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Muoversi 2 2022

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TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ - ANNO 2022 N.2 - WWW.UNEM.IT

ENERGIE E TECNOLOGIE PER IL FUTURO UN PRESIDIO PER LA SICUREZZA ENERGETICA intervista a Rosario Pistorio

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EVITARE DI PENALIZZARE LA RAFFINAZIONE intervista a Dario Scaffardi

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UNA CRISI CHE CI DEVE RIPORTARE CON I PIEDI PER TERRA di Paolo Scutieri

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L’ANELLO DEBOLE

IL LIMITE DI POLITICHE CHE CERCANO “COLPEVOLI” di Enrico Morando

PERCHÉ DI FRONTE ALLA CRISI ENERGETICA E GEOPOLITICA L’EUROPA SI SCOPRE FRAGILE L’ENERGIA NON È UN GIOCO LA CRISI ENERGETICA, ACUITA DALLA GUERRA RUSSIA-UCRAINA, HA RIVELATO LE DIFFICOLTÀ DELL’EUROPA RISPETTO ALLA SICUREZZA ENERGETICA: COME SI RIUSCIRÀ A GARANTIRLA RISPETTANDO GLI OBIETTIVI AMBIENTALI? LA RIFLESSIONE DEL PRESIDENTE SPINACI

RIDURRE LA DIPENDENZA DALLA RUSSIA? DIFFICILE MA NON IMPOSSIBILE LA GUERRA HA ACCELERATO CERTI PROCESSI E IMPOSTO UNA RIVALUTAZIONE CIRCA LE MODALITÀ E LE FASI DELLA TRANSIZIONE. L’INTERVISTA A ENZO AMENDOLA, SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI EUROPEI.

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L’ENERGIA E LA RICERCA DEL FACILE CONSENSO di Chicco Testa e Claudio Velardi

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eprcomunicazione


EDITORIALE

INDICE EDITORIALE

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APERTURA L’ENERGIA NON È UN GIOCO di Claudio Spinaci

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LE INTERVISTE RIDURRE LA DIPENDENZA DALLA RUSSIA? DIFFICILE MA NON IMPOSSIBILE 8 intervista a Enzo Amendola LA RAFFINAZIONE FONDAMENTALE PER LA SICUREZZA ENERGETICA DELL’ITALIA intervista a Rosario Pistorio

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EVITARE DI PENALIZZARE, O PEGGIO CRIMINALIZZARE, 12 INTERI SETTORI COME IL NOSTRO intervista a Dario Scaffardi UNA CRISI CHE CI DEVE RIPORTARE CON I PIEDI PER TERRA intervista a Paolo Scudieri

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COVER STORY ALLE ORIGINI DEL “CARO ENERGIA” IN EUROPA E IN ITALIA di Vittorio D’Ermo

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CLIMA, ECONOMIA E SICUREZZA ENERGETICA 19 NELL’ERA DELL’ANTROPOCENE di Francesco Sassi LE POLITICHE ENERGETICHE EUROPEE NON SUPERANO LA PROVA DEI FATTI di Simona Benedettini

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LA RICERCA DI COLPEVOLI NON RISOLVE IL PROBLEMA DEL “CARO ENERGIA” 23 di Enrico Morando RINNOVABILI: ANCORA TROPPE LENTEZZE NELLE AUTORIZZAZIONI di Luca Aterini

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BASTA CON LA POLITICA DEGLI ANNUNCI, È IL MOMENTO DI FARE I CONTI CON LA REALTÀ di Chicco Testa

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LA VERA POLITICA NON SI MISURA SULLA CAPACITÀ DI PRENDERE LIKE di Claudio Velardi

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RUBRICHE RASSEGNA STAMPA

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STORIA DEL PETROLIO: 33 Il nodo mai risolto della sicurezza energetica di Giorgio Carlevaro TECNOLOGIE PER IL FUTURO: 36 Le torri solari che fanno volare gli aerei PROFESSIONI DEL SETTORE: 38 intervista a Ville Patola DALLA PISTA ALLA STRADA: 39 Porsche spinge sull’e-fuel: nella GP Ice RacE debutto low-carbon per la Cayman GT 4 EDUCATION: 40 Il webinar unem-education dedicato alla “nuova” tutela costituzionale dell'Ambiente NOVITÀ LEGISLATIVE

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NEWS DALLE ASSOCIATE 42 IMMAGINARE IL FUTURO 43

MUOVERSI

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ ANNO 2022 N. 2 APRILE / GIUGNO Direttore Responsabile Marco D’Aloisi Collaboratori Armando Durazzo, Paolo Guarino, Roberto Roscani Ideazione e Progettazione Grafica Valerio Ventucci per Atlas Consulting

Fino a qualche mese fa non avremmo mai pensato di tornare a sentir parlare di “economia di guerra”, come hanno titolato diversi giornali. Il momento è molto difficile per tutti, in particolare per l’Europa che si è scoperta quanto mai fragile sul fronte energetico, a differenza degli Stati Uniti che negli ultimi anni si sono resi quasi indipendenti da questo punto di vista tanto da arrivare a proporsi come un’alternativa al gas russo. Un’Europa che, come scrive il presidente Spinaci, nel commento che apre questo numero, “non ha mai avuto una vera politica energetica continentale condivisa” e ancora oggi è “molto più divisa di quanto voglia far apparire”. Ogni Stato membro negli anni ha infatti perseguito una propria e autonoma politica energetica, mirata a valorizzare i propri punti di forza in termini di materie prime e filiere industriali al fine di ottenere vantaggi competitivi sugli altri. Come ad esempio in Francia, dove oltre il 70% del fabbisogno elettrico è coperto dal nucleare, o anche in Germania dove oltre il 50% deriva dal carbone. Entrambi i Paesi, prima della crisi energetica iniziata nella seconda metà del 2021 e resa drammatica dallo scoppio della guerra, avevano fissato dei programmi di uscita da queste due fonti in ottica transizione energetica, ora rinviati molto più avanti nel tempo. L’Italia ha invece preferito scegliere di dire di “no” praticamente a tutto, con il risultato di avere i costi dell’energia più alti d’Europa. È evidente che in una simile situazione siamo uno tra i Paesi più esposti. Temi come sicurezza energetica e diversificazione delle fonti non fanno più parte da tempo dell’agenda europea e solo ora si riscopre, con colpevole ritardo, quanto siano importanti anche ai fini del raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione che rischiano di essere fortemente compromessi da quanto sta accadendo. Dobbiamo perciò tornare a riflettere sull’efficacia di politiche basate su una “visione tecnicista, positivista e razionalista della transizione energetica come il risultato ultimo di una graduale e infine esplosiva introduzione delle energie rinnovabili” come scrive Federico Sassi del Rie, perché “nell’epoca attuale, l’intervento politico e la sintesi fra esigenze di economia domestica, sicurezza internazionale e cambiamento climatico impone un nuovo paradigma di pensiero”. Proprio per questa funzione di mantenimento della sicurezza negli approvvigionamenti la raffinazione diventa strategica, come ci hanno spiegato Rosario Pistorio di Sonatrach Raffineria Italiana e Dario Scaffardi di Saras. Il primo convinto, che “sia già un valore aggiunto a livello europeo che rende l’Italia non solo un player importante nel settore, ma assicura livelli di sicurezza negli approvvigionamenti superiori a quelli del Nord Europa”; il secondo, che serva per questo una “politica dell’energia che preveda programmi certi ed eviti di penalizzare, o peggio criminalizzare, interi settori come il nostro”. Ci troviamo davanti a quello che Enzo Amendola, Sottosegretario agli Affari europei, definisce nella sua intervista un “cambiamento epocale della storia europea”, persuaso che rinunciare alle forniture russe sarà “un compito difficile, ma non impossibile. C’è tutto l’impegno per andare avanti, ma non sono traguardi che si raggiungono dall’oggi al domani”. Ecco, di questo dobbiamo essere consapevoli. Perché con l’energia non si scherza e non si improvvisa. Serve programmazione, tempo e investimenti in tutte le fonti. Solo in questo modo sarà possibile arrivare ad una transizione veramente sostenibile, nell’accezione più ampia del termine, che non può prescindere dalla sicurezza energetica che, come scrive Giorgio Carlevaro “non è una moda di stagione e non può essere condizionata da scelte politiche o dal prevalere di questa o quella fonte di energia. È un must. Al di sopra di interessi contingenti di questa o quella forza politica”. Buona lettura

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ

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APERTURA

Claudio Spinaci Presidente Unione Energie per la Mobilità - unem

L’ENERGIA NON È UN GIOCO di Claudio Spinaci

Un’Europa che nasce come comunità energetica ma che, paradossalmente, non ha mai avuto una vera politica energetica continentale condivisa. Ancora oggi sull’energia è molto più divisa di quanto voglia far apparire, dovendo fare i conti con i tanti “egoismi nazionali” che puntano solo a ottenere un vantaggio competitivo sugli altri Paesi della Comunità

Negli ultimi anni si è fatta progressivamente strada, sia nei policy maker che nell’opinione pubblica, la convinzione che la transizione energetica fosse stata ormai avviata senza grossi traumi per il sistema industriale e per i cittadini europei, accantonando completamente il tema della sicurezza energetica. La pandemia ha in qualche modo rafforzato questo sentire comune visti gli enormi surplus che si sono venuti a creare nel corso del 2020 per il crollo dei consumi. È però bastato che nella seconda metà dello scorso anno la domanda tornasse vicina ai livelli precedenti per innescare

una spirale rialzista nei prezzi del gas e dell’energia elettrica, cresciuti nel giro di pochi mesi del 400%, che ha avuto un effetto pesantissimo sul sistema delle imprese, alcune delle quali – soprattutto nei settori energivori - sono state costrette a ridurre o addirittura fermare le produzioni per costi divenuti insostenibili. Un fatto tutto sommato prevedibile che, invece, ci ha colto totalmente alla sprovvista. Poi è arrivata la guerra Russia-Ucraina e la situazione si è drammaticamente deteriorata, aggiungendo incertezza alle tensioni già in essere. Una crisi energetica soprattutto euro-

PROVENIENZE DEL GREGGIO IMPORTATO IN ITALIA 2021: PRIMI 5 PAESI

AZERBAIJAN 23% LIBIA 18,4 IRAQ 14,4% RUSSIA 10,1% ARABIA SAUDITA 9,7%

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MUOVERSI 2/2022


PROVENIENZE DEL GREGGIO IMPORTATO IN EUROPA 2020: PRIMI 5 PAESI

RUSSIA 29% ALTRI PAESI CSI 13,9% (Azerbaigian, Kazakistan e altri)

PAESI AFRICA DELL’OVEST 13,7% STATI UNITI 12% IRAQ 9,4%

pea che, dopo anni di spinta esclusivamente verso alcune tecnologie, nei quali peraltro si è ostacolato il mantenimento in piena efficienza e l’evoluzione, verso processi e prodotti low carbon, delle infrastrutture delle fonti fossili - da cui ancora dipendiamo largamente - alla prima vera difficoltà ha rivelato la fragilità dell’Europa nel garantire, a costi sostenibili, l’energia di cui imprese e consumatori hanno bisogno. Un’Europa che nasce come comunità energetica ma che, paradossalmente, non ha mai avuto una vera politica energetica continentale condivisa. Ancora oggi sull’energia è molto più divisa di quanto voglia far apparire, dovendo fare i conti con i tanti “egoismi nazionali” che puntano solo a ottenere un vantaggio competitivo sugli altri Paesi della Comunità. La dimostrazione è il dibattito che si è aperto su un possibile embargo a gas e petrolio, finora lasciati fuori dalle sanzioni - a differenza del carbone che però preoccupa meno - o anche sull’imposizione di un tetto al prezzo del gas. In entrambi i casi sono arrivati i veti di quei Paesi che hanno più da perdere da una simile eventualità e pareri favorevoli da quelli che ne deriverebbero un danno limitato o addirittura dei vantaggi competitivi. Ad esempio, la Germania, per voce del suo ministro delle Finanze, Christian Lindner, ha detto, non senza ragione, che “nell’immediato rinunciare al petrolio e al gas russo non è possibile perché metterebbe a rischio la stabilità economica e sociale tedesca”. Sulla stessa linea il ministro delle Finanze austriaco, Magnus Brunner, che non è a favore di nuove sanzioni legate al gas perché, con una certa dose di realismo, ha af-

fermato, “siamo molto dipendenti dal gas russo e penso che tutte le sanzioni che colpiscono noi più di quanto colpiscano la Russia non sarebbero giuste”. Molti altri Paesi sembrano invece più possibilisti essendo meno dipendenti. Contro l’ipotesi di un price cap invece ci sono le resistenze dei Paesi del Nord Europa, in particolare della Norvegia che con i proventi della vendita del gas alimenta uno dei fonti sovrani più ricchi del mondo e che, come ha rivelato il premier Draghi all’ultimo Consiglio europeo, in questi ultimi mesi ha registrato profitti per oltre 150 miliardi di dollari. Anche il Primo Ministro olandese, Mark Rutte, ha detto di non essere “del tutto d'accordo sul tetto al prezzo del gas, che ha i suoi pro e i suoi contro”. Vale ricordare che in Olanda, ad Amsterdam, ha sede l’hub TTF dove si formano i prezzi del gas per tutta l’Europa, al centro delle polemiche sulla speculazione. Per non parlare poi del dibattito sulla Tassonomia che alla fine, oltre al gas con una formula non del tutto chiara, ha ricompreso pienamente il nucleare su spinta della Francia visto che il Governo Macron ha annunciato la realizzazione di almeno sei nuovi reattori nucleari nei prossimi decenni, il primo nel 2035, garantendo a Edf, che ha stimato i costi in 50 miliardi di euro, risorse statali sufficienti. Questa repentina crisi dei costi dell’energia, che, come detto, la guerra ha solo acuito, dovrebbe dunque farci riflettere sul perché ci ha colti così impreparati. Anzitutto, andrebbe tenuto sempre bene a mente che con l’energia non si scherza e non si improvvisa perché è una materia che ha bisogno di programmazione, lavoro, investimenti e non di facili slogan. La stessa

Agenzia internazionale per l’energia (Aie), dopo anni in cui ha concentrato la sua attenzione solo sulla decarbonizzazione dimenticando gli altri due pilastri di un sistema energetico e cioè la sostenibilità economica e sociale e, appunto, la sicurezza energetica, solo recentemente, con un approccio un po’ estemporaneo e tardivo, è tornata a preoccuparsene con il rilascio a inizio marzo di 60 milioni di barili delle proprie scorte strategiche, cui ha fatto seguito l’annuncio di un nuovo probabile rilascio, da affiancare alla decisione degli Stati Uniti di liberare ulteriori 180 milioni di barili. Ciò comunque non ha impedito al Direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, di rimarcare come “ora che le sfide immediate alla sicurezza energetica sono salite in cima all'agenda, è fondamentale evitare che l'aggressione della Russia

Anzitutto, andrebbe tenuto sempre bene a mente che con l’energia non si scherza e non si improvvisa perché è una materia che ha bisogno di programmazione, lavoro, investimenti e non di facili slogan. La stessa Agenzia internazionale per l’energia (Aie), dopo anni in cui ha concentrato la sua attenzione solo sulla decarbonizzazione dimenticando gli altri due pilastri di un sistema energetico e cioè la sostenibilità economica e sociale e, appunto, la sicurezza energetica, solo recentemente, con un approccio un po’ estemporaneo e tardivo, è tornata a preoccuparsene

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distolga l'attenzione dai nostri sforzi per affrontare il cambiamento climatico”. Un’affermazione che, detta così, sembra voler rafforzare nell’opinione pubblica la convinzione che il tema sicurezza energetica è un semplice fatto congiunturale legato alla guerra, mentre dovrebbe essere ormai chiaro, soprattutto all’Europa, che è un fatto strutturale che va affrontato seriamente perché altrimenti si torna al carbone, come si sta ipotizzando, ma con le centrali di vent’anni fa, con buona pace della decarbonizzazione e delle emissioni inquinanti. A dimostrazione che senza sostenibilità economica e sociale ogni piano di miglioramento ambientale è destinato a regredire repentinamente. Occorre dunque rimettere seriamente al centro delle politiche europee il tema della sicurezza energetica senza esitazione. La domanda a questo punto è: come si garantisce la sicurezza energetica mantenendo viva l’attenzione per gli obiettivi ambientali? Anzitutto, serve una vera programmazione con una visione chiara e di lungo termine, soprattutto in Italia dove per anni abbiamo detto no a tutto, persino alle rinnovabili. Occuparsene in emergenza è quanto di peggio si possa fare: ha un costo altissimo e comporta enormi contraddizioni. Ad esempio, il Ministro Cingolani ha detto recentemente che nell’arco di 24-36 mesi saremo in grado di fare a meno del gas russo che è un tempo incompatibile con l’attualità della guerra e la tenuta del nostro sistema industriale. Indicando, poi, alcune soluzioni che solo pochi anni fa sono state scartate o quanto meno fortemente rallentate: si parla di GNL dagli Stati Uniti per il quale servono nuovi rigassificatori, ma i progetti sono

Ebbene, l’Europa negli ultimi anni su tutti questi aspetti ha fatto esattamente il contrario. La programmazione è solo apparente perché ogni due anni si rivedono e si anticipano gli obiettivi, alzando sempre più l’asticella e rendendo di fatto impossibile programmare i necessari investimenti in un’ottica decennale come invece richiede l’industria dell’energia. La diversificazione rimane poi un miraggio stati bloccati solo qualche anno fa; del raddoppio della TAP sulla cui realizzazione ci si è scontrati a lungo e che ora richiederebbe almeno un paio di anni. Potremmo continuare con molti esempi di “stop and go” che hanno caratterizzato la nostra politica energetica, bruciando risorse e non risolvendo in modo strutturale la necessità di avere energia a prezzi competitivi. Altro elemento importantissimo per ridurre i rischi di crisi energetiche è la diversificazione sia delle fonti che delle aree geografiche di provenienza, come le crisi petrolifere degli anni ’70 avrebbero dovuto insegnarci. Infine, occorre avere un approccio inclusivo che garantisca attraverso la neutralità tecnologica a tutte le fonti di energia pari dignità, in modo che partecipino ed esprimano il loro massimo potenziale nel processo di transizione ecologica, e non escluderne alcune a priori su basi sostanzialmente ideologiche. Ebbene, l’Europa negli ultimi anni su tutti questi aspetti ha fatto esattamente il contrario. La programmazione è solo apparente perché ogni due anni si rivedono e si anticipano

gli obiettivi, alzando sempre più l’asticella e rendendo di fatto impossibile programmare i necessari investimenti in un’ottica decennale come invece richiede l’industria dell’energia. La diversificazione rimane poi un miraggio ed è ostacolata da errate metodologie di calcolo con le quali si valuta il contributo che varie fonti apportano alla decarbonizzazione Quanto all’ultimo aspetto, l’inclusione e non l’esclusione di tutte le risorse, l’esempio più evidente è quello della filiera delle energie “tradizionali” che, per quanto impegnata da anni concretamente per la sfida della riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti, con risultati già significativi e prospettive promettenti, realistiche e raggiungibili, si trova marginalizzata se non esplicitamente esclusa da tutte le scelte e le strategie europee e nazionali. Con rischi di disinvestimento, di perdita di competenze, di perdita di posti di lavoro, di riduzione delle possibilità di mobilità per le persone e per le merci. Eppure, senza contrapposizioni e basandosi sempre sul principio della neutralità tecnologica, sono anni che tutta la filiera - oltre che una serie di importanti esperti - ripete la stessa cosa: puntare su tutto, altrimenti salta tutto. Questo, a mio avviso, è il nodo centrale che va affrontato con assoluta priorità: occorre rimettere al centro del processo di decarbonizzazione la sostenibilità complessiva che parte dalla disponibilità di energia e dalla sicurezza energetica. Perché alla fine è la disponibilità di energia che determina lo standard di vita e già oggi di energia non ce n’è per tutti, ma solo per chi può pagarla, con disuguaglianze sempre più evidenti e meno sopportabili.

