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MUOVERSI 3 2021

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TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ - ANNO 2021 N.3 - WWW.UNEM.IT

ENERGIE E TECNOLOGIE PER IL FUTURO

CONTINUIAMO A FAR MUOVERE L'ITALIA

SUPERARE LA CRISI, DECARBONIZZARE DAVVERO

DAGLI SLOGAN AI FATTI

UN COORDINAMENTO TECNICO-SCIENTIFICO

IL PUNTO DI VISTA DELLE ISTITUZIONI

Per essere efficaci nel percorso che ci dovrebbe portare al traguardo della decarbonizzazione al 2050 bisognerebbe partire dai fatti. Oggi invece scontiamo un dibattito fatto per slogan, troppo superficiale rispetto alla posta in gioco. E i fatti ci dicono che servono politiche che includano e non escludano per evitare contraccolpi pericolosi. Il punto di vista del Presidente Claudio Spinaci.

Gli obiettivi che l’Europa si è data in materia di clima e energia sono sani e legittimi e ci dicono dove vogliamo arrivare, ma non come. Il rischio di deindustrializzazione e delocalizzazione di filiere industriali strategiche è più di un rischio e in alcuni casi già una realtà. La transizione non sarà un “pranzo di gala” e dobbiamo capire come raggiungerla. L’intervista di Marco Frittella a Romano Prodi.

Il PNRR è un’occasione che l’Italia non può sprecare per una transizione equa e sostenibile e la politica è chiamata a fare la sua parte. Da una parte il Governo che ha già delineato un percorso chiaro, dall’altra il Parlamento chiamato a vigilare. Ecco cosa ci hanno detto Vannia Gava, Gilberto Pichetto Fratin, Maria Cecilia Guerra, Gianni Girotto e Martina Nardi.

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INDICE EDITORIALE

EDITORIALE 3

APERTURA DAGLI SLOGAN AI FATTI di Claudio Spinaci

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ATTUALITÀ TROPPI PROFETI DI SVENTURA di Alberto Clô

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TANTE ANCORA LE INCOGNITE SULLA STRADA DELLA RIPRESA di Stefania Tomasini

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SPECIALE ASSEMBLEA IL DOWNSTREAM PETROLIFERO E IL SUO FUTURO RACCONTATO IN DUE VIDEO

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LA VOCE DEGLI ASSOCIATI NEI VIDEO 14 PNRR: SERVE UN COORDINAMENTO TECNICO-SCIENTIFICO intervista a Romano Prodi di Marco Frittella

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LE IMPRESE SONO IL CUORE DELLA TRANSIZIONE sintesi dell’intervento di Aurelio Regina

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VALUTARE COSTI E BENEFICI PER CAMBIARE SENZA DISTRUGGERE COMPARTI INDUSTRIALI sintesi dell’intervento di Chicco Testa

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ILLEGALITÀ: POTENZIARE PREVENZIONE E CONTROLLO sintesi dell’intervento di Maria Cecilia Guerra

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UNA FILIERA CRUCIALE PER LA SICUREZZA ENERGETICA DEL PAESE di Vannia Gava

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GLI ALTRI INTERVENTI ISTITUZIONALI i contributi di Gilberto PIchetto Fratin, Gianni Girotto, Martina Nardi

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VERSO LA FASE 2 PER UN IMPIANTO PILOTA DI E-FUELS intervista a Massimo Dal Checco

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RASSEGNA STAMPA 26 OLI USATI: DA OBBLIGO A SUCCESSO INDUSTRIALE UNICO IN EUROPA intervista a Riccardo Piunti

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RUBRICHE STORIA DEL PETROLIO: AIE, da baluardo della sicurezza a superconsulente della transizione di Giorgio Carlevaro

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PROFESSIONI DEL SETTORE: intervista a Nicolò Pasquini

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EDUCATION: 34 unem education nel 2021 punta su rete carburanti e raffinazione DALLA PISTA ALLA STRADA: Tutti in griglia pronti a partire di Paolo Mellone

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NUMERI DELL’ENERGIA 37 TECNOLOGIE PER IL FUTURO: La batteria del futuro è come un "panino" FALSI MITI: Energia nucleare: una centrale a fusione entro il 2030

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NOVITÀ LEGISLATIVE 40 NEWS DALLE ASSOCIATE

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IMMAGINARE IL FUTURO

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TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ ANNO 2021 N. 3 LUGLIO / SETTEMBRE Direttore Responsabile Marco D’Aloisi Collaboratori Armando Durazzo, Paolo Guarino, Roberto Roscani Ideazione e Progettazione Grafica Valerio Ventucci per Atlas Consulting

È di questi ultimi giorni la formalizzazione da parte della Commissione europea del nuovo pacchetto “Fit for 55” che dovrebbe permettere all’Europa di diventare il “primo continente a presentare un'architettura completa per soddisfare le nostre ambizioni climatiche", come ha detto la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel presentare le proposte. Perché al momento di questo si tratta: tredici proposte legislative su clima energia, trasporti e suolo per realizzare l'obiettivo di emissioni zero al 2050, passando per un meno 55% nel 2030. Un pacchetto che ha tra i suoi obiettivi anche quello di mandare definitivamente in soffitta “l’economia dei combustibili fossili che ha raggiunto il suo limite”, per usare sempre le parole della Presidente. Più facile a dirsi che a farsi. Soprattutto nel settore dei trasporti che, a quanto è dato capire, dovrebbe convertirsi completamente all’elettrico o all’idrogeno nel giro di pochi anni. Il fattore tempo non è secondario considerato che prima che tutto il pacchetto si trasformi in misure vincolanti la Commissione dovrà trovare un accordo con il Consiglio e il Parlamento e non sarà facile. Qualche malumore a dire il vero è già emerso tra gli stessi Commissari, alcuni dei quali hanno espresso obiezioni scritte e con il Commissario al Bilancio che ha addirittura votato contro. Vale la pena ricordare che il primo pacchetto di proposte su energia e clima, denominato “Clean Energy Package”, un insieme di otto atti legislativi il cui obiettivo era fare “in modo che i mercati dell'energia possano funzionare meglio e contribuire al raggiungimento dei nostri obiettivi sul clima”, come disse al tempo il Commissario responsabile per l'Azione per il clima e l'energia, Miguel Arias Cañete, risale al 30 novembre 2016 e venne pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea solo nel giugno del 2019. E se tanto mi dà tanto, il “Fit for 55” potrebbe diventare effettivo non prima del 2024. Per ora si può solo dire che le misure proposte non aiutano certo una transizione equa e sostenibile soprattutto socialmente, come illustri opinionisti nazionali ed europei, nonché operatori e associazioni, hanno scritto in questi giorni preoccupati delle ricadute su imprese e consumatori. Temi che sono stati al centro della nostra assemblea della scorsa settimana, cui dedichiamo la cover story di questo numero, che ha provato a portare il dibattito sul piano della concretezza rispetto ai facili slogan cui siamo abituati quando si parla di transizione e decarbonizzazione. In questo ci hanno aiutato tanti ed importanti ospiti che qualche risposta a queste preoccupazioni hanno provato a darla come potete leggere nelle pagine che seguono. Certo è che la transizione non sarà un “pranzo di gala” e se vogliamo che abbia successo dobbiamo arrivare ad una legislazione “neutrale” che includa e non escluda. Ne va del futuro industriale dell’Europa e della sua capacità di competere sui mercati internazionali. Solo così potremo essere “protagonisti” e non solo dei “pagatori”, per usare le parole di Romano Prodi nell’intervista che ci ha concesso per l’occasione. Buona lettura

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ

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APERTURA

Claudio Spinaci Presidente Unione Energie per la Mobilità - unem

DAGLI SLOGAN AI FATTI di Claudio Spinaci

Il titolo che abbiamo scelto per l’assemblea di quest’anno ci ricorda, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto sia centrale per il Paese il downstream petrolifero come è emerso chiaramente durante questa lunga fase di emergenza sanitaria che, per quanto non superata del tutto, ha allentato la sua

E i fatti ci dicono che la domanda di energia ha ripreso a crescere in modo significativo e che è ancora in larga parte coperta dalle fonti fossili, tuttora dominanti nel soddisfare i fabbisogni essenziali soprattutto nelle zone più povere del pianeta, dove milioni di persone non hanno accesso ad alcuna forma di energia morsa e, grazie al diffondersi dei vaccini, lascia spazio ad un cauto ottimismo per la ripresa. Una ripresa che vede nel PNRR il principale strumento di intervento, con una dotazione di miliardi di euro che dovranno essere gestiti con molta attenzione valorizzando la reale efficacia dei progetti da finanziare nell’ambito delle diverse “missioni” già individuate. Una di queste è la mobilità sostenibile. Una “missione” complessa che ha molte implicazioni, sociali, economiche e geopolitiche, che richiede perciò una

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riflessione seria, basata su elementi scientifici, mentre oggi scontiamo un dibattito per slogan, troppo superficiale rispetto alla posta in gioco. Si parla spesso di sostenibilità che però, e non mi stancherò di ripeterlo, deve essere intesa non solo da un punto di vista ambientale, ma anche economico e quindi sociale. Credo che siamo stati tra i primi, già nell’Assemblea del 2016, a parlare della necessità di considerare la sostenibilità a 360 gradi: ambientale sociale ed economica, ossia del bisogno di rendere accettabili e accessibili per i cittadini scelte che altrimenti sembrerebbero calate dall’alto e non sempre rispondenti ai loro reali bisogni.

Oggi questo concetto è entrato definitivamente nel dibattitto pubblico, anche se occorre notare che tutti dichiarano la necessità di affrontare le sfide ambientali tenendo conto delle ricadute sulla società delle misure messe in campo, ma pochi sono poi coerenti con questo principio quando formulano concretamente le loro proposte. E per essere efficaci in questo percorso occorre partire dai fatti. E i fatti ci dicono che la domanda di energia ha ripreso a crescere in modo significativo e che è ancora in larga parte coperta dalle fonti fossili, tuttora dominanti nel soddisfare i fabbisogni essenziali soprattutto nelle zone più povere del pianeta, dove milioni di

DOMANDA TOTALE ENERGIA 2021 PER FONTI


persone non hanno accesso ad alcuna forma di energia. Una domanda che è ripartita e che quest’anno dovrebbe crescere del 4,6%, recuperando così più di quanto perso lo scorso anno (-4%). Ancora una volta a trainarla, per circa il 70% dell’incremento atteso, saranno i mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo e, come negli ultimi vent’anni, circa l’80% sarà coperta dalle fonti fossili. La domanda di petrolio, in particolare, dopo essere scesa nel secondo trimestre 2020 intorno agli 83 milioni b/g, ossia circa 16 milioni in meno del corrispondente periodo del 2019, nel 2021 è ripartita, inizialmente in modo più rapido, e continua a crescere tanto che a fine anno dovrebbe tornare vicino ai 100 milioni b/g. A questa fa da contraltare un’offerta che presenta tuttora alcune incertezze nella sua possibile dinamica futura ma che, va detto, durante la pandemia l’Opec Plus, guidata dall’asse russo-saudita e accompagnata dall’elevata compliance degli altri membri dell’Alleanza, ha saputo ricalibrare ottenendo il più

difficile ribilanciamento che il mercato del petrolio abbia mai visto. In ciò aiutata senz’altro dalla debolezza degli altri Paesi produttori ed in particolare del crollo della produzione di shale oil, che ha incontrato grandi difficoltà durante la crisi pandemica. Questo è un tema rilevante, tanto più perché la domanda di petrolio in prospettiva continuerà a crescere anche nei prossimi anni per arrivare nel 2026 ad oltre 104 milioni b/g, meno di quanto ci si aspettava prima della pandemia, ma comunque 7,6 milioni in più del 2021. Molto dipenderà da come evolveranno i prezzi del greggio, tornati ai massimi da 7 anni, che a loro volta sono legati alle prossime mosse dell’Opec Plus che al momento è difficile prevedere. A ciò si lega naturalmente il tema degli investimenti in E&P che incidono sull’altro fattore decisivo per la determinazione del prezzo e cioè le aspettative. Investimenti che hanno subito una forte riduzione (-25% vs 2020) soprattutto da parte delle International Oil Company (IOC) che li hanno tagliati

del 30%, privilegiando quelli con ritorni a breve termine. Una tendenza di cui ne beneficeranno i Paesi produttori (NOC), in particolare quelli facenti parte dell’Opec Plus, che di conseguenza aumenteranno il loro peso sui mercati petroliferi. È evidente che in questo modo l’Occidente vede ridurre il proprio ruolo nel

È evidente che in questo modo l’Occidente vede ridurre il proprio ruolo nel controllo non solo sulle attività estrattive, ma soprattutto sulla raffinazione e ciò ci porterà a dipendere dai Paesi non-Ocse anche per l’approvvigionamento di prodotti finiti, con effetti sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di cui l’Europa non sembra rendersi conto

DOMANDA DI PETROLIO

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controllo non solo sulle attività estrattive, ma soprattutto sulla raffinazione e ciò ci porterà a dipendere dai Paesi non-Ocse anche per l’approvvigionamento di prodotti finiti, con effetti sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di cui l’Europa non sembra rendersi conto. Fermo restando l’obiettivo della riduzione delle emissioni clima-alteranti, di fronte a queste enormi complessità il dibattito in corso in Europa è inchiodato su un unico tema: la completa elettrificazione dei consumi. Il punto però non tanto come consumare l’energia elettrica rinnovabile e/o decarbonizzata, semmai come produrre più energia da fonti rinnovabili e con processi sempre più decarbonizzati, visto che

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oggi conta solo per il 30% (di cui la metà deriva dall’idroelettrico). L’urgenza di raggiungere gli sfidanti obiettivi ambientali rende necessario avvalersi di tutte le opzioni tecnologiche disponibili, poiché ciò consente di accelerare la decarbonizzazione e dunque di mettere in sicurezza il raggiungimento di target che sarebbero altrimenti assai difficilmente conseguibili. La vera sfida è pertanto quella di riuscire a gestire la transizione verso altre fonti evitando contraccolpi pericolosi: chi considera gli idrocarburi fossili superati e ritiene che non vi sia più la necessità di investire in questo settore, come sembra suggerire il recente rapporto “Net Zero by 2050” dell’Agenzia

internazionale per l’energia, non considera il rischio che ciò deflagri in una pesante crisi energetica. Un approccio razionale technology neutral, basato comunque su solide analisi di Life Cycle (LCA), porterebbe ad affiancare, senza limitazioni o pregiudizi, ad un equilibrato processo di elettrificazione altre soluzioni a basse o nulle emissioni di carbonio. Alternative ce ne sarebbero, a partire dai low carbon fuels liquidi e gassosi derivanti sia da biomasse che sintetici, che potenzialmente possono essere utilizzati in tutti i settori e nelle attuali motorizzazioni, a vantaggio di tutti i cittadini e delle filiere dei costruttori dei mezzi di trasporto. Un problema che ci tocca da vicino


L'idea di prevedere, anche se indirettamente, il phase out dei motori a combustione interna è non solo incomprensibile, ma è soprattutto un grosso errore sia per gli impatti industriali che per il raggiungimento degli obiettivi ambientali. Credo che l’Europa sia ormai prigioniera di sé stessa e di una narrazione che prescinde dai fatti e dalle esigenze reali delle persone e delle imprese perché oggi in Italia oltre il 92% della domanda di mobilità di merci e persone è soddisfatta dai prodotti petroliferi. Una domanda che la pandemia ha ridotto sensibilmente, ma che si avvia rapidamente, almeno nel trasporto stradale, a tornare sui livelli pre-Covid già in questo trimestre, salvo un gap strutturale legato a un cambio nelle abitudini negli spostamenti legati alle attività lavorative che la crisi pandemica ha accelerato. Diverso il discorso per la domanda di jet fuel la cui ripresa appare molto lenta e che ha messo in chiara difficoltà le aziende che operano in ambito aeroportuale con depo-

$/b

siti per il rifornimento del jet fuel che non hanno avuto specifiche misure di sostegno, previste invece per i gestori degli aeroporti e per i prestatori degli altri servizi a terra. Analogo discorso si può dire valga per la raffinazione, anche se in questo caso la pandemia ha solo acuito una crisi già in atto. Oggi le lavorazioni nelle nostre raffinerie sono scese di oltre 10 punti al di sotto della media degli anni precedenti, è certamente un dato congiunturale ma non per questo meno preoccupante. Non va dimenticato che si tratta di aziende fortemente tecnologiche, impegnate in uno sforzo di trasformazione senza precedenti, che possono contare su risorse umane con un alto patrimonio di competenze da non disperdere ed impiegare proficuamente nelle nuove tecnologie. Affinché questa trasformazione sia possibile, è pertanto necessario intervenire sulle attuali norme e renderle “neutrali” e maggiormente efficaci, a partire dal calcolo integrato delle emissioni di CO2 delle auto e dei carburanti, per arrivare all’adozione di un “Carbon Border Adjustment Mechanism” (CBAM) che integri e rafforzi gli effetti dell’ETS a livello globale, considerato che l'industria della raffinazione è tra i settori maggiormente esposti alla competitività internazionale ed ha quindi bisogno di misure

particolarmente efficaci per garantire una protezione adeguata contro il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio. Gli interventi sulla legislazione comunitaria in questa fase sono fondamentali per creare le giuste condizioni per lo sviluppo dei low carbon fuels, ma quanto emerso da una prima lettura del pacchetto “Fit for 55” presentato nei giorni scorsi dalla Commissione europea non sembra tenere conto di tutto ciò. Anzi, introduce ulteriori penalizzazioni, come la stessa idea di prevedere, anche se indirettamente, il phase out dei motori a combustione interna al 2035. Scelta tecnologicamente incomprensibile che rappresenta un grosso errore sia per gli impatti industriali che per il raggiungimento degli obiettivi ambientali. Credo che l’Europa sia ormai prigioniera di sé stessa e di una narrazione che prescinde dalla realtà e dalle esigenze effettive delle persone e delle imprese. Come ci ha detto il Prof. Prodi nell’intervista che trovate nelle pagine successive, gli obiettivi europei “forse sono troppo ambiziosi in relazione all’attuale debolezza politica, ma rappresentano anche la grande occasione per rafforzare le decisioni a livello continentale. Se non facciamo questo diventiamo solo dei pagatori e invece noi dobbiamo essere protagonisti del cambiamento”.

