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CORTINA NEWS - FEBRUARY 2026

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THE EVENING SOUL OF THE VENICE VENICE HOTEL RESTAURANT FROM 17.00 TO 00.00

Photo © Enrico Fiorese — Active climate-controlled display case, Palais de la Découverte, Paris, 2025.

Ingresso compreso nel biglietto dell’esposizione permanente

Organizzata da progetto di M9 è un In collaborazione con
Iniziativa inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026
Mostra ideata e prodotta da

editoriale

CINQUE CERCHI DI LUCE VIVA

Avolte tornano, eccome se tornano! Non importa quanto tempo si deve attendere, prima o poi… Bentornati Giochi Olimpici, quindi, nella valle, o conca che dir si voglia, più bella dell’intero arco alpino. 70 anni e sembra domani. Ma è oggi! E ieri fu grande storia, una storia che non ha mai smesso di parlarci, regalando senza soluzione di continuità suggestioni emozionanti con quelle immagini, quelle istantanee meravigliose divenute autentiche icone di una storica edizione che rappresentò, come nessun’altra prima, un’epocale fase di passaggio tra l’età dei pionieri e quella della modernità, del boom economico ai suoi albori. Mediaticamente uno scarto in avanti deciso, una vorticosa accelerazione, con la diretta televisiva a restituire per la prima volta con le immagini in movimento a milioni e milioni di spettatori in tutto il mondo la magia dello sport bianco. E con esso, e attorno ad esso, tutto un mondo decisamente glam che oggi non può più esserci, così, ma anche un modo di vivere la montagna aperto a chi non aveva mai dato del tu prima alla montagna, liberando nuove energie e disegnando nuovi orizzonti futuri di vita in questi meravigliosi paesaggi dolomitici. Con loro, con i Giochi, a volte tornano altri ancora, magneticamente risucchiati dal vortice eccitante di questa festa globale di sport, colori, incroci culturali, esperienze condivise. E tra questi ci siamo anche noi, editori di Venezia News, il city-magazine internazionale di Venezia, che proprio vent’anni fa ci arrampicammo editorialmente per la prima volta quassù inaugurando nel 2006 il nostro nuovissimo Cortina News, uscito per tre anni con 8 suoi numeri. Un’esperienza durata non molto ma per noi decisamente elettrizzante, che andava a costruire un arco relazionale, sempre molto difficoltoso da tracciare ahimè, tra la Perla delle Dolomiti e la Serenissima dei mari. Sospendemmo la pubblicazione nel 2008 per ragioni interne di consolidamento. Era arrivato il momento di crescere qualitativamente concentrandoci sui nostri media trainanti, i quali necessitavano di un grande lavoro di ridefinizione e di sviluppo della propria identità editoriale, sia in termini di immagine che di contenuti editoriali. Il risultato è quello che vedete ora, in questo magazine che avete tra le mani, una rivista di ampio respiro e di grande approfondimento, capace di affrontare gli eventi, la presentazione dei quali è sempre stata e continua ad essere la nostra sorgiva ragione di esistere, con un taglio mai asettico, sempre impegnati a restituirne l’essenza, la cifra culturale viva e vera, fuori da ogni logica di mero, banale intrattenimento.

Un numero a dir poco speciale quello che state sfogliando e leggendo ora, qui, perché trattasi di due magazine in uno, con due versanti di lettura e due copertine rovesciate: Venezia News + Cortina News Ebbene sì, siamo tornati, quindi, ricominciando a costruire quell’arco

relazionale di cui sopra, un arco ancora più compatto, restituito ora in una unica soluzione integrata in cui le due meraviglie urbane e paesaggistiche del nostro territorio si danno il testimone in una casa condivisa.

È un Cortina News davvero speciale quello che abbiamo costruito per accompagnare questo straordinario evento globale di sport e festa, di industria e di relazioni, che è l’Olimpiade. L’abbiamo voluto fare a modo nostro, senza seguire il facile e noioso gossip che troppo spesso svilisce questi magnifici luoghi. Ossia parlando di sport per davvero, intervistando chi lo sci lo conosce da sempre e alla grande, presentando tutte le discipline che si svolgeranno qui a Cortina una per una, cercando di spiegare anche un po’ come vanno viste e conosciute queste stesse discipline, che i più certo non frequentano quotidianamente. Ma poi parlando anche di storia, di arte, di architettura, di persone che hanno scritto grandi e indimenticate pagine del ‘900 ampezzano. Storie che molti conoscono bene e molti altri meno bene, e che però noi abbiamo voluto restituire in una chiave attuale, non museificata, cercando di farle rivivere accendendo la curiosità dei lettori. Lo sport, quindi, come fonte di emozioni impareggiabili, ma anche come scintilla in grado di accendere altre luci dell’anima, quelle che ci accompagnano nel vissuto di un mondo che ha visto attraversare il mondo disegnando traiettorie culturali, visive, memorialistiche di straordinaria intensità. Al netto delle polemiche, delle incongruenze, delle criticità profonde che sempre accompagnano eventi di questa enorme portata, in particolare in questo nostro Paese che sembra non poter mai vivere fuori dal suo costitutivo recinto fatto di contraddizioni e di contrasti senza fine, saranno Giochi memorabili, di questo ne siamo certi. I giorni olimpici saranno un qualcosa di imperdibile e di indimenticabile, perché nel costruire emozioni in scenari di bellezza senza pari non siamo davvero secondi a nessuno. Altra storia è quello che è venuto prima e ciò che lasceranno dopo qui, sul territorio, questi attesissimi Giochi. E su questo, come si suol dire, segue e seguirà dibattito… Ora è solo ed esclusivamente il momento di immergere anima e corpo nel vortice a 5 cerchi insieme, perché è proprio “condivisione” la parola chiave, la password si direbbe oggi, dei Giochi Olimpici. Mai come oggi vi è bisogno di respirare positività e bellezza nello spazio pubblico. Perciò buon divertimento a tutti!

february

2026

incontro (p. 10 ) Bruno Gattai coverstory (p. 16 ) 1956-2026 cortinaolimpiadi (p. 19 ) Milano-Cortina 2026 | Medals Programme | Discesa libera | SuperG | Slalom Gigante | Slalom Speciale | Combinata | Skeleton | Slittino | Curling | Bob | Una Montagna di Libri | Tiziano e il Paesaggio | Olimpiade Culturale | Cortina 1956 –Un libro, una mostra cortinastories (p. 48 ) Edoardo Gellner | Eugenio Monti | Dolomiti | Famiglia Siorpaes | Famiglia Colussi | Irene Pigatti | Alvise Andrich

EDOARDO GELLNER

Cortina si prepara a costruire quella magica atmosfera già respirata nel 1956. A dare il benvenuto agli ospiti, accanto al Trampolino Italia, saranno soprattutto le iconiche architetture che caratterizzano il centro ampezzano nate dalla matita di Edoardo Gellner: non semplici edifici, ma frammenti di una visione unitaria che ha reinventato la modernità alpina. cortina stories p. 48

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C2SPECIALE GARE

OLIMPICHE

Una guida che gara per gara vi accompagna lungo le due entusiasmanti settimane olimpiche, intrecciando il registro della storia con quello delle emozioni che verranno, senza mancare di azzardare un toto-podio. Sci alpino, Bob, Slittino, Skeleton, Curling: buon viaggio a cinque cerchi! cortinaolimpiadi p. 22

NIl ROSSO VOLANTE

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TIl bob è segnato dall’epopea del “Rosso Volante”, come lo battezzò Gianni Brera per il colore dei capelli e l’audacia sportiva, vale a dire Eugenio Monti, leggendario campione cortinese del bob. Un uomo capace di fare sue, oltre a svariati campionati del mondo, ben 6 medaglie olimpiche, tra cui i due argenti di Cortina 56 e i due ori di Grenoble 68. Ripercorriamo le sue epiche gesta ai confini tra sport pionieristico e nascente modernità. cortina stories p. 54

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BRUNO GATTAI

Negli irripetibili anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90 lo sci alpino divenne pane quotidiano nelle tavole di tutti gli italiani. Uno sconvolgimento mediatico temporaneo grazie all’irrompere tra i pali stretti e le porte larghe di Alberto Tomba. Colui il quale seppe restituire al meglio quelle imprese, su tutte quelle olimpiche, con grande sapienza sportiva e mirabili tempi televisivi fu senza se e senza ma Bruno Gattai. L’abbiamo scelto, quindi, come nostra prima guida olimpica a Cortina 2026 i ncontro p. 10

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TIZIANO E IL PAESAGGIO

Le celebrazioni per i 450 anni dalla morte di Tiziano Vecellio si intrecciano simbolicamente con l’anno dei Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, offrendo un’inedita indagine-confronto tra due opere fondamentali della prima maturità dell’artista: la monumentale Pala Gozzi e la straordinaria xilografia della Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso cortinaolimpiadi p. 40

DOLOMITI

Non lontano da Cortina d’Ampezzo, sulle pendici del Monte Pelmetto, esiste una prova che manda in crisi l’idea stessa di montagna come spazio eterno e immobile: impronte fossili di dinosauro. Un corpo che è passato di lì quando le Dolomiti non erano montagne, ma un’enorme distesa tropicale... Davanti a quelle orme, la retorica della “natura incontaminata” crolla. Le Dolomiti non sono eterne: sono il risultato di collisioni, sprofondamenti, emersioni. cortina stories p. 56

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S4

CORTINA 1956

Cortina d’Ampezzo torna città olimpica dopo settant’anni. Nel 1956 ospitò i VII Giochi Olimpici Invernali, un evento che segnò la prima grande consacrazione degli sport sulla neve e sul ghiaccio nelle Dolomiti. Un volume, Cortina 1956. Le prime Olimpiadi bianche in Italia, e una mostra delle immagine d’epoca più iconiche ne restituiscono il fascino leggendario. cortinaolimpiadi p. 46

ETFAMIGLIA SIORPAES

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Grande famiglia cortinese, i Siorpaes hanno segnato con il loro impegno, il loro lavoro, i loro successi la storia di Cortina, in particolare la sua storia sportiva. Eugenio Siorpaes detto “Tati” conosceva ogni angolo, ogni cengia delle Dolomiti che aveva percorso con il suo passo sicuro, bilanciato, mai affrettato. Una dinastia ancora vitale, nel racconto di chi ha incrociato imprese e quotidianità di questa famiglia speciale. cortina stories p. 62

MOMENTI DI GLORIA

L’elenco in cui poter scegliere qualcuno che ci introducesse in questo numero speciale dedicato ad un evento più che speciale quali sono le Olimpiadi era molto lungo. Potevamo intervistare grandi atleti del presente o del passato, massimi dirigenti sportivi, qualche cortinese doc o d’adozione che magari c’era già in età giovane nel ’56… Insomma, dal mazzo potevamo scegliere diverse ottime carte, ciascuna per un motivo, una caratteristica, una storia particolari. E invece noi boomer, almeno chi scrive, abbiamo scelto di voler rivivere le nostre migliori bianche emozioni olimpiche, quelle che ci hanno esaltato in quegli irripetibili anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90 in cui lo sci alpino divenne pane quotidiano nelle tavole di tutti gli italiani, dal monte Bianco all’Etna. Uno sconvolgimento mediatico temporaneo grazie all’irrompere tra i pali stretti e le porte larghe degli slalom di quel cavallo pazzo emiliano di nome Alberto e di cognome Tomba, capace di portare nelle chiuse località alpine dei carrozzoni di tifosi da circuito Moto GP. Un ciclone vitale di irresistibile presa, naturalmente alimentato dalla classe pazzesca di questo campione. Il 99 % dei milioni e milioni che hanno goduto di queste memorabili gesta le hanno vissute di fronte al piccolo schermo naturalmente, in rigorosa diretta, dato che allora le repliche non c’erano e tantomeno lo streaming. Chi potrà mai dimenticarsi le lezioni sospese a scuola, o marinate del tutto, per vedersi una gara dell’Albertone nazionale? Momenti irripetibili, su tutti quelli olimpici naturalmente. E colui il quale seppe, senza rivale oggettivo alcuno, restituire al meglio quelle imprese con grande sapienza sportiva e mirabili tempi televisivi, perfettamente legati da un pathos forte il giusto, fu senza se e senza ma Bruno Gattai, telecronista di sci per 15 anni circa prima su Tele Montecarlo e infine sui canali Mediaset. Personalmente ho sempre considerato Gattai, assieme all’immenso Dan Peterson nel basket, il più grande telecronista sportivo di sempre. Perché sapeva restituire le emozioni incredibili che Tomba e anche la Compagnoni regalavano con una capacità di coinvolgimento che mai nessuno prima di lui aveva così mirabilmente dimostrato di possedere, proprio nella completezza di tutte le componenti che un vero telecronista sportivo dovrebbe avere: conoscenza somma della disciplina; coraggio di esprimere le proprie

idee senza preoccuparsi di urtare chicchessia; dare del tu ai ritmi del mezzo televisivo, sapendo modulare pause, accelerazioni, linearità di conduzione; capacità di saper sollecitare al meglio le corde emotive dei telespettatori senza inutile enfasi eppure con una calibrata, quanto partecipata, empatia. Insomma, ci è proprio sembrata la figura giusta per prenderci per mano e condurci nel cuore delle emozioni olimpiche, lui che ne ha attraversate ben quattro di edizioni da protagonista delle dirette.

La parola “Olimpiadi”: cosa le evoca a pelle, di primo acchito, il suono, il colore di questa magica parola e come, invece, dando respiro e giusto spazio alla mente, le viene da definire un po’ più distesamente questa parola-mondo, navigando al confine tra cuore e cervello?

Lo sci fa parte della mia vita da sempre. Ero un campioncino fin da bambino; mi consideravano a tutti gli effetti una grande promessa dello sci italiano. Vinsi già a 19 anni, nel 1978, i campionati italiani di discesa libera. Con tutta probabilità avrei partecipato alle Olimpiadi di Lake Placid del 1980 se un bruttissimo infortunio non avesse messo fine alla mia carriera.

Fare lo sciatore, insomma, era il mio più grande sogno da bambino, pienamente concretizzatosi nel corso di tutti gli anni della prima giovinezza. Naturalmente il capitolo irrinunciabile di questo sogno era vincere le Olimpiadi. Una parola che molto semplicemente rappresenta la cosa più bella che possa esistere per uno sportivo: non esistono campionati del mondo o altri avvenimenti sportivi che possano neanche lontanamente avvicinarsi al fascino di una competizione antica come l’uomo, un appuntamento che ogni quattro anni torna più sfavillante che mai, rinnovato e potenziato di edizione in edizione nella sua magia. Un sogno pazzesco, che purtroppo si è infranto dopo che mi sono fatto male. Fu un momento molto triste, perché semplicemente mi resi conto con grande amarezza che non sarei più potuto diventare il campione che potevo e sognavo di essere.

E la parola “Cortina”?

Per me Cortina è dal punto di vista sciistico praticamente tutto, o quasi. È stato il luogo del battesimo di

di Massimo Bran
Intervista Bruno Gattai

Fare lo sciatore era il mio più grande sogno da bambino. Naturalmente il capitolo irrinunciabile di questo sogno era vincere le Olimpiadi. Una parola che molto semplicemente rappresenta la cosa più bella che possa esistere per uno sportivo

ALBERTO TOMBA

i ncontro

questa mia passione, della mia prima vita da sciatore, iniziata ad appena cinque anni e da subito contraddistinta da ottimi risultati. Sono andato a scuola due anni prima rispetto alla norma, a quattro anni ero già altissimo... All’epoca c’erano gli esami di seconda elementare, che però non ho potuto fare perché ero troppo giovane. Frequentavo una scuola privata ed essendo gli esami pubblici, non avevo a quell’età le credenziali per poterli fare. Al contempo, mia sorella che soffriva d’ asma è stata costretta a passare un anno in montagna. Quindi la mia famiglia la mandò a soggiornare a Cortina. Così io, “libero” da ogni impegno d’esame, la raggiunsi. Ed è lì, allora, che ho iniziato a sciare e a vincere, subito. Col tempo, crescendo, il luogo di riferimento, e di vacanza, per lo sci diventerà Courmayeur, più vicino a Milano. Ma Cortina rimane il primo amore, l’inizio di tutto. Le prime gare, le prime battaglie, le prime sciate sono state tutte a Cortina, ricordi indelebili che ti accompagnano per tutta la vita. Ci torno sempre con un piacere immenso a trovare i tantissimi amici che ancora conservo lì, ampezzani e non.

Chi erano i suoi principali avversari in gara in quegli anni? Me la vedevo, tra gli altri, con Walter Dimai, Guido Barilla, Gianluca Bolla… Ma a onor del vero allora, detto senza presunzione, vincevo quasi sempre io e con distacchi di secondi! Già molto prima, da bambino, andavo però molto forte: quando ho vinto il Trofeo Topolino nel 1967 a 8 anni, per dire, mi lasciai dietro un certo Frank Wörndl, capace in seguito di vincere i Mondiali di slalom e l’argento sempre in slalom alle Olimpiadi di Calgary dietro Tomba, e Peta˘r Popangelov, che in carriera vincerà poi la Coppa Europa nel 1977 e conquisterà sempre in slalom una decina di podi tra cui una vittoria in Coppa del Mondo, partecipando a più di un’Olimpiade con la Bulgaria. Insomma, delle belle soddisfazioni che sono ancora vivissime in me.

102 anni di vita (ndr: Chamonix 1924 la prima edizione) che hanno accompagnato attraverso emozioni sportive il secolo della definitiva consacrazione della modernità, dell’evo tecnologico. Quale edizione dei Giochi, tra tutte quelle che ha vissuto in presa diretta, l’ha coinvolta e segnata maggiormente e a cui, quindi, si sente più legato?

Tra le Olimpiadi che ho vissuto in prima persona come telecronista, vale a dire Sarajevo nel 1984, Calgary nel 1988, Albertville nel 1992 e Lillehammer nel 1994, sicuramente le più belle sono state proprio quest’ultime in Norvegia. Lì si è respirato forse per l’ultima volta il clima olimpico dei Giochi che furono, in un’atmosfera irripetibile immersi come eravamo in un paesaggio fiabesco, dove tutto era bianco a perdita d’occhio e gli eventi sportivi si svolgevano raccolti in luoghi distanti pochissimi chilometri tra loro. Ciò ha permesso, come mai mi è più capitato di provare nella mia vita né prima né dopo di allora, di condividere tutti insieme, agonisti e non delle varie discipline invernali, un’esperienza davvero senza alcun steccato, in un unico, grande villaggio in cui tutto si mescolava ed integrava. Bellissimo! La natura di evento diffuso che dopo di allora caratterizzerà tutte le edizioni successive, compresa questa ora di Milano-Cortina, esito inevitabile per ottimizzare al meglio il livello qualitativo delle gare, dell’ospitalità, dell’industria stessa che gravita attorno a un evento globale di queste dimensioni, inutile negare che ha finito per sottrarre ai Giochi il fascino di questo vissuto nel segno della più

aperta e ravvicinata convivialità. A Lillehammer si era sempre tutti insieme, potevi vedere gare di diverse discipline nell’arco di pochissimo tempo. Vivevamo tutti in un Villaggio Olimpico allargato in cui si respirava sport, nella sua forma più genuina e vibrante. Perdere queste emozioni è un grande peccato, anche se, ripeto, questo allargamento diffuso delle sedi risponde a un’esigenza vitale dei Giochi nell’era in cui viviamo.

Un’edizione, quella del 1994, a dir poco memorabile per i nostri colori…

Vittorie meravigliose, che hanno fatto la storia degli sport invernali, non solo italiani. Un paesaggio davvero da favola illuminato dalla leggendaria rimonta di Tomba in slalom, capace di rimontare dal tredicesimo posto in prima manche all’argento finale a un soffio dall’oro, e dall’exploit della staffetta di fondo, che annichilì allo sprint il favorito quartetto norvegese sicuro di vincere davanti a una folla immensa e al suo monarca. Anche Calgary fu, sportivamente parlando, adrenalina pura, col ciclone Tomba che travolse tutti i canoni di questo sport facendo impazzire il mondo, non solo noi italiani. Un’emozione incredibile quei due ori, tra le più grandi di sempre. Però da un punto di vista ambientale, del clima olimpico, era davvero un’altra cosa, con gare che rispetto alla Norvegia erano più dilatate territorialmente. A Lillehammer ho vissuto una magia irripetibile, davvero.

I suoi primi ricordi olimpici e le 5 imprese, o anche le 3 se preferisce, che hanno segnato indelebilmente il suo personalissimo immaginario, al netto della loro valenza assoluta. Le vittorie di Alberto Tomba a Calgary mettono i brividi ancora adesso; imprese sportive pazzesche che restano nella memoria di tutti, immagini leggendarie. Così come la sua epica rimonta in slalom a Lillehammer che ho appena ricordato. Penso poi a Deborah Compagnoni, sempre ad Albertville, capace in 24 ore di passare dalla gioia immensa per la medaglia d’oro nel supergigante all’urlo lancinante del terribile infortunio ai legamenti nello slalom gigante. Un urlo che entrò nelle case di tutti gli italiani e che ricordo ancora adesso con la pelle d’oca. Ecco, forse è stato questo il momento che più di tutti mi ha colpito e sconvolto emotivamente. Un urlo che non dimenticherò mai.

Un’Olimpiade questa di Milano-Cortina, come sempre qui da noi in occasione di questi grandi eventi, segnata da feroci polemiche e da una montagna di contraddizioni. Poi, come al solito, il “miracolo italiano” infine si compirà e tutto probabilmente si svolgerà al meglio, lo speriamo almeno. Quello che le Olimpiadi lasceranno dopo è la vera, grande incognita. Come ha vissuto da osservatore questo percorso di avvicinamento ai Giochi e cosa si attende da un punto di vista più che sportivo, del sistema-paese in chiave sportiva da questa edizione sin troppo diffusa?

