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VENEZIA NEWS - JULY-AUGUST 2026

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Drip Tekhne, Adam Linder - 20. Festival Internazionale di Danza de La Biennale di Venezia Photo Jubal Battisti - Courtesy La Biennale di Venezia Mensile di cultura e spettacolo - n° 313-314 - anno 30 - luglio-agosto 2026 spedizione in A.P. 45% art.2 comma 20/B - legge 662/96 - DCI-VE

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BIENNALE DANZA & ARTE – LIVE SHOWS – FESTIVALS

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dalle collezioni civiche di savona

Pertini L’arte della democrazia 20 novembre 2025 31 agosto 2026 m9 - museo del ’900, venezia mestre Photocredit: Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati”

MEDAGLIA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Una mostra di

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Con le opere di with works by Scopri la mostra Explore the exhibition

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Filippo De Pisis Giacomo Manzù Francesco Messina Henry Moore Giorgio Morandi Mario Sironi Emilio Vedova e altri / and others

M9 - Museo del ’900 Via G. Pascoli, 11 Venezia Mestre

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Photocredit: Giorgia Rorato

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editoriale

ARTE NO-STOP di Massimo Bran

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70, dicasi 270! È il numero a dir poco impressionante delle mostre apertesi in occasione della 61. Biennale Arte. The Bag e The Map, la nostra guida e la nostra mappa della Biennale, sono lì vividamente a restituirlo questo numero. Dentro c’è naturalmente di tutto: alcune mostre meravigliose, altre improbabili, altre pure discutibili, altre ancora intriganti per la loro natura poliforme. Insomma, un grande calderone stordente l’immergersi nel quale, ciascuno con i suoi ritmi, con le proprie pulsazioni, rappresenta un’esperienza davvero unica a livello globale: non esistono al mondo città di grandi, medie o piccole dimensioni che possano essere in grado di offrire un’istantanea così caleidoscopica sui linguaggi del contemporaneo oggi. Consideriamoci perciò non fortunati, di più. Un sistema espositivo che rappresenta naturalmente anche una solida e vitale industria culturale per la città, un’industria che dà lavoro a qualche migliaio di addetti impegnati nei vari segmenti della filiera di settore, permettendo così di offrire altre opportunità professionali a chi qui vive, o nei suoi pressi, oltre il recinto dell’asfissiante monocultura turistica. Certo, non è ancora abbastanza, poiché alla dimensione, per quanto alta, di vetrina, di esposizione del fare arte oggi, andrebbe consolidata, ma diciamo pure costruita nelle sue prime fondamenta, la dimensione per così dire produttiva di questo stesso fare arte, dando l’opportunità a giovani e a meno giovani di avere a disposizione spazi di incontro e di lavoro in cui poter dispiegare i propri percorsi creativi, potendo poi pure senza eccessive difficoltà avere l’opportunità di mostrarne gli esiti, certo attraverso una selezione terza, esterna. In questa direzione crediamo si faccia ancora troppo poco sul fronte Biennale, in particolare con le Università della città, con l’Accademia, che rappresentano un polmone di raro ossigeno male utilizzato in una città che boccheggia anche proprio demograficamente. Andrebbero pensati dei programmi di forte struttura e visione a riguardo, ponendo al centro vivo di questa straordinaria capitale dell’arte contemporanea che è Venezia chi il futuro lo sta disegnando ora, qui, ma che oggi lo fa quasi solo per sé, non trovando occasioni in contesti ben progettati dove poter esporre il proprio lavoro in dialogo con altri che condividono percorsi simili. Inutile dire che il compito di delineare le condizioni base perché si vada a definire un sistema così vitale e necessario per rinvigorire il tessuto sociale logoro di questa città dovrebbe essere assunto in prima istanza, in qualità di regista del tutto, dall’Amministrazione Comunale, che dovrebbe stimolare e sollecitare le corrazzate, è proprio il caso di così definirle qui, istituzionali della cultura e delle arti ad agire in questa direzione, interagendo fattivamente anche sul fronte produttivo, accendendo ed assecondando interessi e ambizioni in chi qui desidera lavorare attivamente in questo particolare e complesso settore. Ma è altresì inutile dire, per consolidate e incancrenite ragioni che è superfluo e tedioso star qui per l’ennesima volta a enumerare, che alcuna illusione, ahinoi, è lecito serbare a riguardo. Eppur qualcosa si muove. Sì, qualche luce all’orizzonte si incomincia a intravedere. Ve n’è una in particolare, che è quella in conclusione

su cui vorrei velocemente soffermarmi poiché porta in grembo molti dei semi potenziali per finalmente poter coltivare al meglio questa nuova vitalità, che davvero potrebbe rappresentare una solida svolta in questa direzione. Stiamo parlando della grande novità dell’ASAC, l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale, un patrimonio a dir poco unico di davvero tutti i linguaggi espressivi della contemporaneità da quasi un secolo e mezzo in qua, da troppo tempo sacrificato in spazi inadeguati, poco accessibile, sorta di archivio tombato, ben poco vissuto e consultato. Ebbene, la novità prima oggi è che, finalmente, questo straordinario archivio senza eguali al mondo ha trovato, grazie al buon utilizzo, per una volta, dei fondi del PNRR, una sua nuova, straordinaria sede all’Arsenale. La Biennale questa volta ha giocato alto, scommettendo le sue migliori carte sulla storia del contemporaneo che nessuno meglio di lei ha scritto nel Novecento e che continua a scrivere in questo di secolo, una storia che naturalmente si rinnova e si implementa di anno in anno, di stagione in stagione, grazie alle ricchissime attività e festival che senza soluzione di continuità questa straordinaria istituzione propone a pubblico e operatori di tutto il globo. Una scommessa stravinta, a vedere gli spazi meravigliosi presentati in anteprima lo scorso giugno alla stampa e agli operatori di settore. Stiamo parlando del Magazzino del Ferro, la “manica” parallela alle Corderie, un edificio di ben 8.000 mq magnificamente restaurato nel segno delle migliori soluzioni architettoniche sul fronte dell’archeologia industriale. Una casa in cui l’Archivio potrà dispiegare ed esprimere tutte le sue potenzialità, utilizzando naturalmente le migliori tecnologie digitali oggi a disposizione per permettere di essere fruito al meglio. Ma la seconda novità, ancora più importante, è che grazie al recupero di questo straordinario spazio questo Archivio sarà aperto tutto l’anno, aprendo di conseguenza l’Arsenale stesso ben prima e ben oltre il periodo di apertura e di chiusura delle mostre d’Arte e di Architettura. Tutti i giorni, insomma. Ciò permetterà a studenti, studiosi, semplici appassionati, agli stessi artisti, in erba o maturi che siano, di scavare in questo pozzo infinito delle meraviglie alla ricerca di documenti, spunti, suggestioni per il proprio lavoro, sia esso di ricerca pura o di creazione, di progettazione artistica. Uno spazio, una casa del contemporaneo aperta quotidianamente che la Biennale vuole definire come luogo di vitale eclettismo, nel senso che non sarà solo la funzione meramente bibliotecaria, votata alla ricerca e allo studio documentali puri, ad essere qui assolta, ma più estesamente verrà elaborata una programmazione che contemplerà attività, eventi, mostre, workshop sul contemporaneo che faranno di questo luogo davvero una sorta di Beaubourg nel cuore della laguna. È un’occasione da non perdere in alcun modo questa, perché è da un centro polifunzionale di cultura e linguaggi contemporanei di tale profilo e livello che può davvero partire il completamento della seconda, fondamentale fase del fare arte a Venezia, ossia propriamente quello di agevolare a farla per davvero, a produrla in contesti dinamici e appropriati come questo, anziché esclusivamente, per quanto virtuosamente, esporla, mostrarla al pubblico.

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july-august2026 European★ Magazine

coverstory (p. 14) 20. Biennale Danza. Time Does Not Exist | Intervista Wayne McGregor | Leoni: Intervista Bangarra Dance Theatre e Mamela Nyamza | Emanuel Gat | Soa Ratsifandrihana | Elle Sofe Sara | Omar Rajeh | Kalle Nio e Fernando Melo | Intervista Molissa Fenley | Adam Linder | WINNDance | Intervista Eiko Otake & Wen Hui | Andrea Salustri | Oli Mathiesen | Biennale College tradition (p. 58) Festa del Redentore incontri (p. 62) Cristiana Collu – Fondazione Querini Stampalia | Cecilia Canziani – Padiglione Italia | Du Hai Jun – Chronicles of the Floating City arte (p. 76) Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee – ASAC | 61. Biennale Arte – In Minor Keys | National Participations: Finlandia, Giappone, Austria, Cina, Marocco, Messico, Santa Sede, Guatemala, Grenada | Collateral Events: Lee Ufan, Fermata: Hong Kong in Venice, Lara Favaretto, Su Xiaobai | Not Only Biennale: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo | Marina Abramović | Shirin Neshat / Natasha Tontey | Canicula | Lorna Simpson / Paulo Nazareth | Glasstress 2026 | Personal Structures | Arthur Jafa and Richard Prince | The Only True Protest Is Beaut | François Reboul | Alighiero Boetti | Anish Kapoor | A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World | Peggy Guggenheim a Londra | Lu Yang | Marinella Senatore | Georg Baselitz | Jenny Saville / Michael Armitage | Amoako Boafo | Koen Vanmechelen | Strange Rules | Helen Broms Sandberg | Alfred Eisenstaedt | BELPAESE / ALTIPIANO | Su acque, fiumi e paesaggi | Etruschi e Veneti | Parco Archeologico di Altino | Galleries | Not Only Venice: Tiziano e il paesaggio | JR | Kimiko Yoshida | Rothko a Firenze | David Hockney storie (p. 130) Battaglie navali musica (p. 136) Edoardo Bennato | Women for Freedom in Jazz | Adam Holzman Band | Amaranta Festival | Moog Summer Camp | Duran Duran | Suzanne Vega | Löwenzahnhonig | Paradise Venice | King’s Club | Max Pezzali | Marghera Estate 2026 | Villa Manin Estate | Marostica Summer Festival | No Borders Music Festival | Festival del Vittoriale | Sexto ‘Nplugged | Contaminazioni Musicali | Villafranca Festival | AMA Music Festival | Bassano Music Park | 46. Operaestate Festival classical (p. 154) Morricone Night | Stagione 2026-2027 Fenice e Malibran | Grigorij Sokolov | Cornelius Meister | I Solisti Veneti | L’elisir d’amore | 46. Operaestate Festival theatro (p. 164) Intervista Michele Mele – 46. Operaestate Festival | Venice Open Stage | Preview Venere in Teatro | Stagione 26/27 Teatro Stabile del Veneto | Scene di paglia | 78. Estate Teatrale Veronese cinema (p. 178) Preview Venezia 83 | Barch-in | Cinemoving | Acque Alte | Supervisioni: Ombra | Cinefacts: A bassa voce etcc... (p. 186) Rupture Arts & Books | Intervista Andrea Molesini | 64. Premio Campiello | Intervista Marco Franzoso | Incontri di Spoleto | Parole: Politichese citydiary (p. 199) Agende | Mostre a Venezia 10

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FESTA DEL REDENTORE

San Marco basin illuminated by fireworks on the most iconic summer night – highlight of Venice’s most beloved celebration. A miracle that returns faithfully each year, set against a backdrop of timeless, unmatched beauty. tradition p. 58

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PIAZZA SAN MARCO LIVE

Piazza San Marco is once again at the centre of music. On July 5th, the Fenice Theatre Orchestra and Choir pay homage to Ennio Morricone and his lesser-known repertoire under the direction of Kevin Rhodes; on July 6th, the “pirate of auteur rock” Edoardo Bennato brings his ironic and evergreen Neapolitan blues to the lagoon. musica p. 136 classical p. 154


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20. BIENNALE DANZA Time Does Not Exist

The 20th Biennale Danza reaches its milestone anniversary with a new edition curated by Wayne McGregor: the Bangarra Dance Theatre and Mamela Nyamza lead an international program that embraces indigenous cultures, diaspora, and collective memory in a profound exploration of time, or rather, of a time that does not exist. The artists of Biennale Danza 2026 lead us toward a new way of relating and being. coverstory p. 14

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NOT ONLY BIENNALE

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Beyond the Biennale, Venice welcomes the absolute elite of contemporary art. Some names? Here are a few: Marina Abramović, Sherin Neshat, Jenny Saville, Georg Baselitz, Joseph Kossuth, Anish Kapoor, Arthur Jafa, Richard Prince, Michael Armitage… Is that enough? arte p. 96

61. BIENNALE ARTE In Minor Keys

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The beautiful and incisive title chosen by Koyo Kouoh, In Minor Keys, offers a lateral perspective, other geographies, and other artists capable of delivering unprecedented sensory, musical, and emotional sensations. The project design is perfect, the path flows seamlessly: blue draperies mark the thresholds to cross through the poetry we find everywhere. A special guide leads us to discover the “minor keys” through the Central Pavilion in the Gardens and the Corderie Hall at the Arsenale. arte p. 78

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CINEMA BARCH-IN

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Read

the bag

Biennale Arte Guide

Supplemento n. 1 al n. 311-312 di maggio-giugno 2026 del mensile di cultura e spettacolo Venezia News spedizione in A.P. 45% art. 2 comma 20/B - legge 662/96 - DCI-VE

“Barch-in all’Arsenale” returns from July 10 to 13 as one of Venice’s most distinctive summer events, turning the Arsenale basin into a floating drive-in cinema where audiences watch films from their boats. cinema p. 180

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TIME DOES NOT EXIST


coverstory 14

a cura di Chiara Sciascia


TIME DOES NOT EXIST Adam Linder’s Drip Tekhne inhabits a time that does not move in a straight line. Evolution is never complete, never left behind – it remains written in every gesture like a geological layer within the body itself. The animal body does not disappear when the thinking body arrives, but continues to exist beneath it, ready to resurface. This is the thread running through the 20th Biennale Danza directed by Wayne McGregor: different eras coexisting in the same instant, past and present layered within the same skin. The crescendo accelerates phase by phase, without pause, until the boundaries between one body and another dissolve – the community of dancers becomes the final image, the only one left standing 20. Biennale Danza 17 July-1 August www.labiennale.org Drip Tekhne, Adam Linder - Photo Jubal Battisti

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biennaledanza TIME DOES NOT EXIST

Intervista Wayne McGregor | Direttore 20. Biennale Danza

I SEGRETI DEL CORPO di Loris Casadei

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a realtà è una danza di eventi, scrive Carlo Rovelli.

Ed è proprio al celebre fisico che il nostro direttore di Biennale Danza, Wayne McGregor, si rivolge nella presentazione del programma 2026, scegliendo il titolo Time Does Not Exist. Di McGregor abbiamo scritto spesso e sempre volentieri in questi anni: coreografo ricercatissimo, noto non solo per le sue creazioni di danza ma anche per opere liriche (La Scala, Royal Opera House), collaborazioni cinematografiche (come non citare Harry Potter e il calice di fuoco), eventi sportivi e concerti musicali, tra cui Voyage, l’indimenticabile Avatar Performance del 2022 che ha riportato sul palco gli Abba. È stato insignito Commander of the Order of the British Empire nel 2010 per i suoi meriti artistici e, più recentemente, Knight Bachelor per i servizi alla danza. Attento ai dettagli, nel programma mette in rilievo i numerosi workshop aperti al pubblico, i dibattiti con gli artisti, la rassegna di film di Wiseman e la video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Life Lines, che – sue parole – «affascinerà, ispirerà e ci ricorderà che il corpo è un archivio vivente e che l’archivio vivente è esso stesso un corpo». Ha scritto di recente un libro, We Are Movement (Bloomsbury Tonic), che presto dovrebbe uscire anche in italiano: ci ha colpito per la profondità delle riflessioni unita alla semplicità del linguaggio. È dedicato a un sesto senso che McGregor chiama “propriocezione”, ovvero la capacità di percepire i nostri movimenti nello spazio senza l’uso della vista, grazie a recettori segreti nei muscoli, nelle articolazioni, nell’orecchio, che trasmettono informazioni continue al cervello. Ci ha ricordato Udaka Michishige e le sue maschere Shakumi, con feritoie agli occhi così minimali da rendere quasi impossibile, a guardarle, immaginare che un attore possa muoversi nello spazio e restare in sincrono con gli altri. Cosa permette ai danzatori intrecci di gruppo spericolati e veloci se non un senso dello spazio e della posizione del proprio corpo anche dove la vista non basta? La compagnia di McGregor cominciò a indagare il tema nel 2004 con la coreografia AtaXia, nata dalla collaborazione con neuroscienziati e psicologi del dipartimento di psicologia sperimentale di Cambridge. Nel libro compare una nota autobiografica curiosa: McGregor racconta che l’interesse nacque da una lussazione al 20. Festival Internazionale di Danza – Time Does Not Exist 17 luglio-1 agosto www.labiennale.org

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ginocchio, subita giovanissimo durante una residenza agli Alloy Studios di Pittsburgh. Furono le riflessioni su come malattia e riabilitazione avessero modificato i suoi movimenti, i muscoli, gli arti, a generare questa nuova attenzione al corpo e con essa l’invito a rivitalizzarlo, a farlo uscire dalle abitudini acquisite; d’altra parte «dancing is a contract to change». Con questo bagaglio di curiosità e rigore McGregor affronta il ventesimo anniversario della Biennale Danza scegliendo proprio il tema Time Does Not Exist: un programma che raccoglie artisti capaci di destabilizzare la linearità e abitare simultaneamente passato e presente. Lo abbiamo incontrato per seguire il filo del suo pensiero sulla danza, sul corpo, sul tempo e su ciò che resta quando la certezza dei codici si dissolve. Heinrich von Kleist teorizzò nel 1810 il “danzatore ideale come marionetta divina” e Craig sviluppò ulteriormente l’idea con la sua “supermarionetta”. Esiste a riguardo una relazione, almeno sul piano storico e teorico, con l’uso dell’intelligenza artificiale nella danza contemporanea? Von Kleist e Edward Gordon Craig immaginavano già il corpo oltre sé stesso: uno strumento di precisione, liberato dall’ego. L’IA prolunga quella genealogia. Ci offre un modo per decentrare l’autorialità, per collaborare con sistemi che riformulano l’intuizione. Non una sostituzione del danzatore, ma una provocazione: cos’è l’agentività, cos’è la presenza, quando l’intelligenza è distribuita? Il programma del Dance Reflections Festival di Van Cleef & Arpels è stato recentemente presentato a New York: anche lì un ampio spettro di coreografie, revival storici, progetti educativi e giovani artisti alla prima esperienza. Venezia può rivendicare punti di forza particolari nel panorama internazionale dei festival di danza? Come prima cosa va detto che nessun festival può da solo contenere tutte le relazioni sinergiche che onorano e connaturano la nostra estesa storia della danza e il nuovo lavoro che siamo chiamati a svolgere. C’è semplicemente troppo materiale straordinario là fuori. Sono anche contento che Dance Reflections abbia osservato i nostri programmi passati e riconosciuto il valore di questa interdisciplinarità! Venezia possiede una permeabilità unica: favorisce il dialogo tra passato e futuro in un modo che poche altre realtà possono rivendicare, il tutto grazie alla ricca eredità


Venezia incoraggia la contemplazione, la lentezza e l’ascolto profondo

TIME DOES NOT EXIST

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eality is a dance of events, writes Carlo Rovelli. And it’s to the celebrated physicist that our Biennale Danza director, Wayne McGregor, turns when presenting the 2026 programme, choosing the title Time Does Not Exist. We’ve written often and gladly about McGregor over the years: a sought-after choreographer known not only for his dance works but also for opera (La Scala, Royal Opera House), film collaborations (Harry Potter and the Goblet of Fire among them), sporting events and concerts, including Voyage, the unforgettable 2022 Abba avatar performance. He was made Commander of the Order of the British Empire in 2010 for his artistic contributions, and more recently received a knighthood for services to dance. Detail-minded as ever, his programme highlights the many public workshops, artist talks, a Wiseman film retrospective, and the video installation drawn from the Venice Biennale’s Historical Archive, Life Lines. He recently published a book, We Are Movement (Bloomsbury Tonic), soon expected in Italian – striking for the depth of its thinking paired with plain, accessible language. It’s devoted to a sixth sense McGregor calls “proprioception”: the ability to perceive our movements in space without sight, through hidden receptors in muscles, joints, and the inner ear that feed constant information to the brain. The book offers a curious autobiographical note: McGregor traces the interest back to a knee dislocation suffered as a young dancer during a residency at the Alloy Studios in Pittsburgh. Reflecting on how illness and rehabilitation had reshaped his movements, muscles, and limbs sparked this new attention to the body – and with it, an invitation to revitalize it, to shake it free of acquired habits; after all, “dancing is a contract to change.” With this mix of curiosity and rigour, McGregor approaches Biennale Danza’s twentieth anniversary with the theme Time Does Not Exist: a programme of artists able to unsettle linearity and inhabit past and present at once. We met him to follow the thread of his thinking on dance, the body, time, and what remains once the certainty of codes dissolves.

Wayne McGregor - Photo Andrea Avezzù - Courtesy La Biennale di Venezia

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biennaledanza WAYNE McGREGOR

creativa della Biennale. A differenza degli ecosistemi più orientati al mercato di New York, Venezia incoraggia la contemplazione, la lentezza e l’ascolto profondo. La sua forza sta nel contrasto: patrimonio e sperimentazione che coesistono in assenza di gerarchia. Nella danza contemporanea emerge la tendenza a dare grande valore alla bellezza dell’idea e al sacrificio personale del performer nel corso del suo processo lavorativo più che al risultato finale. Il rischio è che questo approccio metta a repentaglio il coinvolgimento critico del pubblico nella performance. Qual è il suo punto di vista a riguardo? Il processo è vitale, ma non è il punto d’arrivo. Il pubblico merita un’esperienza distillata, rigorosa e risonante. La bellezza dell’idea da sola non basta: deve essere incarnata, trasformata. Altrimenti rischiamo l’opacità. Per me il lavoro deve restare poroso ma anche leggibile – non necessariamente letterale o narrativo –, invitando il pubblico a un incontro attivo e critico. Il corpo esposto è spesso al centro della cultura occidentale contemporanea – meno nel mondo arabo o ebraico –: identità, bianco, non bianco, LGBTQ+, maschile, femminile…, a volte espressione dell’orgoglio etnico, altre volte dichiarazione politica come nella cultura woke. Nelle tradizioni indiana o giapponese, al contrario, il corpo si esprime attraverso codici molto precisi. La domanda è: la danza contemporanea occidentale possiede ancora codici condivisi attraverso cui comunicare con il suo pubblico? La danza contemporanea occidentale non opera più attraverso codici fissi e questa è insieme la sua sfida e la sua forza. Parla attraverso la molteplicità, attraverso linguaggi fratturati e ibridi. Il corpo diventa un luogo di negoziazione piuttosto che di certezza. La comunicazione non emerge da un vocabolario condiviso, ma da un’attenzione condivisa, da come scegliamo di essere testimoni. Il tema di questa edizione è Il Tempo non esiste: un titolo che riecheggia il pensiero di Carlo Rovelli sul tempo come illusione della percezione umana piuttosto che come mera realtà fisica. Come è nata questa scelta e come ha orientato la selezione delle opere? Ha cominciato da un corpus di lavori che rispondevano a questa visione del tempo, o è stato il tema a emergere dalle opere? Le idee di Carlo Rovelli risuonano profondamente con la coreografia, che tratta già il tempo come qualcosa di elastico, scultoreo. Il tema è emerso dialogicamente, con le opere, non prima di esse. Mi hanno attratto i lavori che destabilizzano la linearità, che allungano o comprimono la durata, che ci invitano a vivere il tempo come relazionale, contingente e incarnato. E l’anno prossimo? Quali sono i progetti di Wayne McGregor? Continuità, sempre. Ampliare il dialogo tra coreografia, scienza e tecnologia. Inizio un entusiasmante nuovo fellowship in fisica quantistica all’Università di Oxford. Approfondire le collaborazioni tra discipline. E tornare, sempre, allo studio, al corpo come archivio di possibilità in evoluzione.

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Láppon/Lost, Elle Sofe Sara - Photo Erik Berg

Heinrich von Kleist theorized in 1810 the “ideal dancer as a divine marionette,” and Craig developed the idea further with his “super-marionette.” Is there a relationship, at least on a historical and theoretical level, with the use of AI in contemporary dance? Heinrich von Kleist and Edward Gordon Craig were already imagining the body beyond itself – an instrument of precision, liberated from ego. AI extends that lineage. It offers us a way to decentre authorship, to collaborate with systems that reframe intuition. Not a replacement for the dancer, but a provocation: what is agency, what is presence, when intelligence is distributed? The programme of the Dance Reflections Festival by Van Cleef & Arpels has recently been presented in New York: there too, a wide spectrum of choreographies, historical revivals, educational projects, and young artists at their first experience. Can Venice claim any particular strengths in the international landscape of dance festivals? Firstly, no single festival can encompass all the synergistic relationships that honour our extensive dance history or new work. There is just too much great work out there. I’m also glad Dance Reflections have been watching our past programmes and seeing the value in this interdisciplinarity!!! And anyway, Venice possesses a unique permeability. It fosters dialogue between past and future in a way few cities can – all thanks to the Biennale’s rich creative legacy. Unlike


In contemporary dance there is a tendency to place great value on the beauty of the idea and on the performer’s personal sacrifice throughout the working process, more than on the final result. The risk is that this undermines the audience’s critical engagement with the performance. What is your view on this? Process is vital, but it is not the endpoint. The audience deserves an experience that is distilled, rigorous, and resonant. Beauty of the idea alone is insufficient – it must be embodied, transformed. Otherwise, we risk opacity. For me, the work must remain porous but also legible (not necessarily literal or story-driven), inviting the audience into an active, critical encounter. The exposed body is often at the centre of contemporary Western culture – less so in the Arab or Jewish worlds –: identity, white, non-white, LGBTQ+, male, female… sometimes ethnic pride, sometimes political statement as in woke culture. In Indian or Japanese traditions, by contrast, the body expresses itself through very precise codes. The question is: does Western contemporary dance still possess shared codes through which to communicate with its audience?

Western contemporary dance no longer operates through fixed codes, and that is both its challenge and its power. It speaks through multiplicity, through fractured and hybrid languages. The body becomes a site of negotiation rather than certainty. Communication emerges not from shared vocabulary, but from shared attention – from how we choose to witness. The theme of this edition is Time Does Not Exist: a title that echoes Carlo Rovelli’s thinking on time as an illusion of human perception rather than a physical reality. How did this choice come about, and how did it shape the selection of works? Did you begin with a body of pieces that responded to this vision of time, or did the theme itself emerge from the works? Carlo Rovelli’s ideas resonate deeply with choreography, which already treats time as elastic, sculptural. The theme emerged dialogically – with the works, not before them. I was drawn to pieces that destabilise linearity, that stretch or compress duration, that invite us to experience time as relational, contingent, and embodied. And next year? What are Wayne McGregor’s plans? Continuation, always. Expanding the dialogue between choreography, science, and technology. I started an exciting new fellowship in Quantum at Oxford University. Deepening collaborations across disciplines. And returning, always, to the studio – to the body as an evolving archive of possibility.

TIME DOES NOT EXIST

the more market-driven ecosystems of New York City, Venice encourages contemplation, slowness, and deep listening. Its strength is in contrast – heritage and experimentation coexisting without hierarchy.

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biennaledanza LEONE D’ORO

Seconda pelle Intervista Frances Rings | Bangarra Dance Theatre di Chiara Sciascia Acque che salgono e scendono su una distesa di sale infinita: è il Kati Thanda-Lake Eyre, il più grande lago salato d’Australia, e da qui nasce Terrain, opera con cui Frances Rings racconta il legame tra i corpi e la Terra delle Prime Nazioni australiane. Rings, discendente del popolo Mirning, ha attinto al proprio percorso di danzatrice e coreografa per dare forma a una produzione oggi considerata iconica. A portarla in scena sono i diciotto danzatori aborigeni delle isole dello Stretto di Torres di Bangarra Dance Theatre, compagnia che dal 1989 porta sul palco un patrimonio culturale di 65.000 anni, raccontando attraverso danza, musica e poesia le Storie delle Prime Nazioni australiane, e affermatasi come una delle realtà artistiche più riconosciute della danza contemporanea a livello internazionale. Fondata da Carole Y. Johnson, Cheryl Stone e Rob Bryant, la compagnia è stata guidata per oltre trent’anni da Stephen Page, che ne ha plasmato un corpus di oltre ventisette opere; dal 2023 ne ha raccolto l’eredità proprio Rings in qualità di direttrice artistica. Lo spettacolo arriva ora in prima europea al Teatro Malibran (25 e 26 luglio): un debutto veneziano che coincide con il Leone d’Oro alla Carriera assegnato a Bangarra, il primo nella storia della Biennale Danza destinato a una compagnia. «Il tempo è mutevole, piega il passato nel presente e custodisce il futuro» racconta Rings: parole che dialogano da vicino con il tema scelto da Wayne McGregor per questa edizione, Time Does Not Exist. Bangarra compie 37 anni e riceve il primo Leone d’Oro assegnato a una compagnia nella storia della Biennale Danza. Cosa significa questo riconoscimento per lei personalmente e cosa rappresenta per le comunità aborigene e delle isole dello Stretto di Torres che Bangarra porta in scena? Abbiamo utilizzato la piattaforma Bangarra per più di trent’anni per dare voce ai popoli Aborigeni e agli abitanti delle isole dello Stretto di Torres, che sono le prime civiltà ad aver abitato l’Australia, per garantire la nostra presenza nel tessuto della società e per mantenere vive la nostra storia, le nostre conoscenze e le nostre narrazioni nella coscienza della nostra Nazione. Questo premio è un riconoscimento del ruolo fondamentale svolto da Bangarra Dance Theatre nel portare in scena, in Australia e nel mondo, 65.000 anni di cultura e Storie aborigene. Sono estremamente onorata e molto orgogliosa, in qualità di direttrice artistica e co-amministratrice di Bangarra, perché questo premio rende onore a tutte le persone che sono venute prima di me e che ora mi circondano: i nostri danzatori, che hanno lavorato così duramente; le nostre comunità, che si sono BANGARRA DANCE THEATRE Terrain 25, 26 luglio Teatro Malibran

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prodigate con grande generosità; Stephen Page, che ha guidato Bangarra per trent’anni, lavorando insieme ai suoi fratelli Russell e David Page; lo Zio Rob Bryant, Cheryl Stone e Carole Y. Johnson, che fondarono la compagnia nel 1989; la nostra prestigiosa istituzione di formazione per le Prime Nazioni, la NAISDA – National Aboriginal Islander Skills Development Association, dove molti dei nostri danzatori hanno iniziato le loro carriere. Lei è discendente del popolo Mirning, il “popolo delle balene”, legato alla costa del Grande Golfo Australiano. Eppure Terrain esplora il deserto e il lago salato Kati Thanda-Lake Eyre, un paesaggio lontanissimo dalle sue radici. Come nasce il legame con quel territorio e cosa ha imparato lavorando con l’anziano Arabunna Reginald Dodd? Nel maggio 2012 il popolo Arabunna ha ottenuto i diritti territoriali per Kati Thanda-Lake Eyre e le aree circostanti. Volevo raccontare la storia di questo luogo importante, caratterizzato da una vastità e da una diversità naturalistica senza paragoni rispetto a nessun altro paesaggio al mondo. È la casa del popolo Arabunna, che ha mantenuto il proprio profondo legame con Kati Thanda per migliaia di anni. La comprensione del paesaggio da parte del popolo Arabunna, insieme a tutte le variazioni del suo comportamento in costante mutamento, consente loro di interpretare la propria Terra e di viverla e percepirla come una seconda pelle. Hanno condiviso con noi storie su come Kati Thanda sopravviva e prosperi attraverso e nonostante i suoi drammatici cicli naturali di inondazioni, siccità e tutto ciò che ne consegue. Il mio legame personale con Kati Thanda si è definito visitando quella Terra e imparando dall’Anziano Arabunna, Zio Reginald Dodd, e dai custodi tradizionali. Trovarsi fisicamente in quel luogo e osservare i cicli che si alternano – siccità, alluvione e trasformazione – ha influenzato profondamente la mia coreografia. Ho anche appreso importanti conoscenze culturali e scientifiche da Zio Reginald Dodd, che è stato consulente culturale per Terrain e ha guidato la creazione dell’opera. Egli stesso accompagna regolarmente i visitatori a Kati Thanda per offrire loro la sua prospettiva Arabunna; per lui è fondamentale condividere e preservare il sapere tramandato dai suoi Anziani. Il tempo trascorso a Kati Thanda mi ha spinta a riflettere sulla mia stessa identità e sul mio rapporto con la Terra, elementi che sono poi diventati le fondamenta di Terrain.


Come, come with us to Kati Thanda-Lake Eyre. Where the cracked salt blinds and the silence deafens. Where the long shadows sweep towards the horizon, waiting for the deluge. Come with us to Country ENG

Rising and falling waters over an infinite expanse of salt: this is Kati Thanda-Lake Eyre, Australia’s largest salt lake, and the inspiration behind Terrain, a work in which Frances Rings explores the connection between bodies and the Land of Australia’s First Nations. A descendant of the Mirning people, Rings has drawn upon her own journey as a dancer and choreographer to shape a production that is now considered iconic. Bringing it to the stage are the eighteen Aboriginal and Torres Strait Islander dancers of Bangarra Dance Theatre, a company that since 1989 has brought a 65,000-year-old cultural heritage to the stage, sharing First Nations stories through dance, music, and poetry, and establishing itself as one of the most internationally recognized artistic entities in contemporary dance. Founded by Carole Y. Johnson, Cheryl Stone, and Rob Bryant, the company was led for over thirty years by Stephen Page, who shaped a corpus of more than twenty-seven works; in 2023, Rings herself inherited this legacy as Artistic Director. The performance now arrives for its European premiere at Teatro Malibran (July 25 and 26): a Venetian debut that coincides with the Golden Lion for Lifetime Achievement awarded to Bangarra—the first in the history of Biennale Danza to be presented to a company. “Time is mutable, it bends the past into the present and holds the future,” says Rings – words that deeply resonate with the theme chosen by Wayne McGregor for this edition, Time Does Not Exist. Bangarra turns 37 and receives the first Golden Lion ever awarded to a company in the history of Biennale Danza. What does this recognition mean to you personally, and what does it represent for the Aboriginal and Torres Strait Islander communities that Bangarra brings to the stage? At Bangarra we have used our platform for over three decades to give voice to Aboriginal and Torres Strait Islander

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Second skin

Frances Rings, Bangarra Portraits, 2026 © Daniel Boud

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biennaledanza BANGARRA DANCE THEATRE

Terrain è un lavoro creato nel 2012 ed è oggi considerato un’opera iconica. Lo portate a Venezia per la prima europea in un momento in cui il dibattito sui diritti dei popoli delle Prime Nazioni in Australia è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Come si è evoluto il significato di questo progetto nel tempo? I popoli aborigeni, specificamente qui gli abitanti delle isole dello Stretto di Torres, possiedono una resilienza che risale a 65.000 anni fa. Abbiamo subìto la colonizzazione, il genocidio, le malattie, lo sradicamento e la disuguaglianza. Abbiamo imparato moltissimo dai nostri Anziani sulla sopravvivenza, sull’adattamento e su come servirci delle sfide per rafforzare la nostra determinazione. Il significato di Terrain è importante oggi tanto quanto lo era quando l’ho creato nel 2012. L’opera osserva come i popoli delle Prime Nazioni sostengono la Terra e quanto sia vitale garantire che la conoscenza culturale venga tramandata di generazione in generazione affinché queste stesse terre vengano custodite e curate. Proteggere e preservare la Terra e i suoi siti significativi è un messaggio cruciale per tutti, non solo per le Prime Nazioni. Quando raccontiamo le nostre storie contribuiamo a guarire dalle ingiustizie. Usiamo la nostra posizione per guidare e illuminare il cammino delle generazioni future. Ha trascorso dodici anni come danzatrice in Bangarra, poi si è allontanata per ritrovare la propria identità, infine vi è tornata come direttrice artistica raccogliendo l’eredità di Stephen Page, una delle figure chiave della storia della danza australiana. Come si porta dentro una responsabilità così grande senza che diventi un peso? Stephen Page è un’icona del nostro settore, un leader culturale e uno stimato visionario che ha trasformato il modo di raccontare le Storie delle Prime Nazioni. Il suo lavoro incredibilmente duro, il suo sacrificio e la sua incrollabile fiducia nel potere della nostra forma d’arte come veicolo di messaggi, nonché nella sua capacità di generare un cambiamento duraturo, hanno avuto un impatto profondo sul nostro mondo. Le opere potenti che Stephen, insieme ai suoi fratelli Russell e David, ha creato per Bangarra hanno assicurato alla compagnia il prestigio di cui gode oggi sulla scena nazionale e internazionale. Non vi è alcun dubbio che l’eredità di Stephen risuonerà per intere generazioni a venire. Mi sono unita a Bangarra come danzatrice nel 1993. È stato un privilegio vedere i tre fratelli Page creare opere straordinarie e lavorare al loro fianco. Non sarei arrivata qui come direttrice artistica e co-amministratrice di Bangarra senza il tutoraggio e la guida di Stephen Page e di altri che hanno contribuito a formarmi come leader. È stato Stephen ad offrirmi la prima occasione di creare un’opera all’interno del programma Dance Clan di Bangarra dedicato ai coreografi emergenti. Questo ha aperto un percorso completamente nuovo per me e ha tracciato la rotta per arrivare dove sono oggi. Sarò sempre enormemente grata per l’opportunità di aver lavorato al fianco di Stephen e di aver potuto testimoniare il suo genio e quello dei suoi fratelli. Sono direttrice artistica e co-amministratrice della compagnia da tre anni ormai e mi sento forte della mia visione. Ho la responsa-

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bilità di custodire l’eredità di Bangarra, immaginando al contempo come continuare a crescere e a raccontare le nostre storie per creare cambiamento. Ho anche la responsabilità di garantire la sostenibilità della compagnia, inclusa la formazione dei creativi emergenti e dei leader culturali che porteranno le nostre Storie nel futuro. Il tema della Biennale Danza 2026 è Time Does Not Exist, un concetto mutuato dalla fisica quantistica che dissolve l’idea di tempo lineare. Nelle culture delle Prime Nazioni australiane il tempo ha sempre avuto una dimensione non lineare, incarnata nel concetto di Dreamtime (tempo del sogno). Sente una risonanza tra la visione di McGregor e la cosmologia da cui proviene? Mi immedesimo molto nel tema dato da Wayne McGregor. Il modo in cui le Prime Nazioni si relazionano con il mondo è sia fisico che spirituale e in esso il tempo non è lineare. Al contrario è mutevole, cambia forma, piega il passato nel presente e custodisce il futuro all’interno di ciò che ereditiamo. Le conoscenze culturali dei popoli Aborigeni e degli abitanti delle isole dello Stretto di Torres si muovono attraverso il racconto, il canto e la danza, ritornando ciclicamente, cosicché “tornare indietro” è anche un modo per “andare avanti”. Il tempo mutevole è un concetto delle Prime Nazioni che si configura come un continuum dinamico e incarnato: un flusso in cui ciò che è stato, ciò che è e ciò che verrà si fondono attraverso il movimento, con il fine condiviso di mantenere la cultura viva, in evoluzione e sempre presente. Bangarra porta avanti da trentasette anni una missione che è insieme artistica e di preservazione culturale. Come si garantisce che questo lavoro resti vivo e non diventi patrimonio “museale” soprattutto di fronte alle nuove generazioni? Il modo in cui esprimiamo le nostre Storie è decisamente contemporaneo, eppure l’essenza è antichissima. Non esiste un’altra compagnia come Bangarra. Siamo unici per il modo in cui diamo vita alle nostre produzioni, un processo molto profondo che prevede il trascorrere del tempo con gli Anziani sulle nostre terre. Sono necessari ben quattro anni per creare un’opera a Bangarra: si parte dalla consultazione con gli Anziani, che condividono con noi la loro lingua, le loro Storie, i canti e le danze che poi onoriamo in scena; si passa poi allo sviluppo, alla tournée; infine si riporta l’opera nelle nostre terre per metterla in scena per la Comunità, come ringraziamento e riconoscimento della relazione di reciprocità tra la Storia e la Terra stessa. Questo è ciò che Bangarra definisce il proprio Creative Cultural Life Cycle. Quando si assiste a uno spettacolo di Bangarra si diventa testimoni delle esperienze, delle narrazioni e delle vicende storiche dei popoli delle Prime Nazioni. Per noi il palcoscenico è uno spazio sacro e ogni elemento – dalla scenografia ai costumi, dalla coreografia alle luci fino alla composizione musicale – evoca la Storia, lo spirito, le persone e la Terra. La mia speranza per il pubblico, quando assiste a una performance di Bangarra, è che si senta come se lo avessimo condotto nella nostra Terra, invitandolo a unirsi a noi in un viaggio di guarigione.


peoples, the First Peoples of Australia, to ensure that we have a presence in the fabric of society, and to keep our history, knowledges and Stories at the forefront of our nation’s consciousness. This award is a validation of the important role of Bangarra Dance Theatre in bringing 65,000 years of Aboriginal and Torres Strait Islander culture and stories to the stage in Australia and across the world. I am extremely honoured and very proud as the Artistic Director and co-CEO of Bangarra, as this award recognises all those who have come before me at Bangarra; our dancers who have worked so hard, our communities who have given so generously, Stephen Page who led Bangarra for thirty years, working alongside his brothers Russell and David Page, also Uncle Rob Bryant, Cheryl Stone and Carole Y. Johnson who founded the company in 1989, and our premiere First Nations training institution NAISDA – the National Aboriginal Islander Skills Development Association – where many of our dancers began their careers. You are a descendant of the Mirning people, the “whale people”, deeply connected to the coast of the Great Australian Bight. Yet Terrain explores the desert and the Salt Lake of Kati Thanda-Lake Eyre – a landscape far removed from your own roots. How did your connection to that territory come about, and what did you learn working with Arabunna Elder Reginald Dodd? In May 2012 the Arabunna won land rights for Kati Thanda-Lake Eyre and its surrounds. I wanted to tell the story of this important place which has a vastness and diversity like no other landscape in the world. It is the home of the Arabunna people who have maintained their deep connection with the Kati Thanda for thousands of years. The Arabunna people’s understanding of the landscape, and all the variances of its ever-changing behaviour, enable them to

read the landscape and know its purpose. They shared stories with us about how Kati Thanda survives and thrives through its very dramatic natural cycles of flood, drought and everything in between. My personal connection to Kati Thanda was formed through visiting Country and learning from Arabunna Elder Uncle Reginald Dodd and traditional custodians. Being physically on the land and observing its cycles - drought, flood, and transformation - deeply influenced my choreography. I also learned important cultural and scientific knowledges from Uncle Reginald Dodd who was Cultural Consultant on Terrain and grounded the creation of the work. Uncle Reginald regularly takes visitors out to Kati Thanda to give them his Arabunna perspective of Country. It is important for him to share and preserve the knowledge passed down from his Elders. My time at Kati Thanda made me reflect on my own identity and relationship to Country which then became the foundation of Terrain. Terrain was created in 2012 and is now considered an iconic work.You are bringing it to Venice for its European premiere at a time when the debate around the rights of First Nations peoples in Australia has returned to public attention. How has the meaning of this work evolved over time? Aboriginal and Torres Strait Islander peoples have a resilience that goes back 65,000 years. We have endured colonisation, genocide, disease, displacement and inequality. We have learned so much from our Elders about survival and adaptation and using our challenges to strengthen our resolve. The meaning of Terrain is as important today as when I created it in 2012. The work looks at how First Nations people sustain Country and how important it is to ensure cultural knowledge is passed down through generations so that land is cared for. Protecting and preserving Country and significant sites is an important message for all people, not only First Nations people.

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Terrain, Sydney Opera House © Daniel Boud

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biennaledanza BANGARRA DANCE THEATRE

When we tell our stories, we heal from injustices. We use our position to lead and light the way for future generations.

Biennale Danza 2026 takes as its theme Time Does Not Exist – a concept drawn from quantum physics that dissolves the idea of linear time. In First Nations Australian cultures, time has always had a non-linear dimension, embodied in the concept of the Dreamtime. Do you feel a resonance between McGregor’s vision and the cosmology you come from? I very much relate to Wayne McGregor’s theme of Biennale Danza 2026. A First Nations way of relating to the world is both physical and spiritual, where time is not linear. Instead, time is shape-shifting, folding past into present and carrying the future inside what we inherit. Aboriginal and Torres Strait Islander cultural knowledge moves through story, song and dance, returning again and again, so that going back is also a way of going forward. Shape-shifting time is a First Nations concept that is a dynamic and embodied continuum—where what was, what is, and what is to come coalesce through movement with the shared purpose to keep culture alive, evolving, and ever present. For thirty-seven years, Bangarra has pursued a mission that is at once artistic and one of cultural preservation. How do you

Terrain, Sydney Opera House © Daniel Boud

ensure this work remains alive rather than becoming a museum piece – especially in the eyes of new generations? The way we express our stories is very contemporary, yet the essence is very old. There is no company like Bangarra. We are unique because of the way we create our productions, which is a very deep process that involves spending time with Elders on Country. It takes four years to create a Bangarra work, from consultation with Elders on Country who share with us their language, Stories, songs and dances which we then honour on stage, to development, touring and taking the work back on Country to perform for Community in thanks and acknowledgement of the reciprocal relationship between the Story and Country. This is what Bangarra calls its Creative Cultural Lifecycle. When you see a Bangarra work you are witness to the experiences of First Nations peoples, Stories and histories. For us the stage is a sacred space and every element from set and costume design, choreography, lighting and music composition all evoke Story, spirit, people and Country. My hope for audiences when they see a Bangarra performance, is that they feel like we have taken them on Country and invited them to join us on our journey of healing.

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You spent twelve years as a dancer with Bangarra, then stepped away to rediscover your own identity, before returning as Artistic Director, carrying forward the legacy of Stephen Page – one of the most defining figures in Australian dance history. How do you hold such a responsibility without letting it become a burden? Stephen Page is an icon of our industry, a cultural leader and an esteemed a visionary who transformed First Nations storytelling. His incredibly hard work, sacrifice and indominable belief in the power of our artform as a messenger, and its ability to create lasting change, has had a profound impact on our industry. The powerful works that Stephen, alongside his brothers Russell and David Page, created for Bangarra made the company into the significant presence on the national and international stage that it is today. There is no doubt that Stephen’s legacy will resonate for generations to come. I joined Bangarra as a dancer in 1993. It was a privilege to watch the three Page brothers come together to create amazing works and work alongside them. I didn’t arrive here as Artistic Director and Co-CEO of Bangarra without the mentorship and guidance of Stephen Page and others who have helped to shape me as a leader. Stephen gave me my first opportunity to create a work as a choreographer in Bangarra’s Dance Clan program for emerging choreographers. This opened a whole new career pathway for me and set the course for where I am today. I will always be enormously grateful for the opportunity to have worked alongside Stephen to see his genius and that of his brothers. I have been Artistic Director and Co-CEO of Bangarra for three years now, and I feel strong about my vision. I have a responsibility to care for the legacy of Bangarra, whilst envisioning how we continue to grow and tell our stories to create change. I also have a responsibility to ensure the sustainably of the company, including training emerging creatives and the cultural leaders who will carry our stories into the future.

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biennaledanza LEONE D’ARGENTO

Codice Mamela Intervista Mamela Nyamza di Chiara Sciascia Il corpo di Mamela Nyamza è stato per anni un terreno di scontro: troppo atletico per il balletto classico, i capelli “sbagliati”, la formazione ricevuta a Gugulethu giudicata “minore”. Da quel rifiuto è nato un linguaggio coreografico che oggi la Biennale Danza 2026 premia con il Leone d’Argento, assegnato da Wayne McGregor per un pensiero del corpo che affonda le radici nella memoria collettiva ed è attraversato dalle correnti della storia, del genere, della società, della politica. Accanto al Leone d’Oro a Bangarra Dance Theatre, prima compagnia interamente aborigena a riceverlo, il premio a Nyamza apre gli orizzonti di questa Biennale a prospettive sempre meno eurocentriche. Nel suo ultimo lavoro, THE HERD/LESS – in prima europea il 19 e il 21 luglio al Teatro Piccolo Arsenale – il corpo della madre, vittima di femminicidio, e gli oggetti poveri delle baracche di lamiera del suo paese natale diventano materia scenica, come racconta lei stessa in questa intervista. È cresciuta a Gugulethu, ha imparato a danzare scalza, era l’unica nera tra studenti bianchi a Pretoria, ha creato le sue coreografie in salotto e in garage. Oggi ha ricevuto il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia. Cosa significa per lei questo premio e cosa vorrebbe che significasse per le giovani artiste che verranno dopo di lei? Innanzitutto sono davvero grata alla Biennale di Venezia per questo riconoscimento. Significa molto per me perché vuol dire che sto andando nella direzione giusta, nonostante le numerose difficoltà affrontate nei primi anni della mia vita creativa. Difficoltà, però, che non ho mai vissuto a Gugulethu, dove ho iniziato le lezioni di balletto a otto anni, in una chiesa, con un costume da bagno al posto del body. I ricordi più belli della mia infanzia di giovane allieva di balletto sono legati proprio a Gugulethu. I problemi sono iniziati quando avevo diciotto anni e ho voluto intraprendere una formazione accademica avanzata con il balletto come materia principale. La mia conformazione fisica è stata criticata, la texture dei miei capelli guardata con disapprovazione, persino la formazione che avevo ricevuto a Gugulethu è stata respinta come inferiore. Ma invece di arrendermi ho deciso di sfidare lo status quo con il mio lavoro sulla politica del corpo. Per quanto riguarda i più giovani, ritengo che noi artisti più anziani ed esperti dovremmo fare da loro mentori in modo inclusivo, per far sì che divengano protagonisti di ispirazione, innovazione, disciplina e perseveranza. I giovani artisti non devono avere timore di spingere oltre i confini. MAMELA NYAMZA THE HERD/LESS 19, 21 luglio Teatro Piccolo Arsenale

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Photo Esa Alexander

Si è formata nel balletto classico, ha ricevuto una borsa di studio per l’Alvin Ailey school di New York, eppure la sua pratica artistica è costruita sulla decostruzione delle convenzioni della danza formale. Cosa significa smontare un linguaggio dall’interno e che cosa ha invece tenuto vivo nella sua pratica del canone tradizionale? C’è qualcosa della tecnica con cui è cresciuta che ancora abita il suo corpo anche quando danza contro di essa? Mi sono formata nel balletto classico e ho studiato successivamente all’Alvin Ailey: è proprio lì che ho trovato ulteriore ispirazione per creare un lavoro mio. La decostruzione non va interpretata come una distruzione o una mancanza di rispetto verso il balletto. Quello che ho iniziato a fare, e che continuo a fare, è protestare contro quelle convenzioni classiche usate per discriminare in base alla conformazione fisica. Le aspiranti danzatrici nere, per esempio, devono sentirsi legittimate a esserci, non costrette ad adeguarsi. Affidare a una danzatrice nera il ruolo di prima ballerina va visto come un arricchimento, non come un’alterazione dell’armonia del pezzo. Sono la prima a riconoscere che la formazione e la tecnica ricevute nel balletto mi hanno permesso di costruire il linguaggio attraverso il quale sfido alcuni dei pregiudizi presenti proprio in quella disciplina. Il mio lavoro HATCHED ENSEMBLE celebra in particolare la nostra capacità creativa, con l’obiettivo costante di sovvertire e trasformare gli strumenti dell’oppressione e della denigrazione in espressioni di innovazione e visione. Il suo lavoro torna continuamente sulla violenza che i corpi delle donne – e in particolare delle donne nere


L’obiettivo è sovvertire e trasformare gli strumenti dell’oppressione e della denigrazione in espressioni di innovazione e visione Mamela’s Code

Uno dei suoi lavori più personali, Isingqala, nasce dall’assassinio di sua madre, vittima di violenza di genere. Ha raccontato di aver incorporato i suoi movimenti nelle performance: il modo in cui fumava una sigaretta, come beveva. Come si porta un corpo amato dentro il proprio corpo? E cosa succede a quel corpo quando sale sul palco? Mia madre è sempre presente nel mio messaggio e in tutte le mie coreografie, non solo perché era mia madre, ma anche

Mamela Nyamza’s body has for years been contested ground: too athletic for classical ballet, the “wrong” hair, training received in Gugulethu deemed “minor.” From that rejection a choreographic language was born that Biennale Danza 2026 now honours with the Leone d’Argento, awarded by Wayne McGregor for a way of thinking through the body that is rooted in collective memory and runs through the currents of history, gender, society, and politics. Alongside the Leone d’Oro to Bangarra Dance Theatre, the first fully Aboriginal company to receive it, the award to Nyamza opens this Biennale’s horizons to increasingly less Eurocentric perspectives. In her latest work, THE HERD/LESS – having its European premiere on 19 and 21 July at the Teatro Piccolo Arsenale – the body of her mother, a victim of femicide, and the humble objects of the corrugated-iron shacks of her native country become stage matter, as she herself recounts in this interview. You grew up in Gugulethu, learned to dance barefoot wearing a swimsuit instead of a leotard, were the only Black student among white peers in Pretoria, created your choreographies in your living room and garage. Today you have received the Silver Lion at the Venice Biennale. What does this mean to you – and what would you like it to mean for the young artists who come after you? Firstly, I am truly grateful for the Venice Biennale for acknowledging my work. It means a lot to me, and it also means that I am in the right direction despite facing a lot of challenges in the process of my early creative life. Notwithstanding, my challenges were never in Gugulethu, where I started my ballet lessons at the age of 8 in the Church building and with a swim suit instead of leotard. I had the best experiences and memories when I was a young ballet student in Gugulethu. The problems started when I was 18 years of age, when I wanted to do an advanced academic qualification in Ballet as a main subject. My body type was rebuked, my hair texture was frowned upon, and indeed my earlier training in Ballet acquired in Gugulethu was rejected as inferior. But, instead of giving up, I decided to protest and challenge the status quo through my discourse of body politics. For the young people in the Arts, I believe that we older and more experienced artists should strive to mentor inclusively, the young artists to be in the forefront of inspiration, innovation, discipline and endurance. Young artists should not be shy to push the boundaries.

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sudafricane – subiscono: lo stupro correttivo, la violenza domestica, l’omicidio. THE HERD/LESS parla di corpi controllati come gregge. Quanto di questa violenza è ancora sistemica, invisibile, normalizzata in Sudafrica e non solo? Il mio linguaggio creativo resta lo stesso, proprio come una lingua madre che non cambia. I temi, invece, cambiano nel mio lavoro, perché le esperienze non sono mai uguali per tutti. Quindi no, non torno sempre sullo stesso tema, ma porto sempre lo stesso messaggio di protesta contro il pregiudizio e le ingiustizie a ogni livello della società. THE HERD/LESS, per esempio, è uno dei lavori più astratti che ho creato, con molti temi sottili al suo interno: è un lavoro stratificato. C’è sia bellezza che brutalità in questa performance, ma non in modo scontato o letterale, perché le nostre vite non possono mai essere lineari, non sono mai in bianco e nero. In THE HERD/LESS si vedono performer vestiti in modo splendido sulla scena eppure guidati da un uomo che esercita una violenza sottile, con una spada affilata. Le cose belle si vedono facilmente, ma esiste sia una violenza visibile che una invisibile contro gli esseri umani e l’umanità, che ci si rivolga a una donna o a un uomo, a un paese o a una società.

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biennaledanza MAMELA NYAMZA

THE HERD/LESS, Mamela Nyamza

per ciò che era e per le esperienze che ha vissuto come persona e come madre. In THE HERD/LESS l’oggetto di scena principale sono dei barattoli di lamiera, autentica derivazione da un’esperienza personale diretta: mia madre è stata vittima di violenza di genere, uccisa dal suo compagno nella loro casa fatta di lamiera zincata. Durante quella lite la stessa casa è diventata una trappola da cui non poter fuggire facilmente, prigioniera sia di un’infrastruttura precaria che della violenza generata dal patriarcato e dalla misoginia. La baracca è per me un’immagine e un’esperienza insieme affascinante e terrificante: ho usato questo tempo, questa esperienza e questo spazio vissuti con mia madre nella mia visione quotidiana e nella creazione del mio lavoro per meglio affrontare le questioni del patriarcato e delle conseguenti ingiustizie quotidiane patite dalle donne. THE HERD/LESS usa oggetti della tradizione africana meridionale – bastoni, tessuti, strumenti associati al potere – e i danzatori stessi generano dal vivo la partitura sonora con il loro movimento. Come è nato questo linguaggio scenico? Come già prima accennato, il mio linguaggio creativo non cambia mai, cambiano solo i temi di ogni lavoro. Il tema di THE HERD/ LESS è triplice: mecenatismo, patriarcato e politica. THE HERD/ LESS gioca quindi sul doppio significato di “gregge” (herd): un collettivo che si muove in armonia, ma anche un gruppo controllato, plasmato e diretto da forze culturali e fisiche. Il potere nasce dal rituale, dalla ripetizione e dalla silenziosa resa dell’individuo al gruppo. I bastoni tradizionali dell’Africa meridionale di ogni tipo,

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associati all’autorità maschile, e i tessuti diventano insieme simboli di autorità e strumenti di controllo. I movimenti in scena generano così una partitura dal vivo e percussiva, creando un paesaggio sensoriale tanto avvolgente quanto inquietante. Sotto la promessa di unità e abbondanza si cela una realtà più violenta: un collettivo privato della propria autonomia, vincolato da sistemi che sostengono insieme bellezza e brutalità. Il lavoro vuole smascherare l’illusione di un mondo bello, rivelando la tensione tra armonia e controllo che si trova appena sotto la superficie della nostra esistenza quotidiana. Il tema della Biennale Danza 2026 è Time Does Not Exist. Il suo lavoro è profondamente radicato nella storia, personale, collettiva, politica. Come si relaziona all’idea che passato e presente coesistano simultaneamente, che il tempo non sia lineare? La nascita di THE HERD/LESS mostra come la mia pratica artistica dia profondo valore alla mia esperienza continua nella società a ogni livello, personale, pubblico, professionale. Le mie esperienze continuano a plasmare la mia visione creativa e mi aiutano a trovare spazi e temi che altrimenti potrebbero essere considerati irrilevanti o primitivi rispetto alla vita quotidiana delle persone. L’uso dei barattoli di lamiera come elemento principale del costume, per esempio, è un chiaro esempio di questa esperienza personale, pubblica e professionale. Ciò che potrebbe essere etichettato come arcaico o primitivo può in realtà indicare una vita infinita, situazioni ed esperienze reali.


Your work returns repeatedly to the violence inflicted on women’s bodies – and particularly on the bodies of Black South African women: corrective rape, domestic violence, murder. THE HERD/LESS speaks of bodies controlled as a herd. How much of this violence is still systemic, invisible, normalised – in South Africa and beyond? My creative language remains the same just like having a mother tongue that does not change. However, themes do change in my work as experiences are not hegemonic. So, no, I do not repeatedly return to the same theme, but I always have the same message of protesting against prejudice and injustices at all levels of the society. For instance, THE HERD/LESS is one of the very abstract works I have created, with many subtle themes within, so it is a very layered work. There is both beauty and brutality in this work but not in a so obvious way/literal way, as our lives can never be straight forward, it can never be a black-and-white thing. In THE HERD/LESS you will see beautiful clothed performers on stage, yet being led by a subtle violent man with a sharp sword. So, the beautiful things can easily be seen, however, there is both visible and invisible violence against humans and humanity, be it against a woman or a man, or against a country or a society. One of your most personal works, Isingqala, was born from the murder of your mother, a victim of gender violence. You have spoken of incorporating her movements into your performances – the way she smoked a cigarette, the way she drank. How do you carry a beloved body inside your own? And what happens to that body when you step onto the stage?

My mother is always embedded in my messaging and all my choreography, not only because she is my mother, but also because of who she was and her life experiences as a person and a mother. So, in THE HERD/LESS you will see that the main prop is tins, and this is a direct personal experience I had when my mother became a victim of both gender-based violence (femicide) when she was killed by her boyfriend in their home made of zinc. During the fight, the same home became a shackle that she couldn’t easily run out from, trapped by both the inferior infrastructure and the violence born out of patriarchy and misogyny. The home shack is both a fascinating and a horrifying image and experience for me, and I have thus used this time, experience and space I had with my late mother in my own daily outlook and creation of my work, to address matters of patriarchy and women issues. THE HERD/LESS uses objects from southern African tradition – sticks, cloths, instruments associated with power – and the dancers themselves generate the live sonic score through their movement. How did this scenic language come about? As indicated above, my creative language never changes, what only changes is the themes of each work. So, the theme revolving THE HERD/LESS is three-fold: patronage, patriarchy and politics. THE HERD/LESS thus draws on the dual meaning of the ‘herd’: a collective moving in harmony and a group controlled, shaped and directed by cultural and physical forces. Power emerges through ritual, repetition and the quiet surrender of the individual to the group. Cultural sticks of all types (traditional southern African sticks associated with masculine authority) and cloth become both symbols of authority and tools of control. So, the movements in the work generate a live, percussive score, creating a sensory landscape that is as immersive as it is disquieting. Beneath the promise of unity and abundance lies a more violent reality: a collective stripped of agency, bound by systems that sustain both beauty and brutality. The work exposes the fallacy of a beautiful world, revealing the tension between harmony and control that sits just beneath the surface of our day-to-day existence. Biennale Danza 2026 takes as its theme Time Does Not Exist.Your work is deeply rooted in history – personal, collective, political. How do you relate to the idea that past and present coexist simultaneously, that time is not linear? The birth of THE HERD/LESS depicts that my practice of art deeply values my continuous experience at all levels (personal, public, and professional) in my society. My experiences continue to shape my creative outlook and help me find spaces and themes to create that might have been overlooked as non-important or primitive to the daily lives of people. For instance, the main use of tins as part of the main costume I use is a clear example of this personal, public and professional experience. So, what might have been labelled medieval or primitive, can actually indicate infinite life and real situations or experiences.

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You trained in classical ballet and received a scholarship to the Alvin Ailey school in New York, yet your practice is built on dismantling the conventions of formal dance. What does it mean to deconstruct a language from the inside – and what have you kept? Is there something of the technique you grew up with that still lives in your body, even when you are dancing against it? Yes, I did train in classical Ballet and further studied at Alvin Ailey, and indeed it is at Alvin Ailey where I got further inspired in creating my own work. The dismantling must not be interpreted or understood as destroying or disrespecting Ballet. All I was starting to do and still doing is to protest against those classical conventions/norms used to discriminate against body types. So, for example, those aspiring Black ballet dancers must see themselves as belonging and not conforming. Casting a black ballet dancer as a Principal dancer must be seen as enhancing and not as altering the harmony of the piece for instance. I will be the first one to admit that the training and technique I got in Ballet has enabled me to create the language to protest against some of the prejudices within the same Ballet. My work HATCHED ENSEMBLE especially celebrates the creative capacity that we have, aiming always to subvert and transform the instruments of oppression and denigration into expressions of innovation and vision.

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Five Days in the Sun, Emanuel Gat - Photo Julia Gat

Sotto quale sole? La danza geometrica di Emanuel Gat incontra Mahler Emanuel Gat, dopo studi musicali, si avvicina al mondo della danza relativamente tardi, a 23 anni. Nasce in Israele, ma dal 2007 risiede e vive in Francia, a Marsiglia. Alla Biennale Danza di Venezia è di casa: da Brilliant Corners del 2011 a Third Song (2015), a Sunny con musiche dal vivo di Awir Leon nel 2016. Ha fondato la propria compagnia nel 2004 e da allora la sua intensa produzione coreografica è stata presentata nei principali teatri e festival di tutto il mondo. Le sue creazioni hanno particolarità uniche. La musica, talvolta creazione originale, talvolta classica e polifonica, viene utilizzata dai danzatori per esaltarne la pulsazione ritmica, così un passo veloce può richiamare il picco acuto di un violino. Nel passato Gat ha provato a cambiare la musica su coreografia già definita, creando sconcerto tra gli spettatori per la completa differente percezione del movimento. Anche per questo ai danzatori viene offerta una possibilità di variare in corso d’opera i propri passi. Talvolta sono invece le linee geometriche degli interpreti a richiamare quelle musicali. Il disegno luci è firmato personalmente da Gat, che ha al suo attivo anche varie installazioni fotografiche. Si muove nello spazio come parte integrante del corpo di ballo, i fasci di luce sono allo stesso tempo danzatori e unici elementi scenografici. I movimenti del corpo sono largamente dominati da ampia estensione articolare e talvolta gli stessi costumi sono utilizzati per ridefinire le linee corporee. A Venezia vedremo una compagnia rinnovata con dodici danzatori provenienti da tutto il mondo. Il titolo EMANUEL GAT Five Days in the Sun 17, 19 luglio Teatro Malibran

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è Five Days in the Sun. La prima assoluta è stata pochi giorni or sono al Montpellier Dance Festival. La critica ne è stata entusiasta, definendo il pezzo “un arazzo” e mettendo in rilievo la capacità di interpretare la Quinta Sinfonia di Mahler da parte del nuovo collettivo, ma non è certamente passato inosservato il contributo della stilista Inez Vicher, le cui creazioni apparivano come vere e proprie “sculture in movimento”. La partitura è la Quinta Sinfonia in do diesis minore di Mahler, capolavoro del tardo romanticismo di inizio Novecento, riflette un periodo particolare della vita del compositore, in quel momento in grave pericolo di vita. Si apre infatti con la cupa Trauermarsch, per poi andare a chiudersi nella gioia dell’incontro con l’amata, celebrata nel Rondò finale. Gat la definisce “viaggio totale attraverso l’esperienza umana”. Loris Casadei ENG Emanuel Gat, born in Israel and based in Marseille since 2007, came to dance relatively late after studying music. A frequent guest at the Venice Biennale, he has presented works there since 2011. He founded his company in 2004 and has created a wide-ranging body of work performed internationally. Gat’s choreographic style is marked by a close, often experimental relationship between movement and music, allowing dancers to interpret rhythm with flexibility and variation. Visual elements are central: Gat designs lighting as a dynamic scenic partner and has worked with photography and spatial composition. His latest piece, Five Days in the Sun, premiered at Montpellier and is performed by a renewed international cast of twelve dancers.


Fampitaha, fampita, fampitàna, Soa Ratsifandrihana © Harilay Rabenjamina

La danzatrice e coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana cerca un vocabolario capace di tenere insieme corpi e storia, per capire cosa li lega e cosa li separa. Nata in Madagascar, cresciuta in Francia e oggi di base a Bruxelles, dopo la formazione al Conservatorio di Parigi ha lavorato con James Thierrée, Salia Sanou e Anne Teresa De Keersmaeker prima di firmare nel 2021 il suo primo assolo, g r oo v e, andato in scena più di cinquanta volte tra Europa, Canada e Asia. Fampitaha, fampita, fampitàna è il secondo capitolo di un dittico iniziato con la creazione radiofonica Rouge Cratère, nata da un viaggio dell’autrice in Madagascar e da una raccolta di voci e testimonianze sulle conseguenze della colonizzazione sui corpi. In malgascio i tre termini del titolo significano “paragone, trasmissione, rivalità”. Sul palco si muovono le danzatrici e il danzatore Audrey Mérilus, Stanley Ollivier ed Elsy Robert, insieme al polistrumentista Joël Rabesolo, autore anche delle musiche: quattro corpi che si misurano, si scelgono a vicenda e si liberano degli strati di violenza che li hanno formati. Indossano abiti d'epoca e stivali argentati, e si muovono tra tappeti che disegnano sul pavimento la forma di un arcipelago. La frase di footwork porta la firma di Jérémie Polin Razanaparany, detto Raza; la drammaturgia è di Lily Brieu Nguyen, le luci di Marie-Christine Soma, i costumi di Harilay Rabenjamina. Lo spettacolo, presentato in prima assoluta al Festival d’AuSOA RATSIFANDRIHANA Fampitaha, fampita, fampitàna 17, 19 luglio Teatro alle Tese, Arsenale

tomne di Parigi nel 2024, ora in prima nazionale alla 20. Biennale Danza, costruisce una linea di dialogo tra i figli delle diaspore e i loro luoghi di origine: un racconto plurale in cui la frantumazione di queste storie pesa quanto la loro riappropriazione. Prende corpo, davanti al pubblico, la vicenda di chi non avrebbe mai lasciato la propria isola e che, insieme agli altri, oppone all’esilio una sfilata. C.S. ENG Franco-Malagasy dancer and choreographer Soa Ratsifandrihana explores a movement language that connects bodies and history, questioning what binds and separates them. Born in Madagascar, raised in France, and now based in Brussels, she trained at the Paris Conservatory and worked with leading choreographers before debuting her solo g r oo v e (2021), widely toured internationally. Her new work, Fampitaha, fampita, fampitàna, continues a project begun with the radio piece Rouge Cratère, reflecting on the impact of colonization on bodies and memory. The title, meaning “comparison, transmission, rivalry,” frames a performance featuring three dancers and live guitar improvisations. Dressed in period costumes and moving across carpets shaped like an archipelago, the performers enact encounters marked by tension, choice, and release from inherited violence. Presented at the 2024 Festival d’Automne in Paris and now in Italy, the piece builds a dialogue between diasporic identities and ancestral origins. It offers a fragmented yet shared narrative, where displacement and belonging coexist, and where performance becomes an act of reclaiming history and resisting exile.

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Triplice sfida Soa Ratsifandrihana: diaspora come confronto, trasmissione, rivalità

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CANICULA LAWRENCE ABU HAMDAN MASSIMO D’ANOLFI AND MARTINA PARENTI JANIS RAFA WANG TUO ROMAN KHIMEI AND YAREMA MALASHCHUK P. STAFF YUYAN WANG MAYA WATANABE FONDAZIONE IN BETWEEN ART FILM 06.05—22.11 2026 COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO VENEZIA 32


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Láppon Lost, Elle Sofe Sara - Photo Erik Berg

Nel 1852 gli abitanti sami di Kautokeino si ribellarono alle autorità norvegesi e alle politiche di assimilazione forzata che imponevano loro di rinunciare a lingua e tradizioni: una rivolta repressa nel sangue, rimasta per più di un secolo ai margini dei libri di storia. È da qui che parte Láhppon/Lost, firmato dalla coreografa e regista sami Elle Sofe Sara insieme all’islandese Hlín Hjálmarsdóttir, per il Norwegian National Ballet. Sara è cresciuta e vive a Guovdageaidnu, nome sami della stessa Kautokeino: la rivolta non è per lei un episodio da manuale, quanto piuttosto una storia di famiglia e del villaggio. Co-fondatrice del collettivo d’arte indigena Daíddadállu, ha costruito una carriera che intreccia coreografia e cinema, spesso toccando temi forti che la cultura sami fatica ad affrontare apertamente, dal trauma al suicidio. Quest’anno ha debuttato anche alla regia cinematografica con Árru, presentato alla Berlinale nella sezione Panorama: la storia di una comunità sami minacciata da un progetto minerario, raccontata senza concessioni al folklore. In scena ci sono diciannove danzatori del corpo di ballo dell’Opera di Oslo, che lo scorso anno hanno debuttato con questo lavoro sul palcoscenico principale del teatro. È la prima volta che un’artista sami dirige una creazione per la compagnia, e il gesto pesa quanto il contenuto: restituire alla danza accademica un episodio che appartiene a una memoria collettiva rimasta a lungo ELLE SOFE SARA / NORWEGIAN NATIONAL BALLET Láhppon/Lost 22, 23 luglio Teatro alle Tese, Arsenale

silenziosa. Le scenografie e i costumi sono del fashion designer Henrik Vibskov, che costruisce un paesaggio scenico futuristico ispirato alle tecniche costruttive sami; le luci sono di Øystein Heitmann. La musica, firmata da Valgeir Sigurðsson, include joik di nuova composizione – il canto tradizionale sami – insieme al coro Vokal Nord, per un racconto fisico fatto di paura, ingiustizia e speranza. Elle Sofe Sara porta in Láhppon/Lost la stessa attenzione per i corpi come testimoni della storia che anima il suo lavoro come documentarista. Il balletto classico, linguaggio per definizione europeo, si mette qui al servizio di una cultura che quella stessa Europa ha cercato di cancellare: l’attrito tra le due tradizioni resta visibile in ogni passo. Chiara Sciascia ENG Láhppon/Lost, created by Sami choreographer Elle Sofe Sara with Hlín Hjálmarsdóttir for the Norwegian National Ballet, draws on the 1852 Sami uprising in Kautokeino, long absent from mainstream history. For Sara, who comes from the same community, this is a deeply personal story tied to collective memory. The production, performed by nineteen dancers, marks a historic moment as the first work led by a Sami artist for the company. It combines classical ballet with Indigenous perspectives, highlighting tension between traditions. With futuristic sets by Henrik Vibskov and a score including new traditional song – joik, the work explores trauma, injustice, and resilience, using the body as a witness to suppressed histories and cultural survival.

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Attrito inesorabile Elle Sofe Sara accende i riflettori sulla rivolta sami di Kautokeino

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Dance People, Omar Rajeh © Tommy Ga-Ken Wan

Balla con me Per il libanese Omar Rajeh siamo tutti Dance People Dance People, firmato da Omar Rajeh e Mia Habis per la compagnia Maqamat, annulla la distanza tra platea e scena: le strutture sceniche si spostano nello spazio durante l’azione, lunghe strisce di carta ne ridisegnano continuamente il perimetro, e il pubblico viene chiamato a entrarvi fisicamente, non solo a guardare. «Non è uno spettacolo da osservare a distanza – precisa Rajeh – è un gesto da condividere, uno spazio da abitare». Presentato per la prima volta nel 2025 all’Edinburgh Festival, dove la critica lo ha definito un’esperienza travolgente capace di coinvolgere il pubblico in una situazione coreografica condivisa, per ripensare la presenza, la gerarchia e l’incontro, arriva ora in prima italiana al Parco Albanese di Mestre, in Piazzale Divisione Acqui. I danzatori si scambiano sguardi complici, i corpi pulsano nel contatto reciproco, si riconoscono l’uno nell’altro. Sopra di loro, testi proiettati interrogano il pubblico sulla propria identità e gli restituiscono una definizione precisa – “cittadini” – accompagnata da sequenze di verbi che ne richiamano l’autonomia di movimento, un invito a riappropriarsi del proprio corpo in uno spazio condiviso. Dance People costruisce un’estetica gioiosa che resta però lucida nel suo affondo politico, mettendo in discussione i meccanismi del potere e della supremazia che normalmente decidono chi ha diritto a occupare un luogo e chi ne resta escluso. OMAR RAJEH Dance People 23, 24 luglio Piazzale Divisione Acqui, Mestre

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Rajeh, libanese, fondatore della compagnia Maqamat e della piattaforma BIPOD a Beirut, oggi attivo anche a Lione, lavora da anni su un’idea di corpo come moltitudine: non un individuo isolato, ma una costellazione di centri di significato in dialogo costante con gli altri. Persuaso del valore aggregante della danza, ha co-fondato anche la rete Masahat, che mette in contatto artisti e organizzazioni in tutto il mondo, e nel 2017 ha aperto a Citerne Beirut , un centro coreografico e culturale che resta un punto di riferimento per la scena indipendente libanese. Dance People è il quarto e ultimo capitolo di The Gathering Project, un’ampia riflessione su come si possa ancora stare insieme, oggi, tra algoritmi e intelligenza artificiale, senza perdere la capacità di incontrarsi davvero. ENG Dance People, by Omar Rajeh and Mia Habis for Maqamat, dissolves the boundary between stage and audience, transforming performance into a shared, immersive experience. Moving structures and paper strips continually reshape the space, inviting spectators to participate physically rather than observe passively. First presented in Edinburgh in 2025, the work explores presence, identity, and collective interaction. Dancers engage in dynamic exchanges while projected texts address the audience as “citizens,” encouraging agency and movement. Blending joyful aesthetics with political reflection, the piece questions power structures and access to space, envisioning dance as a communal act of connection in a technologically mediated world.


Tempo, Kalle Nio & Fernando Melo © Kalle Nio

Tempo è una parola che Kalle Nio ha scelto apposta in italiano, e gioca sul doppio significato: è il tempo che passa, ma è anche il tempo musicale, il ritmo. Lui stesso lo spiega così: il cuore dà ritmo alla vita, ma allo stesso tempo ne scandisce il conto alla rovescia, come un cronometro. Nio – mago, artista visivo, regista finlandese nato nel 1982, fondatore del gruppo WHS che ha portato i suoi lavori in oltre duecento teatri in più di quaranta Paesi – costruisce lo spettacolo a partire dalla magia teatrale del diciannovesimo secolo, riutilizzandone gli espedienti come strumenti per indagare il corpo umano e le relazioni che lo legano agli altri. La coreografia è firmata da Fernando Melo, brasiliano di nascita e di carriera europea, che ha lavorato con compagnie come GöteborgsOperans Danskompani e Aterballetto. Insieme, Nio e Melo mettono in scena il tempo come materia plastica: lo accelerano, lo rallentano, lo fanno girare all’indietro, fino a farlo sparire del tutto. La musica di Samuli Kosminen fonde composizioni per metronomi a un testo di Harry Salmenniemi sull’elasticità del tempo, ed è la seconda collaborazione tra i tre, dopo Nopeussokeus, andato in scena al Kiasma di Helsinki nel 2010 e poi in dodici teatri di sette Paesi. Al centro dello spettacolo c’è un episodio minuscolo, quasi banale, che si dilata fino a occupare l’intera scena e a rivelare KALLE NIO & FERNANDO MELO Tempo 24, 25 luglio Teatro Piccolo Arsenale

quanto sia fragile l’equilibrio su cui si tiene una vita. Non ci sono effetti speciali, nel senso cinematografico del termine: sono illusioni costruite a vista, corpo e luce, che funzionano perché lo spettatore sa che sta guardando un trucco e ugualmente si lascia sorprendere. Dopo aver debuttato al Festival di Helsinki nell’agosto 2025, Tempo arriva in prima italiana alla Biennale Danza dopo aver già attraversato Cina, Polonia e Slovenia, e proseguirà nel 2026 verso almeno altri dieci Paesi. Un linguaggio già rodato che incontra a Venezia il tema dell’edizione: il tempo che McGregor dichiara non esistere. C.S. ENG Tempo, a performance by Finnish artist Kalle Nio, explores the dual meaning of “time” as both passing duration and musical rhythm. Drawing on 19th-century stage magic, Nio uses illusion not for spectacle but to investigate the human body and its relationships. Choreographer Fernando Melo shapes time as a malleable material: stretching, reversing, and dissolving it. All the while, Samuli Kosminen’s score combines metronomes with reflections on temporal elasticity. At the centre is a simple, almost unnoticed event that expands to reveal life’s fragile balance. The illusions, created visibly through bodies and light, engage the audience precisely because they are aware of the trick. After premiering in Helsinki in 2025 and touring internationally, Tempo arrives at the Biennale Danza, engaging with its theme: the paradox of time’s existence.

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Passo falso Kalle Nio e Fernando Melo dall’insignificante all’imponderabile

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biennaledanza STATE OF DARKNESS BARDO

Essenza pura Intervista Molissa Fenley di Loris Casadei Ringraziamo Molissa Fenley per le sue risposte dirette e sincere, che testimoniano una passione viva per la danza e per il mondo. Una danzatrice e coreografa che è già nei libri di storia, la più autentica interprete del postmodernismo, erede di Nijinsky e Martha Graham. Nata in Nevada nel 1954, si trasferisce presto in Nigeria seguendo il padre per lavoro, poi in Spagna, prima del ritorno a New York e della collaborazione con Merce Cunningham e Viola Farber. La ‘scoperta’ italiana avviene nel 2006 a Rovereto, al Festival Futuro Presente, con Dreaming Together, al fianco di Philip Glass – il genio del minimalismo musicale, con cui Fenley ha spesso collaborato – e di Giovanni Sollima. Seguono spettacoli e masterclass all’American Academy di Roma, poi a Firenze nel 2017 e ad Agropoli nel 2022. A Venezia vedremo State of Darkness, costruito su La sagra della Primavera di Stravinskij e ideato in una prima versione nel 1988, e Bardo, andato in scena per la prima volta nel 1990. Fenley lo concepì come omaggio all’amico Keith Haring, protagonista della street art americana del XX secolo insieme ad Andy Warhol. I due si conobbero a Kutztown, in Pennsylvania, città natale dell’artista, e la loro amicizia generò anche una collaborazione video già nel 1978. Bardo debuttò proprio al funerale di Haring, nella Cattedrale di St. John the Divine, un congedo danzato per l’amico scomparso. Il titolo viene dal Bardo Thödol, il Libro tibetano dei morti che definisce “bardo” la fase di transizione tra una vita e l’altra: per Fenley lo spazio sospeso in cui il lutto diventa anche, necessariamente, un atto di speranza. Un approfondimento sullo stile e sul pensiero coreografico di Fenley si trova nel suo libro Rhythm Field: The Dance of Molissa Fenley (Seagull Press / University of Chicago, 2015). Ora ascoltiamola. Martha Graham scrisse che la danza ha il compito di esprimere “il viaggio dell’anima” e parlò di centralità della spinta pelvica. Lei viene dalla danza postmoderna: qual è, a suo avviso, il compito prioritario della danza? E ha ancora senso parlare di un centro del corpo umano? Il compito della danza è incarnare le idee del corpo presente nello spazio: il corpo contemporaneo presente, così come esiste in MOLISSA FENLEY State of Darkness / Bardo 30, 31 luglio Tese dei Soppalchi, Arsenale On Tenderness 6, 27 luglio Tese dei Soppalchi, Arsenale

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La conoscenza e la comprensione della danza continuano a vivere come parte integrante della memoria e della percezione fisica questo preciso momento storico. Presentare il corpo all’interno di un volume spaziale. Mi interessa osservare il corpo come forma scultorea, una forma che racchiude i diversi modi in cui è stato concepito nel corso del tempo: dall’astrazione geometrica delle sculture cicladiche alle flessioni tribhanga (del collo, della vita e del ginocchio) della scultura classica indiana; dall’atemporalità della scultura greca e romana alle rappresentazioni metaforiche del corpo umano nell’arte africana. Il centro del corpo umano è la mente: per riflettere potenzialmente il presente oggettivo, composto dalle molteplici culture della nostra realtà globale e dalla nostra storia condivisa. Nel corso della sua lunga carriera ha alternato danza, coreografia e insegnamento. Alla Biennale la vedremo anche con i danzatori del College nella creazione di On Tenderness, un’opera sull’amore e la pace ispirata agli affreschi etruschi di Tarquinia, agli Ignudi di Michelangelo, a Matisse e a Blake, con musiche dal vivo di Denardo Coleman. Un lavoro che sembra nascere da un dialogo profondo tra corpi giovani e memoria culturale. Come lavora con i giovani danzatori e cosa le trasmettono? I giovani danzatori si trovano all’inizio del percorso che li porterà a sviluppare pienamente il proprio potenziale espressivo. Sono uniti dalla responsabilità di danzare come gruppo, nel continuo equilibrio tra dare e ricevere che permette di restare insieme nel tempo e nel ritmo. L’inizio di On Tenderness si costruisce su una sequenza ritmica di frasi composte da undici tempi, una scansione insolita rispetto alla più comune struttura in otto tempi utilizzata nella danza. Nel corso dell’esecuzione, ogni interprete sviluppa la capacità di osservare gli altri danzatori in scena e di riconoscere in loro quella struttura di undici tempi. Talvolta è necessario aggiungere o sottrarre un conteggio per ritrovare il battito comune, il punto di incontro collettivo. I giovani danzatori di oggi sono dediti, rigorosi e straordinariamente creativi. Quando viene loro offerta la possibilità di costruire nuove forme insieme, spesso chiedo loro di trovare modi per “essere connessi”: tenendosi per mano, sostenendosi a vicenda attraverso sollevamenti o mettendo in relazione diverse parti del corpo. Questo gruppo ha una notevole capacità di accogliere suggerimenti e trasformarli in creazione. È stato un piacere osservare la loro inventiva e trovare, come regista e coreografa, modi per portarla all’interno della danza. I giovani danzatori sono duttili e aperti al cambiamento; sono


State of Darkness, Molissa Fenley – Mohamed Sedak

Pure essence We thank Molissa Fenley for these direct, heartfelt answers, which speak to a living passion for dance and for the world. A dancer and choreographer already written into the history books, the truest interpreter of postmodernism, heir to Nijinsky and Martha Graham. Born in Nevada in 1954, she moved early to Nigeria, then Spain, before returning to New York, where she danced with Merce Cunningham and Viola Farber. Her Italian discovery came in 2006 at Rovereto’s Festival Futuro Presente, with Dreaming Together, alongside Philip Glass – the genius of musical minimalism, with whom she has often collaborated – and Giovanni Sollima. Performances and masterclasses at the American Academy in Rome followed, then in Florence in 2017 and Agropoli in 2022. In Venice we will see State of Darkness, built on Stravinsky’s Rite of Spring and first conceived in 1988, and Bardo, which premiered in 1990. Fenley created it as a tribute to her friend Keith Haring, the great figure of American street art alongside Andy Warhol: the two met in Haring’s hometown of Kutztown, Pennsylvania, and their friendship produced a video collaboration as early as 1978. Bardo premiered at Haring’s funeral, at the Cathedral of St. John the Divine – a danced farewell to a friend. The title comes from the Bardo Thödol, the Tibetan Book of the Dead, which calls “bardo” the transitional state between one life and the next: for Fenley, the suspended space where mourning becomes, necessarily, an act of hope as well. A deeper look into Fenley’s style and choreographic thinking can be found in her book Rhythm Field: The Dance of Molissa Fenley (Seagull Press / University of Chicago, 2015). Let’s hear from her now. Martha Graham wrote that dance has the task of expressing “the journey of the soul” and spoke of the centrality of

the pelvic thrust. You come from postmodern dance: what is, for you, the task of dance? And does it still make sense to speak of a centre of the human body? The task of dance is to embody ideas of the present body in space: the contemporary body present at this point in our time. To present the body within a volume of space. I am interested in looking at the body as a sculptural form, a form that embodies how the body has been viewed throughout time, from the geometric abstraction of Cycladic sculptures, to the tribhanga bends of the body (neck, waist, knee) in classical Indian sculpture, to the timelessness of Greek and Roman sculpture, to the metaphorical forms of the human body in African art. The centre of the human body is the mind: to potentially reflect the objective present comprising the many cultures of our global reality and shared history. Throughout your career you have moved between dancing, choreography and teaching. At the Biennale we will also see you with the College dancers in the creation of On Tenderness – a work about love and peace, inspired by Etruscan frescoes in Tarquinia, Michelangelo’s Ignudi, Matisse and Blake, with live music by Denardo Coleman. A piece that seems to emerge from a deep dialogue between young bodies and cultural memory. How do you work with young dancers – and what do they transmit to you? Young dancers are at the beginning of their potential physical expression. They are bound together in their responsibility of dancing in a group, the give and take of staying together in time. The beginning of On Tenderness is built on a rhythmic collection of phrases of 11 counts – not a common way of counting (which for dance is often in 8’s). While dancing each dancer develops the ability to look across the stage and see the 11

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biennaledanza MOLISSA FENLEY

abituati a lavorare insieme per raggiungere un senso di unità. La nuova generazione è naturalmente attratta dalla sperimentazione e dalla creatività: possiede una straordinaria versatilità e sa integrare linguaggi molto diversi, dalla danza classica alla moderna, dalla contemporanea ai codici più commerciali, dando vita a personali e originali forme di fusione. State of Darkness ha una lunga storia: lei lo ha interpretato per anni, poi lo ha ricostruito per Peter Boal, e ora a Venezia lo vedremo nell’interpretazione di Cassandra Trenary. Quanto conserva il lavoro del suo carattere originario, e quanta libertà hanno gli interpreti di uscire dalla sua visione? Ogni danzatore che ha interpretato State of Darkness ha dedicato una cura straordinaria al rispetto della coreografia originale. Lo stesso vale per me: nel riallestire il lavoro faccio sempre riferimento a una registrazione video di una mia esecuzione del 1990. Sono estremamente meticolosa nell’insegnare sia l’architettura complessiva della danza sia ogni suo dettaglio. La coreografia è molto precisa e, durante il processo di trasmissione, torniamo costantemente a quella performance del 1990 come a una sorta di “punto zero”. Con ironia, ci riferiamo alla figura che danza nel monitor chiamandola semplicemente “Lei”. È Lei la guida: il nostro obiettivo è fare esattamente ciò che fa Lei. Ed è una soddisfazione sapere che tutto questo è ancora dentro di me; la conoscenza e la comprensione della danza continuano a vivere come parte integrante della memoria e della percezione fisica. Non cerchiamo di reinterpretare la coreografia. La eseguiamo così com’era stata concepita, come quando si prende un libro dallo scaffale e lo si rilegge: il libro non è cambiato, sei tu a essere cambiato. Le sue coreografie raramente disegnano una narrazione visiva percepibile da tutti nello stesso modo. Ma immagini un caro amico – una persona con un diverso background o proveniente da un’altra cultura – che semplicemente le chiede: di cosa parla? Cosa vedrò in State of Darkness? State of Darkness è un’immersione di trentaquattro minuti in un’esperienza artistica totalizzante. Ho utilizzato la struttura materica e stratificata della partitura come chiave d’accesso alla musica e come metodo per costruire la coreografia. Ho scelto il titolo State of Darkness proprio perché non ho seguito la trama narrativa de La sagra della primavera; mi sono affidata piuttosto a una voce interiore e intuitiva, capace di comprendere la musica dall’interno. Ero convinta che un’unica interprete potesse attraversare e incarnare i molteplici stati evocati dalla partitura. Durante la creazione ho sperimentato continue trasformazioni identitarie: talvolta appartenendo a una dimensione spirituale, talvolta a una animale, talvolta al piano della realtà presente. La danza è un susseguirsi di mutamenti, un uscire da sé per diventare qualcos’altro, lasciandosi trasportare altrove. Molti passaggi di State of Darkness sono costruiti attorno all’idea della paura: l’ingresso nell’ombra, il piacere di una presenza animale, il passaggio da una forza estrema a una perdita totale di controllo. Si instaura così un dialogo costante con la musica, a volte anticipandone gli sviluppi ritmici e gli accenti, quasi determinandoli, altre volte reagendo alle loro improvvise trasformazioni.