MARGINI RAFFINAZIONE

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ

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ATTUALITÀ

Alberto Clô Direttore Energia

TROPPI PROFETI DI SVENTURA di Alberto Clô

Sulla Borsa di Londra le quotazioni del greggio Brent Dated hanno segnato il 22 giugno livelli di poco inferiori ai 75 dollari al barile (doll/bbl): 23 in più (+44%) di quelli di inizio anno. L’aspettativa è che nei prossimi mesi questo rialzo si consolidi a livelli, a dire di Goldman Sachs, sino a 80 doll/bbl. Quel che significherebbe per il nostro automobilista un prezzo della benzina prossimo a 2 euro al litro. All’origine di questa crescita ha giocato un insieme di ragioni. In primo luogo, la graduale crescita della domanda di petrolio, proxy di quella dell’economia prevista quest’anno dal FMI nel +6% (dopo la caduta del 3,3% nel 2020) grazie alla diffusione delle vaccinazioni e alle

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riaperture pur ancora parziali delle economie. La domanda è cresciuta dai circa 93 milioni di barili al giorno del primo trimestre 2021, sui medesimi livelli del corrispondente periodo dell’anno scorso, ai 94,9 del secondo trimestre (+12 milioni b/g sul 2020) con l’aspettativa che possa salire nel quarto trimestre a 99,3, a un’incollatura dai livelli pre-pandemia1. A trainarla è soprattutto la Cina che dovrebbe segnare un incremento intorno al 4%5%, pari a circa la metà della prevista crescita economica, mentre molto positiva è anche la dinamica del mercato americano che nei primi cinque mesi del 2021 ha visto un balzo della domanda prossimo all’11%. Insomma, i

dati dicono che il petrolio non è prematuramente morto, anche se la narrazione dominante continua a non volerne tener conto: premessa dei futuri guai. I molti profeti di sventura che avevano sentenziato che il crollo della domanda registrato nel 2020 (circa -9%) ne segnasse il picco, perché niente sarebbe stato più come prima (nella mobilità, nei comportamenti individuali, nel lavoro), avrebbero di che riflettere e ricredersi, specie guardando al futuro. Sul versante dell’offerta più fattori hanno giocato in favore del rialzo dei prezzi. Primo: il sapiente governo del mercato esercitato dai 29 paesi che aderiscono all’alleanza Opec Plus, imperniato sull’intesa dei suoi due paesi leader: Arabia Saudita e Russia. Molto più che in passato ed in un contesto di assoluta incertezza, essi hanno saputo calibrare la ripresa della domanda con un simmetrico rilassamento dei tagli d’offerta che erano stati decisi (+2,1 milioni b/g da maggio a luglio). Col risultato di ridurre la rovinosa volatilità dei prezzi dello scorso anno, assicurandone una relativa stabilità. Della capacità di fronteggiare il più grande crash della domanda di petrolio con la più grande riduzione di offerta – tradizionale tallone di Achille di ogni cartello – evitando rischi di profondi squilibri finanziari mondiali, bisognerebbe dare atto all’Organizzazione di Vienna e partners. Il secondo fattore rialzista è stata la speculazione dei mercati finanziari volta a fronteggiare i rischi di un


aumento generalizzato dei prezzi e dell’inflazione. Degno di interesse è il fatto che la spinta a questo aumento sia derivata in larga parte dal nuovo super-ciclo dei prezzi a due-tre cifre percentuali delle materie prime e materiali critici2, dovuto in misura significativa alla corsa agli investimenti green, notoriamente commodity intensive. Duplice l’effetto: l’inevitabile aumento dei costi di produzione delle tecnologie rinnovabili, difficile a ritenersi temporaneo3, e il paradossale contraccolpo al rialzo dei prezzi del petrolio. Sorprende che della correlazione rinnovabili-materiali critici non si sia saputo (voluto?) tener conto, specie da parte dell’Agenzia di Parigi che ne ha trattato solo di recente4, trascurando i molti studi che da diversi anni ammonivano sugli effetti negativi che questi materiali avrebbero indotto sulla competitività delle nuove rinnovabili5. Un atteggiamento poco rigoroso che getta un ombra di inaffidabilità sugli scenari parigini. I mercati finanziari, si diceva, hanno fronteggiato i rischi di inflazione reincorporando il petrolio nelle loro transazioni a termine, futures e options, rimbalzate sui valori del fisico aggiungendo alla componente domanda quella speculativa. Vi è un ulteriore fattore rialzista, certamente il più critico, di cui è necessario tener conto: la diffusa aspettativa che nel volgere di pochi anni possa verificarsi un severo mismatch domanda/offerta di petrolio con inevitabile balzo dei prezzi. “Is the oil market

heading inexorably toward a supply crunch and price spike?” si chiedeva il ‘Petroleum Intelligence Weekly’ dell’11 giugno scorso. Il fatto che più lo rende verosimile e critico è che da parte degli organismi internazionali, per non parlare dei governi, non ve ne sia la minima consapevolezza nel convincimento che la green revolution da qui a poco metta fuori mercato il petrolio. Non essendovi quindi ragione alcuna per preoccuparsene. Duplice le ragioni all’origine del rischio di questo mismatch. Da un lato, la prevista crescita della domanda di petrolio che l’Agenzia di Parigi quantifica nel 2026 a 104,1 milioni b/g, 7,6 milioni b/g in più rispetto al 20216. Distribuiti quasi totalmente nei paesi Non-Ocse ma sorprendentemente anche in quelli Ocse. Dall’altro lato, il perdurante crollo degli investimenti nella fase upstream scesi sotto i 370 miliardi di dollari rispetto alla punta di oltre 700 che si ebbe nel 2014 prima del contro-shock dei prezzi7. Un dollaro in meno investito oggi è un barile in meno estratto domani. Non è una previsione, ma una certezza. Da qui, il rischio di un deficit di offerta, che potrebbe sospingere i prezzi, secondo JP Morgan, sino ai 200 dollari al barile. Il nostro malcapitato automobilista vedrebbe salire i prezzi sin verso i 3 euro al litro! Ne soffrirebbero le sue tasche, riducendone il reddito disponibile, ma anche l’economia dell’intero paese. L’aspetto dirimente è comunque il crollo degli investimenti originato da più fattori, difficilmente

Un dollaro in meno investito oggi è un barile in meno estratto domani. Non è una previsione, ma una certezza. Da qui, il rischio di un deficit di offerta, che potrebbe sospingere i prezzi, secondo JP Morgan, sino ai 200 dollari al barile. Il nostro malcapitato automobilista vedrebbe salire i prezzi sin verso i 3 euro al litro! reversibili. Tre in particolare: (a) i peggiorati ratio economico-finanziari delle imprese ancor prima dello tsunami del 2020, che le hanno spinte a darsi una severa disciplina finanziaria con gli investimenti contenuti nei limiti dei cash flow (al netto dei dividendi); (b) la sempre più forte pressione degli azionisti, degli investitori istituzionali, degli organismi internazionali, di ridurre la presenza delle imprese nei settori tradizionali per entrare in quelli green; (c) il timore che dinamiche di mercato e pressioni politiche possano trasformare gli investimenti d’oggi in futuri stranded assets. Meglio allora tirare i remi in barca, perché loro obiettivo primario non è più come un tempo assicurare piena copertura dei fabbisogni ma piuttosto quello di sopravvivere. Questo avvitamento ha conosciuto a maggio un passaggio forse storico: per la decisione del Tribunale dell’Aia

Gap tra domanda e offerta senza nuovi investimenti Milioni di barili per giorno

Quantità aggiuntive necessarie per compensare i cali 2022: 27 mmboe/d se la domanda riprende in modo lieve 2030: 68 mmboe/d se la domanda riprende e continua a crescere a tassi minori della media storica 2030: 51 mmboe/d anche in caso di picchi negativi di domanda

Domanda - AIE

Offerta (senza nuovi investimenti)

Domanda - OPEC

Domanda - livello minimo stimato

Fonti: AIE, OPEC, BP (e) = stimati mmboe/d = milioni di tonnellate equivalenti di petrolio al giorno

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di imporre alla Shell di ridurre in futuro le emissioni a lei, direttamente e indirettamente, riconducibili nella misura del 45% entro il 2030, ritenendo che la compagnia non abbia fatto sinora abbastanza per ottemperare alle prescrizioni contenute nell’Accordo di

La narrazione oggi dominante sui progressi della transizione energetica – rimasta ancora al palo con le fossili dominanti all’80% come trenta anni fa – rischia in conclusione di far deflagrare l’intero sistema energetico ed economico mondiale nella vana illusione che degli idrocarburi si possa fare a meno, che non vi sia più necessità di investire per ricercare nuovo petrolio o metano, come indicato nel recente rapporto “Net Zero by 2050”

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Parigi del 2015. Senza molto curarsi i giudici olandesi se questo sia possibile e quali siano gli esiti che ne potrebbero derivare. La possibilità delle imprese occidentali di dar seguito a queste richieste è infatti estremamente difficile. Reagiranno in via giudiziaria, restringeranno il loro perimetro di attività, accentueranno gli sforzi per ridurre i costi, ma se ne guarderanno bene dal far riprendere spese e investimenti. Ne beneficeranno altri produttori: specie i paesi dell’alleanza Opec Plus e il ruolo politico dell’Arabia Saudita e della Russia. Con loro dovremo sempre più fare i conti. La narrazione oggi dominante sui progressi della transizione energetica – rimasta ancora al palo con le fossili dominanti all’80% come trenta anni fa – rischia in conclusione di far deflagrare l’intero sistema energetico ed economico mondiale nella vana illusione che degli idrocarburi si possa fare a meno, che non vi sia più necessità di investire per ricercare nuovo petrolio o metano, come indicato nel recente rapporto “Net Zero by 2050” dell’Agenzia di Parigi8: la stessa che a inizio anno am-

moniva sui rischi dei bassi investimenti sui prezzi e prevedeva nel giro di pochi anni un consistente balzo della domanda. Non si può dire tutto e il suo contrario. Il rischio, come ha scritto Philip Verleger, è di causare una ‘economic catastrophe’9 di cui tutti avrebbero a soffrirne e di cui si dovrà chieder conto a chi oggi diffonde “favole e fantasie”10. 1 Dati tratti da Oil Market Report dell’IEA dell’11 giugno 2021. 2 Cfr. Clò A, Verso un nuovo super-ciclo delle materie prime?, in “Blog Energia”, 26 gennaio 2021 . 3 Nell’ultimo rapporto di IRENA, Renewable Power Generation Cost in 2020, 2021, non se ne fa minimamente cenno pur essendo già evidente la cavalcata dei prezzi dei materiali. 4 Cfr.IEA (2021), The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transition, Parigi. 5 Cfr. Pavel C.C., Blagoeva D.T. (2017), Materials impact on the EU’s competitiveness of the renewable energy, storage and e-mobility sectors, JRC, Bruxelles; Leader A. et al, (2019), The effect of critical material prices on the competitiveness of clean energy technologies, in “Materials for Renewable and Sustainable Energy” https://doi.org/10.1007/s40243-019-0146-z. 6 Cfr. IEA (2021), Oil 2021, Analysis and Forecast to 2026, Parigi. 7 Dati di Fonte Energy Intelligence – PIW 8 gennaio 2021 8 Cfr. IEA (2021), Net Zero by 2050: a Roadmap for the Global Energy Sector, 2021. 9 Cfr. Verleger P., ‘Just in Time Investing Risks Shortages, But…, in World Energy Opinion, giugno 2021. 10 Cfr. Apper O. (2021), Transizione Energetica, tra Imposizioni Politiche e Mancanza di Prospettiva, in “Energia”, n.2, pp-12-16.


ATTUALITÀ

Stefania Tomasini Prometeia Head of Economic Analysis and Forecasting

TANTE ANCORA LE INCOGNITE SULLA STRADA DELLA RIPRESA di Stefania Tomasini

A più di un anno dallo scoppio della pandemia, il progresso nella campagna di vaccinazione e l’arrivo della bella stagione stanno alimentando la speranza, se non addirittura l’euforia, di una sua fine imminente. Oltre a vedere la luce, si diffonde la percezione di essere oramai fuori dal tunnel. Un tunnel rappresentato dalla peggiore recessione mai registrata in tempi di pace, con una caduta di PIL del 3,9% a livello globale, dell’8,9% in Italia. Una serie di indicatori fa da supporto a questa percezione. Il clima di fiducia delle famiglie e delle imprese è oramai tornato ai livelli pre-crisi e, in ta-

lune componenti, li ha anche superati. La produzione nelle costruzioni, sospinta dagli incentivi ma anche da un risparmio delle famiglie che, cresciuto durante la crisi, si è riversato sul mercato immobiliare, era già in marzo superiore a tali livelli del 14%; la produzione industriale li ha recuperati in aprile quando, con un balzo dell’1,8%, ha sorpreso in positivo tutti gli analisti. Anche l’occupazione, che pure strutturalmente reagisce con ritardo all’andamento dell’attività economica, nei primi mesi dell’anno ha mostrato segnali di inversione di tendenza, specialmente nella componente dei con-

tratti a termine. Le ore autorizzate di Cassa Integrazione Guadagni stanno scendendo velocemente. In effetti, i principali previsori stanno, uno dopo l’altro, rivedendo al rialzo le stime per l’anno in corso, dall’IMF alla Commissione Europea, alla Banca d’Italia. Anche Prometeia, che pure con un +4,7% poteva essere considerata ottimista fino a qualche mese fa, ritoccherà leggermente verso l’altro le proprie stime. Dunque tutto terminato? Se dal punto di vista dell’uscita dalla recessione da pandemia riteniamo che l’aumentata fiducia sia ben riposta, vi sono ancora

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ATTUALITÀ

molti snodi di questa eccezionale fase storica densi di incognite, il cui esito sarà cruciale per il futuro dell’economia italiana e non solo. Guardando al nostro paese, il principale snodo è dato dalla capacità di implementare le spese finanziate coi fondi europei attraverso il Next Generation EU (NGEU). Come noto, innovazione, coesione sociale e territoriale, ambiente sono gli obiettivi privilegiati che il piano si prefigge di raggiungere attraverso il programma di rilancio temporaneo di 750 miliardi di euro (360 miliardi di euro di prestiti e sovvenzioni a fondo perduto fino a 390 miliardi di euro), pari al 5% del Pil dell’Unione, finanziato con prestiti comuni europei e una allocazione dei trasferimenti concepita in modo da dare maggiore sostegno ai Paesi più vulnerabili e più colpiti dalla crisi. L’Italia risulterebbe il paese a beneficiarne in misura maggiore, con oltre 200 miliardi di euro, l’11,5% del Pil 2019, di cui circa 80 miliardi a fondo perduto e i rimanenti in prestiti. L’accesso ai fondi è subordinato alla predisposizione dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR), che dettagliano i progetti di spesa, con precisi obiettivi e traguardi intermedi. Il PNRR italiano, appena approvato dalla Commissione Europea, programma di accedere al totale dei fondi potenzialmente disponibili, destinandone circa il 40% alla transizione verde e il 27% a quella digitale. Si tratta dunque di un programma vasto e importante. Sia in termini di

Con l’uscita dall’emergenza sanitaria non si potrà che tornare verso politiche di rientro dell’indebitamento, in un contesto che nel medio termine certamente vedrà una qualche ridefinizione delle regole del Patto di Stabilità e Crescita, da tempo in discussione, con politiche monetarie che dovranno rientrare dalle condizioni di eccezionalità degli ultimi anni

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risorse, poiché la spesa media annua coinvolta nel periodo 2021-2026 si avvicina al 2% del Pil, sia, e soprattutto, in termini di tipologia di spesa e di obiettivi posti. Gli investimenti sono privilegiati e sono destinati alla transizione tecnologica, all’ammodernamento delle strutture logistiche, al miglioramento della sostenibilità ambientale, al rafforzamento delle strutture sanitarie e del sistema educativo e di ricerca: spese dunque per infrastrutture a cui può essere associato un alto impatto sulle potenzialità di crescita del Paese. Parte integrante del PNRR è un ambizioso piano di riforme strutturali, che spazierebbe dalla rimozione delle lentezze e varie forme di inadeguatezza dell’operare della PA, al potenziamento dei settori della sanità e dell’istruzione. Tale piano muove dalla consapevolezza che, all’uscita dalla peggiore recessione della sua storia moderna, l’Italia continuerà a dover fare i conti con problemi strutturali nei quali è intrappolata da quasi vent’anni, problemi che l’hanno condannata a una crescita insoddisfacente, specchio della debole crescita della produttività. Fondi del NGEU e riforme rappresentano dunque un fondamentale strumento per uscire dalla crisi pandemica, ma sono forse ancora più importanti in una prospettiva di medio termine, come occasione per il nostro paese di intraprendere quell’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, da molto tempo frenato da vincoli strutturali e da carenza di risorse. Non solo: è ben noto che il tema del rilancio della crescita è una delle condizioni per rendere sostenibile l’altro fattore di debolezza strutturale della nostra economia, ossia il debito pubblico, enormemente accresciuto dalla crisi. Con l’uscita dall’emergenza sanitaria non si potrà che tornare verso politiche di rientro dell’indebitamento, in un contesto che nel medio termine certamente vedrà una qualche ridefinizione delle regole del Patto di Stabilità e Crescita, da tempo in discussione, con politiche monetarie che dovranno rientrare dalle condizioni di eccezionalità degli ultimi anni. E ciò ci porta a un altro snodo fondamentale che condiziona il quadro prospettico, rappresentato dall’ipotesi che i tassi di interesse rimarranno

Dunque tutto terminato? Se dal punto di vista dell’uscita dalla recessione da pandemia riteniamo che l’aumentata fiducia sia ben riposta, vi sono ancora molti snodi di questa eccezionale fase storica densi di incognite, il cui esito sarà cruciale per il futuro dell’economia italiana e non solo

molto bassi ancora a lungo, a sua volta condizionato alla previsione di tassi di inflazione mediamente inferiori ai target delle Banche centrali, della BCE e, soprattutto, della Fed. È l’ipotesi sulla quale basiamo le nostre previsioni, che vedono quindi la possibilità di un rimbalzo del PIL italiano, dopo il -8,9% del 2020, sia quest’anno sia l’anno prossimo, su ritmi mediamente superiori al 4,5% e tali da consentire di recuperare i livelli pre-crisi nella seconda metà del 2022. Tuttavia, affinché queste premesse favorevoli possano tradursi in realtà, sono molti i nodi da affrontare e le incertezze nel medio termine si moltiplicano. L’uscita dalla crisi pandemica sarà comunque irta di ostacoli, con i suoi strascichi di maggiore incertezza e fragilità psicologica ed economica, con trasformazioni nelle abitudini che tenderanno a divenire permanenti, con i costi di dover avviare una transizione climatica e che, assieme alle trasformazioni indotte dal Covid-19, renderanno necessarie la riallocazione e la riconversione di molte imprese e lavoratori, in una società che invecchia e che dovrà favorire la partecipazione al mercato del lavoro di fasce via via maggiori della sua popolazione, con un debito pubblico aumentato. La crescita della produttività continua a essere e sarà sempre più la chiave di volta per rendere queste trasformazioni compatibili e gestibili. Con il vantaggio di avere uno strumento, il NGEU che, se ben utilizzato, potrà consentire di imprimerle una svolta.


SPECIALE ASSEMBLEA

IL DOWNSTREAM PETROLIFERO E IL SUO FUTURO RACCONTATO IN DUE VIDEO In occasione dell’assemblea annuale di unem abbiamo realizzato due video che raccontano come la filiera ha affrontato l’emergenza sanitaria, seppure in un contesto economico molto difficile, e come per arrivare alla decarbonizzazione dei trasporti il futuro sia ancora da scrivere. Ecco come.

Il downstream petrolifero in Italia soddisfa il 92 per cento del trasporto stradale e quasi il 100 per cento di quello aereo e navale. Bastano questi due dati per capire come e da chi oggi venga assicurata la mobilità di merci e di persone nel nostro Paese: un comparto industriale che durante la pandemia ha garantito i prodotti necessari alla gestione dell’emergenza sia dal punto di vista sanitario che industriale per la produzione di beni essenziali. Si sono mese in gioco migliaia di persone che tutti i giorni contribuiscono a far muovere il Paese in un sistema pronto a far fronte alle emergenze. Infatti anche nei momenti più duri del lockdown l’attivazione immediata di una specifica task force, pronta a reagire ai vari scenari di escalation della pandemia, ha garantito la continuità operativa in sicurezza degli impianti produttivi e distributivi. Non è un caso che questo sia stato tra i primi comparti industriali a firmare con le rappresentanze sindacali protocolli per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e il mantenimento della capacità produttiva del sistema. Il risultato è stato evidente a tutti: non è mai mancato un solo litro di carburante.

Il tutto in un contesto economico sempre più difficile legato al crollo dei consumi che in poche settimane ha generato perdite per miliardi di euro. Si dà troppo spesso per scontata una filiera produttiva che si è dimostrata affidabile e responsabile anche nei momenti più difficili grazie alle professionalità costruite nei decenni. Resta il fatto però che il settore sta ancora vivendo una profonda crisi economica e finanziaria. La pandemia in 18 mesi ha acuito problemi strutturali che ora riemergono. C’è da chiedersi in conclusione se l’Italia possa permettersi di disperdere una filiera così strategica per il Paese e la sua crescita.

Gli obiettivi del Green Deal europeo sono ambiziosi e la strada è ormai tracciata e il traguardo è arrivare a zero emissioni nette nel 2050. A livello nazionale il PNRR ha indicato chiaramente quali sono le “missioni” senza assegnare un ruolo preciso al downstream petrolifero che avrà necessariamente un ruolo. Tra queste c’è la mobilità sostenibile che sarà sicuramente multi-fuel e

tutti saranno chiamati a dare un contributo nel rispetto della neutralità tecnologica. In questo senso il downstream petrolifero, nelle sue varie articolazioni, si è già avviato sulla strada dell’innovazione per sperimentare e introdurre processi e prodotti decarbonizzati per tutti i tipi di trasporto. Tutto il sistema di raffinazione evolverà verso modalità produttive dove il petrolio verrà gradualmente sostituito da altre materie prime rinnovabili. Ma sono necessarie le infrastrutture per rendere disponibili i nuovi prodotti che muoveranno l’Italia Gli automobilisti dovranno poter contare su una rete capillare di punti vendita di energie per la mobilità, dove trovare tutto ciò che li farà muovere. Il gestore dovrà evolvere con la nuova domanda di mobilità. È fondamentale però che il sistema industriale sia messo nelle condizioni di operare questa trasformazione verso un modello low carbon, con politiche non discriminatorie. Ciò rende necessaria la revisione del quadro normativo che attualmente disciplina tutti i tipi di trasporto, soprattutto a livello europeo. Altrimenti l’Italia accumulerà ritardi, con seri rischi, per la sicurezza energetica del Paese, di delocalizzazione e deindustrializzazione e, paradossalmente, con nessun beneficio ambientale. È importante dunque la condivisione di un progetto industriale in grado di far muovere il Paese nel futuro con le modalità più efficienti e sostenibili.

