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VENEZIA NEWS - DECEMBER 2025-JANUARY 2026 - #306-307

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EXHIBITIONS MUSEUMS

306-307 DEC2025-JAN2026

CONCERTS

venicecityguide | www.venezianews.it

THEATRES FILMS&SERIES FOOD&DRINKS

Nico Zaramella © worldwide reserved

Mensile di cultura e spettacolo - n° 306-307 - anno 29 - dicembre 2025-gennaio 2026 spedizione in A.P. 45% art.2 comma 20/B - legge 662/96 - DCI-VE

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editoriale

European★ Magazine

EMPATIA CIVILE di Massimo Bran

A

guardarsi intorno , qui ora e nei giorni, mesi, anni a

venire non vi è sicuramente granché di che gioire. Un tempo frantumato da un’atomizzazione quasi schizoide di atti, consumi, linguaggi che davvero non si è mai prima rivelato così poco leggibile in un quadro di insieme almeno minimamente razionale. Qualsiasi spiegazione, qualsiasi lettura di piccoli e grandi atti di questo caotico tempo si sfarina nell’arco di pochi giorni, se non di ore, per poi passare ad altro ed altro ancora, in una rincorsa affannosa ed orizzontale in cui tutto si fa liquido, indistinto, equivalentemente deperibile, a prescindere dal peso, dalla rilevanza di ogni singolo accadimento. Il piano cartesianamente consequenziale, strutturalmente fondato sulla logica, sulla ratio per l’appunto, che aveva sempre caratterizzato, più o meno autenticamente ma comunque ordinariamente, il discorso pubblico, l’idea, insomma, che nell’affermare un assunto ci dovesse essere alla base una precedente riflessione, accompagnata da uno sforzo adeguato nel contestualizzare ciò che si andava a dire in una prospettiva storica e futura che dessero un senso compiuto all’agire e al dire presente, ebbene, questa grammatica basilare del vivere e dell’agire in società che veniva scritta e arricchita di giorno in giorno, in particolare da chi aveva ruoli di responsabilità pubblica ed istituzionale di primo rilievo, sembra oggi quasi del tutto saltata per aria, vaporizzata. Non può dirsi, questo, un effetto figlio di un repentino cambio di assetto linguistico e comportamentale della nostra società consumatosi nell’arco di pochi anni. L’incubazione è stata pluridecennale, diciamo perlomeno dai primi anni ‘90, con l’irrompere del populismo mediatico sul terreno del linguaggio politico ed istituzionale. Uno stravolgimento che già allora in diretta, nel pieno del terremoto berlusconiano a scuotere un sistema che in giro di un amen collasserà sin troppo tumultuosamente per via giudiziaria, ci sembrava un qualcosa di inaudito, quasi di alieno, con le tecniche più basiche della pubblicità a rendere repentinamente inservibili decenni e decenni di discorso pubblico magari dialetticamente retorico, criptico, eppure strutturato, colto, motivato. Niente, improvvisamente tutto si faceva spot: denti bianchi belli lucenti, cravatte a pois d’ordinanza, tacco 20 e tailleur da struscio milanese. Eppure era solo l’alba, per quanto accecante, di quanto poi di ben più destrutturante e destabilizzante andrà a mutare per sempre la fisionomia di una società completamente oramai scollegata dai grandi soggetti di mediazione politica e culturale, a partire dai grandi partiti di massa del Novecento, che sino ad allora avevano accompagnato la stragrande maggioranza dei cittadini, ai quali, perlomeno ai più, quasi mai sarebbe venuto in mente di scovare delle scorciatoie arbitrarie per sganciarsi dal processo tradizionale che vedeva nel lavoro, nello studio, nella crescita professionale l’unico plausibile percorso per migliorare la propria condizione, ancor più quella dei propri figli. Di lì a non molto la rivoluzione tecnologica digitale ribalterà il mondo, appiattendo la scala gerarchica sino ad allora fondata sulla formazione, sul sapere,

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mettendo in mano strumenti di comunicazione solo un attimo prima inimmaginabili nella loro intrinseca potenza a tutti indistintamente, illudendo chiunque, anzi, autorizzando chiunque a sentirsi legittimato a dire e comunicare la qualunque su qualunque fronte, all’insegna del più devastante, demagogico spottone populista: uno vale uno! Della serie, chi sei tu per giudicare che quello che io sostengo sulla scienza biomedicale, tanto per dirne una, non valga quanto ciò che può argomentare a riguardo chi di questa materia ha fatto la sua ragione di vita e di studio? Il dato devastante di questo ribaltamento epocale dei codici culturali, politici, mediatici che connotavano la nostra società lo si registra oggi proprio ai piani alti del discorso pubblico ed istituzionale. Laddove un tempo governava, magari anche troppo, l’arte del compromesso, con un’attenzione meticolosa al linguaggio e alle posture per mezzo dei quali ci si muoveva e si comunicava in pubblico, laddove l’arte secolare della diplomazia, di cui questo frammentato e stratificato Stivale è stato l’epicentro didattico per secoli (va bene se ricordiamo qui “solo” Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione?), rappresentava la grammatica prima del governare il mondo e le sue perenni crisi, oggi detta legge il suo contrario, il parlare schietto, rude, «con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni» per dirla con Faber, il dire tutto e il contrario di tutto nell’arco di un paio di giornate che ha del surreale, se la cosa non fosse drammaticamente preoccupante. Da Trump in giù, fino ai bulli truffaldini alla Salvini, è tutto uno sproloquiar laido, greve, col petto in fuori e il ghigno sfidante, alla stregua di capipopolo da curva Sud. E siccome la forma è sostanza in purezza, questo linguaggio deformato e deformante informa egualmente, e tragicamente, la gestione dei complessi contenuti che questi soggetti triviali sarebbero viceversa chiamati ad altamente assolvere, dalle guerre ormai senza confini che sono ritornate a scuotere anche quelle parti di mondo, le nostre, che per poco meno di un secolo si erano illuse di esserne definitivamente immuni, alle architetture istituzionali che delimitano e connotano le aree di azione dei vari soggetti istituzionali delle nostre democrazie fondate sulla sacra divisione dei poteri, ai mille altri temi che riguardano le nostre società, a partire da quello dei diritti, di cui questi autocrati triviali non sanno davvero che farsene, o meglio, lo sanno eccome: se va bene li ignorano, se va male li fanno a fette. Senza essere troppo catastrofisti, il che richiede un indubbio, nonché fiducioso, sforzo mentale, per cercare di intuire come il futuro, tra chissà quanti anni, potrà ritornare a recitare un verbo pubblico più urbano, non certo ricalcando stilemi che furono, ma dando del tu alle varie intelligenze più o meno artificiali in impetuoso divenire cercando di utilizzarle al meglio al fine di ridare un tono civile alla convivenza e alla relazionalità politica e sociale, mai come oggi per capire davvero chi eravamo e quali tratti di ciò che eravamo possano essere plausibilmente recuperabili, rinnovandoli linguisticamente, vi sarebbe bisogno di fare un rigenerante bagno immersivo nella storia,


Sandro Pertini in visita a una mostra con Renato Guttuso

anche solo in quella di ieri l’altro. Facendolo, scopriremmo di quale accelerazione sia stato capace questo nostro tempo. Scoprendolo, quindi misurando la breve distanza che ci separa da questo ieri, oggi percepito come fosse un’altra era geologica, scopriremmo al contempo che al fondo di ciò che andremmo a rivisitare vi è più di qualche contenuto cruciale, più di qualche lezione illuminante ancora grandemente servibile per raddrizzare questo ingestibile caos che connota il nostro procedere presente. Ebbene, questa riflessione non certo originale eppure vissuta e preoccupata che ci viene da fare alla fine di un anno a dir poco angosciante, ci è esattamente venuta per l’appunto da un’emozionante immersione in un’esperienza quanto mai coinvolgente della nostra recente storia contemporanea, ossia quella della, o meglio, delle straordinarie vite di Sandro Pertini, il Presidente più originale, amato, irregolare della nostra Repubblica nata dalla Resistenza, di cui è stato, come sappiamo, uno dei capi indiscussi. Sandro Pertini a cui è dedicata un’intrigante ed emozionante mostra all’M9 di Mestre, a cui dedichiamo ampio spazio a pagina 188 di questo stesso numero, ragione per cui non mi dilungo in alcun modo sui contenuti stretti della stessa. Basti solo qui dire che proprio una figura se vogliamo anche di rottura quale è stato Pertini può indicare una possibile strada per coniugare le radici democratiche solide di un mondo che ci sembra oggi sin troppo lontano alle urgenze del nuovo che avanza senza bussole ordinate ed intellegibili. Sì, perché proprio un uomo dalle salde radici democratiche come Pertini ha saputo, volente o nolente, anticipare con la sua empatia popolare una certa forma di populismo mediatico, bucando come nessuno prima il video costruendo un canale di comunicazione diretto con i cittadini. Facendolo però con alla base una solida cultura democratica, che gli permetteva di vivere il conflitto, lo scontro dialettico nell’agone politico riconoscendo sempre la dignità dell’avversario, anche quello più lontano dalle sue idee e dalle sue visioni politico-culturali.

A ripercorrerne le gesta, la sua figura risulta assai più intrigante proprio come fonte di ispirazione civile e democratica oggi piuttosto che nel tempo in cui ha consumato in vita le sue ultime gesta politiche, quando non pochi commentatori anche progressisti, al netto della sua straripante simpatia, vedevano in lui anche un fattore di tensione critica delle strutture rituali dell’agire istituzionale. Quello stato che si voleva sempre eguale e ingessato, cattedratico nelle sue più alte figure istituzionali al fine di conservare l’equilibrio formale del vivere civile in società. Sì, perché il suo parlare in forma diretta, senza filtri, con i cittadini era davvero altra cosa rispetto all’immonda comunicazione che conducono piccoli o grandi, ma tutti egualmente tapini, autocrati oggidì. E però pur sempre un’arma naturale di comunicazione capace, consapevolmente o meno, di svecchiare, quando non proprio di sbriciolare, le architetture retoriche autoreferenziali che avevano sin lì caratterizzato i grandi partiti politici di massa. Una lezione che sarebbe dovuta servire per prepararsi ad arginare l’assalto ai forni di stato di formazioni e figure il cui unico obiettivo sarebbe stato di lì a poco, e lo è ancora e di più oggi, asservire strumentalmente qualsiasi contenuto all’unico, esclusivo scopo: il potere per il potere. Come? Con l’arma letale della più becera comunicazione populista. Ma come il colesterolo, mi si passi la metafora fisiologica, anche la comunicazione populistica si presenta in due versioni: quella cattiva e quella buona. Diciamo che la prima sta infestando senza quasi freno alcuno il corpo sociale in ogni dove, la seconda, invece, è ancora lì a cercare da decenni di capire quali strumenti di contrasto utilizzare per contenere e sconfiggere la prima. Ecco, quel Presidente lì dimostra, con tutte le sue enormi contraddizioni, quanto una certa schiettezza mirata, mi si conceda l’ossimoro, faccia più che bene al bene comune, quello che ha più a cuore la cultura democratica e il vivere civile. Una mostra storico-politica alle volte serve assai, sì, anche per le nostre pratiche presenti.

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december2025 january2026 coverstory (p. 6) Il fantasma della neve – Reportage di Nico Zaramella christmasdiary (p. 21) Murano illumina il Mondo | Carlo & Giorgio | A Christmas Carol | Giulietta e Romeo | Magical Mystery Orchestra | Harlme Gospel Choir | Champagne! | Sior Todero Brontolon | Venezia Canta | Kazuki Yamada | Jack Savoretti | Values in Music | Concerto di Natale in Basilica | Sounds of Joy | The Show Must Go On | Avvento in Musica | La bella addormentata | Lo Schiaccianoci | Bissuola Live | Coro Manos Blanca | Cin-Ci-Là | Concerto di Capodanno | Capodanno a Venezia | Kids | Intervista Delphine Trouillard – Matita Edizioni | Shopping & more | Pandoro o Panettone? | Il banchetto del doge | Dolomiti. Un paesaggio tutelato | Christmas Books | Le grappe di Venezia | Christmas Screenings | Couch Stories arte (p. 74) Preview 61. Biennale Arte | Wang Shu e Lu Wenyu – 20. Mostra Internazionale di Architettura | Casanova – Intervista Chiara Casarin e Sara Tirelli | Gastone Novelli | Lucio Fontana | Olaf Nicolai | Fabrizio Plessi | Tatiana Trouvé | Ali Cherri | R.S.V.P. Résonnez, S’il Vous Plaît | Karen LaMonte | Terry Atkinson | Jaume Plensa | Intervista Mao Xuhui | Il mestiere invisibile di esporre arte | John Baldessari | Bella la vita a Venezia | Luca Giordano | Pietà di Giovanni Bellini | Pietro Bellotti | L’Album Cicognara | Edvard Munch | Antonio Beato | Robert Mapplethorpe | Antonio Corradini e Luigi Ghirri | Renato D’Agostin | Valeriano Pastor | Elena Guaccero – Intervista Annamaria e Alessandra Rocca | Dalí è Venezia | Olga Lepri | Ahmet Öğüt | Luigi Viola | Giovanni Segantini | Beato Angelico musica (p. 140) Incroci in Musica | Paolo Fresu | You Theatre Musica | Anna Pepe | Fabri Fibra | Giorgia | Marracash | Negrita | Nomadi classical (p. 148) Coro di Luciano Berio | Simon Boccanegra | Vincenzo Milletarì | Ex Novo Musica 2025 | Premio Alma Dal Co | Alessandro Baricco theatro (p. 156) Intervista Alessandro Businaro – Direttore artistico junior TSV | Il birraio di Preston | Ritorno a casa | Il fu Mattia Pascal | Intervista Mohamed Toukabri | You Theater | Lungo viaggio verso la notte | La reginetta di Leeane | I ragazzi irresistibili | Wonder Woman | L’angelo del focolare | Come gli uccelli | Non ti pago | Comici cinema (p. 178) InLaguna Film Festival | Il rapimento di Arabella – Intervista Carolina Cavalli | No Other Choice | Father Mother Sister Brother | La grazia | Le città di pianura – Intervista Francesco Sossai | Paul Newman | Le influenze europee nel cinema hollywoodiano | Cinemamenti | Supervisioni etcc...... (p. 188) Pertini. L’arte della democrazia | Giorno della Memoria 2026 | Intervista Andrea Molesini | Intervista Gregory Dowling | Rob Nixon. Slow Violence | Diego Dalla Palma. Alfabeto emotivo | Matteo Strukul. La congiura delle vipere | Stelio Fenzo | Caratteri. Calligrafia e tipografia: Corea del Sud e Stati Uniti | Palazzina Canonica CNR-ISMAR | TOP...onomastica, la città che parla | I diritti sono di tutti, altrimenti chiamateli privilegi | Parole: Appunti per le stelle citydiary (p. 205) Agende | Mostre a Venezia 6

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CHRISTMAS IN VENICE

A mix of tradition, shining lights, red and gold everywhere, green Christmas trees, elegant shops, beautiful gifts, and above all concerts: at St. Marks, in churches, in theatres, in hotels. More: ballet, shows, even boat parades, and ice skating. Check out our special Christmas feature! christmasdiary p. 21

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BERIO/McGREGOR

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A conversation of body and sound, memory and experimentation. Wayne McGregor presents a new, original choreography and a new stage fitting for Coro, a 1976 masterpiece by Luciano Berio, performed for the first time in Italy at the Biennale Teatro e Musica, directed by Luca Ronconi, in 1976. classical p. 148


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O CASANOVA

THE GHOST OF THE SNOW

Following our Christmas tradition, Nico Zaramella returns to our pages to recount his encounter with the Snowy Owl in the far North: an inner journey through ice, silence, and infinity. In the white solitude of Canada, the photographer recognizes in this rare creature – fragile, regal, almost sacred – the reflection of his own “ghost,” an avatar guiding his thoughts, desires, and challenges. coverstory p. 8

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N

A surprising journey through archives, technology, and art to discover Casanova as you have never seen him before. From the Fondazione Giorgio Cini on San Giorgio Maggiore to Palazzo Cini, two exhibitions, digital installations, and interactive videos guide us through the freedom, travels, and ingenuity of the illustrious Venetian. A story between past and future, where history and new technologies come together to create a unique and immersive experience. arte p. 78

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MOHAMED TOUKABRI

From the streets of Tunis to international stardom, Mohamed Toukabri will bring his sound to Venice, a body of art that treasures cultural and historic memories. In EverybodyKnows-What-TomorrowBrings-And-We-All-KnowWhat-Happened-Yesterday motion becomes plural language, improvisation, and resistance. The body reminds and remembers, it talks via voice and music, it challenges colonial hierarchies and narratives, thus turning dance into a space of freedom and shared reflection. thteatro p. 164

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OLAF NICOLAI

In the ballroom of Palazzo Diedo, Olaf Nicolai sets up an ice rink where visitors become the protagonists: their movements dance along with the music of To Rococo Rot, played through six speakers, transforming art into a stunning sensory spectacle. arte p. 86

T E

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SANDRO PERTINI

The most beloved of Italian presidents, Sandro Pertini, is the subject of an exhibition at M9, the Museum of the 1900s. A documentary exhibition traces Pertini’s life, from his years as a partisan resisting fascism to his long political career, highlighting landmark moments marked by unwavering civic commitment and passionate activism. etcc... p. 188

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coverstory 8

IL FANTASMA DELLA NEVE Testo e foto di Nico Zaramella © worldwide reserved

Il Bubo scandiacus si libra o rimane immobile sugli stecchi spogli di un inverno spietato. Quasi fosse un ecoscandaglio vivente coglie nel silenzio della neve i suoni della vita e così sopravvive, nell’ecosistema più ostile del Pianeta, migrando ben poco tra il freddo e il freddo


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coverstory IL FANTASMA DELLA NEVE

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Testo e foto di Nico Zaramella © worldwide reserved

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o viaggiato e viaggio in tutto l’estremo nord e l’estremo sud del mondo con la macchina fotografica al collo. Quando qualcuno mi chiede il perché di questo errare nel cuore più profondo della natura, forse non conosco nemmeno io la risposta. C’è un fantasma dentro di me che sto conoscendo viaggio dopo viaggio, spedizione dopo spedizione. È un fantasma amico. Ho capito chi è e dove va. Sono io in una “challenge” interminabile con la mia mente, la mia storia, i miei desideri e il mio corpo, o forse è un “duende”, uno spirito flamenco, che scompiglia con pari intensità ciò che il mondo si attende e ciò che io mi attendo da me. Il lavoro, il denaro, la famiglia, la quotidianità hanno occupato un bel po’ del mio tempo che, nonostante la nostra aspirazione all’eterno, è in realtà fortunatamente limitato. Ma quel fantasma occupa tutto lo spazio rimanente: mi sono reso conto che il mio “avatar” è letteralmente infinito. Sono io che stabilisco quanto spingere in là il mio pensiero. Magari oggi è l’ennesima volta che batto il congelamento, il vento, il rischio di guardare sempre più da vicino negli occhi un orso polare, ma domani potrebbe essere una profonda riflessione sull’infinito, sul pensiero universale, sugli spazi non confinati della percezione. Molte volte ho perduto la forza e ho sentito la depressione del gelo, del vento e della fatica. Proprio in quel momento la mia mente mi ha costretto a mettere un piede di fronte all’altro, a non fermarmi: il mio fantasma traccia la strada e supera il limite fisico, è totalmente consapevole. Molte cose nel tempo hanno così perso parte della loro importanza: le ho percepite come gravate dalla finitezza e dal loro modesto rilievo. Dentro e fuori di noi c’è un infinito tutto da esplorare; più lo esploriamo, più il resto appare miserevole. In una regione freddissima canadese qualcosa che appartiene al mio essere infinito e fantasmatico vola silenziosamente; un qualcosa che forse era già da tempo, ed oggi lo è sicuramente, dentro di me. Ora è immobile qui accanto e sotto una nevicata incessante, a 30 gradi sotto zero. Fermo a qualche metro da me, tra un ikebana di stecchi gialli, bianco, tra il bianco candido, mi guarda. Non ci sono dubbi. Abbiamo sempre l’impressione che chi guarda sia attratto dalla nostra forma esterna, dal nostro apparire; invece mi guarda dentro, con occhi gialli e brillanti, in un silenzio pressoché assoluto. Così come il pensare al mio fantasma anche questo sguardo apre una porta nell’infinito, nel vuoto, nel silenzio. Mi rendo conto che tutto questo è un lusso impagabile: il silenzio, il bianco assoluto, l’assenza, il vuoto, il buio. È un privilegio che facciamo fatica a percepire come tale perché non ha nulla di ambiguo né di materiale come invece quasi tutto il resto della vita che consumiamo in società, connotata dall’urgenza di apparire, di occupare spazio, sgomitando in un piccolo mondo antico sempre più legato a conflitti meschini conformati ad un vantaggio personale che sembra tale, ma che tale, invece, proprio non è. Esibire, esibirsi sul palcoscenico scricchiolante di una vita confinata, esattamente come personaggi in cerca d’autore, ovvero incapaci di essere quando privati di qualcuno al cospetto del quale poter apparire. Questo lusso nell’immergersi senza nulla chiedere in cambio nel pieno della natura è invece “solo” un dono di solitudine e riflessione senza spettatori. Questo lusso non si compra, non si eredita. È speciale.

Questo fantasma bianco è forse proprio il mio avatar. Il suo silenzio, il mio e questo fantastico incanto è il meglio che si possa chiedere al nostro esistere qui, ora: la perfezione della vita. Come Atena, Minerva ed Harry Potter, questa Edvige sublima filosofia e saggezza. Il pubblico è scomparso e con il pubblico anche il denominatore, o forse la costante, di una banale partita a scacchi di giocatori dilettanti. Chiude leggermente gli occhi prima di spiccare il volo ed il suo volo è silenzioso, contemplativo. Il movimento delle ali è quasi impercettibile, fende il vento e la sferzante nevicata e ruota la testa rotonda, come se gli occhi fossero fissi in un mondo continuamente mobile e al contempo attenti ad un esatto punto solo a lui noto. Guardando questo gufo delle nevi, tanto desiderato e immaginato, per tentare di sentire la sua vita ho capito il significato della parola “librarsi”: non è semplicemente un moto fisico, è grazia, leggerezza, sospensione. “Snowy owl” per gli anglosassoni, “Civetta delle nevi” nella nostra dolce lingua, comunque gufo a tutti gli effetti, è una delle magnifiche presenze della fauna circumpolare. Come tanti veri e autentici indigeni della vita la sua esistenza è vulnerabile (IUCN-International Union for Conservation of Nature), se non proprio minacciata. Clima, disponibilità alimentare e anche vili fucilate hanno decimato questo silenzioso e innocuo fantasma con le ali la cui popolazione mondiale potrebbe non essere superiore alle 30.000 unità (“…An assessment of the available data suggests that current estimates of a worldwide population of 14.000-28.000 breeding adults are plausibile…” R.A. McCabe et alii STATUS ASSESSMENT AND CONSERVATION PRIORITIES FOR A CIRCUMPOLAR RAPTOR: THE SNOWY OWL BUBO SCANDIACUS Cambridge University Press 2024) Il Bubo scandiacus si libra o rimane immobile sugli stecchi spogli di un inverno spietato: ogni piccolo movimento, ogni minima vibrazione sonora sono per lui il segnale di un piccolo lemming, di un mammifero nascosto che tenta di sfuggire al suo ambito pasto. Quasi fosse un ecoscandaglio vivente coglie nel silenzio della neve i suoni della vita, o forse il frullare leggero di qualche piccolo uccello, e così sopravvive, nell’ecosistema più ostile del Pianeta, migrando ben poco tra il freddo e il freddo. È vero, qualche esemplare orfano disperso è apparso più in là, a sud, chissà perché, per quale incomprensibile ragione. Ogni volta penso a quella carcassa congelata di un leopardo sul Kilimangiaro, “la casa di Dio”, che ha emozionato Ernest Hemingway; e mi emoziona non meno pensare che forse, come l’orso delle caverne, ben poco sappiamo dell’ansia di conoscere di questi esseri meravigliosi, del loro percorrere le strade della vita, così come noi facciamo seguendo i sentieri del pensiero, della curiosità e dell’apprendimento. A volte mi illudo di capire le loro parole e le loro riflessioni. Sono certo di tutto questo almeno nella stessa misura in cui ho capito che solo l’uomo, vittima di supponenza e presunzione, può ipotizzare di essere il detentore delle sensazioni, dei sentimenti, ambendo presuntuosamente lui solo alla conquista della conoscenza. Le mie mani in questo gelo terribile, quantunque ben coperte, cominciano a soffrire i mille aghi di un imminente congelamento e allora… E allora a domani, per un nuovo appuntamento. Non so più se Natale è passato o se oggi è Natale, ma in questo bianco abbacinante il mio candido fantasma non manca al nostro

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coverstory IL FANTASMA DELLA NEVE

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coverstory IL FANTASMA DELLA NEVE

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coverstory IL FANTASMA DELLA NEVE

nuovo incontro e non mancherà nei prossimi giorni. Probabilmente non è mai lo stesso soggetto, anche se certamente in questo spazio prezioso gli esemplari sono pochissimi. Mi accorgo di piccole differenze nella livrea e nella disposizione delle scarse macchie più scure e mi accorgo di piccoli segni e comportamenti diversi: sono sessi diversi, ma soprattutto sono individui distinti, singolarità con un proprio carattere. Ho imparato il mistero di essere “una parte”, cioè di condividere un luogo e un momento della mia e della loro vita. Questo gufo non mi teme, non è diffidente, è empatico o resiliente alla mia presenza: io non cerco di nascondermi ma solo “la discrezione”. Non sono solo uno spettatore; ho un ruolo nella sua vita così come lui ha un ruolo nella mia. Questa meraviglia misteriosa che passa con i suoi simili attraverso la storia deve forse al suo modo di apparire e di vivere l’alterna fortuna di essere visto come portatore di stregoneria e malevola magia, oppure viceversa di filosofia e saggezza, se non addirittura di divinità. Come tante altre volte è accaduto, questo è uno degli incontri più incredibili che la vita mi ha regalato. Riflessivo, regale, consapevole, si muove nel suo mondo come io mai potrei fare. Per questo inevitabilmente mi illudo che non sia affatto un caso e leggo nella sua eleganza e nell’armonia le aspirazioni del mio fantasma. La sintonia, la coerenza, o forse è l’invidia di Icaro. Essere qui e ora dopo aver letto di Roar Solheim è un privilegio unico. Non stento certo a credere che per gli antichi abitanti della stessa terra questo gufo bianco fosse un animale sacro, divino, un messo tra l’ultraterreno e il terreno. Questa simbolica e luminosa potenza protettiva gli ha garantito il pieno diritto di essere uno dei simboli del Quebec.

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Fu solo al terzo giorno che mi resi conto delle nostre affinità e mi chiesi se non avrei avuto altri incredibili incontri quando le luci regalano quel momento incantato che separa la notte dal giorno e il giorno dalla notte. Pagherò il pegno di temperature ancor più terribili, ma non sarà né la prima né l’ultima volta. Ecco, è così che cerco il movimento, il colore e la forma che si compone attraverso la direzione del volo e lo sguardo: questa è interpretazione e creatività. Certo, questa creatura, che ha in sé i “signa” della divinità, deve a questi momenti di transizione della luce e del colore il suo fascino seduttivo, così come noi stessi siamo altrettanto sedotti e affascinati dal passaggio tra la notte e il giorno e tra il giorno e la notte della nostra stessa vita. Nei molti giorni a seguire ho cercato le vibrazioni che mi sono care delle mie migliori immagini e per il resto del tempo ho soltanto guardato seduto o disteso sulla neve. Mi sono concesso privilegio e diritto di apprendere quanto di me stesso questo passeggero della mia esistenza mi consente di conoscere. È proprio il fantasma della neve, un essere unico, un capolavoro del Pianeta: fatto di materia e al tempo stesso ispiratore di astratte leggende e sensazioni. Come sempre ancora una volta parlo di me stesso e di loro, perché dai nostri incontri è nata l’emozione più autentica e semplice della mia vita. Continuo a vivere questi momenti con lo stupore del bambino e la saggezza di chi affronta gli anni migliori. Ciò che loro mi donano e ci donano appartiene all’illusione di un mondo perfetto. Circondati da grettezza e brutture forse una volta o l’altra, un Natale o l’altro, avremo il dono di vedere sul nostro albero questo delicato, prezioso e aggraziato gufo bianco messaggero di pace e saggezza.


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C R H T I S S M A diary

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6/7.12 Giulietta e Romeo Teatro Malibran

10.12 Harlem Gospel Choir Teatro Toniolo

12/14.12 Sior Todero Brontolon Teatro Goldoni

17/18.12 Concerto di Natale Basilica di San Marco

19.12 Sounds of Joy The Venice Venice Hotel

31.12

Capodanno a Venezia Bacino di San Marco

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11.12

Champagne! Palazzetto Bru Zane

Jack Savoretti Teatro Toniolo

16.12

13/14.12 Kazuki Yamada Teatro La Fenice

26.12

La bella addormentata Teatro Goldoni

Regata delle Befane Canal Grande

6.01 1.01

Concerto di Capodanno 2026 Teatro La Fenice

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christmaslights

Murano illumina il mondo Procuratie Vecchie, Piazza San Marco

a cura di Mariachiara Marzari

LA FORMA DELLA LUCE Una galleria a cielo aperto sotto le Procuratie Vecchie in Piazza San Marco: si accende la terza edizione di Murano illumina il Mondo. Dodici nuovi artisti e designer di fama internazionale hanno accolto l’invito a reinterpretare l’oggetto iconico del lampadario, trasformandolo in un’opera site-specific realizzata con i maestri vetrai di alcune delle più prestigiose fornaci muranesi. Ogni creazione nasce dall’incontro tra visione artistica e saperi antichi, intrecciando memoria e innovazione in linguaggi sempre nuovi, per continuare a celebrare la tradizione vetraria dell’Isola riaffermandola come fucina di sperimentazione contemporanea An open-air gallery beneath the Procuratie Vecchie in Piazza San Marco: the third edition of Murano Illuminates the World is on. Twelve new internationally renowned artists and designers have accepted the invitation to reinterpret the iconic chandelier, transforming it into a site-specific work created with the master glassmakers of some of Murano’s most prestigious furnaces Murano illumina il Mondo – terza edizione Fino 1 marzo 2026 Procuratie Vecchie, Piazza San Marco theveniceglassweek.com

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LUCIO BUBACCO Musica Angelica

FORNACE Vetreria 3 Artistico Lampadari Una composizione scenografica di 30 bracci e 50 angeli in vetro avorio che suonano strumenti classici. L’opera, ampia e solenne, si sviluppa su tre livelli come una sinfonia ascendente: luce, musica e forma diventano veicoli di purezza, spiritualità e rinascita, culminando in una spirale che tende verso l’infinito. ENG A scenographic composition of 30 arms and 50 ivory glass angels playing classical instruments. The expansive and solemn work unfolds on three levels like an ascending symphony: light, music, and form become vehicles of purity, spirituality, and rebirth, culminating in a spiral that reaches toward infinity.

MICHELA CATTAI Trama di Luce

FORNACE Simone Cenedese Il lampadario prende forma dall’osservazione dei ritmi delle maree e delle geometrie delle isole della laguna di Murano, elementi che definiscono un equilibrio fragile e in continuo mutamento. ENG The chandelier takes shape from observing the rhythms of the tides and the geometry of the islands in the Murano lagoon, elements that define a fragile and ever-changing balance.

IRENE CATTANEO The Observatory

FORNACE Amadi Con le sue otto sfere ‘lunari’ lavorate a mano, il lampadario è un omaggio alla maestria vetraria di Murano, dove la tecnica classica del sommerso incamiciato è sapientemente fusa con l’uso di polveri metalliche per creare un effetto luminescente e profondo. ENG With its eight hand-crafted ‘lunar’ spheres, the chandelier is a tribute to the mastery of Murano glassmaking, where the classic sommerso incamiciato technique is expertly fused with the use of metallic powders to create a luminescent and deep effect.

F. TAYLOR COLANTONIO Pool of Light

FORNACE Signoretto Lampadari in collaborazione con Salvadore Ispirato dai disegni presenti nell’archivio del Centro Studi del Vetro della Fondazione Giorgio Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore e dal soffitto della stazione ferroviaria di Santa Lucia, F Taylor Colantonio immagina un raggio di sole filtrare in una corrente vorticosa della laguna. ENG Inspired by drawings in the archives of the Giorgio Cini Foundation’s Glass Studies Centre on the island of San Giorgio Maggiore and by the ceiling of the Santa Lucia railway station, F. Taylor Colantonio imagines a ray of sunlight filtering through a swirling current in the lagoon.

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christmaslights MURANO ILLUMINA IL MONDO PIAZZA SAN MARCO

SIMONE CRESTANI Primavera d’Oriente FORNACE Berengo Studio Un lampadario ispirato ai modelli degli anni Venti, dove un ramo fiorito in vetro borosilicato, costellato di boccioli rosa, attraversa e sbilancia la struttura lineare in vetro liscio per poi ricomporla in un equilibrio poetico, fondendo geometria e naturalismo. ENG A chandelier inspired by 1920s models, where a flowering branch in borosilicate glass, dotted with pink buds, passes through and unbalances the linear structure in smooth glass before recomposing it in a poetic equilibrium, blending geometry and naturalism.

MASSIMO MICHELUZZI Calamaro FORNACE Vetreria Anfora Un lampadario dalle forme organiche che evocano i tentacoli marini. Il vetro plasma il movimento fluido dell’acqua e della laguna veneziana, trasformando il lampadario in una creatura poetica e viva, specchio della materia che respira con il territorio. ENG A chandelier with organic shapes that evoke the tentacles of the sea. The glass shapes the fluid movement of the water and the Venetian lagoon, transforming the chandelier into a poetic and living creature, a mirror of the material that breathes with the land.

CHAHAN MINASSIAN Acqua Rings FORNACE Nicola Moretti Murano Dischi di vetro sovrapposti danzano in tonalità ispirate alla laguna veneziana, componendo un lampadario minimalista ma vibrante, dove il movimento circolare evoca fluidità e riflessi d’acqua. ENG Overlapping glass discs dance in hues inspired by the Venetian lagoon, composing a minimalist yet vibrant chandelier, where the circular movement evokes the fluidity and reflections of water.

LUCA NICHETTO Profilo FORNACE Barovier&Toso Un’opera che reinterpreta in chiave contemporanea la silhouette del lampadario classico, composta da 34 dischi in vetro centrifugato. Ogni disco conserva nel vetro un delicato motivo a spirale, traccia del gesto dell’artigiano. La luce diffusa da un asse centrale unisce le forme in un dialogo armonico tra passato e futuro, dove tecniche secolari incontrano il design innovativo. ENG A work that reinterprets the silhouette of the classic chandelier in a contemporary key, composed of 34 centrifuged glass discs. Each disc preserves a delicate spiral motif in the glass, a vestige of the artisan’s hand. The light diffused by a central axis unites the forms in a harmonious dialogue between past and future, where centuries-old techniques meet innovative design.

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CHRISTIAN PELLIZZARI Nature Rebirth FORNACE Salviati Un’opera sospesa composta da uova soffiate e tentacoli realizzati con la tecnica delle “bussole” dei lampadari Rezzonico. La materia antica dialoga con un innovativo sistema di micro-LED, celebrando la continua rinascita della natura attraverso luce, fragilità e forza. ENG A suspended work composed of blown eggs and tentacles created using the “bussole” technique of Rezzonico chandeliers. The ancient material interacts with an innovative micro-LED system, celebrating the constant rebirth of nature through light, fragility, and strength.

EROS RAFFAEL Life’s Meaning FORNACE Scuola Abate Zanetti Un’opera corale nata dall’incontro tra tradizione secolare e creatività dei giovani vetrai. Il lampadario è composto da foglie in vetro decorate da filamenti blu in varie sfumature, simbolo del ciclo della vita. Le foglie ricordano l’acqua, origine di ogni forma, e attraverso il loro movimento armonico raccontano il tempo, la trasformazione e l’eterna continuità dell’esistenza. ENG A collaborative work born from the encounter between centuries-old tradition and the creativity of young glassmakers. The chandelier is composed of glass leaves decorated with blue filaments in various shades, symbolizing the cycle of life. The leaves recall water, the origin of all forms, and through their harmonious movement they express time, transformation, and the eternal continuity of existence.

JOANA VASCONCELOS Cuore Infinito FORNACE Berengo Studio L’artista trasforma il lampadario in un organismo pulsante: un cuore luminoso che vibra di luce e colore, simbolo monumentale di passione, resilienza e trasformazione. La forma, sospesa tra tensione e armonia, reinterpreta un oggetto domestico in un’icona emotiva e universale. ENG The artist transforms the chandelier into a pulsating organism: a luminous heart vibrating with light and color, a monumental symbol of passion, resilience, and transformation. The form, suspended between tension and harmony, reinterprets a household object into an emotional and universal icon.

RU XIAO FAN Intérieur/Extérieur FORNACE Effetre e Seguso Gianni Un lampadario a forma di gabbia in cui alcuni uccelli restano imprigionati mentre altri prendono il volo. L’opera riflette sulla scelta tra sicurezza e libertà, evocando il mito dell’Eden e le “gabbie invisibili” del presente: lasciare l’illusione protettiva richiede coraggio, ma solo chi rischia può scoprire il vero significato del volo. ENG A cage-shaped chandelier in which some birds remain imprisoned while others take flight. The work reflects on the choice between safety and freedom, evoking the myth of Eden and the “invisible cages” of the present: leaving the protective illusion requires courage, but only those who take risks can discover the true meaning of flight.

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5/6/7 december

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La vigilia di Scrooge Formula all inclusive Si sogna tutto l’anno, si fantastica, si pianifica… ma soprattutto si aspetta il momento in cui partire: la vacanza. E se pensate che basti fare la valigia e andare, vi sbagliate di grosso. Perché ogni viaggio – anche quello sul palco – richiede preparazione, inventiva e un pizzico di follia. In vacanza con Carlo & Giorgio, irresistibile show firmato dai due cugini paladini della battuta veneziana, Carlo D’Alpaos e Giorgio Pustetto, è in scena il 5 e 6 dicembre al Teatro Goldoni, in una versione invernale perfetta per le feste. Accomodati in poltrona, nel tepore del teatro, non dovrete fare altro che ridere: sul palco ci pensano loro. Cosa troveremo nella valigia di due dei comici più amati di Venezia? Un mix di novità, suggerito dai continui spunti del mondo che ci circonda, e qualche classico del repertorio, perché i loro personaggi, dalla sgangherata famiglia Baldan alle vecchiette pettegole, da Batman e Robin agli inossidabili Denis e Fabietto fino ai mitici marinaio Cicci e Capitano Nino dell’Actv… nessuno rimane a casa! E dunque, il viaggio comincia, dalla spiaggia alle Dolomiti, passando per città immaginarie e situazioni improbabili, ogni gag è un itinerario di risate, pensato per chi non è ancora partito, chi è già rientrato o chi, semplicemente, sogna le ferie insieme a loro. Mai banali, con la loro innata capacità di trasformare il quotidiano, anche quello più squallido, in comicità pura, Carlo e Giorgio continuano a conquistare il pubblico di tutte le età grazie ad un’arte della risata genuina e a una venezianità verace. Le vacanze sul palco sono aperte a tutti, risata inclusa e spasso garantito. C.S. In vacanza con Carlo & Giorgio 5, 6 dicembre Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

Alla vigilia del giorno dell’Immacolata, domenica 7 dicembre, il Teatro Corso si prepara ad accogliere grandi e piccini, per A Christmas Carol, lo spettacolare musical della Compagnia dell’Alba, co-prodotto con il Teatro Stabile d’Abruzzo e in collaborazione con la scuola d’arte New Step. La vigilia di Natale del 1843 prende vita sul palco: luci, colori e musiche trasportano lo spettatore nella Londra dickensiana, tra vicoli innevati e case illuminate dal calore dei camini. Al centro della scena, il vecchio avaro Ebenezer Scrooge – interpretato da un convincente Roberto Ciufoli – scopre, notte dopo notte, il potere dei tre spiriti del Natale: Passato, Presente e Futuro. Tra flashback, premonizioni e momenti di stupore, il cuore di Scrooge, fino ad allora chiuso alla gioia e alla generosità, inizia a sciogliersi. Un miracolo di Natale che, grazie alle musiche originali di Alan Menken – celebre compositore di La Bella e la Bestia, Aladdin e La Sirenetta – diventa una festa per gli occhi e le orecchie, tra melodie indimenticabili e coreografie corali. Oltre al racconto di Dickens, lo spettacolo offre una riflessione attuale: Scrooge diventa simbolo di chi, immerso nella frenesia del mondo moderno, rischia di chiudersi a ciò che conta davvero. Ma la storia ci ricorda che ogni cuore, anche il più indurito, può aprirsi alla generosità e all’attenzione verso gli altri. Tra scenografie dettagliate, effetti speciali e il fascino senza tempo della novella, A Christmas Carol invita a vivere la magia del Natale, ridendo, emozionandosi e riscoprendo la bellezza dei piccoli gesti e della condivisione. Un ritorno imperdibile per chi ama lasciarsi sorprendere dal teatro e dalle storie che scaldano l’anima. C.S. A Christmas Carol 7 dicembre Teatro Corso-Mestre www.teatrocorso.it

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6/7 december

Il gelo del destino Il Balletto di Roma chiude VeneziainDanza con il suo brano più acclamato Nel periodo dell’anno in cui il balletto torna a essere una irrinunciabile tradizione delle feste, Giulietta e Romeo approda al Teatro Malibran il 6 e 7 dicembre come appuntamento conclusivo della XVII edizione di VeneziainDanza, rassegna curata da Točnadanza e diretta da Michela Barasciutti. Un ritorno atteso, che riporta in scena uno dei titoli più amati del repertorio italiano, nonché uno dei lavori più longevi e riconoscibili di Fabrizio Monteverde. Il riallestimento celebra oltre vent’anni di vita scenica e un primato che parla da sé: 350 recite, 200.000 spettatori, e un consenso costante che lo ha trasformato nel balletto italiano più applaudito degli ultimi decenni. Monteverde firma coreografia, regia e scene di un allestimento che affonda nella tragedia shakespeariana per restituirne la potenza emotiva attraverso una lettura radicata nel Sud Italia del secondo dopoguerra. Una comunità rigida, attraversata da tensioni morali e sociali, diventa il contesto di una vicenda che, in questa versione, assume una dimensione quasi neorealista. La figura di Giulietta occupa il centro narrativo: una giovane ribelle, stretta tra l’educazione imposta e un destino femminile già tracciato, che sfida la sua condizione fino alle estreme conseguenze. Accanto a lei Romeo, sospeso tra slancio e ingenuità, tratteggia un amore assoluto e inevitabilmente perdente. A interpretare i due protagonisti sono Fiamma Balzano e Paolo Barbonaglia, sostenuti da un ensemble che dà corpo alle dinamiche collettive della famiglia e della comunità, guidato da una drammaturgia del movimento essenziale e intensa. I costumi Giulietta e Romeo 6, 7 dicembre Teatro Malibran www.teatrolafenice.it

di Eve Kohler e il disegno luci di Emanuele De Maria completano l’atmosfera asciutta, quasi sospesa, che accompagna le musiche originali di Sergej Prokof’ev. La presenza del Balletto di Roma – storica compagnia fondata nel 1960 da Franca Bartolomei e Walter Zappolini – rinnova il rapporto con Venezia e conferma l’identità di una struttura che da sessantacinque anni unisce produzione, formazione e ricerca coreografica. Con Giulietta e Romeo, Monteverde ribadisce la vitalità di un linguaggio capace di attraversare epoche e sensibilità diverse, restituendo alla danza la forza narrativa di un grande classico contemporaneo. C.S. ENG As the holiday season revives the tradition of ballet, Romeo and Juliet returns to the Teatro Malibran on December 6 and 7, concluding the 17th edition of VeneziainDanza, curated by Točnadanza and directed by Michela Barasciutti. This eagerly awaited revival brings back one of the most beloved titles in the Italian repertoire and one of Fabrizio Monteverde’s most enduring works. With over twenty years on stage, 350 performances, and 200,000 spectators, it remains Italy’s most applauded ballet of recent decades. Monteverde oversees choreography, direction, and sets, offering a vision rooted in postwar Southern Italy. Juliet stands at the story’s center: a young rebel challenging the constraints of her world, with Romeo beside her, torn between passion and innocence. Fiamma Balzano and Paolo Barbonaglia lead a committed ensemble, while Eve Kohler’s costumes and Emanuele De Maria’s lighting shape the austere, almost suspended atmosphere of Prokofiev’s music. For Balletto di Roma, this performance reaffirms a legacy of sixty-five years of creativity, training, and narrative dance.

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Se lo vuoi Oltre a commemorare la scomparsa di un’icona della musica come John Lennon a 45 anni da quel drammatico 8 dicembre 1980, il concerto della Magical Mystery Orchestra in programma proprio l’8 dicembre prossimo al Corso di Mestre ha anche lo scopo di mettere in luce un altro importante aspetto di questo artista, quello che l’ha fatto diventare uno dei più potenti e conosciuti simboli di pace e di attivismo nel mondo. L’influenza di John Lennon ha infatti oltrepassato di gran lunga i confini della musica, estendendosi ai movimenti per i diritti civili e alla promozione della pace in un’epoca segnata da conflitti e tensioni. A Montreal, John e Yoko Ono invitarono un gruppo di amici nella loro camera per registrare la canzone contro la guerra Give Peace a Chance, pezzo che dà il titolo al concerto della Magical Mystery Orchestra. Pubblicata come singolo della Plastic Ono Band nel luglio 1969, fu la prima traccia da solista di Lennon e raggiunse il secondo posto nella classifica dei singoli britannici e il quattordicesimo nella Billboard Hot 100. La Magical Mystery Orchestra, nota compagine dedita da più di trent’anni alla reinterpretazione filologicamente attenta del repertorio beatlesiano, propone un concerto-evento di grande impatto emotivo oltre che di interesse culturale e sociale, tutto dedicato alla figura di John Lennon, artista e attivista per la pace. ENG On December 8 at Corso di Mestre, the Magical Mystery Orchestra commemorates 45 years since John Lennon’s death with a concert highlighting his legacy as both musician and global peace activist. Central to the program is Give Peace a Chance, recorded in Montreal with Yoko Ono and friends in 1969, Lennon’s first solo single that became an anthem for civil rights and anti-war movements. Known for over three decades of faithful Beatles reinterpretations, the Orchestra presents an event of strong emotional, cultural, and social resonance dedicated to Lennon’s enduring message of peace. Magical Mystery Orchestra 8 dicembre Teatro Corso-Mestre www.dalvivoeventi.it

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La buona novella L’Harlem Gospel Choir torna a emozionare il pubblico italiano con un concerto energico e coinvolgente il prossimo 10 dicembre al Toniolo di Mestre, in cui si fondono le radici del gospel con l’energia travolgente del soul ispirato alla leggendaria tradizione Motown, in un repertorio capace di spaziare da Marvin Gaye a Stevie Wonder & The Supremes. Da anni questa formazione leggendaria porta in tutto il mondo un messaggio di amore, unità e ispirazione toccando le corde più profonde dell’anima con voci che sollevano lo spirito e accendono il cuore. In questa nuova produzione, Harlem Gospel Choir rende omaggio a un’epoca d’oro della musica afroamericana esaltando il contributo storico della Motown, l’etichetta che ha rivoluzionato il panorama musicale mondiale negli anni ’60 e che ha contribuito all’integrazione razziale attraverso un sound soul-pop unico e inconfondibile. Fondato nel 1986 da Allen Bailey, formato dalle più raffinate voci e dai migliori musicisti delle Chiese Gospel di Harlem e New York, l’Harlem Gospel Choir si batte da sempre per creare una migliore comprensione della cultura afroamericana e della musica gospel, cercando di condividere i propri valori e i propri messaggi con migliaia di persone in tutto il mondo. Si è esibito accanto a superstar mondiali come Bono Vox, Diana Ross, The Gorillaz, Andre Rieu e più recentemente con Sam Smith, Damon Albarn e Pharrel Williams. Sono l’unico coro gospel al mondo ad essersi esi-


8/10/11 december

© Juliette Mey

Eredità raccolta bito per due Papi (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), due Presidenti degli Stati Uniti (Jimmy Carter e Barack Obama), la Famiglia Reale inglese, Nelson Mandela e nel 2023 si sono esibiti con un nuovo progetto dal titolo Celebrating 60 years of Whitney Houston, un tour-tributo in occasione dei 60 anni dalla nascita della cantante. ENG The renowned Harlem Gospel Choir returns to Italy on December 10 at Toniolo Theatre in Mestre with a vibrant concert blending gospel roots and the soulful energy of Motown. Their repertoire spans icons from Marvin Gaye to Stevie Wonder and The Supremes, celebrating the golden era of African-American music and the historic role of Motown in shaping global sound and advancing racial integration. Founded in 1986 by Allen Bailey, the choir unites the finest voices from Harlem and New York churches, sharing messages of love, unity, and inspiration worldwide. Over the years, they have performed with stars such as Bono, Diana Ross, Gorillaz, Sam Smith, Damon Albarn, and Pharrell Williams, and uniquely for two Popes, two U.S. Presidents, the British Royal Family, and Nelson Mandela. In 2023, they launched Celebrating 60 Years of Whitney Houston, a tribute tour honouring the legendary singer’s legacy. Harlem Gospel Choir 10 dicembre Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

È stata la passione comune per il repertorio per quartetto d’archi che ha portato quattro amici liceali di Tolosa a formare il Quatuor Våren nel 2017. Dopo aver studiato insieme per un anno con Philippe Lecocq, Jean-Baptiste Iachemet e Elliott Pages (violini), David Heusler (viola) e Adèle Quartier de Andrade (violoncello) si sono separati per proseguire i propri studi a Parigi e a Colonia, salvo poi ritrovarsi in un’estate durante una masterclass per quartetto d’archi. Nell’estate del 2022 incontrano Luc-Marie Aguera che propone loro di studiare con lui a Parigi nella sua classe di quartetto d’archi. Cogliendo l’opportunità di riunirsi e studiare di nuovo insieme, hanno accettato la sua offerta e si sono uniti alla sua classe al CRR di Parigi. Arrivano al Palazzetto Bru Zane l’11 dicembre con un concerto che mette in repertorio musiche di Charles Dancla e Auguste de Sayve: grazie a loro si potranno scoprire due quartetti rari come il n. 2 di de Sayve e il n. 8 di Dancla, firmati rispettivamente da un allievo di Antoine Reicha e da un discepolo di Pierre Baillot, brani emblematici per l’attenzione all’equilibrio e alla tradizione virtuosistica. ENG Formed in 2017 by four high school friends from Toulouse, France, Quatuor Våren grew from a shared passion for string quartet repertoire. After initial studies together, the members – Jean-Baptiste Iachemet and Elliott Pages (violins), David Heusler (viola), and Adèle Quartier de Andrade (cello) – continued their training in Paris and Cologne before reuniting in 2022 under Luc-Marie Aguera at the CRR in Paris. On December 11 at Palazzetto Bru Zane, they present rare quartets: No. 2 by Auguste de Sayve and No. 8 by Charles Dancla, music rooted in balance and virtuosic tradition. Champagne! 11 dicembre Palazzetto Bru Zane bru-zane.com

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12/13/14 december

Parenti alla lontana El Brontolon di Goldoni torna a ‘casa’ per le feste Tra i fantasmi del Natale e i brontolii della Venezia settecentesca, si affaccia un parente italiano di Scrooge. Se l’avaro di Dickens trova redenzione tra i fiocchi di neve, Sior Todero resta invece irriducibile: brontolone, diffidente, tirannico fino all’ultimo. Nella commedia di Goldoni, che Paolo Valerio riporta in scena a dicembre con protagonista un eccellente Franco Branciaroli, l’avidità non trova salvezza ma solo ironia. È un ritratto di potere domestico e di solitudine che, a distanza di oltre due secoli, continua a parlare con sorprendente attualità. Goldoni scrive Sior Todero Brontolon nel 1761, ormai lontano dalle prime commedie di carattere e dalle maschere tradizionali. Siamo nel suo periodo più maturo e amaro: dietro la leggerezza dei dialoghi e il ritmo brillante, la commedia racconta un mondo in crisi, una società in cui l’autorità patriarcale vacilla e i vecchi valori borghesi si logorano. Todero è l’ultimo baluardo di un ordine familiare fondato sul controllo, sull’avarizia e sul sospetto; un uomo che teme di perdere non solo il denaro, ma la propria centralità. La sua casa, che vorrebbe reggere come un piccolo regno, diventa il teatro stesso della sua disfatta. Moglie, figlio e nuora si ribellano al suo dominio e lo costringono, senza violenza ma con astuzia, a fare i conti con la propria inutilità. È una parabola domestica, ma anche un ritratto sociale: la fine di un’autorità che non ascolta più nessuno, se non sé stessa. Nel ruolo di Todero, Franco Branciaroli restituisce al personaggio non solo la comicità ruvida del brontolone veneziano, ma anche la sua dimensione tragica. Il suo vecchio non è un mostro né una macchietta: è un uomo che si aggrappa disperatamente alle proSior Todero Brontolon 12-14 dicembre Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

prie certezze, incapace di accettare il tempo che passa. In questo senso, davvero un parente di Scrooge – ma privo di fantasmi che lo redimano. Al Teatro Goldoni, originariamente Teatro San Luca, la commedia debuttò proprio nel dicembre 1762 riscuotendo enorme successo di pubblico. Rimarcando l’inossidabile contemporaneità dell’opera di Goldoni, oggi, esattamente 263 anni dopo, Sior Todero rimane una lucida riflessione sull’ostinazione e sull’egoismo, ma anche sulla paura del cambiamento che attraversa ogni epoca. E nel periodo natalizio, tra le luci scintillanti e le consuete buone intenzioni, il brontolio di Todero risuona come un monito ironico e attuale: ridiamo di lui, ma forse un po’ di quel borbottio ci appartiene ancora. Chiara Sciascia ENG Amid Christmas ghosts and the wintry murmurs of eighteenth-century Venice, an Italian cousin of Scrooge reappears. Unlike Dickens’s miser, Sior Todero never changes: stubborn, suspicious, and tyrannical to the end. In Paolo Valerio’s December revival, led by an excellent Franco Branciaroli, Goldoni’s comedy turns greed not into redemption but into sharp irony. Written in 1761, Sior Todero Brontolon belongs to Goldoni’s mature, more disenchanted phase. Beneath its lively rhythm lies a world in crisis, where patriarchal power wavers and bourgeois certainties fade. Todero is the last defender of a household built on control and fear, terrified of losing not only his money but his place within it. At Teatro Goldoni – originally the Teatro San Luca – the play premiered in December 1762. More than two centuries later, its portrait of obstinacy and resistance to change remains strikingly current, a humorous reminder that a bit of Todero’s grumbling still survives in us.

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Serenissima sei «Venezia nacque dalle acque e da zero diventò un impero»: così Povia apre Serenissima, il suo singolo del 2022, omaggio in musica alla storia e alla grandezza della Repubblica Veneta. Questa immagine sospesa tra leggenda e realtà dà il “là” a Venezia canta. Voci dalla laguna - Festival dea Canzon Venessiana, il 14 dicembre al Teatro Malibran, dove cantanti, cori e musicisti intrecciano melodie settecentesche e composizioni contemporanee. In scena figuranti in costume d’epoca restituiscono il ritmo visivo della città, mentre il dialetto veneziano, filo conduttore delle esecuzioni, rende vivo un patrimonio linguistico e culturale che continua a parlare al presente. Oltre a Povia, interpretano brani dedicati a Venezia anche Viola Valentino e il duo Justo & Sole, con pezzi scritti appositamente per il festival. Alla quinta edizione, l’appuntamento conferma la sua capacità di fare dialogare memoria e modernità, restituendo, nota dopo nota, l’essenza stessa della città e delle sue tradizioni. ENG “Venice was born from the waters and grew from nothing into an empire.” This image, drawn from the song Serenissima, sets the tone for the Festival dea Canzon Venessiana on December 14 at Teatro Malibran. Singers, choirs, and musicians weave together 18th-century melodies and contemporary compositions, while performers in period costume bring the city to life. The Venetian dialect guides the performances, keeping the city’s cultural heritage alive. Alongside Povia, Viola Valentino and the duo Justo & Sole present pieces written for the festival. In its fifth edition, the event blends past and present, note by note revealing Venice’s essence and traditions. Venezia canta. Voci dalla laguna V Festival dea Canzon Venessiana 14 dicembre Teatro Malibran www.teatrolafenice.it

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Tra Oriente e Occidente È una Stagione Sinfonica all’insegna dei debutti quella che tra dicembre e gennaio vivono la Fenice e il Malibran. Se a gennaio sarà Vincenzo Milletarì ad esibirsi per la prima volta al Malibran, il 13 e 14 dicembre è invece Kazuki Yamada a debuttare alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice. Attuale direttore musicale della City of Birmingham Symphony Orchestra, direttore artistico e musicale dell’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo e, a partire dalla stagione 2026-2027, direttore principale e direttore artistico della Deutsches Symphonie-Orchester Berlin, Yamada guida la compagine veneziana nell’esecuzione di un programma articolato in tre parti: apre le serate Star-Isle, omaggio del direttore a Toru Takemitsu; segue il Concerto n. 1 in la minore per violoncello e orchestra op. 33 di Camille Saint-Saëns, che vedrà il violoncellista Ettore Pagano esprimersi nel suo talento solistico; infine, dopo l’intervallo, Yamada dirigerà la Seconda Sinfonia in mi minore op. 27 di Sergej Rachmaninov. Particolarmente interessante il primo dei brani in programma: Star-Isle è una breve composizione del 1982, nata su commissione, per celebrare i cento anni dell’Università di Waseda, una delle più importanti del Giappone. Il sapore complessivo di questa composizione rimanda alla musica di Debussy e Messiaen, autori che Takemitsu ha sempre avuto come riferimenti privilegiati, con un respiro acquatico della partitura, che certamente tiene in considerazione anche certi echi marini del Peter Grimes di Britten. ENG The Symphonic Season at Fenice and Malibran theatres highlights notable debuts. On December 13 and 14, Kazuki Yamada, current Music Director of the City of Birmingham Symphony Orchestra and Artistic Director of the Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, makes his first appearance at Fenice before assuming leadership of the Deutsches Symphonie-Orchester Berlin in 2026. Yamada will conduct a three-part program: Takemitsu’s Star-Isle, written in 1982 for the Waseda University first one hundred years and echoing Debussy, Messiaen, and Britten; Saint-Saëns’ Cello Concerto No. 1 featuring Ettore Pagano; and Rachmaninov’s Symphony No. 2 in E minor. Kazuki Yamada 13, 14 dicembre Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it


13/14/16 december

Lode al maestro Alexander Crnogorac - Vogue Adria Belgrade

The power of love «È una canzone che spiega perché siamo lì, sul palco. Quando ho iniziato a cantare ‘Lost myself in a wishing well / wish that I had someone to tell / all these things I’ve done / I did them for love’, tutto ha avuto senso. È un inno per chi non smette mai di provarci, per chi non accetta un ‘no’ come risposta. Facciamo tutto per amore. Sempre». Così Jack Savoretti spiega la nascita di Do It For Love, brano pubblicato ad ottobre su tutte le piattaforme digitali e accompagnato da un video in bianco e nero girato agli Eastcote Studios di West London, al centro del concerto che lo trova protagonista al Toniolo di Mestre il prossimo 16 dicembre, appuntamento organizzato dal Settore Cultura del Comune di Venezia in collaborazione con Arteven nell’ambito di Palcoscenici Metropolitani. Co-scritto con Miles Kane, amico e collaboratore di lunga data, Do It For Love nasce da un’ispirazione d’altri tempi: un video vintage che ritraeva Julio Iglesias e Charles Aznavour eseguire Com’è triste Venezia in televisione. Da quell’immagine è germogliata una canzone d’amore immersa in atmosfere noir jazz, dove la notte diventa scenario di riflessione e desiderio. Dopo aver esaurito in appena un’ora la prevendita per il concerto del 23 aprile 2026 alla Royal Albert Hall di Londra e aver annunciato la data del 15 ottobre 2026 al Fabrique di Milano, Savoretti sarà protagonista di un appuntamento unico nel suo genere al Teatro Toniolo dove, per l’occasione, l’artista si presenterà in una speciale versione acustica. Davide Carbone ENG Jack Savoretti describes Do It For Love as a song that embodies the reason why he performs: an anthem for those who never stop trying and do everything for love. Released in October with a black-and-white video filmed at Eastcote Studios in West London, the track – co-written with longtime collaborator Miles Kane – was inspired by a vintage clip of Julio Iglesias and Charles Aznavour singing Com’è triste Venezia (lit. ‘Venice so sad’). Blending noir jazz atmospheres with themes of reflection and desire, it will be central to Savoretti’s acoustic concert at Teatro Toniolo in Mestre on December 16, ahead of his sold-out Royal Albert Hall show in April 2026 and a Milan date in October 2026. Jack Savoretti 16 dicembre Teatro Toniolo-Mestre www.arteven.it

Alla Casa di The Human Safety Net torna Values in Music, la rassegna nata dalla collaborazione con il Conservatorio Benedetto Marcello per dare voce ai giovani talenti e alla forza della musica come linguaggio universale che unisce, include e ispira. Al centro dell’appuntamento in programma il 14 dicembre ecco la musica sacra di Pierluigi da Palestrina e Claudio Monteverdi, seconda data di questa edizione della manifestazione e concerto dal titolo Echi del contrappunto palestriniano nelle opere sacre di Monteverdi. Un programma che ci porta già nel clima del Natale. Protagonista è l’Ensemble vocale della classe di direzione di coro del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia del Maestro Lorenzo Donati. Giovanni Pierluigi da Palestrina vive tra il 1525 e il 1594 e si può ritenere il massimo esponente della polifonia sacra cattolica. La sua immensa opera annovera più di 400 tra Messe e Mottetti, 35 Magnificat, 11 Litanie, 68 Offertori, e più di 200 tra lamentazioni, Inni e Madrigali. La storia della composizione musicale in generale però non può dimenticare Palestrina come il compositore che ha definito in modo perfetto, con una complessità forse senza precedenti, l’importanza tecnico-espressiva delle linee interne e delle voci centrali della partitura corale. ENG At the Human Safety Net House, Values in Music returns in collaboration with the Benedetto Marcello Venice Music Academy, showcasing young talent and music’s power to unite and inspire. On December 14, the program features sacred works by Palestrina and Monteverdi in a concert titled Echoes of Palestrina’s Counterpoint in Monteverdi’s Sacred Music, performed by the vocal ensemble of Maestro Lorenzo Donati’s choral conducting class. Palestrina (1525–1594), master of Catholic polyphony, left an immense legacy of Masses, motets, and sacred works. Values in Music 14 dicembre Casa di The Human Safety Net www.thehumansafetynet.org

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Canti di Natale Marco Gemmani dirige la Cappella Marciana, dove tutto ebbe inizio Si terrà nelle serate di mercoledì 17 e giovedì 18 dicembre l’ormai tradizionale concerto natalizio organizzato dal Teatro La Fenice nella Basilica di San Marco, con il maestro Marco Gemmani a dirigere la Cappella Marciana, una delle più antiche istituzioni musicali al mondo, documentata sin dal XIV secolo, che tuttora prosegue la sua prestigiosa attività liturgica e musicale presso la Ducale Basilica. Il programma musicale di quest’anno è dedicato a Natale Monferrato (1610-1685), sacerdote e musicista attivo presso la Cappella Ducale sin dal 1642, ancorché rimasto all’ombra di Francesco Cavalli fino alla morte di quest’ultimo, nel 1676, quando potrà finalmente assumere la direzione. Al Monferrato si deve peraltro uno dei primi consistenti riordini dell’organico della stessa. In occasione del concerto, sarà proposta una selezione di brani di argomento natalizio dalla vasta produzione sacra del compositore veneziano. Si inizierà con il mottetto Ardet cor meum dall’op. IV (1655), il mottetto Clamo ad te dall’op. VI (1666) e il salmo Beatus vir dall’op. XI (1676). La gran parte della serata, però, sarà dedicata alla una ricostruzione di un vespro marciano della vigilia di Natale, per l’esattezza quello composto dal musicista per la celebrazione del 1675 (op. 9: Salmi brevi a otto voci a due chori). Si tratta di un cosiddetto vespro delli cinque laudate, ossia caratterizzato da cinque salmi tutti principianti con il verbo “laudare”, una disposizione liturgica unica del rito proprio della Basilica di San Marco, che affonda le proprie radici nella tradizione patriarchino-aquileiese e restò in vigore fino alla soppressione napoleonica del 1806. Concerto di Natale in Basilica 17, 18 dicembre Basilica di San Marco www.teatrolafenice.it

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Le funzioni natalizie erano tra le più seguite e popolari del programma liturgico marciano, come testimonia la presenza di alcuni opuscoletti settecenteschi che ne contenevano il testo secondo il suo rito proprio; il cerimoniale del Pace c’informa pure che durante il canto dei salmi di questi vespri si compiva il suggestivo rito dell’apertura della Pala d’oro, ch’era normalmente coperta dalla pala feriale. Come ha evidenziato J.H. Moore in un suo fondamentale studio sul genere, tutti i vespri delli cinque laudate sono caratterizzati dalla medesima facies musicale: otto voci divise in due cori da quattro più il basso continuo, in uno stile semplice, senza parti solistiche, sulla scorta della tradizione dei salmi spezzati di Willaert, e gl’incalzanti movimenti dell’opera del Monferrato non fanno eccezione. Ancorché fuori dal contesto liturgico (ormai purtroppo pressoché irripetibile) che ne accresceva la suggestione e motivava la fama, sarà di notevole interesse poter ascoltare questi salmi tra i mosaici e gli ori dell’ambiente per cui sono stati specificamente scritti. Nicolò Ghigi ENG On December 17 and 18, Teatro La Fenice presents its traditional Christmas concert in Venice’s Basilica di San Marco, conducted by Marco Gemmani with the historic Cappella Marciana. This year’s program honors Natale Monferrato (1610–1685), long overshadowed by Francesco Cavalli until becoming chapel director in 1676. The evening features sacred works including Ardet cor meum, Clamo ad te, and Beatus vir, culminating in a reconstruction of Monferrato’s 1675 Christmas Eve vesper, the unique “vespro delli cinque laudate.” Performed amid mosaics and the Pala d’oro, the concert revives a liturgical tradition once central to Venetian Christmas celebrations.


17/18/19/20/21 december SOUNDS OF JOY

Lo spirito del Natale prende vita al The Venice Venice Hotel con una serata di musica emozionante e cucina raffinata. Il 19 dicembre The Gospel Voices Family sale sul palco del The Venice Bitter Club, intrecciando spirituals tradizionali e soul R&B, il tutto sullo sfondo del design contemporaneo del Club. The Gospel Voices Family è un progetto nato nel 2018 con la direzione artistica del pianista e tastierista Dario Dal Molin assieme ad un gruppo di talentuosi cantanti di origine afroamericana e africana. Gli ospiti vivranno l’emozione di una vera messa Gospel afro-americana, con un repertorio che spazia dalle antiche “work songs” e “spiritual” del gospel classico, ai canti natalizi fino alle dinamiche contaminazioni derivate dalla musica hip-hop del Gospel contemporaneo. Un ensemble vocale che non è composto da coristi ma da un coro di solisti, che abbinano ricche armonizzazioni corali ad armonie vivaci ed originali. ENG The Christmas spirit comes alive at The Venice Venice Hotel with an evening of moving music and fine dining. On December 19, The Gospel Voices Family performs at The Venice Bitter Club, blending traditional spirituals with soul and R&B in a contemporary setting. Led by pianist Dario Dal Molin, the ensemble offers the feel of an authentic African-American gospel service, from classic spirituals and Christmas songs to modern hip-hop-influenced gospel. 19 dicembre | The Venice Venice Hotel | venicevenice.com

THE SHOW MUST GO ON

Da più di 10 anni nel cartellone ufficiale del Teatro Stabile Veneto, la Big Vocal Orchestra è la più grande formazione vocale d’Italia e d’Europa, riconosciuta tra i cori stabili più numerosi e celebri al mondo. Con un organico che oggi raggiunge i 300 elementi, tutti cittadini veneziani, è un vero e proprio fenomeno artistico della città di Venezia che sorprende per l’effetto imponente della quantità di voci e coinvolge il pubblico per la scelta di un repertorio assolutamente originale e imprevedibile, interpretato con grande impatto emotivo. Sul palcoscenico il 20 e 21 dicembre la formazione presenta The Show Must Go On, spettacolo cucito su misura per il Natale con brani che spaziano attraverso tanti generi musicali diversi: dalle colonne sonore di film a celebri brani di musical, dalla polifonia classica passando per alcuni capolavori del pop-rock internazionale. A dirigere il coro ecco Marco Toso Borella, artista del vetro di Murano di fama internazionale. ENG For over a decade in the Teatro Stabile Veneto program, the Big Vocal Orchestra has been Italy’s and Europe’s largest vocal ensemble, with 300 Venetian singers and a unique artistic impact. On December 20–21, it presents The Show Must Go On, a Christmas performance blending film scores, musical classics, polyphony, and pop-rock masterpieces, conducted by renowned Murano glass artist Marco Toso Borella. 20, 21 dicembre | Teatro Goldoni | www.teatrostabileveneto.it

AVVENTO IN MUSICA

Venezia ritrova il suono dei suoi organi storici con la rassegna Avvento in Musica che a dicembre anima le domeniche con appuntamenti musicali nelle chiese di San Rocco, San Polo e San Trovaso. Il 7 dicembre, nella Chiesa di San Rocco, l’organista Deniel Perer e il soprano Minyoung Park proporranno un programma dedicato al repertorio rinascimentale e barocco; per l’occasione sarà possibile visitare la monumentale cantoria settecentesca, alle 15.30, su prenotazione. Il 14 dicembre l’organo Callido di San Polo farà da protagonista al recital di Diego Cannizzaro, con pagine di autori siciliani che ben si inseriscono nel clima meditativo del periodo. Chiusura il 21 dicembre nella Chiesa di San Trovaso, dove la giovane organista bavarese Regina Neumüller offrirà un programma barocco legato alla tradizione dell’Europa centrale. Tutti gli appuntamenti sono gratuiti. ENG Venezia brings back the sound of its historic organs with Advent in Music, a December series of Sunday concerts in the churches of San Rocco, San Polo and San Trovaso. On 7 December, San Rocco hosts organist Deniel Perer and soprano Minyoung Park, with a special visit to the 18th-century choir loft. On 14 December Diego Cannizzaro performs in San Polo, followed on 21 December by Regina Neumüller in San Trovaso. All concerts are free. 7, 14, 21 dicembre | Chiesa di San Rocco, San Polo, San Trovaso | www.comune.venezia.it

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Sortilegio spezzato Un classico del balletto russo per Santo Stefano al Teatro Goldoni Il giorno di Santo Stefano, 26 dicembre, il Teatro Goldoni si trasforma in un portale verso un sogno antico: in scena La bella addormentata nella versione firmata dal Balletto di Mosca. La partitura di Čajkovskij, con la sua dolce malinconia e i momenti di pura estasi, trova nella coreografia di Marius Petipa una fusione perfetta. È un mondo di castelli incantati, di fate luminose e di rovi spinosi: la fiaba diventa danza, e la danza diventa sogno. Il lavoro concepito dalla coppia Čajkovskij–Petipa resta, ancora oggi, un modello di equilibrio tra struttura narrativa e raffinatezza coreografica: un meccanismo scenico in cui ogni gesto ha un proprio peso e ogni nota sembra anticipare un passo. L’alternanza di luminosità e ombre sostiene un racconto che procede per immagini: il battesimo di Aurora, l’irrompere della perfida fata Carabosse, l’incantesimo, il lungo sonno della principessa. La coreografia di Petipa traduce questa progressione in una geometria rigorosa, che il Balletto di Mosca affronta con la solidità tecnica della scuola russa: disegno scenico chiaro fatto di linee nitide, ensemble disciplinato e variazioni curate con precisione quasi calligrafica. La direzione artistica di Evgeniya Bespalova rimane fedele alla tradizione, valorizzando l’eleganza dei solisti e un corpo di ballo compatto, attento alla musicalità e alle dinamiche interne di ogni quadro. Le scenografie, pensate per suggerire profondità più che per imporsi, alternano architetture dorate, foreste stilizzate e giochi di luce che accompagnano la trasformazione della vicenda. I costumi, ricchi di dettagli barocchi, realizzati sempre da Bespalova, completano un immaginario visivo che preferisce la coerenza alla spettacolarità, restituendo alla fiaba la sua dimensione atemporale. La bella addormentata 26 dicembre Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

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Tra i momenti più emblematici spiccano le variazioni delle fate nel prologo – ciascuna con una propria identità ritmica – e l’Adagio della Rosa, passaggio che mette in rilievo la forza interpretativa della protagonista, sospesa tra fragilità e controllo. Il secondo atto, con il grand pas de deux in un’apoteosi di felicità e i divertissement finali, ricompone la fiaba in una forma limpida, con una danza che aderisce alla partitura come un riflesso, rivelando la precisione silenziosa del racconto. Più di una “favola danzata”, la storia della bella principessa Aurora conserva una sottile riflessione sulla fragilità del tempo. Un invito a risvegliarsi dalle malie che anche oggi possono ottenebrare il nostro sguardo. Chiara Sciascia ENG On Santo Stefano, December 26, Teatro Goldoni opens a portal to an ancient dream: The Sleeping Beauty, performed by the Moscow Ballet under the artistic direction of Evgeniya Bespalova, takes the stage. Čajkovskij’s score, full of gentle melancholy and moments of pure ecstasy, merges seamlessly with Marius Petipa’s choreography. Enchanted castles, luminous fairies, and thorny brambles bring the fairy tale to life through dance. Petipa’s choreography, executed with the technical precision of the Russian school, combines clear stage design, disciplined ensemble, and finely polished variations. Sets suggest depth with golden architecture and stylized forests, while Bespalova’s baroque-inspired costumes enhance the timeless visual world. Standout moments include the fairies’ prologue variations and the Adagio of the Rose, culminating in the grand pas de deux and final divertissements. Aurora’s story remains a subtle reflection on the fragility of time and the spells that can cloud our vision.


26/27 december

Gente di periferia Un sogno ai margini il visionario Schiaccianoci del Balletto di Roma Quando nel 2017 Massimiliano Volpini firmò per il Balletto di Roma una nuova versione dello Schiaccianoci, l’obiettivo non era solo rinnovare un titolo di repertorio, ma collocarlo dentro una riflessione sul nostro presente. Abbandonare l’opulenza scintillante di Casa Stahlbaum e situare la storia in una periferia metropolitana significava interrogarsi sulle attese, i fragili equilibri identitari e le derive sociali che abitano le città contemporanee. Quel gesto, inizialmente percepito come una frattura, è diventato negli anni uno dei tratti distintivi della produzione, applaudita per la capacità di tenere insieme tradizione e sguardo critico. La nuova versione che il Balletto di Roma porta in tournée nel 2025, e che approda al Toniolo il 27 dicembre, affina quella intuizione. Lo spazio di scena disegnato da Erika Carretta – mattoni, crepe, graffiti che sembrano mutare con la luce – non è più soltanto un contrasto con il regno incantato del secondo atto, ma il punto di partenza di una drammaturgia più stratificata. Le giovani figure senzatetto, il benefattore di quartiere e il dono dello Schiaccianoci sono tasselli di un racconto collettivo, dove l’eroe non emerge per grazia fiabesca, ma per un atto di immaginazione capace di superare muri visibili e invisibili. Volpini mantiene un rapporto rispettoso con Čajkovskij, ma ne rilegge il ritmo narrativo attraverso una fisicità più nervosa, fatta di incontri, frizioni, aggregazioni improvvise. Le azioni di urban dance curate da Martina Licciardo e dalla LICC / urban company, introdotte già nelle ultime riprese, in questo allestimento trovano una collocazione più organica, quasi fossero la lingua spontanea di quella periferia che si affaccia alla scena. L’ingresso di Tommaso Stanzani – noto al grande pubblico per la Lo Schiaccianoci 27 dicembre Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

sua partecipazione al programma tv Amici – nel ruolo di Drosselmeyer aggiunge un elemento ulteriore alla dinamica del racconto: un personaggio che, nella gestualità e nella presenza scenica, rafforza la funzione di guida, di mediatore tra quotidiano e meraviglia. A proposito del senso ultimo di questo riallestimento, Volpini scrive nelle note di regia: «Il dono dello Schiaccianoci non è un oggetto magico, ma un invito a immaginare possibilità oltre i confini imposti». Una frase che restituisce con precisione il nucleo del progetto e il modo in cui questo Schiaccianoci continua a evolvere, senza rinunciare alla sua visione. C.S. ENG When Massimiliano Volpini created his new Nutcracker for Balletto di Roma in 2017, the aim was not simply to revisit a classic, but to anchor it in a reflection on the present. Replacing the glittering Stahlbaum household with an urban periphery meant confronting the expectations, fragile identities and social tensions that define contemporary cities. What first appeared as a rupture has since become one of the production’s signatures, praised for its balance between tradition and critical insight. The 2025 revival, arriving at Teatro Toniolo on December 27, refines that original vision. Erika Carretta’s set – bricks, cracks and shifting graffiti – becomes the starting point for a layered dramaturgy. Homeless teenagers, a neighbourhood benefactor and the gift of the Nutcracker form a collective narrative, where the hero emerges not by fairy-tale grace but through the imagination needed to cross visible and invisible walls. Volpini honours Čajkovskij while reshaping the narrative pulse with a sharper physical vocabulary. Urban dance elements by Martina Licciardo and the LICC / urban company now flow more organically into the movement. As Volpini notes: “The Nutcracker’s gift is not a magical object but an invitation to imagine possibilities beyond imposed boundaries.”

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Invitati a partecipare In quel Teatro del Parco restituito alla città nel 2020, quando non si aprivano nuovi luoghi di aggregazione e invece troppi chiudevano i battenti a causa della pandemia, è nato davvero qualcosa di unico. Qualcosa capace di durare, crescere, sfidare la diffidenza che ne ha accompagnato la nascita e farsi polo di aggregazione culturale aperto ai linguaggi del mondo. Le feste natalizie si avvicinano e anche Bissuola Live, la rassegna di concerti organizzata dal Settore Cultura del Comune di Venezia in collaborazione con Arteven, scopre uno speciale carnet di spettacoli per chiudere in bellezza una grande stagione di musica live al Teatro del Parco. Spente le luci dei palchi all’aperto del tour estivo, gli Eugenio in Via di Gioia arrivano al Parco Bissuola il 28 dicembre con la stessa voglia di suonare, raccontarsi, abbracciare il pubblico e farlo ballare e cantare sulle note delle canzoni del nuovo disco L’amore è tutto e dei brani più amati del loro repertorio. Il secondo e ultimo appuntamento, martedì 30 dicembre, chiude l’anno con un’esperienza unica e imperdibile per tutti gli amanti della musica d’autore italiana. Luca Nesti & Banda Gaber raccontano il Signor G in uno spettacolo coinvolgente che rende omaggio alla figura straordinaria di Giorgio Gaber, maestro indiscusso del teatro-canzone e tra i più influenti protagonisti del rock italiano del secondo dopoguerra. ENG There’s a theatre at the Bissuola Park, in the Venetian mainland, that reopened in 2020 during the pandemic. Something unique was born of it: a lasting cultural hub open to global languages. With Christmas approaching, Bissuola Live, organized by Venice’s Cultural Department with Arteven, offers a special program to close its season of live music. On December 28, Eugenio in Via di Gioia bring songs from L’amore è tutto and their beloved repertoire. On December 30, Luca Nesti & Banda Gaber pay tribute to Giorgio Gaber, master of teatro-canzone and a key figure in postwar Italian rock. Bissuola Live | Christmas Edition 28, 30 dicembre Teatro del Parco-Mestre www.comune.venezia.it

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Di mano in mano Aman Venice celebra la fine dell’anno con un evento speciale dedicato alla musica, alla bellezza e alla condivisione. Il 29 dicembre i Saloni di Palazzo Papadopoli, affacciati sul Canal Grande, si aprono al pubblico per accogliere il Coro Manos Blancas del Friuli per Claudio Abbado, protagonista di un pomeriggio che intreccia arte e solidarietà a sostegno dell’associazione che da anni promuove l’inclusione attraverso la musica. Istituito e sostenuto dal 2010 dalla famiglia Nonino in onore di Claudio Abbado con la collaborazione dell’Associazione La Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento, il Coro è il primo nato al di fuori del Venezuela, progetto a cui nel gennaio 2010 è stato assegnato il Premio Nonino Risit d’Aur. La sua storia è un racconto di musica e umanità: un gruppo di bambini e ragazzi con disabilità cognitive, sensoriali o motorie che imparano a “cantare con le mani”, trasformando i gesti in linguaggio, ritmo e poesia. L’evento, riservato a un numero limitato di ospiti, prende vita al secondo piano nobile del Palazzo, cuore storico e artistico della dimora Coro Manos Blancas 29 dicembre Aman Venice amanvenice.fnb@aman.com


28/29/30/31 december

veneziana. Nei magnifici saloni affrescati da Jacopo Guarana e dalla scuola del Tiepolo, gli ospiti potranno concedersi il piacere di una cioccolata calda servita in un’atmosfera intima e accogliente. Il ricavato degli ingressi e delle donazioni volontarie sarà destinato all’Associazione Coro Manos Blancas del Friuli Onlus, a sostegno dei suoi progetti educativi e musicali. ENG On December 29, Aman Venice hosts a year-end event at Palazzo Papadopoli, one that blends music, beauty, and solidarity. The Manos Blancas Choir of Friuli for Claudio Abbado, founded in 2010 with the renowned spirits manufacturer Nonino family and charity organization La Nostra Famiglia, performs to support inclusion through music. Composed of children and youth with disabilities who “sing with their hands,” the choir transforms gesture into rhythm and poetry. In frescoed salons overlooking the Grand Canal, guests enjoy an intimate atmosphere, with proceeds benefiting the choir’s educational projects.

Scintille a Macao Risate, musica e leggerezza: il Teatro Toniolo festeggia l’ultimo dell’anno con Cin-Ci-Là, l’operetta di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato che quest’anno celebra il centenario. La Compagnia Corrado Abbati propone una nuova un’edizione che fonde tradizione e gusto moderno, tra ritmo spigliato e comicità senza tempo. Siamo a Macao, dove vige una strana tradizione reale chiamata Ciun-Ki-Sin: ogni lavoro e divertimento si sospende fino a quando il matrimonio dei sovrani non è consumato. La principessa Myosotis e il principe Ciclamino, poco pratici dei doveri coniugali, rischiano di prolungare il Ciun-Ki-Sin all’infinito. A sconvolgere l’equilibrio interviene Cin-Ci-Là, attrice parigina, seguita dal suo improbabile spasimante Petit-Gris, e la magia della comicità si dispiega tra equivoci, musiche contagiose e danze vivaci. Con la direzione musicale di Alberto Orlandi e con le coreografie di Francesco Frola, lo spettacolo vede in scena Il Balletto di Parma e un allestimento scenico curato da InScena Art Design. L’adattamento e la regia di Corrado Abbati garantiscono una narrazione scorrevole e moderna, capace di divertire e coinvolgere il pubblico di ogni età. Un finale di anno da celebrare con brio: Cin-Ci-Là invita il pubblico a chiudere il 2025 con il sorriso e a entrare con passo leggero nel nuovo anno. ENG Laughter, music, and lighthearted fun: Teatro Toniolo celebrates New Year’s Eve with Cin-Ci-Là, the operetta by Carlo Lombardo and Virgilio Ranzato, marking its centenary. In Macao, the royal tradition of Ciun-Ki-Sin suspends all work and entertainment until the marriage is consummated. Princess Myosotis and Prince Ciclamino risk prolonging it endlessly, until Cin-Ci-Là, a Parisian actress, and her unlikely suitor Petit-Gris shake up the court. With lively music, dance, and Corrado Abbati’s modern direction, the show delights audiences of all ages. Cin-Ci-Là 31 dicembre Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

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PiuLuce©2017

Passaggio doveroso Il must di Capodanno alla Fenice diretto da Michele Mariotti Il concerto di Capodanno al Teatro La Fenice è ormai rito imprescindibile dal lontano 2004, quando fu pensato come culmine degli eventi commemorativi della ricostruzione del Teatro, dopo il disastroso incendio doloso che lo aveva distrutto 8 anni prima. A dirigere l’orchestra del Teatro veneziano in questa ventitreesima edizione ecco Michele Mariotti, direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma. Quattro le repliche previste, ogni giorno dal 29 dicembre al 1° gennaio. Il programma, interamente dedicato alla musica lirica italiana, prevede una prima parte orchestrale, che verrà aperta dall’ouverture della Semiramide, considerata una delle migliori composte da Gioacchino Rossini, oltreché una delle più popolari. Seguiranno poi l’altrettanto celebre sinfonia d’apertura della Norma di Vincenzo Bellini, intermezzi dal Guglielmo Ratcliff di Pietro Mascagni, e da Le Villi di Puccini, e ancora l’ouverture del Don Pasquale di Donizetti, con il suo caratteristico alternarsi della dolcezza degli archi con la potenza degli ottoni, e i maestosi movimenti di quella dei Vespri Siciliani di Verdi. La seconda parte, invece, che in occasione dell’esecuzione del 1° gennaio sarà trasmessa in diretta su Rai Uno, alternerà pezzi orchestrali e vocali, e vedrà dunque esibirsi anche il Coro del Teatro, sotto la direzione di Alfonso Caetani, e in qualità di solisti la celebrata soprano Rosa Feola, già impegnata nel concerto veneziano di Capodanno del 2021, e il tenore Jonathan Tetelman. Tale sezione sarà aperta dal coro «Feste! Pane!», con cui si apre il primo Concerto di Capodanno 2026 29, 30, 31 dicembre; 1 gennaio 2026 Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it

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atto della Gioconda di Amilcare Ponchielli, ove tra squilli di tromba i marinai e il popolo di Venezia celebrano le allegrie del Carnevale. Quindi, le qualità della soprano si potranno apprezzare subito con l’inquieta aria Sombre forêt dal Guglielmo Tell di Rossini, uno dei più interessanti sviluppi dell’aria romantica che ibrida la tradizione compositiva italiana con quella francese; la Feola duetterà poi con Tetelman nell’O soave fanciulla tratto dalla Bohème di Puccini. Tra i brani orchestrali, invece, figurano la Barcarola, dolce e sognante melodia per quintetto d’archi tratta dal Silvano, opera minore di Mascagni e, sempre del compositore livornese, l’intermezzo della Cavalleria Rusticana. Ovviamente presenti brani tratti dal più celebre e amato repertorio dell’opera italiana, quali Nessun dorma (Puccini, Turandot) e Casta diva (Bellini, Norma) A chiudere saranno come sempre le solenni note verdiane del Va’ pensiero (dal Nabucco) e quelle gaudiose del valzer Libiamo ne’ lieti calici (da La Traviata). Nicolò Ghigi ENG Since 2004, the New Year’s Concert at Fenice Theatre has become a Venetian tradition, born as the symbolic culmination of the theatre’s reconstruction after the fire in 1996. For its 23rd edition, Michele Mariotti, music director of Rome’s Opera, will lead four performances from December 29 to January 1. Entirely devoted to Italian opera, the program opens with Rossini’s Semiramide and includes Bellini’s Norma as well as pieces by Mascagni, Puccini, Donizetti, and Verdi. The second part, broadcast live on January 1, features the Teatro Chorus, soprano Rosa Feola, and tenor Jonathan Tetelman, with highlights from La Gioconda, La Bohème, Turandot, Norma, and closing with Verdi’s Va’ pensiero and Libiamo ne’ lieti calici.


