. Dal punto di vista formale, The Peacock’s Graveyard segna un’evoluzione rispetto alle precedenti strategie documentarie dell’artista. Il montaggio non mira più a dimostrare o denunciare; costruisce piuttosto una tessitura meditativa che suggerisce la necessità di riorganizzare il pensiero. Kanwar propone una ricalibratura metafisica dello sguardo, un esercizio di attenzione capace di sottrarsi alla polarizzazione brutale delle verità contrapposte che caratterizza il presente. L’opera viene concepita come insieme di storie da accompagnare alla vita quotidiana, strumenti per interrogare l’arroganza del potere, le illusioni collettive, le derive violente che attraversano le società contemporanee. Le radici di questa ricerca affondano nella storia post-coloniale del subcontinente indiano e nelle ferite ancora aperte della Partizione del 1947. Kanwar analizza nei suoi lavori le dinamiche di potere, le migrazioni forzate, i conflitti tra India e Pakistan, le violazioni dei diritti umani e ambientali legate ai processi di sviluppo economico. L’origine della sua traiettoria artistica viene ricondotta a due eventi del 1984, quando era studente di storia a Nuova Delhi: l’assassinio di Indira Gandhi e le violenze contro la comunità sikh; il disastro industriale di Bhopal, causato dalla fuga di gas tossici in un impianto chimico. Da quel momento l’attivismo politico si intreccia con il cinema documentario, in un percorso di raccolta di testimonianze e realizzazione di archivi visivi. Opere come A Season Outside (1997), dedicata alla militarizzazione del confine indo-pakistano, The Torn First Page (2004-2008), sulla resistenza birmana, The Lightning Testimonies (2007), centrata sulle esperienze di donne vittime di stupro, e To Remember (2008), che rilegge il pensiero non violento di Gandhi, delineano una pratica coerente che coniuga indagine storica e narrazione poetica. Amar Kanwar. The Peacock’s Graveyard 29 marzo-10 gennaio 2027 Palazzo Grassi www.pinaultcollection.com

Portrait Amar Kanwar, photo Amar Kanwar

Nel contesto veneziano, questi lavori compongono un quadro organico della pratica di Kanwar. L’arte si configura come strumento di analisi e presa di posizione, capace di illuminare movimenti locali di opposizione all’espropriazione delle terre, episodi di corruzione istituzionale, conflitti sociali e ambientali. A Palazzo Grassi, la meditazione sull’impermanenza si traduce in un invito a ripensare ideologie e solidarietà, in un esercizio di lucidità che affida alle immagini la responsabilità di aprire spazi di possibilità. Irene Machetti ENG At Palazzo Grassi, Amar Kanwar presents The Peacock’s Graveyard (2023), curated by Jean Marie Gallais for the Pinault Collection. The installation distils over thirty years of research linking documentary cinema, archives and visual experimentation. Seven screens form a large, immersive video environment where images appear and fade without linear narrative. Kanwar calls this structure a “visual haiku”: autonomous fragments that create meaning through juxtaposition. Texts drawn from oral traditions, collective memory and personal history overlay the visuals, reflecting on alternative forms of knowledge and new tools for resistance. Formally, the work marks a shift from his earlier documentary strategies, proposing instead a meditative montage that urges a reorganization of thought. Kanwar offers a metaphysical recalibration of vision, resisting polarized truths. Rooted in the post colonial trauma of the Indian subcontinent, his practice has long examined power, displacement and human rights through works such as A Season Outside, The Torn First Page, The Lightning Testimonies and To Remember.

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arte OPENING

© Jenny Saville. All rights reserved, DACS 2026 - Photo Tyler Mitchell - Courtesy Gagosian

Carni vive I corpi giunonici di Jenny Saville in mostra a Ca’ Pesaro Londra, primi anni Novanta. Tra capannoni industriali e gallerie indipendenti, prende forma la generazione degli Young British Artists, destinata a ridefinire l’immagine dell’arte britannica attraverso una strategia in cui installazione, oggetto e provocazione diventano affilati strumenti di visibilità. In un tal clima di accelerazione, dove l’evento coincide con la costruzione pubblica dell’artista e l’opera si fa ingranaggio della macchina curatoriale, emerge la giovane Jenny Saville. Nata a Cambridge nel 1970 e formatasi alla Glasgow School of Art, negli anni Novanta intraprende un periodo di studio all’Università di Cincinnati, dove il confronto diretto con la scena americana, dalla gestualità di de Kooning alla libertà segnica di Twombly, consolida la convinzione che il medium pittorico possa ancora sostenere il peso del presente. Tuttavia, mentre molti coetanei orientano la propria ricerca verso dispositivi concettuali e ambientali, Saville rema controcorrente: ad interessarla è la figura umana. Il corpo diventa così un campo di indagine privilegiato, luogo di confronto serrato con la tradizione e insieme superficie attraversata dai dibattiti contemporanei sulla percezione sociale, sui tabù, sull’identità. Fin dagli esordi, tele di grande formato impongono una prossimità fisica che elimina ogni distanza con lo spettatore: figure monumentali occupano lo spazio costringendo lo sguardo ad affrontare una presenza che non concede vie di fuga, mentre la pelle si trasforma in territorio di stratificazioni cromatiche e ripensamenti, incisa da un segno che scava e corregge con morbosa insistenza. Nel corso di oltre trent’anni di carriera, la ricerca di Saville ha esteso il proprio raggio includendo maternità, vulnerabilità e metamorfosi, senza mai allentare il dialogo con il passato, dai maestri rinascimentali alla scultura antica fino alla stagione espressionista del NoveJenny Saville a Ca’ Pesaro 28 marzo-22 novembre Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna capesaro.visitmuve.it

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cento, proponendo una pittura che continua a confrontarsi con la propria necessità storica. Ora, a oltre tre decenni dall’esordio londinese, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro dedica a Jenny Saville la prima monografica veneziana (28 marzo-22 novembre) riunendo circa trenta dipinti che coprono l’intero arco della sua produzione, dagli anni Novanta ai lavori più recenti, inclusi alcuni inediti concepiti in relazione diretta con la Laguna. Nell’anno della Biennale Arte, la scelta di riportare al centro una pittura così radicalmente corporea segna una presa di posizione: in un museo che ha costruito la propria identità sulle tensioni della modernità e sulle inquietudini del Novecento, i corpi di Saville riattivano una genealogia mai interrotta, in cui alla carne è affidato il compito di misurare, esporre e mettere in crisi il presente. Adele Spinelli ENG In early‑1990s London, amid warehouses and independent galleries, the Young British Artists emerged with provocative strategies that reshaped British art. Against this climate of spectacle, Jenny Saville stood out by pursuing painting rather than installation or conceptual work. Born in 1970 and trained in Glasgow, her time in Cincinnati strengthened her conviction that painting could still confront the present. Saville chose the human body as her field of inquiry: large‑scale canvases confront viewers with flesh rendered in layered, insistent marks, exploring identity, vulnerability and social taboos. Over thirty years, she has expanded her themes to motherhood, metamorphosis and the history of representation while engaging deeply with Renaissance, classical and Expressionist traditions. Ca’ Pesaro now dedicates her first Venetian monograph (March 28 – November 22), gathering about thirty works from the 1990s to new pieces inspired by the lagoon. In the Biennale year, Saville’s radical corporeal painting reactivates the museum’s modern lineage, using the body to measure and challenge the present.


Joseph Kosuth, A Chain of Resemblance, 2025 Collection of the Artist. Photo (rendering): Joseph Kosuth Studio

Text/Context Joseph Kosuth ovvero la potenza del linguaggio nella percezione dell’arte In una continua trasmigrazione tra significante e significato la ricerca artistica di Joseph Kosuth “gioca” sin dagli anni Sessanta con le molteplici potenzialità del linguaggio elevandolo visivamente ad opera d’arte e caricandolo allo stesso tempo della forza del suo contenuto espressivo. La nuova mostra che Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe dedicano all’artista concettuale americano nella sede della Casa dei Tre Oci alla Giudecca, già nel titolo – apparentemente criptico – The-exchange-value-of-language (Il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero), esplora, attraverso un’installazione al neon dove pulsa la scritta “A Chain of Resemblance” che corre lungo le pareti d’ingresso del pianterreno, quanto il significato possa essere plasmato sia dal contesto in cui è inserito sia dalle parole che lo esplicitano. Basandosi sul pensiero del filosofo francese Michel Foucault, da cui nasce la citazione, svela come l’opera non sia mai neutrale rispetto all’ambiente in cui è collocata, ma ne diventi parte integrante. Curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli, l’esposizione propone nell’allestimento del primo piano lavori storici risalenti agli anni Sessanta quando l’opera si presentava quale sintesi tra oggetto, immagine che lo rappresentava, e testo che lo esplicitava. In questo caso, in One and three Mirrors (1965) anche lo spettatore ne diviene parte e attraverso il suo riflesso nello specchio carica di una ulteriore valenza l’uso che dello stesso se ne fa, riferendosi alle teorie del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. L’utilizzo diviene percezione e dunque consapevolezza, ma allo stesso tempo attraverso la scelta del titolo Kosuth afferma tautologicamente che l’opera è semplicemente quello che rappresenta, scompaginando le regole del gioco dell’arte del secondo dopoguerra. Nelle tre sale adiacenti è proposto un altro tema ricorrente nella pratica dell’artista, che è la messa in discussione del concetto di autorialità; dal radicale ripensamento di pubblico fruitore, comunità e collaborazione attraverso opere quali Fifth investigations (1969), Text/Context (1978/79) e Where are you standing? (1976), fino al poster realizzato per la Biennale del 1976 quale espressione, all’epoca, di un collettivo internazionale. In uno spazio pubblico in città verrà installato un manifesto del 1970, The Seventh Investigation. Joseph Kosuth. The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero 28 marzo-22 novembre Casa dei Tre Oci, Giudecca berggruenarts.org | berggruen.org

L’artista, nato in Ohio ma di origini ungheresi da parte paterna, mantiene un legame forte con Venezia dove ha vissuto tra il 2021 e 2025, ma era già presente negli anni ‘90 partecipando otto volte alla Biennale. Nel 1993 espose nel Padiglione dell’Ungheria con un intervento che gli valse Menzione d’onore, nel 1997 realizzò per la facciata della Querini Stampalia un’istallazione permanente dove a caratteri luminosi, terra aria e acqua, elementi primordiali, dialogano col ponte di Carlo Scarpa e dietro al titolo The Material of Ornament fanno riflettere ancora una volta sul ruolo dell’arte e la sua conservazione nel futuro. Fino a trasferirsi, in un ideale omaggio all’architetto veneziano, nell’Aula Baratto di Ca’ Foscari con To Invent Relations (For Carlo Scarpa), commissionatagli nel 2016 dalla Biennale Architettura. Che valore ha dunque attualmente il linguaggio per il padre dell’arte concettuale? È nata prima la parola o le immagini? Quasi a riscoprire l’istintivo bisogno dell’uomo di esprimersi, l’arte di Joseph Kosuth si pone oggi come non mai quale mezzo di comunicazione per abbattere le barriere dell’incomprensione. Michela Luce ENG Joseph Kosuth’s work has long explored the shifting relationship between signifier and meaning, transforming language itself into visual art. The exhibition The-exchange-value-of-language, presented by Berggruen Arts & Culture and the Berggruen Institute Europe at the Casa dei Tre Oci, examines how meaning is shaped by context. A neon installation, A Chain of Resemblance, inspired by Michel Foucault, highlights how an artwork becomes inseparable from its environment. Curated by Mario Codognato and Adriana Rispoli, the first floor showcases historic 1960s pieces, including One and Three Mirrors, where the viewer’s reflection becomes part of the work, echoing Ludwig Wittgenstein’s theories on perception and use. Nearby rooms explore Kosuth’s long standing investigation of authorship and collective practice, with works such as Fifth Investigations, Text/Context, and a 1976 Biennale poster. A 1970 manifesto, The Seventh Investigation, will appear in the city. Linked to Venice through decades of exhibitions and installations, Kosuth has created enduring site specific works, from the Querini Stampalia façade to To Invent Relations (For Carlo Scarpa) at Ca’ Foscari. Today, his art reaffirms language as a tool for communication capable of bridging misunderstanding.

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arte OPENING

Zone di instabilità Lorna Simpson, visioni in terza persona Pinault Collection a Punta della Dogana dedica a Lorna Simpson una vasta personale, realizzata in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art, dove nel 2025 era stata presentata una prima versione del progetto con il titolo Source Notes. Curata da Emma Lavigne in dialogo diretto con l’artista, la mostra veneziana intitolata Third Person, offre per la prima volta in Europa una panoramica di tale ampiezza dedicata alla sua produzione pittorica dell’ultimo decennio, affiancata da collage, video, sculture e installazioni. Circa cinquanta opere, provenienti da collezioni internazionali e dallo studio dell’artista, compongono un percorso concepito specificamente per la spazialità austera e luminosa di Punta della Dogana. Lorna Simpson, nata a Brooklyn nel 1960, si afferma alla metà degli anni Ottanta con un lavoro che ridefinisce la fotografia concettuale americana. Le sue immagini di figure nere non identificate, spesso accompagnate da brevi testi frammentari, disinnescano la pretesa trasparenza del vedere. Il corpo compare, e insieme si sottrae. Il testo interviene, e destabilizza. Lo spettatore viene spinto a interrogare le proprie abitudini percettive, i propri automatismi culturali. Fin dagli esordi, Simpson indaga i meccanismi attraverso cui razza e genere modellano la costruzione dell’immagine negli Stati Uniti. L’abito bianco che ricorre nei primi lavori, concepito durante i soggiorni di formazione in Italia, funziona come segno ambivalente: uniforma, astrae, sospende l’identità; allo stesso tempo attiva la memoria materiale del cotone, legata alla storia economica della schiavitù nel Sud americano. In queste opere l’abbigliamento opera come un dispositivo silenzioso di controllo e sorveglianza simbolica. Il riconoscimento istituzionale è precoce. Nel 1990 il MoMA le dedica Projects 23, prima personale del museo riservata a un’artista nera. In quegli anni i capelli diventano superficie densa di significati politici e culturali. In lavori come 1978–88 le immagini di acconciature intrecciate sono accompagnate da parole che evocano gesti ripetitivi – tessere, tirare, ripartire – introducendo una dimensione temporale che rimanda alla durata e alla sedimentazione dell’esperienza. Negli anni 2000 la riflessione si estende al riuso dell’archivio. Nella serie 1957–2009 Simpson lavora su fotografie trovate online, disponendo in griglia immagini anonime di una donna nera e affiancandole a proprie pose imitate e alterate. Il risultato non è un autoritratto, bensì un esercizio di distanza critica che smonta la costruzione mediatica del corpo femminile. A partire dal 2016, il confronto con gli archivi della rivista Ebony apre una fase ulteriore. I collage nati da quel materiale funzionano come “appunti di fonte”: frammenti visivi che mettono in tensione memoria collettiva e narrazione dominante. In mostra, un’installazione composta da quaranta collage rende evidente questo laboratorio iconografico. Dal 2010 la pittura assume un ruolo centrale. Le tele presentate in mostra includono lavori realizzati per la 56. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 2015, curata da Okwui Lorna Simpson. Third Person 29 marzo-22 novembre Punta della Dogana www.pinaultcollection.com

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Portrait Lorna Simpson - Photo Grace Ahlbom

Enwezor, insieme a opere inedite concepite per questa occasione. I dipinti conducono lo sguardo in zone di instabilità: composizioni dense attraversate da figure enigmatiche e tensioni politiche evocano sollevamenti e repressioni. Una serie di paesaggi artici, ricostruiti a partire da archivi di spedizioni, si dispiega in gamme di blu notturni e grigi glaciali. L’elemento naturale – acqua, ghiaccio, nuvole, polvere – diventa metafora di trasformazione e cancellazione. Questi scenari sospesi oscillano tra documento storico e immaginazione pittorica, interrogando l’idea stessa di testimonianza. Nel Cube, figure femminili monumentali emergono dalla materia pittorica senza fissarsi in identità definitive. Il volto è presente, e insieme schermato; il corpo appare trattenuto, decentrato, ambiguo. L’opera rifiuta letture univoche e mette in crisi l’idea di rappresentazione come trasparenza. Third Person si configura come un territorio visivo attraversato da slittamenti di senso. Il titolo suggerisce una posizione enunciativa obliqua: parlare in terza persona implica distanza, scarto, possibilità di moltiplicare i punti di vista. Attraverso pittura, collage e installazione, Lorna Simpson costruisce un’indagine sulla fragilità delle immagini e sulla complessità del vedere, mostrando come ogni atto di rappresentazione porti con sé un margine di opacità. Irene Machetti ENG Punta della Dogana hosts a major Lorna Simpson retrospective, created with the Met and curated by Emma Lavigne. Third Person presents her recent painting alongside collage, video, sculpture and installations – around 50 works shaped for the building’s luminous spaces. Since the 1980s, Simpson has redefined conceptual photography, examining how race and gender shape visual culture. Later works explore hair as political surface, archival images, and the instability of representation. Her recent paintings and Arctic landscapes, along with monumental female figures, deepen her inquiry into memory, opacity and the shifting meaning of images.


A piedi nudi Paulo Nazareth e l’equazione delle narrazioni invisibili Negli spazi al piano superiore di Punta della Dogana, Pinault Collection ospita l’artista brasiliano Paulo Nazareth con Algebra, a cura di Fernanda Brenner concepito come performance estesa e ambiente narrativo, anziché come tradizionale mostra. Al centro di questo progetto vi è l’idea di viaggio come forma di pensiero e di conoscenza incarnata. Da oltre quindici anni Nazareth percorre ininterrottamente continenti e spazi geoculturali, attraversando, spesso a piedi nudi, le Americhe, i Caraibi e l’Africa, in una pratica che unisce performance, resistenza corporea e memoria storica. Camminare scalzo diventa per l’artista un atto rituale di rispetto nei confronti degli antenati deportati nella tratta atlantica degli schiavi – ai quali venivano tolte le calzature come simbolo di sottomissione – e al contempo un gesto critico contro le tracce della cartografia coloniale e del razzismo sistemico che hanno segnato i paesaggi della modernità. Nel contesto di Algebra, il titolo stesso diventa un principio metodologico: richiamando l’etimologia araba al-jabr, ovvero “ricomporre ciò che è spezzato”, l’artista prefigura un percorso di riaggregazione di memorie, corpi e territori spezzati dalle storie della colonizzazione e della migrazione. Questa nozione fonde la dimensione matematica dell’algebra come disciplina di risoluzione delle incognite con la pratica artistica di Nazareth, che intende sciogliere nodi irrisolti e riassemblare narrazioni invisibili. Il percorso espositivo non segue un ordine cronologico o tematico lineare, bensì si dispiega attraverso stazioni evocative in cui il camminare si fa espressione documentaria e simbolica. Una delle opere chiave, Notícias de América, riunisce materiali raccolti nel corso di un cammino epico di dieci mesi dal Brasile a New York – fotografie, appunti, oggetti consumati e le infradito indossate durante il tragitto – costituendo una sorta di “cronaca incarnata” della migrazione come esperienza fisica, linguistica e culturale. Una linea di sale, materiale e visiva, solca l’intero spazio espositivo e agisce come soglia tra visibile e sommerso. Osservata con attenzione, essa rivela progressivamente la geometria di un tumbeiro, il termine portoghese per le navi negriere che solcavano l’Atlantico durante la tratta degli schiavi africani. La presenza di questa forma archetipica, evocata da un elemento semplice come il sale – che conserva e corrode, guarisce e si accumula – sottende l’intero progetto concettuale, suggerendo un’architettura di sofferenza e di memoria che riaffiora dalle pieghe della storia. Algebra propone una riflessione profonda sulla violenza strutturale inscritta nei confini contemporanei, opponendo alla logica dell’estrazione e della misurazione coloniale una conoscenza radicata nella relazione, nell’esperienza incarnata e nella saggezza ancestrale. L’edificio di Punta della Dogana, sede storicamente deputata al controllo, al conteggio e alla tassazione delle merci, diventa così un luogo di indagine critica sui sistemi di registrazione e cancellazione della memoria ufficiale. In questo spazio di confine tra misurazione e Paulo Nazareth. Algebra 29 marzo-22 novembre Punta della Dogana www.pinaultcollection.com

Portrait Paulo Nazareth - Photo Paulo Nazareth

sparizione, l’opera di Nazareth cerca di “risolvere” le equazioni che la documentazione ufficiale non ha saputo custodire, dando voce a ciò che persiste oltre i registri e le categorie formali. Irene Machetti ENG At Punta della Dogana, Pinault Collection presents Algebra, a project by Brazilian artist Paulo Nazareth curated by Fernanda Brenner. Conceived as a performative, narrative environment rather than a traditional exhibition, it centers on the idea of travel as embodied knowledge. For over fifteen years, Nazareth has crossed continents linking performance, endurance and ancestral memory. Walking barefoot becomes both a ritual of respect for enslaved ancestors and a critique of colonial mapping and systemic racism. The title Algebra, from the Arabic al‑jabr (“to restore what is broken”), guides a process of reassembling fragmented histories. Works appear as stations rather than a linear path. A key piece, Notícias de América, gathers materials from his ten‑month journey from Brazil to New York, forming an “embodied chronicle” of migration. A line of salt running through the space reveals the outline of a tumbeiro, the slave ships of the Atlantic trade, itself an elemental metaphor of preservation and pain. Algebra interrogates colonial violence and official erasures, transforming Punta della Dogana into a place where Nazareth seeks to “solve” what history has left unrecorded.

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arte OPENING

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Film stills from Tide of Returns, Groote Eylandt, 2025 - Photo Britten Syd Andrews

Ritorno a casa La duna di Ocean Space e le geografie della memoria Perseguendo il lungo impegno di TBA21–Academy nel promuovere la conoscenza degli oceani e il dialogo interculturale, Ocean Space riapre il 28 marzo gli spazi monumentali dell’ex Chiesa di San Lorenzo con il progetto Tide of Returns [Onde di Ritorni], ricerca artistica di Repatriates Collective – gruppo composto da artiste/i provenienti dal Pacifico del Nord dell’Australia, dall’Africa Meridionale e Occidentale, dall’Europa e dall’America Latina – che indaga cosa accade quando ai musei europei viene chiesto di restituire le proprie collezioni alle comunità legate culturalmente e storicamente a quelle opere d’arte. Il rimpatrio di questi beni spesso coinvolge fattori politici, storici, legali ed emotivi complessi. Tide of Returns nasce, quindi, come gesto simbolico di rivendicazione e propone un’idea di “ritorno a casa” dei beni culturali che va oltre la dimensione dell’attivismo, ponendo al centro la continuità culturale e il rimpatrio. Lontano dai linguaggi specialistici della teoria decoloniale, la mostra svela gradualmente e con delicatezza una via di sopravvivenza culturale. Le storie narrate dagli oggetti che compongono le installazioni prendono forma attraverso il linguaggio della terra, del mare e dalle mani di chi le ha realizzate. È anche un ritratto delle possibili relazioni tra umanità e mare, e dei modi in cui le comunità trasmettono queste conoscenze alle nuove generazioni, attraverso sculture in conchiglia, racconti familiari e tradizioni tramandate dalle/gli antenate/i. L’installazione nella prima navata dell’ex Chiesa di San Lorenzo, che a prima vista appare come una vasta duna, nasce dalla sabbia della terra di Noeleen Lalara, artista senior del centro Anindilyakwa, e dà vita a un paesaggio pulsante popolato da totem, clan e “songlines” (percorsi sonori legati alla geografia e alla memoria culturale delle comunità australiane). Le bambole indigene realizzate dalla namibiana Laimi Kakololo e dagli artisti del centro Anindilyakwa diventano un coro di messaggeri ancestrali, custodi di memoria e continuità. Nel film, queste figure si animano, mentre nell’installazione i canti risuonano e trasmettono saperi attraverso l’acqua, creando un ponte sonoro tra due continenti diversi, grazie al paesaggio sonoro firmato da Rebekah Wilson. Tide of Returns [Onde di Ritorni] 28 marzo-11 ottobre Ocean Space, ex Chiesa di San Lorenzo www.ocean-space.org | www.tba21.org/academy

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Nella seconda navata, un’installazione tessile-video di Verena Melgarejo Weinandt traccia gesti di appartenenza e guarigione collettiva. Tessuti intrecciati dai toni blu occupano lo spazio, percorsi da trecce nere che richiamano al tempo stesso lo scorrere dell’acqua e le ciocche dei capelli. Inserito in questo manto tessile, un video a tre canali mostra una performance di preparazione, intreccio e lavaggio dei tessuti in un fiume. Attraverso questo atto ciclico – mani che tessono, acqua che purifica – l’opera medita sulla continuità dei corpi idrici, dove i fiumi diventano oceani. L’intreccio tra capelli e corrente evoca la memoria ancestrale, con l’acqua che trasporta storie di cura e resilienza. Ancora una volta Ocean Space invita a viaggiare anzi a navigare acque “sconosciute” e lontanissime, ma profondamente vive e contemporanee. M.M. ENG Ocean Space reopens on 28 March with Tide of Returns, a project by Repatriates Collective that continues TBA21 – Academy’s commitment to ocean knowledge and intercultural dialogue. The work explores what happens when European museums are asked to return cultural objects to the communities from which they were taken, an issue shaped by political, historical and emotional complexity. Rather than a didactic decolonial statement, the exhibition becomes a gentle act of cultural survival. Stories emerge through earth, water and craft, showing how knowledge is transmitted across generations. In the first nave, a vast dune of sand from artist Noeleen Lalara forms a living landscape of totems, clans and “songlines.” Dolls created by Laimi Kakololo and Anindilyakwa artists become ancestral messengers, animated in film and in the soundscape by Rebekah Wilson. In the second nave, Verena Melgarejo Weinandt’s textile‑video installation evokes belonging and collective healing: woven blue fabrics and black braids echo both flowing water and strands of hair. A three‑channel video shows these textiles washed and braided in a river, suggesting rivers becoming oceans and memory carried by water. Tide of Returns turns Punta della Dogana’s former site of control and taxation into a place for rethinking memory, restitution and the unseen histories still carried by objects and their makers.


Pinault Collection

Palazzo Grassi, Venezia © Palazzo Grassi — Pinault Collection, ph: Matteo De Fina

Venezia Palazzo Grassi 29.03.26—10.01.27

Michael Armitage Amar Kanwar

palazzograssi.it 49


CANICULA LAWRENCE ABU HAMDAN MASSIMO D’ANOLFI AND MARTINA PARENTI JANIS RAFA WANG TUO ROMAN KHIMEI AND YAREMA MALASHCHUK P. STAFF YUYAN WANG MAYA WATANABE FONDAZIONE IN BETWEEN ART FILM 06.05—22.11 2026 COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO VENEZIA 50


arte OPENING

Cork Street 30 Peggy Guggenheim e la sua prima galleria londinese Nel 1938, in cerca di un’occupazione, l’americana Peggy Guggenheim si sposta da Parigi, dove era giunta poco più che ventiduenne, a Londra. «Ero indecisa tra l’aprire una casa editrice e una galleria; optai per la seconda perché costava meno». Inaugura Guggenheim Jeune, al 30 di Cork Street, e le sue mostre diventano subito mitiche. Nel 1939 espongono insieme Picasso, Ernst, Kandinsky, Dalì, Magritte, Arp, Mirò. Nell’arco di diciotto mesi, dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Guggenheim Jeune divenne uno dei principali punti di riferimento per le avanguardie artistiche dell’epoca, distinguendosi nella promozione di artisti locali e internazionali, molti dei quali legati alle tendenze artistiche del Surrealismo e dell’Astrazione, e per una programmazione audace e sperimentale. Peggy Guggenheim organizza oltre venti mostre e firma numerosi primati curatoriali, tra cui la prima personale nel Regno Unito di Vasily Kandinsky, una mostra monografica di Jean Cocteau, la prima esposizione britannica interamente dedicata al collage, una mostra di scultura contemporanea che suscita ampio scandalo, e una mostra di opere realizzate da bambini, tra cui figura il dipinto di un giovanissimo Lucian Freud e della sua Peggen, la figlia. Peggy Guggenheim affina così la sua identità come mecenate e collezionista delle arti, decisa nel voler fondare un museo di arte moderna a Londra, una visione questa che pone le basi per lo sviluppo futuro a Venezia. Allo scoppio della Seconda Guerra, Peggy lascia Londra per Parigi, con la “legendary list”, per raccogliere le opere e portarle in salvo a New York, dove da lì a poco aprirà la sua seconda galleria: Art of This Century. L’esperienza cruciale londinese di Peggy Guggenheim viene rivissuta in una originalissima mostra che la Collezione Peggy Guggenheim inaugura a Venezia il 25 aprile: Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, curata da Gražina Subelyte· e da Simon Grant. L’esposizione riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, e a opere di artisti che Peggy Guggenheim avrebbe successivamente collezionato. Tra i molti figurano Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy. Il percorso espositivo include dipinti, sculture, opere su carta, fotografie, pupazzi e materiali d’archivio, restituendo la straordinaria varietà dei linguaggi presentati nella galleria e documentando un’epoca di intensa sperimentazione artistica e fermento culturale, segnata da profonde tensioni sociali e politiche alle soglie della Seconda Guerra mondiale. M.M. ENG In 1938, seeking work, Peggy Guggenheim moved from Paris to London and opened the gallery Guggenheim Jeune on Cork Street, choosing it over a publishing house for its lower costs. Within eighteen months, the gallery became a landmark for the European avant‑garde, hosting exhibitions of Picasso, Ernst, Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista 25 aprile-19 ottobre Collezione Peggy Guggenheim www.guggenheim-venice.it

Gisèle Freund, Herbert Read e Peggy Guggenheim, 1939 (stampata nel 1977) Archivio Collezione Peggy Guggenheim, Venezia, Acquisto grazie a Ikona Photo Gallery, Venezia, 1988

Kandinsky, Dalí, Magritte, Arp, and Miró. Guggenheim organized more than twenty pioneering shows, including Kandinsky’s first UK solo exhibition, a monograph on Jean Cocteau, Britain’s first exhibition devoted entirely to collage, a scandal‑stirring sculpture show, and a presentation of works by children, featuring early paintings by Lucian Freud and Peggy’s daughter Peggen. These years shaped Guggenheim’s identity as a patron and collector, reinforcing her ambition to found a modern art museum. When World War II began, she left for Paris to gather artworks on her “legendary list,” then brought them safely to New York, where she opened Art of This Century. This pivotal London chapter is revisited in the exhibition Peggy Guggenheim in London. Birth of a Collector, featuring around one hundred works by artists such as Agar, Arp, Hepworth, Kandinsky, Mondrian, Moore, Taeuber-Arp, and Tanguy. Paintings, sculptures, drawings, photographs, and archival materials retrace the vibrant, experimental atmosphere of a turbulent prewar Europe.

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arte OPENING

Vinicio Vianello, Esplosione nucleare, 1952 ca., Collezione Toni Follina - Iola De Monte

Ricerca assoluta A Le Stanze del Vetro il terzo capitolo del ciclo dedicato a Murano/Biennale Un’epoca straordinaria di grande libertà, inventiva ed entusiasmo dove convivono inedite interpretazioni di antiche tecniche, nuovi processi di lavorazione e sperimentazioni sulla materia con una particolare attenzione alla resa cromatica dell’oggetto. Il terzo capitolo del ciclo espositivo dedicato alla presenza del vetro muranese alla Biennale di Venezia, promosso da Le Stanze del Vetro – progetto di Fondazione Giorgio Cini onlus e Pentagram Stiftung –, si concentra su un decennio cruciale per Murano e per la rinascita dell’arte vetraria nel contesto della manifestazione veneziana: dal 1948, anno della ripresa delle attività dopo la Seconda Guerra mondiale, fino alla fine degli anni Cinquanta, attraversando quindi le edizioni XXIV-XXIX della Biennale. 1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, a cura di Marino Barovier, che apre sull’Isola di San Giorgio il 19 aprile, ricostruisce questo racconto epocale attraverso oltre 180 incredibili opere: sono spesso vetri trasparenti, pesanti sommersi o leggeri soffiati, dalle ricche e intense colorazioni contraddistinti da forme rigorose ispirate al design nordico o da linee morbide e irregolari, mentre altri, lavorati a massello, assumono aspetto scultoreo e notevole plasticità. Protagoniste del periodo furono fornaci “storiche” come Venini, con opere di Fulvio Bianconi e Paolo Venini; Barovier&Toso, con vetri di Ercole Barovier; Seguso Vetri d’arte, con Flavio Poli; Aureliano Toso con Dino Martens; Fratelli Toso con Ermanno Toso o AVEM con le ricerche di Giulio Radi, di Giorgio Ferro e Anzolo Fuga; e la ditta di incisioni S.A.L.I.R. Nel Padiglione Venezia esposero anche vetrerie di più recente costituzione come Gino Cenedese e quelle fondate da abili maestri vetrai come Alfredo Barbini e Archimede Seguso. Parallelamente alcuni artisti, tra cui Ezio Rizzetto, Anzolo Fuga, ma soprattutto lo spazialista 1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia 19 aprile-22 novembre Le Stanze del Vetro, Isola di San Giorgio Maggiore www.lestanzedelvetro.org

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Vinicio Vianello, maturarono un particolare interesse per la materia vitrea che venne impiegata come mezzo espressivo. Proprio la ricerca di Vianello risulta emblematica: si concentra su forme asimmetriche e su temi spaziali e nucleari, ponendo al centro il rapporto tra materia, gesto e progetto. Mentre il design afferma la propria autonomia disciplinare, Vianello sviluppa il concetto di “forma variabile”, inteso come dialogo dinamico tra progettazione e produzione artigianale. I suoi vasi di vetro ottengono il Compasso d’oro e il Grand Prix alla 11. Triennale del 1957. Arricchisce la mostra il catalogo, a cura di Marino Barovier e Carla Sonego, frutto di un’accurata ricerca bibliografica e di una approfondita indagine documentaria nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC) della Biennale e in archivi pubblici e privati, che illustra con foto d’epoca, disegni e materiale documentario quanto venne esposto alla Biennale in quel periodo. M.M. ENG The third chapter of the exhibition cycle on Murano glass at the Venice Biennale, presented by Le Stanze del Vetro, explores a decade of extraordinary creativity: 1948–1958, a pivotal period for the rebirth of Venetian glass after World War II. Curated by Marino Barovier, the show gathers over 180 works:transparent blown pieces, heavy sommerso glass, richly colored designs inspired by Nordic rigor or soft, irregular forms, as well as sculptural solid‑glass creations. Historic glass furnaces such as Venini, Barovier & Toso, Seguso Vetri d’Arte, Aureliano Toso, Fratelli Toso, AVEM and the engraving workshop S.A.L.I.R. played a central role, alongside newer firms like Gino Cenedese and masters such as Barbini and Archimede Seguso. Artists including Ezio Rizzetto, Anzolo Fuga and especially Vinicio Vianello embraced glass as an expressive medium. Vianello’s research into asymmetry, spatial themes and his idea of the “variable form” marked a key moment, earning him major design awards in 1957.


Jenny Saville a Ca’Pesaro Ca’ Pesaro Galleria Internazionale d’Arte Moderna 28 marzo–22 novembre 2026

Santa Croce 2076, 30135 Venezia Vaporetto: Linea 1, fermata San Stae capesaro.visitmuve.it con il supporto di

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arte DIALOGHI

© Museo Fortuny - Photo Irene Fanizza

Un picnic da Fortuny Antonio Scaccabarozzi, una ricerca tesa all’essenziale Io sono un “uomo libero”, ripeteva di continuo Antonio Scaccabarozzi a sua moglie Anastasia Rouchota, portavoce della sua opera e curatrice del suo archivio. È lei a raccontarlo il giorno dell’inaugurazione della mostra Diafanés a Palazzo Fortuny, mentre attraversiamo gli spazi diafani, trasparenti e translucidi delle sue opere, circa una ventina selezionati per l’occasione veneziana. Una dichiarazione che suona come una chiave di lettura, quasi un manifesto, e che sembra incarnarsi fisicamente nelle architetture leggere e sospese che abitano Palazzo Pesaro degli Orfei, casa di Mariano Fortuny. Questa necessità di liberarsi – che nel tempo si trasforma in una rigorosa coerenza espressiva – si coglie immediatamente nella leggerezza delle strutture in propilene appese alle pareti, nelle superfici traslucide, nelle stratificazioni plastiche aeree che modulano lo spazio architettonico e la luce. Del resto, le opere di Scaccabarozzi non si impongono mai: piuttosto, chiedono di essere attraversate dallo sguardo, lasciando che la percezione si costruisca lentamente, in modo attivo e personale. Anche le quantità sono ormai definitivamente libere. Nel suo percorso, che dal Concretismo lo ha condotto alla pittura analitica e al minimalismo, Scaccabarozzi, infatti, ha continuamente ricercato una riduzione progressiva degli elementi. La sua è una ricerca tesa all’essenziale, ma che non è mai puramente concettuale e non rinuncia alla dimensione poetica, sensibile e tattile. Linee, spazi, quantità di colore diventano così strumenti sempre più evanescenti, mezzi attraverso cui attivare quello che l’artista definiva un “occhio altro”: uno sguardo capace di andare oltre la superficie, di cogliere variazioni minime, trasparenze, passaggi di luce. In questo senso, l’opera non è mai un oggetto concluso, ma un campo percettivo aperto, che si completa solo nella relazione con chi guarda. Antonio Scaccabarozzi. Diafanés Fino 6 aprile Museo Fortuny fortuny.visitmuve.it

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«Creare un’opera è come fare un picnic», diceva Scaccabarozzi, come spiega Anastasia con un sorriso. Un’immagine semplice, quasi disarmante, che restituisce bene l’idea di una pratica artistica fondata sulla condivisione e sulla partecipazione. In tal modo, la fruizione diventa parte integrante del lavoro: la partecipazione emotiva dello spettatore è creativa e costituisce essa stessa una componente dell’opera. Dunque, l’essenzialità necessitata del linguaggio di Scaccabarozzi diventa funzionale al senso profondo e sperimentale del suo lavoro, che nelle sale di Palazzo Fortuny dialoga perfettamente con lo spazio di un luogo storicamente votato alla sperimentazione di materiali e di luce. In queste sale le sue Banchise trovano una collocazione naturale. Diafanés non è soltanto una mostra, ma un’esperienza percettiva che invita a rallentare, osservare e lasciarsi attraversare dalla luce, riaffermando la libertà come condizione imprescindibile dell’arte. Silvia Di Renzo ENG Antonio Scaccabarozzi is portrayed as an artist driven by a profound idea of freedom, a principle recalled by his wife and archivist Anastasia Rouchota during the opening of Diafanés at Palazzo Fortuny. The twenty works on display reflect a lifelong pursuit of essentiality, moving from Concretism to analytical painting and minimalism. Propylene sheets, diaphanous surfaces and airy plastic layers shape space and light without imposing themselves, inviting viewers to let perception unfold slowly and personally. Lines, spaces and faint traces of colour become tools for awakening an “other eye,” capable of grasping subtle variations and transparency. For Scaccabarozzi, creating was like “having a picnic”: a shared, participatory act in which the viewer’s emotional involvement becomes part of the work. In the experimental atmosphere of Palazzo Fortuny, his Banchise find a natural home. Diafanés becomes a perceptual experience that encourages slowing down, observing and letting light pass through, reaffirming freedom as a fundamental condition of art.


Il trionfo dell’effimero Patrick Saytour, 1968 Pliage Acrylic on folded paper © A. Mole Courtesy C&B

Soglia radicale In un contesto espositivo, quello del rinascimentale Palazzo Vendramin Grimani, la cui storia è protagonista attiva, nasce un nuovo racconto contemporaneo. Fondazione dell’Albero d’Oro ha invitato l’artista Patrick Saytour (Nizza, 1935–Aubais, 2023), tra i protagonisti della sperimentazione pittorica francese sin dagli anni ‘60, il cui lavoro può essere definito come un’impresa di decostruzione della forma, del colore, del formato. Le pli et le temps / La piega e il tempo, a cura di Daniela Ferretti e in collaborazione con Ceysson & Bénétière, che inaugura il 18 aprile e rimarrà aperta fino al 22 novembre, offre i risultati della ricerca di Saytour fatta di pieghe, tagli, bruciature, strappi, solarizzazioni, cuciture, superfici che non si lasciano fissare in un’unica forma e che definiscono un lessico esistenziale. Le sale decorate, le prospettive sul Canal Grande, gli stucchi, i pavimenti, l’architettura dell’edificio diventano cornice e contrappunto per tessuti piegati, bruciati o abbandonati al sole. La materia fragile di Saytour incontra la solidità della pietra e della storia, creando un dialogo fatto di echi e di contrasti, vulnerabilità e permanenza, silenzio e memoria. Ogni stanza è una soglia, un’esperienza in cui l’opera deve essere percepita prima che guardata. M.M. ENG In the Renaissance-era setting of Palazzo Vendramin Grimani, a contemporary narrative unfolds through the work of Patrick Saytour (Nice, 1935 – Aubais, 2023), a leading figure of French experimental painting since the 1960s. The exhibition Le pli et le temps, curated by Daniela Ferretti, presents his research on folds, burns, cuts and sun exposed fabrics, all materials that resist fixed form and create an existential vocabulary. The palace’s decorated rooms, views of the Grand Canal, stuccoes and floors become counterpoints to Saytour’s fragile surfaces. His works engage the solidity of architecture in a dialogue of echoes and contrasts, where vulnerability meets permanence. Each room becomes a threshold: a space to be felt before it is seen. Patrick Saytour. Le pli et le temps / La piega e il tempo 18 aprile-22 novembre Fondazione dell’Albero d’Oro, San Polo 2033 fondazionealberodoro.org

Un lavoro originale che affronta alcune questioni culturalmente ineludibili per l’architettura italiana contemporanea. Nulla di preciso, ovvero: architetture, strategie, eresie, racconti, ritrovamenti e genealogie per una felicità immediata evitando l’attesa di tempi migliori è la mostra, curata da Luigi Prestinenza Puglisi, ospitata fino al 12 aprile nell’Area Scarpa della Fondazione Querini Stampalia. Modelli materici in ceramica e cemento, immagini, figure e disegni tecnici composti e ricomposti in un percorso narrativo, ricostruiscono le idee di progetto per il concorso per l’ampliamento del MAXXI di Roma (2022), redatto da tre fra i più importanti architetti italiani contemporanei, Peluffo&Partners, Stefano Pujatti ElasticoFarm e Beniamino Servino. I temi affrontati sono: l’importanza di un’architettura popolare condivisa e condivisibile; il bisogno di lavorare sull’effimero, con opere agili e modificabili; la necessità di attingere alla memoria attraverso forme che popolano il nostro immaginario; la centralità della ricerca sullo spazio architettonico intesa come connessione fra sentire individuale e collettivo. La mostra alla Fondazione Querini Stampalia nasce proprio con lo scopo di mettere in luce possibili futuri dell’architettura, descrivendo il progetto attraverso un allestimento che ricostruisce il suo farsi in un percorso narrativo di rimandi e riflessioni. Come il richiamo all’immaginario popolare, a Piero della Francesca, a Fellini, e in questo caso alle pagine del Libro del Sarto, catalogo di moda di un atelier milanese del Cinquecento conservato alla Fondazione Querini Stampalia. I modelli per le tende da campo e per i padiglioni, allestiti nel 1548 nella piazza del Castello per l’arrivo a Milano di Filippo di Spagna, rappresentano il trionfo dell’effimero, facendo da quinta alla giostra e alla messa in scena del patto sociale tra sovrano e popolo. La mostra rimanda per le sue non meno sorprendenti analogie al recente allestimento della Presentazione di Gesù al Tempio di Giovanni Bellini e all’Area Carlo Scarpa. Completa il percorso espositivo il corto Verso la luce, di Ernesta Caviola, sulla Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca ad Arezzo. ENG The exhibition Nulla di preciso explores key questions of contemporary Italian architecture. Through ceramic and concrete models, images, and drawings, it retraces the proposals created for the 2022 competition to expand Rome’s MAXXI by Peluffo&Partners, Stefano Pujatti ElasticoFarm, and Beniamino Servino. The show highlights themes such as shared popular architecture, the value of the fleeting, the use of memory and collective imagery, and the importance of spatial research as a link between individual and community experience. Presented as a narrative journey, it connects architectural ideas with cultural references and with the Libro del Sarto, a sixteenth‑century fashion catalogue preserved at the Querini. Models of historical pavilions evoke the triumph of the ephemeral, while parallels emerge with recent displays of Bellini’s Presentation of Jesus in the Temple. Nulla di preciso Fino 12 aprile Fondazione Querini Stampalia querinistampalia.org

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arte VISIONI

© Michele Alberto Sereni

Renato Guttuso, Scilla, 1949

Segni di democrazia Personaggio pubblico, divenuto figura centrale della storia del Novecento italiano, protagonista dei principali momenti di svolta della vicenda nazionale – dalla Prima Guerra mondiale alla Resistenza, dalla nascita della Repubblica alla lotta contro il terrorismo tra anni Settanta e Ottanta –, il Presidente Sandro Pertini continua a sorprenderci. La mostra a lui dedicata, Pertini. L’arte della Democrazia, in corso al Museo M9 di Mestre, attraversando la sua biografia umana e politica, rivela una sensibilità forse in parte nascosta verso l’arte. Al terzo piano di M9 si presenta infatti in maniera straordinaria la sua collezione privata, oggi custodita al Museo di Savona: dipinti, sculture, grafiche, opere che il Presidente scelse come specchio della sua visione etica e civile dell’arte. Una passione coltivata nel Secondo dopoguerra, seguendo le tracce dei grandi maestri del Novecento italiano: da Renato Guttuso a Giorgio Morandi, da Mario Sironi a Emilio Vedova e molti altri. Tra Realismo e Astrazione, queste opere riflettono lo sguardo libero e attento al presente di Pertini, capace di cogliere le tensioni della ricerca artistica. Il percorso mette in relazione i capolavori con materiali d’archivio, documenti e testimonianze storiche, restituendo un ritratto unitario in cui scelte estetiche e visione democratica procedono di pari passo, offrendo al visitatore una chiave di lettura originale del pensiero e dell’azione di Sandro Pertini. Un omaggio ai valori della libertà, della Resistenza, della dignità umana e al potere dell’arte come strumento di democrazia e memoria condivisa. M.M. ENG The exhibition Pertini. The Art of Democracy at M9 in Mestre reveals the lesser known artistic sensitivity of President Sandro Pertini, a key figure of 20th century Italy. His private collection (paintings, sculptures and prints) is shown on M9’s third floor. Works by Guttuso, Morandi, Sironi, Vedova and others reflect Pertini’s ethical, civic vision and his attention to modern artistic tensions. Archival materials and documents accompany the artworks, offering a unified portrait in which aesthetic choices and democratic ideals converge, celebrating freedom, resistance and the power of art as shared memory. Pertini. L’arte della Democrazia Fino 31 agosto M9 – Museo del ’900, Mestre www.m9museum.it

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Pensiero creativo La Sala delle Quattro Porte del Museo Correr dal forte valore storico e architettonico – realizzata su progetto di Carlo Scarpa, accoglie ed esalta l’intervento site-specific dell’artista italo-iraniano Bizhan Bassiri, dove passato e presente si incontrano. Il progetto, a cura di Chiara Squarcina e Bruno Corà, riunisce opere recenti e lavori che richiamano princìpi e costanti della ricerca di Bassiri, configurando una “quadreria” sovratemporale che cattura e avvolge lo sguardo del visitatore. Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico, una figura iconografica e l’alter ego dell’artista, occupa due delle quattro soglie d’ingresso della Sala, illuminata dai lampadari in vetro soffiato. Intorno al Principe si sviluppa il ciclo dei 90 Volti – testimoni, elaborazioni fotografiche che raffigurano artisti scomparsi dal Rinascimento ai nostri giorni. Tra questi compaiono Piero della Francesca, Donatello, Caravaggio, Artemisia Gentileschi, Gian Lorenzo Bernini, Marcel Duchamp, Paul Gauguin e Alberto Burri. I volti, disposti in modalità sospesa e scalare, salgono dalle quote più basse delle pareti fino all’altezza massima, disegnando un ideale albero genealogico che unisce epoche e stili differenti. Una ritualità pubblica e simbolica, che suggerisce una percezione dell’arte come esperienza viva e in continua trasformazione. ENG In the historic Sala delle Quattro Porte of the Museo Correr, a new dialogue between past and present unfolds through a site specific project by Italian Iranian artist Bizhan Bassiri. Curated by Chiara Squarcina and Bruno Corà, the exhibition brings together recent works that reflect the artist’s ongoing exploration of matter, myth and transcendence, forming a timeless “picture gallery” that envelops the visitor. At its centre stands Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico, Bassiri’s iconographic alter ego, placed in two of the room’s four thresholds. Around him develops the cycle of 90 Volti (lit. ’90 faces’): photographic elaborations of artists from the Renaissance to today, including among them Piero della Francesca, Donatello, Caravaggio, Artemisia Gentileschi, Bernini, Duchamp and Burri. Suspended along the walls in ascending order, these faces create an ideal genealogical tree linking eras and styles. The installation becomes a symbolic ritual, presenting art as a living, ever evolving experience that binds memory and imagination across time. Bizhan Bassiri. Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico Fino 22 novembre Museo Correr correr.visitmuve.it


Installation view, Fabrizio Plessi: Drowning in a Glass of Water, (2026) - Courtesy Galleria Barovier&Toso ARTE

Vetri turbolenti Il fascino e la sfida della materia vetro sono irresistibili. Tuttavia non è azzardo, ma coerenza. Le definizioni – video artista, artista multimediale, innovativo, capace di integrazione di elementi naturali e media elettronici... – vanno strette a Fabrizio Plessi, che da sempre insegue la sua bellezza attraverso visioni, idee, sensazioni, che traduce in schizzi prima e disegni dettagliatissimi poi, anche quando – come in questo caso – la materia non è così “tecnica”, tutt’altro. Invitato da Barovier&Toso ARTE per esplorare il vetro di Murano come puro materiale artistico, al di là della tradizione funzionale, Plessi libera o meglio scatena la sua mano e reinterpreta le forme archetipiche del vetro, bottiglie e bicchieri. I disegni rivelano la genesi delle forme realizzate, configurandosi come testimonianze del processo creativo che trasforma questi oggetti in sculture autonome, solidificate nel movimento dell’acqua, vere e proprie opere che abbandonano la propria funzionalità originaria per farsi visioni fluide e dinamiche, dove la turbolenza – cifra stilistica dell’artista – si traduce in materia. Forme elementari che contengono infinita complessità e profondità emotiva se viste attraverso il prisma della trasformazione artistica. Perdersi in un bicchier d’acqua è il titolo che Fabrizio Plessi ha scelto per questo progetto che occupa lo spazio bar della galleria Barovier&Toso ARTE e prosegue nella sala dell’acqua con una monumentale installazione ad anello, ideata in dialogo con i quattro storici lampadari Barovier&Toso, omaggio alla più antica vetreria al mondo (le cui radici risalgono al 1295). Pervasa da immagini e suoni d’acqua, l’opera evoca l’incontro fra l’elemento liquido che identifica Plessi e il fuoco delle fornaci muranesi, metafora della fusione tra ispirazione e tecnica, tra arte contemporanea e tradizione. M.M. ENG Fabrizio Plessi, long known for merging natural elements and electronic media, turns to Murano glass with Perdersi in un bicchier d’acqua, a project created for Barovier & Toso ARTE. Invited to explore glass as pure artistic matter, Plessi reimagines archetypal forms – bottles, glasses – through expressive drawings that reveal their transformation into autonomous sculptures. These pieces appear frozen in fluid motion, embodying the artist’s signature turbulence and converting simple shapes into emotionally charged visions. The project unfolds in the gallery’s café space and continues in the “water room” with a monumental ring installation conceived in dialogue with four historic Barovier & Toso chandeliers. Immersed in images and sounds of water, the work stages an encounter between Plessi’s elemental universe and the fiery craft of Murano furnaces, symbolizing the fusion of inspiration, technique, contemporary art and centuries old tradition. Fabrizio Plessi. Perdersi in un bicchier d’acqua Fino 21 giugno Barovier&Toso ARTE, Palazzo Barovier&Toso, Murano www.barovierarte.com

Sistema alternativo La ricerca scientifica è una componente fondamentale del lavoro di Michelangelo Penso (1964, Venezia). Il mondo che l’artista rappresenta è quello dell’invisibile, dell’infinitamente piccolo, della genetica, della microbiologia e delle molecole di DNA: un universo reinterpretato e trasposto, attraverso diversi media, in una dimensione oggettuale poetica e personale. Le sue installazioni tridimensionali, realizzate utilizzando materiali di origine industriale come gomma, cinghie in poliestere, alluminio e acciaio, sviluppano strutture espanse ispirate alla genetica e ai sistemi biologici invisibili. Cronòtopo, Magnetic Nanoparticles Genesis e Sirtuine sono installazioni site-specific in dialogo tra loro, che compongono il nuovo progetto espositivo di Penso dal titolo emblematico Risonanze invisibili, ospitato nella Sala Orizzonti di M9 dal 13 marzo al 12 aprile, un nuovo spazio che il Museo ha voluto creare come osservatorio del Contemporaneo. Le sue sculture e strutture tridimensionali hanno il ruolo di dispositivi visivi che alludono ai mondi della matematica e della biologia, non essendone necessariamente la letterale trasposizione. Penso ricerca qualcosa che ancora non esiste, che non può essere espresso per interpretazione, ma creato dal nulla. In queste opere scienza e arte convergono così per rendere percepibile il non visibile, stimolando una riflessione sul mondo che ci circonda e sulle connessioni sottili tra dimensione microscopica e fenomeni su larga scala. M.M. ENG Michelangelo Penso’s work draws on scientific research, transforming the invisible worlds of genetics, microbiology and DNA into poetic, object based forms. Using industrial materials such as rubber, aluminium, polyester straps and steel, he creates expanded structures inspired by biological systems. His new exhibition Risonanze invisibili, at M9’s Sala Orizzonti, presents three interconnected site specific installations: Cronòtopo, Magnetic Nanoparticles Genesis, and Sirtuine. These sculptures function as visual devices that evoke mathematics and biology without directly depicting them. Penso seeks what does not yet exist, shaping forms that make the unseen perceptible while inviting reflection on the subtle links between microscopic realms and large scale phenomena. Michelangelo Penso. Risonanze invisibili 13 marzo-12 aprile M9 Orizzonti, M9 – Museo del ‘900, Mestre www.m9museum.it

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Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista.