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SPECIALE ASSEMBLEA

LA VOCE DEGLI ASSOCIATI NEI VIDEO Assemblea unem 2021

All’interno dei video realizzati per l’assemblea è stato presentato anche il punto di vista delle associate, attraverso gli interventi dei vertici di alcune di esse.

Dario Scaffardi - AD Saras Sono molti i problemi che il nostro settore deve affrontare, anzitutto la completa sfida della transizione energetica, di cui siamo completamente consapevoli e verso la quale siamo portatori di soluzioni. Gli obiettivi sfidanti non si realizzano prima e meglio colpevolizzando un settore che invece è assolutamente strategico per il Paese e che rimarrà tale ancora per molto tempo. Noi siamo fornitori alle persone delle energie di cui hanno bisogno, e lo facciamo nel modo più sostenibile possibile. Vorremmo non essere lasciati soli e avere l’opportunità di portare il nostro contributo alla società.

Gianni Murano - Presidente Esso Italiana La pandemia ci ha coinvolto tutti, nel reagire e nell’agire con impegno e senso di responsabilità collettiva. Il nostro settore ha saputo muoversi prontamente, anche grazie ai piani di sicurezza e gestione dell’emergenza su cui ci addestriamo costantemente, per essere pronti a reagire con efficacia. Lo abbiamo fatto anche questa volta in condizioni davvero eccezionali, potendo contare sull’impegno e la professionalità di tutti, ad ogni livello.

Giuseppe Ricci - DG Energy Evolution Eni La raffinazione continuerà a giocare un ruolo ancora fondamentale nella transizione energetica perché le professionalità, le tecnologie e anche l’impianto infrastrutturale che noi abbiamo si presta molto bene per un percorso di trasformazione. Noi in Eni abbiamo cominciato già qualche anno fa con la trasformazione di due raffinerie tradizionali in bioraffinerie, ma ci sono tanti altri processi in chiave circolare, come il riutilizzo e la valorizzazione in termini energetici dei rifiuti, e tante altre cose che potranno essere fatte, ma solo grazie alle tecnologie e professionalità che già esistono nel nostro Paese.

Rosario Pistorio - AD Sonatrach In Sonatrach stiamo lavorando su diversi progetti nell’ambito della transizione energetica. Tra questi, insieme a Sasol Italy abbiamo avviato una collaborazione con il Politecnico di Torino per uno studio di fattibilità per un impianto pilota di CCSU per la produzione di syngas ed efuels nei due siti siracusani già oggi interconessi tra loro. Abbiamo inoltre costituito un’ATI per la produzione di idrogeno da elettrolisi. In questo percorso sarà tuttavia fondamentale il supporto degli strumenti previsti dal News Generation EU.

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Filippo Redaelli - AD TotalEnergies Italia La biomassa è una delle sette energie che Total ha preso come target su cui investire per la sostenibilità sia del veicolo pesante (camion), ma anche dello shipping, che sono i due principali utilizzatori di gln. Il 40% di mix bio-gnl/gnl porterebbe una diminuzione di circa il 55% di Co2. Si tratta di uno degli investimenti coerenti con la dichiarazione da parte di Total di reinventarsi nelle nuove energie rinnovabili e con il target di riduzione di CO2 da 40 a 25 milioni di tonnellate nei prossimi dieci anni.

Guido Ottolenghi - DG e AD Petrolifera Italo Rumena La transizione porrà molte sfide anche per il settore della logistica, che deve adeguarsi a cambiamenti che ancora non conosciamo. Noi della Pir insieme a Edisono Enagas a Ravenna stiamo sviluppando un importante deposito per il gnl, sia fossile che in futuro bio e sintetico, che riceverà la prima nave entro il mese di agosto.

Luca Luterotti - AD Tamoil La rete di distribuzione è un’infrastruttura fondamentale per guidare il processo di transizione energetica. In questo quadro si inseriscono le nostre recenti acquisizione delle reti IES e Repsol Italia. La rete sta diventando sempre più moderna ed efficiente, in linea con l’evolversi della domanda di energia, in grado quindi di offrire non solo i prodotti tradizionali, ma anche il metano, sia gassoso che liquido, e le ricariche di energia ad alta potenza. Questo percorso richiede investimenti importanti per i quali è fondamentale avere un quadro di regole chiare. Soltanto così si potrà continuare a garantire quell’affidabilità straordinaria che da sempre ha contraddistinto il sistema di distribuzione delle energie per la mobilità nel nostro Paese.

Giuseppe Zappalà - AD Kuwait Petroleum Italia La rete carburanti del prossimo futuro sarà in grado di rispondere alle esigenze di una mobilità sostenibile, con un’offerta multienergy, dai carburanti tradizionali con quote crescenti di biocarburanti, agli alternativi, alle ricariche elettriche, fino all’idrogeno e ai low carbon liquid fuels. Una rete che già oggi offre una gamma di servizi accessori per soddisfare le esigenze dei consumatori, una rete costruita secondo gli standard ambientali più elevati, all’avanguardia per i pagamenti elettronici, pratici e sicuri. È all’interno di questa nuova rete che il ruolo del gestore sarà ancora più cruciale.

Mara Saetti - Gestore Q8 Il nostro ruolo durante la pandemia è stato quello di assicurare apertura e presidio costante dei nostri punti vendita, orgogliosi di aver dato un contributo alla gestione dell’emergenza, per rifornire i mezzi delle forze dell’ordine, le ambulanze, i mezzi di medici e infermieri. Senza mai dimenticare le preoccupazioni di tutti gli italiani e le difficoltà economiche del momento.

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SPECIALE ASSEMBLEA

Romano Prodi Presidente Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli

PNRR: SERVE UN COORDINAMENTO TECNICO-SCIENTIFICO intervista di Marco Frittella

Professor Prodi, innanzitutto grazie per aver accettato il nostro invito a partecipare all’Assemblea dell’unem con questa intervista. È un mio piacere. Quello che le chiediamo è di aiutarci a guardare un po’ nel futuro, e nel futuro della decarbonizzazione e della transizione ecologica. Ci sono tante speranze ma anche tante inquietudini. Secondo lei abbiamo valutato a fondo l’impatto sul sistema industriale di questo profondo cambiamento nel modo di produrre e consumare energia? No, purtroppo, e questo mi preoccupa. Si tratta di obiettivi sani e legittimi, però abbiamo pensato soprattutto al traguardo da raggiungere ma non a come arrivarci. Io vorrei evitare una cosa: noi siamo europei, non dico neanche italiani. Abbiamo speso in tutti i paesi europei, e in Italia ancora di più, delle enormi somme per incentivare il solare, con un discreto successo, ma poi tutto è stato realizzato dai cinesi. Con un comportamento di questo tipo distruggiamo le nostre imprese e le nostre strutture economiche. Come presidente della Commissione Europea sono stato il primo a volere il Protocollo di Kyoto; sono andato a chiedere l’elemosina in tutto il mondo per avere la firma perché americani e cinesi erano contro, però dobbiamo ammettere che nessuno di quegli obiettivi è stato ancora raggiunto. C’è una differenza interessante, men-

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tre le fonti fossili soddisfano ancora oggi l’80% della domanda totale di energia, soprattutto nei paesi poveri, nei paesi ricchi c’è la corsa alle rinnovabili. Che conseguenze può portare tra nord e sud del pianeta? Nella mia esperienza le conseguenze le sta già generando, cioè la reazione dei paesi poveri… la stessa reazione cinese di quando il Paese era arretrato. Ora tutta l’Africa sta in questa stessa posizione psicologica, allora noi se vogliamo davvero che i Paesi in via di sviluppo arrivino ad un consumo di energia in modo sano, equilibrato, dobbiamo preoccuparci anche di loro, aiutarli nelle tecnologie, integrarli nel sistema, e questo lo stiamo facendo solo in minima parte. Ma secondo lei non c’è forse il rischio, per esempio, di una delocalizzazione di intere filiere industriali verso zone del mondo che hanno regole meno stringenti delle nostre, di quelle che ci stiamo autoimponendo, penso per esempio all’acciaio. Lei parla di acciaio, ma anche la raffinazione è un’attività già in fase delocalizzazione, per questo mi preoccupo. Se metà dell’acciaio del mondo viene prodotto in Cina, con tutta l’ammirazione per l’industria cinese, vuol dire che qualcosa non funziona. Gli italiani li ho sempre visti poco presenti nel portare avanti le nuove regole; ora non è affatto detto che abbiamo i medesimi interessi dei tedeschi e dei francesi, in secondo luogo stiamo attenti perché avendo poche grandi imprese

Con un comportamento di questo tipo distruggiamo le nostre imprese e le nostre strutture economiche. Come presidente della Commissione Europea sono stato il primo a volere il Protocollo di Kyoto; sono andato a chiedere l’elemosina in tutto il mondo per avere la firma perché americani e cinesi erano contro italiane, non avendo nessuno dei giganti chimici, noi manchiamo proprio nell’oligopolio dove si prendono le decisioni più importanti. Allora questo è per me un grande problema di strategia. Nel PNRR abbiamo messo bene in evidenza gli obiettivi di transizione ma dobbiamo anche strumentarli, questo è quello che dobbiamo fare. Professore lei ha già citato il tema della raffinazione, settore che sta subendo una crisi congiunturale strutturale e rimane strategica in ogni caso, noi da questo punto di vista corriamo un rischio reale proprio parlando della delocalizzazione? Il processo è già cominciato, è un problema serissimo. È chiaro che chi detiene il controllo sulla catena totale può porre un sistema dei prezzi molto


diverso da chi invece agisce solo su un anello della catena, è quello che si chiama lo schiacciamento, “squeeze”. Noi rischiamo moltissimo di fare in modo che l’industria della raffinazione non sia più conveniente, per questo abbiamo assolutamente bisogno di un’azione combinata, perché non è che l’Italia possa da sola porre queste regole. Allora secondo lei da questo punto di vista che tipo di contributo possono dare i biocarburanti? Enorme, però bisogna produrli a costo conveniente e creare le situazioni legislative per cui si possa resistere. Naturalmente, intendiamoci, qui bisogna fare anche uno sforzo tecnologico per arrivare a costi compatibili. Uno dei capitoli che abbiamo tutti in mente è quello dell’idrogeno, ma per l’idrogeno verde i costi di oggi sono enormi. Come si può secondo lei decarbonizzare al minor costo? Ad esempio, c’è chi pensa che la strada migliore sia quella del mix garantito dalla neutralità tecnologica che però non sembra l’indirizzo comunitario nazionale del momento. L’idea che ci sia un solo strumento che possa risolvere il problema, è un’altra delle cose allucinanti. Unem in questi anni ha avuto un suo percorso, lei già citava la parola petrolio e unem ha avuto un tragitto di transizione per cui non si prevede più solo petrolio ma appunto come dicevamo i biocarburanti, i carburanti di sintesi. Lei cosa ne pensa di questo percorso? Io ne penso tutto il bene possibile, però

voglio dire che il protocollo di Kyoto non è stato rispettato perché non abbiamo offerto gli strumenti adeguati, poi è arrivato finalmente l’accordo di Parigi con nuove prospettive, ma anche stavolta non sono state rispettate. Allora la mia ossessione adesso non è battezzare il mondo pulito ma pulirlo concretamente, ed è una logica tutta diversa, è una logica microeconomica e non macroeconomica. Le premesse del PNRR sono positive rispetto alla transizione ecologica, ma bisogna capire come raggiungerla. In una sua intervista recente a Energia diceva che l’accelerazione non ponderata verso la mobilità elettrica poteva generare una crisi industriale importante Io e il professor Clô abbiamo proposto un Comitato Tecnico Scientifico per la Transizione Ecologica proprio per questo. Se si usano tecnologie di un tipo, i progetti infrastrutturali procedono per via differenti, e non c’è una politica uniforme e coordinata, rischiamo il fallimento di tutto il processo di transizione. E poi ci vuole la misurazione degli effetti. La misurazione oggi è un po’ vaga. Come per il Covid, va definito un centro di coordinamento delle decisioni. Professor Prodi, riusciremo a governare questa transizione in modo equo e che lasci meno morti sulla strada? Questo è un gran problema. Il mio timore è quello è di intraprendere una transizione finta o non tener conto dei morti. Ma se non ne teniamo conto poi rischiamo di interrompere tutto il processo di cambiamento perché diventa insostenibile per tutti. Io sono partito

È chiaro che chi detiene il controllo sulla catena totale può porre un sistema dei prezzi molto diverso da chi invece agisce solo su un anello della catena, è quello che si chiama lo schiacciamento, “squeeze”. Noi rischiamo moltissimo di fare in modo che l’industria della raffinazione non sia più conveniente

dalla mia ossessione del solare, ma va ipotizzata una trasformazione che abbia caratteristiche simili per tutto il sistema economico, in ogni aspetto della vita; se pensiamo alla transizione in modo parcellizzato e frammentato falliremo. Noi invece dovremo guidarla la transizione, e se saremo tra i leader della tecnologia sarà anche un affare. L’Europa si è posta obiettivi troppo ambiziosi? Gli obiettivi non sono ambizioni ma si possono raggiungere con uno sforzo tecnico ed economico enorme. Forse sono traguardi ambiziosi in relazione all’attuale debolezza politica, ma rappresentano anche la grande occasione per rafforzare le decisioni a livello continentale. Se non facciamo questo diventiamo solo dei pagatori e invece noi dobbiamo essere protagonisti del cambiamento.

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SPECIALE ASSEMBLEA

Aurelio Regina Delegato per l'energia del Presidente di Confindustria

LE IMPRESE SONO IL CUORE DELLA TRANSIZIONE

proponiamo una sintesi dell'intervento di Aurelio Regina

Siamo davanti a uno dei più grandi progetti di trasformazione che la storia ricordi, davvero una trasformazione epocale. L’Europa si è data degli obiettivi molto ambiziosi - qualcuno dice forse irrealizzabili nei tempi previsti - che richiedono uno sforzo complessivo da parte di tutti i soggetti coinvolti, tanto più dopo un blocco dell'economia e un calo del PIL come quello che abbiamo sperimentato con la pandemia. Miliardi di persone dovranno cambiare le loro abitudini, perché tecnologie ed economie possono evolvere, ma se non saremo seguiti in questo sforzo anche da cittadini e utenti dei servizi sarà difficile raggiungere gli obiettivi. Qualunque trasformazione deve quindi essere realistica, tenere presente le tecnologie disponibili, lavorare su più fronti. Faccio un esempio: si parla tanto di vetture elettriche, pochi pe-rò si chiedono con quale elettricità alimentiamo queste vetture - e ricordo che in Italia ci sono ancora 8 centrali a carbone che soprattutto nei momenti di picco vengono richiamate in servizio. La transizione richiede sforzi che vanno messi in sequenza, coerenti e graduali nel tempo, perché la regolamentazione garantisca un ambiente più pulito, cittadini più consapevoli e industrie sane. Le industrie italiane sono davvero convinte che l'obiettivo sia complesso ma realisticamente raggiungibile: 558 mila imprese si sono poste il problema di assumere una risorsa orientata al green, una grandissima mobilitazione. Stiamo lavorando con tutte le nostre associazioni di categoria per mappare

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le filiere industriali, perché è sbagliato finanziare in maniera irragionevole una filiera delle rinnovabili con un ammontare che alla fine del ciclo sarà superiore a quello del PNRR - si avvicinerà ai 250-300 miliardi - senza creare nessuna filiera industriale. Non abbiamo neanche una fabbrica di pannelli e siamo alla vigilia di un nuovo ciclo di investimenti ancora più massiccio senza un’industria di riferimento. Ricordo, a proposito di impatti economici, che l'obiettivo 2030 per il nostro Paese lo abbiamo stimato in oltre 600 miliardi e il PNRR ne destina 40, quindi la gran parte di questi investimenti è a carico

Siamo nel pieno di una tempesta perfetta, e credo che la principale regola del gioco affinché tutti questi prodotti relativi possano svilupparsi e dare il loro contributo al processo complessivo, alla decarbonizzazione, è il perseguimento della neutralità tecnologica

delle imprese private italiane. L'idea che il pubblico stia finanziando questa transizione è del tutto irrealistica. E anche in Europa gli investimenti necessari complessivi per il 2030, solo per arrivare al -55% di emissioni, sono stimati tra i 3500 e i 4000 miliardi di

cui solo 1000 sono pubblici, tutto il resto è privato. In questi giorni noi stiamo assistendo a un aumento del prezzo dell'energia elettrica, in termini di accelerazione, senza precedenti. La commodity elettrica nell'ultimo trimestre è aumentata del 200% rispetto allo stesso periodo del 2019 per una combinazione di fattori: un caldo estivo molto forte; un prezzo del gas in salita; le aste ETS che hanno fatto sbalzare il costo a tonnellata, sulla base delle aspettative relative alla determinazione che la Commissione Europea sta per preparare in questi giorni. Il combinato di tutto questo è un prezzo dell'Elettricità che sta volando oltre i €110 MW/h che le imprese stanno percependo in una maniera netta perché ci sono settori della nostra industria manifatturiera che hanno nella componente commodity il 30% dei costi, quindi, fatto 100, il prezzo dell'energia determina se un'azienda sta in piedi o non sta in piedi. Il meccanismo che abbiamo creato in tutti questi anni scarica sulla bolletta elettrica gran parte degli investimenti. Siamo nel pieno di una tempesta perfetta, e credo che la principale regola del gioco affinché tutti questi prodotti relativi possano svilupparsi e dare il loro contributo al processo complessivo, alla decarbonizzazione, è il perseguimento della neutralità tecnologica. Il mercato deve essere il luogo che definisce le migliori tecnologie a disposizione, e l'esperienza accumulata dal downstream è fondamentale per aiutarci a transitare nella nuova dimensione.