PROVENIENZE DEI DERIVATI IMPORTATI IN EUROPA 2020: PRIMI 5 PAESI

RUSSIA 38,9% STATI UNITI 16,7% NORD AFRICA 8,5% ARABIA SAUDITA 8,4% ALTRI PAESI CSI 4,5% (Azerbaigian, Kazakistan e altri)

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Bando per il conferimento del Premio di Studio “Pasquale De Vita” – ǡ – Automobile Club d’Italia e in collaborazione con la Rivista “Energia” (di seguito “Enti Promotori”), indicono un Bando per il conferimento di un Premio di Studio “Pasquale De Vita” (di seguito “Premio”) al miglior filiera dell’industria petrolifera e d Ǥ Articolo 1 Scopo del Premio

Quarta edizione

Premio di Studio «Pasquale De Vita»

ǡ ǡ ° ǡ Ǧ ǡ ǡ ǡ ’ ǡ l’interesse dei consumato Ǥ

tra energia e auto

Articolo 2 Oggetto del Bando

ʹǤͷͲͲǡͲͲ ȋ Ȍ ll’articolo 5. l’elaborato Giudicatrice, sarà data al vincitore l’oppor ione sulla Rivista “Energia” e un’intervista per “muoversi”ǡ Ǥ

Premio per il miglior elaborato scientifico dedicato all’evoluzione low-carbon della filiera petrolifera e della mobilità Articolo 3 Destinatari del Bando e requisiti di ammissione

Il bando è rivolto a studenti di corsi di laurea magistrale, master

ǣ di II livello, o dottorato presso Università italiane e ricercatori • presso centri ǡ pubblici o ǡ (Università, di ricerca privati italiani Ǣ fondazioni, istituti, think tank, ȋ ǡ ǡ ǡ etc.) che dopo il 30 settembre 2020 • ǡ discusso ǤȌ abbiano tesi di laurea o dottorato, oppure elaborato

scritti finalizzati alla pubblicazione (saggi, articoli scientifici, working papers, etc.), in lingua1 italiana o inglese. Il miglior elaborato scientifico riceverà un premio di 2.500 euro Per tutte le informazioni www.unem.it


LE INTERVISTE

Enzo Amendola Sottosegretario agli Affari europei

RIDURRE LA DIPENDENZA DALLA RUSSIA? DIFFICILE MA NON IMPOSSIBILE Intervista a Enzo Amendola di Marco D'Aloisi

L’Italia e l’Europa sono in una posizione straordinariamente complessa, a cavallo di due crisi: da una parte, una lunga pandemia, dall’altra, la guerra Russia-Ucraina. Tutto questo ha conseguenze rilevanti non solo sul terreno geopolitico ma anche sulle prospettive di sviluppo economico. L’Europa a molti è apparsa non preparata a questi eventi. L’Unione europea ha dato prova di straordinaria solidarietà e compattezza di fronte a una crisi inaspettata e sistemica come quella provocata dalla pandemia. Penso al coordinamento per la lotta al Covid che ha portato a ottenere i vaccini necessari per i 27 Paesi – e non solo - nel più breve tempo possibile. E penso al Next Generation Eu, uno strumento mai adottato prima, improntato su una logica di crescita collettiva e non più di austerità. Rispetto alla guerra in Ucraina, l’Europa sta reagendo unita e in tempi altrettanto rapidi rispetto a uno scenario estremamente complesso. Da un lato, un Paese europeo D’altronde, l’eterogeneità degli “energy mix” degli Stati membri e il diverso grado di dipendenza dalle fonti energetiche russe sono due dati di fatto al momento ineludibili. Vi è tuttavia l’impegno a valutare in tempi brevi le opzioni proposte dalla Commissione, sulla base degli esiti di una consultazione con i portatori di interesse

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invaso dalle truppe russe e il rischio di un allargamento del conflitto; dall’altro, i problemi legati al rifornimento di gas e alle catene di approvvigionamento di materie prime agricole come il grano. Di fronte a una crisi globale di questa portata, la Ue ha deciso di agire su più fronti, reagendo all’aggressione attraverso pacchetti di sanzioni sempre più dure alla Russia e accelerando processi già in atto, come la transizione energetica e l’autonomia strategica della Ue. Nel Consiglio europeo tenuto a Bruxelles a fine marzo si è aperta la discussione a 27 sulla necessità di realizzare un’unione energetica europea e una politica estera e di difesa comuni. C’è tutto l’impegno per andare avanti, ma non sono traguardi che si raggiungono dall’oggi al domani. Ci sono misure assunte a livello comunitario e di singoli Paesi per fare fronte alla crisi energetica, che avrà un costo. Ci sono diverse proposte sul tappeto. A che punto siamo? Nell’ultimo Consiglio europeo, il confronto sull’energia ha permesso di identificare tutte le iniziative sulle quali la Commissione dovrà presentare delle proposte con urgenza. Sebbene complessa, la discussione è stata utile per mettere sul tavolo le reciproche posizioni e porre una base solida da cui partire. Fra le possibilità sul tavolo, gli stoccaggi comuni, limiti all’innalzamento dei prezzi, la rete di interconnessione energetica tra gli Stati membri e la creazione di una piattaforma condivisa vo-

lontaria per l'acquisto di gas naturale e idrogeno per far valere appieno il peso negoziale della UE. D’altronde, l’eterogeneità degli “energy mix” degli Stati membri e il diverso grado di dipendenza dalle fonti energetiche russe sono due dati di fatto al momento ineludibili. Vi è tuttavia l’impegno a valutare in tempi brevi le opzioni proposte dalla Commissione, sulla base degli esiti di una consultazione con i portatori di interesse, delle specifiche proposte che la Commissione avanzerà nelle prossime settimane e delle risultanze del rapporto ACER, atteso il prossimo aprile. È in atto un cambiamento epocale della storia europea e siamo tutti consapevoli che la risposta a questo nuovo scenario sono le energie rinnovabili e la diversificazione degli approvvigionamenti, con un piano per ridurre la dipendenza dalle forniture di gas russo. Il RePower EU punta ora a diminuire le importazioni di gas dalla Russia di 100 miliardi di metri cubi (due terzi delle importazioni totali da tale Paese) in tempi molto rapidi. È un compito difficile, ma non impossibile. L’impatto maggiore della guerra – al di là della tragedia umanitaria che ha colpito l’Ucraina – è stato per i paesi europei legato alla “sicurezza energetica”. Un tema che forse negli ultimi anni è stato un po’ trascurato. Ci si chiede: l’impatto sulle forniture e sui prezzi dei prodotti petroliferi è sopportabile a lungo termine? E – se vogliamo rovesciare l’argomento –


potremo a lungo tenere fuori dall’embargo il gas russo senza rendere poco efficaci le sanzioni? Il Governo italiano ha predisposto una risposta articolata alla questione energetica che si riassume nei quattro pilastri annunciati dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Il primo, è la diversificazione sia rispetto al fornitore russo – molti sono stati i viaggi del ministro degli Esteri Di Maio nei Paesi produttori – sia intesa come sostituzione di fonti fossili con rinnovabili. Il secondo è quello di introdurre un tetto ai prezzi del gas. Il terzo punto riguarda il modo in cui staccare dal mercato del gas il mercato dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. Il quarto pilastro è la tassazione dei profitti extra delle società elettriche. Non solo. Sono state approntate misure per far fronte alle ricadute immediate del “caro prezzi” su famiglie e imprese. Tra queste, i fondi per sostenere i settori dell'agricoltura, della pesca, dell'autotrasporto, particolarmente colpiti. Si potranno rateizzare le bollette e sono istituiti nuovi crediti d'imposta per le società. Inoltre, il governo ha ampliato i poteri dell'Autorità di Regolazione Energia, Reti e Ambiente e del Garante per la Sorveglianza dei prezzi. Infine, viene rifinanziata la cassa integrazione per le aziende in difficoltà. Inclusi i bonus sociali dedicati, il pacchetto ammonta in totale a circa 4 miliardi. L’attenzione dell’opinione pubblica soprattutto in Italia è concentrata sulla questione del caro energia. Siamo visibilmente davanti a fenomeni speculativi sui mercati internazionali del petrolio - come ha ricordato il ministro Cingolani in un recente intervento al Senato. Ci sono misure europee che possono essere prese per

“raffreddare” i prezzi? È stata avviata una discussione a livello europeo su possibili iniziative per contenere l’incremento dei prezzi tramite il pacchetto RePowerEU. Tra queste, alcune misure per mitigare l’impatto sui prezzi residenziali e per piccole imprese; regole per aiuti di Stato che consentano di far fronte agli elevati costi energetici per imprese e misure per la tassazione di extra-profitti allo scopo di finanziare le misure di supporto. Per quanto attiene al costo dei carburanti, dall’inizio dell’anno si è registrato un incremento dei costi del Brent che ha toccato punte vicine ai 130 dollari a barile dagli iniziali 78 dollari. Per mitigare l’incremento del Brent, Stati Uniti e Unione europea hanno operato una “oil release". In tale contesto, l’Italia ha aderito alla proposta, su base volontaria, di rilascio coordinato di una quota delle proprie scorte petrolifere, promossa dall'Agenzia internazionale dell'Energia, con l’obiettivo di ridurre il picco di prezzi. Questa crisi ci ha insegnato che diversificare riduce i rischi. Escludere a priori nuovi prodotti e tecnologie, così come i motori a combustione interna, cosa che di fatto fa il pacchetto “Fit for 55”, potrebbe rivelarsi un boomerang. C’è spazio per una correzione di rotta? Ai fini del Pnrr cambia qualcosa? La neutralità tecnologica sugli strumenti di transizione è un principio da perseguire nel pacchetto di proposte sul clima “Fit for 55”. Da qui la necessità di investire su tecnologie per carburanti meno inquinanti e a bassa emissione. La guerra ha accelerato certi processi e imposto una rivalutazione circa le modalità e le fasi della transizione, senza rimettere in discussione gli obiettivi di neutralità climatica. L'esecutivo euro-

peo ne è consapevole e le discussioni sono in corso anche su questo aspetto. Per quanto riguarda il Pnrr, invece, stiamo assistendo al dibattito che da più parti viene alimentato circa il timore che l'attuazione del Recovery subisca forti ritardi a causa della situazione internazionale, di conseguenza la richiesta di una maggiore flessibilità nell’attuazione. Propongo alcune riflessioni per chiarire il contesto. L'iniezione di circa 40 miliardi di euro che il nostro Paese riceverà quest'anno da Bruxelles, con le due rate di pagamento intermedie di giugno e dicembre, sosterrà gli investimenti pubblici necessari per la ripresa economica dell'Italia, fondamentale in questo momento. Il Governo ha poi dato vita al Piano Nazionale Complementare che accompagna il Next Generation e che è potenzialmente uno strumento di riequilibrio per quei progetti di investimento più colpiti dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell'energia. Parallelamente a queste risorse, il nostro Paese utilizzerà 100 miliardi provenienti dal Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, che saranno anch’essi essenziali per la ripresa economica dell’Italia. La neutralità tecnologica sugli strumenti di transizione è un principio da perseguire nel pacchetto di proposte sul clima “Fit for 55”. Da qui la necessità di investire su tecnologie per carburanti meno inquinanti e a bassa emissione. La guerra ha accelerato certi processi e imposto una rivalutazione circa le modalità e le fasi della transizione, senza rimettere in discussione gli obiettivi di neutralità climatica

LO STOCCAGGIO DEL GAS Lo stoccaggio del gas serve a coprire circa il 25-30% del consumo di gas nell’Unione Europea Le immissioni negli impianti di Stoccaggio Gas sono iniziate quest’anno prima del solito, da metà marzo 2022, ma gli stock di gas sono ancora lontani dalla media degli ultimi 5 anni Paesi Membri devono assicurare che l’80% della capacità di stoccaggio sotterraneo sia completata entro il 1° novembre (diventa il 90% dal prossimo anno) Questo significa che entro novembre 54,3 miliardi di metri cubi dovranno essere aggiunti agli impianti di stoccaggio Germania, Italia, Paesi Bassi e Francia dovrebbero aggiungere 35,5 miliardi di metri cubi cumulativi, poiché hanno la maggiore capacità di stoccaggio sotterraneo Fonte: HAEE 2022

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ

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LE INTERVISTE

Rosario Pistorio AD Sonatrach Raffineria Italiana

LA RAFFINAZIONE FONDAMENTALE PER LA SICUREZZA ENERGETICA DELL’ITALIA intervista a Rosario Pistorio di Marco D'Aloisi

La raffinazione stava già attraversando un periodo difficile, ora aggravato dal conflitto Russia-Ucraina. Quali sono le difficoltà maggiori che state incontrando, anche in termini operativi? Il conflitto ha amplificato la tendenza già in atto dell’aumento dei prezzi delle materie prime, tra cui grezzo e gas, visto il peso della Russia in tali settori. In questo contesto, le difficoltà maggiori per la raffinazione rimangono oggi quelle essenzialmente legate ai costi energetici: già dagli ultimi mesi del 2021 le marginalità dei prodotti non compensavano l’aumento del costo del gas naturale e dell'energia elettrica.

A questo si è aggiunto un aumento esponenziale, e ben oltre le previsioni dello scorso anno, dei costi relativi ai meccanismi ETS (quote CO2) che contribuiscono a rendere la raffinazione in Italia meno competitiva sui mercati globali che rilevano prezzi di commodities energetiche significativamente più bassi e dove spesso non esiste un sistema equivalente all’ETS europeo. Un terzo aspetto, assolutamente da non sottovalutare, è quello legato all’aumento del prezzo del grezzo, ovvero l’accresciuto fabbisogno di capitale circolante, che un Brent stabile sopra i 110 dollari richiede. Infine, da un punto di vista logistico, il Mar Nero rappresenta per il nostro

Trovarsi al centro del Mediterraneo vuol dire avere un accesso più agevole ad altri mercati per quanto riguarda i prodotti finiti ma, soprattutto, una maggiore facilità nel reperimento del crude oil, se comparato, ad esempio, rispetto alle raffinerie situate nel Centro Europa. E questo non è un fatto secondario settore un’area importante dove sono presenti importanti porti di caricazione per materie prime, semi lavorati e prodotti finiti non solo di origine russa e, quindi, sicuramente l’attuale crisi si ripercuote sulla catena di approvvigionamento anche se bisogna sottolineare che il sistema di raffinazione italiano (secondo in Europa solo alla Germania) oggi è in grado di processare grezzi provenienti da tutto il mondo. L’essere al centro del Mediterraneo e quindi su una delle principali rotte del traffico petrolifero, in questo momento, è un vantaggio o uno svantaggio? Risulta essere uno degli elementi di forza non solo di Sonatrach Raffineria Italiana ma dell’intero sistema di raffinazione italiana. Trovarsi al centro del Mediterraneo vuol dire avere un accesso più agevole ad altri mercati per quanto riguarda i prodotti finiti ma, soprattutto, una maggiore facilità nel reperimento del crude oil, se comparato, ad esempio, rispetto alle raffinerie situate nel Centro Europa. E questo

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non è un fatto secondario perché garantisce una regolarità nelle forniture di prodotti finiti assicurando un approvvigionamento molto diversificato e una buona flessibilità operativa. Ci può aiutare a capire meglio le dinamiche di una raffineria posto che il petrolio è la materia prima da lavorare e dunque una voce di costo. Come ci si approvvigiona, quanto tempo passa tra l’acquisto del greggio e la vendita del prodotto finito, quali possono essere i rischi finanziari. Si tratta di un procedimento complesso. A partire dal momento in cui il carico di grezzo arriva in raffineria passano almeno dieci giorni tra operazioni di discarica e presa in carico, cicli di lavorazione e variazioni inventariali per arrivare al prodotto finito pronto alla flangia di caricazione. Si deve tuttavia aggiungere che nella maggior parte dei casi il prezzo di questo carico di grezzo viene riferito a cinque quotazioni del Brent (per la maggior parte dei casi o ICE/WTI) dopo la fine della caricazione al porto di origine spesso distante tra i 3 e i 10 giorni. C’è, pertanto, un intervallo che oscilla tra i dieci e i venti giorni tra la definizione del prezzo del grezzo e la definizione del prezzo del prodotto che viene immesso nella grande distribuzione. In questo intervallo, si verificano tutta una serie di oscillazioni tra i vari marker (Brent, ICE, WTI) e i crack dei prodotti (gasolio, benzina, etc.) da cui deriva quella che in gergo viene definita l’esposizione al “rischio pricing”, mitigato in parte con l’adozione di procedure specifiche di risk management.

La stessa esposizione, ovviamente, avviene sul fattore di cambio euro/ dollaro considerando che le vendite dei prodotti finiti avviene in euro mentre l’acquisto delle principali materie prime in dollari ed anche in questo caso esistono dei meccanismi di parziale protezione gestiti con apposite procedure per mitigare il cosiddetto rischio Forex (Transaction Risk). Infine, come si può immaginare, esiste anche un tema di natura finanziaria legato alla gestione del flusso di cassa soprattutto alla luce del fatto che vi è una dilazione dei tempi tra vendita e approvvigionamento, da cui deriva una criticità di gestione dei termini di pagamento, nonché tutta una serie di strumenti di natura finanziaria che anche in questo caso possono mitigare una esposizione cosi significativa. In questi ultimi tempi si è parlato molto della necessità di diversificare gli approvvigionamenti per essere meno esposti a crisi come quella che stiamo vivendo. Che ruolo può avere la raffinazione? La raffinazione ha un ruolo strategico soprattutto in un momento come questo in cui la parola diversificare, per molto tempo interpretata in termini fortemente ideologici, è diventata centrale. Per fare un esempio: mentre il gas viaggia fondamentalmente via “tubo” o attraverso i pochissimi rigassificatori che abbiamo, il sistema della raffinazione italiana ha undici raffinerie e due bioraffinerie, quasi tutte costiere che, pertanto, possono ricevere approvvigionamenti con continuità

La raffinazione ha un ruolo strategico soprattutto in un momento come questo in cui la parola diversificare, per molto tempo interpretata in termini fortemente ideologici, è diventata centrale. Un sistema così forte rende l’Italia non solo un player importante nel settore, ma assicura livelli di sicurezza negli approvvigionamenti da tutte le parti del mondo mediante navi cisterna. Un sistema così forte rende l’Italia non solo un player importante nel settore, ma assicura livelli di sicurezza negli approvvigionamenti superiori a quelli del Nord Europa. Un esempio su tutti: gli inventari del diesel, in seguito al blocco delle importazioni di gasolio in Europa dalla Russia, sono crollati nell’area di Amsterdam, Rotterdam, Anversa, mentre in Italia, seppur presente, il fenomeno è stato meno significativo. Proprio per questa sua funzione di mantenimento della sicurezza negli approvvigionamenti la raffinazione ha la necessità di essere fortemente riconosciuta come strategica anche in un contesto di transizione energetica dove può e deve giocare un ruolo attivo. L’attuale crisi internazionale ha fatto emergere chiaramente la necessità di ripensare al tema della sicurezza energetica nazionale e in questo contesto la raffinazione rappresenta già oggi un valore aggiunto nel panorama europeo.

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LE INTERVISTE

Dario Scaffardi AD Saras

EVITARE DI PENALIZZARE, O PEGGIO CRIMINALIZZARE, INTERI SETTORI COME IL NOSTRO intervista a Dario Scaffardi di Marco D'Aloisi

Saras è tradizionalmente un raffinatore puro ed è strutturato per cogliere le migliori occasioni che si presentano sul mercato sia per l’acquisto dei grezzi che per la vendita dei prodotti finiti. Quali sono i problemi principali che state incontrando in questo momento di forti tensioni sui mercati e soprattutto geopolitiche? Saras ha basato il suo modello di business proprio sulla flessibilità, diversamente dalla maggioranza delle raffinerie che sono state concepite per lavorare specifici grezzi o per rifornire il mercato di specifici prodotti. Saras nacque come raffineria di servizi, dovette quindi imparare fin dagli inizi a lavorare i grezzi che i propri clienti avevano disponibili, in genere quelli meno ambiti, e produrre ciò che era da loro richiesto.

Questo ha permesso alle nostre persone di sviluppare competenze molto specifiche e poco comuni che fanno si che appena si presenta un nuovo grezzo in mercato siamo in grado di valutarlo in tempi brevissimi e siamo sempre tra i primi a sperimentarlo: i nostri tecnici sono in grado di fare nell’arco di una settimana ciò che la maggior parte degli altri fa in mesi. Questo negli anni ci ha permesso di cogliere molte opportunità; tuttavia, in questi ultimi anni con la significativa riduzione degli investimenti nell’esplorazione, sono parimenti venuti a mancare nuovi grezzi da sfruttare. Al tempo stesso, la collocazione geografica nel centro del Mediterraneo ci permette di rifornirci ovunque nel mondo ed esportare i nostri prodotti senza limitazioni. Ciò è un grande van-

taggio visto come i consumi sono variati geograficamente. Nell’ultimo decennio abbiamo visto emergere prepotentemente la variabile politica negli approvvigionamenti petroliferi: pensiamo a quanto successo in Libia, in Iran, in Venezuela, in Iraq e oggi in Russia. La Libia era un nostro fornitore storico, che solo nell’ultimo anno ha ripreso le esportazioni più o meno regolarmente ma a livelli assai inferiori al passato, così come lo era l’Iran che è ancora sotto embargo. Il bacino del Mediterraneo è stata l’area geografica maggiormente colpita e maggiormente penalizzata da questi eventi, anche se il mercato petrolifero è davvero globale e gli effetti si propagano a catena. Nella seconda parte dell’anno scorso il mercato petrolifero ha cominciato ad uscire in modo robusto dalla crisi pandemica, però la crisi del gas e l’aumento contemporaneo delle quote CO2 hanno fatto impennare i costi dell’elettricità con gravi ripercussioni sui consumatori e sulle aziende energivore.