25.04 – 19.10.2026 Dorsoduro 701, 30123 Venezia | guggenheim-venice.it Resa possibile da The KHR McNeely Family Foundation, Kevin, Rosemary e Hannah Rose McNeely

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Con il sostegno di:

I programmi educativi sono realizzati con il sostegno di:

Allegrini + Apice + Eurofood + Florim + Hangar Design Group + Mapei + Pettenon Cosmetics + Roberto Coin + Rubelli + Swatch + Villa Sandi

Vasily Kandinsky, Curva dominante (Courbe dominante), aprile 1936, olio su tela, 129,2 x 194,3 cm. Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Solomon R. Guggenheim Founding Collection


arte

ARCHEOLOGIA

Terra tra i due fiumi Etruschi e Veneti si ri-incontrano a Palazzo Ducale Non vorrei distrarre l’attenzione sulla mostra, che personalmente è un ritorno a casa. Fin da piccola infatti il fascino di questa civiltà, quella etrusca, ha colpito prima mio padre e poi inevitabilmente tutta la famiglia, con lunghi pomeriggi passati a Villa Giulia, Museo Nazionale Etrusco di Roma, e percorrendo vie sperdute, seguendo itinerari allora poco segnalati, alla ricerca di necropoli – assolutamente futuristiche – nell’Alto Lazio e nella Toscana. Non ci siamo persi poi negli anni ‘80 nessuna delle grandi mostre archeologiche, allora molto in voga, ma poi via via l’attenzione si è spostata sull’arte moderna e contemporanea, quasi perdendo le tracce di questi momenti di meraviglia assoluta. Forse sorprende i più la scelta di Fondazione Musei Civici Veneziani di aprire in stagione Biennale Palazzo Ducale all’archeologia; personalmente la ritengo una scelta azzeccata, non solo per riprendere un filone ormai poco battuto, ma soprattutto per riscoprire in quello che è il nostro passato remoto, le tracce di futuro, anche nell’arte. Ecco, dunque, Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari, a cura di Chiara Squarcina, Margherita Tirelli, in collaborazione con Fondazione Luigi Rovati e con il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, ospitata nelle sale dell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale dal 6 marzo al 29 settembre. Attraverso reperti archeologici di grande valore, molti inediti, il percorso mette in dialogo due civiltà dell’Italia preromana – I millennio a.C. –, unendo il versante tirrenico e adriatico dell’Italia, evidenziando scambi culturali, culti salutari e santuari legati a mari, fiumi e sorgenti. L’acqua come via di collegamento, i santuari come spazi di comunità, e un’Italia antica fatta di differenze, ma anche di tratti comuni. Il racconto di una storia, di una stratificazione, che riporta l’archeologia alla sua dimensione più autentica. Le testimonianze in mostra, che giungono da epoche remote e lontane, non sono mai frammenti muti, ma piuttosto il punto di riferimento di uno sguardo ben preciso, di un’attitudine, di una volontà che, attraverso oggetti, luoghi e contesti culturali, si riallaccia con le radici di antiche comunità di cui siamo discendenti. L’esposizione porta alla luce due civiltà differenti per geografie e radici culturali, tra cui sono fioriti commerci e relazioni lungo quel confine nella “terra tra i due fiumi”, tra il basso corso dell’Adige e l’antico corso orientale del Po. Uno scambio di materie prime, reso possibile con l’apertura di nuove vie commerciali, ma anche di idee, culture, saperi. Fiumi, mari e acque sono l’emblema del movimento costante, come quello delle persone, unendosi e conducendo a forme di reciproca conoscenza. Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari offre così un racconto autorevole e suggestivo, restituendo all’acqua il suo ruolo fondativo nella costruzione del sacro e nell’identità delle civiltà antiche. M.M Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari 6 marzo-29 settembre Appartamento del Doge, Palazzo Ducale palazzoducale.visitmuve.it

Testa femminile raffigurante Thesan/Leucotea. Dal Tempio A di Pyrgi 350 a.C. ca. (22x18x15 cm) Santuario Pyrgi Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, inv. 53889

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arte RESTAURI

L’UNICORNO DI TINTORETTO di Giandomenico Romanelli

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ella Scuola della Santissima Trinità si è persa quasi la memoria, non esistessero i libri e le pubblicazioni che hanno, qualche decennio or sono, riepilogato e illustrato il lungo elenco delle scuole veneziane nelle diverse tipologie. Erano istituzioni private ma controllate con particolare attenzione da magistrature ben consapevoli del ruolo da esse giocato e del potere che gestivano, e ancor più avrebbero potuto gestire, se lasciate libere di espandersi e articolarsi come gruppi autonomi nell’intero campo sociale, economico e sindacale: l’esempio fiorentino dei ciompi era certamente una realtà conosciuta e temuta anche da noi. Scuole quindi di carità (cioè assistenziali), devozionali, di mestiere, di provenienza, di lingua e di etnia, e via elencando, in un magmatico e dinamico flusso osservato e regolato, coprendo un ruolo di controllo sociale, economico e produttivo, che nelle scuole maggiori e in quelle di peso, per numero di aderenti, per mezzi economici, per rappresentanza pubblica e privata e fasto, talvolta si dimostrano non lontane da quelle Grandi e, soprattutto, di non minore dinamismo e volontà di committenza artistica e architettonica. Talmente esibiti, questi caratteri, da suscitare polemiche e richiedere interventi di mitigazione e di sempre invocato e quasi inutile richiamo da parte delle autorità a far prevalere le finalità originarie dei sodalizi – caritatevoli, assistenziali, devote e magari professionali – rispetto alla vanità, al desiderio di prevalere e prevaricare sugli altri, all’esibizione sfacciata di ricchezza, potere e protezioni politiche. Ho detto “committenza”, ed è superfluo in questa sede tornare a ricordare il ruolo, anche sotto questo punto di vista, giocato dalle scuole: dai Bellini ai Vivarini, da Carpaccio a Palma il Vecchio, a Tiziano, a Tintoretto e Veronese e via elencando almeno fino a Tiepolo e Piazzetta e oltre, sono secoli di pale d’altare, di cicli pittorici, di performance strepitose di opere che hanno segnato – e non certo marginalmente – la storia dell’arte veneziana, spesso in termini tutto sommato prevedibili ma, non meno frequentemente, protagoniste di vertiginosi esempi di sperimentazione, di invenzione rivoluzionaria e di tensione poetica. Anche la Scuola della Trinità (la cui scomparsa fisica risale al XVII secolo, sacrificata alla edificazione della immensa “rotonda machina” longheniana della chiesa votiva della Salute e delle sue adiacenze e dipendenze) ebbe le sue ambizioni pittoriche che coinvolsero nel corso dei decenni e dei secoli, vari artisti per decorare e dotare di spunti devozionali e scritturali le pareti della sede. A volte, ma non sempre, le iconografie raccomandate al pittore toccavano temi connessi al titolare della scuola (si pensi, proprio con Carpaccio, Bellini, Tiziano e Tintoretto, alle opere per gli altari e le pareti delle Scuole: Sant’Orsola, San Marco, San Pietro martire, San Rocco e così via). Si deve anche ricordare che sempre la committenza indirizza l’artista per quanto concerne i soggetti da raffigurare, talvolta con prescrizioni da seguire rigorosamente e tal altra suggerendo o dibattendo con l’artista come raffigurare la scena o comporre iconograficamente il ciclo (anche qui appare superfluo ricordare il Tintoretto che davanti ai governatori di San Rocco espone e dibatte le sue proposte, cioè le “istorie dite a bocha”, che saranno controllate da apposita commissione di esperti nominata dalla Scuola; oppure la sin troppo nota avventura/ Tintoretto racconta la Genesi. Ricerca, analisi e restauro Fino 7 giugno Gallerie dell’Accademia www.gallerieaccademia.it

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Jacopo Tintoretto, La creazione degli animali (dopo restauro) © Ministero della Cultura, Gallerie dell’Accademia di Venezia Photo Matteo De Fina

Compare, assolutamente inaspettato, sull’estrema destra del dipinto un grande unicorno, un animale fantastico ripreso dalla tradizione classicopagana oppure dalla simbologia medievale


disavventura di Paolo Veronese con la sua gigantesca Cena nel convento dei santi Giovanni e Paolo per cui ebbe a subire un processo dell’Inquisizione – ma il soggetto gli era stato certo suggerito dai frati domenicani anzi, presumibilmente da una delle correnti teologiche dibattute in seno alla vivacissima e turbolenta comunità di religiosi –. Il tutto si risolse, come si sa, “all’italiana” prima ancora che fosse nata l’Italia, con un cambio del titolo, non dell’opera!). Le tre tele ora esemplarmente pulite, restaurate ed esposte in una sala nel percorso espositivo nelle Gallerie dell’Accademia ricompongono quasi per intero il ciclo dipinto da Jacopo Tintoretto dal 1550 al 1553 per la Scuola della Santissima Trinità a Dorsoduro tra l’affaccio sul Canal Grande e la vicina riva delle Zattere. Assieme alle tre tele delle Gallerie, c’è in mostra anche, in prestito dagli Uffizi, il quarto dipinto del ciclo originario con Adamo ed Eva davanti al Padre Eterno. Non c’è invece, come possiamo leggere nella ricca parete illustrativa con la storia del ciclo e delle sue vicissitudini plurisecolari e con la illustrazione dell’intervento di restauro, la quinta tela, quella della Creazione di Adamo ed Eva conservata, pare in pessime condizioni, in

una piccola collezione privata tedesca che non ha voluto concedere il prestito (probabilmente per non volersi esporre a critiche, vista la situazione del dipinto). La creazione di Eva è tuttavia documentata in un disegno di Paolo Farinati conservato nel gabinetto di grafica della Collezione Scholz di New York. Il primo dipinto del ciclo (Tintoretto ebbe a dipingere anche altri soggetti biblici per la Scuola della Trinità ma, in forza delle vicissitudini delle successive collocazioni della Scuola e le spoliazioni finali, si ignora se ancora esistono e la loro attuale ubicazione) è detto della Creazione degli animali e si riferisce al quinto giorno della impresa di Dio Padre in Genesi I, 20-23, quindi, nella versione più antica e articolata di tale impegno demiurgico. Un ineguagliabile stormo di volatili disposti quasi in formazione accompagna il Creatore trasvolante come impegnato in un giro di perlustrazione e di presa in carico del suo universo appena condotto a vita ordinata proveniente dal caos primordiale, quando la terra era ancora «informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso»: da qui inizia l’opera della Creazione. La luce viene separata dalle tenebre; si disegna il firmamento e gli astri; viene operata la divisione delle acque dalla terra

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arte RESTAURI

asciutta – creando mare e terra –; quindi le piante; poi il sole e la luna e l’ordinamento dell’intero universo a regolare giorno e notte, così come l’avvicendarsi delle stagioni. È questo il quarto giorno della creazione, cui segue il quinto nel quale il lavoro di Dio Padre si dedica agli animali: «bestiame, rettili e bestie selvatiche, compresi i rettili del suolo». È nello scorcio del quinto giorno che l’opera di Dio compie una sorta di salto qualitativo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Il lavoro del sesto giorno è più politico e fondativo, consistendo in una specie di proclamazione, di qualche cosa come di un editto ufficiale dove Jahvè afferma il suo dominio sull’intera creazione e della proclamazione di un codice e di una regola per gestire questo potere e l’ordinato svolgimento della vita. Il settimo giorno, come tutti sanno, «Egli [Dio Padre] cessò da ogni suo lavoro: benedisse codesto settimo giorno e lo consacrò». Che cosa fa il nostro Tintoretto per narrare attraverso le immagini tutto questo lavorio? Comprime in un’unica grande tela i cinque giorni che eliminano il caos e danno un nuovo ordine all’intero universo, popolando poi la terra di creature viventi. Escluso l’uomo. Il dipinto è una magnifica sintesi di tutto questo quasi affannarsi del Creatore in cielo, in mare e in terra per dar vita a quella che oggi definiremmo il principio della biodiversità, sottolineando che ogni soffio di vita dovrà rispettare l’ordinamento della Creazione. Le pagine iniziali della Genesi ripetono continuamente una doppia formula: «Dio vide che era cosa buona»; e l’altra: «Secondo la propria specie», quasi i binari anche di un codice genetico. Tintoretto e i suoi suggeritori aderiscono in pieno a queste regole e, anzi, in una specie di ansia totalizzante, andando addirittura al di là della lettera della Genesi. Infatti compare, assolutamente inaspettato, sull’estrema destra del dipinto un grande unicorno, quindi un animale fantastico ripreso dalla tradizione classico-pagana oppure dalla simbologia medievale. Sappiamo come l’unicorno fosse iscritto decine e decine di volte in codici miniati, in affreschi, dipinti e sculture ma sempre in dimensione favolistica o, al più, allegorico-simbolica anche riferito a virtù o vizi dell’immaginario moralizzato cristiano. È certo che qui il committente-suggeritore abbia voluto ribadire la totalità universalistica della Sacra scrittura in cui ogni tradizione e narrazione di ogni popolo e civiltà convergono e si mescolano (qui: del racconto della Creazione e dell’Origine del mondo) un po’ come la pratica iconografica e iconologica di mescolare le Sibille ai Profeti. Rimangono invece fuori dalla rappresentazione, come si diceva, l’uomo e, naturalmente, la donna, protagonisti delle tele successive. Ma qui occorre partire, oltre che da Genesi I, 27-31, anche dalla seconda narrazione della Creazione a cominciare da Genesi 2, 7. Nessuno infatti lavorava la terra e conduceva l’acqua per irrigare i campi «allora il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato (...) perché lo coltivasse e lo custodisse». Inizia qui, come si sa, l’epopea tragica dell’umanità con la autorizzazione a cogliere per cibarsene qualsiasi frutto degli alberi dell’Eden con l’esclusione, però, dei «frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male».

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Solo a questo punto Dio Padre si convince che: «l’uomo non è bene che sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». C’è quindi nel racconto biblico una sorta di intrusione con una nuova sintetica redazione della creazione degli esseri viventi e dell’incarico ad Adamo di attribuire a ciascuno di loro un nome, legittimandone, in certo senso, la presenza e l’essenza. Ecco allora la creazione di Eva tratta, come si sa, da una costola di Adamo: è il soggetto del dipinto che manca alla nostra mostra, testimoniato, come già s’è detto, da un piccolo disegno di Paolo Farinati oggi in Collezione Scholz. Adamo è steso a terra addormentato nel torpore che il Padre aveva inviato a questo scopo (come in molti episodi letterari, a cominciare da Omero) ed Eva, espiantata dal torace di Adamo, si staglia in tutta la sua procace nudità. La tela successiva è quella celeberrima della tentazione messa in opera dal serpente con Eva, ancora tutta nuda con solo qualche fogliolina a far da compiacente cache-sexe sotto l’albero proibito, che porge ad Adamo, ripreso di spalle, il frutto della sua (e nostra!) perdizione. Da sempre si è detto dell’importanza del paesaggio lussureggiante e inedito nella sua stessa funzione che non è quella semplice di un mirabile contesto scenografico per ospitare un evento, ma diventa, di fatto, il vero protagonista della scena, quello che nello stesso testo biblico è indicato come Eden, cioè il “giardino di Dio” e poi, soprattutto nell’esegetica del mondo cristiano delle origini, il Paradiso. Perduto. La pittura è materia ricchissima e brillante come lacca, il verde si articola fino al minuscolo dettaglio senza perdere la magia di un grande e risonante concerto. Le due figure appaiono dentro un’aureola luminosa, espediente pittorico che le stacca e le esalta in una carnalità piena e addirittura poderosa, ma sono bagnate da una definizione più che umana e, infatti, sono ancora dentro a quella luce che è loro conferita dal privilegio di vivere lo stato perfetto e ancora intatto di chi non ha conosciuto il peccato (anche se ne sono già sulla soglia) e la degradazione che esso comporta. Caratteri, questi, che non ritroviamo nella tela degli Uffizi dove i progenitori appaiono più fiacchi e indecisi, perduta la vivacità quasi ingenua che condividevano con la freschezza quasi tattile del verde della vegetazione. Ma, oltre alle vicissitudini materiali della tela del dipinto, c’è di mezzo il tradimento della fiducia del Creatore, la disobbedienza e ciò che essa comportava se si mangiassero i frutti dell’albero proibito, resa esplicita dal suggerimento del serpente che afferma senza mezzi termini: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». La nudità – e la coscienza di esserlo – è il primo segnale del nuovo corso della storia dell’umanità: i due si nascondono e intrecciano fogliame per farsene una cintura, l’incantesimo è rotto. Un angelo minaccioso e balenante in lontananza nel dipinto caccia i due reprobi dal giardino di Eden. L’ultima tela del ciclo mostra teatralmente la prima irreparabile conseguenza del peccato delle origini: i due primi figli della coppia Eva-Adamo sono i protagonisti del primo fatto di sangue del genere umano. Caino uccide Abele perché questi ha trovato udienza e accoglienza con i suoi sacrifici cultuali presso il Padre, che rigetta invece i sacrifici di Caino. Tintoretto raffigura l’acme della loro lotta fratricida. L’uccisione di Abele da parte di Caino si trasforma nella drammatica apparizione dell’omicidio come una costante della


Jacopo Tintoretto, Il Peccato originale (dopo restauro) © Ministero della Cultura, Gallerie dell’Accademia di Venezia Photo Matteo De Fina

Jacopo Tintoretto, Caino uccide Abele (dopo restauro) © Ministero della Cultura, Gallerie dell’Accademia di Venezia Photo Matteo De Fina

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TIDE OF RETURNS BY REPATRIATES COLLECTIVE 28. 03.–11.10. 2026

A cura di / Curated by Khadija von Zinnenburg Carroll Mer–Dom / Wed–Sun 11:00–18:00 Ingresso gratuito / Free entrance

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Ocean Space Chiesa di San Lorenzo, Venezia ocean-space.org www.tba21.org/academy


arte RESTAURI

Tintoretto racconta la Genesi. Ricerca, analisi e restauro (installation view) © Gallerie dell’Accademia di Venezia Photo Matteo Panciera

contesa tra gli uomini, anche se legati dal vincolo di sangue; sangue però versato e immolato nel nome di una maggiore o minore vicinanza all’Onnipotente. Che, quasi paradossalmente, inciderà un marchio sulla fronte di Caino per proteggerlo nelle sue peregrinazioni infinite nel mondo, fino a scomparire. Ancora paesaggio ma, questa volta, più cupo e incombente, sparsi i segni di quelle vittime il cui sacrificio è rimasto incompiuto: la testa di vitello sacrificato in basso a destra ne è il testimone – muto – più evidente. Con un’invenzione cromatica Tintoretto sottolinea quasi e spiega le differenti ragioni dei due fratelli che sono, tra l’altro, i prototipi, come dice la Genesi, di due atteggiamenti, di differenti qualità morali, di destini divergenti e, aggiungeremo noi, di diversa collocazione sociale (per quanto primitiva: Abele, “pastore di greggi”, che gode di un incarnato inequivocabilmente bianco; mentre Caino, “lavoratore del suolo”, è cotto dal sole, abbronzato nella sua quotidiana esposizione ai raggi solari). Ma vi è un’ultima osservazione che ci preme e riguarda il linguaggio pittorico di Jacopo in questa tela così dinamicamente animata e concitata. Maturo e potente, dinamico e ricco di invenzioni assolutamente personali, Tintoretto appare qui nel Caino e Abele influenzato dalle correnti manieriste che giungevano da Roma e dal centro Italia. Qualcuno ha voluto addirittura vedervi tracce dei disegni che documentavano e diffondevano le forme e le anatomie del Laocoonte, recentemente scoperto negli scavi sul colle Oppio a Roma (1506). A noi sembra molto più credibile, come è stato suggerito anche da altri studiosi, accostare questo Tintoretto alle tele dipinte da Tiziano per Santo Spirito in Isola a partire dal 1542, oggi nella sacristia della Salute, in particolare il sotto-in-su proprio con Caino e Abele. Tanto che il soggetto, nella tela di Tintoretto, sembra talmente risentire dell’opera del Cadorino che anche nella composizione, la ripresa sembra avvenire da un punto di vista particolare rispetto alle altre tre

tavole di figure del ciclo, quasi si trattasse di uno scorcio da soffitto. Non dimentichiamo, per altro, che il soffitto di Santo Spirito è comunemente accreditato come il maggiore sforzo di michelangiolismo compiuto dal Vecellio. La pulitura appena terminata, dopo un lungo lavoro di ricerca e di indagine con strumentazioni di ultima generazione e un esemplare intervento sui dipinti, hanno restituito al ciclo della Santissima Trinità la sua freschezza e la brillantezza del suo smalto cromatico, rivelando la qualità assai alta delle opere e il momento qualitativamente importante e originale di questa stagione nell’itinerario artistico di Jacopo. Lo spazio disponibile nella Scuola in origine era di dimensioni tali da non consentire lo sviluppo narrativo di cicli giganteschi come a San Rocco o nella Scuola Grande di San Marco, così che Jacopo dovette adottare altri criteri impaginativi e una scrittura densa e preziosa con pennellate di grande precisione, contorni netti, effetti di straordinaria efficacia, come abbiamo notato per le figure di Eva e Adamo nella scena della tentazione del serpente, dove i corpi paiono sprigionare da sé stessi una luminosità diafana che li circonda, quasi come avviene nella possente figura dell’Eterno, che sorvola per intero la sua creazione in un moto di irresistibile dinamismo ripreso e accentuato dallo schieramento dei volatili che lo precedono e lo accompagnano. Un altro Tintoretto, potremmo dire, liberato da patine e ossidazioni, depositi di polveri e sporco atmosferico; ma altro anche rispetto agli immensi teleri di San Rocco e San Marco o alla Madonna dell’Orto o a San Giorgio Maggiore, dove la pennellata è larga, potente e disegna un universo di eroi e superuomini, di eventi e tragedie dilatati alla dimensione del gigantesco o del cinemascope, come avrebbe detto Jean-Paul Sartre.

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arte RESTAURI

Ragione e sentimento di Mariachiara Marzari

Con il completamento del restauro del Salone centrale si avvia alla conclusione l’impegnativo progetto di restauro di Casino Venier, raffinata espressione dell’architettura settecentesca veneziana, dal 1987 sede dell’Alliance Française di Venezia. Fortemente voluti e sostenuti dal Presidente dell’AFVenezia, Gilles Debonnet, i lavori sono stati affidati all’architetta Gea Storace e ai suoi collaboratori, i quali sono riusciti a riportare all’originario splendore lo spazio, la cui disposizione delle stanze replica, in miniatura, lo schema dei palazzi veneziani, con un grande Salone centrale e camere di ridotte dimensioni ai due lati dello stesso. I “casini” (piccole case appunto), o “ridotti”, erano, al tempo della Repubblica di Venezia, i luoghi prediletti dai nobili: veri e propri salotti letterari in cui si tenevano concerti, letture di poesie e feste da ballo, ma anche gioco d’azzardo e incontri di piacere. Alla fine del Settecento se ne contavano più di un centinaio; oggi ne sopravvivono una quindicina, tre soli dei quali – Casino Venier, Ridotto del Monaco e Palazzetto Bru Zane – aperti al pubblico. Pur essendo fra gli ultimi realizzati, il Casino Venier è sicuramente uno tra i più affascinanti. Di proprietà del procuratore Federico Venier, veniva solitamente utilizzato dalla moglie Elena Priuli, nobildonna colta e raffinata, che qui organizzava ricevimenti privati e incontri con ospiti da tutta Europa. La decorazione interna risale agli anni 17501760, con specchi, stucchi e affreschi originali dedicati alle Virtù che nel tempo si sono offuscati, mostrando evidenti cadute e ridipinture tali da rendere necessario un importante intervento di pulitura e restauro. Grazie a Paola Marini, Presidente dei Comitati Privati per Venezia, e al generoso intervento di Roberto Coin, mecenate che ha finanziato il restauro, si è potuto ridare nuova bellezza e vigore a un bene unico, che ora torna ad essere accessibile e fruibile. Abbiamo incontrato Gilles Debonnet e Gea Storace per farci raccontare questo nuovo splendido capitolo della vita del Casino Venier. 66

© Alliance Française


Intervista Gilles Debonnet, Presidente Alliance Française

Intervista Gea Storace, restauratrice

Cosa significa per Alliance Française utilizzare un gioiello di tale importanza quale sede di rappresentanza a Venezia? Come ha avuto il via quasi trent’anni fa questa liaison? Già nel 1946 era attiva a Venezia l’Associazione Culturale Francese fondata da un importante protagonista della vita culturale dall’epoca, Lucienne Couvreux Rouché. La sua prima sede era alle Zattere, precisamente a Palazzo Clary, allora Consolato Generale di Francia. Nel 1986 Franca Trentin Baratto, una grande veneziana appassionata di cultura francese, crea l’ACIF – Associazione Culturale Italo Francese, che sostituisce l’ACF, con sede in quell’autentico gioiello dell’architettura del Settecento che è Casino Venier, di proprietà del Comune di Venezia che lo concede alla condizione di sviluppare un’attività culturale e di farsi carico della sua manutenzione. Il Casino Venier, arricchito dai preziosi affreschi di Guarana, è uno dei soli tre casini sopravvissuti in città degli oltre duecento attivi nel diciottesimo secolo.

In quali condizioni versava il Casino Venier prima dell’intervento di restauro, in particolare il suo Salone centrale? Lo stato di conservazione dell’apparato decorativo del Salone centrale del Casino Venier, costituito da figurazioni in stucco bianco ed elementi policromi in stucco su fondo a marmorino, era caratterizzato da un diffuso inscurimento dovuto alla presenza di depositi di polvere atmosferica, strati di ridipinture e ritocchi aggiunti sulle superfici in interventi eseguiti in passato. Gravi alterazioni sotto forma di fessurazioni e distacchi erano presenti soprattutto nei bassorilievi dei sovrapporta. Analoga la situazione nelle altre due sale restaurate nel 2023, dove sono state affrontate anche le problematiche relative al restauro degli affreschi del Guarana. Tra questi, il Trionfo di Bacco era particolarmente degradato.

Come negli anni avete operato per la salvaguardia di questo bene e al contempo per renderlo fruibile al pubblico? La passione di Alliance Française di Venezia (che è subentrata all’ACIF nel 2007) per la nostra città, e in particolare per questo luogo storico unico, ha portato alla stipula di un accordo con il Comune nel 2022 in base al quale l’Alliance Française si fa carico del restauro di Casino Venier. Il risultato si è concretizzato in una campagna di restauro che ha interessato progressivamente vari ambienti del palazzo: il Comité Français per la salvaguardia di Venezia ha finanziato il restauro della Sala da pranzo di Bacco nel 2023, Jean Francois Canton quello del Salone delle Arti con gli affreschi attribuiti a Jacopo Guarana nel 2024, mentre il Salone di Conversazione sarà restaurato la prossima estate con il supporto della Fondazione di Venezia e di due mecenati, Antoine Merlaut e Guillaume Roehrig. Per quanto riguarda il recupero del Salone centrale, alla richiesta di Roberto e Pilar Coin di individuare uno spazio, un edificio di rilevante importanza a Venezia su cui intervenire con un importante intervento di restauro sostenendone i costi, fu Barbara Berlinghieri a indicare loro questo magnifico salone. Purtroppo, poco dopo, la Berlingeri si è ammalata e il progetto ha così subito una battuta d’arresto. A questo punto si è rivelato prezioso l’intervento di Bianca Arrivabene che ha messo in contatto Roberto e Pilar Coin con Paola Marini, Presidente dei Comitati Privati per la Salvaguardia di Venezia, quest’ultima ha suggerito l’intervento sul Casino Venier. Una vicenda, come abbiamo visto, a lieto fine che non possiamo non dedicare alla memoria di Barbara Berlingeri.

Che tipo di intervento avete programmato? Il restauro costituisce un momento privilegiato per lo studio delle opere. Il lavoro è quindi iniziato con una ricerca della documentazione degli interventi eseguiti in passato, non sempre facilmente reperibili se si escludono i più recenti. Indagini chimico-fisiche hanno analizzato la natura dei materiali originali e di quelli aggiunti nel tempo. Le fasi operative che caratterizzano un intervento di restauro conservativo si possono schematizzare in due momenti principali: il primo finalizzato alla conservazione della materia che costituisce l’opera, quindi consolidamenti di profondità (intonaci) e in superficie (strati di finitura e dorature); il secondo, finalizzato alla miglior resa estetica dell’opera, consiste invece nell’eliminazione o attenuazione di ogni elemento di disturbo visivo attraverso interventi di pulitura per la rimozione di depositi e di strati deturpanti aggiunti sull’originale, a cui segue la fase finale di ritocco localizzato in corrispondenza di squilibri cromatici, macchie, mancanze. L’obiettivo è raggiungere un bilanciamento d’insieme senza però cancellare del tutto i segni lasciati dalla storia. Altri interventi significativi nelle sale del Casino Venier hanno riguardato il consolidamento e l’integrazione di parti estese del pavimento di marmi policromi. La documentazione fotografica e grafica delle varie fasi dell’intervento ha completato le operazioni del restauro conservativo.

L’attività dell’Alliance Française a Venezia da anni promuove lo scambio culturale tra Francia e Italia attraverso attività didattiche ed eventi culturali aperti alla cittadinanza e ai visitatori, nonché ai residenti, stranieri. Quali programmi connotano la vostra attività e quali nuove iniziative metterete in campo per permettere al pubblico di ammirare la ritrovata bellezza del Casino Venier? In primo luogo ci dedichiamo ad un’intensa attività di corsi per tutti i livelli di conoscenza della lingua francese e per tutte le età, proprio qui al Casino Venier – pochi al mondo hanno il privilegio di imparare il francese sotto gli affreschi di Guarana – ed anche a Mestre al Centro Candiani. Sviluppiamo percorsi pedagogici per gli allievi delle scuole italiane ed eventi culturali di vario genere. Le limitate dimensioni del Casino ci inducono necessariamente ad organizzare molte nostre iniziative in diversi altri luoghi, collaborando a tal fine con importanti istituzioni della città, vedi Palazzo Grassi, che mette a disposizione il suo Teatrino per incontri e conferenze, o il Circuito Cinema del Comune di Venezia, che ci concede l’utilizzo della Casa del Cinema a San Stae e del Candiani a Mestre, dove programmiamo i cicli dedicati alla cinematografia francese. Il Casino Venier in quanto tale non è un museo, ma un luogo vivo dedicato alla cultura. L’Alliance Française lo considera un patrimonio dei veneziani che sono sempre i benvenuti, ogni qualvolta desiderino visitarlo.

Quali le rilevanze emerse nell’intervento di restauro? Lo studio della tecnica di esecuzione degli stucchi ha messo in evidenza che le dorature di alcuni elementi vegetali sono state aggiunte in una fase successiva rispetto a quella settecentesca della realizzazione del Casino Venier. Spunti interessanti potranno contribuire a definire l’attribuzione di questa importante opera a uno dei maestri stuccatori ticinesi attivi a Venezia nella seconda metà del Settecento, impegnati nella decorazione dei palazzi delle grandi famiglie veneziane.

Casino Venier Ponte dei Baretteri, San Marco 4939 www.afvenezia.it

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arte RESTAURI

L’entrata in Palestina dell’esercito di Vespasiano (particolare), Fondazione Giorgio Cini

Madonna con Bambino, Palazzo Cini

La cura Fondazione Cini e le nuove frontiere del restauro La concomitante sequenza presentazioni di fine restauri, che inevitabilmente suscitano stupore e aprono a nuovi spunti di studio, riflettono il grande impegno che in questo caso la Fondazione Giorgio Cini dedica alla conservazione del suo immenso patrimonio architettonico, storico-artistico e librario. A ciò si aggiunge l’attenzione verso un restauro sempre più puntuale e rigoroso, che al sapiente e fondamentale intervento tradizionale affianca le nuove frontiere offerte dalla tecnica sia per la diagnosi che per la conservazione e digitalizzazione. Il restauro, quindi, non solo come semplice conservazione, ma come attiva volontà di custodire il passato senza immobilizzarlo, facendone materia viva con cui costruire il futuro. Ultimo ma non ultimo, l’apporto fondamentale dei mecenati come Save Venice, il cui contributo è alla base di tutto. Ma entriamo nel dettaglio. A Palazzo Cini da poche settimane sono tornati a risplendere tre gioielli della Collezione di Vittorio Cini, testimonianze della sua insaziabile curiosità verso la cultura materiale, la manifattura che si fa arte e documento storico. Si tratta di un virginale di fine Cinquecento, un cassone nuziale e una Madonna con Bambino. Restituiti alla loro bellezza originaria grazie al restauro finanziato da Save Venice, le opere sono state sottoposte a un lavoro lungo e meticoloso, che ha richiesto di districare secoli di trasformazioni, ridipinture e stratificazioni. «Mettere questi oggetti in sicurezza – ha spiegato Renata Codello, Segretario Generale della Fondazione – e riportare a galla cromie, dettagli, finiture, è un lavoro in cui il restauro si unisce allo studio, riapre piste di ricerca e rinnova la riflessione sulla nostra stessa storia». Lo straordinario virginale cinquecentesco è uno strumento musicale a tastiera della famiglia delle spinette, assai diffuso in età tardo rinascimentale e apprezzato per la dolcezza e l’armonia dei suoni. www.cini.it

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Lo strumento presenta una cassa lignea interamente decorata con motivi arabeggianti, cartigli e ghirigori sottolineati da linee dorate su fondo nero. Il cassone nuziale ritorna ad adornarsi di un fascino più sfarzoso. Si tratta di un’opera seriale di lusso del XIV secolo di manifattura fiorentina: le personalizzazioni applicate in seguito all’acquisto sono in effetti ciò che dona poesia all’oggetto. Sigilli, magnifiche decorazioni della tradizione cortese, che richiamano l’iconografia di ambito matrimoniale, trasformano un manufatto tipico in un pezzo carico di memoria affettiva e sociale. La sfida più complessa è stata la scultura lignea della Madonna con Bambino, databile alla seconda metà del XIV secolo, più volte rimaneggiata nel corso delle epoche successive. Oggi la Vergine riemerge con lineamenti gentili e una veste bianca che riprende l’iconografia originaria, anche se trattasi purtroppo dello strato preparatorio e non dello strato pittorico originale, rimosso erroneamente in un precedente restauro. Altro eccezionale tassello del lavoro di cura del patrimonio della Fondazione, in questo caso in partnership con Intesa Sanpaolo, è il ritorno sull’Isola di San Giorgio Maggiore del prezioso arazzo della Collezione Cini di manifattura franco-fiamminga, databile tra il 1470 e il 1480, raffigurante L’entrata in Palestina dell’esercito di Vespasiano. Nel 2022 è stato oggetto della prima acquisizione digitale in 3D e ad alta risoluzione mai realizzata su un’opera tessile di tale rilevanza. «La complessa operazione digitale – ha dichiarato Renata Codello – permette di osservare la superficie dell’arazzo da una nuova prospettiva, svelando aspetti sconosciuti o difficilmente comparabili, riguardo sia la struttura tessile che il colore. Ad esempio, esplorando e ingrandendo il retro dell’arazzo, che ha conservato meglio i colori originali, e confrontandolo con il fronte senza dover manipolare e stressare l’opera, è possibile sciogliere alcuni dei dubbi che gli studiosi si sono posti in passato relativamente ad alcune integrazioni realizzate nel corso di precedenti interventi di consolidamento».


Pinault Collection

Punta della Dogana — Pinault Collection, Venezia

Venezia Punta della Dogana 29.03.26—22.11.26

Lorna Simpson Paulo Nazareth

palazzograssi.it 69


arte MAESTRI

Gabriel Bella, Il nuovo ridotto, Fondazione Querini Stampalia

Presa diretta Gabriel Bella celebra la bellezza e il destino di Venezia Con la Fiera della Sensa, Piazza San Marco si propone come un grande mercato, per il Redentore la Laguna si popola di migliaia di imbarcazioni, durante il Carnevale ogni campo e campiello si trasforma in un teatro all’aperto. Nel Settecento Venezia è rinomata come la più intrigante e contraddittoria delle capitali europee. Il pittore Gabriel Bella ne celebra la bellezza, i riti del potere, le feste pubbliche sacre e profane e le occasioni di svago. È una cronaca per immagini della teatralità della città, quella che emerge dalla mostra Bella la vita a Venezia, alla Fondazione Querini Stampalia fino al prossimo 12 aprile. Il titolo gioca su più livelli: Bella è al tempo stesso aggettivo e cognome dell’artista; la vita richiama la quotidianità come vera protagonista; Venezia è la città che da secoli si racconta e si mette in scena. Le 69 tele della Collezione della Fondazione Querini Stampalia esposte, accompagnate da incisioni settecentesche tratte da Le Arti che vanno per via nella città di Venezia di Gaetano Zompini e da una selezione di filmati dell’Archivio Storico dell’Istituto Luce, girati tra il 1929 e il 1956, sono un’occasione preziosa di riscoprire frammenti e scorci di vita della società nel passato, che altrimenti sarebbero andati perduti. Gabriel Bella (Venezia, 1730?–1799) lavora alle soglie dell’Ottocento, in anni in cui la fotografia sta per cambiare il modo di guardare il reale. Eppure il suo sguardo sembra anticipare quella sensibilità: inquadra, isola, registra. Si muove per calli e campielli come un flâneur instancabile, fermando cerimonie, processioni, mercati e feste con la stessa urgenza di chi sa che quel mondo è destinato a scomparire. E infatti, di lì a poco, la Rivoluzione francese e la caduta della Repubblica avrebbero spazzato via tutto. La sua apparente ingenuità, quasi fumettistica, non è limite ma Bella la vita a Venezia Fino 12 aprile Fondazione Querini Stampalia www.querinistampalia.org

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chiave interpretativa: è la visione popolare di una società regolata da rituali solenni e dall’orgoglio della Serenissima. Le sue tele non sono semplici vedute ma un archivio visivo straordinario, un atlante della liturgia su cui Venezia ha costruito per secoli la propria storia. I filmati in bianco e nero del secolo scorso appartenenti all’Istituto Luce dialogano con le tele settecentesche in modo sorprendente: le processioni religiose degli anni Trenta, le regate storiche, persino il circo con elefanti che attraversa i ponti e le calli, rispecchiano la vitalità caotica e teatrale che Bella aveva già immortalato due secoli prima. È in questo scarto tra memoria dipinta e memoria filmata che la mostra rivela la sua intuizione più profonda: Venezia non è un’icona immobile, ma un corpo vivo con un cuore pulsante. Diletta Rostellato ENG In the eighteenth century, Venice was a dazzling stage of rituals, festivals and everyday spectacle. The exhibition Bella la vita a Venezia at the Fondazione Querini Stampalia (until April 12) highlights this world through sixty-nine paintings by Gabriel Bella, paired with eighteenth‑century engravings by Gaetano Zompini and archival films from the Istituto Luce (1929–1956). Bella (Venice, 1730?–1799) moved through the city like a proto‑photographer, isolating scenes of markets, ceremonies, and popular celebrations with an eye that anticipated documentary vision. His lively, seemingly naïve style reveals a society structured by solemn rituals and civic pride. The Luce films echo Bella’s canvases: religious processions, regattas, even a circus crossing bridges with elephants mirror the same theatrical vitality captured two centuries earlier. Together, painted memory and filmed memory show Venice not as a static icon but as a living organism: restless, vibrant, and perpetually performing itself.


Festa della Sensa in Piazza San Marco, Francesco Guardi, 1775-ca. © Lisbona Museo Calouste Gulbenkian

Eroe preromantico A Ca’ Rezzonico torna un Francesco Guardi maturo Dopo la grande mostra del Museo Correr del 2012 che celebrava i trecento anni della nascita di Francesco Guardi, la Fondazione MUVE, con la curatela di Alberto Craievich, ritorna su uno dei più straordinari artisti del Settecento veneziano con una preziosa mostra nel Portego di Ca’ Rezzonico. Grazie alla collaborazione con il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona, prezioso scrigno di opere del Maestro, l’esposizione propone una selezione di vedute della maturità del Guardi assieme ad un cospicuo nucleo di disegni e di stampe volto ad approfondire il percorso creativo di uno degli artisti più rappresentativi del Secolo dei Lumi. Tra i maggiori protagonisti del Settecento, Francesco Guardi (1712 – 1793), nonostante la sua notorietà, risulta un pittore complesso e in parte misterioso, viste le scarse informazioni che abbiamo sulla sua vita. La sua formazione avviene all’interno di una modesta bottega a conduzione familiare dove tutti sono pittori, dal padre Domenico ai fratelli Antonio e Nicolò. Dopo la prima fase giovanile da copista, Guardi si avvicina alla pittura di costume, che nel percorso espositivo di Ca’ Rezzonico è documentata dai due famosi dipinti di vita veneziana raffiguranti Il ridotto di Palazzo Dandolo a San Moisè e Il parlatorio delle monache di San Zaccaria, vicini alla pittura di Pietro Longhi. Il secondo tentativo di riscatto avviene negli anni Cinquanta, quando il pittore cerca di colmare il vuoto lasciato dai vedutisti, in particolare Canaletto che aveva lasciato Venezia per l’Inghilterra, e agganciare il lucroso mercato dei visitatori stranieri. Con la produzione di vedute riuscirà in vita a raggiungere, se non il successo, almeno una certa agiatezza, per poi cadere nell’oblio dopo la morte. La riscoperta di questa straordinaria figura avviene solamente nell’Ottocento con la rivalutazione del Rococò, il successo è improvviso e straordinario. Le sue vedute migliori saranno quelle dei I Guardi della Collezione Gulbenkian 7 marzo-8 giugno Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano carezzonico.visitmuve.it

luoghi meno stereotipati, nascosti nella Laguna di Venezia, tuttavia la sua produzione è comunque vastissima. In mostra sono presenti i soggetti più volte replicati degli eventi fastosi della città: Festa della Sensa in Piazza San Marco, le Regate sul Canal Grande e la Partenza del Bucintoro, tutte opere del periodo tardo dove lo stile dell’artista è fatto di pennellate allusive, di figurine eseguite a macchie di colore, con una pennellata nervosa e tremolante ormai lontano dal rigore e dalla veridicità canalettiane. La struttura prospettica diventa elastica e si deforma senza alcun aggancio con la realtà. Siamo nel periodo dove avanza il nuovo gusto Neoclassico, ma Guardi continua affinando la sua indole Rococò. Sarà la riscoperta del secolo successivo a definirlo un “eroe preromantico”, colui che ha voluto interpretare in maniera personale, attraverso un’immagine interiore, la fine di una civiltà, quella veneziana, ormai in rapido declino. Franca Lugato ENG MUVE – City of Venice Museums – returns to Francesco Guardi after the 2012 Correr Museum retrospective, presenting a refined exhibition curated by Alberto Craievich in the Portego of Ca’ Rezzonico. In collaboration with Lisbon’s Calouste Gulbenkian Museum (home to key works) the show gathers mature vedute alongside drawings and prints that illuminate the creative process of one of the most significant Venetian artists of the Enlightenment. Though renowned, Guardi remains partly enigmatic due to limited biographical sources. Trained in a modest family workshop, he moved from early copying to genre scenes, then turned to view painting in the 1750s, filling the gap left by Canaletto’s departure and appealing to foreign travellers. His late works, far from Canaletto-like precision, feature vibrating strokes, shifting perspectives, and a Rococo spirit resisting Neoclassicism. Rediscovered in the nineteenth century, Guardi became a “pre‑Romantic hero,” capturing the final, fading glow of Venetian civilization.

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arte FOTOGRAFIA

Horst P. Horst, Maria Callas, Waldorf Astoria Hotel, New York, 1952 © Horst P. Horst Estate

Horst P. Horst, Salvador Dalí, New York, 1943 © Horst P. Horst Estate

La vibrazione del reale Horst P. Horst e l’equazione visiva tra linea, volume e spazio Un dialogo sotterraneo tra memoria e contemporaneità: le fotografie di Horst P. Horst (Weißenfels-an-der-Saale, 1906 – Florida, 1999), che hanno attraversato il Novecento, arrivano dirette al contemporaneo come opere vibranti, assolute, modernissime. Il nuovo capitolo de Le Stanze della Fotografia, Horst P. Horst. La Geometria della Grazia, a cura di Anne Morin in collaborazione con Denis Curti – Isola di San Giorgio fino al 5 luglio –, mostra il passato, ciò che credevamo perduto, restituendolo e riconsegnandolo al presente. La mostra costruisce una rilettura trasversale dell’opera di Horst P. Horst, articolata in oltre 400 lavori, di cui circa la metà esposti per la prima volta. Stampe vintage originali si intrecciano a materiali d’archivio e documenti inediti – riviste, disegni preparatori, sketchbook, lettere di Coco Chanel e Salvador Dalí – accanto a proiezioni e slideshow. Ne affiora un universo creativo multiforme, tenuto insieme da una coerenza interna sorprendentemente rigorosa. La parola “geometria” del titolo è il principio che attraversa tutta la sua produzione: ogni scatto è un’equazione tra linea, volume e spazio. L’artista coglie la logica interna delle forme, trasformando i tessuti in architetture e spingendo la fotografia verso una dimensione quasi metafisica. In questa visione, la luce diventa struttura portante, capace di fondere arcaico e moderno in una tensione silenziosa. Ne nasce una grammatica della proporzione, dove la costruzione razionale assume un’aura sacrale e atemporale. Non un semplice esercizio estetico, ma una pratica che tiene insieme disciplina formale e sensualità. Horst P. Horst. La Geometria della Grazia Fino 5 luglio Le Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio Maggiore lestanzedellafotografia.it

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Prima della fotografia, studia architettura ad Amburgo e Parigi, collaborando con Walter Gropius e Le Corbusier. Da questa matrice deriva la sua ossessione per la forma pura, in cui luce e spazio trovano una misura esatta. Architetture visive che si manifestano davanti ai nostri occhi, pur nella loro varietà di soggetti – la mostra si articola in otto sezioni –, riconducibili a una cifra stilistica precisa, capace di portare la fotografia di moda su un piano di sintesi tra modernismo e classicità. Come sottolinea Denis Curti, «Horst non ricerca una decorazione effimera, ma un’eleganza che scaturisce dalla perfezione delle forme e dalla purezza delle linee. La sua è un’esplorazione audace e innovativa, un dialogo continuo tra figura e sfondo». ENG The exhibition Horst P. Horst. La Geometria della Grazia at Le Stanze della Fotografia (San Giorgio, through July 5), curated by Anne Morin with Denis Curti, creates a dialogue between memory and contemporaneity. Over 400 works, with half of those shown for the first time, reveal the modern force of Horst’s photography. Vintage prints, archival materials, magazines, sketches and letters from figures such as Coco Chanel and Salvador Dalí build a multifaceted portrait of his creative world. “Geometry” defines his vision: each image is a precise equation of line, volume and space, where light becomes structure and fabrics turn into architecture. Trained in architecture with Gropius and Le Corbusier, Horst pursued pure form, merging modernism and classical harmony. Across eight sections, the show highlights his ability to transform fashion photography into a rigorous, timeless synthesis of elegance and innovation. Visual architectures grow before our eyes, and no matter the diversity of its subjects, all point to a well-defined style, a blend of modernism and classicism.


Come eravamo L’essenzialità classica e vitale di Berengo Gardin Una Leica sempre al polso, una pellicola in bianco e nero e Venezia. Non vi sono dubbi, stiamo parlando di Gianni Berengo Gardin, testimone indelebile della quotidianità di Venezia, scomparso ad agosto del 2025. Per lui «fotografare vuol dire soprattutto usare la macchina fotografica per indagare». Ed è una piccola indagine o meglio una incursione in una Venezia ancora autentica e vivissima quella offerta da Fondazione di Venezia, in collaborazione con Le Stanze della Fotografia, nella mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del Maestro del bianco e nero, visitabile fino al 30 giugno. Curata da Denis Curti, è la prima mostra ospitata nella nuova sede della Fondazione, a Palazzo Flangini. Gianni Berengo Gardin ha intessuto con la Fondazione un legame di profonda intesa artistica culminato con la donazione, nel 2021, di trentasei stampe fotografiche in bianco e nero. Le opere sono parte delle fotografie che Berengo Gardin ha realizzato per la raccolta La più gioconda veduta del mondo. Venezia da una finestra, edita nel 2018 da Contrasto, in cui il fotografato racconta per immagini frammenti di vita quotidiana colti dalla stessa finestra da cui Pietro Aretino, intorno agli anni Trenta del XVI secolo, aveva osservato relazioni, attività e celebrazioni tra la Pescheria, il Ponte di Rialto e il Fontego dei Tedeschi. In mostra tornano ad animarsi luoghi e situazioni, in parte immutati nei secoli, in parte profondamente trasformati nei mezzi e nei costumi. Fotografie in cui vengono fissate istantanee di regate storiche e scorci di palazzi senza tempo, che si mescolano così ad altri scatti in cui le antiche professioni acquee ed i ritrovi conviviali sono rivestiti a nuovo, pur conservando i medesimi tratti nella sostanza dei gesti e delle relazioni. Le trentasei stampe donate dal fotografo alla Fondazione di Venezia costituiscono uno dei più significativi nuclei della collezione della Fondazione, che include il Fondo fotografico De Maria e il Fondo Zannier. Gianni Berengo Gardin. La Venezia del Maestro del bianco e nero Fino 30 giugno Fondazione di Venezia, Palazzo Flangini www.fondazionedivenezia.org

Nei toni di un bianco e nero terso e puro che, nella sua semplice essenzialità nulla concede ai facili e banali sentimentalismi, queste fotografie di Venezia di Berengo Gardin fanno della città sulla laguna, il teatro del mondo, con partecipazione, umorismo e grande poesia. La storia raccontata dalle sue immagini si snoda in un mondo fatto di volti, gesti, paesaggi, architetture, eventi quotidiani, nel quale il fluire del tempo sembra fermarsi. In questo consiste il segreto della immutabile modernità dell’opera di Berengo Gardin: nella capacità di conservare inalterato uno sguardo “classico” e allo stesso tempo di accettare tutti gli incontri, tutte le sfide che la veloce realtà contemporanea mette sul suo cammino. «Sono solo un testimone di quello che vedo – affermava–. Cerco di essere il più obiettivo possibile, fotografando la realtà». M.M. ENG Photographer Gianni Berengo Gardin, who passed away in August 2025, remains one of the most vivid witnesses of everyday life in Venice. His black‑and‑white Leica photography, which he saw as a tool for “investigation,” is celebrated in the exhibition Gianni Berengo Gardin. The Venice of the Master of Black and White, curated by Denis Curti and hosted at the new headquarters of Fondazione di Venezia in Palazzo Flangini. The show features thirty‑six photographs donated by the artist in 2021, part of the series published in La più gioconda veduta del mondo. Venezia da una finestra, inspired by the same viewpoint from which Pietro Aretino observed Venetian life in the sixteenth century. The images capture a Venice both unchanged and transformed. These scenes blend tradition and modernity while preserving the gestures and relationships that define the city. Worked in a pure, luminous black and white, the photographs avoid easy sentimentality, portraying Venice as a poetic stage for humanity. Berengo Gardin’s art freezes time into expressions, landscapes, and rituals, maintaining a classical gaze that embraces the challenges of the contemporary world. “I am only a witness to what I see. I try to be as objective as possible, photographing reality.”

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arte FOTOGRAFIA

From Venice Pillar 3 © Dayanita Singh/Archivio

From Venice Pillar 2 © Dayanita Singh/Archivio

Organismi viventi Dayanita Singh, indagine sugli Archivi L’Archivio di Stato di Venezia apre al pubblico come sede espositiva con il progetto-tributo ARCHIVIO di Dayanita Singh (New Delhi, India, 1961). La mostra, curata da Andrea Anastasio, che inaugura il 16 aprile, presenta l’intrecciarsi di due nuclei del lavoro dell’artista/ fotografa: il lungo impegno di Singh con gli archivi istituzionali e il suo dialogo visivo pluridecennale con l’architettura, gli spazi interni, le opere d’arte, gli amici, gli archivisti, i fiori e altro ancora. «Quando ho avuto il privilegio di entrare nell’Archivio di Stato di Venezia, ero al settimo cielo, non avevo mai visto nulla di tanto bello! Così è iniziato il mio viaggio alla scoperta degli archivi italiani, queste squisite raccolte di documenti pieni di segreti». In ARCHIVIO, l’atto di fotografare diventa una forma di catalogazione, un tentativo continuo di comprendere come la memoria viene plasmata, strutturata e conservata. Singh rivisita le immagini che ha realizzato nelle città italiane dalla fine degli anni ‘90, mettendole in dialogo con i suoi approfonditi studi sugli archivi realizzati in India e altrove. Attraverso questo incontro, l’archivio diventa non un magazzino statico, ma un organismo vivente, continuamente riorganizzato attraverso il processo editoriale dell’artista, le strutture espositive e la variazione di sequenza delle immagini. La forza dei suoi scatti non si annida nel singolo fotogramma, ma nella sequenza, il reticolo, la tessitura, l’insieme. Anche l’allestimento riflette il suo interesse per la risonanza poetica e filosofica del lavoro di archiviazione – ordinare, contenere, proteggere –, e al contempo consente alle fotografie di rimanere aperte e porose, mutevoli in ogni nuovo contesto. La pratica di Singh si inserisce infatti all’interno di una riflessione più ampia su come si costruisce la memoria culturale, Dayanita Singh. ARCHIVIO 17 aprile-31 luglio Archivio di Stato di Venezia, Frari www.frithstreetgallery.com/artists/dayanita-singh

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la convinzione dell’artista è che l’archivio non sia soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio generativo capace di plasmare le storie che raccontiamo, e quelle che restano ancora da scoprire. La mostra ARCHIVIO, che apre la 19. edizione di Incroci di civiltà, sarà accompagnata da un Public Program di incontri, conferenze e presentazioni di libri per tutta la durata della mostra, ideato dalla stessa artista e da Chiara Spangaro, in collaborazione con Università Ca’ Foscari Venezia, IUAV, e altre istituzioni. Inoltre, Dayanita Singh sarà impegnata in un programma di mentoring per studentesse e studenti universitari, ideato e diretto con la collaborazione IUAV, in occasione del centenario dell’istituzione, e con i dipartimenti di Filosofia e Beni Culturali e di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia. M.M. ENG The Venice State Archives opens to the public as an exhibition venue with ARCHIVIO, a tribute to photographer Dayanita Singh. Curated by Andrea Anastasio, the show intertwines two core strands of Singh’s practice: her long engagement with institutional archives and her decades long visual dialogue with architecture, interiors, artworks, archivists, friends and everyday objects. For Singh, photographing is an act of cataloguing, a way to understand how memory is shaped and preserved. The exhibition brings together images taken in Italian cities since the late 1990s and her studies of archives in India and beyond, presenting the archive as a living organism continually reordered through sequencing, display structures and editorial work. Singh sees the archive as a generative space that shapes cultural memory and future narratives. The exhibition opens the 19th edition of cultural festival Incroci di civiltà and is accompanied by a public program of talks, conferences and book presentations, as well as a mentoring initiative for university students in collaboration with Ca’ Foscari and IUAV.


Luce, forma e memoria Le geometrie complesse tra Oriente e Occidente di Ahmet Ertuğ Spazi nascosti o inaccessibili. Cattedrali, palazzi, biblioteche e teatri svelati dal punto di vista di chi li ha progettati. Le Stanze della Fotografia, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, fino al 6 aprile, ospitano al secondo piano la mostra Ahmet Ertuğ. Beyond the Vanishing Point, che invita a rallentare lo sguardo indugiando tra luce, forma e memoria. Ventinove fotografie di grande formato dedicate al patrimonio architettonico italiano e al suo dialogo millenario con il Mediterraneo occupano lo spazio espositivo come fossero non rappresentazioni ma vere e proprie architetture. Nato a Istanbul nel 1949 e formatosi come architetto, Ahmet Ertuğ porta in ogni scatto la precisione di chi ha imparato a leggere lo spazio prima ancora di fotografarlo. La sua attitudine e tecnica deriva, infatti, da uno sguardo profondamente architettonico, capace di attraversare lo spazio per restituirne la visione originaria. Attraverso l’uso del grande formato e di lunghe esposizioni, Ertuğ costruisce immagini di straordinaria precisione, in cui la luce naturale modella lo spazio e ne amplifica la dimensione spirituale. Così di fronte agli interni monumentali da lui immortalati lo sguardo si eleva “oltre il punto di fuga”, appunto, offrendo una percezione sospesa del tempo e della materia. «Ertuğ non guarda un’opera d’arte, ma si fonde con essa, si confonde con essa; il suo sguardo rigenerativo protegge, scolpisce, coinvolge... una visione» osserva Serge Lutens. La mostra ha un filo conduttore definito: il rapporto tra l’Italia e il mondo mediterraneo. In questo dialogo tra Oriente e Occidente si Ahmet Ertuğ. Beyond the Vanishing Point Fino 6 aprile Le Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio Maggiore www.lestanzedellafotografia.it

inserisce l’opera dedicata alla cupola di Santa Sofia a Istanbul, un ritorno alle origini per Ertuğ, che attraverso quella volta del VI secolo riannoda la propria identità alla storia universale dell’architettura. Le sue fotografie aprono l’accesso a luoghi nascosti o normalmente inaccessibili al pubblico, trasformando ogni immagine in un privilegio visivo. Lo sguardo si eleva, si sospende, e il tempo sembra fermarsi nella luce filtrata di un interno monumentale. Ogni scatto è un invito a sostare, a custodire la memoria dei luoghi e a riconoscere nell’architettura un ponte senza tempo tra culture ed epoche diverse. Diletta Rostellato ENG Beyond the Vanishing Point is the culmination of a lifetime spent between East and West, across the Mediterranean and Europe. Through long exposure and large format, Ahmet Ertuğ captures architectural complexes united by their magnetic allure. Born in Turkey in 1949 and raised between Istanbul and Venice, his vision is rooted in his training as an architect in London. Slow and quiet, these compositions seem to slow down reality and embrace us, making the spectator part of it, offering profound meditations on the places the artist encounters. The narrative unfolds through material culture: monuments, churches, theatres, and libraries, floating statically amidst light, memory, and feeling. His pictures convey not only meticulous care and technical mastery but also a spiritual reality as unique as the structures themselves. A mystical dimension emerges, a visual bridge between cultures and traditions. Timeless double mirrors in which human perception and aesthetic perfection glide, within a setting that already fully embodies the art of photography, San Giorgio of The Giorgio Cini Foundation.