SPECIALE ASSEMBLEA

Chicco Testa Presidente FISE-Assoambiente

VALUTARE COSTI E BENEFICI PER CAMBIARE SENZA DISTRUGGERE COMPARTI INDUSTRIALI proponiamo una sintesi dell'intervento di Chicco Testa

Vedo nel mondo delle imprese una grande forza. Qui ci siete voi, unem; c’è Confindustria di cui voi siete parte importante; ci sono settori interi del comparto produttivo. Ma il mondo delle imprese vive un perenne complesso di inferiorità da cui bisogna uscire Siamo tutti favorevoli a spingere per la transizione. Ma ho l'impressione che qualche volta ci siamo messi in quest'impresa procedendo un po' alla cieca e senza aver chiaro quali possono essere le conseguenze complessive di quello che stiamo facendo. Perché se facciamo errori - e, secondo me, noi ne stiamo facendo - questi errori corrono il rischio di costare molto, molto, molto cari. L'Agenzia Internazionale dell'Energia, che è la più importante agenzia energetica mondiale, ha elencato le cose da fare per arrivare al Net Zero Emission nel 2050. E loro fanno un elenco di misure che sono irraggiungibili. Faccio un esempio. Nel 2035 non dovrà più essere venduta alcuna auto con motore a combustione. È possibile? A Milano o Parigi forse sì, ma è la tenuta delle reti elettriche che è

un problema molto più complesso; nel resto del mondo, in città come Lagos, Nairobi, Nuova Delhi, Bombay dove l'energia elettrica, quando c'è, serve forse per accendere una lampadina e le cadute di elettricità succedono tutti i giorni in maniera ripetuta, come si può pensare di riuscire a mettere milioni di punti di ricarica di automobili? C’è un’altra misura indicata: dal 2025 non si possono più vendere caldaie a gas. In Sardegna stiamo completando la metanizzazione, i sardi aspettano da anni di potersi mettere la caldaia a gas. Cosa vuol dire? Ci sono molte altre cose discutibili: solo il fabbisogno di rinnovabili dovrebbe arrivare a 600-700 mila MW. Oggi il consumo totale italiano è 300 mila, quindi noi dovremmo produrre con le rinnovabili il doppio dell’intero consumo elettrico attuale. Quanti impianti fotovoltaici, quanto eolico può fare un paese dove basta la proposta di intervenire su 100 ettari nella Maremma per provocare vere e proprie rivolte. Io credo che noi dovremmo svolgere un'indagine seria ed approfondita sui costi e le conseguenze della transizione ecologica in Europa e nel nostro Paese. Ha ragione Prodi: la transizione non sarà un pranzo di gala e anzi, ci vorranno lacrime e sangue: ma mi sem-

bra che pochi lo capiscano. Mi chiedo: qual è il modo migliore per ridurre CO2 e per migliore intendo quello meno costoso? Quando leggo che le case automobilistiche non fanno nemmeno più la ricerca sulle Euro7 perché dicono che non avrà alcun senso, io dico: era più facile sostituire il parco a combustione esistente o sostituire tutto il parco combustione con auto elettriche per cui dovremmo fare investimenti pazzeschi nelle reti elettriche, nell’energia rinnovabile ecc ecc? Ma c'è qualcuno che fa queste valutazioni. Vedo nel mondo delle imprese una grande forza. Qui ci siete voi, unem; c’è Confindustria di cui voi siete parte importante; ci sono settori interi del comparto produttivo. Ma il mondo delle imprese vive un perenne complesso di inferiorità da cui bisogna uscire. La soluzione dove sta? Intanto nel non drammatizzare i problemi e darsi il tempo per fare le cose come Dio comanda; secondo, c'è solo una soluzione, c'è solo una risorsa che dobbiamo aggiungere che non sono né soldi pubblici né soldi privati, ma è l'innovazione. O facciamo dei salti tecnologici veri o altrimenti non ce la faremo. Quanti soldi ci sono sull'innovazione tra PNRR o quel diavolo che volete? Quattro palanche.

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SPECIALE ASSEMBLEA

Maria Cecilia Guerra Sottosegretaria MEF

ILLEGALITÀ: POTENZIARE PREVENZIONE E CONTROLLO

proponiamo una sintesi dell'intervento di Maria Cecilia Guerra

L’illegalità è un fenomeno su cui come Mef stiamo ponendo particolare attenzione, sia dal punto di vista della prevenzione sia da quello del contrasto. Un fenomeno molto importante per capire le difficoltà del settore. Il punto di partenza è esattamente quello che segnalava il Presidente Spinaci: in settori come questo l’illegalità può fare profitti molto grossi attraverso l’evasione fiscale proprio perché accise e iva costituiscono due terzi del prezzo. È un illegalità dunque molto grave e appetita, che si sviluppa attraverso una collaborazione di tutta la rete, non limitata all’ultimo anello della distribuzione, e questo determina un’invasione della criminalità organizzata e un pericoloso circolo vizioso: i guadagni sono significativi, la concorrenza met-

In prospettiva devono essere potenziati gli elementi di tracciabilità dei prodotti ma anche dei flussi finanziari - ai fini sia della prevenzione che del controllo, per ricostruire quelle che sono vere filiere, filiere malate che intaccano la filiera buona

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te fuori gioco gli altri operatori, che non possono rispondere visti margini troppo piccoli, e diventano possibile preda di acquisizioni, con ulteriore allargamento delle infiltrazioni. L’evasione fiscale comporta poi altri rischi: da quello per la sicurezza stradale, vista l’infiammabilità dei prodotti, a quello legato all’inquinamento determinato dall’immissione sul circuito di prodotti alterati chimicamente. Se non ci impegniamo nel contrasto all’illegalità avremo quindi anche una conseguenza sulle emissioni inquinanti, proprio quando stiamo affrontando una transizione così complessa e ambiziosa. Negli ultimi anni sono stati adottati numerosi interventi di contrasto, su cui si può fare un primo bilancio guardando a tre indicatori, che danno idea dell’evoluzione del fenomeno, che parte per il gasolio e per la benzina nel 2015 e nel 2016. Il primo indicatore è la relazione annuale sull’economia sommersa, che fa un confronto tra la base imponibile teorica (l’erogato dei distributori stradali) e la base imponibile effettiva (l’immissione di consumo rilevata legalmente), da cui emerge un tax gap molto rilevante, che nell’anno più critico, il 2017, è arrivato al 10,7% di evasione sul totale per le accise. Poi abbiamo l’analisi della Guardia di Finanza legata all’evasione che è stata scoperta e anche questi sono dati sconvolgenti: 1,2 miliardi di chili di carburanti che hanno circolato in evasione di imposta, che per quanto riguarda

accise e iva significa almeno 4 miliardi. Infine abbiamo l’analisi dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che si fonda sull’idea base, visti i margini ristretti di chi opera nel settore, che il trasporto dei carburanti richieda necessariamente tragitti brevi, funzionali ed economici. Guardando allora all’anti-economicità dei trasporti rilevati si trovano indicazioni molto utili sull’illegalità e sugli effetti dei provvedimenti presi. Già dopo le prime misure introdotte nel 2017 si osserva un calo di questo trasporto, che però poi riprende, segno di un’economia criminale in grado di riorganizzarsi. Il passaggio successivo, nel 2019, con nuovi criteri di selezione degli operatori, ha comportato una nuova depressione, con poi una nuova ripartenza. I segnali che abbiamo oggi, a pochi mesi dall’introduzione dell'e-DAS e dopo una crisi così acuta, grazie anche a un incremento degli strumenti di controllo, sembrano indicare un nuovo calo. In prospettiva devono essere potenziati gli elementi di tracciabilità - dei prodotti ma anche dei flussi finanziari - ai fini sia della prevenzione che del controllo, per ricostruire quelle che sono vere filiere, filiere malate che intaccano la filiera buona. In conclusione voglio aggiungere che abbiamo bisogno di un approccio strategico - come diceva giustamente il Presidente - e multiperiodale, per gestire al meglio la transizione verso un'economia sempre più sostenibile, nell’interesse delle imprese e delle persone.


SPECIALE ASSEMBLEA

Vannia Gava Sottosegretaria MITE

UNA FILIERA CRUCIALE PER LA SICUREZZA ENERGETICA DEL PAESE di Vannia Gava

A seguire la lettera inviata dalla Sottosegretaria al Mite Vannia Gava in occasione dell’Assemblea nella quale riconosce la centralità del downstream petrolifero nel processo di transizione e evidenzia la necessità di una condivisione con le imprese. L’economia del nostro Paese ha bisogno di reagire attraverso il rilancio delle attività economiche nel rispetto delle politiche ambientali, e i dati più recenti ci dicono che stiamo reagendo. L'Italia ha una missione: ripartire, recuperando i decenni perduti, attraverso l'utilizzo delle risorse del PNRR, di un'Europa finalmente cambiata. Grazie allo stanziamento di 59,47 miliardi di euro, il nostro Paese potrà realizzare la rivoluzione verde e la transizione ecologica che prevede interventi per economia circolare e agricoltura sostenibile; energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilita sostenibile; efficienza energetica e riqualificazione degli edifici; tutela del territorio e della risorsa idrica. Il Piano introduce sistemi avanzati e integrati di monitoraggio e analisi per migliorare la capacita di prevenzione di fenomeni e impatti. Incrementa gli investimenti volti a rendere più robuste le infrastrutture critiche, le reti energetiche e tutte le altre infrastrutture esposte a rischi climatici e idrogeologici. Inoltre, il PNRR rende il sistema italiano più sostenibile nel lungo termine, tramite la progressiva decarbonizzazione di tutti i settori. Quest'obiettivo implica accelerare l'efficientamento energetico; incrementare la quota di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, sia con soluzioni decentra-

lizzate che centralizzate (incluse quelle innovative ed offshore); sviluppare una mobilita più sostenibile; avviare la graduale decarbonizzazione dell'industria, includendo l'avvio dell'adozione di soluzioni basate sull'idrogeno, in linea con la Strategia europea. La sfida ambientale che ci aspetta dovrà avvenire attraverso la trasformazione del modello industriale e di sviluppo in modo da raggiungere i target ambientali, valorizzando quanto più possibile le nostre competenze e continuando a garantire la sicurezza energetica. In questo senso il settore che unem rappresenta è cruciale ai fini della sicurezza energetica del Paese, come è emerso durante la pandemia, assicurando gli approvvigionamenti necessari a gestire l'emergenza. In questi ultimi mesi il Mite si è soffermato spesso sulle criticità del settore e sulla necessita di tracciare un percorso in grado di assicurare una transizione graduale soprattutto nella mobilità oggi coperta per oltre il 92% dai prodotti petroliferi. In ciò rientra sicuramente la progressiva evoluzione e trasformazione dei sistemi per la produzione, la logistica e la commercializzazione oggi dedicati ai prodotti fossili verso lo sviluppo dei carburanti low carbon, tra cui i biocarburanti e i carburanti sintetici, previsti dallo stesso PNIEC e dalla direttiva RED II. Tutto ciò salvaguardando, anche, le risorse umane attualmente impiegate, attraverso una loro riqualificazione verso le nuove tecnologie, in coerenza con l'obiettivo della Commissione europea di creare un quadro politico che consenta una transizione graduale, senza mettere a

La transizione va fatta gradualmente, va programmata e condivisa con le aziende per evitare il rischio di delocalizzare le produzioni, danneggiando il Paese senza alcun beneficio per l’ambiente. Su questa sfida risulta di grande importanza il confronto con tutte le categorie, tra cui unem, in un bel clima di collaborazione costruttiva rischio l'approvvigionamento di prodotti essenziali dell'industria europea della raffinazione. La transizione va fatta gradualmente, va programmata e condivisa con le aziende per evitare il rischio di delocalizzare le produzioni, danneggiando il Paese senza alcun beneficio per l’ambiente. Su questa sfida risulta di grande importanza il confronto con tutte le categorie, tra cui unem, in un bel clima di collaborazione costruttiva. Il Mite ha intenzione di avviare due specifici tavoli di confronto sulla raffinazione e sulla rete carburanti per individuare strumenti di intervento che aiutino il settore ad uscire dalla forte crisi che lo interessa e lo accompagnino nel processo di trasformazione che ha già intrapreso, per arrivare a prodotti sempre più decarbonizzati, garantendo al contempo l'occupazione, la leadership tecnologica e la sicurezza energetica.

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SPECIALE ASSEMBLEA

GLI ALTRI INTERVENTI ISTITUZIONALI Assemblea unem 2021

UN “TAVOLO” AL MISE SULL’AUTOMOTIVE di Gilberto Pichetto Fratin Il senatore Gilberto Pichetto Fratin, viceministro allo Sviluppo EconoGilberto mico, è intervePichetto Fratin nuto all’assembla Viceministro MISE di unem, anche in relazione al "tavolo" del Mise sull’automotive. Il settore dell’automotive, considerato in senso esteso – quindi dalla produzione di vetture alla produzione e distribuzione di carburante – occupa nel nostro Paese un milione e 250 mila persone. Un numero enorme che ne fa uno dei principali della manifattura. Ad esso sono collegati circa 300350 miliardi del nostro PIL, quindi è

uno dei punti di forza sui quali dobbiamo puntare. Io sono convinto che nei prossimi anni assisteremo a un grande cambiamento: il cambiamento è dato dalle nuove tecnologie, dall’elettrico, successivamente dall’idrogeno, da motori endotermici di tipo diverso, quindi si tratta di accompagnare anche una trasformazione del nostro sistema distributivo. Noi, come tavolo dell’automotive – che sarà suddiviso poi in appositi tavoli tecnici – affronteremo la questione della distribuzione, della riorganizzazione della distribuzione, della professionalizzazione degli operatori e anche della diversificazione rispetto ai nuovi servizi, passando dai carburanti all’elettricità o, in futuro, alla partita dell’idrogeno.

Si tratta di un settore importante del Paese che va accompagnato nel trasformarsi e nel professionalizzarsi. Sarà fondamentale non abbandonare nessuno, nessuna spiga del grande campo che abbiamo a disposizione con l’automotive. Certo, sappiamo che in ogni momento di grande trasformazione, c’è chi ce la fa più velocemente, chi deve essere spinto a farcela, chi si arrende, chi deve trasformarsi. Io credo che lo Stato non debba abbandonare nessuno: deve accompagnare il più possibile quelli che vanno più veloce, ma deve spingere quelli che vanno più lenti e, per chi non ce la facesse, in qualche modo vanno accompagnati e non abbandonati a se stessi.

VERSO LA SOSTENIBILITÀ ANCHE PER MOBILITÀ E COMBUSTIBILI di Gianni Girotto Il senatore Gianni Girotto, presidente della Commissione InduGianni Girotto stria Commercio Presidente Commissione e Artigianato di Industria del Senato Palazzo Madama, ha dedicato il suo intervento al ruolo del Parlamento nella realizzazione del PNRR. L’indirizzo politico è chiaro: andare verso la sostenibilità anche per quanto riguarda la mobilità e quindi i combustibili. Nel rapporto col governo la Commissione e il Senato continueranno a monitorare affinché i fondi PNRR vengano spesi velocemente e bene. Auspichiamo un passaggio il più veloce possibile verso una serie di tecnologie a impatto minore. Qui la chiave rimane quella della “transizione burocratica” - riprendo il termine che è stato usato anche dal ministro Cingolani - perché

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la transizione ecologica si fa solamente se ci sono una transizione burocratica e una accelerazione fortissima, in particolare per quanto riguarda le fonti rinnovabili perché dobbiamo avere naturalmente la stessa quantità di energia a disposizione, al netto degli efficientamenti. E quindi continuiamo a spingere sui certificati bianchi, sui bonus in edilizia ma, al netto degli efficientamenti, avremo bisogno comunque di enormi quantità di energia. Quello che è più importante adesso è non perdere tempo con gli investimenti del PNRR, con i fondi che arriveranno e quindi proseguire velocemente con l’emanazione di una serie di decreti e di regolamenti che serviranno per spendere velocemente questo denaro. Nel settore della mobilità, in particolare, sono già stati assegnati 62 miliardi di euro, a disposizione per quanto riguarda treni, logistica, porti e mobilità dolce, quindi tutta una serie di investimenti che servirà ap-

punto per transare in un settore che fino a questo momento si è basato su carburanti di origine fossile che invece dovranno trasformarsi in parte in biocarburanti – dunque il biometano, che ugualmente ha ricevuto dei corposi finanziamenti; i carburanti HVO, con componenti vegetali. Ci sarà anche la possibilità dei cosiddetti e-fuels, perché naturalmente una serie di veicoli rimarrà per alcuni anni ancora alimentato da carburante liquido. Mi riferisco alle navi, agli aerei, ai camion e ai veicoli di lunga percorrenza. Adesso parte la sperimentazione di treni alimentati dall’idrogeno su linee non elettrificate, e questo ci permetterà di valutare se effettivamente l’idrogeno è la miglior soluzione, ma – ripeto - alcuni veicoli rimarranno ancora per anni legati al carburante liquido. Ora, quello che dobbiamo fare è non perdere tempo e semplificare al massimo le procedure.


SETTORE DELL'ENERGIA E DEI COMBUSTIBILI AL CENTRO DELLE SFIDE DEL PNRR di Martina Nardi

Martina Nardi Presidente Commissione Attività Produttive della Camera

ruolo del Parlamento.

L’onorevole Martina Nardi, presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, è intervenuta all’assemblea di unem anche lei su PNRR e

Abbiamo inteso essere protagonisti del PNRR. Pensiamo che la Camera e il Senato, insomma il Parlamento nella sua interezza debba poter dire la propria. L’abbiamo fatto esprimendo il nostro parere, che poi è andato a comporre un parere più generale non solo della nostra Commissione, ma di tutte le Commissioni. Credo che questo sia stato molto utile al governo, tant'è vero che dopo i nostri pareri il PNRR è cambiato e questo va salutato con favore perché vuol dire che il governo ha sa-

puto ascoltare il Parlamento. La questione della infrastrutturazione della rete dei carburanti in Italia è un tema importante perché si innesca in relazione al PNRR rispetto alla transizione ecologica, quindi abbiamo l'esigenza di ammodernare la nostra rete di distribuzione. Abbiamo soprattutto l'obiettivo, visto che ce lo siamo dati, di portare all'elettrico e all'idrogeno molte delle nostre autovetture e quindi abbiamo bisogno che sempre maggiormente e in maniera più diffusa e più capillare ci siano colonnine di ricarica, ci siano impianti multi-fuel che tengano insieme le varie possibilità di approvvigionamento. Penso poi a tutta la politica della rottamazione, mi auguro che venga anche riproposta da questo nuovo governo. Sicuramente la Camera intende essere protagonista di questa vicenda, lo abbiamo detto, lo abbiamo dimostrato e continueremo a farlo. In questi giorni c'è in discussione il De-

creto semplificazioni e il Decreto che in qualche modo individua la governance del PNRR. Il nostro intento, anche attraverso gli emendamenti del Decreto semplificazioni, è quello di andare a semplificare, ma anche monitorare e continuare a essere protagonisti per tenere sempre monitorato tutto quello che si muove intorno al PNRR. È una grande occasione, l'Italia non può perderla, soprattutto per fare delle riforme strutturali che riguardano anche i settori industriali di cui si occupa la mia Commissione perché c'è da raggiungere degli obiettivi molto sfidanti in termini ambientali. Tutto il settore dell'energia e dei combustibili è al centro di questa vicenda e deve rimanere protagonista. E noi saremo lì a vigilare e a monitorare insieme al governo l'andamento, pronti a modificare – laddove ci sarà la necessità – per far funzionare le cose in maniera perfetta.

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eprcomunicazione


SPECIALE ASSEMBLEA

Massimo Dal Checco Amministratore unico Innovhub SSI

VERSO LA FASE 2 PER UN IMPIANTO PILOTA DI E-FUELS intervista a Massimo Dal Checco

Con unem e in collaborazione con il Politecnico di Milano avete avviato uno studio di fattibilità per un impianto innovativo per la produzione di efuel. A che punto è il progetto? Noi di Innovhub con la nostra area combustibili siamo sempre attivi nello studio di fonti energetiche sia tradizionali che alternative, e su queste tematiche svolgiamo tantissime attività di ricerca e innovazione, riconosciuta anche a livello europeo. Con il progetto condiviso con unem intendiamo studiare la fattibilità di un impianto pilota per la produzione di efuels, mettendo a confronto diverse tecnologie disponibili tra le più promettenti che sono oggi sul mercato. Poi ci focalizzeremo su quelle più importanti, anche sulla base del sito dove realizzarle. Ad ora siamo a buon punto, abbiamo terminato tutte le analisi preliminari, abbiamo avuto anche un confronto importante con

alcune compagnie e stiamo entrando nel vivo della definizione di un layout di processo. Prevediamo di completare lo studio entro la fine dell’anno e confidiamo di poter cominciare presto una fase due, che poi è quella di realizzazione di un vero impianto pilota. Come si integrano tali impianti con il sistema di raffinazione esistente? Le raffinerie per loro struttura, per logistica, per competenza, per capacità operativa hanno un ruolo fondamentale per la transizione energetica. Devono essere viste come dei siti per la produzione di prodotti energetici sempre più decarbonizzati, i cosiddetti low carbon liquid fuels, che avranno origine da fonti differenti, sempre più integrate con le diverse politiche che si avranno anche di economia circolare, ne sono esempio i combustibili che vengono dalla gestione e dal riu-

tilizzo dei rifiuti, dagli scarti produttivi, dalle biomasse a chilometro zero, oltre agli stessi efuels. Che contributo potranno dare questi prodotti alla decarbonizzazione dei trasporti? I low carbon fuels giocano un ruolo fondamentale per la transizione energetica, soprattutto per il raggiungimento della neutralità delle emissioni di CO2 in tutte modalità di trasporto. Grazie allo sviluppo del mercato del low carbon fuels si potrebbe contribuire, anche da subito, a una forte riduzione delle emissioni di CO2; in combinazione poi con elettrificazione e le tecnologie dell’idrogeno ogni litro di carburante liquido potrebbe essere neutrale dal punto di vista climatico, permettendo così un percorso verso la decarbonizzazione di tutto il trasporto stradale nonché di quello aereo e marittimo.