La collocazione geografica nel centro del Mediterraneo ci permette di rifornirci ovunque nel mondo ed esportare i nostri prodotti senza limitazioni. Ciò è un grande vantaggio visto come i consumi sono variati geograficamente

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Nel 2021 il costo della CO2 è incrementato dalla media di 52,7 euro/tonnellata a giugno, fino alla media di 79,7 a dicembre (+51%); inoltre, la quotazione del gas nel mercato del giorno prima (MGP) italiano, è passata da 28 euro/MWh medi a giugno, ad oltre 113 a dicembre – un rialzo di oltre il 400%. A fronte di tali variazioni, il Prezzo Unico Nazionale (PUN) dell’elettricità è salito di oltre il 330%, dalla media di 84,8 euro/MWh a giugno, fino ai 281,2 di dicembre. Nello stesso periodo, però, il grezzo di riferimento Brent quotava 73,4 dollari/barile in media a giugno e 74,5 a dicembre – quindi sostanzialmente invariato - mentre il diesel per autotrazione nello stesso periodo ha fatto segnare un più 7%. Oggi i costi di produzione sono aumentati significativamente così come è diventato assai complesso, e molto costoso, rifornirsi di grezzo. Si tende a pensare che prezzi alti del petrolio siano un vantaggio per una raffineria. È veramente così? Come ci si protegge dalla volatilità dei mercati? Questa è una leggenda metropolitana, anche i miei conoscenti però mi dicono sempre: il grezzo è salito sarete contenti. Nulla di più sbagliato. La marginalità di una raffineria dipende, in primo luogo, dalla differenza di valore tra i prodotti che produce ed il petrolio grezzo che acquista, però non tutto il grezzo viene convertito, una parte non trascurabile, circa il 6-7% sono consumi; quindi, all’aumentare del prezzo della materia prima aumentano i costi. Il valore dei prodotti dovrebbe aumentare più del grezzo per compensare questo effetto e spesso non accade perché il mercato del grezzo è più reattivo ai fenomeni geopolitici di quanto non lo sia il prezzo dei prodotti. In secondo luogo, specie in quest’ultimo anno abbiamo assistito ad un aumento senza precedenti degli altri costi: gas, elettricità e CO2. Per decenni questi costi sono stati abbastanza stabili e quindi assimilabili a dei costi fissi, oggi hanno un impatto determinante e spesso non recuperabile

dal prezzo di vendita. A questo si aggiunge poi l’impatto fortissimo derivante dal costo del capitale e delle enormi linee di credito necessarie per mantenere il magazzino. La volatilità poi, che è sempre stata elevata nel mercato petrolifero e che i nostri trader sono abituati e ben attrezzati ad affrontare, lo scorso mese ha raggiunto livelli mai visti per la speculazione sui mercati internazionali. Basti pensare che il contratto future del gasolio di marzo (ICE Brent March 22) nel giorno della sua scadenza (10/3/22) ha superato i 1.522 dollari/ tonnellata, mentre il successivo contratto di aprile nella stessa data ha chiuso a poco più di 1.000. Ciò vuol dire che si è toccata una backwardation (prezzo a pronti superiore a quello a termine) mai vista prima, che ha creato grande tensione. I programmi di copertura prevedono la vendita di futures che quando si avvicinano alla loro scadenza vanno “rollati”, cioè vanno chiusi ricomprando i futures di quel mese, vendendo contemporaneamente quelli del mese successivo. Quando il mercato ha un livello di backwardation più o meno normale, cioè qualche dollaro, il costo è gestibile. Quando, invece, raggiunge i livelli odierni il costo diventa enorme. Infatti, sono comparse molte notizie sulla stampa di grandi società di trading che hanno dovuto fare ricorso a

linee di credito straordinarie. Cosa ci può insegnare questa crisi e quale futuro vede per questo settore? Credo ci debba insegnare che l’energia è un bisogno primario per tutti noi, che nella piramide di Maslow sta alla base dei bisogni della sicurezza: energia a costi accessibili vuol dire libertà.

Una raffineria in Turchia equivalente ad una raffineria europea, per esempio, pagherebbe l’elettricità ed il gas assai meno, non avrebbe da pagare decine di milioni in CO2 ma venderebbe gasolio e benzina più o meno agli stessi prezzi. Lo svantaggio competitivo che abbiamo, completamente autoindotto, è evidente La necessità di soddisfare questo bisogno primario deve essere, allo stesso tempo, coniugato con le esigenze climatiche che richiedono una progressiva riduzione nell’uso dei combustibili fossili. È necessaria una politica dell’energia che preveda programmi certi ed eviti di penalizzare, o peggio criminalizzare, interi settori come il nostro. Le stringenti normative ambientali e di sicurezza cui sono sottoposte le raffinerie in Europa non hanno uguali in nessun’altra parte del mondo. Altrettanto vale per i costi di gas, elettricità e CO2, questo si traduce in una forte asimmetria. Una raffineria in Turchia equivalente ad una raffineria europea, per esempio, pagherebbe l’elettricità ed il gas assai meno, non avrebbe da pagare decine di milioni in CO2 ma venderebbe gasolio e benzina più o meno agli stessi prezzi. Lo svantaggio competitivo che abbiamo, completamente autoindotto, è evidente. Quelle industrie che riescono a ribaltare sui loro prodotti il maggior costo sono poco influenzate (saremo noi consumatori a sostenere quel maggior costo), quelle che invece non possono farlo alla lunga si trovano in una posizione insostenibile, come sta succedendo a molti settori. Dobbiamo perseguire con determinazione nel percorso di transizione energetica in modo razionale e finanziariamente sostenibile, promuovendo soprattutto le fonti rinnovabili evitando però di illuderci sul beneficio salvifico di tecnologie ancora non mature. Vedo molte somiglianze con quanto successo nel 1973 dopo la grande crisi energetica.

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LE INTERVISTE

Paolo Scudieri Presidente Anfia

UNA CRISI CHE CI DEVE RIPORTARE CON I PIEDI PER TERRA intervista a Paolo Scudieri di Marco D'Aloisi

Nell’arco di poche settimane è praticamente cambiato tutto. Gli equilibri geopolitici sono saltati e i prezzi dell’energia sono impazziti. Quali sono le difficoltà maggiori che state affrontando? Con lo scoppio del conflitto Russia-Ucraina – in un momento in cui l’automotive già stava vivendo un periodo di grave shortage e rincari delle materie prime, oltre alla crisi logistica e al caro-energia – abbiamo assistito nuovamente a delle interruzioni nella catena di fornitura che hanno determinato rallentamenti e blocchi nelle filiere produttive. Numerosi costruttori sono stati costretti, fin dai giorni successivi, a chiudere i propri impianti nella regione interessata dal conflitto e poi, ad aggravare la situazione, i componenti fondamentali per le catene di montaggio provenienti dal territorio ucraino hanno iniziato a scarseggiare. Uno dei problemi maggiori è la caren-

Bene la misura del credito d’imposta per sostenere l’acquisto di GNL, ma occorre valutare l’impiego di ulteriori fondi, per evitare che le risorse si esauriscano a breve. Poniamo, inoltre, l’attenzione sul possibile stop nella produzione di Adblue, che comprometterebbe l'utilizzo di oltre 5 milioni di veicoli in circolazione

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za di cablaggi provenienti dall’Ucraina - una vettura mediamente ha bisogno di circa 5 km di cavi – dove sono concentrate una decina di multinazionali specializzate in questo tipo di produzione, che approvvigionano soprattutto i costruttori tedeschi, al momento ferme o in attività a ritmi ridotti. A cascata, si è verificato un rallentamento nelle forniture e la chiusura degli stabilimenti in Germania, Porsche e Volkswagen in primis. E c’è stato un impatto anche sulla componentistica italiana, visto che molti player del nostro Paese lavorano con produttori tedeschi (la Germania è il primo Paese di destinazione dell’export della nostra componentistica, per un valore di oltre 4 miliardi di euro l’anno). Prima del conflitto era opinione diffusa tra gli esperti e le associazioni automotive che la crisi dei semiconduttori e, in generale, della produzione si sarebbe calmierata nella seconda parte dell’anno. Adesso, inevitabilmente, con il conflitto, i tempi si dilateranno. Sono previsti cali di fatturato nell’ordine del 15%-20% per le aziende automotive che hanno una parte significativa del business proveniente dalla Russia. Come giudica l’operato del Governo sinora? Il Governo italiano, proprio in considerazione dello stato dell’arte, ha messo in piedi una task force del Ministero dello Sviluppo economico per la gestione delle problematiche industriali derivanti dal conflitto, così da supportare le aziende in questa difficile fase

del mercato. Come ANFIA abbiamo apprezzato anche i primi interventi messi in campo con il “DL Energia” per le misure congiunturali e strutturali. Riteniamo opportuna un’accelerazione delle tempistiche di attuazione e la semplificazione nella modalità di accesso alle misure. Bene la misura del credito d’imposta per sostenere l’acquisto di GNL, ma occorre valutare l’impiego di ulteriori fondi, per evitare che le risorse si esauriscano a breve. Poniamo, inoltre, l’attenzione sul possibile stop nella produzione di Adblue, che comprometterebbe l'utilizzo di oltre 5 milioni di veicoli in circolazione. Infine, accogliamo con favore anche gli interventi del “Decreto Taglia prezzi”, focalizzato sulle misure di contenimento dei prezzi dell’energia e dei carburanti e sul sostegno alle imprese più penalizzate. La Russia è uno dei principali esportatori di materie prime essenziali per l’industria automotive, come ad esempio alluminio, palladio, cobalto e nichel. Siamo in grado di sostituirle con altri fornitori, e con che costi, o siamo troppo dipendenti? Materie prime di vario tipo vengono estratte in Russia e Ucraina, ad esempio il gas neon, componente fondamentale per l’assemblaggio dei microchip, e il nichel, che per il 10% proviene dai territori interessati dalla guerra e che serve per la produzione delle batterie dei veicoli elettrici. Oppure, ancora, il palladio e il platino, due materiali essenziali per produrre le marmitte catalitiche, e il nero carbone,


necessario nel processo di costruzione degli pneumatici. Ora le forniture scarseggiano o si interrompono e a questo si aggiunge un fenomeno inflattivo per quanto si riesce ad importare dalla Russia. Anche metalli come il litio, il cobalto e il rame sono fondamentali nella produzione delle batterie. I player europei stanno cercando di trovare altre soluzioni a questi problemi di approvvigionamento, ma per creare un’industria alternativa serve tempo, minimo mesi.

Come accaduto per la pandemia, anche il conflitto Russia-Ucraina, in quanto improvviso fattore destabilizzante per le dinamiche e gli equilibri delle filiere produttive internazionali, ci invita a riflettere sulla necessità di elaborare in anticipo strategie e piani che ci permettano di gestire simili situazioni di crisi

In questi ultimi anni l’Europa ha smesso colpevolmente di preoccuparsi di industria e sicurezza energetica. Si sono susseguite indicazioni sempre più vincolanti a mondi produttivi e cittadini sui comportamenti ritenuti adeguati e giusti solo in ottica ambientale. Scelta consapevole o necessità? La riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive e della mobilità fa parte delle azioni che dobbiamo

intraprendere sia per scongiurare i rischi del cambiamento climatico – abbattendo le emissioni di gas climalteranti – sia per migliorare la qualità dell’aria delle nostre città. Per stabilire un indirizzo normativo efficace per il raggiungimento di questi obiettivi, tuttavia, occorre considerare tutti gli attori in gioco e tutti gli aspetti della questione, seguendo un approccio olistico-sistemico, e, quindi, anche definire adeguate politiche industriali ed energetiche, impegnandosi a man-

tenere un tessuto industriale europeo competitivo a livello globale. La strategia delineata con il Fit for 55 è ancora valida o va ripensata? Come ANFIA già prima del conflitto avevamo avanzato una serie di osservazioni e proposte emendative al pacchetto “Fit for 55” - in linea con gli obiettivi complessivi di decarbonizzazione – per assicurare alla filiera produttiva automotive un percorso realisticamente realizzabile e una fondamentale attenuazione degli impatti sociali ed occupazionali: ripristino del principio di neutralità tecnologica al posto dell’esclusività attribuita alla tecnologia elettrica per il raggiungimento degli obiettivi; invarianza degli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 per auto e veicoli commerciali leggeri previsti al 2025; mantenimento della differenziazione dei target per le autovetture e i veicoli commerciali, in considerazione delle specificità tecniche e delle differenti missioni; vincolo dei futuri target di riduzione delle emissioni di CO2 per autovetture e veicoli commerciali leggeri al raggiungimento dei target in capo agli stati membri per lo sviluppo di una infrastruttura di ricarica diffusa e adeguata in relazione al numero di veicoli circolanti a basse emissioni; per le auto, proposta di un target al 2030 del -45% e della definizione dei target al 2035 ed al 2040 in occasione della revisione del 2028, così da poterne valutare la fattibilità in base allo stato di avanzamento della rete infrastrutturale e della risposta del mercato e del livello di penetrazione della quota rinnovabile nel mix energetico europeo; per i veicoli commerciali leggeri, proposta di un target del -40% al 2030, del -70% al 2035 e del -100% al 2040. Quale lezione possiamo trarre da quanto sta accadendo? La guerra sta obbligando i Paesi a ripensare molti aspetti delle proprie economie e a ripensare la globalizzazione – si torna a parlare di economia di prossimità e di reshoring – con un impatto sul modo di vivere e di produrre e sul modo in cui il tessuto economico si sviluppa. Come accaduto per la pandemia, anche il conflitto Russia-Ucraina, in quanto improvviso fattore destabilizzante per le dinamiche e gli equilibri delle filiere produttive internazionali, ci invita a riflettere sulla necessità di elaborare in anticipo strategie e piani che ci permettano di gestire simili situazioni di crisi – per esempio potendo contare su catene di fornitura alternative – lasciando quindi più spazio all’analisi e alla gestione dei rischi in ottica di business continuity.

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COVER STORY

Vittorio D’Ermo Professional Fellow WEC Italia

ALLE ORIGINI DEL “CARO ENERGIA” IN EUROPA E IN ITALIA di Vittorio D’Ermo

Nell’anno appena trascorso la ripresa delle attività produttive favorita dai successi nella lotta al COVID-19 ed il graduale ritorno alle abitudini, sospese per un lungo periodo di tempo, ha portato ad un sensibile aumento della domanda di energia a livello mondiale, che è stata soddisfatta in prima battuta dalle fonti fossili come

il petrolio ed il gas. Ciò in assenza di un balzo sostanziale delle fonti rinnovabili che hanno trovato ostacoli nel rallentamento delle attività economiche del 2020 ed impedimenti sul piano della localizzazione degli impianti, fenomeno particolarmente accentuato in Italia. Nel caso dell’Europa il rimbalzo della

INDICE DEL “CARO ENERGIA IN EUROPA”

richiesta di prodotti petroliferi è direttamente ricollegabile alla ripresa del trasporto di persone e merci su strada e via mare ed al recupero, per quanto parziale, del trasporto aereo dopo i vari lockdown. La ripresa della domanda si è ripercossa sui prezzi del greggio con aumenti che, soprattutto a partire dalla primavera 2021, si sono fatti sempre più consistenti, muovendosi comunque nella forchetta 60-80 dollari/barile. A spingere al rialzo le quotazioni del greggio hanno anche contribuito le preoccupazioni sulla capacità dell’offerta di soddisfare la domanda visto che negli ultimi anni l’ottimismo sulla rapida espansione delle rinnovabili ha portato a ridimensionare molti programmi di investimento delle compagnie petrolifere. Tutto ciò ha contribuito a rafforzare il ruolo dell’OPEC e delle sue decisioni che sono state molto attente a non provocare surplus e a mantenere il

A spingere al rialzo le quotazioni del greggio hanno anche contribuito le preoccupazioni sulla capacità dell’offerta di soddisfare la domanda visto che negli ultimi anni l’ottimismo sulla rapida espansione delle rinnovabili ha portato a ridimensionare molti programmi di investimento delle compagnie petrolifere Fonte: elaborazioni su dati stampa specializzata

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Sull’economia italiana tale effetto dirompente è stato ancora accentuato dal fatto che nel nostro paese i prezzi praticati agli utenti del mercato “tutelato” sono indicizzati, diversamente dal passato, proprio a quelli del mercato spot. Meglio è andata agli utenti del mercato “libero”

mercato mondiale in equilibrio con prezzi tali da assicurare un livello di entrate adeguate a recuperare il crollo del 2020. Il 2021 è stato anche un anno di svolta per il mercato del gas naturale che si è trovato di fronte ad un aumento di domanda di circa il 7 %, assolutamente imprevisto: le cause sono attribuibili ad una serie di fattori che vanno dalla accelerazione del processo di chiusura di centrali a carbone, in relazione alle politiche di decarbonizzazione dell’Unione europea, alla riduzione dell’apporto nucleare per problemi tecnici e chiusura di impianti, al ridotto apporto, rispetto alle previsioni, delle rinnovabili per motivi climatici (scarsa ventosità nel nord-Europa e scarsa idraulicità). Ciò rispetto ad un’offerta che a livello europeo è diminuita sensibilmente negli ultimi anni a causa del calo degli investimenti. Tutto ciò ha determinato un netto balzo delle importazioni, e quindi dei prezzi, che si sono mossi

con dinamiche diverse rispetto al passato, dando luogo ad un fenomeno del tutto nuovo: lo sganciamento del prezzo del gas da quello del petrolio che, con ogni probabilità, si estenderà anche al futuro. All’inizio del 2021 il prezzo del gas importato in Italia, comunque rappresentativo della situazione europea, era ancora inferiore a quello del petrolio nella misura di circa il 30%, ma già nel mese di giugno, con il progredire della domanda, sostenuta in particolare dal settore termoelettrico, tale percentuale era già scesa al 20 %. A partire dal mese di agosto la situazione ha subito un cambiamento epocale e il prezzo del gas ha superato quello del petrolio, normalmente più volatile perché più sensibile ad eventi geopolitici o a minacce riguardanti la continuità degli approvvigionamenti. Il mercato del gas in Europa, infatti, non è più dominato da contratti a lungo termine, ma dal mercato spot e quindi con prezzi determinati dallo stato della domanda e dell'offerta e, nella particolare situazione che si è venuta a creare nel corso dell’anno, con un fortissimo impatto sulle sue quotazioni all’HUB olandese TTF che fa da riferimento per tutta l’Europa. È proprio a partire da questo momento che il fenomeno del “caro energia” assume proporzioni sempre più allarmanti e ricadute drammatiche sui consumatori europei. Una condizione che non ha

precedenti nemmeno nelle grandi crisi energetiche prevalentemente incentrate sul petrolio. Sull’economia italiana tale effetto dirompente è stato ancora accentuato dal fatto che nel nostro paese i prezzi praticati agli utenti del mercato “tutelato” sono indicizzati, diversamente dal passato, proprio a quelli del mercato spot. Meglio è andata agli utenti del mercato “libero” che avevano sottoscritto contratti con formule ad esempio a prezzo fisso, che non sono stati colpiti da questo eccezionale rialzo. In ogni caso, il sistema Italia ha dovuto fare i conti con una emergenza piena di rischi per la continuità della ripresa. Nuova fiammata sul finire dell’anno, con quotazioni internazionali arrivate a superare i 114 euro MWh (equivalenti a 200 dollari/barile), proprio mentre i prezzi del petrolio facevano registrare un certo ribasso, peraltro in un contesto di netto peggioramento del quadro geopolitico per l’inasprimento dei rapporti tra Russia, Europa e Stati Uniti. In conclusione, il 2021 è stato un anno di crescenti preoccupazioni per i consumatori finali che hanno avvertito il peso degli aumenti dei prezzi dell’energia rispetto ai livelli eccezionalmente bassi del 2020 ma anche ai livelli del 2019. Ancora più evidente è stato l’impatto del “caro energia” in questa prima parte di 2022, atteso come l’anno del consolidamento della ripresa

QUOTAZIONI BRENT E WTI ($/BARILE)

Fonte: elaborazioni su dati stampa specializzata

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economica, sconvolto però da eventi del tutto inattesi. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, impegnata nella riconquista del ruolo di grande potenza mondiale, perso dopo la caduta del muro di Berlino, ha infatti aperto uno scenario del tutto nuovo nelle relazioni internazionali ed ha anche sconvolto i mercati energetici che hanno perso molti dei tradizionali punti di riferimento . Temi come diversificazione e indipendenza energetica passati in secondo piano negli ultimi anni a vantaggio quasi esclusivo dei problemi legati al cambiamento climatico, sono drammaticamente tornati d’attualità nella prospettiva di interruzioni delle importazioni di fonti di energia essenziali per l’economia europea, a partire dal gas naturale. L’Unione europea, gli Stati Uniti, ed anche una larga parte della Comunità internazionale rappresentata dalle Nazioni Unite, hanno dichiarato inaccettabile l’invasione armata di uno Stato sovrano imponendo dure sanzioni dirette a mettere in difficoltà l’economia e la finanza russa, sostenendo al contempo l’Ucraina sul piano militare. In questo contesto i prezzi del petrolio e del gas hanno subito nuovi drammatici aumenti. All’inizio di aprile, dopo oltre un mese di combattimenti, la situazione appare ancora più complessa anche dal punto di vista della individuazione di un nuovo assetto dell’area che sia accettabile per entrambe le parti. I tentativi di mediazione non sono ancora riusciti a trovare una base di partenza, almeno

per un cessate il fuoco. Il Brent, quotato sul mercato dei futuri, si è attestato poco sotto i 110 dollari/barile rispetto ad una media settimanale di 112,6, mentre la media di marzo si è attestata sui 111 dollari/barile, valore che ben sottolinea lo spessore della crisi in atto. L’indicatore del caroenergia in Europa, rappresentato dalla media settimanale dei prezzi del Brent e del gas scambiato all’HUB olandese TTF, espressi in dollari per barile, è

Un ruolo determinante è anche affidato alle politiche energetiche che fino a poco tempo fa sono state dominate da un troppo facile ottimismo sulla capacità di trasformazione dei sistemi che, invece, richiede tempo e può avvenire solo senza preconcetti

rimasto nell’ultima settimana di marzo intorno ai 149 dollari/barile, livello con un elevatissimo potere inflazionistico e di assoluto allarme per il suo impatto sui costi di produzione delle imprese e sull’inflazione. I mercati, e non solo quelli energetici, rimangono quindi molto volatili in quanto percepiscono l’entità del cambiamento che si sta delineando ed anche perché il prolungarsi della crisi sta compromettendo il normale funzionamento degli scambi. Uno dei temi più delicati è quello di un arresto delle esportazioni russe

di petrolio e prodotti a causa di un embargo dichiarato dei paesi europei o, ipotesi meno probabile, dalla Russia. Anche se a livello globale un taglio dell’export produttivo della Russia potrebbe essere in qualche modo compensato da altri paesi, a partire dall’Arabia Saudita, dove però non mancano segnali di tensione, l’impatto sarebbe comunque molto pesante anche dal punto di vista logistico. L’Europa, ad esempio, importa dalla Russia circa il 28 % del suo fabbisogno di petrolio greggio e circa il 40% di prodotti, certamente non sostituibili dall’oggi al domani. I mercati scontano anche queste preoccupazioni con quotazioni su livelli eccezionalmente elevati, ma anche con delle anomalie come quelle del greggio russo Ural svenduto al 30% di sconto a nuovi clienti come l’India. In questo momento non è facile fare previsioni sulla conclusione del conflitto e sui tempi necessari per un ritorno alla normalità: è comunque molto probabile che i prezzi dell’energia rimarranno ancora a lungo su livelli elevati prima che i mercati trovino un nuovo punto di equilibrio. Un ruolo determinante è anche affidato alle politiche energetiche che fino a poco tempo fa sono state dominate da un troppo facile ottimismo sulla capacità di trasformazione dei sistemi che, invece, richiede tempo e può avvenire solo senza preconcetti, utilizzando in modo efficiente tutte le risorse comprese le fonti fossili. Solo in questo modo sarà possibile evitare che il fenomeno dei rialzi incontrollati diventi la regola e non l’eccezione.