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arte FOTOGRAFIA

Rivelazioni © Anna Zemella

New Topographics “La serena inquietudine del territorio” nasce nel 2016 come laboratorio virtuale su iniziativa del fotografo Giovanni Cecchinato, sviluppandosi all’interno della piattaforma Facebook come spazio di riflessione e confronto dedicato alle metamorfosi del paesaggio veneto. Fin dalle origini, il progetto si è configurato come un contenitore di esperienze e ricerche fotografiche volte a indagare le trasformazioni ambientali, urbane e sociali del territorio, attraverso uno sguardo consapevole e contemporaneo. Nel tempo, il laboratorio ha consolidato la propria identità attraverso la realizzazione di una rivista annuale, giunta oggi al sesto anno di pubblicazione, che raccoglie e valorizza i contributi più significativi emersi dal percorso di ricerca. Successivamente, è stata avviata una call a livello nazionale, con l’obiettivo di ampliare il dialogo e accogliere nuovi autori e nuove prospettive, arricchendo il dibattito sul paesaggio e sulle sue continue trasformazioni. Ora M9 Passaggi, nuovo spazio espositivo di ricerca del Museo del ‘900 di Mestre, in collaborazione con l’architetto Alessandro Angeli, raccoglie una selezione di progetti fotografici e artistici sviluppati nell’ambito del laboratorio. La serena inquietudine del territorio. Into the Land riunisce dodici fotografi veneti – Alessandro Angeli, Gianantonio Battistella, Giorgio Bertoncello, Nazzareno Berton e Sergio Carlesso, Federico Bevilacqua, Giovanni Cecchinato, Denis Giusti, Antonio Cunico, Giancarlo Dell’Antonia, Giorgio Meneghetti, Tommaso Sterza, Anna Zemella –, ciascuno portatore di una propria cifra autoriale, accomunati dall’interesse per le tematiche “serenamente inquiete” che attraversano il nostro territorio. Le opere in mostra (estratte da progetti fotografici ben più ampi) esplorano, attraverso linguaggi e sensibilità differenti, i mutamenti del paesaggio veneto contemporaneo, oscillando tra interpretazione poetica e tensione documentaria. Ogni progetto è esposto con la propria esplicazione e i contatti dell’autore per l’eventuale approfondimento delle singole tematiche. La serena inquietudine del territorio. Into the Land 13 marzo-12 aprile M9 Paesaggi, M9 – Museo del ‘900, Mestre www.m9museum.it | www.laserenainquietudinedelterritorio.it

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Come in una macchina del tempo, la Fondazione Querini Stampalia fa incontrare Antonio Corradini (Venezia, 1688 – Napoli, 1752) e Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Roncocesi, 1992) in una stessa stanza, giustapponendoli e di fatto avvicinandoli per offrire al pubblico una riflessione contemporanea sul concetto di soglia, apparizione e mistero. Al centro dell’indagine è l’atto del vedere che si traduce nelle sculture e bassorilievi di Corradini nel gesto barocco per eccellenza, un velo sottilissimo che unisce il marmo e la luce, mentre in Ghirri in intuizione fotografica, la nebbia che avvolge il paesaggio. Il dialogo tra i due autori si fonda su questa tensione: dare corpo all’assenza, cercare un punto in cui la materia si fa immateriale e l’immagine prende corpo. È da questa risonanza inattesa che nasce Disapparire, in corso fino al 12 aprile, inserita all’interno del percorso museale della Fondazione Querini Stampalia. Antonio Corradini, protagonista della tarda stagione barocca, ha fatto del velo la propria cifra assoluta. Nelle sue sculture non è un espediente virtuoso, ma una soglia concettuale tra materia e spirito, tra la presenza fisica e la sua dissolvenza. È il marmo che si nega, che respira, che trattiene e libera la forma, che scompare mentre rivela. A questo linguaggio settecentesco risponde lo sguardo novecentesco di Luigi Ghirri: nella pianura la nebbia e la luce diffusa sono anch’esse veli sul mondo visibile. Sono superfici sospese che lasciano intuire il paesaggio non nella sua evidenza, ma nella sua incertezza, nella sua vocazione all’evanescenza. Ogni visione diventa così memoria. L’allestimento della mostra accompagna e amplifica questa ricerca. Veli sospesi, superfici trasparenti e stratificate, ambienti calibrati di luce e ombra in cui le opere emergono e scompaiono, chiamando il visitatore a muoversi dentro la soglia del visibile. M.M. ENG At the Fondazione Querini Stampalia, Disapparire stages an unexpected encounter between Baroque sculptor Antonio Corradini and 20th century photographer Luigi Ghirri, creating a contemporary meditation on thresholds, appearance and mystery. Corradini’s veiled marble figures, where stone dissolves into light and spirit, meet Ghirri’s mist softened landscapes, in which fog becomes a photographic veil that turns vision into memory. The exhibition explores this shared pursuit of giving form to absence and seeking the moment when matter grows immaterial and images acquire substance. Suspended fabrics, layered transparencies and carefully modulated light create an environment where sculptures and photographs emerge and recede, inviting visitors to move within the shifting boundary of the visible. Disapparire. Antonio Corradini e Luigi Ghirri Fino 12 aprile Fondazione Querini Stampalia www.querinistampalia.org


ecc_italy europeanculturalcentre EuropeanCulturalCentre European Cultural Centre

visit us:

Open everyday from 10 to 18h Tuesdays closed. Free Entry www.personalstructures.com

OuR vENuEs:

Palazzo Mora, Strada Nova 3659 Palazzo Bembo, Riva del Carbon 4793 Marinaressa Gardens, Riva dei Sette Martiri 77


arte LIVING

Estetica naturale Intervista Aldo Coppola jr. CEO International Aldo Coppola di Mariachiara Marzari L’azienda nasce nel 1966 dal talento di Aldo Coppola (1940 – 2013), riconosciuto a livello internazionale come vero innovatore nel mondo dei capelli e della bellezza. Un creativo che ha cambiato il modo di guardare e lavorare i capelli, che sono diventati un vero linguaggio artistico in cui stile, bellezza e libertà si fondono segnando la nascita dell’hairstyling moderno. Con Oliviero Toscani, amico d’infanzia e complice creativo, ha firmato servizi per Vogue Italia e le copertine più iconiche degli anni Settanta e Ottanta. Nel 1986 il figlio Aldo Coppola jr. imposta la nuova filosofia dell’azienda con l’apertura di Atelier diretti e l’avvio di una rete franchising, la creazione di un’agenzia di freelancer, il progetto Accademia e la distribuzione dei prodotti a marchio Aldo Coppola. L’idea e il talento diventano brand, cambiando il modo di intendere la bellezza. Oggi il team creativo porta avanti questa filosofia ogni giorno con progetti che uniscono tradizione, natura e innovazione tecnologica per trattamenti haircare sempre più personalizzati. Questo universo del beauty da più di un anno ha aperto anche a Venezia un suo punto, a pochi passi dal Ponte di Rialto, all’ultimo piano del concept store OVS. L’Atelier Aldo Coppola, guardando ai saloni di un tempo ma con occhio al contemporaneo e alla sostenibilità, è un mix esclusivo di cura e natura, che è poi il fil rouge del marchio; un luogo dove la bellezza deve essere percepita e vissuta, non solo guardata. Materiali, luci, colori creano una comfort zone che prepara all’esperienza di hairstyling come ad un rito di benessere, in una fusione perfetta di tradizione, innovazione e rispetto per l’ambiente. Abbiamo incontrato Aldo Coppola jr. La sua personale definizione di bellezza. La bellezza è amore in tutte le sue forme. È rispetto, cura, armonia. È qualcosa che nasce dentro e si riflette fuori. Nel 1966 suo padre, Aldo Coppola, ha dato il là alla rivoluzione di quella che prima di allora era l’idea canonica alla base del lavoro di parrucchiere, fondando di fatto un’azienda che ancora oggi è leader nel settore dell’hairstyling. Qual è stata l’eredità più importante che ha lasciato? Senza dubbio il senso del dovere e l’amore profondo per questo lavoro. Ci ha insegnato che la bellezza non è solo tecnica, ma visione, disciplina e dedizione quotidiana. E soprattutto ha trasmesso il rispetto per il cliente e per il nostro mestiere. Come ha iniziato a occuparsi dell’azienda? Dopo la terza media volevo fare il parrucchiere, ma mio padre allora mi disse: «È l’ultimo lavoro della tua vita». Quelle parole mi spinsero a cercare un’altra strada e mi iscrissi a Odontotecnica. Dopo il primo Atelier Aldo Coppola Venezia Salizada San Giovanni Grisostomo, Cannaregio 5787 venezia@aldocoppola.com | www.aldocoppola.com

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© Aldo Coppola

anno alla scuola di Pavia iniziai a lavorare in uno studio dentistico in centro a Milano, continuando a studiare la sera. Lo studio chiudeva dalle 12.30 alle 15.30 ed essendo vicino al salone di via Manzoni, andavo lì ad aiutare. È stato un periodo stupendo. Ho continuato così per quattro anni, fino a quando nel 1980 sono entrato ufficialmente in azienda. Nel 1982 ho aperto la prima agenzia di freelance e mi sono concentrato sullo sviluppo commerciale: linea prodotti, marchio, accademia dedicata alla formazione, nuove aperture di saloni diretti e il lancio della catena in franchising a livello nazionale e internazionale. Nel 1990 abbiamo aperto il primo Atelier Aldo Coppola a Montecarlo, segnando un passaggio fondamentale nel nostro percorso di espansione. Un salone storico a Milano che diventa la base per una serie di satelliti nelle città italiane più iconiche e non solo, data la vostra progressiva espansione in Europa e nel mondo. Come si alimenta una rete così importante di saloni? E quale struttura è alla base dell’“Universo Aldo Coppola”? Oggi contiamo 13 Atelier Aldo Coppola Master (i nostri saloni diretti) tra Milano, Roma, Venezia, Porto Cervo, Forte dei Marmi e Lugano. Abbiamo inoltre 90 Atelier in franchising tra Italia ed estero, 36 saloni a marchio Go Coppola e 4 saloni a marchio Shatush. Una rete così importante si alimenta con un know-how tecnico e artistico costante, con formazione continua e con la capacità di offrire alla clientela esperienze sempre nuove. Grande attenzione è dedicata all’immagine, al design degli spazi e a un marketing strutturato. Abbiamo una sede centrale a Milano che segue sviluppo prodotti, franchising, design, eventi, moda e comunicazione, mentre la struttura di Lugano è dedicata allo sviluppo internazionale. Come è nato il progetto Venezia? Il progetto Venezia è nato quasi per caso. Anni fa abbiamo aperto un Atelier all’interno di Coin a Milano; lì ho conosciuto la Dottoressa Boni, allora nella dirigenza Coin e oggi nella direzione della divisione OVS. Mi ha presentato il nuovo progetto OVS di Venezia: ci siamo innamorati subito del luogo, della posizione e della visione che stava


Natural aesthetics

ENG

Atelier Aldo Coppola was founded in 1966 by Aldo Coppola (1940 – 2013), whose creative vision revolutionized the world of hair and beauty. His approach transformed hair into an artistic language where style, beauty and freedom merged, shaping the birth of modern hairstyling. In 1986, his son Aldo Coppola Jr. redefined the company’s philosophy by opening flagship Ateliers, launching a franchising network, creating an academy, and developing the Aldo Coppola product line, thus turning a creative idea into a true brand. This universe of beauty arrived in Venice a year ago, just steps from the Rialto Bridge, on the top floor of the OVS concept store. The Aldo Coppola Atelier blends tradition, nature, and contemporary sustainability to create a space where beauty is experienced, not just observed. Materials, light, and colour form a “comfort zone” for an immersive hairstyling ritual. We met Aldo Coppola Jr. Your personal definition of beauty? Beauty is love in all its forms. It is respect, care, harmony. It is something that begins within and reflects outward. In 1966 your father revolutionized the idea of the hairdresser. What was the greatest legacy he passed on? Without a doubt, a strong sense of duty and deep love for this profession. He taught us that beauty is not only technique, but vision, discipline, and daily dedication. Most importantly, he passed on respect, both for the client and for our craft. alla base di questa intrigante idea. Da lì è iniziata questa nuova avventura. Grande attenzione al dettaglio, dal design degli interni alla tecnologia più avanzata. Quale identità avete voluto dare al nuovo spazio di Venezia? Ho disegnato personalmente l’arredamento di Venezia, lo stesso concept che avevo lanciato sei mesi prima con l’apertura del nuovo Atelier in via Cerva a Milano. L’idea è quella di creare degli ambienti capaci di avvolgere la clientela attraverso profumi naturali e materiali autentici: tutti gli arredi sono realizzati in cedro riciclato e con il recupero delle briccole di Venezia. L’identità che abbiamo voluto definire per questa nuova sfida è in perfetta linea con la nostra filosofia di Naturale Bellezza: eleganza, sostenibilità e armonia con l’ambiente. Come si crea una nuova linea di prodotti? Da dove parte la ricerca e dove infine si approda? La ricerca parte sempre da un’idea: spesso nasce da me e dai creativi che lavorano nei nostri Atelier, dall’ascolto delle esigenze reali delle clienti e dall’esperienza quotidiana in salone. Da lì si sviluppa una prima formulazione che viene testata, modificata, migliorata. È un processo continuo di prova e perfezionamento, fino ad arrivare al risultato finale. All’interno dell’azienda abbiamo chimici altamente qualificati che trasformano le nostre intuizioni creative in formule concrete, efficaci e rispettose dei capelli. Qual è la lezione più importante che ha imparato nel corso della sua carriera? Non mollare mai. Guardare sempre avanti con amore, bellezza e gratitudine. Credo profondamente che se semini bene, con rispetto e passione, prima o poi tutto ritorna.

How did you begin working in the company? After middle school I wanted to be a hairdresser, but my father said, “It will be the last job of your life.” Those words pushed me to try another path, so I took Dental Technology classes. While studying in Pavia, I started working at a dental practice in Milan and spent my lunch breaks helping at the salon in Via Manzoni. Those four years were wonderful. In 1980 I officially joined the company. In 1982 I opened the first freelance agency and focused on commercial development: products, branding, training academy, new flagship salons, and national and international franchising. In 1990 we opened the first Atelier in Monte Carlo, a milestone in our expansion. How do you sustain such an extensive network of salons? We now have 13 Aldo Coppola Master Ateliers, 90 franchised Ateliers, 36 Go Coppola salons, and 4 Shatush salons. This network thrives on constant technical and artistic know how, ongoing training, and the ability to offer clients new experiences. Great attention goes to image, interior design, and structured marketing. Our Milan headquarters oversees product development, franchising, design, events, fashion and communication, while Lugano manages international projects. How did the Venice project begin? Almost by chance. Years ago, after opening an Atelier inside retailer Coin in Milan, I met Dr. Boni. She later presented me with the new OVS Venice project. We fell in love with the space and its vision, and the adventure began. What identity did you want to give the new Venice space? I personally designed the interiors, following the same concept launched months earlier for our new Milan Atelier. We wanted environments enveloped in natural scents and authentic materials: recycled cedar and reclaimed Venetian briccole, the poles that are planted all about the Venetian Lagoon. The goal was to express our philosophy of Natural Beauty: elegance, sustainability, harmony with the environment. What is the most important lesson you’ve learned in your career? Never give up. Always look forward with love, beauty and gratitude. I truly believe that if you sow well, with respect and passion, everything eventually comes back to you.

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arte GALLERIES

VENICE GALLERY WEEKEND

Per tre giorni, il 27, 28 e 29 marzo, le gallerie indipendenti e gli spazi creativi aprono le loro porte al pubblico con un calendario diffuso di mostre, incontri, inaugurazioni e visite guidate. L’obiettivo è rafforzare il dialogo tra il sistema dell’arte veneziano e i visitatori locali e internazionali, valorizzando la ricchezza e la diversità delle realtà presenti in città. Il Venice Gallery Weekend è realizzato in media partnership con My Art Guides. For three days, 27, 28 and, 29 March, galleries and project rooms will open their doors to the public in a city-wide programme of exhibitions, talks, openings, and guided tours. The initiative continues with the aim of strengthening the dialogue between Venice’s art system and local and international visitors, highlighting the richness and diversity of the city’s artistic landscape. Venice Gallery Weekend is realised in media partnership with My Art Guides. 27 marzoMarch | Dorsoduro – Giudecca Galleria Alberta Pane • Marignana Arte • Ncontemporary & Alessandro Casciaro Venezia • Patricia Low Contemporary 28 marzoMarch | San Marco – Castello 10 & Zero Uno • 193 Gallery • Barbati Gallery • Caterina Tognon arte contemporanea • La Galleria Dorothea van der Koelen • Galleria Michela Rizzo • Victoria Miro Venice 29 marzoMarch | San Polo – Cannaregio Marina Bastianello Gallery • Beatrice Burati Anderson Art Space & Gallery • Tommaso Calabro • Galerie Negropontes • Ikona Venezia

Venice Gallery Weekend 27, 28, 29 marzo it.venicegalleriesview.com

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IKONA GALLERY FILIPPO ROMANO Archivio Naturale FinoUntil 12 aprileApril

Filippo Romano (1968) da sempre lavora su archivi possibili delle memorie, personali e collettive, che si sono stratificate nel reale e che resistono, malgrado tutto. Si tratta di archivi viventi, instabili e problematici, che chiedono all’autore di farli emergere per nutrire ancora l’esistenza a cui appartengono. Gli archivi fotografici di Filippo Romano guardano costantemente al mondo come a un ecosistema stratificato, denso e fluido insieme, dove tante forme di natura convivono, che siano animali, minerali, acquatiche o vegetali, sempre in dialogo necessario con l’umano che tutto invade, consuma e rigenera. La selezione d’immagini ci dice ogni volta quanto particolare e universale possano convivere nella stessa immagine, per cui sentiamo con precisione la temperatura del luogo specifico e l’essere insieme mondo comune a tutti noi. Ogni volta lo sguardo è sottile, rapace e sottilmente ironico, ma ogni volta l’immagine scava nel profondo e ci obbliga a guardare di lato gli occhi della Medusa, che rappresenta il tempo di dolore e metamorfosi che stiamo abitando. Ogni immagine diventa quindi un portolano leggero ma vitale per orientarsi oltre le nebbie e insieme un frammento stabilizzato di reale che ci può accompagnare nel viaggio. (Luca Molinari) ENG Filippo Romano (1968) works with “possible archives” of personal and collective memories that persist in reality despite their fragility. His photographic archives portray the world as a layered, fluid ecosystem where animals, minerals, water and vegetation coexist with the human presence that invades, consumes and regenerates. Each image merges the particular and the universal, capturing the atmosphere of a specific place while speaking to shared experience. Romano’s gaze is sharp, ironic and probing: his photographs confront us with the metaphorical “eyes of Medusa,” evoking our present time of pain and transformation. Campo del Ghetto Nuovo, Cannaregio 2909 ikonavenezia.com


FinoUntil 6 aprileApril

A PLUS A GALLERY NINA ĆERANIĆ As I Shape the Object, the Object Shapes Me

Collettiva a cura di Irene Calderoni e Margherita Falqui che riunisce opere e progetti di Aliaskar Abarkas, Nabil Aniss, Diana Anselmo e Lemonot & Maria Eugenia Frizzele, tutti partecipanti al programma di residenze e fellowship promosso da Scuola Piccola Zattere. Installazioni e sculture, opere video e audio, tutte nuove produzioni commissionate per l’occasione, restituiscono molteplici percorsi, individuali e collettivi, che si sono avvicendati o temporaneamente intrecciati. Il titolo richiama la teoria dei cicli RSVP di Lawrence e Anna Halprin, un sistema che valorizza la dimensione circolare e collaborativa della creazione, formulando un’idea di processo che implica un continuo confronto, un’attitudine all’ascolto, a partire dalla nozione di score, partitura. Il gioco di parole evoca così una dinamica corale che attraversa le ricerche dei quattro artisti in mostra. Aliaskar Abarkas indaga le potenzialità relazionali del suono attraverso un progetto ispirato a Vivaldi. Nabil Aniss esplora in Where Architecture Ends il corpo come luogo di trasformazione spirituale e politica. Diana Anselmo, con Pas Moi, invita a riconoscere il valore di differenti forme di ascolto, espressione e relazione. Lemonot & Maria Eugenia Frizzele trasformano l’ex infermeria militare di Sant’Anna a Venezia in piattaforma di ricerca condivisa, documentando pratiche partecipative e processi collettivi di immaginazione civica. ENG Art by Aliaskar Abarkas, Nabil Aniss, Diana Anselmo and Lemonot & Maria Eugenia Frizzele, all participants in the Scuola Piccola Zattere residency program. New installations, sculptures, video and audio works trace intersecting individual and collective paths. The title evokes a collaborative, process based approach. Abarkas explores the relational power of sound; Aniss examines the body as a site of spiritual and political change; Anselmo highlights diverse forms of listening and expression; Lemonot & Frizzele turn Venice’s former Sant’Anna infirmary into a shared platform for civic imagination.

La prima mostra personale di Nina Ćeranić (Belgrado, 1992) presenta un’installazione ambientale sospesa tra luogo di culto e desktop del computer, in cui piccoli dipinti sono racchiusi in involucri di legno e ottone. Concepiti e realizzati dall’artista, questi elementi architettonici richiamano allo stesso tempo dispositivi devozionali e digitali, polittici di pale d’altare e strutture di sistemi operativi contemporanei: finestre, cornici, cartelle e icone trasformano la galleria in uno spazio intimo e personale. Nina Ćeranić indaga il rapporto speculare tra soggetto e oggetto, tra affezione e corporeità. In Objects, gli oggetti che compongono la quotidianità dell’artista emanano una verità, che a volte ci soffermiamo a contemplare e altre a subire. In Skin and Nails, Ćeranić dipinge dita e mani consumate che annodano, indossano, stringono, tessono e plasmano. In Qualia/ Memories, emergono frammenti di vita, sogni, desideri e paure in rappresentazioni pittoriche di collage e fotografie d’archivio. As I Shape the Object, the Object Shapes Me propone un inedito campionario emotivo, invitando il visitatore a navigare in un cortocircuito di pratiche di devozione, archiviazione digitale e consumo. ENG Nina Ćeranić’s first solo show presents an installation between sacred space and computer desktop, with small paintings set in wood and brass frames recalling both devotional objects and digital interfaces: windows, frames, folders, and icons turn the gallery into an intimate, personal space. Exploring the mirror relationship between subject and object, she depicts everyday items, worn hands, and memory fragments through collage like paintings. As I Shape the Object, the Object Shapes Me invites viewers into a hybrid world of devotion, digital archiving and emotional resonance.

FinoUntil 18 aprileApril

Dorsoduro 1401 www.scuolapiccolazattere.com

San Marco 3073 www.aplusa.it

Dorsoduro, 141, Rio Terà dei Catecumeni www.marignanaarte.it

SCUOLA PICCOLA ZATTERE R.S.V.P. Résonnez, S’il Vous Plaît

FinoUntil 18 aprileApril

MARIGNANA ARTE OPIEMME Senza Bandiere V .3.0. Divide et impera Opiemme nasce a Torino nel 1998 come firma collettiva, annullando, in un’epoca di apparenza, la figura degli artisti che ne fanno parte. Le sue opere sono incontri tra parola e immagine, in un equilibrio tra gesto pittorico e linguaggio poetico che diventa strumento di pensiero critico. Una selezione di opere realizzate negli ultimi quindici anni compone la mostra personale dal titolo volutamente aperto: Senza bandiere, che da un lato richiama l’urgenza di superare i confini e le divisioni che frammentano il mondo contemporaneo, dall’altro allude a un senso di smarrimento, di perdita di riferimenti e di valori comuni in cui riconoscersi. Sulle mappe geografiche, sulle carte nautiche e sulle pagine di libri e giornali, Opiemme interviene con frasi e parole essenziali, che si offrono come spunti di riflessione collettiva. Il gesto poetico si intreccia così con una meditazione etica sul nostro tempo, attraversando temi universali come quello delle migrazioni, dei diritti umani, della sostenibilità ambientale e del rapporto tra uomo e tecnologia. I materiali impiegati – carte antiche, giornali, mappe – testimoniano un’attenzione al riuso e al valore simbolico della memoria. ENG Opiemme was established in Turin, Italy, in 1998 as a collective signature. It blends words and images into art where painting and poetry become tools of critical thought. Their solo show Senza bandiere gathers fifteen years of work, reflecting on borders, shared values and contemporary fragmentation. Intervening on maps, books and newspapers with essential phrases, Opiemme links poetic gesture and ethical reflection on migration, human rights, sustainability and technology, using reused materials such as old documents, newspapers, maps that are rich in symbolic memory.

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arte

NOT ONLY VENICE

Kiefer, Le Alchimiste. Installation view. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

Il rumore delle voci delle donne Kiefer restituisce a Le Alchimiste volti e corpi cancellati dalla storia Donne di chimica, matematica, filosofia, d’arte. Scienziate. Non di oggi, ma nei secoli: raramente riconosciute (tranne poche famose e di potere), per lo più irrise, dimenticate, se non accusate di stregoneria e mandate al rogo. Il loro sapere cancellato da una storia a lungo declinata solo al maschile, riemerge nel potente omaggio che dedica loro l’artista tedesco Anselm Kiefer e la città di Milano, in Anselm Kiefer. Le Alchimiste. L’esposizione site-specific illumina la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale d’oro, di rosso fiammante fuoco e verde ossidato. Dalle emulsioni di olio e acrilico su sedimenti di elettrolisi, che sono il marchio di Kiefer, emergono volti e corpi tra fiori, petali di rosa, rami d’albero, piume. L’impatto è abbagliante: i 42 teleri alti oltre 5 metri dedicati a queste donne si riflettono e moltiplicano negli specchi della Sala, in un colloquio ‘alchemico’ con le Cariatidi che sorreggevano la balconata, sculture per sempre ferite dal bombardamento alleato del 1943. «Una mostra tra nascita, morte e rigenerazione, perché l’arte ha un potere persuasivo», ha affermato Kiefer nel corso della vernice, aggiungendo che «non è una mostra femminista: esprime la mia sensibilità, perché io sono metà donna». «Come in un pantheon, a ogni nome un volto risale alla superficie dalla materia oscura dello sfondo», spiega Gabriella Belli, curatrice Anselm Kiefer. Le Alchimiste Fino 27 settembre Sala delle Cariatidi, Palazzo Reale-Milano www.palazzorealemilano.it

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della mostra, «Pur partendo dalle arti alchemiche e praticandole, queste donne ebbero il coraggio di abbandonare le incognite della ricerca della pietra filosofale e dell’opus magnum, per aprire con i loro “secreti” più di una porta alla scienza moderna. La mostra parla di queste competenze al femminile e del rumore delle voci delle donne quando rivendicano i loro talenti. E del tema della rigenerazione, della cura, della spoliazione dai pregiudizi, in una discesa all’oscurità dell’ignoto alchemico, ma anche in una risalita alla luce della ragione e della scienza, a cui la pittura di Kiefer dà voce esemplare». Tra le Alchimiste un ruolo centrale lo hanno: Caterina Sforza, figlia di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano, scienziata, condottiera e autrice di un raro manoscritto contenente più di 450 ricette per medicamenti, cosmetici e formule alchemiche; la veneziana Isabella Cortese, a cui è attribuito uno dei più celebri libri di “segreti” del Rinascimento; Cleopatra, egiziana del III secolo, tra le pochissime donne della tradizione alchemica greca; la regina Cristina di Svezia, che trasformò Stoccolma in un centro di mecenatismo europeo; Margaret Cavendish, rara voce di filosofa nel Seicento; Mary Anne Atwood, autrice nell’Ottocento di scritti su ermetismo e alchimia spirituale; Marie Meurdrac, chimica autodidatta e pioniera della divulgazione scientifica; Anne Marie Ziegler, alchimista di corte nella Germania riformata, condannata al rogo nel 1575, e molte altre le cui biografie raccolte nel catalogo Marsilio Arte riemergono dalla damnatio memoriae. Roberta De Rossi


IL TEMPO DI LOUISE FARRENC FESTIVAL DI MUSICA DA CAMERA 28 MARZO – 28 APRILE 2026

DOMENICA 29 MARZO ORE 17 SCUOLA GRANDE SAN GIOVANNI EVANGELISTA All’ombra di Berlioz DUO JATEKOK Naïri Badal e Adélaïde Panaget pianoforti brani di BERLIOZ, HOLMÈS, SAINT-SAËNS, ecc.

GIOVEDÌ 9 APRILE ORE 19.30 Spazio ai virtuosi Célia Oneto Bensaid pianoforte brani di FARRENC, CHOPIN, BIZET, ecc. SABATO 11 APRILE ORE 16.30 AUDITORIUM LO SQUERO Reminiscenze Orazio Sciortino pianoforte brani di ALKAN, DILLON, ROSSINI, ecc. Coproduzione Asolo Musica /Palazzetto Bru Zane

MARTEDÌ 14 APRILE ORE 19.30 Pioniera e romantica Mihaela Costea violino Silvia Chiesa violoncello Linda Di Carlo pianoforte brani di FARRENC

MARTEDÌ 21 APRILE ORE 19.30 Come a Vienna TRIO ATANASSOV Perceval Gilles violino Sarah Sultan violoncello Pierre-Kaloyann Atanassov pianoforte brani di REICHA e ONSLOW

Palazzetto Bru Zane

San Polo 2368, Venezia +39 041 30 37 615 Da 5 a 15 euro Dettagli delle tariffe online

BRU-ZANE.COM

MARTEDÌ 28 APRILE ORE 19.30 Corde sensibili ENSEMBLE TAMUZ Hed Yaron-Meyerson e Diego Castelli violini Avishai Chameides viola Victor García García e Constance Ricard violoncelli brani di ONSLOW e DAVID

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illustrazione © Giada Maestra_Galleria Garance & Marion

SABATO 28 MARZO ORE 19.30 Generazione Farrenc Noé Inui violino Vassilis Varvaresos pianoforte brani di CHOPIN, FARRENC, LISZT, ecc.


musica

DA ME A VOI

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Ho sempre cercato di esplorare, all’interno e al di là della cultura portoghese, altri generi musicali, il che mi ha donato un’identità unica, alquanto difficile da definire Dulce Pontes di Giuseppe Mormile - Direttore artistico di Veneto Jazz

«D

ieci anni fa – racconta Dulce Pontes – mia figlia

aveva sette anni e mio figlio quattordici. Sono loro la “misura” del mio tempo, attraverso cui il suo scorrere diventa più evidente, per loro e tramite loro, come mia priorità. Il mondo è cambiato così tanto in dieci anni, anche se nella mia essenza rimango la stessa persona; la vita è un viaggio. Lungo questo cammino avvengono molte trasformazioni: prospettiva, assimilazione, capacità di sublimare, adattamento, maturità. Ricordo la maestosità del Teatro La Fenice, un pubblico molto attento e coinvolto, e il terrore di attraversare le acque verso l’aeroporto su un taxi che sembrava volare sull’acqua». Il Teatro Malibran di Venezia accoglie il 23 aprile l’unica data italiana del “35 Anos Tour” di Dulce Pontes, a distanza di dieci anni dal memorabile concerto alla Fenice del dicembre 2016. Un appuntamento che sentiamo particolarmente significativo per la nostra rassegna Jazz&: celebrare trentacinque anni di carriera di un’artista che ha saputo rinnovare la tradizione, portando il fado oltre ogni confine geografico e culturale, non è cosa da poco. Compositrice e interprete di rara intensità, Dulce Pontes si è imposta all’attenzione internazionale nei primi anni Novanta, dopo la vittoria al Festival Nazionale portoghese e la partecipazione all’Eurovision. Ma è con Lágrimas e soprattutto con Canção do Mar che la sua voce diventa simbolo di una nuova stagione del fado, tanto da essere considerata l’erede della grande Amália Rodrigues. Un paragone importante, che Dulce ha saputo trasformare in punto di partenza per una ricerca personale, libera da etichette. La sua è una traiettoria artistica che attraversa mondi: dalla musica popolare portoghese alle suggestioni mediterranee, dal repertorio sinfonico alle collaborazioni internazionali. Fondamentale l’incontro con Ennio Morricone, culminato nel progetto discografico Focus e in tournée nei più prestigiosi teatri del mondo. Morricone parlò della sua voce come di uno strumento capace di abbracciare “ogni aspetto del canto”: parole che restituiscono la misura della sua versatilità. «L’opportunità che il Maestro Ennio Morricone mi ha dato, di interpretare la sua musica e di conoscerlo – spiega la cantante –, è di per sé sufficiente a farmi dire, sulla mia carriera: missione compiuta. Oltre all’album Focus, tutto il percorso che ho condiviso con lui, in particolare gli ultimi quattro anni di tournée prima del suo ritiro, rappresenta per me la massima eccellenza al servizio della musica». In concerto, accompagnata da un quintetto d’eccezione, Dulce Pontes proporrà brani iconici come O Primeiro Canto e pagine legate al repertorio di Ennio Morricone, insieme alle composizioni più recenti tratte da Perfil. Ogni esibizione è per lei un atto di verità: «Sono più interessata al sentimento che alla tecnica. Credo che il ruolo dell’artista sia servire la musica, non usarla. Condividere emozione e sensibilità autentiche. Restare umili e consapevoli», ama ripetere. Ed è forse questo il segreto di un dialogo immediato con pubblici di ogni latitudine. Portare a Venezia questa voce significa offrire al nostro pubblico un’esperienza che unisce radice e contemporaneità. In un tempo che spesso divide, Dulce Pontes continua a ricordarci che la musica è un linguaggio universale, capace di farci sentire parte dello stesso mare.

“T

en years ago,” says Dulce Pontes, “my daughter was seven and my son fourteen. They are the ‘measure’ of my time, the lens through which its passing becomes clearer, for them and through them, as my priority. The world has changed so much in ten years, even though, at my core, I remain the same. Life is a journey. Along the way, many transformations unfold: perspective, assimilation, the ability to sublimate, adaptation, maturity. I remember the majesty of Teatro La Fenice, a deeply attentive and engaged audience, and the terror of crossing the water toward the airport in a taxi that seemed to fly over the lagoon.” On April 23, the Malibran Theatre in Venice will host the only Italian date of Dulce Pontes’s “35 Anos Tour,” ten years after her memorable 2016 concert at the city’s Fenice Theatre. It is a particularly meaningful event for our Jazz& season: celebrating thirty five years of a career that has renewed tradition and carried fado across geographical and cultural borders is no small thing. A composer and performer of rare intensity, Pontes rose to international attention in the early 1990s after winning the Portuguese National Festival and taking part in Eurovision. But it was Lágrimas, and above all Canção do Mar, that made her voice a symbol of a new era of fado, earning her the reputation of heir to Amália Rodrigues. Pontes turned that comparison into a starting point for a personal, label free artistic exploration. Her career spans many worlds: Portuguese folk, Mediterranean echoes, symphonic repertoire, and international collaborations. Central among these was her encounter with Ennio Morricone, culminating in the album Focus and tours in major theatres around the world. Morricone described her voice as an instrument able to embrace “every aspect of singing,” a testament to her versatility. In concert, joined by an exceptional quintet, Pontes will perform iconic pieces like O Primeiro Canto, selections from Morricone’s repertoire, and newer works from Perfil. Each performance is, for her, an act of truth: “I am more interested in feeling than in technique. The role of the artist is to serve music, not use it. To share genuine emotion and sensitivity. To remain humble and aware.” Perhaps this is the secret behind her immediate connection with audiences worldwide. Bringing this voice to Venice means offering to the public an experience where roots and modernity meet. In a time so often marked by division, Dulce Pontes reminds us that music is a universal language, one that makes us feel part of the same sea. Dulce Pontes 23 aprile Teatro Malibran www.venetojazz.com

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musica FESTIVAL

FRIDA

Il palcoscenico sulla laguna dell’Auditorium Lo Squero accoglie il 7 marzo la voce e il pianoforte di Frida. Figlia d’arte (di Stefano Bollani e Petra Magoni), si distingue per il suo stile elegante, la sensibilità musicale e la profonda connessione emotiva con il pubblico. La sua musica unisce naturalezza e raffinatezza, conquistando chi ascolta con un linguaggio artistico che va dritto al cuore. Nel corso degli anni ha collaborato con artisti di alto profilo e con istituzioni prestigiose, arricchendo il proprio percorso con esperienze che hanno contribuito a definire una cifra stilistica unica e personale. Con il suo pianoforte e la sua voce, Frida riesce a trasformare ogni esibizione in un incontro intenso e coinvolgente, in cui il pubblico viene trasportato in un universo fatto di © FrancescoPrandoni emozioni, eleganza e bellezza sonora. ENG The lagoon-side stage of the Auditorium Lo Squero welcomes on March 7 the voice and piano of Frida Bollani Magoni. Born into a musical family (daughter of Stefano Bollani and Petra Magoni), she stands out for her elegant style, musical sensitivity, and deep emotional connection with the audience. Her music combines naturalness and refinement, captivating listeners with an artistic language that goes straight to the heart. 7 marzo | Auditorium Lo Squero h. 18

TOM OLLENDORFF

Il chitarrista inglese Tom Ollendorff , fra le voci più originali della giovane scena jazz internazionale, presenta alla Sale Apollinee Where in the World, album di esecuzione sofisticata e composizione raffinata, acclamato dalla critica. Si esibisce in un quartetto di straordinaria cifra artistica e dinamica intesa che conferiscono alla musica profondità e sensibilità, dando vita a un’esperienza fatta di sfumature, esplorazione e connessione. Nato a Londra nel 1992, Ollendorff è una delle voci più originali della giovane scena jazz internazionale. Diplomato al Royal Welsh College of Music and Drama, con l’album di debutto A Song For You (Fresh Sound Records, 2021) ha ottenuto il plauso della critica internazionale, esibendosi nei principali festival e club di Europa e Asia, tra cui Ronnie Scott’s, Jazz à Vienne, Malta Jazz Festival e The Cotton Club Tokyo. ENG The English guitarist Tom Ollendorff, one of the most original voices on the young international jazz scene, presents Where in the World at the Sale Apollinee del Teatro La Fenice on March 14-an album acclaimed by critics for its sophisticated performance and refined composition. He performs with a quartet of remarkable artistic character and deep musical rapport, bringing depth and sensitivity to the music and creating an experience shaped by nuance, exploration, and connection. 14 marzo | Sale Apollinee, Teatro la Fenice h. 19

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© Krijn van Noordwijk

ERNST REIJSEGER MARIO FORTE

In collaborazione con Candiani Groove, all’Auditorium Candiani di Mestre, l’inedito incontro musicale tra Ernst Reijseger, geniale violoncellista e esploratore di generi musicali e forme artistiche, e il violinista Mario Forte, spirito affine che esplora musica barocca e jazz sperimentale. Il duo indaga molte estetiche musicali, dal jazz rivisitato alla musica barocca, passando per la musica d’avanguardia, americana e minimalista, la musica classica e quella contemporanea. La loro comune visione della musica, l’approccio dell’animo umano, il bisogno di universalità e spiritualità, li porta ad ispirarsi alla musica sacra per sviluppare il proprio linguaggio. Tutti elementi comuni che li hanno spinti a formare questo duo che già delinea un territorio di universalità. ENG In collaboration with Candiani Groove, at the Auditorium Candiani, an unprecedented musical encounter brings together Ernst Reijseger-a brilliant cellist and explorer of musical genres and artistic forms-and the violinist Mario Forte, a kindred spirit who delves into Baroque music and reimagined jazz. 15 marzo Centro Culturale Candiani-Mestre h. 18.30


DANNY GRISSETT TRIO

Photo Severin Koller

DAVID HELBOCK JULIA HOFER

Alle Sale Apollinee, David Helbock, figura di riferimento del jazz austriaco, si unisce alla versatile bassista elettrica e violoncellista viennese Julia Hofer in un affascinante equilibrio tra composizioni originali intime e sognanti e brani jazz più ritmati e groove. Grazie all’uso creativo degli effetti, agli elementi percussivi sul pianoforte e al dinamico alternarsi tra violoncello e basso elettrico, il duo offre un’esperienza sonora fuori dall’ordinario, dando vita a un viaggio musicale ricco di emozioni e continua innovazione. Nell’autunno 2025 il duo pubblica un nuovo album per l’etichetta di fama internazionale ACT Music, Faces of Night. Il disco è un affascinante equilibrio tra composizioni originali intime e sognanti e brani jazz più ritmati e groove, espressione dello stile inconfondibile di Helbock e Hofer. Il progetto è ulteriormente arricchito dalla partecipazione di musicisti ospiti di grande rilievo: Lorenz Raab alla tromba, Veronika Harscsa alla voce e Mahan Mirarab alla chitarra. ENG At the Sale Apollinee del Teatro La Fenice, David Helbock, a leading figure in Austrian jazz, joins the versatile Viennese electric bassist and cellist Julia Hofer in a fascinating balance between intimate, dreamlike original compositions and more rhythmic, groove-driven jazz pieces. Thanks to the creative use of effects, percussive elements on the piano, and the dynamic alternation between cello and electric bass, the duo offers an extraordinary sonic experience, giving life to a musical journey rich in emotion and constant innovation. 28 marzo | Sale Apollinee, Teatro la Fenice h. 19

Alle Sale Apollinee è di scena il trio di Danny Grissett, pianista e compositore di rara eleganza, noto per la capacità di unire brillantezza tecnica e un tocco profondo e ricco di anima. Nato a Los Angeles, è da oltre vent’anni una presenza di riferimento sulla scena jazz internazionale. La sua carriera da leader prende avvio nel 2006 con Promise, acclamato debutto per l’etichetta Criss Cross Jazz. Nel decennio successivo Grissett ha pubblicato altri sei album, alternando progetti in trio a un’intensa attività come sideman al fianco di leggende e protagonisti del jazz contemporaneo quali Louis Hayes, Lenny White, Buster Williams, Lage Lund, Marcus Strickland e Jimmy Greene. L’ultimo lavoro discografico, Travelogue (Savant, 2025), è stato salutato come uno dei vertici della sua carriera. ENG At the Sale Apollinee del Teatro La Fenice, the trio of Danny Grissett takes the stage - a pianist and composer of rare elegance, known for his ability to combine technical brilliance with a deep, soulful touch. Born in Los Angeles, he has been a leading presence on the international jazz scene for over twenty years. 11 aprile | Sale Apollinee, Teatro la Fenice h. 19

YUMI ITO

Yumi Ito, compositrice, vocalist e pianista svizzera di origini polacche e giapponesi, tra le interpreti più originali dell’improvvisazione vocale, ritorna in quartetto sul palcoscenico di Veneto Jazz con la sua musica che attraversa con naturalezza jazz, art-pop e neoclassica, dando vita a paesaggi sonori di rara intensità. Riconosciuta dalla critica come una delle scoperte vocali più entusiasmanti della scena internazionale contemporanea, la sua musica è un oceano di suggestioni: chiara, meditativa, potente, come un maestro Zen sul palco. Si esibirà accompagnata dalla sua band – il “drum poet” Iago Fernández, il contrabbassista Nadav Erlich e il chitarrista Alessio Cazzetta – con un’unica missione: dare vita a mondi musicali senza confini. ENG Yumi Ito, a Swiss composer, vocalist and pianist of Polish and Japanese origins and one of the most original interpreters of vocal improvisation, returns in quartet to the stage of Veneto Jazz with music that naturally moves through jazz, artpop and neoclassical styles, creating soundscapes of rare intensity. 12 aprile | Centro Culturale Candiani-Mestre h. 18.30

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Michelangelo Penso

M9-Museo del ’900 Venezia Mestre 13/03–12/04/26

Risonanze invisibili

M9 Orizzonti

M9 - Museo del ’900 via G. Pascoli, 11 Venezia Mestre

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musica CONCERTI

Il respiro del pianoforte Omar Sosa, stella di Candiani Groove C’è un modo di suonare il pianoforte che non ha nulla di accademico, che non cerca la perfezione ma l’energia. È il modo di Omar Sosa, e il 26 aprile al Centro Culturale Candiani di Mestre il suo concerto si preannuncia come qualcosa che va oltre la semplice esecuzione musicale. Inserito nella rassegna di Veneto Jazz, l’appuntamento non è soltanto una tappa di calendario: è un incontro ravvicinato con un artista che da oltre trent’anni costruisce ponti sonori tra Africa, Caraibi, Europa e America. Nato a Camagüey, cresciuto tra percussioni e tradizione afro-cubana, Sosa ha trasformato il pianoforte in uno strumento narrativo, capace di evocare ritualità antiche e paesaggi urbani contemporanei nello stesso respiro, come se il tempo non fosse mai lineare ma circolare. Chi ha già assistito a un suo live lo sa: non esiste scaletta rigida, non esiste distanza tra palco e platea. Sosa entra in scena quasi in punta di piedi, poi lentamente accende il suono. Una cellula ritmica si ripete, si stratifica, si dilata. Le mani diventano percussione, le tastiere si intrecciano all’elettronica, la voce si insinua come un richiamo ancestrale. È un concerto che si ascolta con il corpo prima ancora che con l’orecchio, un’esperienza fisica prima che intellettuale, in cui il pubblico è chiamato a lasciarsi attraversare dalla musica. A Mestre porterà anche le suggestioni di Sendas, lavoro per pianoforte solo che riflette su memoria, spiritualità e guarigione. Ma più che i brani in sé, conta il viaggio. Ogni performance di Sosa è diversa dalla precedente: improvvisa, ascolta lo spazio, reagisce all’energia della sala, accetta l’imprevisto come parte integrante del racconto. Il Candiani, con la sua dimensione raccolta e la vicinanza tra musicista e pubblico, potrebbe rivelarsi il luogo ideale per questa immersione sonora, dove ogni sfumatura diventa percepibile e ogni silenzio pesa quanto una nota. Omar Sosa 26 aprile Centro Culturale Candiani-Mestre www.venetojazz.com

C’è qualcosa di profondamente umano nel suo modo di stare sul palco. Sosa non si impone, non domina: dialoga. Con lo strumento, con la sala, con chi ascolta. La sua musica sembra nascere da un gesto di ascolto prima ancora che di espressione, come se ogni suono fosse una risposta a ciò che accade intorno. È anche per questo che i suoi concerti hanno spesso una dimensione quasi rituale, sospesa, in cui il tempo sembra rallentare. In un momento storico in cui molta musica dal vivo tende alla riproduzione fedele del disco, Sosa sceglie il rischio. Sceglie l’istante. Il suo jazz è musica che chiede attenzione, presenza, ascolto profondo. Quando Omar Sosa suona, non sta semplicemente eseguendo musica: sta creando uno spazio condiviso in cui culture lontane si incontrano e diventano una cosa sola. E in quella fusione, per un’ora e mezza, il mondo sembra davvero un po’ più vicino. Alberto Marzari ENG Omar Sosa’s piano playing favours energy over academic precision, turning each concert into an immersive ritual. On 26 April at the Candiani Cultural Center for Veneto Jazz, he will bring over thirty years of musical exploration that bridges Africa, the Caribbean, Europe and the Americas. Raised in Camagüey, Cuba, within Afro Cuban traditions, Sosa transforms the piano into a narrative instrument capable of evoking ancient rituals and modern urban soundscapes. His performances unfold with no given setlist: rhythms expand and layer, hands become percussion, electronics merge with voice, and the audience is invited into a physical, almost trance like experience. In Mestre he also presents Sendas, a solo reflection on memory and healing. Each concert is unique, shaped by improvisation and the energy of the room. Sosa’s presence on stage is deeply human: he listens, responds, and creates a shared space where distant cultures meet. In a musical world often bound to faithful reproduction, he embraces risk and the moment, reminding listeners that music can still be a place of encounter and transformation.

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DANCING TILL MORNING

06.04 - DAYTIME 12:00 / 24:00

MARCO CAROLA FRANKY RIZARDO Discoteca ilMuretto®, Via Roma Destra 120, Jesolo Lido (VE)

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musica CONCERTI

A modo mio

Portami con te Il 10 gennaio del 2016, David Bowie ha “lasciato questo Pianeta”. Ci perdonerete l’espressione particolare, ma quanto mai adeguata a descrivere la scomparsa di un artista che più e più volte ha dimostrato di non essere propriamente di questo mondo. Costantemente in anticipo sui tempi, con lavori che si potrebbero considerare d’avanguardia ancora oggi, David Bowie ha attraversato la storia della musica con lucidità geniale, aprendo strade che solo lui poteva vedere e sulle quali abbiamo avuto il privilegio di venire scaraventati, riempiendoci le orecchie di meraviglia. Da più di dieci anni presenti nel cartellone ufficiale del Teatro Goldoni, i Vocal Skyline sono un’originale formazione corale veneziana di trenta elementi che riunisce alcune delle giovani voci più talentuose del territorio. Il gruppo sorprende per un repertorio originale e imprevedibile, interpretato con grande impatto emotivo, ma anche per l’utilizzo di coreografie, effetti video e scenici coinvolgenti. La formazione torna come da tradizione il 25 aprile, giorno di San Marco, sul palco del Goldoni con Eternauti, un viaggio tra spazio e tempo percorrendo un repertorio vastissimo: dalle grandi colonne sonore ai musical, dalla polifonia classica al pop-rock internazionale per arrivare su Marte, con un inedito omaggio a proprio all’indimenticato Duca Bianco. ENG David Bowie’s death in 2016 marked the loss of an artist who seemed beyond this world, always ahead of his time and reshaping music with visionary clarity. On April 25, the Venetian ensemble Vocal Skyline returns to Teatro Goldoni with Eternauti: a journey across soundtracks, musicals, classical polyphony and pop rock, ending “on Mars” with a special tribute to the White Duke. Known for their emotional power, choreography and visual effects, the 30 voice group offers an immersive, celebratory performance. Vocal Skyline – Eternauti 25 aprile Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

Ci sbilanciamo fin da subito: nel gioco alla successione di Carlo Conti per la direzione artistica del Festival si è fatto anche il nome di Elisa, scelta che la nostra fuoriclasse sarebbe stata capace di onorare al massimo, grazie ad una sensibilità musicale del tutto fuori dal comune. Ma tornando alla musica cantata, il conto alla rovescia è iniziato: il 24 aprile il Palazzo del Turismo di Jesolo è il luogo scelto da Elisa Toffoli per una delle tappe del suo nuovo live tour. E l’attesa, in città, si sente già, con biglietti andati a ruba. La cantautrice friulana torna dal vivo con uno spettacolo che promette intensità, energia e quella rara abilità di parlare dritto al cuore. Ogni suo concerto è un viaggio emotivo che alterna momenti intimi – voce e pianoforte, luci soffuse e silenzi carichi di significato – a esplosioni sonore in cui la band spinge sull’acceleratore e il pubblico canta all’unisono. In scaletta non mancheranno i brani che hanno segnato intere generazioni, da Luce (Tramonti a nord est) a Eppure sentire (Un senso di te), passando per la sterminata produzione in inglese, fino alle canzoni più recenti che raccontano l’evoluzione di un’artista sempre in movimento. Elisa non si limita a eseguire: interpreta, reinventa, sorprende. Jesolo si prepara così a una serata da tutto esaurito. L’arrivo dei fan da tutto il Veneto e dalle regioni vicine porterà vitalità anche nelle vie del centro, tra ristoranti e hotel pronti ad accogliere il pubblico del concerto. Sarà una notte di voci che si uniscono, di mani alzate, di emozioni condivise. Perché quando Elisa sale sul palco, la musica diventa esperienza collettiva. E il 24 aprile, a Jesolo, quella magia è pronta a ripetersi. ENG The countdown has begun: on 24 April, Jesolo’s Palazzo del Turismo will host one of the most anticipated stops of Elisa’s new live tour, with tickets already sold out. The Italian singer songwriter returns to the stage with a show that blends emotional intimacy and explosive energy. Her concerts move from quiet, voice and piano moments to powerful performances where the band soars and the audience sings along. The setlist will include her iconic hits – from Luce (Tramonti a nord est) to Eppure sentire – alongside her English language work and newer songs that reflect her artistic evolution. Jesolo prepares for a vibrant night as fans from across the region fill streets, restaurants and hotels. When Elisa performs, music becomes a shared experience: voices united, hands raised, emotion flowing. On 24 April, that magic is ready to return. Elisa 24 aprile Palazzo del Turismo-Jesolo www.azalea.it

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musica CONCERTI

Se suonasse la città Tra marzo e aprile passano tutti da Padova Che Padova sia ormai tappa fissa di tour musicali italiani e internazionali è cosa risaputa. In quel fazzoletto di terra che comprende Stadio Euganeo, Gran Teatro Geox e Kioene Arena ci sono passati i più grandi, da Springsteen a Pearl Jam e Roger Waters, De Gregori e Lucio Dalla, Elisa e Giorgia. Zedlive ha da tempo legato il suo nome alla programmazione musicale della città patavina e non solo, con un’attività iniziata nel 1998 che ha portato questa società di organizzazione concerti a primeggiare in Italia, portando a suonare tra Veneto e Lombardia artisti che non solo questo invito lo accettano, ma che poi tornano, a testimonianza di un’esperienza live indimenticabile quanto tanto per il pubblico che per loro stessi. Marzo e aprile non fanno di sicuro eccezione in questo senso e anche stavolta ce n’è davvero per tutti i gusti. Tradizione tra le tradizioni è la presenza a Padova di artisti appena passati dal palcoscenico musicale per eccellenza, quello di Sanremo: ecco allora che quest’anno la delegazione composta da Luchè (1 aprile al Geox), Chiello (16 aprile, sempre al Geox) Tommaso Paradiso e Levante (rispettivamente 26 e 29 aprile alla Kioene Arena) farà registrare i soliti numeri da capogiro nella città del Santo. Non per questo si lascia indietro però la cosiddetta “vecchia guardia”. Il 21 marzo la Kioene Arena ospita Umberto Tozzi e il suo tour L’ultima notte rosa: con 50 anni di carriera alle spalle, oltre 80 milioni di dischi venduti e più di 2000 concerti in tutto il mondo, Tozzi si prepara a concludere la sua tournée mondiale, dopo aver www.zedlive.com

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toccato tre continenti, con un live carico di emozione e nostalgia. Due giorni più tardi al Geox ecco la musica cubana popolare del Grupo Compay Segundo, prima che nell’arco di pochi giorni rimbalzino in città le note di Giovanni Allevi (3 aprile ancora al Geox) e Giorgia (30 marzo): la vincitrice morale del Festival di Sanremo dello scorso anno torna alla Kioene Arena dopo il memorabile concerto del 16 dicembre 2025, occasione in cui ha regalato a Padova un live straordinario, dimostrando ancora una volta di essere una delle cantanti più talentuose del panorama musicale italiano. Dalla potenza delle sue hit più iconiche all’intimità dei brani che hanno segnato la sua carriera, ogni nota ha emozionato migliaia di persone. Una performance vocale che ha lasciato il segno e che ha confermato il talento cristallino di un’artista unica. In tema di Sanremo, poi, l’11 aprile ecco un sold-out annunciato con Gigi D’Alessio, illustre assente quest’anno al Festival ma presente grazie alla partecipazione del figlio LDA, in gara assieme a AKA 7even. Si dovrà aspettare dicembre invece per vedere sul palco del Geox un’altra protagonista delle kermesse canora: dopo una bellissima esperienza a Sanremo con Magica Favola, che l’ha vista classificarsi al quarto posto, Arisa ha infatti appena annunciato un nuovo tour che toccherà il 14 dicembre il Gran Teatro Geox. Nella scaletta dei nuovi appuntamenti dal vivo, accanto a brani che hanno segnato il percorso artistico di Arisa – da Sincerità a La notte, fino a Controvento, vincitrice del Festival di Sanremo 2014 – troveranno spazio anche il brano in gara al Festival e le nuove canzoni contenute nel suo nuovo album Foto Mosse, in uscita il 17 aprile.