Inizialmente facevo parte del Consiglio della Fondazione MilanoCortina 2026, ho quindi vissuto le vicende parecchio da vicino per i primi due, tre anni. Devo dire che l’idea che l’Olimpiade dovesse per forza lasciare qualcosa per il ‘dopo’, e che quindi dovesse essere concepita ed organizzata nel segno della sostenibilità, mi è subito sembrata la strada giusta da percorrere. Bene, quindi, che a Milano, per esempio, il Villaggio Olimpico poi diventi uno studentato e che

tutte le strutture sportive possano essere, a giochi conclusi, riutilizzate al meglio. Sono altresì sicuro che ci saranno delle bellissime gare, lo spettacolo sportivo sarà di livello molto alto. Su questo noi italiani siamo senza discussione tra i migliori al mondo. Il tema stonato, vera criticità cronica nel nostro Paese, saranno le infrastrutture di collegamento viario, ancor più fondamentali in quella che sarà l’Olimpiade invernale più diffusa di sempre. Ebbene, queste infrastrutture in larga parte non ci saranno, e quelle poche che ci saranno risulteranno profondamente incompiute, e questo davvero rappresenta un vulnus inaccettabile. A Cortina le strade sono rimaste sostanzialmente quelle che già erano, a parte qualche passante che risolverà ben poco; quindi le difficoltà di spostamento saranno più che importanti, anche al netto delle varie limitazioni di accesso poste in atto. In più mi risulta che anche non poche strutture ricettive, che avrebbero dovuto essere concluse ed attive per l’evento, non sono pronte. Grandi gare, quindi, in impianti meravigliosi, ma grosse difficoltà di logistica e di spostamento. Un problema, ripeto, annoso del nostro sistema.

Lei ha raccontato in maniera a dir poco competente ed emozionante un’era irripetibile dello sci, quella a cavallo degli anni ’80 e ’90, quando Alberto Tomba trascinò un intero paese, dalle Alpi a Lampedusa, nel delirio collettivo di uno sport prima davvero poco più che di nicchia. Va bene, c’è stata prima la valanga azzurra a fare da apripista, e alla grande, e però l’impatto mediatico ed emozionale di quel campione non ha avuto pari nella storia di questi sport, terreno pressoché esclusivo di genti schive e appartate. Fu davvero un

terremoto mediatico ed emozionale quello. Cosa ha rappresentato quella stagione per lei personalmente, da un punto vista professionale ed umano, e cosa ha lasciato in eredità a questo mondo oggi?

Ho avuto la fortuna di vivere un’epoca in cui due fuoriclasse assoluti come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni dominavano le scene, sono cose che capitano raramente a livello sportivo. Non ho mai considerato la telecronaca come una professione. Per me si trattava più che altro di un hobby. Già all’epoca facevo l’avvocato e avevo chiaro in mente che il mio lavoro sarebbe stato quello. Facevo telecronaca perché mi divertiva, affrontavo questo impegno come se stessi commentando le gare sul divano con i miei amici, ovviamente con competenze che derivavano dal mio passato sportivo, dalla passione che in me questo sport ha sempre acceso. Innegabilmente, poi, la possibilità di guadagnare qualche soldo facendo un lavoro che mi divertiva era cosa non da poco; da giovane mi faceva di certo comodo. Ma il dato primo e assoluto di questa esperienza è che mi sono divertito come un matto girando il mondo assecondando la mia prima, assoluta passione. Che chiedere di meglio? Con Alberto, beh, mi sono gasato come un pazzo. Emozioni straordinarie che ho potuto condividere con una platea che in quel periodo annoverava non solo appassionati, ma come diceva lei giustamente un Paese intero, anche coloro i quali, ed erano i più, non sapevano nemmeno cosa fossero un paio di sci. Commentare le gare mi è poi sempre venuto facile, non so perché. Certo, la conoscenza tecnica mi guidava, ma credo che ciò che mi ha fatto apprezzare al meglio dai telespettatori sia stata la capacità di aggiungere a questa competenza disciplinare la giusta dose di

DEBORAH COMPAGNONI

i ncontro

trasporto emotivo, quel mix che, quando trova un suo giusto equilibrio, permette di restituire al meglio il climax di un evento. Questa straordinaria, più che decennale esperienza mi ha lasciato di sicuro, a posteriori, un grandissimo rapporto proprio con Alberto Tomba, con cui oggi mi sento spessissimo e che ancora adesso scherzosamente mi manda video delle mie telecronache. Un rapporto di sicuro migliore oggi rispetto ad allora. Non mi è mai piaciuto adulare un campione solo perché fosse tale, quindi al tempo in certe occasioni ho avuto spesso modo anche di criticarlo per certe scelte, atteggiamenti, o anche più semplicemente per certi errori in gara che anche lui, per quanto fuoriclasse immenso, poteva commettere. E Alberto, come la gran parte di questi cavalli di razza, non amava particolarmente le critiche… In questi anni, col tempo, a carriera conclusa, ho potuto conoscere l’uomo in maniera più profonda e devo dire che si è rivelata una persona splendida umanamente, dall’animo autentico e buono. Aspetti mai troppo messi in rilievo di lui, schiacciato com’è sempre stato dallo stereotipo tranchant del gradasso numero uno che come lui non c’è nessuno. Destino peraltro comune a tutti i campioni irruenti, esuberanti. È stato davvero un fuoriclasse assoluto nel suo sport, capace come nessuno mai prima, né dopo, di regalare emozioni immortali a moltitudini immense in una disciplina di montagna non certo di massa, anzi.

Su di lui si sono spesi fiumi infiniti di parole. Ma cosa è stato di davvero unico sportivamente parlando Alberto Tomba? L’irruenza, la sana arroganza con cui è entrato in questo mondo è stata incredibile, irripetibile. Sia in termini di vittorie che di atteggiamenti che hanno rivoluzionato per sempre la storia di questo sport. Un genio, il classico esempio di intelligenza settoriale: è stato il primo a mettere le piastre sotto gli sci e a utilizzare il casco, quando collaudava l’attrezzatura sapeva darti subito le indicazioni giuste, guidato da una sensibilità che solo i fuoriclasse possiedono. Da questo punto di vista era un vero fenomeno. Per non parlare poi del modo in cui queste gare le vinceva. Capitava spesso di fare assieme i giri di ricognizione della pista e devo dire di non aver mai visto niente del genere in vita mia in termini di puro istinto animale: si partiva forte e arrivati a delle porte che sembravano insignificanti lui lì si fermava, le studiava, ci passava del tempo. Porte che si sarebbero poi puntualmente rivelate passaggi cruciali in cui Alberto scavava il solco tra sé e i comuni mortali, rosicchiando i secondi che lo faranno entrare nella storia. Una sensibilità del genere non la affini da nessuna parte, ci nasci così, punto. Aveva un occhio di falco per i dettagli che sfuggivano ai più. La sua grandezza non era determinata quindi solo e soltanto dal suo immenso talento tecnico e dalla sua strapotenza fisica, ma anche, se non di più, dalla sua straordinaria capacità di leggere i percorsi, i tracciati, e dalla conseguente, perfetta conduzione tattica delle gare.

Ma veniamo ora a noi, alle nostre Olimpiadi al via. Nello sci alpino ci presentiamo con entrambe le nostre compagini decisamente competitive nelle gare veloci, mentre nelle discipline tecniche soffriamo, anche se le ragazze del Gigante sarebbero forti, ma purtroppo Marta Bassino è fuori per la frattura alla tibia patita nell’ottobre scorso e la Brignone è per forza di cose un punto di domanda, nonostante il clamoroso sesto posto al suo rientro sull’Erta di San Vigilio. Nello slalom

è proprio notte fonda, invece, e da anni! E pensare che è in queste discipline che abbiamo scritto la nostra storia in questo sport. Cosa dobbiamo comunque attenderci, in termini di possibili podi, da questa edizione dalle ragazze in primis, visto che siamo qui a Cortina, ma poi anche dai maschi?

Nel femminile io spero molto nella Brignone; il suo sesto posto dopo il rientro è stata un’impresa sportiva incredibile. Se è riuscita a fare una cosa del genere in Gigante, la gara in cui fisicamente si è maggiormente stressati, allora credo che ne vedremo davvero delle belle, a partire dal SuperG. Se recuperi in quel modo e in quei tempi da frattura di tibia e perone, con in aggiunta l’interessamento del crociato, significa che sei dotata di una forza mentale assolutamente fuori dal comune.

La Goggia, devo ammetterlo, non la vedo molto bene ultimamente, anche se a Crans Montana ha piazzato una delle sue zampate proprio alla vigilia dei Giochi. Sembra frenata, ma può darsi che si stia preservando proprio per il grande appuntamento. Del resto lei sull’Olympia è andata sempre giù alla grande, vincendo ben quattro volte in coppa.

Laura Pirovano si piazza sempre bene, anche se purtroppo il podio sin qui l’ha solo, e più volte, sfiorato. Potrebbe davvero essere questa l’occasione buona per centrarlo. È reduce dall’ultimo SuperG a Crans Montana a fine gennaio in cui aveva praticamente vinto sciando da Dio, pulita e aggressiva come mai prima, e invece fuori all’ultima porta! Anche Nicol Delago potrebbe fare bene, visto che la pista non è tecnicamente così difficile e presenta ampi settori di scorrimento. Lei è un’ottima scivolatrice, quindi, chissà…

Tra gli uomini nella velocità siamo proprio forti. Giovanni Franzoni, una grandissima promessa da anni purtroppo fermato da un grave infortunio, è quest’anno esploso in piste difficilissime quali sono Wengen e Kitzbühel, con ben due vittorie e un terzo posto. Lui è

Olympia delle Tofane, Milano-Cortina 2026

sicuramente da medaglia, perché tecnicamente è tra i migliori e la Stelvio è una delle piste più tecniche del mondo. Anche Paris potrebbe qui prendersi finalmente la sua prima medaglia olimpica. Bormio è casa sua, ci ha vinto ben sei volte, anche se l’ultima parecchi anni fa. È in forma e ha esperienza da vendere, ce la può fare. Mentre Casse e Schieder potrebbero essere delle belle sorprese. Vedremo.

Nelle specialità tecniche siamo invece molto in difficoltà. Abbiamo solo Alex Vinatzer su cui riporre qualche timida speranza, anche se purtroppo nelle seconde manches tende a buttare via quanto di buono fatto nella prima, oppure viceversa fa delle pessime prime manches per poi realizzare delle ottime rimonte nelle seconde, mai abbastanza per prendersi però il podio. Avrebbe le carte in regola per giocarsela, anche se questa incostanza spesso lo condanna. Nelle donne, invece, lo slalom è il grande buco nero di questi lunghi anni. La Della Mea è cresciuta molto quest’anno, più volte tra le 10 in coppa, e però il podio sarebbe davvero una grande sorpresa oggi.

Cosa ne pensa della decisione di convocare tra le slalomiste due autentiche adolescenti quali Giada D’Antonio, la partenopea mulatta attesissima, e l’altoatesina Anna Trocker, grandi speranze delle discipline tecniche ma debuttanti assolute nel circuito maggiore quest’anno in un paio solo di gare? Credo che abbiano fatto benissimo. In un quadro complessivo che non presenta possibili protagoniste che possano entrare anche solo nelle dieci, vale allora davvero la pena di scommettere su dei prospetti di valore che in una simile competizione possono vivere una straordinaria esperienza con la testa libera da qualsiasi responsabilità. Secondo me una scelta più che condivisibile.

Ci sono due marziani nel circo bianco, Mikaela Shiffrin e Marco Odermatt. C’è poi un’incredibile signora di 41 anni che si mette allegramente dietro ragazze che potrebbero essere sue figlie dopo un sabatico di sette anni, Lindsey Vonn. Un’autentica tigre delle nevi, Federica Brignone, che anch’essa non conosce il declino del tempo e praticamente zoppa si presenta a Cortina con lo sguardo e la disposizione di una vera killer sportiva. Infine una visionaria, autentica fuoriclasse irregolare della velocità, quella Sofia Goggia sempre in bilico tra l’assoluto e l’abisso, con quelle linee che vede solo lei, sorta di Bode Miller al femminile. Se dovesse sceglierne una, o anche due tra queste campionesse per il loro tratto unico, innovativo, quali sceglierebbe e perché?

Federica Brignone oggi senza dubbio alcuno. L’anno scorso era nettamente la più forte di tutte in tre specialità: Discesa, SuperG e Gigante. Se non si fosse fatta male avrebbe vinto tutto anche quest’anno, ne sono sicuro. Oltre a doti fisiche fuori dal comune, la Brignone ha una mentalità stratosferica. Ci spero tanto, perché quel sesto posto lì, nel primo Gigante che ha fatto a metà gennaio dopo essersi fatta molto, ma molto male, mi ha infuso grandi speranze.

Ma davvero in tutti questi anni non ha mai più avuto la tentazione di riprendere in mano il microfono per raccontare lo sci del 2000?

Mai, devo essere sincero. Ho cinque figli, sono a capo di uno studio legale di 400 persone, come potrei? Mi sono concentrato molto sulla mia carriera ‘vera’, quella di avvocato, che mi ha sempre interessato maggiormente perché era un mestiere assai più difficile. Fare il telecronista mi veniva facile, mi sembrava di parlare con gli amici. Ho sempre amato le sfide e la sfida vera, complessa per me era quella di diventare uno dei migliori avvocati d’Italia e di creare un grande studio legale. Spero con tutto il cuore di esserci riuscito.

Quando magari andrà in pensione, però, può sempre ritornare a divertirsi e a divertire tutti noi guidandoci tra pali stretti, porte larghe e discese mozzafiato… Lo escludo nella maniera più assoluta, anche perché le competenze tecniche oggi sono profondamente mutate. Lo sci è cambiato moltissimo, i materiali lo hanno letteralmente trasformato rispetto a quello che si praticava ai miei tempi, ma anche a quello del periodo aureo di Tomba e Compagnoni. Io oggi riesco ancora a capire se uno va veloce o no, questo sì, però non so dirle esattamente il perché. Quando guardo una gara riesco a capire chi vincerà, ma non ad addentrarmi nelle specifiche ragioni tecniche che stanno dietro alle evidenze sportive di queste prestazioni.

Andrà a vedere qualche gara?

Andrò sicuramente alla cerimonia inaugurale. Ho preso dodici biglietti per tutta la mia famiglia allargata, figli con fidanzate, mogli, mariti e nipotino. E poi vorrei andare a vedere lo Short Track qui a Milano, che credo sarà spettacolare, con la nostra Arianna Fontana ancora lì a dare battaglia per il podio. Lo sci no, troppo faticoso arrivare lassù anche per le ragioni già dette prima. Strade affollate, parcheggi, ore al volante. No, ho già dato grazie. Certo, le gare non me le perderò seduto in divano, ci mancherebbe!

story

1956-2026

Nel bosco sopra a Zuel ecco svettare il trampolino olimpico, una “L” di luce che dal 1956,

anno in cui è stato costruito per la VII edizione dei Giochi Olimpici

Invernali, accoglie con i suoi cinque cerchi colorati i visitatori all’ingresso di Cortina. Un simbolo ampezzano, un’icona familiare che è diventata un monumento iconico e a cui

abbiamo voluto ispirarci per raccontare questa nuova avventura olimpica.

CORTINA

Cosa vedere sulle Dolomiti Disegno e grafica © Francesco Nardi

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SPECIALE GARE CORTINA 2026

È L’OLIMPIADE BELLEZZA!

Che altro di più chiedere dalla vita, quella ludica e lieve, di una due-settimane-due di emozioni, di adrenalina pura da vivere senza respiro nel bianco accecante della neve e del ghiaccio, circondati da centinaia e centinaia di atleti, da una moltitudine di giovani provenienti da ogni dove qui a vivere l’esperienza più bella che ogni atleta, a prescinde dalle proprie grandi o meno grandi qualità, possa chiedere alla propria di vita, sportiva e non solo? Nulla, niente di più e di meglio di questo esiste, perché è questo il più grande spettacolo del mondo, senza se e senza ma!

E questo vale per noi tutti, non solo per loro, i protagonisti delle gare, che scenderanno in pista per darsi dura e leale battaglia alla conquista del podio. Perché siamo noi tutti insieme, atleti, spettatori, operatori, a dare sostanza viva ed eccitante a questa meravigliosa, millenaria parola: Olimpiadi.

Lo speciale che vi accompagnerà, nelle pagine a seguire, gara per gara nelle due settimane olimpiche è stato costruito volutamente in maniera libera, ludica, didascalica. Libera perché abbiamo voluto attraversare ogni disciplina senza troppo rigore, restituendone di ciascuna l’essenza originaria e il tratto odierno, contemporaneo, intrecciando il registro della storia con quello delle emozioni che verranno. Ludica, perché abbiamo voluto giocare, divertendoci, con il toto-podio: cosa di più intrigante che scommettere su chi andrà a medaglia, certi di sbagliare pronostico naturalmente? Didascalica perché, ebbene sì, abbiamo deciso di fornire anche delle informazioni basiche per conoscere e vivere in maniera più chiara ciascuna disciplina conoscendone le regole, almeno le più generali. Perché se è vero come è vero che questi grandi eventi sono seguiti con palpitazione e competenza da molti che queste discipline frequentano e conoscono da sempre o quasi, è altrettanto vero che assai di più saranno quelli che vivranno questi sport da allegri ed eccitati profani, felici di essere qui sotto la bandiera a 5 cerchi per provare forti emozioni ed apprendere nuovi linguaggi sportivi, elettrizzati all’idea di condividere con amici e sconosciuti l’eccitazione di questo magico circo bianco. Sci alpino, Bob, Slittino, Skeleton, Curling: buon viaggio olimpico, allora, le piste di Cortina 2026 vi attendono!

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MEDALS PROGRAMME

Tofane Alpine Skiing Centre

SUNDAY 08

h. 11.30

Women’s Downhill

TUESDAY 10

Women’s Team Combined

h. 10.30 Downhill

h. 14.00 Slalom

THURSDAY 12

h. 11.30

Women’s Super-G

SUNDAY 15

Women’s Giant Slalom

h. 10.00 Run 1

h. 13.30 Run 2

WEDNESDAY 18

Women’s Slalom

h. 10.00

Run 1

h. 13.30 Run 2

LUGE/ SLITTINO

Cortina Sliding Centre

SUNDAY 8

h. 18.34

Men’s Singles Run 3 & 4

TUESDAY 10

h. 18.34

Women’s Singles Run 3 & 4

WEDNESDAY 11

h. 18.53 Women – h. 19.44 Men

Women’s and Men’s Doubles Run 1 & 2

THUESDAY 12

h. 18.30 Team Relay

CURLING

Cortina Curling Olympic Stadium

TUESDAY 10

Mixed Doubles

h. 14.05

Bronze Medal

h. 18.05 Gold Medal

FRIDAY 20

h. 19.05

Men Bronze Medal

SATURDAY 21

h. 14.05

Women Bronze Medal

h. 19.05

Men Gold Medal

SUNDAY 22

h. 11.05

Women Gold Medal

SKELETON

Cortina Sliding Centre

FRIDAY 13

h. 21.05

Men

Heat 3 & 4

SATURDAY 14

h. 19.44

Women

Heat 3 & 4

SUNDAY 15

h. 18.00

Mixed Team

BOBSLEIGH/ BOB

Cortina Sliding Centre

MONDAY 16

h. 21.06

Women’s Monobob

Heat 3 & 4

TUESDAY 17

h. 21.05 2-Man

Heat 3 & 4

SATURDAY 21

h. 21.05 2-Woman

Heat 3 & 4

SUNDAY 22

h. 12.15 4-Man Heat 3 & 4

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DISCESA LIBERA

SENZA RESPIRO

Ok, suona sicuramente come luogo comune, definizione trita e ritrita, eppure è difficile trovare un’altra istantanea migliore e stringente per qualificare in una manciata di parole la discesa libera quale quella di “gara regina dello sci alpino”. È un po’ come per i 100 metri dell’atletica leggera: nulla regala maggiori suggestioni, e quindi emozioni, della corsa a rotta di collo nel segno della massima velocità. La discesa però non è una corsa libera e potente in un rettilineo pulito. Non è neanche un giro a supersonica velocità in un circuito di F. 1. È tutto questo e di più. Non esiste disciplina così connotata dal tratto della velocità più estrema e pericolosa come questa incredibile gara. Forse solo il rally la avvicina in quanto a coefficiente di difficoltà ed imprevedibilità. Per quanto la sicurezza abbia fatto passi da gigante negli anni, stiamo parlando di individui che sfrecciano a 130 km/h e più sopra due strisce di materiale vario lunghe due metri giù per piste sicuramente ben battute e preparate, e però dal manto, dalle inclinazioni, dalle curve non certo regolari e mai uguali di gara in gara, in situazioni ambientali e climatiche le più varie e non di rado difficilissime, in particolare per ciò che concerne la visibilità. Stiamo parlando, quindi, di adrenalina pura, di un minuto e mezzo o due vissuti in pura apnea col respiro costantemente mozzato.

Uno spettacolo assoluto che tutti attendiamo frementi nel cuore delle Olimpiadi Invernali 2026, qui a Cortina sulla mitica Olympia delle Tofane. Inutile dire che è tutto andato sold out da subito, in un amen, che altro? La pista non ha certo bisogno di presentazioni, stiamo parlando di una classica tra le classiche nel circuito femminile, come lo sono, che so, Kitzbühel e Wengen per i maschi. Magari dal coefficiente assoluto di difficoltà inferiore a quest’ultime, e però pista insidiosissima per le variazioni di ritmo che presenta lungo il suo tracciato. Lunga circa 2 km e mezzo, presenta subito un must di questa disciplina, lo Schuss tra le due iconiche pareti rocciose da fare in salto con una pendenza del 65 %. Tratto da coprire composte per garantirsi grande velocità a seguire. Dopo non molto altro salto importante, quello del Duca d’Aosta, anche qui da condurre con gli sci ben puntati a valle. Altri due punti chiave sono il Gran Curvone, dove la forza centrifuga va governata con grande presenza sullo sci esterno, e lo Scarpadon, tratto assai tecnico e cieco, che precede il lungo falsopiano finale delle Pale di Ru Merlo, dove è fondamentale entrare con buona velocità pena rallentare fatalmente l’andatura e non recuperarla più. Una pista, quindi, assai più complessa di quanto possa apparentemente sembrare; non è un caso che a scorrere il suo palmares non troverete tra le vincitrici una, dicasi una atleta che non sia stata una autentica fuoriclasse del circuito bianco.