QUOTAZIONI PRODOTTI RAFFINATI ($/TONNELLATA) 1600

Benzina Cif Med

Gasolio Cif Med

Olio Combustibile Btz

Olio Combustibile Atz

1200

800

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Fonte: elaborazioni su dati stampa specializzata

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Francesco Sassi Ricercatore in geopolitica dell’energia e mercati energetici RIE – Ricerche industriali ed energetiche

CLIMA, ECONOMIA E SICUREZZA ENERGETICA NELL’ERA DELL’ANTROPOCENE di Francesco Sassi

Va però detto che, per quanto audaci, i piani europei otterranno auspicabilmente risultati in tempi medi. Infatti, la vulgata che vorrebbe risolvere il nodo della nostra interdipendenza dalla Russia in breve periodo appare più come un’illusione politico-prospettica. La stessa è però utile a imbastire e legittimare la necessaria contemplazione e sobrietà delle misure da mettere oggi in campo Nella prefazione del lavoro di Klaus Korr, “Power and Wealth” del 1973, l’economista internazionale Benjamin Cohen constatava come l’inconciliabilità degli interessi degli economisti, dediti allo studio e comprensione delle dinamiche macroeconomiche globali, e politologi, interessati al persistere e mutare delle dinamiche di politica internazionale, stesse creando un abisso sempre più grande nel racconto dell’era moderna. Un’epoca costituita da crescenti interdipendenze. Di fronte all’ingrandirsi anno dopo anno del divario narrativo, la prospettiva descritta da Cohen era quella di un vano e inconclusivo “dialogo fra sordi”. Eppure, a fronte di Stati sempre più chiamati a intervenire negli affari economici, l’unico quadro analitico possibile diventava quello capace di combinare e integrare entrambi i fattori; ovvero lo sviluppo di una efficace “politica economica delle relazioni internazionali.” Profetico sotto più punti di vista, tutto ciò veniva scritto pochi mesi prima

dello shock petrolifero del 1973 e delle disfunzioni economiche e monetarie che ne conseguirono. L’impatto di questi eventi incise sulla vita di gran parte della popolazione terreste per molti anni a venire, facendo da apripista all’epoca del commercio senza barriere e liberalizzazione dei mercati che permea la nostra era. Lo stesso, diede vita o nuova linfa ad alcune delle istituzioni di governance internazionale che oggi conosciamo, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE). In Europa, l’ambizione della transizione verso fonti energetiche a basso impatto carbonico ha costituito l’architrave di una politica internazionale devota all’interdipendenza di modelli economici quanto mai differenti tra loro. Si pensi al dialogo fra Europa e Cina sull’argomento, nelle ore in cui Bruxelles vorrebbe una reazione proattiva di Pechino verso Mosca per la costituzione di un cessate il fuoco e la creazione di corridori umanitari. Di fronte alla frustrazione della Commissione e la richiesta minima di non interferire con le sanzioni Occidentali contro la Russia, applicate dopo l’invasione dell’Ucraina, oggi la transizione energetica europea assume tutto un altro significato. Pannelli solari, pompe di calore, turbine eoliche e risparmio energetico sono infatti i dispositivi di sicurezza attivati dalla UE per limitare le ingerenze di Mosca nella Comunità europea. L’affrancamento dagli idrocarburi russi è oggi interpretato dalle principali cancellerie come la soluzione più convincente per acquisire nuovo spazio

strategico nei confronti della Russia e supportare al tempo stesso l’Ucraina nel suo sforzo bellico, riducendo le capacità di spesa militare del Cremlino. Va però detto che, per quanto audaci, i piani europei otterranno auspicabilmente risultati in tempi medi. Infatti, la vulgata che vorrebbe risolvere il nodo della nostra interdipendenza dalla Russia in breve periodo appare più come un’illusione politico-prospettica. La stessa è però utile a imbastire e legittimare la necessaria contemplazione e sobrietà delle misure da mettere oggi in campo. Il tempo, però non è dalla nostra parte.

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Attorno ad un’Europa alle prese con una crisi migratoria senza precedenti, scontri crescenti fra Commissione e Stati membri per l’implementazione dei vari Recovery Plan e rischi di stagflazione sempre più incombenti, le grandi potenze si stanno già strategicamente posizionando per controllare e governare il processo di transizione secondo i propri interessi. Dall’altra parte, ancor prima della guerra, il trend di riduzione dei costi per fonti rinnovabili che persisteva da più di un decennio si è interrotto, impattando sulla redditività di questi stessi progetti e potenzialmente ritardandone la messa a terra. Wood Mackenzie prevede che senza un intervento rapido del Congresso, gli Stati Uniti raggiungeranno meno del 40% dei target in termini di decarbonizzazione prefissati al 2035. In Europa, dove gli obiettivi sono ancora più ambiziosi, gli effetti di scala di un fallimento politico, economico e sociale del programma Fit-for-55 sarebbero ancora maggiori. A questo si aggiunge la critica assenza sul territorio comunitario di molte delle materie prime necessarie alla stessa transizione. La loro importazione avviene infatti proprio da paesi come la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese. Che la strada per la transizione sia in salita ce lo dice la stessa Banca Centrale Europea. Davanti a noi si prospettano infatti tre possibili shock legati alla nuova epoca di inflazione energetica in cui siamo entrati. Il primo, climateinflation, è legato ai costi direttamente collegabili ai danni causati dal

Dall’altra parte, l’AIE ha subito un duro colpo di credibilità come attore di regolazione e controllo della sicurezza energetica internazionale. L’estromissione da parte dei paesi dell’alleanza OPEC Plus, dalle fonti attendibili nella previsione delle dinamiche petrolifere. Una scelta che mina alle fondamenta qualsiasi risoluzione degli squilibri energetici globali cambiamento climatico. Il secondo, fossilinflation, si riferisce ai rincari inflazionatori nella zona UE dovuti, nel 2022, per il 50% proprio ai costi energetici. Il terzo, greeninflation, pone infine il problema della scarsità delle materie prime critiche per la transizione e la realizzazione delle stesse fonti a basso impatto carbonico. Una maggiore domanda porterà inevitabilmente ad un loro crescente costo, con effetti sul processo di transizione. Non è dunque un caso che entrambe le istituzioni perno dell’Occidente uscito dalle crisi degli anni ’70 siano oggi in forte difficoltà. Da una parte, l’FMI sta diventando lo spettro di sé stesso, bloccato sulle sue posizioni per via delle tensioni geopolitiche all’interno dello stesso G20. Incapace di porre un freno alla destabilizzazione economica di diversi paesi al persistere di stagflazione o recessione, ulteriori crisi politiche inciderebbero negativamente su di un quadro internazionale già gravemente compromesso. Dall’altra parte, l’AIE ha subito un duro colpo di

credibilità come attore di regolazione e controllo della sicurezza energetica internazionale. L’estromissione da parte dei paesi dell’alleanza OPEC Plus, di cui Russia e Arabia Saudita sono i principali artefici, dalle fonti attendibili nella previsione delle dinamiche petrolifere ha fatto seguito al diniego, da parte della stessa Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, di incrementare ulteriormente la propria capacità produttiva. Una scelta che mina alle fondamenta qualsiasi risoluzione degli squilibri energetici globali. All’inizio degli anni ‘70 il cosiddetto “Nixon shock” e quello petrolifero trasformarono l’Occidente e favorirono il processo di globalizzazione a partire dal decennio successivo. Oggi, il combinato disposto fra la crisi energetica europea, e le sue ripercussioni globali, il conflitto tra Ucraina e Russia e la lotta ai cambiamenti climatici ci pone davanti a dilemmi ancor più pressanti e pervasivi. Affrontarli richiede il rinnovamento delle prospettive analitiche di chi tratta questioni internazionali. La visione tecnicista, positivista e razionalista della transizione energetica come il risultato ultimo di una graduale e infine esplosiva introduzione delle energie rinnovabili attraverso strumenti di mercato ha sino a ieri prevalso. Nell’epoca attuale, l’intervento politico e la sintesi fra esigenze di economia domestica, sicurezza internazionale e cambiamento climatico impone un nuovo paradigma di pensiero. È arrivato il tempo di un’imprescindibile politica economica delle relazioni internazionali dell’Antropocene.

L'IMPATTO DEGLI INCREMENTI DI MATERIE PRIME E PRODOTTI ENERGETICI SUL SETTORE SOLARE ED EOLICO Variazione dei costi di investimento totali per fotovoltaico rispetto al 2019

Variazione dei costi di investimento totale per l'eolico onshore rispetto al 2019

Fonte: AIE

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Simona Benedettini Economic and Energy Consultant

LE POLITICHE ENERGETICHE EUROPEE NON SUPERANO LA PROVA DEI FATTI di Simona Benedettini

In questi ultimi anni la Commissione europea ha adottato soluzioni sostanzialmente autoreferenziali in materia di politica energetica, con effetti che oggi stiamo pagando sulla nostra pelle. La crisi attuale, energetica e geopolitica, potrebbe perciò rappresentare l’occasione per correggere il tiro ed evitare che il processo di transizione energetica fallisca ancora prima di iniziare. L’impennata dei prezzi del gas naturale osservata dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina non è un evento nuovo. Nel corso del 2021, infatti, sul mercato di riferimento per lo scambio di gas naturale in Europa, il TTF, i prezzi spot sono più che triplicati: dai circa €15-20/MWh del primo semestre agli oltre €60/MWh di dicembre, con punte di €140/MWh poco prima di Natale. Analoghe evidenze emergono per i prezzi dell’energia elettrica: il valore medio mensile del PUN è passato

da €84,20/MWh a giugno a €281,24/ MWh a dicembre. Le ragioni dell’aumento di dicembre sono molteplici e, tra queste, la crescita dell’incidenza delle fonti rinnovabili non programmabili nei consumi finali lordi di energia e di cui l’elettricità rappresenta circa il 23%. Nel 2010 la quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili non programmabili, come sole e vento, era pari al 5% per i Paesi dell’UE27. Nel 2020 è salita al 17%. A fine 2021, infatti, sul mercato del

gas naturale si è assistito a uno squilibrio tra domanda e offerta. Da una parte, la crescita dei consumi dovuta alla ripresa economica post COVID-19 e a temperature più rigide. Dall’altra, un inadeguato livello degli stoccaggi unito a ridotti investimenti nella ricerca di nuovi giacimenti a causa dei bassi prezzi del gas degli scorsi anni e alla scelta di molti Stati della UE, tra cui l’Italia, di bloccare l’esplorazione di idrocarburi. Le tensioni sui prezzi del gas naturale, unitamente all’aumento

Da una parte, la crescita dei consumi dovuta alla ripresa economica post COVID-19 e a temperature più rigide. Dall’altra, un inadeguato livello degli stoccaggi unito a ridotti investimenti nella ricerca di nuovi giacimenti a causa dei bassi prezzi del gas degli scorsi anni e alla scelta di molti Stati della UE, tra cui l’Italia, di bloccare l’esplorazione di idrocarburi

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dei prezzi della CO2, si sono scaricate sul mercato elettrico dove la ripresa della domanda e le condizioni meteo sfavorevoli alla produzione rinnovabile hanno fatto sì che fossero le centrali a gas a soddisfare prevalentemente i consumi elettrici. Sino a che i costi per lo sviluppo di sistemi di accumulo dell’energia elettrica non diminuiranno a valori tali da renderne possibile la diffusione su larga scala, e data la struttura del mix di generazione elettrica di molti Paesi europei, le centrali a gas continueranno a coprire larga parte dei consumi non soddisfatti dalle fonti rinnovabili. La risposta della Commissione all’evidente essenzialità delle centrali a gas nel supportare la transizione energetica è stata quella di impedire, di fatto, di realizzarne di nuove. La Tassonomia sulle attività sostenibili, il regolamento europeo che identifica gli investimenti green, qualifica come sostenibili gli impianti a gas solo se rispettano limiti emissivi di CO2e/kWh che neanche le più innovative centrali sarebbero in grado di soddisfare a meno di non adottare sistemi di cattura e stoccaggio della CO2. In virtù di tali criteri, gli oneri finanziari per la costruzione di nuovi centrali a gas potrebbe aumentare con l’effetto o di scaricarsi sui prezzi dell’elettricità o di scoraggiare nuovi investimenti, aumentando così i costi per l’integrazione delle fonti rinnovabili per effetto di maggiori disservizi o del ricorso a tecnologie più costose per garantire la sicurezza del sistema. A complicare il quadro, il pacchetto Fit for 55 con le proposte della Commissione per raggiungere il target del 55% di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030. Obiettivo necessario per conseguire il traguardo di emissioni nette zero al 2050 fissato dal Green Deal europeo. Il pacchetto, tra le altre misure, rivede il target sull’incidenza delle rinnovabili sui consumi finali lordi di energia al 2030 portandolo dall’attuale 32% al 40%. Un cambiamento che porterà a una ulteriore accelerazione nell’incidenza delle rinnovabili non programmabili nel mix di generazione elettrica con gli effetti già osservati in termini di volatilità e livelli dei prezzi elettrici. Effetti, inoltre, di cui la Commissione è a conoscenza. La valutazione d’impatto elaborata in accompagnamento al Green Deal osserva, infatti, che la spesa energetica al 2030 dei consumatori domestici potrebbe aumentare, per effetto di queste politiche, tra il 23% e il 28% rispetto al livello del 2015. In particolare, gli aumenti nei prezzi di elettricità e combustibili impatterà maggiormente sui consumatori meno

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abbienti. Questi ultimi, sempre secondo l’Impact Assessment, non avranno poi le risorse necessarie per adottare soluzioni di efficientamento energetico per contenere l’aumento dei prezzi energetici a meno che non vengano adottate politiche o incentivi specifici. Queste valutazioni peraltro sono ottimistiche poiché effettuate prima della crisi ucraina e dei cambiamenti che questa apporterà nel quadro macroeconomico e in quello energetico. Rispetto alle dinamiche già in atto, nel 2021 sui mercati di gas ed elettricità, la crisi ucraina si è accompagnata a prezzi del petrolio più volatili, riflessi poi nei prezzi dei carburanti, e a un aumento della produzione elettrica da carbone. Fenomeno, quest’ultimo, a sua volta già noto. In un recente rapporto, l’Agenzia internazionale per l’energia osserva che nel 2021 le emissioni di CO2 sono aumentate del 6% rispetto al 2020 e che il 40% di tale aumento è ascrivibile all’impiego del carbone, in particolare per la generazione elettrica di cui ha coperto il 36% a livello globale. Solo questo avrebbe dovuto portare la Commissione a riflettere circa il realismo dei propri scenari di decarbonizzazione e sulla necessità di ripensare l’approccio sin qui seguito. Non solo tale riflessione non c’è stata, ma la risposta della Commissione è stata quella di spingere per l’adozione del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) e di estendere il meccanismo ETS (Emissions Trading

Scheme) al settore del trasporto. Il primo, è un sistema di tassazione alle importazioni ad alta intensità di carbonio per cemento, alluminio, fertilizzanti, produzione elettrica, ferro e acciaio. Il secondo, è il meccanismo per la determinazione del prezzo della CO2 attraverso lo scambio di permessi operante in Europa dal 2015. Il CBAM di fatto ridurrà il perimetro di azione dei soggetti privati per fronteggiare prezzi energetici sempre più volatili. L’estensione dell’ETS al settore dei trasporti renderà di fatto più costosi i prezzi dei carburanti. Nel momento in cui le fonti fossili diventano sempre più imprescindibili nel supportare il processo di transizione energetica, mitigandone in primo luogo i costi, la Commissione europea continua tuttavia ad alzare l’asticella. Costi quel che costi.

La valutazione d’impatto elaborata in accompagnamento al Green Deal osserva, infatti, che la spesa energetica al 2030 dei consumatori domestici potrebbe aumentare, per effetto di queste politiche, tra il 23% e il 28% rispetto al livello del 2015. In particolare, gli aumenti nei prezzi di elettricità e combustibili impatterà maggiormente sui consumatori meno abbienti


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Enrico Morando Economista, già viceministro dell'Economia

LA RICERCA DI COLPEVOLI NON RISOLVE IL PROBLEMA DEL “CARO ENERGIA” di Enrico Morando

In questi giorni di guerra mi è tornato alla mente uno slogan molto usato dal movimento pacifista nel 2003, ai tempi della guerra dell’Iraq: “no blood for oil“. Uno slogan senza senso, quasi quanto la guerra cui veniva applicato: all’esito del conflitto, furono soprattutto compagnie francesi e cinesi -quelle di due Paesi che si erano opposti alla guerra - ad acquistare il petrolio iracheno, mentre gli USA consolidavano il loro ruolo di paesi esportatori: la scelta di invadere l’Iraq fu un gravissimo errore, ma non fu dettata dall’obiettivo di “impadronirsi“ del petrolio iracheno. Perché allora l’opinione pubblica, in Occidente, si convinse così facilmente del contrario? Perché era una risposta semplice, fondata su elementi di fatto indiscutibili, combinati in un rapporto di causalità plausibile - in Iraq c’è il petrolio, gli USA lo vogliono, gli USA fanno la guerra all’Iraq per prenderselo - e capace di identificare con immediatezza causa e colpevole dell’evento avverso. Quest’ultimo è il passaggio cruciale del processo: di fronte ad un evento che consideriamo negativamente, tendiamo a precipitare rapidamente dall’analisi delle cause - spesso plurime e di difficile rimozione, anche quando correttamente identificate all’individuazione di un colpevole, sulla base di un processo sommario. Così, si parva licet…, quando vediamo il prezzo del gasolio con cui alimentiamo la nostra automobile salire in pochi mesi oltre i due euro al litro,

tendiamo a farla semplice: sarà anche vero che l’inflazione si sta risvegliandosi dopo una lunga fase nella quale abbiamo pensato di doverci guardare dal pericolo opposto (la deflazione); sì, ci sarà - anche prima dell’invasione dell’Ucraina - l’effetto dell’instabilità e dell’incertezza connesse al riproporsi della guerra fredda, con nuovi e vecchi protagonisti, che diventa presto guerra commerciale calda; ma la parte del leone - nel determinare la vertiginosa ascesa del prezzo di benzina, gasolio, gas e connessi - la “deve“ aver fatta certamente la speculazione. Quindi, cerchiamo gli speculatori, mettiamoli nelle condizioni di non nuocere, e il prezzo tornerà basso come prima. Se abbiamo un benzinaio di fiducia, nostro amico da sempre, lo lasciamo fuori dalla categoria degli speculatori. Ma, sopra il benzinaio, non si fanno sconti: tutti potenziali colpevoli. Naturalmente, è vero che quando il prezzo sale così repentinamente, ci sono soggetti che realizzano guadagni importanti, inattesi e in molti casi non