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La coreografia è nata dalla fiducia nella sua necessità e nella sua verità, dalla convinzione che il corpo possieda una relazione autentica e profonda con la musica. La resistenza fisica richiesta per interpretarla rappresenta soltanto il punto di partenza: ciò che conta davvero è la forza interiore necessaria per sostenere la potenza della partitura, per accoglierne pienamente la presenza e riconoscere l’enormità del suono. Nell’ultimo fragoroso accordo, laddove nella vicenda de La sagra della primavera la Prescelta viene uccisa dal colpo dell’ascia, questa donna contemporanea emerge invece nella luce: integra, forte e viva. Nel programma della Biennale lei appare anche come performer in Bardo. Cosa significa per lei restare in scena, non solo come coreografa e maestra, ma come corpo danzante? Il tempo trasforma il corpo che danza, o è il corpo che danza a trasformare il tempo? Provo un autentico piacere nel continuare a essere un corpo danzante sulla scena. Oggi, nei miei primi settant’anni, continuo a stupirmi della meraviglia che avverto ogni volta che entro in studio e inizio a danzare. Il mio corpo è diverso rispetto a un tempo, e questo mi piace. Mi interessa osservare i cambiamenti: non possiedo più lo slancio del salto che avevo da giovane, ma è davvero importante? Anni di danza mi hanno insegnato ad ascoltare ciò che accade sul piano fisico e su quello psicologico, e trovo questo processo profondamente affascinante. È interessante cogliere come muti il modo in cui il movimento prende forma. Il mio corpo e la sua espressività si trovano oggi in un luogo molto diverso: vi è una maturazione del pensiero e dell’esecuzione, una crescita emotiva e fisica, una comprensione più profonda ed empatica del corpo nello spazio. Che cosa significa essere un individuo? C’è qualcosa che posso trasmettere attraverso tutti questi anni di danza e di presenza scenica? Che cosa porta una persona a scegliere una determinata modalità di esistenza? Bardo è un lavoro molto particolare. Chiede in maniera importante all’interprete quanto allo spettatore di entrare in uno stato di contemplazione, di rallentamento, di esperienza della solitudine. La musica, Mantra di Somei Satoh, agisce come una vibrazione continua, conducendoci verso una risonanza fisica del suono e immergendoci in un paesaggio interiore concentrato e raccolto. Da anni ascolto le notizie internazionali di NPR (National Public Radio) durante l’allenamento. Desidero che ogni movimento che esprimo mantenga una relazione con il resto del mondo. Ascolto ciò che accade in luoghi diversi del Pianeta e quella consapevolezza entra a far parte del lavoro quotidiano. L’allenamento non consiste soltanto nel preservare una competenza tecnica; è anche un modo per accogliere la realtà esterna e permetterle di entrare nell’esperienza interiore del corpo. L’amore è al centro di tutto. L’amore per il corpo nello spazio, per la sua presenza nella verticalità, nell’orizzontalità e nelle diagonali; l’amore per l’ampiezza e per la concentrazione, per la quiete e per l’energia dell’azione piena. Tutto vissuto nel momento presente. Condividiamo uno stesso spazio, ciascuno è dentro sé stesso, nel punto della vita in cui si trova in quell’istante.


State of Darkness has a long history – you performed it for years, then reconstructed it for Peter Boal, and now in Venice, we will see it performed by Cassandra Trenary. How much does the work retain of its original character – and how much freedom do interpreters have to step outside your vision? How did it come about? Every dancer that has performed State of Darkness has taken enormous care to stay true to the choreography. As have I – in reconstructing the dance I always refer to a video recording of a performance of mine from 1990. I am meticulous in teaching the dancer both the larger moments and all the details. The choreography is very specific, when teaching the dance, we constantly look to the 1990 performance as “ground zero,” so to speak, and humorously refer to the me dancing in the monitor as “she”. She is the leader, we try to do whatever she is doing! And it is a pleasure knowing that all is still inside me, the knowledge and understanding of the dance are inherent parts present in both memory and sensation. We do not attempt to re-interpret the choreography. We do it as it was, as if taking a book down from the shelf and re-reading it, the book has not changed, you have. Your choreographies rarely carry a visual narrative that everyone perceives in the same way. But imagine a dear friend – a person of a different background and culture – who asks you: what is it about, what will I see in State of Darkness? And you, out of simple human courtesy, had to give an answer. State of Darkness is a 34-minute-long immersion in an artistic experience. Using the score’s textural basis became my method for entering the music and creating the choreography. I called the work State of Darkness for precisely the reason that I didn’t follow the scenario of The Rite of Spring; I followed an inner, intuitive voice that understood the music. I knew that there was the possibility for one person to take on the varying states of the music. I experimented with changing who I was while dancing, sometimes in the spirit world, sometimes in the animal world, sometimes in the present plane, constantly shifting personas in the dance, exiting a sense of “self” and becoming something “other,” being transported. State of Darkness has many passages choreographed around the idea of fear, of entering into the shadows, delighting in an animal presence, shifting from being extremely powerful to being totally out of control, a dialogue with the music, sometimes “dictating” what happens next in the score (preceding rhythmic changes and accents before they would happen) to being re-

State of Darkness, Cassandra Trenary, 2020 © Art Davison

sponsive to accent changes after their occurrence. It was choreographed with belief in its “rightness,” a belief in the truth of the body in relationship to the music. The stamina and endurance to perform the work are only the beginning, it is the fortitude to rise to the power of the music, its full presence felt, the acknowledgement of the enormity of the sound. At the last crash of the music, where in The Rite of Spring scenario, the Chosen One is killed by the falling of the ax, this modern woman steps out into the light: intact, strong, and alive. In the Biennale programme you also appear as a performer in Bardo. What does it mean for you to remain on stage – not only as choreographer and teacher, but as a dancing body? Does time transform the dancing body, or is it the dancing body that transforms time? It is with absolute pleasure that I choose to continue as a performing dancing body. Now in my early 70’s, I marvel at the wonderment that I still feel whenever I am in the studio and dancing. My body is different at this age – and I like it! I like watching the changes, I don’t have the jump that I used to have, does that matter? Dancing through the years, taking care to listen to what is going on physically, listening to what is going on psychologically: all fascinating. Perceiving the differences in the rendering is intriguing - my body and its expressions are in a very different place, there is a maturation of thought and a maturation of execution: an emotional and physical development, an empathic understanding of the physical body in space. What is it to be an individual? Is there something I can share from my years of dancing and presentation? What makes an individual choose to exist in one way or another? Bardo is a very particular work – it asks both the dancer and the viewer to enter into a place of contemplation, of slowing down, of experiencing a solitude. Mantra, the music by Somei Satoh, is vibrational, it brings us to a sonic level of physical resonance – we are in a focused internal landscape. For years I have listened to NPR (National Public Radio World News) while I train. I want any movement I express to have a relationship with the rest of the world; I hear what is happening in different parts of the world and that knowledge becomes part of the training. The training is not just of maintaining a technical capability; it is to contain a reality of the outside experience entering into the body of inner experience. Love is at the very essence. Love of the body in space, love of the feeling of the body in the vertical, in the horizontal, in the diagonal – love of the sense of the wide and the sense of narrow – the pleasure of the quiet, the excitement of full action. All lived in the present moment. We are in a shared space, each within who they are and where they are at this moment in their life.

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manifested by each other dancer. Sometimes one has to either drop or add counts to find the collective one (downbeat). The young dancer today is dedicated, committed and very creative! Once given choices to create new forms together, I often ask the dancers to find ways to “be attached,” such as by holding hands, one person lifting another, or connecting different body parts. This group of dancers is great at taking suggestions and creating. It has been a pleasure to watch their creativity and to find ways as a director to bring that to the dance. Young dancers are changeable – and flexible – they are used to working together to find unity. The young dancer of today is attracted to experimentation and creativity; they are extremely versatile and able to incorporate all sorts of styles from classical to modern to contemporary to commercial inventing their own fusion of dance.

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COVERSTORY

biennaledanza

Drip Tekhne, Adam Linder - Photo Jubal Battisti

Carne meccanica Adam Linder ridisegna l’evoluzione del corpo, dal fango al circuito Si parte dal nulla: materia che prende forma, creature simili ad animali primitivi che si muovono prima di conoscere la propria stessa natura. È la materia grezza con cui lavora Adam Linder, coreografo australiano attivo tra Los Angeles e Berlino, le cui opere sono passate anche al MoMA di New York. Con Drip Tekhne, creato per il Danish Dance Theatre, costruisce un vocabolario che mette in relazione danza, desiderio, tecnologia e psiche collettiva. Lo spettacolo attraversa quattro fasi senza soluzione di continuità e ognuna di esse rappresenta un salto evolutivo che i dieci interpreti incarnano sulla pelle: dal corpo animale al corpo ibrido, mezzo organico mezzo meccanico, fino al corpo che pensa e infine si scioglie in una comunità sociale. Il titolo racchiude già il passaggio: “drip” è l’impulso di una materia molle e terrosa che ancora fluisce; “tekhne” – dal greco abilità tecnica, artigianato – è la tecnica che la irrigidisce e la trasforma in strumento. Il palco stesso evolve insieme ai danzatori: le scene, firmate da Linder con Deniz Celtek, si trasformano e si ricompongono mentre lo spettacolo avanza senza soluzioni rigide. I costumi, firmati dallo stesso Linder con Maria Ipsen, mescolano un’estetica urbana fredda, quasi da moda di strada, con momenti che virano verso il disumano: corpi levigati, privi di emozione, che sembrano usciti da un laboratorio più che da un atelier. ADAM LINDER Drip Tekhne 30, 31 luglio, Teatro alle Tese, Arsenale

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Le recensioni danesi hanno parlato di un lavoro insieme atemporale e futuristico, capace di oscillare tra eleganza glaciale e inquietudine. Drip Tekhne abita un tempo che non procede in linea retta: l’evoluzione non è mai compiuta, relegata alle spalle; resta scritta in ogni gesto come uno strato geologico nel corpo che la compie. Il corpo animale non scompare quando arriva il corpo pensante, continua a esistere sotto di esso, pronto a riemergere. È il fil rouge, questo, che unisce l’intera edizione della 20. Biennale Danza diretta da Wayne McGregor: epoche diverse che convivono nello stesso istante, passato e presente sovrapposti nella stessa pelle. Il crescendo accelera fase dopo fase, senza sosta, fino al punto in cui i confini tra un corpo e l’altro si dissolvono: la comunità dei danzatori diventa l’immagine finale, l’unica superstite. Chiara Sciascia ENG Adam Linder, an Australian choreographer working between Los Angeles and Berlin, creates Drip Tekhne for the Danish Dance Theatre. The work begins with raw matter: bodies that move like primitive animals before they fully understand what they are. In four uninterrupted stages, ten performers embody successive evolutionary leaps, shifting from an animal body to a hybrid, half-organic half-mechanical one, then to a thinking body, and finally dissolving into a social community. Cold, urban streetstyle aesthetics in the costumes give way to something inhuman: polished, emotionless bodies as if made in a lab rather than an atelier. Animality does not disappear under the thinking body; it remains beneath, ready to resurface.


Scirocco, WINNDance Company © Siegersbusch

WINNDance, ovvero When, If Not Now. A Stoccarda all’ombra del grande Neumeier si sono incontrati Slava Tütükin, dalla scuola Vaganova a solista al Mikhailovsky Theatre, e Marijn Rademaker, per anni uno dei primi ballerini allo Stuttgart Ballet (giovanissimo lo ricordiamo a MilanOltre 2020 nel solo Äffi, creato per lui da Marco Goecke). L’idea è di riportare la grande danza sui palcoscenici costituendo un ensemble con alcuni dei maggiori interpreti classici over 40, che per questioni anagrafiche stanno abbandonando i propri prestigiosi ruoli nelle grandi Compagnie. Un progetto a cui vanno ad affiancarsi percorsi di formazione per i giovani e laboratori di pratiche coreutiche. Per la prima uscita mondiale WINNDance sceglie Venezia, la Biennale di Wayne McGregor, il cui titolo nel ventennale, non a caso, è proprio Time Does Not Exist. I protagonisti sono nomi carismatici e amatissimi dal pubblico. Per citare solo le italiane: Silvia Azzoni, per due decenni prima ballerina all’Hamburg Ballet e che ricordiamo alla Fenice nel 2020 in Duse nel ruolo di Sarah Bernhardt; Mara Galeazzi, prima ballerina al Royal Ballet (sua l’interpretazione di Virginia Woolf con McGregor nel 2017 in Woolf Works); Giulia Tonelli, prima ballerina al Balletto di Zurigo. Il titolo del lavoro è Scirocco, composto di due capitoli di diverso umore e stile, entrambi dedicati alla nostra WINNDANCE COMPANY Scirocco 31 luglio; 1 agosto Teatro Malibran

città. Il primo è Morte a Venezia tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Mann con un acculturato sfondo nietzschiano di superamento del dualismo apollineo dionisiaco. Coreografie di Imre & Marne van Opstal (molte le loro creazioni per Nederlands Dans Theater e attività di formazione in Italia), Omar Román De Jesús e Rainer Behr. Il secondo episodio, Il ponte dei sospiri, porta la firma di John Neumeier con musiche di Šostakovič, Hollaender, Weill e costumi di uno dei partner di WINNDance: Boss. È un classico del repertorio dell’Hamburg Ballet presentato per la prima volta nel 1985. Quattordici i danzatori in struggenti scene di nostalgia e ricordo, «When I was a young man/courting the girls/I played me a waiting game», mi risuonano ancora le note di September Song con la voce di Frank Sinatra. Loris Casadei ENG WINNDance (“When, If Not Now”) is a project founded in Stuttgart by Slava Tütükin and former Stuttgart Ballet principal Marijn Rademaker. It brings together renowned classical dancers over 40, offering them new stage opportunities while also supporting youth training and choreographic workshops. Its debut takes place at the Venice Biennale under Wayne McGregor. The ensemble features celebrated artists such as Silvia Azzoni, Mara Galeazzi, and Giulia Tonelli. Their program, Scirocco, consists of two contrasting parts: Death in Venice, inspired by Thomas Mann and exploring philosophical dualities, and Neumeier’s The Bridge of Sighs, a nostalgic, music-rich work depicting memory, love, and time.

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When, if not now? WINNDance, i grandi over 40 debuttano a Venezia

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guerra ci biennaledanza La rimpicciolisce tutti. WHAT IS WAR

Mai più guerra! Intervista Eiko Otake & Wen Hui di Loris Casadei e Chiara Sciascia Se il tema della Biennale Danza 2026 dichiara che Time Does Not Exist, il duetto What Is War (al Teatro Piccolo Arsenale il 31 luglio e l’1 agosto) ne è la prova più politica: il trauma della guerra non segue un tempo lineare, ma si insinua nel profondo. A portarlo in scena sono due figure monumentali della danza contemporanea e della performance interdisciplinare. La giapponese Eiko Otake è una leggenda internazionale, co-fondatrice dello storico duo Eiko & Koma che per quarant’anni ha ridefinito il teatro del movimento negli Stati Uniti; la cinese Wen Hui, fondatrice del Living Dance Studio di Pechino nel 1994, è la pioniera assoluta della danza contemporanea indipendente in Cina, celebre per l’uso del corpo come “archivio sociale”. A trent’anni dal loro primo incontro, le due artiste fondono le loro biografie – storicamente “nemiche” per l’eredità coloniale dei rispettivi paesi – in un’opera multimediale nata da un viaggio comune nei luoghi del Massacro di Nanchino. Sullo sfondo dello spettacolo resta uno dei nodi più dolorosi del Novecento asiatico: il dramma delle comfort women, le oltre 200.000 donne cinesi e coreane ridotte a schiave sessuali dall’esercito giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Di fronte a questo orrore sommerso, e per reazione ai conflitti odierni, Otake e Wen Hui scelgono la strada del “teatro povero” e della nudità radicale di un corpo anziano. Un atto di resistenza analogica che trasforma la memoria familiare in una questione inevitabilmente collettiva. Siete amiche da trent’anni e venite da paesi con una storia di conflitto e animosità reciproca. Wen Hui ha raccontato che quando Eiko, in visita a Pechino nel 2020, chiese di andare insieme al Museo del Massacro di Nanchino provò una forte commozione, perché non si sarebbe mai aspettata che una giapponese chiedesse di recarsi in un luogo del genere, così segnato storicamente dalla tragedia consumata dall’esercito del proprio Paese. Come è nata la vostra collaborazione su What Is War? Eiko Otake_Un funzionario dell’Asian Cultural Council mi chiese se ci fosse un artista in Cina che avrei desiderato visitare per un mese, dato che stavano avviando una nuova borsa di studio di questo tipo. La mia risposta fu immediata: «Sì, voglio visitare Wen Hui». La conosco dal 1995, ci siamo incontrate quando io e il mio partner Koma ci siamo esibiti nel Guangdong e abbiamo visto il suo lavoro con il suo partner, nello stesso festival; in seguito, quando lei è venuta a New York, abbiamo avuto l’occasione di vedere altri lavori l’una dell’altra. Siamo diventate amiche, ma non avevamo mai trascorso molto tempo insieEIKO OTAKE & WEN HUI What Is War 31 luglio; 1 agosto Teatro Piccolo Arsenale

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La guerra è grottesca. L’inerzia è spesso pericolosa. La guerra uccide non solo le persone dei paesi nemici, ma anche la propria gente. La guerra rende l’immoralità una norma

What Is War, Wen Hui and Eiko Otake - Photo Jingqiu Guan

me. Pensavo anche che sarebbe stata per me un’occasione importante per conoscere e vivere più profondamente la Cina contemporanea attraverso la sua guida, il suo aiuto. Insegnando negli Stati Uniti ho spesso nei miei corsi studenti cinesi, per cui avere l’occasione di comprendere meglio questo enorme Paese mi sembrava un modo per offrire loro un supporto più completo. Una volta lì, per le prime due settimane ho vissuto nel suo appartamento e abbiamo parlato ininterrottamente: non credo di aver mai parlato così tanto con una sola persona in un lasso di tempo tanto breve. Lei ha liberato la sua agenda per me, quindi eravamo davvero presenti e concentrate solo su di noi. La sovvenzione non ci obbligava a collaborare, ma fin dall’inizio abbiamo sentito il desiderio di farlo. Wen Hui, però, mi ha ricordato che dovevamo “ricominciare da zero”. Ha organizzato per me due presentazioni e due workshop in Cina, aiutandomi anche a prepararli. Ho aperto ogni incontro riconoscendo le responsabilità storiche del Giappone – la colonizzazione e la guerra contro la Cina – e chiedendo scusa per questo. È nata così un’intera conversazione su quello che ciascuna di noi sapeva sulla Seconda guerra mondiale, sulla colonizzazione giapponese della Cina e dei paesi vicini e sulla guerra del Vietnam:


No more war!

ENG

elementi centrali della mia formazione, anche se sono nata nel 1952, sette anni dopo la fine del Secondo conflitto mondiale. Sapevamo anche che la prima di What Is War e il tour negli Stati Uniti si sarebbero svolti nel 2025, a 80 anni dalla fine della guerra mondiale e a 50 dalla fine di quella del Vietnam: un anno importante per riflettere sul tema dei conflitti armati, soprattutto per me, giapponese che vive in America. Wen Hui, avendo vissuto in Germania, ha sentito il peso della guerra quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Anch’io ne sono rimasta molto turbata, anche perché l’Ucraina è il luogo dove vive una persona a cui sono legata. Avendo vissuto io stessa in Germania, sentivo di avere una certa comprensione di come, in Europa, confini e paesi siano molto più vicini tra loro. Abbiamo di lì a poco entrambe guardato con orrore l’attacco del 7 ottobre e la serie di violenze sempre più gravi perpetrate da Stati Uniti e Israele. Le guerre continuano senza fine. Il nostro progetto è il nostro piccolo tentativo di riconoscere ciò che accade oggi in relazione a ciò che è già accaduto nella nostra storia. Wen Hui_Fu proprio grazie a quel ritrovarsi con Eiko a Pechino nel gennaio del 2020 – trascorremmo insieme tre settimane indimenticabili viaggiando tra Pechino, Nanchino e Kunming –

You have been friends for thirty years, and come from countries with a history of conflict and mutual animosity. Wen Hui has spoken of being moved when Eiko, visiting Beijing in 2020, asked to go together to the Nanjing Massacre Museum – she hadn’t expected a Japanese person to want to go there. How did your collaboration on What Is War come about? Eiko Otake_First, an officer at Asian Cultural Council asked me if I had an artist in China whom I wanted to visit for a month because they were starting a new fellowship of this kind, and I said, “Yes, I want to visit Wen Hui.” I have known her since 1995. We met when my partner Koma and I performed in Guangdong and saw her work with her partner in the same festival. When she visited New York, she and I saw more pieces from each other. We became friends, but we had never spent extended time together. I also thought it would be a great opportunity for me to experience contemporary China with her help. When I teach in the US, I often have students from China and thought if I go there and understand better about China, I might be able to offer better support to them. Once there, for the first two weeks I stayed with her in her apartment, we talked non-stop. I do not think I have ever talked with one person so much in such a short amount of time. She opened her schedule for me, so we were really there for each other. Although the grant did not require us to collaborate, from the beginning, we had a desire to collaborate. However, Wen Hui reminded me that we had to “start from zero.” Wen Hui arranged for me to give two presentations and two work-

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If the theme of the 2026 Venice Dance Biennale declares that Time Does Not Exist, the duet What Is War (at Piccolo Arsenale Theatre on July 31 and August 1) offers a deeply political counterpoint: the trauma of war does not unfold in linear time, but embeds itself within the body. On stage are two leading figures of contemporary dance and performance. Japanese artist Eiko Otake, co-founder of the legendary duo Eiko & Koma, has spent decades redefining movement theatre in the United States, while Chinese choreographer Wen Hui, founder of Beijing’s Living Dance Studio, is a pioneer of independent contemporary dance in China, known for treating the body as a “social archive.” Thirty years after their first meeting, the two artists bring together their personal histories into a multimedia work inspired by a shared journey to the sites of the Nanjing Massacre. At its core lies one of the most painful chapters of twentieth-century Asia: the experience of the “comfort women,” thousands of women forced into sexual slavery by the Japanese army during World War II. In response to this unresolved trauma and to ongoing conflicts, Otake and Wen Hui adopt the stripped-down language of “poor theatre” and the radical exposure of the aging body, transforming private memory into a collective act of resistance.

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biennaledanza EIKO OTAKE & WEN HUI

che mi colpì profondamente il suo desiderio di visitare il museo di Nanchino. Durante quel viaggio parlammo dei ricordi delle nostre famiglie. Allo stesso tempo, visitando il Salone Espositivo dell’ex “Comfort Station” di Liji Lane a Nanchino, fummo profondamente scosse dai volti degli anziani fissati nel tempo sulle pareti di quel complesso. Le loro esperienze sembravano strettamente legate alle nostre. In quel momento, però, non avevamo ancora in programma di realizzare un film. Nell’estate del 2021, mentre il mondo intero era in lockdown – Eiko a New York e io a Pechino –, iniziammo a collaborare a un documentario intitolato No Rule Is Our Rule. Durante il montaggio del film ci rendemmo conto ancora una volta che entrambe le nostre famiglie custodivano memorie legate a una guerra. Cosa ha significato mettere in scena memorie familiari che non si erano mai incontrate prima? E.O._Le guerre vengono dichiarate tra nazioni, ma sono le persone a pagarne il prezzo più alto: soffrono, combattono, vengono uccise. Ho raccontato a Wen Hui dei miei genitori e di mio zio, prigioniero di guerra in Siberia, che non poté tornare in Giappone fino al 1949. In seguito a quella conversazione, Wen Hui ha interrogato la madre e ha scoperto che la nonna era morta in un bombardamento aereo giapponese nella sua città natale. Mi ha colpito il fatto che non conoscesse nemmeno il suo nome. Ho potuto così farmi un’idea della Cina del dopoguerra, tra rivoluzione, carestie e sconvolgimenti politici. Wen Hui mi ha fatto capire quanto siano potenti le storie personali rispetto ad altre narrazioni della società. Portando in scena questo lavoro abbiamo capito che quando raccontavamo le storie delle nostre famiglie nasceva nel pubblico l’urgenza di condividere a loro volta con noi le vicende dei propri cari. La gran parte delle persone che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale sono morte. Sento il forte impulso di portare in scena alcune di quelle voci, che sono sedimentate dentro di me, nella mente e nel corpo. Voglio restituirle non come semplici informazioni, ma come qualcosa che resta impresso nella mente di chi guarda. Nell’era digitale, molti conoscono le immagini della guerra solo attraverso film e videogiochi. Ascoltare le nostre voci – la mia e quella di Wen Hui – e vedere i nostri corpi è invece un’esperienza profondamente analogica, capace di risvegliare memorie proprie o di persone che si conoscono. Eiko, lei ha lavorato per oltre quarant’anni nel duo Eiko & Koma, poi dal 2014 ha iniziato un percorso completamente diverso come artista indipendente. Wen Hui, lei è tra le fondatrici della prima compagnia di danza indipendente a Pechino e usa il corpo come strumento di documentazione sociale da trent’anni. Come si sono incontrati questi due percorsi così diversi e cosa ha dovuto cedere ciascuna di voi al fine di trovare un linguaggio comune? E.O._La mia vita e il mio lavoro sono cambiati sotto molti aspetti quando ho iniziato a lavorare senza Koma, ma sono ancora essenzialmente la stessa persona. Lavoro su piccola scala e non realizzo coreografie per altri. Non sono una coreografa, se non per me stessa. Lavoro su tutti gli altri aspetti della produzione: suono, video, parole e movimenti. Non credo di aver rinunciato a

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nulla. Ho iniziato il mio Duet Project nel 2017, dopo aver fatto prima molte performance da solista. Lavorare con altri artisti che stimo profondamente, uno alla volta, è un’esperienza di apprendimento profonda. Alla mia età, quando lavoro con un’altra persona, rifletto sul fatto che una di noi morirà prima dell’altra. Per questo lavorare ed esibirsi insieme diventa un atto di costruzione della memoria. Io e Wen Hui siamo cresciute in paesi diversi, in momenti diversi e in situazioni sociali, politiche e storiche diverse. Ma ci conosciamo da molto tempo e, fin dalla prima volta che abbiamo visto i reciproci lavori, abbiamo sentito un’affinità che va ben oltre la somiglianza. Pur seguendo strade differenti, apprezziamo l’estetica l’una dell’altra: un “teatro povero” alla maniera asiatica, che resiste alla decorazione e all’ornamento. Ognuna di noi ha creato molti lavori; in questa collaborazione, però, facciamo solo ciò su cui siamo entrambe d’accordo. E concordiamo sul fatto che la GUERRA sia il soggetto più importante attraverso cui sfidare noi stesse: per questo abbiamo sentito il bisogno di unire le nostre forze. Mentre sviluppavamo questo lavoro, abbiamo annotato alcuni pensieri: La guerra ci rimpicciolisce tutti. La guerra è grottesca. L’inerzia è spesso pericolosa. La guerra uccide non solo le persone dei paesi nemici, ma anche la propria gente. La guerra rende l’immoralità una norma. W.H._Nella nostra collaborazione ci siamo imposte un metodo di lavoro molto importante: se una delle due dice “No”, dobbiamo ripensare daccapo la nostra decisione. A volte questo può significare eliminare un intero segmento o un’intera struttura finché non siamo entrambe d’accordo. È un processo di apprendimento prezioso, anche se a volte richiede molto tempo e grande impegno. È dalla sua nascita che il teatro mostra gli orrori della guerra e la violenza sui corpi delle donne in tempo di guerra è un tema che attraversa i secoli, dalle schiave sessuali nell’Iliade di Omero alle “comfort women” del Novecento, evocate anche da voi in scena. Eppure nulla sembra cambiare. What Is War è un grido di sensibilità personale o pensate possa avere anche una funzione sociale? E.O._Questa è una domanda seria. La mia scrittrice preferita, Kyoko Hayashi, nel suo lavoro sostiene questo: «Guardando indietro dopo molti anni “ciò che è accaduto diventa incredibile”. È quindi necessario confermare attraverso la scrittura che ciò che è accaduto è realmente accaduto». Riteniamo che sia importante parlare, esaminare ciò che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo imparato dagli altri. Non siamo solo ciò che abbiamo vissuto, ma siamo noi stessi perché impariamo dagli altri, ascoltando, leggendo, vedendo e immaginando. Ognuno di noi può portare con sé le esperienze e i pensieri di altre persone. Siamo inorridite dal fatto che la violenza bellica continui a deflagrare con tale magnitudo proprio mentre parliamo. Non pretendiamo di dire agli altri cosa fare a riguardo, perché davvero non sappiamo come poter fermare le guerre. Ciò che possiamo e che ci sentiamo di dire con urgenza è semplicemente che gli esseri umani


shops in China, and she helped me to prepare for these events. I started each by acknowledging and apologizing for what Japan historically did in colonizing and waging war on China. That led to a whole conversation about what each of us knew about the Second World War, Japan’s colonization of China and neighboring countries, and the Vietnam War, all of which were very important elements of my upbringing though I was not born until 1952, 7 years after World War II ended. We were also aware that the premiere and the U.S. tour would be in 2025, which is 80 years after the end of World War II and 50 years after the end of the Vietnam War, a very important year to reflect on war, especially for me as I am Japanese and I live in America. Wen Hui, having lived in Germany for several years, felt the weight of war as Russia invaded Ukraine. For me Ukraine is where my friend lives. I also used to live in Germany, so I felt I had some understanding how borders and countries are so much closer within Europe. And now, we both have watched with horror, the October 7 attack followed by a more escalated series of massive violence done by the U.S. and Israel. Wars are going on and on. Our project is our small attempt to recognize what is going on in relation to what has happened in our history. Wen Hui_It was precisely because of that reunion with Eiko in Beijing in January 2020 – we spent three unforgettable weeks together, traveling through Beijing, Nanjing, and Kunming – that I was truly moved when Eiko mentioned wanting to visit the mu-

seum in Nanjing. During that trip, we talked about our personal family memories. At the same time, while visiting the Exhibition Hall at the Site of the Former Liji Lane “Comfort Station” in Nanjing, we were deeply shaken by the faces of the elderly people frozen in time on the walls of that building complex. Their experiences seemed closely connected to our own. But at the time, we hadn’t planned to create a film. In the summer of 2021, with the entire world in lockdown – Eiko in New York and me in Beijing – we began collaborating on a documentary titled No Rule Is Our Rule. During the editing process, we rediscovered that both of our families carried memories tied to a war, and I hope more people will realize that war affects each and every one of us. What did it mean to bring to the stage family memories that had never met before? E.O._Wars are declared between nations, but it is the people who suffer and who fight who are killed and affected the most. I told Wen Hui about my parents and my uncle who was a POW in Siberia and could not return to Japan until 1949. As a result of that conversation, Wen Hui inquired about her mother and found out that her grandmother died during Japan’s air raid on her hometown. It shocked me that she did not even know her grandmother’s name. But it also made me imagine what postwar China was like with the revolution, famines, and political upheavals. Wen Hui reminded me how personal stories are powerful, differently from other views of society and history.

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What Is War, Wen Hui and Eiko Otake - Photo Jingqiu Guan

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biennaledanza EIKO OTAKE & WEN HUI

non dovrebbero impegnarsi a confliggere tra di loro, che i bambini non dovrebbero mai essere uccisi. Le persone possono essere in disaccordo, ma è nostra responsabilità impedire che vengano ancora commesse per questa ragione violenze di massa. Pur non avendo il potere di fermare immediatamente le guerre, l’arte ha la capacità di colpire intensamente chi guarda, legge o ascolta. Quando una persona si sente toccata o coinvolta da un’opera, celebra l’umanità che riconosce in sé stessa, nell’artista e nelle potenzialità degli altri. Nessuno prova odio verso sé stesso nel momento in cui viene commosso dall’arte o da un gesto autenticamente umano. È da questo punto di vista che possiamo osservare, riflettere, dialogare e cercare di comprendere il tempo difficile che stiamo attraversando e le condizioni in cui viviamo, senza però smettere di lavorare come artisti. Sono nata nel 1952, l’anno in cui terminò l’occupazione americana, sono quindi cresciuta nel Giappone del dopoguerra. I miei genitori, i miei insegnanti, gli scrittori che leggevo e i pittori e i registi di cui vedevo le opere avevano per lo più vissuto in prima persona il conflitto. Ebbene, “Mai più guerra!” era l’invocazione, il grido più potente e lacerante che univa quella generazione. Quando presentiamo What Is War, molte persone si avvicinano a spettacolo terminato per raccontare a noi le proprie esperienze di guerra o le memorie belliche delle proprie famiglie. Questo ci fa capire che il lavoro sta producendo un suo effetto, che continua ad agire dentro alcuni spettatori anche dopo la visione. Per il bene dell’umanità non vogliamo dimenticare ciò che è davvero importante, anche se, a livello individuale, a volte possiamo essere tentati di farlo. W.H._È una domanda importante. Il personale è politico. Proprio perché questa violenza sui corpi delle donne in tempo di guerra continua ancora oggi – immutata e raramente visibile – dobbiamo continuare a parlarne. Se non continuiamo a farlo, come potranno saperlo le nuove generazioni? Ai miei tempi a scuola avevamo corsi per riconoscere gli ordigni bellici inesplosi nel terreno, la guerra era una realtà molto vicina. Oggi le giovani generazioni sembrano viverla come un evento lontano, visto attraverso uno schermo. Come avvicinate i giovani al vostro lavoro? E.O._Sicuramente attraverso la performance, il dialogo, le immagini, i film e il confronto diretto. In definitiva, attraverso la presenza: essere lì, faccia a faccia con le persone. Anche se non ho vissuto durante la Seconda guerra mondiale, ho ascoltato i racconti dei miei anziani e, spesso, i loro rimpianti. Sono stati proprio quei racconti ad aiutarmi a comprendere più in profondità le storie che leggevo. Anche la lettura può essere un’esperienza molto intensa se chi legge è già coinvolto da qualche legame con ciò che incontra nel testo ed è in grado di sentirne le emozioni. In What Is War mi mostro nuda in scena. Vedere il corpo nudo di una donna anziana è già di per sé un’esperienza. Non è affatto necessario che il pubblico comprenda o apprezzi ciò che facciamo. Ciò che conta per noi è che i giovani possano ricordare di averci viste e ascoltate. Sono loro ad aver assistito allo spettacolo e, anche se l’esperienza può essere stata difficile, resta comunque qualcosa che appartiene solamente a loro. Queste esperienze analogiche – come lettori, come spettatori e nel dialogo diretto con gli altri – sono ciò che continua a renderci umani. What Is War, Wen Hui and Eiko Otake - Photo Jason Williams

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Eiko, you worked for over forty years as Eiko & Koma, then from 2014 began a completely different path as an independent artist. Wen Hui, you are among the founders of the first independent dance company in Beijing and have been using the body as a tool of social documentation for thirty years. How did these two very different paths come together – and what did each of you have to give up in order to find a common language? E.O._In so many ways my life and work changed when I began working without Koma, but I am still essentially the same person. I work on a small scale, and I do not choreograph others. I am not a choreographer except for myself. I work on all other aspects of the production – sound, video, words, and movements. I do not think I gave up on anything. I began my Duet Project in 2017 after doing many solo performances. Working with other artists I deeply respect, one at a time, is a deep learning experience. At my age, when I work with one other person, I reflect on how one of us will die before the other. So working and performing together becomes memory-making. Yes, we grew up in different countries at different times in different social, political, and historical situations. But we have known each other for a long time, and from the first time we saw each other’s work, we felt kinship, which is different from similarities. However differently we arrived at it, we appreciate each other’s aesthetic. A form of ‘poor theatre’ in an Asian sense, resisting decoration and ornamentation. We each have created many works, so in this collaboration, we only do what we both agree upon and we both agree that war is probably the most important subject we can challenge ourselves with and for that we need each other. As we developed this work, we noticed some thoughts: War makes each of us small. War is grotesque. Momentum is often dangerous. War kills not only people of enemy countries but its own people. War makes immoral a norm. W.H._We have a very important working method in this collaboration: if either of us says “No,” we must rethink our decision. Sometimes this may mean scrapping an entire segment or structure until we both agree. It’s a valuable learning process, though it can sometimes take a lot of time.

Since its very origins theatre has shown the horrors of war – and violence against women’s bodies in wartime is a theme that spans the centuries, from sexual slavery in Homer’s Iliad to the comfort women of the twentieth century, whom you also evoke on stage. Yet nothing seems to change. Is What Is War a cry of personal sensibility, or do you believe it can also have a social function? E.O._This is a serious question. My favorite writer Kyoko Hayashi says this in her work: “Looking back after many years, ‘what happened becomes unbelievable.’ It is therefore necessary to confirm through writing that what happened really happened.” We both feel it is so important to talk, to examine what we experienced and what we learned from others. We are not only what we experienced but we are who we are because we learn from others, listening, reading, seeing, and imagining. Each of us can carry other people’s experiences and thoughts. We are horrified that war violence continues in such magnitude as we speak. Not that we want to tell others what to do about it because we really do not know how to stop wars and powers. But honestly, we feel humans should not engage in war. Children should never be killed. People can disagree, but we need to develop ways not ever committing or allowing massive violence. While we are powerless in immediately stopping wars. Art opens up viewers, readers, and listeners. When a viewer is moved by or feels touched by an artist’s work, that person is celebrating their own humanity, that artist and other people’s potentials. Nobody hates oneself when one is moved by art or humanistic acts. That is a great point to stand, observe, talk, and try to acknowledge our difficult time and conditions but not stop working as artists. Having been born in 1952, the year the American occupation ended, I grew up in post-war Japan. My parents, my teachers, writers I read, and painters and filmmakers whose works I saw are mostly people who experienced the war. “No more war” has been the most important cry among the people who experienced the war. When we perform What Is War, many individuals come to us to share their experiences in a war or stories they were told. That makes us know this piece is doing some work within some of our viewers. For humanities sake, we do not really want to forget what is important even though we individually might be tempted to forget. W.H._That’s a great question. The personal is political. Precisely because this violence against women’s bodies during wartime continues today – unchanged and rarely seen – we must speak out. If we don’t keep speaking out, how will young people ever know? In my school days we had classes on how to recognize unexploded ordnance in the ground – war was a very close reality. Today young generations seem to experience it as a distant event, on a screen. How do you bring young people closer to your work? E.O._Surely by performing, by talking, by showing images and films, and by discussing. in all, by being there for

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Performing this work, we also realized that when we talked about our family members’ stories, a good number of audience members shared their family members’ personal stories with us and with others. Now, many of those who experienced World War II have died. I feel a powerful urge to carry some of their voices that are left in my mind and body. I want to carry it not as information but as an episode that sticks to people’s minds. In this digital age, many people see the images of war through films and video games. For people to listen to my and Wen Hui’s voices and see our bodies is a very analogue experience that ultimately calls upon the memories of their own or of others they know.

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biennaledanza EIKO OTAKE & WEN HUI

W.H._Eiko ha insegnato in diverse università negli Stati Uniti. L’anno scorso, mentre eravamo in tournée e in fase di prove lì, abbiamo condiviso il nostro lavoro con gli studenti delle scuole di ogni città che abbiamo visitato, invitandoli persino a partecipare al nostro processo creativo. Naturalmente, credo che questo sia ben lontano dall’essere un’azione sufficiente a rendere diffusamente partecipi le nuove generazioni a esperienze tragiche che sono al contempo lontane e storicamente vicine. Ciò che è certo è che su questi ed altri temi importanti coinvolgere i giovani nella vita sociale rimane una questione centrale nel mondo di oggi. Avete entrambe esperienze in installazioni, performance site-specific, cinema e documentario. Eppure What Is War sceglie il linguaggio del teatro di sala: uno spazio frontale, delimitato, con un pubblico seduto. Cosa offre quella forma rispetto ad altre quando si parla di guerra e memoria? E.O._Il progetto ha assunto questa forma perché il nostro principale committente disponeva di un teatro in cui presentare la prima del lavoro. Tuttavia, quando abbiamo avuto l’occasione di scegliere abbiamo sempre preferito spazi teatrali più intimi rispetto a spazi estesi. Si tratta di un lavoro teatrale con una scenografia minima e una luce semplice ma evocativa. Non nascondiamo nulla: riveliamo. Abbiamo inoltre integrato proiezioni e momenti di parola. Nel complesso, il pubblico è presente dall’inizio alla fine, a meno che non riesca davvero a sostenere l’esperienza. A teatro individui diversi comprendono e vivono il lavoro in modi differenti pur assistendo alla stessa scena, nello stesso momento e secondo l’ordine che abbiamo costruito. Questa è la bellezza del teatro! Abbiamo lavorato a lungo sulla costruzione delle scene e sulle loro connessioni o fratture. Abbiamo realizzato anche un film documentario, che di solito viene presentato all’interno della nostra residenza, ma purtroppo non in questa occasione. È comunque possibile immaginare un ulteriore film su questo lavoro, oppure la creazione di installazioni o mostre. Quello che abbiamo avviato nasceva da una proposta di commissione teatrale. Amiamo il teatro, ma lavoriamo anche con altri formati, cosa che potremmo certamente fare ancora su questo stesso progetto e su questo contenuto. W.H._Assistere a questo spettacolo è un’esperienza estremamente impegnativa, persino piuttosto brutale per il pubblico. Non cerchiamo di offrire conforto: lo spettatore è costretto a restare seduto in platea, a distanza. La questione che poniamo è la seguente: la guerra riguarda tutti. Il pubblico è obbligato a confrontarsi con questa realtà in quello spazio buio. Per alcuni è la prima volta in cui si rendono conto che anche la propria famiglia è legata alla guerra. Siete artiste di formazione orientale con lunghe esperienze in Occidente, a partire da collaborazioni con artiste del calibro di Trisha Brown a Pina Bausch. Eppure abbiamo l’impressione che manchi un adeguato flusso nell’altra direzione: pochi artisti occidentali vivono esperienze profonde di danza e teatro orientale. Perché a vostro avviso?

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E.O._Non posso rispondere a questa domanda, perché richiede una prospettiva più ampia e generale sulle relazioni tra Est e Ovest. Questa costruzione è sempre cambiata nel corso del tempo. Alcuni individui, tra cui molti artisti, hanno viaggiato verso l’Asia con un interesse profondo e duraturo: Van Gogh, per esempio, è stato fortemente influenzato dalle xilografie giapponesi; oppure ancora il regista polacco Wajda, il quale ha raccontato di essere rimasto profondamente colpito quando ebbe l’occasione di vedere per la prima volta stampe e dipinti giapponesi. Forse ciò è legato al fatto che la colonizzazione dell’Asia da parte di molti paesi occidentali ha prodotto uno scambio diseguale? Oppure gli artisti in Oriente sono stati educati a considerare l’Occidente come un modello da cui apprendere molto? Non saprei davvero rispondere in maniera univoca a questa domanda. Sono più interessata a concentrarmi sugli individui e sulle loro scelte. Non ho lasciato il Giappone perché volevo imparare dall’Occidente. L’ho lasciato per andare “altrove”. Oggi molti luoghi lontani ci sembrano più vicini grazie agli aerei e possiamo vederne molti altri sugli schermi. Ciò che conta è seguire il proprio desiderio e costruire la propria identità. In grandi città come New York, dove vivo, gli artisti provengono da molte culture e da molti paesi diversi. Oggi abbiamo l’opportunità di essere profondamente toccati dall’altro e questo è un qualcosa di fondamentale nel vissuto quotidiano, perché contribuisce a far dialogare, a confrontarsi tra diversi anziché a confliggere. W.H._Non considererei l’Oriente e l’Occidente come opposti. Ho sempre creduto che sia una questione di scelta personale. Il tema della Biennale Danza 2026 è Time Does Not Exist. Il vostro lavoro scava nella memoria, personale, familiare, storica. Come si relaziona alla guerra il tempo quando non è lineare, quando il passato non passa mai del tutto? E.O._Sento che il tempo esiste davvero. Nella nostra vita quotidiana, nei ricordi e nei desideri. Ma credo anche che il tempo scorra in modo grottesco e disomogeneo per il corpo e la mente di ciascun individuo. Il nostro presente contiene molti passati e molte possibilità future. La durata di un’emivita determina per quanto tempo una sostanza radioattiva rimane pericolosa o utile. Poiché ogni isotopo decade secondo un ritmo proprio, le loro emivite differiscono drasticamente, ma questo non significa che il tempo non esista. Significa soltanto che non può essere misurato con un unico metodo o da un solo punto di vista. Il tempo è complesso e radicale. Il nostro corpo mostra che il tempo si muove. W.H._Per come la vedo io, il tempo esiste dentro il corpo di ciascuno. Il trauma lasciato dalla guerra – la paura, il dolore, la fame… – non si dissolve mai nella memoria del corpo; un’intera generazione, o anche più generazioni, devono farsi carico della sofferenza causata dalla guerra.


W.H._Eiko has been teaching at universities in the United States. Last year, while we were rehearsing and touring there, we shared our work with students at schools in every city we visited and even invited them to participate in our creative process. Of course, I think this is far from enough. How to engage young people in social life is a major issue in today’s world. Between the two of you, you have experience in installations, site-specific performances, film and documentary. Yet What Is War chooses the theatre: a frontal, enclosed space, with a seated audience. What does that form offer that the others don’t, when the subject is war and memory? E.O._This piece took this form as our lead commissioner had a theater for us to premiere this piece. But we always chose more intimate theaters than big ones when we had a choice. This is a theatrical work with minimal set and simple but evocative light. We do not hide. We reveal. We also included projections and speaking. Altogether audiences are there from the beginning to the end unless they really cannot stomach it. In a theater different individuals understand and experience the piece differently but they are seeing the same scene at the same time in the order we construct. That is the beauty of theater, and we worked hard to create scenes and how they connect or rupture. We also have made a documentary film that is usually shown as a part of our residency, but unfortunately not this time. It is indeed possible for us to make another film on this piece or create installations or exhibitions. What we started was an offer from commissioners who have theaters. We like theaters but we both can work in other formats, which we very much might do on this piece, on this content: WHAT IS WAR. W.H._Watching this piece is an extremely challenging experience – even quite brutal for the audience. We do not seek to comfort the audience; they are forced to sit in the distant audience seats, and the question we pose is: War concerns everyone. The audience is compelled to grapple with this question in that dark space. For some, it is the first time they realize their own family is connected to war. During our performances in the United States, we often encountered audience members who shared their families’ war memories with us after the show.

What Is War, Wen Hui and Eiko Otake - Photo Jason Williams

You are artists of Eastern formation with long experience in the West – from Trisha Brown to Pina Bausch... Yet we have the impression that the flow in the other direction is insufficient. Few Western artists have deep experience of Eastern dance and theatre. How do you explain this? E.O._I cannot answer this question since it takes a wider and general view between East and West. That construct has been ever changing in detail in this world. Even in history some individuals traveled to Asia with deep interests and for a long time, Van Gogh was deeply influenced by Japanese wood cut, and the Polish director Wajda also said he was amazed when he first saw Japanese prints and paintings. Maybe because the colonization of Asia by many western countries made for uneven exchange? Or artists in the East were fed a view that they had a lot to learn from the West? I really should not answer this question. And I am more interested in focusing on individuals and their choices. I did not leave Japan because I wanted to learn from the West. I left Japan so as to go “somewhere else.” Lately many foreign places are felt closer by planes and we can see many “others” on screen. What’s important is to follow one’s desire and construct self. In big cities like New York where I live, artists are coming from many different cultures and many different countries. Now we can be deeply moved by “the other”, which is profound and another strong reason to stop wars. W.H._I wouldn’t view the East and the West as opposites. I’ve always believed it’s a matter of personal choice. Biennale Danza 2026 takes as its theme Time Does Not Exist. Your work excavates memory – personal, familial, historical. How does time relate to war when it is not linear, when the past never fully passes? E.O._I do feel time does exist. In our everyday life and in our memories and in our wishes. But I do think time moves grotesquely and unevenly for the body and mind of an individual different from others. Our present includes many pasts and future possibilities. The duration of a half-life dictates how long a radioactive material remains dangerous or useful. Because every isotope decays at its own pace, their half-lives differ drastically but that does not mean time does not exist. It just feels not measurable in one method or from one viewpoint. Time is complex and radical. Our body shows time moves. W.H._My understanding is that time exists within each person’s body. The trauma left by war – fear, pain, famine, and so on – never fades from the body’s memory; an entire generation, or even several generations, must bear the suffering brought about by war.

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them eye to eye. I was not alive during World War II but I heard stories and often their regrets from my elders that helped me to grasp the stories when I read. Reading can be a very strong experience itself if a reader is already absorbed in some connections to the contents and can FEEL emotions. I become naked in this piece. Seeing an old woman naked is an experience itself. It is not at all necessary that they understand or like what we do. But what is important for us is that young people might remember seeing us and hearing us. They can use that experience as their own. It is THEY who saw the piece and even if it was difficult that experience is still THEIR OWN. These analogue experiences as a reader, as a viewer, and in conversation keep humans as such.

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biennaledanza NUOVE COREOGRAFIE

Paradosso rituale © Eike Walkenhorst

Natura effimera «E se la danza fosse solo un modo per rendere visibile l’invisibile, anche solo per un istante, prima che scompaia di nuovo?» È un’indagine del potenziale creativo della materia inanimata quella che l’artista italiano Andrea Salustri ha voluto esplorare con la sua ultima coreografia Invisible. Romano di nascita e berlinese d’adozione, Salustri ha costruito il suo linguaggio artistico ai margini delle discipline: la strada prima, con il contact juggling e il fuoco, poi la danza e la coreografia alla HZT di Berlino. Un percorso che ha fatto della contaminazione il suo tratto distintivo, mescolando corpo, oggetti e teatro visivo in spettacoli che sembrano interrogare la materia sulla sua stessa esistenza. «Danzare con l’aria e la luce significa danzare con l’invisibile. Significa stare al limite di ciò che si può percepire, ascoltare ciò che non ha voce, muoversi con ciò che non si può trattenere» spiega il coreografo vincitore del Bando nazionale di Biennale Danza dedicato alle nuove coreografie, che con Invisible spinge lo sguardo verso ciò che di solito sfugge: la luce, l’aria, il vento, la nebbia. Elementi che non si mostrano, ma che danzano intorno a noi senza che ce ne accorgiamo. Lo spettacolo, una produzione de La Biennale di Venezia, è in scena in prima assoluta alle Tese dei soppalchi in Arsenale, il 21 e il 22 luglio. Diletta Rostellato ENG Andrea Salustri’s Invisible explores dance as a way to reveal the unseen, investigating the creative potential of inanimate matter. The Italian artist, trained between Rome and Berlin, blends disciplines such as contact juggling, fire performance, dance, and visual theatre. His work focuses on the interaction between body and elements like air, light, wind, and fog – forces that shape movement yet remain intangible. Through this choreography, Salustri invites audiences to perceive what usually escapes attention, engaging with subtle, fleeting phenomena. Presented at the Venice Dance Biennale, the piece highlights an experimental language that questions the limits of perception and the nature of presence. ANDREA SALUSTRI Invisible 21, 22 luglio Tese dei Soppalchi, Arsenale

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Sorprende il numero di candidature presentate al Bando nazionale e internazionale per le nuove creazioni coreografiche di Biennale Danza 2026: sono state 700 le domande di artisti e compagnie. Una cifra enorme che denota grande fermento nel panorama degli emergenti, ma che è anche sintomatica del supporto che i giovani artisti del mondo della danza cercano in istituzioni come La Biennale di Venezia affinché l’ambizione si possa affermare. Di fronte a un così grande numero di candidature crescono, quindi, curiosità e aspettativa attorno ai vincitori della sezione nazionale e internazionale. In particolare, ad aver vinto il bando internazionale è il coreografo neozelandese di origini maori Oli Mathiesen. Con Just Between Me and Jesus Mathiesen presenta una fusione elettrizzante di temi, estetica, generi e stili, come waacking e vogue fem. Sulle onde pulsanti della musica techno fa collidere rituali condivisi, devozione e senso di appartenenza in un’espressione di euforia collettiva. Attingendo all’universo della pista da ballo e dei rave come alle memorie collettive di ogni credo, Mathiesen esplora un paradosso, chiedendosi come i confini tra fede e fanatismo, tra ritualità e radicalismo, si possano confondere fino a dissolversi quando la devozione è totalizzante. Diletta Rostellato ENG The 2026 Venice Dance Biennale call for new choreographic works received an impressive 700 applications, reflecting strong vitality among emerging artists and their need for institutional support. This high number has heightened anticipation around the selected winners. The international prize was awarded to New Zealand choreographer of Māori origin Oli Mathiesen. His work Just Between Me and Jesus blends styles such as waacking and vogue fem with techno music, creating an energetic fusion of aesthetics and themes. Drawing from rave culture and shared rituals, the piece explores the blurred boundaries between faith and fanaticism, questioning how devotion can shift into radical expression. OLI MATHIESEN Just Between Me and Jesus 23, 24 luglio Teatro alle Tese, Arsenale


danza teatro musica circo cinema

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Remue Ménage 1/7 Fratelli dalla Via 2/7 OPV/Musica per i reali fuochi d’artificio 6/7 Chiara Frigo - Zebra 9/7 Xhuliano Dule 11/7 Daniele Albanese 14/7 Davide Enia 16/7 Giovanni Andrea Zanon/Tony Siqi Yun 17/7 Paolo Angeli 18/7 Garlitsky Quartet 20/7 Anagoor/Luca Altavilla 23/7 Anagoor 24/7 Paolo Fresu/Kind of Lives 26/7 Antonii Baryshevskyi 27/7 Mirko Artuso/Paolo Malaguti 28/7 Ayelen Parolin 29/7 Peppe Servillo/Fabrizio Bosso 30/7 Andrea Pennacchi/Massimo Carlotto 31/7 Bacàn/Diego Dalla Via 1/8 Enrico Ianniello/Pau Mirò 2/8 Stivalaccio Teatro 3/8 Opv/Coro Lirico Live 4/8 Eliot Quartett 5/8 Roberto Zappalà/Munedaiko 7/8 Roberto Zappalà/Ramin Bahrami 9/8 Daniele Martinelli 10/8 Mk 11/8 Circo El Grito/ Duo Kaos 3-4-5-6/9 Zenzero e Cannella 10-11/9 Collettivo 6tu 12-13/9 Città di

Bassano del Grappa

operaestate.it

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biennaledanza COLLEGE

Il College è parte integrante di ogni edizione di Biennale Danza, con un indirizzo programmatico sempre più definito: mettere in connessione i giovani talenti emergenti con i grandi maestri della scena contemporanea, tra classi, workshop, lavori di repertorio e nuove creazioni. Quest’anno sedici danzatori da tutto il mondo e due coreografi sono in residenza alla 20. Biennale Danza sotto la guida di Molissa Fenley, Maxine Doyle e dello stesso Wayne McGregor

ALLIEVI E MAESTRI The College is an integral part of every edition of Biennale Danza, with an increasingly defined programmatic direction: connecting young emerging talents with the great masters of the contemporary scene through classes, workshops, repertory works, and new creations. This year, sixteen dancers from all over the world and two choreographers are in residence at the 20th Biennale Danza under the guidance of Molissa Fenley, Maxine Doyle, and Wayne McGregor himself 52

ON TENDERNESS Molissa Fenley Tra le pioniere della danza postmoderna americana – ha fondato la sua compagnia nel 1977 e da allora ha firmato più di 85 lavori – Molissa Fenley costruisce On Tenderness attorno a una costellazione di immagini lontane tra loro nel tempo: gli affreschi etruschi di Tarquinia, il soffitto di Palazzo Grimani, gli Ignudi di Michelangelo nella Cappella Sistina, i colori di Matisse e le visioni di William Blake. A tenerle insieme è l’idea di tempo geologico, la scala lentissima con cui la natura si trasforma, applicata qui al corpo di sedici giovani danzatori di Biennale College. Il brano si sviluppa in segmenti di cinque minuti, scanditi dalla batteria dal vivo di Denardo Coleman – figlio del celebre Ornette – e da testi della latinista Hérica Valladares, studiosa della cultura classica greca e romana. La partitura coreografica si apre su una scansione di undici tempi, insolita rispetto alla più comune struttura in otto battute: ogni danzatore deve imparare a riconoscerla negli altri corpi in scena, correggendo il proprio conteggio per ritrovare un ritmo condiviso. È pezzo che richiede ai giovani interpreti di costruire fiducia reciproca attraverso il contatto fisico, prima ancora che attraverso la tecnica. «On Tenderness è un’opera sull’amore e l’affetto, la calma e la pace», racconta Fenley (vedi intervista p. 36). ENG Among the pioneers of American postmodern dance, Molissa Fenley builds On Tenderness around images distant in time: Etruscan frescoes, the ceiling of Palazzo Grimani, Michelangelo’s Ignudi, Matisse’s colors, and William Blake’s visions. Holding them together is the idea of geological time – the ultra-slow scale of nature’s transformation – applied to sixteen young Biennale College dancers. The piece unfolds in five-minute segments, punctuated by Denardo Coleman’s live drumming and texts by Latinist Hérica Valladares. The choreographic score opens on an unusual eleven-beat count: each dancer must recognize it in the others, adjusting their own rhythm to build mutual trust through physical contact. “On Tenderness is a work about love, affection, calm and peace,” Fenley explains (see interview on p. 36). 26, 27 luglio Tese dei Soppalchi, Arsenale


NUOVE CREAZIONI

HUBRIS Maxine Doyle Sul palco restano solo tavole bianche, un’austerità che si presta a farsi aula scolastica, posto di blocco, sala da banchetto, o zattera alla deriva: è la materia grezza con cui Maxine Doyle costruisce Hubris, pensato per i sedici allievi danzatori del College. Il titolo riprende il concetto greco di tracotanza, l’arroganza di chi sfida i limiti imposti dagli dei o dagli altri uomini, e lo applica all’architettura del potere nel mondo contemporaneo. Formatasi con un master in coreografia al Laban Centre di Londra, Doyle è dal 2002 la coreografa e co-direttrice artistica di Punchdrunk, con cui ha firmato produzioni immersive come Sleep No More e, più di recente, The Burnt City. Negli ultimi anni ha collaborato anche con l’artista visivo Es Devlin su installazioni di grande scala come Salamander, portando nella danza la stessa attenzione allo spazio e all’architettura che caratterizza il suo lavoro teatrale. La scenografia di Livi Vaughan e la coreografia di Maxine Doyle trasformano le tavole bianche in territori contesi, imbarcazioni, spazi tentacolari: un palcoscenico-continente dove il potere viene messo in scena, contrastato, e infine smontato pezzo per pezzo. Le luci di Yuka Hisamatsu scolpiscono lo spazio con precisione quasi chirurgica, allungando le ombre dei danzatori fino a farle diventare minacce o presenze autonome. ENG White boards on stage create an austerity that becomes a classroom, a checkpoint, or a drifting raft: raw material for Maxine Doyle’s Hubris, created for the sixteen College dancers. The title evokes the Greek concept of arrogance defying limits, applying it to contemporary power. Associate Director of Punchdrunk (Sleep No More), Doyle brings her signature focus on space and architecture here. Livi Vaughan’s set and Doyle’s choreography transform the boards into contested territories and sprawling spaces – a stage-continent where power is enacted and dismantled. Yuka Hisamatsu’s lighting sculpts the space with surgical precision, stretching the dancers’ shadows into autonomous threats. 26, 27 luglio Teatro alle Tese, Arsenale

Una riflessione sul tempo e sulla memoria, in linea con il tema del Festival, attraversa le nuove creazioni dei due vincitori del bando Biennale College Coreografi 2026: il duo polacco Julia Bentkowska e Julia Litwin, che firmano insieme Residue, e il coreografo tunisino Amine Mazhoud, di base a Bruxelles, autore di A Slow and Easy Day in Venice. Bentkowska e Litwin, entrambe danzatrici e coreografe formate tra Poznań e Łódź, lavorano da anni come duo, portando i loro pezzi anche su palchi internazionali come il SoloDuo Festival di New York. In un lavoro precedente, Mother, avevano già messo in scena il rapporto tra corpo umano e intelligenza artificiale, facendo interagire danza e tecnologia sul palco: un terreno che si ritrova nel percorso di Physical Thinking ideato quest’anno da McGregor con i danzatori del College, anch’esso costruito attorno a pratiche coreografiche e di intelligenza artificiale. Mazhoud è cresciuto a Tunisi, dove si avvicina da giovanissimo alla danza urbana. Nel 2019 si trasferisce in Belgio per studiare alla P.A.R.T.S. di Anne Teresa De Keersmaeker, dove si diploma nel 2022 e da cui parte per costruire un linguaggio coreografico personale. Dopo tre mesi di lavoro fianco a fianco con McGregor e il suo team – tra lezioni, prove e confronto diretto con gli artisti ospiti del festival – Bentkowska, Litwin e Mazhoud chiudono il proprio percorso con due opere che misurano la distanza tra formazione e linguaggio personale. ENG A reflection on time and memory inspires the new works of the Biennale College Choreographers 2026 winners: Polish duo Julia Bentkowska and Julia Litwin (Residue) and Brussels-based Tunisian choreographer Amine Mazhoud (A Slow and Easy Day in Venice). Bentkowska and Litwin, international performers, previously explored the relationship between human body and AI – a theme aligning with this year’s “Physical Thinking” path by McGregor. Mazhoud, trained in urban dance in Tunis, graduated from Anne Teresa De Keersmaeker’s P.A.R.T.S. in 2022 to build his personal language. After three months working alongside McGregor, they conclude their residency with two works measuring the space between training and personal voice. 29, 30 luglio Teatro alle Tese, Arsenale

TIME DOES NOT EXIST

Julia Bentkowska & Julia Litwin Amine Mazhoud

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biennaledanza PROGRAMMA

17/07 h. 11 > 20 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee h. 18 Arsenale, Teatro alle Tese

SOA RATSIFANDRIHANA FAMPITAHA, FAMPITA, FAMPITÀNA * (80’) A seguire, talk con l’artista h. 21 Teatro Malibran

EMANUEL GAT

FIVE DAYS IN THE SUN * (70’) produzione Emanuel Gat Dance co-produzione La Biennale di Venezia, Montpellier Danse, America Dance Festival, Festival de danse de Cannes, Pôle arts de la scène - La Friche Belle de mai, Theater Freiburg A seguire, talk con l’artista

18/07 h. 11 > 20 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee

19/07 h. 11 > 19 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee

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h. 18 Arsenale, Teatro alle Tese

h. 19 Teatro Piccolo Arsenale

FAMPITAHA, FAMPITA, FAMPITÀNA * (80’)

THE HERD/LESS ** (65’) co-produzione La Biennale di Venezia, Lalanbik, La Reunion, Dance Umbrella London a seguire Cerimonia di consegna Leone d’Argento

SOA RATSIFANDRIHANA h. 20 Teatro Piccolo Arsenale

MAMELA NYAMZA

THE HERD/LESS ** (65’) co-produzione La Biennale di Venezia, Lalanbik, La Reunion, Dance Umbrella London h. 21 Teatro Malibran

EMANUEL GAT

FIVE DAYS IN THE SUN * (70’) produzione Emanuel Gat Dance co-produzione La Biennale di Venezia, Montpellier Danse, America Dance Festival, Festival de danse de Cannes, Pôle arts de la scène - La Friche Belle de mai, Theater Freiburg

20/07 h. 11.30 Giardini – Biblioteca ASAC

VENT’ANNI DI FESTIVAL

FRÉDÉRIC FLAMAND, KAROLE ARMITAGE, VIRGILIO SIENI, MARIE CHOUINARD, WAYNE MCGREGOR

in conversazione con Sarah Crompton Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee

21/07 h. 11 > 21.30 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee

MAMELA NYAMZA

MAMELA NYAMZA h. 21.30 Arsenale, Tese dei Soppalchi

vincitore del bando nazionale per una nuova coreografia

ANDREA SALUSTRI

INVISIBLE *** (55’) produzione La Biennale di Venezia A seguire, talk con l’artista

22/07 h. 11 > 21 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee h. 19 Arsenale, Tese dei Soppalchi

vincitore del bando nazionale per una nuova coreografia

ANDREA SALUSTRI

INVISIBLE *** (55’) produzione La Biennale di Venezia h. 21 Arsenale, Teatro alle Tese

ELLE SOFE SARA

LÁHPPON/LOST * (70’) A seguire, talk con l’artista


h. 11 > 21 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee h. 18 Arsenale, Teatro alle Tese

vincitore del bando internazionale per una nuova coreografia

OLI MATHIESEN

JUST BETWEEN ME AND JESUS *** (55’) produzione co-produzione La Biennale di Venezia, Auckland Live, Perth Festival, Te Ahurei Toi o Tāmaki Auckland Arts Festival, Sydney Opera House A seguire, talk con l’artista h. 21 Arsenale, Teatro alle Tese

ELLE SOFE SARA LÁHPPON/LOST * (70’)

h. 21 Piazzale Divisione Acqui, Mestre

OMAR RAJEH

DANCE PEOPLE * (100’)

24/07 h. 11 > 20 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee h. 18 Arsenale, Teatro alle Tese

vincitore del bando internazionale per una nuova coreografia

OLI MATHIESEN

JUST BETWEEN ME AND JESUS *** (55’) produzione co-produzione La Biennale di Venezia, Auckland Live, Perth Festival, Te Ahurei Toi o Tāmaki Auckland Arts Festival, Sydney Opera House

h. 18 Arsenale, Teatro alle Tese

TEMPO * (60’) A seguire, talk con l’artista

coreografia MAXINE DOYLE HUBRIS *** (45’) produzione La Biennale di Venezia A seguire, talk con l’artista

KALLE NIO & FERNANDO MELO h. 21 Piazzale Divisione Acqui, Mestre

OMAR RAJEH

DANCE PEOPLE * (100’)

25/07 h. 11 > 20 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee h. 19 Teatro Piccolo Arsenale

KALLE NIO & FERNANDO MELO

BIENNALE COLLEGE DANZA DANZATORI

h. 21 Arsenale, Tese dei Soppalchi

BIENNALE COLLEGE DANZA DANZATORI coreografia MOLISSA FENLEY ON TENDERNESS SULLA TENEREZZA *** (30’) produzione La Biennale di Venezia A seguire, talk con l’artista h. 21 Teatro Malibran

BANGARRA DANCE THEATRE TERRAIN ** (65’)

27/07 h. 11 > 21 Arsenale, Sala d’Armi E

TEMPO * (60’)

VENT’ANNI DI FESTIVAL

h. 21 Teatro Malibran

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee

BANGARRA DANCE THEATRE TERRAIN ** (65’) A seguire, talk con gli artisti

26/07 h. 11 > 21 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee h. 12 Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne

Cerimonia di consegna Leone d’Oro alla carriera

BANGARRA DANCE THEATRE

LIFE LINES

h. 17 Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne

FREDERICK WISEMAN LA DANSE (158’) film

h. 18 Arsenale, Tese dei Soppalchi

BIENNALE COLLEGE DANZA DANZATORI coreografia MOLISSA FENLEY ON TENDERNESS SULLA TENEREZZA *** (30’) produzione La Biennale di Venezia h. 21 Arsenale, Teatro alle Tese

BIENNALE COLLEGE DANZA DANZATORI coreografia MAXINE DOYLE HUBRIS *** (45’) produzione La Biennale di Venezia

TIME DOES NOT EXIST

23/07

h. 20 Teatro Piccolo Arsenale

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biennaledanza PROGRAMMA

28/07

30/07

h. 11 > 19 Arsenale, Sala d’Armi E

h. 11 > 21 Arsenale, Sala d’Armi E

LIFE LINES

LIFE LINES

VENT’ANNI DI FESTIVAL Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee

VENT’ANNI DI FESTIVAL Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee

h. 18 Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne

h. 17 Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne

MOLISSA FENLEY

CRAZY HORSE (134’) film

talk con

A seguire

ELLIOT CAPLAN

FREDERICK WISEMAN

STATE OF DARKNESS: PART FOUR (64’) film

h. 18 Arsenale, Teatro alle Tese

29/07

RESIDUE *** (40’ TBC)

h. 11 > 21 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee h. 17 Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne

FREDERICK WISEMAN BALLET (170’) film

h. 21 Arsenale, Teatro alle Tese

BIENNALE COLLEGE DANZA COREOGRAFI Julia Bentkowska e Julia Litwin RESIDUE *** (40’ TBC)

Amine Mazhoud

A SLOW AND EASY DAY IN VENICE *** (40’ TBC) produzione La Biennale di Venezia A seguire, talk con gli artisti

BIENNALE COLLEGE DANZA COREOGRAFI Julia Bentkowska e Julia Litwin Amine Mazhoud

A SLOW AND EASY DAY IN VENICE *** (40’ TBC) produzione La Biennale di Venezia h. 18 Arsenale, Tese dei Soppalchi

MOLISSA FENLEY

STATE OF DARKNESS (34’) BARDO * (24’) A seguire, talk con l’artista h. 21 Arsenale, Teatro alle Tese

ADAM LINDER

DRIP TEKHNE * (60’) A seguire, talk con l’artista

h. 18 Teatro Piccolo Arsenale

WEN HUI + EIKO OTAKE WHAT IS WAR * (70’) A seguire, talk con gli artisti h. 19 Arsenale, Teatro alle Tese

ADAM LINDER DRIP TEKHNE * (60’)

h. 20 Arsenale, Tese dei Soppalchi

MOLISSA FENLEY

STATE OF DARKNESS (34’) BARDO * (24’) h. 21 Teatro Malibran

WINNDANCE COMPANY

SCIROCCO *** (120’) (DEATH IN VENICE 65’ + BRIDGE OF SIGHS 35’) produzione WINNDance Company co-produzione La Biennale di Venezia A seguire, talk con gli artisti

1/08 h. 11 > 20 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee h. 18 Teatro Piccolo Arsenale

WEN HUI + EIKO OTAKE

31/07 h. 11 > 20 Arsenale, Sala d’Armi E

VENT’ANNI DI FESTIVAL

LIFE LINES

Video installazione dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia Biennale Danza / Archivio Storico – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee H. 11 Ca’ Giustinian, Sala delle Colonne

JOHN NEUMEIER talk

WHAT IS WAR * (70’) h. 21 Teatro Malibran

WINNDANCE COMPANY

SCIROCCO *** (120’) (DEATH IN VENICE 65’ + BRIDGE OF SIGHS 35’) produzione WINNDance Company co-produzione La Biennale di Venezia

Il programma può subire variazioni *** Prima assoluta ** Prima europea * Prima italiana www.labiennale.org

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FESTA DEL

REDENTORE SABATO 18 LUGLIO 2026 Venerdì 17 luglio

Domenica 19 luglio

dalle ore 19:00

CANALE DELLA GIUDECCA

Apertura del ponte votivo che collega le Zattere con la Chiesa del Redentore all’isola della Giudecca, aperto fino alle ore 24.00 di domenica 19 luglio.

Ore 16.00

Regata dei giovanissimi su pupparini a 2 remi

Ore 16:45

Regata su pupparini a 2 remi

Ore 17:30

Regata su gondole a 2 remi

ore 23:00 VENEZIA, BACINO DI SAN MARCO Spettacolo pirotecnico in Bacino di San Marco.

Ore 19:00

Santa Messa Votiva presso la Chiesa del Redentore

INFO UTILI PER PARTECIPAREALL’EVENTO

Per assistere allo spettacolo pirotecnico, sia da terra sia dalla barca, è OBBLIGATORIO prenotare il proprio posto online, contingentato. Accedi a www.redentorevenezia.it per avere info su: • modalità di accesso e prenotazione per assistere allo spettacolo pirotecnico, da terra (aree di visibilità suddivise per settori Zattere, Piazzetta San Marco, Riva degli Schiavoni, Giudecca), o dall’acqua; • suddivisione delle aree di ormeggio per tipologia di imbarcazione; • informative sulla sicurezza della manifestazione

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LA NOTTE DEI FOGHI È una di quelle notti in cui la città se possibile assume un aspetto ancor più da favola. Sembra incredibile che tutto questo splendore sia a portata di sguardo e l’emozione di seguire i riti del Redentore non trasmette mai un senso di déjà-vu

tradition

Fabio Marzari

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Festa del Redentore 18 luglio Chiesa del Redentore e Bacino San Marco redentore.veneziaunica.it


I FONDAMENTALI

LA TAVOLA

Storia

Sarde in saor

Nella seconda metà del Cinquecento, in soli due anni, la peste nera si portò via più di un terzo della popolazione. Il Senato veneziano diede così ordine di costruire la Chiesa del Redentore come ex voto per liberare la città da questo flagello. Nel luglio del 1577 la peste fu debellata e vennero proclamati tre giorni di grande festa, che da allora ha il suo fulcro alla Giudecca, le cui rive, occupate da decine di tavole imbandite, risplendono di lampioncini gialli. ENG In the late 1500s, the black plague wiped out more than a third of the population of Venice in two years. The Venetian Senate ordered the construction of the Redentore Church as a vow to set the city free from the disease. In July 1577, the plague was over. Since that day, the Redentore feast is centred in the Giudecca Island.

Chiesa

Commissionata ad Andrea Palladio dal Senato veneziano, la Chiesa del Redentore rappresenta uno dei massimi capolavori architettonici del Rinascimento e fu terminata dopo la morte del celebre architetto (1580) da Antonio da Ponte, che ne rispettò fedelmente il progetto. La facciata, che a distanza emana il fascino di un bassorilievo, ha il tipico impianto palladiano con i timpani spezzati dalle semicolonne e l’elemento orizzontale che la contiene e la geometrizza. L’interno, intonacato di bianco, ha la grandiosa semplicità del tempio classico. La chiesa e la sagrestia sono ricche di opere d’arte di grande importanza fra cui spiccano i lavori di Tintoretto, Francesco Bassano, Paolo Piazza, Palma il Giovane e Alvise Vivarini. ENG Commissioned to Andrea Palladio by the Government of Venice, the Redentore Church is a masterpiece of Renaissance architecture and was completed after the death of Palladio himself (1580) by Antonio da Ponte, who kept true to the original design. The façade is as fascinating as a bas-relief and shows the typical Palladian style of split tympanum, half-columns, and a horizontal elements encircling the two. The whitewashed interior is as majestic as a classical temple. The church and the sacristy are decorated with beautiful masterpieces by Tintoretto, Francesco Bass- ano, Paolo Piazza, Palma il Giovane, and Alvise Vivarini.

Ponte Votivo

Costruito temporaneamente solo per la Festa, quest’opera ingegneristica lunga 330 metri, in legno e acciaio, è composta da 16 moduli galleggianti ancorati da pali e sorretti da 34 barche. Collega la Fondamenta delle Zattere alla Giudecca a ricordo di quello costruito, in soli quattro giorni, su ottanta galee e ricoperto da un ricco drappo, che collegava San Marco all’opposta riva della Giudecca nel primo solenne corteo del 1577. ENG The votive bridge is a 330 meters long work of engineering in wood and steel, composed of 16 floating modules anchored by poles and sustained by 34 boats. It links Fondamenta delle Zattere with Giudecca, in memory of the one built in only 4 days on eighty galleys and covered by rich drapery for the solemn procession of 1577.

Regata

La domenica, il canale della Giudecca viene restituito per poche ore a sua maestà il Remo. Una vera prova di forza fisica e intelligenza per governare al meglio l’imbarcazione, prendendo la giusta corrente lungo il percorso che dal Redentore segue il canale della Giudecca, il canale di Fusina e ritorno con arrivo nei pressi della Chiesa del Redentore. ENG The first challenge is for youths on two-oared pupparini, typical boats with a slender profile. A true test of physical strength and intelligence: it is necessary to control the boat with great care, finding just the right current along the route from the Redentore church along the Giudecca Canal, the Fusina Canal and back to the Redentore Church.

La ricetta pare risalga ai primi anni del 1300 e che sia nata dalla necessità dei marinai di conservare più a lungo il pesce. Il mix di cipolle e aceto permetteva al pesce di durare molto a lungo. ENG The word saor is none other than the Venetian rendering of savour, or seasoning, while the sarde are the humble sardines, which are fried and then set in layers with blanched onion, raisins, and pine nuts. The saor turns into a preserve after a few days of resting in the fridge. We know of recipes as old as the year 1300, minus the fridge. Apparently, the preserve allowed the fish to last longer, a feature treasured by Venetian seamen.

Bigoi in salsa

La ricetta ha radici molto antiche, alcuni la fanno risalire addirittura all’epoca di Marco Polo e rappresenta un piatto povero, ma molto ricco di sapore, un classico della cucina veneziana e veneta. Un tipo di pasta fatta in casa, la tradizione vorrebbe i bigoi di Bassano, condita con una salsa di acciughe e cipolla. ENG A very ancient recipe, back from the times of Marco Polo, they say. It is a poor dish, though rich in taste, and a classic of Venetian cuisine. The bigoi are a kind of thick spaghetti, seasoned with a sauce (salsa) of onion and anchovy.

Pasta e fasioi

Si possono utilizzare varie tipologie di pasta, anche se tradizione vorrebbe la “tiracca trevigiana”, i ditalini o il riso; i fagioli possono essere interi, macinati o mezzi e mezzi, dipende se si preferisce un piatto più o meno asciutto. Ottimi se serviti tiepidi, ma anche freddi sempre con un giro d’olio versato a filo. La tradizione prescrive una regola fondamentale: la provenienza dei fagioli, rigorosamente di Lamon, nel feltrino, a 600 metri di quota. ENG Pasta, you know what that is. Any kind will do (yes, I said that). Fasioi are beans: you boil them first, then you make up your mind, do you like them whole, mashed, or half and half? Let them rest for a bit, lukewarm is best for this dish, and it will go down better with a dash of olive oil stirred in. Tradition says that the best beans come from Lamon, in the Alps, just under 2000 feet above sea level.

Ànara col pien

Una ricetta veneta dei tempi lontani. L’uso di cucinare l’anatra col pien, cioè con un saporito ripieno a base di fegatini, soppressa e talvolta anche pinoli e amaretti, è tipico della notte del Redentore, quando le trattorie ancora fedeli alla tradizione la servono in tavola. ENG The Venetian dialect name of this recipe translates to stuffed duck and is quite an old one, back to the times when the occasion was so important that meat made it even to the humblest of homes and replaced the common Venetian meal – fish. The tradition of stuffing duck with a tasty filling of fowl liver, cured ground pork, and, according to taste, pine nuts and almonds, is typical of the Redentore feast.

Bovoleti consi

Le lumachine degli orti sono un tipico piatto da osteria, immancabile nelle allegre tavolate del Redentore. Si mangiano con le mani senza tanti fronzoli, togliendo dal guscio con uno stuzzicadenti il minuscolo gustoso animaletto. Facili da preparare: si stufa la cipolla con olio e molto aglio e si versano i bovoleti assieme ad abbondante prezzemolo, pepe e sale. ENG Escargots are associated, and rightly so, with gourmet French cuisine, but I will have you know that in Venice and the Venetia, they are common in every tavern and a staple of the Redentore Feast.The Feast is the most loved by Venetians and partying begins in the kitchen. Stew onion and garlic with olive oil, then add the escargots and season with parsley – lots of it – pepper, and salt.

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ADV: LOMBARDO / PISANI

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EVERYWHERE ELSE YOU CAN JUST MEET PEOPLE. 61


Intervista Cristiana Collu | Direttrice Fondazione Querini Stampalia

incontri

RIVOLUZIONE SENTIMENTALE

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La Fondazione è uno spazio in cui differenze, tempi e linguaggi non si escludono, ma trovano la possibilità di convivere e di generare combinazioni inattese. Non un sistema binario, ma una costellazione di relazioni di Mariachiara Marzari

C

ertamente il suo arrivo non è passato inosservato, tutti quelli che attraversano i magnifici e complessi spazi della Fondazione Querini Stampalia vengono investiti da un vento di energia nuova. È palpabile che sia in atto una “rivoluzione sentimentale”, che da un lato scava nelle radici della storia e dall’altro offre nuove prospettive della stessa, rivelando un enorme rispetto e azzardiamo “amore” verso un patrimonio non solo fatto di opere, oggetti, libri, spazi, ma anche di persone, idee, pensieri e azioni. Una valorizzazione che ridefinisce i termini dell’esporre, del creare cultura, del coinvolgere gli artisti e il pubblico. Determinata a seguire questa direzione, Cristiana Collu, storica dell’arte, curatrice, manager e docente universitaria, neo direttrice della Fondazione Querini Stampalia, senza proclami o ipercomunicazione social – da mesi aspettavamo questo incontro – sta attuando il suo mandato, costruendo di giorno in giorno la nuova identità della Fondazione e offrendo al pubblico una multi-visione del contemporaneo attraverso quattro diverse proposte espositive. Di seguito il suo pensiero.

Come definirebbe la Fondazione Querini Stampalia? Ogni definizione delimita e, in qualche misura, esclude. Mi sembra che la Querini resista felicemente a questa logica. Per sua natura è un luogo irriducibile a una sola categoria: più che un museo, più che una biblioteca, più che una casa o un centro culturale, è una forma complessa di coabitazione. Del resto, la vita eccede sempre le categorie che inventiamo per descriverla. Se dovessi cercare una definizione, la cercherei forse non nella tassonomia, ma nella teoria degli insiemi, nella nozione di dispositivo o nella poetica della relazione: uno spazio in cui differenze, tempi e linguaggi non si escludono reciprocamente, ma trovano la possibilità di convivere e di generare combinazioni inattese. Non un sistema binario fondato sull’alternativa, ma una costellazione di relazioni. Eppure, se dovessi scegliere una sola parola, direi: “untaggable”. Le cose più interessanti sono raramente quelle che si lasciano ridurre a un hashtag. La Querini appartiene a quella rara categoria di luoghi inesauribili, che continuano a produrre significati proprio perché non coincidono mai completamente con


Cristiana Collu - Photo Adriano Mura

Sentimental revolution

ENG

Upon her arrival, Cristiana Collu brought transformative energy to the Fondazione Querini Stampalia. A “sentimental revolution” is underway, one that excavates historical roots while opening new perspectives, revealing profound respect and love for a heritage encompassing not merely artworks and objects, but people, ideas, thoughts, and actions. This revaluation redefines exhibition practices, cultural creation, and artistic engagement. Without fanfare, the art historian, curator, manager, and university professor has been methodically constructing a new institutional identity while offering the public multiple visions of the contemporary through four distinct exhibitions. On institutional identity Every definition delimits and excludes; the Querini resists this logic. By nature, it is irreducible to a single category – more than a museum, library, house, or cultural centre. It is a complex form of cohabitation. Life always exceeds the categories we invent to describe it. Rather than seeking taxonomic definition, I would draw from set theory, the notion of device, or relational poetics: a space where differences, temporalities, and languages don’t exclude each other but coexist and generate unexpected combinations.

Not a binary system, but a constellation of relations. If forced to choose one word: “untaggable”. The most interesting things rarely reduce to hashtags. The Querini belongs to that rare category of inexhaustible places that continuously produce meaning precisely because they never fully coincide with any definition. This open, elusive, transgenerational nature renders it genuinely contemporary. Role in the artistic landscape Rather than “role,” I would speak of posture, perspective, attitude. The Querini brings a plurality of viewpoints to Venetian and international cultural discourse. It doesn’t assert a univocal vision but creates possibilities for unexpected encounters, crossings, and readings. Its uniqueness establishes it as a site where different disciplines, temporalities, and sensibilities coexist within a cultural mosaic built through accretion over time around a pre-existing structure capable of welcoming successive stratifications. Here, the past functions not as inert history but as an active reserve continuously generating new configurations and interrogating the present, weaving dense networks of relations across diverse communities of reference.

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incontri

CRISTIANA COLLU FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA una definizione. Credo che sia questa natura aperta, sfuggente e profondamente transgenerazionale a renderla così contemporanea. È stato da poco festeggiato il Q Day, il 157simo compleanno della Fondazione Querini Stampalia. Qual è il ruolo della Querini nel panorama dell’arte di Venezia e non solo? Forse, più che parlare di ruolo, parlerei di postura, sguardo, attitudine. In continuità con la sua natura irriducibile a una sola definizione, la Querini porta nel panorama culturale veneziano e internazionale una pluralità di prospettive. Non cerca di affermare una visione univoca, ma di rendere possibili incontri, attraversamenti e letture inattese. La sua unicità ne fa un luogo di elezione in cui discipline, tempi e sensibilità differenti convivono in un mosaico culturale costruito nel tempo per addizione, attorno a una preesistenza capace di accogliere stratificazioni successive, dove il passato non è inerte ma riserva attiva che continua a produrre nuove configurazioni e a interrogare il presente intrecciando una fitta rete di relazioni a partire dalle diverse comunità di riferimento. Fin dall’inizio del suo mandato come direttrice l’obiettivo sembra essere recuperare radici e identità della Fondazione per traghettarla nel futuro. Con quali criteri ha composto e comporrà questo percorso? Improvvisando e approssimandomi, letteralmente: nel primo caso si tratta di cogliere il proprio tempo, che ci sorprende sempre; nel secondo di avvicinarsi il più possibile a un obiettivo senza mai saturarlo. Uso una forma di orientamento che nasce da una genealogia, da un lavoro sul rapporto tra radici e futuro che è un processo di attivazione in cui memoria e promessa risultano inseparabili. Comporre questo percorso significa assumere la complessità come metodo. In questa prospettiva, il criterio non è l’ordine, ma la capacità di tenere insieme temporalità diverse senza ridurle a una sintesi, mantenendone invece la tensione trasformativa. La mostra The Dreamer, con il nuovo concept e allestimento della collezione in dialogo con artisti contemporanei, è un format caratterizzante che diventa manifesto di questa nuova visione. Come è nata l’idea della mostra? E come questo intreccio di arte antica e contemporanea diventa l’espressione di un rinnovato e fertile modo di vivere l’arte? È una modalità nella quale mi ritrovo e che ha caratterizzato molti dei miei progetti. L’idea della mostra, o meglio del riallestimento della collezione Querini come se fosse una mostra temporanea, o, meglio ancora, come se non fosse affatto una mostra ma il set di un film o il palcoscenico di un’opera teatrale, è una domanda sul modo in cui le immagini abitano il tempo. Più che un dialogo tra antico e contemporaneo, The Dreamer si fonda sull’idea che le opere non appartengano mai a un solo tempo, ma siano attraversate da stratificazioni che si riattivano continuamente nello sguardo presente. In questo senso quel luogo diventa un dispositivo di montaggio, una macchina temporale in cui il percorso espositivo non segue una cronologia ma una logica di relazioni, discontinuità e ritorni. Ogni sala funziona come una sequenza autonoma e, allo stesso tempo, come parte di un sistema più ampio in cui le opere si riscrivono reciprocamente. Non una narrazione unica, ma una giustapposizione critica di frammenti che cerca di produrre possibilità di senso nello spazio tra le

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cose. È in questo intervallo che il visitatore non è mai semplicemente spettatore, ma parte attiva di una costruzione percettiva. L’intreccio tra opere storiche e interventi contemporanei rende evidente che l’immagine non è mai statica, ma continua a generare forme di esperienza. Altre tre esposizioni, Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code, Nigel Cooke: Bad Habits, The Invisible Chord. Hans Hartung and Music, arricchiscono l’offerta culturale e artistica della Fondazione Querini Stampalia in occasione della Biennale Arte 2026. Su quali basi ha scelto di ospitare questi progetti e quali trame creano integrandosi tra loro? Se penso alla Querini come dispositivo espositivo, continuo a immaginarla come un multisala della visione: non un percorso unico, ma una pluralità di ambienti in cui linguaggi differenti coesistono e si attivano reciprocamente. In questa logica, Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code apre una riflessione sull’architettura del segno e sui sistemi che organizzano il visibile, dove la texture e il pattern diventano forma di pensiero e codice di costruzione del mondo. Nigel Cooke: Bad Habits sposta l’asse sulla pittura come campo di sedimentazione e reinvenzione, tra gesto, memoria e instabilità dell’immagine. The Invisible Chord. Hans Hartung and Music introduce invece una dimensione di sottrazione e vibrazione che dialoga indirettamente con la ricerca di John Baldessari, dove l’immagine si costruisce per montaggio, taglio e intervallo, trasformando la visione in un processo analitico e discontinuo. Insieme, queste tre mostre compongono un campo di relazioni tra pratiche differenti del visibile e modalità che interrogano, da prospettive diverse, la costruzione stessa dell’esperienza dell’immagine. Lavorare alla e per la Fondazione Querini Stampalia ha modificato la sua visione curatoriale? È impossibile non essere trasformati dalla combinazione Venezia + Querini: un’addizione più simile per complessità a una funzione matematica, un’operazione che interviene direttamente a interrogare il proprio modo di guardare, leggere, tradurre e trasmettere. Sono due luoghi così densi e fluidi allo stesso tempo che è impossibile resistergli, bisogna essere osmotici, farsi attraversare e seguire il ritmo psichico e cosmico di una città sull’acqua che incanta e ogni volta affascina e sorprende custodendo il suo mistero.