Inutile dire che le aspettative azzurre in questa disciplina sono altissime. Goggia qui ha vinto 4 volte e non può quindi sottrarsi

dal ruolo di prima favorita. Anche se a pari merito va messa l’incredibile, rientrante Lindsey Vonn, a 41 anni in testa alla coppa di specialità. Entrambe sono sciatrici capaci di tutto. La Vonn è il manuale della discesa: non ha punti deboli, sul piano e sul tecnico è forte uguale, con una mentalità e un approccio alla gara stravincenti. Sofia è un cavallo pazzo, capace di tutto e al contempo, proprio per questo, sempre al limite. In questo ricorda Bode Miller, due che nessun allenatore di sci indicherebbe ai suoi campioncini in erba di ispirarsi, dato che le linee che immaginano e tracciano sono fuori da ogni canone. Un po’ come SuperMac nel tennis, insomma. Naturalmente le insidie arrivano da ogni dove per le due, a partire dalle due velocissime tedesche WeidlerWinkelmann e Aicher, quest’ultima grande prospetto polivalente che presto punterà alla coppa generale. Da tenere d’occhio anche le austriache Huetter e Puchner, mentre la svizzera Suter, plurimedagliata ai Mondiali e oro olimpico in carica davanti alla miracolata Goggia in quel di Pechino 2022, pare davvero fuori forma. Attenzione anche all’incredibile Ledecka, unica atleta nella storia ad aver vinto ori olimpici in due sport diversi, sci alpino e snowboard, anche se questa non pare la sua pista. Ma le nostre possono essere le vere insidie di Sofia: la Pirovano in grande forma e pronta ad attaccare il podio, l’esperta Curtoni che può piazzare una sua zampata, Nicol Delago fresca vincitrice a Tarvisio e infine l’incognita delle incognite, autentica mina vagante di questi giochi, Federica Brignone, che con quell’incredibile sesto posto a San Vigilio in gigante al suo rientro dopo il catastrofico infortunio dello scorso anno ha davvero dimostrato che a una fuoriclasse del suo calibro davvero nulla è precluso. Incrociamo le dita.

ENG Downhill skiing is often called the “queen race” of alpine sport, and the description fits: nothing matches its blend of extreme speed, danger, and unpredictability. Athletes launch themselves down steep, irregular slopes pushing 90 miles an hour, navigating changing snow, light, and terrain in a minute and a half of pure adrenaline. At the 2026 Winter Olympics, all eyes turn to Cortina’s legendary Olympia delle Tofane, a technical and rhythm shifting course featuring iconic sections such as the 65% Schuss, the Duca d’Aosta jump, the Gran Curvone, and the blind Scarpadon before the decisive final flat. Its winners have always been true champions, and expectations for the Italian team are immense. Sofia Goggia, four time victor here, is the natural favourite, though she faces fierce competition from the returning Lindsey Vonn, still leading the discipline at 41. The German speed specialists Weidler Winkelmann and Aicher, Austria’s Huetter and Puchner, and the versatile Ester Ledecká all pose serious threats, while Switzerland’s Suter appears out of form. Italy’s depth could also reshape the podium: Pirovano is in excellent condition, Curtoni remains dangerous, Nicol Delago arrives boosted by her Tarvisio win, and Federica Brignone, back after a devastating injury, has already shown she can defy every expectation.

Su di me nulla ha esercitato un fascino paragonabile ai cerchi olimpici, è sempre stato il mio grande sogno. E forse mi piace proprio per questo motivo, perché è una gara one shot one kill

LINDSEY VONN
Photo Sarah Brunson/U.S. Ski & Snowboard
SOFIA GOGGIA

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CONDUZIONE PURA

Se la Regina Discesa, proseguendo il parallelo con l’atletica leggera, rappresenta i 100 mt dello sci alpino, il Supergigante vale, sempre nello sprint, i 200. Perché si tratta comunque di velocità a palla, senza respiro, però in traiettoria, per così dire, non così diretta, con qualche curva in più. È tra tutte le specialità dello sci forse quella con più incognite. Inauguratasi nella seconda metà degli anni ‘80 per dare più chance ai velocisti di ambire alla sfera di cristallo, trattasi di una specialità in teoria a metà tra la discesa libera e il gigante, anche se almeno sette SuperG su dieci sono assai più prossimi alla gara regina che allo slalom tra le porte larghe. Ciò permette, per l’appunto, ai velocisti di giocarsi assai meglio le proprie carte per la coppa generale. Pensate se Kaiser Franz (Klammer, ovviamente) avesse potuto cimentarsi con questa specialità…, di sicuro almeno tre Coppe del Mondo nella sua bacheca sarebbero oggi in bella mostra. Così come al contrario il buon Tomba nazionale se non avesse avuto tra i piedi questa gara ne avrebbe altrettante, oltre a quella effettivamente conquistata nel 1995 a Bormio, nella sua di bacheca. Le incognite di questa specialità stanno innanzitutto nel fatto che mentre prima della discesa sono previste due prove, qui neanche una. Si corre a una velocità assai prossima a quella della libera però un po’ alla cieca, per cui ci vuole grandissima lucidità strategica, altrettanta sensibilità nei piedi, spiccata capacità di leggere in anticipo le insidie del tracciato.

Sull’Olympia delle Tofane abbiamo già detto tutto in sede di pre -

sentazione della discesa. La pista è quella: presenta delle decise variazioni di ritmo, la pendenza progressivamente scema e quindi le qualità da gigantiste qui valgono per davvero, perché se non si conducono in maniera pulita e con giusto anticipo le curve si va in ritardo di linea e… buona notte!

Tra le quttro specialità forse questa è tra tutte quella in cui le azzurre si giocano le proprie carte migliori. Goggia naturalmente tra le favorite assolute, ma anche la Curtoni in SuperG dà il suo meglio ed è da podio. La Pirovano poi presto spezzerà l’incantesimo, entrando finalmente tra le tre: quale occasione migliore qui grazie alla sua sciata ipertecnica, pulita, sempre in anticipo di linea?

Ma anche in questa gara la mina vagante assoluta è lei, la tigre milanese/aostana Brignone: se riesce ad arrivare anche solo al 70 % del suo meglio qui in Tofana può essere da oro.

Le altre grandi favorite sono sicuramente la Vonn e la potentissima neozelandese Robinson, così come l’emergente e fortissima Aicher e la francese Miradoli, quest’anno in grande forma. Senza dimenticare ancora una volta la Ledecká, già oro olimpico nella specialità a Pyeongchang 2018.

ELENA CURTONI
LAURA PIROVANO
ALICE ROBINSON

ENG The Super G is to alpine skiing what the 200 metres are to athletics: pure speed, but with more curves, more uncertainty, and far less room for error.

Created in the late 1980s to give speed specialists additional chances in the overall standings, it sits theoretically between downhill and giant slalom, though most courses resemble downhill far more than technical racing. Unlike downhill, athletes get no training runs, forcing them to attack at near downhill velocity while “blind,” relying on strategic clarity, sensitivity, and the ability to read the terrain instantly.

At Cortina’s Olympia delle Tofane, the same demanding course used for the downhill becomes even trickier in Super G: shifting rhythms, decreasing gradients, and the need for clean, anticipatory turns punish even the smallest delay in line.

For Italy, this is perhaps the most promising discipline. Sofia Goggia remains a top favourite, joined by Elena Curtoni, who excels particularly in Super G, and Laura Pirovano, whose precise, technically sharp skiing could finally bring her onto the podium. The true wildcard is Federica Brignone: even at 70% of her potential, she could fight for gold on this slope.

International contenders include Lindsey Vonn, still formidable; New Zealand’s powerful Alice Robinson; rising German star Aicher; and France’s in form Mirandoli. And 2018 Olympic champion Ester Ledecká remains a threat whenever she starts.

Si corre a una velocità assai prossima a quella della Libera però un po’ alla cieca, per cui ci vuole grandissima lucidità strategica, altrettanta sensibilità nei piedi, spiccata capacità di leggere in anticipo le insidie del tracciato
EMMA AICHER
ROMANE MIRADOLI Photo Stefan Brending © Creative Commons
ESTER LEDECKÁ
Photo Stefan Brending © Creative Commons

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SLALOM GIGANTE

BRIVIDO AZZURRO

La mia performance non dipende dalle altre, ma solo da me. È l’unica cosa che posso controllare: sono io la mia stessa rivale

Federica Brignone

FEDERICA BRIGNONE

Rimanendo ancora nel parallelo con l’atletica leggera (a questo punto la par condicio è d’obbligo…), se la Discesa Libera vale i 100 e il SuperG i 200 mt, lo Slalom Gigante è decisamente fratello stretto del cosiddetto giro della morte, vale a dire i 400 mt piani. La gara che in atletica riassume un po’ tutti gli elementi della corsa: velocità forte e costante, resistenza a questa intensa velocità stessa, assetto composto in curva, lettura tattica in più fasi temporali, distribuzione delle energie psicofisiche. Pensiamoci bene, il Gigante non è, su un piano decisamente più inclinato, una competizione con delle caratteristiche assai simili? Si viaggia tra i 70 e i 90 kmh, con raggio di curva media sui 20 mt, con variazioni degli angoli di curva a seconda delle pendenze e a seconda dell’idea di gara dei singoli tracciatori. Quindi velocità elevata da governare in curve costanti e non di rado angolatissime, ragion per cui all’approccio aggressivo che chiede la discesa va combinata l’abilità tecnica di condurre la velocità in curva. È la specialità più tecnica e completa dello sci, non a caso dominata dalle sciatrici e dagli sciatori più sopraffine/i e belle/i da vedere di sempre; che so, dalla Shiffrin alla Brignone, dalla Schneider alla Compagnoni, da Stenmark a Tomba, da Hirscher a Odermatt. Senza naturalmente dimenticare i vari Von Grueniger, Girardelli, Zurbriggen e le varie Rebensburg, Schneider, Fenninger… A ranghi completi e sani qui davvero le azzurre la farebbero da padrone; certo, in buona compagnia con altre come tra poco vedremo. Purtroppo, invece, con la Bassino ai box per tutta la stagione causa infortunio e la Brignone miracolosamente appena rientrata dopo quello che sappiamo, beh, avremo bisogno davvero di pescare almeno un bel jolly. Certo, ce la giochiamo, eccome. Il sesto posto pazzesco di Brignone al rientro dopo quasi un anno in gennaio sull’Erta di San Vigilio apre davvero orizzonti senza retorica alcuna insperati fino solo a un mese fa. Se capace di aggiungere fiducia e potenza alla sciata vista in quella gara di rientro, beh, la Federica nazionale potrà davvero essere in grado di fare il colpo. Ha tutto, ma proprio tutto per mettersi dietro tutte. Nessuna ha l’incisività, oltre che la grande bellezza tecnica, della sua sciata tra le porte larghe. Insomma, il podio a questo punto per lei è ben più di un sogno. Per quanto riguarda le altre italiane, meglio non farsi troppe illusioni, anche se qualche freccia ancora ce l’abbiamo. Goggia qui è una vera incognita. Non è esattamente la sua specialità questa, ma lei è una che si sa galvanizzare come nessuna in queste gare e può dire la sua qui, in una pista che ama come poche altre. La sorpresa potrebbe essere la tarvisiana Della Mea, da anni attesa ai vertici e quest’anno finalmente capace di lasciare il suo bel segno in coppa, ancor più in gigante che in slalom, dove negli anni scorsi prevalentemente si cimentava. Anche se per lei il podio sarebbe davvero un colpaccio. Tra tutte, comunque, questa è la specialità in cui vi è più equilibrio

Slalom Gigante femminile

15 febbraio prima manche h. 10, seconda manche h. 13.30

Tofane Alpine Skiing Centre

e in cui davvero almeno in sei, sette possono ambire all’oro. Oltre alla nostra Brignone, qui se la giocano a viso aperto la svizzera Rast, grande protagonista quest’anno anche tra i pali stretti, l’austriaca Julia Scheib, la neozelandese Robinson, definitivamente esplosa in tutte le sue potenzialità, la veterana svedese Hector, in gran forma pure lei e, naturalmente, sua maestà Shiffrin, anche se qui non così dominante come nello slalom, suo regno assoluto. Attenzione anche all’altra americana Paula Moltzan, sciatrice non troppo oculata tatticamente ma dalla potenza straripante: se per un giorno non incappa in qualche errore grossolano una capace di far saltare il banco.

ENG Giant slalom is the alpine skiing equivalent of the 400 meter race: sustained speed, endurance, tactical reading of the course, and the ability to manage powerful, precise turns. Athletes reach 70–90 km/h while carving medium radius curves that vary with slope and course setter choices. It is the most complete and technical discipline, historically dominated by the sport’s finest stylists—from Shiffrin and Brignone to Stenmark, Tomba, Hirscher, and Odermatt.

With Marta Bassino out for the season and Federica Brignone only recently back from injury, Italy must rely on a touch of luck. Yet Brignone’s remarkable sixth place on the Erta in her comeback race suggests she may again fight for victory: her clean, incisive skiing between the wide gates remains unmatched. A podium is no longer a dream. Among the other Italians, expectations are modest. Goggia is unpredictable in this discipline but thrives on adrenaline, while Lara Della Mea, stronger than ever in giant slalom, could spring a surprise, though a medal would be extraordinary.

This is the most open of all events, with six or seven genuine contenders. Alongside Brignone stand Switzerland’s Camille Rast, Austria’s Julia Scheib, New Zealand’s explosive Alice Robinson, Sweden’s veteran Sara Hector, and Mikaela Shiffrin—less dominant here than in slalom but always dangerous. The powerful American Paula Moltzan, if she avoids major errors, could also upset the hierarchy.

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TRAIETTORIE

Lo slalom speciale , oggi più comunemente chiamato solo Slalom, è in assoluto tra tutte e 4 le specialità dello sci alpino quella più acrobatica e circense nel senso più alto del termine, perché praticata da autentici maghi degli spazi stretti, capaci di disegnare in velocità traiettorie angolatissime in pirotecnica sequenza, senza soluzione di continuità. È la gara in cui la suspence è assoluta, le sorprese continue, in cui il coefficiente di errore e di squalifica è senza discussioni il più alto. Saltare in slalom, inforcare un paletto insomma, è pane quotidiano: capita a tutti, ai più grandi come a coloro i quali partono dalle retrovie con pettorali altissimi su piste che dire rovinate è usare un più che generoso eufemismo. È la specialità, inoltre, in cui si registrano le più clamorose rimonte in seconda manche proprio in ragione dell’elevato rischio di deterioramento del tracciato, in particolare in presenza di neve non sufficientemente dura, ghiacciata, o ben barrata, allorché dopo pochi passaggi i segni a ogni porta divengono autentici solchi e tutto si fa più arduo. Per cui non di rado, con l’inversione dei 30 in seconda manche, capita che il trentesimo o, che so, il ventisettesimo, partendo tra i primi, rimontino venti o anche più posizioni. Per questo da un punto di vista emozionale, dei colpi di scena, è tra tutte probabilmente la gara più divertente. Riprendendo ancora una volta il confronto con l’atletica, lo Slalom è una sorta di gara dei 110 mt ostacoli svolta però su un terreno di corsa campestre. Un vero rebus. Nonostante che le prime protagoniste assolute dello sci al femminile italiano, quelle per intenderci della valanga rosa (Claudia Giordani, Ninna Quario, Daniela Zini, Paoletta Magoni…) siano emerse proprio nello Slalom, creando quindi una prima tradizione decisamente connotata dai pali stretti, nel corso dei decenni a seguire le ben più ancora vincenti valanghe rosa che verranno proprio nello Slalom otterranno i risultati più magri, eccellendo invece, e alla grande, nel Gigante ed anche nelle discipline veloci. Dalla Compagnoni alla Putzer, Dalla Karbon alla Brignone, dalla Kostner alla Goggia, tutte le nostre più grandi campionesse hanno avuto ben poco da dire tra i pali stretti, dominando su tutti gli altri fronti invece. Da allora ad oggi nulla è cambiato: purtroppo nello Slalom è ancora buio profondo, anche se una nuova generazione di giovani e giovanissime sta finalmente dando qualche segno di vitalità incoraggiante. Non però da prefigurare neanche lontanamente la possibilità ragionevole di raggiungere uno dei tre più alti gradini del podio olimpico. Dopo il grave, ennesimo infortunio occorso a Marta Rossetti, che sembrava negli ultimi tempi in

Slalom femminile
18 febbraio prima manche h. 10, seconda manche h. 13.30
Tofane Alpine Skiing Centre
MIKAELA SHIFFRIN
© Longines

D’ORO

buona fase di crescita, sono praticamente rimaste in due tra le nostre a riuscire abbastanza regolarmente a qualificarsi per le seconde manches: Marta Peterlini e Lara Della Mea. Tra le due solo la seconda potrebbe in condizioni particolarissime, con una prestazione top coincidente con molte uscite delle più attese protagoniste, sognare il podio. Ma è davvero un sogno, anche se parliamo di una sciatrice in costante crescita nella sua annata migliore di sempre, ma sorprendentemente oggi più performante in gigante che in slalom.

Per quanto riguarda le favorite, qui ce n’è una che davvero guarda dall’alto dei picchi dolomitici tutte le altre concorrenti giù a valle. Inutile dire di chi stiamo parlando, vero? Mikaela Shiffrin, la più grande sciatrice di tutti i tempi, in slalom fa semplicemente un altro sport. Punto. Anche se quest’anno è stata avvicinata pericolosamente da Camille Rast, la polivalente delle discipline tecniche svizzera capace di battere per ben due volte la regina dei pali stretti. Forse, quindi, una gara più aperta di quanto ci si possa ragionevolmente attendere. Puntano dirette al podio anche la giovanissima, e italianissima ma ahinoi col passaporto albanese, Lara Colturi e la veterana elvetica Wendy Holdener, con anche qui l’americana Paula Moltzan possibile outsider.

ENG The slalom is the most acrobatic and unpredictable of all alpine skiing disciplines, a high speed dance through tight spaces where athletes trace extreme angles in rapid, uninterrupted succession. It carries the highest risk of mistakes and disqualification, and course deterioration makes the second run especially dramatic: deep ruts form quickly, allowing late starters to stage spectacular comebacks. Emotionally, it is the most suspenseful and entertaining race, comparable to a 110 meter hurdles event run on uneven terrain.

Italy once had a strong slalom tradition with the early “valanga rosa”, or pink avalanche, but in recent decades its greatest champions have excelled in giant slalom and speed events instead. Today the discipline remains the team’s weakest. With Marta Rossetti sidelined by injury, only Marta Peterlini and Lara Della Mea consistently reach second runs, and only under exceptional circumstances could Della Mea dream of a podium finish. Among the favourites, one name towers above all others: Mikaela Shiffrin, whose dominance makes slalom feel like a different sport. Yet this season she has been challenged by Switzerland’s Camille Rast, who has beaten her twice, hinting at a more open race. Also aiming for the podium are the young and highly talented Lara Colturi, the experienced Wendy Holdener, and the American Paula Moltzan, all capable of capitalizing on any opportunity.

CAMILLE RAST

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COMBINATA

FORMULA SQUADRA

Diciamoci la verità, come diceva l’Albertone nazionale delle nevi la combinata non è stata mai una vera gara con la G maiuscola. In tutte le sue versioni, notevolmente mutevoli nei decenni (per anni si sommavano i tempi di discesa e slalom, e qui Thoeni era il vero numero 1; poi si è deciso di prevedere una gara ad hoc con discesa e slalom esclusivamente valevoli per questa non-disciplina; successivamente si è passati, per questioni di tempo e anche di spettacolarità, alla formula discesa + una sola manche di slalom, con il risultato però di favorire nettamente gli slalomisti che tra i pali stretti rifilavano secondi ai velocisti puri; infine si è provato a sparigliare ulteriormente il mazzo di carte optando per SuperG + una manche di slalom), alla fine non di rado ha permesso ad autentici carneadi di portarsi a casa delle medaglie altrimenti per loro impensabili nelle vere specialità tecniche o veloci dello sci alpino. Insomma, davvero la cenerentola dei Giochi Olimpici così come dei Mondiali, buona solo per portarsi a casa una medaglia da consegnare alla storia, non importa se di speso specifico clamorosamente inferiore a quelle ottenute nelle vere discipline alpine. La scelta ora di cambiare ancora formula dimostra la fragilità strutturale dell’identità di questa gara di autentico confine, di questa competizione, se vogliamo dirla nuda e cruda, che non è né carne né pesce. Eppure forse per una volta si è imboccata una strada più intrigante, optando per una formula potenzialmente assai più di valore, perché capace di far valere le qualità assolute degli atleti in gara, non la loro medietà buona a galleggiare su ogni terreno. La scelta, infatti, per questi Giochi Olimpici è stata quella di prevedere una combinata a squadre, in cui ogni nazionale presenta un team di due atleti: uno specialista dei pali stretti, un altro della velocità. In teoria così potrebbe esserci competizione vera sul serio, poiché andrebbe in pista il top delle due specialità polarmente opposte dello sci sommando infine i tempi dei due concorrenti di ciascun team. Certo, a patto che la gara così ben concepita non venga snobbata mettendo in pista seconde e terze linee, ipotesi da non escludere affatto, dato che le grandi star prediligeranno sicuramente la medaglia nelle proprie discipline tradizionali prima di questa gara a squadre. Però l’Olimpiade è l’Olimpiade e quindi le possibilità di vedere non dico tutti i migliori, ma almeno una buona parte di essi in pista per questa competizione è assai elevata. Per chiudere il parallelo con l’atletica, inutile dire che questa gara richiama la staffetta, solo che a differenza di quella che si svolge sul giro di pista ovale, che prevede l’identica corsa per tutti e quattro gli atleti di un team nazionale, qui è un po’ come se si inscenasse

una staffetta con un centometrista e un ostacolista. Insomma, non proprio la stessa storia, ecco. Difficilissimo qui fare previsioni. Se dovessero essere selezionate da tutte le nazionali le atlete top, beh, allora team USA non avrebbe davvero rivali, perché Schiffrin e Vonn sono semplicemente le due più grandi sciatrici di tutti i tempi, la prima delle specialità tecniche, la seconda della velocità. Peccato, però, che le due pare non si amino proprio alla follia, quindi… Prevediamo che Vonn sarà della partita e la Schiffrin no; se così fosse, team USA sarebbe comunque favorito perché in slalom vedrebbe scendere comunque altri grandi protagoniste emergenti quali Paula Moltzan o Nina O’Brien. Per le azzurre le speranze sono ridotte al lumicino. Certo, Goggia è un pezzo da 90 in discesa, ma in slalom? La Della Mea, pur nella sua migliore stagione, non è da prime 5, quindi solo un piccolo miracolo potrebbe regalarci almeno il terzo gradino del podio. Le due nazioni che possono davvero insediare le statunitensi sono, tra tutte, la Germania e l’Austria. Più le prime delle seconde a dire il vero. Potrebbero infatti schierare le tedesche la polivalente Emma Aicher, autentica sorpresa della stagione in Coppa del mondo, capace di entrare tra le 10 in tutte e 4 le discipline, la quale, pur andando forte in discesa, verrebbe qui sicuramente selezionata per lo slalom, dove si difende alla grande e senza altre connazionali di rilievo in grado al suo posto di giocarsela tra i pali stretti. In discesa a questo punto scenderebbe Kira Weidle-Winkelmann, stabilmente tra le prime cinque nella graduatoria mondiale della libera. Le austriache, pur non brillando granché nella velocità, possono comunque schierare in discesa un cavallo di razza quale Cornelia Huetter, campionessa olimpica in carica, mentre in slalom hanno un’ottima interprete quale Catarina Truppe. Ovviamente da non sottovalutare le svizzere, che possono far scendere in pista la grande protagonista delle specialità tecniche della stagione, Camille Rast, l’unica ad aver battuto per ben due volte sua maestà Schiffrin in slalom, anche se in discesa faticano assai, con la campionessa Suter in grande crisi quest’anno.