Le raffinerie per loro struttura, per logistica, per competenza, per capacità operativa hanno un ruolo fondamentale per la transizione energetica. Devono essere viste come dei siti per la produzione di prodotti energetici sempre più decarbonizzati

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Presentiamo una rassegna stampa sull’attualità delle ultime settimane.

14 luglio 2021

Petrolio, arriva sull'Italia una stangata da 5 miliardi di Jacopo Giliberto Petrolio, arriva sull'Italia una stangata da 5 miliardi secondo le stime Unem. I consumi globali di energia balzano del 4,6% nel 2021 mentre la crescita di produzione da rinnovabili non segue la corsa della domanda. Chi deve fare rifornimento se n'è accorto non solamente dai titoli dei quotidiani economici ma anche con l'esperienza diretta: i costi dell'energia stanno rincarando. Gli aumenti scattati il 1° luglio perle bollette di luce e gas si sono accompagnati con quelli di benzina e gasolio. E purtroppo la crescita delle fonti rinnovabili di energia è assai più lenta del passo garibaldino della domanda internazionale, e quindi dei prezzi.(…) Numeri a confronto Ecco alcune delle cifre presentate ieri dal presidente Claudio Spinaci all'assemblea dell'Unem, l'Unione delle energie per la mobilità che raccoglie le compagnie di raffinazione e distribuzione di prodotti petroliferi e altri carburanti (anche a zero fossili, come l'alcol, e a zero carbonio, come l'idrogeno). La crescita della fattura petrolifera è formata da.3,7 dovuti all'aumento del costo del greggio importato e 1,2 alla crescita dei consumi. Ricupera il gettito fiscale delle accise, che nel 2021 dovrebbe tornare sopra i 23 miliardi di euro, cioè 2,6 miliardi di euro in più. Gli italiani pagano un sovrapprezzo di 7-10 centesimi al litro rispetto agli europei, una penalizzazione contro i fossili creata solamente dal Fisco perché tolto il disincentivo i carburanti italiani costano fra i 3 e i 3,5 centesimi meno della media europea- «Un segnale che deve far riflettere», dice Spinaci. E sono in fortissima difficoltà le undici raffinerie italiane, perché il petrolio che comprano rincara con il turbo mentre i contrabbandieri di carburanti di bassa qualità e di alto inquinamento azzoppano il mercato a valle della distribuzione. Il mondo fossile Ecco lo scenario delineato dall'Unem. Nel 2021 la domanda totale di energia a livello globale dovrebbe crescere dei 4,6%, scollinando la perdita epidemica del 4% nel 2020. Circa il 70% di questa crescita si avrà nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo. La domanda di petrolio, nonostante un ricupero del 6,2%, nei 2021 sarà ancora inferiore dei 3% rispetto al 2019 (…) Durante l'assemblea dell'Unem il presidente Spinaci ha ricordato i contenuti che stanno a cuore alle compagnie. «La mobilità sostenibile è "missione" complessa che ha molte implicazioni, sociali, economiche e geopolitiche, che richiede perciò una riflessione seria, basata su elementi scientifici, mentre oggi scontiamo un dibattito per slogan, troppo superficiale rispetto alia posta in gioco».

14 luglio 2021

Energia, Spinaci (Unem): domanda di energia cresce, fonti fossili ancora dominanti Il presidente dell'Unione energie per la mobilità (Unem), Claudio Spinaci, ha dichiarato che "la domanda di energia ha ripreso a crescere in modo significativo" ed è "in larga parte coperta dalle fonti fossili che sono ancora dominanti, e lo saranno ancora per diversi decenni in assenza di soluzioni realmente alternative nel soddisfare i fabbisogni essenziali, soprattutto nelle zone più povere del Pianeta". Nel corso dell'assemblea 2021, Spinaci ha affermato che la domanda di energia quest'anno dovrebbe crescere del 4,6%: "l'80% coperta da fossili con in testa petrolio, carbone e gas, e con le rinnovabili che ancora non ce la fanno a tenere il passo.Secondo i dati illustrati durante l'assemblea, il petrolio risulta ancora la prima fonte di energia con una quota di oltre il 30%, seguita dal carbone con il 26% e dal gas – "unica fonte che tornerà già quest'anno oltre i livelli pre-Covid – con il 23%. Quanto al ruolo delle rinnovabili, queste si aggirano intorno al 16%: "ci rendiamo conto che non riescono ancora a coprire il solo incremento di domanda atteso". Il presidente Spinaci ha poi fatto riferimento alla domanda di petrolio "che oggi soddisfa oltre il 90% del fabbisogno energetico dei trasporti", e che "è ripartita, inizialmente in modo più rapido, e continua a crescere; tanto che, stando alle stime dell'Aie, a fine 2021 dovrebbe tornare vicino ai 100 milioni di barili per giorno". Per Spinaci "la vera sfida è quella di riuscire a gestire la transizione verso altre fonti evitando contraccolpi pericolosi: chi considera gli idrocarburi fossili superati e ritiene che non vi sia più la necessità di investire in questo settore non considera il rischio che ciò deflagri in una pesante crisi energetica". "Si tratta di un rischio reale – ha aggiunto – come dimostrano anche i recenti aumenti dei prezzi del greggio, tornati sui massimi da 7 anni, che possono trasformarsi in un serio ostacolo sulla via della ripresa". Spinaci ha infine fatto riferimento nel suo intervento alla crisi della raffinazione – per la quale ha chiesto un tavolo di confronto al ministero della Transizione ecologica per accompagnarne la trasformazione – ma anche della necessità di un approccio libero da ideologie di qui al 2050 per le filiere industriali e del possibile e "incomprensibile" stop al motore a combustione.

14 luglio 2021

L'auto elettrica non è la tomba delle emissioni La frase «Non importa il colore del gatto, basta che prenda i topi». (attribuita a Confucio, e a Deng Xiao Ping). La neutralità tecnologica dice che bisogna catturare al più presto quel topo di anidride carbonica che avvelenai il clima del mondo. Vogliamo passare all’auto elettrica, aumentando i consumi di quell'elettricità che per il 70% è prodotta con combustibili fossili. Intanto l’Italia ha usato i sussidi senza saper creare il sistema industriale dell'energia rinnovabile. L'eccellenza nei motori elettrici e nella termotecnica, svenduta. I migliori produttori al mondo di componentistica per produrre idrogeno, sminuiti ogni giorno. Le competenze dei migliori fisici nucleari al mondo, distrutte per plebiscito. L'eccellenza nei motori endotermici, dissipata. La genialità nel creare combustibili non fossili, derisa. Però il gatto, quello è verde.

14 luglio 2021

L'Unem non ci sta "Petrolio e carbone ancora per decenni" Il Recovery plan può aiutare la transizione energetica? "Al momento non c'è una visione strategica chiara, soprattutto in materia di energia e mobilità. Abbiamo proposto in tutte le sedi dei progetti per la progressiva evoluzione del settore attraverso lo sviluppo dei carburanti liquidi low carbon, destinati a sostituire con gradualità i carburanti fossili in tutti i segmenti del trasporto. Purtroppo, il Piano nazionale di ripresa e resilienza trascura questa prospettiva industriale, tra l'altro coerente con le linee guida previste dal governo, su cui invece si stanno avviando investimenti importanti nel resto d'Europa. Crediamo che questa lacuna debba essere colmata, visto che oggi il nostro settore copre il 92 per cento del fabbisogno dei trasporti. Abbiamo presentato 86 progetti per 8 miliardi di investimenti entro il 2026, a cui bisogna aggiungere altri 10 miliardi fino al 2030, circa uno all'anno. Un'occasione da non perdere". Di cosa si tratta? "Ad oggi solo il 10% dei prodotti stradali è di origine bio, come appunto i biocarburanti, e l'obiettivo posto dal Piano energia e clima italiano per il 2030 è del 22%. Per raggiungerlo servirà puntare su nuove materie prime, derivanti per lo più dall'economia circolare, ma anche in questo caso i segnali non sono positivi perché si è ristretto l'elenco delle materie prime ammesse. In parallelo cominceremo a sperimentare i carburanti sintetici, che dovrebbero essere pronti dal 2035. Oltre allo sviluppo dei biocarburanti, quella è la frontiera più avanzata".

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RASSEGNA STAMPA

14 luglio 2021

Non si ferma il caro benzina le rinnovabili non bastano Sale ancora il prezzo della benzina, e raggiunge il livello più alto dal 2018. Con un possibile aumento di 12 euro in più in un anno per un pieno. Un'impennata che in vista delle vacanze, e quindi degli spostamenti estivi, può arrivare a quasi 300 euro a famiglia- Eppure, in un quadro composto da diversi elementi (effetto della congiuntura, ricerca minuziosa, e ormai preziosa, delle materie prime, spinta al Recovery innescata dai Piani nazionali), che puntano tutti verso la transizione energetica, le rinnovabili non sembrano pronte a tenere il passo, e a raccogliere il testimone dal petrolio. Tanto che l'Unione energie per la mobilità (l'Unem, nata dall'ex Unione petrolifera) nel corso dell'Assemblea 2021 - incastra due paletti lungo la strada che porta alla piena applicazione del Green deal dal respiro europeo; il primo è sulle fonti fossili, ritenute «dominanti ancora per decenni», il secondo proprio sui carburanti che si porterebbero sul groppone il peso del fisco. Secondo il presidente dell'Unem Claudio Spinaci, che scarica il «peso» del prezzo sulla «componente fiscale», e ricorda come «oggi gli automobilisti italiani paghino un sovraprezzo di 7-10 centesimi al litro rispetto agli europei». Ma, a tutto questo, per l'Unem ancora non è possibile rispondere con le rinnovabili. 14 luglio 2021

Benzina e gasolio sempre più salati Rincari in arrivo sui beni di consumo di Attilio Barbieri La verde balza a 1,65 al litro, il diesel sopra 1,50 euro, mentre il petrolio sfonda i 65 dollari a New York. La bolletta petrolifera italiana. Nel 2021 dovrebbe crescere di quasi 5 miliardi arrivando a quota 16,7 miliardi. Dopo anni di moderazione e il gelo del 2020 legato agli effetti della pandemia, il costo dell'energia ritorna ad essere un problema. «A contribuire all'aumento della bolletta petrolifera è l'aumento del greggio per 3,7 miliardi e la ripresa dei consumi per altri 1,2 miliardi», afferma Claudio Spinaci, presidente della Unem (Unione energie per la mobilità), che ieri ha tenuto l'assemblea annuale. “Rispetto al passato, - ha aggiunto - ci troviamo a fare i conti con una transizione energetica che rischia di essere più ruvida e costosa del previsto. «La vera sfida è quella di riuscire a gestire la transizione verso altre fonti evitando contraccolpi pericolosi», conferma il presidente dell'Unem, «chi considera gli idrocarburi fossili superati e ritiene che non vi sia più la necessità di investire in questo settore, come sembra suggerire il recente rapporto Net Zero by 2050 dell'Agenzia internazionale per l'energia, non considera il rischio che ciò deflagri in una pesante crisi energetica.

14 luglio 2021

Spinaci , uno scenario cupo per carburanti e raffinazione È piuttosto cupo Io scenario dipinto dal presidente Unem, Claudio Spinaci, in occasione dell'assemblea pubblica svoltasi oggi a Roma, dopo la conferma per altri due anni alla guida dell'associazione. Uno scenario in cui la produzione di petrolio e gas e la raffinazione si spostano inesorabilmente verso le economie emergenti, intaccando così la sicurezza degli approvvigionamenti, anche dal punto di vista economico; uno scenario in cui le undici raffinerie italiane non sanno che fine dovranno fare nel medio-lungo termine, non essendovi indicazioni in questo senso nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, nonostante le indicazioni del Parlamento; uno scenario, infine, in cui la rete carburanti soffre ancora fortemente gli effetti dell'illegalità, in cui la prevenzione che potrebbe discendere dalla completa digitalizzazione è ancora di là da venire, e in cui sono ancora troppi i punti vendita inefficienti che sopravvivono (o prosperano) grazie ai canali di approvvigionamento "paralleli". Il tutto alla vigìlia di una nuova iniziativa politica della Commissione europea, il pacchetto Fit for 55, che potrebbe di fatto mettere una data di scadenza sui motori a combustione interna, intaccando ancor di più la sostenibilità economica e sociale della transizione, frutto di un dibattito "poco concreto" e "molto ideologico". Un'analisi, quella di Spinaci, supportata da dati solidi e difficilmente contestabili: a domanda di energia sta già recuperando con forza, e a trainare sono soprattutto le fonti fossili, con il carbone già in crescita rispetto a 2019, Da questo punto di vista, ha detto, "chi preconizza la fine del petrolio e del gas abbattendo gli investimenti in ricerca e produzione commette un gravissimo errore che mette sotto forte pressione la domanda". "Abbiamo presentato in Parlamento 80 progetti per otto miliardi di euro per avviare il settore alla transizione", ha protestato Spinaci. Dal Pnrr, ha aggiunto, "mi sarei aspettato il pieno riconoscimento strategico" del settore, senza il quale è difficile programmare investimenti miliardari anche in ricerca e sviluppo su progetti molto impegnativi come i low carbon liquid fuels (Lclf), la Ces e la Ccu "con la prospettiva di essere messi fuori legge". 14 luglio 2021

"Al Mite anche un tavolo per la raffinazione" Si aggiunge a quello sulla rete carburanti Al Mite anche un tavolo per la raffinazione. Oltre a quello sulla rete carburanti. Lo annuncia la sottosegretaria Gava all'assemblea Unem: "Aiutare il settore a uscire dalla crisi e accompagnarlo nella trasformazione" . In particolare, si dovrà avviare una "progressiva evoluzione e trasformazione dei sistemi per la produzione, la logistica e la commercializzazione oggi dedicati ai prodotti fossili verso lo sviluppo di carburanti low-carbon, tra cui i biocarburanti e i carburanti sintetici, previsti dallo stesso Pniec e dalla direttiva Red II". Tutto ciò "salvaguardando, anche, le risorse umane attualmente impiegate, attraverso una loro riqualificazione verso le nuove tecnologie.

15 luglio 2021

Evoluzione raffinerie l'orizzonte diventa e-fuel Oggi per ridurre la dipendenza dalla Cina per la produzione di biocarburanti l’Europa strizza l'occhio per esempio anche agli oli di alghe e ai pneumatici fuori uso. Poi ci sono gli e-fuel, carburanti sintetici climaticamente neutri ottenuti combinando idrogeno verde e anidride carbonica catturata nell'ambiente, che hanno calamitato l'interesse di grandi case automobilistiche, come Porsche, ma anche dell'Unem, l'Unione energie per la mobilità che ha sostituito l'ex Unione petrolifera. «Le nostre raffinerie hanno le tecnologie e le competenze per evolversi nella produzione di questi nuovi carburanti e si sono avviate da tempo su questa strada», spiega il presidente di Unem, Claudio Spinaci. Per l'ex Up la diffusione dei carburanti low carbon deve avere la precedenza. «La raffinazione svolge un ruolo centrale nella transizione energetica, con particolare riguardo alla mobilità che attualmente è coperta per oltre il 92 per cento dai prodotti di origine petrolifera. Noi stiamo lavorando sullo sviluppo di carburanti liquidi a basso o nullo contenuto di carbonio, utilizzabili nelle attuali flotte, che potranno garantire una mobilità de carbonizzata in tutti i segmenti del trasporto, con benefici immediati in termini di riduzione delle emissioni di Co2», prosegue il presidente di Unem. Tra questi rientrano appunto i biocarburanti, ma anche i carburanti sintetici derivanti dalla sintesi tra Co2 e idrogeno. «Abbiamo appena avviato, in collaborazione con Innovhub e il Politecnico di Milano, uno studio di fattibilità per la realizzazione di un impianto dimostrativo per la produzione di e-fuel, così da poterne valutare al meglio i processi, le caratteristiche chimico-físíche ed utilizzarli in prove sperimentali su strada», prosegue Claudio Spinaci. Che però chiede di risolvere m tempi brevi i nodi strutturali del settore per favorire la transizione.

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Riccardo Piunti Presidente CONOU

OLI USATI: DA OBBLIGO A SUCCESSO INDUSTRIALE UNICO IN EUROPA intervista a Riccardo Piunti

Molte delle aziende che operano nel downstream petrolifero fanno parte del Consorzio sin dalla sua nascita. Aziende abituate a trattare materie prime pericolose. In che modo hanno contribuito al successo di un modello che non ha uguali in Europa? In “primis” va appunto dato atto alle Compagnie Italiane di essersi attivate con prontezza al seguito della Direttiva Europea del 1975 che sanciva l’introduzione dell’EPR (Extended Producer Responsability, ossia Responsabilità Estesa del Produttore), dando vita alla macchina del Consorzio; in fondo l’olio allora lubrificante, quando non si immaginava neppure l’esistenza di un problema sulle emissioni di CO2, era l’unico prodotto petrolifero a restare in vita come rifiuto (gli altri finivano più o meno tutti combusti). Non vanno pertanto sottovalutati l’impegno e la responsabilità che princi-

Quando si arriva al 100% si deve avere un sistema che consenta di garantirne la qualità, quindi controllo a monte, formazione, informazione, differenziazione e concentrazione degli inquinanti

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palmente gli associati a quella che al tempo era l’Unione Petrolifera, oggi unem, si assunsero se pensiamo che oggi, in molti paesi d’Europa, il sistema, per gli oli minerali, non è ancora performante e i governi “ci stanno pensando” a quasi 50 anni di distanza dall’uscita della Direttiva. L’Agenzia francese per la transizione ecologica ha preso da poco in mano l’idea ed è venuta a consultarci per fare uno studio e identificare come poter rispettare un possibile futuro vincolo europeo a rigenerare gli oli usati per almeno l’85% (in Italia siamo a 99%). Il principio EPR, in buona sintesi, dice al fabbricante di un prodotto: “guarda non te la cavi solo fabbricando, trasportando e fatturando al cliente, ma devi anche preoccuparti di organizzare le cose per gestire il destino del tuo prodotto quando non è più idoneo all’uso”. Credo sia stata una grande rivoluzione, in fondo il primo vero traino per la nascita della economia circolare. Oggi, appunto, si parla molto di economia circolare. Il Consorzio, e il mondo industriale che ne rappresenta la spina dorsale, sono stati dei veri e propri precursori. Come si può migliorare? E cosa servirebbe? Questa è una domanda che credo imbarazzerebbe tutti i governi e tutti i cittadini, se si pensa che oggi nel mondo si estraggono risorse per circa 100 miliardi di tonnellate e se ne riciclano solo 8. Non posso dare ricette valide per tutti,

né mi compete; posso dire che l’EPR, il Consorzio senza fine di lucro, la raccolta gratuita, il “bilanciatore” unico di filiera, la priorità alla rigenerazione (quest’ultima ha origini che risalgono al 1940) sono state tutte formule di successo. Formule, peraltro, che hanno consentito alle aziende di raccolta di crescere e allargare la loro sfera d’azione ad altri rifiuti da un lato e, dall’altro, di evolversi, modernizzarsi, insomma diventare medie imprese di valore. Il figlio di un nostro Concessionario mi ha detto di recente: "prima eravamo considerati rigattieri, ci snobbavano. Ora le nostre sono imprese riconosciute e di livello". Aggiungo, last but not least, il tema del controllo qualità; quando si inizia a costituire una filiera di riciclo, la materia da rigenerare si può scegliere; quando si arriva al 100% si deve avere un sistema che consenta di garantirne la qualità, quindi controllo a monte, formazione, informazione, differenziazione e concentrazione degli inquinanti. Il CONOU ha vissuto e vive molte campagne di controllo su inquinanti che emergevano, improvvisi, dal nulla: ricordo il PCB, i fondi dei serbatoi commerciali del gasolio e il silicio, e le ha superate tutte seguendo questa linea guida: controllare, informare, differenziare e concentrare. Nella sua prima intervista nella nuova veste di Presidente del Consorzio ha detto che “grazie alla transizione di unem, sia l'Associazione che il


È evidente che per attingere alle migliori e più esperte risorse umane e competenze tecnologiche, in tema di ambiente e lubrificanti, con un occhio all’operatività e uno alle norme e le regole, non si può non appoggiarsi alle aziende stesse di unem e alla loro cultura

Consorzio hanno riscoperto le origini comuni”. Proprio nei giorni scorsi si è tenuta l’assemblea annuale di unem che vede nell’innovazione e nello sviluppo tecnologico i veri driver della decarbonizzazione, in particolare nei trasporti. Dove può portare questa rinnovata sintonia e come vede il futuro del settore che unem rappresenta? Anche se può sembrare un paradosso, io credo che il fatto che il Consorzio, ricevendo nel 2017 uno Statuto rinnovato che affida alle quattro componenti (produttori di basi, rigeneratori,

raccoglitori e venditori di lubrificanti) un pari peso nella compagine consortile, abbia significato per le aziende unem l’occasione per riflettere sulla rilevanza, anche simbolica, che questa attività ha nella strategia di rinnovamento da loro intrapresa contestualmente. Da parte del Consorzio è evidente che per attingere alle migliori e più esperte risorse umane e competenze tecnologiche, in tema di ambiente e lubrificanti, con un occhio all’operatività e uno alle norme e le regole, non si può

non appoggiarsi alle aziende stesse di unem e alla loro cultura. Volendo fare un po’ di storia, direi che sia stata una buona cosa che l’Eni, la principale compagnia Italiana, sia stata per molti anni azionista di un impianto di rigenerazione, agevolando il consolidamento di una struttura industriale (poi acquisita da Itelyum) che poi, se ben riflettiamo sulle difficoltà che in Italia la carenza di impianti di riciclo e rigenerazione pone ad altre filiere di rifiuti, si è rivelata determinante per il nostro successo “circolare”. Tornando all’oggi, a titolo di esempio, ritengo molto utile la nostra partecipazione, promossa dal Presidente Spinaci, al gruppo strategico Lubrificanti di unem; penso che il nostro contributo, in altri termini il punto di vista “dalla parte del rifiuto”, possa sicuramente essere utile alle loro riflessioni, mentre, per noi, resta una opportunità insostituibile per poter seguire le evoluzioni tecnologiche e normative dei lubrificanti dalla loro genesi. Del resto, siamo comunque nella stessa barca; se crescerà la qualità delle basi da loro prodotte, quella della nostra rigenerazione la seguirà, se i lubrificanti industriali e i loro usi “stressati” (per esempio i distaccanti nelle leghe) si evolveranno in una direzione, la qualità del nostro olio usato ne risentirà... se i loro additivi cambieranno, gli effetti a fine vita si vedranno nell’olio usato. In termini di comunicazione, le aziende unem guardano oggi alle forme di riciclo e recupero con un interesse nuovo e pulsante, i siti industriali possono mantenere il loro ruolo magari rivolgendone l’utilizzo a queste stesse nuove attività; insomma camminiamo affiancati (noi molto piccoli) ma sicuramente più vicini.