The Dreamer Dal 5 maggio Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code Fino 22 novembre Nigel Cooke: Bad Habits Fino 22 novembre The Invisible Chord. Hans Hartung and Music Fino 13 settembre www.querinistampalia.org


The Dreamer - Photo Adriano Mura - Courtesy Fondazione Querini Stampalia

Installation view, Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code, Fondazione Querini Stampalia © Ding Yi. Courtesy Lisson Gallery and ShanghART Gallery. Photography by George Darrell

Installation views, Hans Hartung et la musique. The Invisible Chord, Fondazione Querini Stampalia ©Photo Tanguy Beurdeley - Courtesy Hartung Bergman Foundation, Querini Stampalia Foundation and Perrotin

Strategic direction and methodology From the beginning, the objective has been recovering the Foundation’s roots and identity while transporting it into the future. I work through improvisation and approximation: grasping one’s own moment, which always surprises us, and approaching objectives without ever saturating them. My orientation emerges from genealogy by examining the relationship between roots and futurity as an activation process where memory and promise prove inseparable. Composing this trajectory means adopting complexity as method. Here, the criterion is not order but the capacity to hold diverse temporalities together without reducing them to synthesis, maintaining instead their transformative tension. The Dreamer exhibition This approach characterizes much of my work. Reconceiving the Querini collection as if it were a temporary exhibition, or better, as a film set or theatrical stage – questions how images inhabit time. Rather than dialogue between ancient and contemporary, The Dreamer posits that artworks never belong to a single temporal moment but contain stratifications continuously reactivated by present viewing. The space becomes a montage apparatus, a time machine following relational logic rather than chronology. Each room functions as an autonomous sequence while participating in a broader system where works reciprocally rewrite themselves. This is not singular narrative but critical juxtaposition of fragments producing meaning in the intervals between things. Here, the visitor is never merely spectator but active participant in perceptual construction. The interweaving of historical works and contemporary interventions reveals that images remain dynamic, continuously generating experiential forms. Concurrent exhibitions for the 2026 Biennale The Querini functions as a multiplex of visions: not a single path but multiple environments where different languages coexist and mutually activate. Cosmotechnics: Ding Yi as a Planetary Code opens reflection on sign architecture and systems organizing the visible, where texture and pattern become thought forms and world-construction codes. Nigel Cooke: Bad Habits shifts focus to painting as sedimentation and reinvention – between gesture, memory, and image instability. The Invisible Chord: Hans Hartung and Music introduces subtraction and vibration, indirectly dialoguing with John Baldessari’s research, where images construct themselves through montage, cutting, and interval, transforming vision into analytical, discontinuous process. Together, these three exhibitions compose a relational field between different visual practices, interrogating from diverse perspectives the very construction of image experience. Transformation through place Working at and for the Querini has fundamentally transformed my curatorial vision. The Venice + Querini combination – an addition complex as mathematical function – directly interrogates my ways of looking, reading, translating, and transmitting. Both are simultaneously dense and fluid, impossible to resist. One must become osmotic, allowing oneself to be traversed by the psychic and cosmic rhythm of a water city that perpetually enchants, fascinates, and surprises while guarding its mystery.

Nigel Cooke, The Nurture of Jupiter, 2024, Nigel Cooke: Bad Habits, Fondazione Querini Stampalia © Nigel Cooke - Courtesy Pace Gallery

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incontri CECILIA CANZIANI

Spirale viva Intervista Cecilia Canziani | Curatrice Padiglione Italia di Michele Cerruti But Dopo aver ascoltato Chiara Camoni raccontare Con te con tutto come una narrazione fatta di materia, gesti, presenze, relazioni e forme di co-autorialità (l’intervista è nel numero di maggio di Venews e sul nostro sito), lo sguardo si sposta ora su chi quel progetto lo ha accompagnato, pensato e tenuto insieme. Cecilia Canziani, curatrice del Padiglione Italia alla 61. Biennale Arte, condivide con l’artista un percorso lungo, costruito nel tempo, fondato su mostre, libri, amicizie e pratiche del fare insieme. In questa intervista racconta la nascita del progetto, la sua crescita come una spirale intorno allo studio di Chiara e la rete di persone, istituzioni e affetti che ha reso possibile la mostra. Ma Con te con tutto non si esaurisce nelle Tese delle Vergini: il Public Program ne amplifica le risonanze attraverso incontri, performance, esperienze condivise e incursioni a Venezia, articolandosi in tre appuntamenti fino ad ottobre. Una mappa viva, per continuare a stare “con” le opere. Da tantissimi anni lavori con Chiara in una forma di condivisione di idee e pensieri che è generativa per voi e per le persone che vi circondano. Come è nata l’idea della candidatura al Padiglione Italia? Quale è stata la scintilla iniziale di questo lavoro? In un certo senso è stato naturale, la prosecuzione di tanti progetti che hanno davvero punteggiato il nostro rapporto da quando ci siamo conosciute anni fa e che sono confluiti in questo contesto così speciale. Raccontiamo sempre di quando abbiamo visitato la Biennale due anni fa e proprio attraversando la mostra di Massimo Bartolini curata da Luca Cerizza ci siamo ripromesse di partecipare al processo di candidatura. Mi chiedi qual è stata la scintilla del nostro lavoro per la Biennale, e devo dire che l’immagine che abbiamo avuto all’inizio è molto fedele a quello che si incontra ora, visitando Con te con tutto. Di recente però mi sono capitate tra le mani due immagini che secondo me sembrano quasi anticipare il Padiglione. La prima è una fotografia in cui io e Chiara dialoghiamo a Palazzo Bentivoglio in occasione del Primo Festival degli Atti Irragionevoli, curato da Antonio Grulli. Davanti a noi c’è una scultura che ha la forma di una specie di piccola libreria, una struttura domestica, portatile, che fa spazio alle voci di altri autori. L’altra ritrae il dialogo tra quattro Sister in una sala della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, un lavoro commissionato nell’ambito della mostra Io dico io che ho curato con Lara Conte e Paola Ugolini in pieno Covid, e che rispondeva all’acquisizione da parte del museo dell’archivio di Carla Lonzi. Ecco, mi sembrano corrispondere alle due Tese, ed è una grande emozione vedere come effettivamente il lavoro di Chiara sia cresciuto negli anni e abbia acquisito una dimensione monumentale, pur non tradendo mai la sua verità. Padiglione Italia Tese delle Vergini, Arsenale www.contecontutto.it

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Cecilia Canziani e Chiara Camoni - Photo Camilla Maria Santini

Come definiresti Chiara Camoni e la sua pratica artistica? Che domanda difficile! Io penso che Chiara si definisca proprio attraverso la sua arte: in continua trasformazione come l’argilla, che è il suo medium d’elezione. Il Padiglione Italia ‘trasuda’ umanità, nel senso che sembra raccogliere pezzi di umano; un umano mai pacificato, spesso in conflitto, tuttavia sempre a confronto con il quotidiano. Un approccio diretto, di sensibilità, che si affianca ad un altro più concettuale, una riflessione su cosa sia oggi la storia dell’arte. In un modo del tutto antidiacronico, un materiale ancestrale come la terra, un’idea di scultura come azione antropologica, un sovrapporsi e un accogliere linguaggi diversi di più artisti suggeriscono un andamento fatto più di risonanze e meno di successioni. Cosa vive la gente che attraversa il Padiglione? Quando abbiamo iniziato a lavorare alla candidatura la conversazione ha coinvolto non solo me e Chiara ma tutto il gruppo. Insieme ci siamo immedesimati nel pubblico che avrebbe incontrato le opere. L’idea che l’incontro con le opere dovesse essere immediato, che i corpi di visitatori e visitatrici si sarebbero mescolati con le Sister e le Colonne che popolano la prima tesa, che la seconda sala dovesse consentire un ritmo differente e lasciare la possibilità di sostare nel Padiglione sono suggestioni emerse sin dall’inizio. Soprattutto desideravamo che la meraviglia, lo stupore, guidassero il pubblico. È una mostra generosa; le opere sono moltissime e piene di dettagli.


Living spiral

ENG

After listening to Chiara Camoni describe Con te con tutto as a narrative made of matter, gestures, relationships and forms of co-authorship (the interview appeared in the May issue of VeNews and on our website), attention shifts now to who accompanied, conceived and held that project together. Cecilia Canziani, curator of the Italian Pavilion at the 61st Art Biennale shares a long history with Chiara, slowly built on various collaborative elements through time. We can see in this interview the network that made this exhibition possible. Thanks to the Public Program, Con te con tutto expands its reach through multiple shared experiences and performances in Venice, taking place on three occasions through October. A living map to continue being “with” the work of art.

Padiglione Italia, Con te, con tutto - Photo Marco Zorzanello - Courtesy La Biennale di Venezia

Non cercavamo un colpo d’occhio, ma un incontro reale e profondo con la materia. Mi piace molto, quando torno nel Padiglione, guardare come si muovono le persone, vedere su cosa si soffermano, notare come si spostano nello spazio e percepire il loro silenzio, una sorta di reazione di rispetto davanti a questi ambienti così diversi tra loro. La prossimità è uno dei temi di cui avete parlato anche all’inaugurazione del Padiglione e che riguarda tutte le persone con cui collaborate e avete collaborato. Chiara l’ha definito “un tesoretto”. Come tenere insieme queste persone? Quale relazione privilegiata le unisce? Ho usato spesso la parola “festa” riferendomi al Padiglione, perché a entrambe questo progetto è sembrato il modo di celebrare non solo il rapporto che ci ha unite fra noi, ma anche con altre persone con cui avevamo collaborato. Il gruppo di lavoro si è così costruito come una spirale a partire dallo studio di Chiara, che ne è il fulcro. Da lì abbiamo coinvolto man mano Fiammetta Griccioli e Lucia Aspesi, che avevano curato la personale di Chiara ad HangarBicocca e a cui abbiamo affidato la sezione dei Dialoghi, di cui fanno parte anche le commissioni ad Alice Rohrwacher e Annamaria Ajmone, che a sua volta ha coinvolto un team meraviglioso. Nero, con cui anni fa avevamo realizzato il primo catalogo di Chiara, cura anche questa nuova edizione. Lungomare, con cui avevamo già lavorato a un piccolo e prezioso libro per bambini e a La giusta misura, per cui aveva sviluppato il progetto grafico, ha ideato il Public Program e la grafica della mostra e del catalogo. Elisa Del Prete, che ha seguito la

The initial spark of Con te con tutto It was natural, the development of so many shared projects that framed our relationship when we met merged in this current context. When we were at Massimo Bartolini’s exhibition at the Biennale two years ago we promised each other to participate in the candidacy. The spark, I must say, the image we had from the beginning is faithful to what we have created with Con te con tutto. Recently I found two images that seems to almost anticipate the Pavilion. The first is a photograph that shows Chiara and me speaking at Palazzo Bentivoglio at the Festival degli Atti Irragionevoli, curated by Antonio Grulli. In front of us there’s a sculpture that looks like a small library, a portable structure that makes space for other authors’ voices. The second image depicts the dialogue between four Sisters at the National Gallery of Modern Art in Rome, commissioned for the exhibition Io dico io, which I curated alongside Lara Conte and Paola Ugolini, and that was a response to the museums’ acquisition of Carla Lonzi’s archive. I feel that they correspond to both Tese, and it brings me great pleasure to have seen Chiara’s work develop through the years and reach monumental proportions, without ever betraying her truth. Chiara Camoni’s artistic practice I believe Chiara defines herself through her art: in continuous transformation like clay, which is her main medium. The visitors’ experience When we began to work on the nomination, the conversation involved the whole group, not just Chiara and me. We saw ourselves as the viewers themselves, observing our work. Several guiding intuitions emerged from the beginning: that the encounter with the works should be immediate, that the visitors’ bodies would mingle with the Sisters and Columns in the first Tesa; and that the second room should allow for a different rhythm and for the visitors to pause within the Pavilion. There was a desire for wonder and

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incontri CECILIA CANZIANI PADIGLIONE ITALIA

produzione, e Giulia Gaibisso, assistente curatrice del Padiglione, sono persone con cui ho condiviso un lungo percorso di lavoro e di scambio. Aventura ha seguito la progettazione: è un gruppo informale di architetti, con base tra Venezia, San Paolo e Parigi, che ci è stato presentato da uno dei collaboratori di Chiara. A marzo si è aggiunto Monkey Video Lab, con il progetto di realizzare un documentario. Anche il fundraising è stato costruito a partire da legami profondi: collezionisti, fondazioni culturali e sponsor raccontano rapporti di collaborazione e fiducia costruiti nel tempo. E, infine, questa immaginaria spirale si è allargata per comprendere il team della Biennale e della Direzione Generale Creatività Contemporanea, che ci hanno affiancato e che non hanno mai fatto mancare sostegno e aiuto. È una costellazione di persone legate a noi e tra di loro in molte maniere, una rete di affetti che ha reso possibile realizzare Con te con tutto. Un importante Programma Pubblico di incontri ed eventi arricchisce e sottolinea i diversi temi toccati dal Padiglione. In che relazione si pone questa parte ‘attiva’ rispetto alla parte espositiva? Il Programma Pubblico, che è stato sviluppato da Lungomare, declina alcune suggestioni offerte dal lavoro di Chiara ponendo al centro la vocalità, il fare come atto condiviso e la materia come soggetto attivo di relazione. Mi piace molto che abbia un’impostazione dialogica, nel senso che tutti gli appuntamenti mettono in relazione in maniera costitutiva almeno due soggetti. Ad esempio, in ciascuno dei tre weekend è prevista una visita alla mostra in forma di conversazione tra due persone accanto a un incontro seminariale, che è invece l’occasione di far incontrare due istituzioni educative diverse. L’aspetto della ricerca è molto forte e questo lo rende un programma aperto anche al rischio e alla sperimentazione. Un altro punto importante è la relazione con Venezia, coinvolgendo istituzioni e realtà culturali del territorio come Ocean Space TB21, Forte Sant’Andrea, Spazio Punch, il coro del Circolo Arci Franca Trentin Baratto, NICHE, Microclima, l’Accademia di Belle Arti, Iuav e molti altri. Per noi era importante creare un rapporto di scambio e reciprocità tra il Padiglione e la città che ci ospita. Infine, il Programma Pubblico dialoga anche con uno strumento di approfondimento che abbiamo immaginato più come un reader o un manuale che come un catalogo tradizionale. Ci interessava esplorare l’interconnessione tra strumenti diversi: un’energia che fluisce tra le pagine del catalogo, il Public Program, che dalla piazza della seconda tesa ci porta nella città, e la mostra. Nel primo incontro i protagonisti sono la poesia e l’urbanistica. Da un lato Annalisa Metta, che si occupa di città nei suoi aspetti ibridi di commissione tra il selvatico e l’umano, dall’altro Giorgiomaria Cornelio, una delle voci della poesia italiana contemporanea più sofisticate. Come stanno insieme? Il selvatico e l’ibrido emergono come categorie produttive per pensare le città e i paesaggi che abitiamo sia nel lavoro di Annalisa Metta, sia nel poema che Giorgiomaria Cornelio ha scritto a partire dalle suggestioni del lavoro di Chiara nel Padiglione. Nel primo appuntamento abbiamo avuto la gioia di incontrare anche Ilaria Gianni, che si è confrontata con Annalisa Metta sul mostruoso e il meraviglioso, e Giorgio Andreotta Calò, con cui abbiamo esplorato il

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Padiglione Italia, Con te, con tutto - Photo Marco Zorzanello - Courtesy La Biennale di Venezia

Forte dell’Isola di Sant’Andrea insieme ad Annalisa, ai suoi studenti e a NICHE. Questa apertura cerca, in un certo senso, di rispondere a quella proposta di mondo in costruzione, di futuro, fondato su altre basi, che il Padiglione avanza e a cui In Minor Keys ci richiama con urgenza. Proseguendo, nel secondo e nel terzo weekend ci sono voci straordinarie, come quella della pensatrice Adriana Cavarero e della scrittrice e poetessa della memoria Esther Kinsky, ma anche del raffinato Felice Cimatti. Qual è l’idea di ricerca che questo programma suggerisce? Il secondo appuntamento propone un riavvicinamento al mito, al rituale, ai saperi arcaici come forme alternative di conoscenza, mentre l’ultimo esplora la voce come strumento di memoria oltre i confini linguistici e culturali. Lo sguardo archeologico, minerale di Esther Kinsky, il lavoro di Felice Cimatti sull’animalità, il pensiero di Adriana Cavarero ci permettono di ripensare il modo in cui siamo nel mondo, e per me risuonano fortemente con il lavoro di Chiara. Penso con emozione alle parole che ascolteremo e a come fluiranno e prenderanno spazio accanto alle opere.


and catalogue’s graphics. Elisa Del Prete (production) and Giulia Gaibisso (assistant curator) are two people with whom I shared a long process of work and exchange. Aventura oversaw the design process: an informal group of architects based between Venice, São Paulo, and Paris. In March Monkey Video Lab joined the team. Fundraising, too, was built around deep relationships with collectors, cultural foundations and sponsors: trust built through time. And, finally, this imaginary spiral extended to include the Biennale team, who stayed by our side and were always a source of support and help. A constellation of interconnected people, a network of affection that made Con te con tutto possible. The Public Program The Public Porgram, developed by Lungomare, develops some of the suggestions Chiara’s work offers centering around acting as a shared state and matter as an active subject of connection. I relish the fact that it has a dialogic approach, in the sense that each occasion establishes a connection between at least two subjects. For example, on each of the three weekends a visit to the exhibition is scheduled as a form of conversation between two people, followed by a seminar, oppositely linking two educational institutions. The research aspect is very strong, and this makes the program open to experimentation. Another important point of reference is with Venice, including institutions and cultural entities from the area such as Ocean Space TB21 and Iuav, amongst others. It was important for us to create a relationship based on exchange and reciprocity between the Pavilion and the city. The Public Program uses tools for in-depth analysis which we envisioned as a type of manual as opposed to the traditional catalogue. We were interested in exploring the interconnections between different tools: an energy that flows through the catalogue’s pages, the Public Program, that takes us from the space of the second Tesa into the city, and the exhibition itself.

astonishment to guide the public. It is a generous exhibition; the works are various and detailed. We searched for a true and profound encounter with the matter. I really enjoy watching how the people move inside the Pavilion, seeing what catches their eye, making notes of how they react to the space and perceiving their silence, almost as an act of respect when confronted by these different settings. Proximity as a central theme I often used the word “celebration” in reference to the Pavilion, because to both of us this project felt like a way to celebrate not only the relationship that brought us together, but also those with other people we have worked together. The group formed itself like a spiral starting from Chiara’s studio as a fulcrum. From here we brought in Fiammetta Griccioli and Lucia Aspesi, who had previously worked with Chiara and who we trusted with the Dialoghi section, along with Alice Rohrwacher and Annamaria Ajmone’s commissions. Nero, who helped create Chiara’s first catalogue, curates this new edition as well. Lungomare, another past collaborator, conceived the Public Program and the exhibition

The wild and the hybrid The wild and the hybrid emerge as productive categories to imagine the city and landscape we inhabit in both Annalisa Metta’s work and in Giorgiomaria Cornelio’s poem based on the suggestions of Chiara’s work in the Pavilion. In the first meeting we had the pleasure of listening to Ilaria Gianni, who shared ideas with Annalisa Metta on the monstrous and the wonderous, and Giorgio Andreotta Calò, with whom we explored the fortress on Sant’Andrea Island. This opening seeks to respond to the Pavilion’s proposal of a world in the making, of a future based on different premises, one of which In Minor Keys reminds us with urgency. The myth and the ritual The second event proposes a renewed engagement with myth, ritual and archaic thought as alternative forms of knowledge, while the final one explores the voice as a memory tool beyond linguistic and cultural barriers. Esther Kisnky’s archeological gaze, Felice Cimatti’s work on animality, Adriana Cavarero’s school of thought allow us to rethink the way in which we exist in the world, and this rings true in Chiara’s work for me. I think warmly of the words that we will hear and how they will flow and take space alongside the artworks.

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incontri DU HAI JUN

Architetture emotive Intervista Du Hai Jun | Chronicles of the Floating City di Mariachiara Marzari Du Hai Jun (Jiangsu, Cina, 1978) indaga l’esperienza estetica e sociale della città contemporanea attraverso una pittura a olio che si muove tra figurazione e costruzione, restituendo la densità degli spazi abitativi e la frammentazione del paesaggio metropolitano. Le finestre assumono un ruolo centrale come punti di osservazione che condensano microstorie, tensioni sociali e memorie collettive, mentre le griglie architettoniche emergono come struttura ricorrente del vivere moderno. Al centro, il rapporto tra individuo, comunità e architettura. Abbiamo incontrato l’artista a Venezia, a Cavana Gallery, dove fino al 29 luglio è in corso la sua mostra Chronicles of the Floating City, una selezione di opere (32 tra dipinti a olio su tela e alluminio e sculture) che costruiscono un universo abitato di vite. L’architettura, in particolare la città vista attraverso le sue finestre, è il soggetto privilegiato della mostra in corso a Cavana Gallery. Quale i motivi di questa scelta? E quale significato ideale assume nel nostro contemporaneo? L’architettura è per me molto più di una struttura fisica: è una traccia della presenza umana, una testimonianza silenziosa del modo in cui abitiamo il mondo. Ho scelto di concentrarmi sulle finestre perché rappresentano un punto di confine, una soglia tra l’interno e l’esterno, tra la dimensione privata e quella collettiva. Quando osservo una facciata, non vedo soltanto un edificio; immagino le vite che si svolgono dietro quelle aperture, le storie, le attese, le assenze. Le finestre diventano così una sorta di ritratto indiretto dell’umanità contemporanea. Non mostrano le persone, ma ne evocano la presenza. Nel nostro tempo, caratterizzato da una crescente densità urbana ma anche da una diffusa sensazione di isolamento, la finestra assume un significato particolare. È uno strumento di osservazione, ma anche un simbolo della distanza che spesso separa gli individui. Attraverso le mie opere cerco di riflettere su questa condizione: siamo sempre più vicini fisicamente e, allo stesso tempo, spesso più lontani sul piano emotivo. La città contemporanea diventa quindi una metafora della società globale: un insieme di esistenze che convivono, si sfiorano, si sovrappongono, senza necessariamente incontrarsi davvero. Le finestre raccontano proprio questa tensione tra connessione e separazione, tra visibilità e mistero, che considero uno dei temi centrali del nostro presente. Architettura, memoria e identità collettiva: la capacità di immaginare mondi personali che diventano universali sembra una delle caratteristiche fondamentali del suo lavoro. Come sviluppa il suo immaginario? Du Hai Jun. Chronicles of the Floating City Fino 29 luglio Cavana Gallery, Rio Terà Foscarini, Dorsoduro 909/C www.bigeyesvision.com

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© Du Hai Jun

Il mio immaginario nasce sempre da un’esperienza personale, da qualcosa che ho visto, attraversato o semplicemente percepito. Tuttavia, non mi interessa raccontare una storia autobiografica nel senso stretto del termine. Cerco piuttosto di trasformare un’esperienza individuale in un’immagine aperta, capace di accogliere anche la memoria e l’immaginazione di chi osserva. L’architettura è uno degli strumenti che utilizzo per questo processo. Le città conservano le tracce del tempo, delle trasformazioni sociali, delle speranze e delle ferite di una comunità. Quando dipingo un edificio, una finestra o un paesaggio urbano, non sto documentando un luogo specifico, ma sto cercando di evocare una condizione umana. L’architettura è per me una sorta di archivio emotivo, un contenitore di storie visibili e invisibili. La memoria riveste un ruolo fondamentale nel mio lavoro. Non la considero una registrazione fedele del passato, ma qualcosa di mutevole, che si ricostruisce continuamente attraverso il ricordo, l’oblio e l’immaginazione. Per questo le mie immagini non sono mai descrittive in modo realistico: preferisco lasciare zone di ambiguità, spazi vuoti che permettano allo spettatore di entrare nell’opera. Credo che l’identità collettiva si formi proprio in questo punto di incontro tra memoria individuale e memoria condivisa. Se dovesse riassumere la mostra Chronicles of the Floating City in un’unica opera, quale sceglierebbe per raccontare chi è Du Hai Jun? Quale caratteristica della sua arte la rende distinguibile? Sceglierei una delle opere della serie Urban Window. In queste immagini riconosco molti dei temi che compongono il mio percorso:


Emotional architectures ENG

Du Hai Jun (Jiangsu, China, 1978) explores the aesthetic and social experience of the contemporary city through oil paintings that shift between figuration and construction, capturing the density of living spaces and the fragmentation of the metropolitan landscape. Windows play a central role as observation points that condense micro-histories, social tensions and collective memories, while architectural grids emerge as a recurring structure of modern life. The result is a reflection on the relationship between architecture, the individual and the community. We met the artist in Venice, at the Cavana Gallery, where his exhibition Chronicles of the Floating City is currently on display until 29 July. The exhibition features a selection of works (32 pieces, including oil paintings on canvas and aluminum, and sculptures), that create a living world full of lives.

l’architettura come testimonianza della presenza umana, il rapporto tra memoria e tempo, e la ricerca di ciò che rimane celato dietro ciò che vediamo. La finestra è un elemento semplice e universale, ma possiede una grande forza simbolica. È una soglia tra interno ed esterno, tra spazio privato e dimensione collettiva. Permette di osservare e, allo stesso tempo, protegge il mistero di ciò che si trova oltre. In questa tensione tra visibile e invisibile ritrovo una metafora della condizione contemporanea e del nostro modo di relazionarci agli altri. Se dovessi indicare l’aspetto più riconoscibile della mia ricerca, parlerei della trasformazione del paesaggio urbano in uno spazio emotivo. La città non è un semplice soggetto da rappresentare, ma un organismo vivente che conserva tracce di vite, ricordi e cambiamenti. Anche quando l’architettura occupa il centro della composizione, il vero tema resta sempre l’essere umano e il suo rapporto con il tempo. Mi interessa inoltre che le opere mantengano una dimensione di silenzio e sospensione. Non cerco narrazioni definitive, ma immagini capaci di suggerire possibilità e generare domande. Credo che sia proprio questa apertura interpretativa a definire il mio lavoro: creare spazi in cui ogni osservatore possa riconoscere qualcosa di sé, trovandosi allo stesso tempo di fronte a ciò che ancora non conosce. Come le sue “Cronache” entrano in contatto visivo con la potenza architettonica di Venezia? Venezia occupa un posto speciale nell’immaginario di chiunque si interroghi sul rapporto tra città, memoria e tempo. Per questo motivo considero particolarmente significativo presentare

Architecture, and in particular the city as seen through its windows, is the central theme of the exhibition at Cavana Gallery. What are the reasons behind this choice? And what symbolic significance does it hold in our contemporary world? Architecture is much more than a physical structure to me: it is a trace of human presence, a silent testimony to the way we inhabit the world. I chose to focus on windows because they represent a boundary, a threshold between inside and outside, between the private and the collective sphere. When I look at a façade, I do not see only a building; I imagine the lives unfolding behind those openings, the stories, the expectations, and the absences. In this sense, windows become a kind of indirect portrait of contemporary humanity. They do not show people, yet they evoke their presence. In our time, marked by increasing urban density but also by a widespread sense of isolation, the window takes on a particular significance. It is a tool for observation, but also a symbol of the distance that often separates individuals. Through my work, I try to reflect on this condition: we are physically closer to one another than ever before, yet often more distant on an emotional level. The contemporary city thus becomes a metaphor for global society: a collection of lives that coexist, brush against one another, and overlap without necessarily truly meeting. Windows express precisely this tension between connection and separation, between visibility and mystery, which I consider one of the defining themes of our present time. Architecture, memory and collective identity: the ability to imagine personal worlds that become universal seems to be one of the fundamental characteristics of your work. How do you develop your imagination? My imagery always begins with a personal experience – something I have seen, lived through, or simply sensed. However, I am not interested in telling an autobiographical story in the strict sense of the term. Rather, I try to transform an individual experience into an open image, one that can also embrace the memory and imagination of the viewer.

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incontri DU HAI JUN

Claudia Pozzi, Du Hai Jun, Alessandra Pozzi, Zhaoxiang Wu

Chronicles of the Floating City in una città che, più di molte altre, sembra vivere in una condizione sospesa tra realtà e visione. Le mie “cronache” non raccontano Venezia in modo diretto, ma entrano in dialogo con alcune delle sue caratteristiche più profonde. Venezia è una città che si costruisce attraverso stratificazioni continue: ogni edificio, ogni facciata, ogni finestra custodisce tracce di epoche diverse e testimonia il passaggio di innumerevoli vite. Anche il mio lavoro nasce dall’idea che l’architettura sia un archivio della memoria collettiva, un luogo in cui il tempo lascia segni visibili e invisibili. Esiste poi un’altra affinità che considero importante. Nelle mie opere la città appare spesso come uno spazio sospeso, in cui la presenza umana è suggerita più che rappresentata. Venezia possiede una qualità simile: è una città estremamente concreta e al contempo quasi immateriale, costruita sull’acqua, attraversata dai riflessi, incessantemente trasformata dalla luce. Questa dimensione di instabilità e di apparente fragilità entra in risonanza con il concetto stesso di “floating city” che dà il titolo alla mostra. La mostra presenta anche la serie Quando il fumo si dirada, dedicata ai conflitti e alle guerre che continuano a lasciare segni profondi nella società contemporanea e nel nostro Pianeta. Qui le città sono devastate. Quali urgenze intercettano queste opere? La serie Quando il fumo si dirada nasce da una riflessione sul momento che segue la distruzione, quando il rumore delle armi cessa e rimangono le conseguenze, spesso destinate a durare molto più a lungo del conflitto stesso. Non ero interessato a rappresentare la guerra come evento spettacolare o cronaca immediata; volevo piuttosto interrogarmi sulle tracce che essa lascia nei luoghi, nelle persone e nella memoria collettiva. Le città devastate che compaiono in queste opere non appartengono necessariamente a un luogo preciso. Sono immagini che raccolgono realtà diverse, perché purtroppo la distruzione causata dai

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conflitti continua a manifestarsi in molte parti del mondo. Attraverso queste architetture ferite cerco di raccontare una vulnerabilità che non riguarda soltanto gli edifici, ma la condizione umana stessa. L’urgenza principale che queste opere intercettano è quella della memoria. Viviamo in un tempo in cui le immagini dei conflitti scorrono rapidamente davanti ai nostri occhi e rischiano di essere consumate con la stessa velocità con cui vengono prodotte. L’arte può invece offrire uno spazio di rallentamento e di riflessione, invitandoci a osservare ciò che resta dopo l’emergenza mediatica: le ferite, le assenze, la difficoltà della ricostruzione materiale ed emotiva. Allo stesso tempo, queste opere parlano di responsabilità e di consapevolezza. Le guerre non modificano soltanto il destino di intere comunità, ma trasformano il paesaggio, l’ambiente e il patrimonio culturale che appartiene a tutti. Quale significato personale assume questa mostra in occasione di Biennale Arte nel suo percorso artistico? Presentare Chronicles of the Floating City a Venezia durante il periodo della Biennale Arte assume per me un significato speciale. La Biennale è un momento in cui artisti, culture e idee provenienti da tutto il mondo si incontrano e si confrontano. Essere presenti in questo contesto significa avere l’opportunità di dialogare con un pubblico internazionale e di mettere il proprio lavoro in relazione con sensibilità e punti di vista molto differenti tra loro. Venezia è una città che sento particolarmente vicina alla mia ricerca. È una città costruita sulla memoria, sulle stratificazioni del tempo e sull’incontro tra culture. Camminando tra le sue calli e osservando le sue architetture si percepisce continuamente il dialogo tra passato e presente. Sono aspetti che ritrovo anche nel mio modo di guardare alla città e al paesaggio urbano. Questa mostra rappresenta per me un momento importante perché riunisce i vari aspetti del mio lavoro. Da una parte ci sono le opere dedicate alle finestre e agli spazi urbani, che parlano di memoria, identità e presenza umana. Dall’altra c’è la serie Quando il fumo si


Architecture is one of the tools I use in this process. Cities preserve the traces of time, social transformations, hopes, and the wounds of a community. When I paint a building, a window, or an urban landscape, I am not documenting a specific place; I am trying to evoke a human condition. Architecture becomes a kind of emotional archive, a container of both visible and invisible stories. Memory plays a fundamental role in my work. I do not see it as a faithful record of the past, but as something fluid and constantly reconstructed through remembrance, forgetting, and imagination. For this reason, my images are never purely descriptive or realistic. I prefer to leave areas of ambiguity – empty spaces that allow viewers to enter the work through their own experiences. I believe that collective identity is formed precisely at the point where individual memory and shared memory meet. When a work is able to awaken a recollection, a feeling of familiarity, or a personal reflection in people from different backgrounds, something deeply intimate can become universal. It is this possibility of connection that I continually seek to explore in my work. If you had to sum up the exhibition Chronicles of the Floating City in a single work, which one would you choose to convey who Du Hai Jun is? What aspect of his art makes it distinctive? If I had to choose a single work to represent Chronicles of the Floating City, I would choose one from the Urban Window series. In these images, I recognize many of the themes that have accompanied my artistic journey: architecture as a testimony to human presence, the relationship between memory and time, and the search for what remains hidden behind what we see. A window is a simple and universal element, yet it carries a powerful symbolic meaning. It is a threshold between inside and outside, between private space and the collective sphere. It allows us to observe while at the same time protecting the mystery of what lies beyond. In this tension between the visible and the invisible, I find a metaphor for contemporary life and for the way we relate to one another. If I were to identify the most distinctive aspect of my work, I would describe it as the transformation of the urban landscape into an emotional space. I do not see the city as a subject to be represented, but as a living organism that preserves traces of experiences, memories, and change. Even when architecture occupies the center of the composition, the true subject remains the human being and their relationship with time. I am also interested in preserving a sense of silence and suspension within my works. I do not seek to offer definitive narratives, but rather images that suggest possibilities and raise questions. I believe it is this openness to interpretation that defines my practice: creating spaces where each viewer can recognize something of themselves while simultaneously encountering something unknown. How do his “Chronicles” engage visually with the architectural grandeur of Venice? Venice holds a special place in the imagination of anyone who reflects on the relationship between city, memory, and time. For this reason, I find it particularly meaningful to present Chronicles of the

Floating City in a place that, more than many others, seems to exist in a suspended state between reality and vision. My “chronicles” do not portray Venice directly, but they enter into dialogue with some of its deepest qualities. Venice is a city built through continuous layers of history: every building, every façade, every window preserves traces of different eras and bears witness to countless lives that have passed through it. My work is also rooted in the idea that architecture is an archive of collective memory, a place where time leaves both visible and invisible marks. There is another affinity that I find especially important. In my works, the city often appears as a suspended space in which human presence is suggested rather than explicitly represented. Venice possesses a similar quality: it is at once extremely tangible and almost immaterial, built upon water, shaped by reflections, and constantly transformed by light. This sense of instability and apparent fragility resonates strongly with the very idea of the “floating city” that gives the exhibition its title. More than a formal comparison between architectures, I see this as a meeting of sensibilities. The works invite viewers to see the city as a living organism, made not only of stone and matter, but also of memories, absences, imagination, and expectation. In this sense, Venice is not simply the place that hosts the exhibition; it becomes an integral part of its meaning. The exhibition also features the series When the Smoke Clears, which explores the conflicts and wars that continue to leave a deep mark on contemporary society and our planet. Here, cities lie in ruins. What pressing issues do these works address? The series When the Smoke Clears grew out of a reflection on what happens after destruction – when the noise of weapons fades away and only the consequences remain, often lasting far longer than the conflict itself. I was not interested in depicting war as a dramatic spectacle or as immediate reportage. Instead, I wanted to reflect on the traces it leaves behind in places, in people, and in collective memory. The devastated cities that appear in these works do not necessarily belong to a specific location. They are images that bring together different experiences and realities, because the destruction caused by conflict continues, unfortunately, to affect many parts of the world. Through these wounded architectures, I try to speak about a vulnerability that concerns not only buildings, but the human condition itself. The main urgency these works address is memory. We live in a time when images of conflict pass rapidly before our eyes and risk being consumed as quickly as they are produced. Art can instead offer a space for slowing down and reflection, inviting us to look at what remains after the media attention has faded: the wounds, the absences, and the difficult process of both physical and emotional reconstruction. At the same time, these works speak about responsibility and awareness. Wars do not only alter the destiny of entire communities; they also transform landscapes, environments, and cultural heritage that belong to all of us. When a city is damaged or destroyed, what is lost is not only a collection of buildings, but also a part of our shared human memory.

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incontri DU HAI JUN

© Du Hai Jun (particolare)

dirada, che affronta il tema delle ferite lasciate dai conflitti. Sono lavori diversi, ma nascono dalla stessa attenzione verso le tracce che il tempo e la storia lasciano nei luoghi. Non considero questa mostra un punto di arrivo, ma una tappa del mio cammino. Venezia e la Biennale sono uno stimolo a continuare la ricerca, a pormi nuove domande e a cercare nuove modalità per raccontare il rapporto tra le persone, la memoria e le città che abitiamo. Quale arte e quali artisti hanno esercitato un’influenza nella sua arte? Le influenze che hanno contribuito a formare il mio lavoro sono molte e provengono da esperienze diverse. Sicuramente le mie radici culturali hanno avuto un ruolo importante. Sono cresciuto in Cina e credo che una certa sensibilità verso il tempo, il silenzio e l’osservazione continui a essere presente nella mia maniera di guardare il mondo e di costruire le immagini. Allo stesso tempo ho sempre guardato con interesse all’arte occidentale. Artisti come Edward Hopper o Giorgio de Chirico mi hanno colpito per la loro capacità di trasformare gli spazi in luoghi carichi di atmosfera e di emozione. Ammiro il modo in cui riescono a suggerire storie e stati d’animo senza raccontarli esplicitamente. Più in generale, mi attraggono gli artisti che riflettono sul rapporto tra memoria, città e identità. Non tanto per il loro stile, quanto per la loro capacità di osservare il paesaggio e di leggere nei luoghi i segni lasciati dal tempo e dalle persone. Detto questo, le influenze più importanti non provengono soltanto dall’arte. Nascono anche dai viaggi, dall’architettura, dalla letteratura, dal cinema e dalla vita quotidiana nelle città. Camminare in una strada sconosciuta, osservare una finestra illuminata o una facciata

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segnata dal tempo può essere per me fonte di ispirazione quanto la visita a un museo. Più che seguire modelli precisi, cerco di lasciare che tutte queste esperienze confluiscano naturalmente nel mio lavoro. È dall’incontro tra culture, ricordi, immagini e osservazioni quotidiane che ha origine il mio linguaggio artistico. Quanto è importante l’aspetto tecnico nel suo lavoro? L’aspetto tecnico è molto importante nel mio lavoro, ma non lo considero mai il punto di partenza. Per me la tecnica è uno strumento che permette a un’idea, a un ricordo o a un’emozione di prendere forma. Per questo dedico molta attenzione ai materiali, alla composizione, alla luce e al colore: ogni scelta contribuisce a costruire l’atmosfera dell’opera e la sua percezione in chi la osserva. Quando lavoro, tecnica e contenuto crescono insieme. I temi che affronto richiedono ogni volta un linguaggio visivo adeguato. Le stratificazioni, le trasparenze e le sovrapposizioni che spesso utilizzo non sono soltanto soluzioni formali: mi aiutano a suggerire la complessità delle esperienze umane e delle storie che si accumulano nei luoghi. Allo stesso tempo, penso che la tecnica debba rimanere al servizio dell’opera. Mi interessa che chi guarda entri prima in contatto con l’emozione o con la riflessione che l’immagine può suscitare, e solo dopo con il processo che l’ha generata. Quando la tecnica diventa troppo evidente, rischia di allontanare l’attenzione da ciò che l’opera vuole comunicare. Con il tempo ho imparato che la qualità di un lavoro non dipende dalla perfezione. Anzi, spesso sono proprio le piccole variazioni inattese o gli elementi meno controllati a dare vita all’immagine. Cerco sempre un equilibrio tra rigore e libertà, tra controllo e apertura.


© Du Hai Jun (particolare)

For this reason, I see When the Smoke Clears not only as a reflection on destruction, but also on resilience. Even in the most damaged landscapes, memory survives, and with it remains the possibility of rebuilding – not only physically, but culturally and emotionally as well. What personal significance does this exhibition in occasion of the Venice Biennale hold for you in the context of your artistic career? Presenting Chronicles of the Floating City in Venice during the Biennale Arte has a special meaning for me. The Biennale is a moment when artists, cultures, and ideas from all over the world come together and engage in dialogue. Being part of this context offers a valuable opportunity to connect with an international audience and to place my work in conversation with different perspectives and sensitivities. Venice is a city that feels particularly close to the themes I explore in my work. It is a city built on memory, layers of history, and the meeting of different cultures. Walking through its streets and observing its architecture, one constantly senses a dialogue between past and present. These are the same qualities that inspire the way I look at cities and urban landscapes. This exhibition is especially important to me because it brings together different aspects of my artistic practice. On one hand, there are the works focused on windows and urban spaces, which explore memory, identity, and human presence. On the other, there is the series When the Smoke Clears, which reflects on the scars left by conflict. Although these bodies of work are different, they are connected by the same interest in the traces that time and history leave behind in places. I do not see this exhibition as a destination, but rather as a stage in an ongoing journey. Venice and the Biennale encourage me to continue exploring, to ask new questions, and to search for new ways of reflecting on the relationship between people, memory, and the cities we inhabit. Which art forms and artists have influenced your work? The influences that have shaped my work are many and come from different experiences. My cultural roots have certainly played an important role. I grew up in China, and I believe that a particular sensitivity to time, silence, and the observation of places continues to inform the way I look at the world and construct my images. At the same time, I have always been deeply interested in Western art. Artists such as Edward Hopper and Giorgio de Chirico have inspired me through their ability to transform spaces into places

© Du Hai Jun (particolare)

charged with atmosphere and emotion. Although my work is very different from theirs, I admire the way they suggest stories and states of mind without explicitly narrating them. More broadly, I am drawn to artists who explore the relationship between memory, the city, and identity. What interests me is not so much their style, but their way of observing the landscape and reading within it the traces left by time and by human lives. That said, the most important influences do not come from art alone. They also emerge from travel, architecture, literature, cinema, and the everyday observation of cities. Walking through an unfamiliar street, noticing a lit window, or looking at a façade marked by time can be just as inspiring to me as visiting a museum. Rather than following specific models, I try to allow all of these experiences to enter my work naturally. My artistic language grows out of the meeting point between cultures, memories, images, and everyday observations. How important is the technical aspect of your work? The technical aspect is very important in my work, but I never see it as an end in itself. Technique is the language through which an intuition, a memory, or a reflection can be transformed into an image. For this reason, I pay great attention to materials, composition, light, color, and the quality of the pictorial surface. These elements do not simply define the appearance of a work; they help create an atmosphere and shape a specific emotional experience. In my creative process, technique and content develop together. When I address themes such as memory, urban identity, or the wounds left by conflict, I always search for the visual form best suited to expressing them. Layers, transparencies, overlaps, and variations in texture are not merely aesthetic choices; they become tools for evoking the passage of time, the complexity of human experience, and the traces that history leaves behind in places. At the same time, I believe that technique should remain somewhat discreet. What interests me is that viewers first connect with the emotion, reflection, or question that the work generates, and only later become aware of the process behind it. Technical quality is essential, but it should support meaning without imposing itself as the main subject. Over time, I have learned that technical mastery is not the same as perfection. What truly matters is finding a balance between control and openness, allowing space for the unexpected. Very often, it is precisely the unforeseen variations and small imperfections that make an image feel more authentic and closer to reality. For this reason, I consider technique an essential tool, but always one that serves the vision and the artwork’s ability to create a dialogue with those who encounter it.

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MEMORIE PLURALI Un’istituzione culturale deve possedere uno spazio capace di incarnarne l'identità nell'immaginario e nella memoria collettiva. La Biennale doveva avere un luogo che la rappresentasse Paolo Baratta di Roberta De Rossi

O

arte

ltre 200 metri di possenti capriate, carri

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ponte in ghisa, immense vetrate. Gli 8 mila metri quadrati che nella storia dell’Arsenale di Venezia ospitarono le Officine e i Magazzini del Ferro (edificio gemello e parallelo alle sinora ben più celebri Corderie) si animeranno presto di studiosi e artisti. Qui – dopo uno storico e al contempo altamente tecnologico restauro – La Biennale di Venezia ha, infatti, posto la nuova casa del suo Archivio Storico delle Arti Contemporanee. Nei prossimi mesi, diranno addio al Parco Scientifico Vega di Marghera verso la nuova sede di Castello i 4 mila manifesti che testimoniano ogni singola attività della Biennale sin dalla prima esposizione internazionale del 1895; documenti, scambi epistolari con gli artisti, curatori, governi; centinaia di migliaia tra fotografie, lastre, diapositive (dalle prime immagini color seppia alla perfezione nitida digitale dell’ultima generazione), video installazioni, riprese di ogni spettacolo di arte, architettura, danza e teatro; 4.000 partiture che hanno dato ‘voce’ alla Biennale Musica; 3.500 opere donate dagli artisti dell’Esposizione d’Arte, con le infinite rassegne stampa che raccontano La Biennale edizione per edizione; progetti a migliaia che raccolgono la visione della convivenza degli uomini e delle donne con la realtà urbana e l’ambiente della Biennale di Architettura. Se a giugno il restauro è stato presentato, sarà nel 2027 – a trasloco avvenuto – che questi spazi prenderanno vita. E, nell’obiettivo della Biennale, da arte creeranno arte. Tanto che ora l’ASAC ha anche un nuovo nome, che ne è anche manifesto programmatico: Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee, Arsenale di Venezia. «Il Centro sarà aperto a tutti 365 giorni all’anno e con la Biblioteca si fa luogo di osmosi tra la memoria e il futuro», racconta la direttrice Debora Rossi «Qui è raccolta la memoria della Biennale in tutte le sue decliCentro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee Magazzini del Ferro, Arsenale www.labiennale.org/it/asac

nazioni, che si alimenta di anno in anno. E dallo studio di questo giacimento culturale nascerà nuova materia creativa, viva: nuovi spettacoli, nuove opere, nuove idee. Saranno spazi aperti a tutto il pubblico per la consultazione cartacea e multimediale dei fondi dell’Archivio. Ci sarà anche un ristorante». Il colpo d’occhio, all’affaccio sul nuovo spazio, è di stupore: il salone del Magazzino del Ferro ospiterà nei suoi soppalchi tecnologici tavoli di studio e nel vasto parterre convegni, letture pubbliche, creazioni artistiche alimentate da 200 studenti già in residenza. L’edificio dei Congegnatori e Aggiustatori, lungo 90 metri, vede già installati piani di scaffali dei box climatici “rosso Biennale” dedicati alla conservazione. Il recupero è costato 38 milioni di euro, parte del fondo da 169 milioni che il Ministero della Cultura ha destinato alla Biennale per il recupero degli spazi dell’Arsenale, che il Comune di Venezia le ha dato in concessione. Il progetto di restauro è stato firmato dallo studio TA Torsello Architettura, il “nuovo volto” dallo studio dell’architetto Ottavio di Blasi & Partners, la struttura dallo Studio Milan Ingegneria, mentre i lavori sono stati eseguiti dall’impresa Setten Genesio. «Corre parallelo alla Biennale di Venezia il suo Archivio, e lo fa da 131 anni», ha dichiarato il Presidente Pietrangelo Buttafuoco, ringraziando i suoi predecessori Paolo Baratta e Roberto Cicutto, «la lungimiranza dei fondatori ha difatti garantito sin da subito all’Istituzione una sua memoria: oggi è l’Archivio delle Arti Contemporanee più vasto al mondo e adesso è anche centro di produzione. Qui saranno custoditi e conservati i documenti cartacei e multimediali che costruiscono giorno dopo giorno la storia della Biennale. Qui gli studenti, gli studiosi ma anche i giovani protagonisti dei College, selezionati dai direttori artistici dei settori, avranno un punto di riferimento per la loro ricerca scientifica. Venezia è città luogo dove le libertà mentali, spirito critico, dialettica e disobbedienza accompagnano la creatività viva e sempre plurale».


Body as Archive - Photo Jacopo Salvi - Courtesy La Biennale di Venezia

T

he Venice Biennale is transforming a vast indus-

trial complex within the Arsenale, once home to the Iron Workshops and Warehouses, into the new headquarters of its Historical Archive of Contemporary Arts. Covering 80,000+ square feet and characterized by imposing trusses, cast-iron structures, and expansive glass surfaces, the restored buildings will soon host scholars and artists, following a major renovation that combines historical preservation with advanced technology. The archive’s extensive collections, soon to be relocated from the inland suburb of Marghera, include posters documenting every Biennale since 1895, correspondence, photographs, videos, musical scores, artworks, and architectural projects, forming one of the richest repositories of contemporary arts in the world. Set to fully open in 2027, the archive is being reimagined not just as a storage space but as a dynamic cultural centre, now renamed the International Centre for Research on Contemporary Arts. Its mission is to foster a dialogue between memory and future

creativity, encouraging new artistic production through research and public engagement. Open year-round, it will provide access to both physical and digital materials, alongside spaces for study, events, and social interaction. The architectural redesign integrates modern facilities such as mezzanine study areas, climate-controlled storage units, and large halls for conferences, performances, and creative activities, already involving students in residency. Supported by significant public funding, the project reflects a broader vision of revitalizing the Arsenale as a hub for culture and innovation. As Biennale President Pietrangelo Buttafuoco emphasizes, the archive has accompanied the institution for over 130 years, preserving its evolving identity. Today it becomes not only the world’s largest archive of contemporary arts but also a centre for knowledge, experimentation, and production, reinforcing Venice’s role as a vital space for intellectual freedom, critical thought, and creative plurality.

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arte

a cura di Maria Laura Bidorini

61. BIENNALE ARTE IN MINOR KEYS

SU FREQUENZE MINORI Non era mai successo prima che una curatrice della Biennale morisse appena cinque mesi dopo esser stata nominata, ma Koyo Kouoh, di origini camerunensi, in quel poco tempo è riuscita a definire il progetto, scegliere gli artisti e decidere il bellissimo titolo In Minor Keys. Leggenda vuole che Koyo avesse riunito il team a Dakar, in un giardino ricco di manghi, ogni curatore sceglieva alcuni artisti, quando un nome veniva scelto, cascava un mango, quasi a confermare la loro scelta. La mostra è legata al giardino, alla comunità, al cortile, alle scuole. Il titolo “toni minori” è legato alla musicalità non urlata, al sussurro, alle cose ai margini che poi sono quelle che determinano la storia. Lo sguardo si sposta verso artisti africani e della diaspora, o provenienti dall’Asia e da tutti i Sud del mondo, la presenza europea e nord americana è ridottissima, anche se moltissimi artisti si sono formati in Europa e Stati Uniti. Nella mostra l’aspetto sensoriale è importante, qui si vede, si sente e si annusa: l’odore crea atmosfera, il suono dà una connotazione emotiva ed emozionale. L’allestimento creato dal team Wolff Architects è perfetto, la mostra non è divisa in sezioni, il percorso è fluido, drappi blu indicano le soglie da varcare attraverso la poesia che ritroviamo ovunque. La mostra comincia già fuori, sul pronao del Padiglione Centrale. Otobong Nkanga ha rivestito le quattro colonne moderniste con mattoni veneziani, vasi in vetro di Murano, piante rampicanti e piccoli rifugi per insetti. Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust trasforma l’architettura celebrativa in un organismo esposto alla crescita e al tempo. La facciata diventa una soglia vivente, il primo segnale della Biennale concepita da Koyo Kouoh, costruita sull’ascolto, sulla cura e sulla capacità della materia di custodire le vite cancellate. All’interno, gli stendardi color indaco disegnano il ritmo delle sale. Il percorso elaborato da Koyo Kouoh si articola attraverso quattro atmosfere: santuari, processioni, riposo e scuole. Conviene lasciarsi guidare dalle risonanze. Entriamo in uno spazio blu (il blu indaco ci seguirà lungo tutto il percorso, qui e all’Arsenale). Al centro irrompe Amistad Takeover di Big Chief Demond Melancon, un gigantesco abito cerimoniale arancione, coperto di piume di struzzo, perline e ricami. Appartiene alla tradizione del Black Masking di New Orleans e racconta la rivolta del 1839 sulla goletta La Amistad. Sengbe Pieh, conosciuto anche come Joseph Cinque, compare mentre assume il controllo della nave. L’abbigliamento diventa archivio storico, scultura da indossare e corpo collettivo, la memoria acquista il ritmo di una processione. Poco oltre si entra idealmente nel cortile-studio di Issa Samb, artista, poeta e animatore del Laboratoire Agit Art di Dakar. Bambole, maschere, vestiti sospesi, parti di elettrodomestici e oggetti raccolti compongono un ambiente refrattario alla compostezza museale. Le cose sembrano ancora coinvolte in conversazioni e rituali. La sezione dedicata a Samb funziona come un santuario laico. A lui si affianca Beverly Buchanan, le cui costruzioni anti-monumentali, shacks, evocano abitazioni precarie, comunità afroamericane e In Minor Keys Padiglione Centrale, Giardini www.labiennale.org

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luoghi segnati da memorie irrisolte. Le due aree chiariscono uno dei nuclei di In Minor Keys, qui l’opera vive dentro una rete di relazioni e continua a generare incontri oltre la scomparsa del suo autore. La terracotta introduce in un territorio popolato da presenze incerte. Seyni Awa Camara modella esseri con piedi larghi, occhi sporgenti e anatomie sospese fra l’umano e l’animale. Provengono dai sogni dell’artista e dalla tradizione ceramica della Casamance. Nella grande assemblea di Celia Vásquez Yui, gli animali della foresta amazzonica formano un consiglio. Ogni specie possiede, secondo la cosmologia Shipibo, uno spirito materno. Le sculture guardano chi le guarda e suggeriscono una politica interspecifica fondata sui diritti della natura. La mostra cambia scala con Maria Magdalena Campos-Pons e Kamaal Malak. Nel monumentale acquerello dedicato a Koyo Kouoh e Toni Morrison (le prime donna africana a curare la Biennale Arte e la prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura), le due figure emergono fra magnolie e segni votivi, ingrandite fino ad assumere l’autorità di icone. Le basse frequenze del paesaggio sonoro di Malak attraversano la sala e trasformano il ritratto in una presenza fisica. Il lutto per la curatrice si lega alla gratitudine, alla genealogia delle donne nere e alla capacità delle voci di sopravvivere attraverso altre voci. Con Wangechi Mutu si entra in un Eden ricostruito da una prospettiva africana ed eco-femminista. Un’enorme scopa di rami e capelli sposta terra rossa e fondi di caffè disegnando cerchi; una forma simile a un ventre gravido occupa il suolo; corna, cristalli, libri e figure ibride compongono una cosmologia della creazione. Il giardino originario diventa uno spazio da curare incessantemente, attraversato dalla forza generativa del femminile. Le sale successive alternano memoria privata e contro archivio. Sohrab Hura dispone fittamente i suoi pastelli: abbracci, animali domestici, stanze e corpi in lutto trasformano la vita quotidiana in un diario emotivo. Vera Tamari affida a centinaia di piccoli ulivi d’argilla la fragilità del paesaggio palestinese. Pio Abad ridisegna manufatti saccheggiati e conservati nei musei occidentali, facendo riemergere storie di appropriazione coloniale. Adebunmi Gbadebo usa terra rossa proveniente dai luoghi di sepoltura della piantagione True Blue, insieme a riso e capelli, per creare recipienti funerari dedicati agli antenati schiavizzati, Hala Schoukair rivisita le passeggiate nel bosco con la nonna artista, Leonilda Gonzales disegna spose rivoluzionarie, vittime delle discriminazioni, Sammy Baloji scolpisce statue simili alle antiche sculture rubate sotto il colonialismo belga, Buhlebezwe Siwani utilizza il sapone verde per sculture di corpi femminili marginalizzati. Il percorso termina negli spazi delle Scuole, affidati a istituzioni artistiche nate dal basso come Denniston Hill e il Nairobi Contemporary Art Institute. Qui è possibile sedersi, leggere, discutere e sostare. L’esposizione rinuncia alla corsa enciclopedica fra un’opera e l’altra e restituisce valore alla pausa. Il Padiglione Centrale diventa anche una struttura di ospitalità, dove il museo rallenta, la storia si lascia interrogare dagli oggetti e le tonalità minori acquistano la forza quieta di una comunità in ascolto.


GIARDINI OVERVIEW

On minor frequencies

ENG

In Minor Keys, Padiglione Centrale, Giardini - Photo Jacopo Salvi - Courtesy La Biennale di Venezia

In Minor Keys, Padiglione Centrale, Giardini - Photo Jacopo Salvi - Courtesy La Biennale di Venezia

It had never happened before that a Biennale curator died just five months after her appointment, yet in that brief time Koyo Kouoh, of Cameroonian origin, managed to define the project, select the artists, and choose the beautiful title In Minor Keys. Legend has it that Koyo gathered her team in Dakar, in a garden filled with mango trees: each curator would propose artists, and when a name was chosen, a mango would fall, as if confirming the decision. The exhibition is rooted in the idea of the garden, of community, of the courtyard and the school. The title “minor keys” evokes a subdued musicality, a whisper, the marginal elements that ultimately shape history. The focus shifts toward African artists and those from the diaspora, as well as voices from Asia and the Global South; European and North American presences are minimal, though many artists were trained there. The exhibition privileges sensory experience: here one sees, hears, and smells. Scent creates atmosphere, sound produces emotional resonance. The installation, designed by Wolff Architects, is seamless: there are no rigid sections, only a fluid path marked by blue drapes that signal thresholds to cross, echoing the poetry found throughout. The exhibition begins outside, on the portico of the Central Pavilion. Otobong Nkanga has clad its columns with Venetian bricks, Murano glass vessels, climbing plants, and small insect shelters. Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust transforms celebratory architecture into a living organism shaped by growth and time, setting the tone for a Biennale built on listening, care, and the persistence of erased lives. Inside, indigo banners structure the rhythm of the space. The journey unfolds through four atmospheres: sanctuaries, processions, rest, and schools. Big Chief Demond Melancon’s Amistad Takeover dominates one room, a monumental ceremonial garment from the Black Masking tradition of New Orleans, recalling the 1839 revolt aboard La Amistad. Nearby, Issa Samb’s environment evokes a studio-like courtyard filled with objects still engaged in ritual and dialogue, functioning as a secular shrine. Works by Beverly Buchanan and others explore memory, precariousness, and community. Throughout, the exhibition shifts scale and meaning, from intimate reflections to monumental presences. It highlights interdependence, ancestral memory, and alternative cosmologies, while honouring figures like Koyo Kouoh and Toni Morrison. The final sections invite visitors to pause, read, and reflect, rejecting an encyclopaedic pace in favour of stillness. The Central Pavilion becomes a space of hospitality, where history slows down and “minor tones” reveal the quiet power of a listening community.

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a cura di Maria Laura Bidorini

61. BIENNALE ARTE IN MINOR KEYS

COME UN RESPIRO Lasciandoci alle spalle il brusio di Venezia, entriamo nelle Corderie dell’Arsenale. Il primo invito della Biennale Arte 2026 sembra quasi un esercizio respiratorio: rallentare, abbassare le spalle, accordare lo sguardo. In Minor Keys, la mostra concepita da Koyo Kouoh e realizzata dopo la sua morte dal team curatoriale da lei scelto, chiede al visitatore una disponibilità rara: ascoltare le opere prima di classificarle. All’ingresso, il tono è stabilito dall’incontro tra un dipinto severo di Issa Samb e If I Must Die, la poesia scritta da Refaat Alareer poco prima di essere ucciso a Gaza. Le parole introducono subito uno dei fili dell’esposizione: la possibilità che l’arte custodisca una voce quando il corpo che l’ha pronunciata è scomparso. Da qui in avanti, grandi drappi color indaco scendono dalle travi e sfiorano il pavimento. Vi compaiono versi e frammenti di Toni Morrison, Etel Adnan, Ben Okri. Funzionano come soglie, pause visive e segnali di orientamento lungo i trecento metri delle Corderie. Pochi passi conducono dentro Khalil di Khaled Sabsabi. Otto schermi disposti in cerchio avvolgono il visitatore con immagini fluide, bisbigli e profumo di oud. Khalil significa amico intimo, compagno. L’opera costruisce uno spazio raccolto nel cuore delle Corderie, quasi una camera interiore ricavata dentro l’architettura militare della Serenissima. Qui si comprende il metodo della mostra, che procede per risonanze, come in un’improvvisazione jazz, alternando dissonanza, silenzio e ripresa. In una sala oscurata incontriamo Interlaced di Berni Searle. La video installazione a tre canali è girata nella camera gotica del municipio di Bruges. L’artista sudafricana usa il proprio corpo come presenza rituale, appare velata, avvolta nell’oro, con le mani coperte di foglia dorata. Lo splendore fiammingo si incrina davanti al ricordo del Congo di Leopoldo II, della ricchezza coloniale e delle mani mozzate ai lavoratori che fallivano le quote imposte. Anche il suono intreccia mondi: le campane della torre civica, che scandivano la vita cristiana di Bruges, assumono il ritmo di una chiamata islamica alla preghiera. Poco oltre, Daniel Lind-Ramos assembla legno, metallo, tessuti e oggetti recuperati in sculture che evocano la fuga degli schiavi e la formazione delle comunità maroon dei Caraibi. Materie umili, memorie diasporiche e forme rituali occupano lo spazio con una forza trattenuta. Le ceramiche scure di Ranti Bam appaiono come corpi cavi, presenze protettrici modellate attraverso la pressione fisica dell’artista sull’argilla. La visita richiede soste. The Wanda Coleman Songbook di Cauleen Smith offre divani e tappeti davanti a quattro grandi schermi con scene quotidiane di Los Angeles che accompagnano composizioni nate dai versi della poetessa afroamericana Wanda Coleman. La sala diventa un luogo di ascolto condiviso. Subito dopo, Carrie Schneider spinge la fotografia verso una dimensione quasi architettonica. Lunghissimi rotoli di immagini si accumulano e salgono verso il soffitto, trasformando la memoria visiva in materia, sequenza, vertigine. Le tele monumentali del keniota Kaloki Nyamai occupano la parete In Minor Keys Corderie, Arsenale www.labiennale.org

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come apparizioni collettive. Corpi e volti neri, relegati ai margini della narrazione storica, conquistano una scala gigantesca. Le superfici sono dipinte, ricamate e assemblate con tela, corde, sisal, giornali e filati. Nyamai raccoglie i racconti della madre e della nonna, legate alle pratiche tessili, e trasforma il cucire in un gesto politico per ricomporre gli strappi della violenza, tenere insieme lutti e speranze, affidare alla materia una memoria comunitaria. Poco oltre, Nick Cave affida al bronzo figure nate dalla ricerca sui celebri Soundsuits. Quelle armature rispondevano alle violenze della polizia contro i neri e rendevano anonimi identità, genere e provenienza. Nelle sculture dell’Arsenale il volto resta coperto, mentre il corpo diventa umano, animale e vegetale. Fiori, rami e uccelli introducono una grazia ironica; la pesantezza del metallo trattiene il pensiero della morte. La metamorfosi acquista il tono di un funerale attraversato da una possibilità di rinascita. Con Whispers of Traces, Kader Attia trasforma il suo spazio in una foresta di corde e frammenti di specchio. Le immagini dei video si spezzano e si moltiplicano, come un’identità distribuita in molte superfici. Uno sciamano vietnamita suggerisce che i virus informatici possano essere spiriti capaci di inceppare le macchine. L’installazione conduce verso l’intelligenza artificiale e verso l’antico daimōn, la voce interiore che orienta senza garantire il controllo. La tecnologia appare come una potenza quasi divina, attraversata da errori e presenze imprevedibili. Rose Salane costruisce un archivio minimo della metropoli. I suoi novantaquattro anelli, smarriti nella metropolitana di New York e acquistati all’asta, conservano tracce di vite anonime. Gioiellieri, laboratori e sensitivi ne ricostruiscono valore e storie, ogni oggetto diventa una scheggia di memoria, sospesa tra prova, immaginazione e desiderio. Raed Yassin lavora sulla stessa frontiera tra realtà e finzione. Ricama fotografie e reinventa un archivio familiare segnato dalla guerra civile libanese. La figura del padre, stilista attivo in Arabia Saudita e poi ucciso, riemerge attraverso immagini tessili che colmano le lacune del ricordo. Anche qui il filo ridà forma a ciò che la storia ha disperso. Proseguendo, la mostra affronta l’eredità coloniale e la violenza estrattiva. Nel film di Florence Lazar, un uragano porta alla luce in Martinica una necropoli di corpi amerindi e africani: il paesaggio restituisce ciò che la storia ufficiale aveva sepolto. Alfredo Jaar concentra in uno spazio rosso sangue allucinante i dieci minerali strategici e terre rare in un cubo minuscolo, The End of the World. La sproporzione tra le dimensioni dell’oggetto e l’enormità dei conflitti economici ed ecologici che racchiude produce uno dei cortocircuiti più efficaci dell’intero percorso. Il percorso si chiude con Dawn DeDeaux. Un tavolo da studio, due lune, un meteorite in avvicinamento e vetri frantumati producono un senso di catastrofe imminente. L’uragano Katrina ritorna nei vetri rotti della casa dei genitori; legni carbonizzati provenienti dallo studio dell’artista sospendono una rovina privata. Le ciotole colme di terre raccolte in paesi segnati da guerre e colonialismi estendono la ferita al Pianeta. Nell’ultima campata il meteorite continua a ruotare: la fine del mondo diventa il punto da cui osservare ciò che resta e ciò che merita ancora di essere riparato.


ARSENALE OVERVIEW

Just like a deep breath ENG

In Minor Keys, Corderie, Arsenale - Photo Luca Zambelli - Courtesy La Biennale di Venezia

In Minor Keys, Corderie, Arsenale - Photo Luca Zambelli - Courtesy La Biennale di Venezia

In Minor Keys, Corderie, Arsenale - Photo Luca Zambelli - Courtesy La Biennale di Venezia

Leaving behind the hum of Venice, we enter the Corderie hall of the Arsenale. The first gesture of the 2026 Art Biennale feels almost like a breathing exercise: slow down, drop your shoulders, tune your gaze. In Minor Keys, conceived by Biennale curator Koyo Kouoh and realized after her death by the curatorial team she assembled, asks visitors for a rare openness: to listen to the works before classifying them. At the entrance, the tone is set by the encounter between a severe painting by Issa Samb and If I Must Die, the poem written by Refaat Alareer shortly before he was killed in Gaza. These words introduce one of the exhibition’s central threads: art’s ability to preserve a voice after the body that uttered it is gone. From here onward, large indigo drapes descend from the beams, brushing the floor and bearing fragments of Toni Morrison, Etel Adnan, and Ben Okri. They act as thresholds, pauses, and points of orientation along the three hundred meters of the Corderie. A few steps in, Khalil by Khaled Sabsabi unfolds. Eight screens arranged in a circle envelop the viewer in flowing images, whispers, and the scent of oud. “Khalil” means intimate friend, companion. The work creates a chamber-like space within the vast hall, revealing the exhibition’s method: a progression by resonance, like jazz improvisation, alternating dissonance, silence, and reprise. In a darkened room, Berni Searle’s Interlaced uses the artist’s own body as a ritual presence, veiled and gilded. Flemish splendour cracks under the memory of Congo under Leopold II, while church bells merge into the cadence of an Islamic call to prayer. Further on, Daniel Lind-Ramos assembles found materials into sculptures evoking maroon communities, while Ranti Bam’s ceramics appear as hollow protective bodies shaped by touch. Cauleen Smith’s Wanda Coleman Songbook offers sofas and screens, turning the room into a shared listening space. Kaloki Nyamai’s monumental canvases assert Black figures at an epic scale, combining painting, stitching, and found materials into acts of collective memory. Nick Cave’s bronze figures, evolving from his Soundsuits, conceal identity while blending human, animal, and vegetal forms, balancing grace and mortality. Kader Attia’s Whispers of Traces becomes a forest of ropes and mirrors, reflecting fragmented identities and linking AI to ancient spiritual forces. Rose Salane archives lost rings from the New York subway, each holding traces of anonymous lives, while Raed Yassin reconstructs family memory through embroidered images shaped by war. The exhibition then confronts colonial legacies. Florence Lazar reveals buried histories in Martinique, while Alfredo Jaar compresses global conflicts into a tiny cube of rare minerals in The End of the World, exposing the scale of extractive violence. The journey concludes with Dawn DeDeaux: a scene of impending catastrophe with meteorites, broken glass, and memory fragments tied to Hurricane Katrina. Bowls of soil gathered from conflict zones extend the wound globally. As the meteorite continues to turn, the end of the world becomes a vantage point from which to consider what remains and what might still be repaired.

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61. BIENNALE ARTE NATIONAL PARTICIPATIONS

Ai confini del vento Jenna Sutela, dalle atmosfere della Finlandia alla crisi climatica globale Lontano dai riflettori della cronaca e lasciate alle spalle le polemiche, è il tempo delle riflessioni, quando resta l’arte con il suo invito «ad ascoltare i segnali persistenti della terra e della vita, in connessione con le frequenze dell’anima». Un auspicio che aveva lasciato, quasi fosse una sorta di testamento spirituale, la compianta curatrice Koyo Kouoh; un suggerimento divenuto invocazione a «rallentare il passo e sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori». Raccolto quasi fosse un filo ideale lo si percepisce nel viaggio tra i padiglioni che sembrano averlo condiviso, srotolandolo nelle loro diverse interpretazioni. «Respira profondamente, Espira, Rilassa le spalle, Chiudi gli occhi», sussurra la curatrice nelle prime pagine del catalogo. Una sorta di sinestetico coinvolgimento multisensoriale che, in un viaggio dal nord polare ai Giardini, la Finlandia ha interpretato magicamente, e lo si percepisce appena si varca il padiglione in legno progettato da Alvar Aalto nel 1956. Come una piccola costruzione mobile che sembra uscire da un bosco nordico, oggi ospita Jenna Sutela, artista attiva nel contesto internazionale da New York a Rivoli, da Ginevra a Londra, da Monaco a Shanghai, esplorando linguaggi visivi e sonori, inscenando a Venezia una suggestiva Aeolian Suite. Villose e piumate sculture grigio-argentate disposte in cerchio come fossero una rosa dei venti muovono i loro peli sottili al suono dei venti nordici che scendono da Helsinki e dialogano soffiando sulla laguna con due Bore, lo Scirocco e il Garbin, e diventano protagonisti di un dramma ambientale degli elementi, accompagnandosi ai rumori di sartie, fili FINLANDIA Jenna Sutela, Aeolian Suite Giardini frame-finland.fi

del bucato, o foglie dei pioppi. Ne scaturisce un intreccio acustico di suoni della natura e voci della vita, mentre legni suonati da un’orchestra di bambini con strumenti a fiato, flauti dolci contralto, basso e contrabbasso, trasformano l’improbabile linguaggio dei personaggi scultorei inanimati, quasi fossero dei grammelot teatrali della Commedia dell’arte, in un dialogo eolico senza voci umane, all’ascolto del clima e delle sue mutazioni in un grido d’aiuto. Personificazioni delle forze atmosferiche che imperversano su Venezia simbolo della vulnerabilità del Pianeta e dell’intero sistema ecologico. Microfoni aperti in balia del vento che ne catturano ogni imprevedibile mutazione, variabili meteorologiche che possono essere studiate, analizzate attraverso algoritmi, pur restando sempre un’entità imponderabile e incalcolabile. Michela Luce ENG After the controversies have faded, the focus returns to reflection and to art’s invitation to “listen to the persistent signals of the earth and life,” an idea left as a spiritual legacy by curator Koyo Kouoh. Her call to slow down and tune into subtler, quieter emotional frequencies resonates across the Biennale’s pavilions. This multisensory approach is especially evident in Finland’s pavilion, designed by Alvar Aalto, where artist Jenna Sutela presents Aeolian Suite. The installation features soft, wind-responsive sculptures arranged like a compass, animated by northern winds and local currents such as Scirocco and Garbin, creating an environmental drama of sound and movement. Natural noises – ropes, leaves, and children’s wind instruments – form an acoustic tapestry, evoking a fragile dialogue between climate forces and human perception. The work highlights the vulnerability of Venice and the planet, capturing unpredictable atmospheric changes while suggesting the limits of scientific control.

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Sette chili Ei Arakawa-Nash pone il visitatore al centro del suo contemporaneo Alla ricerca di un riparo durante il temporale, che romba e inzuppa le spalle dei tanti visitatori accalcati tra i Giardini della Biennale, faccio il mio ingresso nel Padiglione Giappone. Lo sconcerto iniziale si stempera rapidamente in divertita curiosità mentre osservo curatori, artisti, giornalisti, cullare teneramente quello che a prima vista pare un esercito di neonati vestiti in technicolor. La ragazza dello staff si avvicina, porgendomi un pasciuto pargolo con tanto di Ray-Ban specchiati. Le manine in plastica sembrano protendere verso il mio collo e, con sorprendente naturalezza, mi ritrovo a girovagare per le sale stretta all’insolita presenza, incrociando di tanto in tanto lo sguardo complice degli altri novelli genitori per caso. Bastano una manciata di minuti. Le spalle si intorpidiscono, la schiena protesta sotto i chili di plastica e metallo. È allora che, svanito l’entusiasmo iniziale, comincio a chiedermi cosa ci faccia davvero con un bambolotto tra le braccia. Nato dall’esperienza dell’artista nippo-americano Ei ArakawaNash come genitore queer, Grass Babies, Moon Babies celebra il settantesimo anniversario del Padiglione Giappone attraverso una performance partecipativa che, con garbo e ironia, interroga il modo in cui accompagniamo le nuove vite verso il futuro. Trasportando il poderoso corpicino di sala in sala, siamo forzati a sperimentare fisicamente ed emotivamente il lavoro invisibile della cura, un dovere tradizionalmente attribuito alla donna. Allo stesso tempo, ci troviamo a riflettere sulla scelta di avere figli, sulle forme contemporanee della GIAPPONE Ei Arakawa-Nash. Grass Babies, Moon Babies Giardini venezia-biennale-japan.jpf.go.jp

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genitorialità e sulle aspettative, individuali e collettive, che continuano a gravare su di essa. Dopotutto, mettere al mondo un figlio significa confrontarsi non soltanto con il futuro, ma anche con le storie, le eredità e le responsabilità che lo precedono. Arakawa-Nash, che nel testo curatoriale ripercorre le lacune della propria educazione scolastica e il passato ultranazionalista del Giappone, lascia che gli interrogativi affiorino progressivamente, fino a condurre il visitatore a un ultimo atto di cura. Così mi accosto al fasciatoio. Sfilo la tutina technicolor al mio Grass Baby e slaccio il pannolino. Al suo interno mi attende una poesia. È sull’11 settembre. Quanto basta per capire che, dietro quel buffo fagotto in plastica, si nasconde un bagaglio ben più ingombrante di sette chili. Adele Spinelli ENG Seeking refuge from a sudden storm at the Biennale Gardens, the narrator enters the Japan Pavilion and encounters a surprising participatory work: visitors cradle lifelike, brightly dressed baby dolls. Initial confusion turns into curiosity as participants carry these weighted figures through the space, sharing amused, complicit glances. Yet the physical strain soon replaces novelty, prompting deeper reflection. Ei Arakawa-Nash’s Grass Babies, Moon Babies, inspired by his experience as a queer parent, marks the pavilion’s anniversary through an ironic yet gentle exploration of care, parenting, and social expectations. By embodying the burden of childcare, participants confront invisible labour traditionally assigned to women and consider contemporary parenthood. The experience culminates in an intimate gesture: opening the doll reveals a poem about September 11, suggesting a symbolic inheritance of history, responsibility, and collective memory.


Florentina Holzinger, 2026 - Photo Katia Wik

Fuori controllo Florentina Holzinger, l’arte è provocare Chissà se mentre si agitava come batacchio umano in una campana bronzea recuperata in Laguna durante la performance nei giorni della vernice, Florentina Holzinger intendeva ricordare e rendere omaggio al Giudizio Universale di Hieronymus Bosch? All’epoca, quasi sei secoli fa, il pittore fiammingo aveva ritratto i peccatori torturati da insetti-carnefici che infliggevano loro pene infernali in una sorta di contrappasso dantesco; oggi, o meglio, nei giorni della vernice, arrampicandosi nuda su una corda a testa in giù, allo scoccare di ogni ora, l’artista austriaca sembrava lanciare una chiamata a raccolta, inscenando in Seaworld Venice il suo grido-appello contro l’innalzamento dei mari, di cui Venezia è il fragile esempio, il sovraffollamento, i rifiuti conseguenza dell’overtourism che tracimano debordanti. A suggellare il buio del momento che si sta vivendo, la citazione lapidaria dalle Catilinarie di Cicerone “O tempora, o mores”, che campeggia sulla campana in bronzo. Volutamente provocatoria, nota per la sua poetica-scandalo in chiave femminista sulla scia dell’Azionismo viennese degli anni ’60 di Hermann Nitsch e Gunther Brus, Florentina Holzinger ha inscenato nei giorni inaugurali fuori e dentro il Padiglione Austria uno dei più gettonati e visitati eventi, attirando lunghe code di curiosi attratti dall’happening che ha unito body art, tableaux vivent, strip club e horror degno del più macabro Frankenstein. All’interno del Padiglione, in due sale contrapposte, in una sorta di crocifissione sono ancora infilzati corpi femminili nudi in bronzo, mentre le performer-ballerine simulavano dal vivo una lap-dance contorcendosi sull’improbabile albero di un mega yacht. Ai piedi di questa arrampicata erotica, una donna agée seduta su una sedia di plastica, leggeva o lavorava all’uncinetto. Sul lato opposto, una AUSTRIA Florentina Holzinger. Seaworld Venice Giardini www.seaworldvenice.at

Venere uscita dal mare ne increspava la superficie camminando sull’acqua con moto rotatorio e provocandone l’innalzamento. Dietro al Padiglione, un grande acquario è alimentato dai liquidi dei bagni chimici usati dagli stessi visitatori, ovviamente depurati, dove nuotava una novella Ofelia o Venere dormiente giorgionesca con maschera da sub, sopravvissuta alla civiltà, liquefattasi nella propria dilagante urina. Era sorvegliata da due Cerberi meccanici, mentre a pochi passi altre performer sguazzavano nei liquami, metafora raccapricciante di un mondo schiacciato da un affollamento umano fuori controllo. In un profluvio di orrore e distopia, disgusto e voyeurismo, i riferimenti all’arte “alta” dal dissacrante Medioevo nordico alle provocatorie performance di Marina Abramovic, dalla video-art di Bill Viola al cinema-teatro di Pier Paolo Pasolini, lo shock è notevole al punto di giustificare il grido su un sistema fuori controllo che proprio l’uomo, attraverso una serie di rituali esasperati, dovrebbe riuscire a riportare a un ordine e un’armonia, auspicabilmente, ancora recuperabili. Michela Luce ENG Florentina Holzinger’s provocative performance at the Austrian Pavilion during the 2026 Venice Art Biennale combines body art, feminist shock aesthetics, and environmental critique. Drawing on imagery reminiscent of Bosch’s Last Judgment, Holzinger stages extreme, often disturbing scenes: her nude performers, ritualized movement, and grotesque tableaux address rising sea levels, overtourism, and ecological crisis. Outside, her hourly actions act as a warning signal; inside, sculptural and live elements blur eroticism, decay, and spectacle. Installations include bodies cast in bronze, dancers on a yacht structure, and a surreal aquarium symbolizing a polluted, collapsing world. Mixing references from high art to contemporary performance, Holzinger creates a dystopian vision that confronts viewers with excess, vulnerability, and the urgent need to restore balance to a system pushed to its limits.

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Pavilion of CHINA (People’s Republic of), Dream Stream - Photo Luca Zambelli Bais - Courtesy La Biennale di Venezia

Nuovo mondo La Cina, contemporaneità tra innovazione e tradizione La tecnologia sta ridefinendo il mondo con una forza inedita investendo tutti i campi della contemporaneità, tuttavia la strada da percorrere non è combatterla né assecondarla, ma radicarla alla tradizione, alla storia, al patrimonio culturale unico di ogni Paese e di ogni individuo, estendendo le traiettorie e creando nuove dimensioni e nuove opportunità. Parte dal Padiglione della Repubblica Popolare Cinese alla 61. Biennale Arte la riflessione più puntuale sul nostro presente. Il titolo Dream Stream, nasce dalla sapienza orientale dell’«indagare i principi sottesi attraverso l’osservazione dei fenomeni» e dell’«unità tra cielo e umanità», concetti incarnati nei Dream Stream Essays di Shen Kuo, studioso della dinastia Song settentrionale, che raccoglie riflessioni sulle scienze umane, le arti, la scienza e la tecnica. Il Padiglione all’Arsenale è stato pensato come un laboratorio, dove gli opposti si attraggono evocando un flusso continuo e onirico: un fiume di immagini, memorie e visioni in cui tradizione e innovazione scorrono insieme, senza opposizione né frattura. La scommessa della mostra, che unisce ogni singolo artista e opera presentata, è integrare arte, scienza e tecnologia. La curatela affidata a Yu Xuhong ha privilegiato la costruzione di ponti tra sistemi espressivi apparentemente distanti: pittura classica e computer grafica, calligrafia e design digitale, paesaggio filosofico della tradizione taoista e architetture visive del gaming contemporaneo. Dream Stream riunisce una costellazione di artisti, collettivi e team di ricerca che rappresentano alcune delle voci più significative e originali della scena creativa cinese contemporanea. Tra i nomi di maggior rilevanza figurano Xu Jiang, pittore noto per la sua reinterpretazioREPUBBLICA POPOLARE CINESE Dream Stream Arsenale, Magazzino delle Cisterne en.caeg.cn

ne poetica del paesaggio; Wang Dongling, maestro della calligrafia d’avanguardia, capace di portare la scrittura tradizionale cinese verso dimensioni gestuali e performative di grande impatto visivo; e Yang Fudong, cineasta e artista visivo di fama internazionale, la cui opera esplora con raffinatezza il confine tra memoria, desiderio e identità culturale. Accanto a questi maestri, il Padiglione accoglie la nuova opera del team creativo di Game Science, lo studio responsabile dello sviluppo di Black Myth: Wukong, il videogioco d’azione ispirato al classico della letteratura cinese Il viaggio in Occidente che nel 2024 ha conquistato decine di milioni di giocatori in tutto il mondo, diventando un fenomeno culturale globale. La loro presenza alla Biennale rappresenta un passaggio simbolico e concreto: dalla piattaforma del gaming a quella dell’arte contemporanea. I ricercatori e artisti del Team of China Academy of Art and Zhejiang Lab offrono una riflessione sull’intreccio tra intelligenza artificiale, estetica e cultura materiale cinese; numerosi altri artisti e collettivi esplorano linguaggi che vanno dalla scultura digitale alla scenografia immersiva, dalla pittura alla installazione. Il Padiglione cinese non abbandona la potenza visionaria di una tradizione millenaria ma la offre al mondo in forme nuove, accessibili e capaci di generare emozione e riflessione. Diletta Rostellato ENG The title Dream Stream originates from the Eastern wisdom of “investigating underlying principles through the observation of phenomena” and “the unity of heaven and humanity,” which are embodied in the Dream Stream Essays by Shen Kuo of the Northern Song dynasty. This book records reflections on humanities, arts, science and technology, and was praised by British historian of science Joseph Needham as “a milestone in the history of Chinese science.” How to renew tradition through innovation and how to integrate art with science and technology is the wager of this exhibition. It dramatizes an immersive and perceptible Eastern visual system and cognitive schema.

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Padiglione del Regno del Marocco, Amina Agueznay, As t.t.a - Courtesy Ministero della Gioventù, della Cultura e della Comunicazione del Regno del Marocco © Matteo Losurdo

Sostare nell’opera La Partecipazione Nazionale del Marocco è affidata ad Amina Agueznay, originaria di Casablanca, architetta di formazione e da oltre vent’anni immersa nelle pratiche artigianali del suo Paese. Per lo spazio alle Artiglierie, Agueznay ha costruito una grande architettura fatta di lane sospese, inserti tattili, ricami, perline, tracce metalliche e piccoli segni che chiedono allo sguardo di prestare attenzione. As t.t.a, titolo del progetto, è una parola berbera (amazigh) che rimanda alla tessitura rituale, mentre il tema della âatba, il passaggio tra interno ed esterno, privato e pubblico, sacro e profano, diventa qui chiave spaziale e poetica. Si entra nello spazio alle Artiglierie come in una membrana vivente, formata da più di duecento pannelli di lana – tessuti e tinti naturalmente – che avvolgono le pareti e scendono dal soffitto, realizzati in sei mesi con la collaborazione di filatrici, cestai, orafi e ricamatrici locali. Tra i pannelli ricorrono motivi a “occhio” in omaggio alla madre dell’artista, la pittrice Malika Agueznay, mentre elementi in vetro di Murano evocano antiche rotte commerciali tra Venezia e il Mediterraneo. Al centro, un letto di lana candida invita i visitatori a fermarsi, a sostare dentro l’opera, lasciandosi raggiungere da ciò che non reclama la propria presenza ad alta voce. Un gesto essenziale e perfettamente in sintonia con la visione di Koyo Kouoh per In Minor Keys. Marisa Santin ENG Morocco’s National Participation is entrusted to Amina Agueznay, an architect and artist whose practice has been rooted for more than twenty years in her country’s artisanal traditions. At the Artiglierie, she has built a living membrane: more than two hundred naturally dyed and woven wool panels wrap the walls and hang from the ceiling, created over six months in collaboration with Moroccan artisans. The title, As t.t.a, is an Amazigh word referring to ritual weaving, while the guiding concept of the âatba evokes the threshold between inside and outside, the sacred and the profane. At the centre, a bed of white wool invites visitors to pause, to rest, and to be reached by what does not demand attention. A gesture perfectly in tune with Koyo Kouoh’s In Minor Keys. REGNO DEL MAROCCO Amina Agueznay As t.t.a Arsenale, Artiglierie IG @aminaagueznay

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Atti invisibili In un presente saturo di rumore, Actos invisibles para sostener el universo sceglie di occupare lo spazio abbassandone le frequenze. Il collettivo RojoNegro, formato da María Sosa e Noé Martínez, costruisce per il Padiglione del Messico un ambiente in cui installazione, suono e performance diventano strumenti di ascolto, più che dispositivi esibiti, in un progetto che intreccia memoria ancestrale, prospettive decoloniali e cosmogonie indigene, afro-messicane e contadine. A guidare il percorso è una linea di sale a forma di vírgula, segno mesoamericano che rappresenta la parola e il dialogo. Su questa traccia minerale poggiano vasi in argilla modellati come uccelli, figure di passaggio tra territori e continenti. Il sale assorbe l’umidità, si fa lucido, mentre la ceramica, a contatto, si erode. La materia non è dunque simbolo immobile, ma corpo sensibile che agisce da archivio di trasformazioni. A questa trama si aggiunge il tabacco, richiamato nei suoi usi medicinali e purificatori documentati dal Codice Fiorentino, grande manoscritto enciclopedico del XVI secolo dedicato ai saperi, alle pratiche e alla cosmologia nahua. In questa visione, il respiro scandisce l’esperienza sonora come un tempo interno, condiviso tra organismo e ambiente, e il risultato è un’opera raccolta e politica, che allontana l’idea di un Messico identitario e compatto per aprire invece un campo di relazioni, dove ascoltare presenze, gesti e materie che continuano a sostenere il mondo restando invisibili. Marisa Santin ENG In a present saturated with noise, the Mexican project occupies space by lowering its frequencies. RojoNegro, the collective formed by María Sosa and Noé Martínez, creates an environment where installation, sound and performance become tools for listening, weaving ancestral memory, decolonial perspectives and Indigenous, Afro-Mexican and rural cosmologies. A line of salt shaped as a vírgula guides the path; clay birds, tobacco and breath turn matter into a living archive of transformations, making visible what silently sustains the world. MESSICO Actos invisibles para sostener el universo Arsenale, Artiglierie IG @rojonegro.ome


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The Ear is the Eye of the Soul, Giardino Mistico, Venice - Photo David Levene

Preghiera sonora Il dittico della Santa Sede dedicato all’eredità spirituale di Ildegarda di Bingen Nel Padiglione della Santa Sede l’ascolto diventa una pratica spaziale. L’orecchio è l’occhio dell’anima, progetto curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers con Soundwalk Collective, si sviluppa tra il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, a Cannaregio, e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, a Castello, in un dittico dedicato all’eredità di Ildegarda di Bingen, badessa, mistica, guaritrice e compositrice del XII secolo. Nel Giardino, sottratto al flusso della città, si entra con le cuffie e con una mappa che orienta il percorso tra le coltivazioni. Le opere sonore di artisti, musicisti e poeti, tra cui Patti Smith, Brian Eno, Caterina Barbieri, Meredith Monk e Jim Jarmusch, affiorano e si ritirano lungo il passaggio. La tecnologia resta discreta, mentre un dispositivo traduce in suono l’attività bioelettrica delle piante e le micro acustiche di vento, acqua, legno, insetti e suolo. A prendere presenza sono il verde, la luce, l’umidità, le api. I filari della Collezione della Biodiversità accostano l’Uva di Gerusalemme, o Uva di Palestina, alla varietà autoctona dell’Uva d’Oro. Poco oltre, piante di zucca, pale di fichi d’India, capperi, sedano, finocchio, rosmarino, salvia, lavanda, verbena ed elicriso disegnano un erbario vivo, mentre la musica – coro, organo, pianoforte – cambia ritmo lungo il cammino. Davanti alla piccola cappella mariana la voce di Patti Smith sembra trovare il suo punto di massima intimità, mentre le coltivazioni riportano la mistica alla concretezza della terra. Santa Maria Ausiliatrice apre il secondo tempo del progetto, assumendo la forma di uno SANTA SEDE L’orecchio è l’occhio dell’anima Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, Cannaregio Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, Castello www.dce.va

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scriptorium contemporaneo, un archivio vivente in cui l’installazione in dodici stazioni di Alexander Kluge, i libri d’artista di Ilda David’ e gli interventi architettonici di Tatiana Bilbao Estudio e MAIO Architects & Dogma dialogano con la biblioteca multilingue di testi ildegardiani e con la liturgia sonora delle monache dell’abbazia di Eibingen. Se il giardino chiede al corpo di perdersi e accordarsi, Santa Maria Ausiliatrice riporta l’ascolto verso la scrittura, la trasmissione, il restauro di una memoria ancora operante. La forza del Padiglione sta in questa doppia misura. In mezzo alla Biennale più rumorosa, la Santa Sede costruisce un’opera che non chiede adesione ma disponibilità, non spiega la spiritualità ma la lascia accadere, intercettando il registro sommesso di In Minor Keys per restituirlo sotto forma di esperienza sensoriale, pensiero, raccoglimento e forma pubblica. Marisa Santin ENG At the Holy See Pavilion, listening becomes a spatial practice. The Ear Is the Eye of the Soul, curated by Hans Ulrich Obrist and Ben Vickers with Soundwalk Collective, unfolds between the Mystical Garden of the Discalced Carmelites and Santa Maria Ausiliatrice, in a two-part project devoted to Hildegard of Bingen. In the garden, entered with headphones and a map, sound works by Patti Smith, Brian Eno, Caterina Barbieri, Meredith Monk, Jim Jarmusch and Kali Malone, among others, rise and fade with the visitor’s movement. A discreet device turns the bioelectrical activity of plants into sound, while vines and herbs make the place a living score. At Santa Maria Ausiliatrice, the second chapter becomes a contemporary scriptorium, where Alexander Kluge’s installation, Ilda David’s artist books and interventions by Tatiana Bilbao Estudio, MAIO Architects and Dogma dialogue with Hildegardian texts and the Eibingen nuns’ liturgy.