ENG The Alpine combined has long been considered the “Cinderella” of ski events, a discipline whose changing formats have often blurred its identity. Over the decades it shifted from the combination of downhill and slalom times, to standalone combined races, to downhill plus one slalom run, and later to Super G plus slalom. These constant reforms frequently produced surprise medallists who would not normally contend in the core technical or speed disciplines. The event’s structural fragility is evident, yet for the 2026 Olympics a more compelling solution has emerged: a team combined. Each nation fields two athletes – one speed specialist and one slalom expert – with their times added together. This format promises a more meaningful contest,

provided that teams do not field their second tier athletes in favour of traditional events.

The structure recalls a relay, though unlike track relays where all athletes run the same race, here it is as if a sprinter teamed up with a hurdler: two entirely different skill sets. Predicting outcomes is difficult. If top athletes participate, the USA would be nearly unbeatable: Shiffrin and Vonn are arguably the greatest ever in their respective disciplines. Yet their well known tension may prevent both from competing. Even without Shiffrin, Team USA would remain strong thanks to rising talents like Paula Moltzan or Nina O’Brien. Italy’s chances are slim. Goggia remains a powerhouse in downhill but cannot match the best in slalom, while Della Mea, despite her best season, is unlikely to break into the top five. Only an exceptional performance would bring our home team close to a podium finish.

Germany and Austria appear the most serious challengers to the United States. Germany could field Emma Aicher, a remarkable all rounder who has finished in the top ten across all four disciplines, likely selected here for slalom, paired with downhill ace Kira Weidle Winkelmann. Austria, despite a weaker speed sector, can rely on reigning Olympic champion Cornelia Huetter for the downhill leg and on the consistent Catarina Truppe in slalom. Switzerland, too, should not be underestimated: Camille Rast has dominated the technical field this season, becoming the only skier to defeat Shiffrin twice in slalom, though Switzerland struggles on the speed side, with Suter out of form. In this new format, the combined finally promises real competition, a rare moment where the best of two opposite worlds in skiing meet on equal ground.

LARA DELLA MEA
SOFIA GOGGIA

cortina olimpiadi

SKELETON & SLITTINO

ADRENALINA A MILLE

Lo skeleton è, tra gli sport invernali, uno dei più antichi. Già nel 1885 fu costruita la prima pista per le slitte a Saint Moritz, la Cresta Run, una discesa in ghiaccio naturale lunga 1.214 metri. Due soli anni più tardi, nel 1887, i partecipanti a questa gara iniziarono a scendere in posizione prona. È questa, quindi, la data di nascita dello skeleton. Il nome in realtà fu dato a posteriori, allorché, nel 1892, venne introdotto un nuovo tipo di slittino caratterizzato da un telaio metallico che ricordava la struttura dello scheletro umano, che in inglese fa, per l’appunto, skeleton. Per decenni le competizioni di skeleton si sono svolte esclusivamente nella rinomata località svizzera. Vengono inserite nel programma olimpico già nella seconda edizione dei Giochi, ospitati, guarda un po’, a St. Moritz. Dove si svolgerà anche l’edizione del 1948, che sarà l’ultima nel XX secolo ad ospitare questa specialità decisamente estrema in ragione della mancanza di piste adeguate nelle varie altre località che di lì in poi saranno sedi olimpiche. Solo a Salt Lake City 2002 ritornerà a comparire nel programma olimpico, che vedrà per la prima volta l’inserimento della gara femminile. La grande novità di questa edizione è invece la gara a squadre mista, che si aggiunge al singolo maschile e femminile. Le competizioni si svolgono al Cortina Sliding Centre nel nuovissimo, quanto discusso e insieme attesissimo, impianto intitolato al leggendario bobbista ampezzano Eugenio Monti. Un percorso di gara lungo 1445 metri, con un dislivello di 107 metri e un’inclinazione media dell’8,4%, con ben 16 curve.

È una specialità a dir poco adrenalinica lo skeleton, dove a pancia in giù e testa a valle si toccano picchi di velocità di 140 kmh! Gli atleti e le atlete partono in piedi, come nel bob. Al semaforo verde, hanno 30 secondi per partire. Dopo la rincorsa iniziale, dai 25 ai 40 metri, in cui spingono lo skeleton afferrandolo per le apposite maniglie, si sdraiano sull’attrezzo che guidano per tutta la discesa solo tramite i movimenti del corpo.

A Nino Bibbia è legata la storia di questo sport in Italia, capace di vincere il primo oro olimpico di tutti gli sport invernali italiani proprio nel 1948 a St. Moritz. Rimane questa a tutt’oggi l’unica medaglia azzurra della disciplina. Negli ultimi quattro, cinque anni, però, si sono iniziati a registrare dei considerevoli passi in avanti da parte

dei componenti del nostro team. Finalmente il podio in coppa del mondo non ha più rappresentato un miraggio, permettendo in questo modo di allargare la base dei praticanti e quindi di elevare il numero potenziale di atleti in grado di gareggiare ai massimi livelli. Rimanendo agli ultimi, incoraggianti risultati, siamo reduci da ben due ottimi piazzamenti sul podio ottenuti ai primi di gennaio nella tappa di coppa del mondo di Saint Moritz, valevole anche per i Campionati Europei 2026. Entrambi due argenti: Amedeo Bagnis nel singolo, alle spalle del britannico Matt Weston, e sempre Bagnis affiancato da Alessandra Fumagalli nella gara a squadre mista. Inutile dire che i due sono attesissimi nelle imminenti discese olimpiche: una medaglia, la seconda della storia, sarebbe un gran colpo e null’affatto utopico. A loro si uniranno, a completare il team azzurro, Valentina Margaglio e Mattia Gaspari. Inutile dire che tra i grandi favoriti per il podio sono, come sempre, i tedeschi. La Germania, come del resto per il bob, è la nazione di riferimento assoluto per lo skeleton, forte dei successi di Pechino 2022 con Christopher Grotheer e Hannah Neise. I quali saranno, con il connazionale Axel Jungk, gli atleti anche a Cortina da battere assieme al veterano lettone Martins Dukurs. Da tenere anche d’occhio nel femminile la belga leader di coppa Kim Meylemanse e l’altra tedesca Jacqueline Pfeifer, mentre nel maschile tra i favoritissimi non si possono non annoverare i britannici Marcus Wyatt e Matt Weston, attuale leader di coppa, e il cinese Zheng Yin. ENG Skeleton is one of the oldest winter sports, born in St. Moritz in 1887 when riders first began descending head first on sleds along the natural ice Cresta Run. The name came later, in 1892, from a new metal framed sled resembling a human ribcage. After appearing at the early Winter Games in St. Moritz (1928, 1948), the sport vanished from the Olympics until its return at Salt Lake City 2002, which also introduced the women’s event. This edition debuts a mixed team race alongside men’s and women’s singles, all held at the new Cortina Sliding Centre, a 1,445 meter track with 16 curves and speeds reaching 140 km/h. Italy’s history includes the 1948 Olympic gold by Nino Bibbia, still the only Italian medal, but recent progress has raised expectations: Amedeo Bagnis won two European silver medals in St. Moritz in January 2026, both individually and with Alessandra Fumagalli in the mixed event. They will be joined by Valentina Margaglio and Mattia Gaspari.

Skeleton
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Cortina Sliding Centre

SFIDA AERODINAMICA

Pur essendo uno dei più antichi, se non proprio il più antico, tra gli sport invernali, le sue radici risalgono addirittura al XVI secolo, lo slittino, anch’esso divenuto sport agonistico in Svizzera, vede il suo debutto alle Olimpiadi in quel di Innsbruck solo nel 1964. Fino al 2012 prevedeva tre tipi di equipaggi: singolo maschile, singolo femminile e doppio maschile. Nel 2014 a Sochi viene introdotta la staffetta a squadre, mentre l’ultima, attesissima novità, ossia il doppio femminile, entrerà in scena proprio a Cortina 2026.

Lo slittino è a tutti gli effetti lo sport più veloce delle discipline invernali. Si raggiungono infatti punte che superano i 150 km/h. Se consideriamo le esili misure delle slitte utilizzate lanciate a tutta velocità da atleti sdraiati sulla schiena in un ripidissimo budello di ghiaccio, beh, davvero ci troviamo al cospetto di una disciplina di pura adrenalina in cui è vietato ogni minimo accenno di titubanza. Coraggio, lucidità strategica, doti di assoluto equilibrio son l’abc di questo sport. Si scende senza alcun ausilio di freni meccanici: la slitta viene controllata solo spostando il peso del corpo e usando i piedi per condurla. I pattini sono assai più taglienti di quelli utilizzati nel bob o nello skeleton e decisamente più difficili da controllare. L’aerodinamica è davvero tutto, o quasi, in questo sport. Inutile dire che anche i qui i materiali sono in continua, ipertecnologica evoluzione. Dimentichiamoci ovviamente il caro vecchio legno, ma anche le leghe utilizzate fino a non molti anni fa. Le slitte sono realizzate in fibra di vetro e i pattini vengono cambiati a seconda della pista e della condizione del ghiaccio.

Fondamentale è la fase di partenza, che a differenza del bob e dello skeleton si fa già in posizione sdraiata, quindi non con spinta in piedi, utilizzando, perciò, le sole mani. Sono 7, 8 secondi da allenare con la massima cura e intensità, perché decisivi per la velocità dell’andatura e quindi per il tempo finale.

Se nello skeleton, il cui debutto alle Olimpiadi curiosamente data ben 40 anni prima (ndr: Saint Moritz 2028), la nostra tradizione non è certo così rilevante, vantando un solo podio nel 1948 a Saint Moritz, l’oro di Bibbia, nello slittino l’Italia è storicamente una delle nazioni guida, figurando al terzo posto nel medagliere olimpico complessivo. Prima medaglia olimpica l’oro nel 1968 a Grenoble di Erika Lochner, prima azzurra a salire sul gradino più alto del podio nei Giochi Invernali. Prima medaglia maschile, invece, nel 1972 per la coppia Hildgartner-Plaikner, anch’essi oro nel doppio. Hildgartner che si ripeterà poi nel singolo a Lake Placid 1980 conquistando l’argento. Da allora un’altra dozzina e più di medaglie sino a Pechi-

no 2022, con il bronzo di Dominik Fischnaller nel singolo. Inutile dire che il protagonista assoluto dello slittino nazionale è stato Armin Zoeggeler, capace di conquistare 6 medaglie in 6 edizioni consecutive dei Giochi Olimpici, da Nagano 1998 a Sochi 2014. Un record assoluto da parte di colui il quale può considerarsi a tutti gli effetti il più grande slittinista di tutti i tempi. Zoeggeler è oggi direttore tecnico della nostra nazionale, che si presenta a Cortina con più di qualche concreta speranza di podio. A partire dallo stesso Fischnaller nel singolo maschile e dal doppio femminile composto da Andrea Voetter e Marion Oberhofer, appena reduci dal bronzo europeo. Possibili sorprese potrebbero arrivare da Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner. Inutile dire che anche qui, un po’ in tutte e cinque le gare previste, i favoriti assoluti rimangono i tedeschi, con alle spalle una grande tradizione e una grande scuola, forti di più piste di gara a disposizione che naturalmente permettono loro di avere un numero di praticanti inimmaginabile altrove. Tra i maschi il leader di coppa Felix Loch e Max Langenhan. Da tenere d’occhio anche gli austriaci Mueller e Gleirscher, nonché Koller e Steu nel doppio. Tra le ragazze stessa musica, con le tedesche Taubitz e Fraebel e le austriache Prock e Schulter, leader di coppa, a contendersi i più alti gradini del podio, con qualche americana e svizzera in agguato, oltre naturalmente alle nostre del doppio di cui sopra. Nella staffetta a squadre pronostico abbastanza aperto, anche se la Germania anche qui è la squadra da battere. L’Italia però potenzialmente è da podio, e considerando che gli azzurri hanno il vantaggio di aver già provato, a differenza degli avversari, la nuovissima pista cortinese… ENG Luge, one of the oldest winter sports with roots in the 16th century, became an Olympic discipline only in 1964 in Innsbruck. Originally featuring men’s singles, women’s singles and men’s doubles, it expanded with the team relay in 2014 and will debut the women’s doubles at Cortina 2026. It is the fastest of all sliding sports, exceeding 150 km/h, with athletes lying on their backs and steering solely through body movements and foot pressure. Modern sleds use fiberglass and razor sharp runners. The start remains decisive.

Italy is historically a luge powerhouse, third in all time Olympic medal count, with icons such as Erika Lechner and especially Armin Zoeggeler, winner of six medals in six consecutive Games. At Cortina 2026, Italy aims for the podium with Dominik Fischnaller, women’s doubles Voetter–Oberhofer, and hopefuls Rieder–Kainzwaldner. Yet Germany remains the nation to beat, led by Felix Loch, Max Langenhan, Julia Taubitz and Anna Berreiter, with strong Austrian and American contenders also in the mix.

Slittino
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Cortina Sliding Centre

cortina olimpiadi CURLING FEBBRE CURLING

Da Torino 2006, a ogni edizione olimpica scatta la febbre Curling. Questo sport, che naturalmente, anche se assai superficialmente, fa venire in mente il gioco delle bocce, disciplina in cui vantiamo la più grande tradizione al mondo coi francesi, non è esattamente materia nostra da chissà quanto. A Torino, infatti, questa disciplina accese improvvisamente la curiosità degli italiani dato che per la prima volta il grande pubblico poteva assistere qui da noi a questo curioso, affascinante sport dai più visto anche come un gioco alla portata di tutti, anche dei meno giovani. Certo, non vale in termini di sforzo fisico una maratona, ma la presenza atletica, i riflessi, la concentrazione qui non sono certo delle qualità residuali, per cui ritenere che si possa praticare questa disciplina senza un’adeguata preparazione fisica, beh, significa prendersi un grande abbaglio.

Una partita di curling si divide in 10 round o “end”. Ogni squadra gioca per ogni end, ossia per ciascun turno di lancio, otto stone (pietre) fatte scorrere nel corridoio di gioco ghiacciato, ghiaccio che viene trattato con delle scope per rendere più o meno veloci o dirette le traiettorie delle pietre. Il punteggio finale è determinato una volta lanciata l’ultima stone. Una squadra può avere una o più stone vicine al centro della ‘casa’ (concettualmente il punto equivalente al pallino delle bocce), un’area contrassegnata da tre anelli concentrici, e segnare quindi uno o più punti per ogni end.

Vince la squadra con il maggior numero di punti al termine dei 10 end. In caso di parità alla fine dell’ultima mano, si giocherà un extra end per determinare il vincitore. Ogni squadra è composta da 4 giocatori: Lead, che apre il gioco lanciando le prime due pietre; Second, che lancia la terza e la quarta; Third o Vice-skip, la quinta e la sesta; Skip, il capitano, le ultime due. Quest’ultimo decide, naturalmente consultandosi con i compagni, la strategia di gara. Nel doppio misto, formazione composta da una donna e un uomo, gli end giocati sono otto e ciascuna squadra è autorizzata a lanciare cinque stone per end.

Storicamente il primo club di curling viene fondato in Scozia nel 1716. Ma già nel Medioevo si registrano le prime tracce di questa disciplina, sempre in questa terra. Anche nei Paesi Bassi vi sono testimonianze palesi di questa pratica sin dal ‘500. Su tutti due dipinti, entrambi del 1565, del grande Pieter Bruegel il Vecchio, che ritraggono dei contadini olandesi alle prese col gioco. Questa antica, quindi, disciplina esordisce alle Olimpiadi già a Chamonix 1924, prima edizione assoluta dei Giochi. Parteciperanno solo gli uomini. Seguono poi per lunghi decenni solo tre partecipazioni dimostrative a Lake Placid 1932, Calgary 1988 e Albertville 1992, per poi ritornare ufficialmente nel programma olimpico solo a Nagano 1998, edizione in cui faranno il loro esordio anche le donne. A Pyeongchang 2018 viene infine introdotto il doppio misto. È a quest’ultima specialità che i colori azzurri puntano la loro carta da podio principale, dopo il fantastico oro della cortinese Stefania

Constantini in coppia con Amos Mosaner conquistato alle ultime Olimpiadi di Pechino 2022, sconfiggendo in un’emozionantissima finale il duo norvegese. Da campioni in carica, nonché freschi campioni mondiali 2025, non possono certo sottrarsi dal ruolo di favoriti qui a casa loro. Certo, non sono i soli. Tra tutti i temibili team avversari, sicuramente dalla Norvegia e dalla Svizzera arriveranno le insidie più pericolose, due paesi di grande tradizione e con una base di praticanti neanche lontanamente avvicinabile dalla nostra.

Nella gara a squadre maschile favorita d’obbligo la Svezia, team campione olimpico in carica anche qui guidato da Niklas Edin. Se la dovrà vedere con i campioni del mondo di Scozia/GB e con i team di grande tradizione come Canada e Svizzera. L’Italia gioca un ruolo da outsider, una formazione comunque in crescita che potrà dire la sua in uno sport in cui le sorprese non si fanno mai troppo attendere.

Nella gara femminile, invece, prime favorite le canadesi, fresche campionesse del mondo in carica. Ma non di meno valgono le svizzere, squadra costantemente al vertice in tutte le competizioni internazionali. I team emergenti vengono dall’Asia, Cina e Corea del Sud su tutte, già sul podio all’ultimo mondiale. Per quanto riguarda le azzurre, chances oggettivamente inferiori rispetto agli uomini,

STEFANIA CONSTANTINI e AMOS MOSANER

anche se pure loro, giocando in casa, qualche carta in più da giocare ce l’avranno, sicuro. Saranno due settimane senza respiro. Il curling, infatti, è l’unica tra tutte le specialità olimpiche che prevede competizioni ogni giorno dal 4 al 22 febbraio. Il tutto in una delle strutture più iconiche della Perla delle Dolomiti, il rinnovatissimo Cortina Curling Olympic Stadium, vale a dire lo storico stadio del ghiaccio già epicentro degli indimenticabili Giochi del 1956.

ENG Since the 2006 Turin Olympics, curling has unexpectedly captured the imagination of Italian audiences. Though often compared superficially to bocce, the sport demands far more than casual skill: athletic presence, sharp reflexes, and intense concentration are essential. A match consists of ten “ends,” with each team sliding eight stones across treated ice while sweepers adjust speed and trajectory. Points are awarded based on stones closest to the centre of the “house,” and ties are resolved with an extra end. Teams field four players – Lead, Second, Third, and Skip – while mixed doubles, introduced at Pyeongchang 2018, features one man and one woman playing eight ends with five stones each.

Curling’s origins trace back to medieval Scotland and the

Netherlands, famously depicted in Pieter Bruegel the Elder’s 1565 paintings. After debuting at the 1924 Chamonix Games and appearing only as a demonstration sport for decades, curling returned permanently to the Olympic program in 1998, with women competing for the first time.

For Milano-Cortina 2026, Italy’s strongest medal hopes lie in mixed doubles, thanks to reigning Olympic and 2025 world champions Stefania Constantini and Amos Mosaner. As defending champions competing on home ice, they are favorites, though Norway and Switzerland remain formidable rivals. In the men’s team event, Sweden, led by Olympic champion Niklas Edin, enters as the team to beat, challenged by Scotland/Great Britain, Canada, and Switzerland. Italy, improving steadily, could still spring surprises. In the women’s tournament, Canada and Switzerland lead the field, with China and South Korea emerging as strong contenders; Italy’s chances are slimmer but boosted by home support.

Curling will unfold daily from 4 to 22 February in the renewed Cortina Curling Olympic Stadium, the historic ice venue of the unforgettable 1956 Games, now once again the beating heart of Olympic competition.