29/30/31 december – 1 january

L’acqua infuocata Il culmine sta sempre lì, in una laguna illuminata a giorno Ad ogni Capodanno, il programma può essere diverso. Che voi siate fanatici dell’happening e ci teniate a festeggiare il passaggio all’anno nuovo in un posto sempre diverso e con gente nuova o che invece apparteniate alla schiera di chi si barrica in casa già il 30 dicembre e non vuole schiodarsi da divano e copertina, il copione per fortuna presenta una costante trasversale: un conto alla rovescia che fa accelerare il battito del cuore al solo pensiero. Le grandi metropoli di ogni latitudine, da Parigi a Rio de Janeiro passando per Sidney o magari per Times Square, Big Ben o Colosseo, possono mettersi il cuore in pace: per quale grande show possano organizzare allestire, battere il colpo d’occhio che da Riva Sette Martiri Venezia regala al mondo è semplicemente impossibile. Come anche solo pensare, infatti, di poter competere con uno scenario sospeso tra l’assurdo e l’inconfondibile? Profili architettonici come Palazzo Ducale, lo stesso Campanile di Piazza San Marco o la Basilica di San Giorgio illuminati a giorno, spettatori non paganti di uno spettacolo che il quotidiano non svilisce, sagome che si stagliano imponenti nella notte, repentine nel cambiare tonalità per pochi secondi, istanti di passaggio attraverso la mezzanotte che restano impressi nella memoria come fotografie dell’album di ricordi che custodiamo per tutta la vita. Capodanno a Venezia 31 dicembre Bacino di San Marco events.veneziaunica.it

Lo spettacolo di Capodanno sull’acqua è un modo unico di salutare l’anno che se ne va e dare il benvenuto a quello in arrivo in un luogo magico, capace di donare l’impagabile sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto per godersi l’attimo degli attimi, tutti col naso all’insù, in uno straordinario rito collettivo. Riva degli Schiavoni, Riva Ca’ di Dio, Riva San Biagio, Riva Sette Martiri sono la platea dove godere di uno spettacolo che è un’apoteosi di luci e colori, per una città che non può che ammirare sé stessa specchiandosi meravigliata nella Laguna. Mentre tutto scorre, in un’epoca in cui fermarsi è sempre più difficile, impossibile a volte, passare del tempo con il naso all’insù, in contemplazione, è un lusso a cui non dobbiamo rinunciare. È Venezia che ce lo ricorda. Davide Carbone ENG Every New Year’s Eve offers different ways to celebrate, yet the countdown remains universal. While global cities stage grand spectacles, none rival the magic of Venice from Riva Sette Martiri, the open embankment a short walk from San Marco. Illuminated landmarks like the Doge’s Palace, the belltower, and San Giorgio Basilica create an unforgettable backdrop, their silhouettes shifting in light as midnight strikes. The New Year’s show on the water is a collective ritual, uniting crowds gazing skyward in wonder. From Riva degli Schiavoni to Riva Ca’ di Dio, the city reflects its own brilliance in the lagoon, reminding us, amid life’s rush, that pausing to contemplate beauty is a rare, essential luxury.

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Piste di pattinaggio, presentazioni di libri laboratori, concerti, magiche regate

a cura di Chiara Sciascia

ASPETTANDO BABBO NATALE

IL RITORNO DEGLI AIUTANTI DI BABBO NATALE

Ritornano alla Fenice gli aiutanti di Babbo Natale con nuove musiche e nuovi enigmi! Quali avventure dovranno affrontare quest’anno per portare a termine il loro concerto? Un videomessaggio di Babbo Natale aprirà la strada ad un viaggio spazio-temporale attraverso le diverse epoche e le loro musiche, dal classicismo di Vivaldi, attraverso i celebri balletti di Tchaikovsky fino alle festose musiche di Natale e Capodanno! Fondamentale sarà l’aiuto del pubblico, che tra musica e gioco si immergerà nella suggestiva atmosfera natalizia... in un viaggio nel tempo ricco di magia e sorprese! 7 dicembre | Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 10/12 education.teatrolafenice.it

INCONTRO CON MARIA GIANOLA

Alla Casa di The Human Safety Net è protagonista Maria Gianola, veneziana di nascita e per scelta, illustratrice amatissima di libri per bambini. Maria, che ha cominciato a disegnare di nascosto sui quaderni di scuola, ha ricevuto il suo primo premio da illustratrice a otto anni e da allora non ha più smesso. Pubblica con i migliori editori in Italia e all’estero. Dalla sua matita nascono i personaggi di Fafà l’elefantino, Nero e Matilde, il gatto Bombo, Lupo e Milo. Tra le sue ultime pubblicazioni 20 Grammi di gentilezza (Il Gatto verde) e Tutti (ma proprio tutti) i bambini del mondo (Paoline), un delizioso albo illustrato, per bambini dai 3 anni in su, che ripercorre in modo semplice e poetico i dieci punti del Manifesto dei diritti naturali dei bimbi e delle bimbe di Gianfranco Zavalloni. 10 dicembre | Casa di The Human Safety Net h. 17 www.thehumansafetynet.org

MAGIC MOMENTS

A Santo Stefano si accende la magia al Teatro del Parco con lo spettacolo di illusionismo di Sirio Alfieri, un viaggio leggero tra effetti sorprendenti, momenti surreali e quell’arte sottile che fa sparire la realtà per un istante. A seguire, alle 16.50, arriva la Tombola di Natale della Compagnia

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Pantakin, guidata da Emanuele Pasqualini e Irene Silvestri: una versione speciale del gioco più familiare delle feste, con 24 numeri e simboli natalizi da scovare nelle cartelle. Tra colpi di fortuna e risate, i più fortunati porteranno a casa dolci premi. Un doppio appuntamento perfetto per festeggiare insieme all’insegna dello spettacolo. 26 dicembre | Teatro del Parco-Mestre h. 16 www.comune.venezia.it

REGATA DELLE BEFANE

Imbacuccate, bardate da scialli dai colori improbabili e non proprio avvenenti nell’aspetto, le protagoniste di questa regata in Canal Grande brillano per spirito agonistico, ben determinate ad arrivare per prime al traguardo. Sono tante, tantissime, provengono da ogni latitudine. Braccia poderose a tradire un fisico non proprio femminile – in realtà si tratta di veri e propri veterani del remo over 55 scelti attraverso accurate selezioni –, le Befane si lasciano accogliere dall’abbraccio della folla che festante ne celebra l’arrivo tra cioccolata calda, vin brulè e caramelle, per salutare insieme il nuovo anno e la fine delle feste. 6 gennaio 2026 | Canal Grande, arrivo Ponte di Rialto h. 12 events.veneziaunica.it

ICE SKATING

Dress code: cappello di lana, rigorosamente con pompon, caldi guanti alle mani, preferibilmente muffole, e ovviamente pattini da ghiaccio con lame affilatissime (in caso di necessità da noleggiare in loco). Le piste di pattinaggio in Campo San Polo a Venezia e in Piazza Ferretto a Mestre e in Piazza Mercato a Marghera hanno aperto i battenti e aspettano grandi e piccini, appassionati e principianti, per volteggiare sul ghiaccio al ritmo delle più belle hit natalizie. E se preferite godervi lo spettacolo senza cimentarvi, musica, animazioni ed esibizioni artistiche di giovani professionisti intratterranno anche chi indugia a bordo pista sorseggiando una tazza fumante di cioccolata. Fino 17 febbraio 2026 | events.veneziaunica.it


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christmaskids I magnifici quattro, in attesa del cinque! Intervista Delphine Trouillard | Matita Edizioni

Per bambini grandi o per grandi bambini non perdete Matita numero 4 o meglio aggiungetelo alla vostra collezione, accanto ai numeri 1, 2 e 3! Matita non è solo una collana di libri per bambini, ma un’idea, una bella idea, quella di mostrare attraverso le illustrazioni, che a ogni edizione sono curate da una illustratrice diversa, senza o con pochissime parole, il mondo a misura di bambino, un mondo reale, con personaggi, oggetti, situazioni reali. Matita – disegno, grafica, stampa, distribuzione estremamente ricercate e contemporanee – è uno strumento che potrebbe benissimo essere definito didattico perché educa a vedere e a crescere consapevoli, raccontando per immagini la vita dei bambini nelle città. Delphine Trouillard, parigina ma da tempo veneziana, con una considerevole esperienza nella comunicazione di musei e istituzioni culturali, ha intrapreso questo progetto sei anni fa con determinazione, non senza fatica e problemi, creando una piccola casa editrice dedicata – Matita Edizioni appunto – e arrivando oggi al quarto libro con il quinto già in cantiere. I libri si trovano nelle migliori piccole librerie e nei bookshop dei musei e collezioni di Venezia, Italia e Francia, oltre che naturalmente online sul sito matitaedizioni.com. Tutto è iniziato con due splendide bambine – Mathilde e LouLou – che hanno ispirato il primo, poi il secondo, poi il terzo e ora il quarto libro. Quale strada sta percorrendo Matita? È vero: tutto è cominciato con la nascita di Mathilde che oggi ha sei anni. In quel momento ho iniziato a interessarmi all’editoria per l’infanzia e mi sono resa conto che mancava qualcosa. Da un lato, molti libri per bambini venivano prodotti fuori dall’Europa, con tutte le implicazioni etiche e qualitative che questo comporta; dall’altro, sentivo l’assenza di un certo tipo di sguardo: quello sul quotidiano, matitaedizioni.com

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sugli spazi che abitiamo, sugli oggetti e sulla città che ci circonda. Da qui l’idea di proporre qualcosa di completamente nuovo rispetto all’esistente: libri illustrati da architetti, persone che non nascono per disegnare libri per bambini ma che sanno raccontare lo spazio e il reale con un’attenzione diversa, più concreta, e capace di restituire la complessità e la bellezza del mondo che abbiamo davanti agli occhi. Fin dall’inizio ho voluto che tutto fosse prodotto interamente in Italia, a Venezia, valorizzando le competenze locali – grafici, stampatori, legatorie – perché credo profondamente nelle filiere etiche e nella qualità del fare bene. Oggi siamo arrivati al quarto libro, e ne sono molto felice: non era scontato, perché è un’impresa impegnativa e poteva fermarsi subito. Invece, più vado avanti, più sento il desiderio di valorizzare Venezia come luogo di produzione e di ispirazione, e non solo come cartolina. In un certo senso, Matita cresce insieme alle mie figlie, perché ogni libro riflette un momento del nostro percorso: il primo, Viceversa, racconta il ciclo della vita e parla soprattutto ai neogenitori, che attraverso i figli riscoprono la propria infanzia; il secondo, WOW, esplora Venezia e le sue forme, nato quando le bambine hanno iniziato a camminare e a guardare la città con occhi curiosi; il terzo, Disordini, guarda alla casa come un universo da scoprire; il quarto, SottoSopra, parla di città e partecipazione, e nasce nel momento in cui sento che le mie figlie diventano sempre più autonome e propositive, mostrando come i bambini possano immaginare e trasformare il modo in cui viviamo insieme lo spazio urbano. Una piccola casa editrice che si muove nel mare agitato dell’editoria. Da un lato una grossa crisi, soprattutto dei lettori e del pubblico in generale, dall’altro l’attenzione a oggetti-libro sempre più originali, ricercati e di alta qualità


Matita 4 racconta la trasformazione di una città colpita da una tempesta. Sono i bambini a immaginarne e ricostruirne una nuova, più aperta, libera e viva

formale e di contenuto. Quale la tua personale esperienza in un mercato così particolare? Sì, non è semplice. In questi anni ci sono stati momenti in cui ho davvero pensato di fermarmi: essere una realtà piccola in un mercato molto saturo è complesso, e lo diventa ancora di più in un contesto dove la distribuzione è spesso poco collaborativa e la rete delle librerie indipendenti si assottiglia o fatica a rischiare su titoli nuovi e diversi. Eppure credo che proprio il fatto di essere di “nicchia” sia la forza di Matita. Il fatto di lavorare tra due Paesi – Italia e Francia – e di proporre libri senza testo o bilingui mi ha permesso di raggiungere pubblici diversi e curiosi, e questo in parte mi tutela. Ma soprattutto mi conferma che c’è spazio per oggetti-libro che non assomigliano a nulla di già visto, che non seguono mode ma che si costruiscono con una forte identità visiva e progettuale. In questo mercato particolare, penso che la strada sia andare ancora più in profondità in questa unicità, continuare a fare libri che hanno una voce precisa, che parlano al mondo reale, con un forte “parti pris” sia dal punto di vista grafico che contenutistico. È forse più faticoso, ma è anche ciò che rende questo lavoro interessante. Quali gli ingredienti necessari per un libro che possa recuperare l’attenzione dei grandi e stimolare i più piccoli? Il primo ingrediente? Certamente che il libro sia un oggetto bello, da guardare e da toccare. È fondamentale educare i bambini fin da piccoli alla bellezza e al rispetto dei libri: un bambino è perfettamente capace di capire che un libro non si strappa e non si piega, soprattutto se riconosce la qualità dell’oggetto che ha tra le mani. Non ho mai dato alle mie figlie solo libri cartonati o pensati per “non rovinarsi”: penso che si possa imparare a prendersi cura delle cose belle. Un altro elemento essenziale è coinvolgere gli adulti. Perché la lettura diventi un rito condiviso, i libri devono parlare anche ai grandi, non solo ai

The fabulous four

ENG

Matita is more than a children’s book series: it’s a concept that uses illustrations, often with minimal text, to depict a child’s real-world environment. Each edition features a different female illustrator, and the books are crafted with contemporary design and high-quality production. Matita aims to educate children to observe and grow consciously, portraying everyday life in cities through images. The project, founded by Delphine Trouillard, a Parisian living in Venice with a background in museum communication, began six years ago and has grown into a small publishing house, Matita Edizioni, now releasing its fourth book with a fifth underway. The books are available in select bookstores, museum shops in Venice, Italy, and France, and online. Origins and Evolution of Matita The inspiration for Matita came from my daughters, Mathilde and LouLou. The birth of Mathilde sparked an interest in children’s publishing and a realization that something was missing: many children’s books were produced outside Europe, raising ethical and quality concerns, and lacked a focus on everyday life and the spaces children inhabit. Matita’s innovation is to commission architects, not traditional children’s illustrators, to create books that offer a concrete, nuanced view of the world. All production is local, based in Venice, emphasizing ethical supply chains and quality. Each book reflects a stage in her daughters’ lives: the first, Viceversa, explores life’s cycle for new parents; the second, WOW, examines Venice through the eyes of curious children; the

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CARNEVALE 2026 OMAGGIO A BUSTER KEATON CINE-CONCERTI AL PALAZZETTO BRU ZANE

6.2 – 8.2.2026 VENERDÌ 6 FEBBRAIO SABATO 7 FEBBRAIO ORE 19.30 ORE 19.30 One Week + Neighbors (1920) Buster Keaton, Eddie Cline

The Electric House + The Balloonatic (1922|1923) Buster Keaton, Eddie Cline Finale con brindisi

DOMENICA 8 FEBBRAIO ORE 17 Sherlock Jr. (1924) Buster Keaton

Marco Bellano ideazione del programma Gabriele Dal Santo pianoforte e arrangiamenti Durata 1 ora circa Partner culturale Rete Cinema in Laguna Film restaurati da Cineteca di Bologna

50 Buster Keaton circa 1920 © PictureLux / The Hollywood Archive / Alamy Stock Photo Visuel:

Palazzetto Bru Zane San Polo 2368, Venezia +39 041 30 37 615 Biglietti da 5 a 10 euro 3 cine-concerti 24 euro

BRU-ZANE.COM


christmaskids bambini. Il momento della lettura è un momento di trasmissione: non possiamo dare per scontato che i bambini arrivino da soli alla lettura. A volte serve un accompagnamento e una presenza adulta curiosa e coinvolta. Viviamo in un tempo in cui è spesso più semplice lasciare in mano a un bambino un tablet o un telefono invece di leggere insieme una storia. Se però offriamo libri che interessano anche agli adulti – che parlano al loro sguardo e alla loro sensibilità – allora può accadere quella magia in cui bambini e genitori si incontrano e la lettura diventa davvero un gesto condiviso. I libri di Matita, grazie alla cura delle illustrazioni e all’originalità delle storie, riescono spesso a parlare anche agli adulti. Arriviamo a Matita 4, da poco uscito nelle librerie. Con chi hai lavorato per questo nuovo progetto? Per il quarto libro, SottoSopra, ho collaborato con Anna Puklus, architetta ungherese che vive e lavora a Parigi e che da poco si è avvicinata al mondo dell’illustrazione. Ci siamo conosciute al Salone del Libro per Ragazzi di Montreuil due anni fa: rimase colpita dai primi volumi di Matita e mi lasciò un biglietto da visita inciso a mano (in realtà me ne fece scegliere uno tra dieci, tutti realizzati artigianalmente, meravigliosi e già capaci di raccontare la sua sensibilità e la sua straordinaria padronanza tecnica). Qualche mese dopo l’ho contattata proponendole un tema su cui lavorare. Dopo settimane di ricerca, Anna è arrivata con una proposta ispirata al progetto del pedagogista Francesco Tonucci, che promuove l’idea di città pensate a misura di bambino, perché una città adatta ai più piccoli è una città migliore per tutti. Da qui nasce la storia di una città che, dopo una tempesta, viene ricostruita proprio dai bambini, dando vita a uno sguardo nuovo e ribaltato – appunto, sottosopra – sul mondo urbano. Quale la storia proposta in Sottosopra? E quale prospettiva offri ad altezza bambino? In Sottosopra raccontiamo la trasformazione di una città colpita da una tempesta. Sono i bambini a immaginarne e ricostruirne una nuova versione, più aperta, libera e viva. Il punto di partenza è una riflessione reale: oggi le città lasciano sempre meno spazi vuoti, quei luoghi informali in cui poter inventare giochi, incontrarsi, creare relazioni spontanee. Tutto è molto costruito, regolamentato, riempito e in questo, spesso, schiacciante. Il libro di Anna lo mostra con grande forza visiva. Nella città ripensata dai bambini, invece, il gioco torna al centro della vita urbana: ci sono terreni interi che diventano spazi di socialità, le piazze diventano luoghi di incontro per adulti e bambini, e l’immaginazione diventa una competenza concreta per progettare un mondo migliore. Con Anna abbiamo parlato spesso della parola giocare, che in francese è la stessa per dire “suonare” o “recitare”. L’idea ci affascinava: giocare come atto creativo, serio e costruttivo, non come semplice passatempo infantile. Per questo nel libro il gioco diventa azione e progetto urbano: i bambini non fanno finta, agiscono, trasformano, costruiscono. La prospettiva ad altezza bambino, dunque, è uno sguardo capace di ribaltare le logiche della città adulta e di ricordarci che una città progettata per i più piccoli è una città più umana e vivibile per tutti.

third, Disordini, discovers the home as a universe; and the fourth, SottoSopra, addresses city life and participation as her daughters become more independent. Navigating a Challenging Publishing Market Running a small publishing house in a saturated market is difficult, especially with shrinking independent bookstores and uncooperative distribution networks. Despite these challenges, Matita’s niche status is its strength. Operating between Italy and France and offering wordless or bilingual books has helped reach diverse audiences. The uniqueness of Matita’s books and their distinct visual and conceptual identity sets them apart. I believe the key is to deepen this uniqueness, continuing to create books with a clear voice that speak to real life and maintain strong graphic and content choices. Though demanding, this approach makes the work rewarding. Ingredients for Engaging Books A beautiful, tactile book is essential to attract both children and adults. I firmly believe in teaching children to respect books, which in turn will teach them to care for beautiful objects. Involving adults is also crucial; reading should be a shared ritual, and books must appeal to grown-ups as well as children. In today’s digital age, it’s easier to hand a child a tablet than to read together, but books that interest adults can create magical shared moments. Matita’s careful illustrations and original stories often engage adults, making reading a truly communal experience. Collaboration on Matita 4: Sottosopra For the fourth book, Sottosopra, I collaborated with Anna Puklus, a Hungarian architect based in Paris who recently entered the world of illustration. We met at the Montreuil Children’s Book Fair, where Anna was captivated by Matita’s earlier volumes. Anna’s proposal for Sottosopra was inspired by Francesco Tonucci’s pedagogical ideas about child-friendly cities. The story centres on children rebuilding a city after a storm, offering a fresh, inverted perspective on urban life.

Stai lavorando già al prossimo libro. Puoi anticiparci qualcosa? Sì, ci sto lavorando già da gennaio scorso. Un libro è sempre un progetto di lungo respiro: in media ci vuole almeno un anno e mezzo prima che prenda una forma definitiva. Il prossimo titolo avrà come tema le collezioni, un universo che permette di esplorare l’osservazione, la curiosità e il gioco. Sarà realizzato da due bravissime artiste ticinesi, un’architetta e una poetessa, che stanno lavorando insieme a quattro mani. Sarà un libro molto giocoso, sorprendente e diverso dai primi quattro, con un approccio narrativo e visivo completamente nuovo. Non vedo l’ora di poterlo condividere... Ne riparliamo la prossima estate! Mariachiara Marzari

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shopping&more Un’Asta da non perdere Mercatini di Natale in città

a cura di Mariachiara Marzari

MY WISHLIST

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13 DICEMBRE | h. 11

12-14 DICEMBRE | h. 10.30-18.30

AVAPO VENEZIA ASTA DI BENEFICIENZA 2025

MERCATINO DI NATALE BURANO

Da più di dieci anni ogni dicembre, con il fondamentale sostegno di Christie’s Italia, il supporto di Banca Intesa Sanpaolo e il generoso aiuto dello sponsor “La Maison Roberto Coin” e dei numerosi donatori dei lotti, si svolge un’asta benefica natalizia i cui ricavati sono devoluti interamente ad AVAPO VENEZIA, a sostegno del prezioso lavoro nell’assistenza a persone affette da patologie oncologiche e nel supporto alle loro famiglie, assicurando loro sostegno, rispetto e dignità. Dal 2019 è stata stipulata una convenzione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia: le opere vincitrici del bando dedicato sono entrate a pieno titolo nell’asta, trovando spazio in collezioni nazionali e internazionali. Nel 2025 nasce il Premio AVAPO VENEZIA aperto ai giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti della città. La scelta di creare il Premio nasce dalla volontà di dare ancora maggior importanza a questa sezione dell’asta, valorizzando al contempo i giovani talenti che hanno scelto Venezia per la loro formazione artistica. Dieci opere – un vincitore e nove menzioni ex aequo –, selezionate da una giuria di alto profilo, entreranno a far parte dell’asta AVAPO VENEZIA in programma alla sede di Intesa Sanpaolo, in Campo Manin, il 13 dicembre. Filiale Intesa Sanpaolo, Campo Manin, San Marco

5, 6, 7 DICEMBRE | h. 9-19

STORICO MERCATINO DELL’ANTIQUARIATO

Un classico che nel tempo ha mantenuto la sua forte identità legata alla qualità e alla selezione proposta: ceramiche e vetri antichi, cappelli e borse di lusso datate ad almeno vent’anni fa, libri e anche pezzi di design più contemporanei, oggetti e curiosità del passato ma soprattutto pezzi pregiati dal ‘600 al ‘900, esposti sui tipici moduli in legno che la tradizione vuole invariati dal 1970, anno di fondazione del mercatino. Campo San Maurizio, San Marco www.mercatinocamposanmaurizio.it

8 DICEMBRE | h. 8.30-20

MERCATINO DEI MIRACOLI

Unico esempio in città di mercatino tenuto esclusivamente da venditori appassionati e non professionisti, dove si respira ancora un’atmosfera di quartiere calda e amichevole. Piccolo e accogliente, è un mercato poco frequentato dai turisti ma molto rinomato tra i collezionisti, che possono scovare dei veri tesori: ukulele, riviste degli anni ‘60, cronometri d’argento, antiche posate incise in argento, bicchieri in cristallo, vasi decorati in vetro di Murano… La varietà è tanta, molti oggetti sono di manifattura italiana ma anche provenienti da tutto il mondo e arrivati per qualche ragione nelle case dei veneziani che li mettono in vendita. Campo Santa Maria Nova, Cannaregio

Le tradizionali case colorate fanno da cornice a un’atmosfera particolarmente fiabesca e pittoresca, perfetta per il mercatino di Natale a Burano, di dimensioni raccolte, ma estremamente curato. Le bancarelle esaltano le tradizioni del luogo, proponendo manufatti in merletto, addobbi ricamati, tessuti ornamentali e piccoli oggetti decorativi ispirati alla cultura lagunare. Zona Pescheria, Burano

FINO 14 DICEMBRE | h. 10-17

MERCATINO DI NATALE DI NASONMORETTI

Nell’atmosfera elegante, ricercata e intrisa di storia artigianale della Fornace NasonMoretti, da non perdere fino al 14 dicembre il Mercatino di Natale, che presenta linee esclusive, magari non andate poi in produzione, fine serie o vasi particolari e unici, bicchieri coloratissimi o leggeri come piume, bottiglie d’ispirazione artistica oltre che le linee più iconiche del marchio in versione outlet. Calle degli orti 12, Murano www.nasonmoretti.com

14 DICEMBRE | h. 10-19

NATALE IN PESCHERIA Giornata della Creatività 2025

Un mercatino di artigianato locale con dimostrazioni e laboratori creativi, oltre a un’area dedicata al ristoro con ombre e cicchetti. Si rinnova l’appuntamento con la Giornata della Creatività – Natale in Pescheria, evento organizzato dal Comitato Cittadini Campo Rialto Nuovo e Adiacenze. Per tutta la giornata è possibile curiosare tra i banchi di un mercatino che propone le creazioni di sessanta artigiani locali, dalla bigiotteria realizzata con materiali di riciclo alle borse, dalla legatoria artigianale alle decorazioni natalizie. Campo della Pescheria, Rialto

18-21 DICEMBRE | h. 8.30-20

VE.NICE STUFF The independent and sustainable design show

Rassegna di design sostenibile che dà spazio a chi crea oggetti di artigianato e design, seguendo l’intera filiera attraverso materiali di recupero e tecniche innovative. Progetto nato dall’idea di Kanz Architetti – Mauro Cazzaro e Antonella Maione – per dare visibilità a produzioni indipendenti che credono nella cultura del progetto e nella qualità artigianale. Quest’anno la rassegna allarga lo sguardo oltre il territorio veneziano per ospitare creativi provenienti da altri contesti geografici e culturali, confermando Venezia come luogo di incontro e contaminazione. Ve.Nice Stuff riunisce designer e artigiani che lavorano ceramica, tessuti, cuoio, carta. Gioielli in porcellana fatti a mano, lampade che si ricompongono in forme sempre diverse, sculture tessili in macramè, ceramiche che mescolano tradizione veneziana e cultura messicana. Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, Spazio Badoer, San Polo www.kanzarchitetti.com/ve-nice-stuff

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a cura di Fabio Marzari

christmastaste

La tavola delle feste

PANDORO O PANETTONE? La nostra selezione di campioni della dolcezza in grado di esaltare il profumo del Natale moltiplicando il gusto della tradizione ALAJMO, una collezione di Natale che si arricchisce e cambia ogni anno con gusti e combinazioni studiati, sperimentati e assaggiati da Max e la sua squadra di pasticceri. Vengono realizzati a mano, uno ad uno, nel laboratorio Mamma Rita partendo da un impasto con lievito madre, una lievitazione in due fasi e l’utilizzo, in alcuni, di olio extravergine di oliva per renderli più leggeri. Lo chef tre stelle Michelin celebra i sapori tipici dei dolci di montagna, con mele e arance candite, noci croccanti e un tocco di cannella: un panettone che rende omaggio ai Giochi Olimpici Milano Cortina 2026. www.alajmo.it

COVA 1817, il pandoro è firmato dallo Chef Pâtissier Andrea Tortora, un maestro del genere lievitati. Una storia che narra di farina, burro, zucchero e uova. Ingredienti semplici in cui riscoprire il gusto autentico che si concede solo dopo una lievitazione lunga e articolata. Arricchito dai profumi di miele d’Acacia e vaniglia Bourshop. Sulla tradizione non si discute! shop.pasticceriacova.com

COVINO, grande attesa per il nuovo panettone a sei mani, firmato Al Covino – Claudia, talentuosa pasticcera, e Claudio, cuoco esperto con una passione radicata per gli ingredienti autentici – con l’Ospite d’Onore stellato Donato Ascani, un viaggio tra tradizione, amicizia e innovazione. I dettagli sulla ricetta sono ancora segreti, ma siamo certi saremo molto piacevolmente sorpresi.

alcovino.it

BAGHI’S, il panettone tradizionale fatto lievitare e

cotto in vaso di vetro Weck, con arancio candito e uvetta, prodotto artigianalmente con farina macinata a pietra da grano italiano, lievitazione con solo lievito madre vivo, burro ottenuto per centrifuga e uova fresche da allevamenti locali, rotte una ad una, separando tuorlo e albume manualmente.

www.baghis.com

BIASETTO e i lievitati – Pandoro, Focaccia Venezia-

na, Ciambella al cioccolato e Padovanina – offrono impasti realizzati con ingredienti selezionati e arricchiti, in base alla ricetta specifica, di vaniglia di Tahiti, cioccolato fondente e glassa di amaretto dolce alle mandorle. Da non perdere il Panettone Setteveli, un soffice impasto ai profumi intensi di caramello, vaniglia e cioccolato arricchito da veli sottili di cioccolato, con una golosa glassa al gianduia.

pasticceriabiasetto.it

GHIGO, passando da Torino nel periodo natalizio da non perdere una delle più fantasmagoriche delizie che possano capitare al palato: la Nuvola, un ricco pandoro ricoperto di crema al burro e spolverato di zucchero a velo. Vale il viaggio!

www.pasticceriaghigo.it

IGINIO MASSARI, il re dei pasticcieri italiani propone i suoi lievitati in versione tradizionale o con diverse varianti – le più vendute oltre al panettone classico, quello rosa a base di cioccolato e lampone e quello verde a base di pistacchio – edizione limitata. Perfetti negli ingredienti e buonissimi per il palato i suoi panettoni o i suoi pandori sono acquistabili online. www.iginiomassari.it

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LORENZETTI e il suo Nadalin, dolce tipico di Verona, tradizionalmente regalato ai bambini. ll suo aspetto è come un pandolce basso fatto a forma di stella. Sembra che proprio dalla ricetta del Nadalin, sul finire dell’Ottocento, sia nato il pandoro. La leggerezza e il volume della preparazione maggiori rispetto alle focacce e al pane festivo allora in uso, ne decretarono il successo e l’innalzamento a dolce natalizio della città.

www.pasticcerialorenzetti.com

MARTESANA, l’autentica tradizione milanese di una bottega storica. Oltre alla versione tradizionale del panettone meneghino, assai originale è il Panetùn de l’Enzo, cioccolato e albicocca, in cui si incontrano due icone come il Panettone e la Sacher. Una glassa al cioccolato fondente racchiude una farcitura di albicocche in confettura e semi-candite, una vera e propria esplosione di gusto.

www.martesanamilano.com

NANOLABO, l’anima dei loro panettoni è il lievito madre Artù, che dona una morbidezza unica e un sapore inconfondibile. Panettone di alto livello ma di genuina semplicità: pochi ingredienti di alto livello, come uova da galline allevate all’aperto e burro da latteria, scelti a filiera corta e lavorati senza fronzoli per esaltare il gusto autentico della materia prima. Da non perdere il Panettone al doppio cioccolato con cioccolato fondente 75% e cioccolato al latte 50% della Repubblica Dominicana e, da quest’anno, il Pandoro classico artigianale con bacche di vaniglia del Madagascar. nanolabo.it

NONNO COLUSSI, non è un panettone, né un pandoro, ma in questa lista va certamente inserita la versione veneziana del dolce lievitato: la “focaccia veneziana”, tipico dolce che viene prodotto tutto l’anno, realizzato con il mitico lievito madre di Nonno Colussi. dalnonocolussi.com

PALMESANO, il suo panettone è un capolavoro di lievitazio-

ne naturale. Nasce a Burano da una ricetta familiare tramandata di generazione in generazione, un segreto custodito con amore e passione. La lievitazione naturale di ben 60 ore esalta i sapori autentici e regala un impasto soffice e altamente digeribile. Il raffreddamento a temperatura ambiente prima del confezionamento completa l’opera, preservando la fragranza e la morbidezza del prodotto. Varianti: oltre al Classico, Passione Veneziana con pezzi di morbida pera, ricoperto cioccolato fondente e granella di biscotti veneziani; El Moro con un mix di pezzettoni di cioccolato al latte e fondente.

www.dolcipalmisano.it

PERBELLINI, l’Offella d’Oro è il capostipite dei dolci lievitati di Verona, la sua ricetta è datata 1 ottobre 1891. Giovanni Battista Perbellini modificò la ricetta di un dolce tradizionale veronese chiamato “Nadalin” arricchendo la pasta di burro e uova, rendendola quindi più soffice e morbida.

www.perbellini.com

TRE MARIE, PANETTONE FATTO PER BENE, un panettone solidale che già nel nome “fatto

per bene” include un’attenta e capace realizzazione da parte di Tre Marie, una certezza di bontà, unitamente a una importante funzione sociale nell’acquisto a favore di EMERGENCY, a sostegno del lavoro nei loro ospedali nel mondo e del diritto alla cura per tutti. La lavorazione prevede tre diversi impasti con l’aggiunta di uvetta sultanina, scorzette profumate di arance siciliane e pregiati cubetti di cedro Diamante, per un gusto pieno, ricco e responsabile.

shop.emergency.it

VINCENTE DELICACIES, il laboratorio di pasticceria artigianale situato a Bronte, la patria del pistacchio DOP, sforna un panettone “made in Sicily”, ricoperto di cioccolato extra fondente 70% e pistacchio di Bronte, farcito con crema di Pistacchio. vincentedelicacies.com

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Menu d’inverno per il banchetto del doge 26 dicembre, Palazzo Ducale

a cura di Camillo Tonini

BANCHETTO DA DOGE Il giorno dopo Natale, il 26 dicembre festa di Santo Stefano, di ritorno dalla devozione alle reliquie del martire proto cristiano conservate nell’isola di San Giorgio, il doge con il suo seguito di dignitari rientrava in Palazzo Ducale, saliva per la Scala d’oro al piano delle Sale istituzionali, attraversava l’appartamento ducale e, percorrendo un passaggio sopraelevato raggiungeva la Sala dei banchetti

Fig. 1_Gabriel Bella (Venezia, 1730 - 1799), Il banchetto pubblico del doge (post 1779? - ante 1792) - Courtesy Fondazione Querini Stampalia

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christmasstories

I

l giorno dopo Natale, il 26 dicembre, Festa di Santo Stefano, di ritorno dalla devozione alle reliquie del martire proto cristiano conservate sull’isola di San Giorgio, il Doge con il suo seguito di dignitari rientrava in Palazzo Ducale, saliva per la Scala d’oro al piano delle Sale istituzionali, attraversava l’appartamento ducale e, percorrendo un passaggio sopraelevato, raggiungeva la Sala dei banchetti. Durante il dogado di Antonio Priuli, nel 1620 per soddisfare l’esigenza di ampliare lo spazio degli ambienti riservati alla massima autorità dello Stato veneziano, era stata trovata questa soluzione di gettare una sorta di corridoio pensile lungo più di ventisette metri e largo quasi tre, ideato da Antonio Smeraldi detto il Fracà, allora proto dei Provveditori di Comun, per unire l’appartamento dogale ad altri nuovi ambienti del vicino edificio ancora in costruzione e destinato a Casa dei Canonici della Basilica. Tutti databili nella seconda metà del Settecento, imprescindibili sono tre brani iconografici che fanno memoria della sala durante i banchetti, delle trasformazioni degli arredi e del variare dei dipinti a decoro delle pareti, ma che anche segnano l’evoluzione del cambiamento del rituale di questa cerimonia e di come venisse progressivamente percepita negli ultimi anni della Serenissima. Il primo brano è una stampa del 1766; Pietro Gradenigo alla data dell’8 aprile di quell’anno, registrava nei suoi Notatori – una sorta di diario sul quale il nobiluomo era solito annotare i fatti principali della vita cittadina e le novità culturali che animavano la Venezia del suo tempo – la nascita dell’ambizioso progetto editoriale di «Lodovico Furlanetto, Mercadante di Stampe in Rame sul Ponte de’ Baretteri, e studioso di Rappresentazioni da preservarsi all’età future con imagine fedele», progetto destinato nel tempo ad incontrare un continuo successo. La realizzazione delle dodici stampe con «alquante Funzioni primarie, quali annualmente si adempiscono in Venezia a modo di grandioso contegno» veniva affidata ad Antonio Canal, Canaletto, artista all’apice della sua carriera e a Giambattista Brustolon, esperto incisore e fedele interprete nel trasferire su rame con la tecnica dell’acquaforte e del bulino le magnifiche invenzioni e le perfette prospettive nate dal genio del maestro veneziano. Le loro immagini avrebbero tramandato alle generazioni future il ricordo del fasto con cui Venezia, in quel periodo di ineluttabile declino, sapeva ancora esaltare sé stessa in modo ineguagliabile, attraverso l’enfatizzazione della dignitas delle sue istituzioni e la memoria delle sue tradizioni. La dodicesima e ultima stampa della serie veniva dedicata al Solemne Serenissimi Principis convivium, quo cumelectis Proceribus, esterorum Principum Legatos excipit (Fig. 2) e ci restituisce il salone con il settecentesco soffitto tripartito affrescato da Giacomo Guarana, mentre la decorazione delle pareti, ancora in allestimento, non corrisponde al definitivo assetto pittorico, né a quello originario. Il taglio prospettico centrale della scena permette un’ampia descrizione della sala e dei convitati con il Doge al centro sullo sfondo, mentre il primo piano è animato da gruppi di nobili curiosi dal volto celato dietro la bauta, (il giorno di Santo Stefano aveva ufficialmente inizio il Carnevale), che fino alle seconde portate del convivio erano ammessi ad ammirare i sontuosi servizi di argenteria e le pregiate suppellettili. Il secondo brano, meno preciso nei particolari della stampa del Canaletto-Brustolon, ma di straordinaria forza evocativa, è un

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dipinto di Francesco Guardi (Fig. 3) conservato al Musée des Beaux-Arts di Nantes, databile tra il 1776 e il 1778. Inondata dalla luce che irrompe per tre lati dagli ampi finestroni, la tela presenta la sequenza dei dignitari seduti a tener conversazione attorno alla tavola disposta lungo le pareti. Sul riverbero d’oro dei legni intagliati del soffitto, il rosso cremisi delle toghe contrasta con il colore scuro dei mantelli delle figure mascherate che ondeggiano in piedi al centro della sala, a sottolineare la differenza di rango di questi provvisori ospiti ai quali era concesso l’esclusivo privilegio di assistere per un tempo limitato alla sontuosa coreografia del rito. Tra loro non si scorge alcuna figura femminile, mentre nel fondo una pennellata d’oro individua il Doge nella solenne veste dorata di cerimonia e con in testa il corno dogale. Il terzo brano è una tela di Gabriel Bella (Fig. 1), conservata alla Fondazione Querini Stampalia e databile all’ultima decade del Settecento che mostra la stessa inquadratura dello spazio dell’evento, ma reso in stile più corrivo e quasi caricaturale e con l’aggiunta della presenza femminile nel gruppo di figure al centro della sala, vestiti di mantelli colorati. Gli altri dignitari, gli ambasciatori, i nobili, i servitori sembrano indifferenti a partecipare alla celebrazione di un rito pubblico, oramai stanco e poco sentito, che ha perso ogni solennità e nel quale è appena riconoscibile la solennità della figura del padrone di casa. Il banchetto che si celebrava nel giorno di Santo Stefano era l’ultimo dei quattro banchetti rituali che il Doge offriva a varie rappresentanze durante l’anno. Gli altri tre si svolgevano nel giorno dell’Ascensione (la Sensa), in quello di San Marco, il 25 aprile, e per la festività dei SS. Vito e Modesto il 15 giugno a ricordo della sventata congiura del 1310 contro il governo della Repubblica. Così distribuiti nei diversi periodi dell’anno, i menu offrivano alcune ricette fisse, come le minestre di riso e le carni bollite e roste, ma le portate venivano variate nelle differenti stagioni grazie all’ampia disponibilità di approvvigionamenti di alimenti della Dominante, che provenivano dai territori limitrofi e dai lontani possedimenti d’oltremare. Dalle vicine montagne arrivava a Venezia la cacciagione e i prodotti dei pascoli e dei boschi, dalle fertili pianure i frutti e le granaglie, gli ortaggi di stagione sempre freschi dalle isole lagunari, il ricco assortimento dei pesci e dei crostacei dai fiumi d’acqua dolce, dall’acqua salmastra della laguna e da quella salata del mare. E se tutto questo non bastava, a Venezia dal Nord arrivava lo stoccafisso essiccato al sole e il baccalà sotto sale, buono da consumarsi in tante ricette diverse, così come le carni conservate in salamoia dentro le botti e quelle affumicate di montone. Non mancavano dalle assolate isole del Mediterraneo la frutta inzuccherata di Candia e i vini di Malvasia e di Cipro. Il banchetto di Santo Stefano nella stagione invernale, era destinato al ricevimento degli ambasciatori accreditati presso la Repubblica per il saluto di fine d’anno. Per gli ospiti della tavola alta – dignitari e ambasciatori – erano previsti due menù: uno di grasso e uno di magro. Il primo, come si legge in un documento della Cancelleria inferiore – la magistratura che registrava le spese correnti del Palazzo –, comprendeva oltre le minestre di riso abbinato a varie carni e verdure, «capponi, pasticci di colombini, pernici e fagiani rosti»; nel secondo: «suppa di rane, risi a sutto con pedocci, rombi alessi, pasticcio di bisatti con ragù, brancini rosti, tenconi rosti, carpioni lavorati, ostriche crude, sfogi in saor, salamon filetti, fritura di


Fig. 2_Antonio Canal, Giovanni Battista Brustolon, Banchetto del Doge, stampa all’acquaforte e bulino

Fig. 3_Francesco Guardi, La sala dei Banchetti di Palazzo Ducale, Nantes, Musée des Beaux Arts

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Fig. 4_A. Pellanda, Memoria del Cavalcavia demolito nel 1844, Venezia, Archivio Storico della Procuratoria di San Marco

scampi con salate, lamprede fritte». Agli ospiti della tavola bassa – segretari e servitori alloggiati nelle sale limitrofe alla Sala dei banchetti – era riservato il menu di grasso con «minestra di pasta, supa de pollastro, pezzo di vitello alesso, stracculo di vitello rosto, colombini rosti, nonbolo di manzo in conza, fegato di vitello alla tortiera, dindietta rosta» e per quello di magro: «alesso di pesce di mar, arosto di pesce di mar, sfogi fritti, sfogi in savor». Per tutti, «biscotti di Bologna, amoli di Francia, olive d’Ascoli, peri, pomi, fenocchi, cao di late coto» e alla fine: «acqua di limon ed arancia e pezzi di ghiaccio sortiti. Caffè». Il vino non viene citato in questo documento, ma c’è da scommettere che ne venisse servito abbastanza, ma non tanto da compromettere la vigilanza delle menti degli illustri ospiti. Sparecchiate le mense, infine, le pregiate suppellettili di vetro, i piatti di peltro e le preziose argenterie venivano raccolte, controllate nel numero, e riposte, nei forzieri della Zecca perché patrimonio pubblico della Repubblica, per essere poi riprese per il giorno della Sensa, quando a nuovo anno riprendeva il rito dei banchetti dogali. La Sala dei banchetti nel 1763 fu oggetto di necessari radicali lavori di restauro e venne nuovamente inaugurata nel 1768 con il soffitto affrescato da Jacopo Guarana, lo stesso artista che rinnovava in quel periodo con i suoi affreschi la vicina Chiesetta del Doge. Resisteva ancora il passaggio pensile di collegamento del quale per intendere l’aspetto e la struttura risulta illuminante un disegno acquerellato, conservato presso l’Archivio Storico della Procuratoria di San Marco che mostra in prospetto l’agile struttura a tre arcate, impostata da una parte sul muro esterno della Sala degli Stucchi e dall’altra su quello della Casa dei Canonici. Antonio Pellanda, autore di questo disegno (Fig. 4) al servizio di Giovanni Battista Meduna, allora proto alla Basilica e ai lavori di costruzione

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del nuovo Palazzo Patriarcale, ci fornisce la data del 1844, anno in cui in cui il sovrappasso venne demolito. Venezia era passata da tempo sotto la dominazione austriaca; non era più tempo di banchetti sontuosi a Palazzo Ducale, divenuto non più luogo del Governo, né tantomeno abitazione di chi il Governo lo rappresentava. Il Patriarcato, a quasi cinquant’anni dalla fine della Repubblica, sganciato dalla dipendenza alla gerarchia ducale e orientato verso i nuovi poteri istituzionali, era oramai prossimo a spostare definitivamente la propria sede da San Pietro di Castello a Piazza San Marco. Veniva così a cadere ogni giustificazione funzionale per il mantenimento di quella singolare architettura esterna; così l’ardito “cavalcavia”, per quanto fosse autentico documento dell’evoluzione del Palazzo e delle sue funzioni, non fu ritenuto degno di essere conservato e fu deciso di abbatterlo, anche per chiudere definitivamente con un passato ancora troppo ingombrante. La Sala dei banchetti da allora rimaneva inglobata nel Palazzo patriarcale e ancora oggi nel suo splendido arredo è visitabile all’interno del percorso del Museo di San Marco.

PER SAPERNE DI PIÙ L. Moretti, Ambienti dogali, in I Dogi, a cura di G. Benzoni, Milano, 1982 Canaletto-Brustolon, Le feste ducali. Rami e stampe dalle collezioni del Museo Correr, a cura di F. Pedrocco e C. Tonini, Venezia, 2006 L. Urban, Banchetti veneziani dal Rinascimento al 1797, San Vito di Cadore, 2007 La chiesetta del Doge a Palazzo Ducale di Venezia, a cura di C. Tonini e C. Crisafulli, Crocetta del Montello, 2014


Gabriel Bella, La regata delle donne in Canal Grande, olio su tela, post 1779 - ante 1792

13.12.25 — 12.4.26

Fondazione Querini Stampalia Castello 5252, Venezia querinistampalia.org

Bella la vita a Venezia 61


a cura di Mariachiara Marzari

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Dolomiti. Un paesaggio tutelato Un magico inverno

COSÌ LONTANO COSÌ VICINO

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© Manuel Cicchetti

© Manuel Cicchetti


È

inutile dirlo, le nostre montagne, le Dolomiti, sono sempre state protagoniste,

ma in questo periodo tornano ad essere al centro dell’attenzione mediatica – per le imminenti Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 –, ma soprattutto di tutti quelli che almeno una volta le hanno attraversate restando affascinati dalla loro immensa bellezza. Un arcipelago di vette complesso e maestoso, tanto imponente quanto fragile, che attrae lo sguardo allo stupore, alla meraviglia e all’incanto, un mosaico naturale unico e prezioso, tra i più straordinari al mondo. Non solo un paesaggio da ammirare, ma un patrimonio da custodire con cura, rispetto e responsabilità. Da Venezia fanno capolino nelle giornate invernali, quando il gelo rende l’aria tersa e crea quel fenomeno incredibile chiamato “stravedamento” – termine dialettale veneto che descrive un effetto ottico di nitidezza eccezionale dell’orizzonte, dovuto a condizioni meteorologiche specifiche, come la Bora, che rendono l’aria tersa e priva di umidità e foschia –, che permette di percepirle in primo piano, appena dietro Piazza San Marco, creando un’illusione di vicinanza con un effetto straordinario e uno spettacolo unico. Le cime avvolgono Venezia in un abbraccio e Venezia quasi si inchina al loro cospetto. In attesa di queste giornate o di poter salire in quota per una sciata o solo per una passeggiata sulla neve, Le Stanze della Fotografia dal 2 dicembre fino al 6 gennaio 2026 ci regalano una mostra natalizia, assolutamente da non perdere, e un libro edito da Marsilio Arte da mettere nella lista dei regali. Dolomiti. Un paesaggio tutelato – titolo della mostra e del libro – è un intenso viaggio visivo e narrativo dedicato a uno dei paesaggi di montagna più straordinari al mondo, patrimonio mondiale UNESCO, con fotografie di Manuel Cicchetti e testi di Antonio G. Bortoluzzi, che offre uno sguardo profondo e contemporaneo sulle Dolomiti. L’esposizione si articola in cinque sezioni tematiche: Ascendere, Mirabilia, Persistenza, Segni, Limite, che guidano il visitatore in un percorso di scoperta visiva e interiore. Ogni sezione apre un varco su un diverso modo di abitare la montagna, un diverso rapporto tra uomo e natura, tra stupore e misura. Gli scatti di Manuel Cicchetti rappresentano il cuore visivo di questo racconto. Il suo sguardo, attento e rispettoso, non solo coglie la meraviglia e la grandiosità dei panorami dolomitici, ma li rilegge in chiave profondamente sociale, enfatizzando i segni della presenza umana: un sentiero scavato nella roccia, un’abitazione incastonata nella valle, una strada di alta montagna. Le sue fotografie, frutto di un’accurata ricerca svolta sul territorio, rivelano la delicata armonia tra l’opera del tempo e quella dell’uomo, tra persistenza e trasformazione, nel respiro delle stagioni. Raccontano, inoltre, l’evoluzione che le genti delle terre alte hanno svolto nell’ultimo secolo, sviluppando un tessuto infrastrutturale che ha segnato la natura e i luoghi con materiali, metalli e linee che mai sono state proprie di queste altitudini. Le parole di Antonio G. Bortoluzzi accompagnano e approfondiscono questa narrazione visiva, scavando nella memoria e nelle tradizioni delle comunità dolomitiche. I suoi testi restituiscono voce a un sapere antico, fatto di gesti misurati e di relazioni fondate sulla responsabilità. Sono storie di vita quotidiana, di fatica, di lavoro nei campi e lungo i pendii, di cura silenziosa per un ambiente fragile che richiede attenzione costante. Con uno stile sobrio ma profondo, Bortoluzzi ci invita a osservare questi luoghi con occhi nuovi, riconoscendo nell’equilibrio tra scoperta e protezione la chiave per immaginare un futuro sostenibile. Il libro e la mostra condividono un intento comune: proporre una narrazione inedita, emozionale e consapevole del territorio, capace di risvegliare nel pubblico quel senso di meraviglia e responsabilità che nasce solo dall’amore autentico per i luoghi. Manuel Cicchetti. Dolomiti. Un paesaggio tutelato 2 dicembre-6 gennaio 2026 Le Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio Maggiore lestanzedellafotografia.it

MAGICO INVERNO

Patrimonio del Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, i manifesti storici, alcuni notissimi, sono i capisaldi della storia della comunicazione turistica della montagna, capaci negli anni di contribuire alla rivoluzione della percezione dell’inverno, che da stagione da temere si è mutato a momento da godere. Una bella mostra, Un magico inverno. Bianche emozioni dalla Collezione Salce, in corso fino 29 marzo 2026, declinata su due sedi del Museo trevigiano, a Santa Margherita e a San Gaetano, e curata da Elisabetta Pasqualin, racconta di come comunicavano la stagione invernale le più note località alpine della Penisola, ma anche rinomate mete del turismo invernale internazionale, fino alle stazioni sciistiche di Romania e Polonia. Manifesti che sono la testimonianza del crescere di interesse dell’inverno e degli sport invernali in una società che cominciava a porsi il problema del tempo libero e di un inverno attivo e socialmente appagante, dopo anni difficili. Un omaggio è riservato a Cortina 1956, con la torcia olimpica del tempo e le immagini di quell’evento giustamente ritenuto storico. Fu la prima Olimpiade invernale a godere di una diretta televisiva, la prima ad accogliere l’Unione Sovietica. Fu anche un memorabile evento sportivo e allo stesso tempo appuntamento mondano internazionale, celebrato da tutti i giornali dell’epoca. Un magico inverno. Bianche emozioni dalla Collezione Salce Fino 29 marzo 2026 Museo Nazionale Collezione Salce Santa Margherita e San Gaetano-Treviso www.collezionesalce.beniculturali.it

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It’s Snowing! La neve tra arte, moda e design Marsilio Arte, 2025

C’è un momento dell’anno in cui la neve diventa magia: scende silenziosa, veste il mondo di bianco e accende la fantasia di artisti, designer e stilisti. It’s Snowing! racconta questo incanto attraverso oltre seicento immagini d’archivio, fotografie, manifesti e oggetti iconici che intrecciano arte, moda, design e sport, da Cortina a St. Moritz, da Pucci a Prada, da Lempicka a Andy Warhol. Un viaggio affascinante tra eleganza e avventura, dove ogni generazione ritrova il proprio sogno d’inverno e la neve diventa un linguaggio estetico e terreno d’innovazione, dal mito del passato alle visioni del futuro. It’s Snowing! è un racconto visivo che celebra la neve come luogo dell’immaginario, tra passato e futuro, stile e libertà. Curato da Vittorio Linfante, Simona Segre Reinach e Massimo Zanella, il volume edito da Marsilio Arte si articola in tre sezioni tematiche, che raccontano aspetti diversi della neve attraverso tre saggi: In caso di neve di Vittorio Linfante esplora come l’inverno sia passato da stagione di isolamento a periodo di esperienze attraverso sport, design, architettura e cinema; Tra neve e colori: quando l’arte racconta l’inverno in movimento a firma di Massimo Zanella, interpreta lo sport come spazio artistico in continua trasformazione; Se la montagna non va alla moda, la moda va alla montagna di Simona Segre-Reinach racconta l’evoluzione dell’abbigliamento da montagna dalla fine dell’Ottocento a oggi, evidenziando le innovazioni che ne hanno fatto un fenomeno globale.

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TIZIANO SCARPA & MARIA GIANOLA

Laguna l’invidiosa Gallucci Editore, 2013

Una favola veneziana che trasforma la laguna in un personaggio vivo e capriccioso. Quando la bellezza di una città costruita sull’acqua suscita l’invidia della laguna, prende forma un’avventura brillante e piena di fantasia: tra ponti minacciati, città immaginate e alleati inattesi come Sole, Luna e i sorprendenti Pompieri del Ghiaccio. Con la scrittura poetica di Tiziano Scarpa e le illustrazioni di Maria Gianola, il libro diventa un viaggio fiabesco dentro i segreti della laguna e un regalo ideale per i lettori più piccoli.

ANDREA PENNACCHI

MAURIZIO CATTELAN

Lucciole, Marsilio Editori, 2025

Marsilio Arte e Pirelli HangarBicocca, 2025

Una foresta di scimmie

Beware of Yourself

Se fino a oggi ci siamo domandati da dove nascesse la storia di Shylock, del prestito a Bassanio, del pagamento della libbra di carne richiesta ad Antonio – in caso di mancata restituzione –, se insomma, com’è ovvio e lecito da secoli, non sapevamo come, dove e quando Shakespeare abbia scritto Il mercante di Venezia, oggi possiamo conoscere tutto, perché Andrea Pennacchi ci porta con Will e la sua banda di compari alle radici della letteratura, della fantasia e del thriller di William Shakespeare...

Un autoritratto imprevedibile, a cura di Roberta Tenconi, Vicente Todolí, Tatiana Palenzona, costruito come un dialogo continuo tra immagini e riflessioni, che restituisce la complessità di uno dei protagonisti più radicali dell’arte contemporanea. Beware of Yourself raccoglie il pensiero di Maurizio Cattelan, che riflette per la prima volta in prima persona sulla sua opera, sulle mostre, sui progetti collaborativi e sui concetti ricorrenti nel suo lavoro, componendo una sorta di “mappa mentale” imprevedibile...

STEFANIA AUCI

RYŪ MURAKAMI

Nord, 2026

Atmosphere Libri, 2025

L’alba dei leoni. La saga dei Florio 1772. Bagnara Calabra è un pugno di terra rubato alla montagna, stretto tra rocce e mare. Scuro, compatto, chiuso. Ma è così, ed è la casa della famiglia Florio. Niente è facile, per loro, ogni cosa deve essere difesa con fatica e determinazione: una vita fondata sull’orgoglio del proprio nome, sulla certezza che il presente è, insieme, un’eco del passato e la promessa del futuro. Almeno finché non arriva il destino a spezzare quei fili che sembravano così saldamente intrecciati: è l’alba dei Leoni di Sicilia.

Tokyo soup

Manca poco a Capodanno: Frank, un inquietante turista americano sovrappeso, ha ingaggiato il ventenne Kenji per farsi accompagnare in un tour della vita notturna di Tōkyō. Ma il comportamento di Frank è così ambiguo che Kenji, giovane tutt’altro che candido e inoffensivo, inizia a nutrire un terribile sospetto: il suo cliente potrebbe celare intenti omicidi. I due precipitano in un inferno di violenza e malvagità inimmaginabili, nei club a luci rosse della capitale, e solo l’intervento della sedicenne di Kenji, Jun, forse potrà avere un effetto salvifico...

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christmasbooks Le grappe di Venezia di Mario Dal Co Il titolo ammicca al largo pubblico che apprezza i distillati di vinacce in versione barricata e non (a mio avviso meglio se non pasticciati con infusi esotici). Ma mi devo rassegnare: la varietà delle grappe aumenta di giorno in giorno con il crescente successo di questo prodotto un tempo oggetto della ricerca della rustica genuinità ed entrato oggi nella smagliante fase del narcisismo etilico duty free, dopo un lungo periodo di latitanza – era ed è vietatissimo distillare in proprio – nelle cascine e osterie venete. Una mattina di molti anni fa, al Ponte delle Guglie vicino al Ghetto, verso le 7.30 dei ragazzi romeni dopo aver allestito le bancarelle (all’epoca numerose) dei fruttivendoli di San Leonardo entrano nel bar dove, poggiato al banco con il cappellino di paglia estivo, posa Toni, asciutto e rubizzo settantino, come direbbe Camilleri. Si conoscono. I ragazzi gli chiedono: «Ciao Toni cossa ti prendi, un cafè?». «No, un grappino. Grazie» risponde lui. «Ah sì? E cossa ti festegi?». «I trenta ani che so’ mbriago», risponde serio Toni, con un fulminante rimpallo che mi colmò di ammirazione. La prontezza della battuta è una virtù che ammiro, ma si è trasferita in rete, impoverendosi. Accalappiata col titolo polisemico la loro attenzione, devo deludere i cari etilisti anonimi: non ho alcuna competenza specifica sulle grappe di vinacce, salvo apprezzarle in veste di dilettante. Ma questo non risolve un bel niente, perché non ho neppure competenze per disquisire, come mi accingo a fare, sulle altre grappe, quelle di cui parla Werner Sollors, nel suo The Staples of Venice, appena uscito per Supernova, dopo la prima delle sue bagatelle dedicata all’uomo selvatico di Cannaregio (già recensito su questa rivista, n. 297-298). Nacquero nella sua mente al tempo del COVID, quando la città si era denudata da ogni orpello e le sue bellezze anche più recondite si svelavano nella luce abbagliante di una maestosa e tragica primavera. Sollors ritrova nei quadri antichi, come in Canaletto, chiavi che oggi sono ancora presenti, magari girate per tendere le catene che legano i muri. Il titolo del volumetto è anche la sua chiave di accesso. Sollors non tratta solo di grappe, ma anche di chiavi, per la precisione di capochiavi, che sono le parti terminali delle catene che tengono insieme gli edifici veneziani. E ne espone le molteplici fattezze e funzioni in una esplosione di variazioni che ha il ritmo in crescendo dei fuochi d’artificio del Redentore: «C’è una strabordante varietà di forme materiali e posizioni sufficiente per invocare una sistemazione tassonomica, una sorta di “grappologia”». Perché il titolo è la chiave di accesso? Perché fa da contrappunto a The Stones of Venice di Ruskin, il quale, nell’unico paragrafo dedicato agli aspetti ambientali di Venezia, scriveva: «Durante il periodo delle maree più alte, la città è di una bellezza straordinaria, soprattutto se, come non di rado accade, l’acqua sale abbastanza da allagare parzialmente Piazza San Marco. Nulla può essere più incantevole o fantastico dello scenario in cui il Campanile e la Chiesa d’Oro si riflettono nell’acqua calma, e le gondole più leggere galleggiano sotto i portici della facciata... La differenza tra i livelli delle maree più alte e più basse che ho visto a Venezia era di 1,90 m. Il dislivello medio è di 60-90 cm». Oggi la bellezza dell’acqua alta è scomparsa per merito del MOSE, ma la subsidenza di Venezia continua, ed è di questa che parla Sollors. Ruskin scopriva la bellezza delle pietre, ossia dell’arte cittadina, e considerava i problemi ambientali come un omaggio ulteriore della natura a quella bellezza artistica. Oggi vediamo le cose diversamente e Sollors lo sottolinea: «Venezia è graffata per stare insieme… e tutte le forme di chiavi e grappe possono semplicemente significare il bisogno di stabilità, l’onnipresente battaglia contro la subsidenza di Venezia». E staple, come aggettivo, significa “importante”: così Sollors vuole ricordarci l’importanza delle grappe e delle chiavi che tengono insieme le pietre di Venezia. Le pietre in Ruskin componevano il mosaico della bellezza, mentre le grappe di Sollors tengono insieme quelle pietre per impedire che il tempo le trascini via insieme alla bellezza. The Staples of Venice ci ricorda quanto sia precario il meraviglioso artificio di Venezia.

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Antonio Canal detto Canaletto, Campo San Giacometto © Pinacoteca di Dresda

Sollors Werner The Staples of Venice Supernova edizioni, 2025 supernovaedizioni.it


The Staples of Venice *

ENG

The title winks at the general public who appreciates grape marc distillates in both barrel-aged and non-aged versions (in my opinion, better if not messed up with exotic infusions). But I must resign myself: the variety of grappas increases day by day with the growing success of this product, once the object of a search for rustic genuineness and now entered into the dazzling phase of duty-free ethylic narcissism, after a long period of absence – it was and is strictly forbidden to distill on one’s own – in Veneto farmhouses and taverns. One morning many years ago, at the Ponte delle Guglie near the Ghetto, it was 7:30 and the Romanian boys, after setting up the (then numerous) fruit vendor stalls of S. Leonardo, enter the bar where Toni stands, leaning on the counter with his summer straw hat, a dry and ruddy seventy-year-old, as Camilleri would say. They knew each other. The boys ask him: “Hi Toni, are you having a coffee?” “No, a grappino. Thanks” Toni replies. “Really? And what are you celebrating?” “Thirty years of being drunk” Toni replies seriously, with a lightning-quick retort that filled me with admiration. Quick wit is a virtue I admire, but it has moved online, impoverishing my walks. Having captured their attention with the polysemous title, I must disappoint the dear anonymous alcoholics: I have no specific expertise on grappas, except to appreciate them as an amateur. But this solves nothing because I don’t have expertise to discuss, as I’m about to do, the other staples either, those that prof. Werner Sollors talks about in his The Staples of Venice, which is about to be published by Supernova, after the first of his bagatelles dedicated to the wild man in Cannaregio. They were born in his mind during COVID times, when the city had been stripped of all trappings and its beauties, even the most hidden ones, were revealed in the dazzling light of a majestic and tragic spring. The title is the key to accessing the booklet. Sollors doesn’t only deal with staples, but also with keys, specifically keystones, which are the terminal parts of the chains that hold together the parts of Venetian buildings. And he exposes their multiple forms and functions in a crescendo of variations that has the rising rhythm of the Redentore fireworks: “There is an overflowing variety of material forms and positions sufficient to invoke a taxonomic systematization, a sort of ‘stapology’.” But staple, as an adjective, means important. And Sollors remind us the importance of staples and clamps. So the title is the key to access. Because it counterpoints Ruskin’s The Stones of Venice. And Ruskin, in the only paragraph dedicated to Venice’s environmental aspects, wrote: “During the highest tides, the city is extraordinarily beautiful, especially if, as often happens, the water rises enough to partially flood St. Mark’s Square. Nothing can be more enchanting or fantastic than the scene in which the Campanile and the Golden Church are reflected in the calm water, and the lightest gondolas float under the porticos of the facade... The difference between the highest and lowest tide levels I saw in Venice was 1.90 m. The average difference is 60-90 cm.” Today the beauty of high water has disappeared, thanks to MOSE, but Venice’s subsidence continues, and this is what Sollors talks about. Ruskin discovered the beauty of stones, that is, the art of the city, and considered environmental problems as a further tribute from nature to that artistic beauty. Today we see things differently, and Sollors emphasizes this: “Venice is stapled together .. and all forms (of keys and staples) may simply be a trope signalling the quest for stability and the never – ending, omnipresent battle against Venetian subsidence”. In Ruskin, the stones composed the mosaic of beauty, while Sollors’ staples hold those stones together to prevent time from dragging them away. The Staples of Venice is a reading that speaks of techniques, to remind us how precarious the marvellous artifice of Venice is. * (the Italian word for staple is grappa. But grappa means also the liqueur distilled from grape marc).

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Potrebbe essere la conclusione della saga? Chissà. Dopo questo film c’è un filo conduttore che rimane aperto: magari scriverò un libro, per rispondere a ogni domanda che possa venire in mente ai fan… James Cameron

Tre gioiellini sommersi da scoprire fra le serie tv in streaming.

NORMAL PEOPLE

L’amore fragile e potentissimo tra Marianne (Daisy Edgar-Jones) e Connell (Paul Mescal) attraversa gli anni, tra incomprensioni, desideri e ferite che ritornano. La serie cattura con autenticità disarmante il modo in cui ci si sceglie, ci si perde e ci si ritrova. Intimo, sensuale e dolorosamente vero: un racconto che resta addosso. Tratta dall’omonimo bestseller di Sally Rooney. RaiPlay

LITTLE FIRES EVERYWHERE

Quando la famiglia Richardson accoglie una madre artista e la sua enigmatica figlia, nella comunità perfetta di Shaker Heights, un sobborgo di Cleveland nell’Ohio, iniziano a bruciare segreti… e non solo. Kerry Washington e Reese Witherspoon guidano un dramma teso e stratificato sui confini tra maternità, privilegio e appartenenza. Disney+

AVATAR - FUOCO E CENERE di James Cameron (2025)

Fuoco e Cenere riporta il pubblico su Pandora per una nuova e coinvolgente avventura con il marine diventato leader dei Na’vi Jake Sully (Sam Worthington), la guerriera Na’vi Neytiri (Zoe Saldaña) e la famiglia Sully. Il film introdurrà due nuovi clan Na’vi, il Popolo della Cenere e il Popolo del Vento, che entreranno in contatto con il clan dei Metkayina, il Popolo dell’Acqua introdotto in Avatar: La via dell’acqua e del quale oggi fa parte la famiglia Sully. Il Popolo della Cenere, guidato da Varang (interpretata da Oona Chaplin), rappresenterà gli antagonisti del film, dato che si tratta di un clan che ha rinnegato Eywa dopo che il proprio villaggio è stato spazzato via dall’eruzione di un vulcano e che oggi semina guerra e distruzione; il Popolo del Vento è invece un alleato dei Metkayina, un clan nomade che vive nel cielo e che si sposta sopra Pandora attraverso enormi creature volanti simili a meduse usate come velieri fluttuanti. Co-scritto e diretto da James Cameron, il nuovo film 20th Century Studios e Lightstorm Entertainment è interpretato anche da Sigourney Weaver, Stephen Lang, Kate Winslet, Cliff Curtis, Oona Chaplin, Jack Champion, Britain Dalton, Trinity Bliss e Bailey Bass. Dal 17 dicembre al cinema

UNTAMED

Nella selvaggia vastità del parco Yosemite, l’ex ranger Kyle Turner (Eric Bana) viene coinvolto nelle indagini su una donna misteriosamente precipitata da un promontorio. Da quell’apparente incidente affiora lentamente anche il passato di Kyle. Con paesaggi grandiosi e tensione crescente, Untamed trasforma natura e silenzio in protagonisti, in un thriller teso, cupo e profondamente umano. Netflix Marisa Santin

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Series

christmasscreenings

Film, serie, uscite in sala

a cura di Davide Carbone


ATTITUDINI: NESSUNA

NORIMBERGA

Aldo, Giovanni e Giacomo come non li avete mai visti sono i protagonisti del documentario di Sophie Chiarello, che racconta la vita e la carriera del trio comico milanese. Il film è un vero e proprio viaggio nella memoria di tre artisti che sono riusciti a realizzare il loro sogno di fare teatro passando dall’oratorio a una scuola serale di recitazione, poi dal Derby a Zelig e quindi dalla regia di Arturo Brachetti al cinema, con molti successi, qualche caduta e un David di Donatello. Attitudini: Nessuna è anche una storia di riscatto sociale in un’Italia che non c’è più e che forse un po’ ci manca, nonché una panoramica sui grandi comici degli anni ‘80 e ‘90, che si affidavano a una comicità fisica e al nonsense quando ad andare di moda era soprattutto la satira politica.

Avvincente dramma storico ambientato nella Germania del 1945, subito dopo la resa del Terzo Reich. Racconta i processi di Norimberga, durante i quali le potenze Alleate misero sotto accusa i massimi vertici del regime nazista, chiamandoli a rispondere delle atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare dell’Olocausto. Al centro della vicenda c’è il giovane psichiatra dell’esercito americano, Douglas Kelley (Rami Malek), incaricato di valutare lo stato mentale dei principali imputati per stabilire se siano in grado di affrontare un regolare processo. Il suo compito lo porta a confrontarsi con i più spietati personaggi del secolo, tra cui spicca Hermann Göring (Russell Crowe), figura chiave del regime hitleriano. Ciò che inizia come un esame clinico si trasforma rapidamente in un intenso e disturbante confronto psicologico tra due uomini agli antipodi.

di Sophie Chiarello (2025)

Dal 4 dicembre al cinema

di James Vanderbilt (2025)

Dal 18 dicembre al cinema

© Laila Pozzo

BUEN CAMINO

MARTY SUPREME

Il film diretto da Gennaro Nunziante segue la vita di Checco, ricco e viziato erede di un impero di fabbricanti di divani. Quando improvvisamente la figlia adolescente scompare nel nulla, è costretto ad abbandonare la sua gabbia dorata per mettersi sulle sue tracce. Checco finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago, ed è costretto a seguire il percorso di pellegrinaggio. Questo viaggio inaspettato fatto di fatica, vesciche, incontri e scontri, diventa un’occasione unica per conoscersi davvero. Lungo il cammino, Checco non solo cerca di ritrovare la figlia, ma è costretto anche ad affrontare se stesso, trasformando una disperata ricerca in un’opportunità di redenzione e di profonda riconciliazione.

New York, anni Cinquanta. Marty Mauser si mantiene vendendo scarpe ma ha una passione divorante, il ping-pong, una debolezza, le scommesse e una smisurata ambizione: diventare il miglior giocatore di tennis da tavolo in circolazione. Non si cura del disprezzo generale, il ragazzo è sicuro di affermarsi. Nella sua rocambolesca altalena di truffe, squalifiche e trionfi, incontrerà Carlon e Rachel, due donne brillanti che segneranno indelebilmente il suo destino. Il suo desiderio di gloria, tuttavia, lo condurrà all’inferno, perdendo soldi, amore e notorietà. Un dramedy sportivo che si candida a diventare la mina vagante degli Oscar 2026, dopo l’entusiastica accoglienza al New York Film Festival il 6 ottobre scorso, dove è stato proiettato a sorpresa come ‘film segreto’.

Dal 25 dicembre al cinema

Dal 22 gennaio 2026 al cinema

di Gennaro Nunziante (2025)

di Josh Safdie (2025)

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Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana

11.10.2025–02.03.2026 Dorsoduro 701, 30123 Venezia | guggenheim-venice.it Sponsor:

Con il sostegno di:

I programmi educativi sono realizzati con il sostegno di:

Allegrini + Apice + Arper + Eurofood + Florim + Hangar Design Group + Itago + Mapei + Pettenon Cosmetics + René Caovilla + Roberto Coin + Rubelli + Swatch + Villa Sandi

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Lucio Fontana, Coccodrillo, 1936–37. St. Moritz, Karsten Greve. © Fondazione Lucio Fontana, Milano, by SIAE 2025


christmasscreenings CINEFACTS

a cura di Marisa Santin

COUCH STORIES

Storie avvolgenti da vedere sul divano per un viaggio tra fragilità sussurrate, memorie che scaldano e piccoli gesti che ci riconnettono con noi stessi. Cinque film perfetti per chiudere il mondo fuori…

Train Dreams

di Clint Bentley (Netflix) Adattamento del romanzo di Denis Johnson, segue la vita di un boscaiolo nel West americano del primo ’900, attraversata da lutti e trasformazioni che cambiano il volto del Paese. Tra foreste, ferrovie e solitudini immense, il film diventa una meditazione sul tempo, sulla perdita e sulla forza silenziosa degli uomini comuni.

Steve (Shy)

di Tim Mielants (Netflix) Cillian Murphy è Steve, il preside appassionato di una scuola per ragazzi difficili che vive con ansia crescente il peso del lavoro e della solitudine. Con l’istituto a rischio di chiusura, la sua fragilità affiora e lo spinge in un percorso interiore fatto di scatti emotivi e tentativi di riconnessione. Adattando il bestseller di Max Porter, Mielants firma un ritratto intimo e potentissimo della vulnerabilità maschile.

L’immensità della notte

di Andrew Patterson (Prime Video) Un gioiello sci-fi minimale ambientato negli anni ’50: una telefonista e un DJ intercettano un misterioso segnale che cambia la loro notte. Patterson gioca con piani sequenza, audio immersivo e tensione crescente per un racconto di fantascienza elegante e ipnotico.

Le ricette della Signora Toku

di Naomi Kawase (Prime Video) Una storia delicata in cui un venditore di dorayaki ritrova senso e dolcezza grazie all’incontro con la signora Toku, che lo aiuterà con le sue ricette. Kawase firma un film sensoriale, fatto di gesti lenti e sapori che diventano memoria. Un racconto di leggerezza, cura e dignità.

Il bar delle grandi speranze

di George Clooney (Prime Video) Clooney dirige un coming-of-age caldo e malinconico tratto dalle memorie di J.R. Moehringer. Il giovane protagonista (Tye Sheridan) cresce tra le voci del bar dello zio (Ben Affleck in una delle sue migliori interpretazioni) e la ricerca di un posto nel mondo. Un film semplice, umano, affettuoso, che sa di legno consumato come il bancone del bar.

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05

dicembreDecember

MERCATINO DELL’ANTIQUARIATO

Campo San Maurizio, San Marco h. 9-19

SOGNI DI NATALE

Ingresso gratuito per i residenti della Città Metropolitana e di Mogliano Veneto in tutti i Musei Civici di Venezia

dicembreDecember

MAGICAL MYSTERY ORCHESTRA

MUSEI IN FESTA

IN VACANZA CON CARLO&GIORGIO

10

VGEXPERIENCE GOSPEL

INCONTRO CON MARIA GIANOLA Veneziani per scelta

VALUES IN MUSIC Concerto di Natale

Teatro Goldoni h. 19

Il calendario delle feste natalizie

08

dicembreDecember

CORSA DEI BABBI NATALE

Teatrino Groggia h. 16.30

Accensione albero di Natale e concerto Hotel Gabrielli h. 19

NATALE IN CASA MINNELLI

Teatro Corso-Mestre h. 21.15

06

dicembreDecember

MERCATINO DELL’ANTIQUARIATO

Campo San Maurizio, San Marco h. 9-19

IL VIAGGIO DI CAM

Teatro Corso-Mestre h. 18

dicembreDecember

Casa di The Human Safety Net h. 17

HARLEM GOSPEL CHOIR Concerto di Natale

Teatro Toniolo-Mestre h. 21

11

QUATUOR VÅREN Champagne!

Palazzetto Bru Zane h. 19.30

12

GOLDONI SVELATO

SIOR TODERO BRONTOLON

Negozio Emergency-Mestre h. 10.30

Teatro Goldoni h. 13

JOY SINGERS

Piazza Ferretto-Mestre h. 16.30

IN VACANZA CON CARLO&GIORGIO Teatro Goldoni h. 19

GIULIETTA E ROMEO Balletto di Roma

Teatro Malibran h. 20

07

dicembreDecember

MERCATINO DELL’ANTIQUARIATO

Campo San Maurizio, San Marco h. 9-19

IL RITORNO DEGLI AIUTANTI DI BABBO NATALE

Laboratorio musicale per bambini (5-10 anni) Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 10/12

AVVENTO IN MUSICA Deniel Perer organo Minyoung Park soprano

Chiesa di San Rocco h. 16

LUPI BUONI E TORI CON LE ALI Teatro per bambini (dai 4 anni) Teatrino Groggia h. 16.30

A CHRISTMAS CAROL – CANTO DI NATALE Compagnia dell’Alba

Teatro Corso-Mestre h. 17

dicembreDecember

Teatro Goldoni h. 19.30

RICCARDO TESI – ELASTIC 4TET Incroci in Musica

M9 – Museo del ‘900-Mestre h. 20

LUPIN Il musical

Teatro Corso-Mestre h. 21.15

13

Campo Santa Margherita (partenza) h. 9.30

Casa di The Human Safety Net h. 11.30

SIOR TODERO BRONTOLON Teatro Goldoni h. 16

VENEZIA CANTA. VOCI DALLA LAGUNA Festival dea Canzon Venessiana Teatro Malibran h. 16

dicembreDecember

Laboratorio creativo per bambini

Visita guidata teatralizzata

christmasdiary

14

Balletto di Roma

Give peace a chance!

Facciamo l’albero e merenda insieme (dai 3 anni)

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Teatro Malibran h. 20

GIULETTA E ROMEO

dicembreDecember

COSTRUIAMO LA LUCE

AVVENTO IN MUSICA Diego Cannizzaro organo Chiesa di San Polo h. 16

KAZUKI YAMADA direttore Teatro La Fenice h. 17

CORO ARTISTI DE LA FENICE Piazza Ferretto-Mestre h. 18

16

dicembreDecember

JACK SAVORETTI Acoustic Duo Teatro Toniolo-Mestre h. 21

17

dicembreDecember

ROMINA MovieLab

Casa di The Human Safety Net h. 17.30

Laboratorio creativo per bambini

CONCERTO DI NATALE

ASTA DI BENIFICIENZA AVAPO VENEZIA

Basilica di San Marco h. 20

Negozio Emergency-Mestre h. 10.30

Intesa Sanpaolo, Campo Manin h. 11

CORO ARTISTI DE LA FENICE Piazza Ferretto-Mestre h. 18

SIOR TODERO BRONTOLON

Marco Gemmani e la Cappella Marciana

CONCERTO IN FAVORE DI AIL Letizia Michielon pianoforte

Teatro La Fenice, Sale Apollinee h. 20

18

dicembreDecember

Teatro Goldoni h. 19

CONCERTO DI NATALE

KAZUKI YAMADA direttore

Basilica di San Marco h. 20

Musiche di Takemitsu, Saint-Saëns, Rachmaninov Teatro La Fenice h. 20

Marco Gemmani e la Cappella Marciana

19

dicembreDecember

HARD ROCK CAFÉ XMAS PARTY Piazza Ferretto-Mestre h. 17


GOSPEL NIGHT: SOUNDS OF JOY

The Venice Bitter Club, The Venice Venice Hotel h. 19.30

BENVENUTI IN CASA ESPOSITO

Con Giovanni Esposito, regia Alessandro Siani Teatro Toniolo-Mestre h. 21

20

PALAZZETTO BRU ZANE

28

dicembreDecember

EUGENIO IN VIA DI GIOIA Bissuola Live

Teatro del Parco-Mestre h. 21

29

dicembreDecember

CORO MANOS BLANCAS dicembreDecember

Saloni di Palazzo Papadopoli, Aman Venice

PENELOPE E I DIABOLICI TOUPÈ

ROSSANA CARRARO TRIO

Piazza Ferretto-Mestre h. 17

Ristorante Le Maschere, Splendid Venice Hotel h. 19

THE SHOW MUST GO ON

BIG VOCAL ORCHESTRA

Big Vocal Orchestra Show Teatro Goldoni h. 18

21

dicembreDecember

CORTEO ACQUEO DEI BABBI NATALE

Canal Grande, da Punta della Dogana a RialtoErbaria h. 10

CORO PUERI CANTORES DEL VENETO Piazza Ferretto-Mestre h. 16

AVVENTO IN MUSICA Regina Neumüller organo

Chiesa di San Trovaso h. 16

THE SHOW MUST GO ON Big Vocal Orchestra Show Teatro Goldoni h. 16/19

BABBO NATALE E LA NOTTE DEI REGALI Eccentrici Dadarò (dai 5 anni)

Teatro del Parco-Mestre h. 16.30

A PIZZA WITH... DAMIR IVIC & ALBERTO BOF

The Venice Bitter Club, The Venice Venice Hotel h. 19.30

26

dicembreDecember

LA BELLA ADDORMENTATA

Piazzetta San Marco h. 17.30

CONCERTO DI CAPODANNO Michele Mariotti direttore Teatro La Fenice h. 20

30

dicembreDecember

CONCERTO DI CAPODANNO Teatro La Fenice h. 17

LUCA NESTI & BANDA GABER Bissuola Live

Teatro del Parco-Mestre h. 21

31

dicembreDecember

CONCERTO DI CAPODANNO Teatro La Fenice h. 16

NEW YEAR’S EVE IN A POSTVENETIAN DREAM The Venice Venice Hotel

CIN-CI-LÀ

Compagnia Corrado Abbati

Teatro Toniolo-Mestre h. 21.30

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BIG VOCAL ORCHESTRA Piazza Ferretto-Mestre h. 17.30

LO SCHIACCIANOCI Balletto di Roma

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

Dettagli delle tariffe online

BRU-ZANE.COM

Piazza Ferretto-Mestre h. 22

Teatro del Parco-Mestre h. 16

dicembreDecember

Palazzetto Bru Zane San Polo 2368, Venezia +39 041 30 37 615 Da 5 a 15 euro

PARTY DI CAPODANNO

MAGIC MOMENTS

27

Quartetti per archi di DANCLA e SAYVE

Ristorante Felice al Gabrielli h. 19

CONCERTO DI CAPODANNO

Teatro del Parco-Mestre h. 16.50

QUATUOR VÅREN

Jean-Baptiste Iachemet e Elliott Pages violini David Heusler viola Adèle Quartier de Andrade violoncello

Gospel Time

01

Compagnia Pantakin

GIOVEDÌ 11 DICEMBRE 2025 ORE 19.30

ALICE NICHELE TRIO

Teatro Goldoni h. 16/20.30

LA TOMBOLA DI NATALE

CONCERTO DI MUSICA DA CAMERA

Gospel Time

Balletto di Mosca

Spettacolo di illusionismo

CHAMPAGNE!

gennaioJanuary

Teatro La Fenice h. 11.15

gennaioJanuary

PIMPA Il musical a pois Fondazione AIDA ets

Teatro del Parco-Mestre h. 16.30

06

gennaioJanuary

REGATA DELLE BEFANE Canal Grande-Rialto h. 12

CAFÈ ROUGE Circo Bipolar

Teatro del Parco-Mestre h. 16 © Juliette Mey

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L’AMICA GENIALE

arte

Con te con tutto sviluppa una visione altamente originale della creatività condivisa, ponendo al centro l’amicizia femminile e il superamento dei limiti dell’autorialità

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Cecilia Canziani e Chiara Camoni - Photo Lorenzo Palmieri


di Michele Cerruti But

C

i sarà la forza delle sospese scintille che si accendono insperate nel quotidiano nel progetto di Cecilia Canziani (curatrice) e Chiara Camoni (artista) per il Padiglione Italia della prossima Biennale Arte. Una Biennale già segnata da una traccia di profonda, partecipata commozione. La chiave – In Minor Keys è il titolo – suggerita da Koyo Kouoh che guida tutta la Mostra d’Arte Internazionale è quella della tonalità minore: uno spazio di possibilità sempre presente eppure dimenticato, apertura che scava dentro all’emozione con il coraggio di ritrovare l’intimità di pratiche e di linguaggi ancestrali, ma che insieme al ritorno al profondo apre anche all’immaginazione di mondi possibili [worlding]. Un tema che ha a che fare con il necessario riordino delle geografie, ma anche con un’idea di “minore” come quella che Deleuze e Guattari utilizzavano per descrivere i caratteri di un modo “altro” di fare letteratura. Nelle letterature minori la lingua è deterritorializzata perché si confronta con l’impossibilità di esprimersi; in esse tutto è sempre politica, perché l’esiguità del loro spazio fa sì che ogni fatto individuale sia immediatamente innestato sulla politica. In esse tutto assume un valore collettivo, perché sostituiscono ai maestri la coscienza plurale. Con te con tutto, il titolo scelto da Canziani e Camoni per questo progetto, risuona coerente con il loro percorso curatoriale ed artistico. Riguarda «un modo tutto particolare di volersi bene», come direbbe Chiara Camoni, ovvero quello che «passa attraverso il fare le cose insieme» e che è fondato sulla sorellanza come pratica. E non è un caso che per lei le “arti minori”, quelle in cui «spesso nel passato le donne si sono espresse», non siano tanto le forme più o meno virtuose dell’artigianato, ma «la tradizione orale, la vicinanza, i saperi utili del quotidiano. La sorellanza. Il riconoscimento reciproco». Un modo di fare che ci porta dentro al processo, “nel prima della trasformazione”, e che ci fa muovere «in prossimità della soglia, un attimo prima della forma, ma non così tanto lontani da non poterne più parlare». Il lavoro di Chiara Camoni ha spesso a che fare con la terra e con il vegetale. Il paesaggio occupa una posizione centrale nel suo processo creativo: i materiali, gli slanci, quel che serve, si trovano già tutti lì. Nelle sue realizzazioni c’è molta ceramica, se di questo serve dire, ma in un modo tutt’altro che formale, perché quel che conta non è la forma prodotta ma il modo con il quale è stata plasmata, il contatto tra quelle terre e quelle mani. Terre che sono dilaniate dall’incessante estrazione millenaria del marmo, nel cuore delle Alpi Apuane. Mani che sono di tante e tanti, autorialità immerse in un processo di produzione quasi rituale, certamente performativo, tante volte meditativo, sempre plurale. Insieme alla ceramica ci sono le piante: erbe, foglie, fiori. E poi tessuti, stampe vegetali, legno, metalli, pietre e marmi: oggetti dimenticati, ritrovati, modellati dall’acqua, dal tempo, dall’uomo e dagli animali. C’è il fuoco, forza viva che brucia e consuma o memoria saldata negli smalti. L’acqua e il vento. In una processione di lavori che sono pratiche di trasformazione, esercizi per “pensare in presenza” e attivare uno stupore umanissimo, difficile da raccontare eppure segnante. Vedremo alla prossima Biennale Arte un Padiglione che ha a che fare con la sorpresa e la meraviglia del quotidiano, una intima esperienza dello stare insieme, del fare insieme, dello scoprire insieme. Una forma di collettività molto pratica, domestica e selvatica allo stesso tempo, che ci invita a indagare le tracce impermanenti che la creazione produce durante il suo farsi, ancora prima che nelle proprie forme conclusive. Una collezione di epifanie che tutto avrà fuorché la retorica: il lavoro di Chiara e Cecilia, sorelle e amiche che si nutrono delle voci di tante altre sorelle e altre amiche, in una solidarietà femminile di radicale fertilità, riflette sui gesti di riscrittura del quotidiano, non sul pensiero astratto. Gesti del domestico, ricostruiti non per estetizzare il domestico, ma per «considerarlo come una categoria critica che ci permette di decostruire il presente», per dirla con le stesse parole di Cecilia. Il domestico è uno spazio certamente politico, in un senso tutt’altro che minore: è casa, ovvero uno spazio dove il fare insieme e il pensare insieme sono due aspetti mai disgiunti, ed è uno spazio di relazione, affinità e attrazione. Un pervasivo magnetismo relazionale che farà dell’immenso Padiglione Italia un luogo dell’intimità della sorellanza attraverso una pratica e un’esperienza che proveranno a spiegare cosa significhi essere e fare “con te”, “con tutto”.