Sussurri di eternità «Le tonalità minori sono anche le piccole isole, mondi in mezzo agli oceani con ecosistemi distinti e infinitamente ricchi, vite sociali che si articolano, nel bene e nel male, all’interno di forme politiche e poste in gioco ecologiche molto più ampie». Si presenta così il Guatemala alla 61. Biennale Arte, portando in mostra i discendenti degli antichi Maya che hanno preservato l’universo della loro cultura: pratiche, rituali e consuetudini iterate, depositarie di una diversità antropologica ispirata al sogno utopico di pace e di equilibrio interiore, di una relazione profonda con Qachu Alom (Nostra Madre Terra). In tali comunità, la donna è spesso la custode di una storia millenaria, fatta di memoria collettiva e di resistenza identitaria, di quei valori alla base della cultura Maya. Las Invisibles sono infatti le donne maya che offrono quotidianamente la loro esistenza alla comunità: tra mulino, pietra per macinare e lastre di argilla, dall’alba al tramonto, lavorano il mais, origine di ogni cosa e strumento di appropriazione identitaria di un popolo. Nel Padiglione Guatemala, ospitato nello Spazio Berlendis, gli artisti ARKEO, Luana Bottallo, Jorge Chavarría, Manuel Navichoc, Ana Lorena Nîldeez, gruppo artistico SOY (Christin Behrend, Franca Fabrizio, Yang YeXin), Elsie Wunderlich ricreano il tono sommesso e silenzioso del gesto, ricco di generosità, consolazione e speranza, che risplende In Minor Keys, un suono delicato, pieno di fede nell’umile eroismo. Sussurri e frequenze emergono da una mostra ispirata al sapere e alle tradizioni locali e indigene. ENG At the 2026 Venice Art Biennale, Guatemala shows an interpretation of Minor Keys in the form of islands of rich, distinct ecosystems and social worlds shaped by broader political and ecological forces. The exhibition highlights descendants of the ancient Maya, who preserve cultural practices, rituals, and a deep connection to Qachu Alom (Mother Earth). Central is the role of women – “Las Invisibles” – as custodians of memory and identity, sustaining their communities through daily labour, especially the preparation of maize. Hosted at Spazio Berlendis, the participating artists create a quiet, contemplative atmosphere of whispers and subtle frequencies, celebrating indigenous knowledge, resilience, and a humble yet powerful sense of hope. GUATEMALA Las Invisibles Spazio Berlendis, Cannaregio 6301/A www.biennaleguatemala.com

Carlo Caldara, The Universe is mute, 2026 - Courtesy © the artist

La cura Un’arte “curativa” frutto della corrispondenza tra persone, culture, isole, memorie: The Poetics of Correspondence è il titolo della mostra, a cura di Daniele Radini Tedeschi, commissario Susan Mains, che presenta la Partecipazione Nazionale di Grenada, piccolo stato caraibico, alla Biennale Arte 2026. «Nel titolo Poetica della Corrispondenza ci sono due parole chiave – spiega il curatore –, la prima è “Poesia” che chiama il noi, il plurale, perché nessuna poesia canta l’egoismo. La poetica quindi diventa lo strumento per superare la solitudine, l’individualità dilagante; vive aperta alle correlazioni, alla semina del bene, alla cura verso il prossimo. La “Corrispondenza” invece non conosce confini, attraversa i muri, viaggia al di là delle etnie, si flette sinuosa oltre il mondo, tra gli infiniti universi». Corrispondenza, quindi, intesa tra uomini, isole, natura, arcipelaghi, correnti di conoscenze e influssi multietnici che da sempre toccano i mari dei Caraibi. Il Padiglione, ospitato nello Spazio Berlendis, mette in mostra una nuova “coscienza planetaria”: le opere di Edward Bowen, Arthur Daniel, Josine Dupont, Alexandra Kordas, Lilo Nido e Chris Mast, Jeverson Ramirez, The Holzwege Group (Cinzia Bulone, Carlo Caldara, AyaMarray, Andrea Saltarelli, Luigina Fernanda Paola Cerrina), Russell Watson non proclamano, ma sussurrano, non concludono ma trasportano. Prendono forma attraverso il respiro condiviso, il tocco collettivo, l’incontro prolungato, sono «universi intimi e conviviali che rigenerano e sostengono» (Koyo Kouoh). M.M. ENG The Poetics of Correspondence, curated by Daniele Radini Tedeschi for Grenada’s national participation at the 2026 Venice Art Biennale, presents art as a “healing” practice rooted in connections between people, cultures, islands, and memories. The exhibition emphasizes poetry as a collective, empathetic force that overcomes isolation, and correspondence as a boundless exchange that transcends borders, reflecting the Caribbean’s history of cultural flows. Hosted at Spazio Berlendis, the Pavilion proposes a “planetary consciousness” through works that favour subtlety over assertion. Artists create intimate, shared experiences shaped by collaboration and dialogue, offering gentle, immersive environments that nurture regeneration, solidarity, and collective care. GRENADA The Poetics of Correspondence Spazio Berlendis, Cannaregio 6301/A

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61. BIENNALE ARTE COLLATERAL EVENTS

Installation view, Lee Ufan, San Marco Art Centre, Venice, 2026 Photo by Lorenzo Palmieri © Lee Ufan / Artist Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris

Trattenendo il fiato Lee Ufan trasforma lo SMAC in uno spazio rarefatto e poetico Dia Art Foundation porta a SMAC Venice una grande mostra dedicata a Lee Ufan, Evento Collaterale della 61. Biennale di Venezia. Sviluppata in stretta collaborazione con l’artista, l’esposizione occupa le otto sale delle Procuratie di Piazza San Marco e riunisce le opere che l’artista ha creato nel corso di sette decenni, tracciando l’evoluzione del suo iconico linguaggio artistico tra dipinti storici e recenti, installazioni monumentali e una nuova importante commissione site-specific. Il percorso comincia dalle serie From Point e From Line, nate tra gli anni Sessanta e Settanta. Qui Lee elabora il nucleo della propria poetica: il segno pittorico come traccia del corpo, del respiro, della durata. Ogni punto e ogni linea sono per lui un’entità viva, nascono da un gesto controllato fino all’estremo, spesso compiuto trattenendo il fiato mentre il pigmento si consuma sulla tela. Da questo rapporto tra concentrazione fisica, durata del gesto e rarefazione visiva deriva l’immagine di Lee Ufan come pittore-filosofo. Le sale successive seguono l’evoluzione di questo linguaggio. In From Winds e With Winds, realizzate tra il 1982 e il 1991, il segno si fa più mobile, ritmico, attraversato da energia. L’artista ha parlato di “composizioni vive degli spazi vuoti”: grandi campi lasciati intatti entrano in relazione con pennellate ampie, tese, quasi respiranti. Con Correspondance e Dialogue, sviluppate dagli anni Novanta in poi, il gesto torna a concentrarsi in forme essenziali: una pennellata geometrica, un unico intervento monumentale, una superficie che diventa luogo di contemplazione. La serie più recente, Response, iniziata nel 2021 tuttora in corso, introduce rossi e blu intensi, ampliando la ricerca cromatica. EVENTO COLLATERALE Lee Ufan Fino 22 novembre SMAC – San Marco Art Centre, Piazza San Marco 105 www.smacvenice.org/whats-on/lee-ufan

Un ruolo decisivo nell’arte di Lee Ufan spetta alle sculture, riunite nelle ultime sale. Relatum, titolo scelto da Lee dal 1972 per tutte le opere tridimensionali, indica una relazione reciproca tra materia, spazio, luce e spettatore. Tra i lavori esposti figura Iron Field, la celebre installazione del 1969 composta da aste d’acciaio conficcate in un letto di sabbia che viene qui riproposta assieme a Relatum – Infinity, nuova opera monumentale pensata per SMAC Venice: due grandi lastre di acciaio lucido e due pietre costruiscono un giardino interiore, sospeso tra natura e industria. Nato nel 1936 in Corea, formatosi a Tokyo in filosofia, Lee Ufan è stato figura centrale della Mono-ha giapponese e del Dansaekhwa coreano. La mostra conferma la coerenza di una ricerca che da sempre interroga il rapporto tra gesto e vuoto, materia e pensiero, presenza e percezione. Irene Machetti ENG Dia Art Foundation presents a major exhibition dedicated to Lee Ufan, part of the 61st Venice Art Biennale, tracing seven decades of the artist’s career. Installed across eight rooms in the Procuratie, the show combines early and recent paintings, monumental installations, and a new site-specific commission. It begins with the From Point and From Line series, where Lee defines his poetics through controlled gestures that transform marks into traces of time, breath, and physical presence. Later works, such as From Winds and With Winds, introduce more fluid, rhythmic energy, while series like Correspondance and Dialogue return to essential, contemplative forms. His recent Response works expand the use of colour. Sculpture plays a key role, notably in the Relatum series, exploring relationships between material, space, and perception. The exhibition highlights Lee’s consistent philosophical inquiry into gesture, emptiness, and the interaction between matter and thought.

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61. BIENNALE ARTE COLLATERAL EVENTS

Kingsley Ng, Laundry Nocturne, 2026 © Hong Kong Museum of Art and Kingsley Ng

Destinazione Hong Kong Fermata: Hong Kong in Venice, Evento Collaterale alla 61. Biennale Arte, curato dal Museo d’Arte di Hong Kong (HKMoA), in collaborazione con il Consiglio per lo Sviluppo delle Arti di Hong Kong (HKADC), invita il pubblico ad attraversare lo spazio in Campo della Tana – proprio difronte l’entrata dell’Arsenale –, fermandosi e offrendo un silenzioso senso di meraviglia. Protagonisti due artisti, Kingsley Ng e Angel Hui, nati e cresciuti a Hong Kong, che reinterpretano i ritmi poetici e l’estetica della vita quotidiana della metropoli orientale offrendo un viaggio alla scoperta di sé stessi nel flusso della contemporaneità. Entrambi attingono profondamente al contesto culturale e all’esperienza collettiva della città, reinterpretando le sottili qualità e i ritmi del quotidiano attraverso una composizione evocativa di luce, suono e movimento. «La mostra è un omaggio agli incontri fortuiti che avvengono nell’ambiente in cui viviamo – racconta Kingsley Ng (1980, Hong Kong) – La mia pratica site-specific ha sempre cercato di mettere in luce ciò che viene trascurato, rivelo l’invisibile, spesso riconfigurando ciò che ci è familiare attraverso il gioco della luce». «Attraverso la sperimentazione materica – afferma Angel Hui (1990, Hong Kong) –, reinterpreto sempre gli oggetti di uso quotidiano in dialogo con il linguaggio artistico tradizionale». Insieme, i due artisti, da attenti osservatori delle sfumature della vita urbana, trasformano le loro riflessioni in ispirazioni creative per collegare Hong Kong e Venezia da diverse prospettive. M.M. ENG Fermata: Hong Kong in Venice, a Collateral Event of the 61st Venice Biennale curated by the Hong Kong Museum of Art with HKADC, invites visitors to pause in Campo della Tana and experience quiet wonder. Featuring Hong Kong–born artists Kingsley Ng and Angel Hui, the exhibition reinterprets the poetic rhythms and aesthetics of everyday urban life. Drawing on the city’s cultural context and collective experience, the artists use light, sound, movement, and material experimentation to reveal overlooked details and transform familiar objects. Their works offer a reflective journey of self-discovery within contemporary flows, while creating a dialogue that connects Hong Kong and Venice through shared urban sensibilities. EVENTO COLLATERALE Fermata: Hong Kong in Venice Kingsley Ng e Angel Hui Campo della Tana, Castello 2126 hk.art.museum | www.hkadc.org.hk

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Monuments women Linguaggio, conoscenza e la loro continua trasformazione sono gli elementi fondanti del progetto, Evento Collaterale della 61. Biennale Arte, che Fondazione Bvlgari ha promosso sostenendo la realizzazione dei nuovi lavori di Lara Favaretto e Monia Ben Hamouda. Il luogo ideale per questa indagine sulla conoscenza contemporanea non poteva che essere la Biblioteca Nazionale Marciana, che diventa un soggetto attivo e in dialogo con i lavori delle artiste. Ad aprire il percorso espositivo è Fragments of Fire Worship di Monia Ben Hamouda, un’installazione composta da due sculture al neon collocate nel Vestibolo. Figlia di un calligrafo islamico, l’artista trasforma la propria eredità culturale in un alfabeto impossibile, in cui la luce non chiarisce ma trattiene. Il neon evoca il fuoco come forza ambivalente di rivelazione e distruzione, introducendo una visione della conoscenza come materia instabile, sottoposta a continue metamorfosi. Attraverso un esercizio di disobbedienza formale, l’opera mette in crisi l’idea di linguaggio come strumento di trasmissione univoca del sapere. Nel Salone Sansoviniano, Lara Favaretto presenta la settima e ultima edizione di Momentary Monument – The Library. Il progetto prende forma grazie a un dialogo con biblioteche di atenei e istituti nazionali, accademie e collezioni private, che hanno contribuito con donazioni di volumi successivamente sottoposti a un lavoro di ricognizione e selezione: un approfondimento EVENTO COLLATERALE Lara Favaretto. Momentary Monument – The Library Monia Ben Hamouda. Fragments of Fire Worship Fino 22 novembre Sale Monumentali, Biblioteca Nazionale Marciana www.bulgari.com


Installation view, Su Xiaobai’s Alchemical Universe, Palazzo Soranzo Van Axel Courtesy Su Xiaobai Foundation - Photo © Marco Cappelletti / Marco Cappelletti Studio

Caos calmo

volto a restituire la pluralità delle pratiche della conoscenza e la loro consistenza documentale. L’opera diventa una scaffalatura monolitica, concepita come dispositivo espositivo dove il pubblico viene invitato alla consultazione. L’intervento di Fondazione Bvlgari alla Biblioteca Nazionale Marciana si colloca nel contesto più ampio della presenza della Maison Bvlgari come partner esclusivo della Biennale Arte 2026 e per le prossime due edizioni del 2028 e 2030. M.M. ENG Language, knowledge, and their ongoing transformation form the core of this collateral event of the 2026 Venice Art Biennale, promoted by Fondazione Bvlgari through new works by Lara Favaretto and Monia Ben Hamouda. Hosted in the Biblioteca Nazionale Marciana, the exhibition turns the library into an active participant in dialogue with the artworks. Ben Hamouda’s Fragments of Fire Worship opens the show with neon sculptures that transform her Islamic calligraphic heritage into an “impossible alphabet,” where light obscures rather than clarifies, evoking fire as both revelation and destruction and presenting knowledge as unstable and constantly shifting. Challenging language as a fixed vehicle of meaning, her work questions how knowledge is transmitted. In the Sala Sansoviniana, Favaretto’s final chapter of Momentary Monument – The Library gathers donated books from institutions and private collections, organized into a monumental shelving structure that invites public consultation. Together, the works explore knowledge as plural, dynamic, and continuously redefined.

Un soggiorno fondamentale di sei mesi nella provincia cinese del Fujian nel 2003 porta l’artista Su Xiaobai (1949, Wuhan, Cina) a scoprire la resina di lacca ricavata dall’albero Toxicodendron vernicifluum, utilizzata in Cina da millenni sia per oggetti rituali che per articoli di uso quotidiano. La sua pittura ad olio che per decenni si era fatta ponte tra le tradizioni letterarie cinesi e l’arte europea del dopoguerra (appresa alla Kunstakademie Düsseldorf) viene abbandonata. L’artista intraprende una nuova strada legata in realtà ad un antichissimo mezzo espressivo. Inizialmente lavorando su vecchi sacchi di iuta, stuoie di bambù e antiche piastrelle in ceramica provenienti da case della dinastia Qing demolite, Su reinterpreta la lacca non come rivestimento, ma come sostanza. Con la precisione di un alchimista, macina a mano i pigmenti e mescola polveri minerali e conchiglie. Con l’applicazione di fino a venti strati su supporti in legno finemente lavorati, le sue superfici laccate si abbassano e si sollevano, compenetrandosi a vicenda man mano che i molteplici strati si asciugano, nascondendo e rivelando una miriade di profondità cromatiche. Un passaggio epocale che dal Novecento traghetta la sua arte nella contemporaneità profondamente radicata nella tradizione. Questa dicotomia, che Su Xiaobai trasforma in pura bellezza, viene amplificata dallo spazio dove l’artista espone come Evento Collaterale alla 61. Biennale Arte, il gotico Palazzo Soranzo Van Axel. Il suo Alchemical Universe, presentato dalla Fondazione Su Xiaobai in collaborazione con il Los Angeles County Museum of Art (LACMA) e curato da Stephen Little, porta a Venezia 23 dipinti a lacca monocromi: da lontano le opere appaiono sobrie, ma ingannano, poiché da vicino le molteplici superfici ribollono come un calderone di particelle altamente cariche. La maestria del dipinto risiede proprio in questa sua turbolenza apparentemente contenuta. M.M. ENG A pivotal six-month stay in Fujian province in 2003 led artist Su Xiaobai (b. 1949, Wuhan) to rediscover traditional Chinese lacquer derived from the Toxicodendron vernicifluum tree, used for millennia in both ritual and everyday objects. This encounter prompted him to abandon his earlier oil painting practice, which had bridged Chinese literary traditions and European postwar art, in favour of an ancient yet conceptually renewed medium. Working initially on reclaimed materials such as jute sacks, bamboo mats, and Qing dynasty tiles, Su reimagined lacquer not as a coating but as a primary substance. Through meticulous, alchemical processes, he creates richly textured, shifting surfaces that conceal and reveal deep chromatic complexity. This transformation anchors his contemporary practice firmly in tradition. Presented in Venice at Palazzo Soranzo Van Axel, his “Alchemical Universe” features 23 monochrome lacquer paintings that appear minimal from afar but reveal dynamic, energetic depths up close. EVENTO COLLATERALE Su Xiaobai’s Alchemical Universe Fino 22 novembre Palazzo Soranzo Van Axel, Cannaregio 6099 www.suxiaobai-foundation.org

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GONOGO, Goshka Macuga - Photo Jacopo Trabuio

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo - Photo Jacopo Trabuio

Con gli occhi rivolti al cielo Fondazione Sandretto Re Rebaudengo riapre l’isola di San Giacomo La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha inaugurato la sua nuova sede veneziana il 7 maggio, trasformando l’isola di San Giacomo in Paludo da un’ex area militare in un centro per arte contemporanea, ricerca ed ecologia. La posizione non è cornice. Barca, approdo, vento, permanenza limitata: l’isola impone alla visita un tempo diverso da quello della città. L’accesso gratuito, su prenotazione, dura al massimo novanta minuti; non ci sono bar né guardaroba; San Giacomo, al momento, non è servita dal trasporto pubblico. Nelle giornate di apertura è consentito lo sbarco, non l’ormeggio. Sono dettagli pratici, ma a Venezia la logistica diventa sempre pensiero. In una stagione dell’arte fondata sull’accumulo di tappe, l’isola chiede misura. Non permette il passaggio distratto, obbliga a scegliere. La storia del luogo attraversa quasi mille anni. San Giacomo fu monastero, hospitale per pellegrini e naviganti, spazio cistercense, lazzaretto, insediamento francescano, presidio militare. Con l’età napoleonica arrivarono polveriere e depositi; dopo il 1961, cessata la funzione militare, iniziò un abbandono lungo, fatto di edifici chiusi, coperture crollate, vegetazione fuori controllo. Il recupero promosso da Patrizia Sandretto e Agostino Re Rebaudengo dopo l’acquisto dell’isola nel 2018 non cancella questa stratificazione. La rende leggibile. San Giacomo non viene riportata a una purezza impossibile. Riapre come luogo ferito e proprio per questo attivo. Il programma inaugurale misura subito la forza del contesto. Fanfare/Lament di Matt Copson, a cura di Hans Ulrich Obrist, lavora con vento, luce e suono. Sopra le polveriere si alzano sculture aeree a forma di occhi; un corpo nero, cavo, danza nell’aria; una fanfara composta da Oliver Leith accoglie i visitatori all’arrivo; nella Polveriera Est quattro animazioni laser attraversano pareti trattate con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – Nuova sede Fino 12 settembre Isola di San Giacomo in Paludo fsrr.org/venezia

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pittura fosforescente, lasciando tracce luminose in ritardo. L’opera non occupa l’isola. La mette in tensione. Fa del vento una regia, della luce una memoria, del suono un richiamo al presente. Accanto a Copson, Don’t have hope, be hope! presenta lavori dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo; Isola di San Giacomo 2022– 2026, A Story in Images restituisce il cantiere attraverso fotografie di Giovanna Silva e Antonio Fortugno. Nel giardino restano installazioni permanenti di Claire Fontaine, Mario García Torres, Hugh Hayden, Goshka Macuga, Pamela Rosenkranz e Thomas Schütte. Il progetto porta l’arte in un paesaggio carico di usi, interruzioni, ritorni. San Giacomo entra così nella mappa veneziana senza rincorrere centralità. Costruisce distanza. Ricorda che vedere può ancora voler dire arrivare, e sostare davanti a un luogo che rinasce. Federico Jonathan Cusin ENG The Fondazione Sandretto Re Rebaudengo opens a new venue in Venice on May 7, 2026, expanding its network beyond Turin and Madrid. Founded by collector and patron Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, the foundation has long combined collecting, artistic production, research, and support for contemporary art. Its new home is the restored Isola di San Giacomo, located between Venice and Burano, a historic site once used as a hospice, monastery, and military outpost. Now fully renovated and environmentally sustainable, the island also serves as a space for ecological reflection. Conceived as a place for experimentation rather than simply exhibition, the venue hosts projects spanning visual art, performance, music, cinema, architecture, and research. The inaugural program includes Matt Copson’s Fanfare/Lament, curated by Hans Ulrich Obrist, a selection of works from the Sandretto Re Rebaudengo Collection, and a photographic exhibition documenting the island’s transformation. Outdoor installations by leading international artists further connect contemporary art with the island’s landscape, history, and unique lagoon environment.


Marina Abramović, Transforming Energy, Gallerie dell’Accademia di Venezia, May 2026

Corpo a corpo Alle Gallerie dell’Accademia cinquant’anni di Marina Abramović «Avevo 14 anni quando mia madre mi portò per la prima volta alla Biennale. Viaggiammo in treno da Belgrado e quando uscii dalla stazione e vidi Venezia per la prima volta, cominciai a piangere». A pronunciare queste parole, nell’affollato salone delle Gallerie dell’Accademia, è Marina Abramović, regina indiscussa della performance art. «Ora, mentre mi preparo a festeggiare il mio ottantesimo compleanno, torno per un motivo ancora più significativo: diventare la prima donna artista a presentare una mostra alle Gallerie dell’Accademia». Da quel primo incontro adolescenziale con la laguna alla consacrazione dentro uno dei suoi musei più identitari, Transforming Energy assume così la forma di un ritorno: agli anni della giovinezza, alla Biennale che nel 1997 le assegnò il Leone d’Oro per Balkan Baroque, al corpo come materia primaria di una pratica che perdura da oltre cinquant’anni. Curata da Shai Baitel, direttore artistico del Modern Art Museum di Shanghai, l’esposizione è al tempo stesso cattedrale e officina del metodo che ha consacrato Abramović a icona del Novecento. Un metodo costruito sulla disciplina della carne, messa a nudo, forzata alla fatica, al dolore, alla paura, allo sguardo dell’altro. Ma qui, non è il corpo dell’artista ad essere chiamato in causa, bensì quello dello spettatore. Si inizia togliendo l’orologio, lasciando il telefono, indossando le cuffie anti-rumore e consegnandosi, infine, al passo lento degli assistenti in camice bianco. Una sorta di rito di purificazione che prepara all’incontro con i Transitory Objects. Enormi strutture tempestate di cristalli, superfici minerali e letti di pietra chiedono al visitatore di appoggiare la fronte, sdraiarsi, chiudere gli occhi o lasciarsi solleticare, attivando quella che Abramović chiama “trasmissione di energia”. Nelle sale accanto riaffiorano alcune delle opere che hanno definito la sua traiettoria, da Rhythm 0 a Imponderabilia, da Light/Dark a Marina Abramović. Transforming Energy Fino 18 ottobre Gallerie dell’Accademia di Venezia www.gallerieaccademia.it

Balkan Baroque e Carrying the Skeleton, mentre il percorso sconfina – per la prima volta nella storia del Museo – nella collezione permanente, fino al confronto tra Pietà (with Ulay) e l’ultima, incompiuta Pietà di Tiziano. Ma è nel passaggio dal corpo dell’artista a quello del pubblico che Transforming Energy scopre il suo nodo più interessante. L’invito a sostare tra le pietre, sotto le cuffie, dentro il silenzio alla ricerca di una propria dimensione interiore, si misura con una disponibilità che forse possediamo solo a tratti. Vorremmo ascoltare noi stessi, lasciar decantare il tempo, accogliere la trasformazione, eppure a imporsi è ancora lei, Marina Abramović. Un’energia che agisce sotto la superficie e che, anche quando arretra, resta il centro magnetico della mostra. Adele Spinelli ENG Marina Abramović returns to Venice with Transforming Energy at the Gallerie dell’Accademia, marking both a personal milestone and a historic first as the institution’s first solo exhibition by a woman artist. The project reflects her lifelong bond with the Biennale, from her emotional first visit as a teenager to her Golden Lion win in 1997. Curated by Shai Baitel, the show revisits her practice centred on endurance, vulnerability, and the body, but shifts the focus toward the audience. Visitors are guided through a ritual of detachment, removing personal distractions and entering silence, before encountering the “Transitory Objects,” large sculptural installations that invite physical interaction and aim to facilitate an exchange of energy. Alongside these participatory works, the exhibition presents key pieces from Abramović’s career, including Rhythm 0, Imponderabilia, and Balkan Baroque, extending into dialogue with the museum’s permanent collection. The experience emphasizes introspection and transformation, encouraging viewers to slow down and confront their inner state. Yet, even as the work centres the spectator, Abramović’s powerful artistic presence remains the magnetic core, shaping and guiding the entire experience.

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NOT ONLY BIENNALE

Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025 - Courtesy Shirin Neshat / Gladstone / Lia Rumma Gallery, Milan/Naples

Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs © 2026 Natasha Tontey. Courtesy the artist

Storie non ufficiali Shirin Neshat e Natasha Tontey, riappropriarsi della propria voce Lontanissime per stile e ugualmente incisive, il loro sguardo d’indagine sul mondo femminile è un pugno nello stomaco che arriva dritto, stordisce, commuove, ironizza, denuncia, estremizza. Da non perdere da un lato Shirin Neshat, che a Palazzo Manfrin fino al 6 settembre presenta il suo ultimo lavoro Do U Dare!, e dall’altro, Natasha Tontey, che all’Ateneo Veneto mette in scena fino al 25 ottobre The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs. Do U Dare! è spirato alla tragica storia di Nasim Aghdam, figura mediatica di origine iraniana la cui vita e pratica artistica hanno profondamente ispirato Neshat, che esplora l’intreccio di connessioni che hanno legato le artiste. Girata in tre diversi contesti socioeconomici di New York, la trilogia indaga il paradosso tra mondo interiore e mondo esteriore delle donne tra realtà e illusione, tra società americana e prospettiva femminile iraniana. Nasim Aghdam era una donna iraniana che a causa della sua fede è fuggita negli Stati Uniti da bambina per sottrarsi alle persecuzioni del governo iraniano. Cresciuta in un sobborgo della California, isolata e in difficoltà nel trovare un legame d’appartenenza con la società americana – mentre al contempo perdeva il legame con le proprie radici iraniane – Aghdam crea un suo mondo virtuale, aprendo un canale YouTube ed esibendosi cantando e ballando in video stilizzati che esprimono la sua volontà, la sua rabbia e la profonda necessità di essere vista. Attraverso questi video provocatori e destabilizzanti, incarna e sovverte l’immagine universale della donna come oggetto di desiderio e di controllo, sfidando e deridendo le aspettative del pubblico. I suoi contenuti diventano virali, ottenendo milioni di visualizzazioni, finché YouTube non chiude improvvisamente il suo account. Distrutta da quella che percepisce come una forma di censura autoritaria – simile a quella sofferta dalla sua famiglia in Iran – nel 2018, all’età di 38 anni, Aghdam entra armata nella sede centrale di YouTube ferendo alcune persone e togliendosi la vita. Attraverso questa intricata interazione tra verità e finzione, passato e presente, Do U Dare! si configura come uno specchio e un Shirin Neshat. Do U Dare! Fino 6 settembre Palazzo Manfrin Natasha Tontey. The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs Fino 25 ottobre Ateneo Veneto

dialogo, una meditazione sull’esilio, la solitudine, l’ossessione artistica e il fragile confine tra creazione e autodistruzione. La nuova installazione multimediale dell’artista indonesiana Natasha Tontey, commissionata da LAS Art Foundation e Amos Rex, prende avvio dalla storia di Len Karamoy, una combattente della resistenza del movimento politico Permesta attivo nel Nord Sulawesi tra il 1957 e il 1961, che si oppose al potere centralizzato del governo indonesiano. Nella rilettura dell’artista, la figura storica si trasforma in una presenza mitica e collettiva, moltiplicata nei Phantom Combatants, un coro di giovani combattenti impegnate in pratiche rituali e di addestramento che intrecciano dimensioni chimiche, spirituali e politiche. Attraverso video, suono e scultura, l’opera indaga temi legati alla sovranità del corpo, delle culture e dei territori, mettendo in relazione la memoria storica con immaginari contemporanei e futuri alternativi. The Phantom Combatants costituisce il terzo capitolo della serie Macho Mystic Meltdown (2025-2026), ponendo al centro prospettive femministe e indigene, che sollecitano una riflessione sulle forme di resistenza e auto determinazione nel presente. M.M. ENG Inspired by the story of Nasim Aghdam, an Iranian-born media figure who profoundly influenced Neshat’s practice, Do U Dare!, curated by Ilaria Bernardi and Bartolomeo Pietromarchi, explores the connections between the two artists’ experiences. Filmed in three socioeconomic contexts in New York through the narrative of a subjectivity constructed in the digital world, the trilogy creates tension between interior and exterior dimensions and reality and illusion, articulating a gaze that intersects American society with the Iranian female perspective. LAS Art Foundation (Berlin) and Amos Rex (Helsinki) present a new commission by Natasha Tontey, whose practice encompasses film and video, performance and installation, exploring the subtler tones of history while also examining the possibility of developing an alternative future. The multimedia installation tells the story of an Indonesian resistance fighter of the 1950s. Exploring physical and chemical transformation, the symbolism of Minahasan and contemporary military imagery, the work addresses the issue of the sovereignty of bodies, cultures and the Earth.

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NOT ONLY BIENNALE

Lawrence Abu Hamdan, 450XL: The Story of a Fugitive Sound, Canicula, Complesso dell’Ospedaletto - Courtesy Fondazione In Between Art Film - Photo © Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio

Mute verità A Canicula Lawrence Abu Hamdan e il silenzio della protesta È la sera del 15 marzo 2025. Oltre 300.000 persone hanno invaso il centro di Belgrado per quella che viene considerata la più grande manifestazione della storia della Serbia. Da quindici minuti la città è immersa nel silenzio: un minuto per ciascuna delle quindici vittime del crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, tragedia che pochi mesi prima aveva innescato un vasto movimento di protesta contro il governo. Poi, di colpo, la folla si disperde. Migliaia di persone corrono, urlano, precipitandosi ai lati della strada per cercare riparo. Ma nulla, ad occhio nudo, sembra spiegare l’improvviso tumulto. Il giorno seguente la casella di posta elettronica di Earshot, l’agenzia di ricerca audio fondata dall’artista Lawrence Abu Hamdan, viene sommersa dalle richieste di aiuto dei manifestanti. Attraverso oltre 3.000 testimonianze, il team ricostruisce quello che definisce un “suono fuggitivo”: un evento acustico non rilevato dai dispositivi, ma descritto con sorprendente coerenza dai presenti. Secondo Earshot, potrebbe trattarsi di uno dei primi impieghi documentati dell’arma sonica LRAD 450XL, una conclusione contestata dalle autorità serbe e tuttora al centro del dibattito. E mentre il governo continua a negare l’impiego del dispositivo, Abu Hamdan sceglie di trasformare l’indagine in un’opera, sottraendola agli archivi per consegnarla allo spazio pubblico. Così, 450XL: The Story of a Fugitive Sound entra a far parte del percorso espositivo di Canicula, terzo capitolo della “Trilogia delle incertezze” che riunisce otto nuove opere filmiche di artisti internazionali volte ad esplorare le inquietudini del presente. Ideata e promossa da Fondazione In Between Art Film e curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, la mostra al Complesso dell’Ospedaletto assume la luminosità accecante e il caldo torrido della canicola estiva come Canicula Fino 22 novembre Complesso dell’Ospedaletto, Barbaria de le Tole, Castello 6691 inbetweenartfilm.com

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metafore di un tempo saturo di eccessi e distorsioni, evocando i temi dell’informazione, del controllo, della guerra, della scienza, del consumo, così come dell’amministrazione del potere e della verità. È qui che il lavoro di Lawrence Abu Hamdan trova una naturale collocazione, da anni incentrato sulle politiche dell’ascolto e sull’impatto legale del suono. Tra i fasti settecenteschi della Sala della Musica, quindici schermi intrecciano filmati e testimonianze dell’accaduto attraverso un dispositivo ispirato al cinema muto: le parole scorrono senza voce, mentre l’unico elemento sonoro è la ricostruzione audio del presunto attacco, accompagnata dalle musiche di James Hoff. Così, nel cuore di un luogo storicamente consacrato all’ascolto, Abu Hamdan restituisce ai manifestanti il silenzio della protesta, trasformandolo in un archivio vivente di memoria e resistenza. Adele Spinelli ENG Lawrence Abu Hamdan’s 450XL: The Story of a Fugitive Sound is inspired by the events of March 15, 2025, when more than 300,000 people gathered in Belgrade for a mass protest. During a silent tribute to the fifteen victims of the Novi Sad station collapse, panic suddenly spread through the crowd, despite no visible cause. In the following days, Abu Hamdan’s research agency, Earshot, collected over 3,000 testimonies describing a mysterious acoustic event, which investigators suggested could be linked to the use of an LRAD 450XL sonic device, an allegation denied by Serbian authorities. The work is presented within Canicula, an exhibition organized by Fondazione In Between Art Film at Venice’s Complesso dell’Ospedaletto. Using fifteen screens, witness accounts, archival footage, and a reconstruction of the alleged sound event, Abu Hamdan explores themes of listening, power, truth, and collective memory. The installation transforms an unresolved political incident into a powerful reflection on protest, perception, and resistance.


Installation view, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana Photo James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Installation view, Paulo Nazareth. Algebra, 2026, Punta della Dogana

Corpi in transito A Punta della Dogana immagini e memorie in attraversamento Non più merci da pesare e registrare, ma immagini, corpi, memorie da rileggere. Le due mostre in corso a Punta della Dogana – Lorna Simpson. Third Person e Paulo Nazareth. Algebra – restituiscono all’antico complesso, fulcro del commercio navale della Serenissima, la sua vocazione di luogo di passaggio, controllo, deposito. Simpson lavora sulle fratture e sull’ambiguità della rappresentazione. Dipinti, collage, figure femminili enigmatiche e paesaggi artici, ricreati da archivi di spedizioni, sembrano trattenere qualcosa appena prima che scompaia. Le immagini non solo occupano le pareti, ma le mettono in vibrazione, mentre la pittura diventa superficie di emersione, attraversata da acqua, ghiaccio, fuoco, polvere, nuvole. Stati della materia che mostrano quanto fragile sia ogni archivio, quanto il passato possa disgregarsi per rinascere sotto altra forma. Al piano superiore, una striscia di sale attraversa lo spazio lasciando affiorare la sagoma di un tumbeiro, il termine portoghese usato per indicare le navi negriere che attraversavano l’Atlantico. Senza ordine cronologico, seguendo solo la traccia minerale, la mostra si articola in stazioni che raccolgono frammenti di un passato di sofferenza. L’artista brasiliano Paulo Nazareth invita così i visitatori a seguirlo nei suoi viaggi, introducendo un tempo più lento, racchiuso nella parola Algebra, dall’arabo al-jabr, che significa rimettere insieme ciò che è spezzato. Il cammino dell’artista, spesso a piedi nudi per calpestare la stessa terra dei suoi antenati ridotti in schiavitù, diventa metodo di conoscenza, un modo per riportare il corpo dentro la geografia, là dove la cartografia coloniale aveva trasformato terre e persone in linee, rotte, proprietà. Insieme, le opere dei due artisti compongono un attraversamento. Lorna Simpson. Third Person / Paulo Nazareth. Algebra Fino 22 novembre Punta della Dogana www.pinaultcollection.com

È qui che lo spazio smette di essere contenitore e diventa chiave di lettura. Nell’edificio nato per contare, tassare, classificare, Simpson e Nazareth interrogano ciò che i registri non hanno saputo trattenere. L’intervento di Tadao Ando, con il cemento che incide la struttura storica senza cancellarla, aggiunge la sua grammatica di pieni e vuoti, luce e ombra, misura e sospensione. Tra il Cube, le sale e i muri che portano la memoria del deposito, le due mostre confluiscono come correnti della stessa acqua. In Simpson lo sguardo si incrina, in Nazareth il passo insiste, ma entrambi cercano una forma che possa contenere ciò che è stato separato. Corpo e archivio, paesaggio e violenza, memoria personale e storia collettiva. Marisa Santin ENG No longer goods to be weighed and recorded, but images, bodies and memories to be read a new. The two exhibitions currently on view at Punta della Dogana – Lorna Simpson. Third Person and Paulo Nazareth. Algebra – restore to the former customs house its original vocation as a site of passage, control and storage. Simpson works with the fractures and ambiguities of representation. Paintings, collages, enigmatic female figures and Arctic landscapes drawn from expedition archives seem to hold something in place just before it disappears. Her images do not merely occupy the walls, but set them vibrating, while painting becomes a surface of emergence, crossed by water, ice, fire, dust, and clouds. On the floor above, Nazareth’s line of salt traces the outline of a tumbeiro, the Portuguese term for the slave ships that crossed the Atlantic. Moving through the space without chronology, the visitor follows this mineral path through fragments of suffering and displacement. Together, the two exhibitions turn Punta della Dogana into a place where body and archive, landscape and violence, personal memory and collective history converge.

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Vetro-mania L’attesissimo, nuovo capitolo di Glasstress Come la materia del vetro sempre in trasformazione, anche Glasstress, che di essa si nutre, è sempre in evoluzione. Lasciato alle spalle il periodo delle vernici Biennale, l’atteso progetto internazionale ideato da Adriano Berengo nel 2009, che ha aperto la sua fornace alla sperimentazione contemporanea creando uno spazio in cui gli artisti possono progettare e realizzare opere in vetro a stretto contatto con i maestri muranesi, inaugura finalmente il 12 luglio. Lo storico palazzo sul Canal Grande, Ca’ Tron a Venezia e la Fondazione Berengo Art Space a Murano si aprono agli oltre 50 artisti e designer internazionali invitati dai curatori, lo stesso Adriano Berengo e Joanna De Vos e Umberto Croppi, a esplorare il potenziale espressivo e trasformativo del vetro. Ispirato dalla Fucina degli Angeli di Egidio Costantini, che negli anni ‘60 permise ad artisti come Picasso, Chagall e Cocteau di lavorare con il vetro, Adriano Berengo porta avanti questa visione di collaborazione creativa, operando di fatto un’apertura alle potenzialità artistiche della materia vetro e al contempo tutelando il sapere secolare unico ed inestimabile della tradizione dei maestri vetrai muranesi. Glasstress dà vita così a un percorso sempre nuovo e inaspettato che attraversa pratiche e linguaggi diversi, dalla scultura alla performance, dal design all’installazione immersiva, ridefinendo il ruolo del vetro nel panorama artistico contemporaneo internazionale: da Marina Abramović a Ai Weiwei, da Vanessa Beecroft a Monica Bonvicini, da Judy Chicago a Zheng Chongbin e Tony Cragg, da Jan Fabre a Fathi Hassan, da Marlène Huissoud a Marya Kazoun, da Karen LaMonte a Paul McCarthy, da Yue Minjun ad Adrian Paci e Cornelia Parker, da Penzo+Fiore a Jaume Plensa, da Laure Prouvost a Arne Quinze, da Tobias Rehberger a Thomas Schütte, da Sean Scully a Marinella Senatore, da Koen Vanmechelen a Joana Vasconcelos, da Erwin Wurm a Qi Zhuo. È evidente come negli anni Glasstress abbia saputo coinvolgere una comunità di artisti internazionale affermati che hanno sfidato il vetro alle loro personali esigenze creative grazie al supporto dei maestri vetrai muranesi, capaci a loro volta di tradurre tecniche tradizionali in pratiche avanzate di trasformazione della materia. Il risultato è uno spettacolare e attesissimo nuovo capitolo espositivo, un nuovo territorio creativo dove trasparenza, colore, forme e volumi mostrano massima libertà espressiva, iscrivendosi di fatto in un nuovo linguaggio dell’arte oltre il medium. M.M. ENG Like the ever-changing nature of glass itself, Glasstress is a continuously evolving project. Founded in 2009 by Adriano Berengo, it fosters collaboration between contemporary artists and Murano glass masters, inviting experimentation that bridges tradition and innovation. Opening on July 12 across Ca’ Tron in Venice and the Berengo Art Space in Murano, the exhibition gathers over 50 international artists and designers to explore the expressive and transformative potential of glass. Inspired by Egidio Costantini’s Fucina degli Angeli, the project preserves artisanal knowledge while expanding artistic possibilities. Spanning sculpture, performance, design, and immersive installations, Glasstress redefines glass as a central medium in contemporary art, uniting diverse practices into a dynamic, boundary-crossing creative language that welcomes an international array of artists. Glasstress 2026 12 luglio-22 novembre Ca’ Tron, Venezia e Fondazione Berengo Art Space, Murano fondazioneberengo.org | berengo.com

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Erwin Wurm

Ziping Wang - Photo Francesco Allegretto


ORLAN, Cries against a genealogy of increasing violence - Courtesy ORLAN

Microconfluenze A Palazzo Mora un mosaico di identità e accostamenti Confluences, tema scelto dall’European Cultural Centre per la nuova edizione di Personal Structures, attraversa le tre sedi di Palazzo Bembo, Palazzo Mora e Giardini della Marinaressa come un invito a osservare le relazioni che oggi attraversano la pratica artistica. Concentrando lo sguardo su Palazzo Mora, la mostra assume una dimensione più ravvicinata, articolata intorno ai temi dell’identità, della trasmissione e della trasformazione dell’immagine elaborati da artisti, gallerie, fondazioni e progetti indipendenti, tra tessile, pittura, video, fotografia e sperimentazioni generate dall’intelligenza artificiale. Tra le sale di Palazzo Mora, l’identità si manifesta per accumulo di sguardi spesso lontani tra loro. Lo Stephens Tapestry Studio presenta due arazzi disegnati da William Kentridge. Attivo tra Eswatini e Sudafrica, lo studio realizza grandi lavori in mohair, traducendo i disegni di artisti internazionali in opere dalla forte presenza materica. Nel passaggio al tessile il segno di Kentridge conserva la propria energia grafica, acquistando una nuova densità narrativa. Poco distante, il progetto della galleria giapponese BALC apre una personale dell’artista sudcoreano G Sim Seyeon, incentrata sulla relazione tra tempo, percezione e memoria. È invece tutto interno alla cultura pop americana l’accostamento che DTR Modern Gallery costruisce tra Keith Haring e KOZO, Eden Karo. Il dialogo tra l’iconografia di Haring e il disegno classico di KOZO, capace di intercettare l’immaginario contemporaneo, mostra la persistenza di alcuni segni visivi tra generazioni e contesti diversi. Altri progetti rafforzano la dimensione politica della mostra. Con We Are Inconsolable, ORLAN rielabora con interventi pittorici immagini generate dall’intelligenza artificiale, affrontando crisi Personal Structures. Confluences Fino 22 novembre European Cultural Centre Italy, Palazzo Mora www.personalstructures.com

sociali e politiche. Jin-me Yoon lavora con video e fotografia sui temi della migrazione e del colonialismo. Il Palestine Museum US presenta Palestine History Tapestry, progetto collettivo che ricostruisce episodi della storia palestinese attraverso il linguaggio tessile. Bold Beauty Project propone una serie di ritratti di donne con disabilità, in discussione con i modelli convenzionali di rappresentazione del corpo. Personal Structures trova così a Palazzo Mora una delle sue declinazioni più concrete, in una selezione densa, costruita per accostamenti e micro-confluenze, in cui il tema generale della mostra si misura con corpi, immagini, archivi e memorie. Marisa Santin ENG Confluences, the theme chosen by the European Cultural Centre for this edition of Personal Structures, runs through Palazzo Bembo, Palazzo Mora and the Giardini della Marinaressa as an invitation to trace the threads shaping artistic practice today. At Palazzo Mora the focus is on identity, transmission and the transformation of the image across textile, painting, video, photography and AI-generated images. The Stephens Tapestry Studio presents two mohair tapestries after William Kentridge, his graphic energy gaining new density in fabric. Nearby, Japan’s BALC Gallery opens a solo show by South Korean artist G Sim Seyeon on time, perception and memory, while DTR Modern Gallery pairs Keith Haring with KOZO, tracing shared visual signs across generations. Political undertones surface elsewhere: ORLAN reworks AI-generated imagery in We Are Inconsolable; Jin-me Yoon addresses migration and colonialism; the Palestine Museum US presents the collective project Palestine History Tapestry; Bold Beauty Project portrays women with disabilities against conventional models of the body. At Palazzo Mora, Personal Structures finds one of its most concrete forms, a dense constellation of bodies, images, archives and memories.

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Padiglione Italia Biennale Arte 2026 09.05 – 22.11.2026 Tese delle Vergini Arsenale, Venezia

TE

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Commissario Angelo Piero Cappello Curatrice Cecilia Canziani Artista Chiara Camoni

CON TUTTO contecontutto.it @contecontutto #ConTeConTutto #PadiglioneItalia2026 #ItalianPavilion2026

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Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince, Venezia, Photo Andrea Rossetti, Courtesy Fondazione Prada

L’ambiguità del guardare Fondazione Prada, l’America sporca di Jafa e Prince A Ca’ Corner della Regina, Fondazione Prada presenta Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince, mostra curata da Nancy Spector e aperta a Venezia fino al 23 novembre. Il progetto occupa il piano terra e il primo piano del palazzo con oltre cinquanta opere tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti, insieme a nuovi lavori e a una zine realizzata dai due artisti durante la preparazione della mostra. Il dialogo è costruito su una frizione precisa. Arthur Jafa, nato nel 1960, lavora su cinema, musica, cultura visiva Black, memoria storica e violenza americana. Richard Prince, nato nel 1949, attraversa da decenni pubblicità, romanzi pulp, copertine, motociclette, celebrity culture, cowboy, battute, erotismo e mascolinità bianca. Entrambi prelevano immagini dal flusso culturale e le spostano dentro l’arte. La materia, però, cambia peso. Per Jafa l’immagine è ferita, ritmo, testimonianza. Per Prince è superficie rubata, desiderio, vizio, commercio simbolico. Il titolo è già un campo minato. Helter Skelter rimanda a un’attrazione da luna park, a una forma di caos, alla canzone dei Beatles del 1968, all’uso delirante che Charles Manson ne fece per immaginare una guerra razziale, alla mostra del MOCA di Los Angeles del 1992 che non includeva artisti neri. Dentro questa parola si accumulano cultura popolare, paranoia, razza, spettacolo, appropriazione. Jafa e Prince trattano l’America come un archivio sporco: pieno di icone, predicatori, musicisti, modelle, adolescenti, mostri, corpi desiderati e corpi colpiti. A Venezia, il palazzo settecentesco non addolcisce la materia esposta. La costringe a farsi più evidente. L’ornamento di Ca’ Corner della Regina e la brutalità dell’immaginario americano restano vicini, Helter Skelter. Arthur Jafa and Richard Prince Fino 22 novembre Fondazione Prada, Ca’ Corner della Regina fondazioneprada.org

senza armonia. La mostra procede per accostamenti, ossessioni, ritorni; chiede al visitatore di abitare l’ambiguità del guardare. Fondazione Prada segnala la presenza di contenuti espliciti e potenzialmente disturbanti, tra violenza, nudità e immagini sessuali. L’avviso non è una formalità. È parte della temperatura del progetto. Insomma, Helter Skelter funziona quando non risolve il disagio. Jafa e Prince condividono il gesto dell’appropriazione, ma la mostra evita la lezione ordinata sul ready-made. Mette in scena due modi incompatibili di attraversare lo stesso serbatoio visivo: uno tende verso memoria e sopravvivenza, l’altro verso seduzione e furto. Dentro Fondazione Prada, l’America arriva come macchina visiva: brillante, tossica, religiosa, pornografica, musicale. Guardarla significa riconoscere quanto spesso critica e fascinazione nascano dallo stesso germe. Federico Jonathan Cusin ENG At Ca’ Corner della Regina, Fondazione Prada presents Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince, an exhibition curated by Nancy Spector that brings together over fifty works across photography, video, painting, and installation. The show is built on a deliberate tension between the two artists’ approaches to imagery. Jafa explores Black culture, historical memory, and violence in America, treating images as charged testimonies, while Prince draws from advertising, pulp culture, and celebrity iconography, emphasizing appropriation, desire, and surface. The title evokes chaos, pop culture, and racial tension, referencing not only the Beatles song but also its darker cultural associations. The exhibition frames America as a fragmented visual archive filled with conflicting symbols and narratives. Set within the ornate Venetian palace, the works resist harmony, instead amplifying contrast and ambiguity. Explicit and disturbing content underscores the exhibition’s intensity, inviting viewers to confront the uneasy overlap between attraction and critique in contemporary visual culture.

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Francois Reboul, Untitled (Movement), 2024 - Photo Joan Porcel Studio

Traiettorie libere

Dries Van Noten ritratto davanti a Palazzo Pisani Moretta Photo Camilla Glorioso, Courtesy of Dries Van Noten

Il dovere della bellezza Come sempre la bellezza vince, per fortuna! Forse è sempre stato così, nei momenti di crisi – per esempio la caduta della Repubblica di Venezia –, “Altri” hanno deciso per noi e sono stati capaci di salvaguardare almeno in parte il valore inestimabile della città. Ecco perché la “nuova conquista” culturale di forestieri, che investono su Venezia offrendo il loro patrimonio e soprattutto la loro visione, ci solleva e rinfranca sul destino segnato della città. Dei nuovi mecenati, non di artisti in particolare, ma di Venezia tutta! I puristi sono sempre pronti a criticare, ma è indubbio che le ultime entrate in città, e sono numerose con piccole e grandi fondazioni (Dries Van Noten, Berggruen, Ama, Günes‚tekin, Sanlorenzo e molte altre), concorrono ad una ridefinizione del sistema Venezia, non solo esclusivamente turistico, ma massicciamente culturale. Palazzo Pisani Moretta, ne è un manifesto, torna ad aprirsi alla città grazie alla Fondazione Dries Van Noten, che prima ancora di un necessario restauro in programma nei prossimi mesi, ha deciso di mostrarsi e di mostrare la sua nuova identità. The Only True Protest Is Beauty, curata dallo stesso Dries Van Noten insieme a Geert Bruloot, visitabile fino al 4 ottobre, ispirandosi alle parole dell’attivista Phil Ochs, eleva la bellezza a forza di cambiamento. In mostra opere di gioielleria, design e moda, arte, fotografia e sperimentazioni materiche che negli spazi meravigliosi del Palazzo superano i confini disciplinari per dialogare tra loro. L’obiettivo è scardinare i pregiudizi, ribaltare le aspettative e rivelare la dimensione profondamente umana insita nel processo creativo. Qui, la bellezza non è un ideale statico ma una presenza interrogante. Una prospettiva che non possiamo che sperare possa mettere in moto il meccanismo di autodifesa della città – non chiusura –, dove l’antico non è immobile ma si fa linfa per una nuova contemporaneità consapevole. Da non perdere. M.M. The Only True Protest Is Beauty Fino 4 ottobre Palazzo Pisani Moretta fondazionedriesvannoten.org

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Ampie campiture, dripping, pennellate in movimento che, come suggerisce il titolo della mostra in due capitoli, Beyond Chaos / From Chaos to Freedom, procedono dal caos all’ordine. Si viene letteralmente investiti dal colore visitando lo Spazio SV a San Zaccaria (fino al 15 agosto), dove François Reboul, che successivamente aprirà il suo Atelier (28 agosto-22 novembre), si presenta al pubblico della Biennale. Affascinato dall’Espressionismo astratto, l’astrazione non è un esercizio formale, ma una pratica espressiva necessaria, per lui: «L’astrazione è una forma di libertà». La verità è che è qualcosa più difficile da delimitare: è pittura libera, informale, gestuale, che non ha bisogno del segno come convenzione per comunicare. Il gesto pittorico diventa un modo per interrompere il flusso del pensiero, per fissare sulla tela una tensione immediata, non mediata. Le opere restituiscono così una serie di “situazioni visive”: campiture e linee generano movimenti, suggeriscono traiettorie, attivano nello sguardo del visitatore un continuo processo di riconoscimento e perdita. In alcuni lavori emergono configurazioni che sfiorano la figura, senza mai stabilizzarsi. Spiega Vittoria Brachi, curatrice della mostra: «Ogni elemento pittorico, ogni strato della tela è la testimonianza del passaggio dell’artista con il suo pennello, del colore acrilico sul supporto che scivola o, viscoso, rimane impastato su sé stesso formando elementi tridimensionali che brillano o sporgono dalla superficie del quadro». I formati verticali insistono sulla frontalità e sull’assenza di profondità illusionistica. Non c’è un vero sfondo: tutto avviene in superficie. È qui che il colore agisce, attraverso accostamenti intensi che sembrano trattenere una memoria lontana della tradizione veneziana, da Tintoretto a Tiepolo. All’interno di questa apparente coerenza formale emergono tuttavia elementi di instabilità. Le opere di Reboul oscillano tra astrazione e figurazione, lasciando affiorare immagini che sembrano dissolversi nel gesto pittorico. M.M. ENG François Reboul’s exhibition Beyond Chaos / From Chaos to Freedom at Spazio SV in Venice immerses viewers in dynamic fields of colour, dripping paint, and gestural brushwork that move from chaos toward order. Influenced by Abstract Expressionism, Reboul treats abstraction as a necessary form of freedom, using painting to capture immediate, unmediated tension. His works create shifting “visual situations” where lines and colours suggest movement and fleeting forms that hover between abstraction and figuration. Thick acrylic layers record each gesture, while vertical formats emphasize surface over depth. Despite formal coherence, instability persists, with images emerging and dissolving in a continuous interplay of perception. François Reboul. Beyond Chaos Fino 15 agosto From Chaos to Freedom 28 agosto-22 novembre Spazio SV, ex Scoletta San Zaccaria e Atelier François Reboul spaziosv.com


Alighiero Boetti: Mappa, 1979 - Courtesy of Ben Brown Fine Arts © Alighiero Boetti, 2026, DACS

Poli opposti Tra idea e forma, Alighiero Boetti allo SMAC Non sempre l’occhio ci dice tutto. Spesso, infatti, è necessario uscire dagli schemi e capire come semplici lettere, oggetti quotidiani, mappe geografiche e composizioni apparentemente caotiche nascondano concetti molto più ampi, capaci di spingere il pubblico a interrogarsi sul senso della vita. È proprio questo l’aspetto centrale delle opere di Alighiero Boetti, maestri italianoo dell’arte del Secondo dopoguerra. Per celebrarne il lavoro, SMAC Venice presenta Alighiero Boetti, un’ampia retrospettiva che ricostruisce la produzione dell’artista e mette in luce l’ampiezza e la complessità della sua pratica. Il progetto, sviluppato dalla curatrice Elena Geuna e sostenuto da Ben Brown Fine Arts, riunisce circa ottanta opere distribuite in otto sale, coprendo un arco temporale di più di venticinque anni, dalla fine degli anni Sessanta ai primi Novanta. Concepita come una sorta di “costellazione” che invita lo spettatore ad abitare lo spazio tra idea e forma, ordine e disordine, Alighiero Boetti riflette l’interesse costante dell’artista per la dualità, i sistemi e il processo, seguendo l’evoluzione delle sue idee e mettendo in evidenza le tensioni durature al centro della sua pratica. L’esposizione si apre con una sezione dedicata all’autoritratto e alla questione dell’identità, che appare scissa, riflessa e moltiplicata. Proprio alla fine anni Sessanta, infatti, Boetti inizia ad esplorare il tema del doppio interpretato non come divisione, ma come completamento. La sua logica si basa sull’idea che ogni elemento della realtà esista solo in relazione al suo opposto: due poli distinti ma inseparabili, che vivono uno all’interno dell’altro. Proseguendo nel percorso espositivo si nota un cambiamento nello stile dell’artista, che si orienta sempre più verso strutture che organizzano la visione e la conoscenza, esponendo al contempo l’instaAlighiero Boetti Fino 22 novembre SMAC – San Marco Art Centre, Piazza San Marco 105 smacvenice.org

bilità. A partire dai primi anni Settanta, Boetti realizza diverse serie di opere, tra cui i disegni Biro (1972), Ricami (1971) e Mappe (1971). L’artista scompone l’idea di autore unico affidando la realizzazione delle opere a mani artigiane, affinché il tempo e la cultura dell’altro diventino parte integrante del significato dell’opera. Il raddoppiamento si evolve così in un’indagine geopolitica sulla distanza e la conoscenza, dove l’opera accoglie il caso e l’alterità come elementi strutturali fondanti della molteplicità. Le sezioni finali della mostra si concentrano sugli Aerei (1977), sui Calendari (1974) e sulle opere seriali su carta, realizzate negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta. Nel loro insieme, queste serie articolano un processo continuo in cui i sistemi vengono attivati solo per rivelare i propri limiti, mettendo in scena uno scambio prolungato, spesso giocoso, tra controllo e casualità. Aurora Favarato ENG Alighiero Boetti’s work reveals how seemingly simple elements – letters, objects, maps, or chaotic compositions – conceal deeper reflections on existence, inviting viewers to look beyond appearances. The retrospective at SMAC Venice, curated by Elena Geuna, traces over twenty-five years of his practice through around eighty works organized across eight rooms. Conceived as a “constellation,” the exhibition explores the tensions between idea and form, order and disorder, highlighting Boetti’s fascination with duality and process. Early works focus on identity and the concept of the double, understood as complementary rather than divisive. From the 1970s, his practice evolves into complex systems such as the Biro, Ricami, and Mappe, where authorship is shared with artisans, integrating time, chance, and cultural exchange into the work. This approach expands into a broader geopolitical reflection on knowledge and distance. Later series, including Aerei and Calendari, continue to investigate systems that reveal their own limits, staging an ongoing interplay between control and unpredictability.

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Anish Kapoor, installation view, Palazzo Manfrin – Photo Giorgia Aprosio

Kapoor assoluto Nero assoluto, rosso assoluto, spazio assoluto, Anish Kapoor assoluto. A due anni di distanza, Palazzo Manfrin a Cannaregio riapre anche se non restaurato e ancora una volta si dibatte sul valore del contenitore e del contenuto. Il Palazzo è meraviglioso e unico in Venezia e certamente il restauro ne valorizzerà in maniera incredibile la bellezza, tuttavia nel suo essere profondamente délabré amplifica la forma essenziale, asciutta, diretta dell’arte di Kapoor al confine tra l’essere e l’apparire, proprio come il Palazzo stesso, creando la sensazione di entrare in un cantiere permanente. Opere monumentali sono presentate accanto a una significativa selezione dei suoi progetti più iconici – un catalogo di oltre 300 pagine li presenta invece tutti –: specchi deformanti, tele monocrome, materia pittorica e sabbia trasformano lo spazio in un’esperienza percettiva intensa. L’occhio viene continuamente tratto in inganno, spingendo la percezione al limite del visibile: cavità, tagli, crateri, fenditure, crepe, sono elementi in cui Kapoor si insinua, trasformando l’azione artistica in gesto urbano, in spazi attraversabili, infrastrutture, ambienti abitabili o luoghi di esperienza collettiva. Da tempo infatti Kapoor concepisce la scultura come una forma di architettura possibile. Non soltanto per la scala monumentale dei suoi lavori, ma per la capacità delle opere di generare uno spazio fisico e percettivo attorno a sé, fino a trasformarsi in veri e propri dispositivi architettonici. Mariachiara Marzari ENG At Palazzo Manfrin in Venice, Anish Kapoor’s work is presented within a partially unrestored, decaying space that intensifies the dialogue between artwork and setting. The building’s raw, unfinished state mirrors Kapoor’s exploration of the boundary between being and appearance, creating the feeling of an ongoing construction site. Monumental installations and iconic pieces, such as distorting mirrors, monochrome surfaces, and material forms, produce a powerful perceptual experience, deceiving the eye and pushing vision to its limits. Through cavities, cuts, and voids, Kapoor transforms sculpture into spatial and architectural environments, which, due to their sheer size, generate physical and sensory spaces that viewers can inhabit and experience collectively. Anish Kapoor Fino 8 agosto Palazzo Manfrin, Cannaregio 342 anishkapoor.com

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Sarah Abu Abdallah, Following the Lines (2022) Courtesy A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World

Mapping our world È possibile rappresentare il mondo senza interpretarlo? È attorno a questa domanda che si sviluppa A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World, la mostra promossa dal Ministero della Cultura dell’Arabia Saudita e ospitata all’Abbazia di San Gregorio in occasione della 61. Biennale Arte. Curata da Sara Almutlaq e Aurora Fonda, l’esposizione riunisce in cinque sezioni mappe, globi, manoscritti e opere contemporanee per interrogare uno degli strumenti che più hanno contribuito a definire il nostro rapporto con la realtà: la cartografia. Superato il cortile, dove svettano le rotte astrali di Nasser Al Salem, il viaggio prende avvio da un tempo in cui orientarsi significava leggere il paesaggio, seguire le stelle e affidarsi al corpo. Ma è con la nascita delle prime mappe che quel sapere si trasforma in racconto. Lo rivela il dialogo tra il Celestial Globe di Gerardus Mercator e i manoscritti cosmografici di Al-Qazwı̄nı̄, dove osservazione astronomica, mitologia e tradizione concorrono alla costruzione della stessa immagine della Terra. Attraverso un’accurata selezione di manoscritti e carte storiche arabe proveniente da importanti istituzioni internazionali, la riflessione si sposta dal mito al potere, mostrando come individuare un centro, una periferia e dei confini significhi, prima di tutto, costruire un’idea di sé e dell’altro. Passando per le opere di Shilpa Gupta, Tod Wodicka e Ibrahim Mahama e molti altri, si approda infine al contemporaneo. Qui, My Little Big Data di Eva & Franco Mattes porta alle estreme conseguenze la logica dell’algoritmo, restituendo il paradosso dell’ipercartografia: A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World Fino 22 novembre Abbazia di San Gregorio, Dorsoduro 172


Vasily Kandinsky: Curva dominante (Dominant Curve), Aprile 1936, Museo Solomon R. Guggenheim, New York, (Solomon R. Guggenheim Founding Collection)

Il futuro è l’arte

un mondo sempre più misurabile, ma non necessariamente più comprensibile. Come contrappunto, Giorgio Andreotta Calò invita a riappropriarsi dello spazio attraverso le sue walking pieces, mentre le parole di Yoko Ono riecheggiano nel cortile, esortandoci alla creazione di geografie personali. Più che una storia delle mappe, A Necessary Fiction ricostruisce così la genealogia degli sguardi che le hanno generate, ricordando come ogni rappresentazione del mondo sia, inevitabilmente, anche una rappresentazione di noi stessi. Adele Spinelli ENG Exhibition A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World, presented at San Gregorio for the 2026 Venice Art Biennale explores whether the world can be represented without interpretation. Through five sections, the exhibition brings together maps, globes, manuscripts, and contemporary artworks to examine cartography as a tool that shapes our understanding of reality. Beginning with early methods of orientation based on stars and landscape, it traces the transition to mapped knowledge as narrative construction, highlighted by works like Mercator’s Celestial Globe and Al-Qazwıˉnıˉ’s cosmographies. Historical Arab maps reveal how defining centers, borders, and peripheries reflects cultural and political perspectives. Contemporary works push this inquiry further: Eva & Franco Mattes’ My Little Big Data critiques algorithmic “hyper-cartography,” while Giorgio Andreotta Calò and Yoko Ono propose more personal, experiential mappings. Ultimately, the exhibition frames maps as subjective constructs, reflecting not only the world but also the ways we see ourselves.

Visionaria, pioniera, salvatrice dell’arte, collezionista e mecenate, Peggy Guggenheim ha saputo distinguersi come una delle figure chiave del mondo artistico del XX secolo. Oggi è ricordata per i suoi grandi successi: la casa-museo a Venezia, la storica galleria Art of This Century a New York (1942–47), la mostra epocale al Padiglione Grecia alla Biennale del 1948 e per il suo instancabile e fondamentale contributo alla promozione delle Avanguardie del Novecento. Tuttavia, Peggy Guggenheim non è sempre stata l’icona che tutti conoscono. La sua fama è frutto di anni di duro lavoro e determinazione: «Ai tempi non capivo niente dell’arte contemporanea», afferma lei stessa, riferendosi all’inizio della sua carriera. Tuttavia è evidente che il destino di Peggy era segnato e la sua vita e la sua fama dimostrano quando possedesse il privilegio della visione, incredibilmente sensibile e lungimirante. L’esperienza londinese della sua prima galleria, Guggenheim Jeune – dove l’aggettivo “Jeune” segna un distacco dalla tradizione e dalle tendenze conformiste –, attiva tra il 1938 e il 1939, ne è la testimonianza più viva, un momento chiave della sua nascita come collezionista e promotrice delle Avanguardie del tempo. La galleria si inserisce in un contesto culturale complesso, segnato da un lato dal conservatorismo delle istituzioni britanniche e dalla diffusione dell’arte degenerata e dall’altro dalla crescente spinta verso l’innovazione portata dalle Avanguardie europee. Peggy entra in scena schierandosi dalla parte della rivoluzione artistica, diventandone subito punto fondamentale di riferimento. La mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, curata da Gražina Subelytė e da Simon Grant, fino al 19 ottobre a Ca’ Venier dei Leoni, racconta questo primo capitolo della vita artistica di Peggy sotto una nuova luce: non come un’icona già affermata, ma come una giovane donna che, spinta da un grande amore per l’arte, decide di costruire il proprio percorso in questo mondo. Aurora Favarato ENG Peggy Guggenheim is remembered as a visionary collector and key figure in 20th-century art, known for her Venice Museum, her New York gallery Art of This Century, and her support of avant-garde movements. Yet her success was built through determination and gradual learning. The exhibition Peggy Guggenheim in London: The Making of a Collector at the Guggenheim Museum in Venice highlights her early London experience with the Guggenheim Jeune gallery (1938-39), a pivotal moment in her development. Operating in a context marked by conservatism and emerging modernism, Guggenheim championed innovative artists, establishing herself as an important advocate for artistic change and forging her path as a passionate, forward-looking collector. Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista Fino 19 ottobre Collezione Peggy Guggenheim www.guggenheim-venice.it

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Courtesy Louis Vuitton

La tentazione di esistere

Costellazione di luci

Con una pratica che unisce animazione 3D, neuroscienze, spiritualità, motion capture, musica pop, gaming culture e intelligenza artificiale, Lu Yang (Shanghai, 1984) è considerato una delle figure più radicali e innovative della scena contemporanea internazionale. Fondation Louis Vuitton non poteva perdere l’occasione di Biennale Arte 2026 per invitare proprio Lu Yang a realizzare un progetto site-specific nel suo Espace in Calle del Ridotto a San Marco. L’artista ha preso alla lettera l’invito, concependo un’opera immersiva, un santuario cibernetico che ruota attorno a DOKU The Illusion, un film realizzato appositamente per la mostra. Il nome “DOKU” deriva dall’espressione giapponese dokushō dokushi, “si nasce soli, si muore soli”, e riassume perfettamente il nucleo emotivo dell’opera. Attraverso un avatar virtuale, costruito attraverso la scansione digitale del suo volto e del suo corpo, l’artista esplora la reincarnazione digitale e l’identità al di là del corpo fisico, attingendo alla filosofia buddhista e interrogandosi sul significato stesso dell’esistenza. Il suo immaginario è molto legato alla sua biografia: cresciuto in una famiglia buddhista e affascinato fin da giovane tanto dalla religione quanto dalla cultura otaku giapponese, ha fuso in un melting-pot originale, internet, anime, musica elettronica e videogiochi, e architettato un linguaggio filosofico prima ancora che estetico. ENG Lu Yang is one of the most radical voices in contemporary art, blending 3D animation, neuroscience, spirituality, gaming culture, and AI into a unique visual language. For Fondation Louis Vuitton in Venice, the artist created an immersive, site-specific installation centred on DOKU The Illusion. Drawing from Buddhist philosophy and the idea of digital reincarnation, Lu Yang uses a virtual avatar based on their own body to explore identity beyond the physical. The project reflects a hybrid imagination shaped by religion, internet culture, anime, and electronic music, forming a deeply philosophical as well as aesthetic experience.

Che sia una casa speciale, ormai da tempo lo abbiamo capito, perché è tangibile l’azione di inclusione sociale e di crescita culturale di cui si fa carico. Naturalmente stiamo parlando della Casa di The Human Safety Net in Piazza San Marco, fondata da Generali, che promuove importanti azioni internazionali per liberare il potenziale delle persone che vivono in contesti di vulnerabilità, affinché possano trasformare le vite delle loro famiglie e comunità. La forza di un movimento che si serve di tutti i linguaggi creativi come mezzi per trasmettere e condividere una conoscenza. L’arte naturalmente è uno di questi linguaggi, capace di dare forma alle storie, per questo in occasione delle Biennali The Human Safety Net presenta nuovi progetti all’interno del suo percorso di conoscenza al terzo piano delle Procuratie Vecchie. Marinella Senatore, con la sua pratica artistica multidisciplinare che indaga il potenziale estetico e politico dei processi collettivi, delle ritualità condivise e delle forme partecipative di produzione culturale attraverso installazioni, arazzi, collage, film e performance collettive, è la nuova protagonista con l’opera site-specific We Rise by Lifting Other. «Una costellazione di voci. Non un gesto individuale, ma uno spazio condiviso per rendere visibile ciò che normalmente resta ai margini. Ogni elemento nasce dall’incontro con persone, racconti, desideri e memorie differenti, e trova nella dimensione condivisa la propria forma definitiva» spiega l’artista. We Rise by Lifting Others rappresenta una traduzione artistica e umana del percorso A World of Potential: un ulteriore livello di esperienza in cui il potenziale non è raccontato in astratto, ma prende forma concreta. Concepita come opera corale si articola in una monumentale luminaria, alta circa quattro metri, e in una serie di sei arazzi, entrambi sviluppati a partire da parole, immagini, desideri e riflessioni emersi durante un articolato percorso laboratoriale con le famiglie coinvolte, che costruiscono paesaggi simbolici abitati da figure umane stilizzate e testi ricamati. Immagine e parola si fondono così in una cartografia emotiva e sociale che restituisce la complessità delle relazioni umane. M.M.

Lu Yang: DOKU The Illusion Fino 4 ottobre Espace Louis Vuitton Venezia, Calle del Ridotto, San Marco 1351 it.louisvuitton.com

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Marinella Senatore. We Rise by Lifting Others Fino 22 marzo 2027 La Casa di The Human Safety Net, Piazza San Marco 105 www.thehumansafetynet.org


Jenny Saville a Ca’Pesaro Ca’ Pesaro Galleria Internazionale d’Arte Moderna 28 marzo–22 novembre 2026

Santa Croce 2076, 30135 Venezia Vaporetto: Linea 1, fermata San Stae capesaro.visitmuve.it con il supporto di

media partner

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© Georg Baselitz 2026

La danza della memoria Alla Fondazione Cini, il conturbante testamento di Georg Baselitz «Ho dipinto un numero incredibile di quadri nel corso di oltre 60 anni. Ora che sono più o meno alla fine della mia attività di pittore, ho pensato che fosse il momento di trarre una sorta di conclusione. Una sintesi dei quadri che ho realizzato nel corso degli anni. Li ho voluti su base dorata – di vero oro – su cui realizzare un disegno il più raffinato, sensibile e completo possibile di mia moglie Elke e di me stesso, come nudi individuali o come coppia. E ci sono riuscito. Li ho voluti grandi, perché ci vogliono grandi forme se c’è qualcosa di importante da dire… e poi amo i formati che non finiscono appesi dietro un divano!». Così l’artista Georg Baselitz – raccontandosi in un video – accompagna i visitatori attraverso i due saloni della Fondazione Cini, a San Giorgio, che accolgono le sedici grandi tele della mostra Georg Baselitz – Eroi d’Oro. Titolo che volutamente richiama – quasi a voler chiudere il cerchio di una vita dedicata all’arte – una delle prime e più celebri serie dell’autore. «Nel 1965, dipinsi quelli che divennero noti come i dipinti degli Eroi. Si trattava di personaggi di fantasia, non realistici, non basati su modelli reali, ma figure immaginarie ispirate ai personaggi eroici dei romanzi sulla guerra civile russa. Questa serie ha dominato il mio lavoro per molto tempo e continua a farlo». Quella ospitata sull’isola di San Giorgio è così diventata una vera e propria esposizione-testamento del grande artista tedesco, morto il 30 aprile 2026, a pochi giorni dall’inaugurazione veneziana. Aveva 88 anni. I suoi celebri ritratti capovolti – che costringono chi li osserva a guardare con più attenzione l’opera – qui sono più grandi, fragili, affascinanti e conturbanti che mai, alcuni tracciati con un unico Georg Baselitz. Eroi d’Oro Fino 27 settembre Fondazione Giorgio Cini, Sala Carnelutti, Isola di San Giorgio Maggiore www.cini.it

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segno nero, quasi una china su un foglio dorato dai rimandi all’arte giapponese. Corpi che nulla celano del passare degli anni. Altri sono accompagnati da pennellate accese di colore. «Ho pensato a de Kooning, che diceva che la carne è la ragione per cui fu inventata la pittura», racconta l’artista, «e ho realizzato svolazzi voluti e colorati, come un prestito, una devozione, come un addio, un commiato». Tele grandi anche tre metri per quattro, che attraggono e al contempo insinuano l’angoscia per la fine del tempo. “Una danza della memoria del corpo” le definisce il curatore della mostra Luca Massimo Barbero nel catalogo: corpi che fluttuano su sfondi dorati dai molti rimandi artistici, ma qui senza «ostentazione di monumentalità celebrativa, quanto un mezzo per rappresentare l’intima solitudine e fragilità umana di fronte alla fine». Roberta De Rossi ENG Exhibition Eroi d’Oro (lit. ‘golden heroes’) at the Fondazione Cini presents a final synthesis of Georg Baselitz’s long artistic career. Conceived as a personal and artistic summation, the series features sixteen large-scale paintings on gold backgrounds, depicting the artist and his wife Elke as nude figures, either alone or together. Baselitz intentionally uses monumental formats and refined lines to convey what he sees as essential, embracing both intimacy and grandeur. The title recalls his early Heroes series of the 1960s, creating a dialogue across decades. These works, shown shortly after the artist’s death in 2026, acquire the character of a testament. His signature inverted figures appear more fragile and direct, exposing aging bodies with unflinching honesty. Some images are rendered with minimal black lines, others enriched with vivid colour, reflecting influences such as de Kooning. The result is a meditation on memory, corporeality, and the solitude of human existence in the face of time’s end.


Jenny Saville a Ca’ Pesaro, MUVE. Installation view - Photo Irene Fanizza

Michael Armitage, Dandora (Xala, Musicians), 2022, Pinault Collection. Installation view Photo Marco Cappelletti Studio

Il tormento e l’estasi Jenny Saville e Michael Armitage, due mostre davvero imperdibili La summa del contemporaneo che Biennale Arte e tutta Venezia propone – un privilegio assoluto poter assistere a questo spettacolo mondiale unico –, mai come quest’anno ci permette accostamenti azzardati forse, ma che trovano nella resa dell’atto figurativo puro il loro comune denominatore. Stiamo consigliando di visitare in sequenza due tra le mostre più attese e ora più visitate del panorama veneziano: Jenny Saville a Ca’ Pesaro e Michael Armitage a Palazzo Grassi. Perchè? L’arte di questi due artisti trascende i limiti del figurativo riuscendo a trasfigurare la cronaca in un’immagine universale, un Umanesimo contemporaneo che rimette al centro della storia dell’arte la figura, sia essa corpo, volto o gruppo. A Ca’ Pesaro i muri sono occupati dalle tele monumentali di Jenny Saville (1970, Cambridge, Regno Unito): l’impatto visivo è fortissimo e si amplifica nel ricercato dialogo con i grandi pittori del passato presenti nella collezione permanente. La mostra è la sublime celebrazione della devozione di Saville per la pittura. La misura imponente dei suoi dipinti è il tratto distintivo del linguaggio figurativo dell’artista, così come la sua ricerca incentrata sul corpo, sulla carne, e su soggetti femminili nudi, mutilati o schiacciati dal peso e dall’esistenza. Ripercorrendo la carriera, dagli esordi negli anni Novanta fino ai giorni nostri, Jenny Saville supera i confini sia della figurazione classica che dell’astrazione moderna. La pittura a olio, applicata in strati spessi, diventa viscerale quanto la carne stessa, e ogni pennellata mantiene una vita propria, flessibile e mobile. Mentre Saville spinge, sfuma e raschia il pigmento sulle sue enormi tele, i confini tra i corpi viventi e respiranti e le loro rappresentazioni pittoriche cominciano a dissolversi. A Palazzo Grassi, Michael Armitage (1984, Nairobi, Kenya), navigando tra racconti ispirati al reale e a visioni oniriche, affronta temi delicati della nostra epoca, tra cui le tensioni sociopolitiche, la Jenny Saville a Ca’ Pesaro Fino 22 novembre Ca’ Pesaro capesaro.visitmuve.it

Michael Armitage. The Promise of Change Fino 10 gennaio 2027 Palazzo Grassi www.pinaultcollection.com

violenza, le ideologie seducenti e la crisi migratoria globale. Il pittore ritiene che l’arte non possa ignorare la realtà, ma debba al contrario impadronirsene. In mostra quarantacinque dipinti, tra lavori storici e nuove produzioni, e più di cento studi, che rivelano il suo linguaggio, ricco e sensibile, e mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensità cromatica, unendo diversi canoni estetici. Le opere sono dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo le tradizioni ugandese e indonesiana, e le irregolarità naturali di questo materiale – fori, pieghe e una texture ruvida – influenzano profondamente le composizioni visive dell’artista. Eseguite con una tavolozza lussureggiante e sensuale, le pitture di Armitage sono il risultato di un processo di sovrapposizione e stratificazione: la pittura viene applicata a strati dando vita a un’immaginazione evocativa e singolare. M.M. ENG Jenny Saville at Ca’ Pesaro – International Gallery of Modern Art and Michael Armitage at Palazzo Grassi stand out as two compelling explorations of contemporary figurative painting. Though differing in style and context, both artists transform lived experience into universal human narratives, placing the body, the face, and the individual at the centre of their work. Saville’s exhibition traces her career from the 1990s to the present through monumental canvases that engage in a powerful dialogue with the historic collection at Ca’ Pesaro. Her visceral paintings focus on flesh, physicality, and often vulnerable female subjects, dissolving the boundaries between representation and abstraction through layers of thick, dynamic oil paint. At Palazzo Grassi, Michael Armitage presents forty-five paintings alongside more than one hundred studies. Drawing on social and political realities, including violence, migration, and collective memory, he creates dreamlike yet deeply engaged narratives. Together, the two exhibitions demonstrate the enduring power of figurative painting to address contemporary human experience.

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Ecosistema totale La prima mostra personale in Italia dell’artista Amoako Boafo (1984, Accra, Ghana), prodotta da Gagosian, trova collocazione ideale negli spazi del Museo di Palazzo Grimani: nitore e colore, classicità e contemporaneità, storia e cronaca, eroi e persone, contrasti che si attraggono. «Per me – ha dichiarato Amoako Boafo – questa mostra a Palazzo Grimani riguarda la creazione di un ecosistema totale nel quale i miei soggetti possano davvero appropriarsi dello spazio. Sto intrecciando le loro storie con l’architettura del Rinascimento e reimmaginando le tradizioni tessili veneziane attraverso i colori del Ghana. È il mio modo per ricordare, con garbo, che non siamo semplici ospiti in queste sale: la nostra identità, i nostri tessuti e la nostra bellezza hanno una rilevanza altrettanto duratura quanto gli affreschi su queste pareti». Attraverso la sua pittura e i suoi progetti sociali, Amoako Boafo svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo della scena culturale del Ghana, sostenendo artisti contemporanei in tutto il continente africano e anche oltre i suoi confini. Dopo un periodo in Austria, dove si confronta con la marginalizzazione della comunità nera e con la conseguente sotto-rappresentazione nel linguaggio artistico contemporaneo, Boafo decide di focalizzare il suo lavoro sul ritratto di soggetti neri. I suoi autoritratti sono indagini autobiografiche che rivelano vulnerabilità e creatività, mettendo in discussione i modelli tradizionali della mascolinità. Altre opere ritraggono invece persone a lui care o figure che egli ammira. L’applicazione del colore direttamente sulla tela con le dita, unita alle pose e agli sguardi magnetici dei soggetti, conferisce ai dipinti un senso di matericità e presenza, affermandone con fierezza l’identità. M.M. ENG Amoako Boafo’s first solo exhibition in Italy, presented by Gagosian at Palazzo Grimani, brings together contrasts between past and present, classical architecture and contemporary painting. The Ghanaian artist creates an immersive “ecosystem” in which his portraits interact with Renaissance spaces, blending Venetian textile traditions with Ghanaian colours. Boafo’s work centres on Black identity, shaped by his experiences of marginalization in Europe, and often explores masculinity, vulnerability, and self-representation. His expressive finger-painted surfaces and compelling figures affirm presence and dignity, while his broader practice supports and uplifts the contemporary African art scene beyond national borders. Amoako Boafo. It doesn’t have to always make sense Fino 22 novembre Museo di Palazzo Grimani museogrimani.cultura.gov.it

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Will we ever exist © Koen Vanmechelen – Photo Laura Veschi, 2026

Pensavamo di essere soli Curata da James Putnam, We Thought We Were Alone, personale di Koen Vanmechelen a Palazzo Rota Ivancich riunisce oltre quaranta opere inedite tra sculture e installazioni, trasformando il palazzo in un organismo vivo, attraversato da relazioni, metamorfosi e contaminazioni. Artista belga di fama internazionale, Vanmechelen sviluppa da anni una ricerca che intreccia arte, scienza e impegno sociale. Al centro del suo lavoro vi è la convinzione che l’identità non sia un dato immutabile, ma il risultato di processi continui di incontro e trasformazione. In questa mostra, tale riflessione assume una forma plastica e monumentale, mettendo in discussione la tradizionale visione antropocentrica del mondo. Il titolo, We Thought We Were Alone (Pensavamo di essere soli), allude proprio all’illusione dell’essere umano di occupare una posizione privilegiata nell’ordine naturale. Attraverso figure animali, forme ibride e richiami alla scultura classica, l’artista invita il visitatore a confrontarsi con una realtà fondata sull’interdipendenza tra specie, culture e sistemi viventi. Medusa, le Tre Grazie e altri riferimenti alla tradizione occidentale vengono reinterpretati e trasformati, dando vita a opere che superano i confini tra biologico e culturale, passato e futuro. Un ruolo fondamentale è svolto dallo stesso Palazzo Rota Ivancich (normalmente chiuso al pubblico). Le sue stratificazioni architettoniche, i segni del tempo e i restauri accumulati nel corso dei secoli diventano parte integrante del percorso espositivo. L’edificio si configura come un “bozzolo” in cui forme e significati si dissolvoKoen Vanmechelen. We Thought We Were Alone Fino 22 novembre Palazzo Rota Ivancich, Castello 4421 www.wethoughtwewerealone.com


Photo Joan Porcel

Universi paralleli e necessari

no e si rigenerano, riflettendo il tema centrale della mostra: l’esistenza come processo di continua trasformazione. Bronzo, marmo, vetro, fotografia e video dialogano tra loro in un allestimento che mette in tensione individuo e collettività, materia e forma, eredità e cambiamento. L’arte, nella visione di Vanmechelen, non è semplice rappresentazione, ma forza generativa capace di produrre nuove connessioni e nuove possibilità di convivenza. Una visione che trasforma la scultura in strumento di conoscenza e immaginazione, capace di ridefinire il nostro posto nel mondo. Franca Lugato ENG Curated by James Putnam, We Thought We Were Alone is a solo exhibition by Koen Vanmechelen at Palazzo Rota Ivancich, featuring over forty new sculptures and installations that transform the historic space into a living organism shaped by relationships, metamorphosis, and hybridization. The Belgian artist, known for blending art, science, and social engagement, explores identity as a dynamic process of interaction and change rather than a fixed condition. Challenging anthropocentrism, the exhibition evokes the illusion of human centrality and instead emphasizes interdependence among species and cultures. Through animal figures, hybrid forms, and reinterpreted classical motifs such as Medusa and the Three Graces, Vanmechelen crosses boundaries between nature and culture, past and future. The palace itself, with its layered history and visible traces of time, becomes integral to the display, acting as a cocoon of transformation.