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NUOVE LEGGENDE

Inutile dire che la nuova pista di bob, slittino e skeleton è tra tutte le strutture nuove, o rinnovate, di Cortina la più attesa al varco. Inutile dire perché. Tutti sappiamo la montagna di polemiche e di dubbi che hanno accompagnato la realizzazione, infine, di questo nuovo impianto sportivo, ora l’unico utilizzabile in Italia per queste discipline. Quindi non è davvero più il caso di ritornarci qui sopra. Ciò che conta ora è che la pista c’è, funziona a dovere e i test fatti il mese scorso lo testimoniano a dovere. Quindi ora non resta che godercela questa nuova casa del bob. Uno sport dalla grande, profonda storia. Nasce infatti in Svizzera alla fine dell’800 ed è presente ai Giochi Olimpici fin dalla prima edizione di Chamonix del 1924. Allora l’unica gara era quella del bob a quattro maschile. Nel 1932 a Lake Placid fu introdotto il bob a due. Solo 70 anni dopo, a Salt Lake City nel 2002, anche le donne inizieranno a gareggiare sotto la bandiera a 5 cerchi, segnatamente nel bob a due, per poi nelle ultime Olimpiadi, disputatesi a Pechino nel 2022, inaugurare una nuova loro specialità, quella del monobob. L’Italia ha una lunga e gloriosa tradizione in questa disciplina, che proprio qui a Cortina ha avuto il suo là e la sua sede per le imprese più leggendarie dei nostri equipaggi. Inutile dire e ricordare che l’apogeo aureo del bob azzurro si raggiunse proprio nell’edizione olimpica del ’56 disputatasi nella conca ampezzana, edizione leggendaria che segnerà l’irrompere nelle case di tutto il mondo, grazie al nuovo media televisivo, dello sport in diretta. E il bob la fece, per l’appunto, da padrone grazie alle imprese del Rosso Volante, l’indimenticato cortinese Eugenio Monti, così denominato da Gianni Brera per via del colore della sua chioma e del suo incedere vertiginoso giù per il budello ghiacciato. Ma non fu solo Monti a scrivere quelle pagine di storia memorabile di questo sport, dato che tutta la nazionale, che al suo fianco schierava campioni del calibro di Lamberto Dalla Costa, Giacomo Conti e Renzo Alverà, dominerà l’edizione cortinese vincendo oro e argento nel bob a 2 e l’argento nel bob a 4. Certo, tra tutti Monti rimane la vera icona indiscussa di questo sport, capace poi di vincere 2 bronzi nel 1964 a Innsbruck e addirittura ben 2 ori a Grenoble 1968! Delle 12 medaglie complessive dagli azzurri ottenute nella storia olimpica ben 6, la metà, sono da lui firmate. Un’età così aurea non si è poi più ripetuta e l’ultima medaglia da noi ottenuta è il bronzo a Torino 2026 per merito di Gerda Weissensteiner e Jennifer Isacco nel bob a due femminile. Da molto tempo è la Germania a dominare la scena, grazie agli investimenti che ha saputo fare negli anni nelle strutture, contando il maggior numero di piste oggi in Europa. Se consideriamo che qui da noi non ne avevamo più una sino ad oggi… Anche in questa edizione non ci sarebbe, perciò, da stupirsi se la compagine tedesca si portasse a casa tutti e 4 gli ori in palio, aggiungendo magari qualche altra medaglia di un metallo un po’ meno prezioso, dato che nel bob per ogni specialità è possibile schierare più di

Bob Vedi programma p. 17

Cortina Sliding Centre

un team per nazione. Le classifiche di coppa del mondo parlano chiaro a riguardo. Tra i maschi è praticamente dominio assoluto, con Johannes Lochner, Francesco Friedrich e Adam Ammour ad occupare le prime tre posizioni della graduatoria di entrambe le specialità. Qui da guastafeste potrebbe farlo, e ce lo auguriamo di cuore naturalmente, il nostro Patrick Baumgartner, sesto in classifica e autore di ottimi piazzamenti nel corso di questa stagione. Nella gara secca tutto può succedere, chissà… Sul versante femminile la musica praticamente non cambia, o cambia poco. Anche qui la corazzata teutonica spadroneggia, con Laura Nolte a dominare entrambe le classifiche di specialità ben affiancata dalle connazionali Lisa Buckwitz e Kim Kalicki. Qui, però, se la giocheranno per bene la conquista del podio altre due bobbiste di razza, l’americana Humphries e l’australiana Walker. Per le nostre ragazze, invece, già un’impresa sarebbe l’ingresso tra le 10 di almeno un loro equipaggio.

ENG The new bobsleigh, luge and skeleton track is the most anticipated venue among all the infrastructures prepared for Cortina. After years of polemics and doubts, the facility is finally complete, fully functional, and now the only Italian track for these disciplines. With tests confirming its quality, attention can shift to the sport itself. Born in Switzerland at the end of the 19th century, bobsleigh debuted at the first Winter Olympics in Chamonix in 1924 with the four man event, followed in 1932 by the two man, and only in 2002 by the women’s race. The women’s monobob then premiered at Beijing 2022.

Italy’s tradition in bobsleigh is glorious, rooted in Cortina’s legendary 1956 Games, broadcast worldwide thanks to the new medium of live television. That edition marked the triumph of Eugenio Monti a.k.a. the “Red Flyer,” named for his speed and fiery hair, and of an exceptionally strong Italian team. Monti became the sport’s global icon, later winning two bronzes in Innsbruck 1964 and two golds in Grenoble 1968. Of the 12 Olympic medals won by Italy in bobsleigh, fully half belong to him. The last Italian podium dates back to Turin 2006, with Gerda Weissensteiner and Jennifer Isacco taking bronze in the women’s two man. Today, Germany dominates the sport thanks to large investments and multiple tracks, while Italy had none until now. Once again, the Germans are favorites for sweeping all four Olympic events: Johannes Lochner, Francesco Friedrich and Adam Ammour lead the men’s World Cup standings, with Italy’s Patrick Baumgartner (currently sixth= as a possible spoiler in a single race showdown. On the women’s side, Germany remains overwhelmingly strong, with Laura Nolte leading both specialties, supported by Lisa Buckwitz and Kim Kalicki. Serious contenders also include American star Kaillie Humphries and Australia’s Breeana Walker. For the Italian women, cracking the top 10 would already be a significant achievement.

With the new Cortina track finally ready, these Games mark both a symbolic return to Italy’s historic roots in bobsleigh and a crucial opportunity to rebuild competitiveness for the future.

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cortina olimpiadi

SERGIO BARDUCCI, PAOLO DE CHIESA

Ho sfiorato il cielo

Minerva Edizioni, 2025

Molto più di un’autobiografia

sportiva, è il racconto in prima persona di Paolo De Chiesa: dall’apice della carriera con la mitica Valanga Azzurra alla tragedia, un trauma taciuto per decenni. È la storia della sua miracolosa, dolorosa rinascita, con aneddoti sui campioni dell’epoca e come quella stessa passione che lo portò in Coppa del Mondo oggi lo spinge, da uomo libero, sulle vette innevate con gli sci d’alpinismo. Una lezione di resilienza e amore per la montagna.

DEBORA COMPAGNONI

Una ragazza

di montagna

Rizzoli, 2024

«Il mio cuore resta lì, tra quelle montagne che hanno plasmato non solo la mia infanzia, ma la persona che sono diventata». L’infanzia di Deborah Compagnoni in Valtellina, a Santa Caterina di Valfurva, un paese con meno di cinquecento abitanti immerso nel gruppo Ortles-Cevedale, ha forgiato lo spirito avventuroso e curioso di una bambina cresciuta libera di sperimentare, sbagliare, rialzarsi. È in quel terreno fatto di neve, boschi, libertà e piccoli ardimenti che nasce il carattere di una campionessa capace di reinventarsi, di vincere, di ripartire...

KRISTIAN

GHEDINA, LORENZO FABIANO

Ghedo. Non ho fretta ma vado veloce

Minerva Edizioni, 2025

GUSTAV THONI

Vita e carriera di Kristian Ghedina, il più forte discesista italiano dai tempi di Zeno Colò, almeno fino all’avvento di Dominik Paris. Con 13 vittorie e 33 podi in Coppa del Mondo, la sua storia è un romanzo segnato dal dolore per la perdita della madre a 15 anni e divisa in due dall’incidente d’auto del 1991, dove rischiò la vita. Più che per i trofei mancati alle Olimpiadi, è ricordato per il suo carattere: un campione sempre sorridente, popolare ed empatico, che ha fatto della propria autenticità la vittoria più bella.

Una scia nel bianco

Rizzoli, 2026

Gustav Thöni è molto più di un campione: è stato un simbolo, un pioniere, un’icona che ha trasformato lo sci alpino in uno sport seguito e amato da milioni di italiani. In questa autobiografia intensa e personale, Thöni ripercorre con lucidità e umanità il suo straordinario viaggio: dall’infanzia tra le montagne dell’Alto Adige alla vetta dello sport mondiale. Pagina dopo pagina, si delinea il ritratto di un uomo riservato e tenace, capace di dominare le piste più dure con grazia e forza.

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TITIANUS CADORINUS

Ospitata nel Salone del Consiglio del Palazzo della Magnifica Comunità a Pieve di Cadore, la mostra Tiziano e il paesaggio. Dal Cadore alla Laguna inaugura le celebrazioni per i 450 anni dalla morte di Tiziano Vecellio, intrecciandosi simbolicamente con l’anno dei Giochi Olimpici e Paralimpici invernali di Milano-Cortina. Il cuore dell’esposizione è il dialogo inedito tra due opere fondamentali della prima maturità dell’artista: la monumentale Pala Gozzi, eccezionalmente giunta dalla Pinacoteca Civica di Ancona, e la straordinaria xilografia della Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso, proveniente dai Musei Civici di Bassano. Diverse per tecnica e destinazione, le due opere si confrontano sul terreno comune del paesaggio, che in Tiziano non è sfondo ma struttura narrativa, luogo di tensione simbolica, politica ed emotiva. Dalla prima veduta pittorica moderna della laguna veneziana alla città immaginaria, dai tratti nordici, che emerge dalle acque della xilografia, il paesaggio diventa protagonista e strumento di lettura del presente storico. La scelta della sede non è neutra: collocare qui il confronto tra la Pala Gozzi, unica opera in cui il Maestro si firma “Titianus Cadorinus”, e la Sommersione del Faraone significa inscrivere la ricerca su Tiziano nel cuore storico e civico del Cadore, nel luogo che rappresenta l’unità e l’identità della comunità da cui il pittore proviene. L’operazione espositiva si fonda su una fitta rete di collaborazioni istituzionali che ne rafforzano il valore scientifico e culturale. Accanto alla Magnifica Comunità di Cadore e alla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, il progetto coinvolge musei, enti pubblici e partner internazionali, configurandosi non come punto di arrivo ma come l’avvio di un percorso di ricerca. Emblematico è lo scambio con la Diocesi di Treviso: durante l’assenza della Pala Gozzi la Pinacoteca di Ancona accoglie L’Annunciazione proveniente dalla Cappella Malchiostro del Duomo di Treviso, anch’essa del 1520, aprendo un ulteriore filone di confronto critico. Fondamentale è anche il catalogo, che accompagna la mostra con saggi critici sulle opere esposte e sul paesaggio tizianesco. Tra questi, assume particolare valore il contributo di Augusto Gentili, fra i massimi esperti di pittura veneta del Rinascimento e studioso di riferimento per Tiziano, recentemente scomparso. Ideata da Bernard Aikema e curata da Thomas Dalla Costa, la mostra si configura dunque come una mostra-dossier: non un evento meramente celebrativo, ma un dispositivo di ricerca e confronto che guarda a sviluppi futuri, dalla nuova esposizione prevista in estate al convegno internazionale in programma nel 2027. Un laboratorio attivo che riafferma il Cadore come luogo vivo di studio su Tiziano e sulla sua eredità europea.

The exhibition hosted in the Palazzo della Magnifica Comunità in Pieve di Cadore inaugurates the celebrations for the 450th anniversary of Titian’s death, resonating symbolically with the year of the Olympic and Paralympic Winter Games Milano-Cortina. At its core is an unprecedented dialogue between two pivotal works from Titian’s early career: the monumental Gozzi Altarpiece, exceptionally on loan from the Civic Art Gallery of Ancona, and the remarkable woodcut The Submersion of Pharaoh’s Army in the Red Sea from the Civic Museums of Bassano del Grappa. Though different in technique and function, the two works converge on the terrain of landscape, which for Titian is never a neutral backdrop but a narrative structure charged with symbolic, political, and emotional tension. From the first modern painted view of the Venetian lagoon to the imaginary, northern-inflected city emerging from the waters in the woodcut, landscape becomes the true protagonist and a lens through which historical reality is read. The project is grounded in a dense network of institutional collaborations that reinforce its scientific and cultural relevance, involving museums, public institutions, and international partners. Emblematic is the exchange with the Diocese of Treviso: during the absence of the Gozzi Altarpiece, Ancona hosts The Annunciation from the Malchiostro Chapel, also dated 1520, activating a further axis of study and comparison. The catalogue plays a central role, bringing together essays that open new interpretative paths, including a significant contribution by Augusto Gentili on Titian’s conception of landscape. Conceived by Bernard Aikema and curated by Thomas Dalla Costa, the exhibition takes the form of a dossier-exhibition: a research-driven platform oriented toward future developments, from the summer exhibition to the international conference scheduled for 2027. An active laboratory that reaffirms the Cadore as a living centre for the study of Titian and his European legacy.

di Marisa Santin

Io ho amato la mia cara patria et cercato d’honorarla sempre et favorire le cose sue

Lettera di Tiziano alla Magnifica Comunità di Cadore

Tiziano, Madonna con il Bambino e angeli, San Francesco, San Biagio e il donatore Alvise Gozzi (Pala Gozzi), 1520 Ancona, Pinacoteca Civica “Francesco Podesti”
Anonimo incisore (da Tiziano) per Domenico dalle Greche, Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso, ca. 1515 (particolare) Bassano del Grappa, Museo Civico

NEL SEGNO DI OLYMPIA

Non poteva che essere Tiziano a fare da apripista a un fitto programma di mostre inserite nelle iniziative ufficiali delle

Olimpiadi Culturali di Milano-Cortina 2026.

Arte, fotografia, storia, architettura, design:

tra Veneto e Trentino Alto-Adige la cultura

domina le montagne

Luca Campigotto, Cinque Torri, 2013 (particolare) - Courtesy Farsettiarte, Prato
2 Philipp Messner, Clouds Cortina 29, 2025
Photo Enrico Canal
Photo Zardini © Marsilio
Franz Lenhart, 1928-30 Museo Nazionale Collezione Salce
Walter Niedermayr Stubaier Gletscher III, 1997
Studio Villani, Escursionista ammira il gruppo montuoso del Cristallo, Veneto, 1960 ca. © Archivi Alinari, Firenze
Giovanni Segantini, Ritorno dal bosco
Installation View + 42 Olympic torches Courtesy Olympic Aid and Sport promotion Project Association - Photo Luca Guadagnini

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CULTURA

CORTINA

1 CASA ITALIA MILANO-CORTINA

2026 - MUSA

Il CONI è presente a Milano, Livigno e Cortina con Casa Italia, che per la prima volta si apre al pubblico come spazio di incontro e racconto dell’Italia olimpica, dando forma a un sistema integrato che unisce sport, cultura, innovazione e tradizione. A Cortina, nella sede di Farsettiarte, il progetto celebra la capacità dell’Italia di accogliere e valorizzare la diversità attraverso un dialogo tra grandi maestri dell’arte del Novecento e contemporanea, tra cui Giacomo Balla, Giorgio De Chirico, Filippo de Pisis, Sol LeWitt, Robert Rauschenberg, Luca Campigotto.

ENG The Italian National Olympic Committee (CONI) will be present at the Olympic venues with Casa Italia, opening to the public as a place of encounter and storytelling for Italy’s Olympic spirit. Spanning Milan, Livigno and Cortina d’Ampezzo, it brings together sport, culture and creativity. In Cortina, the project will be hosted by Farsettiarte.

Farsettiarte, Cortina d’Ampezzo 6-22 febbraio www.casaitalia.sport

2 CLOUDS

Cortina Edition

La Libreria Sovilla ospita la presentazione del progetto CLOUDS di Philipp Messner, accompagnata dall’esposizione di opere dell’artista, che dialogherà con il pubblico in conversazione con Gianluca D’Incà Levis, ideatore e curatore di Dolomiti Contemporanee. CLOUDS è una performance scultorea che trasforma i cannoni da neve in strumenti artistici. Attraverso l’aggiunta di coloranti alimentari all’acqua, Messner genera paesaggi di neve surreali, accessibili al pubblico e capaci di offrire un’esperienza visiva e spaziale inedita. Dopo una prima performance realizzata a Monaco nel 2016, in marzo 2026/2027 l’artista intende riproporre il progetto sulla Stratofana, teatro delle gare di sci alpino olimpiche e paralimpiche.

ENG Libreria Sovilla hosts the presentation of Philipp Messner’s CLOUDS project, accompanied by an exhibition of the artist’s works. Messner will engage in a public conversation with Gianluca D’Incà Levis, founder and curator of Dolomiti Contemporanee. CLOUDS is a sculptural performance that transforms snow cannons into artistic tools. By adding food colouring to the water, Messner creates surreal snow landscapes, open to the public and offering an unexpected visual and spatial experience. First realised in Munich in 2016, the project is planned to return in March 2026/2027 on the Stratofana, venue of the Olympic and Paralympic alpine skiing competitions. Libreria Sovilla, Cortina d’Ampezzo 9 febbraio h. 19 www.libreriasovilla.com

VENEZIA/MESTRE

3 OLTRE I LIMITI. SPORT ITALIA

Ritratto corale di un paese che cambia

Un percorso espositivo che esplora lo sport italiano come lente per raccontare le trasformazioni sociali, culturali ed economiche del Novecento e della contemporaneità. Ideata da M9 con il Ministero degli Affari Esteri e realizzata con la collaborazione di importanti archivi e istituzioni, fra cui Istituto Luce e Touring Club, la mostra intreccia memoria e futuro attraverso sei nuclei tematici, dal Novecento alle donne, dai viaggi alla tecnologia, dal corpo alla passione collettiva, mostrando lo sport come specchio del Paese. ENG An exhibition that explores Italian sport as a lens to read social, cultural, and economic transformations from the 20th century to today. Conceived by M9, the show weaves memory and future through six interconnected themes, presenting sport as a mirror of a changing country.

M9 – Museo del ‘900, Mestre Venezia Fino 15 marzo www.m9museum.it

4 PROTECTED FUTURES

I Parchi Nazionali Hohe Tauern e Dolomiti Bellunesi

La mostra celebra la bellezza e il valore della natura e della biodiversità montana, raccontando il ruolo di tutela svolto dai Parchi Nazionali delle Dolomiti Bellunesi e degli Alti Tauri. Frutto della collaborazione fra i due Parchi, il progetto invita a riflettere sulle connessioni tra uomo, ambiente e cambiamento climatico, promuovendo una maggiore consapevolezza e un approccio sostenibile.

ENG The exhibition celebrates the beauty and value of mountain nature and biodiversity, highlighting the conservation role of the Dolomiti Bellunesi and Hohe Tauern National Parks on the Italian-Austrian border. Born from their collaboration, the project deepens awareness of the links between humans, nature, water, mountains, and climate change, encouraging reflection on sustainable environmental practices.

M9 – Museo del ‘900, Mestre Venezia Fino 6 aprile www.m9museum.it

NOVENTA DI PIAVE

5 CORTINA 1956 LE FOTO PIÙ ICONICHE

Una mostra fotografica open-air che accoglie le immagini più significative del volume Cortina 1956 – le prime Olimpiadi Bianche in Italia di Massimo Spampani, edito da Marsilio Arte e Fondazione Cortina. Il gruppo McArthurGlen sceglie di ricordare e condividere con i propri visitatori il racconto straordinario di un’epoca, rendendo omaggio alla prima Olimpiade invernale ospitata in Italia e al ruolo centrale di Cortina d’Ampezzo nella storia degli sport su neve e su ghiaccio.

ENG An open-air photo exhibition featuring highlights from Cortina 1956 by Massimo Spampani, published by Marsilio Arte and Fondazione Cortina. McArthurGlen celebrates this extraordinary chapter of history, honoring Italy’s first Winter Games and Cortina d’Ampezzo’s pivotal role in the evolution of winter sports.

Noventa di Piave Designer Outlet Fino 15 marzo www.mcarthurglen.com

TREVISO

6 UN MAGICO INVERNO BIANCHE EMOZIONI

DALLA COLLEZIONE SALCE

Articolata nelle due sedi del Museo Salce, Santa Margherita e San Gaetano, l’esposizione racconta la nascita dell’immaginario invernale attraverso manifesti storici, materiali e foto d’epoca e focus tematici. Dai capisaldi grafici della comunicazione turistica al Distretto dello Scarpone, dall’omaggio a Cortina 1956 alle Olimpiadi come evento globale, dalle grandi cerimonie olimpiche ideate da Marco Balich fino al cinema e alla grafica contemporanea, la mostra intreccia storia, sport, industria e creatività, celebrando le conquiste e i valori che hanno segnato la storia dello sci e degli sport invernali.

ENG The exhibition spans the two Museo Salce venues, Santa Margherita and San Gaetano, tracing the rise of winter imagery through historic posters, archival images and themed sections. From tourism graphics to Cortina 1956 and the Olympics as a global event, it weaves together history, sport, industry and creativity. Museo Nazionale Collezione Salce, Treviso Fino 29 marzo www.collezionesalce.beniculturali.it

BASSANO 7 GIOVANNI SEGANTINI

Mettendo in dialogo per la prima volta la sua opera con quelle dei maggiori artisti europei coevi, da Millet a Van Gogh, l’esposizione segue l’intera parabola artistica di Segantini da Milano alla Brianza, fino agli scenari dell’Engadina in Svizzera. Immerso in questi paesaggi, l’artista sviluppa un simbolismo naturalistico che trasforma montagne, valli e cieli in metafore universali. Tra dipinti, disegni e documenti, il percorso presenta circa cento opere provenienti da prestigiose collezioni italiane ed europee, tra cui il Musée d’Orsay, il Rijksmuseum e la Kunsthaus di Zurigo.