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STORIA DEL PETROLIO

AIE, DA BALUARDO DELLA SICUREZZA A SUPER CONSULENTE DELLA TRANSIZIONE di Giorgio Carlevaro

Giorgio Carlevaro Direttore emerito Staffetta Quotidiana

In questa nuova puntata della Storia del Petrolio, curata da Giorgio Carlevaro, ripercorriamo la storia dell’Agenzia internazionale per l’energia, nata nel 1974 per gestire le prime crisi petrolifere e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Oggi la sua mission sembra però cambiata.

Nelle ultime settimane l’Aie è entrata prepotentemente nel dibattito sul rapporto tra energia e cambiamenti climatici dopo anni che non ci sono più state crisi tali da richiedere i suoi interventi di emergenza in campo energetico. La prima volta in assoluto era stata nel gennaio 1991, in occasione della “guerra del Golfo”, dopo alcune prove fatte in occasione di quella che è passata alla storia come la doppia “crisi iraniana” del 1979 e del 1980; la seconda nel 2005 in occasione del passaggio dell’uragano Katrina che aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti; la terza nel 2011 in occasione della “crisi libica”. Da allora semplici allarmi e qualche monitoraggio in più, come nel settembre 2019 quando droni yemeniti bombardarono due grossi impianti petroliferi in Arabia Saudita e da ultimo in occasione del blackout elettrico che ha messo in crisi il Texas nel febbraio scorso e dell’attacco informatico che in maggio ha interrotto il flusso nel gigantesco oleodotto Colonial in Usa. Senza la necessità di chiamare in causa il Governing Board, l’organo supremo di governo che si riunisce in media 3-4 volte l’anno.

Un dibattito suscitato dal rapporto “Net Zero by 2050. A roadmap for the Global Energy Sector” presentato il 18 maggio scorso dal direttore esecutivo Fatih Birol, in carica dal 2015, e mirato a fornire una base informativa ai negoziati che si stanno svolgendo in vista della prossima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, “COP26”, in programma a Glasgow nel Regno Unito nella prima metà di novembre. Un grande scenario, quello dell’Aie, con una mole impressionante di dati su cui si stanno arrovellando migliaia di studiosi per capirne il senso e le finalità e soprattutto su come inquadrarlo nel mestiere originario di questo organismo: che è sempre stato quello di prevenire e fronteggiare eventuali crisi negli approvvigionamenti di energia e nella fattispecie di petrolio. Non a caso la proposta di creare quella che venne poi istituita a Parigi il 18 novembre 1974 con il nome di Agenzia Internazionale dell’energia, nell’ambito della già esistente Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico nata a Parigi nel 1948 subito dopo la guerra), era stata lanciata nel dicembre 1973 a Londra da Henry

Kissinger che dal gennaio 1969 era assistente per la sicurezza nazionale del presidente Richard Nixon, prima di diventare segretario di Stato (a fine maggio ha compiuto 98 anni). Una proposta che era uscita rafforzata da una conferenza convocata a Washington nel febbraio 1974 dove nacque l’idea di mettere in piedi un vero e proprio sistema di emergenza, anziché affidarsi ad accordi bilaterali. Conferenza dove l’Italia partecipò con il ministro degli Esteri Aldo Moro e il ministro del Tesoro Ugo La Malfa, assistiti da una nutrita delegazione dell’Eni. Pochi mesi prima, il 6 ottobre 1973, era iniziata quella che è passata alla storia come la “crisi del Kippur”, ovvero la quarta guerra arabo-israeliana innescata dall’invasione del Sinai e del Golan da parte delle truppe egiziane, siriane ed irachene. Mentre le operazioni belliche erano state sospese il 23 ottobre grazie ad una tregua imposta dall’Onu, la decisione dell’Opec e dell’Oapec di aumentare del 70% il prezzo del petrolio, di ridurre la produzione petrolifera araba e di praticare l’embargo contro gli Usa e l’Olanda aveva gettato nel panico tutto il mondo industrializzato. Eravamo nel pieno di quella che è passata alla storia come L’Età del Petrolio quando, nonostante il progressivo deterioramento del quadro petrolifero internazionale, non si era fatto niente per invertire e fermare la tendenza verso una dipendenza sempre più stretta da questa fonte. Basti pensare che quella dell’Italia era arrivata al 74%. Nell’illustrare la proposta, Kissinger aveva detto testualmente: “La crisi energetica ha cause più profonde della guerra di ottobre; si sarebbe verificata in ogni caso per effetto della crescita esplosiva della domanda mondiale in anticipazione sugli incentivi alla produzione. La sola soluzione a lungo termine sta in uno sforzo massiccio, diretto ad assicurare ai produttori gli incentivi necessari ad aumentare la produzione, ad incoraggiare i consumatori ad usare più razionalmente le disponibilità esi-

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stenti e a sviluppare le risorse alternative di energia”. Parole che rilette cinquant’anni dopo sembrano profetiche e che all’epoca riflettevano un quadro molto allarmante emerso due settimane prima dello scoppio della crisi in una conferenza organizzata a Londra dal Financial Times. Nella quale 500 esperti provenienti da tutto il mondo avevano tenuto un consulto di tre giorni sulla situazione degli approvvigionamenti energetici mondiali. Un evento a cui ebbi la sorte di assistere come inviato del 24Ore, con un servizio pubblicato in prima pagina il 22 settembre sotto il titolo "Campane a martello per l’energia nel mondo - il poco incoraggiante consuntivo di 500 esperti". Un evento che non poteva essere sfuggito ad un acuto osservatore come Kissinger, tanto più che era presente Charles Dibona, consulente speciale di Nixon. Gli elementi di giudizio per essere allarmati c’erano tutti, tra cui la necessità urgente di trovare linee di condotta comuni e, se possibile, valide per tutto il mondo industrializzato, onde evitare che tempo 10 anni lo sviluppo economico mondiale subisse un collasso a causa della mancanza di energia. Un’urgenza data dal fatto che la situazione appariva drasticamente peggiorata. Per due motivi: perché la domanda di energia continuava a salire in maniera vertiginosa nel mondo industrializzato e negli Usa in particolare e perché il petrolio non era più disponibile in abbondanza e a prezzi bassi. Con il rapporto riserve-produzione previsto ridursi entro il 1985 a 5 anni. Con il carbone che non aveva problemi del genere, ma doveva trovare le tecnologie per non restare nelle miniere e con l’energia nucleare, ritenuta allora l’erede predestinato del petrolio, che doveva ancora superare una serie di soglie per diventare fungibile e a portata di mano. Con innumerevoli progetti per sfruttare l’energia solare, geotermica, del vento e del mare ancora costosi e non ancora maturi per poter parlare di utilizzazione su scala mondiale. Un quadro in cui l’Italia appariva uno dei paesi più vulnerabili. Con la necessità di rafforzare i legami in campo internazionale e nell’ambito della CEE, per risolvere problemi quanto mai complessi e imponenti per pensare di farcela da sola. Pena il rischio di trovarsi in condizioni di netta inferiorità rispetto alle grandi aree industriali dell’Occidente. Allarmi e tensioni che si erano fatti più evidenti, anche se di fatto ignorati, nel secondo semestre 1970 quando il costo del petrolio greggio importato

in Italia era aumentato, tra maggiorazioni dei prezzi all’origine e lievitazioni dei noli, di oltre 2.000 lire a tonnellata, cioè di circa il 20%. L’impatto maggiore lo subivano le compagnie petrolifere. L’unica misura adottata dal Governo essendo stato l’aumento di 1.000 lire a tonnellata del prezzo dell’olio combustibile approvato dal Cip (il Comitato Interministeriale Prezzi) il 16 dicembre 1970. Una situazione che si era aggravata all’inizio del 1971 a seguito degli accordi di Teheran (14 gennaio) e di Tripoli (19 marzo) firmati dalle compagnie petrolifere internazionali, il primo con i 6 paesi produttori del Golfo Persico (Arabia Saudita, Eau, Kuwait, Iran e Iraq) e il secondo con la Libia. Accordi che segnano l’avvio di una serie di aumenti scalari dei prezzi del greggio e di una radicale revisione dei rapporti economici e amministrativi in atto. Si calcola che tra l’inizio del 1971 e la fine del 1972 le compagnie dovettero negoziare circa 15 accordi, tra cui importantissimo quello di New York del 1° ottobre 1972 che dava attuazione alle decisioni dell’Opec (costituita a Bagdad il 14 settembre 1960 da Arabia Saudita, Kuwait, Iran, Iraq e Venezuela) in materia di partecipazione dei paesi produttori alle operazioni di produzione ed esportazione del petrolio estratto dai loro territori. Un’innovazione che da una parte realizzava le aperture enunciate da Mattei alla fine degli anni ’50 nei confronti di questi paesi in contrasto con la politica fino allora adottata dalle “Sette Sorelle”, dall’altra rifletteva una situazione di mercato non più favorevole al compratore, che preconizzava quindi ulteriori aumenti di prezzo. Di fatto una crisi, quella del Kippur, che funzionò da catalizzatore di fermenti che lievitavano da tempo. Offrendo il destro al più formidabile “cartello” che la storia economica abbia mai conosciuto di usare fruttuosamente per la prima volta l’arma del petrolio nei confronti dei paesi consumatori. Una frattura, quella con l’Opec, che secondo alcuni paesi l’Aie avrebbe dovuto cercare di ricucire immediatamente, mentre alla fine era prevalso il criterio indicato dallo stesso Kissinger di “un’organizzazione rigidamente difensiva” preposta unicamente a prevenire il sorgere di nuove strozzature negli approvvigionamenti. Un criterio che teneva conto del fatto che era la stessa Opec a puntare a trarre il massimo profitto dalla posizione di egemonia raggiunta nel mercato. Altro che dialogo! Un criterio difensivo che spinse la Francia a non far parte all’inizio dei paesi fondatori dell’Agenzia per paura di reazioni negative dei paesi produt-

tori. Una astensione rientrata solo il 1° giugno 1991, sulla scia del fatto che il tema del dialogo, dopo una serie di infruttuosi tentativi avviati negli anni ’80, cominciava allora, dopo la conclusione della “crisi del Golfo”, ad essere ufficialmente dibattuto. Partendo da un approccio gradualistico, guardando in primo luogo ai problemi della pace e della ricostruzione e in un quadro di stabilità dei prezzi in grado di garantire un flusso adeguato di investimenti e sbocchi certi alle produzioni aggiuntive dei paesi produttori. Nella convinzione di una nuova solidarietà che avrebbe dovuto ispirare i rapporti politici ed economici mondiali e nella percezione dei reciproci vantaggi di una rinnovata integrazione tra le fasi a monte e a valle del ciclo petrolifero. Un tentativo che vide l’Italia impegnata in primo piano e a più livelli. Ai fini di un giudizio più compiuto sull’operato dell’Aie in quasi 50 anni di presenza sulla scena energetica internazionale e della sua funzione primaria è evidente il ruolo giocato dagli Stati Uniti nell’istituirla e nel portarla avanti, ruolo che non è mai venuto meno. E che durante la presidenza Trump ha risentito della decisione del maggior consumatore mondiale di energia di non tenere in alcun conto gli impegni presi a Parigi nel dicembre 2015 in occasione della COP21 sulla lotta ai cambiamenti climatici e sui tagli delle emissioni di CO2. Ora rilanciati da Biden, anche con la nomina di John Kerry, ex sottosegretario di Stato di Obama, a suo inviato speciale per il clima. Congelando di fatto per sei anni, in parte anche a causa della pandemia, la strategia di modernizzazione approvata dal Governing Board dell’Aie riunito a Parigi a livello ministeriale il 17 e 18 novembre 2015 sotto la presidenza di Ernest J.Moniz, segretario Usa all’Energia nel governo Obama. Presente per l’Italia il direttore generale Gilberto Dialuce. Un mese prima che, sempre a Parigi, si concludesse il 12 dicembre sotto l’egida dell’Onu la COP21 con un accordo firmato da 195 paesi che fissava impegni molto stringenti in tema di emissioni, che sono poi diventati la premessa di una transizione verso un mondo più sostenibile in cui sulla carta e al di là dei facili ottimismi dovrebbe esserci sempre meno spazio all’impiego di fonti fossili. Una strategia di modernizzazione che accanto alla necessità di rispettare il mandato dell’Aie di promuovere un’offerta di energia sicura, disponibile ed efficiente, mantenendo ad ogni buon conto in funzione il sistema delle scorte

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obbligatorie, metteva l’accento anche sulla necessità di sviluppare fonti di energia rinnovabili e pulite, inclusa l’energia nucleare, di tecnologie a basso contenuto carbonico e di nuovi sistemi di produzione e distribuzione di elettricità. Il tutto nel quadro di uno sviluppo sostenibile dove l’efficienza energetica stava diventando il primo combustibile (“first fuel”). Tenendo conto sia delle sfide e delle opportunità legate alla globalizzazione del gas naturale e del ruolo crescente delle economie emergenti. Sottolineando in questo ambito anche l’importanza di disporre di buone statistiche, oltre a quelle sul petrolio per cui l’Aie è giustamente famosa. Il tutto assicurando anche la sostenibilità finanziaria di questi nuovi compiti dell’Agenzia e di mitigarne i rischi. Anche tramite lo svolgimento di studi e ricerche a pagamento per conto terzi (anche del governo italiano in vista della presidenza del G20 su cui non ha mancato di sollevare a fine maggio una serie di perplessità l’ex ministro dell’Industria Alberto Clò). Un lavoro di modernizzazione su cui si sarebbe dovuto fare il punto nel 2016 per essere completato nel dicembre 2017. E di cui ufficialmente non si è saputo più nulla. Fino appunto al maggio scorso quando Birol ha diffuso lo studio “Net Zero by 2050”. Concepito e commissionato per fornire una base informativa in vista della COP26 in programma a Glasgow nel prossimo novembre. Un percorso per arrivare a realizzare nell’arco di trent’anni un traguardo ambizioso nel campo delle emissioni, bloccando tra l’altro da subito ogni investimento in nuovi progetti di estrazione e fornitura di combustili fossili. In uno scenario che dovrebbe essere caratterizzato da una forte contrazione della domanda di energia e dell’apporto del petrolio. Nel cui ambito potrebbe venir meno, prima o poi, anche la necessità di tenere in vita il costoso e macchinoso sistema delle scorte obbligatorie. Sistema che dal 10 febbraio 2013, dopo la controversa esperienza tra

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il 1998 e il 2009 dell’Agenzia nazionale delle scorte di riserva, è gestito dall’Ocsit, l’organismo centrale di stoccaggio che fa capo all’Acquirente Unico. Il tutto sempre sulla base della legge 7 novembre 1977 n. 883 con cui l’Italia ha recepito con tre anni di ritardo l’accordo istitutivo dell’Aie dando piena esecuzione al programma internazionale per l’energia. Un’ultima considerazione riguarda il rapporto tra l’Aie e l’Italia che, pur essendo uno dei paesi fondatori, non è mai riuscita a candidare un suo rappresentante a direttore esecutivo dell’agenzia. Salvo l’invio a Parigi nel febbraio 1975, all’atto della sua creazione, di Vittorio Ugo Ristagno, da due anni direttore generale delle Fonti di Energia al ministero dell’Industria, per farle muovere i primi passi prima della nomina di Ulf Lantzke, tedesco, a direttore esecutivo. Un paese, il nostro, che si trovò a gestire la crisi del 1973 in una situazione di dispersione della politica energetica in una miriade di centri di gestione istituzionali e di soggetti pubblici e privati, centrali e locali. Mentre la dimensione dei problemi imponeva al ministero delI’Industria la necessità di far fronte a nuovi compiti, delicati e complessi. Un rapporto, quello con l’Agenzia, che ebbe il suo periodo più intenso nel 1991 all’epoca della “guerra del Golfo” quando da gennaio a marzo venne attivato e collaudato per la prima volta il si-

stema di emergenza. Con un dialogo serrato tra il direttore esecutivo dell’Agenzia, all’epoca la tedesca Helga Steeg in carica dal 1984, e il direttore generale delle Fonti di Energia Giuseppe Bianchi, in carica dal marzo 1989 al marzo 1992 all’epoca dei ministri dell’Industria Adolfo Battaglia e Guido Bodrato. Con la necessità di frequenti incontri e confronti per mettere a punto e calibrare destoccaggi, tagli della domanda, fuel switching e aumenti della produzione interna di petrolio Un dialogo che oggi ha assunto nuove forme con la presenza dell’Italia nel Governing Board coperta dal gennaio 2020, in piena pandemia, dall’ambasciatore Antonio Bernardini, nuovo rappresentante italiano presso le organizzazioni internazionali di Parigi. E che ora, dopo l’avvento del governo Draghi e i cambiamenti avvenuti nella compagine ministeriale, con la creazione del ministero della Transizione Ecologica affidato a Roberto Cingolani, dovrebbe essere destinato ad assumere nuove forme e nuovi ambiti. Anche in relazione alla metamorfosi dell’Agenzia diventata ormai a tutti gli effetti una sorta di super consulente in tema di rispetto di impegni climatici che dovrebbero diventare sempre più cogenti. Con l’orizzonte proiettato ormai al 2050.