T

he Italian Pavilion at the next

Biennale Arte will host Con te con tutto, the project by curator Cecilia Canziani and artist Chiara Camoni. Inspired by Koyo Kouoh’s theme In Minor Keys, it explores the “minor” as a space of forgotten possibilities, intimate practices, and collective imagination. Drawing on Deleuze and Guattari’s idea of “minor literatures,” where language is deterritorialized and every gesture becomes political, the Pavilion reflects on shared processes rather than monumental forms. For Canziani and Camoni, “minor arts” are not simply crafts but oral traditions, everyday knowledge, and sisterhood. They are mutual recognition and doing things together. Their approach emphasizes process, the moment before transformation, moving close to the threshold of form. Camoni’s work often engages with earth, plants, and landscape: ceramics shaped by collective hands, herbs, textiles, wood, metals, stones, marbles, fire, water, and wind. These materials, marked by time and nature, become practices of transformation and meditative gestures. The Pavilion will thus embody surprise and wonder in the everyday: an intimate experience of being, making, and discovering together. It proposes a collective form that is both domestic and wild, attentive to impermanent traces of creation before its final shapes. A collection of epiphanies nourished by female solidarity, reflecting on rewriting the everyday through gestures rather than abstract thought. For Cecilia, the domestic is not aestheticized but treated as a critical category to deconstruct the present. It is political: home as a space where doing and thinking together are inseparable, where relations and affinities generate a pervasive magnetism. Within the immense Pavilion, intimacy and sisterhood will unfold through practices that embody what it means to be and act “with you, with everything.”

PADIGLIONE ITALIA | 61. Biennale Arte Con te con tutto Cecilia Canziani e Chiara Camoni www.labiennale.org

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arte

BIENNALE ARTE 2026 a cura di Marisa Santin

In tonalità minori

ARABIA SAUDITA, Hafsa Alkhudairi, Dana Awartani, Antonia Carver

BRASILE, Rosana Paulino (Photo Rodrigo Ladeira), Adriana Varejão (Photo Tinko Czetwertynsk) Diane Lima (Photo Wallace Domingues) Courtesy of the artists, Fundação Bienal de São Paulo

BELGIO, Miet Warlop

COREA, Binna Choi, Goen Choi, Hyeree Ro. Courtesy of Donghwan Kam, artist at SeMA Nanji Residency

ARABIA SAUDITA

Artista saudita di origini palestinesi, Dana Awartani ricuce il rapporto tra forma, significato e tempo, indagando fragilità, memoria e resilienza del patrimonio culturale. Le sue opere – evocazioni di hammam distrutti o pavimenti di moschee – portano un linguaggio di delicatezza, resistenza e rinnovamento. Il progetto sarà curato da Antonia Carver, direttrice di Art Jameel e tra le voci principali per la promozione dell’arte contemporanea mediorientale, con la collaborazione di Hafsa Alkhudairi, curatrice e storica dell’arte specializzata in pratiche culturali saudite. ENG Dana Awartani, a Saudi artist of Palestinian origin, explores fragility, memory and the resilience of cultural heritage, reworking forms and meanings through references to destroyed hammams and mosque floors. The project is curated by Antonia Carver (Art Jameel) with Hafsa Alkhudairi.

BELGIO

Miet Warlop, già alla Biennale Teatro nel 2024 con After All Springville – una casa in metamorfosi abitata da creature metà umane e metà oggetti – occuperà il Padiglione belga con una scultura “vivente e sonora”, invitando il pubblico in un ballo collettivo. Il progetto, intitolato It Never SSST, è realizzato con il supporto del museo KANAL-Centre Pompidou di Bruxelles e curato da Caroline Dumalin. ENG After presenting After All Springville at Biennale Teatro 2024, Miet Warlop will turn the Belgium Pavilion at the upcoming Biennale Arte into a “living, sonic” sculpture inviting a collective dance. It Never SSST is supported by KANAL-Centre Pompidou and curated by Caroline Dumalin.

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BRASILE

Saranno Rosana Paulino e Adriana Varejão, due delle artiste più influenti della scena contemporanea brasiliana, a occupare gli spazi del Padiglione sotto la curatela di Diane Lima, voce di rilievo nel dibattito decoloniale internazionale. Attraverso installazioni, tessuti e superfici ceramiche, le artiste rifletteranno sulle ferite storiche e sulle loro metamorfosi contemporanee, trasformando la sofferenza in linguaggio poetico e in un atto di resistenza collettiva che dialoga con la memoria coloniale del Paese. ENG Rosana Paulino and Adriana Varejão, two of Brazil’s leading contemporary artists, will occupy the Giardini Pavilion under the curatorship of Diane Lima, a key voice in decolonial discourse. Through installations, textiles, and ceramics, they will transform historical wounds into poetic language and collective acts of resistance.

COREA

Provvisoriamente intitolato Liberation Space, il progetto sudcoreano, guidato da Binna Choi e affidato alle artiste Goen Choi e Hyeree Ro, reimmagina il Padiglione come un monumento vivente, un organismo in costruzione, al tempo stesso “fortezza” e “nido”. Da questa ambivalenza nasce un dialogo tra materia e corpo in un campo sensoriale e metaforico che esplora tensioni sociali, memoria, mobilità e solidarietà. Il Padiglione si configura come una piattaforma fluida di cura, coesistenza e immaginazione condivisa. ENG Provisionally titled Liberation Space, the South Korean project by Binna Choi with artists Goen Choi and Hyeree Ro reimagines the Pavilion as a living monument – a fortress and a nest. Through material-body dialogues, it explores social tensions, memory, mobility and solidarity, proposing a fluid space of care and shared imagination.


Primi segnali di Biennale Arte 2026. Sculture viventi, monumenti fluidi, archeologie sensibili: un panorama di pratiche che sfida narrazioni dominanti e ricompone identità, comunità e territori

OLTRE LA FORMA

Wang Shu Lu Wenyu © La Biennale di Venezia, foto ASAC, Matteo Losurdo

IRLANDA, Isabel Nolan, curator Georgina Jackson, producer Cian O’Brien - Photo SteMurray

PAESI BASSI, Dries Verhoeven and Rieke Vos - Photo Robin de Puy

IRLANDA

Con la curatela di Georgina Jackson per The Douglas Hyde Gallery, Isabel Nolan rappresenterà l’Irlanda con la sua pratica che spazia da scultura, tessuti, pittura e fotografia a testi e disegni. Radicate in grandi temi – cosmologia, storia profonda, mito, spiritualità, mortalità, amore, le sue opere rispondono al bisogno di dare senso al mondo, rendendo visibile la complessità della nostra esperienza umana attraverso immagini potenti come onde impetuose e soli morenti. ENG With Georgina Jackson’s curatorship for The Douglas Hyde Gallery, Isabel Nolan will represent Ireland with a practice spanning sculpture, textiles, painting, photography, writing, and drawing. Rooted in vast themes – cosmology, deep history, myth, spirituality, mortality, love – her works seek to make sense of the world, revealing the complexity of human experience through potent images such as surging waves and dying suns.

PAESI BASSI

Artista visivo e autore teatrale, Dries Verhoeven trasformerà il Padiglione progettato da Gerrit Rietveld in un organismo di ‘sorveglianza emotiva’ capace di captare fragilità sociali e tensioni politiche. Insieme al curatore Rieke Vos (Teylers Museum, Haarlem), con The Fortress Verhoeven intende rispondere allo stato di incertezza che, a suo avviso, attraversa non solo i Paesi Bassi ma l’intera Europa, rendendo tangibile questa inquietudine nello “spazio sicuro” della Biennale. ENG Visual artist and theatre maker Dries Verhoeven will turn the Rietveld-designed Pavilion into an emotional surveillance organism capturing social fragilities and political tensions. With curator Rieke Vos, The Fortress will make Europe’s widespread uncertainty tangible within the Biennale’s “safe space.”

Wang Shu e Lu Wenyu, fondatori di Amateur Architecture Studio, saranno i curatori della 20. Mostra Internazionale di Architettura, che si terrà dall’8 maggio al 21 novembre 2027. La loro visione è considerata un contributo significativo al dibattito internazionale sull’architettura e sul rapporto tra città, territorio e comunità e la loro nomina segna un’apertura verso un approccio che unisce memoria dei luoghi, artigianalità e attenzione al contesto. Attivi da oltre vent’anni, i due architetti hanno sviluppato progetti che combinano materiali tradizionali e tecniche contemporanee, lavorando spesso su edifici storici o contesti urbani marginali. Da sempre operano su un crinale fragile: recuperare ciò che la modernizzazione cancella, senza scadere nella nostalgia; costruire futuro senza tradire i luoghi. I loro progetti – dal Museo Storico di Ningbo al Campus di Xiangshan – nascono da materiali riciclati, tecniche vernacolari e una radicalità che non ha bisogno di effetto scenico. È un’architettura che procede per stratificazioni, che ascolta l’eco degli edifici demoliti e che restituisce dignità a ciò che resta ai margini. Nella loro dichiarazione in risposta alla recente nomina emerge una critica netta allo stato dell’architettura contemporanea, «troppo concettuale» o «troppo commerciale», sospesa in un futurismo superficiale. L’antidoto, per loro, è un approccio “semplice e autentico”, apparentemente minimale, in realtà politico nel senso più pieno. Scegliere la complessità dei contesti contro la semplificazione del mercato. Con Wang Shu e Lu Wenyu la Biennale 2027 potrebbe diventare un dispositivo di ascolto ben sintonizzato sul presente: non solo una mostra di edifici, ma un invito a ricucire rapporti logorati tra comunità, memoria e paesaggi. Un’occasione per interrogare ciò che resta quando l’architettura smette di inseguire l’immagine e torna ad abitare la realtà. ENG Wang Shu and Lu Wenyu, founders of Amateur Architecture Studio, will curate the 20th International Architecture Exhibition, from May 8 to November 21, 2027. Their appointment highlights an approach rooted in memory, craftsmanship, and context. Active for over twenty years, they combine traditional materials with contemporarytechniques, often working on historic or marginalized urban sites. Their projects – from Ningbo and Lin’an museums to the Xiangshan Campus – reuse materials and vernacular methods, layering past and present to restore dignity to overlooked spaces. Critiquing contemporary architecture as “overly conceptual” or “commercial,” theyadvocate a “simple and authentic” approach: minimal yet politically charged, choosing contextual complexity over market simplification. Under their guidance, the 2027 Biennale becomes more than an exhibition of buildings – it invites reflection on community, memory, and landscapes, exploring what remains when architecturereturns to inhabit reality. www.labiennale.org

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arte

CASANOVA E L’EUROPA

La magia della libertà Intervista Chiara Casarin | Responsabile dello Sviluppo Culturale e della Comunicazione, Fondazione Giorgio Cini e Sara Tirelli | artista

Casanova Expanded di Sara Tirelli

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di Mariachiara Marzari

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opo un anno, il 2025, che ha visto il nome di Casa-

nova moltiplicarsi in eventi, mostre e convegni pensati per celebrare i 300 anni dalla sua nascita (1725–2025), la Fondazione Giorgio Cini ha inaugurato un progetto espositivo prorompente, offrendo un fin de partie inedito, profondo e dissacrante, che trasforma il visitatore in protagonista. Superando di slancio l’acceso dibattito sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la Fondazione, attraverso il suo Centro Digitale ARCHiVe, dimostra come le nuove tecnologie possano diventare la base su cui costruire una nuova fruizione non banale, ma spettacolare e approfondita dell’alta cultura. Quindi non solo la semplice costruzione di una mostra, bensì la realizzazione di una narrazione, di una ‘navigazione’ nel tempo e nello spazio di Casanova. Tutto è nato dalla proposta del direttore scientifico Daniele Franco di affrontare il tema “Casanova” per l’anniversario della nascita coinvolgendo tutti gli Istituti. La ricerca dell’Istituto di Storia dell’Arte ha portato alla realizzazione di una importante mostra dedicata in particolare alla pittura veneziana del Settecento, con opere della Collezione Cini (Vittorio Cini era un grande appassionato d’arte di questo periodo storico) e prestiti importanti da istituzioni internazionali. L’intento è quello di restituire l’ambiente culturale e artistico della Venezia settecentesca, quella della giovinezza di Casanova. Da qui l’esposizione degli stessi soggetti, scorci ed espressioni artistiche che informavano la sua vita e la sua cultura. A San Giorgio, Casanova e l’Europa valorizza invece al meglio le collezioni degli istituti e dei centri di ricerca della Fondazione. In realtà non vi sono nelle Collezioni Cini testimonianze dirette su Casanova: nessun dipinto, nessun ritratto, nessun materiale di prima mano. Tuttavia, grazie ai materiali selezionati dai direttori degli Istituti, è stato possibile ricostruire l’epoca, la cultura ante-europea, la matassa di viaggi, fughe, imprese di Casanova: interessi, incontri, luoghi, anche a partire da quanto emerge dai suoi scritti. L’Istituto di Musica ha messo a disposizione il materiale dei suoi archivi. L’Istituto di Teatro ha condiviso costumi, teatrini, marionette, scenografie e una selezione dei libretti d’opera del Fondo Rolandi sul teatro del ‘700, quello a cui Casanova assisteva in vita. Il Centro Studi di Civiltà e Spiritualità Comparate – che conserva importanti volumi sull’esoterismo e sulla massoneria – e la Biblioteca hanno messo a disposizione una ricca serie di opere sul Settecento. Prima della mostra, è stato lo studio in profondità della sua caleidoscopica figura a impegnare tutta la Fondazione al fine di comprendere davvero chi fosse Casanova, immergendosi nei suoi studi, interessi, azioni, scritti. Il secondo passaggio è stato quello di immaginare una macchina espositiva innovativa: Renata Codello (Segretario Generale della Fondazione) e Massimo Checchetto (Direttore degli allestimenti Casanova e l’Europa Fino 2 marzo 2026 Fondazione Cini, Isola di San Giorgio Maggiore

Casanova e Venezia Fino 2 marzo 2026 Palazzo Cini www.cini.it

scenici de La Fenice) hanno messo a punto un progetto che permettesse di entrare tangibilmente nel mondo vissuto da Casanova. Le abilissime maestranze del Teatro La Fenice lo hanno reso possibile. Non si tratta soltanto di un mero apparato scenico, quindi, bensì della restituzione fisica di ciò che Casanova ha visto e vissuto. Dieci porte da aprire e attraversare: ognuna introduce in un universo tematico diverso, in una collezione differente, in una specifica sfumatura della sua personalità. All’interno di questo ambiente espositivo, cui si accede con in mano una lanterna, ci si inoltra in un mondo di finzione punteggiato da oggetti preziosi e da tre lavori, uno filmico e due video-installazioni, firmati da Sara Tirelli. Con un intervento artistico contemporaneo, vengono così offerti al grande pubblico materiali solitamente consultabili solo dagli studiosi. Due guide d’eccezione, Chiara Casarin, responsabile del Centro Digitale ARCHiVe della Fondazione Cini, e la stessa artista Sara Tirelli ci hanno accompagnato attraverso le installazioni audio visive alla scoperta delle molteplici sfaccettature del celebre seduttore in un viaggio all’insegna della libertà e dell’ironia. L’altra protagonista della mostra, assieme a Massimo Checchetto e naturalmente a Casanova, è Sara Tirelli... Chiara Casarin_È stato un vero lavoro di squadra, con ruoli ben attribuiti a ciascun soggetto, a ciascuna parte coinvolta nel progetto. Tanto per fare un esempio, il riferimento alle lanterne magiche nasce da una visione iniziale di Sara che Massimo ha accolto subito, integrandola nell’allestimento. Per quanto riguarda più specificamente i contenuti multimediali della mostra, si è partiti dalle digitalizzazioni fatte al Centro digitale ARCHiVe. Digitalizziamo i materiali, li rendiamo accessibili, li utilizziamo con gli artisti, li forniamo agli studiosi e li trasformiamo in strumenti di conoscenza. È una modalità di intendere il rapporto tra tecnologia e patrimonio storico: un modo sorprendente per far dialogare un archivio, così vasto e allo stesso tempo delicato, con il grande pubblico. Sara Tirelli_Chiara ha iniziato a parlarmi del progetto a febbraio; la prima proposta è arrivata a marzo e la macchina si è messa in moto verso maggio. Già a febbraio avevo ricevuto le prime liste dei materiali dai diversi istituti, frutto di una ricerca accurata che mi ha aiutata moltissimo nella costruzione del lavoro. Quello è stato il punto di partenza per entrare in quella che, all’inizio, percepivo come una vera scommessa: il Settecento e Casanova. Avevo un macrotema, i suoi viaggi in Europa, e ho cominciato ad affrontarlo leggendo le Memorie, cercando però una rielaborazione artistica, non narrativa né tantomeno lineare. Volevo far emergere un Casanova meno noto, evitando ogni cliché. Vado particolarmente fiera della scelta di non concentrarmi sulla figura del seduttore: non l’ho voluta enfatizzare, preferendo soffermarmi

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su un solo episodio della sua vita amorosa che mi aveva particolarmente colpita, quello dell’unica donna che lo rifiutò, Madame Charpillon (il vero cognome era Auspurgher), incontrata a Londra e considerata una delle prime proto-femministe. Per Casanova fu un trauma psicologico. Nelle Memorie scrive: «L’ascendente che quella creatura aveva su di me era irresistibile e io ero convinto che l’unico modo per evitare di esserne vittima era quello di non vederla o di rinunciare, anche frequentandola, a godere delle sue bellezze. Ma la briccona s’era messa in testa di neutralizzare le mie mosse». Da quel momento, afferma, iniziai a “morire”. Da qui ho provato a immaginare la sua personalità, il suo rapporto con la magia e con la massoneria. Pur senza essere uno specialista, spesso ricorreva a questi ambiti più per opportunismo sociale che per convinzione. All’inizio della video-installazione compare un piano astrale tratto dai materiali del Centro Studi di Civiltà e Spiritualità Comparate. Ho voluto creare anche un ipotetico piano astrale di Casanova; non conoscevo l’ora della sua nascita, ma il risultato – Ariete/Ariete – confermava l’intuizione: un profilo narcisista, determinato, coerente con ciò che emerge dai suoi scritti. Nella bellissima mappa visiva digitale che hai creato per la mostra, pur dicendo che non volevi essere lineare, cioè che lo storytelling doveva essere artistico più che didascalico, vi è un filo conduttore che connette il tutto? Sara Tirelli_Il filo conduttore è sicuramente il tema del viaggio, della peregrinazione continua di Casanova attraverso l’Europa. Oltre alle Memorie, un’altra fonte decisiva sono gli atti di un convegno del 2001 pubblicati dalla Fondazione Cini da cui emerge con chiarezza quanto gli spostamenti siano stati centrali nella sua vicenda esistenziale. Casanova non pianificava le mete: partiva per impeto, per necessità di fuga, spesso per inseguire passioni o incarichi occasionali. Inizia come violinista, poi tenta la carriera ecclesiastica, si imbarca e via via intraprende missioni che lo portano davvero in ogni dove. A San Pietroburgo, tanto per fare un esempio, diventa imprenditore teatrale e prova persino a proporre spettacoli pirotecnici. All’inizio del racconto visivo ho inserito una linea che ripercorre il suo muoversi nel cuore dell’Europa: ne risulta un tracciato intricato, aderente alla sua indole irrequieta. Casanova attraversa 175 città, vive di opportunità e incarna una forma di modernità sorprendente nel modo in cui costruisce il proprio destino. Per lui, come scrive, l’Europa era in fondo un’estensione di San Marco: un grande fondale su cui mettere in scena se stesso, “portare in giro la sua medesimità”. Aveva però una straordinaria capacità di trovarsi nei luoghi chiave nei momenti cruciali, dalla scena teatrale tra Vienna e Dresda alla sua iniziazione alla massoneria in Francia. Anche il metodo di lavoro è stato altamente sperimentale; non solo nella ricerca e nell’animazione, ma proprio nella costruzione complessiva stessa dell’impianto progettuale. Di solito, quando realizzo un progetto registico, preparo uno script preciso. Qui, invece, mi sono trovata di fronte a una mole di materiali quasi ingestibile, finendo per comportarmi un po’ come Casanova, ossia senza sapere esattamente dove sarei arrivata. L’itinerario dei suoi spostamenti, questo groviglio di percorsi, è diventato la mia guida, una sorta di filo d’Arianna che mi ha accompagnata fino all’uscita del labirinto più che al Minotauro.

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L’ampiezza della prospettiva indagata restituisce un profilo in parte inedito o poco conosciuto di questo straordinario personaggio. Quale Casanova alla fine emerge da questo tuo lavoro? Sara Tirelli_Mi è stato detto: «Hai sgrassato Casanova». In realtà sono rimasta completamente affascinata dalle sue Memorie, che trovo di una modernità incredibile, e mi sono appassionata al suo ego sconfinato: i viaggi, i malumori, le vendette. Era dotato di grande capacità di manipolazione ed era noto per la sua persuasività. Per vendicarsi, ad esempio, della famosa “femminista” che lo rifiutò, comprò e addestrò un pappagallo a ripetere l’insulto «Madame Charpillon e sua mamma puttana», per poi fingere di venderlo al mercato, assicurandosi che l’offesa si diffondesse. Le Memorie di Casanova non raccontano solo una vita, ma sollevano anche domande sulla rappresentazione di sé, un tema sorprendentemente contemporaneo. Casanova Expanded si chiude con una frase di Malipiero, trovata negli archivi, che così recita: «Qual è la differenza tra un uomo che non scrive le memorie e un uomo che non solo le scrive ma le pubblica?». È davvero difficile tracciare il confine tra autobiografia e auto-romanzarsi. Quale l’effettiva eredità di Casanova, o meglio, la sua modernità? Sara Tirelli_Era di origini umili: sua madre, attrice, lo abbandonò presto per seguire la propria carriera. Il fatto che riuscisse a raggiungere certi livelli in società era notevole in un’epoca in cui le classi sociali erano rigide e determinate. La sua modernità si manifesta nel rifiuto di piegarsi ai dettami del tempo e nella propensione a inventare carriere diverse, una scelta a dir poco originale e non certo scevra di rischi. In un periodo come l’Illuminismo, caratterizzato dal sentimento di un destino già scritto, Casanova dimostra invece il “potere di manifestare”, affermando: «Io decido e disegno il mio destino». Anche l’uso della magia rientrava in questo disegno: egli riteneva che la magia in sé non esistesse, ma che contasse la convinzione in chi la praticava, offrendo un accesso a un “mondo che è malleabile”. La sua figura emerge così come un crocevia di opportunismo, libertà e visione: un impasto efficace per affrontare la rigidità della sua epoca e per inventare sé stesso. Il fatto che si parli ancora di lui dopo 300 anni testimonia la forza delle sue Memorie. La sua vera eredità va oltre la banalizzazione e la mercificazione che lo riguardano un po’ ovunque, naturalmente anche qui a Venezia purtroppo, perché Casanova ha toccato tutti i nodi essenziali su cui si fonda la nostra modernità. Perché la scelta di Sara Tirelli per questo progetto? Chiara Casarin_Le sue parole parlano da sole. Per questo lavoro Sara si è così appassionata alla biografia di Casanova che alle tue domande ha risposto citando direttamente la sua storia prima ancora che il proprio lavoro artistico. Ora Sara conosce fin nei minimi dettagli la vita di Casanova: se l’è studiata, letta e riletta per infine realizzare al meglio il film. Le citazioni presenti nell’audio del video provengono tutte dalle Memorie; quindi ha imparato, masticato, digerito le storie di vita da lui scritte in prima persona, restituendoci infine visivamente la sua biografia con estrema raffinatezza. Avevo già conosciuto Sara durante la sua residenza alla Bevilac-


qua La Masa nel 2009, quando lavoravo lì. Per il progetto su Casanova mi serviva qualcuno con le competenze tecniche adatte a realizzare esattamente ciò di cui avevamo bisogno. La mia proposta iniziale è stata: «Sara, vorrei invitarti a pensare a un progetto, ma non so se ti può interessare: parla di Casanova con l’intento di dire cose nuove e di farlo in modo innovativo, partendo da archivi digitalizzati. Serviva la capacità di lavorare in modo trasversale: non andava preso un tema da esplorare al 100%, ma serviva fare propria la prospettiva di Casanova approfondendo tutto ciò che gli istituti mettevano a disposizione. Era un lavoro molto impegnativo e Sara rispondeva perfettamente a questi requisiti. Ci sono stati momenti di panico, ma li abbiamo superati proprio bene. Sara Tirelli_Sono un’artista e mi sono sempre occupata di immagini in movimento. Come regista, ho girato svariati documentari e reportage. Conosco quindi l’ampiezza di questo linguaggio, da maneggiare con la necessaria autonomia artistica che si deve mantenere creando, girando, avendo però al contempo sempre ben chiaro l’obiettivo di dover rivolgersi a un pubblico più ampio possibile. È fondamentale progettare la fase creativa e sperimentale tenendo conto della necessità di comunicare a un pubblico esteso. Ho sempre guardato alla qualità dei nuovi medium; per questo motivo, di recente, sono diventata una delle specialiste in Italia di tecnologie immersive, realtà virtuale e ora intelligenza artificiale. La mia ricerca artistica sulla tecnologia consiste nel sfruttarla in modo creativo, come un “organismo” in continua trasformazione. Chiara Casarin_Questa era una commissione precisa, con tutta una serie di elementi già definiti, in cui l’intervento dell’intelligenza artificiale doveva essere evidente, perché questo era il contributo richiesto per meglio restituire il lavoro di selezione dei contenuti degli Istituti della Fondazione. Non volevo mascherare l’AI, ma renderla chiara, spudorata – anche con i suoi errori. Nel video si notano momenti in cui l’intelligenza artificiale sbaglia; Sara cercava di correggere o attenuare questi errori, mentre io ho voluto che restasse-

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OTTART.IT

Photo © Enrico Fiorese — Palazzo Canal. Nigeria Imaginary, 2024


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ro visibili. Non avevamo alcuna pretesa di raccontare Casanova in modo filologico, come in un documentario. L’intervento tecnologico doveva essere chiaramente percepibile da chiunque. In un punto, per esempio, c’è un palazzo che oscilla; in un altro i movimenti dei rematori non coincidono: prima c’è un remo, poi due, il che crea un’evidente confusione. Tutto questo è stato lasciato volutamente così in quanto dichiarazione autentica, proprio anche nelle sue imperfezioni, del mezzo utilizzato. L’utilizzo intensivo delle nuove tecnologie, dei nuovi linguaggi digitali è uno degli obiettivi prioritari su cui il Centro Digitale oggi concentra maggiormente le sue energie. L’obiettivo è quello di rendere fruibile il patrimonio storico-artistico per chiunque, non solo per gli studiosi o gli specialisti. Per farlo, è necessario essere anche divertenti: materiali intriganti e interattivi, vicini a un linguaggio da videogioco, possono attrarre anche i giovanissimi senza per questo impoverire il rigore con il quale si devono presentare i contenuti, tenendo alto il tono della ricerca e contestualmente ampliando il pubblico a cui ci si va a rivolgere.

Oltre a Casanova Expanded vi sono altri due interventi video di Sara in mostra. Sara Tirelli_Gli altri due interventi hanno una matrice installativa. L’idea della fuga dai Piombi nasce dalla reference dei panorami usati alla fine del ‘700. Tecnicamente si tratta di un rilievo architettonico; Iro Ouranou, architetto programmatore specializzato in creative coding, mi ha aiutato a processarlo e a progettare la proiezione ad hoc. L’intervento nella Sala degli Spettri mira invece a suscitare una vera e propria fantasmagoria. Abbiamo utilizzato una delle più recenti tecnologie che permette di trasformare un’immagine 2D in 3D, creando suggestioni di spettri ed ectoplasmi che compaiono e si ritirano. Si tratta di due lavori decisamente installativi e meno impegnativi rispetto alla video-installazione Casanova Expanded, senza alcuna ricerca sui contenuti. Una curiosità: quando abbiamo inserito nella AI le Carceri di Piranesi, il sistema è impazzito. Non riconosceva cosa fosse rappresentato, come se non fosse addestrato a interpretare le profondità e quel tratto grafico. È stato un grande onore poter usare Piranesi come reference per la prima volta!

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arte MAESTRI

Gastone Novelli, Allunga il passo amico mio, 1967, Ca’ Pesaro - Fondazione Musei Civici Veneziani

Manifesti in bianco I cento anni di Gastone Novelli a Ca’ Pesaro A cento anni dalla sua nascita, la Fondazione Musei Civici di Venezia rende omaggio a Gastone Novelli (Vienna, 1925 – Milano, 1968), uno dei maggiori protagonisti della pittura italiana del secondo Dopoguerra. Fino al 1 marzo 2026 gli spazi del secondo piano di Ca’ Pesaro vengono invasi dalla luce bianca intensa delle sue grandi tele che compongono la retrospettiva curata da Elisabetta Barisoni e Paola Bonani, con la preziosa collaborazione dell’Archivio Gastone Novelli di Roma, che raccoglie nelle sei sale del percorso le opere più significative del Maestro presenti nelle collezioni pubbliche e private italiane. Non solo grandi capolavori, ma anche opere per la prima volta esposte al pubblico perché finora considerate disperse e ritrovate solo successivamente alla pubblicazione nel 2011 del Catalogo Generale delle opere di pittura e scultura di Novelli. La mostra si inserisce nella serie di retrospettive che i Musei Civici hanno dedicato ai protagonisti del Secondo Novecento, artisti che hanno fortemente influenzato l’arte italiana e internazionale, come Twombly, Gorky, Afro, Matta e nasce dall’occasione dell’ingresso nelle collezioni civiche di alcune opere donate dagli eredi: Era glaciale (1958) e Allunga il passo amico mio (1967), quest’ultimo realizzato dall’artista proprio a Venezia nel corso del suo soggiorno alla Giudecca, alla Casa dei Tre Oci. Il percorso antologico ricostruisce la vicenda umana e artistica di Novelli, circa sessanta opere realizzate tra il 1957 e il 1968, anno della sua morte a Milano: dagli esordi concretisti degli anni brasiliani alle suggestioni gestuali e segniche degli anni de L’Esperienza Moderna, rivista fondata insieme ad Achille Perilli, che riunì sulla fine degli anni Cinquanta alcuni dei maggiori artisti italiani e stranieri attivi in quegli Gastone Novelli (1925-1968) Fino 1 marzo 2026 Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna capesaro.visitmuve.it

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anni; dalla maturazione all’inizio degli anni Sessanta fino allo scadere del decennio, momento in cui la Parola e l’Azione dell’artista tornano a essere investiti di un più esplicito significato etico e politico. Così è, infatti, per i lavori pensati per la Biennale del ‘68, quando Novelli con forte intento di contestazione rispetto alle rappresaglie contro i manifestanti ai Giardini decide di girare le sue opere e scrivere sul retro «La Biennale è fascista», finendo con ritirarsi dall’esposizione. Un’altra Biennale, quella del ‘64, rappresenta un punto centrale della mostra a Ca’ Pesaro: la sala personale prevista all’epoca per la partecipazione di Novelli alla Biennale è stata in parte ricostruita, restituendone la potenza e l’impatto assolutamente vivido. Una selezione di materiale documentario mette in evidenza l’intensa vita intellettuale dell’autore, i suoi interessi letterari e le relazioni che coltivò costantemente con gli amici artisti, intellettuali e scrittori dell’epoca. Diletta Rostellato ENG On the centenary of his birth, the Fondazione Musei Civici di Venezia honors Gastone Novelli (Vienna 1925 – Milan 1968), a leading figure of postwar Italian painting, with a major retrospective at Ca’ Pesaro running until March 1, 2026. Curated by Elisabetta Barisoni and Paola Bonani with the Gastone Novelli Archive, the exhibition spans six rooms and features around sixty works from 1957–1968, including rediscovered pieces once thought lost. Part of the museum’s series on Second Novecento masters such as Twombly and Gorky, the show also celebrates new donations like Era glaciale (1958) and Allunga il passo amico mio (1967), created in Venice. The path retraces Novelli’s journey from Brazilian concretism to gestural abstraction and the politically charged works of the late 1960s, including his protest at the 1968 Venice Art Biennale. A partial reconstruction of his 1964 Biennale room highlights his impact, while documents reveal his vibrant intellectual life and ties with artists and writers of his time.


Lucio Fontana nel suo studio con le Nature, 1959-1960 © Fondazione Lucio Fontana, Milano, by SIAE 2025

Incubatore di spazio Lucio Fontana e la forza arcaica delle sue sculture Prima della lama, venne la mano. Prima dei tagli nello spazio, venne la terra. La mostra Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana in corso alla Collezione Peggy Guggenheim racconta l’origine più intima di un artista che il mondo conosce per le tele lacerate e i buchi cosmici, ma che prima di tutto fu un modellatore di creta. Curata dalla storica dell’arte Sharon Hecker, è la prima personale museale interamente dedicata alla sua produzione in ceramica: circa settanta opere storiche, molte mai esposte, provenienti da collezioni pubbliche e private, che restituiscono a Fontana la dimensione sensuale, fisica e terrena del suo gesto artistico. Il titolo gioca sull’ambiguità fertile di mani-fattura: il lavoro manuale come pensiero incarnato, l’artigianato come idea. Hecker invita a rileggere la ceramica non come parente minore della scultura, ma come laboratorio dove Fontana sperimenta la nascita stessa della forma. Dall’Argentina degli anni Venti fino all’Italia del dopoguerra, l’argilla fu per lui un terreno di ricerca inesauribile, un materiale “vivo” che reagiva al tatto, all’acqua, al fuoco. Nei suoi arlecchini, crocifissi, guerrieri, figure marine e animali mitici, si intrecciano memoria arcaica e modernità, gioco e tensione spirituale. Questa pratica tattile, apparentemente marginale, diventa il laboratorio segreto dello spazialismo. I gesti che negli anni Cinquanta squarceranno la tela nascono già qui, nelle dita che affondano nell’argilla per cercare una dimensione oltre la superficie. Fontana non modella solo corpi, ma anche vuoti, spiragli, fenditure: la ceramica è per lui la prima soglia verso lo spazio, la materia che prepara la rivelazione. In mostra si alternano pezzi unici e oggetti prodotti in serie: piatti, caminetti, maniglie, elementi architettonici realizzati in collaborazione con la manifattura Mazzotti di Albisola e con architetti e designer milanesi. Fotografie d’archivio lo ritraggono al lavoro, circondato da fornaci e argille, quasi un demiurgo domestico che trae energia creativa dal contatto diretto con la materia. Il dialogo con Tullio d’Albisola, ceramista e poeta futurista, emerge come decisivo: da lui Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana Fino 2 marzo 2026 Collezione Peggy Guggenheim www.guggenheim-venice.it

Fontana eredita la libertà di trattare la ceramica non come artigianato, ma come gesto poetico e sperimentale. Mani-Fattura mette così in discussione il mito dell’artista solitario e maschile che taglia la tela come un atto eroico. Al contrario, rivela un Fontana profondamente relazionale, collaborativo, attento al corpo e alla processualità, più vicino al laboratorio che all’atelier. La mostra diventa allora una riscoperta della sua “seconda anima”: quella che trova nell’argilla una forma di intelligenza tattile, fertile e inclusiva, in cui il pensiero passa per la mano e la materia diventa coscienza. Come scrive Sharon Hecker: «L’argilla per Fontana è un contenitore di sperimentazione vitale, di molteplicità e fertilità». E la mostra alla Collezione Guggenheim dimostra quanto quella vitalità sia ancora capace di parlare all’arte di oggi: non solo come memoria, ma come energia originaria. Irene Machetti ENG Before the blade came the hand. Before cuts in space, came the earth. The exhibition Mani-Fattura: Lucio Fontana’s Ceramics at the Peggy Guggenheim Collection reveals the intimate origins of an artist known worldwide for slashed canvases and cosmic holes, but who first shaped clay. Curated by Sharon Hecker, it is the first museum show devoted entirely to his ceramics: around seventy works, many never exhibited, restoring to Fontana the sensual, physical, earthly dimension of his art. The title plays on “mani-fattura”: manual work as embodied thought, craft as idea. For Fontana, clay was a living material, responsive to touch, water, and fire. His harlequins, crucifixes, warriors, marine figures, and mythical animals combine archaic memory with modernity, play with spiritual tension. This tactile practice became the secret laboratory of Spatialism: the gestures that later tore canvases were born in fingers pressing clay, modeling not only bodies but voids and fissures. Mani-Fattura challenges the myth of the solitary male artist, revealing instead a relational, collaborative Fontana, attentive to process and tactility. Clay becomes his second soul: fertile, inclusive intelligence where thought passes through the hand and matter becomes consciousness.

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arte NEW

Olaf Nicolai - Photo Dale Grant

Berggruen Arts & Culture, Palazzo Diedo - Photo Alessandra Chemollo

Tutti in pista Olaf Nicolai firma la stagione A/I di Palazzo Diedo Per una volta parliamo sì di AI, ma con intenzioni tradizionali, cioè per indicare la stagione Autunno/Inverno! Sarà infatti il Natale o saranno i prossimi Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, sta di fatto che a Venezia sta salendo la “febbre del ghiaccio”. Archiviata la Biennale Architettura 2025, la città si stava accingendo a un dolce e caldo letargo artistico – dicembre e gennaio sono mesi in cui tutto rallenta – e invece si aprono nuove mostre, si svolgono incontri e performance e si inaugurano sorprendenti installazioni. E proprio sorprendente, è il caso di dirlo, è l’azione di Berggruen Arts & Culture che presenta sabato 13 dicembre, nella sua sede ormai consolidata di Palazzo Diedo, una spettacolare installazione di ghiaccio Eisfeld II dell’artista di fama internazionale Olaf Nicolai. Il termine tedesco Eisfeld significa letteralmente “campo di ghiaccio”. Eisfeld II, che proseguirà fino al 22 febbraio 2026, consiste in una pista di 100 metri quadrati allestita nell’elegante sala da ballo affrescata al primo piano dell’antico palazzo settecentesco. L’installazione ambientale si raffredda progressivamente con il procedere della mostra, pur trovandosi in uno spazio chiuso, e viene accompagnata da una colonna sonora originale della band berlinese To Rococo Rot, diffusa attraverso sei altoparlanti collocati intorno alla pista per amplificare i movimenti dei visitatori mentre pattinano. Presentata per la prima volta nel 2001 al Migros Museum für Gegenwartskunst di Zurigo, Eisfeld, nato come spazio aperto, accessibile e versatile, viene ora reinterpretato per Palazzo Diedo. In Eisfeld II, una pista di pattinaggio immersa in un’imponente atmosfera barocca e realizzata con tecnologie avanzate per la produzione di ghiaccio artificiale, Nicolai rinnova il dialogo tra i concetti di “Enjoy” e “Survive”, reinterpretati attraverso pannelli luminosi in chiave contemporanea. Olaf Nicolai. Eisfeld II 13 dicembre-22 febbraio 2026 Palazzo Diedo – Berggruen Arts & Culture, Cannaregio 2386 berggruenarts.org

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Le due light box dell’artista, ENJOY/SURVIVE I & II, collocate alle estremità della pista, invitano i visitatori a riflettere sul delicato equilibrio tra il piacere e la sopravvivenza, trasformando l’esperienza del pattinaggio in una meditazione sensoriale e concettuale. L’opera di Olaf Nicolai si inserisce nel contesto monumentale di Palazzo Diedo caratterizzato da dodici interventi site-specific e permanenti realizzati da altrettanti artisti di fama internazionale come Urs Fischer, Piero Golia, Carsten Höller, Ibrahim Mahama, Mariko Mori, Sterling Ruby, Jim Shaw, Hiroshi Sugimoto, AYA TAKANO, Lee Ufan, Liu Wei e Marcantonio Brandolini d’Adda. Ancora una volta, e questa volta in maniera assolutamente eclatante, Olaf Nicolai crea paesaggi artificiali e scenari urbani fuori scala e fuori contesto per liberare attraverso la sua ricerca concettuale l’arte dalle forme classiche di rappresentazione, lasciando lo spettatore in bilico tra un fantastico non-sense e una concreta presa d’atto della realtà. M.M. ENG Whether it’s Christmas or anticipation of the 2026 Winter Olympics in Milan-Cortina, Venice is catching “ice fever.” After the 2025 Venice Architecture Biennale, the city seemed ready for a quiet artistic pause, yet new exhibitions and installations pop up every day. On December 13, Berggruen Arts & Culture unveils Eisfeld II by Olaf Nicolai at Palazzo Diedo: a 1000-square-foot ice rink set in the frescoed ballroom of the 18th-century palace accompanied by a soundtrack from Berlin band To Rococo Rot. First shown in Zurich in 2001, Eisfeld is reimagined here as a skating space within baroque grandeur, framed by Nicolai’s light boxes ENJOY/SURVIVE, reflecting on the balance between pleasure and survival. Inserted into Palazzo Diedo’s context of twelve site-specific works by international artists, Nicolai again creates artificial landscapes that suspend viewers between playful non-sense and stark reality.


Installation view - Photo Studio Pointer

Perdersi dove uno non si perderebbe mai L’energia visionaria di Fabrizio Plessi incontra Barovier&Toso Arte Dall’incontro tra Barovier&Toso Arte e Fabrizio Plessi nasce Perdersi in un bicchier d’acqua, la nuova sorprendente mostra del maestro della videoarte, inaugurata a fine novembre e visitabile fino al 21 giugno 2026 nelle sale di Palazzo Barovier&Toso, in Fondamenta Manin a Murano. La più antica vetreria del mondo (le cui radici risalgono al 1295), allontanandosi dal design, ha scelto con convinzione di rivolgersi a Fabrizio Plessi, un pioniere visionario dell’integrazione tra arte, tecnologia e natura, per dare forma all’elemento che più di ogni altro racconta la vita. l’acqua. Il titolo svela l’anima della sua visione: questa espressione italiana, che descrive il paradosso di essere sopraffatti da qualcosa di apparentemente marginale, cattura l’essenza della filosofia di Fabrizio Plessi, secondo cui le forme più elementari possono contenere infinite complessità e ciò che appare semplice e quotidiano, come un bicchiere o l’acqua, diventa la chiave per esplorare emozioni profonde e trasformazioni poetiche. Accogliendo l’invito, Fabrizio Plessi, nella sua prima vera mostra dedicata al vetro, ritorna alle origini della materia, esplorando i suoi archetipi più iconici, la bottiglia e il bicchiere, trasformando queste forme simboliche in sculture visionarie. Bottiglie e bicchieri si solidificano nel gesto dell’acqua in movimento, sospesi tra quiete e tempesta non più come oggetti d’uso, ma come presenze vive: flussi di energia in cui la turbolenza diventa materia, luce, reinventando il vetro di Murano come emozione pura. «Ho fatto pace con il vetro». Fabrizio Plessi lo dice con la voce di chi ha attraversato una lunga distanza, non solo materiale ma interiore. «Per anni ho avuto diffidenza verso il vetro, non mi piaceva, troppo rigido, troppo chiuso per la mia idea di fluidità. In questa avventura gigantesca l’ho sperimentato e solo allora l’ho amato per la sua leggerezza, trasparenza, eleganza, fluidità. Ho cercato di rendere fluido un elemento duro, quasi testardo. Mi piace l’idea che nessuFabrizio Plessi. Perdersi in un bicchier d’acqua Fino 21 giugno 2026 Barovier&Toso Arte, Murano www.barovierarte.com

no abbia mai pensato di avvicinarsi a un bicchiere d’acqua come ho fatto io. Il contenuto diventa un contenitore. Anche il titolo è paradossale: perdersi dove uno non si perderebbe mai. Ma io amo i paradossi, le illogicità». Accanto ai vetri, i disegni rivelano la genesi delle forme realizzate, configurandosi come testimonianze del processo creativo e come un omaggio a Barovier&Toso, simbolo dell’incontro tra visione artistica e maestria artigianale. La monumentale installazione ad anello, in dialogo con quattro storici lampadari della vetreria, pervasa da immagini e suoni d’acqua, evoca l’incontro fra l’elemento liquido che identifica Plessi e il fuoco delle fornaci muranesi, metafora della fusione tra ispirazione e tecnica. Tra arte contemporanea e tradizione, anche la bottiglia di profumo “Movimenti dell’anima” riprende la geometria dell’anello e le forme turbolente delle sculture in vetro. «Ho realizzato una piccola chicca, una bottiglia di profumo e un cerchio gigantesco, di oltre otto metri, in questa scultura grandiosa ho inserito centinaia di led luminosi. Rappresenta in parte il mio autoritratto, perché io amo la rotondità della vita». Un saggio di Bruno Corà, presidente della Fondazione Burri, definisce Plessi: «Il più veneziano degli artisti contemporanei per empatia fisica e destino poetico». Corà sottolinea come, nella sua lunga carriera, l’artista «ha esaltato e celebrato l’acqua e la luce, ma anche la materia in tutte le sue fogge, elementi primari della vita sul pianeta e della storia di Venezia». È un tributo all’energia della città lagunare, ma anche un atto di riconciliazione tra arte contemporanea e artigianato, tra linguaggio dei nuovi media e tradizione millenaria del vetro. Con Perdersi in un bicchier d’acqua, Barovier&Toso Arte riafferma felicemente il proprio ruolo di custode e sperimentatore del vetro di Murano aprendosi al dialogo con l’arte contemporanea, con Plessi che ha saputo magistralmente trasformare la tradizione in energia visionaria. E così in un bicchier d’acqua, ci si perde davvero, ma solo per ritrovarsi dentro la bellezza. Paolo Lucchetta

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arte

PERFORMANCE

Dispositivi esistenziali Pinault Collection dà carte blanche a Tatiana Trouvé L’atrio di Palazzo Grassi accoglie i visitatori su un tappeto di asfalto. È punteggiato da tombini fusi e piastre provenienti dalle più varie città che conducono a un sotterraneo non solo fisico, ma soprattutto psichico. Flussi di energia occulti carichi di inquietudine che tuttavia – da un’altra prospettiva, quella dei piani superiori – diventano una costellazione onirica che indica la direzione. Tatiana Trouvé – nella sua prima grande personale in Italia, nata da una carte blanche della Pinault Collection – costruisce un dispositivo di smarrimento e di ricerca più che una semplice mostra. I tre piani del Palazzo diventano un labirinto di spazi fisici e irreali, e obbligano il visitatore a negoziare ciò che vede con ciò che ricorda o immagina. Il cuore della mostra sta però nella capacità di caricare gli oggetti di una vita secondaria che mette in crisi gli schemi del pensiero e della cultura comune. Trouvè evoca, destabilizza, interroga e non dà risposte. In Notes on Sculpture lo studio dell’artista si fa natura morta tridimensionale. Esterno e interno (fisico e psichico) si fondono: bucce, cavi, saponi, pacchetti di sigarette, tutto è congelato in bronzo o marmo, come se l’accidentale fosse l’unico archivio credibile del presente. Qui Trouvé insiste che la fase liquida – quella che accomuna quasi tutti i materiali che usa, quando tutto può diventare altro – è anche una postura esistenziale. I Guardians, sentinelle senza volto fatte di sedie, coperte, scarpe e libri di pietra, rendono palpabile l’umano senza mostrarlo mai. Sono figure marmoree e statuarie, eppure riescono a parlare. E quei libri, spesso dedicati a saperi alternativi all’Illuminismo, articolano una critica tacita alle strutture che governano il nostro vivere. Quando la mostra rischia il virtuosismo formale, Trouvé la àncora: Storia notturna nasce dai calchi dei detriti delle rivolte di Montreuil del 2023, importando nel museo una rabbia non ancora sedimentata. All’opposto, L’appuntamento frantuma lo spazio con specchi e barriere precarie, facendo della finzione una forma della realtà stessa e non il suo opposto. La “collane” cittadine non sono gioielli ma catene di detriti, souvenir poveri raccolti in giro per il mondo e poi rifusi in bronzo, ottone, acciaio o alluminio, sottratti alla loro casualità originaria e trasformati in un archivio durevole. In apparenza sono autobiografie di viaggio (con l’eco calviniana delle Città invisibili), ma il punto non è celebrare il nomadismo dell’artista: è mostrare come gli oggetti circolino prima e dopo di noi, passando di mano in mano, di tasca in strada, in un flusso senza vera origine. È questa La strana vita delle cose: la storia anonima degli oggetti fatta di micro-avventure e ritorni imprevedibili. Una vita in cui sentire che, nel movimento perpetuo, l’orientamento non è dato, ma va inventato. Giovanni Santarelli Tatiana Trouvé. La strana vita delle cose Fino 4 gennaio 2026 Palazzo Grassi www.pinaultcollection.com

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Ritratto di Tatiana Trouvé © Tatiana Trouvé Courtesy dell’artista e di Gagosian Gallery - Photo J.C. Mazur

Existential devices

ENG

Tatiana Trouvé’s first major Italian solo show at Palazzo Grassi, commissioned by the Pinault Collection, transforms the building into a labyrinth of disorientation and inquiry. Visitors enter across an asphalt carpet studded with fused manhole covers, leading to a subterranean realm both physical and psychic. Across three floors, Trouvé destabilizes perception, charging objects with a “second life” that unsettles cultural norms. In Notes on Sculpture, everyday remnants – peels, cables, soaps, cigarette packs – are cast in bronze or marble, elevating the accidental as the true archive of the present, while her notion of the “liquid phase” becomes an existential stance. The faceless Guardians, assembled from chairs, blankets, shoes, and stone books, embody humanity without revealing it, critiquing Enlightenment structures. Works like Storia notturna, born from debris of Montreuil’s 2023 riots, import raw unrest, while L’appuntamento fractures space with mirrors and fragile barriers. Her “city necklaces,” chains of refashioned detritus, echo Invisible Cities, tracing the anonymous, perpetual circulation of objects. This is La strana vita delle cose: a world where orientation must be invented anew.


Geografie in perpetuo mutamento Ali Cherri occupa Palazzo Grassi

Ali Cherri - Photo Dmitry Kostyukov

Fickle geographies ENG

Within the exhibition that transforms Palazzo Grassi into a vast installation, a labyrinth of real and unreal spaces filled with works, sculptures, and drawings where inner and outer worlds collide. Ali Cherri presents The Book of Mud for one day only, December 4 at 5:30 pm. The Lebanese Paris-based multidisciplinary artist conceives the piece as an exploration of the past and the ways it inscribes itself physically: eroding, reshaping, reforming through upheaval and destruction. Cherri becomes narrator in dialogue with writers in English and Arabic, joined by performers and live music. Together they unfold the “bible” of mud: a story of shifting geographies, elemental forces, cracked and fragmented terrains. Mud, neither earth nor water but both, embodies an intermediate state rich in imagination. Rooted in mythologies, it symbolizes creation – Adam, the Golem, Gilgamesh – all born of mud. For Cherri, mud is container and water within, brick grounding us to home, river carrying us elsewhere. Artifacts sealed in mud bricks accompany the work, returning worldly values to the soil. A silkscreen shows bricks drying in the sun, uniting earth and water as foundations of civilization. His interest stems from a broader reflection on the material imagination of elements, linking nature, reality, and perception.

Nel contesto di una mostra che fa di Palazzo Grassi una grande installazione, un labirinto di spazi fisici e irreali abitati da opere, sculture e disegni in cui collidono mondi interiori ed esteriori e convergono ricordi, sogni e proiezioni, un universo immaginifico creato da Tatiana Trouvé, trova posto perfetto solo per un giorno – il 4 dicembre alle ore 17.30 –, e solo per la durata della sua perfomance, Ali Cherri con The Book of Mud. Nell’atrio di Palazzo Grassi, l’artista multidisciplinare libanese (Beirut, 1976), che vive e lavora a Parigi, concepisce The Book of Mud come un’esplorazione del passato e dei modi in cui esso si inscrive fisicamente: erodendo, modellando, riformando, diventando sé stesso attraverso sconvolgimenti e distruzione. Cherri si fa narratore in dialogo con scrittori sia in inglese che in arabo, accompagnati da performer e da un musicista dal vivo. Insieme svelano la storia del fango come una sorta di “bibbia”: «[...] Una storia di geografie in perpetuo mutamento, di forze elementari e di terreni che si crepano, rombano e si frantumano nel corso di eoni in nuove formazioni topografiche. Se il fango avesse una sua memoria, cosa riterrebbe degno di essere ricordato?». Il Libro del Fango è un manifesto, una fantasticheria, una storia di terra e acqua. Dalle inondazioni e dai diluvi alla siccità e alla scarsità d’acqua, il fango è la materializzazione della realtà acquatica del nostro mondo. Né terra né acqua, ma anche entrambe, il fango incarna uno stato intermedio, uno spazio ricco di immaginazione. «Il fango come elemento fondamentale si ritrova in tutte le mitologie» racconta Ali Cherri. «Il fango rappresenta la Creazione. Adamo è stato creato dal fango, il Golem è di fango e il Gilgamesh pure. Nella storia dell’umanità il fango è un elemento che ritorna sempre. Ed io sono interessato a come fango e fuoco generano la vita». In questo libro di ricordi, Cherri interpreta il fango come il contenitore e l’acqua al suo interno, come il mattone che ci radica al luogo e alla casa, e il fiume che ci trasporta verso l’esplorazione di altri luoghi. Profondamente radicato nelle narrazioni della creazione, il fango fonda la vita in un ciclo che trova sempre la sua strada per tornare alla terra. I manufatti, raccolti e racchiusi in mattoni di fango, accompagnano il libro per simboleggiare questo processo senza tempo. I valori mondani incarnati da questi oggetti vengono nuovamente “radicati”, restituiti alla terra da cui provengono. Una serigrafia raffigura un campo di mattoni di fango che asciugano al sole, unendo terra e acqua come elementi costitutivi della civiltà. «Il mio interesse per il fango è nato da una più ampia riflessione sull’immaginario materiale degli elementi. Si tratta di un pensiero estetico caratterizzato dal rapporto tra il mondo degli elementi naturali, la realtà che ci circonda, e il mondo delle immagini e delle percezioni». La performance è preceduta, alle ore 16 al Teatrino, da un incontro tra Ali Cherri e Bruno Racine, direttore di Palazzo Grassi – Punta della Dogana, moderato da Christina Hainzl, University Krems. Ali Cherri. The Book of Mud 4 dicembre h. 17.30 Palazzo Grassi (Atrio) www.pinaultcollection.com

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arte DIALOGHI

La dimensione della notte Partiture multiple Installazioni e sculture, opere video e audio, tutte nuove produzioni commissionate per l’occasione, restituiscono molteplici percorsi, individuali e collettivi, che si sono avvicendati o temporaneamente intrecciati, ponendosi in dialogo con il programma tematico One Year Score proposto da Scuola Piccola Zattere, che sostiene la sperimentazione artistica e promuove la produzione collettiva e condivisa di conoscenza. Stiamo parlando della collettiva R.S.V.P. Résonnez, S’il Vous Plaît, a cura di Irene Calderoni e Margherita Falqui, da poco inaugurata e visitabile fino al 6 aprile 2026, che riunisce opere e progetti di Aliaskar Abarkas, Nabil Aniss, Diana Anselmo e del gruppo Osservatorio Sant’Anna (formato da Maria Eugenia Frizzele e dal duo Lemonot/Sabrina Morreale e Lorenzo Perri). Il processo di ricerca dei giovani artisti si è sviluppato attraverso una pluralità di formati, quali workshop, incontri discorsivi ed eventi performativi, connettendo diversi ambiti espressivi e disciplinari, arti visive, performative, curatela, cinema, architettura e design. Il titolo della mostra richiama la teoria dei cicli RSVP di Lawrence e Anna Halprin, l’architetto paesaggista e la coreografa e danzatrice il cui percorso artistico individuale fu generato da una reciprocità incessante. Il sistema RSVP valorizza la dimensione circolare e collaborativa della creazione, formulando un’idea di processo che implica un continuo confronto, un’attitudine all’ascolto, a partire dalla nozione di score, “partitura”. Il gioco di parole del titolo – Résonnez, S’il Vous Plaît – evoca quindi una dinamica corale che attraversa le ricerche dei quattro artisti in mostra. Da non perdere. M.M. ENG Original installations, sculptures, video and audio works trace multiple individual and collective paths, dialoguing with One Year Score, the program of Scuola Piccola Zattere supporting experimentation and shared knowledge. The group show R.S.V.P. Résonnez, S’il Vous Plaît, (with ‘résonner’ being French for ‘resound’) curated by Irene Calderoni and Margherita Falqui, runs until April 6, 2026, featuring Aliaskar Abarkas, Nabil Aniss, Diana Anselmo, and Osservatorio Sant’Anna. Developed through workshops, talks, and performances, the exhibition recalls Lawrence and Anna Halprin’s RSVP cycles, emphasizing circular, collaborative creation and a choral dynamic across the artists’ research. R.S.V.P. Résonnez, S’il Vous Plaît Fino 6 aprile 2026 Scuola Piccola Zattere www.scuolapiccolazattere.com

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Non marmo, ma vetro. Abiti rifiniti di drappeggi così dettagliati da rievocare le opere di Canova, eppure vuoti dei corpi che li dovrebbero indossare. Sono figure evanescenti, sospese tra materia e spirito le quattro sculture di Karen LaMonte che fino al 28 febbraio abitano le Sale Canoviane del Museo Correr in occasione del primo capitolo del ciclo Dialoghi Canoviani, dedicato all’incontro tra la scultura di Antonio Canova e la ricerca contemporanea. Accanto al gruppo di Dedalo e Icaro, alla statua di Orfeo ed Euridice e tra la Sala delle Fotografie di Fabio Zonta e quella dei Bozzetti, i quattro Nocturnes dell’artista statunitense invitano il visitatore a riflettere sulla relazione tra classico e contemporaneo, pienezza e vuoto, visibile e invisibile. Le sculture di LaMonte, realizzate in vetro dalle tonalità profonde del blu e del grigio, evocano la quiete e il mistero del notturno. La luce, modulata con precisione, diventa parte integrante dell’opera: attraversa la materia trasparente, ne rivela le superfici, suggerendo un movimento lieve, come di un respiro o di una brezza che sfiora i tessuti. L’esposizione, curata da Chiara Squarcina ed Eraldo Mauro, mette in dialogo il linguaggio neoclassico di Canova con la poetica visionaria di Karen LaMonte, artista nota per le sue sculture in vetro, ceramica e bronzo che indagano l’identità, la presenza e l’assenza del corpo umano attraverso l’abito. Nel gruppo dei Nocturnes, LaMonte esplora la dimensione della notte come spazio di introspezione e metamorfosi: le sue figure rievocano i drappeggi canoviani ma ne sovvertono la funzione, trasformandoli in segni di un corpo assente, di una presenza suggerita più che mostrata. Diletta Rostellato ENG Not marble, but glass. Garments with drapery so finely detailed they recall Canova’s art, yet emptied of the bodies meant to wear them. Four ethereal sculptures by Karen LaMonte find home at the Canova Rooms of the Museo Correr until February 28, inaugurating Dialoghi Canoviani, a cycle exploring encounters between Canova’s neoclassicism and contemporary research. LaMonte’s Nocturnes invite reflection on classical and contemporary, fullness and void, visible and invisible. Cast in deep blue and grey glass, they evoke nocturnal stillness and mystery, with light revealing surfaces in subtle motion. Curated by Chiara Squarcina and Eraldo Mauro, the exhibition stages a dialogue between Canova’s language and LaMonte’s visionary poetics, where drapery becomes the trace of an absent body, a presence suggested rather than shown. Dialoghi Canoviani. Karen LaMonte. Nocturnes Fino 28 febbraio 2026 Museo Correr, piano primo, Sale Canoviane correr.visitmuve.it


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arte PERSONALI

Photo Irene Fanizza

Meccanico della memoria Terry Atkinson: parola, immagine, storia e politica Solo due sale, otto pareti, potrebbero sembrare riduttive per una personale, tuttavia la mostra dedicata a Terry Atkinson (Thurnscoe, 1939) nelle Sale Dom Pérignon al secondo piano di Ca’ Pesaro offrono una sintesi visiva potente di oltre cinquant’anni di attività dell’artista inglese, mettendo in dialogo parola, immagine, storia e politica. Ogni opera è come uno sparo, che ti colpisce diretto tra gli occhi e lo stomaco. L’artista è un motore di significati è il titolo azzeccatissimo dell’esposizione, curata da Elisabetta Barisoni e Elena Forin. Terry Atkinson si presenta con un nucleo significativo di opere che attraversano le diverse fasi della sua ricerca e che restituiscono la tensione tra pensiero e visione, tra concetto e immagine. Le sue creazioni affrontano le dinamiche del potere e della rappresentazione, collegando i conflitti della storia – come le guerre e i loro linguaggi politici – alle forme espressive dell’arte. Ogni segno, parola o simbolo diventa per l’artista una lente attraverso cui indagare i meccanismi del sapere e della comunicazione. Nella prima sala, dominata da una grande pittura su carta dedicata al conflitto del Vietnam, si apre il racconto sull’uso che Atkinson fa della pittura come forma di analisi politica e morale. Le Goya Series e gli Enola Gay riflettono sulla rappresentazione dei conflitti e sul linguaggio modernista della memoria: Goya è per Atkinson un punto di riferimento critico più che stilistico, mentre i cieli colorati degli Enola Gay celano la sagoma del bombardiere di Hiroshima, evocando il fragile equilibrio tra silenzio e tragedia. Il ciclo Russel sposta l’attenzione sulla parola come nucleo concettuale dell’opera: termini come I (io) e This (questo) diventano strumenti per interrogare il rapporto tra soggetto, esperienza e storia. Terry Atkinson. L’artista è un motore di significati Fino 1 marzo 2026 Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna capesaro.visitmuve.it

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Completano l’esposizione numerosi disegni dagli anni Sessanta al 2020, che documentano l’evoluzione coerente dell’intreccio tra testo e immagine: dai lavori legati ad Art & Language – collettivo di cui è fondatore, nel 1968, insieme a David Bainbridge, Michael Baldwin e Harold Hurrell – fino alle serie più recenti dedicate ai conflitti irlandese e americano. La mostra è un’indagine sulla complessità della storia e sul potere dell’arte di restituire consapevolezza, oltre la superficie delle immagini. Partendo dal lavoro del gruppo Art & Language, Atkinson ha contribuito a ridefinire il ruolo dell’artista come teorico e interprete critico dei sistemi dell’arte e della cultura. Ne esce nel 1974 per l’emergere di posizioni non coerenti col suo pensiero, che lo portano a percorrere nuovamente il proprio cammino in maniera individuale. Da allora la sua pratica si orienta verso un’indagine più personale e riflessiva, in cui storia, linguaggio e immagine diventano strumenti per investigare la società contemporanea. ENG Just two rooms and eight walls might seem limiting for a solo exhibition, yet the show dedicated to Terry Atkinson (b. 1939 in Thurnscoe, England) in the Dom Pérignon Halls at Ca’ Pesaro offers a powerful visual synthesis of over fifty years of the English artist’s work, engaging word, image, history, and politics. Each piece strikes directly at the viewer, embodying the exhibition’s apt title: “The Artist Is an Engine of Meaning,” curated by Elisabetta Barisoni and Elena Forin. Atkinson presents a significant core of works spanning his career, reflecting the tension between thought and vision, concept and image. His creations address power dynamics and representation, linking historical conflicts, such as wars and their political languages, to artistic expression. Every mark, word, or symbol becomes a lens for investigating knowledge and communication.


Photo Luca Chiaudano

Anima liquida Jaume Plensa, il vetro e Carlo Scarpa Lo spazio senza tempo del Negozio Olivetti in Piazza San Marco, progettato da Carlo Scarpa per Adriano Olivetti, si apre a Water’s Soul, la mostra che celebra il ritorno a Venezia di Jaume Plensa, organizzata dal FAI in collaborazione con Fondazione Berengo e curata da Jean Blanchaert. Dopo il successo di Together nella Basilica di San Giorgio Maggiore nel 2015, l’artista catalano torna per approfondire il suo dialogo con il vetro, materiale fragile e luminoso che diventa qui sostanza poetica, respiro, memoria d’acqua. Plensa, tra i maggiori scultori contemporanei, indaga da sempre la tensione tra corpo e spirito, silenzio e parola. In questa mostra, la sua ricerca assume un tono quasi mistico: il vetro, fuso e modellato a Murano con la tecnica del casting, riflette la luce e ne trattiene il mistero, come se l’acqua veneziana avesse trovato una forma stabile per raccontarsi. La lastra color laguna di Laguna, con due teste che sembrano parlarsi attraverso un respiro invisibile, apre il percorso con un omaggio alla città; accanto, il Nudo al sole di Alberto Viani, posato su una superficie d’acqua, rinnova il legame con l’elemento naturale che definisce Venezia. Le diciassette sculture esposte dialogano con lo spazio di Scarpa che Plensa definisce “un tempio di luce e misura”. I busti traslucidi dalle palpebre chiuse, tipici del suo linguaggio, si alternano ai tavolini e alle mensole dove un tempo poggiavano calcolatori e macchine da scrivere Olivetti: un incontro tra l’artigianato muranese e la meccanica moderna, tra il gesto artistico e la memoria del lavoro. È un allestimento che rispetta lo spirito originario del luogo, concepito da Olivetti come vetrina industriale ma anche come spazio di cultura. Plensa afferma che «l’acqua ha una voce e noi dobbiamo imparare ad ascoltarla». In effetti, in Water’s Soul ogni scultura sembra sospesa in un silenzio sonoro, come se il vetro stesso parlasse con il Jaume Plensa. Water’s Soul Fino 6 gennaio 2026 Negozio Olivetti, Piazza San Marco 101 fondoambiente.it

ritmo lento delle maree. L’opera che dà il titolo alla mostra – già nota a New York, dove un volto alto ventiquattro metri emerge dal fiume Hudson con un dito sulle labbra – diventa qui metafora dell’ascolto e del raccoglimento, un invito a ritrovare la calma nel flusso caotico del mondo. Con le sue sculture disseminate da Chicago a Tokyo, Plensa continua a costruire un linguaggio universale fatto di luce e ombra, materia e respiro. Al Negozio Olivetti, il vetro di Murano diventa il tramite di una contemplazione limpida e umanissima: una meditazione sulla trasparenza, sull’identità e sulla fragile bellezza di ogni essere che, come Venezia, vive sospeso tra acqua e cielo. Irene Machetti ENG The Olivetti Shop in Piazza San Marco, designed by Carlo Scarpa for Adriano Olivetti, hosts Water’s Soul, celebrating Jaume Plensa’s return to Venice. Organized by FAI with Fondazione Berengo and curated by Jean Blanchaert, the exhibition deepens Plensa’s dialogue with glass, a fragile, luminous material turned into poetic substance and memory of water. Plensa, among the leading contemporary sculptors, explores the tension between body and spirit, silence and word. Here, Murano glass – cast and shaped – captures light as if Venetian water had found form. Works like Laguna, with two heads breathing invisibly, pay tribute to the city, while Alberto Viani’s Nudo al sole renews Venice’s bond with nature. Seventeen sculptures converse with Scarpa’s “temple of light and measure.” Translucent busts with closed eyes alternate with Olivetti’s historic furnishings, merging Murano craft and modern mechanics. Plensa affirms, “Water has a voice and we must learn to listen.” Each piece seems suspended in resonant silence, echoing tides. The titular work – known in New York as a 24-meter face rising from the Hudson –becomes metaphor of listening and recollection. At the Olivetti Shop, Murano glass offers a meditation on transparency, identity, and fragile beauty, like Venice itself, poised between water and sky.

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arte

PALAZZO GRIMANI MAO XUHUI

Verità interiori Intervista Mao Xuhui di Mariachiara Marzari Da decenni l’arte contemporanea cinese si è aperta alla conoscenza internazionale, grandi maestri e innumerevoli artisti restituiscono un mondo sempre più globalizzato dove Oriente e Occidente si confondono, tuttavia l’indagine visiva è spesso superficialmente indagata e non capita di frequente l’opportunità di entrare in profondità nella poetica creativa di un artista orientale. L’occasione ci è offerta dalla mostra ospitata al Museo di Palazzo Grimani: Mao Xuhui: Emergence of the Patriarch, curata da Lü Peng, Li Guohua e Carlotta Scarpa e organizzata da L-ART∙GALLERY con Manuela Schiavano. Per la prima volta in Italia siamo davanti alle opere di una delle figure più influenti dell’avanguardia artistica cinese contemporanea, Mao Xuhui. La mostra presenta una selezione di 43 opere che ripercorrono cinquant’anni di ricerca pittorica, offrendo una lettura complessa e stratificata del lavoro dell’artista. Formatosi all’Università delle Arti dello Yunnan – dove attualmente insegna presso il College di Scienze Umane –, la carriera di Mao Xuhui (nato nel 1956 nella provincia del Sichuan) si intreccia con la nascita dell’arte contemporanea in Cina, in particolare grazie al suo ruolo di cofondatore del Southwestern Art Research Group di Kunming e alla partecipazione al movimento ‘85 New Wave, che segnò una svolta decisiva nella scena artistica del Paese. In quegli anni di grandi trasformazioni, Mao Xuhui elabora una pratica che definisce “life painting”: un linguaggio denso di tensione emotiva, capace di riflettere in modo diretto la realtà sociale e culturale della Cina sudoccidentale. Pur ispirandosi alla tradizione, l’artista ne rinnova radicalmente la struttura, trasformandola in una riflessione esistenziale e concettuale. La passione e l’urgenza di esprimersi emerge potente tanto dalle sue opere quanto dalle sue stesse parole nell’intervista che segue. Una retrospettiva che permette la lettura profonda del suo percorso artistico fortemente connotato, dove è chiaro lo sguardo rivolto al passato ma filtrato attraverso gli occhi del presente. Quali modelli hanno orientato maggiormente il suo cammino? Dal momento in cui ho iniziato a studiare pittura fino a oggi sono passati quasi cinquant’anni; in ogni periodo della mia vita i riferimenti artistici sono stati diversi, e il loro influsso si è stratificato in una forma di influenza complessiva. Ma, se proprio dovessi elencarli, direi che durante gli anni di studio, Cézanne ha avuto su di me un impatto profondo; dopo la laurea, Munch e Picasso hanno esercitato una forte influenza. Il concetto di forma di Cézanne mi accompagna tutt’oggi: le sue opere possono risultare enigmatiche, e solo negli ultimi anni ho compreso profondamente il suo approccio. Ha passato tutta la vita a dipingere opere che gli altri trovavano difficili da decifrare: questo lascia un’impressione indelebile. Mao Xuhui. Emergence of the Patriarch Fino 1 febbraio 2026 Museo di Palazzo Grimani, Ramo Grimani 4858

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Inoltre, alla fine degli studi, tra il 1982 e il 1983, mi trovavo a dover affrontare il progetto di diploma; in quel periodo vidi contemporaneamente a Pechino e a Kunming opere dell’Espressionismo tedesco e una personale di Munch. Questo ebbe su di me un enorme impatto, come una forte chiamata. Attraverso le sue opere e quelle dell’Espressionismo tedesco sentii di poter finalmente iniziare a creare. Munch affrontava questioni che noi, allora, avvertivamo come urgenti: i vari aspetti dell’essere umano, la sofferenza, la vita e la morte, la depressione, la solitudine, la paura… Tutte tempeste interiori che non sono visibili a occhio nudo, ma che ognuno sperimenta nella vita. Ed è proprio questa verità interiore la chiave della creazione. Munch riusciva a rivelare ciò che si cela nel profondo dell’esperienza umana: per me è stato, ed è ancora, un punto di riferimento assoluto. Quando mi manca la sensibilità o quando la vita mi sembra opaca, penso alle sue opere, sfoglio i suoi cataloghi e ricordo l’emozione di aver visto i suoi originali. Picasso, invece, per me rappresenta molte cose. Era incredibilmente dotato, padroneggiò da giovanissimo le tecniche accademiche e, una volta entrato nella modernità, mostrò una ricchezza inesauribile di trasformazioni. La sua libertà creativa, nella pratica e nello spirito, è sempre stata un incoraggiamento per me: quando mi sento scoraggiato o privo di ispirazione, penso a lui e ritrovo energia. Cézanne, dal canto suo, perseguiva la forma con ostinazione, ma il nucleo del suo pensiero era il concetto di totalità: non soffermarsi sui dettagli. Questo può disorientare chi viene da una formazione accademica, perché siamo abituati a dipingere i particolari; Cézanne invece lavorava da subito sull’insieme. È il modello che seguo oggi: mantenere sempre la visione complessiva del quadro, controllarlo a partire dalla totalità. Per queste ragioni, questi tre artisti hanno avuto un’influenza profondissima su di me. Come definirebbe il suo linguaggio visivo? A dire la verità, non sono un formalista: credo che l’arte debba esprimere qualcosa, non limitarsi all’osservazione superficiale del


Inner Truths

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Contemporary Chinese art has become increasingly visible on the international stage, yet opportunities to explore the creative vision of its leading figures in depth remain rare. The exhibition Mao Xuhui: Emergence of the Patriarch at Venice’s Palazzo Grimani offers just such an occasion, presenting 43 works that span fifty years of Mao Xuhui’s influential career. A key figure in China’s avant-garde, Mao’s art reflects a complex dialogue between tradition and innovation, personal experience and collective history. In this interview, Mao Xuhui shares insights into his artistic journey, influences, and the emotional and cultural layers that shape his work.

Mao Xuhui, Self-Portrait in the Bathroom No.2, 2006

mondo – come i cambiamenti di luce e colore dell’Impressionismo –, ma piuttosto focalizzarsi sulle trasformazioni interiori, sulla luce dell’anima. Cerco, a partire dalla mia esperienza di vita, il metodo espressivo più adeguato: che sia nell’uso del colore, della pennellata, della costruzione dell’immagine o della deformazione della figura. Naturalmente la deformazione deve nascere come linguaggio naturale da un sentimento interiore autentico, non essere un esercizio formale; deve poggiare su un’esperienza profonda e, su quella base, trovare la forma di espressione più adatta. Questo linguaggio non è definitivo: il modo in cui viviamo e percepiamo il mondo cambia, e anche davanti allo stesso tema, la profondità dell’esperienza porta a risultati diversi. Per me la priorità è esprimere la verità interiore, lo stile viene dopo. Negli anni ‘80 definivo questa ricerca di autenticità “Nuova Figurazione”: credevo, e credo tuttora, che la forma possa generare una forza invisibile. Nelle sue opere i soggetti ritratti, le atmosfere e i colori sono andati via via connotandosi di una forte tensione emotiva. Dalla luce e dall’impressione dell’istante dal vero, all’Espressionismo, fino al Simbolismo. Quali emozioni sprigionano le sue tele? Voglio evocare un’espressione autentica. Ma che cos’è, davvero, l’autenticità? È la prima domanda che mi sono posto quando ho iniziato a creare negli anni ‘80. È forse sufficiente dipingere ciò che l’occhio vede, il mondo superficiale? Io credo di no. Munch, ad esempio, rappresentava soprattutto il senso concreto dell’esistenza personale: un sentimento che l’occhio fatica a percepire, ma che sperimentiamo tutti i giorni – emozioni, passioni, desideri, tormenti. Queste tempeste interiori invisibili sono il nucleo essenziale della creazione. È questa la vera autenticità: la verità dell’interiorità.

A retrospective that allows for an in-depth reading of your highly distinctive artistic career, where your gaze towards the past, expressed through the eyes of the present, is clear. Which models have most influenced your career? Since I began studying painting, nearly fifty years have passed; in each period of my life, different artistic references have influenced me, layering into a comprehensive influence. If I had to list them, I’d say that during my student years, Cézanne had a profound impact on me; after graduation, Munch and Picasso became strong influences. Cézanne’s concept of form still accompanies me: his works can seem enigmatic, and only in recent years have I truly understood his approach. He spent his life painting works others found hard to decipher – this leaves an indelible impression. At the end of my studies, around 1982–83, I was working on my graduation project; at that time, I saw works of German Expressionism and a Munch solo show in Beijing and Kunming. This had a huge impact on me, like a powerful calling. Through Munch and German Expressionism, I felt I could finally begin to create. Munch addressed issues we felt were urgent: aspects of being human, suffering, life and death, depression, loneliness, fear. Inner storms invisible to the eye but experienced by all. This inner truth is the key to creation. Munch could reveal what lies deep in human experience: for me, he remains a reference point. When I lack sensitivity or life seems dull, I think of his works, leaf through his catalogues, and recall the emotion of seeing his originals. Picasso, for me, represents many things. He was incredibly gifted, mastering academic techniques young, and once he entered modernity, he showed inexhaustible richness in transformation. His creative freedom, in practice and spirit, has always encouraged me: when I feel discouraged or uninspired, I think of him and regain energy. Cézanne pursued form with determination, but the core of his thinking was totality: not focusing on details. This can disorient those with academic training, as we’re used to painting details; Cézanne worked from the whole. This is the model I follow today: always keep the overall vision of the painting, controlling it from the totality. For these reasons, these three artists have had a profound influence on me. How would you define your visual language? Honestly, I’m not a formalist: I believe art must express something, not just observe the world superficially, like the changing light and colour of Impressionism, but focus on inner transformations, the light of the soul. I seek, from my life experience, the most suitable expressive method: whether in colour, brushwork, image construction, or figure deformation. Of course, deformation must arise naturally from genuine inner feeling, not as a formal exercise; it must be based on deep experience and, from there, find the most fitting form of expression.

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arte

PALAZZO GRIMANI MAO XUHUI All’evoluzione visiva si è affiancata una evoluzione tematica. Quanto del suo passato e della sua vita rimane impresso nelle sue opere? E in quale rapporto si è posto rispetto all’identità culturale e alla memoria collettiva del suo Paese? Tutte le mie opere conservano tracce della vita: alcune sono impressioni momentanee, altre derivano dai duri colpi dell’esistenza, la vita, la morte. Alla mia età, come Munch, ho vissuto la perdita di familiari e amici; attraverso l’arte cerco di elaborare il lutto e nel percorso dell’espressione trovo una forma di elevazione personale. Negli anni ’80, opere come Coppia nella stanza di cemento o Due persone nella stanza di cemento erano un’espressione dei sentimenti legati alla vita familiare. La convivenza porta con sé molti problemi: conflitti, incomprensioni, differenze. All’epoca non avevo esperienza né educazione in merito. Quelle opere parlano di un’emotività difficile da definire, ma molto concreta. La serie Forbici in bianco e nero del 2007, invece, è la mia risposta alla morte di mio padre: in quel momento non riuscivo a usare i colori, ma desideravo esprimermi attraverso la pittura, così ho lavorato solo in bianco e nero. Alcune di queste opere sono presenti in mostra. Per quanto riguarda identità culturale e memoria collettiva, non le cerco intenzionalmente. Sono cinese, vivo in Cina: il quotidiano – politica, società, tradizione, contemporaneità – entra naturalmente nei miei lavori. Vorrei che il pubblico, anche internazionale, potesse percepire attraverso le mie opere cosa significa vivere in un luogo per lui sconosciuto. Come noi, guardando Munch, percepiamo l’Europa, la Norvegia, il Nord – così spero che i miei lavori trasmettano la sensazione concreta del vivere a Kunming, nello Yunnan, persino nel mio vecchio quartiere: il complesso residenziale di Heping Village. Attraverso le sue opere, quale Cina e quale contemporaneo emergono? Voglio raccontare una Cina moderna. Non viviamo nell’antichità, né nel XIX secolo. Il nostro Paese è passato da impero feudale a stato moderno nel 1912. Io sono un artista nato negli anni ‘50 e ho attraversato trasformazioni complesse: le rivoluzioni degli anni ‘60, la Riforma e Apertura alla fine dei ‘70, la globalizzazione degli anni ’90, fino al periodo successivo alla pandemia. Ogni fase ha lasciato tracce e influenze nel mio lavoro. Tuttavia non credo di essere un rappresentante assoluto del mio Paese, né porto avanti un’idea “concettuale” della Cina: ciò che prevale è l’esperienza personale. Voglio sottolineare che sono un essere umano che vive in una regione specifica della Cina; la vita dei miei genitori, come la mia, appartiene a questo luogo. Anche questo è un frammento della storia nazionale. Un’altra cosa: l’arte moderna cinese nasce negli anni ‘20 e ‘30 del Novecento. Penso a Lin Fengmian, pioniere del modernismo cinese: nato nel 1900, studiò a Parigi negli anni ‘20 e portò la modernità nella pittura cinese, fondando anche la moderna educazione artistica. La sua teoria e pratica della sintesi tra Oriente e Occidente hanno lasciato un’eredità duratura. L’arte moderna cinese, dunque, è intrecciata con l’arte europea già dal XX secolo, e su questa base si è sviluppata con direzioni e stili propri.

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Nelle sue opere è ricorrente la presenza delle forbici. Quale significato assumono nella sua poetica? Ho iniziato a dipingere questo soggetto nel 1994 e l’ho portato avanti per una decina d’anni; ora non lo dipingo più. Per me era una forma, un’immagine da indagare nella sua significazione. In quegli anni un artista fondamentale per me è stato Morandi, che viveva a Bologna. Lui dipingeva ogni giorno bottiglie e vasi, in modo magistrale. All’inizio non capivo come fosse possibile dedicarsi per anni allo stesso soggetto, ma il suo esempio mi ha incoraggiato molto, soprattutto nella fase centrale e finale della serie delle forbici. Per un artista è del tutto legittimo partire da un’immagine e trattarla come un tema di ricerca, riempiendola ogni volta di emozioni nuove. In quel periodo le mie forbici iniziarono anche a essere richieste dalle mostre: gli anni ‘90 premiavano la riconoscibilità simbolica dell’opera. Un invito portava un altro invito, e tutti chiedevano lavori simili. D’altra parte, questo soggetto mi permetteva di esplorare infinite variazioni: rosso, verde, giallo, bianco e nero; forbici capovolte, voltate, aperte, chiuse. Un esercizio che non avevo mai fatto prima e che si rivelò sorprendentemente ricco e sottile. Quando apparvero per la prima volta, nel 1994, le forbici avevano anche un significato legato alla mia vita quotidiana: dal 1993 avevo problemi di salute e prendevo molte medicine, sia occidentali che tradizionali. Le forbici per tagliare le pillole erano sempre sul mio tavolo. Inoltre, nei primi anni ‘90 l’arte cinese stava entrando nel panorama internazionale dominata dal Political Pop e dal Cynical Realism; dopo alcuni mesi a Pechino sentii che non volevo seguire le mode, e iniziai a concentrarmi sulla vita di tutti i giorni. Così le forbici comparvero naturalmente nelle mie opere. Poi mi accorsi che quell’immagine aveva una grande forza visiva. Ne feci un simbolo e una sorta di alter ego: poteva esprimere rabbia o calore. Aveva una natura ambivalente molto particolare. Potevo riempirla di emozioni diverse: una forbice rossa e verticale può evocare due mani giunte; capovolta trasmette una sensazione completamente diversa. Ogni inclinazione cambiava la tensione. A volte aggiungevo elementi della mia vita quotidiana: interni domestici, scenari del mio quartiere, riferimenti al corpo. Era anche una forma di autoanalisi. Le forbici potevano essere aggressive, persino minacciose: le usavo per esprimere sentimenti intensi. Come sceglie i soggetti dei suoi dipinti? Sono ritratti di persone reali o immaginarie? Da dove trae ispirazione? Cerco sempre, a partire dalla mia esperienza di vita, il metodo espressivo più adatto. Alcuni soggetti nascono da impressioni momentanee, altri da eventi significativi, come la vita e la morte dei miei familiari. Ad esempio, i miei genitori mi portarono a vivere nello Yunnan quando ero neonato, e lì trascorsero tutta la loro vita fino alla morte. Provenivano da Chongqing, ma per motivi legati alla rivoluzione si trasferirono in Yunnan, cambiando così il nostro destino. La serie Forbici in bianco e nero del 2007 è una risposta alla morte di mio padre. In generale, i miei soggetti e la mia ispirazione derivano principalmente dalla mia esperienza di vita e dai sentimenti interiori.


This language is not definitive: the way we live and perceive the world changes, and even with the same theme, the depth of experience leads to different results. For me, expressing inner truth is the priority; style comes after. In the 1980s, I called this search for authenticity “New Figuration”: I believed, and still do, that form can generate an invisible force.

Mao Xuhui, Into Lijiang, 1978

Your visual evolution has been accompanied by a thematic evolution. How much of your past and your life remains imprinted in your works? And what is your relationship with the cultural identity and collective memory of your country? All my works retain traces of life: some are momentary impressions, others stem from life’s harsh blows: life, death. At my age, like Munch, I’ve experienced the loss of family and friends; through art, I try to process grief, and in the process of expression, I find a form of personal elevation. In the 1980s, works like Couple in the Concrete Room or Two People in the Concrete Room expressed feelings tied to family life. Living together brings many problems: conflict, misunderstanding, differences. At the time, I had no experience or education in this. Those works speak of an emotion hard to define, but very real. The Black and White Scissors series from 2007, on the other hand, is my response to my father’s death: at that time, I couldn’t use colour, but I wanted to express myself through painting, so I worked only in black and white. Some of these works are in the exhibition. As for cultural identity and collective memory, I don’t seek them intentionally. I am Chinese, I live in China: daily life… politics, society, tradition, contemporaneity, naturally enters my work. I hope that viewers, even international ones, can perceive through my works what it means to live in a place unknown to them. Through your works, what kind of China and what kind of contemporary emerge? I want to depict a modern China. We don’t live in antiquity, nor in the nineteenth century. Our country became a modern state in 1912. I was born in the 1950s and have lived through complex transformations: the revolutions of the 1960s, the Reform and Opening of the late 1970s, the globalization of the 1990s, and the post-pandemic period. Each phase has left traces and influences in my work. However, I don’t see myself as an absolute representative of my country, nor do I pursue a “conceptual” idea of China: what prevails is personal experience. I want to stress that I am a human being living in a specific region of China; my parents’ lives, like mine, belong to this place. This too is a fragment of national history.

Mao Xuhui, Scissors Accompanying Your Troubles, 1995

How do you choose the subjects of your paintings? Are they portraits of real or imaginary people? Where do you draw your inspiration from? I always seek, starting from my life experience, the most suitable expressive method. Some subjects arise from momentary impressions, others from significant events, like the life and death of my family members. For example, my parents brought me to Yunnan as a newborn, and they spent their entire lives there until their deaths. They came from Chongqing, but due to the revolution, they moved to Yunnan, changing our destiny. The Black and White Scissors series from 2007 is a response to my father’s death. In general, my subjects and inspiration mainly derive from my life experience and inner feelings.