ENG The exhibition traces Segantini’s artistic journey from Milan to Brianza, on to the Engadine in Switzerland, where he developed a naturalistic symbolism turning mountains and skies into universal metaphors. About 100 works from Italian and European collections. Museo Civico di Bassano del Grappa Fino 22 febbraio www.museibassano.it

TRENTO

8 IMMAGINARIO ALPINO. ESCURSIONI

FOTOGRAFICHE NEGLI ARCHIVI ALINARI

Ospitate negli affascinanti spazi espositivi di due tunnel stradali riconvertiti, circa cento opere provenienti dal prestigioso Archivio Alinari raccontano storie di transiti, memorie e resistenze: dai paesaggi ottocenteschi dei fratelli Alinari alle diapositive di Giorgio Roster e Henri Chouanard, dalla Strada delle Dolomiti tra Bolzano e Dobbiaco immortalata da Herbert Rüedi alle ‘visioni’ di autori come Fosco Maraini e Vittorio Sella, fino alle sorprendenti gigantografie del Fondo Sacco. Una mostra che presenta le Alpi come spazio di vita, tra antropologia visiva e paesaggio culturale.

ENG About 100 works from the prestigious Alinari Archive reveal stories of movement, memory, and resilience: from the 19th-century landscapes of the Alinari brothers to hand-colored slides by Giorgio Roster and Henrie Chouanard, Rüedi’s Dolomite route, visions by Maraini and Sella, and striking Fondo Sacco enlargements.

Le Gallerie, Trento Fino 31 maggio www.museostorico.it

ROVERETO

9 SPORT. LE SFIDE DEL CORPO

Dedicata al rapporto tra arte e sport, la mostra curata da Antonio Calbi e Daniela Ferrari attraversa oltre duemila anni di storia attraverso oltre 300 opere, dall’antico al contemporaneo, in dialogo con documenti, trofei, fotografie e illustrazioni. Il percorso esplora il corpo rappresentato dall’arte nelle sue tensioni fisiche ed emotive, evocando eroi antichi e atleti e ballerini moderni tra capolavori, studi e oggetti simbolo, come i costumi disegnati da Missoni per la Nazionale Italiana di atletica leggera, o cimeli sportivi di campioni storici, come la bicicletta con cui Francesco Moser stabilì il record dell’ora nel 1984.

ENG

A major exhibition on the relationship between art and sport with over 300 works spanning over 2,000 years of history, alongside trophies, photos, and memorabilia that explore the human body in action or at rest, from ancient heroes to modern athletes and dancers.

Mart, Rovereto Fino al 22 marzo www.mart.tn.it

BOLZANO

10 WHAT WE CARRY

Con opere e ricerche inedite di Sonia Leimer e Christian Kosmas Mayer, accanto a una straordinaria collezione di 42 torce olimpiche (1936–2024), il progetto indaga come il design e il simbolismo di questi oggetti si intrecciano con temi di potere, visibilità ed eredità culturale, evocando le modalità in cui valori come inclusione e sostenibilità vengono trasmessi di mano in mano, proprio come le torce stesse.

ENG Featuring new works by Sonia Leimer and Christian Kosmas Mayer alongside 42 Olympic torches (1936–2024), the project explores how their design and symbolism engage with power, visibility, and cultural legacy, evoking how values like inclusion and sustainability are passed on, like the torches themselves.

Museion, Bolzano Fino al 29 marzo www.museion.it

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CULTURA

LA REGINA DEI GIOCHI

Il racconto di un evento che segnò il passaggio di un’epoca: semplicemente Cortina 1956. La magia di un’avventura irripetibile. Gli sport invernali ebbero sulle Dolomiti la loro prima grande consacrazione in un evento che li comprendeva tutti. Furono i primi Giochi Olimpici disputati in Italia, dopo che proprio Cortina aveva visto sfumare, a causa della guerra, quelli già assegnati del 1944. Dalla solenne cerimonia di apertura agli eventi agonistici più emozionanti, dalle sfide sul ghiaccio dell’hockey e del pattinaggio artistico alle vertigini del salto con gli sci. Le piste da sci avevano un fondo battuto approssimativamente e irregolare, con gobbe e strettoie tra gli alberi, con i pali dello slalom rigidi e grossi come fusti legnosi, dove per gareggiare veloci sul ghiaccio con i pattini si andò in prestito di un lago incantato, dove i numeri di partenza venivano estratti all’oratorio e dove furono gli alpini a salvare le gare portando la neve in spalla, con le gerle, per distribuirla sulle piste in un inverno avaro di precipitazioni nevose. Gli atleti furono protagonisti assoluti e leggendari, come l’inarrestabile sciatore Toni Sailer ed Eugenio Monti, nome indelebile nel mondo del bob. Furono Olimpiadi emozionanti. L’evento olimpico di Cortina costituì, inoltre, un momento straordinario dal punto di vista della comunicazione mediatica, riprese televisive, per la prima volta in diretta ai Giochi, produzioni di film e documentari quali Vertigine bianca di Giorgio Ferroni, e gli iconici manifesti pubblicitari che scandirono la campagna promozionale dei VII Giochi Olimpici Invernali. Contemporaneamente, le Olimpiadi accesero il volto più seducente della mondanità, che a Cortina trovò il suo scenario perfetto: una “Dolce Vita” invernale, fatta di feste sfarzose in ville private e di serate nei saloni addobbati dei grand hotel. A popolare questi scenari da sogno, un’icona del cinema internazionale: Sophia Loren, la vera “madrina” dei Giochi, insieme a Raf Vallone.

La cerimonia di chiusura dei VII Giochi Olimpici concluse la storia, lasciando la consapevolezza che Cortina e l’Italia erano state all’altezza del compito assegnato.

Questa storia, già diventata leggenda, viene restituita magnificamente dal bellissimo volume edito da Marsilio Cortina 1956. Le prime Olimpiadi bianche in Italia, a cura di Massimo Spampani con Eleonora De Filippis, e dalla mostra da esso tratta, ospitata al McArthurGlen Noventa di Piave Designer Outlet (vedi p. 44), dedicata a Le foto più iconiche di quella Olimpiade: dalle imprese del “Rosso volante” Eugenio Monti alla magia della torcia

olimpica che scende dalla Tofana, dalle tribune gremite dello Stadio del ghiaccio agli scatti iconici degli atleti, protagonisti di un sogno che sembrava uscito da un film. Un doppio invito, tra le pagine del volume e tra le gigantografie della mostra, a immergersi nell’atmosfera di un’Olimpiade “romantica” attraverso fotografie dalla suggestione unica e racconti intensi che riportano a quei giorni e che parlano di un’Italia che si rialzava con orgoglio dalla crisi del dopoguerra e di una comunità, quella ampezzana, pronta ad accogliere il mondo. «C’era nell’aria una sorta di euforia, di fiducia nel futuro, era come toccare con mano che l’Italia, anche nell’organizzazione sportiva ai più alti livelli, era rinata. Finalmente era concesso anche alla nostra nazione, reduce da poco più di dieci anni dal disastro della Seconda Guerra mondiale, di poter dimostrare le proprie possibilità e capacità organizzative in un evento di risonanza mondiale. E questa grande occasione veniva dagli sport della neve e del ghiaccio. Erano lo sci, il bob, il pattinaggio la grande scommessa su cui si metteva in gioco il prestigio dell’Italia», scrive Spampani. Cortina si risvegliò, dopo il momento magico delle Olimpiadi, con una nuova consapevolezza, facendo della bellezza e dell’ospitalità la sua cifra distintiva e plasmando definitivamente la sua identità come una delle capitali mondiali degli sport invernali. I Giochi del 1956 sono l’occasione per fermarci un attimo a ricordare, a riflettere, a sognare.

Cortina d’Ampezzo torna città olimpica dopo settant’anni. Nel 1956 ospitò i VII Giochi Olimpici Invernali, un evento che segnò la prima grande consacrazione degli sport sulla neve e sul ghiaccio nelle Alpi italiane. Oggi i cinque cerchi tornano, questa volta insieme a Milano, per i Giochi del 2026, in un contesto profondamente diverso: dalle 32 nazioni del 1956 alle 93 attese, dalle 24 gare alle attuali 195, dagli 820 atleti a oltre 3500. Non un semplice passaggio di testimone, ma un salto epocale

Il campione italiano di pattinaggio di velocità Guido Caroli accende il braciere allo Stadio olimpico, 1956 - Foto Zardini
Toni Sailer impegnato nello slalom speciale, 1956 - Foto Ghedina
Il pilota Eugenio Monti con il frenatore Renzo Alverà nella spinta di partenza, 1956 - Foto Zardini
La partenza della staffetta femminile di fondo allo Stadio della neve, 1956 Foto Zardini

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Io penso che ad indirizzare il mio modo di vedere le cose, a suggerirmi un atteggiamento di rispetto e amore per il paesaggio, a spingermi ad attribuire al paesaggio stesso un ruolo e un significato di preminenza, abbia contribuito non poco l’eccezionalità delle situazioni paesaggistiche del luogo in cui mi sono trovato a vivere e a lavorare Edoardo Gellner (1973)

EREDITÀ OLIMPICHE

Finalmente ci siamo : dopo settant’anni la fiamma olimpica torna a Cortina. Sono poche le località che possono fregiarsi di un duplice titolo olimpico e, per questo appuntamento internazionale, la “Regina delle Dolomiti” porta in dote un passato glorioso, fatto di passione sportiva e di un profondo, colto amore per la montagna. Le Dolomiti tornano oggi protagoniste mondiali e l’intera località si prepara ad accogliere quella magica atmosfera già respirata nel 1956. Le gesta del “Rosso Volante” rivivranno nel nuovo tracciato della pista a lui dedicata, la Eugenio Monti per l’appunto, mentre l’Olympia vedrà sfidarsi le migliori sciatrici del nostro tempo e lo Stadio Olimpico si riaccenderà per le competizioni del curling. Ma a dare il benvenuto agli ospiti, accanto al Trampolino Italia, saranno soprattutto le iconiche architetture che caratterizzano il centro di Cortina: il Palazzo delle Poste, il Residence Palace, il Motel Agip, la Casa Giavi e Ca’ del Cembro. Opere nate dalla matita di Edoardo Gellner: non semplici edifici, ma frammenti di una visione unitaria che ha reinventato la modernità alpina. Dal rapporto con il maestoso paesaggio ampezzano dominato dalla Rozes – cima a cui era particolarmente affezionato – e dallo studio della tradizione locale, che egli approfondì con dedizione per anni, Gellner ricava la ricetta ideale per mediare l’entusiasmo del tempo verso la modernità con la necessità di costruire un nuovo paesaggio aderente allo spirito del luogo. Quella di Gellner è una lezione di stile che rifiuta il “falso antico” per abbracciare un futuro aderente allo spirito del luogo.

«L’esperienza ha insegnato – scriveva Gellner – che quel che soprattutto conta è un controllo sui volumi, sul tipo delle coperture e sull’orientamento dei colmi». In montagna i problemi di percezione ambientale si colorano in modo particolare: la vastità delle visuali e la frequenza delle viste dall’alto o dal basso rendono cruciali elementi come i tetti. Gellner osservava come l’effetto estetico di un paesaggio

alpino fosse spesso dovuto a una formula elementare: un ritmo di triangoli dato dall’affaccio verso valle delle facciate a timpano. Le Olimpiadi del 1956 furono una vetrina internazionale davvero fondamentale per l’Italia e per Cortina, la quale divenne meta prediletta di sportivi, artisti, politici e imprenditori. Gellner stesso, originario di Abbazia, vi si trasferì fondando lo studio a Ca’ del Cembro, che divenne presto un cenacolo frequentato da artisti come Mario De Luigi e Carlo Scarpa, o da imprenditori illuminati come Giovanni Fantoni ed Enrico Mattei, con i quali avrebbe presto dato vita all’avventura del Villaggio Eni a Corte di Cadore. Prima di consacrarsi come architetto, Gellner era stato un raffinato interior designer di alberghi di lusso e, già nel primo dopoguerra, fu chiamato a ristrutturare i grandi luoghi dell’ospitalità ampezzana: dal Miramonti al Bellevue, dal Savoia al Cristallo. Fu amico del vulcanico Leo Menardi, per il quale realizzò quella Casa Menardi poi immortalata nel film La Pantera Rosa, e di Mario Rimoldi, collezionista d’arte che lo introdusse in un circolo artistico allora frequentato da Sironi, Campigli e Guttuso. L’influenza dell’arte contemporanea sulla sua opera è evidente: nel richiamo colto ai cementi di Burri, nell’uso del colore secondo le teorie di Le Corbusier, Bruno Taut e Richard Neutra, nelle forme organiche ispirate a Frank Lloyd Wright. Già nel 1951 Bruno Zevi scriveva che per resistere agli allettamenti di Cortina serviva essere persone colte: «E Gellner lo è in ogni sua opera, con una sincerità sperimentale lontana dalle mode del momento».

Dagli arredi privati fino alla grande scala urbana, Gellner è stato l’autore dell’immagine stessa delle Olimpiadi del ‘56. Oggi quelle architetture, in gran parte recuperate e restaurate, costituiscono la legacy che Cortina offre ai nuovi Giochi di Milano-Cortina 2026. Per chi fu testimone di quell’epoca sarà un piacevole ritorno; per i giovani e il pubblico di oggi un’emozione da traghettare nel futuro.

BIOGRAFIA

Edoardo Gellner (Abbazia/Fiume, 1909 – Cortina d’Ampezzo, 2004) nel corso della sua lunga carriera ha avuto modo di confrontarsi con i molteplici aspetti della disciplina architettonica. Affermato designer d’interni per i grandi hotel di Abbazia negli anni ‘30, studia architettura a Venezia e nel dopoguerra trova a Cortina l’ambiente e la committenza per sviluppare un’innovativa e coerente visione dell’architettura montana. Dopo aver realizzato a Corte di Cadore (1954-1963) il suo capolavoro di paesaggio, si dedica alla pianificazione territoriale e allo studio sistematico dell’edilizia tradizionale alpina, di cui diviene uno dei massimi cultori, trasformandola in un linguaggio contemporaneo e senza tempo.

Hotel Cristallo
Chiesa della
Chiesa Parrocchiale

CORTINA D’AMPEZZO

1 Condominio “Casa Sette” [C7C]

Via del Castello (1950)

2 Casa Giavi [ CGiC]

Via Stazione, 20-22 (1953-1955)

3 Palazzo delle Poste e Telecomunicazioni con Uffici Pubblici [ PTUP]

Largo Poste, 18 (1953-1955)

Nel progettare i palazzi contigui di Telve e Poste Gellner interpreta l’essenza dell’architettura spontanea ampezzana, riunendo sotto un unico tetto le molteplici funzioni richieste dal programma olimpico. Da un lato le attività sociali, con l’ufficio postale, la pretura, gli uffici e la sala cultura al piano attico; dall’altro il grande volume destinato a contenere le apparecchiature della teleselezione, la tecnologia che avrebbe reso possibili le comunicazioni internazionali del grande evento. Qui la tradizionale carpenteria lignea delle case locali viene tradotta in ardite strutture in cemento, dove stralli, puntoni e pannellature colorate definiscono quel linguaggio “gellneriano” che ritroveremo a Corte di Cadore. L’opera era parte del suo ambizioso piano per il Nuovo Centro di Cortina, un’utopia urbanistica che avrebbe dovuto accogliere anche un centro congressi e piscine pubbliche.

4 Palazzo Telve (Telefoni) [TELVE]

Largo Poste, 18 (1952-1954)

5 Condominio “Residence Palace” [ICS]

Via XXIX Maggio, 44 (1954-1956)

Progettato in vista del 1956, il Residence Palace incarna l’idea visionaria di Gellner per il Nuovo Centro di Cortina. Il concept è quello di una moderna tipologia turistica, con appartamenti di varie metrature dotati di servizi esclusivi da Grand Hotel, orchestrati attorno a una scenografica hall d’ingresso.

Nonostante l’imponenza l’edificio gioca con i volumi e i punti di vista per dissimulare le dimensioni reali. Qui il cemento faccia a vista a bassorilievo e l’uso sapiente del colore diventano il manifesto stilistico che l’architetto svilupperà di lì a poco nel Villaggio di Corte di Cadore.

6 Condominio Ca’ del Cembro Via Menardi, 6 (1951-1954)

Realizzato da Edoardo Gellner nel 1951 come propria casa/ studio, l’edificio funge da prototipo per le sue opere successive (Cortina e Corte di Cadore). Qui vengono sperimentati elementi come tamponature colorate, serramenti specifici e l’alternanza tra sasso e cemento a vista. Il design si adatta al contesto: muratura e tetto a due falde verso la strada, ampie vetrate a sud e ballatoi in legno per gestire la pendenza. All’interno, gli appartamenti hanno piani sfalsati che culminano nell’alloggio dell’architetto, caratterizzato da un grande camino doppio.

7 Casa Menardi [CLMC] Via Pralongo, 1 (1945-1946)

8 Motel Agip [AGIP ] via Roma, 118 (1954-1956)

9 Albergo per bambini “La Meridiana” [PLFC] oggi Hotel Mirage Loc. Peziè, 118 (1949-1952)

FUORI CORTINA D’AMPEZZO

Villaggio ENI di Corte di Cadore

Voluto da Enrico Mattei come luogo di vacanza e di incontro per le società del gruppo viene realizzato da Edoardo Gellner tra il 1956 e il 1963. Comprende una colonia per 600 bambini, 270 ville, due alberghi, un campeggio per 200 ragazzi e una chiesa realizzata da Gellner in collaborazione con Carlo Scarpa. La morte di Mattei interruppe la realizzazione del progetto che non fu mai terminato secondo il progetto iniziale che prevedeva un grande centro urbano con servizi, piscina, ristoranti e cinema. L’architettura degli edifici riprende gli elementi stilistici tipici di Gellner con largo impiego di cemento faccia a vista, ampie finestre e pannellature colorate a cui si aggiunge l’uso esteso dei tetti piani per la maggior parte degli edifici. Solo la chiesa e il padiglione centrale della Colonia sono caratterizzati da imponenti tetti a capanna. Ora il Villaggio è stato in parte privatizzato nella parte residenziale delle ville, mentre gli hotel Boite e Corte sono stati implementati con servizi quali una beauty farm e un nuovo centro per attività sportive.

ASSOCIAZIONE CULTURALE EDOARDO GELLNER

L’Associazione Culturale Edoardo Gellner Architetto è nata nel 2015 con lo scopo di promuovere la conoscenza e lo studio dell’opera del Maestro. Attraverso partnership con università italiane e straniere, l’Associazione non si limita a lavorare sulla memoria, alimentando il dibattito contemporaneo sull’architettura di montagna rendendo l’esperienza di Gellner un punto di riferimento imprescindibile per i progettisti di domani.

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COSA VEDERE SULLE DOLOMITI

Cosa vedere sulle Dolomiti è un progetto di valorizzazione territoriale ideato dal designer Francesco Nardi che, attraverso l’illustrazione, reinterpreta i luoghi simbolo del paesaggio italiano. Nato dall’esperienza di Cosa Vedere (già focalizzata su Roma e Milano), il lavoro sulle Dolomiti propone una sintesi grafica tra memoria e contemporaneità. Le architetture e le vette dell’immaginario collettivo sono tradotte in illustrazioni dai colori vivaci che diventano poster e cartoline, oggetti capaci di trasferire il valore simbolico del territorio negli spazi quotidiani. Una lettura attuale di un patrimonio oggi protagonista della scena internazionale verso le Olimpiadi 2026.

PALAZZO DELLE POSTE
PALAZZO TELVE
RESIDENCE PALACE
VILLAGGIO ENI

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IL ROSSO VOLANTE NEL BOSCO DI RONCO*

Di giorno il bosco di Ronco nascondeva la pista. Nelle notti di prove e di gare le lampade al sodio rendevano la neve gialla, il ghiaccio verde pallido: monocromia diffusa. Le persone e gli alberi si alternavano nelle varie gradazioni delle ombre. Incontravamo la pista senza protezioni: le tre curve del Labirinto, la Belvedere, la Bandion, dove già si raggiungeva una velocità elevata, prima dell’accelerata sul rettifilo, premessa dello spettacolo per le due tribune di legno appollaiate sopra la curva Antelao e in vista della altissima controcurva Cristallo. Risuonavano le lamiere e dai pattini sprizzavano scintille sul ghiaccio riparato dai tendoni durante il giorno. I volti contratti dal freddo, seguivamo gli echi dei tempi intermedi e finali dagli altoparlanti che cantavano le gesta di Eugenio Monti, Sergio e Gildo Siorpaes, Romano Bonagura, Sergio Zardini, Renzo Alverà, Adriano Frassinelli, Nevio De Zordo. Il bob è segnato dall’epopea del Rosso Volante, come lo chiamò Gianni Brera per il colore dei capelli e l’audacia sportiva. Non correva ancora sul bob ma sugli sci, giovanissima promessa negli anni di Zeno Colò. Due gravi incidenti lo costrinsero al ritiro e lo spinsero a cimentarsi nel bob (ma anche nella corsa automobilistica) dove, con Alverà e Sergio Siorpaes, suo frenatore ma anche costruttore dei primi bob snodati tra i pattini anteriori e quelli posteriori, trionfò nei campionati italiani, nei mondiali e alle Olimpiadi tra il 1956 e il 1968. Seguivamo le loro imprese dagli altoparlanti sparsi nel bosco di Ronco e dai brandelli dei giornali scorsi prima di bruciarli nella stufa, dove qualche foto sgranata ci restituiva bianchi e neri leggendari. Alle Olimpiadi di Innsbruck del 1964 Monti arrivò con l’oro di otto

campionati del mondo e i due argenti delle Olimpiadi di Cortina del 1956. La prima manche lo vide con Siorpaes al quinto posto, mentre gli inglesi Tony Nash e Robin Dixon avevano il secondo tempo dopo i canadesi. Alla fine della seconda manche gli inglesi erano in testa. Nash andò a complimentarsi non con il suo team, ma con Beppe Righini, direttore della squadra italiana: «Grazie a Monti siamo in testa, il suo gesto leale è la cortesia più grande ricevuta come sportivo in vita mia». Durante la prima manche l’equipaggio inglese aveva perduto uno dei bulloni e rischiava di non poter proseguire e Monti aveva fornito uno dei suoi di ricambio. Alla fine del secondo giorno, dopo le ultime due manche, la somma dei tempi confermò gli inglesi al primo posto. L’oro sfuggiva ancora a Monti (bronzo). Al mugugno della stampa nazionalista rispose: «Nash non ha vinto perché gli ho dato il bullone. Ha vinto perché è andato più veloce».