Di fronte ad un evento che consideriamo negativamente, tendiamo a precipitare rapidamente dall’analisi delle cause - spesso plurime e di difficile rimozione, anche quando correttamente identificate all’individuazione di un colpevole, sulla base di un processo sommario

dovuti a specifiche capacità imprenditoriali. Il primo, tra questi soggetti, è lo Stato: dato il peso del fisco tra i fattori determinanti del prezzo - e date le caratteristiche del prelievo, cioè l’aliquota IVA che agisce sulla somma tra accisa e prezzo industriale - il gettito sale man mano che quest’ultimo aumenta, ed innalza automaticamente le entrate del bilancio pubblico (il sogno di tutti i governi: non ci si prende la responsabilità di alzare le tasse, ma le entrate aumentano da sole). Di qui a ritenere che lo Stato sia uno degli “speculatori“ all’origine dell’aumento di prezzo, il passo è breve. Ma è un passo falso, almeno nel senso che non ci conduce alle cause dell’aumento di prezzo, ma ad uno dei suoi effetti. Tant’è che lo Stato può intervenire per far cessare il suo concorso, come è stato fatto in Italia con la riduzione delle accise e il richiamo in vigore di una norma del 2007. Il prezzo alla pompa è calato, per la soddisfazione di tutti noi automobilisti. Si tratta però di un intervento insostenibile nel medio periodo, che si mette in aperto contrasto con i dettami fondamentali di una politica fiscale che si proponga di ridurre l’impronta carbonica della nostra economia e della società nel suo complesso: dopo tante parole sulla necessità di ridurre le agevolazioni fiscali nocive all’ambiente, la decisione di tagliare il prelievo sulla benzina e il gasolio da autotrazione, per quanto necessaria, si muove in direzione opposta. Questo intervento di emergenza è stato giustamente sollecitato da molti e

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Ogni ulteriore ritardo nel dotare l’Unione di una politica fiscale unitaria, coerente con la politica monetaria della BCE (che non potrà mantenere a lungo il suo carattere ultra espansivo), potrebbe impedire alle nostre economie di atterrare con gradualità nel nuovo contesto di inflazione elevata

apprezzato da tutti. È un vero peccato che sia le sollecitazioni ad agire, sia il sostegno all’azione siano stati molto più flebili, o non ci siano stati affatto, quando i governi avrebbero dovuto (e potuto) fare di più e meglio non per mitigare gli effetti economici e sociali negativi, ma per rimuovere le cause del cattivo funzionamento dei mercati (e, dunque, dell’aumento dei prezzi). Un esempio basterà: fare a meno del gas russo - e intanto ridurne drasticamente l’importazione - è assai più difficile che fare altrettanto per il petrolio, ma non è impossibile: ci vogliono gasdotti che non vengano dalla Russia. Per costruirli o rafforzarne le capacità ci vuole tempo, ma se si comincia subito… E poi ci vogliono i rigassificatori. In Italia ne abbiamo costruiti pochissimi. Ma la Spagna ne ha costruiti molti. Potremmo usare i loro per farvi attrac-

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care le navi piene di gas liquefatto, e portare il gas in Italia tramite tubi. Tubi che ci sono, in Spagna, in Francia, in Italia… Mancano però le connessioni transfrontaliere: i Governi di ogni nazione hanno pensato che avrebbero potuto danneggiare il rispettivo “campione nazionale“, portando il gas di altri a fargli concorrenza in casa. Non si tratta di “scienza del poi": sull’urgenza di costruire una rete europea del gas si è combattuta negli anni scorsi una battaglia analoga (e contemporanea) a quella che in Italia ha portato solo nel 2012, col Governo Monti, alla separazione proprietaria della rete del gas dal “campione nazionale”. La Germania di Schroeder prima e della Merkel poi porta certamente la responsabilità maggiore di questo tragico ritardo. Ma i governi di Spagna, Francia e Italia sono stati ben felici di alimentare le rendite (e i relativi dividendi, che affluivano in quota parte nel bilancio pubblico) del loro campione nazionale. Anche così si arriva a dei “colpevoli“? Certamente. Ma con l’imputazione fondata sulle robuste basi delle “cause“, così da indirizzare la ricerca delle soluzioni alla rimozione di queste ultime. Una regola che vale anche per la definizione delle politiche che possono condurci a scongiurare il rischio, ormai incombente, del ritorno alla stagflazione (inflazione elevata in un conte-

sto di bassa o nulla crescita). Secondo il Governatore Ignazio Visco, oltre la metà del rialzo dell’inflazione iniziato nella seconda metà del 2021, nell’area dell’euro, è dovuta ai maggiori costi dell’energia, mentre “la pressione sui prezzi al consumo dovuta alla ripresa dell’attività produttiva è stata finora modesta“. La tragedia Ucraina e le sue conseguenze di medio-lungo periodo aggraveranno queste tendenze, anche quando i prezzi dell’energia avranno abbandonato i picchi di questi ultimi mesi: il contesto di assente o bassissima inflazione a cui ci siamo abituati sarà presto un ricordo. Ogni ulteriore ritardo nel dotare l’Unione di una politica fiscale unitaria, coerente con la politica monetaria della BCE (che non potrà mantenere a lungo il suo carattere ultra espansivo), potrebbe impedire alle nostre economie di atterrare con gradualità nel nuovo contesto di inflazione elevata. Determinando sofferenze sociali e difficoltà economiche che forse possiamo ancora evitare. Gioverà ricordare che, nei decenni che ci stanno alle spalle, sono stati veramente pochi i casi in cui si è riusciti a far calare l’inflazione senza provocare un forte rallentamento dell’economia: la politica monetaria, senza la politica fiscale, ha dei limiti di efficacia che non possono essere ignorati. E che (forse) sono già stati raggiunti.


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Luca Aterini Direttore di Greenreport

RINNOVABILI: ANCORA TROPPE LENTEZZE NELLE AUTORIZZAZIONI di Luca Aterini

Un insieme di concause che, a partire dalla seconda metà del 2021, ha portato a un drastico incremento nei prezzi del gas e dell’energia elettrica – sia per i cittadini sia per le imprese, energivore in particolare – stimato in Italia rispettivamente in un +460% e +360% Il 24 febbraio 2022, l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina ha segnato probabilmente un punto di non ritorno nella geopolitica dell’energia europea, e italiana in particolare. Il conflitto è deflagrato dopo un anno di forti rincari nei mercati energetici, trainati verso l’alto già nel 2021 dalla ripresa economica seguita all’interrompersi delle misure di distanziamento sociale più gravose imposte nella fase più acuta della pandemia Covid-19. A una fase storica caratterizzata da basse scorte è seguita così una forte impennata nella domanda di combustibili fossili – gas in particolare – che ancora dominano il soddisfacimento dei nostri consumi primari di energia; al contempo, la Russia ha tenuto artificialmente basse le forniture di gas dirette verso l’Europa, tagliando l’afflusso di almeno un terzo rispetto al normale. Un insieme di concause che,

a partire dalla seconda metà del 2021, ha portato a un drastico incremento nei prezzi del gas e dell’energia elettrica – sia per i cittadini sia per le imprese, energivore in particolare – stimato in Italia rispettivamente in un +460% e +360%. Poi è scoppiata la guerra alle porte dell’Unione europea, scatenata dal principale Paese da cui dipendiamo per l’import di combustibili fossili, e le cose si sono complicate ulteriormente. La Russia è infatti il primo fornitore nazionale di carbone (soddisfa il 52% del fabbisogno), il terzo di petrolio (12%) e ancora il primo di gas (40%). Come risultato, un quarto di tutti i consumi italiani di energia dipendono da un autocrate come Vladimir Putin, che è comunque in buona compagnia nella top ten di Paesi fatta in larga parte da Stati

politicamente instabili e/o con problemi più o meno gravi sotto il profilo del rispetto dei diritti umani. In un simile contesto servono scelte in grado di dare risposta a criticità irrisolte da decenni per la sicurezza energetica europea ed italiana, oggi più a rischio che mai. Finora però dal Governo Draghi sono arrivate risposte parziali. Nel corso del Consiglio dei ministri del 18 marzo, il Governo ha individuato altri 4,4 miliardi di euro – che si aggiungono ai circa 16 miliardi impegnati dalla scorsa estate – per calmierare il costo dell’energia, ma i rincari che ancora gravano sulla bolletta di cittadini e imprese suggeriscono la necessità di ulteriori interventi a carico dello Stato, con particolare attenzione alle fasce sociali più deboli e (dunque) una mag-

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giore progressività nell’impatto delle misure fiscali. Di fronte ad una crisi energetica di dimensione prevalentemente europea, urgono al contempo risposte adeguate a livello continentale, compresa la possibilità di nuove emissioni di debito comune. Nel Consiglio europeo del 24-25 marzo, i Paesi europei hanno concordato di collaborare su base volontaria per acquisti congiunti di gas – godendo così di un maggior peso contrattuale – e raggiunto un’intesa sugli stoccaggi comuni, ma non quella su un tetto europeo ai prezzi del combustibile fossile, nonostante l’opportuno pressing del premier Draghi. C’è grande fermento anche sul fronte delle diversificazioni nell’import di gas, con la UE a dichiarare che si affrancherà quanto prima dalla dipendenza dall’import di combustibili fossili russi; il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, sostiene che l’Italia può azzerare l’import di gas russo in un orizzonte minimo di circa tre anni. Il dato di fondo è come garantire il gas naturale di cui l’Italia ha bisogno: si tratta in tutto di 76 miliardi di metri cubi nel 2021, pressappoco il dato medio degli ultimi vent’anni, di cui circa 30 dalla Russia E oggi a scarseggiare sembra la materia prima oggetto d’importazione (il gas naturale) più che le infrastrutture per trasportarla nel nostro Paese – gasdotti o rigassificatori – che neanche lavorano a pieno regime. L’incremento di importazioni del gas algerino, con le infrastrutture attuali, è ipotizzabile sino a 9 miliardi di metri cubi l’anno; dal Tap attuale vi può essere un aumento di circa 1,5 miliardi di metri cubi l’anno che, con alcuni correttivi, in 45 mesi potrebbero diventare 10 miliardi di metri cubi/anno. I rigassicatori presenti lungo lo Stivale ci potrebbero dare circa 6 miliardi di metri cubi annuali in più, da subito. Ne servono altri? Potrebbe aver senso discuterne solo all’interno di un approccio di vera transizione ecologica, che individui nei rigassificatori un margine di sicurezza per l’approvvigionamento di gas mentre si installano gli impianti necessari per le rinnovabili, ma di fatto queste ultime non riescono a decollare. Se, infatti, il ministro Cingolani sottolinea spesso la necessità di installare circa 8 GW di impianti rinnovabili l’anno, in modo da conseguire gli obiettivi climatici indicati dalla UE, e di aver fatto «tutto ciò che era in nostro potere per preparare la strada» a questo sviluppo, di fatto le installazioni stanno proseguendo al ritmo di circa 1 GW l’anno, tanto che larga parte degli incentivi destinati alle rinnovabili dal decreto “Fer 1” neanche viene assegnato; anche nel 7° bando gestito dal

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Gse, su un contingente incentivabile pari a 4.825 MW, le richieste d’incentivo in posizione utile si sono fermate a circa 1.470 MW. A mancare non è certo la volontà delle imprese di realizzare impianti – a fine 2021 le richieste di allaccio a Terna sono arrivate a circa 168 GW per solo eolico e fotovoltaico – ma il rilascio delle relative autorizzazioni. Se solo si bloccassero i relativi iter autorizzativi, secondo Elettricità Futura si potrebbero realizzare 20 GW di nuovi impianti rinnovabili l’anno (permettendo contestualmente di ridurre l’import di 5 mld mc di gas annuo, ogni anno), mentre più a lungo termine (2030) le potenzialità del biometano nazionale potrebbero passare dagli attuali 0,7 miliardi di metri cubi l’anno a 10. E tutto questo senza considerare, ad esempio, i risparmi legati alle indispensabili misure di risparmio ed efficientamento energetico.

C’è grande fermento anche sul fronte delle diversificazioni nell’import di gas, con la UE a dichiarare che si affrancherà quanto prima dalla dipendenza dall’import di combustibili fossili russi; il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, sostiene che l’Italia può azzerare l’import di gas russo in un orizzonte minimo di circa tre anni. Il dato di fondo è come garantire il gas naturale di cui l’Italia ha bisogno: si tratta in tutto di 76 miliardi di metri cubi nel 2021, pressappoco il dato medio degli ultimi vent’anni, di cui circa 30 dalla Russia


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Chicco Testa Presidente FISE Assoambiente

BASTA CON LA POLITICA DEGLI ANNUNCI, È IL MOMENTO DI FARE I CONTI CON LA REALTÀ di Chicco Testa

Una domanda fra le altre si fanno tutti coloro che in questi giorni terribili si trovano a combattere con la folle impennata dei prezzi dell’energia: questa situazione rallenterà la transizione ecologica? E quale responsabilità eventualmente essa ha nella situazione che si è creata? L’Europa e le sue Istituzioni rispondono con una sola voce che no, assolutamente no, anzi occorre rilanciare perché solo l’uscita dai combustibili fossili può ridurre la dipendenza del nostro continente dalla forniture del gas e del petrolio russi. Come non essere d’accordo! Già. Solo che nel frattempo le urgenze da affrontare vanno nella direzione opposta. Non solo in Italia ma in tutta Europa. Centrali a carbone rivitalizzate, terminali gas da costruire, due ordinati freschi freschi in Italia e due in Germania, ricerca di

forniture di gas alternative nel Nord Africa e dagli Usa, che a loro volta rilanciano il fracking, ripresa delle attività estrattive nel Mediterraneo e nei mari del Nord. Più il rinvio della chiusura delle centrali nucleari, per chi ce le ha e le voleva chiudere in nome di un’ecologia male intesa, che tornano a svolgere, quasi un memento, il ruolo per cui sono state costruite dopo la grave crisi energetica degli anni ’70, che già mise a nudo la debolezza geopolitica, a causa della mancanza di risorse energetiche dell’Europa. Ma se mentre immagini un futuro di altro tipo sei costretto a rincorrere quello che consideri il passato, forse qualche domanda te la devi fare. Se ti sei innamorato di un’altra persona, mi si perdoni il paragone irriverente, ma non riesci a staccarti dal vecchio rapporto matrimoniale, che ti dà sicurez-

Eppure era così difficile rendersi conto che l’uscita della fonti fossili (ogni giorno il mondo consuma 100 milioni di barili di petrolio, 3.800 miliardi di metri cubi di gas e circa 3.700 Mtep di carbone) è un compito immane, assomiglia più all’avanzare lento e regolare del podista che allo scatto del centometrista? za e certezze… be’, c’è qualche cosa che non va. Qualche responsabilità la transizione ecologica, lo story telling, che la ha accompagnata ce l’ha eccome. Ci siamo illusi, o così ci hanno fatto credere, che l’uscita dai combustibili fossili fosse dietro l’angolo, che non si dovessero fare più investimenti nelle ormai inutili fonti fossili e ci siamo trovati, ancor prima dello scoppio della guerra russo -ucraina, con uno squilibrio fra domanda e offerta che ha fatto impennare i prezzi e messo in ginocchio le famiglie europee e molti settori economici. Eppure era così difficile rendersi conto che l’uscita della fonti fossili (ogni giorno il mondo consuma 100 milioni di barili di petrolio, 3.800 miliardi di metri cubi di gas e circa 3.700 Mtep di carbone) è un compito immane, assomiglia più all’avanzare lento e regolare del podista che allo scatto del centometrista? Era così difficile rendersi conto che una transizione pensata e attuata solo in Europa nei termini che conosciamo sarebbe stata fragile e nuda di fronte alla com-

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plessità geopolitica degli scambi di energia? Fuori dall’Europa e dagli USA vivono i 4/5 della popolazione mondiale, affamati di energia e con priorità che non sono le nostre. E attenzione: il problema non riguarda solo le fonti fossili. Già stanno cominciando gli allarmi per lo shortage che comincia a colpire settori decisivi della transizione, come i componenti delle batterie e dei pannelli fotovoltaici, che dopo anni di discesa dei prezzi hanno cominciato a risalire. L’Agenzia internazionale per l’energia ha pubblicato solo l’anno scorso un rapporto in cui si immaginava, per raggiungere l’obbiettivo delle “zero emissioni” al 2050, di smettere da subito di investire nella ricerca di nuovi giacimenti fossili. Salvo oggi richiedere a gran voce ai produttori mondiali di aumentare la loro offerta sul mercato. L’impressione che la ricerca di un facile e demagogico consenso politico abbia prevalso e continui a prevalere sulla fredda razionalità che deve sapere calcolare le conseguenze delle proprie azioni non solo a breve ma per lo meno nel medio periodo, sapendo difendere i propri interessi. Dico di più: anche la percezione di un discreto dilettantismo in chi fa le scelte energetiche europee. Desta sgomento ripensare alla surreale discussione sulla tassonomia verde europea dove si dibatteva della possibilità di escludere gas e nucleare. Oggi il Cancelliere tedesco dice che senza gas il suo Paese si ferma e rimanda, come il Belgio, la chiusura delle centrali nucleari. Non riesce però a fare dimenticare la follia di avere chiuso pochi mesi fa alcune centrali nucleari perfettamente funzionanti. Ma c’è la guerra! Sì, ma anche no. I prezzi, come abbiamo detto, hanno cominciato a crescere prima della guerra e molti temono che un maggiore livello del costo dell’energia ci accompagnerà nei prossimi anni. I colpi sull’economia europea possono essere drammatici. Recessione e stagflazione sono compagni di viaggio assimilabili allo scorpione sul dorso della rana. Che fare? Errare è umano, perseverare diabolico. Nessuno vuole buttare a mare la transizione. Le rinnovabili possono sicuramente dare una bella mano nella riduzione di quella parte di combustibili fossili che serve a produrre elettricità. I prezzi alti dell’energia rappresentano per esse un grande incentivo. Ricordandoci però sempre che l’elettricità rappresenta il 20% dei nostri consumi energetici totali. Le rinnovabili possono quindi aiutarci a ridurre i costi se saranno remunerate equamente e non sulla base

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del marginal price che è dominato dal costo del gas. Idem l’efficienza energetica. Ma occorre finirla con una narrazione che contrappone rinnovabili e combustibili fossili. Nessuno scenario ragionevole può puntare sulla totale elettrificazione dei consumi e sul 100% di energia elettrica prodotta solo con rinnovabili in un tempo ragionevolmente breve. I combustibili fossili, meglio se decarbonizzati, ci accompagneranno per decenni ancora e avere la loro disponibilità a prezzi contenuti è fondamentale. E basta anche con la presunzione europea di volere salvare il mondo da sola. Il consumo di carbone in Cina è cresciuto nell’anno passato del 6% e il rapporto IPCC relativo al 2021 ci dice che le emissioni hanno raggiunto per quantità nell’anno il loro picco storico. E, recessione a parte, il 2022 si annuncia anche peggiore. L’Europa ha il dovere di proteggere i suoi cittadini e la sua economia. Di non buttare a mare interi settori produttivi, l’auto per esempio, prima di avere a disposizione alternative valide da ogni punto di vista, compresi i co-

L’impressione che la ricerca di un facile e demagogico consenso politico abbia prevalso e continui a prevalere sulla fredda razionalità che deve sapere calcolare le conseguenze delle proprie azioni non solo a breve ma per lo meno nel medio periodo, sapendo difendere i propri interessi

sti che i consumatori devono pagare. Con questi prezzi dell’energia la transizione veramente corre il rischio di affossarsi da sola, sotto il montare dello scontento. Intanto è già venuta meno una delle promesse della transizione: l’equità. I ceti sociali meno abbienti pagano un prezzo proporzionalmente assai più alto e veramente insostenibile. Il contrario di quello che sarebbe dovuto avvenire. Forse anche per la UE è venuto il momento di fare i conti seriamente con la realtà.