ACHILLE LAURO

Astro nascente che dallo spazio sembra venire, Achille Lauro sbarca con il suo nuovo tour anche sotto il cielo di Padova. Dal suo esordio a Sanremo nel 2019, la sua musica non ha mai smesso di evolversi, spaziando dal genere trap al pop. Esuberante e iconico, il suo stile inconfondibile si muove a cavallo tra eleganza, erotico e sensazionale. Un artista che esprime la propria singolarità senza filtri, restituendo quadri pittoreschi. Tra reinterpretazioni dell’iconografia cristiana e omaggi al grande cantautorato italiano e della sua Roma, Lauro incarna un italianità autenticamente eccentrica, con immaginario da classici del cinema nazionale. Rock star da Rolls Royce e essere umano che ama, soffre e vive, non teme il giudizio e continua a lasciare a bocca aperta con performance sensazionali e canzoni da hit parade. 12 aprile h. 21 | Kioene Arena-Padova

BLANCO

Una carriera che assomiglia più a un roller coaster che a una strada lineare. Talentuoso e giovanissimo, nel giro di pochi mesi dalle prime pubblicazioni scala le classifiche nazionali tra un clamore senza precedenti, vince premi, brucia le tappe e raggiunge traguardi che solo le carriere più luminose possono vantare. Nel momento più alto della gloria, Blanco sceglie di tornare a studiare, con la consapevolezza che quei traguardi non sono le uniche vere soddisfazioni della vita. Oggi Riccardo Fabbriconi ha ventidue anni, un Festival di Sanremo vinto e numerose collaborazioni di prestigio alle spalle. Ha deciso di riappropriarsi della sua arte, e con queste nuove date vedremo quanto davvero un talento maturato possa brillare. Lo rivediamo tornare con un tour che prende il ritmo di una passione autentica. Cresciuto, come raccontano le interviste recentemente rilasciate. 23 aprile h. 21.30 | Kioene Arena-Padova

TOMMASO PARADISO

Il cantautore che ha trasformato malinconia e affetto in hit, colonna sonora delle estati di un’intera generazione. Tra le sue influenze, Paradiso ha sempre citato mostri sacri come Lucio Dalla e Vasco Rossi, ma anche il songwriting degli Oasis. Romano, fonda i Thegiornalisti nel 2009, costruendo un percorso che da Vecchio lo porta al trionfo pop di Riccione e all’apice con l’album Love del 2018. Il successo è totale, ma il 17 settembre 2019 arriva lo shock: lascia la band per iniziare la carriera da solista. Una carriera segnata dal cambiamento e da una vita che non è solo quella di un personaggio, ma quella di un uomo. Le esaltanti ma sfinenti routine disco-tour, e poi l’arrivo di Anna, sua figlia, nata lo scorso aprile e che, come dichiara l’artista, cambia tutto. Un viaggio intimo e solare, che trasforma le piccole cose in poesia per regalare al pubblico la leggerezza di un abbraccio che sa di estate e di casa. 26 aprile h. 21 | Kioene Arena-Padova

LEVANTE

Vibrante, colma di emozioni, Levante resta indelebile sui palchi di Sanremo e di tutta Italia. Una voce carica di vita. Un duplice talento, due passioni che la guidano, vicine ma intimamente diverse per la cantante: «Se mi togli il palco soffro, se però mi togli la penna muoio». Così si descrive Claudia Lagona, da sempre fino ad oggi. Cantautrice tra le più amate in Italia, nel 2015 approda sui palcoscenici statunitensi, dove partecipa al festival South by Southwest presentando il suo disco Abbi cura di te, diventato poi un cult assoluto della sua generazione. A due anni dall’ultimo tour, torna quest’anno con il suo nuovo progetto live Dell’amore – Club Tour 2026. Un ritorno che promette di far vibrare ancora una volta le corde più profonde dell’anima, regalando al pubblico la sua inconfondibile intensità. 29 aprile h. 21 | Kioene Arena-Padova

A cura di Gaia Conte

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musica CONCERTI

La febbre del ritmo

Zone d’ombra L’associazione del Centro d’Arte dell’Università di Padova, attivo dal 1945, è da sempre palcoscenico di esperienze d’ascolto uniche, accogliendo le più disparate ramificazioni del jazz, ma più estesamente della sperimentazione contemporanea, attraverso il coinvolgimento di artisti internazionali certo di nicchia, ma i più di loro autenticamente seminali. Ad aprire la stagione di quest’anno è un doppio set previsto per il 5 marzo: Oren Ambarchi, compositore di musica elettronica e chitarrista australiano, è un artista la cui ricerca spazia tra i generi più disparati. Il suo sound è caratterizzato da un’essenza onnivora, che tende a uno stato armonico attraverso una sperimentazione capace di estraniare ogni componente dal suo utilizzo preconcetto. Con lui sul palco Crys Cole, sound artist canadese dal linguaggio poliedrico, assai vicino alla performance artistica. Seguendo un tracciato estremamente contemporaneo, i suoi suoni immersivi trasportano in dimensioni eteree, al limite con l’astrazione pura. Sempre immersi nella sperimentazione, caratterizzati da una formazione costruita attraverso una tecnica impeccabile, gli Emmeluth’s Amoeba fanno dell’esperienza dal vivo la loro prima bandiera. Fedeli alla natura originaria del jazz, il quartetto scandinavo fonde elettronica e telepatia sincronica nella dimensione della live experience, come il pubblico patavino potrà esperire di persona il 28 marzo. Ad aprile, infine, precisamente il 16, a chiudere questo primo trittico live Ralph Alessi, volto noto e affermato della scena americana, che si esibirà insieme a tre jazzisti dal talento già riconosciuto in una nuova formazione già in grande ascesa. Se è un po’ di follia ciò che il jazz cerca, follia sarà... Gaia Conte Centrodarte26 5, 28 marzo; 15 aprile Teatro Torresino, Porto Astra-Padova www.centrodarte.it

Se aprissimo un dizionario della musica elettronica alla voce “energia collettiva”, troveremmo probabilmente una foto di Carl Cox. Il 4 aprile, alla Fiera di Padova, l’icona britannica della techno e della house sarà protagonista di una serata che non vuole essere solo un concerto ma un’autentica celebrazione del ritmo, del battito e della comunità che si crea attorno alla musica dance. Carl Cox non è un nome qualunque: con oltre tre decenni di carriera alle spalle, è considerato uno dei re indiscussi della cultura club mondiale, capace di influenzare generazioni di dj e appassionati. Dalle prime esplosioni dell’acid house nel Regno Unito agli headliner dei festival più prestigiosi, passando per residency leggendarie a Ibiza e set memorabili nei luoghi più impensati del pianeta, la sua presenza sul palco è sempre sinonimo di energia pura e coinvolgimento totale. Arrivare alla Fiera di Padova in quella serata significa prepararsi a essere parte di qualcosa di più grande di una playlist perfetta. Qui Cox non “suonerà” semplicemente tracce: le mixerà, le intreccerà, le farà esplodere in una narrazione ritmica che trascende la mera riproduzione. I suoi set sono famosi proprio per questo, non si limitano a riempire lo spazio sonoro, ma plasmano l’esperienza, trasformando il dancefloor in una grande entità vibrante e viva. La line-up, oltre a Cox stesso, vedrà annunci futuri di altri artisti di spicco pronti ad animare la pista, ma è difficile immaginare che qualcuno possa rubargli davvero la scena. Carl ha sempre saputo come prendersi la notte, a volte con alcune fantasiose incursioni nel funk o nella techno più spinta, altre volte con una selezione che sfiora il sublime, mantenendo però sempre un legame diretto con il pubblico. Padova, per una sera, si trasformerà in un teatro elettronico dove pulsazioni, luci e massa umana si fondono fino all’alba. È una di quelle notti destinate a rimanere nei ricordi: perché chi ha visto Cox dal vivo sa quanto sia unico il modo in cui costruisce l’intensità, pezzo dopo pezzo, verso un climax che sembra non volersi mai arrestare. Ma al di là della fama e dei numeri, è la sensazione di connessione collettiva a distinguere questi eventi. Ci si ritrova con estranei, eppure con la stessa voglia di muoversi, di lasciarsi andare, di reagire con il corpo e con la mente a quell’ampio spettro di suoni e bassi profondi. Ci si guarda intorno e, per un momento, la Fiera di Padova sembra meno un luogo fisico e più una grande emozione condivisa. Biglietti già in vendita sulle piattaforme ufficiali, e l’attesa per questo appuntamento è alta: chi ama la musica elettronica sa che non capita spesso di assistere ad una performance che unisce storia, tecnica e quella scintilla di improvvisazione che rende ogni set di Carl Cox diverso dall’altro. Quella di aprile non sarà una semplice serata da segnare sul calendario, ma una notte che potrebbe diventare – per chi c’è – una delle esperienze dance più vivide dell’anno. Perché quando Carl Cox sale ai piatti, accade qualcosa di inspiegabile: non si ascolta più musica, si diventa musica. Alberto Marzari Carl Cox 4 aprile Fiera di Padova www.zedlive.com

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UNICA NEL SUO GENERE Madame Farrenc, non contenta di scrivere con rara purezza un gran numero di svariate arie, rondò e studi, volle conoscere a fondo tutti i segreti, tutti i procedimenti dell’orchestrazione

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Antoine-François Marmontel, Le Ménestrel, 1877

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Louise Farrenc - Courtesy Bru Zane Mediabase


di Marina Borroni

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omanticismo musicale parigino in scena a Palazzet-

to Bru Zane per il festival primaverile, con otto concerti dal 19 marzo al 28 aprile. Il programma della seconda parte della stagione ruota infatti attorno alla figura di Louise Farrenc e agli artisti a lei contemporanei, che contribuirono ad arricchire musicalmente la prima metà del XIX secolo. Scomparsa esattamente 150 anni fa, fu grande compositrice, pianista ed editrice: ricevette due volte il Prix Chartier, le sue opere sinfoniche fecero risuonare la Société des Concerts e fu anche insegnante nel prestigioso Conservatorio di Parigi. I concerti proposti illuminano le diverse sfaccettature del romanticismo musicale degli anni ‘30 dell’Ottocento, presentando al pubblico un repertorio di un periodo che, dopo la caduta di Napoleone, fu scosso da rivolgimenti politici e ideologici, ma allo stesso tempo vide un’intensa fioritura musicale. Fioritura ben restituita dall’assortimento scelto per le serate primaverili del Festival, come testimonia quella del 9 aprile, in cui, insieme a Farrenc, il pubblico viene introdotto a pezzi per pianoforte di alcuni eccellenti maestri, tra i quali Chopin, Bizet, e Guilmant. Imperdibile anche il concerto all’Auditorium Lo Squero sabato 11 aprile, per cui sono stati selezionati componimenti di Rossini e Liszt, tra gli altri. Ovviamente, per ogni data, non mancano brani dal repertorio della protagonista di questo ciclo, la cui vita e brillante carriera viene raccontata il 10 marzo in una conferenza a lei dedicata. Proveniente per parte materna da una famiglia di pittori, Louise Farrenc riuscì a conquistarsi un posto in ambiti allora riservati prettamente agli uomini, come la composizione di opere sinfoniche. Il sostegno del marito, il flautista ed editore Aristide Farrenc, fu probabilmente determinante per la sua carriera creativa, ma la sua fama è dovuta esclusivamente ai suoi talenti di pianista virtuosa e poi di compositrice. Ci ha lasciato un catalogo che comprende opere per pianoforte, musica da camera (per cui l’Institut de France le assegna due Prix Chartier), ma soprattutto due ouverture e tre sinfonie, composte tra il 1834 e il 1847. Profondamente influenzata da Beethoven, contribuì al rinnovamento musicale parigino. Alla fine degli anni Venti dell’Ottocento, grazie all’impulso di una politica artistica ambiziosa, l’attività musicale a Parigi conosce un’evoluzione fulminante. La città si distingue anche per la qualità del suo insegnamento: il Conservatorio è allora la più grande scuola di musica d’Europa, e i virtuosi da tutto il continente aspirano a perfezionarvisi. Louise Farrenc insegna pianoforte in questa prestigiosa istituzione dal 1842 al 1872. Allieva di Antoine Reicha per la composizione, Farrenc è entrata molto presto a contatto con la musica di Beethoven, che resterà un suo punto di riferimento per tutta la vita, fonte d’ispirazione per la sua musica strumentale, ma anche autore prediletto nel repertorio concertistico da lei interpretato. La venerazione per il maestro di Bonn, che Farrenc condivide con Hector Berlioz e altri, è del resto perfettamente in sintonia con il gusto dell’epoca. Fin dal 1828, le stagioni della Société des concerts del Conservatorio diffondono in modo sistematico e ripetuto i principali capolavori sinfonici di Beethoven. Come in un museo, l’ascolto diventa un momento di celebrazione dei grandi maestri, di esposizione dei modelli del passato. Il lavoro editoriale condotto da Louise Farrenc a fianco del marito Aristide va nella stessa direzione. Dopo essersi lanciati nella pubblicazione delle opere complete di Beethoven, i due coniugi daranno vita alla collana Trésor des pianistes: venti volumi di musica, pubblicati tra il 1861 e il 1872, dedicati a brani firmati da Couperin, Purcell, Händel, Scarlatti, Rameau, Mozart, Clementi e Hummel. Sono gli editori a inventare la storia della musica...

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he spring festival at Palazzetto Bru Zane cele-

brates Parisian musical Romanticism with eight concerts from 19 March to 28 April, all cantered on Louise Farrenc and the composers who shaped early nineteenth century musical life. Marking 150 years since her death, the Festival highlights Farrenc’s extraordinary legacy as composer, pianist, editor, and influential professor at the Paris Conservatoire. Twice awarded the Prix Chartier, she brought her symphonies to the Société des Concerts and played a central role in the artistic renewal of post Napoleonic France. The concerts explore the diversity of 1830s Romanticism, a decade shaken by political upheaval but rich in musical innovation. Programs juxtapose Farrenc’s works with those of her contemporaries, revealing a vibrant landscape of piano music, chamber pieces, and orchestral writing. On 9 April, the audience encounters Farrenc alongside Chopin, Bizet, and Guilmant. Another highlight follows at the Auditorium Lo Squero on 11 April, featuring selections by Rossini and Liszt. Throughout the Festival, Farrenc’s music remains a constant presence, and her life and achievements are the subject of a dedicated lecture on 10 March. Born into a family of painters, Farrenc forged a path in areas dominated by men, particularly in symphonic composition. While her husband, flautist and music publisher Aristide Farrenc, supported her artistic development, her reputation rests on her virtuosity as a pianist and her skill as a composer. Her catalogue spans piano works, chamber music, two overtures, and three symphonies written between 1834 and 1847. Deeply influenced by Beethoven, she contributed significantly to the renewal of Parisian instrumental music. By the late 1820s, an ambitious cultural policy transformed Paris into a major musical capital. The Conservatoire became Europe’s leading music school, attracting talents from across the continent. Farrenc taught piano there from 1842 to 1872, shaping generations of musicians. As a composition pupil of Antoine Reicha, she encountered Beethoven’s music early, adopting it as a foundational model for her instrumental works and concert repertoire. Her admiration for Beethoven aligned perfectly with the era’s taste, reinforced by the Société des Concerts, which regularly presented his symphonies as timeless monuments. Farrenc’s editorial work with her husband followed this same mission of preserving musical heritage. After publishing Beethoven’s complete works, the couple launched the monumental twenty volume series Trésor des pianistes (1861–1872), gathering pieces by Couperin, Purcell, Händel, Scarlatti, Rameau, Mozart, Clementi, and Hummel. Through this, they actively shaped the understanding of musical history. The Festival’s spring program offers not only a tribute to Farrenc’s art but also a vivid portrait of the cultural environment in which she lived: an era of profound change, renewed creativity, and enduring fascination with the musical past.

Il tempo di Louise Farrenc 19 marzo-28 aprile Palazzetto Bru Zane, Scuola Grande San Giovanni Evangelista, Auditorium Lo Squero bru-zane.com

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classical

IL TEMPO DI LOUISE FARRENC a cura di Marina Borroni

PRESENTAZIONE DEL FESTIVAL

Il concerto di apertura del Festival prevede una selezione di pezzi per pianoforte non solo di Louise Farrenc, ma anche di alcuni suoi contemporanei che hanno contribuito a colorire il panorama musicale della prima metà dell’Ottocento come Prudent, Gounod e David. Il compito di far rivivere quell’atmosfera napoleonica spetta al pianista bolognese Nicolas Giacomelli: classe 1998, vanta già 40 premi in competizioni diverse e nel 2016 il suo talento è stato premiato alla Camera dei Deputati come eccellenza musicale italiana. ENG The Festival’s opening concert features piano works by Louise Farrenc and by contemporaries like Prudent, Gounod, and David, voices of early nineteenth century music. Pianist Nicolas Giacomelli, born in 1998 and already winner of forty prizes, brings that Napoleonic atmosphere to life.

Nicolas Giacomelli © Emanuele Salonia

19 marzo h. 18 | Palazzetto Bru Zane

GENERAZIONE FARRENC

Il secondo quarto dell’Ottocento vide nascere il genere della grand-opéra, ma i frutti musicali di questi anni maturarono anche in un ambiente più modesto, quello della musica da camera. Farrenc diede vita a composizioni incentrate sulle possibilità melodiche del violino; Gouvy, successivo a lei, continuò sulla stessa strada: il fermento creatosi attirò grandi musicisti da tutta Europa, come Chopin e Liszt. Tutti questi rappresentano il repertorio di pezzi per violino e pianoforte che viene messo in scena dal violinista Noé Inui e dal pianista Vassilis Varvaresos. ENG The 1820s saw grand opera flourish, but chamber music also thrived. Farrenc explored the violin’s melodic voice, followed by Gouvy; the vibrant scene drew great figures like Chopin and Liszt. Violinist Noé Inui and pianist Vassilis Varvaresos present this rich repertoire for violin and piano.

Noé Inui et Vassilis Varvaresos © Maarten Kools

28 marzo h. 19.30 | Palazzetto Bru Zane

ALL’OMBRA DI BERLIOZ

Un audace gioco di due pianoforti riempie il palcoscenico, grazie all’abile duo Jatekok formato da Naïri Badal e Adélaïde Panaget. Riunitesi nel 2011, da allora sono conosciute per i loro spettacoli ricchi di grinta e complicità armoniosa, tanto che in passato sono state scelte per aprire il concerto della band metal Rammstein. Qui in laguna ci offrono uno sguardo sulla musica romantica di Hector Berlioz, grande ammiratore di Beethoven, così come Louise Farrenc, che insieme a Saint-Saëns e Liszt completa il repertorio della serata. ENG A bold dialogue between two pianos fills the stage with Jatekok, the duo formed by Naïri Badal and Adélaïde Panaget. Known for energy and unity since 2011, they once opened a Rammstein concert. Here they guide us through romantic works by Berlioz, Farrenc, Saint Saëns, and Liszt.

Duo Jatekok © Sylvain Gripoix

29 marzo h. 17 | Scuola Grande San Giovanni Evangelista

SPAZIO AI VIRTUOSI

Louise Farrenc non è stata solo compositrice. Convinta che per essere un abile musicista si dovessero conoscere i grandi che la avevano preceduta e quelli a lei coevi, insieme al marito lavorò ad una collana che raccogliesse il repertorio dei maestri del suo presente e del suo passato. Les Trésor des pianistes, edito nel 1861, è al centro di questa serata grazie alla pianista Célia Oneto Bensaid, artista eclettica capace di spaziare dalla musica contemporanea alla musica da camera. ENG Farrenc was not only a composer. Convinced musicians should know past and present masters, she and her husband curated a collection of their works. Les Trésors des pianistes (1861) is celebrated tonight by pianist Célia Oneto Bensaid, an eclectic artist spanning chamber and contemporary music. 9 aprile h. 19.30 | Palazzetto Bru Zane

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Célia Oneto Bensaid © Capucine de Chocqueuse


REMINISCENZE

Orazio Sciortino © Marco Perulli

Musica assoluta versus musica a programma, un dibattito che caratterizzò l’Ottocento musicale: le note devono esistere per creare una melodia fine a sè stessa o possono raccontare una storia che abbia riferimenti esterni? Alkan, Dillon, Rossini, Farrenc e Liszt sono alcuni tra i compositori “narratori” che costituiscono il repertorio scelto per questo sabato al Palazzetto, e il compito di far risuonare la sala da concerto spetta a Orazio Sciortino, pianista e compositore premiato nel 2024 agli ICMA (International Classical Music Awards) per la sua Grande Bagattella per orchestra. ENG Absolute music or program music? Nineteenth century debate asked whether notes exist for pure beauty or to tell a story. Alkan, Dillon, Rossini, Farrenc, and Liszt are among the “narrators” featured tonight, performed by Orazio Sciortino, winner of the 2024 ICMA for his Grande Bagattella. 11 aprile h. 16.30 | Auditorium Lo Squero

PIONIERA E ROMANTICA

Silvia Chiesa, Mihaela Costea, Linda Di Carlo © Luigi Orru

Louise Farrenc fu una delle poche compositrici che riuscì ad affermarsi come tale già tra i suoi contemporanei, ricevendo nel 1861 e nel ‘69 il Premio Chartier dall’Accademia di Belle Arti di Parigi. Questa serata mette in luce i suoi migliori pezzi per archi e pianoforte. Al violino Mihaela Costea, che ha il privilegio di suonare un violino del 1690 firmato Matteo Goffriller; al violoncello Silvia Chiesa, nota per aver riportato in auge il repertorio solistico del Novecento italiano. Ad accompagnare le due, la pianista Linda Di Carlo, già ferrata nell’esecuzione del repertorio di Farrenc. ENG Farrenc was among the few women recognized in her time, earning the Chartier Prize in 1861 and 1869. This evening highlights her finest works for strings and piano, performed by violinist Mihaela Costea, cellist Silvia Chiesa, and pianist Linda Di Carlo, expert in Farrenc’s repertoire. 14 aprile h. 19.30 | Palazzetto Bru Zane

COME A VIENNA

Trio Atanassov © Andrej Grilc

Nella Francia di inizio Ottocento arriva una tendenza musicale da Vienna che pochi sperimentano, quella delle composizioni per il trio viola-violoncello-pianoforte. I musicisti Reicha e Onslow ne furono particolarmente coinvolti, e il repertorio per questa serata è dedicato a loro. L’ensemble Atanassov solca il palco del Palazzetto per riportarci alle loro armonie: Perceval Gilles al violino, Sarah Sultan al violoncello e Pierre-Kaloyann Atanassov al pianoforte. I tre si riuniscono nel 2007 e da allora hanno vinto diversi concorsi. ENG Early nineteenth century France welcomed a Viennese trend: music for viola, cello, and piano trio. Reicha and Onslow embraced it, and tonight’s program honours them. The Atanassov Trio – Perceval Gilles, Sarah Sultan, and Pierre Kaloyann Atanassov – revive these harmonies, as they have since forming in 2007. 21 aprile h. 19.30 | Palazzetto Bru Zane

CORDE SENSIBILI

Ensemble Tamuz © Denis Boulze

Respiro austriaco per l’ultima serata del festival primaverile. Il repertorio è quello di George Onslow e Félicien David, compositori francesi che si ispirarono alla musica da camera in voga a Vienna, in particolare quella dedicata ai quintetti. L’ensemble Tamuz ci riporta a quelle atmosfere. Ai violini Hed Yaron Meyerson e Diego Castelli, alla viola Avishai Chameides e ai violoncelli Victor García García e Constance Ricard, tutti impegnati a offrire interpretazioni particolarmente ricche di espressione emotiva e coinvolgimento del pubblico, ingredienti perfetti per concludere la stagione del Palazzetto. ENG An Austrian breath closes the spring festival, with chamber works by George Onslow and Félicien David, both inspired by Viennese quintets. The Tamuz Ensemble brings these colors to life: Hed Yaron Meyerson and Diego Castelli on violins, Avishai Chameides on viola, and García and Ricard on cellos. 28 aprile h. 19.30 | Palazzetto Bru Zane

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classical OPERA

© Michele Crosera

Dinamici contrasti Vivaldi e una commedia degli equivoci al Malibran A partire dal 2018 La Fenice ha intrapreso una benemerita operazione di riscoperta dell’opera barocca, e particolarmente di quella vivaldiana, parte consistente e pregevole del repertorio del Prete Rosso ma usualmente sottovalutata. Osserviamo con piacere come tale percorso non sia stato interrotto dall’avvicendarsi della nuova Sovrintendenza, e infatti sul palco del Teatro Malibran sarà proposto dal 20 al 29 marzo, in cinque repliche, l’Ottone in villa, che era già andato in scena alla Fenice nel luglio 2020, per una ripresa dell’attività teatrale dopo lo scoppio della pandemia di Covid. L’Ottone in villa (RV 729) fu la prima opera di Vivaldi, musicata su libretto di Domenico Lalli ispirato alla Messalina di Francesco Maria Piccioli (a sua volta messa in musica da Carlo Pallavicino nel 1680). Debuttò il 17 maggio del 1713 in un contesto decisamente insolito, ossia il Teatro delle Grazie di Vicenza. Tuttavia, le intenzioni dei committenti, che desideravano affidare un’opera nuova a un grande maestro per un teatro inaugurato appena l’anno precedente che ambiva ad emergere sulla scena vicentina superando il più celebre Teatro delle Garzerie, incontrarono le esigenze del compositore, che riteneva prudente esordire in un genere per lui nuovo su un palcoscenico meno noto, che non potesse compromettere la sua carriera in caso d’insuccesso. L’opera si colloca nel travagliato “anno dei quattro imperatori”, il 69 d.C. Il protagonista è proprio uno di questi, Otone, che con un colpo Ottone in villa 20, 22, 24, 26, 29 marzo Teatro Malibran www.teatrolafenice.it

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di Stato aveva eliminato Galba, dopo averlo aiutato solo pochi mesi prima nella sua congiura contro Nerone. Non sono però le vicende politiche al centro del dramma, cosa che sarebbe del resto inconcepibile per un’opera di puro intrattenimento quale è quella barocca, bensì quelle sentimentali, in un complesso intreccio di relazioni clandestine, ulteriormente complicato dal fatto che un personaggio, Ostilio, è in realtà una donna travestita da uomo. Un equivoco da commedia romana senz’altro facilitato dal fatto che, secondo la consuetudine del travesti dell’epoca, tutti i personaggi principali, Ottone incluso, sono affidati a voci femminili; unica voce maschile sul palco sarà quella di Decio, che proverà invano a portare una riflessione morale tra i dissoluti giochi amorosi alla corte imperiale. Nicolò Ghigi ENG Since 2018, La Fenice has pursued an important revival of Baroque opera, especially Vivaldi’s often underrated stage works. This commitment continues with Ottone in villa, presented at Teatro Malibran from 20 to 29 March. First staged in 1713 in Vicenza, Vivaldi’s debut opera, set to a libretto by Domenico Lalli, draws on Piccioli’s Messalina and mixes political intrigue with a web of clandestine loves. Set in AD 69, the “year of the four emperors,” the plot focuses not on history but on romantic entanglements, including disguises and mistaken identities. In true Baroque fashion, almost all roles, Ottone included, are performed by female voices, with only Decio offering a male vocal presence. The work blends playful deception and courtly passion, reflecting the theatrical conventions and lively spirit of early eighteenth century opera.


Photo Fabrizio Sansoni

Flusso ininterrotto Alla Fenice il primo incontro tra Michieletto e il repertorio wagneriano Sarà un appuntamento ricco di debutti quello del Lohengrin, sesta opera romantica composta da Richard Wagner, in scena al Teatro La Fenice dal 12 al 26 aprile, in collaborazione col Teatro dell’Opera di Roma e il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia. Infatti, non saranno solo gli interpreti principali a debuttare nelle loro parti (Brian Jagde nel ruolo eponimo, Chiara Mogini in quello di Ortrud e Äneas Humm nei panni dell’Araldo), ma pure la regia, con Damiano Michieletto che per la prima volta si misura con il repertorio wagneriano con un nuovo allestimento. Andata in scena per la prima volta a Weimar il 28 agosto 1850 con la direzione di Franz Liszt, il Lohengrin narra la storia di uno dei custodi del Santo Graal e figlio del cavaliere Parsifal, che compare per la prima volta nell’ultimo canto del poema epico duecentesco Parzival, apparendo misteriosamente su una barca trainata da un cigno per salvare l’onore della duchessa di Brabante. Sempre nel Duecento, Konrad von Wurzburg dedicò a questo mitico eroe un intero poema, lo Schwanenritter. Questa figura aveva naturalmente attirato l’interesse degli autori romantici, dalla pittura (si pensi al celeberrimo dipinto di von Heckel) alla letteratura, con von Görresche ricuperò ed editò un poema turingo-bavarese a lui dedicato. Wagner lesse con attenzione tutta questa letteratura, come lesse molta saggistica sull’epoca di Enrico I di Sassonia (morto nel 936) in cui le vicende sono ambientate, epoca pur essa particolarmente apprezzata dal romanticismo tedesco come periodo di fondazione della nazione germanica. E se il dramma wagneriano sviluppa la sua narrazione attorno alla vicenda d’amore tra Elsa e il suo misterioso salvatore, insidiata dalle trame di Ortruda e Telramondo, sullo sfondo vi è la contesa tra due civiltà, quella cristiana e quella Lohengrin 12, 15, 19, 22, 26 aprile Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it

pagana, e nell’ultima scena, dietro la tragedia d’amore e la dolorosa separazione degli sposi, si celebra il trionfo del Cristianesimo sulla magia pagana, con l’annullamento dell’incantesimo di Ortuda che aveva trasformato in cigno Goffredo, che può così ora prendere possesso del ducato del Brabante. Meritatamente il Lohengrin divenne sin da subito una delle più celebri opere wagneriane, capolavoro non soltanto musicale, come prima espressione del durchkomponiert, cioè dell’opera intesa come successione sinfonica senza interruzione, ma anche letterario, con un libretto che, traendo ispirazione dalla mitologia germanica e dalla storia patria con riferimenti molteplici ed eruditi, vuole piuttosto indagare le profondità dell’esistenza umana, facendo dialogare il passato e l’avvenire (come afferma lo stesso Wagner in una lettera a Liszt alcuni mesi prima del debutto), nello spirito più puro del romanticismo tedesco. Starà ora al nuovo allestimento feniceo essere all’altezza di un simile capolavoro. Nicolò Ghigi ENG Lohengrin arrives at La Fenice from 12 to 26 April, marking multiple debuts: Brian Jagde, Chiara Mogini and Äneas Humm take on their roles for the first time, while Damiano Michieletto stages his inaugural production in the Wagner repertoire. Presented in collaboration with the Opera of Rome and the Palau de les Arts of Valencia, the opera recounts the medieval legend of the Swan Knight, guardian of the Holy Grail and son of Parsifal, whose story fascinated both medieval poets and Romantic artists. Wagner drew on epic sources, historical studies on the era of Henry I of Saxony, and Germanic mythology to craft a drama that blends love, political tension and the clash between Christian and pagan worlds. Premiered in 1850 under Franz Liszt, Lohengrin soon became one of Wagner’s most celebrated works, notable for its durchkomponiert structure and its literary richness. The new Venice staging now faces the challenge of honouring this masterpiece’s emotional and symbolic depth.

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classical DIRETTORI

Marzo e aprile all’insegna dei ritorni per la Stagione Sinfonica della Fenice, con le migliori bacchette d’Europa ad alternarsi sul podio CONSTANTINOS CARYDIS

Constantinos Carydis debutta alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice. Il maestro, nato ad Atene nel 1974 e considerato tra i più importanti direttori d’orchestra della sua generazione, guida la compagine veneziana nell’esecuzione di un programma articolato in tre momenti: aprono la serata le note della Chasse fantastique di Ernest Guiraud; segue O Lightless Light! Ode to Oedipus del compositore greco Periklis Koukos; infine la Symphonie fantastique op. 14 di Hector Berlioz. ENG Greek conductor Constantinos Carydis debuts with La Fenice’s Orchestra, leading a program of Guiraud’s Chasse fantastique, Koukos’s O Lightless Light!, and Berlioz’s Symphonie fantastique. Born in Athens in 1974, he is one of today’s leading maestros. 6, 7, 8 marzo

MICHAEL HOFSTETTER

Bavarese classe 1961, Hofstetter ha studiato organo, pianoforte e direzione presso il Conservatorio Richard Strauss nella sua città natale, lavorando poi come maestro di cappella allo Staatstheater di Wiesbaden. Porta a Venezia un repertorio che comprende capisaldi del panorama musicale come lo Stabat Mater di Pergolesi, il Credo in fa maggiore per voci, archi e continuo di Antonio Lotti e la Sinfonia Al Santo Sepolcro rv 169 di Vivaldi. ENG Born in Bavaria in 1961, Hofstetter studied organ, piano, and conducting in Munich and later worked in Wiesbaden. In Venice he presents Pergolesi’s Stabat Mater, Lotti’s Credo in F major, and Vivaldi’s Sinfonia Al Santo Sepolcro. 3, 4 aprile

MARKUS STENZ

Markus Stenz lega alla Fenice il proprio esordio nel repertorio d’opera datato 1988, nel primo allestimento della versione revisionata di Elegy for Young Lovers di Hans Werner Henze. Da allora ha lavorato con molti tra i più importanti teatri e festival internazionali, tra cui Scala, Bayerische Staastoper, Stuttgart Opera, Frankfurt Opera, Glyndebourne Festival Opera e Chicago Lyric Opera. Nei due concerti di aprile lo vedremo impegnato in un repertorio comprendente musiche di Rebel, Haydn e Schumann. ENG Stenz first appeared at La Fenice in 1988 with Henze’s Elegy for Young Lovers. He has since worked with major opera houses worldwide. His April concerts feature works by Rebel, Haydn, and Schumann, showcasing his refined musical versatility. 17, 18 aprile

ALPESH CHAUHAN

Il direttore britannico classe 1990 è stato ospite del Teatro Malibran nel gennaio 2025 con un programma dedicato a Mendelssohn Bartholdy, Milhaud, Louise Farrenc e Robert Schumann. Il 24 aprile arriva alla Fenice guidando l’Orchestra di Campo San Fantin nell’esecuzione della Vltava (La Moldava) di Smetana, delle Galántai tàncok (Danze di Galánta) di Zoltán Kodály e della Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 43 di Sibelius. ENG British conductor Alpesh Chauhan, born in 1990, returns after his 2025 Malibran debut. At La Fenice he leads the orchestra in Smetana’s Vltava, Kodály’s Dances of Galánta, and Sibelius’s Symphony No. 2 in D major. 24 aprile www.teatrolafenice.it

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classical

L’ebbrezza della musica I 150 anni del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia Con circa un quarto degli studenti provenienti dall’estero (su un totale di circa 600), il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia è una realtà della formazione superiore capace di attirare talenti da tutto il mondo. Sempre al passo con i tempi, il Conservatorio ha di recente avviato un dottorato di ricerca, in collaborazione con Università italiane ed internazionali, segnando così l’ingresso nella “sala concerti” dei temi che stanno aprendo nuove prospettive e nuovi problemi nello studio e nell’esercizio della musica, quelli legati alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale. Letizia Michielon, pianista apprezzata a livello internazionale, docente e compositrice, coordina il dottorato che apre nuovi terreni di confronto con la tradizione musicale di Venezia. Il Conservatorio Benedetto Marcello è da sempre luogo di incroci della cultura non solo musicale: il Palazzo Pisani è il più grande di Venezia dopo il Ducale e combina architettura e decorazione tardorinascimentale e barocca con le esigenze dello studio della musica e della performance moderna. Come dimostrano gli studi di Francesco Amendolagine (VeNews n. 293), Palazzo Pisani esprime la vicinanza culturale, artistica e politica della famiglia Pisani nei confronti della Massoneria inglese, con la quale sono intercorsi intensi rapporti tenuti direttamente da membri della famiglia in posizione di preminenza nella vita politica veneziana. E qui troviamo conferma di una vocazione internazionale, che la famiglia e il Palazzo hanno avuto fin dalle origini. www.conservatoriovenezia.eu/150-anni

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Questa vocazione oggi si rafforza con le celebrazioni del 150° anno dalla costituzione in Conservatorio. Nasce, infatti, nel 1876 come “Società e Scuola musicale Benedetto Marcello”, fondata dal conte Giuseppe Contin di Castelseprio unitamente ad Antonio Buzzolla, Ugo Errera, Gustavo Koppel e Cesare Trombini. Nel 1915 l’Istituto diviene “Liceo Civico Musicale Pareggiato Benedetto Marcello” e infine nel 1940 “Conservatorio di Stato Benedetto Marcello”, con direttore Francesco Malipiero. Oggi, sotto la guida dinamica del presidente Fabio Moretti e del direttore Roberto Gottipavero, il programma dei 150° anni prenderà corpo. Con l’occasione, il Palazzo presenterà i risultati degli accurati interventi di restauro che riguardano anche le sale di ispirazione massonica e quelle dove sono esposti gli strumenti antichi della collezione proveniente dal Fondo Correr. Verrà edito un nuovo volume dedicato alla storia di Palazzo Pisani. Nel 2025 le manifestazioni musicali del Conservatorio hanno superato le 150, con presenze internazionali di assoluto rilievo. Tra queste merita ricordare la rappresentazione della nuova opera L’ebbrezza del volo a settembre ad Osaka e anche l’altra nuova opera Marco Polo. andata in scena nei punti di partenza e di arrivo della Via della Seta, Hangzhou e Venezia, due città chiave nella vita di Marco Polo. Le celebrazioni del 150° anniversario del Conservatorio si collocheranno tra settembre 2026 e settembre 2027, un anno intero di celebrazioni, concerti, incontri ed eventi.


IL TEMPO DI LOUISE FARRENC FESTIVAL DI MUSICA DA CAMERA 28.3 – 28.4.2026

CONCERTO D’INAUGURAZIONE

La Camera del tempo Dieci anni di musica da camera al Teatro La Fenice meritano un titolo all’altezza: Dekàmeron è la stagione 2026 di Musikàmera, trentasei appuntamenti che ripercorrono quattrocento anni di repertorio, dal Rinascimento ai giorni nostri, con un cartellone che mescola grandi nomi della scena internazionale e giovani talenti emergenti. I concerti di marzo e aprile – qui una selezione di un programma ben più ampio – ne offrono già ritratto eloquente. Apre il Chaos String Quartet con Haydn, Berg e Brahms, seguito dal violoncellista Enrico Bronzi in un recital che attraversa quattro secoli di letteratura per strumento solo, da Dowland-Schildt a Bach fino a Hindemith e Britten, nel cinquantesimo anniversario della morte del compositore inglese. Il 25 marzo l’Ars Trio di Roma porta invece alle Sale Apollinee brani di Suk, Smetana e Dvořák. Il 22 marzo la Sala Grande della Fenice si accende per il concerto del decennale: Evgenij Kissin, a misurarsi con i giganti del pianoforte romantico, Beethoven, Chopin, Schumann e Liszt. Una data che segna non solo i dieci anni di Musikàmera, ma la maturità di un progetto culturale che ha saputo portare alla Fenice la voce viva della grande musica da camera, stagione dopo stagione. Il 31 marzo e l’1 aprile le Sale Apollinee si aprono al barocco veneziano con il sopranista Federico Fiorio e il Karalis Antiqua Ensemble: Monteverdi, Cavalli, Barbara Strozzi, Merula, voci e strumenti di un’epoca in cui Venezia era capitale musicale d’Europa. Il filo barocco prosegue l’8 aprile con il mezzosoprano Marina De Liso, accompagnata al violoncello da Francesco Galligioni e al clavicembalo da Francesco Loreggian, in arie di Albinoni, Platti e Händel. Il 21 aprile il Premio Peggy Finzi, istituito dalle sorelle Sonia e Liana Finzi in ricordo della madre, viene assegnato alla carriera al mezzosoprano Sara Mingardo. Sul palco, Mingardo e Zoreslava Vynnyk, con tiorba e clavicembalo, interpretano Monteverdi, Strozzi e Händel in un programma che è omaggio, prima ancora che un concerto. Chiude il mese Sophia Liù, diciassette anni e una padronanza pianistica già sorprendente. Il 28 e 29 aprile la giovane interprete porta in scena la trascrizione della Suite dello Schiaccianoci di Čajkovskij firmata da Pletnev, gli Improvvisi di Schubert e Chopin in una sequenza che culmina nella Prima Ballata op. 23. Liù è una delle tre giovani interpreti a cui Musikàmera affida quest’anno uno spazio speciale. Una scelta che delinea il futuro della Stagione: uno sguardo indietro, grato ai dieci anni trascorsi, e uno avanti, curioso verso i talenti che scriveranno il prossimo decennio. ENG Dekàmeron, Musikàmera’s 2026 season at the Fenice Theatre, celebrates ten years of chamber music with 36 concerts spanning four centuries. March and April already reveal its richness: the Chaos String Quartet opens with Haydn, Berg and Brahms, followed by cellist Enrico Bronzi in a four century solo journey. The Ars Trio performs Suk, Smetana and Dvořák. On March 22, Evgenij Kissin headlines the anniversary concert with Beethoven, Chopin, Schumann and Liszt. Baroque Venice emerges on March 31–April 1 with sopranist Federico Fiorio and the Karalis Antiqua Ensemble, and continues on April 8 with Marina De Liso. On April 21, the Peggy Finzi Prize honors mezzo soprano Sara Mingardo, who performs Monteverdi, Strozzi and Händel. The month closes with rising star Sophia Liù (April 28–29), offering Tchaikovsky–Pletnev, Schubert and Chopin. A season that looks back with gratitude, and forward to the talents shaping the next decade.

DOMENICA 29 MARZO ORE 17 SCUOLA GRANDE SAN GIOVANNI EVANGELISTA All’ombra di Berlioz DUO JATEKOK Naïri Badal e Adélaïde Panaget pianoforti brani di BERLIOZ, HOLMÈS, SAINT-SAËNS, ecc.

Finale con brindisi Palazzetto Bru Zane

San Polo 2368, Venezia +39 041 30 37 615 Da 5 a 15 euro Dettagli delle tariffe online

BRU-ZANE.COM

Musikàmera 3-4, 10-11, 22, 31 marzo; 1, 8, 21, 28-29 aprile Teatro La Fenice www.musikamera.org

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illustrazione © Giada Maestra_Galleria Garance & Marion

Sophia Liu - Photo Frances Marshall


classical RASSEGNE

Le sere dei miracoli Rigore formale Riprendono dopo la pausa invernale gli appuntamenti musicali allo Squero dell’isola di San Giorgio organizzati da Asolo Musica Veneto Musica, giunti ormai all’undicesima edizione. La rassegna si apre sabato 14 marzo con un’esibizione del celebrato Quartetto di Venezia, già più volte esibitosi in tale sede, e che non solo sarà chiamato a dare avvio alla stagione, ma ne sarà il vero protagonista, con varie esibizioni fino al concerto di chiusura. La serata inaugurale si confà particolarmente al talento dell’ensemble veneziano, in quanto approfondisce il genere del quartetto per archi attraverso tre opere, tra loro molto diverse per epoca e per stile, dei compositori forse più importanti per questa forma compositiva, cioè Mozart, Beethoven e Kodály, maestro ungherese forse meno noto al grande pubblico ma uno dei maggiori teorici musicali del secolo scorso. Tra le proposte più interessanti in cartellone per i prossimi mesi, spicca l’esibizione di Christophe Rousset, clavicembalista di fama internazionale, che il 25 aprile condurrà il pubblico in un viaggio nella tradizione musicale francese, con le delicate suites per clavicembalo di compositori quali Jean-Philippe Rameau, Antoine Forqueray e Pancrace Royer. Da segnalare anche una coproduzione con Palazzetto Bru Zane in programma per l’11 aprile nell’ambito del festival dedicato a Louise Farrenc, con Orazio Sciortino che interpreterà al pianoforte una variegata selezione di brani romantici, spaziando dalle composizioni cristalline di Liszt alle note oniriche di Alkan. Nicolò Ghigi ENG After the winter break, concerts return to auditorium Lo Squero on San Giorgio Island for the 11th Asolo Musica season, opening on 14 March with the acclaimed Quartetto di Venezia, featured throughout the program. The first evening explores the string quartet through works by Mozart, Beethoven and Kodály. Highlights ahead include harpsichordist Christophe Rousset on 25 April with French Baroque suites, and an 11 April coproduction with Palazzetto Bru Zane, where Orazio Sciortino performs a Romantic program from Liszt to Alkan. La forma e l’energia 14, 28 marzo; 11, 25 aprile Auditorium Lo Squero-Isola di San Giorgio asolomusica.com

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Una delle più prestigiose compagini italiane, l’Orchestra della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, custode di una tradizione musicale che affonda le radici nella storia stessa del nostro Paese, arriva al Toniolo di Mestre il 17 marzo. Un concerto che unisce eleganza, passione e perfezione esecutiva vede l’Orchestra, diretta da Andrea Chinaglia, impegnata in un repertorio comprendente Le nozze di Figaro: ouverture, la Sinfonia n. 40 in sol minore K 550 di Mozart e quella n. 1 in do maggiore Op. 21 di Beethoven. La seconda parte della serata sarà dedicata appunto alla Sinfonia n. 1 in do maggiore op. 21 di Ludwig van Beethoven, la prima composta dall’autore. Un brano che guarda ancora alla tradizione classica, ma nel quale si riconosce già chiaramente lo stile personale e il desiderio di rinnovare il linguaggio musicale; una composizione intensa che, fondendo chiarezza formale ed emozione, rappresenta uno dei momenti più alti della produzione sinfonica di Beethoven. Virtuosismo, poesia e passione travolgente: il 28 aprile al Toniolo il giovane pianista Giovanni Bertolazzi rende omaggio a Franz Liszt con un programma che ne esalta la genialità visionaria e la potenza espressiva, in un viaggio tra trascrizioni audaci, parafrasi teatrali e pagine di pura introspezione. Dall’incandescente Parafrasi da concerto su Ernani di Verdi alla vertiginosa Totentanz, dalle suggestioni elegiache di Recueillement alla scintillante Rapsodia ungherese n. 12, fino a culminare nella monumentale Sonata in si minore, capolavoro assoluto di tensione e lirismo. Con la sua sensibilità e un talento che si impone per maturità e carisma, Bertolazzi invita il pubblico a immergersi nell’universo lisztiano, fatto di eccessi e poesia, fuoco e malinconia, tecnica trascendentale e canto dell’anima. ENG On 17 March, the resident orchestra at Venice’s Fenice Theatre will perform at Toniolo Theatre in Mestre under Andrea Chinaglia, presenting Mozart’s Figaro Overture, his Symphony No. 40, and Beethoven’s Symphony No. 1, a piece that is still rooted in Classicism yet already showing Beethoven’s emerging voice. On 28 April, pianist Giovanni Bertolazzi offers a powerful homage to Liszt, from the Ernani Paraphrase to Totentanz, the Hungarian Rhapsody No. 12 and the monumental Sonata in B minor, inviting listeners into Liszt’s world of virtuosity, lyricism, fire and introspection. Stagione 2025.26 17 marzo; 28 aprile Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it


© Michele Crosera

Ogni singolo tasto Prima edizione del VeneziaPianoFestival La Fondazione Amici della Fenice presenta VeneziaPianoFestival, primo festival pianistico in città, nato sulle fondamenta del Premio Venezia, in collaborazione con il Teatro La Fenice, con l’obiettivo di arricchire l’offerta artistica veneziana posizionandosi nel contesto musicale internazionale. Da sabato 21 a giovedì 26 marzo, la prima edizione di VeneziaPianoFestival propone sei concerti per pianoforte tenuti da alcuni tra i migliori giovani pianisti della scena internazionale. Questa nuova prestigiosa rassegna annuale dedicata al pianoforte, per la prima volta apre al pubblico di tutte le generazioni in tre sedi storico-artistiche dal valore identitario: le Sale Apollinee del Teatro la Fenice, la Scuola Grande San Giovanni Evangelista e la Scuola Grande di San Rocco. L’idea del primo Festival Pianistico di Venezia è nata come punto d’incontro tra la grande tradizione pianistica mondiale e i talenti del futuro; con la supervisione di un comitato scientifico. Ogni edizione vedrà una serie di concerti accomunati da un file rouge, che per l’edizione 2026 sarà Chopin: «Abbiamo deciso di dedicare questa prima edizione alla musica di Chopin – racconta la Presidente degli Amici della Fenice, Maria Camilla Bianchini d’Alberigo – per un ricordo particolare che mi lega alla rassegna Costellazione Chopin ospitata nel 2002 all’Ateneo Veneto, curata da Mario Messinis. Anche il libro Premio Venezia 1984-2024 del compianto Enrico Tantucci ha avuto un ruolo fondamentale nella voglia di celebrare questo Premio pianistico con una rassegna che ne mettesse in risalto l’eccellenza». Quattro dei sei pianisti – Giacomo Menegardi, Gianluca Bergamasco, Alexander Gadjiev, Elia Cecino – sono stati scelti tra vincitori VeneziaPianoFestival 21-26 marzo Teatro La Fenice, Scuola Grande San Rocco, Scuola Grande San Giovanni Evangelista amicifenice.it

delle ultime edizioni del Premio Venezia, mentre due – Antonii Baryschevskij e Sandro Nebieridze – sono tra i finalisti del celebre Concorso Internazionale “Ferruccio Busoni” di Bolzano. La sinergia tra queste due storiche manifestazioni, entrambe votate alla promozione dei pianisti di domani mette simbolicamente in dialogo i due concorsi. Il Festival si propone di confermare il ruolo di Venezia come capitale del pianoforte, inaugurando una collaborazione virtuosa di elevatissima qualità tra artisti, istituzioni, sostenitori, pubblico veneziano e internazionale e con accordi pluriennali con soggetti cardine del panorama musicale regionale e nazionale, come l’Orchestra di Padova e del Veneto, i cui solisti si esibiranno a Venezia e Padova in un mutuale rapporto di collaborazione destinato a scrivere pagine memorabili della concertistica contemporanea. Nicolò Ghigi ENG The Fondazione Amici della Fenice launches VeneziaPianoFestival, the city’s first piano festival, built on the legacy of the Premio Venezia and in collaboration with the Fenice Theatre. From March 21 to 26, six concerts feature leading young pianists in three historic venues: the Sale Apollinee, the Scuola Grande San Giovanni Evangelista, and the Scuola Grande di San Rocco. Conceived as a meeting point between great pianistic tradition and future talent, each edition follows a theme, with 2026 dedicated to Chopin. Four of the six performers are recent Premio Venezia winners, while two are finalists of the Busoni International Competition, symbolically uniting the two prestigious contests. The festival aims to affirm Venice as a capital of piano music, fostering long term collaborations with major institutions such as the Orchestra di Padova e del Veneto, creating a high level network connecting artists, supporters and audiences.

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Intervista Luca De Fusco – Sabato, domenica e lunedì

AFFRESCO DOMENICALE La maestria drammaturgica di Eduardo è tale da funzionare ad ogni latitudine di Loris Casadei

theatro

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duardo De Filippo più volte dichiarò che

Sabato, domenica e lunedì era una delle sue opere più care, una delle rare sue commedie con un finale dolce e capace di commuovere. Il primo atto si apre nella cucina della famiglia Priore: Rosa, la madre, è intenta nel rito del fine settimana, la preparazione del ragù per condire gli “ziti”, i grossi maccheroni spezzati. Tutti si rivolgono a lei per raccontare i loro problemi, finché non interviene il marito, con un’aggressività ancora da chiarire. La rivelazione avverrà a pranzo, la domenica, ma noi ci fermiamo qui per non svelare la sorpresa. Nelle tre ore di spettacolo la famiglia Priore, allargata secondo la tradizione antica – con figli, zie, fratelli, sorelle e l’immancabile cameriera –, litiga, fa pace, piange e ride, organizza una cena, prova uno spettacolo teatrale, ripara un orologio, cuce un costume, rompe un fidanzamento, discute di imprenditoria e trama vendette. Al vecchio nonno spetta il compito di osservare con distacco gli eventi e distribuire parole di saggezza. Scritta nel 1959, la commedia lascia trasparire fermenti futuri: l’anticipazione del divorzio, l’emancipazione dei figli e la riscossa femminile, soprattutto nella figura della zia Memè. Un critico russo, che vide una versione diretta da Luca De Fusco al Teatro Vachtangov di Mosca nel 2018, ricordò la “pistola di Čechov” sospesa, pronta a sparare. Nessun dettaglio è superfluo, nessuna battuta inutile; talvolta anche un significativo silenzio, come al termine del primo atto, quando Rosa ritorna in nottata in cucina a completare il suo lavoro, dice tutto. Il finale rivela un amore grande e unico per la vita, che nulla può Sabato, domenica e lunedì 8-12 aprile Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it

distruggere. La scenografia porta nella stanza il cielo: ora sereno e solare, ora tempestoso, riflettendo così i diversi stati d’animo dei personaggi. Luca De Fusco è stato Direttore al Teatro Stabile del Veneto dal 2000 al 2010, poi al Teatro Stabile di Napoli nel decennio successivo, approda infine alla Fondazione Teatro di Roma, che raduna i principali teatri della Capitale. Del suo periodo veneziano ricordiamo il coraggio e la determinazione con cui diede forma a una prima versione sperimentale di Lei. Cinque storie per Casanova per gruppi ristretti di spettatori, poi ripresa ufficialmente al Sud. A distanza di anni dall’esperienza moscovita, De Fusco torna oggi al testo con una nuova messinscena, in cartellone al Teatro Verdi di Padova dall’8 al 12 aprile con un cast d’eccezione: Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma e, tra i vari altri, bravissimi attori, Anita Bartolucci nel ruolo della zia Memè e Mersila Sokoli nella giovane e complessa Giulianella. Lo abbiamo incontrato per parlarne. La Commedia riflette molti tratti caratteristici degli anni Sessanta ed è anche molto napoletana naturalmente: il culto del pranzo domenicale, una famiglia con tre generazioni conviventi, la prossimità dei vicini (Rocco che spia le donne di fronte casa sua mentre fanno il bagno), la domestica – la vajassa –, l’uso di numerose espressioni dialettali. Quale tocco magico ha usato per rendere attuale e universale questa pièce? Non c’è nessun tocco magico: è una commedia perfetta di per sé, la tecnicamente più riuscita che Eduardo abbia scritto. Alcuni degli elementi che lei cita non


Luca De Fusco - Photo Tommaso Le Pera

Sabato, domenica e lunedì - Photo Tommaso Le Pera

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theatro LUCA DE FUSCO

sono poi così peculiarmente napoletani: la scena di Rocco che fa colazione spiando dal balcone le donne che fanno il bagno potrebbe accadere in qualsiasi parte del mondo. La convivenza di tre generazioni sotto lo stesso tetto, più che tratto strettamente napoletano, è una dimensione più estesamente tipica degli anni Sessanta e questo ben ci restituisce l’ultima forma di equilibrio familiare che è forse esistita nella nostra civiltà. Oggi il vecchio nonno verrebbe messo in una casa di riposo, la zia Memè avrebbe preso l’appartamentino per sé e il figlio, i ragazzi sarebbero già andati a vivere da soli da un bel po’. Una struttura di convivenza equilibrata che non era certo immune da difetti – ora le mogli non preparano più pedalini e camicia puliti ai mariti, che giustamente se li preparano da soli – e che però faceva della famiglia un’entità decisamente più dialogante e accogliente di quanto non lo sia oggi. Un equilibrio, quindi, a cui forse guardiamo ancora con un filo di nostalgia. Le figure femminili sembrano essere più moderne e coraggiose degli uomini, da Giulianella, che abbandona il fidanzato perché non approva le sue scelte, a zia Memè, che legge Il Gattopardo fresco di stampa ed ha avuto pubblicamente un amante. Questa caratteristica viene mantenuta anche nel suo testo? Il personaggio più moderno è proprio zia Memè; non solo perché legge Il Gattopardo, ma perché cerca di essere costitutivamente attrezzata culturalmente. E poi ha vissuto la sua bigamia – che fa pensare al film brasiliano Donna Flor e i suoi due mariti – con serenità, senza tutte le storie drammatiche che fanno invece suo fratello o sua cognata. È un personaggio molto bello, capace di innescare spesso spunti comici che rallegrano l’uditorio. Il ragionier Ianniello ad un certo punto le dice: «Siete classica»; e lei giustamente risponde: «Voi per educazione dite classica, ma vorreste dire scombinata». Sì, perché lei è una figura completamente fuori dall’ordine costituito dell’epoca, anticipando con grande forza e personalità i tratti della donna moderna. Una delle battute più ficcanti di Giulianella, «la nostra famiglia è di teatro comico napoletano», rappresenta un momento di metateatro esplicito. Ha notato reazioni diverse nei pubblici delle varie città in cui ha portato lo spettacolo?

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Alla fine degli anni Sessanta frequentavo spesso il Salone Margherita: c’è ancora quella partecipazione quasi viscerale che il teatro di Eduardo sapeva suscitare? Lo spettacolo, nel momento in cui parliamo, non è ancora passato per Napoli, quindi non saprei rispondere alla seconda parte della domanda. Quello che posso dire è che siamo rimasti meravigliati dalla reazione del pubblico romano – un pubblico mediterraneo, per certi versi simile a quello napoletano – che ci ha riservato un’accoglienza davvero molto calorosa. Ma la stessa cosa si è ripetuta a Bolzano, con moltissimi spunti comici colti e apprezzati, cosa che francamente non mi aspettavo. E poi ancora a Trento o, che so, a Torino. Evidentemente la maestria drammaturgica di Eduardo è tale da funzionare ad ogni latitudine. Dietro ogni spettacolo c’è una storia. Come è nata questa messa in scena di Sabato, domenica e lunedì? È una storia abbastanza curiosa. Nel 2015, quando dirigevo il Teatro di Napoli, tentammo di diventare uno dei sei teatri nazionali. Impresa assai ardita, considerato che eravamo tra gli ultimi teatri stabili italiani nati e che ciò ci collocava al sedicesimo posto in classifica su diciassette. Ci aiutò Luca De Filippo, che assunse la direzione della Scuola di Teatro, ma non fece in tempo a seguirla: tenne la prima lezione e poi subito dopo purtroppo ci lasciò. In quella fase gli chiesi i diritti di Sabato, domenica e lunedì, da sempre tra le mie pièce preferite, e Luca me li concesse. Dopo la sua morte, però, la concessione non fu confermata dagli eredi. Per un gioco del caso, nel 2018 realizzai ugualmente la commedia al Teatro Vachtangov di Mosca, con attori russi e in lingua russa. Poi, molto tempo dopo, Tommaso De Filippo – figlio di Luca e oggi detentore dei diritti – mi chiese se fossi ancora interessato a metterla in scena. La domanda mi spiazzò, ma dopo lo smarrimento iniziale gli risposi affermativamente. Così è nata questa produzione. Da Pirandello a Tolstoj, da Sofocle a Eduardo De Filippo. Quali i suoi prossimi progetti? C’è un titolo dal forte sapore veneto, l’Otello, con cui inaugureremo la nuova stagione. Lo sto ancora elaborando, ma il cast è più o meno definito e il debutto è previsto per il prossimo novembre.