«Nell’era dell’intelligenza artificiale, qual è il ruolo attivo dell’arte e degli artisti?» si è chiesto Nicolas Berggruen, fondatore di Berggruen Arts & Culture. Palazzo Diedo sta cercando di affrontare questo interrogativo, diventando di fatto un laboratorio dinamico di idee. Il progetto Strange Rules, ideato da Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist, curato in collaborazione con Adriana Rispoli, introduce il concetto di Protocol Art, una pratica che si confronta con le regole sottostanti che dettano il modo in cui la cultura viene prodotta, distribuita e percepita nell’era digitale. Queste regole si manifestano frequentemente sotto forma di algoritmi, modelli di intelligenza artificiale, protocolli informatici, piattaforme e varie infrastrutture tecnologiche. La Protocol Art non si limita a utilizzare questi strumenti; li espone, li analizza e li trasforma in materiale artistico in sé e per sé. L’opera non è quindi solo il risultato finale, bensì il processo regolato da istruzioni, ovvero l’architettura invisibile che rende possibile l’esperienza estetica. In questo spostamento di prospettiva — dall’oggetto al sistema e dall’autore singolo alla collaborazione e in definitiva alla co-creazione uomo-macchina — si definisce uno dei territori più urgenti della ricerca contemporanea. Parallelamente, Palazzo Diedo presenta Unfinished, curata da Ann Gallagher e Jonathan Watkins, una panoramica accurata del lavoro di Ceal Floyer, artista britannica scomparsa nel dicembre 2025. Attraverso video, fotografia, installazioni sonore, readymade e sculture, Unfinished mette in luce un umorismo sottile che nasce da prospettive inedite, giochi di parole e da un’originale reinterpretazione della realtà quotidiana. Le due mostre connettono due diversi modi di interrogare la realtà: da un lato l’analisi dei protocolli invisibili che strutturano la cultura digitale; dall’altro la capacità di sovvertire il quotidiano attraverso minimi spostamenti concettuali. M.M. ENG The question of art’s role in the age of artificial intelligence drives Palazzo Diedo’s program, conceived as a dynamic laboratory of ideas. Strange Rules, by Mat Dryhurst, Holly Herndon, and Hans Ulrich Obrist, introduces “Protocol Art,” a practice that examines and transforms the invisible systems: algorithms, AI models, and digital infrastructures. These entities shape cultural production and perception. Here, art shifts from object to process, emphasizing rules and human-machine co-creation. Further on, Unfinished, curated by Ann Gallagher and Jonathan Watkins, presents works by Ceal Floyer, highlighting her subtle humor through video, sound, and ready-mades that reframe everyday reality. Together, the exhibitions explore two approaches to understanding the contemporary world: interrogating hidden digital structures and reimagining the ordinary through minimal conceptual shifts. Strange Rules | Unfinished Fino 22 novembre Palazzo Diedo berggruenarts.org

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Helen Broms Sandberg, Le sette Opere di Misericordia (installation view)

Misericordia! Caravaggio, Helen Broms Sandberg e le Opere contemporanee Nel grande e strabordante inquinamento d’immagini che ogni anno di più sommerge Venezia in occasione della Biennale, avviene di venir toccati da un inaspettato momento di grazia. Dove? A trenta passi dall’ingresso delle Corderie dell’Arsenale, dopo il ponticello in ferro che immette sulla Fondamenta della Tana, dove prende le mosse Calle del Forno: un budello largo meno di un metro e lungo per un’ottantina di metri che ti scodella, infine, nella luce accecante di via Garibaldi, non lontano dall’esedra monumentale con i pilastroni alla rustica che fa da ingresso al primo tronco dei Giardini pubblici (quelli della Biennale, per intenderci). Circa a metà del budello a destra si apre una semplice vecchia porta ma dentro, fin dalla soglia, sei avvolto in una potente, sottile e discreta ventata di fascino, atmosfera e arte. Partendo infatti dal celebre e ineludibile capolavoro Le sette Opere di Misericordia di Caravaggio, datato 1607 e conservato nella chiesa del Pio Monte della Misericordia a Napoli, si dispiega una meditazione sulle Opere di misericordia (sfamare gli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, curare i malati, ospitare i senzatetto, Helen Broms Sandberg. Le sette Opere di Misericordia Fino 22 novembre Bruchium Fermentum, Calle del Forno, Castello 2092 www.helenbromssandberg.com

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visitare i carcerati, seppellire i morti) di imprevedibile intensità, di perfetta calibratura emozionale, di sintesi figurativa e iconografica originale. Sette schermi per sette opere: ci si chiede se si potrebbero raddoppiare dedicando altri sette schermi alle Opere di misericordia spirituale, dopo queste corporali, si andrebbe così a coprire l’intera gamma delle Beatitudini che sono, come tutti (o quasi) sanno, all’origine della splendida elencazione di queste che, soprattutto nella cultura medievale, sono state la vera tavola dei valori della carità cristiana e, naturalmente, la fonte per una illustrazione popolare di ineguagliabile efficacia. Portali romanici e gotici, retabli di piccoli altari periferici così come di monumentali costruzioni dorate fastose e trionfali; sistemi scolpiti su pinnacoli di cattedrali e su facciate di palazzi pubblici; mescolate e tradotte in Virtù Cardinali o Teologali (come si impara sin da piccini e inconsapevoli nel letale Catechismo di Pio X) in esempi di vita devota e in eroici supporti a martirii e morti violente. Il terreno delle Opere è sconfinato e imprevedibilmente versatile: esso si estende fino a dare supporto al più radicale scontro di principi teologici, fonte nei secoli di divisioni, contrasti, crociate: la Fede o le Opere? Cosa garantisce la vita eterna? Da San Paolo (forse addirittura da Caino e Abele) in giù passando ovviamente per Riforma protestante e Controriforma cattolica è stato un pressoché


di Giandomenico Romanelli

Caravaggio, Le sette Opere di Misericordia, 1607, Chiesa del Pio Monte della Misericordia, Napoli

continuo scambio di accuse circa la esatta interpretazione della domanda: Cosa vale di più, la Fede o le Opere? L’autrice dell’installazione, la svedese di Stoccolma Helen Broms Sandberg, vuole attualizzare il messaggio che le Opere di Misericordia contengono, non certo inseguire le controversie teologiche chiedendosi poi: «Come si possono interpretare gli atti di carità da una prospettiva universale? [...] Poniamo domande, ma non otteniamo risposte, compiamo azioni perché speriamo in un cambiamento?». Domande tanto più impellenti se osserviamo il mondo attuale, il caos e la desolazione che avanzano e il crescere del disagio e addirittura della disperazione nella solitudine. Se questo è l’ambito culturale e morale, storico e psicologico, intimo e sociale in cui la carità (che le Opere di Misericordia manifestano ed esercitano, ciascuna nel suo specifico ambito e dimensione) ritiene di doversi manifestare attraverso le Opere volendo prendersi cura del prossimo, che è poi, in sintesi, l’essenza del vivere generosamente con gli altri e per gli altri, allora le Opere parlano ancora oggi, sono più che mai attuali e necessarie. Così pare o si suppone in mostra. Ma a noi resta, tuttavia, da valutare come Helen Broms Sandberg ha scelto di dar vita e forma al suo complesso ma lucido ragionamento che ci propone nei sette schermi della sua mostra (e nelle altre opere che ne fanno da corona). E qui entra in scena un gigante, Michelangelo Merisi da Caravaggio. Infatti l’autrice parte proprio da un celebre e ineludibile capolavoro,

la tela napoletana con le Sette Opere di Misericordia, conservato nella chiesa del Pio Monte della Misericordia a Napoli, una istituzione caritatevole a soccorso dei più deboli e poveri, come è avvenuto nel corso dei secoli in molte città e paesi del mondo occidentale. Dobbiamo a questo punto fare un passo indietro. Questo dipinto di Caravaggio (realizzato nel 1606-07) costituisce – almeno iconograficamente – una sorta di pietra d’inciampo nell’ordinato decorso dell’incontro/scontro tra un tema complesso come questo delle opere di misericordia e la traduzione, quasi sempre in cicli di dipinti o di sculture, che se ne è data: l’artista, infatti, ha unificato il tutto in un’opera densa e affollata: perché? La formazione lombarda di Caravaggio è risaputa (non foss’altro perché egli nasce a Milano o, lì vicino, nel paese che gli darà quel nome con cui è da tutti conosciuto), così come il suo iniziale alunnato nella bottega di un artista che si autoproclamava allievo di Tiziano, Simone Peterzano. Molto più interessante l’influsso diretto su di lui esercitato dalla cultura pittorica veneta: a Bergamo e Brescia oltre che a Milano il giovane Merisi ha modo di vedere opere fondamentali di artisti veneziani e, comunque, di percepire concretamente i caratteri di una scuola di straordinaria vitalità, destinata a condizionare a lungo e in termini non univoci gli sviluppi della pittura europea. Si pensi ad opere come il polittico Averoldi di Tiziano a Brescia oppure all’intera produzione lombarda di un veneziano per certi versi anti-tizianesco come il grande Lorenzo Lotto; oppure, ancora, alla genialità di pittori lombardo-veneti come l’enigmatico ed esoterico Savoldo o alla vena rinascimentale ma con inflessioni talvolta rustiche e plebee di Romanino. Di tutti costoro sarà possibile chiaramente ritrovare traccia nel DNA di Caravaggio. Ma vi è, infine, quel suo passaggio a Venezia, che è testimoniato sin dai primi biografi, che lo mette a diretto e sconvolgente contatto con il momento manierista e michelangiolesco di Tiziano e, forse soprattutto, con la furiosa battaglia luministica di Tintoretto. Tutto questo plasma la sua sensibilità e la sua pittura e lo prepara, in un certo senso, all’incontro fondamentale con l’opera scultorea e pittorica di Michelangelo a Roma. Potrebbe risultare superfluo dire che Caravaggio ricava moltissimo da queste esperienze; ma colpisce il fatto che egli soprattutto assorbe umori dalle componenti più problematiche, critiche e drammatiche delle personalità di questi artisti, quasi che cercasse di farsi interprete nuovo e moltiplicato dei loro tormenti da un lato; e, dall’altro lato, che egli volesse per così dire condensare ed estrarre l’essenza dei loro linguaggi e delle loro invenzioni. Si pensi proprio a Michelangelo e ai suoi due affreschi nella cappella Paolina in Vaticano: la Conversione di San Paolo e la Crocifissione di San Pietro. E si confrontino queste scene con i due analoghi soggetti di Caravaggio per Santa Maria del Popolo che contengono citazioni vere e proprie dei modelli: tutti hanno sempre sottolineato, e giustamente, il rapporto di dipendenza che lega queste opere. Ma che cosa ha fatto Merisi rispetto a Buonarroti? Ha compresso le scene ingigantendo i protagonisti ed eliminando per quanto possibile tutti gli spettatori, il paesaggio e i contesti: la Vocazione della cappella Paolina è una sorta di scontro universale divino/umano messi in relazione dalla colonna di luce che scende ad accecare un Saulo carico d’anni, a terra sconvolto e catturato nel turbine di una agitazione incontenibile attorno al cavallo impennato che fugge. Il giovane Saulo di Caravaggio è, invece, praticamente solo e

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Michelangelo Buonarroti, La crocifissione di San Pietro, 1542-1550 Palazzi Apostolici Vaticani, Cappella Paolina © Musei Vaticani

Michelangelo Buonarroti, La conversione di San Paolo, 1542-1550 Palazzi Apostolici Vaticani, Cappella Paolina © Musei Vaticani

inerme a braccia aperte, quasi calpestato dall’enorme cavallo trattenuto per il morso da un soldato. Paesaggio, soldati, spettatori sono stati risucchiati dal fondo nero su cui si staglia la scena. Analogo il processo creativo per l’altro soggetto, la Crocifissione di San Pietro. Nelle due crocifissioni è assai simile anche il movimento del santo che sembra resistere sollevando la testa e torcendosi di lato mentre i carnefici procedono con naturalezza nella loro feroce incombenza. Ma anche qui non solo è saltato tutto il contesto ma addirittura la scena sembra venir contenuta a fatica nei limiti dimensionali della tela: Caravaggio ha compresso l’universo michelangiolesco, ritagliando l’essenziale dell’episodio ed escludendo il resto. Per molti aspetti si presenta con le stesse caratteristiche la tela da cui siamo partiti, quella con le Opere di misericordia nella chiesa del Pio Monte a Napoli che appartiene alla maturità dell’artista. Rispetto alla lunga tradizione medievale che raffigura sui portali delle chiese o in paliotti d’altare le immagini allegoriche o i simboli dell’operare cristiano secondo le beatitudini evangeliche in lunghe teorie cui spesso sono aggregati anche i simboli e i segni identificativi di virtù sacre e profane, Caravaggio comprime tutte queste figure, gesti o attitudini nella affollata evocazione di una umanità intenta a praticare le opere di carità o esserne oggetto: vecchi, fanciulle, pellegrini, moribondi, carcerati; su di essi incombe a precipizio una coppia di Angeli abbracciati che sorreggono nel solito turbine drappeggiato (che nel

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Caravaggio, Conversione San Paolo, 1600-1601 Cappella Cerasi, Basilica di Santa Maria del Popolo, Roma

nostro artista fa la parte delle nuvole a rappresentare lo spazio celeste e la epifania del sacro) la Vergine e il Bambino, che presiedono all’intera distribuzione di carità umana e di grazia divina. In questa come in tutte le opere di Caravaggio è fondamentale il ruolo giocato dalla luce, anzi: dall’artificiale illuminazione in cui il pittore immerge corpi, braccia, spalle, schiene, mani, piedi facendoli poi emergere come da un liquido nero, da un bagno di pece, e ciò avviene proprio grazie alla luce radente la cui fonte d’origine è quasi sempre ignota all’osservatore e che sembra animare in un momento preciso, qui e ora, fatti e cose, miracoli ed esecuzioni capitali. In questo procedimento Caravaggio, memore delle sue esperienze passate e soprattutto al confronto con Michelangelo in scene, in figure, in travolgenti emozioni tradotte in forme e in colori, guarda piuttosto alla lezione di Tintoretto, all’artista cioè che vive la sua arte come una titanica battaglia tra la luce e le tenebre. Per Tintoretto come per Caravaggio possiamo scegliere di interpretare questa battaglia in termini simbolici, in contenuti teologici, in drammi e tragedie esistenziali; ma non possiamo prescindere dal dato oggettivo: sulle loro tele si incarna la verità – fisica e morale – di un ineguagliabile sublime, virtuosistico esercizio intellettuale. Figurativamente alcune delle situazioni che gli schermi animati della mostra di Helen Broms propongono appaiono di grande qualità e


Helen Broms Sandberg, Le sette Opere di Misericordia

in consonanza quasi perfetta con lo spunto caravaggesco che è stato all’origine dell’opera. La prima scena (mi si passi la definizione approssimativa) è di una efficacia straordinaria: le due figure che vi agiscono e che vengono in più interventi accudite da una terza figura paiono tratte proprio da un qualche dipinto di Merisi, sono mosse da una spinta esteriore/interiore a uscire dalla cornice mentre una luce carezzevole ne illumina spalle, volto braccia in un abbandono dolente e musicale (tra l’altro, il coerente commento musicale della performance è curato da Marco Schiavoni a partire dall’Agnus Dei del compositore statunitense Samuel Barber). Le figure abbracciate sono percorse da un sentimento di soccorrevole empatia, di pietà discreta, di compassionevole dedizione. Il tempo dell’azione è rallentato, vi è come l’attesa di una fine imminente e di una sommessa cura terminale. Altro pannello di grande suggestione è quello del “dar da mangiare agli affamati”, dove la figura sembra faticosamente tentare inutilmente di liberarsi da un bozzolo, una nascita faticosa e letale, lenta, disperata e tuttavia pacata, definitiva. Helen Broms introduce nella figuratività latamente caravaggesca la dimensione del tempo: seppur lentamente e in gesti ripetuti e dilatati la carità avviene, non è statica, non è pietrificata o solo graficamente fermata ma si svolge, avviene appunto, per quanto con movimenti scanditi da un tempo minuscolo, in un suo percettibile dinamismo.

Se dovessimo accostare questo procedimento ad altre elaborazioni, ad altre esperienze, lo accosteremmo agli eventi di Bill Viola, anche per il rapporto che egli cercava o creava con altre espressioni, con altre parole e forme. E questa non è certo una diminuzione o riduzione del lavoro di Helen Broms, tutt’altro. Non possiamo qui leggere e commentare tutte le proposte figurative di queste Opere di Misericordia, esse vanno viste e vissute, con riflessioni e ricordi, evocazioni e pretesti. Uscendo dal budello oscuro di Calle del Forno e prima di immergersi nell’abbagliante quotidianità di via Garibaldi, ecco un’altra occasione di grazia: la più bella e naturale performance della 61. Biennale Arte è un evento che si può leggere come una sfida alla Biennale stessa, purtroppo effimera (infatti durerà solo qualche giorno): Calle Nova animata di decine di lenzuola dipinte come una grande festosa onda, mossa dal vento resa gioiosa su un frammento di città che prende cura di sé, che si riprende e re-impadronisce dei suoi spazi, della sua aria e della sua luce in modo pacifico e gentile, è Marea di Melissa MGill; una città che si dimostra viva e animata, nonostante i troppi spazi, membri, corpi straziati da un proliferare forzato e senz’anima distribuito come un secchio di spazzatura gettato a caso tra le calli e i campi, le strade e le fondamente, i rii e i magazzini, irritante e sgraziato come il verso di una gallina strozzata.

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arte FOTOGRAFIA

Mario Cresci, Vedere attraverso, Pisa, 1997

Viaggio in bianco e nero

© Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection - Courtesy MUNAV

L’essenza del momento Dimenticato dalla storia della fotografia, oscurato dalla fama dei suoi stessi scatti. Oggi Alfred Eisenstaedt è un nome presente nei libri di storia, ma pochi ricordano che dietro alcune delle immagini più simboliche del XX secolo c’è proprio lui. Il MUNAV di Venezia ha allestito negli spazi del Padiglione delle Navi una speciale mostra-omaggio dedicata ad Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell’aria, curata da Monica Poggi, è pensata per far riscoprire al pubblico un autore che ha contribuito in modo decisivo alla definizione del linguaggio del fotogiornalismo. Oltre 80 scatti offrono uno sguardo sugli anni europei della sua formazione e sui primi incarichi come reporter negli anni Venti e Trenta del Novecento, fino al Secondo dopoguerra, quando Eisenstaedt è ormai un fotografo affermato a livello internazionale. Formatosi in un periodo in cui il linguaggio fotografico si trasforma rapidamente grazie alla diffusione delle riviste illustrate e alla commercializzazione di macchine fotografiche veloci e compatte, Eisenstaedt si distingue per le sue fotografie spontanee (candid): immagini capaci di catturare l’essenza del momento senza rinunciare a una forte carica espressiva. Ispirandosi alla luce e alla composizione dei maestri della pittura, realizza scatti poetici e armoniosi, talvolta ironici e vicini all’estetica surrealista dei primi del Novecento. In mostra sono presenti anche alcune delle sue fotografie più celebri, tra cui Il ritratto di Joseph Goebbels, testimonianza dell’ascesa del nazismo in Europa, e V-J Day in Times Square, che ritrae il bacio improvviso tra un marinaio e un’infermiera durante i festeggiamenti per la fine della Seconda guerra mondiale. Aurora Favarato Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell’aria Fino 22 novembre MUNAV – Museo Storico Navale di Venezia www.munav.it

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Un intreccio tra patrimonio culturale e la relazione essenziale che lega uomo e territorio: il Museo del ‘900 di Mestre apre le sue porte a due nuove mostre fotografiche dal titolo BELPAESE. A Photographic Journey e ALTIPIANO. In cammino con Mario Rigoni Stern, nell’ambito del progetto M9 Contemporaneo. BELPAESE. A Photographic Journey, curata da Denis Curti, propone un viaggio attraverso 170 anni di fotografia italiana, affrontando i temi del paesaggio e del tessuto sociale, insieme alle loro trasformazioni, in relazione alla condizione umana. Una selezione di opere provenienti dalle collezioni della Fondazione di Venezia modella uno spettro fluido della storia della fotografia del Novecento, offrendo un ritratto dell’Italia visto attraverso lo sguardo di alcuni dei suoi più importanti fotografi, tra cui Gianni Berengo Gardin, Elisabetta Catalano, Ferdinando Scianna e Mimmo Jodice. Da questo percorso nazionale si passa a una documentazione visiva regionale: il paesaggio dell’Altopiano di Asiago con ALTIPIANO. In cammino con Mario Rigoni Stern. Il fotografo e curatore Loïc Seron, ispirato dallo scrittore Rigoni Stern ha percorso l’Altopiano in ogni stagione dell’anno. Seron costruisce un dialogo tra fotografia e letteratura che invita il visitatore a leggere le immagini in modo consapevole, mettendo in luce il rapporto tra uomo e natura nei temi dell’armonia, della memoria e dell’ecologia. Il paesaggio diventa così strumento di narrazione. I due progetti offrono una riflessione vivida sul territorio italiano, coinvolgendo il pubblico in un’esperienza di osservazione attiva e scoperta del Paese. Emma Rowland Cassia ENG At the M9 Museum in Mestre, two photography exhibitions explore the bond between cultural heritage, landscape, and human experience. BELPAESE. A Photographic Journey, curated by Denis Curti, traces 170 years of Italian photography through works by masters like Gianni Berengo Gardin, Elisabetta Catalano, Ferdinando Scianna, and Mimmo Jodice, capturing social and environmental change. ALTIPIANO, inspired by writer Mario Rigoni Stern, features Loïc Seron’s images of the Asiago plateau, some 120 km north of Venice and the scene of some of the fiercest combat in WWI, across seasons, blending photography and literature. Together, the shows offer a reflective journey into Italy’s landscapes, memory, and the relationship between people and nature. BELPAESE. A Photographic Journey ALTIPIANO. In cammino con Mario Rigoni Stern Fino 13 settembre M9 – Museo del ‘900, Mestre www.m9museum.it


© Fondation Bru

Alla ricerca della luce Nella fotografia contemporanea il nome dei grandi stampatori viene spesso dimenticato, nonostante il loro ruolo sia fondamentale nella definizione dell’immagine finale. Roland Dufau. Scultore di luce, mostra promossa da Fondation Bru nel portico di Palazzetto Bru Zane, rovescia questa prospettiva e cattura l’attenzione del visitatore proprio sul talento di un artigiano speciale che per tutta la sua vita è stato al servizio della fotografia. La selezione di stampe da scatti di illustri fotografi è stata curata non a caso dal famoso fotoreporter Reza. Nel corso della sua carriera, Roland Dufau ha valorizzato le fotografie di centinaia di appassionati e professionisti, realizzando, a partire dalle loro diapositive, stampe eccezionali, grazie al procedimento svizzero Cibachrome, o Ilfochrome, sviluppato dall’azienda Ilford. La mostra mette in luce la straordinaria abilità dello stampatore nell’impiego di questa tecnica, capace di garantire una saturazione cromatica eccezionale e una straordinaria stabilità nel tempo, risultati ottenuti grazie a una assoluta precisione in ogni fase della lavorazione. La diapositiva diviene per Dufau un vero banco di prova, capace di restituire i colori con fedeltà, sfruttando le straordinarie capacità del Cibachrome e applicando tecniche di fotoincisione e realizzando maschere per controllare i contrasti. Ogni diapositiva offriva possibilità d’uso di tecniche diverse, ma sempre nel buio totale e con ore dedicate alla rimozione della polvere. Ed è proprio qui che risiede la magia di Roland Dufau: grazie al suo sguardo esigente, alla sua intuizione e alla sua maestria, ha reso queste immagini vive per sempre, intense, inalterabili, insostituibili. Aurora Favarato ENG Roland Dufau. Scultore di luce, presented by Fondation Bru at Palazzetto Bru Zane, shines a spotlight on the often-overlooked role of the master printer in contemporary photography. Curated by renowned photojournalist Reza, the exhibition celebrates Roland Dufau’s exceptional craftsmanship in transforming photographers’ slides into lasting works of art. Using the Cibachrome (Ilfochrome) process, renowned for its rich colour saturation and durability, Dufau produced prints of remarkable precision and visual impact. The exhibition highlights his meticulous techniques, from controlling contrast through masking and photo-engraving to painstaking work carried out in complete darkness. Through technical mastery, intuition, and an uncompromising eye, Dufau elevated the images of countless photographers, ensuring their brilliance, permanence, and emotional power. Roland Dufau. Scultore di luce Fino 12 settembre Palazzetto Bru Zane bru-zane.com

Luca Casonato, Rio della Sensa vicino a Corte Alberagno, Venezia, 2018

Di là dal fiume Dalle pagine del libro Su acque, fiumi e paesaggi o l’avventura possibile (ArtonWorld, Roma, 2025) dello storico e critico d’arte Enrico Gusella prende il via la mostra Su acque, fiumi e paesaggi. Fotografie di Raffaello Bassotto, Luca Casonato, Elio Ciol, Stefano Ciol, Cesare Gerolimetto, curata dallo stesso autore del libro, dal 4 al 29 luglio nella galleria M.A.C. Lab in Fondamenta de la Misericordia. Al centro dell’esposizione, fiumi, acque e paesaggi, la nostra storia e il nostro territorio, quale bene comune da conservare e da valorizzare. Le nostre acque e i nostri fiumi sono espressione di civiltà con cui misurarsi ed entro cui ritrovare una dimensione o la forma di un paesaggio. Il libro è una ricerca storica e fotografica su Venezia e parte del Veneto, dove i fiumi rappresentano un “limite”, una “soglia” o un “confine” del nostro territorio e delle nostre città oltre il quale possono prendere corpo le catastrofi. Proprio per questo sono soggetti degni di tutela, da sottoporre a una pratica etica, un gesto di cura verso l’ambiente e il paesaggio, che sono straordinari beni culturali proprio come recita l’articolo 9 della nostra Costituzione: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». La mostra restituisce attraverso opere in bianco e nero e a colori il tema delle acque, dei fiumi, del mare, della laguna e del paesaggio come una sorta di richiamo alla fragilità delle città e dei territori. Dalle Dolomiti al Delta del Po, dal Garda alla Laguna veneta, da Verona a Venezia un fil rouge aggrega e unisce territori e città, forme e insediamenti. Le immagini diventano strumento di una cultura visiva dentro un territorio circoscritto ma anche profondamente denso di storia e di cultura, motivo di una aderenza e di sensibilità alle dinamiche della vita quotidiana veneziana e del Veneto. Su acque, fiumi e paesaggi richiede attenzione verso le nostre bellezze urbane, storiche, artistiche e paesaggistiche, ma anche verso Venezia e la sua unicità, vista attraverso lo sguardo privilegiato di fotografi come Ciol, Casonato, Bassotto e Gerolimetto, esempio sublime di una nuova avventura visiva. Su acque, fiumi e paesaggi 4-29 luglio Galleria M.A.C Lab, Cannaregio 2589 www.enricogusella.com

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arte

ARCHEOLOGIA

Testa femminile raffigurante Thesan Leucotea dal Tempio A di Pyrgi, 350 a.C. ca. Santuario Pyrgi, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Bronzetto di offerente disteso su kline, V secolo a.C. Bronzo, produzione etrusca, proveniente dal santuario di Altino Parco Archeologico di Altino

Elemento divino Etruschi e Veneti: l’acqua come bene comune tra l’uomo e il soprannaturale Un viaggio nel tempo e nello spazio, dal Tirreno all’Adriatico dell’età del Ferro alla scoperta di santuari portuali, acque dolci curative, laghetti e polle salutifere, dove l’acqua nel culto diventa strumento di purificazione e di protezione. La mostra Etruschi e Veneti. Acque, Culti e Santuari, a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, in corso fino al 29 settembre a Palazzo Ducale, Appartamento del Doge, guida attraverso il tema originale dell’acqua alla scoperta del divino, del contatto tra l’uomo e il soprannaturale, presente sia nella civiltà etrusca che in quella dei veneti antichi con riti che spesso si assomigliavano tra loro. Un “prologo” permette di visualizzare il viaggio che il visitatore compirà all’interno della mostra, con una esplicativa mappa della penisola che evidenzia il percorso tra le fonti curative sacre in Etruria, da Vulci all’area di Chiusi e Chianciano e a San Casciano dei Bagni, fino al santuario fontile di Marzabotto, in area padana; in Veneto, da Montegrotto a Lagole di Calalzo. La mappa evidenzia anche i principali approdi della navigazione marittima e fluviale, da Pyrgi a Spina e Adria, fino a Este e Altino. Tra suggestive citazioni di fonti greche e latine accoglie i visitatori la splendida testina proveniente dal tempio di Pyrgi che raffigura Leucothea, la bianca dea del mare protettrice dei marinai, nota per aver protetto Ulisse durante il viaggio verso la terra dei Feaci. Ex voto anatomici, reperti collegati alla navigazione come modellini di navi, Etruschi e Veneti. Acque, Culti e Santuari Fino 29 settembre Palazzo Ducale, Piazza San Marco palazzoducale.visitmuve.it/mostra/etruschi-e-veneti/

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riproduzioni di pesci, vasellame, provenienti tanto dall’area etrusca che veneta richiamano i due filoni principali della mostra: le acque minerali e termali con proprietà sananti e quelle salate, di quegli approdi portuali che accolgono con la protezione divina chi parte ma anche chi arriva incolume. Il viaggio inizia da Vulci, la ricca città aristocratica della dodecapoli etrusca sul Tirreno, con il deposito votivo di Banditella che rappresenta la più antica testimonianza di un culto all’aperto di acqua sorgiva. Vasi miniaturistici, oggetti di ornamento e un raffinato e preziosissimo cavallino in bronzo di età villanoviana, IX e VIII secolo a.C.. Grande spazio viene riservato all’area sacra di Pyrgi, il porto dell’antica e potente Caere (Cerveteri), un grande santuario cosmopolita con culti legati al mare. La presentazione dei modellini dei due templi monumentali arcaici, la copia delle lamine d’oro, tra i più lunghi testi scritti in lingua etrusca, depositi di oggetti che provengono dallo scavo di pozzi ci fanno conoscere divinità, riti, offerte e rapporti con il mondo greco, cartaginese, magnogreco: sicuramente tra i luoghi simbolo dell’integrazione tra stranieri. Nella sala di Chianciano e Chiusi è protagonista uno dei reperti più spettacolari della mostra: l’acroterio con Thesan, la dea dell’Aurora. Dalle proporzioni perfette, dal movimento seducente e dal fluente panneggio della veste, questa statua in terracotta di età ellenistica ci lascia con il fiato sospeso. Nel percorso un posto centrale è costituito dalla sala che presenta il materiale inedito di San Casciano ai Bagni, restaurato per l’occasione. La storia di questo recentissimo ritrovamento, una vasca di acqua calda medica-


SCAVI APERTI

Altino nel I secolo d.C. - planimetria ricostruttiva - disegno arch. Fabio Maria Fedele

Acroterio frontonale destro a figura femminile, Metà II secolo a.C. circa, proveniente dal santuario in località I Fucoli, Chianciano terme. Museo Civico Archeologico, Chianciano terme

mentosa, dove il materiale si è conservato intatto come fosse sottovuoto, riporta non solo ai culti religiosi ma anche a pratiche mediche avanzate. Offerte votive, fulmini sepolti, sigilli rituali segnano il passaggio e la trasformazione del santuario fino e oltre l’epoca romana. Passando per Marzabotto si arriva sul mare Adriaco con materiali ritrovati nell’Etruria padana a Spina e Adria, nell’antico delta del Po. Il monumentale cratere attribuito al pittore di Kleophon, databile al 430 a.C, con riferimento al culto di Apollo delfico proveniente da Spina e la perfezione del piccolo bronzetto arcaico, detto Eracle di Contarina, valgono sicuramente la visita. La mostra si chiude con gli Etruschi per inoltrarsi nel mondo dei Veneti: una sala introduttiva documenta il culto del sacro e il rapporto con l’acqua. Dal disco di Montebelluna con la dea Clavigera alla lamina di Altino con una serie di mani alzate, dai cavalli veneti ai lupi come metafora dello straniero il percorso prosegue con quattro affondi sui santuari di Montegrotto, Este, Lagole di Calalzo, per concludersi con Altino. Offerte con iscrizioni in venetico, nomi di donatori e divinità maschili e femminili, oggetti per i riti con l’acqua, strumenti per la filatura e la tessitura, tavolette e stili scrittori in bronzo documentano la ricchezza e la complessità di questi santuari. We are Bodies of Water, un’installazione immersiva a cura della Fondazione Bonotto costituita da un grande arazzo intrecciato con fibre ottiche e filati di materie plastiche riciclate, conclude la mostra e riporta il visitatore alla contemporaneità: dagli animali e piante della Laguna alla presenza del granchio blu e del delfino “Nane”, uno stimolo a riflettere sulle criticità ambientali contemporanee. Franca Lugato

Non si pensa mai a Venezia come ad una città antica, tuttavia è noto e ora ampiamente evidente che l’area lagunare è stata abitata in maniera intensiva anche nell’antichità. Una campagna di scavo promossa dai Musei Archeologici Nazionali di Venezia e della Laguna sta riportando alla luce una porzione del foro della città romana di Altino, uno dei più importanti siti archeologici del Veneto antico. Negli ultimi anni il Parco Archeologico di Altino è stato protagonista di numerose attività di ricerca, ma è la prima volta che l’indagine archeologica interessa in modo diretto un settore così centrale dell’abitato romano: un’area di 26 ettari acquisita dal Ministero della Cultura e affidata al Parco Archeologico di Altino nella prima metà del 2025. Si tratta di circa un terzo della città antica sepolta, la cui organizzazione urbanistica era stata ricostruita grazie alle campagne di telerilevamento e prospezione geofisica, condotte tra il 2007 e il 2009 dall’Università di Padova in collaborazione con l’allora Soprintendenza Archeologica e la Regione del Veneto. Le evidenze archeologiche restituiscono nuove informazioni sull’intero arco di vita dell’insediamento romano, permettendo di leggere sia la monumentalità della città sia i processi di declino e abbandono. Il saggio più esteso interessa il margine meridionale del foro dove sono emerse tracce delle tabernae, le botteghe affacciate sulla piazza pubblica, e di un asse stradale che separava il foro dalla basilica, il principale edificio destinato alle attività civiche e giudiziarie. Un secondo saggio ha restituito, in eccezionale stato di conservazione, un tratto urbano della via Annia, la grande strada consolare che dalla metà del II secolo a.C. collegava Padova ad Aquileia, passando proprio per Altino. La terza area di indagine ha invece interessato la zona in cui le prospezioni geofisiche avevano individuato il maggiore dei due teatri cittadini. Lo scavo ne ha confermato l’esistenza, riportando alla luce alcuni tratti dei muri della cavea e aprendo prospettive particolarmente promettenti per le future campagne di ricerca. Parco Archeologico di Altino Quarto d’Altino museivenezialaguna.cultura.gov.it

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arte GALLERIES

GALLERIA ALBERTA PANE THE MATERIALITY OF JUDY CHICAGO FinoUntil 22 novembreNovember

L’interessante personale della celebre artista americana Judy Chicago, nata nel 1939, curata da Allison Raddock, attraversa sessant’anni di ricerca, mettendo al centro materiali e tecniche di una pratica che ha ridefinito il rapporto tra arte, femminismo e memoria. Judy Chicago è una figura fondamentale per l’arte femminista ed è stata a lungo associata all’iconico progetto The Dinner Party, realizzato tra il 1974 e il 1979 e oggi conservato al Brooklyn Museum. Quel lavoro monumentale, dedicato alla storia simbolica delle donne nella civiltà occidentale, ha segnato una svolta nell’arte femminista: il successo è stato tale che l’artista si è chiesta se mai avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. La mostra veneziana allarga lo sguardo e restituisce la complessità di un percorso fatto di pittura, ceramica, ricamo, vetro, bronzo, alluminio e interventi ambientali. Il titolo insiste sulla materialità perché Chicago ha utilizzato tecniche sperimentali considerate marginali, trasformandole in strumenti concettuali. Dai cofani d’automobile dipinti con bombolette spray ai piatti di porcellana, dai tessuti alle sculture in vetro, ogni materiale diventa un luogo di conflitto con le gerarchie dell’arte che escludeva le voci femminili. Il percorso include opere storiche e un corpus inedito, Judy Chicago: Lilies/Goddesses, presentato per la prima volta al pubblico, che espone nuove sculture in vetro, bronzo e alluminio nate da collaborazioni con Studio Berengo di Venezia, JRP|Editions di Zurigo e Corning Museum of Glass di New York. La serie deriva da An Homage to Arles, progetto del 2024 commissionato da LUMA Arles, culminato in uno spettacolo pirotecnico irradiato da ninfee metalliche galleggianti. Monet e gli Impressionisti si intrecciano con una riflessione sulla dea, sulla natura e sulla vulnerabilità del pianeta. Accanto alle Lilies/Goddesses, la mostra presenta disegni e sculture

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minimaliste degli anni Sessanta, piatti e disegni legati a The Dinner Party, ricami e studi del Birth Project, dipinti della serie PowerPlay dedicati all’identità maschile. Ne emerge un’artista capace di passare da una scala intima a una monumentale, con una tensione costante verso il cambiamento sociale. Le opere con ghiaccio secco, fumo colorato e fuochi d’artificio, rilette alla luce di Revelations, mostrano il lato apocalittico della sua ricerca: la bellezza diventa avvertimento, il colore segnala la fragilità della Terra. The Materiality of Judy Chicago conferma l’arte come conoscenza, politica e immaginazione di un futuro plurale. Irene Machetti ENG The retrospective dedicated to American artist Judy Chicago, curated by Allison Raddock, spans six decades of her work, highlighting her crucial role in redefining the relationship between art, feminism, and memory. While long associated with the iconic The Dinner Party, the exhibition broadens the perspective to reveal a multifaceted practice across painting, ceramics, textiles, glass, and installation. Emphasizing materiality, Chicago transforms techniques once considered marginal into powerful conceptual tools that challenge traditional artistic hierarchies. Alongside historical works, new pieces from Lilies/Goddesses explore themes of nature, divinity, and environmental fragility, blending references to Impressionism with ecological reflection. The exhibition presents an artist moving between intimate and monumental scales, whose work consistently merges beauty, political urgency, and a vision of art as a means of social change and imaginative renewal. Calle dei Guardiani, Dorsoduro 2403/H albertapane.com


CASTELLO 925 | CROSS CONTEMPORARY ART MARTIN WEINSTEIN Nothing Goes Away FinoUntil 26 luglioJuly

MARIGNANA ARTE MAURIZIO PELLEGRIN I ritratti perduti / The Lost Portraits – 1990-2025

SPARC* LEO FRONTINI Yields of Fray

FinoUntil 5 settembreSeptember

Maurizio Pellegrin, veneziano trapiantato a New York, è un narratore visivo che usa “reperti di umanità” per creare ritratti costruiti sull’assenza. L’assenza di un soggetto che l’artista rende non necessario, sostituendolo con oggetti, una sorta di reliquiario ripreso dal passato e innervato di nuova energia. Ogni opera diventa così un’opportunità per sviluppare la conoscenza e mantenere un sottile equilibrio tra spirito e materia. ENG A Venetian now living in New York, Maurizio Pellegrin is a visual storyteller who uses “relics of humanity” to create unique portraits. These are portraits that emerge through absence: the absence of a subject the artist renders unnecessary, replacing them with a series of objects – a sort of reliquary taken from the past and charged with new energy. For Pellegrin, each work thus becomes an opportunity to develop understanding and maintain a subtle balance between spirit and matter.

L’indagine di Leo Frontini sul subconscio e sulla dimensione emotiva si radica in una solida padronanza dell’anatomia, della pittura a olio e del disegno. I dipinti, accompagnati da testi poetici, attivano un sistema di rimandi allegorici che coinvolgono percezione e senso. Nutrito di diverse influenze storico-artistiche, il suo lavoro oscilla tra precisione tecnica e tensione contemplativa, restituendo immagini di stratificata profondità interiore. ENG Leo Frontini combines exploration of the subconscious and the emotions with a solid knowledge of anatomy, oil painting and drawing. Accompanied by poetic texts, his paintings activate a system of allegorical references that engage perception and reflection. Through a language that absorbs diverse art-historical influences, his work moves between technical precision and contemplative tension, constructing images that open onto a stratified interior dimension.

Rio Terà dei Catecumeni, Dorsoduro 141 www.marignanaarte.it

Campo Santo Stefano, San Marco 2828/A www.leofrontini.com

FinoUntil 5 settembreSeptember

Personale dell’artista Martin Weinstein dedicata a Venezia: vedute esterne – i suoi magnifici canali e la sua architettura – giustapposte a studi di interni che evocano un’elegante e raccolta domesticità tipicamente italiana. I dipinti, realizzati su strati multipli di acrilico, sono semplici risposte a ciò che l’artista ama: un giardino, un fiore, il sole che filtra tra le nuvole, la città di Venezia, la quiete di un pomeriggio o l’atmosfera elettrica che precede un temporale. Per Weinstein questo elenco è al contempo vasto e intimo, diario silenzioso sulla poesia dell’esistenza. ENG Artist Martin Weinstein’s solo exhibition is dedicated to Venice: exterior views of its magnificent canals and architecture juxtaposed with studies of interiors that evoke an elegant and intimate Italian domestic mood. Created with multiple layers of acrylic, the paintings are ultimately simple responses to what the artist loves: a garden, a flower, the sun filtering through clouds, the city of Venice, the quiet of an afternoon, or the atmosphere pre- ceding a storm. For Weinstein, this list is both vast and intimate, serving as a silent diary on the poetry of existence. Fondamenta San Giuseppe, Castello 925 www.martinweinstein.com www.crosscontemporaryprojects.com

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arte

NOT ONLY VENICE

Esplorando Tiziano Dopo la mostra-dossier organizzata in occasione delle Olimpiadi Invernali, Pieve di Cadore prosegue la sua indagine su Tiziano con un nuovo appuntamento dedicato al paesaggio, tema centrale ma non ancora del tutto esplorato nell’opera del maestro. Tiziano e il Paesaggio, al Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore dal 18 luglio al 18 ottobre, porta nel paese natale dell’artista tre suoi dipinti – il Battesimo di Cristo dai Musei Capitolini, Orfeo ed Euridice dalla Fondazione Accademia Carrara di Bergamo, il San Giovanni Battista dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia – accanto a oltre trenta opere grafiche, tra disegni e xilografie di Tiziano e della sua cerchia, ma anche di Dürer, Cranach, Rembrandt, Marco Ricci. Curato da Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa, il progetto muove dalla premessa che, sebbene Tiziano non abbia mai dipinto paesaggi autonomi, la natura nelle sue opere non è mai solo fondale decorativo. Nel Battesimo di Cristo le montagne dal profilo dolomitico e il borgo sullo sfondo caricano la scena di significato; nell’Orfeo e Euridice il paesaggio si sdoppia – placido da un lato, oscuro e minaccioso dall’altro – seguendo la tensione narrativa della storia. È però nel disegno che questa ricerca trova più libertà, permettendo a Tiziano di sperimentare un linguaggio in cui ogni albero, roccia, nube diventa elemento compositivo. In mostra, le stampe di Dürer e Cranach illuminano il confronto con la cultura nordica e con la Venezia del primo Cinquecento; quelle di Giulio e Domenico Campagnola illustrano la fase in cui, nella cerchia del maestro, la natura inizia a diventare protagonista. Tra i modelli più influenti nati nell’orbita tizianesca si distingue il Paesaggio con suonatore di ghironda e una fanciulla di Domenico Campagnola, costruito secondo una formula destinata a lunga fortuna: piccole figure in primo piano, un albero nodoso a organizzare la scena, quindi un borgo e, sullo sfondo, le montagne. Le stampe circolano, vengono copiate e reinterpretate. Rembrandt attinge ai disegni del cadorino, Fragonard e Watteau ne raccolgono l’eredità. I grandi collezionisti europei – da Jabach a Crozat – accumulano fogli che poi confluiranno nelle raccolte del Louvre e in cabinet privati. La mostra segue questa onda lunga, portando alla luce un’esperienza artistica – accanto a quella più conosciuta del maestro – che ha contribuito alla costruzione moderna del genere paesaggistico. Marisa Santin Tiziano e il paesaggio 18 luglio-18 ottobre Pieve di Cadore www.tizianovecellio.it

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La Caverne du Pont Neuf, Sunset, May 2026 - Photo Eléa Jeanne Schmitter - © Atelier JR

Per incanto o per delizia L’effetto sorpresa o meglio meraviglia è la sua firma. Di certo ci è riuscito a Venezia con l’affresco contemporaneo ispirato a Le Nozze di Cana di Paolo Veronese, che campeggiava solo per troppi pochi giorni (la settimana delle vernici Biennale) sulla faccia del The Venice Venice Hotel. Per fortuna un arazzo monumentale (oltre quattro metri di altezza per quasi otto di larghezza), realizzato dal maestro tessitore Giovanni Bonotto con la sua Fondazione, intrecciando materiali eterogenei, tra plastica riciclata, lana, cotone e carta washi, mantiene indelebile la traccia: dall’effimero dell’installazione alla durata dell’arazzo, dalla contemporaneità del gesto alla memoria materiale. Stiamo parlando di JR ovviamente, che dopo Venezia, dove ha lasciato il popolo della Biennale con il naso all’insù, lo scorso giugno ha sorpreso i parigini, non così inclini allo stupore, con una magnifica e gigantesca catena di rocce lungo la Senna. È La Caverne du Pont Neuf, colossale omaggio a Christo e Jeanne-Claude, che esattamente quarantuno anni fa, era il 1985, fecero scomparire sotto un grande telo il più antico ponte di Parigi con l’opera The Pont Neuf Wrapped. Se Christo e Jeanne-Claude avevano lavorato per sottrazione, enfatizzando la forma esistente del ponte, JR ha ideato un ambiente immersivo autonomo, una sorta di rigonfiamento del ponte stesso. L’installazione di circa 2.400 metri quadrati (lunga circa 120 metri, larga 20 e alta 18) è stata ideata come una www.jr-art.net


The place to be

monumentale struttura gonfiabile con una superficie totale di circa 18.900 metri quadrati di tessuto stampato. L’effetto visivo ha regalato l’illusione della roccia all’esterno e della caverna/cava all’interno. Quella della grotta di pietra è un richiamo alla storia di Parigi, infatti la gran parte degli edifici storici della capitale è stata costruita con la pietra calcarea estratta dalle cave dei dintorni. Un’evocazione della storia ipogea delle città non nuova per JR. Il Pont Neuf, punto di connessione tra la Rive Droite, la Rive Gauche e l’estremità occidentale dell’Île de la Cité, per tutta la durata dell’installazione – dal 15 al 28 giugno 2026 – è rimasto sempre accessibile, percorso a piedi o in bicicletta da una moltitudine di parigini e turisti. ENG JR’s art thrives on wonder, from his brief contemporary fresco inspired by Veronese’s Wedding at Cana on the façade of The Venice Venice Hotel to its lasting echo in Giovanni Bonotto’s monumental tapestry woven from recycled and natural fibres. In June 2026 he astonished Paris with La Caverne du Pont Neuf, a colossal inflatable environment of printed fabric that transformed the bridge into a rocky cavern. The installation, recalling the limestone quarries that built historic Paris and echoing Christo and Jeanne Claude’s 1985 wrapping of the Pont Neuf, remained fully accessible, drawing crowds who walked or cycled through its immersive, 120 meter long structure.

Sin dagli anni ‘60 Hydra accoglieva artisti, scrittori, musicisti: l’isola della Grecia, a un’ora e mezza di traghetto da Atene, era il panorama perfetto per avventure e ricerche artistiche. Divenuta famosa come destinazione internazionale per le arti, negli anni non ha mai perso questa vocazione tanto che, nonostante le sue dimensioni ridotte, Hydra ogni estate continua a mantenere un ecosistema culturale straordinariamente vivace. Per tutti i frequentatori l’isola è un punto di ritrovo dell’arte contemporanea, grazie ad eventi ed esibizioni che si susseguono, resi possibili dalla presenza di fondazioni, atelier e studi che si animano insieme ad una comunità di mecenati e artisti internazionali. In un panorama così fertile e creativo non sorprende trovare la bellissima Villa Valentine, la Résidence Valmont affacciata sul Mar Egeo, tra i protagonisti della scena artistica di Hydra: non una sede estiva o di rappresentanza, ma un vero hub operativo. Nella Villa sono passati infatti tutti gli artisti poi protagonisti delle mostre di Fondation Valmont a Palazzo Bonvicini a Venezia, per costruire con Didier Guillon, fondatore del progetto artistico di Fondation Valmont, e i suoi curatori le basi dei nuovi progetti espositivi. Allo stesso modo non sorprende scoprire che nel Museo degli Archivi Storici dell’Isola è in corso fino al 26 luglio la mostra You Won’t Forget Her! di Kimiko Yoshida, promossa da Fondation Valmont. L’artista giapponese presenta i suoi autoritratti fotografici e le sue sculture, molte delle quali richiamano la storia dell’arte: dipinti famosi riaffiorano, non come copie ma come reinvenzioni silenziose eppure incisive. Yoshida vi si immerge e le assorbe. Il risultato è un’immagine sospesa, in cui passato e presente si incontrano sulla superficie del corpo. Il travestimento è essenziale: l’artista utilizza la propria immagine come spazio di trasformazione, il suo volto diventa la superficie su cui lavorare, come una tela. Indimenticabile! M.M. ENG For decades, the Greek island of Hydra has been a magnet for artists, writers, and musicians, renowned for its vibrant creative atmosphere and enduring role as an international hub for the arts. Despite its small size, the island continues to host a rich cultural ecosystem each summer, sustained by foundations, studios, exhibitions, and a community of artists and patrons from around the world. Among its key cultural landmarks is Villa Valentine, the Aegean residence of Fondation Valmont. More than a seasonal retreat, it serves as an active centre where artists collaborate with Didier Guillon and the foundation’s curators in developing new projects, many of which later appear at Fondation Valmont’s Venetian venue, Palazzo Bonvicini. This summer, Fondation Valmont presents You Won’t Forget Her! by Japanese artist Kimiko Yoshida at Hydra’s Historical Archives Museum. The exhibition features photographic self-portraits and sculptures that reinterpret iconic works from art history. Using disguise and transformation, Yoshida turns her own face and body into a living canvas where past and present converge. Kimiko Yoshida: You Won’t Forget Her! Fino 26 luglio The Historical Archive Museum, Hydra, Grecia fondationvalmont.com | lamaisonvalmont.com

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arte OMAGGI

Mark Rothko, 1952-1953 circa - Photo Henry Elkan, Courtesy Famiglia Rothko

Installation view, Mark Rothko a Firenze, Museo di San Marco, Firenze

Camera con vista Rothko a Firenze: cosa accade quando il quadro diventa stanza? «Con oltre 70 opere provenienti dalle più importanti collezioni di tutto il mondo – spiega Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi –, Rothko a Firenze, a cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, è la prima mostra dedicata al rapporto tra il pittore e la città del Rinascimento: un luogo in cui architettura e spazio hanno definito per secoli un’idea di misura, silenzio e intensità». Palazzo Strozzi, il Museo di San Marco e il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana diventano così luoghi ideali per un dialogo inedito in cui lo spazio fisico e astratto diviene potente entità oltre il tempo, linguaggio di pura bellezza. «Il severo equilibrio rinascimentale di Palazzo Strozzi, con la sua geometria limpida e la successione ritmica delle sale, offre il contesto ideale per una pittura che ha aspirato a oltrepassare i limiti della superficie e a trasformare il colore in esperienza». Le sedi “satellite” funzionano come strumenti percettivi. A San Marco cinque dipinti entrano in cinque celle affrescate da Beato Angelico, Rothko a Firenze Fino 23 agosto Palazzo Strozzi, Museo di San Marco, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze www.palazzostrozzi.org

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dentro un luogo in cui lo sguardo coincide con durata. Alla Laurenziana, due studi per i Seagram Murals si collocano nel vestibolo progettato da Michelangelo, uno spazio che Rothko visitò nel 1950 e che indicava come modello di un interno capace di trattenere. Il riferimento riguarda la pressione dell’architettura e la sua capacità di ridurre le vie di fuga. Dentro Palazzo Strozzi la sequenza consente di vedere come l’artista arrivi tardi al formato maturo dei campi cromatici sovrapposti, dopo una lunga stagione figurativa e simbolica. Alla fine degli anni Quaranta la riduzione toglie il soggetto e toglie appigli narrativi; restano distanza ravvicinata, luce, tempo di permanenza. Anche la percezione entra in gioco: l’occhio tenta di fissare un centro e separare figura e sfondo, ma i margini porosi e le transizioni cromatiche rendono instabile quel confine, come se la parete diventasse parte dell’immagine. Nel 1958, alla XXIX Biennale di Venezia, il Padiglione degli Stati Uniti presenta una personale di Rothko insieme a Mark Tobey e agli scultori David Smith e Seymour Lipton. Oggi Firenze riprende quel filo e lo porta dentro architetture che impongono misura e silenzio. Resta una domanda: quanto regge lo sguardo quando il quadro smette di essere immagine e diventa spazio? Da non perdere, fino al 23 agosto 2026. Federico Jonathan Cusin


Voglio guardare David Hockney, la sua arte non ha fine La Swinging London degli anni ’60 e la rivoluzione dei Beatles. Colori sintetici, stivali al ginocchio, le minigonne di Mary Quant. E una cravatta, gialla. Da cui David Hockney non si separa mai. Si muove dentro abiti eccentrici e a un’Inghilterra che per legge punisce ancora l’omosessualità, lui, in un biondo platino, dichiara la sua: «Mio padre mi disse di non preoccuparmi di quello che dicono gli altri. Non fa parte della classe operaia». Arriva dallo Yorkshire industriale. Ma è a Los Angeles che presto, dietro ai suoi grandi occhiali che guardano al Pacifico («la piscina più grande del mondo»), insegna con la sua arte a diffidare di ciò che è semplicemente visibile. Scomparso l’11 giugno a 88 anni, Hockney lascia però più di un repertorio californiano. La sua domanda, in oltre 60 anni, è stata come trasferire su una superficie immobile la vera esperienza del vedere. E lo spazio per farlo glielo offre la California. Hockney ne costruisce l’immagine mentale: dopo di lui palme, ville e specchi d’acqua sembrano appartenere soltanto a quell’immaginario. Eppure, su quelle superfici non c’è mai solo edonismo. In Portrait of an Artist (Pool with Two Figures, 1972) lo specchio d’acqua divide e simboleggia la fine della relazione tra l’artista e Peter Schlesinger. Nei doppi ritratti (come Mr and Mrs Clark and Percy, 1971) la disposizione dei corpi e gli sguardi che non si incontrano trasformano l’interno domestico in un teatro psicologihockney.com

co di cui anche lo spettatore entra a far parte. Occupando il punto mancante di una geometria affettiva. Da qui nasce il problema: da dove guardiamo davvero? La prospettiva rinascimentale tratta il quadro come una finestra e immobilizza chi osserva. La macchina fotografica fissa una frazione di secondo. Ma l’occhio umano si muove, seleziona, unisce momenti successivi. È legato a corpo e mente. Questa insoddisfazione lo conduce verso i “joiners”. In Pearblossom Hwy (1986) ottocento fotografie di una strada del Mojave scattate da angolazioni differenti sono ricomposte in una vista che sembra coerente. Ma la coerenza nasce solo nella mente di chi guarda. Nel libro Secret Knowledge (2001) questa intuizione si trasforma in una ricerca di storia dell’arte. Hockney ipotizza che dal Quattrocento molti maestri abbiano usato specchi e lenti e, più tardi, camere lucide per proiettare e studiare figure e oggetti complessi. Da Van Eyck a Caravaggio cerca sfocature e deformazioni per comprendere in che modo ogni tecnologia modifichi ciò che un’epoca considera realistico. La battaglia contemporanea, però, non è contro la fotografia che pure usa, ma contro la sua pretesa di essere neutrale. Ed è per questo che torna sempre alla pittura per testimoniare il serpeggiare delle strade o il farsi delle stagioni. Il suo lascito, allora, non consiste in una piscina azzurra. Ma nel continuare a chiedere allo spettatore di guardare ancora il mondo. E di guardarlo meglio. Giovanni Santarelli

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BATTAGLIE NAVALI

storie

Il passato ritorna nelle cronache del presente

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Prospettiva degli schieramenti navali veneziani e ottomani davanti alla Fortezza vecchia di Corfù, Collezione privata, Castello di Roncade

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storie BATTAGLIE NAVALI

Dimostrazione della battaglia seguita tra le due Armate venetta e ottomana nel Canale di Corfù nell’anno 1716 adì 8 luglio, Venezia, Museo Correr

di Camillo Tonini

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ella ricca collezione di dipinti che il maresciallo

Matthias Schulenburg aveva raccolto nella sua abitazione di Palazzo Loredan a Dorsoduro, non è stato ancora rintracciato un grande quadro di Antonio Canaletto con il Prospetto di Corfù in tempo d’assedio dei turchi l’anno 1716. Come recita l’inventario del testamento, rappresentava «la veduta di tutto il Canale con le due Armate Navali Veneta ed ottomana poste in cordon, e come pure si vede una Gran parte dell’Isola e della Terra Ferma ottomana». Un episodio durato cinquanta giorni che ha avuto inizio il 5 luglio 1716 con l’arrivo dell’armata ottomana al comando del Capitan Paschà Janun Hagià acquartierata con 30.000 uomini sulla costa albanese e con ventisei vascelli a vela disposti nello stretto di Cassopo a formare un blocco navale per impedire rifornimenti militari alla fortezza veneziana e aiuti alla popolazione corfiota. Il 18 luglio l’intervento dell’Armata grossa veneziana al comando di Andrea Pisani era riuscito a forzare lo schieramento navale ottomano e a portare le navi veneziane fin sotto le mura della Fortezza vecchia. La battaglia navale violenta e sanguinosa si concluse a fine giornata alle nove della sera con settanta morti e centotrenta feriti tra i veneziani e pochi danni alle loro navi, mentre furono circa milletrecento tra morti e feriti in campo ottomano. Allo scontro, come testimonia una cronaca dell’epoca, anche le donne corfiote assistettero dalle mura della fortezza: «che potevano comodamente dalle finestre essere spettatrici di due Armate reali tra se stesse con grande ardore azzuffate, sulla speranza della vittoria e per verità era un piacevole orrore dello sguardo l’osservarle, come tanti natanti

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inferni vomitar con più di cento bocche alla volta di uno istesso tempo il ferro e il fuoco». Dopo ulteriori violenti combattimenti tra i due schieramenti, nottetempo il 25 agosto, gli Ottomani tolsero le tende dell’accampamento in terraferma e la flotta si sfilò silenziosamente dalla posizione di blocco navale, rinunciando definitivamente all’assedio di Corfù. L’evento venne caricato di grande significato ed esaltato come la risolutiva vittoria della flotta veneziana contro l’espansione ottomana in Europa per la salvezza della Repubblica e di tutta la Cristianità, tanto da divenire motivo di celebrazioni civili e religiose. A pochi giorni dalla notizia della vittoria, Antonio Vivaldi presentava all’Ospedale della Pietà, l’oratorio Juditha triunphans, che alludeva in forma scenica e musicale alla supremazia delle forze veneziane su quelle turche. A Palazzo Ducale veniva esibita una tela di Nicolò Bambini, poi collocata nell’andito della Sala del Maggior Consiglio, con l’immagine del doge Giovanni Corner in ginocchio davanti alla Madonna tra i santi protettori Marco e Spiridione, che con la loro intercessione avrebbero favorito il buon esito della vittoria. A Pellestrina si volle costruire una nuova chiesa dedicata alla Madonna dell’apparizione, per ricordare l’evento miracoloso dell’agosto del 1716, quando la Vergine apparve a un giovinetto perché invitasse tutti i fedeli dell’isola a pregare per le buone sorti della battaglia nelle acque di Corfù. Numerosa, poi, la produzione di disegni, dipinti, mappe manoscritte e a stampa che ricostruivano e ricordavano l’epico episodio storico. Tra questi una veduta appartenuta alla Raccolta di Teodoro Correr con la descrizione pittorica dello scontro navale e una grande tela (150x300


G. Paresi, L’assedio della piazza di Corfù con la situazione delle flotte veneta ed ottomana dal giorno dell’ingresso della flotta degli ottomani nel canale li 5 luglio sino al 25 agosto 1716 giorno della ritirata. 1799, Venezia, Museo Navale

cm) di fattura più tarda rispetto allo svolgersi degli avvenimenti – Prospettiva degli schieramenti navali veneziani e ottomani davanti alla Fortezza Vecchia di Corfù –, opera di autore ignoto conservata in collezione privata presso il Castello di Roncade. Il più completo per le informazioni sullo svolgimento dei fatti del lungo assedio rimane un grande disegno a penna (125x165 cm), che si conserva al Museo Navale di Venezia, dal titolo L’assedio della piazza di Corfù con la situazione delle flotte veneta ed ottomana dal giorno dell’ingresso della flotta degli ottomani nel canale li 5 luglio sino al 25 agosto 1716 giorno della ritirata. Datata 1799 quest’opera di Giuseppe Paresi, all’epoca primo aiutante dell’Abate Mafioletti, professore di architettura navale e disegno all’Arsenale di Venezia, reca nell’intestazione la scritta: «tratta da una logora pittura all’oglio tuttora esistente nella Sala dei Modelli del Cesareo R. Veneto Arsenale li 15 luglio 1799». Questa nota induce alla conclusione che questo dettagliato disegno potesse essere ispirato dalla tela di Canaletto che faceva parte della collezione di Schulenburg, l’eroe di quelle giornate, al quale la Repubblica volle dedicare nella Spianata davanti alla Fortezza vecchia di Corfù un insigne monumento marmoreo a figura intera in veste di antico guerriero romano, opera di Antonio Corradini. Il merito della vittoria andava però principalmente riconosciuto anche agli uomini dell’Armata grossa che con il loro intervento erano riusciti a forzare il blocco navale ottomano. Tra questi Lodovico Flangini, che al comando della nave Capitania ordinaria «operò cose di sommo stupore e di meravigliose non più intese». L’anno successivo alla vittoria di Corfù, Flangini venne nominato dal Senato Capitano Generale da Mar al posto di Andrea Pisani e successivamente Capitano straordinario delle Navi, imbarcato sul Leon Trionfante – un vascello a vela di primo rango, al tempo la più moderna e grande costruzione uscita dai cantieri dell’Arsenale – della lunghezza 42 metri e largo 12, armato con 70 cannoni. Flangini nel maggio del 1717 a capo dell’Armata grossa veneziana era stato inviato a prendere posizione davanti allo stretto dei Dardanelli, per impedire l’uscita della flotta ottomana in Mediterraneo. Dopo furiosi e ripetuti com-

battimenti, nello scontro finale presso le acque prospicienti l’isola di Imbro, Flangini venne colpito alla gola da un colpo di moschetto e, pur moribondo, comandò ai suoi uomini di essere trasportato sul cassero della nave da dove, fino al momento della morte, guidò la flotta all’esito vincente. La salma venne trasportata a Venezia e con solenni celebrazioni fu inumata nella sacrestia di Santa Maria di Nazareth, la chiesa progettata da Domenico Sardi, più comunemente nominata degli Scalzi, che sorge a poca distanza da Palazzo Flangini, anch’esso probabilmente opera dello stesso architetto. La famiglia Flangini, di origine corfiota, nel 1664 con Girolamo padre di Lodovico era entrata “con il soldo” a far parte del patriziato veneto. L’edificio, con la facciata visibilmente asimmetrica, è identificabile in una celebre tela di Canaletto conservata presso il Getty Museum di Los Angeles e riconoscibile nelle chiavi di volta del piano superiore per i cinque volti di feroci guerrieri turchi sotto elmi piumati, memoria tangibile dei cruenti scontri che nel tempo ebbero i membri della famiglia Flangini a difesa di Corfù dagli attacchi ottomani. Nel piano inferiore si affacciano altri mascheroni con le fisonomie più rassicuranti di guerrieri cristiani e, a coronamento della porta d’acqua sul Canal Grande, due vecchioni completamente nudi noncuranti di coprire le loro impudiche vergogne. Palazzo Flangini a Cannaregio, dopo diversi passaggi di proprietà, è diventato sede operativa della Fondazione di Venezia, ospitando l’attività istituzionale e iniziative aperte al pubblico, come la recente (maggio e giugno) mostra La Venezia del Maestro del bianco e nero a cura di Denis Curti, dedicata a Gianni Berengo Gardin in occasione della sua recente scomparsa. Anche Berengo Gardin, a modo suo, con la forza delle immagini è stato decisivo combattente a difesa di Venezia, puntando l’obiettivo della sua macchina fotografica contro la minaccia di altro tipo di navi, non armate e non lontane in mari distanti, ma che oramai, nell’accettazione generale, penetravano da tempo entro le acque lagunari veneziane con uguale violenza, portando offesa e probabili irreparabili danni alla Città.

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storie BATTAGLIE NAVALI

Nave: Primo Rango, Venezia, Museo Correr

Ritratto del capitano d’armata Ludovico Flangini, Venezia, Museo Correr

Memorabile la sua mostra Venezia e le grandi navi che era stata fissata nel Giugno del 2015 per essere esposta nei locali a piano terra di Palazzo Ducale. In quel tempo veniva eletto sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che assunse l’Assessorato alla cultura e sospese l’esposizione a “data da destinarsi”, motivando che questa poteva influenzare il dibattito pubblico allora molto acceso sull’opportunità di accogliere in laguna le enormi navi da crociera. Con trenta scatti rigorosamente in bianco e nero l’allestimento venne comunque realizzato dal novembre dello stesso anno presso il Negozio Olivetti in Piazza San Marco, a cura di Alessandra Mauro, promossa dalla Fondazione Forma per la Fotografia e dall’agenzia Contrasto, ottenendo un successo straordinario e un vasto eco di stampa. Berengo Gardin con la sua solita signorilità e ironia scrisse per l’occasione una lettera aperta al neoeletto: «Mi dispiace molto quando qualcuno si dà la zappa sui piedi, mi dispiace quindi anche per il sindaco di Venezia. Gli sono anche molto grato, perché bloccando la mia mostra a Palazzo Ducale mi ha fatto un grande favore: tutti i giornali italiani e stranieri (Le Monde,

il Guardian, El Pais, il New York Times e molti altri) ne hanno parlato diffusamente». Due gravi incidenti accaduti in tempi ravvicinati nel 2019 accelerarono la decisione di interdire definitivamente il passaggio delle grandi navi da crociera in laguna. Il 2 giugno, la MSN Opera (275 m x 65.000 tnl.) per una avaria al sistema di timoneria speronò un battello fluviale ormeggiato al molo di San Basilio. Il 7 luglio la Costa Deliziosa (294 m x 90.000 tnl.), colta da un violento fortunale non riuscì a mantenere l’obbligato percorso per uscire in mare alle bocche di porto di San Nicoletto, rischiando di impattare sulla banchina della Riva dei Sette Martiri. Si giunse finalmente al 1 agosto 2021, quando per Decreto ministeriale venne stabilito che le navi superiori a 25.000 tonnellate non potevano più transitare nel Bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca, deviando il traffico crocieristico verso il porto industriale di Marghera. La civile battaglia che Berengo Gardin aveva combattuto per Venezia a sostegno dei tanti cittadini e comitati organizzati era vinta.

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Palazzo Flangini, particolari della facciata - Photo Marta Buso

PER SAPERNE DI PIÙ Biblioteca Museo Correr, Diaria Relazione dell’Assedio di Corfù fatto dalle Armi Ottomane l’Anno 1716, Ms. PD b. 252 M. Nani Mocenigo, Storia della Marineria Veneziana da Lepanto alla caduta della Repubblica, Roma 1935 M. Nani Mocenigo, «Lodovico Flangini» in Rivista di Venezia, 1932, pp. 212-219 A. Binion, La Galleria scomparsa del Maresciallo von der Schulenburg, Milano 1990 M. Brusegan, I palazzi di Venezia, Roma 2005 P. Delorenzi, La Galleria di Minerva, Verona 2009 G. Berengo Gardin, Venezia e le grandi navi, Contrasto 2015 The Ottoman Empire and Venice. The Ottoman siege of Corfù in 1716, Atti del Convegno, Corfù, 2019 La Venezia del Maestra del bianco e nero, catalogo della mostra, Fondazione di Venezia, 2026

A. Canaletto, Veduta del Canal Grande (particolare), Los Angeles, Paul Getty Museum

Palazzo Flangini - Photo Marta Buso

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musica

QUELLO CHE MI VA

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Ma lasciatemi sfogare/Non mettetemi alle strette/E con quanto fiato ho in gola/ Vi urlerò, “Non c’è paura”/Ma che politica, che cultura/Sono solo canzonette Edoardo Bennato di Davide Carbone

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i ero ripromesso di non ricorrere alla formula, stra-

abusata, secondo cui i grandi musicisti sono quelli capaci di restare sempre attuali con i propri lavori, di firmare canzoni che a distanza di anni mantengono intatto il proprio messaggio, di portarsi dietro uno zoccolo duro di pubblico disposto a seguirne la carriera in tutto e per tutto. Ma leggere il testo di Sono solo canzonette, canzone datata 1980, beh, ha gioiosamente mandato all’aria tutti i piani. Sì, perché a tutto c’è un limite. Ed Edoardo Bennato di questo limite se ne infischia bellamente, avendone fatto manifesto programmatico mai minimamente disatteso, nonostante le tentazioni che di sicuro avranno bussato alla sua porta sottoforma di tormentoni radiofonici o magari rischiosissimi featuring a cui la scena musicale a volte pare davvero non poter rinunciare. Poco importa se in quattro minuti scarsi di “canzone” si demolisce una carriera pluridecennale. Il 6 luglio in Piazza San Marco Edoardo Bennato ci arriva da precursore del rock come pochi altri ce ne sono stati nel panorama musicale italiano, pur muovendosi sempre in direzione “ostinata e contraria” per prendere in prestito un’espressione di chi fu a sua volta precursore, non solo musicale. Blues, folk, punk o ska, per un polistrumentista come Bennato essere fedeli ad un solo genere sarebbe stato frustrante, soprattutto per chi come lui fin dalla tenerissima età in quella Bagnoli del dopoguerra entrava in contatto con la musica, assorbendola dai militari americani di stanza in Campania, portatori di un melting pot sociale e, di riflesso, sonoro che dei generi, come lui, se ne infischiava bellamente. Paul Anka, Chuck Berry e ovviamente “Il Re” Elvis Presley sono i volti che da subito fanno breccia nella mente del nostro: «Mi ricordo che anni fa/Di sfuggita dentro un bar/Ho sentito un juke-box che suonava/E nei sogni di bambino/La chitarra era una spada/E chi non ci credeva era un pirata/E la voglia di cantare/E la voglia di volare/Forse mi è venuta proprio allora/Forse è stata una pazzia/Però è l’unica maniera/Di dire sempre quello che mi va». Già, “quella” canzone del 1980 ritorna, o meglio non se n’è mai andata dalla testa di Edoardo Bennato, che anzi l’ha portata bene in alto lungo una carriera iniziata negli anni ‘60 e che in Burattino senza fili del ‘77 vede un capitolo fondamentale, dedicato a tematiche come il conflitto tra la sincerità dei piccoli e l’ipocrisia dei grandi (in Quando sarai grande); l’arroganza dei potenti e dei privilegiati (in In prigione, in prigione); la strumentalizzazione ipocrita della femminilità (in La fata); lo stato di isolamento in cui si trova chi cerca di dire qualcosa di semplice e sensato, senza secondi fini né interessi personali (in Tu grillo parlante). Sì, avete letto bene: 1977. In Piazza San Marco questo artista iconico, anticonformista e ribelle, pirata del rock propone al pubblico canzoni che hanno saputo fondere influenze anglosassoni e tradizione mediterranea, memorabili versi poetici a una verve ironica e graffiante. In un evento realizzato in collaborazione con Vela spa, parte della XIII edizione del Festival della Bellezza. Attenzione, però, che non crediate di trovarvi di fronte ad un artista desideroso di imbastire lezioni di vita o portatore di formule magiche su come affrontare un’epoca come la nostra, sfuggita a tutte le possibilità di previsione e descrizione. È ancora il capolavoro datato 1980 a mettere subito in chiaro le cose: «Io di risposte non ne ho/Io faccio solo rock’n’roll/Se ti conviene, bene/Io più di tanto non posso fare».

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n July 6 in Piazza San Marco, Italian music giant Edoardo Bennato arrives as a rock pioneer like few others have existed in the Italian music landscape, all the while moving toward that “obstinate and contrary” direction, borrowing an expression used for a pioneer of sorts, not only in music. Blues, folk, punk, or ska: for a multi-instrumentalist like Bennato, sticking faithfully to just one genre would have been frustrating, especially for someone like him, who from the very earliest age, in postwar Naples, came into contact with music, absorbing it from American soldiers stationed in his native region: carriers of a social melting pot, which, as with him, made him conveniently disregard genres altogether. Paul Anka, Chuck Berry, and of course “the King,” Elvis Presley, are the faces that from the start break through into our protagonist’s mind: “I remember that years ago / Passing by in a bar / I heard a jukebox playing / And in a child’s dreams / The guitar was a sword / And anyone who didn’t believe was a pirate / The desire to sing / The desire to fly / Maybe it came to me right then / Maybe it was a madness / But it’s the only way / To always say what I feel.” Yes: “that” 1980 song returns; or rather, it has never left Edoardo Bennato’s head. Indeed, he has taken it far upward, along a career that began in the 1960s, and in “Burattino senza fili” (“no-strings-attached puppet”) from 1977 he sees a fundamental chapter, devoted to themes such as the conflict between the sincerity of small people and the hypocrisy of the powerful (in “Quando sarai grande”); the arrogance of the powerful and the privileged (in “In prigione, in prigione”); the hypocritical instrumentalization of femininity (in “La fata”); the state of isolation of those who try to say something simple and sensible, with no ulterior motives and no personal interests (in “Tu grillo parlante”). In Piazza San Marco, this iconic, anti-conformist, rebellious artist – the pirate of rock – offers the audience songs that have managed to blend Anglo influences and Mediterranean tradition, with memorable poetic lines and an ironic, cutting verve. In an event created in collaboration with Vela spa, part of the 13th edition of the Festival della Bellezza. But pay attention: don’t think you’re dealing with an artist eager to dole out life lessons, or someone who brings magical formulas for how to face an era like ours – an era that has slipped out of every possibility of prediction and description. It is still the masterpiece from 1980 that puts everything immediately in order: “I don’t have any answers / I only do rock ’n’ roll / If it suits you, fine / I can’t do much more than that.” Edoardo Bennato 6 luglio Piazza San Marco www.comune.venezia.it

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musica LIVE

Full immersion Strumento e voce La rassegna musicale Women for Freedom in Jazz festeggia il suo decimo anniversario. Da dieci anni la musica viene utilizzata come strumento per dare voce a donne e bambini del mondo in situazioni di fragilità, difficoltà e discriminazione e per valorizzare il talento femminile contemporaneo nel panorama musicale. Organizzato dall’associazione umanitaria Women for Freedom, e grazie al solido sostegno della famiglia Cori, il festival si conferma appuntamento capace di coniugare la bellezza della musica e la forza della solidarietà. Per celebrare questo importante anniversario, quest’anno la rassegna lascia la splendida terrazza dell’Hotel Carlton On The Grand Canal, per spostarsi all’Hotel Aquarius, ospitato nel settecentesco Palazzo Pemma Zambelli. Il fil rouge dell’edizione si sviluppa attorno a progetti musicali che si ispirano ad autori e poeti, classici e contemporanei. L’8 luglio vede impegnata la cantautrice e interprete di Bahia Rosa Emilia Dias in un concerto che omaggia l’opera musicale e poetica di Antonio Carlos Ferreira de Brito, detto Cacaso, poeta moderno scomparso giovanissimo, critico letterario, professore di filosofia e intellettuale che abbandonò la carriera accademica per dedicarsi con passione alla canzone popolare brasiliana. Ad accompagnare la cantautrice al pianoforte, il maestro Marco Ponchiroli. Il 26 agosto la cantante Rita Bincoletto torna, dopo qualche anno, protagonista della rassegna insieme al chitarrista Diego Vio con un progetto esclusivo, pensato ad hoc per questa occasione, incentrato sulla figura del poeta veneziano Luciano Menetto che, con le sue liriche, le sue intuizioni, e con l’uso raffinato e musicale della lingua veneziana, è riuscito ad elevare il sentire dell’anima ad una dimensione cosmica, lasciando uno sguardo che va sempre oltre l’orizzonte, un mare che sfuma al cielo. Le loro composizioni originali nascono da queste suggestioni, con l’intento di riscoprire le scintille eterne e gli elementi primari che ispirano la vita e la musica. Aurora Favarato Women for Freedom in Jazz 8 luglio, 26 agosto Hotel Aquarius Fb: Women for Freedom in Jazz

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Il rapporto tra Veneto Jazz e Adam Holzman va ben al di là della mera collaborazione professionale: nome leggendario della storia del jazz e inteprete fra i più eccellenti del sintetizzatore, da diversi anni ormai Holzman regala al pubblico veneziano un concerto del Venezia Jazz Festival e la curatela del workshop dedicato ai sintetizzatori analogici Moog. Il tastierista newyorkese, direttore musicale della band di Miles Davis dal 1985 al 1989, firma il 31 luglio al Laguna Libre (dopo essere stato a Fiesso d’Artico una settimana prima) il progetto Remember TUTU / Miles 100: un omaggio potente e raffinato al grande trombettista, nel centenario della sua nascita. Al centro del progetto, Tutu: il brano leggendario - e il disco omonimo prodotto da Marcus Miller nel 1986 - che rappresenta uno dei vertici assoluti dell’ultimo periodo davisiano e il simbolo di una svolta epocale. Con quell’album Miles Davis ridefiniva ancora una volta i confini del jazz, fondendo elettronica, funk e raffinatezza orchestrale in un suono senza precedenti. Un capolavoro che ha attraversato le generazioni e che torna a vivere attraverso le mani di chi ha contribuito a costruirlo. Figura di riferimento della musica fusion, Adam Holzman è co-fondatore dei Fents e ha collaborato con Michel Petrucciani, Chaka Khan, Robben Ford e Wayne Shorter. Tra i progetti più visionari della sua carriera figura l’incisione dei Carmina Burana di Carl Orff, diretta da Ray Manzarek dei Doors e prodotta da Philip Glass. Sul palco con lui, Stefano Olivato al basso e armonica cromatica e Davide Ragazzoni alla batteria: una formazione essenziale, pensata per restituire tutta la densità di quella musica. ENG The collaboration between Veneto Jazz and Adam Holzman goes beyond a simple professional partnership. A celebrated figure in jazz history and a master of the synthesizer, Holzman has long been a regular presence at the Venice Jazz Festival, performing and leading workshops on Moog analogue synthesizers. On July 31 at Laguna Libre in Venice, he presents Remember TUTU / Miles 100, a refined tribute to Miles Davis marking the centenary of his birth. At the core is Tutu, the iconic 1986 album that revolutionized jazz by blending electronic, funk, and orchestral elements. Holzman, who worked with Davis, brings this legacy to life alongside Stefano Olivato and Davide Ragazzoni, in a stripped-down trio that highlights the depth and innovation of that music. Adam Holzman Band 31 luglio Laguna Libre www.venetojazz.com


SYNTH MOOD

Nessuna paura Amaranta è il festival di Zen Production in collaborazione con Jazz:Re:Found dedicato ad artiste donne under 35 della scena contemporanea, accomunate da una ricerca sonora che unisce intimità, ricerca e nuovi immaginari sonori, dall’arpa alla voce, dal pianoforte all’elettronica. Dopo aver ospitato a giugno nelle Sale Apollinee della Fenice Dobrawa Czocher prima e Kety Fusco poi, l’8 luglio ecco Sofi Paez, una delle presenze più sensibili e affascinanti della nuova scena internazionale tra neoclassica, songwriting ed elettronica d’atmosfera. Pianista, cantante e compositrice costaricana di base a Berlino, Paez fonde pianoforte, voce ed elementi elettronici in composizioni sospese tra fragilità, conflitti interiori e desiderio di riconciliazione. Nella sua musica, intima e luminosa, il piano diventa spazio di confessione, memoria e delicata trasformazione. Il 14 luglio è invece il turno di Lauryyn, nome d’arte di Aurora De Gregorio, giovane cantante e autrice pugliese. Attratta dalle sonorità hip hop, soul, r&b ed elettroniche, la sua musica unisce le influenze internazionali e le sue esperienze personali in universi collettivi, rivelando il vissuto di un’intera generazione. La data veneziana rientra nel tour per il suo album d’esordio Aritmia, del 2025, lavoro che alterna brani introspettivi a momenti sonori più distesi, seguendo il filo della ricerca della propria identità e della necessità di dare un senso alle mancanze. Aurora Favarato ENG Amaranta is Zen Production’s festival with Jazz:Re:Found, celebrating women artists under 35 in contemporary music. centred on sound work that blends intimacy, exploration, and new sonic imaginaries, it spans instruments and electronics from harp and voice to piano and electronic textures. After June performances Fenice Theatre by Dobrawa Czocher and Kety Fusco, July 8 features Sofi Paez, a Berlin-based Costa Rican pianist, singer, and composer blending neoclassical songwriting with atmospheric electronics, expressing vulnerability, inner conflict, and a drive toward reconciliation. On July 14, Lauryyn (Aurora De Gregorio) brings hip hop, soul, r&b, and electronic influences, turning personal experience into a shared generational world. Her Venice date supports her debut album, Aritmia (2025), moving between introspective tracks and more open, relaxed sounds. Amaranta Festival 8, 14 luglio Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it

Venezia torna ad ospitare il Moog Summer Camp, l’appuntamento di riferimento per musicisti, producer e appassionati di sintetizzatori analogici. Dal 30 luglio all’1 agosto, nella suggestiva sede di Combo - l’ex Convento dei Crociferi trasformato in uno dei più vivaci hub creativi della città - Veneto Jazz propone tre giorni di formazione intensiva e sperimentazione sonora, con due protagonisti d’eccezione: Enrico Cosimi, massimo esperto europeo di sintetizzatori analogici, e Adam Holzman, leggendario tastierista di Miles Davis e figura di riferimento della scena jazz e prog internazionale, protagonista del Venezia Jazz Festival con due concerti il 24 e 31 luglio rispettivamente a Fiesso d’Artico e al Laguna Libre Jazz Club di Cannaregio. Il workshop si articola in due percorsi complementari, pensati per offrire ai partecipanti una visione a tutto tondo sul mondo della sintesi analogica, tra teoria, pratica e ispirazione artistica. Enrico Cosimi guida i partecipanti attraverso The Concentrated and Multi-Faceted Experience: 12 ore di workshop frontale che costituiscono una vera e propria immersione nella programmazione sonora su sintetizzatori analogici. Grazie alla collaborazione con Midiware, storico partner tecnologico del seminario, saranno disponibili simultaneamente strumenti iconici, nuove tendenze del settore e autentiche rivelazioni del mercato, garantendo ai partecipanti un’esperienza pratica sulle più significative innovazioni della produzione e della performance musicale contemporanea. Adam Holzman porta invece la propria visione artistica e personale dello strumento con Creative Synthesizer Technique: Analog Synthesis in Production and Performance: un percorso che esplora le tecniche esecutive contemporanee, dal live solo con synth alle possibilità espressive del pitch bend e della modulazione in tempo reale. Un’occasione rara per confrontarsi con un musicista che ha fatto della tastiera elettronica un linguaggio universale, portandola ai vertici del jazz e della musica d’avanguardia internazionale. Confermata anche la borsa studio in ricordo di Marcello Mormile, fondatore del festival di musica elettronica Nu Fest e primo promotore del progetto. Destinata a valorizzare la creatività giovanile in questo settore, prevede l’assegnazione di un Moog Theremini, offerto da Moog Music e da Midiware, azienda leader in Italia nell’importazione e distribuzione di software e hardware per la produzione musicale. Per concorrere alla borsa di studio, è necessario presentare alla commissione esaminatrice entro il 15 luglio un brano inedito di Sequenced Music strumentale, della durata massima di tre minuti e mezzo, che verrà valutato in base all’impiego creativo del Sound Design, della costruzione delle sequenze, della qualità complessiva riscontrata nella produzione e dell’attinenza musicale con gli stilemi tipici della scuola elettronica Nord Europea (regolamento e dettagli su http://venetojazz.com/project/moog-workshop/). Moog Summer Camp 30 luglio-1 agosto Combo www.venetojazz.com

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musica LIVE

Not only music Il 7 luglio all’Arena di Verona, il 9 nella maestosa cornice della Reggia di Caserta e l’11 luglio a Villa Manin a Codroipo, il pubblico italiano ha l’opportunità di vivere tre serate in compagnia di una band da poter definire “leggendaria”, senza mezzi termini: i Duran Duran. Protagonisti assoluti della scena internazionale dagli anni ’80 a oggi, i nostri hanno ridefinito il linguaggio del pop e del rock influenzando generazioni di artisti e conquistando milioni di fan in tutto il mondo. Con una carriera che attraversa più di quattro decenni, la band composta dai membri originali Simon Le Bon (voce), John Taylor (basso), Nick Rhodes (tastiere) e Roger Taylor (batteria) continua a rappresentare un punto di riferimento sulla scena globale incarnando innovazione, eleganza e straordinaria potenza live. Brani come Hungry Like the Wolf, Ordinary World, The Reflex e Come Undone sono diventati autentici inni globali, capaci di attraversare epoche e stili mantenendo intatta la loro forza. Le tre date italiane, prodotte da D’Alessandro e Galli, si preannunciano come serate in cui la presenza scenica della band e l’intensità delle loro performance musicali si fonderanno con l’atmosfera straordinaria di luoghi simbolo del patrimonio culturale italiano. Un’occasione rara per assistere dal vivo a uno dei gruppi più amati di sempre in contesti di assoluto prestigio, tre concerti destinati a diventare tra gli appuntamenti più attesi dell’estate musicale 2026 Il gruppo musicale britannico, che nei primi anni Ottanta ha portato la New Wave sul tetto del mondo, porta all’Arena il suo inconfondibile feeling dance, mescolato a sintetizzatori. La band di fama mondiale, considerata tra i pionieri più influenti di quell’epoca, è stata inserita nel 2022 nella Rock and Roll Hall of Fame vendendo nei decenni oltre 100 milioni di album e ricevendo tra i tanti riconoscimenti una stella sulla Hollywood Walk of Fame. Non sono stati però soltanto una parte determinante dell’industria musicale: i Duran Duran sono considerati anche icone di stile, con un marcato senso per la moda eccentrica e per i loro videoclip elaborati. Nell’era di MTV i loro video andavano in rotazione continua, segnando l’immaginario di un’intera generazione. Duran Duran 7 luglio Arena di Verona www.arenalive.it

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© Ebru Yildiz

Un ago tra le costole C’è una voce che non urla mai, eppure non riesci a ignorarla. Entra piano, come un ago tra le costole, e ti resta dentro per giorni. Si insinua nei pensieri all’alba, nei pomeriggi di pioggia senza motivo. Quella voce è di Suzanne Vega, e il 18 luglio sarà a Padova. Nata a Santa Monica nel 1959, cresciuta nel cuore pulsante di Manhattan, Vega è la cantautrice che ha ridisegnato i confini del folk americano negli anni Ottanta. Con la chitarra acustica in spalla e parole scelte con cura maniacale, ha fatto dei club del Greenwich Village la sua cattedrale personale. Il debutto del 1985, intitolato non a caso Suzanne Vega, fu una rivoluzione silenziosa: nessuna ballata romantica, nessun amplificatore a cento watt, solo storie di periferia urbana narrate con la precisione di un’incisione su rame. Poi arrivò Luka, e il mondo capì che quella donna parlava di cose vere, scomode, necessarie. E Tom’s Diner, diventata uno dei brani più campionati della storia della musica pop, fu il documento sonoro di un mattino qualunque trasformato in eternità. Uno stile ruvido ma necessario, incapace di passare inosservato, quasi obbligato dal destino a lasciare una traccia del proprio passaggio. Nel maggio 2025 ha pubblicato Flying with Angels, il suo decimo album in studio e il primo interamente di inediti dopo undici anni di attesa. La critica mondiale ha esultato unanime: Vega è ancora viva, ancora necessaria, ancora in grado di tagliare. Ed è proprio questo tour che la porta a Padova. Il 18 luglio in Piazza Eremitani Suzanne Vega calca un palco all’aperto per quella che è la prima e la sola data in Veneto. Sul palco con lei il chitarrista Gerry Leonard e Suzanne Vega 18 luglio Piazza Eremitani-Padova www.venetojazz.com


© Tom Huber

La misura delle cose

la violoncellista Stephanie Winters. In scaletta Tom’s Diner, Luka, Marlene on the Wall, e i nuovi brani degli angeli in volo. Una notte di luglio, una piazza antica, quella voce che entra senza bussare. Preparatevi a sentirla risuonare ancora per settimane. Dopodiché, niente sarà esattamente come prima. Alberto Marzari ENG Suzanne Vega, performing in Padua on July 18, remains one of the most distinctive voices in contemporary songwriting: quiet, precise, and impossible to ignore. Born in 1959 and raised in New York City, she emerged in the 1980s as a leading figure in American folk, redefining the genre through intimate storytelling and carefully crafted lyrics. Her self-titled 1985 debut established her unique style, while songs such as Luka and Tom’s Diner brought her international recognition. Rather than relying on grand gestures, Vega built her reputation on subtle narratives that explored urban life, personal experience, and social realities with remarkable clarity. In 2025 she released Flying with Angels, her tenth studio album and her first collection of entirely new material in over a decade, reaffirming her relevance as both a songwriter and an observer of the human condition. The Padua concert, her only Veneto date, features guitarist Gerry Leonard and cellist Stephanie Winters alongside a setlist that blends beloved classics with new songs. Set in the historic Piazza Eremitani, the performance promises an evocative evening celebrating an artist whose understated voice continues to resonate deeply across generations.