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arte REVIEW

Zeng Fanzhi, Near and Far / Now and Then Scuola Grande della Misericordia (Venezia, 17 aprile -30 settembre 2024) © Enrico Florese

I guardiani dell’arte La dimensione dell’esporre in un libro-catalogo imperdibile Quali dinamiche sottendono il progetto espositivo e conservativo di un grande museo? Che cosa si nasconde dietro l’effimero spazio temporale di un allestimento? Come creare le condizioni ottimali per il prestito di un’opera d’arte? Un mondo non visibile, a volte quasi scontato, altre volte sorprendente ed evidente, fatto di un insieme di persone, di professionalità, conoscenza e studio, che interseca architettura, ingegneria, storia dell’arte, sapere artigiano, restauro. Stiamo parlando de Il mestiere invisibile di esporre arte, finalmente raccontato in un libro-catalogo in uscita a dicembre, edito da Marsilio Arte. «L’allestimento espositivo e conservativo di un’opera – afferma Maurizio Torcellan, protagonista e promotore del libro – passa attraverso molteplici teste e mani, e proprio dal riconoscere il valore di questo processo nascono i risultati più affascinanti e memorabili. Quelli da trasmettere alle future generazioni non solo per l’avvicinamento alla professione ma anche per svelare e far comprendere come sia possibile appassionarsi a una disciplina e trasformarla in un lavoro». Dalle grandi mostre internazionali ai delicati interventi su capolavori sensibili realizzati dall’azienda veneziana OTTART, il libro svela come ogni esposizione nasca da un lavoro condiviso, spesso invisibile. Ciò che solitamente resta dietro le quinte appare qui come un vero e proprio laboratorio di pensiero e di azione, in cui la protezione e la valorizzazione delle opere si coniugano per rendere possibile l’incontro con il pubblico. Il volume invita così a riconoscere il valore di queste professionalità “silenziose”, fondamentali per trasformare ogni esposizione in un’esperienza di senso, incontro e memoria. Una serie di saggi e interviste restituisce la complessità di questa diIl mestiere invisibile di esporre arte a cura di Veronica Rodenigo Marsilio Arte, 2025

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mensione dell’esporre, un processo che diventa pratica quotidiana, metodo, responsabilità. Maurizio Torcellan con la sua esperienza si racconta in L’arte di esporre l’arte; seguono i contributi di Luca Massimo Barbero, Protagonisti discreti; e Veronica Rodenigo, Storia di un nuovo inizio. Il cuore del libro è costituito dai dialoghi con professionisti che operano nelle istituzioni e nei cantieri dell’arte: l’architetto Alessandro Pedron, con Il sapere artigiano e la tecnica industriale; Massimo Alvisi e Maurizio Milan, con L’approccio esecutivo; David Landau e l’architetta Annabelle Selldorf, con Il servizio sartoriale; Michele Coppola, con Custodire con l’invisibile; e Karole P. B. Vail, con Un dialogo costante. «Come per chi lavora in un museo o in una struttura espositiva – afferma Luca Massimo Barbero –, il dietro le quinte dell’arte e delle esposizioni è meno noto, discreto, tende a mantenere come una sorta di educazione, un profilo tecnico, tanto efficiente quanto riservato, come se tutta la fatica e l’impegno fossero dedicati alla meraviglia del momento, a quell’attimo che scatta tra il pubblico e le opere e che, ancora oggi, ogni volta, considero una sorta di festa, un dono condiviso. Forse anch’io amo quello scomparire discreto e amo di più i mesi di preparazione e soprattutto le frenetiche giornate degli arrivi delle casse e quando si aprono per svelare il loro ospite che tanto ha viaggiato, come se si salutasse un amico appena arrivato. Alla grande inaugurazione che festeggia la fatica e a cui si arriva spossati, torno con la mente, come in un film di Altman, a coloro insieme ai quali la si progetta, prepara, desidera e costruisce. I giorni dell’allestimento sono fatti di intense giornate e sere, spostandosi attraverso i “passaggi segreti”, tra porte che non saranno più accessibili, del suono dei paranchi e del sussurro che ogni volta ci coglie nel silenzio nel vedere un’opera accomodarsi nel suo spazio o sulla sua parete».


Atlante di pensiero John Baldessari e Fondazione Querini Stampalia: una nuova monografia C’è qualcosa di monumentale e insieme leggerissimo in No Stone Unturned. Conceptual Photography, la nuova monografia dedicata a John Baldessari e pubblicata da Allemandi in occasione della mostra alla Fondazione Querini Stampalia. Curato da Cristiana Collu, il volume si presenta come la più completa pubblicazione mai realizzata in Italia sull’artista californiano che ha reinventato, con ironia e rigore, il linguaggio dell’arte concettuale. Ma più che un semplice catalogo, è un atlante critico: un libro che pensa, che guarda e fa guardare diversamente. L’impianto editoriale, curato graficamente da Designwork, è essenziale e vibrante, fedele allo spirito di Baldessari: pagine che alternano immagini e testi in un ritmo visivo che ricorda le sue combinazioni fotografiche, in bilico tra parola e immagine, concetto e gioco. L’introduzione di Collu, limpida e appassionata, inquadra l’opera di Baldessari come un continuo tentativo di “sovvertire il linguaggio con il linguaggio stesso”. Ai suoi saggi si affiancano contributi di studiosi come Hal Foster, Elio Grazioli, Giovanni Menna, Saretto Cincinelli e Gerardo Mosquera, che affrontano i diversi aspetti di una ricerca che ha reso la fotografia non solo un mezzo, ma un campo di pensiero. L’arco delle opere riprodotte nel volume copre oltre cinquant’anni di carriera, con particolare attenzione al decennio decisivo a cavallo tra Sessanta e Settanta. Da Commissioned Paintings (1969), dove Baldessari ironizza sull’autorialità delegando l’esecuzione dei dipinti, al Cremation Project (1970), gesto iconico di auto-distruzione creativa, fino all’opera-aforisma I will not make any more boring art (1971), che trasformò un ammonimento pedagogico in slogan epocale. Il catalogo restituisce la forza intellettuale di questi gesti, inserendoli in un discorso più ampio sulla fotografia come linguaggio concettuale: le serie Kissing Series, Embed Series, Binary Code Series e Blasted Allegories mostrano un artista che pensa in immagini e scrive con la luce. Ogni capitolo è costruito come una variazione su un tema: la parola John Baldessari. No Stone Unturned. Conceptual Photography Allemandi, 2025 www.querinistampalia.org

che si fa immagine, l’immagine che diventa concetto, l’ironia che diventa struttura. L’apparato iconografico, composto da centinaia di fotografie e materiali d’archivio, non ha funzione illustrativa ma argomentativa: ogni immagine è una tesi, ogni accostamento una domanda. È il Baldessari insegnante e teorico, non meno che artista, quello che emerge da queste pagine. Rispetto alla mostra appena conclusa alla Fondazione Querini Stampalia, che ha offerto una panoramica esperienziale e visiva, il volume invita invece a una lettura lenta e meditativa: è un laboratorio di idee più che un’esposizione su carta. Chi conosce Baldessari vi ritroverà la sua capacità di unire ironia e lucidità; chi vi si accosta per la prima volta scoprirà un pensiero visivo che ha cambiato per sempre il modo di intendere l’arte e il linguaggio. No Stone Unturned è, insomma, un catalogo che non chiude ma apre: non un bilancio, ma una pietra ancora da rovesciare. Baldessari avrebbe sorriso: anche il libro, come l’arte, non serve a dire, ma a chiedere. Irene Machetti ENG No Stone Unturned. Conceptual Photography is a new monograph on John Baldessari, published by Allemandi for the Fondazione Querini Stampalia exhibition and curated by Cristiana Collu. More than a catalogue, it is a critical atlas: the most comprehensive Italian publication on the Californian artist who reinvented conceptual art with irony and rigor. Designed by Designwork, the book alternates images and texts in a rhythm echoing Baldessari’s photographic combinations, balancing word and image, concept and play. Essays by Collu and scholars such as Hal Foster and Elio Grazioli explore Baldessari’s fifty-year career, with focus on the late 1960s–70s: Commissioned Paintings, the Cremation Project, and the iconic I will not make any more boring art. Series like Kissing, Embed, Binary Code and Blasted Allegories reveal his ability to think in images and write with light. Each chapter is a variation, with photographs functioning as arguments rather than illustrations. Unlike the exhibition’s experiential overview, the book invites slow, meditative reading, presenting Baldessari as artist, teacher, and theorist. It is not a conclusion but an opening, art that asks rather than answers.

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arte RESTAURI

Liturgia della meraviglia Un titolo, Bella la vita a Venezia che gioca su tre linee di racconto: Bella come aggettivo e come nome dell’artista, Gabriel Bella appunto; la vita, perché è la quotidianità della città a farsi protagonista; Venezia, che attraverso queste immagini continua la sua secolare tradizione di auto rappresentazione, propaganda e costruzione dell’immaginario collettivo. L’intera collezione dei dipinti di Gabriel Bella diventa protagonista di una mostra monografica che Fondazione Querini Stampalia ospita dal 13 dicembre al 12 aprile 2026. Un corpus di opere capace di esaltare la magnificenza veneziana e di raccontare, attraverso immagini, il mito politico della Serenissima. Non un insieme casuale, ma un progetto iconografico unitario, elaborato probabilmente negli anni Ottanta del Settecento. Gabriel Bella (Venezia, 1730–1799) lavora in anni in cui l’Ottocento è alle porte e, con esso un nuovo modo di fissare il reale attraverso la fotografia. Eppure, già alla fine del Settecento, il suo sguardo sembra parlare quella stessa lingua. Bella osserva la città con una precisione e una sensibilità fotografica: inquadra, isola, registra. Compone come se avesse tra le mani un obiettivo capace di cogliere il movimento e l’immobilità, la folla e il dettaglio, l’eccezionale e l’ordinario. Restituisce con precisione la densità e la teatralità del mondo veneziano. La sua “apparente ingenuità”, quasi fumettistica, diventa così una chiave interpretativa: la visione popolare di una società regolata da cerimonie, rituali, feste, mercati e processioni. Le sue tele sono finestre sul Settecento veneziano: calli, campielli, ponti e scorci che ancora oggi ci parlano con sorprendente familiarità. Restituire questa collezione alla città significa ridare forma a una parte del suo cuore e della sua memoria visiva, preservando un patrimonio che avrebbe rischiato di dissolversi senza l’opera dell’artista. La raccolta Querini – circa 70 tele esposte accanto a incisioni e volumi del fondo storico della Biblioteca, oltre a materiali audiovisivi, tra cui selezioni dell’Istituto Luce e film su Casanova –, si configura così come un atlante della “liturgia della meraviglia” su cui la Serenissima aveva costruito per secoli il proprio mito. M.M. Bella la vita a Venezia 13 dicembre-12 aprile 2026 Fondazione Querini Stampalia www.querinistampalia.org

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Ritorno a Palazzo Un pozzo, Cristo seduto e la Samaritana che, reggendo un’anfora, si sta recando a prendere dell’acqua, mentre due personaggi osservano la scena dall’alto. Sono i protagonisti della magnifica tela di Luca Giordano, acquistata a titolo di prelazione dallo Stato nel 2021, a seguito del fallimento di una casa d’aste veneziana. La successione di piani narrativi permette di conferire alla composizione una grande profondità prospettica, con accenti dati dai colori carichi e brillanti delle vesti e della vegetazione. Il dipinto Samaritana al pozzo è stato riconosciuto come bene culturale, valutato, acquisito e infine assegnato al Museo di Palazzo Grimani nel 2022 in virtù della documentata presenza di altre opere di Luca Giordano all’interno delle raccolte di uno dei membri più illustri della famiglia Grimani di Santa Maria Formosa, il cardinale e mecenate Vincenzo Grimani (Mantova, 1655 – Napoli 1710), che fu viceré di Napoli per incarico della famiglia Asburgo tra il 1708 e il 1710. Collezionista e mecenate, Vincenzo fu tra i più munifici sostenitori dell’artista, che trascorse anche periodi di studio e lavoro a Venezia nella seconda metà del ‘600. L’opera, probabilmente una pala d’altare, è databile agli anni Novanta del Seicento, periodo segnato da una ripresa, da parte di Luca Giordano, dello stile classicista, con richiami evidenti alla tradizione pittorica del Rinascimento romano, in particolare a Raffaello. L’importante intervento di restauro, realizzato nel 2025 dalla restauratrice Claudia Vittori, ha fatto emergere la vivace cromia tipica del pittore napoletano, recuperando profondità prospettica, e ha permesso di riportare alla luce molta superficie pittorica originale, prima coperta da pesanti ritocchi. Nel nuovo allestimento l’opera risplende e restituisce lo spirito più intimo della Collezione Grimani. M.M. Luca Giordano. Samaritana al pozzo Palazzo Grimani museiveneto.cultura.gov.it/musei/museo-di-palazzo-grimani


Giovanni Bellini, Pietà, il dipinto dopo l’intervento di restauro, photo Matteo De Fina - Credits Museo della Città “Luigi Tonini”, Rimini, per gentile concessione

Educazione veneziana A Ca’ d’Oro la Pietà di Giovanni Bellini rimessa a nuovo Un capolavoro del Rinascimento veneziano torna a Venezia, alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro: si tratta dell’eccezionale dipinto di Giovanni Bellini la Pietà (o Cristo morto sorretto da quattro angeli), proveniente dal Museo della Città di Rimini. L’opera, messa in relazione con il San Sebastiano di Andrea Mantegna, è protagonista della mostra dossier che racconta l’importante intervento di restauro appena concluso, voluto e finanziato da Venetian Heritage. Il legame tra i due maestri è segnato dal fatto che Mantegna aveva sposato Nicolosia, sorella di Giovanni Bellini, inserendosi di fatto in una delle più importanti famiglie di pittori veneziani. L’iniziativa, curata da Toto Bergamo Rossi, direttore di Venetian Heritage, e da Giovanni Sassu, già Direttore del Museo della Città di Rimini, ora direttore dei Musei di Cento, è il punto di partenza di un’operazione culturale di ampio respiro che celebra il confronto tra Bellini e Mantegna, ripercorrendo le radici del Rinascimento PadanoVeneto e si inserisce nel più vasto progetto di rinnovamento della Ca’ d’Oro, che chiuderà per la finalizzazione del restauro e riallestimento proprio dopo la chiusura della mostra. La successiva tappa sarà la Morgan Library & Museum di New York per valorizzare l’opera a livello globale e rafforzare l’impegno nella diffusione dell’eredità artistica dei due maestri, proiettando la storia e il significato del Quattrocento sulla scena mondiale. La Pietà fu commissionata a Giovanni Bellini da Rainerio di Lodovico Migliorati, consigliere della famiglia regnante dei Malatesta e figura di primo piano nella vita politica e culturale riminese nell’ultimo terzo del Quattrocento. Databile agli anni ‘70 del Quattrocento, l’opera si ritrova già nel testamento di Rainerio del 1499: a giudicare dallo stile, dalle dimensioni e dall’iconografia, è possibile che il dipinto fosse destinato alla devozione privata nel palazzo di Migliorati e che solo dopo la sua morte abbia trovato collocazione nella sua cappella funeraria nella chiesa di Sant’Antonio, in prossimità della chiesa di Pietà di Giovanni Bellini Fino 6 gennaio 2026 Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro www.cadoro.org

San Francesco, oggi conosciuta con il nome di Tempio Malatestiano, capolavoro dell’architetto Leon Battista Alberti. La commissione in sé racconta la storia di legami intensi tra i domini dei Malatesta a Rimini e la Serenissima Repubblica di Venezia; Rainerio Migliorati fu una figura attiva nella costruzione e nello sviluppo di questi rapporti e furono numerose le sue visite a Venezia. È probabile che in quella del 1470 si concretizzasse la committenza di quest’opera e forse un vero e proprio incontro con l’artista. Dalla cappella dei Migliorati la Pietà passa nel giro di poco tempo a essere esposta nella chiesa di San Francesco, ed è qui che viene documentata da Giorgio Vasari nella sua edizione delle Vite datata 1550. Qui vi rimase fino all’inizio del 1800 per poi entrare nelle collezioni della Pinacoteca Comunale. La storia conservativa di quest’opera è complessa e segnata da interventi cruciali, in particolare il restauro del 1969, condotto da Otello Caprara e Ottorino Nonfarmale, che vide la drastica ma necessaria rimozione dell’originale supporto ligneo. Questa operazione radicale si rese indispensabile poiché la tavola era stata gravemente compromessa da insetti xilofagi (tarli) e dalla precedente parchettatura “alla fiorentina” (applicata nel 1930), che ne aveva accelerato il degrado. La superficie pittorica fu quindi trasferita su un nuovo supporto in alluminio reticolare. L’intervento attuale, realizzato da Lucia Tito di CBC nei laboratori della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, si è concentrato esclusivamente sulla pulitura e sulla revisione estetica, confermando la piena stabilità dell’attuale supporto. Sono state rimosse le antiche e invasive ridipinture e la vernice fortemente ingiallita che comprometteva la corretta lettura cromatica dell’opera. Inoltre, il restauro ha reintegrato la fessurazione centrale e ha corretto l’interpretazione errata del gesto di un angelo, dimostrando che non impugnava un chiodo. Le indagini scientifiche preliminari hanno confermato la coerenza della tavolozza belliniana e documentato il disegno preparatorio a pennello, permettendo di restituire leggibilità ed equilibrio cromatico al prezioso dipinto.

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arte SEICENTO

Una intrigante sorpresa Pietro Bellotti alle Gallerie dell’Accademia «È del poeta il fin la meraviglia: parlo dell’eccellente e non del goffo, chi non sa far stupir, vada alla striglia…», recitavano i versi di Giambattista Marino. L’arte, che fosse poesia o pittura, doveva suscitare stupore, ammirazione, appunto, meraviglia. In quest’ottica Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia: stupore, realtà, enigma, curata da Francesco Ceretti, Michele Nicolaci e Filippo Piazza, allestita fino al 18 gennaio alle Gallerie dell’Accademia, si offre quale raffinata e complessa mostra che reinterpreta perfettamente l’estetica barocca del poeta napoletano. La mostra si inserisce in un piano di valorizzazione ed arricchimento delle collezioni seicentesche troppo a lungo schiacciate tra il Cinquecento di Giorgione e Tiziano e il Settecento di Tiepolo, Guardi e Canaletto, per questo da poco inserite al pianoterra del museo in un nuovo e più ricco percorso. «Un progetto apparso subito affascinante per la qualità delle opere convocate, per gli aspetti anche enigmatici del personaggio Bellotti e dei suoi temi, per la possibilità di presentare al pubblico tematiche suggestive e diverse da quelle solitamente presenti nel museo», spiega nel catalogo scientifico edito da Officina Libraria il Direttore Giulio Manieri Elia. Si tratta inoltre della «possibilità di evidenziare il legame tra la pittura veneziana del tempo e gli esiti straordinari e modernissimi della nascita della pittura della realtà in Lombardia nella seconda metà del secolo… quanto poi Bellotti sia da considerare un pittore veneziano agli esordi della sua carriera lo dimostra il confronto tra le sue Parche e la Vecchia del Giorgione.» E proprio da L’Autoritratto in veste di Stupore acquistato dal Ministero della Cultura nel 2017 per le Gallerie dell’Accademia, posto in mostra a confronto speculare con L’autoritratto in veste di Riso prestato dagli Uffizi, parte la preziosa esposizione alla riscoperta dell’artista bresciano che fu attivo in Laguna per la maggior parte della sua carriera dagli anni ’40 del Seicento, e di cui cade quest’anno il quarto centenario della nascita. Gradito ai contemporanei per l’abilità nella resa naturalistica, Pietro Bellotti (1625–1700) si rivelò altrettanto capace di assecondare il gusto e gli interessi della committenza che sempre più ne ammirava «la maniera limata e finita, allora non praticata da altri pittori»; altrettanto fu apprezzato per l’abilità nei ritratti che lo portò persino agli onori del Papa Alessandro VIII. Come scrisse il suo biografo Marco Boschini, che per ottenere l’immortalità gli richiese il ritratto per l’antiporta della sua Carta del navegar pitoresco, Bellotti si formò nella bottega del veneziano Girolamo Forabosco da cui, “ancora in fasse”, apprese il “maneggio de’ colori”; ben presto si rese autonomo aprendosi ad un suo originalissimo linguaggio che divenne il suo marchio di fabbrica. Era tale all’epoca la sua fama che nel 1661 gli fu affidato l’incarico di dipingere per la Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale, in sostituzione di quello perduto di Domenico Tintoretto, un grande telero raffigurante la Presa della fortezza di Margariti, unica ma prestigiosa committenza pubblica che ne rivelò la versatilità e la capacità di adattarsi anche alle grandi dimensioni. Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia: stupore, realtà, enigma Fino 18 gennaio 2026 Gallerie dell’Accademia www.gallerieaccademia.it

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Una cinquantina le opere esposte in mostra, provenienti da Vienna, Madrid, Stoccarda, Firenze, Milano, a partire dai due autoritratti che tradiscono da un lato l’attenzione alla resa del vero, dall’altro, nell’espressività caricata, una straordinaria capacità di bucare l’immagine attraverso un effetto quasi “televisivo” ante litteram. Un’auto-affermazione che, per difendersi dalle frecce dell’invidia, spinse Bellotti a ritrarsi protetto da un’armatura argentata. Appoggiato dal Boschini, dal cenacolo dell’Accademia degli Incogniti – uno dei più influenti ed eccentrici sodalizi culturali del Seicento – e da Giovanni Giorgio Nicolini, la fortuna critica a Venezia lo consacrò sempre di più, portandolo a replicare in più versioni i suoi soggetti di maggior successo. Tra questi divennero iconiche nella sua produzione le Parche, ben presto segno di riconoscibilità che replicò più volte per assecondare la florida committenza. Tre vegliarde affiorano da un fondo scuro mentre reggono i fusi tra le mani consumate dal lavoro. Cloto svolge il filo, Lachesi lo fila, Atropo lo recide, reinterpretando il soggetto mitologico in chiave enigmatica quanto allegorica. Lana, argento e oro a simboleggiare il povero, l’eroe, il ricco. Segnate dagli anni e dalle fatiche della vita incise nei loro volti, rugosi e come arrugginiti dal sole, carte geografiche della loro tormentata esistenza, nello sguardo spento e provato testimoniano un esplicito lascito giorgionesco, svelando a metà del Seicento un Bellotti già abile e prolifico ritrattista, sempre più propenso ad un naturalismo anatomico che diventa evidente nelle figure dei Filosofi tra cui il suo Socrate. Nella versione col panno blu o rosso in un dialogo ideale e visivo col Democrito di Jusepe de Ribera, esibisce una pelle grinzosa e cadente, ben distante dalle auliche versioni classicheggianti del Rinascimento; vestendoli di stracci li trasforma in poveracci tratti dalla strada. A Venezia, flagellata all’epoca dalla peste e dalla annosa guerra di Candia, Bellotti fu sedotto dal tema della Vanitas legato all’instabilità delle fortune e alla mutevolezza dell’esistenza umana; affiorano ad accompagnare i soggetti ritratti, clessidra, teschio, fiori recisi, candela spenta, allusivi della fragilità e fugacità della bellezza. Le opere di Domenico Fetti, Antonio Carneo, Nicolas Regnier, Pietro Negri, Guido Cagnacci si confrontano con la Vecchia filosofa del Bellotti, riconducibile ad una versione della Vanitas per la presenza della clessidra e del teschio. L’incontro in Laguna con il danese Monsù Bernardo lo avvicinò alla “pittura di genere”; mentre le richieste dei collezionisti si orientarono sempre più in quella direzione, Bellotti rivolse l’attenzione ad interni domestici cercando soggetti che popolavano la quotidianità, utilizzando uno stile più diretto e comunicativo, come traspare da La scuola di ricamo o dal Bevitore, o dall’intenso Vecchio con fiasco da pellegrino e globo appoggiato alla stampella mentre osserva il fiasco a quattro fori del viandante, dal “realismo asciutto e penetrante” tale che nell’Ottocento lo portò ad essere attribuito a Velasquez, fino ad aprirsi, col rientro in terra lombarda, alla “pittura della realtà”, abbandonando la retorica di genere e puntando al vero caravaggesco come nel Ragazzo seduto sulla cesta o la Vecchia filatrice. A suggellare questo momento Popolani all’aperto, da poco restaurato ed entrato alle Gallerie quale nuovo acquisto dopo controverse attribuzioni grazie al diritto di prelazione esercitato dal Ministero in


Pietro Bellotti, Autoritratto come allegoria dello stupore, ante 1659, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Pietro Bellotti, Autoritratto in veste di Riso, 1658, Galleria degli Uffizi, Firenze

Pietro Bellotti, Popolani all’aperto, 1650 – 1680 (part.), Gallerie dell’Accademia, Venezia

occasione di un’asta a Cremona nel 2023. Lo sguardo veristico e penetrante della protagonista al centro della scena esce dal dipinto, catturando lo spettatore; lumeggiature a tratteggi continui, unghie annerite, pelle cotta dal sole, hanno spinto a sciogliere le riserve nel riconoscere la mano del pittore bresciano. Ritratta col consueto panno bianco sul capo che le scende sulle spalle tradisce una impostazione realistica quanto empatica, segno di una ulteriore maturazione nel linguaggio del Bellotti, sintesi del suo tempo e anticipazione del secolo successivo. Michela Luce ENG The exhibition Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia: stupore, realtà, enigma, curated by Francesco Ceretti, Michele Nicolaci and Filippo Piazza, runs at the Gallerie dell’Accademia until January 18. It reinterprets Baroque aesthetics through the rediscovery of Pietro Bellotti (1625–1700), a Brescia-born artist active in Venice for most of his career, celebrated this year on the 400th anniversary of his birth. The show presents around fifty works from major European collections.

Bellotti developed a distinctive naturalistic style admired for its polished finish and expressive portraits, even earning commissions from Pope Alexander VIII. Iconic subjects include the Parche, three aged spinners symbolizing fate, revealing Giorgione’s legacy and Bellotti’s anatomical realism. Philosophers like Socrates show affinities with Ribera’s Democritus, while Vanitas themes – skulls, hourglasses, extinguished candles – reflect Venice’s plague years and human fragility. Bellotti also embraced genre painting, depicting everyday interiors with direct realism, as in La scuola di ricamo, Il Bevitore, or the striking Vecchio con fiasco da pellegrino. His later works, such as Popolani all’aperto, newly acquired by the Gallerie, display penetrating verism and empathy, marking his mature language and anticipating 18th-century developments. The exhibition restores Bellotti’s place between Giorgione and Tiepolo, highlighting his originality and the richness of Venetian 17th-century painting.

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arte SETTECENTO

L’Album del Conte di Giandomenico Romanelli «Il conte è un uomo alto e di bell’aspetto, ridotto però dalla tisi a uno stato di magrezza spaventoso. Si è alzato a fatica dalla poltrona per ricevermi e mi ha detto: “Dunque potrò dire di avervi incontrato prima di morire!”». La risposta di Chateaubriand è, come sempre, arguta «Signore – gli ho risposto – mi prevenite; stavo appunto per dirvi ciò che mi avete appena detto: è probabile che me ne vada per primo. Sono felice di ammirare l’uomo che ha reso vita a Venezia, almeno nella misura in cui è possibile rianimare ceneri illustri». Questa testimonianza si ricava dalle pagine delle Memorie d’oltretomba del visconte e grande scrittore, nonché diplomatico e protagonista del mondo culturale e politico dell’intera Europa e oltre: François René de Chateaubriand che si era recato a incontrare nel suo appartamento nelle Vecchie Procuratie di Piazza San Marco il Conte Leopoldo Cicognara, anziano ex presidente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, nel settembre del 1833. Questi verrà a morte, in effetti, pochi mesi dopo. Cicognara è stato, come si sa, un protagonista culturale a dimensione europea negli anni a cavallo fra Sette e Ottocento, e il suo nome è inscindibilmente legato, tra i moltissimi altri, a quelli di Napoleone e di Canova anche se, naturalmente, il suo raggio d’azione e di interessi è assai più ampio e variegato. Ferrarese di nascita, presenta sin da giovane i caratteri dell’artista-studioso ma anche dell’uomo d’azione. Egli infatti partecipa, e non certo da posizioni periferiche o marginali, ai grandi eventi che hanno ridisegnato non solo la carta d’Europa ma anche il pensiero, la cultura, la politica, le forme di vita dell’intero Occidente nei decenni cruciali e drammatici che hanno fatto seguito alla ventata rivoluzionaria. Cicognara fu tra quanti contribuirono in prima persona alla formazione della Repubblica Cispadana e fu eletto come delegato ai Comizi di Lione nel 1800, dove nacque la Repubblica Italiana con Napoleone presidente e il conte Melzi d’Eril vice presidente. Cicognara, napoleonico convinto, in quella circostanza non votò tuttavia per Napoleone perché temeva – a ragione – che la nuova Repubblica si riducesse ad essere una sorta di stato vassallo della Francia. Cosa che lo portò a una delle sue temporanee rotture col Bonaparte. Ma Cicognara restò tuttavia nel corpo legislativo della Repubblica anche con incarichi politici importanti. Chiese poi di essere sollevato da queste funzioni per potersi dedicare ai suoi studi. Napoleone cedette di malavoglia alle sue richieste perché apprezzava caratteri e competenze dell’uomo e, infatti, presto lo nominò (1808) alla presidenza dell’Accademia veneziana di Belle Arti. In questo ruolo, Cicognara diede il meglio di sé organizzando l’Accademia sia come istituto didattico e di formazione dei giovani aspiranti artisti, sia come museo e rassegna storico-artistica, dando vita al primo percorso espositivo di un’istituzione statale d’arte di primaria grandezza, quelle che si chiameranno (e tuttora si chiamano) Gallerie dell’Accademia. Al di là di altri suoi meriti scientifici, egli è l’autore di una fondamenGusto neoclassico. L’Album Cicognara Fino 12 gennaio 2026 Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano carezzonico.visitmuve.it

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Ludovico Lipparini, Ritratto di Leopoldo Cicognara, 1825, Gallerie dell’Accademia, Venezia

tale Storia della Scultura e di quelle Fabbriche di Venezia che sono un’impresa editoriale di eccellenza e un imprescindibile repertorio – pubblicato insieme a Giannantonio Selva e Antonio Diedo – dell’architettura veneziana dalle origini fino all’età moderna; inoltre egli pubblicò una quantità di contributi disciplinari, teorici e occasionali, in un ventaglio davvero unico, di soggetti e di materie. Oltre a tutto ciò, ha fatto parte di quel minuscolo gruppo di storici dell’arte che ebbe l’opportunità di dettare le regole e di praticare una disciplina nuova nel mondo dell’arte: quella che andando al di là delle figure di esperti e connoisseur settecenteschi, mettesse le basi del futuro lavoro scientifico degli storici dell’arte e degli operatori museali. Cioè: avendo a disposizione gli immensi magazzini in cui erano state ammassate le opere d’arte prelevate dalle chiese, dai conventi, dalle Scuole grandi e piccole e da altre istituzioni assistenziali e devote di vario genere, costoro (soprattutto a Bologna e Milano oltre che a Venezia) ebbero l’opportunità di organizzare le opere in percorsi, dentro gli ex-conventi e spazi simili, secondo logiche, principi e selezioni critiche di straordinaria acutezza, erudizione e gusto. Quel che sino a quel momento era vissuto e viveva solo nei libri (non sempre gli autori avevano potuto vedere, studiare, analizzare criticamente, confrontare dal vero le opere stesse), ora diventava pubblica conoscenza e pubblico patrimonio: si apriva in tal modo una stagione nuova e inedita nella storia dell’arte, si fondavano discipline o si rinnovavano quelle già in essere, si creava un metodo critico scientifico, si scoprivano categorie e si applicavano teorie estetiche di recente e recentissima elaborazione, sempre fondate sul dato storico e sulla esperienza diretta e concreta dei testi. Per suo conto, Cicognara non disponeva di grandi patrimoni personali, ebbe la sciagura di avere un figlio dissipatore e insubordinato, senza alcuna disposizione per gli studi, restio ad ogni disciplina e che ebbe anche a mettere in difficoltà il padre di fronte alle autorità e alla pubblica opinione. Lui stesso, il Conte Leopoldo, consumò buona parte delle rendite per incrementare le sue collezioni di vari tipi di oggetti e opere d’arte


Pietro Paoletti, Antonio Canova presenta a papa Pio VII le opere d’arte recuperate a Parigi nel 1814 © MUVE

ma, soprattutto, per le pubblicazioni che, pur godendo di qualche contributo pubblico, furono per lui un pozzo senza fondo tanto da costringerlo a vendere alla biblioteca vaticana la sua importantissima biblioteca d’arte, non prima di averne pubblicato il catalogo in due volumi di esemplare qualità ed erudizione. Fu amicissimo di Canova con il quale intessé un importante epistolario e assieme al quale organizzò i pensionati a Roma per i migliori allievi dell’Accademia. Senza scendere in dettagli possiamo però affermare che Cicognara fu il gran sacerdote del culto canoviano nel mondo intero, dalla Russia a tutta Europa e agli Stati Uniti. Fino alla realizzazione, con faticosissimo impegno personale e vaste spese, dentro la chiesa dei Frari del grande cenotafio a piramide dove fu conservato per decenni il cuore di Canova (fino alla ricongiunzione delle reliquie canoviane nella tomba dello scultore nel tempio di Possagno). A Ca’ Rezzonico è in corso la mostra a cura di Alberto Craievich con Rossella Granziero, Elena Marchetti, Enrico Tonin, Gusto Neoclassico. L’Album Cicognara, cioè l’esposizione delle pagine del volume riccamente rilegato e conservato nelle Collezioni della Biblioteca Correr, che il Conte aveva pensato nel 1832 come dono per la seconda moglie, Lucia Fantinati. Era una moda soprattutto del primo Ottocento dar vita a queste raccolte di disegni, acquerelli, pastelli, chine a formare degli album con dediche di maggiore o minor qualità e ambizione. Pur se dedicato alla moglie, in realtà l’album, che consta di una ottantina di fogli, è, a conti fatti, una raccolta di omaggi al Conte Leopoldo da parte di molti artisti del tempo, veneziani, italiani e non solo. Queste raccolte sono per loro natura discontinue e disomogenee perché occasionali. In questo caso, grazie alla fama, all’importanza e alla competenza del Conte (e alle sue sollecitazioni agli artisti) possono annoverare grandi nomi e opere di notevole interesse. A parte Canova, che compare con ben sei disegni a matita, sovente esposti in mostre canoviane e simili, i nomi sono spesso altisonanti: da Hayez a Bartolomeo Pinelli, da Appiani a Bossi, da Bison a Borsato, da Pietro Paoletti a Migliara, a Sabatelli, a

Matteini, a Bossi, da Camuccini a Pelagi; anche i due svizzeri Robert sono presenti, il più celebre Léopold, l’artista che si diede la morte a Venezia nel 1835, con una banale Pastorella, e il meno noto fratello minore, Aurèle, con un pregevole Donne presso un pozzo, e si potrebbe continuare. Se una qualche logica è possibile rinvenire, essa passa per alcuni dei nomi appena citati: Canova, Hayez, Pinelli, Paoletti che sono presenti con continuità. Insomma una vera galleria di autori moderni come non è facile ritrovare tutti assieme, tutti legati a Cicognara da vincoli di vario genere e natura: colleghi d’Accademia, allievi, artisti incontrati nei molti viaggi europei del Conte e così via. Il tono generale dell’esposizione dice di ispirarsi all’espressione coniata da Mario Praz per una sua raccolta di saggi “Gusto neoclassico”. Ma c’è tanto gusto Biedermeier e romanticismo spicciolo e scenette di genere e fogli leziosi, fiorame e lacrimucce e sogni piccini. La rassegna dei fogli (una volta scomposto l’Album e restaurate le opere) così esposta è godibile e curiosa: verrebbe da dire che, tutto sommato, la si vedrebbe con un piede nell’eroico e foscoliano stile “alto” del grande scultore e con l’altro già sul crinale pericoloso delle composizioni floreali con perline di vetro e bambini con la lacrima sulle gote rubizze e scenette patetiche dì povertà convenzionale. Tra scenette di ‘genere’ e amori e amorini e buoni sentimenti coltivati nelle intenzioni muliebri di alcuni autori (che non crediamo troppo in linea con i gusti del nostro Cicognara) fanno capolino piccoli o meno piccoli capolavori: lasciamo Canova e godiamoci il prezioso ritratto di Eugenio Beauharnais di Appiani, l’autoritratto e i ritratti di Cicognara di Hayez, la curiosità delle donne al pozzo di Robert (Aurèle), il Paoletti con Canova che declama davanti a Pio VII in occasione del rientro a Roma dei capolavori del Louvre dopo il congresso di Vienna. Schede critico-storiche filologiche e ben aggiornate arricchiscono il catalogo (con qualche vezzosa pedanteria, come la scheda del disegno che non c’è più e qualche inspiegabile assenza bibliografica) assai utile e finalmente completo di un oggetto oramai quasi mitico ma, fino ad oggi, solo approssimativamente conosciuto.

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arte IN THE CITY XXX

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arte

OTTOCENTO/NOVECENTO

Edvard Munch, Chiaro di luna, 1895, Venezia, Ca’ Pesaro - Galleria Internazionale d’Arte Moderna

Disperata bellezza Edvard Munch e la forza dirompente della sua arte La firma di Edvard Munch è nel tratto sottile che dà forma alla donna di Notte d’estate. La voce: delicata e oscura, con i suoi occhi vuoti e infossati che fissano chi la guarda. È nella chioma rossa di una giovane che avvolge un uomo in un abbraccio: ma è un’amante o un “Vampiro”? È nella pennellata ampia e colorata che dà corpo a Due anziani, con sullo sfondo una natura luminosa, ma ormai lontana da loro. Sono opere in bilico tra stupore e inquietudine quelle protagoniste di Munch. La rivoluzione espressionista, la nuova mostra della Fondazione Musei Civici di Venezia al Centro Culturale Candiani di Mestre. Non c’è L’urlo muto e disperato al quale il cervello subito rimanda leggendo il nome dell’artista sui manifesti: quello curato da Elisabetta Barisoni – attingendo alla ricca collezione della Galleria Internazionale d’Arte Moderna, con alcuni preziosi prestiti – è un viaggio in 50 opere che ha come filo narrativo la visione dolorosa dell’umanità di un artista che tra maschere, scheletri, zombie, simboli di paure e angosce, ha lasciato un segno che ha attraversato i secoli. Un’esposizione articolata in sette sezioni, in un continuo colloquio tra le opere dell’artista norvegese (1863 – 1944) e quelle di pittori e Munch. La rivoluzione espressionista Fino 1 marzo 2026 Centro Culturale Candiani-Mestre muvemestre.visitmuve.it

scultori che con lui si sono ribellati alle regole dell’arte accademica: dalla Secessione alla drammatica carica emotiva dell’Espressionismo. Fino a ritrovarlo nelle riflessioni dolorose e i linguaggi dell’arte contemporanea, tra foto, performance, installazioni. «Non dipingerò più interni con uomini che leggono e donne che cuciono. Dipingerò persone vive che respirano e sentono e soffrono e amano» è l’affermazione che accoglie i visitatori, insieme a quattro opere che fanno subito immergere nel mondo di Munch: Angoscia, L’urna, La fanciulla e la morte, Ceneri. E quanto la sua arte abbia attraversato i secoli, lo racconta proprio l’ultima sezione – intitolata L’urlo contemporaneo – che chiude il cerchio della narrazione espositiva, con I fucilati di Renato Guttuso e i corpi che si dissolvono nei campi di concentramento di Zoran Musič; la donna di Emilio Vedova che emerge appena da un buio nero e viola; la gigantografia di Marina Abramović seduta su un cumulo di ossa sanguinanti, simbolo della guerra in Jugoslavia; Shirin Neshat e il destino delle donne in Iran. Nel mezzo – tra gli altri – i volti sospesi di Franz von Stuck e le maschere ironiche di James Ensor, i paesaggi deformati e le figure di Otto Dix e Max Beckmann, a segnare le tensioni dell’Europa tra le due guerre mondiali. L’eredità di Munch è viva e dà forma al dolore dell’umanità. Roberta De Rossi

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arte

PHOTOGRAPHY

Antonio Beato, Abu Simbel. Facciata del Tempio di Ramses II (Grande Tempio), 1870/1888 Fondazione Musei Civici di Venezia - Museo Fortuny

Archivio di luce Antonio Beato, suggestioni di un viaggiatore nel tempo A quasi due secoli dalla nascita, Venezia accoglie il ritorno di uno dei suoi figli più curiosi e cosmopoliti: Antonio Beato, pioniere della fotografia di viaggio, fratello del più noto Felice e tra i primi europei a stabilirsi permanentemente in Egitto. La mostra Antonio Beato. Ritorno a Venezia, ospitata al Museo Fortuny fino al 12 gennaio 2026 e curata da Chiara Squarcina e Daniele Ferrara per la Fondazione Musei Civici, restituisce all’artista la dignità di un precursore. Il suo sguardo, sospeso tra indagine e meraviglia, continua a parlare con sorprendente attualità in un’epoca che del viaggio ha fatto un’esperienza interiore e digitale più che geografica. L’esposizione si apre con Il Mediterraneo, sezione dedicata agli anni formativi di Beato e del fratello Felice, che tra il 1854 e il 1857, insieme al cognato James Robertson, percorrono le rotte tra Costantinopoli, Atene, Malta e Gerusalemme. Qui la fotografia, ancora giovane, si fa strumento di conoscenza e mappa del visibile. Segue Le guerre, dove le immagini della Crimea e dell’India restituiscono un Oriente attraversato dai conflitti, ma anche dalla nascita del reportage moderno: volti, rovine, accampamenti che oscillano tra documento e pittura della realtà. Il cuore della mostra è Gli anni egiziani (1860-1905), la lunga stagione in cui Antonio Beato si stabilisce in Egitto e ne diventa, quasi inconsapevolmente, cronista e custode visivo. Le sue fotografie – templi di Luxor, sfingi, moschee del Cairo, il lento risalire del Nilo fino alla Nubia – trasformano il deserto in un archivio di luce. Il suo obiettivo non cerca solo la grandiosità dei monumenti ma anche la vita che li circonda: venditori d’acqua, barcaioli, mercati. In questo senso Beato anticipa la fotografia documentaria, ma senza rinunciare alla grazia compositiva di chi vede nel reale un enigma da decifrare. Antonio Beato. Ritorno a Venezia. Fotografie tra viaggio, architettura e paesaggio Fino 12 gennaio 2026 Museo Fortuny, San Marco 3958 fortuny.visitmuve.it

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Accanto alle sue stampe albuminate, la mostra propone un confronto con altri sguardi: quelli dei coevi Pascal Sébah e Félix Bonfils, fino alla celebre Lee Miller che nel 1938 fotografa la Piramide di Cheope con un’intensità quasi metafisica. È un dialogo che intreccia secoli e prospettive, mostrando come la fascinazione occidentale per l’Oriente sia sempre stata anche una forma di autoritratto culturale. Lo stesso Museo Fortuny, casa-atelier di Mariano Fortuny, è il luogo ideale per questo racconto: Fortuny viaggiò in Egitto nel 1938 con Henriette Nigrin, riportandone taccuini, fotografie e motivi decorativi che trasfuse nei suoi velluti stampati. Il loro sguardo si affianca a quello di Beato in una sezione che testimonia la persistenza dell’immaginario egizio nell’arte moderna. La parte conclusiva, Dopo Beato, apre infine alla contemporaneità. Fotografi come Anthony Hamboussi, Paul Geday, Denis Dailleux e Bryony Dunne raccontano un Cairo in mutamento, tra memoria e innovazione, dove i luoghi immortalati da Beato diventano scenari di nuove storie. Le loro immagini, sospese tra reportage e poesia, rivelano quanto il mito dell’Oriente continui a riflettersi nello sguardo occidentale, ma anche quanto l’Egitto contemporaneo sappia rispondere con voce propria. Il percorso si chiude con una video-intervista a Italo Zannier, che quarant’anni fa dedicò ai fratelli Beato la prima mostra veneziana a Ikona Gallery. Le opere oggi esposte provengono da archivi e musei internazionali – Alinari, Lee Miller Archives, Museo Egizio di Torino, Getty Research Institute, National Gallery of Art – e compongono una narrazione che va oltre la pura documentazione. Beato non fu un semplice viaggiatore col collodio in spalla: fu un testimone della modernità che nasceva e un interprete della distanza come forma di conoscenza. Le sue immagini, scritte con la luce su vetro e su carta, raccontano un Oriente che non esiste più ma che continua a vivere nello sguardo. E Venezia, crocevia di acque e di culture, è il luogo più giusto per risentire, dopo tanto tempo, il respiro di quell’incontro. Irene Machetti


Dennis Speight © Robert Mapplethorpe Foundation

Italian Vogue © Robert Mapplethorpe Foundation

Messo a nudo Per Mapplethorpe il classico è sempre un classico inquieto Rileggere Mapplethorpe come un “classico” significa toccare un nervo scoperto. Perché la sua opera è nata in un campo di battaglia culturale – sesso, censura, identità, potere dello sguardo – e non in un giardino di proporzioni armoniche. Alle Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio Maggiore, Robert Mapplethorpe. Le forme del classico prova a sottrarre l’artista americano all’etichetta di fotografo scandaloso e a rileggerlo dentro una tradizione di bellezza antica. Senza disinnescare ciò che in lui era irriducibile, politico e disturbante. La mostra, curata da Denis Curti, riunisce oltre 200 opere tra fotografie, collage e documenti d’archivio, molte inedite in Italia, ed è il primo capitolo di una trilogia che nel 2026 toccherà Milano e Roma. La tesi curatoriale è chiara: Mapplethorpe applica misura, simmetria e luce da scultore ai suoi soggetti, talvolta erotici e sadomasochisti, generando quel cortocircuito tra forma classica e immagini allora impensabili che ne ha fatto un autore decisivo e controverso. I confronti con la statuaria antica lungo il percorso rendono visibile questa ambizione di trasformare carne e fiore in icona. Le sezioni funzionano quando lasciano vedere la frizione interna al suo lavoro. I collage dei tardi anni Sessanta, pieni di ritagli omoerotici e objets trouvés, mostrano che la classicità nasce da una miscela di pornografia, minimalismo e devozione cattolica, non da un’accademia pacificata. I ritratti di Patti Smith e le serie su Lisa Lyon incrinano l’ideale greco con androginità e potenza fisica. I nudi maschili e femminili alzano l’asticella: la perfezione formale non raffredda il desiderio, lo rende più tagliente. Anche i fiori, soprattutto calle e orchidee, sono corpi travestiti, sensuali e inquieti insieme. L’inserto di lettere, vinili, inviti e dei due cortometraggi d’autore aiuta a ricordare Robert Mapplethorpe. Le forme del classico Fino 6 gennaio 2026 Le Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio Maggiore www.lestanzedellafotografia.it

che il suo studio era un laboratorio totale di vita e immagine, non un tempio separato. Il percorso per nuclei tematici chiarisce la compresenza delle ossessioni di Mapplethorpe, ma tende a mettere tra parentesi il contesto politico della sua sfida ai tabù dell’America conservatrice e il peso della censura che lo circondò. In certi momenti il classico sembra diventare un filtro rassicurante di fronte alla carica di rischio che Mapplethorpe impone. Eppure le foto migliori resistono a ogni addomesticamento. Così, più che celebrare un nuovo classicismo, l’esposizione funziona quando lascia intuire che per Mapplethorpe il classico è sempre un classico inquieto. Sta al visitatore scorgere sotto la patina l’attrito tra ordine e pulsione che fa ancora oggi la forza dell’opera. Giovanni Santarelli ENG At Le Stanze della Fotografia in Venice, Robert Mapplethorpe. Le forme del classico reinterprets the American artist beyond the label of “scandalous photographer,” situating him within an ancient tradition of beauty while preserving his political and unsettling edge. Curated by Denis Curti, the exhibition gathers over 200 works, many never shown in Italy, as the first chapter of a trilogy that will continue in Milan and Rome. Mapplethorpe’s sculptural use of symmetry, proportion, and light creates a tension between classical form and erotic, sadomasochistic imagery, reinforced by juxtapositions with ancient statuary. Collages from the late 1960s reveal a mix of homoerotic fragments, minimalism, and Catholic devotion, while portraits of Patti Smith and Lisa Lyon fracture Greek ideals with androgyny and physical power. Male and female nudes sharpen desire through formal perfection, and flowers become sensual, unsettling bodies. Though the thematic path sometimes brackets the political weight of his challenge to conservative America, the strongest works resist domestication, showing that for Mapplethorpe the “classical” is always restless.

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arte

PHOTOGRAPHY & MORE

Dissolvenze Un filo sottilissimo unisce il marmo e la luce, il gesto barocco e l’intuizione fotografica, il velo scolpito e la nebbia che avvolge il paesaggio. È da questa risonanza inattesa che nasce Disapparire. Antonio Corradini e Luigi Ghirri, la mostra che Fondazione Querini Stampalia dedica a due autori lontani nel tempo ma sorprendentemente vicini nella loro capacità di trasformare l’atto del vedere in una soglia, un’apparizione, un pensiero. L’esposizione prende avvio da una scoperta recente: il medaglione in marmo con volto femminile velato, ritrovato nei depositi della Fondazione e oggi riconosciuto come opera autografa di Antonio Corradini (Venezia, 1688 – Napoli, 1752), protagonista della tarda stagione barocca. A questa scultura – identificata come una Fede velata – il percorso accosta per la prima volta il bozzetto in terracotta per il Cristo velato, che gli fu commissionato per la Cappella Sansevero di Napoli. Mancato prematuramente il Corradini nel 1752, fu Giuseppe Sanmartino a realizzare la scultura celeberrima, discostandosi dal modello originario. Con il bozzetto e il medaglione è esposto il busto in marmo, ancora una Fede Velata, delle collezioni di Ca’ Rezzonico a Venezia: tre variazioni di un medesimo gesto, tre tappe nella ricerca di un autore capace di rendere il marmo impalpabile, vibrante, trasparente come aria. A questo linguaggio settecentesco risponde, nello stesso ambiente del Museo della Querini Stampalia, lo sguardo di Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Roncocesi, 1992), di cui sono presentate alcune fotografie provenienti dal Fondo Ghirri, lasciate in comodato alla Fondazione dal 2015 dal collezionista Roberto Lombardi. Nella pianura del fotografo emiliano la nebbia e la luce diffusa sono anch’esse veli sul mondo visibile: superfici sospese, che lasciano intuire il paesaggio non nella sua evidenza, ma nella sua incertezza, nella sua vocazione all’evanescenza. Per Ghirri ogni visione è già memoria, distanza, soglia: una forma di apparizione fragile che interroga, più che descrivere, ciò che si ha davanti. La mostra nasce nello spirito che anima la Fondazione Querini Stampalia, impegnata – sotto la guida della direttrice Cristiana Collu – a costruire relazioni tra tempi, linguaggi e sensibilità diverse, trasformando il museo in un luogo di dialogo vivo, capace di generare pensiero, meraviglia e domande. Antonio Corradini e Luigi Ghirri. Disapparire 13 dicembre-12 aprile 2026 Fondazione Querini Stampalia www.querinistampalia.org

Cinquanta sfumature di grigio Si rinnova l’appuntamento con la fotografia promossa e ospitata da Fondazione Wilmotte, protagonista è la mostra Le Flou de Venise di Renato D’Agostin (Venezia, 1983), realizzata in collaborazione con Fondazione Venetian Heritage e Galleria Bigaignon di Parigi. Attraverso otto fotografie in bianco e nero in formato 120 × 180 cm, Renato D’Agostin esplora il tema dell’incertezza percettiva: il profilo di una chiesa e del suo campanile emerge e si dissolve nella nebbia, in un gioco di apparizioni e sparizioni che trasforma il grigiore del mattino in materia fotografica. Qui, il grigio non evoca tristezza; evoca sospensione. È il colore dell’attesa, dell’indefinito, di un mistero che non richiede risposte. In questa sfocatura, le fotografie di Renato D’Agostin rivelano una città sospesa nel tempo, magica, evanescente, come un ricordo che resiste alla cattura. Ogni scatto è una poesia visiva, un frammento di silenzio, un invito a perdersi nell’invisibile che vive tra acqua, pietra e ombra. I contrasti del bianco e nero e le sfumature quasi oniriche rivelano un’essenza più misteriosa e intangibile: non come appare, ma come si percepisce. Nulla è immobile, nulla è netto. Venezia è un mosaico di luci e ombre, di ricordi sospesi, di una bellezza che sfiora senza mai posarsi. Svincolando i soggetti dalla loro realtà, il fotografo raffigura la sua percezione dello spazio circostante, il rapporto tra architettura e persone, aprendo una nuova porta nell’immaginazione dello spettatore. ENG Fondazione Wilmotte hosts Le Flou de Venise, Renato D’Agostin’s exhibition created with Fondazione Venetian Heritage and Paris’s Bigaignon art gallery. Through eight large black-and-white photographs, the Venetian artist explores perceptual uncertainty: church profiles and campaniles emerge and dissolve in fog, turning morning grey into photographic substance. Here, grey suggests suspension, mystery, and timelessness rather than sadness. Each image is a visual poem, evoking a magical, elusive Venice of light, shadow, and memory. With contrasts and dreamlike tones, D’Agostin detaches subjects from reality, portraying space as perception and opening new imaginative paths for the viewer. Renato D’Agostin. Le Flou de Venise Fino 29 marzo 2026 Fondation Wilmotte, Fondamenta dell’Abbazia, Cannaregio 3560 www.fondationwilmotte.fr

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ARCHITETTURE

Comporre distinguendo Gli interventi di Valeriano Pastor alla Fondazione Querini Stampalia «Credo che abbia influito su di me il fatto che fosse stato allievo e collaboratore di Carlo Scarpa. Come a dire che cercavo inconsciamente un garante della mia scelta, un nome tutelare per la Querini» dichiarò Egle Renata Trincanato nel spiegare la scelta di Valeriano Pastor per l’ampio processo di trasformazione della Fondazione. Tra il 1982 e il 1997 l’architetto veneziano firma infatti una serie di interventi fondamentali per l’evoluzione di Palazzo Querini Stampalia, contribuendo a ridefinirne la funzionalità e l’identità contemporanea. Docente di Progettazione Architettonica e Direttore di Dipartimento allo IUAV, Valeriano Pastor affronta il complesso con uno sguardo unitario, ripensando funzioni, percorsi e servizi dell’intero edificio. Il legame con l’insegnamento di Carlo Scarpa – attenzione al dettaglio, rispetto dell’esistente, ricerca di un linguaggio contemporaneo capace di dialogare con la storia – costituisce una delle chiavi più importanti per comprendere l’opera di Pastor alla Querini. I suoi interventi, puntuali e al tempo stesso radicali, hanno reso il palazzo più leggibile, più accessibile e più coerente nella sua complessità, contribuendo a definire la struttura che oggi conosciamo. Il segno più evidente del suo lavoro è una nuova scala, posta in una piccola corte interna e concepita come una vera cerniera strategica capace di collegare agilmente i diversi piani del Palazzo cinquecentesco. L’elemento è schermato da una copertura ricurva rivestita in doghe di legno, la cui forma richiama esplicitamente il fasciame delle navi: una sorta di chiglia verticale, attraversata da piccole finestre-oblò che ne accentuano il carattere marinaro. Pastor interviene inoltre su altri punti nevralgici: apre un varco tra la caffetteria e il giardino, restituendo continuità visiva e funzionale agli L’effimero architettonico 6 dicembre-8 febbraio 2026 Fondazione Querini Stampalia www.querinistampalia.org

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spazi del piano terra, e realizza una passerella aerea coperta che collega il Palazzo ai due edifici adiacenti destinati ai depositi librari della Biblioteca, migliorando flussi, accessi e servizi interni. Elemento comune ai due progetti è l’uso sapiente di luce e trasparenza: la morbidezza con cui riflessi e ombre si diffondono negli ambienti, resa possibile dalle superfici d’acqua della città, da alcune superfici in intonaco marmorino, dalla specifica articolazione degli spazi interni veneziani e dal continuo dialogo tra interno ed esterno. In entrambi i casi, nuovi dispositivi spaziali si innestano nel sistema del Palazzo come ordini minori all’interno di un ordine maggiore, generando contrappunti essenziali e rivelando il potenziale di rinnovamento dell’esistente. L’effimero architettonico. Due allestimenti di Valeriano Pastor e Michelina Michelotto, a cura di Armando Cattaneo, Maura Manzelle e Barbara Pastor, ospitato in Area Scarpa dal 6 dicembre all’8 febbraio 2026, è il primo appuntamento di un progetto espositivo più ampio dedicato agli architetti contemporanei che hanno contribuito a modellare identità e trasformazioni di Palazzo Querini Stampalia in una stagione di interventi che ha segnato profondamente la sua storia recente. La mostra presenta una sessantina di disegni originali e fotografie provenienti dagli archivi della Fondazione Querini Stampalia, dal Fondo Architetti Pastor–Michelotto e della Falegnameria Capovilla, offrendo un quadro approfondito dei processi progettuali e realizzativi. Completa il percorso espositivo la registrazione audio di Valeriano Pastor, tratta dal suo intervento all’inaugurazione della mostra A lezione con Carlo Scarpa (Venezia, Palazzo Querini Stampalia, 21 maggio 2010) e dalla presentazione dell’omonimo libro di Franca Semi: un documento prezioso che restituisce direttamente la voce dell’architetto e il suo rapporto con l’eredità scarpiana.


Quali dinamiche sottendono il progetto espositivo e conservativo di un museo? Un libro a più voci svela questo mondo nascosto intersecando architettura, ingegneria, sapere artigiano. Un percorso che consente al pubblico di riconoscere il valore di queste sfide e soluzioni rendendo visibile ciò che normalmente resta invisibile.

Quali dinamiche sottendon il progetto espositivo e conservativo di un museo Un libro a più voci svela questo mondo nascosto intersecando architettura, ingegneria, sapere artigiano. Un percorso che consente al pubblico di riconoscere il valore di queste sfide e soluzioni rendendo visibile ciò che normalmente resta invisibile.

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LIVING ELENA GUACCERO

Il gioco dell’architettura Intervista Annamaria e Alessandra Rocca di Franca Lugato In bilico tra razionalità, manualità, fantasia e poesia, supportato da una intelligenza vivace: tutto questo e molto altro era Elena Guaccero, che se fosse vissuta in questo periodo sarebbe stata una tra le architette più accreditate per il suo approccio, prima che diventasse un tema scottante, sul riciclo e il riuso dei materiali come forma creativa. La sua personalità traspare con forza attraverso i racconti delle sue figlie, Annamaria e Alessandra, che hanno aperto la casa della madre alle Zattere per farci entrare nel suo incredibile mondo. Non si tratta di una casa-museo ma al contrario di un luogo dove si viene investiti da una vivissima energia grazie al design originale, agli spazi da lei progettati fin nei minimi dettagli, agli arredi contaminati tra antico e moderno e soprattutto dalla presenza di quel bestiario fantastico di creature antropomorfe (uccelli dinoccolati dai grandi becchi, insetti e altri animali stravaganti) che riflettono la sua personale ricerca artistica. Nata a Bari nel 1924, segue studi di architettura a Roma, dove l’adesione al razionalismo affiora nei suoi progetti di giovane donna architetto, in particolare per la sede della Rai di Bari. Dopo il matrimonio si trasferisce con il marito e le figlie all’estero, Germania e Austria, allontanandosi dalla progettazione architettonica pubblica a favore di un’intensa e personale sperimentazione artistica che negli anni Settanta, approdata finalmente a Venezia, è caratterizzata da un recupero di una felice dimensione ludica e infantile. Le 1.200 opere inventariate per volontà delle figlie dopo la sua morte attestano che questa sua lunga e produttiva ricerca non fosse solamente un divertissement dell’architetto ma una necessità esistenziale. Avviciniamoci alla figura di Elena Guaccero in punta di piedi. Quali elementi del suo carattere e della sua visione sono immediatamente riconducibili nelle forme e nel gusto di questa casa? Questa casa rispetto alla casa precedente era esclusivamente sua, quindi nostra madre era totalmente libera di fare e disfare! Come tutte le case di Venezia naturalmente aveva grossi vincoli, tuttavia la Mamma ha modificato lo spazio interno, agendo sulla spazialità per cercare più luce. Non ci è riuscita dappertutto come avrebbe voluto, tuttavia la realizzazione della scala centrale che collega i diversi piani, e che diviene l’asse portante della casa, è stata una sua

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Elena Guaccero

idea grazie alla quale ha ottenuto uno spazio più aperto attraversato dalla luce. Poi se andiamo a osservare i dettagli, si riconoscono elementi fortemente connotanti della sua personalità, come le porte in radica rese più leggere dagli inserti di specchi – che sono infrangibili perché era terrorizzata che qualcuno si facesse male –, o l’uso di quinte mobili per creare spazi versatili, fino ai suoi amati cassetti e cassettini per contenere qualsiasi tipologia di oggetto. Spesso dava una nuova vita a certi oggetti, recuperandone una parte e reinventando nuove soluzioni. Ha sicuramente anticipato l’idea di sostenibilità, riciclo e riuso sia nell’interior che nelle sue creazioni artistiche. Amava la circolarità delle cose e dei materiali, come vedremo. La casa è esattamente com’era quando vi viveva vostra madre? Anche noi abbiamo abitato in questa casa e non abbiamo sentito la necessità di operare grandi cambiamenti. Aveva scelto dei colori per le pareti, anzi alcuni li avevamo scelti assieme. Sicuramente la cucina è tra le stanze più divertenti e originali perché è disegnata nei minimi dettagli. Tutto dovrebbe rispecchiare un’idea di funzionalità, anche se per lei il cibo e il cucinare erano una cosa secondaria e quindi chi cucina veramente dice che questa è una cucina scomoda perché i fuochi e il lavello sono distanti. Tuttavia il suo essere funzionale, e qui si entra veramente nel suo pensiero progettuale, era dettato dalla presenza di cassetti, cassettini, armadietti, cose che non ti aspetti di scoprire. Se portavi a casa un cucchiaino speciale veniva fatto un cassetto speciale, probabilmente! Questo lo afferma anche la nostra cara amica, Giustina


Sede Rai di Bari, cantiere, progetto, edificio

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LIVING ELENA GUACCERO Magistretti, nonché nipote di Vico Magistretti: «Elena faceva un mobile per ogni occasione!». Ci sono soluzioni pratiche che, a ben vedere, sono dei divertimenti, come nel piccolo bagno dove ha creato un mobilino che si apre e diventa anche un gioco. Quale fu la sua formazione? E quale la sua idea di architettura e di arte? Originaria di Bari, nasce nel 1924 da una famiglia nella quale sia la madre che il padre avevano una grande predisposizione al disegno e alla manualità. Il Liceo Scientifico lo frequenta a Firenze, dove si appassiona alla scultura. A Roma giunge per studiare all’Università di Architettura, in anni difficili dove c’è anche una guerra di mezzo. Diventa allieva di Marcello Piacentini, Saverio Muratori e Ludovico Quaroni, tutte figure di elevata statura per l’architettura di quell’epoca. Si laurea nel 1954 e torna a Bari, dove si dedica con grande passione alla professione di architetto e tra i suoi progetti più importanti nel 1959 realizza la sede della Rai di Bari, detto “il palazzo delle cento finestre”, di impianto razionalista, che risponde perfettamente sia dal punto di vista funzionale che dal punto di vista estetico alle esigenze della sua destinazione d’uso. Elena riteneva fondamentale la necessità architettonica della perfetta aderenza dell’edificio alla sua funzione. C’è una foto, molto bella, che la ritrae in cantiere circondata da uomini, elegantemente vestita con borsetta e sandalini! Altri progetti sono quelli dove si

Porta piano terra

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misura sul tema dell’edilizia abitativa popolare. Si sposa nel 1960 e il matrimonio segna una battuta d’arresto dalla professione d’architetto perché seguirà nostro padre all’estero, prima in Germania poi in Austria, periodo durato dieci anni nel quale siamo nate anche noi. Abbandonata la sua attività di progettazione architettonica intensifica in questi anni all’estero la sua passione per l’espressione pittorica frequentando, a Vienna, la Scuola del Nudo. In una parete del salotto e sulla scala è presente la sua produzione pittorica, da lei stessa allestita seguendo un certo ordine cronologico, con raffinatezza dentro semplici cornici dorate, tutte eseguite dal maestro corniciaio Trevisanello in fondamenta vicino a casa. Si spazia da figure e volti fortemente espressivi realizzati con una gamma cromatica scura a quelli più colorati e di carattere astratto con un’incursione nel “fantascientifico”. Rientrata a Venezia come prosegue la sua ricerca artistica? Negli anni ‘70 ritorniamo a Venezia. Nostra madre allora si dedica alla sistemazione della casa di famiglia, adiacente a quella in cui siamo ora, dove abbiamo vissuto per un lungo periodo, trasformandola e personalizzandola. Aveva un suo grande studio molto luminoso con la terrazza che dava sul giardino. In questo periodo si sposta gradualmente dalla pittura verso quella personale ricerca artistica che la terrà impegnata negli anni futuri. Nascono


Salotto

Scala

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LIVING ELENA GUACCERO negli anni Ottanta i suoi meravigliosi ed elaborati collages. «Venezia mi ha dato l’allegria!» aveva confessato al critico Paolo Rizzi che a sua volta individua nelle opere di Elena «un giuoco infantile e, nel contempo, raffinatissimo». Come sempre nella Mamma tutto nasce dalle riflessioni su materiali semplici che assumono, nel suo atto creativo, una nuova vita e una originale veste artistica. Le etichette colorate, i portauova di cartone argentato, gli scotch degli elettricisti tedeschi, i rotoli di cartone, il packaging dei panettoni, solo per nominarne alcuni. A casa nostra non si buttava mai nulla! Dall’assemblaggio di questo semplice materiale nascevano le sue fantastiche creazioni. La sua era un’arte esclusivamente per sé stessa, una necessità esistenziale, non aveva bisogno di mostrarsi. C’era anche una sorta di timidezza e riservatezza caratteriale che tratteneva il suo lavoro nel circuito dell’intimità domestica o al massimo condiviso con pochi amici. Le numerose tavole con la tecnica del collage diventano un libro, Ghiribizzo, un fantastico e allegro abecedario per bambini con la scelta di soggetti particolari, mai scontati, addirittura per la lettera X decide di rappresentare un’ampolla di vetro con pesci rossi attraversata dai raggi X, e telefona quindi al reparto di radiologia per saperne di più dal punto di vista scientifico. Quali erano i suoi riferimenti e a quali artisti guardava? Sicuramente leggeva testi scientifici, ma in generale comprava moltissimi libri di vario genere e cataloghi di mostre che abbiamo ancora nella ricca libreria di casa. Ammirava Fortunato Depero e Bruno Munari per la loro grande capacità di sperimentare diversi campi d’espressione artistica, con un senso di lievità e umorismo. Amava l’arte moderna, come il Futurismo, ma anche l’arte antica, era una persona estremamente eclettica, curiosa e interessata. Dopo il periodo dei collages prosegue la sperimentazione sui quelli che lei chiamerà “pupazzi”, oggetti tridimensionali, creature fantastiche, antropomorfe e un bestiario variegato e inedito. Impettiti guerrieri, dispettosi diavoletti, insetti e altri animali stravaganti, uccelli dinoccolati dal grande becco, tenere madri che coccolano il loro bambino. In questa dimensione ludica e infantile la Mamma “architettava il gioco”, coniugando la razionalità progettuale, propria della sua formazione di architetto, alla libera inventiva del mondo infantile. Tra le sue creazioni che meglio esprimono questo dualismo c’è certamente la Quadratura del cerchio. Tutte le opere sono realizzate a mano: ogni pezzo di legno è stato disegnato, ritagliato, lavorato, levigato con grande attenzione, dipinto e poi assemblato con altri per dare forma alla fantasia. Questo aspetto artigianale della sua pratica, la pazienza e la precisione, possiamo ancora evocarlo quando apriamo il cassetto del tavolo di casa che contiene i suoi attrezzi e strumenti di lavoro. Il carattere manuale delle sue opere è suggerito dal fatto che possono, anzi meglio devono essere toccate, sono dei mobili, assumono altre forme se manipolate, una sorta di gioco nel gioco. L’idea che ci siamo fatte è che la Mamma non abbia potuto giocare da bambina e si sia costruita dei giochi da adulta! È un ridare vita a quella dimensione ludica che pensiamo di aver perduto ma che forse si è solo rintanata nel profondo del nostro essere. Lei organizzava le feste dei bambini, ci faceva incredibili vestiti in

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maschera, preparava incantevoli bigliettini di auguri e magnifici alberi di Natale ogni volta diversi. Quale senso e sentimento vi pervade nell’abitare questo spazio così particolare? Ci interessa farlo vivere, non deve essere una casa-museo ma la casa dove viveva un’artista. Cerchiamo di organizzare qualche apertura straordinaria, quando possiamo con associazioni culturali come gli Amici dei Musei. Più volte abbiamo ospitato studiosi, studenti o artisti interessati alle sue opere. Ci sono state delle occasioni di divulgazione di questo patrimonio, che abbiamo ereditato ma che allo stesso tempo non è semplice da conservare nella sua integrità. Alcune piccole ma preziose mostre sono state realizzate a Venezia e in Puglia, fino all’ultimo importante evento a Bari nello spettacolare Museo Archeologico. Nel 2023 abbiamo sottoscritto un atto di donazione dell’archivio digitale dell’Architettura di Elena Guaccero con l’archivio del Politecnico di Bari. Abbiamo donato anche qualche catalogo alla biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Venezia così da poter colmare qualche lacuna con i cataloghi che la Mamma aveva acquistato quando andava a visitare le mostre. Dei laboratori per bambini e adulti sono stati proposti e continuano ad essere condotti dall’Associazione Barchetta Blu. È un orgoglio per noi che la Mamma sia stata inserita nel recentissimo volume Donne e progetto dedicato alle donne architetto con un focus sul Palazzo della Rai di Bari. Crediamo che questa visibilità costruita con discrezione rispecchi il carattere della Mamma che comunque dentro di lei covava un sogno: «o Palazzo Grassi o niente!!!» www.elenaguaccero.it


Studio, 1980

Sculture

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arte GALLERIES

GALLERIA BARTOUX EXPERIENCE DALÍ È VENEZIA DicembreDecember

La città si muove, si trasforma e lo fa - per fortuna - attraverso l’arte, conquista spazi, recupera luoghi chiusi da tempo e riapre nuove prospettive. Dove un tempo c’era il mitico Cinema Accademia, da molti anni chiuso ma che molti ricordano per quell’aria parigina dove si alternavano alla programmazione delle bellissime rassegne d’essai, e le vetrine di un altro luogo conosciuto in città, quelle del negozio del famoso antiquario Scarpa, dove ti affacciavi e scoprivi come un prolungamento delle Gallerie dell’Accademia dipinti e sculture antiche di incredibile bellezza, hanno aperto di recente le Galeries Bartoux, prima sede italiana del gruppo fondato nel 1993 da Robert e Isabelle Bartoux, che oggi conta venti gallerie tra Europa e Stati Uniti. L’operazione è significativa per l’ampiezza del recupero: 1.200 m² di storia, travi in legno, marmi chiari, mattoni faccia a vista, che sono stati completamente restaurati e restituiti alla fruizione pubblica, articolati in Art Gallery, Garden e Terrazza, Art Caffè & Immersive Space. Sei grandi vetrine esterne invitano ad entrare e visitare le sale espositive per mostre permanenti e temporanee con artisti internazionali e giovani talenti; un cinema immersivo di 500 mq e 12 m di altezza, con due produzioni video inedite all’anno realizzate con lo studio francese Superbien; il Café des Arts curato dal ristorante Le Marcandole; e un Giardino dedicato alle sculture. Le Galeries Bartoux si connotano per la loro identità dichiaratamente commerciale e pop – forse un po’ kitsch – tanto da essere oggetto di accese critiche da parte dei puristi dell’arte, tuttavia specchio anch’esse del nostro contemporaneo. A Venezia Le Galeries aprono al format Bartoux Experience, in cui vengono indagati percorsi di arte e tecnologia offrendo al pubblico videoproiezioni immersive che trasformano l’ambiente in un racconto

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visivo, L’arte o la rappresentazione di essa non è solo da osservare: si vive, si respira, si sente. La prima mostra Bartoux Experience, in programma a dicembre, sarà Dalí è Venezia, realizzata in collaborazione con Dalí Universe, una selezione di sculture, dipinti e litografie di Salvador Dalí, figura più eclettica e incisiva del movimento surrealista, e un film immersivo che reimmagina Venezia come in un sogno fantastico e fantasmatico in una pseudo-realtà visionaria. La presenza della Collezione Dalí Universe è una dichiarazione definitiva sulla visione filosofica di Galeries Bartoux. Dalí, che adorava l’Italia e sosteneva che la strada per l’arte fosse un “ritorno al Classicismo” e l’affermazione di una “fede estetica”, si colloca perfettamente in questa posizione. ENG Venice embraces transformation through art with the opening of Galeries Bartoux, the group’s first Italian venue, in the restored spaces of the former Cinema Accademia and Scarpa’s antique shop. Founded in 1993, Bartoux now counts 20 galleries across Europe and America. The Venetian site spans 12,000 square feet and features with wooden beams, marble, and brick. It hosts an Art Gallery, Garden, Terrace, Café des Arts, and a 5000-square-foot immersive cinema theatre. Six large windows invite visitors to explore exhibitions of international artists and young talents. Though criticized by purists for its commercial, pop identity, Bartoux reflects contemporary culture. Launching in December, the Bartoux Experience debuts with Dalí è Venezia, created with Dalí Universe, featuring sculptures, paintings, and an immersive film reimagining Venice in surreal visions, affirming Dalí’s aesthetic philosophy. Galleria Bartoux Experience Campo de la Carità, Dorsoduro 1023 www.galeries-bartoux.com


MARIGNANA PROJECT OLGA LEPRI Conchiglie. Corpi mirabili.

A PLUS A GALLERY AHMET ÖĞÜT neither artificial nor intelligent

MARINA BASTIANELLO GALLERY LUIGI VIOLA Il tempo delle meduse 1 dicembreDecember 17 gennaioJanuary, 2026

Olga Lepri si interroga sul tema della conchiglia: piccola architettura naturale che racchiude in sé infinite possibilità di lettura. Attraverso pittura e disegno, l’artista esplora la conchiglia come forma archetipica, corpo metaforico e figura in crescita, in bilico tra microcosmo e infinito. La struttura a spirale, la madreperla, i rilievi e le proporzioni si offrono come metafore di un percorso interiore, come portali dell’immaginazione e come richiami alla relazione profonda tra corpo umano e natura. Nelle opere in mostra emerge un’indagine che intreccia generatività e caos, mito e percezione, filosofia del tempo e visione poetica. Al centro della riflessione dell’artista vi è la doppia valenza della “coclea”: da un lato la conchiglia come forma a chiocciola, dall’altro l’organo dell’udito che ci mette in relazione con il mondo sonoro. In questo senso, la conchiglia diventa ponte tra interiorità e natura, tra esperienza sensibile e astrazione. ENG Olga Lepri explores the theme of the shell, a natural architecture rich in symbolic meaning. Through painting and drawing, she interprets it as an archetypal form, a metaphorical body, and a growing figure suspended between microcosm and infinity. Its spiral, mother-of-pearl, and proportions evoke inner journeys, portals of imagination, and the deep bond between human body and nature. Her work intertwines chaos and generativity, myth and perception, time philosophy and poetic vision, focusing on the dual essence of “coclea”: shell and auditory organ, bridging inner life and nature.

FinoUntil 8 gennaioJanuary, 2026

Ahmet Öğüt torna a Venezia dopo aver rappresentato la Turchia alla Biennale del 2009 con neither artificial nor intelligent (né artificiale né intelligente), una selezione di dieci ritratti a olio, parte di una serie più ampia. Concepita come un’installazione site-specific, la mostra si articola attraverso pannelli architettonici traslucidi che velano parzialmente ogni dipinto. Muovendosi nello spazio e cambiando prospettiva, i visitatori scoprono i ritratti gradualmente, in un’esperienza di fruizione interamente dal vivo, autentica e priva di qualsiasi mediazione digitale. Nelle tele 70x70 centimetri sono raffigurati artisti fittizi, semi-fittizi e realmente esistenti, ciascuno con pratiche e provenienze diverse. Insieme danno forma a una comunità eterogenea di figure. I visitatori sono invitati ad associare ogni ritratto a una delle definizioni elencate: neither artificial nor intelligent incoraggia a riflettere sulle nostre stesse supposizioni stereotipate e sul sistema classificatorio occidentale profondamente radicato nelle strutture di filtraggio algoritmico. ENG Ahmet Öğüt returns to Venice with neither artificial nor intelligent, a site-specific installation of ten oil portraits partially veiled by translucent panels. Visitors uncover each painting gradually, experiencing an authentic, non-digital encounter. The 70x70 cm canvases depict fictional, semi-fictional, and real artists from diverse backgrounds, forming a heterogeneous community. Each portrait invites association with listed definitions, prompting reflection on stereotypes and the Western classification system deeply embedded in algorithmic filtering structures.

Artista multimediale pioniere della videoarte italiana, Luigi Viola (Feltre, 1949) presenta un progetto nato durante i giorni di isolamento della pandemia, quando, immerso nel silenzio del mare, raccoglieva immagini di organismi misteriosi, relitti biologici e meduse traslucide: simboli di metamorfosi e rinascita. Nel periodo di profonda solitudine vissuto dall’artista durante la pandemia, le giornate trascorse in silenzio di fronte al mare si sono trasformate in una meditazione visiva sul tempo, la materia e la metamorfosi. Le immagini raccolte allora, rielaborate a distanza di anni attraverso un uso consapevole dell’intelligenza artificiale, si fanno oggi mappe organiche di mutazioni in divenire: forme ibride tra naturale e artificiale, vita e decomposizione, memoria e rinascita. In questa visione sospesa tra realtà e immaginazione, Viola esplora la capacità rigenerativa della materia e della vita stessa, evocando l’idea delle meduse immortali come metafora di un’eterna rinascita. La mostra, a cura di Marina Bastianello, diventa così un’indagine poetica e visiva sull’incertezza, sulla fragilità e sulla trasformazione, in cui la tecnologia si fa strumento di introspezione e di rivelazione. ENG Luigi Viola, pioneer of Italian video art, presents a project born during pandemic isolation, inspired by silent days by the sea collecting images of mysterious organisms and jellyfish – symbols of metamorphosis and rebirth. Years later, these images are reworked using AI, becoming organic maps of evolving mutations: hybrids of nature and artifice, life and decay, memory and renewal. Viola’s vision evokes immortal jellyfish as metaphors of eternal regeneration. Curated by Marina Bastianello, the exhibition is a poetic inquiry into fragility and transformation, where technology becomes a tool for introspection.

Marignana Project Rio Terà dei Catecumeni, Dorsoduro 140 A www.marignanaarte.it

A plus A Gallery Calle Malipiero, San Marco 3073 www.aplusa.it

Marina Bastianello Gallery Calle de l’Aseo, Cannaregio 1865A www.marinabastianellogallery.com

FinoUntil 28 febbraioFebruary, 2026

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arte

NOT ONLY VENICE

© Francesco Allegretto per Berengo Studio

Creature del fuoco Glasstress, un nuovo sorprendente capitolo si apre a Vicenza «Straordinariamente agili e leggeri erano i gesti umani intorno a quelle eleganti creature del fuoco, dell’alito e del ferro, come i gesti d’una danza silenziosa». Gabriele D’Annunzio da Il Fuoco. La prima testimonianza di produzione vetraria nella Laguna veneta è a Torcello, dove sono state rinvenute le fondazioni di una vetreria, attiva probabilmente tra il VII e VIII secolo d.C.. Nel XIII secolo i fiolai – da fiola recipiente da liquidi a collo stretto – si riuniscono in Arte e solo un secolo dopo, all’inizio del Trecento, il termine fiolaro viene sostituito con vetraio. Come misura di sicurezza contro gli incendi, nel 1291 il Consiglio della Repubblica della Serenissima ordina che le fornaci vengano spostate nell’isola di Murano, dando inizio al celebre legame con il vetro. Nonostante i secoli trascorsi e l’avvento di nuove tecnologie, osservando i maestri vetrai al lavoro sembra di viaggiare nel tempo: gli strumenti in legno, forbici e pinze che modellano il vetro incandescente, il rumore della porta in pietra che chiude la bocca della fornace e il via vai di persone indaffarate che non amano le perdite di tempo. Quando si lavora il vetro, anche i secondi contano. Nei laboratori i movimenti rallentano, qui si preparano i grandi stampi e i negativi in cera rossa per realizzare opere di grandi dimensioni e dai minuziosi dettagli. Dal vetro soffiato alla tecnica a lume e al casting, Glasstress mette in risalto le possibilità espressive del materiale traghettandole in territori contemporanei. Inaugurata nel 2009, è l’espressione perfetta dell’intuizione di Berengo Studio, fondato nel 1989 da Adriano Berengo che, seguendo l’esempio di Egidio Costantini, ha riunito i grandi nomi dell’arte contemporanea in un’unica esposizione, sviluppando nuovi linguaggi e dando una spinta propulsiva a Murano. Glasstress presenta un nuovo capitolo a Vicenza, in un palazzo rinascimentale patrimonio UNESCO, progettato da Giulio Romano e portato a termine da Palladio per i fratelli Thiene, da cui prende il nome. Da poco inaugurata e visitabile fino all’8 marzo 2026, Glasstress Vicenza: A Selection Fino 8 marzo 2026 Palazzo Thiene-Vicenza fondazioneberengo.org

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Glasstress Vicenza: A Selection presenta dalle controverse opere di Ai Weiwei agli intricati Vortex di Tony Cragg; dagli stack multicolore di Sean Scully alle cancellature di Emilio Isgrò; dai visi angelici di Jaume Plensa alle fantasiose sculture di Peter Shire; dai geister di Thomas Schutte ai Wrestlers di Robert Wilson e dalle sperimentazioni materiche di Erwin Wurm ai Paradisi di Alfredo Pirri.... Particolare attenzione è data ad artiste quali Monica Bonvicini, Laure Prouvost, Vanessa Beecroft, Koo Jeong A, Marya Kazoun e Ornella Cardillo, precedute nella sperimentazione del vetro da Marietta Barovier, ideatrice della perla rosetta e prima titolare donna di una fornace muranese. I curatori Francesca Valente e Jean Blanchaert lanciano un invito alla contemplazione di una materia ancestrale che diventa espressione libera ed estremamente iconica del contemporaneo. Matilde Corda ENG The earliest evidence of glassmaking in the Venetian Lagoon is at Torcello, with a furnace dating to the 7th–8th century. By the 13th century, glassblowers had formed a guild. In 1291, to prevent fires, the Republic ordered furnaces moved to Murano, beginning its famed bond with glass. Despite centuries and new technologies, watching master glassmakers feels timeless: wooden tools, scissors shaping molten glass, the stone door closing the furnace, and the urgency of every second. In workshops, large molds and wax negatives prepare monumental works. From blown glass to lampworking and casting, Glasstress highlights the expressive power of the material in contemporary art. Founded in 2009 by Berengo Studio, it unites leading artists, pushing Murano forward. Now Glasstress Vicenza: A Selection, in a UNESCO Renaissance palace, showcases Ai Weiwei, Tony Cragg, Sean Scully, Emilio Isgrò, Jaume Plensa, Peter Shire, Thomas Schütte, Robert Wilson, Erwin Wurm, Alfredo Pirri, and many others, with special focus on women artists continuing the legacy of Marietta Barovier. Curators Francesca Valente and Jean Blanchaert invite contemplation of an ancestral material transformed into iconic contemporary expression.


Giovanni Segantini, Ritorno dal bosco, 1890 © Segantini Museum St. Moritz - Deposito della Fondazione Otto Fischbacher Giovanni Segantini

Ritorno dal bosco Un viaggio inedito e intenso attraverso i capolavori di Segantini Una grande mostra, in corso fino al 22 febbraio 2026 ai Musei Civici di Bassano del Grappa, anticipa le atmosfere alpine e invernali, nonché i programmi collaterali, che saranno protagoniste degli imminenti Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026. Al centro l’universo artistico di uno dei massimi esponenti del Divisionismo, tra i più sensibili osservatori del mondo naturale e impareggiabile cantore della montagna quale luogo fisico e simbolico: Giovanni Segantini (1858–1899). Curata da Niccolò D’Agati, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il Politecnico di Milano, curatore scientifico della Galleria Civica G. Segantini di Arco, la mostra ricostruisce la figura di Giovanni Segantini attraverso un’inedita rilettura della sua opera a confronto con l’arte coeva, per raccontare una carriera che in soli vent’anni, dagli esordi “scapigliati” agli ultimi slanci simbolisti volti a catturare la Natura, ha saputo influenzare i maggiori movimenti artistici del suo tempo. Un centinaio di opere provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private italiane ed europee – dal Musée d’Orsay al Rijksmuseum di Amsterdam –, alcune delle quali rintracciate a distanza di oltre un secolo dalla loro realizzazione, definiscono un percorso espositivo diviso in quattro sezioni e in tre focus tematici che, a partire dall’esordio a Brera, inquadrano gli snodi più importanti della vicenda biografica di Segantini, mettendo allo stesso tempo in luce la straordinaria evoluzione della sua pittura. La prima sezione è dedicata alla fase milanese, segnata dall’incontro con il gallerista e sodale Vittore Grubicy De Dragon, nonché dal Giovanni Segantini Fino 22 febbraio 2026 Museo Civico di Bassano del Grappa www.museibassano.it

diretto confronto con l’eredità della Scapigliatura e del Naturalismo lombardo. Se in questo vivace contesto si fece evidente l’innata propensione del pittore allo studio delle potenzialità espressive di luce e colore, si registra invece con il trasferimento in Brianza, verso la fine del 1880, un rinnovamento della concezione dell’uso del colore in direzione di un crescente interesse per la Natura quale elemento di comunione tra uomo, paesaggio e animali. Nella seconda sezione, sono messi in luce i contatti con l’arte di Jean-Francois Millet, con la produzione grafica di Vincent van Gogh e con le opere degli artisti della Scuola dell’Aja, per la prima volta posti a diretto confronto con la sua pittura. Il percorso prosegue con una terza sezione dedicata alla fase svizzera, avviatasi a Savognin nel 1886, durante la quale Segantini realizzò le grandi e celebri composizioni dedicate alla vita montana, arricchite dallo studio sugli effetti di luce e colore attraverso la definizione di una personale tecnica pittorica che lo fece emergere quale uno dei protagonisti del Divisionismo italiano. La quarta e ultima sezione è dedicata all’ultimo decennio della produzione segantiniana, caratterizzata dal trasferimento a Maloja e dall’apertura alla poetica Simbolista, raggiunto attraverso la peculiare formula del “simbolismo naturalistico”, una personale interpretazione del rapporto universale tra Uomo e Natura. L’allestimento mette in continuo dialogo luci e ombre, spazio e opere d’arte, trasformando il percorso espositivo in un palcoscenico drammatico in cui i colori vibranti delle opere risplendono, restituendo al visitatore un’esperienza emozionale e immersiva, ampliata da un crescendo visivo: emerge chiaramente infatti la forza poetica dell’artista che ha saputo interpretare la Natura come luogo di bellezza, spiritualità e appartenenza.