COVER STORY

Claudio Velardi Presidente di FOR

LA VERA POLITICA NON SI MISURA SULLA CAPACITÀ DI PRENDERE LIKE di Claudio Velardi

Per parlare a ragion veduta dell’attuale impatto della comunicazione sulle scelte politiche, è forse necessaria una sintetica premessa, definiamola di contesto. Dalla caduta del Muro, quando la politica ha formalizzato l’uscita dalla sua dimensione ideologica, fino allo sviluppo pervasivo della rete - insomma negli ultimi 30 anni e passa - la costruzione e l’organizzazione del consenso hanno progressivamente cambiato direzione di marcia, fino a rovesciare completamente la propria rotta. Per capirci, in breve: oggi non esiste più un popolo che vota per una determinata e strutturata ideologia, ma è l’ideologia del momento (erratica, fatta di specifiche issues) a rincorrere il sentiment (di una parte) del popolo. In un movimento che non parte più

La comunicazione politica, in sostanza, si è adattata ai nuovi strumenti a disposizione. Ma che succede se tutto viene subordinato alla comunicazione? Che succede se l’imperativo non è più “fare qualcosa per poi comunicarlo” ma “fare qualcosa perché lo si deve comunicare”? Succede che chi dovrebbe comunicare diventa dipendente dalla comunicazione stessa. Con il risultato che non importa cosa si dica. Basta che si dica qualcosa

dall’alto per raggiungere e indottrinare il basso ma, al contrario, vive in un continuo, contraddittorio scambio tra il basso e l’alto. Tra la società (o meglio, gli individui che la compongono) e la politica. Fatta l’inevitabile premessa, la prima domanda da porsi è: si può fare politica senza comunicare? No. Secco e diretto. Senza repliche. Perché, nell’immediatezza della comunicazione di oggi e dei suoi strumenti, fare qualcosa senza parlarne equivale praticamente a non farla. Anzi, se vogliamo essere precisi: se fai qualcosa pensando di poterne non parlare, sbagli. Perché anche il tuo silenzio comunica. E il brutto è che non sei tu a decidere come. Conclusione: non si dovrebbe mai cominciare qualcosa (pensare, agire, etc…) senza sapere che uso comunicativo farne. Soprattutto perché oggi il potere che la comunicazione dà a chi sa utilizzarla è pure misurabile. Se solo consideriamo i social (Instagram, Facebook, TikTok…) più il tuo brand personale è forte, più hai seguito, in termini di followers. Ne sono conclamati esempi i Khaby Lame e le Chiara Ferragni, che comunicano sé stessi e i marchi che sponsorizzano ricavandone profitto. E quindi la comunicazione come strumento, ha – sempre! – un impatto decisivo. Se utilizzata bene. Anche la comunicazione politica, lo abbiamo visto durante la pandemia, è cambiata molto, in relativamente poco tempo. Nel 2020, in pieno lockdown,

l’evento più atteso della settimana era la diretta dell’allora Presidente del Consiglio, Conte, o quella del presidente campano Vincenzo De Luca (ripreso pure da Naomi Campbell, che ne aveva apprezzato evidentemente la verve). La comunicazione politica, in sostanza, si è adattata ai nuovi strumenti a disposizione. Ma che succede se tutto viene subordinato alla comunicazione? Che succede se l’imperativo non è più “fare qualcosa per poi comunicarlo” ma “fare qualcosa perché lo si deve comunicare”? Succede che chi dovrebbe comunicare diventa dipendente dalla comunicazione stessa. Con il risultato che non importa cosa si dica. Basta che si dica qualcosa, whatever it takes. A quel punto il politico si trasforma, o prova a trasformarsi, in un influencer. E l’obiettivo unico diventa allargare il proprio pubblico di riferimento, acquisire sempre nuovi follower, stare sul pezzo, non finire mai nel dimenticatoio. Niente da dire, la cosa spesso funziona, per un po’ di tempo, e può dare luogo a fenomeni importanti, anche molto. Basta pensare all’esplosione del Movimento 5 stelle, che è cresciuto a dismisura proprio grazie alla comunicazione social, così come hanno fatto e fanno molti rappresentanti politici. Una volta venuta a cadere l’intermediazione e la costruzione del consenso attraverso i canali di un partito, la rete ti consente (peraltro senza dispendio eccessivo di

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risorse) di creare un rapporto diretto, immediato appunto, con il pubblico cui vuoi rivolgerti. E, se hai a disposizione una batteria di parole d’ordine semplici, ammiccanti e furbesche, il successo arriva. Il punto è che, se la politica si limita a seguire i trend dei social, dopo un po’ viene inevitabilmente travolta. Perché la rete vive di bulimia, è una bestia affamata e arriva sempre a ribellarsi e governare senza pietà, come nelle peggiori distopie, i suoi utilizzatori. E questa, signori miei, è una legge inesorabile. Quindi - detto che il consenso è alla base di qualsiasi attività si svolga in relazione col grande pubblico, che l’opinione è notoriamente umorale (quella politica, poi…), e che è più che lecito tentare di accaparrarselo e conservarlo, il consenso - detto tutto questo, la politica non può solo assecondare umori, deve opzionare e scegliere le buone pratiche. Gli effetti di una comunicazione politica appiattita sul “pop” si rivelano sempre dannosi, più prima che poi. Prendiamo ad esempio quello che abbiamo

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ascoltato e letto nelle settimane scorse sul caro benzina-diesel. Da una parte le dichiarazioni standard, di natura istituzionale: “il governo si sta muovendo”, “già nei prossimi giorni alcune misure potranno essere prese”. Dall’altra, rilasciate in maniera informale dalle stesse istituzioni, espressioni tipo “truffa colossale” a proposito dell’aumento ingiustificato del prezzo dei carburanti, che hanno ovviamente trovato succose occasioni di rimbalzo sui social. Qual è la cifra giusta di comunicazione per un’istituzione pubblica in un caso del genere? Non c’è bisogno di spendere troppe parole per dire che la via giusta è la prima. Con la seconda magari ottieni qualche titolo di giornale, però finisci su un terreno che non è il tuo, su cui sono molto più forti coloro che urlano, gettano allarmi complottistici (“piove, governo ladro!”), e lavorano più o meno consapevolmente per la delegittimazione della politica. Se scegli invece la linea istituzionale, sobria, fatta di informazione complessa quanto complesse sono le

Insomma, l’influencer e il politico hanno (devono avere) modalità di azione e obiettivi diversi. Non si possono “misurare” allo stesso modo con le sfide della comunicazione. Ci sta che i politici diffondano i loro messaggi sui social, ma non per diventare influencer

emergenze che viviamo, a breve puoi trovarti in difficoltà, ma se mantieni la barra dritta e sai di che cosa parli, alla lunga puoi convincere. Insomma, l’influencer e il politico hanno (devono avere) modalità di azione e obiettivi diversi. Non si possono “misurare” allo stesso modo con le sfide della comunicazione. Ci sta che i politici diffondano i loro messaggi sui social, ma non per diventare influencer. La politica si misura sulla capacità di cambiare le cose, non sui like che si prendono.


RASSEGNA STAMPA

Presentiamo una rassegna stampa sull’attualità delle ultime settimane.

5/2021, Paola Sesti

Spinaci: “I carburanti del futuro? Non possono essere gli slogan” Ci troviamo di fronte a un volume d’affari in drastico calo e nello stesso tempo abbiamo la necessità di ingenti capitali per affrontare la sfida della decarbonizzazione: le due cose non stanno in piedi. Da una parte c’è quindi la necessità di riavviare investimenti per affrontare il futuro e, dall’altra, una carenza di risorse dovuta a una crisi che dura da tempo D’altra parte, oggi ci troviamo di fronte a un bivio... Il punto centrale sta proprio qui: per affrontare il futuro è decisivo decarbonizzare la nostra filiera. È impensabile arrivare alla neutralità carbonica al 2050 senza coinvolgere nel processo di decarbonizzazione un comparto che nel settore dei trasporti copre più del 90 per cento del fabbisogno. Per fare questo, però, c’è bisogno di investimenti importanti. Abbiamo già una certa percentuale di energia rinnovabile all’interno dei nostri prodotti; i biocarburanti di fatto si ottengono dalle biomasse. Dobbiamo però arrivare a percentuali sempre più elevate, accrescendole gradualmente, diversificando e aumentando la disponibilità di materia prima rinnovabile destinata al processo di raffinazione. Perché dobbiamo considerare la raffinazione strategica? A livello globale tutti riconoscono che la filiera petrolifera rimane assolutamente determinante per la copertura del fabbisogno energetico, che peraltro nei prossimi decenni è previsto in aumento, data la crescita della popolazione mondiale, l’urbanizzazione e lo sviluppo delle aree più arretrate. Probabilmente le rinnovabili riusciranno a coprire solo una parte di questo incremento, forse la più rilevante, ma in generale il petrolio rimarrà una delle fonti principali. E qui emerge l’importanza strategica della raffinazione.

28 febbraio 2022, Claudio Cerasa

Intervista al ministro Cingolani: La guerra dell’energia “Abbiamo – commenta il ministro Cingolani -un solo vettore di energia, una sola sorgente: il gas. Poi sì, abbiamo fatto crescere le fonti rinnovabili, c'è stato un impulso negli anni Duemila e ora stiamo accelerando tantissimo la decarbonizzazione, però nei fatti siamo dipendenti dal gas. E oltre all’energy mix con troppa poca scelta c'è un errore nell'errore, cioè aver diminuito la produzione di gas nazionale. E senza avere ottenuto un impatto ambientale positivo, perché il gas comunque l'abbiamo comprato dall'estero e il netto del danno ambientale è rimasto costante. Almeno la produzione nazionale avrebbe ridotto le spese di trasporto e garantito maggiore indipendenza dalle fluttuazioni del mercato. Vede, sta venendo a galla la nostra eccessiva dipendenza da paesi stranieri, una dipendenza che, sommata alla singolarità del nostro energy mix, ci rende particolarmente deboli.”

7 marzo 2022, Marcello Giordani

Intervista a Massimo Nicolazzi: “I no alle trivelle un regalo a Putin” Che rivoluzione ha introdotto nell'energia il conflitto? «L'ha trasformata da problema ambientale in problema politico: prima il tema era quello del passaggio dalle fonti tradizionali a quelle compatibili con l'ambiente, adesso si è spostato tutto: dobbiamo decidere se pagando il nostro gas dobbiamo foraggiare un'invasione, una guerra. La decisione politica di chiudere il rubinetto è soltanto nostra, i russi sicuramente non lo faranno. E non è una decisione semplice Quindi cosa dovremmo fare? «Non so quanti italiani siano pronti a morire per Kiev, ma certamente tutti dobbiamo rabbrividire davanti a quello che sta accadendo. D'ora in poi ogni “no” dato alle trivelle, alle pale, ai processi per ricavare energia sarà un regalo al signor Putin».

11 marzo 2022, Rita Querzè

Spinaci (Unem): «Petrolio russo, embargo europeo già operativo. I prezzi vicini ai massimi» Per il momento le sanzioni non prevedono lo stop dell’acquisto del petrolio russo... «È vero ma nei fatti gli acquisti di petrolio russo sono già quasi del tutto bloccati. L’Eni non acquisterà prodotti o petrolio russi, lo stesso la Shell. Credo che in buona parte il mercato abbia già scontato l’effetto delle sanzioni sul petrolio alla Russia. Detto questo, i prezzi sul mercato sono molto volatili. Giovedì 10 marzo, giornata dell’incontro dei ministri degli Esteri russo e ucraino in Turchia, il prezzo del petrolio è sceso del 15%. In caso di un’intesa il prezzo del petrolio potrebbe scendere rapidamente e si sgonfierebbero bolle speculative». Questa congiuntura per il settore è un’opportunità per riprendere fiato ed accumulare risorse? «No, guardi, non è così. La crisi finanziaria con la guerra si è accentuata. Compriamo il petrolio a costi altissimi e in più il processo di produzione è energivoro, consumiamo tanta energia che ha costi molto elevati. Il capitale circolante necessario per acquistare il greggio è aumentato. I margini sono bassi e in forte contrazione. A volte succede di lavorare in perdita anche perché le raffinerie hanno un processo produttivo che non si può fermare, lavorano h24 7 giorni su 7. C’è un disallineamento tra valore del greggio e valore dei prodotti che da esso derivano».

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16 marzo 2022, Luca Michele Piscitelli

Il prezzo dei carburanti è aumentato, ma non è colpa dei benzinai Per capire dove derivano forti rincari delle ultime settimane deve tornare a come si ottiene il prezzo dei carburanti. Questo è sostanzialmente formato da due componenti: una fiscale, Iva e accise - che pesano circa il 55 per cento - e una industriale, che comprende il costo della materia prima e il margine lordo. Questa seconda componente in Italia ha subito un rialzo minore che nel resto d’Europa, ma mentre il costo della materia prima e passata dal 33 al 38 per cento nei primi 15 giorni marzo, il margine lordo su cui possono agire gli operatori per modificare il prezzo alla pompa si è addirittura ridotto dal 9 all'8 per cento. “Oggi la preoccupazione principale è la tenuta finanziaria dell'intero comparto per gli alti costi di approvvigionamento e dell'energia che stanno saturando le linee di credito. Contrariamente a quanto si è portati a credere la raffinazione e la distribuzione/logistica, ossia il settore che Unem rappresenta, non trae alcun vantaggio da prezzi cosi alti, ma anzi vede ridursi i propri margini proprio per questi maggiori costi” sottolinea Spinaci.

15 marzo 2022, Gilda Ferrari

Spinaci: “Così il caro-benzina penalizza i petrolieri” La filiera petrolifera italiana sta facendo «tutto il possibile per contenere i prezzi dei carburanti», i cui valori sono «più bassi di 10-14 centesimi rispetto alla media dei Paesi dell'area euro». Claudio Spinaci, presidente di Unem, l'Unione energie per la mobilità, dopo le accuse (poi precisate) del ministro per la Transizione ecologica Cingolani, spiega che la filiera della raffínazione e della distribuzione «non trae alcun vantaggio da prezzi così alti», anzi si trova a gestire «difficoltà finanziarie» aggiuntive. Previsioni di ulteriori rincari? “Tutto dipende da come evolverà il conflitto. Il conflitto ha amplificato una tendenza, che era già in atto, di un sensibile aumento dei prezzi dell'energia, in particolare del gas, che ora ha coinvolto anche il petrolio visto il peso della Russia sugli equilibri petroliferi mondiali. Importiamo dalla Russia circa il 10% del nostro fabbisogno di petrolio, ben sotto la media europea, e il 7% dei prodotti finiti. Siamo meno esposti di altri perché abbiamo un grosso vantaggio: un'industria nazionale della raffìnazione flessibile, in grado di lavorare diversi greggi provenienti da più aree geografìche”.

26 marzo 2022, Celestina Dominelli

Extraprofitti, 300 milioni dalla raffinazione. Spinaci: Il prelievo rischia di essere il colpo di grazia «Nel caso del downstream petrolifero (raffinazione, logistica e distribuzione), parlare di extraprofitti sorprende perché dimostra che si sa ben poco di un settore che, al contrario, da alcuni anni è in forte sofferenza economica e finanziaria». Va dritto al punto Claudio Spinaci, presidente di Unem che, da subito, si è schierato contro il contributo previsto dall'ultimo decreto approvato dal governo. Quel prelievo potrebbe essere «il colpo di grazia» per un comparto già in affanno che rischia di pagare un conto da 300-400 milioni «su extraprofitti inesistenti». Secondo Unem, infatti, la "lente" utilizzata per individuare questi extra-guadagni, vale a dire la differenza tra operazioni attive e passive ai fini delle dichiarazioni iva, «è fuorviante». Quel parametro, lamenta Spinaci, «non è un indicatore dei profitti ma piuttosto di un margine lordo, in quanto non tiene conto di una serie rilevante di costi, il saldo economico di queste operazioni è ben lontano dal reale risultato economico netto di un'azienda». Inoltre, rileva, «è distorsivo prendere a riferimento per il calcolo un periodo (1° ottobre 2020-31 marzo 2021) caratterizzato da significative restrizioni alla mobilità e da un crollo dei consumi dei prodotti petroliferi e rilevanti perdite economiche”.

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STORIA DEL PETROLIO

IL NODO MAI RISOLTO DELLA SICUREZZA ENERGETICA di Giorgio Carlevaro

Giorgio Carlevaro Direttore emerito Staffetta Quotidiana

Il progresso dell’uomo si è sempre accompagnato con la sua capacità di sfruttare l’energia che via via ha avuto a sua disposizione. Fasi di emergenza e crisi ci sono sempre state, ogni volta affrontate e superate. La sicurezza energetica però non può essere una moda di stagione e oggi più che mai, come ci racconta Giorgio Carlevaro in questa nuova puntata della Storia del Petrolio.

La scoperta della dipendenza dell’Italia dal gas russo e la sorpresa e i timori che ha suscitato hanno riportato alla ribalta un tema vecchio quanto è vecchia la storia dell’energia, quello cioè della sicurezza dei rifornimenti. La garanzia cioè che la sua disponibilità non venga mai interrotta e la sua mancanza non rischi di diventare un’arma nelle mani di chi ne dispone e la fornisce. Evitando possibili ricatti. Un tema declinato nel corso degli anni e nel passare delle generazioni in vari modi, salvo finire regolarmente nel dimenticatoio quando passa l’emergenza e gridare all’imprudenza di chi se ne era dimenticato quando l’emergenza ritorna. Come accade oggi. Da qui l’importanza di riannodare il filo della storia per capire le cause di questa distrazione di massa ed evitare di ricascarci. Non per semplice curiosità storica, ma perché ogni volta il prezzo che si paga è molto elevato e ricade in genere sulle fasce più deboli, accrescendo le disuguaglianze sociali. Un compito che dovrebbe essere svolto senza soluzione di continuità dai Governi in carica e dai Ministeri competenti. Perché la sicurezza energetica non è una moda di stagione e non può essere condizionata da scelte politiche o dal prevalere di questa o quella fonte di energia. È un must. Al di sopra di interessi contingenti di questa o quella

forza politica. Un diritto che, come tale. meriterebbe di essere scritto nella Costituzione, al pari del diritto al lavoro. Questa premessa è doverosa tanto più oggi che alle tre emergenze sanitaria, economica e sociale che lo scorso anno portarono Mario Draghi a Palazzo Chigi e due mesi fa alla riconferma di Sergio Mattarella al Quirinale, il sopraggiungere dell’emergenza bellica ha riportato alla ribalta in maniera urgente proprio il tema della sicurezza energetica. Complicando non poco la governance del Paese e trasformando l’attuale governo in un vero e proprio “gabinetto di guerra”. Che in Italia non si vedeva più dal 1945, dalla fine cioè della seconda guerra mondiale. Quando al regime fascista subentrarono i governi della ricostruzione e della rinascita economica e sociale, in un contesto istituzionale segnato tra l’altro nel 1946 dal passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. Con l’ultima dichiarazione di guerra che risale al 13 ottobre 1943 quando il governo Badoglio, costituito il 26 luglio dopo la destituzione di Mussolini, aveva dichiarato guerra alla Germania. Questo non significa che da allora non ci furono più emergenze e crisi ma che esse furono affrontate e risolte con metodi e misure di carattere ordinario e contingente dalle maggioranze politiche che si sono alternate alla guida

del Paese negli ultimi 77 anni. A partire dal governo di Ivanoe Bonomi insediato il 9 giugno 1944 dopo la liberazione di Roma, il primo ad essere espresso democraticamente dopo il 1922. A cui seguì il 21 giugno 1945, dopo la liberazione completa del Paese e la fine della guerra, il governo Parri e il 10 dicembre dello stesso anno il primo governo De Gasperi. Con l’ultimo Ministro della Guerra che rimase in carica fino al 2 febbraio 1947 quando venne sostituito da allora fino ad oggi dal Ministro della Difesa. Senza più dichiarazioni di guerra. Con la Costituzione della Repubblica, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, che all’art. 11 sancisce che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. In questo contesto, l’invasione il 24 febbraio scorso dell’Ucraina da parte della Russia, costituisce tra quelle che l’Italia ha affrontato in questi anni una crisi per molti versi anomala. Perché da subito, come ha rilevato il Presidente Draghi già nella prima informativa al Parlamento del 25 febbraio, il peso della Russia nella copertura dell’import del gas naturale, pari a circa il 45%, in aumento dal 27% di 10 anni fa, ha finito per diventare “la maggiore preoccupazione”. A dimostrazione, ha rilevato il Premier, “dell’imprudenza di non aver diversificato maggiormente negli ultimi decenni le nostre fonti di energia e i nostri fornitori”. Riducendo per di più la produzione domestica dai 17 miliardi di metri cubi del 2000 ai circa 3 miliardi del 2020. Il tutto a fronte di un consumo nazionale che è rimasto costante tra i 70 e 90 miliardi di metri cubi. Di una fonte di energia che “resta essenziale come combustibile di transizione” e che pesa sul totale del fabbisogno energetico italiano per circa il 40%. Un quadro, quello illustrato da Draghi, che preconizza la necessità di dover gestire a breve “una possibile crisi energetica di portata storica” e la riapertura tra l’altro delle centrali a carbone, per

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STORIA DEL PETROLIO

colmare eventuali mancanze nell’immediato. Con interventi anche per calmierare il prezzo dell’energia colpito da mesi da forti rincari. Una crisi che in definitiva impone l’obbligo, ha aggiunto, di prestare d’ora in poi maggiore attenzione ai rischi geopolitici che pesano sulla politica energetica italiana e di ridurre la vulnerabilità delle nostre forniture. Non solo di gas ma anche di petrolio, una fonte le cui forniture sono peraltro più diversificate ma che a sua volta pesa ancora sulla copertura del fabbisogno per circa un terzo. Due rilievi, quelli di Draghi, il primo sulla mancata diversificazione delle fonti e dei fornitori e il secondo sulla scarsa attenzione ai rischi geopolitici, che non da oggi caratterizzano la politica energetica italiana. E che riguardano direttamente proprio la sicurezza energetica del Paese. Per la verità sul gas in Italia dall’ottobre 2001, a seguito della liberalizzazione del mercato (decreto Letta), è in funzione un Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del sistema nazionale del gas naturale. Passato lo scorso anno dal Mise a Mite e ricostituito dal Ministro Cingolani non più tardi del 15 ottobre 2021. In forza del quale già il 26 febbraio lo stesso Cingolani ha potuto decretare lo stato di pre-allarme La prima volta che nel dopoguerra il Governo si era dovuto confrontare con un’emergenza energetica era stata nel marzo 1951 in occasione degli sviluppi della prima crisi persiana quando la capacità dell’industria petrolifera internazionale di far fronte ad un’emergenza venne messa alla prova. Anche se in fondo si trattò di sostituire il 6% dell’offerta mondiale di greggio e di prodotti petroliferi, circa 32 milioni di tonnellate, su un consumo mondiale di 600 milioni assorbito in gran parte dagli Stati Uniti. Con l’Italia chiamata a fare la sua parte mettendo a disposizione dei mercati in Mediterraneo una parte del surplus di benzina e di gasolio ottenuto dalle sue raffinerie. Una fragilità dei