PROFESSIONI DEL SETTORE

IN LABORATORIO PER VERIFICARE E CERTIFICARE LA QUALITÀ DEI PRODOTTI intervista a Nicolò Pasquini

Nicolò Pasquini tecnico di laboratorio presso Analisi & Controlli

In questa nuova puntata di Professioni del settore abbiamo intervistato Nicolò Pasquino, della società Analisi e Controlli, che si occupa di certificare la qualità dei prodotti che usiamo ogni giorno. Un compito che richiede specifiche competenze e lavoro di squadra.

Qual è stato il suo percorso formativo e come è arrivato al settore petrolifero? Nel 2010, dopo essermi diplomato in Chimica Industriale presso l’Istituto Tecnico Aldo Gastaldi di Genova, ho partecipato ad un progetto scuola-lavoro che mi ha permesso di affacciarmi nel settore petrolifero. Infatti, nell’agosto del 2010, tramite uno stage formativo mi sono trovato a collaborare con il laboratorio chimico merceologico “Analisi & Controlli” di Genova sito all’interno del compendio che ospita il Deposito costiero della Attilio Carmagnani “AC” S.p.A., società che opera anche nel Trading di prodotti petrolchimici. Il Laboratorio opera da più di 50 anni nel mondo petrolifero e si è specializzato via via sempre di più su moltissime matrici derivanti dal petrolio, e non solo. Negli ultimi decenni ha ampliato il suo operato sia nel ramo ambientale che in quello microbiologico e grazie a questa polivalenza analitica e all’ottima preparazione tecnica del team che opera all’interno della struttura, il laboratorio è riuscito negli anni a diventare un punto di riferimento nel

mondo delle ispezioni. Dopo questa piccola esperienza, che però mi ha permesso di farmi conoscere, nel 2011 entro a far parte del team di “Analisi & Controlli” e inizio la mia carriera lavorativa. In che cosa consiste il suo lavoro? In qualità di tecnico di laboratorio mi occupo prevalentemente di analizzare molteplici matrici petrolifere come gasoli, benzine, jet fuel, oli lubrificanti e solventi, e anche acque di scarico degli impianti chimici dei depositi o delle navi, nonché prodotti alimentari come caffè crudo e cacao, utilizzando diverse tecniche analitiche certificate tramite l’ausilio di strumentazioni all’avanguardia nel settore. Il mio lavoro, e quello di tutto il team in forza al laboratorio, è quello di verificare la qualità dei prodotti finiti o delle materie prime attraverso l’emissione di un rapporto di prova che ne certifichi le caratteristiche. Ogni operatore che esegua una qualsiasi analisi deve essere abilitato tramite un Sistema di qualità che lo qualifica ad operare per quella determinata analisi, permettendo di gestire al meglio l’emissione del dato.

Dal 2019 ad oggi mi occupo di gascromatografia, una tecnica analitica che si basa sulla ripartizione dei componenti di una miscela da analizzare tra una fase stazionaria ed una fase mobile gassosa. Per politica aziendale ogni operatore viene abilitato nel tempo a svolgere anche analisi per altri settori; infatti, il nostro laboratorio dispone di sale dedicate alle analisi chimico/fisiche di diverse matrici come carbone, olio lubrificante e fuel oil, jet fuel e di un ramo ambientale e microbiologico. Inoltre, vantiamo la presenza di una Sala motori dove viene determinato il numero di ottano delle benzine e il numero di cetano nei gasoli. È soddisfatto di questa esperienza? Sono molto soddisfatto e appagato del mio lavoro che mi dà la possibilità di trovare sempre nuovi stimoli. Questo è anche dovuto al fatto che il nostro settore è sempre in continuo cambiamento per quanto riguarda norme, procedure, metodi e strumentazioni che riescono sempre a stimolare la mia curiosità lavorativa e personale. Inoltre la necessità di operare talvolta in orario notturno in assoluta autonomia ha consolidato la mia sicurezza, sia dal punto di vista tecnico che emozionale. Ultimamente ho intrapreso un nuovo progetto sugli oli da laminazione a caldo; insieme ad alcuni colleghi, ho organizzato varie procedure ed implementato nuove strumentazioni dedicate, imparando ed approfondendo sul campo nuove tecniche. Questo mi ha permesso di maturare sia come operatore che come persona, perché coordinare e gestire molteplici attività spesso è molto complicato ma in un team come il nostro, preparato e disponibile, tutto questo è stato più facile da affrontare.

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EDUCATION

UNEM EDUCATION NEL 2021 PUNTA SU RETE CARBURANTI E RAFFINAZIONE Prosegue anche nel 2021 il programma “unem education in-formazione” riservato agli associati. Quattro gli appuntamenti previsti per quest’anno. I primi due dedicati alla rete si sono tenuti ad aprile e luglio, gli altri due sulla raffinazione sono in programma per l’autunno.

Due nuovi appuntamenti 2021 per il progetto “unem education in-formazione” lanciato lo scorso anno, volto a fornire un supporto utile a preservare e sviluppare le competenze e le professionalità del nostro comparto e delle Aziende associate. Al centro di questo nuovo ciclo la rete di distribuzione carburanti italiana, tra passato e futuro. Siamo partiti il 27 aprile con una prima lezione dedicata ad approfondire le sue peculiarità e come è cambiata negli anni, con dei focus sui principali elementi contrattuali ed economici, sulla figura del gestore, sulla struttura dei prezzi, sull’andamento dei consumi. Relatori d’eccezione sono stati il Presidente, Claudio Spinaci, e il Direttore Generale, Marina Barbanti, che hanno ripercorso la storia di una infrastruttura strategica per il Paese che ancora oggi è alla ricerca di un suo equilibrio. A questa ha fatto seguito una seconda lezione che ha invece riguardato il futuro, ossia come la rete dovrà cambiare per accogliere tutta la gamma di

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energie per la mobilità che avremo nei prossimi anni. Un tema che abbiamo affrontato anzitutto cercando di capire perché la nostra rete è così diversa da quella europea e quale dovrebbe essere la sua dimensione ottimale. In

questo ci ha aiutato Davide Tabarelli, Presidente di Nomisma Energia, che ha condotto uno studio da cui emerge come il numero di punti vendita ottimale, tenuto conto delle caratteristiche del nostro Paese sia da un punto di vista orografico che commerciale, dovrebbe essere compreso tra i 13.000 e i 18.000 impianti. A seguire ci sono stati gli interventi di Giorgio Chiantella di Archigia, che da anni opera nell’ambito delle costruzioni di elementi di immagine, che ci ha offerto una visione del punto vendita sotto il profilo di alcune possibili variazioni architettoniche, e di Francesco Ricotta dell’Università La Sapienza di Roma, che ha invece approfondito il tema delle nuove leve di marketing per il fuel retailing del futuro, illustrando una recente ricerca intitolata “Fueling go to market: ripensare il retailing di carburanti nell’era della digital transformation”. Prossimo appuntamento in autunno con un nuovo ciclo di webinar dedicato al sistema di raffinazione italiano.


SAPIENZA GLADIATORS RACING TEAM: TUTTI IN GRIGLIA PRONTI A PARTIRE

come procede il “Sapienza Gladiators Racing Team" il racconto di Paolo Mellone

Siamo ormai agli sgoccioli del progetto! Minerva è in sella al suo furgone bianco pronta a scendere in pista in occasione del Moto Student ad Aragón. I ragazzi del team Sapienza di cui da tempo vi narriamo le gesta sono ormai in dirittura d’arrivo del loro progetto anzi, manca solo la messa in strada della moto. Il team si è adoperato molto duramente per far sì che tutto sia pronto e funzionante prima dell’inizio della competizione. I vari reparti hanno infatti lavorato a pieni giri per completare tutte le consegne e i progetti legati al prototipo da presentare in pista. Il reparto “Operations” ha presentato il business plan previsto dalla competizione ed ha ottenuto ottimi risultati riconosciuti anche da un buon punteggio assegnatogli dai giudici. Svolta nel reparto “Ciclistica” è arrivata grazie ad un nuovo sponsor che ha aiutato il team con la produzione di tutti i pezzi fresati. Il reparto ha goduto del supporto di Saldature Roma per quanto riguarda l’assemblaggio delle diverse componenti e inoltre tramite la struttura universitaria ha affinato la produzione di alcune di esse. Nonostante le molteplici difficoltà incontrate i ragazzi sono soddisfatti del risultato ottenuto, essendo riusciti a produrre il prototipo secondo le proprie scelte progettistiche. Il reparto “Aerodinamica” ha riscontrato nella fase finale della produzione difficoltà non irrilevanti le quali

hanno spinto il team ad autoprodursi i pezzi da assemblare sulla moto senza avvalersi del supporto di un’azienda esterna al team. I ragazzi senza esperienza nel campo son riusciti comunque a prodursi i pezzi necessari per completare la moto, il tutto in sole due settimane. Per quanto riguarda gli altri reparti “Elettronica”, “Motore”, “Design e Marketing” (raggruppati ma non per questo meno importanti), il lavoro è stato compiuto senza difficoltà o situazioni troppo scomode da risolvere. Riguardo alla produzione, la realizzazione dei diversi pezzi è andata molto a rilento a causa di alcune problematiche esterne al team, ciononostante la moto è stata preparata e assemblata in tempo! Il lavoro di rifinitura inoltre è stato svolto nei limiti del possibile

tramite strumenti presenti nelle strutture universitarie, i quali sebbene datati, nelle mani degli ingegneri made in Sapienza hanno prodotto un risultato più che soddisfacente. Aspetto non di secondo piano nella produzione del prototipo è l’innovazione prevista dalla competizione. Di quest’ultima vi abbiamo già parlato negli articoli precedenti e riguarda la geometria dello sterzo che ad oggi è stata montata e settata sulla moto ma necessita della messa in pista per massimizzarne il potenziale. Tra i vari momenti legati alla produzione e all’assemblaggio il team si è concentrato soprattutto nella gestione degli ingombri sulla moto e dunque sulla migliore organizzazione dei diversi componenti nascosti sotto la carena. Ultimo e conclusivo passaggio saranno le prove in pista in programma in questi giorni sul circuito di Aragón. I ragazzi hanno davvero faticano fino allo stremo (come accade anche nei migliori team da competizione) per la costruzione e l’assemblaggio della moto. La squadra ha concluso il lavoro e si appresta alla prova finale, pronti a competere con i team di università provenienti da tutto il mondo. Sebbene il lavoro sia stato tutt’altro che facile i ragazzi si sono mostrati compatti nella produzione e nel lavoro di squadra. Aspettando i risultati dei nostri gladiatori in pista non si può che augurare un in bocca al lupo a tutto il team chiamato a mantenere alto il nome della squadra e dell’Università La Sapienza.

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DISPONIBILE IN DOWLOAD SU

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I NUMERI DELL'ENERGIA

LO STATO DELL’INDUSTRIA PETROLIFERA IN ITALIA RIASSUNTO IN POCHI NUMERI.

IMPORT GREGGIO

- 7,9 %

nel primo quadrimestre 2021 in calo da Medio Oriente, America e ex-Urss in crescita da Libia e Azerbaijan, che resta primo fornitore

IMPORTAZIONI DI PRODOTTI FINITI E SEMILAVORATI

- 18,2% per i prodotti finiti - 8,9% per i semilavorati nel primo trimestre 2021 rispetto allo stesso periodo 2020

COSTO GREGGIO IMPORTATO

+ 20,5%

nel primo quadrimestre 2021 rispetto allo stesso periodo 2020

ANDAMENTO DELLO STACCO ITALIA

-3,3 centesimi euro/litro a giugno 2021 lo stacco ponderato (benzina + gasolio) si mantiene su livelli fortemente negativi

LAVORAZIONI RAFFINERIE

- 6,5%

nel primo quadrimestre 2021 rispetto allo stesso periodo 2020

ESPORTAZIONI DI GREGGIO PRODOTTI E SEMILAVORATI

- 0,4%

nel primo trimestre 2021 rispetto allo stesso periodo 2020 circa 6,6 milioni di tonnellate

VENDITE TOTALI CARBURANTE (RETE ED EXTRA-RETE)

+ 46%

a maggio 2021 rispetto allo stesso mese 2020

CONSUMI PETROLIFERI MENSILI

+ 28,7%

a maggio 2021 rispetto allo stesso mese 2020

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ

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TECNOLOGIE PER IL FUTURO

LA BATTERIA DEL FUTURO È COME UN "PANINO" Se il futuro sarà l’auto elettrica, allora avremo bisogno di batterie ben più performanti di quelle attuali. Molti sono gli studi che promettono una soluzione a breve termine, come quello pubblicato recentemente su Nature che, però, alla fine resta ancora un’idea.

Le batterie agli ioni di litio allo stato solido (SSB) si candidano a sostituire le batterie al litio tradizionali in diverse applicazioni, ivi compresi i veicoli elettrici, in virtù del graduale miglioramento che si prevede possano apportare in termini di prestazioni e sicurezza. Neo mesi scorsi Nature ha pubblicato un articolo su una nuova strategia di progettazione della stabilità dinamica per batterie allo stato solido al litio metallo, opera di Luhan Ye e Xin Li dell’Università americana Harvard. L’impiego di tali batterie nell’alimentazione dei veicoli elettrici consentirebbe di superare i limiti delle attuali batterie agli ioni di litio: peso sovrabbondante, costo elevato, tempo di carica eccessivo. La batteria al litio metallo, infatti, è dotata di capacità e densità di energia superiori, a parità di volume, e si ricarica in una frazione di secondo rispetto alle tempistiche delle tradizionali batterie al litio. Resta fermo, tuttavia, il problema della loro stabilità. Lo studio condotto da Li e dal suo team ha portato alla progettazione di una SSB (solid-state battery) stabile,

Credits: Lisa Burrows/Harvard SEAS

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MUOVERSI 3/2021

che può essere caricata e scaricata almeno 10.000 volte – un numero di cicli decisamente superiore rispetto alle possibilità attuali - a un'elevata densità di corrente. Questo grazie all’utilizzo di un materiale catodico commerciale ad alta densità di energia che eviti la formazione di dendriti di litio: la struttura multistrato prevede l’inserimento, tra elettroliti solidi più stabili, di un elettrolita meno stabile che impedisce la crescita dei dendriti.. Gli studiosi hanno paragonato la loro batteria multistrato a un panino: tra la prima fetta di pane (l’anodo) e la seconda (il catodo) si inseriscono diversi materiali volti a dare stabilità. Fin qui i vantaggi. Ma siamo davvero così vicini alla realizzazione? C’è ancora da affrontare una non trascurabile serie di sfide - legate alle proprietà elettrochimiche, termiche e meccaniche dei materiali SSB - che attualmente ostacolano la loro diffusa commercializzazione. Oggetto di discussione sono proprio i recenti progressi nella comprensione e nel superamento di tali sfide tanto che le case automobili-

stiche interpellate hanno chiesto nuovi test “rimandando” il progetto. Per fare il salto dal laboratorio allo stabilimento produttivo è importante rispondere rapidamente a una serie di domande chiave proposte dagli stessi Jeff Sakamoto e Neil Dasgupta, professori associati di ingegneria meccanica dell'Università del Michigan, che negli ultimi dieci anni hanno condotto ricerche sulle batterie al litio metallo allo stato solido. • Come possiamo produrre fragili strati ceramici nei fogli sottilissimi richiesti dalle batterie al litio metallo? • L'uso della ceramica nelle batterie al litio metallo, che richiede oltre 1.100 °C per essere lavorata, compensa tali sforzi con benefici ambientali nell’uso di veicoli elettrici? • È possibile adattare sia le ceramiche sia il processo di produzione per tenere conto di difetti, come eventuali rotture, in un modo che non costringa i produttori di batterie e le case automobilistiche a modificare drasticamente le proprie attività? • La batteria allo stato solido al litio metallo non richiedere il sistema di gestione pesante e ingombrante di cui hanno bisogno le batterie agli ioni di litio per mantenere la durata e ridurre il rischio di incendio. In che modo la riduzione della massa e del volume del sistema di gestione della batteria, o la sua totale rimozione, influirà sulle prestazioni e sulla durata di una batteria allo stato solido? • Il litio metallo deve essere in costante contatto con l'elettrolita ceramico, pertanto è necessario un componente aggiuntivo per applicare pressione per mantenere il contatto. Come influirà sulle prestazioni della batteria? Insomma, sono ancora più le domande che le risposte e la ricerca ora guarda altrove e dai centri di ricerca australiani arriva l’idea di utilizzare ioni di grafene e di alluminio al posto del litio e di altri minerali rari. Siamo ancora nel campo delle idee.


FALSI MITI

ENERGIA NUCLEARE: UNA CENTRALE A FUSIONE ENTRO IL 2030 Recentemente si è parlato spesso di nucleare per la decarbonizzazione dell’economia. Molte le resistenze, poche le conoscenze. Falsi miti che limitano la ricerca di nuove soluzioni sicure e affidabili.

La ricerca di fonti di energia sostenibili da un punto di vista economico, sociale ed ambientale è una necessità per società che vogliono continuare a crescere preservando il pianeta. Uno dei falsi miti che in questo senso condiziona questo processo di ricerca - in termini di sguardo dell’opinione publica e di scelte dei legislatori - riguarda la pericolosità dell’energia nucleare, rispetto alla quale dibattito e norme faticano spesso a cogliere fattori di innovazione sostanziale che stanno cambiando lo scenario, rimanendo ancorati - come capita rispetto ad altre tecnologie ed energie - a visioni e conoscenze non aggiornate e spesso non del tutto razionali. Così la neutralità scientifica sostenuta dalle imprese che puntano su ricerca e innovazione e che dovrebbe caratterizzare l’approccio di governi e consumatori fatica ad affermarsi. Per quanto riguarda il nucleare questo riguarda in particolar modo i progetti di centrale a fusione. La fusione nucleare è un processo che non brucia combustibili fossili e non produce emissioni di gas serra e scorie radioattive, visto che consiste nella fusione di

diversi isotopi dell’idrogeno a temperature elevatissime, in modo da portarlo a perdere gli elettroni e formare il plasma di ioni, producendo così immense quantità di energia e atomi di elio (scarto di reazione). Si tratta di un processo ancora in via di sperimentazione e di ricerca, rispetto al quale servirà ancora del tempo. Ma non è più un tempo infinito. La startup californiana Tae Technologies, specializzata proprio in tecnologie per la fusione, ha annunciato la realizzazione di una centrale a fusione nucleare entro il 2030 (anticipando molti concorrenti), grazie a 880 milioni di dollari di finanziamenti raccolti. Il reattore non funzionerà come quelli tradizionali, ma grazie a un meccanismo che produce e confina il plasma, con temperature e tempi che devono essere sufficientemente alte e lunghi per consentire la reazione, grazie a elementi come idrogeno e boro, che quando si scalda il gas permettono il formarsi di due anelli di plasma. Il plasma che sarà prodotto dal reattore sarà stabile e ad alta temperatura, con una produzione di energie efficiente e sicura. Ma serve ancora tem-

po, serve ancora ricerca, serve unire fisica, intelligenza artificiale, scienza dei materiali, elettronica. Serve un approccio quindi aperto a studiare tutte le tecnologie possibili, per poterle valutare e selezionare via via che maturano e vengono testate, per offrire un quadro certo sia a chi fa impresa che ai consumatori.