Il gesto cavalleresco gli meritò la medaglia Pierre De Coubertin, istituita in quell’occasione per celebrare lo spirito sportivo. Afflitto dalla scomparsa del figlio e colpito da una malattia che non perdona, Monti si tolse la vita il primo dicembre del 2003 a Cortina. Alla pista di bob disegnata negli anni Venti e aggiornata per le Olimpiadi del 1956, fu dato il suo nome nel 2004. Era chiusa dal 2008. Auguriamo alle Olimpiadi del 2026 di ospitare, sulla nuova pista dedicata al Rosso Volante, giovani dotati del suo spirito sportivo.

* Si ringrazia il quotidiano La Ragione, che aveva pubblicato una prima versione di questo articolo nel numero del 18 luglio 2024.

SERGIO SIORPAES e EUGENIO MONTI

IL FILM

«Avendo a che fare con una storia vera, e quindi con dei personaggi realmente esistiti – alcuni dei quali, peraltro, ancora viventi – ho cercato di approcciare al film usando estrema delicatezza e assoluto rispetto verso chi quella storia l’ha vissuta in prima persona», ha dichiarato il regista Alessandro Angelini. Rosso Volante, una coproduzione RAI Fiction e WONDER Film e WONDER Project, che andrà in onda il 23 febbraio 2026 su RAI 1, racconta infatti la vicenda sportiva di Eugenio Monti, campione leggendario di bob, evitando accuratamente di creare forzature o storture, modellando la sceneggiatura sulle figure degli interpreti – uno straordinario Giorgio Pasotti, nei panni del protagonista, ma anche Andrea Pennacchi e Denise Tantucci, Stefano Scandaletti e Maurizio Donadoni – proprio per realizzare un equilibrio quanto più profondo tra la pagina scritta e la verità della messa in scena. Il film si muove su due registri, uno vigoroso e quasi documentaristico nelle gare, per dare modo al pubblico di sentirsi in pista con Monti, e uno più statico e contemplativo, come le vette delle Dolomiti che fanno da cornice alla storia, nei momenti in cui viene raccontata la vita privata di Monti. Il racconto fissa il lasso di tempo tra i Giochi Olimpici invernali di Innsbruck del 1964 e quelli di Grenoble del 1968. Quattro anni di tenacia, cadute e speranze di un campione di grande talento che ha sempre sfidato la vita. «Per raccontare le due edizioni olimpiche (Innsbruck e Grenoble) – continua il regista – abbiamo studiato i filmati dell’epoca e ricostruito fedelmente lo spazio della pista e quello adibito alla stampa. Nonostante ciò, avevamo la sensazione che ci mancasse qualcosa. E alla fine, per integrare e dare maggiore credibilità alla messa in scena, abbiamo deciso di inserire nel film alcune immagini di repertorio. Una scelta azzardata? Non lo sappiamo. Di certo, una decisione coraggiosa con dentro una buona componente di ambizione e follia. Ma se il nostro intento era quello di raccontare le gesta di Eugenio Monti…, forse ci si doveva adeguare».

DOLOMITI

IL PASSO PIETRIFICATO

Non lontano da Cortina d’Ampezzo, sulle pendici del Monte Pelmetto, esiste una prova che manda in crisi l’idea stessa di montagna come spazio eterno e immobile: impronte fossili di dinosauro. Non ossa, non ricostruzioni museali, ma passi veri, impressi nella roccia. Camminate pietrificate. Un corpo che è passato di lì quando le Dolomiti non erano montagne, ma un’enorme distesa tropicale. Le impronte risalgono a circa 220 milioni di anni fa, nel Triassico superiore. All’epoca il Pelmetto non svettava sul paesaggio: era una piana fangosa, lambita dal mare, dove un dinosauro ha attraversato il terreno lasciando una sequenza di orme. Il fango si è indurito, i sedimenti si sono accumulati, la crosta terrestre si è sollevata. E oggi quei passi si trovano a oltre 3000 metri di quota. La particolarità è questa: non stiamo osservando un fossile, ma un gesto congelato. Un movimento minimo, quotidiano, diventato eterno. Guardare quelle impronte significa rendersi conto che le Dolomiti non sono solo roccia e verticalità, ma

Vista dalla Forcella Giau, sullo sfondo da sx Ra Gusela, Lagazuoi, 5 Torri e le Tofane

DOLOMITI

Le Tofane viste dal Passo Giau
Vista dal Passo Giau, sullo sfondo da sx Averau, Ra Gusela, Nuvolau, 5 Torri e le Tofane
5 Torri e sullo sfondo la Tofana di Rozes

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DOLOMITI

tempo compresso, violento, spostato. La montagna come archivio di qualcosa che non sarebbe mai dovuto sopravvivere. Il luogo è raggiungibile solo con un’escursione consapevole, lontano dai percorsi da cartolina. Non ci sono recinzioni, né spettacolarizzazioni. Le impronte sono lì, quasi mimetizzate nella roccia, come se la montagna non volesse attirare attenzione su quel segreto. E forse è proprio questo a renderle inquietanti: nessuna mediazione, nessuna narrazione addolcita. Solo il segno. Davanti a quelle orme, la retorica della “natura incontaminata” crolla. Le Dolomiti non sono eterne: sono il risultato di collisioni, sprofondamenti, emersioni.

E prima dell’uomo, prima della neve, prima delle cime, qualcun altro ha camminato lì. Lentamente. Senza sapere che il suo passaggio sarebbe diventato una testimonianza geologica. Il Pelmetto non offre panorami consolatori. Offre una domanda radicale: quante vite sono passate dove oggi passiamo noi, senza lasciare nulla?

E quanto è fragile l’idea di presente, quando una montagna può ricordare un passo di dinosauro meglio di quanto noi ricordiamo il nostro ieri.

Cortina d’Ampezzo e sullo sfondo il Monte Cristallo
Il Lagazuoi e il Gruppo di Fanes, vista dalle 5 Torri

La montagna silenziosa

Per Giovanni Favero – autore delle bellissime immagini delle Dolomiti pubblicate in queste pagine – la fotografia non è mai stata un gesto istintivo né un esercizio di stile. È, prima di tutto, un atto di attenzione. Uno sguardo che si posa sul mondo e decide se vale la pena fermarlo. La sua relazione con l’immagine nasce oltre cinquant’anni fa, quasi per caso, sfogliando libri che non parlavano esplicitamente di fotografia ma che contenevano immagini capaci di colpirlo. Da lì una domanda semplice e decisiva: come si fa a fermare il tempo?

La risposta, negli anni, è diventata una pratica. Prima con la pellicola, poi con il digitale, ma sempre con lo stesso metodo: guardare prima con gli occhi, senza macchina fotografica. L’inquadratura nasce mentalmente, ancora prima che tecnica. È una disciplina imparata quando ogni scatto aveva un costo, quando la pellicola imponeva lentezza e responsabilità. Un’abitudine che Giovanni non ha mai abbandonato, nemmeno oggi, in un’epoca dominata dalla sovrapproduzione di immagini.

La fotografia, per lui, non è accumulo ma scelta. Scattare poco significa pensare di più. Significa aspettare la luce giusta, accettare che non tutto debba essere fotografato, riconoscere che alcune immagini esistono solo nella memoria. Ci sono momenti – racconta – in cui sollevare la macchina significherebbe perdere la scena reale. In quei casi preferisce non scattare: l’immagine resta impressa nella mente, come una fotografia privata, invisibile, ma non meno potente.

Questa attenzione al tempo e alla luce è centrale soprattutto nel paesaggio, in particolare nelle Dolomiti, fotografate sempre immaginandole già in bianco e nero. Il bianco e nero non è un’opzione nostalgica, ma una scelta linguistica precisa. Elimina la distrazione del colore e costringe lo sguardo a confrontarsi con forme, ombre, profondità. È un’eredità che passa dai grandi maestri della fotografia: Ansel Adams per il paesaggio, con il suo lavoro rigoroso sulla scala dei grigi; Henri Cartier-Bresson per la vita quotidiana, per quell’idea di “attimo decisivo” che non si costruisce ma si riconosce.

Quando fotografa le persone, infatti, entra in gioco l’istinto. Il paesaggio concede tempo, le persone no. Basta un movimento minimo perché tutto cambi. Alcune delle sue immagini più riuscite nascono così, in un attimo irripetibile. Altre, al contrario, non sono mai state scattate perché mancava lo strumento.

Anche quelle, però, fanno parte del suo archivio interiore.

Il viaggio è l’altro asse fondamentale del suo lavoro. Non come collezione di luoghi esotici, ma come ricerca. Viaggiare significa documentare, portare a casa una memoria visiva, costruire nel tempo un racconto coerente. Tra tutti, il viaggio che più lo ha segnato è quello nei parchi dell’Ovest americano, all’inizio del 2000: un sogno coltivato a lungo, vissuto come un dono a sé stesso e come un omaggio alla memoria del padre, che quei luoghi li aveva conosciuti solo attraverso i film western.

Giovanni non ha mai fotografato pensando al pubblico. Le immagini vengono prima archiviate, poi dimenticate, quindi riviste a distanza di anni, quando l’emozione si è sedimentata. Solo allora diventa chiaro quali fotografie resistono negli anni. Da questo processo lento nascono le mostre – l’ultima in ordine di tempo, conclusa il primo febbraio, al Teatro Accademico di Castelfranco dal titolo emblematico Sguardi oltre la soglia –, non da un desiderio di visibilità.

I social rappresentano per lui una distorsione della cultura fotografica: strumenti potenti, ma spesso usati senza consapevolezza, che trasformano l’immagine in consumo immediato.

La sua fotografia va nella direzione opposta. Non cerca l’effetto, non costruisce la scena, non forza il messaggio. Cerca piuttosto una forma di verità silenziosa. Fermare il tempo, sì, ma solo quando quel tempo ha qualcosa da dire. Alberto Marzari

www.giovannifavero.com

FAMIGLIA SIORPAES

I Siorpaes hanno segnato con il loro impegno, il loro lavoro, i loro successi, la storia di Cortina

TRADIZIONE DI FAMIGLIA

Deluderò il lettore, a cui prometto di parlare di una grande famiglia, ma che è stata così grande che non ho ricordi sufficienti per farlo degnamente. La memoria della vita e delle emozioni si accuccia quanto più quella digitale scodinzola. La pubblicità proietta in mille colori i bisogni futuri che un presente insoddisfatto e un passato in bianco e nero rendono sempre più smaglianti. Tra gli esempi infiniti della nostra smemoratezza eccone uno recente attinente alle Olimpiadi.

La strada di Alemagna è franata a luglio 2025, creando problemi ulteriori alla viabilità verso Cortina. I geologi, per la zona ai piedi dell’Antelao-Sorapiss, chiedono un ripensamento delle infrastrutture, per renderle meno vulnerabili. La cronaca arguta della scrittrice inglese Amelia Edwards già metteva in luce nel 1873 la tendenza a rimuovere le lezioni del passato: «Tra i piccoli borghi di Vodo e Borca, la strada è tagliata attraverso un enorme pendio di detriti pietrosi, teatro di una frana che si staccò dall’Antelao nel 1816 (in realtà nel 1814 con 314 deceduti, n.d.r.) travolgendo due villaggi sulla riva opposta del Boite. Più improvvisa, e quasi più crudele della lava del Vesuvio, si abbatté, come quasi ogni frana, nel cuore della notte, schiacciando i dormienti nei loro letti e non lasciando via di fuga. Due grandi cumuli di calcare frantumato, alti almeno 30 metri ciascuno, segnano i siti dei villaggi scomparsi; e, cosa strana a dirsi, il torrente, invece di essere arginato e respinto come a Serravalle, scorre senza ostacoli se non di pochi massi titanici. Come una frana così tremenda abbia potuto attraversare il fiume con un volume sufficiente a seppellire ogni casa, chiesa e campanile dall’altra parte, senza tuttavia riempire il letto del torrente intermedio, è infinitamente misterioso. Chiesi allora e in seguito se il torrente non fosse stato temporaneamente ostruito e poi ripulito dal lavoro delle altre comunità ampezzane; ma sebbene tutti coloro a cui chiedevo sembrassero ritenere un compito del genere impossibile da realizzare in qualsiasi momento, nessuno seppe rispondermi». «È successo, Signora, cinquantasei anni fa», era la risposta invariabile. «Chi lo sa?

È passato così tanto tempo? Sembrava strano che, dopo poco più di mezzo secolo, ogni dettaglio di una catastrofe così terribile dovesse essere dimenticato in un luogo dove gli eventi erano necessariamente pochi» ( Untrodden peaks and unfrequented valleys, Londra, 1873). ( foto 1)

Per non perdere il filo con il passato queste righe ricordano con affetto e con molto bianco e nero, uno dei capostipiti di una grande famiglia di Cortina, Eugenio Siorpaes detto “Tati”. I Siorpaes hanno segnato con il loro impegno, il loro lavoro, i loro successi, la storia di Cortina, in particolare la sua storia sportiva. Prima di lui Santo, il nonno, fu così descritto da quella stessa scrittrice inglese che lo incontrò come guida alpina: «Abile cacciatore di camosci, ex-soldato nell’esercito austriaco, Santo Siorpaes era ora guardia forestale e ispettore per la costruzione e il mantenimento delle strade. Attivo e pieno di slancio, portava dipinte sul viso, scuro come una mora, onestà e franchezza. I suoi modi aperti e vivaci ci piacquero immediatamente». ( foto 2 ) Santo Siorpaes aprì numerose vie di scalata alle cime non limitandosi alle Dolomiti, dove la sua impresa più classica è forse la Tofana di Rozes, scalata per la prima volta nel 1864 con Paul Grohmann, Francesco Lacedelli e Angelo Dimai. In gruppo ha segnato l’avvio dell’alpinismo sportivo nelle Dolomiti. L’alpinista e scrittore austriaco Julius Meurer, tra i fondatori e poi presidente del Club Alpino Austriaco (1878), ritiene che nel 1878 Santo Siorpaes avesse scalato oltre 100 cime sopra i 3000 metri. Suo figlio Giovanni, padre di Tati e di altri figli, fu guida alpina ( foto 3 ) e inaugurò una stagione di successi della famiglia nel settore turistico, costruendo un albergo di prim’ordine a Cimabanche, a metà strada tra Cortina e Dobbiaco, sotto la Croda Rossa d’Ampezzo. ( foto 4 ) Morì prima di vederlo distrutto dalla guerra. Su questo episodio in rete si trovano due versioni: una, arricchita da qualche dettaglio, attribuisce la distruzione agli austriaci (Montagna.tv), l’altra agli italiani (ramecrodes.blogspot). La moglie Giuditta ( Ita de Sorabances ) si trasferì quindi in paese dove, con il risarcimento della distruzione dell’Hotel Cimabanche - Gemark, avviò l’attività alberghiera con la gestione dell’Albergo Venezia. Ho avuto il privilegio di conoscere Tati Siorpaes negli anni Sessanta a Chiave. Viveva in un condominio nuovo nel quale aveva l’appartamento anche il figlio Roberto e la famiglia di mio cugino, Carlo Magnani, con cui abbiamo condiviso infanzia, adolescenza e soprattutto la passione per la montagna. Una passione che Tati ha ispirato. Lui aveva già una settantina d’anni e noi eravamo adolescenti. Ci conduceva per i sentieri che si perdevano nei boschi dietro Chiave, salivano verso Fiames o verso la Forcella Zumeles per poi

Foto 1. Amelia Edwards
Foto 2. Santo Siorpaes - Santo da Sorabances
Foto 3. Giovanni Siorpaes - Jan de Santo

FAMIGLIA SIORPAES

Foto 4. Hotel Cimabanche
Foto 5. Yvonne Rüegg Siorpaes
Foto 6. Eugenio Tati Siorpaes maestro di sci negli anni ‘30

portare alle cenge e ai ghiaioni del Pomagagnon. Ci insegnava a non andare oltre i nostri limiti simboleggiati da un cordino e un moschettone, con cui abbiamo percorso le ferrate delle Dolomiti. Tati, tra le due guerre, aveva mantenuto la sua grande famiglia, la moglie Giuseppina Piacentini – mente ed occhi vivacissimi – e i nove figli, facendo diversi lavori, tra i quali il “recuperante” di materiale bellico nelle baracche e trincee della Grande Guerra. Poi, dopo essere emigrato con la famiglia in Austria vicino a Salisburgo, era tornato a Cortina a guerra finita, dove fu anche maestro di sci. ( foto 6 ) Conosceva ogni angolo, ogni cengia di quelle montagne che aveva percorso con i carichi di metallo sulle spalle. Non sfidava la montagna; il suo passo era sicuro, bilanciato, mai affrettato, trasmetteva sicurezza e una forza salda.

I suoi figli hanno brillato nel lavoro e nello sport. In quest’anno di Olimpiadi, che ora tornano a Cortina non senza polemiche e incompiute, ricordiamo Sergio, più volte campione del mondo e medaglia olimpica del bob con il “Rosso Volante”, come Gianni Brera chiamava Eugenio Monti prima ancora che si dedicasse al bob; Gildo, campione del mondo nel bob a quattro con Monti e con il fratello; Roberto, nazionale di sci e istruttore alla scuola estiva della Marmo-

lada, quando c’erano ancora gli impianti sul ghiacciaio, che ha avuto tra le mani tra gli altri un certo Alberto Tomba. Roberto junior, figlio suo e di Yvonne Rüegg, è campione di bob e la stessa Yvonne vinse la medaglia d’oro a Squaw Valley nel 1960 in Gigante, quando correva per la squadra svizzera. ( foto 5 ) A Cortina è diventata la prima maestra di sci in Italia e ha gestito per anni, con Roberto, il Rifugio Son Forca, dove ora c’è la figlia Tina.

Ado, secondogenito di Tati, aveva rilevato il ristorante Rio Gere negli anni Cinquanta e suo figlio, Sandro, con la moglie Paola De Lorenzi, acquisì il rifugio Averau inaugurandolo dopo il restauro nel 1982, ora condotto dai figli Matteo e Margot.

Giulio, quarto dei figli di Tati, scomparso di recente nel 2023, era eccellente pittore e disegnatore, ispirato dai paesaggi naturali e umani delle Dolomiti.

Ora chiedo scusa ad altri membri della famiglia, in particolare alle figlie di Tati, che non cito in questa mia nota per mia carenza di una conoscenza diretta, ma a cui va il mio pensiero, sia perché hanno portato avanti le nuove generazioni, sia perché discendenti di Giuseppina e di Tati. É a lui, maestro di vita e di montagna, che questa nota rende un affettuoso omaggio. ( foto 7 )

Foto 7. Eugenio Tati Siorpaes con Giuseppina e 8 figli

FAMIGLIA COLUSSI

VILLA AMABILE

di Franca Lugato

Chi non conosce il baicolo, tipico biscotto veneziano dalla forma ovale che secondo la tradizione deriverebbe dalla stilizzazione del cefalo lagunare di piccola taglia? Nato nel Settecento per essere inzuppato nelle nuove bevande che allora venivano servite negli storici caffè di Piazza San Marco – un secolo che ancora viene ricordato per aver dato avvio al culto mondano della “conversazione” –, la ricetta di questo biscotto secco è strettamente legata alla dinastia dei Colussi, artigiani biscottieri della Val Zoldana. Meravigliose scatole di latta per conservare la fragranza dei biscotti si sono evolute nel tempo, tenendo sempre presente che il brand doveva esprimere la venezianità come marchio di fabbrica. Abbiamo incontrato nella sua casa di Cortina Barbara Betti, discendente dei Colussi, per farci raccontare attraverso foto in bianco e nero, scatole di biscotti e oggetti d’epoca brani di una lunga storia che si è svolta tra le montagne e la laguna. Come vestale delle memorie di famiglia, Barbara custodisce questo materiale storico, ormai parte dell’arredo delle sue case, insieme a quel fascino un po’ fané che si respira nella bella dimora di famiglia a Cortina. Architetto di interni, Barbara Betti è attualmente impegnata professionalmente come arteterapeuta, lavorando, tra i vari impegni,

presso Dynamo Camp, un’oasi di felicità in provincia di Pistoia, che offre gratuitamente programmi di terapia ricreativa a minori, e alle loro famiglie, affetti da patologie gravi o croniche, da disturbi del neuro sviluppo o da condizioni comunque di disabilità.

L’origine della dinastia di panificatori e artigiani biscottieri Colussi. Dalle Dolomiti a Venezia e ritorno nel segno di una passione autentica. Quando è nato il laboratorio e come si caratterizzava la sua originaria produzione?

La storia dei Colussi è secolare, si parla di più famiglie aventi lo stesso cognome che a partire dal XVIII secolo si muovono dalla Val di Zoldo per approdare a Venezia e sviluppare l’arte di panettieri, fornai e pasticceri. La storia della mia famiglia è quella del ramo Colussi (Carlet), riconducibile ad Erminio, detto “Emilio” Colussi. Mi è stato raccontato che il bisnonno Emilio rilevò il forno e la rivendita del pane del padre Apollonio, attivo a Venezia a fine ‘800, registrando nel 1911 in Camera di Commercio la nuova ditta avente come oggetto “fabbrica e vendita di pane”.