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rifornimenti petroliferi europei messa ancor più in evidenza in occasione della chiusura del Canale di Suez. Tra l’inizio del novembre 1956 e il marzo del 1957. Quando in Italia un “Decreto catenaccio” del 22 novembre aumentò di 14 lire/litro il prezzo della benzina per compensare l’aumento del greggio. Una crisi che spinse il Presidente dell’Eni, Enrico Mattei, a “sdoganare” l’industria petrolifera sovietica, che dal 1955 aveva cominciato a esportare petrolio a prezzi competitivi. Per concludere nel 1958 un rilevante contratto di importazione di 12,5 milioni di tonnellate di petrolio greggio in tre anni. E, anziché pagarlo in dollari, organizzando uno dei primi barter commerciali fornendo in contropartita tubazioni per oleodotti e gasdotti della Finsider e fertilizzanti e gomma sintetica dell’Eni. Eravamo ai tempi della guerra fredda e trattandosi di materiale strategico l’accordo non mancò di provocare rimostranze e critiche nei confronti di Mattei, anche da parte delle “sette sorelle”. Crisi, quelle del 1951 e del 1956, che non portano a nulla ai fini della ricerca di una maggiore sicurezza. Neppure a seguito della nascita nel 1960 dell’Opec, un evento che avrà negli anni effetti dirompenti sull’assetto e gli equilibri dell’industria petrolifera mondiale. Culminati nell’ottobre 1973 nella crisi del Kippur. Quando, nel pieno di quella che è passata alla storia come l’Età del

Petrolio, con una dipendenza molto forte da questa fonte, in Italia addirittura del 74%, vengono al pettine i problemi di cui istituzioni, partiti, sindacati e la stessa industria si erano dimostrati incapaci di comprenderne le avvisaglie, capirne le cause e adottare eventuali contromisure. Crisi che getta nel panico tutto il mondo industrializzato e da cui scaturisce il 18 novembre 1974, sotto la spinta degli Stati Uniti e l’appoggio anche dell’Italia, la nascita dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) con sede a Parigi. Con il compito di gestire le emergenze con un “approccio coordinato”. Un’attenzione che non riguarda solo il petrolio ma, a partire dal 1995, anche il gas naturale. In vista dei rischi, rilevava all’epoca uno studio dell’Aie, legati alla crescita dei volumi importati da paesi, come l’Algeria e la Russia, in cui si riscontra un’elevata instabilità politica. Un contesto in cui i governi, oltre a favorire scambi e interconnessioni tra paesi confinanti, avrebbero dovuto mettere a punto strumenti legislativi in grado di rispondere a eventuali situazioni di emergenza. E per l’Agenzia la conseguenza di diventare punto di riferimento essenziale, ed in un certo senso obbligato, per il coordinamento della politica energetica tra i Paesi industrializzati. Aprendosi alla collaborazione anche con Paesi che non ne facevano parte. Buone intenzioni che poi si sono perse per strada. Le occasioni per intervenire in quasi 50 anni purtroppo non sono mancate. A partire da quella causata il 1° agosto 1991 dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Con i primi interventi di fuels switching, destoccaggi e tagli ai consumi. Un’esperienza che esaltò le disfunzioni registrate nella gestione delle scorte d’obbligo dei prodotti petroliferi disciplinata in Italia da una legge del 1981, con l’introduzione inoltre nel 1986 di una scorta strategica tenuta dall’Eni per conto dello Stato (abolita dalla finanziaria 1997). Con la necessità di aggiornare periodicamente i piani di


troliferi mondiali e si sottolineava la necessità di dedicare maggiore impegno alla questione energetica. La fine degli anni ‘80 era stata segnata anche dalla caduta del Muro di Berlino e dalla riunificazione della Germania, sancita il 3 ottobre 1990, e dalla disgregazione dell’Unione Sovietica e dall’indipendenza delle repubbliche che ne facevano parte, tra cui l’Ucraina: un lungo processo concluso nel 1991 che cambiò drasticamente anche il quadro di riferimento dell’energia in Europa, attirando l’attenzione e l’interesse di numerose compagnie anche italiane. intervento e di tenere sotto controllo la situazione della struttura degli approvvigionamenti petroliferi e delle scorte nei singoli paesi membri. E dieci anni dopo l’11 settembre 2001 con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle a New York. Con immediati riflessi sui mercati del petrolio e dell’energia. Tra gli effetti della crisi del Kippur anche la nascita nel giugno 1973 per iniziativa di David Rockfeller della Commissione Trilaterale: un organismo internazionale di cui fanno parte uomini d’affari, politici, intellettuali e giornalisti dell’Europa Occidentale, del Nord America e del Giappone per incoraggiare la cooperazione internazionale tra queste tre aree su problemi di comune interesse, tra cui quello della sicurezza energetica. Oggetto nel 1996 di un rapporto, “Mantenere la sicurezza energetica nel contesto globale”, in cui si lamentava la scarsa attenzione dei paesi industrializzati al crescente ruolo del Golfo negli approvvigionamenti pe-

Emergenze che hanno toccato nel corso degli anni anche l’industria elettrica con l’incidente nel marzo 1979 alla centrale di Three Mile Island in Usa, con quello ben più grave nell’aprile 1986 alla centrale di Chernobyl in Ucraina, allora ancora parte dell’Urss, e con quello di Fukushima in Giappone del marzo 2011. Con i primi due che in Italia portarono allo stop al nucleare sancito dall’esito del referendum dell’8 novembre 1987, la prima volta che gli italiani vennero chiamati a pronunciarsi su una questione che riguardava l’energia. Con la immediata messa in liquidazione dell’industria nucleare, che aveva raggiunto livelli di elevata eccellenza in campo internazionale, e con effetti diretti sull’Enel che allora copriva oltre il 70% del fabbisogno elettrico italiano. Che fu costretta a chiudere le centrali del Garigliano, di Latina, di Trino Vercellese e di Caorso e a interrompere la costruzione di quella di Montalto di Castro. Una situazione che presenta da subito gli estremi di una emergenza

elettrica ai limiti della sicurezza, con la necessità di adottare con “urgenza un piano tampone”. E che ancora oggi impedisce di fatto all’’Italia di ricorrere a questa fonte a differenza di altri paesi europei, a cominciare dalla Francia che è diventata uno di nostri maggiori fornitori di elettricità. Con la necessità anche di elaborare un nuovo piano energetico, lo strumento che a partire dagli anni ’70 faceva da cornice a ogni decisione in tema di energia. Strumento oggi caduto in disuso. Con una risoluzione, approvata dalla Camera il 18 dicembre 1987, che impegnava il Governo ad assicurare maggiore flessibilità nella produzione di energia, a prevedere una adeguata politica di diversificazione delle fonti, a condurre un’analisi dettagliata del parco elettrico, a perseguire la realizzazione di centrali policombustibile, ad incrementare lo sfruttamento delle risorse idroelettriche, anche minori e anche da parte degli auto-produttori, e l’utilizzo dei campi geotermici e delle fonti rinnovabili. Il tutto travasato nel Pen 1988 che vide la luce il 12 maggio 1989, l’ultimo della serie. Sostituito dalla Sen e dal Pniec. Strumenti oggi superati dalla necessità di inquadrare e raccordare anche le scelte di politica energetica in un approccio coordinato dall’Unione europea. È in quella sede infatti che dovrebbero essere collocate, una volta cessata l’emergenza Ucraina, gli indirizzi di diversificazione delle fonti e dei fornitori, di riduzione della vulnerabilità delle forniture e le misure di contrasto ai rischi geopolitici indicati da Draghi. Ad evitare che, come è accaduto tante volte in passato, restino solo delle mere intenzioni.

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TECNOLOGIE PER IL FUTURO

LE TORRI SOLARI CHE FANNO VOLARE GLI AEREI di Gianluca Ambrosetti

Gianluca Ambrosetti CEO and Co-Founder di Synhelion

Carburanti sintetici per il trasporto aereo prodotti sfruttando l'energia solare: questa la mission di Synhelion, come ci racconta il CEO Gianluca Ambrosetti. Una sfida industriale e di innovazione per sostenere il raggiungimento degli obiettivi di emissioni zero. L'obiettivo è arrivare entro il 2030 a 875 milioni di litri all'anno.

Il trasporto aereo attualmente è responsabile per circa il 2% delle emissioni antropogeniche di CO2. In Synhelion stiamo lavorando per aiutare il settore a raggiungere emissioni zero attraverso la sostituzione dei combustibili fossili con combustibili sintetici rinnovabili che sfruttano l’energia del sole per la loro produzione. L’inizio del tutto Tutto inizia da un’idea, forse un po’ pazza, nata al Politecnico federale di Zurigo (ETH): e se fosse possibile invertire il processo di combustione e produrre combustibili partendo dai “prodotti” della loro combustione – ovvero acqua, CO2 e calore? Se il calore fosse da fonte rinnovabile, come ad esempio da energia solare concentrata, il mio car-

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burante sarebbe rinnovabile. L’idea cominciò a prendere forma prima su carta, poi in laboratorio e infine sul campo. E così, nel 2016, nacque Synhelion il cui obiettivo era di arrivare a produrre industrialmente combustibili solari. Cosa sono i combustibili solari Si tratta di combustibili sintetici prodotti con processi ad alta temperatura alimentati da energia solare. Tali combustibili sono classificati come “Sustainable Aviation Fuels” (SAF), combustibili sostenibili per l’aviazione, e la CO2 che emettono è equivalente a quella riassorbita durante il processo di produzione. L’intero ciclo di vita è basato su principi sostenibili. Rispetto ai biocarburanti derivanti da biomasse o anche agli e-fuels prodotti con energia

rinnovabile, i combustibili solari sfruttano per la loro produzione le elevate temperature raggiungibili in maniera economica mediante concentrazione dei raggi solari. Come funziona la tecnologia In Synhelion usiamo un campo di specchi per concentrare i raggi solari e produrre un carburante sintetico rinnovabile. Questi raggi vengono raccolti da un “ricevitore” posto sulla cima di una cosiddetta torre solare. Il ricevitore converte poi la radiazione solare concentrata in calore - che può superare i 1.500 °C - attraverso un processo proprietario di Synhelion. Il calore così generato va ad alimentare un reattore termochimico che trasforma l’anidride carbonica, l’acqua e a volte


metano in un syngas, ossia una miscela di idrogeno e monossido di carbonio. Il syngas viene infine trasformato in combustibile liquido attraverso un tradizionale processo Fischer-Tropsch. In questo modo è possibile produrre qualsiasi tipo di idrocarburo, benzina e cherosene compresi. Perché sono l’ideale per sostituire i combustibili fossili Questo tipo di tecnologia è la più economica per ottenere combustibili rinnovabili. Abbiamo sviluppato un sistema di accumulo di energia termica, molto più conveniente ed ecologico rispetto alle batterie, che permette un'elevata disponibilità dell'impianto e la produzione del combustibile 24 ore su 24, con conseguente utilizzo ottimale degli impianti (sovente legati a investimenti iniziali assai ingenti). L’operazione continua degli impianti in combinazione con il basso costo del calore solare ci permetterà di produrre combustibili solari ad un prezzo competitivo.

Un ulteriore vantaggio è la minore necessità di terreno rispetto ad altri carburanti rinnovabili. Sono naturalmente necessarie aree desertiche con molto sole, queste sono però abbondanti e disponibili in diverse aree del globo. Decarbonizzare il trasporto aereo Il trasporto aereo richiede vettori energetici con un’alta densità energetica. Le batterie tradizionali non sono ancora in grado di fornirla e ciò significa che l’elettrificazione dell’aviazione rimarrà limitata ad applicazioni di nicchia per parecchio tempo. Un cherosene solare può invece essere utilizzato tal quale in sostituzione di quello di origine fossile senza particolari interventi sulle strutture logistiche ed aeroportuali esistenti e tanto meno sui motori degli aerei. Produrre carburanti solari su larga scala Lo scorso anno nella seconda fase di finanziamento del progetto abbiamo raccolto 16 milioni di franchi svizzeri

(circa 15 milioni di euro) per realizzare il primo impianto di questo tipo su scala industriale. In tale impianto, ubicato in Germania (Jülich, Renania Settentrionale-Vestfalia) inizieremo a produrre cherosene di origine solare dal prossimo anno. Entro il 2030 puntiamo ad una produzione di 875 milioni di litri all’anno per arrivare a 50 miliardi di litri al 2040, abbastanza per coprire la metà del fabbisogno europeo di cherosene per aviazione. Quali sono le prospettive A marzo di quest’anno la Swiss International Air Lines (SWISS) ha già annunciato di voler essere la prima compagnia aerea al mondo ad utilizzare questo tipo di prodotti nei suoi voli di linea, e sarà il nostro primo cliente dal 2023. SWISS e il gruppo Lufthansa ci stanno inoltre supportando in questo percorso mettendo a disposizione la loro esperienza decennale nel campo della ricerca e dell’impiego di combustibili sostenibili per l’aviazione.

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PROFESSIONISTI DEL SETTORE

LA COMPETENZA PIÙ IMPORTANTE È LA VOGLIA DI IMPARARE intervista a Ville Patola

In questa puntata abbiamo intervistato Ville Patola, che in Neste lavora come ingegnere di sviluppo, mettendo a frutto formazione e competenze maturate nella scienza dei materiali e nella ricerca di soluzioni tecnologiche che facilitino le produzioni sostenibili. Ville Patola Development Engineer, Neste

Quale è stato il suo percorso formativo? Mi sono laureato nel 2014 con un Master of Science alla Tampere University of Technology, speciaIizzandomi in scienza dei materiali. Ho studiato prevalentemente polimeri ed elastomeri, ma la mia tesi finale si è concentrata sullo sviluppo del prodotto per un’azienda tecnologica che produce macchinari per la lavorazione del vetro. Come è arrivato in questo settore? Avevo letto dell’impegno di Neste nello sviluppo di prodotti rinnovabili già nel 2016 e del loro progetto per la raffineria di Singapore. Ricordo di aver pensato “Wow! In questa azienda devono lavorarci delle persone veramente in gamba per immaginare una transizione così impressionante dalle fonti fossili alle rinnovabili” e la cosa mi è rimasta impressa per anni. La percezione che avevo è che Neste fosse una delle poche realtà a fare qualcosa di concreto per combattere il cambiamento climatico. Dopo circa sei anni nell’industria della lavorazione del vetro, ho deciso di cercare nuove opportunità più vicino ad Helsinki e Neste era in cima alla mia lista. Ero alla ricerca di un’esperienza significativa e Neste continuava a essere un chiodo fisso. Anche se non avevo esperienza nel settore ho deciso di fare un tentativo e fortunatamente ho trovato una posizione in cui avrei potuto usare le mie competenze e avere un impatto concreto. Quale è il suo ambito di attività? Lavoro come ingegnere di sviluppo nella R&D e le mie responsabilità includono il pretrattamento delle materie prime rinnovabili e l'upscaling delle soluzioni sviluppate dal laboratorio a

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progetti pilota e/o su scala industriale. Attualmente sto gestendo il mio primo progetto di sviluppo focalizzato sul pretrattamento di nuove e sfidanti materie prime rinnovabili. Direi che la competenza più importante è la capacità di imparare cose nuove e applicare quanto appreso al lavoro quotidiano. Occorre inevitabilmente una propensione agli aspetti tecnici ed essere “STEM-oriented”, ma le competenze specifiche si possono apprendere - e spesso lo sono - lungo la strada. È soddisfatto di questa esperienza? Si sentirebbe di consigliarla ai giovani? Per ora sono molto soddisfatto del lavoro che svolgo. So che i miei sforzi avranno un impatto e ho la possibilità

di lavorare con persone brillanti. Ogni azienda ha degli aspetti negativi, ma finora gli aspetti positivi superano quelli negativi di 10 a 1. Sono anche entusiasta della strategia che Neste sta cercando di portare avanti e voglio farne parte. Raccomanderei di non specializzarsi eccessivamente da subito. Quel momento arriverà, ma direi che la cosa più importante è ampliare le proprie competenze su più fronti e coltivare la mentalità da studente anche dopo la laurea. Ad un certo punto ci si rende conto che molti problemi hanno dei profili comuni e quanto fatto in un certo ambito può tornare utile in un contesto completamente diverso.


DALLA PISTA ALLA STRADA

PORSCHE SPINGE SULL’E-FUEL: NELLA GP ICE RACE DEBUTTO LOW-CARBON PER LA CAYMAN GT 4 Tra le innovazioni che vengono sperimentate per competizioni motoristiche ci sono anche quelle che riguardano i carburanti, con sempre più attenzione verso i carburanti liquidi a basso contenuto di carbonio e gli e-fuels: il caso di Porche nella GP Ice Race.

Aspettando la Formula 1, che è un po’ la “regina” del settore, tutto il mondo del motorsport sta facendo i conti con le innovazioni nei carburanti. Come sappiamo, a partire dal 2025 la Formula 1 adotterà l’e-fuel, il biocarburante di terza generazione prodotto con energia proveniente da fonti rinnovabili. In linea con l’interesse della F1 a rimanere leader dell’industria automotive con i suoi motori a combustione interna, le Case automobilistiche intendono contemperare la necessità di ridurre l’impatto ambientale con la volontà di continuare a guidare automobili con motore endotermico. Sono le grandi case dell’automotive a spingere in questa direzione, sapendo che trovare la giusta combinazione tra efficienza e prestazioni quando si utilizzano carburanti sintetici nel motorsport è missione nuova e piuttosto complessa. Nasce da qui l’impegno

della Porsche che ha deciso di cimentarsi, dopo le simulazioni virtuali della Taycan Turbo S sul circuito di Nürburgring. Ora tocca alla sua Cayman GT4 RS alimentata a e-fuel che ha debuttato in Europa nell’ambito del GP Ice Race a Zell am See e il suo carburante sintetico verrà prodotto in un quantitativo destinato inizialmente solo alle competizioni. Con l’investimento - insieme a Siemens - nello stabilimento di Punta Arenas nel sud del Cile, Porsche ha deciso pertanto di puntare sul carburante ricavato da scarti alimentari e realizzato con l’ausilio di energia eolica, data la peculiarità del sito di produzione che si caratterizza come uno dei luoghi più ventosi al mondo. “Il grande numero di auto che viaggiano lungo le strade del mondo – circa 1,3 miliardi secondo le stime più recenti – indica che la transizione verso

la mobilità elettrica non sta avvenendo tanto rapidamente da raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi. Inoltre, diverse aree del mondo stanno approcciando la mobilità elettrica in modi e a velocità differenti, ed è quindi inevitabile che i motori a combustione interna continuino a circolare per i prossimi decenni” sostiene Michael Steiner, membro del comitato esecutivo di Porsche per la ricerca e lo sviluppo. Le simulazioni virtuali svolte dalla casa automobilistica tedesca hanno inoltre respiro molto più ampio: dai test sulla guida autonoma a un più elevato livello di assistenza alla guida sulle vetture di serie, finanche alla raccolta di dati dalle vetture dei clienti così da calcolare l’usura delle componenti e prevedere eventuali malfunzionamenti prima dell’insorgenza di una reale problematica.

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EDUCATION

IL WEBINAR UNEM-EDUCATION DEDICATO ALLA “NUOVA” TUTELA COSTITUZIONALE DELL'AMBIENTE Nell’ambito delle attività di formazione/informazione previste dal programma unem-education, il 28 marzo scorso si è svolto un seminario di approfondimento sulla recente modifica della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente, con l’obiettivo di condividere con imprese e giuristi riflessioni sulla reale portata di questo cambiamento.

Il seminario è stato organizzato in collaborazione con Remtech ed ha visto la partecipazione di Cosimo Pacciolla, Manager contenzioso e consulenza legale Q8, di Matteo Benozzo, Professore di Environmental Law Università degli Studi di Macerata e Avvocato presso lo Studio Legale B-HSE, di Enrico Di Fiorino, Avvocato presso lo Studio legale Fornari e Associati e di Pasquale Fimiani, Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione. La domanda che ha guidato il dibattito è stata: cosa cambia introducendo la tutela dell’ambiente all’art. 9 e 41 della Costituzione? Tutti i relatori si sono trovati concordi innanzitutto nell’affermare che i diritti tutelati dalla Costituzione sono in rapporto di integrazione reciproca, tale per cui nessuno di essi ha una portata assoluta, e quindi anche l’inserimento della tutela ambientale tra i “principi fondamentali” non va inteso come la formalizzazione di un diritto “tiranno”,

ma nell’ottica di continuo e vicendevole bilanciamento tra princìpi e diritti, alla ricerca di un punto di equilibrio che non può che essere dinamico e non prefissato. Equilibrio che chiama in causa, accanto all’ambiente, il diritto alla salute o al lavoro o la tutela della libertà d’impresa, per fare solo alcuni esempi. Il legislatore dovrà quindi orientarsi sapendo muoversi tra diversi valori definire dalla Costituzione, con la Corte Costituzionale responsabile poi della valutazione a posteriori del corretto bilanciamento alla luce dei criteri di proporzionalità e ragionevolezza. Durante la discussione ci si è poi interrogati sull’impatto che può avere la riforma sul diritto penale ambientale e su cosa potrà accadere per casi in cui attraverso interventi normativi si è consentita o si vorrà consentire la prosecuzione dell’attività di un sito produttivo di interesse strategico nazionale che sia però stato valutato compromettere l’ambiente tanto da

La LEGGE COSTITUZIONALE 11 febbraio 2022, n. 1 “Modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell'ambiente”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n.44 del 22 febbraio 2022 ed entrata in vigore il 9 marzo, introduce modifiche alla Costituzione in materia di Tutela dell’Ambiente in due articoli, il 9 e il 41: PRINCIPI FONDAMENTALI Art.9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali RAPPORTI ECONOMICI Art. 41 L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.”