Gabriel Bella, La regata delle donne in Canal Grande, olio su tela, post 1779 - ante 1792

13.12.25 — 12.4.26

Fondazione Querini Stampalia Castello 5252, Venezia querinistampalia.org

Bella la vita a Venezia 111


theatro 20. BIENNALE DANZA LEONI

Fuoco inestinguibile Bangarra Dance Theatre, il primo Leone a una Compagnia Bangarra Dance Theatre lavora su una materia che precede la scena: il fuoco, elemento vitale e simbolico luogo di trasmissione, attorno al quale le storie passano di corpo in corpo e il tempo non si dispone in linea, ma si addensa. Nel nome stesso della compagnia, Bangarra – nelle lingue delle Prime Nazioni australiane significa letteralmente “accendere il fuoco” –, è già contenuta una dichiarazione di metodo. Difficile immaginare una firma più emblematica per un collettivo che da oltre trentacinque anni porta in scena una memoria che attraversa 65.000 anni di civiltà. La Biennale Danza 2026, diretta da Wayne McGregor, ha assegnato alla Compagnia australiana il Leone d’Oro alla Carriera. È la prima volta che il riconoscimento – storicamente destinato a singoli artisti e coreografi – viene conferito a una Compagnia, e Bangarra è anche la prima formazione interamente composta da danzatori aborigeni e delle isole dello Stretto di Torres a riceverlo. Nella motivazione McGregor cita uno “seismic shift”, uno spostamento profondo nel modo di intendere la danza e il contesto culturale in cui prende forma. Il premio alla Carriera quest’anno celebra dunque una pratica che ha inciso sull’immaginario coreografico internazionale trasformando un patrimonio vivo in linguaggio scenico contemporaneo. Fondata nel 1989 da Uncle Rob Bryant, Cheryl Stone e Carole Y. Johnson a partire dall’esperienza della National Aboriginal Islander Skills Development Association (NAISDA), la Compagnia ha trovato una definizione compiuta nei trent’anni di direzione artistica di Stephen Page, membro dei popoli Quandamooka Nunukul/Ngugi e della nazione Yugambeh Munaldjali. Dal 1991 al 2022, Page ha costruito un corpus di oltre ventisette opere che hanno avuto un forte impatto sulla danza australiana e ridefinito il modo in cui le estetiche indigene vengono lette in ambito occidentale. Dal 2023 la direzione è passata alla coreografa Frances Rings, discendente della tribù Mirning della costa occidentale dell’Australia meridionale, che guida la Compagnia insieme alla direttrice esecutiva Louise Ingram nel solco di una continuità dichiarata: rendere visibile, attraverso il corpo, la complessità culturale e la storia delle Prime Nazioni. Il lavoro di Bangarra si fonda su un equilibrio esigente: trasmettere senza imbalsamare, ogni opera è anche atto di cura verso ciò che porta in scena. I diciotto interpreti della Compagnia – ciascuno legato alla propria appartenenza – fanno del corpo un archivio vivente. È una pratica che implica responsabilità oltre che perizia tecnica, e che spiega la ricezione internazionale costante: dal Lincoln Center di New York al Sadler’s Wells di Londra, dal Théâtre du Châtelet di Parigi al Tokyo Metropolitan Theatre. Al 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea (17 luglio-1 agosto), Bangarra presenta in prima europea Terrain, il 25 e 26 luglio al Teatro Malibran. Coreografato da Frances Rings, il lavoro nasce dall’incontro con il Kati Thanda-Lake Eyre, il più grande lago salato dell’Australia meridionale: una distesa di sale e luce in cui il paesaggio impone tempi lunghi, attese, trasformazioni improvvise. www.labiennale.org

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© Daniel Boud

In nove quadri, Terrain indaga la relazione tra corpo e territorio, dove la superficie terrestre diventa materia coreografica e il gesto si misura con l’orizzonte. La partitura di David Page, la scena di Jacob Nash, i costumi di Jennifer Irwin e le luci di Karen Norris compongono un impianto visivo rigoroso, radicato nella consulenza culturale dell’Elder Arabunna Reginald Dodd, custode delle acque e delle risorse della regione. Chiara Sciascia ENG Bangarra Dance Theatre works with a substance older than the stage: fire. Its name, meaning “to make fire” in First Nations languages, reflects a method rooted in 65,000 years of living culture. For the first time, the Biennale Danza awards its Golden Lion for Lifetime Achievement to a company rather than an individual, recognizing Bangarra’s seismic impact on contemporary dance and its role in bringing Indigenous aesthetics into global awareness. Founded in 1989 and shaped for three decades by artistic director Stephen Page, the company is now led by choreographer Frances Rings, who continues its mission to make the histories and complexity of First Nations visible through the body. Bangarra’s eighteen dancers treat the body as a living archive, an approach that has earned acclaim from New York’s Lincoln Center to London’s Sadler’s Wells. At the 20th Venice Dance Biennale (17 July – 1 August), the company will present the European premiere of Terrain, inspired by the vast salt lake Kati Thanda–Lake Eyre. In nine scenes, the work explores the relationship between land and body, supported by David Page’s score, Jacob Nash’s set, Jennifer Irwin’s costumes and Karen Norris’s lighting, grounded in the cultural guidance of Elder Reginald Dodd.


Corpi ribelli Alla Biennale Danza la rivoluzione di Mamela Nyamza Il balletto classico non la voleva. Troppo atletica, troppo nera, troppo altro rispetto ai rigidi canoni della disciplina. Mamela Nyamza ha impiegato decenni a trasformare quel “no” in poetica militante. La Biennale Danza 2026 le assegna il Leone d’Argento per ciò che ne è venuto fuori: un’opera che lega danza, regia e attivismo, e che il direttore artistico Wayne McGregor descrive come «un pensiero del corpo che affonda le radici nella memoria collettiva ed è attraversato dalle correnti della storia, del genere, della società e della politica». Nata nel 1976 a Gugulethu, sobborgo di Città del Capo, Nyamza studia danza classica fin dall’età di otto anni alla Zama Dance School. I pregiudizi sul suo corpo diventano presto motivo di esclusione: derisa dai coetanei, rifiutata dagli insegnanti, impara a leggere nella danza un campo di forze prima ancora che uno spazio espressivo. Diploma alla Tshwane University of Technology, poi nel 1999 una borsa di studio alla Alvin Ailey International School of Dance di New York, dove co-crea The Dying Swan – che le vale il Dance Umbrella Award per la migliore performance contemporanea. Ma l’idea che comincia a maturare in quegli anni non è di eccellere dentro i canoni, quanto piuttosto di smontarli. Il 2007 segna la svolta con Hatched, assolo con cui Nyamza avvia un programma artistico sistematico: demistificare, decostruire, profanare le regole della danza classica per aprire uno spazio in cui il corpo nero, femminile, queer possa esistere senza chiedere permesso. Le successive performance affrontano temi come lo stupro correttivo inferto alle lesbiche sudafricane, le rivolte e il massacro di Soweto del 1976, la violenza domestica, l’emarginazione sociale. Attingendo alla propria vita e alla propria educazione, Nyamza agisce con una radicalità che non distingue mai il personale dal politico. Le sue radici afrodiscendenti si fondono con la formazione classica, moderna, jazz, gumboot e butoh in un linguaggio composito che non appartiene a nessuna tradizione in particolare e proprio per questo appartiene a tutte. La pratica artistica e l’impegno civile in Nyamza non occupano mai spazi separati. Co-direttrice del Progetto Move 1524 dell’Università di Stellenbosch, ha impiegato la danza-terapia per lavorare con comunità colpite da HIV/AIDS, violenza domestica e abuso di sostanze. Con la sua compagnia Mamelas Artistic Movement offre uno spazio creativo a danzatori marginalizzati da quella stessa politica del corpo che l’aveva esclusa da bambina. Lo Standard Bank National Young Artist for the Dance (2011) e il Marraines Fiddo Award del Festival International de Danse de Ouagadougou (2022) attestano un riconoscimento internazionale costruito opera dopo opera, senza mai smettere di ‘disturbare’. Alla 20. Biennale Danza, Nyamza presenta la prima europea di The Herd/Less il 19 e 21 luglio al Teatro Piccolo Arsenale. Il titolo gioca sul duplice significato di “gregge”: simbolo di armonia collettiva, ma anche di controllo e sottomissione. Lo spettacolo evoca un mondo apparentemente meraviglioso che nasconde violenze reali e un’infinita vulnerabilità. Chi guarda ha il dovere di scegliere da che parte stare, una volta per tutte. C.S.

Photo Esa Alexander

Rejected by classical ballet for being “too athletic, too black, too different,” Mamela Nyamza transformed exclusion into a militant poetic force. The 2026 Venice Dance Biennale awards her the Silver Lion for a body of work that fuses dance, direction and activism, what Wayne McGregor calls “a thinking body rooted in collective memory and shaped by history, gender and politics.” Born in 1976 in Gugulethu, Cape Town, Nyamza trained in classical dance from childhood but soon experienced discrimination that pushed her to challenge the very foundations of the form. After studying at Tshwane University and the Alvin Ailey School, she began dismantling ballet’s rigid codes. Her breakthrough came in 2007 with Hatched, launching a practice that exposes violence, injustice and queer identity while blending African traditions with classical, jazz, gumboot and butoh. Art and activism remain inseparable: she uses dance therapy in vulnerable communities and mentors marginalized performers through her company. At the 20th Biennale Danza, Nyamza presents the European premiere of The Herd/Less, a work that plays on the dual meaning of “herd,” revealing beauty shadowed by real violence and demanding that audiences choose where they stand.

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Photo Emiliano Luciani

La bestia in me Sacco dirige Bizzarri e Montanari ne Il medico dei maiali Nel cuore della stagione teatrale veneziana, dal 6 all’8 marzo, il Teatro Goldoni ospita Il medico dei maiali, dark comedy che gioca con i paradossi del potere e le ambiguità dell’animo umano, affidata all’energia e all’intelligenza di Luca Bizzarri e Francesco Montanari. Scritto e diretto da Davide Sacco, tra i giovani registi teatrali più attivi e originali del panorama italiano, il testo è il terzo capitolo della trilogia La ballata degli uomini bestia, che comprende L’uomo più crudele del mondo – in tournée per ben cinque stagioni – e Sesto potere, tutte storie intense che trattano due temi cari a Sacco: l’esercizio del potere e l’elemento della figura paterna. La trama prende avvio da un evento improvviso e destabilizzante: il re d’Inghilterra muore durante l’inaugurazione di un albergo in Scozia. Un temporale impedisce al medico di corte di arrivare in tempo per accertare il decesso, e la responsabilità ricade sull’unico dottore presente, un veterinario specializzato in maiali (Bizzarri). Costui capisce subito che il re non è morto d’infarto come i consiglieri vogliono far credere, ma sta al gioco, vedendo in questa circostanza un’opportunità per cambiare il proprio destino. Nel frattempo, arriva in albergo il principe ereditario (Montanari) vestito Il medico dei maiali 6-8 marzo Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

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da nazista perché stava partecipando a una festa a tema durante il gay pride, totalmente impreparato a esercitare le responsabilità che il suo nuovo ruolo richiede. È goffo, insicuro, cerca di mettere insieme il suo primo discorso alla Nazione ma non sa da dove cominciare. È però inebriato dalla consapevolezza di avere ora, per la prima volta, il potere tra le mani. Così, tra un equivoco e l’altro, tra strategie e ribaltamenti, si crea un rapporto ambiguo tra il principe e il veterinario, che diventa una sorta di gioco di specchi in cui realtà e finzione si confondono. Bizzarri e Montanari, affiancati da un cast allargato che comprende, tra gli altri, David Sebasti, Mauro Marino e Luigi Cosimelli, offrono due prove attoriali intense e sorprendenti. Tra ironia, tensione e riflessione, per una serrata ora e venti va in scena “un’operetta morale sul potere”, uno spettacolo che è comico e thriller, che avvolge lo spettatore e lo fa entrare con agio nella storia per poi colpirlo con una pugnalata allo stomaco, perché «quando le certezze cadono, quando muoiono i padri e crollano le torri, l’essere umano si mostra sempre per quello che è: una bestia, una bestia pronta a essere un uomo». La produzione, che ha vinto il Premio Nuove Sensibilità 2.0 nel 2022, si avvale delle scene di Luigi Sacco, dei costumi di Annamaria Morelli, delle luci di Luigi Della Monica e delle musiche di Davide Cavuti. Livia Sartori di Borgoricco


© Laila Pozzo

Il dilemma delle tre corde Silvio Orlando alle prese con la vertigine pirandelliana della verità Quanta verità può sopportare un essere umano prima di esserne schiacciato? Alla sua prima esperienza con Pirandello a teatro, Silvio Orlando (al Teatro Toniolo di Mestre dal 3 al 6 marzo e al Teatro Verdi di Padova dall’11 al 15 marzo) sfiora con delicatezza e intelligenza tutte le complesse sfumature della tragica umanità di Ciampa ne Il berretto a sonagli, diretto da Andrea Baracco. Nato da una novella – La Verità – e trasformato in teatro (in siciliano prima, in italiano poi) nel 1917 per la compagnia di Angelo Musco, il testo, che si concentra sullo scandalo, sulla verità che sfugge e sulla follia come rifugio, è uno dei più intensi e moderni del drammaturgo. Il berretto a sonagli racconta la storia di Beatrice Fiorica, donna gelosa e insoddisfatta, che scopre il tradimento del marito con la moglie del suo scrivano Ciampa, e vuole denunciarlo. Ciampa – che sa, sa tutto, ma tollera la situazione perché ossessionato dall’apparire agli occhi degli altri – cerca di evitare la denuncia, tentando di persuadere la signora Beatrice a girare la corda “seria”, quella che fa ragionare ed evita gli scandali. Pirandello gli affida così una delle immagini più rappresentative della sua poetica: tutti sulla fronte abbiamo tre corde, come d’orologio: «la seria, la civile, la pazza». In mezzo alla fronte sta la civile, che serve a vivere in società, a destra c’è la corda seria, per parlare seriamente, a quattr’occhi, e a sinistra la corda pazza… quella che fa perdere il controllo. Beatrice però non ha alcuna intenzione di tacere, e fa scoppiare lo scandalo. Le conseguenze saranno impreviste. Il berretto a sonagli 3-6 marzo Teatro Toniolo-Mestre | 11-15 marzo Teatro Verdi-Padova www.comune.venezia.it | www.teatrostabileveneto.it

Pirandello mette a nudo la fragilità del concetto di onore, che non ha niente a che vedere con la moralità ma è solo il riflesso di come gli altri ci vedono: Beatrice perde tutto perché pretende di vivere secondo un principio di verità; Ciampa sopravvive perché accetta di vivere nella menzogna. In questa nuova messa in scena, dove il salotto borghese diventa un ring, le parole sono fendenti e il riso si trasforma in angoscia, Silvio Orlando, affiancato da una «compagnia fantastica di teatranti veri» – Stefania Medri, Marta Nuti, Michele Eburnea, Davide Lorino, Francesca Farcomeni, Francesca Botti e Annabella Marotta – dà vita a un personaggio umile e profondo, che oscilla tra comicità amara e dolore lirico. Pirandello stesso, in una delle lettere indirizzate ad Angelo Musco prima del debutto del 1917 al Teatro Nazionale di Roma, definì l’opera “nata e non scritta”: non un testo costruito a tavolino, ma “vivo”, in cui le dinamiche umane si svelano attraverso dialoghi che sono mosse d’anima più che semplici parole. Una commedia crudele e feroce, dove il confine tra riso e angoscia si dissolve e dove il “gioco” teatrale smaschera la complessità dei rapporti umani. La regia di Andrea Baracco, uno dei nomi più interessanti della scena teatrale italiana contemporanea, con mano sensibile e profonda si propone di restituire all’opera la sua energia originaria. La visione di Baracco non edulcora il testo, ma lascia emergere tensioni, sguardi incrociati, ambiguità di rapporti costruiti sull’apparenza. «Pirandello – nelle sue parole – non è autore per tempi di pace, ma di guerra. […] In tempi di guerra se la realtà chiama, Pirandello sa cosa rispondere; intravede la feroce e grottesca maschera di un mondo convulso e impazzito». Livia Sartori di Borgoricco

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© Simon Wachter

Senza proferir parola C’è sempre qualcuno che lava i piatti, mentre gli altri danzano. È da questa verità elementare che per Familie Flöz nasce Feste, in scena al Teatro Goldoni dal 10 al 12 aprile: una villa sul mare, un matrimonio in fervente preparazione, e tutto ciò che accade fuori dalla sala da ballo. La compagnia berlinese – fondata nel 1993 e oggi tra le voci più originali del teatro di maschera contemporaneo – ha sviluppato nel tempo un linguaggio scenico riconoscibile in tutto il mondo, costruito sull’uso di maschere parziali che lasciano libero il corpo e annullano la parola. Oltre vent’anni di tournée internazionali, produzioni accolte in decine di Paesi e una capacità rara di parlare a pubblici diversissimi senza tradursi mai: non c’è niente da capire, solo da guardare. Con Feste la compagnia torna a un procedimento già collaudato in Teatro Delusio – mostrare il backstage, ciò che accade dietro le quinte della festa, non dalla sala con i tavoli ma dal cortile dove lavorano il custode, il cuoco, la donna delle pulizie, il direttore. Invisibili ai padroni, visibilissimi allo spettatore. Tra loro cerca rifugio una giovane donna incinta, impaurita, tra i sacchi della spazzatura, che con la propria sola presenza finisce per cambiare qualcosa nell’equilibrio di tutti. Quello che colpisce è la densità in scena: una ventina di personaggi abitano il cortile, eppure dietro le maschere ci sono solo tre attori, Andres Angulo, Johannes Stubenvoll e Thomas van Ouwerkerk, anche autori dello spettacolo insieme a Hajo Schüler e Michael Vogel. È un piccolo miracolo di economia teatrale. I personaggi sono tutti intrappolati nelle loro gerarchie, incapaci persino di parlarsi, capaci però di un unico sentimento per volta, e di sprigionarlo alla massima potenza. La comunicazione si insinua altrove: negli oggetti che passano di mano in mano, nei profumi, in un grembiule donato in silenzio a chi non ha niente, che vale più di qualsiasi discorso. Il rischio di questo teatro è che la perfezione formale diventi prevedibile, che il contrasto ricco/povero risulti troppo ordinato per sembrare davvero “sporco di vita”. Ma quando la macchina si inceppa nel modo giusto, quando un gesto rompe la simmetria, l’arte di Familie Flöz raggiunge una qualità rara: quella di raccontare l’umano senza nominarlo mai. C.S. Feste 10-12 aprile Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

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Il santo di tutti Simone Cristicchi ha costruito la propria carriera su una paradossale forma di coerenza: essere popolare senza essere semplice. Dalla vittoria a Sanremo con Ti regalerò una rosa agli spettacoli teatrali su Mussolini, sui manicomi, sulla felicità, ogni progetto sposta il confine un po’ più in là, senza mai perdere il filo diretto con il pubblico. Franciscus, in scena al Teatro Goldoni dal 20 al 22 marzo, è forse il suo tentativo più ambizioso in questa direzione: raccontare Francesco d’Assisi senza santificarlo, anzi servendosene come punto di attrito con il presente. Prodotto con il Centro Teatrale Bresciano nel 2023, lo spettacolo è un audace assolo che continua a collezionare sold-out in tutta Italia. Un solo corpo in scena, una ventina di personaggi, una storia avanza per frammenti e voci sovrapposte. Cristicchi interpreta tra gli altri Cencio, stracciaiolo girovago inventore di una lingua tutta sua, osservatore critico e straniante del cammino di Francesco. È la mossa drammaturgica più riuscita: introdurre uno sguardo basso, sghembo, che incrina ogni tentazione agiografica e restituisce al santo la sua dimensione più scomoda – quella di un uomo in crisi, consumato dal dubbio, che imparava facendo e si perfezionava incontrando. Uno che non possedeva Franciscus 20-22 marzo Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it


Photo Laila Pozzo

Pareti sottili

risposte, ma insisteva con le domande. Le domande sono il vero motore dello spettacolo. La scelta della povertà assoluta, il rifiuto della proprietà, la cura per gli ultimi e la vita in armonia con il creato sono posizioni che nel XIII secolo fecero di lui un sovversivo, e che oggi, nel frastuono di una società piagata da una crisi climatica e da una disuguaglianza sociale crescente, suonano meno mistiche e più politiche di quanto si vorrebbe ammettere. Cristicchi non predica – e questo è il suo pregio principale – ma lascia che le contraddizioni restino tali, affidate anche alle canzoni scritte con la cantautrice Amara, che rilanciano l’azione su un piano emotivo diverso, spostando il registro senza interrompere il flusso. C’è poi una dimensione che lo spettacolo lascia emergere quasi di sottecchi, e che forse è quella più potente: il labile confine tra follia e santità. Francesco non è mai del tutto distinguibile dal pazzo – e Cencio, con il suo sguardo storto e la sua lingua inventata, è lì proprio a ricordarcelo. È un equilibrio instabile, quello tra estasi e delirio, tra visione profetica e alienazione, che Cristicchi tiene in tensione senza mai scioglierlo. Un rivoluzionario che parlava agli uccelli, e che forse per questo continua a dare fastidio. A completare il progetto, il libro scritto con Simona Orlando e pubblicato da Baldini+Castoldi, che approfondisce il percorso di ricerca alla base dello spettacolo. C.S.

C’è un momento, in ogni relazione lunga, in cui il desiderio smette di bussare e comincia a chiedere il permesso. Compila moduli. Si adegua agli orari. Si mette in agenda tra il dentista e la cena dai suoceri. Vicini di casa, al Teatro Goldoni dal 27 al 29 marzo, parte da una domanda che nessuno fa mai volentieri: facciamo abbastanza spesso l’amore? Ma, soprattutto, lo facciamo ancora con passione, o giusto per ‘manutenzione’? Anna e Giulio (Amanda Sandrelli e Gigio Alberti) sono una coppia rodata. Traduzione: si vogliono bene, si sopportano, si conoscono troppo. Lui è ironico, disilluso, pieno di quella brillantezza difensiva che maschera il rammarico di ciò che non è stato. Lei è più lucida, più inquieta: non vuole rompere tutto, ma nemmeno continuare a spegnersi lentamente. Poi arrivano i vicini. Giovani, rumorosi, sessualmente espansivi come una notifica che non puoi silenziare. Laura, psicologa disinibita, e Toni, pompiere con metafora incorporata, fanno sesso con entusiasmo, creatività, partecipazione allargata, e lo fanno sapere. Non chiedono il permesso. Non abbassano la voce. Il fastidio è immediato. L’invidia pure. Nonostante ciò le due coppie finiscono intorno a un tavolo: un bicchiere di vino, qualche fetta di patanegra, e la conversazione che vira, sempre meno timidamente, sul terreno più scivoloso di tutti. Alessandra Acciai e Alberto Giusta completano un quartetto che sa esattamente dove vuole arrivare… e ci arriva ridendo. La commedia – Los vecinos de arriba di Cesc Gay, adattata da Pino Tierno – gioca sul contrasto, ma sotto le battute c’è qualcosa di meno comodo: non è il sesso in sé a mancare, è l’energia. È la possibilità di sentirsi ancora desiderabili, ancora scelti. Non dati per acquisiti come un mutuo a tasso fisso. Gigio Alberti si muove con un’ironia chirurgica, capace di divertire proprio mentre smonta il personaggio pezzo per pezzo. Amanda Sandrelli lavora per sottrazione: Anna è quella che osserva, assorbe, vacilla. Non cerca la trasgressione come bandiera, ma come scossa cardiaca. La soluzione? Non è così semplice come “aprire la coppia” o “lasciarsi”, anche se la provocazione arriva. La vera questione è più spietata: quanta parte di noi abbiamo sacrificato sull’altare della tranquillità? E quanto desiderio siamo disposti a rischiare pur di non perdere l’equilibrio? Si ride molto. Ma si esce con una sensazione meno leggera del previsto. Perché il desiderio non muore di colpo. Si organizza. E quando si organizza troppo, comincia a somigliare a una riunione di condominio. Chiara Sciascia Vicini di casa 27-29 marzo Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

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Il peso di una piuma La spietata profezia di Mamet sullo sgretolamento del potere USA. Tempo di elezioni presidenziali, un presidente uscente che non vuole mollare. I sondaggi vanno male, i fondi si stanno esaurendo, la minaccia di una guerra nucleare è sempre più imminente e alla Casa Bianca la First Lady ha già iniziato a fare i bagagli. Charles Smith – protagonista di November, con cui Luca Barbareschi chiude la Stagione di prosa del Teatro Goldoni dal 17 al 19 aprile – crede di avere ancora un’ultima carta da giocare: graziare due tacchini dalla macellazione prima del Giorno del Ringraziamento, e sperare che basti. Non è una metafora. È proprio quello che succede. David Mamet ha scritto November nel 2007, all’inizio della grande recessione, con quella sua capacità di portare il linguaggio politico fino al punto di rottura: il momento in cui smette di sembrare corrotto e comincia a diventare semplicemente ridicolo. La commedia è una macchina comica a orologeria, due atti con cambi di ritmo continui e ripartenze spiazzanti, dove ogni battuta è calibrata per far male mentre strappa la risata. Non c’è moralismo, né redenzione, solo un sistema che si autoalimenta di furbizia, opportunismo e infantilismo, e un presidente che ne è l’espressione più pura e grottesca. È qui che entra Barbareschi, che del personaggio ha detto: «È un bambino. Batte i piedi, piange, ride, si sdraia, spacca tutto, vuole il November 17-19 aprile Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

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giocattolo solo per lui, non gliene frega niente, vuole il potere». Una definizione che suona come una diagnosi, e non solo del personaggio. Perché Smith – cialtrone volitivo, seduttivo nella sua totale mancanza di scrupoli – assomiglia pericolosamente a una certa idea di leadership che negli ultimi anni ha smesso di essere caricatura, per diventare modello. Mamet lo aveva intuito con quasi vent’anni di anticipo e questo è forse il dettaglio più inquietante dello spettacolo: non che sembri attuale, ma che sembri scritto adesso, per adesso, su persone precise. Accanto a Barbareschi c’è Chiara Noschese, anche regista, che tiene il ritmo serrato di una commedia che non concede pause sentimentali. November non ha il respiro della grande satira politica che vuole cambiare il mondo, e non lo cerca. Preferisce qualcosa di più onesto e feroce: mostrare come funziona davvero il potere quando smette di fingere di avere principi. Il sogno americano come giustificazione universale, la democrazia come spettacolo, i tacchini come ultimo disperato tentativo di narrativa presidenziale. La commedia funziona, e Barbareschi lo sa. Ma Mamet aveva scritto questo presidente bambino pensando a un tipo umano, convinto di esagerare. I tacchini vengono graziati, il Presidente si salva, tutti ridono. Nel frattempo quel tipo umano ha vinto elezioni, firmato decreti, spostato confini. E il mondo, a differenza dei tacchini, non ha ancora capito se verrà graziato o no... Chiara Sciascia


IDEAZIONE E REALIZZAZIONE ORGANIZATION

CON / WITH

CON IL CONTRIBUTO DI / WITH THE SUPPORT OF

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Photo Giulia Cher

Chill’è pazzo! Chi è davvero il pazzo? E cos’è in fondo la realtà? Era negli intenti di De Filippo che domande come queste solleticassero il pubblico spettatore di Ditegli sempre di sì. Pur essendo tra i testi meno conosciuti del grande drammaturgo napoletano, questa commedia vivace e sorprendente, che l’11 e il 12 marzo arriva al Teatro Toniolo in un nuovo allestimento proposto dal regista Domenico Pinelli, resta fino ad oggi attualissima nel suo tema. Un’opera sospesa tra comicità farsesca e riflessione amara sul labile confine tra salute e malattia mentale. A dichiararlo è Eduardo stesso: «Eccomi a voi. Non c’è filosofia nella farsa che recito stasera, ma un personaggio della vita vera, un tal dei tali affetto da follia. Non c’è tesi specifica, né un fatto, ma cosa pensa e come vive un matto». Recita il prologo disarmante nella sua semplicità. E ancora continua: «Allora è un dramma, mi direte voi, io vi rispondo “è una tragedia nera, ma non è nostra”. E la tragedia vera diventa farsa se non tocca noi. Ditene male del lavoro mio, ma la pazzia non l’ho inventata io. Divertitevi dunque, riflettendo che ognuno può trovarselo davanti un vero matto». Scritta nella seconda metà degli anni Venti, quando Eduardo De Filippo lavorava ancora nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta, Ditegli sempre di sì è la storia di Michele Murri, un pazzo metodico con la mania della perfezione: la sua follia non è violenza né delirio, ma eccesso di ragionevolezza. Un pazzo tranquillo, socievole, cortese, all’apparenza l’uomo più normale del mondo, affetto, tuttavia, da una follia che lo porta a confondere i suoi desideri con la realtà che lo circonda. Dimesso dopo un anno in manicomio grazie alla fiducia di uno psichiatra ottimista, torna a casa dalla sorella Teresa e si ritrova immerso in un mondo dove le convenzioni sociali, le mezze verità, i malintesi e i modi di dire formano una realtà ben più caotica e irrazionale della sua mente ordinata. Gli equivoci si moltiplicano, le situazioni si aggrovigliano, e intorno a Michele tutto precipita. Attore alla prima esperienza da regista Domenico Pinelli dirige con mano sensibile un giovane cast, composto da Mario Autore, Anna Iodice e lo stesso Pinelli, capace di onorare con delicatezza e precisione il testo, restituendo tutta la profondità e comicità di un’opera in cui, dietro ogni risata si nasconde un’ombra. Diletta Rostellato Ditegli sempre di sì 11, 12 marzo Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

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Fantozzi. Una tragedia © Nicolò Rocco Creazzo

Matricola 1001/bis Fantozzi Ugo, impiegato dell’Ufficio Sinistri della gloriosa quanto famigerata Megaditta denominata ItalPetrolCemenTermoTessilFarmoMetalChimica non è una maschera tragica creata da Paolo Villaggio. Fiumi di inchiostro si sono versati sulla grande capacità dell’attore genovese di portare sullo schermo la miseria di un uomo privato quotidianamente della propria dignità, imprigionato in un lavoro alienante in cui i superiori devono essere serviti e riveriti, non importa se non sanno nemmeno pronunciare il tuo cognome, storpiandolo regolarmente. Ugo ragionier Fantozzi è «Il prototipo del tapino, ovvero la quintessenza della nullità, il massimo della mediocrità eccezionale», come lo definì lo stesso Villaggio. Ma la vera rivoluzione è avvenuta quando il passaggio dalla commiserazione alla risata si è fatto strada nel pubblico di tutta Italia, portando a termine il riscatto che deriva dalla consapevolezza. Gianni Fantoni raccoglie il testimone di Paolo Villaggio dopo averlo conosciuto personalmente e averne carpito dalla viva voce le sfumature più impercettibili, quelle che vanno oltre i mutandoni, la canottiera di flanella e il cappello, quella specie di basco che il nostro portava anche dentro casa, schiaffato davanti alla televisione dopo aver fatto a pugni con i vicini per entrare correre in poltrona a sintonizzarsi per primo. Fantozzi. Una tragedia, al Toniolo il 21 e 22 marzo, per la regia di Davide Livermore e la supervisione Fantozzi. Una tragedia 21, 22 marzo Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it


Photo Max Pucciariello

Capitolo secondo musicale di Fabio Frizzi, autore della storica Ballata di Fantozzi cinematografica («Sveglia e caffè, barba e bidet, presto che perdo il tram…» per intenderci) porta in scena la moglie Pina, la figlia Mariangela, i colleghi Filini, Calboni, la signorina Silvani, l’Onorevole Cavaliere Conte Catellani e altri come tessere di un mosaico con cui Paolo Villaggio ha dato voce a una categoria umana oscillante tra opportunismo e cattiveria, tra piaggeria e violenza, tra disincanto e feroce arrivismo. A partire dagli anni Settanta del Novecento, questi personaggi sono entrati nell’immaginario collettivo creando un linguaggio prima inesistente, talmente forte e originale da determinare il parlare comune. Villaggio ha registrato con la propria coscienza sociale l’esplosione di un mondo segnato dai padroni – quei Megadirettori Galattici e Naturali tanto simili a divinità, con uffici arredati con poltrone in pelle umana, piante le cui dimensioni dipendono dal rango e impiegati meritevoli messi a nuotare nel proprio acquario – e dai “servi”, ovvero la “mostruosa” genia impiegatizia, approfittatrice, disposta a tutto pur di ricevere una promozione. Nella visione registica di Davide Livermore il destino dei personaggi sembra già scritto al pari degli eroi classici, stavolta votati però al fallimento, non certo alla gloria eterna. E allora ogni singolo gesto, anche buttarsi davanti alla televisione con frittatona di cipolle e Peroni ghiacciata, può dar l’illusione di essere liberi. Anche prendere un autobus al volo mentre i condomini fanno il tifo per te, affacciati al balcone. Fantozzi non l’aveva mai fatto, ma l’aveva sempre sognato. Davide Carbone

Ci sono spettacoli che non si dimenticano. E poi ci sono i Momix, che fanno di più: ti abitano dentro, come un sogno ricorrente in cui il corpo umano smette di essere tale e diventa ramo, fascio di luce, petalo in caduta. La compagnia americana di base a Washington diretta da Moses Pendleton arriva al Teatro Toniolo di Mestre dal 14 al 19 aprile, con un totale di ben sette repliche di Botanica – Season 2, secondo capitolo di uno dei loro lavori più amati e celebrati a livello internazionale. Un ritorno atteso, quello dei Momix, che nel 2026 hanno raggiunto la straordinaria soglia delle diecimila esibizioni in tutto il mondo: un traguardo che racconta la forza di un linguaggio immaginifico capace di attraversare culture, latitudini e generazioni. Quarantacinque anni di carriera alle spalle, eppure la compagnia non smette di reinventarsi, di stupire, di interrogare la meraviglia. Creato nel 2009 e ripreso nel 2026, Botanica è un viaggio lussureggiante e surreale attraverso i mutevoli scenari della Natura, tra l’avvicendarsi delle stagioni e il trascorrere del giorno. L’eclettica colonna sonora spazia dal canto degli uccelli alla musica di Vivaldi accompagnando i corpi dei danzatori che diventano metafore del Creato: vespe ronzanti, calendule sensuali, rami protesi verso il cielo, luce ed energia. In questa nuovo lavoro il visionario coreografo dei Momix, da sempre ispirato alle forme e alle metamorfosi del mondo naturale, riprende il celebre capolavoro della compagnia e lo reinventa. D’altra parte, Botanica – Season 2 non è una semplice ripresa, ma un’evoluzione: ad attendere il pubblico è una versione dello spettacolo arricchita di effetti tecnologici inediti e immagini tridimensionali. Un’esperienza totale che mira al coinvolgimento di tutti i sensi. Lo spettatore si ritrova piccolo, quasi in miniatura, di fronte alla grandiosità silenziosa del mondo vegetale. Lo spettacolo restituisce al pubblico l’armonia e la perfezione del ciclo vitale, instillando la consapevolezza che custodire e proteggere con cura la bellezza e la diversità del nostro Pianeta sia un compito che appartiene ad ognuno di noi. Un appuntamento da non perdere per chi vuole ritrovare, almeno per una sera, il senso autentico del meraviglioso. Diletta Rostellato Botanica – Season 2 14-19 aprile Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

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theatro SSSSSSSWELL

Sulle tracce del Serpente Intervista Annabelle Chambon e Cédric Charron di Loris Casadei Me ne aveva parlato Matteo Sedda durante un incontro al Ridotto del Teatro Verdi in occasione della sua performance Hear Me Moo. Il tono era entusiasta: «All’interno del gruppo di Jan Fabre sono maestri incontrastati. Sono sempre un esempio, artisti super professionali dalla grande immaginazione creativa; certo non sempre seguono le regole, ma il contatto con il pubblico è ricercato in ogni modo, attraverso una potente gestualità e carica umana». Si tratta del duo Annabelle Chambon e Cédric Charron, da oltre vent’anni figure di riferimento della compagnia Troubleyn/Jan Fabre, impegnata di recente ad Anversa nel festival organizzato dal collettivo in occasione del quarantesimo anniversario, The Poetry of Resistance, titolo che coincide con quello della performance presentata in prima nazionale. Su Jan Fabre sono stati scritti innumerevoli libri e saggi. Qui basti ricordare la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1984 con lo spettacolo Il Potere delle follie teatrali: cinque ore di storia del teatro seguendo la sensazione dei corpi e del piacere della visione. Senza dimenticare però, nel 2019, la monumentale scultura di nove metri, The Man who Measures the Clouds, installata nel giardino di Palazzo Balbi Valier affacciato sul Canal Grande, una delle sue numerose opere presentate negli anni alla Biennale Arte. Annabelle e Cédric ne stanno portando avanti il lavoro. Lei proviene dal Conservatorio musica e danza di Lione, lui invece dalla scuola di Danza Contemporanea di Bruxelles. Hanno spesso lavorato insieme, accanto a Jan Fabre in alcuni spettacoli celebri, quali Mount Olympus. To Glorify the Cult of Tragedy del 2015, esplorazione della tragedia greca della durata di 24 ore (è possibile visionarne alcune sintesi online), ma anche con una propria Compagnia. Avremo la fortuna di vederli, sentirli e accompagnarli il 27 marzo al Teatro del Parco a Mestre all’interno della rassegna You Theatre Dance ~ Independent Music nello spettacolo SSSSSSSWELL. Nello spettacolo, umorismo e ironia non celano la crudele riflessione e lo svelamento del culto del benessere e del corpo preso di mira dalle campagne di marketing. Vorrei prendere qui in prestito una dichiarazione di una loro amica, anche lei parte del gruppo Fabre, l’irriverente e fascinosa Irene Urciuoli: «È proprio nella ripetizione fino allo sfinimento fisico e mentale che i performer possono veramente lasciarsi andare, liberandosi da qualsiasi maschera. I performer non recitano la fatica, la vivono con tutte le loro cellule». Prepariamoci. Penso a Jan Fabre e a Body, body on the wall.... Alla fine è una riflessione sul rapporto con l’altro e con il pubblico. Nella fase attuale di creazione dei vostri spettacoli quale ruolo attribuite al pubblico? Il pubblico occupa una posizione centrale nel nostro lavoro. La nostra urgenza artistica nasce dal bisogno di considerarlo non solo nel SSSSSSSWELL 27 marzo Teatro del Parco-Mestre www.youtheater.art

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suo ruolo passivo di spettatore, ma in quello più ampio di complice e parte viva dell’esperienza, un corpo che entra in diretta relazione con il nostro. Che assuma il ruolo di attore o di “voyeur”, desideriamo che partecipi a un’azione che si compie attraverso il corpo stesso; un incontro che si deve percepire, sentire, vivere. Per anni il corpo è stato il campo delle nostre battaglie sulle scene di Fabre; oggi è il corpo degli spettatori al centro della nostra attenzione. Lo spettacolo che ci apprestiamo a vivere nella nostra città, SSSSSSSWELL (ma perché sette “S”?), a Talence e a Bordeaux si è svolto in modo molto partecipativo. Al Teatro del Parco le modalità saranno le stesse? Cosa deve aspettarsi il pubblico? Le sette “S” prendono spunto da Bob Fosse, che nel film The Little Prince (1974) di Stanley Donen interpreta il Serpente, e dalla canzone A Snake in the Grass associata a quel personaggio. Il riferimento richiama anche l’incontro tra il Serpente e il Piccolo Principe e la cosiddetta “soluzione” ai problemi della vita secondo il Serpente. Abbiamo sviluppato il progetto creativo in due spettacoli: uno per il palco e uno partecipativo, destinato allo spazio pubblico. Il punto di partenza è lo stesso per entrambi: l’idea della manipolazione dei cervelli, presente in alcune pratiche e derive del mondo della realizzazione personale e della ricerca del benessere fisico e spirituale. A Mestre presenteremo lo spettacolo per il palco. Ci siamo interrogati partendo dalla condizione dello spettatore seduto, immerso in un atteggiamento consumistico: «Ma non temete, andrà tutto bene, abbiamo la soluzione a tutti i vostri problemi!». Il corpo è sempre più lo specchio di una trasformazione in corso, dalle pratiche fisiche all’IA. Il condominio di J.C. Ballard è più che mai attuale. I tempi in cui l’attrice italiana Anna Magnani diceva «Lasciatemi tutte le mie rughe… ci ho messo


In the Serpent’s wake

ENG

Matteo Sedda had mentioned them to me during a meeting at the Ridotto of Teatro Verdi, on the occasion of his performance Hear Me Moo. His tone was enthusiastic: “Within Jan Fabre’s group they are unmatched masters. They’re always an example: super‑professional artists with enormous creative imagination; of course, they don’t always follow the rules, but they seek contact with the audience in every possible way, through powerful gestures and human intensity.” He was speaking of the duo Annabelle Chambon and Cédric Charron, for over twenty years key figures of the company Troubleyn/Jan Fabre, recently engaged in Antwerp in the festival marking the collective’s fortieth anniversary, The Poetry of Resistance. Annabelle and Cédric extend Fabre’s legacy. She trained at the Conservatory of Music and Dance in Lyon; he at the School of Contemporary Dance in Brussels. They have often worked together, alongside Fabre in celebrated productions such as Mount Olympus. To Glorify the Cult of Tragedy (2015), a 24‑hour exploration of Greek tragedy, while also developing work with their own company.

Non temete, andrà tutto bene, abbiamo la soluzione a tutti i vostri problemi! una vita a farmele venire» sembrano lontani. Come affrontate questo cambiamento nei vostri spettacoli? Il corpo è un* vecchi* resistente politic*: il mondo cambia e con esso le nostre pratiche, naturalmente, ma il corpo ha la capacità di ‘digerire’ ogni cambiamento. Il nostro corpo, come quello di molti organismi viventi, è in grado di adattarsi. Ed è verso questa intelligenza dell’adattamento che dobbiamo tendere: adattarsi, aggirare, ergersi, senza piegarsi. Per natura siamo ottimisti e non possiamo accettare il futuro del mondo guardandolo da dietro occhiali di violenza e paura. Dobbiamo operare ogni giorno affinché ciò non accada. Nel nostro lavoro cerchiamo sempre di mettere in evidenza la necessità di uno spirito critico forte. I nostri due ultimi progetti si fondano sui principi della manipolazione del vivente e della manipolazione dei cervelli: vogliamo smontare certi meccanismi e condividerli con chi ci segue, sia sul palco sia in modalità partecipativa nello spazio pubblico. Se il mondo sembra non prendere la direzione giusta, allora dobbiamo immaginare ogni giorno un mondo migliore. Spesso i vostri spettacoli celebrano la libertà, la resistenza, il richiamo a una reazione psicologica. Qual è il nemico che percepite? Il nemico è chiaro: la deriva capitalista e la meschinità di chi cerca di approfittare di questa stessa deriva, sfruttando la debolezza di altre persone o di interi gruppi. «Ogni mattina si alza un piccione…» diventa così un adagio della logica del profitto. Non vogliamo vivere in una giungla. Il nostro obiettivo è la riappropriazione del politico attraverso il corpo. Attraverso i nostri corpi passa il rifiuto di un certo capitalismo e con essi si afferma un gesto di resistenza e di indipendenza.

The role of the audience The audience holds a central place in our work. Our artistic urgency stems from the need to consider them not merely as passive spectators but as accomplices, living bodies entering direct relation with ours. Whether as actors or as voyeurs, we want them to take part in an action achieved through the body itself–an encounter to be perceived, felt, lived. For years the body was our battlefield on Fabre’s stages; today, it is the spectators’ bodies that stand at the centre of our focus. About SSSSSSSWELL and its form The seven “S’s” come from Bob Fosse, who in Stanley Donen’s The Little Prince (1974) plays the Snake and performs the song A Snake in the Grass. The reference also recalls the meeting between the Snake and the Little Prince and the so‑called “solution” to life’s problems according to the Snake. We developed two versions of the project: one for the stage and one participatory version for public space. Both start from the same idea: the manipulation of minds found in certain practices and excesses of the self‑help and wellness world. In Mestre, we will present the stage version, reflecting on the condition of the seated spectator immersed in a consumerist attitude: “But fear not, everything will be fine. We have the solution to all your problems!” The body and contemporary transformation The body is an old political resister. The world changes and so do our practices, but the body has the ability to “digest” every transformation. Like many living organisms, it can adapt, and it is toward this intelligence of adaptation that we must move, adapt, bypass, stand tall without bending. We are naturally optimistic and cannot accept the future of the world if viewed through lenses of fear and violence. Every day we must work so this does not happen. In our work we aim to highlight the need for a strong critical spirit. Our latest two projects revolve around manipulation of the living and of the mind: we want to dismantle certain mechanisms and share them with those who follow us, on stage and in participatory formats in public space. If the world seems to head in the wrong direction, then we must imagine a better one every day. Identifying the enemy The enemy is clear: capitalist drift and the pettiness of those who exploit it, taking advantage of the vulnerability of individuals or entire groups. “Every morning another pigeon rises…” becomes a motto of profit logic. We refuse to live in a jungle. Our goal is the reclamation of politics through the body. Through our bodies passes the rejection of a certain capitalism; through them we affirm a gesture of resistance and independence.

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theatro STAGIONE

Mio eroe, Giuliana Musso, photo Massimo Battista

Finale di stagione Giuliana Musso, Roberto Serpi e Accademia Goldoni al Teatro del Parco La stagione TOP – Theatre of the People del Teatro del Parco di Mestre, progetto della compagnia Pantakin al suo trentesimo anno, diretta in sinergia con Tadan e con la direzione artistica di Michele Modesto Casarin, Manuela Massimi ed Emanuele Pasqualini, saluta il pubblico tra marzo e aprile con un trittico volutamente disomogeneo: una testimonianza, un’allegoria, un esercizio di stile. Mio eroe di Giuliana Musso – in scena il 4 marzo – parte da dove la retorica di solito finisce: le madri dei militari italiani morti in Afghanistan durante la missione ISAF. Non eroi, non simboli. Figli. Il monologo, scritto, diretto e interpretato dalla stessa Musso, raccoglie voci reali e le restituisce con una precisione quasi documentaria, ancorata ai dettagli, un gesto, un’abitudine, una voce al telefono. È quella concretezza a fare la differenza, perché evita la celebrazione, evita il lutto esibito, e lascia emergere qualcosa di più profondo, ovvero la distanza tra le parole che usiamo – pace, sacrificio, missione – e le vite che ci stanno dentro. Solo alla fine, quasi in controluce, affiora l’inatteso: la voce delle madri che piangono i figli è, forse, l’unica voce davvero razionale rimasta. Con Vautours – Avvoltoi di Roberto Serpi (31 marzo) il registro cambia di colpo. Tre uomini – Sergio Romano, Roberto Serpi e Ivan Zerbinati – in uno spazio sotterraneo e spoglio, senza coordinate, senza TOP – Theatre of the People 4, 31 marzo; 24 aprile Teatro del Parco-Mestre pantakin.it

scenografia, senza musica. Solo corpi e una lingua diretta fino alla rudezza. Sono disoccupati in una società che misura il valore umano esclusivamente in termini di produttività, e il testo lavora su questa esclusione con una tensione che si accumula senza mai scaricarsi del tutto. Il desiderio di rientrare “dentro” – nel Sistema, nell’Aziendamondo – si trasforma progressivamente in disponibilità ad accettare qualsiasi umiliazione, qualsiasi compromesso. Più vicino a Beckett che a un dramma sociale, più accumulo che narrazione. Chiude infine la stagione Il teatro comico di Carlo Goldoni, il 24 aprile, nella regia di Giuseppe Emiliani, con le allieve e gli allievi del terzo anno dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni. Il testo – primo delle sedici commedie che Goldoni scrisse tra il 1750 e il 1751 – è un manifesto d’arte prima ancora che una commedia: una compagnia alle prese con il passaggio dall’improvvisazione della Commedia dell’Arte alla recitazione scritta, con tutto il conflitto che ne consegue tra dubbi, reticenze ed entusiasmi. Chi ha l’ultima parola, il drammaturgo o gli attori? È giusta questa maniera moderna di fare teatro? Domande che Goldoni poneva nel Settecento e che anticipano il metateatro novecentesco – da Pirandello in poi – con una chiarezza sorprendente. Affidarlo agli allievi dell’Accademia che porta il suo nome aggiunge un livello ulteriore: il teatro che riflette su sé stesso, interpretato da chi sta imparando a stare in scena. Un finale di stagione che, invece di tirare le somme, rimette, com’è giusto che sia, tutto in discussione. C.S.

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theatro SPETTACOLI

Photo Filippo Manzini

La nostra battaglia Stefano Massini e il Novecento più oscuro che parla al nostro presente «Sono un ragazzo, ho 35 anni, non sono nessuno. Ma le mie idee ce l’ho. Sono convinto che le masse sono stupide, con la gente non devi fare ragionamenti. Alla gente devi dare parole semplici e ripeterle di continuo, come un ritornello, come una filastrocca. La propaganda più semplice è quella che più entra dentro la testa della gente come una filastrocca, non ci devi neanche pensare. Allora sì funziona. Questo fatto della democrazia è una perdita di tempo, la gente non ci arriva, la gente semplicemente deve pensare un pensiero unico, chiaro, netto, un pensiero che non ti faccia pensare. Ho 35 anni, sono un ragazzo, non sono nessuno. Mi chiamo Adolf Hitler. L’ho pensato nella mia cella. Lo scriverò in un libro che chiamerò “La mia battaglia”, Mein Kampf». Così Stefano Massini – straordinario maestro nella scelta delle parole e nella capacità di sviscerarne la potenza – introduce il suo nuovo spettacolo teatrale Mein Kampf, in scena a Padova al Teatro Verdi dal 25 al 29 marzo. Più di un secolo ci separa dal 1924, quando il giovane dettava nella cella del carcere di Landsberg il libro destinato a cambiare il corso della storia. Eppure quelle pagine continuano a interrogare il presente. A oltre cent’anni da Mein Kampf, Massini – unico italiano vincitore di un Tony Award – porta in scena un’indagine lucidissiMein Kampf 25-29 marzo Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it

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ma e spietata sul potere della parola e sulle sue conseguenze. L’autore ha incrociato a lungo la prima stesura del libro con i comizi e i discorsi del Führer e materiali delle Conversazioni di Hitler a tavola (una registrazione fluviale del pensiero hitleriano ripreso in presa diretta per volere dello stesso dittatore). In questo modo restituendo – come si legge nelle note dello spettacolo – «l’impalcatura del nazionalsocialismo nella sua nudità verbale». Ne emerge uno spettacolo duro ma necessario, che non concede scorciatoie emotive. La lingua viene smontata, analizzata, ricostruita davanti allo spettatore: la retorica della razza, il culto del capo, la febbre della propaganda, l’ossessione del riscatto. «Perché quelle parole hanno ipnotizzato le masse? Perché la Storia ha mutato direzione su quelle pagine? E noi, spettatori del 2026, saremmo davvero immuni all’ascesa dal basso di un profeta della rabbia?». Massini affronta la materia con uno studio millimetrico di ritmi, toni e affondi verbali, restituendo lo stile ossessivo, barocco, enfatico del testo originario. Non c’è compiacimento, né provocazione gratuita, c’è piuttosto la volontà di comprendere il meccanismo. Perché, suggerisce lo spettacolo, solo la comprensione può diventare antidoto. In scena al Verdi, Mein Kampf si annuncia come un’esperienza teatrale di forte impatto civile, un confronto serrato con il Novecento più oscuro che parla, inquietante, al nostro presente. Roberta De Rossi


Photo Ivan Nocera

Anatomia di una nazione Molti, tra chi allora c’era, ricordano dov’erano e cosa facevano quando venne data la notizia del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. E anche chi è nato dopo quel 9 maggio 1978 potrà immergersi in una fase buia della storia d’Italia repubblicana: Brigate Rosse, servizi segreti, pressioni politiche internazionali a decidere sulla vita e la morte dell’uomo della Democrazia Cristiana che aveva stretto un patto di governo con il PCI di Enrico Berlinguer per uscire dal baratro sul cui ciglio si trovava la Nazione tra attentati rossi e neri, spaccature civili, massoneria deviata, golpisti. Tutti potranno entrare nell’animo prima colmo di speranza poi disilluso di Moro stesso, attraverso le parole del suo memoriale (forse mai del tutto ritrovato) scritto nei giorni di prigionia. Fabrizio Gifuni porta, infatti, in scena le parole di Aldo Moro ne Con il vostro irridente silenzio, sul palco del Teatro Verdi di Padova il 23 aprile. E con questo spettacolo – dopo aver studiato e ricucito tra loro i testi pubblici e privati di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini – l’autore-attore prosegue con struggente chiarezza a raccontare la sua “antibiografia della Nazione”. «Aldo Moro durante la prigionia parla, ricorda, scrive, risponde, interroga, confessa, accusa, si congeda», racconta Gifuni nelle note dello spettacolo, «moltiplica le parole su carta: scrive lettere, si rivolge ai familiari, agli amici, ai colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie. E insieme compone un lungo testo politico, storico, personale – il cosiddetto “memoriale” – partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri. Le lettere e il memoriale sono le ultime parole di Moro, l’insieme delle carte scritte nei 55 giorni della sua prigionia: quelle ritrovate o, meglio, quelle fino a noi pervenute. Un fiume di parole inarrestabile che si cercò subito di arginare, silenziare, mistificare, irridere. Moro non è Moro, veniva detto». «A distanza di quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato – conclude Gifuni – poche persone le hanno davvero lette, molti hanno scelto di dimenticarle. I corpi a cui non riusciamo a dare degna sepoltura tornano però a far sentire la propria voce. Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche, il corpo di Moro è lo spettro che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre». Roberta De Rossi Con il vostro irridente silenzio 23 aprile Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it

Storia infinita di una canaglia C’è qualcosa di perturbante nella longevità dei mascalzoni. Mentre gli uomini virtuosi si consumano, sfiniti dall’uso improprio che il mondo fa di loro, le canaglie prosperano, si rigenerano, cambiano abito e città ma restano riconoscibilissime. Lo sapeva Nikolaj Vasil’evič Gogol’ quando, nel 1842, mandò in stampa il suo poema in prosa, e lo sa bene Peppino Mazzotta, che di quel romanzo ha costruito uno spettacolo dove la storia non è mai davvero storia, ma «cronaca di oggi appena travestita da ieri». Le anime morte – ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore arriva al Teatro Verdi di Padova dal 14 al 19 aprile, dopo il debutto accolto con calore dalla critica durante la scorsa stagione. Al centro, il burocrate Pavel Ivànovic Čičikov, uomo senza scrupoli né priorità spirituali, capace però di lasciare in chiunque lo incontri un’impressione squisita: gentile, affabile, pieno di decoro. La truffa che ha messo a punto è geniale nella sua legalità: acquistare “anime morte”, servi della gleba deceduti ma ancora registrati nei censimenti, e ipotecarli allo Stato per ottenere denaro sonante. Tutto nei limiti imposti dalla legge, con tanto di contratti regolarmente firmati. Tutto nei limiti della nostra più nera attualità. Mazzotta, che firma anche la regia, sceglie una strada coraggiosa, dichiaratamente fuori moda, e quindi oggi quasi rivoluzionaria: credere nel testo, portarlo in scena con rigore, senza cedere al riduzionismo pop né all’abbassamento di tono. La scenografia essenziale – una ruota di calesse, tavoli con ologrammi che sostituiscono oggetti reali, poltrone che scivolano su binari come tappe di un viaggio picaresco – traduce visivamente la grande intuizione del romanzo: in un mondo dove si comprano e vendono nomi di morti, le cose stesse si smaterializzano, perdono peso e sostanza. L’orizzontalità gogoliana, quella vita già intrisa di morte evocata da Nabokov, si fa fisica: corpi che dormono, che si abbandonano, che si adagiano come se il riposo fosse già resa. Il finale trascina burocrati e possidenti attorno a una giostra, eterno meccanismo di inganno e potere, dopo essersi illusi di aver incastrato Čičikov, che invece svanisce, demone tentatore e specchio impietoso della nostra corruttibilità. Tiene il tutto in scena un cast eccellente capace di incarnare vite altrui senza esibirle, restituendo al pubblico quella funzione antica e necessaria del teatro: guardarsi dentro attraverso gli altri. Čičikov, nel frattempo, è già ripartito. Ha cambiato città, forse nome. Ma i suoi contratti sono tutti in regola. C.S. Le anime morte 14-19 aprile Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it

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theatro DANZA

Le trame della seduzione Casanova in danza: tre traiettorie al femminile A fine anni Novanta nasceva a Padova Prospettiva Danza Teatro, progetto orientato alla ricerca coreografica e ai linguaggi della contemporaneità. Nel tempo, sotto la direzione artistica della sua ideatrice, Laura Pulin, il Festival ha ampliato il proprio raggio d’azione affiancando agli spettacoli residenze, incontri e interventi nello spazio urbano, fino a diventare un dispositivo diffuso che porta in città ogni anno, per oltre un mese, il meglio della scena nazionale e non solo, con particolare attenzione alle realtà emergenti. Nel cartellone 2026, tra i numerosi appuntamenti, spicca il 21 marzo al Teatro Verdi Casanova. Variazioni sul desiderio, produzione di COB – Compagnia Opus Ballet, che mette a fuoco la storia tanto iconica quanto sfuggente del celebre libertino veneziano, di cui nel 2025 si sono celebrati i 300 anni dalla nascita. Il lavoro, che riunisce tre creazioni firmate da Simona Bertozzi, Michela Lucenti ed Erika Silgoner, è affidato alla compagnia fiorentina diretta da Rosanna Brocanello, attiva da anni su un versante produttivo solido e riconoscibile. La formazione è composta da un nucleo stabile di danzatori provenienti da contesti internazionali e ha costruito un repertorio articolato, collaborando con coreografi di diverse generazioni. Il recente riconoscimento del Premio Danza&Danza per La Duse – Nessuna Opera (vedi articolo pagina successiva) segna un ulteriore passaggio in questa direzione. Casanova. Variazioni sul desiderio 21 marzo Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it

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In Casanova (non) è qui – Sedurre per Esistere di Simona Bertozzi, il desiderio si manifesta come una vertigine che attraversa il gesto. Casanova si fa presenza sotterranea, principio di dislocazione: i corpi si espongono, deviano, negoziano continuamente il proprio stare nello spazio. La coreografia si definisce come un campo di forze, un sistema di regole reversibili in cui l’azione oscilla tra svelamento e sottrazione, fino a un punto di emersione dichiarata. Michela Lucenti con Cuccioli di maschio concentra l’attenzione su un quartetto maschile, lavorando su una maschilità giovane, esibita e ancora priva di misura: i suoi Casanova sono in formazione, attraversati da un’energia vitale, che coincide con il piacere di mostrarsi e con una dimensione giocosa della seduzione. Il movimento si colloca in una zona sospesa, in quel momento di gioia quasi commovente, appena prima della soglia della sopraffazione e della sofferenza. Con 1749, Erika Silgoner rilegge invece l’immaginario settecentesco come spazio instabile, segnato da ambiguità e slittamenti. Il seduttore si dissolve in un caleidoscopio di forme differenti, valicando generi e identità. La danza diventa terreno di confronto tra entità paritarie, dove il gioco erotico si configura come dinamica reciproca, insieme attrattiva e conflittuale. Tre traiettorie autonome che utilizzano Casanova come lente, non per celebrarlo, ma per osservare attraverso la sua figura le metamorfosi che il desiderio imprime sui corpi.