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Silenzio senza tempo di Michela Luce Spruzzi di colore sgocciolati su tavola a ricreare le venature del marmo, sfumature nei toni pastello a suggerire un altrove rispetto alla raffigurazione, piccoli tasselli di pittura astratta all’interno di silenti pause di meditazione e rigore, una luce metafisica che costruisce le forme e riempie un vuoto minimalista. Imprevedibili anticipazioni di arte informale in un Beato Angelico che non ci si aspetta ma che si svela in tutta la sua straordinaria modernità. Dettagli da cogliere all’interno di una sapienza narrativa scaturita da un impareggiabile realismo descrittivo da geniale storyteller. Occasione imperdibile la mostra che a Firenze lo celebra attraverso oltre 140 opere riunite da tutto il mondo in due sedi espositive: il Convento domenicano di San Marco, dove si torna ai suoi esordi ed è proposto un confronto tra il primo Angelico e il contesto in cui si formò tra Masolino e Starnina, dove domina l’imponente Tabernacolo dei Linaioli o si svela la Tebaide, intrigante quanto discussa dalla critica, e Palazzo Strozzi, dove si snoda un racconto tematicocronologico di grande impatto visivo ed emotivo. Durante il suo tour in Italia, puntando i riflettori sul “santo ispirato”, John Ruskin già dalla metà dell’Ottocento aveva contribuito alla riscoperta del maestro del Mugello in un momento di revival per quel connubio di misticismo religioso ed incontaminazione che l’arte primitiva rappresentava: nella Francia di Manet e Degas, che dall’Angelico trassero ispirazione e copie, nella Germania di Friedrich von Schlegel, nella Svizzera dove dominava il pensiero critico di Jacob Burckhardt e nell’Inghilterra dei Preraffaelliti che all’arte del Quattrocento si rivolsero per porre le basi della nuova pittura vittoriana. All’epoca in cui il Convento di clausura di San Marco non era ancora museo (ciò avvenne solo nel 1869) e dopo aver subito le soppressioni napoleonica prima e sabauda poi, nonché il rischio di una demolizione totale fortunatamente sventata, una nuova attenzione portò alla riscoperta di Guido di Pietro, che in quel luogo realizzò le opere più alte e suggestive scaturite dalla sua fantasia; straordinario interprete di una pittura a cavallo tra Tardo Gotico e primo Rinascimento fu l’artefice di un dialogo perfetto tra tradizione e innovazione, attraverso un linguaggio che dal suo presente si proiettava al futuro. Oro sfavillante, rosso sangue, blu dei lapislazzuli si fondono in una nuova concezione dello spazio costruita attraverso luce e colore, senza tralasciare punti di fuga prospettici aperti sull’infinito delle sue pale d’altare, raffiguranti Madonne in trono, Annunciazioni o Crocifissioni. Testimone delle grandi trasformazioni avvenute a Firenze nell’architettura grazie a Brunelleschi e Alberti, nella scultura con Ghiberti e Donatello, nella pittura in primis con Masaccio, Beato Angelico dopo aver preso gli ordini col nome di Fra Giovanni avviò a Fiesole una bottega specializzata in pale d’altare realizzate per la chiesa e il suo convento; ben presto ottenne incarichi esterni da committenti laici e religiosi e, trasferitosi a Firenze, da subito fece parte della riedificaBeato Angelico Fino 25 gennaio 2026 Fondazione Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze www.palazzostrozzi.org

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zione del Convento di San Marco avviata da Michelozzo e sponsorizzata da Cosimo de’ Medici pater patriae. Un cantiere in fieri dal 1438 al 1443 che lo vide all’opera per le sale comuni, con una Crocifissione per il Chiostro di Sant’Antonino, una per il refettorio (distrutta nel Cinquecento) e la monumentale Crocifissione per la Sala Capitolare, grandiosa per concezione e dimensioni, dove sfilano i santi patroni della famiglia Medici, della città e dell’ordine religioso come fossero i frutti di un tralcio di vite al cui centro San Domenico impartiva la regola. Seppure nei secoli si sia persa l’azzurrite del cielo che suggeriva un rimando all’aldilà, l’effetto di profondità spaziale è dato dalle croci sbieche che sembrano sfondare la bidimensionalità dell’affresco. Salendo al primo piano, in cima alla scala, l’Annunciazione è un capolavoro di semplicità ed equilibro, precisione prospettica e armonia cromatica, in una perfetta geometria spirituale dove il centro ideale della scena è il volto della Vergine. Entrando nelle 44 minuscole celle del dormitorio suddivise nei corridoi riservati a chierici, novizi e conversi si resta in doveroso ed estatico silenzio davanti a Storie di Cristo, Crocifissioni con San Domenico, o Storie dal Vangelo, rese in sintonia con quel voto di rigore e umiltà che l’ordine imponeva. Rispetto alla tradizione, che prevedeva di avere nel momento privato e solitario della preghiera solo piccole tavolette, potersi raccogliere di fronte ad un affresco nella cella si rivelò all’inizio del Rinascimento del tutto inusuale e moderno; a fianco della finestra aperta sulla vita terrena, i monaci potevano godere di un varco aperto sulla vita spirituale, resa con tono semplice ed ascetico, quasi fossero “proiezioni visive della fede”. Piccoli capolavori usciti da un progetto che Angelico elaborò con maturità organizzativa insieme agli aiuti, Battista di Biagio Sanguigni, Zanobi Strozzi e un giovanissimo Benozzo Gozzoli, sulla base di un piano stabilito con Antonino Pierozzi, futuro arcivescovo di Firenze, insieme ai Medici e a Michelozzo. Gli spazi privati e le parti comuni si differenziano anche nella tecnica delle opere che li abbellivano; mentre i dormitori destinati all’intimità vennero realizzati a fresco, in maniera più semplificata e rapida, le opere destinate ad una fruizione collettiva vennero eseguite a secco, quindi con tempi più lunghi, materiali e colori più preziosi. Ne è un esempio la Madonna delle Ombre, una sacra conversazione nella tradizionale impostazione simmetrica con la Vergine al centro e i santi eponimi ai suoi lati in un dialogo ideale con l’osservatore, mentre ai piedi del trono si aprono brani di dripping pollockiano ante litteram, definito “impressionismo coloristico”. La mostra propone anche uno squarcio sulla Biblioteca, la prima dell’era moderna progettata da Michelozzo, dove si scoprono straordinarie pagine miniate dall’Angelico; tra tutte il Graduale 558 di San Domenico opera di impagabile raffinatezza, realizzata mentre era impegnato alla predella per la pala omonima a Fiesole, come traspare da alcuni piccolissimi dettagli di delicatezza fisionomica e morbidezza nel modellato inseriti nelle iniziali miniate. Seppur si tratti di un corpus non numeroso, svela un’attività che svolse in parallelo con quella di pittore.


Beato Angelico, Crocifissione con i santi, 1441-1442 ca., Museo Nazionale di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Annunciazione, 1440-1450, Museo Nazionale di San Marco, Firenze

Un’esplosione di colori e di luce si apre a Palazzo Strozzi, dove si coglie la portata della grandezza del frate di Fiesole, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1982, patrono degli artisti dal 1984, le cui spoglie sono conservate a Roma, dove morì sessantenne nel 1455, nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva. In otto sale si sviluppa un percorso organizzato per temi; già nella prima si viene abbagliati dalla ricostruzione della vicina Chiesa di

Santa Trinita punto di riferimento per il mecenatismo privato fiorentino che incrociava il culto, la memoria dinastica e un nuovo linguaggio artistico. Ricreato in mostra l’ambiente dove la Pala Strozzi dell’Angelico dialogava con la Pala Bartolini di Lorenzo Monaco, si svela subito l’innovazione iconografica di Beato che dipinse le braccia di Cristo sostenute e non penzolanti, a formare visivamente la croce, mentre personaggi tratti dal Vangelo si accompagnano a

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figure colte dal presente; sguardi e gesti tutti sullo stesso piano per importanza mentre sullo sfondo una Gerusalemme turrita immaginaria, che ricorda Firenze, diviene una pagina paesaggistica tra le più riuscite del Rinascimento, senza scordarsi il Gentile da Fabriano cui lo stesso Strozzi aveva commissionato l’Adorazione dei Magi. Ma il clou della mostra è la grandiosa Pala di San Marco, eccezionalmente ricostruita grazie al ricongiungimento di 17 delle 18 parti della predella, provenienti da tutto il mondo, da Parigi a Monaco, da Washington a Dublino, smembrata nel 1678 e parte di un insieme che univa pittura e architettura, tanto che le singole parti erano inserite in una sorta di proscenio strombato. La Vergine sul trono dorato di stampo michelozziano, i santi Cosma e Damiano ai suoi piedi con riferimento ai Medici committenti, angeli e santi non più rivolti verso lo spettatore né frontali, ma su piani diversi e distribuiti lungo due direttrici prospettiche, accentuate dal tappeto anatolico simbolo di ricchezza dove poggia una piccola Crocifissione quasi una sorta di trompe-l’oeil, ponte tra il naturale e il soprannaturale. Alle spalle un bosco rigoglioso visibile grazie alla tenda aperta come un sipario, hortus conclusus allusivo di uno spazio reale fruibile dai frati. Ma oltre allo splendore della pittura, la vera novità introdotta da Beato è il formato quadrato brunelleschiano, che abbandonando il polittico tardo-gotico, definisce la pala come una nuova tipologia di “sacra conversazione”. Di grande impatto la sala dedicata alle “Crocifissioni Sagomate” di Lorenzo Monaco, Pesellino e dello stesso Angelico, uno straordinario quanto inatteso connubio di pittura e scultura, nate con l’intento di avvicinare i fedeli in maniera diretta e toccante alla passione di Cristo, quasi una presenza reale e tangibile sull’altare, resa dal pittore di Fiesole con una volumetria di stampo masaccesco. Altrettanto toccanti due filoni distinti ma complementari, la Madonna dell’Umiltà, (bellissima quella proveniente da Barcellona), seduta a terra ad accentuarne la semplicità cui contrasta il ricco e regale drappo dorato alle spalle, e il Cristo sofferente con occhi sanguinanti coronato di spine per una devozione privata o conventuale. Sempre più acclamato e richiesto dalle grandi committenze, realizzò per esse in molteplici tipologie l’Annunciazione su schemi innovativi come quella di Montecarlo, con squarci di pittura informale, o più tradizionali come il Trittico di Cortona. Una finestra è aperta sull’ultimo periodo romano, dove, chiamato dal papa Eugenio IV e con la supervisione del cardinale domenicano Juan de Torquemada, Angelico dipinse due tavole con la Crocifissione, in mostra insieme ai preziosissimi disegni di Harvard, unica testimonianza degli affreschi eseguiti in Vaticano per il papa, andati perduti. Inevitabile conclusione la sala dedicata ai Medici, fedeli e lungimiranti mecenati che anche alla morte del pater patriae, attraverso il figlio, Piero il Gottoso, all’Angelico affidarono opere fondamentali per la sfera pubblica e privata. L’Armadio degli Argenti unisce in 35 tavole una straordinaria narratività quasi miniaturistica di ascendenza fiamminga alla monumentalità romana; ad usus ex voto sottoscritto con finalità didascalica. Non solo “santo ispirato”, ma pittore, artista, maestro, teologo, Angelicus Pictor fu autore di pagine d’arte straordinarie tanto da essere definito da Elsa Morante come “Il beato propagandista del Paradiso”.

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Beato Angelico, Pala di San Marco (tavola principale), Museo di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Pala di San Marco (predella) - I santi Cosma e Damiano e i loro fratelli vanamente condannati al rogo, National Gallery of Ireland, Dublino

Beato Angelico, Pala di San Marco (predella) - Guarigione del diacono Giustiniano (Miracolo della gamba nera), Museo Nazionale di San Marco, Firenze


Beato Angelico, Deposizione dalla Croce, 1432-1434, Museo Nazionale di San Marco, Firenze

Beato Angelico, Cristo come Re dei Re, 1447-1450 Cattedrale di San Francesco, Livorno

Beato Angelico, Madonna dell’umiltà, 1433-1435, Museo Nazionale d’Arte della Catalogna, Barcellona

Beato Angelico, Cristo crocifisso tra i santi Niccolò e Francesco (particolare)

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IN DIRETTA DAL GOLGOTA

Jacopo Tintoretto, Crocifissione (particolari) Scuola Grande di San Rocco, Venezia

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Gore Vidal e la Crocifissione di Tintoretto

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di Giandomenico Romanelli

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el 1992 Gore Vidal pubblicava un romanzo dal

titolo In diretta dal Golgota (Live from Golgotha). Oggi lo si classificherebbe senza alcun dubbio nella categoria dei racconti distopici. E, in effetti, lo svolgimento del romanzo conduce il lettore in una quantità di luoghi-non luoghi e di tempi-non tempi (quindi anche discronico oltre che distopico) traversando ogni tipo di sistemi: da quello galattico a quello metafisico, da quello psichico a quello psicanalitico, da quello analogico a quello digitale. La trama consiste – tra rivolgimenti e salti in avanti, tra scontri e sostituzioni di persone e di ambienti – nella ricostruzione della disputa tra due network televisivi americani concorrenti e avversari per assicurarsi la diretta televisiva nientedimeno che della Crocifissione di Cristo sul Golgota. Evidentemente Vidal ha fissato sulla carta un sistema tecnologicamente avanzatissimo per superare, secondo un modulo narrativo piuttosto abusato, le barriere del tempo e dello spazio. Non mancano tradimenti e rovesciamenti di fronte ma non mancano nemmeno (ed è la parte più divertente del romanzo) la presenza e il ruolo di personaggi fondamentali per la realizzazione e la gestione di quella formidabile macchina di comunicazione e di reclutamento di adepti diffusa, radicata e consolidata nel tempo – sia pur non priva di momenti di sbandamento e di crisi – che è (è stata, sarà, dovrá e potrà essere, ecc.) la Chiesa di Roma, e quindi, come è logico e prevedibile che fosse, dell’attività e della forte caratterizzazione del suo inventore e fondatore: San Paolo.

*** L’immagine della Chiesa oggi è attraversata e condizionata da una successione di eventi di dimensione planetaria: si pensi al recente Conclave, alla elezione del Cardinale americano Prevost e alla, forse imprevedibile, risonanza mediatica di tali fatti; o ancora allo svolgimento del Giubileo del 2025, attraversato da adunanze oceaniche e raduni giovanili con celebrazioni su altari estesi come un campo da calcio con tanto di confessioni di massa, lunghe code di ragazzi come si vedono oggi solo alle entrate degli stadi per i concerti di musica trap.

Si fa notare, in questo contesto, una coincidenza cronologica che, se pur di tutt’altra natura, val la pena sottolineare: si tratta della ricorrenza centenaria della nascita di Gore Vidal (1925–2025) che della Roma pagana e cristiana, antica e moderna, stracciona e sfolgorante di ori è stato forse uno degli interpreti più originali e trasgressivi (come ben sapeva Federico Fellini che lo ebbe accanto e, pare, non una sola volta). “Nel frattempo”, come talora compariva sullo schermo dei film per far digerire al pubblico 130

un salto di tempo e di luogo, a Venezia nella mitica e magica Scuola Grande di San Rocco nella sala detta dell’Albergo veniva scoperta al pubblico la immensa Crocifissione di Tintoretto alla conclusione di un importante intervento di restauro. Ero stato più volte, grazie alla gentilezza e alla generosità dei restauratori (delle restauratrici, a dire il vero) e dei vertici della Scuola, sulle impalcature per rendermi conto dell’avanzamento dei lavori e dei risultati che, progressivamente, ne scaturivano e, confesso, la frequentazione così speciale quasi dentro l’opera mi aveva decisamente turbato e sedotto. Alla cerimonia di scoprimento del telero e di presentazione del lavoro finito ero assolutamente estasiato e conquistato di fronte alla sfavillante luminosità di questo che si potrebbe forse definire il capolavoro assoluto non solo di Jacopo Tintoretto, ma dell’intera pittura veneziana e uno dei vertici, addirittura, di tutta la storia della pittura cinquecentesca. Allora, lì davanti alla tela con una scena che ti avvolge da ogni parte come i mitici “panorami” ottocenteschi a 360 gradi, mi si è quasi svelato ex novo quel capolavoro che pur avevo a lungo frequentato e ammirato parecchi anni or sono, all’epoca della stesura del mio libro proprio dedicato a Tintoretto a San Rocco (Electa, 1987 e Marsilio, 2010). Ora però era diverso; emozioni, riflessioni, ricordi mi si srotolavano dalla mente automaticamente davanti agli occhi (come avrebbe detto Oliver Sacks). La prima volta, quando ero alle medie e, con un amico, ero venuto – senza genitori o altri adulti e questo era molto importante per la auto-educazione di noi ragazzini – pagando il mio biglietto ridotto, tenendo tra le mani l’edizione di casa del Lorenzetti, sfogliandone con cura devota le pagine sottilissime come quelle di una bibbia. Poi, negli anni, una serie innumerevole di altre incursioni, scrutando il soffitto della Scuola con uno degli specchi messi lì a disposizione del pubblico, guardando le sculture e i grotteschi del Pianta sui dossali, curioso dei padelloni per l’illuminazione che mi si diceva essere stati inventati da Fortuny. E poi ancora gli enormi dipinti, non tintoretteschi, ai lati dello scalone e quell’altare (perché poi un altare, e un altro altare al pianterreno e lì fuori una chiesa intera…) ancora con dei Tintoretto spaventosi (c’è quel personaggio che spunta dal pavimento e si affaccia aggrappato a delle cancellate a terra che chiudono spazi sotterranei come catacombe maledette). Era tutta una scoperta, mirabile e, nella sua vastità e complessità, misteriosa e arcana, fatta di storie (proprio quelle che ci raccontavano i catechisti e le prediche del parroco) ma affollata di figure e di cose, ecco: affollata, straripante, debordante oltre le cornici e le tele. Ci si guardava intorno per vedere se anche i visitatori (i turisti, purtroppo) fossero usciti da quella folla e fossero pronti a rientrare per prendere posto accanto a Cristo, ai suoi seguaci e persecutori, ai cavalli, ai soldati e ai personaggi inturbantati o riccamente vestiti, o straccioni e disperati o moribondi o morti; alle Marie, ai magistrati romani, ai grandi sacerdoti ebrei, agli scribi, ai farisei, ai bambini


Tintoretto, Autoritratto (1588-1589), Museo del Louvre, Parigi

trapassati da lame crudeli, ai crocifissi su un monte. Mi interessava particolarmente invece, all’epoca del mio libro, il ruolo giocato dai suggeritori di Jacopo nel concepire e dettare la sequenza delle poderose tele del ciclo pittorico e le scelte scritturali sottostanti e provocatrici del pensiero pittorico ed estetico di Tintoretto, quella battaglia tra la luce e le tenebre che di certo proveniva dal pensiero di San Giovanni assai più che da quello di San Paolo, come molti altrimenti sostenevano. Mi interessava come il Prologo del Vangelo di Giovanni o episodi appartenenti al suo solo Vangelo fossero divenuti pittura, quasi che una traduzione per immagini avesse per così dire anticipato un procedimento più simile a una sceneggiatura cinematografica che a un atto di fede o di pietà. Ma quel che nel corso della cerimonia di scoprimento della Crocifissione mi ossessionava era piuttosto la matassa aggrovigliata del romanzo di Gore Vidal, tormentandomi come lo strascico mezzo reale e mezzo fantastico di un incubo al momento del risveglio. Cercavo e cerco ancora oggi di capire le oscure ragioni di questa persistente visione.

*** Nel romanzo di Vidal la voce narrante è quella di Timoteo, segretario di Paolo e destinatario delle due lettere più nettamente marcate, tra le molte missive paoline, da riferimenti personali. Il che dà a Vidal il pretesto per descrivere l’ambiente in cui si svolge la prima parte del romanzo, comprese una serie di scene erotiche di diversa caratterizzazione, ma gli consente anche di sguazzare dentro al demimonde di mature matrone paoline, di attrici e ballerine, di giovinetti perversi, di gigolò, di avventure tra la Palestina e Cipro, il Peloponneso e l’Asia minore prima di giungere a Roma, dove Pietro è già dietro le sbarre e Nerone tiene banco con le sue velleità culturali e mondane, le sue perversioni e la sua ferocia. Qui si riconosce la mano di Vidal, geniale soggettista del celebre e controverso film Io Caligola di Tinto Brass e Bob Guccione, che allora, erano gli anni ’70, fece scandalo, ma che visto oggi rivela qualità e caratteri che rimasero, al tempo della sua uscita, nascosti dietro le polemiche sui nudi e via cianciando. Il romanzo non ha nulla a che fare, ad esempio, con la riscrittura e

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scoperta del Vangelo di Luca che Emmanuel Carrère ha compiuto, attraverso una sorta di viaggio di iniziazione nel suo percorso di conversione, nel romanzo Il Regno, né con la spesso faticosa pretestuosità letteraria di altre più o meno recenti scritture di apocrifi o di parti ed episodi dei Sinottici, piuttosto che dell’evangelo di Giovanni. Vidal sceglie, qui in modalità sarcastica, quella vocazione utopica che, anche di recente, ad opera ad esempio di Michele Masneri, è stata individuata quale tratto specifico e qualificante della narrativa di questo irriverente e geniale autore. La guida, chiamiamola cosi, di Vidal è in un certo qual modo il Vangelo di Marco (perché piu antico e, presumibilmente, il più vicino ai fatti narrati o raccolti dalla viva voce dei protagonisti: di Pietro nello specifico, di cui Marco pare sia stato il seguace, segretario e assistente e che è possibile riconoscere nel ragazzetto che osserva, nascosto, l’arresto del Maestro e che, scoperto, scappa via nudo lasciando in mano alla guardia che l’inseguiva solo il lenzuolo con cui era coperto). Restano invece sullo sfondo i Vangeli apocrifi, perché in realtà essi interessano meno all’assunto del Vangelo di Vidal-Timoteo che, come si vedrà, tenta esso sì di essere un altro vangelo ma non apocrifo, bensì ‘vero’ e alternativo, affidato ai ricordi e alla narrazione di Paolo attraverso il calamo di Timoteo. Questo si ispira proprio al vangelo più sintetico e più prossimo cronologicamente agli eventi che sono, come si è appena detto, all’origine della narrazione.

Confesso di aver maturato, spinto da una densa serie di sollecitazioni, memorie, esperienze personali, racconti, un rapporto del tutto particolare con l’opera di Tintoretto; rapporto che si fonda sulla mia convinzione circa la incommensurabile grandezza della sua pittura e, dall’altra parte, dalla constatazione della sostanziale 131


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monotematicità e insoddisfacente ripetitività, oramai tacitamente dai più accolta, che connota le correnti letture, analisi e decifrazioni utilizzate per “capire e spiegare” la pittura di questo gigantesco artista. Da tempo andavo ragionando su quest’evidenza che non pochi tintorettiani di lungo corso sussurrano a bassa voce non certo preoccupati di disturbare il lavorìo dei nuovi “addetti ai lavori”, di cui non sembrano coltivare grande stima, quanto per non confondersi con l’invadenza e lo strepito di taluni falsi maestri che hanno occupato per troppo tempo la scena con protervia magniloquente. Lo si è visto con evidenza innegabile anche in occasione delle varie manifestazioni organizzate nella ricorrenza centenaria dell’artista nel 2019. Manifestazioni che, tra l’altro, hanno lasciato dietro di sé il nulla. Talmente occupati gli esperti – pescati di qua e di là dell’Atlantico (più di là che di qua è il caso di dire) – a ridefinire attribuzioni e varianti, derivazioni e dettagli magari dell’abbozzo a matita o a carboncino che so, di un piede o di un gomito tracciati su una carta azzurrina chissà da chi, a disquisire su autografie e ispirazioni, su vere o improbabili collaborazioni (tutti problemi già abbondantemente risolti da anni in studi ormai classici, basti pensare alle molte pagine scritte a riguardo da Paola Rossi), così che di tutto vi era in quelle diatribe salvo che la sinopia di Jacopo Tintoretto (uomo, artista, inventore, esecutore, genio polimorfo). È il caso ancora una volta, pure qui, di utilizzare la nota immagine-metafora: guardando il dito non vedono la luna. Ne consegue la convinzione che l’attribuzione e la disputa su taluni marginali fatti cronologici rappresenti la via maestra per una filologia seria e affidabile (case d’asta e collezionismo spingono e soffiano sul fuoco: lo scoop milionario ha bisogno di sempre nuovi sacrifici umani per macinare le sue performance! E c’è chi li accontenta). La luna dietro al dito era qui “semplicemente” rappresentata dalle grandi, divine opere di Jacopo a cui venivano date interpretazioni riduttive e aberranti, quando non anche ridicole. Ma la luna può anche esser costituita dalla selva di nuovi studi e di geniali interpretazioni che continuano a comparire su Jacopo e che quei critici (filologia all’americana!) non erano in grado di vedere e di capire. Il caso forse più macroscopico l’avevo già in un’altra occasione in queste stesse pagine segnalato perché sperimentato di persona. È, per dirla in breve, la mancata attenzione a due testi, oramai storici e molto importanti, dedicati a Tintoretto, testi che i nostri bravi esperti non hanno letto e, quindi, non possono aver capito e utilizzato. Ecco il caso, in breve (assicuro che passerò poi a Gore Vidal e alla scena del Golgota, oggetto primario di questa riflessione, almeno lo spero…). La questione è, insieme, semplice e complessa. Debbo una volta ancora prendere le mosse da un vezzo (vitium, come si sa) di noi storici d’arte, e dico noi anche se a fatica mi sento di incasellarmi nella categoria (certo per indegnità mia, non dei chierici regolari). Quello di non accettare contributi di riflessione critica se non provengano dall’hortus conclusus della disciplina. Oppure di esigere che di tematiche storico-critiche non si possa ragionare se non con il linguaggio, ossia il codice iniziatico, attraverso il quale è

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redatta la disciplina stessa. Ebbene, due testi fondamentali di critica tintorettiana sono il Sequestré de Venise dello scrittore e filosofo Jean-Paul Sartre e un saggio di Jules Vuillemin, celebre epistemologo francese. Sono testi che non hanno alcuna ambizione filologica in senso classico e che pure avrebbero potuto aprire prospettive critiche e di pensiero straordinarie sul nostro Jacopo: sulla sua collocazione dentro/fuori rispetto al panorama sociale, culturale e artistico del suo tempo, sulla sua densa sostanza poetica tragica e lirica, sul senso della città che egli percepisce quasi rabdomanticamente e con la quale si identifica in tutto, dalla forma alla storia. E ancora sulla strabiliante metodologia immaginativa e impaginativa delle scene dipinte di Jacopo, con effetti che, come propone Sartre, sono di autentica natura “cinematografica in cinemascope” e non a caso il filosofo cita il famoso kolossal cinematografico Ben Hur. Nulla, Sartre non ha studiato abbastanza! La risposta di qualche storico d’arte alle “provocazioni” sartriane è stata imbarazzata e imbarazzante: il filosofo francese non ha capito, ha equivocato, non ha approfondito abbastanza, “non ha studiato a sufficienza” (Rodolfo Pallucchini). E non si è nemmeno saputo cogliere la sorprendente qualità letteraria del testo sartriano, fatto tutto di figure retoriche, immagini stranianti, paradossi: insomma, un’opera d’arte su un’opera d’arte, un metatesto indimenticabile. Non si è avuta la pazienza e tantomeno la lungimiranza di entrare dentro uno scritto sorprendente e disperato, quello che porta Sartre a ‘vedere’ nelle opere la tragedia di Jacopo e di immedesimarvisi attraverso un processo di identificazione prodigiosa. Sartre coglie il dramma umano e il travaglio artistico di Jacopo come propri: quella su Tintoretto è infatti l’ultima opera di Sartre, quasi un testamento spirituale. Che occasione perduta per noi! Peggio ancora è andata allo studio di Jules Vuillemin. Ignorato per mezzo secolo anche se pubblicato dalla prestigiosa “Les Temps modernes” nel 1954 e condotto con metodo critico esemplare, il testo, La personnalité esthétique du Tintoret, è stato totalmente e accuratamente rimosso. Vuillemin ha cercato di individuare la struttura logica del pensiero dell’artista dentro le sue opere, indagandone i modelli strutturali, appunto, e i percorsi logici e psicologici con acutezza straordinaria. Anticipava la proposta di decifrazione della complessa costruzione dei cicli di San Rocco (Chiesa e Scuola Grande) sia dal punto di vista teologico che letterario, con affondi di stampo psicanalitico. Ha proposto di applicare a questi cicli un’ulteriore chiave di lettura, partendo dagli Esercizi di Ignazio di Loyola, intuizione davvero geniale. Risultato? Silenzio di tomba. Vuillemin suddivide l’opera di Tintoretto in grandi categorie logiche, contenutistiche e formali-figurative, ma, soprattutto, nelle impalcature strutturali sottese ai dipinti profani (mitologici e storici) e a quelli di soggetto religioso ne rileva la diversa e contrapposta costruzione figurativa. Oltre a rilievi inediti e originali (mai più approfonditi dagli ‘esperti’), egli scorge nel percorso artistico di Jacopo processi e temi di regressione e di restituzione, che vengono risolti in chiave di distruzione della concezione classica dello spazio in vere e proprie esplosioni figurative e di ri-composizione in colore e luce sotto lo stimolo del concetto cattolico di peccato.

Sia in Vuillemin che in Sartre Tintoretto è l’uomo «che la pittura ha scelto per far esplodere le sue contraddizioni».


Jean-Paul Sartre nel suo studio a Parigi, anni Cinquanta

«La pittura mi resisteva e io l’ho uccisa» (Sartre come Tintoretto). «Un quadro è un problema, sempre lo stesso, la pittura». Tintoretto «è il primo artista geniale della decadenza» (Vuillemin). Aver ignorato da parte dei nostri storici d’arte queste acquisizioni e queste numerose e geniali proposte da un lato denuncia una limitatezza di orizzonti che rappresenta una carenza culturale grave, dall’altro restituisce una sorta di reazione psicologica che ha del patologico, una vera ossessione difensiva con tanto di chiusura a riccio, vero e proprio cul de sac in cui si sono infilate le recenti esposizioni tintorettiane con quella sorta di rimasticatura di ragionamenti e confronti e di limature meccaniche di vecchie diatribe attribuzionistiche da parte dei curatori. Anche questo testo pubblicato da Vuillemin, così come per Sartre, è la sua ultima fatica ed è dedicata al pittore e alla sua città: Le miroir de Venise. Talché Jacopo è specchio e si fa specchio delle brame di una città che come nessun’altra è sempre stata complice e vittima di un gigantesco complesso di Narciso. Fortunatamente il libro e gli altri testi critici di Sartre, ripubblicati di recente in forma completa e corretta sia in francese che in italiano per cura di Michel Sicard, offrono, a chi vorrà finalmente leggerli, l’occasione opportuna che, temo, gli storici d’arte lasceranno una volta ancora cadere.

*** Monsignor Ravasi ha recentemente introdotto (pur continuando a definirsi un non-esperto sul tema!) alcune considerazioni su Tintoretto che, anch’esse, devono aver spaventato gli addetti ai lavori. In primis una lettura della immensa Crocifissione della Scuola Grande di San Rocco con strumenti esegetici e parametri logici da non-storico d’arte. Ravasi è abile, autentica volpe delle conferenze e di ogni lectio magistralis! Poi ha una cultura invidiabile (e non solo biblica, che sarebbe la sua specialità), a dir poco versatile: letteraria, storica,

musicale e via discorrendo. Davanti a un pubblico che si aspettava questo, ha calcato la mano sulla spiritualità del pittore e, giocando sul paradosso, sul ruolo dell’arte a supporto e in aiuto della teologia. Ha parlato dell’iconoclastia e del secondo concilio di Nicea e del «non vi farete una immagine di Dio», anche se poi ha ben girato il discorso su «lo fece a sua immagine e somiglianza» della Genesi. Un percorso a dir poco perfetto: ce ne fossero di studiosi altrettanto preparati e lucidi, eloquenti e competenti! Sarebbe bello sapere quel che pensa di alcuni libri che si sono misurati con questi stessi temi, quelli esegetici con le forme e nelle forme, e, soprattutto, di quella sorta di invasione di campo operata dal Concilio di Trento e di quelle immagini di Cartari e di tutti coloro che hanno tentato di imbrigliare i concetti, i simboli, le verità di fede, i dogmi, le stesse non infrequenti contraddizioni contenute nei testi sacri dentro a segni, emblemi e una quantità di figure retoriche, allegorie, metafore e via discorrendo che prestissimo il Ripa comporrà nel suo celeberrimo repertorio. Altro tema su cui ci sarebbe piaciuto sentire l’autorevolissimo parere di monsignor Ravasi, ma sul quale purtroppo non ha avuto il tempo di cimentarsi, è quello relativo al ruolo che l’artista (Jacopo Tintoretto) ha avuto nella invenzione e redazione del programma iconografico del ciclo (dei cicli) della Scuola e della Chiesa di San Rocco. Come sappiamo Jacopo era per così dire accompagnato da dei suggeritori che la Scuola gli mise accanto di modo che le “istorie dicte a boca” (come Tintoretto definisce, davanti ai governanti della Scuola, i soggetti che vorrebbe trattare) dessero sostanza a una corretta impaginazione teologica e rispondessero alle esigenze e alle istanze prevalenti del sodalizio. Ho detto prevalenti perché sappiamo che non tutti condividevano la scelta del nostro artista, specie dopo l’eco scandalosa suscitata in città dal ciclo della Scuola di San Marco e dall’espediente dell’ovale di San Rocco (per quel che vi è di storico in quella vicenda), fino a vincolare la propria partecipazione alle spese per la decorazione degli ambienti della Scuola all’esclusione di Jacopo dalla stessa. Procedura davvero imbarazzante questa: «Contribuirò all’impresa purché l’artista non sia Jacopo» (G.B. De’ Zignoni). Anche oggi una tale pretesa avrebbe provocato polemiche sanguinose e forse la chiamata in causa di qualche autorità giudiziaria.

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Altro tema intrigante e a questo strettamente connesso su cui sarebbe importante indagare a fondo è quello relativo al margine di libertà di cui Jacopo ha potuto godere nella stessa impaginazione dei soggetti trattati. Ossia quanto e come sia intervenuta (se è effettivamente intervenuta) e che peso pensiamo abbia potuto esercitare l’esperienza personale dell’artista nella costruzione dell’immensa opera di esegesi scritturale dispiegata sulle pareti e sui soffitti di San Rocco. Che Jacopo mostri una personale e intima partecipazione di spiritualità e di fede a quel che illustra saremmo molto più prudenti ad ammetterlo di quanto non lo sia stato monsignor Ravasi nella sua recente lectio. Al suo ragionamento veniva utile il paradosso dell’arte che viene in soccorso alla teologia; che poi questo sia successo a San Rocco è assai difficile da dimostrare. Molto più concreti ci paiono altri elementi, vedi la scelta compiuta dai suggeritori – e seguita da Jacopo – della teologia giovannea rispetto ad altre linee. Una conferma concreta a riguardo, ad esempio, è il ricorso all’episodio evangelico della Piscina probatica di Betzaeta in uno dei teleri cristologici della Scuola e, in maniera forse ancor più eclatante, in una delle grandi tele della vicina Chiesa di San Rocco, quella in cui il telaio scenografico e prospettico è governato dalle due massicce colonne in primo piano, così che lo spazio raffigurato sembra come esplodere sotto la spinta e il dinamismo dei molti personaggi stipati attorno ai due protagonisti: Cristo che si torce all’indietro per operare il miracolo e il paralitico semi sommerso dagli astanti. Il gesto di Cristo sembra improvvisato e repentino e Lui, curvato verso il basso, sembra quasi travolto da una folla in movimento convergente verso il centro. Ripeto: l’episodio illustrato è solo nel vangelo di Giovanni e su di esso poggia la ripresa del grande tema dell’acqua del Salone, a partire dal telero a soffitto con Mosè che fa scaturire l’acqua dalla roccia e, in basso, dalla mirabile scena quasi ‘in notturno’ del Battesimo del Figlio e dell’epifania del Padre (su questo, sui rimandi tra soffitto e teleri parietali, si è misurato con intuizioni geniali e qualche azzardo fantasioso soprattutto il de Tolnay nel 1960). Ancora giovannea è la gigantesca dialettica luce/tenebre: qui ci si può accostare sicuramente al ‘pensiero’ pittorico di Jacopo, perché esso è quasi la sostanza, o meglio, il luogo fisico e teologico in cui egli mette del suo (pittoricamente), interpretando magistralmente il pensiero teologico dell’evangelista fin dal prologo con gli strumenti della pittura, non sostituendosi alla teologia, ma interpretandone le istanze materiche e materiali. L’incontro avviene nello spazio virtuale del linguaggio teologico e di quello iconografico con effetti a dir poco strabilianti. La luce del prologo è la ragione prima per la quale Jacopo deve combattere per contrastare o contenere i difficilissimi condizionamenti del fiotto luminoso che proviene dai finestroni della Scuola e che rende quasi illeggibili o invisibili i dipinti a parete (non quelli del soffitto però). Egli vince questo confronto esaltando le tenebre – il notturno, in termini pittorici – e lo vince dentro la pittura, per mezzo della pittura: che è il vero luogo mentale e psicologico del suo lavoro, certamente più dei sentimenti di fede e delle avventure dello spirito. Ancora dal vangelo di Giovanni (e solo da lui) derivano altre due importanti scene di questa passione messa in forma da Jacopo nella sala dell’Albergo. L’Ecce homo, che, ripeto, è un’esclusiva di Giovanni; l’altro soggetto è costituito da un vuoto, la eliminazione della figura di Simone di Cirene, che nei sinottici avrebbe aiutato Cristo a portare la croce e che, invece, in nome della concordanza tra il Vecchio e il Nuovo Testamento, Giovanni non può accettare: «Portando egli stesso la croce si avviò al luogo detto del ‘Cranio’ cioè in ebraico Golgotha». Cristo davanti a Pilato e il celebre gesto di questi che si lava le mani

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viene invece, come si sa, da Matteo (27, 24-25). A questo punto e con tali premesse possiamo tornare a Jacopo e, in particolare, alla sua immensa Crocifissione presentata al pubblico al termine di un esemplare intervento di pulitura e restauro, cosa, come dicevo, che mi ha sollecitato a ritornare sul lavoro di Jacopo a San Rocco. Dopo l’intervento, la tela mostra ora tutte le qualità della pittura di questo Maestro con una vivezza prima forse non immaginabile (salvo all’epoca in cui fu eseguita!) e con la luminosità che appare scaturire dai corpi, dagli animali, dai panneggi, dal paesaggio stesso su cui essa si dispiega come un arazzo, capace di far sprofondare anche i fatti quotidiani, ogni gesto e parola, ogni sguardo e riflesso in una immensità paesaggistica sconosciuta, dilatata, eppure quasi in difficoltà a contenere le esplosioni di dolore e la disperazione di esseri umani e natura travolti in un gorgo sconfinato destinato a mutare la storia e gli uomini nella immensa terribilità dell’universo. E poi c’è il corpo di Cristo. Questo corpo, possente e intatto (all’opposto che nei ‘mistici’, vedi quello celeberrimo di Matthias Grünewald a Issenheim, che mostrano, per ragioni teologiche oltre che devozionali, il corpo del Crocifisso devastato da tutte le possibili malattie e miserie del mondo che egli “prende su di sé”, cioè con tutte le conseguenze e manifestazioni del peccato, con un prevalere dei peccati a sfondo sessuale, come hanno dimostrato i fisiologi) promana una luminosità che tutto penetra e trasforma, rivelando infine la sua natura “divina” come, proprio lì , sul posto, sta proclamando il centurione: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio». Qui l’intervento di restauro ha mostrato tutta la sua saggezza e perizia: un certo grigiore diffuso (patina di sporco e di grasso da inquinamento) aveva per così dire spento l’interna luminosità di quel corpo divino; vecchi restauri degradati avevano avvolto come in un velo opaco la squillante epifania di una rivelazione per chi sapesse e volesse vedere. Perché lì sul quel monte del cranio la luce aveva sconfitto le tenebre. È l’esperienza fulminante che ha travolto il centurione, che la proclama senza esitazione alcuna. C’è una pagina, anch’essa assente dalle pubblicazioni dei nostri specialisti, del grande storico dell’arte (ohibò!) russo Pavel Muratov che inquadra senza esitazioni natura e caratteri del lavoro tintorettiano a San Rocco:

«Oltre ai soffitti e a innumerevoli pannelli decorativi, egli [Tintoretto] dovette dipingere venti grandi composizioni. Tra queste, l’enorme Crocifissione nella Sala dell’Albergo. Il Golgota è un intero universo, un universo connotato da un movimento tragico, dove le singole figure e persino gli uomini a cavallo si perdono come granelli di polvere, mentre sopra le loro teste l’evento si scatena, come un uragano, in un cielo sconvolto dai nembi». (Pavel Muratov, Immagini dell’Italia, I, Mosca 1911-12 (edizione italiana: Adelphi, Milano 2019, pag 71).


Gore Vidal

Muratov era giunto in Italia e a Venezia centovent’anni fa. Qui era stato capace di tracciare una sorta di itinerario veneziano sulle orme di Tintoretto, l’unico artista che, come Carpaccio, era rimasto sempre a Venezia, per cui «tra i grandi maestri veneziani, solo di Carpaccio e Tintoretto ci si può formare un’idea ben definita a Venezia». È già una acquisizione abbastanza originale questa sottolineatura per cui la città viene identificata dalla fitta trama delle opere di questi artisti, così come si potrebbe senza forzatura alcuna rovesciare l’assunto (ricordate quel che dirà Sartre?). Ma a noi qui interessa più di ogni altra considerazione la descrizione che Muratov fa della tela della Crocifissione della Sala dell’Albergo: “un universo di movimento tragico”. Espressione che giunge a definire in maniera perfetta uno almeno dei caratteri di questo capolavoro. Ci pare importante riportare all’attenzione oggi le folgoranti parole che Muratov ha scritto più di un secolo fa. Così come è ugualmente impossibile non riandare alle indimenticabili pagine che David Rosand ha dedicato alla nostra Crocifissione o a quelle di Anna Pallucchini su arte e religione nel Cinquecento veneziano. O al testo, appena sopra ricordato, di Charles de Tolnay e, venendo più vicino a noi, alle pagine, non meno illuminanti e irrinunciabili, di Augusto Gentili.

Anche per Muratov, quindi, la Crocifissione della Scuola di San Rocco rappresenta un passaggio obbligato nell’indagine dell’arte tintorettiana. Essa rappresenta un Universo, una totalità incomprimibile e incontenibile: lì convergono da ogni punto cardinale, da ogni dove e da ogni tempo le donne e gli uomini dell’umanità intera. Questo moto convergente, questo assieparsi e guardare, assistere e condividere, accomuna anche le nostre differenti narrazioni, come una tessitura inconsutile, come la stessa veste di Cristo.

Il primo a mettere per iscritto una attenta ricomposizione della trama narrativa/visiva della nostra Crocifissione è stato, ci pare, il critico seicentesco Carlo Ridolfi. È sicuramente lui che scompone, per così dire, tale trama e la ri-compone secondo l’esposizione plurima dei Vangeli, attraverso un’operazione di teologia comparativa che rimarca coincidenze, varianti e invarianti così come si sono depositate in tempi diversi nel dar vita alle quattro versioni della passione di Cristo. La critica delle fonti è giunta, come è noto, a ricostruire le stratificazioni letterarie (e teologiche) attorno a narrazioni orali più vicine allo svolgimento dei fatti raccontati. Così come le diversità in ogni senso (di pensiero, di linguaggio, di scelte di episodi e di contestualizzazioni) che distinguono nettamente il vangelo di Giovanni dai tre sinottici. Sono percorsi e risultati che gli esegeti conoscono molto bene e che compaiono enucleati fin dall’epoca dei Padri, non sta quindi a queste nostre poche note ripercorrerli e sintetizzarli. È d’obbligo però ricordare che la Passione è un testo plurimo e non una granitica narrazione che, quasi stenograficamente, racconta con precisione e senza incertezze o contraddizioni (perché ispirata dall’alto direttamente agli estensori dei libri della Scrittura sacra) le ultime ore della vita di Cristo e la sua morte. Di mezzo (tra i fatti e la loro forma letteraria) ci sono gli autori (con le loro personalità e i loro ricordi e le relative costruzioni e interpretazioni) e le diverse comunità dei seguaci e dei fedeli che tramandavano questi fatti, li interpretavano e, se necessario, li adattavano e li integravano, comunque intervenendo sui testi con le loro stesse esigenze teologiche e di fede per comporre un resoconto-testimonianza affidabile e certificato. Che è poi esattamente quel che dice di sè Giovanni concludendo il suo vangelo:

«Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera». Il materiale su cui Tintoretto ha lavorato non è però costituito solo dai quattro testi evangelici inseriti nel canone della Scrittura sacra (con prevalenza data a Giovanni, come abbiamo in più occasioni

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dimostrato). Aveva, e con lui la commissione votata dai confratelli, a disposizione la tradizione tutta, il Magistero, la patristica e l’immenso bagaglio di una infinita esegesi scritturale non certo facile da maneggiare, salvo che non si chiedesse – così come avvenne – di essere affiancati da un teologo, da un esegeta delle Scritture, da un letterato, meglio ancora da un erudito che possedesse tutte queste competenze mettendole a disposizione magari mediando questi saperi per trasformarli in un piano iconografico. Qui non possiamo dimenticare il ruolo giocato, in questo senso, dalla nuova omiletica cinquecentesca. Ci sono testimonianze precise e rivelatrici a riguardo: grazie all’opera dei Cappuccini, l’omiletica è attraversata nel XVI secolo da una radicale riforma rispetto alla tradizione medievale (ad esempio quella dei Domenicani, ordine dei predicatori quasi per antonomasia: ordo praedicatorum), senza dimenticare l’influsso degli ordini di nuova istituzione, soprattutto dei Gesuiti; grazie alla letteratura religiosa (basti pensare ad Aretino e alle sue infuocate e apocalittiche pagine), alle stampe e ai libri illustrati, come la famosa Biblia pauperum, che non è la Bibbia dei poveri (se uno era povero tanto meno poteva permettersi un testo illustrato, raffinato e assai costoso, oltre che di non facile utilizzo). Il titolo completo di tale celebre opera a stampa era Biblia pauperum praedicatorum, vale a dire destinata ai predicatori (pauperum era non solo un esercizio di modestia ma rispecchiava quel voto di povertà che, assieme alla castità e all’obbedienza, rappresentava il carattere distintivo degli ordini mendicanti), vero e proprio manuale illustrato che proponeva delle tavole riassuntive le quali, soprattutto, sostenevano, anche graficamente, la connessione e derivazione di passi del Nuovo Testamento con passi dell’Antico, stabilendo subito a prima vista il principio che nel Nuovo tornavano e si completavano tutte le anticipazioni già presenti nel Vecchio. «Non sono venuto ad abolire la Legge ma a completarla» dice Gesù. A Jacopo restava da riempire, per così dire, i vuoti di varia forma e dimensioni lasciati liberi dalle immense cornici del soffitto, con rappresentazioni dei soggetti individuati dall’erudito e dalla commissione che, insieme, redigono il piano iconografico complessivo e, naturalmente, i sotto piani in cui il piano generale era stato suddiviso. Non dimentichiamo che le cornici dei soffitti erano realizzate – come sempre in queste imprese – prima dei dipinti, con l’eccezione della doratura. E Jacopo riempì quei vuoti con il più straordinario, probabilmente, dei poemi sacri mai composti.

*** Gore Vidal deliberatamente infrange nel suo romanzo ogni gerarchia degli ordini e dei generi letterari ed esegetici, rovescia l’alto e il basso, la tragedia e la commedia, la satira e la morale. Ma non è che castigat ridendo mores: piuttosto scandalizza e provoca, insulta e irride con una libertà e una pervicacia che non possono essere ignorate o stigmatizzate. Il potere costituito (religioso e laico) non aveva forse censurato un coetaneo di Jacopo, il grande Paolo Veronese, perché aveva anch’egli mescolato i generi? Che ci facevano nani, cani, soldati tedeschi e gente inturbantata convocati per la sua Ultima Cena ai santi Giovanni e Paolo? E Jacopo stesso non si era visto rispedire a casa un telero della Scuola di San Marco perché sconvolgeva le pie aspettative dei confratelli e dei frati del convento – ancora ai santi Giovanni e Paolo – con le sue inaudite composizioni? Poi pare che i suggerimenti, all’uno e all’altro dei due artisti così

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dottrinalmente scandalosi, provenissero proprio dall’interno delle comunità religiose, dai frati dei conventi, così fieramente impegnati in sanguinose (metaforicamente) dispute e risse d’ordine, una volta ancora, teologico. Nel nostro andirivieni tra i generi converrà schivare la solita, scontata domanda-risposta:

Jacopo con chi stava? A favore di chi si schierava? Con i cattolici di Roma, con le chiese d’oriente, con i riformati di Lutero, di Calvino, di Zwingli, di Valdés o, magari, per prudenza, si acquattava tra i nicodemiti? Qualcuno ha addirittura pensato che il personaggio inginocchiato in primo piano davanti alla Vergine col bambinello nel telero a pianterreno della Scuola di San Rocco raffigurante l’Adorazione dei Re Magi sia nientemeno che il ritratto di Guillaume Postel (Postello, da noi), filosofo, cabalista, linguista e teologo accusato di eresia, per alcuni anni imprigionato e guardato con gran preoccupazione dall’Inquisizione. Sospetto di una linea di pensiero ricca di coloriture ereticali anche se non inquadrabile dentro nessuna chiesa riformata, fu infine dichiarato pazzo e, in pratica, tenuto sotto controllo e allontanato dai centri nevralgici del dibattito teologico sia a Roma che a Parigi, così come a Venezia. Una figura di tale versatilità, autore di molte pubblicazioni filosofico-teologiche, praticamente guardato a vista, è credibile o ipotizzabile che comparisse in pompa magna ritratto in una sede tanto esposta e ammirata come la Scuola Grande di San Rocco? Se ciò si fosse verificato negli anni Quaranta del secolo la cosa avrebbe forse potuto essere tollerata. Non certo negli anni Sessanta o Settanta, ossia nel pieno del nuovo corso impresso per volontà papale alla gestione inquisitoriale, quando sarebbe stato davvero impossibile sfuggire all’occhiuta attenzione della lunga teoria di spioni e delatori del tribunale dell’inquisizione. Sarebbe bastato meno di un sospetto per far arrestare, interrogare, torturare, condannare e, se ritenuto necessario, spedire all’altro mondo il malcapitato di turno. Resta viva la domanda circa la spiritualità di Jacopo, quesito che ha avuto nel tempo numerose e contrastanti risposte, come sappiamo. La Crocifissione della Scuola è però troppo grande, totalizzante, magistrale e sublime per accettare di essere incasellata dentro a una qualche corrente eterodossa oppure contro-riformistica. Massimo Firpo, lo studioso che, anche di recente, si è più misurato col tema della iconografia della Crocifissione negli anni più caldi della montante diffusione della sensibilità “lutherana” (come allora si diceva) anche nel pulsante mondo della pittura, elenca una serie di scene sul Golgota di notevole ricchezza e articolazione, ma solo gli studi di corpi virili di Michelangelo possono reggere il confronto con il Cristo crocifisso di Jacopo. Per citare a confronto soltanto due esempi veneziani, possiamo scegliere il Crocifisso di Lorenzo Lotto oggi a Firenze (Collezione Berenson) e la grande Crocifissione di Alvise Donà oggi alla Scuola Grande di San Marco (Ospedale Civile dei Santi Giovanni e Paolo), la quale si proporrebbe i medesimi intenti di quella del Tintoretto a San Rocco ed invece dagli esiti, per quanto le due opere siano pressoché coeve, sideralmente lontani. Il Crocifisso


Restauratrice Lucia Tito CBC, Crocifissione © Matteo De Fina

di Lorenzo Lotto, pur acerbo come data rispetto agli altri che qui ci interessano, è una tavoletta devozionale, come rimarcano l’iconografia e la scritta sul retro, che sembra però testimoniare tutto il groviglio religioso e psicologico dell’artista, fin dalla posizione del Cristo, con quella sproporzione anatomica che rende piuttosto sgradevole la figura quasi rattrappita su sé stessa e in preda a un rovello che è tutto interiore e intimo, lontano dalla splendida enunciazione di fede e di “appartenenza” – pur senza far ricorso a dichiarazioni esplicite – manifestata dal Lotto, ad esempio, nella sua Pietà di Brera o in altre e numerose sue celebri opere. Alvise Donà, invece, compone una diligente e dilatata scena di massa (7 metri di base!) che rimane tuttavia null’altro che una rassegna di spettatori in pose convenzionali (stupore, pietà, disperazione, indifferenza, traffici…), che non riescono a fondersi nel dar vita a un concerto di passioni, a un luogo-evento in cui cielo e terra si toccano e interagiscono.

*** Non lascerò tuttavia un tema così spinoso e sublime senza citare un altro grande capolavoro che si sviluppa, appunto, sul Golgota e che precede, cronologicamente, il romanzo da cui siamo partiti: si tratta del mediometraggio La ricotta di Pier Paolo Pasolini, del 1963. Lavoro che la critica mi pare oramai concordemente reputi il prodotto più alto della filmografia del poeta e scrittore friulano. Dove compare una duplice raffigurazione della Crocifissione: all’inizio, in quella sorta di tableau vivant indisciplinato e caustico ripreso dalla pala della Deposizione di Rosso Fiorentino a Volterra montato su un set cinematografico diretto da un annoiato, oracolare e provocatorio Orson Welles; poi, nell’affannosa, straziante e poi ingorda e scomposta ricerca di cibo del protagonista, Stracci, che impersona uno dei ladroni a fianco del Cristo destinato alla morte – e alla morte di Croce, come dice san Paolo –, innalzato sul suo dolente e disperato patibolo. Dati questi caratteri, non mi stupirei se qualcuno fosse in grado di documentare che Gore Vidal avesse ben presente la Ricotta di Pasolini allorché si accinse a scrivere il suo romanzo. Pasolini attinge – e non solo linguisticamente – a un italiano-romanesco tra brandelli di neorealismo e visionarietà borgatara, facendo scorrere la sua storia tra un affastellarsi di comparse e generici, citazioni letterarie, accelerazioni e smorfie tratte quasi a caso dalla pattumiera dei ragazzi di vita e dal magico repertorio del varietà. Ma è l’insieme di quest’universo che colpisce, come una molla che si carica per poi far scattare, quasi di lato, l’atto finale: è quell’insieme, sublime e dolente al tempo, che dà la chiave al dramma divino. Nefandezza di un sordido vissuto e sublimità luminosa di una salvezza inconsapevole, elargita senza meriti; disperato come il grido di un condannato a morte: anzi il grido, eterno e insopprimibile, straziante e finale, nell’esatto momento in cui, come diceva Muratov (che abbiamo appena

letto e visto), sta deflagrando tra i bagliori nella notte improvvisa quell’«universo di movimento tragico» che ci aveva atterrito, «mentre sopra le loro teste l’evento si scatena come un uragano, in un cielo sconvolto dai nembi». Vidal conduce invece il lettore attraverso mezzo mar Mediterraneo al seguito dei famosi viaggi paolini, tra affermazioni lucrose per la sua neonata Chiesa, fallimenti, ripiegamenti e fughe. C’è in lui del cinismo, come ce n’è in Timoteo che, dopo anni in compagnia di Sauletto e subendone anche una certa qual attitudine e pratica predatoria (ma siamo pur sempre tra pagani e gentili…), si ritrova vescovo di Tessalonica in una posizione di primo piano nella Chiesa paolina. Sullo sfondo i contrasti (a Gerusalemme e Roma) tra Pietro e suo fratello Giacomo circa le interpretazioni da dare al valore della vecchia Legge e, quindi, alle pratiche, alle prescrizioni e ai precetti sui cibi, sui sacrifici, sul sabato, sulla circoncisione e su tutto il resto del bagaglio di norme e usi ebraici. Ma tra le molte discussioni e qualche svago (soprattutto teatro e danza), con al seguito matrone nonché finanziatrici dell’apostolato paolino, battesimi e conversioni è tutto anche un andirivieni di emissari dal futuro e nel futuro prossimo e anteriore tramite ologrammi o trasposizione della materia, corruzione e seduzioni, sparizioni, tradimenti e passaggi di campo con mosse corrette e, più spesso, scorrette, con progressiva evoluzione e affinamento dell’Intelligenza Artificiale (compio, coscientemente, una sorta di aggiornamento lessicale nella terminologia di Gore Vidal, senza tuttavia mutarne di un ette la sostanza), mentre va consumandosi tutto l’intenso lavorio dei capitoli precedenti. Fino all’acme del romanzo nelle ultimissime pagine, con due sorprese che lascerei naturalmente al lettore – se lo vorrà – scoprire, là dove si rovescia in pratica tutta la costruzione del racconto. Aggiungo solo che c’entra anche Giuda. Gli ultimi capitoli sono infatti dedicati alla preparazione della crocifissione sul Golgota. La scena è affastellata e trabocca di curiosi e di intrusi provenienti dalle differenti epoche storiche, in una girandola di equivoci, di omissioni, di cambi di narrazione: al vescovo e futuro santo Timoteo è affidata, per contratto, la conduzione della diretta, seguendo i modi e gli usi della peggiore diretta, con tanto di interviste ai passanti, ricerca di commenti dei protagonisti, conclusioni idiote. Gore Vidal – lui, in carne ed ossa – si era esercitato una decina d’anni innanzi, come si è visto, a trattare come una pellicola in costumi romani del genere peplum la figura dell’imperatore romano Caligola, fornendo la sceneggiatura a Tinto Brass e al produttore Bob Guccione con abbondanza di tematiche da basso Impero, moltiplicando le sue gag e le sue bravate tra le discinte modelle di Penthouse a bordo piscina, assecondando le ossessioni anatomiche del regista, il tutto arricchito dagli scenari senz’alcun dubbio geniali di Danilo Donati. La pellicola, cui non si possono negare pregi di vario genere,

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arte LETTURE

divenne celebre ancor di più per le scene di nudo e per le disavventure con la censura, per i contrasti tra regia, produzione e distribuzione.

*** Adesso possiamo, in chiusura di questo lungo viaggio, finalmente tornare da Jacopo Tintoretto alla Scuola Grande di San Rocco. Abbiamo già ricordato che il primo osservatore ad aver nettamente colto la natura panoramica a quasi 360 gradi della Crocifissione era stato il critico seicentesco Carlo Ridolfi, come è ben noto anche ai critici di oggi. Ma egli si era decisamente spinto più innanzi: aveva capito che nella Crocifissione non opera solo la curvatura dello spazio, bensì anche del tempo, infondendo insieme sostanza al miracolo della magica e magistrale sequenza di Jacopo. Eccolo, Ridolfi, con le sue stesse parole, mentre descrive questa immensa tela: «Qui si vede nel mezzo del Calvario il Salvatore in Croce. A piedi è la Vergine Madre, rapita in un’estasi di dolore in collo alle Marie sorelle, cadute anch’esse in Angonia, e San Giovanni, e la Maddalena mirano in atti dolenti il Crocefisso. Intanto un ministro salita una scala appoggiata alla Croce se ne sta bagnando la spongia nello aceto, e fiele, per accrescere con quell’amara bevanda maggior pena allo assetato Redentore. Nella sinistra parte alcuni de’ crocifissori stendono con molta furia un de’ ladroni ignudo sopra l’una delle Croci; chi gli afferra le mani per inchiodarlo; chi fora il da piè di quella; un altro somministra i chiodi, e chi raccoglie le funi. Nella destra parte già si vede il compagno confitto drizzato in alto, sollevato da alcuni con lunghe funi, che in quella azione esprimono lo sforzo de’ muscoli esposti a quella fatica. Tra le rotture de’ sassi da mezzo il monte tre soldati posate le balestre, e le zagaglie, giuocano le vesti di Christo. Ogni parte del Calvario in fine è ripiena di horrore, di soldatesca, e di sbirraglia, che tra di loro hanno compartito gl’offici, e drapelli di Cavalieri, sopra ben guerniti cavalli, con aste, bandiere, e insegne del popolo Romano, circondano il monte. Veggonsi molti ancora venirsene di Gierusalemme, chi sopra giumenti, e chi a piedi, per vedere lo spettacolo del Salvatore pendente.

In somma il Tintoretto non mancò di farvi cosa, che esser potesse verisimile in quell’avvenimento, e che destar potesse affetti di pietà ne’ riguardanti, come s’egli havesse veduto, e osservato quel tragico successo. Ed in vero nel rappresentare i misteri della nostra Sacrosanta Religione dovrebbesi procurare di spiegarli in guisa, che destassero divotione, non riso, come talhor si vede». C’era, evidentemente, ai tempi di Ridolfi ancora una produzione blasfema, vedi le stampe anti-papali e anticattoliche prodotte e diffuse in Germania il secolo prima. Ma la Crocifissione e l’intero apparato pittorico a San Rocco vanno al di là di ogni incertezza e di ogni critica e hanno una cadenza, una ricchezza e una complessità ineguagliabili. Tintoretto ne ha saldamente in mano la regia e l’esecuzione la cui qualità linguistica è impareggiabile. Altri hanno provveduto a montare la strabiliante

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macchina retorica ed esegetica paragonabile solo alla Sistina di Michelangelo, tant’è che si è soliti ripetere che la Scuola di san Rocco è la Sistina di Venezia. Si tratta di un falso complimento, perché san Rocco non ha certo necessità di esser innalzato attraverso similitudini o accostamenti più o meno plausibili. Dentro a codesta “macchina” Jacopo ha confitto, pittoricamente, dei paletti e delle cerniere: si tratta dei punti fermi che regolano e danno senso e ritmo all’intero sistema (cioè il programma iconografico) e sono altresì quei luoghi di senso e di forma sui quali il pittore (e i suoi consiglieri) ha radicato tutto l’insieme. La Crocifissione è certo tra questi il più importante e ricco di significato, perché è altresì il giunto a cui tutto tende e da cui tutto si diparte in una sorta di via maestra che immette, per linee dirette, al Serpente di bronzo, al Mosè che fa scaturire l’acqua, alla Raccolta della manna sul soffitto del salone del primo piano e vera e propria spina dorsale del sistema. Tutto si manifesta in grandi anticipazioni veterotestamentarie e in altrettanto maestosi compimenti in Cristo. Quest’introduzione potrebbe apparire una sorta di schematizzazione arida e frutto delle fredde elaborazioni degli eruditi, siano essi laici o ecclesiastici, credenti, agnostici o scettici e ciò è sostanzialmente vero. Ma poi c’è Jacopo e la sua pittura ed è allora che scatta il miracolo: l’erudizione diventa poesia, l’esposizione e la dimostrazione accademica si fanno poema possente e inimitabile. L’erudizione, l’elaborazione teologica, l’esegesi scritturale, lo stesso fantastico e l’invisibile del mistero si fanno supporto, scheletro o carapace per sorreggere e dare forma e solidità a quest’insieme di più saperi fusi e inscindibili, che solo così moltiplicano i loro effetti e la loro efficacia salvifica. Tintoretto nella Crocifissione di San Rocco crea un insolito scheggione di roccia che è infine nient’altro che un palcoscenico naturale dalla valenza plurima: alza il nucleo centrale dello spettacolo e al centro pone la croce, anzi, vien costruendo mano a mano la triplice crocifissione che si sta, di fatto, svolgendo sotto i nostri occhi. Lo scenario, lo si ripete, è in fieri: un ladrone sta per essere inchiodato alla sua croce, l’altro è già crocifisso e sta per essere sollevato a forza di corde, mentre un gruppo di uomini si affatica a condurre il piede del patibolo nel suo alveo. Ma è incredibile il concorso di spettatori convenuti o in arrivo, chi a piedi, chi a cavallo o su cammelli: tutti si predispongono al grande spettacolo appoggiandosi al terreno, accoccolandosi a terra, seduti o in piedi a braccia incrociate. Il gruppo della Madre e delle donne appare in primissimo piano con Giovanni e Giuseppe da Arimatea. Cristo è in alto al centro circondato da un nembo luminoso, forse già morto, anche se i due sotto la croce e su una scala stanno dandosi da fare con la spugna per l’aceto posta in cima a un ramo di issopo, come precisa Giovanni. In una fenditura del gradino roccioso Tintoretto infila i soldati che tirano a sorte la tunica inconsutile di Cristo. Poco arretrato il centurione con la destra sollevata indica Cristo e sta pronunciando la famosa frase “Davvero costui era il figlio di Dio”, mentre nell’angolo a destra in alto un uomo corrucciato a cavalcioni di un asino potrebbe essere Giuda che va verso il suo destino di morte. Scena che verrà narrata in modo terrificante negli Atti degli Apostoli. Lo spazio sembra dilatarsi in una frenesia cieca e insensata mentre il velo del tempio si squarcia e il cielo, “sconvolto dai nembi”, si prepara allo stravolgimento dell’uragano che disperderà tutta questa folla inquieta e cieca. Poi tutto è finito, consummatum est.


Abbiamo in queste pagine passeggiato con Sartre e Vuillemin, con Muratov e Pasolini, con Lotto, Ridolfi e, soprattutto, con Gore Vidal. Se solo avessimo seguito Woody Allen mentre si serve di Tintoretto a San Rocco per conquistare Julia Roberts in Tutti dicono I love you il gioco sarebbe stato infine completo. Quanto non si riterrebbe possibile (ieri, oggi, domani, sempre) in presenza e sotto gli auspici del genio incontenibile di Jacopo T? Anche conquistare una donna. G.R. Tutti dicono I love you di Woody Allen

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musica

ECHI DA TERRE LONTANE

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Momi by Lieve Bozar


Una geografia mobile in cui tradizioni ancestrali, nuove scritture e visioni globali si intrecciano in un’unica narrazione di Alberto Marzari

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n un tempo in cui le musiche del mondo sembrano correre in

parallelo, Incroci in Musica sceglie invece di farle incontrare. Le mette una accanto all’altra, le fa dialogare, vibrare, scontrarsi, riconoscersi. Nei mesi di dicembre e gennaio la rassegna propone un cartellone che non si limita a offrire concerti, ma costruisce un atlante sonoro del presente: una geografia mobile in cui tradizioni ancestrali, nuove scritture e visioni globali si intrecciano in un’unica narrazione. Questa edizione punta sulle voci che meglio incarnano il movimento tra culture, mettendo in relazione maestri affermati e talenti emergenti. Il 12 dicembre ecco Riccardo Tesi, figura-cardine della world music italiana. Da oltre quarant’anni il maestro dell’organetto diatonico rinnova le tradizioni dell’Appennino con un lavoro rigoroso e aperto al dialogo internazionale. Il suo concerto mette in luce due anime complementari: da un lato il radicamento nella memoria popolare, dall’altro la capacità di intrecciare jazz, folk europeo e scritture contemporanee. Il risultato è una musica che non è semplice riproposta, ma ricerca continua, capace di parlare a pubblici diversi grazie a un equilibrio raro tra profondità culturale e immediatezza espressiva. Il 23 gennaio la rassegna entra nel territorio della voce come strumento di frontiera con un doppio appuntamento che unisce Namritha Nori ed Evren Öntas,. Due artiste diverse ma vicine per sensibilità, entrambe impegnate a ridefinire le possibilità del canto attraverso la contaminazione di tecniche, lingue e immaginari estetici. Nori, interprete indo-italiana, lavora sulla voce come materia da modellare: intreccia stilemi della musica classica indiana, elettronica e improvvisazione in un percorso che indaga identità fluide e spiritualità contemporanee. La sua performance, intensa e quasi rituale, si muove tra microvariazioni, sussurri e improvvise aperture melodiche, costruendo un paesaggio sonoro sospeso e non classificabile. Accanto a lei, la cantante e compositrice turca Evren Öntas, offre una prospettiva che affonda le radici nell’Anatolia ma guarda decisamente al presente. Le sue scritture, caratterizzate da modalità vocali mediorientali, polifonie e tessiture microtonali, trasformano il patrimonio tradizionale in una forma nuova, priva di nostalgie e capace di restituire complessità e delicatezza. L’accostamento delle due artiste diventa uno dei momenti più rappresentativi dell’intera rassegna: un confronto diretto tra culture che usano la voce non solo come mezzo espressivo, ma come spazio di identità. L’appuntamento del 30 gennaio è affidato a Momi Maiga, giovane musicista senegalese tra le rivelazioni più luminose della nuova scena africana. Maiga porta con sé la kora, lo strumento a 21 corde simbolo della tradizione mandinka, ma la sua musica supera i confini del folklore grazie a una scrittura che intreccia minimalismo, jazz e ritmi dell’Africa occidentale. Sul palco costruisce architetture sonore in cui virtuosismo e intimità convivono, alternando linee melodiche delicate a improvvisi slanci ritmici. La sua presenza rappresenta una generazione di artisti capaci di portare le radici in un contesto globale senza perderne la forza culturale. Con una linea editoriale che privilegia l’incontro, il rischio creativo e la qualità, Incroci in Musica conferma la propria capacità di leggere le trasformazioni del panorama sonoro contemporaneo. Non si limita a presentare generi diversi, ma li fa dialogare e li mette in relazione, interpretandoli come strumenti di conoscenza. Dicembre e gennaio diventano così un viaggio attraverso tradizioni rinnovate, nuove identità artistiche e traiettorie che attraversano Mediterraneo, Asia, Africa ed Europa: un mosaico di voci che restituisce, con rara coerenza, la complessità del presente.

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ncroci in Musica is a festival that embraces

cultural dialogue by bringing together diverse musical traditions instead of keeping them separate. Scheduled for December and January, it offers more than concerts: it creates a dynamic sound atlas where ancestral traditions, contemporary compositions, and global visions intersect in a single narrative. This edition focuses on voices that embody cultural movement, connecting established masters with emerging talents. On December 12, the spotlight is on Riccardo Tesi, a cornerstone of Italian world music. For over forty years, Tesi has revitalized the central Italian traditions through his mastery of the diatonic accordion, blending popular memory with jazz, European folk, and modern writing. His music is not mere revival but continuous research, balancing cultural depth with expressive immediacy. On January 23, the festival explores the voice as a frontier instrument with Namritha Nori and Evren Öntas,. Nori, an Indo-Italian artist, shapes the voice as raw material, merging Indian classical elements, electronics, and improvisation to explore fluid identities and contemporary spirituality. Her performance oscillates between whispers, microvariations, and sudden melodic openings, creating an unclassifiable soundscape. Öntas,, a Turkish singer-composer, roots her work in Anatolian heritage while innovating through Middle Eastern vocal modes, polyphonies, and microtonal textures. Her approach transforms tradition into a modern, nuanced form. Their pairing becomes a defining moment of the festival, a dialogue where voice becomes a space of identity. Closing on January 30, Momi Maiga, a rising Senegalese talent, brings the kora, the 21-string emblem of Mandinka tradition. His compositions transcend folklore, weaving minimalism, jazz, and West African rhythms into sonic architectures where virtuosity meets intimacy. Maiga represents a generation that carries roots into a global context without losing cultural strength. With its editorial line favouring encounters, creative risk, and quality, Incroci in Musica interprets music as a tool of knowledge. It doesn’t just present genres: it makes them interact, offering a journey through renewed traditions and new artistic identities across the Mediterranean, Asia, Africa, and Europe. The result is a coherent mosaic of voices that reflects the complexity of today’s world.

Incroci in Musica 12 dicembre; 23, 30 gennaio 2026 Auditorium M9 – Museo del ‘900, Auditorium Santa Margherita www.unive.it

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musica LIVE

La tromba che racconta Miles Paolo Fresu e la leggenda di Davis a gennaio al Goldoni Miles Davis era, è e rimarrà sempre uno dei musicisti più grandi che la musica e il jazz abbiano mai avuto. Portare in scena uno spettacolo su di lui diventa quindi molto rischioso, poiché si entra nella sfera del leggendario, per alcuni del divino. Quindi le questioni sono due: o si è pazzi, o si è dannatamente bravi. Molte volte le due cose coincidono. Ma chiamandoti Paolo Fresu tutto diventa possibile. Fresu, tra i trombettisti più riconosciuti del panorama europeo, affronta la sfida con il suo caratteristico passo leggero e rigoroso: non un tributo tradizionale, non la riproposizione di un repertorio leggendario, ma un percorso che attraversa atmosfere, tonalità e fratture della carriera di Davis, restituendone la complessità senza mai scadere nella celebrazione nostalgica. A gennaio il Teatro Goldoni accoglierà Kind of Miles, il progetto di Paolo Fresu dedicato alla figura e all’eredità artistica di Miles Davis. Un appuntamento che si colloca al crocevia tra concerto, narrazione e omaggio critico, e che conferma la volontà del teatro veneziano di aprire la stagione anche ai linguaggi della musica contemporanea. Kind of Miles diventa così un viaggio nella materia sonora, nei gesti che hanno segnato le svolte del jazz e nel dialogo, spesso problematico, tra innovazione e memoria. Lo spettacolo alterna parti musicali a brevi incursioni narrative, costruendo un flusso che rispecchia l’idea di Fresu sul “pensare la musica”: un processo fatto di pause, deviazioni, contaminazioni. Il riferimento a Kind of Blue è immediato nel titolo, ma l’impianto va oltre, spingendosi nelle zone elettriche, nei silenzi taglienti, nelle aperture modali che hanno definito l’inquietudine creativa di Davis. Kind of Miles 16-18 gennaio 2026 Teatro Goldoni www.teatrostabile.it

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Il tutto filtrato attraverso la cifra poetica di Fresu, che conserva la grazia melodica e l’attenzione al dettaglio timbrico come sue firme inconfondibili. Per gli spettatori, Kind of Miles si presenta come un’occasione duplice: da un lato un’immersione nel pensiero musicale di Paolo Fresu, dall’altro uno sguardo rinnovato sull’opera di uno dei protagonisti assoluti del Novecento. Non serve essere esperti di jazz per entrare nel ritmo del racconto; anzi, il progetto sembra concepito proprio per favorire un ascolto trasversale, invitando a seguire la logica interna dei suoni più che la cronologia biografica. Il risultato è uno spettacolo che punta alla qualità dell’esperienza: un’ora e mezza in cui Venezia diventa la cassa di risonanza di un dialogo tra due trombe, due epoche e due visioni del mondo. E che restituisce al pubblico l’essenza di Davis non come mito immobile, ma come presenza ancora capace di interrogare il presente. Alberto Marzari ENG In January, Venice’s Teatro Goldoni hosts Kind of Miles, Paolo Fresu’s bold project dedicated to Miles Davis. Rather than a nostalgic tribute, Fresu, one of Europe’s most acclaimed trumpeters. offers a journey through the atmospheres, tonalities, and fractures of Davis’s career, capturing its complexity with poetic rigor. The performance blends music and narrative, reflecting Fresu’s idea of “thinking music” as pauses, deviations, and contaminations. While the title recalls Kind of Blue, the scope extends to Davis’s electric phases, modal explorations, and silences, all filtered through Fresu’s melodic grace and timbral detail. The result is both an immersion in Fresu’s musical vision and a renewed perspective on Davis, presenting him not as a static legend but as a living presence still capable of questioning the present.


Marta Salogni

Iggor Cavalera

Nuove frequenze You Theatre Musica: indipendente, sperimentale, internazionale All’interno di You Theatre – il progetto del Teatro del Parco che dal 2021 intreccia musica, danza (vedi p. 165), formazione e nuove produzioni – la sezione musicale curata da Alberto Stevanato, musicista e artista dei Grimoon e fondatore di Macaco Records, e dal giornalista Marco Jim De Vidi sceglie per la stagione 2025-26 un percorso audace e originale. «Quest’anno abbiamo voluto distanziarci dallo star system della musica emergente italiana», racconta Stevanato. «L’obiettivo era costruire una programmazione precisa e radicale, che esplorasse territori sonori indipendenti e internazionali, con una predilezione per la sperimentazione e la ricerca». La rassegna si è inaugurata al Teatro del Parco di Mestre lo scorso 17 ottobre con gli Uzeda, autentiche icone del noise rock italiano. Nati a Catania nel 1987 come quintetto, presto diventati quartetto, gli Uzeda hanno collaborato a lungo con Steve Albini, dando vita a dischi storici come Waters e 4, emblemi di un suono che ha influenzato generazioni di musicisti in Italia e all’estero. La loro carriera, segnata da prestigiose collaborazioni e riconoscimenti internazionali, è raccontata anche nel documentario Uzeda – Do It Yourself (2024), che celebra un percorso musicale coerente e visionario. Il 28 novembre è stato poi il turno di Sanam, band libanese proveniente dalla vivace scena indie di Beirut. Con una formula originale che fonde psych, kraut, elettronica, goth, jazz e poesia araba moderna, il sestetto crea un avant-rock capace di alternare ballate delicate a esplosioni elettriche di grande intensità emotiva. L’album di debutto Aykathani Malakon, registrato dal vivo e mixato da Radwan Ghazi Moumneh, trasmette tutta l’urgenza, il misticismo e la tensiowww.youtheater.art

ne della vita contemporanea in Libano. In apertura, Fangobollente, progetto guidato da Alessandro Benvegnù, ha immerso il pubblico in paesaggi sonori sospesi, tra blues e folk, costruendo atmosfere rarefatte, lontane, come fotogrammi di un film onirico. Il percorso prosegue nel 2026 con due tra gli appuntamenti più attesi. Il 13 febbraio sarà la volta di Iggor Cavalera, batterista brasiliano e cofondatore dei Sepultura, noto per aver introdotto elementi tribali nella musica estrema e considerato uno dei più influenti batteristi del panorama metal internazionale. Con il progetto Mixhell, insieme alla moglie Laima Leyton, Cavalera unisce elettronica, drum machines e strumenti modulari, offrendo performance dove sperimentazione e radici metal si fondono in un suono unico e potente. «Vogliamo mostrare l’artista slegato dalla sua storia più conosciuta, e scoprire il lato più sperimentale della sua musica», sottolinea Stevanato. La rassegna musicale si concluderà infine il 17 aprile con Marta Salogni, producer e artista sonora italiana residente a Londra, celebre per il lavoro con Björk, Depeche Mode, Bon Iver e Black Midi. La sua performance dal vivo utilizzerà registratori a nastro per creare loop e trame rarefatte, dove ogni suono viene manipolato e trasformato in esperienza immersiva. Aprirà la serata Remo VanDobro, progetto solista del chitarrista Andrea Marzari, che trasforma il suono in viaggio, evocando luoghi da Venezia al Nord Africa attraverso tessiture delicate e suggestive. «You Theatre Musica quest’anno propone un percorso tra ricerca, sperimentazione e contaminazioni internazionali», conclude Stevanato. «Dall’Italia al Libano, dal metal all’elettronica, vogliamo offrire al pubblico esperienze sorprendenti e memorabili, capaci di far vivere la musica in modi inediti».

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musica LIVE

Club Fibra Quanto basta «I miei genitori mi hanno sempre supportata in tutto. Tanto che la passione per il rap, per dire, l’ho presa da mio padre: a casa siamo pieni di vinili hip hop, sono cresciuta con quelli. E mamma, poi, era quella che mi riprendeva mentre da piccola facevo i primi freestyle, che poi mettevo online». Parole di Anna Pepe, per tutti semplicemente Anna, regina incontrastata del rap italiano al femminile, classe 2003 direttamente da La Spezia. Il 4 dicembre Zedlive la porta alla Kioene Arena di Padova, per l’occasione già sold out da mesi, ammassando sotto il palco solo una piccola porzione dell’enorme seguito di cui la nostra gode su Instagram (1,5 milioni di follower) e TikTok (1,9). Lo stile di scrittura di Anna è graffiante e irriverente, senza fronzoli e sempre diretto e incisivo. Il suo singolo di debutto, Bando, ha ottenuto un successo mondiale che le ha regalato il doppio disco di Platino in Italia, nonché importanti collaborazioni nelle versioni remix (Rich The Kid, Maxwell, Endor, Gemitaiz&Madman). Il 2023 si è aperto con la collaborazione al disco di Guè Madreperla, nel brano Cookies n’ Cream con il featuring di un altro nome di grido come Sfera Ebbasta, rimasto in vetta alla classifica dei singoli di Spotify Italia per 3 settimane. Da sempre grande appassionata di cinema, nel 2023 è stata scelta come unica artista italiana ad essere inclusa nella colonna sonora ufficiale di Fast X, l’ultimo film della saga di Fast and Furious con Vin Diesel, venendo rappresentata negli Stati Uniti dalla Republic Records, “casa” di alcune fra le più luminose star della musica mondiale come Nicki Minaj, Drake, The Weeknd, Ariana Grande e Taylor Swift. ENG Anna Pepe, or simply Anna, was born in 2003, and is the leading female voice of Italian rap. Raised on her father’s hip hop vinyls and supported by her mother filming her early freestyles, she quickly built a massive following (1.5M Instagram, 1.9M TikTok). Her sharp, in-your-face style exploded with the debut single Bando, earning double Platinum in Italy and international collaborations. In 2023 she featured with Guè and Sfera Ebbasta on Cookies n’ Cream, topping Spotify Italy for weeks. A cinema enthusiast, she was the only Italian artist on the Fast X soundtrack, represented in the U.S. by Republic Records alongside global stars like Nicki Minaj, Drake, and Ariana Grande. Anna 4 dicembre Kioene Arena-Padova www.zedlive.com

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Il prossimo 9 dicembre il Gran Teatro Geox di Padova si prepara a vivere una serata di grande musica con il ritorno di Fabri Fibra, nell’ambito del suo Club Tour. Nome d’arte di Fabrizio Tarducci, Fabri Fibra è uno dei rapper più influenti della scena italiana: con oltre vent’anni di carriera alle spalle, ha plasmato il rap nazionale unendo liriche provocatorie, potenza sonora e una capacità di raccontare la società contemporanea come pochi altri artisti. L’appuntamento padovano promette di essere un momento intenso, non solo per i successi storici ma anche per le tracce più recenti. La scaletta del tour include infatti brani tratti dal suo ultimo album, Mentre Los Angeles Brucia, Disco d’Oro che ha ricevuto ottime recensioni. Insieme ai suoi classici – come Stupidi, singolo uscito di recente con Papa V e Nerissima Serpe – la performance del Geox sarà capace di offrire un ritratto completo della sua evoluzione artistica. L’evento è anche un’occasione simbolica: non solo per celebrare la carriera di Fabri Fibra, ma per riunire i fan in un teatro storico come il Geox di Padova. Sarà un’occasione per ascoltare in modo ravvicinato un artista che ha saputo diventare punto di riferimento nel panorama hip hop italiano dal 200 ad oggi. I fortunati spettatori potranno aspettarsi una serata fatta di energia, riflessioni personali e qualche sorpresa: Fabri Fibra ha spesso l’abitudine di inserire momenti speciali, collaborazioni o brani inaspettati nei propri live. Il 9 dicembre al Gran Teatro Geox non sarà solo un concerto, ma una vera e propria celebrazione di una carriera importante e di un genere musicale che continua ad evolversi. Che tu sia appassionato di rap o semplicemente curioso di vivere un’esperienza musicale autentica, un evento che merita sicuramente di essere segnato in agenda. Davide Carbone ENG On December 9, the Gran Teatro Geox in Padova hosts Fabri Fibra’s Club Tour, marking the return of one of Italy’s most influential rappers. With over twenty years of career, Fabri Fibra has shaped Italian rap through provocative lyrics, powerful sound, and sharp social commentary. His concert will feature both historic hits and tracks from his latest Gold-certified album Mentre Los Angeles Brucia, including the recent single Stupidi with Papa V and Nerissima Serpe. More than a concert, the evening promises energy, reflection, surprises, and a celebration of Fibra’s artistic evolution and enduring role in Italian hip hop. Fabri Fibra 9 dicembre Gran Teatro Geox-Padova www.zedlive.com


Voglio parlare al tuo cuore

Ci vediamo in giro

Il suo sesto posto all’ultimo Festival di Sanremo resta ancora un profondo mistero, non solo per chi vi sta scrivendo, ne sono certo. La sua esibizione con La cura per me, scritta assieme a Blanco e Michelangelo, ci aveva consegnato un’artista semplicemente di un altro livello, una voce capace di arrivare dove altre nemmeno immaginano. Giorgia arriva alla Kioene Arena il prossimo 16 dicembre reduce dal successo del suo ultimo progetto discografico, G, uscito il 7 novembre, e da una serie di performance acclamate nei principali teatri italiani, portando a Padova uno spettacolo che si annuncia come un viaggio emozionale tra passato, presente e nuove sperimentazioni sonore. Il concerto in Veneto rientra nel nuovo tour invernale, pensato per valorizzare l’intensità della sua voce in contesti più raccolti, dove la dimensione live diventa ancora più intima e coinvolgente. La scaletta mescolerà i brani simbolo della sua carriera – da Gocce di memoria a Come saprei, passando per Di sole e d’azzurro – con le tracce più recenti, caratterizzate da arrangiamenti moderni e da una forte ricerca artistica. Particolare attenzione sarà dedicata alla produzione visiva dello show: luci, atmosfere e scenografie sono state studiate per esaltare le dinamiche emotive dei brani, creando un equilibrio tra impatto teatrale e semplicità elegante. Giorgia, come sempre, porterà sul palco la capacità unica di instaurare un dialogo diretto con il pubblico, alternando potenza vocale, momenti più raccolti e una presenza scenica che negli anni ha conquistato generazioni di ascoltatori. Davide Carbone ENG Giorgia arrives at Kioene Arena on December 16 after the success of her latest album G and acclaimed performances across Italy. The winter tour offers an intimate live experience, highlighting her extraordinary voice in smaller venues. The setlist blends iconic hits like Gocce di memoria and Come saprei with new tracks featuring modern arrangements and artistic depth. A refined visual design of lights and atmospheres will enhance the emotional impact, while Giorgia’s unique stage presence and direct connection with the audience promise an elegant, powerful show.

Adepti del rap nostrano, a dicembre è Padova il centro gravitazionale del vostro mondo. Quasi ad essersi messi d’accordo, tocca infatti a Marracash chiudere il trittico di date che vede la città del Santo ospitare Anna Pepe prima (4 dicembre) e Fabri Fibra poi (9 dicembre) tra Kioene Arena e Gran Teatro Geox, per un calendario che Zedlive ha deciso di consacrare in questo mese ad un genere che in Italia è ben oltre la cresta dell’onda. A grande richiesta, lo show che ha conquistato gli stadi arriva nei principali palazzetti italiani, portando Marracash in Viale San Marco il 17 dicembre, per una data sold out: un concept live magistrale, totalmente inedito e unico nel suo genere, un’esperienza immersiva su più livelli e che i fan potranno vivere ancora nel corso della nuova tournée, questa volta nella dimensione dei palasport. Lo show, suddiviso in sei capitoli, si sviluppa come un epic movie dal vivo: al centro della scena il conflitto tra Fabio, l’uomo, e Marracash, l’artista, raccontato attraverso il repertorio dei suoi più grandi e recenti successi. Durante lo show, Fabio e Marracash scopriranno la loro inscindibile connessione, rivelata attraverso l’intensità delle performance dei brani della Trilogia: Persona (nove dischi di platino, 2019), Noi, loro, gli altri (sette dischi di platino, 2021) ed È finita la pace (doppio disco di platino, 2024). «Tutto quello che faccio - spiega il rapper - è per cercare di incidere sulla realtà, e tutto quello che ho da dire lo metto nelle mie canzoni, l’opinionismo non fa per me. Mi sono reso conto che il mio ultimo album È finita la pace, è il più sottovalutato dei tre perché è il più sociale, dico cose che la gente non vuole sentirsi dire». Daniele Pennacchi ENG December turns Padova into Italy’s rap capital, hosting Anna Pepe (Dec 4), Fabri Fibra (Dec 9), and Marracash (Dec 17) for a sold-out show at Kioene Arena. After conquering stadiums, Marracash brings his groundbreaking concept live to major arenas: an immersive experience structured in six chapters like an epic movie. At its core is the conflict between Fabio, the man, and Marracash, the artist, explored through hits from his acclaimed trilogy: Persona (2019), Noi, loro, gli altri (2021), and È finita la pace (2024). The rapper calls his latest album the most socially charged and underestimated of the three.