In occasione del progetto New Echo System, realizzato in collaborazione con Pro Helvetia Venezia, l’8 luglio il giardino delle sculture della Collezione Peggy Guggenheim si trasforma in uno spazio di ascolto e sperimentazione sonora con il live set del trio svizzero Löwenzahnhonig. Era il pieno dell’estate quando i Löwenzahnhonig si trasferirono nel fienile. Nessuno studio di registrazione, nessun rumore cittadino, nessuna preoccupazione quotidiana. Solo l’aria, densa di polvere dorata e del profumo dei fiori, la luce lattiginosa che filtrava tra le fessure delle travi di legno e una collezione di strumenti che sembravano provenire da un’altra epoca. Lì, in un luogo dove il tempo non conosce scadenze, è nato Kirschblütenboogie (letteralmente: “Boogie dei fiori di ciliegio”). È un album che assomiglia a un film in Super 8 trasformato in musica: scintillante, dai colori sbiaditi dal sole, silenziosamente preciso, come se qualcuno avesse rallentato il ritmo della musica pop per permetterle di respirare di nuovo. Le linee di chitarra si insinuano dalle finestre come raggi di sole, il basso è un narratore paziente e la batteria pensa più ai paesaggi che ai battiti. La musica di questa band strumentale svizzera è una poetica della lentezza. Chi ascolta può cogliere fugaci ombre dei Khruangbin, le cui linee di chitarra sembrano essere state inviate in un viaggio nel tempo. Ma i Löwenzahnhonig portano qualcosa di completamente loro: una sorta di zen-surf alpino, sognante ma preciso. Una musica che riporta alla luce qualcosa che era rimasto sepolto sotto strati di volume e urgenza. Ascoltare questa musica è come trovare un vecchio album fotografico in soffitta: non si conosce nessuna delle persone ritratte, eppure, in qualche modo, sembra appartenere anche a noi. Un loro concerto è come una macchina del tempo, e la band sta lentamente ma con decisione ritagliandosi un posto nella memoria del presente. ENG As part of the New Echo System project in collaboration with Pro Helvetia Venezia, the Peggy Guggenheim Collection’s sculpture garden hosts a live performance by Swiss trio Löwenzahnhonig, transforming the space into a site of sonic exploration. Their music originates from an isolated creative process in a rural barn, far from urban noise, where time seemed suspended. This setting inspired their album Kirschblütenboogie, a work evoking the atmosphere of a faded Super 8 film. It is intimate, luminous, and subtly precise. The band’s sound is marked by slow rhythms and delicate textures: guitars unfold like light, bass narrates calmly, and drums evoke landscapes rather than beats. While hints of influences emerge, their style remains uniquely their own, blending dreamlike calm with technical clarity. Listening becomes a nostalgic, almost personal experience, as if rediscovering forgotten memories, making their concerts feel like journeys through time and emotion. Löwenzahnhonig 8 luglio Collezione Peggy Guggenheim www.guggenheim-venice.it

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M9 Radici

Altipiano

In cammino con Mario Rigoni Stern Fotografie di Loïc Seron

Un progetto di

Con il patrocinio di

In collaborazione con

CITTÀ DI ASIAGO

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5/06–23/08/26 M9-Museo del ’900 Venezia Mestre

Si ringraziano

Per saperne di più ↗

M9 - Museo del ’900 via G. Pascoli, 11 Venezia Mestre


musica

CLUB CULTURE

CLUBBING

At Heaven’s door Sono ormai diversi anni che la Spiaggia del Faro di Jesolo si conferma uno dei punti di riferimento della musica elettronica internazionale, e anche per l’estate 2026 il calendario riserva un appuntamento di assoluto rilievo. Sabato 1° agosto, dalle 16 a mezzanotte, la storica location sull’Adriatico ospita per la prima volta Paradise Ibiza, il party fondato e guidato dal dj e producer gallese Jamie Jones, protagonista della serata in qualità di main guest. Negli anni la Spiaggia del Faro ha già accolto alcuni tra i nomi più importanti della scena elettronica mondiale: da Carl Cox nel 2022 a Peggy Gou e Nu Genea nel 2023, fino alle due edizioni realizzate in collaborazione con il celebre party Solid Grooves, che hanno visto alternarsi in consolle artisti come Pawsa, The Martinez Brothers, Marco Carola e Michael Bibi. Quest’anno l’organizzazione compie un ulteriore salto di qualità, portando per la prima volta a Jesolo il brand di Jamie Jones, una delle realtà più influenti della club culture contemporanea. Accanto a lui, in un B2B tanto inedito quanto atteso, salgono in consolle Loco Dice, dj tedesco di origini tunisine e pioniere della techno underground, e Seth Troxler, icona globale della club culture e tra le figure più eccentriche e poliedriche della scena elettronica internazionale. Completano la line up Manda Moor, Mason Maynard e Toman, per una giornata di musica no-stop affacciata sul mare, con il tramonto a fare da scenografia naturale nel momento più intenso dell’evento. L’appuntamento è reso possibile dalla collaborazione tra le tre realtà di riferimento nell’organizzazione di eventi in Italia, e in particolare nel Nord-est: ilMuretto, Suonica e King’s, partner storici della Spiaggia del Faro, insieme al Comune di Jesolo. A confermare ulteriormente il respiro nazionale della manifestazione ecco la presenza di Radio m2o come media partner ufficiale dell’evento. Un grande palco affacciato direttamente sul mare, migliaia di appassionati attesi sulla sabbia e un cartellone tra i più ambiziosi mai messi insieme sulla costa veneta: Paradise Venice trasforma per un giorno Jesolo in uno dei centri nevralgici della club culture europea, confermando la Spiaggia del Faro come palcoscenico naturale della grande musica elettronica internazionale e come tappa fissa nell’agenda estiva di chi vive la scena dance da protagonista. L’aftershow a ilMuretto sarà affidato ai due dj internazionali Dennis Cruz e Silvie Loto. Paradise Venice 1 agosto Spiaggia del Faro-Jesolo www.ilmuretto.org

L’estate 2026 del King’s Club di Jesolo entra sempre più nel vivo con una programmazione che conferma il locale come uno dei punti di riferimento per l’intrattenimento serale e notturno italiano. Tra fine giugno e tutto il mese di luglio al King’s si alternano in consolle alcuni dei protagonisti più apprezzati della scena house ed elettronica internazionale, in un calendario che anticipa una stagione destinata a coinvolgere anche altre location simbolo del litorale jesolano. Originario del Sud Africa, con il tempo Vanco, ospite il 4 luglio, ha saputo ritagliarsi un’identità sonora distintiva e ben radicata nella musica house, grazie ad uno stile decisamente eclettico. Le sue produzioni sono caratterizzate da linee di basso e percussioni potenti, forti contributi locali e un retrogusto africano; la sua musica ne riflette sia le radici sia la visione globale che ha della musica elettronica, come dimostra il suo ultimo singolo Repeat. L’haitiano Francis Mercier, al King’s una settimana più tardi, è un nome sempre più presente nei contesti che contano; le sue produzioni discografiche sono inconfondibili e spaziano tra culture, generazioni e generi, come dimostra il suo nuovissimo singolo Champagne, che anticipa l’album di debutto Lakay (Home), in uscita il 14 luglio. Andrea Oliva, in consolle il 18 luglio assieme a Liva K., è un dj svizzero dalle chiare origini italiane: tra i suoi tanti successi spiccano in particolare ANTS, i sabati in programma ogni estate all’Ushuaïa di Ibiza sin dal 2013 e - novità di quest’anno - i lunedì all’Hï Ibiza, che condivide con Francis Mercier. Il 25 luglio tappeto rosso per una delle figure più autorevoli e longeve nell’effimero universo della musica elettronica: Bob Sinclar. Grazie ad una serie di album e ad una discografia caratterizzata da una serie di hit quali Love Generation e World Hold On, diventate numero uno nelle classifiche di tutto il mondo, Sinclar ha firmato in carriera set memorabili, basti pensare a quelli al Carnevale di Rio, al festival belga Tomorrowland, ad Ibiza ed in tantissimi altri club in ogni dove. Particolarmente attesi gli eventi in programma l’1° e il 2 agosto alla Spiaggia del Faro: venerdì 1° agosto andrà in scena Paradise Venice, il party di Jamie Jones in modalità one-day festival, mentre sabato 2 agosto sarà la volta di Aperyshow, il primo Charity Festival italiano che torna a Jesolo per il secondo anno consecutivo. King’s Club Programmazione di luglio-agosto www.kingsclubjesolo.it

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musica LIVE

Quegli anni Due notti e uno stadio per Max Pezzali a Padova Ci sono canzoni che si ascoltano. E poi ci sono canzoni che si abitano. Brani che diventano estati, amicizie, primi amori, viaggi in motorino e notti che sembravano non dover finire mai. Quando Max Pezzali sale su un palco, non porta semplicemente un concerto: porta una memoria collettiva. E il doppio appuntamento dell’8 e 9 luglio allo Stadio Euganeo di Padova si trasforma proprio in questo: una gigantesca macchina del tempo capace di riunire decine di migliaia di persone sotto lo stesso cielo e dentro gli stessi ricordi. Due serate che promettono di confermare un fenomeno ormai raro nella musica italiana contemporanea. A oltre trent’anni dall’esplosione degli 883, Pezzali continua a riempire stadi e a parlare a generazioni diverse: chi c’era negli anni Novanta e chi quelle canzoni le ha scoperte molto dopo, magari attraverso i racconti dei genitori o le playlist digitali. Il raddoppio della data padovana non è soltanto un successo commerciale, ma il segno di un legame che il tempo non è riuscito a consumare. La storia artistica di Max Pezzali è una delle più particolari della musica italiana. Nato a Pavia nel 1967, insieme a Mauro Repetto dà vita agli 883, il nome preso da un modello di Harley Davidson, quasi per gioco, un progetto destinato a cambiare il linguaggio del pop nazionale. Mentre molti cantautori raccontavano mondi lontani o vite straordinarie, Pezzali sceglieva di parlare dei ragazzi comuni. Bar di provincia, motorini, compagnie di amici, sogni apparentemente piccoli ma enormi per chi li viveva. Era la quotidianità a diventare epica. Una scelta all’epoca quasi controcorrente, che si è rivelata la più visionaria di tutte. Max Pezzali 8, 9 luglio Stadio Euganeo-Padova www.zedlive.com

Da Hanno ucciso l’Uomo Ragno a Nord Sud Ovest Est, da Come mai a Gli anni, il repertorio degli 883 è diventato la colonna sonora di un’intera generazione. Quando poi la carriera è proseguita da solista, Pezzali non ha mai cercato di inseguire le mode. Ha continuato a fare ciò che gli riesce meglio: raccontare il tempo che passa e le persone che cercano di restare se stesse mentre tutto cambia. Forse è proprio questo il segreto della sua longevità. Le sue canzoni non appartengono a un’epoca precisa. Raccontano emozioni universali. Un milione e trecentomila biglietti venduti dal 2022 ad oggi: non è una statistica, è la mappa di un Paese che per qualche ora sceglie di ritrovarsi. Stadi, palazzetti, Circo Massimo, autodromo di Imola, ogni tappa un sold out, ogni concerto un ritrovo. All’Euganeo il pubblico canterà ogni parola come se fosse stata scritta il giorno prima. Un coro immenso, capace di trasformare lo stadio in una piazza generazionale dove l’età smette di avere importanza. Chi all’epoca aveva vent’anni e oggi ne ha cinquanta condividerà gli stessi ritornelli con chi quegli anni non li ha vissuti ma li ha ereditati, come si eredita un vinile consumato o il racconto di una notte che sembrava non dover finire. E quando le luci si spegneranno e l’ultima nota svanirà nella notte padovana, resterà una sensazione difficile da spiegare. Max Pezzali continua a ricordarci qualcosa che spesso dimentichiamo: il passato non è un luogo da rimpiangere, ma una parte di noi che continua a camminare nel presente. Forse è per questo che i suoi concerti non assomigliano a semplici spettacoli. Sono ritrovi. Sono reunion emotive. Sono la prova che alcune canzoni, come certi ricordi, non invecchiano mai. E nelle due notti dell’Euganeo, Padova non assisterà soltanto a un concerto. Vedrà migliaia di persone cantare la propria storia, una strofa dopo l’altra. Alberto Marzari

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musica FESTIVAL

La firma dell’autore

This must be the place

Alberto Fortis, Francesco Baccini e Tony Hadley rappresentano gli highlights di Marghera Estate 2026, il cartellone di concerti che dall’1 al 18 luglio porta in Piazza Mercato una programmazione pensata per coinvolgere un pubblico di tutte le età tra grandi cantautori, storiche tribute band e approfondimenti culturali. Appuntamento con la musica d’autore giovedì 9 luglio con Francesco Baccini, uno dei cantautori più eclettici della scuola ligure, vincitore di due Targhe Tenco e del Festivalbar. Baccini si esibisce al pianoforte, accompagnato dal chitarrista Michele Cusato, ripercorrendo la sua trentennale carriera (da Le donne di Modena a Sotto questo sole) e presentando il singolo Matilde Lorenzi, che anticipa il nuovo album in uscita a ottobre, canzone dedicata alla memoria della giovane promessa azzurra dello sci scomparsa nell’ottobre 2024, ad appena 19 anni. L’ultima settimana di programmazione si apre martedì 14 luglio con un evento speciale: Tony Hadley in An Englishman in Italy. L’ex frontman degli Spandau Ballet, icona del pop mondiale con oltre 45 anni di carriera, arriva a Marghera accompagnato dalla sua Fabulous TH Band. In scaletta i grandi successi planetari (Through the Barricades, True, Gold) accanto ai brani della sua produzione solista. Un legame solido quello tra Hadley e l’Italia, segnato anche da storiche collaborazioni con Caparezza e Nina Zilli. Il concerto è organizzato da Veneto Jazz, nell’ambito della rassegna Veneto Sounds. È ancora la musica d’autore protagonista giovedì 16 luglio, con Alberto Fortis al pianoforte e all’armonica impegnato nei suoi storici capolavori (La sedia di Lillà, Milano e Vincenzo, Il duomo di notte) e per presentare in anteprima i brani del nuovo album di inediti Sentimental City, in uscita a settembre. Il gran finale di Marghera Estate, sabato 18 luglio, è dedicato alla cultura musicale con la presentazione del libro Sanremo e la classifica del tempo, incentrato sulle 100 canzoni non vincitrici del Festival, ma diventate eterne. Saranno presenti gli autori Marco Rettani (scrittore e produttore) e Nico Donvito (giornalista musicale), insieme a ospiti come Paolo Vallesi e Silvia Salemi.

Se decidi di inserire nel tuo tour musicale estivo una sola data nel Nord Est, la scelta del luogo deve essere per forza di cose ben ponderata. E i Modà devono averci pensato tanto e bene, se la scelta è caduta sulla mozzafiato Villa Manin a Passariano di Codroipo, già in passato teatro di memorabili momenti dell’estate musicale italiana: di qui sono passati Radiohead e Franco Battiato, R.E.M. e Vasco Rossi, giusto per nominarne alcuni. Dopo aver segnato la storia recente del pop-rock italiano, la band milanese guidata da Kekko Silvestre si prepara a un 2026 da protagonista, arrivando a Villa Manin il 5 luglio. Il gruppo, che ha saputo conquistare generazioni di fan con ballate struggenti e un sound potente, ha appena chiuso un anno solare da incorniciare, con il brano Non ti dimentico già diventato un instant-classic della loro discografia. Un concerto, quello in terra friulana, che ospita tra l’altro Bianca Atzei come attesissima special guest. Tra 10 e 11 luglio ecco avvicendarsi Luca Carboni e i Duran Duran, presenti rispettivamente anche a Marostica e Arena di Verona, mentre una settimana dopo ecco i Pooh, protagonisti nel luglio 2024 di un concerto in Piazza San Marco ancora fresco nella memoria dei loro numerosissimi fan. Il 25 luglio, una data da cerchiare in rosso: dopo il trionfo del tour nei palasport e un anno di successi, i Negramaro tornano nell’estate 2026 con Una storia ancora semplice, un nuovo viaggio nei festival outdoor, dopo dieci anni dall’ultima volta, che segnerà l’ultima occasione per vedere la band dal vivo prima di una lunga pausa. Una scaletta imperdibile, un regalo ai fan che in questi vent’anni hanno seguito ogni tappa della loro storia, e un modo per ripercorrere insieme tutte le grandi hit che hanno reso inconfondibile il loro percorso. E per un luglio che si chiude con Il Volo, fenomeno musicale ormai globale, agosto si apre il 2 con Craig David, icona mondiale dell’r’n’b e della UK garage, per l’unica data italiana del proprio tour. L’arrivo a Villa Manin coincide con un momento particolarmente importante per David, segnato dall’uscita del nuovo album Commitment, nono lavoro in studio dell’artista: un ritorno alle radici emotive e musicali che avevano caratterizzato il leggendario Born to Do It del 2000.

Marghera Estate 2026 Fino 18 luglio Piazza Mercato-Marghera www.culturavenezia.it

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Villa Manin Estate 5, 10, 11, 18, 25, 31 luglio; 2 agosto Villa Manin-Codroipo www.villamanin.it


Not ordinary people Era il 12 novembre del 2014 quando, al Gran Teatro Geox di Padova, Zedlive portava in concerto John Legend, pianista di rara bravura e grande presenza scenica. Una scaletta che quella sera metteva insieme suoi pezzi memorabili come Ordinary People e Save Room, Tonight (Best You Ever Had) e Maxine, assieme ad una cover di Bridge Over Troubled Water che ancora ricordo distintamente, riarrangiata con una padronanza tecnica che la voce di Legend esaltava oltre misura. John Legend torna ora in Italia con uno spettacolo intimo e coinvolgente che attraversa oltre vent’anni di carriera, tra musica e racconto personale, arrivando al Marostica Summer Festival il prossimo 6 luglio. Vincitore di tredici Grammy Awards, John Legend fa parte del ristrettissimo gruppo di artisti “EGOT”, avendo conquistato anche un Oscar, un Golden Globe, un TonyAward e quattro Emmy Awards. Un traguardo che lo colloca tra i soli diciannove nomi nella storia ad aver ottenuto questo riconoscimento, confermandone la straordinaria versatilità creativa. Un Festival musicale che ha esordito a giugno con David Byrne, doveva per forza di cose tenere ben alta l’asticella qualitativa, cosa a cui Marostica ci ha abituato in questi anni, affermandosi rassegna anagraficamente giovane ma già ambita dai nomi che spiccano nella brulicante offerta musicale estiva. Blanco, Il Volo e Negramaro guidano il pubblico nella transizione da giugno a luglio, quando la delusione per lo spostamento al 2027 del tour di Claudio Baglioni, che in Piazza Castello sarebbe dovuto passare il 3 luglio, viene spazzata via da Legend stesso e dagli Europe il 5 luglio: la leggendaria rock band svedese, icona assoluta degli anni ‘80 grazie alla hit mondiale The Final Countdown, celebra quella sera oltre quarant’anni di carriera con un live imperdibile. Fiorella canta Fabrizio e Ivano – Anime Salve è il progetto live con cui Fiorella Mannoia dà voce, con la sua inconfondibile sensibilità, ai brani più celebri e amati di Ivano Fossati e Fabrizio De André, a Marostica il 7 luglio. Una tournée che prende vita nel trentennale di Anime Salve, pietra miliare della musica italiana e ultimo lascito creativo di Faber, realizzato insieme a Fossati e pubblicato nel 1996. Marostica Summer Festival 1, 3, 5, 6, 7, 9, 11 luglio Piazza Castello-Marostica marosticasummerfestival.it

I confini contano? Ultimamente e più che mai, il concetto di “confine” è stato al centro del dibattito nel nostro Paese quando poco tempo fa una delle tracce proposte per il tema di italiano dell’esame di maturità si concentrava sul sociologo Frank Füredi e sul suo saggio intitolato I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere. Al netto delle diverse letture in chiave politica che si potrebbero fornire relativamente allo stesso autore e a questa scelta, possiamo mettere la mano sul fuoco circa il fatto che anche la musica, ogni giorno e ad ogni latitudine, si trovi a fare i conti con i concetti di confine. Inutile discutere su come possa pensarla il No Borders Music Festival, che anche quest’anno per tutto il mese di luglio invita il pubblico a concerti in luoghi e ad orari di sicuro non convenzionali per far capire attraverso la musica come un confine non sia necessariamente un limite da non superare, ma un punto di passaggio verso un “altrove” lontano dalla nostra comfort zone. Il programma del 2026 rivela un’attenzione spiccata verso la qualità, fin dall’appuntamento di esordio l’11 luglio in compagnia del frontman degli Editors Tom Smith, che ha inaugurato la sua carriera solista pubblicando un anno fa il singolo Lights Of New York City, accompagnato anche da un video diretto e prodotto da Niall Trask. Stesso giorno ma due ore dopo, nel primo pomeriggio, ecco arrivare ai Laghi di Fusine Elvis Costello, cantautore e musicista con una carriera che supera i cinquant’anni lungo i quali ha collaborato con mostri sacri come Paul McCartney e Johnny Cash. LP è protagonista del concerto del 12 luglio con cui ufficialmente si apre il festival: dopo un periodo dedicato alla scrittura e alla ricerca personale, LP ha lavorato al settimo disco in studio intitolato Love Lines, progetto luminoso e intenso, influenzato dalla luce e dall’energia della California e attraversato da un ampio spettro di sonorità. Il 18 luglio ecco Coez, che troviamo qui e al Festival del Vittoriale di Gardone Riviera a dimostrazione di come il rap sia entrato di diritto nella programmazione festivaliera più sofisticata, con buona pace di chi i confini li vorrebbe magari minati o invalicabili. Nella settimana tra il 19 e 26 luglio ecco un tris che da solo potrebbe costituire un cartellone sufficientemente sfaccettato e corposo: Ludovico Einaudi (19), Manu Chao (25) e Mannarino (26) non hanno bisogno di presentazione, solo di uno strumento e di un amplificatore. Davide Carbone No Borders Music Festival 11, 12, 18, 19, 25, 26 luglio Laghi di Fusine-Tarvisio www.nobordersmusicfestival.com

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musica FESTIVAL

Esperanza Spalding

Dove suona il lago Festival del Vittoriale, di bellezza non ci si stanca mai Al Vittoriale degli Italiani, quando il Sole scompare dietro il Monte Baldo e il Lago di Garda assume i colori del crepuscolo, la musica non compete con ciò che la circonda: dialoga con esso. Con il parco immaginato da Gabriele D’Annunzio come monumento alla propria “vita inimitabile”, con la prua della Nave Puglia incastonata nel colle e con il Parlaggio, l’Anfiteatro che ancora oggi domina uno dei panorami più suggestivi d’Italia. È qui che torna anche nel 2026 il Festival Tener-a-mente, la rassegna che negli anni ha trasformato Gardone Riviera in una delle capitali culturali dell’estate italiana. Un festival che non si limita a portare grandi artisti sulle rive del Garda, ma costruisce un dialogo continuo tra musica, storia e paesaggio. L’edizione 2026 segna una novità importante. Per la prima volta la manifestazione si articola in due capitoli distinti: Tener-a-mente Solstizio, tra giugno e agosto, e Tener-a-mente Equinozio, dedicato al ritorno in anfiteatro di Biagio Antonacci in versione unplugged. Una scelta che amplia il respiro della rassegna e ne conferma la crescita costante. Il cuore del festival resta l’Anfiteatro del Vittoriale. D’Annunzio lo immaginava come una “conca marmorea sotto le stelle”, ispirata a Pompei e affacciata su uno scenario che abbraccia l’Isola del Garda, il Monte Baldo e la penisola di Sirmione. Inaugurato nel 1953 con un concerto dell’Orchestra del Teatro alla Scala, continua ancora oggi a essere uno dei luoghi più affascinanti per la musica dal vivo. Il cartellone 2026 conferma la vocazione internazionale della manifestazione. Sul palco salgono la super formazione BEAT con Adrian Belew, Tony Levin, Steve Vai e Danny Carey, gli islandesi Of Tener-a-mente. Festival del Vittoriale Fino 2 agosto Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera www.anfiteatrodelvittoriale.it

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Monsters and Men, Diana Krall, Esperanza Spalding, LP, Chet Faker, Kings of Convenience e Two Door Cinema Club. Accanto a loro, protagonisti della scena italiana come Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Coez e appunto Biagio Antonacci. Ma il segreto di Tener-a-mente non risiede soltanto nei nomi in programma. Risiede nell’atmosfera. Nel momento in cui il lago si oscura, le luci si accendono e il paesaggio entra nel concerto senza chiedere permesso. Qui ogni nota sembra appartenere al luogo tanto quanto agli artisti che la eseguono. In un’epoca in cui gli eventi puntano sempre più sull’effetto spettacolare, il festival del Vittoriale continua a difendere il valore dell’ascolto e della bellezza. E quando l’ultima nota si disperderà nella notte del Garda, resterà la sensazione di aver vissuto qualcosa che non poteva davvero accadere altrove. Alberto Marzari ENG At the Vittoriale degli Italiani on Lake Garda, the Tenera-mente Festival returns in 2026, offering a unique dialogue between music, landscape, and history. Set in D’Annunzio’s evocative estate, where the amphitheatre overlooks a stunning panorama, performances blend seamlessly with the natural surroundings, especially at sunset. This edition introduces a new structure with two phases - Tener-a-mente Solstizio and Equinozio - expanding the festival’s scope. The program features major international artists alongside leading Italian performers, confirming its global ambition. Yet the festival’s true strength lies in its atmosphere: as night falls and the lights rise, music becomes part of the landscape itself. In contrast to spectacle-driven events, Tener-a-mente emphasizes attentive listening and aesthetic harmony, creating an experience that feels inseparable from this extraordinary place.


Luogo a procedere Sexto ‘Nplugged verso Pordenone 2027 Dal Po all’antica provincia romana del Norico è un soffio. Lungo il sistema viario della Postumia, il contatto con i popoli dell’Est fu relativamente pacifico e passò certamente per la stazione di Sesto al Reghena, dove oggi sorge l’abbazia longobarda, sede di un festival che della storia del luogo pare una conseguenza diretta. Sesto, borgo di pianura liminare inserito in un sistema industrioso e colto, quello della provincia di Pordenone, a un tempo raffinata e ribelle, teatro allo stesso tempo lotte operaie - quella recente contro la delocalizzazione e i tagli alla Zanussi - e la prestigiosa nomina di Capitale della Cultura 2027. In questo crocevia di tensioni antiche e attualissime, da vent’anni a questa parte ha luogo uno dei festival più interessanti non solo d’Italia, figlio com’è di tensioni e rapporti che sospingono verso l’Europa centro orientale: Sexto ‘Nplugged non potrebbe esistere che qui. Di questo lembo d’impero, che è l’espressione culturale più recente di un luogo dove si sono avvicendati Romani, Longobardi, Ungari, veneziani e asburgici, la creatura di Fabio Bortolussi e Mauro Morassut porta orgogliosamente l’impronta. E su di essa la musica che ne rixempie gli spazi si è forgiata. Da sempre, infatti, sono gli artisti chiamati a esibirsi a dover adattare la performance al luogo, non il contrario. L’idea è stata più che coraggiosa. La formula adattiva ricorre certo in altri luoghi di pregio che ospitano eventi performativi, ma non con la stessa densità. Perché Sexto ‘Nplugged, attraverso la peculiarità del luogo, ha letto criticamente l’offerta musicale della scena indipendente e sperimentale. Gli ideatori hanno agito un po’ come editori: hanno selezionato voci adatte ai tipi, finendo per formulare una proposta culturale fondata e autentica. E oggi, nell’era dell’indifferenziato digitale, delle vetrine generaliste, del consumo a distanza, non è poco. Di più: è una via, un modello. Sexto ‘Nplugged mantiene il coraggio della selezione, della scelta, della proposta. Perché curare un festival è un atto critico, e dio solo sa quanto abbiamo bisogno di atti critici oggi. L’edizione 2026 è la più densa di ritorni degli ultimi anni. La formula di nicchia che caratterizza la proposta non si smentisce. Quattro giorni in una boutique musicale ricercata ma accessibile, tra attesi ritorni e scoperte. Come da tradizione, a Sexto. Dove in vent’anni si sono alternati nomi noti, che hanno proposto spettacoli inediti, tagliati su misura, come Billy Corgan, Interpol , Mogwai, St. Vincent, Slowdive, War on Drugs, Passenger, Lumineers, Cat Power, Of Monsters and Men. E non sono mancate le scoperte e le consacrazioni, alcuni nomi: Black Midi, King Hannah, Hania Rani, Son Lux, Soap & Skin. L’edizione 2026 si apre giovedì 2 luglio con una serata che da sola varrebbe il biglietto. I These New Puritans salgono sul palco dell’abbazia con Crooked Wing, il disco del 2025 che li ha riportati dopo sei anni di silenzio con una delle proposte più ambiziose dell’anno: musica costruita su strumenti che hanno secoli di storia (registrata in parte nelle chiese, con organi a canne e campane), in cerca di una forma che non appartiene a nessun genere riconoscibile. Il contesto di Sesto è la loro cassa di risonanza ideale. Dopo di loro, i WU LYF, Sexto ‘Nplugged 2-5 luglio Sesto al Reghena sextonplugged.it

Apparat © Max Zerrahn

band di Manchester che torna dopo oltre un decennio di silenzio e un secondo album, A Wave That Will Never Break, prodotto da Sonic Boom e distribuito attraverso un abbonamento diretto alla loro comunità. Un gesto anacronistico nell’era dell’ubiquità digitale: Sesto è la loro unica data estiva italiana. Venerdì 3 luglio sarà la volta di Altın Gün, quintetto turco-olandese di Amsterdam che prende il folk anatolico degli anni Sessanta e Settanta e lo passa attraverso psichedelia, funk, wah-wah, synth. Il nuovo album Garip è un tributo a Nes‚et Ertas‚, grande cantore popolare, reinterpretato con archi, sassofono e incursioni che spaziano tra suggestioni arabesque e colori Bollywood. Sabato 4 luglio: Apparat. Sascha Ring è uno dei grandi costruttori dell’elettronica europea: con il progetto Moderat ha ridefinito il confine tra club e sala da concerto; da solista ha esplorato un territorio più intimo e orchestrale. A Hum Of Maybe, uscito a febbraio su Mute, nasce da un blocco creativo che Ring ha affrontato producendo un’idea musicale al giorno per sei mesi, senza giudizio. Il titolo dice tutto: “maybe” come spazio fertile, come fatto contemplativo prima dell’atto creativo. Ad aprire i JoyCut, gruppo di Bologna tra i più coerenti della scena elettronica italiana. Il festival chiude domenica 5 luglio con I Cani. Niccolò Contessa aveva costruito la propria reputazione nei primi anni Dieci come voce di una generazione - synth-pop, testi che parlavano di borghesia urbana, disincanto, relazioni fragili con un’ironia che era diagnosi. Poi nove anni di silenzio. Nel 2025 è tornato con Post mortem. Tour autunnale tutto sold out. La data di Sesto apre il tour estivo. Con una lineup che fonde ricerca e conferme e la sua costruzione entro un sistema culturale solido e a più voci, Sexto ‘Nplugged è l’evento che porta Pordenone verso il 2027, anno di una consacrazione che sembra attribuire al Nord Est un ruolo di traino culturale che affonda in antiche stratificazioni e torna a raccontarsi al Paese. Portandolo oltre i confini culturali asfittici in cui sempre più spesso è costretto. Riccardo Triolo

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musica FESTIVAL

Giovanni Lindo Ferretti - Photo Andrea Amadasi

Quel che deve accadere Al proprio posto Ogni estate il ritornello si presenta puntuale: le rassegne musicali in Italia possono godere di scenografie ‘semplicemente’ impareggiabili, spesso nascoste ai più, non solo legate ai luoghi simbolo per eccellenza come Arena di Verona o Piazza San Marco, giusto per citarne un paio. Siamo d’accordo, ma anche convinti di come tutto questo non basti, anzi, magari obblighi piacevolmente gli organizzatori a studiare calendari ad alta qualità, che anche l’orecchio vuole la sua parte. Contaminazioni Musicali arriva alla seconda edizione in quel Teatro Romano situato ai piedi del Colle San Pietro, sulla riva sinistra del fiume Adige, nella zona di Ponte Pietra, luogo dove in passato si sono esibiti artisti del calibro di Tony Bennett, Ludovico Einaudi e Cat Power. Il primo cantautore ospite della manifestazione è Niccolò Fabi, atteso il 4 luglio con un nuovo spettacolo, sulla scia del recente disco Libertà negli occhi, seguito il giorno dopo da Dulce Pontes, vista di recente al Malibran ospite di Veneto Jazz. Tra gli artisti più attesi di Contaminazioni Musicali c’è Johnny Marr, in concerto il 16 luglio. Chitarrista, cantante, compositore e produttore, ha scritto alcune delle pagine più importanti della storia della musica alternativa britannica e mondiale, dagli esordi con The Smiths ai progetti con i gruppi The The, Electronic, Modest Mouse e The Cribs, oltre a collaborazioni con artisti del calibro di Pretenders, Talking Heads, The Avalanches e con il compositore Hans Zimmer, con cui ha lavorato alla colonna sonora dell’ultimo film di James Bond, No Time To Die, firmando insieme a Billie Eilish la title track candidata all’Oscar. ENG Each summer, Italy’s music festivals benefit from stunning, often lesser-known locations beyond famous venues like the Verona Arena or Piazza San Marco. Yet beautiful settings alone are not enough; organizers are driven to curate high-quality programs. “Contaminazioni Musicali,” now in its second edition, takes place at Verona’s Teatro Romano by the Adige River, a historic stage that has hosted major artists. The lineup includes Niccolò Fabi (July 4), Dulce Pontes (July 5), and Johnny Marr (July 16), the influential musician known for his work with The Smiths and many renowned collaborations. Contaminazioni Musicali 4, 5, 6, 16, 25 luglio; 29 agosto Teatro Romano-Verona www.eventiverona.it

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Un dosaggio equilibrato di artisti italiani e stranieri al Castello Scaligero di Villafranca, per un festival che lungo tutto il mese di luglio chiama a raccolta il meglio del rock e del pop internazionale, oltra ad un omaggio a Morricone, chiudendo con una “chicca sonica” come potremmo definire il concerto dei C.S.I. in programma il 31 agosto. Il 7 luglio ecco il rock di The Darkness, con special guest Airbourne e Spleen. Tra le band più distintive della scena musicale inglese anni 2000, portano in tour le loro canzoni più acclamate e i brani di Dreams On Toast, l’ottavo album della loro discografia. E se tra Litfiba (9/7) e Goran Bregovic (10/7) non sapete chi scegliere, ecco una parentesi italiana con Masini, Nek e Fiorella Mannoia tra il 14 e il 25 luglio prima di uno dei concerti più attesi in compagnia di Madame (27/7): la voce più introspettiva della scena urban hip hop italiana è tornata sulle scene con un nuovo album, il suo terzo, dal titolo Disincanto, 14 tracce che racchiudono gli ultimi anni vissuti da Madame, a restituire un percorso personale e artistico in continua evoluzione. Il Consorzio Suonatori Indipendenti, con la sua formazione al completo – Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio Canali – torna il 31 agosto nella provincia veronese a distanza di 26 anni dal precedente concerto (datato 15 luglio 2000, all’interno del festival Rockaforte in una line-up che comprendeva Moby, Coldplay, Trasnglobal Underground, Howie B, Subsonica...). ENG The Scaligero Castle in Villafranca, near Verona, hosts a July festival blending Italian and international rock and pop, closing with a special C.S.I. concert on August 31. Highlights include The Darkness (July 7) with Airbourne and Spleen, and acts like Litfiba (July 7), Goran Bregovic (July 10), and Italian stars Masini, Nek, and Fiorella Mannoia. Madame will perform on July 27, presenting her album Disincanto. The festival balances diverse styles, culminating with the reunion of C.S.I., returning to the area after 26 years. Villafranca Festival 3-27 luglio; 31 agosto Castello Scaligero-Villafranca www.eventiverona.it


Sting © Carter B.Smith

Franz Ferdinand © Fiona Torre

Cento orizzonti Così viene chiamata Asolo, “città dei cento orizzonti”, come i diversi paesaggi che si possono scorgere una volta affacciati dalla Rocca della città che ha visto nascere l’AMA Festival nel 2015. Una manifestazione che già in quella prima edizione portava in dote soggetti del calibro di Gogol Bordello e Marky Ramone, per citarne solo un paio. Di anni ne sono passati alcuni e di cose ne sono successe un po’, il Festival è passato da Asolo a Bassano, dal Parco Ragazzi del ‘99 a Ca’ Rezzonico e adesso al Parco di Villa Negri, nella ormai consueta formula che vede il Festival svilupparsi a metà luglio e a fine agosto, con serate declinate in chiave tematica a seconda dei gusti. Scorpions ed Alice Cooper a luglio, rispettivamente l’11 e il 12, si confermano colonne portanti di metal e rock determinati come il primo giorno a dire in musica tutto (ma proprio tutto) quello che pensano, scoprendo negli anni di condividere il pensiero di milioni di fan in tutto il mondo. Ad agosto poi si rivedono i Franz Ferdinand, che ritentano la sorte dopo il concerto saltato per maltempo lo scorso anno, preceduti da due attesissimi ritorni: quello dei Bluvertigo in formazione completa, Morgan compreso, e quello di Gigi D’Agostino, alfiere della dance italiana nel mondo. Ancora una volta AMA risponde “presente!” alla chiamata dell’estate musicale, imperdibile “Festival dai cento Festival”. Davide Carbone ENG Asolo, known as the “city of a hundred horizons,” gave birth to the AMA Festival in 2015, which quickly gained recognition with major artists like Gogol Bordello and Marky Ramone. Over the years, the festival has evolved in both location and scale, now held at Villa Negri Park with events in mid-July and late August. This year’s lineup features rock legends Scorpions and Alice Cooper in July, while August welcomes Franz Ferdinand, returning after a cancelled show, along with Bluvertigo and Gigi D’Agostino. AMA continues to stand out as a key event in Italy’s summer music scene. AMA Music Festival 10, 11, 12, 18 luglio; 21, 27, 28, 30 agosto Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino amamusicfestival.com

Date storiche Già negli anni passati, Due Punti Eventi aveva dimostrato tutta la propria buona volontà, portando in Prato Santa Caterina (nome caro ai bassanesi…) pezzi da novanta come Elisa e Antonello Venditti, per concerti che mancavano in città ormai da quando lo stadio Mercante entrava regolarmente nel percorso a tappe musicali tipico della stagione estiva. L’edizione di quest’anno segna una decisa accelerazione sia in termini di qualità che di quantità: le date sono ben sei e tutte di assoluto livello, che siate votati alla causa nostrana o internazionale. Che ne dite, potrebbe bastare una data esclusiva in Italia per ingolosirvi, ammesso che ne abbiate bisogno? Il 2 luglio arriva a Bassano del Grappa Rod Stewart: oltre 250 milioni di dischi venduti e successi intramontabili come Maggie May, Forever Young, Da Ya Think I’m Sexy, Tonight’s the Night, Rhythm of My Heart. Il 10 in cartellone spiccano gli One Republic, pop rock da Colorado Springs con carriera ultraventennale e collaborazioni con Timbaland e Peter Gabriel, oltre ad aver accompagnato gli U2 nel 2017 nel The Joshua Tree tour. Tra l’11 e 15 luglio con Tony Boy, Tommaso Paradiso e i Pooh il festival parla italiano prima di riprendere un discorso interrotto lo scorso anno: era il 6 luglio 2025 quando un violentissimo nubifragio costringeva all’annullamento l’attesissimo concerto di Sting, andato sold-out in un batter d’occhio. Il 31 luglio Gordon Matthew Thomas Sumner ci riprova, in trio con Dominic Miller (chitarra) e Chris Maas (batteria). Davide Carbone ENG In recent years, Due Punti Eventi has revitalized live music in Bassano del Grappa, north of Venice, bringing major artists back to Prato Santa Caterina, the city’s beloved urban park. This year’s edition marks a significant step forward, featuring six high-quality concerts including Italian and international acts, like Rod Stewart (July 2), performing his only Italian date, and OneRepublic (July 10). The program also showcases Italian artists such as Tony Boy, Tommaso Paradiso, and the Pooh. The festival concludes with Sting on July 31, returning after last year’s sold-out concert was cancelled due to severe weather, now performing in a trio format. On July 31, Gordon Matthew Thomas Sumner will perform with Dominic Miller and Chris Maas. Bassano Music Park 2, 10, 11, 14, 15, 31 luglio Parco Ragazzi del ’99-Bassano del Grappa bassanomusicpark.it

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musica 46. OPERAESTATE

Jazz e musica contemporanea sperimentale condividono il palco a Bassano a luglio e agosto, con concerti site specific nei luoghi più iconici ai piedi del Grappa PAOLO ANGELI

Paolo Angeli è uno degli artisti più visionari e coerenti della musica italiana contemporanea. Sardo nativo di Palau, oggi residente in Catalogna, attivo dal 1995 e ideatore di uno strumento unico che ha portato sui palchi di tutto il mondo: una chitarra-orchestra con 25 corde, ibrido tra chitarra baritono, violoncello e batteria, dotato di martelletti, pedaliere ed eliche. “Musica d’avanguardia mediterranea” si potrebbe definire il minuzioso lavoro di ricerca svolto in carriera da Paolo Angeli che ha saputo scavare un solco di ‘innovazione con radici’ che l’ha condotto fin sul palco del Carnegie Hall di New York. Anche la scelta dei testi - versi della tradizione popolare sarda ma anche poesia palestinese tradotta in gallurese - si raccorda alla ricerca di una dimensione insieme intima e permeabile, per una delle più belle avventure sonore dei nostri tempi. 18 luglio h. 21.20 | Villa Ca’ Erizzo Luca

PAOLO FRESU

Il nuovo progetto di Paolo Fresu chiude idealmente il cerchio della trilogia iniziata con Tempo di Chet dedicato alla figura di Chet Baker e proseguito con Tango Macondo, ponte ideale tra Sardegna e Sudamerica. Kind of Lives è la versione prettamente concertistica della splendida dedica al grande nome di Miles Davis voluta da Fresu, estratto in parallelo dall’idea dello spettacolo teatrale Kind of Miles che tanto successo ha riscosso in tutta Italia. Sul palco otto grandi nomi della musica contemporanea suddivisi da Paolo in due ensemble: uno acustico (idealmente riferibile al jazz di Baker e al primo storico Davis) e l’altro elettrico. I musicisti in scena collaborano da sempre con Fresu, ne condividono i palcoscenici e sono partecipi alla scrittura collettiva di cover mutuate dal repertorio di Davis.

© Tommaso Le Pera

26 luglio h. 21.20 | Teatro Al Castello Tito Gobbi

PEPPE SERVILLO | FABRIZIO BOSSO Peppe Servillo, tra gli interpreti più istrionici e originali della canzone d’autore, si unisce a cinque straordinari solisti del jazz italiano (Fabrizio Bosso alla tromba, Javier Girotto al sax, Rita Marcotulli al pianoforte, Furio Di Castri al contrabbasso e Mattia Barbieri alla batteria, con arrangiamenti a cura di Javier Girotto) per esplorare l’universo lirico e personale di Lucio Battisti. Il progetto traccia un percorso inedito che reinterpreta i grandi classici del repertorio battistiano attraverso sfumature latine, ritmi avvolgenti e una forte carica emotiva. Abbattendo i confini tra canzone e improvvisazione, lo spettacolo diventa un viaggio sonoro unico, capace di restituire la genialità di quelle melodie dentro la libertà e la magia della grande musica jazz. 30 luglio h. 21.20 | Villa Dolfin Boldù, Rosà

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© Riccardo Musacchio


MAURO MARTINUZ

© Giulio Favotto

In Derive, progetto in prima nazionale a Operaestate, i materiali sonori creati per palco, cinema e installazioni vengono estratti dal loro contesto originario e rimescolati: temi, texture elettroniche e frammenti di paesaggio sonoro sono spostati, deformati e sovrapposti. Ne nascono percorsi laterali, deviazioni improvvise e naufragi utopistici, in cui ciò che era fondo sonoro o sottolineatura emotiva diventa soggetto. Martinuz, con i musicisti e collaboratori della band Eraclea, intreccia il lavoro teatrale con una pratica musicale in cui linee melodiche, pattern ritmici ed echi di ambienti scenici vengono riabitati come canzoni mancate o bozzetti di colonne sonore scartate. L’ascoltatore è invitato a seguire le derive come un racconto senza immagini, lasciando che timbri, dinamiche e spazializzazione suggeriscano luoghi, corpi e gesti. 23 agosto h. 22.30 | Chiesa di San Giovanni

JOSS TURNBULL

Il tradizionale tamburo persiano zarb viene elettrificato da Turnbull e diventa la voce principale di una sinfonia percussiva, modellando una tensione in continua crescita e dissoluzione. Attraverso estensioni strumentali non ortodosse, catene e campionamento dal vivo il percussionista tedesco crea spazi acustici al tempo stesso minimalisti e travolgenti. La sua musica spinge ascoltatore ed esecutore a confrontarsi con l’imprevedibilità del momento. Al centro del suo lavoro si trovano domande fondamentali: come possono essere combinati gli stili esecutivi tradizionali con l’improvvisazione sperimentale? Cosa accade quando il suono diventa uno strumento per mettere in discussione le abitudini di ascolto? Una ricerca che trova sintesi nel progetto Turmoil, pubblicato nel marzo 2025. 26 agosto h. 21.30 | CSC San Bonaventura

ALTEA

Altea è una cantautrice originaria del Salento il cui lavoro si sviluppa all’incrocio tra scrittura cantautorale, elettronica minimale e strumenti acustici. Il progetto Nessuna presentato in live si colloca all’interno di una ricerca attenta alla forma e al dettaglio sonoro. Il repertorio affronta temi legati all’identità, alla fragilità e al silenzio, evitando una narrazione esplicita o spettacolarizzata. Le canzoni sono costruite come spazi di ascolto concentrato in cui la voce si muove all’interno di strutture essenziali, lasciando emergere variazioni ritmiche e timbriche. Il live è pensato come una forma aperta in cui i brani vengono riorganizzati e adattati al contesto performativo, mantenendo una relazione diretta con il pubblico e con lo spazio. Anche l’impianto visivo e luminoso è concepito come elemento integrato, a supporto della dimensione percettiva dell’ascolto. 27 agosto h. 21.30 | Chiostro del Museo Civico

DADÀ

Gaia Eleonora Cipollaro, in arte DADÀ, è una cantautrice, producer e art director che fonde cultura napoletana, world music ed elettronica. La sua musica è attraversata da contaminazioni sonore e identitarie e Città di racconta, con forza espressiva e sensibilità teatrale, esperienze comuni Bassano del Grappa osservate da prospettive personali. Il suo primo album del 2025, Core in Fabula, costruisce fiabe originali e conduce l’ascoltatore in mondi sospesi tra grottesco, popolare, avanguardia e poesia, lavoro in cui musica e immaginario visivo dialogano pienamente. L’album segna una svolta sonora che intreccia cantautorato, elettronica, tradizione napoletana, Mediterraneo e folk globale, dando voce a emozioni condivise, personaggi surreali e temi inclusivi e autobiografici. 27 agosto h. 22.45 | Chiostro del Museo Civico 46. Operaestate Festival Bassano del Grappa e città palcoscenico della Pedemontana Veneta www.operaestate.it

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L’ALTRO CONCERTO

classical

Purtroppo sono talmente scettico sulle congratulazioni che mi fanno che penso soltanto se ho fatto il mio dovere. Forse ho fatto bene qualcosa, ho raggiunto qualche traguardo importante Ennio Morricone

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di Daniele Pennacchi

E

ra il 19 maggio 2019, ma il ricordo è più che vivido, come se

fosse accaduto due giorni fa. Concerto di Ennio Morricone all’Arena di Verona, il coronamento di un sogno che nemmeno il diluvio universale che durò dall’inizio alla fine riuscì a scalfire. Un’emozione da togliere il fiato, con il Maestro che nonostante la fatica non fece mancare davvero niente alla serata, arrivando a dirigere anche da seduto senza perdere per questo il minimo appeal verso un’Orchestra e un pubblico totalmente focalizzati su un gesto potente come pochi altri, capace di innescare reazioni emotive a catena. La musica di Morricone ha risuonato spesso a Venezia. Ma solo una volta accompagnata dalla presenza attiva del suo autore. L’osservazione è importante, perché è risaputo quanto malvolentieri il maestro romano affidasse ad altri l’esecuzione delle proprie partiture, in special modo quelle orchestrali. Vale la pena soffermarsi sulle due indimenticabili serate di Piazza San Marco in presenza eccezionale di Morricone stesso: il 10 e 11 settembre 2007 il quasi ottantenne maestro diresse l’Orchestra Sinfonietta di Roma e il Coro della Fenice in un lungo e impegnativo programma che, accanto alle più celebri sue pagine per il cinema, offrì nella serata dell’11 la sua Voci dal silenzio, un’emozionante suite di mezz’ora per voce recitante, coro e orchestra, scritta dopo l’attentato alle Twin Towers del 2001, poi dedicata alle vittime di tutte le stragi. L’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice scelgono proprio Morricone per il tradizionale concerto d’estate in Piazza San Marco, stavolta previsto per il 5 luglio. Il programma musicale sarà un omaggio al Morricone più ‘nascosto’, e ancora in parte da esplorare: il compositore di “musica assoluta”, l’autore sperimentatore, ma anche il creatore di partiture cinematografiche che raccontano lati meno noti della sua ricerca musicale. Dopo un’apertura con alcuni brani molto amati dal pubblico – le splendide melodie di Canone Inverso (2000), della Conradiana da Nostromo (1996) e di Nuovo Cinema Paradiso (1988) – la scaletta proporrà infatti l’esecuzione della Cantata per l’Europa (1988) per soprano, due voci recitanti, coro misto e orchestra, una partitura pubblicata da SZ Sugar, che torna a essere eseguita in pubblico dopo oltre vent’anni. Costruita attorno alle parole di alcuni protagonisti della cultura e del pensiero europeo, da Victor Hugo a Dante, da Jean Monnet a Thomas Mann, da Winston Churchill a Robert Schuman, è una pagina che si compone di tre movimenti, Attesa, Ammonizione e Speranza. Vi si potrà leggere il chiaro impegno socio-politico di Morricone, così come la sua riflessione musicale sul destino collettivo, sulla memoria, sul rapporto tra identità e futuro. Oggi, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua composizione, questo lavoro rivela una forza e un’attualità sorprendenti. Non mancheranno ovviamente alcune pagine tratte dal catalogo più noto di Morricone, scelte dalle colonne sonore che l’hanno reso uno dei compositori italiani più amati del Novecento: la suite delle musiche di The Hateful Eight (2015) – Oscar 2016 per la miglior colonna sonora –, quella di Jona che visse nella balena (1993), poi la suite del Clan dei siciliani (1969), La leggenda del pianista sull’oceano (1998), per finire con Mission (1986), vincitrice del Golden Globe per la migliore colonna sonora originale e del BAFTA per la migliore colonna sonora. A dirigere Morricone Night. Suite veneziana ecco Kevin Rhodes, che conduce Orchestra e Coro del Teatro La Fenice in un programma volto a ricordare e celebrare il pluripremiato musicista romano scomparso nel 2020. Al fianco del maestro americano, gli attori Luca Barbareschi e Cesare Bocci ed il soprano Sara Cortolezzis, con Alfonso Caiani come Maestro del Coro, per un evento che grazie alla sinergia con Rai Cultura sarà trasmesso in differita televisiva su Rai 5 giovedì 9 luglio alle ore 21.20 e contestualmente in streaming su RaiPlay.

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n 19 May 2019, the memory of an unfor-

gettable concert feels almost immediate, as if it happened only two days earlier. It was an Ennio Morricone performance at the Arena di Verona, an experience that crowned a long-held dream. Even the heavy, relentless rain, which lasted from beginning to end, could not dampen the event’s emotional power. The atmosphere was charged with a rare kind of intensity: Morricone, despite obvious fatigue, truly spared nothing. He conducted with full presence, even seated, maintaining the magnetic command that held both orchestra and audience completely focused on his gestures. The music triggered chain reactions of feeling, taking the spectators’ breath away. The text also recalls how Morricone’s music resonated in Venice, but highlights a crucial difference: it had only one time been accompanied by the active presence of its creator. In this perspective, two exceptional evenings in Piazza San Marco – 10 and 11 September 2007 – stand out as particular milestones. Nearly eighty years old, Morricone directed the Orchestra Sinfonietta di Roma and the Choir of the Fenice. His program was long and demanding, offering, alongside his most celebrated film masterpieces, a special moment on the night of 11 September: Voci dal silenzio, an emotionally powerful thirty-minute suite for reciting voice, choir, and orchestra. Composed after the 2001 attacks on the Twin Towers and later dedicated to the victims of all atrocities, the work turned musical writing into a collective act of remembrance and moral attention. From this story comes the announcement of another Venetian tribute. The Orchestra and Choir of Teatro La Fenice have chosen Morricone as the centerpiece of the traditional summer concert in Piazza San Marco, scheduled for 5 July. This time, the homage aims at the “hidden” Morricone – an aspect still partly unexplored by the public. The program intends to reveal the composer of “absolute music,” the experimenter, and the creator of film scores capable of narrating lesser-known angles of his musical research. The evening opens with beloved pieces such as Canone Inverso (2000), the Conradiana from Nostromo (1996), and Nuovo Cinema Paradiso (1988). The set then moves to works that emphasize the depth of his thought, including the performance of Cantata per l’Europa (1988) for soprano, two reciting voices, mixed choir, and orchestra. Published by SZ Sugar, this score returns to the concert stage after more than twenty years. Built on words by prominent figures of European culture and thought, ranging from Victor Hugo and Dante to Jean Monnet, Thomas Mann, Winston Churchill, and Robert Schuman, the cantata unfolds in three movements: Attesa, Ammonizione, and Speranza. The text underlines its clear socio-political engagement and Morricone’s musical reflection on collective destiny, memory, and the relationship between identity and the future. Even decades after composition, its strength appears strikingly current. Morricone Night. Suite veneziana 5 luglio Piazza San Marco www.teatrolafenice.it

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classical

a cura di Nicolò Ghigi

PREVIEW

Jenůfa © Ellie Kurttz

Oltre il sipario Presentata la Stagione 2026-2027 di Fenice e Malibran Si apre il 13 novembre la nuova Stagione Lirica 2026-27 del Teatro La Fenice, con una scelta non certo usuale per una prima, ossia la Fedora di Umberto Giordano, opera che mancava da quasi sessant’anni sul palcoscenico veneziano, in un nuovo allestimento curato dal regista argentino Hugo de Ana. In generale però il cartellone, accanto ad alcuni classici del repertorio feniceo (la Madama Butterfly nell’applaudita mise-en-scène veneziana del 2013, l’immancabile Barbiere di Siviglia, la Carmen di Bizet), sembra puntare proprio a proporre titoli da lungo tempo assenti o addirittura mai rappresentati sulle scene lagunari, concentrandosi soprattutto nell’esplorazione del repertorio tardoromantico. E così si potrà assistere all’Hänsel und Gretel di Humperdinck, commedia fiabesca del più puro romanticismo tedesco, in nuovo allestimento a cura di Cecilia Ligorio, all’Adriana Lecouvreur del calabrese Francesco Cilea, alle crude note veriste della Jenůfa di Janáček. Tra i titoli completamente inediti figura poi un’altra opera verista, le Nozze istriane di Smareglia, gloria musicale della città istriana di Pola, rappresentata al Malibran nella prossima estate. Si tratta indubbiamente di un cartellone impegnativo e nient’affatto banale, che potrà interessare un pubblico più ricercato e appassionato del gusto operistico fin de siécle. Forse il suo unico limite è proprio quello di concentrarsi in gran parte su un repertorio che copre appena una quindicina d’anni a cavallo tra il 1890 e il 1905. Nel programma c’è poco spazio per altre epoche: a rappresentare il teatro barocco, vanto dei cartelloni veneziani, soltanto la Partenope Stagione Lirica e Sinfonica 2026-2027 Teatro La Fenice e Teatro Malibran www.teatrolafenice.it

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di Händel, mentre non trova spazio quest’anno il Vivaldi operistico. Mancano anche i titoli contemporanei su cui Colabianchi aveva posto l’accento al momento del suo insediamento come direttore, e che erano stati generosamente sperimentati nella Stagione precedente. Il contemporaneo sarà invece protagonista dei cinque spettacoli di danza che andranno ad arricchire il cartellone, con la presenza sul palcoscenico di compagnie di grande prestigio internazionale. Infine la Stagione Sinfonica, con la bacchetta di Riccardo Frizza ad aprire e chiudere la rassegna, dirigendo pagine di due grandi compositori del Novecento italiano, da Sinopoli a Respighi e Casella. Spazio anche per alcuni debutti interessanti, come quelli della russa Alventina Ioffe e dell’ucraino Andrij Yurkevich, con un repertorio come sempre molto vario e che spazia da Haydn a Šostakovič. ENG The Fenice Theatre’s 2026–27 Opera Season will open on December 13 with an unusual choice: Giordano’s Fedora, absent from Venice for nearly sixty years, in a new production by Hugo de Ana. Alongside staples such as Madama Butterfly, Il barbiere di Siviglia, and Carmen, the season emphasizes rarely performed or previously unseen works in Venice, particularly from the late Romantic period. These include Humperdinck’s Hänsel und Gretel, Cilea’s Adriana Lecouvreur, Janáček’s Jenůfa, and Smareglia’s Nozze istriane. The program is ambitious and intellectually focused but largely confined to a narrow timeframe around 1890–1905, offering little space for other eras. Baroque opera is minimally represented by Händel’s Partenope, while contemporary opera is absent. Contemporary creativity instead appears in the dance program, and the symphonic season, led by Riccardo Frizza, spans a broad repertoire from Italian twentieth-century composers to Haydn and Shostakovich.


Protagonista della Stagione è il repertorio tardoromantico, con titoli da lungo tempo assenti o addirittura mai rappresentati sulla ribalta lagunare JENŮFA

La Jenůfa di Leoš Janáček andò in scena per la prima e unica volta alla Fenice nel marzo 1941, in occasione del debutto italiano di una partitura non priva di asperità e dalla storia travagliata. Il compositore moravo, infatti, ci mise quasi nove anni a terminarla, essendo nella piena fase di maturazione del suo linguaggio sinfonico. Dopo la prima assoluta al piccolo e provinciale Teatro di Brno il 21 gennaio 1904, dovette attendere dodici anni per raggiungere il palcoscenico del Nazionale di Praga e iniziare un difficile cammino verso la fama europea. ENG Leoš Janáček’s Jenůfa was performed at La Fenice only once, in March 1941, marking the Italian debut of a score known for its complexity and troubled history. The Moravian composer took nearly nine years to complete it, working during a crucial phase in the development of his musical language. After its world premiere at the provincial theatre of Brno in 1904, the opera had to wait twelve years before reaching Prague’s National Theatre, beginning a slow and difficult path toward wider European recognition.

© Ellie Kurttz

12, 14, 16, 18, 20 marzo 2027 Teatro La Fenice

NOZZE ISTRIANE

Antonio Smareglia è un nome “minore” che si è nondimeno guadagnato un certo spazio nei teatri lirici internazionali, ma era alquanto apprezzato già dai suoi contemporanei, e particolarmente da Giacomo Puccini. Le sue Nozze Istriane prendono spunto da un fatto di cronaca locale accaduto nel paesino istriano di Dignano: una torbida vicenda di amore e gelosia, culminante nella morte di uno di protagonisti. Il tema ideale per un’opera di gusto verista, che non rinuncia però a timbri musicali eleganti e raffinati. ENG Antonio Smareglia, though considered a “minor” composer, earned a place in international opera houses and was admired by contemporaries such as Puccini. His Nozze istriane is based on a real event that took place in the Istrian town of Dignano: a dark story of love and jealousy ending in tragedy. It provides ideal material for a verismo opera, yet the music does not forgo elegance and refinement, blending dramatic intensity with sophisticated tonal color. 18, 20, 22, 24, 27 giugno 2027 Teatro Malibran

FEDORA | ADRIANA LECOUVREUR

Ad aprire e a chiudere la Stagione saranno due opere su libretto di Arturo Colautti, la Fedora di Giordano e l’Adriana Lecouvreur di Cilea. Nato a Zara e convinto irredentista, Colautti fu intellettuale e scrittore decisamente poliedrico, giornalista, romanziere, poeta e non da ultimo, appunto, librettista. Entrambi i suoi libretti si distinguono per una certa ricercatezza di linguaggio, ma è ammirevole pure la capacità di adattamento ai diversi stili musicali dei due compositori, che mettono in luce un talento lirico non trascurabile. ENG The season opens and closes with two operas set to libretti by Arturo Colautti: Giordano’s Fedora and Cilea’s Adriana Lecouvreur. Born in Zara and a committed irredentist, Colautti was a multifaceted intellectual: a journalist, novelist, and poet as well as librettist. His texts stand out for their refined language and for their remarkable adaptability to different musical styles, revealing a notable lyrical sensitivity that enhances the distinct voices of both composers. 13-22 novembre 2026 | 22-30 ottobre 2027 Teatro La Fenice

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© Alain Bizos - « Le cirque, New Delhi - Inde 1983 »

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classical CONCERTI

CORNELIUS MEISTER

© Oscar Tursunov

GRIGORY SOKOLOV

Tra i più fini talenti viventi dell’interpretazione pianistica figura senz’altro Grigory Sokolov. Al di là delle molteplici leggende che si sono costruite intorno alla sua personalità schiva e solitaria, quasi ascetica, nonché alla sua meticolosa e pressoché maniacale attenzione ai dettagli tecnici del suo strumento, egli resta l’erede più genuino della grande tradizione pianistica russa di Richter e Horowitz, e un maestro ovunque celebrato per la sua tecnica impeccabile, squisitamente classica ma capace di coinvolgere il pubblico con un suono sempre tondo e pastoso e una padronanza eccezionale del repertorio. Nella sua prossima esibizione veneziana, in programma sabato 11 luglio nella Sala Grande del Teatro la Fenice nell’ambito della rassegna di Musikàmera, il pianista russo propone un viaggio speculare tra la Sonata n. 4 in mi bemolle maggiore op. 7 e le Sei Bagatelle op. 126 di Beethoven e la Sonata in si bemolle maggiore D. 960 di Schubert. Brani che proietteranno l’ascoltatore in due esegesi completamente opposte dello spirito romantico tedesco, con Schubert che sembra negare in ogni pagina della sua vertiginosa Sonata la stringente logica musicale beethoveniana all’epoca dominante. Nicolò Ghigi ENG Grigory Sokolov stands among the finest living pianists, renowned for his introspective personality, meticulous technique, and deep connection to the Russian tradition of Richter and Horowitz. Celebrated for his refined sound and mastery, he will perform in Venice with a program contrasting Beethoven and Schubert. The selected works highlight opposing visions of German Romanticism, with Schubert’s Sonata challenging Beethoven’s structural logic. 11 luglio Teatro La Fenice

Cornelius Meister debutta alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice con un programma che comprende Don Juan di Strauss, Polednice di Dvořák e la Seconda Sinfonia di Johannes Brahms. Richard Strauss compose il Don Juan nel 1888, mentre era Kapellmeister a Weimar. Si tratta del primo poema sinfonico importante del maestro bavarese, e la qualità di questo lavoro non mancò di imporre immediatamente il suo autore all’attenzione internazionale del mondo musicale. Quando Dvořák tornò a Praga nel 1895, dopo tre anni trascorsi a New York, si riavvicinò agli ideali wagneriani e negli ultimi dieci anni della sua vita si dedicò quasi esclusivamente al poema sinfonico e all’opera. Primo risultato di questa svolta furono i quattro poemi sinfonici composti in rapida successione nel 1896, il secondo dei quattro in ordine di composizione è Polednice. Dopo la faticosa gestazione della Prima Sinfonia, a Johannes Brahms non furono necessari che pochi mesi per realizzare la Seconda, un’opera in forte contrasto con la precedente, caratterizzata da una cantabilità diffusa non estranea ai riflessi dello stile liederistico. ENG Cornelius Meister makes his debut with the Orchestra of Venice’s Fenice Theatre, presenting Strauss’s Don Juan, Dvořák’s Polednice, and Brahms’s Symphony No. 2. Strauss composed Don Juan in 1888 at Weimar as Kapellmeister, launching his major symphonic poem. After returning to Prague in 1895, Dvořák embraced Wagnerian ideals, writing several symphonic poems in 1896, with Polednice as the second. Brahms completed his Second Symphony in months, contrasting with the First through broadly lyrical, song-like composition. 9, 10 luglio Teatro La Fenice

I SOLISTI VENETI

Musica Degenerata è il titolo del concerto che il prossimo 15 luglio intreccia musica, memoria e impegno civile attraverso pagine di straordinaria intensità emotiva. Dal virtuosismo barocco di Vivaldi alle profonde riflessioni di Hindemith, Bruch e Šostakovič, il programma conduce il pubblico in un percorso tra dolore, speranza e resilienza. Un viaggio sonoro che celebra il potere della musica come testimonianza storica e universale richiamo alla pace. A dirigere l’Orchestra ecco Giuliano Carella (Milano, 1956), Direttore Artistico de I Solisti Veneti, diplomato in Direzione d’orchestra al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, in Composizione al Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova e perfezionatosi, sotto la guida di Franco Ferrara, all’Accademia Chigiana di Siena dove ha conseguito il Diploma di Merito in Direzione d’orchestra. Nel 2019, dopo la scomparsa del suo Maestro, Claudio Scimone, è stato nominato Direttore musicale de I Solisti Veneti e nel 2020 Direttore artistico, raggiungendo la quota di 300 concerti alla guida dell’Orchestra. ENG Musica Degenerata, on July 15, is a concert that weaves together music, memory, and civic reflection through works of profound emotional intensity. Featuring compositions by Vivaldi, Hindemith, Bruch, and Shostakovich, the programme explores themes of suffering, hope, resilience, and peace, highlighting music’s power as both historical testimony and universal message. The orchestra is conducted by Giuliano Carella, Artistic Director and Music Director of I Solisti Veneti, who has led the ensemble in hundreds of performances. 15 luglio Sale Apollinee, Teatro La Fenice | www.teatrolafenice.it

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classical OPERA

© Michele Crosera

Spettacolo di meraviglia L’elisir di Donizetti rivive al Malibran con la regia di Bepi Morassi Insieme a Il barbiere di Siviglia, il più celebre classico del repertorio comico del Teatro La Fenice è senz’altro L’elisir d’amore, «melodramma giocoso» e opera di maggior successo del compositore bergamasco Gaetano Donizetti. Dopo diversi anni in cui nel cartellone feniceo compariva immancabilmente il Barbiere, quest’anno segnerà invece il ritorno dell’Elisir, in programma dal 26 agosto al 1° settembre, come sempre con la regia di Bepi Morassi. Esperto interprete dell’opera buffa, Morassi unisce nella sua regia il rigore filologico nella ricostruzione delle scene e degli sgargianti costumi, ricavati dai bozzetti della prima assoluta al Teatro della Cannobiana di Milano del 1832, a un gusto personale per la spettacolarizzazione e la resa quasi cabarettistica di talune scene, pienamente confacente allo stile dell’opera, in osservanza al principio da lui più volte ribadito per cui «il fine del teatro è meravigliare». In questo senso, caratteristica delle regie di Morassi che accresce il coinvolgimento emotivo del pubblico è lo sfondamento, sapientemente dosato, della quarta parete, con l’utilizzo della platea come spazio per l’ingresso a sorpresa dei personaggi. La regia di Morassi, poi, è particolarmente efficace nell’accentuare la caratterizzazione dei personaggi, talora donando loro qualche tratto che favorisce l’immedesimazione dello spettatore contemporaneo pur mantenendo l’ambientazione fiabesca e atemporale che il genere impone, cosa particolarmente evidente nelle entrate scenografiche del dottor Dulcamara, il ciarlatano imbonitore che vende a Nemorino il favoloso elisir d’amore della regina Isotta. L’elisir d’amore 26, 28, 30 agosto, 1 settembre Teatro Malibran www.teatrolafenice.it

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A proposito di Dulcamara, nell’opera buffa rossiniana, entro il cui tracciato il Donizetti s’iscrive perfettamente, il ruolo del basso buffo è, sia a livello di intreccio comico che di partitura, paragonabile per importanza a quello dei protagonisti. Nel cast di alto profilo cui è affidata la rappresentazione fenicea questo ruolo spetta a Bruno Taddia, che in questi panni si è esibito in un paio di occasioni, dopo aver interpretato nella medesima opera anche il ruolo di Belcore, il rivale in amore di Nemorino. Taddia è in realtà - come spesso accade - un baritono quanto a estensione vocale, ma sin dalle sue prime apparizioni come Bartolo nel Barbiere si è distinto nel ruolo di basso buffo, approfondendo la tecnica di una parte per definizione non facile (ancorché la partitura di Dulcamara presenti meno asperità e abbellimenti rispetto a quelli del migliore Rossini). Nicolò Ghigi ENG Donizetti’s L’elisir d’amore returns to the Malibran Theatre in a new run directed by Bepi Morassi, a specialist in comedic opera. A cornerstone of the Fenice Theatre’s repertoire alongside Il barbiere di Siviglia, the work is presented with a staging that combines historical accuracy (drawing on original 1832 designs) with a lively, almost cabaret-like theatricality. Morassi enhances audience engagement through playful breaking of the fourth wall and vivid characterization, making the story accessible while preserving its timeless, fairy tale charm. Particular emphasis is given to the figure of Dulcamara, the charismatic charlatan, whose role in the comic structure is as central as the protagonists. The upcoming production features a high-profile cast starring Bruno Taddia as Dulcamara, the snake oil salesman who sells Nemorino (tenor) a love potion. The character exemplifies the importance of the basso buffo, blending vocal skill and comic timing.


Fornitore Ufficiale del Padiglione Italia alla Biennale Arte 2026

OTTART.IT

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Chiara Camoni, Con te con tutto, installation view con dettaglio di Anfora da trasporto, fine VII sec. a.C., Courtesy Fondazione Luigi Rovati, Milano Photo © Enrico Fiorese — Courtesy La Biennale di Venezia, 2026


classical 46. OPERAESTATE

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO

Avvio in musica per Operaestate, con l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Filippo Maria Bressan posizionata sul Ponte Vecchio e accompagnata da spettacolari giochi pirotecnici lanciati da piattaforme sul Brenta ad illuminare la bellezza del Ponte palladiano. In programma due composizioni di Haendel nate per due occasioni altrettanto festose: Musica sull’acqua composta per una festa sul Tamigi, voluta da Re Giorgio I, e Musica per i reali fuochi d’artificio, scritta su commissione di Giorgio II per celebrare la pace di Aquisgrana nel 1749. 6 luglio h. 21.30 | Ponte degli Alpini e Lungo Brenta

DANIELE MARTINELLI

Appuntamento musicale in collaborazione con la Fondazione Amici della Fenice nell’ambito del VeneziaPianoFestival, che presenta i vincitori delle recenti edizioni del Premio Venezia, di cui Martinelli si è aggiudicato l’ultima. Il programma accosta tre visioni profondamente diverse del linguaggio pianistico: la Fantasia op. 17 di Robert Schumann apre la serata con la sua intensa carica poetica e visionaria, mentre la Sonata op. 111 Beethoven la conclude, vetta assoluta del repertorio pianistico. 7 luglio h. 21.20 | Chiostro del Museo Civico

QUARTETTO EOS

Formatosi nel 2016, il Quartetto Eos si è subito imposto all’attenzione del mondo musicale per la freschezza e profondità delle sue interpretazioni, vincendo nel 2018 il Premio Farulli della Critica Musicale Italiana. Stasera propone un programma che, da Haydn a Schumann, rivela l’evoluzione del dialogo tra le parti, dall’equilibrio formale alla densità emotiva. Due visioni del quartetto che, a distanza di mezzo secolo, raccontano l’evoluzione del linguaggio cameristico europeo. 13 luglio h. 21.20 | Chiostro del Museo Civico

GIOVANNI ANDREA ZANON TONY SIQI YUN

Recital di due talentuosi musicisti ormai presenti nelle più prestigiose sale da concerto internazionali, insieme per la prima volta per un raffinato viaggio attraverso il grande repertorio romantico e virtuosistico per violino (Zanon) e pianoforte (Yun). Il programma si apre con la celebre Sonata Il trillo del Diavolo di Tartini nella trascrizione di Fritz Kreisler, mentre cuore del repertorio è la Sonata n. 3 op. 108 di Johannes Brahms, intensa e appassionata. 17 luglio h. 21.20 | Teatro al Castello Tito Gobbi

GARLITSKY QUARTET

Un affascinante percorso attraverso epoche e stili della musica da camera, evidenziandone evoluzioni formali e linguistiche. Si apre con il Trio n. 42 di Haydn, esempio di eleganza classica e dialogo equilibrato tra gli strumenti. I Quattro pezzi romantici di Dvořák introducono un lirismo intimo e suggestivo, ricco di colori espressivi e di una scrittura lirica e miniaturistica, fondata su un’intensa cantabilità di matrice boema. Boris Garlitsky e i musicisti coinvolti nel concerto sono impegnati a Bassano nell’ambito del Campus delle Arti, progetto di formazione musicale che a luglio propone in città corsi di alto perfezionamento per principianti di tutte le età. 20 luglio h. 21.20 | Chiostro del Museo Civico

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Un Festival che si apre in musica sul Ponte Vecchio, assieme a concerti con grandi solisti, giovani stelle della classica e il grande ritorno della lirica ARNE ZELLER | ALESSIO MASI

Il ventenne violoncellista tedesco Arne Zeller, che ha recentemente vinto il prestigioso Concorso Internazionale di Budapest, sarà accompagnato da Alessio Masi, giovane pianista emergente, versatile polistrumentista e compositore, acclamato per la sua eloquenza pianistica e l’eccezionale creatività interpretativa. Il programma che propongono attraversa alcune delle pagine più suggestive del repertorio per violoncello e pianoforte, tra Ottocento e Novecento, come la Sonata n. 2 op. 58 di Mendelssohn, la Sonata op. 40 di Šostaković e Silent Woods di Dvořák. 23 luglio h. 21.20 | Chiostro del Museo Civico

ANTONII BARYSHEVSKYI

Altro concerto in collaborazione con la Fondazione Amici della Fenice nell’ambito del VeneziaPianoFestival, con il vincitore del Concorso Busoni Antonii Baryshevskyi. Al festival propone un affascinante viaggio nella letteratura pianistica tra Ottocento e contemporaneità, mettendo al centro la forma dell’étude come spazio di ricerca tecnica ed espressiva. Sebbene originariamente concepiti come semplici esercizi tecnici, Baryshevskyi rivela qui la bellezza mozzafiato degli studi. Chopin, Liszt e Debussy li hanno reinventati come brani concertistici virtuosistici, e Baryshevskyi li combina con composizioni contemporanee degli autori ucraini Svyatoslav Lunyov e Maxim Shalygin. 27 luglio h. 21.20 | Chiostro del Museo Civico

© Alina Harmash

CAVALLERIA RUSTICANA

Torna l’opera nel programma di Operaestate con una nuova produzione in forma di concerto, la Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni. La musica del compositore è diretta, incisiva e ricca di melodie memorabili, capaci di esprimere con immediatezza i sentimenti di personaggi che animano una storia tragica culminante in un tragico duello, simbolo di un codice d’onore arcaico e inesorabile. In apertura dell’opera verrà eseguita anche una composizione di Luciano Berio per coro a cappella, in cui le voci riproducono con effetti di emissione alcuni particolari del racconto di Giovanni Verga. 4 agosto h. 21 | Teatro al Castello Tito Gobbi

ELIOT QUARTETT

Fondato a Francoforte nel 2014, l’Eliot Quartett si è affermato come uno degli ensemble di punta sulla scena internazionale del quartetto d’archi, capace nella Stagione 2024-2025 di realizzare un sogno: eseguire tutti i quartetti per archi di Šostaković. Il programma prende avvio con la Grande Fuga di Beethoven e si chiude con il compositore moravo Pavel Haas e la sua From the Monkey Mountains. Fu tra i musicisti ebrei deportati nel famigerato campo di concentramento di Terezín, venendo assassinato ad Auschwitz. 5 agosto h. 21 | Chiostro del Museo Civico

RAMIN BAHRAMI | ROBERTO ZAPPALÀ

© Thomas Stimmel

Due artisti uniti da un amore profondo per Bach, protagonisti di un’anteprima nazionale. Per il coreografo Roberto Zappalà, Bach è da sempre una fonte inesauribile di ispirazione: nelle sue opere, la musica del compositore tedesco diventa materia viva, respiro che attraversa il corpo e lo trasforma in gesto poetico. Per Ramin Bahrami, tra i più apprezzati interpreti bachiani del nostro tempo, Bach rappresenta una scelta di devozione e libertà. Le sue interpretazioni ne svelano la potenza umana e spirituale, con un tocco che unisce rigore e emozione.

Città di

Bassano del Grappa

9 agosto h. 21 | Teatro al Castello Tito Gobbi 46. Operaestate Festival Bassano del Grappa e città palcoscenico della Pedemontana Veneta www.operaestate.it

© Francesco Giusti

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Intervista Michele Mele | Operaestate Festival

QUANTA STELLA C’È NEL CIELO di Chiara Sciascia e Mariachiara Marzari

O

theatro

rmai è una consuetudine, a pochi

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giorni dalla nuova edizione di Operaestate Festival incontriamo Michele Mele, che oltre ad essere un nostro caro amico, nonché “vicino di casa”, è il co-direttore artistico – affianca alla direzione l’ideatrice del Festival Rosa Scapin – e responsabile in particolare del settore danza all’interno del vastissimo programma che comprende spettacoli di teatro, appunto danza, musica, circo e cinema, coinvolgendo Bassano e, di edizione in edizione, tutte le città satelliti del territorio. Mele è un vero professionista del settore, con anni di esperienza ma soprattutto di ricerca, che lo ha portato per passione, studio e lavoro a conoscere i palcoscenici di tutta Europa. Il suo entusiasmo è consapevole di ciò che c’è anche dietro la scena, cioè del duro lavoro e della necessità di continuare a “resistere” alle crisi e alle facili lusinghe, e creare spettacoli che rispettino la tradizione e guardino ai nuovi linguaggi, alle nuove storie, alle nuove generazioni. Ma è tempo di spostarci a Bassano. Buon Festival! Siamo alla vigilia della nuova edizione di Operaestate Festival 2026: come si costruisce un programma di questa caratura, impegnativo sul piano logistico e specchio del contemporaneo? Per prima cosa si prepara con molto anticipo. Lavorando ormai da quattro anni al Festival di Bassano ho la fortuna di non dover programmare da un anno all’altro, ma di potermi muovere in un piano decisamente più prospettico. Mentre il primo anno vissi quasi una sorta di depressione nel trovarmi davanti al “foglio bianco” una volta finito il festival, quest’anno posso dire che siamo alla vigilia dell’inaugurazione e ho già in mano il programma dell’anno prossimo. È il grande vantaggio del lavorare su relazioni e percorsi lunghi. Negli incontri e nei rapporti con i network di riferimento riesco a incrociare le progettualità degli artisti, scoprendo cosa faranno nei prossimi due o tre anni e capendo quale potrà essere il momento giusto per 46. Operaestate Festival 1 luglio-13 settembre Bassano del Grappa e città palcoscenico della Pedemontana Veneta www.operaestate.it

inserirli nel programma rispetto in primis alle esigenze del nostro pubblico. Per fare un esempio, con Chiara Bersani abbiamo iniziato a ragionare da tempo: lei veniva a Bassano da quattro anni, ma da quando sono arrivato io non l’avevo mai programmata e questo non perché non mi interessasse il suo lavoro, ma perché stavamo cercando insieme di capire quali fossero il momento e il progetto giusto per ritornare qui. Quest’anno attorno allo spettacolo di Chiara abbiamo organizzato tre giornate professionali con l’intervento di altri artisti che lavorano come lei in una dimensione legata all’accessibilità. Questo ci fa capire come le cose cambiano con il tempo e quanto sia prezioso avere un “respiro lungo”. Sul piano logistico, ovviamente aiuta la profonda conoscenza degli spazi della città e dei ritmi del pubblico. Conosciamo bene come costruire dei palinsesti, perché abbiamo imparato a tenere conto di come il pubblico attraversa la città, in quali momenti, a che ora, se avrà caldo, freddo, se avrà mangiato, se vorrà cenare o avrà voglia di fare un aperitivo. Quindi piano piano abbiamo compreso sempre meglio queste abitudini nella fruizione dello spettacolo che aiutano a programmare. Ovviamente il main program ha dei ritmi, ha dei pubblici, ha delle comunità che sono diverse da quelle di B.Motion, perché è veramente pensato per Bassano e per le città palcoscenico intorno, nonché per un pubblico più ampio. Quest’anno, ad esempio, per il teatro abbiamo dei nomi che tornano, vedi una compagnia veneta come gli Anagoor, a cui dedichiamo una piccola personale con due spettacoli: un debutto assoluto di una nuova creazione e una produzione che era stata presentata prima solo in Germania. Oppure Enrico Ianniello, sempre più conosciuto nel panorama italiano perché sta facendo molta televisione nelle fiction Rai, ma che è un artista che viene dalla scuola di Servillo dei Teatri Uniti, quindi un teatrante totale. Poi c’è Davide Enia, che in questo momento sta lavorando ad un nuovo progetto, ma che ho fortemente voluto che venisse con Autoritratto, uno spettacolo di quattro anni fa, con cui ha vinto tantissimi premi, ma che non era mai passato a Bassano; volevo che il nostro pubblico potesse vedere questo spettacolo, anche per uscire un po’ da queste logiche dell’iper-


Il futuro dei festival è sempre più multidisciplinare e questo Bassano l’ha capito subito: i pubblici del teatro, della danza e della musica devono essere messi in dialogo, anche per non esaurirsi

produttività a tutti i costi. Passando poi alla danza, per esempio a Daniele Albanese ho chiesto di presentare una creazione di dieci anni fa, perché secondo me quando ha creato quello spettacolo era talmente avanti che il pubblico non era pronto a viverlo nella sua pienezza. Allora lo videro solo i programmatori e gli artisti, invece ora il pubblico più, diciamo così, generalista è pronto per vedere un lavoro sperimentale, a cui però il tempo ha dato la possibilità di essere maggiormente comunicativo. E trovo molto interessante anche poter osservare cosa accade al corpo di un danzatore col trascorrere del tempo, cosa significa abitare di nuovo una coreografia dopo dieci anni rispetto al tuo corpo che cambia. È un tema che è molto presente e dibattuto nella danza a livello internazionale, quindi anche noi stiamo cercando di riflettere e di lavorare in questa direzione. Qual è il pubblico di riferimento di Operaestate? Bassano è una città di 44.000 abitanti con un’offerta culturale davvero esclusiva, per un centro di queste dimensioni. Il fatto che il nostro sia un progetto storico, radicato sul territorio crea una fortissima prossimità: conosciamo bene le nostre comunità, come ad esempio le 100 persone di Dance Well – un progetto di danza che viene realizzato a Bassano da ormai dieci anni per chi ha il Parkinson e non solo – che costituiscono una delle basi più fedeli del nostro pubblico. Ovviamente ci seguono anche molti studenti delle accademie e

artisti locali, ma le persone arrivano veramente da tutto il Veneto: da Padova, Treviso, Trento, Venezia e anche da Verona. Per differenziarci nell’offerta di una regione così ricca di eventi culturali, è stata fondamentale l’intuizione di avere uno sguardo molto focalizzato sul contemporaneo, di cui B.Motion è di sicuro il fiore all’occhiello. Il futuro dei festival è sempre più multidisciplinare e questo Bassano l’ha capito subito: i pubblici del teatro, della danza e della musica devono essere messi in dialogo, anche per non esaurirsi. Siete accreditatissimi, lavorate tutto l’anno ampliando l’offerta e coinvolgete sempre nuovi spazi. Quali sono i numeri Città di Bassano del Grappa del Festival? Gran parte del merito del nostro successo va all’intuizione di Rosa Scapin. Anche il Ministero ha riconosciuto la nostra crescita con nuove attribuzioni. Un grande vantaggio è dato dal fatto che siamo espressione diretta del Comune di Bassano del Grappa, il che offre un’immensa stabilità nei confronti degli interlocutori e nei bandi, anche se ci costringe a tempistiche burocratiche molto più lunghe e rigide, dove nulla può essere lasciato al caso. Quest’anno sono in programma 110 eventi, che coinvolgono circa 500 artisti provenienti da 14 paesi diversi. È sicuramente un grande impegno anche poterli accogliere tutti, ma la cosa bella è che alcuni artisti internazionali che tornano da noi, magari per la secon-

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theatro 46. OPERAESTATE

da volta, si muovono in città in totale autonomia come se fossero a casa loro. Si sentono cittadini di Bassano e questa è un’ulteriore ricchezza per la città. Per quanto riguarda i luoghi, le nostre città palcoscenico si stanno moltiplicando. Dall’anno scorso è diventato un appuntamento fisso quello con il Teatro Accademico di Castelfranco, che ospiterà il debutto di Anagoor, ma anche ville e parchi quali, ad esempio, Villa Dolfin a Rosà e il Parco di Villa Cerchiari a Isola Vicentina, che apriranno i loro cancelli a nomi di spicco come Peppe Servillo, Fabrizio Bosso e Andrea Pennacchi. Naturalmente c’è sempre il main stage di cui andiamo molto orgogliosi, il nostro Castello, che a volte, quando le proposte sono un po’ più radicali, magari è più difficile riempire, anche se nella scorsa edizione Adriano Bolognino, artista trentenne napoletano, ha fatto 600 persone, quindi anche quest’idea è da sfatare. Si è trattato in questo caso di un’azione di sistema, perché Bolognino è coreografo residente al Festival Danza in Rete di Vicenza, che ha quindi investito molto sul suo lavoro, così noi a nostra volta abbiamo sostenuto il suo e il loro di lavoro, programmando spettacoli che non erano stati prima a Vicenza. In questo caso il pubblico si è sentito automaticamente coinvolto, comprendendo che c’è una progettualità, che esistono delle istituzioni che dialogano tra di loro. A quale modello di festival ti ispiri? Sono cresciuto prima come spettatore e poi come organizzatore a Centrale Fies, con cui ho lavorato per diversi anni quando promuovevo Anagoor. È questo il modello a cui mi ispiro, in particolare per la sua capacità di cambiare pelle in continuazione nel corso degli anni. Hanno una grande mutevolezza e libertà nei palinsesti e nelle proposte artistiche e non permettono mai al pubblico di identificarli in un format ripetitivo. Se devo individuare un modello-festival, sì, decisamente è Centrale Fies proprio per questa sua capacità di cambiamento continuo, pur essendo consapevole che noi operiamo in un contesto decisamente diverso. Cosa ci riserva quest’anno il programma di B.Motion? Dedicheremo due focus a due diverse scene internazionali: la Lituania, da cui arrivano due spettacoli, e la Svizzera, di cui vedremo cinque produzioni, ma ci saranno anche presenze da Cipro, dalla Grecia, dalla Francia. Porteremo artisti di altissimo livello come il maestro svizzero Thomas Hauert, che ha lavorato in maniera straordinaria sull’accessibilità in ambito coreografico con la compagnia di artisti disabili Platform K. Un weekend sarà interamente rivolto alla scena contemporanea veneta, coinvolgendo sia artisti affermati, come Silvia Costa, Sara Sguotti, Isabella Rossellini, che nuove generazioni di interpreti, come Vittoria Caneva, Beatrice Bresolin, Elena Sgarbossa. Grande spazio poi alle ibridazioni tra arti: musicisti fortemente legati al teatro, come Mauro Martinuzzi, sound designer di Anagoor, che presenta qui un suo nuovo concerto, o come Demetrio Castellucci, che cura le musiche della compagnia di danza Dewey Dell, che propone una sua performance musicale. Lo stesso vale per Joss Turnbull, percussionista e compositore berlinese che sarà in scena con il danzatore libanese Charlie Khalil Prince, a cui abbiamo chiesto di presentare il proprio repertorio. In programma anche un evento speciale pensato per una fascia più giovanile, che vede protagoniste Altea e Dadà, due cantautrici della scena

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napoletana molto diverse tra loro – una legata al noise malinconico e l’altra a un live set teatrale che reinventa il folklore partenopeo – che condivideranno lo stesso palco, nella stessa serata. Pensi mai di aver svoltato la carriera a qualcuno? A differenza di molti curatori che peccano di presunzione, non credo di aver svoltato la vita a nessuno. La carriera di un artista è una costellazione di incontri e si costruisce in totale autonomia. Certo, con alcuni artisti internazionali, come lo spagnolo Sergi Casero, averli programmati in Italia ha aperto relazioni fondanti che poi si sono riflesse nei grandi teatri europei, ma il loro percorso non può che essere il frutto di un lavoro continuo. Essere stato io stesso manager di artisti mi porta a cercare di offrire loro un contesto di cura e protezione, ragione per cui percepisco da parte loro tanta fiducia nell’assumersi insieme dei veri rischi artistici. Molti artisti e maestri come Antonio Latella, gli Anagoor, ma anche artisti internazionali straordinari come Baptiste Cazaux, hanno invece loro svoltato la mia di vita, cambiando totalmente la mia percezione della danza. Come definiresti l’attuale “termometro” della scena teatrale e della danza in Italia e in Europa? Purtroppo i festival in Italia sono diventati una sorta di enclave in cui avvengono le cose più belle, radicali e coraggiose, ma che poi difficilmente trovano spazio all’interno delle stagioni teatrali. Le stagioni dei teatri sono appiattite dalla logica della tenitura e degli abbonamenti, che finiscono per impigrire curatori e pubblico. Sarebbe bello poter programmare una stagione teatrale portandoci dentro l’aria del festival, mischiando le carte e i formati. In Italia c’è un grave problema di natura produttiva: per soddisfare i requisiti del Ministero bisogna continuare a proporre novità, così si tende a fare produzioni sempre più piccole, come assoli e duetti. Se non mettiamo fondi adeguati e palcoscenici importanti a disposizione degli artisti quarantenni che hanno sviluppato i loro linguaggi, finiranno anch’essi per competere con i ventenni sugli stessi micro-formati. Nonostante queste limitazioni, dall’estero ci osservano attentamente: la Francia, che ha sempre contato su ingenti risorse ma che ora teme tagli governativi importanti, guarda a noi come a un esempio straordinario di resilienza, cercando di capire come riusciamo a sopravvivere e a creare opere notevoli in un panorama così complesso. Per chiudere, non abbiamo menzionato i grandi eventi d’apertura di Operaestate Festival 2026. Cosa ci aspetta? Diversi eventi di inaugurazione coinvolgeranno la città in modo totale. Il 6 luglio si inizia con un maestoso concerto di inaugurazione sul Ponte di Bassano con l’Orchestra di Padova e del Veneto che eseguirà musiche composte da Händel appositamente per i fuochi d’artificio, il tutto naturalmente accompagnato da due batterie pirotecniche sul fiume: un momento in cui l’intera città si riunisce intorno a Operaestate Festival. La danza invaderà Piazza Libertà con un progetto per 30 adolescenti guidato da Chiara Frigo. Un nuovo importante accordo con gli amici della Fenice e in particolare con il “Premio Venezia” porta a Bassano i due pianisti vincitori delle passate edizioni, Antonii Baryshevskyi e Daniele Martinelli. In cartellone anche un concerto di Giovanni Andrea Zanon, il noto chitarrista sardo Paolo Angeli, Bosso con Servillo, il tributo di Fresu a Miles e molti altri eventi imperdibili per gli appassionati di musica.