Photo Mario Sguotti

Impatto Duse Bolognino e Di Maro firmano uno spettacolo dirompente Uno stile inequivocabilmente unico, la sua “tecnica” personalissima tra sospiri e sospensioni, unisoni concitati, pause riflessive, intime manifestazioni di sé, Eleonora Duse è l’essenza del palcoscenico. L’analisi di alcune sequenze del film Cenere permette di valutare quale influenza abbia avuto la danza nella sua capacità di affidare al corpo la propria grafia emotiva. Dovendo consegnare la propria arte a una pellicola priva di sonoro, Duse affronterà infatti una preparazione fisica inedita il cui risultato è non solo straordinariamente espressivo dal punto di vista attoriale, ma in alcune sequenze il controllo della dinamica, la cura della postura e dell’intensità dell’azione ci inducono a leggere il suo movimento come danza; una danza che contiene le anticipazioni del futuro. Il coreografo Adriano Bolognino rende omaggio alla Divina nello spettacolo La Duse, ideato assieme a Rosaria Di Maro e creato per la Compagnia Opus Ballet, in programma al Teatro Del Monaco di Treviso il primo aprile. Portare nuovamente in scena questa eroina del Novecento e raccontarla fuori dai cliché significa costruire una partitura di movimento astratta eppur permeata da afflati emotivi. «La Duse – affermano Bolognino e Di Maro – ha trasformato l’uso del teatro, suggerendo e imponendo una sua diversa funzione per chi guardava. Ha mutato la commozione per le tristi sorti delle donne che rappresentava in una riflessione profonda e universale sul dolore, con chiavi interpretative sempre opposte a ciò che il pubblico si aspettava». Bolognino si è ispirato al testo di Mirella Schino, Eleonora Duse – Storie e immagini di una rivoluzione teatrale, che ritrae questa straLa Duse 1 aprile Teatro Del Monaco, Treviso www.teatrostabileveneto.it

ordinaria donna, le sue peculiarità sulla scena e fuori, con al centro il suo rivoluzionario modo di fare teatro. Sulle potenti atmosfere musicali di Giuseppe Villarosa, protagoniste sono le danzatrici Giuliana Bonaffini, Rosaria Di Maro, Ginevra Gioli, Ines Giorgiutti, Sofia Lacava, Gaia Mondini, Giulia Orlando, Margherita Petrosino, Cristina Roggerini e Rebeca Zucchegni. La direzione artistica di COB – Compagnia Opus Ballet è affidata a Rosanna Brocanello, consulente artistica Laura Pulin. Luce e spazio sono di Gianni Staropoli, mentre Loris Giancola firma le scenografie e Santi Rinciari i costumi. L’opera si divide in due parti: una prima “squisitamente artefatta” e un’ultima Duse, ormai anziana, “tutta luce immacolata”. Un enorme lampadario è sulla parte sinistra della scena, adagiato sul pavimento di un grande salone rigoroso, che evoca atmosfere da fine Impero mitteleuropeo. La Duse è allora, nel pieno della sua fama, sinonimo di bellezza, spregiudicatezza, una nuova visione artistica che saprà lasciare un segno indelebile. Bolognino ancora una volta la fa sua completamente, si addentra nel suo mondo così sfrontato e nuovo per la sua epoca con un lavoro meticoloso e di ricerca, e parallelamente la traghetta nel mondo della danza contemporanea, creando una coreografia aderente all’anima. Spirito innovativo, figura impegnativa ed esaltante, una Divina pura che le nove ballerine in scena incarnano, per leggiadria ed emozione, per carisma e temperamento, portamento intellettuale e professionale. Le due coreografie, oltre a essere rappresentative e ammalianti, confluiscono in quel rigore teatrale che era e rimarrà di Duse, così come nella danza contemporanea è di Bolognino e Di Maro, straordinariamente legati e in ogni occasione dirompenti.

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Venezia Arsenale 27 – 31 Maggio 2026

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theatro COMICI

ALESSANDRO CATTELAN Benvenuto nell’AI!

Un’intelligenza artificiale vuole diventare umana. E per farlo ha scelto Alessandro Cattelan come modello. Scelta discutibile, ammette lui per primo – ma forse è proprio questo il punto. Benvenuto nell’AI! parte da una domanda semplice e vagamente inquietante: cosa manca a un essere potenzialmente perfetto per essere davvero umano? La risposta, secondo Cattelan, sono le nostre debolezze. Quelle che portiamo in giro ogni giorno, che alimentiamo con cura e che, stranamente, nessun algoritmo riesce ancora a replicare del tutto. Dopo il successo di Salutava Sempre, Cattelan torna con uno sguardo ironico e disincantato sul presente: la tecnologia che avanza, le relazioni umane sempre più mediate, le mode imperanti. Non mancano momenti musicali con brani scritti ad hoc, domande alla platea e l’intrusione dell’AI in scena, che prende appunti, osserva, impara. O almeno ci prova. 22 marzo Teatro Corso-Mestre

ANNAGAIA MARCHIORO Fulminata. La speranza è l’ultima a morire

Maria Annagaia Isotta Riri ha un nome più lungo delle cifre sul suo conto in banca, e una lista di sogni proporzionalmente ambiziosa. Mutuo, dieta, figlia da single e partita iva tutto nello stesso giorno, perché l’ottimismo, quando prende, non ha mezze misure. Annagaia Marchioro porta in scena una donna entusiasta e testarda che insegue i propri desideri e si prende porte in faccia con una costanza ammirevole. Perché è vero che quando si chiude una porta si apre un portone… ma il portone in faccia fa decisamente più male! Diventare genitori oggi: eroismo o follia? L’influencer è libera o prigioniera? E veneti si nasce o si diventa? Marchioro non risparmia nulla e non si risparmia, trascinandoci nel suo universo imperfetto e caotico con la grazia di chi ha capito che l’imperfezione, in fondo, non è poi così male. Regia di Teresa Mannino. Una preghiera comica per restare vivi. 31 marzo Teatro Toniolo-Mestre

ANTONIO ORNANO Ingrato

In un’epoca in cui tutti gareggiano a chi è più grato alla vita, in cui basta connettersi con l’energia vibrazionale dell’universo per risolvere tutto, c’è chi resta – legittimamente – un po’ perplesso. Antonio Ornano prende quella perplessità e ci costruisce uno spettacolo. (In)grato è una dichiarazione di poetica prima ancora che un titolo: nel mondo patinato della gratitudine obbligatoria, Ornano sceglie di praticare la sua personale ingratitudine, non come cinismo, ma come atto di resistenza comica. Un bagno nella realtà, uno sguardo obliquo sulla splendida fallibilità degli esseri umani. Perché sbagliano anche i migliori. E quando capita, diciamocelo, ne siamo pure un po’ felici. Il punto non è diventare quello che il mondo vorrebbe che fossimo. Il punto è ricordarsi quello che siamo, imperfezioni incluse, forse soprattutto quelle. 7 aprile Teatro Toniolo-Mestre

PAOLO RUFFINI Il Babysitter. Quando diventerai piccolo capirai

Paolo Ruffini sta per iniziare il suo one man show quando un bambino si perde in teatro. I genitori vengono rintracciati, ma non possono venire subito. E così, senza averlo pianificato, Ruffini si ritrova babysitter. Da questa premessa nasce Il Babysitter, un “one man show e mezzo” che si costruisce dal vivo tra gag, giochi e improvvisazione, con la complicità attiva del pubblico. Il bambino non è solo un ospite inaspettato, ma specchio scomodo che ricorda agli adulti tutto quello che hanno smesso di fare, di credere, di immaginare. Tra un espediente e l’altro per ingannare l’attesa, Ruffini e il suo piccolo interlocutore finiscono per affrontare i grandi temi – la fantasia, la responsabilità, la libertà, il tempo – con quella logica disarmante che solo i bambini sanno usare. Le poltrone del teatro diventano sedili di una macchina del tempo. Destinazione: quando eravamo piccoli e non lo sapevamo ancora. 11, 12 aprile Teatro Toniolo-Mestre www.dalvivoeventi.it

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2026, FUTURO LONTANO Che travolgente sinfonia del movimento! Ogni acerrimo guizzo degli acciai, la ritmica successione di ruote e pistoni sono un’ode mirabile, una poesia nuovissima per i nostri occhi Luis Buñuel

cinema

di Andrea Zennaro

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ell’ambito degli incontri firmati Vene-

to Jazz al Candiani per Candiani Groove, uno speciale quartetto composto da Karim Qqru (The Zen Circus) alla batteria, synth e drum machine, Roberta Sammarelli (ex Verdena) al basso e tastiera, Xabier Iriondo (Afterhours) al mahai metak, taishōgoto e mbira e Corrado Nuccini (Giardini Di Mirò) alla chitarra e synth si cimenta nella sonorizzazione di Metropolis di Fritz Lang, con atmosfere che vanno dal kraut rock all’ambient con guizzi psichedelici. Questa operazione artistica ci fa tornare alla mente il lavoro che Giorgio Moroder fece sul film di Lang negli anni Ottanta coinvolgendo artisti del calibro di Bonnie Tyler, Freddie Mercury, Jon Anderson, Loverboy, Adam Ant e Pat Benatar. Moroder, però, usò le sequenze più spettacolari del film per la musica tagliando quelle meno movimentate, a discapito della narrazione: questo fece inorridire teorici e critici per l’azzardo artistico su quest’opera senza tempo. Vera pietra miliare della cinematografia mondiale, questo monumentale capolavoro fantascientifico, con la sua visionarietà e la sua carica immaginifica nel mostrare un ‘lontano’ 2026, ha lasciato tracce anche nel cinema contemporaneo: si pensi alle scenografie di Blade Runner e del Batman di Tim Burton o al design del droide protocollare C-3PO dell’universo di Guerre Stellari, solo per fare alcuni facili esempi. In realtà, sin dalla sua prima proiezione all’UFA-Palast am Zoo di Berlino, il 10 gennaio

del 1927, l’opera di Fritz Lang ebbe una vita travagliata tra stroncature – una delle più celebri quella di H.G. Wells sul New York Times – tagli e riedizioni più o meno riuscite. Il film, tratto dal romanzo omonimo di Thea von Harbou, moglie di Lang ed autrice anche della sceneggiatura, partiva da 4189 metri di lunghezza della pellicola che già nei mesi successivi vennero ridotti a 3241 dalla stessa UFA e, negli Stati Uniti, la Paramount apportò ulteriori tagli e modifiche. Il ritrovamento nel 2008 al Museo del Cinema di Buenos Aires di una copia controtipo negativo 16mm completa di quasi tutto il girato mancante è stato un evento elettrizzante anche se la copia, oltre al formato ridotto, era parecchio deteriorata. Il documentario argentino del 2010 Metropolis refundada ricostruisce tutto il percorso degli storici e degli studiosi per riportare il capolavoro di Lang alla versione originaria della prima proiezione pubblica, grazie anche al restauro condotto dalla Fondazione Murnau di Wiesbaden. Nel 2010, durante la 60ª edizione della Berlinale, questa nuova edizione di Metropolis venne proiettata al Friedrichstadt-Palast accompagnata dalla partitura originale di Gottfried Huppertz, eseguita dal vivo dalla Rundfunk Sinfonieorchester di Berlino. Metropolis 29 marzo Centro Culturale Candiani-Mestre www.venetojazz.com


Metropolis di Fritz Lang, 1927

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s part of Veneto Jazz’s Candiani Groove series, a special quartet – Karim Qqru (The Zen Circus), Roberta Sammarelli (ex Verdena), Xabier Iriondo (Afterhours) and Corrado Nuccini (Giardini di Mirò) – performs a new live soundtrack for Fritz Lang’s Metropolis. Their sound blends kraut rock, ambient textures and psychedelic flashes, offering a contemporary reimagining of the film. This artistic operation recalls Giorgio Moroder’s bold 1980s reinterpretation, in which he reshaped Lang’s masterpiece with contributions from stars like Bonnie Tyler and Freddie Mercury. Unlike Moroder, who cut slower scenes to emphasize spectacle, this quartet approaches Metropolis with full respect for its structure.

Lang’s 1927 film, a milestone of world cinema, envisioned a dystopian 2026 and has influenced countless later works, from Blade Runner to Tim Burton’s Batman and the design of C 3PO. Its long history includes drastic cuts by UFA and Paramount, which reduced the original 4189 meter version to a fragmented release. The discovery in 2008 of a nearly complete 16mm duplicate negative in Buenos Aires sparked a major restoration effort led by the Murnau Foundation. Reconstructed footage returned Metropolis to its initial form, celebrated at the 2010 Berlinale with live performance of Gottfried Huppertz’s original score. The Candiani project continues this tradition of reinterpretation, connecting contemporary experimental music with one of cinema’s most enduring and visionary works.

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cinema

CLASSICI FUORI MOSTRA

Un programma che offre la possibilità di muoversi tra film d’autore in senso stretto e altri che sono entrati a far parte del nostro immaginario per la capacità di incidere sui modelli narrativi e spettacolari più tradizionali Alberto Barbera

DIABOLIK

di Mario Bava (1968) Restaurato in 4K nel 2024 da Paramount Pictures in collaborazione con Kino Lorber, Diabolik di Mario Bava è presentato da Sara D’Ascenzo. Nonostante le precauzioni prese, ancora una volta Diabolik riesce a ingannare l’ispettore Ginko, e così dieci milioni di dollari finiscono nel suo segretissimo rifugio, dove vive con la fidatissima compagna Eva Kant. Nelle mani del genio eversivo dell’immaginario italiano le avventure criminali di Diabolik si trasformano in un lungo viaggio nella pop art, in una società del consumo sfavillante quanto inevitabilmente di superficie. ENG Restored in 4K in 2024 by Paramount with Kino Lorber, Mario Bava’s Diabolik is presented by Sara D’Ascenzo. Despite every precaution, criminal mastermind Diabolik again outwits Inspector Ginko. Ten million dollars reach his secret hideout, shared with Eva Kant. The film turns his crimes into a pop art journey through dazzling consumer culture. 4 marzo h. 19 | Multisala Rossini

UKIGUMO

di Mikio Naruse (1955) La direttrice del Ca’ Foscari Short Film Festival Roberta Novielli introduce la proiezione del film restaurato in 4K nel 2025 da Toho. Ispirato a un romanzo di Hayashi Fumiko, il film prende il via nel 1946 a Tokyo, in un Giappone ancora in ginocchio dopo la fine della guerra. Yukiko, appena tornata dall’Indocina, cerca subito di mettersi in contatto con Tomioka, col quale lì aveva avuto una relazione; l’uomo, sposato con una donna malata, accetta di vederla ma inizialmente respinge ogni tentativo di ravvivare il loro amore. ENG Introduced by Roberta Novielli, this 4K restoration by Toho (2025) adapts Hayashi Fumiko’s novel. In 1946 Tokyo, Yukiko returns from Indochina and seeks Tomioka, her former lover. Married to a sick wife, he agrees to meet her but resists rekindling their relationship in postwar despair. 11 marzo h. 19 | Multisala Rossini

PERFORMANCE

di Donald Cammell, Nicolas Roeg (1970) Il film diretto da Donald Cammell e Nicolas Roeg è presentato da Cesare Bisantis, dopo essere stato restaurato in 4K nel 2024 da Warner Bros. Un criminale in fuga si rifugia in uno scantinato, inseguito dai complici e dalla polizia. Nel rifugio trova un cantante drogato insieme alle sue due amanti. L’uomo, intuito il meccanismo del “triangolo”, si insinua nel gioco diventando l’elemento dominante e rendendo gli altri suoi “sudditi”. Esordio alla regia di Nicolas Roeg, che co-dirige insieme a Donald Cammel (quest’ultimo anche sceneggiatore). ENG Presented by Cesare Bisantis, this 4K restoration by Warner Bros revives the film by Cammell and Roeg. A fugitive criminal hides in a basement, where a drug addled singer lives with two lovers. The intruder disrupts the trio’s balance, taking control in this bold debut by Roeg and co director Cammell. 18 marzo h. 19 | Multisala Rossini

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SORCERER

di William Friedkin (1977) La versione restaurata in 4K da The Criterion Collection del film di William Friedkin è presentata da Eugenio De Angelis di Ca’ Foscari. Dopo il successo di The French Connection e The Exorcist, Friedkin gira il remake del film di Henri-Georges Clouzot Vite vendute, un disastro commerciale che ne segnerà la carriera. Quattro uomini in fuga si incontrano a Porvenir, in America Centrale. Vivono di umili mestieri, in attesa di un riscatto, che giunge quando dei terroristi danno fuoco a un pozzo di petrolio. I petrolieri cercano uomini tanto disperati da trasportare la nitroglicerina sul luogo dell’incidente, in cambio di un lauto compenso. I quattro accettano. ENG Eugenio De Angelis presents the 4K Criterion restoration of Friedkin’s Sorcerer, a remake of Clouzot’s Wages of Fear. Four fugitives meet in a Central American village and accept a desperate mission: driving trucks loaded with unstable nitro-glycerine to extinguish a burning oil well. 25 marzo h. 19 | Multisala Rossini

YI YI: A ONE AND A TWO...

di Edward Yang (2000) Elena Pollacchi presenta il film di Edward Yang restaurato in 4K nel 2025 da Pony Canyon presso il laboratorio IMAGICA Entertainment Media Services. NJ Jian forma, con la moglie Min-Min ed i due figli, la tipica famiglia media. Vivono a Taipei con la mamma di Min-Min. NJ Jian che, dopo un anno fortunato, rischia il tracollo della sua piccola impresa, pensa di associarsi con Ota, un imprenditore giapponese che è un vivace ideatore di software per giochi elettronici. Il giorno del matrimonio del fratello di Min-Min la suocera, colpita da un ictus, entra in coma. ENG Elena Pollacchi introduces the 4K restoration by Pony Canyon and IMAGICA. NJ Jian, his wife Min Min, and their children form a typical Taipei family. As NJ’s business falters, he considers partnering with a Japanese VIDEO game designer. At a family wedding, Min Min’s mother suffers a stroke and falls into a coma. 15 aprile h. 19 | Multisala Rossini

THE QUATERMASS XPERIMENT

di Val Guest (1955) Proiezione introdotta da Marco Contino per la pellicola di Val Guest, il cui restauro in 4K è stato realizzato da Hammer Films. Un razzo sperimentale con tre astronauti a bordo precipita al rientro nell’atmosfera. Dai rottami viene estratto, messo piuttosto male, uno di loro; degli altri due, non c’è più traccia. Condotto in ospedale, il sopravvissuto comincia a subire un’inquietante mutazione. Il professor Quatermass, lo scienziato che ha organizzato la spedizione, indaga. ENG Marco Contino presents this 4K Hammer Films restoration. A rocket crashes with three astronauts aboard; only one survives, gravely altered, while the others vanish. As the survivor mutates, Professor Quatermass, who led the mission, investigates the disturbing consequences of the failed experiment. 22 aprile h. 19 | Multisala Rossini

LA FINESTRA SUL LUNA PARK

di Luigi Comencini (1957) Restaurato nel 2025 da Cineteca di Bologna con la collaborazione di Surf Film, presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, il film di Luigi Comencini è presentato da Marco Bertozzi. Un operaio, tornato dall’Africa dopo alcuni anni, trova la moglie morta e un figlio che non lo riconosce più, essendo stato cresciuto da un’altra figura paterna (un corteggiatore della madre). L’opera racconta la difficoltà di ricostruire un rapporto vero, la solitudine, il distacco e uno scontro emotivo tra generazioni ambientato nella periferia romana e intimamente legato alle condizioni sociali dell’Italia post-guerra. ENG Presented by Marco Bertozzi, this 2025 restoration by Cineteca di Bologna and Surf Film explores postwar Rome. Returning from Africa, a worker finds his wife dead and his son attached to another father figure. The film portrays fractured bonds, loneliness, and generational tension shaped by social hardship. 29 aprile h. 19 | Multisala Rossini www.labiennale.org

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cinema PREVIEW

Il Re senza pace Antoine Fuqua firma il biopic su Michael Jackson Il mito e l’ombra, il genio e la ferita. Il biopic su Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua e intitolato semplicemente Michael, nasce con un obiettivo ambizioso: raccontare una delle figure più decisive e contraddittorie della cultura pop contemporanea senza ridurla a slogan, né a santino né a mostro. Un’impresa complessa, quasi inevitabilmente imperfetta, perché la vita di Jackson è stata un eccesso continuo, una sovrapposizione costante di successo assoluto e fragilità estrema. Fuqua affronta il materiale con uno sguardo muscolare ma partecipe. Il film segue un percorso cronologico che parte dall’infanzia nei The Jackson 5, dove il talento precoce convive con una disciplina ferrea e spesso violenta, e arriva fino agli ultimi anni segnati dall’isolamento, dalla dipendenza e dalla pressione di un ritorno sulle scene che appare sempre più come una condanna. In mezzo, l’ascesa vertiginosa: il successo planetario, la nascita di una nuova idea di pop star, la trasformazione del concerto in evento globale. La regia insiste molto sul corpo, inteso come strumento e come prigione. Il corpo che danza, che ipnotizza, che detta mode e movimenti, ma anche il corpo che si modifica, si consuma, diventa oggetto di sguardi, sospetti, ossessioni. In questo senso, la metamorfosi fisica di Jackson non è trattata come semplice curiosità biografica, bensì come metafora di un’identità in continua fuga. Il volto che cambia diventa il segno visibile di un tentativo disperato di sottrarsi a un’immagine che il mondo pretende immutabile. Naturalmente, la musica è il cuore pulsante del film. Le sequenze dedicate alla creazione e all’esecuzione dei brani più celebri, su tutti l’epocale Thriller, sono ricostruite con grande attenzione formale. Fuqua sottolinea il carattere rivoluzionario dei videoclip, trattandoli come veri cortometraggi che hanno cambiato il rapporto tra suono e immagine. Il montaggio, in questi momenti, accelera e si fa euforico, restituendo la sensazione di un artista che vive solo quando è in movimento. Michael di Antoine Fuqua Dal 24 aprile al cinema

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Ma Michael è anche un film sulla solitudine. Dietro le folle oceaniche e i record di vendita, il racconto scava nella difficoltà di Jackson a costruire relazioni autentiche, nel suo desiderio di un’infanzia mai avuta, nel bisogno quasi patologico di essere amato. Le controversie giudiziarie e mediatiche vengono affrontate senza compiacimento: Fuqua evita il tono dell’inchiesta e preferisce mostrare l’effetto devastante del processo mediatico, la macchina del sospetto che stritola tutto ciò che incontra. Eppure, per comprendere davvero la portata del film, bisogna allargare lo sguardo all’impatto globale di Jackson. Non è stato soltanto un cantante di straordinario successo: è stato un fenomeno culturale capace di attraversare confini politici, linguistici e razziali. Negli anni Ottanta e Novanta la sua musica ha contribuito a ridefinire l’industria discografica, trasformando il videoclip in un linguaggio dominante e aprendo la strada a generazioni di artisti. La sua presenza su MTV ha avuto un valore simbolico enorme, incrinando barriere e ampliando la rappresentazione degli artisti afroamericani in un circuito mainstream fino ad allora chiuso. Jackson ha influenzato la moda, la danza, l’immaginario collettivo. Il moonwalk è diventato gesto universale, imitato nei cortili delle scuole come sui palchi dei talent show. I suoi concerti hanno ridefinito l’idea stessa di spettacolo dal vivo, anticipando la dimensione ipertecnologica delle tournée contemporanee. E anche dopo la morte, il suo repertorio continua a essere riscoperto, campionato, reinterpretato. Il film di Fuqua prova a restituire anche questo: la sensazione di trovarsi davanti a un artista che non appartiene solo alla cronaca, ma alla memoria condivisa di intere generazioni. Michael non assolve e non condanna, osserva. E nel farlo restituisce il ritratto di un uomo che ha cambiato per sempre la musica pop, pagando quel cambiamento con una vita esposta, deformata, consumata dallo sguardo del mondo. Un biopic che non cerca la santificazione né la condanna, ma un fragile equilibrio. E che ricorda, tra una nota e un silenzio, quanto possa essere solitaria la vetta del mondo. Alberto Marzari


Macall Polay / courtesy of press office

Provaci ancora, Miranda! L’attesa cresce, in sala arriva Il Diavolo veste Prada 2 Dopo Il Diavolo veste Prada, niente è stato più lo stesso. Era il 2006 e il mondo della moda diventa di colpo il tema quotidiano più in voga e dibattuto, discussioni sul valore profondo della moda al di là delle apparenze, su Runway/Vogue e i media del fashion, sul color ceruleo, sulle “Emily”, sulle “tacchettine”, sull’etica discutibile che rasenta la cattiveria e sulla strategia guidata da interesse, sulle Settimane della Moda di New York, Parigi e Milano, intere frasi diventano iconiche. E poi c’è lei, non Andrea Sachs (Anne Hathaway), l’icona indiscussa della moda Miranda Priestly (Meryl Streep)/Anna Wintour, la più odiata e venerata al contempo da tutti noi. E naturalmente l’ineguagliabile New York. Il film è stato non solo un successo clamoroso, ma soprattutto un fenomeno globale di costume che continua a far parlare e discutere a distanza di 20 anni. Tratto dall’omonimo libro di Lauren Weisberger, ex assistente di Anna Wintour a Vogue, Il Diavolo veste Prada aveva incassato poco meno di 327 milioni di dollari al box office mondiale, ottenendo due nomination agli Oscar, una per la performance di Meryl Streep e un’altra per i costumi di Patricia Field. Forse questo è il motivo che ha spinto a fare un sequel, che ci porta dove tutto era cominciato, nel mondo di Runway, non solo una rivista, ma un’icona globale, come recita la voce di Nigel, il leggendario art director interpretato da Stanley Tucci. Di norma siamo contrari ai prequel, sequel, spin-off..., ma in questo Il Diavolo veste Prada 2 di David Frankel Dal 29 aprile al cinema

caso, non vediamo l’ora, sperando che l’attesa non sia stata vana. Il 29 aprile in Italia e il primo maggio negli Stati Uniti esce finalmente Il Diavolo veste Prada 2, stesso cast, con Meryl Streep e Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Tracie Thoms, Tibor Feldman, Kenneth Branagh, con Simone Ashley, Lucy Liu, Justin Theroux, B.J. Novak, Pauline Chalamet, Rachel Bloom e Patrick Brammall, come nuovi membri del cast. Stessa regia, David Frankel, 14 film di successo e 8 serie, tra cui Sex and the City. Ovviamente trama nuova, ma stessa atmosfera glam/cinica: Andy ha fatto carriera e torna a Runway con una posizione prestigiosa, quella di caporedattrice. Torna naturalmente Miranda, la solita affascinante e spietata Miranda questa volta, ormai alla fine della sua carriera, costretta ad affrontare il declino dell’editoria periodica tradizionale, scontrandosi inaspettatamente con la sua ex assistente Emily (Blunt), ora una potente dirigente di un colosso del lusso sulla falsariga di Kering o LVMH, dei cui investimenti pubblicitari Priestly ha disperatamente bisogno. Tutto cambia, ma niente è cambiato... quindi il film promette bene se riesce a mantenere quel ritmo e quel mix di sorniona presa in giro, dove i buoni sentimenti sono fuori inquadratura, sommersi dalle ultime collezioni più cool dei marchi più prestigiosi. Nota a margine: siamo sicuri che la spensieratezza con cui, in altri tempi, abbiamo accolto il primo film, non possa essere la stessa, l’America sembra anni luce lontana da quelle atmosfere cool e superficiali. Ma questa è la magia del cinema, ci fa sognare che il cattivo gusto (MAGA)…non esista! Mariachiara Marzari

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cinema UN ANNO DI SCUOLA

La gang di Fred Intervista Laura Samani di Mariachiara Marzari Il 9 aprile esce nelle sale Un anno di scuola, il film di Laura Samani presentato nella sezione Orizzonti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, che ha visto Giacomo Covi (Antero) premiato come migliore attore. La regista triestina traspone il romanzo di Gianni Stuparich pubblicato nel 1961 nella Trieste del 2007, seguendo Stella Wendick (Fred), adolescente svedese il cui arrivo sconvolge l’equilibrio di una classe tutta maschile. Tra amicizia, desiderio e ricerca di accettazione, Laura Samani indaga le tensioni tra appartenenza e individualità, attingendo direttsamente alla personale esperienza formativa. Di seguito l’intervista alla regista realizzata per il nostro Daily durante la scorsa Mostra del Cinema di Venezia. Il film nasce da un’esperienza. In che modo il suo vissuto personale ha guidato il tono emotivo e stilistico del film e come ha lavorato per restituire quella tensione tra desideri di appartenenza ed espressione individuale? È vero, si tratta di un’esperienza autobiografica, ma non nella sua forma più letterale. Io frequentavo una classe mista, avevo amiche femmine, ma ero l’unica ammessa in un trio di maschi. In questo senso mi sentivo fortunata: era una sorta di privilegio, anche se comportava una posizione complessa e talvolta sconveniente. Per questo lo definisco un potere un po’ ‘sbilenco’. Eravamo una vera e propria gang: giravamo sempre insieme, parlavamo lo stesso linguaggio e a un certo punto abbiamo finito per assomigliarci scambiandoci anche i vestiti. E, ovviamente, ero io che dovevo tendere a quelli maschili. Mi sono molto ritrovata nel romanzo di Giani Stuparich, Un anno di scuola, che avevo letto proprio durante l’ultimo anno di liceo e che tra l’altro è ambientato proprio nella mia stessa scuola, il Liceo Dante di Trieste. Come ha unito i punti della storia – libro ed esperienza personale – arrivando al film? Durante il lockdown, negli otto mesi di pausa dalle riprese di Piccolo corpo – iniziate a metà febbraio 2020 e interrotte dopo dieci giorni – mi trovavo nella mia casa d’infanzia, con a disposizione solo i libri del liceo. Ho deciso di rileggere quel romanzo: è stato il destino, credo che le cose non accadano mai per caso. Prima ancora di finire Piccolo corpo ho pensato: «Voglio mettere in scena questa storia». L’ho sentita mia, non solo a livello personale ma anche etico e filosofico. Per me i film sono pretesti: non immagino mai il risultato finale, cerco solo di tradurre in azioni ciò che mi abita in quel momento. Rileggendo, mi sono detta: «Devo raccontare cosa significa essere una ragazza sola tra maschi». E il linguaggio che conosco per farlo è il cinema. Cosa ha significato questa esperienza per lei? Per stare con loro mi sono dovuta trasformare, non essere “la femmina del gruppo di maschi”. Devi fare le battute più volgari, alzare Un anno di scuola di Laura Samani Dal 9 aprile al cinema

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Courtesy La Biennale di Venezia

l’asticella, perché solo a quel punto smettono di rivolgerle contro di te. Ti costruisci una corazza pesante che, però, a volte può rompersi fragorosamente e schiacciarti. Non parlo di genere o di identità sessuale, ma di te stessa come individuo. È un’età in cui tutto è informe e per dare una forma alle cose devi smussare, mascherarti un po’. Il problema è l’accettazione: è stato come dire: «Non me lo metto il vestito, perché se lo faccio sono “la femmina”. Mi metto i pantaloni, mi vesto come i maschi». Perché ha scelto di ambientare la vicenda in uno spazio circoscritto come la classe? La classe è una piccola comunità all’interno di un piccolo mondo, la scuola. Altro elemento importante è l’essere all’ultimo anno di scuola superiore: è l’ultimo anno in cui hai dei nemici funzionali, cioè gli adulti, quindi genitori, professori, il ‘fuori’ stesso ti è nemico. Nel giro di nove mesi – la durata di quell’ultimo anno scolastico – diventi un adulto. Come ha lavorato con gli attori protagonisti? Pietro Giustolisi, che interpreta Pasini, è il più grande, ha 26 anni, tuttavia non c’è stato uno scarto, non c’è forzatura mnemonica emotiva. Il ragazzo che interpreta Mitis, cioè Samuel Volturno, si è diplomato adesso. Il terzo è Giacomo Covi, nel ruolo di Antero. Abbiamo fatto un casting molto attento e al contempo molto diffuso, siamo andati in tutte le scuole superiori del Friuli Venezia Giulia. I tre ragazzi non hanno esperienze precedenti, solo Stella Wendick (Fred) ha frequentato una scuola superiore con indirizzo artistico di recitazione a Stoccolma. Loro quattro sono stati scelti sulla base di un’aura. Sono simili alle persone che interpretano, ma al contempo si sono definiti nel processo di conoscenza dei personaggi e della storia, non hanno letto la sceneggiatura fino ad una fase molto avanzata del lavoro. Quindi c’è stato un conoscersi, parlare, bere tanti caffè insieme, bere tante birre e un po’ alla volta si è creata la gang. Abbiamo lavorato prima con i tre ragazzi, creato il gruppetto e poi aggiunto lei, quando le dinamiche di lavoro erano già avviate e riproducevano il rapporto che volevamo.


LA VERSIONE DI…

Courtesy La Biennale di Venezia

Un anno di scuola nasce dal romanzo di Giani Stuparich, ma il suo film ne trasporta la vicenda nella Trieste del 2007. In che modo ha lavorato con Elisa Dondi all’adattamento? Quali elementi del testo originale ha scelto di mantenere, trasformare o reinventare per renderlo vicino alla sensibilità di oggi? Il primo motivo per cui ho voluto avvicinare temporalmente la storia è un motivo di puro egoismo. Dopo Piccolo corpo non volevo girare un altro film con carrozze, cavalli e gonne lunghe. Ci ritornerò, forse, ma non subito. Una delle ipotesi era quella di ambientare la storia nel 2024. Tuttavia, sicuramente influenzata dall’imprinting legato a quando avevo letto il romanzo breve, ho deciso di ambientare il film proprio nel 2007-2008, anno in cui mi sono diplomata. Quello che vedevo quando leggevo il romanzo di Stuparich erano i jeans a vita bassa e i cellulari che non avevano ancora la fotocamera. Poi, più coscientemente, ho realizzato che il 2007 poteva avere una forza reale: la Slovenia in quell’anno è entrata nello spazio Schengen e per Trieste, città di transfrontalieri, il cambiamento è stato significativo. C’era questa idea radiosa di “Europa unita”. Il 2007 è stato inoltre l’ultimo anno prima dell’arrivo in Italia di Facebook; essere diciottenni e diciannovenni in quell’anno era di fatto diverso da tutto quello a cui siamo abituati adesso. Con Elisa Dondi condividiamo un immaginario, il lavoro è stato molto faticoso, perché Un anno di scuola è un romanzo perfetto. Nonostante sia del Novecento, è ancora ottocentesco nelle sue caratteristiche, c’è moltissima interiorità, moltissima introspezione dei personaggi e ci sono salti narrativi in molti punti. Il nostro compito è stato creare dei ponti. Siamo state molto fedeli al sentimento e alle dinamiche interpersonali con però una gigantesca differenza, una premessa che nel racconto è diversa. All’inizio del romanzo breve c’è una frase che dice che Antero, Pasini e Mitis si erano appartenuti fino al giorno prima e che l’arrivo di Edda (nel romanzo), li fa allontanare. Io invece ho pensato: «No, il film è qui». La grande differenza è stata quella di descrivere tre personaggi che per un anno hanno tentato di essere quattro, con tutte le dinamiche interpersonali che questo comporta. Nel romanzo, infatti, si separano subito e ognuno di loro ha un rapporto personale e a tratti segreto con la ragazza. Alla fine nessun adattamento è puro. Ora la storia non è più dello scrittore, né del regista: è di chi la legge, di chi la vede e di chi la vive. Trieste non è solo un’ambientazione, ma una presenza narrativa che dialoga con i personaggi. Sono triestina e quindi avevo uno sguardo condizionato sulla città, che negli ultimi anni ha subito un’impennata di cambiamento dal punto di vista dell’immagine urbanistica. Nel cercare luoghi nella mia memoria che potessero restituire quello che ricordavo, ho trovato la location giusta, perfetta e funzionale per il racconto.

Giani Stuparich, nato a Trieste nel 1891, allora parte dell’Impero austro-ungarico, è considerato l’ultimo grande rappresentante della letteratura triestina. Nei suoi scritti, spesso autobiografici, restituisce delicati ritratti della vita e della società del tempo. Così accade in Guerra del ’15, Trieste nei miei ricordi, Ricordi istriani e, naturalmente, in Un anno di scuola. Ambientato al liceo Dante Alighieri – dove Stuparich prima studiò e poi per lunghi anni insegnò – questo delizioso racconto di formazione è stato adattato più volte: nel 1977 dal regista Franco Giraldi in una miniserie televisiva per la RAI e, nel 2022, dalla Compagnia Teatro Stabile del Veneto per la regia di Alessandro Marinuzzi. Un anno di scuola narra lo sconvolgimento prodotto dall’arrivo della prima ragazza al Ginnasio, fino ad allora riservato ai maschi. Una ragazza un po’ ribelle, che rivendica il diritto di «fumare, andare al caffè, rincasare la sera tardi, trattare alla pari coi maschi e discutere con loro». Nello sceneggiato RAI la ragazza scala una parete senza protezione con l’amato cappellino di paglia ornato di ciliegie e anche «il suo camminare era ostentatamente d’uomo col corpo un poco in avanti… ma le pupille erano di una luminosità solare e per la sua bocca scorrevano i sentimenti come ombre morbide sui prati». Ben presto, però, si lascia distrarre dalla nuova compagnia, «perché ella aveva bisogno di amare come di riposare nell’ombra dopo aver camminato molto nel sole». A quei tempi l’amore si prendeva molto sul serio, tanto che nel racconto vi sono ben due tentativi di suicidio. I passatempi erano sani: tuffi e nuotate, uscite in gozzo a vela, pattinate sul Percedol ghiacciato, arrampicate in Carso. Un anno di scuola respira l’aria del Werther di Goethe. Magistrale la capacità di Stuparich di descrivere Trieste con i suoi passaggi verticali, i giardini segreti, tesa sempre verso l’alto, sotto un cielo sempre mutevole: pioggia improvvisa, grandine o raffiche di bora inaspettata. E per chi lo vorrà leggere, una piccola curiosità: la protagonista, Edda Marty, è realmente esistita ed è divenuta una nota pediatra. L’anno del racconto è il 1909-1910. Loris Casadei Un anno di scuola di Giani Stuparich (1961) Edizioni Quodlibet

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cinema FESTIVAL

Maestri d’Asia Il FEFF di Udine riapre la porta sull’Oriente Ogni anno la primavera porta a Udine il felice appuntamento del Far East Film Festival (la ventottesima edizione va dal 24 aprile al 2 maggio). Ospiti da tutt’Italia, Europa e Oriente si uniscono ai cittadini per una grande festa asiatica, che avrà il suo cuore nelle proiezioni al Teatro Nuovo Giovanni da Udine e al Visionario, ma riempie la città di iniziative culturali, musicali, gastronomiche e così via. Possiamo anticipare alcuni titoli. In primo luogo, il Festival presenta in anteprima un magnifico film del Giappone che poi sarà distribuito in Italia dalla Tucker Film: Kokuho di Lee Sang-il, regista giapponese di origine coreana (Hula Girls) al quale sarà anche dedicato un omaggio. Storia di due giovani attori kabuki che si svolge fluendo lungamente nell’arco di cinquant’anni, non è tanto un film sul kabuki (però ne impariamo moltissimo) quanto da un lato una storia del Giappone attraverso la loro vita, dall’altro una riflessione sull’attore e la sua tensione per annullarsi nello spettacolo. Visualmente elegantissimo, è un film affascinante. Un caposaldo del cinema coreano, popolare anche da noi (basti pensare al successo delle serie), è il film storico sui drammi e gli intrighi dell’epoca Joseon. The King’s Warden di Jang Hang-jun narra la vicenda, storicamente autentica, di un giovane re detronizzato, declassato a Lord, esiliato e, anni dopo, condannato a morte. Storia e invenzione si intrecciano nel film quando il giovane aristocratico, mandato in un povero villaggio, arriva a instaurare un rapporto di solidarietà amichevole col capo dei contadini. Sempre dalla Corea, The World of Love di Yoon Ga-eun conclude una trilogia della quale il FEFF aveva mostrato il bellissimo The World of Us. In un liceo un allievo lancia una petizione contro il ritorno nel quartiere di uno stupratore che ha scontato la pena; la protagonista rifiuta di firmarla perché non è d’accordo su una singola frase, cioè che la vita di una bambina violentata resti rovinata per sempre. Litigando, grida di ave28. Far East Film Festival 24 aprile-2 maggio Teatro Nuovo, Visionario-Udine www.fareastfilm.com

© Andy Rementer - Margherita Urbani

re subito una violenza analoga anche lei – poi nega. Questo manda a pezzi il suo rapporto con compagne e compagni; ma c’è molto di più di quel che sembra. Intimista e commovente nella sua quieta intensità, The Old Man and His Car di Michael Kam viene da Singapore. Un vecchio solitario ed esacerbato possiede solo una Mercedes color champagne; quando cerca di venderla, si instaura un’improbabile amicizia con un’anziana trans (per bocca sua c’è una bella rievocazione dei vecchi tempi di Bugis Street, ben nota agli appassionati del cinema singaporiano) che vorrebbe comprarla. L’ondata dei ricordi del vecchio signore si concretizza in frammenti di filmati familiari, con i figli da bambini e la moglie morta, che rappresentano tanto la memoria quanto il dolore e la delusione. Un film atteso è 5 Centimeters per Second, versione real life diretta da Okuyama Yoshiyuki dell’anime di Makoyo Shinkai. La storia del (quasi) amore fra Takaki e Akari si svolge in tre tempi – infanzia, adolescenza e maturità – che qui appaiono in larga parte intrecciati. Comune alle tre storie/età è un appuntamento che viene mancato: vuoi materialmente, vuoi spiritualmente, come nell’episodio adolescenziale. Ovviamente non mancherà il cinema di sparatorie e arti marziali. The Shadow’s Edge di Larry Yang, della Cina continentale, raggiunge quello che è l’obiettivo di molto cinema action-thriller cinese: riprendere la grande lezione di Hong Kong. È un libero remake dell’hongkonghese Eye in the Sky (2005). Concetto: la tecnologia sarà bella, ma se i gangster la fanno in barba alla polizia grazie a un abilissimo hacker che interviene sulle videocamere di sorveglianza, tocca richiamare dalla pensione un piedipiatti vecchio stile. Ecco così entrare in scena Jackie Chan, mentre Tony Leung Ka-fai (che c’era anche nel film del 2005) è il co-protagonista. Non solo i due attori veterani hongkonghesi portano ai loro personaggi una vera profondità, ma alla loro non verde età sanno ancora combattere! Giorgio Placereani

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cinema RASSEGNE

Guardare, non vedere

Brivido lungo la pagina

L’associazione Zero Quattro Uno APS, in collaborazione con Circuito Cinema Venezia propone alla Casa del Cinema di Venezia, una rassegna cinematografica in quattro appuntamenti dal 3 al 24 marzo che si sofferma su alcune tra le pagine più drammatiche della storia politico-sociale dell’America Latina: gli attentati degli anni Novanta a Cuba e le dittature militari in Argentina, Cile e Uruguay. La rassegna nasce con un intento chiaro: non lasciare affievolire la memoria. Guardare questi film oggi significa interrogarsi su responsabilità, silenzi e complicità, ma anche su coraggio civile e desiderio di libertà. Il cinema diventa così testimonianza e riflessione collettiva, capace di riportare al centro le persone, oltre alla mera cronaca. In una parte di mondo spesso segnata da transizioni difficili e da nuovi conflitti sociali, ricordare ciò che è accaduto è anche un modo per meditare sul presente e riconoscere quanto fragile possa essere la democrazia. Ogni proiezione sarà introdotta da una breve presentazione del tema, mentre al termine sarà dato spazio al confronto con il pubblico in sala. Quattro serate per vedere, discutere e, soprattutto, per non dimenticare. Nell’ambito della rassegna No Olvidamos è poi in programma la presentazione del libro La Iglesia en el pueblo. Sacerdoti per il Terzo Mondo tra religione e peronismo in Argentina di Alex Da Frè (Alba Edizioni, 2023). L’esperienza dei sacerdoti terzomondisti si snoda in un contesto socio-politico denso di violenza e speranze di cambiamento, che caratterizza negli anni ‘60 e ‘70 non solamente l’Argentina ma tutto il continente. La Rivoluzione Cubana e il Concilio Vaticano II spingono, da punti di partenza opposti ma con eguale intensità, la Chiesa latinoamericana alla ricerca di nuovi modi per consolidare la propria presenza nella società, partendo dalle sue basi: dal popolo. In Argentina questa ricerca diede vita a un gruppo sacerdotale relativamente ristretto, appoggiato da alcuni vescovi, che si presentò fin dall’inizio come antagonista del governo dittatoriale. A seguire, proiezione del film Garage Olimpo di Marco Bechis.

Quest’anno, esattamente il 12 gennaio, sono caduti cinquant’anni dalla scomparsa di Agatha Christie. Era il 1976 e quella volta, davvero, non è più tornata. La sua presenza nel mondo letterario, e in quello più ampio dell’immaginazione, è stata molto lunga e dura tutt’ora. Dal 1920, quando esce il suo primo romanzo Poirot a Styles Court (ma ci lavorava dal 1916), al 1976 si contano 66 romanzi gialli, 14 raccolte di racconti, 6 romanzi d’amore firmati con lo pseudonimo di Mary Westmacott; a questi si aggiungono svariate opere teatrali, sceneggiature televisive, radiodrammi. Ad oggi sono stati venduti oltre due miliardi di copie delle sue opere (hanno fatto meglio solo Shakespeare e la Bibbia). Ci sono poi gli adattamenti, tra film, sceneggiati televisivi, allestimenti teatrali, fatti mentre era in vita e ancora in corso. Insomma, una fonte inesauribile tinta di giallo, il colore dominante della sua scrittura, della fantasia sfrenata, messa a punto per schemi, tracce, indizi, intrecci complessi, misteri, fascinazione per i dettagli, armi del delitto, veleni. Agatha è una viaggiatrice, di fantasia e di fatto. Nella sua vita è rimasta legata alle origini, a Torquay, nel Devon (contea della Cornovaglia, Regno Unito), ambiente al quale torna nei romanzi, nelle descrizioni, nei personaggi, ma ha anche attraversato ed esplorato terre lontane che l’affascinavano: Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Hawaii, Medio Oriente, viaggiando anche, e più volte, sull’Orient

No Olvidamos. Rassegna cinematografica sull’America Latina 3, 10, 17, 24 marzo Casa del Cinema www.culturavenezia.it

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Agatha Christie. La signora del giallo 5, 12, 19, 26 marzo; 2, 9, 16, 23 aprile Casa del Cinema www.culturavenezia.it


Dove vivo e tutto accade

Express, da Parigi a Istanbul. Tutto questo risuona lungamente nella sua scrittura, nelle storie, nei dettagli culturali, nei misteri e nel carattere dei personaggi, cui la scrittrice dedica molte attenzioni. Il mondo entra a tal punto negli intrecci, che può permettersi di creare figure come Miss Marple, sagace vecchietta e ostinata detective, impegnata a risolvere delitti senza mai spostarsi dal suo villaggio, St. Mary Mead. O Hercule Poirot, il celebre investigatore belga che, pur ritrovandosi a viaggiare, vive rigorosamente dentro abitudini inossidabili, patendo non poco climi e umanità. Da cinquant’anni Agatha Christie non c’è più ma lei risuona. E noi con lei. La Casa del Cinema dedica marzo e aprile a una serie di film tratti dai suoi romanzi, senza svelarne neppure uno. La rassegna è arricchita dalla presentazione di un volume prezioso: Il grande libro di Agatha Christie di Massimo Moscati (Mondadori, 2025); una biografia dettagliatissima e non solo, un viaggio nelle opere della scrittrice, nei film, nelle serie tv. L’autore racconta la più grande autrice di letteratura gialla in due conversazioni: alla Casa del Cinema il 15 aprile, al Centro Culturale Candiani il 16 aprile. Con la rassegna Agatha Christie. La signora del giallo e con il piglio un po’ diabolico del thriller, si propone agli spettatori un viaggio alla scoperta delle storie e di un enigma che potrà essere ricomposto solo all’ultimo appuntamento: dal 5 marzo al 23 aprile, ogni giovedì, il titolo originale del film in programma aiuterà a comporre una parola e, alla fine del percorso di otto film, una frase misteriosa. Elena Cardillo

La Fondazione Benetton organizza annualmente, dal 2012, una rassegna di film e documentari intitolata Paesaggi che cambiano, nella convinzione che anche il linguaggio del cinema, con la sua capacità di visione, la sua poesia e immediatezza, possa portare un contributo significativo in quella riflessione sui luoghi e sui paesaggi che connota l’attività della Fondazione. Con Come fratelli, proiettato a Palazzo Bomben l’11 marzo, Antonio Padovan sceglie di spostare il punto di vista dal consueto e, con l’affetto per una città che può avere solo chi se ne è andato lontano per poi ritornare e decidere di fare il suo cinema vivendoci, la ritrae come un insieme di luoghi che sono belli perché vissuti: dall’intimità della casa allo spazio pubblico dei Buranelli o della Restera, fino al riconoscibilissimo cinema Edera e ad altri luoghi iconici di Treviso e Possagno. Proprio dalla vocazione di Treviso ad accogliere le produzioni cinematografiche, mettendo al servizio del racconto scorci magnifici ma anche posti meno noti, hanno tratto ispirazione Marco Bosa e Alessandro Baratto, autori del cortometraggio che accompagna il film (Cosa succede in città). Non un semplice backstage ma un piccolo gioiello di cinefilia, omaggio a una città capace di trasformarsi in set a cielo aperto e di nutrire lo sguardo del miglior cinema italiano dell’ultimo mezzo secolo, dalla coppia Vincenzoni-Germi a Padovan, passando per Paolo Sorrentino, che a Treviso vent’anni fa ha girato uno dei suoi film più belli, Le conseguenze dell’amore, protagonista della rassegna alla Fondazione Benetton il prossimo 18 marzo. Sulla sintonia tra luoghi e stati d’animo si fonda l’opera del regista bellunese Francesco Sossai che, con il suo Le città di pianura, proiettato l’8 aprile, mette in scena in modo originale, realistico e al tempo stesso privo di giudizio, la pianura veneta che ben conosciamo, terra dello “spaesamento da omologazione del paesaggio” con conseguente perdita di ogni riferimento, dove i protagonisti vivono le loro nottate e la loro amicizia spostandosi continuamente per un bicchiere che non è mai davvero l’ultimo. L’irresistibile e improbabile terzetto, costituito dalla coppia di spiantati Doriano e Carlobianchi, cui si aggiunge il timido e non troppo convinto Giulio, vaga senza meta tra i paesaggi consumati e le rovine del mitico Nordest, in un territorio che non ha mantenuto le promesse e ha relegato i personaggi non allineati ai margini. Succedono poche cose, ma lo sguardo di Sossai su luoghi e persone è magistrale nell’evocare un intero immaginario di facce, paesaggi, parole, musiche, case, bar che chi abita questa regione, prima o poi, ha sicuramente incontrato. Paesaggi che cambiano 11, 18 marzo; 8 aprile Palazzo Bomben-Treviso www.fbsr.it

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YOU BRING THE PROJECT WE DO THE REST

This year we are working on more than 25 exhibitions 144

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cinema

SUPERVISIONI a cura di Loris Casadei

Gilda

Nel Ventennio in Italia la rappresentazione di dark ladies non era certo cosa gradita. Lo dimostra la storia poco conosciuta di Ossessione di Luchino Visconti. Tratto liberamente dal romanzo Il postino suona sempre due volte, che il regista aveva letto in Francia e che in Italia era lettura vietata, venne proiettato per poche ore prima di essere tolto dalla circolazione, nonostante la cattiva Giovanna, interpretata da Clara Calamai, alla fine muoia. La donna doveva essere brava madre di famiglia e buona moglie. Il film è considerato dalla critica come l’alba del Neorealismo. Sono gli americani a dominare la scena con le loro donne fatali. Sicuramente Gilda occupa un ruolo dominante, diretto da Charles Vidor nel 1946. Continua l’ampio uso di luci ed ombre, di voci fuoricampo, la tradizione del flashback, i rimandi neppure troppo nascosti come ad esempio la canzone dello spogliarello di Rita Hayworth Put the Blame on Mame, che incolpa la donna di ogni tipo di atti malvagi, spogliarello che ha la maggiore attrazione nei capelli e negli occhi della diva e non certo nel suo togliersi il guanto. E poi ancora gli oggetti di scena, gli specchi numerosi, i quadri, le veneziane che lasciano filtrare poca luce, il bastone con il punteruolo. Il gioco iniziale dei dadi. Tutto confluisce nella difficile identificazione della donna. «Una lei, perché sembra una cosa, ma all’improvviso sotto i tuoi occhi ne diventa un’altra completamente diversa». Fiumi d’inchiostro su questo film. Numerose anche le riprese, vedasi il terzo episodio di Easy Money con Greta Gynt del 1948. I gangsters del 1946 diretto da Robert Siodmak con la bellissima Ava Gardner, poi Le catene della colpa, titolo originale Out of the Past di Jacques Tourneur, considerato a ragione un classico esempio di noir per la trama contorta, a dispetto di coloro che si aspettano di trovare subito il colpevole, ma ovviamente è la donna, qui Jane Greer, che appare angelica, tenera, indifesa e invece. La RAI nel ripescarlo con il titolo Le catene della colpa ne tagliò implacabilmente molte scene, ma resta la composizione delle luci, l’ambientazione delle scenografie e ancora una volta la storia che non procede lineare, ma con flashback e continue prolessi. Ammirevoli anche i costumi femminili e i copricapo, altro elemento tipico delle dark ladies. Particolari sono le femmes fatales di Max Ophüls. Se in La signora di tutti del 1934 Isa Miranda si presenta “creatura torbida e malata, dalla sensibilità sconvolta e inquietante” come ebbe a commentare il critico Doletti, in Lola Montes del 1955 la regina del sex appeal

francese Martine Carol si mostra ben consapevole del proprio ruolo e delle sue capacità. Ma, come è il destino cinematografico di questi ruoli, e per lei anche nella vita, qualcosa sfugge e si abbandona ad un destino di morte. Film assolutamente da vedere nella sua nuova versione, recuperati i tagli di allora e restaurati i colori da Cannes Classic. Si parte con una lunga sequenza al circo, quando il circo era attrazione incontrastata, cromia, suoni, coreografia, scenografia inneggiano ad un primordiale mondo dello spettacolo. Poi l’inizio della carriera mondana di Lola, ancora il circo e ripresa del flashback, di nuovo circo e così via. Sulla pedana già vediamo prefigurarsi il finale, Peter Ustinov con il frustino e monocolo che detta le regole, i nani che saltellano su pertiche con l’effige della donna e lei, fra luci, candelieri di cristallo che si alzano e si abbassano, tra giocolieri e clown, che si guarda dentro e ricorda quando “frusta in pugno, capelli al vento, in piedi sulla carrozza trainata in una folle corsa di cavalli schiumanti, Lola Montes irrompe nella quieta Europa della prima metà dell’Ottocento”. Paolo Meneghetti scrive: «La parte ambientata nel circo è crudele e visionaria e riprende il tema a lui caro (Ophüls) della mercificazione del desiderio». Più complesso il caso di un’altra tenebrosa, Jeanne Moreau. Già nell’immaginario del pubblico dal 1934, anno in cui è la sfinge nella Machine infernale di Jean Cocteau. In Eva, regia di Joseph Losey del 1962, interpreta il ruolo di una squillo d’alto bordo che irretisce uomini e li rende suoi schiavi. Il film parte con una lunga sequenza su Piazza San Marco e la laguna, quando ancora erano le gondole e non i battelli a far da padrone lungo i canali e al Lido andava di moda lo sci d’acqua. Le scene di nudo (ovviamente appena accennato dato il periodo: vasca da bagno con spessa coltre di schiuma, cerniera abbassata, ripresa dal basso mentre sale le scale) non sono per nulla erotiche, ma lo sono i suoi capelli spesso scarmigliati. Il riferimento alla Medusa è nelle statue della villa, nello sguardo indifferente. Anna Masecchia, docente universitaria di cinema, così ne interpreta la figura: «Una donna in cui la maschera della femminilità è consapevole, ed è così l’unico personaggio del film che riesce a mettere a distanza la propria immagine. Sta in ciò la sua potenza: sovvertire attraverso l’autodeterminazione e l’autorappresentazione un’immagine della donna specchio del desiderio e della paure maschili». Loris Casadei

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cinema CINEFACTS

a cura di Marisa Santin

DARK DREAMS

Se gli Oscar sono un sogno collettivo, quest’anno il sogno è inquieto. I film candidati sembrano ossessionati da tematiche di potere, identità, creazione, conflitto e fama, mentre mostri, guerre, ego smisurati, complotti e creature artificiali invadono lo schermo. Forse Hollywood non sta solo celebrando il meglio del cinema, sta anche cercando di capire in che America si è risvegliata. Tra i titoli in corsa per la notte degli Academy Awards del 15 marzo ne abbiamo scelti cinque che, in modi diversi, parlano del nostro presente.