Giorgia 16 dicembre Kioene Arena-Padova www.zedlive.com

Marracash 17 dicembre Kioene Arena-Padova www.zedlive.com

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musica LIVE

Una speranza appena nata Questa mia generazione I Negrita tornano, dopo sette anni di silenzio, con Canzoni per anni spietati, uscito a marzo scorso per la Universal. Un album dai contenuti forti, che sottolinea i ‘mali’ del nostro tempo come la solitudine che vede coinvolte sopratutto le nuove generazioni, l’odio verso l’altro, l’uso spietato dei social. Tutti concetti espressi in modo ruvido da testi come Non siamo innocenti amico mio e Noi siamo gli altri. O come la lettera ai padroni della Terra di Nel blu. Un concept album di 9 brani che rappresenta un atto di libertà creativa e di pensiero che li ha portati a chiedersi dove la loro generazione abbia sbagliato. Il 16 dicembre al Geox di Padova i Negrita arrivano in versione completa: Paolo “Pau” Bruni, Enrico “Drigo” Salvi e Cesare “Mac” Petricich con questo album decidono di non fare finta di niente, di non voltarsi dall’altra parte rispetto a quello che sta succedendo nel mondo, un mondo in cui la circolazione febbrile delle notizie non ci permette di ‘digerirle’, di rielaborarle con la dovuta attenzione. «Dopo la pandemia non riuscivamo più a scrivere, - hanno spiegato in un recente incontro con la stampa nella sede della Universal - tutto si è sbloccato grazie a una scoperta inaspettata: studiando una parte della musica americana, in particolare il folk, siamo riusciti a rimettere insieme i pezzi. I testi arrivavano come se fossimo posseduti da un’altra identità. I pianeti si sono allineati e la musica è diventata lo spazio perfetto per accogliere le parole. Si tratta di un concept album perchè se si leggono i testi c’è una narrazione continua, un flusso volutamente altalenante che ci accompagna fino alla fine». D.C. ENG After seven years of silence, Italian rock band Negrita return with Canzoni per anni spietati, released in March by Universal. This bold concept album of nine tracks tackles the harsh realities of our time, loneliness among younger generations, hatred, and the ruthless use of social media, through raw lyrics like Non siamo innocenti amico mio and Noi siamo gli altri. On December 16 at Padova’s Geox, Pau, Drigo, and Mac present a show that reflects their refusal to ignore global chaos. Inspired by American folk during the pandemic, the band rediscovered creativity, crafting a continuous narrative that flows across the album. Negrita 16 dicembre Gran Teatro Geox-Padova www.zedlive.com

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Sono i primi anni ‘60 quando tra Modena e Reggio Emilia Beppe Carletti e Augusto Daolio decidono di formare una loro band. L’esordio avviene nel 1963 e il nome scelto è Nomadi, denominazione scelta un po’ per caso ma forse anche per destino. Sono passati sessant’anni ma i Nomadi sono ancora lì: 80 concerti all’anno in tutta la Penisola con una media annuale di 1.000.000 di spettatori che comprendono bambini, genitori e nonni, creando così quello che si può definire il “popolo nomade”. Attualmente il gruppo è composto da Beppe Carletti (tastiere e fisarmonica), Cico Falzone (chitarra), Daniele Campani (batteria), Massimo Vecchi (voce e basso), Sergio Reggioli (violino e voce) e Yuri Cilloni (voce). Ma il 16 gennaio al Geox di Padova sul palco ci sarà di sicuro anche Augusto, scomparso davvero troppo presto nel 1992 ma entità più che mai presente in ogni singolo concerto che la band ha affrontato, con la non trascurabile epoca che ha visto Danilo Sacco come frontman dal 1993 al 2011. L’evento di Padova si preannuncia come un incontro speciale: non solo musica, ma un ritorno condiviso a quel sentimento collettivo che i Nomadi hanno sempre saputo accendere. La serata sarà anche un viaggio attraverso ricordi e nuove prospettive: un equilibrio tra nostalgia e rinnovamento che rende ogni esibizione dei Nomadi diversa e irripetibile. Le luci, gli arrangiamenti e l’intensità interpretativa accompagneranno il pubblico in un racconto sonoro che parla di vita vissuta, strade percorse e sogni ancora aperti. In un’epoca in cui tutto corre veloce, questo concerto offrirà il tempo di fermarsi, ascoltare e respirare autentica musica italiana, confermando ancora una volta la forza di un gruppo che sa emozionare e restare nel tempo. D.P. ENG In the early 1960s, Beppe Carletti and Augusto Daolio founded folk rock band Nomadi. Sixty years later, the band remains a staple of Italian music, performing 80 concerts annually for over a million fans of all ages, forming a true “Nomad people.” The current lineup includes Carletti, Cico Falzone, Daniele Campani, Massimo Vecchi, Sergio Reggioli, and Yuri Cilloni. On January 16 at Padova’s Geox, Augusto’s spirit will be present, honouring his legacy alongside memories of former vocalist and frontman Danilo Sacco’s era. The event promises more than music: it will be a shared journey of nostalgia and renewal, offering authentic Italian sound and emotional storytelling that continue to resonate through time thanks to a rock band who know how to build emotions and leave their signature on music. Nomadi 16 gennaio 2026 Gran Teatro Geox www.zedlive.com


Da unʼidea di:

In collaborazione con:

Sabato 6 dicembre, ore 22:00 a ilMuretto di Jesolo

Area libri:

Mostra dell'artista:

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CORALITÀ METICCE Scegliere un solo capolavoro di Berio da coreografare, è stato facile: Coro. Questa composizione equilibra grande umanità e superba scrittura orchestrale e corale, creando un’esperienza viscerale, quasi fisica, perfetta per la danza Wayne McGregor di Massimo Bran

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classical

a Biennale, come sappiamo, è un corpo

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multiforme pressoché unico nell’universo multidisciplinare del contemporaneo internazionale. Davvero nessuna istituzione di primo livello nell’industria culturale planetaria ha in sé, a questi livelli, l’attitudine, fattasi nella sua lunga storia canone, di fare propri, valorizzandoli, tutti, o quasi, i linguaggi espressivi delle arti figurative, performative e delle immagini in movimento. Un percorso ormai secolare che ha disegnato un delta espressivo di incalcolabile valore, contribuendo in maniera peculiare e seminale a moltiplicare le direzioni in cui i vari linguaggi del contemporaneo hanno dipanato la loro matassa creativa, chiamando a raduno nella città lagunare davvero tutti, ma proprio tutti i più straordinari protagonisti dell’arte mondiale. Ciò facendo, in un’inarrestabile progressione nel tempo, si è vista in qualche modo costretta, per non perdersi in questo magma infinito di possibilità espressive, a collocare le diverse arti con cui si è trovata a misurarsi in settori distinti e dai confini ben delimitati. Ciò ha permesso a ognuno di questi singoli settori di strutturarsi in maniera verticalmente propria da un punto di vista disciplinare, permettendo alla ricerca di concentrarsi su una determinata forma espressiva senza, se così si può dire, “distrazioni” altre, schivando deviazioni di percorso, regalandoci in tal modo esiti di un’intensità speculativa e laboratoriale di rilievo assoluto. Ma siccome anche la più buona e riuscita ciambella non sempre riesce con il suo perfetto buco, a noi che piace pescare il pelo nell’uovo ci viene da sollevare un “però”… Intendiamoci, il tutto perché chi si accontenta peggio per lui, sia chiaro, niente di più, niente di meno. Però ecco che, allora, questa irrigimentazione Coro di Luciano Berio 6, 7 dicembre Teatro La Fenice www.labiennale.org

delle arti contemporanee in ristretti e quasi inviolabili recinti settoriali ha forse nel tempo impedito alle stesse di ingaggiare un fitto e fertile dialogo tra di esse, tessendo delle intriganti e contaminate zone grigie nel segno dell’interazione, di quello che ormai con una formula sin troppo abusata definiamo crossover. Intendiamoci, non è che siano mancate nei decenni luminose incursioni oltre questi confini; però, diciamo così, si è trattato più di azioni estemporanee, frutto di qualche intuizione di un singolo artista o curatore, che di un disegno progettato a tavolino. Ma siccome sul fronte del contemporaneo chi si ferma è davvero perduto, ecco allora che, finalmente, da un po’ di anni in qua questa straordinaria macchina culturale ha iniziato a interrogarsi con maggiore intensità su questo terreno, incominciando conseguentemente a prevedere, a progettare e a mettere in atto dei percorsi di dialogo tra i propri settori più costitutivamente meditati. Ma lo ha fatto come sempre a modo proprio, evitando direzioni frontali, incursioni dirette per squarciare questi radicati confini, agendo lateralmente, con un’azione di lento accerchiamento. Già Roberto Cicutto nel 2020, insediatosi alla presidenza della Biennale in un periodo a dir poco complicato, ossia in piena emergenza Covid, aveva indicato lucidamente questa strada con quella mostra dal titolo Le Muse Inquiete che riuniva ai Giardini tutti i curatori dei diversi settori al fine di costruire un momento di dialogo e di progettuale condivisione proprio nel momento in cui saltava, per evidenti ragioni di sicurezza, la Mostra di Architettura. Un’esposizione che coinvolgeva, in un itinere storico di grande presa e fascino, davvero tutte le arti insieme, restituendo questa caleidoscopica creatura nata a Venezia nel lontano 1895 in tutte le sue derivazioni e in tutti i suoi esiti a venire. Una sorta di manifesto programmatico dettato dall’emergenza e che però diceva molto


Luciano Berio

su questa necessità di essere ancor più, diciamo così, meticci. Da lì piano piano questa azione di accerchiamento ha iniziato a prevedere nuovi spettacoli o progetti al di fuori di ogni specifico percorso settoriale, in grado di esistere di vita propria allargando al contempo lo spettro d’azione dell’istituzione. Su tutti come non ricordare la magnifica riedizione a San Lorenzo del Prometeo di Luigi Nono, ultimo, intensissimo atto della presidenza Cicutto? Da lì è stato un lento ma progressivo crescendo, il tutto all’insegna di un altro neo che da troppi decenni ha caratterizzato la vita della Biennale e che oggi finalmente vede una sua attesissima soluzione: il rilancio dell’ASAC. Un archivio delle arti contemporanee a dir poco unico a livello mondiale, da troppo tempo costretto in spazi e in modalità di utilizzo davvero non congrui al suo inestimabile valore e che ora, grazie ai fondi per una volta ben stanziati e spesi del PNRR, sta costruendo la sua nuova, adeguata sede nel cuore dell’Arsenale. Sì, perché da dove se non dal reticolo infinito di questo archivio devono partire i percorsi di dialogo più intriganti, le idee e i progetti nuovi che il nostro tempo incessantemente richiede? E proprio da qui, quindi, da questa urgenza della Biennale di farsi motore culturale attivo permanentemente e non solo nei pur lunghi e fitti momenti delle esposizioni e dei festival, che l’attuale Presidente Pierangelo Buttafuoco ha impresso una decisa accelerazione in tale direzione, con questa, se così possiamo definirla, nuova sezione denominata la Biennale della Parola. Sezione che non essendo stata compiutamente ufficializzata in quanto settore, e felicemente direi, si candida ad essere proprio per questo il terreno di elezione del dialogo tra le arti fuori da ogni recinto, per l’appunto, settoriale. Il battesimo lo scorso marzo con il Commento di Meister Eckhart al Vangelo di Giovanni, andato in scena nell’incredibile atrio rinascimentale dell’Ospedale Civile di SS. Giovanni e Paolo, a cui è stato dato progettuale seguito con i tre progetti speciali dell’Archivio Storico previsti per questo autunno, due dei quali già svoltisi con esiti ben più che soddisfacenti, vale a dire la lectio magistralis di Massimo Cacciari La morte dello ius belli con letture di Kant e Jünger, svoltasi al Tempio Votivo al Lido, e il bellissimo concerto Arcipelago Battiato, omaggio al grande musici-

Wayne McGregor - Photo Nick Mead

sta ed autore siciliano svoltosi a novembre al Teatro alle Tese. Ultimo atto della trilogia, i prossimi 6 e 7 dicembre, il Coro di Luciano Berio, omaggio a un indiscutibile protagonista dell’età aurea della musica contemporanea in scena alla Fenice con le coreografie del curatore della Biennale Danza Wayne McGregor. Nulla meglio delle parole del coreografo inglese possono qualificare la cifra di quanto ci attenderà in scena: «Da tempo sogno di confrontarmi con la straordinaria sfida di coreografare l’incredibile e complessa musica di Luciano Berio. Il repertorio di Berio offre una vasta gamma di composizioni sofisticate e misteriosamente belle. Scegliere un solo capolavoro da coreografare, comunque, è stato facile: Coro. Questa composizione equilibra grande umanità e superba scrittura orchestrale e corale, creando un’esperienza viscerale, quasi fisica, perfetta per la danza». A proposito di dialogo oltre ogni confine… Accanto alle quaranta voci soliste del Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini”, accoppiate per affinità di registro a quaranta elementi dell’Orchestra del Teatro La Fenice, in scena si esibiranno venti, versatili danzatori della Company Wayne McGregor, unitamente ad altri giovani danzatori scelti fra i migliori cresciuti alla scuola di Biennale College Danza negli ultimi cinque anni. Maestro del Coro il compositore, direttore e violinista Lorenzo Donati, mentre a dirigere l’Orchestra sarà Koen Kessels, direttore musicale del Dutch National Ballet e del Royal Ballet. Le luci saranno infine curate dall’artista visiva Theresa Baumgartner. Il Coro può considerarsi a tutti gli effetti una sorta di summa del magistero del compositore avanguardista ligure, perché restituisce compiutamente quella sua straordinaria capacità di creare nuove forme da un’infinita eterogeneità di materiali. Ispirato qui dal folklore, tratto che caratterizzerà peraltro molti dei suoi lavori, Berio attinge a piene mani per questo lavoro ai testi di Pablo Neruda e ai canti popolari delle aree più disparate della terra - Perù, Polinesia, Persia, Croazia, Cile, oltre che da svariate regioni italiane - dando voce per davvero a un “coro” pluriculturale. Un’opera che meglio non si sarebbe potuta scegliere per restituire questa nuova, crescente urgenza di rendere permeabili i perimetri dei linguaggi espressivi del nostro tempo.

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classical CONVERSAZIONI

L’algoritmo di ognuno di noi di Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e presidente CEI

Il tema Scienza e Musica è molto interessante e anche sfidante. Io non ho mai interrogato l’intelligenza artificiale e qualche volta adesso con WhatsApp mi interroga lei su che cosa voglio. L’app si è inserita, ma io mi sbaglio, mi confondo. Non ho mai interrogato, non ho mai chiesto: «scrivimi un pezzo di un discorso su quello o su quell’altro». Credo che si possa fare lo stesso anche con la musica: «aiutami nella musica, aiutami a trovare composizioni». In ogni caso c’è qualcosa che l’intelligenza artificiale non potrà mai produrre, qualcosa che supera il compilativo, che supera la straordinaria capacità dell’intelligenza artificiale di restituire in pochissimi secondi una ricerca che sarebbe impossibile in quasi tutta una vita. La composizione richiede quell’algoritmo unico, straordinario, che è l’arte, che è il dono, il carisma, la genialità, che è l’ispirazione. Nell’ispirazione c’è qualcosa che è nostro, ma allo stesso tempo che ci supera e che supera anche quello che noi doniamo agli altri: il nostro, che poi diventa degli altri. Il cardinale Biffi diceva che l’artista è di per sé cristiano, perché anche se non crede, lo è per quell’ispirazione che viene dall’autore della vita. Quindi per lui era qualcosa che lo univa al più grande compositore, a quello che ispira tutte le composizioni. Papa Francesco un anno fa, ricevendo compositori e corali, ha parlato a lungo dell’armonia, perché la musica, è vero, raggiunge tutti e genera armonia, ha detto, consolando chi soffre, ridonando l’entusiasmo a chi è scoraggiato, facendo fiorire in ciascuno valori come la bellezza e la poesia, riflesso della luce armoniosa di Dio. L’arte musicale ha un linguaggio universale immediato, che tutti possono comprendere, che tutti, al di là della propria storia o dei propri studi, ma proprio tutti possono comprendere nella profondità e nelle emozioni, nei sentimenti, nei pensieri che la composizione genera in ciascuno. Infine, la seconda considerazione di Papa Francesco era quella della comunione, perché la corale è costituita da chi esegue le composizioni. E non possono che farlo insieme, imparando ciascuno la propria parte, ma imparando sempre a relazionarsi con gli altri. Forse è proprio quello che manca tantissimo nel nostro tempo, in cui sappiamo così poco pensarci in armonia e suscitare armonia e sappiamo così poco pensarci in comunione. Io vi auguro una riflessione ricca e soprattutto stimolante per continuare a far funzionare quell’algoritmo che sta da qualche parte dentro ognuno di noi, utilizzando se si può intelligenza artificiale, ma sempre lasciandosi ispirare da colui che è il più grande compositore che straordinariamente continua a offrirci nuove possibilità. [Tratto dall’intervento in occasione della Conversazione sul tema Scienza e Musica, promossa da Fondazione Alma Dal Co, svoltasi al Conservatorio di Musica Benedetto Marcello di Venezia il 4 ottobre 2025. Gentilmente concesso dal Cardinale Matteo Zuppi]

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classical FENICE

Storia di un uomo Il Boccanegra di Verdi alla Fenice Si prospetta senz’altro interessante l’appuntamento, nell’ambito della Stagione Lirica 2025-26 del Teatro La Fenice, con il Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi, in scena con otto repliche tra il 23 gennaio e il 14 febbraio 2026, se non altro per l’illustre composizione del cast. Alcuni degli interpreti vengono dall’esperienza delle più recenti rappresentazioni veneziane dell’opera (aprì la Stagione 2014-15), come il baritono Simone Piazzola nei panni del protagonista eponimo e Francesco Meli in quelli di Gabriele Adorno, altri sono al loro debutto in ruolo, come Alex Esposito in quello di Fiesco e Francesca Dotto nelle vesti di Amelia, ma si tratta pur sempre di artisti noti al palcoscenico della Fenice dalle qualità particolarmente apprezzate. Del tutto innovativo sarà l’allestimento, affidato a Luca Micheletti, mentre la direzione musicale è di Renato Palumbo. Il Simon Boccanegra, composto da Verdi proprio per la Fenice nel 1856 su libretto del muranese Francesco Maria Piave ispirato all’omonimo dramma di Antonio Gutierrez, narra la storia di un corsaro genovese riuscito ad ascendere al trono dogale, e i travagli che segnano la sua successiva esistenza: la morte dell’amata, la scomparsa della figlia - innamorata di un suo avversario -, i tentativi di congiura e infine la morte per avvelenamento, tragedia mitigata soltanto dalla finale riconciliazione col nemico e dal conseguente assenso alle nozze della figlia, concesso sul letto di morte. Si tratta di un’opera sicuramente non semplice: la trama è complessa e il libretto difficile da seguire, poche (o forse nessuna) le arie memorabili, e tutta la partitura è caratterizzata da un colore grave e severo, appesantito anche dal largo impiego del canto declamato e dalla netta predominanza delle voci maschili. Simon Boccanegra 23, 25, 27, 29 gennaio 2026 Teatro La Fenice www.teatrolafenice.it

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Difatti, la prima messinscena, il 12 marzo 1857, nonostante la qualità degl’interpreti, fu un fiasco completo, deplorato dallo stesso Verdi, che abbandonò per alcuni anni la partitura. Solo nel 1881 ne fu prodotto un profondo rifacimento, con il libretto fortemente revisionato da Arrigo Boito; la nuova rappresentazione, questa volta alla Scala di Milano con la direzione di Franco Faccio, ottenne alfine un discreto successo. Nondimeno, ci volle ancora del tempo prima che l’opera entrasse definitivamente nel repertorio, grazie soprattutto all’interesse per l’opera verdiana che si sviluppò in Germania alla fine degli anni ’20. Nonostante la revisione, le caratteristiche del libretto e della partitura continuano a renderla un’opera difficile per il pubblico, ma nella quale si possono nondimeno apprezzare qualità musicali e drammatiche, particolarmente grazie all’aderenza della musica al dramma, e leggere fra i toni profondi e scuri della musica la personalità più autentica dello stesso Verdi. Nicolò Ghigi ENG As part of Fenice Theatre’s 2025–26 opera season, Verdi’s Simon Boccanegra will be staged in eight performances between January 23 and February 14, 2026, featuring a distinguished cast. Simone Piazzola reprises the title role, with Francesco Meli as Gabriele Adorno, while Alex Esposito debuts as Fiesco and Francesca Dotto as Amelia. The production, directed by Luca Micheletti and conducted by Renato Palumbo, promises a fresh staging. Originally composed for the Fenice in 1856 with a libretto by Francesco Maria Piave, the opera recounts the tragic fate of the Genoese corsair turned Doge, marked by personal loss, conspiracies, and death by poisoning, softened only by final reconciliation. Though complex and somber, with few memorable arias, the revised 1881 version by Arrigo Boito eventually secured its place in the repertoire, revealing Verdi’s most authentic dramatic voice.


Alvise Vidolin e Paolo Zavagna , Stoccarda (1991)

Un passo avanti © Marco Borrelli

Tutto in un gesto Tra i più importanti direttori della propria generazione, il tarantino Vincenzo Milletarì debutta alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice nei due concerti in programma al Teatro Malibran sabato 10 e domenica 11 gennaio nell’ambito della Stagione Sinfonica 2025-2026, con la prima data trasmessa in differita radiofonica su Rai Radio3. A lui il compito di guidare la compagine veneziana nell’esecuzione di un programma articolato in tre momenti: aprono la serata le note del Notturno per orchestra op. 70 n. 1 di Giuseppe Martucci, che declina alla maniera italica il genere che trovò la sua consacrazione in Chopin; segue il Concerto per pianoforte e orchestra in fa diesis minore op. 20 di Aleksandr Skrjabin, che vedrà protagonista al pianoforte il solista Gianluca Bergamasco, vincitore dell’edizione 2024 del Premio Venezia, impegnato in un concerto dalla scrittura pianistica raffinata, dialogo equilibrato fra solista e orchestra; dopo l’intervallo ecco la suite Shahrazād op. 35 di Nikolaj Rimskiji-Korsakov, esponente della generazione precedente a Skrjabin e riferimento assoluto per i musicisti del suo tempo. In occasione dell’evento diretto da Vincenzo Milletarì si rinnova poi il consueto appuntamento con le conferenze di approfondimento della Stagione Sinfonica: il concerto di sabato 10 gennaio è infatti preceduto da un incontro a ingresso libero con il musicologo Roberto Mori, ad illustrare il programma musicale della serata. ENG Among the leading conductors of his generation, Vincenzo Milletarì makes his debut with the Orchestra of Venice’s Fenice Theatre in two concerts at Malibran Theatre on January 10 and 11, 2026, the first broadcast on Rai Radio3. Milletarì will lead a program opening with Giuseppe Martucci’s Notturno op. 70 no. 1, followed by Aleksandr Skrjabin’s Piano Concerto op. 20 featuring Gianluca Bergamasco, winner of the 2024 Premio Venezia, and concluding with Rimsky-Korsakov’s suite Shahrazaˉd op. 35. The January 10 concert will be introduced by a free lecture with musicologist Roberto Mori, continuing the symphonic season’s tradition of public introductions. Vincenzo Milletarì 10, 11 gennaio 2026 Teatro Malibran www.teatrolafenice.it

La ventiduesima edizione della rassegna Ex Novo Musica, curata dall’omonimo ensemble e iniziata lo scorso ottobre, ha già riscosso un discreto successo nelle prime tre serate, dedicate la prima al centenario della nascita di Luciano Berio e le restanti al centocinquantenario di quella di Maurice Ravel. Altri due appuntamenti sono previsti in cartellone, il 4 dicembre alle Sale Apollinee del Teatro La Fenice e il 20 con la chiusura del festival nella Sala Concerti del Conservatorio Benedetto Marcello, quest’ultimo a ingresso libero. Nato a Venezia nel 1979 dalla collaborazione tra il compositore Claudio Ambrosini e un gruppo di musicisti, l’Ex Novo Ensemble è presto divenuto una realtà di riferimento nel panorama internazionale della musica nuova, la cui attività continua a suscitare particolare apprezzamento da parte del pubblico e della critica nelle principali rassegne europee. Nella serata del 4 dicembre, dal titolo Ludus e genio creativo, si eseguirà un’alternanza di opere mozartiane con alcune filtrate dalla sensibilità timbrica del compositore palermitano contemporaneo Salvatore Sciarrino, che per Mozart ha sempre mostrato ammirazione, arrivando infatti a realizzarne elaborazioni e adattamenti. Nella serata finale sarà invece proposta una selezione di brani che ben illustrano l’insolita ricerca musicale dell’avanguardia contemporanea, con tre prime esecuzioni assolute (Orienteering di Claudio Ambrosini, versione per pianoforte elettronicamente rivelato; Welcome to the Gaza Riviera di Riccardo Vaglini, nel cui organico figurano “suoni preregistrati e profumatori d’ambiente”; An der Grenze des Fruchtlandes di Renato Miani) e un omaggio al centenario della nascita di Pierre Boulez, con la seconda versione dell’Anthémes per violino ed elettronica. Nicolò Ghigi ENG The 22nd edition of Ex Novo Musica, curated by the ensemble founded in Venice in 1979 by Claudio Ambrosini, gained success with concerts honouring Luciano Berio’s centenary and Maurice Ravel’s 150th anniversary. Two final events are scheduled as follows: December 4 at La Fenice’s Sale Apollinee, featuring Mozart works alongside reinterpretations by Salvatore Sciarrino, and December 20 at the Benedetto Marcello Conservatory, free entry, presenting avant-garde explorations. The closing program includes three world premieres: Ambrosini’s Orienteering, Vaglini’s Welcome to the Gaza Riviera, Miani’s An der Grenze des Fruchtlandes, as well as a tribute to Pierre Boulez with Anthémes II for violin and electronics. Ex Novo Musica 2025 4, 20 dicembre Teatro La Fenice, Conservatorio Benedetto Marcello www.exnovoensemble.it

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classical EXTRAORDINARIO

Da sinistra, i premiati: Simone Mao, Fanqi Dong, Iryna Shneider, Riccardo Schioppa, Sebastiano Burelli con Margherita Turvani e Mario Dal Co - Fondazione Alma Dal Co

Voce del verbo continuare La Fondazione Alma Dal Co coltiva ostinatamente giovani talenti “Ricordare” per quanto importante è una parola triste, perchè ha nel suo significato il senso di passato, “continuare” è invece una parola che infonde energia e in questo caso energia creativa. È quello che si propone la Fondazione Alma Dal Co, che continua a coltivare le passioni artistiche e scientifiche di Alma. La Fondazione promuove infatti giovani talenti che si impegnano nella musica e nella scienza, ricordando le due grandi passioni di Alma Dal Co, che era diplomata al Conservatorio di Venezia in pianoforte, cantava nel Coro Làtomàs di Diana D’Alessio ed era brillante giovane professoressa di biologia all’Università di Losanna. Da un lato, dunque, l’Alta Scuola Alma Dal Co, tenutasi quest’anno tra settembre e ottobre all’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti (IVSLA) dove, su oltre 130 candidature di giovani scienziati provenienti dalle Università e centri di ricerca internazionali, ne sono stati selezionati 35 con i quali 16 scienziati affermati hanno svolto lezioni e coordinato gruppi di lavoro nelle diverse discipline, dalla fisica alla biologia all’etologia, intorno al tema centrale del comportamento collettivo. Dall’altro, il Premio Alma Dal Co giunto alla sua terza edizione, che il 29 novembre al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia ha rinnovato l’impegno a sostenere lo studio e la carriera di giovani musicisti promettenti, assegnando 5 borse di studio rispettivamrnte a: Simone Mao, per la classe di pianoforte; Fanqi Dong, soprano, per la casse di canto; Iryna Shteiner, mezzo-soprano, per la classe di canto; Riccardo Schioppa, per la direzione di coro; Sebastiano Burelli, per la composizione corale. I vincitori hanno suonato e cantato nel Concerto dei Vincitori brani classici, arie di opere, canzoni. Il Coro Ensemble Vox Venetiae ha cantato la composizione originale di Burelli, diretta da Schioppa, su un brano della poesia Onde, scritta da Alma nel 2022. Qui proponiamo la parte della poesia di Alma selezionata per la composizione corale. almadalcofondazione.org

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... Volerò Sopra le Onde domani. Poi ancora volerò Sopra le alte e le basse maree Di amore e di tristezza Che tornano come Maree d'oceano Gigante. E tu Che stai Tra le mie onde Che navighi queste parole Ondulate mosse ed emozionate Prendi le mie creste d'amore Le mie grandi maree Che mi dan forma Come la costa Scolpita. Dalla poesia Onde Alma Dal Co, 2022 ...


Che intrigante eresia! Il Muretto e Baricco, la strana, ‘classica’ coppia Che ci fa uno dei massimi scrittori italiani, Alessandro Baricco, con il suo nuovo libro dedicato alla musica classica, in uno dei templi italiani, e non solo, della clubbing culture quale è stato per decenni, e continua luminosamente ad essere, il Muretto? Bella domanda. Sì, ok, il libro ha un titolo che suona libero, Breve storia eretica della Musica Classica, quindi ci si poteva attendere che il buon Baricco, uno che ama dare del tu da sempre in maniera tutta sua alla comunicazione, intendesse presentarlo in forme e sedi non esattamente canoniche. Però, insomma, dite chi di voi poteva anche solo lontanamente immaginare che uno dei luoghi prescelti dal Nostro sarebbe stato proprio il celeberrimo club di Via Bafile a Jesolo… Nessuno, via! Eppure, a un’attenta lettura di alcune tracce disseminate nel libro, qualche indovino avrebbe anche potuto azzeccarla la scelta. Sentite qua: «C’erano questi musici, e il loro viaggio fu una avventura incredibile, durata secoli, sempre ad oscillare tra la scienza e il mistero, tra la terra e il cielo. Fu come una danza: se oggi vuoi comprenderla devi danzarla». Già, un’avventura, una ricerca consumata nei secoli che a ripercorrerla viene voglia di chiudere gli occhi e lasciar parlare il corpo. In movimento. Più ci addentriamo nel testo, più progressivamente una tale scelta da autentica sorpresa si fa quasi una sorta di urgente necessità, contemporanea direi, in una disposizione che, dall’evidenza delle parole stesse dell’autore anche proprio in sede di argomentazione di questa stessa scelta, intende sfidare la classicità ipercanonizzata costringendola a misurarsi su terreni ad essa ignoti, direi di fatto incontemplabili prima d’ora, o quasi. Va bene, sappiamo quanto il prog abbia dato del tu nei rutilanti e barocchi 70’s alla musica orchestrale, sinfonica, con esiti non sempre azzeccatissimi, di sicuro sempre virtuosistici. Ma questa è davvero un’altra storia, un’altra dimensione, decisamente più radicale. Un’autentica sfida nel segno dell’esplorazione reciproca: tra generi sideralmente lontani, tra pubblici a dir poco antitetici, tra generazioni e culture che parlano decisamente altre lingue, tra modi di intendere la musica, lo spettacolo, che come unica cosa in comune hanno forse solo, il che peraltro non è certo poco, l’elemento della condivisione, con i corpi a comunicare in modo decisamente altro però. Ancora Baricco: «Ho scritto la Breve storia eretica della Musica Classica e poi mi sono chiesto quale poteva essere il modo di portarlo un po’ in giro nel mondo. Avevo in mente che le classiche presentazioni non potevano funzionare. Ho pensato allora che mi sarebbe piaciuto farlo in modo eretico, qualsiasi cosa volesse dire. In un modo che ti sbilanciava il pensiero, ecco. Mi sono immaginato io e il pubblico, un po’ di musicisti, dei luoghi inaspettati e del tempo, di notte, per stare in bilico precario tra vecchi pensieri e nuovi. Sapevo anche che in qualche modo, se era possibile, si sarebbe dovuto ballare. Non solo col cervello (quello sempre) ma questa volta anche col corpo». Eccoci così al dunque: se non qui, al Muretto, dove a questo punto? Di sicuro a regalarci questa intrigante, sorprendente serata il 6 dicembre prossimo ha concorso l’identità costitutivamente aperta, sempre disposta alle sfide oltre ogni steccato, del Muretto, un’iAlessandro Baricco | Notte Eretica 6 dicembre Il Muretto-Jesolo www.ilmuretto.org

dentità disegnata dalla conduzione artistica del club la quale, in particolare in questi ultimi 4, 5 anni, ha saputo muoversi in questa direzione con grande decisione, lucidità e coraggio. In più, in un evento davvero crossover come pochi altri, come poteva mancare lo zampino visionario di quel geniaccio dell’entertainment jesolano, e non solo, che risponde al nome di Fizzo? Uno che certo non ha bisogno di presentazioni, basti solo pensare a cosa fu in grado di combinare parecchi anni fa al Terrazzamare, club on the beach divenuto autentico laboratorio di linguaggi contemporanei tra musica, performance, media. Insomma, un mix di attori irresistibili che non potrà davvero fallire in scena, figuriamoci. Se poi in scena per davvero ci vanno pure due dj che dire storici è dire nulla quali Giuliano Veronese e Alessio Bertallot, una pianista come Gloria Campaner, l’ensemble vocale Vox Gregoriana, il tutto accompagnato dalle opere visive di Alan Rogers, beh, chi mai non finirà per disdire qualsiasi altro impegno per quella sera per immergersi in un simile, contaminato happening? Una Notte Eretica, sì. Eccome! Massimo Bran

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Intervista Alessandro Businaro | Direttore artistico junior Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale

EMERGENZA CREATIVA

La mia professoressa di quarta liceo chiamò allarmata i miei genitori dicendo: «Vostro figlio vuole buttare via la sua vita, vuole fare teatro!» di Mariachiara Marzari

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on il D.M. 463 del 23 dicembre 2024 il

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Ministero della Cultura ha chiesto ai sei Teatri Nazionali di individuare un Direttore artistico junior under 35 incaricato di sviluppare nuovi linguaggi e favorire il ricambio generazionale. Il Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale è stato il primo a dare attuazione alla misura: il Consiglio di amministrazione ha nominato Alessandro Businaro, regista e attore padovano, quale nuovo ruolo di Direttore artistico junior. La scelta è arrivata al termine di una selezione che ha coinvolto cinque artisti, riconoscendo a Businaro la capacità di coniugare sperimentazione, attenzione alle nuove generazioni e un lavoro radicato nelle comunità del territorio. La sua base operativa sarà il Teatro Maddalene, spazio dedicato alle nuove drammaturgie e dotato per la prima volta quest’anno di una stagione di prosa autonoma. Qui ha debuttato a novembre con Vestire gli ignudi il nuovo progetto realizzato con la Compagnia Giovani del TSV. La nomina di Businaro si inserisce nel percorso di rinnovamento dello Stabile, che oggi distingue in modo netto direzione generale, direzione artistica e direzione dell’Accademia Carlo Goldoni. Con lui abbiamo parlato di formazione, Biennale, curatela e del futuro delle Maddalene. Nonostante la tua giovane età hai una esperienza teatrale considerevole, con partecipazioni e rappresentazioni importanti. Quando è nata la tua passione per il teatro e come l’hai coltivata, arrivando a questo importante incarico di Direttore artistico junior? Sono cresciuto nella provincia di Padova, a Villa Estense, un paese di circa duemila anime. Il mio percorso nasce www.teatrostabileveneto.it

dalla scuola, vero punto di partenza dove si è accesa questa mia passione. È iniziato già alle elementari e alle medie, grazie all’enorme fortuna di poter frequentare scuole – prima a Villa Estense e poi a Este, paese limitrofo e un po’ più grande – che proponevano laboratori di teatro tra le attività pomeridiane. In quel particolare contesto formativo ho capito che quella “cosa lì” mi faceva stare bene, facendomi sentire al posto giusto. Alle superiori questa passione si è fatta pane quotidiano: in terza e quarta tutti i weekend ero impegnato in qualche spettacolo, fosse con il gruppo del liceo o invece con i gruppi amatoriali del territorio a cui partecipavo. Era già parte integrante della mia quotidianità studiare e fare teatro. Ricordo che la mia professoressa di quarta liceo chiamò allarmata i miei genitori dicendo: «Guardate che vostro figlio vuole buttare via la sua vita, vuole fare teatro!». Dopo la scuola ho continuato gli studi in questa stessa direzione. Ho avuto la fortuna di poter frequentare l’Accademia, facendo poi svariate altre esperienze sino ad arrivare, infine, alla Silvio d’Amico. Il percorso inizialmente ha riguardato l’impegno attoriale, solo in un secondo momento – attraverso gli incontri con formatori, come accadeva già alle medie e alle superiori – ho iniziato a orientarmi verso la regia. Dopo l’Accademia, l’incontro con Antonio Latella è stato determinante: lavorando accanto a lui è maturato sempre più dentro di me il pensiero “voglio fare questa cosa in maniera strutturata, voglio fare il regista”. Forse anche l’idea di diventare direttore artistico nasce da quell’incontro: dopo l’Accademia ho incontrato infatti Latella alla Biennale, in un contesto decisamente internazionale e al contempo profondamente veneziano.


Data la tua giovane età immaginiamo che questo incontro sia avvenuto nel contesto di Biennale College Teatro, giusto? Biennale College, esatto. Sono arrivato alla mia prima Biennale College mentre ero ancora allievo della Silvio d’Amico, al terzo anno. Gli ultimi mesi dell’anno accademico me li hanno praticamente ‘abbonati’ perché stavo già lavorando con Latella. Ho partecipato per due anni a Biennale College Teatro senza mai vincere ma entrambe le volte riuscendo ad essere selezionato tra i sei finalisti. È così qui, sì, che ho conosciuto Antonio. Ho fatto qualche anno di assistenza al suo fianco, intraprendendo un percorso da assistente alla regia. Poi è arrivata la mia Biennale “senior” nel 2020, quella tutta italiana. Sono arrivato con uno spettacolo che aveva la coproduzione del Teatro Stabile. Durante il Covid è stato un po’ il mio ritorno a casa da artista veneto che lavorava a Roma e che non aveva più rapporti col territorio. Sono venuto qui e ho parlato con Massimo Ongaro e Carlo Mangolini, che hanno deciso di sostenere il mio progetto riconoscendo quanto aveva già individuato nel mio lavoro la Biennale. In questo modo è iniziata una collaborazione che arriva sino ad oggi, con varie intermittenze, ma che alla fine mi ha portato qui. Nel frattempo mi sono dedicato a progetti di curatela altrove, in Veneto e fuori. Dirigo tuttora un festival in Abruzzo dal 2021, nato anche in questo caso dopo la Biennale, frutto di un insieme di energie tra coetanei – io, Giovanni Ortoleva, Martina Badiluzzi, Fabio Condemi, Leonardo Lidi –, una generazione che Latella ha messo insieme attivando molte efficaci leve. È insomma grazie a lui se mi sono instradato nella direzione della curatela, ma anche in quella della regia e dello sviluppo e gestione di progetti culturali più ampi ed articolati. Seguiamo sempre con grande interesse le proposte di Biennale College Teatro e ci incuriosisce capire come questo tipo di esperienza possa influenzare la carriera degli artisti. Che ruolo specifico ha davvero avuto la Biennale nella tua crescita professionale e nel riconoscimento del tuo lavoro? Biennale College è stato un catalizzatore, un vero acceleratore di

particelle. La grande difficoltà per le giovani generazioni, in Italia, è ottenere riconoscimento istituzionale. Il sistema teatrale indipendente è molto complesso: ci sono pochi aiuti, manca una legge che lo protegga e che soprattutto lo valorizzi. La verità è che non esiste, di fatto, un pensiero dedicato agli artisti. Anche con l’indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo la condizione di questo settore rimane decisamente precaria e fragile. Un progetto come quello avviato da anni dalla Biennale ci ha quindi permesso di ottenere un riconoscimento nel mondo dei “grandi”. Per me è stata la chiave d’accesso al Teatro Stabile del Veneto e ad altri teatri fuori dall’Italia: avere la Biennale alle spalle rappresenta una garanzia. Come sei arrivato al festival abruzzese? O l’hai inventato tu? In verità il festival esisteva già. Finita la Biennale mi ha contattato uno studente dell’Università di Padova, ora docente, che stava conducendo una ricerca sui linguaggi della migrazione. Il progetto che portavo in Biennale nel 2020, George II, sulla figura di George W. Bush, esplorava anche il linguaggio dell’altro, del non conosciuto, per cui lui volle incontrarmi. Mi raccontò che da anni seguiva un festival a Rocca di Mezzo – località vicino L’Aquila, ora mio luogo del cuore – nato dopo il terremoto dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi del territorio che si era posto l’obiettivo di offrire un’opportunità di rimanere a vivere in quel martoriato territorio a diverse professionalità e maestranze locali. L’associazione si chiama, per l’appunto, Remain (letteralmente rimani). Purtroppo nel 2020, con il Covid, quella bellissima realtà stava andando a sfaldarsi. Gli dissi allora che mi sarebbe piaciuto lavorare fuori dal teatro, su linguaggi più partecipativi, e nonostante la mancanza di fondi iniziammo subito a ragionarci attorno insieme. Da quell’incontro di qualche ora è nato Teatro in Quota, il festival che dirigo da cinque anni. Abbiamo ospitato artisti come Sciarroni, Gribaudi, Rezza, Celestini, Frosini/Timpano… È diventato un festival che “accoglie”, con residenze artistiche e progetti di produzione. Siamo cresciuti passo dopo passo. Il primo anno ho portato la mia ‘squadra’ di amici con cui ho condiviso l’esperienza in Bienna-

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ALESSANDRO BUSINARO DIRETTORE ARTISTICO JUNIOR TSV le e una serie di artisti che parteciparono inizialmente solo per un proprio autentico interesse verso il progetto. Poi, progressivamente, siamo entrati in una dimensione sempre più professionale, costruendo il festival produttivamente in tutte le direzioni necessarie per garantirgli la sopravvivenza e la crescita, intrecciando quindi risorse, fondi, collaborazioni, rapporti con il Parco, la Regione e il Comune, e valorizzando anche gli aspetti attrattivi e turistici del progetto. La scelta di Direttore artistico junior è ricaduta su di te sia per la tua visione innovativa e la capacità di sfidare e superare le convenzioni teatrali grazie a un approccio più vicino ai nuovi linguaggi contemporanei e alle nuove generazioni, sia per il tuo lavoro con le comunità del territorio. Come si concretizza tutto questo nella programmazione del Teatro delle Maddalene, che diventa ufficialmente la tua nuova casa? Sto impostando una doppia direzione: un progetto costruito insieme alla comunità, che rifletta desideri e inquietudini del pubblico di riferimento – giovane, non tanto a livello anagrafico, ma comunque attento ai nuovi linguaggi –; una casa degli artisti e dell’innovazione creativa. Quest’anno, seguendo la linea già tracciata dal direttore artistico Filippo Dini e da Carlo Mangolini, proponiamo una costellazione di attività e progetti ripartiti in due filoni paralleli. Da una parte la prima stagione di prosa della Maddalene, suddivisa in sette appuntamenti e inaugurata con Vestire gli ignudi; dall’altra una serie di otto “segmenti” che animano Maddalene Factory, dedicata a format teatrali di sperimentazione di nuovi linguaggi. In uno spazio creativo dedicato alle nuove generazioni, vengono proposti spettacoli, talk, drammaturgie inedite, progetti partecipati, primi esperimenti di compagnie teatrali emergenti. Il Progetto Creative Europe UAD (Universal Art Design) offre un’opportunità unica per giovani artisti che intendono esplorare le molteplici sfaccettature della diversità e dell’inclusione, raccontando esperienze di gruppi marginalizzati, identità culturali, di genere e di disabilità e affrontando le sfide della discriminazione e dell’emarginazione sociale. Test Your Writing, nato invece dalla collaborazione tra Filippo Dini e Monica Capuani, punta alla divulgazione della nuova drammaturgia internazionale, in Italia sempre più valorizzata grazie a figure come Lisa Ferlazzo Natoli che intendono tenere vivo un dialogo costante con il panorama europeo. Questi filoni restituiscono già sostanzialmente le intenzioni del Teatro Maddalene: specchio delle istanze sociali e dei temi vibranti del 2025 e terreno di sperimentazione e ricerca. Considerando che mi sono insediato da soli quindici giorni, la mia prima programmazione ricadrà sulla prossima stagione 2026-27; tuttavia arrivo in un terreno già fertile, che facilita l’avvio del lavoro, anche grazie all’Accademia Carlo Goldoni. Avendo ai miei tempi studiato altrove – alla Galante Garrone di Bologna e alla Silvio d’Amico di Roma – mi rendo conto quanto l’Accademia Carlo Goldoni oggi sia in grado di offrire molte opportunità: Erasmus, progetti di formazione, investimenti del Teatro Stabile del Veneto sui nuovi linguaggi e sulle nuove generazioni. Per me è una risorsa fondamentale perché rappresenta quella “fucina” di cui parlavamo prima citando Antonio Latella: un luogo riconosciuto dove è possibile sperimentare. In sintesi, quindi, ho fondamentalmente tre direzioni da percorrere con la mia personale bussola: il radicamento locale nel territorio, la casa per gli artisti e la sperimentazione legata ai temi sociali e al sentire di oggi.

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Vestire gli ignudi © Serena Pea

È un humus molto ricco da coltivare. Ti volevo perciò chiedere se “uno più uno fa davvero due”. E quindi: giovani artisti corrispondono a giovani spettatori? Come direttore junior quali azioni metterai in campo per attirare l’attenzione del pubblico più giovane, ma anche di chi, come me, ama il teatro e cerca linguaggi nuovi pur apprezzando il repertorio classico? Credo che la questione del mio ruolo – questo ruolo “junior” – sia molto interessante. La parola stessa è problematica, in senso positivo, perché apre una serie di interrogativi: cosa significa fare direzione artistica e cosa significa essere junior? Sono due dimensioni che insieme mi intrigano molto e che, in modi magari rocamboleschi, il teatro italiano si troverà sempre di più a dover affrontare. Ad ogni modo non penso che esista un rapporto diretto tra giovane pubblico e giovani artisti. Non credo, cioè, a una visione “giovanilistica”. Ho dieci anni di lavoro alle spalle, anni di ricerca produttiva, di trasformazione delle forme. Molte delle mie pratiche nascono proprio dalla necessità di lavorare in condizioni non sempre favorevoli e di dover trovare comunque un linguaggio personale. Ciò che vedremo sul palco delle Maddalene non sarà necessariamente “giovane” anagraficamente. Sto iniziando a lavorare alla futura compagnia giovani con Carlo Mangolini, direttore dell’Accademia Goldoni, e già emergono linee che includono artisti anche consolidati sulla scena nazionale, ma con modalità espressive in sintonia con le nuove generazioni. L’obiettivo, per me, è pensare al pubblico giovane in modo mirato. Ad esempio, Vestire gli ignudi alle Maddalene è un progetto dedicato alle scuole. Ho lavorato attraverso il PCTO, ovvero l’ex alternanza scuola-lavoro, con dieci studenti delle superiori che hanno seguito venti giorni di prove insieme a noi. Ora lo spettacolo viene visto da 1500 ragazzi e ragazze delle scuole di Padova: un processo che parte da loro e torna a loro, con una vera circolarità creativa. È una forma partecipativa in cui i ragazzi intervengono durante il lavoro e anche in scena. Accanto a questo, ci saranno proposte per un pubblico che ricerca un linguaggio presente, indipendentemente dall’età. Continuerò a lavorare sulle pratiche partecipative collettive, che sono la base del mio teatro. Ho lavorato in Biennale ma anche nelle sagre, ho ideato spettacoli in cui il pubblico cucina, mangia, siede a tavola; il mio è un approccio assolutamente trasversale. Sto anche lavorando in


per costruire un’esperienza in cui il pubblico potesse ‘invadere’ lo spettacolo. Il testo originale debuttò a Roma nel novembre 1922, poco dopo la Marcia su Roma; nel 1945 durante la messa in scena di Vestire gli ignudi ha avuto luogo la beffa del Goldoni, quando i partigiani invasero il teatro interrompendo lo spettacolo; noi abbiamo debuttato il 12 novembre 2025, esattamente dieci anni dopo l’attentato del Bataclan. Il tema dell’invasione, fisica e simbolica, è dunque centrale. Lo spettacolo si articola attorno a quattro momenti storici – 1922, 1945, 2015 e 2025 – con l’idea che alla fine siano i ragazzi a interrompere la rappresentazione. Finché non si alzano – piccolo spoiler –, lo spettacolo continua. Ieri, per esempio, un ragazzo di 14 anni si è alzato in platea, ha preso il microfono e ha detto: «Spegnete le luci», iniziando a dirigere la scena, un gesto potentissimo che ha ribaltato le dinamiche tra palco e platea, azzerando i filtri tra istituzione, scuola, pubblico e scena.

quattro RSA del Trentino Alto Adige con gli over 85 su un progetto legato al rapporto tra cibo e memoria, che ho realizzato per Pergine su invito di Babilonia Teatri. È mia intenzione portare questa vocazione partecipativa anche al Teatro Stabile del Veneto: quando entri nel processo, ti senti parte dell’esito. E credo che il mio spettacolo, Vestire gli ignudi, già semini in questa direzione. Riferendoci ancora a Vestire gli ignudi, come si innesca in te il processo creativo, da quando leggi un testo a quando decidi di metterlo in scena? Lavoro quasi sempre con Chiara Businaro e Stefano Fortin, con cui condivido una compagnia e una collaborazione stabile da molti anni. I progetti possono nascere da punti diversi. Il lavoro sul rapporto tra cibo e memoria, ad esempio, parte da un mio impulso, passando poi alla drammaturgia e infine divenendo un dispositivo partecipativo, che è l’esito finale del progetto. Altri lavori, come ad esempio Vestire gli ignudi, possono invece partire da un’indagine drammaturgica per poi arrivare nella nostra “casa creativa” comune, dove valutiamo come il materiale possa dialogare con il presente. Qui il testo aveva già una forte stratificazione e incroci particolari. Fu il primo titolo che Castri portò a Brescia nella sua trilogia su Pirandello nel 1976. Pur rispettando la drammaturgia originale, affrontò temi delicati: già il testo del 1922 solleva questioni attuali, come il rapporto di genere e le forme di violenza che possono innescarsi nelle relazioni. Il lavoro di Castri fu feroce da questo punto di vista e ci siamo quindi subito resi conto che, nello spazio del Teatro Maddalene, quel materiale poteva aprire a urgenze contemporanee molto forti. Anche la nostra riscrittura rimane fedele a Pirandello, integrandolo però in un dispositivo scenico che collega il testo alle esperienze e agli sguardi del pubblico di oggi. Nel testo accade che, in determinati momenti, le finestre si spalancano e i personaggi sono spaventati dalla strada che irrompe nella casa. Noi da quelle finestre abbiamo fatto entrare il 2025 e le voci dei ragazzi e delle ragazze delle scuole superiori, che invadono la rappresentazione. Abbiamo capito che l’opera pirandelliana poteva diventare un meraviglioso strumento per incontrare il mondo fuori, gli adolescenti, e il lavoro con loro ci ha confermato che funziona molto bene in questa direzione. Tutto ruota attorno all’invasione. L’idea era di usare Vestire gli ignudi

Il D.M. 463 del 23 dicembre 2024 promosso dal Ministero della Cultura ha invitato i Teatri Nazionali a sviluppare la parte di programmazione dedicata ad artisti, nazionali e internazionali, emergenti, invitando a costruire nuovi linguaggi per dare ancora più voce ad una nuova generazione di attori, registi e compagnie, così da favorire il ricambio generazionale nel settore. Quale la tua personale definizione di emergente? Ricorro all’etimologia e quindi così rispondo: “in emergenza”. È la definizione migliore che riesco a trovare e supera qualunque discorso anagrafico. Sono tornato in Italia dopo quasi quattro anni in Francia, un periodo che mi ha portato a riflettere profondamente su che cosa significhi essere “emergente” ed essere “in emergenza” rispetto alla creazione. In questo momento in Italia essere in emergenza significa affrontare grandi difficoltà: farsi vedere, farsi riconoscere professionalmente, avere uno spazio in cui poter sperimentare e anche dove poter permettersi di sbagliare. Per me questa è la vocazione più importante che vorrei in tutti i modi cercare di assecondare: garantire che luoghi come le Maddalene, e più in generale il Teatro Stabile del Veneto, siano ambienti in cui il fallimento potenziale e la ricerca di nuove strade possano esistere. La mancanza di sperimentazione negli spazi istituzionali rappresenta una delle grandi tossicità del sistema. Ciò che posso introdurre – e che questo decreto introduce in modo forse anche casuale, rispetto a me, o a Pier Lorenzo Pisano a Napoli, o ancora a Diego Pleuteri a Torino – riguarda proprio questo: dare un ruolo a persone che, per profilo professionale, hanno una vicinanza reale all’emergenza, a quella necessità di costruirsi una vita inventando progetti e opportunità. A luglio dell’anno scorso, a Terlizzi, io e Pleuteri partecipammo a un talk, molto prima di sapere che saremmo divenuti direttori artistici junior a Torino e in Veneto. Parlammo dei limiti del nostro lavoro: lui come drammaturgo, io come regista. Nella nostra posizione di trentenni, i limiti sono enormi, legati soprattutto alla pratica professionale, ai vincoli strutturali e all’ansia sociale di dover emergere senza sbagliare. Scegliere figure come le nostre – sei in totale, anche se mancano ancora tre nomine – permette di introdurre nel sistema persone con un termometro ben tarato sull’emergenza e capaci di dialogare con essa. Non di risolverla, sarebbe impossibile, ma di saper condurre un dialogo vivo e plurale con tutte le istanze del presente.

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Sempri ‘a stessa storia… Nel centenario di Camilleri, torna in scena Il birraio di Preston Nel centenario della nascita di Andrea Camilleri e a trent’anni dalla pubblicazione del romanzo, Il birraio di Preston torna in scena nella riduzione teatrale firmata dall’autore stesso con Giuseppe Dipasquale. Al Teatro Toniolo, dal 12 al 14 dicembre, con Edoardo Siravo, Federica De Benedittis e Mimmo Mignemi, approda uno dei testi più incisivi del mondo camilleriano, capace di trasformare un episodio del 1874 in una radiografia ancora attualissima del rapporto tra potere centrale e comunità locali. Camilleri riprese il caso dell’inaugurazione del teatro di Vigàta non per raccontare una bizzarria siciliana, ma per portare alla luce un meccanismo ricorrente: decisioni calate dall’alto come operazioni culturali che si scontrano con il sentires del territorio. Nel romanzo – e nella versione scenica – questa dinamica si concretizza in una narrazione per strappi, con episodi intrecciati, voci sovrapposte e punti di vista contraddittori, restituendo la vitalità ma anche la vulnerabilità di una comunità che fatica a riconoscersi nel linguaggio del potere. L’imposizione del prefetto – inaugurare il teatro con Il birraio di Preston, un’operetta che nessuno desidera ascoltare – diventa il detonatore di una tensione più profonda, percepita come un affronto mascherato da “elevazione culturale”. «Cu avi lingua passa ’u mari», recita il proverbio: chi controlla la parola vince. E il prefetto, di parole, ne ha molte più della comunità che dovrebbe rappresentare. Dipasquale lavora proprio su questa frizione. I tre interpreti danno corpo a un mosaico di personaggi che oscillano tra rassegnazione, sospetto tra prudenza, malcontento e quell’ironia corrosiva che è una forma di sopravvivenza siciliana. È sufficiente un sospiro – «Sempri ’a stessa storia…» – per intuire quanto la distanza tra Il birraio di Preston 12-14 dicembre Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

Stato e popolo, allora come oggi, sia percepita come una condizione permanente, un’abitudine quasi invincibile. La preparazione dell’inaugurazione diventa un percorso accidentato: ritardi, fraintendimenti, piccoli sabotaggi involontari che raccontano una comunità costretta a partecipare a un progetto che non sente proprio. «Ci vulissi ’na santa pacienza», borbotta qualcuno; e quella frase, apparentemente leggera, contiene l’esasperazione di chi si ritrova schiacciato tra burocrazia e vita quotidiana. Quando arriva la sera dello spettacolo, il caos in platea e dietro le quinte non è arretratezza, ma l’esito di una scelta percepita come imposta. In scena, quel caos diventa ritmo, quasi musica: voci che si incrociano, registri che cambiano, scarti comici che tagliano l’aria. È in questa coralità che lo spettacolo trova la sua cifra politica, senza mai dichiararla apertamente. L’attualità affiora nelle sfumature, nei commenti sussurrati, nei momenti in cui i personaggi si rendono conto che «accussì nun si poti iri avanti». Basta poco per riconoscere la stessa frattura che ancora attraversa molti territori italiani. La forza dell’allestimento sta nel non cercare scorciatoie interpretative. Non esistono eroi né antagonisti a tutto tondo, ma piuttosto un sistema in cui la distanza tra chi governa e chi vive il Paese produce inevitabilmente equivoci, resistenze e forme di ribellione più ironiche che programmatiche. Camilleri non assolve nessuno: illumina le contraddizioni, scopre le crepe del rapporto tra istituzioni e comunità e mostra come il popolo possa rispondere in modi tanto intuitivi quanto disordinati. È forse questa capacità di raccontare la complessità senza ingabbiarla in un messaggio univoco che mantiene Il birraio di Preston così aderente al contemporaneo. Guardando il disastro dell’inaugurazione, tra sussurri e insofferenze trattenute, riconosciamo un meccanismo ancora vivo: un Paese che continua a fare i conti con le proprie storture, e che forse solo nel teatro trova una possibilità per guardarle senza filtri. Chiara Sciascia

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theatro SPETTACOLI

Photo Claudia Pajewski

Gruppo di famiglia in un interno Tensioni domestiche e umorismo nero nel Pinter secondo Popolizio Inizia con un battibecco furioso tra padre e figlio Ritorno a casa di Harold Pinter. Max, un vecchio e malandato settantenne, minaccia con un bastone il figlio trentenne Lenny. Anche lo scambio verbale non è certo cortese. Nonostante ciò, un attimo dopo, i due discutono tranquillamente di corse di cavalli. La violenza scorre senza drammaticità, quasi come bere un sorso d’acqua. Non se ne conoscono le ragioni, eppure il giovane ricorda che il padre gli rimboccava ogni sera le coperte. Non vi è calore nelle parole, né affetto, rimpianto o ira. Massimo Popolizio, qui regista e attore, definisce le opere di Pinter “sformati di lasagne al forno”: puoi vedere la superficie delle cose, ma se non li apri non ne conoscerai mai il contenuto. Harold Pinter è questo: parole, gesti, fatti, spesso terribili e dolorosi, senza spiegazione alcuna. Un teatro dell’assurdo sui generis, dove lo spettatore è lasciato libero di trarre le proprie conclusioni, mentre sul palcoscenico si susseguono scene veramente inquietanti. La vicenda si complica quando un altro figlio, Teddy, professore di filosofia in una prestigiosa università, rientra a Londra dagli Stati Uniti con la moglie Ruth. Insieme hanno tre bambini, una bella casa, una vita serena. Teddy desidera far conoscere la sposa alla famiglia, ma in poche ore Ruth sembra irretire tutti gli uomini della casa (vi è pure il figlio più giovane, Joey, e lo zio Sam, tassista, anch’egli settantenne). A un Lenny che disquisisce sulle categorie del noto e del non noto, affermando che nulla vi è di altra possibilità, Ruth risponde: Ritorno a casa 7-9 gennaio 2026 Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

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«Io muovo una gamba. È tutto. Ma porto sotto qualcosa che si muove con me… e che attira la vostra attenzione». Rapidamente il comportamento di Ruth diventa sempre più ambiguo: accetterà di concedersi a tutti i membri della famiglia e, in seguito, perfino di prostituirsi per portare soldi in casa, mentre il marito tranquillamente torna in America con una foto del padre da portare ai bambini, commentando alla sua dipartita: «Anche per me è stato bello rivederti, papà». Motivazioni di questi comportamenti? I critici si sono sbizzarriti ipotizzando di tutto. Era Ruth precedentemente una prostituta? I figli esistono davvero? Di certo siamo di fronte ad un teatro fortemente antinaturalista, che non offre risposte facili. A ognuno di noi la scelta. Massimo Popolizio nasce come attore di teatro, cinema e televisione alla scuola di Ronconi per tutto il decennio ‘85-’95. Oggi è anche affermato regista. Conosce bene il pubblico ed è consapevole che lo shock prodotto alle prime dello spettacolo, a metà degli anni ‘60, non potrebbe ripetersi con la stessa forza dirompente; decide quindi di immettere una sana dose di umorismo, pur mantenendosi fedele al testo e addirittura alla scenografia indicata da Pinter. Lo fa da grande regista, usando quel tratto distintivo del teatro rispetto alle altre arti visive, vale a dire la possibilità di muovere magistralmente gli attori. Se un vecchio minaccia col bastone ma inciampa goffamente, il sorriso compare sul viso degli spettatori. La tragedia sfocia nell’ironia, anche se il testo rimane, nelle parole dello stesso Popolizio, un atto quanto mai contemporaneo «contro il politicamente corretto che ci sta asfissiando». Loris Casadei


La realtà è un’illusione, nascosta da un cielo di carta Luigi Pirandello

Fu, ma non troppo Giorgio Marchesi riscrive il mito pirandelliano tra ironia e disincanto Un’autentica scommessa quella di Giorgio Marchesi e Simonetta Solder nel mettere in piedi una pièce teatrale tratta dal romanzo Il fu Mattia Pascal del “mostro sacro” della nostra letteratura, Luigi Pirandello. Non ci aveva provato nemmeno lui, che pure aveva adattato per la scena molti suoi racconti e novelle – basti pensare a Tutto per bene o Così è (se vi pare) – pur nella consapevolezza che «sia impossibile che la creatura che l’autore ha immaginato arrivi tale e quale sulla scena». Bisogna anche ricordare che sono gli stessi anni in cui in Italia operava Edward Gordon Craig, con le sue polemiche sugli attori e la teoria della “supermarionetta”. È finita l’epoca del verismo. Nel 1905 vengono pubblicati in italiano anche i primi scritti di Freud: la morale borghese si fa meno rigida e i conflitti interiori, tra uomo e donna, insieme alle crisi d’identità, diventano un tema esplosivo. Il fu Mattia Pascal apparve dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia nel 1904, per venire pubblicato in volume poco dopo. La trama, come è noto, è assai complessa e narra la vicenda di Mattia il quale, dopo la morte del padre, vede dilapidarsi i propri denari e le proprie terre a causa della disonestà dell’amministratore Malagna. A complicargli ulteriormente la vita intricate vicende sentimentali che lo rendono oltremodo infelice. Decide così di partire per il Sudamerica, ma si ferma a Montecarlo per tentare la sorte alla roulette e la fortuna gli arride. E qui si godono alcune delle pagine più vive del romanzo. Con la vincita accarezza l’idea di tornare a casa, ma durante il viaggio in treno scopre leggendo il giornale che nella sua tenuta è stato ritrovato un corpo «in avanzata putrefazione», quindi irriconoscibile ma ritenuto il suo. Sceglie a quel punto di non far ritorno al paese ma di crearsi un’altra identità col nome di Adriano Meis. Quando anni Il fu Mattia Pascal 6, 7 dicembre Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

dopo decide di rindossare le sue vesti originarie, scopre che tutto è cambiato e che anche la moglie si è risposata. Si mantiene lavorando nella polverosa biblioteca del paese e scrive la propria storia con un’unica sortita: la visita alla tomba del falso Mattia Pascal. Fu Tullio Kezich il primo ad osare una versione teatrale del romanzo; sulla sua sceneggiatura si basarono sia Squarzina nel 1974 che Scaparro nel 1986. Piccola rivelazione: anche il suo adattamento prevedeva un inizio e una fine musicali, con chitarra e sonagli all’apertura e pianoforte e canzonetta da café chantant nel finale. La versione di Giorgio Marchesi si pone oggi l’obiettivo di divertire e di avvicinare il pubblico, soprattutto quello giovane, al grande romanziere e drammaturgo siciliano. Riprende una citazione dello stesso Pirandello per sintetizzare il cuore dello spettacolo: «Posso dire che da allora ho fatto il gusto di ridere di tutte le mie sciagure e del mio tormento». Un Mattia Pascal in frac bianco ma con scarponi paramilitari e un Meis in bomber arancione: Raffaele Toninelli accompagna prima i personaggi al contrabbasso, per poi passare alla musica elettronica nella parte dedicata a Meis. Per quel che riguarda la messa in scena, Marchesi costruisce uno spettacolo multidisciplinare con video e coinvolgimento del pubblico sin dalle prime battute, staccandosi dai luoghi e dal tempo storico del racconto, concentrandosi sul senso di un destino avverso e sulla conseguente rassegnazione del protagonista. Anche se la vicenda resta drammatica, come scrive Giorgio Marchesi, «meglio farlo con leggerezza, visto il periodo». D’altronde, come ricordava Pirandello stesso parlando dell’Elettra, la differenza tra la tragedia antica e quella moderna sta proprio nella consapevolezza dell’illusione: «quel buco nel cielo di carta della scenografia» che, come in questo Mattia Pascal, apre uno spiraglio ironico sul dramma. Loris Casadei

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theatro YOU THEATER MOHAMED TOUKABRI

Memorie ribelli Intervista Mohamed Toukabri di Loris Casadei Mohamed Toukabri può essere visto sia come il monello terribile che a Tunisi si esibiva nelle strade con acrobatiche breakdance, sia come il performer formatosi tra Tunisi, Parigi e Bruxelles, collaborando con compagnie di primaria importanza. Storica è la sua collaborazione con Needcompany, fondata nel 1986 e attiva in un lavoro interdisciplinare tra teatro, danza, performance, arti visive, cinema e produzione di film (ricordo ancora alla 42. Biennale Teatro a Venezia il potente Marketplace 76). Il coraggio di esporsi non gli manca: nel 2023 ha presentato The power (of) the Fragile, un incontro sul palco con la madre, che non vedeva da diversi anni. A Mestre, all’interno della rassegna You Theater – Dance~Independent Music, curata da Live Arts Cultures e Macaco, presenta in prima nazionale al Teatro del Parco il 16 gennaio Every-Body-Knows-WhatTomorrow-Brings-And-We-All-Know-What-Happened-Yesterday. Un esercizio di virtuosismo del corpo profondamente legato alla convinzione che le regole di scrittura del movimento vadano riviste e che tutte le forme di danza abbiano piena legittimità. Toukabri impone una riflessione sul ruolo del movimento nella società e scatena una nuova guerra di liberazione anticoloniale sul terreno dei comportamenti imposti. Cita la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, che ad Avignone 2023 aveva scritto: «Il passato non ci dice solo quello che è avvenuto ieri, ma illumina ciò che avviene oggi. La storia è contenuta nei nostri gesti, nei nostri movimenti, nella nostra memoria genetica». Rivelare tutto questo è compito di un bravo coreografo. Interessante è il modo in cui la voce crea un dialogo con il corpo, grazie ai testi dell’artista e attivista tunisina Essia Jaïbi, che incorpora le parole nel movimento, arricchendo l’astrazione del gesto e generando un confronto estremamente stratificato. La musica e il suono sono di Anna Fröhlich, «composer, sound designer, sound technician and video artist for dance and theater», che propone una rivisitazione del Surrealismo in chiave ipertecnologica. Il suo motto, «We are not prepared for what’s coming next», richiama Giosuè 24:14, esortando a liberarsi dagli idoli pagani. Everybody-Knows-What-Tomorrow-Brings-And-We-All-Know-WhatHappened-Yesterday 16 gennaio 2026 Teatro del Parco-Mestre www.youtheater.art

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Nei suoi spettacoli si ha l’impressione che ci sia sempre una buona dose di improvvisazione. È più influenzato dal suo stato interiore, dal pubblico o dagli eventi che accadono nel mondo? Personalmente non opero una distinzione netta tra il mio stato interiore, il pubblico e gli eventi che accadono nel mondo, poiché siamo costantemente attraversati da tutti questi elementi: non danziamo mai da soli e non creiamo in isolamento. In quanto artista, creo in relazione al mio ambiente. Non affronto la coreografia in senso classico, ma piuttosto come una sorta di spazio di confine, una soglia in cui la danza incontra altre pratiche, storie ed energie. Penso alla coreografia come a uno strumento che mette in connessione diversi livelli: il corpo fisico, l’intelletto, la spiritualità, l’emozione, ma anche la poesia. Mi interessano le contraddizioni, le tensioni e gli attriti tra gli elementi: il dialogo tra ciò che è stabile e ciò che è imprevedibile, tra il visibile e l’invisibile, tra il detto e il non detto. Il modo in cui entriamo in scena, la presenza che portiamo, la qualità del nostro movimento: tutte queste scelte sono gesti politici e poetici al tempo stesso. Come interprete sul palco è molto importante creare per me stesso uno spazio di libertà in cui i codici e le regole della performance siano riconosciuti, interiorizzati e trasformati al servizio di ciò che sta per accadere. Spesso una struttura comincia a emergere attraverso la ripetizione. Con la ripetizione arriva la familiarità, come nell’improvvisazione jazz: libertà all’interno di una forma. Il lavoro è molto complesso e vi è una chiara struttura grazie alla quale il pubblico può orientarsi. Più che essere influenzato da una singola fonte – me stesso, il pubblico o il mondo – il mio lavoro vive nell’intermezzo, nel continuo attraversamento che li collega. Nel mio uso dell’improvvisazione, una forma non è mai fissa; è qualcosa di fluido, reattivo e vivo. Esattamente come nel jazz, questo processo resiste ai modelli


Il corpo ricorda gesti, posture, ritmi e persino silenzi: un contenitore di frammenti di memoria culturale e storica Rebellious Memories

ENG

Mohamed Toukabri can be seen both as the impish kid who used to perform acrobatic breakdance in the streets of Tunis, and as the performer trained between Tunis, Paris, and Brussels, collaborating with leading companies. His collaboration with Needcompany, founded in 1986 and known for interdisciplinary work spanning theater, dance, performing arts, visual arts, cinema, and film production, is historic (I still remember the powerful Marketplace 76 at the 42nd Venice Biennale of Theatre). He is not lacking in courage: in 2023, he presented The Power (of) the Fragile, a stage encounter with his mother, whom he had not seen for several years. In Mestre, as part of the You Theater – Dance~Independent Music festival curated by Live Arts Cultures and Macaco, he presents the national premiere at Teatro del Parco on January 16 of Everybody-Knows-What-Tomorrow-BringsAnd-We-All-Know-What-Happened-Yesterday. This work is an exercise in physical virtuosity, deeply connected to the conviction that the rules of movement writing must be revisited and that all forms of dance are fully legitimate. Toukabri prompts reflection on the role of movement in society and ignites a new anti-colonial liberation struggle on the ground of imposed behaviors. He cites the Nigerian writer Chimamanda Ngozi Adichie, who at Avignon 2023 wrote: “The past not only tells us what happened yesterday, but illuminates what is happening today. History is contained in our gestures, in our movements, in our genetic memory.” Revealing all of this is the task of a skilled choreographer. Notably, the voice creates a dialogue with the body through the texts of the Tunisian artist and activist Essia Jaïbi, who integrates words into movement, enriching the abstraction of gesture and generating an extremely layered interplay. The music and sound are by Anna Fröhlich, “composer, sound designer, sound technician and video artist for dance and theater,” who offers a hyper-technological reinterpretation of Surrealism. Her motto, “We are not prepared for what’s coming next,” evokes Joshua 24:14, urging liberation from pagan idols.

YOU THEATRE

Marianna Andrigo

Dal 2021, You Theater si muove tra musica e danza, concerti e spettacoli, laboratori e nuove produzioni, portando al Teatro del Parco di Mestre uno sguardo curioso sul panorama nazionale e internazionale. È in questa cornice che Live Arts Cultures e Macaco consolidano la loro collaborazione, dando continuità a un percorso culturale che mescola formazione, performance e scambi artistici. Live Arts Cultures, associazione di promozione sociale nata nel 2014 e guidata da artiste e artisti, si propone come punto di riferimento transnazionale per le arti performative sperimentali: dalla danza alla musica elettronica, dalla performance art al teatro. La sua missione è costruire comunità aperte e accoglienti, rafforzare il mestiere dell’artista e diffondere la conoscenza dei linguaggi contemporanei. Macaco Records, attiva dal 2004, affianca a un’attività di etichetta, management e booking una forte attenzione alla cultura indipendente e alla promozione di progetti emergenti. Insieme, le due realtà offrono un equilibrio tra radicamento territoriale e apertura internazionale, tra formazione e programmazione. La stagione 2025-26 propone dieci appuntamenti tra prime nazionali e regionali di danza e concerti di musica dal vivo (vedi p. 143). Tra gli highlight, oltre all’assolo di Mohamed Toukabri (16 gennaio, intervista a fianco), figurano Annabelle Chambon & Cédric Charron (27 marzo) e la Compagnia Abbondanza/Bertoni con la prima regionale di Epiphania (8 maggio). You Theater è anche workshop matinée per le scuole, progetti multidisciplinari come Legni storti, dedicato a ragazzi autistici e richiedenti asilo, e momenti di restituzione aperti alla cittadinanza. In questo quadro si inserisce la visione curatoriale di Marianna Andrigo, che racconta il lavoro di Live Arts Cultures come un organismo in continua pratica: «Live Arts Cultures, allena da anni la curiosità, legando l’esperienza artistica a quella curatoriale; i nostri corpi ci suggeriscono le linee di programmazione da seguire, grazie alle pratiche che condividiamo con gruppi di persone, alla visione di opere, alla sperimentazione che portiamo avanti internamente. Questo nostro essere nella pratica ci fa progettare la curatela richiamando figure autoriali che hanno segnato e segnano le nostre vite artistiche, ma anche coreografe/i che ci portano lontano dalle nostre consuetudini. Riconoscere il rigore autoriale ed essere toccate da estetiche, dinamiche e ricerche soggettive, ci ha portato e ci porta alla costruzione di un’offerta varia, capace di sorprendere i nostri pubblici e di rendere imprevedibile le nostre scelte, anche a noi stesse. La danza è sempre così plurale da invitarci responsabilmente a offrire la sua varietà fatta di artiste/i, interpreti e forme che hanno in comune la potenza dei corpi nello spazio scenico. La Stagione 2025-26 si nutre di questo approccio che quest’anno ha, forse, come filo conduttore una particolare forza di questi corpi che non nascondono il proprio buio e la propria vulnerabilità». www.youtheater.art

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theatro YOU THEATER MOHAMED TOUKABRI

L’altro sei anche tu, e tu sei anche l’altro

di composizione rigidi ed eurocentrici, abbracciando invece uno spazio in cui intuizione e collettività guidano la creazione. L’improvvisazione diventa così un atto decoloniale, un mezzo per riconquistare la libertà, permettendo a nuovi modi di esistere, di muoversi e di pensare la scena, in una parola, di esprimersi. Ha spesso affermato che il corpo porta le tracce della storia, compresa quella coloniale, e che è interessato a indagarne gli effetti. In che modo il pubblico può percepire questa ricerca? È una domanda molto importante e complessa. Prima di rispondere, vorrei citare il coreografo congolese Faustin Linyekula, che una volta, durante una conversazione con il coreografo americano Bill T. Jones, pose questa domanda: «Come posso mirare a un gesto poetico senza dimenticare il contesto politico?». Mi riconosco profondamente in queste parole. Per me esprimono una ricerca di libertà poetica che porta con sé anche un profondo senso di responsabilità. Quando si comprende la violenza creata dai sistemi coloniali poi non si può più affrontare il lavoro artistico come un qualcosa di puramente estetico o distaccato. Per me il corpo è un portatore di storia. Attraverso le proprie memorie, diventa un archivio vivente che conserva tracce di esperienze passate. Il corpo ricorda gesti, posture, ritmi e persino silenzi: un contenitore di frammenti di memoria culturale e storica. Il mio lavoro non cerca di spiegare o rappresentare la colonizzazione, ma vuole piuttosto metterne in discussione e disimpararne le strutture, in particolare quelle fondate su idee eurocentriche di ordine, controllo e chiarezza. Abbracciando la fluidità, il caos e la molteplicità, cerco di resistere alla smania coloniale di classificare e fissare i significati. In questo modo il corpo può cominciare a liberarsi dalle narrazioni imposte. Non credo che il pubblico debba capire tutto in modo letterale. Ognuno assiste ad una performance con la propria sensibilità, memoria e background culturale, ed è questo che determina il modo in cui ci si relaziona al lavoro. Come spettatori abbiamo tutti la responsabilità di costruire connessioni. Quando creo cerco di rimanere sempre consapevole della mia posizione, del luogo da cui parlo e delle istituzioni in cui opero. Prendo il pubblico molto seriamente. È importante che tutti si sentano inclusi, indipendentemente dall’età o dal contesto culturale. Questo senso di inclusione è un dovere per un artista. Con il mio lavoro intendo generare un momento di condivisione in cui persone di origini diverse possano incontrarsi. Non sono lì per offrire conforto, ma per creare uno specchio del nostro mondo che rifletta domande critiche e al tempo stesso le trascenda, toccando la nostra umanità condivisa. Voglio uno spazio che ci ricordi che «l’altro sei anche tu, e tu sei anche l’altro». Da un punto di vista coreografico come riesce a mettere in evidenza la questione della posizione e del ruolo del danzatore nella società di oggi? Il danzatore oggi non è solo qualcuno che esegue una coreografia, ma un corpo che pensa, ascolta e riflette il mondo. Nel mio lavoro cerco di creare in modo che il danzatore abbia un ruolo attivo, che il movimento nasca dall’intuizione e dalla relazione, più che dall’insegnamento.

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Collaborando con diversi artisti e coreografi ho imparato che i danzatori sono membri attivi del processo creativo: pensiamo, riflettiamo e partecipiamo tanto intellettualmente quanto fisicamente. Il lavoro corporeo e la consapevolezza ci rendono specchi del nostro tempo e delle nostre società, navigando tra incertezza, tensione e trasformazione. Credo che il ruolo del danzatore diventi visibile non con la semplice rappresentazione, ma grazie alla sua presenza. Siamo danzatori, ma anche cittadini attivi nel mondo. C’è potere nella fragilità di quello spazio che occupiamo tra il mondo della danza e la vita stessa: non danziamo mai da soli, ci muoviamo costantemente in relazione agli altri, alla società e al mondo che ci circonda. Può raccontarci la genesi di Everybody-Knows-WhatTomorrow-Brings-And-We-All-Know-What-Happened-


is stable and what is unpredictable, the seen and the unseen, the spoken and the unspoken. The way we enter a space, the presence we bring, the quality of our movement – all these choices are both political and poetic gestures. It is very important for me to create a space of freedom for myself as a performer on stage, in which performance codes and rules are acknowledged, appropriated, and transformed in service of what is about to unfold. Often, a structure begins to emerge through repetition. With repetition comes familiarity, like in jazz music: improvisation within a form, freedom within a form. The work is very precious, and there is a clear structure through which the audience can orient themselves. Rather than being influenced by a single source – myself, the audience, or the world – my work lives in the in-between, in the constant traversing that connects them. In my use of improvisation, a structure slowly emerges through repetition, not as a fixed form, but as something fluid, responsive, and alive. Like jazz, this process resists rigid Eurocentric modes of composition, embracing instead a space where intuition and collectivity guide creation. Improvisation becomes a decolonial act, a way of reclaiming freedom within form, allowing new ways of being, stage presences, rhythms, bodies, and knowledges to speak.

In your performances, there always seems to be a significant element of improvisation. Are you more influenced by your inner state, the audience, or the events happening in the world? Personally, I don’t make a clear distinction between my inner state, the audience, and the events happening in the world. As we are constantly traversed by all these elements, we don’t dance alone, and we don’t create in isolation. As a maker, I create in relation to my surroundings. For me, choreography is not approached in a classical sense, but rather as a kind of border space, a threshold where dance meets other practices, histories, and energies. I think of choreography as a tool that brings different layers into relation: the physical body, the intellect, spiritual energy, and emotion – but also the poetical. In my work, I’m interested in contradictions, tensions, and frictions between elements: the dialogue between what

You have often said that the body carries the marks of history, such as colonisation, and that you are interested in their effects. How can the audience perceive this research? That’s a very important and complex question for me. Before I answer, I would like to quote the Congolese choreographer Faustin Linyekula, who once said in a conversation with the American choreographer Bill T. Jones: “How can I aim towards a poetical gesture while not forgetting the political context?” I really connect to these words. For me, they express a search for poetic freedom that also carries a deep sense of responsibility. When you understand the violence created by colonial systems, you can’t approach artistic work as something purely aesthetic or detached. For me, the body is a carrier of history. Through its own memories, it becomes a living archive holding traces of past experiences. The body remembers gestures, postures, rhythms, and even silences – all of this can contain fragments of cultural and historical memory. My work doesn’t try to explain or represent colonisation, but rather to question and unlearn its structures, especially those built on Eurocentric ideas of order, control, and clarity. By embracing fluidity, chaos, and multiplicity, I try to resist the colonial desire to categorise and fix meaning. In this way, the body can begin to free itself from imposed narratives. I don’t think the audience needs to understand everything literally. Everyone comes to a performance with their own sensitivity, memories, and cultural background, which shape how they relate to the work. As spectators, we each share a responsibility to create the links between things. When I create, I try to stay aware of my position, of where I speak from, and of the spaces and institutions I work within. I take the audience very seriously. It’s important that everyone feels included, no matter their age or cultural background. That sense of inclusion is part of my responsibility as an artist. Through my work, I hope to create a space of togetherness, a shared moment where people from different backgrounds can

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theatro YOU THEATER MOHAMED TOUKABRI

Yesterday? Abbiamo letto la sua bella dichiarazione durante il Festival di Avignone, ma qui vorremmo risalire alle origini, al primo incontro con questa idea. Questo lavoro nasce dalla necessità di mettere in discussione i miei ventitré anni di pratica della danza. Volevo guardare alla danza non solo come ad una tecnica, ma come ad un linguaggio, o meglio, come a una molteplicità di linguaggi. Desideravo riflettere sui diversi tipi di conoscenza che mi sono stati trasmessi, su come queste forme di sapere si relazionino a chi sono e su ciò che rivelano dei sistemi di produzione e trasmissione del sapere che modellano il mondo della danza contemporanea. Il percorso è stato alimentato da conversazioni con altri artisti e danzatori che condividono preoccupazioni simili, questioni profondamente legate al pensiero postcoloniale e decoloniale. Un’influenza chiave in questo processo è giunta dal lavoro di Grada Kilomba, artista, scrittrice e studiosa portoghese la cui ricerca esamina come viene prodotto il sapere e chi ha il potere di definirlo. Le sue riflessioni su colonialità e memoria hanno risuonato profondamente con la mia esperienza di danzatore che attraversa differenti eredità culturali e storiche. Il progetto è iniziato con una breve ricerca nel 2023, immaginando un triangolo tra Tunisi, Bruxelles e New York. Questi luoghi rappresentano tre tappe fondamentali del mio percorso e incarnano le diverse storie della danza che porto con me. Ho compreso che il mio corpo non solo custodisce, ma crea collegamenti tra narrazioni raramente menzionate nella trasmissione ufficiale del sapere coreutico, sia nella storia della “danza contemporanea” che nei programmi accademici. New York, ad esempio, è stata culla sia dell’hip-hop sia della danza postmoderna tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta: due movimenti nati nello stesso periodo e nella stessa città, ma spesso separati nella narrazione istituzionale della danza. Questo mi ha spinto a chiedermi come mai due mondi così vicini non si siano mai incontrati nella storia ufficiale. Considero il mio corpo come un sito archeologico, scavando negli strati dell’eredità coreutica che mi appartiene. Il mio percorso è iniziato come b-boy in Tunisia, immerso nella cultura hip-hop e nelle sue dimensioni artistiche, sociali, politiche e poetiche. In seguito ho incontrato la danza contemporanea sotto una lente più francesecoloniale e, a Bruxelles, a P.A.R.T.S., ho scoperto la storia della danza postmoderna americana. Qui ho capito quanto la “danza contemporanea” sia spesso plasmata da una narrazione americanoeurocentrica. Come b-boy, il sapere e il linguaggio del movimento che portavo erano spesso guardati con condiscendenza, rivelando gerarchie ancora presenti tra le forme di danza. Questo mi ha spinto a interrogarmi sul perché certi linguaggi coreutici siano considerati più nobili o legittimi di altri. Ho voluto mettere in discussione queste gerarchie con una creazione in cui linguaggi diversi possano coesistere, confrontarsi e persino scontrarsi. Nel suo nucleo, Everybody-Knows-What-Tomorrow-Brings-And-WeAll-Know-What-Happened-Yesterday è un assolo sulla trasformazione, sull’accettare la complessità (con la “C” maiuscola) del mio corpo: le sue identità multiple, le sue storie e le sue contraddizioni. Non si tratta di fornire risposte, ma di offrire uno spazio vivente in cui queste domande possano dispiegarsi attraverso movimento, memoria e riflessione.

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meet. I am not there to provide comfort, but to create a mirror of our world, one that reflects critical questions while also reaching beyond them, touching our shared humanity. A space that reminds us that the other is also you, and you are also the other. From a choreographic perspective, how do you highlight the question of the dancer’s position and role in today’s society? For me, the dancer today is not just someone who performs choreography, but a body that thinks, listens, and reflects the world. In my work, I try to create spaces where the dancer has agency, where movement emerges from intuition and relation rather than from instruction. Through my work with different artists and choreographers, I have learned that dancers are active members of the creative process. We think, reflect, and participate intellectually as much as physically. Through body work and awareness, we become mirrors of our time and our societies, navigating uncertainty, tension, and transformation. I think that’s how the question of the dancer’s role becomes visible – not through representation, but through presence. We are dancers, but we are also active citizens in the world. I believe there is power in the fragility of the space we hold between the world of dance and the world itself. In the end, these two worlds are closely connected, because we don’t dance alone; we are always moving in relation to others, to society, and to the world around us. Could you tell us about the genesis of the performance we will see in Mestre, Everybody-Knows-What-Tomorrow-BringsAnd-We-All-Know-What-Happened-Yesterday? We read your beautiful statement during the Avignon Festival, which we would like to quote, but here we would like to go back to the very beginning: to the first encounter with this idea.