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theatro 46. OPERAESTATE

DANIELE ALBANESE | Von

Von è un’indagine sul confine sottile tra la chiarezza della luce e il mistero dell’ombra. Daniele Albanese disegna una coreografia che è dialogo puro tra corpo, suono e spazio, traducendo l’energia stessa in movimento. La danza si fa metamorfosi incessante, attraversata da tensioni naturali e politiche che plasmano i corpi e la scena. Insieme ad Albanese, Marta Ciappina e Giulio Petrucci trascinano lo spettatore in un’esperienza totale e visionaria, in cui la carne si fonde alla luce e al suono, trasformando il palcoscenico in un campo di forze vive. 14 luglio h. 21.20 | Teatro Remondini, Bassano

Photo Andrea Macchia

DAVIDE ENIA | Autoritratto

Davide Enia porta in scena un Autoritratto intimo e collettivo che riavvolge il filo della memoria sulle vicende di mafia in Sicilia. La scena si fa perimetro di testimonianza viva, dove il racconto civile si intreccia alla poesia e alla confessione personale. È una narrazione radicata nel corpo e nella voce, che attinge alle tecniche del cunto, del pupo, del canto e del dialetto: un vocabolario arcaico e contemporaneo con cui l’autore attraversa le paure, le fragilità e le contraddizioni del nostro tempo, dando forma a ciò che spesso resta indicibile. 16 luglio h. 21.20 | Teatro al Castello “Tito Gobbi”, Bassano © Masiar Pasquali - Piccolo Teatro Milano

ANAGOOR / LUCA ALTAVILLA Povero diavolo – mal detto Arlecchino

Un atteso debutto nella propria città: Anagoor sceglie Castelfranco per presentare, in prima nazionale, un’opera concepita come un canto all’attore, al briccone, al folle. Con Luca Altavilla, il nuovo lavoro della compagnia evoca un Arlecchino che attraversa i secoli trasformandosi continuamente: demone medievale legato all’aldilà, buffone della tradizione popolare, servo astuto e irriverente della Commedia dell’Arte. Fino al Novecento, dove diventa simbolo di resistenza contro l’omologazione, maschera tragica e frantumata raccolta da Picasso e Baj. 23 luglio h. 21.20 | Teatro Accademico, Castelfranco Veneto

Photo Favotto

ANAGOOR | Polittico dell’infamia

Ispirato al romanzo Trittico dell’infamia di Pablo Montoya, l’ultimo lavoro di Anagoor è un potente dipinto teatrale che mette a confronto due opere d’arte del Cinquecento: le incisioni di de Bry sul genocidio dei nativi americani e il dipinto di Dubois sul massacro di San Bartolomeo. Attraverso un intreccio di immagini e lingue diverse, lo spettacolo interroga il rapporto tra arte, violenza e memoria, ponendo una domanda radicale: come può l’artista testimoniare l’orrore della storia senza diventarne complice? 24 luglio h. 21.20 | Teatro Remondini, Bassano Photo Andrea Macchia

MASSIMO CARLOTTO/ANDREA PENNACCHI | 30 Anni da Alligatore

L’Alligatore, l’iconico investigatore senza licenza nato dalla penna di Massimo Carlotto, compie trent’anni. Per festeggiare, uno spettacolo teatral-musicale unisce sul palco lo stesso Carlotto, la straripante ironia di Andrea Pennacchi e le note di Maurizio Camardi, Sergio Marchesini e Ricky Bizzarro. Un viaggio inedito che scava nelle storie di un personaggio capace di toccare corde intime e profonde: in lui quel desiderio ideale di giustizia collima e confligge con l’essenza stessa del noir, inteso come il genere letterario più lucido nel portare a galla le contraddizioni e le ombre del nostro presente. 31 luglio h. 21.20 | Parco di Villa Cerchiari, Isola Vicentina

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Una stringente quanto imprescindibile selezione di appuntamenti tra main program e B.Motion, tra danza e teatro, soltanto per chi non ha la fortuna di godersi l’intera 46. edizione di Operaestate Festival ENRICO IANNIELLO / PAU MIRÒ | Isidoro

Enrico Ianniello – attore, regista e volto amatissimo della serialità televisiva – porta sul palcoscenico Isidoro, spettacolo tratto dal suo fortunato romanzo La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, qui diretto dal regista catalano Pau Mirò. È la favola teatrale di un bambino nato con un dono speciale: la capacità di comunicare soltanto fischiando. Per dare un nome alla realtà, Isidoro crea insieme al padre un vero e proprio “fischiabolario”, inventando una lingua nuova per proteggersi dalle asprezze del mondo. Ianniello abita la scena con magistrale ironia e tenerezza, restituendo un racconto intriso di poesia che celebra un’umanità libera, lieve e aperta all’altro. 2 agosto h. 21 | Teatro al Castello “Tito Gobbi”, Bassano

COMPAGNIA ZAPPALÀ DANZA / MUNEDAIKO Brother to Brother - Dall’Etna al Fuji

L’Etna e il Fuji, vulcani opposti e complementari, incarnano le forze originarie della Terra, così come la percussione sta all’origine dell’arte musicale. La coreografia di Roberto Zappalà sviluppa la relazione speculare tra questi due giganti della natura attraverso l’incontro tra la danza contemporanea e i tamburi tradizionali giapponesi dei Munedaiko. I danzatori assecondano i ritmi dei tamburi in un fluire incessante, un respiro comune che armonizza i corpi sul palco e mette in dialogo intimo civiltà e culture lontane.

© Rolando Paolo Guerzoni

7 agosto h. 21 | Teatro al Castello “Tito Gobbi”, Bassano

ZOO / PLATFORM K | Where is Everybody?

Questa creazione collettiva unisce la compagnia ZOO del coreografo svizzero Thomas Hauert e Platform K, realtà che lavora con danzatori con disabilità. Insieme generano un linguaggio comune in cui la musica ispira i movimenti e sostiene la drammaturgia come una colonna sonora cinematografica. L’opera supera la semplice inclusione per scardinare la nostra stessa concezione di creazione, alterità e presenza scenica: i corpi si riappropriano dello spazio, trasformando la diversità in una potente e inedita forza estetica. 28 agosto h. 19.30 | Teatro Remondini, Bassano

© Bart Grietens

CHIARA BERSANI | Michel - The Animals I Am Chiara Bersani reinterpreta la danza classica attraverso la lente di corpi divergenti, scardinando il mito del “genio isolato” e dell’eccezionalità legata alla disabilità. Il titolo omaggia Michel Petrucciani, pianista jazz con lo stesso disordine genetico della coreografa. L’opera rifiuta l’individualismo per dare vita a una comunità-coro di animali: una molteplicità di corpi e talenti che amplifica le possibilità performative, trasformando la scena in un’espressione condivisa di pura forza collettiva. 30 agosto h. 18.30 | Teatro Remondini, Bassano

BAPTISTE CAZAUX | That’s Twisted

Città di

Bassano del Grappa

Presentata in prima nazionale, l’opera nasce dal terrore di un mondo sul ciglio del collasso. Il maestro svizzero Baptiste Cazaux attinge ai party anthems nati dopo la crisi finanziaria del 2008, simboli di un nichilismo festoso che risuona anche in questa nostra epoca frammentata. In scena, un corpo esplosivo e lacerato danza come se stesse mixando un dj-set: una strategia psichedelica e disperata per trascendere la nostalgia del futuro, trasformando il ritmo della notte in una via di fuga e di pura catarsi. 30 agosto h. 20 | Chiesa di San Giovanni, Bassano

operaestate.it

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PENELOPE Her Journeys

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theatro FESTIVAL

Senza anestesia Venice Open Stage sceglie di sfidare il presente a Nervi scoperti Quattordici anni fa Gigi Dall’Aglio, allora professore allo IUAV, decise che gli spettacoli nati nei suoi laboratori di messa in scena non potevano rimanere chiusi nelle aule universitarie: andavano portati in mezzo alla città, sotto le stelle, davanti a chiunque passasse di lì. Scelse Campazzo San Sebastiano, e da quella scelta è nato nell’estate del 2013 il Venice Open Stage. Da allora, il Campo smette ogni fine giugno di essere solo un campo veneziano e grazie ad un’architettura mobile diventa un’arena, intitolata a Dall’Aglio stesso, ma a tenerla in piedi è ancora oggi un esercito di studenti e volontari: chi si occupa di scenografia, scenotecnica e architettura di scena trova qui la possibilità di passare dalla teoria delle aule universitarie alla pratica di un evento che ospita oltre 200 persone a serata. Organizzato da Cantieri Teatrali Veneziani insieme al Comune di Venezia, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia e con il Senato degli Studenti dello IUAV, il festival resta nei fatti un cantiere collettivo prima ancora che una rassegna. Il tema di questa edizione, Nervi scoperti, è una dichiarazione d’intenti cruda, che fotografa le tensioni, le fragilità e le inquietudini del presente. In un momento storico in cui si tende a normalizzare o a nascondere il disagio e l’incertezza, VOS sceglie di fare l’opposto: porta sul palco quello che scotta, rifiuta l’anestesia e cerca il contatto diretto, quasi fisico, con lo spettatore. È un tema che pesa, in un’estate in cui le ragioni per sentirsi esposti – personalmente, collettivamente – non mancano di certo, e che il Festival decide di affrontare di petto invece di addolcirlo in un’etichetta rassicurante. Dal 29 giugno all’11 luglio l’Arena ospita spettacoli, concerti, incontri e progetti internazionali in un programma che resta leggero e godibile senza mai scadere nel superficiale. In rassegna, il 30 giugno arriva È solo un lungo tramonto di Jacopo Giacomoni, che torna a Venezia XIV Venice Open Stage – Nervi scoperti 29 giugno-11 luglio Campazzo San Sebastiano, Dorsoduro veniceopenstage.org

reduce dal successo di Tacet, appena presentato in prima assoluta alla Biennale Teatro con la regia di Silvia Costa e già vincitore del Premio Riccione 2025. L’8 luglio segue Appunti per una perestrojka di Matilde Vigna, una delle voci più convincenti della nuova scena italiana, mentre l’11 il festival si chiude con Extinction Rave della compagnia spagnola Fundación Mis Bragas, uno sguardo ironico e spietato sul presente. Tra le Accademie arrivano la Cooperativa Teatral de Valparaíso dal Cile e l’Università Aristotele di Salonicco, insieme all’Accademia Teatrale Carlo Goldoni di Venezia e Padova (tutti gli spettacoli sono fruibili grazie a soprattitoli in italiano o in inglese). Per la sezione Fermenti, dedicata alle giovani compagnie professionali selezionate tramite bando, salgono sul palco Annalisa Limardi, il Collettivo Algo Ceiba e Royal Divorce. Accanto agli spettacoli, i talk di Pistilli affrontano la poesia performativa e la sostenibilità ambientale nel settore culturale, mentre Extrapalco ospita i progetti nati dalla collaborazione con il Senato degli Studenti IUAV. Un Festival da vivere a 360 gradi, senza dubbio a nervi scoperti e in totale full immersion. Chiara Sciascia ENG Founded in 2013 by IUAV professor Gigi Dall’Aglio, Venice Open Stage transforms Campazzo San Sebastiano into an open-air theatre each summer, bringing student productions into the city. Built through the collective work of students and volunteers, the festival combines education and practice, hosting over 200 spectators nightly. Organized with local institutions, it remains a collaborative “worksite” as much as a cultural event. The 2026 theme, Nervi scoperti (“Exposed nerves”), confronts contemporary tensions and fragility, rejecting comfort to create direct, raw engagement with audiences. From June 29 to July 11, the program includes theatre, music, international projects, and emerging companies, alongside talks on performance poetry and sustainability, offering an immersive and critically engaged cultural experience.

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theatro PREVIEW

Shout Twice, Katerina Andreouì - Photo Blandine Soulage - Courtesy Blandine Soulage

La corsa è già partita? Venere in Teatro, a Forte Marghera la danza ritrae il presente Venere in Teatro torna a Forte Marghera dal 3 al 13 settembre con la sesta edizione, intitolata Ritratti al presente. Nei capannoni e negli spazi aperti dell’ex forte militare, oggi parco urbano alle porte di Mestre, Live Arts Cultures porta diciannove compagnie e artisti in nove serate, in un programma che mixa mito e tecnologia, quale sia il significato di un ritratto oggi: quale forma abbia il volto del presente, tra le tracce delle origini e la spinta verso ciò che deve ancora accadere. La rassegna apre giovedì 3 settembre con un doppio appuntamento: la performance itinerante Cantus Iani di Stormo, diretta da Carla Marazzato del Centro Teatrale di Ricerca, e L’Avvenire di Silvia Rampelli, firma storica della ricerca coreografica italiana con la compagnia Habillé d’eau, al lavoro su quattro corpi e sullo statuto stesso dell’accadimento scenico. Tra le novità, una coproduzione di Live Arts Cultures con Perypezye Urbane: Tra Altri, dance essay che tratta l’intelligenza artificiale come corpo politico, in scena il 4 settembre insieme a Giocasta di Balletto Civile, riscrittura del mito edipico firmata Michela Lucenti. Il 5 settembre Ambra Senatore presenta l’assolo Par d’autres voix, dove danza e voce risuonano echi di vita collettiva: Nella stessa sera, Intra di Gruppocorp3. Il 6 settembre debutta Machina Mater di Laura Moro, sul corpo della cura e dell’empatia, mentre la svizzera Mélissa Guex torna al festival con Katerina Andreou per Shout Twice, prodotta con Pro Helvetia. La corsa è già partita? La seconda settimana porta in scena Tu VI Venere in Teatro – Ritratti dal presente 3-13 settembre Forte Marghera-Mestre www.liveartscultures.org

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non mi perderai mai, l’assolo che Raffaella Giordano – tra le figure storiche della danza contemporanea italiana, accanto a Carolyn Carlson e Pina Bausch – trasmette dopo vent’anni a Stefania Tansini, liberamente ispirato al Cantico dei Cantici. Seguono, l’11 settembre, Se domani di Elisa Sbaragli e Lemmy B di Nunzia Picciallo, e il 12 Erwartung di Cristina Rizzo con Giulia Cannas, duo sulla malinconia come strumento di resistenza femminile, insieme a Resta, Marco Bertani e Marta Vergani, produzione Live Arts Cultures sul restare o partire. Chiude il festival, domenica 13 settembre, la prima nazionale di 7AM della compagnia francese Annamaè, sul corpo come campo di esercizio del potere, seguita da Ettore di Carmine Dipace, assolo per danza e tromba dal vivo negli spazi esterni del Forte. Accanto alle serate, il festival apre per la prima volta la casermetta napoleonica restaurata e affidata alla Fondazione Musei Civici di Venezia: qui, il 6 e il 13 settembre, va in scena Déjeuner sur l’herbe avec..., intervento site-specific che trasforma il rito del picnic in un inseguimento tra le opere esposte. In programma anche la proiezione di Young Men dei BalletBoyz, sui soldati della Prima guerra mondiale tra danza e musica di Keaton Henson, e un laboratorio di curatela delle arti sceniche con ACTA, aperto a chi vuole studiare il festival da dentro l’organizzazione. Per Forte Marghera, Venere in Teatro resta il principale banco di prova di una trasformazione che dura da più di un decennio: da avamposto militare a luogo delle arti vive, dieci minuti di vaporetto dal centro storico... Appuntamento al 3 settembre, la corsa ai biglietti è già partita! Chiara Sciascia


Effetto Farfalla Il Teatro Stabile del Veneto vola verso la Stagione 26/27 La nuova Stagione 26/27 del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale sceglie come immagine una farfalla firmata dal designer catalano Javier Jaén: non un simbolo di leggerezza, ma la testimonianza di una metamorfosi compiuta, il momento in cui non si è più ciò che si era e non si è ancora ciò che si diventerà. Il cartellone, firmato dal direttore artistico Filippo Dini insieme al direttore artistico junior Alessandro Businaro e al direttore dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni Carlo Mangolini, si muove dal mito alla tragedia classica, dalle grandi scritture del Novecento alle drammaturgie contemporanee. I numeri parlano chiaro: oltre 80 spettacoli – di cui 37 titoli in abbonamento – 12 al Teatro Goldoni di Venezia, 13 al Teatro Verdi di Padova e 12 al Teatro Del Monaco di Treviso. A questi si affianca un ricco calendario di eventi speciali, i cartelloni della Stagione Lirica a Treviso, le rassegne Fuoriserie, che coinvolgono l’intero circuito, e il cartellone contemporaneo delle Maddalene di Padova, dedicato ai nuovi linguaggi della scena. Al Goldoni la stagione di prosa si apre il 30 ottobre con Neri Marcorè in Gaber – Mi fa male il mondo, regia di Giorgio Gallione, un attraversamento dell’universo narrativo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini nella forma del Teatro Canzone, tra ironia e acume sulle mutazioni della società. Dal 12 novembre in scena la produzione del TSV Incendi, tragedia familiare di stampo edipico firmata dal drammaturgo libanese-canadese Wajdi Mouawad: la regia è di Marco Lorenzi, mentre nel cast – accanto a Frédérique Loliée – figura lo stesso Filippo Dini, in una vicenda in cui la giovane Jeanne ricompone il passato segreto della madre Nawal, ragazza cresciuta in una società senza libertà. Dal 9 dicembre Andrea Pennacchi presenta Predatori di pianura, omaggio in lingua pavana a Ruzante con la regia di Gabriele Vacis: la storia di Bilora, piccolo predatore delle pianure costretto a inseguire in laguna la donna rubatagli da un uomo ricco, tra commedia e tragedia amara. A gennaio Claudio «Greg» Gregori veste i panni di Hercule Poirot in Assassinio sull’Orient Express, la riduzione teatrale del giallo di www.teatrostabileveneto.it

© Javier Jaén

Agatha Christie firmata da Ken Ludwig e diretta da Roberto Valerio, ambientata nella notte in cui una valanga blocca il celebre treno e un omicidio resta senza indiziati apparenti. Leone d’Oro alla Carriera della Biennale Teatro 2026, Emma Dante torna a Venezia con L’angelo del focolare, dal 19 febbraio, dramma sul femminicidio domestico in cui la protagonista, uccisa dal marito, è costretta a rialzarsi ogni mattina e a rientrare nella routine quotidiana. Stefano Massini racconta, dal 5 marzo, l’ascesa al potere di Vladimir Putin ne Lo Zar, dalla giovinezza da teppista all’ingresso nel KGB fino al vertice del Cremlino, con le musiche eseguite dal vivo da Mariel Tahiraj. Dal 2 aprile Elisabetta Pozzi veste i panni di Ecuba nella riscrittura firmata da Marina Carr e diretta da Andrea Chiodi, produzione TSV che racconta i lutti e la prigionia della regina dopo la caduta di Troia. Chiude la stagione veneziana, dal 16 aprile, l’esordio alla regia teatrale di Paolo Genovese con Perfetti sconosciuti, trasposizione del suo film sulla cena tra quattro coppie di amici che decidono di condividere pubblicamente messaggi e telefonate. Tra gli appuntamenti internazionali, dal 29 gennaio la compagnia catalana Agrupación Señor Serrano porta in scena Historia del amor, in inglese e spagnolo con sottotitoli in italiano. Traghettare nel presente i grandi autori del passato è anche il compito degli ospiti attesi a Padova e Treviso. Al Teatro Verdi, Filippo Dini dirige Alcesti di Euripide con le musiche di Paolo Fresu, mentre Luca Marinelli si prodiga in regia e interpretazione de La cosmicomica vita di Q, da Italo Calvino. Al Teatro Del Monaco di Treviso, Maria Paiato veste i panni maschili del sovrano in Riccardo III, dall’11 febbraio, Lunetta Savino guida Madre Courage e i suoi figli di Brecht diretto da Leo Muscato, e Pierfrancesco Favino debutta alla regia con People, Places & Things, dal 28 gennaio, al fianco di Anna Ferzetti. Da questa stagione, inoltre, il Goldoni attiva un servizio di laboratori per bambine e bambini dai 3 ai 10 anni, in contemporanea con alcuni spettacoli, per permettere ai genitori di assistere in sala con maggiore libertà. Come la farfalla di Jaén, anche il pubblico del TSV è chiamato a compiere un salto: lasciare la crisalide della stagione conosciuta per entrare in un cartellone che ha già cambiato pelle.

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theatro REVIEW

The wolf in me Cronache dal Festival Scene di paglia, dopo Il conte di Teatro Medico Ipnotico Il cuore di Scene di paglia pulsa tra i casoni di un entroterra che dalla Saccisica scivola verso la Laguna veneta: dai corsi di curatela delle arti sceniche alle uscite dei Rain Runners, dalle visite guidate agli impianti idrovori del Consorzio di Bonifica Bacchiglione alle cene con i protagonisti della scena internazionale, il programma della XVII edizione ha moltiplicato i registri attorno a un solo nucleo, il Festival dei Casoni e delle Acque curato da Fernando Marchiori, studioso, docente all’Università di Padova e apprezzatissimo scrittore. Abbiamo vinto la pigrizia e l’afa estiva per raggiungere il Casone Ramei, conosciuto anche come “Casone Bianco”: costruzione di fine Ottocento della famiglia Zecchin, ampliata durante la Seconda guerra mondiale per ospitare la famiglia allargata, fino a dodici persone, attorno al focolare «cavarzerana» – oggi museo della cultura contadina, immerso tra salici, pioppi, canneti, limonium, astro marino ed erica. È qui che ha debuttato in anteprima nazionale, martedì 23 giugno, Il conte di Kevenhüller, dramma per burattini, servi di scena e una bambola, del Teatro Medico Ipnotico: il burattinaio Patrizio Dell’Argine, con Veronica Ambrosini, Dalia Venti e il poeta e drammaturgo Andrea Peracchi. Chi non conosce il testo di Giorgio Caproni ha ora l’occasione di colmare una lacuna: delicato, lieve, commovente, tra i testi fondativi del secondo Novecento italiano. Caproni in brevi quadri narra la vicenda della Bestia del Gévaudan, che nel Settecento sconvolse una comunità rurale del sud della Francia e che, nonostante le www.scenedipaglia.net

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numerose battute di caccia, restò un mistero mai risolto. Ci fu o non ci fu la Bestia, o forse – scrive il poeta – «la Bestia che bracchiamo è il luogo dove ci troviamo». Recitazione dal vivo, burattini, retroproiezioni: lo spettacolo ha lasciato la platea sazia di grazia e magia. Era un’anteprima nazionale, dunque la creazione subirà ancora evoluzioni; Patrizio Dell’Argine si è detto insoddisfatto non della rappresentazione ma del rapporto con il pubblico: «Io che parlo e voi che ascoltate, una cosa antica». Da dove nasce l’idea di portare in scena quest’opera? Gli attori raccontano di un episodio avvenuto qualche anno fa in Val Ceno, tra Solignano e Varano de’ Melegari, nel Parmense: l’abbattimento di un raro daino bianco diventato la mascotte dei bambini del luogo. «Abbiamo sentito il bisogno di un rito propiziatorio, come per far ritornare in vita il daino, e subito ci è venuto in mente Il conte di Kevenhüller». Burattini e umani, un incontro perturbante che si accompagna alle musiche di Beethoven – lo stesso Caproni confessò di aver composto il Conte sull’eco dell’Opera 132 – o, adattissimo, a Il franco cacciatore di Carl Maria von Weber. Con Patrizio Dell’Argine il tempo sembra non passare mai: si parla di Tieck e del suo racconto Der Runenberg, della passione del burattinaio per le pietre – «che scolpisco per liberarle dai sali e scoprire cosa c’è sotto» – del Bestiario di Buzzati e della sua curiosità per insetti, termiti, scarabei, simbolo di rinascita nell’Antico Egitto. Ma la notte incombe e anche l’aspetto dionisiaco del luogo e della rappresentazione cede al dovere del ritorno e di un meritato riposo. Appuntamento alla prossima estate con Scene di paglia: noi sicuramente ci saremo! Loris Casadei


TIDE OF RETURNS BY REPATRIATES COLLECTIVE 28. 03.–11.10. 2026

A cura di / Curated by Khadija von Zinnenburg Carroll Mer–Dom / Wed–Sun 11:00–18:00 Ingresso gratuito / Free entrance

Ocean Space Chiesa di San Lorenzo, Venezia ocean-space.org www.tba21.org/academy

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theatro FESTIVAL

Amleto², Filippo Timi

Materia viva L’Estate Teatrale Veronese da Shakespeare al contemporaneo Per molti Shakespeare è un classico, per Declan Donnellan è materia viva. Los dos hidalgos de Verona (I due gentiluomini di Verona), lo spettacolo che ha inaugurato la 78. Estate Teatrale Veronese è già di per sé una scelta manifesto della nuova direzione del Festival: recitato in lingua spagnola con soprattitoli in italiano e inglese è un sigillo di internazionalità. Il cartellone, che ha riacceso le luci del Teatro Romano il 25 giugno con la prima nazionale dell’opera diretta dal regista britannico, noto per saper togliere la polvere dai capolavori e restituirli nella loro sorprendete attualità, intreccia spettacoli internazionali con i protagonisti della scena italiana e mescola i classici a proposte innovative che superano i formati tradizionali. «Un equilibrio tra rispetto della tradizione e apertura alla contemporaneità con un’attenzione specifica alle nuove generazioni e alle forme ibride» è ciò che ricerca la proposta artistica firmata dal nuovo direttore Fabrizio Arcuri. Un’idea che il titolo – (H)Earth of glass – di questa nuova edizione riassume evocando una materia insieme solida e fragile: «il manifesto di una stagione che fonde la solidità della nostra storia con la trasparenza e la fragilità dell’innovazione» come dichiara Arcuri. E quindi, dopo il lavoro di Donellan, l’edizione 2026 prosegue tra gli appuntamenti del Festival Shakespeariano, celebri protagonisti di grand soirée come Toni Servillo in Padre Cicogna di Eduardo De 78. Estate Teatrale Veronese | (H)EARTH OF GLASS 25 giugno-18 settembre Teatro Romano-Verona www.spettacoloverona.it

Filippo diretto dal premio Oscar Nicola Piovani, la danza internazionale dei Peeping Tom, di Yoann Bourgeois e dei Momix, la musica di Paolo Fresu, Johnny Marr, Nicolò Fabi e del Quinteto Astor Piazzolla per citarne solo alcuni, ma anche proposte di nuove drammaturgie che animano la città fuori dagli spazi tradizionali con il collettivo tedesco Rimini Protokoll, Babilonia Teatri, Silvia Gribaudi e Chiara Frigo, oltre a una selezione di artisti under 40. Tra gli appuntamenti più attesi del Festival Shakespeariano, che dell’Estate Teatrale Veronese è il cuore pulsante, compare la prima nazionale di Tito Andronico – Why don’t you stop the show?, nuova riscrittura di Davide Sacco con Francesco Montanari protagonista. A partire da una delle tragedie più feroci di Shakespeare, lo spettacolo affronta il tema della violenza sistemica e della sua progressiva normalizzazione. Con Ophelia, rilettura di Luca Giacomoni, la programmazione accoglie una nuova creazione in prima italiana affidata alla danzatrice Giulia Quaqueri. Brain Storm – Tempesta in testa, diretto da Frank Heuel su adattamento di Marta Dalla Via, si serve di Shakespeare per esplorare il tema della salute mentale giovanile. Seguono tre riletture contemporanee: Otello, di precise parole si vive di Gabriele Vacis con Lella Costa; Romeo e Giulietta in the War di Stefano Massini, in prima nazionale con Orchestra Multietnica di Arezzo; Rex Destruens, Re Lear di e con Massimo Cacciari, riflessione filosofica su autorità e crisi. Mentre Amleto², il celebre spettacolo di Filippo Timi torna a Verona quindici anni dopo il debutto. Diletta Rostellato

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A CARTE COPERTE Giuria d’autore, omaggio a Tinto Brass e primi pronostici sui film. Venezia 83 inizia a prendere forma tra notizie ufficiali e rumors, mentre sale l’attesa per le scelte che il Lido svelerà a fine luglio di Marisa Santin

cinema

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poco più di due mesi dalla Mostra del Cinema, Venezia 83 comincia a definire il proprio profilo. La guida della Giuria internazionale è affidata a Maggie Gyllenhaal, regista, attrice, sceneggiatrice e produttrice statunitense, tornata quest’anno dietro la macchina da presa con The Bride! dopo il debutto alla regia con La figlia oscura, premio per la sceneggiatura a Venezia e poi candidato a tre Oscar. Accanto a lei il direttore Alberto Barbera ha chiamato sei figure provenienti da ambiti e geografie diverse. Kaouther Ben Hania (La voce di Hind Rajab) è tra le registe più rilevanti del cinema tunisino e arabo, con opere che attraversano finzione, documentario e forme ibride, spesso legate a questioni politiche e sociali. Daniel Blumberg, compositore, musicista e artista britannico, ha firmato la colonna sonora di The Brutalist, premiata con Oscar e BAFTA. Francesco Casetti, teorico del cinema e docente a Yale, è una delle voci più autorevoli degli studi cinematografici internazionali. Il francese Xavier Giannoli (Illusioni perdute) è regista e sceneggiatore attento al racconto letterario e alla grande tradizione europea. Shahrbanoo Sadat, regista afghana oggi residente in Germania, ha portato sulla scena internazionale un cinema intimo e politico, attraversato da uno sguardo femminile sull’Afghanistan contemporaneo. Johnnie To, infine, è uno dei grandi maestri di Hong Kong. Nei suoi film noir, action e gangster movie trovano una forma rigorosa e riconoscibile, fondata su geometrie dello spazio, tensione morale e senso del destino. Con la preapertura di martedì 1 settembre la Mostra renderà 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2-12 settembre Lido di Venezia www.labiennale.org

omaggio a Tinto Brass, presentando in prima mondiale la versione restaurata di Col cuore in gola, thriller pop del 1967 girato a Londra con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin e la consulenza grafica di Guido Crepax. Una scelta che riporta al Lido un Brass meno ovvio, tra pop art, fumetto, giallo e libertà di montaggio. Sul programma resta il riserbo, ma il gioco dei pronostici è già iniziato. Le prime indiscrezioni parlano di The Social Reckoning di Aaron Sorkin, ideale prosecuzione di The Social Network, Bunker di Florian Zeller con Javier Bardem e Penélope Cruz, Here Comes the Flood di Fernando Meirelles con Denzel Washington e Robert Pattinson, Wild Horse Nine di Martin McDonagh, Cry to Heaven di Tom Ford e Bucking Fastard di Werner Herzog. Sul fronte italiano le aspettative si concentrano su Succederà questa notte di Nanni Moretti, con Louis Garrel e Jasmine Trinca, e su The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, da una sceneggiatura incompiuta di Bernardo Bertolucci. Probabili anche Gianni Amelio, Daniele Vicari e Mario Martone. Restano da prendere con cautela le presenze di Tom Cruise per Digger di Alejandro G. Iñárritu e di Brad Pitt per The Adventures of Cliff Booth, spin-off di C’era una volta a… Hollywood scritto da Tarantino e diretto da David Fincher, mentre le ipotesi circolano anche intorno a Denis Villeneuve, Ruben Östlund (e con lui sogniamo di vedere Keanu Reeves al Lido!), Mike Leigh e Paul Schrader. La nostra piccola scommessa è invece Klara e il Sole di Taika Waititi, tratto dall’omonimo romanzo del Nobel Kazuo Ishiguro, con Jenna Ortega e Amy Adams. Il quadro reale arriverà soltanto a fine luglio, ma l’impressione è già quella di una Mostra pronta a tenere insieme grandi autori, graditi ritorni, industria globale e, naturalmente, qualche imprevedibile sorpresa.


Cerimonia di apertura 2025, Sala Grande - © Jacopo Salvi - La Biennale di Venezia - Foto ASAC

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ust over two months before the Venice Film Festival,

Venice 83 is beginning to take shape. The International Jury of the Competition will be chaired by Maggie Gyllenhaal, director, actress, screenwriter and producer, back behind the camera this year with The Bride! after her directorial debut The Lost Daughter, awarded Best Screenplay in Venice and later nominated for three Oscars. She will be joined by Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat, and Johnnie To: a group bringing together directing, film theory, music and different geographies of contemporary cinema. The Festival will also pay tribute to Tinto Brass with Deadly Sweet, chosen as the pre-opening film. The 1967 pop thriller, shot in London with

Jean-Louis Trintignant and Ewa Aulin, with graphic consultancy by Guido Crepax, will be presented in a world premiere 4K digital restoration by the Centro Sperimentale di Cinematografia, with the support of Netflix. It is a choice that brings back to the Lido a less obvious Brass, suspended between pop art, comics, giallo and freedom of montage. The official selection will be announced at the end of July, but speculation is already underway. Among the names circulating are Aaron Sorkin, Florian Zeller, Fernando Meirelles, Martin McDonagh and Werner Herzog. On the Italian front, expectations focus on new works by Nanni Moretti and Andrea Pallaoro, with further rumours around Gianni Amelio, Daniele Vicari and Mario Martone. For now, Venice keeps its cards close to the chest.

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cinema RASSEGNE

© Fosca Vianello

Da nessun’altra parte Barch-in all’Arsenale, nel segno dell’inclusione Ritorna uno degli appuntamenti più attesi dell’estate veneziana: dal 10 al 13 luglio il Cinema Barch-in, il primo drive-in italiano in barca, ideato dagli architetti Nicola Scopelliti, Caterina Groli e Silvia Rasia, illumina il bacino dell’Arsenale di Venezia con un programma “a filo d’acqua” pensato per grandi e piccoli nel segno dell’accessibilità e dell’inclusione. La rassegna 2026 dedica, infatti, un’attenzione particolare al pubblico sordo segnante e a quello cieco e ipovedente, proponendo soluzioni che rendono le proiezioni sempre più accessibili a tutte e tutti. A inaugurare la rassegna il 10 luglio, in anteprima per il pubblico di Barch-in, il film d’animazione La canzone del mare/Song of the Sea dell’autore irlandese Tom Moore: l’opera, pluripremiata e in Italia quasi sconosciuta perché al momento senza distributore, è stata proposta in collaborazione con Venezia Comix e sarà munita di sottotitoli per non udenti. Sabato 11 luglio tocca ad un grande cult: Titanic di James Cameron, in versione restaurata in 4k per un’esperienza esaltante da vivere sull’acqua, come già accaduto nel corso della prima edizione della manifestazione con la proiezione de Lo squalo. Il 12 luglio un film che quest’anno ha conosciuto un successo senza precedenti e ha consacrato il fascino della provincia veneta, Le città di pianura di Francesco Sossai: a introdurre la pellicola un videomessaggio del regista e l’intervento di alcuni membri della crew che riceveranno il premio voluto da CNA Venezia. In occasione di questa proiezione sarà possibile usufruire dell’audio descrizione scaricando gratuitamente l’app MovieReading sul proprio smartphone: basterà sincronizzare l’app con l’inizio della Cinema Barch-in 2026 10-13 luglio Arsenale di Venezia www.cinemabarchin.com

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proiezione per ascoltare, in cuffia, la narrazione delle scene e dei dettagli visivi del film. Protagonista dell’ultima serata, il 13 luglio, un grande classico della storia del cinema presentato dal collettivo Les Fems du Cinéma: Pomi d’ottone e manici di scopa di Robert Stevenson rapisce lo sguardo di grandi e piccoli mentre inseguono, dalla propria barca, quel letto incantato su cui i protagonisti del film viaggiano, tra le vertigini del cielo e le profondità del mare, con proiezione tradotta simultaneamente in LIS grazie alla presenza di sul palco di Chiara Mallozzi. La sesta edizione del Festival, che rientra nel calendario de Le città in festa, è prodotta e curata dall’associazione veneziana Les Fems Du Cinéma grazie al supporto del Comune di Venezia, di Vela Spa e della Marina Militare e il contributo di Fondazione Venezia. ENG “Barch-in all’Arsenale” returns from July 10 to 13 as one of Venice’s most distinctive summer events, turning the Arsenale basin into a floating drive-in cinema where audiences watch films from their boats. Now in its sixth edition, the festival – conceived by Nicola Scopelliti, Caterina Groli, and Silvia Rasia – places strong emphasis on accessibility and inclusion, offering subtitles, audio descriptions, and live Italian Sign Language interpretation to ensure an experience open to all. The program opens with the animated Song of the Sea, presented with subtitles for deaf viewers, followed by a 4K screening of Titanic, enhancing the immersive water setting. Francesco Sossai’s Le città di pianura includes special contributions and audio description via app. The closing night features Bedknobs and Broomsticks, accompanied by live Italian Sign Language translation, reinforcing the festival’s commitment to shared, inclusive cinematic enjoyment.


CINEMOVING

ACQUE ALTE UNO SGUARDO ALL’EUROPA

Campo San Polo è storicamente legato al cinema estivo in centro storico, una tradizione che per fortuna è stata ripristinata dopo diversi anni di assenza, a dispetto di una città sempre sull’orlo dello spopolamento. Uno sguardo all’Europa è il titolo scelto per la rassegna curata da Circuito Cinema Venezia nell’ambito di Cinemoving, programmazione estiva di cinema itinerante tra centro storico, Lido e terraferma: da sabato 1 a domenica 16 agosto, quattordici le serate in campo dedicate al cinema europeo, con lungometraggi e cortometraggi provenienti da Ungheria, Francia, Spagna, tra cui Il maestro che promise il mare di Patricia Font (12/8); in alcuni casi opere indipendenti e film selezionati dal Premio Lux del Parlamento europeo, in stretta collaborazione con diverse istituzioni internazionali. Uno sguardo al di là dei confini, uno sguardo su di noi, diverse storie che ci legano e ci raccontano. Diverse ma uguali, tutte made in Europa. ENG Campo San Polo has long been the set of an open air cinema, a tradition fortunately revived despite a city always at risk of emptying out. A Look at Europe is the title of the series curated by Circuito Cinema Venezia for Cinemoving, the summer program that travels across the city, the Lido and the mainland. From 1 to 16 August, fourteen evenings celebrate European cinema with films from Hungary, France and Spain, including The Teacher Who Promised the Sea. Independent works and titles selected for the Lux Prize enrich a program that reflects stories beyond borders. 1-16 agosto Campo San Polo

UNO SGUARDO ALL’ORIZZONTE

La rassegna al Lido in spiaggia, Uno sguardo all’orizzonte illumina le serate del litorale. In una splendida atmosfera balneare, per sette giovedì dal 9 luglio al 20 agosto, in riva al mare, film che osservano l’orizzonte della vita, tra sorrisi e riflessioni in una gamma di colori cangianti. Come al solito non ci saranno sedie, saremo sulla spiaggia, portate il telo da mare e con i piedi ben piantati nella sabbia tenete gli occhi fissi sullo schermo in compagnia di film come il raffinatissimo Diamanti di Ferzan Ozpetek (20/8), La città proibita di Gabriele Mainetti (6/8) con protagonista una giovane donna alla ricerca della sorella scomparsa nella Roma multietnica, o Il Robot selvaggio di Chris Sanders (23/7), favola firmata Dreamworks sul rapporto tra natura e tecnologia con uno stile di disegno digitale che guarda all’impressionismo. ENG The Lido’s beach series, A Look at the Horizon, lights up summer nights by the sea. For seven Thursdays from 9 July to 20 August, films explore life’s horizon through smiles and reflection, in a shimmering palette of colours. As always, there are no chairs: viewers sit on the sand, eyes fixed on the screen. The program includes Ozpetek’s elegant Diamonds, Mainetti’s Forbidden City, centered on a young woman searching for her missing sister, and Sanders’ The Wild Robot, a DreamWorks fable on nature and technology inspired by impressionist digital drawing. 9, 16, 23, 30 luglio; 6, 13, 20 agosto Spiaggia Libera-Lido

Quindici visioni diverse di Venezia e della sua comunità, dall’overtourism alla memoria del passato, in dialogo con la narrazione multimediale dedicata al Novecento. M9 - Museo del ’900 ha inaugurato Acque Alte, progetto fortemente voluto dal Centro Sperimentale di Cinematografia e dal Museo, che avviano così una collaborazione volta alla condivisione di contenuti, progetti e attività espositive. Una sinergia che si stringe nel solco dell’esperienza sulle tecnologie immersive di M9 e in continuità con la lunga storia dedicata alla didattica del linguaggio cinematografico, anche in rapporto alle arti visive, del Centro Sperimentale di Cinematografia, che per la prima volta nella sua storia mette in rapporto i suoi allievi con uno spazio museale. I quindici artisti coinvolti nel progetto sono gli allievi del Corso di Arti Performative in dialogo con il contesto storico, paesaggistico e urbano di Venezia, coordinato da Tommaso Strinati e svolto da marzo a giugno 2026 con gli artisti Marzia Migliora, Rä Di Martino e Cesare Pietroiusti presso il Polo di formazione CSC all’Isola di San Servolo, dedicato all’evoluzione delle arti immersive e performative nello scenario in continua evoluzione dei linguaggi contemporanei. Fino al 19 luglio, opere realizzate durante il corso che spaziano dalla videoarte alla scultura, dalla performance del corpo alla fotografia tradizionale, entrano in dialogo con l’esposizione permanente di M9 creando momenti di sospensione nel fluire della narrativa dedicata alla storia del Novecento italiano, con posizionamento lungo il percorso scelto dagli artisti al fine di creare un legame diretto con i contenuti della mostra permanente. www.m9museum.it | www.fondazionecsc.it

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Art Through Encounters Curating • Consulting • Exhibitions

Biennale Arte 2026 9 May – 22 November 2026 NATIONAL PARTICIPATION

AZERBAIJAN PAVILION A

The Attention. Faig Ahmed

Campo della Tana, Castello 2124/A - 2125 COLLATERAL EVENTS

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Fermata: Hong Kong in Venice

Campo della Tana, Castello 2126 C

Infinito Cabinet. Maria Cristina Crespo

Castello 2145 D

Iván Tovar: Le Retour

Museo Storico Navale di Venezia, Ex Idrografico, Riva S. Biasio, Castello 2148 E

Jacone’s Polyphony Exhibition from Macao, China

Campo della Tana, Castello 2126/A IN TOWN

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Oikeiōsis. Pavlina Vagioni

9 May – 25 October 2026 Campo della Tana, Castello 2127/A

ARSENALE

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GIARDINI 182

www.csartmanagement.com

csartmanagement

info@csartmanagement.com


cinema

SUPERVISIONI a cura di Loris Casadei

M il mostro di Düsseldorf

L’ombra, al cinema, la si può mostrare o la si può evocare. In quest’ultima accezione troviamo i recenti e pregevolissimi film di Ilker Çatak, La sala professori del 2023, candidato all’Oscar e Yellow Letters del 2026, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino. La scuola è quella di Haneke. Nel suo film Cachè del 2005, una tranquilla vita borghese viene disturbata dall’arrivo di videocassette che mostrano una continua osservazione della propria vita. L’ombra è nel racconto, non nelle nitide e chiare sequenze del film. Lunga, la storia dell’ombra. Forse il primo film a trattare del doppio è stato Das Andere di Mack del 1913. L’ombra, però, diviene primato indiscusso nell’Espressionismo tedesco. Mario Verdone nella prefazione al saggio di Eisner Lotte Lo schermo demoniaco scrive: «Nella loro anima faustiana, in cui l’oscurità costituisce uno degli attributi più caratteristici, l’attitudine all’Espressionismo, al delirio, al golem, ai sogni dei fantasmi, al mondo delle ombre, è un dato tradizionale e naturale». Icona e manifesto dell’ombra è Lang in M il mostro di Düsseldorf del 1931, quando l’ombra del piccolo grande attore Peter Lorre si staglia sul manifesto della taglia della ricerca dell’omicida, o ancora prima, la stessa ombra che avvolge l’innocente fanciulla in gioco. È nel programmatico tentativo di svincolare “l’espressione più espressiva” di un oggetto che le ombre vengono ad assumere un ruolo dominante nel cinema tedesco del primo dopoguerra. L’opera cinematografica espressionistica per eccellenza è Das Cabinet des Dr. Caligari ove, sempre citando Lotte Eisner, «l’interpretazione è riuscita ad evocare la fisionomia latente di una piccola città medioevale dai vicoli

tortuosi e tristi, stretti budelli serrati tra case immiserite le cui facciate inclinate non lasciano mai penetrare la luce del giorno. Porte cruciformi dalle ombre pesanti e finestre oblique dalle cornici deformate dall’uso sembrano rodere i muri». In realtà l’intenso uso di chiaroscuri nei film tedeschi aveva un’origine teatrale. Da Il mendicante di Sorge messo in scena da Max Reinhardt a Ibsen in Spettri, che fa muovere la madre ormai pazza all’inseguimento del figlio davanti ad una lampada accesa in modo da rappresentare sullo sfondo bianco i loro profili ingigantiti. Immagine che mi è ritornata dal passato remoto dopo aver assistito pochi giorni or sono alla Trilogia del Leone d’Argento della Biennale Teatro 2026 Mario Banushi. Il passato è sempre fonte di insegnamenti. Come, poi, non ricordare Il Golem di Henrik Galeen e Paul Wegener del 1915, Il vaso di Pandora di Pabst, Asfalto di John May o Ombre ammonitrici di Arthur Robison del 1923. Protagonista qui è un mago delle ombre, Granach, forse reale, forse immaginato, che anticipa possibili incresciosi futuri ai partecipanti ad una cena, in caso di comportamenti sbagliati. Le ombre prima aprono il subconscio dei personaggi rivelando fantasie segrete, lascive o delittuose, poi educano e riportano sulla corretta via. Ricordiamo la natura duplice dell’ombra: oscurità e terrore, ma anche spesso guarigione e salvezza. Masaccio nel 1426, nella fiorentina Chiesa di Santa Maria del Carmine, con il suo San Pietro risana gli infermi con la sua ombra o l’Annunciazione di San Luca dove la fecondazione è annunciata come «lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra». Loris Casadei (Segue)

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IN O CCASIO NE DELL A 61. ESPO SIZIO NE INTERN AZIO N ALE D ’ARTE - L A BIENN ALE DI VENEZI A

EDIP O RE PRESENTA

V EL A D’A RTISTA | TER Z A EDIZIO N E

ARTE , S O S TE N IB IL ITÀ E IN CLUS ION E S O CI AL E TR A B IE N N AL E ARTE E B IE N N AL E CIN E M A

P H. VALER I A NEC C HIO

J O C ASTA / G I O C ASTA DI DANI TREW

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cinema CINEFACTS

a cura di Marisa Santin

SILENZI IN SALA Prosegue il nostro piccolo atlante di film che scelgono la sottrazione, il silenzio, l’ascolto. Opere in cui le emozioni non esplodono, ma affiorano nei gesti quotidiani, negli spazi vuoti, nei dialoghi sospesi, nei paesaggi interiori. Una selezione parziale e personale, ancora in tonalità minori, per attraversare il clima della 61. Biennale Arte – In Minor Keys.

In the Mood for Love

Wong Kar-wai, 2000 Hong Kong, anni ’60. Un uomo e una donna si incontrano, si riconoscono, forse si amano, ma restano dentro una distanza fatta di sguardi, corridoi, abiti, pioggia e musica. Wong Kar-wai trasforma il desiderio trattenuto in una coreografia di assenze che percorrono gli anni.

Still Walking

Hirokazu Kore’eda, 2008 Una famiglia si riunisce per ricordare un figlio scomparso. In superficie quasi nulla accade, eppure sotto scorrono vecchi rancori, affetti taciuti, il peso delle abitudini, come in una lenta marea che sale e si ritira senza fare rumore. Kore’eda osserva con la pazienza di chi sa aspettare che le cose si rivelino senza fretta.

Paterson

Jim Jarmusch, 2016 Paterson vive nel New Jersey, nella città che porta il suo stesso nome. Fa l’autista di autobus, attraversa ogni giorno le stesse strade, porta a spasso il cane, beve una birra al bar, torna a casa dalla compagna. Ogni settimana sembra uguale alle altre, ma è proprio nella ripetizione che la vita diventa leggibile. Un film sul ritmo minimo dell’esistenza.

Drive My Car

Ryūsuke Hamaguchi, 2021 Un regista teatrale, una giovane autista, una Saab rossa che attraversa Hiroshima. Nell'abitacolo, viaggio dopo viaggio, qualcosa si allenta mentre affiorano il lutto, il teatro, la memoria e ciò che resta di non detto tra due persone. Hamaguchi lascia che il dolore prenda tempo e che la verità non sia una rivelazione improvvisa, ma un lento avvicinamento.

Aftersun

Charlotte Wells, 2022 In Turchia, alla fine degli anni ’90, Sophie trascorre una vacanza con il padre Calum, affettuoso, presente, eppure attraversato da una malinconia che la figlia non riesce a capire. Anni dopo, quei giorni riaffiorano attraverso filmati, ricordi e frammenti di memoria, lasciando emergere tutto ciò che allora era rimasto fuori campo.

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PANE, ARTE E FANTASIA Ho sempre una piccola sedia accanto a me. È sempre una sedia vuota perché vorrei che qualcuno si sedesse con me a discutere. Questa è l’essenza di Rupture Alexandre Sap di Massimo Bran

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etcc...

i sono dei termini, delle parole, il cui

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abuso corrente e incontenibile le rendono di fatto inservibili. Una di queste è sicuramente “glocal”. Eppure non saprei davvero quale altro lemma usare per definire in maniera stringente e plastica un progetto così aperto, libero, polimorfo quale è quello della nuova libreria Ruptures Arts & Books, da poco più di due mesi attiva a San Stae, a due passi dall’omonima chiesa e dall’approdo del vaporetto, nel cuore del Sestiere di Santa Croce. Uno spazio in cui libri, arte, musica, riviste (tra cui anche la nostra, ebbene sì!) si confondono e si arricchiscono reciprocamente in uno spazio di autentica sperimentazione, che va a ridisegnare un perimetro senza barriere di quella che potremmo definire la lettura, ma più estesamente diremmo la cultura contemporanea. Uno spazio che solo a vederlo da fuori, la prima volta, si comprende avere una sua inconfondibile identità urbana nella sua più ampia e semplice accezione: ossia una libreria che non si definisce in alcun modo strizzando l’occhio a dei target stereotipati, progettando altresì un’idea e una comunicazione del fare cultura che vola sopra a ogni forma di meccanica codificazione, definendo una direzione di lavoro che costitutivamente va ad aprire nuove frontiere e ad abbattere confini troppo angusti di genere. Insomma, in poche parole sembra di entrare in uno spazio culturale di una grande metropoli internazionale. Qui non si ammicca in alcun modo a uno dei due segmenti sociali prevalenti di una città così internazionale e insieme però piccola quale è Venezia, ossia a quello turistico, seppur di fascia alta per interessi culturali, o a quello residenziale “resistenziale”, inteso proprio come resistenza all’estinzione, che combatte una battaglia per preservare i pochi spazi quotidiani di cultura viva Rupture Arts & Books Salizada San Stae, Santa Croce 1910 ruptureartsbooks.com

del centro storico aggrappandovisi spesso sin troppo gelosamente, diremmo proprio, talvolta, conservativamente. No, qui si entra in un habitat culturale per sua prima natura connettivo, un habitat che così si definisce in maniera del tutto naturale, senza proclami o comunicati programmatici. Questo a dir poco intrigante progetto culturale è stato fondato a Parigi da Alexandre Sap e Anne-Marie Gaultier, dove è per l’appunto nata la prima delle librerie Ruptures Arts & Books. Un progetto nato sin da subito con un’idea di fare rete, sia da un punto di vista dei contenuti culturali, che da quello proprio geografico, con la convinzione che un’idea così aperta e connettiva potesse fare naturalmente presa in contesti urbani culturalmente anch’essi storicamente vivi ed aperti. Da qui l’idea di espandersi nell’area mediterranea, i cui porti sono sempre stati luoghi di commistione, dialogo, arricchimento tra culture altre. Ecco così il rilancio della storica libreria Imbernon a Marsiglia, dove Ruptures Art&Books ha rivitalizzato una realtà editoriale indipendente attiva da almeno due decenni sul terreno dell’architettura e dell’urbanistica in particolare, trasformandola in un centro pulsante culturalmente poliedrico attraverso mostre, incontri e, naturalmente, libri. O ancora l’apertura di un altro proprio punto a Tangeri, dove il progetto si inserisce all’interno dello storico spazio della rinomata Librairie des Colonnes. Venezia è quindi l’ultimo, naturale approdo nel Mare Nostrum, anche se per niente affatto scontato alla luce delle difficoltà che la città presenta a chiunque intenda aprire qui spazi culturali di questo respiro, per un progetto che dà del tu all’arte, alle arti, senza sovrapporsi asetticamente alla vita urbana, cittadina di quartiere, ma anzi inserendovisi pienamente utilizzando le lingue del mondo che qui da sempre abitano, naturalmente oggi in maniera sempre più concentrica grazie a una Biennale che confini davvero non ne ha proprio più.


© Ruptures Arts & Books, Venice

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uptures Arts & Books, a recently opened book-

store and cultural space near San Stae in Venice’s Santa Croce district, defies easy categorization. Combining books, art, music, magazines, and cultural programming, it presents a fluid, interdisciplinary vision of contemporary culture that transcends traditional boundaries between disciplines and audiences. More than a bookstore, it functions as an experimental hub where different forms of creative expression enrich one another, fostering dialogue and discovery. The project originated in Paris, founded by Alexandre Sap and Anne-Marie Gaultier, with the ambition of building a network of cultural spaces linked by a shared commitment to exchange and experimentation. From the outset, Ruptures was conceived not only as a bookselling venture but also as a platform connecting ideas, artistic disciplines, and cities. This vision led to expansion across the Mediterranean, a region historically shaped by encounters between cultures, languages, and traditions. Among its key developments was the revitalization of Marseille’s historic Imbernon bookstore, long known for its focus on architec-

ture and urbanism. Under the Ruptures model, the space evolved into a multidisciplinary cultural centre hosting exhibitions, events, discussions, and literary activities. A further chapter opened in Tangier, where the project became part of the renowned Librairie des Colonnes, reinforcing the network’s commitment to culturally vibrant port cities and cross-cultural exchange. Venice represents the latest and perhaps most symbolic destination in this Mediterranean constellation. Despite the challenges associated with establishing ambitious cultural spaces in the city, Ruptures has found a natural home in a place historically defined by openness, trade, and the circulation of ideas. Rather than existing apart from everyday urban life, the bookstore seeks to integrate itself into the cultural fabric of the city, embracing the many languages, communities, and artistic influences that converge there. In a contemporary Venice increasingly shaped by international cultural events such as the Biennale, Ruptures Arts & Books emerges as a space dedicated to connection, experimentation, and the ongoing dialogue between local identity and global culture.

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LA MACINA DELLA RISACCA

La voce del mare Intervista Andrea Molesini di Elisabetta Gardin Andrea Molesini è nato e vive a Venezia, ha insegnato Letterature comparate all’Università di Padova, curato e tradotto opere di poeti americani, come Pound, Simic e Walcott. La sua carriera di scrittore è iniziata con la letteratura per ragazzi, per cui ha ricevuto il Premio Andersen alla carriera, per passare poi ai romanzi: La primavera del lupo, Presagio, La solitudine dell’assassino, Dove un’ombra sconsolata mi cerca, Il rogo della Repubblica, Non si uccide di martedì; con Non tutti i bastardi sono di Vienna nel 2011 ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello e il Premio Comisso. In questi giorni ha pubblicato per Sellerio La macina della risacca, dedicato a suo padre Aurelio Molesini, chiamato Rolli, ingegnere navale, figura “ingombrante”, dal carattere autoritario, dai modi ruvidi: un tributo, a cinquant’anni dalla morte, ad un uomo che aveva vissuto una vita da film, con mille avventure, soprattutto legate al mare e alla guerra. È una storia per molti versi autobiografica, c’è la lunga sofferenza del padre “babbo Rolli”, malato di tumore, con enfisema polmonare e quasi cieco, ci sono una madre che entra ed esce da una clinica psichiatrica nascosta tra i boschi delle Dolomiti, dove alterna momenti di lucidità a momenti di smarrimento, una giovane e affascinante dottoressa altoatesina, e poi un giovane studente universitario. La risacca del titolo è proprio legata al suono delle onde che si infrangono e ritornano verso il mare aperto, il suono che Andrea sente ogni giorno in quell’Ospedale del Lido di Venezia che si affaccia sul mare, che evoca un periodo doloroso, ma al tempo stesso ricco di appassionanti rivelazioni. Infatti, dopo anni di rapporti difficili tra padre e figlio, durante quelle visite e attraverso i racconti di Rolli, Andrea recupera un legame che si era spezzato a causa di incomprensioni, di cose non dette… ma ora il figlio ascolta, il padre racconta e in questo scambio dove l’anima dell’uno scivola in quella dell’altro, i due riescono a ricomporre i propri sentimenti, allacciano i rapporti d’affetto che non erano ancora stati capaci di stringere, appianano i contrasti, e nel confronto si scoprono e rivelano. Il padre è un uomo dalle molte risorse, ha vissuto momenti fondamentali della storia del Novecento, è stato ufficiale della Regia Marina, e ora nella sua stanza d’ospedale si immerge nei ricordi e narra di viaggi, amori, tradimenti, fughe; la malattia non lo piega, non smussa le sue durezze, Rolli rimane burbero, polemico con i medici Andrea Molesini La macina della risacca Sellerio, 2026

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e in lotta con le terapie, con le flebo. Forse proprio nell’Ospedale del Lido, ascoltando il passato del padre con tutte le sue avventure, in Andrea si accende la scintilla della creatività, il desiderio di scrivere, è proprio lì, infatti, che intuisce e incomincia a mettere a fuoco il suo talento di scrittore. La macina della risacca è una storia intima, un memoir, traspare molta sincerità nel racconto narrato in uno stile curatissimo, asciutto, diretto, avvolgente; in fondo la vita è il ricordo che ne abbiamo e spesso è il caso che definisce il nostro percorso. Partiamo dal titolo, molto suggestivo, La macina della risacca, come è nato? Con la prima riga che ho scritto: «Ascolto la macina della risacca mentre, nella poca luce, cerco la tomba di mio padre». L’onda di risacca è una macina antica come il mondo: la sabbia delle nostre spiagge, prima di essere stata macinata, era roccia di scogliera, era conchiglie, era gusci di crostacei. Per me questa macina immensa ha qualcosa di divino, perché non ha mai avuto inizio e mai avrà fine; è sempre stata lì, è la voce del mare ascoltata da terra, e si fa metafora naturale di noi che veniamo macinati dalla Storia, quella con la S maiuscola, ma anche quella dei piccoli e insignificanti momenti che fanno la trama e l’ordito del giorno che fugge. Siamo noi mortali «la tarma sfarinata sull’impiantito» di una celebre poesia di Montale. Il libro racconta gli ultimi mesi di vita di suo padre, Aurelio Molesini. Come lo definirebbe? Quali sono gli aspetti del


L’onda di risacca è una macina antica come il mondo: la sabbia delle nostre spiagge, prima di essere stata macinata, era roccia di scogliera, era conchiglie, era gusci di crostacei

carattere di babbo Rolli, i pregi o i difetti che ritrova oggi in sé stesso? Era un uomo ricco di risorse, burbero ma generoso. Ci siamo scontrati come è giusto che padre e figlio si scontrino, il secondo vuole lo scettro che il primo rifiuta di concedere senza combattere. Anche questa, come l’onda che macina, lenta e costante, la roccia, è una situazione perenne, che ogni generazione attraversa e rivive reinventandone il significato. Il racconto della guerra che fa suo padre è fondamentale nel romanzo. Oggi stiamo vivendo un clima preoccupante di guerre diffuse, come se tutti questi racconti, i ricordi dei sopravvissuti non fossero serviti a nulla, non fossero un monito sufficiente. La letteratura può aiutare? Temo che la letteratura possa gran poco. La stupidità umana tende sempre a prevalere su tutto, è una potenza silenziosa, onnipresente, e agli dèi piace confondere la mente di quelli che vogliono perdere. Arnold J. Toynbee, il grande storico britannico, scrisse che le civiltà non vengono uccise, ma si suicidano. Sembra che una volontà suicida oggi, nella compagine di nazioni che impropriamente chiamiamo Occidente, prevalga su tutto. Come i Sonnambuli di ieri, quelli di oggi ci stanno conducendo a una guerra che segnerà la fine dell’Europa, se non addirittura di tutti gli animali a sangue caldo del Pianeta… già, si dice che insetti, rettili e uccelli siano immuni alla contaminazione generata dall’esplodere di un’atomica. Per qualche tempo la Terra è stata del dinosauro, poi del topo, del cervo e dell’uomo,

potrebbe non essere lontano il turno delle bisce, delle mosche, dei lombrichi, ma spero che qualche angelo, magari un po’ burlone, s’ingegni per ritardare l’avvento di quel che l’egoismo e l’ebetudine umana non smettono – inconsciamente, certo – di avvicinare. Lei e sua moglie Rossella avete fondato la casa editrice Molesini Editore Venezia, che si dedica esclusivamente alla poesia, una scelta coraggiosa. Che esperienza state vivendo? C’ è davvero ancora spazio per la poesia? Lo spazio va conquistato con il duro lavoro quotidiano. In Italia oggi si stampano circa trecento titoli al giorno, sabati e domeniche incluse. Lascio immaginare quale sia la qualità media di quanto viene dato alle stampe. Però i lettori esigenti, colti, avidi di nuovo sapere, di nuove emozioni, esistono ed esisteranno sempre, il fatto che si tratti di una minoranza non può farci deflettere dal dovere di sperare e di lottare per dar loro quel che chiedono. Ho sempre pensato che l’uomo probo, in ogni tempo e luogo, sia abitato dal desiderio di vivere in semplicità, nella luce della conoscenza. Per quei lettori impavidi, amanti della sfida delle acque profonde, è un piacere e un onore lavorare. E poi, forse, non sono poi così pochi come i signori della produzione in serie vorrebbero farci credere. La poesia è il “fatto a mano”. E la mano dell’uomo è cosa complessa e bellissima, come ogni altra cosa di Dio, come l’orecchio del poeta e di ogni lettore illuminato. Sì, l’orecchio dell’Uomo – come ha scritto Anna Andreevna Achmatova – è un dono di Dio, non permetteremo a nessuno di riempirlo di fango.

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a cura di Marisa Santin

64. PREMIO CAMPIELLO

PAROLA AI GIURATI

La prima edizione si tenne nel 1963 sull’isola di San Giorgio Maggiore e premiò Primo Levi con La tregua, dando avvio a una storia lunga oltre sessant’anni. Da allora la formula del Campiello è rimasta sostanzialmente invariata: la Giuria dei Letterati seleziona la cinquina finalista tra i romanzi italiani dell’anno, mentre una giuria popolare di trecento lettori anonimi, provenienti da tutta Italia, decreta il vincitore. La 64. edizione è presieduta da Roberto Cicutto e riunisce, fra gli altri, Alessandro Beretta, Matteo Caccia, Stefano Mancuso e Roberto Vecchioni. La cerimonia di premiazione si terrà sabato 3 ottobre al Palazzo del Cinema al Lido. Nell’attesa di conoscere il nome del vincitore vi offriamo un viaggio attraverso la cinquina per arrivare preparati alla serata finale 190

PREMIO CAMPIELLO OPERA PRIMA ACQUA SPORCA di Nadeesha Uyangoda (Giulio Einaudi Editore)

Al centro del romanzo d’esordio di Nadeesha Uyangoda, scrittrice italofona nata in Sri Lanka, c’è Neela, che dopo trent’anni trascorsi in Italia decide di tornare nell’isola da cui era partita. Il suo viaggio non ricompone ciò che la migrazione aveva disperso, anzi riapre crepe, memorie e desideri rimasti in sospeso. Attorno a lei si muove un universo al femminile, dalla figlia Ayesha, che a Milano vive una precarietà materiale e identitaria, alle sorelle Himali e Pavitra, rimaste in Sri Lanka, ciascuna segnata da rinunce, povertà e aspettative tradite. Muovendosi tra la storia tumultuosa dello Sri Lanka e lo sfondo della provincia italiana, tra passato e presente, tra realismo e presenze mitiche, Uyangoda costruisce una storia corale sull’appartenenza, sull’eredità affettiva e sulla difficoltà di trovare un luogo in cui sentirsi davvero interi.


CINQUINA L’IMMENSA DISTRAZIONE

STORIA DI UN’AMICIZIA

Nel suo ultimo romanzo Marcello Fois (Memoria del vuoto, 2006, Premio Grinzane Cavour; Stirpe, 2009; Nel tempo di mezzo, 2012, finalista Strega e Campiello) costruisce un grande romanzo famigliare a partire da un istante impossibile: Ettore Manfredini, novantacinque anni, si sveglia appena morto. Da questa soglia sospesa, accanto al macello che ha determinato la sua fortuna, la coscienza dell’uomo torna a percorrere una vita intera e, con essa, la storia di un’intera stirpe. Ricordi, colpe, affetti e rimozioni affiorano come stanze riaperte dopo anni: dall’ascesa economica in un’Emilia quasi mitica, fatta di campi, allevamenti e infinite pianure, alle verità taciute su cui si è edificata una famiglia. Fois intreccia il destino privato alla materia più scura del Novecento, trasformando la morte in una lente spietata. Solo quando tutto è finito, infatti, Ettore vede davvero chi è stato, chi ha amato e chi ha ferito. Il risultato è un affresco morale e visionario sulla memoria e sulla vita come lunga, necessaria distrazione dalla fine.

Un ricordo personale che diventa racconto libero, divagante, attraversato da affetto, comicità e malinconia. Al centro c’è il legame di Ermanno Cavazzoni (Il poema dei lunatici, 1987, che segna l’inizio della sua collaborazione con Federico Fellini; Vite breve di idioti, 1994; La galassia dei dementi, 2018) con Gianni Celati (19372022), scrittore, traduttore e saggista tra le voci più originali del secondo Novecento italiano. Non una biografia ordinata, ma il ritratto mobile di due autori affini, capaci di fare della conversazione, dell’osservazione e dell’assurdo una forma di conoscenza. Dagli incontri iniziali fino agli ultimi anni segnati dalla malattia, il racconto procede per episodi, progetti, discussioni, viaggi immaginati, incontri letterari e piccole avventure. Attorno a Celati compaiono personaggi un po’ svitati, tic, manie e paesaggi della letteratura italiana recente, ma il centro resta un’amicizia fatta di intelligenza, pudore e fedeltà. Un modo di stare al mondo senza mettersi in vetrina, lasciando che la vita, con le sue stranezze, parli da sé.

di Marcello Fois (Giulio Einaudi Editore)

di Ermanno Cavazzoni (Quodlibet)

LA VITA SEMPRE

LA RAGAZZINA

Intrecciando destino privato e storia collettiva, il romanzo racconta il susseguirsi di eventi che vede protagonisti Francesco e Teresa, dal Primo dopoguerra agli anni bui del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Lui è bello, inquieto, seduttivo, bugiardo, incline al gioco e alla fuga. Lei viene da una povertà senza via di scampo, studia con disciplina feroce, tenendo a bada i sogni e costruendo la propria esistenza con l’intransigenza e la fatica, giorno dopo giorno. Tra i due nasce un legame fatto di attrazione e distanza, desiderio e resistenza, mentre intorno la comunità attraversa fame, paura, scelte morali e ferite destinate a rimanere. La trama procede per ricordi e impressioni, costruendo una storia d’amore che è anche racconto di sopportazione, coraggio e sopravvivenza. La vita, qui, è qualcosa che continua a palpitare anche quando la Storia sembra volerla spegnere.

Prima di Giovanna D’Arco – della santa, dell’icona, del processo e del rogo – c’è una ragazzina che decide di non obbedire al posto che il mondo le ha assegnato. Nata in Lorena, Giovanna sente di avere una missione: raggiungere il Delfino e contribuire alla liberazione della Francia. Si taglia le trecce, indossa abiti maschili, lascia la casa e parte, attraversando un territorio di guerra in cui ogni gesto femminile fuori norma diventa scandalo, minaccia, eresia. La scrittura di Valeria Parrella (Mosca più balena, 2003; Lo spazio bianco, 2008, poi diventato un film diretto da Francesca Comencini) restituisce non una figura resa icona dalla Storia, ma una creatura viva e ostinata, che oppone alla violenza dei potenti la forza elementare della propria visione. Ne nasce un romanzo civile e luminoso, dove il Medioevo parla al presente e ogni ribellione adolescente diventa domanda radicale di libertà.

di Elena Varvello (Ugo Guanda Editore)

di Valeria Parrella (Feltrinelli)

LO SBILICO

di Alcide Pierantozzi (Giulio Einaudi Editore) Un libro estremo, scritto in prima persona, che scende a fondo nel disagio psichico senza filtri né distanze consolatorie. Il protagonista – l’autore stesso, quarant’anni, scrittore – vive in quello che chiama “sbilico”, punto di rottura della mente, orlo dove la realtà si sfalda lasciando entrare l’allucinazione. Diagnosticato con depressione borderline, da vent’anni segue terapie farmacologiche, lotta contro la dissociazione, costruisce routine come salvagenti precari. Accanto al corpo che resiste c’è l’ossessione per le parole. Vocabolari, dizionari e libri antichi diventano strumenti di sopravvivenza, tentativi di nominare l’innominabile e di tenere a bada il caos interiore. Ne nasce una narrazione tesa e lucidissima, in cui l’esperienza personale si apre a una domanda più ampia: come raccontare la sofferenza mentale senza ridurla a stigma, diagnosi o mera produzione letteraria? Il libro è anche candidato al Premio Strega 2026.

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LA MADRE DEL MARE

Ritorno a casa Intervista Marco Franzoso di Elisabetta Gardin Scrittore molto amato soprattutto per le tematiche dei suoi romanzi, che coinvolgono la sfera personale e familiare, le questioni di genere, l’infanzia, la genitorialità, la mancanza di comunicazione, Marco Franzoso pubblica ora per Mondadori il nuovo bellissimo romanzo La madre del mare. I suoi personaggi ci colpiscono sempre, ci coinvolgono: Franzoso ha più volte ribadito che sono essi stessi a condurlo per mano durante la stesura del libro, ad indicargli la strada per raccontare la loro verità interiore. I suoi libri sanno parlare a tutti perché lo scrittore sa decifrare il linguaggio dell’anima, sa descrivere con precisione chirurgica le emozioni, persino quelle più nascoste e inafferrabili, è capace di mettere a nudo l’interiorità dei suoi protagonisti anche in modo molto duro, senza pudori. Nell’epoca dei social in cui tutti giudicano lui si astiene, sempre, dai giudizi. Ne La madre del mare i ricordi hanno un ruolo fondamentale, molti di questi vissuti di persona dall’autore o ricostruiti con l’aiuto di sua madre e dei suoi zii: le interminabili estati in vacanza al mare, le dune, i giochi sulla sabbia, la crema abbronzante, il faro, gli aquiloni. Dopo gli anni del boom però quei luoghi incontaminati dell’infanzia sono stati modificati, rovinati dalla speculazione edilizia, da costruttori senza scrupoli. Per Franzoso è anche «un libro di ringraziamento alla memoria stessa: a ciò che resta, a ciò che ritorna, a ciò che continua a parlarci anche quando crediamo di averlo dimenticato», l’autore fa dire ad uno dei protagonisti «i ricordi non possono mai fare male, quelli pericolosi semplicemente non servono più e stanno bene a dormire dove sono». Il libro si apre con una telefonata «Sono la mamma. Mercoledì torno a casa», da questa frase si dipana tutta la storia, da quindici anni la madre non torna in famiglia, è rimasta chiusa nella “Pensione”, un carcere psichiatrico, dopo la tragica morte di Pietro, il figlioletto più piccolo, scomparso in mare mentre era affidato a lei. Nel corso degli anni l’autore ci ha offerto una galleria di figure femminili che difficilmente si dimenticano, ora ci troviamo di fronte a questa madre che ritorna a casa, in un mondo per lei quasi dimenticato, dove ricominciare un po’ alla volta, vincere le sue fragilità, le sue inadeguatezze. Vuole caparbiamente tornare alla normalità, prima tutto veniva deciso per lei, ma ora deve riconquistare autonomia, e riscopre così i piccoli gesti della quotidianità, dalla cura di sé, della casa e dei familiari, alle pulizie, alla cucina. È una donna apparentemente fragile, come i bellissimi origami che con grazia e maestria compone e lascia sparsi per casa, ma dentro di sé è coraggiosa e forte. C’è in lei la volontà potente e paziente di ricucire una famiglia lacerata dal dolore, dal distacco, di poter finalmente ritrovare serenità, armonia. Così lei inizia a raccontare, a ricordare per ricomporre un puzzle di vita vissuta, fatto di ricordi, di Marco Franzoso La madre del mare Mondadori, 2026

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parenti che non ci sono più, di piccoli gesti, di gite al mare. Fondamentali nel libro sono il racconto e l’ascolto, che comportano il dare importanza all’altro, rallentare, fermarsi; a volte nella vita sembra che tutto sia irrimediabilmente perso, distrutto, ma non è così, si può recuperare, riparare, imparare a ricostruire sulle macerie metaforiche e reali, riconciliarsi, ma bisogna farlo con tenacia e dedizione. Ascoltare, raccontare dunque, ma anche i silenzi nel romanzo hanno un ruolo importante, quasi come i dialoghi; spesso madre e figlio stanno insieme in silenzio ma «non era più un silenzio pieno di vuoti. Era il silenzio in cui trovavano il loro posto». Fanno da sfondo al libro il mare e la luce, quella del sole riflessa nell’acqua, quella troppo forte che abbaglia e non ci permette di vedere, come spesso accade quando le cose ci sono troppo vicine, forse serve sempre la giusta distanza per vedere a fondo, con chiarezza. Per ricostruire la famiglia dovrà superare molte prove, con esiti non sempre felici, come la gita al centro commerciale, la Cattedrale, o il pranzo di famiglia del 25 aprile con tutti i piatti della tradizione, quelli che piacevano ai suoi bambini ormai adulti. Ma sarà anche artefice di un gesto forte, violento: ‘rapirà’ il nipotino per creare un enorme conflitto, che forse con la sua potenza sarà lo scossone che aiuterà a risolvere, a far cadere anche le resistenze della figlia, a ricomporre la famiglia. E tutto si risolverà proprio durante una gita al mare, come quelle della loro infanzia, antichi riti, abitudini che ritornano, in un bagno purificatore in mare tra madre e figlia. Siamo avvinti dallo stile personalissimo di Marco Franzoso, dalla sua scrittura intensa, frutto di un maniacale lavoro di sottrazione, di cura, di ricerca del termine perfetto: c’è grande delicatezza in questo libro, e anche speranza. L’autore è al suo nono romanzo, da sempre molto impegnato contro la violenza sulle donne, Franzoso ha collaborato alla stesura di Cara Giulia, scritto con Gino Cecchettin dopo l’omicidio della figlia, vicenda dolorosa che a breve verrà portata sul grande schermo. Il cinema ha infatti spesso incontrato le sue opere, Il bambino indaco ha avuto


I ricordi non possono mai fare male, quelli pericolosi semplicemente non servono più e stanno bene a dormire dove sono

grande successo nell’adattamento cinematografico Hungry Hearts di Saverio Costanzo, da La Lezione è stato tratto l’omonimo film con la regia di Stefano Mordini, con Stefano Accorsi e Matilda De Angelis. Incontriamo Marco Franzoso. La madre del mare parte da un’idea nata quindici anni fa, perché è stato così lungo e difficile scrivere questo libro? Per la protagonista si è ispirato in qualche modo a sua madre? Quanto c’è di autobiografico in questo racconto? È un racconto dei sentimenti sottili, dove tutto viene per sottrazione, e ho dovuto avvicinarmi lentamente a questa storia e soprattutto a questi personaggi. Mi hanno richiesto discrezione, ascolto, disponibilità. Sono stato io il primo lettore dei loro sentimenti e del loro modo di stare al mondo. Per il resto, sì, è un libro molto autobiografico, ho scavato molto nella memoria, per dare il massimo di verità a questi personaggi era necessario raccontare qualcosa che conoscessi benissimo, il mio stesso modo di stare al mondo e di vedere le cose. Cosa le piacerebbe restasse ai lettori di questo romanzo, qual è l’elemento da capire, da non farsi sfuggire? In quest’epoca frenetica, dove tutto scorre troppo veloce e tende ad essere dimenticato per un presente che sommerge le nostre vite, avrei voglia che il lettore si fermasse e godesse del tempo della lettura come io ho goduto del tempo della scrittura. Mi piacerebbe che almeno alla fine restasse un senso di serenità e pace, quella che ci prende dopo la tempesta se abbiamo voglia di capirlo e di sentirlo. Recentemente anche da La lezione è stato tratto un film, pensa che La madre del mare si presterebbe bene al cinema? Secondo me sì. C’è la storia e ci sono i personaggi, c’è un mondo, c’è anche l’Italia che cambia in questi ultimi quarant’anni, e che fatichiamo a riconoscere, ma con cui è importante fare i conti. Soprattutto c’è un personaggio femminile che mi sembra molto

attuale oggi, e mi piacerebbe vedere come un’attrice lo potrebbe fare proprio. Il libro in cui ha collaborato con Gino Cecchettin, Cara Giulia, ha avuto un successo enorme, una tragedia che ha toccato tutti. Lei come l’ha vissuta, come pensa si possa arrivare ad un effettivo cambiamento? Ho vissuto quel libro come un piccolo passo. Sono argomenti di cui bisogna parlare e confrontarsi senza paura e senza ritrarsi. Suo figlio è ormai grande, frequenta l’Università. In un’epoca di “genitori fragili” e di violenza dilagante, lei che padre è? Cerco di essere un padre che ascolta il figlio e che impara da lui. La relazione tra un padre e un figlio alla fine è un crescere insieme. Ovvio, sono io il padre, ma mio figlio mi ha insegnato molto. La scrittura è un lavoro solitario, ma c’è qualcuno di cui si fida totalmente a cui fa leggere i vari capitoli o tutto il romanzo appena terminato? Sì, ho un piccolo circolo di lettori amici che mi leggono da sempre, dagli esordi, anche già dopo la prima stesura. Non sono dei tecnici, sono degli amanti della letteratura e i loro consigli, sono spesso utilissimi. La scrittura è un’attività solitaria, però devi sempre pensare che deve aprirsi al mondo, al lettore. Scrivere è un continuo andare e venire tra questi due poli: guardarsi dentro, e confrontarsi con il fuori, con il mondo. Assistiamo ad un fiorire di festival e di rassegne letterarie, anche lei presenterà La madre del mare in giro per l’Italia, ha già delle date? Sono appena stato al Salone del Libro di Torino, per il resto sto proprio in questi giorni facendo la promozione del libro. Stiamo organizzando tutto adesso. Con questo libro, più che con gli altri, sento l’esigenza del confronto diretto con le persone, con il pubblico.

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Courtesy Mario Cresci, Vedere attraverso (1997), Fondazione di Venezia

Con le opere di Gianni Berengo Gardin Elisabetta Catalano Mario Cresci Maurizio Galimberti Simona Ghizzoni Guido Guidi Mimmo Jodice Pepi Merisio Nino Migliori Fulvio Roiter Ferdinando Scianna Tazio Secchiaroli Paolo Ventura Italo Zannier e molti altri

M9 Orizzonti

Dalla collezione della Fondazione di Venezia

Belpaese A Photographic Journey

5/06–13/09/26 M9-Museo del ’900 Venezia Mestre

Un progetto di

Per saperne di più ↗

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M9 - Museo del ’900 via G. Pascoli, 11 Venezia Mestre


etcc... DIALOGHI

Alle radici del coraggio. Femminile Paola Severini Melograni firma i Dialoghi di Spoleto. Dalla parte delle donne C’è stato un tempo, fino all’altro ieri o poco più, pressoché infinito, secolare, in cui per davvero alle donne non era permesso quasi di esistere in società. Oggi giustamente ci si indigna per le continue insidie alla parità di genere, insidie che persistono più o meno subdolamente e che continuano a minare la libertà di menti e corpi delle donne. Un’indignazione che però è libera figlia di una delle più straordinarie rivoluzioni culturali, quella per l’appunto dell’emancipazione femminile, che il nostro mondo, la nostra società abbiano mai prima d’ora attraversato e che oggi permette in linea teorica, ma anche in linea sostanziale per quanto non pienamente soddisfacente, di vivere un allineamento nelle funzioni lavorative, sociali, ludiche, civiche tra i due sessi. A partire dalla scossa del 2 giugno del 1946, con il primo, storico accesso al voto delle donne, passando poi attraverso il boom economico, il ’68, gli anni ’70 con l’esplosione del movimento femminista, la nostra età contemporanea ha davvero visto trasformare radicalmente e in meglio il vissuto della donna e il suo ruolo in società, con tanto di ricadute più o meno paritarie in termini di dinamiche famigliari e di usi e costumi quotidiani. Eppure ogni grande rivoluzione non nasce mai dall’oggi al domani; a precederla vi è sempre un delta carsico a distribuire le sue correnti sotterranee fatte di coraggio, sfide, innovazioni, spesso con pieno sprezzo del pericolo che questi flussi, queste disposizioni fatalmente si trovano ad affrontare. È lì che vanno trovate, indagate le radici prime di queste epocali trasformazioni, davvero impossibili senza le intuizioni, le azioni, le sfide messe in atto da autentiche avanguardie del pensiero e della costruzione del vissuto. È a queste figure pionieristiche, alla loro scoperta o riscoperta, alla I Dialoghi di Spoleto 2026 Fino 11 luglio Spoleto www.festivaldispoleto.com/eventi/i-dialoghi-a-spoleto

loro piena valorizzazione storica e contemporanea che i Dialoghi di Spoleto 2026 - nell’ambito del 69. Festival dei due Mondi -, magistralmente ideati e curati da Paola Severini Melograni, si rivolgono indagando poliedrici aspetti di queste profonde radici da cui è germogliata questa straordinaria epopea che possiamo davvero chiamare “liberazione delle donne”. Paola Severini Melograni quest’anno da par suo, così come sempre nei suoi innumerevoli progetti incentrati prevalentemente sul sociale, ha davvero convocato nel meraviglioso centro umbro una rete di studiose/i, storiche/i, scienziate/i di primissima eccellenza. Divisi in sei distinti incontri tematici, tutti legati dal fil rouge costituito dal coraggio di sfidare il presente, gli interlocutori affronteranno e indagheranno rispettivamente Le radici del pensiero e del rischio (28 giugno), Le radici del Potere femminile (3 luglio), Le radici del cambiamento -1946 il voto alle donne e Le radici della pace – Il coraggio di riconciliarsi (4 luglio), Le radici della salute e della scienza e Le radici dell’espressività - Musica, Teatro e riscatto sociale (11 luglio). Al termine di ciascun incontro Linda Laura Sabbadini, una tra le più autorevoli statistiche del nostro tempo, trarrà delle conclusioni attorno a Le radici dei numeri. Il programma e soprattutto gli illustri ospiti invitati sono disponibili sul sito dei Dialoghi di Spoleto. Accompagna i Dialoghi una bella mostra, allestita nei magnifici spazi di Palazzo Leti Sansi, dall’eloquente titolo Le Marianne d’Italia, frutto di un’evidente quanto felice ispirazione alle Marianne di Delacroix, simbolo universale di libertà. Ottanta protagoniste femminili, figure accomunate da un’attitudine alla sfida all’insegna del sapere e dell’azione, sono state ritratte dal fotografo Riccardo Bagnoli. La mostra celebra e valorizza la forza, il coraggio e la determinazione delle donne al fine di contribuire al progresso civile di questo nostro complicato mondo. Massimo Bran

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PAROLE a cura di Renato Jona

POLITICHESE M

olto spesso si sente parlare di “politichese”, ma il

termine è ormai di uso così comune che spesso non ci si sofferma sul suo vero significato. In effetti si tratta di una nuova parola, non creata, ve l’assicuro, dall’intelligenza artificiale. E tuttavia, anche se nella lingua italiana originaria risulta inesistente, risuona spesso nei discorsi, viene utilizzata per chiarire, mischiare significati, indicarne l’origine o definirne i limiti (siamo sinceri: anche un po’ disprezzata in quanto non accolta nel vocabolario della Crusca e neppure tra i vocaboli pur talvolta conosciuti, ma valutati di seconda categoria, tra le espressioni dialettali). Soltanto una parola? No davvero! Si riferisce addirittura ad un frasario che indica, incredibile a dirsi, un’intera lingua “derivata”, intuitiva, integrativa, potente, allegra, talvolta ironica, sempre in evoluzione, ormai diventata di uso così comune che esprime una serie di concetti, molto vivaci, e riservata al mondo della politica. E questa lingua è utilizzata sempre più di frequente, per indirizzare immediati giudizi, volta a volta allusivi, sintetici, certamente efficaci, significati sottili, situazioni spesso ovvie, ragionamenti comuni, ambiguità, speranze, giustificazioni di insuccessi, di esiti fallimentari o viceversa vittorie trionfali (derivate talvolta forse da riflessioni studiate preventivamente a tavolino, da squadre di persone ai più sconosciute, fedelissime, riservate, che sacrificano la propria gloria a quella del committente). Non solo: ma il politichese è qualcosa di più raffinato. Spesso consiste nel piegare il significato comune e noto di alcune parole, anche talvolta caduto quasi in disuso, a concetti considerati più attuali, più utili, forti, vivaci, sovrastanti, anche se talvolta occasionali. E tutto ciò, pensate, spesso senza neppure la necessità di dover rinunciare anche al loro uso comune, originario, con il suo basilare significato, senza timore di incorrere in equivoci. Si tratta non di rado, di semplici assonanze, spesso sintetiche, di raffinatezze intuitive di immediata vasta e comune comprensione, che consentono volta a volta di polemizzare, deridere gli avversari, oppure di vantarsi, ironizzare, criticare, persuadere efficacemente il pubblico, senza necessità di fare ricorso a larghi giri di parole. Per gioco, per puro spirito di servizio, questa volta, vogliamo anche farvi sorridere, divertire e riflettere, sottoponendovi le più comuni parole semplici o anche composte, ma di uso e significato multiplo, spesso totalmente differente. Basta ascoltare in un dibattito televisivo un discorso della Premier, una discussione di politici attorno a un tavolo o semplicemente “mettere in controluce” certi vocaboli utilizzati in queste occasioni, per scoprirne anche il più o meno nascosto possibile senso traslato. Con la raccomandazione di immaginarle in bocca a personaggi politici capaci o un po’ improvvisati, auguriamo una Buona lettura e Buon divertimento! Campo largo, giravolta, sostegno, traiettoria, verità, menzogna, calunnia, narrazione fumosa, chiacchiere vuote, triste passato, conflittuale, exploit, ripresa, calo, sfiorato, colpo durissimo, nicchia, contese, schie-

ramento, motivo di riflessione, contraddizioni, frana, replica, democratura, distacco bruciante, impietoso, vittoria, cruda verità, frantumare, tensioni, propaganda, anticonformista, osservatore, silenzi, spallata, ossa rotte, ammucchiata, grandi manovre, scenario, forbice, risultato, disfatta, assalto, pole position, veto, partecipazione, promesse, campo coeso, leva strategica, dossieraggi, colpa, coinvolto, sospetto, legislatura, affinità elettive, retroscena, attaccare, falchi, colombe, riformista, spioni, corrotto, strana coincidenza, in corsa, papabile, ingenuità, incursioni, assassinare, negare, portavoce, coerenza, morale, autorità, bonus, escalation, shock, rifiuto, democratico, resiliente, legame, abusivo, disgiunto, credibilità, legalità, princìpi, partecipazione, sondaggi, crollo, astensione, campo lungo, sondaggi, tracollo, inossidabile, sottovalutazione, contesa, voto frastagliato, epocale, punto di non ritorno, oceanico distacco, tinte fosche, approccio, morbido, clamoroso, smottamenti, complotti, scuse, fiducia, posizioni delicate, collaborazione, intimidazioni, ignominia, disdoro, spudoratezza, svergognatezza, vituperio, lustro, vanto, sfacciataggine, orgoglio, infamia, nuovo corso, onta, scorno, gerarchia, esito infimo, messaggio, stabilità, intollerabile, radicamento, clamoroso, disaffezione, criminalizzazione, attendismo, aggiustamento minimale, convergenza, perimetro politico, disgelo, inclinazione, teatrale, vivace, entusiasta, centro dell’attività, accuse, maramaldeggiare, indignarsi, sobrietà, irarsi, concentrarsi, paradossale, moderazione, ricostruire, personalità fumantina, irriducibile, avversità, oltraggioso, vibrante, immobile, superbonus, protoputinista, simulatore, irrisione, accento, orrore, esuberante, alter ego, tono autodistruttivo, immaturo, intricato, social, tradimento, infernale, svogliato, leadership, “ladership”, inetto, ridicolo, incompatibile, inutile, incapace (in genere chi ha preceduto), inalberarsi, schieramento, bluff, flirtare, cannoneggiare, sinistro, entusiasmo, dietrofront, girandola, moralismo, trasformismo, disprezzo, istinto, schifato, astio, rinnegato, coerente, concretizzato, implicazioni, generoso appello, smemorato, incoerente, sentiero tortuoso. Queste sono soltanto alcune parole che ho raccolto, ma il gioco lo lascio continuare a Voi: andate alla caccia di questi vocaboli, usati in modo politico e vedrete con quanta frequenza i termini “normali” si arricchiscono, alludono a situazioni momentanee o viceversa politicamente più permanenti, storiche, oppure aggiungono delicate ed efficaci sfumature, o invece addirittura hanno acquisito nuovi significati, che possono sommarsi comunque a quelli originali. Le parole (sostantivi, avverbi, verbi), con l’uso politichese, si sono rinforzate, espanse, moltiplicate, colorate, hanno assunto significato anche più sottile, sfumato, diversamente efficace, allusivo. Occorrerà soltanto prenderne atto, dare la caccia alla molteplicità dei nuovi sensi assunti per riconoscere la vivacità, la vitalità innovativa delle espressioni della lingua e… magari, in qualche caso, onestamente dare atto che il vocabolario della lingua italiana si è straordinariamente e magicamente dilatato!