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essere stato sottoposto a sequestro (è il caso dell’ILVA per citare l’esempio più noto, ma non solo). La giurisprudenza relativamente a casi di questo tipo (e di ILVA nello specifico, con la sentenza del 2013) era finora concorde nell’affermare che laddove diritti e valori si trovino in una situazione di interazione reciproca e appaiano reciprocamente contrastanti nessuno di essi (ad es. ambiente, salute e lavoro) può essere ritenuto prevalente in assoluto, dal momento che ognuno di quei diritti ha un riconoscimento costituzionale che impedisce di sacrificarlo. E questo approccio di equilibrio tra valori costituzionali non sembra poter essere messo in discussione dall’inserimento di un nuovo diritto. La sfida di fronte a legislatore e agli operatori è quindi legata all’integrazione di valori e diritti, in una cornice che è quella dello sviluppo sostenibile, per trovare sempre nuove e maggiori sinergie tra ambiente e impresa.


NOVITÀ LEGISLATIVE

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DPCM 17 dicembre 2021 “Approvazione del modello unico di dichiarazione ambientale per l'anno 2022” (G.U. n.16 del 21 gennaio 2022, Supplemento Ordinario n. 4) Decreto-Legge n. 4/2022 “Misure urgenti in materia di sostegno alle imprese e agli operatori economici, di lavoro, salute e servizi territoriali, connesse all'emergenza da COVID-19, nonché per il contenimento degli effetti degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico” (G.U. n.21 del 27 gennaio 2022) Art. 18: (commi da 1 a 2): Sopprime la riduzione dell'accisa per i carburanti utilizzati nel trasporto ferroviario di persone e merci, l'esenzione dall'accisa sui prodotti energetici impiegati per la produzione di magnesio da acqua di mare e la riduzione delle accise sui prodotti energetici prevista per le navi che fanno esclusivamente movimentazione dentro il porto e manovre strumentali al trasbordo merci all'interno del porto.

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Decreto-Legge n. 14/2022 “Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina” (G.U. n.47 del 25 febbraio 2022) Art. 5: Prevede che in caso di riduzione del consumo di gas naturale nel settore termoelettrico, Terna predisponga un programma di massimizzazione dell’impiego degli impianti di generazione di energia elettrica con potenza termica nominale superiore a 300 MW che utilizzino carbone o olio combustibile in condizioni di regolare esercizio, per il periodo stimato di durata dell’emergenza.

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Decreto-Legge n. 17/2022 “Misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia elettrica e del gas naturale, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per il rilancio delle politiche industriali” (G.u. n. 50 del 1° marzo 2022) • artt. 1 e 3: annullamento delle aliquote relative agli oneri generali di sistema luce e gas per le utenze domestiche non domestiche di bassa tenzione, nonché per le utenze con potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW, anche connesse in media e alta/altissima tensione o per usi di illuminazione pubblica o di ricarica di veicoli elettrici in luoghi accessibili al pubblico; • art. 2: Riduce l’Iva al 5% per gas per usi civili e industriali e rafforza il bonus sociale povertà energetica; • art. 4: Introduce un credito d’imposta del 20% per aumenti elettricità imprese energivore; • art. 5: Introduce un credito d’imposta al 15% per gli aumenti del gas per imprese gasivore; • art. 6: Prevede interventi di sostegno al settore dell’autotrasporto; • artt. da 9 a 12: Stabilisce misure di semplificazione per installazione impianti rinnovabili; • art. 16: Introduce iniziative per incrementare la produzione nazionale di gas da assegnare a imprese energivore a prezzi calmierati; • art. 17: Prevede misure per la promozione dei biocarburanti da utilizzare in purezza e di supporto per la riconversione delle raffinerie tradizionali ricadenti all’interno di siti di bonifica di interesse nazionale (SIN); • art. 21: Prevede disposizioni volte ad aumentare la sicurezza delle forniture di gas naturale; • art. 22: Istituisce presso il Ministero dello sviluppo economico un Fondo volto a favorire la transizione verde, la ricerca, la riconversione e la riqualificazione dell’industria del settore automotive;

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Decreto-Legge n. 21/2022 (DL Taglia prezzi) “Misure urgenti per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi ucraina” (G.U. n. 67 del 21 marzo 2022) Tra le misure previste: • art. 1: Rideterminazione delle aliquote di accisa sulla benzina (478,40 euro per 1000 litri) e sul gasolio (367,40 euro per 1000 litri) impiegato come carburante per autotrazione e gasolio per un periodo di 30 giorni a partire dal 22 marzo 2022; • art. 2: Introduce per il 2022 un bonus carburante ai dipendenti nel limite di 200 euro per lavoratore; non concorre alla formazione del reddito; • art. 3: Prevede un contributo, sotto forma di credito d'imposta, a favore delle imprese con potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW per l’acquisto di energia elettrica, pari al 12% della spesa sostenuta per l’acquisto della componente energetica effettivamente utilizzata nel secondo trimestre del 2022; • art. 4: Prevede un contributo, sotto forma di credito d'imposta per l’acquisto di gas naturale, a favore delle imprese diverse da quelle a forte consumo di gas naturale, nella misura del 20% della spesa sostenuta per l’acquisto del gas, consumato nel secondo trimestre solare dell’anno 2022, per usi energetici diversi dagli usi termoelettrici; • art. 5: Incrementa il credito d'imposta in favore delle imprese energivore dal 20 al 25% e gasivore dal 15 al 20%; • art. 6: Introduce un bonus sociale elettricità e gas per il periodo 1° aprile-31 dicembre 2022; il valore ISEE di accesso ai bonus sociali elettricità e gas è pari a 12.000 euro; • art. 7: Potenzia l’attività e gli strumenti a disposizione di “Mister prezzi”, il Garante per la sorveglianza dei prezzi già istituito presso il Ministero dello sviluppo economico. In particolare, è istituita una apposita “Unità di missione”, con relativa dotazione di personale, per le attività istruttorie, di analisi, valutazione ed elaborazione dei dati; • art. 8: Introduce la rateizzazione delle bollette per i consumi energetici delle imprese con sede in Italia, clienti finali di energia elettrica e di gas naturale. Per sostenere le specifiche esigenze di liquidità, SACE S.p.A. può

rilasciare garanzie in favore di banche, di istituzioni finanziarie nazionali e internazionali e di altri soggetti abilitati all’esercizio del credito entro un limite massimo di impegni pari a 9 miliardi di euro; • art. 9: Permette la cedibilità ad altri soggetti dei crediti di imposta riconosciuti alle imprese energivore e alle imprese a forte consumo di gas naturale; • art. 10: Prevede che le garanzie emesse da SACE S.p.A. in favore di banche, istituzioni finanziarie nazionali e internazionali e altri soggetti abilitati all’esercizio del credito in Italia per le imprese energivore di interesse strategico coprano fino il 90% dell'importo del finanziamento concesso; • art. 14: Prevede una clausola di adeguamento del corrispettivo nei contratti di trasporto per tenere conto dell’aumento dei prezzi del carburante; • art. 15: Stanzia 15 milioni di euro aggiuntivi, per l’anno 2022, a titolo di riduzione dei pedaggi autostradali per il settore dell’autotrasporto e ulteriori 5 milioni per la deduzione forfetaria delle spese non documentate ai titolari di imprese di autotrasporto; • art. 16: Esonera per il 2022 le imprese di trasporto merci per conto terzi dal versamento del contributo per il funzionamento dell’Autorità di regolazione dei trasporti; • art. 17: Istituisce un Fondo per il sostegno del settore dell’autotrasporto con una dotazione di circa 500 milioni di euro per l’anno 2022; • art. 18: Prevede un contributo, sotto forma di credito d'imposta pari al 20%, per l’acquisto di carburanti per l’esercizio dell’attività agricola e della pesca; • artt. da 18 a 24: Rafforza la disciplina per il controllo degli investimenti stranieri in Italia (Golden Power); • art. 37: Istituisce per l’anno 2022 un contributo del 10% a titolo di prelievo solidaristico straordinario, sui cosiddetti extra-profitti dei soggetti che esercitano nel territorio dello Stato, per la successiva vendita dei beni, l’attività di produzione di energia elettrica, dei soggetti che esercitano l’attività di produzione di gas metano o di estrazione di gas naturale, dei soggetti rivenditori di energia elettrica di gas metano e di gas naturale e dei soggetti che esercitano l’attività produzione, distribuzione e commercio di prodotti petroliferi.

AGGIORNAMENTO NORMATIVO COVID

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Decreto-Legge n. 1/2022 “Misure urgenti per fronteggiare l'emergenza COVID-19, in particolare nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli istituti della formazione” (G.U. n. 4 del 7 gennaio 2022)

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DPCM 21 gennaio 2022 “Individuazione delle esigenze essenziali e primarie per il soddisfacimento delle quali non è richiesto il possesso di una delle Certificazioni verdi COVID-19” (G.U. n. 18 del 24 gennaio 2022)

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Legge n. 3/202 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 26 novembre 2021, n. 172, recante misure urgenti per il contenimento dell'epidemia da COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e sociali” (G.U. n. 19 del 25 gennaio 2022)

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Decreto-Legge n. 5/2022 “Misure urgenti in materia di certificazioni verdi COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività nell'ambito del sistema educativo, scolastico e formativo” (G.U. n. 29 del 4 febbraio 2022)

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DPCM 4 febbraio 2022 “Individuazione delle specifiche tecniche per trattare in modalità digitale le certificazioni di esenzione dalla vaccinazione anti-COVID-19 (G.U. n. 31 del 7 febbraio 2022)

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Legge n. 11/2022 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 24 dicembre 2021, n. 221, recante proroga dello stato di emergenza nazionale e ulteriori misure per il contenimento della diffusione dell'epidemia da COVID-19 (G.U. n. 41 del 18 febbraio 2022)

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Decreto-legge n. 24/2022 “Disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell'epidemia da COVID-19, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza” (G.U. n. 70 del 24 marzo 2022)

TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ

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NEWS DALLE ASSOCIATE

Eni, aumenta disponibilità SAF a Fiumicino

Dal 25 marzo, Eni incrementerà le forniture di SAF (Sustainable Aviation Fuel) all’aeroporto di Fiumicino. Un comunicato informa che si tratta di circa 3.000 tonnellate di Jet fuel+ Eni SAF (miscelato con componente da materie prime rinnovabili) prodotti presso la raffineria di Taranto alimentando gli impianti convenzionali con quote di UCO pari allo 0,5%. La quota bio presente nelle circa 3000 tonnellate disponibili all’aeroporto di Fiumicino consente un risparmio di CO2 superiore a 50 tonnellate rispetto a un equivalente carico di prodotto di origine fossile.

Eni, accordo sui biocarburanti in Mozambico

Eni e il Ministero dell'Agricoltura e dello Sviluppo Rurale della Repubblica del Mozambico (MADER) hanno firmato un accordo per la cooperazione e lo sviluppo di progetti agricoli in Mozambico, finalizzati alla produzione di semi oleaginosi e oli vegetali da utilizzare come agro-biofeedstock per la produzione di biocarburanti. L'accordo, spiega un comunicato, si basa sul memorandum d'intesa firmato nel 2019 da Eni e dal governo del Mozambico per la definizione congiunta di progetti di sviluppo sostenibile e di decarbonizzazione a sostegno dell'Agenda di sviluppo economico e sociale nazionale e locale del Paese.

Neste e DHL Express, rafforzano cooperazione sui SAF

DHL Express e Neste hanno annunciato una nuova collaborazione strategica per la decarbonizzazione della logistica aeronautica. Nei prossimi cinque anni, Neste fornirà a DHL circa 320.000 tonnellate (400 milioni di litri) di Neste MY Sustainable Aviation Fuel.

Joint venture Neste e Marathon Petroleum

Neste Corporation ha firmato accordi definitivi per la costituzione di una joint venture 50/50 con la statunitense Marathon Petroleum (Marathon). La joint venture produrrà diesel rinnovabile a seguito di un progetto di conversione della raffineria di Marathon a Martinez, in California. La produzione di diesel rinnovabile dovrebbe entrare in funzione nella seconda metà del 2022 e l'impianto raggiungerà la sua piena capacità nominale annuale di 2,1 milioni di tonnellate (730 milioni di galloni statunitensi) entro la fine del 2023.

Nextchem lancia “Welcome to Earth2”

NextChem ha lanciato una campagna di comunicazione sulle sue tre soluzioni per la produzione di idrogeno rinnovabile e a basse emissioni e la sua proposta di valore come partner di progetto end-to-end. La prima delle tre tecnologie a idrogeno di NextChem è ElectricBlue Idrogeno, che deriva dal gas naturale e si basa sul know-how tradizionale ma che prevede l'utilizzo di energia elettrica per alimentare le reazioni endotermiche del reforming del metano. La seconda riguarda la produzione di idrogeno per elettrolisi alimentata da fonti energetiche rinnovabili, che è noto come Green Hydrogen. In terzo luogo, NextChem ha sviluppato idrogeno circolare, una fonte di idrogeno a basse emissioni di carbonio. È prodotto dal syngas, ottenuto dalla conversione chimica del carbonio e dell'idrogeno contenuti nella plastica non riciclabile e nei rifiuti secchi, che di solito vengono inceneriti o smaltiti in discarica.

Q8: primo Starbucks Drive Thru a Erbusco

Nell’ambito di una nuova partnership stretta da Percassi con Q8, è stato inaugurato il primo Starbucks Drive Thru della rete carburanti italiana presso la stazione di servizio Q8 a Erbusco (BS). Innovazione, sostenibilità e attenzione al cliente sono le caratteristiche di questa partnership mirata ad offrire agli automobilisti un'ampia gamma di prodotti e servizi di alta qualità.

Q8 e Wolftank Group per promozione GNL

Q8 e Wolftank Group hanno annunciato la sigla di un accordo per l’acquisizione del 50% delle quote di Mares Italia, consociata di Q8. Mares potrà sviluppare impianti di rifornimento di gas naturale liquefatto (GNL) e idrogeno al fine di espandere l’infrastruttura europea a supporto della decarbonizzazione dei trasporti.

Shell torna sul mercato della mobilità italiana

Shell torna sul mercato rete italiano grazie ad un contratto di Retail Brand Licence stipulato con PAD Multienergy, operatore leader nella distribuzione e commercializzazione di carburanti, che utilizzerà il marchio Shell sulla propria rete. Secondo tale accordo, PAD Multinenergy svilupperà oltre 500 stazioni di servizio. Il primo impianto con il marchio Shell è stato inaugurato lo scorso marzo a Camerano in provincia di Ancona.

Ambasciatore Algeria visita Sonatrach Raffineria Italiana

Il 10 marzo scorso l’Ambasciatore d’Algeria in Italia, S.E. Albelkrim Touahria, è stato ospite della Raffineria di Augusta di Sonatrach Raffineria Italiana. Accompagnato dal CEO Rosario Pistorio ed dal CFO Mourad Latreche, l’Ambasciatore ha visitato gli impianti di produzione e incontrato il management Team della Società; successivamente, nel centro conferenze della Raffineria, si è svolto un incontro con le istituzioni locali.

Sonatrach Raffineria Italiana premia 36 dipendenti

Il 23 marzo si è tenuta la cerimonia di premiazione per 36 dipendenti di Sonatrach Raffineria Italiana che nel 2021 si sono contraddistinti per l’Outstanding Contribution to Sustainable Excellence. Il premio è stato consegnato dal presidente del CDA di Sonatrach raffineria Italiana e da tutto il leadership team. Alla fine della cerimonia è stato consegnato anche un riconoscimento speciale ai Tecnici Principali di Turno in rappresentanza di tutta la popolazione operativa del sito.

Accordo Sonatrach Raffineria Italiana-Naftal sui bitumi

Il 16 marzo è stato siglato un contratto tra le due affiliate di Sonatrach per la fornitura di bitumi, grazie al quale la produzione della raffineria di Augusta coprirà la quasi totalità del fabbisogno algerino. La firma è stata anche l’occasione per rinnovare i solidi rapporti commerciali intrapresi nel 2021 e per continuare ad esplorare altre opportunità di business.

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MUOVERSI 2/2022


IMMAGINARE IL FUTURO

Pensare il futuro è un compito decisivo per tutti, per il quale è utile farsi ispirare da studiosi, esperti, narratori: per immaginare come sarà il pianeta nel quale vivranno le prossime generazioni, saper prevedere come cambieranno le abitudini delle persone e individuare modelli di crescita pienamente sostenibili e rispettosi dell’ambiente.

Dopo il cataclisma del 1939-1945 sia gli europei che gli americani credevano di aver creato una serie di regole che avrebbero preservato la pace nel mondo intero. […] Un ordine mondiale liberale che si basava sul mantra "Mai più". Mai più ci sarebbe stato un genocidio. Mai più nazioni grandi avrebbero cancellato le nazioni più piccole dalla mappa. Mai più dittatori che usavano il linguaggio degli omicidi di massa. […] Con la terza e più brutale invasione dell'Ucraina si è rivelata la vacuità di quelle convinzioni. […] Forse non esiste un ordine mondiale liberale naturale, ma ci sono società liberali, paesi aperti e liberi che offrono alle persone maggiori possibilità di vivere vite utili rispetto alle dittature chiuse. Non sono perfetti; hanno profondi difetti, profonde divisioni, terribili cicatrici storiche, ma questo è un motivo in più per difenderli e proteggerli. […] Forse, all'indomani di questa crisi, possiamo imparare qualcosa dagli ucraini. Da decenni combattiamo una guerra culturale tra i valori liberali da un lato e le forme muscolose di patriottismo dall'altro. Gli ucraini ci stanno mostrando un modo per avere entrambi. Non appena sono iniziati gli attacchi, hanno superato le loro numerose divisioni politiche, non meno aspre delle nostre, e hanno impugnato le armi per lottare per la loro sovranità e la loro democrazia. Hanno dimostrato che è possibile essere patrioti e credenti in una società aperta, che una democrazia può essere più forte e più agguerrita dei suoi oppositori. Proprio perché non esiste un ordine mondiale liberale, nessuna norma e nessuna regola, dobbiamo lottare ferocemente per i valori e le speranze del liberalismo se vogliamo che le nostre società aperte continuino ad esistere.

Anne Applebaum [“There is no liberal world order”, The Atlantic, 31 marzo 2022]

Hanno contribuito a questo numero Luca Aterini, Simona Benedettini, Giorgio Carlevaro, Vittorio D’Ermo, Enrico Morando, Francesco Sassi, Claudio Spinaci, Chicco Testa, Claudio Velardi Hanno contributo alla rivista Alessandro Aresu, Luca Aterini, Marco Baldi, Alessandro Bartelloni, Simona Benedettini, Carlo Bonomi, Giogio Carlevaro, Carlo Carminucci, Nadia Cerone, Giorgio Chiantella, Stefano Cingolani, Paolo Cintia, Francesco Clementi, Alessandro Clerici, Alberto Clô, Emanuela Colombo e Diana Shendrikova, Marco D’Aloisi, Stefano Da Empoli, Giuseppe D’Arrigo, Vittorio D’Ermo, Bruno Dalla Chiara, Franco Del Manso, Pier Luigi Del Viscovo, Paola De Micheli, Pierroberto Folgiero, Alessandro Fontana, Benedetto Forlani, Marco Frittella, Giuseppina Fusco, Vannia Gava, Massimiliano Giannocco, Romano Giglioli, Gianni Girotto, Maria Cecilia Guerra, Icao, Innovhub, Pietro Lanzini,

Stefano Laporta, Antonio Lazzarinetti, Marco Mannocchi, Marco Marcatili, Enrico Mariutti, Benedetta Marmiroli, Michele Masulli, Paolo Mellone, Marco Mocchetti, Enrico Morando, Martina Nardi, Lisa Orlandi, Azzurra Pacces, Gilberto Pichetto Fratin, Linda Piedimonte, Marilena Pisani, Politecnico di Milano, Antonio Pollio Salimbeni, Ilaria Querci, Paolo Raimondi, Francesco Ramella, Filippo Redaelli, Aurelio Regina, Francesco Ricotta, Piero Salatino, Tommaso Santarelli, Francesco Sassi, Francesco Ciro Scotto, Antonio Sileo, Guido Silvestri, Claudio Spinaci, Carlo Stagnaro, Angelo Sticchi Damiani, Davide Tabarelli, Luca Tabasso, Antonio Tajani, Giuseppe Tannoia, Chicco Testa, Antonio Tintori, Stefania Tomasini, Roberto Ulivieri, Maria Rita Valentinetti, Claudio Velardi, Giovanni Battista Zorzoli

Unione Energie per la Mobilità Piazzale Luigi Sturzo, 31 00144 Roma info@unem.it www.unem.it tw: @unem_it in: /company/unem Per proporre contributi o per richieste pubblicitarie: muoversi@unem.it Le opinioni espresse impegnano unicamente gli autori e sono indipendenti da opinioni e politiche dell’Editore. Registrazione Tribunale di Roma n. 121 del 19 settembre 2019

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nulla si crea, nulla si distrugge, l'olio si rigenera.

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Itelyum produce basi lubrificanti rigenerate di Gruppo II+, con un livello qualitativo d’eccellenza. Grazie alla collaborazione con Infineum, oggi le basi Itelyum HG hanno ottenuto la qualificazione API CI-4 di un olio motore 15W-40. Itelyum, tecnologia e innovazione per un mondo più sostenibile.


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