In this work, Everybody-Knows-What-Tomorrow-Brings-AndWe-All-Know-What-Happened-Yesterday began with an urge to question my 23 years of dance practice. To look at dance not only as a technique, but as a language, or rather, as multiple languages. I wanted to reflect on what kinds of knowledge have been transmitted to me, how these forms of knowledge relate to who I am, and what they reveal about the systems of knowledge production and transmission that shape the contemporary dance world. This questioning was nourished by conversations and exchanges with other artists, friends, and dancers who are exploring similar concerns – questions that are deeply connected to postcolonial and decolonial thought. One key influence during this process was the work of Grada Kilomba, a Portuguese artist, writer, and scholar whose research examines how knowledge is produced and who has the power to define it. Her reflections on coloniality and memory deeply resonated with my own experience as a dancer navigating different cultural and historical legacies. The project began with a short research period in 2023, during which I imagined a geographical triangle between Tunis, Brussels, and New York. These three places represent key stages in my artistic journey and embody the different dance histories that my body carries. Through this process, I realised that my body was both carrying and creating links between different histories – histories that are rarely mentioned in the official transmission of dance knowledge, whether in the history of “contemporary dance” or in academic dance curricula. New York, for example, was the birthplace of both hip-hop and postmodern dance in the late 1960s and early 1970s – two movements that emerged from the same city, in the same period, yet have often been kept apart in the way dance history is taught. This made me wonder: how is it possible that these two worlds, born in the same time and space, never met within the institutional narrative of dance history? I approached my body as an archaeological site, excavating the layers of dance heritage within me. My journey started as a b-boy (breakdancer) in Tunisia, immersed in hip-hop culture and its rich artistic, spiritual, historical, social, political, and poetic dimensions. Later, I encountered contemporary dance through a more French-colonial lens, and then, when I moved to Brussels to study at P.A.R.T.S., I was introduced to the history of American postmodern dance. It was there that I realised how what we often call “contemporary dance” is predominantly shaped by an American-Eurocentric narrative. As a b-boy, the knowledge and movement language I carried were often looked down upon – revealing the hierarchies that still exist between dance forms. This made me question: why are certain dance languages considered more valuable, more legitimate than others? With this work, I wanted to challenge that hierarchy, to create a space where different dance languages could coexist, confront, and even collide. At its core, Everybody-Knows-What-Tomorrow-Brings-And-We-AllKnow-What-Happened-Yesterday is a solo about transformation, allowing my body to embrace its complexities (with a big “C”): its multiple identities, histories, and contradictions. It’s not about providing answers, but about creating a living space where these questions can unfold through movement, memory, and reflection.

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theatro SPETTACOLI

L’ordine nascosto Gabriele Lavia porta in scena il capolavoro premio Pulitzer di Eugene O’Neill Dal 23 al 25 gennaio 2026 il Teatro Goldoni di Venezia accoglie Lungo viaggio verso la notte, nuova tappa del lungo dialogo artistico tra Gabriele Lavia e i grandi testi del Novecento. Il regista e attore affronta questa volta l’opera capitale e spietata autoconfessione familiare del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill, premio Nobel per la letteratura nel 1936. Scritta negli anni Quaranta e rappresentata postumo nel 1956, l’opera è un viaggio a ritroso nella vita dell’autore, nella fragilità degli affetti e nella lacerazione che attraversa ogni nucleo familiare quando amore, dipendenza e rancore si intrecciano senza più distinguersi. Grande estimatore del pensiero freudiano, infatti, O’Neill in tutto il suo teatro coniuga un duro realismo a un’immaginazione poetica quasi romantica, che esplora l’inconscio e il destino. Le sue opere attingono spesso alla struttura della tragedia greca, trasferendo però i conflitti nel contesto americano a lui contemporaneo, concentrandosi sulle dinamiche familiari e sociali. Lungo viaggio verso la notte – che non è solo il capolavoro di O’Neill, premiato con il primo Pulitzer postumo nella storia del premio, ma anche uno dei massimi raggiungimenti del teatro statunitense del XX secolo insieme a Morte di un commesso viaggiatore di Miller e Un tram che si chiama desiderio di Williams – racconta nell’arco di una sola giornata la vita della famiglia Tyrone: il padre James, celebre attore noto soprattutto per la sua grande interpretazione nello stesso ruolo per molti anni, un ruolo di cui si sente prigioniero, la madre Mary, dipendente dalla morfina, e i due figli Jamie ed Edmund, in Lungo viaggio verso la notte 23-25 gennaio 2026 Teatro Goldoni www.teatrostabileveneto.it

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lotta con i propri demoni, il maggiore incastrato tra alcool e prostitute, il minore chiamato a fare i conti con una diagnosi di tubercolosi appena pronunciata. Chiamato in causa dalla “forza di verità” dell’opera, Lavia mette in scena non solo O’Neill, ma una sorta di propria autobiografia emotiva. Da questa sovrapposizione di vissuti nasce un teatro intimo, in cui la stanza che compare sulla scena è trasposizione di una stanza mentale: un ambiente dominato dai libri, con oggetti appoggiati più che collocati, una finestra che può spostarsi come se fosse parte del flusso interiore dei personaggi. Tutto appare provvisorio, governato da un “caos disordinato” che, come ricorda Lavia citando Eraclito, contiene in sé un ordine segreto e misterioso. Il cast – con Federica Di Martino, Jacopo Venturiero, Ian Gualdani e Beatrice Ceccherini accanto allo stesso Lavia – è scelto secondo un principio di necessità umana prima ancora che tecnica. In scena non c’è imitazione della famiglia Tyrone di O’Neill, ma una sua “reincarnazione emotiva”: le tensioni, la dolcezza improvvisa, le delusioni e le colpe sono restituite come materia viva, “da masticare e digerire”. «É il lavoro più corale che abbia mai fatto – racconta Di Martino – perché sebbene siamo solo cinque in scena, il testo richiede a tutti noi attori lo sforzo di essere in uno stato di ascolto reciproco continuo, per poter portare sulla scena in modo credibile dei personaggi che pur dicendosi le peggio cose, si amano». «Per me il teatro (…) è una sofferenza di cui non si può fare a meno», racconta Lavia. E così anche Lungo viaggio verso la notte diventa un atto di ricerca instancabile, una discesa “in un sottopalco dell’anima”, quelle da cui si esce trasformati e spesso feriti, ma mai indifferenti. Livia Sartori di Borgoricco


Senza via di fuga Convivenza claustrofobica per Monti e Angiolini nell’opera prima di McDonagh The Beauty Queen of Leenane è l’opera d’esordio teatrale del drammaturgo e regista irlandese Martin McDonagh, prima parte della trilogia di Leenane. Il titolo rimanda a un piccolo villaggio della contea di Galway, dove è ambientata la vicenda e dove avvenne la prima rappresentazione nel 1996. I riferimenti all’Irlanda – presenza costante e concreta in tutti i lavori di McDonagh – sono disseminati ovunque: dalla scenografia, con il crocifisso accanto ai ritratti dei Kennedy, al camino con l’attizzatoio (che avrà un ruolo macabro nel finale), fino alla canzone The Spinning Wheel di Delia Murphy (1950), che evoca in filigrana l’immaginario domestico irlandese e introduce l’atmosfera intima della storia. Emergerà anche la distanza, dolorosa, con l’Inghilterra: Maureen racconta come emigrata a Londra per lavorare come addetta alle pulizie dovesse farsi tradurre da una collega nera il significato delle imprecazioni che le sentiva. Fuori piove: «All you have to do is look out your window to see Ireland», è la celebre battuta che esclamerà più avanti Pato. Nell’isolato cottage, su una sedia a dondolo, è accomodata Mag Folan (Ivana Monti): robusta, sulla settantina, capelli grigi e disordinati. Entra Maureen (Ambra Angiolini), la figlia, magra e semplice, portando pesanti borse della spesa. Il conflitto tra le due si apre immediatamente e si protrarrà fino alla fine. La conversazione passa dall’efferato omicidio avvenuto a Dublino allo stupore per il fatto che assassino e vittima non si conoscessero, poi scivola sulla goffaggine di Maureen nel preparare il Complan senza grumi, o sul tè che la madre vuole senza zucchero. Fino all’episodio del biglietto d’invito per una festa d’addio di un parente in partenza per l’America, che La reginetta di Leeane 9-14 dicembre Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it

Mag brucia di nascosto. Compaiono anche Lenny e il fratello Pato, innamorato di Maureen. A proposito, dal titolo si intuisce che Maureen è ancora vergine, e Beauty Queen è l’appellativo affettuoso che Pato le dà. Sul loro incontro notturno non diremo nulla, salvo che scatenerà l’ira della madre. La regia della versione in scena al Teatro Verdi dal 9 al 14 dicembre è di Raphael Tobia Vogel, videomaker, autore di cortometraggi e collaboratore di Pupi Avati e Gabriele Salvatores. Dopo una lunga permanenza a Londra nel settore dello spettacolo, è finalmente rientrato in Italia. Forte il suo legame professionale con Filippo Dini, attore, regista e direttore artistico del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, del quale ammira «la capacità, da puro animale di palcoscenico, di sentire l’umore del pubblico e improvvisare di conseguenza». Chi ha assistito lo scorso novembre alla sua messa in scena de Il gabbiano avrà probabilmente apprezzato questa qualità, soprattutto nell’emozionante monologo che chiude il primo atto. Di Vogel va ricordata anche la regia di Marjorie Prime, tratta dal racconto di Jordan Harrison, finalista al premio Pulitzer 2015 e adattata al cinema nel 2017. Molto si potrebbe scrivere sull’eccellente Martin McDonagh, del quale abbiamo avuto il piacere di vedere alla Mostra del Cinema di Venezia Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) e Gli spiriti dell’isola (2022), entrambi premiati per la miglior sceneggiatura. A chi desidera approfondire, rimandiamo al saggio del critico cinematografico Francesco Cianciarelli, Cinema dell’assurdo. I film di Martin McDonagh, edito da Bietti. La tecnica narrativa di McDonagh consiste nel «portare lo spettatore a una serie di aspettative, che poi vengono deluse, generando piccoli shock cognitivi e un senso di assurda incongruenza». E anche qui, la violenza più lugubre si intreccia immancabilmente con una vena di umorismo nero, firma tipica di McDonagh. Loris Casadei

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theatro SPETTACOLI

Atto d’accusa

Due come noi Umberto Orsini e Franco Branciaroli sono i due Ragazzi irresistibili di Neil Simon. Massimo Popolizio ha scelto due decani del teatro italiano per la sua trasposizione della commedia americana ispirata alla vita di una famosa coppia di artisti del vaudeville: in scena sono due anziani attori di varietà che hanno lavorato in coppia per tutta la loro carriera dando vita ad un duo diventato famoso come “The Sunshine Boys”. Dopo essersi separati per insanabili incomprensioni, i due sono chiamati a riunirsi, undici anni dopo, in occasione di una trasmissione televisiva che li vuole insieme, per una sola sera, per celebrare la storia del glorioso varietà americano. Willy Clark (Franco Branciaroli) e Al Lewis (Umberto Orsini), con le loro diverse personalità, cercano di ricucire quello strappo che li ha separati per tanti anni. Ma il rancore mai assopito porta a riemergere vecchie incomprensioni in un gioco di geniale comicità e di profonda melanconia. Il rovescio celato della derisione è, infatti, la tenerezza: certi scambi di battute e situazioni esilaranti sono fonte non solo di comicità ma anche di uno sguardo di profonda tenerezza per quel mondo del teatro che, quando vede i suoi protagonisti avviati sul viale del declino, mostra tutta la sua umana fragilità. Umberto Orsini e Franco Branciaroli si ritrovano per ridare vita a questo testo, ormai un classico qui proposto con la traduzione di Masolino D’Amico, nel tentativo di cogliere tutto quello che lo rende più vicino al teatro di un Beckett (Finale di partita) o addirittura a un Cechov (Il canto del cigno) piuttosto che a un lavoro di puro intrattenimento. L’opera originale di Simon debuttò a Broadway nel 1972 con la regia di Alan Arkin. Numerosi e di grande successo sono stati, nei decenni successivi, gli allestimenti teatrali in tutto il mondo e, con la sceneggiatura dell’autore, è stata pluripremiata la versione cinematografica del ‘75 diretta da Herbert Ross. Del 1995 è, invece, la trasposizione televisiva statunitense affidata a Woody Allen e Peter Falk. Diletta Rostellato I ragazzi irresistibili 23, 24, 25 gennaio 2026 Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

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«Sembra un maschio, non è stupro». Il quotidiano La Repubblica sintetizza così la sentenza shock firmata da tre giudici della Corte d’Appello di Ancona su un caso di stupro commesso nel 2015 da due giovani peruviani nei confronti di una connazionale. A uno degli imputati – cita il verdetto delle giudici – «la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo “Vichingo” con allusione a una personalità tutt’altro che femminile quanto piuttosto mascolina. Come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare». È una storia di ingiustizia processuale – il cui finale è stato poi fortunatamente ribaltato dalla Corte di Cassazione che ha condannato i ragazzi autori dello stupro – e sociale quella che Antonio Latella e Federico Bellini hanno tradotto dalla cronaca per il palcoscenico con Wonder Woman, in scena al Teatro Villa dei Leoni di Mira il prossimo 24 gennaio. Lo spettacolo muove da questa vicenda ripercorrendone i contenuti essenziali e affidando a quattro giovani attrici, Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti, il racconto immaginato e teatralizzato del caso giudiziario per dare voce alla storia di una donna che è vittima due volte, prima delle molestie sessuali e poi di insulsi pregiudizi. “Vichingo” in scena diventa una Wonder Woman contemporanea in lotta per ristabilire una verità che viene continuamente negata. Ogni incontro, da quello con poliziotti di quartiere a quello con le giudici stesse, finisce per rafforzare l’idea di una comunità in cui non c’è spazio né per la pietà né tantomeno per la giustizia. In cui l’aspetto fisico di una persona, di una donna, sembra essere pretesto di colpevolezza. Sostenuto dalle musiche di Franco Visioli e dell’incalzare dei movimenti studiati da Francesco Manetti e Isacco Venturini, lo spettacolo procede con un flusso di parole senza interruzioni. Con quattro attrici che gridano all’unisono e le luci accese in sala come in un interrogatorio, il teatro si fa corpo collettivo e denuncia. I costumi di Simona D’amico sembrano armature leggere. Collane e ornamenti evocano un immaginario arcaico e guerriero ispirato alle Amazzoni di cui Wonder Woman, la super eroina dei fumetti disegnata da William Marston, è figlia. E come Wonder Woman l’eroina di questo racconto teatrale non si darà mai per vinta, forte della propria volontà e della propria arma, il lazo della verità che costringe chiunque ne venga avvolto a non mentire. Diletta Rostellato Wonder Woman 24 gennaio 2026 Teatro Villa dei Leoni-Mira www.piccionaia.org


© Masiar Pasquali

Angeli in catene Il rogo perpetuo del focolare domestico secondo Emma Dante Ogni sera lui la uccide, ogni mattina lei si rialza. Apre la moka, chiusa troppo stretta, e ricomincia da capo: pulisce, cucina, accudisce, subisce. In L’angelo del focolare, in scena al Toniolo il 27 e 28 gennaio, Emma Dante trasforma la dimora familiare in un girone senza uscita, dove la morte diventa mera abitudine e la resurrezione una condanna che si rinnova ogni giorno. La donna non è più un personaggio ma un principio: il corpo che si rialza per obbedienza, la creatura che tenta il volo e resta prigioniera del pavimento. In lei l’archetipo della moglie devota e silenziosa si tramuta in un fantasma costretto a vivere l’eternità del proprio sacrificio. Dentro la casa ogni gesto assume valore rituale. Il ferro da stiro – strumento domestico che si fa arma – traccia il confine tra lavoro quotidiano e violenza. Il caffè preparato ogni mattina è un’offerta ripetuta, la liturgia di un crimine che non si estingue. Accanto a lei si muove una famiglia deformata: il figlio, imprigionato nella propria depressione e incapace di reagire; la suocera, che non accusa ma perdona, protegge e assolve il figlio brutalmente dispotico. È una genealogia della colpa in cui il male non esplode ma si tramanda come una malattia culturale che rifiuta di morire. Il teatro di Emma Dante si muove sempre tra carne e mito; qui quel confine si fa frontiera estrema. La ritualità familiare si trasforma in un inferno quotidiano: la donna ripete la sua morte come Sisifo la fatica, senza speranza di catarsi. Ma dietro questa ripetizione meccanica si muove qualcosa di più profondo: una tensione fra vita e annientamento, fra volontà e prigionia, come se la protagonista vivesse in un ciclo infernale non imposto dagli dèi, ma da un intero sistema di ruoli e silenzi. L’angelo del focolare 27-28 gennaio 2026 Teatro Toniolo-Mestre www.comune.venezia.it

La sua discesa nella morte, seguita da un ritorno alla luce del giorno, evoca l’antico mito di Persefone, costretta a passare metà dell’anno negli inferi e metà sulla terra. Ma a differenza della dea, la donna di Emma Dante non risorge per portare la primavera: la sua rinascita è sterile, priva di rinnovamento. Ogni mattina è identica alla precedente, ogni gesto è una replica di sé stesso. Il suo inferno è la verità negata, il tempo che non passa, la casa come tomba, la cura come pena. Il titolo richiama l’“angelo del focolare” della retorica ottocentesca, simbolo della dedizione femminile. Dante lo capovolge: quell’angelo, anziché vegliare sul focolare, vi è intrappolato. È un angelo caduto, confinato in una cucina che è anche Ade domestico, privo di ali e di grazia. La sua purezza diventa immobilità, la sua devozione diventa morte. Persino l’atto di “rialzarsi” – che nella tradizione cristiana è il segno della resurrezione – si riduce a un freddo automatismo svuotato di fede. Dopo il successo di Re Chicchinella, Emma Dante abbandona la dimensione fiabesca per entrare nella cronaca contemporanea con decisione. Il linguaggio esplicito e la ripetizione ossessiva della violenza danno forma a un teatro del sacrificio dove la pietà non consola e la morte non libera. Dante mostra il femminicidio nella sua agghiacciante ritualità, come una struttura culturale che si tramanda, un mito negativo che si perpetua. E in questa lente mitica lo spettacolo parla al presente con forza disarmante. Ogni settimana la cronaca aggiunge nuovi nomi, nuovi volti, ancora donne uccise da chi diceva di amarle, da chi doveva proteggerle. L’inferno di Emma Dante è il riflesso di questa raggelante realtà: una condanna collettiva che si consuma nel silenzio di case come le nostre. Sul palcoscenico, come nella vita, l’angelo non vola. Continua soltanto a rialzarsi. Chiara Sciascia

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theatro SPETTACOLI

’Na quaterna di guai Abbraccio proibito «Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse», ma qui non si tratta del Lancelot, bensì del Kitāb Wafayāt al-A’yān, testo arabo del XIII secolo che raccoglie le biografie di importanti personalità religiose musulmane. È questo il curioso pretesto per l’incontro tra Eitan e Wahida in una biblioteca universitaria della West Coast americana. È subito amore travolgente, celebrato in una pasticceria di Harlem dal nome insolito per un inizio: This is the End. Passione assoluta, degna di Romeo e Giulietta: i due sembrano inseparabili, «tutto il resto del mondo si trasforma in una comparsa». Ma c’è un ostacolo insormontabile: lei è araba, lui ebreo israeliano. In visita ai genitori di Eitan per far conoscere la futura sposa, restano coinvolti nell’attentato di ponte Allenby, via di fuga per migliaia di palestinesi verso la Giordania. «L’identità di gruppo! Questo il male, la maledizione degli esseri umani», commenta Norah, madre del giovane, di fronte al rifiuto del marito di accettare una nuora araba. La vicenda non può che concludersi tragicamente: «Non c’è riconciliazione possibile. Troppe terre rubate, bambini uccisi, troppi stupri, troppi omicidi. Contiamo i nostri morti senza contar i loro, e quando i loro morti sono più numerosi dei nostri, cantiamo vittoria ed esultiamo». Come gli uccelli, del libanese Wajdi Mouawad – da anni direttore del Théâtre National de la Colline a Parigi – è un testo di grande forza poetica: un’intensa storia d’amore che diventa denuncia lucida e dolorosa della tragedia delle guerre fra popoli che si credono diversi. Un finale a sorpresa, che non sveleremo, chiude la vicenda in modo tanto amaro quanto istruttivo. La regia di Marco Lorenzi restituisce con equilibrio la dimensione del sogno e quella dell’orrore, mescolando più lingue, luci e proiezioni multimediali, con musiche dal vivo al pianoforte di Gianluca Angelillo. Ottimo il cast, intenso e compatto. Pur presentato nel 2017, il testo sembra scritto oggi, nei nostri giorni più cupi. Ha vinto nel 2024 il Premio Ubu come miglior testo straniero messo in scena da compagnie italiane. E per chi volesse approfondire Mouawad, mi permetto di suggerire anche la lettura di Anima (Fazi Editore, 2015). Loris Casadei Come gli uccelli 28 gennaio-1 febbraio 2026 Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it

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Operazione intelligente e atto d’amore quello di Carolina Rosi, attrice e regista teatrale e cinematografica. Figlia del cineasta Francesco Rosi e nipote della stilista Krizia, nel 2013 sposa Luca De Filippo, attore e regista, figlio di Eduardo. I due condividono una lunga collaborazione artistica a partire dagli anni Novanta, da cui nasce anche Non ti pago, una delle commedie più note di Eduardo De Filippo, scritta nel 1940. A dieci anni dalla sua morte, avvenuta nel 2015, Carolina Rosi decide di riportare in scena l’ultima regia del marito con fedeltà assoluta. Come scrive lei stessa: «Ho voluto conservare la scenografia, il fondale, il suo bellissimo boccascena, gli oggetti hanno ripreso vita come fossero sempre stati pronti per arrivare in un altro teatro». Non ti pago fu tra i grandi successi che consolidarono la popolarità di Eduardo negli anni Quaranta. In tre atti racconta il contrasto tra Ferdinando Quagliuolo, proprietario di un banco lotto ma sfortunato giocatore, e il suo dipendente Mario Bertolini, che invece sembra baciato dalla fortuna. Una grossa vincita – ispirata in sogno al giovane dal padre defunto di Ferdinando – scatena la pazzia. Fortunatamente il finale vedrà tornare il sereno, coronato, come nella migliore tradizione melodrammatica, da un matrimonio. Nella messinscena di Carolina Rosi le differenze rispetto all’allestimento originario sono minime: dallo sgranare dei piselli si passa alla pulizia dei cereali, i vicini antipatici si presentano con il padre, le gambe storte o dritte della domestica si rivelano di più (ma mai troppo). Rimane il celebre sfogo di donna Concetta, moglie di Ferdinando: «Sei cattivo, sei perverso, sei malvagio, si sanghe ‘e pimmice. Allora sei contento quando puoi torturare la gente e si o putisse fà cu ll’aghe, cu ‘e spille, tu saresti felice», battuta che accendeva immancabilmente le platee napoletane. L’atmosfera degli anni Quaranta rivive nei Libri dei sogni, nel salotto “buono” riservato agli ospiti, nel rito domestico dell’imbottigliatura del vino, ma anche in quella superstizione popolare che cercava nei segni del cielo – le nuvole, la luna, i sogni – i numeri giusti da giocare. Oggi abbiamo Gratta e Vinci e mille altre diavolerie, ma ancora tutti i ricordi per gustare questa commedia, che vede interpreti principali la stessa Carolina Rosi con Salvatore Ficarra, eccezionalmente un non napoletano, interpreti di grande spessore comico e sicuramente capaci di catturare le smaliziate platee moderne. Loris Casadei Non ti pago 21-25 gennaio 2026 Teatro Verdi-Padova www.teatrostabileveneto.it


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theatro COMICI

VALENTINA PERSIA Ma che ti ridi?!

«Arrivata alla fatidica… ma bellissima età di cinquanta (a quaranta non si lamentava)», Valentina Persia tira le somme del vissuto con le dovute sottrazioni, divisioni e moltiplicazioni, e partendo dal presupposto che in matematica non è mai stata un genio… si ride, si balla, si canta, si riflette e, perché no… ci si spoglia! «Se cinquanta mi dà tanto… mi sistemo e me ne vanto!!!». Un viaggio nei cinquant’anni dell’artista, 30 dei quali trascorsi sul palcoscenico, senza mai perdere la voglia di ridere e far sorridere gli altri, con imitazioni, barzellette, canzoni e momenti d’intimità. Attrice, comica e ballerina, la sua romanità verace e la simpatia fuori dal comune emergono in ogni gesto, confermandola come un’istrionica cabarettista sempre pronta a trasformare storie quotidiane e ricordi personali in sketch irresistibili, tra ricordi del piccolo schermo, varietà televisivi, cinema e teatro, fino al successo di Only Fun e delle imitazioni che hanno conquistato il pubblico di Rai 1. 13 dicembre h. 21 | Teatro Corso-Mestre | www.teatrocorso.it

GIOVANNI ESPOSITO Benvenuti in Casa Esposito

Giovanni Esposito porta al Teatro Toniolo Benvenuti in Casa Esposito, la commedia diretta da Alessandro Siani che intreccia umorismo napoletano e satira sulla malavita. Al centro c’è Tonino, delinquente per vocazione più che per talento, impacciato e perseguitato dal mito del padre boss. Nel suo percorso tra gaffe, sogni di grandezza e leggi criminali più grandi di lui, arriva persino a confidarsi con la capuzzella di un Capitano spagnolo, che finisce per trasformarsi in un fantasma domestico dal tempismo perfetto. Tra familiari sopra le righe, guai a catena e un’iguana di nome Sansone che osserva tutto, lo spettacolo alterna risate e stoccate etiche, riprendendo lo spirito del romanzo bestseller da cui è tratto. Una serata che unisce tradizione comica e riflessione, senza perdere la leggerezza. 19 dicembre h. 21 | Teatro Toniolo-Mestre | www.dalvivoeventi.it

GIUSEPPE GIACOBAZZI Osteria Giacobazzi

Giuseppe Giacobazzi torna con Osteria Giacobazzi, uno spettacolo che ribalta l’idea tradizionale di palcoscenico trasformandolo in un’osteria vera: tavoli imbanditi, calici che tintinnano e una convivialità contagiosa che diventa parte del ritmo comico. In scena, insieme ad Andrea Vasumi, accoglie il pubblico come farebbe un oste di fiducia, servendo non solo vino e stuzzichini ma soprattutto quella comicità confidenziale che da sempre lo distingue. Tra un brindisi e un aneddoto, gli ospiti a sorpresa si avvicendano sul palco, ciascuno con il proprio contributo, mentre la musica de iMasa e la presenza di Margherita aggiungono movimento e atmosfera. Ne nasce uno show anomalo e irresistibile, a metà tra cabaret, serata di paese e improvvisazione, dove la risata passa di tavolo in tavolo e il teatro diventa una grande osteria da vivere senza formalità. 20 gennaio 2026, h. 21 | Teatro Toniolo-Mestre | www.dalvivoeventi.it

AWED - DADDA - DOSE Esperienze D.M. - Terza stagione

Tornano dal vivo Awed, Dadda e Dose con la terza stagione di Esperienze D.M., un vero esperimento umano in presa diretta che ha già conquistato migliaia di spettatori. Il trio – Simone Paciello (Awed), Riccardo Dose e Daniel D’Addetta (Dadda) – mette in scena nuove storie, nuove confessioni e momenti imbarazzanti, con la stessa energia travolgente che lo ha reso un fenomeno virale online. In uno spettacolo interattivo, ascoltano e commentano le esperienze D.M. del pubblico: storie assurde, piccanti, divertenti e perfino surreali. Il risultato è uno spaccato irriverente e irresistibile di chi siamo oggi, raccontato con un’ironia senza filtri in un incredibile esercizio di improvvisazione. Sconsigliato ai minori di 18 anni, Esperienze D.M. va oltre il teatro: è un laboratorio antropologico esilarante e carico di follia in cui il pubblico è protagonista assoluto. 1 febbraio 2026, h. 21 | Teatro Corso-Mestre | www.dalvivoeventi.it

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WORLD WIDE CINEMA Panorama di visioni contemporanee, scoperte e cinema straordinario di D.P.

M

cinema

ultisala Rossini e Cinema Giorgione,

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Teatrino di Palazzo Grassi e Palazzo Trevisan degli Ulivi, AARDUORK, Panorama, Super Zazà, COMBO - Venezia e, per la prima volta, anche il Cinema Dante di Mestre. Torna dal 9 al 15 dicembre in questi luoghi InLaguna Film Festival, festival urbano e diffuso organizzato da Rete Cinema in Laguna. Il collettivo di associazioni culturali nato nel giugno del 2020 (già questo dovrebbe farci capire la tempra delle persone alla base di questo progetto) porta avanti la propria idea di “città culturale” con un programma che attira appassionati di cinema e non solo, fin dall’apertura con un ospite speciale: il regista Whit Stillman presenta infatti al Multisala Rossini giovedì 11 dicembre il suo film d’esordio Metropolitan, a 35 anni dall’uscita. Classico della commedia americana, Metropolitan è uno splendido affresco dell’alta borghesia newyorkese durante le festività natalizie, che ha ispirato tra gli altri Greta Gerwig e Noah Baumbach. Si rinnova la collaborazione con il Consolato di Svizzera a Venezia e la Cinémathèque Suisse presentando a Palazzo Trevisan degli Ulivi un omaggio al regista elvetico Alain Tanner, tra i più significativi cineasti del suo Paese di cui verranno proiettati La vallée fantôme, Dans la ville blanche e La Salamandre. A chiudere il festival il più dolce omaggio possibile alla città di Venezia, con Silvio Soldini che il 14 dicembre presenta al pubblico Pane & Tulipani a 25 anni dalla sua uscita. Il concorso di InLaguna Film Festival va in scena tra venerdì 12 e domenica 14 dicembre, ospitato dal Teatrino di Palazzo Grassi: spazio a pellicole come Daria’s Night Flowers dell’iraniana Maryam Tafakory, presente in sala, sperimentazione poetica e notturna dove fiori salvifici e velenosi si fondono con memorie cinematografiche, o ancora il folle cortometraggio Loynes del belga Dorian Jespers, dramma giudiziario kafkiano nella Liverpool del XIX secolo. Novità assoluta di quest’anno sarà la sezione Altre Maree, ospitata dal Cinema Dante di Mestre, organizzata in collaborazione con l’associazione studentesca Quarta Parete, e che si focalizzerà sul rintracciare il meglio del cinema giovane italiano di quest’anno.

T

he InLaguna Film Festival will take

place in Venice from December 9 to 15. A collective of cultural associations founded in June 2020 (a testament to the resilience of its members) continues to pursue its vision of a “cultural city” with a program that attracts both cinema enthusiasts and newcomers. The festival opens with a special guest: director Whit Stillman, who will present his debut film Metropolitan at Multisala Rossini on Thursday, December 11, marking 35 years since its release. A classic of American comedy, Metropolitan is a brilliant portrait of New York’s upper class during the holiday season, and has inspired filmmakers such as Greta Gerwig and Noah Baumbach. The collaboration with the Swiss Consulate in Venice and the Cinémathèque Suisse is renewed, presenting a tribute to Swiss director Alain Tanner at Palazzo Trevisan degli Ulivi. Tanner, one of Switzerland’s most significant filmmakers, will be honoured with screenings of La vallée fantôme, Dans la ville blanche, and La Salamandre. The festival closes with a heartfelt tribute to Venice itself: on December 14, Silvio Soldini will present Pane & Tulipani to the public, celebrating 25 years since its release. The InLaguna Film Festival competition takes place from Friday, December 12 to Sunday, December 14 at the Teatrino di Palazzo Grassi. Featured films include Daria’s Night Flowers by Iranian director Maryam Tafakory, who will be present at the screening. This poetic, nocturnal experiment blends salvific and poisonous flowers with cinematic memories. Also featured is the wild short film Loynes by Belgian Dorian Jespers, a Kafkaesque courtroom drama set in 19th-century Liverpool. A major new addition this year is the “Altre Maree” section, hosted at Cinema Dante in Mestre. Organized in collaboration with the student association Quarta Parete, this section will focus on showcasing the best of young Italian cinema from this year. InLaguna Film Festival 2025 9-15 dicembre www.inlagunafilmfestival.com


PROGRAMMA Venerdì

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dicembre

h. 18 PROIEZIONE - OMAGGIO A JOHN SMITH

The Kiss (5’) di John Smith versione originale sottotitolata in italiano Daria’s Night Flowers (16’) di Maryam Tafakory versione originale sottotitolata in italiano e in inglese Segue conversazione con la regista To a land unknown (100’) di Mahdi Fleiflel versione originale sottotitolato in italiano e in inglese h. 21 PROIEZIONE FILM INLFF 2025

Ari

Gargantuan (1’) di John Smith versione originale sottotitolata in italiano Les Tremblements (37’) di David Depesseville versione originale sottotitolata in italiano e in inglese Segue conversazione con il regista Balentes (70’) di Giovanni Columbu versione originale sottotitolata in italiano e in inglese Segue conversazione con il regista Sabato

13

dicembre

h. 16 PROIEZIONE - OMAGGIO A JOHN SMITH

A State of Grace (3’) di John Smith versione originale sottotitolata in italiano Loynes (25’) di Dorian Jesperes versione originale sottotitolata in italiano e in inglese My Father’s Shadow (93’) di Akinola Davies Jr. versione originale sottotitolata in italiano e in inglese h. 18 PROIEZIONE FILM INLFF 2025

The Wasteland (5’) di John Smith versione originale sottotitolata in italiano Trouble (33’) di Miranda Pennel versione originale sottotitolata in italiano e in inglese Segue conversazione con la regista La dernière rive (72’) di Jean-François Ravagnan versione originale sottotitolata in italiano e in inglese Segue conversazione con il regista h. 21 RETROSPETTIVA JOHN SMITH

Pane & Tulipani

The Girl Chewing Gum (12’) The Black Tower (24’) Om (4’) Blight (14’) Dirty Pictures (14’) Being John Smith (27’)

Versioni originali sottotitolate in italiano Segue conversazione con il regista

Domenica

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dicembre

h. 16 PROIEZIONE FILM INLFF 2025

Twice (3’) di John Smith versione sottotitolata in italiano La Felicidad (15’) di John Smith versione originale sottotitolata in italiano e in inglese The Seasons (80’) di Maureen Fazendeiro versione originale sottotitolata in italiano e in inglese Segue conversazione con la regista h. 18 PROIEZIONE FILM INLFF 2025

Dad’ Stick (5’) di John Smith

versione originale sottotitolata in italiano

Ari (90’) di Léonor Serraile

versione originale sottotitolata in italiano e in inglese Segue conversazione con la regista e l’attore protagonista Andranic Manet

Teatrino di Palazzo Grassi Per finta

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cinema

IL RAPIMENTO DI ARABELLA

Vite allo specchio Intervista Carolina Cavalli di Marisa Santin Regista, sceneggiatrice e scrittrice milanese, dopo Amanda del 2022 Carolina Cavalli è tornata quest’anno alla Mostra del Cinema di Venezia con Il rapimento di Arabella, il suo secondo lungometraggio in uscita nelle sale il 4 dicembre. Il nuovo film intreccia surreale e quotidiano attraverso la storia di Holly (Benedetta Porcaroli, Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile) e della piccola Arabella, esplorando amicizia, identità e desideri di riscatto in un road movie tenero e ironico, con un cast internazionale che include anche Chris Pine ed Eva Robin’s. Ne abbiamo parlato con la regista in occasione della presentazione a Venezia. Come è nata l’idea di raccontare l’incontro tra una giovane donna alla ricerca di se stessa e una bambina in fuga. Cosa le interessava esplorare in questa dinamica “a specchio”? Mi piaceva l’idea di tornare a parlare di un’amicizia tra due ragazze, ma questa volta di età diverse. Di solito c’è una bambina che vuole crescere velocemente; qui invece c’è un’adulta che vorrebbe tornare piccola, una sorta di sorella maggiore che non sa bene dove andare. È un sentimento che riconosco anch’io, nel rapporto con le generazioni più giovani e in quello che ho vissuto con le donne più grandi di me: la loro presenza è stata importante non perché avessero già trovato la strada, ma perché erano ancora in cerca. La fuga di Holly e Arabella è anche un viaggio interiore. Quali scelte narrative e visive le sono servite per trasformare un road movie in una storia di ricerca identitaria? Come ha bilanciato il surreale e il quotidiano nella storia? Capisco bene la domanda, perché in effetti ho cercato di pianificare questa cosa, ma alla fine mi è sfuggita dalla testa. Più ci pensavo, anche in fase di scrittura, più mi sembrava che la storia potesse diventare solo simbolica o metaforica. Ma in fondo tutte le storie possono esserlo, non serve provarci. Così ho scelto di non pensarci: è semplicemente una storia verosimile, un viaggio in macchina, una ragazza con un desiderio fortissimo e inaspettato – tornare indietro per cogliere un’occasione persa – e una bambina con un obiettivo inizialmente infantile, ovvero scappare di casa con chiunque abbia una macchina. Il cast mescola volti italiani come Benedetta Porcaroli e Lucrezia Guglielmino con presenze internazionali come Chris Pine e figure non convenzionali come Eva Robin’s. Come ha costruito il cast e in che modo gli interpreti hanno influenzato il tono e le dinamiche del film? Sono abbastanza restia a modificare il tono, le dinamiche e i dialoghi del film dopo i casting. Ma credo rimanga comunque un grandissimo spazio di personalizzazione per le attrici e gli attori, forse quello più importante, ossia il percorso che porta un personaggio ad esistere solo nell’immaginazione fino ad esistere agli occhi di più persone. La credibilità di questo passaggio è, per me, la sfida più complessa. Per questo servono attrici bravissime, oppure persone

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© A. Kalka, Courtesy La Biennale di Venezia - Foto ASAC

perfettamente giuste per ogni ruolo: anche se non influenzano le scelte preliminari, certamente le radicano nella realtà. Il cast, in effetti, è molto variegato ed è una delle cose più belle di questo lavoro: si creano famiglie solo in apparenza casuali, che però condividono legami invisibili. Le riprese si sono svolte tra Veneto ed Emilia-Romagna. Che ruolo hanno avuto questi luoghi nella costruzione visiva e simbolica della storia? Poiché il film non è ambientato in un luogo geografico reale, l’identità del mondo che racconta nasce inizialmente libera, ma finisce per dipendere molto dai luoghi concreti in cui giriamo. Come tutte le regioni, anche Veneto ed Emilia-Romagna hanno una bellezza tradizionale, ma allo stesso tempo riservano aspetti imprevedibili. In preproduzione, quando visitiamo un luogo, insieme allo scenografo e al direttore della fotografia cerchiamo di costruire al loro interno un mondo credibile e una mappa plausibile. Per questo motivo queste due regioni sono molto presenti nella storia e nelle immagini, pur senza risultare immediatamente riconoscibili. Dal “rapimento” del titolo molti spettatori potrebbero aspettarsi un film di tensione o azione. In questo c’è una sorta di promessa ambigua con il pubblico. È stata una scelta intenzionale? In realtà il rapimento avviene davvero, ma non è l’elemento fondamentale della storia. Avevo già scritto la storia e mi serviva un titolo, naturalmente. In un museo mi sono imbattuta nell’introduzione a una mostra dove compariva l’espressione “rapimento semantico”, che non mi era affatto familiare. Allora ho cercato, e trovato facilmente, tutti quei modi diversi di essere rapiti non fisicamente. Mi è sembrato un riferimento pertinente: il senso perduto, la sottrazione dal senso comune, lo spostamento forzato dello sguardo, l’assurdo. Quanto all’ambiguità, non volevo che riguardasse il genere del film. Tuttavia mi piace che resti incerto se sia Arabella ad essere rapita (certo, oggettivamente e legalmente lo è) o se sia invece lei a rapire l’altra, raccontando una grande bugia e giocando con la speranza di un’adulta.


story risked becoming purely symbolic or metaphorical. But in the end, any story can be that way – you don’t need to force it. So I chose not to overthink it: it’s simply a plausible story, a car journey, a girl with a strong and unexpected desire – to go back and seize a missed opportunity – and a child with an initially childish goal, which is simply to run away from home with anyone who has a car.

Il rapimento di Arabella

Mirrored lives

ENG

A Milan-based director, screenwriter, and writer, Carolina Cavalli returned to the Venice Film Festival this year with Il rapimento di Arabella (The Kidnapping of Arabella), her second feature film, following Amanda (2022). The new film, which will be released in theaters on December 4, weaves together the surreal and the everyday through the story of Holly (Benedetta Porcaroli, Orizzonti Award for Best Actress) and the young Arabella, exploring friendship, identity, and the pursuit of redemption in a tender and ironic road movie, featuring an international cast that also includes Chris Pine and Eva Robin’s. We spoke with the director on the occasion of the film’s presentation in Venice. How did the idea come about to tell the story of an encounter between a young woman searching for herself and a child on the run, and what interested you in exploring this “mirror” dynamic? I liked the idea of returning to the theme of a friendship between two girls, but this time of different ages. Usually there’s a child who wants to grow up quickly; here, instead, there’s an adult who would like to become small again – a sort of older sister who doesn’t quite know where she’s headed. It’s a feeling I recognize in myself, in my relationships with younger generations and also with the older women I’ve known: their presence was important not because they had already found their path, but because they were still searching. Holly and Arabella’s escape is also an inner journey. What narrative and visual choices helped you turn a road movie into a story of identity-seeking? How did you balance the surreal and the everyday in the film? I completely understand the question, because I did try to plan for that balance, but in the end, I let go of the idea. The more I thought about it, even during the writing phase, the more it seemed the

The cast mixes Italian actors such as Benedetta Porcaroli and Lucrezia Guglielmino with international names like Chris Pine and unconventional figures like Eva Robin’s. How did you put the cast together, and in what ways did the actors influence the tone and dynamics of the film? I’m quite reluctant to change the tone, dynamics, or dialogue of a film after the casting. But I do believe there remains a huge space for actors to bring their own interpretation — perhaps the most important one – which is the journey from a character existing only in imagination to one that exists in the eyes of many. Making that passage credible is, for me, the most difficult challenge. That’s why you need outstanding actors, or people who are exactly right for each role: even if they don’t alter the preliminary choices, they certainly root them in reality. The cast is, in fact, very diverse, and that’s one of the most beautiful aspects of this work: families are created that seem casual, but share invisible bonds. Shooting took place between Veneto and Emilia-Romagna. What role did these locations play in the visual and symbolic construction of the story? Since the film is not set in an actual geographic location, the identity of its world begins as something free, but it ends up depending greatly on the real places where we shoot. Like all regions, Veneto and Emilia-Romagna are at times traditionally beautiful, but at other times very unexpected. In pre-production, when we visit a location, the production designer, the cinematographer, and I work together to create a believable world and a plausible map within it. That’s why these two regions are strongly present in the story and in its imagery, even if they may not be immediately recognizable. Many viewers might expect a story of suspense or action from a title like “Kidnapping.” In that sense, the title seems like an ambiguous promise to the audience. Was that an intentional choice? In reality, the kidnapping does happen, but it isn’t the central element of the story. I had already written the screenplay and naturally needed a title. In a museum I came across the introduction to an exhibition where the phrase “semantic kidnapping” appeared, which was completely unfamiliar to me. So I looked it up and easily found all these different ways of being kidnapped without it being physical: a loss of meaning, a removal from common sense, a forced shift of perspective, the absurd. It felt like a fitting reference. As for ambiguity, I didn’t want it to concern the genre of the film. But I do like the uncertainty over whether Arabella is the one kidnapped (objectively and legally, she is), or whether instead she is the one who kidnaps the other – by telling a big lie and playing with an adult’s hope.

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cinema PREVIEW

Feroce come una commedia Con No Other Choice, Park Chan-wook lascia da parte gli estremismi, come aveva già fatto con il suo lavoro precedente, Decision to leave del 2022, che gli è valso il Prix de la mise en scène al 75º Festival di Cannes, e realizza un’opera spietata, cinica e amorale che rappresenta una sorta di lotta per la sopravvivenza contemporanea in un mondo dove il lavoro umano viene via via sostituito dalle macchine. Non siamo di fronte ad un film di fantascienza, bensì ad un racconto di attualità su ciò che sta succedendo attorno a noi in questo momento e che andrà acuendosi nel futuro prossimo: il proliferare della robotica e dell’automazione, in parallelo alla crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale, porterà inevitabilmente alla scomparsa di milioni di posti di lavoro. L’armonia della famiglia felice che si vede all’inizio del film viene completamente stravolta dal licenziamento di Man-su dopo venticinque anni di lavoro: il quieto vivere nel benessere svanisce e marito e moglie si ritrovano a dover lottare come in guerra per tornare ad avere la loro vita privilegiata con i loro amati figli. Come in una guerra, non ci sono regole ed ogni mezzo è ammesso per poter raggiungere l’obiettivo di riavere il posto di lavoro. Park, regista appartenente alla corrente Hallyu sudcoreana, l’onda culturale che ha travolto il pianeta tra gli anni Novanta e i Duemila, con la sua trilogia della vendetta, Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) e Lady Vendetta (2005), ci aveva fatto assistere ad una visione manichea del mondo, in parte insita nella cinematografia sudcoreana contemporanea, che assurgeva la violenza estrema come unica valvola di sfogo contro i soprusi fisici e psicologici. Con questo film l’autore gioca su più registri calibrandone i toni, in modo da creare un’opera dalle venature comico-grottesche con viraggi granguignoleschi che richiamano i suoi lavori passati che lo hanno reso celebre. Incredibilmente snobbato dalla giuria dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, No Other Choice, tratto dal romanzo del 1997 The Ax di Donald Westlake dal quale già nel 2005 Costa-Gravas aveva realizzato il film Cacciatore di teste, è un’opera registica di straordinaria solidità e costruita con grande maestria, che troviamo in sala dal 1° gennaio. Andrea Zennaro No Other Choice di Park Chan-wook Dal 1° gennaio 2026 al cinema

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Album di famiglia In Father Mother Sister Brother, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2025, Jim Jarmusch firma un trittico familiare in cui filma il “niente” che diventa tutto. Tre storie, tre paesi, tre variazioni intorno alla stessa domanda: che cosa rimane dei legami familiari quando la parola si assottiglia? Fedele al suo gusto per la lentezza e l’osservazione, il regista sceglie l’economia di gesti, di musica e di dialoghi per lasciare emergere l’emozione. Il cast è una delle grandi forze del film. Adam Driver e Tom Waits costruiscono una relazione padre-figlio fatta di routine e goffaggini. Cate Blanchett, trattenuta e intensa, compone un ritratto di solitudine domestica che si incrina per dettagli quasi invisibili; Vicky Krieps incarna una fragilità discreta ma magnetica. Tutti gli attori sembrano invitati a rallentare, a lasciare parlare l’interiorità attraverso minimi movimenti o sguardi. Sul piano formale, Jarmusch costruisce un gioco di corrispondenze: motivi ricorrenti, oggetti-simbolo, silenzi che si rispondono come echi lontani. La coerenza del racconto nasce più dalle similitudini che dalla trama. La fotografia, sobria, valorizza texture, luci domestiche, colori e somiglianze. Questa scelta, però, ha un prezzo: il ritmo lentissimo e la narrazione trattenuta richiedono pazienza. Alcune sequenze si dilatano e possono risultare noiose, Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch Dal 18 dicembre al cinema


© Andrea Pirrello

La bellezza del dubbio

lasciando lo spettatore in una posizione di interprete in cui talvolta viene ricompensato, talvolta frustrato. Ma quando la magia avviene, nasce dalla capacità del film di estrarre dal quotidiano una scintilla emotiva inattesa. Tematicamente, Jarmusch osserva la famiglia come struttura sociale dove ognuno occupa un ruolo prestabilito: madre, padre, sorella e fratello, prima di essere delle persone, sono delle maschere comportamentali. Il film mostra come questi ruoli si incrinano, come la distanza cresce, e come, nonostante tutto, un gesto o uno sguardo possa riaprire lo spazio dell’intimità. Meno spettacolare dei suoi lavori più celebri, ma più intimo e personale, Father Mother Sister Brother sembra segnare il desiderio del regista di tornare alle origini del suo cinema: al quotidiano, alla realtà osservata da vicino, alla vita reale più che a una fiction costruita. Un’opera fragile, rigorosa e umana. Tra i maggiori registi indipendenti dell’attuale panorama internazionale, Jim Jarmusch ha fatto la storia della Mostra del Cinema quando nel 2003 ha presentato al Lido Fuori Concorso il suo Coffee and Cigarettes, opera che portava a compimento un progetto iniziato nel 1986. Sempre del 1986 è Down by Law con protagonisti tra gli altri Tom Waits e Roberto Benigni, che vale a Jarmusch la prima nomination alla Palma d’Oro a Cannes, dove nel 2005 vince il Grand Prix della Giuria con Broken Flowers, protagonista un eccezionale Bill Murray. Delphine Trouillard

Con La grazia Paolo Sorrentino firma uno dei suoi film più compiuti e, paradossalmente, più sobri. Un’opera che rinuncia ai fuochi d’artificio barocchi per concentrare il proprio sguardo sull’opacità morale del potere, facendone materia di delicatezza più che di satira. Al centro c’è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica, interpretato da Toni Servillo, monumentale e crepuscolare, arrivato agli ultimi sei mesi del suo mandato, chiuso in un Quirinale rarefatto dove i tappeti attutiscono non solo i passi ma anche le certezze. Su di lui gravano tre nodi: una legge sull’eutanasia da firmare, due domande di grazia che mettono in corto circuito diritto, biografia e coscienza. In questo perimetro quasi teatrale si muove Dorotea, consigliera, giurista rigorosa e figlia ferita, che costringe il padre a guardare in faccia le contraddizioni di una vita costruita sull’idea di esemplarità. Tra loro i dialoghi sono duelli d’intelligenza, ma anche un lento tentativo di perdonarsi a vicenda, mentre il fantasma della moglie Aurora - che ritorna giovane, come un ricordo non pacificato - trasforma il dramma istituzionale in un film sull’amore mancato e tardivamente compreso. Sorrentino intreccia così il cinema politico delle sue biografie del potere con la vena intimista dell’ultima stagione partenopea, trovando qui un equilibrio inatteso: l’ironia è più secca, le battute meno compiaciute, la regia elegante ma trattenuta, quasi volesse togliere orpelli per lasciare spazio al tremito dei volti e alle esitazioni delle parole. La grazia del titolo non è solo quella presidenziale, inscritta nella liturgia laica della Repubblica, ma una postura esistenziale: la capacità di tenere insieme dubbio e responsabilità, lettera della legge e fragilità di chi ne subisce gli effetti, “la bellezza del dubbio” elevata a principio etico. Per questo il film funziona come racconto del presente italiano senza mai trasformarsi in pamphlet: dietro i corridoi ovattati del potere si intravedono le fratture di un Paese che chiede giustizia e al tempo stesso teme la misericordia. Servillo, diretto per la settima volta dal regista, costruisce un Presidente che vorremmo reale proprio perché non è affatto eroico: spaesato, ironico, talvolta codardo, ma disposto, finalmente, a lasciarsi cambiare dagli altri. La grazia è un film che continua a lavorare nella mente quando scorrono i titoli di coda: un invito discreto a considerare che, in tempi di certezze urlate, l’unica vera forma di potere etico è accettare di non avere sempre ragione. Maria Laura Bidorini La grazia di Paolo Sorrentino Dal 15 gennaio 2026 al cinema

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cinema LE CITTÀ DI PIANURA

Le voci della pianura Intervista Francesco Sossai di Alberto Marzari Filippo Scotti, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla sono i protagonisti di Le città di pianura, secondo lungometraggio del feltrino Francesco Sossai, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard, osannato dalla critica di ogni latitudine e dal pubblico che lo sta premiando al botteghino. Un film denso, con molto da dire, sorretto dall’alchimia dei suoi interpreti e da un Veneto che emerge come vero protagonista. Parola di Francesco Sossai, che lo ha raccontato al pubblico del Cinema Edera di Treviso. Come nasce l’idea del film e quali sono state le tue ispirazioni? L’idea del film nasce leggendo molta letteratura veneta contemporanea, autori come Trevisan, Maino, Ungaro e poi anche della tradizione veneta in generale, da Zanzotto a Parise e Comisso. Ho voluto innestare il mio film in quella tradizione, aggiornare alcuni temi che secondo me non erano stati affrontati adeguatamente finora. Ho provato ad adottare quello stesso sguardo: usare i loro strumenti per osservare il paesaggio veneto e restituirne l’essenza. Una specie di contro-immagine rispetto a quella che abbiamo di solito, la classica “Piazza San Marco con le Dolomiti dietro”. Il rischio è che, a forza di vedere sempre quell’immagine, finiamo per pensare davvero di vivere lì dentro, nelle immagini dell’UNESCO, utilizzate per “vendere”. Volevo proporre qualcosa di diverso. In letteratura viene spontaneo scrivere qualcosa che non è fatto per vendere; le immagini, invece, sono più subdole. Volevo fare un film che raccontasse la realtà quotidiana dei veneti, resistente alla svendita dei luoghi. Ci sono stati anche fatti che mi hanno ispirato: ho davvero incontrato uno studente di architettura, siamo diventati molto amici, ma le ispirazioni letterarie restano prevalenti. Celati, soprattutto, e le sue idee: le cose si danno alla vista in un certo modo e bisogna cogliere quel modo. Quindi il film potrebbe essere una sorta di autobiografia? Non direi, è semmai un’autobiografia spirituale o meglio un’anima collettiva. È più un raccogliere tante voci come faceva Celati: i narratori delle pianure sono voci di altri. Il principio era un po’ quello. Celati diceva anche una cosa molto bella, cioè che bisognava cominciare i racconti non dicendo “io”, ma dicendo “qui”. Ho provato a scrivere così, partendo dal luogo. Quanto il cast ha influito sulla sceneggiatura? E come si è inserito un artista come Pierpaolo Capovilla? La sceneggiatura è stata scritta e riscritta tante volte, e quando siamo arrivati alle prove era praticamente definitiva. Il lavoro più bello con gli attori è stato sulle voci. Personalmente faccio casting seguenLe città di pianura di Francesco Sossai Lucky Red, 2025

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Francesco Sossai

do le voci, perché per me è la cosa più importante. Quindi la voce di Sergio era proprio quella che cercavo per Carlobianchi, la voce di Filippo era quella di Giulio, la voce di Pierpaolo era quella di Doriano. Cerco di avvicinare gli attori ai personaggi: più si avvicinano, più il lavoro funziona. Facciamo molte prove. In realtà c’è un testo molto fisso, niente improvvisazione in senso stretto. Arriviamo alla sceneggiatura come ultima cosa: prima i personaggi costruiscono un mondo tutto loro, e solo a quel punto arrivano le parole. Il film ha vari temi – alcol, amicizia e architettura – ve n’è uno principale? Non direi, sono tutti propedeutici al godimento dell’altro. Mi piace l’idea che tutti i temi venissero esplorati, ma senza una gerarchia, in maniera molto anarchica si influenzano a vicenda. Come farebbero a godersi Carlo Scarpa, senza il legame profondo tra loro tre? E come creare quel legame senza l’alcol? Forse nel film la progressione è: prima l’alcol, poi l’amicizia, poi l’architettura. Ma nel complesso sono tutti sullo stesso livello. I tre protagonisti si rincontreranno? Ci siamo fatti questa domanda, soprattutto io e Filippo. Mi piace pensare di sì, anche se non è mai la stessa cosa. Quando ti rincontri provi a ricreare quella sensazione della prima volta, ma non è mai davvero quella. Però questa è più una cosa che serviva a me per parlarne con Filippo, per il suo personaggio. Ho immaginato che, anni dopo, Giulio tornasse in Veneto, li chiamasse, li andasse a trovare. Ma resta un gioco. Il finale l’ho trovato positivo, verso un futuro possibile. Anche tu vedi questa positività nella realtà? Il discorso è molto ampio. Prima bisogna capire cosa intendiamo col termine “futuro”. Penso che l’idea stessa di futuro sia stata cancellata da questa fase tarda del neoliberismo: non c’è più l’idea di futuro. Quello che volevo fare era aprire a una possibilità. Qualsiasi essa fosse. Ho detto al mio co-sceneggiatore: voglio fare un film che alla fine abbia una luce. Che luce sia, non lo so. Non so neanche che futuro sia. Però è un buon modo per mettersi in cammino: contemplare la possibilità che ci sia qualcosa dopo. È un discorso che, in fondo, ha anche una sua vena nichilista.


Le città di pianura

A tratti mi sembrava Aspettando Godot: il loro cercare qualcosa, senza mai trovarlo. È un’impressione mia o c’è Beckett? Mi sono laureato in Letteratura inglese, con un grande focus su Shakespeare, però ho studiato anche molto Beckett, che mi piace tantissimo. In Aspettando Godot i personaggi sono fermi, è un viaggio d’attesa statico. Quel mondo lì ce l’ho sicuramente in testa, sia Shakespeare che Beckett. E anche Bernhard: l’idea di scavare nel proprio luogo d’origine fino quasi a consumarlo. Forse un giorno riuscirò ad estinguerlo, se riuscirò a dirlo. Com’è stata la seconda esperienza a Cannes? Non mi aspettavo un successo così. Ero convinto che il mio film avesse qualcosa da dire, che non fosse chiuso nel suo dialogare ma aperto verso il pubblico. Però non puoi mai sapere quanta gente andrà a vederlo. Sono contento, perché ho cercato di fare un film il più denso possibile. Una densità gustosa, un bel tramezzino! Il film sembra quasi una pellicola italiana degli anni Sessanta... Quello è il cinema che mi piace di più: anni Sessanta e Settanta. Cerco di recuperare la commedia italiana, che per me è la grande forma d’arte del nostro cinema. Come il western per gli americani – penso a Sentieri selvaggi, Ombre rosse o Rio Bravo, che sono incredibili – la commedia italiana l’abbiamo inventata noi. In tutto il cinema mondiale, quel genere l’abbiamo creato noi: parlare in modo leggero di cose tragiche. La cosa straordinaria è che la commedia italiana è uno strumento, un dispositivo per scardinare il contemporaneo, per osservare la realtà sotto una luce completamente diversa. Ho preso molto da Il sorpasso e Amici miei, e poi mi piace tantissimo Ferreri: La grande abbuffata è il film della vita. Mi dico sempre, dopo averlo visto: «Non ci sono ancora. Quanto vorrei fare un film come quello». Forse è impossibile, perché sono film irripetibili; bisogna creare qualcosa di nuovo. E poi amo Fantozzi, soprattutto Il secondo tragico Fantozzi, e infatti ci sono echi anche di quello. Sul piano tecnico, perché nella scena in cui Giulio vuole andare via e gli altri lo seguono, hai scelto inquadrature fisse invece di un carrello? Mi piace la commedia visiva. Amo Jacques Tati, è un altro dei miei

eroi. Quella scena è stata girata velocemente, di notte, con un solo lampione. Avevo limitazioni date dal girare in pellicola, dal girare di notte e dall’avere pochi mezzi. Ho reagito istintivamente. Mi divertiva che in ogni quadro cambiasse lo stato della relazione tra i tre: all’inizio loro lo rincorrono, poi Giulio li ascolta, poi sono già abbracciati. Mi sembrava una soluzione perfetta per la commedia visiva. È un recupero di una forma che oggi sembra quasi naïf. La scena di Giulio con la ragazza ha un’inquadratura particolare: loro due vicinissimi al centro. Perché? Perché fisicamente stanno quasi per toccarsi, ma il cinema li separa. Mi piaceva che l’inquadratura dicesse: «Siete quasi lì». Inoltre, Giulio, quando è con la ragazza, è sempre accompagnato da Doriano o Carlobianchi sullo sfondo, come Mercuzio in Romeo e Giulietta: uno che ascolta e commenta i loro monologhi, il loro vaneggiare d’amore, prendendoli un po’ in giro. Mi piaceva dargli questo ruolo alla Mercuzio. Sergio è molto bravo perché conosce tutte queste dinamiche; percepisce subito gli stimoli e si attiva con grande naturalezza. E Capovilla? È un personaggio quasi fuori dal cinema, ma nel film funziona perfettamente. Mi interessava il suo lato dolce, tenero, fragile. È il più misterioso dei tre: non sappiamo dove viva, è solo Carlobianchi, l’ombra di quest’ultimo. Io sono un suo grande fan. Ni sono detto: «Ci provo», senza pormi limiti nel casting. E dato che per me le voci sono determinanti, sapevo che cercavo quel timbro. Poi lui si è lasciato andare al processo, anche grazie a Sergio, molto esperto. Si sono aiutati a vicenda. Nel film sembra che Giulio impari da loro, ma anche loro imparano da Giulio. Imparano a sentire. È un film sul sentire. C’è un termine giapponese, Mono no aware: la compartecipazione alle cose sensibili. Se il film uscisse in Giappone, quel titolo sarebbe perfetto. Loro mostrano a Giulio che è possibile percepire altre cose, e lui mostra a loro che si può sentire diversamente. Non si tratta di prendere appunti su Carlo Scarpa: è questione di sentire in un modo nuovo.

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cinema RASSEGNE

Il mio nome è Alfred Hitchcock di Mark Cousins

Il nuovo che avanza

Photo Eva Sereny / Iconic Images

Professione: attore È stato e rimane uno degli attori più amati di sempre. Ha incarnato il divo che non ha l’aria di esserlo, vivendo la celebrità come una scia che lascia polvere di stelle alle spalle e però è un pregio coltivato nella vita reale. Paul Leonard Newman è nato cento anni fa. La Casa del Cinema appena riaperta gli dedica un picolo omaggio proponendo tre film; solo un assaggio di quella polvere scintillante che l’ha fatto brillare, sufficiente a ricordare un’icona di bravura, stile, bellezza. Nella vita si preparava ad essere tutt’altro che attore, come è accaduto a molti e molte. Le sue origini europee ed ebraiche (tra Ungheria, Germania e Slovacchia) erano quelle del grande Continente americano, popolato da figli dell’emigrazione alla ricerca di nuovi mondi e nuova vita. Avrebbe voluto pilotare aeroplani e farne la sua professione, ma non è accaduto; ha provato a gestire il negozio di articoli sportivi del padre, ma non era la sua strada; si è dato all’Actors Studio di New York, a Broadway e al cinema con esordi discutibili. Fino al 1956 quando, con Lassù qualcuno mi ama (il suo secondo film) di Robert Wise, ha bucato lo schermo. Nei panni del mito della box Rocky Graziano, Newman incide sulla pellicola quello che diventerà un personaggio e uno stile: lo spaccone dagli occhi blu, inaffidabile, tormentato, magnetico. Da lì non ha più smesso di trionfare, al cinema e nella vita, tra commedie dense di ironia, prove drammatiche che sono espressione di testi e sceneggiature della cultura americana più raffinata e tormentata (da Tennessee Williams a William Faulkner), un matrimonio (il secondo) con la compagna di vita, la grande Joanne Woodward, attrice luminosa quanto lui, con la quale ha realizzato una miriade di film (tra recitazione e regia) e che è stata il fulcro dei sogni realizzati. La lunga estate calda di Martin Ritt è il primo film nel quale i due attori recitano insieme (è lì che si incontrano e non si lasciano più), ed è un pezzo di storia del cinema: il racconto di un Mississippi profondo e soffocante, dove i desideri si scontrano con dure leggi patriarcali ma, allo stesso tempo, scardinano chiavistelli e pregiudizi. Il cast è chiassoso e magistrale: con loro ci sono Orson Welles, Angela Lansbury, Lee Remick, Anthony Franciosa. Seguono decenni e film indimenticabili, sui quali sorvoliamo per arrivare agli anni Settanta e a La stangata diretto da George Roy Hill, altro film entrato nel mito. Protagonisti Paul Newman e Robert Redford, due icone che, insieme, diventano i truffatori per antonomasia, fatti di destrezza, intelligenza, furbizia, propensione al rischio, lievità. Paul Newman quest’anno avrebbe cento anni, basta far scorrere il suo viso sullo schermo per annullare tempo e distanza. Elena Cardillo Paul Newman, spaccone dagli occhi blu 10, 17 dicembre Casa del Cinema www.culturavenezia.it

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Tra gli anni ’20 e ’50 del secolo scorso, Hollywood fu attraversata da un’ondata di creatività proveniente dall’Europa. Molti registi europei, spesso in fuga dalle guerre o dai regimi autoritari che stavano mettendo in crisi il Vecchio Continente, emigrarono negli States riversando il loro bagaglio di linguaggi, sensibilità culturali e innovazioni formali nel cinema americano, arricchendolo e diversificandone le possibilità espressive in un periodo in cui stava consolidando la propria forma. Tra i nomi più influenti spiccano figure come Rouben Mamoulian, regista georgiano, pioniere del cinema sonoro e del colore; Ernst Lubitsch, regista berlinese che introdusse a Hollywood uno stile sofisticato e allusivo, noto come il “Lubitsch touch”; Michael Curtiz, regista ungherese naturalizzato statunitense, uno dei grandi artigiani dello studio system; Otto Preminger, austriaco, tra i primi registi a sfidare apertamente il Codice Hays affrontando temi tabù per l’epoca come razzismo, droga, aborto e libertà individuale; Billy Wilder, austriaco a sua volta, scrittore e regista, che incarnò l’intellettualismo e l’ironia del vecchio continente; Max Ophüls, giunto ad Hollywood in fuga dal regima nazista dopo aver lavorato a lungo in Germania e in Francia, capace di mantenere anche oltre oceano una spiccata sensibilità europea; Fritz Lang, esponente dell’espressionismo tedesco che approdò a sua volta negli Stati Uniti dopo l’ascesa del nazismo, e che a Hollywood introdusse atmosfere claustrofobiche, giochi di luce e ombra, e una visione del mondo fatalistica che avrebbe definito il genere noir; e infine Alfred Hitchcok, regista britannico, maestro nella combinazione di suspense e intrattenimento e figura fondamentale nell’affermare il ruolo dell’autore all’interno dell’industria cinematografica. L’apporto di questi registi fu molto più che tecnico o stilistico: rappresentò un dialogo tra culture, un laboratorio transnazionale in cui l’immaginario collettivo occidentale veniva continuamente riscritto. Seppure all’interno del rigido studio system, dunque, riuscirono a mantenere tratti del loro background culturale ridefinendo i generi cinematografici. I generi codificati noir, commedia sofisticata, melodramma - furono arricchiti da nuove prospettive, profondità psicologica e sensibilità estetiche nate in un altro continente. L’influenza europea su Hollywood, a cui la Casa del Cinema dedica una rassegna dal 2 al 18 dicembre, non fu un semplice adattamento di competenze, ma una contaminazione creativa che contribuì a definire il ‘classico stile hollywoodiano’ così come lo conosciamo oggi. Davide Terrin Le influenze europee nel cinema hollywoodiano 2, 4, 9, 11, 15, 18 dicembre Casa del Cinema www.culturavenezia.it


SUPERVISIONI

Pluto

Volontà e coscienza Che cos’è la libertà? Per Women For Freedom, l’associazione che offre protezione, assistenza, integrazione e riabilitazione a donne, bambine e bambini vittime di tratta, sfruttamento sessuale, violenza e povertà, è la direzione che guida ogni scelta, ogni progetto, ogni azione. Ma sarà anche il filo rosso che terrà uniti gli eventi dell’edizione 2025 di Liberamenti, il suo festival biennale, uno spazio generativo di riflessione, confronto e dialogo che fino al 21 dicembre accende le sale dello storico Palazzo Bonaguro, a Bassano del Grappa. Previsti anche alcuni appuntamenti “fuori salone”, nonché (novità di questa edizione) la rassegna cinematografica Cinemamenti ospitata dalla storica Sala Martinovich a dicembre. Un mese di incontri, mostre, concerti, spettacoli, laboratori per indagare il tema della libertà, e puntare i riflettori sulla donna nel mondo contemporaneo attraverso testimonianze e sensibilità provenienti da mondi diversi, da quello dell’arte a quello del giornalismo, dalla letteratura alla musica, dal mondo accademico fino a quello imprenditoriale. Voci conosciute a livello territoriale e nazionale - come Vera Gheno, Pegah Moshir Pour, Sebastiano Zanolli, Valentina Melis, Mapi Danna, Cristina Dell’Acqua - insieme ad altre voci altrettanto capaci di offrire contributi di grande valore. Il 4 dicembre spazio alla pellicola Il popolo delle donne di Yuri Ancarani, presenza ormai fissa del Festival del Cinema di Venezia; l’11 dicembre Gen_ di Gianluca Matarrese, sguardo intimo e profondo sulla vita del dottor Maurizio Bini, ginecologo e specialista in fertilità e affermazione di genere, che ha dedicato la sua carriera a supportare pazienti in percorsi complessi e delicati; il 18 dicembre La solitudine dei non amati della norvegese Lilja Ingolfsdottir, intenso viaggio emotivo verso l’accettazione e l’amore di sé. Cinemamenti 4, 11, 18 dicembre Sala Martinovich-Bassano del Grappa www.liberamentifestival.it

Il cinema è raccontare, ma anche la storia del cinema è a sua volta piena di racconti. Riscoprirli e dare un contributo talvolta nuovo sembra essere lo scopo di Rethinking the Cinematic Cold War. The Struggle for Hearts and Minds Goes Global, recentemente pubblicato dalla Berghan Books, presentato di recente al Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Padova. Uno dei curatori, Stefano Pisu, docente di Storia del mondo contemporaneo e di Produzione Multimediale all’Università di Cagliari, già nel 2022 sulla rivista Il Mulino, nel commentare episodi di chiusura culturale in Italia nei confronti della cultura russa, una per tutte la cancellazione, poi rivista, del corso di Letteratura su Dostoevskij all’Università Bicocca di Milano, scriveva: “Il campo del cinema è esemplare per comprendere il carattere poroso dei rapporti tra Russia e l’Occidente, anche quando le differenze politico-ideologiche dei sistemi sembravano impedirli”. Tra gli episodi curiosi che emergono dal suo saggio la bocciatura in prima istanza nel 1949 del film capolavoro di Ejzenstein Aleksandr Nevskij in quanto vi apparivano “scene particolarmente ripugnanti e inoltre veniva falsata la realtà storica per motivi di propaganda”, oppure quello dove l’entusiasta, poco più che ventenne Rossana Rossanda, impegnata nell’organizzazione del Festival del Cinema Sovietico a Milano si lamentava con la Sovexportfilm per l’esosità dei costi di noleggio delle pellicole. O ancora, il curioso consiglio dell’ambasciatore a Mosca Manlio Brosio che suggeriva di lasciar circolare liberamente i film russi perché “la loro mediocrità avrebbe avuto un effetto controproducente sul pubblico italiano”. Altrettanto ricco di spunti di riflessione il saggio di Francesco Pitassio, ordinario di Storia del Cinema presso l’Università di Udine, incentrato sul pacifismo internazionalista degli anni ‘60. E qui incontriamo una perla deliziosa, Rat ovvero La Guerra di Veljko Bulajic, ma su soggetto del nostro Cesare Zavattini. Pellicola mai proiettata in Italia, ma rintracciabile su YouTube con il titolo della uscita americana Atomic War Bride (1960). Uno spasso unico. La cinepresa segue una giovane coppia che si deve sposare, ha già acquistato a rate di diciotto mesi il frigorifero, ma sta per scoppiare una guerra che si teme nucleare. Divertentissime le scene di distribuzione di teli protettivi antiradiazione e le relative esercitazioni della cittadinanza, le parodie delle marce e dell’addestramento militare (la ginnastica dell’indice o le tecniche di camuffamento, albero, pecore…), della vita dentro i rifugi antiatomici. Gli sposi ricongiunti aderiscono ad una sfilata pacifista e vengono rincorsi dall’esercito. Ahimè, il finale non è allegro e lo lasciamo a coloro che andranno a vedere il film. Il tema guerra atomica non ha trovato larga diffusione in Italia, se si esclude il successo de Il dottor Stranamore di Kubrick del 1964. Degli oltre 80 film dedicati al tema prodotti negli ultimi cinquant’anni pochissimi gli italiani e con circolazione alquanto ridotta. Ricordiamo L’uomo della guerra possibile di Romeo Costantini del 1986, che pure riscosse plausi alla Mostra del Cinema di Venezia. Vogliamo citare anche il recentissimo (2022), delicato Pluto con regia di Renzo Carbonera, interpretato magistralmente da Andrea Pennacchi, in questi giorni al cinema con Le città di pianura. Loris Casadei

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IL PIÙ AMATO DAGLI ITALIANI di Michele Gottardi

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ra “il più amato dagli italiani”, parafrasando un celebre slogan pubblicitario: Sandro Pertini (1896–1990) è stato probabilmente il presidente della Repubblica (1978–1985) più condiviso, amato e applaudito della storia d’Italia. Oggi forse di quel socialista ruvido e intransigente, dal carattere duro e insieme affabile, si è persa traccia, sfumata nella memoria di generazioni che conoscono poco la loro storia e che dimenticano in fretta. Eppure basterebbe poco per ricordarsi di lui, presidente in momenti bui come gli anni di piombo, ma anche ricchi di gioia come l’esultanza mundial, alla vittoria dell’Italia di Bearzot al Santiago Bernabeu, l’11 luglio 1982, nella epica finale con la Germania, vinta 3 a 1 e in cui Pertini esultava in modo talmente iconico, al punto che quella foto è diventata la locandina della mostra che l’M9 – Museo del ‘900, ha allestito sul presidente, in collaborazione con i Musei Civici di Savona, sino al 31 agosto 2026. Pertini. L’arte della democrazia non è solo una mostra documentale che ripercorre la vita del partigiano e politico, primo Presidente della Camera dei Deputati e della Repubblica di fede e tessera socialista, già di per sé accattivante. L’elemento che la rende particolarmente interessante è la straordinaria collezione dei Musei Civici di Savona, cui Pertini lasciò un autentico patrimonio di arte contemporanea, frutto di una passione collezionistica e di regali di autori di ogni parte del mondo, 169 pezzi tra dipinti, sculture e disegni, di cui M9 ne espone 28. Grandi artisti da Renato Guttuso a Giorgio Morandi, da Giò Pomodoro a Mario Sironi, da Giuseppe Zigaina a De Pisis, Guidi e Vedova, ma anche Henry Moore e Antoni Tàpies, tappe di un percorso interiore, che svelano un’autentica passione militante. Pertini, infatti, è stato anche un esperto collezionista, vuoi per interesse artistico, vuoi per attenzione ai temi che alcuni pittori focalizzavano sulle loro tele. «I veri politici siete voi artisti, poiché vi inserite con autorità nella storia, ne rappresentate l’attimo migliore» diceva e Pertini sapeva scegliere artisti non solo omologhi a lui per ispirazione politica, ma Pertini. L’arte della democrazia Fino 31 agosto 2026 M9 – Museo del ’900 (terzo piano)-Mestre www.m9museum.it

soprattutto quelli che mettevano il tema del lavoro e della libertà al centro della propria azione artistica, anche se di provenienza opposta, come nel caso di Sossai, già aderente alla Repubblica sociale di Salò. Una collezione che alla sua morte venne destinata dalla moglie Carla Voltolina alla città di Savona, in esecuzione della volontà di Pertini di ricucire così i rapporti con la città che lo vide giovane e già attivo antifascista, picchiato e incarcerato più volte dal regime. La mostra, curata dalla direttrice di M9 Serena Bertolucci e dal suo staff (Luca Bocicchio, Michelangela Di Giacomo, Livio Karrer e Giuseppe Saccà), si divide in sette sezioni ed è scandita da due aree colorate in modo differente a sancire d’un lato l’arte e la collezione, in nero, dall’altra le vicende biografiche, le foto, i manifesti dell’epoca, i documenti, esposti su pareti bianche, con scritte rosse. E quindi ecco d’un lato la ricostruzione dell’uomo, del politico, guerra e pace, dall’altra il prigioniero, il partigiano e infine il presidente, fino al mito che questa mostra rilancia, a 35 anni dalla morte e a 130 dalla sua nascita, nel 2026, anno in cui ricorreranno anche gli 80 anni della Repubblica. Un mito alimentato anche dalla presenza di Pertini nelle vignette di Forattini, Silver, Andrea Pazienza, Vauro, D’Anna, Giannelli, Li Muli e Chiappori. Vi sono poi dei pezzi che danno il senso dell’epoca, dalla mitragliatrice della Prima Guerra mondiale del Museo Storico Navale di Venezia alla Cinquecento del Museo dell’Auto di Torino. Altri oggetti seguiranno a rotazione a seconda degli eventi dei prossimi mesi: e se in occasione del Festival di Sanremo arriverà lo spartito originale de L’italiano di Toto Cutugno, il primo riferimento a Pertini in una canzone, presentata nell’edizione del 1983 del Festival, in giugno, per l’inizio dei Mondiali, arriverà dal Museo del Calcio di Coverciano il pallone di Italia-Germania, quello della finale del 1982. Infine l’installazione interattiva Parlami di Sandro – Gli Italiani raccontano il Presidente, sviluppata con l’intelligenza artificiale, in collaborazione con H-FARM, pone i visitatori in dialogo con cinquanta voci di italiani contemporanei del Presidente, voci di personaggi storici, reali, come la mamma del Presidente, o solo possibili, compagni nell’esilio o nella lunga militanza politica.


I veri politici siete voi artisti, poiché vi inserite con autorità nella storia, ne rappresentate l’attimo migliore

Genova, luglio 1960

Madrid, 11 luglio 1982

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GIORNO DELLA MEMORIA

Giorno della Memoria, oggi di Renato Jona All’inizio certamente non c’era bisogno di una legge. Era il 1945. Tutti avevano vissuto, sotto il regime fascista, un periodo storico tremendo. Conoscevano soltanto ordini, imposizioni, divieti di critica e di pensare “diversamente”; i comportamenti delle persone prima del 25 Aprile erano strettamente controllati, regolati da leggi dittatoriali che non ammettevano eccezioni. Raduni, parate, gagliardetti, bandiere, distintivi, saluti, atteggiamenti, trionfalismi: tutto era regolamentato fino ai minimi particolari. Ad alcuni suonavano falsi, ma siccome erano assolutamente imposti, erano comunque “giusti per tutti”. Il dissenso non doveva aver spazio. L’opposizione si pagava con la vita (Matteotti, ad esempio, come molti altri). La vita era senza benessere se non per i pochissimi altolocati nel regime; addirittura i sacrifici quotidiani erano assurdamente elogiati, perché “finalizzati al bene della Patria.” Guerra, bombardamenti, deportazioni, morti, leggi razziali. Alla Liberazione i disastri, le miserie, gli stenti erano evidenti, non solo nel mondo esteriore, ma anche all’interno di ogni nucleo famigliare. In tante famiglie erano venuti a mancare uno o più componenti, senza poterne neppure conoscere la fine; in altre, si è sperato ancora, per mesi, che potesse ricomparire miracolosamente qualche persona scomparsa. Tre anni dopo (1948), la nostra Costituzione è stata varata, e ha costituito la traccia fondamentale morale e materiale e il limite entro cui le leggi dello Stato repubblicano avrebbero potuto e dovuto essere emanate. La vita ricominciava. Lentamente. I singoli cittadini venivano nuovamente considerati come tali con i loro doveri, ma anche sorprendentemente con i loro diritti, che dovevano essere riconosciuti e rispettati. Poco a poco, la generazione della guerra se n’è andata. Quella successiva, che aveva anche vissuto in modo marginale, o soltanto di riflesso, quelle tremende esperienze, ricordava. La cicatrice profonda di quella terribile esperienza è rimasta fresca per tanti anni, anche se, com’è naturale che fosse, tendeva a rimarginare. Il trascorrere del tempo cancella, ma anche guarisce. La mente si rivolge altrove. Gli eventi tragici, le esperienze dolorose, anche se non erano state direttamente vissute o solo marginalmente, venivano ricordati, ma praticamente anche accantonati per essere predisposti verso l’oblio. Nuove esperienze, nuove passioni sono comparse all’orizzonte: così ci si è facilmente e piacevolmente assuefatti al benessere e alla rincorsa della vita quotidiana. Si è data più importanza alla ricostruzione, all’acquisizione dei beni materiali, allo stare sempre meglio. Il fascismo, di conseguenza, ha anche tardato a comparire sui libri di Storia. Sporadicamente si poteva trovarlo presente, descritto parzialmente in qualche romanzo, in qualche riunione letteraria, in qualche studio di storici. Ma il tempo passava, le generazioni si rinnovavano e i nuovi nati Giorno della Memoria 27 gennaio 2026

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rischiavano di essere privati di preziose conoscenze, essenziali, relative al mondo che ereditavano. Prendevano atto di ciò che li circondava, lo sguardo era però soltanto rivolto avanti, senza sapere o approfondire la quantità di sacrifici materiali e di vite umane che erano stati necessari per costruire la nuova Società. I parlamentari della Repubblica della fine del secolo scorso si sono resi conto della necessità impellente di far conoscere alle nuove generazioni la tragica esperienza fatta pochi anni prima dagli italiani e dell’imprescindibile esigenza di diffondere tale conoscenza, quanto più era possibile, ritenendola, se non altro formativa e comunque necessaria. Così è nata la Legge della Memoria, nel primo anno che ha iniziato questo secolo, 55 anni dopo la Liberazione: il 20 luglio 2000 è stata emanata la legge n. 211 con l’intento di insegnare a Ricordare. Forse è stata un po’ troppo tardiva, ma comunque ha rispecchiato una necessità sentita, e si è dimostrata sempre molto utile. Legge assai difficile da emanare, che non prevede sanzioni in caso di inosservanza. Una legge che oserei definire “morale o etica”. Il testo legislativo, composto di 2 soli articoli, definisce il 27 Gennaio, giorno in cui sono stati abbattuti i cancelli del Campo di Sterminio di Auschwitz, quale “Giorno della Memoria”, per ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali fasciste, la persecuzione dei cittadini ebrei e di tutti i cittadini che hanno subito deportazione, prigionia, morte, nonché coloro che anche in campi e schieramenti diversi si sono opposti al progetto di sterminio e, a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. All’articolo 2, oltre a quanto accaduto al popolo ebraico, si ricordano i deportati militari e politici italiani (che mi permetto di definire eroici) nei campi nazisti, per conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia del nostro Paese e dell’Europa e, prosegue il testo della legge, affinché simili eventi non possano mai più accadere. Ma come “Ricordare”? La legge suggerisce di organizzare cerimonie, iniziative, incontri, momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado. Una legge, dicevamo, orientativa d’indirizzo e valoriale, ma anche pratica. Il fatto di ripetere ogni anno le previste cerimonie e incontri non è e non deve trasformarsi in un rito, ma deve essere vissuta come una esigenza, sollecitata dalla legge, sentita da chi governa o da chi comunque ha responsabilità sugli altri, che a scadenza annuale, deve preoccuparsi di formare le nuove generazioni, sulla base di tragiche esperienze passate che non devono esser dimenticate, non devono potersi ripetere “mai più”. Ecco perché il dettato della legge non dovrebbe attendere soltanto la ricorrenza del 27 Gennaio per essere messo in pratica, ma dovrebbe sollecitare ogni volta che è necessario, le coscienze di chi può insegnare a “Ricordare”, proprio per non dimenticare e soprattutto per non ripetere. Tuttavia un’esperienza fatta, per quanto tragica e dolorosa, non è mai definitiva: con il passare del tempo sbiadisce e rischia di perdere il suo valore di tremendo monito.


La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, «Giorno della Memoria», al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte... Legge 211 del 20 luglio 2000

Sta comunque a tutti noi, mantenere viva la memoria di quanto è accaduto, combattere con decisione, attenzione e scrupolo i rigurgiti di tutti i totalitarismi, le ignoranti nostalgie, molto spesso, faziosamente interessate. Qualche giovane che non ha vissuto direttamente quella tragica epoca e che non l’ha studiata con spirito obiettivo, serio, senza documentarsi e senza approfondire la realtà di ciò che è stato, per ignoranza, interesse politico o personale ritiene di poterne liberamente parlare, di poter raccontare superficialmente cose non corrette, di poterle banalizzare o di ignorare le gravi responsabilità storiche, alterando la realtà dei fatti. Di fronte alle deformazioni del passato e alle distorsioni del presente, che sempre più spesso vengono con troppa leggerezza diffuse o commentate, i politici responsabili dovrebbero in proposito pronunciarsi in modo non equivoco, a voce alta, senza giochi di parole o, come talvolta accade, rimanendo colpevolmente silenti. La Legge sulla Memoria, con quei due suoi brevi articoli davvero significativi, lascia una sensazione ai cittadini consapevoli di assoluta contemporanea necessità e attualità: con il passar del tempo anziché perdere valore, incredibilmente ne acquista. La responsabilità della gestione del monito etico, tuttavia, ricordiamolo, dipende anche da tutte e tutti noi!

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etcc... SHORT TALKS

Del nostro tempo Intervista Andrea Molesini di Loris Casadei Andrea Molesini è scrittore, poeta, traduttore, amatissimo dai suoi studenti quando insegnava Letteratura comparata all’Università di Padova e riusciva a far leggere con passione Philipp Meyer e Wislawa Szymborska. Nato e residente a Venezia, iniziò a farsi conoscere con un capolavoro, Non tutti i bastardi sono di Vienna, pubblicato nel 2010 e vincitore del Premio Campiello, al quale sono seguiti La primavera del lupo, il delicatissimo Presagio e altri romanzi ancora, senza voler trascurare le sue raccolte di poesia e la narrativa per ragazzi, tra cui il recente Storia del pirata col mal di denti e del drago senza fuoco. Desidero segnalare anche, perché oggi un poco controcorrente, Il rogo della Repubblica del 2021, per il quale ha vinto il premio Adei Wizo, in cui commedia e tragedia si incrociano, nel dominio veneziano di terra nel 1480, nel corso della ricerca di un bambino scomparso. Al centro della narrazione un protagonista alquanto borderline che pronuncia una frase dalla inequivocabile attualità: «I popoli, non sapendo fare forte il giusto, chiamano giusto il forte». Ospite a Venezia del Venice Noir Festival a metà novembre, lo abbiamo incontrato per questa breve, ma intensa intervista. Nelle sue lezioni all’Università di Padova lei ci descriveva la struttura del film classico (es: A qualcuno piace caldo) attraverso la seguente suddivisione: messa in scena della norma, prima scena chiave, svolgimento del conflitto, seconda scena chiave, messa in scena della nuova norma. Come descriverebbe invece la struttura dei suoi romanzi? È certamente assai diversa da quella del classico film di Hollywood. La struttura tripartita è troppo rigida, schematica, per ospitare l’incalzare dell’azione, il dipanarsi del dialogo e il conflitto tra personaggi, per non parlare di quello interiore di ciascuno di loro. La carta stampata lascia al lettore molta più libertà della pellicola; gli intima di immaginare, ossia di tradurre parole in immagini, gli chiede di fare il proprio film concedendogli la libertà di interrompere e riprendere la lettura a piacere, di procedere più o meno lentamente, di rileggere. Insomma, il lettore è infinitamente più attivo dello spettatore. La struttura di ogni mio libro è diversa da quella del libro precedente; si adegua alle necessità dei personaggi, che intrecciano i propri destini un poco obbedendo al caso, un poco al proprio carattere, un poco alla volontà dell’autore che li colloca a suo piacere in un determinato palcoscenico, in una data epoca storica, in uno specifico ambiente sociale. Venezia nei suoi romanzi è spesso decentrata: San Francesco del Deserto in La primavera del lupo, il Lido in Presagio, alcuni mitici vecchi possedimenti coloniali in Non si uccide di martedì. Pare quasi voler sfuggire, sottrarsi dalla Venezia più conosciuta con quel suo amore per le barene e i luoghi selvaggi. Quali sono i luoghi lagunari che lei ama prima di tutti gli altri, a parte, ovviamente, Castello dove abita, e perché? Comincio dalla fine. Nel sestiere di Castello c’è ancora un residuo di autentica vita popolare, per questo mi piace: ci sono ancora le bot-

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teghe degli artigiani, anche se vanno via via scomparendo. Ancora qualche ubriaco si aggira lungo le fondamenta, senza mai finire, non si sa perché, a mollo nei rii. E poi San Francesco del Deserto, il Lido, Rodi, la capitale del Dodecaneso italiano negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, isole dove storia e mito s’intrecciano in modi inestricabili. In tutte le contrade della terra gli isolani sono gente speciale, prigioniera com’è di quel particolare luogo cinto dall’acqua, che genera una solitudine tutta speciale, un “isolamento” appunto, che nel bene e nel male determina l’identità di una comunità grande o piccola che sia, dandole un carattere distintivo, marcato, e proprio per questo, spesso, inquietante. Ogni uomo è un’isola, si è detto, e oggi la cosa si fa più che mai vera: la tecnologia isola gli uni dagli altri, pur mettendo a nostra disposizione, almeno in apparenza, lo scibile intero, rendendolo di facile accesso. Quando scrive, in che fase del giorno? Dove ama scrivere? Usa la penna o il computer? Scrivo perlopiù al computer, direttamente sul MacBook, ma di quando in quando ricorro ancora a carta e penna, penna stilo, non biro. La carta mi permette di andare piano, mi costringe a procedere a passi lenti, impone una innaturale lentezza, mette uno iato tra il pensiero e il suo incidersi sulla materia, il trasformarsi in parola scritta. Il laptop, invece, consente di procedere con la même vitesse que l’esprit, elimina la necessità della lentezza. Questo è spesso un bene, perché aggiunge libertà all’agire dello scrittore, ma può anche essere un male, come ogni cosa che facilita troppo l’esistenza. La forza dell’espressione nasce anche dalla costrizione. Quali nuovi romanzi ha in cantiere? Ne ho appena consegnato uno al mio editore di riferimento, Sellerio. È un libro a cui tengo molto, forse il migliore che ho scritto: tratta della vita di mio padre, con cui ho avuto molti scontri (succede più o meno a tutti) e con cui ora, qualche decennio dopo la sua morte, ho fatto pace mettendolo in scena. Il racconto è ambientato soprattutto nei lunghi e tormentati giorni dell’occupazione nazista della nostra penisola: l’armistizio annunciato l’8 settembre del 1943 è uno spartiacque nella storia d’Italia, è a un tempo l’avvento della morte della patria e quello di una sua rinascita.