Dalle bellissime foto che ancora possiedo, che ritraggono i giovanissimi sposi, so che nel 1894 Emilio sposa Amabile Colussi

Intervista Barbara Betti | COLUSSI
Emilio Colussi e Amabile Colussi (i miei bisnonni)
Gruppo di famiglia in centro a Cortina (da destra Amabile, Maddalena, Aldo)
Emilia Colussi e Gabriele Betti (i miei genitori)
Emilia Colussi partecipa a una gara di sci Emilia Colussi con i famosi sci in spalla a Pocol
Emilia Colussi davanti al cantiere di Villa Amabile, 1956
Maddalena, Emilia e Aldo Colussi alla Fenice (i miei nonni con mia madre)

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FAMIGLIA COLUSSI

(Manèta), unendo di fatto due famiglie della Val di Zoldo custodi dell’arte e della passione per la panificazione e per la produzione dolciaria, unite anche dal medesimo cognome.

A partire dalla fine della Prima Guerra mondiale a Venezia la produzione e la vendita dei prodotti di Emilio Colussi, poi proseguite dai figli, incontrarono grande fortuna; in quegli anni in città i laboratori e le rivendite di pane, dolci e anche di vini, legati al nome Colussi, crebbero di numero grazie alla qualità del suo pane e al successo dei prodotti dolciari artigianali.

Quali valori fondamentali hanno connotato l’impresa di famiglia?

Dai miei ricordi diretti e dalle narrazioni familiari posso dire che la dedizione al lavoro è sempre stata assoluta e che i valori condivisi, simili a quelli di molte attività di successo del nostro paese, hanno permesso anche a Emilio Colussi e ai suoi eredi di sviluppare una produzione spiccatamente artigianale con una lucida visione imprenditoriale, consapevoli che passione e presenza costante non potevano mai venir meno. Quando per alcuni di essi sopraggiunsero impegni e interessi diversi, le attività furono progressivamente cedute. Oggi ne resta ancora una, e di successo, attiva nel cuore di Venezia.

Da Zoldo a Cortina. Una nuova visione della montagna?

Più che una nuova visione, un nuovo grande amore per la montagna. I racconti familiari narrano la storia romantica di Emilio che promette alla sposa Amabile di costruire una casa tra i monti, nel “luogo più bello del mondo”. Così nei primi anni del ‘900, innamorato della conca ampezzana, decide di acquistare un terreno in località Crignes e fa edificare una delle prime ville per le vacanze. In onore del loro amore la chiamerà Villa Amabile. Una foto, che è in realtà una cartolina del 1927, la restituisce per bene in una Cortina assai diversa da quella attuale.

Parallelamente a questa storia romantica, Emilio seppe certamente leggere le potenzialità di sviluppo del territorio tanto da acquistare, forse anche per proteggere questo magnifico territorio da future

‘invasioni’, un terreno molto più ampio del necessario intorno a Villa Amabile, creando così una sorta di zona cuscinetto. Un’oasi che rimane estranea a qualsiasi progetto edificabile futuro.

1956: le prime Olimpiadi sulla neve e l’idea di un nuovo futuro. La casa diventa moderna.

Le prime Olimpiadi Invernali in Italia, trasmesse in mondovisione, portarono a Cortina il lusso e la mondanità internazionali rendendola oggetto di grandi trasformazioni e novità.

Villa Amabile, al passo con i tempi, venne trasformata profondamente secondo il gusto imperante dell’epoca, anche in funzione di una famiglia che negli anni era numericamente cresciuta. Questo adeguamento portò un ampliamento consistente dei volumi, mantenendo però l’impianto murario originale cuore del nucleo abitativo di allora, oggi ancora distinguibile in parte e attualmente da me abitato. Qui lo stile scelto dai miei nonni Aldo e Maddalena, mantenuto e arricchito dai miei genitori, è rimasto quello di allora. Trovo che la personalità di questo ambiente – dove arredi, oggetti, foto e quadri raccontano la storia della famiglia – sia un aspetto irrinunciabile anche del mio modo di viverlo, nel segno della continuità e al di là delle mode del tempo, che tendono inevitabilmente ad uniformare e snaturare le abitazioni.

Come nei racconti familiari questo evento epocale è stato tramandato?

Alla luce di quanto similmente sta avvenendo oggi, mi fa sorridere ricordare che anche i lavori previsti per le Olimpiadi del 1956 a Villa Amabile non furono conclusi per tempo. Tanto che il cantiere, rimanendo aperto oltre l’arrivo della fiaccola olimpica, costrinse i familiari interessati alla visione delle gare ad alloggiare in diversi alberghi cittadini.

Ricordo sempre con piacere i racconti di mia madre Emilia così ben capaci di restituire le sue emozioni nell’assistere alle gare di pattinaggio, di salto dal trampolino o alle discese vertiginose del bob e dello sci alpino, ma anche dell’atmosfera glamour che caratterizzava

Villa Amabile, 1927 Villa Amabile, oggi

tutto ciò che si viveva intorno e dopo le gare. Deve essere stato un momento molto eccitante allora, assai diverso, credo, da quello che ci attendiamo di vedere e vivere oggi.

Una dimora dove la famiglia trova le sue origini più autentiche in un percorso ininterrotto che si tramanda di generazione in generazione. Tanti ricordi, tante feste, tanti raduni conviviali. Quali esperienze e influenze hanno plasmato la casa rendendola così speciale e unica?

Mamma Emilia, pur essendo veneziana, era nata in una camera del nucleo originario di Villa Amabile il 17 settembre 1931 mentre nevicava. Mi diceva di essere stata svezzata con il latte di capra della stalla vicina. Mantenne per tutta la vita un legame fortissimo con queste montagne, passando molto tempo con nonna Amabile e stringendo legami fraterni con tanti coetanei ampezzani, che le fecero conoscere oltre all’arrampicata e lo sci, l’amore e il rispetto per l’ambiente che la ospitava. Sciare a quel tempo significava mettere in spalla i lunghissimi sci di legno (oggi appesi alle pareti di casa), camminare fino a Pocol per poi scendere lungo piste non battute di neve fresca. In due parole, tanta passione e altrettanta fatica. Durante la mia infanzia ricordo le giornate passate con i miei fratelli e cugini tra giochi nel “boschetto di casa” e lunghissime passeggiate con i molti parenti che trascorrevano qui le vacanze estive e invernali. Tutti frequentavamo Villa Amabile e ancora oggi in molti condividiamo l’amore per questo luogo magico.

La convivenza di generazioni diverse mi ha arricchito tantissimo; c’era sempre qualcuno che aveva un ricordo, una storia da raccontare. Da quelli più legati alla mondanità – come quando in Villa arrivavano bellissime automobili guidate da autisti in guanti bianchi per accompagnare i giocatori di bridge – fino a quelli più oscuri relativi alla terribile occupazione nazista, quando la casa era stata trasformata in una loro postazione radio.

Anche i miei figli mantengono un profondo legame con questo luogo, quindi ancora oggi il mio appartamento in Villa Amabile continua ad essere un contenitore di affetti e intimità, di spensieratezza e

gioia. Metaforicamente mi sento una “tedofora” e mi auguro che il fuoco e il calore di questa casa, simbolo di un sogno e di un amore acceso più di un secolo fa, possano arrivare anche alla mia nipotina Emilia di due anni e mezzo e a chi verrà dopo di lei.

Come vive la casa e Cortina oggi, alla vigilia delle nuove Olimpiadi?

In una Cortina piena di stravolgimenti e cambiamenti legati a questo imminente e attesissimo evento globale, questa volta Villa Amabile non ha subito modifica alcuna. Io, i miei fratelli, gli zii, i cugini e i nipoti, sebbene viviamo tutti in città diverse, continuiamo a considerare questa casa un dono meraviglioso e ad oggi la proprietà rimane interamente legata agli eredi discendenti.

Per quanto mi riguarda amo vivere qui nei momenti di maggior tranquillità, lontano dal caos: Cortina è un luogo bellissimo al di là della sua fama glamour. Ciononostante farò di tutto per applaudire l’arrivo della fiaccola olimpica e seguirò le Olimpiadi e le Paralimpiadi con grande interesse e passione.

Adoro questo giardino un po’ selvaggio e la terrazza che vi si affaccia. Adoro partire da casa a piedi per raggiungere i miei sentieri preferiti, regalandomi qualche giornata sugli sci, specie a fine stagione, e condividendo questo spazio con le persone a me più care. Mi piace continuare a sentire questo luogo come la realizzazione del sogno di Emilio e Amabile Colussi, e di chi, dopo di loro, è stato capace di tenerlo vivo.

Il suo biscotto preferito?

Di biscotti buoni al mondo ce ne sono molti, ma posso dire che quando passo a Venezia, vicino a Campo San Luca, non posso fare a meno di fare una sosta al forno-rivendita degli zii Gloria e Paolo, ultimo testimone della storia del ramo di famiglia Emilio Colussi. Tornando a casa ritrovo immancabilmente nella mia borsa una confezione dei loro speciali baicoli artigianali.

I mitici sci di famiglia

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DOLOMITI IN ROSA

La storia dell’alpinismo femminile è costellata da straordinarie figure che hanno segnato in maniera significativa l’evoluzione dell’andar per aspre e inviolabili vette. Il coraggio e la resistenza fisica e morale con cui le pioniere dell’alpinismo portarono a termine le loro imprese non furono da meno di quelli dei colleghi uomini, ma purtroppo sulle donne gravava anche il peso di forti pregiudizi che hanno reso queste imprese ancora più ardue. Spesso sbeffeggiate e derise, le primissime alpiniste del XIX secolo dovettero affrontare, fra le tante avversità, anche quella del vestiario, obbligate a portare capricciosi capellini e magari anche ingombranti crinoline che sostenevano le ampie e pesanti gonne arricciate. Per noi oggi, nell’era dei capi tecnici, caldi e leggeri, è difficile immaginare queste pioniere in gonnella, intente a superare larghi crepacci o arrampicarsi su scoscese pareti rocciose; la tenacia di queste alpiniste fece sì che esse riuscissero pure in queste condizioni a conquistare le più alte vette. Alcuni sostengono che la data di inizio dell’alpinismo femminile sia il 1838, anno in cui la contessina francese Henriette d’Angeville conquistò la vetta del Monte Bianco con una tenuta da scalata in lana e pelliccia che pesava più di otto chili – trent’anni prima però una cameriera di Chamonix aveva raggiunto la stessa vetta senza un’accurata preparazione, un consono abbigliamento e un attento allenamento: era Marie Paradis, soprannominata la Marie du Mont Blanc. Precorritrici della disciplina, Marie e Henriette vengono imitate da donne forti e ambiziose, contagiate dal richiamo delle cime e dalla gioia per la sconfinata libertà che il mondo alpino poteva offrire. All’alpinismo femminile venne attribuito anche un ruolo fondamentale legato a quel lento processo di emancipazione che si stava attuando nel XIX secolo, e molte alpiniste inglesi ne furono un chiaro esempio. Tra le italiane illustri che per prime conquistarono le Dolomiti va sicuramente ricordata la trevigiana Irene Pigatti, nata a Colle Umberto nel 1859. Tracce delle sue prime ardite ascensioni si presentano spesso a chi segue le vicende storiche dell’alpinismo

dolomitico. Tra le questioni maggiormente dibattute del suo curriculum sportivo c’è quella che riguarda la prima ascensione femminile alla cima della Civetta: ancora ci si chiede se il record sia di Pigatti nel 1890 o dell’agordina Maria Amelia Paganini, vent’anni prima, nel 1870. Irene (1859–1937) discendeva da una ricca famiglia di Colle Umberto, un panoramico borgo della provincia di Treviso, figlia unica di Andrea, sindaco del piccolo Comune, e di Teresa da Ponte, originaria della vicina Vittorio Veneto. Dalla spiccata personalità, dai molteplici interessi e dai grandiosi ideali, questa colta giovane donna della Marca trevigiana, che aveva perso precocemente tutti e due i genitori, diviene in poco meno di un decennio (1886-1893) un’ambiziosa “collezionista” di cime. Nel panorama dell’alpinismo dolomitico femminile, dominato quasi esclusivamente da straniere, la sua ascesa verso il firmamento delle grandi alpiniste prende avvio con la prima ascensione femminile italiana sul monte Cristallo nelle Dolomiti ampezzane nell’agosto del 1886, e del Cimon del Froppa, la maggiore montagna del gruppo delle Marmarole nelle Dolomiti Cadorine, scalato il 13 agosto del 1888 per la via Kugy. Queste grandi imprese andavano preparate e condotte da esperte guide locali, infatti Irene raggiungerà questi primi due ambiziosi traguardi con l’aurenzano Pacifico Zandegiacomo Orsolina. La bella notizia dell’arrivo in vetta al Cristallo venne registrata nella Gazzetta di Treviso del 21-22 agosto del 1886, mentre quella del Cimon del Froppa nella prestigiosa rivista mensile del Club Alpino Italiano edita all’epoca a Torino. L’alpinista di Colle Umberto era iscritta dal 1888 alla Sezione agordina del Club Alpino. Nell’estate del 1890, all’età di trentun anni, porterà a compimento nel giro di dieci giorni una dall’altra le due più emozionanti ascensioni della sua carriera alpinistica: della Marmolada il 9 agosto, con la guida di Alleghe Agostino Soppelsa (nonostante l’improvvisa nevicata del giorno precedente), e la fatidica controversa salita sulla Civetta con l’esperta guida alpina di Caprile Clemente Callegari. Come si è detto il primato dell’ascensione alla

Il ghiacciaio del Cristallo a fine ‘800

Civetta rimane ancora oggi dibattuto, in ogni caso Pigatti procedette incessantemente con la sua collezione di primati conquistando la maestosa Pala di San Martino il 5 settembre del 1891 insieme alla carismatica guida di Transacqua Michele Bettega. L’anno seguente, il 1892, le cronache riportano una lunga salita tra le “montagne di casa”, nelle Prealpi Bellunesi: partendo il 24 luglio da Pian di Cansiglio Irene raggiunge la vetta del Cimon del Cavallo per rientrare al punto di partenza dopo tredici ore. Eccola pronta per partire per una nuova avventura l’11 settembre dello stesso anno nelle Dolomiti di Zoldo in compagnia di altri otto alpinisti e sei guide per scalare la cima del Pelmo in occasione dell’inaugurazione del Rifugio Venezia. Sarà ancora una volta la prima donna italiana a mettere piede sulla famosa cima, evento largamente riportato con un’estesa cronaca nella Rivista mensile del CAI (1982, a. 11, f. 9, p. 275).

Il primo giorno di settembre del 1893 Irene, oramai tra le più conosciute ed esperte alpiniste, parte per conquistare l’ennesimo primato: la vetta del maestoso Antelao, il re delle Dolomiti, accompagnata dal bellunese Vittorio Sperti e dalle guide di San Vito Giuseppe e Arcangelo Pordòn. Scriverà la rivista «il vetrato sulle rocce verso la cima mise in difficoltà, ma non impedì l’ascensione, e così la intrepida alpinista può registrare anche questa vittoria nel suo già brillante stato di servizio» (Rivista mensile del CAI, 1893, a. 12, f. 9, p. 291). L’ambiziosa collezione di cime per Irene si conclude proprio con la salita al maestoso gigante cadorino. All’età di trentaquattro anni si ritira dall’attività sportiva per riprendere in mano la forse meno rischiosa vita privata. Sposa nel 1886 Luigi Tarlazzi, un giovane tenente romagnolo del 7° Alpini di stanza a Conegliano, più giovane di lei di qualche anno. La coppia non avrà figli. Lascia per qualche anno Colle Umberto per poi rientravi stabilmente; il marito sarà sindaco del paese per ben otto anni a partire dal 1914. Appassionata naturalista si dedica alla cura di un piccolo giardino botanico e all’allevamento dei bachi da seta, attività molto diffusa nelle zone collinari

La signorina Pigatti di Colle Umberto à fatto la salita del Monte Cristallo, difficilissimo per considerevole altezza e per le scabrosità che presenta; finora solo due donne v’erano salite ed entrambe straniere; ecco dunque

la prima italiana che arriva a toccare la sommità.

Quando una nostra compatriota compie qualche difficile impresa sentiamo sempre piacere, se è una donna poi... Brava signorina Pigatti, le nostre più vive congratulazioni!

Gazzetta di Treviso, 21-22 agosto 1886

delle Prealpi Venete. Si spegnerà settantottenne, nel 1937, nella sua Colle Umberto. All’avventurosa signora che scalava le montagne il bel paese della Marca dedicherà una via.

Fonte di ispirazione ancor oggi per le donne alpiniste sono il coraggio e la resistenza fisica di Irene e delle altre pioniere dell’alpinismo che hanno lasciato le loro avvincenti tracce nelle più alte e all’epoca inaccessibili Dolomiti.

Nel 2010 è stato emesso dalle Poste Italiane, in collaborazione con il CAI, un francobollo in suo onore.

[Per gentile concessione di Marsilio, tratto dal catalogo Il Racconto della Montagna nella pittura tra Ottocento e Novecento - Mostra a cura di Giandomenico Romanelli e Franca Lugato, Palazzo Sarcinelli, Conegliano (6 marzo – 5 luglio 2020)]

Ritratto fotografico di Irene Pigatti

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ALVISE ANDRICH

VOLO! VOLO!

1934. Alvise Andrich,19 anni e alcune prodezze nella palestra di roccia bellunese, si unisce a due esperti scalatori, Furio Bianchet ed Ernani Faè, per la prima ascensione dello spigolo sud-ovest della Torre Venezia sul Civetta. Viene avvicinato il punto critico, ma i due esperti non trovano la via. Alvise chiede di provare. Glielo concedono. Scriverà Bianchet: «Abbandonata la stretta cornice su cui eravamo raccolti egli partì decisamente all’attacco dei primi difficilissimi strapiombi. Con uno stile e una sicurezza che avevano del prodigioso, li superò in breve tempo, lasciando in noi un senso di perplessità e di ammirazione». Alvise salta da un appiglio all’altro gridando: «Volo! Volo!». Il giorno dopo avrebbero compiuto l’intera scalata. Bianchet non può partecipare per un malessere; Andrich e Faè salgono e sul libro di vetta appongono i nomi di chi ha aperto la via dello spigolo sud-ovest. La breve, scintillante stagione del 6° grado in libera avviata da Andrich si interrompe al suo richiamo come aviatore nel 1936. Combatte in Spagna e Africa, poi difenderà Pantelleria. 8 giugno 1943. Uno stormo di caccia attacca una squadra di bombardieri B-17 americani e la scorta. Uno dei Macchi 205 Veltro, appena messi in servizio, punta un B-17 il cui mitragliere di coda colpisce l’aereo che si inabissa a 700 metri dalla costa dell’isola di Pantelleria.

Anni 2000. Antonello D’Aietti, esperto di immersioni subacquee, scopre a trenta metri di profondità l’elica di un aeroplano. Porta i turisti. La voce gira e le autorità militari di Pantelleria con la sua collaborazione decidono il recupero. 2023. Cominciano le operazioni guidate dal colonnello Franco Linzalone, che ha la passione da storico e la tenacia da militare per avviare al meglio il recupero e il restauro dell’apparecchio. Comanda il Distaccamento Aeroportuale di Pantelleria e gode della collaborazione del capitano di corvetta della Guardia Costiera Sebastiano Sgroi. Riemergono motore, carrello con ruote, mitragliera, sedile, parti delle ali e un’infinità di piccoli pezzi che vengono puliti, interpretati e ricollocati nel puzzle che rimarrà magnificamente incompiuto. L’elica è il pezzo più eloquente: le tre pale sono piegate dall’impatto con il mare e un grosso foro indica dove è stata colpita. La matricola consente di risalire all’aereo e al suo pilota: sergente maggiore Alvise Andrich.

Il figlio Renato ricostruisce la fase dell’abbattimento: il padre, gettatosi con il paracadute, è stato soccorso da una motovedetta tedesca dopo ore. Ha combattuto fino alla fine della guerra nei Balcani con le truppe italiane cobelligeranti. Ha continuato a volare. 17 ottobre 1951. Alvise Andrich è ai comandi di un bimotore per un trasferimento sull’Appennino. Nota ghiaccio sulle ali: l’aereo va alleggerito. Ordina a tutti di lanciarsi col paracadute e guida l’aereo fuori

dal centro abitato morendo nello schianto. 1954. Piero Rossi con Furio Bianchet sale un’ultima volta sulla Torre Venezia, via aperta vent’anni prima con Andrich. Nel libro di vetta tra i nomi di chi ha aperto la via trovano anche quello di Furio Bianchet, che quel giorno del 1934 non partecipò alla scalata. Bianchet si commuove per il gesto di Alvise e Furio e cancella, con le lacrime agli occhi, il proprio nome.

ALVISE ANDRICH

VIA ANDRICH TORRE VENEZIA

La Torre Venezia, alta 2337 m, è un massiccio torrione che sorge all’estremità meridionale dei Cantoni di Pelsa, nel gruppo della Civetta. È costituito per la maggior parte da Dolomia Principale, mentre la sommità da Calcari Grigi Liassici.

Alvise Andrich ed Ernani Faè il 17 agosto 1934 superarono lo spigolo che delimita a sinistra la parete Sud che nella parte alta è percorso da un netto diedro. La linea Andrich-Faè è senza dubbio un capolavoro di eleganza che nel corso del tempo è diventato uno dei più ripetuti della torre: dopo una prima cengia che permette di portarsi in aperta parete, si sale un sistema di fessure entusiasmanti, si traversa destra in leggera discesa per portarsi sotto ad un diedro fessurato pazzesco che va scalato fino alle ghiaie sommitali. Le difficoltà sono sempre sostenute. Si tratta di una via molto piacevole esposta e su roccia buona. La via è bene attrezzata alle soste e discretamente lungo i tiri, ma ci si può proteggere agevolmente con cordini nuts e friends nelle numerose fessure. Merita di essere ripetuta.

Civetta, Torre Venezia © Luca Galbiati (Archivio Sassbaloss)

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