197


SCALA DEL BOVOLO

COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO

ORATORIO DEI CROCIFERI

GIOIELLI NASCOSTI E MOLTO CONTEMPORANEI SCALA DEL BOVOLO WALLACE CHAN Mythos

4 aprileApril–18 ottobreOctober San Marco 4303

COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO FONDAZIONE IN BETWEEN ART FILM Canicula 6 maggioMay–22 novembreNovember Barbaria de le Tole, Castello 6691 inbetweenartfilm.com

ORATORIO DEI CROCIFERI IEVA LYGNUGARYTĖ Carmen

1–31 maggioMay Campo dei Gesuiti, Cannaregio 4904 www.carmenbisontis.com

198

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI info@gnvcultura.it | +39 041 3096605 | gnvcultura.it


july-august2026

citydiary

ART DANCE THEATRE MUSIC SUMMER CINEMA TRADITION CLUBBING

199


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

02

:musica

LugJul

giovedìThursday

Marghera Estate

ATTORI E SPETTATORI Baglioni tribute

05

domenicaSunday

Villa Manin Estate

MODÀ Pop

Villa Manin-Codroipo h. 21

08

Bassano Music Park

mercoledìWednesday

Women for Freedom in Jazz

ROSA EMILIA DIAS MARCO PONCHIROLI Musica d’autore

Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino h. 21

Sexto ‘Nplugged

Piazza Castello-Sesto al Reghena h. 21.15

Musica d’autore

Piazza Castello-Sesto al Reghena h. 21.15

Bassano Music Park

EUROPE Rock

Piazza degli Scacchi-Marostica h. 21

ROD STEWART

Contaminazioni Musicali

Parco Ragazzi del ‘99-Bassano del Grappa h. 21

Fado

Rock

03

venerdìFriday

Marghera Estate

ASCOLTA

Pooh tribute

Piazza Mercato-Marghera h. 21

Sexto ‘Nplugged

ALTIN GÜN IL MAGO DEL GELATO Indie

Piazza Castello-Sesto al Reghena h. 21.15

Marostica Summer Festival

NEGRAMARO Pop

Piazza degli Scacchi-Marostica h. 21

04

sabatoSaturday

THE MARTINEZ BROTHERS GENNARO OPENING WITH MARCO ZABEO

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

VANCO & SALTO Dj-set

DULCE PONTES

Teatro Romano-Verona h. 21.15

06

lunedìMonday

Festival della Bellezza

Collezione Peggy Guggenheim h. 19

Pop

Stadio Euganeo-Padova h. 21

Festival del Vittoriale

ESPERANZA SPALDING Jazz

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

Piazza Mercato-Marghera h. 21

DURAN DURAN

Arena di Verona h. 21

Contaminazioni Musicali

New wave

Pop

Villa Manin-Codroipo h. 21

Teatro Romano-Verona h. 21.15

Villafranca Festival

Marostica Summer Festival

LITFIBA Rock

MORRICONE DIRIGE MORRICONE

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

Marostica Summer Festival

Bassano Music Park

Pop

Rap

SIMONA MOLINARI RAPHAEL GUALAZZI Jazz

JOHN LEGEND Pop

Piazza degli Scacchi-Marostica h. 21

Festival del Vittoriale

STEFANO BOLLANI Jazz

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

07

martedìTuesday

FILIPPO GRAZIANI

Stadio Euganeo-Padova h. 21

Piazza degli Scacchi-Marostica h. 21

Parco Ragazzi del ‘99-Bassano del Grappa h. 21

10

venerdìFriday

U2 tribute

No Borders Music Festival

Piazza Mercato-Marghera h. 21

Il Muretto-Jesolo h. 22

Dj-set

Musica d’autore

Marostica Summer Festival

FIORELLA MANNOIA De Andrè e Fossati tribute

Piazza degli Scacchi-Marostica h. 21

LUCA CARBONI Pop

VELVET DRESS

DURAN DURAN

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

Marostica Summer Festival

Marghera Estate

Piazza Mercato-Marghera h. 21

THE DARKNESS

Musica d’autore

TONY BOY

2000 MANIA

New wave

Villafranca Festival

FRANCESCO GABBANI

Rock

200

Dj-set

MAX PEZZALI

Pop

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

FRANCIS MERCIER Villa Manin Estate

Villafranca Festival

Musica d’autore

Dj-set

Musica d’autore

Contaminazioni Musicali

DANIELE SILVESTRI

MARCO CAROLA + DA VID OPENING WITH GERMANO VENTURA

Il Muretto-Jesolo h. 22

Folk

Marghera Estate

Villa Manin Estate

Festival del Vittoriale

sabatoSaturday

Il Muretto-Jesolo h. 22

giovedìThursday

Arena di Verona h. 21

Teatro Romano-Verona h. 21.15

11

FRANCESCO BACCINI

Ivan Graziani tribute

NICOLÒ FABI

Punk

LUMINEERS

Sexto ‘Nplugged

Piazza Castello-Sesto al Reghena h. 21.15

LÖWENZAHNHONIG

Piazza San Marco h. 21

Rock

Il Muretto-Jesolo h. 22

Elettronica

Teatro La Fenice h. 19

09

EDOARDO BENNATO

Marghera Estate

APPARAT JOYCUT

AMA Music Festival

MAX PEZZALI

SOFI PAEZ

Amaranta Festival

Indie

Parco Ragazzi del ‘99-Bassano del Grappa h. 21

Surf pop

Indie

I CANI

Marostica Summer Festival

Rock

PUNKREAS DEROZER PERSIANA JONES SHANDON MORAVAGINE DURACEL THE SLURMIES MANNY AND FRIENDS

Sexto ‘Nplugged

Hotel Aquarius h. 19

Piazza Mercato-Marghera h. 21

WU LYF THESE NEW PURITANS

ONE REPUBLIC

LUCA CARBONI

Piazza degli Scacchi-Marostica h. 21

TOM SMITH ELVIS COSTELLO Pop

Laghi di Fusine-Tarvisio h. 12

Festival del Vittoriale

LP

Pop

Villa Manin-Codroipo h. 21

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

Villafranca Festival

AMA Music Festival

GORAN BREGOVIC Rock

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

SCORPIONS SAXON Rock

Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino h. 21


12

Festival del Vittoriale

domenicaSunday

No Borders Music Festival

DIANA KRALL Jazz

21

martedìTuesday

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

Festival del Vittoriale

Villafranca Festival

17

Indie

Pop

SASHA TORRISI

LP

Pop

Laghi di Fusine-Tarvisio h. 12

BLUE

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

AMA Music Festival

ALICE COOPER THE DAMNED MESSA Rock

Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino h. 21

14

martedìTuesday

Amaranta Festival

LAURYYN

Musica d’autore

Teatro La Fenice h. 19

Marghera Estate

TONY HADLEY New wave

Piazza Mercato-Marghera h. 21

Bassano Music Park

TOMMASO PARADISO Pop

Parco Ragazzi del ‘99-Bassano del Grappa h. 21

Villafranca Festival

venerdìFriday

Battisti tribute

2000 MANIA

Dj-set

Piazza Mercato-Marghera h. 21

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

18

sabatoSaturday

NINA KRAVITZ + QUEST OPENING WITH KLEA Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

ANDREA OLIVA LIVA K Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

Marghera Estate

Castello Festival

SUZANNE VEGA

Parco Ragazzi del ‘99-Bassano del Grappa h. 21

16

giovedìThursday

Marghera Estate

ALBERTO FORTIS Musica d’autore

Piazza Mercato-Marghera h. 21

Contaminazioni Musicali

JOHNNY MARR Rock

Teatro Romano-Verona h. 21.15

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

24

venerdìFriday

Villafranca Festival

FIORELLA MANNOIA De Andrè e Fossati tribute

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

CHET FAKER Indie

25

Musica d’autore

Laghi di Fusine-Tarvisio h. 12

Operaestate

PAOLO FRESU KIND OF LIVES Jazz

Teatro al Castello Tito GobbiBassano del Grappa h. 21.20

Festival del Vittoriale

COEZ Rap

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

27

lunedìMonday

Villafranca Festival

MADAME Indie

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

29

mercoledìWednesday

HARDSTYLER W/ VIEZE ASBAK Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

Festival del Vittoriale

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

Villa Manin-Codroipo h. 21

EAST END DUBS + LUUK VAN DIJK OPENING WITH GERMANO VENTURA

Operaestate

Il Muretto-Jesolo h. 22

POOH

PAOLO ANGELI Musica d’autore

AMA Music Festival

Rock

Pop

MANNARINO

KINGS OF CONVENIENCE

Piazzetta Eremitani-Padova h. 18

Piazza Mercato-Marghera h. 21

POOH

NEK

domenicaSunday

No Borders Music Festival

sabatoSaturday

Pop

ROCK STAR

Bassano Music Park

Villafranca Festival

Piazza Mercato-Marghera h. 21

Villa Ca’ Erizzo Luca-Bassano del Grappa h. 21.20

Vasco Rossi tribute

Il Muretto-Jesolo h. 22

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

Sanremo tribute

Rock

Marghera Estate

OPENING PARTY W/ ADRIEN MILLS

Festival del Vittoriale

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15

mercoledìWednesday

mercoledìWednesday

PAOLO VALLESI SILVIA SALEMI

Villa Manin Estate

15

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

22

Marghera Estate

MARCO MASINI Musica d’autore

TWO DOOR CINEMA CLUB

26

ALEX BRITTI Blues

Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino h. 21

No Borders Music Festival

COEZ PATAGARRI Rap

Laghi di Fusine-Tarvisio h. 12

19

domenicaSunday

No Borders Music Festival

LUDOVICO EINAUDI Musica d’autore

Laghi di Fusine-Tarvisio h. 12

Dj-set

BOB SINCLAR Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

Villa Manin Estate

NEGRAMARO Pop

Pop

30

giovedìThursday

BUNNY CLUB Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

31

venerdìFriday

Venezia Jazz Festival

Villa Manin-Codroipo h. 21

ADAM HOLZMAN BAND

Contaminazioni Musicali

Laguna Libre h. 19

DANIELE SILVESTRI Musica d’autore

Teatro Romano-Verona h. 21.15

No Borders Music Festival

Jazz

2000 MANIA Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

MANU CHAO

Bassano Music Park

Laghi di Fusine-Tarvisio h. 12

Rock

Reggae

STING

Festival del Vittoriale

Parco Ragazzi del ‘99-Bassano del Grappa h. 21

COEZ Rap

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

Festival del Vittoriale

NICOLÒ FABI Musica d’autore

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

201


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

01

sabatoSaturday

:musica

AgoAug

PARADISE VENICE WITH JAMIE JONES B2B LOCO DICE B2B SETH TROXLER MANDA MOOR MASON MAYNARD TOMAN Dj-set

Spiaggia del Faro-Jesolo h. 22

DENNIS CRUZ + SILVIE LOTO OPENING WITH MARCO ZABEO Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

Festival del Vittoriale

COEZ

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

domenicaSunday

Villa Manin Estate

CRAIG DAVID R&b

Villa Manin-Codroipo h. 21

Festival del Vittoriale

COEZ

Anfiteatro del Vittoriale-Gardone Riviera h. 21.15

mercoledìWednesday

HARDSTYLER W/ FANTASM + DAISY Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

06

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

11

martedìTuesday

PARISI DJ SET + NICKO

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

12

mercoledìWednesday

HARDSTYLER W/ JALIGNMENT + MIDNIGHT @ TERRACE Dj-set

13

giovedìThursday

BUNNY CLUB

Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

14

venerdìFriday

2000 MANIA Dj-set

15

sabatoSaturday

PAWSA GERMANO VENTURA Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

19

22

sabatoSaturday

JOSEPH CAPRIATI MARCO ZABEO Dj-set

Il Muretto-Jesolo h. 22

Operaestate

DÈVA MEN IN LOVE RUN HARD Indie

Palazzo Bonaguro-Bassano del Grappa h. 21.20

22

sabatoSaturday

Operaestate

MAURO MARTINUZ Musica elettronica

Chiesa di San Giovanni-Bassano del Grappa h. 21.20

26

Women for Freedom in Jazz

RITA BINCOLETTO DIEGO VIO Musica d’autore

Hotel Aquarius h. 19

Operaestate

Musica d’autore

CSC San Bonaventura-Bassano del Grappa h. 21.20

27

giovedìThursday

Operaestate

ALTEA

Musica d’autore

Chiostro del Museo Civico-Bassano del Grappa h. 21.20

Operaestate

DADÀ

Musica d’autore

mercoledìWednesday

Chiostro del Museo Civico-Bassano del Grappa h. 22.45

AMA Music Festival

BUNNY CLUB

HARDSTYLER W/ JALIGNMENT + MIDNIGHT @ TERRACE

Il Muretto-Jesolo h. 22

Il Muretto-Jesolo h. 22

Indie

giovedìThursday

Dj-set

07

venerdìFriday

Dj-set

21

venerdìFriday

2000 MANIA

2000 MANIA

Il Muretto-Jesolo h. 22

Il Muretto-Jesolo h. 22

Dj-set

Dj-set

AMA Music Festival

Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino h. 21

venerdìFriday

2000 MANIA Dj-set

ALAN WALKER ASCO ALBI

Il Muretto-Jesolo h. 22

Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino h. 21

Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino h. 21

Musica elettronica

202

TONYPITONY BLUVERTIGO SARAFINE

28

AMA Music Festival

GIGI D’AGOSTINO Dance

29

sabatoSaturday

Contaminazioni Musicali

JOAN THIELE Indie

Teatro Romano-Verona h. 21.15

30

domenicaSunday

AMA Music Festival

FRANZ FERDINAND THE KOOKS THE MOLOTOVS Rock alternativo

Parco di Villa Negri-Romano d’Ezzelino h. 21

31

lunedìMonday

Villafranca Festival

C.S.I. mercoledìWednesday

JOSS TURNBULL

Il Muretto-Jesolo h. 22

Rap

05

sabatoSaturday

GREY GOOSE INVITES BELTRAN + DJ TENNIS + MARCO ZABEO + RUDY WITH A HOODIE

Il Muretto-Jesolo h. 22

Rap

02

08

Rock

Castello Scaligero-Villafranca h. 21.15


marosticasummerfestival.it

ANFITEATRO DEL VITTORIALE

PIAZZA EREMITANI

Via Vittoriale 12-Gardone www.anfiteatrodelvittoriale.it

ARENA DI VERONA Piazza Bra 1-Verona www.arenalive.it

CASTELLO SCALIGERO Piazza Castello-Villafranca www.eventiverona.it

CHIESA DI SAN GIOVANNI Piazza Libertà 27-Bassano www.operaestate.it

CHIOSTRO DEL MUSEO CIVICO Piazza Garibaldi-Bassano www.operaestate.it

COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM

Padova www.venetojazz.com

PIAZZA MERCATO

Marghera www.comune.venezia.it

PIAZZA SAN MARCO Venezia www.comune.venezia.it

SPIAGGIA DEL FARO Jesolo Lido www.kingsclubjesolo.it www.ilmuretto.org

STADIO EUGANEO

Viale Nereo Rocco-Padova www.zedlive.com

TEATRO AL CASTELLO TITO GOBBI

Dorsoduro 701 prohelvetia.ch

Piazza Castello Ezzelini-Bassano del Grappa www.operaestate.it

CSC SAN BONAVENTURA

TEATRO LA FENICE

Via dell’Ospedale 2/6-Bassano del Grappa www.operaestate.it

Campo San Fantin 1965 www.teatrolafenice.it

HOTEL AQUARIUS

Rigaste Redentore 2-Verona www.eventiverona.it

Campo S. Giacomo dell’Orio 1624 Fb: Women for Freedom in Jazz

IL MURETTO

Via Roma Destra 120-Jesolo www.ilmuretto.org

KING’S CLUB

Via John Lennon 22-Jesolo www.kingsclubjesolo.it

LAGHI DI FUSINE

Tarvisio nobordersmusicfestival.com

LAGUNA LIBRE

Cannaregio 969 www.venetojazz.com

PALAZZO BONAGURO Via Angarano 77-Bassano www.operaestate.it

PARCO DI VILLA NEGRI Romano d’Ezzelino www.amamusicfestival.com

PARCO RAGAZZI DEL ‘99 Bassano del Grappa duepuntieventi.com

PIAZZA CASTELLO Sesto al Reghena sextonplugged.it

PIAZZA DEGLI SCACCHI Marostica

TEATRO ROMANO

VILLA CA’ ERIZZO LUCA Via Ca’ Erizzo 35-Bassano del Grappa www.operaestate.it

VILLA MANIN

Stradone Manin 10-Codroipo www.villamanin.it

LugJul

05

:classical

INDIRIZZI

domenicaSunday

MORRICONE NIGHT. SUITE VENEZIANA

Orchestra del Teatro La Fenice Direttore Kevin Rhodes Musiche di Ennio Morricone Ingresso/Ticket € 180/35 Piazza San Marco h. 21

LA TRAVIATA

Direttore Michele Spotti Regia Paul Curran Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

06

lunedìMonday

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO ìDirettore Filippo Maria Bressan Musiche di Händel “Operaestate 2026” Ingresso/Ticket € 10 Ponte degli Alpini-Bassano del Grappa h. 21.30

07

martedìTuesday

DANIELE MARTINELLI

pianoforte

Musiche di Brahms, Kurtag, Schumann “Operaestate 2026”

Ingresso/Ticket € 10 Chiostro del Museo Civico-Bassano del Grappa h. 21.20

09

giovedìThursday

CORNELIUS MEISTER

direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Strauss, Dvorak, Brahms “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 99/55 Teatro La Fenice h. 20

LA TRAVIATA

Direttore Michele Spotti Regia Paul Curran Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

10

venerdìFriday

CORNELIUS MEISTER direttore

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Strauss, Dvorak, Brahms “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 99/55 Teatro La Fenice h. 20

AIDA

Direttore Daniel Oren Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

11

sabatoSaturday

GRIGORY SOKOLOV pianoforte

Musiche di Beethoven “Musikàmera 2026”

Ingresso/Ticket € 80/50 Teatro La Fenice h. 20

LA BOHÈME

Direttore Francesco Lanzillotta Regia Alfonso Signorini Musiche di Puccini “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

12

domenicaSunday

NABUCCO

Direttore Michele Spotti Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

13

lunedìMonday

QUARTETTO EOS

Sarah Jégou-Sagenan violino Giacomo Del Papa violino Alessandro Acqui viola Silvia Ancarani violoncello Musiche di Haydn, Schumann “Operaestate 2026”

Ingresso/Ticket € 10 Chiostro del Museo Civico-Bassano del Grappa h. 21.20

15

mercoledìWednesday

I SOLISTI VENETI GIULIANO CARELLA direttore Musiche di Shostakovich, Vivaldi, Bruch Ingresso/Ticket € 20/10 Sale Apollinee h. 20

203


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

giovedìThursday

Direttore Michele Spotti Regia Paul Curran Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

17

:classical

16

LA TRAVIATA

venerdìFriday

GIOVANNI ANDREA ZANON violino

TONY SIQI YUN pianoforte Musiche di Schubert, Brahms, Paganini “Operaestate 2026” Ingresso/Ticket € 15 Teatro Al Castello Tito GobbiBassano del Grappa h. 21.20

LA BOHÈME

Direttore Francesco Lanzillotta Regia Alfonso Signorini Musiche di Puccini “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

18

sabatoSaturday

NABUCCO

Direttore Michele Spotti Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

19

domenicaSunday

AIDA

Direttore Daniel Oren Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

20

lunedìMonday

GARLITSKY QUARTET

Boris Garlitsky violino Ulf Wallin violino Orfeo Mandozzi violoncello Elena Garlitsky pianoforte Musiche di Haydn, Schumann, Beethoven “Operaestate 2026”

Ingresso/Ticket € 10 Chiostro del Museo Civico-Bassano del Grappa h. 21.20

21

martedìTuesday

ROBERTO BOLLE AND FRIENDS

Musiche del repertorio operistico “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 265/22 Arena di Verona h. 21.30

23

giovedìThursday

ARNE ZELLER violoncello ALESSIO MASI pianoforte

Musiche di Mendelssohn, Janàcek, Shostakovich, Dvorák “Operaestate 2026” Ingresso/Ticket € 10 Chiostro del Museo Civico-Bassano del Grappa h. 21.20

NABUCCO

Direttore Michele Spotti Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

24

venerdìFriday

Direttore Daniel Oren Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

sabatoSaturday

LA BOHÈME

Direttore Francesco Lanzillotta Regia Alfonso Signorini Musiche di Puccini “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

27

lunedìMonday

ANTONII BARYSHEVSKYI pianoforte

Musiche di Chopin, Debussy, Ligeti, Lunyov, Shalygin, Listz “Operaestate 2026”

Ingresso/Ticket € 10 Chiostro del Museo Civico-Bassano del Grappa h. 21.20

30

giovedìThursday

AIDA

Direttore Daniel Oren Regia Franco Zeffirelli Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

204

venerdìFriday

Direttore Michele Spotti Regia Paul Curran Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21.15

AgoAug

01

sabatoSaturday

NABUCCO

Direttore Michele Spotti Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

04

martedìTuesday

CAVALLERIA RUSTICANA

AIDA

25

31

LA TRAVIATA

Melodramma in un atto, in forma di concerto Orchestra di Padova e del Veneto Direttore Marco Angius Coro Lirico Veneto Musica di Pietro Mascagni Nuova produzione Comune di Bassano del Grappa, Comune di Padova “Operaestate 2026” Ingresso/Ticket € 30/25 Teatro Al Castello Tito GobbiBassano del Grappa h. 21

05

mercoledìWednesday

ELIOT QUARTET EOS Maryana Osipova violino Alexander Sachs violino Dmitry Hahalin viola Michael Preuß violoncello Musiche di Beethoven “Operaestate 2026”

Ingresso/Ticket € 15 Chiostro del Museo Civico-Bassano del Grappa h. 21

07

venerdìFriday

TURANDOT

Direttore Andrea Battistoni Regia Franco Zeffirelli Musiche di Puccini “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

08

sabatoSaturday

NABUCCO

Direttore Michele Spotti Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

09

domenicaSunday

RAMIN BAHRAMI pianoforte ROBERTO ZAPPALÀ coreografie

Musiche di Brahms “Operaestate 2026”

Ingresso/Ticket € 20/18 Teatro Al Castello Tito GobbiBassano del Grappa h. 21

AIDA

Direttore Daniel Oren Regia Franco Zeffirelli Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

13

giovedìThursday

CARMINA BURANA

Direttore James Conlon Orchestra e Coro Fondazione Arena di Verona Musiche di Orff “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 265/22 Arena di Verona h. 21.30

14

venerdìFriday

TURANDOT

Direttore Andrea Battistoni Regia Franco Zeffirelli Musiche di Puccini “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

15

sabatoSaturday

AIDA

Direttore Daniel Oren Regia Franco Zeffirelli Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21


18

martedìTuesday

PAGANINI PARADISE SUPERLIVE IMMERSIVE CONCERT

Regia Marco Balich “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 265/22 Arena di Verona h. 21.30

19

mercoledìWednesday

VIVA VIVALDI. THE FOUR SEASONS IMMERSIVE CONCERT Regia Marco Balich “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 265/22 Arena di Verona h. 21.30

20

giovedìThursday

NABUCCO

Direttore Michele Spotti Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

21

venerdìFriday

TURANDOT

Direttore Andrea Battistoni Regia Franco Zeffirelli Musiche di Puccini “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

22

sabatoSaturday

LA TRAVIATA

Direttore Michele Spotti Regia Paul Curran Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

23

domenicaSunday

26

mercoledìWednesday

L’ELISIR D’AMORE

30

domenicaSunday

L’ELISIR D’AMORE

Opera lirica in due atti Direttore Francesco Ivan Ciampa Regia Bepi Morassi Musiche di Gaetano Donizetti Orchestra e Coro del Teatro La Fenice “Stagione Lirica e Balletto 20252026”

Opera lirica in due atti Direttore Francesco Ivan Ciampa Regia Bepi Morassi Musiche di Gaetano Donizetti Orchestra e Coro del Teatro La Fenice “Stagione Lirica e Balletto 20252026”

27

AIDA

Ingresso/Ticket € 165/35 Teatro Malibran h. 19

giovedìThursday

TURANDOT

Direttore Andrea Battistoni Regia Franco Zeffirelli Musiche di Puccini “Festival Lirico 2026” Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

28

venerdìFriday

L’ELISIR D’AMORE

Opera lirica in due atti Direttore Francesco Ivan Ciampa Regia Bepi Morassi Musiche di Gaetano Donizetti Orchestra e Coro del Teatro La Fenice “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 165/35 Teatro Malibran h. 19

NABUCCO

Direttore Michele Spotti Regia Stefano Poda Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

29

sabatoSaturday

LA TRAVIATA

Direttore Michele Spotti Regia Paul Curran Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 165/35 Teatro Malibran h. 17

Direttore Daniel Oren Regia Franco Zeffirelli Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

INDIRIZZI ARENA DI VERNA Piazza Bra 1-Verona www.arena.it

MUSEO CIVICO

Piazza Garibaldi 34-Bassano del Grappa www.operaestate.it

PIAZZA SAN MARCO Venezia www.teatrolafenice.it

PONTE DEGLI ALPINI Bassano del Grappa www.operaestate.it

TEATRO AL CASTELLO TITO GOBBI

Piazza Castello degli EzzeliniBassano del Grappa www.operaestate.it

TEATRO LA FENICE Campo San Fantin 1965 www.teatrolafenice.it

TEATRO MALIBRAN

Campiello del Teatro 5873 www.teatrolafenice.it

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

AIDA

Direttore Daniel Oren Regia Franco Zeffirelli Musiche di Verdi “Festival Lirico 2026”

Ingresso/Ticket € 300/28 Arena di Verona h. 21

205


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

01

:theatro

LugJul

mercoledìWednesday

REPERTORIO PARA HABITAR LA SOLEDAD

Cooperativa Teatral de Valparaíso (Cile) “Venice Open Stage 2026” Ingresso libero/Free entry Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

LEGENDARY

Ideazione Loic Delacroix Coreografia Veronica Endo Musiche Erwan Loeffel Compagnia Remue Ménage “Operaestate Festival 2026” Ingresso libero/Free entry Centro storico Bassano del Grappa h. 21.30

02

giovedìThursday

REPERTORIO PARA HABITAR LA SOLEDAD

(vedi mercoledì 1 luglio)

Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

03

venerdìFriday

TRE

di Annalisa Limardi con Annalisa Limardi e Paola Limardi “Venice Open Stage 2026”

Ingresso libero/Free entry Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

OTELLO, DI PRECISE PAROLE SI VIVE

Drammaturgia di Lella Costa e Gabriele Vacis Con Lella Costa Regia di Gabriele Vacis “Estate Teatrale Veronese 2026” Ingresso/Ticket € 20/35 Teatro Romano-Verona h. 21.30

04

sabatoSaturday

LA SINGOLARITÀ

Drammaturgia di Riccardo Tabilio con Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino Collettivo Algo Ceiba “Venice Open Stage 2026”

Ingresso libero/Free entry Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

05

domenicaSunday

RESUSCIANNA

Royal Divorce Performer e regia Teresa Barbagallo “Venice Open Stage 2026”

Ingresso libero/Free entry Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

06

lunedìMonday

INTERIOR (BY MAURICE MAETERLINCK)

Aristotle University of Thessaloniki (Grecia) “Venice Open Stage 2026”

TITO ANDRONICO

Why don’t you stop the show?

da William Shakespeare Adattamento e regia Davide Sacco Con Francesco Montanari, Marianella Bargilli Compagnia Molière, Teatro Quirino “Estate Teatrale Veronese 2026” Ingresso/Ticket € 20/35 Teatro Romano-Verona h. 21.30

A HUMAN SONG

Ideazione Chiara Frigo “Operaestate Festival 2026”

Ingresso/Ticket € 2 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 18

10

venerdìFriday

Ingresso libero/Free entry Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

ESSERE PRONTI È TUTTO?

07

Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

martedìTuesday

INTERIOR (BY MAURICE MAETERLINCK)

(vedi lunedì 6 luglio)

Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

08

mercoledìWednesday

APPUNTI PER UNA PERESTROJKA

di Matilde Vigna Con Alberto Pirazzini, Matilde Vigna “Venice Open Stage 2026”

Ingresso libero/Free entry Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

ANTROPOCENE E ALTRI POCETI

di e con Marta e Diego Dalla Via produzione La Piccionaia “Verde Groggia 2026” Ingresso libero/Free entry Parco di Villa Groggia h. 21.30

09

(vedi giovedì 9 luglio)

ESSERE PRONTI È TUTTO?

Accademia di teatro “Carlo Goldoni” (Venezia/Padova) “Venice Open Stage 2026”

Ingresso libero/Free entry Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

di e con Pietro Cerchiello Supervisione alla drammaturgia e alla regia Tommaso Imperiali Musiche dal vivo Giacomo Tamburini e Vittorio Simonetto “Verde Groggia 2026” Ingresso libero/Free entry Parco di Villa Groggia h. 21.30

COMERADOVERA (vedi martedì 14 luglio)

Teatro Maddalene-Padova h. 19

DIPTYCH

(vedi martedì 14 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

16

giovedìThursday

COMERADOVERA (vedi martedì 14 luglio)

(vedi giovedì 9 luglio)

AUTORITRATTO

Why don’t you stop the show? Teatro Romano-Verona h. 21.30

11

sabatoSaturday

Teatro Maddalene-Padova h. 19

di e con Davide Enia Musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri “Operaestate Festival 2026”

EXTINCTION RAVE

Ingresso/Ticket € 12/15 Teatro al Castello “Tito Gobbi” Bassano del Grappa h. 21

Ingresso libero/Free entry Arena Gigi dall’Aglio Campazzo San Sebastiano h. 21.45

17

Fundación Mis Bragas (Spagna) “Venice Open Stage 2026”

14

venerdìFriday

20. BIENNALE DANZA martedìTuesday

COMERADOVERA

drammaturgia Stefano Fortin regia Giorgio Sangati con la voce di Daniela Santi e con le diplomate e i diplomati dell’Accademia Teatrale Carlo Goldoni Ingresso/Ticket € 5/15 Teatro Maddalene-Padova h. 19

Concept e direzione Daniele Albanese Danzatori Daniele Albanese, Marta Ciappina, Giulio Petrucci “Operaestate Festival 2026”

Ingresso/Ticket € 12/15 Teatro Remondini Bassano del Grappa h. 21.20

DIPTYCH

Concept and direction Gabriela Carrizo and Franck Chartier Peeping Tom “Estate Teatrale Veronese 2026” Ingresso/Ticket € 20/35 Teatro Romano-Verona h. 21.30

206

mercoledìWednesday

TITO ANDRONICO

VON giovedìThursday

15

CONCERTO PER UNO SCONOSCIUTO

Il 20 Festival Internazionale di Danza Contemporanea si svolge dal 17 luglio al’1 agosto 2026, diretto da Wayne McGregor. In programma numerosi appuntamenti quotidiani con solisti e compagnie internazionali, incontri, film, installazioni e l’attività di Biennale College Danza che diventa parte integrante del programma del Festival. Vedi Coverstory pp. 14-56

COMERADOVERA (vedi martedì 14 luglio)

Teatro Maddalene-Padova h. 19

18

sabatoSaturday

COMERADOVERA (vedi martedì 14 luglio)

Teatro Maddalene-Padova h. 19


20

sabatoSaturday

THE INFINITE APPROACH

Yoann Bourgeois Art Company “Estate Teatrale Veronese 2026” Ingresso/Ticket € 20/35 Teatro Romano-Verona h. 21.30

21

domenicaSunday

THE INFINITE APPROACH

(vedi sabato 20 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

22

mercoledìWednesday

TINTA. UNA STORIA AUTOBIOGRAFICA

da un’idea e una storia autobiografica di Eleonora Cicconi Drammaturgia e regia Verdiana Vono Con Eleonora Cicconi Teatro Gioco Vita “Verde Groggia 2026” Ingresso libero/Free entry Parco di Villa Groggia h. 21.30

23

giovedìThursday

POVERO DIAVOLO MAL DETTO ARLECCHINO

di Simone Derai, Luca Altavilla Con Luca Altavilla, Marco Menegoni Regia Simone Derai Sound design Mauro Martinuz Dramaturg Sergia Adamo, Lisa Gasparotto Anagoor “Operaestate Festival 2026”

27

lunedìMonday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2

Ideazione e regia: Moses Pendleton “Estate Teatrale Veronese 2026” Ingresso/Ticket € 26/42 Teatro Romano-Verona h. 21.30

28

martedìTuesday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2

(vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

29

mercoledìWednesday

IRRESISTIBLE REVOLUTION

Un progetto di Ayelen Parolin Creato e interpretato da Ido Batash, Sebastian Biong, Jim Buskens, Jeanne Colin, Thibaut Eiferman, Mila Endeweld, Naomi Gibson, Daan Jaartsveld, Lukah Katangila, Kit King, Annabel Reid, Elisa Rouchon “Operaestate Festival 2026”

Ingresso/Ticket € 12/15 Teatro al Castello “Tito Gobbi” Bassano del Grappa h. 21

MOMIX – BOTANICA SEASON 2 (vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

30

giovedìThursday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2

24

Teatro Romano-Verona h. 21.30

POLITTICO DELL’INFAMIA

da Trittico dell’infamia di Pablo Montoya Con Marco Menegoni, Gayane Movsisyan, Piero Ramella, Aurora Rò, Monica Tonietto e con Roberto Ciulli, Theodore de Bry Rupert J. Seidl, François Dubois Drammaturgia Simone Derai, Piero Ramella Anagoor “Operaestate Festival 2026” Ingresso/Ticket € 12/15 Teatro Remondini Bassano del Grappa h. 21.20

(vedi lunedì 27 luglio)

31

01

sabatoSaturday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2 (vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

02

domenicaSunday

ISIDORO

dal romanzo La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin Regia Pau Miró Interprete Enrico Ianniello “Operaestate Festival 2026”

Ingresso/Ticket € 12/15 Teatro al Castello “Tito Gobbi” Bassano del Grappa h. 21

MOMIX – BOTANICA SEASON 2 (vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

03

lunedìMonday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2 (vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

04

martedìTuesday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2

(vedi lunedì 27 luglio)

Ingresso/Ticket € 12/15 Teatro Accademico Castelfranco Veneto h. 21.20

venerdìFriday

AgoAug

Teatro Romano-Verona h. 21.30

05

mercoledìWednesday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2 (vedi lunedì 27 luglio)

venerdìFriday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2 (vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

30 ANNI DA ALLIGATORE

Massimo Carlotto voce narrante Andrea Pennacchi voce narrante Maurizio Camardi sassofoni e duduk Sergio Marchesini fisarmonica Ricky Bizzarro chitarra e voce “Operaestate Festivl 2026” Ingresso/Ticket € 20 Villa Cerchiari-Isola Vicentina h. 21.20

Teatro Romano-Verona h. 21.30

06

giovedìThursday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2

(vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

07

venerdìFriday

BROTHER TO BROTHER DALL’ETNA AL FUJI

Regia e coreografia Roberto Zappalà Musica originale live Munedaiko Danza e collaborazione Compagnia Zappalà Danza

“Operaestate Festival 2026”

Ingresso/Ticket € 18/20 Teatro al Castello “Tito Gobbi” Bassano del Grappa h. 21

MOMIX – BOTANICA SEASON 2 (vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

08

sabatoSaturday

MOMIX – BOTANICA SEASON 2

(vedi lunedì 27 luglio)

Teatro Romano-Verona h. 21.30

09

domenicaSunday

BACH DANCE CONCERT

Con Compagnia Zappalà Danza Coreografia Roberto Zappalà Pianoforte Ramin Bahrami Musica Johann Sebastian Bach “Operaestate Festival 2026”

Ingresso/Ticket € 18/20 Teatro al Castello “Tito Gobbi” Bassano del Grappa h. 21

11

martedìTuesday

SMOKING ROOMS

Con Biagio Caravano, Sebastiano Geronimo, Luciano Ariel Lanza, Flora Orciari, Laura Scarpini, Francesca Ugolini Coreografia Michele Di Stefano “Operaestate Festival 2026”

Ingresso/Ticket € 12/15 Teatro al Castello “Tito Gobbi” Bassano del Grappa h. 21

21

venerdìFriday

WHAT REMAINS_STUDIO Coreografia Elisa Sbaragli Con Beatrice Bresolin “Operaestate 2026 – B.Motion”

Ingresso/Ticket € 8 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 16.30/18.30

HORIZON KOINÉ BOLERO Coreografia e interpretazione originale Masako Matsushita Con Vittoria Caneva “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 17.30

SCENTED PANTHER

Un progetto di Aurelio Di Virgilio Performer: Elena Sgarbossa Musiche: Agnese Menguzzato “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 CSC San Bonaventura Bassano del Grappa h. 19.30

207


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

:theatro

HAMLET - CRONACHE DALL’INTERZONA

di Pasquale Stanziale Adattamento di Antonio Perretta Regia di Leda Kreider Con Antonio Perretta, Mauro Lamantia, Leda Kreider “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Teatro Remondini Bassano del Grappa h. 21.30

22

sabatoSaturday

ROSSOCREPA

di e con Sara Sguotti “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 CSC San Bonaventura Bassano del Grappa h. 19.30

DAD OR ALIVE

Testi, live electronics, videompapping e regia Giovanni Frison e Michele Tonicello BUMBUMFRITZ “Operaestate 2026 – B.Motion”

NEL NIDO

dal romanzo The Bird’nest di Shirley Jackson Testo e cura della lettura scenica Caterina Carpio “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 CSC San Bonaventura Bassano del Grappa h. 18.30

25

DEEP ARE THE WOODS

Concept, creazione Eric ArnalBurtschy “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Teatro Remondini Bassano del Grappa h. 17/22

WHERE DO I CONNECT?

creazione e performer Džiugas Kunsmanas, Adrian Carlo Bibiano “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Piazza Libertà Bassano del Grappa h. 18.30

NO CAPTION NEEDED

23

Ingresso/Ticket € 8 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 19.30

IVAN E I CANI

Testo Hattie Naylor Performer, sound design e regia Federica Rosellini “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Teatro Remondini Bassano del Grappa h. 19.30

TACET

Drammaturgia Jacopo Giacomoni Regia Silvia Costa “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 21

24

DOVE CRESCE CIÒ CHE SALVA

Ideazione e interpretazione Francesca Foscarini “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 CSC San Bonaventura Bassano del Grappa h. 21

mercoledìWednesday

DEEP ARE THE WOODS (vedi martedì 25 agosto)

Bassano del Grappa h. 17/22

WATERKIND lunedìMonday

IL MIO CANTO IN A

a cura di Francesca Foscarini Creative promoter Silvia Ferrari “Operaestate 2026 – B.Motion” Villa Ca’ Erizzo Luca Bassano del Grappa h. 16.30

IL MIRACOLO DI SAN SEBASTIANO

Testo Matthieu Pastore Regia Aldo Cassano Con Giuseppe Affinito, Matthieu Pastore “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 CSC San Bonaventura Bassano del Grappa h. 18.30

208

di e con Giulia Cannas “Operaestate 2026 – B.Motion”

26

venerdìFriday

WHERE IS EVERYBODY?

Concept, direzione Thomas Hauert “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Teatro Remondini Bassano del Grappa h. 19.30

TURN ON martedìTuesday

Ingresso/Ticket € 8 Teatro Remondini Bassano del Grappa h. 21.30

domenicaSunday

28

Coreografia Joanna Holewa Chrona, Yared Tilahun Cederlund Land Before Time “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 18

THE BODY SYMPHONIC

coreografia e performance Charlie Khalil Prince musiche dal vivo Charlie Khalil Prince, Joss Turnbull “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 CSC San Bonaventura Bassano del Grappa h. 18.30

LE REPOS

Idea e desiderio Clara Delorme danzatrici e collaborazione alla coreografia Claire Dessimoz, Karine Dahouindji, Emma Saba, Clara Delorme in alternanza con Jessica Allemann “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 CSC San Bonaventura Bassano del Grappa h. 21

Concept, direzione artistica, coreografia Soraya Leila Emery “Operaestate 2026 – B.Motion”

TRACKING SATYRS INTO MORSE

29

Ingresso/Ticket € 8 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 22.30

Ingresso/Ticket € 8 Palazzo Bonaguro Bassano del Grappa h. 21.30

sabatoSaturday

HAIRY 2.0

Coreografo e autore Dovydas Strimaitis “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Palazzo Bonaguro Bassano del Grappa h. 19

ODE

Concept/ coreografia/ performance Elena Antoniou “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 CSC San Bonaventura Bassano del Grappa h. 20

NEAR MISSES

Testo Sofocle trascrizione in codice Morse e composizione Demetrio Castellucci “Operaestate 2026 – B.Motion”

INDIRIZZI ARENA GIGI DALL’AGLIO Campazzo San Sebastiano Dorsoduro www.veniceopenstage.org

CSC SAN BONAVENTURA

Via dell’Ospedale 2-6 Bassano del Grappa www.operaestate.it

Drammaturgia Jacopo Giacomoni Regia Silvia Costa “Operaestate 2026 – B.Motion”

CHIESA DI SAN GIOVANNI

30

PALAZZO BONAGURO

Ingresso/Ticket € 8 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 21.30

domenicaSunday

MICHEL - THE ANIMALS I AM

Concept, coreografie e testi di Chiara Bersani Corpoceleste “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Teatro Remondini Bassano del Grappa h. 18.30

THAT’S TWISTED

Coreografia e interprete Baptiste Cazaux Musica Nelson Schaub drammaturgia Johanna Hilari “Operaestate 2026 – B.Motion” Ingresso/Ticket € 8 Chiesa di San Giovanni Bassano del Grappa h. 20

Piazza Libertà 27 Bassano del Grappa www.operaestate.it Via Angarano 77 Bassano del Grappa www.operaestate.it

PARCO DI VILLA GROGGIA

Sant’Alvise, Cannaregio www.comune.venezia.it

TEATRO AL CASTELLO TITO GOBBI Piazza Castello Ezzelini Bassano del Grappa www.operaestate.it

TEATRO MADDALENE

Via S. Giovanni di Verdara 40 Padova www.teatrostabileveneto.it

TEATRO REMONDINI Via Santissima Trinità 8/C Bassano del Grappa www.operaestate.it

TEATRO ROMANO

Regaste Redentore 2 www.spettacoloverona.it


02

:cinema

LugJul

giovedìThursday

LA FAMIGLIA LEROY

Regia di Florent Bernard (2024) “Cinemoving 2026” Parrocchia SS. Trinità h. 21.15

03

venerdìFriday

LA CITTÀ PROIBITA

Regia di Gabriele Mainetti (2025) “Cinemoving 2026” Serra dei Giardini h. 21.15

07

martedìTuesday

Regia di Chris Sanders (2024) “Cinemoving 2026”

Chiesa Ortodossa S. Lucia-Zelarino h. 21.15

mercoledìWednesday

L’ULTIMA SETTIMANA DI SETTEMBRE Regia di Gianni De Blasi (2024) “Cinemoving 2026” Parrocchia-Dese h. 21.15

09

Regia di James Cameron (1997) “Barch-in 2026” Arsenale di Venezia

LA TRAMA FENICIA

Spiaggia libera-Lido h. 21.15

SOTTO LE FOGLIE

Regia di François Ozon (2024) “Cinemoving 2026”

Parco Giulia Cecchettin-Chirignago h. 21.15

venerdìFriday

LA CANZONE DEL MARE Regia di Tom Moore (2014) “Barch-in 2026” Arsenale di Venezia

23

12

domenicaSunday

LE CITTÀ DI PIANURA

Regia di Francesco Sossai (2025) “Barch-in 2026”

13

lunedìMonday

POMI D’OTTONE E MANICI DI SCOPA Regia di Robert Stevenson (1971) “Barch-in 2026” Arsenale di Venezia

14

GIOIA MIA

Regia di Margherita Spampinato (2025) “Cinemoving 2026”

16

giovedìThursday

LA STORIA DEL FRANK E DELLA NINA Regia di Paola Randi (2024) “Uno sguardo all’orizzonte” Spiaggia libera-Lido h. 21.15

19

domenicaSunday

PIECE BY PIECE

Regia di Morgan Neville (2024) “Cinemoving 2026” Darsena-Campalto h. 21.15

20

lunedìMonday

Villaggio Laguna-Campalto h. 21.15

Chiesa Sacro Cuore-Ca’ Sabbioni h. 21.15

giovedìThursday

IL ROBOT SELVAGGIO

Regia di Chris Sanders (2024) “Uno sguardo all’orizzonte” Spiaggia libera-Lido h. 21.15

MADAME CLICQUOT

Regia di Thomas Napper (2023) “Cinemoving 2026” Villa Ca’ Da Mosto-Trivignano h. 21.15

24

venerdìFriday

PIECE BY PIECE

Regia di Morgan Neville (2024) “Cinemoving 2026” Serra dei Giardini h. 21.15

martedìTuesday

Serra dei Giardini h. 21.15

Regia di Riccardo Milani (2024) “Cinemoving 2026”

Regia di Thaddeus O’Sullivan (2023) “Cinemoving 2026”

S. M. del Carmelo-Terraglio h. 21.15

Regia di Thomas Napper (2023) “Cinemoving 2026”

BRENTA CONNECTION

UN MONDO A PARTE

mercoledìWednesday

THE MIRACLE CLUB

Parco Giulia Cecchettin-Chirignago h. 21.15

NON DIRMI CHE HAI PAURA

Regia di Yasemin Samdereli (2024) “Cinemoving 2026”

22

MADAME CLICQUOT

Piazzetta Brendole-Gazzera h. 21.15

giovedìThursday

Regia di Wes Anderson (2025) “Uno sguardo all’orizzonte”

10

sabatoSaturday

Arsenale di Venezia

IL ROBOT SELVAGGIO

08

11

TITANIC

Regia di Cristian Tomassini (2025) “Cinemoving 2026”

SOTTO LE FOGLIE

Regia di François Ozon (2024) “Cinemoving 2026”

Parco Albanese-Mestre h. 21.15

25

sabatoSaturday

FOLLEMENTE

Regia di Paolo Genovese (2025) “Cinemoving 2026” Parco Albanese-Mestre h. 21.15

26

domenicaSunday

LA VITA DA GRANDI

Regia di Greta Scarano (2026) “Cinemoving 2026” Parco Albanese-Mestre h. 21.15

27

mercoledìWednesday

Regia di Chris Sanders (2024) “Cinemoving 2026” Patronato dei Frari h. 21

LA STORIA DEL FRANK E DELLA NINA Regia di Paola Randi (2024) “Cinemoving 2026”

Parco Albanese-Mestre h. 21.15

30

giovedìThursday

L’ULTIMA SETTIMANA DI SETTEMBRE Regia di Gianni De Blasi (2024) “Uno sguardo all’orizzonte” Spiaggia libera-Lido h. 21.15

LA DIVINA DI FRANCIA SARAH BERNHARDT

Regia di Guillaume Nicloux (2024) “Cinemoving 2026” Municipio di Favaro h. 21.15

31

venerdìFriday

LA TRAMA FENICIA

Regia di Wes Anderson (2025) “Cinemoving 2026” Serra dei Giardini h. 21.15

COME TI MUOVI SBAGLI

Regia di Gianni Di Gregorio (2025) “Cinemoving 2026” Parrocchia di Malcontenta h. 21.15

AgoAug

01

sabatoSaturday

PREMIO LUX DEL PARLAMENTO EUROPEO “Uno sguardo all’Europa” Campo San Polo h. 21.15

lunedìMonday

EMILIA PÉREZ

Regia di Jacques Audiard (2025) “Cinemoving 2026” Parco Albanese-Mestre h. 21.15

28

29

IL ROBOT SELVAGGIO

martedìTuesday

TONY, SHELLY E LA LUCE MAGICA

02

domenicaSunday

VÉLETLENÜL ÍRTAM EGY KÖNYVET

Regia di Nóra Lakos (2024) “Uno sguardo all’Europa. Cinema ungherese” Campo San Polo h. 21

Regia di Filip Posivac (2023) “Cinemoving 2026”

Parco Albanese-Mestre h. 21.15

209


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

lunedìMonday

:cinema

03

MEPHISTO

08

sabatoSaturday

LES 2 ALFRED

Regia di István Szabó (1981) “Uno sguardo all’Europa. Cinema ungherese”

Regia di Bruno Podalydès (2020) “Uno sguardo all’Europa. Cinema francese”

04

09

Campo San Polo h. 21

martedìTuesday

ÉS MI VAN TOMIVAL?

Regia di Attila Till (2024) “Uno sguardo all’Europa. Cinema ungherese” Campo San Polo h. 21

LA GAZZA LADRA

Regia di Robert Guédiguian (2024) “Cinemoving 2026” Piazzetta Brendole-Gazzera h. 21.15

05

mercoledìWednesday

PREMIO LUX DEL PARLAMENTO EUROPEO

“Uno sguardo all’Europa” Campo San Polo h. 21.15

LA FAMIGLIA LEROY

Regia di Florent Bernard (2024) “Cinemoving 2026”

Piazzetta Brendole-Gazzera h. 21.15

06

giovedìThursday

LA CITTÀ PROIBITA

Regia di Gabriele Mainetti (2025) “Uno sguardo all’orizzonte” Spiaggia libera-Lido h. 21.15

VERMIGLIO

Regia di Maura Delpero (2024) “Cinemoving 2026” Municipio di Favaro h. 21.15

07

Campo San Polo h. 21

domenicaSunday

MAYA, DONNE-MOI UN TITRE

Regia di Michel Gondry (2024) “Uno sguardo all’Europa. Cinema francese” Campo San Polo h. 21

10

lunedìMonday

PREMIO LUX DEL PARLAMENTO EUROPEO “Uno sguardo all’Europa” Campo San Polo h. 21.15

11

martedìTuesday

A TU LADO

Regia di Cristiano Regina (2025) “Uno sguardo all’Europa. Cinema spagnolo” Campo San Polo h. 21

12

mercoledìWednesday

EL MAESTRO QUE PROMETIÓ EL MAR

Regia di Patricia Font (2024) “Uno sguardo all’Europa. Cinema spagnolo” Campo San Polo h. 21

SCONOSCIUTI PER UNA NOTTE

15

sabatoSaturday

Campo San Polo h. 21.15

Alberoni h. 21.15

“Uno sguardo all’Europa”

Regia di Paolo Genovese (2025) “Cinemoving 2026”

16

29

domenicaSunday

VENICE FILM WEEK

Festival dedicato al cinema indipendente, selezione di opere internazionali Campo San Polo h. 21

18

martedìTuesday

VENICE FILM WEEK

Festival dedicato al cinema indipendente, selezione di opere internazionali

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti

19

mercoledìWednesday

VENICE FILM WEEK

Festival dedicato al cinema indipendente, selezione di opere internazionali

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti

20

giovedìThursday

VENICE FILM WEEK

Festival dedicato al cinema indipendente, selezione di opere internazionali

Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti

DIAMANTI

Regia di Ferzan Ozpetek (2024) “Uno sguardo all’orizzonte” Spiaggia libera-Lido h. 21.15

MADAME CLICQUOT

Regia di Guillaume Brac (2020) “Uno sguardo all’Europa. Cinema francese”

13

Rione Pertini-Mestre h. 21.15

UN MONDO A PARTE

Regia di Emmanuel Courcol (2024) “Uno sguardo all’orizzonte”

BRENTA CONNECTION

14

Malamocco h. 21.15

À L’ABORDAGE

Campo San Polo h. 21

Regia di Riccardo Milani (2024) “Cinemoving 2026” Piazza di Portosecco h. 21.15

Piazzetta Brendole-Gazzera h. 21.15

giovedìThursday

L’ORCHESTRA STONATA

Spiaggia libera-Lido h. 21.15

venerdìFriday

EL 47

Regia di Marcel Barrena (2024) “Uno sguardo all’Europa. Cinema spagnolo” Campo San Polo h. 21

210

venerdìFriday

FOLLEMENTE

Regia di Alex Lutz (2023) “Cinemoving 2026”

venerdìFriday

28

PREMIO LUX DEL PARLAMENTO EUROPEO

Regia di Thomas Napper (2023) “Cinemoving 2026”

21

venerdìFriday

Regia di Cristian Tomassini (2025) “Cinemoving 2026”

26

giovedìThursday

LA CITTÀ PROIBITA

Regia di Gabriele Mainetti (2025) “Cinemoving 2026” Chiesa Sacro Cuore-Ca’ Sabbioni h. 21.15

sabatoSaturday

BRENTA CONNECTION

Regia di Cristian Tomassini (2025) “Cinemoving 2026” Ca’ Noghera h. 21.15

31

lunedìMonday

FOLLEMENTE

Regia di Paolo Genovese (2025) “Cinemoving 2026” Forte Bazzera-Tessera h. 21.15


7 maggio - 26 luglio | 7 may - 26 july @ 925

MARTIN WEINSTEIN @ 780 INDIRIZZI ALBERONI

Lido www.culturavenezia.it

ARSENALE DI VENEZIA Castello cinemabarchin.com

CAMPO SAN POLO Venezia www.culturavenezia.it

CASA DEL CINEMAVIDEOTECA PASINETTI Salizada San Stae 1990 www.culturavenezia.it

CHIESA ORTODOSSA ROMENA DI S. LUCIA Zelarino www.culturavenezia.it

ANNE LEITH PARROCCHIA DI MALCONTENTA

Via Moranzani www.culturavenezia.it

PARROCCHIA SS. TRINITÀ Terraglio www.culturavenezia.it

PATRONATO DEI FRARI Calle Drio l’Archivio 2464/Q www.culturavenezia.it

PIAZZA DI PORTOSECCO Pellestrina www.culturavenezia.it

PIAZZA SAN GIORGIO Chirignago www.culturavenezia.it

30 luglio - 20 sett | 30 july - 26 sept @ 925

CHIESA SACRO CUORE

PIAZZALE ZENDRINI

NANCY AZARA+ DARLA BJORK

DARSENA

PIAZZETTA BRENDOLE

@ 780

FORTE BAZZERA

RIONE PERTINI

MALAMOCCO

SANTA MARIA DEL CARMELO

Ca’ Sabbioni www.culturavenezia.it Campalto www.culturavenezia.it Tessera www.culturavenezia.it Lido www.culturavenezia.it

MUNICIPIO DI FAVARO Piazza Pastrello www.culturavenezia.it

PARCO ALBANESE Mestre www.culturavenezia.it

PARCO GIULIA CECCHETTIN

Pellestrina www.culturavenezia.it Gazzera www.culturavenezia.it Mestre www.culturavenezia.it Terraglio www.culturavenezia.it

SERRA DEI GIARDINI Viale Garibaldi 1254 www.culturavenezia.it

SPIAGGIA LIBERA

Lungomare D’Annunzio 2-Lido www.culturavenezia.it

VILLA CA’ DA MOSTO

Chirignago www.culturavenezia.it

Trivignano www.culturavenezia.it

PARROCCHIA DI DESE

VILLAGGIO LAGUNA

Via Altinia-Dese www.culturavenezia.it

GABRIELLA KIRBY

Campalto www.culturavenezia.it

24 sett - 23 nov | 24 sept - 26 nov @ 925

JOE DIGGS @ 780

WHITNEY HAGEN

CASTELLO 925

F O N D A M E N TA S A N G I U S E P P E 925 + 780 · 30122 VENEZIA, IT

211


biennalearte

NATIONAL PARTICIPATIONS / COLLATERAL EVENTS NOT ONLY BIENNALE

giardini in minor keys

EMIRATI ARABI UNITI

CROAZIA

FILIPPINE

CUBA

Sale d’Armi Artiglierie

Palazzo Zorzi, Salizada Zorzi, Castello 4930 Il Giardino Bianco – Art Space, Via Garibaldi Castello 1814

OUTDOOR INSTALLATIONS

INDIA

NATIONAL PARTICIPATIONS

IRLANDA

Castello 1636/A

ISRAELE

Palazzo Mora, Cannaregio 3659

LETTONIA

Calle San Domenico, Patronato Salesiano Leone XIII Castello 1285

AUSTRALIA AUSTRIA BELGIO BRASILE CANADA Repubbliche CECA e SLOVACCA Repubblica di COREA DANIMARCA EGITTO FINLANDIA (Padiglione Alvar Aalto)

FRANCIA GERMANIA GIAPPONE GRAN BRETAGNA GRECIA PAESI BASSI PAESI NORDICI

(Finlandia, Norvegia, Svezia)

POLONIA QATAR ROMANIA/1 RUSSIA SERBIA SPAGNA STATI UNITI D’AMERICA SVIZZERA UNGHERIA URUGUAY PADIGLIONE VENEZIA

Artiglierie Artiglierie Arsenale

Artiglierie

LIBANO Sale d’Armi

Granducato di LUSSEMBURGO

ECUADOR EL SALVADOR ESTONIA ETIOPIA

Palazzo Bollani, Castello 3647

GEORGIA

Sale d’Armi

Palazzo Querini, Calle Lunga San Barnaba Dorsoduro 2691

MALTA

GRENADA

Artiglierie

Regno del MAROCCO Artiglierie

MESSICO Sale d’Armi

Sultanato dell’OMAN Artiglierie

PERÙ

Sale d’Armi

SINGAPORE Sale d’Armi

Repubblica di SLOVENIA Artiglierie

Repubblica Democratica di TIMOR-LESTE Artiglierie

TURCHIA Sale d’Armi

UCRAINA/1 Sale d’Armi

Spazio Berlendis, Cannaregio 6301/A

GUATEMALA

Spazio Berlendis, Cannaregio 6301

Repubblica di GUINEA Isola di San Servolo

Repubblica della GUINEA EQUATORIALE

Palazzo Donà dalle Rose, Cannaregio 5038 / 5101

Repubblica di HAITI

Palazzo Albrizzi-Capello, Cannaregio 4118

INDONESIA

Scuola Internazionale di Grafica, Cannaregio 1798

ISLANDA

Docks Cantieri Cucchini, San Pietro di Castello

Repubblica del KAZAKISTAN

Museo Storico Navale, Riva San Biasio, Castello 2148

Repubblica del KIRGHIZISTAN

Ex Chiesa di Santa Caterina, Convitto Foscarini Cannaregio 4941

Repubblica del KOSOVO

Quarta Tesa

Chiesa di Santa Maria del Pianto, Calle de le Capucine Fondamente Nove, Castello

PADIGLIONE ITALIA Tese delle Vergini

Fucina del Futuro, Castello 5063/B

around town

Ex Cappella Buon Pastore, Castello 77

Repubblica dell’UZBEKISTAN

NATIONAL PARTICIPATIONS

LITUANIA

Repubblica di mACEDONIA DEL NORD Repubblica di MOLDOVA

Spazio Santa Veneranda, Chiesa dei Santi Geremia e Lucia Cannaregio 252

Repubblica ARABA SIRIANA

MONGOLIA

Cotonificio, IUAV di Venezia, Dorsoduro 2196

Squero Castello, Salizada Streta, Castello 368

arsenale

Repubblica di ARMENIA

MONTENEGRO

Tesa 41, Arsenale Militare, Fondamenta Case Nuove Castello 2738/C

Artenova, Castello 5063

in minor keys

Repubblica dell’AZERBAIGIAN

Spazio Castello 3683, Calle Bosello, Castello 3683

CORDERIE, OUTDOOR INSTALLATIONS

BAHAMAS

NATIONAL PARTICIPATIONS ALBANIA Sale d’Armi

ARABIA SAUDITA Sale d’Armi

ARGENTINA Sale d’Armi

CILE

Artiglierie

CINA Repubblica Popolare Cinese Magazzino delle Cisterne

212

Campo della Tana, Castello 2124/A-2125

Repubblica di NAURU NUOVA ZELANDA

San Trovaso Art Space, Dorsoduro 947

Istituto Provinciale per l’Infanzia Santa Maria della Pietà di Venezia, Riva degli Schiavoni, Castello 3702

BOSNIA-ERZEGOVINA

PAKISTAN

BULGARIA

Repubblica di PANAMA

Palazzo Malipiero, San Marco 3198

Centro Culturale Don Orione Artigianelli (Sala Tiziano) Fondamenta delle Zattere ai Gesuiti, Dorsoduro 919

Repubblica del CAMERUN

Palazzo Canal, Rio Terà Canal, Dorsoduro 3121

Repubblica di CIPRO

Associazione Culturale Spiazzi, Castello 3865

Repubblica Democratica del CONGO Scuola Grande di San Marco (Antico Refettorio) Campo SS. Giovanni e Paolo, Castello 6777

Ex Farmacia Solveni, Dorsoduro 993-994 Tesa 42 Arsenale, Fondamenta Case Nuove, Castello 2738/C

PORTOGALLO

Fondaco Marcello, Calle del Marcello, San Marco 3415

ROMANIA/2

New Gallery of Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica Palazzo Correr Campo Santa Fosca, Cannaregio 2214 and Giardini

Repubblica di SAN MARINO

Tana Art Space, Fondamenta de la Tana, Castello 2111


SANTA SEDE

Complesso di Santa Maria Ausiliatrice Fondamenta S. Gioacchin, Castello 450 Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, Cannaregio 54

SENEGAL

Palazzo Navagero, Riva degli Schiavoni, Castello 4147

Repubblica di SIERRA LEONE

Liceo Guggenheim, Campo dei Carmini, Dorsoduro 2613

Repubblica Federale di SOMALIA

Iván Tovar: Le Retour

around town

CAMPO DELLA TANA

NOT ONLY BIENNALE

MUSEO STORICO NAVALE Ex Istituto Idrografico, Riva San Biasio, Castello 2148

Jacone’s Polyphony Exhibition from Macao, China Castello 2126/A (near the Arsenale entrance)

FONDATION WILMOTTE

193 GALLERY/1

SESSE ELANGWE

1 luglioJuly-26 agostoAugust Salizada San Samuele, San Marco 3337

Palazzo Caboto, Via Garbaldi, Castello 1645

Kan Yasuda - Isole del Silenzio

193 GALLERY/2

Repubblica Unita della TANZANIA

SMAC – SAN MARCO ART CENTRE

3 settembreSeptember-31 ottobreOctober Salizada San Samuele, San Marco 3337

Piazza San Marco 105

A PLUS A GALLERY

Gervasuti Foundation, Palazzo Canova Calle Longa Santa Caterina, Cannaregio 4998-5001/A Supernova, Cannaregio 3218/A

UCRAINA/2

Riva Ca’ di Dio, Castello

Corte Nuova, Fondamenta dell’Abbazia, Cannaregio 3560

Lee Ufan

FONDAZIONE BVLGARI BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA

THANDIWE MURIU

COUNTERFORMS

5 maggioMay-26 luglioJuly | San Marco 3073

AMA VENEZIA

Repubblica Socialista del VIETNAM

Lara Favaretto Momentary Monument – The Library Monia Ben Hamouda Fragments of Fire Worship

Repubblica dello ZIMBABWE

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE

ANISH KAPOOR

9 maggioMay-9 luglioJuly Isola di San Giorgio Maggiore (open-air)

ARCHIVIO DI STATO

UGANDA

Palazzo Navagero Gallery, Riva degli Schiavoni Castello 4147 Ca’ Faccanon, Calle delle Acque, San Marco 5016 Santa Maria della Pietà, Castello 3701

around town COLLATERAL EVENTS PALAZZO MORA

“ _____________” * * Gaza - No Words - See the Exhibit Strada Nova, Cannaregio 3659

PALAZZO CAVANIS

|Aghrab Idrāk: Thresholds of Perception

Fondamenta Zattere ai Gesuati, Dorsoduro 920

FABBRICA H3

As Above, So Below

Biblioteca Nazionale Marciana, Piazza San Marco 13/A

Nabatele

ARSENALE INSTITUTE FOR POLITICS OF REPRESENTATION

CHIESA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA

Official. Unofficial. Belarus. San Polo 2454

San Pietro di Castello 40/A

ISTITUTO SANTA MARIA DELLA PIETÀ

Cymru yn Fenis / Wales in Venice presents Sownd: Manon Awst and Dylan Huw Calle della Pietà, Castello 3703

CAMPO DELLA TANA

Fermata: Hong Kong in Venice Campo della Tana, Castello 2126

PALAZZO DONÀ DALLE ROSE

Fissures of Light Diaspora: Dissonances in Fa Minor Cannaregio 5038/5101

NEGOZIO OLIVETTI

Hybrids. Leandro Erlich al Negozio Olivetti Piazza San Marco 101

PALAZZO NERVI SCATTOLIN

If All Time Is Eternally Present: Kandis Williams, Meriem Bennani & Orian Barki, Tai Shani 9 maggioMay–7 giugnoJune Campo Manin, San Marco 4866

D is for DUCHAMP the DEEP DYED DECEIVER

10 maggioMay-22 novembreNovember Riva dei Sette Martiri, Castello 1430/A

5-10 maggioMay (online finoUntil 22 novembreNovember) Fondamenta de la Tana, Castello 1923; FM 101.8 MHz

ART DEPOT AI BIRI

Radio GAMeC – Pedagogy of Hope

DOCKS CANTIERI CUCCHINI

Ronald Ventura: Luna San Pietro di Castello 1/A

Scotland + Venice: Bugarin + Castle PALAZZO DELLE PRIGIONI

You+Me=we: Together // Gallery EYN 3 maggioMay-30 agostoAugust Rio Terà dei Biri, Cannaregio 5415

ATENEO VENETO

NATASHA TONTEY The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs 9 maggioMay-25 ottobreOctober Campo San Fantin, San Marco 1897

Screen Melancholy: Li Yi-Fan

BAROVIER&TOSO GALLERY

FONDAZIONE ERES

4 maggioMay-18 luglioJuly Rio Terà de la Carità, Dorsoduro 1046

Castello 4209 (near Palazzo Ducale)

Shifting Waters ERES Foundation

IBRAHIM MAHAMA. A Shea Garden

9 maggioMay-28 giugnoJune 4 settembreSeptember-1 novembreNovember Ca’ Sarasina, Castello 1228

BEA VITA VENEZIA

SPAZIO 996/A

20 marzoMarch-22 novembreNovember Fondamenta de le Capuzine, Cannaregio 3082

Fondamenta Sant’Anna, Castello 996/A

BRAGORA GALLERY

Song E Yoon: Songs Across Time

NOWRUZ. Images, Sounds and Voices from Contemporary Iran

Still Joy – From Ukraine into the World

YEXIN YANG The Man Who Threw Away Golden Rice

9 maggioMay-1 agostoAugust Dorsoduro 874

5 maggioMay-22 novembreNovember Salizada Sant’Antonin, Castello 3496

PALAZZO SORANZO VAN AXEL

CA’ FACCANON

PALAZZO CONTARINI-POLIGNAC

Su Xiaobai’s Alchemical Universe Cannaregio 6099, 6071, 6072

PROCURATIE VECCHIE

Tadeusz Kantor (1915-1990). Emballage, Cricotage and Madame Jarema Piazza San Marco, San Marco 139-153/A

PALAZZO ROCCA CONTARINI CORFÙ

The Spirits of Maritime Crossing 2026 9 maggioMay-2 agostoAugust Dorsoduro 1057/D

PALAZZO FRANCHETTI

TURANDOT: To the Daughters of the East 9 maggioMay-31 ottobreOctober San Marco 2847

RIVA SAN BIASIO

PALAZZO FRANCHETTI

Castello 2145

San Marco 2847

Infinito Cabinet Maria Cristina Crespo

17 aprileApril-31 luglioJuly | Frari, San Polo 3002

RADIO VANESSA

San Pietro di Castello 59/C

Catalonia in Venice: Claudia Pagès Rabal

6 maggioMay-8 agostoAugust Palazzo Manfrin, Fondamenta Venier, Cannaregio 152-153

Fondamenta Zattere ai Saloni, Dorsoduro 262

REM PROJECT

DOCKS CANTIERI CUCCHINI

ANISH KAPOOR FOUNDATION

DAYANITA SINGH. ARCHIVIO

Nalini Malani – Of Woman Born

SPAZIO OLIVOLO

Via Garibaldi, Castello 1735

5 maggioMay-22 novembreNovember Fondamenta de Ca’ Vendramin, Cannaregio 2395

MAGAZZINI DEL SALE N. 5

9 maggioMay-8 giugnoJune Ex Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, Giudecca

Baile, Botella y Baraja José Ruiz between the Bottle and the Canvas and his Naïf Narration of Puerto Rico

AURA

Vyacheslav Akhunov: Instruments of the Mind

SHIM MOON SEUP Harnessed From Nature

6 maggioMay-30 settembreSeptember Calle delle Acque, San Marco 5016

CA’ PESARO/1

JENNY SAVILLE

28 marzoMarch-22 novembreNovember Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076

CA’ PESARO/2

HERNAN BAS. The Visitors

7 maggioMay-30 agostoAugust Galleria Internazionale d’Arte Moderna – Sale Dom Pérignon Santa Croce 2076

CA’ PESARO/3

GIUSEPPE DI LIBERTO

23 giugnoJune-6 settembreSeptember Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076

CA’ PESARO/4

NICOLÁS LAMAS

24 settembreSeptember-22 novembreNovember Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076

213


biennalearte NOT ONLY BIENNALE

CA’ TRON | FONDAZIONE BERENGO ART SPACE

GLASSTRESS

12 luglioJuly-22 novembreNovember IUAV, Ca’ Tron, Santa Croce 1957 Fondazione Berengo Art Space Campiello della Pescheria 4, Murano

CAPPELLA DI SANTA MARIA DELLA PIETÀ SCALA DEL BOVOLO

WALLACE CHAN Vessels of Other worlds

8 maggioMay-18 ottobreOctober (Cappella della Pietà)

Mythos

4 aprileApril-18 ottobreOctober (Scala del Bovolo) Cappella Santa Maria della Pietà Riva degli Schiavoni, Castello 4150 Scala del Bovolo, San Marco 4303

CASA DEI TRE OCI BERGGRUEN ARTS & CULTURE

JOSEPH KOSUTH. The-exchangevalue-of-language-has-fallen-to-zero 28 marzoMarch-22 novembreNovember Fondamenta Zitelle, Giudecca 43

CASTELLO 925 CROSS CONTEMPORARY ART PROJECTS

MARTIN WEINSTEIN Nothing Goes Away

9 maggioMay-26 luglioJuly Fondamenta San Giuseppe, Castello 925

CASTELLO 925 PROJECT SPACE CROSS CONTEMPORARY ART PROJECTS

ANNE LEITH. Verge

7 maggioMay-26 luglioJuly Fondamenta San Giuseppe, Castello 780

CAVANA GALLERY

DU HAI JUN Chronicles of the Floating City 9 maggioMay-29 luglioJuly Rio Terà Foscarini, Dorsoduro 909/C

CHIESA DI SAN FANTIN

LORE BERT. Towards the Light 5 maggioMay-22 ottobreOctober Campo San Fantin, San Marco

CHIESA DI SANTA MARIA DELLA VISITAZIONE

MARCELLO MARTINEZ-VEGA. Amazonien

9 maggioMay-22 novembreNovember Fondamenta Zattere Ai Gesuati, Dorsoduro 919A

COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM

PEGGY GUGGENHEIM A LONDRA Nascita di una collezionista 25 aprileApril-19 ottobreOctober Ca’ Venier dei Leoni, Dorsoduro 701

COMPLESSO DELL’OSPEDALETTO

ZHOU YIWEN An Allegory of Power and Freedom

22 luglioJuly-22 novembreNovember Atrio Moderno, Barbaria de le Tole, Castello 6691

CREA – CANTIERI DEL CONTEMPORANEO

MICHAEL CORNER. Cliché

8 maggioMay-15 novembreNovember | Giudecca 211/B

EMERGENCY VENEZIA

LILLI MÜLLER Divided We Do Not Stand… a Chance SettembreSeptember-ottobreOctober Calle Fondamenta San Giacomo, Giudecca 212

EUROPEAN CULTURAL CENTRE ITALY/1

PERSONAL STRUCTURES – CONFLUENCES

9 maggioMay-22 novembreNovember Palazzo Mora, Strada Nova, Cannaregio 3659 Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4793 Marinaressa Gardens, Riva dei Sette Martiri, Castello

214

EUROPEAN CULTURAL CENTRE ITALY/2 PERSONAL STRUCTURES – CONFLUENCES

CASPAR BAUM. Our Precious World 9 maggioMay-22 novembreNovember Palazzo Mora, Strada Nova, Cannaregio 3659

EUROPEAN CULTURAL CENTRE ITALY/3 PERSONAL STRUCTURES – CONFLUENCES

DIETMAR BRIXY. Wanderlust

13 settembreSeptember-11 ottobreOctober Palazzo Bembo, Riva del Carbon 4793

EUROPEAN CULTURAL CENTRE ITALY/4 PERSONAL STRUCTURES – CONFLUENCES

DOM ART RESIDENCE – ACCEPTED WITHOUT REVIEW 9 maggioMay-22 novembreNovember Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4793

FABRICA33

NICLAS CASTELLO La diabolica commedia: Prelude 6 maggioMay-11 novembreNovember Calle Larga dei Boteri, Cannaregio 5063

FONDATION VALMONT

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/3

NIGEL COOKE. Bad Habits

5 maggioMay-22 novembreNovember Portego Biblioteca, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/4

THE INVISIBLE CORD. HANS HARTUNG AND THE MUSIC

5 maggioMay-13 settembreSeptember Terzo piano, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252

GALERIE NEGROPONTES

UN REGARD SUR BRANCUSI, VENISE 26 marzoMarch-18 dicembreDecember Palazzina Masieri, Dorsoduro 3900

GALLERIA 200C

TIM PARCHIKOV I’m not taking part in it

8 maggioMay-20 settembreSeptember Fondamenta San Giacomo, Giudecca 200/C

GALLERIA ALBERTA PANE

THE MATERIALITY OF JUDY CHICAGO 8 maggioMay-22 novembreNovember Calle dei Guardiani, Dorsoduro 2403/H

GAYLE CHONG KWAN, STEPHANIE BLAKE, KIMIKO YOSHIDA Penelope - Her Journeys

GALLERIE DELL’ACCADEMIA

5 maggioMay-31 gennaioJanuary, 2027 Palazzo Bonvicini, Calle de Ca’ Bonvicini, Santa Croce 2161/A

6 maggioMay-19 ottobreOctober Campo della Carità, Dorsoduro 1050

FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA/1

GALLERIA DI PALAZZO CINI

PICASSO, MORANDI, PARMIGGIANI Still Lifes 7 maggioMay-25 luglioJuly Galleria di Piazza San Marco 71/C

MARINA ABRAMOVIĆ Transforming Energy

DAVID SALLE. Present-Tense Painting 5 maggioMay-27 settembreSeptember Palazzo Cini, Campo San Vio, Dorsoduro 864

GARIBALDI GALLERY

GIANGIACOMO ROSSETTI

LAURA MEGA - DANIEL PEŠTA Where My Soul Compiles

FONDAZIONE DELL’ALBERO D’ORO

HOTEL METROPOLE

FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA/2 4 maggioMay-26 luglioJuly Palazzetto Tito, Dorsoduro 2826

PATRICK SAYTOUR Le pli et le temps / La piega e il tempo

18 aprileApril-22 novembreNovember Palazzo Vendramin Grimani, San Polo 2033

FONDAZIONE DRIES VAN NOTEN

THE ONLY TRUE PROTEST IS BEAUTY 25 AprileApril-4 ottobreOctober Palazzo Pisani Moretta, San Polo 2766

FONDAZIONE GÜNEŞTEKIN

AHMET GÜNEŞTEKIN Sessizlik / Silenzio / Silence

6 maggioMay-1 novembreNovember Palazzo Gradenigo, Campo Santa Giustina, Castello 2838

FONDAZIONE IN BETWEEN ART FILM

CANICULA

6 maggioMay-22 novembreNovember Complesso dell’Ospedaletto, Barbaria de le Tole, Castello 6691

FONDAZIONE PRADA

ARTHUR JAFA and RICHARD PRINCE Helter Skelter

6 maggioMay-22 novembreNovember Via Giuseppe Garibaldi, Castello 1815

CHRISTOPHER BUCKLOW. Guests FinoUntil 22 novembreNovember Riva degli Schiavoni, Castello 4149

IKONA PHOTO GALLERY

FERDINANDO SCIANNA Il Ghetto di Venezia

31 maggioMay-22 novembreNovember Campo del Ghetto Nuovo, Cannaregio 2909

ISOLA DI SAN GIACOMO FONDAZIONE SANDRETTO RE REBAUDENGO

MATT COPSON. Fanfare/Lament. Don’t have hope, be hope! DaFrom 7 maggioMay | Isola di San Giacomo

ISOLA DI SAN GIORGIO/1 ABBAZIA DI SAN GIORGIO MAGGIORE

BARRY X BALL. The Shape of Time 9 maggioMay-22 novembreNovember Basilica di San Giorgio, Isola di San Giorgio Maggiore

ISOLA DI SAN GIORGIO/2 FONDAZIONE GIORGIO CINI

HOW TO REACH THE SKY

9 maggioMay-23 novembreNovember Ca' Corner della Regina, Santa Croce 2215

FinoUntil 12 luglioJuly Ex Piscina Gandini, Isola di San Giorgio Maggiore

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/1

ISOLA DI SAN GIORGIO/3 FONDAZIONE GIORGIO CINI

THE DREAMER

DaFrom 5 maggioMay Museo, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/2

DING YI Cosmotechnics: Ding Yi as Planetary Code 9 maggioMay-22 novembreNovember Area Scarpa, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252

GEORG BASELITZ. Eroi d’Oro 5 maggioMay- 27 settembreSeptember Sala Carnelutti, Isola di San Giorgio Maggiore

ISOLA DI SAN GIORGIO/4 LE STANZE DEL VETRO

1948-1958 IL VETRO DI MURANO E LA BIENNALE DI VENEZIA FinoUntil 22 novembreNovember Isola di San Giorgio Maggiore


ISOLA DI SAN GIORGIO /5 FONDAZIONE GIORGIO CINI

HOMO FABER 2026. An Island of light 1-30 settembreSeptember | Isola di San Giorgio

LA GALLERIA

ART BEYOND BOUNDARIES 25 Years of La Galleria

8 maggioMay-22 novembreNovember | San Marco 2566

M9 – MUSEO DEL ‘900

PERTINI. L’ARTE DELLADEMOCRAZIA FinoUntil 31 agostoAugust | Via Giovanni Pascoli 11, Mestre

MAGAZZINO DEL SALE 3

PEDRO CABRITA REIS. XIV Steps

PALAZZETTO BRU ZANE | FONDATION BRU

PALAZZO PRIULI BON | DOMUS CIVICA

23 maggioMay-12 settembreSeptember | San Polo 2368

5 maggioMay-15 novembreNovember Palazzo Priuli Bon, Santa Croce 1979/A Domus Civica, Calle de le Sechere, San Polo 3082

ROLAND DUFAU. Scultore di luce PALAZZO ALBRIZZI CAPELLO

LINA KARAM Diving in the depth of a journey

PALAZZO QUERINI A CA' BALA

PALAZZO BRAGADIN

4 maggioMay-19 luglioJuly | Dorsoduro 244/245

7 giugnoJune-12 luglioJuly | Cannaregio 4118

TAMARA KVESITADZE Medea. Fragments of Memory 9 maggioMay-31 ottobreOctober Barbaria de le Tole, Castello 6480

PALAZZO BRAGADIN CARABBA

MARE KARINA

MEL RAMOS An Iconography of American Beauty

4 maggioMay-18 luglioJuly Campo de le Gate, Castello 3200

PALAZZO CORNER DELLA CA’ GRANDA PALAZZO PAPADOPOLI

4 maggioMay-22 novembreNovember | Dorsoduro 264

HANNA ROCHEREAU. Data Divas MARIGNANA ARTE

MAURIZIO PELLEGRIN. I ritratti perduti / The Lost Portraits – 1990-2025 22 maggioMay-5 settembreSeptember Rio Terà dei Catecumeni, Dorsoduro 141

MARIGNANA PROJECT

ALESSANDRO D’AQUILA Before Language / Prima del linguaggio 22 maggioMay-5 settembreSeptember Rio Terà dei Catecumeni, Dorsoduro 140/A

MUNAV – MUSEO STORICO NAVALE DI VENEZIA

ALFRED EISENSTAEDT La fotografia era nell’aria

22 maggioMay-22 novembreNovember Riva S. Biasio, Castello 2148

MUSEO CORRER/1

BIZHAN BASSIRI. Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico FinoUntil 22 novembreNovember Sala delle Quattro Porte, Piazza San Marco 52

MUSEO CORRER/2

JULIAN CHARRIÈRE. Spiral Economy 30 aprileApril-22 novembreNovember Sala Canoviane, Piazza San Marco 52

MUSEO DEL MERLETTO

BIENNALE DEL MERLETTO 2026 Merletti d’Autore

3 maggioMay-22 novembreNovember | Castello 6036

CHARLOTTE COLBERT Possible Landscapes

6 maggioMay-30 settembreSeptember Palazzo Corner della Ca' Granda, San Marco 3978 Palazzo Papadopoli, Aman Venice, San Polo 1364

PALAZZO DELLE ARTI E DELLE CULTURE FONDAZIONE GIANCARLO LIGABUE

COLLECTO

17 settembreSeptember-17 dicembreDecember Palazzo Erizzo Ligabue, San Marco 3319

PALAZZO DIEDO/1 BERGGRUEN ARTS & CULTURE

STRANGE RULES

4 maggioMay-22 novembreNovember Fondamenta Diedo, Cannaregio 2386

PALAZZO DIEDO/2 BERGGRUEN ARTS & CULTURE

CEAL FLOYER. Unfinished

4 maggioMay-22 novembreNovember Fondamenta Diedo, Cannaregio 2386

PALAZZO DUCALE

ETRUSCHI E VENETI. ACQUE, CULTI E SANTUARI

6 marzoMarch-29 settembreSeptember Appartamento del Doge, Piazza San Marco 1

PALAZZO FRANCHETTI FONDAZIONE BERENGO

MARTIN JANECKÝ Dreamers BERTIL VALLIEN Transparent Boundaries

5 maggioMay-22 novembreNovember | San Marco 2847

21 aprileApril-8 gennaioJanuary, 2027 Piazza Baldassarre Galuppi 187, Burano

PALAZZO FRANCHETTI | PALAZZO LOREDAN

MUSEO DI PALAZZO GRIMANI

5 maggioMay-14 novembreNovember Palazzo Franchetti, San Marco 2847 Palazzo Loredan, San Marco 2945 Palazzo Balbi Valier, San Marco 2506 Palazzo Querini alla Carità, Dorsoduro 1051

AMOAKO BOAFO It doesn’t have to always make sense 6 maggioMay-22 novembreNovember Ruga Giuffa, Castello 4858

MUSEO FORTUNY

ERWIN WURM. reamers

CHIHULY: VENICE 2026

PALAZZO GRASSI/1

MICHAEL ARMITAGE The Promise of Change

6 maggioMay-22 novembreNovember Palazzo Pesaro Orfei, San Marco 3958

29 marzoMarch-10 gennaioJanuary, 2027 Campo San Samuele, San Marco 3231

MUVEC – CASA DELLE CONTEMPORANEITÀ

PALAZZO GRASSI/2

KLIMT, SCHIELE, KOKOSCHKA e il corpo nell’arte contemporanea

26 settembreSeptember-14 febbraioFebruary, 2027 Piazzale Luigi Candiani 7, Mestre

NICOLETTA FIORUCCI FOUNDATION

LYDIA OURAHMANE. 5 Works

5 maggioMay-22 novembreNovember | Dorsoduro 2829

OCEAN SPACE

TIDE OF RETURNS [ONDE DI RITORNI] 28 marzoMarch-11 ottobreOctober Ex Chiesa di San Lorenzo, Castello 5069

AMAR KANWAR. Co-Travellers 29 marzoMarch-10 gennaioJanuary, 2027 Campo San Samuele, San Marco 3231

PALAZZO MALIPIERO

PATRICK MIMRAN Recent Works

4 maggioMay-22 novembreNovember Campo San Samuele, San Marco 3198

PALAZZO MARIN

SHIRIN NESHAT. Do U Dare!

9 maggioMay-6 settembreSeptember | San Marco 2541

ORTO GIARDINO DEL REDENTORE VENICE GARDENS FOUNDATION

PALAZZO PISANI SANTA MARINA

5 maggioMay-6 ottobreOctober | Giudecca 194

9 maggioMay-22 novembreNovember | Cannaregio 6104

SARAH MOON Orizzonte | Un giardino a Venezia

MAGGIE HALL. Love You to Death

JEREMY DELLER The Constant Buzz of a Drone PALAZZO ROTA IVANCICH

KOEN VANMECHELEN We Thought We Were Alone

9 maggioMay-22 novembreNovember | Castello 4421

PUNTA DELLA DOGANA/1

PAULO NAZARETH. Algebra

29 marzoMarch-22 novembreNovember | Dorsoduro 2

PUNTA DELLA DOGANA/2

LORNA SIMPSON. Third Person

29 marzoMarch-22 novembreNovember | Dorsoduro 2

SALONE VERDE

JEWEL. Matriclysm: An Archeology of Connections Lost 10 maggioMay-22 novembreNovember Calle della Regina, Santa Croce 2258

SCOLETTA BATTIORO E TIRAORO

ARCH HADES. Return | Ritorno 7 maggioMay-30 ottobreOctober Campo San Stae, Santa Croce 1980

SCUOLA GRANDE DI SAN ROCCO

JAN FABRE. The Quiet Source

9 maggioMay-22 novembreNovember Campo San Rocco, San Polo 3052

SCUOLA PICCOLA ZATTERE/1

NIKIMA JAGUDAJEV. Like

7 maggioMay-11 ottobreOctober Fondamenta Zattere ai Gesuati, Dorsoduro 1401

SCUOLA PICCOLA ZATTERE/2

RACHEL YOUN. Unruly Vessel

8 maggioMay-18 ottobreOctober Fondamenta Zattere Ai Gesuati, Dorsoduro 1401

SMAC VENICE

ALIGHIERO BOETTI

7 maggioMay-22 novembreNovember Procuratie, Piazza San Marco 105

SPARC*

LEO FRONTINI. Yields of Fray 5 maggioMay-5 settembreSeptember Campo Santo Stefano, San Marco 2828/A

SPAZIO BRUCHIUM FERMENTUM

HELEN BROMS SANDBERG Le Sette Opere di Misericordia

6 maggioMay-22 novembreNovember Calle del Forno, Castello 2090

SPAZIO SV

FRANÇOIS REBOUL Beyond Chaos

1 maggioMay-15 agostoAugust

From Chaos to Freedom

28 agostoAugust-22 novembreNovember Campo San Zaccaria, Castello 4693

SPAZIO THETIS

VENICE 20.26

29 aprileApril-30 ottobreOctober Arsenale Nord, Castello 2737/F

THE HOME OF THE HUMAN SAFETY NET

MARINELLA SENATORE We Rise by Lifting Others 7 maggioMay-22 marzoMarch, 2027 Procuratie, Piazza San Marco 105

UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA/2

VICTORIA LU. Metamorphosis: Beyond the Real – Searching for Victoria Lu

7 maggioMay-22 novembreNovember Ca’ Foscari Esposizioni, Dorsoduro 3246

ETHNOGRAPHY OF THE BODY AND MATERIAL. Slowness and Depth in an Accelerated Society

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staff

Mensile di cultura, spettacolo e tempo libero Numero 313-314 - Anno XXX Venezia, 1 luglio 2026 Con il Patrocinio del Comune di Venezia Autorizzazione del Tribunale di Venezia n. 1245 del 4/12/1996 Direzione editoriale Massimo Bran Direzione organizzativa Paola Marchetti Relazioni esterne e coordinamento editoriale Mariachiara Marzari Redazione Chiara Sciascia, Davide Carbone Speciali Fabio Marzari Coordinamento editoriale TheBAG, Daily Mostra del Cinema, Redazione Web, Newsletter

Marisa Santin Grafica Luca Zanatta Hanno collaborato a questo numero Katia Amoroso, Maria Laura Bidorini, Loris Casadei, Michele Cerruti But, Mario Dal Co, Federico Jonathan Cusin, Roberta De Rossi, Aurora Favarato, Elisabetta Gardin, Nicolò Ghigi, Renato Jona, Michela Luce, Franca Lugato, Irene Machetti, Alberto Marzari, Giandomenico Romanelli, Diletta Rostellato, Emma Rowland Cassia, Giovanni Santarelli, Livia Sartori di Borgoricco, Sara Abra Carrol Smersu, Adele Spinelli, Davide Terrin, Camillo Tonini, Riccardo Triolo Si ringraziano Wayne McGregor, Frances Rings, Mamela Nyamza, Molissa Fenley, Eiko Otake, Wen Hui, Cecilia Canziani, Cristiana Collu, Du Hai Jun, Michele Mele, Andrea Molesini, Marco Franzoso, Marta Buso, Emanuela Caldirola e Marta Zannoner Foto di copertina Drip Tekhne, Adam Linder - Photo Jubal Battisti, courtesy La Biennale di Venezia 20. Festival Internazionale di Danza de La Biennale di Venezia Traduzioni Patrizia Bran, Andrea Falco, Richard McKenna Direttore responsabile Massimo Bran Guide spirituali “Il più grande”, Muhammad Alì Il nostro “Ministro della Fantasia”, Fabio Marzari Recapito redazionale Cannaregio 563/E - 30121Venezia tel. +39 041.2377739 redazione@venezianews.it www.venezianews.it

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Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista.

25.04 – 19.10.2026 Dorsoduro 701, 30123 Venezia | guggenheim-venice.it Resa possibile da The KHR McNeely Family Foundation, Kevin, Rosemary e Hannah Rose McNeely

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I programmi educativi sono realizzati con il sostegno di:

Allegrini + Apice + Eurofood + Florim + Hangar Design Group + Mapei + Pettenon Cosmetics + Roberto Coin + Rubelli + Swatch + Villa Sandi

Vasily Kandinsky, Curva dominante (Courbe dominante), aprile 1936, olio su tela, 129,2 x 194,3 cm. Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Solomon R. Guggenheim Founding Collection


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