Ormai l’ultimo romanzo risale al 2017; credo sia quindi davvero arrivato il tempo di tornare a raccontare, di rimettermi in pista Veneziano d’Oltremanica Intervista Gregory Dowling di Loris Casadei Ho spesso incontrato Gregory Dowling nelle passate edizioni di Incroci di Civiltà a cui ho potuto partecipare. Oltre ad essere scrittore, Dowling è stato docente di Letteratura Anglo Americana all’Università di Ca’ Foscari. Nato a Bristol, è in Italia da tempo: Napoli nel 1979, poi Siena,Verona e infine Venezia dal 1985. La sua è una carriera universitaria di tutto rispetto: saggi sulla poesia inglese e americana dal Romanticismo ad oggi, su Melville, su Lord Byron (in particolare all’inseguimento dei suoi percorsi veneziani), senza trascurare testi di grammatica e sintassi. Conoscitore di storia e arte italiana, soprattutto veneziana, ha pubblicato sei romanzi, due dei quali Ascension e The Four Horsemen - sono ambientati nella Venezia del Settecento. Vicepresidente della Italian Byron Society, è stato tra i promotori della creazione del Museo Byron a Ravenna, del cui comitato scientifico è membro. Nell’intervista che segue confessa di aver amato anche scrivere romanzi di finzione. Ho letto con estremo piacere il suo Ascension, sottotitolo Venice 1749, City of secrets. Qui il protagonista Alvise Marangon, veneziano doc ma cresciuto in Inghilterra, ora guida turistica, si trova alle prese con i misteri e i pericoli di un’insidiosa città lagunare. Pazientemente, sottratto ai suoi doveri di oratore dell’ultima edizione di Venice Noir, si è prestato a rispondere alle mie domande. I suoi romanzi sono ambientati nella Venezia del ‘700. Perchè ha scelto questo secolo e non altri? Ottima domanda. Si tratta di un’epoca in cui riesco facilmente ad immedesimarmi, oltre al fatto che non mi sarei sentito all’altezza di descrivere la società, per esempio, del ‘500, non avendo potuto portare avanti studi in merito che mi facessero sentire abbastanza competente. Quando giro per questa città mi sembra di essere per certi aspetti ancora nel ‘700. Venezia nel suo aspetto urbanistico non è cambiata drasticamente. Nel ‘400 non mi sarei trovato a mio agio; altro mondo, altra città, troppi gli aspetti sociali di cui non avevo adeguata conoscenza. Inoltre, i principali protagonisti di quel secolo sono ancora attivi nella cultura contemporanea, vedi, tra tutti, Goldoni ad esempio. Lei ha scritto un importante saggio su Byron a Venezia. È vicepresidente della Italian Byron Society e tra i promotori della creazione del museo a lui dedicato a Ravenna. Sembra che amasse in particolare l’Isola di San Lazzaro degli Armeni, dove ha studiato la lingua armena. Quali sono i luoghi della città che invece lei ama particolarmente? Byron ha sì iniziato a studiare l’armeno, ma non mi risulta abbia raggiunto livelli di approfondimento degni di nota in questo senso. Io ho sempre vissuto a Castello, diciamo Sant’Elena; è quindi la zona che conosco meglio, dove faccio le mie passeggiate, dove mi sento a casa. Amo vagare senza una meta ben precisa quando ho tempo a disposizione, adoro percorrere i viali dei Giardini. È per questo che qui, in questo sestiere, ho ambientato i miei romanzi veneziani. Il

protagonista Alvise Marangon vive vicino all’Arsenale, nei pressi del quale vi era la stessa mia prima casa. Certo, amo anche altri luoghi: la Chiesa della Madonna dell’Orto ad esempio, o la zona di San Francesco della Vigna. Amo davvero tutta la città di Venezia, senza distinzione alcuna. Lei ha pubblicato moltissimo: studi accademici, saggistica, traduzioni. Cimentarsi in un romanzo di fantasia cosa significa per lei? Un grande piacere, senza ombra di dubbio. Ormai l’ultimo romanzo risale al 2017; credo sia quindi davvero arrivato il tempo di tornare a raccontare, di rimettermi in pista. Per farlo credo proprio che ricorrerò ai miei affezionati personaggi: Alvise e Bepi, il suo amico gondoliere. Mi sono ancora molto simpatici, sì. Come scrive, dove scrive e con quali strumenti? Di solito creo camminando e prendendo appunti, lungo la spiaggia del Lido ad esempio. I Murazzi sono ideali fuori stagione, non trovi persone e neppure chiese e monumenti che ti possano distrarre! In questi luoghi mi vengono le prime idee su come costruire le storie da raccontare; poi ovviamente proseguo nel mio studio per aggiungere particolari all’intreccio. E scrivo ostinatamente a penna.

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La durata del danno Rob Nixon porta in Italia un classico della giustizia ambientale Con questa pubblicazione la casa editrice veneziana wetlands introduce nel dibattito italiano uno dei testi più influenti degli ultimi decenni sulla relazione tra ecologia, politica e diseguaglianze. Slow Violence, qui accompagnato da una prefazione inedita dedicata al contesto mediterraneo, riunisce scritti che attraversano trent’anni di lavoro di Rob Nixon. Ne emerge una riflessione che oggi, tra conflitti, crisi climatiche e discussioni sempre più urgenti sulla nozione di ecocidio, risuona con una forza rinnovata. La nuova edizione riunisce tre momenti distinti della riflessione di Rob Nixon: l’introduzione del suo celebre Slow Violence and the Environmentalism of the Poor (2011), mai pubblicato finora in Italia; due saggi nati dalle Tanner Lectures tenute a Yale nel 2024; una conversazione con Serenella Iovino apparsa su la Repubblica nello stesso anno. Testi diversi per origine, tono e contesto, ma uniti da un filo che attraversa ormai trent’anni della sua attività di studioso: la giustizia ambientale e, in particolare, il suo intreccio con le storie politiche e sociali del Sud del mondo. Nixon si è formato alla Columbia University sotto la guida di Edward Said, figura cardinale degli studi postcoloniali. Negli anni Novanta, mentre quel campo disciplinare restava in larga parte indifferente ai temi ambientali, decise di dedicare il suo primo corso universitario alla giustizia ambientale, un insegnamento che non ha più abbandonato. A orientarlo fu un termine allora poco conosciuto, e destinato a trasformare radicalmente il suo pensiero: ecocidio. Fu la testimonianza dello scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa, leader del popolo Ogoni, a far emergere la portata devastante della violenza ambientale. Saro-Wiwa denunciava da decenni l’inquinamento petrolifero che stava distruggendo foreste, fiumi e forme di sussistenza del Delta del Niger e il massacro delle comunità locali da parte dell’esercito nigeriano in difesa degli interessi di Shell e Chevron. Ma, oltre alle vittime immediate, ciò che lo turbava profondamente erano gli effetti di lungo periodo di quella “guerra ecologica”, destinata a colpire le generazioni future. Nelle sue ultime lettere dalla prigione usò il termine “ecocidio”: una parola che per Nixon divenne rivelatrice. Questo concetto ritorna oggi con forza nell’assalto a Gaza e nelle sue conseguenze. Alle migliaia di morti per bombardamenti, sfollamenti e carestie – cifre già di per sé immani – si sovrappone una distruzione più lenta, incrementale, destinata a protrarsi nel tempo. Nixon ricorda come l’IDF abbia avviato il progetto “Atlantis”, l’allagamento con acqua marina dei tunnel sotterranei di Hamas: un’operazione che, infiltrando acqua salata in un terreno altamente poroso, rischia di contaminare irreversibilmente le falde acquifere. A farne le spese saranno gli abitanti dei prossimi millenni, umani e non umani, privati della possibilità stessa di sostenere la propria vita. La guerra si estende poi alla dimensione agricola e simbolica. Secondo l’ONU, solo l’1,5% delle terre coltivate di Gaza è sopravvissuto ai bombardamenti. L’ulivo – pianta millenaria, custode della memoria e della sovranità alimentare – è stato sistematicamente sradicato, materializzando una metafora crudele di sradicamento collettivo. Negare cibo e acqua a una popolazione assediata costituisce un crimine di

guerra, ma rappresenta anche un dispositivo di persecuzione destinato a produrre effetti molto oltre il perimetro temporale del conflitto. Alla violenza materiale si affianca una guerra di immagini e linguaggi: genocidio, terrorismo, carestia, antisemitismo, apartheid. L’uso politico di queste parole contribuisce a modellare la percezione globale del conflitto. Le immagini dei bambini gravemente denutriti, circolate nonostante il divieto imposto ai media, hanno incrinato la narrazione israeliana del “più morale degli eserciti” e innescato condanne anche all’interno della diaspora ebraica. “Non nel nostro nome”, affermano in molti: nessuna storia, nemmeno quella dell’Olocausto, può costituire un’esenzione perpetua dalla responsabilità. La “violenza lenta”, concetto introdotto da Nixon e approfondito anche grazie agli scambi con Anne McClintock, definisce esattamente questa dimensione: un danno diluito nel tempo, che sfugge all’immediatezza dello sguardo mediatico ma incide in profondità sulle possibilità di vita futura. È in questo spazio che ecocidio e genocidio si sovrappongono, producendo non solo morti di oggi, ma morti di domani, che difficilmente saranno riconosciute come vittime di guerra. Chiara Sciascia Rob Nixon. Slow Violence. Il tempo della giustizia ambientale wetlands, 2025 wetlandsbooks.com

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etcc... REVIEW

La vita è bella Elegante, sincero, ironico, amaro: Diego Dalla Palma si racconta Nessuno come Diego Dalla Palma sa far risaltare la bellezza, nessuno è tanto esperto nell’arte del make-up da riuscire sempre a valorizzare l’io profondo, quello più nascosto, la vera essenza e unicità di ogni donna. Ha sempre lavorato fuori dagli schemi, un autentico creativo, mai scontato, sfrontatamente sincero, ha collaborato con miti della moda come Moschino, Laura Biagiotti, Gianni Versace, Missoni. I prodotti che portano la sua firma sono noti e venduti in tutto il mondo, la linea Dalla Palma è il frutto di ricerca e tecnologia all’avanguardia, cosmetici con confezioni bellissime in cui si mescolano rigore e ironia, tipico di un uomo che, in una vita ricca e complessa, ha fatto le esperienze più diverse. Imprenditore di successo, costumista, scenografo, curatore di programmi televisivi e radiofonici, narratore, ha pubblicato molti libri. Il suo ultimo lavoro, uscito a novembre 2025, edito da Baldini e Castoldi, nella Collana I Fenicotteri, è Alfabeto emotivo. In viaggio con la vita. Si tratta di una sorta di diario in cui Dalla Palma ha riversato tantissimi ricordi, le tappe fondamentali della sua esistenza, i temi universali che rendono la vita magnifica e terribile, il dolore, la morte ma anche i legami di amicizia, i turbamenti, l’amore, il sesso, il coraggio, in fondo la vita è sempre un viaggio tortuoso tra grandi contrasti, il bello e il brutto, l’alto e il basso. Nulla nel suo racconto è superficiale, ma tutto è attraversato con elegante leggerezza, con una grande dose di introspezione e di ironia, che dovrebbero essere ingredienti fondamentali nella vita di ciascuno di noi. L’autore tiene sempre a distanza l’ipocrisia, nel libro come nella sua vita, è alla ricerca costante di un confronto con sé stesso senza infingimenti ma con grande verità e sincerità verso i lettori, a cui non nasconde le sue fragilità, le sue sconfitte. È il ritratto di un uomo che non vuole piacere a tutti i costi, che non è mai alla ricerca dell’approvazione facile e spesso fasulla, in un’epoca in cui tutti cercano i like, i cuoricini e mille altri demenziali emoticon per sentirsi vivi e importanti, lui sta fuori dalla mischia, è uno fuori dal coro. Una vita altalenante tra desideri sfrenati e bisogno di spiritualità, in cui il sesso ha avuto una parte molto importante, consumato ovunque anche in luoghi squallidi come cinema porno o nei bagni pubblici. Allo stesso tempo c’è la ricerca di profondità, di spiritualità, tra successi enormi e momenti bui come quando, per la disonestà di qualcuno di cui si fidava, Equitalia gli portò via tutto e si ritrovò con 37 euro in tasca, per arrivare infine all’equilibrio e alla tranquillità di questo momento in cui si sente appagato, “leggero”. Affronta anche un tema spinoso, soprattutto in un Paese dalla cultura cattolica profondamente radicata, racconta infatti di aver deciso di terminare la sua vita entro gli ottant’anni e di aver già pianificato tutto con un avvocato e un notaio e poi ci sarà l’aiuto di un medico, se ne andrà quindi a modo suo, se ne andrà “gioiosamente”, come dice lui. Elisabetta Gardin Diego Dalla Palma Alfabeto emotivo. In viaggio con la vita Baldini+Castoldi, I Fenicotteri, 2025

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Nebbie e sabbie Torna Matteo Strukul e la storia diventa leggenda Da quanti eroi mascherati siamo stati affascinati nel nostro cammino? Da bambini davanti alla tv eravamo rapiti da Zorro e dal suo cavallo nero, Tornado, o eravamo immersi nelle avventure a fumetti, dall’Uomo Mascherato a Paperinik, o al cinema nella serie di strepitosi film su Batman, ma oggi nel nuovo romanzo di Matteo Strukul, La congiura delle vipere, ci troviamo di fronte ad un nuovo giustiziere mascherato, che vive a Venezia nel Seicento. Si tratta di El Caigo – “nebbia” in dialetto –, forte, misterioso, inafferabile, tutto vestito di grigio con un cappellaccio e un fazzoletto che gli copre il volto sfregiato, chiamato anche lo “Spettro di Venezia”. Abilissimo con la spada è esperto di alchimie e medicamenti misteriosi, in grado di creare la magica teriaca e il veleno ottenuto dalla polvere di cantaride. È un secolo difficile per Venezia, che, in crisi economica, vive un periodo di declino politico e militare, si ordiscono intrighi e congiure, è una città popolata da una multiforme umanità: da artisti, nobili, spie, eroi, pirati, donne di malaffare. Immersa nell’odore di alghe marce e sale della sua laguna, ma anche di profumi di ambra, lavanda e delle più rare essenze orientali, l’autore la definisce “sconcia e bugiarda”, «un mondo che ne conteneva altri dieci, cento, mille. Una nave cosmica, il vaso alchemico della conoscenza». La congiura delle vipere, edito da Newton Compton, ha un’impronta cinematografica, un ritmo incalzante con descrizioni dettagliate che ricreano con precisione millimetrica l’ambiente e l’atmosfera di quel tempo tra continui colpi di scena e suspence alle stelle. Ci pare davvero di essere a Palazzo Ducale accanto al Doge Marcantonio Memmo o con Giovanni Bembo, oppure in giro tra i colorati e invitanti banchetti nella vivace atmosfera del mercato di Rialto. La scrittura di Strukul è veloce, avvolgente, riesce a creare tensione, curiosità, il romanzo è un mix di fatti storici e di fantasia, un romanzo d’avventura infarcito di ricerca sul passato, di documenti e reperti, popolato da figure affascinanti, uniche, descritte perfettamente. Tra le protagoniste femminili, tutte ben definite e interessanti, spicca l’Invelenada, venduta dal padre da bambina come schiava ai pirati, costretta a subire botte e violenze da tutta la ciurma senza mai piegarsi o piangere. Maestra nei travestimenti è sopravvissuta a tutto uccidendo, vendicandosi e apprendendo la magia nera, e a Venezia ha aperto un casino per nobili, intrecciando amicizie con uomini ricchi e potenti. Questa donna bellissima è uno dei cardini su cui poggia la congiura ordita ai danni della Serenissima, grazie ai suoi accordi segreti con il potente ambasciatore di Spagna, marchese di Bedmar, e con altri loschi personaggi, avventurieri, tagliagole, come Jacques Pierre, corsaro francese. La Spagna sta infatti architettando una cospirazione per indebolire la potenza di Venezia, servendosi anche all’appoggio di Ferdinando II d’Asburgo Arciduca d’Austria, che si allea con i pirati Uscocchi aggredendo il Friuli per far capitolare Monfalcone, impegnando la Serenissima nella sanguinosa guerra di Gradisca del 1615 per entrare il più possibile nella terraferma veneziana. Il romanzo si apre proprio con i ferocissimi pirati Uscocchi e il loro capo Ivo Stojan, detto il “Mangia-Cuori”, che ha scelto come rifugio Segna, «non un borgo ma un’utopia», città inespugnabile sull’Adriatico, difesa dai suoi fedelissimi, uomini spietati e irriducibili. Sfuggito

alla violenza degli ottomani, che quand’era bambino avevano assassinato padre e madre davanti ai suoi occhi, cresciuto nell’odio, niente può fermarlo, e quando fa capitolare i suoi avversari, dopo averli uccisi, rivela il motivo del suo terribile soprannome. Il nemico più forte e temibile resta però la Spagna che intende attaccare Venezia via terra e via mare. Attraverso trame occulte ha coinvolto ufficiali traditori infiltrati nella compagnia dei dragoni, per far cadere le difese alla bocca di porto del Lido, mentre per introdursi nell’Arsenale, cuore della città, ha corrotto il capo degli arsenalotti. Come reagirà Venezia? Scopritelo leggendo La congiura delle vipere. Elisabetta Gardin Matteo Strukul. La congiura delle vipere Newton Compton, 2025 matteostrukul.com

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etcc... MOSTRE

Il viaggio della matita ribelle Stelio Fenzo all’M9, un secolo a fumetti Stelio Fenzo è una delle figure più emblematiche del fumetto italiano del Novecento: autore versatile e visionario, la cui matita ha attraversato generi, epoche e stili, lasciando un segno indelebile nella scuola veneziana insieme a nomi come Hugo Pratt, Mario Faustinelli e Alberto Ongaro. A tre anni dalla sua scomparsa, il Museo M9 di Mestre rende omaggio alla sua carriera con una grande mostra dal titolo Stelio Fenzo. Un secolo a fumetti, la prima retrospettiva completa mai dedicata all’artista. L’esposizione, visitabile fino al 22 febbraio 2026, occupa il secondo piano del museo e raccoglie oltre cento tavole originali provenienti dall’archivio personale dell’autore, oggi curato dal figlio Fulvio e da un gruppo di collaboratori impegnati nella conservazione del suo vasto patrimonio creativo. Il percorso, curato da Luigi Fiorindo e Marco Laggetta, si sviluppa in ordine cronologico e ripercorre un’intera vita dedicata al fumetto. Fin dagli esordi giornalistici, Fenzo mostra una curiosità instancabile che lo porta a confrontarsi con mondi narrativi molto diversi. La mostra non manca di omaggiare le sue celebri incursioni nel filone dei “tarzanidi”, con personaggi come Kiwi e Capitan Moko, inizialmente affidati a lui da Hugo Pratt. Accanto a questi lavori avventurosi compaiono le sue produzioni erotico-avventurose degli anni Sessanta e Stelio Fenzo. Un secolo a fumetti Fino 22 febbraio 2026 M9 – Museo del ‘900-Mestre www.m9museum.it

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Settanta, caratterizzate da un tratto sinuoso e dinamico, fino ad arrivare alla sorprendente parentesi degli anni Novanta, quando diventa il disegnatore ufficiale delle Tartarughe Ninja in Italia. Un momento centrale dell’esposizione è dedicato proprio al rapporto tra Fenzo e Pratt: non solo un legame professionale, ma un dialogo artistico durato decenni. Fenzo seppe accogliere l’eredità del maestro veneziano senza rinunciarvi, trasformandola in una voce autonoma, riconoscibile e sempre coerente con la propria sensibilità grafica. Verso la conclusione del percorso emerge poi il ruolo dell’autore come “legittimatore” del fumetto: le sue trasposizioni letterarie per Il Giornalino, dagli anni Settanta in poi, testimoniano quanto credesse nella maturità del linguaggio fumettistico e nel suo valore culturale. L’inaugurazione della mostra è stata accompagnata da un incontro pubblico nell’Auditorium Cesare De Michelis dell’M9, con la partecipazione dei curatori, di Fulvio Fenzo e di artisti come Giorgio Cavazzano e Lele Vianello, a conferma dell’importanza dell’eredità artistica lasciata da Fenzo. Una retrospettiva che non è solo un tributo a un grande maestro del disegno, ma un’occasione per riscoprire un secolo di immaginario popolare attraverso le sue opere. Visitare la mostra significa entrare nel cuore della storia del fumetto italiano e rendere omaggio a un artista che ha saputo trasformare la fantasia in un linguaggio universale. Alberto Marzari


Linguaggio universale Al Correr i Caratteri uniscono Oriente e Occidente L’appuntamento annuale con East West Calligraphy, che ha visto per l’edizione 2025 il susseguirsi a novembre di masterclass, incontri e conferenze dedicati alla calligrafia, lascia il segno con la bellissima mostra Caratteri. Calligrafia e tipografia: Corea del Sud e Stati Uniti, ospitata nella Sala delle Quattro Porte del Museo Correr e curata da Monica Viero e Monica Dengo. Attraverso le opere di quattro artisti contemporanei come Kim Doo Kyung, Kang Byung-In, Thomas Ingmire e Amos Paul Kennedy Jr., messe a confronto con documenti storici provenienti dalla Biblioteca del Museo Correr, la mostra propone un viaggio attraverso le forme del segno alfabetico: dal gesto meditativo della calligrafia coreana alla forza comunicativa della tipografia americana. Una riflessione sul valore universale della scrittura come traccia dell’umano, luogo di incontro tra mente, corpo e cultura, e strumento di dialogo tra tradizione e contemporaneità, tra Oriente e Occidente. Caratteri si concentra sulle scritture fonetiche: l’alfabeto Hangeul per gli artisti coreani e l’alfabeto latino per gli statunitensi. Le opere selezionate rivelano la duplice natura della scrittura come gesto corporeo e mezzo di comunicazione, invitando il pubblico a osservare come il segno possa essere al tempo stesso espressione artistica e veicolo di significato. Gli artisti Kim Doo Kyung e Kang Byung-In, provenienti dalla Corea Caratteri. Calligrafia e tipografia: Corea del Sud e Stati Uniti Fino 11 gennaio 2026 Museo Correr, Sala delle Quattro Porte, Piazza San Marco correr.visitmuve.it

del Sud, reinterpretano l’alfabeto Hangeul – ideato nel XV secolo dal re Sejong il Grande – come linguaggio di armonia tra cielo, uomo e terra. Le loro scritture, frutto di un gesto meditativo e disciplinato, trasformano vocali e consonanti in forme poetiche che uniscono filosofia, estetica e spiritualità. Accanto a loro, l’americano Thomas Ingmire, figura di riferimento della calligrafia contemporanea occidentale, esplora il potere visivo e sonoro delle parole. Le sue opere, come One Day, ispirata ai versi di Jack Hirschman, intrecciano testo e immagine in una danza ritmica che unisce poesia, musica e architettura della pagina. Chiude il percorso Amos Paul Kennedy Jr., tipografo statunitense riconosciuto per i suoi poster dai forti contenuti sociali. Con l’uso di caratteri mobili e colori vibranti, Kennedy trasforma frasi e aforismi in manifesti di giustizia e libertà, ispirandosi a figure storiche come Rosa Parks e Sojourner Truth. La sua tipografia è un’arte pubblica e partecipata, che restituisce la parola al popolo. A completare la mostra, una sezione documentaria mette in relazione due grandi tradizioni storiche: l’alfabeto Hangeul, promulgato nel 1446 con il documento Hunminjeongeum per promuovere l’alfabetizzazione e l’identità culturale coreana, e la scrittura umanistica europea, nata tra XIV e XV secolo a partire dalla minuscola carolina e divenuta modello per i caratteri tipografici di Francesco Griffo e Aldo Manuzio, antenati dei moderni caratteri corsivi. Entrambe le invenzioni rispondono all’esigenza di chiarezza e accessibilità del sapere, segnando tappe fondamentali nella storia culturale di Oriente e Occidente.

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etcc... RISONANZE

Venezia connessa Nuovi spazi di dialogo tra scienza, città e istituzioni culturali Il CNR-ISMAR di Venezia sta vivendo una fase di trasformazione che coincide con un’apertura senza precedenti verso la cittadinanza. Con il progetto Biodiversity Gateway, promosso dal National Biodiversity Future Center, l’Istituto intende costruire un ponte stabile tra ricerca scientifica, territorio e istituzioni culturali. Un hub fisico e digitale capace di raccontare la biodiversità come trama viva che attraversa la laguna, la città e le comunità che la abitano, restituendo al pubblico strumenti, conoscenze e prospettive nuove. In questo scenario si è inserita la prima edizione del festival Naturalmente Connessi, tre giorni che hanno animato lo scorso novembre diversi spazi di Venezia con laboratori, visite guidate, attività per famiglie e incontri con ricercatori e artisti. Parte del programma è stato dedicato all’esplorazione diretta dell’ambiente lagunare: osservazioni al microscopio, passeggiate naturalistiche, workshop per comprendere come la biodiversità influenzi la vita quotidiana e la storia culturale della città. La rete di collaborazioni è stata particolarmente ampia, dal Museo di Storia Naturale alla Fondazione Querini Stampalia, da Ocean Space a Palazzo Fortuny e La Casa di The Human Safety Net: una costellazione di luoghi e competenze che ha fatto emergere Venezia come ecosistema complesso, dove natura, arte e scienza dialogano senza soluzione di continuità. Il festival ha mostrato come la biodiversità non sia un concetto astratto ma un modo di guardare il mondo, un metodo per leggere la città attraverso tracce, materiali, memorie, specie e paesaggi. Naturalmente Connessi ha inoltre anticipato l’apertura ufficiale del Biodiversity Gateway nella sede storica della Palazzina Canonica, prevista nel 2026. Il piano terra aprirà già entro febbraio Palazzina Canonica CNR-ISMAR Riva dei Sette Martiri, Castello 1364/A www.ismar.cnr.it

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con un allestimento progettato dallo IUAV: un ambiente immersivo, dotato di videowall LED e installazioni multimediali che racconteranno la laguna attraverso dati, mappe, suoni e immagini. Lo spazio sarà modulare, pensato per ospitare temi e contenuti in continua evoluzione. Accanto alla parte espositiva troveranno posto una zona per la consultazione dei dati e una piccola libreria scientifica aperta al pubblico. In parallelo partiranno, da settembre 2026, i lavori di restauro dell’ex osservatorio, con una riapertura prevista nei primi mesi del 2027. Il resto del complesso – in tutto quattro edifici distinti – sarà riqualificato in più fasi fino al 2029, restituendo gradualmente alla città un complesso storico che tornerà a essere luogo di incontro e conoscenza. A completare questa visione è la voce di Fantina Madricardo, ricercatrice del CNR e promotrice del festival, che da anni studia i fondali lagunari e oggi guarda alla divulgazione come parte integrante del lavoro scientifico: «Vogliamo creare una connessione vera con il territorio, coinvolgere le nuove generazioni e parlare dell’ambiente in un momento in cui le notizie negative prevalgono. Per questo serve una rete stabile, non iniziative isolate. A Venezia molte cose brillano e passano come comete, ma la sfida è costruire qualcosa che resti. La collaborazione con musei e istituzioni ha già dato risultati sorprendenti: i percorsi creati per il festival sono stati ad esempio già richiesti dalle scuole per i loro programmi formativi. L’offerta educativa cresce quando scienza e cultura lavorano insieme. La biodiversità non è solo un fatto naturale: è un modo di pensare la città, dai fossili nei marmi ai giardini nascosti, fino all’arte di Fortuny che trovava nella natura i pattern per i suoi tessuti. Con i “percorsi biodiversi” – che abbiamo raccolto anche in un volume – vogliamo invitare residenti e visitatori a scoprire una Venezia diversa, più lenta e più vera. E anche noi scienziati ne abbiamo bisogno». Marisa Santin


Cronache di una città C’è una Venezia che non si concede subito. Non è quella dei percorsi obbligati, né delle visioni riciclate all’infinito; è una città che esiste nelle pieghe, nelle storie laterali, nelle voci che si sottraggono alla superficie. La rassegna TOP…onomastica, la città che parla, all’interno del progetto TOP – Theatre Of the People curato da Pantakin al Teatro del Parco di Mestre, prova a sfiorare proprio questa dimensione: non per celebrarla, ma per ascoltarne le risonanze attraverso chi la racconta per mestiere e per ‘ossessione’. Il ciclo si apre il 18 gennaio 2026 con Luca Scarlini, scrittore, drammaturgo, saggista e narratore instancabile. Con Settecento per sempre rilegge l’epoca di Goldoni, Gozzi e Chiari come una stagione di trasformazioni febbrili, in cui la città si specchia nelle sue maschere e nelle sue rivalità, e in cui il teatro diventa un campo di battaglia culturale. Grazie al raro talento di tenere insieme erudizione e ironia, Scarlini rivela i segreti in un secolo che non è mai del tutto finito. Il 22 febbraio sarà la volta di Tiziano Scarpa, autore che a Venezia ha dedicato pagine che oscillano tra l’intimità e il disagio, tra l’incanto e la resa dei conti. La sua città non è un fondale: è un organismo che interferisce con chi lo attraversa. Scarpa la osserva con l’attenzione di chi conosce la bellezza ma non le perdona la facilità con cui si offre al fraintendimento. Nei suoi libri – e nei suoi incontri – la geografia diventa esperienza fisica. Chiude il ciclo, il 22 marzo, Valentina Confuorto, fresca vincitrice del Premio Bukowski con E non guardate in macchina, stand up novel, (c’è anche una gondola) che combina umorismo e disincanto. Nel libro, tre giovani laureandi si muovono in una Venezia ironica e un po’ sghemba, tra turisti spaesati e una cultura locale percepita come sempre più fragile. Confuorto pesca dal suo vissuto – le gioie e le difficoltà di vivere in città, le lotte cittadine, il cinema, la filologia romanza, i poetry slam – trasformando dettagli quotidiani, dalle pantegane alle birrette, in una materia narrativa viva e riconoscibile. Tre modi diversi di guardare la città, tre tentativi di restituirle la complessità che le appartiene senza mitizzarla. C.S. TOP...onomastica, la città che parla 18 gennaio; 22 febbraio; 22 marzo 2026 Teatro del Parco-Mestre www.comune.venezia.it

Non chiamateli privilegi Nella sede veneziana di EMERGENCY alla Giudecca, prende vita un progetto che unisce arte, partecipazione e un’urgente riflessione sui diritti umani: I diritti sono di tutti, altrimenti chiamateli privilegi. La mostra raccoglie circa un centinaio di manifesti su carta realizzati dagli artisti Monica Dengo e Massimo Pesce, un progetto di arte grafica che riproduce manualmente gli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Le opere, colorate e intense, restituiscono visivamente il senso profondo dei diritti, riportandoli al presente e trasformandoli in immagini accessibili a tutti. Oltre a documentare e interpretare la Dichiarazione, la mostra ricorda il pensiero di Gino Strada, fondatore di EMERGENCY, che ha dedicato la vita a dire “no” a tutte le guerre e a sostenere giustizia, uguaglianza e solidarietà. L’esposizione diventa anche luogo di esperienza attiva: laboratori partecipativi di stampa manuale e disegno coinvolgono persone in situazioni di fragilità, studenti e studentesse di tutte le età, trasformando concetti astratti come libertà e uguaglianza in segni tangibili e permettendo a ciascuno di lasciare il proprio segno creativo. Le presse utilizzate, completamente autosufficienti sul fronte energetico, verranno donate ad ANFFAS Venezia e a Banco Lotto n.10, studio sartoriale della Cooperativa Il Cerchio, per attività artigianali su carta e tessuto, una connessione virtuosa tra arte, educazione e tradizione. Il progetto, sostenuto dalla Fondazione di Venezia, invita a coltivare memoria, consapevolezza e partecipazione. A 77 anni dalla Dichiarazione, il percorso offre un’occasione concreta per sperimentare il potere trasformativo dell’arte e per ri-affermare, con la stessa forza e determinazione di Gino Strada, che «i diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi». C.S. I diritti sono di tutti, altrimenti chiamateli privilegi Fino 28 febbraio 2026 Emergency, Giudecca 212 emergency.it

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APPUNTI PER… Stella, stellina La notte si avvicina, La fiamma traballa, La mucca è nella stalla, La mucca e il suo vitello, La pecora e l’agnello, La chioccia e i suoi pulcini, La Mamma coi bambini, E tutti fan la nanna, Sul cuore della Mamma!

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ualcuno di voi, forse, la ricorda. Qualcun altro si limita a

conoscerla. Qualche altra persona potrebbe ricordarla in versione musicale. Semplice, comunicativa. L’autrice? “Zia Lina!” (Lina Schwarz). La volete ritrovare stampata, forse un po’ sbiadita? Basta andare nella raccolta di poesie… dell’altro ieri, intitolata: Ancora e poi basta!. È del 1922! La semplicità espressiva e di contenuti, la cadenza da ninna nanna che accompagna il movimento della culla, richiama la quiete e la sicurezza. Mi pare di sentire la voce di una Mamma che, nella penombra, tenendo la manina del figlio, piccolo, racconta e ripete ritmicamente questo semplice pensiero, finché la manina del piccolo allenta la presa e dolcemente si abbandona al sonno, sentendosi armonicamente parte di un mondo rassicurante. La paura del buio è scomparsa gradatamente e la luce delle stelle presenta una magica realtà. Gli astri non lo sanno, ma se si mettono in relazione le loro piccole palpitanti luminescenze, appaiono figure cui diamo il nome di costellazioni. Ci basta guardarle per essere incuriositi, affascinati, per conoscerle, per riconoscerle. Nel giro di poco tempo, quasi fossero vive, cambiano allegramente posizione, mantenendo le loro fantastiche figure. È sufficiente alzare lo sguardo per essere affascinati, per orientarci nel buio della notte. Sembra vogliano navigare in uno straordinario mare scuro, impalpabile. Naturalmente c’è un’eccezione: una stella resta quasi ferma, la Stella Polare, che aiuta i naviganti a non perdere la rotta, a mantenere sicura la propria direzione. Non solo, ma nella magia che ci sovrasta, nei primi giorni di un mese estivo, il cielo si anima di improvvise, brevi tracce luminose, affascinanti: le stelle cadenti! Quanta voglia di avvicinarci al firmamento, di raggiungere la luna, le stelle! Desiderio impossibile? E invece… Ad un certo punto la Scienza, rispondendo a questo desiderio, fece un balzo avanti. Un primo gradino verso lo spazio celeste. Era il famoso 4 ottobre 1957. L’Unione Sovietica lanciò nel cielo Sputnik 1, il primo satellite artificiale, un “palloncino” di 83 chilogrammi, con pochi strumenti scientifici a bordo. Il genere umano si entusiasmò. Era iniziata la scalata vittoriosa verso la volta celeste. Chissà quante meraviglie avrebbe potuto riservarci, quante sorprese, quante applicazioni “magiche” teneva in serbo il destino per noi. Infatti, con il progredire della scienza, tante cose sono state facilitate: previsioni del tempo più sicure, rilevamento in tempo reale delle modifiche dei territori, rilevamento delle variazioni delle temperature terrestri, diffusione delle televisioni satellitari; poi addirittura si riuscì a rilevare persino la posizione dei veicoli a


PAROLE a cura di Renato Jona

… LE STELLE terra, si fecero osservazioni sull’inquinamento atmosferico (chissà se dobbiamo a loro la raccolta differenziata dei rifiuti?), si diffusero e si perfezionarono gli ormai “normali” GPS. Naturalmente non rimasero indietro neppure le industrie belliche che in tempo di pace, pur progredendo in modo silenzioso, venivano segnalate come rassicuranti mezzi sofisticati definiti “difensivi”. In effetti qualche preoccupazione alle persone maggiormente informate certamente l’hanno data. Ma negli anni di tranquillità, di pace, di rispetto delle altre nazioni, di focalizzazioni del pensiero soltanto sulla parte sociale ed economica non hanno mai eccessivamente turbato i popoli, né le persone preposte a governarli. Ricordo che qualche sconcerto, qualche preoccupazione, era apparsa al momento dell’abolizione della leva obbligatoria. In fondo, indossare la divisa militare in modo obbligatorio non sembrava davvero necessario, addirittura è stato considerato forse soltanto un perditempo nocivo. Anche se, a rigor di logica… Ma poi, si sa, cerchiamo sempre di ignorare i pensieri scomodi, di non considerarli. I satelliti negli anni hanno continuato ad essere perfezionati e considerati soltanto un beneficio che la scienza ormai ci aveva regalato e che si dimostravano prima soltanto utili, poi ormai indispensabili nella routine dell’organizzazione quotidiana della vita. Ma, come si sa, ogni medaglia ha il suo rovescio… Tuttavia, in questa sede, per non essere troppo pessimisti, ci limitiamo a considerare soltanto qualche inconveniente, al quale, confesso, inizialmente non pensavo assolutamente. Una persona veramente competente in materia e autorevole come il Prof. Piero Benvenuti, professore emerito dell’Università di Padova, specialista e grande studioso di quanto avviene in cielo, recentemente ci ha messo a parte di alcune sue riflessioni. Il Sig. Musk – ci ha detto – ha già lanciato in orbita circa 10.000 satelliti! Sinceramente non mi sarei aspettato una quantità così… “esorbitante”. Sinceramente, nella mia ignoranza, pensavo che, grazie a qualche satellite artificiale, le telecomunicazioni avrebbero funzionato meglio, avrebbero potuto collegare ogni angolo della Terra e che sarebbe stata perfezionata l’osservazione della Terra stessa, lo sviluppo tecnologico, avrebbero potuto essere facilitate la navigazione e le scienze, si sarebbe arricchito l’osservazione dello spazio. Sennonché c’è un “MA”! Sempre il Prof. Benvenuti, persona gentile, serena, uso a valutare i fenomeni in maniera scientifica, asettica, obiet-

tiva, non per spaventarci, ma soltanto per informarci, per farci essere correttamente aggiornati e obiettivi nelle nostre valutazioni, abituato a parlare in modo semplice, chiaro, facilmente comprensibile anche a chi come me, tratta raramente e soltanto in superficie la sua materia (ho scoperto che è Direttore del Centro per la Protezione del Cielo!), mi ha messo qualche preoccupazione addosso che merita considerare. Cifre alla mano, le agenzie spaziali sono intenzionate a ricoprirci con una valanga di satelliti. Mentre scrivo, le domande di messa in orbita ammontano a 1 milione e 700.000 e sono destinate ancor più ad aumentare in modo esponenziale, straordinariamente veloce, finchè leggerete queste poche righe. Lo spazio “celeste” all’improvviso si fa stretto! Mi sento mancare l’aria! Non ci avevo mai pensato. Mi sono accorto che, istintivamente, consideravo il cielo una estensione senza fine. Non solo, ma, ci avverte il prof. Benvenuti, anche i satelliti artificiali addirittura “decadono” (termine tecnico che suona anche un po’ male, forse come una minaccia…), la loro orbita al termine della loro funzione si abbassa e quando incontrano l’atmosfera si frantumano in mille pezzi e infine si polverizzano diffondendo sostanze inquinanti. Lo spazio sulle nostre teste, dunque, dopo queste notizie, cambia aspetto. Ne consegue che il cielo sopra di noi va considerato in modo differente. Diventa limitato, un po’ strettino e tutt’altro che puro: oggi è già inquinato! Forse non ci sarà pericolo di scontri tra satelliti, almeno fino alla fase della decadenza. Poi… chiederò al Prof. Benvenuti! Qui “sotto”, noi che siamo usi vivere con i piedi… per terra, sulla superficie terrestre, talvolta abbiamo cercato rimedi per questi problemi, forse un po’ deboli, ad esempio, le targhe alterne, per ridurre l’inquinamento. Ma “sopra”, sulle nostre teste, cosa potremo fare? Non disperiamoci: ci rivolgeremo all’Intelligenza Artificiale che ci offrirà certamente la miglior soluzione, quella più razionale, economica, inaspettata, per noi piccoli esseri della Terra! Purché tenga conto anche di un’altra esigenza, del tutto umana, assolutamente irrinunciabile: la prossima generazione, quando un “lei e lui” si troveranno in riva al mare, al calar del sole, trattenendosi fino al sorgere della luna, hanno diritto di poter avere ancora una pur minuscola porzione di cielo stellato, ancora libero, puro, originale, sotto il quale, mano nella mano, scambiarsi un bacio, pensando fiduciosi che il futuro è ancora roseo, rassicurante e che, malgrado qualche… “piccolo” inconveniente, qualche lieve timore, la vita può ancora continuare a sorridere. “Stella, stellina…”!

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citydiary

december2025 january2026

DIARIO D’INVERNO arte, architettura, film, musica, teatro, libri

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agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

04

:musica

DicDec

giovedìThursday

FLUID JAZZ ORCHESTRA

Jazz

Laguna Libre h. 20.30

PARTNERS IN CRIME Fusion

Al Vapore-Marghera h. 20

ANNA Rap

Kioene Arena-Padova h. 21

05

venerdìFriday

TRIO SQUELINI Jazz

Laguna Libre h. 20.30

DANIELE GORGONE QUARTET Jazz

Al Vapore-Marghera h. 20

06

sabatoSaturday

FLUID JAZZ ORCHESTRA Jazz

Laguna Libre h. 20.30

CRISTIANO DE ANDRÈ Musica d’autore

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

07

domenicaSunday

Groove

Al Vapore-Marghera h. 20

lunedìMonday

MAGICAL MYSTERY ORCHESTRA Beatles tribute

Teatro Corso-Mestre h. 21

09

martedìTuesday

FABRI FIBRA

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

mercoledìWednesday

Teatro Toniolo-Mestre h. 21

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Musica tradizionale del centro e sud Italia “Incroci in Musica“ Auditorium M9-Mestre h. 20

THE MONKEY ROOM Jazz

Al Vapore-Marghera h. 20

JOAN THIELE Pop

New Age Club-Roncade h. 21

13

sabatoSaturday

LUCA AQUINO Jazz

Al Vapore-Marghera h. 20

14

domenicaSunday

FESTIVAL DEA CANSON VENESSIANA

Musica popolare veneziana Teatro Malibran h. 16.30

JULUMAND Folk

Al Vapore-Marghera h. 20

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martedìTuesday

Rock d’autore

Teatro Toniolo-Mestre h. 20

THE GOSPEL VOICE FAMILY Gospel

The Venice Venice Hotel h. 19.30

PAOLA FURLANO QUARTET

20

sabatoSaturday

LUCA BARBAROSSA Musica d’autore “Bissuola Live“

Teatro del Parco-Mestre h. 20

26

venerdìFriday

Kioene Arena-Padova h. 21

17

mercoledìWednesday

MARRACASH Kioene Arena-Padova h. 21

18

05

lunedìMonday

STEVIE & FRIENDS Funky

Al Vapore-Marghera h. 20

08

giovedìSaturday

MAGICAL MYSTERY ORCHESTRA Al Vapore-Marghera h. 20

New Age Club-Roncade h. 21

27

10

Beatles tribute

venerdìFriday

VINCENT WILLIAMS Blues

Al Vapore-Marghera h. 20

28

domenicaSunday

EUGENIO IN VIA DI GIOIA

Pop “Bissuola Live - Christmas Edition“

Metal

sabatoSaturday

ANGELO BRANDUARDI

World music “Dal Vivo“

Teatro Goldoni h. 20

11

domenicaSunday

NARKOTIKA

Rock

Teatro del Parco-Mestre h. 20

Al Vapore-Marghera h. 20

29

SOUL LEGACY lunedìMonday

Gospel

30

R&b

Teatro Corso-Mestre h. 20.30

16

venerdìFriday

NOMADI martedìTuesday

LUCA NESTI & BANDA GABER

Gaber tribute “Bissuola Live - Christmas Edition“ Teatro del Parco-Mestre h. 20

Musica d’autore

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

PAOLO FRESU Miles Davis tribute

Teatro Goldoni h. 19.30

17

sabatoSaturday

PAOLO FRESU giovedìSaturday

DREAM GOSPEL CHOIR Gran Teatro Geox-Padova h. 21

ESTRA Rock

New Age Club-Roncade h. 21

19

Police tribute

ENSIFERUM FREEDOM CALL

Aman Venice h. 16

Pop d’autore

venerdìFriday

Al Vapore-Marghera h. 20

Gran Teatro Geox-Padova h. 21

GIORGIA

02

THE POLICE PROJECT

Al Vapore-Marghera h. 20

CORO MANOS BLANCA

Pop

GenJan

Jazz

NEGRITA

Gospel

HARLEM GOSPEL CHOIR Gospel

RICCARDO TESI ELASTIC 4TET

Rap

Rap

10

venerdìFriday

JACK SAVORETTI

SPOOKY GROOVE

08

12

venerdìFriday

Miles Davis tribute

Teatro Goldoni h. 19

THE FRAGILE Country

Al Vapore-Marghera h. 20


18

domenicaSunday

PAOLO FRESU

Miles Davis tribute

Teatro Goldoni h. 16

19

lunedìMonday

INDIRIZZI AL VAPORE

Via Fratelli Bandiera 8-Marghera www.alvapore.it

AUDITORIUM DE MICHELIS

BANDA OSIRIS

M9 - Museo del ‘900-Mestre www.m9museum.it

Teatro Toniolo h. 21

AUDITORIUM SANTA MARGHERITA

Jazz

23

venerdìFriday

Campo Santa Margherita www.unive.it

NAMRITHA NORI EVREN ÖNTAS ENSEMBLE

GRAN TEATRO GEOX

Musica tradizionale greco-anatolica e sefardita “Incroci in Musica“ Auditorium Santa Margherita h. 20

30

venerdìFriday

MOMI MAIGA QUARTET

Musica tradizionale senegalese con influenze di jazz e musica classica europea “Incroci in Musica“

Auditorium Santa Margherita h. 20

BREAK FREE Queen tribute

Teatro Corso-Mestre h. 20.30

Via Tassinari 1-Padova www.zedlive.com

KIOENE ARENA

Via San Marco 53-Padova www.zedlive.com

LAGUNA LIBRE Cannaregio 969 www.lagunalibre.it

NEW AGE CLUB

Via Tintoretto 14-Roncade www.newageclub.it

TEATRO CORSO

Corso del Popolo 30-Mestre www.comune.venezia.it

TEATRO DEL PARCO Via Sergio Gori 11-Mestre www.comune.venezia.it

TEATRO GOLDONI San Marco 4650/B www.venetojazz.com

TEATRO MALIBRAN

Campiello del Teatro 5873 www.teatrolafenice.it

TEATRO TONIOLO

Piazzetta Malipiero 1-Mestre www.comune.venezia.it

THE VENICE VENICE HOTEL Cannaregio 5631 www.venicevenice.com

207


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

04

:classical

DicDec

giovedìThursday

EX NOVO ENSEMBLE

Daniele Ruggieri flauto Nicola Zampis oboe Davide Teodoro clarinetto Carlo Lazari violino e viola Paola Carraro viola Carlo Teodoro violoncello Musiche di Mozart, Sciarrino “Ex Novo Musica 2025” Ingresso/Ticket € 30 Teatro La Fenice h. 20

06

sabatoSaturday

QUARTETTO NOÛS

Sofia Manvati violino Alberto Franchin violino Sara Dambruoso viola Riccardo Baldizzi violoncello Musiche di Šostakóvic, Dvorak, Colasanti “Squero in Musica 2025” Ingresso/Ticket € 33/11 Auditorium Lo Squero h. 16.30

KOEN KESSELS direttore ORCHESTRA DEL TEATRO LA FENICE LORENZO DONATI Maestro del coro

CORO DELLA CATTEDRALE DI SIENA “GUIDO CHIGI SARACINI”

11

giovedìThursday

QUATUOR VÅREN

Jean-Baptiste Iachemet violino Elliott Pages violino David Heusler viola Adèle Quartier de Andrade violoncello Musiche di Dancla, Sayve Ingresso/Ticket € 15/5 Palazzetto Bru Zane h. 19.30

13

sabatoSaturday

KAZUKI YAMADA direttore ETTORE PAGANO violoncello Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Takemitsu, SaintSaëns, Rachmaninov “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 130/15 Teatro La Fenice h. 20

14

domenicaSunday

ENSEMBLE VOCALE DEL CONSERVATORIO BENEDETTO MARCELLO

Musiche di Monteverdi, Da Palestrina “Values in Music”

Ingresso libero/Free entry La Casa di The Human Safety Net h. 11.30

KAZUKI YAMADA direttore ETTORE PAGANO violoncello

Musiche di Luciano Berio Coreografie di Wayne McGregor “Progetti Speciali dell’Archivio Storico”

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Takemitsu, SaintSaëns, Rachmaninov “Stagione Sinfonica 2025-2026”

07

15

Ingresso/Ticket € 30/15 Teatro La Fenice h. 20

domenicaSunday

KOEN KESSELS direttore ORCHESTRA DEL TEATRO LA FENICE LORENZO DONATI Maestro del coro

CORO DELLA CATTEDRALE DI SIENA “GUIDO CHIGI SARACINI” Musiche di Luciano Berio Coreografie di Wayne McGregor “Progetti Speciali dell’Archivio Storico” Ingresso/Ticket € 30/15 Teatro La Fenice h. 20

Ingresso/Ticket € 130/15 Teatro La Fenice h. 17

lunedìMonday

6X4=24

giovedìThursday

MARCO GEMMANI direttore CAPPELLA MARCIANA Musiche di Natale Monferrato Basilica di San Marco h. 17

20

sabatoSaturday

Ingresso su invito/Admission upon invitation Basilica di San Marco h. 20

MICHELE MARIOTTI direttore ROSA FEOLA soprano JONATHAN TETELMAN tenore

10

Musiche di Ambrosini, Boulez, Vaglini “Ex Novo Musica 2025”

29

Ingresso/Ticket € 500/25 Teatro La Fenice h. 11.15

sabatoSaturday

VINCENZO MILLETARÌ

direttore

lunedìMonday

GIANLUCA BERGAMASCO

MICHELE MARIOTTI direttore ROSA FEOLA soprano JONATHAN TETELMAN

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Martucci, Skjrabin, Rimskij-Korsakov “Stagione Sinfonica 2025-2026”

tenore

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Musiche di Rossini, Bellini, Verdi, Mascagni, Puccini “Concerto di Capodanno 2026” Ingresso/Ticket € 500/25 Teatro La Fenice h. 20

30

MICHELE MARIOTTI direttore ROSA FEOLA soprano JONATHAN TETELMAN tenore

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Musiche di Rossini, Bellini, Verdi, Mascagni, Puccini “Concerto di Capodanno 2026” Ingresso/Ticket € 500/25 Teatro La Fenice h. 17

31

pianoforte

Ingresso/Ticket € 90/10 Teatro Malibran h. 20

11

domenicaSunday

VINCENZO MILLETARÌ

direttore

GIANLUCA BERGAMASCO martedìTuesday

17

MARCO GEMMANI direttore CAPPELLA MARCIANA

giovedìThursday

Ingresso/Ticket € 30 Conservatorio Benedetto Marcello h. 17.30

electronics

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Musiche di Rossini, Bellini, Verdi, Mascagni, Puccini “Concerto di Capodanno 2026”

mercoledìWednesday

01

EX NOVO ENSEMBLE

MICHELE MARIOTTI direttore ROSA FEOLA soprano JONATHAN TETELMAN

Ingresso/Ticket € 25 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

GenJan

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice Musiche di Rossini, Bellini, Verdi, Mascagni, Puccini “Concerto di Capodanno 2026”

ALVISE VIDOLIN regia sonora PAOLO ZAVAGNA live

Maria Grazia Bellocchio pianoforte Muriel Chemin pianoforte Maria Perrotta pianoforte Pietro Rigacci pianoforte Roberto Russo pianoforte Massimo Somenzi pianoforte Musiche di Šostakóvic “Stagione Concerti 2025.26”

Musiche di Natale Monferrato

208

18

mercoledìWednesday

tenore

Ingresso/Ticket € 500/25 Teatro La Fenice h. 16

pianoforte

Orchestra del Teatro La Fenice Musiche di Martucci, Skjrabin, Rimskij-Korsakov “Stagione Sinfonica 2025-2026” Ingresso/Ticket € 90/10 Teatro Malibran h. 17

18

domenicaSunday

QUARTETTO LEPORELLO

Mirella Bonini violino Maela Dal Mas violino Riccardo Losito viola Giuseppe Gi Young Fiorin violoncello Musiche di Schoenberg, Dvorak “Values in Music” Ingresso libero/Free entry La Casa di The Human Safety Net h. 11.30


23

venerdìFriday

SIMON BOCCANEGRA

Opera in un prologo e tre atti Direttore Renato Palumbo Regia Luca Micheletti Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro Fenice h. 19

25

domenicaSunday

SIMON BOCCANEGRA

Opera in un prologo e tre atti Direttore Renato Palumbo Regia Luca Micheletti Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20252026”

INDIRIZZI AUDITORIUM LO SQUERO

Isola di San Giorgio Maggiore www.asolomusica.com

BASILICA DI SAN MARCO Piazza San Marco www.teatrolafenice.it

CONSERVATORIO BENEDETTO MARCELLO Fondamenta Narisi 2810 www.teatrolafenice.it

LA CASA DI THE HUMAN SAFETY NET Procuratie Vecchie Piazza San Marco www.thehumansafetynet.org

Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro Fenice h. 15.30

PALAZZETTO BRU ZANE

27

TEATRO LA FENICE

martedìTuesday

SIMON BOCCANEGRA

Opera in un prologo e tre atti Direttore Renato Palumbo Regia Luca Micheletti Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro Fenice h. 19

29

San Polo 2368 bru-zane.com

Campo San Fantin 1965 www.teatrolafenice.it

TEATRO MALIBRAN

Campiello del Teatro 5873 www.teatrolafenice.it

TEATRO TONIOLO

Piazzetta Malipiero-Mestre www.comune.venezia.it

giovedìThursday

SIMON BOCCANEGRA

Opera in un prologo e tre atti Direttore Renato Palumbo Regia Luca Micheletti Musiche di Giuseppe Verdi “Stagione Lirica e Balletto 20252026” Ingresso/Ticket € 230/20 Teatro Fenice h. 19

MARIA SALVATORI violoncello NICOLAS MARGARIT pianoforte

Musiche di Beethoven, Schubert “Stagione Concerti 2025.26” Ingresso/Ticket € 25 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

209


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

03

:theatro

DicDec

mercoledìWednesday

ACHILLE E GLI ALTRI Rapsodia d’eroi

Testo e regia Giovanna Cordova con Caterina Simonelli Compagnia Tema Cultura “Festival Mytohs” Ingresso/Ticket € 8 Teatro Goldoni h. 19

04

giovedìThursday

L’INFERIORITÀ MENTALE DELLA DONNA

da Paul Julius Moebius di Giovanna Gra con Veronica Pivetti e Cristian Ruiz “La Città a Teatro 2025/26” Ingresso/Ticket € 18/15 Teatro di Mirano h. 20.30

TIRANNOSAURO

Scritto e diretto da Filippo Quezel “Stagione Maddalene 2025/26” Ingresso/Ticket € 15/8 Teatro Maddalene h. 19.30

05

venerdìFriday

IN VACANZA CON CARLO & GIORGIO

di e con con con Carlo D‘Alpaos, Giorgio Pustetto “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 8/28 Teatro Goldoni h. 19

TIRANNOSAURO

MARGHERITO. C’È TEMPO PER TORNARE A CASA di Francesco Bianchi e Daniele Ronco Regia Francesco Bianchi Con Daniele Ronco “Top Ten – Stagione Teatrale”

Ingresso/Ticket € 12,5/8,5 Teatro del Parco-Mestre h. 19.30

07

domenicaSunday

GIULIETTA E ROMEO

(vedi sabato 6 dicembre) Teatro Malibran h. 17

IL FU MATTIA PASCAL (vedi sabato 6 dicembre)

Teatro Toniolo-Mestre h. 16.30

09

martedìTuesday

LA REGINETTA DI LEENANE

di Martin McDonagh Regia Raphael Tobia Vogel Con Ambra Angiolini, Ivana Monti e con Stefano Annoni, Edoardo Rivoira “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 19

10

mercoledìWednesday

LA REGINETTA DI LEENANE (vedi martedì 9 dicembre)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

11

giovedìThursday

(vedi giovedì 4 dicembre)

LA REGINETTA DI LEENANE

06

Teatro Verdi-Padova h. 19

Teatro Maddalene h. 19.30

sabatoSaturday

GOLDONI SVELATO

Regia e scrittura di scena a cura di Michele Tonicello Con Alice Centazzo, Andrea Sadocco Ingresso/Ticket € 5/15 Teatro Goldoni h. 13

IN VACANZA CON CARLO & GIORGIO

(vedi venerdì 5 dicembre)

Teatro Goldoni h. 19

GIULIETTA E ROMEO Coreografia e scene di Fabrizio Monteverde Costumi Eve Kohler Danza Fiamma Balzano e Paolo Barbonaglia Balletto di Roma “VeneziainDanza 2025” Ingresso/Ticket € 30 Teatro Malibran h. 20

210

(vedi martedì 9 dicembre)

MS

Drammaturgia Mattia Favaro Regia Tommaso Franchin Con Massimo Scola “Stagione Maddalene 2025/26” Ingresso/Ticket € 15/8 Teatro Maddalene h. 19.30

LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA

di Tennessee Williams Regia Leonardo Lidi Valentina Picello, Fausto Cabra “Stagione di Prosa 2025/26”

Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

12

venerdìFriday

SIOR TODERO BRONTOLON

di Carlo Goldoni Drammaturgia Piermario Vescovo Regia Paolo Valerio Con Franco Branciaroli “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 11/39 Teatro Goldoni h. 19.30

IL BIRRAIO DI PRESTON

dal romanzo di Andrea Camilleri Riduzione teatrale di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale Regia di Giuseppe Dipasquale Con Edoardo Siravo, Federica De Benedittis, Mimmo Mignemi “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

LA REGINETTA DI LEENANE (vedi martedì 9 dicembre)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

MS

(vedi giovedì 11 dicembre) Ingresso/Ticket € 15/8 Teatro Maddalene h. 19.30

LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA (vedi giovedì 11 dicembre)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

13

sabatoSaturday

SIOR TODERO BRONTOLON

(vedi venerdì 12 dicembre)

Teatro Goldoni h. 19

IL BIRRAIO DI PRESTON (vedi venerdì 12 dicembre)

Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

VALENTINA PERSIA Ma che ti ridi?!

di e con Valentina Persia

Ingresso/Ticket € 35/40 Teatro Corso-Mestre h. 21

LE QUATTRO STAGIONI

Musiche di Antonio Vivaldi Coreografia Aurelie Mounier Direzione artistica Rosanna Brocanello COB Compagnia Opus Ballet “Mira, il Teatro fa centro 2025/26” Ingresso/Ticket € 22/18 Teatro Villa dei Leoni-Mira h. 21

14

domenicaSunday

SIOR TODERO BRONTOLON

(vedi venerdì 12 dicembre) Teatro Goldoni h. 16

IL BIRRAIO DI PRESTON (vedi venerdì 12 dicembre)

Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 16.30

LA REGINETTA DI LEENANE

(vedi martedì 9 dicembre) Teatro Verdi-Padova h. 16

LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA (vedi giovedì 11 dicembre)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 16

17

mercoledìWednesday

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

Coreografie Davide Bombana Musiche Felix Mendelssohn, Jóhann Jóhannsson COB Compagnia Opus Ballet “Stagione di Prosa 2025/26”

Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

18

giovedìThursday

IL LAGO DEI CIGNI

Musica di Pëtr Il’ Ciajkovskij Coreografie Marius Petipa Direzione artistica Evgeniya Bespalova Balletto di Mosca “La Città a Teatro 2025/26” Teatro di Mirano h. 20.30

NOI GIUDA

Scritto e diretto da Angelo Longoni Con Massimo Ghini “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padvoa h. 19.30

NUNC

Contributo narrativo di Pier Lorenzo Pisano Regia Claudio Colombo “Stagione Maddalene 2025/26” Ingresso/Ticket € 15/8 Teatro Maddalene h. 19.30

19

venerdìFriday

LA REGINETTA DI LEENANE

GIOVANNI ESPOSITO

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

Regia di Alessandro Siani “I Comici 2025/26”

(vedi martedì 9 dicembre)

LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA (vedi giovedì 11 dicembre)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

Benvenuti in Casa Esposito Ingresso/Ticket € 30/20 Teatro Toniolo-Mestre h. 21


NUNC

(vedi giovedì 18 dicembre) Teatro Maddalene h. 19.30

21

domenicaSunday

GIOVANNA DEI DISOCCUPATI

Un apocrifo brechtiano

di e con Natalino Balasso e con Giovanni Anzaldo, Marta Cortellazzo Wiel, Roberta Lanave Regia Andrea Collavino “Mira, il Teatro fa centro 2025/26” Ingresso/Ticket € 22/18 Teatro Villa dei Leoni-Mira h. 21

26

venerdìFriday

LA BELLA ADDORMENTATA

balletto in due atti su musica di Pëtr Il’ Ciajkovskij Coreografie Marius Petipa Direzione artistica Evgeniya Bespalova Balletto di Mosca Ingresso/Ticket € 10/65 Teatro Goldoni h. 16/20.30

ESPLODE LA MAGIA

Spettacolo di illusionismo di e con Sirio Alfieri A seguire Tombola di Natale di e con Emanuele Pasqualini e Irene Silvestri Compagnia Pantakin “Christmas al TOP”

Ingresso/Ticket € 5 Teatro del Parco-Mestre h. 16

27

sabatoSaturday

LO SCHIACCIANOCI

Regia e coreografia di Massimiliano Volpini Musiche P. I. Ciajkovskij Balletto di Roma Danza Tommaso Stanzani, Giulia Strambini, Paolo Barbonaglia “Teatro per le Feste 2025/26”

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

31

mercoledìWednesday

CIN CI LÀ

Operetta di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato Coreografie Francesco Frola Allestimento InScena Art Design Direzione Musicale Alberto Orlandi Con Il Balletto di Parma Adattamento e regia Corrado Abbati “Teatro per le Feste 2025/26”

Teatro Toniolo-Mestre h. 21.30

GenJan

06

martedìTuesday

10

sabatoSaturday

SABATO, DOMENICA, LUNEDÌ

Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

22

giovedìThursday

CAFÈ ROUGE

(vedi giovedì 8 gennaio)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

NON TI PAGO!

Ingresso/Ticket € 5 Teatro del Parco-Mestre h. 16

12

Teatro Verdi-Padova h. 19

Circo Bipolar “Christmas al TOP”

07

mercoledìWednesday

RITORNO A CASA

di Harold Pinter Traduzione di Alessandra Serra Regia di Massimo Popolizio “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

08

giovedìThursday

RITORNO A CASA

(vedi mercoledì 7 gennaio)

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

LA DIFFICILISSIMA STORIA DELLA VITA DI CICCIO SPERANZA Uno spettacolo Les Moustaches “Stagione Maddalene 2025/26” Ingresso/Ticket € 15/8 Teatro Maddalene h. 19.30

SABATO, DOMENICA, LUNEDÌ

Commedia in tre atti di Eduardo De Filippo Regia Luca De Fusco Con Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma “Stagione di Prosa 2025/26”

Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

09

venerdìFriday

RITORNO A CASA

(vedi mercoledì 7 gennaio)

Teatro Toniolo-Mestre h. 21

LA DIFFICILISSIMA STORIA DELLA VITA DI CICCIO SPERANZA (vedi giovedì 8 gennaio)

Teatro Maddalene h. 19.30

SABATO, DOMENICA, LUNEDÌ (vedi giovedì 8 gennaio)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 20.30

domenicaSunday

SABATO, DOMENICA, LUNEDÌ

(vedi giovedì 8 gennaio)

Teatro Del Monaco-Treviso h. 16

15

giovedìThursday

AUTORITRATTO

di e con Davide Enia Musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri “La Città a Teatro 2025/26” Ingresso/Ticket € 18/15 Teatro di Mirano h. 20.30

L’ARTE DI VIVERE

Ideazione Francesca Merli, Laura Serena Regia Francesca Merli Con Laura Serena “Stagione Maddalene 2025/26” Ingresso/Ticket € 15/8 Teatro Maddalene h. 19.30

16

venerdìFriday

EVERYBODY-KNOWSWHAT-TOMORROWBRINGS-AND-WE-ALLKNOW-WHAT-HAPPENEDYESTERDAY Creazione e performance Mohamed Toukabri Drammmaturgia di Eva Blaute “You Theater I Dance”

Teatro del Parco-Mestre h. 20

L’ARTE DI VIVERE

(vedi giovedì 15 gennaio)

Teatro Maddalene h. 19.30

20

(vedi mercoledì 21 gennaio)

DATA

di Eliana Rotella Regia Claudio Autelli “Stagione Maddalene 2025/26” Ingresso/Ticket € 15/8 Teatro Maddalene h. 19.30

23

venerdìFriday

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE

di Eugene O’Neill Adattamento Chiara De Marchi Regia Gabriele Lavia Con Gabriele Lavia, Federica Di Martino “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 11/39 Teatro Goldoni h. 19.30

I RAGAZZI IRRESISTIBILI di Neil Simon Traduzione Masolino D’Amico Con Umberto Orsini e Franco Branciaroli Regia di Massimo Popolizio “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

NON TI PAGO!

(vedi mercoledì 21 gennaio)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

DATA

(vedi giovedì 22 gennaio)

Teatro Maddalene h. 19.30

24

sabatoSaturday

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE

(vedi venerdì 23 gennaio)

Teatro Goldoni h. 19

martedìTuesday

I RAGAZZI IRRESISTIBILI (vedi venerdì 23 gennaio)

GIUSEPPE GIACOBAZZI

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

“I Comici 2025/26”

WONDER WOMAN

Osteria Giacobazzi

Ingresso/Ticket € 40/32 Teatro Toniolo-Mestre h. 21

21

mercoledìWednesday

NON TI PAGO!

di Eduardo De Filippo Regia Luca De Filippo Con Salvatore Ficarra e Carolina Rosi “Stagione di Prosa 2025/26”

di Antonio Latella e Federico Bellini Regia Antonio Latella Con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti “Mira, il Teatro fa centro 2025/26” Ingresso/Ticket € 22/18 Teatro Villa dei Leoni-Mira h. 21

NON TI PAGO!

(vedi mercoledì 21 gennaio)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

211


agenda

MUSICA, CLASSICA, TEATRO, CINEMA

domenicaSunday

LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE

(vedi venerdì 23 gennaio)

Teatro Goldoni h. 16

INDIRIZZI TEATRO CORSO

Corso del Popolo 30-Mestre www.dalvivoeventi.it

TEATRO DEL PARCO

I RAGAZZI IRRESISTIBILI

Parco Albanese-Mestre www.culturavenezia.it

Teatro Toniolo-Mestre h. 16.30

TEATRO DI MIRANO

(vedi venerdì 23 gennaio)

NON TI PAGO!

(vedi mercoledì 21 gennaio)

Teatro Verdi-Padova h. 16

27

martedìTuesday

L’ANGELO DEL FOCOLARE

Testo e regia di Emma Dante Con David Leoni, Giuditta Perriera, Ivano Picciallo e Leonarda Saffi “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 30/10 Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

28

mercoledìWednesday

Via della Vittoria 75-Mirano www.piccionaia.org

TEATRO GOLDONI

San Marco 4650/B www.teatrostabileveneto.it

TEATRO MADDALENE

Via S. Giovanni di Verdara 40 Padova www.teatrostabileveneto.it

TEATRO MALIBRAN San Marco 5873 www.teatrolafenice.it

TEATRO MARIO DEL MONACO

L’ANGELO DEL FOCOLARE

Corso del Popolo 31-Treviso www.teatrostabileveneto.it

Teatro Toniolo-Mestre h. 19.30

TEATRO TONIOLO

(vedi martedì 27 gennaio)

COME GLI UCCELLI

di Wajdi Mouawad Adattamento Lorenzo De Iacovo, Marco Lorenzi Dramaturg Monica Capuani Regia Marco Lorenzi “Stagione di Prosa 2025/26” Ingresso/Ticket € 39/5 Teatro Verdi-Padova h. 20.30

29

giovedìThursday

COME GLI UCCELLI

(vedi mercoledì 28 gennaio)

Teatro Verdi-Padova h. 19

30

TEATRO VERDI

Via dei Livello 32-Padova www.teatrostabileveneto.it

TEATRO VILLA DEI LEONI

Riviera S. Trentin 3-Mira www.piccionaia.org

02

martedìTuesday

CASABLANCA

Regia di Michael Curtiz (1942, 100’) “Le influenze europee nel cinema hollywoodiano” La Casa del Cinema h. 17.30/20.30

03

mercoledìWednesday

SOPRALLUOGHI IN PALESTINA PER IL VANGELO SECONDO MATTEO

venerdìFriday

(vedi mercoledì 28 gennaio)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

sabatoSaturday

(vedi mercoledì 28 gennaio)

Teatro Verdi-Padova h. 20.30

ì“InLaguna Film Festival 2025” La Casa del Cinema h. 11

PRESI NELLA MORSA

Regia di Max Ophüls (1949, 83’) “Le influenze europee nel cinema hollywoodiano” La Casa del Cinema h. 17.30/20.30

FOCUS ALAIN TANNER

“InLaguna Film Festival 2025”

Palazzo Trevisan degli Ulivi h. 18/21

ALTRE MAREE

“InLaguna Film Festival 2025” Cinema Dante-Mestre h. 18.30

04

Multisala Rossini h. 21

giovedìThursday

VERTIGINE

Regia di Otto Preminger (1943, 83’) “Le influenze europee nel cinema hollywoodiano” La Casa del Cinema h. 17.30/20.30

09

LA FIAMMA DEL PECCATO

Regia di Billy Wilder (1944, 103’) “Le influenze europee nel cinema hollywoodiano” La Casa del Cinema h. 17.30/20.30

10

di Whit Stillman “InLaguna Film Festival 2025”

12

venerdìFriday

THE KISS

di John Smith

DARIA’S NIGHT FLOWER di Maryam Tafakory

TO A LAND UNKNOWN martedìTuesday

di Mahdi Fleiflel “InLaguna Film Festival 2025”

Teatrino di Palazzo Grassi h. 18

GARGANTUAN di John Smith

LES TREMBLEMENTS di David Depesseville

BALENTE mercoledìWednesday

BEHIND VENICE LUXURY Regia di M. Amin Wahidi (2017) “MovieLab”

La Casa di The Human Safety Net, Piazza San Marco h. 11

Regia di Martin Ritt (1958, 112’) “Paul Newman, spaccone dagli occhi blu”

La Casa del Cinema h. 17.30/20.30

FOCUS ALAIN TANNER

Palazzo Trevisan degli Ulivi h. 18/21

ALTRE MAREE

di Giovanni Columbu “InLaguna Film Festival 2025”

Teatrino di Palazzo Grassi h. 21

13

sabatoSaturday

A STATE OF GRACE di John Smith

LOYNES

di Dorian Jesperes

MY FATHER’S SHADOW di Akinola Davies Jr. “InLaguna Film Festival 2025”

Teatrino di Palazzo Grassi h. 16

THE WASTELAND di John Smith

“InLaguna Film Festival 2025”

TROUBLE

L’INNOCENTE

LA DERNIÈRE RIVE

Cinema Dante-Mestre h. 18.30

Regia di Louis Garrell (2022, 99’) Proiezione al termine dell’incontro con Paolo Mereghetti, critico cinematografico de Il Corriere della Sera. “Carta Bianca. Il ruolo della critica cinematografica nell’epoca dell’IA” Multisala Rossini h. 18.30

212

giovedìThursday

METROPOLITAN

La Casa del Cinema h. 17

“InLaguna Film Festival 2025”

COME GLI UCCELLI

11

INLAGUNA TALKS

Regia di Pierpaolo Pasolini (1953, 55’)

LA LUNGA ESTATE CALDA

COME GLI UCCELLI

31

Piazzetta Cesare BattistiMestre www.culturavenezia.it/toniolo

DicDec

:cinema

:theatro

25

di Miranda Pennel di Jean-François Ravagnan “InLaguna Film Festival 2025”

Teatrino di Palazzo Grassi h. 18


THE GIRL CHEWING GUM THE BLACK TOWER OM BLIGHT DIRTY PICTURES BEING JOHN SMITH

ROMINA

Teatrino di Palazzo Grassi h. 21

IMG Cinemas Candiani-Mestre

Regia di Valerio Lo Muzio, Michael Petrolini (2024) “MovieLab”

INDIRIZZI CINEMA DANTE

La Casa di The Human Safety Net, Piazza San Marco h. 11

Via Sernaglia 10-Mestre www.inlagunafilmfestival.com

THE BIG DREAMER

CINEMA GIORGIONE

di John Smith

Cortometraggi di David Lynch

Cannaregio 4612e www.inlagunafilmfestival.com

14

18

IMG CINEMAS

domenicaSunday

TWICE

di John Smith

LA FELICIDAD di John Smith

THE SEASONS

di Maureen Fazendeiro “InLaguna Film Festival 2025”

Teatrino di Palazzo Grassi h. 16

DAD’ STICK di John Smith

ARI

di Léonor Serraile

Teatrino di Palazzo Grassi h. 18

PANE E TULIPANI

di Silvio Soldini “InLaguna Film Festival 2025”

giovedìThursday

Piazzale Candiani-Mestre imgcinemas.it

LA FINESTRA SUL CORTILE

LA CASA DEL CINEMA

La Casa del Cinema h. 17.30/20.30

LA CASA DI THE HUMAN SAFETY NET

Regia di Alfred Hitchcock (1954, 100’) “Le influenze europee nel cinema hollywoodiano”

19

venerdìFriday

LE TEMPS D’AIMER

Regia di Katell Quillévéré (2023, 125’) “Alliance Française incontra Circuito Cinema” La Casa del Cinema h. 18.30

Multisala Rossini h. 21

15

lunedìMonday

RANCHO NOTORIOUS

Regia di Fritz Lang (1952, 85’) “Le influenze europee nel cinema hollywoodiano” La Casa del Cinema h. 17.30/20.30

LE FOND VERT

“InLaguna Film Festival 2025” Cinema Giorgione h. 19

THE BIG DREAMER

Cortometraggi di David Lynch IMG Cinemas Candiani-Mestre

16

martedìTuesday

LA GRANDE ESTASI DELL’INTAGLIATORE STEINER

Regia di Werner Herzog (1974, 45’)

GenJan

19

Santa Croce 1990 www.culturavenezia.it/cinema Procuratie Vecchie Piazza San Marco www.thehumansafetynet.org

MULTISALA ROSSINI

San Marco 3997/a www.unive.it www.inlagunafilmfestival.com

PALAZZO TREVISAN DEGLI ULIVI

Dorsoduro 810 www.inlagunafilmfestival.com

TEATRINO DI PALAZZO GRASSI Campo San Samuele 3231 www.inlagunafilmfestival.com

lunedìMonday

INLAND EMPIRE

Regia di David Lynch (2007, 180’) IMG Cinemas Candiani-Mestre

20

martedìTuesday

INLAND EMPIRE

Regia di David Lynch (2007, 180’) IMG Cinemas Candiani-Mestre

21

mercoledìWednesday

INLAND EMPIRE

Regia di David Lynch (2007, 180’) IMG Cinemas Candiani-Mestre

La Casa del Cinema h. 18

THE BIG DREAMER

Cortometraggi di David Lynch IMG Cinemas Candiani-Mestre

17

mercoledìWednesday

LA STANGATA

Regia di George Roy Hill (1973, 123’) “Paul Newman, spaccone dagli occhi blu”

La Casa del Cinema h. 17.30/20.30

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CA’ PESARO/1

GASTONE NOVELLI (1925–1968)

15 novembreNovember-1 marzoMarch, 2026

Galleria Internazionale d’Arte Moderna Santa Croce 2076 www.capesaro.visitmuve.it

CA’ PESARO/2

23 ottobreOctober-febbraioFebruary, 2026

Campo Santa Maria Formosa Castello 5252 www.querinistampalia.org

Galleria Internazionale d’Arte Moderna (Sale Dom Pérignon), Santa Croce 2076 www.capesaro.visitmuve.it

FinoUntil 31 dicembreDecember

GUSTO NEOCLASSICO L’Album Cicognara 26 settembreSeptember 12 gennaioJanuary, 2026

Museo del Settecento Veneziano Dorsoduro 3136 carezzonico.visitmuve.it

CENTRO CULTURALE CANDIANI

MUNCH. La rivoluzione espressionista

30 ottobreOctober-1 marzoMarch, 2026

Piazzale Candiani 7, Mestre muvemestre.visitmuve.it

Mostre a Venezia

13 dicembreDecember-12 aprileApril, 2026

ANTONIO CORRADINI e LUIGI GHIRRI. Disapparire

FORTE MARGHERA

CA’ REZZONICO

COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM

ARTEFICI DEL NOSTRO TEMPO 2025 Padiglione 29, Via Forte Marghera 30 Mestre

GALLERIE DELL’ACCADEMIA

STUPORE, REALTÀ, ENIGMA Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia FinoUntil 18 gennaioJanuary, 2026

Campo della Carità, Dorsoduro 1050

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/1 BASILICA DI SAN GIORGIO MAGGIORE

LUC TUYMANS. Due nuove tele del grande artista belga per l’altare di San Giorgio Maggiore FinoUntil 22 febbraioFebruary, 2026

Mani-Fattura: le ceramiche di LUCIO FONTANA

Abbazia di San Giorgio Maggiore Benedicti Claustra Onlus Isola di San Giorgio Maggiore

Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701 guggenheim-venice.it

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/2 FONDAZIONE giorgio cini

11 ottobreOctober-2 marzoMarch 2026

FONDATION VALMONT

TELEMACHUS The Quest for Self

FinoUntil 31 gennaioJanuary, 2026

Palazzo Bonvicini, The Intimate Museum Santa Croce 2161/A www.fondationvalmont.com

exhibitions

MUSEO CORRER

TERRY ATKINSON. L’artista è un motore di significati

15 novembreNovember-1 marzoMarch, 2026

FONDATION WILMOTTE

RENATO D’AGOSTIN Le Flou de Venise FinoUntil 29 marzoMarch, 2026

CASANOVA e l’Europa Opera in più atti

17 ottobreOctober-2 marzoMarch, 2026

Sala Carnielutti e Piccolo Teatro Isola di San Giorgio

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/3 LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA

ROBERT MAPPLETHORPE Le forme del classico

Dialoghi canoviani KAREN LAMONTE Nocturnes San Marco 52 correr.visitmuve.it

MUSEO DI PALAZZO MOCENIGO

IL KIMONO MASCHILE Trame di vita, racconti di stile

5 dicembreDecember-4 aprile April, 2026

Santa Croce 1992 mocenigo.visitmuve.it

MUSEO FORTUNY

ANTONIO BEATO Ritorno a Venezia Fotografie tra viaggio, architettura e paesaggio

15 ottobreOctober-12 gennaioJanuary, 2026

San Marco 3958 fortuny.visitmuve.it

MUNAV – Museo Storico Navale

GIULIA PISCITELLI Chiave terrestre

FinoUntil 6 gennaioJanuary, 2026

Riva S. Biasio, Castello 2148 www.munav.it

PALAZZO BAROVIER&TOSO

FABRIZIO PLESSI. Perdersi in un bicchier d’acqua FinoUntil 21 giugnoJune, 2026

Sala dell'Acqua, Fondamenta Manin 1/D Murano www.barovierarte.com

PALAZZO CINI

CASANOVA e Venezia FinoUntil 2 marzoMarch, 2026

Campo San Vio, Dorsoduro 864 www.palazzocini.it

PALAZZO DIEDO BERGGRUEN ARTS & CULTURE

OLAF NICOLAI. Eisfeld II 13 dicembreDecember 22 febbraioFebruary, 2026

Fondamenta de l’Abazia, Cannaregio 3560 www.wilmotte.com

FinoUntil 6 gennaioJanuary, 2026

Cannaregio 2386 berggruenarts.org

FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA/1

ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE/4 LE STANZE DELLA FOTOGRAFIA

PALAZZO GRASSI

SILVIA CANTON L’amore finisce dove finisce l’erba. Dopo Vaia il bostrico tipografo FinoUntil 3 gennaioJanuary, 2026

Gallerie di Piazza San Marco www.bevilacqualamasa.it

FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA/2

SAILING TO BYSANTIUM 6 New York Artists in Venice 4 dicembreDecember 11 gennaioJanuary, 2026

Palazzetto Tito, Dorsoduro 2826 www.bevilacqualamasa.it

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/1

BELLA LA VITA A VENEZIA

13 dicembreDecember-12 aprileApril, 2026

Campo Santa Maria Formosa Castello 5252 www.querinistampalia.org

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/2

L’EFFIMERO ARCHITETTONICO 6 dicembreDecember 8 febbraioFebruary, 2026

Campo Santa Maria Formosa Castello 5252 www.querinistampalia.org

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FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA/3

Isola di San Giorgio Maggiore

MANUEL CICCHETTI Dolomiti. Un paesaggio tutelato

TATIANA TROUVÉ La strana vita delle cose FinoUntil 4 febbraioFebruary, 2026

Campo San Samuele, San Marco 3231 www.pinaultcollection.com

2 dicembreDecember 6 gennaioJanuary, 2026

PALAZZO GRIMANI

ISOLA DI SAN SERVOLO

FinoUntil 1 gennaioJanuary, 2026

Isola di San Giorgio Maggiore

SEA BEYOND Ocean Literacy Centre Isola di San Servolo oceanliteracycentre.org

M9 – MUSEO DEL ‘900/1

IDENTITALIA The Iconic Italian Brands FinoUntil 15 febbraioFebruary, 2026

MAO XUHUI Emergence of the Patriarch Castello Ramo Grimani, Castello 4858 www.polomusealeveneto.beniculturali.it

PROCURATIE VECCHIE/1

The Human Safety Net A WORLD OF POTENTIAL

Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105

PROCURATIE VECCHIE/2

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre www.m9museum.it

The Human Safety Net DREAMS IN TRANSIT

M9 – MUSEO DEL ‘900/2

Procuratie Vecchie, Piazza San Marco 105 www.thehumansafetynet.org

PERTINI L’arte della democrazia FinoUntil 31 agostoAugust, 2026

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre www.m9museum.it

M9 – MUSEO DEL ‘900/3

STELIO FENZO Un secolo a fumetti

FinoUntil 22 febbraioFebruary, 2026

Via Giovanni Pascoli 11, Mestre www.m9museum.it

FinoUntil 15 marzoMarch, 2026

SCUOLA PICCOLA ZATTERE

R.S.V.P. Résonnez, S’il Vous Plaît FinoUntil 6 aprileApril, 2026

Dorsoduro 1401 www.scuolapiccolazattere.com


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staff

Mensile di cultura, spettacolo e tempo libero Numero 306-307 - Anno XXIX Venezia, 1 dicembre 2025 Con il Patrocinio del Comune di Venezia Autorizzazione del Tribunale di Venezia n. 1245 del 4/12/1996 Direzione editoriale Massimo Bran Direzione organizzativa Paola Marchetti Relazioni esterne e coordinamento editoriale Mariachiara Marzari Redazione Chiara Sciascia, Davide Carbone Speciali Fabio Marzari Coordinamento editoriale TheBAG, Daily Mostra del Cinema, Redazione Web, Newsletter

Marisa Santin Grafica Luca Zanatta Hanno collaborato a questo numero Katia Amoroso, Maria Laura Bidorini, Elena Cardillo, Loris Casadei, Michele Cerruti But, Matilde Corda, Mario Dal Co, Maurizio De Luca, Roberta De Rossi, Elisabetta Gardin, Nicolò Ghigi, Michele Gottardi, Renato Jona, Paolo Lucchetta, Michela Luce, Franca Lugato, Irene Machetti, Alberto Marzari, Giandomenico Romanelli, Diletta Rostellato, Giovanni Santarelli, Livia Sartori di Borgoricco, Sara Abra Carrol Smersu, Adele Spinelli, Davide Terrin, Camillo Tonini, Delphine Trouillard, Riccardo Triolo, Andrea Zennaro Si ringraziano Nico Zaramella, Chiara Casarin, Sara Tirelli, Mao Xuhui, Carlotta Scarpa, Annamaria e Alessandra Rocca, Matteo Zuppi, Alessandro Businaro, Mohamed Toukabri, Marianna Andrigo, Alberto Stevanato, Carolina Cavalli, Francesco Sossai, Andrea Molesini, Gregory Dowling Foto di copertina Nico Zaramella © worldwide reserved Traduzioni Andrea Falco, Patrizia Bran Direttore responsabile Massimo Bran Guide spirituali “Il più grande”, Muhammad Alì Il nostro “Ministro della Fantasia”, Fabio Marzari Recapito redazionale Cannaregio 563/E - 30121Venezia tel. +39 041.2377739 redazione@venezianews.it www.venezianews.it

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Photocredit: Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati”

dalle collezioni civiche di savona

Pertini L’arte della democrazia 20 novembre 2025 31 agosto 2026 m9 - museo del ’900, venezia mestre MEDAGLIA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Una mostra di

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VENEZIA NEWS - DECEMBER 2025-JANUARY 2026 - #306-307 by Venezia News - Issuu