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ

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NOVITÀ LEGISLATIVE

•

Decreto-Legge 14 giugno 2021, n. 82 “Disposizioni urgenti in materia di cybersicurezza, definizione dell'architettura nazionale di cybersicurezza e istituzione dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale” (G.U. n.140 del 14 giugno 2021)

•

Decreto Ministero della Salute 1° giugno 2021 “Aggiornamento delle tabelle contenenti l'indicazione delle sostanze stupefacenti e psicotrope, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 e successive modificazioni e integrazioni. Inserimento nella tabella I di nuove sostanze psicoattive” (G.U. n.144 del 18 giugno 2021)

•

Decreto-legge 25 maggio 2021, n. 73 “Misure urgenti connesse all'emergenza da COVID-19, per le imprese, il lavoro, i giovani, la salute e i servizi territoriali. (21G00084) (G.U. Serie Generale n.123 del 25-05-2021) (G.U. n. 123 del 25 maggio 2021) (“Decreto Sostegni-bis”) Tra le disposizioni: • contributi a fondo perduto, per un ammontare complessivo di poco più di 15 miliardi di euro; • sostegno alle attività economiche chiuse tra il 1° gennaio 2021 e la data di conversione del decreto legge, per un ammontare di 100 milioni di euro per il 2021; • estensione e proroga del credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d'azienda versati da gennaio a maggio 2021 per i soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione, con ricavi o compensi non superiori a 15 milioni di euro nel secondo periodo d’imposta antecedente a quello di entrata in vigore del decreto, nonché agli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti. L’ammontare relativo a tale misura è di poco inferiore a 2 miliardi di euro; • proroga dell’entrata in vigore della plastic tax al 1° gennaio 2022; • fondo per le Piccole e Medie Imprese per ricerca e sviluppo e programmi di investimento, per un ammontare di 1 miliardo di euro; • misure a sostegno della liquidità delle imprese con proroga validità Fondo Garanzia SACE e del Fondo Garanzia per le Piccole e Medie Imprese al 31 dicembre 2021, per un ammontare complessivo di poco meno di 2 miliardi di euro per il 2021; • misure per lo sviluppo di canali alternativi di finanziamento delle Piccole e Medie Imprese per un ammontare complessivo di 200 milioni di euro tra il 2021 e il 2022; • patrimonio destinato prorogato al 31 dicembre 2021; • modifiche alla disciplina del credito d’imposta per beni strumentali nuovi per un ammontare di 1 miliardo e 300 milioni per il 2021; • disposizioni urgenti in materia di trasporto con incremento del Fondo di sostegno per il settore aeroportuale.

•

Legge 21 maggio 2021 n. 69 “Conversione in Legge, con modificazioni, del decreto-legge 22 marzo 2021, n. 41, recante misure urgenti in materia di sostegno alle imprese e agli operatori economici, di lavoro, salute e servizi territoriali, connesse all'emergenza da COVID-19” (G.U. n. 120 del 21 maggio 2021) (“Decreto Sostegni) In sede di conversione sono state approvate le seguenti disposizioni: • proroga versamento IRAP al 30 settembre 2021; • disposizioni urgenti per il settore marittimo; • misure a sostegno della conversione ad alimentazione elettrica per i veicoli destinati al trasporto merci N2 e N3; • misure a sostegno delle imprese di autotrasporto.

•

Decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59 “Misure urgenti relative al Fondo complementare al Piano nazionale di ripresa e resilienza e altre misure urgenti per gli investimenti (G.U. n. 108 del 7 maggio 2021) Il Fondo complementare, pari a poco più di 30 miliardi di euro, finanziato con l’ultimo scostamento di bilancio, è finalizzato a integrare i fondi del PNRR per gli anni dal 2021 al 2026 e riguardano, tra gli altri, vari interventi per la digitalizzazione e la mobilità pubblica.

•

Decreto-legge 30 aprile 2021, n. 56 “Disposizioni urgenti in materia di termini legislativi. Decreto Legge n. 56/2021” (G.U. n. 103 del 30 aprile 2021) Proroga del regime “Golden power rafforzato” fino al 31 dicembre 2021. Si tratta di un regime transitorio in cui, in considerazione dell’emergenza Covid-19, sono stati estesi a settori e soggetti i poteri speciali di intervento dello Stato, introdotti nel 2012.

•

Legge 22 aprile 2021, n. 53 “Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l'attuazione di altri atti dell'Unione europea - Legge di delegazione europea 2019-2020Legge n. 53/2021” (Legge di delegazione europea 2019-2020) (G.U. n. 97 del 23 aprile 2021) Previste la preclusione, dal 1° gennaio 2023, di olio di palma, olio di soia e loro derivati per la produzione di biocarburanti. In sede di approvazione, il Parlamento ha, comunque, approvato una serie di ordini del giorno volti a impegnare il Governo, nell’ambito dell’esercizio della delega per l’attuazione delle disposizioni contenute nella legge di delegazione europea, a rispettare rigorosamente le disposizioni previste dalla Direttiva RED II.

•

DPCM 14 aprile 2021, n. 81 “Regolamento in materia di notifiche degli incidenti aventi impatto su reti, sistemi informativi e servizi informatici di cui all'articolo 1, comma 2, lettera b), del decreto-legge 21 settembre 2019, n. 105, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 novembre 2019, n. 133, e di misure volte a garantire elevati livelli di sicurezza” (G.U. n.138 dell’11 giugno 2021)

•

Decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77 “Governance del Piano nazionale di rilancio e resilienza e prime misure di rafforzamento delle strutture amministrative e di accelerazione e snellimento delle procedure” (G.U. n.129 del 31 maggio 2021

•

Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e del Ministro della Salute 18 maggio 2021 “Recepimento della direttiva n. 2019/1831/UE della Commissione del 24 ottobre 2019 e definisce un quinto elenco di valori limite indicativi di esposizione professionale per gli agenti chimici, in attuazione della direttiva 98/24/CE del Consiglio, e modifica la direttiva 2000/39/CE della Commissione” (pubblicato su sito del Ministero del Lavoro)

•

Agenzia Dogane - Determinazione Direttoriale prot. n. 134220/ ru del 5 maggio 2021 art. 3, comma 4-bis, del Decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504 “Ttitolare del deposito fiscale di prodotti energetici e di prodotti alcolici - istanza di rateizzazione del debito d’accisa”

•

Decreto Ministeriale 14 dicembre 2020 attuato con Decreto direttoriale 9 marzo 2021 “Modalità e procedure di concessione ed erogazione del contributo in favore delle micro, piccole e medie imprese titolari del servizio di distribuzione di carburanti nelle autostrade per il periodo di emergenza da COVID-19, in attuazione dell’art. 40 della Legge 77/2020” Riconoscimento alle microimprese e alle piccole e alle medie imprese, nel limite complessivo di 4 milioni di euro per l’anno 2020, di un contributo commisurato ai contributi previdenziali e assistenziali, con esclusione dei premi per l’assicurazione obbligatoria.

•

Delibera del Consiglio dei Ministri del 21 aprile 2021 “Proroga dello stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all'insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili” (G.U. n. 103 del 22 aprile 2021)

•

Decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44 “Misure urgenti per il contenimento dell'epidemia da COVID-19, in materia di vaccinazioni anti SARS-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici” (G.U. n. 79 del 1° aprile 2021)

Aggiornamento Covid -19

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•

Legge 17 giugno 2021, n. 87 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, recante misure urgenti per la graduale ripresa delle attività economiche e sociali nel rispetto delle esigenze di contenimento della diffusione dell'epidemia da COVID-19” (G.U. n.146 del 21 giugno 2021)

•

DPCM 17 giugno 2021 “Disposizioni attuative dell'articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, recante «Misure urgenti per la graduale ripresa delle attività economiche e sociali nel rispetto delle esigenze di contenimento della diffusione dell'epidemia da COVID-19” (G.U. n.143 del 17 giugno 2021)

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NEWS DALLE ASSOCIATE

Eni e Progressive Energy accelerano su progetto HyNet North West (CCS)

Eni e Progressive Energy Limited hanno siglato un accordo quadro per accelerare ulteriormente lo sviluppo del processo di cattura e stoccaggio di anidride carbonica (CCS) nell’ambito del progetto HyNet North West nel Regno Unito, volto alla creazione di un distretto industriale a basse emissioni di anidride carbonica. In base all'accordo, spiega un comunicato, Eni svilupperà e gestirà il trasporto e lo stoccaggio di CO2 sia onshore che offshore negli asset industriali della baia di Liverpool, mentre Progressive Energy guiderà e coordinerà gli aspetti di cattura e produzione di idrogeno del progetto per conto di Hynet North West, collegando così le fonti di emissioni di CO2 alle infrastrutture di trasporto e stoccaggio di Eni. Eni, inoltre, ha stretto accordi per la cattura e lo stoccaggio di future emissioni di CO2 con numerose industrie locali che intendono ridurre la propria impronta carbonica attraverso il consorzio HyNet North West.

“Obiettivo Sostenibilità Scuole”, il nuovo portale didattico Itelyum e WeSchool

Lo scorso 20 maggio si è tenuto il primo appuntamento del progetto “Obiettivo Sostenibilità Scuole”, patrocinato dal Ministero della Transizione Ecologica e realizzato da Itelyum in partnership con WeSchool, con l’obiettivo di portare nelle scuole secondarie di I e II grado i concetti e le pratiche dell’economia circolare, dell’innovazione digitale, ma anche dell’inclusione e della biodiversità. La prima tappa di “Obiettivo Sostenibilità Scuole” ha coinvolto Pavia e ha visto gli studenti dell’ITIS G. Cardano. Sul portale è già disponibile un piano di lezioni e di attività da seguire, a disposizione di ogni classe.

NextChem con Mytilineos per idrogeno verde in Italia

Maire Tecnimont, tramite la sua controllata NextChem, ha firmato con la Business Unit Renewable and Storage Development (RSD BU) di MYTILINEOS, un accordo per attività di ingegneria per lo sviluppo di un impianto di produzione di idrogeno verde via elettrolisi in Italia. Il progetto che convertirà l'energia rinnovabile da uno degli impianti solari di MYTILINEOS in idrogeno verde, spiega un comunicato, mira a fornire agli acquirenti locali un'alternativa di vettore energetico carbon neutral che potrebbe consentire una reale decarbonizzazione anche dei settori industriali difficili da riconvertire.

Accordo Versalis-Saipem per bioetanolo sostenibile

Versalis, la società chimica di Eni, ha firmato un accordo con Saipem per promuovere su scala mondiale la produzione di bioetanolo sostenibile attraverso il processo Proesa, una tecnologia proprietaria Versalis che, informa una nota, non utilizza come materie prime colture destinate all'alimentazione umana, ma produce bioetanolo di seconda generazione (“advanced biofuel”) attraverso un processo di idrolisi e successiva fermentazione di biomasse disponibili in abbondanza, come scarti agricoli, cippato di legno e colture energetiche. Lo stabilimento Versalis a Crescentino (Vercelli), dove la tecnologia Proesa è stata sviluppata, sarà l'impianto di riferimento per la commercializzazione su scala internazionale da parte delle due società.

Q8, aperto nuovo impianto LNG auto

Rinnovato nel layout, l’impianto Q8 di Filago, in prossimità del casello autostradale di Capriate San Gervasio (BG) sull’A4 MI-VE, ha aperto alle vendite con un’offerta commerciale multi-prodotto che, oltre a benzina e gasolio tradizionali e prestazionali, prevede il metano liquido (LNG), il metano gassoso (CNG) e postazione di ricarica per veicoli elettrici. Ne dà notizia un comunicato nel quale si legge che la stazione di servizio è una struttura idonea a soddisfare le diverse esigenze di mobilità, in linea con le tendenze di un mercato sempre più orientato verso prodotti a basso impatto ambientale ed in piena coerenza con le politiche aziendali che pongono la sostenibilità al centro della strategia di business. Il fabbricato dell’impianto è realizzato in bioedilizia, tecnica costruttiva all’avanguardia per il basso impatto ambientale, grazie alla totale riciclabilità dei materiali ed in grado di garantire una ottimale performance energetica. La stazione di servizio, inoltre, è dotata di un impianto fotovoltaico per autoconsumo e di illuminazione a LED che consente di ridurre del 70% i consumi energetici.

Q8 per la formazione degli studenti

Anche quest'anno Q8 ha aderito al progetto "Studiare l'Impresa, l’Impresa di Studiare” promosso dall’Unione Industriali di Napoli in collaborazione con l’Ufficio scolastico regionale per la Campania. Un’utile iniziativa dedicata alla formazione degli studenti delle scuole superiori di Napoli e provincia che mira, attraverso il partenariato tra imprese e istituti del territorio, a favorire l’orientamento dei più giovani verso nuove figure professionali, costruendo un ponte tra istruzione e mondo del lavoro. Un’altra testimonianza dell’attenzione che Q8 rivolge ai bisogni del territorio, in particolare alla città di Napoli, ai suoi giovani e alla loro formazione e che rientra negli obiettivi del progetto “Energie per Napoli” lanciato dall'Azienda nel 2019.

Saras acquista greggio certificato carbon-neutral

Saras ha annunciato l’acquisto del primo greggio certificato “carbon neutral” dal gruppo svedese Lundin. L’acquisto di greggio, si legge in una nota, testimonia la continua e crescente attenzione che il Gruppo dedica alla sostenibilità ambientale delle proprie attività e va di pari passo con diversi altri progetti volti a supportare la strategia low-carbon. La neutralità carbonica dei 600.000 barili di greggio, estratti dal giacimento Edvard Grieg di Lundin Energy al largo della Norvegia e acquistati da Saras, è stata certificata da una società specializzata indipendente, la Intertek, che ha tenuto conto delle emissioni dell’intero ciclo del prodotto, dall’estrazione fino alla consegna. Le emissioni residuali di CO2, spiega il Gruppo svedese, sono state compensate attraverso un procedimento di cattura dell’anidride carbonica basato su soluzioni naturali, certificato in base a Verified Carbon Standard, dalla società indipendente Intertek.

Saras e Enel insieme per idrogeno verde

Saras ha annunciato la firma di un protocollo d’intesa con Enel per lo studio di un progetto volto a fornire idrogeno verde alla Sarlux. Il progetto, informa una nota, prevede l’utilizzo di un elettrolizzatore da circa 20 MW alimentato esclusivamente da energia rinnovabile prodotta sul posto. Saras dispone di capacità tecnologiche e know-how nella produzione e gestione di idrogeno e ha in corso diversi studi per esplorare alcuni processi di decarbonizzazione nella produzione e utilizzo di questo vettore energetico. L’idrogeno è parte integrante del processo di raffinazione di Saras per il suo utilizzo nei processi di hydrocraking e hydrotreatment, ed è oggi garantito dal complesso IGCC e da due unità di reforming del sito industriale.

Sonatrach Raffineria Italiana e la costruzione dell’autostrada Siracusa-Gela

La Raffineria di Augusta ha interamente prodotto l’asfalto utilizzato per la costruzione del lotto Ispica-Rosolini dell’autostrada Siracusa-Gela. Si è trattato della realizzazione di un’opera praticamente a km zero, vista la vicinanza della raffineria con il cantiere autostradale, con un risparmio netto di circa 50.000 Kg di CO2 che sarebbe stata prodotta dal traffico veicolare di automezzi qualora l’asfalto fosse arrivato da fuori Sicilia.

Total cambia nome e diventa TotalEnergies

Total si trasforma e diventa TotalEnergies, ancorando così, nella propria identità, la trasformazione strategica verso una grande compagnia energetica. Il cambio di nome è stato deliberato lo scorso 28 maggio dagli azionisti nel corso dell’Assemblea Ordinaria e Straordinaria. Questo nuovo nome e la nuova identità visiva, spiega un comunicato, incarnano il percorso che TotalEnergies sta tracciando con risoluzione: quello di un'ampia compagnia energetica impegnata a produrre e fornire energie sempre più accessibili, affidabili e pulite.

Total Italia e Blu Way per lo sviluppo del biometano liquefatto

Total Italia e Blu Way hanno inaugurato l’inizio della distribuzione di biometano liquefatto sulle stazioni del circuito BLU. Il progetto si colloca in un più ampio disegno strategico che accomuna Blu Way e Total Italia e che si pone l’obiettivo di contribuire sensibilmente alla riduzione dell’intensità media di carbonio emessa dai prodotti energetici utilizzati.

Total Italia: colonnine elettriche nello stabilimento Energica

Total Italia ed Energica Motor Company hanno inaugurato, presso la factory modenese, l’installazione in Italia delle prime 11 stazioni di ricarica da 22 kW all’interno dell’area parking dello stabilimento Energica, a disposizione dei dipendenti e gli ospiti della casa modenese. Il taglio del nastro, alla presenza del management di Total Italia e Energica Motor Company, informa una nota, suggella una partnership 100% elettrica iniziata lo scorso anno con Energica, che ha scelto la linea di prodotti TOTAL HI-PERF EV Fluid per le sue motociclette.

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ

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IMMAGINARE IL FUTURO

Pensare il futuro è un compito decisivo per tutti, per il quale è utile farsi ispirare da studiosi, esperti, narratori: per immaginare come sarà il pianeta nel quale vivranno le prossime generazioni, saper prevedere come cambieranno le abitudini delle persone e individuare modelli di crescita pienamente sostenibili e rispettosi dell’ambiente.

La pandemia in corso non accelererà affatto lo spostamento del consumo di energia globale su una nuova traiettoria. Questo spostamento è impossibile nell’immediato per il semplice fatto che la quantità di energia solare o eolica generata, seppur maggiore, non potrebbe essere utilizzata per distribuire negli ospedali miliardi di dispositivi di protezione individuale (come avviene dallo scorso marzo grazie ai voli cargo intercontinentali, che volano a una frequenza senza precedenti) né per trasportare generi alimentari da campi e mattatoi alla popolazione bloccata in casa: solo il cherosene per aerei, il gasolio e la benzina possono farlo, e questo predominio non svanirà nel giro di qualche anno, se non altro per ovvi motivi di scala. Farsi guidare dal velleitarismo non è mai la strategia migliore per una politica pubblica efficace, specialmente in questioni che riguardano le basi vere e proprie della civiltà moderna. La produzione di energia senza emissioni di carbonio sarà anche fortemente auspicabile, ma chi afferma che possiamo trasformare completamente il sistema energetico globale nel giro di due o tre decenni non può limitarsi alla semplice presentazione dell’ennesimo scenario ipotetico con una curva regolare motivato da obiettivi fissati arbitrariamente e con cifre altrettanto arbitrarie. Quello che devono fare innanzitutto è spiegare in modo convincente come eliminerebbero entro il 2050 la dipendenza dei paesi ricchi dai combustibili fossili (che attualmente costituiscono l’80 percento della loro fornitura di energia primaria) e, cosa ancor più importante, devono dimostrare come innalzerebbero (raggiungendo anche solo la metà del livello attuale cinese) il tenore di vita della metà povera dell’umanità senza ricorrere al carbone fossile.

Vaclav Smil

professore emerito presso l’Università di Manitoba, Winnipeg, Canada [“Non tutto è come sembra”, We-World Energy n.47, 2020]

Hanno contribuito a questo numero Giorgio Carlevaro, Alberto Clô, Vannia Gava, Gianni Girotto, Maria Cecilia Guerra, Martina Nardi, Gilberto Pichetto Fratin, Paolo Mellone, Aurelio Regina, Claudio Spinaci, Chicco Testa, Stefania Tomasini Hanno contributo alla rivista Alessandro Aresu, Marco Baldi, Carlo Bonomi, Giogio Carlevaro, Carlo Carminucci, Giorgio Chiantella, Paolo Cintia, Francesco Clementi, Alessandro Clerici, Alberto Clô, Stefano Cingolani, Marco D’Aloisi, Stefano Da Empoli, Bruno Dalla Chiara, Giuseppe D’Arrigo, Pier Luigi Del Viscovo, Paola De Micheli, Pierroberto Folgiero, Alessandro Fontana, Benedetto Forlani, Marco Frittella, Giuseppina Fusco, Vannia Gava, Massimiliano Giannocco, Romano Giglioli, Gianni Girotto, Maria Cecilia Guerra, Icao, Innovhub, Pietro Lanzini, Stefano Laporta,

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MUOVERSI 3/2021

Antonio Lazzarinetti, Marco Mannocchi, Benedetta Marmiroli, Paolo Mellone, Marco Mocchetti, Martina Nardi, Lisa Orlandi, Azzurra Pacces, Gilberto Pichetto Fratin, Linda Piedimonte, Marilena Pisani, Politecnico di Milano, Antonio Pollio Salimbeni, Ilaria Querci, Francesco Ramella, Filippo Redaelli, Aurelio Regina, Francesco Ricotta, Antonio Sileo, Guido Silvestri, Claudio Spinaci, Carlo Stagnaro, Angelo Sticchi Damiani, Davide Tabarelli, Antonio Tajani, Giuseppe Tannoia, Chicco Testa, Antonio Tintori, Stefania Tomasini, Roberto Ulivieri, Maria Rita Valentinetti, Giovanni Battista Zorzoli

Unione Energie per la Mobilità Piazzale Luigi Sturzo, 31 00144 Roma info@unem.it www.unem.it tw: @unem_it in: /company/unem Per proporre contributi o per richieste pubblicitarie: muoversi@unem.it Le opinioni espresse impegnano unicamente gli autori e sono indipendenti da opinioni e politiche dell’Editore. Registrazione Tribunale di Roma n. 121 del 19 settembre 2019


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