Sinners

di Ryan Coogler Il dominatore delle nomination è una storia di vampiri carica di tensione morale, che mescola sangue, blues e lirismo gotico nel Mississippi degli anni ‘30. Non è solo horror, è un racconto su colpa e potere, su chi viene escluso e su chi scrive la Storia con la ‘S’ maiuscola. Se trionfa, l’Academy sta dicendo che il genere non è più periferia ma centro città.

One Battle After the Other

di Paul Thomas Anderson Una battaglia dopo l’altra. Il titolo suona come un bollettino permanente, intercettando un mondo che non riesce a uscire dalla modalità conflitto, dove ogni scontro è solo il preludio al successivo, tra tensioni pubbliche e fratture private. Niente eroi puri, niente pacificazioni consolatorie. Già fortissimo nella stagione dei premi, il film è sostenuto da un cast di primo piano guidato da Leonardo DiCaprio.

Marty Supreme

di Josh Safdie Ascesa, ambizione, culto della personalità. Marty Supreme racconta la costruzione di un mito contemporaneo tra successi mediatici e crepe private. È il ritratto di un uomo che vuole dominare il sistema e finisce per diventarne il prodotto perfetto, in un mondo in cui la fama è una macchina vorace che crea idoli per poi consumarli con la stessa rapidità. Un “one-man show” affidato a Timothée Chalamet, già protagonista ai Golden Globe.

Bugonia

di Yorgos Lanthimos Tra complottismo, alienazione, satira e ironia nera, Bugonia mette in scena un clima globale di sfiducia e teorie virali, nella dilagante paranoia che “qualcosa” ci stia costantemente manipolando. Dalla palude del sospetto, fatta di teorie campate per aria (o forse no? In Lanthimos nulla è mai scontato), emergono eroi improbabili e disturbati, pronti a “salvare” il mondo a qualsiasi costo. Splendida e bravissima Emma Stone.

Frankenstein

di Guillermo del Toro In un’epoca di intelligenze artificiali e biotecnologie, il mito eterno del creatore e della creatura torna più attuale che mai. Le domande sono sempre quelle: chi è responsabile di ciò che mette al mondo? Quanto può osare Prometeo prima che la sua ambizione gli si ritorca contro? Siamo davvero sicuri di desiderare una vita che non accetti la morte? La scienza corre, l’etica arranca.

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Intervista Giovanni Montanaro

IL FUOCO DI GIOVANNI Protagonista del primo incontro di Verso Incroci, anteprima di Incroci di civiltà 2026, Giovanni Montanaro racconta una nuova storia, anzi due, che si rincorrono mentre Venezia tra le pagine del libro si trasforma in maniera apparentemente irreversibile. Ma la città, e naturalmente le storie, sono sempre imprevedibili... di Elisabetta Gardin

etcc...

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l fuoco di Venezia, nuovo romanzo di Gio-

vanni Montanaro, edito da Feltrinelli, si apre con la descrizione di una grande fornace a Murano, o meglio di quel che ne resta dopo l’incendio che quindici anni prima l’ha distrutta. Da fuori si legge ancora l’insegna Fornace dell’Est Vetri d’Arte Famiglia Spina Torcellan, un’antica vetreria dalle alterne fortune, di proprietà di una donna, cosa insolita in un mondo maschile. È questo dunque il palcoscenico in cui si muovono i due protagonisti principali: Tiziano Zen, alto, occhi chiarissimi, geniale maestro vetraio, testardo, orgoglioso, irruento, innamorato del suo lavoro, ed Elena Spina Torcellan, bellissima, sensuale, libera, parte dell’alta borghesia dalle buone frequentazioni, moglie insoddisfatta e madre in crisi con un figlio che non la stima, non la ama, e una figlia dolce e infelice, divorata da un malessere esistenziale. Tiziano Zen abita a Castello, viene da una famiglia povera, a quattordici anni inizia a lavorare in vetreria. È bravissimo, ma il suo brutto carattere lo fa litigare con tutti, creandosi una cattiva nomea. Dopo avere risposto ad un annuncio sul Gazzettino viene assunto da Elena alla Fornace dell’Est, in quel momento sull’orlo del fallimento. Inizialmente il rapporto tra i due si limita al lavoro, da padrona a subalterno, un giorno per caso Tiziano si imbatte in Elena in centro, le offre un caffè e «per la prima volta pensa che una donna così non l’aveva mai vista, non era come le altre, ma in cuor suo sentiva che appartenevano a due mondi diversi, lui al popolo, lei alla Venezia più in vista». Ci sono infatti grandi differenze sociali, ma

ben presto la passione riuscirà a cancellare e limare i problemi, nascerà un grande amore e una profonda collaborazione creativa che li porterà a progettare insieme vetri bellissimi e di grande successo. Li lega la passione per il vetro «perché è la cosa che più di tutte somiglia alla vita». Il loro sarà un rapporto complesso, travolgente, due anime che non riescono a stare lontane, si separano ma pur essendo distanti «continuavano a trovarsi senza trovarsi», come in tutti i grandi amori. Il tempo e la vita rimetteranno al centro quelle diversità, creando fratture nella coppia: troppo difficile gestire due stili di vita così diversi, per cultura, frequentazioni, abitudini. Montanaro ci guida attraverso l’animo dei protagonisti e la loro storia d’amore, che si interseca con quella di Venezia: tra le pagine del romanzo affiora una città che cambia enormemente nel corso degli ultimi decenni. Dagli anni ‘60 pieni di speranza e serenità, in cui troviamo una città viva, popolata di famiglie, di bambini che si tuffano nei canali, di negozi, per passare alla lotta politica, alla rabbia, al livore del ‘70 e poi i veleni e le morti del Petrolchimico di Marghera, la Mala del Brenta, il turismo fuori controllo, lo spopolamento, ma anche la sagra di San Giacomo, le partite della Reyer, i grandi eventi culturali dal Carnevale alle Biennali. Per chi ama Venezia è impossibile non ritrovarsi, non immergersi in questi racconti e lasciarsi andare ai ricordi, ai luoghi frequentati, rivedere volti noti, locali famosi, ristoranti, luoghi di cultura come la Collezione Guggenheim o


il Teatro La Fenice. Venezia è da sempre un contenitore di bellezza: da una parte lo splendore dei suoi monumenti, la sua unicità, ma dall’altra anche molto rammarico, perché da tempo pare lontana dal contemporaneo, priva di una chiara prospettiva, di un progetto; mancano i grossi imprenditori, gli industriali, è una città che ha poco peso politico e problemi enormi. Ne Il fuoco di Venezia ancora una volta Montanaro sa raccontarci i sentimenti con grande intensità, siamo sempre avvinti dal suo stile personalissimo, essenziale, privo di enfasi, frutto di un meticoloso lavoro di sottrazione, di cura. La storia ci avvolge fino alla fine quando i misteri, i segreti, che la trama ci offre, verranno svelati... Com’è nato il suo ultimo romanzo Il fuoco di Venezia, e perché proprio Murano, una fornace? C’è qualcosa di autobiografico o legato alla sua famiglia? Da tanti anni volevo scrivere un romanzo che raccontasse tutta la Venezia degli ultimi sessant’anni. Ma non una Venezia scontata; una Venezia diversa, vitale. In cui non poteva mancare il lavoro. E alla fine l’ultima grande “industria” veneziana è proprio il vetro, che poi ovviamente ha un significato anche simbolico, di bellezza e fragilità. È tutto autobiografico, in fondo, perché la storia di Venezia più recente l’ho vissuta anche se, personalmente, non ho legami familiari con Murano. Sarei buranello, piuttosto, il prossimo magari sarà sui merletti. È che Murano è potente, vicina. Chi non è andato in fornace da bambino? Chi non aveva a casa qualcosa di Murano, un vaso magari di pregio ma anche le caramelle, i pesciolini? Come autore possiede la straordinaria capacità di dosare perfettamente le parole, scegliendo sempre le più efficaci, le siamo grati perché ci risparmia aggettivi come iconico, distopico, resiliente. C’è un gran lavoro di cesello, come ottiene uno stile così asciutto, chiaro, impeccabile? Penso che soprattutto in questo romanzo ci fosse un’urgenza di raccontare, una trama fitta, continui colpi di scena, che proprio non permettevano di indugiare sul virtuosismo. E poi le parole sono preziose, oggi si usano continuamente a caso, anche sbagliandole, ma soprattutto esagerando. Le parole non sono solo un vezzo, un gio-

co, ma la necessità di comunicare. E comunque chi dice “resiliente” o “resilienza” dovrebbe essere arrestato. Venezia è ancora una volta protagonista di un suo libro. Oggi è una città in crisi, con enormi problemi, cosa si augura per il futuro? Un cambio di passo e, nel breve, di governo. Una maggiore attenzione per le tre emergenze vere; gli abitanti nella Laguna, la sicurezza di Mestre, la rigenerazione di Marghera. Uno studio serio su cosa ci sarà dopo il Mose. Però, anche, una capacità di tornare a raccontare una città vitale, imprevedibile, che può essere attrattiva tanto per grandi investimenti internazionali quanto per chi voglia vivere ancora in un posto che è della misura degli uomini, in fondo più interclassista di quanto si pensi, vicino alla bellezza ma anche alla natura. Non si sta certo male a Venezia; il problema è che sia diventato un privilegio anziché una scelta. Lei è un avvocato, si occupa di diritto internazionale, attività molto impegnativa, come riesce ad organizzare la sua vita da scrittore? Ha orari precisi, riti quotidiani? In realtà no. Il lavoro ha la priorità, si può organizzare, certo, ma spesso porta poi a dover scombussolare ogni piano. Ho capito però che le storie sono importanti se restano, e dunque non mi preoccupo troppo. Non è l’ispirazione di un momento, ma un lavoro lungo, che dura anni. Specie per Il fuoco, che di fatto è stata una allegra fatica di tanti anni. È che senza scrivere non saprei proprio vivere. Ma anche senza fare l’avvocato non starei granché. Il fuoco di Venezia è molto cinematografico, pare una sceneggiatura già pronta, ha già pensato a una possibile trasposizione per il grande schermo? Nel caso chi vedrebbe ad interpretare Elena e Tiziano? Visto che Mastroianni e Claudia Cardinale mi risulta non siano più disponibili, possiamo puntare magari su Anna Foglietta ed Elio Germano? Non sarebbe male. Altro che, sarebbe un sogno! Basta che poi non facciano l’accento veneziano ridicolo che di solito fanno i non veneziani.

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etcc... VERSO INCROCI PROGRAMMA

PIETRO SEQUI e MARIA CHIARA ARESE

Cristoforo Borri è una figura che la storia ha lasciato in penombra senza motivo apparente: gesuita, astronomo e missionario del Seicento, si mosse tra Italia, Portogallo, Spagna e Vietnam con una curiosità intellettuale che attraversava scienza, fede e osservazione del mondo. Pietro Sequi e Maria Chiara Arese gli restituiscono voce nel volume Cristoforo Borri. Autobiografia di un audace gesuita, un talento vessato, lavoro di recupero storico e culturale che nasce da decenni di vita e ricerca in Vietnam. A discuterne con loro Linda Zampol D’Ortia, docente di Ca’ Foscari, con l’intervento di Phan Thi Huyen Trang. 5 marzo h. 17 | Aula Baratto, Università Ca’ Foscari

SORJ CHALANDON

Reporter per anni di Libération, Sorj Chalandon ha seguito alcuni dei principali scenari di crisi del secondo Novecento – dall’Irlanda del Nord ai grandi processi internazionali – con un rigore che gli è valso il Prix Albert-Londres. A quella esperienza ha affiancato una narrativa ampia e riconosciuta, in cui memoria, violenza e responsabilità individuale si intrecciano con una forte tensione etica. Romanzi come Il mio traditore, La quarta parete e La professione del padre restituiscono una scrittura asciutta, radicata nella realtà ma capace di costruire dispositivi narrativi complessi. Chalandon dialoga con Julien Zanetta, docente di Ca’ Foscari, in un incontro introdotto da Flavio Gregori. In collaborazione con Pordenone Dedica 2026, di cui lo scrittore è protagonista. 17 marzo h. 11.30 | Tesa 1, CFZ – Ca’ Foscari Zattere

ECE TEMELKURAN

Dal 2016 Ece Temelkuran vive a Berlino, impossibilitata a rientrare in Turchia a causa delle sue posizioni politiche. Scrittrice, giornalista e commentatrice politica, ha costruito un percorso che intreccia narrativa, saggistica e intervento civile, con articoli tradotti da The Guardian, The New York Times e Le Monde. Nei suoi libri più noti – Come sfasciare un paese in sette mosse e La fiducia e la dignità – ha analizzato i meccanismi del populismo contemporaneo con una lucidità che le è valsa attenzione internazionale. Il suo ultimo lavoro, Stranieri come te, interroga identità, appartenenza e convivenza in un’Europa segnata da fratture e migrazioni. In dialogo con Pietro Del Soldà, introdotta da Flavio Gregori. 24 marzo h. 18 | Auditorium Santa Margherita – Emanuele Severino

MARCELO RUBENS PAIVA

Sono ancora qui è insieme un romanzo e una storia vera: la memoria della madre di Marcelo Rubens Paiva, Eunice, che dopo la sparizione del marito durante la dittatura brasiliana ha continuato a lottare per decenni per ottenere verità e riconoscimento. Lo scrittore brasiliano – autore di Felice anno vecchio e Blecaute, più volte premiato con il Jabuti e con il Premio dell’Academia Brasileira de Letras – porta a Verso Incroci un libro che fonde memoria personale e storia collettiva con un registro diretto e una tensione autobiografica potente. In dialogo con Alessandro Mistrorigo e Monica Simas di Ca’ Foscari, introdotto da Michele Lenzerini. A seguire, proiezione dell’omonimo film di Walter Salles (Ainda Estou Aqui, Brasile 2024). 30 marzo h. 17 | Teatro Ca’ Foscari

MARTA PÉREZ-CARBONELL

Docente di letteratura spagnola alla Colgate University, Marta Pérez-Carbonell affianca alla ricerca accademica un esordio narrativo già tradotto in più paesi: Niente di più illusorio (Feltrinelli, 2025), romanzo che si misura con identità, percezione e costruzione del reale mantenendo un dialogo implicito con la tradizione letteraria spagnola, terreno familiare per un’autrice formatasi sull’opera di Javier Marías. Il libro segna il passaggio dalla scrittura accademica a quella narrativa senza abbandonare l’attenzione alle forme del racconto e alle dinamiche relazionali che definiscono il contemporaneo. 31 marzo h. 17 | Ca’ Bernardo, Università Ca’ Foscari www.unive.it

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etcc... INCROCI DI CIVILTÀ

Altro da me Incroci, dialogo tra culture differenti Dal 15 al 18 aprile Venezia ospita la 19. edizione di Incroci di civiltà, Festival Internazionale di letteratura diretto dal professor Flavio Gregori, ideato e organizzato da Università Ca’ Foscari, in collaborazione con Fondazione di Venezia e Comune di Venezia. L’inaugurazione il 15 aprile al Teatro Goldoni, per un’escursione in territorio musicale che fa da dichiarazione d’intenti allo spirito che da sempre contraddistingue questo appuntamento: i confini semplicemente non esistono, i linguaggi sono fatti per comunicare tra loro senza restrizioni di sorta, anzi guardando con fierezza alla propria unicità. Anche quest’anno Incroci di civiltà porta in città figure di primo piano della letteratura e della cultura internazionali, dando vita a una kermesse che sovrappone storie, culture, generi ed esperienze da tutto il mondo. Ad aprire il Festival il pianista Ramin Bahrami, protagonista del concerto inaugurale al Goldoni dedicato all’incrocio fra le musiche occidentali e orientali, fra Bach, Mozart, Rohani e altri grandi compositori per pianoforte. Bahrami è considerato uno dei più interessanti e importanti interpreti di Bach, di cui ha inciso memorabili versioni delle Variazioni Goldberg e rappresenta, come uomo e come artista, un ponte tra Oriente e Occidente. La sua ricerca interpretativa è rivolta alla produzione tastieristica di Bach, affrontata con una sensibilità cosmopolita nutrita da influenze tedesche, russe, turche e persiane. Nato a Teheran nel 1976, si diploma con Piero Rattalino al Conservatorio “G. Verdi” di Milano, approfondisce gli studi all’Accademia Pianistica di Imola e con Wolfgang Bloser alla Hochschule für Musik di Stoccarda, perfezionandosi con Alexis Weissenberg, Charles Rosen, András Schiff, Robert Levin e Rosalyn Tureck. Bahrami incide in esclusiva per Decca-Universal. Tra gli ospiti finora annunciati, anche la poetessa britannica Carol Ann Duffy, una delle più eminenti voci poetiche inglesi contemporanee. Nata a Glasgow nel 1955, figlia unica di genitori cattolici della classe operaia, è cresciuta a Stafford e si è laureata in Filosofia all’Università di Liverpool nel 1977. Nel Regno Unito gode di altissima stima da parte di critica e pubblico e le sue pubblicazioni hanno ricevuto numerosi premi; vive a Manchester, dove lavora a nuove raccolte di poesia per bambini e per adulti. In Italia le sue opere sono edite da Le Lettere, Einaudi e Crocetti (Poesie d’amore, 2024; Elegie, 2025; in uscita Natura e Politica, 2026). A Incroci di civiltà è protagonista di un reading poetico all’Auditorium Santa Margherita. Sempre all’Auditorium Santa Margherita, Incroci accoglie Geoff Dyer, scrittore e saggista inglese tra i più originali della scena attuale. Laureato in Letteratura inglese al Corpus Christi College di Oxford, è inoltre annoverato tra i massimi esperti internazionali di fotografia ed ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Somerset Maugham Award, il Bollinger Everyman Wodehouse, il National Book Critics Circle Award e il Windham-Campbell Prize; è Fellow della Royal Society of Literature e membro della American Incroci di civiltà 2026 15-18 aprile www.incrocidicivilta.it

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Ramin Bahrami © Giuseppe Melandri

Carol Ann Duffy

Academy of Arts and Sciences. In Italia Il Saggiatore ha pubblicato diverse sue opere, tra cui Sabbie bianche, Il colore della memoria, Zona, Natura morta con custodia di sax; nel 2026 Il Saggiatore pubblica il memoriale Homework (17 aprile). Geoff Dyer incontra il pubblico veneziano in dialogo con Dayanita Singh, nata a Nuova Delhi e considerata una delle figure più centrali e innovative della fotografia contemporanea. Dopo gli studi in Visual Communication al National Institute of Design di Ahmedabad e in fotografia documentaria all’International Center of Photography di New York, Singh ha sviluppato una pratica che unisce fotografia, libro d’artista e installazione, esplorando il modo in cui le immagini vengono organizzate, lette e reinterpretate, con particolare attenzione a sequenza, archivio e memoria. Tra i riconoscimenti ricevuti figurano il Prince Claus Award (2008) e il prestigioso Hasselblad Award (2022). Le sue opere sono state esposte in istituzioni come il Museum of Modern Art, la Hayward Gallery di Londra, il Museum für Moderne Kunst di Francoforte e l’Art Institute of Chicago, e includono oltre una dozzina di libri fotografici, molti in collaborazione con l’editore Steidl. Nota anche per i suoi “musei mobili” (come Museum Bhavan) e per aver ridefinito il libro fotografico come oggetto d’arte, Singh presenta a Venezia un progetto legato alla pratica archivistica che all’Archivio di Stato ai Frari trova spazio dal 17 aprile al 31 luglio con la mostra ARCHIVIO, curata da Andrea Anastasio (vedi p.74).


Geoff Dyer

Ryōko Sekiguchi

VENEZIA MILLEFIORI

Dayanita Singh

Cultural festival Incroci di civiltà returns to Venice on April 15-18 for its nineteenth edition, reaffirming its mission as a space where literature becomes dialogue across cultures. The festival opens at Goldoni Theatre with a musical statement of intent: boundaries dissolve, languages meet, and artistic identities speak freely to one another. The opening concert features pianist Ramin Bahrami, celebrated worldwide for his interpretations of Bach. Born in Tehran and trained between Milan, Imola, and Stuttgart, Bahrami embodies a bridge between East and West. His performance intertwines Western and Middle Eastern musical traditions, moving from Bach and Mozart to Rohani and other composers, reflecting his cosmopolitan sensibility shaped by German, Russian, Turkish, and Persian influences. Among the literary guests is Carol Ann Duffy, one of the most acclaimed contemporary British poets. Raised in a working class Catholic family and educated in philosophy, she has earned major recognition in the UK and continues to write for both adults and children. In Venice she presents a poetry reading at the Auditorium Santa Margherita, where her works highlight her distinctive blend of lyricism, wit, and emotional clarity. The same venue hosts Geoff Dyer, an English writer and essayist known for his genre defying approach and his authority in the field of photography. Winner of numerous international awards and Fellow of the Royal Society of Literature, Dyer meets the public in conversation with Dayanita Singh, a leading figure in contemporary photography. Singh, renowned for her innovative “mobile museums” and her redefinition of the photo book as an art object, presents in Venice a new installation dedicated to Italian archival practices.

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Una botanica veneziana del XIX secolo di nome Ilaria, e un erbario che ha attraversato il tempo. Ryōko Sekiguchi, poetessa e scrittrice giapponese trapiantata a Parigi, ha trascorso un periodo di residenza a Venezia grazie alla casa editrice Wetlands, e da quell’esperienza è nato Venezia Millefiori, che sarà presentato per la prima volta al festival Incroci di civiltà, di cui l’autrice è stata già graditissima ospite nel 2023. Testimonianze d’archivio, frammenti dell’erbario di Ilaria, visioni poetiche e note epistolari confluiscono in un ritratto che evita i monumenti per cercare l’effimero: i fiori, i profumi, le stagioni. Un gesto quasi sciamanico per restituire a Venezia un’anima vegetale. Non sorprende, conoscendo la scrittura di Sekiguchi. Già in Nagori (Einaudi, 2022) aveva esplorato la nostalgia come esperienza sensoriale, legata alla sparizione di un sapore, di una stagione, di qualcosa che non tornerà. «Mi considero un’archivista dell’effimero», ha dichiarato durante la residenza veneziana. Una definizione nata da una ferita precisa: la tripla catastrofe del 2011 – terremoto, tsunami, Fukushima – che le ha rivelato quanto sia impossibile “contare” ciò che si perde davvero. Non le case, non i morti, ma il profumo delle magnolie, i piatti di una famiglia, la musica di un villaggio. È da quella consapevolezza che la cucina è entrata nella sua scrittura, e con essa la stagionalità, non come metafora del tempo che scorre, bensì come antidoto ad esso. «Il ritmo delle stagioni può essere la nostra salvezza, di fronte a questo tempo lineare e crudele che va verso l’abisso». La sua eroina è la piccola fiammiferaia di Andersen: qualcuno che accende un fiammifero nel buio, fa emergere per un istante ciò che conta, e passa. La letteratura dovrebbe fare esattamente questo. «Non scrivo di una città – precisa – scrivo per quella città». Tokyo, Beirut, Venezia: ogni luogo tra le pagine di Sekiguchi diventa organismo vivo da attraversare con tutti i sensi, uno spazio in cui esseri umani, ambiente e storia negoziano incessantemente. Venezia Millefiori, costruito attorno alle voci delle donne che oggi difendono la città, ne è la dimostrazione più compiuta: un libro che non si limita semplicemente a raccontare Venezia, ma tenta di restituirle qualcosa. C.S. Venezia Millefiori di Ryōko Sekiguchi (Wetlands, 2026)

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etcc... STORYTELLING

L’OSSESSIONE AUREA Q uando Federico Buffa bussa alla porta noi corriamo ad aprire. Sempre. Perché chi ha fame di storie non smette mai di cercarle, di indagarle, di ascoltarle, di immergervisi, di restituirle al meglio ad altri se ne è capace. Sì, perché le storie, quelle che emozionano dentro per i contenuti peculiari e spesso irripetibili di chi queste stesse storie le abita, sono la linfa primaria che innerva la nostra immaginazione e la pietanza più prelibata che sazia transitoriamente la nostra inesausta fame di curiosità. Buffa è, con un termine che faccio sempre più fatica a digerire, lo storyteller per eccellenza del nostro tempo su uno dei terreni che più incendiano l’universo emotivo dei più di noi (mal per gli altri…), lo sport. Intendiamoci, non ha inventato nulla, perché alle sue spalle ha almeno tre, quattro giganti a cui ha potuto in qualche modo ispirarsi. E però ha reinventato molto, forse tutto di questo linguaggio teso a far rivivere, come fosse oggi più che ieri, i grandi protagonisti delle meravigliose gesta sportive che hanno segnato le nostre vite. Tra chi l’ha altamente preceduto individuerei uno su tutti, quel Gianni Minà la cui rubrica telefonica è stata per decenni, e lo è ancora, oggetto non solo di pura invidia, ma anche di possibili piani di furto. Eravamo io, Diego, Alì, Gabo, Fidel… e via discorrendo, come da mantra quotidiano del buon Fiorello ai tempi d’oro di Viva Radio 2. Uno che sul campo ha raccontato lo sport come nessuno prima, e non solo lo sport, perché attraverso lo sport era capace di accompagnarci nei più profondi meandri delle trasformazioni radicali del secondo Novecento, facendo di irripetibili miti quali Alì o, che so, Maradona, di cui naturalmente era amico e a cui queste divinità sportive garantivano prima che a qualsiasi altro suo collega in esclusiva le loro esternazioni, delle autentiche figure angolari degli scarti anche proprio politici del nostro tempo, intesi nella loro accezione più ampia, quindi includendo l’idea dello sport come veicolo di riscatto sociale, di crescita culturale, di stimolo attivo e dinamico per i più giovani nel cambiare la propria condizione di vita determinandola autonomamente. Insomma, un gigante. Ecco, e non importa se lui sia d’accordo o meno (ma lo sarà, ne sono convinto…), se proprio devo immaginarmi una staffetta in questa lunga e vibrante rotta narrativa, la vedrei proprio con in terza e quarta frazione, le due che infine servono per tagliare per primi il traguardo, Minà e Buffa, sì. Figure dalle estrazioni socio-culturali e dalla formazione assai distanti per età ed esperienze, ma accomunate dalla passione di immedesimarsi nei miti dello sport viaggiando sul crinale insidiosissimo che separa la più vertiginosa libertà immaginifica del raccontare, spesso meta-raccontando spericolatamente, dallo scavo, dalla ricerca documentaria puntigliosissima e ossessiva. Due versanti in qualche modo opposti che per convivere credibilmente richiedono l’individuazione costante di un punto di equilibrio salvifico pena il fallimento, o per eccesso di retorica, o, viceversa, per eccesso di noia notarile. Insomma, se proprio mi si chiedesse di individuare chi, raccontando lo sport, ha tenacemente, direi proprio Otto infinito – Vita e morte di un Mamba 23 aprile Teatro Toniolo-Mestre festivalidee.it

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testardamente, costruito negli anni una meticolosa mappa di questi mille e più punti di equilibrio, non saprei davvero chi altro indicare se non questi due grandi narratori. Buffa naturalmente opera in un’altra era, in un tempo in cui i media sono divenuti davvero un’altra cosa, concedendo la possibilità di disporre di molti più formati, di molte più soluzioni anche proprio tecnologiche nel confezionare un racconto convincentemente attrattivo. Video, suoni, voci fuori campo, utilizzo immediato, grazie al digitale, di milionate di fonti incrociate… Insomma, un altro lavorare proprio, un altro apparecchiare la tavola del racconto. Eppure quando senti Buffa mollare le redini e calarsi senza paracadute in queste storie, in questi personaggi, concludi che poi l’essenza rimane sempre quella, ossia un mix calibratissimo di autentica, divorante passione e di religiosa cura per ogni singolo dettaglio, per ogni singola informazione, dato, conoscenza. Per chi non desse del tu al Nostro dalla sua prima ora comunicativa, ossia da quando insieme a Flavio Tranquillo negli anni ‘80 era la voce ufficiale delle radiocronache della leggendaria Olimpia di SuperDan Peterson, senza contare la precedente, fondativa esperienza sulle colonne di Superbasket diretto dal maestro dei maestri Aldo Giordani, è utile, direi fondamentale qui ricordare che la sua passione sorgiva per lo sport risiede nel Gioco, come si dice giustamente nell’ambiente, ossia nel basket. Da allora, 20, 25 anni di fantastiche telecronache con Tranquillo, coppia complementare prossima al divino tandem tennistico Tommasi/Clerici, sul fronte della palla a spicchi Usa, pianeta NBA ma anche NCAA. Per chi è devoto al Gioco come il sottoscritto non può non ricordare come autentiche epifanie narrative in chiave sportiva i loro racconti in presa diretta, talvolta addirittura a bordo campo (!!), dell’epopea dei Bulls di colui il quale ancor oggi viene battezzato col nome di uno dei cinque elementi della vita, Air. Inutile ricordare il suo nome e il suo cognome spero, vero? Da lì, poi, la costruzione di un suo peculiare percorso non più scandito dalla stringente attualità, e quindi il via alla sua galleria di grandi storie di sport e di vita, con una teoria incalzante ed emotivamente entusiasmante di vicende umane che dai campi di gioco si allargano allo spettro più ampio e complesso della vita. È il momento in cui progressivamente il calcio la comincia a fare da padrone nei suoi racconti, ovviamente per ragioni anche, ma certo non solo, di audience. E però è un calcio restituito con una disposizione vorrei dire quasi letteraria, ben lontana dal chiacchiericcio crasso dei bar sport televisivi di oggi che fanno di questo ambiente forse il più insopportabile tra tutti quelli che caratterizzano il variegato universo sportivo. E quindi Diego, Platini, Cruyff, o le storie dei mondiali, con reportage storici anche sulle città che nei decenni li hanno ospitati. Fino ai Buffa Talks di oggi, con puntate monografiche di almeno un’ora incentrate su un unico personaggio presente in studio per delle interviste che sono degli autentici ritratti emozionali e, direi di più, esistenziali di fuoriclasse vivisezionati dentro e fuori il loro stretto recinto di gioco. Solo per ricordare le ultime puntate: Velasco, Goggia, Brignone, Messina, Pellegrini… Insomma, un autentico pantheon dello sport.


Vi confesso, però, che era da un bel po’ che al buon Federico avrei voluto chiedere: ma insomma il Gioco, il nostro caro basket, proprio l’hai rimosso definitivamente dal tuo orizzonte narrativo? Ma come è possibile, proprio tu?? Appena stavo per scrivergli infine una mail di rispettosa ma piccata protesta, eccolo lì pronto, in contropiede, a calare il jolly clamoroso del Black Mamba! Wowww!! Kobe, l’immenso Kobe Bryant sul quale, dopo la sua tragica dipartita con la sua amata figlia in quel drammatico incidente elicotteristico di sei anni fa, era calata una sorta di rispettoso, sospeso silenzio, quasi che nessuno fosse in grado di trovare nel tempo, dopo le immediate reazioni di cordoglio inconsolabile, le parole adeguate a colmare un istantaneo, inatteso vuoto di cotale enormità. Colui il quale a tutti gli effetti prese poco meno di trent’anni fa il testimone da sua maestà MJ, sia per il ruolo, per le caratteristiche di gioco, che per la feroce mentalità, per la complessità umana, per la cifra contraddittoria di personalità sempre votate a un’unica, vorace ossessione, ossia vincere, performare, aveva tutto, ma davvero tutto per essere il soggetto ideale di una grande saga, di un film epico, di un’avvincente serie. Eppure niente, ancora nessuno, o quasi, aveva trovato il modo, l’approccio, la chiave giusta per restituircelo in tutte le sue sfaccettature. Ora Buffa finalmente ci si getta a capofitto nel caleidoscopico universo di Kobe con questo spettacolo teatrale, Otto infinito – Vita e morte di un Mamba, per la regia di Maria Elisabetta Marelli e con le musiche di Alessandro Nidi (pianoforte), Sebastiano Nidi (percussioni), Filippo Nidi (trombone), che per tutti quelli che hanno amato questo straordinario campione non può che

essere davvero un’occasione imperdibile per rivivere, attualizzati, quei tempi d’oro. Un viaggio scandito da otto capitoli che restituiscono altrettante fasi della vita e della costruzione caratteriale di questo campione. Una persona difficile, zero accomodante, che non concedeva nulla agli avversari e ancor meno ai compagni, che decideva di getto, stringente, come concludere un attimo, una fase del gioco, così come della vita. Con Jordan oltre all’immenso talento, aveva in comune, come dicevamo, una cosa su tutte: l’ossessione, l’ossessione di cavare il meglio da sé stesso e dagli altri, costi quel che costi; l’ossessione di migliorarsi in ogni dettaglio per il vero, unico scopo: vincere. Perché vincere rappresentava per lui non aver lasciato nulla di intentato per strada, voleva dire ingaggiare una guerra totale con tutti quei momenti o atteggiamenti che avrebbero potuto chiamarsi poi rimpianti. Una persona che portava al limite sé e chi gli stava vicino, senza timore di non farsi ben volere. L’intensità assoluta era il suo mantra principe, il resto doveva venire di conseguenza. Insomma, davvero c’è un’attesa febbrile tra gli amanti del Gioco, ma non solo, per questa ultima impresa di Federico Buffa, che finalmente è tornato a casa accompagnandoci per mano nelle gesta di uno dei più grandi fuoriclasse di sempre. Uno spettacolo che è partito a febbraio da Reggio Emilia, già, proprio lì da dove tutto è partito. Sì, perché Kobe era anche nostro, dato che i primi canestri li ha insaccati proprio tra i campetti di Reggio Calabria, Rieti, Pistoia e della via Emilia, quando il padre infilava i cesti nella gloriosa serie A degli anni ‘80. Massimo Bran

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etcc... FUORISERIE

Educazione sentimentale Edoardo Prati approda al Teatro Goldoni «Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le audaci imprese io canto». A pronunciare questi versi davanti non è un attore di carriera né un professore di filologia, ma uno studente fuorisede che ha iniziato parlando di Dante e Tasso davanti allo schermo di uno smartphone. Ora, con Cantami d’amore, porta nei teatri italiani una conversazione che intreccia poesia e musica per interrogare colui che da sempre – si sa – «move il sole e l’altre stelle». Edoardo Prati, nato a Rimini nel 2004, si definisce con una formula disarmante nella sua semplicità: studente e creator. Frequenta Lettere classiche a Bologna, studia in treno, accumula libri più velocemente di quanto riesca a leggerne e sui social ha costruito una community vastissima ragionando di poesia, filosofia, musica e letteratura antica. La televisione, le ospitate da Fazio, la collaborazione con Repubblica sono arrivate come naturale conseguenza di un progetto semplice e radicale: sottrarre i classici allo spauracchio dell’interrogazione e rimetterli in circolo nella vita di tutti i giorni. Dalla stessa matrice nasce Cantami d’amore, in scena al Teatro Goldoni di Venezia il 18 marzo, per la rassegna Fuoriserie del Teatro Stabile Veneto, di cui è protagonista accanto a nomi illustri della filosofia e della cultura italiana, quali Umberto Curi, Galimberti, Massimo Cacciari, Pietrangelo Buttafuoco (vedi programma pagina successiva). Ideato con Manuela Mazzocchi ed Enrico Zaccheo, il sagace monologo è intermezzato da inserti musicali del maestro Battiato che interrompono, rilanciano, talvolta intensificano il flusso delle citazioni. Perché qui sono Dante, Cavalcanti e Tasso ad entrare in scena, conEdoardo Prati. Cantami d’amore 18 marzo Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

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vocati a rispondere a una domanda che attraversa i secoli: «Come si sopravvive all’amore, o meglio, come lo si attraversa senza diventare caricature di sé stessi?». Al centro del palco, con il canonico golf di lana e una favella che metterebbe in difficoltà più di un docente universitario, Prati commenta, si espone, concede qualche sorriso e intanto costruisce un’educazione sentimentale collettiva; scopriamo così che le sofferenze, i lamenti e le notti insonni non appartengono alla modernità, ma sono parte di un ingranaggio universale in moto dall’alba dei tempi, a cui, volenti o nolenti, letterati o benzinai, non possiamo sottrarci. D’altronde, ci ricorda, «siamo parte di un mosaico esteso e secolare, non siamo i primi e non saremo gli ultimi in balia dell’ingovernabilità e delle contraddizioni dei sentimenti». Ma è sull’amore come gesto pubblico che il discorso si fa più netto. Prati lo ripete spesso, anche in scena: «L’amore è la cosa meno fascista che esista». Una frase che può sembrare provocatoria, ma che in realtà intercetta quella pulsione al controllo, alla chiusura, alla diffidenza verso l’altro che caratterizza ogni epoca. L’amore, al contrario, espone, destabilizza, costringe a uscire da sé, e proprio in questa esposizione assume una dimensione politica, perché riguarda la capacità di lasciarci trasformare dall’incontro con il diverso. In effetti, davanti a una platea social che supera i 600 mila follower e raccoglie studenti, impiegati, liceali, professionisti, intellettuali di ogni età, è impossibile negare che una qualche trasformazione ci sia stata. Se con uno smartphone in mano Prati ha iniziato a parlare di classici ed ora, con la stessa naturalezza, riempie un teatro, forse quella generazione spesso liquidata come superficiale, distratta o annichilita, ha qualcosa da raccontare. E sa farlo, senza dubbio, con amore. Adele Spinelli


UMBERTO CURI Edipo Re di Sofocle

Il filosofo Umberto Curi firma un progetto dedicato all’Edipo Re di Sofocle, consacrato da Aristotele nella Poetica come l’espressione più compiuta della tragedia greca classica. A partire dal binomio parricidio/incesto, Curi mette in luce il rituale arcaico che struttura il mito: l’uccisione del dio vecchio da parte del dio giovane, destinato a sostituirsi al padre come sposo della dea, nel quadro di una religiosità agraria e matriarcale legata al ciclo vegetativo. La tragedia sofoclea si distingue anche per la sua costruzione: l’azione prende avvio quando gli snodi principali sono già accaduti e si sviluppa come un’inchiesta, in cui l’assassino coincide con chi indaga sul delitto. Curi conduce lo spettatore dentro questa progressiva scoperta della verità. 4 marzo h. 19 | Teatro Goldoni

UMBERTO GALIMBERTI L’etica del viandante

Nell’età della tecnica, dove il fare si riduce a produzione di risultati e ogni finalità si dissolve, l’orizzonte etico tradizionale mostra la propria impotenza. A questa condizione Umberto Galimberti affianca la figura del viandante: una postura che assume l’assenza di meta come dato, senza nostalgia per un senso perduto. Il suo cammino non cerca approdi – verità, salvezza, appartenenza – ma preserva le forme del paesaggio, attraversandole. In un mondo che ha smarrito centro e direzione, questa prospettiva mette in discussione l’etica del dominio e un modello di civiltà che consuma la biosfera. È un esercizio di responsabilità minima e radicale insieme, che rinuncia al possesso per restare in relazione. Ne emerge un abitare provvisorio, instabile, ancora da pensare: una pratica di presenza più che di conquista. 31 marzo h. 19 | Teatro Goldoni

MASSIMO CACCIARI Rex Destruens, Re Lear

Dopo essersi immerso in Sogno di una notte di mezza estate e Tempesta, Massimo Cacciari torna al Bardo, questa volta con Re Lear, una delle tragedie più appassionate e paradossali di Shakespeare. Tutto sembra accadere nel segno della follia, della mancanza di misura, fino a raggiungere intensità e violenza apocalittiche. Eppure il problema sollevato da questo grande dramma è chiaro e di stringente attualità. Si tratta dell’insanabile conflitto che nelle epoche di crisi è destinato a esplodere tra generazioni. Il salto tra padri e figli si fa incolmabile e può dare esito soltanto alla rovina di entrambi. Così quello che si considera il nucleo della vita sociale, la famiglia, si disgrega. Si scatenano tempeste che le umane forze non possono contenere. La rivolta di alcuni figli ha pari forza che il loro amore: impotenti l’una e l’altro. 8 aprile h. 19 | Teatro Goldoni

PIETRANGELO BUTTAFUOCO Tre capitoli del Martirio, ovvero Dioniso, Gesù e Hosseyn

Tre sacrifici segnano la storia del mondo e ne strutturano l’immaginario: Dioniso, Gesù e Hosseyn. È l’asse lungo il quale si muove la riflessione/spettacolo di Pietrangelo Buttafuoco: tre figure appartenenti a tradizioni diverse ma unite da un medesimo paradigma, il martirio dell’innocente come fondazione di senso, come dispositivo che rende ponderabili il dolore e la morte entro un orizzonte che li oltrepassa. Dal mito che si fa rito alla Rivelazione che attraversa i secoli, il sacrificio diventa forma persistente del sacro. Nel Mediterraneo – crocevia e campo di tensioni – questo tracciato prende corpo: dallo smembramento dionisiaco alla crocifissione sul Golgota, fino a Kerbala, dove il martirio di Hosseyn rinnova il conflitto tra giustizia e potere. Una traiettoria simbolica che continua a interrogare con forza il presente. 28 aprile h. 19 | Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

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etcc... BOOK & MORE

Il piacere di fermarsi La rivoluzione della carta Un osservatorio privilegiato su come le nuove generazioni di artisti stiano riscrivendo il linguaggio di un materiale ancestrale come la carta: è Paper Design, giunto alla quinta edizione, ospitato nella Project Room di Ca’ Pesaro fino al 12 aprile. La mostra annuale presenta al pubblico i frutti più innovativi del corso di Tecnologia della carta dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, grazie alla sapiente guida del professor Dario Cestaro, docente e anima del progetto. Negli ultimi vent’anni, il paper design ha smesso i panni del supporto passivo per indossare quelli della materia plasmabile. La mostra ne è la prova tangibile: i progetti degli studenti del Biennio di Illustrazione e Fumetto e del Triennio di Nuove Tecnologie per l’arte trasformano fogli bidimensionali in complessi universi plastici. Che sia per l’editoria, il packaging, il design d’arredo o l’animazione video, la carta si dimostra un medium sorprendentemente contemporaneo. Attraverso quattro percorsi tematici l’edizione 2026 esplora questa versatilità: i Paper Fish, in cui la carta diventa scultura a tutto tondo, possiedono la forza comunicativa di un’illustrazione tradizionale, arricchita però dalla fisicità del volume. I Paper Diorams sono scenografie tridimensionali costruite con meticolosi intagli, eseguiti a mano o con tecnologia laser, e disposte su livelli successivi. Vera protagonista di questa sezione è la luce: ogni opera diviene palcoscenico, tra sogno e realtà, attraverso giochi di retroilluminazione che ne esaltano la stratificazione. I Paper Cutting sono invece il risultato di una prestigiosa collaborazione con l’azienda veneziana Pellegrini S.p.A., che in occasione del suo centenario ha inviato gli studenti a celebrare l’unione tra arte e storia attraverso delicate silhouette intagliate. Infine, i Pop-up Book Projects. realizzati dagli studenti del secondo anno del corso di Illustrazione e Fumetto, sono macchine narrative complesse. Sfogliare le pagine significa attivare un meccanismo dove le figure si animano, si sollevano e prendono vita davanti agli occhi del lettore, trasformando il libro da oggetto passivo a dispositivo esperienziale. Gaia Conte Paper Design 2026 Fino 12 aprile Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Project room capesaro.visitmuve.it

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Alcune biblioteche funzionano come archivi. Altre come rifugi. Da marzo 2026 la Rete Biblioteche di Venezia dimostra di appartenere alla seconda categoria, con una programmazione che si estende fino a giugno 2027: cinquanta appuntamenti diffusi, costruiti intorno alla semplice idea che la cultura non sia un dovere, ma un’occasione. Il percorso si articola in quattro rassegne distinte per stagione e registro, che prenderanno vita nelle sedi delle biblioteche cittadine: alla VEZ, alla Biblioteca di Carpenedo Bissuola, a Marghera e a San Tomà. In primavera Allenare il buonumore esplora salute, leggerezza e cura di sé attraverso incontri con autori che attingono a filosofia, scienze sociali e saggistica contemporanea. In maggio Le Parole degli altri dedica un intero festival ai traduttori, figure fondamentali senza il cui apporto metà della letteratura mondiale resterebbe muta. L’estate significa giardino aperto alla VEZ, che ospita Note di città, serie di concertiracconto pensati per offrire bellezza sotto casa a chi ancora non è in vacanza, o è già tornato. In autunno Voci Narranti riunisce i diciannove gruppi di lettura della rete, oltre duecento lettori appassionati, in una festa collettiva con alcuni degli autori le cui opere sono state lette, discusse e amate durante l’anno. Ad aprire il ciclo, il 5 marzo, è proprio Allenare il buonumore: quattro giovedì sera alla VEZ, alle ore 18, con ingresso gratuito (prenotazione obbligatoria sul sito). La rassegna nasce da una convinzione precisa: il benessere non è un tema da scaffale di “auto aiuto” ma una questione filosofica, culturale e persino poAllenare il buon umore 5 marzo-23 aprile Biblioteca VEZ-Mestre www.comune.venezia.it


Khalid Albaih (source: Alejo Arango)

Khartoon!

litica, che merita conversazioni serie condotte con la dovuta leggerezza. Quattro autori, quattro libri, quattro modi diversi di rispondere alla stessa domanda: come si impara a stare bene nel proprio tempo? Pier Mauro Tamburini inaugura il 5 marzo con Bozze non corrette (Mondadori), riflessione sull’imperfezione e sull’ironia come strumenti per abitare la complessità senza sfaldarsi. L’idea di fondo è che lo sguardo laterale, quello che non prende tutto sul serio, sia una forma di intelligenza, un modo per restare lucidi senza diventare cinici. Il 19 marzo Elena Meli porta Rinascere nel verde (Giunti), dialogo su natura e rigenerazione in cui il verde, quello vero fuori e quello interiore, diventa spazio di riequilibrio fisico e mentale. In un momento in cui il rapporto con l’ambiente è diventato anche un discorso sulla salute, Meli propone una lettura concreta e accessibile di cosa significhi prendersi cura di sé attraverso la Natura. Il 9 aprile Filippo Losito con le sue Lezioni di leggerezza (Feltrinelli) più che un manuale di ottimismo ci offre una ponderazione filosofica su come alleggerire l’oppressione del presente senza fingere che non esista. Oltre la fuga dal reale, la leggerezza diventa scelta consapevole in un’epoca che tende a premiare la pesantezza e a confondere la serietà con la severità. Chiude la prima rassegna, il 23 aprile, Maddalena Mazzoli con Gli 11 semi della felicità (Mondadori), percorso tra parole e gesti minimi che tratta la felicità come pratica quotidiana fatta di piccole attenzioni, qualcosa che non arriva, ma si coltiva. Un volume che riecheggia l’intera rassegna: fermarsi, ascoltare e riflettere insieme è già, di per sé, una forma di benessere. C.S.

«Il disegno è un linguaggio che trascende le parole – racconta Khalid Albaih –, cattura l’essenza cruda ed emotiva di un momento. I fumetti hanno la capacità di scomporre questioni complesse in qualcosa di universalmente accessibile. Il mio lavoro è un diario visivo del mondo che mi circonda». Nato e cresciuto in esilio – tra Doha e, attualmente, Oslo – Khalid Albaih, sudanese, è un attivista per i diritti civili, artista e vignettista politico, giornalista freelance. È conosciuto in tutto il mondo per aver accompagnato, ma anche ispirato, con le sue immagini satiriche e irriverenti, molti movimenti di protesta, da Beirut al Cairo sino a Khartoum e non solo, soprattutto al tempo delle cosiddette Primavere arabe. I suoi disegni e i suoi articoli sono stati pubblicati su alcuni dei principali media online internazionali, come Al Jazeera, The Guardian e The Continent, ed esposti in musei e mostre in tutto il mondo, tra cui Documenta 15 a Kassel (2022) e la Biennale di Sydney (2026). Si definisce un “virtual revolutionist” – rivoluzionario virtuale –, ma la sua arte, diffusa soprattutto attraverso internet o il suo profilo FB Khartoon! (un gioco di parole tra Cartoon e Khartoum), si è spesso tradotta in qualcosa di molto concreto. La sua capacità creativa originalissima non è passata inosservata a Wetlands, che ha deciso di scommettere su di lui per una nuova avventura, quella della graphic novel, parte del progetto (e collana) afterwords. Un breve periodo di residenza a Venezia è bastato a Khalid Albaih per entrare nelle viscere della città. Stradine tortuose, in cui si finisce per perdersi, o per ritrovarsi nel cortile di qualcuno. I sudanesi le chiamano zugag, e non sono poi così diverse dalle calli veneziane. Anche per un viaggiatore del mondo, uno straniero professionista, orientarsi non è facile. Ancor meno lo è ritrovare la strada di una casa sempre diversa. È in questo groviglio di sabbia e pietra che Khalid Albaih ci fa entrare nel suo Zugag. Diario grafico di uno straniero professionista, folgorante meditazione ricca di ironia su cosa significhi chiamare molti luoghi – e nessun luogo – “casa”. Le storie dei veneziani sopraffatti dal turismo e dei sudanesi che resistono allo sfollamento, geograficamente lontane, si intrecciano in questo saggio a fumetti, che ci invita a mettere in discussione le nostre idee sull’estraneità e l’appartenenza, offrendoci una visione senza compromessi del mondo così com’è e delle sue possibilità. «Il mio background in architettura e design mi ha insegnato a vedere i problemi e immaginare soluzioni visivamente, ma è stata la testimonianza di ingiustizie sociali a trasformare quell’educazione in uno strumento di attivismo». M.M. Khalid Albaih Zugag. Diario grafico di uno straniero professionista Wetlands (dal 13 marzo)

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Into the Land

M9-Museo del ’900 Venezia Mestre 13/03–12/04/26

La serena inquietudine del territorio Alessandro Angeli Gianantonio Battistella Giorgio Bertoncello Nazzareno Berton e Sergio Carlesso Federico Bevilacqua Giovanni Cecchinato Denis Giusti Antonio Cunico Giancarlo Dell’Antonia Giorgio Meneghetti Tommaso Sterza Anna Zemella

M9 Passaggi M9 - Museo del ’900 via G. Pascoli, 11 Venezia Mestre

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etcc...

PAROLE a cura di Renato Jona

ATTESA A

ttesa: sei lettere, magiche! Indicano un periodo di tempo. Tutto qui? Proviamo a vedere… Si tratta davvero soltanto di un periodo di tempo, vuoto? Un semplice intervallo? Noi, però, confessiamolo, spesso temiamo quel vuoto! Ecco perché ci precipitiamo, appena possibile a riempirlo, occuparlo non appena abbiamo la sensazione che riguardi proprio noi. “Attesa” spesso si porta dietro anche l’ansia con cui si attende un evento, magari ancora ignoto, che ci riguarda e coinvolge. Sì, ma, intendiamoci, non sempre, non certamente in tutti i casi. Altrimenti il centralinista che ci comunica: «la metto in attesa» potrebbe voler significare: «la metto in ansia»! (Per fortuna così non è… anzi. La sua espressione ci rassicura, ci tranquillizza spiegandoci che si tratta “soltanto” di una normale attesa, un necessario intervallo, perché la persona desiderata è impegnata in un’altra conversazione: nulla di eccezionale o anomalo). Se ci pensiamo bene, l’attesa è un fenomeno che ci accompagna molto spesso: attendiamo che l’ascensore arrivi al nostro piano, attendiamo che arrivi il mezzo di trasporto. A proposito: avete mai osservato come si comportano le persone alle fermate della metropolitana, dell’autobus, dei romantici vaporetti, per non parlare dei treni? Nessuno si sente a suo agio durante l’attesa: e allora spesso l’atteggiamento assunto è simile. Si guarda l’ora molte volte sul meraviglioso orologio che si porta al polso, senza apprezzarne momentaneamente l’estetica, si verifica che concordino le indicazioni orarie segnate dagli orologi digitali delle fermate con quelle assolutamente certe indicate dal proprio cellulare, si leggono i messaggi che quest’ultimo nel frattempo ha raccolto con un lieve allegro scampanio, si sorride, rilassandosi, alle battute che qualche amico prodigo ha ‘girato’ proprio a noi (e almeno ad altre 50 persone), e, se il tempo si prolunga, ci si dedica a risolvere qualche giochino, provvidenzialmente scaricato in precedenza proprio per queste occasioni. Ed è tale la concentrazione dedicata che, se non si trattasse della folla che all’arrivo del mezzo scatta con la foga da centometrista per la conquista di quello che ritiene il posto più confortevole, si correrebbe il rischio addirittura di perderlo… Qualche volta una attesa si rivela inaspettatamente positiva o addirittura provvidenziale. Ma non di rado si realizza il beneficio soltanto in momenti successivi, anche a grande distanza di tempo. In natura l’attesa è contemplata: addirittura nove mesi precedono il parto per l’essere umano, dodici mesi occorre attendere per l’arrivo della primavera (così per ciascuna altra stagione), una attesa è stabilita per ciascuna qualità di seme, per crescere, fiorire o dare frutti. La natura non ha fretta e mal tollera forzature o scorciatoie, per abbreviare le attese.

Qualche volta utilizziamo l’attesa per una forma di educato, ma perentorio sollecito scritto: «in attesa di riscontro, voglia gradire»… E neanche la vita militare ignora l’attesa: a certe domande, corrette, ma talvolta anche un po’ imbarazzanti, non di rado si è udita la risposta: «Attendi ordini!» E in tempo di guerra gli ufficiali superiori avevano diritto ad una figura, detta attendente, che, si dice, prendesse il nome dal fatto che le sue mansioni consistessero nell’attendere ordini dal Superiore. A proposito di ferrovie, ma anche in certe stazioni di autobus, per consentire viaggi un po’ confortevoli era prevista la presenza delle sale d’attesa. Al ristorante, sappiamo, che dopo aver comunicato al cameriere le scelte dei piatti che desideriamo consumare, non resta che attenderli (in questo caso l’attesa ne aumenta il desiderio…). L’attesa fa parte della nostra vita. Al punto che non pochi proverbi sono dedicati saggiamente alla nostra parola. Tranquilli! Ve ne cito subito qualcuno, senza farvi… attendere: – A chi sa attendere, il tempo apre ogni porta (proverbio cinese). – Chi non attende non intende! – L’attesa del piacere è essa stessa un piacere. E adesso, è giusto dedicare un piccolo spazio ad una categoria di persone speciali, che dell’attesa mostrano rispetto, che sanno rispettarla in silenzio, lentamente, apprezzarla fino in fondo: i pescatori con la canna! In genere si tratta di persone di ogni estrazione sociale, sagge, pazienti, meditative che colgono l’occasione della pesca per assaporare i colori cangianti dell’acqua e del cielo, per ascoltare lo sciabordio dell’acqua, i profumi della salsedine e in queste condizioni sono stimolati… a pensare. Qualche altra persona, non saggia come i pescatori, contrariata dalle attese, per riempire quegli “antipatici” spazi di tempo, considerati “inutili” perditempo, si è vendicato ed ha inventato il termine “ingannare” l’attesa! Tra le tante categorie di persone che si sentono a disagio con le attese, non fanno eccezione quelle ansiose. Tuttavia alcune sono riuscite ad eliminarne gli effetti considerati negativi. Nel fare programmi già prevedono di arrivare nelle stazioni con largo anticipo, talvolta tanto largo da poter prendere la corsa precedente a quella utile… Queste mi hanno fatto ricordare un’osservazione di Luigi Arnaldo Vassallo (Gandolin), famoso giornalista e scrittore genovese, che col sorriso sulle labbra osservava: «Essere puntuali significa sprecare un sacco di tempo in… attesa degli altri!». Ma le stesse attese, sono proprio uguali per tutte le persone coinvolte? Sembrerebbe di sì, invece… Arthur Bloch con la sua esperienza ci fa riflettere: «La lunghezza di un solo minuto – ci ricorda – dipende dal lato della porta del bagno da cui vi trovate!». La prossima parola? Sorridete… l’attesa non sarà lunga!

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GIOIELLI NASCOSTI DI VENEZIA SCALA DEL BOVOLO San Marco 4303

COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO Barbaria de le Tole, Castello 6691

CHIESA DELLE PENITENTI Fondamenta Cannaregio 890

ORATORIO DEI CROCIFERI Campo dei Gesuiti, Cannaregio 4904

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI info@gnvcultura.it +39 041 3096605 gnvcultura.it 162


citydiary

march april2026

SPRING BREAK arte, architettura, film, musica, teatro, libri, sport!

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agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

04

:musica

MarMar

mercoledìWednesday

NEK Pop

15

domenicaSunday

ERNST REIJSEGER & MARIO FORTE

Jazz “Jazz&“

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

Centro Culturale Candiani-Mestre h. 19

05

20

giovedìSaturday

OREN AMBARCHI CRYS COLE Musica elettronica “Centrodarte 26“

Teatro Torresino-Padova h. 21

06

Musica d’autore

New Age Club-Roncade h. 21

sabatoSaturday

Musica d’autore “Jazz&“

Auditorium Lo Squero h. 18

A.N.I. PURPLE MASH LEONARDO THNDERZ Techno

Area City-Mestre h. 22

08

domenicaSunday

Rock

New Age Club-Roncade h. 21

MARLENE KUNTZ Indie

New Age Club-Roncade h. 21

ACHILLE LAURO Pop

Kioene Arena-Padova h. 21

14

TOM OLLENDORFF QUARTET

Jazz “Jazz&“

Punk

21

Teatro La Fenice h. 19

sabatoSaturday

Pop

22

domenicaSunday

Sonorizzazione live Metropolis di Fritz Lang “Jazz&“

GIORGIA Kioene Arena-Padova h. 21

AprApr

01

mercoledìWednesday

LUCHE’

Teatro Dino Buzzati-Belluno h. 20

03

Rap

Morricone tribute

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

24

GIOVANNI ALLEVI

martedìTuesday

POLYPHONY OF STONES TENORES DI BITTI

Teatro Toniolo-Mestre h. 21

25

mercoledìWednesday

venerdìFriday

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

sabatoSaturday

CARL COX

Dj-set

Fiera di Padova h. 21

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

Indie

HIGH FADE New Age Club-Roncade h. 21

LAILA AL HABASH

05

New Age Club-Roncade h. 21

Dj-set

giovedìThursday

Indie

ANA CARLA MAZA Teatro Dino Buzzati-Belluno h. 20

28

sabatoSaturday

DAVID HELBOCK JULIA HOFER DUO Jazz “Jazz&“

11

sabatoSaturday

DANNY GRISSETT TRIO Jazz “Jazz&“

Teatro La Fenice h. 19

GIGI D’ALESSIO Kioene Arena-Padova h. 21

12

domenicaSunday

YUMI ITO

Jazz “Candiani Groove“

Centro Culturale Candiani-Mestre h. 19

15

mercoledìWednesday

RALPH ALESSI QUARTET Jazz “Centrodarte 26“

16

giovedìThursday

CHIELLO Pop

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

GRUPO COMPAY SEGUNDO

26

Trap

Teatro Torresino-Padova h. 21

Musica d’autore

04

venerdìFriday

Pop

lunedìMonday

ENSEMBLE SYMPHONY ORCHESTRA

Teatro La Fenice h. 19

164

QQRU / SAMMARELLI / IRIONDO / NUCCINI

Pop

UMBERTO TOZZI

10

KETAMA126 New Age Club-Roncade h. 21

domenicaSunday

30

Jazz

sabatoSaturday

29

BULL BRIGADE

Musica popolare cubana

giovedìSaturday

Sala Fronte del Porto-Padova h. 21

Centro Culturale Candiani-Mestre h. 19

Teatro Corso-Mestre h. 20

Folk

CARDINAL BLACK

Free jazz “Centrodarte 26“

De Andrè tribute

Kioene Arena-Padova h. 21

FRIDA BOLLANI MAGONI

12

PAROLE DI FABER

New Age Club-Roncade h. 21

venerdìFriday

YANN THIERSEN

07

venerdìFriday

EMMELUTH’S AMOEBA

domenicaSunday

17

venerdìFriday

MARTA SALOGNI REMO VANDOBRO Musica elettronica

Teatro Del Parco-Mestre h. 21

19

MATTEO MANCUSO

2000 MANIA

Rock

Il Muretto-Jesolo h. 22

20

06

domenicaSunday

MARCO CAROLA FRANKY RIZARDO

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

domenicaSunday

Hall-Padova h. 19

lunedìMonday

FRAH QUINTALE Rap

Kioene Arena-Padova h. 21


martedìTuesday

DUO SAVERIO MERCADANTE CESARE BOCCI

Lucio Dalla tribute

Teatro Toniolo-Mestre h. 21

23

giovedìSaturday

DULCE PONTES Fado “Jazz&“

Teatro Malibran h. 20

INDIRIZZI AREA CITY

Via Tosatto 9-Mestre www.ilmuretto.org

AUDITORIUM LO SQUERO

Isola di San Giorgio Maggiore www.venetojazz.com

CENTRO CULTURALE CANDIANI Piazzale Candiani 7-Mestre www.venetojazz.com

FIERA DI PADOVA

BLANCO

Via Tommaseo 59-Padova www.zedlive.com

Kioene Arena-Padova h. 21

GRAN TEATRO GEOX

Pop

24

venerdìFriday

Via Tassinari 1-Padova www.zedlive.com

HALL

ONLYNUMBERS KAAI PURPLE MASH STEPHAN KRUS B2B RÄV GLADIATOR

Via Nona Strada 11/b-Padova www.venetojazz.com

Il Muretto-Jesolo h. 22

Via San Marco 53-Padova www.zedlive.com

IL MURETTO

Via Roma Destra 120/D-Jesolo www.ilmuretto.org

Dj-set

KIOENE ARENA

25

NEW AGE CLUB

sabatoSaturday

VOCAL SKYLINE Pop

Teatro Goldoni h. 18

26

domenicaSunday

OMAR SOSA

Jazz “Candiani Groove“

Centro Culturale Candiani-Mestre h. 19

RAPHAEL GUALAZZI Jazz

Teatro Dino Buzzati-Belluno h. 20

TOMMASO PARADISO Pop

Kioene Arena-Padova h. 21

29

mercoledìWednesday

LEVANTE Pop

Kioene Arena-Padova h. 21

Via Tintoretto 14-Roncade www.newageclub.it

SALA FRONTE DEL PORTO

Via V. Fortunato 34-Padova www.centrodarte.it

TEATRO CORSO

Corso del Popolo 31-Mestre www.dalvivoeventi.it

TEATRO DEL PARCO Via Sergio Gori 11-Mestre www.comune.venezia.it

TEATRO DINO BUZZATI Piazza Vittorio EmanueleBelluno www.venetojazz.com

TEATRO GOLDONI

San Marco 4650/B www.teatrostabileveneto.it

TEATRO LA FENICE Campo San Fantin 1965 www.venetojazz.com

TEATRO MALIBRAN

Campiello del Teatro 5873 www.venetojazz.com

TEATRO TONIOLO

Piazzetta Malipiero-Mestre www.comune.venezia.it

TEATRO TORRESINO Via Torresino 2-Padova www.centrodarte.it

MarMar

05

:classical

21

giovedìThursday

ANAÏS GAUDEMARD arpa ALEXANDRA SOUMM violino YAN LEVIONNOIS violoncello Musiche di Renié

Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

06

venerdìFriday

CONSTANTINOS CARYDIS direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Berlioz, Guiraud, Koukos “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 130/15 Teatro La Fenice h. 20

07

sabatoSaturday

14

sabatoSaturday

QUARTETTO DI VENEZIA

Musiche di Mozart, Kodàly, Beethoven “Stagione 2026”

Ingresso/Ticket € 44/33 Auditorium Lo Squero h. 16.30

15

domenicaSunday

ENSEMBLE LA REVERDIE

Musiche del repertorio medievale “Landscapes 2026”

Chiesa di San Teonisto-Treviso h. 18

17

martedìTuesday

ANDREA CHINAGLIA

direttore

ORCHESTRA DEL TEATRO LA FENICE Musiche di Mozart, Beethoven “Stagione 2025.2026”

CONSTANTINOS CARYDIS

Ingresso/Ticket € 25/15 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Berlioz, Guiraud, Koukos “Stagione Sinfonica 2025-2026”

NICOLAS GIACOMELLI

direttore

Ingresso/Ticket € 130/15 Teatro La Fenice h. 20

08

domenicaSunday

CONSTANTINOS CARYDIS

direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Berlioz, Guiraud, Koukos “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 130/15 Teatro La Fenice h. 17

10

martedìTuesday

ENRICO BRONZI violoncello

Musiche di Bach, Hindemith, Britten “Musikàmera 2026”

Ingresso/Ticket € 40/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

11

mercoledìWednesday

ENRICO BRONZI violoncello

19

giovedìThursday

pianoforte

Musiche di Prudent, Farrenc, Gounod, David, Lefébure-Wély “Il tempo di Louise Farrenc” Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 18

20

venerdìFriday

OTTONE IN VILLA

Dramma per musica in tre atti Direttore Diego Fasolis Regia Giovanni Di Cicco Musiche di Vivaldi “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 19

21

sabatoSaturday

ANTONII BARYSHEVSKYI

pianoforte

Musiche di Chopin “VeneziaPianoFestival”

Ingresso/Ticket € 40/20 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 19

Musiche di Bach, Hindemith, Britten “Musikàmera 2026”

Ingresso/Ticket € 40/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

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agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

:classical

22

domenicaSunday

OTTONE IN VILLA

Dramma per musica in tre atti Direttore Diego Fasolis Regia Giovanni Di Cicco Musiche di Vivaldi “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 15.30

GIACOMO MENEGARDI pianoforte

Musiche di Mozart, Debussy, Chopin, Schumann “VeneziaPianoFestival” Ingresso/Ticket € 40/20 Scuola Grande San Giovanni Evangelista h. 19

EVGENIJ KISSIN pianoforte Musiche di Beethoven, Chopin, Schumann, Liszt “Musikàmera 2026”

Ingresso/Ticket € 50/15 Teatro La Fenice, Sala Grande h. 20

23

lunedìMonday

GIANLUCA BERGAMASCO pianoforte

Musiche di Chopin, Schumann “VeneziaPianoFestival” Ingresso/Ticket € 40/20 Scuola Grande San Giovanni Evangelista h. 19

24

martedìTuesday

SANDRO NEBIERIDZE

Musiche di Beethoven, Schumann, Bach, Scriabin “VeneziaPianoFestival” Ingresso/Ticket € 40/20 Scuola Grande San Rocco h. 19

OTTONE IN VILLA

Dramma per musica in tre atti Direttore Diego Fasolis Regia Giovanni Di Cicco Musiche di Vivaldi “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 19

mercoledìWednesday

ALEXANDER GADJIEV pianoforte

Musiche di Schubert, Chopin, Grieg “VeneziaPianoFestival”

Ingresso/Ticket € 40/20 Scuola Grande San Rocco h. 19

166

Musiche di Dvorák, Suk, Smetana “Musikàmera 2026” Ingresso/Ticket € 50/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

26

giovedìThursday

ELIA CECINO pianoforte Musiche di Vacchi, Chopin, Brahms “VeneziaPianoFestival”

Ingresso/Ticket € 40/20 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 19

OTTONE IN VILLA

Dramma per musica in tre atti Direttore Diego Fasolis Regia Giovanni Di Cicco Musiche di Vivaldi “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 19

28

sabatoSaturday

QUARTETTO DI VENEZIA Musiche di Bach, Busoni, Schumann “Stagione 2026”

Ingresso/Ticket € 44/33 Auditorium Lo Squero h. 16.30

NOÉ INUI violino VASSILIS VARVARESOS pianoforte

pianoforte

25

ARS TRIO DI ROMA

Musiche di Chopin, Farrenc, Liszt, Gouvy “Il tempo di Louise Farrenc” Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

29

31

martedìTuesday

FEDERICO FIORIO sopranista KARALIS ANTIQUA ENSEMBLE Musiche di Monteverdi, Cavalli, Strozzi “Musikàmera 2026” Ingresso/Ticket € 50/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

AprApr

01

mercoledìWednesday

FEDERICO FIORIO sopranista KARALIS ANTIQUA ENSEMBLE Musiche di Monteverdi, Cavalli, Strozzi “Musikàmera 2026” Ingresso/Ticket € 50/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

03

venerdìFriday

MICHAEL HOFSTETTER direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Vivaldi, Lotti, Pergolesi “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 143/77 Teatro La Fenice h. 20

04

OTTONE IN VILLA

Dramma per musica in tre atti Direttore Diego Fasolis Regia Giovanni Di Cicco Musiche di Vivaldi “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 150/15 Teatro Malibran h. 15.30

NAÏRI BADAL pianoforte ADÉLAÏDE PANAGET pianoforte

Musiche di Berlioz, Saint-Saëns, Liszt, Dukas, Holmès “Il tempo di Louise Farrenc” Ingresso/Ticket € 15/5 Scuola Grande San Giovanni Evangelista h. 17

giovedìThursday

CÉLIA ONETO BENSAID

pianoforte

Musiche di Chopin, Farrenc, Bizet, Heller, Alkan “Il tempo di Louise Farrenc” Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

11

sabatoSaturday

ORAZIO SCIORTINO pianoforte

Musiche di Dillon, Rossini, Farrenc, Liszt “Il tempo di Louise Farrenc” Ingresso/Ticket € 15/5 Auditorium Lo Squero h. 16.30

12

domenicaSunday

LOHENGRIN

Opera romantica in tre atti Direttore Markus Stenz Regia Damiano Michieletto Musiche di Wagner Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Hungarian National Male Choir “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 18

14

martedìTuesday

MICHAEL HOFSTETTER

MIHAELA COSTEA violino SILVIA CHIESA violoncello LINDA DI CARLO pianoforte

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Vivaldi, Lotti, Pergolesi “Stagione Sinfonica 2025-2026”

Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

sabatoSaturday

direttore

domenicaSunday

09

Ingresso/Ticket € 143/77 Teatro La Fenice h. 17

08

mercoledìWednesday

MARINA DE LISO mezzosoprano

FRANCESCO GALLIGIONI violoncello

ROBERTO LOREGGIAN clavicembalo

Musiche di Händel, Albinoni “Musikàmera 2026”

Ingresso/Ticket € 40/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

Musiche di Farrenc “Il tempo di Louise Farrenc”

15

mercoledìWednesday

RAMIN BAHRAMI pianoforte

Musiche di Bach, Mozart, Rohani “Incroci di Civiltà 2026” Teatro Goldoni h. 17.30

LOHENGRIN

Opera romantica in tre atti Direttore Markus Stenz Regia Damiano Michieletto Musiche di Wagner Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Hungarian National Male Choir “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 18


MARIO BRUNELLO violoncello I SOLISTI AQUILANI Musiche di Schubert, Weinberg Ingresso/Ticket € 38/6 Teatro Mario Del Monaco-Treviso h. 20

17

venerdìFriday

MARKUS STENZ direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Rebel , Haydn, Schumann “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 143/77 Teatro La Fenice h. 20

18

sabatoSaturday

MARKUS STENZ direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Rebel , Haydn, Schumann “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 143/77 Teatro La Fenice h. 20

19

domenicaSunday

LOHENGRIN

Opera romantica in tre atti Direttore Markus Stenz Regia Damiano Michieletto Musiche di Wagner Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Hungarian National Male Choir “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 15.30

21

martedìTuesday

PERCEVAL GILLES violino SARAH SULTAN violoncello PIERRE-KALOYANN ATANASSOV pianoforte Musiche di Reicha, Onslow “Il tempo di Louise Farrenc” Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

SARA MINGARDO contralto ZORESLAVA VYNNYK contralto

EDOARDO BLASETTI tiorba VALERIA MONTANARI clavicembalo

Musiche di Monteverdi, Strozzi, Händel “Musikàmera 2026”

VENICE BAROQUE ORCHESTRA ANDREA MARCON direzione e

28

martedìTuesday

INDIRIZZI

CHOUCHANE SIRANOSSIAN violino solista

violino

AUDITORIUM LO SQUERO

Chiesa di San Teonisto-Treviso h. 20.30

violoncello

CHIESA DI SAN TEONISTO

clavicembalo

Musiche di Vivaldi “Landscapes 2026”

22

mercoledìWednesday

Opera romantica in tre atti Direttore Markus Stenz Regia Damiano Michieletto Musiche di Wagner Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Hungarian National Male Choir “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 18

venerdìFriday

ALPESH CHAUHAN direttore Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Smetana, Kodàly, Sibelius “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 143/77 Teatro La Fenice h. 20

25

DIEGO CASTELLI violino AVISHAI CHAMEIDES viola VICTOR GARCÍA GARCÍA CONSTANCE RICARD violoncello

LOHENGRIN

24

HED YARON-MEYERSON

sabatoSaturday

CHRISTOPHE ROUSSET cembalo

Musiche di Rameau, Forqueray, Royer “Stagione 2026”

Musiche di David, Onslow “Il tempo di Louise Farrenc”

Isola di San Giorgio Maggiore www.asolomusica.com

Via San Nicolò 31-Treviso www.fbsr.it

PALAZZETTO BRU ZANE

Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

San Polo 2368 bru-zane.com

SOPHIA LIÙ pianoforte

SCUOLA GRANDE SAN GIOVANNI EVANGELISTA

Musiche di Cajkovskij, Chopin, Schubert “Musikàmera 2026” Ingresso/Ticket € 40/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

San Polo 2454 bru-zane.com www.amicifenice.it

GIOVANNI BERTOLAZZI

SCUOLA GRANDE SAN ROCCO

Musiche di Verdi, Liszt “Stagione 2025.2026”

TEATRO GOLDONI

pianoforte

Ingresso/Ticket € 25/15 Teatro Toniolo-Mestre h. 18

29

San Polo 3052 www.amicifenice.it

San Marco 4650/B www.unive.it

TEATRO LA FENICE mercoledìWednesday

SOPHIA LIÙ pianoforte

Musiche di Cajkovskij, Chopin, Schubert “Musikàmera 2026” Ingresso/Ticket € 40/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

Campo San Fantin 1965 www.teatrolafenice.it

TEATRO MALIBRAN

Campiello del Teatro 5873 www.teatrolafenice.it

TEATRO MARIO DEL MONACO

Corso del Popolo 31-Treviso www.teatrostabileveneto.it

TEATRO TONIOLO

Piazzetta Malipiero-Mestre www.comune.venezia.it

Ingresso/Ticket € 44/33 Auditorium Lo Squero h. 16.30

26

domenicaSunday

LOHENGRIN

Opera romantica in tre atti Direttore Markus Stenz Regia Damiano Michieletto Musiche di Wagner Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Hungarian National Male Choir “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro La Fenice h. 15.30

Ingresso/Ticket € 40/15 Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

167


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

03

:theatro

MarMar

martedìTuesday

IL BERRETTO A SONAGLI

di Luigi Pirandello Con Silvio Orlando e con Stefania Medri, Marta Nuti, Michele Eburnea, Davide Lorino, Francesca Farcomeni, Francesca Botti, Annabella Marotta Regia Andrea Baracco “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

04

mercoledìWednesday

a cura di Umberto Curi Con Andrea Bellacicco Regia Leonardo Tosini “Fuoriserie 2025/26” Ingresso/Ticket € 12/20 Teatro Goldoni h. 19

IL BERRETTO A SONAGLI (vedi martedì 3 marzo)

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

MIO EROE

di e con Giuliana Musso Regia Giuliana Musso “Top Ten – Stagione Teatrale”

Ingresso/Ticket € 8,5/ 12,5 Teatro del Parco-Mestre h. 19.30

giovedìThursday

IL BERRETTO A SONAGLI

(vedi martedì 3 marzo)

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

VORREI UNA VOCE

di e con Tindaro Granata Con le canzoni di Mina Ispirato dall’incontro con le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina “La Città a Teatro 2025/26” Ingresso/Ticket € 18/15 Teatro di Mirano h. 20.30

06

venerdìFriday

IL MEDICO DEI MAIALI

Testo e regia Davide Sacco Con Luca Bizzarri, Francesco Montanari, David Sebasti, Mauro Marino, Luigi Cosimelli “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 11/39 Teatro Goldoni h. 19.30

IL BERRETTO A SONAGLI (vedi martedì 3 marzo)

Teatro Toniolo-Mestre h. 21

168

sabatoSaturday

GOLDONI SVELATO

Regia e scrittura di scena a cura di Michele Tonicello Con Alice Centazzo, Andrea Sadocco Ingresso/Ticket € 5/15 Teatro Goldoni h. 13

IL MEDICO DEI MAIALI (vedi venerdì 6 marzo)

Teatro Goldoni h. 19

CORRADO NUZZO E MARIA DI BIASE

Totalmente incompatibili

“I Comici 2025/26”

EDIPO RE DI SOFOCLE

05

07

Ingresso/Ticket € 32/40 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

GIUSEPPE CRUCIANI Via Crux

MATTEO FALLICA

BESTIARIO IDRICO

“In piedi - Il potere delle parole”

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

IL BERRETTO A SONAGLI

15

Troppo noi

Ingresso/Ticket € 15 Teatro del Parco-Mestre h. 21

di Luigi Pirandello Con Silvio Orlando e con Stefania Medri, Marta Nuti, Michele Eburnea, Davide Lorino, Francesca Farcomeni, Francesca Botti, Annabella Marotta Regia Andrea Baracco “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

12

giovedìThursday

DITEGLI SEMPRE DI SÌ

(vedi mercoledì 11 marzo)

di e con Giuseppe Cruciani

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

Ingresso/Ticket € 29/40 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

IL BERRETTO A SONAGLI

MOMENTI DI TRASCURABILE (IN) FELICITÀ

Teatro Verdi-Padova h. 19

di e con Francesco Piccolo con la partecipazione speciale di Pif “Fuoriserie 2025/26” Ingresso/Ticket € 5/20 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

08

domenicaSunday

IL MEDICO DEI MAIALI

(vedi venerdì 6 marzo)

Teatro Goldoni h. 16

JE VOUS AIME

(vedi mercoledì 11 marzo)

BESTIARIO IDRICO

di e con Marco Paolini Scritto con Giulio Boccaletti Regia Fratelli Dalla Via “Stagione di Prosa 2025/26”

11

mercoledìWednesday

DITEGLI SEMPRE DI SÌ

di Eduardo De Filippo Con Mario Autore, Anna Iodice, Domenico Pinelli Regia di Domenico Pinelli “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

BESTIARIO IDRICO (vedi giovedì 12 marzo)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 16

17

martedìTuesday

​​PAS MOI

Lecture-performance dialogata di Diana Anselmo

Ingresso libero/Free entry Teatro Ca’ Foscari, Santa Marta h. 19

18

mercoledìWednesday

CANTAMI D’AMORE

scritto da Edoardo Prati, Manuela Mazzocchi, Enrico Zaccheo Con Edoardo Prati Regia Enrico Zaccheo “Fuoriserie 2025/26”

13

venerdìFriday

IL BERRETTO A SONAGLI (vedi mercoledì 11 marzo)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

BESTIARIO IDRICO (vedi giovedì 12 marzo)

UBALDO PANTANI

Ingresso/Ticket € 32/40 Teatro Toniolo-Mestre h. 16.30

Teatro Verdi-Padova h. 16

SERENA BONGIOVANNI

CORRADO NUZZO E MARIA DI BIASE “I Comici 2025/26”

IL BERRETTO A SONAGLI

(vedi mercoledì 11 marzo)

Ingresso/Ticket € 12/20 Teatro Goldoni h. 19

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

Totalmente incompatibili

domenicaSunday

Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

Lecture-performance di Diana Anselmo e Sara Pranovi, Ingresso libero/Free entry Teatro a l’Avogaria h. 18

(vedi giovedì 12 marzo)

14

sabatoSaturday

Inimitabile

“I Comici 2025/26”

Ingresso/Ticket € 20/30 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

LA SIGNORA DELLE CAMELIE

Drammaturgia e regia Giovanni Ortoleva Dramaturg Federico Bellini Con Gabriele Benedetti, Anna Manella, Alberto Marcello, Nika Perrone e Vito Vicino “Mira, il Teatro fa centro 2025/26” Ingresso/Ticket € 18/22 Teatro Villa dei Leoni-Mira h. 21

IL BERRETTO A SONAGLI (vedi mercoledì 11 marzo)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

Foramalocchiu

“In piedi - Il potere delle parole” Ingresso/Ticket € 15 Teatro del Parco-Mestre h. 21

19

giovedìThursday

CASANOVA GRAND TOUR Regia Emanuele Pasqualini Con Elisa Pastore, Rossana Mantese, Genny Santin Nalin, Duccio Zanone Pantakin da Venezia “La Città a Teatro 2025/26” Ingresso/Ticket € 18/15 Teatro di Mirano h. 20.30

I CORPI DI ELIZABETH

di Ella Hickson Regia Cristina Crippa, Elio De Capitani Con Elena Russo Arman e Maria Caggianelli Villani, Enzo Curcurù, Cristian Giammarini “Stagione di Prosa 2025/26”

Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30


20

venerdìFriday

FRANCISCUS

di e con Simone Cristicchi Scritto con Simona Orlando Canzoni inedite di Simone Cristicchi e Amara “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 11/39 Teatro Goldoni h. 19.30

I CORPI DI ELIZABETH (vedi giovedì 19 marzo)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

21

sabatoSaturday

FRANCISCUS

(vedi venerdì 20 marzo)

Teatro Goldoni h. 19

FANTOZZI. UNA TRAGEDIA da Paolo Villaggio Drammaturgia Gianni Fantoni, Davide Livermore, Andrea Porcheddu, Carlo Sciaccaluga Con Gianni Fantoni Regia Davide Livermore “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

PLAZA SUITE

di Neil Simon Con Corrado Tedeschi e Debora Caprioglio Regia Ennio Coltorti “Mira, il Teatro fa centro 2025/26” Ingresso/Ticket € 18/22 Teatro Villa dei Leoni-Mira h. 21

CASANOVA

Coreografie Simona Bertozzi, Michela Lucenti, Erika Silgoner COB Compagnia Opus Ballet “Prospettiva Danza Teatro 2026” Ingresso/Ticket € 7/32 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

I CORPI DI ELIZABETH (vedi giovedì 19 marzo)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

22

domenicaSunday

FRANCISCUS

(vedi venerdì 20 marzo)

Teatro Goldoni h. 16

FANTOZZI. UNA TRAGEDIA da Paolo Villaggio Drammaturgia Gianni Fantoni, Davide Livermore, Andrea Porcheddu, Carlo Sciaccaluga Con Gianni Fantoni Regia Davide Livermore “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 16.30

ALESSANDRO CATTELAN Benvenuto nell’AI!

di e con Alessandro Cattelan Ingresso/Ticket € 52/75 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

SSSSSSSWELL

di e con Annabelle Chambon e Cédric Charron “You Theater I Dance – Independent Music”

I CORPI DI ELIZABETH

Ingresso/Ticket € 6/ 12 Teatro del Parco-Mestre h. 20

Teatro Del Monaco-Treviso h. 16

LE STRAVAGANTI DIS-AVVENTURE DI KIM SPARROW

(vedi giovedì 19 marzo)

25

mercoledìWednesday

MEIN KAMPF

da Adolf Hitler di e con Stefano Massini “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

LA COSMICOMICA VITA DI Q

da Tutte le cosmicomiche di Italo Calvino Drammaturgia Vincenzo Manna Regia Luca Marinelli e Danilo Capezzani Con Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung, Fabian Jung, Luca Marinelli, Gabriele Portoghese, Gaia Rinaldi “Stagione di Prosa 2025/26”

Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

26

giovedìThursday

LE STRAVAGANTI DIS-AVVENTURE DI KIM SPARROW di Julia May Jonas Con Paola Minaccioni Regia di Cristina Spina “Stagione di Prosa 2025/26”

(vedi giovedì 27 marzo)

Teatro Toniolo-Mestre h. 21

EZIO GREGGIO

Una vita sullo schermo

di e con Alessandro Cattelan Ingresso/Ticket € 33/42 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

MEIN KAMPF

31

martedìTuesday

L’ETICA DEL VIANDANTE

Conferenza di Umberto Galimberti “Fuoriserie 2025/26” Ingresso/Ticket € 12/20 Teatro Goldoni h. 19

VAUTOURS (AVVOLTOI)

di Roberto Serpi Diretto e interpretato da Sergio Romano, Roberto Serpi, Ivan Zerbinati “Top Ten – Stagione Teatrale”

Ingresso/Ticket € 8,5/ 12,5 Teatro del Parco-Mestre h. 19.30

ANNAGAIA MARCHIORO Fulminata

(vedi mercoledì 25 marzo)

Regia di Teresa Mannino “I Comici 2025/26”

LA COSMICOMICA VITA DI Q

PRIMA FACIE

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

(vedi mercoledì 25 marzo)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

28

sabatoSaturday

VICINI DI CASA

(vedi venerdì 27 marzo) Teatro Goldoni h. 19.30

LE STRAVAGANTI DIS-AVVENTURE DI KIM SPARROW (vedi giovedì 27 marzo)

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

MEIN KAMPF

(vedi mercoledì 25 marzo)

Ingresso/Ticket € 17/25 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

di Suzie Miller Con Melissa Vettore Regia e disegno luci Daniele Finzi Pasca “Fuoriserie 2025/26”

Ingresso/Ticket € 5/20 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

AprApr

01

mercoledìWednesday

PAOLA MICHELINI Introversa

“In piedi - Il potere delle parole”

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

Ingresso/Ticket € 15 Teatro del Parco-Mestre h. 21

Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

LA COSMICOMICA VITA DI Q

LA DUSE

LA COSMICOMICA VITA DI Q

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

(vedi mercoledì 25 marzo)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

27

venerdìFriday

VICINI DI CASA

da Sentimental di Cesc Gay Traduzione e adattamento Pino Tierno Con Amanda Sandrelli, Gigio Alberti, Alessandra Acciai, Alberto Giusta Regia Antonio Zavatteri “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 11/39 Teatro Goldoni h. 19.30

(vedi mercoledì 25 marzo)

29

domenicaSunday

VICINI DI CASA

(vedi venerdì 27 marzo) Teatro Goldoni h. 16

LE STRAVAGANTI DIS-AVVENTURE DI KIM SPARROW (vedi giovedì 27 marzo)

Teatro Toniolo-Mestre h. 16.30

MEIN KAMPF

di Adriano Bolognino e Rosaria Di Maro Direzione artistica Rosanna Brocanello COB Compagnia Opus Ballet “Stagione di Prosa 2025/26”

Ingresso/Ticket € 8/32 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

07

martedìTuesday

ANTONIO ORNANO

(In)grato

“I Comici 2025/26”

Ingresso/Ticket € 20/30 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

(vedi mercoledì 25 marzo)

Teatro Verdi-Padova h. 16/19.30

LA COSMICOMICA VITA DI Q

(vedi mercoledì 25 marzo)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 19

169


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

:theatro

08

mercoledìWednesday

REX DESTRUENS, RE LEAR

a cura di Massimo Cacciari Regia Leonardo Tosini “Fuoriserie 2025/26” Ingresso/Ticket € 12/20 Teatro Goldoni h. 19

SABATO, DOMENICA E LUNEDÌ

Commedia in tre atti di Eduardo De Filippo Regia Luca De Fusco Con Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

09

11

sabatoSaturday

FESTE

(vedi venerdì 10 aprile) Teatro Goldoni h. 19

PAOLO RUFFINI Il Babysitter

“I Comici 2025/26”

Ingresso/Ticket € 32/40 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

SABATO, DOMENICA E LUNEDÌ (vedi mercoledì 8 aprile)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

LE ANIME MORTE

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

(vedi giovedì 9 aprile)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

giovedìThursday

SABATO, DOMENICA E LUNEDÌ

12

Teatro Verdi-Padova h. 19

(vedi venerdì 10 aprile)

(vedi mercoledì 8 aprile)

LE ANIME MORTE

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

Liberamente tratto dall’opera di Gogol’ Testo e regia Peppino Mazzotta Con Federico Vanni, Milvia Marigliano, Gennaro Apicella “Stagione di Prosa 2025/26”

domenicaSunday

FESTE

Teatro Goldoni h. 16

SABATO, DOMENICA E LUNEDÌ (vedi mercoledì 8 aprile)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

LE ANIME MORTE

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

(vedi giovedì 9 aprile)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

SABATO, DOMENICA E LUNEDÌ Teatro Verdi-Padova h. 16

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

(vedi giovedì 9 aprile)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 16

14

martedìTuesday

BOTANICA – SEASON 2

Coreografia e regia di Moses Pendleton Momix “Stagione di Prosa 2025/26”

Ingresso/Ticket € 32/30 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

LE ANIME MORTE

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

Liberamente tratto dall’opera di Gogol’ Testo e regia Peppino Mazzotta Con Federico Vanni, Milvia Marigliano, Gennaro Apicella “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Verdi-Padova h. 19

170

15

mercoledìWednesday

BOTANICA – SEASON 2 (vedi martedì 14 aprile)

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

MONIR GHASSEM Articolo 1

“In piedi - Il potere delle parole” Ingresso/Ticket € 15 Teatro del Parco-Mestre h. 21

LE ANIME MORTE

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

(vedi martedì 14 aprile)

LE STRAVAGANTI DIS-AVVENTURE DI KIM SPARROW (vedi giovedì 16 aprile)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

18

sabatoSaturday

NOVEMBER

(vedi venerdì 17 aprile) Teatro Goldoni h. 19

BOTANICA – SEASON 2 (vedi martedì 14 aprile)

Teatro Toniolo-Mestre h. 15/19.30

(vedi martedì 14 aprile)

CATHY LA TORRE

16

di e con Cathy La Torre e Sarah Buono

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

giovedìThursday

BOTANICA – SEASON 2 LE ANIME MORTE

Ingresso/Ticket € 32/40 Teatro Toniolo-Mestre h. 16.30

10

Ingresso/Ticket € 11/39 Teatro Goldoni h. 19.30

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

“I Comici 2025/26”

Il Babysitter

LE ANIME MORTE

di Andres Angulo, Björn Leese, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouwerkerk, Michael Vogel Regia Michael Vogel, Björn Leese Familie Flöz “Stagione di Prosa 2025/26”

Ingresso/Ticket € 10 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20

(vedi martedì 14 aprile)

(vedi mercoledì 8 aprile)

FESTE

LE ANIME MORTE

Compagnia Tema Cultura Con Marco Fucecchi “Festival Mythos Olympia 2026”

PAOLO RUFFINI

Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

venerdìFriday

LE GARE DI VIRGILIO

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

(vedi martedì 14 aprile)

Teatro Verdi-Padova h. 19

LE STRAVAGANTI DIS-AVVENTURE DI KIM SPARROW di Julia May Jonas Regia di Cristina Spina Con Paola Minaccioni “Stagione di Prosa 2025/26”

Tutte le volte che le donne... Ingresso/Ticket € 26/35 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

LE ANIME MORTE

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

(vedi martedì 14 aprile)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

LE STRAVAGANTI DIS-AVVENTURE DI KIM SPARROW (vedi giovedì 16 aprile)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

19

domenicaSunday

NOVEMBER

Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

(vedi venerdì 17 aprile)

17

BOTANICA – SEASON 2 venerdìFriday

NOVEMBER

di David Mamet Con Luca Barbareschi, Chiara Noschese, Simone Colombari, Nico Di Crescenzo, Brian Boccuni Regia Chiara Noschese “Stagione di Prosa 2025/26”

Teatro Goldoni h. 16

(vedi martedì 14 aprile)

Teatro Toniolo-Mestre h. 16.30

LE ANIME MORTE

Ovvero le (dis)avventure di un onesto truffatore

(vedi martedì 14 aprile)

Teatro Verdi-Padova h. 16

Ingresso/Ticket € 11/39 Teatro Goldoni h. 19.30

LE STRAVAGANTI DIS-AVVENTURE DI KIM SPARROW

BOTANICA – SEASON 2

Teatro Del Monaco-Treviso h. 16

(vedi martedì 14 aprile)

Teatro Toniolo-Mestre h. 21

ELEAZARO ROSSI Kamikaze

di e con Eleazaro Rossi

Ingresso/Ticket € 30/40 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

(vedi giovedì 16 aprile)


martedìTuesday

DE LA RUE AUX JEUX OLYMPIQUES

Pockemon Crew “Prospettiva Danza Teatro 2026” Ingresso/Ticket € 5/32 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

23

giovedìThursday

30

giovedìThursday

LE OLIMPIADI DEL 1936

di e con Federico Buffa Regia Emilio Russo E con Alessandro Nidi (pianoforte), Nadio Marenco (fisarmonica), Cecilia Gragnani (voce) “Fuoriserie 2026” Ingresso/Ticket € 8/28 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

OTTO INFINITO

di e con Federico Buffa e con Alessandro Nidi (pianoforte), Sebastiano Nidi (percussioni), Filippo Nidi (trombone) “Le giornate delle Idee”

INDIRIZZI

CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO

TEATRO CA’ FOSCARI

Ingresso/Ticket € 33/44 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

Ideazione, drammaturgia e interpretazzione Fabrizio Gifuni “Fuoriserie 2026”

TEATRO A L’AVOGARIA

Corte Zappa, Dorsoduro 1617 www.teatro-avogaria.it Calle Larga S. Marta 2137 www.unive.it

TEATRO CORSO

Ingresso/Ticket € 5/39 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

Corso del Popolo 30-Mestre www.teatrocorso.it

DE LA RUE AUX JEUX OLYMPIQUES

TEATRO DEL MONACO

Pockemon Crew

Ingresso/Ticket € 8/32 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

24

venerdìFriday

IL TEATRO COMICO

di Carlo Goldoni Regia Giuseppe Emiliani con le allieve attrici e gli allievi attori del III anno dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni / Produzione TSV Teatro Nazionale “Top Ten – Stagione Teatrale”

Corso del Popolo 31-Treviso www.teatrostabileveneto.it

TEATRO DEL PARCO Parco Albanese-Mestre www.culturavenezia.it

TEATRO DI MIRANO

Via della Vittoria 75-Mirano www.piccionaia.org

TEATRO GOLDONI

San Marco 4650/B www.teatrostabileveneto.it

TEATRO TONIOLO

Ingresso/Ticket € 8,5/ 12,5 Teatro del Parco-Mestre h. 19.30

Piazzetta Cesare BattistiMestre www.culturavenezia.it/toniolo

VINCENZO SCHETTINI

TEATRO VERDI

La fisica che ci piace - Lezione show

di e con Vincenzo Schettini

Ingresso/Ticket € 29/40 Teatro Corso-Mestre h. 21.15

28

martedìTuesday

TRE CAPITOLI DEL MARTIRIO, OVVERO DIONISO, GESÙ E HOSSEYN

a cura di Pietrangelo Buttafuoco “Fuoriserie 2025/26” Ingresso/Ticket € 12/20 Teatro Goldoni h. 19

Via dei Livello 32-Padova www.teatrostabileveneto.it

TEATRO VILLA DEI LEONI

Riviera S. Trentin 3-Mira www.piccionaia.org

MarMar

03

:cinema

21

martedìTuesday

07

sabatoSaturday

BLKNWS: TERMS & CONDITIONS

LA SOTTILE LINEA DELLA VERITÀ

Regia di Kahlil Joseph (2025) “Palazzo Grassi invita Lo schermo dell’arte”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

08

Regia di Angelo Rizzo (2006) “No Olvidamos. Memoria e storia politico-sociale”

04

mercoledìWednesday

TERRA INCOGNITA

Regia di Enrico Masi (2024)

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30

05

giovedìThursday

FILM A SORPRESA

“Agatha Christie. La signora del giallo”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

NON-ALIGNED NEWSREELS: FRAGMENTS Regia di Mila Turajlic “Palazzo Grassi invita Lo schermo dell’arte” Teatrino Grassi h. 18

06

venerdìFriday

IL GENERALE DELL’ARMATA MORTA

Regia di Luciano Tovoli (1983)

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30

LIKE AN EVENT IN A DREAM DREAMT BY ANOTHER - INSOMNIA

Regia di Firas Shehadeh (2025)

ARGUMENTS IN FAVOR OF LOVE Regia di Gabriel Abrantes (2025)

TWO PEOPLE EXCHANGING SALIVA Regia di Natalie Musteata & Alexandre Singh (2024)

BOUCHRA

Regia di Orian Barki, Meriem Bennani (2025) “Palazzo Grassi invita Lo schermo dell’arte” Teatrino Grassi h. 18

Teatrino Grassi h. 18

domenicaSunday

MASSIMO BARTOLINI. DUE QUI / TO HEAR

Regia di Matteo Frittelli (2025)

PETER HUJAR’S DAY

Regia di Ira Sachs (2025) “Palazzo Grassi invita Lo schermo dell’arte” Teatrino Grassi h. 17

10

martedìTuesday

SANTIAGO, ITALIA

Regia di Nanni Moretti (2018) “No Olvidamos. Memoria e storia politico-sociale”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

11

mercoledìWednesday

OMAGGIO A VALERIO ZURLINI

Un incontro per raccontare l’opera del regista bolognese a cento anni dalla nascita. Intervengono Alessandro CuK (Vicepresidente CINIT) e Paolo Lughi (Critico cinematografico)

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30

COME FRATELLI

Regia di Antonio Padovan (2025) “Paesaggi che cambiano”

Auditorium Palazzo Bomben-Treviso h. 20.30

COSA SUCCEDE IN CITTÀ

Regia di Marco Bosa e Alessandro Baratto (2025) “Paesaggi che cambiano” Auditorium Palazzo Bomben-Treviso h. 20.30

12

giovedìThursday

FILM A SORPRESA

“Agatha Christie. La signora del giallo”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

171


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

:cinema

17

martedìTuesday

UNA NOTTE DI 12 ANNI

Regia di Ãlvaro Brechner (2018) “No Olvidamos. Memoria e storia politico-sociale” Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

18

mercoledìWednesday

LE CITTÀ DI PIANURA

27

venerdìFriday

BANGLAVENICE

Regia di Emanuele Confortin (2022) “Reel. Un viaggio cinematografico tra Italia e Croazia”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 18

30

lunedìMonday

Regia di Francesco Sossai (2025) “Paesaggi che cambiano”

SONO ANCORA QUI

19

Teatro Ca’ Foscari h. 17

Auditorium Palazzo Bomben-Treviso h. 20.30

giovedìThursday

FILM A SORPRESA

“Agatha Christie. La signora del giallo” Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

20

venerdìFriday

BEHIND VENICE LUXURY

Regia di Mohammad Amin Wahidi (2017) “MovieLab” La Casa di The Human Safety Net h. 17.30

INDES GALANTES

Regia di Philippe Béziat (2022) “Alliance Française incontra Circuito Cinema” Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 18

24

martedìTuesday

GARAGE OLIMPO

Regia di Marco Bechis (1999) “No Olvidamos. Memoria e storia politico-sociale” Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30

26

giovedìThursday

FILM A SORPRESA

“Agatha Christie. La signora del giallo” Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

172

Regia di Walter Salles (2024) “No Olvidamos. Memoria e storia politico-sociale”

AprApr

01

mercoledìWednesday

I SEGRETI DI TWIN PEAKS EPISODIO PILOTA

09

giovedìThursday

FILM A SORPRESA

22

mercoledìWednesday

TINERET

“Agatha Christie. La signora del giallo”

Regia di Nicolò Ballante (2024) “MovieLab”

10

23

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

venerdìFriday

BOREANA

Regia di Emanuel Toffolo e Jordan Carraro (2024) “Reel. Un viaggio cinematografico tra Italia e Croazia”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 18

15

mercoledìWednesday

VAKHIM

Regia di Francesca Pirani (2024) “MovieLab” La Casa di The Human Safety Net h. 17.30

La Casa di The Human Safety Net h. 17.30

giovedìThursday

FILM A SORPRESA

“Agatha Christie. La signora del giallo”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

INDIRIZZI AUDITORIUM PALAZZO BOMBEN Via Cornarotta 7-Treviso www.fbsr.it

CASA DEL CINEMAVIDEOTECA PASINETTI

Regia di David Lynch (1990) “I segreti di David Lynch”

IL SEGRETO DI AGATHA CHRISTIE

Santa Croce 1990 www.culturavenezia.it/cinema

02

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30

Procuratie Vecchie Piazza San Marco www.thehumansafetynet.org

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30

giovedìThursday

FILM A SORPRESA

“Agatha Christie. La signora del giallo”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

03

venerdìFriday

PANORAMI SOMMERSI - LE ORIGINI DI VENEZIA Regia di Samuele Gottardello (2022) “Reel. Un viaggio cinematografico tra Italia e Croazia”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 18

08

Regia di Michael Apted (1979) “Il grande libro di Agatha Christie”

LA CASA DI THE HUMAN SAFETY NET

16

CENTRO CULTURALE CANDIANI

giovedìThursday

FILM A SORPRESA

“Agatha Christie. La signora del giallo”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 17.30/20.30

IL SEGRETO DI AGATHA CHRISTIE

Regia di Michael Apted (1979) “Il grande libro di Agatha Christie” Centro Culturale Candiani-Mestre h. 17.30

17

venerdìFriday

CIELO APERTO mercoledìWednesday

LE CONSEGUENZE DELL’AMORE

Regia di Paolo Sorrentino (2004) “Paesaggi che cambiano”

Auditorium Palazzo Bomben-Treviso h. 20.30

Regia di Ruggero Romano (2023) “Reel. Un viaggio cinematografico tra Italia e Croazia”

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti h. 18

Piazzale Candiani-Mestre www.comune.venezia.it

TEATRINO DI PALAZZO GRASSI

San Samuele, San Marco 3260 www.pinaultcollection.com

TEATRO CA’ FOSCARI

Santa Marta, Dorsoduro www.culturavenezia.it/cinema


173


A PLUS A GALLERY

NINA ĆERANIĆ As I Shape the Object, the Object Shapes Me FinoUntil 18 aprileApril

San Marco 3073 www.aplusa.it

DAYANITA SINGH ARCHIVIO

FONDATION WILMOTTE

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/2 LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA

Frari, San Polo 3002 www.frithstreetgallery.com/artists/ dayanita-singh

FinoUntil 29 marzoMarch

BAROVIER&TOSO ARTE

FABRIZIO PLESSI Perdersi in un bicchier d’acqua FinoUntil 21 giugnoJune

Fondamenta Manin 1/D, Murano www.barovierarte.com

CA’ GIUSTINIAN

MAN RAY L’immagine ritrovata

FinoUntil 22 novembreNovember Portego di Ca’ Giustinian, La Biennale di Venezia www.labiennale.org

CA’ PESARO/1

JENNY SAVILLE a Ca’ Pesaro

28 marzoMarch-22 novembreNovember

Galleria Internazionale d’Arte Moderna Santa Croce 2076 www.capesaro.visitmuve.it

Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701 guggenheim-venice.it

RENATO D’AGOSTIN Le Flou de Venise Fondamenta de l’Abazia, Cannaregio 3560 www.wilmotte.com

FONDAZIONE DELL’ALBERO D’ORO

PATRICK SAYTOUR Le pli et le temps / La piega e il tempo

GIANNI BERENGO GARDIN La Venezia del Maestro del bianco e nero FinoUntil 30 giugnoJune

Palazzo Flangini, Cannaregio 252 www.fondazionedivenezia.org

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/1

BELLA LA VITA A VENEZIA FinoUntil 12 aprileApril

NULLA DI PRECISO FinoUntil 12 aprileApril

CA’ PESARO/3

Campo Santa Maria Formosa Castello 5252 www.querinistampalia.org

FinoUntil 12 aprileApril

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/3

Galleria Internazionale d’Arte Moderna Santa Croce 2076 www.capesaro.visitmuve.it

CA’ REZZONICO

I GUARDI della Collezione Gulbenkian 7 marzoMarch-8 giugnoJune

Museo del Settecento Veneziano Dorsoduro 3136 carezzonico.visitmuve.it

CASA DEI TRE OCI

JOSEPH KOSUTH The-exchange-value-oflanguage-has-fallen-to-zero Giudecca 43 berggruenarts.org | berggruen.org

Isola di San Giorgio Maggiore www.lestanzedellafotografia.it

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/2 LE STANZE DEL VETRO

Isola di San Giorgio Maggiore www.lestanzedelvetro.it

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/2

PAPER DESIGN a Ca’ Pesaro 2026

FinoUntil 6 aprileApril

FONDAZIONE DI VENEZIA

21 aprileApril-14 giugnoJune

Project Room, Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076 www.capesaro.visitmuve.it

AHMET ERTUĞ Beyond the vanishing point

1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia

San Polo 2033 fondazionealberodoro.org

Campo Santa Maria Formosa Castello 5252 www.querinistampalia.org

NATURA MORTA, NATURA VIVA

Isola di San Giorgio Maggiore www.lestanzedellafotografia.it

18 aprileApril-22 novembreNovember

CA’ PESARO/2

28 marzoMarch-22 novembreNovember

ANTONIO CORRADINI e LUIGI GHIRRI. Disapparire FinoUntil 12 aprileApril

Campo Santa Maria Formosa Castello 5252 www.querinistampalia.org

GALLERIE DELL’ACCADEMIA

TINTORETTO racconta la genesi. Ricerca, analisi e restauro FinoUntil 7giugnoJune

Campo della Carità, Dorsoduro 1050 www.gallerieaccademia.it

IKONA GALLERY

FILIPPO ROMANO Archivio Naturale FinoUntil 12 aprileApril

Campo del Ghetto Nuovo, Cannaregio 2909 ikonavenezia.com

174

HORST P. HORST La Geometria della Grazia FinoUntil 5 luglioJuly

17 aprileApril-31 luglioJuly

Mostre a Venezia

PEGGY GUGGENHEIM A LONDRA Nascita di una collezionista

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/1 LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA

25 aprileApril-19 ottobreOctober

ARCHIVIO DI STATO

exhibitions

COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM

19 aprileApril-22 novembreNovember

M9 – MUSEO DEL ‘900/1

PERTINI L’arte della democrazia FinoUntil 31 agostoAugust

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre www.m9museum.it

M9 – MUSEO DEL ‘900/2

MICHELANGELO PENSO Risonanze invisibili 13 marzoMarch-12 aprileApril

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre www.m9museum.it

M9 – MUSEO DEL ‘900/3

OLTRE I LIMITI SPORT ITALIA Ritratto corale di un paese che cambia FinoUntil 15 marzoMarch

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre www.m9museum.it

M9 – MUSEO DEL ‘900/4

PROTECTED FUTURES I Parchi Nazionali Hohe Tauern e Dolomiti Bellunesi FinoUntil 6 aprileApril

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre www.m9museum.it

M9 – MUSEO DEL ‘900/5

La serena inquietudine del territorio. Into the Land 13 marzoMarch-12 aprileApril

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre www.m9museum.it

MARIGNANA ARTE

OPIEMME Senza Bandiere V .3.0. Divide et impera FinoUntil 18 aprileApril

Dorsoduro, 141, Rio Terà dei Catecumeni www.marignanaarte.it


IL TEMPO DI LOUISE FARRENC MUSEO CORRER

BIZHAN BASSIRI Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico FinoUntil 22 novembreNovember

San Marco 52 correr.visitmuve.it

PUNTA DELLA DOGANA/1

LORNA SIMPSON Third Person

29 marzoMarch-22 novembreNovember

Dorsoduro 2 www.pinaultcollection.com

PUNTA DELLA DOGANA/2

VERO CASANOVA

PAULO NAZARETH Algebra

Fondamenta Giustinian 8, Murano museodelvetro.visitmuve.it

Dorsoduro 2 www.pinaultcollection.com

MUSEO DEL VETRO FinoUntil 3 maggioMay

MUSEO DI PALAZZO MOCENIGO

IL KIMONO MASCHILE Trame di vita, racconti di stile FinoUntil 4 aprile April

Santa Croce 1992 mocenigo.visitmuve.it

29 marzoMarch-22 novembreNovember

SCUOLA PICCOLA ZATTERE

R.S.V.P. Résonnez, S’il Vous Plaît FinoUntil 6 aprileApril

Dorsoduro 1401 www.scuolapiccolazattere.com

FESTIVAL DI MUSICA DA CAMERA 28.3 – 28.4.2026 CONFERENZA

GIOVEDÌ 16 APRILE ORE 18 Niente è mai troppo romantico conferenza di Luca Scarlini A seguire degustazione di vini e prodotti della Laguna nel bicchiere

MUSEO FORTUNY

ANTONIO SCACCABAROZZI Diafanés FinoUntil 6 aprileApril

San Marco 3958 fortuny.visitmuve.it

OCEAN SPACE

TIDE OF RETURNS [Onde di Ritorni]

28 marzoMarch-11 ottobreOctober

ex Chiesa di San Lorenzo, Castello 5069 www.ocean-space.org www.tba21.org/academy

Palazzetto Bru Zane San Polo 2368, Venezia +39 041 30 37 615 Ingresso gratuito Prenotazione consigliata

BRU-ZANE.COM

PALAZZO DUCALE

ETRUSCHI E VENETI Acque, culti e santuari

6 marzoMarch-29 settembreSeptember

Appartamento del Doge palazzoducale.visitmuve.it

PALAZZO FRANCHETTI

JACQUES CORDIER Venise FinoUntil 10 aprileApril

Biblioteca Morandiana, San Marco 2847 www.jacques-cordier.com

PALAZZO GRASSI/1

MICHAEL ARMITAGE The Promise of Change

29 marzoMarch-10 gennaioJanuary, 2027

San Samuele, San Marco 3231 www.pinaultcollection.com

PALAZZO GRASSI/2

AMAR KANWAR The Peacock’s Graveyard

29 marzoMarch-10 gennaioJanuary, 2027

PROCURATIE VECCHIE/1

The Human Safety Net A WORLD OF POTENTIAL

Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105

PROCURATIE VECCHIE/2

The Human Safety Net DREAMS IN TRANSIT FinoUntil 15 marzoMarch

Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105 www.thehumansafetynet.org

175

illustrazione © Giada Maestra_Galleria Garance & Marion

San Samuele, San Marco 3231 www.pinaultcollection.com


staff

Mensile di cultura, spettacolo e tempo libero Numero 309-310 - Anno XXX Venezia, 1 marzo 2026 Con il Patrocinio del Comune di Venezia Autorizzazione del Tribunale di Venezia n. 1245 del 4/12/1996 Direzione editoriale Massimo Bran Direzione organizzativa Paola Marchetti Relazioni esterne e coordinamento editoriale Mariachiara Marzari Redazione Chiara Sciascia, Davide Carbone Speciali Fabio Marzari Coordinamento editoriale TheBAG, Daily Mostra del Cinema, Redazione Web, Newsletter

Marisa Santin Grafica Luca Zanatta Hanno collaborato a questo numero Katia Amoroso, Stefania Bertelli, Marina Borroni, Elena Cardillo, Loris Casadei, Gaia Conte, Mario Dal Co, Roberta De Rossi, Silvia Di Renzo, Elisabetta Gardin, Nicolò Ghigi, Michele Gottardi, Renato Jona, Michela Luce, Franca Lugato, Irene Machetti, Alberto Marzari, Giorgio Placereani, Giandomenico Romanelli, Diletta Rostellato, Livia Sartori di Borgoricco, Sara Abra Carrol Smersu, Adele Spinelli, Davide Terrin, Camillo Tonini, Andrea Zennaro Si ringraziano Giovanni Montanaro, Melissa Vettore e Daniele Finzi Pasca, Luca De Fusco, Annabelle Chambon e Cédric Charron, Gilles Debonnet e Gea Storace, Aldo Coppola jr., Giuseppe Mormile Foto di copertina Focus (detail), 2022–24, Olio e acrilico su tela/Oil and acrylic on canvas 120 × 100 cm Collezione privata, USA/Private Collection, US © Jenny Saville, courtesy Gagosian Traduzioni Andrea Falco Direttore responsabile Massimo Bran Guide spirituali “Il più grande”, Muhammad Alì Il nostro “Ministro della Fantasia”, Fabio Marzari Recapito redazionale Cannaregio 563/E - 30121Venezia tel. +39 041.2377739 redazione@venezianews.it www.venezianews.it

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